THE UNIVERSITY OF CHICAGO LIBRARY ROSA FERRUCCI ALCUNI SUOI SCRITTI con tardi passi La sieguo, e parmi che dal Ciel mi chiami. ) ROSA FERRUCCI E ALCUNI SUOI SCRITTI PUBBLICATI PER GURA DI CATERINA FERRUCCI SUA MADRE. Terza edizione riveduta e accresciuta dalla medesima. <c Prsecisa est velut a texente vita mea. » CANTICO DI EZECHIA. u In capite libri scriptum est de m e , Ut f acerem voluntatem tuam: Deus m e u s , volui, et legem tuam in medio cordis mei. )> SALMO IN NAPOLI DALLA STAMPERIA DEL VAGLIO 1858 XXXIX. ROSA FERRUCCI <( Audivi vocem de coelo dicentem mihi: Beati mortui, qui in Domino moriuntur. » f 0 fede santa, o dolcissima religione di Gesù Cristo ! Se non fossero le sicure vostre promesse e la virtù vostra, io, povera m a d r e , che ipsieme con la mia Rosa ho perduto più che la vita, sarei tratta per certo dal mio dolore a cieca disperazione. Ma voi mi date forza per vivere e per patire : voi agli occhi miei affaticati dal lungo pianto mostrate il Cielo: per voi ripeto con rassegnata fiducia « Beati quelli che muoiono nel Signore. » E nel Signore morì la figliuola mia, perchè fino da bambinella visse ed a m ò nel Signore. O Tu che vedi le mie lagrime e leggi ne' miei pensieri, sii benedetto ! Ti ringrazio di avermi scelta a esser madre di così santa creatura: e poiché da T e , sapienza infinita, bontà perfetta, altro non può venire che il bene, adorando gl'imperscrutabili tuoi de1 Apoc. Gap. xiv, vers. 13. i 2 ROSA FERRUCCI creti, facendo forza al mio cuore, per virtù della fede pur Ti ringrazio di averla a Te richiamata, quantunque insieme con essa mi sia sparita la luce degli occhi miei. L' abbondanza della tua grazia, o Signore, avvivò e rese fecondi i semi sparsi da me nell' anima sua. Io non mi arrogo la lode di averla educata al vero, al buono ed al bello, cioè a Te, mio Dio, che sei bellezza increata, compiuta giustizia, verità eterna. N o , io non poteva, donna debole ed imperfetta, in lei mantenere, come fu sempre, illibato il delicatissimo fiore della innocenza: no, io non era da tanto per accendere e alimentare dentro al suo petto quel vivissimo amore di Te e del Cielo, che ad essa in tutte le cose manifestava Te e la tua gloria. Tu la educasti, o Signore , dal paradiso. Tu commettesti agli Angioli santi di vegliare continuamente alla sua custodia, onde il fango del mondo non la macchiasse, e affinchè stando in terra vivesse in Cielo. A Te pertanto intendo dar gloria m e n tre di lei parlo e scrivo. E se ora rompo il silenzio, nel quale forse poi sempre nella solitudine e nei dolore starò racchiusa, lo faccio per dimostrare con il suo esempio, come chi tutti i suoi affetti appunta in Te solo e dal tuo amore ordina poi ogni altro amore, ritrova pace nella sua buona coscienza, vive felice, edifica gli altri, e muore tranquillo, perchè sa che la morte lo ricongiunge a Te suo principio e suo fine, sua speranza, sua luce, suo desiderio. ROSA FERRUCCI 3 Quando altre volte per solo zelo della verità e dell' onesto pubblicai il frutto delle mie solitarie meditazioni, posi studio e fatica per dare a' miei pensieri una veste, se non elegante, non però al tutto barbara o vile. Ora il dolore mi ha ottenebrata la vista dell'intelletto, ha indebolito la mia memoria, mi ha fatta languida e tetra la fantasia. Vorrei ad ammaestramento delle fanciulle, a segno di gratitudine verso Quello, che la arricchì de' suoi doni, delineare il ritratto della mia Rosa. Ma la m a n o materna cade tremante su queste carte: idee confuse mi si affollano nella mente: piango, sento, non penso, non ho parole, non ho modi e concetti per effigiare quella soave immagine di bontà, che mi sta sempre nel cuore, ricordo di passate dolcezze, invito ad immortali speranze, dolore che non ha pari per l'anima della madre, consolazione quasi infinita per quella della cristiana. Pure scriverò come io posso; senza arte, solo col cuore. E se le giovinette italiane leggendo queste pagine, nelle quali non è parola che adombri o esageri il vero, saranno tratte ad amare la figlia mia, se vorranno all' esempio suo sollevare al Cielo affetti e pensieri, e farsi del breve tempo passato in terra mezzo efficace per conseguire la perfezione dell' animo e dell' ingegno, benedirò le lacrime, che ho versato scrivendo, e avrò per dolce conforto, che la m e moria della diletta mia Rosa viva nel cuore di savie e buone fanciulle. Era mio intendimento di fare un libro sulle vir- 4 ROSA FERRUCCI tù delle donne, su quelle cioè in cui dobbiamo noi esercitarci ogni giorno nei vari stati di vita, nei quali ci pone la Provvidenza. Ora ogni mio disegno è rotto per sempre. Mancata quella, su cui si appoggiava il mio stanco ingegno, in cui prendeva lena e vigore l'anima mia, non trovo più negli studi dolcezza alcuna: e quando pure volessi volgermi ad essi non ho la forza di mente, eh' è necessaria a ben coltivarli. In cambio adunque del libro sopraccennato e d' altri, che per le madri e per le fanciulle aveva desiderio di fare, pubblico questo piccolo volumetto. Nel quale, prima da m e , e poi da lei stessa nelle sue prose, è ritratta F indole di mia figlia. Rreve, oscura, perchè racchiusa dentro la casa paterna, perchè venne da Dio troncata nel primo fiore, fu la sua vita. Ma fu vita piena di santi e di dolci affetti, fu laboriosa, innocente, fu dalla luce della carità illuminata e a nobilissimo fine sempre rivolta. Presumo io troppo sperando che altri ne possa pigliare conforti al bene ed utile esempio? Il tempo, non il volere , mancò alla mia Rosa per dimostrarne come ogni più ardua virtù non sia impossibile ad un cristiano. N o n ebbe ella in vero a sostenere battaglie con la fortuna : non sentì F amarezza dei disinganni : non conobbe la ingratitudine e la malizia degli uomini. Pure mi è lecito di affermare, che dove a lungo fosse vissuta , non mai le sarebbe venuta m e n o la riverenza verso il dovere, non la sicura fiducia in Dio, non la carità e la costanza. Posava su stabile fondamen- ROSA FERRUCCI 5 to la virtù sua, perchè posava sulle eterne dottrine dell'Evangelo. E se appena toccata la giovinezza ella era già tanto buona, se con amore, con fede , con diligenza compì tutti quanti gli obblighi suoi, quale non sarebbe poi stata nell'avvenire, avendo forte e instancabile il desiderio di migliorare se stessa? Sì, consultata la mia memoria , e quella esperienza che ho vivendo acquistata del cuore umano, sì, tengo per certo, che la mia Rosa sarebbe riuscita moglie esemplare ed ottima m a dre , come ella fu giovinetta pudica e figlia obbediente. Chi non spera abbondanti frutti dall' arboscello che in alto dilata i suoi verdi rami e spande dai fiori già mezzo aperti soave odore? Si leva un turbine, e impetuoso lo schianta. Crederemo per questo, che quello poi non ci avrebbe tenuto le sue promesse, se dalla forza del vento non fosse stato ad un tratto gittato a terra? Molti anni sono, conóbbi la maggiore di ogni sventura, poiché vidi morire un mio figliuoletto. Piangeva ancora sul piccolo mio Francesco, quando il Signore per darmi consolazione mi dette R o sa. Nacque ella in Bologna la sera dei % di luglio nel 1835, N o n pianse, siccome sogliono fare tutti i bambini nel loro venire al mondo: ma lieta si pose a guardare il lume. Mi parve di avere in essa ricuperato il mio bambinello: quindi l'amava con doppio amore. Era mesto però il mio affetto. Tem e v a sempre ch'ella dovesse lasciarmi come il fratello. Però quando le dava il latte, quando veglia- 6 ROSA FERRUCCI va sollecita alla sua culla spesso tacitamente io piangeva. Sentiva un' arcana voce dirmi nel cuore: — A lungo tu non godrai di questa fanciulla: non vedi? già spiega l'ali per tornarsene in paradiso.— Alcun tempo dopo credetti di avere temuto il vero. Che Rosa essendo con noi venuta a Ginevra, compiti appena quindici mesi della sua vita, fu presa da gravissima infermità. Poscia ella crebbe robusta e sana, onde le tetre mie previsioni si dileguarono : né quindi mai mi venne in pensiero , essere io riserbata al più gran dolore che ferisca nel m o n d o cuore di madre. O memorie dolcissime del passato, perchè in voi sole non posso fissar la mente? 0 lieti giorni, nei quali Antonio mio e la mia Rosa ci tenevano luogo di amici, di parenti, di patria in terra straniera, dove mai siete? Beata m e , se ora io potessi abbracciare, siccome allora faceva, la mia bambina! Me felice, se ancora mi fosse dato vederla pendere attenta e meravigliata dalle mie labbra, quando mostrandole il cielo, le stelle, il sole, i monti, gli alberi, i fiori, F aperto lago, io le parlava di Dio! Quante volte mi si pose a sedere sulle ginocchia, e con parole non ancora bene formate accompagnò la preghiera, che io per essa innalzava al Padre celeste ! Quante volte, più grandicella, mi chiese che le parlassi della Vergine santa, del Redentore, di Quello che ci protegge, c'illumina, ci consola! Gli affetti di religione si accesero nel suo cuore quasi nel medesimo tempo, in cui cominciò ad a- ROSA FERRUCCI 7 mare la m a m m a , il babbo, il fratello. Anche ora mi par di vederla porsi inginocchio, piegare in atto di adorazione le sue manine, e dir con affetto di tenerezza F Ave Maria. In chiesa soleva ella stare così raccolta, che le buone Sorelle della Carità ammirando la devozione d' una fanciulla che non aveva ancora cinque anni, volevano sempre a sé averla vicina : onde pareva un Angiolo in mezzo a coro di Sante. Sortì mia figlia nascendo una indole ardente, indocile per vivezza soverchia di desiderii. Ma come prima incominciò in essa a destarsi la tenerella ragione, accolse con fede i miei ammonimenti, e frenato l'impeto della forte sua volontà, divenne prontissima alF obbedienza. Nel che fu poscia m e ravigliosa. O n d e anche nelle cose, che le recavano in alcun m o d o noia o fatica, piegava il suo al voler nostro con tanta mansuetudine e sommissione , che avresti detto, fare ella ciò senza pena e senza battaglia interna, se F improvviso rossore della sua faccia non avesse manifestato, essere in lei la soave e pronta docilità effetto di animo virtuoso, non di pieghevole e molle natura. L'inclinazione, eh' ella ebbe da fanciulletta a perseverare nei suoi desiderii, mutossi poscia in rara costanza di propositi e di consuetudini; onde voleva gagliardamente quanto ella volle, né altro per certo volle che il bene. A tutto era solita di prestare salda attenzione. Quindi le idee delle cose e dei luoghi si stampa- 8 ROSA FERRUCCI vano in guisa nella sua mente, che di quelle serbava ricordo tenace, di questi F immagine vera e viva. E perchè sempre si piacque degli svariati prospetti della campagna, stando nella sua camerétta tacita e sola provava s o m m o diletto nel rivedere con la fantasia i boschi, le valli, i monti, che già passeggiando aveva ammirato. E li ammirava non tanto per la sempre diversa bellezza loro, quanto perchè vi scorgeva F orma immortale della sapienza divina. Al che nei primi suoi anni venne sospinta dal cuore, poi da questo guidato dalla ragione. . Io che fui sempre la indivisibile sua compagna, io con la quale ella sempre soleva partecipare i più reconditi suoi pensieri, io sola so quanto amore in lei si destasse verso Colui, che ha creato dal nulla F ampio universo, quando ne contemplava le m e raviglie. La natura non fu mai muta per lei: ne intese sin da bambina F arcana voce, e ad essa rispose sempre il suo cuore.* N o n una, ma più e più voltami avvenne di udirla tra se parlare, mentre uscita m e c o a diporto dalla città correva con impeto fanciullesco per i sentieri, che attraversano i campi presso a Ginevra. E chiedendole allora con chi parlasse:—Parlo, mi diceva, co'fiori, con gli alberi, con gli uccelli : ed oh sentisti le belle cose che mi rispondono ! — Cresciuta negli anni, sempre più vivamente a1 Sono sue parole, come si vedrà in alcune delle sue lettere. ROSA FERRUCCI 9 mò la campagna, perchè sempre più vivamente am a v a il suo Dio. Quindi la solitudine le fu cara, e più dei mondani divertimenti ebbe in pregio i piaceri della coscienza, del cuore, dell' intelletto. In questi trovò dolcezza sino dal tempo, nel quale gli altri bambini si piegano con difficoltà all' imparare. In m e n o di tre mesi le insegnai a leggere; ed a sei anni leggeva speditamente il francese, V italiano , il tedesco. Né a farla studiare era bisogno di sprone: anzi lasciava i sollazzi dell' età sua per i libri. Alle cose che aveva letto poi ripensava. U n a sera avendola il babbo trovata desta ad ora già tarda, e dimandandole con affannosa sollecitudine la cagione di quelF insolito suo vegliare, ella con cara ingenuità gli rispose: — N o , non mi sento male, ma sono desta, perchè ho voluto ripetere a me stessa quel tratto di storia greca, che ho letto nei giorni scorsi. — C i ò che faceva da fanciulletta fece poi sempre. Che dopo aver letto un libro, lo riordinava nella sua mente, dividendone i principali concetti dagli accessorii, e quelli poi disponendo secondo la qualità loro. O n d e il frutto, che trasse dagli svariati suoi studi, e la facoltà, veramente mirabile, che ella aveva già da molti anni, di fare parlando il sunto di un libro, quantunque lungo e di materia difficile perchè astratta o pertinente a generali principii. Io era ( ed ogni madre lo intende ), io era lieta e beata nella mia Rosa. E in vero, quali consolazioni , quali augurii, quali speranze non dovea io 10 ROSA FERRUCCI trarre dalla bene avviata sua fanciullezza? Quale tacita gioia sentii nel cuore, vedendola così devota e raccolta nel dire le sue orazioni, nello studiare sì attenta, così amorevole col fratello, così docile e riverente verso di noi ! Cara e diletta figliuola mia ! N o n è un giorno solo della tua vita che ricordandolo non mi faccia con tutto F ardore dell' anima ringraziare Chi mi ti diede. Sii benedetta per le tante dolcezze che ne facesti provare con F a m o r tuo, con la tua vera bontà! Sii benedetta per i santissimi esempi, che ne hai lasciato ! Piango e piangerò sempre sul tuo sepolcro: ma l'essere stata tua madre è tale felicità, che a petto di essa il mio presente dolore mi sembra lieve. Nel 1840 l'inverno fu tanto rigido nella Svizzera, che la neve addensata e il ghiaccio vi coprirono per più mesi monti e pianure. T o r m e di uccelli affamati volavano intorno alle case. Li vide la mia bambina, e n'ebbe pietà. O n d e ogni giorno appena levata, preso alquanto di miglio ovvero di grano, sparge vaio sul poggiuolo delle finestre, godendo di sostentarne quegli uccellini. Il che poi sempre ella fece per tutto il verno. E questa fu la prima scintilla di quella ardentissima carità che poscia la rese tanto pietosa dei poverelli. Ai quali fu sempre in guisa amorevole, che dove non potesse soccorrerli col denaro, con miti parole, con soavissima compassione li confortava. Più volte nella sua puerizia la vidi dare ad alcuno di essi dolci e confetti. E chiestole, se credesse ROSA FERRUCCI 11 saziarne con ciò la fame : — N o n lo credo, mi rispondeva, ma i dolci e i confetti mi piacciono tanto ! i poveri non hanno m o d o da comperarli ; io li do loro , perchè sentano anch' essi come son buon i . — Per la stessa ragione volle donare le sue bambole ad alcune povere bimbe. Questo Rosa faceva da fanciulletta. Divenuta poi adulta non avea bene, se non potesse soccorrere gF indigenti. E poiché aveva in proprio alquanto denaro, che in ogni m e se e in alcune feste dell'anno le donavamo, questo tutto spendeva per sovvenire ai bisogni loro. Perdonami, cara figlia , se ardisco di far palesi le opere buone, che tenevi nascoste con tanto studio. N o n per offendere la tua cristiana modestia , non per vanità qui ne parlo : ma solo per darne gloria al Signore, e perchè si vegga, come ancora chi ha poco può moltissimo fare in bene degli altri, dove abbia retto volere, pietoso cuore, ardente e sincero amore di Dio. Quando Rosa sapeva, che alcuno dei poveri da lei conosciuti fosse malato, lo forniva di buoni cibi , finché non era guarito. Ad uno pagava le m e dicine : all' altro dava le vesti : a quella F olio per la lucerna, onde avesse m o d o di lavorare durante le lunghe sere d'inverno : a questa faceva ella stessa calze e camicie. Per le grandi solennità cristiane mandava ai suoi poveri di che fare un buon desinare. E come n'era contenta ! C o m e era bella la soave letizia degli occhi suoi, dopo che avea compiuto un dovere di carità ! Un giorno diede a una 12 ROSA FERRUCCI poverella tutto il denaro che aveva, perchè ne sostentasse la madre inferma. E quasi a scusarsene meco : — Che vuoi ? mi disse, ho pensato, che se tu fossi malata, ed io non avessi da comperarti carne e rimedi sarei la più afflitta persona, che sia nel mondo. I poveri hanno lo stesso cuore che abbiamo noi. Ho adunque fatto a quella infelice quanto avrei nel suo caso desiderato che altri facesse per me. — Neil' inverno del 1855 mi avvidi, eh' ella mangiava pochissimo pane, e che portava nella sua camera quello che l'era posto dinanzi. Ne indovinai la cagione, e temendo non ne patisse nella salute, un giorno di ciò le tenni discorso. Ed ella, arrossendo alquanto : — Ho forse, mi disse, in questo mancato? Se ciò è, perdonami : ma io credeva poterlo fare. Il pane è sì caro ! Son tanti quelli, che vengono a dimandarne alla nostra porta ! N o n è possibile darne a tutti : ad uno di essi serbava il mio , avendo io in abbondanza altre cose per ben nutrirmi. — Sono questi piccoli tratti, ma che dipingono vivamente Fanima dolce e compassionevole della mia buona figliuola. Sempre contenta di tutto , aliena dalle spese soverchie, non mai eccessiva nei desiderii, nulla mi domandava per sé, molto e spesso per i suoi poveri. Dove sapesse, che con alquanto danaro bene impiegato si poteva alleviar la miseria d' una famiglia, non mai restava di chiedere e di pregare, finché non avesse ottenuto il suo desi- ROSA FERRUCCI 13 derio. Conobbe a Firenze un'orfana di undici anni priva di tutto. Tosto formò il disegno di affidarla alle Suore della Carità, che avevano allora aperto un rifugio per le fanciulle povere e abbandonate. La sua pietosa intenzione ebbe pronto effetto : onde quella orfanella, tolta per lei alla vita di mendicante , fu educata dalle pie Religiose cristianamente. Nel tempo stesso soccorreva la mia figliuola un'altra famiglia caduta in grandissima povertà per m a n canza di lavoro e per malattie. Seppe, che non aveva di che pagar la pigione di casa. Venne a me tutta mesta , pregandomi sovvenissi a tanta miseria. Negai da prima, non per durezza di cuore, ma per ragioni di necessaria prudenza. Allora ella quasi piangendo : — Avevi detto che mi faresti un vestito e un cappello nuovo. N o n ne ho bisogno, non me ne curo, non voglio averli. Impiega il denaro che spenderesti per me in beneficio di quella povera gente. — Chi avrebbe potuto resistere a tali parole ? Chi non avrebbe arrossito di non seguire F impulso di carità così viva ? Alcun tempo dopo andò Rosa a Firenze col suo fratello. Voleva comperarvi musica ed altre cose. Tornò senza di esse. E a m e , che di questo le dimandai la cagione, rispose : — Quella famiglia si trovava nelle sue solite angustie. Le ho pagato la casa per vari mesi. Io posso fare a m e n o dei superfluo, non essa del necessario. — O h cara figliuola ! 14 ROSA FERRUCCI Tu mi facesti provare dolcezze di paradiso finché vivesti, mostrandoti sempre nelle opere e nelle parole vera cristiana. E morta pur mi consoli con le m e m o r i e dell'ardente tua carità. Sì, già il Signore ti ha ricevuto pietoso tra le sue braccia: sì, già tu godi F infinita allegrezza della sua pace. N o n disse egli forse ? « Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia? » ì N o n ha egli forse promessa l'eterna gloria a chi ciba il famelico per suo amore, a chi viene in aiuto del mendicante, e soccorre alla vedova e all'orfanello? Piansero i poveri alla tua morte : mesti e abbattuti seguitarono la tua bara , dando al tuo n o m e sincere benedizioni. Ah ! certo Iddio le ha confermate nel Cielo : ah ! certo quelle lagrime sparse da cuori riconoscenti, quelle preghiere dettate da ricordevole affetto di gratitudine valgono più delle u m a n e lodi a fare onorata e sacra la tua memoria. N o n contenta di dare ai suoi poverelli tutto il suo avere, era ella ingegnosa nel trovar nuovi m o di per sovvenire alle loro necessità. Ci mandava il Signore prosperità inaspettata?Subito ella si ricordava di chi pativa. Per visite di parenti o di cari amici era in festa la nostra casa? Tosto si sforzava di convertire in sollievo degF indigenti la nostra gioia. 2 E r a v a m o nell'afflizione? Ed ella non solo y San Malteo> Cap. v, vers. 7. 2 1 H 0 novembre del 1855 fu giorno lieto per noi. Dopo i timori, nei quali ci aveva posti il cholèra, dopo una separazione di molti mesi, tornarono a noi i nostri figliuoli, con i due ROSA FERRUCCI 15 p r e g a v a c o n m a g g i o r fede , ma della elemosina si facea m e z z o a placare Iddio. E s s e n d o poi persuasa, c h e F ignoranza è forse il m a l e peggiore c h e soffra la nostra plebe , prese a istruire u n a p o v e loro bambini, uno dei quali non era da noi conosciuto. Rosa pensò al modo di trarre dalla nostra allegrezza alcun beneficio per i suoi poveri. Immaginò adunque di fare per essi una lotteria: ma non aveva da porvi cose di pregio. Povera anch' essa , propose di dare in premio quello che aveva. Trascrivo il disegno di questa lotteria, che ho trovato tra le sue carte, perchè nella sua semplicità mi sembra così commovente , che io non lo posso leggere ad occhi asciutti. « Domenica 10 novembre 1855. » Lotteria di diversi oggetti a sollievo » di una povera famiglia. « l sottoscritti pregano i loro parenti a volere prendere un « biglietto di questa lotteria, nella quale si estraggono cinque « numeri tutti premiati. « 1° Premio. — Un libretto della Novena del santo Natale. « 2° Premio. — Quattro matassine di seta bianca. « 3° Premio — Otto quinterni di carta. K 4° Premio. — Dieci inviluppi da lettere. « 5° Premio. — Un ago torto di acciaio. « NB. — Quanto al prezzo dei biglietti i sottoscritti si ri« mettono alla generosità dei signori, che si compiaceranno « di prendere qualche polizza. — 11 danaro sarà raccolto dai « cassiere Filippo Ferrucci. « Paolo Ferrucci, Presidente della Società della Lotteria.* « Filippo Ferrucci cassiere. 2 « Rosa Ferrucci, Segretaria. » 1 2 Bambino di quattro mesi. Bambino allora di due anni e mezzo. 16 ROSA FERRUCCI rella nel catechismo. Le insegnava alcuni lavori, che poi vendeva in suo beneficio : le narrava la storia santa, parlandole eziandio dei doveri , che abbiauio verso Chi ci ha creati, verso il prossimo e verso noi stessi. Anche più volte insegnò il francese, la grammatica italiana, la geografia a donne di condizione civile, che non avendo di che pagare i maestri, volevano coltivare l'ingegno loro per trarne poi m o d o da sostentare la vita onoratamente. Avara del tempo*, ne dava gran parte ad altri assai volentieri, per fare un'opera buona. A n i m a tenera, e tutt'amore, ebbe ella sempre lacrime e compassione per tutti. Un fatto, che ora mi torna in memoria, mostra quale ella fosse sin da fanciulla. Conobbe, quando aveva circa dieci anni, la figlia d'uomo dottissimo, rapito ai suoi ed alle lettere innanzi tempo , il quale è sepolto vicino alla chiesa di Santa Croce. La famiglia di lui vive lontana da Pisa. Spesso andando noi a passeggiare presso a quel luogo , Rosa coglieva fiori nei campi, e fattone un mazzo lo deponeva su quella tomb a . — S e l'Angiolina fosse qui, mi diceva, per certo vi porterebbe ghirlande. Io faccio alla meglio quello che essa farebbe, perchè i sepolcri dimenticati mi movono a compassione. — Chi detto avrebbe, che dopo due soli lustri dovesse ella in quella medesima chiesa aver sepoltura ? Ma Iddio è giusto , e ci rende quanto facemmo per gli altri. Persone d'ogni età, d'ogni grado, vanno sovente a prostrarsi sul m a r m o , che la rico- ROSA FERRUCCI 17 pre. Vi depongono molte serti di fiori : lo bagnano alcune di lagrime non mentite. A n i m e buone e pietose , il Signore vi ricompensi del vostro m e m o r e affetto verso di lei ! Ve ne ringrazia una madre , che insieme con essa è morta : morta a ogni terrena speranza, ad ogni allegrezza. Se la mia Rosa udiva narrare, che alcuno fosse malato non lievemente, subito si poneva a pregare per lui il Signore. Se F era detto , che un altro fosse colpito da grave infortunio , tosto per esso chiedeva al Cielo conforto e rassegnazione. E quando moriva persona da noi conosciuta , di lei nelle quotidiane nostre orazioni si ricordava. Non l'ho mai vista insensibile, o fredda ad una sventura : * non ho mai udito da lei parole , che non fossero amorevoli e mansuete. Severa solo con se medesima , inchinevole all' indulgenza verso di ognuno , scusava le colpe altrui, alle incerte non dava fede, né alcuna cosa aveva tanto in orrore quanto la maldicenza e l'invidia. Poco parlava, non mai di persone, o soltanto per dirne bene. Fuggiva la compagnia di coloro che sogliono curiosamente indagare i fatti degli altri, e Fera più grato lo starsene x Ad un' amica, Luisa V'ogl, cui apriva sempre tutto il suo cuore, cosi scriveva, dopo di averle narrato alcune disgrazie avvenute ad altri in que' giorni: « Da per tutto vedo pene e « dolori; Y anima mia n' è piena di tristezza, lo piango con « tutti gì' infelici, dimorino essi in un palazzo o in una capan;< na. Dico con F antico poeta: Homo sum; nihil fiumani a me ( ulienum puto. » 18 ROSA FERRUCCI in solitudine , che udire parlare di m o d e , di teatri, di balli, di vanità. Poiché ella aveva sì schietto amore per tutti, quale non dovea averne per noi, che sempre più di noi stessi l'avemmo cara? E veramente niun'altra figliuola a m ò più di lei i genitori , niuna fanciulla sentì più vivamente di essa F amore fraterno. Vorrei ridire siccome a noi dimostrasse la tenerezza di affetto , che un Angiolo solo potrebbe avere verso terrene creature. Vorrei parlare del tempo , nel quale con passo ancora mal fermo veniva a gittarmisi fra le braccia, o appena desta mi salutava con un sorriso, in cui poneva il suo cuore. Vorrei narrare le tante prove, che sino all' ultimo della sua vita ci diede di riverenza filiale, di pronta docilità, di sommesso, di forte , di vero amore : ma Fanima mia non regge a tali memorie, ora che invece della diletta mia figlia ho innanzi a me la sua tomba. Dove, dove sei andata, o soave compagna della mia vita? Dunque più non udirò la tua voce, che tanto dolce mi risonava all' orecchio? Più non vedrò la tua faccia, in cui traspiravano limpidi i tuoi pensieri? Più non sarà che ti scorga presso al mio letto se io sono inferma, correre a me pietosa se io sono afflitta, piangere al mio pianto, e godere d' ogni mia gioia? Tornerà il giorno della mia festa , ma tu non verrai a baciarmi appena levata, né ad offrirmi il lavoro delle tue mani e il frutto de' tuoi diligenti studi. Perchè, perchè mi hai la- 19 ROSA FERRUCCI sciata, m i a cara Rosa? — Perchè, dentro alFanima mi rispondi, perchè il Signore ha voluto, che io volassi ad amarlo nel paradiso. — A m a l o dunque, amalo ( oh te beata! ) di quell'am o r e , che n o n è m a i dalle lagrime contristato, perchè nel Cielo n o n ha potenza la morte : ed a m a in Esso noi pure, che senza te n o n a v r e m o un'ora di bene. E c o m e p o t r e m m o averla, se r a m m e n t a n d o la tua operosa bontà, e al nostro stato presente il passato paragonando, ci troviamo esser degni di compassione, quanto già f u m m o d'invidia? Belli erano veramente que' giorni, ne' quali tu festeggiavi col tuo fratello il n o m e della tua m a m m a e quello del babbo. * D i m m i , non ti ricordi delle o1 Trascrivo qui due lettere, eh' ella mi scrisse nel 1844 e nel 4845, cioè quando aveva nove e dieci anni. Le trascrivo, perchè vi si scorge oltre al suo affetto per me , quel senso sincero di religione, che fu F anima vera della sua vita. « Pisa, 25 novembre 1844. « Ma chère petite Maman. « Aujourd' hui e' est un grand jour pour moi: un jour plein « de reconnaissance et de béatitude, le jour de votre fète, Je « vous en souhaite c«nt de sembìabìes. Je vous promets aussi « d* èlre pendant Fannée, qui va commencer, sage , tendre, <r soumise, obéissante, prévenante, attentive a mes devoirs, « autant qu' il me sera possible de Tètre. Pour gela il ne me « manque que votre bénédiction, et Y aide du bon Dieu et de « la sainte Vierge. Adieu , ma bonne Maman : croyez-moi « toojours « v< tre affectinnoée fille « ROSE. » 20 ROSA FERRUCCI dorose ghirlande, che ne intrecciavi? O r a che sei fatta immortale hai dimenticato, siccome tu lavoravi per mesi e mesi a farne improvvisi doni? Ah sì per certo di tutto nel Cielo tu ti ricordi: n o , n o n hai cosa alcuna dimenticata, e però devi' sentire pietà di noi ; di noi, che ora viviamo soltanto di lagrime e di m e m o r i e . Tra queste, u n a mi è cara sopra le altre. E r a F ultimo giorno di aprile del 1 8 4 6 , consacrato a « Pise, 25 novembre 1845. « Ma chère Maman. « Voilà enfin un heureux jour, qui m' engagé a vous té« moigner plus que tous les autres jours mon amour et mon « respect. Je ne puis vous donner de jolies choses: mais, je « F espère du moins, le cceur formerà la meilleure partie des « mes présents. Je prie Dieu, qu'il me rende digne de vous: « mais comme je ne puis vous exprimer ma tendresse, j' ai « traduit une poesie allemande, qui vous fera connaìtre mes « sentiments. « Souhait. « Je voudrais ètre maintenant unebonne petite fille, et je « ne voudrais jamais ètre mediante, pour que Papa, Maman « et tous mes amis aient en moi leur joie et leur plaisir. 0 a mon Dieu ! Toi, qui es lóut-puissant, aìde-moi , et rends« moi bonne. « Voilà, chère Maman , mon unique désir. J'espère, que « vous voudrez bien me donner votre bénédiction, et que le « bon Dieum' aidera àmettreen oeuvremesbonnesintentions. « Votre affectionnée fille « ROSE. » ROSA FERRUCCI 21 santa Caterina da Siena, e tu non contenta di avermi dato nel 25 di novembre chiare testimonianze del tuo buon cuore, volesti aggiungere nuova festa alla consueta. O n d e con le tue mani fatto un bel serto, venisti tutta giuliva a pormelo in capo. Quando poi uscimmo insieme per passeggiare in campagna, correndomi innanzi e per gli erbosi sentieri raccolti non pochi fiori, questi lieta spargevi sotto a'miei passi. Lo ripeto, furono belli quei giorni, in cui ci palesavi il tuo amore più che negli altri. Già sollecita preparavi studi e lavori per darci di esso novello segno in questo anno. Scomparsa te, figlia mia, che fosti sempre sin da bambina la promotrice di quelle innocenti feste, per cui si riavviva il vicendevole affetto nelle famiglie, noi più non ci riuniremo insieme per celebrarle. M a , te cercando con gli occhi e col desiderio, pregheremo nel pianto eterno riposo all' anima tua, chiedendo al Signore, che presto a te nel suo seno ci ricongiunga. L' amore filiale nella mia Rosa non veniva solo dal cuore pietoso e buono: moveva in parte dalla sua retta ragione, la quale ad essa diceva, doversi i genitori onorare, siccome quelli, che tengono sulla terra il luogo di Dio. Quindi la riverente sua sommissione, la docile volontà, F ossequio sincero, che a noi prestava. Ella poi ebbe per me l'affetto di tenerissima amica. Le anime nostre si erano F una nel!' altra trasfuse : erano insieme congiunte le nostre vite. Più volte la udii chiamarmi %t ROSA FERRUCCI sorella. A me rivelava ogni suo pensiero: me aveva in conto di una seconda coscienza. Di nulla potea godere senza di m e . Quindi se le avveniva di leggere alcuna poesia inglese o tedesca, che le recasse piacere , tosto a me veniva, e con elegante dettato voltandola in italiano cercava di farmi sentire le sue bellezze. Niuna cosa le fu tanto a cuore quanto la mia sanità:*al più lieve indizio,che in me scorgesse di malattia, impallidiva , né aveva pace finché non tornassi sana. Avrebbe voluto vegliare allora presso al mio letto: e poiché io glielo impediva, spesso la vidi levarsi durante la notte ed a me venire con sollecita tenerezza. Poco prima di lasciarmi per sempre, mi disse un giorno, che da gran tempo pregava il Signore a farle la grazia, eh' ella potesse morire prima del babbo, di me e degli altri suoi cari. 2 E benché 1 Di ciò sia testimonio il seguente passo di una sua lettera scritta il 5 di maggio 1856 al suo fidanzato , intorno ad una delle mie solite emicranie : « Poveretta! Quanto ini dispiace « il vederla ogni quindici giorni molestata dai mal di capo ! « Se, quando io sarò teco, la m a m m a non si sentisse bene , « mi permetterai di venire ad assisterla? Sarò pur dolente nel « lasciarla! L* a m o tanto, che ora nel pensare alla nostra se« parazione mi viene da piangere, » 2 Lo stesso desiderio è espresso nella lettera scritta allo sposo il 14 di luglio: « N o n credo, che il viaggio sarà lieto « per m e , quando partirò dalla casa paterna. Ma sono certa, « che il mio dolore sarà dalla tua contentezza mitigato. E que« sta, spero, non mai verrà meno, fino a quel tempo, nel qua« le Iddio vorrà provare la tua rassegnazione. Eccoci adun- ROSA FERRUCCI 23 del suo desiderio la riprendessi, chiamandolo stolto e contro l'ordine consueto della natura, ella continuò a questo m o d o : — non pretendo far forza al volere d'Iddio : ma se a lui piace, che i miei voti siano appagati, ne sarò lieta ; non potrei vivere, cara m a m m a , senza di te e del mio babbo; vi a m o tanto ! vi a m o assai più della vita mia ! — Il suo fratello a lei maggiore di età le fu maestro in molti suoi studi. Del che la buona fanciulla con animo grato si ricordava, rendendogli amore pel bene che le avea fatto. l « que ai soliti discorsi, che di pensiero in pensiero ne condu« cono a vivere nel modo, in cui vorremmo morire.... N o n « credere, che il pensiero della morte mi spaventi. N o : io so» no pronta a morire quando e come il Signore vorrà. Ma « non posso sostenere F idea di una sventura, che privando« mi di alcuno de' miei, mi priverebbe della migliore parte di « m e . Però vorrei precedere tutti i miei cari nel mondo, do« ve più non si piange. Insomma io dico con Klopstock : Non » temo la morte, ma la separazione dagli amici, e non solo « penne, ma anche per loro. » 1 Nel giorno, in cui quegli prese la laurea in matematica, Rosa gii offerse un lavoro delle sue mani con una lettera in francese, di cui qui trascrivo alcuni periodi. « Tu as « déjà accepté la noble mission que la Providence f a import sée en m'instruisant par tes enseignements, et plus enco« re par ton exemple dans la connaissance de la vérité, et dans « le eulte de la vertu. Je te remercie de tout ce que tu as fait « pour moi, avec toute Feffusion de la tendresse et de la re« connaissance , que m o n cceur ressent pour celui, qui est « pour moi frère affectueux et maitre excellent. Je tepromets 24 ROSA FERRUCCI E b b e cara c o m e sorella la sua cognata, e pe'suoi nipotini fu quasi madre. L' anima sua viveva di amore. Quando aveva circa sei anni, la vidi mesta, e su ciò interrogandola mi rispose: — Io son nata in Italia, e so che F Italia è il paese più bello, che sia nel mondo. Io F a m o , e ne debbo stare lontanaTutti i bimbi, che qui conosco, hanno i loro nonni ed altri parenti: io sono divisa da tutti i miei: vorrei vederli, non posso; e perciò son mesta. — Finalmente nel 1844 il doppio suo desiderio fu consolato. Con quanta allegrezza salutò ella il cielo d'Italia ! C o m e godeva nelF ammirarne i distesi piani, i monti, le-valli, gli ameni laghi! C o n qual piacere udiva parlare da un intero popolo quella lingua, che aveva udita parlare soltanto nella sua casa ! Allora si risvegliò nel suo cuore il senso del bello. Cominciò allora ad avere in pregio le arti che fanno glorioso il n o m e italiano. Da quel tempo F amore della sua terra natale in lei si congiunse con quello, eh' ella portava alla sua famiglia, e fu in essa principio di forti affetti, di generosi pensieri. Ma perchè quelli e questi presero sempre in lei qualità dall' amor di Dio, se mostrò cuore virile verso la patria, mostrò eziandio nei giudizi e nei desiderii carità e mansuetudine di cristiana. Prontissima al sacrifizio per buone e degne cagioni , « de suivre eri avenir tes conseils avec plus de fruit q « ne F ai fait jusqu' à présent. « Pise, 2 septembre 1848. » ROSA FERRUCCI 25 biasimò le opere ingiuste, le cupide, le ambiziose. Pianse delle italiane sventure nel m o d o stesso, con cui il solitario di Betlemme piangeva sulle sventure di R o m a : e più che di quelle, si dolse delle nostre discordie e dei nostri errori. Se le fu dolce il ritornare in Italia, dolcissimo le fu il conoscere quei parenti, che aveva già tanto a lungo desiderati. Subito pose in essi il suo cuore, c o m e se fosse nata tra loro. Avrò sempre nella m e moria gli ultimi giorni che noi p a s s a m m o in A n cona, ov'era allora la mia famiglia. Per due mattine svegliatami quasi all' alba vidi Rosa seduta sopra il suo letto che sospirando tacitamente piangeva. Il pensare alla nostra vicina separazione dalla sua nonna toglievale il sonno e F affliggeva sino alle lacrime. Fu tanto acerbo per essa il dolore della partenza, che ne a m m a l ò d'itterizia. Q u a n d o poi la veneranda mia madre venne ad abitare con noi, chi può ridire F allegrezza della mia Rosa? Ad essa faceva lunghe letture: con essa orava: nel tempo dato al lavoro stava con lei : voleva che nelle vie si appoggiasse sempre al suo braccio. A m m i rava la sua cristiana pazienza: ì teneva in pregio il suo senno: faceva tesoro de' suoi consigli. 1 Di questa cosi scriveva al suo sposo in una lettera del luglio 1856: « In questi giorni la nonna è stata molto afflitta « nel suo povero cuore materno. Oggi sono compiti ventisei « anni da che la mia angelica zia Piosa andò in Cielo. La po« vera nonna mi edifica col suo rassegnato dolore, il quale non « altera puntola serenità del suo volto. Ella pensa a quelF a- 26 ROSA FERRUCCI — La nonna a m a i fiori, dicea sovente; andiamo a coglierne degli odorosi per lei. — La nonna avrà caro questo libretto; permettimi, cara m a m m a , che io glielo doni. — Mi pare, che oggi la nonna sia pallida più del solito. Fosse malata? — E tosto andava a pregarla di aversi cura con quelle dolci parole, ch'ella sola sapeva dire, perchè niuno com' ella mai seppe amare. Educata nella solitudine, e fatta per sentirne l'arcana soavità, non mai desiderò la mia Rosa i m o n dani divertimenti. Ed io temendo, che ne restasse adombrata la sua innocenza, non mai la condussi al ballo ; tenni da lei lontani i romanzi, e cercai sempre con s o m m o studio che niuna cosa turbasse la tranquillità del suo cuore. Il quale ignaro della terribile forza delle passioni, anche negli anni in cui queste sorgono tempestose, quieto e purissimo si mantenne. Del che facevano fede i suoi modi, nei quali vedevi un' amabile cortesia mista a graziosa semplicità. Consolata dalla letizia della sua buona coscienza godeva di tutto , di tutto si rallegrava. Benché per natura fosse alquanto inchinevole alla mestizia, era ilare F espressione della sua faccia ; aveva nello sguardo la ingenuità del suo cuore, la calma della innocenza nel suo sorriso. Facendosi « ni ma santa, che prega per lei, col cuore si unisce ad « e la preghiera tempera F amarezza delle sue lagrime. Tu « pure hai d'uopo di simile rassegnazione. Ti ho posto dinan« zi agli occhi un esempio, che vale più delle povere mie pali role, Sono certa che tu lo saprai imitare ec, » ROSA FERRUCCI 27 coi bambini bambina partecipava dei loro giuochi, e scherzando e ridendo trovava m o d o dimettere in essi santi pensieri e affetti pietosi. Ebbe poche amiche, ma queste a m ò caldamente e costantemente. Le sue più care furono Matilde, figlia di Alessandro Manzoni, Maria Bussier, Suora della Carità, Luisa Vogl, Enrichetta Municchi Fedeli. Le due prime morirono innanzi a lei, le altre due la piangono inconsolabili. Aveva Rosa conosciuta Suor Maria Bussier a Firenze, e si era con essa legata in grande amicizia. Però la novella della sua morte recolle vivo dolore. Ne scrisse a Luisa Vogl, 1 con cui aveva comuni affetti e pensieri. Pubblico parte della sua lettera, perchè rivela il suo cuore: « Pisa, 25 marzo 1855. « Nei primi di questo mese ho perduto una ca« ra amica. Giovine, bella, ben educata, figliuola « unica di una madre che F adorava, volle farsi « Sorella della Carità a fine di servire Iddio ne' « suoi poveri. Per dieci anni è stata amorosa mae1 La signora Vogl, donna di alto animo, di forti studii, buona, amabile, religiosa, dimorò per circa due anni in Firenze , e quindi tornò in Boemia. Fu amata assai da mia figlia, che le scriveva in tedesco. Ho da lei avuta ta traduzione francese delle sue lettere; onde, se ai passi che qui trascrivo manca la vivacità dello stile, che è neir originale, pensi chi legge, che il pensiero s indebolisce, allorché trapassa da una in altre due lingue. 28 ROSA FERRUCCI « stra delle orfanelle: ed eccola morta nel fiore del« la sua vita.... Cara e buona Suor Maria! Avrei « tanto amato di rivederla! Penso sovente a lei, e « con dolore. Schiller qui forse direbbe: Cessate di « piangere; le lagrime non risvegliano i morti. Le « parole però dette dal Redentore agli afflitti han« no ben altra forza sul nostro cuore: Beati quelli « che piangono , perchè saranno consolati. Quanto « più medito meco stessa su queste parole, e guai-« do la terra rinnovellata, e contemplo la pura luce ce ed il vivo azzurro del cielo, tanto sempre più « sono convinta della infinita bontà di Dio e della « gioia ineffabile della vita futura. Io sento dire, « che i tristi opprimono i buoni: io vedo questi so« vente nella sventura ; ma non avranno essi una « volta la loro ricompensa? Spesso la sera sollevo « gli occhi alle stelle, e penso alle anime elette « che stanno molto al di sopra degli astri, beate « del veder Dio, dell'amarlo, dell'adorarlo per tut« ta F eternità. A h ! mia cara Luisa, se F u o m o te« nesse fissa la mente in tali pensieri, io credo che « niuna delle cose terrene lo affliggerebbe. » Un anno dopo morì Matilde Manzoni; e di questo suo nuovo dolore così scriveva mia figlia all'amica sua: « Pisa, U aprile 1856. « Sono in grande mestizia. Matilde è morta! Mi « era tanto cara! Era un Angiolo! Ha patito in gui« sa, che per lei è stato un bene lasciar la terra. ROSA FERRUCCI 29 « P<ure non si è mai lamentata. Nell'amore di Dio « $lla seppe trovare conforto e pace. L'anima sua cesi apriva sempre alla gioia. Nel penultimo gior« no della sua vita, veduto un mazzo di fiori: — « Quante belle cose ha fatto il Signore ( esclamò), » ed io posso ancora goderne ! — N o n volle che si « annunziasse a suo padre, essere ella vicina a « mòrte, pensando al dolore eh' egli avrebbe sofie ferto nel darle l'ultimo addio. Quale virtù! Qua« le esempio ! » Siccome poche fanciulle sortirono dalla natura indole dolce e soave nel grado stesso, che la sortì la mia Rosa, così poche ebbero ingegno felice ai pari del suo. In lei chiara e rapida comprensione; in lei tenace memoria ; in lei vivissima fantasia, forte ragione, mirabile facoltà di congiungere insieme ordinatamente le varie idee. Con la.salda attenzione , con la sempre gagliarda sua volontà accrebbe e rese fecondi i doni d'Iddio. Il desiderio d'imparare surse nella sua mente sino dalla prima sua puerizia. Aveva appena quattro anni, e già mi faceva domande che palesavano acuto ingegno. In quel tempo io spiegava Dante ad alcune giovani Ginevrine. N o n consentendomi il cuore, né la coscienza di lasciare in custodia alla cameriera la mia bambina, mentre io era occupata nell' insegnare, F abituai a sollazzarsi vicino a me quietamente. Indi a, non molto la udii tra sé recitare versi di Dante: del che presi non piccola maraviglia; e questa molto si accrebbe, quando ella mi 30 ROSA FERRUCCI disse, che in cambio d'intendere a trastullarsi, poneva mente a ciò che io leggeva:—Non comprendo, soggiunse, quello che leggi; ma ne ho piacere, perchè mi sembra di udire armonia di musica soavissima. — Dopo che ebbe imparato a leggere l'italiano, volli insegnarle le regole della lettura francese. Ma come prima le ebbi messo d'innanzi un libro, lo lesse speditamente , dando ad ogni dittongo il suono voluto dall' uso della pronunzia. Ne stupii; ed ella ridendo del mio stupore: — È naturale, che io legga bene il francese, poiché lo parlo. So che non devo pronunziare le parole nel modo, con cui sono scritte, poiché io non dico était ma étó', e così dei resto. — Q u e s t a a me parve evidente prova di pronto ingegno, e tale parrà a chiunque abbia un poco pensato sulFoperare delle facoltà intellettive. Scorgendo raccolte in lei le più rare doti della natura, mi diedi con diligenza a bene educar la sua mente. Furono superate ben presto le mie speranze. Parlò e scrisse elegantemente il francese, l'inglese, il tedesco: nelle letterature di queste lingue fu assai versata. f Sentiva così l'altezza dei forti, e grandi concetti, siccome il bello poetico: econ molto senno ne giudicava; del che faranno fede i passi 1 È inutile, che io qui noti averne ella letto soltanto i libri, che sono da casta e buona fanciulla. Il suo fratello ed il suo maestro d'inglese li sceglievano per lei, ed io posi sempre gran cura, affinchè dalle sue letture latine, francesi, italiane non ricevesse mai offesa la sua innocenza. ROSA FERRUCCI 31 seguenti, estratti dalle sue lettere al Babbo e a Luisa Vogl. * * « Caro Babbo. « Firenze, 15 maggio 1852. « Stamane ho letto il bel discorso del signor Race vaisson Sur la morale des Stoiciens. Esso mi pace re quasi un compendio della filosofia pagana. Sen« za concedere al savio antico di essere et sutor, « et reco, secondo dice il mordacissimo Orazio, non « mi posso tenere dall' ammirare la severa force tezza delle dottrine di Zenone, senza la quale Se« neca, Epitteto, e Trasea sarebbero forse stati E« picurei, e non avrebbero certo mostrato quel dis« prezzo del dolore, quella costanza, che li fece « maggiori del loro secolo , e più potenti di quei « crudelissimi imperatori, che reggendo il m o n d o « non seppero farsi signori di se medesimi. Io anice miro gii Stoici perchè in mezzo alla corruttela ce del m o n d o intero mantenevano, per quanto era « permesso ai Pagani, incontaminata la virtù loce ro, e li comparerei alle palme, le quali cresco« no sicure nel deserto, in cui tutte le altre piante ce inaridiscono, e vengono m e n o . ce Leggo ora il trattato degli Studi di Rollin. Tut« ti i maestri, e tutti gli educatori dovrebbero leg1 Le lettere che in principio e in fine hanno un asterisc non furono pubblicate nella prima edizione. 32 ce ce ce ce ROSA FERRUCCI g e m e la prima parte, in cui Fautore mostra con buoni argomenti, la gioventù doversi educare non solo alle lettere, ma specialmente alla probità, e alla religione.... » * ce Viareggio, 9 luglio 1854. ce Da vari mesi non ho più modo di parlar la tua ce bella lingua, e m a m m a teme eh' io la dimentice chi. Leggo però molti de' tuoi poeti, e massime ce Schiller, eh'è il mio prediletto. In questi ultimi ce mesi ho voluto rileggere Giovanna d* Arco e i due ce d r a m m i su Wallenstein. Tecla mi ha vivamente ce commossa, e Massimiliano mi parve da stimarsi ce felice, opportuno exitu, secondo il detto di un ance tico. La Giovanna d' Arco di Schiller è troppo ce romantica. Parmi sia un carattere più ideale, che ce storico,poiché non ha l'anima candida e religio« sa della eroina francese. 1 La tragedia però mi 1 Espresse mia figlia più largamente lo stesso giudicio in una lettera scritta in tedesco a Maria Bosio, colta e buona giovanotta Lombarda, che fu molto amata da lei. * « Rilessi in « questi giorni la Giovanna d' Arco di Schiller. Com' è beici la! L'addio di Giovanna ai suoi cari monti , alle tranquille « vallate della sua patria ha in me destato pietosi affetti : su« biime è la scena, in cui ella errante pel bosco prima è scac« ciata dai carbonari, poi cade in mano agF Inglesi. Chi non « sarà preso da compassione a que'melanconici versi ? Bellis« sima eziandio è la preghiera ch'ella, chiusa in carcere, vol« gè al Cielo per la sua famiglia: e da magnanima sono le ul« time sue parole. Pure la vera Giovanna , che non amava ROSA FERRUCCI 33 « s e m b r a bellissima, ed io F ho letta con infinito « piacere. » « Pisa, 3 n o v e m b r e . ce ... . Ora ti parlerò de' miei studi. Leggo la ce storia d'Italia e quella di Francia: ho imparato ce a m e m o r i a gran parte della Divina Commedia, ho ce letto varie poesie di Uhland. Tu sai che a m m i r o ce questo poeta, perchè è patetico e melanconico : ce ma in lui sono però alcune cose che n o n mi piac« ciono, m e n t r e in Schiller tutto mi piace, ond'ece gli è s e m p r e il m i o favorito. Se fosse vissuto in ce Grecia sarebbe stato chiamato F a m i c o d e g F Idee dii e l'alunno delle M u s e . » * ce Pisa, 5 ottobre 1856. ce Belle le tue osservazioni intorno alla poesia. ce Certo tu hai letto i versi di Dante: * . . . P mi son un che, quando Amore spira, noto, ed a quel modo Che detta dentro vo significando. » « altro che Dio e la sua patria, e spirò sul rogo invocando il « nome dolcissimo di Gesù, parmi più grande della eroina di « Schiller. Essa era una religiosa figliuola della innocente « natura, e come tale doveva il poeta rappresentarla. Tale io « la veggo nella statua di lei scolpita dalla Principessa Maria « di Orléans. Questa, come saprai, è vestita di ferro; tiene sul « nobile e pio suo cuore Felsa della spada foggiata in forma « di croce, e disprezza i vani ornamenti muliebri. La sua gran« de anima, che risplende nella serena sua faccia, non sem« bra curare né F ingratitudine della Francia da lei salvata, « né il tardo ossequio dei posteri. » * 34 ROSA FERRUCCI ce Le poesie di Longfellow mi sono piaciute. C o m e ce è melanconica e commovente la storia di quella ce giovine fidanzata, la quale rivede il suo sposo ce quando è già presso a morire ! La natura ha troec vato nel nuovo m o n d o un nuovo Teocrita in Berce nardino di Saint-Pierre, un pittore in Longfelee low: ma la poesia inedita del cuore u m a n o è asce sai più viva, e pietosa... » * * « Pisa, 13 novembre 1856. ce .... Io ti conforto a leggere attentamente la ce Cantica del Paradiso. È la più bella della Divina « Commedia, ed è ancora la più difficile. Pensa a « me quando arriverai a questi versi: « Or ti rimari, Lettor, sopra il tuo banco, ec. « Ho cominciato a leggere la Messiade di Klop« stock. L' esposizione mi sembra meravigliosa. ee D o p o aver letto con Gaetano il Paradiso perduto, ce voglio ora conoscere la M u s a cristiana dei Te« deschi: ma sono convinta, che in nessun poema v troverò le bellezze della Divina Commedia. Dance te cantava a ragione: « L' acqua eh' io prendo giammai non si corse; » « « « « « pure sono assai vive le descrizioni di Milton, il quale è grande per sublimità di concetti. Klopstock in tutti i suoi versi, molti de' quali ben mi ricordo di avere con te letto a Genova, fa mostra di forte ingegno, e di affetti gagliardi e ROSA FERRUCCI 35 « veri. E b b e egli un' anima bella: e mi sembra fat<e to per parlare con gli Angioli.... » # ce Pisa, 20 gennaio 1857. ee Io provo sommo diletto leggendo la Messiade ee di Klopstock. I concetti ne sono sublimi ; quelee la poesia mi sembra al tutto cristiana. Gli A n ce gioii vi parlano una lingua divina, che non ha « mai udito orecchio mortale, ma che però intenee de il cuore. Meraviglioso mi pare il sogno di Giu<e da. Le parole degli Ebref sono piene di una treee mendafierezza, né rassomigliano punto ai discoree si troppo oratorii di Milton. Vero è però che i ce diavoli, quali sono descritti da questo poeta, hanee no una sublimità paurosa. Quando leggo Klopee stock crederei quasi, che egli fosse cattolico. Ceree to era degno di esserlo ; perchè i suoi versi su « Maria Vergine, su gli Angioli, sopra i Santi sono ee ripieni di tenerissimo affetto. Il cielo di Milton ee è tutto omerico ; in quello di Klopstock scorgo ce novità di concetti, idee veramente cristiane, sance to e purissimo amore d'Iddio. » In soli tre anni mia figlia imparò il latino ; dei classici antichi fece ella poi sempre le sue delizie, e spesso mi ringraziava di averle insegnata una lingua tanto nobile e maestosa. Stando io a Firenze , nel 1850 alcuni amici solevano radunarsrdue volte per settimana nella mia casa a leggere ora le Georgiche di Virgilio ed ora parte delle Storie di Tacito. Queste letture si facevano all'improvvi- 36 ROSA FERRUCCI so, cioè, senza che alcuno sapesse quale era il passo ch'egli doveva spiegare. Rosa prendeva parte a questo letterario esercizio, destando meraviglia in ciascuno con F amabile sua modestia , e con il bel m o d o con cui traduceva i classici, dando ad ogni parola il suo proprio significato, e d'ogni frase cogliendo il senso quantunque oscuro. Chi la udì può far testimonio eh' io non esagero il vero. Avendo poi fatto accurati studi filologici, e acquistato conoscimento di varie letterature, ella era in grado di sentire la maschia semplicità, la forza, la maestà, la eleganza degli scrittori latini. Tra questi ammirò Virgilio in m o d o speciale, forse a ciò tratta dall' indole sua dolcemente mesta e piena di affetto. Quindi così scriveva al suo sposo: ce 18 luglio 1856. ce ... . Indovina che sto ora leggendo? L'Eneice de, che cominciai a spiegare a undici anni. Semee pre più ammiro l'ingegno di Virgilio. Sono ora ce al primo libro. Ho letto tante volte il discorso di ce Giunone, la descrizione del regno di Eolo, della ce tempesta, del mare acquietato da Nettuno, della ce costa ove approdano i Troiani, e sempre vi scoce prò nuove bellezze .... » ce 4 agosto. ce ... . Faremo certo un bel cambio quando teree minato Milton leggeremo insieme Virgilio. Que« sti mi pare il lume e l onore degli altri poeti, come ROSA FERRUCCI 37 e< dice il nostro Dante. Ci sarà poi utile il confronce tare i più notevoli episodi dell' Eneide con altri ce passi di altri poemi. Ti accerto, eh' io non mi ee pento davvero de' miei poveri studi. Se li do vesce si ricominciare lo farei con maggiore impegno ce di prima. Che ad essi devo i piaceri più soavi ce che io abbia provato: per essi ho teco comune la ce vita dell' intelletto. Dacché posso coltivarli libeee ramente, senza dovere ascoltar lezioni o darne ce ad altri alla meglio per aiutar la mia m a m m a , e< io non conosco piacere maggiore di quello che ce provo nella mia cameretta scrivendo o leggenee do. Ed anche nelle ore in cui devo o piuttosto ce voglio stare con F ago in m a n o , mi è dolce il penee sare agli studi, e l'abbreviare così il tempo... » Conosceva la geografia antica al pari della m o derna: delle famiglie romane, massime delle consolari, aveva acquistata tale notizia con lunghi e accurati studi archeologici, che sapea dirne F origine, le adozioni, le parentele. Voltò in italiano elegantemente i Paradossi di Cicerone e non pochi capitoli delle sue opere filosofiche. Voleva farne un libro di utile lettura per le giovinette. Alla traduzione ella aggiunse note, che son testimonio deila sua rara dottrina, la quale tenne sempre con s o m m a cura a tutti nascosta. O n d e mentre per la sua età ella poteva dirsi un miracolo di. sapere, fu veramente un miracolo di modestia. Chi parlava con essa non si avvedeva che avesse tanto imparato; e se de'suoi studi alcuno la c o m m e n d a v a , 38 ROSA FERRUCCI eccola tosto arrossire e mutar discorso. Avendo giusta opinione della sapienza, sempre di sé e del suo ingegno sentì umilmente. Coltivò questo con diligente perseveranza, non per averne poi n o m e di letterata, ma perchè aveva compreso, il vero condurci al buono, essere indizio d'animo ingrato spregiare con l'ignoranza i doni di Dio, dovere ognuno educare santamente la sua ragione, e vagheggiare nelle lettere e nelle arti F increata bellezza del primo Amore. Nella storia antica e nella moderna fu assai perita: anzi dell' una e dell' altra dette lezione ad alcune carissime giovinette, che io presi già ad educare. Il che ella fece non solo per obbedirmi, ma sì per togliermi parte non piccola di fatica. Avuti da me i libri, nei quali doveva studiare, ne traeva materia alle sue lezioni; e queste erano poi sì chiare, così bene ordinate, così erudite, eh' io nell'udirle sovente meravigliai. Quindi, cessato l'ufficio dell' insegnare, si diede con nuovo ardore a studiar la storia. Era suo intendimento di scrivere e di pubblicare tra qualche anno quella della cattolica Chiesa, ad uso delle madri, ma senza porvi il suo nome, volendo rendere utili agli altri le sue fatiche, non però in esse cercare onore. Moltissime note ho trovato per questo lavoro tra le sue carte; alcune ne scrisse l'ultima sera che sana passò con noi. C o m e ogni fiume dirizza il suo corso al mare, così ogni idea nella mente della mia R o sa si rivolgeva alla religione, sempre suo primo ROSA FERRUCCI 39 pensiero, suo primo affetto. Però nel legger le storie più delle imprese guerresche, più della p o m p a delle vittorie ammirava i beneficii recati dal Cristianesimo al mondo, anche quando la forza regnava sola sulle avvilite nazioni. Godeva nel ricordare la magnanimità dei Vescovi e dei Pontefici che difesero le ragioni dei vinti, o che piegarono alla clemenza uomini per natura crudeli, fatti insolenti e superbi dalla fortuna. Erano dolci all' anima sua le miti virtù dei Santi ; battevate il cuore alla narrazione della fortezza dei Martiri, e s'inchinava devota innanzi alla Chiesa, di cui vedeva il principio e il fine nel Redentore. Di queste cose più volte mi favellò : scrisse di queste a que' due, cui sempre aperse il suo cuore, cioè allo sposo e alla Vogl. E perchè niuno mi apponga, essere io dal materno affetto portata a mettere nel mio quadro colori troppo più vivi del naturale, dalle sue lettere estraggo alcuni periodi, che certo daranno fede alle mie parole. Alla Vogl così scriveva : ce 28 gennaio 1856. e< Ora leggo gli Annali del buon Mura« tori. C o m e erano vili e crudeli gl'imperatori ro« mani! Quanta servilità nei popoli, quanta abbie<e zione nei pubblici e nei privati costumi! M e n <e tre però vediamo spegnersi in R o m a le virtù dei « Catoni e dei Fabii, possiamo raccogliere non pò- 40 ROSA FERRUCCI ce co d'oro tra il fango. Chi non ammira la grande dezza dei Martiri e degli Apostoli? Il m o n d o non ce li conobbe, come non conobbe il divino loro « Maestro; ma essi con le loro dottrine e col loro ce sangue rinnovellarono il mondo. San Paolo è vece ramente un eroe: Nerone è un mostro; all' uno « fu mozzato il capo ; tenne F altro F impero del« F universo. Il mio Bossuet chiamerebbe questo « la folie de la folie de la Croix. Dico il mio Boscc suet, perchè leggo ogni giorno le sue Meditazioni ni suir Evangelo e le Elevazioni delV anima a Dio; ce e con sempre nuovo piacere. Egli è veramente « la gloria della sua patria, ed uno degli splendoee ri della cattolica Chiesa. » E allo Sposo: ce 12 agosto 1856 ee Oggi ho potuto un poco studiare, ed ho ripreee so il mio buon Muratori. Ho letto la narrazione )> delle guerre e delle battaglie fra Odoacre e Teoee dorico. Sono cose lette e rilette, ma io le studio ce volentieri, perchè credo, che la storia del medio ce evo sia anche di maggior m o m e n t o dell' antica. ce E poi mi piace il vedere la Chiesa madre e fauee trice della civiltà in mezzo alla barbarie, amica ce e consolatrice dei vìnti e degli oppressi in m e z « zo alle fiere contese dei prepotenti. Povera Itaee lia! Quanto fu malmenata! Quante città sacchegee giate! Quante morti! Quante calamità!.... » 41 ROSA FERRUCCI ee 12 novembre. « In queste lunghe serate continuo di ee proposito i miei studi storici, i quali, c o m e sai, ee antepongo a tutti gli altri. Sto leggendo gli ance nali dell' ottavo secolo. In tempi barbari, c o m e ee son quelli dei quali ora leggo gli avvenimenti, ce non vi era orma di civiltà fuori della Chiesa ; ee sicché ho per fermo, che chi non fosse religioso ce lo diverrebbe, vedendo il bene da essa recato ee al consorzio u m a n o » ce 25 novembre. * ee JH aicommencé la lecture de Fabiola. Les deux « premiers chapitres sont bien beaux. Moi, qui ee aime tant à suivre les progrès et la force touee jours croissante du Christianisme au milieu du ee chaos de la sociétó faible et corrompue de Fenice pire Romain, j'aimerai sans doute un livre, qui ee anime les ruines parlantes des catacombes. Je ee pense que pour mieux F entendre tu devrais lice re les Moeurs des chrétiens de Fleury; un des plus ce beaux ouvrages, que j' aie jamais lu. » M a n c ò il tempo alla mia figliuola per far diligenti studi in filosofia, Lesse però molte opere di morale, antiche e moderne. In quelle di Cicerone ammirava la maestosa eloquenza e la sublimità de' concetti. D u e giorni prima di cadere malata lesse 1 Alcune volte ella scriveva in francese al suo sposo. 42 ROSA FERRUCCI il Sogno di Scipione, ne fece un ristretto, e me ne parlò con altissima meraviglia. Nel che io scorgo un'aperta prova della bontà del Signore. Poiché mi sembra ch'Egli volesse disporla a lasciarla vita con ferma tranquillità, facendo che dagli stessi suoi studi le venisse la persuasione delle immortali speranze, che già nella mente le aveva posto la fede. Fra le lingue diverse da lei studiate niuna ella ebbe tanto in amore quanto la nostra. Il suo stile è l'immagine viva della sua anima: schietto, candido , disinvolto, proprio, efficace, non ha F impronta di turbulente passioni, ma è rischiarato dalla luce soave di dolci affetti. Ella molto studiò i trecentisti, ne trasse modi di bel parlare, e questi poi adoperava con buon giudizio, schivando del pari la rozzezza del dire e F affettazione. Scrisse molto, ma per sé sola o per m e : anzi con tanta cura celava i frutti del nobile ingegno suo, con quanta molti si sforzano palesarli. Scriveva per inspirazione del cuore, per impulso della coscienza, per vivissimo amore al buono ed al bello. Dai suoi bene ordinati studi, dalle tante letture che aveva fatte di poeti italiani, di antichi, di forestieri, prese alimento la sua giovine fantasia ; onde la poetica vena sgorgava limpida e pura dalla sua mente, com e c h è non si desse a comporre in rima, avendo dettato sol pochi versi. E che io non m'inganni nelF affermare, avere ella avuto le qualità del poeta, cioè ricca, animata immaginativa, potente affetto, si scorge dai passi seguenti delle sue lettere al suo fidanzato. 43 ROSA FERRUCCI ee 29 luglio 1856. ee .... Si avvicina un temporale: di quando in ee quando si sente un cupo tuono in lontananza: il ee cielo è coperto dì nuvoloni bigi: sicché tutto inee torno a me sarebbe malinconia, se non vedessi ec gli alberi del giardino coperti di fiori, e se non ce sentissi ogni tanto il grido festoso della rondine. c< Ah ! io sono più di essa lieta, e a quanto di riee dente e di allegro è nella voce della natura riee sponde sempre il mio cuore.... » ce 25 agosto. c<\ . . . Facesti bene ad ammirare il cielo ieri ee sera. Io mai non lo vidi più sereno. Q u a n d o si ce pensa alla moltitudine dei soli che si aggirano ee nello spazio, ai mondi che nell'armonia del creaci to si alternano coi m o n d i , la mente confusa dice nanzi alla onnipotenza di Dio trema, adora , e ce ringrazia chi la fece capace di ammirazione e di ce gratitudine » * 11 settembre. ce ... . Furono soavi le impressioni, che mi ee lasciò ieri la nostra passeggiata nel giardino. I « fiori, gli alberi, il cielo sereno, F aria dolce e e< pura, il canto degli uccelli, il ronzio degli in« setti, quanto insomma vedevamo d'intorno a noi « ci parlava di Dio. E poi le bellezze della natu« ra mi sembravano più liete perchè il tuo affetto 44 ROSA FERRUCCI « e gli affetti della famiglia mi riempivano il cuoce re commosso anche dai versi della M a m m a , che ce recitava mio zio Giovanni, ne' quali ora le stelce le, ora i fiori, ora la terra, ora il cielo sono soaee vemente cantati. . . . » * ce 25 settembre. « A me piace F azzurro del cielo, che io « contemplo volentieri nelle belle mattine, in cui ce F aura è dolce senza mutamento, e nelle sere trance quille e serene, in cui mi sembra, che le stelle ee mi parlino con voce arcana della sapienza e del« la bontà di Dio. Oh quanto giova all' anima noce stra la campagna ! In essa ammirando le bellezee ze sempre nuove della natura comprendiamo, ee che se questa fu fatta per F u o m o , F u o m o fu ce creato a d a m a r e Iddio. Che sarà mai, penso fra a m e , il paradiso, se tanto di bello è in questa teree ra, ove siamo più pellegrini, che abitatori ? » ee 28 settembre. ce L'anno venturo godremo insieme delee la villeggiatura. Quanto mi piaccionoi tuoi m o n ee ti, coi loro pini, i loro fiori, i loro ruscelli, e le ee loro verdi cime ! Mi rammento sempre del gioree no, nel quale io li lasciai. Era una mattina di ce novembre: i deboli raggi del sole allora levato ee rischiaravano V orizzonte di pallida luce; le fo<e glie già cadevano dagli alberi; Ja nebbia copri<e va ancora il piano; tutto era solitudine e mesti- 45 ROSA FERRUCCI « zia nella natura. Chi mi avrebbe detto allora, ce che nei luoghi, dai quali partiva quasi bambiee na, sarei tornata sposa novella? .... » ce 12 ottobre. ce Se andrai alla Verruca, fermati un moce mento per via innanzi alla casa diruta, che solite taria occupa un piccolo ripiano sopra la Grandiaee na. N o n so perchè, quelle rovine, quei sassi fra « ì quali ogni giorno più crescono e s'intralciano i ce pruni e gli sterpi, que' muti avanzi di una vita « spenta già da gran tempo, colpirono la mia m e n ce te, quando nelle mie passeggiate giungeva a quel ce luogo » ee 23 ottobre. ee Penso con piacere che tu godi delle ee soavi gioie della villeggiatura, che sono mille e ce mille volte da anteporsi ai diletti della città. Oh « quanto è dolce lo scorgere da un' altura il cielo « sereno rischiarato dalla luce ardente degli ultimi ce raggi del sole, vedere i prati, i boschi di pini, i ce pallidi ulivi, gli olmi ingialliti, le case sparse del '< contado, dalle quali s'innalza il fumo e la chiesa ce che con la sua campana sembra « il giorno pianger che si muore ì » ce Io, lontana dalla campagna, ripenso con piacere ce alla bella giornata che p a s s a m m o a Cuccigliana, « alla nostra passeggiata sul m o n t e , e agli a m e n i 46 ROSA FERRUCCI « prospetti, i quali mi rammentano il passato e mi ce promettono un lieto avvenire. Che vuoi ? anche « per me la natura non è muta. Essa con la sua voce ce parla al mio cuore. Oh come mi è dolce il pence sare che « Quanto per mente o per occhio si gira » ce è stato creato da Dio ! I fiori, i monti, le selve, ce il cielo, tutto insomma mi sembra più bello, quanee do vi ammiro la grandezza e la bontà del Signoee re. Anzi rammenterò sempre la nostra passeggiace ta sul Serchio, ove lo stormire delle foglie inter« rompeva solo i nostri discorsi, e rivedo nel pence siero i colli verdi di Rigoli, quelli orridi e scaee bri di Vecchiano , e il mare , e le lontane m o n « tagne, e le distese pianure , in mezzo alle quali ee spaziava il nostro occhio meravigliato » Piene ugualmente di mesta soavità e tratteggiate con vivacità di colori sono alcune lettere , che la mia cara Rosa mi scrisse da una villa, dove passò pochi giorni presso buona e gentile amica , e poi da Firenze ; né la stessa vena di poesia manca in altre a Maria Bosio e alla sua Luisa. * « Colle dell'Antella, 18 ottobre 1855. ce . . . Stamane ci siamo avviate al Monte, e sen« za riposarci giungemmo alle maestose rovine delce la villa Magalotti. Qui sì può dirsi : « Bei mihi ! qualis erat ! quantum mutatus ab ilio ! » ROSA FERRUCCI 47 ce Ai lieti, potenti, superbi abitatori di quella sono « successi poveri contadini, i quali a stento si riee parano dalle piogge e dal freddo tra le m u r a caee denti di quel palazzo. Le sale già ornate con tutce to il lusso del secolo X I V sono ora sparse di lece tame, e poche erbe del caihpo crescono in mezzo « all' inaridito vivaio. Ma nelle ampie finestre di vice se in quattro parti da larghe pietre, nell'alta torce re, e negli avanzi di quel castello scorgi non so ce quale sublime grandezza, che ti rammenta i tenace pi agitati e gloriosi del medio evo. La natura, « che mai non varia in mezzo a tanti continui ri« volgimenti de' casi umani, ne invita ad ammiraee re*l'onnipotenza di Dio dinanzi a quell'antica aee bitazione , che ci ricorda la fragilità delle cose ce umane. ce Le colline sovrastate dai lontani monti, e vece stite di ulivi, di pini, di querce, di eriche, di olee mi oramai ingialliti, le valli traversate da rapidi ce e fragorosi torrenti, la pianura fiorentina circonee data dai colli di Fiesole e di Maiano, i poggi, su ce i quali sorgono paesi e case di contadini, sono ce tanto belli a vedere, che io mai non mi sento saee zia di contemplarli. » * * ee 19 ottobre. « Stamane dopo le dieci, benché il cielo fosse ce assai minaccioso , per un viottolo in mezzo ai ee campi s c e n d e m m o in una valle assai solitaria. ce Essa è chiusa da alberi di ogni specie ; gli olmi, 48 ROSA FERRUCCI ce i pioppi, i castagni crescono ai piedi del poggio, « e sulle rive del torrente. Altro rumore non odi in ce quel luogo se non quello dell'acqua, che cade giù ce dalle rupi, e del vento, il quale agita lievemence te le canne e i pioppi. N o n vedi alcuna casa ; non ce odi suono di voce u m a n a : deserta è la campace gna d'intorno a te, e ti sembra di essere per moi* ce te miglia lontano dall'abitato. . . . Alle tre prence d e m m o a salire un altro lato del monte. Qui puee re a quando a quando un ruscello scende da sco« glio a scoglio nel piano. Giunte ad un ponte sotee to al quale un torrente rapidissimo ed aggirevo« le si precipita al basso, ammirai la freschezza dei ce castagni, e di varii cespugli. Là c'incontrammo « in due graziose contadinelle, le quali sono liete ce e cortesi quanto altre mai ; e parlano, c o m e a me ce pare , la lingua del trecento. Esse ci accompaee gnarono pel bosco infino alla loro casa, eh'è po« sta alle falde del monte. Ivi vidi la loro cognata: « essa è certo la più bella contadina che io mai vece dessi : più bella di molte belle signore , forse ce perchè ignora quanta leggiadria le sia stata data ee dalla natura. » * * ee Firenze, 12 aprile 1855. ce ... Il viaggio di ieri mi lasciò melanconiche ce rimembranze. Povere campagne ! N o n vidi mai ce una scena di desolazione simile a quella, che si ce offerse ai miei occhi, ne' luoghi in cui d o v e m m o ce scendere dal vagone. Già prima avevamo visti ROSA FERRUCCI 49 <e non pochi campi tutti coperti di arena; ma qua<e le fu la nostra mestizia allorché per ben cento ee passi c a m m i n a m m o in mezzo a un vasto tratto di ee paese tutto pieno di melma, di sabbia, e in gran ee parte inondato ! In luogo del grano, sperata merce cede dei poveri contadini, vedevi qua e là alcuee ni alberi sbarbati, ed altri, che avendo resistito ce all'urto dell'acqua, sorgevano in mezzo alle allaee gate campagne , quasi ultimi avanzi di un nau« fragio. Oh forza distruggitrice della natura, c o m e <e sei terribile, come grande, c o m e potente !... * * « A Maria Bosio. ce Antignano, 29 luglio 1853. ce Quantunque noi stiamo molto contente in que» sto ameno villaggio, sentiamo però che qualche a cosa ci manca. Sì, l'essere prive della tua cara ee compagnia ci fa sembrare melanconico un luoee go, che Fanno scorso era per noi così lieto. Que« ste parole mi sono dettate dal cuore. C o m e goce drei nell'averti presso di me ! Ritorna dunque a ce noi, cara amica. Il bosco, dove passammo tante ce belle ore , gli alberi, le campagne , il mare ti ce chiamano, mia buona Maria. — G i o r n i sono vice di un'onda, che ti diceva : — Al bagno, al bace gno : dalla riva fiorita scendi nel mare tranquilee lo : te lo comanda il sole, che infuoca con gli aree denti suoi raggi la terra, e l'aria. — Questa can<c zonetta di K a n g e qui fu interrotta, perchè la mia 50 ROSA FERRUCCI ee povera onda venne a frangersi in uno scoglio : ce le sue sorelle, che ti facevano tutte lo stesso in« vito, tutte, com'essa, si ruppero urtando al lido. ce Ed io rimasi pensosa e mesta, vedendo in quelle ce F immagine di tante nostre speranze, che non « avendo effetto , ci sono cagione di gran dolore. « Ma una voce soave mi susurrò allora all' orecce chio queste parole : — Onde la tua mestizia? M a « ria non può ella forse tornare ? Io sono la cornee pagna della tua vita ; son la speranza ; ti pro« metto, che l'anno venturo Maria sarà qui. — Io ce sono adunque sicura, che la compagna mia non « m'inganna : e parmi già di vederti con me alee FAntignano. Perdonami, cara amica, questa lun« ga e insensata favola : ti prego di scorgere in « essa un segno verace dell'amor mio, ed io te la ce scrissi soltanto per darti di esso novella prova. ce Ma usciamo dal m o n d o degli scherzi e della im« maginazione, ed entriamo in quello della realità.* # « A Luisa Vogl. ce Pisa, 3 novembre 1854. « Ho avuto un gran dolore nel lasciare Antonio, « la Silvia, il mio caro'Pippo ! Papà però è molto « lieto di averci seco, ed io pure sono lieta con lui, « e per lui. La nostra casa mi piace : dalla mia picce cola cameruccia vedo il giardino, e la vista dece gli alberi mi rallegra. Pisa è melanconica : ciò « però non mi è grave. Avanti ieri fui al C a m p o ROSA FERRUCCI 51 « Santo. Mi fermai innanzi al sepolcro di Arrigo ce VII. La sua statua ha lo sguardo velato dei m o te ribondi. Quante speranze, quanti disegni furono ce sepolti insieme con lui ! Bisogna dire con Hipce pia : che cosa è ella mai la vita ?» * * ee 21 gennaio 1855. ce . . . Dopo alcuni giorni assai freddi F aria e « tornata mite, e quasi sembra di primavera. Coee me oggi è splendido il sole ! I suoi raggi inonee dano la mia cameretta. Seduta un poco lontana ce dalla finestra, io veggo un piccolo tratto di cie« lo. Esso mi sembra un grande occhio azzurro , ee che mi guardi con amore. Dio è così buono !.. .* * c< Livorno, 20 ottobre 1855. ee Noi siamo a Livorno sino dallo scorso martece dì. Pisa durante il chòlèra era divenuta così m e te lanconica, che i miei genitori mi hanno condotte ta in auesta città, dove abitiamo vicino al mare. ee Oh perchè tu non sei con me ? Vorrei mostrarti « lo spettacolo maestoso , che ho innanzi agli octe chi. C o m e è bello il mare ! Là termina Forizzonee te, qua si confonde col cielo. Il suo vasto piano « è così limpido, così quieto, che ai vederlo stimece resti impossibile, essere esso non rade volte agile tato dalla tempesta. Il mare è la più antica opeee ra del Creatore. La nostra povera terra è stata ee soggetta a grandi, ed a svariatissimi mutamenti, « mentre quello è, e sempre sarebbe quale già fu 52 ROSA FERRUCCI ee dal principio, se tutte le cose non dovessero un « giorno aver fine. » * * ce 11 dicembre 1855. ee . . . Sabato la nostra cattedrale era tutta illuee minata. Duemila ceri ardevano nelle navate. ce L'immagine della santa Vergine era circondata ee da innumerevoli stelle. Lo spettacolo era verace mente mirabile. A me però il nostro d u o m o piace ce assai più quando è silenzioso, e oscuro. Nella « solitudine F u o m o sente Dio più vicino a se. Le ce ombre, e la luce riverberandosi, e confondendoee si sopra i dipinti del C a m p o Santo, da vano ad essi ce apparenza al tutto fantastica. Negli affreschi del« FOrgagna avresti creduto vedere danzar gli spetee tri. » * * ee 20 gennaio 1857. ce C o m e è viva la tua descrizione ! Parevami di ce sentire, leggendo la tua lettera,,la maestosa e place cida quiete di quella serena notte : parevami di ce ammirare con te le tue belle montagne : vedeva ce la luce pallida della luna, lo scintillante splendoee re degli astri, e credeva di respirare al tuo fianee co un'aria fredda, ma pura, e viva. Care illusioee ni ! Io era sola nella mia cameretta, io era da te ce lontana , quantunque mi trasportassi vicina a te ce col pensiero. » Per le stesse cagioni, per cui ella a m a v a la poesia melanconica , la solitudine ed il silenzio della ROSA FERRUCCI 53 campagna , a m ò la musica, e specialmente quella che esprime gli affetti mesti, i patetici, i religiosi. Quindi non mai le piacque sonare a ballo , e tra i compositori di musica ebbe carissimi sopra gli altri Bethowen , W e b e r , Mozart, Coop , Rossini e Bellini. Comechè non avesse naturalmente agilità e scioltezza di m a n o , potè con lo studio perseverante giungere a sonare con grazia , con affetto , con molta soavità, e a leggere a prima vista la m u sica più difficile. Oh quante volte allorché io stava scrivendo, e che indarno cercava dar forma e m o to e colore alle fantasie, che quasi in turbine impetuoso si agitavano allora nella mia mente, pregai mia figlia di farmi quelle sonate, che più delle altre io sentiva parlarmi al cuore ! Pe' melodiosi concenti, che uscivano con dolcezza dal pianoforte al leggerissimo tocco delle sue dita , tosto cessava il tumulto delle mie idee : onde io tornava a scrivere assai diversa da quella di poco innanzi. Se qualche volta era l'anima mia ottenebrata dalla mestizia, ad essa diceva : — D e h ! suona un poco ; — e subito in quella si diffondeva luce tranquilla e serena pace. Se poi ne' miei letterari lavori io aveva bisogno di pigliar note da vari libri, ella in ciò m'era di grande aiuto : se io stava in dubbio sopra alcun punto di storia, soccorreva ella alla mia m e moria, sovente incerta, con la sua pronta e sicura. N o n mai in questi ultimi anni ho composto un libro , che ad essa prima di pubblicarlo non abbia letto almeno due volte. Ella non si arrogava il di- 54 ROSA FERRUCCI ritto di giudicarne : ma in m o d o interrogativo mi esponeva modestamente la sua opinione, che quasi sempre era retta. O n d e io non poche cose corressi poi ne' miei libri per le assennate parole di una fanciulla che aveva mente virile. Sarà forse alcuno, che non compianga pietoso la mia sventura, sapendo, essere io rimasa priva di quella ch'ebbi a compagna dell'intelletto e del cuore? di quella che rallegrava la nostra casa , e per cui io non sentiva il peso degli anni, né i tristi effetti della esperienza del m o n d o ? Perchè con lei conversando mi pareva di ritrovare la serenità e la innocenza della lontana mia giovinezza. Beate le madri che possono riposarsi in una figliuola , in cui le doti dell'animo e dell' ingegno sono riunite ! Fui anche io beata, ed ora lo sento assai più di prim a ; ora, che un impossibile desiderio farebbe disperato il mio amore, se non fossi cristiana, se non sapessi, che ella è felice nel Cielo e di là mi chiam a , ed ivi mi aspetta, purché io sia umile e rassegnata nel sostener la mia croce. Aveva Rosa delicatissimo gusto in letteratura. Imparò a mente un numero quasi infinito di poesie inglesi, tedesche, francesi, e tutta la Divina Commedia * in m e n o di un anno. Il che ella fece in m o do che mostra assai chiaramente come sapesse usa1 Non lesse mai però né il canto v né la metà del canto x v m e del xix MY Inferno, né il xxv e il xxvi, né le ultime terzine del canto xxxu del Purgatorio, perchè io non le ne aveva permessa la lettura. ROSA FERRUCCI 55 re del tempo. Perchè la sera lavorando con noi la calza teneva a sé dinanzi il sacro Poema, e attentamente leggendone un mezzo canto se lo imprim e v a nella memoria ; poi la mattina seguente a me lo recitava nell'ora in cui le acconciava io stessa i suoi folti e lunghi capelli. Quando ebbe imparato a mente tutto il poema di Dante, solea ripetermene alla stessa ora uno o due canti ogni giorno. Più delle altre le piaceva la cantica del Paradiso forse perchè leggendola pregustava col cuore quelle dolcezze di che il Signore volea tra poco far lieta l'anima sua. In varie sue lettere alla Vogl ella parla di Dante. Ne citerò solo un passo : * « Pisa, 20 gennaio 1857. « Hai cominciato a leggere il Paradiso ? « C o m e la tua mente sarà rapita fuori di sé , se« guendo il Poeta di sfera in sfera, e con lui proee strandoti poscia innanzi all'Eterno! Tu ammireee rai la grazia quasi divina con cui l'Alighieri naree ra la vita di san Francesco e di san Domenico ; ee ® sarai del mio avviso tenendo per ftrmd, che in « questa Cantica, più che nelle altre, si manifesta ce la sublimità dell' ingegno suo. Esso eia povero : e< più povero certamente dei trovatori che andavaee no di castello in castello cantando vera. C o m e et nostro Signore , non avea un luogo ove potesse te riposar la sua testa ; i suoi figliuoli vivevamo an« ch'essi nella povertà, lontani da lui. N o n n a i ri- 56 ROSA FERRUCCI ce vide la sua Firenze ; tutte sentì le amarezze di ce un lungo esilio. Però quando egli cantava « Non è fantin che si subito ma Col volto verso il latte, se si svegli Molto tardato dall' usanza sua E come il fantolin, che ver la mamma Tende le braccia poi che il latte prese, Per Fanimo che infin di fuor s'infiamma, » ce io credo che pensasse ai suoi figli, di cui non « potea vedere il dolce sorriso, nò udir la diletta « voce. Pianse egli forse ad essi pensando ; ma le ce lagrime da lui sparse son tante perle che adorce nano il suo Poema. Gli uomini co' quali Dante ce viveva erano rozzi, crudeli, vendicativi: ne patì ce indegne persecuzioni : osarono quelli di profaee nare il suo nome. Ma egli volgeva lo sguardo al ce Cielo, e là trovava la pace, che indarno avrebbe ce cercata sopra la terra. » Poiché la nia Rosa aveva sin dalla puerizia a m mirata nell'universo la bontà e la sapienza d'Iddio, non è meraviglia, se cresciuta negli anni desiderasse di dsre opera a quelli studi, per cui l'uomo osservando le leggi e le forze della natura meglio conosce quanto sia infinita la perfezione di Quello, che le ha create. A v e v a ella nella prima sua adolescenza intrapreso lo studio della botanica. N'ebbe a naestro il chiarissimo professore Pietro Savi, il quale portolle affetto c o m e di padre. Guidata da' ROSA FERRUCCI 57 suoi consigli ella fece un piccolo erbario. Quindi la condussi a udir le lezioni dell'illustre professore M e n e g h i n i , dalle quali ella trasse grande profitto. Ad ampliare poi le sue idee lesse varie opere dell'Humboldt, alcune della Somerville , e dei libri studiati fece c o m p e n d i , che mostrano c o m e sapesse ridurre a generali principii i concetti particolari , e fanno fede eziandio della rara sua diligenza. A venti anni aveva ella F ingegno e F erudizione di un u o m o dotto , con la ingenuità semplice e vereconda di una fanciulla. Né perchè molto attendesse alla musica ed agli studi trascurò i femminili lavori e le cure della famiglia. In queste anzi mi era di grande aiuto ; ed in quelli ogni giorno per varie ore 1 era solita di occuparsi. Posso affermare di n o n averla veduta in ozio un solo minuto, o fare una cosa sola di mala voglia. C o m e ha lasciato quantità meravigliosa di carte scritte da lei, così ho pur molti e mólti lavori delle sue m a n i , fatti con quella pazientissima accuratezza che sempre poneva in tutte le cose. Sovente io la pregai di n o n abusare della robusta sua sanità e * In quanto ai lavori preferì gli utili agli eleganti. Quand la necessità lo voleva, lasciava il suono e lo studio per lavorare, impiegando in questo le intere giornate. A ciò allude nel passo seguente di una sua lettera alla Vogl: — « Sono cinque « giorni, che ti promisi di continuare la mia lettera : ma che e< vuoi? H tempo ( questo tempo sì breve, e sì fuggitivo ) mi è « mancato. Ho dovuto molto cucire, ed anche oggi ho tanto da « lavorare, che non posso scriverti a lungo. » 58 ROSA FERRUCCI della sua florida giovinezza : sovente il babbo la confortò a riposarsi, temendo che il continuo lavoro e il continuo studio le indebolissero a poco a poco il corpo e la mente. Ella ci rispondeva ridendo : — N o n abbiate di ciò timore : F ozio , non la fatica , mi faria male ; da esso verrebbe la noia eh' io non potrei tollerare. — Usata a vivere con gli antichi ed a conversare con quelli soltanto degli scrittori moderni, che ritrassero il vero, il buono ed il bello, ebbe mia figlia altezza di mente e magnanimità di pensieri. Quindi ogni nobile azione la c o m m o v e v a ; quindi la pietà non fu in essa soltanto affetto instintivo , ma sentimento inspirato ora da carità di cristiana, ora da schietta venerazione per la virtù sventurata. N o n aveva ella ancora quattordici anni, quando il re Carlo Alberto piuttosto che cedere alla fortuna volle morir solitario in lontane terre. Il suo infelice valore , F esilio a cui condannò se stesso, la santità e la purezza della sua fede, fecero viva impressione nella mente poetica di mia figlia. Perciò ella tenne in grandissima riverenza la sua m e moria. E poiché ogni affetto da lei sentito si convertiva in preghiera, ella pregò ogni giorno fino che visse pel morto re. Spesso quando leggeva la narrazione di fatti compassionevoli e mesti, lagrime di tenerezza e di amore vidi a un tratto cadere dagli occhi suoi : spesso a quella di forti e di coraggiosi la vidi dipingersi nella faccia di generoso entusiasmo. Del che spiegò la cagione alla &ua Luisa nel m o d o seguente : ROSA FERRUCCI 59 « 28 gennàio 1856. ce Ho letto nella Rivista dei due mondi questa ee bella sentenza di Gian Paolo : Quando ciò che è ce sacro nellf anima della madre risponde a ciò che è ee sacro in quella del figlio, le anime loro s'intendaci no e si comprendono. Questa sentenza ha fatto in ee me una grande impressione , poiché racchiude ce un bellissimo avvertimento per le madri che ee prendono ad ammaestrar nella religione i loro fiee gliuoli. Oltre a ciò essa spiega da che procedoee no quei legami, che ci uniscono intimamente ai ce parenti e agli amici nostri. Perchè in fatti, Lui« sa mia, noi ci a m i a m o di sì vero e costante a m o ee re ? Perchè quello eh'è sacro all'anima tua è saee ero alla mia. Perchè io mi sento profondamente ee commossa allorché odo narrare una bella azione « o contemplo la grandezza degli eroi o la santità ee dei Martiri ? Perchè certi fatti da quelli operati ce con magnanimità e con fortezza mi fanno pianee gere ? Perchè ciò che era sacro per essi è sacro ee per m e . Si può dir più in così poche parole? Sì, ee ogni u o m o deve in se alimentare il fuoco celeste « acceso in esso da Dio. Sventurato colui che lo « lascia estinguere ! Egli perde se stesso, ed è per« duto egualmente pe' suoi fratelli, essendo rotto « il nodo di amore, che ad essi lo avrebbe unito. ee C o m e la fiamma si leva in alto « Per la sua forma eh' è nata a salire » 60 ROSA FERRUCCI ce così per sua natura l'anima nostra s'innalza a ce Dio , e dove si volga a terra , n o n speri m a i di ee aver pace, né contentezza. » Tutti gli affetti furono nella m i a Rosa ordinati armoniosamente. P r i m o di tutti era in essa l'amor di Dio, il quale dentro al suo cuore crebbe con gli anni. Fino dal tempo in cui fece la prima sua Com u n i o n e i mostrò ineffabile tenerezza pel R e d e n tore. Pallida e tutta tremante per riverenza la vidi accostarsi alla sacra mensa. Piangeva d' un dolce pianto, e agli atti e alla faccia non mi sembrò fanciulla mortale, ma un Cherubino che si prostrasse devoto innanzi al Signore. Allora con la speranza io precorsi al tempo avvenire; e dissi tra m e : — Così la faccia coperta d'un bianco velo ed in bianche vesti, così pallida certo, così tremante io la vedrò un' altra volta, quando andrà innanzi all' altare novella s p o s a . — A h i stolto m i o prevedere ! vane speranze ! Riprese il can1 La fece nella chiesa di San Sisto il 25 di giugno dell8ì8. In quel giorno donandole il mio orologio le scrissi una Jettera in cui le diedi religiosi e morali ricordi. Trovo in essa queste parole, che certo non avrei scritte, se la coscienza non me le avesse dettate : c( Nel benedirti voglio dirti una cosa , che « gradirai certamente più del mio dono. Tu, da che nascesti, « hai santamente compiuto ogni tuo dovere, e a me ed al tuo (e babbo hai dato grandi e vere consolazioni con la tua bontà, ee con la tua diligenza nello studiare, con F amore che hai semee pre portato a Dio. Fa di essere ugualmente buona nelF av« venire, e perciò ricordati spesso di questo giorno. » ROSA FERRUCCI 61 didovelo, ma sulla bara; la virginale corona le cinse il capo, ma dopo morte; e nella medesima chiesa, ove per la prima volta ricevè nelF eucaristico sacramento il Dio del suo cuore, ove credeva giurar tra poco allo sposo una eterna fede, stette freddo ed immobile il suo cadavere! Signore, Signore, reggete Voi i miei pensieri ! D e h sostenete Voi la mia fede ! onde non mi manchi la forza di adorar sempre i vostri decreti, di umiliarmi e tacere dinanzi a Voi. Quante volte mia figlia si disponeva alla C o m u nione, tante ebbe in uso di prepararvìsi almeno tre giorni innanzi con fervorose preghiere. Ella era sempre la prima a tornarci in mente essere il tempo delle novene alla Vergine e ad altri Santi. Le era di grande conforto l'udire, quando poteva, ogni giorno la santa Messa. E dal devoto raccoglimento, con cui fu solita di ascoltarla, ben si vedeva, intendere ella la maestà e la grandezza del mistico Sacrifizio di redenzione. Leggeva ogni giorno libri devoti. Ed io, che sin dall' infanzia la vidi inclinata a sante letture, stimai mio stretto dovere di darle i libri, dai quali vien posta in luce la verità, la santità, la dolcezza della cattolica religione. Quindi ebbe sempre alle mani il Kempis, cercandovi quando consigli, quando pie inspirazioni, o santi conforti. A m m i r ò F eloquenza del Massillon, la persuasiva chiarezza del Bourdaloue, la soavità del Fénélon, la forte ragione del Lacordaire, F abbondanza e la perspicuità del Padre Ventura; 62 ROSA FERRUCCI studiò nella Dottrina Cristiana del L h o m o n d e nel Catechismo storico del Fleury. Ma suo vero maestro fu il Bossuet, dagli scritti del quale imparò specialmente ad amare Iddio, e con intero abbandono dell' animo e dell' affetto a fidarsi in Lui. Fu il santo Evangelo sua quotidiana lettura. Però non è m a raviglia, se nei costumi, nelF animo, nei pensieri fosse F esempio della fanciulla cristiana. La parola di Gesù Cristo non fu mai pel suo cuore parola morta: fu spirito d'innocenza , di mansuetudine, di perdono, di carità. La meditò attentamente, ne intese il senso: onde in lei nacque il disprezzo dei beni terreni, nacque la fede e il desiderio del Cielo. Tutto riconoscendo da Dio, ella ebbe umiltà sincera. E come non trasse mai vanto dalle ricchezze , che aveva accumulate nelF intelletto, così di se sentì bassamente in quanto ai costumi, stimandosi assai lontana dal punto al quale fu sempre vólto il suo desiderio. Da questo avvenne che d'ogni lieve suo fallo non altrimenti che di colpa gravissima avea rimorso. Sempre di se medesima diffidando ripose in Dio solo la sua speranza. Lui adorava nell'universo, Lui venerò nell'anima sua, Lui amava nei genitori, nei poveri, negli afflitti: Luì nella prosperitàringraziava, aLui domandava soccorso nelF afflizione. La volontà del Signore era regola e norma alle opere sue, né mai nelle azioni o nelle parole si allontanò dai precetti dell'Evangelo. Chi più di essa pertanto fu mite nel favellare? Dove si vide dolcezza più inalterabile della sua?Dove som- ROSA FERRUCCI 63 missione più pronta? Dove carità più instancabile e più sincera? Pregava, e non comandava le nostre donne. Mancavano queste in alcuna cosa? Ella sorgeva tosto a scusarle. Le vide obbligate a fatiche più gravi del consueto? Ed ella loro porgeva cortese aiuto. Si accorse, che una di esse non ben conosceva le verità religiose. Subito prese a instruirla nel catechismo con cuore di madre e con sollecitudine di sorella. Niuna occupazione mai le fu grave. Fece ogni cosa con ordine, con piaceret con diligenza, perchè faceva ogni cosa pensando a Dio, Rosa non era bella, se tale dovrà chiamarsi solo colei, che ha le forme del volto e della persona in tutto perfette. E b b e però una bellezza eh' è superiore a quella dell' arte. Perchè negli occhi suoi grandi e bruni, ora sfavillanti di santo ardore, ora velati da una soave mestizia, e spesso in atto amoroso rivolti al Cielo, vedevi la rapidità e la purezza de' suoi pensieri. Si aprì la sua bocca a dolce sorriso; nella serena sua fronte lampeggiava ingegno vivace e cara innocenza; ebbe nere e foltissime sopracciglia, candidi denti, lunghi capelli, carni bianchissime e nelle guance ben colorite; di giusta misura nella persona parve graziosa a chi ripone la grazia di una fanciulla nella m o destia. Portò sempre nel volto dipinto il cuore: onde variava sovente fisionomia secondo il variar dell'affetto interno. Nel conversare fu amabile ed assennata, parca però di parole, gentile nelle manie- 64 ROSA FERRUCCI re, facile a rallegrarsi, quantunque d'indole m e sta. Metteva la verecondia del suo contegno riverenza in chiunque con lei parlasse. Giunse a venti anni senza avere mai aperto F animo a quell'affetto, che sorge non poche volte nelle fanciulle prima del cominciar della giovinezza. E se a|lora lo accolse dentro al suo cuore, ciò nou avvenne per impeto di passione. Buon tempo innanzi io l'aveva esortata di chiedere lume al Cielo per il suo stato futuro; facendole considerare i doveri che in ogni condizione di vita abbiamo noi donne, e consigliandola a ben ponderare le sue inclinazioni, e a non avere in cosa tanto importante altro fine che di santificare l'anima sua. Dopo alcuni mesi la interrogai su quello che avesse deliberato di fare, ed ella così mi rispose : — Ho pregato il Signore, ho preso me stessa in attento esame. Altro non desidero che di fare un poco di bene. Se avessi la virtù, che mi m a n c a , mi farei volentieri Sorella della Carità; ma sono per questo troppo imperfetta. Rimarrei con piacere nel celibato, ove le giovinette, che non si vogliono maritare, potessero in Italia, come oltremonti, darsi a soccorrere i poveri e ad instruirne i figliuoli. N o n comportando questo i nostri costumi, né piacendomi differire ad un tempo lontano, e incerto per la instabilità della vita, di dare effetto al mio desiderio, entrerò nello stato del matrimonio, potendo noi donne in quello perfezionare noi stesse 65 ROSA FERRUCCI e gli altri. Quanto però alla scelta del mio compagno io mi rimetto a te ed al mio babbo. Sono giovine ed inesperta: voi avete senno e mi amate. Scegliete per m e ; vi chiedo soltanto la facoltà di dare o di negare il mio assenso. Intanto me ne vivrò quietamente nella cara mia solitudine e ne' miei studi. — Allora a conoscere meglio F animo suo quasi scherzando soggiunsi: — Se a noi dunque si spetta di eleggere il tuo compagno, dimmi quale desideri eh' egli sia. — Ed ella: lo vorrei religioso, di maniere cortesi, di buono ingegno, dato agli studi o a qualche utile occupazione. N o n desidero le ricchezze: delle doti esteriori non faccio stima : se potessi vivere nello stato in cui sono nata ne sarei lieta: se sarò buona, se bene adempirò i miei doveri, vivrò per certo contenta in ogni fortuna. — Udendo parlare con tanta saviezza fanciulla di così giovine età si accresceva il mio amore verso di lei. N o n fu il solo legame della natura quello che strinse a mia figlia Fanima mia; nella forte e calda amicizia ch'era tra noi non ebbe parte soltanto la conformità degli studi e la consuetudine della vita. L'amai e F amerò finché vivo più di me stessa per quella luce di santità che in lei risplendeva, pel senno più che maturo, ond' erano sempre piene le sue parole. Nell'autunno del 1855, lasciata Firenze, venimmo a Pisa. Rosa ebbe cara oltremodo quella città in cui ammirava il bello dell' arte e della natura, 5 66 ROSA FERRUCCI e in cui tante sublimi memorie le commovevano il cuore. Pure fu lieta di ritornarsene a Pisa, per essere sempre vicina al suo babbo. Qui si diede con nuovo ardore agli studi. Abitava una piccola stanza presso alla mia e questa fu a lei sì cara, che non F avrebbe mutata, diceva ella, con un palazzo, perchè vi stava raccolta e quieta. Nel primo entrarvi pensò tra s é : — Se io qui dovessi morire, dove si farebbe F altare per porvi il santo Viatico? — Ciò poi narrava a una persona sua amica, m e n tre era fiorente di giovinezza e di sanità. Misteri dell' anima umana, chi può spiegarvi? Più di due anni innanzi alla morte sua n'ebbe Rosa un arcano presentimento, poiché spirò in quella stanza e in quella fu consolata dalla mistica visita del Signore che alle immortali sue nozze chiamolla in Cielo. Durante i due anni passati a Pisa ella crebbe sempre più in perfezione : divenne più fervente nella sua carità; non solo obbediva alle mie parole, ma indovinando le mie intenzioni conformava spontaneamente il suo al mio volere ; di umore sempre uguale, d'inalterabile mansuetudine, stava in orazione più a lungo del consueto, e quando mi apriva nei familiari nostri discorsi l'animo suo, mi era palese a non dubbi segni, eh' ella viveva sempre con Dio. Ebbe necessaria cagione di scrivere a persona sua amica della sua fede. Ho innanzi agli occhi la lettera, e ne tolgo il passo seguente: ROSA FERRUCCI 67 ee 18 aprile 1856. ee Sì, ho avuta salda nell'anima la pietà sino dalee Finfanzia, che gli esempi, le parole, gli a m m a e ee stranienti di mia m a d r e , ed i libri che ella mi ee fece leggere, resero sempre più viva. Io devo ee anche molto agli esempi delle Sorelle della Cae< rità, ad un libro, * ch'esse mi diedero, e specialee mente ad una predica del Padre Massucco su i ee doveri del cristiano. Ne ho cagione di temere ee dinanzi a Dio : poiché egli mi chiederà ragione ee delle colpe, che con tante sue grazie avrei poee tuto evitare. Da vari mesi sento molto più forte ee nel mio cuore l'amore di Dio. Da quel tempo in ce poi io sono più felice. Quanto vedo mi sembra ee più bello, perchè penso a Chi lo creò. In mezzo ee alle occupazioni della giornata innalzo ogni tanee to F anima a Dio, e ne provo grande conforto. » E d a m e pure sono di grande conforto queste parole. Volle il Signore donarle quella misura di grazie che nei suoi profondi consigli le avea destinato. E poiché ella la ricevè con amore, e la rese feconda col buon volere, Egli a sé la ritrasse per darle il premio della sua eterna visione. A h ! se per virtù della fede non mi fermassi sovente in tali pensieri, c o m e potrei tollerare di avere perduta per sempre qui nella terra la figlia mia? 1 Pratique de V Amour cnvers Jesus Christ par saint-Àl* phonse de Liguori. 68 ROSA FERRUCCI In questo tempo le proposi alcuni partiti. Ella per savie ragioni li ricusò. Quando le dissi che F avea chiesta in moglie il dottore Orsini, giovine da noi stimato ed amato, ella dette il suo assenso, perchè lo aveva in conto di buono e di religioso. Passarono alcuni giorni prima che la pratica incominciata fosse conchiusa. E poiché ella si avvide, essere io melanconica per la nostra futura separazione , non una, ma più e più volte mi disse : — Tu sei mesta e ti affliggi pensando al tempo in cui saremo lontane. Se la mia partenza ti dee recare troppo dolore depongo il pensiero di maritarmi. Vivrò per te e pel mio babbo. N o n temere che ciò mi dispiaccia: anzi mi sarà dolce di consacrare a voi la mia vita, a voi, che tanto avete fatto per me. — Risposi come doveva una madre. Fu stabilito il tempo alle nozze: la nostra casa era in festa, e noi godevamo di affidare a giovine savio e buono sì cara figlia. Spesso però io cadeva in grande tristezza pensando che non l'avrei più con m e : onde un giorno proruppi in pianto alla sua presenza: ed ella abbracciandomi caramente: — Perchè, m a m ma mia, perchè non accettasti le mie profferte ? mi venivano veramente dal cuore. Ora è tardi. A m o il mio sposo, noi nego, ma non è sacrifizio che per te non facessi ben volentieri ; quindi sarei pronta a sacrificarti un affetto che mi è assai caro. N o n posso però disporre di quello di un altro, e poi ho impegnata già la mia fede. — ROSA FERRUCCI 69 L'amore fu per lei un nuovo mezzodì perfezione cristiana. A m ò Dio nel suo sposo, e il suo sposo in Dio. Questi mi ha dato le lettere che gli scrisse, concedendomi la permissione di estrarne quei passi che io stimerei necessari a dipingere vivamente la immagine di mia figlia. Ne pubblico adunque alcuni, e prego le giovinette italiane a leggerli attentamente, affinchè siano convinte, dovere ogni nostro affetto prendere qualità dalla religione , ed essere F anima nostra tanto più bella , quanto è più strettamente unita al Signore. c< 16 aprile 1856. a Sento di non potere mai ringraziare abbastanee za Iddio che in te mi ha dato una guida e un eee sempio per tutta la vita. N o n ho potuto fare a ee m e n o di dirlo alla m a m m a , e F ho detto perchè ee me lo dettava il cuore. Io poi, che ho tanti difetee ti, tante imperfezioni, che tante volte mi hanno « vietato di mantenere que'propositi di e m e n d a , ee che pure sì spesso faccio al Signore, ho una taee le idea della perfezione della sposa cristiana e ee dei doveri che tra breve mi saranno imposti, ce che proprio ne sarei sgomenta, se non confidasee si nella bontà d'Iddio, il quale può tutto, ed aee iuterà me che nulla posso. Anche oggi ho paree lato alla m a m m a e alla nonna della grande riee verenza, che m'inspira il sacramento che dobee biamo ricevere , l e ti prego di domandare per 1 Questa era tale, che non volle, durante il tempo in cui fu 70 ROSA FERRUCCI « me al Signore quelle grazie che tanto mi saran« no necessarie per ben compiere i miei doveri. « Intanto farò dal canto mio tutto quello che potrò e< per rendermi m e n o indegna dell' aiuto del Cie« lo, e con questa intenzione ho pensato di fare il ee mese di Maria, e spero che la santissima Vergiee ne mi esaudirà concedendomi quanto mi m a n c a « per essere una vera cristiana. Io poi credo, che ee il miglior passo da farsi verso la perfezione sia ee F odio di tutte quelle piccole colpe quotidiane , ee che sembrano nulla a noi, e che tanto dispiacer cionoalla perfezione infinita del Signore. Sii ceree to eh' io riceverò i tuoi consigli e le tue correee zioni c o m e si devono ricevere quelle di una peree sona, che deve tenere il luogo dei genitori. » ee 17 aprile. ee . . . . Sono persuasa, che il vero modo di pree< pararci a ricevere il sacramento, pel quale sareee mo uniti nel tempo e spero anche nell'eternità, ee sia il fare quanto è da noi per conseguire quelee lo stato di perfezione cristiana, al quale Iddio ci ee chiama. E sono altresì persuasa che se non poee tremo m a i giungere al punto che a sé rivolge i ee nostri desiderii, potremo almeno accendere nel ee nostro cuore il fuoco di quella divina carità, nelpromessa sposa, andare a sentire F opera in musica, che negli altri anni era solita di sentire nel carnevale per due o tre volte. Mi disse, che dovendo ricevere un si gran sacramento voleva vivere più ritirata del solito. ROSA FERRUCCI 71 <e la quale sono riposti tutti i precetti della legge e ce dei profeti. Tu mi sarai guida ed esempio e sace r e m o s e m p r e di un sol volere, a m a n d o c i in Dio, ce nel quale tutti gli affetti si fanno più santi. * Oh <e se sapessi c o m e io ringrazio il Signore per lutee ti i beni di cui mi ha colmata ! Io ora n o n a m ie miro più solo in Lui la potenza che dal nulla ee creò il cielo e la terra, e F A m o r e eterno che ci ee ha redenti, ma lo ringrazio dall' intimo del m i o ce cuore, per avermi dato un p e g n o delle sue beee nedizioni d a n d o m i in te chi col consiglio e con ce l'esempio p u ò rendermi m e n o cattiva, e tu, spe« ro, lo saprai secondare. » ce 25 aprile. ce P e r d o n a m i se ripeto qui cose già detcc te e ridette : ma questo giorno me ne richiama 1 Questo era il pensiero in lei dominante. Ne parlava spesso con me, e così ne scriveva alla sua Luisa: « 11 nostro afifet« to non è nato dalF apparenza, né dalla bellezza, caduco fio« re. Le nostre anime con dolce legame insieme si sono con« giunte Ci amiamo, perchè amiamo Dio. In Esso vogliamo « unirci, in Lui vogliamo nobilitare e purificare gli affetti no« stri Ecco il fine che ci proponiamo, ecco il soggetto della « mestizia, che ei assale di quando in quando, perchè ci tro« viamo troppo lontani dal tipo di perfezione da noi vagheggia« to. L'affetto che mi unisce a Gaetano è quello della più tefi nera amicizia ec. » Neil' ultima sua malattia mi disse, amare ella il suo sposo del medesimo amore dolce, profondo, tranquillo, che aveva per me. 72 ROSA FERRUCCI « un altro caro e solenne. R a m m e n t o con tanto pia« cere la passeggiata solitaria eh' io feci con la ee m a m m a parlando di te. Il silenzio della campae< gna, il nuovo aspetto della natura , le voci lonee tane dei contadini che sole di quando in quanee do turbavano la quiete di que' luoghi, tutto mi ee sembrava nuovo, tutto parlava all'anima mia. ee N o n dimentico la chiesa umile e povera , dove ee per la prima volta ho pregato Iddio a benedire ee quei nuovi pensieri, che allora mi tenevano soee spesa fra il dubbio e la speranza, ma deliberata ee di fare in tutto la volontà del Signore. Al quale ee io ora chiedo, e in questi mesi sempre chiederò ee quelle grazie che ne sono tanto necessarie a conee durre cristianamente insieme la vita. Io spero ee che tu farai il medesimo, poiché io non posso ee pregare per me senza raccomandare te pure a ee D Ì O » e< 30 aprile. ee Certo niuno può ottenere un premio se non lo ee ha meritato. La battaglia ( e la vita è un contiee nuo combattimento ) deve precedere la vittoria. ee N o n somigliamo adunque ai fiacchi soldati che ee vorrebbero vincere senza affrontarsi con F iniee mico, e procuriamo di guadagnarci l'eterna feee licita, che sola può compiere i nostri voti, con ee F adempire tutti i nostri doveri, coi sopportare ee per amore di Dio ogni lieve o grave avversità, ee con F esercitarci per quanto è da noi nelle ope- 73 ROSA FERRUCCI « re buone. Così il desiderio del Cielo non sarà ee per noi un argomento di vane speculazioni, ma ee varrà a santificare la nostra vita, la quale ( lo ee spero segnatamente per te) sarà abbastanza lunee ga per permetterci di servire Iddio con lacostanee te virtù, che da Lui è rimunerata .... » ee 2 maggio. ee Credo, che senza metterci nelF animo ee un tipo al tutto ideale di perfezione, noi possiaee mo far molto dando saldo vigore alla nostra vo« lontà. O n d e avremo cura che questa anche nelee le piccole cose mai non si torca al male. Abbiaee mo a mente il bel detto del nostro Kempis : Se ee ogni anno ci emendassimo di un difetto, quanti to non diverremmo migliori? La rassegnaee zione ci è sommamente necessaria così nelle pìcee cole, c o m e nelle grandi avversità della vita. A n ee zi mi pare, che in essa consista la vera virtù criee stiana; poiché qual cosa può essere più grata a a Dio del vedere la nostra volontà sempre conforee mata alla sua? » # ce ee ee e< ee ee ee 19 maggio. Non dimenticare di chiedere per noi al Signore que' lumi e quelle grazie, di cui abbiamo bisogno per servirlo, e per amarlo sempre con tutto il cuore. Egli solo ci potrà aiutare ad ordinare la vita nostra in tal m o d o , che le anime nostre, le quali tanto si a m a n o in terra, possano 74 ROSA FERRUCCI ce amarsi anche in cielo. Ecco quale è la meta, alee la quale ogni nostro intento deve essere rivolto. « Ricordiamoci, che a conseguirla fa d'uopo di efee ficace volere, e d'intera fiducia, anzi di perfetto « abbandono in Dio. Q u a n d o dico abbandono in Dio ee non intendo parlare del misticismo:l parlo di quelce la finale intenzione che deve santificare la nostra ee vita, e rafforzare la nostra debolezza, eccitando ee in noi un vero zelo pel bene.... Gli affetti semee plici, che innalzano la mente al Cielo, sono più ee soavi di que' concetti i quali facendo paga non ee già F anima, ma la intelligenza , ci trattengono ce in questa terra, che se non fosse un luogo di pro« va non sarebbe per noi » * ce 30 maggio. ee Un affetto , che non avesse principio « dall'amore d'Iddio non ci farebbe felici. Studiaee raoci adunque di consacrare la nostra vita a Coee lui che ha tanto fatto per noi. Io credo, che sicee c o m e la p o m p a del culto non gli è accetta, se dal ee fervore è disgiunta , così le opere esterne non a valgano a conseguire la sua grazia , se dalla inee tenzione del cuore e dal desiderio di piacere a ee Lui solo non siano animate. Da ciò vedi, c o m e ee alcune volte io cerchi di sollevarmi col pensiero ee dal visibile all'invisibile, scorgendo in quello che ee apparisce agli occhi miei quasi una immagine di ee quello , che solo alla mente e al cuore è palese. « In tal m o d o nulla è muto per me : che gli alberi, * Dovrebbe dire quietismo. — R. N. ROSA FERRUCCI 75 ce ee ee ee ee ee i m o n t i , gli uccelli, le stelle, il m a r e mi dicono cose, che n o n avrei pensato, se n o n mi sembrasse di udirle dalla voce della natura. E sempre più a m m i r o la bontà della Provvidenza, la quale per mille m o d i richiama F a n i m a u m a n a ai pensieri e agli affetti pe' quali ella fu creata ee Tu mi parli del duca di G e n o v a 1 . Infelice gioee vine ! In questo giorno, già sono sette anni, coee me dalla ròcca di Peschiera gli sembrava bella la « vita e glorioso F avvenire ! Iddio volle renderlo e< d e g n o di un m o n d o migliore, e però volle, ch'egli ee fosse pochi mesi d o p o per lunghe ore nella balia ee di u n a plebe ingrata , pronto a dare pel padre ce quella vita che aveva consacrata alla patria.E qua ce li poi furono le ultime disperate battaglie, quale « il lungo patire di questo prode? M o r i b o n d o dovè ee chiudere gli occhi alla m a d r e , e poi spirò penee sando a' suoi commilitoni che avrebbe desidera- 1 Lo stesso affetto di riverenza, eh* ebbe mia figlia pel magnanimo Carlo Alberto, ebbe pel duca di Genova , compiangendone lo sfortunato valore e F acerba morte. Così ne scriveva alla sua Luisa: « Ho veduto un ritratto dei duca di Ge« nova, fatto mentre egli era nel fiore della sanità e della vi« ta. Sventurato e glorioso eroe ! 11 fuoco de' tuoi occhi è « spento per sempre! Immobile è il tuo braccio già sì gagliar« do! Più non vedrai la bella luce del sole! La voce del tuo po« polo più non giungerà alle tue orecchie ! Tu sei scomparso « dal mondo! tutto è finito per te ! Ma la tua anima, siccome « F anima di ogni giusto, spazia liberamente nel Cielo; e di là « prega per quelli, che sono rimasi su questa povera terra, « bagnala di sangue e di lagrime! » 76 ee ee ee ee ee ce ce ee ROSA FERRUCCI to condurre sul c a m p o dell'onore. Se per la virtu e pel rassegnato soffrire non fosse un premio nel Cielo, chi sarebbe stato più infelice del duca di G e n o v a ? ....>> ee 9 giugno. ee Nell'ora solenne della benedizione nuziale il mio cuore diviso fra mesti, lieti e santi pensieri, altro non saprà fare, se non sollevarsi a Dio, il quale consola, benedice ed illumina chi in Lui si fida » ee 11 giugno. ee Pensa, che il Signore è misericordioee so, e che sa compatire alla debolezza della nostra « natura misera ed imperfetta, e che ne vuole preee miare per tutto quello che avremo fatto e patito ce per amor suo. Nel visitare i poveri, nel sovveee nirli non senti forse in te una voce secreta che ti ec dice: Beati i misericordiosi ! E nelle tue sventure ee non ti fu di conforto la stessa voce ? N o n disse ee ella al tuo povero cuore: Beati quelli che piangoli no ! Ah ! questa voce è quella che rassicura il criee stiano, perchè è la voce di Colui, che parlò sulla ce montagna e dalla croce ne promise il paradiso » * ee 23 giugno. ee ee ee ce Ti ringrazio del tuo gentile pensiero di venire mercoledì a Pisa. Per quanto il mio giorno natalizio mi sia sempre stato solenne e lieto, pure in quest'anno io lo terrò per più sacro, avendo m a g - 77 ROSA FERRUCCI « giori grazie da rendere a Dio, e dovendolo beneee dire di tutti i favori di cui mi ha colmata in tut« ta la mia vita , e segnatamente in questi ultimi ee tempi. ... Io non sarei pronta a sposarti subito: ee che per quanto io ti ami non vorrei ora provare ee quel dolore, che certo mi opprimerà nelF uscire « dalla casa paterna. Solo mi contenterei, che i ee quindici mesi diventassero undici : e credi, che ee ti darei con questo una viva testimonianza di afee fetto. Il sacrifizio di quattro mesi di vita intima ce con la più amorosa delle madri è grandissimo al ee cuore di una figliuola : pure lo avrei fatto e lo ee farei per te. » * ce 8 luglio. ee Ho avuto stamane la cara tua lettera, e perchè ee tu non creda , che io l'abbia stimata troppo m e « lanconica , sappi, che anche io oggi ho pensato ee un poco alla morte, ed anzi or ora ho pregato il « Signore ad usarmi misericordia nel punto, in cui ee andrò dal tempo all'eternità, e spero anche dalee Yumano al divino. Bisogna davvero che io mi abee bandoni con grande fiducia nelle braccia d'Iddio, ee se voglio avere ferma speranza di giungere a veee dere in Cielo Quello che adoro in terra. Se inveee ce di pensare a Lui pensassi a me sola , non so ce dove mi condurrebbero i miei pensieri. Ma sicee c o m e la speranza è una delle virtù del cristiano, ee ed è ancora una ferma espettazione della gloria ee futura, così voglio avere per certo, che ad onta 78 ROSA FERRUCCI ee delle mie imperfezioni godremo un giorno nel ee seno d'Iddio una gioia, di cui non vediamo nepee pure l'ombra quaggiù. E allora vedremo quanto ee siano ricompensati gli sforzi anche deboli di chi ee veramente a m a il Signore. Vedremo c o m e qui ee tutto passi insieme con noi; c o m e questa vita si ee dilegui non altrimenti che un sogno, e c o m e riee m a n g a in noi il solo amore, cioè la parte più eee letta dell'anima e quella che Iddio ha voluto per ee sé. Né credo, che l'amore, che unisce quaggiù i ee nostri cuori, sarà tanto assorto nella contemplaee zione della Essenza divina, che noi non ne senee tiremo più la dolcezza. Anzi ne sarà grato F aee marci in Dio, e il benedire insieme a Chi ha poee sto nelle anime nostre quell'affetto che tanto var« rà a farle migliori. O h ! quanto sarei sconoscenee te alla Provvidenza , se non consecrassi a Dio e ee a te tutta la vita mia ! » « 1 0 luglio. ee Speriamo che il Signore ci aiuti a m ee bedue ad emendarci, giacché se ci vengono m e te no le forze non ci mancano i buoni propositi : ee questi poi sono un dono gratuito di Chi vuole il ee nostro bene, di Chi ne ha dato il più vivo esemee pio di umiltà, di Chi saprà perdonare alla deboee lezza della nostra inferma natura, se sollecitaee mente ci studieremo di combatterla con quegli ee sforzi perseveranti, ai quali è promessa la vittoec ria. O h ! se veramente amassimo il Signore, pen- 79 ROSA FERRUCCI « seremmo a Lui solo , santo e perfetto , e non a « noi misere ed inferme creature, e dimenticando ee noi stessi vivremmo in Lui, sì degno del nostro ee amore, e conosceremmo meglio il nostro nulla e e< la sua immensità. Questi pensieri, nei quali mi ce sono forse troppo dilungata, fanno meglio per me ee che per te. Da quanto ti dico puoi vedere, c o m e ee io sia lontana dal vero amore di Dio, e c o m e tu « mi abbia per migliore che io non sono Tu ee hai sempre presenti G ed E Il tuo ee dolore mi c o m m o v e ; io lo divido , e t'invito a ee benedire nella tua afflizione Quello, che ha posto ee fra i vivi e i morti un dolce vincolo nella prece ghiera. » ee 19 luglio. ce ( Giorno in cui si celebra la festa di san Vince cenzo de' Paoli ). ec Sai quello che noi dobbiamo desideee rare? N o n gli onori, non le ricchezze, non simili ce vanità terrene , che nulla aggiungerebbero alla ce nostra pace. Sai a che deve mirare la tua volonec tà invigorita dall'affetto? Tu già lo sai, e più voice te me lo dicesti : — noi dobbiamo a m b e d u e ceree care di conseguire quella perfezione, che potrece mo solo in parte raggiungere sulla terra. Dobce biamo guardare più alle cose immortali ed eteree ne, che alle temporali e caduche, vivendo in tal ce guisa, che un vero amore d'Iddio informi le noce stre menti, le nostre anime, e dia qualità di buo- 80 ROSA FERRUCCI ee ni agli affetti nostri, e volga al dovuto fine le noce stre azioni. — E questo giorno, a noi sì caro e « sì santo, mi rammenta efficaci esempi delle viree tu, nelle quali ci dobbiamo esercitare. Poiché in ee san Vincenzo scorgi una operosa ed universale ee carità, una viva ed ardente pietà, una grandissice ma compassione agli errori, alle colpe, alle svenee ture , ai patimenti fisici e morali degli uomini, ee una invitta pazienza. E quale fra noi non potrà ee in se ritrarre , almeno in parte , F immagine di ee queste virtù? Se non potremo porgere sollievo a ee molti infelici ( e pochissimi sono quelli che coee me il nostro Santo lo possano fare ) , potremo , ee purché lo vogliamo, essere umili, pazienti, aniee mati da quella vera religione che tutto perdona, ee perchè a m a di vero cuore Colui che è pieno di ee misericordia » ee 212 luglio. « Non conosco i luoghi dei quali tu mi parli , ce salvo il Romito e F Antignano. Io fui alla Torre ee a piedi in una bella mattina di agosto , in cui il ee caldo non si faceva molto sentire. D o p o avere ee percorso quei lungo tratto di via sempre più soee litario, e ristretto fra nude colline e il mare, pel ee quale si va dall' Antignano al Romito , salii sul ee terrazzo di quella piccola fortezza, donde vidi le ce isole circostanti, il vasto orizzonte, in cui il d e ce lo sembra riunirsi alle acque, e scorsi alcune teree re della vicina M a r e m m a . Un' altra volta con le 81 ROSA FERRUCCI « Plezza, le Gabrini, le Bosio ed altre nostre coec noscenti ci avviammo al Romito. Il sole era già « posato. Sempre più svanivano gli ultimi raggi del ee crepuscolo : poco dopo dai vicini colli si levò la ee luna. Essa rifletteva i suoi raggi sul mare , ove ee altro non appariva se non la barchetta di un pece scatore ; e il rumore delle onde, che venivano a ee frangersi sugli scogli, interrompeva solo il silenee zio della natura. E noi di quando in quando c'inee contravamo nel letto asciutto di un torrente che ce più non cadeva dai riarsi monti nel mare. Così ee parlando, guardando ed ammirando passammo le ee due torri minori, e venute al confine fra due coee muni tornammo indietro, quasi fossimo giunte ce alle colonne d'Ercole Luisa Vogl mi ha ee scritto una cara lettera. Ella mi paragona a un <e navigatore che s'inoltri in un nuovo m o n d o . Puee re, dice essa, Famore è antico quanto il m o n d o . ce Ma è nuovo, io rispondo, per me : è nuovissimo ee quell'affetto nel quale io vivo, né esso potrà inee vecchiare , siccome quello che procede da Dio, ce il quale essendo eterno mai non si muta per voice ger d'anni. O n d e ho per fermo, che da esso saee remo noi uniti anche nella vita futura, e questo ee pensiero mi solleva dalla terra al Cielo. » ee 24 luglio. ee In questi giorni mi sono occupata nel ee rileggere le due ultime Cantiche di Dante , noce tandovi per commissione della m a m m a le simili- 82 ROSA FERRUCCI ce tudini, le descrizioni degli Angioli, e le transforee mazioni di Beatrice. Sempre più mi piace il Pace radiso. N o n mi sembra che F ingegno u m a n o si ee possa sollevare a maggiore altezza. » ce 28 luglio. « Oggi è un melanconico anniversario ! « Povero Carlo Alberto ! Appunto nell'ora in cui ti « scrivo, rese a Dio l'anima oppressa da tanti doee lori, ma piena sempre di viva fiducia nella giuce stizia divina. Certo gli Angioli avranno con fece sta accolto nel Cielo chi aveva tanto amato il ee Signore e tanto patito. Io penso con compasee sione al re suo figliuolo, rimasto solo a piangere « i suoi cari che ad uno ad uno discesero nel seee polcrO. » ce 4 agosto. ee Voglio un poco provarmi a dirti quello , che ee io penso del nostro stato futuro. Noi dobbiamo, ce siccome tante volte d i c e m m o insieme, guardare ee innanzi a tutto alla volontà di Iddio , adempirla ee in ogni cosa, ed esserle sempre con tutto il cuoce re rassegnati. Anche essendo d'un animo e d'un ce volere dobbiamo compire non solo gli obblighi ce che abbiamo verso Dio e verso noi stessi, ma ance che quelli che abbiamo co'nostri genitori. Che « saremmo ingrati, ed indegni delle benedizioni « del Cielo, se fossimo sconoscenti a quelli, dai « quali abbiamo avuto tanti benefizi, e che ci ama- ROSA FERRUCCI 83 ce rono prima che noi potessimo sapere che fosse ee amore. O n d e dobbiamo ordinare i nostri affetti ce in tal m o d o , che niuno di essi sia soverchiato ce dall'altro, ma tutti formando insieme dolce arinoci nia si sollevino a Quello che ci ha creati, e pel ce Quale dobbiamo vivere. Egli adunque sia il fine ce d'ogni nostra azione, d'ogni nostro pensiero : e ce la fatica non ci sembrerà increscevole , i nostri ce uffici non ci saranno gravi, le nostre opere sace ranno buone , le nostre intenzioni rette , e goee d r e m o anche quaggiù di quella pace interna, « Che intender non la può chi non la sente. » « Ecco il quadro della nostra vita: io l'ho appena ee delineato ; né già ho voluto dare a te un consiee glio dicendoti quale tu sarai, e quale io spero di ce essere, se non ci m a n c a l'aiuto di Dio, che con ce le nostre preghiere sempre dovremo implorare... ec Procurerò d'imitare, per quanto me lo consente ee la mia debolezza, le virtù della santissima Veree gine. Vorrei che domani tu incominciassi a prece garla, poiché si avvicina l'Assunta. Se non puoi ce fare una novena , di' tre Ave Maria ogni giorno ce per m e , per te, per tutti i tuoi ed anche pe' miei. ce Pensa , che abbiamo d' uopo di protezione e di ce consiglio : « Orando grazia convien che s'impetri ; Grazia da Quella che puote aiutarne. 84 ROSA FERRUCCI ce 20 agosto, i e< Q u a n d o il temporale venne sopra a noi, e< quando due fortissimi tuoni si fecero sentire, io ee ( lo dico a te al quale paleso ogni mio pensiero) e< credeva di non arrivare a Pisa. È pur terribile ce il pensiero della morte, quando tutto ne r a m m e n ee ta l'onnipotenza di Dio ! Tremai pensando all'e« ternità ; considerai il mio nulla, e mi rivolsi con « tutta l'anima a Dio. A v e v a m e c o il mio Crocifisee so. Senza che alcuno se ne avvedesse, lo trassi ce fuori della mia borsellina, e nascondendolo nelee la m a n o me lo posi sulle labbra. In quel m o m e n ee to conobbi quanto i pensieri religiosi ci saranno ce di conforto negli ultimi istanti della vita, poiché ce a poco a poco ripresi animo. » ee 26 agosto. « Ieri a sera lessi i pensieri del Balbo « sulla donna, e su quella che da lui è chiamata la ce terza educazione. Se io ripenso alle sue parole , ce ho cagione di tremare , pensando alla influenza ce che ho necessariamente sopra di te, ed alla colee pa nella quale incorrerei, se t'ispirassi pensieri « ed affetti contrari alla virtù. Ma io confido in Dio, ce il quale, spero non mi abbandonerà; nella buo1 In quel giorno Rosa venne con me e con suo padre a Livorno. Tornando per la via ferrata fummo sorpresi da un temporale spaventosissimo. Ad esso allude nella sua lettera. 85 ROSA FERRUCCI « na educazione, che ho ricevuta, e nei tuo sen<e no, che in luogo di lasciarsi condurre da me , « mi saprebbe guidare mutando in meglio que' senec timenti, in cui errassi » e< 28 agosto. ee Per tornare al Paradiso perduto, sai che ee mi hai fatto ridere comparandoti a Dite ? Se tu <e fossi per tua sventura , il regnator del tenebroso <e aver no, io, che voglio andare in paradiso, non ti ce avrei sposato. Invece di condurmi a Livorno o ce a Cuccigliana mi avresti chiusa nella terra sconce solata , nella città di Dite , le m u r a della quale <e sono vermiglie, come se di fuoco uscite fossero. Bel ce matrimonio sarebbe stato il mio ! chi mai mi ace vrebbe dato il mi rallegro? Per fortuna, se io non ee ho ( c o m e diceva il povero Rosini ) gli occhi di ce Proserpina , prima che fosse rapita ,* tu non hai ec né il tridente, né l'atroce sguardo di Plutone, e <e la m a m m a non farà que1 lamenti patetici che il ee gran Schiller pone in bocca alla desolata Cereee re. Tuttavia essa pensa con dispiacere alla noce stra separazione. Poveretta! Mi ha sempre tanto « amata ! Iddio solo mi ha amata più di lei ! Io mi ce consolo pensando, che il mio ed il tuo affetto, e ce le visite ch'ella ne farà e che riceverà da noi, le ce saranno di un grande conforto. Certo io patirò ce molto nel lasciarla, ma più di me patirà la m a m ce m a , la quale rimarrà sola, sola. Questo io le di« ce va ieri a sera, ed ella rispose : — S a r à con me 86 ROSA FERRUCCI « Iddio. — Ti m a n d o la sua Canzone alla Madonne na. Io F ho imparata a memoria. . . . » ee 15 settembre. ee Quanto ero lieta ieri, tanto oggi sono melanee conica. La tua lontananza , il pensare alla mia « inevitabile separazione dalla m a m m a e dal bab« bo, tutti questi sensi dell'animo mio, che io stesee sa non so definire, mi hanno fatto piangere. Po« vere donne ! siamo più deboli delle foglie , che ce ogni soffio impetuoso di vento scuote o disperde; ce e finita la fanciullezza il nostro povero cuore, che « non sa se non amare e patire, è diviso fra mille « pensieri lieti e mesti. Perdonatemi, mio Dio! Io « non mi dovrei affliggere , ma Vi dovrei ringraee ziare ! ce Io ti apro il mio animo, Gaetano mio, perchè ce tu devi èssere il conforto della mia vita, devi dice videre ogni mio pensiero , dileguare ogni mio ce vano timore , consigliarmi e guidarmi sempre. « N o n ti nascondo che il mio stato futuro ha fatto ce più vivi i miei affetti ; sicché ponendovi mente « io sono presa ora da grande contentezza, ora da « mestizia non mai provata. Che vuoi? N o n so coce me farò a staccarmi dalle braccia di chi mi ha ce allevata, di chi mi a m a tanto. Ma per oggi smetcc to. N o n posso più parlare della m a m m a , perchè ce mi si empiono gli occhi di lagrime. Che cosa soee no mai? Voglio frenare la mia sensibilità e poi ce il cuore sopraffa la ragione. UOSA FERRUCCI 87 <e Si avvicina il caro ottobre. Se io non potrò goce dere della villeggiatura, penserò con piacere al ee diletto che questa recherà a te. Rivedrai i tuoi « monti, e que' boschi di pini che fino dalla fanee ciullezza rimiravi con tanto piacere, e in mezzo ce ai fiori, alle erbe, agli alberi penserai a Chi ci ce ha creati capaci di amare il buono ed il bello , ce a Chi in questo anno ti ha dischiuso una nuova ce via, la quale, spero, non sarà mai sparsa di trice boli, né di spine. Oh quanto cresce in noi F a m o ee re di Dio , quando contempliamo le meraviglie ce della natura ! Quanto siamo tenuti a mostrare ce sempre con le opere e coi pensieri vivissimagracc titudine verso Colui, in cui deve essere soltanto ce la nostra vita! Egli eh'è tanto buono non dà soce lo la rugiada e le piogge ai campi inariditi, le ce foglie agli alberi, i fiori al prato, ma ne concede % benigno conforto in ogni pena , poiché in lui si c< riposa Fanima nostra. Ti ho parlato del Signore, « perchè sento, che mi giova il pensare a Lui » ce 4 9 settembre. ce . . . Sai quello che vuole da noi il Signore ? ee Vuole che siamo mansueti con noi stessi, e che ce non ci conturbiamo troppo quando ai nostri bucce ni propositi si oppone la nostra naturale fragilice tà. O n d e nei momenti, in cui ne contrista la m e ee moria di qualche nostro fallo leggero, Gesù Criec sto ci dice, siccome disse ai discepoli in E m a u s : & In quali discorsi vi trattenete ? Che vi conturba ? 88 ROSA FERRUCCI ce Egli, che viene chiamato il Principe della pace? ce vuole che anche con noi stessi siamo pacifici, ce compassionando in noi alla debolezza della noce stra natura. Sicché se alcuna volta saremo presi « dalla mestizia, quando per cosa di poco m o m e n ec to non siamo contenti di noi, faremo di cuore a ce Dio la breve orazione , che qui trascrivo : Mio ee dolce Gesù, ecco i frutti del mio giardino : io Vi « amo con tutto il cuore , e mi pento dell] offese , che a Vi ho fatto ; mi propongo con l'aiuto della vostra ee grazia di non offendervi mai più .... 1 » « 27 settembre. ee Ieri a sera me ne stavo quieta quieta a lavoee rare, ed ecco la cara scampanellata del postiere. ce Oh quanto bene mi ha fatto la tua lettera ! La a lessi, la rilessi, e pel rimanente della sera ebbi ce una voglia di ridere che non aveva avuta mai in. ce tutto il giorno. E c o m e F avrei potuta aver ieri ee quando fino dalla mattina tutto mi aveva invitaee ta alla mestizia? Verso le nove vidi venire l'Ance giolina 2 con una pezzuolata di fiori. A p p e n a mi ee vede mi dice con le lagrime agli occhi, e con un ce viso sparuto da far pietà ai sassi : — Ecco i fio« ri, che ho cólto per la mia sorellina eh' è morta ce stanotte ! Si ha un bel dire , che la poverina ha ce finito con la vita gli stenti : la sorella, che aveva 1 Sono parole di santa Caterina da Genova. L'orfanella da lei instruita nei lavori e nel catechismo. 2 ROSA FERRUCCI 89 « per essa cure materne, la piange, ed io non posce so fare a m e n o di compatirla. Poi cominciai ad c( aspettare con desiderio Fora della posta, speran« do, che la nonna avesse dallo zio la tanto bramate ta lettera. Questa si aspetta ancora. Indi la manate ma fu presa dalla emicrania, che per alcune ore « la molestò assai ; e sì per questa cagione , e sì ee pel silenzio de' suoi figliuoli la nonna di quando ce in quando piangeva, ed era in tanta pena che mi « faceva pietà il guardarla. Finalmente dopo il « pranzo, m a m m a essendosi riavuta, mi pregò di ee scrivere a quella povera sposa Modanese, la m a te dre della quale è inferma da gran tempo e forse ee moribonda. Figurati con qual cuore io lo feci. « N o n osai n e m m e n o parlare delle mie nozze face ture a chi è tanto infelice. » ce 7 ottobre. ce Sì, è santo l'affetto checi unisce, per<e che viene da Dio, a Lui ritorna ed a Lui solleee va il nostro cuore: è santo, perchè ci è stimolo ce di virtù, perchè sarà benedetto all' altare, perle che col vivere insieme cristianamente saremo « sicuri di conseguire quel fine beato, il solo pente siero del quale fa lieve ogni fatica, soave ogni « dolore. Oh è pur bello per noi F avvenire ! La ee nostra vita rallegrata dalla concordia reciproca ee e dalla mutua fiducia sarà fatta più dolce dall'a« dempimento d'ogni nostro ufficio, e sarà, speee ro, per noi la via per cui giungeremo al Cielo, ce pei quale f u m m o creati. » 90 ROSA FERRUCCI * « ( La vigilia di Ognissanti ). ce Oh se un giorno fosse nostra la festa di domate ni, penso io fra m e ! N o n credere, che con ciò « io presuma, che noi possiamo mai divenire site mili ai santi venerati su gli altari. Credo però, te che non solo questi, ma tutte le anime giuste , ce che vedono Iddio, siano dalla Chiesa invocate, ce e quindi ho formato questo ardente voto.... » * ee 2 novembre. ce Se ti prende la mestizia, pensa a Dio, ce il quale volle alternare nella terra le gioie e i ce dolori, affinchè noi dovessimo desiderare la vice ta ove più non si piange. In essa noi saremo u« niti, almeno lo spero, nelF amare e nel vedere ec quel Signore, che qui adoriamo » ce 5 dicembre. et È pur dolce il dire: Iddio mi a m a asce sai più di quello che io medesima sappia a m a te re! Egli penserà a me con affetto, che vince fi« no F amor materno. Di che temerò dunque? E « chi può essere cristiano e non pensare: se io docc vrò patire, soffrirò volentieri per quel Dio, che ce tanto ha fatto per me ! Ti parlo qui di queste coee se, perchè esse mi sono di s o m m o conforto, e se ee le avrai a mente, si dileguerà il malumore, c o m e « .... la neve al sol si disigilla. » ROSA FERRUCCI 91 * « 9 dicembre. ce N o n ho letto la prolusione della quale tu mi ee parli: ma la m a m m a mi ha letto i bei versi di ce Manzoni, che la precedono. Essi mi rammentace no tante cose! Mi hanno vivamente commossa. ce E poi ritornando col pensiero al passato mi pace reva nelF udirli di sentire la voce soave della ee mia Matilde che recitandoli ammirava F ingegno ce del padre suo. Eravamo a Viareggio, ed in una ce bella serata, in cui la quiete del cielo stellato ce s'infondeva nelle anime nostre, ed ella mi disee se: Oh se tu sapessi il primo verso di quella poece sia di mio padre io te la direi tutta ! Ed io pròce vando, e riprovando, cercando ed indagando ce nella mia memoria, dissi alla line — Soffermati ce — e quella parola bastò, perchè la Matilde mi ce recitasse tutta quella lunga poesia. Ed ora essa ee non è più fra noi ed io non la posso rivedere. ee L'aveva lasciata dicendole—a rivederci fra poce chi giorni ed invece doveva dirle—a rivederci ce in Paradiso. » * * « 18 dicembre. ce . . . Stasera sono ancora mesta pensando a ce tutto quello che m a m m a ha patito. Ella dice, che ce queste sue emicranie le logorano la vita. I m m a ee gina con qual cuore io senta questo discorso. ee Ma non mi voglio troppo contristare per vane ee apprensioni, perchè ho fede nel Signore, il qua- 92 ROSA FERRUCCI ce le vorrà prolungare una esistenza tanto a me ca« ra quale è quella di m a m m a . E poi io non posso ce pensare ad una sventura, che mi priverebbe per « sempre d'ogni conforto. Ma dove vado mai colce la fantasia? Si tratta poi di un male di capo , il ce quale a parere dei medici preserva da maggiori ce infermità. Prega intanto per la mia cara madre, ee che io a m o infinitamente più di me stessa: anzi ce io F a m o tanto, che Dio solo può essere, ed è , ce più di lei amato da m e . Tu stesso, te l'ho già ee detto, non mi puoi essere più caro di lei. Ma ce non credere perciò, che ti ami poco. Io cornee spondo pienamente all' affetto grandissimo, che ee hai per m e , e a te voglio consacrare la mia vice ta, e per farti felice farò sempre quanto io posee so. Ma la m a m m a mi ha allevata. Essa mi a m a « tanto ! Ora più che mai ha per me infinite pre« mure. È vero, che io sono stata colmata dai suoi a benefizi in tutta la mia vita: ma ora ogni dimo« strazione di affetto in lei mi è più cara, e desta « nell'animo mio quel dolore, che essendo ora cote me sopito, io sentirò appieno quando si abbreee vieranno i giorni, che devo passare co'miei gece nitori. » * ee 22 dicembre. ce Tu mi parli di questo anno, nel quale dopo ee un immenso dolore hai avuto grande consolaziote ne . . . . Siccome pur troppo ogni giorno che « passa ti riavvicina a quello in cui accadde la tua 93 ROSA FERRUCCI « sventura, così io ti prego per quanto so e posso « a rassegnarti al volere di Dio. Pensa, chej riveet d r e m o in Cielo chi ne fu tolto in terra, è che i ee mali e gli affanni di questa vita sono i mezzi, ce pe' quali conseguiremo quella beatitudine, che ce non ha fine. Ti dico questo , non per farti una ee predica ( che a me non istà il fartela ), non per ce esortarti alla pazienza, perchè già ti sei eserciec tato in questa virtù, ma per dirti una parola di ce conforto, sapendo quanto hai patito e quanto sofee fri ancora nel tuo segreto. Benché tu sia occuee patissimo negli affari, pure io temo assai, che <e segnatamente nel mese prossimo si rinnovino ce per te quelle ore dolorose, delle quali mi parli te nella tua,lettera. Allora offri a Dio le tue pene, <e e pensa, eh7 esse ti fanno più degno dell' a m o r ce suo, e prega per quelF anima, che ti è tanto caee ra. S'io fossi già unita per sempre a te, farei di « tutto per esserti di sollievo. Intanto cerchiamo ce a m b e d u e , che in ogni anno scemino le nostre <e imperfezioni e si riaccenda in noi F a m o r e di Dio. ce Così arriveremo, se non senza timore, almeno « senza rimorsi a quel punto, che porrà fine alla ce nostra vita: e Dio faccia, che c o m e un giorno ne ee avrà uniti in un santo vincolo qui nella terra, ce così un medesimo giorno ne riunisca a Lui in ee Cielo . . . » et 24 dicembre. « ... Il Signore ti colmi delle sue benedizioni 94 ROSA FERRUCCI « e sempre ti faccia felice, e ogni desiderio della ce tua Rosa sarà pago. In questi giorni, nei quali c< F animo si solleva con maggiore affetto al Signore re, prega per m e , e chiedigli quelle grazie, che ee più mi sono necessarie a tener sempre in queee sta vita la buona via . . . » « 1° gennaio 1857. * « Preghiamo il Signore, preghiamolo ce di cuore a benedire la nostra unione, le anice me nostre, le nostre azioni, i nostri pensieri, la ee nostra vita. Ah ci conservi Egli per lunghissice mi anni i nostri cari, ci tenga lontana ogni svenee tura, e sopra tutto non ci tolga mai la sua graee zia ! Ecco i voti che formiamo insieme, benché ee lontani. Iddio, che vede la sincerità del nostro ec affetto, li accolga e li esaudisca. ce II cielo sereno rallegra tutta la natura, e ralce legra anche le anime nostre, le quali nella luce ce del sole vedono quasi un riflesso di quella di ce Dio. Io non sono superstiziosa, e se Fanno fosce se incominciato in mezzo ai lampi, ai tuoni e ee alla pioggia, non ne avrei preso certo cattivo ee augurio per F avvenire. Ma ora contemplando ce la quiete e la purità del cielo e dell' orizzonte « chiedo a Dio, che la nostra vita sia simile a quece sta bella giornata, e che nulla venga mai a tur1 II 25 di questo mese di gennaio Rosa cominciò a stare pò co bene; e il 5 del susseguente febbraio morì! ROSA FERRUCCI 95 ce bare negli animi nostri la pace, che da Lui vieee ne, siccome dal suo eterno principio. » * ce 7 gennaio. ce Tu temi, che lontana da te io sia mesta. Poveee retto ! C o m e t'illudi ! N o n sai, che ieri a sera me ee ne andai sola soletta in società? E non fo celia : ce v' erano le dame e i cavalier, per fortuna mancaee vano l'arme e gli amori. Era proprio nel gran « mondo.... in miniatura. Fuori di scherzo: l'Enee richelta fece la befana ai suoi bambini, e m'inee vitò a vederla. Venne anche la signoria Masina ee co' suoi bimbi, e con le cognate. Si mangiò la « polenta, e si fecero i giuochi sino alle nove. Né ec io, né FEnrichetta eravamo molto allegre. Io ee pensava a Pippo, il quale se fosse stato m e c o si ee sarebbe molto divertito: FEnrichetta era afee flitta per la malattia di una sua parente. Già in « questo m o n d o non si può star lieti. » * ce 8 gennaio. ce Se tu hai tempo di leggere libri francesi, do« vresti leggere Leducation des Pilles di Fénelon. « Questa lettura ti sarà grata. Io ne rilessi alcuni ce capitoli martedì scorso, e ne rimasi mera vigliate ta sì per F efficacia e per la soavità dello stile , ce sì per la bellezza dei concetti. Anche mi pare, « che pochi libri più di quello siano atti a destare ce affetti e pensieri religiosi. Poi volli leggere le « Lettere del Fléchier; esse mi parvero belle, ma 96 ROSA FERRUCCI ex non vi trovai il brio di quelle della Sévigné, e ee in molti luoghi hanno le antitesi tanto biasimate ce dai critici nelle Orazioni funebri del medesimo te autore. » ce 16 gennaio. ce ..... Le parole di Middleton, che tu mi hai ee copiate, sono belle per quella poesia, ch'è prote pria del cnore. Era egli, c o m e saprai, un eruee dito, che studiando per tutta la vita i monumenti a letterarii di R o m a antica era divenuto non so se « Quirite o se uno di que' Padri conscritti, del « consesso dei quali egli scrisse la storia. Innamoa rato di Cicerone ne compose la Vita in quattro ce volumi: onde sapeva quante ville egli avesse a« vuto, quali fossero i suoi amici, quale la sua vi<t ta privata, quale il suo aspetto. Pure questo dot« tissimo inglese si toglieva ai libri per correre ce a quella casa, presso la quale respirava un'aura ce di benedizione: e lì facendo tacere la mente seee guiva i moti del cuore. Simile in ciò a colui, il « quale fuggendo lo strepito della città cerca fra i ce monti o nel silenzio della campagna o sul solite tario lido del mare la pace, che dalla tranquilla ce natura nelF anima nostra si diffonde. » « 20 gennaio. « Ieri dopo la tua partenza ebbi una lettera del« la mia Luisa. In verità poche donne hanno un « ingegno così eletto c o m e il suo. Se tu sentissi ROSA FERRUCCI 97 « con quale efficacia di stile , con quanta soavità « d'immagini, con quale spontanea poesia mi dece scrive le sublimi bellezze della sua B o e m i a , in <t cui i monti nevosi e le agghiacciate c a m p a g n e ce hanno unaspetto maestoso e melanconico in m e z ee zo al silenzio della notte e all' incerto chiarore ec della luna, certo ne saresti meravigliato. ce Vuoi sapere quello, che ho fatto in questi gior« ni? Ho seguitato ad imbrattare un po' di carta ce con i miei soliti farfalloni. l Ho terminato il sece sto libro dell' Eneide, del quale non ammirerò « mai abbastanza le varie bellezze , ed ho seguice tato la lettura del Klopstock, poeta veramente ce cristiano pel mistico affetto, col quale sa solle« varsi dalla terra al Cielo. Siccome poi voglio et sempre leggere alcun libro di buona prosa itace liana, avendo quasi finito la Cronaca di Dino ce C o m p a g n i , ho preso un volumetto dei Fioretti ce di san Francesco che io poco conosceva , e che ce sono tutta grazia, ingenua ed amabile semplici« tà. La sera poi suono, lavoro e leggo il b u o n M u ce r a tori. » i Così per modestia chiamava le cose da lei composte. Faceva un nuovo libretto per il mio giorno onomastico. Questa e la lettera seguente sono le ultime da lei scritte. Le ho pubblicate, perchè mostrano quali fossero le sue letture ed anche quanto ella fosse in buona salute , poiché studiava con tanto amore. 98 ROSA FERRUCCI ce 22 gennaio. « . . . . Ora vorrei leggere, senza però tralace sciare F Eneide, alcune opere filosofiche di Ci« cerone e gli Uffìcii, che in parte già conosco. O g « gi ho letto il Sogno di Scipione, e ne sono rima« sta tanto meravigliata, tanto innamorata per la « bellezza dello stile e per la sublimità dei conce cetti, che ho detto fra m e : — Lo voglio rileggete re con Gaetano. — ee * Davvero bisogna esser pronti a m o ee rire quando e c o m e Dio vorrà, ed amare infini« lamente più Lui delle cose di questo m o n d o , le ce quali passano insieme con la fugace nostra vita. ce L'anima nostra immortale non è fatta per questa ce terra, in cui tutto è breve e mutabile , e però ce per natura brama il Cielo. Quanto a m e , viva o ce morta, in questo m o n d o o nelF altro, sarò sem« pre la tua Rosa con quelF affetto che Dio conov sce e benedice. » Queste lettere sono F immagine vera della m e n te e del cuore della mia figlia. Mentre io le leggo smisurato dolore, desiderio quasi infinito di lei, mesta soavità di care memorie, un senso di tenerezza più che materna, mi sforzano a piangere a calde lagrime. Ma più di questi diversi affetti è in me viva la gratitudine verso Dio, il quale volle , 1 Allude ad una morte improvvisa avvenuta in que' giorni. Non sembra che già presentisse la sua? ROSA FERRUCCI 99 che un Angiolo visitasse la nostra casa, e a me diede consiglio e lume per educare secondo i disegni suoi la mia Rosa. O madri, che certamente porgete compassionevole orecchio alle mie parole, deh custodite, sicc o m e celeste dono, la innocenza e la verecondia nel cuore delle figliuole vostre ! D e h ! alimentate in esse la fede con l'umile sommissione da voi m o strata alla cattolica Chiesa, con opere da cristiane, con la preghiera. Assuefatele sino dai primi loro anni a temere Iddio , siccome giudice scrutatore delle coscienze, a venerarlo, siccome provvido e onnipotente, ad amarlo, siccome padre. Credetelo a m e , che di questo vi parlo per esperienza. Salda, efficace è soltanto la educazione che ha fondamento sulle dottrine dell' Evangelo. Solo da esse viene la pace del cuore, la purità de' costumi , la virtù vera: per esse si nobilita F intelletto ; per esse la nostra mente non entra su falsa via, cercando la verità o correndo per naturai desiderio al bello. Avrebbe avuto la mia figliuola tanta santità di pensieri, tanta candidezza di cuore , se quelle non fossero divenute spirito e forma della sua vita morale? Ed io potrei tollerare l'angoscia della sua morte, se non avessi la consolante certezza di aver seguito nelFeducarla le inspirazioni del Cielo ? Di ciò, qui lo ripeto, no, non mi arrogo merito alcuno : a Dio che mi guidò e mi sostenne se ne compete la lode : strumento de'suoi disegni, non altro io feci che porne in atto il volere. Breve , fugge- 100 ROSA FERRUCCI vole è il tempo da Lui assegnato alla nostra dimora su questa terra. Egli solo immutabile : grande Egli solo : Egli eterno. Esso non ci abbandona allorché gli amici della fortuna lasciano solitarie le nostre case : Esso nella sventura ci apre le braccia, e c'insegna a piangere dolcemente a pie della croce. Volete voi provvedere al durevole e vero bene delle dilette vostre figliuole ? Educatele al Cielo e alla religione di Gesù Cristo. Così le farete fanciulle obbedienti e caste , mogli sommesse ed ottime madri, solerti cooperatrici della grandezza e della civiltà della patria. E dove siate voi riserbate a chiudere insieme con esse dentro a un sepolcro la parte più cara e viva dei vostri affetti, avrete le immortali speranze a vostro conforto, avrete le promesse infallibili della fede per uscir vittoriose dalla battaglia, in cui combattono insieme la volontà e la natura, la rassegnata pazienza e il materno affetto. Simili alle sue lettere erano i discorsi tenuti dalla mia buona figliuola con il suo sposo. Leggeva con esso classici inglesi , francesi, latini ; gli parlava d'Iddio, dei poveri, delle soavi dolcezze dì operosa e cristiana vita. N o n gli espresse mai un desiderio, che non tendesse a nobile e ad alto fine. Quando nel Kempis o in altro libro divoto incontrava alcun passo, che a lei sembrasse adattato a consolare , o a fortificare F anima sua , tosto glielo indicava, esortandolo a far preghiere, perchè piacesse al Signore di benedire la loro unione. ROSA FERRUCCI 10! Io sola sapeva ciò che un affetto nuovo per lei avesse operato nelF anima sua innocente ; perchè a me sola palesò senza velo ogni suo pensiero. Qual donna provò mai contentezza pari alla mia, quando io mi avvidi della santità del suo amore verso lo sposo ? Allora l'avrei venerata, l'avrei adorata, se non sapessi, dover noi, venerare e adorare solo Colui, eh' è autore e principio in noi d'ogni bene. Dall' ora nella quale fui madre vissi tutta e soltanto pe' miei figliuoli. Per essi, non per m e , mi fu caro che dagli studi mi venisse il conforto di alcuna lode : per essi mi fu gradita ogni pena , e non mi parve increscevole la fatica. Ma da che mia figlia era sposa Famava con tenerezza più viva del consueto. — Guardala , mi diceva un mesto pensiero, tra poco sarà lontana da te ; godi ora a lungo della sua dolce conversazione, tra qualche m e se ella vivrà in altra casa e in altra città. — Ed io la guardava con un amore , che spesso mi faceva venire su gli occhi il pianto, e quando con lei parlavo era malinconica e lieta nel tempo stesso. A n che ella mi amava assai più di prima. Se mi avveniva parlare con lei di cosa, che per alcuna ragione la contristasse : — Taci, subito mi diceva, taci te ne scongiuro , deh ! non mi affliggere. F a m m i essere sempre lieta nel poco tempo che mi rimane a stare con te. Oh come è soave la intimità delle anime nostre ! Tu per me fosti compagna, maestra, amica e quasi sorella. A m a m i sempre nel m o d o 102 ROSA FERRUCCI stesso, a m a m i quanto puoi, cara m a m m a . Lo sai, non d'altro che di amore ha bisogno l'anima mia, e il tuo, per la nostra vicina separazione, ora mi è divenuto sì dolce che mai non ne sono sazia.— Allora mi gettava le braccia al collo , e voleva le promettessi, che le avrei scritto quasi ogni giorno e sarei andata a vederla ogni settimana. Erano questi gli ultimi nostri colloqui : erano l'estreme dolcezze di santi affetti, che dalla morte interrotti qui nella terra, sono nelle anime nostre per virtù misteriosa continuati, e dureranno poi eterni ( Iddio mei conceda ! ) nel paradiso. Il 25 gennaio di quest'anno, 1857, Rosa si destò con fortissima infreddatura di testa. Ne' due giorni seguenti la tenni in letto, benché non avesse febbre. La mattina del mercoledì doveva levarsi per volere del medico, quando le vidi nel collo alcune bollicine rossastre. Un tremendo sospetto mi agghiacciò il sangue. È forse la miliare, pensai, è forse la morte ! Si avverarono i miei timori. Era miliare ; e quantunque paresse mite , pure il professore Fedeli tosto temè possibile una sventura. C e r c a m m o di fare inganno all' inferma dando alla sua malattia un altro nome. Ella mostrò di prestarci fede, ma poco dopo mi disse con voce tenera e mesta : — Prendi il mio piccolo scrigno , e tienlo sempre per mio ricordo. — Mi si strinse il cuore a queste parole, presentimento in lei di vicina morte. Fino alla sera del giovedì 29 la miliare sembrò ROSA FERRUCCI 103 benigna. A un tratto la mia figliuola fu presa da tale battito al cuore, che quasi non ave va-più forza da respirare. Oh inesprimibili angosce di quella notte ! La vedeva pallida, ansante, senza vigore ! la udiva raccomandarsi a Dio e offrire ad esso i suoi patimenti! — T e m o , m a m m a mia, di morire, mi disse ; sto tanto male ! — E presa una reliquia di santa Caterina de' Ricci se la pose sul cuore , ripetendo più volte con grande affetto F inno latino in suo onore. D u e valentissimi professori, il Fedeli ed il Bartolini, posero m a n o a vari rimedii. Fecero essi in quella notte e poi sempre quanto la scienza, l'amicizia, la compassione inspirarono alla loro mente ed al loro cuore. Ebbero ambedue affetto di padre per la mia Rosa : tutto fu indarno. Verso le otto antimeridiane del venerdì mi fu detto : — Subito i Sacramenti : se noi indugiamo forse non ne avremo più il tempo ! — Immagini chi è madre come io restassi. Pure mi feci forza , e dissimulando il mio angoscioso dolore dissi a mia figlia : —I mezzi umani sono efficaci, ma più i divini. Se tu ricevessi la Santissima Eucaristia, io spero che il tuo Gesù ti farebbe tosto guarire. — Ed ella : — Questo farò volentieri : oggi però non posso, che ho preso il ghiaccio. — E perchè il medico a ciò soggiunse , essere agF infermi permesso non osservare il comandato digiuno, ella: — A h ! dunque, riprese, dunque è il Viatico ! Ed io sono in pericolo di morte ! — P u re non si turbò , e a me rivolta: — Inginocchiati, 104 ROSA FERRUCCI disse, recita il Confiteor per me : voglio dispormi alla confessione. — Stette alcun poco raccolta , quindi a me e alla sua nonna chiese perdono , e ricevè i sacramenti con tale affetto di umiltà riverente e di devozione, che alle sue fervorose parole, all'aria del volto parve una Santa. Erano quelle di adorazione e di sacrifizio, in questa si scorgeva fede ed amore. Quindi suo padre esclamò poscia più volte : — Ho sempre amato e stimato la mia cara Rosa , ma non sapeva che avessi cagione eli venerarla. Ella ha mutato il suo letticciuolo in cattedra di sapienza cristiana : ella mi è sembrata una nuova santa Teresa quando l'udii parlare al suo Dio.— L'inferma migliorò un poco, e mi disse : — G r a n giorno è questo: se vivo, l l'avrò sempre nella m e 1 Rosa mostrava speranza di guarire, per la pietà che aveva di noi. Essa però era già certa, che sarebbe morta.Ne sia prova il fatto seguente. In quel giorno stesso disse al suo sposo: — Nel mio libro inglese di preghiera vi è un'orazione di ringraziamento dopo il Santo Viatico. Quando mi sarò un poco riposata ti prego di leggermela. Ecco la preghiera: essa è di persona, che già ha fatto al Signore il sacrifìcio della sua vita. « Gloria, e grazie sieno e te rese, o mio Dio, il quale nella « tua bontà ti sei degnato di visitare, e di sollevare la povera « anima mia. Ora permetti, che, secondo le tue parole, la tua « serva muoia in pace. « Ora, che a me sei venuto, io non voglio lasciarti partire: « volentieri dico addio al momio, e lieta vengo teco, mio Dio. « Niuna cosa, o mio carissimo Gesù, potrà oramai separar« mi da te. Ora io sono a te unita; e in te voglio vivere, in te ROSA FERRUCCI 105 moria. Q u a n t o è sublime il Viatico ! Q u a n t o la religione di G e s ù Cristo è amabile e consolante ! Credilo a m e , cara m a m m a : se alcuno temesse la m o r te , più n o n la t e m e d o p o di aver ricevuta F E u c a ristia. — A sé chiamato lo sposo gli volse queste parole : — O v e piaccia al Signore, che siamo uniti, Egli mi farà guarire, ma d o v e abbia disposto di noi altrimenti, d o b b i a m o rassegnarci e adorare la sua volontà. — Poi mostrò vivissimo desiderio di rivedere il fratello ; p r e g o m m i lo invitassi a venire, ma gli tacessi, ch'ella era stata s a c r a m e n t a t a . — P e r c h è affliggerlo ? mi diceva ; povero Antonio ! « morire; in te spero di avere la mia eterna dimora. La vita « mi sembra adesso incresciosa — cupio dissolvi, et esse cum « Christo.—Perchè Egli è la mia vita, onde per me è un gua« dagno il morire. « Sebbene io m'inoltri nelle ombre della morte pure di nul« la io temo, poiché tu sei ora meco, Dio mio. Come il cervo « che desidera la fontana per dissetarsi, così te desidera l'ani« ma mia e a te sen corre, sorgente dell'acqua viva. Oh quan« do verrò a te ? Quando vedrò la tua faccia ? « Dammi la tua benedizione, o Gesù, e concedimi Feterna « pace: quella pace, che Tu solo puoi dare, e che ora non può « togliermi il mio nemico. Oh fossi già unita a Te ! Oh fossi « già immersa nella tua luce 1 Oh avessi già trovato in Te il « mio riposo ! « Nulla più mi appartiene al mondo : e che debbo io ora nel « Cielo desiderare, se non Te, mio Dio ? « Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Rice imi , o « dolce Gesù. Deh! mettimi a parte della tua felicità intermi« nabile. Amen. » (Dalla Chiave del Cielo. ) 106 ROSA FERRUCCI Ne avrebbe troppo dolore. Mi ha sempre amata tanto ! E affinchè non si avveda, che il mio piccolo cassettone venne mutato in altare, farai riporre sopra di esso quanto vi era prima ; ed abbi poi quello in conto di cosa sacra, pensando, che il sacerdote vi depose il santo Viatico. — In quel giorno mi tenne sempre per m a n o ; e ad ogni poco mi parlava di ciò che aveva provato nelF accogliere il suo Gesù dentro al cuore. Quindi tornava a desiderare il fratello. A un tratto:—Venga egli, disse, ma non entri nella mia stanza : potrebbe prendere la mia malattia ; mi sarà dolce il sapere, che è a me vicino, e a lui sarà di conforto Pavere le nuove mie ad ogni istante. —T'inganni, a questo io risposi, ti farebbe pena di non vederlo, se fosse qui. — N o , no, soggiunse, non debbo essere egoista. N o n debbo preferire la mia propria consolazione alla salute di Antonio. — Questi giunse a Pisa il venerdì stesso insieme a mia nuora : ma i medici temendo, che il commovimento dell'animo aggravasse la malattia di mia figlia , non gli permisero di vederla , ed ella non seppe che era venuto. Per quattro giorni non si perde ogni speranza. A me sembrava impossibile, che il Signore non avesse di noi compassione , e che non mi conservasse la mia figliuola. In tanta corruttela degli animi e dei costumi, tra me diceva, Egli lascerà certo in vita questa fanciulla eh'è così buona : la lascerà per esempio agli altri, perchè sia specchio ROSA FERRUCCI 107 delle cristiane virtù. Cieca e superba ragione u m a na, che ardisce prescrivere norme a Dio, o penetrar nel secreto de' suoi consigli ! Chi è provvido, chi sapiente, come il Signore? Mi prostro dinanzi ad esso e lo benedico. Nel breve tempo della sua malattia diede la mia figliuola continue prove della sua rara bontà. Un giorno si risovvenne, che doveva mandare certi soccorsi ad alcuni suoi poverelli ; e non ebbe pace finche a quelli non li mandai. Si dolse, che non le fosse permesso mutar di Ietto ; poi tosto: — A torto, disse, io mi lagno ; i poveri stanno sempre peggio di m e . — Temeva di mancar di rassegnazione, benché non mai dicesse parola che non m o strasse vera pazienza. Rivolta al Signore diceva : — Se voi volete, che io vi serva nel patimento, nel patimento vi servirò volentieri. — A me nascondeva lo stato suo : cercava di persuadermi, che giovine e di gagliarda natura ella sarebbe guarita. Ma se per poco mi allontanava da lei, alle buone Suore di santa Chiara , che io avea chiamate in mio aiuto : — N o n m'illudo, diceva, muoio, muoio per certo. Sto troppo male : non mi dorrebbe il morire, se non pensassi che i miei poveri genitori e gli altri miei cari senza me rimarranno in grande afflizione. — Poi soggiungeva: — Fatemi guarire, o Signore, se potrò con la vostra grazia essere una vera sposa cristiana ; ma si faccia sempre la vostra volontà , e non la mia. — Vedendo , che io vegliava tutte le 108 ROSA FERRUCCI notti, e che nel volto portava i segni del mio dolore e della fatica : — Eroismo di madre ! — sclamò più volte, e accompagnava di affettuose carezze le sue parole. Con vivissima gratitudine parlava dello sposo e del babbo. — Quante cure hanno per m e , diceva ! Si privano del sonno ! N o n pensano a sé stessi, ma solo a me ! Povero babbo ! Ha chiamato tre medici : vuole, che uno di essi non mai si allontani dalla mia stanza ! Oh quanto è buono, quanto mi a m a ! E che dici, m a m m a , del mio Gaetano ! Veramente, se guarisco, sarò felice con lui, poiché sempre più mi avvedo avere egli per me un affetto, ch'è quasi simile al tuo. Che posso fare per tutti voi? N o n altro, che amarvi ed esservi obbediente e sommessa. Sempre offeriva a Dio le sue pene, e quando non poteva da se pregare, chiedeva, che si facesse orazione intorno al suo letto. L'udii una volta recitare tra se a bassa voce le preci dei moribondi. E come io teneva per certo , che stesse meglio , tem e n d o non la mestizia dell' animo indebolisse le già deboli forze della natura: —A che questi pensieri? le dissi, guarirai presto; non ti contristare, figliuola mia. — Ed ella : — Oggi ho pensato sempre alla morte : se Gesù mi vuole, desidero, ch'Egli mi trovi pronta. — Tacqui a tale risposta , venerandone nel mio cuore la santità. U n a volta V inferma si lamentava di forti dolori nel capo e nella persona. Il suo sposo la udì e le disse : — Ricordati di quanto ha patito il Signore ! ROSA FERRUCCI 109 — Ed ella : — Ti ringrazio di queste parole : mi fanno gran bene : te ne ringrazio. — Prima dell'alba del giorno tre di febbraio le venne una febbre assai più gagliarda del consueto. Noi spaventati, ed ella tranquilla: lagrime e desolazione in tutta la casa , sicura ella sola. A tarda sera dimandò istantemente il suo confessore. Fece con esso la confessione generale. Indi a poco, cresciuta sempre la febbre , incominciò a delirare. Per trentasei ore fu quasi al tutto fuori di sé : — A n diamo, cara m a m m a , diceva ; addio ! la mia casa non è qui : la mia casa è lassù : andiamo > avanti, addio! — Ripeteva queste parole , ora in italiano ed ora in francese, continuamente. Poscia aggiungeva : — Perchè mi sforzi a giacere sopra il nudo terreno, a cielo scoperto ? N o n vedi ? Sono riarsa dalla febbre ; ho le m e m b r a rotte : fammi la carità di mettermi a Ietto. N o n ne posso più. Perchè, perchè, m a m m a mia, che sempre mi hai tanto amata, ora mi neghi un po' di riposo ? Abbi compassione di me ; torna, torna ad amarmi: io non d'altro ho bisogno che del tuo amore. — Mio Dio, mio Dio, Voi solo sapete quanto io patissi in quelle ore d'interminabile angoscia ! M o riva quella per cui avrei dato non una , ma cento vite, ed ingannata dal suo delirio credeva, che le mancasse il mio amore. Di tratto in tratto con le carezze, coi baci, con le parole, che solo voce di madre sa pronunziare, pur mi riusciva di farle intendere il vero. E allora rasserenandosi un poco : 110 ROSA FERRUCCI — Ho sognato, diceva, sì, sono nella mia stanza, sono nel mio letto, fra le tua braccia, sì, tu mi ami; ho sognato. — M a tosto poi ricadeva nel suo delirio. Il quale fu testimone della purezza e bontà dell'anima sua. Perchè non disse mai cosa, che non mostrasse cristiana rassegnazione, ardente desiderio del Cielo, pietà degli altri, s o m m a innocenza. Ora compiangeva una vedova derelitta , ed ora s'inteneriva sopra la culla di un orfano abbandonato. Quando , a sé dolcemente chiamava il babbo, quando faceva liete accoglienze alla sua Enrichetta ; comecché né quegli, né questa fossero allora nella sua stanza. In un momento, in cui aveva ricuperata la sua ragione, desiderò le fosse letto un capitolo dei Fioretti di san Francesco intorno alla buona perseveranza. Quindi, tratta di nuovo fuori di sé , credè vedere la scala mistica di Giacobbe , e — Oh sarò pura abbastanza , sclamò piangendo , per salirla insieme con gli Angioli ? Potrò aver parte alle loro danze, dopo di essermi preparata a nozze terrene? — Più tardi, cresciuta sempre la febbre , con segni visibili di terrore l'udii gridare: — Ah gli spiriti maligni, gli spiriti maligni ! — Io l'abbracciai strettamente, e — A s c o l ta, le dissi, ascolta tua madre, mia cara Rosa ! A che queste grida ? queste paure ? N o n gli spiriti maledetti, ma gli Angioli santi stanno ora, pietosi consolatori, intorno al tuo letto: perchè tu amasti sempre il tuo Dio, perchè avesti compassione dei poveri, e fosti sempre obbediente e buona fanciul- ROSA FERRUCCI 111 la.—Allora tornata in sé mi rispose : — T a c i , non mi tentare di superbia ; — e ad umiltà rassegnata compose il volto. La speranza , che Dio ci diede a nostro dolce conforto nelle sventure , non era morta dentro al mio povero cuore. Ma prima dell' alba del 5 febbraio vidi mia figlia così mutata nel volto e tanto abbattuta , che quella per sempre mi abbandonò. Insieme con essa le forze del corpo mi abbandonarono. Svenni, e per pochi istanti perdei la m e moria e quasi la vita. Tornata nella sua stanza , e sentendola sempre tra sé parlare affannosamente , cercai d'indurla a starsene un poco in quiete. — F a m m i un bel discorso, mi disse. — Di che io poteva allora parlarle se non d'Iddio ? d'Iddio pertanto io presi allora a parlarle , ed ella volentieri mi udiva, e accompagnava con tronchi accenti gli affetti, che sgorgavano impetuosi dal mio dolore. Poi il delirio le impedì di ascoltarmi. Voleva a ogni patto uscir dal suo letto.—#Ilmio Gesù mi chiama, gridò più volte, lasciatemi andare : bisogna, che io vada dal mio Gesù. — E perchè noi ci sforzav a m o di trattenerla, ella quasi piangendo si lamentava , che non potesse ubbidire alla volontà del suo Dio. 1 * Furono vane a calmarla le mie parole : mi volsi al suo cuore, e il cuore di lei mi intese, mentre più non mi udiva la sua ragione. — T Queste parole furono per dimenticanza ommesse nella prima edizione. 112 ROSA FERRUCCI Sono stanca, le dissi, mia cara figlia ; ho bisogno di un breve sonno : dormirei volentieri col capo appoggiato sul tuo guanciale: ma taci, affinchè io riposi ; — ed ella subito tacque , e per qualche tempo facendo forza a se stessa rimase immobile ed in silenzio. Prova di amore fu questa, che avrò scolpita nell'anima finché vivo. Fu poi assalita da violentissime convulsioni : indi si assopì, ed al pallore parea già morta. In un subito si riscosse : tornò la intelligenza e la vita nella sua faccia , la smarrita ragione negli occhi suoi. Guardossi intorno , e — Dunque devo morire ? gridò nel pianto, dunque devo lasciar la mia casa? Ma io doveva rendere felice il mio sposo ! — E come se questi fosse presente : — Addio , sclamò con voce di angoscia, addio, Gaetano, non ci vedremo mai più. — Mi accorsi, che in quel momento una fiera battaglia si combatteva dentro al suo cuore. Povera Rosa ! Avevi vagheggiata una vita di dolci di santi affetti ! La corona nuziale era già intrecciata : già due famiglie facevano preparativi di festa per le tue nozze ! A te sempre fu cara la casa tua: ti fu riposo e dolcezza il cuor di tua madre ! Ed ora tu devi tutto lasciare ! Ora in luogo del corteggio nuziale ti stanno dinanzi agli occhi funebri p o m p e ! in luogo degli ornamenti di sposa vedi la bara ! Così giovane, e sempre così felice, perdere a un tratto tante dilette speranze ! Abbandonare la vita, e più che la vita, il fratello, lo sposo, i tuoi 113 ROSA FERRUCCI genitori ! Ah certo avevi cagione di piangere disperata, se Iddio non ti avesse in quel punto parlato al cuore ! N o n appena ella ebbe baciato una immagine della Vergine santa del buon Consiglio , che aveva sempre tenuta sopra al suo letto, e che io, spaventata al suo turbamento , presi e accostai alle sue labbra, si ricompose nel volto, piegò le mani, chinò la testa , e per alcuni minuti stette in silenzio. Dio solo sa quali affetti, quali pensieri agitassero allora Fanima sua. La fede fu vincitrice , e sedato il tumulto della natura , di sé al Signore ella fece un magnanimo sacrifizio. Perchè detto con ferma voce : — Fiat voluntas tua, — intonò le Litanie della Vergine, e tutte le disse con tanta soavità , con tanta ineffabile tenerezza , che più non sembrava u m a n a creatura. Io aveva posto le mani sue nelle mie. Ad ogni invocazione della Madonna me le stringeva ; giunta poi a quella di lanua Cedi me le strinse più fortemente, quasi dicesse: —Apritevi, porte del Cielo, apritevi, e ricevete Fanima mia ! — Recitò quindi il Confiteor, YAtto di contrizione, e pregandomi di pormi in ginocchio volle che io recitassi VOremus del santo Arcangiolo Raffaello. Poi volta al signor Priore di san Sisto, suo confessore, che da poco era entrato nella sua stanza, gli manifestò il desiderio di ricevere un'altra volta il santo Viatico : e non potendo quegli in ciò contentarla *, 1 Perchè si temeva che si rinnovasse la convulsione alla 8 114 ROSA FERRUCCI ella allora gli chiese l'estrema Unzione. Rispose a tutte le preghiere del sacerdote. Finita la mesta e pia cerimonia, gridò con gioia: — Ecco la risurrezione del cristiano. — Ringraziò me e suo padre di averle fatto ricevere in tempo il conforto dei sacramenti, e con gli occhi levati al Cielo soggiunse:— Mio Dio, vi ringrazio ! Quanto sono contenta ! — Mi era riuscito di trattenere sino a quel punto le lagrime e le parole. Ma più non potei. Soffocata dal pianto, c o m e farnetica pel dolore, me le gittai sopra, e — Spero, le dissi, spero, che tu guarisca, figliuola mia : ma se Iddio volesse altrimenti, pregalo, pregalo tosto, mia cara Rosa, che a te subito mi riunisca. N o n posso, non posso vivere, cara figlia , senza di te. — Ed ella con voce di compassione, di amore, ma insieme di cristiana fortezza : — No , mi rispose , no , tu non devi desiderar di morire. Molti doveri ti rimangono a compiere nella vita. Ricordati della madre dei Maccabei.— Allora la pregai mi benedicesse. E postami la m a n o destra sul capo così ella disse : — Benedico quella, che tante volte mi ha benedetta. Maria Vergine, fate, che il dolore di questa povera madre si muti in consolazione dei poveri , degli afflitti, degli ammalati. E voi, o Signore, fate, che tutti adorino sempre i vostri santi decreti.— Si trasse quindi dal dito un piccolo anello , che gola, che le aveva impedito d'inghiottire anche un poco acqua. ROSA FERRUCCI 115 io le avea dato: —Terrai questo, mi disse, per mio ricordo. — Mi diede poi quello, che ricevè dal suo sposo quando gli venne promessa : — Rendilo a chi tu sai, aggiunse, è un'anima santa. — N o n ne pronunziò il n o m e , non proferì un solo accento , che dimostrasse affetto terreno. In vita aveva in lui amata l'anima sua, in morte pur essa amava ; ed a quel giovine sventurato lasciò con quelle poche parole un testimonio purissimo del suo affetto, un efficace conforto a vita cristiana, una dolce speranza di paradiso. Preso quindi il quadretto della Madonna, che poco innanzi aveva baciato, mi commise di darlo per sua memoria alla sua Enrichetta. Le chiesi allora se da noi cosa alcuna desiderasse. Negò da prima, poi quasi vinta dalle mie instanze, fece un legato per gli orfani e un altro da durare in perpetuo per le vedove. Spossata ricadde sul letto. N o n sapeva che il suo fratello fosse venuto. Ma voltasi a lui col cuore lo chiamò a n o m e : — Antonio ! gridando, Antonio ! — Quanti affetti, quante memorie in quel grido ! Per certo le tornarono allora in mente le gioie della sua fanciullezza, i comuni studi, le ore felici passate insieme con lui, le tante prove dello scambievole loro amore. Antonio e la buona Silvia sua m o glie entrarono tosto nella sua stanza. Rosa si rallegrò nel vederli, li prese teneramente per mano, e dimandò del suo Pippo e di Paolino. Poi dato uno sguardo a m e , alla cognata, alla nonna, al babbo, 116 ROSA FERRUCCI al fratello : — Ah vi ho tutti, disse con gioia, vi ho tutti intorno al mio letto ! Chi vuole i miei capell i ? — soggiunse. Niuno rispose. La guardai, e mi accorsi che il nostro silenzio le dispiaceva: — Io, — dissi ! in mezzo ai singhiozzi ; ed ella : — Li abbia la m a m m a . — P o i da quel punto fu tutta e sempre con Dio. — Signore ( diceva con voce supplichevole e affettuosa ) , Signore , benedite questa città, questo popolo e il suo pastore. Benedite la cattolica Chiesa, il s o m m o Pontefice ed i ministri di lei : abbiate compassione dei poveri peccatori : illuminate gli eretici: usate misericordia a quelli, che credono in V o i , ed a quelli, che in Voi non credono. Perdonate a tutti : siate padre amoroso ai buoni e ai cattivi. Benedite i miei genitori, dai quali, dopo Voi , riconosco tutto. Maria Vergine immacolata, abbiate pietà della mia povera madre. Signore , Maria santissima , abbiate pietà dell' anima mia : date a tutti la vostra pace; io lascio atuttilapace.— Ripetè più volte queste preghiere, alternandole con passi dell' Evangelo e con versetti di Salmi, ch'ella adattava allo stato suo. Avendola confortata il signor Priore a raccomandarsi alla gloriosa sant'Agata, di cui la Chiesa celebra in quel giorno la festa , ella subito ne recitò F Oremus in latino. Tacque alcun poco, poiché le forze già le venivano meno. Poi mi chiamava con nomi di tenerezza, e veduto nel volto mio il mio dolore : — Ricordati, disse, di santa Felicita, — invitandomi acl imi- ROSA FERRUCCI 117 tare la sua fortezza. Anche tra sé diceva : — N o n temo F inferno, perchè a m o tanto il mio Gesù. Oh come soffro! Gesù mio, sia tutto per amor vostro ! sia tutto per vostra gloria! Mi pare di essere in mezzo al fuoco ! mi brucia la schiena ; ah Gesù mio, bruciatemi con le fiamme del vostro amore ! — Di nuovo supplicò la Madonna ad avere pietà di m e ; e me raccomandò caldamente al suo confessore , e gli disse : — Questa sera torni dalla mia povera m a m m a : procuri di consolarla. — La morte era già vicina. Pallidissima nella faccia aveva gli occhi velati. Più non voleva prendere il ghiaccio ; da me lo prese per obbedienza. Così fino all'ultimo della vita si mostrò figliuola sommessa, ed egualmente mostrossi, qual era stata vivendo, caritatevole. Perchè a quanti l'erano allora intorno raccomandò un'orfana, che la serviva, pregando, non fosse mai abbandonata. Già con gli occhi del corpo più non vedeva : sembra però , che con quelli dell'anima incominciasse a contemplare il m o n d o invisibile. Poiché ripetè più volte : — Mio Dio, vi vedo, sì, sì, vi vedo; vedo la celeste Sion : oh quanti Angioli! oh quanto è bella! — ci chiamò tutti per n o m e ; si ricordò allora di quanti ella aveva amato. Le ultime sue parole furono queste : — Sì, sì, mio Dio, volentieri Cara m a m ma ! . . . Mon Dieu ! Ah ! mon Dieu !. . . Dove sono? ... . Chi mi chiama? .... Esciamo, mio Dio, andiamo ! . . . . — Più non potè parlare : si faceva però sovente il segno della croce e dava baci di af- 118 ROSA FERRUCCI fetto al suo Crocifisso. Indi a poco entrò in agonia. Questa fu placida come sonno. A due ore pomeridiane e quaranta minuti del 5 febbraio spirò sorridendo Il suo confessore esclamò mentre usciva dalla sua stanza: —È morta una Santa! — Dolce parola, che mi risuona sempre nel cuore ! Mia figlia morì da Santa, perchè visse ed operò da cristiana. Ebbe le lagrime della intera città. Persone d'ogni grado spontaneamente l'accompagnarono al sepolcro. N o n so, come io abbia potuto narrar la sua morte. N o n so, come il mio cuore abbia retto a sì lungo strazio. A te, figliuola mia, non è ignoto quale sia il fine onde ho pubblicamente di te parlato. N o n volli onorare il tuo nome. Umile e modesta finché vivesti, ora per certo tu non desideri lode. E poi a te, che già entrasti (almeno lo spero) nella infinita letizia del tuo Signore, che sono mai le incerte e labili cose di questo m o n d o ? Vanità, sogni, polvere ed ombra. Scrissi di te per mostrare con il tuo esempio di quali virtù sia principio la religione. Parlai di te per indurre le giovinette italiane ad amare , siccome sempre li amasti, i beni del Cielo. D e h prega, prega per esse, figliuola mia! A b biano tutte la tua innocenza , la tua bontà , la tua fede ! Abbiano in esse tutte le madri quella felicità, che io ho perduta nel giorno in cui ti perdei ! E sempre , deh sempre , o mia dolce , o mia cara Rosa , prega per me ! Vedi : io sono abbattuta e ROSA FERRUCCI 119 stanca. M a n d a m i tu dal Cielo la forza , che mi è necessaria per non cader sotto il peso del mio dolore ! Io sono sempre tua m a d r e : deh ! in mezzo alla tua immortale allegrezza ricordati del m i o amore. Ottienmi da Dio la grazia, che io tenga gli occhi continuamente rivolti alla croce di Gesù Cristo , e che a Lui pensando ripeta spesso con fede. queste parole, ch'egli già disse a speranza dolcissima dei credenti, a pietoso conforto dei desolati: Ego sum resurrectio et vita. Qui credit in me, etiam si mortuus fuerit, vivet ; et omnis qui vivit et credit in me non morietur in ceternum. 1 CATERINA FERRUCCI. Pisa, 29 giugno 1857. 1 lo sono la risurrezione e la vita, chiunque in me crede benché sia morto, vivrà : e chiunque vive e in me crede, non morrà in eterno. — S. Giovanni, cap. xi, v. 25 e 26. A SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA MONSIGNORE ANDREA CHARVAZ ARCIVESCOVO DI GENOVA. Eccellenza, Nella profonda, e tetra mestizia, in cui vivo come sepolta da dieci mesi, piacque al Signore donarmi non poche consolazioni. Tra esse mi è carissima quella che dalla pietosa sua lettera mi è venuta. Ed in vero, che altro ora io posso nel m o n do desiderare se non che la memoria dell' amatissima mia figliuola sia benedetta dai buoni? Quale speranza rimane su questa terra all'anima mia desolata fuori di quelle , che mi porge la religione ? Ed Ella, Monsignore, ha benedetto il n o m e della mia Rosa : Ella con l'autorità della fede mi ha confortata ad innalzare lo sguardo al Cielo per contemplarvi in mezzo alla schiera delle Vergini a Dio dilette la figlia mia. Sì, furono dolci al mio cuore le sue parole ; e mi fu dolce egualmente il suo desiderio, che ad utile esempio delle italiane fanciul- 122 ROSA FERRUCCI le io narrassi più largamente la vita di lei, entrando in que' minuti particolari, che ommisi di ricordare nell'impeto, e nella piena del mio dolore. Inserire questi nella biografia, che ora si dà di nuovo alle stampe è per me cosa impossibile. Ella, che ha tanta perizia nell'arte dello scrivere non ignora come sia difficile riannodare con evidente naturalezza le parti di un discorso , poiché furono quasi a forza disgiunte per connetterle ad altre idee, e ad altri fatti. La mia mente è ora debole troppo, è troppo confusa ; onde non può attendere ad un lavoro , che dimanda rettitudine di giudicio , e libertà di ragione. Quello , che in molti fa la vecchiezza ha fatto in me la sventura. Io sento dileguarsi la mia memoria, spegnersi la potenza i m m a ginativa , sfibrarsi, ed a poco a poco languir l'ingegno. Sopravvivo a me stessa nell' intelletto , ne me ne duole ; mi basta che non sia morto il mio cuore. N o n potendo adunque in tutto seguire il consiglio suo , né volendo mancar di obbedirla in cosa, che a Lei sembra buona, e a me è tanto cara, mi studierò in questa lettera di far più vivo il ritratto della mia Rosa, che già con m a n o tremante ho delineato. Le accadde mai, Monsignore, di avere udito una melodia musicale di grande soavità , della quale non le rimase poi bene impresso dentro la mente il concetto , e il suono ? A lei ripensando ne avrà per certo sentito nell' anima la dolcezza : ma non avrà potuto in se ridestare Y ordine e il moto di ROSA FERRUCCI 123 quelle care armonie. Questo a me avviene, se penso al tempo nel quale mi fu diletta compagna la mia figliuola. Sento che quello fu tempo di lieta pace, di schietta e di piena felicità : ma dove io voglia, quasi evocando le immagini dei passato, conoscerne le cagioni non posso ritrovar queste nei fatti : le ritrovo soltanto dentro al mio cuore , ove una voce soave e mesta mi dice : Uosa ti fece la più avventurata di tutte quante le madri perchè fu buona. E veramente era tale la bontà sua , che in niuna cosa più che in un'altra si palesava : ma tutte di se colorando le parti diverse della sua vita, le rischiarava tutte ugualmente di cara e modesta luce. Bisogna avere con lei vissuto nella intimità dell'animo e de' pensieri per far degna stima dell'amabile sua bontà. Parlava? Ed io doveva ammirare la carità delle sue parole, la gagliardìa del suo ingegno , la sua innocenza, la sua mansuetudine , la sua fede. Operava ? Ed ogni sua azione era armoniosamente cristiana ; ne io dico senza ragione armoniosamente ; perchè fu distintivo speciale della mia Rosa avere gli affetti ordinati in m o d o , che tutti avendo il loro principio in Dio, niuno di essi mai oltrepassava la conveniente misura. Io non ebbi a durare fatica e pena nell' educarla. Le dissi quando era ancora b a m b i n a — T u a m e rai Iddio, il prossimo, il tuo dovere — le mostrai poscia le varie facce di questo , e le diverse sue applicazioni, ed ella tosto recò ad effetto le mie parole. Quando cominciai ad instruirla nelle lettere 124 ROSA FERRUCCI le feci intendere , essere lo studio del vero, del buono , del bello mezzo efficace per migliorarci e nobilitarci nell'animo, e ne' costumi ; dovere ognuno coltivare con diligenza Y ingegno suo, per non mostrarsi ingrato a Colui, che in esso transfuse un raggio del suo splendore : ed ella sino da fanciulletta studiò con infaticabile diligenza. Mi ricordo, che quando aveva circa dieci anni avendole io chiesto una sera, se avesse ben preparato le sue lezioni pel dì seguente, ella arrossendo alquanto rispose : « Deh, perchè questa dimanda, mia cara Mantice ma ? N o n potrei pigliar sonno, se non avessi pri« ma compiuto l'obbligo mio. Mi hai detto, che lo « studiare è un dovere ; ti obbedirò in questa, sic« come in ogni altra cosa , perchè non voglio of« fendere Iddio col mostrarmi disobbediente verso « di te. » Molti dopo aver letto i suoi scritti si sono meravigliati , che tanta modestia fosse congiunta a tanta dottrina. Niuno ne dee stupire sapendo che per la mia Rosa io studio era quasi un atto di religione. Poiché intendeva ella con esso di rendere ossequio a Dio, autore e fonte della sapienza. Se alcuno nell'udirla parlare speditamente le principali lingue di Europa , le rivolgeva qualche parola di lode, ella subito rispondeva ; « Io non ho in que« sto merito alcuno ; esso è de' miei genitori che « mi hanno data la facoltà d'impararle. » Spesso io le chiedeva contezza di qualche punto di storia, del quale io aveva confusa la ricordanza. E perchè ROSA FERRUCCI 125 subito me ne dava intera , e chiara notizia , non ommettendo né la data del tempo, né i nomi, e la postura de' luoghi, né molti altri minuti particolari , io non poteva tenermi dal commendare la sua diligenza intorno agli studi storici : Ed ella : « Io « ho per natura memoria pronta, e tenace : è dono « di Dio ; se non dimentico ciò che ho letto, tu non « hai in questo di che lodarmi. » E veramente fu portentosa la sua memoria. Parlava meco de' tempi di R o m a , e di Grecia, c o m e se in quelli fosse vissuta. N o n solo si ricordava di tutte le guerre combattute dai popoli antichi, e poi dai moderni, dei trattati di alleanza, e di pace fatti da essi, della vita degli uomini illustri nella milizia, nelle lettere, nelle arti, ma sapeva dove, quando, per qual ragione, e da chi fossero promulgate, o abolite alcune importanti leggi, di quali ordini si componessero i varii governi, quali forme prendesse la civiltà tra i diversi popoli della terra, quale effetto avessero ne' costumi i commerci, la filosofia, la tirannide, la licenza, la religione nel lungo corso de' secoli in tutte le regioni del mondo. A quattordici anni passeggiando meco in campagna con un signore dottissimo nella storia del medio evo potè ripetere ad esso ordinatamente i nomi dei re Longobardi, e quelli dei duchi di Spoleto, e di Benevento. Innamorata di Bossuet seguiva le sue opinioni intorno alla filosofia della storia. Però in tutti gli eventi umani adorava la Provvidenza, vedeva in tutte le cose del m o n d o la sapientissima 126 ROSA FERRUCCI mente che le governa. Da ciò pigliava lieta speranza intorno alle sorti future della sua patria, amata da lei di forte, ma schietto e cristiano amore. Ebbe ella sempre verso il suo Dio la fiducia di figlia verso buon padre. « Poiché avrò fatto, sole« va dirmi, quellp che io devo, non mi affliggerò « mai in eccesso se a vuoto cadano i miei disegni. « Oh ! come mi è dolce di riposare V anima mia « nella bontà del Signore! Quando penso, ch'Egli « mi vede, e mi a m a , e mi ha sempre amata sin « dall' eternità ; quando ricordo, non volere Egli « mai ricusar la sua grazia a chiunque con fede « gliela dimandi, e tutto noi potere per essa, non « temo la ingenita debolezza della corrotta nostra « natura, non mi spaventano Tire della fortuna, e « sono deliberata di vivere e di morire pel mio Dio. » Quindi ella fu sempre d'animo saldo, e di rara moderazione nei desiderii. Nel giorno, nel quale si trattò del suo matrimonio io me ne stava in gran turbamento. Ella lesse, suonò, attese alle solite occupazioni tutta sorridente, e serena. « T'invidio, allora le dissi: tu serbi « oggi la consueta tua calma, mentre io sto incerta « e sospesa pensando, che qnesto è giorno dal qua« le pende la sorte del tuo avvenire. Ed ella : si, « mi rispose, sono tranquilla. Mi sono posta nelle « braccia amorose del mio Signore; disponga Egli « di me come vuole : io m'inchinerò ai suoi de<f creti. )> Da poco tempo ho saputo, che negli ultimi istan- ROSA FERRUCCI 127 ti della sua vita diceva alle Suore di santa Chiara: « Povera m a m m a ! C o m e rimarrà desolata senza di « m e ! Io sola so quanto ella mi ami: ed ora lo vece do meglio che nel passato, poiché le leggo negli n occhi lo strazio del suo dolore. Povera m a m m a ! « Per lei, per la sua afflizione mi è grave di mori« re così giovine. Poi guardando il suo Crocifisso « aggiungeva: Caro Gesù, io raccomando a voi la « mia m a m m a : datele forza per tollerar la mia morte te; siate voi il suo pietoso consolatore ! » La tua speranza, o diletta mia Rosa, non fu ingannata. Le preghiere, che per me sollevava al cielo la moribonda tua voce, furono accette al Signore. Egli il mio conforto, il mio aiuto : Esso mi fa sopportare pazientemente la solitudine di una vita, che senza di te sarebbe pauroso deserto all' anima mia, se accanto alla cara tomba, in cui il mio cuore fu insieme con te racchiuso, non mi apparisse la croce, forza dei deboli, sicura consolazione dogi' infelici. N o n credo, che un giorno solo abbia la mia figliuola dimenticato, essere Dio giudice e testimone delle opere nostre e dei nostri affetti. La pietà stessa in lei prendeva alimento dalla sua fede. Nei poveri è Gesù Cristo, mi disse non poche volte, e a queste parole una lagrima tremolava negli occhi suoi. Quindi allorché aveva dinanzi a sé alcuno di essi, il suono della sua voce, e l'aria della sua faccia mostravano non pur compassione sincera, ma tenerissima riverenza. 128 ROSA FERRUCCI Tanto poi si affliggeva dei mali dei poverelli, che un giorno così mi disse: « N o , non sarò mai verace mente lieta; non potrò essere mai contenta. V e ce dendo tanti languire nella miseria mi pare, che ce si spezzi il mio cuore. E sebbene sia grata alla ce Provvidenza dei beni, che mi ha concesso, pure ce non posso appieno goderne. Anzi sovente mi è ce grave l'aver bella casa, buon letto, vitto abbonce dante, mentre non pochi son privi del necessario.» Ho già narrato, siccome la mia figliuola spendesse in opere di carità tutto il poco denaro ch'io le donava. Oltre ad esso noi le avevamo assegnato una certa s o m m a per fornirsi di vesti, e d'altri ornamenti. Anche questa avrebbe quasi per intero impiegata in soccorrere agi' indigenti, se io non glielo avessi vietato, mostrandole, dovere noi in tutto, anche nel bene, fuggire il troppo, né far più di quello che dalla nostra fortuna ci è consentito. Mi obbediva ; non però allegramente : spesso era solita dirmi: « Deh ! perchè vuoi, eh' io mi faccia ce un vestito nuovo? Ne ho tanti de' vecchi ! N o n « sono alla moda, è vero, ma son puliti. Con quan« to ora debbo spendere a comperarlo potrei aiuce tare non uno, ma molti poveri. » Avendo ella la cura di rassettare il bucato, se vedeva panni logori troppo per essere rammendati, me li chiedeva dicendo: « Vi è m o d o di farne carnicine e gonce nelle per qualche bimba : » e tutta lieta si poneva a tagliarle, e quindi a cucirle; di ciò ringraziandomi come di caro dono. 129 ROSA FERRUCCI Seppe ella, che ad una buona fanciulla era stata rubata non poca imbiancheria da lei fatta col frutto di sue fatiche. Se ne dolse, e poiché in quel giorno, per avere ella compito diciannove anni, io le avea regalato alcune monete, mi domandò in grazia le permettessi di uscire per ricomprar quello, che alla povera giovinetta era stato tolto. Con grande allegrezza e festa compì quest'opera buona, avendo ella in costume godere dell' altrui bene più che del suo, e più di far doni, che di riceverne. Anzi provava tanta allegrezza nel dare agli altri, che in questo non sapea temperarsi. Nulla disquisito, o di caro tenuto avrebbe per sé, ove non l'avessi in ciò raffrenata per insegnarle quella sapiente moderazione, eh' è fondamento e principio della virtù. Poco prima di cadere malata mi chiese la permissione di portare con sé a Livorno le imbiancherie da lei usate prima delle sue nozze. « Forse, « poi aggiunse, qualche povera donna verrà a dice mandarmi di che coprirsi. N o n potrei darle le « cose del mio corredo: lascio stare, che son troppo ce belle; ma il corredo non mi appartiene. Se iodoee vessi presto morire, esso ritornerebbe per legge « alla mia famiglia ; quindi sono in coscienza obe< bligata ad averne cura. Portando meco le imce biancherie, che ora adopero, avrò di che sovve« nire agli altrui bisogni. » Il giorno suo natalizio dell'anno 1856 fu da noi celebralo con più amorosa letizia del consueto, 9 130 ROSA FERRUCCI Venne il suo sposo, ed ella poscia mi disse: « Gae« tano è in tutto secondo il mio cuore. Abbiamo ce fatto insieme un disegno, che mi rallegra solo in « pensarvi. Nei giorni della nascita nostra, e del ce nostro n o m e , non ci faremo a vicenda doni, sic« come è V uso: ma daremo invece larghi soccorre si a qualche famiglia povera e buona. » Il giorno tuo natalizio per te non si è più levato, mia cara Rosa! Lo celebrammo piangendo sul tuo sepolcro. Ma Iddio, che tien conto non pure delle opere nostre, ma d'ogni pio desiderio del nostro cuore, della compassionevole tua intenzione ti avrà per certo nel cielo rimunerata. Siccome dove non è carità, non è pace, così nelle case in cui vive chi del santissimo ardore di quella è acceso regna bella concordia, dolce allegrezza, che sulla terra ci fa pregustare in parte la felicità dei beati. Io di questo favello per esperienza. Angiolo in forma di giovinetta innocente tu, o amica dolcissima del mio cuore, facesti lieta e serena la nostra vita. Oltre a ciò dal tuo esempio appresi , quanto la umana sapienza sia manchevole e tenebrosa, se la luce del cielo non la rischiara , avendo in te scórto, aggiunger la fede gagliardia nobilissima all' intelletto, dare all' ingegno nostro alimento l'amore di Dio. A lungo, sospinta da desiderio quasi insaziabile di sapere, studiai nei libri antichi, e moderni : e quando volli pigliare in esame quelle dottrine, che presumono di dar norme ai nostri costumi, ROSA FERRUCCI 131 scopersi in tutte sofismi, vanità, errori. A h ! la scienza della vita s'impara soltanto presso alla croce! Ed in questo giudicio mi confermai vedendo di quali virtù fossero per la mia Rosa fecondi i divini precetti dell' Evangelo. Io lo dirò schiettamente, figliuola mia. Se t'insegnai le ragioni del bello, se ti posi dinanzi agli occhi i principii eterni del vero e del retto, se ti fui guida nella via, che conduce al cielo, tu m'insegnasti con la bontà sempre uguale de' tuoi costumi quanto sia operosa la fede in anima santa e pura, quanto in essa sia bella la carità. Quindi ti fui maestra e discepola ai tempo stesso. A te io communicava i sudati frutti della mia lunga esperienza degli uomini e della vita : tu in me infondevi soavi e pietosi affetti, e nuovo spirito di cristiana semplicità. O h ! era pur dolce l'intima unione delle anime nostre, e de'nostri ingegni ! dolcissimo l'avere in due un solo cuore ! Finché vivesti, tu non potevi intendere appieno per qual cagione io ti amassi quanto mai non a m ò alcuna madre la sua figliuola. E quella era anche a me in parte ignota. Ora appieno la scorgo, mia cara, mia buona Rosa. Perchè rimasa senza di te mi avvedo, come in te amassi la celestiale bellezza della virtù, che in te agli occhi miei lucida e pura si palesava. O n d e amando te amava Dio, che ti arricchì de' suoi doni. Ed ora, che farei, sventurata ! se questo amore non sostenesse il languido avanzo di vita, che mi rimane? Quando mi prostro sulla tua tomba, ed ivi pian- 132 ROSA FERRUCCI go, e ripenso al tempo passato, e vedo con la fantasia in cambio del caro tuo corpicciuolo, che nudrito già del mio latte crebbe poi tra le mie carezze, anzi meglio direi sul mio cuore, un cadavere informe, e polvere, ed ossa, io lì cadrei morta a terra se ricordando l'angelica tua bontà, non ripetessi a me stessa le consolanti parole di Gesù Cristo: no, non è morta la mia figliuola: la parte umana di lei dorme qui sotto questa pietra; V anima sua vive in cielo, e di là mi chiama, confortandomi dolcemente ad amarla sempre, come dee amare madre cristiana, cioè con sicura speranza, con invitta pazienza, con salda fede. Ma dove mi ha trasportata Y affetto? Io debbo a lei, Monsignore, parlare della mia Rosa, non già di m e . Vorrei di essa parlarle con temperato e rimesso modo, poiché non ignoro, negarsi da molti a passionato discorso piena credenza. Tenere però le parti di semplice narratrice quando ogni mio pensiero è mestizia, ogni mia fibra è dolore, parmi sia cosa non pure difficile, ma impossibile. E come il sole risplende anche a traverso le nubi, che alcuna volta gli fanno velo, così l'affetto m a terno ad onta del freno, col quale io mi sforzo di contenerlo, in tutte le mie parole si manifesta. Ma perchè quello sia indomabile e impetuoso, non però è tale, che mi trascini lungi dal vero. Mentre scrivo e favello della mia Rosa, io tengo la mente rivolta a Dio, nel quale e pel quale ella visse: quindi non potrei, anche volendo (né per cosa del m o n - ROSA FERRUCCI 133 d o ho mai voluto, o vorrei mentire) falsare la verità, o soltanto alterarla con linee troppo taglienti, o con troppo vivi colori. Tra gli affannosi pensieri, che giorno e notte pongono in gran turbamento 1' anima mia, uno mi reca consolazione, perchè mi dice: se la vita della tua figliuola fu breve secondo il corso della natura, essa dee riputarsi lunga, se tu misuri la sua durata dal molto, che quella imparò, dal bene che fece, dagli esempi che ti ha lasciato. Anche dèi confortarti nel ricordare, essere stata sempre felice, perchè non mai soggiacque alla forza delle ribelli passioni, o agl'irragionevoli sdegni della fortuna. E veramente poche fanciulle hanno goduto P inalterabile pace di che godè la mia Rosa. Paga del poco ella trovò nella solitudine, nello studio, nella preghiera, nei santi affetti della famiglia e dell' amicizia quelle dolcezze, che tante vanno cercando invano nelle insensate gioie del mondo. «Non <e mi farai vestiti da ballo (mi disse, quando era ce promessa sposa) : io voglio continuare da m a n ce tata il m o d o di vita, che abbiamo tenuto insie<e m e . Lavorerò, leggerò, mi occuperò nella musi« ca e nelle cure domestiche. Molto ti ringrazio di « avermi educata al vivere casalingo. Per esso non ce conosco, che sia la noia, compagna dell' ozio, e « del continuo variare dei desiderii. » N o n mi ricordo , che Rosa una volta sola m o strasse amore a qualche m o n d a n o divertimento. Anzi essendo noi per lasciare Firenze , e volendo 134 ROSA FERRUCCI io condurla alle corse di san Giovanni, ella mi chiese per gran favore, che invece le permettessi di passare le ore di quella festa presso le Suore di Carità. Tornatane sulla sera mi disse : « Oh ! coee me ho lietamente passato la mia giornata ' Quelce le sante donne mi hanno tenuto discorso di san ec Vincenzo, e di Dio. Ho respirato presso di esse ce un profumo di carità e d'innocenza , che ancor « mi ricrea. Che sono mai le p o m p e e i di vertice menti del m o n d o in comparazione delle dolcez« ze di che ci consola ^religione , e 1' esercizio « delle cristiane virtù ? » Siccome Rosa faceva suoi propri i mali degli altri, così si saria recato a coscienza correre dove il popolo corre per rallegrarsi, quando persone amate da lei stavano in lutto per qualche grande sciagura loro accaduta. Inoltre le poche volte nelle quali fu spettatrice di quelle feste, che traggono a sé gli oziosi e gli spensierati, lontano da esse si trasportò col pensiero, ponendosi ad ammirar le bellezze della natura. A dare esempio di questo modo, non per certo comune a molti, del suo sentire, qui recherò alcuni passi delle sue lettere. (Alla marchesa Isabella Franzoni.) ce Pisa, 18 maggio 1853. « .... Da una settimana abbiamo perduto tre « amici : cioè l'ottimo Giacomo Multi, il professoee re Rosini, il quale era c o m e il nonno di casa, e ROSA FERRUCCI 135 « un altro buon vecchio, che da molti anni conoce scevamo. È pur melanconico questo mondo, ca« ra signora Isabella ! Io ora incomincio ad accor« germene, poiché a forza di sentir parlare di svence ture, mi è caduto dagli occhi il bei velo delle il« lusioni. ce La stagione non potrebbe essere più bella. ce Ella ne godrà nella sua a m e n a villetta , che di ce qua vedo col pensiero , c o m e vorrei vedere in « effetto le buone persone che vi abitano. Le noce stre Cascine sono tutte fiori e verzura, onde ralce legrano l'anima con l'agreste loro bellezza. Ieri « vi passeggiai con la m a m m a , ed il pensiero mi « corse a quelle di Firenze, che dovevano essere « piene di popolo festoso. ce N o n creda però , che la giornata di ieri non « fosse lieta anche in Pisa. Anzi questa nostra sice lenziosa città era in gioia per l'arrivo del Cardice naie. N o n posso però descriverle questa solence nità, perchè fui dalle povere Mutti, né avrei aee vuto il cuore di assistere ad una festa, mentre il ce povero Rosini era , per così dire , ancor caldo. « Alla funzione per l'arrivo dell'Arcivescovo succe cesse l'altra mestissima dei funerali del Rosini, ec e una nuova tomba si aperse in quel C a m p o sance to, ch'esso ebbe già in molto onore. Mi scusi per ce carità , signora Isabella , se io vengo a contri« starla con mesti pensieri, quando dovrei sforai zarmi di fare il contrario.... » 136 ROSA FERRUCCI ( A suo padre. ) « Firenze, 26 giugno 1852. ce .... La vigilia di san Giovanni la città era « illuminata : il popolo rideva e si rallegrava doce po tanti stenti e tanti dolori. I curiosi guardate vano i lumi, e i fuochi di artificio : pochi ammi« ravano il più bell'ornamento della festa : cioè la ce luna, che in tremola luce si rifletteva nell'Arno, ce e faceva apparire maggiori le ombre degli alee beri. . . . » (A me. ) ce Firenze, 20 aprile 1855. ce ... . Sono stata a vedere le Corse. Ti acceree to , che rimasi al tutto désenchantée di questo ce spettacolo, che nulla ha di dilettevole agli occhi ce miei. Contemplai però con piacere grande il prote spetto , che si offeriva a me da ogni parte. Le « colline di Fiesole, i vaghi colori di un arco bace leno, il verdissimo e largo prato delle Cascine, ce il viale circondato da folti alberi mi parvero soct lo degni di essere ammirati. . . . » L'uso avuto da essa sin da fanciulla di conversare con se stessa , di meditare su i libri letti da lei, di non pregiare altro che il buono ed il vero, di fuggire i vani discorsi, e di ricercare la compagnia di persone probe e assennate diede precoce maturità alla sua mente. Il desiderio, eh' ebbe ROSA FERRUCCI 137 sempre vivissimo, dei beni del cielo, la pietà delle altrui sventure, l'amore portato a Dio svelarono a lei giovinetta il pauroso mistero di questa vita : onde non mai ingannata dalle apparenze , ripose nelle cristiane virtù lo stabile fondamento della felicità nostra, e vide il dolore esser c o m p a g n o dell'uomo, e quello venire dalla religione addolcito e santificato. Legga, Monsignore, le lettere, che qui trascrivo, e poi mi dica se cedo al materno amore affermando, avere la mia figliuola avuto quel senno , che in molti non mai si trova , ed in altri è frutto di faticosa esperienza. ( A Luisa Vogl. ) ce Antignano, 3 luglio 1853. ce ... . Mio fratello dee averti dato il mio picce colo libro : esso è logoro molto ; ma è il primo ce libro di preghiera che io mi abbia avuto , e in ce esso per lungo tempo ho pregato. Ricevo ora la « tua lettera. Le ho fatto festa, ma non sono conce tenta in tutto di te. Perchè ti affliggi di cose, di ce cui veramente fai troppo conto ? A che la tua ce profonda melanconia? E quando darai prova di ce forte e di cristiana pazienza , se non nella conce dizione, in cui ora sei? <e E però leva su, vinci Y ambascia ee Con T animo, che vince ogni battaglia. » ce Tu hai molto studiato nelle opere dei filosofi. 1 38 ROSA FERRUCCI « Vane però saranno le tue letture , se non rechi ce ad effetto i loro ammaestramenti. Forse io sono ce teco troppo severa. Perdonami, amica mia ; mi ce affliggo della tua afflizione, e quindi vorrei, che ce tu vincessi te stessa. Mille volte fu detto, ed io ce lo ripeto , essere la vita u m a n a da furiose temce peste spesso agitata. I flutti si sollevano con m u g ce gito cupo e tremendo : si urtano, si rompono gli ce uni su gli altri, si accavallano, e poi si aprono ce quasi in profondi abissi, mentre il cielo è coper« to da dense nubi: ma vedi? Ecco improvvisaee mente si cambia il vento : ecco il mare appianace to, sereno il cielo, ecco il sole riflettersi sulle acce que siccome in nitido specchio. Mia cara Luisa, « Paria della tua terra natale metterà pace nell'anice ma tua : vero è però,, che tu mi sarai lontana : « ma se sarai felice , mi sembrerà m e n o amara la « nostra separazione. . . . » « Firenze, 18 febbraio 1854. ce Ieri ebbi la tua affettuosa e melanconica lette« ra. Subito ti rispondo, affinchè tu sappia, essere « mio il tuo dolore. Povera Antonietta ! Ma percc che piangeremo sopra di lei? È andata in luogo, ce dove, c o m e essa diceva nel suo delirio, tutto era ce già preparato per riceverla lietamente. N o n ad « essa, ma sì a te, ed ai tuoi si convengono adunce que le nostre lagrime. C o m e ebbi la trista novelce la subito rivolsi al Signore una fervorosa prefi ghiera per te, e per tua madre. N o n ho pregato ROSA FERRUCCI 139 ce per Antonietta ; che già la immagino in mezzo ce ai cori degli angioli. ce Vorrei consolarti, mia cara amica. N o n sono ce però da tanto. Iddio solo può darti efficaci conce solazioni. Esso ti aiuterà a sopportare cristiana« mente la tua sventura. N o n è egli il nostro buon ce Padre ? N o n ci aspetta egli forse in quella beace tissima sede in cui non è pianto , non è dolore, ce ma la pace e la gioia durano eterne ? Eccoti un ce dolce e consolante pensiero , che ora mi viene « alla mente. N o n auguravi ogni giorno tutte le ce sperabili contentezze alla diletta tua sorellina ? ce E non le ha ella ora sì grandi, sì pure, così cornee piute, che altro più non potrebbe desiderare? i ce La sua sorte a me sembra degna d'invidia. Ella ce non ha conosciuto le pene, ed i disinganni di « questa vita : non ha patito alcuno dei mali che ce soffre chi vive a lungo. La morte è stata per esce sa un angiolo, il quale è sceso dal cielo per co« ronarla di fiori. Mia buona Luisa , asciughiamo « le nostre lagrime : non vedi quanto la tua Anto« nietta sia più felice di noi ? ... . » ce 5 maggio 1856, « . . . . Oggi ho riveduto il marchese Gino Cap« poni, e il signore di Collegno. Tu forse conosci <e questo per fama. È un dottissimo geologo , un « u o m o di virtù antica: sua moglie è colta, buona 1 Le seguenti parole si possono applicare alla mia Rosa. 140 ROSA FERRUCCI ce ed amabile. Io ho avuto gran piacere nel ri vece dere que' due signori. Il Capponi mi ha stretto ce cordialmente la m a n o congratulandosi meco.Poce vero Capponi ! Povero Collegno ! Ad ambedue « si compete la pietà nostra. L' uno è condannato ce a perpetua notte, l'altro è gravemente infermo. « Ah ! la vita , Luisa mia , che è ella mai questa ce vita ? Né la virtù, né l'ingegno, né la grandezce za dell' animo bastano a preservarci dalla svence tura. Ciò avviene perchè questa terra non è la a nostra vera dimora. Rreve e fuggevole è il tenace pò, che vi passiamo; noi siamo fatti pel cielo » « Pisa, 5 ottobre 1856. « Tu hai ragione. Le donne si dovrebce bero maritare soltanto con uomini, che hanno ce l'ingegno ben coltivato, e che hanno preso in ace more un'arte, o una scienza. Sai tu quello, che ce dice il padre Lacordaire ? 0 giovinette , ponete ce mente se l'uomo a cui siete per dare la vostra ce fede abbia in uso di chinar le ginocchia innanzi ce all'altare ; se le mani, alle quali dovete voi unir ce le vostre, si pieghino riverenti nella preghiera. ce Egli pure ha ragione, e per questo io spero, mia ce cara amica, d'esser felice. » La stessa rettitudine di giudicio, che si manifesta nelle sue lettere, io ho sovente ammirato nei suoi discorsi. Con gli altri Rosa poco parlava, molto con m e , e a cuore aperto, massime quando usciv a m o insieme per passeggiare. Essendo ambedue ROSA FERRUCCI 141 sempre occupate nelle cure domestiche e negli studi, riserbavamo gì' intimi nostri colloqui per quelle ore, che io dava all'esercizio del corpo, ed al necessario riposo dell'intelletto. Ore fuggevoli e care , non tornerete mai più ! Ed io più non vedrò quei luoghi, nei quali non potrei movere un passo , senza scorgervi l' orma impressa dal piede della mia figlia , e quasi udir la sua voce. Di rado ce ne andavamo là dove è calca di gente. Le vie solitarie erano da noi preferite alle popolose: ed ivi le anime nostre si trasfondevano l'una nell' altra con tal diletto, che facendo ogni giorno le stesse cose , queste ci parevano sempre nuove. Un bel tramonto di sole dava cagione alla mia figliuola di favellare della bontà del Signore. La vista di romita valletta destava in essa pensieri soavi e mesti : guardando i lontani monti diceva : « Quante volte le terre , che si di-. ce stendono ai loro piedi, hanno variato abitanti, ee fortuna, leggi, costumi! Essi però stanno i m m o « ti. Ciò ne mostra la differenza eh' è tra le opere ce umane, e quelle di Dio. » Se e' incontravamo in alcuna donna tremante e curva sotto un gran fascio di legna, ella impietosita nel volto si lamentava di non potere nel m o do, che avrebbe desiderato, soccorrere ai mali dei poveri, ovvero rendeva grazie al Signore dei beni, che le concesse. Più volte entrò meco negli umili cimiteri della campagna : ed ivi, dopo devota preghiera, fermossi a considerare la caducità del- 142 ROSA FERRUCCI la umana vita, e la tremenda eguaglianza, che fra noi tutti pone la morte. Nel sempre diverso aspetto della campagna nulla sfuggiva all'occhio suo osservatore. C o m e le corde d'un musicale istrumento rispondono obbedienti alla m a n o che le percote, così l'anima sua rispondeva ad ogni impressione, che in lei facevano le bellezze della natura. Io ho sempre amato il silenzio e la solitudine : ma sempre ho desiderato di avere un cuore, in cui potessi versar la piena di quegli affetti, di che riboccava il mio. E questo io aveva trovato in una fanciulla amabile per vereconda innocenza, di forte ingegno, d'animo schietto, di casta immaginativa. Se nel m o n d o ho molto patito, ho pure molto goduto : non per volgari cagioni, ma per virtù di quegli arcani piaceri, che sgorgano, quasi torrente di luce, dalla increata bellezza e dal vero eterno. Pure non mai meditando su questo, e fissando in quella il pensiero , ho provato dolcezza uguale alla pura soavità, che le assennate, pietose, care parole della mia figlia mi mettevano dentro al cuore. Io aveva veduto crescere, pigliar form a , nobilitarsi il suo raro ingegno : io scorgeva limpida e senza velo l'anima sua ; e mentre in essa adorava la chiara impronta della sapienza e bontà di Dio , mi era di conforto il pensare , che forse non inutili affatto le tornavano le mie cure. Oh ! avessero in parte queste contribuito ad affrettarle il libero godimento del s o m m o bene ! Oh ! potessi dir con fiducia al Signore : Ecco a Te è ri- ROSA FERRUCCI 143 tornata quella, che volesti qui nella terra affidare alla mia custodia. Ardirò di chiederti, se ti sembra, che per effetto pietoso della tua grazia, io non abbia guastato l'opera tua ? Solo una santa era degna d'esser sua madre. Io povera donna feci il m e glio, che potei e seppi. L'amai, Signore, l'amai mille volte più di me stessa ; ma in Te e per Te : quindi ne ho rispettata tra timida e riverente la santità. Ho già narrato, siccome vietassi alla mia figliuola leggere i libri, dai quali temeva fosse adombrata la sua innocenza, e come in questo prontissima mi obbedisse. Dopo la sua morte ho saputo , che volendo il suo sposo farle notare non so qual bellezza in alcuni versi di Dante, che sono in uno de' Canti, che io già le aveva proibito di leggere, Ella si oppose al suo desiderio , e perchè quegli affermolle non essere alcun male nei versi di che le parlava, « Perdonami, gli rispose : non debbo in « ciò compiacerti. La m a m m a mi ha proibito di ce leggere tutto quel passo ; io voglio obbedire a « lei ciecamente, siccome ho sempre usato di fare. » Fino da quando era la mia Rosa bambina, le aveva detto, non convenirsi a savia fanciulla stare alla finestra e allo specchio, siccome fanno le oziose e le vanarelle. Ed essa in ciò seguì tanto i consigli miei, che dove per qualche festa solenne passasse una processione nella via ov'era la nostra casa, non osò mai di affacciarsi per riguardarla , se a me non ne avesse chiesto la facoltà. Quanto allo 144 ROSA FERRUCCI specchio mai non vi stette ; vi dava alla sfuggita un' occhiata prima di uscire , e amando in sé la nettezza fuggì le mode, che sono lusinghevoli troppo e troppo vistose. N o n creda alcuno da questo , che la mia Rosa avesse contegno e modi da claustrale. Ella era una disinvolta ed amabile giovinetta : aveva il brio, la eleganza, la grazia della sua età : ma brio temperato dalla gravità dei pensieri, eleganza semplice e vereconda, grazia non affettata e sempre decente. Alcuni, che non avevano mai parlato con essa, piansero alla sua morte ; e l'uno diceva all'altro : era una consolazione incontrar nelle strade quella fanciulla così graziosamente modesta. Più volte not a m m o con quanta letizia, con quanto amore parlasse alla madre sua. Povera madre ! C o m e vivrà senza lei? C o m e vivrò? Ruona gente, me lo chiedete ? C o m e può vivere chi misura la durata del tempo dal suo dolore. Quando la nuova della gravissima malattia di mia figlia si sparse per la nostra città , vi fu chi disse : Io già temeva sino dalla scorsa domenica (25 gennaio) che quella buona fanciulla non stesse bene. Per la prima volta in tanti anni , in che ho con lei udito messa nella medesima chiesa , la vidi porsi a sedere. E veramente ella stava sempre in ginocchio dinanzi a Dio, mostrando in tutta la sua persona non dubbi segni dell' interno raccoglimento. La devozione di lei era viva : sciolta però da ogni errore superstizioso. N o n le molte ROSA FERRUCCI 145 preghiere , ma le ferventi stimava essere accette al Signore. 1 Né a Questo dava soltanto alcune parti della giornata. Viveva con Lui, ad Esso pensando nel tempo in cui lavorava, Lui avendo per fine dei diligenti suoi studi, a Lui consacrando gli affetti suoi. E b b e per la Vergine Immacolata la te1 Ne adduco in prova le sue stesse parole; (A Luisa Vogl.) « Pisa, 19 agosto 1855. « Pur troppo è vero; il cholèra infierisce nella nostra pove« ra Italia. Le nuove di Firenze sono assai triste. Vi si fece « una processione, e molti vi andarono a piedi scalzi, onde non « pochi caddero poscia morti tra breve. A h ! non sono queste le « cose che valgono a placare l'ira di Dio ! Egli però è così « buono, che ad onta dei nostri peccati e dei nostri errori avrà « di noi compassione... » (Al suo sposo.) « 26 giugno 4856. « Nemmeno io lodo Y impiegare molte e molte ore del gior« no nel dire, spesso senza attenzione, molte preghiere voca« li. Ma stimo utile, anzi dirò necessario, lo spendere alcun » tempo, massime ne'giorni festivi, nei leggere qualche buon « libro di pietà, nel recitare alcune delle orazioni della Chie« sa, e nel levare l'anima e la mente a Dio. Questo io sono « solita di fare, come sai, la domenica, e credo, che senza si« mili atti di religione la festa non sia bene santificata. Ma lo « ripeto: dico con te, l'orazione non deve essere troppo lunga, « ma fervorosa, breve e frequente. » 146 ROSA FERRUCCI nerezza di riverente figliuola a tenera madre. Ogni sera nelle preghiere , che noi facevamo insieme , invocava il suo aiuto con una orazione da lei in gran parte composta , e mentre la recitava teneva gli occhi rivolti al cielo con tanto amore , che io , nel vederla in quell'atto devoto e pio, me ne sentiva soavemente commossa. Rosa avea cari i fiori, e sin da fanciulla ne intrecciava ghirlande, che poi sospendeva a un quadretto della Madonna. Mesta e dolce reliquia di lei, che tanto mi fece bella la vita, esso ora è appeso nella mia stanza. Sovente lo guardo e piango : allora mi sembra, che da quella immagine santa la Vergine mi favelli dicendo : — N o n ti affannare, povera madre. La figlia tua è con me in cielo, come il suo corpo è sepolto innanzi ai mio altare. ì S'ella mi die ghirlande di fiori, io di gigli immortali l'ho incoronata. N o n piangere : ella è con me : di che temi? Io ho sentito tutti i dolori, che possono straziare nel m o n d o cuore di m a 1 Rosa è sepolta nella chiesa di Santa Croce innanzi all'altare di Maria Vergine Immacolata. Io scelsi la chiesa, perchè non lontana dalla nostra casa. Niuno di noi sapeva, che in quella fosse una cappella consacrata a Maria S S . , e ch'ella \i fosse sepolta fu quasi effetto del caso, o più veramente fu per divina disposizione. Negli ultimi suoi momenti la mia figliuola con fioca voce diceva: Ma potrò stare sotto V altare ? Mi porranno sotto V altare? Erano queste parole dettate a lei dal delirio? Erano inesplicabile previsione dell'avvenire? Non oso affermare né P una , né P altra cosa. Racconto un fatto che ha molti per testimoni. ROSA FERRUCCI 147 dre. Quindi ho compassione del tuo, e tengo la tua figliuola tra le mie braccia, e a te un giorno la renderò tanto bella, quanto non può immaginare intelletto umano. » Oh ! religione santissima, ti ringrazio ! Se io vivo ancora, è per te: se posso con pazienza aspettare il giorno, in cui a Dio e alla mia figlia sarò riunita, è per effetto soltanto della speranza, che fai sorgere salda e forte accanto alla croce. Tra i santi, che la mia Rosa ebbe in maggiore venerazione, furono san Vincenzo de' Paoli e san Francesco di Sales, ammirando nel primo Y ardentissima carità, nell' altro la soave dolcezza delle dottrine, delle opere, degli affetti. Quando cadde malata, si preparava a celebrare la festa di san Francesco con una novena che volle continuare anche inferma. Spesso affissava lo sguardo languido e m o ribondo nella immagine di san Vincenzo de' Paoli, che stava presso al suo letto. Ed io credo, che non solo ad esso raccomandasse P anima sua, ma sì anche i poveri da lei amati c o m e suoi cari fratelli sino che visse, né da lei agonizzante dimenticati. Perchè sapeva, avere bisogno la nostra vita di savie norme, estrasse da buoni libri consigli e precetti di perfezione cristiana. 1 Su questi poi medi- * Eccone alcuni. Vedere Dio in tutte le creature. — Riferire tutto a Dio. — Pensare sempre, Dio mi vede.—Ringraziarlo di avermi fatta nascere cristiana. — Amare la Religione 148 ROSA FERRUCCI tava, c e r c a n d o di c o n c o r d a r e c o n essi le o p e r e sue. L o g o r o è il foglio nel quale li a v e v a notati, p e r c h è lo a v e v a a m a n o o g n i giorno. Q u a n d o io lo tocco, cattolica, antica quanto il mondo.—Unire le opere mie a quelle di Gesù Cristo. — Alimentare nel mio cuore il desiderio del cielo. — Chiedere al Signore la fede e la costanza dei martiri. — Unire la mia morte alla morte del Redentore. — Sottomettermi in tutto all' autorità della Chiesa. — Addolcire i dolori del corpo con la speranza della resurrezione. — Rinnovare ogni giorno il proposito di emendarmi de' miei difetti. — Fare spesso atti di fede, di speranza, di carità verso Dio. — Avere fiducia negli effetti della preghiera. — Soccorrere i poveri per amore di Dio.—Vegliare e pregare per non cadere in tentazione. — N o n dimenticherò mai che il matrimonio è uno stato santo, e che dal modo, con cui ad esso mi preparo, dipenderà la mia felicità in questa vita e nell'altra. — Fare bene a tutti. — Obbedire in tutto il babbo e la m a m m a . — Essere docile e rispettosa con i maestri. — Tacere, quando mi accorgo, che Y ira mi turba il cuore. — Non dare mai agli altri cattivo esempio. — Fare il proponimento di non leggere mai libri pericolosi e di non andare mai a udir cattive commedie. — Essere di una probità scrupolosa. — Non dire mai male di alcuno. — Giudicare bene degli altri. — Prima dell'età di ventun anno fare qualche piccola mortificazione nei giorni di digiuno. — Temere il peccato più della morte.—Chiedere spesso a Dio la virtù dell' umiltà. — N o n invidiare mai alcuno. — Vivere in pace con tutti. — Non disprezzare i buoni pensieri, che Dio mi manda. — Rinnovare spesso le promesse fatte nel battesimo. — Non aver mai rispetto umano. — Profittare delle occasioni di ricevere le indulgenze. — Lavorare e studiare con attenzione. — In ogni cosa avrò per fine la gloria di Dio. — Offrirò ogni giorno a Dio le mie tribolazioni ROSA FERRUCCI 149 lo guardo, e leggo i buoni ammaestramenti, che son contenuti in quello, mi sembra di vedervi riflessi i costumi della m i a Rosa. Per la quale il vero eterno fu sempre guida sicura dell'animo e dell' ingegno: onde la forza di lui trapassando dal suo intelletto nel cuore si trasformava in pura ardentissima carità. E per certo da questa più che dalle altre virtù parmi derivasse la bontà sua. E di ciò fanno fede queste parole a me riferite da persona, molto sua amica: « Io n o n penso, diceva ella, che « P essenza della carità sia nella compassione ope« rosa da noi portata ai mali de'poveri. Tengo per « fermo, eh' ella di sé dolcemente colori ogni noce stro affetto: per ciò io la veggo nella pazienza, « nella umiltà, nella fede, nella docile sommissio« ne ai nostri maggiori, nella giustizia, nella forte tezza, nel dispregio del m o n d o , nel desiderio del n cielo. Essa è la luce di D i o , infinita al pari di « lui; però chi P ha nel suo cuore si deve studiare « di farne sentire i soavi effetti ad ogni u m a n a create tura. » Concetto vero, e da essa con instancabile diligenza recato in atto. O n d e a m ò di tenerissimo a m o r e la sua famiglia ; fu nelle amicizie fedele , con uno spirito di penitenza. — Prenderò la deliberazione d chiedere i S S . Sacramenti fino dal principio di malattia grave. — Inalzare sovente l'anima a Dio. — Parlare a Dio siccome ad un padre. — Perdonare sempre a tutti, ed in tutto. — Cercare la mia felicità nell'esercizio delle cristiane virtù. — Riposarmi nella bontà del Signore, poiché avrò fatto quello che devo. 150 ROSA FERRUCCI compassionevole d' ogni errore, d' ogni sventura, ed ebbe oltremodo cara la gloria della sua patria. l Precorrendo col senno agli anni ed alla esperienza, vide, che questa non potrebbe il pristino suo decoro recuperare, se, preso in dispetto P ozio e i vani piaceri, i giovani non si volgessero a quegli studi, che illuminando la mente prescrivono buone leggi ai costumi, e se gl'Italiani non osservassero con fede amorosa e vera le religiose dottrine. E solo perchè la grandezza e bontà di queste fos1 Di ciò è prova il passo seguente di una sua lettera scritta a colta ed amabile giovinetta, Giulia Corridi, della quale Rosa fu amica quasi sin dalla puerizia : « Pisa, 8 gennaio 1857. « Che avrai detto della morte, voleva dire del martirio, del« l'arcivescovo di Parigi ? Tu forse conoscevi di vista quel <f santo uomo, e potrai immaginare quanto sdegno debba ca« gionare la sua uccisione in quanti hanno cuore da cristiani « non solo, ma da uomini, nella capitale della Francia. « Quel fatto tremendo, col quale è incominciato questo an« no, mi fa fremere e inorridire anche più del martirio di M o n « signore Affre, il quale morì in guerra empia e feroce, ma « non fu colpito dal pugnale, come il suo degno successore. « Ora a molti è sorto in mente il timore che lo scellerato as« sassino possa essere un Córso, o un esule italiano. Io spero, « edanzi voglio credere, che questo non sia. Oh Iddio ci ri« spanni la vergogna di essere infamati dagli stranieri per i « delitti ! La sventura, che viene dal cielo, e desta pietà in al« trui, è ben più facile a sostenersi della ignominia, che da noi, « dalle nostre passioni, dai "nostri delitti deriva. » ROSA FERRUCCI 151 sero ben conosciute da chi non avendo P aiuto di forti studi deve educare cristianamente i figliuoli, voleva ella , siccome ho di già notato , dettare la storia della cattolica Chiesa, mettendo in chiaro gP innumerevoli beneficii da lei venuti al consorzio umano. Oh ! quante volte nei familiari nostri colloqui meco si dolse che noi nell'altezza dell'anim o , nella operosità della vita, nella semplicità della fede fossimo tanto diversi dai nostri antichi ! Quante volte non sospirò sulla ignava baldanza dei nostri tempi, sulla fiacca superbia di tanti audaci, che presumono dare norma agli Stati, mentre non sanno reggere sé medesimi ! Di questo non ardì mai favellare con altri : con me ne parlava : e spesso non senza che una lagrimetta di santo sdegno e di magnanima compassione brillasse negli occhi suoi. E poiché il suo pensiero non mai si divideva da Dio, sovente la udii sclamare : « Signore, vi « raccomando P Italia : fatela religiosa, fatela forte « per quelle sante virtù, che fioriscono solo in pet« ti cristiani. Essa è tanto bella! essa è a voi tan« to cara, ed io P a m o tanto ! Oh ! potessi vederla « tornare ai nobili studi, aborrir la mollezza e il « lusso, riporre la sua grandezza nel seguitare dece votamente i precetti dell' Evangelo, dar legge al n m o n d o con la bontà dei costumi e con la sapien« za ! » Avendo la mia figliuola aperto il suo cuore alPamor di Dio, non è meraviglia, se ella fosse tanto umile da stimarsi molto lontana dal segno , al 152 ROSA FERRUCCI quale tendeva P anima sua. C o m e P ottimo artista ed il buon poeta non sono mai paghi e contenti di ciò che fanno , anzi si lamentano seco stessi, che nei dipinti e nei versi loro risplenda languida e ottenebrata la luce della ideale bellezza, così il cristiano, che ammira e adora coli'intelletto le perfezioni di Dio, si duole di non potere queste ritrarre nella sua vita. Rosa per ciò si reputava cattiva, e più che la lode amava la libera riprensione. Io posso affermare con verità , che non ho in lei mai scoperto il germe di affetti malvagi, non mai P ho dovuta ammonire di cosa, che fosse per grave cagione da biasimare. Simile però allo scultore, che in una sua bellissima statua non comporta una linea sola delle altre m e n o armoniosa, io non soffriva in lei neppur l'ombra di un sol difetto. Quindi fui seco severa amorevolmente : ed ella chiamavasi tosto in colpa, e mi domandava perdono con tale umiltà, che spesso per tenerezza ne piansi. Né con gli altri della nostra famiglia ella era solita di tenere diverso m o d o : perocché se le parve di avere ad alcuno di essi in cosa lievissima dispiaciuto, subito riconosceva il suo fallo, mostrando per involontaria mancanza quel pentimento, che si converrebbe a una grave colpa. Nel 1850 io passai a Genova alcuni mesi. Sicura già del suo senno , a lei giovinetta di appena quattordici anni, rimasta sotto la guardia della mia venerata m a d r e , affidai in parte il governo della famiglia. E in ciò mi diede ella prova di accuratissima diligenza. Che re- ROSA FERRUCCI 153 gistrava le spese fatte ogni giorno , badava , che queste non fossero inutili, né soverchie, teneva in ordine tutte le imbiancherie, e confortava con dolci modi la gente, che ci serviva , a fare con esattezza l'ufficio suo. Di tutto poi mi rendeva conto, onde a me lontana era noto quanto nella nostra casa avveniva , come se vi fossi stata presente. Ora un giorno accadde, che avendo Antonio ripreso la sua sorella per cosa, che a lui parve fatta con negligenza , essa gli rispose nei volto alquanto turbata. Del che quegli in segreto mi diede avviso, temendo che per non essere a tempo corretta, R o sa a poco a poco perdesse P inalterabile sua dolcezza. Ed io pigliata occasione dalla mia festa le scrissi una lettera, nella quale le ricordava, essere la soavità delle parole e delle maniere necessaria ad ogni fanciulla bene educata : dovere noi avere a grado gli altrui ammonimenti : chi li riceve con alterigia dar segno d'animo indocile e di superbo : tenere io per certo, eh' ella sarebbe stata sempre umile e mansueta, e di ciò pregarla con tutto il cuore. C o m e ella ebbe avuta la mia lettera corse al fratello: gli gittò al collo le braccia, e «legee gi, gli disse, leggi; ho vergogna di m e . Povera a m a m m a ! C o m e s'inganna ! Ella mi crede diver« sa molto da quella che io sono stata. L'altro gioree no mi correggesti, ed io accolsi male le tue pace role. O h ! quanto me ne dispiace! ma ti prometee to, che sarò sempre umile ed obbediente nell'avee venire. Il mio rossore ed il pentimento con cui 154 ROSA FERRUCCI ce ti chiedo perdono ti siano pegno della sincerità ce de'miei detti, e del desiderio, che ho di emenee darmi. » Quindi a me confessò il suo fallo, né poscia mai allontanossi da quella cara dolcezza, che in lei rendeva tanto amabile la virtù. Temendo poi che l'indole sua naturalmente vivace la rendesse facile all'ira, incominciò allora con instancabile diligenza a vegliare sopra di sé. Ogni sera (e in questo uso continuò finché visse) attentamente si esaminava su quanto avea fatto, o detto nella giornata : anche fu solita di notare in un quadernetto le sue mancanze, e le vittorie, che avea riportate sopra sé stessa. Mentre da lei fui lontana me ne rendè stretto conto, scrivendomi, o r a — n o n sono stata quale vorrei:—ora—con l'aiuto di Dio mi è riuscito di essere secondo il tuo desiderio: — e d o r a — non d'altro ho cura, che di migliorare Panimo mio: prego per questo il Signore ; e tu pure a tal fine prega per m e . — Ed Egli la esaudì. I modi di R o sa erano di sì cara soavità, che mentre nella serena sua faccia portava impressa la pace del Paradiso, mettevano quelli affetti di riverenza e di a m o re in qualunque con lei viveva. Pari alla sua dolcezza erano in lei le altre virtù. Essa pietosa, tollerante della fatica, di gran pazienza, di mirabile annegazione, sempre pensò più agli altri, che a sé, e pronta al beneficare sentì vivamente la gratitudine. Oh ! quante volte mi abbracciò con grandissima tenerezza per ringraziarmi di quello, che io faceva per lei! Quante volte non ROSA FERRUCCI 155 la udii dire con voce, in cui parlava il suo cuore: — Mio Dio, ti ringrazio di avermi dato una m a dre , che mi a m a tanto ! — Povera figlia ! N o n ha potuto il mio amore aggiugnere alla tua vita un minuto solo! Ed io, che sarei lietamente morta per te, ti ho vista morire, quando mi eri più che mai cara, e quando da te sperava a ragione nuovi conforti! Perchè dal passato facendo stima dell'avvenire , già ti vedeva compiere santamente P ufficio di buona moglie e di savia madre; io in te augurava consolazione e sostegno alla mia vecchiezza! O h ! fossi potuta spirare fra le tue braccia! Oh! fosse stato in piacere di Dio, che tu mi chiudessi gli occhi, e che la m a n o mia moribonda stringesse amorosamente la tua, prima di perder per sempre calore e moto ! Ma che dico ? N o n è permesso al cristiano di allontanarsi neppure col desiderio dalla volontà del Signore. Tutto è bene quanto Egli fa, quanto ordina, quanto vuole. Sì mi rassegno a portare il peso di questa mia morta vita senza di te: ma quando io sarò per uscire da questo carcere doloroso, deh! scendi, scendi dal cielo , mia buona figlia : vieni, aspettata e cara visione, presso al mio letto; consolami nelle angosce dell'agonia; io ti guidai sulla terra, tu guidami al Paradiso, e intanto impetrami dal Signore forte pazienza, invincibile fede, carità vera. Se io fermamente credeva, che la mia Rosa sarebbe per bene adempire tutti i doveri del nuovo suo stato, aveva la mia previsione buon fondamen- 156 ROSA FERRUCCI to. Ne sono sicura prova le lettere da lei scritte al suo sposo, e l'intera sua vita n'è testimonio. Perchè, sostenendo il Signore con la sua grazia la retta sua volontà, avrebbe ella tenuto sempre il cammino, che tenne sino da tenera fanciulletta. Mi conferma in questa opinione un discorso, che già mi fece. Parlavamo insieme degli obblighi, ch'ella avrebbe siccome nuora; ed io le poneva questi dinanzi agli occhi , esortandola a portare nella nuova sua casa la mansuetudine, il senno e le altre virtù, che aveva sempre osservato nella paterna. Ella udì attentamente questi consigli, e poscia mi disse: — I o ho per fermo, che troverò nei miei suoceri bontà indulgente, e l'amorevole gentilezza delle maniere, a cui sono stata assuefatta. Essi avranno in me una figliuola tenera e rispettosa. Farò di tutto, e n'ho vivissimo il desiderio, per dar loro aiuto e consolazione. Spero perciò, che insieme godremo i santi piaceri della concordia domestica. Ma dove (e questo io non temo) l'indole loro fosse dalla mia sì diversa, che io vedessi deluse le mie speranze, sono fino da ora deliberata, se Dio mi assiste , a sopportare in silenzio ogni piccola o grave tribolazione. N o n mai ne parlerei con Gaetano: troppo mi affliggerebbe il rimorso di avere turbata la pace di una famiglia, e indotto un figliuolo a dividersi dai suoi genitori. «— Ed io era certa, che la concordia da lei sperata e voluta avrebbe regnato nella sua casa per la bontà schietta ed affettuosa dei suoi futuri parenti, e ROSA FERRUCCI 157 per avere sempre in lei scorto s o m m a prudenza , sincerissimt) amore della giustizia ; sicché non mai sé stessa antepose agli altri, o volle cosa piacente e cara solo per sé. Mi ricordo, che avendole io favellato di alcuni doni da me preparati per le sue nozze — Te ne ringrazio, mi rispose, e li accetterei volentieri, se non temessi, che tu ora non possa dare l'equivalente ad Antonio. — E solo quando ella seppe, che in ciò con la sua si accordava la mia intenzione, si mostrò lieta dei doni d a m e promessi. Allorché ripenso alla breve, ma santa e operosa vita della mia Rosa, attonita e riverente ringrazio Quello, che mantenne sempre illibata l'anima sua. E se ora io passo nella mestizia le notti e i giorni, se lei perduta mi sembra di avere perduto il cuore, non è priva di celestiali dolcezze la mia afflizione. Essa è beata nel cielo : di questo ho certa speranza, perchè il Signore adempie con inviolabile fede le sue promesse, né mai ricusa a chi l'ama, l'adora e serve, l'eterna felicità. Essa , quantunque indarno la cerchino gli occhi miei, mi sta sempre vicina, ed anzi è sempre con me : onde la sua voce soave mi parla dentro l'anima, mi consola, mi benedice. Né mi è di scarso conforto il sapere , che già l'esempio di lei abbia portato buon frutto, sicc o m e quello, che può da chiunque ha volontà retta essere felicemente imitato. Che la virtù di mia figlia non fu troppo rigida e troppo austera ; ella fu amabile, ed abbellita dalle arti gentili e dai buoni studi : fu a tutti indulgente, di tutti compassio- 158 ROSA FERRUCCI nevole, fatta più cara da gentilezza di modi, e da cortesia di parole. N o n visse la mia Ro&i in un chiostro: visse nel mondo, come dee viverci una fanciulla cristiana. A m ò santamente i suoi genitori, le amichela patria, lo sposo ed i suoi parenti, e più di tutti a m ò Dio, principio e fine di tutti gli affetti suoi. Se ogni madre desidera avere figliuole simili nella bontà alla mia Rosa, le tenga lontane da quei piaceri, che turbando e agitando la fantasia avvelenano il cuore, e fanno alle misere giovinette avere in dispregio le tranquille dolcezze della famiglia. N o n consenta , che leggano mai romanzi e versi d'amore : e creda di farsi rea di non perdonabile colpa dinanzi a Dio conducendole ai teatri ed ai balli, ove le inesperte fanciulle o perdono l'innocenza, o imparano, quasi senza volerlo, le arti ed i vezzi di lusinghiere. Con i precetti e più con P esempio le faccia vere cristiane , avvezzandole ad avere ricorso a Dio per mezzo della preghiera nella prosperità e nel dolore, a far del Vangelo la norma di tutta la loro vita, a trovare in esso consigli, ammaestramenti, consolazioni. T e m a poi, siccome peste dell'animo e dell'ingegno, la vanità; quindi non dia mai per fine agli studi loro la lode umana. Si sforzi di educarle pel cielo, e quelle vivranno santamente e utilmente su questa terra. La maggiore d'ogni felicità per noi donne è Pavere buoni figliuoli. Né senza speciale aiuto d'Iddio possiamo sperare di conseguirla. Ma quello si ottiene con la preghiera : e la preghiera materna UOSA FERRUCCI 159 è accetta al Signore. Anche io ho pregato, e ferventemente* per la mia Rosa da che ella nacque. Iddio pietoso accolse i miei voti, versando in essa con misura larghissima i doni suoi. Debbo io lagnarmi* perchè sì tosto me P abbia tolta ? N o n me la ve va Egli data? N o n riprese Egli cosa già sua? Io la piango e la piangerò finché vivo ; ma la speranza di ritornare alla patria non rende a molti sopportabili i mali di lungo esilio? E quale è la nostra patria, se non è il cielo ? Ah ! sì, nel cielo io rivedrò la mia Rosa, nel cielo renderò grazie al Signore di avermi scelta fra tante migliori in tutto di me ad essere sua educatrice e sua madre, purché camminando sull' orme sue io sappia vivere e morir da cristiana. Ella , Monsignore, mi ottenga questo da Dio con le sue preghiere. Condoni alla debolezza della mia mente la confusione ed il rozzo stile del mio discorso, e sia certa che terrò sempre a grandissimo onore l'avermi Ella permesso d'indirizzare a lei questa lettera, in cui parlando della mia Rosa ho inteso mostrare come sia bella ed amabile la virtù , che piglia alimento e forza dalle celesti dottrine del Redentore. — E di nuovo rendendole molte e sincere grazie della rara sua cortesia , e più che di essa , de' suoi pietosi conforti, con vero e profondo ossequio mi dico Dell'Eccellenza Vostra Rev. ma umilis.ma devotis.ma obbligatisi serva C A T E R I N A FRANCESCHI FERRUCCI. Di Pisa, 2 del 1858. ALCUNI SCRITTI DI ROSA FERRUCCI. « JJnam petii a Domino, hanc requiram, ut inhabitem in domo Domini omnibus die bus vita mea. Psalm. xxvi. ce Homo ... quasi Jlos egreditur, et conientur, et fugit velut umbra. » Job., C xiv. Pubblico alcune Novelle della mia Rosa, non come lavoro letterario, ma come fedele immagine del suo cuore. Ella ne aveva scritte sei, e preparato il tema di altre molte. Queste Novelle furono dettate nell' anno 1852, quando ella non aveva compiuto i diciassette anni.Conosco,che inquanto alla tessitura, e in quanto al dettato alcune cose vi sarebbero da emendare, essendovi qua e là ripetizioni di concetti e di modi: ma ella le scriveva per suo diletto, non con l'intenzione di darle alle stampe. In niuna di esse si parla di amore: non è in alcuna la traccia di una eccessiva passione. L'anima sua sempre innocente e tranquilla, mai non ne conobbe la forza: quindi parlando e scrivendo ritrasse affetti soavi, pietosi e buoni. Tutte le sue Novelle son meste, forse perchè il suo pensiero fu sempre rivolto al Cielo, e conobbe sin da fanciulla la breve durata, e la ingannevole vanità delle umane cose. Perciò aveva nel cuore quella mestizia, che avrebbe un Angiolo, se dal suo beato soggiorno fosse costretto a discendere, e a vivere sulla terra. CATERINA FERRUCCI. LA V E R A RICCHEZZA. Luisa era l'unica figliuola di un ricco mercatante di La madre sua tanto buona quanto assennata, di nulla più che della savia instituzione della figliuola fu sollecita. Per quella ogni m o n d a n o piacere aveva lasciato : in quella con instancabile assiduità si occupava. O n d e intese a fare , che la Luisa crescesse obbediente, mansueta e sincera, e stimasse il vero nostro bene essere nell' adempimento dei nostri doveri, il vero male nel contrastare al volere di Dio, dei genitori, e agli a m m o nimenti della coscienza. Anche spesso le favellava dell' obbligo che noi abbiamo di sovvenire alle necessità del prossimo nostro, né taceva delle umili virtù di non pochi fra i poverelli e della santa letizia di che ai buoni è cagione la carità. A tali parole la fanciulla chiedeva alla madre : — Potrò io mai quella gustare ? — Ed ella: — S ì al certo la gusterai, solo che tu ti mostri efficacemente compassionevole agi' infelici. — E quella fu sempre ad essi pietosa; né mai ad alcuno delle sue limosine favellava. Ma Iddio ne tenne conto nel Cielo. 1 66 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI Quando Luisa fu grandicella cucì vesti per povere bambine, ed alcune di quelle chiamava a sé nei giorni festivi, dispensando ad esse i suoi doni, e confortandole di buone parole. Visitava con sua madre alcune famiglie indigenti, ed uscita dalle miserabili loro case lodava la Provvidenza, che l'avea fatta nascere nell'agiatezza. Allora la m a dre ad essa si univa nel ringraziare il Signore, e l'esortava ad avere in pregio le virtù dei popolani, ed a riporre la sua felicità nelle opere buone. Luisa aveva solo quindici anni allorché la sua madre morì dopo breve malattia. Questa improvvisa sventura le diede grande afflizione. Confortavasi però nel pensare alla gloria di cui la santa donna godeva in Cielo, e procurava imitarne la cristiana rassegnazione. Per dar sollievo al dolore del padre suo studiossi mostrargli affetto e riverenza m a g giori del consueto; né fu dimentica dei poveri, cui sovvenne nel m o d o usato già dalla madre. La giovinetta mai non entrava nella camera, dove quella solea dormire, senza dolersi della sua morte. Oh quante volte dopo lungo e affannoso pianto, dopo una preghiera interrotta dai singhiozzi, le parve udire queste parole, che furono le ultime da lei dette: — Figliuola mia, fa sempre la volontà del Signore. — A l l o r a ella offriva a Dio il suo dolore, e co' religiosi pensieri lo temperava. A diciotto anni Luisa fu maritata a un ricco banchiere di n o m e Carlo. Questi era dedito al lusso e ai divertimenti : onde la sua sposa fu costretta di SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 67 rinunziare alla solitaria e operosa vita, che sino allora aveva tenuto. Ella, degli sfoggiati ornamenti , dei teatri, dei balli non si curava. Ben conoscendo il pregio del tempo, spesso ripianse in m e z zo alle feste la tranquillità della sua casa paterna, mentre altre donne portavano invidia alle sue ricchezze. Le stava sempre nella memoria l'immagine della madre, e a fare ciò ch'essa fece era ubbidiente al marito, e pietosa dei poverelli. Nella state dell'anno 18. . . . recossi ad una sua villa posta su i fianchi di un monte, in mezzo ad un folto bosco di querce. Ivi attendendo a bene educare i suoi figliuoletti, e contemplando i lieti campi, le alte montagne, gli aperti piani, e il limpido lago che dalla sua abitazione scorgeva, ella vi passò giorni felici, quando inaspettata sciagura le sopravvenne. Gli averi del suo marito già da gran tempo diminuivano per le spese soverchie ch'egli faceva. Al che quegli cercò riparo mettendosi a un nuovo traffico. Ma non gli successe il disegno suo. Onde, oltre a quello che aveva in proprio, perde la dote della moglie, e molto denaro, che varie persone gli avevano confidato. Allora fu costretto a fuggire: allora molti, che prima lo adulavano, l'ebbero in odio e in disprezzo. Tutti gli amici della sua buona fortuna si volsero contro a lui : e tutto gli venne m e n o , salvo l'affetto di Luisa. Questa povera ed infelice partì dal paese, ove ricca e felice era già vissuta: e raccomandando sé 168 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI e la sua famiglia al Signore seguì il marito in terra lontana. Ivi attese con instancabile assiduità ai lavori donneschi per sostentare col suo guadagno i figliuoli. Per quanto però si adoperasse a quietare la disperazione di Carlo non mai le riuscì d'indurlo a paziente rassegnazione. Invano gli parlava di Dio, invano lo esortava a dare di sé buono esempio ai piccoli figli. Lo sciagurato esclamava: essere perduto il suo onore, svergognato il suo nome, impoverita la sua famiglia per sempre. Quindi stretto dai rimorsi, preso da insanabile infermità spirò fra le braccia della Luisa. La virtuosa donna sostenne con religiosa costanza il nuovo infortunio. Tutta si consacrò ai suoi figliuoli: gli educò cristianamente; li avvezzò ad amare lo studio, la fatica, la parsimonia. Potè dare una buona instruzione al suo Eduardo e bene allogare le due sue figlie. Quando poi fu vicina a morte, così a quello e a queste parlò : —Figliuoli miei, fra breve io lascerò questo m o n d o , avendone esperimentato tutte le gioie e tutti i dolori. Dalla mia vita ho ritratto questo ammaestramento, che a voi lascio, perchè lo stimo più prezioso d'ogni tesoro: La vera ricchezza non consiste nella copia dei denaro, o delle g e m m e , ma sì nell'amore d'Iddio, e nella buona coscienza. Promettetemi di non anteporre mai l'oro a questa: e se dalla cupidigia dei beni terreni sarete stimolati, ricordatevi, come a me niuna felicità recassero i molti denari, e come di grande conforto mi fossero sempre la reli- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 69 gione e la probità. Vi benedico, e vi esorto a vivere da cristiani, se nella pace del Signore desiderate morire. — Indi a poco spirò, e l'umile sua sepoltura fu tenuta in maggiore venerazione di molti splendidi mausolei. Le sue figliuole serbarono efficace ricordo dei suoi consigli. Eduardo poi preferì la probità alla ricchezza. Perchè avendo avuto in eredità un pingue patrimonio lo divise tra le famiglie, che pel fallimento del padre erano cadute in povertà. Egli non abbondò mai di denaro, ma pel testimonio della sua retta coscienza tenne per fermo : La vera ricchezza trovarsi nella virtù. ELISA, O LA RASSEGNAZIONE CRISTIANA. « 0 crux, ave spes unica ! » Ai piedi dei monti dei Giganti è posto sul pendìo di una collina il villaggio di L .... il quale termina ad un piccolo ripiano, su cui è la chiesa. Dinanzi a questa si distende un bel prato, con aiberi folti e grandi : non lungi è una rupe, da cui Pacqua si precipita al basso rumoreggiando: al paese sovrasta il castello di F ..... ora disabitato. 1 70 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI I signori di esso furono padroni amorevoli dei loro contadini, onde questi pregano pace ogni sera alle anime loro. L'ultimo dei conti di F . . . . viveva al principio di questo secolo. Ebbe in moglie una donna di grande virtù e bellezza. Poco dopo la nascita di Elisa, unica sua figliuola, ei morì. La sua vedova mai non si volle rimaritare, dandosi tutta alla educazione della sua cara bambina, e mostrandosi pietosissima dei poverelli. Ai quali fu di ajuto nelle necessità, di conforto nelle afflizioni, di consiglio nei dubbi, di assistenza nelle malattie, sicché tutti in grande amore e riverenza la tennero. Nell'anno 1826 quel villaggio essendo afflitto da malattia contagiosa, la contessa fece tosto partire Elisa per Praga. Ella però non volle lasciare i suoi contadini. N o n tenendosi paga di soccorrerli col denaro, da sé assisteva gP infermi. A quanti la*confortavano a fuggire il contagio sempre rispose : — Se è volere d'Iddio che io muoja non me ne duole, poiché morrò sovvenendo al prossimo mio. Se poi rimango sana la gioja che ho nell'adempiere il mio dovere mi ricompenserà d' ogni pena da me patita. In ogni m o d o avrò dato un esempio buono a mia figlia. — Poco dopo la contessa uscendo da una casa , in cui una intera famiglia giaceva inferma, fu presa da forte brivido. Conobbe tosto esserle vicina la morte. Ella però, dalla buona coscienza rassicurata, non n'ebbe sgomento alcuno. Chiamato a se il SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 71 suo confessore preparossi a morire cristianamente. A quelli che le stavano intorno raccomandò la figliuola : e quando poi fu agli estremi, con voce di agonizzante ella disse: — Prendete questa croce, che io tengo sospesa al collo : mandatela ad Elisa: le sia ricordo di quella rassegnazione che e' insegnò il Redentore. — Il giorno dei funerali della contessa fu giorno di pianto per quel villaggio : uomini, donne, vecchi, fanciulli, molti dei quali erano ancora convalescenti, e si reggevano appena, l'accompagnarono con ceri accesi al sepolcro : la loro salmodìa spesso dalle lagrime fu interrotta. Elisa non potè mai consolarsi di avere perduta sì buona madre. Passò alcuni anni in un monastero , per lo più inferma. Quando udiva dal letto le grida festose delle compagne, che liete giocavano nel giardino , ella guardava la croce della sua m a m m a , e da quella pigliava forza e pazienza. Uscita dal monastero, e andata a Praga, fu in grave pericolo della vita. Per questo non si turbò; anzi n'era lieta pensando che tra poco starebbe per tutta l'eternità con Dio e con i suoi genitori. Ma ella aveva a sostenere altre prove : sicché dopo lungo patire ritornò sana. I medici però vollero che prima dell' inverno andasse in Italia. Allora desiderò di rivedere la terra dove era nata. Vi giunse sul finire di agosto nell'anno 1832. Gli abitanti del villaggio le fecero liete accoglienze. Ella di queste avendoli ringraziati cortesemente, entrò 1 72 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI in chiesa, e disse alla sua governante : — Oggi si canta il Te Deum per la mia guarigione ; tra poco qui si canterà il Misererà sulla mia bara. — La fanciulla rimase un mese in quei luoghi, che rimirava con melanconico affetto, poiché un mesto presentimento le andava dicendo al cuore che più non li avrebbe veduti. N o n temeva ella la morte: ma P era grave il pensare che sarebbe sepolta in terra straniera. Allora, baciando la croce lasciatale da sua madre , tra sé diceva : — In qualunque contrada io muoia, il Signore sarà il mio aiuto, e l'anima santa di mia madre mi accoglierà in paradiso. Mi dovrei io contristare perchè il mio sepolcro non sarà dagli amici, né dai parenti mai visitato ? N o n lo vedrà forse il Signore ? E non sarà esso guardato e difeso dal segno santissimo della croce ? — Elisa era vera cristiana, poiché la religione signoreggiava l'animo suo. A dì 14 di settembre, nel giorno in cui si celebra dai cristiani la festa della santa Croce, l'umile chiesa di. . . era parata a bruno, velati v'erano i quadri, senza lumi e senza fiori gli altari. Nel mezzo della navata sorgeva un gran Crocifisso , a significare che P u o m o deve avere fiducia nel Redentore. Tutti i fedeli erano adunati nel tempio, e fra essi Elisa, la quale pregava Iddio di benedire il suo viaggio. Dopo la messa il curato esortò i suoi parrocchiani ad imitare la pazienza di Gesù Cristo : — Se voi sarete , diceva , oppressi dalla SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 173 sventura, guardate, guardate la croce, e in luogo di lamentarsi dica col Salvatore ognuno di voi: Padre , sia fatta la vostra volontà , e non la mia. — Fate, diceva Elisa, fate, mio Dio, che io sempre ripeta queste parole così nell'afflizione, c o m e nella gioia, così ora, siccome nell'agonia. Poscia tutti i fedeli adorando la croce cantarono P inno Vexilla regis con tanta divozione , che alla fanciulla sembrava di essere in paradiso. Il giorno dopo ella partì accompagnata dagli augurii di tutto il villaggio , e nel principio di ottobre giunse a Pisa, ove si trattenne insino alla primavera. C o m e c h è P aria di quella città molto le giovasse, pure sovente diceva nel suo pensiero:— Chi mi assicura, che fra breve il Signore a sé non mi chiami ? Il Figliuolo dell' u o m o viene quando m e n o noi lo aspettiamo. — Ai primi di aprile Elisa recossi a Firenze, e delle bellezze di quella città fu molto meravigliata. Quando vide la chiesa di Santa Croce desiderò di essere sepolta nel suo chiostro, ove dovesse morire in Toscana. Nella mattina del Venerdì santo, quantunque ella fosse molto infreddata , volle andare in chiesa. Poco dopo ebbe un trabocco di sangue , e subito disse : — D Ì O a sé mi chiama : non finirò questo giorno.— La sera di Pasqua, nell'ora in cui ogni famiglia celebra con allegrezza la festa di Redenzione, Elisa fu seppellita nel chiostro di Santa Croce. Sulla '74 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI sua tomba fu posta, secondo ella stessa aveva desiderato , una croce di m a r m o bianco con questa iscrizione in lingua tedesca: QUI GIACE ELISA CONTESSA F . . . . NATA IN L . . . IL 16 OTTOBRE 1 8 1 6 MORTA IN FIRENZE L 23 APRILE 1 8 3 3 . Nessuno mai si prostra pietoso su quel sepolcro: niuno vi depone mai un fiore, o vi sparge una lagrima. Ma Iddio lo protegge col segno santissimo della croce. Esso ha rimunerato dell'eterna beatitudine l'anima di Elisa, poiché Egli disse: Coloro, che seminano nelle lagrime, raccoglieranno nell'allegrezza. IDDIO P R O T E G G E L A V E D O V A E L'ORFANELLO. C o m e molte piante crescono , e vengono meno in luoghi inaccessibili all' uomo, ed ivi fioriscono solamente agli occhi di Dio, così nei monti, nelle campagne, ed anche nelle città sono genti povere e oscure, di cui forse niuno conosce il nome. Perocché voi solo, o Signore, sapete con quale affli- SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 1 75 zione fossero accompagnati al sepolcro dai loro cari que' padri, quelle madri, quelle mogli, quei giovanetti , di cui i cadaveri giacciono in una fossa , sulla quale sorge una croce, che rammenta passati affanni, ed immortali speranze. E voi, voi solo u • dite il pianto, o Signore , della vedova sconsolata e dell'orfanello. Tra Lucca e Pisa s'inalza un poggio assai rilevato, che chiamasi Monte Penna. Esso ha due cime nude e sassose. Al principio n' è facile la salita, che poi diventa molto erta, immagine della vita, piena di gioie e di speranze da prima, dal dolore e dai disinganni poi contristata. Presso al poggio sorge una verde collina piantata a castagni e ad ulivi. Sul fianco di questa era alcuni anni sono una casa, in cui viveva un pastore con la sua moglie , e con un piccolo figliuoletto. L'una Maria l'altro Francesco avea n o m e : buoni ambedue, ambedue paghi e contenti del loro stato. Francesco la mattina per tempo menava a pascere il gregge : Maria filava , prendeva cura del figlio, e in sulla sera saliva sull' alto del Penna per incontrare il marito. Gianni ( così avea n o m e il bambino ) l'accompagnava ; e non appena scorgeva il padre, con grande festa e amorevolezza correva a lui. Questi poi dimenticava ogni sua fatica nel rivedere i suoi cari ; e, con essi cenato, si coricava, non senza aver ringraziato Iddio delle benedizioni che aveva mandato in quel giorno alla sua famiglia. 1 76 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Negli ultimi di ottobre Maria, lavorando, stava seduta sull'erba in una piccola selva, mentre Gianni si trastullava a raccogliere le castagne, che insieme con le foglie avvizzite coprivano tutto intorno il terreno. Né questi né quella poneva mente all' azzurro del cielo , che in mezzo ai rami mossi dal vento a quando a quando si discerneva, né agli alberi quasi privi del loro verde, né al cader delle foglie, che si staccavano da quel tronco, su cui erano germogliate e cresciute. O i m è ! così spesso avviene , che la morte ci toglie improvvisamente quelli che amiamo più della vita nostra ! Mentre Gianni era in balìa alla spensierata allegrezza della età sua, Maria, commossa da melanconiche rimembranze , sospirava levando al Cielo gli occhi bagnati di lagrime. Ella ricordava , come in quel giorno aveva, alcuni anni prima, chiuso gli occhi alla madre sua. A lei ripensando , tra se diceva : — O madre mia dolce, perchè non sei vissuta più a lungo ? Perchè io non posso mostrarti il mio affetto nel m o d o stesso, col quale ora Gianni mi m o stra il suo ? Io vorrei patire la fame, la sete, vorrei esser priva d'ogni mia cosa più cara purché ti potessi abbracciare. Oh cara m a m m a , prega il Signore , affinchè P afflizione , che ho sofferto e che soffro per la tua morte , torni in bene del mio figliuolo ! — I raggi del sole di già al tramonto rischiaravano di rossa luce gli alberi e il prato, quando Maria si levò per andare al luogo dove era solita di ritro- SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 177 vare il marito. Ivi giunta si assise sopra una rupe, dalla quale un ampio prospetto si discopriva : che da una parte vedeva i colli scabri, selvosi, umili e rilevati che circondano la valle di santa Maria , sparsa di ville e di rustici casolari, lieta d'ombre e di biade : dall'altra Pisa, il suo piano e l'Arno, e giù in basso il mare che bagna i sabbioni di Viareggio. Ivi era nata Maria. Ad esso pertanto allora rivolse gii occhi , e diede in dirotto pianto , sì per la memoria della diletta sua madre, sì per molte altre meste e tenere ricordanze. Piangi, povera donna, che n' hai ben d' onde. Tenevi per certo di rivedere il marito , ed ecco , che a te ritorna pallido , esangue. Chi è più infelice di te? Il tuo compagno, il tuo amico, P unico tuo conforto ti è tolto. Tu in poco d' ora divenisti vedova, e il tuo figliuolo non ha più padre. Ma non disperare. Vive il Signore , che a te ed a lui provvederà di soccorso. Maria non udì quella sera, come nelle altre, il canto del suo Francesco, né il belato delle pecore, né l'abbaiare del cane. Vide però un cataletto sul quale quattro pastori portavano il suo marito. Ella volle correre a lui, volle dimandare quale sventura lo avesse colto ; ma la voce le venne m e n o , e cadde svenuta. Quando ricuperò il sentimento trovossi nella sua casa. Si guarda intorno , si vede accanto una sua vicina, che con la spontanea carità propria dei poverelli era ivi venuta per confortarla. Maria si ri12 178 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI scuote , balza dal letto a maniera di forsennata, e affannosa dimanda del suo Francesco : — Fatevi cuore : il Signore vi assisterà: sperate, sperate in esso, povera donna, — disse con voce compassionevole il Padre Paolo, che allora entrava in quella infelice casa a portarvi celesti consolazioni. M e n tre egli cercava di sollevare Y abbattuto animo di Maria, alcuni amici del marito venivano per condurlo alla sepoltura. Era già notte cupa quando essi si partirono dalla capanna avviandosi al cimitero di San Cerbone. Movevano dietro alla bara alcuni pastori, ognuno dei quali aveva in m a n o una fiaccola, di cui il lume rossiccio rischiarando all' intorno le piante e i sassi, faceva apparire più fitte le tenebre della notte. L' eco della montagna ripeteva la lugubre salmodia del Miserere, e quelle faci, quel canto , que' lenti passi ricordavano , come in mezzo alle tante e diverse cose , per cui ci affanniamo, niuna sia certa, niuna sicura, salvo la morte, che invita tutti i cristiani a liberi, a forti, a religiosi pensieri. Tutto in quell'ora era pace nella campagna : l'uomo, l'uomo solo piangeva, e pregava Iddio. La bara fu portata alla chiesa, in cui tante volte avea Francesco invocato la benedizione del Signore sopra la sua famiglia. La vista del Crocifisso in mezzo all' altare, sul quale P incerto chiarore dell'alba si rifletteva, ti ricordava queste consolatrici parole : Beati mortui, qui in domino moriuntur. — E in vero beato poteva chiamarsi quel buon pa- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 179 store, il quale era stato sempre paziente, e a tutti fece quel bene, ch'esso potè. Egli per certo aveva meritato P eterno premio, che non alla ricchezza, non al potere, non alla molta dottrina, ma sì è concesso alla virtù, ed alla fede. In quel mezzo Maria avea saputo , come il m a rito menando il gregge fra solitarii dirupi si fosse addormentato in una spelonca. Mentre le capre si andavano inerpicando su per gli scogli, e le pecorelle si riposavano all'ombra, ecco parte del m o n te rovina con grande fragore, e Francesco rimane come sepolto sotto a quei massi. — Ah, disse M a ria a questo racconto, ah perchè non è egli morto fra le mie braccia ? Perchè non ho potuto raccomandare al Signore l'anima sua, e rendere ad esso gli estremi ufficii? Ah troppo improvvisa, ah troppo crudele è la mia sventura ! — Ella stette in lagrime ed in cordoglio per molti giorni: e quando voleva tornare (con quale animo, Iddio lo sa) ai suoi lavori, le sopraggiunse una nuova tribolazione : che il padrone del gregge ad altri lo dette in cura, e a lei comandò, uscisse tra breve dalla sua casa. — Eccomi adunque, diceva la sventurata, eccomi sola, senza tetto, senza lavoro: non è anima al m o n d o che mi soccorra. Per me non temo la povertà : la temo pel mio bambino. Io ho già patito la fame: egli non mai. Che farò? chi mi darà aiuto? dove potrò ripararmi?— Mentre ella stava in questi pensieri, un sommesso Beo gratias la fece riscuotere. Era il Padre Pao- f80 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI lo, il quale le disse: — Iddio non abbandona la vedova e P orfanello. La signora B. . . . alla quale narrai i casi vostri desidera di vedervi : da essa avrete per certo aiuto e consiglio. — Allora una dolce speranza rasserenò l'anima della donna, siccome un raggio di sole rallegra la tacita oscurità di una selva antica, Ella si levò per tempo, e prese la via più breve fra quante menano alla valle di Santa Maria. Era mesta e squallida la campagna. In luogo degli anemoni e delle viole vedevi il pallido ciclamino, e dai cespugli, già così lieti e fragranti per le rose di maggio e per le vitalbe, pendevano poche bacche rossiccie tra le ingiallite ed aride foglie. O voi, che montate sì leggermente in superbia per le dignità, per gli onori, per la bellezza, guardate i campi in autunno, e vedete in essi l'immagine della caducità della vita. Ogni cosa terrena somiglia al fiore, che oggi s'apre odoroso, dimani langue e vien meno. Maria continuava il suo cammino forte piangendo. — Qui, diceva tra sé, qui noi sedemmo, mentre Gianni su quel praticello coglieva fiori. Là parlavamo dei nostri passati affanni, e delle nostre speranze. Quanti disegni facemmo insieme già in questi luoghi! Ohimè! furono vani i nostri pensieri: mai più non ci rivedremo su questa terra! — E qui vinta dal suo dolore stava per desiderare la morte, quando una voce le disse nelPintimo del suo cuore: —Patisci, e spera, se vuoi il premio SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 81 eh'è dato solo a coloro, i quali portarono con pazienza la croce di Gesù Cristo. — Beato quegli che, come Maria, porge orecchio docile a questa voce! Beato chi della retta coscienza fa la sua guida. La donna all' ora ordinata fu alla villa della signora B.. . . posta nel piano in mezzo a un ampio giardino. Quella signora impiegava le sue ricchezze nei sovvenire i poveri e nell'instruirli. Tutti ebbero sempre da essa aiuti e consolazioni, sicché ognuno l'aveva in grandissima riverenza. Ella accolse cortesemente Maria: e uditi i suoi casi n' ebbe pietà; onde a lei, che si lamentava, disse amorevolmente: — No, non sarete sola finché avrò vita. Venite nella mia casa, evi troverete la pace, che più nella vostra aver non potete. — Chi può ridire quale allegrezza sentisse la buona donna a queste parole? Ella ne stette alcun tempo fuori di sé; e, rese alla sua benefattrice le grazie, che seppe maggiori, rivolse sollecita il passe alla sua capanna. Il sole già tramontava, quando vi giunse, illuminando le cime dei colli, di cui le ombre più e più dense si distendevano nelle sottoposte pianure. Il fumo, che si elevava sopra ogni casa, faceva palese, riposarsi i contadini in quell'ora dalle durate fatiche con le loro famiglie seduti a mensa. — T u pure, o Maria, accoglievi al venir della sera il marito tuo, che stanco a te ritornava. Ora non odi più la sua voce, né il suo 182 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI amoroso saluto: più non vai sulla rupe, dove eri solita d'incontrarlo: ma siedi mesta al deserto tuo focolare, e col cuore lo vai chiamando. — È un giorno nell' anno, nel quale i giovani e i vecchi, i ricchi e i poveri, spinti da un solo affetto si uniscono insieme a pregare pe'loro morti. Questa, che io chiamerei la festa delle immortali speranze, è celebrata nel tempo, in cui P aspetto della natura sembra ammonirci, essere brevi e fugaci le u m a n e cose. Ecco il vecchio padre oppresso dagli anni, e più dal dolore, si reca alla tomba del suo figliuolo, in cui racchiuse insieme con esso ogni sua allegrezza. Ecco una donna, che depone ghirlande sopra il sepolcro della diletta sua figlia. Q u a vedi alcuni orfanelli, i quali s'inginocchiano sulla pietra, sotto la quale riposala loro m a dre. Infelici! N o n la vedrete mai più! E in cambio delle infantili carezze voi le porgete una preghiera ed un fiore. Nel cimitero si affollano muti e m e sti tutti coloro che vivono di memorie pietose e di santi affetti: e nella chiesa parata a bruno s'innalza una voce, che dice al cuore di tutti : Beati quelli, che sperano nel Signore. Andiamo dunque a pregare, che questo è giorno di amorosi pensieri, di dolci e di melanconiche rimembranze. Maria si recò alla chiesa di San Cerbone, e a Dio vi raccomandò le anime dei suoi cari. Poscia condotto il suo Gianni nel cimitero, depose una corona di semprevivi presso alla croce, sotto la qua- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 183 le era sepolto il marito. Inginocchiatisi poi sull'erba disse al figliuolo: — V e d i questi fiori, che ho messi sopra la fossa del babbo? essi non appassiscono mai: simile a questi è la fede, che ha l'uomo nella bontà del Signore. Fa dunque di avere fiducia in Esso, ed Egli avrà misericordia di te. — Pochi giorni dopo Maria si dispose a partire. Mentre lasciava i suoi m o n t i — A d d i o , diceva dentro di sé, addio casa, in cui nacque il mio caro Giannr, in cui ho goduto, ho sperato, ho pianto. Addio gregge, che mi annunziavi co'tuoi belati l'arrivo del mio Francesco : addio povero Fido , che sempre nel rivedermi eri solito farmi festa: addio rupi, addio boschi, che forse io lascio per sempre. E te pure saluto, o terra natale , dove è sepolta mia madre. Ogni sera già ti scorgeva da queste alture, e la tua vista mi rammentava la casa paterna e la tranquilla mia fanciullezza. — Con questi dolorosi pensieri la donna si pose in cammino. Ella fu accolta con molta cortesia dalla signora B. . . presso la quale condusse vita assai riposata. Gianni andava alla scuola, e cresceva in senno e in bontà. Ma non andò guari gran tempo che la Maria e il suo figliuolo ebbero di nuovo a provare quanto siano instabili i doni della fortuna. Un giorno al romper dell' alba si odono i lenti tocchi dell'agonia. A quel mestissimo suono rispose il pianto di tutti gli abitatori del borgo, presso al quale sorgeva la villa della signora B . . . — È vero, ma è proprio vero ? — si udiva dire. — Oh 184 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Dio chi mai poteva pensarlo ? dunque non v'è più speranza ? dunque la nostra benefattrice è in punto di morte ? — Felice chi è accompagnato al sepolcro dalle benedizioni dei poveri ! Felicissimo quegli, che negli estremi momenti della sua vita non è turbato dal rimorso, ma per la buona coscienza muore seeuro ! Egli non teme la morte ; la quale è per esso un Angiolo del Signore che lo conduce ad un luogo di eterna pace, di luce, di amore, di verità. La signora B . . . aveva santamente adempiuto ogni suo dovere. Obbediente figliuola, moglie sommessa , madre sollecita di educare a Dio ed ali' onesto i figliuoli suoi, umile, rassegnata e caritatevole condusse vita cristiana , onde non è meraviglia eh' ella spirasse tranquilla. — Addio , anima benedetta, anima santa ! Ritorna , ritorna al cielo d'onde venisti, ed ivi prega per la vedova abbandonata, per l'orfanello : prega pei poveri e per gli afflitti, de' quali tu fosti sempre pietosa consolatrice. — Era la chiesa di quel villaggio parata a bruno. Sorgeva sul catafalco una croce , invitando il cristiano alla carità, lo sventurato alla rassegnazione, P orgoglioso alla umiltà, tutti alla pazienza e alla fede. C o m e appariva dolce e santa la morte dinanzi a quella immagine di perdono, di amore, di sacrifizio ! — N o n vi avvilite, o deboli, non piangete , voi che vivete in mezzo al dolore : Iddio sarà la vostra forza, e la vostra consolazione. E voi, o SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 185 potenti, non esultate : P umana prosperità è c o m e lampo , che subito si dilegua. 11 regno de' cieli è per quelli che con giustizia , con carità , con pazienza seguirono le dottrine di Gesù Cristo.—Uomini, donne, vecchi, fanciulli piangevano innanzi a quel catafalco : e avendo il Curato con semplicità di parole reso il debito onore alla bene impiegata vita della signora B . . . tutti furono nell' udirlo compresi da quell' affetto di riverenza , che non all'ingegno, non al potere, né alla ricchezza, ma sì alla bontà sincera solo è dovuto. La primavera rallegra i campi, torna da lontani paesi la rondinella, e le nuove erbe ed i nuovi fiori invitano l'uomo alla gioia ed alla speranza. M a ria rimasa sola e senza soccorso , dopo la morte della sua buona signora , stava in dubbio intorno al partito, che dovea prendere. Fatti cuore , infelice ! gli affanni della tua vita passeranno siccome è passato il verno, e quegli che dà alle piante nuovi ornamenti e nuova bellezza , darà pace e conforto all'anima tua ! Dopo di aver lungamente tra sé discorso i varii consigli, che le sorgevano nella mente , ella deliberò di tornarsene a Viareggio presso al fratello. Da quali affetti non fu agitato il suo cuore quando dall' alto del monte ne scorse le case, i boschi, il lido arenoso ! Rimase per qualche tempo in ginocchio levando gli occhi e le mani al cielo. Già le barchette de' pescatori movevano a vele spiegate verso la costa : già udivi la lieta canzone del con- 1 86 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI tadino , che faceva ritorno alla sua famiglia. Ah ! certo quel Dio che dona ugualmente ad ogni contrada l'aria e la luce, quello che non è solo il Dio dei forti, ma sì anche il Dio degli umili e dei pazienti, verrà in aiuto alla madre e all'orfanello. Un lieve soffio di vento increspava il mare, sul quale la luna rifletteva il tremulo suo chiarore : alcune donne sedute sul molo di Viareggio aspettavano con vivissimo desiderio quale il figliuolo , quale il marito. Maria stava tra esse volgendo intorno l'occhio bagnato di lagrime ; ed ecco ella ode una voce, che le rammenta i suoi genitori, e un tempo sempre a lei caro , benché lontano. Era la voce del compagno della sua fanciullezza; la voce del S M O fratello, di quello che sarà il padre del suo figliuolo. Maria lo abbraccia, ed egli la guarda e piange, e stanno ambedue alcun tempo senza parlare. Piero era un povero pescatore. Pure compassionando alla sua sorella , deliberò di riceverla tosto nella sua casa dicendo alla moglie : — Facciamo ad essa quel bene che vorremmo fosse a noi fatto.— Io credo quejl'uomo di semplice cuore e di grosso ingegno avere meglio di molti sapienti compreso lo spirito del Vangelo , che è tutto carità e misericordia. Il giorno seguente, al primo sorgere dell'aurora Maria si recò al cimitero, ove pregò pace alla m a dre sua. A n d ò quindi alla folta selva di pini, che sorge vicino al mare, ove già tante volte era stata SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 187 nella sua infanzia. Là dove solo si udiva il cupo muggito delle onde le parve che Iddio dicesse di nuovo al suo cuore : Io proteggo la vedova e V orfanello. - Né fu ingannevole quella promessa : che Gianni, dopo di avere per alquanti anni aiutato lo zio nella pesca , divenne padrone di barca, e nelP umile sua fortuna stimossi agiato. Maria morì dopo di aver benedetto una buona nuora e quattro bellissimi nipotini. Gianni fu sempre grato alla Provvidenza. Onde non mai s'incontrò con un povero , che tosto , secondo la sua fortuna, non lo soccorresse. Quando poi gli avveniva vedere alcuno, che fosse oppresso da qualche grande sventura, subito gli diceva : — Anche io fui povero e afflitto : anche a me spesso mancava il pane : mia madre, di santa memoria , allora mi confortava ad avere fiducia in Dio. L' effetto corrispose alle sue parole. Sperate adunque nella bontà del Signore, pel quale tutte le cose, a chi è rassegnato, tornano in b e n e . — L A CIECA N A T A . Il signore A . . . abitava tutto P anno una villa vicino al borgo di. . . Così egli, come sua moglie, furono sempre caritatevoli. Apersero scuole e fi- 1 88 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI lande, fecero un ospedale e un orfanotrofio , e lasciarono, morendo, i loro contadini, che , per lo innanzi nei vizii e nell'ozio annighittivano, buoni e operosi. Del che sentirono certo allegrezza più pura di quella che sentì Augusto allorché lasciò di m a r m o gli edifizii di R o m a , che aveva trovato di mattoni. Io conobbi i signori A . . . quando erano già vecchi. Circondati dai loro figliuoli e dai nipotini aspettavano tranquillamente quel giorno in cui dovevano rendere a Dio la loro bene impiegata vita. Mi allontanai da que' luoghi nel 1825, e solo venti anni dopo vi ritornai. Entrata nel villaggio vi scorsi mutate non poche cose. Tutti erano in esso solerti e lieti : che nel lavoro avevano ritrovata la felicità e l'agiatezza. N o n vidi là, come altrove, i fanciulli coperti di sozzi cenci andare limosinando : ma quale di essi aiutava il padre ne' campi, quale era a scuola , mentre le donne lavoravano alla filanda. — Oh benedetti, io dissi allora fra m e , benedetti i signori A . . . i quali bene usarono le loro ricchezze , poiché a questi campagnoli tanta pace, tanta prosperità procacciarono! Oh beato chi per sé solo non vive, ma intende a migliorare l'altrui condizione ! — In quel mezzo giunsi alla chiesa , e vidi nel chiostro , presso al sepolcro dei signori A . . . , la tomba della nuora e delle figliuole loro, che erano morte prima di essi. — Ah ! veramente , sclamai, veramente la patria dell' u o m o non è in questo m o n d o ! Que' venerandi vecchi a- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 OV vevano riposta ogni loro consolazione nella famiglia, e Iddio, che ad essi la diede, ad essi la tolse. — P e r certo io credo , che quelli ne avranno nell' avversità benedetto il nome, siccome lo avevano già benedetto nell'allegrezza. Mentre io stava in tali pensieri, una donna che andava in chiesa mi disse : — Vede ella quella pietra ? Sotto di essa è sepolta una santa. Che tale fu la nostra signora. . . — La conobbi, risposi, e la venerai. Iddio volle negli ultimi anni della sua vita provare la virtù sua, togliendole le figliuole, il marito, la nuora. — E l l a , soggiunse l'altra, livide tutti morire in due anni : e quasi fossero poche tante sventure , l'unica figlia del signor Giorgio nacque cieca. — Contristata a tali parole mi recai alla villa A . . . e traversato il bel giardinetto , che giace innanzi alla casa, entrai in una selva di querce foltissime, le quali con le loro ombre facevano dentro ad essa apparire c o m e un incerto chiarore. Ivi scorsi seduta una giovinetta , di cui non vidi mai la più bella : ma i suoi occhi smorti e appannati mettevano pietà e dolore in chi la guardava. Era la figliuola di Giorgio. Io fui tosto riconosciuta dalla sua aia Lucia, ed essendo stata da esse accolta cortesemente, mi strinsi con Puna e con l'altra in grande amicizia. Un giorno la fanciulla in tal guisa di sé e del suo stato prese a parlarmi : — Io non udii mai la voce di mia madre, morta nel punto in cui nacqui : non ho mai veduto alcuna delle innume- 1 90 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI revoli cose , che mi circondano. Sono orfana sin dalla cuna, e per me il cielo, la terra, i monti, le pianure , le valli non hanno luce , né forma, non han bellezza. Vivo nel m o n d o , come se fossi già morta : e se la religione non mi sostenesse , non avrei forza per tollerare la mia sventura. Io aveva appena compiuto un anno , quando morì la mia nonna ; della nostra famiglia, già poco innanzi così numerosa e così felice, rimase solo il mio babbo. — Qui Maria ( che tale era il n o m e della fanciulla) levando al cielo gli occhi discolorati:—O Signore, disse,voi solo potete ricompensare la virtù di mio padre, poiché egli dedicatosi tutto a m e , mi è padre e madre ad un tempo, mi è inoltre quasi fratello. Ah ! sia egli benedetto le mille volte per tanto suo amore ! Fu tetra e melanconica la mia infanzia : io non poteva come gli altri fanciulli correr nel prato, e andar su pe' monti a raccoglier fiori : me ne stava seduta spesso sulP erba, ascoltando il ronzio delle api e il canto degli usignuoli. Ancora non aveva finito sei anni, quando mi accorsi di essere orfana, non avendomi mai prima alcuno parlato della mia m a m m a . Un giorno, andando a passeggiare con la buona signora Lucia , udii le grida di gioia di alcune contadinelle. — Perchè sì liete ? dimandai loro. — F a c c i a m o festa, risposero quelle , alla nostra m a m m a , che torna dalla città , e ci ha recato di bei vestitini. N o n è egli vero ? le nostre m a m m e son tanto buone ! — Io non conobbi la mia , — soggiunsi , e piansi e SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 91 volli sapere dove ella fosse. — È in paradiso , mi disse la mia educatrice, e di là ti guarda, ed ivi ti aspetta. Ella si affligge , se sei cattiva , e si rallegra allorché sei buona. — Da quel tempo pensai a mia madre con grandissimo affetto di tenerezza, e per suo amore divenni paziente. Oh ! avessi una infermità più dolorosa , più grave di quella , per cui son cieca, ma fosse viva mia madre! O h ! potessi udir la sua voce una volta sola ! Allora mi parrebbe di essere la più avventurata fanciulla , che sia nel mondo. C o m e fui grandicella mio padre mi condusse a Parigi, ed ivi mi fece educare in una scuola aperta pei ciechi, ove imparai a leggere sopra libri stampati in rilievo, e appresi pure a sonare. Iddio è molto buono ! Provvede a tutti i suoi figli, e appresta consolazioni ad ogni sventura. Egli mi ha fatto conoscere le verità santissime dell' Evangelo, Egli mi ha insegnato ad aspettare con rassegnazione quel tempo, in cui alla mia vera patria farò ritorno. — C o m e Maria si tacque, molto rimasi della sua pazienza meravigliata, e sempre più fui convinta, non essere altro male nel m o n d o , se non la perversità dell'animo. Nella primavera del 1847 tornando da un lungo viaggio mi recai alla villa A . . . Il prato vi era coperto/ d'innumerevoli fiori : fra gli alberi lieti di nuove foglie cantavano gli usignuoli, mentre le rondini con lieto squittio volavano intorno al nido. 192 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Piena di melanconiche rimembranze, allora io rivolsi il pensiero ai morti, e meco stessa mi dolsi, che quelli, che tanto a m a m m o , non possano ridestarsi a novella vita insieme cen la risorta natura. Ah ! perchè mentre gli alberi rinverdiscono, e i fiori di nuovo sbocciano per i campi, noi, che sortimmo nascendo m e m o r e affetto e cuore pietoso, noi indarno chiamiamo i nostri cari, i quali da questo m o n d o si dipartirono? Ma cessiamo ilamenti, pensando, ogni cosa terrena al tempo, l'anima umana all' eternità esser creata. Breve è lo spazio da Dio assegnato alla nostra vita. Tra poco saremo fuori d'ogni amarezza. — Mentre così andava tra me parlando vidi una giovine abbrunata , che appoggiandosi al braccio di una donna moveva verso il boschetto. Era M a ria. Corsi ad essa, mi prese per m a n o : — O mia cara amica, mi disse : quanto mi è grato che di me sempre vi ricordiate ! In niun tempo ho mai avuto, siccome in questo , bisogno di chi mi conforti. Son sola , sola al mondo ! — e proruppe in pianto. Quindi, — Era stolta , soggiunse , sì, era assai stolta, quando credeva, che fosse grande infelicità l'esser cieca. Oh ! padre mio, perchè non ritorni a me ? Tutto senza di te mi è grave : ogni molestia mi sembrerebbe facile a tollerare se io fossi teco ! — Le lagrime le impedirono di più dire. C o m e ebbe ripreso alquanto di forza, così continuò : _ Due anni sono , la mia seconda madre, che non posso chiamare con altro n o m e Ja buona SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 193 signora Lucia, fu presa da febbre molto gagliarda: io le stetti sempre vicina. U n a sera ella mi chiamò a sé ; mi dette santi ricordi, mi disse addio. Svenni ; e, ripresi i sensi, udii i lenti tocchi della campana dell' agonia. Pure in tanta sventura aveva mio padre. Egli il mio compagno, il mio amico , egli per me tutto amore ; ma nello scorso autunno perdei ancora esso. Da qualche tempo lo affaticava una tosse ostinata, e una lenta febbre. Nel giorno dei morti volle venire con me alla cappella , ma non potè : vi andai sola ; e all' udire i lugubri canti dei sacerdoti fui oppressa da doloroso presentimento. Allora pregai per l'anima di mia madre, affinchè da Dio mi ottenesse la guarigione del babbo. Tornata ad esso mi parve alla voce più debole delPusato. All' improvviso die un grido : io rimasi agghiacciata dallo spavento. Lo chiamo, e non mi risponde : gli stringo la m a n o , e la sento immobile e fredda. Era morto, morto ad un tratto ! Se non fossi cristiana , sarei disperata ; ma sono cristiana, e quindi patisco e vivo. — A questa dolorosissima narrazione rimasi senza parole. Poscia abbracciai la buona fanciulla pregandola a tenermi in conto di vera amica, anzi di tenera sorella. Ogni giorno vedeva Maria, ed ogni giorno ammirava la sua pazienza. Ella però fu sempre malata dopo la morte del padre , e nei 1851 morì di tifo. N o n mi basta l'animo di compiangerla, poiché ora essa è fuori d'ogni afflizione. Gli abitanti di ... . benediranno sempre al suo nome, '94 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI avendo essa lasciato ai poveri tutto il suo avere. Sulla sua tomba è scritto questo versetto del Vangelo : Beati quelli, che piangono , perchè saranno consolati. LA B U O N A MARIA. A mezza costa della Verruca, presso ad un bosco di pini giace su di un aprico ripiano una casa diruta , o a dir meglio un gran mucchio di sassi, coperto di ortiche. A quello m e n a un aspro sentiero, che solo è tenuto dai montanari, o da que' pochi, cui è grata la solitudine. Da quell'altura scorgonsi i sottoposti villaggi di Lugnano e di Cuccigliana, il sinuoso corso dell'Arno, e i fertili piani di Pisa. Ivi P animo è ritemprato a soavi affetti in mezzo a tante svariate bellezze della natura : ivi l'uomo ammira devoto il potere d'Iddio. Giunsi a quel luogo in una mattina di autunno, e contemplando i vicini monti, invidiai la sorte di quelli che mai non se ne allontanano. Mentre io stava assorta in dolci pensieri, vidi a me venire ima vecchia di venerabile aspetto. Nel suo volto scorgevi un animo ignaro del rimorso, contristato però da grandi sventure. Poiché m'ebbe salutata cortesemente io le chiesi quale fosse la via m e n o SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 95 erta per salire alla cima della Verruca. Ed ella: — Se la mia compagnia non Y è grave verrò con lei sino alla mia casa, eh'è quasi sull'alto del monte. —- Accettai la sua profferta e le tenni dietro per un ameno viottolo, chiuso intorno intorno da folti pini. Dimandai alla mia guida, se andasse spesso a Lugnano. — I o vi andrò ogni giorno, rispose, finché avrò vita. Vi scendo ad udire la Messa per le anime de' miei morti. — Ed io : — N o n vi accompagna mai alcuno dei vostri figli ? — I miei figliuoli? soggiunse con voce interrotta dal pianto ; i miei figliuoli? stanno meglio di me : sono tutti in paradiso. — Perchè io mi dimostrai compassionevole al suo dolore, ella continuò in questo m o d o : — I d dio la rimeriti della sua pietà ! Se non le dispiace, le racconterò i casi infelici della mia vita. Nel luogo, dove m'incontrai con lei, era posta , molti e molti anni sono , una casa , nella quale passai il tempo beato della mia fanciullezza : ivi i miei genitori menavano vita povera, ma operosa, ivi ebbi grandi contentezze vedendomi amata da tutta la mia famiglia. Oh ! quante volte scesi lieta e festosa per questo viottolo portando alla m a m m a un fascio d'erba o di legna! Ora il sentiero, che già tenevo per tornare alla casa di mio padre , mi conduce ai pochi avanzi di quella , e termina presso alla sepoltura di quanti ebbi cari ! Ancora non aveva finito quattordici anni, quando piacque al Signore di visitarci. La vigilia dell'Assunta aspettavamo il babbo, che sino dall'alba 1 96 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI vangava nell' uliveto. Egli aveva in uso di venire a cena alle ventiquattro, e a sera già tarda non lo v e d e m m o , né udimmo la solita sua canzone. Mia madre, buon'anima, mi disse, che tosto scendessi al piano per ricercarne. Oh ! me infelice ! M'incontrai con alcuni uomini, che sulle braccia lo portavano tramortito. Immagini quale io rimanessi ! Ancora mi sento raccapricciare nel ripensarvi ! Piansi, urlai, raccomandandomi a Gesù benedetto, perchè non mi facesse morire il babbo, che io chiamava ad alte grida , quasi mi potesse rispondere. E quelli, che lo portavano, dicevano:—Poverina ! grande sventura vi è seguita ! Iddio e la Madonna vi assisteranno. — A un tratto mi sembrò che mio padre si riscuotesse , mandando un forte gemito. Feci far sosta a quelli che lo portavano, sperando che fosse tornato in sé. Vana speranza ! Egli che poche ore prima io aveva lasciato al lavoro, tornò a casa morto , poiché uno smisurato ulivo cadendo gli schiacciò il capo. Fu immenso il nostro dolore , ed io dopo tanti anni ancora lo piango. N o n molto dopo morì mia madre. La nostra padrona pose nell'orfanotrofio di Pisa due mie sorelle , e fece quindi atterrare la nostra casa, che già stava in pericolo di cadere. Io andai ad abitare con una zia, che mi tenne come figliuola. Per questo poteva dirmi felice, se la memoria delle passate mie contentezze non mi avesse contristata. Ero presa da forte melanconia nello scorgere quelmuc- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 97 chio di sassi, che fu già la casa di mio padre , e nel passare innanzi alla chiesa in cui sono sepolti i miei genitori. Oh quante volte pensando alle mie disgrazie piansi d'un pianto, che dalle carezze m a terne non fu mai acquetato ! Quando ne' giorni di festa le altre fanciulle si rallegravano con le famiglie loro, io sola andava a pregare nel cimitero ! Aveva circa venti anni allorché un giovine m o n tanaro mi chiese in moglie. Lo sposai poco dopo, ed andai seco in quella casuccia , eh' ella vede là presso al bosco. O v e le piaccia di entrarvi da povera come sono, m'ingegnerò di servirla in quanto possa occorrerle. — Accettai di buon grado le sue proferte ; e preso breve riposo pregai la Maria ( così la buona vecchia avea n o m e ) di mostrarmi il sentiero, per cui si sale all'alto del monte. Traversato tin folto bosco di pini giunsi all' antica rócca tutta in ruina. Da quella vetta dovunque tu volga lo sguardo scorgi ampio tratto di paese. Là vedi Cascina, e il villaggio di Lugnano : qua la Certosa, e le verdi colline, che le sovrastano. Poscia il corso dell'Arno sino alla foce, e più lungi il mare. A tale vista sei presa da meraviglia : ma il tuo cuore non è commosso da mesti e da dolci affetti siccome quando rimiri un' ombrosa e riposta valle in mezzo alla quale tra fioriti cespugli ed antiche querce serpeggia un limpido ruscelletto. Intanto nere nubi oscurarono il cielo, ed un violento temporale mi sopraggiunse. Il vento impe- 1 98 SCRÌTTI Di ROSA FERRUCCI tuoso schiantava i rami dei pini, e la nebbia mi circondava , onde io cercava invano il sentiero , che tenni nel salire. Già cadeva la pioggia, già si udiva il cupo fragore del tuono. Mentre io tentava di ritornare alla buona vecchia , questa mi venne incontro , e cortese mi accolse nella sua casa. Allorché mi fui riposata alquanto, ella così continuò a narrare le sue sventure. — Mio marito aveva a livello questo uliveto, e certo poteva dirsi agiato, se avesse meglio curata la parsimonia. Ma egli spendeva all'osteria quanto ritraeva dalle sue fatiche , né tenne mai conto de' miei consigli. Ben presto però conobbe per esperienza il suo errore : che preso da lenta febbre rimase gran tempo allettato. Allora pianse scorgendo laceri e scalzi i nostri bambini, cui a stento potei procacciare il pane, vendendo le mie poche vesti, e fino il crocifisso sul quale spirò mia m a dre. Per volontà del Signore egli morì dopo alcuni mesi, lasciandomi sola con due povere creaturine. — Qui Maria un poco si tacque, commossa da m e lanconiche rimembranze : poscia così ripigliò il discorso : — N o n le dirò quale io rimanessi dopo questa sventura, né quanto io fossi afflitta udendo i miei figliuoletti chiamare il babbo, che non poteva rispondere alle loro grida, e vedendoli bisognosi di tutto. La grazia d'Iddio mi aiutò, onde li potei sostentare con le mie fatiche, che dalla bontà loro furono largamente ricompensate. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 1 99 O Ranieri ! 0 Caterina ! Voi nasceste pel paradiso, e non per questo misero mondo. Io non m e ritava di esservi madre ! — A queste parole, testimonio di vero, intenso dolore, pregai l'infelicissima donna di lasciare una narrazione, che troppo l'affliggeva ; ma ella afferm a n d o , che il parlare delle sue passate disgrazie le dava qualche conforto, continuò a questo modo: — Ranieri era bello, siccome un fiore. Nella sua faccia vedevi la bontà dell'anima sua. Aveva circa diciotto anni, quando una sera nel tornarsene dal podere, dove egli avea lavorato, scorse un fanciullo , il quale andando tutto solo sulla spiaggia d'Arno cadde nel fiume. Subito il figlio mio alle sue grida si getta nell' acqua : ma la corrente lo porta via. Io era alla fonte quando udii dire , essersi un giovane affogato nell'Arno mentre voleva salvare un bambino. Tosto mi viene in mente, che quello fosse Ranieri, e corro al luogo dove egli lavorava. N o n v'era : corro allo scalo del fiume : vi trovo gran calca di popolo : dimando chi fosse colui ch'era morto. — È Ranieri, mi fu risposto, è il figliuolo della vedova, che abita lassù in quella casuccia. — Caddi a terra , siccome morta. Alcune persone compassionevoli mi portarono dalla mia zia. Quando ripresi i sensi, vidi vicino a me Caterina. Allora le dissi, piangendo: —Figliuola mia, non ho che te in questo m o n d o .... — Ma non la contristerò più a lungo col racconto di questa mia grande tribolazione. Le dirò solo , che Ranieri fu 200 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI pianto da tutto il villaggio , in cui ognuno tiene per fermo, la sua anima essere in paradiso. — — Siate certa, io soggiunsi, siate pur certa, che se il vostro figliuolo potesse tornare a voi, vi esorterebbe a ringraziare il Signore, che lo ha liberato dalle pene di questa infelice vita. — — Ella ragiona bene, rispose Maria, ma il cuore di una madre non può mai darsi pace di simili sventure. Mentre io mi addolorava per la morte del mio Ranieri, Caterina poneva ogni sua cura nell'essermi di conforto, ed io in essa mi consolava, vedendola così religiosa e buona , così docile e faticante. Poco dopo quel contadino, di cui forse ella ha visto la casa a capo della salita, la sposò. Ella era felice nell'amore del suo marito, quando a me e ad esso fu tolta insieme con la sua prima creatura. Io le stetti vicino sino agli estremi ; e come le ebbi chiusi gli occhi, rimasi gran tempo senza poter piangere. Era per disperarmi, poiché la mia diletta figliuola , P unica mia consolazione, era morta. Oh ! quante volte mi pareva, che ella fosse ancora viva e sana ! E qual era il mio dolore quando, tornata in m e , comprendeva la mia disgrazia ! Io non poteva vedere alcuno, e me ne stetti per più di un anno sola con Dio, il quale misericordioso mi aiutava in tanta afflizione. Ora avvenne, che una mattina mossi da casa per andare in chiesa a Lugnano. Nel cielo sereno apparivano i primi raggi del sole, le campane sonavano a festa, ed io, vedute molte famiglie di m o n - SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 201 tanari scendere liete al villaggio , piangeva dal profondo del cuore. Quando poi fui alla casa , da cui era uscita la bara della mia figliuola, non potendo reggermi in piedi, mi posi a sedere sopra una pietra , ripensando con desiderio mestissimo a Caterina, con la quale aveva io perduto ogni mio conforto. Io la chiamava , quasi mi fosse vicina , lamentandomi, perchè così buona, giovine e bella fosse stata prima di me tolta dal mondo. A un tratto odo voci di gioia : ecco una sposa , la quale è andata all'altare. Bene si vede nel suo volto, c o m e in essa il dolore di lasciare i suoi genitori sia temperato dall'allegrezza. Ella sta presso alla madre, la quale è compresa da santi affetti. Poi vengono il padre , lo sposo, le amiche, i parenti, tutti festosi. Allora rammentando le nozze di Caterina, e pensando come la gioia di quelle si fosse ben presto mutata in pianto, salii disperata a casa, invidiando P altrui felicità, e dimenticando ( ahi sciagurata ! ) d'invocare l'aiuto del Signore. Quando dopo il tramonto del sole il crepuscolo rischiarò la pianura di debole e incerta luce, scesi dal monte : mi pareva che quanto mi stava intorno fosse partecipe dei mio dolore, e che il m e sto suono della campana della sera a' miei gemiti rispondesse. Entro nella chiesa. Innanzi alla immagine di Maria santissima dei sette dolori ardevano pochi ceri. Guardandola, mi raccomandai alla Madonna, perchè si degnasse di confortarmi, e mi sembrò che quella così dicesse : — Anche io 202 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI fui madre, e rimasi priva dell'unico mio figliuolo: m a , confidatami in Dio, mi rassegnai al suo volere , ed ebbi nel Cielo bellissima ricompensa delle mie pene. Invoca tu pure il n o m e del Signore , e lodalo nell'afflizione, se vuoi meritare il paradiso, ove in eterno sarai lieta co' tuoi figliuoli. — Quitìdi il curato intonò con voce dolente lo Stabat Mater, e il popolo rispondeva : « Santa Madre, questo fate Che le piaghe del Signore Siano impresse nel mio cuore. » Io pregai Gesù crocifisso con tutta P anima ; e da quell'ora in luogo di disperarmi raccomando a Dio me ed i miei morti. Quando poi vedo alcuno felice non lo invidio, ma gli desidero di esserlo sempre. 0 voi, buona Signora , che vi dimostrate così pietosa di m e , afflitta e vecchia, voi, cui la vita è ancora sì lieta, se mai foste colpita dalle disgrazie , non ve ne lasciate mai sopraffare , ma confidatevi in Dio, in Dio solo, il quale ci aiuta a sopportare ogni tribolazione. — I o , le risposi, terrò gran conto di queste parole, e non mai sarò dimentica della virtù vostra. Vedete : dopo la pioggia le piante sono più belle e fresche di prima. C o m e esse furono ravvivate dal temporale , il quale sembrava che le volesse schiantare , così P anima del cristiano è resa migliore e più forte dalla sventura. — STUDII LETTERARII E STORICI DI ROSA FERRUCCI. Se questo libro non fosse da me pubblicato perchè sia specialmente letto dalle fanciulle italiane vi avrei inserito almeno una parte di alcuni eruditi studii della mia Rosa sulla Iliade e sulla Eneide. Li fece ella a sedici anni, ed io, che ora li ho presi in attento esame , sono rimasa stupita della dottrina che aveva in così tenera età, della bontà del suo gusto, della rettitudine ed acutezza del suo giudicio. Ma non potendo le giovinette intendere le molte citazioni latine , che sono in quelli, né sentire la verità e la bellezza di alcune finissime osservazioni intorno allo stile di Virgilio, tralascio di pubblicarli. Oltre ai Paradossi e a non poche parti dei libri de Natura Deorum , de Legibus, de Amicitia e di altre opere filosofiche di Cicerone volgarizzate dalla diletta mia figlia elegantemente, ella recò in Italiano molti capitoli delle Storie di Tito Livio, e YArte Poetica di Orazio. Tradusse dal tedesco un discorso di Schiller sopra la storia uni- 204 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI versale, e un ragionamento accademico di Herder sulla necessità , sulP utile, sul diletto dello studio della geografia. Fece queste traduzioni a quindici anni, senza maestro, e me le offerse in segno della sua gioia pel mio ritorno da Genova. Sono dettate con puro, grazioso e semplice stile. Scrisse la vita di Scipione Affricano , quella di san Luigi re di Francia, aggiungendovi molte note storiche ed erudite. Avrei dato in luce questo lavoro , se non ne mancasse una parte, sventuratamente perduta. Chiaro e bene ordinato è un compendio fatto da lei della storia della letteratura italiana. Composto con buon giudizio è un ristretto del trattato di Rollin intorno agli studii. Per saggio dei suoi letterarii lavori pubblico un dialogo sulla Divina Commedia. È il principio di un lungo lavoro, che poi non potè continuare. Lo fece nel 1854 per la mia festa , e me lo diede insieme con i soli versi che ella abbia dettati. Do anche questi alle stampe , non perchè io li reputi in tutto belli, ma perchè la qualità del tema, la dolcezza dei concetti e del ritmo , e la purità dello stile danno in essi novella prova dell'animo religioso della mia cara figliuola, e del frutto che aveva tratto dai diligenti suoi studii intorno alla nostra lingua ; essendoché non vi è m o d o che non sia proprio , non vi è parola che non sia schiettamente poetica ed italiana. E qui ripeto ciò che ho già detto altrove. N o n educai mia figlia per essere 'letterata, ed essa non mai pensò ad ottenerne il n o m e e la lode. Coltivai la sua SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 205 mente , affinchè questa potesse guidare la sua volontà, e le desse lume a fuggire il male, e ad amare il bene. Fu mia intenzione di farla buona, e non dotta ; buona per ragione , non per instinto ; buona nell' intelletto e nel cuore. Quindi niuno ricerchi in queste sue prose la perfezione dell'arte di scrivere e d'immaginare. Desidero , che siano lette , non perchè io speri che venga per esse dato a mia figlia un luogo onorato tra le donne erudite : ma perchè si vegga, come in sì tenera giovinezza ella avesse saputo riunire insieme P amore del buono, del vero, e l'amor del bello. CATERINA FERRUCCI. ROSA ALLA SUA CARA MAMMA O. D. C PER LA SANTA CATERINA DEL 1854 QUESTO PRIMO DIALOGO SULLA DIVINA COMMEDIA. Mia cara m a m m a . Il Camoens naufragando presso al lido Indiano potè sottrarre la sua Lusiade all' urto delle ripercosse onde , e al medesimo m o d o , il sai, Cesare salvò dalle acque del Nilo i suoi Commentarii. Io, che a petto di questi due grandi somiglio a uno stelo d'erba, mentre essi a querce annose e robuste possono essere comparati, con loro non ebbi neppure comune la fortuna. Perocché il povero lavoro, 1 che io aveva in animo di porgerti in questo giorno felice e lieto quanto altro mai, si è smarrito in quel cupissimo pelago, che si chiama sgombero. Adunque, volendo pur darti una testimonian1 La vita di S, Luigi re di Francia con la storia dei suoi tempi. 208 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI za delP amor mio , ti offro queste cicalate , scritte con quella maggior cura che per me si possa. Esse terranno il luogo del perduto componimento, e così mi sarà lecito dire col poeta : « . . . . primo avulso noti deficit alter* » Solo mi duole , che invece del ramo aureo della Sibilla ti troverai in m a n o un fastello di stipa. N o n avere a vile il mio umile dono , che io ti reco in argomento di amore e di gratitudine, e accogli con esso i fervidi voti che innalzo a Dio per la tua felicità. Piaccia al Cielo, che per lunghissimo tratto di anni i figliuoli e i nipoti si uniscano intorno a te, per celebrare con lieto animo la tua festa ! Salve et vale, dolcissima fra le madri : non dico già col comico vale et plaude : che sebbene la benignità tua mi accerti, che io non sarò da te biasimata, sarei troppo superba, se osassi desiderare una tua lode. DIALOGO PRIMO. Sulla Divina Commedia. In un amenissima valle chiusa da ogni parte da folte querce e attraversata da un limpido ruscelletto, il quale zampillando da un'alta rupe piegava le pianticelle che crescevano nel suo letto , Aristo e Cleone si adagiarono sopra l'erba, lieti per la tranquillità di quel luogo, e per la freschezza delle o m - SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 209 bre che lì circondavano. Il canto degli uccelli, il ronzio dei volanti insetti, lo stormire delle foglie scosse dal vento , alcune delle quali a quando a quando cadevano a terra, la fragranza dei fiori che ornavano il pendìo d' ogni balza , i tremoli raggi del sole che qua e là fra gli alberi scintillavano , empivano di un' arcana dolcezza P animo dei d u e giovani. Poscia essi presero a lodare la bontà di Colui, il quale con la infinita sua Provvidenza ordina e regge tutte le cose. Indi ragionando delle varie forme del bello ch'emana dal vero e dal b u o no , Aristo incominciò a parlare dei m o d i diversi con cui fu dagli u m a n i ingegni rappresentato. — Niuno fra questi, continuò egli, niuno certo con maggiore efficacia dell' Alighieri dipinse non solo i differenti costumi degli u o m i n i , ma sì ancora i varii aspetti della natura. Odi quanta soavità è nel passo seguente del Purgatorio : « Tra erto e piano era un sentiero sghembo, Che ne condusse in fianco della lacca, Là dove più che a mezzo muore il lembo. Oro ed argento fino e cocco e biacca, Indico legno lucido e sereno, Fresco smeraldo in l'ora che si fiacca, Dall'erba e dalli fior dentro a quel seno Posti, ciascun saria di color vinto, Come dal suo maggiore è vinto il meno. Non avea pur natura ivi dipinto, Ma di soavità di mille odori Vi facea un incognito indistinto. » In questi versi Dante supera certamente molti 14 210 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI altri poeti, che ritrassero le bellezze della natura; ma nella descrizione del Paradiso terrestre vince sé stesso. — Aristo si volse all' amico sicuro di scorgere nel suo volto la contentezza, che sorge in noi allorché ai sensi destati nel nostro cuore dall' aspetto sempre variato della campagna si uniscono quelli dai quali l'uomo è compreso nell'udire o nel leggere i versi dei Classici. Quale non fu la sua meraviglia quando Cleone sogghignando gli disse : — N o n sapeva che da te fossero, o amico, tenuti in pregio gli antichi versi del poeta del B e dell'/ce. — C o m e , rispose Aristo frenando a fatica il suo sdegno, tu hai animo e intelletto umano, e non ammiri la Divina Commedia/" N o n senti la maestà, la dolcezza , la sublimità, la grandezza di quel P o e m a , per cui la nostra infelice patria è famosa fra le straniere nazioni ? — Cleone. Ah sì per certo : i versi di Dante erano belli nel secolo X I V quando il m o n d o bambino usciva dalla lunga notte della barbarie : ma ora nel secolo X I X , nell'età dei lumi Aristo. Se i Classici si pongono in non cale , il secolo dei lumi sarà pur troppo il secolo dei ciechi e degli .... Aristo , rispettando , secondo il precetto di Tullio, le inviolabili leggi dell'amicizia, non osò dire : il secolo degli stolti. — Or via, disse Cleone, tu mi sei maggiore di età e di senno. Su, animo: scoprimi le infinite bellezze che vedi nella Divina Commedia, ed io ti enu- SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 21 1 mererò i molti difetti, che scorgo, sì nella tessitura, sì nel dettato di essa. — Aristo. Benché io certo non sia da tanto , procaccerò di appagare il tuo desiderio, e darò principio al nostro ragionamento con queste parole di Boileau : « Lorsque les écrivains ont été acclamés « durant un fort grand nombre de siècles non « seulement il y a de la témerité, mais il y a de la « folie à vouloir don ter du mérite de ces écrivains. « Q u e si vous ne voyez point les beautés des leurs « écrits, il ne faut pas en conclure qu'elles n'y sont « point, mais que vous étes aveugle et que vous « n'avez point de goùt. Le gros des h o m m e s à la « longue ne se trompe point sur les ouvrages de « l'esprit. » Quanto ai difetti che vuoi notare nel P o e m a dell'Alighieri, alcuni sono scusati da questa sentenza di Orazio : « Verum ubi plura nitent in Carmine, non ego paucis Offendar maculis » Altri poi vennero a torto tenuti per tali da chi non comprese il carattere proprio della Divina Commedia , né le variazioni, alle quali soggiacque la nostra favella nei secoli, che seguirono il XIV. E per quello che alla tessitura si appartiene, se togli certi miti pagani, che lo stesso creatore del poema epico-cristiano non poteva forse nei suoi tempi evitare , non so quali m e n d e trovi nel gran lavoro : 21 2 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI « Al quale ha posto mano e cielo e terra. » Cleone. Tu mi parli del carattere proprio della Divina Commedia. Qual è , di grazia , il carattere di un Poema, che da alcuni per epico, da altri per didascalico fu tenuto ? Aristo. Gli eruditi diranno, se il P o e m a di Dante sia epico o didascalico. Io ho per fermo che quegli non avesse in animo di osservarvi tutte le regole imposte dai retori alle varie forme dei componimenti poetici. E ciò né fatto chiaro dall'avere esso chiamato il suo gran lavoro col n o m e di Commedia, quasi a significare, ch'ei vi ritrasse al vivo P indole varia degli uomini , P indole stessa dei tempi suoi, alluna e all'altra conformando concetti e stile. C o m e poi seppe bene effigiare in Virgilio la sapienza pagana , e in sé medesimo la civiltà cristiana, surta allora dalle rovine del m o n do antico, quasi fenice dalle sue ceneri ! Cleone. Sia pur vero quanto affermi. Poniamo adunque da banda ogni discussione intorno al carattere di questo poema. Ma perchè l'antica sapienza vi è rappresentata in Virgilio , e non in Platone, o nel « . . . . Maestro di color che sanno ? » Perchè simbolo della Teologia vi è una Beatrice dei Portinari, di cui il poeta non ci potè tramandare se non il n o m e e la fama della bellezza ? Aristo. Rispondendo alla tua prima domanda o- SGRITTI DI ROSA FERRUCCI 213 serò affermare, Virgilio essere stato non solo il più eccellente, il più verecondo, il più forbito fra i latini poeti, ma anche uno degli uomini più dotti del secolo d'oro. Leggi le Georgiche e P Eneide e vi troverai certissimi argomenti della singolare dottrina del loro autore , segnatamente in quanto alle antiche storie ed alla morale e speculativa filosofia si appartiene. Perciò nella notte della barbarie , in cui fino il n o m e di molti uomini s o m m i era stato posto in dimenticanza , tanto era anche nelle più remote regioni lo splendore della fama di Virgilio, che il m o n d o ignorante aveva in conto di m a g o il principe dei latini poeti. Quando poi i pochi studiosi poterono esercitarsi nelle nobili discipline leggendo le antiche scritture, conservate dalla solerzia dei M o n a c i , essi trovarono nelle sole opere di Virgilio l'armonia del verso e la eleganza dello stile congiunte a grande sapienza. E da ciò sempre più ampiamente si dilatò la sua gloria. E poniamo ( cosa impossibile prima del secolo X V , nel quale dopo la ruina dell'impero Bizantino fiorirono in Italia gli studii della greca letteratura e della filosofia platonica ), poniamo , che Dante avesse avuto piena contezza delle opere di Platone e d'altri sapienti, da chi, se non da Virgilio, avrebbe egli tratto quella conoscenza del cuore u m a n o e quell'arcana soavità, che aggiungono tanto di efficacia alle più sublimi dottrine ? Cleone. Il tuo ragionamento mi persuade ; ma quanto a Beatrice sono sicuro, che tu non mi pò- 21 4 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI trai provare , la Teologia non essere stata a torto effigiata nella figliuola di Folco de' Portinari. Aristo. Allorché la sapienza dei Greci simboleggiò in nove fanciulle il genio inspiratore del bello, essa volle significare , la donna essere nata a destare nell'uomo generosi pensieri ed alti concetti. Di ciò ne porge testimonianza l'amore puro ed ardente che pante fino dalla sua fanciullezza portò a Beatrice. Egli solo poteva essere compreso da tale affetto, proprio di un grande poeta, al quale si aggiunse il vivo e costante amore del buono, del bello e del vero. O n d e mi sembra degnissima di occupare un sì alto luogo nel P o e m a dell'Alighieri la Donna , che in lui accese la brama di operare da forte e di calcare la via della virtù e della gloria. Cleone. Anche in questo mi accorgo, il mio giudizio essere stato alquanto severo : sicché non posso negare competersi lode alla tessitura della Divina Commedia. Ma poniamo mente alle immagini, ai concetti, alle varie maniere di stile dei singoli Canti, ed io sono certo, che tu stesso reputerai esagerato l'onore, che a questo p o e m a diedero i così detti Classici e il Pater elegantiarum Antonio Cesari. Aristo. Lo vedo pur troppo : tu sei uno fra i molti Romantici, che più dello stesso Achillini snervarono e contaminarono la nostra letteratura. Ma sei giovine, hai ingegno eletto, ami e senti il bel-. lo della natura, e presto , ne porto ferma fiducia , lo saprai discernere nei capolavori dei Classici. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 21 5 Intanto esamina m e c o il primo Canto dell'Inferno, in cui Dante seppe ritrarre l'indole nuova e sublime del suo P o e m a , in quella guisa, che un m a e stro di musica esprime nella sinfonia i varii affetti espressi poscia da lui in tutta una opera. Cleone. Poiché cominci ad esaminare a parte a parte la Cantica dell' Inferno , voglio dimandarti , se può essere tenuta per vera l'opinione di quelli, i quali affermarono, Dante aver cominciato a dettare in lingua latina il suo gran Poema. Aristo. Sì : volle egli adoperare P idioma dei dotti ; ma tosto mutò consiglio, e sapientemente : che in esso perseverando nulla avrebbe aggiunto alla gloria della latina favella , allora decrepita e contaminata dalla barbarie. Odi questi versi pieni di nerbo, ma privi di eleganza : essi dimostrano, che se Dante poteva abbellire, ampliare e quasi creare la nostra lingua poetica , non era da lui il destare a novella vita la morta letteratura romana : « Ultima Regna canam fluido contermina mundo Spiritibus, quce late patent quo3 proemia solvunt Pro mentis cuicumque suis. » Benché lo stile latino di Dante superi di gran lunga nella efficacia quello degli scrittori dell' età lutea, pure in esso il divino poeta non potea esprimere pienamente la sublimità dei suoi concetti. Per la qual cosa alcuno ebbe a dire essere egli in ciò simile ad un gigante, il quale innalza con roz- 21 6 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI zi scogli una pelasgica mole. Ma torniamo al proposito nostro. Cleone. Favete linguis! Procul, o procul este profani! Aristo. La solitudine di questo luogo terrà lungi da noi i profani, sicché il nostro ragionamento non sarà da alcuno turbato. Dante, il sai, immaginò, la sua visione essergli apparsa nel 1300, anno lieto per tutta la cristianità, poiché in esso Bonifazio Vili promulgò il Giubileo. Cleone. Certo il poeta non potea porla in tempo più opportuno ; ma dimmi : P allegoria del Canto primo non ti sembra più intricata e più oscura della selva selvaggia ed aspra e forte, nella quale egli si smarrì ? Aristo. Leggi, leggi le interpetrazioni di Paolo Costa e quelle dei più savii fra i commentatori della Divina Commedia, e dirai col Poeta : « . . . . Maestro, i tuoi ragionamenti Mi son sì certi e prendon si mia fede, Che gli altri mi sarian carboni spenti. » Cleone. Ma non sai tu , essere per sentenza dì molti dotti nel famoso veltro simboleggiato Benedetto XI allora cardinale? Per la qual cosa il tuo costante poeta sarebbe stato Guelfo nel primo canto, e Ghibellino nelle altre parti del suo P o e m a . Aristo. Rispetto il sapere e P a c u m e di quelli, che tengono questa opinione ; ma la sola interpe- SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 217 trazione del Costa mi sembra degna dell'Alighieri. Dante fu sempre di un animo e di un parere in tutto il suo P o e m a ; e ciò n' è fatto palese nel Canto terzo, essendovi posto san Celestino V fra gli sciaurati che mai non fur vivi. Cleone. Qui sì ti ho còlto. Puoi tu encomiare questo sacrilego giudizio del tuo Alighieri? Aristo. No per fermo, ma lo biasimo quanto so e posso, né qui dico con Orazio : Quandoque bonus dormitat Homerus : anzi credo indegno di un poeta cristiano il modo, con cui vendicossi Dante dei suoi nemici, e il non avere egli sempre osservata la riverenza delle somme chiavi. Con tutto ciò ti accerto, che se io fossi vissuto ai tempi dell'Alighieri, avrei con la debita moderazione tenuta nelle cose di stato la sua sentenza e seguitata la sua parte. Cleone. Prohì DU immortales! Tu Ghibellino? Dante ( a tourné la tele, mon cher ami. Aristo. Sghignazza purea tuo senno col tuo francese ; io ti dimostrerò con argomenti tratti dalle storie patrie, l'Italia essere allora venuta a tale, che nei soli Ghibellini doveva essere riposta la pubblica fiducia. Né questo discorso ci distoglierà dal proposito nostro: anzi per esso ne sarà manifesta la sincerità delle opinioni del g o m m o poeta. Cleone. Tu sei intisichito su gli Annali del Muratori, vero vecchiume, degno di essere rosicato dalle tarle e dai topi, ed io per curiosità ti ascolto. Aristo. Per non abbandonare Dante, lascio pas- 218 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI sare quasi inosservate, le tue irriverenti parole verso il gran Muratori, miracolo di dottrina, e vengo a ragionarti delle storie d'Italia. Q u a n d o gl'imperatori della Casa di Svevia, nemici della Chiesa di Gesù Cristo e della nascente civiltà, minacciavano di togliere la libertà e la vita sua propria alla misera Italia, la parte Guelfa, già forte, regnante Lotario III, rintuzzò il bestiale loro furore. Allora Alessandro III, pontefice degno del n o m e italiano, benedisse i collegati di Pontida: allora il m o n d o meravigliato vide forti e liberi uomini, i quali fidandosi nella eterna giustizia, sgominarono le barbare torme degl'insolenti invasori del patrio suolo. Ma tosto l'allegrezza degl'Italiani m u tassi in pianto. Il crudele Arrigo VI, mox daturus progeniem vitiosiorem, s'insignorì per forza d'arme della Sicilia, invano difesa dal valoroso Tancredi. O n d e i romani Pontefici vennero circondati da ogni banda dai nemici del pubblico bene. Indarno Innocenzo III procurò di sostenere Ottone IV e di farsi amico Federigo II proteggendone l'infanzia. Il primo si mostrò indegno della fiducia del santo Padre, degnissimo di essere poi vinto a Bouvines; il secondo, ingrato ed empio, rivolse contro al Vicario di Gesù Cristo le armi, con le quali avea riscattato il Santo Sepolcro. Ma la divina Provvidenza più non permise, che il trono dei Cesari fosse contaminato dall' altera prosapia del Barbarossa. Morto Federigo II, lo splendore della sua casa si dileguò, c o m e lampo. Allora altri mali afflissero SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 21 9 l'infelice Italia, e nuove schiere di barbari invasero i suoi confini. Cleone. Ho inteso: tu sei, siccome il tuo poeta, avverso a Carlo d'Anjou, e forse amico a Manfredi nipote di Costanza imperatrice. Aristo. Sì, lo confesso; avrei voluto, che il Pontefice in luogo di offrire il regno di Napoli a E d m o n do d'Inghilterra e a Carlo d'Anjou, si fosse riconciliato con Manfredi, principe italiano di nascita e d'indole, m e n o feroce de*suoi antenati, savio a m ministratore, prode guerriero, e culto fautore della nascente civiltà. Cleone. Tu solo certo dipingi Manfredi con sì vaghi colori. Dante medesimo gli pone in bocca la confessione de'suoi falli. N o n sai, avere egli nuovo Nerone.... Aristo. Il Muratori non ha per certe le accuse scagliate contro questo principe, di cui la storia ne prova la verità di quell' altero detto del vincitore Vae vietisi D'altronde è certo, la battaglia di Benevento essere slata una fra le maggiori sventure d'Italia, poiché da quell'ora i Guelfi a baldanza degli Angioini depressero quella patria, che essi avevano venduta ai forestieri. Oh soldati di Legnano ! Oh difensori di Parma ! da che alto dolore foste compresi vedendo i vostri figliuoli e i vostri nipoti servi dello straniero, e più ancora di quella insaziabile cupidigia, di quelle insane gare di ufficii, per cui la libertà e la forza delle repubbliche vennero m e n o ! Ah! certo, se le ani- 220 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI me dei beati possono essere commosse da umani affetti, avrete pianto con gli oppressi, con gli orfani, con le vedove, e avrete pregato Iddio per questa nostra bella e sventuratissima Italia. Cleone. Ma non vedi tu, le nostre discordie, e con esse le altre nostre sciagure, avere avuto origine dall' indole del governo municipale e dalle indomite passioni degl'Italiani? Aristo. Lo so, pur troppo! da noi in gran parte derivarono i nostri mali. Noi, accecati da ire sacrileghe, m u t a m m o in campi di battaglia le nostre città, in fortezze le nostre case, le torri e fino le chiese di Dio. Ma P astuto straniero signore del Piemonte e del reame di Napoli fomentò le nostre discordie, eccitando i Guelfi a perseguitare i Ghibellini. Oh stolti! Essi si pensavano di accrescere la possanza e P autorità loro opprimendo gli altri Italiani, e non si accorgevano, che il re, il quale avevano in conto di amico, già si apparecchiava a distruggere la fallace loro grandezza. In questo mezzo la Sicilia (dopo i vespri Palermitani, che niuno può ricordare senza orrore) si pose nella balìa degli Aragonesi : sicché nuovi forestieri guastarono i nostri lidi, nuove battaglie contaminarono i nostri mari. E mentre tante discordie e tante guerre desolavano il nostro infelicissimo paese, alcuni fra i successori di Urbano IV favorivano gli Angioini. In tali tempi nacque nell' anno 1265 il grande Alighieri. Da giovinetto vide sorgere le fazioni dei SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 221 Bianchi e dei Neri, che prima in Pistoia, poscia in Firenze cagionarono tante sventure. Anche combattè a Campaldino, e vide i Fiorentini tornare lieti alle case loro, dopo di avere depressi gli abitatori di una città toscana. Indi si occupò negli affari della Repubblica, ed in breve, siccome afferma il Boccaccio, « in lui tutta la pubblica fede, in lui tutta « la speranza pubblica, in lui sommamente le di« vine cose e le u m a n e parevano fermate. » Né andò guari che egli fu eletto priore: ma non sì tosto entrò in magistrato, grandissimi travagli ebbe a sostenere. Perocché i Guelfi, rimasti soli in Firenze, si erano divisi nelle due opposte fazioni, che per Vieri de Cerchi o per Corso Donati tenevano. Indi al primo i Bianchi, all'altro i Neri si congiunsero, e queste due parti, esuli da Pistoia, essendo fieramente tra loro avverse, inasprirono le discordie da cui Firenze era contristata. Allora si appigliarono i Neri ad empio consiglio, deliberando di chiamare in Italia Carlo di Valois, come se questo principe, che altro non bramò in vita sua se non una corona, potesse difendere la libertà delle terre, le quali si fossero date nella sua balìa. Ed ecco i Bianchi si levano a rumore, e con minacce e con grida chiamano i Priori, accusano i loro avversari, e già vengono al sangue. Ma Dante con saldezza di animo, degna delP antica R o m a , seda questa guerra intestina, confinando i capi delle due fazioni nemiche al pubblico bene. Poco appresso, avendo egli richiamato i Bianchi, i Neri sostenuti 222 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI da Carlo di Valois e da Bonifacio Vili entrano in Firenze, e crudelmente vi perseguitano la parte dei Cerchi. In questo mezzo l'Alighieri si reca a R o ma ad implorare pace e giustizia dal Padre dei credenti ; e i suoi avversari, non potendo levarlo di vita, lo esiliano, e gli tolgono perfino l'umile casa, la quale ancora ne inspira una riverenza simile a quella, da cui era compreso Seneca al solo aspetto della dimora dei Curii e dei Fabrizii. Taccio le altre particolarità della vita del divino poeta, taccio il m a g n a n i m o suo rifiuto agli sconoscenti suoi concittadini, taccio le varie vicende per cui egli ha provato « Sì come sa di sale JLo pane altrui, e com' è duro calle Lo scendere e il salir per l'altrui scale ; » e solo ti chiedo, se in tali tempi Dante poteva esser Guelfo. Cleone. Anche io biasimo i Guelfi, e li ho in conto di nemici della nostra patria: ma se il papa dava l'Italia in preda ai Francesi, doveva forse Dante favorire i barbari? Aristo. La gran mente dell'Alighieri non poteva accommodarsi alle volgari opinioni, secondo le quali era d'uopo ad ognuno esser ligio all' Impero o alla Santa Sede. Onde, preso da vivo e da saldo amore verso la infelice sua patria, ripose la sua fiducia in Arrigo di Lussemburgo, principe degno di migliore fortuna, e lo pregò a stabilire in Italia SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 223 la sede del regno suo. E dove questo disegno avesse avuto effetto, la nostra Italia non sarebbe stata serva dello straniero, poiché si sarebbe retta con sueproprieleggi,eunregno forte ed unito vi avrebbe repressa l'ambizione della casa di Francia. Né sarebbero mancatele forze all'Imperatore, se avesse voluto ridurre alla sua obbedienza le italiane province: conciossiachè i Visconti, gli Scaligeri e gli altri capi della fazione ghibellina superavano di gran lunga in ingegno e in ricchezza non solo i Guelfi, maiprincipi della Germania. Anche avrebbero quelli servito Arrigo con più di ardore degli stessi Tedeschi, perchè l'utile loro li costringeva a fare quanto era in essi per deprimere i loro nemici. Per ciò che spetta ad Arrigo VII egli non era già un barbaro, siccome la maggior parte de' suoi antecessori, ma sì « u o m o savio, giusto e famoso « di gran lealtà; prò'd'arme, u o m o di grande in« gegno, e di gran temperanza e bel parlatore » secondo che pone nell'aureasua Cronaca Dino C o m pagni, coetaneo di Dante. Né io nel campo santo di Pisa posso passare dinanzi al sepolcro, in cui le sue spoglie mortali sono racchiuse, senza deplorare la nostra sventura, che in esso ci tòlse il solo principe, il quale recando ad effetto il consiglio dell'Alighieri, poteva dare all'Italia la pace e la libertà. Cleone. Vedo, che non senza frutto hai studiato nelle storie del medio evo ; per la qual cosa col tuo poeta dirò : 224 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI « assai chiaro procede La tua ragione » O r a dimostrami in quali parti del Canto primo Dante abbia usata , secondo la tua sentenza , una nuova maniera di poesia, conforme alla indole propria del suo P o e m a . Aristo. A me pare Dante aver superato gli altri poeti per la pittura , eh' ei fece dei più reconditi sentimenti del cuore u m a n o , per essersi egli internato nelle più intime parti dell'intelletto, e postone in luce le operazioni e gli arcani. Trasse egli le sue similitudini non rade volte, più che dalle cose sensibili, dagli affetti dell' u o m o . E in vero leggi i p o e m i di O m e r o e di Virgilio , e le Odi di Orazio, e in mezzo a tanta vaghezza d'immagini, fra tante efficaci comparazioni desunte da ciò che colpisce i sensi, non troverai una pittura degli affetti dell'animo simile a questa : « E come quei che con lena affannata Uscito fuor del pelago alla riva, Si volge all'acqua perigliosa, e guata; Così P animo mio, che ancor fuggiva, Si volse indietro a rimirar lo passo, Che non lasciò giammai persona viva. » Pertanto affermo, aver Dante creato una nuova maniera di poesia, degna del cuore di un cristiano e della mente di un gran poeta, siccome quella che esprime meglio di ogni altra i diversi moti da SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 225 cui è agitato P animo nostro, e mette in evidenza quanto è nascosto riéfl' intimò del pensiero. C o n quale efficacia vengono poscia descritte quelle tre fiere, le quali sono in procinto di divorare Dante, e che gì' impediscono la sua via ! Nel leggere quel trattò noti ti ricordi di que' passi sublimi della Scrittura, in cui il demonio è paragonato a un leone ? N o n vedi ? Già il poeta ha volte le spaile al <t . . . . , . dilettoso rft&nte, CIP è principio e cagion di tutta gioia, » ed ecco la sapienza, compagna della virtù, ministra della grazia divina, lo riconforta, mostrandogli quella strada, che alla eterna salute lo condurrà. Oh nobilissima allegoria ! Oh concetti veramente cristiani ! Qui chiaramente si comprende , siccome quegli il quale nei lodati àttfdii e nelle filosofiche discipline si esercita, purché tenga rivolto P animo a Dio, mai non cadrà nella servitù delle cupide e delle lusinghiere passioni, che in tanti modi dalle virttróse operazioni ci allontanano. Vedi poi quanta sia M Virgilio la modestia propria dei vero sapiente , e quanto il desiderio del regno beato, in cui egli mai non può entrare ! Con quale amorevole riverenza Dante saluta il suo maestro e il suo autore ! Con quale umiltà, con quale gratitudine riconosce solo da lui tutto il frutto, che potè ritrarre da' suoi ètudii ! Queste affettuose parole : 22& SCBITTI DI ROSA FERRUCCI « Tu se'solo colui, da cui io tolsi Lo bello stile che m'ha fatto onore, » non ti rammentano quel bel verso del Venosino alla sua m u s a ? « Quod spiro, et placeo, si placco, tuum est. » Cleone. Te lo concedo : questo primo Canto è bello ; ma esamina attentamente il secondo , e vi troverai una invocazione alle m u s e e un'allusione al viaggio di E n e a all' inferno , che punto non si addicono all' indole di una epopea cristiana. Aristo. Dante conversando con l'autore della Eneide doveva di necessità ricordare la favolosa istoria del figliuolo di Anchise, dal quale, siccome egli afferma, derivò quella grandezza dell' impero di R o m a , che agevolò la propagazione del Cristianesimo. Ed io scorgo quasi un barlume della filosofia della storia nelle terzine, in cui il poeta ci palesa gli effetti di remotissime cagioni. Quanto poi alla invocazione afle m u s e , essa non deve essere interpetrata nel senso mitologico; e ciò ne appare manifesto da queste parole : m 0 mente che scrivesti ciò eh' io vidi Qui si parrà la tua nobilitate. » Perchè non guardi alla ineffabile bellezza dei versi seguenti ? « Lo giorno se n' andava, e P aer bruno Toglieva gli animai, che sono in terra, Alle fatiche loro, ed io sol uno SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 227 M'apparecchiava a sostener la guerra Sì del cammino e sì della pietate ec. » N o n sono essi degni di essere paragonati a questi di Virgilio ! « Nox erat, et placìdum carpebant fessa soporem Corp ora per terras, silvceque et sceva quierant JEquora\ quum medio volvuntur sidera lapsu, Quum tacet omnis ager, pecudes, pictaeque volucres Qumque lacus late liquidos, quceque aspera dumis Bura tenente somno positce sub notte silenti Lenibant curas, et corda oblita laborum. At non infelix animi Phwnissa, neque unquam Solvitur in somnos, oculisve aut pectore noctem Accipit ........ Nel dubbio e nella incertezza di Dante scorgo un utile ammaestramento. Perocché colui, il quale ad impresa di gran m o m e n t o si accinge,deve guardare in prima, s'egli è da tanto per ben fornirla, e soprattutto se ciò che ha in animo di fare si conformi al voler di Dio, il quale dà lume e forza ai sapienti ed ai virtuosi, in quella guisa , eh' Egli nell'universo diffonde la luce e la vita. La risposta di Virgilio ci rammenta questo bel detto dell' Eneide : « Possunt quia posse videntur. » e le parole del latino poeta invitano l'uomo a confidare nella misericordia e nella grazia divina, che sempre son pronte a sovvenirlo di aiuto nei casi avversi, a liberarlo dai pericoli, e a dileguare ogni 528 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI suo vano timore. Bellissima, e direi quasi divina, è la soave immagine di Beatrice, la quale discende dal Cielo per provvedere alla salute dell'amico. Alcuni passi di questa narrazione ne ricordano quella parte del primo libro dell' Eneide , in cui Venere « , . . . . lacrimis oculos suffusa nitentes » procaccia di rendere Giove propizio agl'infelici Troiani. Leggi attentamente la fine di questo Canto , e non potrai tenerti dall' ammirarne P arcana dolcezza e P inimitabile leggiadria. Cleone. Qui siamo di un animo e di un parere ; questi versi sono bellissimi, e chi non li ammirasse non avrebbe intelletto umano. Aristo, lo non noterò né la cortesia di Beatrice, né P inalterabile affetto portato da essa a quello che era « L'amico suo, e non della ventura; » né le parole di Virgilio degne della urbanità del secolo d'oro, né la sublime magnanimità ch'e racchiusa in questa terzina : « Temer si deve sol di quelle cose C hanno potenza di fare altrui male, Dell' altre no, che non son paurose. » Pur troppo è vero, che spesso chi ragiona della Divina Commedia reca vasi a S a m o e nottole in Atene. Or che diresti se io volessi provarti, questo SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 229 secondo Canto esser bello? Certo mi compareresti a colui, il quale prendesse a mostrarti come sia splendido il sole, Cleone. Io temo però, che presto ti accorgerai, essere da jaiolte macchie offuscato questo tuo sole. Aristo. Efficace quanto altra mai mi sembra questa similitudine : « Quale i fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che '1 sol gPimbianca, Si drizzan tutti aperti in loro stelo; Tal mi fee'io di mia virtute stanca ee. » Le parole di Dante palesano la fiducia da lui riposta nella divina bontà e nella protezione delia sua Donna. Vuoi tu, Cleone, che veniamo ad esaminare il Canto terzo, ove, passando la soglia, in cui i dannati lasciarono ogni speranza, udiamo gli urli e i lamenti di quelle anime sciagurate ? Cleone. Sì ; ma poiché l'ora è già tarda, mettiamoci in via per ritornare alle nostre case, e, finché il tempo ce lo consente , continua a parlarmi di Dante. Aristo. « Andiam che la via lunga ne sospigne, Tu duca, tu signore e tu maestro. * I due amici uscendo da quella valle salirono un colle scabro ed aprico, che in singoiar m o d o contrastava con le amene campagne , coi lieti prati e 230 SCR1T1I DI ROSA FERRUCCI con le opache selve , che lo attorniavano. Poiché là vedevi nudi scogli su cui crescevano poche eriche e alcune inaridite ginestre : e qua molli erbette, vaghi fiori, fertili viti e fronzuti castagni si offrivano al loro sguardo. Entrati poi in un sentiero chiuso tutto all' intorno da verdi rupi, in tal guisa i due amici ripresero il loro ragionamento : Aristo. Certo a me pare , che il Canto terzo sia da annoverarsi fra le più sublimi creazioni della fantasia del divino poeta. Cleone. Ecco , ecco le solite esagerazioni dei Classicisti. Apri gli occhi, e vedrai questo sublime Canto del divino poeta essere in parte una servile imitazione del sesto libro delP Eneide. Aristo. Io non nego , Dante avere alcune volte imitato il suo maestro e il suo autore. Ma ove tu legga questo Canto con animo attento vi troverai molti concetti propri della mente cristiana dell'Alighieri e della sua altissima fantasia. Ascolta : <i Per me si va nella città dolente, Per me si va nell'eterno dolore, Per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore; Fecemi la divina potestate, La somma sapienza e il primo amore: Dinanzi a me non fur cose create, Se non eterne, ed io eterno duro: Lasciate ogni speranza, voi eh' entrate. » Queste terzine sono piene di tanta efficacia, di tale arcana bellezza , che certo basterebbero a ren- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 231 dere nuova e sublime , e ( per usare un moderno vocabolo ) originale questa parte del Poema. La prima di esse desta fierissima disperazione nell'animo dei dannati, i quali sono spinti dall' eterna giustizia a passare la porta : « Lo cui sogliare a nessuno è negato. » Nella seconda il poeta ragiona in tal guisa del mistero della santissima Trinità , che certo mi sembra avere egli raggiunto gli estremi confini dell'umano intelletto. E quanto qui scrive Dante vien confermato da queste eloquenti parole del Bossuet: « Si nous imposons silence à nos sens, et que nous « nous renfermions pour un peu de temps au fond « de notre à m e , c'est a dire dans cette partie, où « la verité se fait entendre , nous y verrons quel« que image de la Trinité que nous adorons. » In questo ed in altri passi della Divina Commedia si scorge come la Teologia , la quale tanto avanza di altezza le scienze u m a n e , quanto le cose celesti sono maggiori delle terrene , inspirasse la fantasia del grande Alighieri. Cleone. In questo io tengo la tua opinione. A n che a me sembrano degnissime di encomio quelle parole , che sono scritte al sommo della porta. Ora ti prego di paragonare questo Canto col sesto libro dell' Eneide, e dovrai confessare, che il tuo Poeta ha tolto molti concetti dal suo maestro. Aristo. Sia pure : ma la imitazione quando è felice , non di biasimo, è meritevole invece di giù- 232 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI sta lode. L'entrare de' due poeti nell'Inferno ci ricorda Virgilio : facilis descemus Averni, con quel che segue. A n c h e questi versi : « Qui si cotivien lasciare ogni sospetto; Ogni viltà convien che qui sia morta » ne tornano alla memoria le parole della Sibilla : « Nunc animis opus, Mneay nunc pectore firmo. » Nota che questi versi : « Noi sem venuti al loco ov' io t' ho detto Che tu vedrai le genti dolorose, C hanno perduto il ben dell' intelletto » hanno qualche rassomiglianza con i seguenti : « Sic demum lucos stygios9 regnai invia vivis Adspicies ...» ma le parole : « le genti dolorose Channo perduto il ben dell'intelletto * sono di una sublimità veramente meravigliosa : poiché da esse si vede, c o m e la infelicità dei dannati n o n sia causata soltanto dai corporali tormenti, ma si dalla privazione del l u m e della eterna verità, del bene infiaito, del sole della giustizia. Cleone. Quante m a i cose tu scorgi in un verso e mezzo ! Aristo. Egli h proprio dei grandi poeti P espri- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 233 mere molti pensieri in poche parole. Virgilio dipinge l'oscurità dell'Averno : « Ibant obscuri sola sub nocte per umbram, Perque domos Ditis vacuas, et inania regna. » E Dante così rappresenta lo stesso concetto : « Quivi sospiri, pianti ed alti guai Risonavan per P aer senza stelle. » Quando poi descrive il tumulto, il quale nelV aria senza tempo tinta sempre s'aggira, ci fa ripensare a questi versi del Mantovano poeta : « Turbidus hic corno, vastaque voragine gurges dZstuat » Invece di porre nel vestibolo dell' Inferno i mostri della pagana mitologia, Dante vi pone le anime di coloro : « Che visser senza infamia e senza lodo. » E in ciò scorgi P indole nobilmente sdegnosa dell'animo suo. Solo vorrei, che san Celestino V, di cui egli non seppe comprendere le mansuete virtù, non fosse posto in quella lunga tratta di anime indegne del n o m e di uomini e di cristiani. Ma vedi, già siamo giunti alle porte della città; domani adunque, se ciò ti aggrada, continueremo il nostro ragionamento. ALL' OTTIMA FRA LE MADRI PER LA SANTA CATERINA DEL 1855 LA SUA ROSA. (( E quanto io posso dar tutto li dono. > AVE MARIS STELLA. Salve, o stella del mar, benigna madre Dei miseri mortali ! Benedetta Sii tu, che fosti dall' eterno Padre Nell'empireo Ciel per sposa eletta. Salve, o figlia d'Iddio, umile ancella, Che con voce sì dolce e sì soave Rispondesti al Signor del mondo, in quella Che P Angiol t'appariva, e dicea: Ave. Salve, o stella del mar, dolce Maria! Tu che vegghiasti a studio della cuna Del tuo figliuolo, deh ! benigna e pia A noi soccorri in ogni aspra fortuna. Bella è la luna e il suo tremulo raggio, Vaga è la rosa in su i prati ridenti, Ma più del cielo e più dei fior di maggio Splende il tuo lume agli occhi de'credenti. Salve, o stella del mare ! oh tu che sola Accompagnasti il figlio in su la croce, E che intendesti P ultima parola E il moribondo suon della sua voce, 236 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Guarda ai travagli, e guarda alla pressura De' tuoi fedeli, e tergi il pianto loro ; Tu, che pietosa ognora alla sventura Porgesti aita dal beato coro. E G O SUM P A S T O R RONUS. Io sono il buon Pastore, a me venite, E tornate all' ovile, Pecorelle smarrite : Ch' io mai non ebbi a vile Que'miseri mortali, Che volando sull' ali Di caldo amore e di viva speranza, A me levaron gli occhi lagrjmojsi; E eh* ora accolti in fortunata $tanza Negli eterni riposi A voi porgono aita Per rivedervi in questa dolce vita. Io sono il buon Pastor,. Siegue i miei passi Chi ascolta la mia voce E porta la sua croce Col santo amor che vince ogni battaglia. Io gli spiriti lassi Conforto e cibo di speranza buona. Quale a me s'abbandona Dal giusto mio voler mai no# si parte. Or fa sì che ti vaglia, Anima eletta, sì cortese invito, Ed incomincia a vagheggiar nell'arte Dell'amore infinito SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Quella pietosa Provvidenza eterna Che tutto il mondo a suo piacer governa. Io sono il buon Pastor. La pecorella Fugge da me lontano. Ed io nel dolce piano Fra i lieti paschi, in riva ai chiaro fiume Lascio la schiera fortunata e bella Delle anime, che ognor mi furon fide, E in su P erto cacume Dell'aspro monte, e per solinga via Sieguo la sconsigliata figlia mia, Che non ha chi la guide. Ma però poco vai freno o richiamo A quelP anima misera e smarrita, Che pur non ode me, che tanto P amo. lo sono il buon Pastore. Alfìn si posa La stanca pecorella, e ne' sospiri Rimembra il prato, i fior, la quercia annosa E il fiumicello del materno ovile. — Ahi perchè, lassa ! i miei folli desiri Seguendo, tanto ben già m'ebbi a vile? Perchè fui sconoscente al mio Signore, Ch' è tutto pieno di pietà, d'amore? — lo vengo e porgo all' alma sconsolata 11 soave conforto del perdono, E la riduco al pasco ed ali' usata Stanza, ed in voce mista a dolce suono Ivi più di mille Angioli festanti L'accolgon lieti co'celesti canti. STUDII MORALI E RELIGIOSI DI ROSA FERRUCCI. Nel giorno della mia festa (25 novembre 1856) la mia cara Rosa mi offrì in dono la prima parte di un suo lavoro intorno alla carità, accompagnando il libretto con questa lettera : « Cara mamma. « Eccoti un misero dono, che con tutto P affetto « del suo cuore ti offre la tua Rosa. Accettalo con « quella benignità, con la quale hai sempre gradi« lo le testimonianze del mio amore, della mia ri« verenza verso di te , e sii certa , che vicina o « lontana , ti sarò sempre riconoscente della tua « bontà, e m e m o r e delle infinite tue cure. » Era suo intendimento ( siccome ella stessa mi disse, e ne fanno fede le note che ho ritrovato tra le sue carte ) di porre in chiaro con argomenti dimostrativi e con Pautorità della storia, essere stato l'amore di Dio involto tra molti errori in tutte le 240 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI religioni delP antichità, e solo nella cristiana cattolica religione essersi agli occhi dell'uomo manifestato nella purezza della increata sua luce. Voleva quindi trattar de' suoi effetti sulP animo u m a n o e sopra il consorzio rivile, f erciò avrebbe parlato delle virtù dei veri cristiani, e tratteggiata la vita di alcuni Santi, che o repressero l'audacia dei barbari o difesero la conculcata giustizia o con ardentissima carità instruirono, consolarono, provvidero del necessario sostentamento gP ignoranti, gli afflitti, i poveri. Ne avrebbe taciuto , siccome la religione già fece, che Petoquenza dei Padri greci e latini avesse forza di persuasione simile a quella dei piti lodati Oratori del tempo antico ; e ricordando , avere essa inspirato il s o m m o Alighieri e tutti i nostri eccellenti artisti, avrebbe provato, da lei rivelarsi all'uomo il lume del bello, siccome da lei gli viene lo zelo della verità e dell'onesto. A mostrare gP innumerevoli benefizi recati da essa ai popoli ed ai costumi, intendeva discorrere della libertà data agli schiavi, dell' onore , cui fu la donna inalzata nella famiglia , della giustizia alla forza sostituita negli ordini dello stato f della protezione dal clero concessa ai deboli, e di tanti instituti politici, di tante leggi, di tanti civili provvedimenti, in cui si scorge visibilmente l'efficacia, la santità , la dolcezza della dottrina di Gesù Cristo. A v e v a la mia buona Rosa condotta a fine la prima parte del suo lavoro , che in quattro parti doveva esser diviso.Nel giorno che precedette lui- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 241 tima sua malattia mi disse di aver già dettato il principio della seconda. Pendent opera interrupta /... La m a n o , da cui furono scritti i cari libretti, che mi rimangono in testimonio della rara felicità dell'ingegno suo, della purità e dell'altezza dei suoi pensieri, del tenerissimo amore che mi portava, è immobile e fredda per sempre ! La bocca , che solo si aperse per pronunziare soavi, pietose , dolci parole , è per sempre muta ! Il cuore, che battè solo per nobili e santi affetti, non ha più moto ! Ma quella rapida intelligenza che si levava al di sopra dei m o n d o per contemplare la bontà, la sapienza, le perfezioni d; Iddio , spazia ora liberamente nelP infinito. L'anima sua immacolata, che tanto e sì santamente sempre a m ò in terra , ora è beata nel seno del primo A m o r e , ed a m a in esso quanti ebbe cari sopra la terra, e ad Esso volge preghiere per me sua povera madre, e in Lui mi conforta e mi benedice. Questi pensieri danno un'arcana soavità alle lagrime , di che ho gli occhi sempre bagnati ; questi mi aiutano a tollerar con fortezza la mia afflizione , perchè mi fanno trovar conforto nelle immortali speranze. Quando tocco e leggo le carte , in cui la mia Rosa raccolse il frutto dei diligenti suoi studii, e dipinse senza saperlo se stessa , ho bisogno di sollevare la mente al Cielo per non m o rire di dolore, di amore, di desiderio. N o , non sei morta , mia cara figliuola : vivi , vivrai in eterno vicino a Dio, ed in Lui il tuo intelletto, che sem1(5 242 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI pre in terra si volse alla verità, e nelle opere della natura e in quelle delParte ammirò riverente il bello increato, contempla la pura luce, di cui travide soltanto un raggio qui nella terra. N o n posso pubblicare per intero la prima parie dell' opera , che intendeva condurre a fine la mia figliuola, se la sua vita non fosse stata troncata nel suo fiorire, perchè da sé sola non avrebbe interesse pe' leggitori. Ma pure desiderando che sappiano i buoni quanto ella fosse erudita e come volgesse sempre alla religione studii e pensieri, ne darò alcuni capitoli. Ricordo qui ancora , essere questi stati scritti da una fanciulla, che aveva appena venti anni, occupata per gran parte del giorno nelle domestiche cure e nei femminili lavori, che non ambì mai la lode di dotta, ma cercò e m e ritò degnamente quella di buona. CATERINA FERRUCCI. L'INDIA. In mezzo ad un ampio seno dell' Oceano , alle falde dei monti del Tibet si distende in aperte pianure, in elevati altipiani ed in montagne liete d'acque e di frondi, la penisola indiana. L' aspetto di questa contrada empie d'insolita maraviglia l'animo del viaggiatore, il quale varcate per lunghe e penose vie le più alte montagne del m o n d o , vede a grado a grado le erbe, i cespugli, le selve antiche, le piante rigogliose del tropico vestire i fianchi dell' Himalaya, la sommità del quale è coperta da nevi eterne. Quante memorie non desta il nome dell' India in chi conosce la storia dell' u m a n a civiltà e delPumano pensiero? Ivi l'uomo non solo dall' indole sua propria, ma dalle impressioni che in lui faceva la vista del cielo sereno , degli alti monti, del vasto mare, dei larghi fiumi, della svariata bellezza dei fiori e degli alberi, fu sino dagli antichissimi tempi educato ad una maniera di civiltà, che non è forse in alcune parti inferiore alla greca ed alla romana, siccome quella, che ave- 244 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI va per fine di coltivare la forza e l'attività del pensiero. Che se tu mi opponi le barbare leggi, per cui gli sventurati Paria di tutto, anche della compassione altrui, erano privi, se mi parli con ribrezzo delle vedove arse sul rogo dei loro mariti, io ti ricorderò la misera condizione degli schiavi in Grecia ed in R o m a , i sacrifizi di vittime u m a n e con cui alcuni popoli credevano di placare P ira divina , le Vestali condannate a morir di fame in sotterranea prigione. O n d e tu sarai persuaso, tutte le antiche civiltà essere state imperfette , siccome quelle, che non avevano per fondamento la legge del vero Iddio , e P indiana essere m e n o delle europee tenuta in pregio solo perchè nel corso di molti secoli ci fu ignota, e perchè in essa la qualità del paese e P indole de'suoi abitatori favorivano specialmente quella maniera di studii pei quali più della solerte operosità del corpo e dell'animo, la solitaria contemplazione si richiede. Altri si abbiano il vanto di ritrarre nel m a r m o o di animare con i colori la bellezza ideale ; altri con maestosa eloquenza difendano dal furore della plebe o dall' arbitrio di un tiranno la santità delle leggi ; altri per forza d'armi allarghino i loro confini. L'Indiano non cerca di dare eleganti forme alle statue, alle immagini, ai tempii de'suoi idoli; gli sono ignote le agitazioni del fóro e le gare degli ufficii ; contento del suo paese non si cura di signoreggiare P altrui. Sicché mentre i guerrieri difendono i sìngoli stati, mentre i mercatanti at- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 245 tendono al traffico della seta , delle g e m m e , dell'oro, mentre l'agricoltore lavora i suoi campi, e il misero Paria cerca un asilo nei boschi e nelle paludi , il Bramano signore dei monarchi e dei popoli medita su i principii eterni del vero, canta le gesta degli eroi, celebra le bellezze della natura. E quando esalta la sapienza di Brahma , la bontà di Vishnou si leva dalla terra al cielo compreso da un senso arcano, eh' io non posso chiamare con altro n o m e , se non con quello di misticismo. Ma questi filosofi e poeti mistici, i quali ressero a lungo la patria loro, recarono veri beni all'universale ? Le loro idee furono rette ? Furono santi i loro pensieri ? Benché alcune fra le civili instituzioni dell' India siano stimate degne di lode, benché in molte sentenze del Veda si scorga sapienza non inferiore a quella di Pitagora e di Talete, pure tu vedi nell' abbiezione della plebe, nel d o g m a della metempsicosi, nelle superstizioni del volgo, negli strani miti del culto di Brahma palesi indizii di quegli errori, che nella immaginazione lasciata in balia di sé stessa hanno principio. Sicché ti è m a nifesto i Bramani essersi molto allontanati dal vero, che si vantavano di conoscere, ed i loro affetti dall'ambizione e dalla superbia, non dalPamore di Dio e del prossimo aver preso qualità e forma. 246 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI L'EGITTO. Sul lido africano, in mezzo a due mari separati da spazio angusto di terra, e che se sboccassero P uno nell' altro congiungerebbero le orientali con le occidentali regioni, tra le infocate arene della Nubia e della Libia, giace l'Egitto, sede di un'antichissima civiltà. Immobile, come le piramidi, essa, senza mutarsi dal primo suo essere, per lungo tratto di secoli venne dai sacerdoti trasmessa alle docili generazioni delle inferiori caste , né la sua memoria fu cancellata dal domìnio persiano , dal regno dei Tolomei, dall'impero romano, dalla soave forza del Cristianesimo , e dal succedersi dei Saracini, dei Fatamiti, degli Arabi, dei Turchi. Onde, mentre Cambise ed i suoi soldati, simili al vento del deserto, tutto sconvolsero, mentre i m o numenti della sapienza alessandrina furono pel cieco furore di Omar distrutti, mentre insieme con le aquile romane si partirono dall' Egitto l'ordine e la giustizia, mentre per la spada del Beduino fu il Corano dai più preposto alla dottrina dell'Evangelo , rimase, e rimane ancora Y opera tacita ed incessante del Cristianesimo insieme alle ricordanze dei tempi antichi. Della prima qui non mi accade di favellare, avendo a parlarne altrove ; le seconde mute per lo zotico Fellah , il quale stando a SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 247 guardia del gregge sulP erba che cuopre le m i n e di Tebe dalle cento porte, non pensa che i suoi avi furono grandi, sono molto eloquenti pel viaggiatore venuto dall' Europa in Egitto ad interpetrare l'arcana scrittura degli obelischi. Esse furono eloquentissime alP anima poetica del gran Capitano, il quale vicino al Cairo venendo a giornata con P inimico, sclamò : — Soldati, dalla cima delle piramidi quaranta secoli tengono fisso lo sguardo sopra di voi. — Ora tornando col pensiero ai remoti tempi, in cui un popolo già civile innalzò monumenti sublimi del suo splendore, dagli effetti conosceremo la qualità della religione che professavano i sacerdoti Egiziani. Questi, siccome i Bramani nell'India, ebbero gran potere sull'animo dei loro re, e nello studio delle scienze speculative si occuparono. Ma sì perchè la natura del suolo , fertile e lieto sulle rive del Nilo, riarso nelle vicine pianure, non porge svariate immagini al riguardante, sì perchè in quella terra, che poi venne chiamata il granaio del mondo romano, Y u o m o inteso a raddoppiarne con la fatica la naturale fecondità, non potea rivolgere in sé medesimo i suoi pensieri o pigliare in esame gli affetti del proprio cuore, i sacerdoti diMemfi, di Saide , di Tebe, anziché al bello ideale mirarono al vero, considerando questo in ciò, che al governo del vivere domestico e del civile si appartiene. Dai penetrali del tempio essi pertanto amministrarono la giustizia : nelle scienze istoriche e 248 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI nelle morali erudivano lo straniero , che in luogo dell'oracolo di Delfo consultava quello dell'arcana sapienza egizia ; incidevano negli obelischi le imprese dei loro eroi, ma non curavano, che il culto reso agl'Iddii e le nazionali tradizioni valessero a destare nel popolo P amore del bello. Quindi nelP Egitto fu muta la poesia , scolorita e smorta la pittura, negletta o poco soave la musica, irrigidita la scultura, grandiosa, ma senza eleganza Parchitettura. Onde Parte egizia giacque inerte fino a quel giorno in cui la voce dei Tolomei la destò dal sepolcro, allorché gl'inni di Callimaco risonarono nei tempii greci e nella magnifica reggia di Alessandria. In quella guisa, che Psammitico non pel valore dei suoi, maperPaiuto de'Lacedemoni, ricuperò il perduto dominio, le lettere egizie, non per sé stesse, ma per le greche, acquistarono luce grazia e soavità. Ed in vero poteva la poesia inspirare un popolo, il passato e l'avvenire del quale non furono per molti secoli dal suo presente stato dissimili? un popolo, che nelle giornaliere fatiche e ne'servili lavori si occupava, mentre i sacerdoti nascondendo ad esso le misteriose loro dottrine facevano somigliare la sapienza alla statua che velata si venerava nel tempio di Saide? un popolo , che con voti stolti e con insensate grida acclamava un bue, un cane, un uccello, adorando non pure il sole e la luna, ma le più vili creature, onde per esso, secondo che Bossuet già scriveva, tout était Dieu, exce- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 249 pte Dieu méme? Quale affetto era dunque nell'animo di coloro, che per lunghi secoli tennero nell'errore le menti credule degli Egizii? Benché venerassero la verità, ed ai re e ai magistrati insegnassero a rispettar la giustizia, tu meco affermerai certamente, l'orgoglio, la brama di signoreggiare altrui, non già P amore di Dio essere stato principio e norma alle loro azioni ; e perciò doversi ad essi biasimo e vergogna, non lode: che volsero in mala parte l'ingegno loro, e in luogo di sollevarlo al Cielo lo incurvarono stoltamente verso la terra. LAPERSIA. Zoroastro, antico legislatore della Persia, diede al suo paese ordinamenti civili e religiosi, che per molti secoli v'ebbero vita. Chi legge la Ciropedia di Senofonte ammira P amore filiale, la sobrietà, le pubbliche e le private virtù di un popolo, il quale degli altri fu signore, perchè seppe comandare a sé stesso. I Magi erano tenuti in grandissima riverenza dalla nazione, per la qualità de' costumi e della vita loro. Si esercitavano quelli nelle filosofiche discipline e nella preghiera ; contenti al poco, vestiti di semplici panni, dormivano sul nudo terreno, e solo di erbe e di pane si cibavano. Né il voi- 250 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI go era ignorante in Persia, siccome nelP India e nell'Egitto : anzi i fanciulli venivano nelle pubbliche scuole educati. Le milizie avevano savii ed esperti capitani; l'architettura e la scultura ritraevano in sé la grandezza di un popolo civile e forte. I Persiani non si prostravano innanzi agl'idoli, ma venerando Oromase, siccome fonte del bene, e odiando Arimane siccome autore del male, si tenevano lontani da molte delle superstizioni che infettavano allora il mondo. O n d e non possiamo scorgere senza vivo commovimento i Magi guidati dalla stella dell'oriente sino al presepio dell'uomo Dio, perchè ne sembra la Provvidenza avere voluto premiare in essi il sincero amore del vero. Ma que'sacerdoti, i quali per tante cagioni furono avuti in onore, erano essi infiammati dal nobile e puro affetto, per cui i nostri pensieri dalla terra al Cielo si sollevano? amavano Dio più degli onori, più delle ricchezze, più del potere? La storia, la quale ne conservò la memoria del falso Smerdi e della uccisione dei Magi prepotenti, ci fa palese, non avere i Persiani più degP Indiani e degli Egizii anteposto il divino all' umano, ed i beni eterni ai temporali. SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 251 L'ASSIRIA. Gli Assirii, oppressori degl'Israeliti, superati, per la mollezza e viltà loro, dai pochi, ma valorosi seguaci di Ciro, erano retti da una forma di governo, non molto all'egizia dissimile. Conciossiachè tutto il popolo in alquante tribù o caste era diviso, il supremo potere solo al re si apparteneva, e sopra gli altri erano onorati i Caldei o sacerdoti. Essi discendevano da quegli erranti pastori i quali pernottando vicino alle loro greggi contemplavano taciti gli astri sparsi nei vasti spazii del cielo, e perciò furono detti i padri della astronomìa. Certo siccome afferma il grande Arago, * questi solitami ammiratori della natura non conobbero i lunghi studii, né le indefesse fatiche dei moderni astronomi, ma le loro osservazioni continuate dai posteri ne fanno fede, le bellezze eterne del cielo avere alcuna volta sollevato da terra le menti loro. Le dottrine religiose e filosofiche dei Caldei erano dai padri ai figliuoli tramandate, ed il misticismo, il quale informava gli affetti dei devoti di Baal, non era se non un senso indefinito di adorazione, che non al Creatore, ma sì alla creatura si rivolgeva. E di ciò è testimonio quanto narra Daniello intorno 1 Eloge de Bailly. 252 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI al culto degl'idoli, i quali erano venerati dal popolo Assirio. Questo, governato da monarchi alteri, e spesso crudeli» e da sacerdoti, i quali nella mollezza e nella ignoranza lo lasciavano annighittire, si esercitò nelle arti belle. O n d e le sculture ninivite, se non possono ai capolavori dei Greci venire paragonate, superano le egiziane nella eleganza delle forme. 1 Gli abitatori di Ninive in mezzo alla ebbrezza morale, nella quale vivevano, udirono un giorno la voce di un Profeta che, miracolosamente uscito dal seno di un mostro marino, li chiamava a penitenza. Allora cessarono i canti, i giuochi, le danze, i conviti. Meste da ogni parte salivano al Cielo le voci de'supplichevoli, i gemitie i pianti interrompevano solo il silenzio delle deserte vie, ove più non si vedevano cocchi dorati o splendide vesti.Altri dica, i tempi dei re conquistatori dei popoli essere stati gloriosissimi per l'Assiria. Io credo che il più bel giorno della sua storia sia quello, in cui i cuori riarsi dai terreni affetti si aprirono alla fede ed al pentimento. E perchè Puna e l'altro vennero meno,in quella guisa che l'iride scolorita scompare dalle oscure nubi, il Re dei Re scrisse nella reggia di Baldassarre quelle tremende parole, che con sentenza irrevocabile condannarono Babilonia e le circostanti regioni ad essere serve dello stra1 II signor Layard, inglese, scuoprì non ha guari nelle rovine di Ninive varii bassorilievi da lui illustrati. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 253 niero. Il decreto dell'Onnipotente fu promulgato dal Profeta, il quale scampato da grandi pericoli aveva nella lunga sua prigionia aspettata con invitta pazienza Yora della liberazione. LA CHINA. La China, regione ubertosa, ricca d'oro e di g e m m e , fu sino dai remotissimi tempi più civile delle altre nazioni asiatiche. Perocché i suoi abitatori da molti secoli si esercitano in varii industriosi lavori, e fanno certi ingegni, che solo più m o dernamente agli Europei furono noti; onde vengono a ragione perla solerzia loro lodati. E le scienze morali, la giurisprudenza, la poesia, Parchitettura e la pittura furono dai Chinesi antichi avute in onore. Queste ultime però sono di gran lunga in eccellenza superate dalle arti greche, dalle romane e da quelle eziandio che, per essere risorte in Italia, possono chiamarsi italiane. Ma se i Chinesi scolpiscono e dipingono figure in rilievo ed in m i niatura su gli scrigni e su i vasi di porcellana, edificano torri di mirabile artificio, fanno con gli argini alle loro terre riparo dalle acque dei fiumi, attendono al traffico ed all'agricoltura, diffondono mercè dei canali la fertilità nelle campagne, amministra- 254 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI no con senno lo stato, e si occupano negli studii filosofici, noi, sì noi, che f u m m o selvaggi mentre essi già menavano vanto della civiltà loro, abbiamo una vita morale, per la quale, se non per altro, dovremmo essere ad essi anteposti. Ed invero, se consideri le dottrine religiose della China, piangerai di compassione vedendo un numero sterminato di uomini seguire la setta dei Buddisti e dei Taos-se. Pure questi idolatri, mentre hanno chiuse le menti alla verità, onorano la virtù, sentono con vivezza l'amor filiale, hanno benigni e mansueti costumi. Io qui non entro a parlare della dottrina di Confucio: dirò soltanto, questo filosofo avere in parte fuggito gli errori in voga tra i suoi Chinesi. Ma né egli, né gli adoratori di Budda e di Taos-se ne porsero mai l'esempio del vero e diritto zelo, che solo dal Padre dei lumi procede, e dal quale è lontano il loro misticismo. Vedete voi quel sacerdote pallido e scarno, il quale lasciata la casa paterna, partito dal paese nativo, venne quasi profugo in questi inospiti lidi? Egli sa per certo, che fra non molto sarà sopraggiunto e morto dagP idolatri: ma nulla teme, avendo consacrato a Dio la sua vita. Intanto ammaestra i fanciulli, consola gli afflitti, sovviene agl'infermi, assiste i moribondi, ed in ogni petto infonde l'amore, la fede, la speranza, mostrando al povero e al ricco la Croce che ha vinto il mondo. Indi gli sgherri lo afferrano, il carnefice gli mozza il capo, ma benedetta è la sua memoria, e i presenti dicono, e SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 255 i posteri lo ridirano alle future generazioni: —Invocate riverenti il n o m e del Martire che visse e morì pel suo Dio. — E chi non rammenta gli esempii di puro zelo, che ne porse san Francesco Saverio, e tanti missionarii, che tennero la sua via? Chi non ricorda con riverenza la morte del santo prete Agostino, il quale rinnovò in questi ultimi anni il sacrificio che già fecero a Dio gli Apostoli, quello cioè della vita e del sangue? Affrettiamo coi nostri voti il giorno, in cui la vera fede , rimosso ogni errore, illuminerà la China, in quella guisa che il sole, dissipando la nebbia, dà co'suoi raggi nuovo aspetto e lieti colori alle già ottenebrate campagne. LA GRECIA. Circondata dalla ricca Eubea, dalle isole di Samotracia e di Lesbo, e dall'Arcipelago che fra il mare Jonio e la Propontide si distende, giace la Grecia, il solo n o m e della quale desta mille sublimi pensieri in coloro che hanno vivo l'amore del bello, del buono e del vero. Ivi è purissimo il cielo, azzurro e placido il mare, che dai riposti suoi seni viene a lambire il lido dell'Eliade, dell'Epiro e del Peloponneso; ivi le valli ombreggiate dai platani, i monti nevosi, i colli ameni, le verdi pianu- 256 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI re sparse delle vestigia di antiche glorie, sembrano quasi un riso dell' universo al viaggiatore meravigliato. Ivi tutto ne parla della onnipotenza e della bontà del Creatore, ed a noi ricorda, che la vita dell'uomo fugge come ombra, e che tutto soggiace nel m o n d o a certa ruina. O v e sono i forti, i colti, i gentili abitatori dell'Attica? Che ne rimane delle leggi di Licurgo? Che dell'impero vastissimo di Alessandro? O v e sono gli orti dell'Accademia, ove i portici degli Stoici, ove le scuole del Peripato? Il tempo, il quale con rapidissimo corso tutto travolve, già da molti secoli ha distrutto gli ordini civili, la potenza e gran parte dei monumenti, ond'ebbe fama l'antica Grecia. N o n ha distrutto però le opere dei filosofi, degli storici e dei poeti, non tutti i capolavori degli artisti, né la memoria della virtù e delle gesta di tanti eroi. O n d e non v'ha uomo, non v'ha cittadino, al quale non batta il cuore, sentendo ricordare Milziade, Temistocle, Agesilao, Epaminonda, Focione e Filopemene. Ah ! sia ringraziato Iddio creatore dell'anima nostra immortale e del perspicace nostro intelletto ! Per quella e per questo l'uomo con le lodevoli azioni e con i nobili studii acquista una gloria che durerà quanto dura l'um a n o pensiero. Sì, la Grecia antica vive ancora nella memoria dei grandi, i quali onore e fama le procacciarono. Chi non venera Licurgo e Solone? chi non s'inchina dinanzi alle urne dei forti, che per la patria non temettero di morire? Chi potrebbe dimenticare i trecento delle Termopili, l'ardire di SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 257 Pelopida e della legione sacra? Se poi rivolgiamo le menti a quelli, che nello studio della verità si occuparono, c o m e non venereremo i nomi di Socrate e di Platone ?* Per l'amore della patria, del vero e del bello iGreci acquistarono fama immortale, perocché essendo fortissimi in guerra, magnanimi nelle sventure, coltivarono nella pace le nobili discipline, e poscia con la gentilezza dell'animo e della mente vinsero i vincitori del mondo. Grandissima fu la loro dottrina, spesso grande la virtù loro, ma seppero essi rendere le dovute grazie a Chi aveva loro concesso tanti beni ! A m a r o n o essi quel Dio, che per tanti modi alla loro mente si rivelava? Ahi fiacchezza dell' umana ragione ! Ahi cecità dì menti superbe ! I colti Ateniesi dotati di fervida fantasia e di grande facondia non altro dicevano ai loro Dei, che queste fredde parole : — Fate che piova, o N u mi, fate che piova su i campi dell'Attica. —I Misteri eleusini, nei quali forse V u o m o imparava a conoscere Dio, erano ignoti al volgo. Socrate , il più virtuoso fra gli antichi, aveva chiara notizia della possanza e della bontà dell' Eterno, pure egli, il quale con volto tranquillo bevve il veleno, non osò di rimovere i suoi concittadini dal culto superstizioso delle bugiarde divinità. Che dirò degli Epi1 Tralascio quanto mia figlia scrisse intorno ai filosofi, ai poeti, agli storici e agli artisti Greci, perchè pubblicandolo dovrei pubblicare anche le sue note che sono lunghe e molto erudite. - C. F. 17 258 SCRITTI Di ROSA FERRUCCI curei, cui non ripugnò di negare la Provvidenza? Che degli Stoici, i quali facendo quasi l'apoteosi del savio, nulla dal Datore di ogni bene riconobbero? Chi non sa, Simonide avere di giorno in giorno indugiato a rispondere a Jerone tiranno di Siracusa, che lo dimandò della esistenza e della natura di Dio ? E il Maestro dì color che sanno, benché conoscesse esservi un Ente supremo, causa delle cause, da cui hanno moto e vita tutte le cose, cercò forse d'inspirare ne'popoli un affetto sincero di riverenza verso di Lui? I miseri pagani consideravano con pietà lo stato infelice, nel quale cadde P u m a n a famiglia dopo il peccato ; e privi del lume della rivelazione non aspettavano con soave speranza il Redentore, il quale, secondo l'Apostolo, fu: Judceis quidem scandalum, gentibus autemstultitiam; ipsis autem vocatis Judceis atque Grcecis, Christum Dei virtutem et Dei sapientiam. Invano vorresti scorgere un vero senso religioso nelle feste Panatenee, nelle Dionisiache, nei giuochi Olimpici, nei Pizii, nei Nemei, negllstmici. Le prime ridestavano negli Ateniesi memorie di libertà ; dalle seconde nacque la tragedia, in cui dal terrore erano indotti gli spettatori ad alti pensieri ; i solenni giuochi erano convegni dei varii popoli della Grecia, atti a nutrire l'amor di patria, eccitando a nobili gare artisti e scrittori. La superstizione e P incredulità allontanarono i Greci dal vero culto di Quello, da cui l'uomo ebbe in dono tanto vigore di mente, tanta vivezza di SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 259 fantasia, tanta copia di beni; di Quello, che nella solitudine della campagna, nel silenzio dei monti quasi inaccessi, nello stormire delle selve, nel tumultuoso agitarsi dei vasti flutti, e fino dal seno delle nubi squarciate parla al suo cuore. ROMA. L* antica R o m a , la quale riunendo il m o n d o civile sotto il suo impero preparò gli animi umani alla universale fraternità proclamata dal Redentore, fu grande finché fu virtuosa, dimostrando apertamente col suo esempio, la parsimonia e il valore accrescere le forze delle nazioni, il lusso e la mollezza far queste in basso precipitare. Pel senno de' suoi magistrati, pel coraggio de' suoi capitani , per la sua costante fortezza in guerra ed in pace, pe' suoi oratori, pe' suoi poeti, pe' suoi storici, R o m a è splendido testimonio della innata gagliardia dell' ingegno italiano , al quale , ove sia sempre congiunto il saldo volere, niuna cosa quasi è impossibile. Fino dalla origine della loro città i Romani tennero in riverenza le cose pertinenti al culto divino. O n d e se non conobbero il vero Iddio , se furono spesso creduli e superstiziosi, ebbero però in uso di non cominciare mai cosa di gran momento , senza aver prima invocato il superno aiuto. Questa lodevole costumanza, venuta 260 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI da quell'arcano affetto di religione eh' è nel cuore d'ogni vivente, fu poscia dal Cristianesimo santificata. Né poco valsero a tenere nell'obbedienza del giusto un popolo armigero e battagliero le leggi di N u m a e di Anco Marzio. I quali insegnarono ai Romani, non potere una nazione mai salire a vera grandezza ove ella dimentichi i doni avuti dal Cielo. B e n presto però le favole greche ed egizie , i mali esempii dei popoli vinti, l'orgoglio dalla prosperità generato , e le feroci passioni surte dalle gare civili, tolsero a R o m a il decoro delle pristine sue virtù. Le quali furono vane : poiché nella lieta fortuna si spensero , anzi si tramutarono in vizii. Allora P alterigia fece crudele il comando, l'amore dell'oro accese negli animi dei potenti insaziabile cupidigia, e, tralignati i costumi, venne a mancare la libertà, per cui morirono gli Scipioni, i Decii ed i Fabii. O n d e noi cristiani ripeteremo le belle parole di sant'Agostino : Romani receperunt mercedem suam : vani vanam. A m a r o n o essi la gloria, le ricchezze, gli onori ; e la Provvidenza li fece padroni del m o n d o : rimeritando in tal guisa con beni umani le loro u m a n e virtù, per le quali anche gli animi dei buoni rimanevano avvinti alla terra. Essi però non conobbero la vera gloria : la sola mercede degna dell' uomo : quella , che secondo P eterna verità , copiosa est in cmlisi 1 Con mirabile erudizione favella poi la mia figlia deli SCR TT1 DI ROSA FERRUCCI 26 ! I fratelli Arvali col capo cinto di bianche bende ed incoronati d'una ghirlanda pregavano dal Cielo fertili messi ai campi, ch'essi spargevano ogni anno d'acqua lustrale nel tempo di primavera. Q u e sta usanza , degna di un popolo religioso , fu poi santificata dal Cristianesimo. O n d e i sacerdoti del Dio vivente chièdono ad Esso nei giorni delle R o g azioni, che benedica l'agricoltore e i suoi campi. Oh ! quanto ne apparisce pietosa e santa la religione di Gesù Cristo, quando unisce la sua voce a quella del povero , il quale umile e paziente dim a n d a per sé e pe' suoi figli il pane quotidiano a Colui, che ha cura del fiore del campo, e ciba gli uccelli dell'aria ! C o m e ne c o m m o v o n o gP inni devoti , che risonano nelle valli, nei vigneti, nelle pianure , mentre le pie donne li ripetono a coro , e P eco della montagna pur li ripete, quasi voglia ancora esso lodare Iddio ! .. • ... I R o m a n i oravano col capo velato, toccando Paltare rivolti all'oriente, con la m a n o posta presso la bocca. La memoria del riverente contegno con che i pagani si prostravano innanzi a false divinità, dovrebbe fare arrossire molti cristiani, i quali sogliono stare poco raccolti nella casa della orazione. Ad divos caste adeunto , diceva la legge delle Dodici Tavole, a significare un cuor puro e un sinligione di Roma antica. Ommetto questa parte del suo lavoro, e ne pongo qui alcuni passi che mostrano la rettitudine de'suoi giudizii e la bontà del suo cuore. — C. F. 262 SCR1T11 Di ROSA FERRUCCI cero amore rendere accette al Cielo le nostre preghiere. Ah ! facciamo a Dio il sagrifizio quotidiano della santità della nostra vita , della bontà dei nostri pensieri, della mansuetudine dei nostri affetti, ed egli esaudirà per certo i voti che gli porgiamo Le Februalia erano ordinate per onorare la m e moria dei trapassati. La Chiesa di Gesù Cristo , madre pietosa, prega pur essa per quelli che sono usciti da questa vita. Quindi a santificare le lacrime degli afflitti instituì la festa dei Morti, la quale è tanto più commovente della pagana , quanto la religione del Redentore supera in eccellenza quella del Lazio, anzi tutte le religioni del mondo. A h ! certo le anime dei defunti, se conservano ancora m e m o r e affetto per quelli, che amarono sulla terra , devono consolarsi anche nel fuoco espiatorio pensando c o m e per le preghiere dei vivi verranno abbreviate le loro pene. Quindi un vincolo sacro ci unisce a quelli, che a m a m m o più della luce del sole, più di noi stessi, e dai quali la morte ne ha separati. Oh quanto è pietoso Iddio ! Egli volle , che noi potessimo porgere aiuto alle anime , che solo in Lui rivedremo : Egli con la fede e con la speranza addolcisce il nostro dolore Vuoi vedere da un solo esempio c o m e i pagani fossero alieni dalla cristiana misericordia? Pensa alla condizione degli schiavi astretti a dure fatiche, battuti, oppressi, e uccisi non rare volte, e poi dimmi se la romana civiltà non ti fa racca- SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 263 pricciare di orrore. D i m m i se si appongono al falso coloro, i quali tengono P u o m o per incapace di conseguire la virtù vera , allorché non chiede al Signore lume di grazia , ma vive nella balìa delle sue passioni ? N o n ti maraviglierai, se nel giro di pochi lustri i romani costumi trascorsero a corruttela : se le province furono spogliate dall' avarizia di un Verre e di un Cepione. C o m e potevano osservare la giustizia coloro che nello schiavo non vedevano l'uomo? No, non può a lungo mantenersi in fiore un popolo , che non ode i gemiti degli afflitti, che vilipende il povero , perchè è debole ed infelice. Veneriamo i giudizii di Dio , che abbattè la grandezza dei pagani, e nel luogo di quella innalzò la Chiesa, la quale spezzò le servili catene , ed ebbe lagrime , consolazioni, rimedii ad ogni sventura Oltre alle note erudite e dichiarative, aggiunse la mia figliuola a questo suo lavoro una breve storia delle dottrine dei filosofi antichi. Per saggio delle prime darò una sua traduzione di una Poesia di Schiller sulla statua del tempio di Saide, di cui si parla nel capitolo sull'Egitto; per saggio dell'altra, quanto ella scrisse intorno agli Stoici e intorno a Socrate ed a Platone. C A T E R I N A FERRUCCI , S A G G I O D E L L E N O T E A G G I U N T E A L LIBRO. IL SIMULACRO V E L A T O DI SAIDE. Versione dal tedesco (SCHILLER). Un giovine condotto dalla sete ardente del sapere a Saide di Egitto, per esservi ammaestrato nell'arcana sapienza dei sacerdoti, già col seguace ingegno si era esercitato in molte discipline , ma sempre più oltre lo spingeva l'intelletto vago dell'imparare, e il Jerofante frenava a stento l'impeto della sua impazienza. — Che ho io , se non ho il tutto? diceva egli. È forse qui il più e il m e n o ? E questa tua verità somiglia forse al diletto dei sensi, il quale è sì fatto , che tanto chi ne ha più quanto chi ne ha m e n o ad un m o d o ne gode ? La verità non è ella una ed indivisibile ? Togli una nota da un armonia , leva un raggio dall' iride ; nulla avrai, se non odi e non iscorgi interi i suoni e i colori. — Un giorno così parlando essi entrarono in una solitaria sala rotonda , ove il giovane osserva un quadro grandissimo coperto da un velo. Meravigliato egli guarda il maestro , e dice*: — Quale imagine è da quel velo celata ? — La verità — ri- SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 265 sponde la guida. — E che ? quegli esclama : io d'altro non ho pensiero, se non di lei, ed essa qui da me si nasconde? — Di ciò chiedi ragione alla Divinità, soggiunge il sacerdote. Niuno fra i mortali, dice Essa, sarà ardito di sollevare questo velo, finché io medesima non lo squarci. E quale con m a n o sacrilega ed empia scoprirà, disprezzando il mio divieto, la sacraimmagine, vedrà —Che? l Paltro dimanda. — V e d r à il vero. — Oh cotesto oracolo è strano ! risponde il giovine. E tu stesso mai non sollevasti quel v e l o ? — I o ? No in fede mia, né mai ne fui tentato. — Io non ti comprendo. Se fra me e la verità è soltanto un velo sottile. .. . — E v'ha un comando, ripigliò il sacerdote. O figliuol mio, questo velo sottile è d'altra foggia che tu non credi ; e se è leggiero per la tua 1 A me pare, che nel simulacro che niuno prima della divinità dovea scoprire, il poeta abbia voluto simboleggiare la sapienza egizia, la quale con le sue arcane dottrine agli occhi dei volgo si nascondeva, e che essendo consapevole di sé stessa, forse per un barlume di verità venuto dalle dottrine ebraiche a diradare gli errori degli Egiziani nel tempo in cui il popolo d'Israele fu schiavo dei Faraoni, aspettava quella rivelazione che rischiarò di luce celeste l'anima umana. Forse in senso più largo è qui simboleggiato l'orgoglio della ragione, che oltrepassando i suoi limiti, sdegna il mistero, e nella sua cieca arroganza perde la fede. Onde il vero da lei veduto non è il vero eterno: ma è un vero misto all'errore, il quale spegne nel cuore dell'uomo la carità, onde poi la sua vita è per sempre misera. - R . F, 266 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI mano, sarà d'incomportabile gravezza alla tua coscienza. — Il giovine pensoso, alla sua casa fece ritorno. L'ardente sete del sapere gli toglie il sonno. Agitandosi sulle piume senza potere trovare mai posa si leva a mezza notte, e, quasi contro il suo volere, con timido passo al tempio si conduce. Quindi agevolmente supera il m u r o , e ardito balza nel mezzo della rotonda. Ivi fa sosta : e il morto silenzio della solitudine, che solo è interrotto dal cupo suono de' suoi passi negP intimi penetrali, empie il suo cuore d'insolito terrore. Dall' apertura della cupola scorge il pallido eifioco lume della luna, e terribile , siccome un Dio presente, splende sotto all'oscura volta il simulacro coperto da un lungo velo. Quegli procede con passo malfermo, e già Pardita sua m a n o vuole toccare la sacra immagine : ma raccapriccia respinto da un braccio invisibile. E una voce amica gli dice dentro del cuore : — Sciagurato, che vuoi tu fare? N o n disse forse Poracolo : Niuno dei mortali solleverà prima di me questo velo ? — Ma non soggiunse esso ancora : Chi alzerà questo velo vedrà il vero? — Segua quello, che ha da seguire: io lo sollevo. —E grida ad alta voce: — La voglio vedere. — Vedere? — ripete con voce stridula, quasi a deriderlo, un lungo eco. Il giovine scuopre il simulacro. Voi mi chiedete : — Che vide egli allora ? — Io P ignoro. — SCRITTI DI ROSA FERRUCCI $67 Nel giorno seguente i sacerdoti lo trovarono pallido e forsennato disteso ai piedi della statua d'Iside. Niuno potè sapere quello ch'ei vide ed intese. In eterno svanì la letizia della sua vita, e un profondo dolore lo trasse a morte immatura. Queste poi furono le parole piene d'alti ammaestramenti, ch'ei rispondeva a coloro , i quali con importune domande lo molestavano : — Guai a chi con un delitto vuole conseguire la verità ! Essa mai più non gli si mostrerà in volto serena ! — GLI STOICI. Acerbi sono per certo i mali, che in questa vita fanno P u o m o degno dell' altrui compassione. Che spesso la povertà, la morte de' suoi cari, il lungo patire del corpo crucciato da fieri dolori, P esilio, la ingratitudine dei malvagi, le calunnie dei tristi lo riducono a tale che più del vivere gli sembra dolce il morire. Pure P u o m o fatto alla immagine di Colui, che ne dimostrò col suo esempio essere la pazienza compagna dell'amore, ha nella immortale natura dell' anima sua una forza , che rimane immota in mezzo agli umani rivolgimenti, e per mutar di fortuna mai non vien meno. E in vero quegli, il quale più che a sé stesso pensa al dove- 268 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI re , e più di questa mortale stima la vita futura , sostiene con invitta serenità ogni sventura , m o strandosi , se non lieto , tranquillo anche quando patisce del vitto, temperando con la ragione P impeto del dolore, non lamentandosi nelle infermità, e avendo per sua patria ogni terra « da cui si veg« gono il sole e le stelle, ogni plaga sotto la quale « egli può meditare la dolce verità. * » Pochi esempi di morale fortezza ne porse il m o n d o pagano : questi però ne furono dati dai sapienti : dal che è palese l'unione del buono col vero. Noi e' inchiniamo dinanzi a Socrate , il quale con fermo volto bevve il veleno ; ed anche daremo lode a Zenone ed ai filosofi del Portico , che dissero all'uomo amante del piacere e schiavo delle passioni, sustine et abstine. Zenone capo della setta degli Stoici incorse però negli errori della età sua, perchè divinizzò l'etere , e diede al m o n d o ragione e senso. Pure , uscendo alquanto dalle tenebre del panteismo, insegnò , esservi un Dio , che regge con mirabile Provvidenza le u m a n e cose. Anche affermò, Pumano intelletto derivare dal divino. Per questa dottrina l'uomo contemplando la terra, il mare, l'aria, le piante, i fiori e quanto vive e si m u o v e nell'universo, poteva dire in sé stesso:—Iddio fece quanto rallegra la mia vista. Egli diede la luce al sole ed agli astri : egli acqueta e suscita le procelle ; 1 Dante, Epist. SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 269 per lui sono ricche le messi, son belli i prati, da Lui ha spirito ed intelletto la mente mia , da Lui ha vigore e vita il mio corpo. — M a quale era questo Dio di Zenone? Vedi debolezza della ragione orgogliosa ! Vedi cecità della mente che dalla eterna verità non è rischiarata ! Il Dio degli Stoici era Yetere: da esso facevano derivare tutte le cose: lui dicevano sapientissimo intelligente ed eterno. Taccio delle diverse nature da essi assegnate al m o n do , e della divinità e intelligenza attribuite alle stelle. Noterò intanto , essere loro opinione, che l'uomo sia nato a contemplare e ad imitare la perfezione del m o n d o ; nel che si scorge un errore del panteismo : onde l'uomo non sarebbe perfetto, né perfettibile, ma particulamperfecti, siccome dice Tullio nella sua loquentissima esposizione della dottrina degli Stoici. I quali supposero essere l'universo creato da increati elementi. Oh quanto è lontana questa dottrina dalle sublimi verità della Genesi, per cui vediamo le cose tutte essere create dal nulla per la sola onnipotente parola di Dio ! Era opinione degli Stoici, che l'anima separata dal corpo godesse di lunga vita , finché a quella del m o n d o non si riunisse, quando pel fuoco tutte le cose sarebbero consumate e distrutte. Per ciò non temendo la morte, più della vita ebbero caro l'onore ; ma facendo falsa stima di questo, lodarono il suicidio : come se la rassegnazione, che soffre per amore di Dio i mali della vita, non fosse da anteporsi alla impazienza, che ne fa uscire dal 270 SCK1TTI DI ROSA FERRUCCI mondo, quando il dovere ne comanda di rimanervi. La vera fortezza solo dai cristiani fu conosciuta : perchè il cristiano la impara alla scuola del Redentore GLI A C C A D E M I C I . L' u o m o più giusto , fra quanti furono privi dei lume chiarissimo della rivelazione, fu Socrate ateniese. A m ò egli il bello, ricercò il vero, venerò il buono. Fu paziente, amorevole co' discepoli, cui cercò di educare alla verità e alla sapienza. Derise il vizio, senza però odiare i viziosi, a m ò la libertà e la difese contro i tiranni, combattè da prode per la sua patria, disprezzò le ricchezze, e m o rì sicuro, poiché nella operosa sua vita aveva trovato la forza che da niuno ne può essere tolta. Egli insegnò , Iddio invisibile, sapientissimo, onnipotente avere provvida cura dell'uomo, punire i malvagi , rimunerare le buone azioni. Onde diceva l'anima u m a n a essere quasi partecipe della natura divina , ed essere stata creata per amare con immortale amore in questa e nell'altra vita la virtù e la sapienza, il buono ed il vero. In quelle ed in questi ripose la sola beatitudine a noi concessa su questa terra. Certo niuno fra i pagani ebbe opinio- SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 271 ni più elevate delle sue, poiché egli si sollevò dalle cose create alle increate, e sdegnando i sofismi del panteismo, seguì la voce della coscienza. Il più illustre de' suoi discepoli fu Platone. Poeta, filosofo, con la vastità della sua mente abbracciò tutte le dottrine dei savii vissuti prima di lui, e con la forza, eh'è propria de' s o m m i ingegni, le fece sue. Accennerò soltanto le principali fra le sue sentenze ; che la debolezza del mio ingegno e la povertà de' miei studii non mi consentono d'intenderle appieno , uè di esporle per ordine e per intero. Egli fu forse il solo tra i filosofi della Grecia, che avesse della creazione un concetto degno della grandezza d'Iddio, perchè chiamòquesto l'autore, il formatore, il padre, l'origine ed il principio di tutte le cose. Insegnò ancora, che l'universo per opera della divina bontà non viene a corruzione, ed è formato da cinque elementi. Questi sono, secondo alcuni, la terra, il fuoco, l'acqua, Paria ed un tenue spirito indivisibile, semplice ed immortale, del quale fu fatta l'anima u m a n a : altri poi vogliono, avere Platone in questi elementi significato le cinque qualità proprie degli esseri animati, l'essenza cioè, l'identità, la diversità, il riposo e il moto. Anche immaginò una intelligenza divina dare vita e forma all'universo. E b b e sublimi concetti intorno alla origine celeste ed alla natura immortale dell'anima u m a n a ; a m ò di vivo amore la virtù , ed affermò , essere questa di tale bellezza , che se a' nostri occhi fosse palese ne ri- 272 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI m a r r e m m o attoniti e maravigliati. Anche sdegnò le dottrine dei sensisti , dando alle idee principio divino, e volendo che la ragione ( per usar le parole dell'Alighieri ) tenesse in noi la soglia dell'assenso, e nell'amore della verità e della giustizia ripose il s o m m o bene. O n d e seppe con l'affetto sincero e con la poetica fantasia dare tal forma alle verità da lui insegnate, che un antico ebbe a dire: — Vorrei errare con Platone, anzi che appormi al vero con gli altri filosofi. — Io attenendomi alla sentenza di chi più del s o m m o filosofo ebbe cara la verità , credo che della oscurità e degli errori, che offuscano in molti luoghi, secondo affermano i dotti, le sue dottrine, siano da chiamare in colpa i suoi tempi. Debole è per sé stessa la u m a n a m e n te, ed a veder chiaro le è necessaria la luce dalla divina rivelazione Chiaro è a chi legge , queste cose essere state scritte da una fanciulla, che non aveva studiato in filosofia, che scriveva per suo diletto, e che a me sola leggeva le cose da lei dettate. Sono fiori e non frutti, ma fiori che mostrano, se non erro, quanto vigore avesse la pianticella su cui sbocciarono. C A T E R I N A FERRUCCI. DELLA CARITÀ CRISTIANA LETTERE DI R O S A FERRUCCI. 18 Queste Lettere furono scritte nelP anno 1855 , prima dell' altro lavoro intorno alla carità , di cui ho pubblicato una parte. Le pongo in fine di questo piccolo volume, perchè in esse è ritratta P immagine dell' ingegno e delPanima di mia figlia più vivamente, che in tutte le altre sue prose. Da esse si scorge non avere io esagerato il vero affermando, ch'ella fu buona, quanto può essere buona um a n a creatura. Uguale alla sua bontà è il mio dolore. Dio, che lo vede, mi dia forza bastante per sopportarlo ! CATERINA FERRUCCI. 24 novembre 1855. Cara m a m m a . * Essendo oramai vicino il lieto giorno della tua festa ti prego di gradire il tenue dono , che qui ti offro. Guarda all' affetto di chi te lo porge , e non por mente alla sua rozzezza, Esso è indegno di te : ma altro non ti poteva dare la tua povera Rosa, la 1 Con lo stesso affetto di tenerezza, con cui a me scriveva per la mia festa, scriveva la mia Rosa al suo babbo: ne sia testimonio la seguente lettera. — C. F. « 29 settembre 1856. « Mio caro babbo. « In questo giorno tuo onomastico e natalizio unisco ai voti « ed alle preghiere, che faccio e farò sempre per la tua felici« tà, queste poche parole, le quali, benché mi siano dettate dal « cuore, pure non valgono ad esprimere appieno l'affetto sin« cero e la vivissima gratitudine, che ha per te la tua Rosa. « Accettale con questo piccolo lavoro delle mie mani: da esso « vedrai quanto io pensi a te. Sii sempre certo che mai non « verranno meno Pamore, la riverenza e la grandissima rico« noscenza, che ho per le tante tue cure, e per la tua afFe« zione, della quale mi hai dato tante testimonianze. A m a e « benedici « R O S A tua. » quale innalza fervidi voti al Cielo per la tua felicità. Siccome tu sei la benedizione vivente della nostra casa, 1 così prego Iddio a colmarti di tutti i beni che meriti. A m a sempre, e benedici ROSA tua. 1 Parole dettate alla mia benedetta figliuola dalPamore immenso che mi portava. Ella fu veramente la benedizione del Signore nella nostra casa. — C. F. DELLA CARITÀ CRISTIANA- « Manentfides, spes, caritas, tria hcec: major autem harum est caritas. » <( Ubi caritas et amor, Deus ibi est. » « Congregava nos in unum Christi amor. " » LETTERA I. Come la carità sia nemica del fanatismo , e come essa vinca di gran lunga la filantropia. Tu mi scrivesti, o Cleante, nell'ultima tua, che avevi in a n i m o di seguitare P opinione di un illustre filosofo 2 il quale afferma, l'amore di Dio n o n essere da sé solo bastante a signoreggiare gli affetti nostri e a bene ordinarli : perocché spesso ingannati dalle passioni noi anteponiamo P insano fanatismo alla carità mansueta E per fuggire gli errori, in cui incorsero quelli, che nel n o m e del Dio vivente osarono contaminare di sangue la patria 1 Rimangono la fede, la speranza, la carità, queste tre cose: la maggiore però di queste è la carità. ( S. Paolo, Epist. I , ai Corinti, Cap. AHI, vers. 13.) Ov'è la carità e l'amore, ivi è Dio (S. Giov.). Ci adunò insieme l'amore di Gesù Cristo. 2 Droz, Philosophie morale. 280 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI terra, vorresti, che le nostre azioni fossero regolate dal sentimento, che ora si chiama amore della umanità. L'affetto veramente cristiano, che ne collega con popoli da noi lontani o infelici, ne porta a riverire in ogni u o m o la immagine del Creatore. Ma d i m m i , varrà esso da sé a contentare P ingenito desiderio del vero, del buono, del bello, che in noi sino dalla fanciullezza con tanta veemenza si m a nifesta ? No al certo : poiché gli errori dell' intelletto , che ne sospingono a violare la legge morale, le passioni, da cui l'armonìa delPanima è perturbata , la imperfezione del nostro ingegno e la fiacchezza della u m a n a natura ne costringono a ricercare nel s o m m o Bene quella ineffabile perfezione e quel fine beato , che indarno ci sforziamo di conseguire quaggiù. E P amore d'Iddio essendo P intima essenza del desiderio di una vita migliore , da esso debbono prendere qualità e forma le nostre azioni ed i nostri affetti : in lui deve accendersi la pietà : in lui alimentarsi il fuoco divino , da cui il Redentore vuole che i nostri cuori siano infiammati. E questo vivo fuoco altro non è che la carità cristiana, la quale santifica in tutti i suoi affetti l'anima nostra. Io voglio adunque mostrarti, siccome Pamore di Dio purificando il cuore dell'uomo ed in lui destando un santo e pietoso zelo del bene, si opponga a quell'implacabile fanatismo , che alcuni imputano a torto alla religione di Gesù Cristo. E in prima SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 281 non dubiterò di affermare , che quanti dei nostri errori a lei danno colpa « A voce più che al ver drizzan li volti, E così ferman sua opinione Prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. » È vero, pur troppo, i figliuoli di un medesimo Padre, gli abitatori di una medesima terra essersi fieramente combattuti tra loro sotto il vessillo della croce : ma per ciò dovremo noi credere, Pamor di Dio escludere dai nostri petti la tolleranza, o ardiremo negare, la religione cattolica essere tutta carità e mansuetudine ? E il cieco furore di alcuni ne farà porre in non cale gP innumerevoli benefica , che essa da diciannove secoli reca a tutti i popoli della terra ed agli stessi suoi avversarii ? O Chiesa del Redentore, che pregate pe'vostri nemici, e che ognora siete pronta a soccorrerli nel m o d o stesso, con cui il Padre celeste illumina ogni giorno con la luce del sole anche i più ingrati fra gli uomini, chi pose nel vostro cuore il santo e purissimo amore della virtù? Chi vi diede la forza, onde voi opponeste sempre sicura la fronte ai dominatori del m o n d o , mentre i Martiri piegavano il collo sotto la scure del carnefice? C o m e valeste a confondere il sottile ingegno dei filosofi ed a spezzare le catene agli schiavi? C o m e duraste stabile e salda in mezzo all'incessante vortice delle u m a ne vicende e fra le ruine di tanti troni? Chi vi diede la persuasione, per cui i macigni medesimi di- 282 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI ventano figliuoli di A b r a m o ? Chi vi concesse l'inviolabile autorità, che scoglie i dubbii, che dissipa i nostri errori, che umilia il potente, solleva il debole, illumina il m o n d o , e che, perdonando tutte le colpe, consola ogni affanno ed ogni sventura? Ah ! chi non vede, avere voi operato tanti miracoli per la sola efficacia del divino amore in voi acceso da Gesù Cristo? Ed in vero, siccome voi Lo amate nella fatica e nel riposo, nel pianto e nella gioia, così amate ancora in Lui e per Lui l'umile ed il superbo, il fedele e l'incredulo, il povero e il ricco. Sicché non avvi nel m o n d o alcuno per cui non preghiate, e che non vogliate a qualunque costo ricondurre a quel Dio, il quale ha patito per tutti, perchè tutti a m ò . Oh ! siano tosto compiuti i vostri voti. Chiesa santa del Dio vivente! Siano degni della divina misericordia tutti coloro che incorsero ne'castighi della giustizia eterna la quale può da sincero pentimento venir placata ! No, non è amico al Signore, non è figliuolo della sua Chiesa chi oppone le armi alle armi, la violenza alla violenza, dimenticando queste parole di Gesù Cristo: deli gite inimicos vestros. * Pater, dimitte illis: non enim sciunt quid faciunt. 2 I ciechi seguaci dei fanatismo ne dimostrano poi coi fatto, non avere essi mai attentamente considerata la vi1 Amate i vostri nemici. S. Matteo, Cap. v, vers. 44. * Padre, perdona loro, conciossiachè non sanno quel che si fanno. S. Luca, Cap. xx:n, vers. 34. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 283 ta del Redentore, il quale comportando con grande pazienza di essere malmenato e poi crocifisso dagli uomini, tutti li trasse a sé con la mansueta possanza della carità e del perdono. O h ! se Gesù crocifisso entrasse nel nostro cuore, quanto presto, e come abbastanza ne saremmo noi ammaestrati ! E in fatti chi avesse sempre dinanzi agii occhi della sua mente la soave immagine di Gesù Cristo sarebbe pronto ad anteporre la clemenza del cristiano al furore di parte, né mai punirebbe con le fiamme e con la spada chi solo dalla croce deve essere vinto. Avendoti io dimostrato assai chiaramente, c o m e a me pare, il fanatismo non derivare dalPamore di Dio, né mai essere da questo compreso chi fingendo di voler dare gloria al Creatore perseguita la creatura, esporrò in brevi parole quanto la carità evangelica avanzi in pregio quella filantropia, la quale s'informa dalPamore delPuman genere. Che potranno fare gli uomini, i quali non vogliono essere guidati dal amore di Dio? C o m e varranno a consolare gli afflitti, a ricondurre i viziosi al cammino della virtù, a frenare le passioni sempre inchinevoli al male, se prima non levano gli occhi al Padre celeste, da cui ogni bene ed ogni ottimo dono procede? [Chi, se non Dio, ci sosterrà contro la ingratitudine u m a n a e contro la superbia, che spesso contamina anche le lodevoli azioni? C o m e potrà essere universale la carità, se non è accesa dall'ardore della fede, la quale nella più 284 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI colpevole, nella più dispregiata delle creature rispetta la immagine di Dio? Oh ! dolce spirito del Cristianesimo, quanto sei umile e pietoso! Spesso tu vieni offeso dalle calunnie e dallo scherno dei tristi: ma contro te gl'impedimenti umani non valgono. Tu procedi benigno per la tua via,alleviando tutti i mali del corpo e consolando tutti i dolori dell'animo. N o n ti seguitano i fragorosi applausi del mondo, né tu li curi. Perocché simile a quegli spiriti eletti, provvide guide, custodi vigili del cristiano, che mai non si palesano agli occhi nostri, ti celi agli sguardi di quegli stessi, che da te sono beneficati. LETTERA IL Come l'uomo debba amare Dio sopra ogni cosa. Qui non diligit, non novit Deum,l disse P apostolo san Giovanni, in cui la cristiana carità fu vivamente effigiata. E certo, chiunque ha senno non può negare, essere impossibile all' u o m o di meditare le infinite perfezioni di Dio, senza amare sopra ogni cosa quel s o m m o B e n e , nel quale si riposano il nostro cuore e i nostri desiderii. Egli, 1 Chi non ama, non conosce Dio. Epistola I, Cap, iv, vers. 8. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 285 Egli solo, essendo uno, semplice, immutabile ed eterno, in mezzo alle rapide vicende dei casi umani, può contentare le brame delPanima immortale, la quale stanca dei lunghi affanni « Del viver eh' è un correr alla morte, » aspetta il giorno chiarissimo, in cui sarà fatta partecipe dell'allegrezza del suo Signore. Né reca a noi scarso conforto nella sventura il pensiero dell'immensità di quel Dio, che ognora ascolta il nostro lamento e le nostre preghiere. Anche vale efficacemente a ritrarci dal male Pidea della scienza infinita d'Iddio, al quale le nostre operazioni non sono occulte, ed ogni secreto affetto è palese. Confidiamo adunque in Colui, che solo ne può salvare, e benediciamolo quando la sua giustizia percuote Y u o m o per risanarlo, e lo affligge per umiliare il suo orgoglio. Tremiamo dinanzi a quella potenza, la quale creò il m o n d o d'una parola, e che sconvolgerà in un attimo P universo intero. Ma non tremiamo al m o d o degP inerti elementi o dei muti animali, che non conoscono la forza occulta, che li agita e li sbigottisce. Ricordiamoci, che siamo uomini creati all'imagine di Dio, e per ciò con amore e con riverenza invochiamo il santo suo nome. Che dirò della divina misericordia, la quale dà sempre alP u o m o pentite il più benigno dei perdoni? 286 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Il padre, che accoglie con grande festa il figliuolo prodigo reduce dalla terra straniera, il buon pastore che si affatica per gli aspri monti, su per gli alpestri dirupi a ricondurre all' ovile la pecorella smarrita, adombrano appena la mansuetudine e la compassione di Gesù Cristo, il quale dice a tutti i rei, che a Lui ricorrono, ciò che disse alla misera peccatrice : Ti sono rimessi i tuoi peccati. Sarà molto perdonato a chi avrà molto amato. Oh dolcissime parole ! Chi può udirvi e non essere acceso da forte amore per la infinita bontà divina ? Se il nostro cuore in Dio, siccome nel s o m m o Bene, si riposa, ad Esso si volge con grande affetto di desiderio e di riverenza la nostra mente, essendo Egli l'eterno Vero da cui ogni scienza deriva , e il Bello increato che solo in sé racchiude ogni perfezione. E finalmente in Lui solo scorgiamo quella infallibile giustìzia che da ogni vivente, quasi per ingenito instinto, viene bramata. Oltre a ciò è nostro stretto dovere amare Iddio sopra ogni cosa, perchè Egli ci a m ò fino dall'eternità. E invero noi sappiamo, che prima della creazione del m o n d o , innanzi che la luce disperdesse le tenebre di una oscurità senza tempo, prima che l'universo sorgesse dal nulla, lo spirito di Dio si muoveva sopra le acque. 1E questo Spirito divino, eterno vincolo del Padre e del Figliuolo , ci amava , e già pensava a noi misere creature ed ai beneficii, di 1 Genesi, Cap.J, verso 2. SCRKTTI DI ROSA FERRUCCI 287 cui ci voleva colmare, ed alle grazie, che già aveva in animo di concederne. Noi sappiamo, che nei principio , o piuttosto innanzi ad ogni principio , era il Verbo divino, l il quale con indicibile affetto aspettava il tempo in cui, fatto partecipe dei nostri dolori, volle morire per dare al m o n d o la vita. La m a d r e a m a il suo figliuolo pochi mesi prima di metterlo in luce, ma Voi, mio Dio, voi ci amate di eterno amore ; sicché f u m m o vostri anche prima di ricevere da Voi la intelligenza e la vita. E non saremo noi stolti ed empii, se non prestiamo docile orecchio alla vostra voce, la quale ci com a n d a di amarvi sopra ogni cosa con tutto il cuore, con tutta l'anima nostra ? L E T T E R A III. Considerazione dei beneficii di Dio. Espettazione della vi tura. Così questa siccome quelli ne invitano ad amare il Signore. « Or mira Paltò provveder divino. » Se leviamo gli occhi in alto , lo splendore del sole, P argenteo lume della luna, gP innumerevoli 1 Àu commcncement, sans commencement, avant toutcommencement était celui qui est, et qui suhsiste toujours : le Verbe, la parale, la pensée etemelle et substantielle de Dieu. Bossuet, Elévations. 288 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI astri che con tanta armonia si aggirano negli spazii incommensurabili del cielo , non e' invitano forse a lodare incessantemente il Creatore ? Egli, Egli solo trasse dalle tenebre la luce, la quale velocissima al pari del pensiero si m u o v e per P etere. Egli stabilì le mirabili leggi della gravitazione, per cui i soli, i pianeti, i loro satelliti e perfino le erranti comete mai non si dipartono dalla via ad essi segnata. Se poi consideriamo la terra e tutte le cose che essa produce, non saremo compresi da sincera gratitudine verso il nostro Padre celeste , il quale dà non solo ubertose messi ai campi, frutti di ogni maniera agli alberi, ma sì vaghi fiori ai prato e lieti cespugli alle colline , quasi a significarne , procacciare Egli ad un tempo P utile ed il diletto de' suoi figliuoli? E nel canto degli uccelli, nel mormorio delle freschissime acque , che da muscosa rupe cadono a gronda nella sottoposta vallata , nel vento , che lievemente scote la selva o che impetuoso solleva i flutti del mare , e perfino nei cupi tuoni, non odi forse mille voci sommesse od alte, soavi o terribili, che proclamano la grandezza e la bontà del Creatore ? Potrai riguardare le maestose cime dei monti, il tranquillo corso dei fiumi, l'immensità delP oceano , la solitudine delle valli e dei boschi senza amare con tutto il cuore , con tutta P anima Colui, che tutto creò, tutto regge, tutto governa? Che dirò poi della natura animale tanto varia , tanto feconda , tanto utile alPuomo ? Il cervo della selva, SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 289 il camoscio delle nevose alpi, l'antilope ed il leone dell' infuocato deserto , la balena dominatrice dei mari vicini al polo , i pesci quasi infiniti di specie, gli uccelli dotati di sì mirabili instinti, gP insetti che vivono sul fiore del campo , e fino i tardi e freddi rettili non ci porgono nuovi argomenti del potere e della benigna provvidenza di Dio ? Esso volle ancora , che il cavallo e il bue e le pecore servissero all'uomo : Esso diede il cammello e il cervo tarando all'Arabo ed al Lappone. Ma se tanto ammiriamo le forme svariatissime, la forza, la intelligenza degli animali ora viventi nel mondo, quale sarà il nostro stupore pensando alle strane e innumerevoli specie di quelli, che in altre epoche del creato , abitarono già la terra? Alcuni affermarono , lo sludio della geologia e della paleontologia essere atto a destare nell' animo nostro pensieri nemici alla religione : certo però costoro non videro, come, per le cognizioni ch'esso ci porge, la terra si unisca al cielo per esaltare la sapienza divina. * Se poi ripensi teco medesimo ai beneficii che ricevesti da Dio , tu stimerai di non amarlo abbastanza, comechè a Lui consacri tutti gli affetti tuoi. Da Lui avesti quel corpo, cip è il miracolo della creazione animale : sì per la perfezione degli organi suoi, sì per l'ordine nel quale tutte le sue parti sono disposte. Egli diede alla tua mente la viva * * Somerville, Geografia fisica. 19 290 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI fantasia, la pronta intelligenza, la tenace memoria, la salda attenzione. Da Lui avesti le facoltà, per cui compari le cose e le idee fra loro , e puoi indagare con perspicacia le leggi della natura, e reprimere con la ferma e sana ragione , e col libero volere l'impeto soverchio dell' affetto. Chi poi infuse nell' anima tua il senso della benevolenza e della pietà ? Chi ti porge que' conforti celesti, che fanno dolce il pianto , lieve la fatica , e m e n o increscevole la sventura? Chi ti pose fra le braccia de' tuoi genitori, quando debole e solo entrasti nel m o n d o ? Chi t'illumina , chi ti rafferma allorché mille dubbii diversi or dall'una or dall'altra parte ti sospingono ? Da Dio, da Dio solo devi riconoscere tutti questi doni. A m a dunque sopra ogni cosa Quello , da cui ogni bene deriva. Considerando la storia dei varii popoli, vi troverai nuovi ed infallibili argomenti della sapienza e del potere di Lui che regge e governa le cose di questo m o n d o con quelP arcana giustizia , che supera ogni u m a n o pensiero , siccome il cielo s'innalza sopra la terra. Sperate adunque nel Signore, infelici oppressi, e venerate la m a n o che vi percote e che sola può risanarvi. E voi, usurpatori delle ragioni dei vinti, non esultate per le lagrime degli sventurati. Vive ancora, vivrà in eterno Colui, che ascoltò i lamenti del popolo d'Israele. Ne perchè egli indugi i suoi giudizii, dovrà venir m e n o la vostra fiducia in Lui, o dovrà crescere la vostra SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 291 baldanza. Rammentatevi : Dio essere paziente, perchè è eterno. l Leviamo gli occhi alla croce , che sola redense il m o n d o . Vi potremo scorgere P immagine dell' U o m o Dio senza consecrare il nostro cuore ad Esso , che volle spargere per noi il suo sangue ? Le ferite, gP indicibili patimenti, la profonda m e stizia di Gesù Cristo non ne accenderanno di forte amore verso di Lui ? O Voi , che tanto soffriste per fare succedere la vita alla morte, la virtù al peccato, la letizia al dolore, il perdono alla vendetta, l'umiltà all'orgoglio, la carità all' odio, potremo noi contemplare la vostra croce senza lodare con le parole, con le opere , coi pensieri P amore infinito che ci portaste ? Siate in eterno glorificato Voi, pel quale il patibolo degli schiavi divenne la consolazione degli afflitti e la speranza certissima degli eletti ! N o n vi ha cosa, non vi ha creatura nel Cielo o sulla terra, che quanto Voi ci sia cara , perchè in Voi solo si riposano i nostri affetti , perchè Voi deste la vita per camparci da morte eterna ! Gesù Cristo non fu pago di rimediare ai mali che dal peccato originale provennero. Egli preparò ai suoi fedeli efficaci e soavi conforti aprendo nella Chiesa quella fonte inesauribile di grazie e di benedizioni, che già vide in ispirilo il profeta Isaia. Egli è sempre pronto ad ammaestrarci , a conso1 Sani' Agostino. 292 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI larci ed a perdonarci. Egli ne dice da' suoi altari : Venite a me voi tutti, che siete affaticati e gravati, ed io vi alleggerirò. * E siccome nel corso della sua vita mortale illuminò i ciechi, distese gli attratti, aprì le orecchie dei sordi, e col suono della sua voce suscitò i cadaveri dalla bara, così Egli risana ognora le infermità delle anime nostre, destando a nuova vita coloro, che già da Lui si dilungarono. A n c h e aspetta le anime predestinate in quella beatissima città , ove il pianto e gli affanni saranno a noi ignoti, ove sempre contempleremo la bellezza increata di Dio. O n d e non solo i beneficii presenti, ma sì Pespettazione della eterna gloria ne inducono ad anteporre Iddio ad ogni cosa del m o n d o . LETTERA IV. Della carità di Dio e del prossimo, definita da san Paolo Caritas patiens est.2 Siamo ora, o Cleante, di un animo e di un parere, essendo tu persuaso, l'amor di Dio dover superare in noi tutti gli altri affetti. Ma tu mi dimandi quali siano quelle virtù, per cui possiamo dimo1 S. Mattea, Cap. xi, vers. 28. «La carità è paziente. San Paolo ai Corinti, Cap. xm, vers. 4. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 293 strare a Dio il nostro a m o r e , ed io non dubito di affermare, il s o m m o della perfezione cristiana essere nelP esercizio della carità. O n d e questa è simile a quella scala carica di Angioli, che il patriarca Giacobbe vide in ispirito, i poiché per essa sola possiamo avviarci al Cielo, per essa potremo un giorno lodare Iddio in dolce consonanza di voci con i suoi eletti. L'apostolo san Paolo, che quasi lucido specchio in sé ritrasse la i m m a g i n e delle virtù del Redentore, scrisse sulla carità queste notevoli parole : Caritas patiens est, benigna est : caritas non cemulatur, non agit perperam , non infialar , non est ambitiosa, non qucerit quce sua sunt, non irritatur, non cogitat malum, non gaudet super iniquitate , congaudet autem ventati: omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet. 2 Consideriamo con attento animo queste sentenze : da esse impareremo ad a m a re Iddio toto corde, ore et opere. 3 Caritas patiens est. La carità è paziente, dice il Vas d'elezione, e mentre egli scriveva queste parole , comportava con equo animo ogni maniera di 1 Genesi, Cap. xxvni. — Quando la mia benedetta figliuola era vicina a morte, diceva di vedere la mistica scala di Giacobbe. Forse il Signore volle con questa visione riconfortarla, mostrandole, siccome le sue buone opere le erano state scala al Cielo — C. F. 2 Epist. ai Corinti 1, Cap. xxm, vers. 4-7. 3 Con tutto il cuore, con la bocca e con P opera. Parole tratte da una orazione della Chiesa. 294 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI contumelie per la gloria di Dio. A n c h e era venuto a tale , che bene avrebbe patito del vitto , se col lavoro delle sue mani e col sudore della sua fronte non si fosse procacciato un umile sostentamento. Seguitando il suo esempio e la sua dottrina impariamo ad essere pazienti per amore di Colui, che per trenta anni non visse mai un'ora sola senza dolore di passione. E perciò offriamo con animo pronto e sereno al Signore i travagli che ne opprimono. E se dobbiamo sostenere lunghe e penose infermità , se ne percote la sventura , se gli uomini a torto ne danno biasimo, non ci perdiamo in vani lamenti : ma sempre-amiamo di saldo a m o re Colui che agli infelici rivolse queste pietose parole : Beati quelli che piangono, perchè saranno consolati.1 N o n credere già la pazienza del cristiano dovere esser simile allo stoicismo di Zenone , il quale voleva mutare la debolezza della u m a n a natura in una insensibilità difficile anzi impossibile a conseguire. Se il cristiano è infermo, egli può dire col Redentore : Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste;2 purché poi aggiunga : sed fiat voluntas tua. 3 E tu, sventurato, piangi quello fra i tuoi ca1 San Matteo, Cap v, vers. 5. 2 Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. San Matteo, Cap. xxvi, vers. 59. 3 Ma sia fatta la tua volontà. — C'est le vrai et parfait exercice de l'amour, de conformer sa volonté à celle de Dieu. Bossuet, Méditatiom. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 295 ri, che la morte ha rapito alla tua affezione? Gesù Cristo unì le sue alle tue lacrime, allorché pianse sopra la tomba di Lazzaro : [ indi a tuo conforto soggiunse : Io sono la risurrezione e la vita : chi crede in me, quantunque morto, vivrà; e tutti coloro che in me vivono ed in me credono , non moriranno in eterno. 2 Né la carità vieta ai cuori generosi l'essere accesi contro il vizio di magnanimo sdegno : anzi i giusti devono imitare il santo zelo di Gesù Cristo, il quale scacciò dal tempio i profani. 3 Ma sempre le nostre labbra ed il nostro cuore volgano al Cielo pei nostri nemici queste parole : Pater, dimitte illis ; non enim sciunt, quid faciunt,4 e Dio onnipotente agli oppressi e agli oppressori userà misericordia. Ma dirà alcuno : — Io ho comportato con cristiana pazienza grave infermità, anche sostenni da forte non lievi sventure, e mi studiai di rendere il bene in cambio del male a chi fieramente mi fu avverso. Ma potrò io vivere in mezzo alle incessanti 0 tediose cure, che mi cagiona il mio ufficio? C o m e reggerò a tanta fatica? Sarà da me Peducare al vero ed al bene i caparbii figliuoli ? C o m e 1 San Giovanni, Cap. xi, vers. 35. 2 Nello stesso Cap. vers. 25, 26. 3 San Marco, Cap. xi. 4 Padre, perdona ad essi, poiché non sanno quello che si fanno. San Luca, Cap. xxn, vers. 34. 296 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI continuerò a servire un signore, che mai non è pago della mia instancabile diligenza ? — A questo risponderò : — Cerca di compiere ognora i tuoi doveri con grande studio ed amore. Offri a Dio anche le minime fra le molestie , che senza posa t'infastidiscono, e tutte sopportale sempre per amor suo. Così a poco a poco ti verrà fatto dinstituire rettamente i figliuoli, essendo l'esempio più efficace delle riprensioni. E se i tuoi servigi non sono con giustizia rimunerati , guarda Gesù crocifisso dagli uomini che ha redenti, ed ogni tuo affanno ti parrà lieve a petto della dolorosissima sua passione. In fine rammenta, dovere noi ogni giorno portare la nostra croce, i che sola ci può guidare al regno di D i o . — S e altri si lagna della povertà, ho per fermo la considerazione deliba vita povera ed umile del Redentore doverlo confortare a soffrire pazientemente ogni più aspro disagio, per poi meritare l'eterna gloria. San Matteo, Cap. xvi, vers. 24. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 297 LETTERA V. Della mansuetudine: della invidia: Caritas benigna est: Caritas non cemulatur. ì Avendoti io persuaso, o Cleante , che, secondo che pone il Kempis, tutte le gravezze sono da tollerare per la vita eterna, vengo a dichiararti queste parole dell'Apostolo: Caritas benigna est. Sì certo la carità è mansueta, che mansueto fu Gesù Cristo nella vita, nelle opere, nelle parole, nella morte e perfino nel presepio di Betlemme. Ivi Egli ci diede notevole esempio della soave ed universale sua carità: conciosiachè vi accolse tanto i semplici ed umili pastori, quanto i dotti re dell'oriente: significando con questo, il cristiano dovere mostrarsi benigno a tutti senza eccettuare persona. Sii tu adunque amorevole in prima verso i congiunti, e rispetta coloro, che nella età e nella esperienza ti avanzano. Usa miti maniere con i minori. E dove ateuno montasse in ira, fa di placarlo conia dolcezza. Anche sii mansueto coi familiari, e procaccia di sollevare le miserie dei poveri. O v e alcuno di essi picchi alla tua porta , guardati di respingerlo con dure parole, ma rammenta, ve1 La carità è benigna: essa non è invidiosa. San Paolo ai Corinti, Cap. xm, vers. 4. 298 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI nire egli a te nel n o m e di Dio. S'ei fosse infingardo e pasciuto nell'ozio, esortalo a diventare da vile e disutile accattone forte lavoratore. Ma se ti si appresenta dinanzi un vecchio infermo, un cieco, un attratto, o una sventurata madre, che non ha pane pe'suoi figliuoli, deh ! soccorri a tanta miseria per amore di Gesù Cristo, ed accompagna la tua limosina con quelle pietose parole, le quali confortano l'animo di chi le ode. Perocché molti poverelli rassomigliano all'infelicissimo Lazzaro, 1 il quale aspettava indarno chi si movesse a compassione de'suoi mali; e il loro spirito non m e n o affranto che il corpo ha d'uopo di amorosa consolazione. Se alcuno de'tuoi sia malato, non ti contentare di assisterlo con assidua sollecitudine: ma sii sempre benigno verso di lui, anche quando egli ti si mostrasse sconoscente. Studiati in fine di non parlare allorché sei turbato dalP ira, e fuggi di fare o di dire cosa alcuna, la quale sia per tornare increscevole al prossimo tuo. Così potrai sperare di essere fra coloro, dei quali Gesù disse sulla montagna: Beati i mansueti,perchè erediteranno la terra. 2 Caritas non cemulatur. La carità non è invidiosa. Aristotile, maestro di color che sanno, ne insegna, undici virtù essere atte a reprimere i vizii in cui l'uomo cade per la violenza delle passioni 0 per 1 San Luca, Cap. xvi. 2 San Matteo, Cap. v, vers. 4. SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 299 fiacchezza di volontà. O n d e l'accidia ed il timore sono raffrenati dal coraggio, siccome la temperanza regge gli affetti vincendo la cupidigia e Pinsensibilità del cuore. Per la liberalità l'uomo fugge la prodigalità e l'avarizia, e schiva ad un tempo le smisurate spese e la gretta parsimonia. Alla ignavia la magnanimità, all'ira la mansuetudine contrastano. Indi il filosofo di Stagira pone, Pamor del vero, la benigna allegrezza, la schietta amicizia rimovere la folle jattanza, la simulazione, gli scherzi mordaci, i modi zotici ed inurbani, l'adulazione e Podio. Afferma eziandio, la modestia e la prudenza allontanare da noi la stolta meraviglia e la svergognata superbia, Pastuziae la tarda stupidità. N o n vedi? Fra tanti affetti disordinati, da cui è turbata l'armonia dell' anima umana, l'invidia sola non ha frai pagani una virtù che le si opponga. Nulla valgono a combatterla i precetti dei filosofi, né il loro sottile ingegno. Il cristianesimo solo seppe spegnere con la carità la passione, che prima indusse l'uomo a spargere il sangue del suo fratello. La carità accendendo nell'animo nostro P amore di Dio ne fa palese la fallacia dei beni terreni, e ci esorta a desiderare sopra ogni cosa il regno dei Cieli e la sua giustizia. O n d e se porremo in non cale le ricchezze, gli onori e quelle vane lodi, che quaggiù usurpano il n o m e della vera gloria, mai non invidieremo chi di siffatti beni ha copia. E però a ragione scrisse l'Alighieri: 300 SCRITTI Di ROSA FERRUCCI « Perchè s'appuntano i vostri desiri, Dove per compagnia parte si scema, Invidia muove il mantaco a'sospiri Ma se P a m o r della spera suprema Torcesse in suso il desiderio vostro, Non vi sarebbe al petto quella tema; Perchè quando si dice più lì nostro, Tanto possiede più di ben ciascuno, E più di caritate arde in quel chiostro » « Chiamavi il cielo e intorno vi si gira, Mostrandovi le sue bellezze eterne, E P occhio vostro pure a terra mira; Onde vi batte chi tutto discerne. » Siccome la carità ne insegna a non essere solleciti de'beni terreni, così ella ne impone di amare il prossimo nostro quanto noi stessi, 1 mutata in santo zelo per la felicità altrui la gagliarda astuzia della invidia. O n d e seguendo le inspirazioni della cristiana virtù ci studieremo di celare i difetti del nostro prossimo, encomiandone le lodevoli operazioni : anche piangeremo al suo pianto, e della sua contentezza saremo lieti. E c o m e ad impetuosa procella succede dolcissima pace nel cielo rasserenato e nel ceruleo mare, così la carità prendendo il luogo della invidia nei nostri cuori li pone in quiete. Allora ella vi fa tacere le astiose passioni; onde sola risuona in essi la voce soave del1 San Matteo, Cap, xxn, vers. 39. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 301 la buona coscienza. Per la qual cosa in ogni u m a na creatura dobbiamo noi rispettare la immagine del Creatore, siccome nei monti, nelle stelle, nel sole, nei fiori, nelle selve e nelP universo intero scorgiamo innumerevoli testimoni della divina bontà. LETTERA VI. Della fervente emendazione di noi medesimi: dello zelo: de umiltà. Caritas non agii perperam, non inflalur.l Caritas non agit perperam. La carità schiva con grande sollecitudine quello stato delP animo detto tepore, che ne allontana dal s o m m o B e n e , e ci è di gravissimo impedimento alla nostra emenda. Però quegli, che vuole veramente amare il suo Dio, si deve riscuotere dall'accidia e dalla infingardia morale, procurando senza posa di reprimere le malvage sue inclinazioni, e fuggendo anche le minime colpe, per non offendere la bontà infinita del Padre celeste. O n d e con semplicità di cuore e con fermo proposito il cristiano procaccerà, che il beneplacito del Signore sia il termine fisso delle sue azioni e di tutti i suoi pensieri, richiedendo spes1 La carità non opera a caso: la carità è umile. San Paolo ai Corinti, Cap. XIH, vers. 4. 302 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI so d'ajuto Iddio, ed osservando le leggi e i precetti della cattolica religione. E questo santo zelo, per cui egli si studia di approssimarsi alla perfezione, che solo nella vita futura potremo conseguire, farà che il dovere gli sia più caro dei beni terreni e della stessa sua vita. E mentre P u o m o tiepido e neghittoso ricade sempre nelle medesime colpe, né mai dà prova di coraggio e di saldo amore del bene, il vero discepolo di Gesù Cristo senza mai perder lena corre incessantemente nella via della virtù. Per la qual cosa egli guarda non pure alla propria sua emenda, ma sì a quella degli altri. Onde ammonisce gliamicia non dipartirsi dal buon cammino: con efficaci esempii, con savii a m m a e stramenti allontana i figliuoli dal male, esortandoli a contrastare sin da fanciulli ad ogni passione disordinata. Anche niuno più di lui a m a la patria: poiché ad essa per giusta cagione darebbe assai volentieri il suo sangue : ad essa consacra P ingegno: ad essa dà onore co'suoi costumi, fuggendo la vana jattanza di chi favella altamente di libertà, mentre è poi schiavo de'vizii o ipocrita fautore della licenza. Niuno più del vero cristiano sarà costante nelle amicizie, o più riverente si mostrerà alla sventura, o più fedele nel mantener le promesse. A lui, siccome ad intrepido propugnatore del giusto, ricorre l'innocente oppresso. Egli con magnanimo sdegno oppone sicura fronte così alla minacciosa tirannide, siccome alla sfrenata anarchia. Chi farà SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 303 tremare P uomo di cui la fede è resa operosa da vi* va, instancabile carità? Di che avrà paura colui, il quale è sicuro di non avere un giorno a udire queste "tremende parole : Fosti tu caldo, o freddo? Perchè sei tiepido io ti rigetterò dalla mia bocca.l O voi, che per fuggire un pericolo siete pronti a violare ogni santa legge, voi, che non sapendo vincere le vostre passioni vi lasciate sopraffare dai casi avversi, inquella guisa che un albero già sbarbato cade al più lieve soffio del vento, voi in fine, che nulla potete, perchè in niuna cosa credendo, nulla volete gagliardamente, sarete forse sicuri un giorno dinanzi a Dio? Caritas non inflatur. Gesù Cristo scese in terra ad ammaestrarci nella umiltà: onde volle nascere in un presepio: lavorò per trenta anni sotto povero tetto, e sostenne l'essere offeso e schernito così dagli Scribi e dai Farisei, come dai soldati del Pretorio per espiare le colpe dell'orgoglio umano. Ed essendo umile sino all'ultimo sospiro, si lasciò conficcare sul patibolo degli schiavi : onde niuno può levar gli occhi al segno della redenzione del m o n d o , senza ripetere in sé medesimo queste parole della Chiesa: Humiliate capita vestra Deo. 2 Impariamo adunque la santa umiltà dal divino Maestro: né l'animo nostro monti in superbia per cosa del m o n d o . Gran fatto è in vero l'essere bello 1 Apoc. Cap. Ili, vers. 16. s Umiliate la vostra fronte dinanzi a Dio. 304 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI della persona, di culto e vivace ingegno, di stirpe gentile, e l'aver copia di danaro, quando la morte ne può rapire in un attimo queste cose più fuggevoli del vento, più fragili del delicato fiore del campo! Se ami Iddio, perchè non rendi a Lui solo la gloria, che ambisci dagli uomini? Se sei della tua emenda sollecito, perchè non fuggi la vanità, da cui tutte le malvage passioni procedono? Se vuoi essere mansueto, perchè non vinci quello stolto amor proprio, che ti vieta di vivere in pace con te e con gli altri? E come schiverai la invidia, se non comporti, che alcuno sia lodato fuori di te? La umiltà cristiana è madre delle altre virtù, e può essere paragonata a una chiara fonte, che senza strepito scaturisce da solitaria collina. Ella si cela trai fiori del prato, che irriga e bagna con piccoli canaletti: ma la freschezza delle erbe degli alberi circostanti ne palesano, le sue acque far lieta e fertile la vallata, che senza di esse sarebbe infeconda e arsiccia. In simil guisa il vero cristiano desidera, che a ciascuno siano sempre occulte le buone sue qualità: onde le opere, non le parole fanno in lui fede agli altri della eccellenza dell'animo suo. Né l'ingiustizia degli uomini lo conturba, poiché egli sa : Tanto essere ognuno di noi in effetto, quanto egli è appresso Dìo, e nulla più, ì siccome a ragione affermò P umile san Francesco. In tutto il vero fedele si studia di compiere il suo dovere, non mai ricercando 1 Kempis, Lib. m, cap. 50. SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 305 il piacere dell'animo suo, ma solo mirando a fare ciò che Dio vuole ed è in bene altrui. O n d e un giorno egli sarà fra quei convitati della cena evangelica, i quali, essendosi seduti agl'infimi posti della mensa, dal Signore verranno chiamati ai primi. l D u e cose giovano massimamente a mantenerci nella umiltà: la considerazione della u m a n a miseria, e quella dei beneficii di Dio. LETTERA VII. DelP ambizione: dell'annegazione. Caritas non est ambitios non qumrit quo? sua sunt.2 Quasi tutti quei mali, i quali conturbano l'ordine del civile consorzio , e che sono di grave danno all'universale, procedono dall'ambizione. Perocché ella indusse i conquistatori ad entrare negli altrui confini violando le sacre leggi della indipendenza delle nazioni, e cagionando la morte di migliaja di uomini. O n d e ben può dirsi il terrore e la desolazione seguire i passi di lei, che simile a rapidissimo vortice travolge nel corso suo le rovine delle città e dei regni. Né per molto 1 San Luca, Cap. xiv, vers, 10. 2 La carità non è ambiziosa: non cerca quello che è suo. San Paolo ai Corinti, Cap. xm, vers. 5. 20 306 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI eh' ella abbia mai si tien paga : che vorrebbe regnare ad un tempo su tutto il m o n d o , in quella guisa che un crudelissimo Imperatore avrebbe bramato di potere mozzare il capo a tutto il popolo romano con un solo colpo di scure. Alcuno spinto dalla cupidigia degli onori e delle dignità tenta di procacciarsi il favore del popolo adulandolo, lusingandolo, e mettendo in mala voce coloro, in cui la s o m m a delle cose è riposta. E quando poi gli succede di giungere al fine desiderato, le intestine discordie e le sventure della sua patria fanno palese, avere egli preposta la sua a m bizione al pubblico bene. Altri aspira alla fama di gran sapiente o di facondo scrittore : va seminando perniciose e false dottrine, e antepone la gloria vana del novatore a quella solida e intemerata del savio amico del giusto. Stolto e malvagio ! Egli ammaestra nell'orrore le menti giovanili, che da lui ottenebrate più non possono poi vedere la luce del vero ! Dall'ambizione vennero le eresie: da lei le guerre, in cui il fanatismo armò i fratelli contro i fratelli. Essa turba i cuori, acceca gl'intelletti, solleva i popoli contro i re, ed eccita i principi a opprimere i popoli. Dovunque ella si mostra cagiona scandali e dissensioni ; e gli angioli ribelli ne danno esempio tremendo del suo potere. O n d e ben può dirsi di lei : Tu lasci ove passi le tracce dei torrenti di sabbia : spaventevoli, siccome i flutti del mare, aridi, come il deserto. SCRITTI DI RCSA FERRUCCI 307 Per certo raccapricci, o Cleante, innanzi a questa immagine dell' ambizione : or sappi i mali da lei prodotti essere dalla soave carità mitigati. Perocché questa non segue i potenti nel rapidissimo corso delle loro vittorie, ma consola il moribondo soldato, e sovviene alla miseria dell'infelice agricoltore, cui tutto vien meno, salvo il suo ajuto. E siccome essa è accesa da santo zelo per la giustizia, mentre deplora i danni che dalla superbia dei conquistatori procedono , benedice le schiere dei prodi, che animosi combattono per la patria. Anche insegna loro a bene usar la vittoria, mostrando cuore cristiano verso i nemici : e quando la santità delle leggi da popolare o da tirannesca violenza vien conculcata, ella ci esorta a confidare in Colui , il quale ascolta dal Cielo le grida degli sventurati e il lamento degli schiavi. Essa non fa conto delle u m a n e forze, né degli umani consigli, ma in Dio , siccome nel termine fisso d' ogni sua azione , rimira : onde nulla vuole , nulla desidera dal suo beneplacito in fuori. Perciò sdegnando il potere, le ricchezze e le lodi, cerca coi santi a m maestramenti , con le rette operazioni, coi buoni esempii di accrescere, per quanto è da lei, la gloria del Signore. Questa sola è la sua ambizione, questa la brama, che ad ogni costo vuole appagare. Per la qual cosa niuna fatica le incresce, niuna la stanca , nulla può rimuoverla dal proposito suo. Essa è felice, perchè la pace del cuore, la religione , la virtù l'accompagnano : essa solleva le 308 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI nostre menti dalla terra al Cielo , e simile al R e dentore, pertransit benefadendo, i Caritas non qucerit quce sua sunt. Siccome la vita di Gesù Cristo fu tutta annegazione e sacrificio, così i veri amatori suoi devono rinunziare con animo pronto e lieto ad ogni loro desiderio, ad ogni lor bene, bramando per sé, e procacciando solo il beneplacito di Dio e l'utile del prossimo loro. Benché io abbia di ciò già fatto parola , pure non reputo disutile il favellarne ancora : onde ho in animo di dimostrar brevemente, c o m e , secondo che pone l'Apostolo, la carità in niuna cosa ricerchi il proprio vantaggio. Spesso avviene, che l'uomo fervente e di voto non prova alcuna consolazione nell'adempire i religiosi suoi ufficii ; nondimeno egli deve persistere nell'orare : poiché non cerca il conforto dell'animo suo , ma solo P onore di Dio. Anche gli conviene sostenere con rassegnazione gravi sventure, e vedere non senza dolore attraversati i suoi disegni. Ma così nel pianto, come nell'allegrezza, il suo volere sarà sempre conforme a quello del Signore. E dove egli debba logorare la vita in durissime fatiche per sovvenire al prossimo suo , si esporrà di buon grado a travagli e ad affanni quasi infiniti in sollievo dei poverelli. Di ciò fanno fede quelle opere di carità, per le quali fino nelle più inospiti regioni del m o n d o viene da tanti secoli benedetto 1 Passa facendo il bene. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 309 il n o m e di Gesù Cristo. Quanti, amici di Dio spesero il tempo, gli averi, le forze in servigio di tali, che poi ne ricambiarono con ingratitudine i benefica ? Nulla valsero contro di essi le arti dei malvagi ; che la carità loro non fu mai sollecita di sé medesima. E qui potrei narrare la mirabile vita delle degne figliuole di san Vincenzo de' Paoli, cui, perduta la patria e la libertà nell' esilio della Cayenne, non mai venne m e n o lo spirito di misericordia e di pace. O n d e simili agli Angioli del Signore confortarono nell' agonia il più fiero dei loro avversari.1 Vorrei eziandio parlare dei Santi, che in tante guise consolarono le u m a n e miserie , e che tanto soffrirono per amor di Dio, ma ora sono costretta a tacerne : « Perocché sì mi caccia il lungo tema, Che molte volte al fatto il dir vien meno. » Sono certa, che tu ripensando teco medesimo i meravigliosi effetti della carità , le applicherai il detto di quell' eremita della selva , il quale a chi domandogli che mai cercasse nel silenzio dei boschi, rispose : — Io vi cerco il mio Dio. — Siccome la carità non qucerit quce sua sunt, così il cristiano guarda al bene dei congiunti, dei figliuoli , degli amici, e non al suo proprio. O n d e niun sacrifizio per essi gli sarà grave , e sempre gli sono accette le cose, che tornano in loro van1 Collotd'Herbois. 31 0 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI taggio. A ciò pensando», sia la madre all'uopo severa co' suoi figliuoli ancorché le dolga il vederli afflitti da' suoi giusti rimproveri ; e l'amico con libero piglio riprenda l'amico, ove stia per seguire partito non buono. In oltre la carità della patria , santificata dall' amore di Dio, ne deve persuadere a non fuggire pericoli né fatiche pel bene dell'universale. Ed è uflicio di savio e giusto cittadino combattere quegli errori, che al civile consorzio recano danno. Adunque la carità cristiana è tanto perfetta e tanto operosa, che non pure sa raffrenar le passioni, ma sì ancora consola i cuori afflitti, illumina le menti, e conforta P oppressa virtù con la dolcissima speranza di una vita eterna di amore e di pace. N o n vi maravigliate, se è sempre forte, ardente , benigna , costante. Essa è degna figliuola del nostro Padre celeste. Essa santifica e reca ad effetto quella sentenza dei savi, che ne insegnarono ad astenerci dal male , a sostenere il dolore ed a posporre il più grande utile al maggior bene. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI LETTERA 31 I VIII. Della mansuetudine: della rettitudine dei giudizii: della costanza nelle pene. Caritas non irritatnr, non cogitai malum, non gaudet super iniquitate, congaudet autem veritati: omnia suffert. 1 Caritas non irritatur. L'ira è una matta cecità dell'intelletto, per cui la mente offuscata dagli affetti disordinati più non discerne il bene dal male, né il giusto dall'ingiusto, né Pamico dall'inimico. Fuggi, fuggi di darti per vinto all'ira, se non vuoi perdere la luce della ragione, per cui l'uomo viene dai bruti distinto. Guarda con compassione all'iracondo. Vedi com'è scomposto e affannoso negli atti : odi quali villanie m a n d a fuori dalla sua bocca ; ha gli occhi di bragia, turbato il volto. — D i m m i , per cosa del m o n d o vorresti mai ritrovarti in simile stato? — La carità essendo paziente, umile e benigna ne invita a reprimere i moti impetuosi dell'ira. Di ciò ne fecero fede san Francesco di Sales e san Vincenzo de' Paoli che , quasi chiarissimi luminari della chiesa di Gesù Cristo, con la dottrina e con le opere ricondussero a lei tante anime guaste dal 1 La carità non s'irrita : non pensa al male; non gode dell'iniquità: gode della verità, e tutto sostiene. San Paolo ai Corinti, cap, xm, vers. 5-7. 312 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI peccato e dall' errore. Il primo essendo d'indole assai vivace a Dio rivolse tutto il cuor suo, ed emendando continuamente sé medesimo , divenne tanto mansueto , che , nulla turbandosi per cosa che gli avvenisse , in mezzo a grandi tribolazioni godè ognora di quella inalterabile pace di paradiso, che con tanta dolcezza scorgiamo impressa nella sua immagine benedetta. L1 esempio di lui indusse il suo degno amico san Vincenzo de' Paoli a rendere ogni dì più perfetta l'amorevole e soavissima carità, eh' egli usò sempre verso coloro , dai quali ebbe a torto più volte biasimi e ingiurie. A tutti è noto, essersi questo gran Santo inginocchiato umilmente dinanzi all' Arcivescovo di Parigi, il quale nel cospetto del clero della sua diocesi lo rimproverava di un fallo, eh ei non aveva c o m m e s so. Simili esempii a noi porti dalla carità cristiana sono ben più efficaci a rimoverci dall' ira del precetto di quel filosofo , che disse ad Augusto : Innanzi di montare in collera recita le lettere dell'alfabeto. Alcuno qui noterà, Epitteto pagano aver dato notabili esempii di mansuetudine, lasciandosi malmenare ed anche duramente percuotere dal suo padrone. Ma non viveva egli in tempi, in cui il cristianesimo già cominciava ad infondere il mite suo spirito anche in coloro, che non seguivano la sua dottrina ? Ciò asseriscono que' filosofi , i quali in alcune sentenze di Epitteto e di Marco Aurelio scorgono quasi la prima aurora, il debole barlume SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 31 3 della morale cristiana, che mutò P indole ed i costumi dei vincitori del m o n d o . Ma lascio il parlar di questo, volendone in più aperto e disteso m o d o trattare nelle considerazioni, che ho in animo di scrivere sopra alcune parti delle dottrine degli antichi filosofi. * L' esempio di Teodosio fortemente ripreso da santo Ambrogio ne fa manifesto , la carità essere atta a frenare con santo sdegno P ingiusto e crudele corruccio dei potenti. Essa è libera e salda così nel volere, siccome nelP operare, poiché procede da Colui, che tutti i cuori degli uomini regge e governa. Caritas non cogitai malum, non gaudet super iniquitate, congaudet autem ventati. L'uomo sospettoso trema a ogni lieve soffio di vento. Egli non confida in alcuno : dovunque scorge lacciuoli, insidie ed agguati. Per la qual cosa tu non ti devi meravigliare, s'è tanto sollecito della vita e degli averi, se il suo cuore somiglia ad una vasta solitudine, in cui altro non s'ode , che una voce terribile di spavento. Egli non è amato da alcuno , perchè mai non seppe amare : niuno lo consola nella sventura, perchè non avvi persona al mondo, ch'ei facesse partecipe della sua gioia o del suo dolore. Tutto gli è increscevole : anche la luce del sole , la quale illumina i suoi nemici. L'anima di lui è 1 Ho trovato fra le carte della mia cara figliuola note e studii intorno alPargomento, cui ella qui accenna. — C. F. 31 4 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI c o m e un terreno arsiccio, privo di freschi venti e di benigne rugiade. Per i sospetti e per i vani timori è questo infelice venuto a tale , che mai non gli riesce di fare una opera buona. Ed in vero come ei potrà affaticarsi in utilità del suo prossimo? — Tutti gli uomini, dice in sé stesso, sono ingrati , tristi e maligni. Essi sogghignano , mentre io piango : la mia contentezza risveglia la loro invidia. A m a n o i lauti conviti, le danze, i cocchi dorati , e sopra ad ogni altra cosa il danaro. O v e tu non possa d'intorno a te radunare una festosa brigata di parasiti, tutti ti abbandonano e ti danno poi mala voce. Questi ti adula per ottenere da te un favore ; e quindi con asprezza riprende i difetti tuoi : quegli, simile ai farisei, fa orazioni ed opere buone solo per essere dagli altri lodato. O v e sono l'amicizia, la fede, la lealtà ? Io ho per fermo essere queste dall'umano consorzio bandite. N o , t'inganni, o stolto , t'inganni ! La carità , Angiolo sceso in terra dal seno di Dio , invita gli uomini a seguitarla : essa, c o m e il divino Maestro, ti dice : Sto ad ostium, et pulso. 1 Ah ! schiudile , schiudile tosto il tuo cuore, e dirai col savio : Insieme con essa vennero in me tutti i beni. Ella ti persuaderà a riporre la tua fiducia nella bontà del Signore, servendo a Lui, e ponendo da banda gl'ingannevoli tuoi sospetti. A m a n d o poi Iddio di forte e soave amore non sarai più tanto sollecito delle 1 Sto alla porta e vi batto. Apoc, Cap. ni, vers. 20. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 31 5 u m a n e vicende, le quali fuggono, quasi lievi o m bre, insieme con l'uomo. Allora ti sarà palese, le ingiurie che abbiamo a patire, non recarne alcun vero danno, ove siano da noi con cristiana m o d e razione comportate. Allora conoscerai, gli eletti di Gesù Cristo essere occulti , e noi non dovere per questo spregiare alcuno, non essendo u o m o sì tristo , che ravveduto non si possa rivolgere al suo Signore. O n d e ben disse il s o m m o Alighieri in quella cantica, in cui descrivendo le gioie del paradiso, che già quasi nell'animo pregustava, spesso ne sembra per accesissimo affetto rapito in Dio: « Non creda monna Berla e ser Martino, Per vedere un furare, altro offerere, Vederli dentro al consiglio divino; Che quel può sorgere e quel può cadere. » Finalmente in luogo di scorgere in ogni lodevole azione indizii di animo cupido, finto, ambizioso, commenderai sempre il bene qualunque sia la persona , o la parte da cui procede. E qui mi accade un poco toccare degli odii di setta, ai quali certo si oppone la carità. Molti fra gli uomini godono nelP udire, i loro nemici essere stati vinti e depressi. Molti calpestano le leggi della giustizia per soddisfare P affetto cieco , che li sospinge ad abbassare la potenza di una fazione opposta alla loro. Per la religione, per la patria, dicono alcuni, tutto è lecito, tutto è santo, poiché la bontà del fine giustifica i mezzi. Ahi ! quanti roghi furono 31 6 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI un tempo innalzati, quanti pugnali sguainati per sostenere questa empia sentenza ! Sciagurati ! Che volete voi fare ? N o n lo sapete ? Chi non ha puro il cuore e m o n d e le mani non può entrare nel tempio di Dio. E perchè oserete togliere alla infelicissima patria nostra ciò che le armi e la nemica fortuna non le poterono mai rapire? N o n profanate il n o m e di Dio : Procul o, procul este, profani. 1 Voi nel n o m e di Quello, che diede e dona al m o n d o la pace, nel n o m e di una gloriosa nazione ardite violare i precetti della carità ! Questa non gode della iniquità, onde ne vieta fino il pensare a quanto ne fa porre in non cale gli obblighi del cristiano. Anche biasima la gioia insensata per cui esultiamo delle sventure o delle malvage opere dei nostri avversarli. Ed in vero , non sarà sordo alle garrule voci degli uomini chi tiene fisso lo sguardo in Dio, e nulla sa volere, nò disvolere della sua gloria in fuori ? La carità è per sé lieta di una santa allegrezza, che alcune volte illumina il volto ai buoni, quasi aurora del paradiso. Esulta , allorché vede osservata la legge di Dio, e riverito il suo n o m e : ogni opera di misericordia e di pietosa annegazione la riempie di soave contento. Ella non considera le persone : ma loda ugualmente così gli amici, come i nemici, i concittadini, c o m e gli estranei. N e p e r cosa del m o n d o ricusa il dovuto ossequio alla vex Lungi, lungi, oprofani. Virgilio, Eneide, lib. vi. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 317 rità , poiché a m a n d o il Signore gode di lei : Congaudet ventati. E di ciò sono i Martiri testimonio: che a sostenere la verità della fede, lieti in mezzo ad aspri tormenti finirono la vita. Caritas omnia suffert. Poiché ho rammentato i Martiri, ne farò in breve parola, avendo quelli fatto palese, c o m e la carità vera, santa, perfetta sappia ogni cosa soffrire. E certamente furono inauditi gli strazii, indicibili le torture, ch'essi sostennero per amore di Dio. E se io non volessi trattare in altre mie lettere questo argomento, narrerei la morte di santo Stefano, che oppresso dalle pietre, con gli occhi levati al Cielo, raccomandata al Re dei Martiri Y anima sua, pregava pe' suoi persecutori. Direi pure di san Lorenzo , il quale sostenne , che tutto il suo corpo fosse arso in onor d'Iddio, e che innanzi di essere menato al martirio mostrò ai pagani i poverelli sovvenuti dalla Chiesa , affermando quelli essere i tesori di lei. E chi non rammenta santa Felicita, la quale rinnovò l'esempio magnanimo della madre di que'sette fanciulli , che per ordine del crudelissimo Antioco, vennero prima dilaniati, poscia in una ardente fornace uccisi ? Chi non invoca con tenero affetto di riverenza santa Lucia, che a m ò il Signore assai più del lume degli occhi suoi ? Chi non ammira santa Blandina , la quale nata in umile stato , sostenne ancor giovinetta crudeli strazii per la fede di Gesù Cristo? Le belve medesime la rispettarono , non osando lacerarne il corpo innocente ; stanchi da 318 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI m a n e a sera furono i carnefici : non venne mai m e no la sua pazienza. — Io sono cristiana , diceva ; niun delitto ci contamina; niuna cosa ci fa paura. — Chiniamo , chiniamo la fronte dinanzi a tanta virtù ! Innumerevoli argomenti di costanza ne furono dati dai Martiri di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione. Per essi ci è manifesto , la cattolica religione aver confortato le più deboli fra le creature nei tempi, in cui i pagani non guardavano alla tenerella età dei fanciulli , né alla veneranda vecchiezza dei sacerdoti. Ciò varrà a persuaderti, la carità potere tutto soffrire, perchè a m a di forte amore quel Dio, che tanto volle patire per noi. LETTERA IX. Della fede: della speranza. Caritas omnia credit: Caritas omnia sperai.1 La carità soffre tutto , perchè amando crede e spera. Io non disgiungo la fede dalla speranza, essendo quella, siccome dice san Paolo, la sostanza delle cose sperate, e l'argomento di quelle che ancora non ci sono palesi, onde chi segue i suoi pas1 La carità tutto crede: la carità tutto spera. San Pao Corin'ì, Cap. xm, vers. 7. SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 31 9 si è riconfortato dalla certa espettazione della gloria futura. Il Redentore affermò , tanta essere la efficacia della fede, che per essa possiamo movere i monti e costringerli a gettarsi nel mare. l Anche Egli ne insegna, procedere dalla fede meravigliose opere di cristiana carità, in quella guisa, che da piccolo seme nasce una pianta di saldo tronco, di larghi rami, lieta di foglie e di fiori, all'ombra della quale gli uccelli del cielo si riposano. 2 Infelicissimo fra gli uomini colui che non crede ! La speranza e l'amore non entreranno mai nel suo animo : le celesti consolazioni non discendono nella sua mente ; la natura è muta per lui ; la virtù è al suo giudizio un' ombra fallace : egli ha la vita per vano sogno. Terribili , disperate sono le sue parole nella sventura. Ha orrore della morte, perchè non ha fede nella immortalità. I mali della vita gli sono incomportabile peso ; amare sono le sue lagrime, perchè in quelli non vede un gastigo e una espiazione de' falli suoi; non versa mai queste a pie della croce. Infelice! lo ripeto, sventuratissimo fra gli uomini colui che non crede ! N o n a m a Iddio ed avvilisce nel fango di questa terra l'anima sua , che pure era fatta per le cose celesti e per le divine. Pensando allo stato di chi per superbia indomata della ragione perde la fede , mi 1 San Matteo, Cap. xvu, vers. 7. 2 San Marco, Cap. iv, vers, 32, 320 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI sento il cuore ripieno di una pietà , che quasi mi sforza al pianto. Parmi impossibile che nelP intelletto di un u o m o creato a somiglianza di Dio possa trovarsi tanta cecità e tanto orgoglio : e prego dall' intimo del mio cuore Chi tutto può , affinchè tra i cristiani sempre vivo risplenda il lume della sua fede, la quale, c o m e rafforza la mente, così ci riempie l'anima di dolcezza quasi infinita. Ed in vero chi non sarà teneramente commosso a queste soavi parole del Redentore? Beati i poveri di spirito, perocché di loro è il regno dei Cieli. Beati i mansueti, perchè possederanno la terra. Beati coloro, che sono in pianto e in tribolazione, perchè saranno consolati. Beati quanti hanno sete e fame della giustizia, perchè saranno saziati. Beati i misericordiosi, perchè conseguiranno misericordia. Beati quelli, che hanno il cuor puro, perchè vedranno Iddio. Beati i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio. Beati coloro, che per la giustizia sono perseguitati, poiché ad essi spetta il regno dei Cieli.1 Io lo credo con ferma fede , o Signore , perchè Vi a m o , perchè spero in Voi, perchè le parole, che avete dette, sono spirito e vita! Sono beati, e beatissimi saranno in eterno tutti i vostri fedeli, benché nella vita presente siano afflitti dall'avversità. Beati lo ripeto, beati i poveri di spirito, cioè quelli, che umili e pazienti fra le strettezze di una misera vita servono a Dio. Essi con Lui regneranno 1 San Matteo, Cap. v, vers. 3-10. SCRITTI Di ROSA FERRUCCI 321 nel paradiso. Beati altresì coloro , che nati in più eccelso grado non guardano ai beni fuggevoli del* la terra, ma ripongono il loro tesoro ed il loro cuore nel Cielo : essi pure entreranno nel regno di Gesù Cristo. La carità essendo benigna non disgiunge l'amore del prossimo da quello di Dio. Perciò i veri cristiani, conformando, per quanto è da essi, la vita loro alla vita>del Redentore, si studiano di essere, c o m e Egli fu, mansueti nelle opere, nei pensieri, nelle parole. O n d e la loro preghiera è sempre accetta al Signore , né la sventura li può sopraffare, stando essi nella speranza di entrar nella terra, eh' è piena di celesti benedizioni, e fu loro promessa dal Verbo eterno. Tu piangi, tu sei stimato infelice, perchè niuna delle cose risponde a' tuoi desiderii. Ecco ad un tratto tutto hai perduto , infermo del corpo, rimaso privo de' tuoi più cari, che ad uno ad uno vedesti discendere nella tomba , non hai un amico , che ti conforti, non odi una voce, che al tuo solitario lamento risponda compassionevole e mesta. Ascolta, ascolta quella del Redentore : ella a te e a tutti gli sventurati dice pietosa : Beati quelli, che piangono:poiché saranno consolati. E con animo sereno e paziente aspetta l'ineffabile, la soavissima, l'eterna allegrezza, che Dio porge agli eletti suoi. — Ma io, dirà forse alcuno, io non entrerò nel regno dei Cieli, perchè simile al figliuol prodigo, non sono degno neppure di alzare gli occhi a Dio. 21 322 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI Che le mie colpe non mi tolsero solo la stima altrui, ma danno di gran lunga maggiore mi recarono, avendomi tolta anche la grazia divina. Io per esse piango durante il giorno, piango la notte con tutta la mestizia del cuore. Ma oserò sperare di conseguirne da Dio il perdono ? — Solleva gli spiriti abbattuti, apri P animo alla speranza e a quella fervente carità , per cui ogni colpa è rimessa. Forse sarai ognora tenuto a vile dagli uomini, ma Dio misericordioso ti volge queste benigne parole : Vivo io , che non voglio già la morte del peccatore , ma sì eh' egli si converta e che viva. De suoi peccati non mi ricorderò più avanti, ma tutti gli saranno rimessi, i E tu pure sei beato, perchè la sincera tua emenda è accetta al Signore. Le anime accese di viva e perfetta carità molto si dolgono nel vedere violate le leggi dell' Evangelo, sicché possono dire a Dio col Salmista : Zelus domus tuce comedit me: et opprobria exprobantium tibi ceciderunt super me. 2 Perciò si studiano d'infondere negli altri quel santo desiderio del bene, da cui incessantemente sono infiammate, e ad essi si volge il Redentore , dicendo : Beati qui sitiunt justitiam. Il giusto , che tanto soffre , quando il malvagio calpesta quanto vi ha di sacro quaggiù nel mondo, sarà felice solo nel regno eterno , ove dalla viva 1 Kempis, Lib. iv,cap. 7. Lo zelo della tua casa mi divora, e mie reputo le offese a te fatte. Salmo LXVIH, vers. 10. 2 SCRÌTTI DI ROSA FERRUCCI 323 fontana della grazia divina saremo saziati. Tutti adunque dobbiamo con grande ardore bramare la giustizia del regno dei Cieli, dicendo con la Samaritana : Domine da mihi hanc aquam , ut non sitiam. ì Signore, dateci quella felicità, che in vano ci sforziamo di conseguire in questa cieca e fuggevole vita, e che in Voi solo, siccome nel s o m m o Bene, è riposta. Molto dovrei dire, se qui avessi in animo di favellare della quinta beatitudine, ma di essa ragionerò in altra mia. Ora solo dirò, dover noi essere compassionevoli ai nostri fratelli, se vorremo udire queste soavissime parole : Venite, o benedetti dal Padre mio, entrate nel regno, che fin dal principio vi ho apparecchiato. Io ebbi fame, e voi mi deste mangiare ; ebbi sete e voi mi deste bere: ebbi freddo e voi mi vestiste; fui pellegrino e voi mi ricoveraste; fui infermo e carcerato e voi mi avete assistito e visitato.2 Siccome la misericordia divina è pronta ad accogliere chi sempre beneficò il prossimo, così dobbiamo avere per fermo, essere agevole la conversione di colui, eh' è pietoso dei poverelli. R i m o viamo dal nostro cuore ogni rea passione, ogni sfrenato desiderio, ogni pensiero, che non sia accetto al Signore. La carità santifichi tutte le nostre azioni, ed allora noi avremo l'animo puro e vivre1 Signore, dammi cotesta acqua, acciocché io più non abbia sete. San Giovanni, Cap. iv, vers. 15. 2 San Matteo, Cap. xxv, vers. 34-36, 324 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI mo nella dolce speranza di vedere Iddio. Oh gioja infinita ! Oh unica e vera felicità ! Oh allegrezza indicibile ! Oh eterno riposo ! I figliuoli del Dio di pace , gli eredi del regno suo, essendo d'indole mansueta e benigna, procacciano di placare P ira de' loro fratelli, e spesso li persuadono a rimettere altrui ogni offesa ricevuta. A n c h e regneranno con Gesù Cristo tutti coloro , che per a m o r suo e per la santa sua legge sostennero contumelie e afflizioni. 0 voi, che in lontane terre, in contrade barbare e inospitali predicate ai rozzi selvaggi la dottrina di Gesù Cristo esponendo la vostra vita a rischi di morte , rallegratevi : la vostra ricompensa è abbondante in Cielo.I E voi, che per la verità vi opponeste alla violenza dei tristi, e che gemete in tetre prigioni carichi di catene , consolatevi : Siete perseguitati per la giustizia, ed è vostro il regno dei Cieli. LETTERA X. Caritas omnia sustinet. La carità tutto sostiene, fino la m Esempio mirabile di cristiana fortezza a noi dato da santa Monica. La sua morte narrata da sant'Agostino. Caritas omnia sustinet. San Paolo avendo enumerati i pregi della carità, aggiunge eh' essa tutto sostiene, siccome già disse ch'essa tutto soffre, quasi 1 San Matteo, Cap, v, vers. 12. SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 325 a significare, la pazienza essere quella virtù, per cui l'anima cristiana può meglio dimostrare il suo affetto verso il Signore. E qui rammentiamo queste parole di Gesù Cristo : In patientia vestra possidebitis animas vestras. i Sì, la carità sostiene con meravigliosa costanza tutti i mali di questa misera vita, onde per essa ci è manifesto : l'amore essere forte al pari della morte. Il giusto a m a n d o Iddio non è mai dalle terrene sciagure oppresso, poiché egli ha per fermo , non avere noi qui stabile dimora, ma cercare una futura sede. 2 O n d e la povertà, la prigionia, la morte dei suoi cari, P ingratitudine degli uomini, il rapidissimo tramutarsi dei casi u m a n i , le afflizioni e le infermità non lo rimovono dal saldo amore, eh' ei porta a Dio e al prossimo. E allorché nell'ora estrema egli si deve separare da quanti ebbe più cari quaggiù, la rassegnazione e la fede lo consolano : onde sereno e tranquillo si apparecchia a contemplare nella eternità il Santo dei Santi, il Rimuneratore dei buoni, il Dio del suo cuore. Quindi prega ed a m a insino all'ultimo suo sospiro, e l'anima sua giunge lieta alla èede celeste dell' A m o r e increato , mentre gli amici e i congiunti piangono intorno al suo letto ed ammirano in esso un vero cristiano. Oh ! beatissimo quello che ha molto amato ! La sua vita ne porge innumerevoli esempii di 1 Per la pazienza possederete le anime vostre. San Luca, Cap. xvi, vers. 19. 2 San Paolo. 326 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI ogni virtù, e la morte lo ricongiunge al suo Creatore. Benedetta è la sua memoria, ed egli si riposa dopo breve affanno, ed esulta nella ineffabile gioja del paradiso. 1 Imitiamolo tutti, e, se alcuna volta n'è increscevole la fatica , ci conforti P a m piezza della mercede : Si labor terrei, merces invitet. La vita e la morte di santa Monica devono essere da noi con attento animo considerate. Perocché nelP una scorgiamo mirabile esempio di cristiana costanza, nelP altra vediamo da quali sensi sia compresa un'anima santa, che passa da questa vita alP eterna beatitudine. A tutti è noto , la pazienza, le preghiere, le esortazioni, gii esempii di santa Monica avere vinto nell'ultimo di sua vita il cuore indurato del suo marito, ed avere richiamata al Signore V anima ardente del suo figliuolo Agostino. U d i a m o ora con quale desiderio s'inalzasse a Dio quella santa donna, che fu sì paziente nel soffrire, perchè fu ognora forte nell'amare. « Essendo adunque imminente il giorno ( così scrive sant'Agostino 2 ) in cui ella dovea passare 1 La mia diletta figliuola dipinse nella morte del giusto la morte che poscia fece ella stessa. Tanto è vero che la morte è simile sempre alla vita da noi menata. — C. F. 2 Mentre la mia Rosa attendeva a scrivere queste lettere, il discorso cadde tra noi sulla morte, la quale a me sempre è sembrata desiderabile pel cristiano, essendoché ci riunisce a Dio. A meglio persuaderla della verità, di che io le parlava, mi posi a leggere con essa i Capitoli x e xi del Libro ix delle Confessioni di sant'Agostino. Ella ne fu sì commossa, che si diede SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 327 da questa vita, giorno noto a Te, o Signore, a noi ignoto, avvenne, siccome io credo per occulta tua operazione, che io ed essa ci p o n e m m o soli soletti ad una finestra, d'onde Porto della casa da noi abitata a v e v a m o dinanzi agli occhi. Ivi, presso alla foce del Tevere, segregati dalla gente, dopo la fatica di un lungo viaggio ci preparavamo a metterci in mare. Allora noi c o m i n c i a m m o un solitario e soavissimo colloquio, e ponendo le cose passate in dimenticanza , e volgendoci alla future, dimandav a m o fra noi alla presente verità, la quale è in Te riposta, quale sarebbe la eterna vita dei Santi, che l'occhio non vide, le orecchie m a i non udirono, e che nella mente u m a n a n o n cape. A pensare, per quanto noi potevamo, sì alte cose a p r i m m o la bocca del cuore ed attingevamo le acque celesti, che dalla tua fonte, dalla fontana di vita, che in Te si trova, scaturiscono. E poiché pel nostro ragionamento v e n i m m o ad avere per fermo qualunque diletto dei sensi, qualunque temporale splendore es- a tradurli, e gP inserì nelle lettere, che preparava per la m festa. Ho voluto dire come venisse a sua notizia un libro, che, quantunque scritto da un Santo e ripieno d'amor di Dio, non è fatto per innocente fanciulla. Rosa non ne lesse che i due capitoli da lei poscia volgarizzati. Era tale la sua obbedienza, tale la fede che aveva in me, che io poteva porre nelle sue mani anche i libri, in cui fossero alcune parti non buone o non adattate a lei, sicché ne proibiva a lei la lettura. Io era certissima, che non avrebbe mai messo Pocchiosu quello che le vietava di leggere. — C. F. 328 SCRITTI DI ROSA FERRUCCI sere non solo indegno di venir comparato con la giocondità della eterna vita, ma non doversi da noi neppure essere ricordato, sollevati da più ardente affetto trapassammo di grado in grado tutte le cose mortali, e il cielo medesimo, dal quale il sole la luna e le stelle illuminano la terra. E sempre più in alto ci levavamo parlando di Te, e contemplando e ammirando le opere tue. Quindi fermatici a meditare sulle nostre menti, queste pure trapassammo, per .giungere alla regione di non mai stanca , né vinta fertilità, ove tu pasci Israele del vero eterno , e dove la vita è quella sapienza , da cui tutte le cose presenti e le preterite e le future ebbero e avranno principio. Ed essa, come increata, è tale quale fu sempre e sempre sarà : anzi m a le diciamo , che fu e sarà : imperocché non viene misurata dal tempo : onde ella è, in quanto è eterna. Mentre di lei parlavamo ci entrò nell'anima in m o d o la sua dolcezza , che tra noi taciti ne sospir a m m o . E lasciata in questi pensieri la parte più eletta della nostra mente, tornammo con dolore allo strepito della nostra favella , che comincia e finisce nelle parole. Quanto dissimile dal tuo verbo, o Signore, il quale tutto rinnova e in sé senza invecchiare permane ! « Adunque noi dicevamo : Se in alcuno tacesse il rumore del senso , se le immagini della terra , delle acque , dell' aria fossero mute nel suo intelletto ; e l'anima sua silenziosa si stesse, di sé m e desima non pensando : se in lui tacessero i sogni SCRITTI DI ROSA FERRUCCI 329 e le rivelazioni della fantasia e per lui non avessero suono le lingue , e quanto è fuggevole sulla terra non avesse per lui favella, certo dal seno dell'universo giungerebbe alla sua mente una voce, in cui tutte le cose già enumerate ed altre più ancora gli direbbero chiaramente : — Noi non fummo fatte da noi, ma Quegli che vive in eterno tutte ne fece. — E se, detto questo, ogni creatura tacesse per aprire l'orecchio alla voce del suo Creatore , e Questi solo parlasse, affinchè ci fosse dato di udire la sua parola, non per lingua d'uomo, né per voce d'Angiolo , né per tuono di squarciata nube, né per immagine di similitudine, se udissim o , lo ripeto, non per mezzo delle cose create ma per sé stessa la parola di Quello, che in esse amiam o , siccome ci avvenne già d'inalzarci tanto alto con la rapidità del pensiero da toccar quasi l'eterna sapienza, che mai non muta, e se continuando per noi uno stato così felice , e dileguatesi a un tratto le altre inferiori visioni, la sola vista di Dio ne tenesse ratti ed assorti, e come celati nell'intima sua letizia , onde in eterno la nostra vita fosse simile a quella felicità che ci ha balenato poco anzi nelP intelletto , e da cui sospirando ci distaccammo, non saremmo noi di già entrati nel gaudio del Signor nostro ? E quando , quando entreremo in esso ? Per certo allora, quando noi tutti risorgeremo, senza essere tutti mutati. « Tali cose noi dicevamo, e se non con questo m o d o e con queste parole, Signore , Tu sai ? che 330 SCRITTI Di ROSA FERRUCCI mentre di esse ragionavamo, il mondo, con tutti i piaceri suoi ci venne in dispregio. Allora ella disse : — Per quanto a me si appartiene , nulla mi è più grato in questa vita. N o n so quello che io debba fare quaggiù, né perchè io vi sia. Per me ogni u m a n a speranza è di già compiuta. Desiderava di rimanervi ancora alcun tempo solo per veder te cristiano cattolico divenuto, prima che io morissi. Il mio Dio superò di gran lunga i miei voti, poiché vedo, che, posta in non cale ogni terrena felicità, tu servi a Lui solo. Che farò io più in questa terra? *> — Indi il santo vescovo d'Ippona narra, siccome santa Monica dopo alcuni giorni spirasse , raccomandandosi alle preghiere del suo figliuolo, al quale aveva da Dio impetrata la vita della grazia. Essa entrò nel gaudio del suo Signore, e udì la voce del Diletto, che rimovendo dalle anime dei beati ogni terreno affanno volge ad ognuna di esse queste dolci parole : lam hyems transiit, imber abiit et recessit. Surge, amica mea, et veni. l E noi pure potremo udirle: poiché noi pure, se saremo forti nell'amare e nel patire, entreremo in quella patria celeste, dove più non si piange, ove in eterno si vive. 1 Già passò Pinverno, finita è la pioggia; sorgi, amica m e vieni. Cantico de Cantici. Cap. n, vers. li, 13. FINE. INDICE ROSA FERRUCCI Pag. * A Sua Eccellenza Reverendissima Monsignore Andrea Charvaz, Arcivescovo di Genova » 121 ALCUNI SCRITTI DI ROSA FERRUCCI. NOVELLE. Introduzione » *63 La vera ricchezza Elisa o la rassegnazione cristiana iddio protegge la vedova e T orfanello La cieca nata La buona Maria }> » » » » 165 169 174 *87 *94 » » » » 207 208 235 236 STUDII LETTERARII E STORICI. Introduzione » 203 Dedica Dialogo sulla Divina Commedia Ave Maris Stella Ego sum Pastor Bonus STUDII MORALI E RELIGIOSI. Introduzione }> 239 L'India » 243 332 INDICE L'Egitto pag. 246 La Persia L/Assiria La China La Grecia Roma » » » » » 249 251 253 255 259 SAGGIO DELLE NOTE AGGIUNTE AL LIBRO SUL VERO AMORE DI DIO. Il Simulacro velato di Saide Gli Stoici Gli Accademici (SCHILLER). . . , » 264 » 267 » 270 DELLA CARITÀ CRISTIANA, LETTERE. Introduzione. . . , , » 275 Dedica » 277 LETTERA I. Come la carità sia nemica del fanatismo, e come essa vinca di gran lunga la filantropia » 279 « II. Come Puomo debba amare Dio sopra ogni cosa » 284 » III. Considerazione dei beneficii di Dio. Espettazione della vita futura. Così questa siccome quelli ne invitano ad amare il Signore » 287 » IV. Della Carità di Dio e del prossimo, definita da San Paolo : Caritas patiens est. 292 » V. Della mansuetudine: della invidia : Caritas benigna est: caritas non cemulatur » 296 » VI. Della fervente emendazione di noi medesimi : dello zelo : della umiltà. Caritas non agii perperam : non inflatur. » 301 INDICE 333 » VII. DelP ambizione: dell' annegazione. Caritas non est ambitiosa: non qucerit qux sua sunt pag. 3 0 5 » Vili. Della mansuetudine:della rettitudine dei giudizii: della costanza delle pene. Caritas non irritatur, non cogitai malum, non gaudet super iniquitate, congaudet autemventati: omniasuffert. . » 311 » IX. Della fede: della speranza. Caritas omnia credit : Caritas omnia sperai. . » 318 » X. Caritas omnia sustinet. La carità tutto sostiene, fino la morte. Esempio mirabile di cristiana fortezza a noi dato da santa Monica. La sua morte narrata da sant* Agostino » 324