Biblioteca EcletticaE
Collana: E-books
Marina Pizzi
Sconforti di consorte (2004-2005)
In copertina: foto di Alessandra Visser, 2005.
Gruppo Officinae.net 2003
1
Occhi di sassaiola
lapidi già preste (o)
2
1.
Ancora le reliquie della sera
il diavolo delle persiane
la siccità equorea del corpo
spodestato di anni.
Nessun fratello conchiuso nello stento
lo stato stento del freno scarso
quando il burrone elude il peso
di chi fisso al chiuso in mezzo alla strada
in un angolo o dietro la porta di casa.
Di lì a poco si scostò i capelli
andandosene sereno
e per benino il corpo si vibrò
provvista di castello un incanto di stamberga.
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2.
Non sono mai stata iscritta al college
né ad un privé di grazie
sotto abachi di padre.
Consolanze senza scorta
offuscano il sorriso
ora ospizio il forse del patriota.
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3.
Mai fulgente di gioia il nato
nemmeno se l’erba muraiola della madre
confessione di amore.
Ormai senza scorta la fune della resistenza
indossa una resina senza volerla
né sa salpare oltre.
Tremenda pena la corda ribaltata
…
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3
4.
In una mansarda di fiammiferi spenti
(oltre più di bruciati)
guardi le giostre di sentieri ai tetti
ben oltre che indifferenti.
Sterminio di natura anche il cuore
interrogante lo zero.
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5.
Fino all’anno scorso c’erano i fiori di campo:
tornami dal fiato in pene di mare morto
finalmente stanco certo del riposo.
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6.
Vola il corvo sulle lenzuola candide:
tutti giocano a svelare abbecedari
e cicatrici piatte, guarite.
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7.
Un aiuto di cometa possa tornare
tra le teche di scienze imbalsamate
da spiccioli lasciati su banconi di bar
tra rattoppi chiusi alla meno peggio
e lucertole schiacciate per oltraggio.
Le spalle viete per un lavoro tetro
tornino nature di costanze
vastità di cialde appena di forno.
No, non girerà il panorama
nelle antirughe delle creme mentori
pur per cristalli le ceneri.
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4
8.
Dormire accanto al lavabo
è così triste, zefiretto il singulto
quando da giovane
vegliavi versioni di lettere,
silente nell’urlo del bacio.
Il conservante dell’antimorte
ti costrinse valente
tu valente di soma.
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9.
Aspetta che il bucato si asciughi
nei ghirigori fastosi
[del sole]
da lì a non parteciparvi:
(intendo il sole della gioia).
L’io narrante solo briciolo
qui a ridire dal farabutto al santo.
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10.
Con il cardo dell’occaso voglio l’angolo
di un’aureola di salto.
Alla prima deriva non venga meno
la scorreria del polline,
giammai la recidiva per la ripetente
storia la lite della terra.
Ostinata la fionda della prepotenza
immette binari né vivi né morti
solo stupidi.
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5
11.
Dove il tempo è l’orto con la voce
con l’occhio alle rondini che non tornano,
i grani del rosario con la fede
egoista. Stammi in senso, ti prego, godi di me
la fune della luna senza riso
né dolo o fola di gioiello.
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12.
Fionde di baci per vendetta
di non trovare amore.
La salsedine del poggio renda
l’equilibrio
all’aquilone appena intrappolato.
Equidistante dal porto all’alto mare
lo stortignaccolo albore
del cucciolo delfino.
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13.
I vestitini da nulla, del nulla
lo stallo e la vendemmia
pari sono.
Questa la trama di una vita
stipata sotto la zattera
marcescente, pari senza pari.
Il riso crudetto anche del Grande Chef
fu la norma d’angolo, l’apice maligno
delle trincee di polsi e caviglie spezzati.
Crebbe il cappio con la bilancia
peso di cialda di ruggine
quasi da subito o ben presto
dimenticanza del forno pasquale
erranza di errore.
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6
14.
So di andarmene a piedi, senza rondine
sotto sedie che traballano
il coma di tutti gli oliveti.
In balìa della tempesta, braccata d’asma
so l’onta delle darsene
la spiaggia di plastica
benemerita!
di stick di deodoranti.
Senza stinchi alati doloro
chiodi ingloriosi stimoli di beffa
morie e raucedini dì di dì vecchi.
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15.
Rubato dalla cornucopia questo guardarti
finito in elemosina di tempo:
promontorio d’urlo.
Interno alla marina fu il tuo sguardo
abbreviato in sigle di baci
quando il valore era lo stupore
di spore porta a porta per i fiori.
Ammessi al silenzio che sia la gioia
scovata al finalmente mai preda al sisma
del talamo e del sarcofago.
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16.
Nelle gerle di silenzi ìmpari gl’indici
questi brevetti innocui perituri
e sismici nonostante seduta stante
io muoia.
Schianto marino l’apice del ventre
e tribunale l’ombra e bracco la cicala
che possa somigliarla in elemosina
almeno. Il certosino simbolo del santo
non ha potenze nuove né vero senso
il qui per poi al dopo un poco di più.
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17.
Mai più potrò la giuria del fato
(sciatteria illogica la pena)
quando nelle albe delle ricerche
nuove più nuove e molto oltre nuove
il mio amore m’inventava.
Stava la tana una lanterna magica
mille nei giochi le prodezze
nell’imbarazzo degli angeli.
Ora che perno è solo il fulcro ventoso della cenere
il natale del talamo cerca le pertiche
i trampoli roventi in passione le aureole
all’addio.
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18.
Venne giù dall’ultima grondaia
credendola salvezza.
Sull’avviso la pietà della volpe
lo raccolse.
Pianse ancora la resina del mare
come a farsi pozzo.
Parente del cipresso avverto l’indice
di calamita incudine senza faccenda.
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19.
Nel vuoto del canestro di sale
stordisce un calamaio
il viottolo ha spia di loculo.
Un tempo ti scrivevo con lingua piena
quasi di rattoppo
al tempio della pochezza
per la lontananza.
Le stelle di quadrifoglio che non vennero
ora spose di altre lotterie
benvenute stimmate.
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20.
Ho cremato mio padre per fingermi eloquente
atleta delle scale in salita.
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21.
Logorio magnifico, invernale
perdere la faccia a favore di gelo
dove il fico lunatico di amore
resti abile, nonostante a te a me
il tema di martìre.
Ti venni in contro in canone di fato
ti guardai morire, ennesimo al morire
e nonostante stento di scisso
stadio solare. Il numero civico non ebbe
brava cadenza, brava, di felicità.
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22.
Mettimi nella tua frangia di vita
e finalmente consumami
esumami
alba senza veleni.
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23.
Fune di noia ogni cassetto
funestato da ciotole di sale,
la notte l’ho spezzata nei cipressi
insonni verdissimi di beffe,
in ordine ai lamenti di dì morituri
redini del marcio le vene
venute dal ventre presente, venture.
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24.
Scaturigine in gola l’alba
sbandata nel viottolo.
A costo di cresime sismiche
(mistiche al blasfemo)
si tolgano vincitori e vinti,
manifesti di prigioni
asole contro il freddo
ombre brevi al sole.
In una scrivania di mattonella
ho visto trascorsa la furia alla novella
(la stasi del perpetuo al perenne)
l’olimpiade in un bicchiere
costosissimo, di plastica quotata in borsa.
L’aroma del rosmarino nel mezzodì
fu il principe azzurro con la gola tagliata
non più giunto per mano di nessuno.
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10
25.
All’incrocio del sale è sparita la rondine
sparita l’icona religiosa
oggi digitale nell’effimero
dell’effimero. Il fiato nel pastrano
comprime la povertà del cantico
nel poema tutto. Cosette stipate
sentenziano cassetti di patibolo
bricconi di diavoli bricconi di angeli
remoti, stoltezze del tema.
A mo’ di corteccia il cipresso
è l’ansa governativa del senza
del senza più senza paradiso.
La telefonata fiscale è la bramosia
dell’omicidio, il tedio del ciclo del sospetto.
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26.
Costato di martirio arranca il cardo
bastevole soltanto all’alba nera
alla minuscola stele nell’orto
per le guerre civili delle rondini cieche.
Già nulla si vedrà dalla finestra la più in alto
la più in basso o dal comando di un manipolo
di stenti o di lusso le feritoie della notte.
In petto alla meringa di ogni festa
un altro chiodo con la ruggine si vela.
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11
27.
La sconfitta è l’arsione dell’artista
la stella gialla nel sangue di cenere.
Plettro di giustizia la rondine
sbarazzina anche in caso di apocalissi.
Gioia di autunno
sillaba d’inferno
il verbale accantonato per finta
dimenticanza.
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28.
L’arciere del mio teschio non vedrà il cielo
il diario di un anno
le ripide scommesse
le doglie delle vergini
le voglie delle vertigini.
La morgue guardona
la coda bidone della cometa
entrambe in corone di super miss
capitali nel tonfo del funambolo.
Dacché la fionda divulgò la ronda
nessun dottore della prateria
arse panoramica la data infissa.
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29.
Molti amano essiccare i fiori
pietà della morte letta
crepacuore oltre.
Impiccato alla punta della luna
il capitano del mio corso
non libera la ciurma.
Là tra le venie delle forche ossute
càpita più che spesso un innocente
interno. Il tuo corpo aromatico svolò
da me che salva non restai in vita
ma da allora mi capitò agonia.
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30.
Questi gigli di voluttà
abbiano il salvacondotto
per la vacanza.
L’inguine del viottolo svolti all’amore
quando dal corso dell’evento
il ciottolo componga il pendolo in altro
logo. Sterno di atleta dal peso morto
se finalmente la madre per sempre
con il padre fiorisca rondinella
stento giammai, conchiglia.
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31.
Andammo quando il vento si scioglieva
epitaffio di grandine e bestemmia
dove? se il collo della vanga non foggiava
che crollo l’andirivieni del corpo
raffermo al temporale. Il ventre a mantice
permetta la darsena solo per le crepe
non più in pena di senso
confitte negli eroi a perdita di orizzonte.
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32.
Al cinema Astor/Odeon
per prova
ho perso la vita persa,
le storie degli altri hanno sperduto
la mia per dissomiglianza
delle gocce d’acqua.
Un intoppo di glicine pendente
per inerzia mi porta al lavoro
con ciotole di biasimo vedermi.
Gl’indici ritorti degli archivi
non includono il mio nome
né le ombre scarlatte/bluastre
del cadavere incluso nel latte
di uno stordimento.
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33.
Questi dispetti si disfano dell’alba
con l’arpione delle arpie
e baldacchini di potere.
Camminare col cuore ingrossato
di nebbia
reticolo di precoce invecchiamento.
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34.
Febbre di aceto
solitudine di salita
ricòrdati di non santificare
le infermità del cielo.
Il tepore di non fare niente
così per brevetto di allegria.
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35.
Abitare lungo un canale
per un petto crepato
da elemosine emerse da sinistro,
è il sì del passo
assennata la rassegnazione
di conventi di braci
nelle linfe si cipressi che narrano
non dismesse le festività.
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36.
Lo schianto nella caduta è desiderio
d’inerme ragazzino farsi.
Non permise le nuche
ma stanze vuote.
Di controvoglia nacqui e fraintesa
in margine al veliero e in piedi e senza posto
così mancata la rondine finanche.
A caccia dell'ultimo intervallo
la gara maestra della soccombenza,
arpione di squadraccia poter volere
beffa la giostra della patria nulla.
Venuta a sera la vedova cristiana
avrà Francesco in brezza per amico.
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37.
Non ho neanche un seggio
tra gli alunni ultimi,
dalla finestra si vede un ponte
un po’ stamberga senza
approdi né passi.
Non ho neanche un’asola
che possa aprire o serrare
la stele del vigliacco nell’eroe.
Non ho neanche un filo di ragno
ma la febbre del colpo di ghiaccio
dal loglio nel grano
che l’immenso del campo finga.
Ho la notte apolide, elisa
nelle gabbie per animali senza male.
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38.
A casa mia le luminarie di Natale
restano accese per l’anno intero.
E’ una trasgressione di solitudine
un rimbrotto di luce
contro il sangue nel cerotto che dà il riso
alle aureole di provincia di ogni santo
ormai esaurito. Il militante, il credente
umiliano l’attesa della mia salma.
Le stanze ridottissime del mio stare
sismano nelle botole del non amore
hanno perso l’apolide, e, il patriota.
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39.
Nel soqquadro di guardarti ho visto l’ebete
caligine del perso non aver più tempo
né brio di birra per amore.
Nel brevetto della rondine la nuvola
del dire in gioco. Avvengo alla persiana
di resistermi mite al nonostante stia
per pozzo l’altezza.
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40.
Mi guardo accedere al retro della faccia
Artide o Antartide ma devo inedita
confisca al documento che ne fui.
Elegia del pane dimorarti accanto
quanto lo sgorbio del bivacco
o le mura del murato vivo.
In pena con le soglie dello spurio
apprendo stelle nere stelle buie
catapulte d’attimo i punti cardinali.
Spazio di rigo, miserrima coperta
quella la madre più spesa
la faccia in rughe di chi crepa piano.
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41.
Un antro per sfinimento
rupe di tuffo confinata anagrafe.
Torni a sera la giostra di guardarti
belletto naturale di farfalla
anche mia la ferita del falsario.
L’incudine fiscale della campana
abbia requie culmini il verdetto
sotto l’arringa del garage
sceso a saturazione.
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42.
Mica parrà di autunno
il restante dispetto
dato che l’oasi è la fessura dentro
il conseguito abbraccio.
Ciò che preme è un medagliere vuoto
disposto per immenso
nell’illeso del sorriso.
Morirò con la fronte da segugio
con la sostanza del soffitto
con il vetturino analfabeta.
Un girotondo di fratelli non contenni
pur nel vizio delle preghiere
o nell’indice delle bravure degli atleti.
Popolarissima la casa dello stallo
quando concerti e bestemmie sono identici.
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43.
Mangiucchiami il silenzio a poco a poco
oltre la spranga dei fatti
otre d’ombra per il vitellino.
Voglio il tuo grembo in braccio alla cometa
in terra alla veglia che non sono
se non per sonnambula.
Burla con me la gioia non avuta
il ciclope marino che ci uccise
alle grazie del primordio.
A mo’ di costo e prezzo e per usure
il bavaglio contro la rondine.
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44.
Il merletto fatto a mano è stato inficiato
dall’ossario dell’ultimo appuntamento.
Occhi di sassaiola
lapidi già presto.
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45.
Sono la rotta a terra e senza pace
senza alcun Se ma cruda la vendetta
d’una frescura che non serva più.
Attesa dal dispetto di mia madre
ormai ne nacqui dissipata e quasi
da subito rovina subita,
distacco dalla venia senza mai felice
il giardino nei pressi del carrarmato.
Al mare è bello innamorarsi
in mano alle conchiglie più sapienti.
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46.
La faccia del sorriso di chi muore
al ballo delle esordienti
con la mansione di sciuscià.
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47.
Guardami all’eccesso voglio morirne,
tornata selvatica da tutte le cerimonie
negli spergiuri del sasso spezzato.
Qui non basta un tranello di eclisse
per distrarre l’ombra alla baraccopoli
del coma. Stanza di fango il mio
diverbio al mondo.
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48.
Dal bar girato l’angolo consunse
il belvedere. Da un balcone le girandole
strillarono senza scopo. Le acque natalizie
non risorsero pasquali. Tra brindisi di altri
la sua fu la petulanza della solitudine
con il dirimpettaio che tornava soltanto
al termine di qualcosa. Le ronde delle lucertole
lo persero di vista nel pregio di fessure
per sensualità al futuro. Anche la pigrizia
della morte lo raccolse con fastidio.
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49.
Sempre sotto pena il tizio del mio scritto
Una casa così avrà la fretta
di sopire ventagli senza amore
né ampolle votive per i baci
né domeniche in addendo di ricordo.
Vuota nel colmo pasto delle tegole
l’unguento delle rondini al ritorno
una casa così in guerra d’ombra
il plettro del fantasma per spavento.
Una zolla di aiuola appaghi tutto
quasi rendita al bivio del dispendio.
Sempre sotto pena il tizio del mio scritto
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50.
L’ultima spada divelta avrà da ridere
il chiodo nero che le fece darsena
sopravvissuta stanza. Intrusioni di baci
non ebbe il muro né la poltrona giunonica
dell’attesa saputella di zeri in fila in fila.
L’ultima spada in palio intera fine
con il cancan del caso senza anima
senza collo di giraffa il tempo.
Spaesami da te con tanti grilli
con lucciole vicine in tante gioie!
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51.
Il fiato lungo della giovinezza
quasi una meraviglia di ristagno
è darsena oceanica è il chissà
novella di gran nicchia è la manovella
per aprire il sipario sull’arsione
dell’arco di prendere il centro.
Ma mica t’insegnerò mi disse il padre
ma mica t’insegnerò mi disse la madre
il fiato corto lo porto dalla casa sul porto,
sui trampoli convenni le funi marcite
le ciotole di croste le stoppie di rantoli.
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21
52.
Il cortile delle ceneri
dacché da un secolo
le povertà contorte dallo scarto
convalidano le gioie al padrone;
ho visto la retata sul far della sera
quando i perdenti corrono più rischi
o all’alba quando si mura l’obbligo
di far giornata, l’alba brusca battente
premure di veleno.
Salva con te una teca di commiato
che porti le melme oltre le olimpiadi
o lo spergiuro delle nascite.
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53.
Con l’ombra al suolo e la cometa in bocca
la pasta nulla del senza pane
le impennate del sofferto
qualità di indice.
Aurora di frescura quando, se, con la cometa in bocca
la guida virgiliana del senza paradiso
prometta più comunque chissà che.
Tegole di scarto per questa casupola
goduta dall’impostura della rima
sul far del materno.
In nodo darsena ti vorrò guardare
dimesso dalla ruggine del corpo
con la cometa in bocca che ci ponga
angeli lisi angeli pur sempre.
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54.
Lei ha i libri su tutte le pareti
le foglie morte uso di tanto bosco
ville per tutti casupole di sterco.
Ballino le teche anche se statiche
secondo il costo che ci metti dentro
le gioie delle sofferenze le asole di unione.
E mentre il calo è folto di vertigine
sono a scriverne ancora in far di stenti
versi.
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55.
La pietà di occaso che mi proponi
tonfo al senso, solido cipresso
senza sogno.
Giorno di luna libertà mendiche
le dune con i gigli della sabbia
meraviglia al macero.
Un antro per non essere
per sfinimento uncino.
Con lo scavezzacollo per amico
ho concluso il protocollo,
ho retto l'atrio che non salpava
(né svaligiava banche di cometa)
che raggiunse il secolo
e non capì se non nulla.
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56.
I muri rosa, celesti quasi a riso
i libri sacri, cattivi delle religioni
le case uccise da primule e trincee
dal basto delle unghie strappate
a colpi di aurora a colpi di tramonto
dove non volli commettermi donna
né falò di dea la madre presunta
la santa assunta alla combriccola angelica.
Salva non fui né condannata
canzone sgolata per anfratto.
L’elefante memorabile di sé non volle l’accanto
né darsena votiva la luna di spicchietto.
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57.
Tassidermia
Nei capelli la lacca dell’imbalsamazione
quando la giara è sfinita da un pezzo
anche per il verdetto dell’indifferenza.
In giacca e cravatta la valenza stramazzata
per il falò del fuoco più cenerino
rimato con le protesi che restano
beffa grande del prossimo cassetto
preparato per lo svuotamento.
Fino a corruzione i file archiviati
non saranno indagati.
Gaiezza del ghiro il sonno romitissimo augusteo.
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58.
Agio di silenzio il fato al cipresso
almeno il baro non può più l'accesso
al timbro della cincia che là l'innanzi dia.
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59.
Nei contorni della foce
la giostra di ruggine
l'aureola pettegola di santi
ben più dismessi, silurati.
Mitologie di acronimi stupidissimi
presi per dittatori fautori di carriere
e simili discepoli scesi in far di strage.
Nel casco che sconfessa la faccia
l'amante di sacco dell'insensato-incensato Prìncipe.
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60.
Sul finale
La forma dell’assiduo dormiveglia
la fune in ufficio, la ruota liscia.
Quel gran casolare che ci passò
è il rottame del sì di quella rondine
nonnulla di baci grandini carezze.
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61.
Quasi all’alba è passata la bisarca
di ghigliottina al sonno. Eroina di amarti
mi figuravo guida di mani, ernia
dell’occhio lo sguardo di toccarti
assente. Il sangue in resina ci sperdeva
divi di noi, noi folli d’impronte…
Solo il patrigno strazio delle fole
e sì converse in eremi di forca.
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62.
Si fa intorno vestale il tuo libretto
spillo di animula
logica di sabbia.
In breve è da una vita che lo assaggio
girandolo conto malaticcio del ben già troppo
sapere e senza bene mai. Non freme
più nessuno ormai, ma maturato nero
il rantolo tedia l’ultimo tassello.
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63.
Avevo una veranda con l’altana
avevo un’altana con veranda
venerande età di primo amore
la resina dell’arcobaleno
talmente felice il cielo.
Venne il lesinare
venne lo stonìo
nel garbo della rondine
nel dire balordo nel dotto fendente
del termine più morto
il coro del requiem.
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64.
Lo spasmo del senza aureola
solo la fronte
il palmo vuoto
l’onda ripetente
promossa nel medesimo
spasmo.
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65.
La povertà della ricchezza
intriso stabbiolo
inguine vanesio
comunque stallatico il giudice.
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66.
Dovrò sparire ghiaccio, darmi retta
oltre la fronda che non conserva i passeri
né di vedetta li festeggia.
Giara di alamaro sarò le ceneri
del gesso che scrive ancora alla lavagna
di un’ulteriore scuola.
Là dappresso svolerò ancora
la schiava del veliero non mai leggero
approdo di spoglie, sposo.
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67.
Arpia di tale scialo
Arnese di altri termini volare
il mio sterminio penzoloni al vuoto
nessun compagno di scuola per sempre
per il ricordo da poter badare.
Germe di eclisse il seno liso
al temporale del basto;
calici al verdetto vidi le rondini
non ammesse all’asilo di cimasa.
Arpia di tale scialo
il compleanno di maggiore età.
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27
68.
Resina di resti la gola
rotaia panica, panica lapide.
Una ingerenza del fosso uccide
in anteprima
alle persiane il sonno carezzevole
mai démodé l’ossario della fronte.
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69.
Davanti la casa sparì
la cicala del senso
l’erba, il pallore dell’alba
deridente, a te le foto del concertino
di bambini. Valore di cresima
l’aquilone in fiamme. Il gioco
del lotto la falcidia del maggio
nell’irriverente roseto dintorno
intorno al cimitero non più
monumentale.
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70.
Il gerundio del vuoto
Gli uccellini a petto rovesciato
gli occhi nudi.
Maree di accatto, attese di perdente
intarsio.
Il sì del vuoto nel petto rovistato
dallo stato di non amante
nessuno il generante
il remante emisfero del bacio.
Disamato badante dell’angolo
lo stato di trottola: il sigillo.
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28
71.
Da questi intonaci ammalorati
dove va in malora
la casa senza via,
quasi ti rivedo
augusto sotto l’iride del sale:
sono morta nell’acqua più salata
senza la presa equorea del fu tuo
abbraccio.
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72.
Dismisure di chi resta bambino
nello spionaggio del vento
per distacchi di fratelli giostrai
dentro stoffe di nodi marini
salini consorti dell’angelo
tarpato da alunno.
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73.
Non dare credito alle maree
che pulsano amanti,
al pendolo castellano
con il verso dell’uccello
sempre scampato.
Ben saldo è ben altro
il salvo, salvato ritornello.
La casa che ti rannicchia
è solo cena senza atomici
baci danteschi.
Rassettare il cantone è solo norma
alla chiosa del corpo che muore appena.
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29
74.
Regga l’inganno, la quercia, senza malore
aceto di pazienze per pollini bambini
i pani senza scempio, finalmente.
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75.
Chiusa dal verdetto della folla
un attimo d’alba la bara…
questo dispendio dello stretto
questo scavezzare di soqquadro.
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76.
Sono morta nell’acqua più salata
nei crolli delle voci sulle fionde
tale qualunque un neo nido qualunque ucciso dal vento.
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77.
Le cose senza cosa del salario,
il plettro che simula la rondine,
arrivato a capire, si ammalò.
Storie di artisti con o senza soldi,
cani legati al palo in attesa o in perdita
di padrone.
La farsa del mappamondo
quando il dispendio
le terre a vanvera di addio.
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30
78.
Ultima voluttà ripararti il viso
dal latifondo del buio.
Salva che ti risalva non si salva nessuno
dal corpo ospedaliero
dall’apice di cenere.
Con la mole del santo non so che farci
né scodellare aromi per le tempie
scorticate dal basto delle sveglie
d’alba il sicario.
Con le vene storpiate dalle flebo
cerco l’esempio di non scampo
l’arco delfino di ben oltre, oltre.
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79.
Con l’ombra nella voce, la stoviglia in grembo
muore il fardello. Da bisacce con rondini in viaggio
crebbe la voluttà del lutto sulla luce.
L’impero del sale scorticò le ghiande
in meno di un dissenso vortica finire.
Il focolare dell’orizzonte Fontana di Trevi
senza minima fortuna, massima la ruggine del giogo
il non-luogo del panico. A turno le rovine
le visite di stoppie che non terminano.
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31
80.
Paese di cornacchie di cipressi atipici,
foce d’infamia.
Con la voce al muro della diga
chiamai il tuo petto
romano che moriva.
Padre di alunno mi fosti padre
piccolo genio senza costrutto.
Nessun coma ti prese in pietà,
di notte l’urlo scontava transenne
il senno in vita degli altri
perpetui senza pietà.
Sta sul davanzale ermo di più
il gatto badante al cibo che per morte
in sigillo si getta.
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81.
Di notte ti uso alla fronte
una baracca di vento
…. quasi ti conservo.
Insieme all’abbondanza della notte
nacqui da madre, mi mise un collare da anfratto
selciato da condannato.
In meno di un gigante di fiaba
mi sbarazzò la vita.
Tutto un azzardo m’imperò.
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32
82.
Acqua di valle nera questo soppiatto
squadrone di esecuzione.
Di nessun tempo la trecciona di Giulietta
(questo collare ad uso di poeti)
allo spasmo di onde.
Nei colori pastello dell’estate
l’eremo del tronco. L’ultima straducola
di dispetto spodesta l’orizzonte.
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83.
Le rondini sfiorano la mia finestra
strana cosa la chela dell’ala per la gioia,
la volpe di città riposa sullo zerbino,
le lumache che presidiano la casa
tremolano ma creano la scia.
La giungla del sale che il cipresso
sulla mia vita ottiene, sa l’arsura precoce
per verdetto, le maniglie spezzate
appena al tocco. Il minuto trascorso
nell’oasi minuta fu la posa del bacio
l’io concluso sulle stimmate del sorriso.
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33
84.
Eremo vissuto
blasfemia del sale
asole di tombe,
la leccornìa del vuoto
la vertigine del senso.
La casa cantonale della sfinge
non finga resistenza
giacché le gare non torneranno
tirannie d’alba in corte di sudario.
Non mai elementare la tara dello scisma
forse simula che sì la cenere dismetta.
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85.
Ho visto stralunare le cicale
perdite di caso e le lucciole
letargie di dee senza proscenio,
scalinate e scalinate senza mancare
una sola buca pur se vestita di una sola
canottiera da bambini.
La crestina delle cameriere
sappia arrendere la fame
con uno stratagemma
per martiri comunque.
Gerarchie di gabbie
il torsolo di ogni ed ogni lato
dal sasso roso al sogno della gemma.
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34
86.
La sintassi del tempo
dove sbaglia
l'abbecedario.
Diario di ombre il sudario
tra manciate di rondini
veleni di cialde le ciabatte.
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87.
Perché mi scarti dal bene dell’eclissi?
Non basterò a me stessa mai più
mai nemmeno alla teca
vestale della cenerentola
tonta del guizzo della lucertola
che sa non fidarsi dell’estasi.
Salute di conchiglia l’arreso.
Arsi gemella all’albero il distacco
tana di germoglio avessi avuto
l’orizzonte
il tremulo scompiglio di badante
d’acqua.
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88.
Pertinenze del buio, stati affranti
queste esequie. La fossa della trincea
sa l’insonne movenza dello sguardo
privo di àncora. Il portone del filosofo
fa ridere, moltissimo. Persino il santuario
disdice le rondini. Quale cimelio la pertica
dell’aurora senza stasi alcuna.
Il cuneo del seno spartì una madre
randagia parentela del covo cieco.
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35
89.
Vissi appena un eremo di stasi
una conchiglia stranamente ribelle
rivolta in rivolta al suo stesso mare,
l’occhio da cucciolo, l’albedine
dell’inganno della prima comunione.
Nel lutto del panico la giungla
per noi comune. Spenta la play station
invincibile, lo scalino del treno
abbia pietà del ritardo.
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90.
Il gabbiano sull’obelisco in cima alla punta
della croce
livrea di vedetta
veronica nebbia di condanna.
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91.
Il silenzio della ringhiera
Propizia aurora
a meno di rondini dementi
non tornerà la gimcana delle nozze
perpetue, giacché le alture
spianate da ordini di pece,
la musica sfinita da uno squarciagola.
Cialda di foschia curva mortale
fu l’amarti al nonostante del buonsenso
di qualunque prontuario il diniego
e il diniego.
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36
92.
Non ho amicizie di dadi
né rampolli perenni nello sguardo
trucidato. La caraffa del mattino della sera
è la medesima. Le volpi urbane non hanno
più il controllo della cattedra, si lasciano
intimidire oltre ogni migliore stato
di natura. Così la stazza della bara
in stanza, aculeo di uno schiavo senza forza
né la libertà di una pagliuzza in faro.
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93.
Dove l’ombra accudisce chi non siamo
accordi senza remore di stato,
quasi ritorni una veduta d’indice
la cerbottana del primo bacio cieco.
E non servì farsi alieni nel tratto
di tregenda, fisionomia d’eroe
almeno dentro il sogno. Il congegnaccio
d’inizio di gennaio di fine di dicembre
smarrente si siglò medesimo.
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94.
Giulebbe si credeva anche la trincea
quando la chiama votiva di rondini
viveva giochi di ordini chimerici.
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37
95.
Il dispendio
in corsa
aggrumo.
Alla testa del raduno
il tuo profumo
nonostante assente
l’istante di vederti.
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96.
La dedica avversata dallo svolgimento
E’ finito in uno stato vuoto
il congresso del nostro amore
addirittura internazionale.
Senza darsene ci disperdiamo
nei calzoni furtivi dell’estate
cortissimi nel meno di ogni amore
frammenti di conforto.
La dedica avversata dallo svolgimento
non creda all’eccellenza
né dia pace al boia
fede alle traversie
delle stazioni modello.
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97.
Le burrasche della sera
le gioventù commesse
a tu per tu con le timidezze.
Se i bivacchi aciduli di vecchi
consumano rimbrotti di non senso,
sotto lampioni schiavi
il letamaio è vita.
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38
98.
Il dispendio
Appena in termine l’origine del giorno
(dispendio pur comunque darsena)
sfatte le musiche in credo di santità.
Da appena un giorno ti conosce l’antro
eppure solo ieri eri nel calesse immune
del sogno. L’ecumene della perdita
in altro nòcciolo avveri chissà.
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99.
Nessun male nel chiosco della sera
quando prendi equilibrio con la brezza
con la pendenza del fato e la vacanza.
Includi in te un apice di cielo
quando il sorvegliante dorme
diamante per te la libertà.
Il sale che restringe i tuoi stracci
(morsa al gerundio la povertà di chiedere)
abbandoni i segni dell’esilio
per un bestione di orso ben più paterno.
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100.
Nei mulini a vento di tutti gli orologi
essiccata. Quasi un marsupio
le lapidi finalmente
l'ascolto di poeti che in amore tornano
contro il tempo di tutte le metropoli.
Nel gergo dell'estate nello stato
nudo il cardo furbacchione di ogni
gorgo che per sopravvivere rallenti
la lente del vero. Meno di un rantolo
la cerchia del seme deporrà fendenti.
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39
Marina Pizzi
Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55. Ha pubblicato i libri di versi
Il giornale dell'esule (Crocetti 1986), Gli angioli patrioti (ivi 1988),
Acquerugiole (ivi 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993), La
devozione di stare (Anterem 1994), Le arsure (LietoColle 2004);
[raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web:
La passione della fine, Intimità delle lontananze, Dissesti per il tramonto, Una
camera di conforto, Sconforti di consorte, Brindisi e cipressi; il poemetto
L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba]; e le plaquette L'impresario
reo (Tam Tam 1985) e Un cartone per la notte (edizione fuori commercio a
cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); Le giostre del delta (foglio fuori commercio
a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).
Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e
letteratura.
Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca
Canali, Giuliano Gramigna.
Nel 2004 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha
nominata poeta dell’anno.
Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia".
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