Fischi di carta
Dicembre 2013 Numero 12
Poesia di cinque giovani fischianti
Illustrazione di Sara Traina ([email protected])
I poeti sono specchi delle gigantesche ombre che l’avvenire getta sul presente... forza che non è mossa
ma che muove. I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo.
P. B. Shelley
Fischi di Carta
Editoriale
Paura di vivere
Carissimi lettori, con questo numero abbiamo
finalmente raggiunto l’anno di età! Inizio questo
editoriale non dilungandomi troppo in melensi
ringraziamenti che, in tutta onestà, rischierebbero di
finire in una misera auto incensazione, quindi, data
l’occorrenza, ci limitiamo a farvi i nostri più sentiti
auguri per un sereno duemilaquattordici,
regalandovi un grossissimo abbraccio di
ringraziamento. Questo anno è stato un percorso
duro e, sia chiaro, ce lo aspettavamo poiché cercare
di occuparsi di poesia e di cultura non è mai facile, a
maggior ragione se lo si fa gratis. Ebbene come ad
ogni anno che si conclude anche noi fischianti
abbiamo tirato le somme e per quanto ci riguarda
siamo soddisfatti di come le persone hanno reagito a
questa nostra iniziativa che definirei di
sopravvivenza. Perché dico questo? Poiché gli
umani hanno paura di vivere. Sussurrano invece di
parlare, cinguettano invece di urlare, commentano
invece di sperimentare. Siamo in overdose di
informazioni superflue, bombardati di parole ed
orfani di fatti concreti, salvo quelli che occorrono a
far girare la macchina del dio denaro, che tutto si
può dire ma non che sia umana. Questo accade
perché si è intimoriti dalla propria profondità
d’animo, per il motivo che dare ascolto alla propria
sensibilità significa comportarsi con più umanità e
in che modo questo può coesistere con la logica del
“più sei se più hai”? Noi fischianti non vogliamo
stare a guardare mentre la realtà che ci circonda ha
interesse a soffocare la capacità umana di pensare,
facendo sembrare la frase Cogito ergo sum un
monito blando da incarto di cioccolatino. Noi
vogliamo fischiare e se non bastasse urlare che vi è
un'alternativa di fronte al ricatto di una società che
in cambio del denaro ci impone freddezza, distacco,
astinenza dal pensiero e dal senso critico, usando gli
individui come panni da sporcare per pulire la
coscienza di pochi cercatori di lucro. Ovviamente si
parla di un’omertà ben pagata, dato che noi tutti
occidentali ci trattiamo egregiamente tra gingilli
elettronici e beni non strettamente necessari,
dimenticandoci a che prezzo non materiale, ma
sociale ed umanistico dobbiamo rinunciare per
avere tutto questo effimero ed accattivante lusso.
Siamo talmente assuefatti alla comodità che non
siamo più in grado di mettere alla prova i nostri
sensi, confidiamo troppo nel fatto che la corsa alla
tecnologia possa risolvere anche i nostri piccoli o
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grandi problemi personali e, come se non bastasse,
leghiamo la nostra vita personale ai social network,
con
l’inquietante
aspirazione
di
essere
definitivamente accolti tra i nostri simili. Una delle
ragioni di questo nostro atteggiamento è che le
suddette piattaforme informatiche sono talmente
sincronizzate e forzosamente aggreganti che è
impossibile farne a meno, per certi versi, se occorre
comunicare o prendere parte ad un contesto o ad un
gruppo. D’altronde sono state studiate per sostituire,
non il contatto fisico, di per se ancora irrinunciabile,
ma i luoghi di incontro, cosicché ci si ritrovi non più
a condividere esperienze immediate, ma esperienze
mediate da un mezzo, lo schermo, insensibile ed
inefficace a trasmettere una vasta gamma di
sensazioni ed emozioni dell’ipotetico interlocutore.
Il risultato è una sostanziale incomunicabilità
sensibile ed emotiva tra gli individui. Venendo a
noi: in queste righe non vogliamo elevarci sopra agli
altri sputando sentenze e recitando la parte dei
messia perbenisti, ma per cercare di attivare un
dialogo fra le persone basato sulla sensibilità e
l’umanità. Fino ad ora ci siamo messi a nudo,
raccontandovi tramite la poesia, le letture pubbliche
e gli eventi ciò che siamo nel nostro profondo, però
in fin dei conti solo cinque individui non possono
avere la stessa forza di miliardi di persone. Per
questo il nostro desiderio per l’anno venturo è
quello di creare qualcosa di più grande che un
piccolo sodalizio, vorremmo formare un fronte
unito di uomini e donne che condividono
esperienze, sentimenti, emozioni. Poiché, anche se
intuitivo, più persone siamo e più possibilità
abbiamo di combattere questa erronea propensione
all’isolamento intellettuale, all’impoverimento
spirituale, alla superficialità autoindotta dai modelli
commerciali globali e al disinteresse per ciò che
veramente è umano. Crediamo che questo nostro
modo di agire sia stato in questo anno accolto come
una piccola speranza di cambiamento, a partire dal
fatto che spontaneamente le persone hanno esternato
il piacere, inviandoci le loro opere, di condividere
l’onore e l’onere di mostrarsi agli altri non per
quello che hanno, ma per quello che sono. In questi
termini, fino a che le forze ce lo permetteranno,
continueremo il nostro operato cercando di
perseguire questa oramai nostra missione di
sensibilizzazione umanistica.
Andrea Pesce
Fischi di Carta
Genovese
Non ne ho fatto parola
nemmeno allo spazio del silenzio
che mi lambiva guardingo
sopra lo sguardo dell’ora
passata sola e serale.
Sono inerte ed omertoso
dinnanzi a quei sospiri
che hai avuto.
Forse era paura
di stringerti fra i palmi
scivolosi ed umidi
come il cencio di carta
che sdrucito covo tutt’ore
nel paniere delle mie ansie.
Certamente ti volevo,
ma ora che sosto
con fare dimesso e mesto
sul tuo lucido uscio,
ritraggo le gambe
lasciandole cadere sui gradini
della grande chiesa
della Nunziata
memoria di illustri genovesi
e francesi di passaggio,
come le navi che scruto fare ormeggio.
Mi sento legato a questo portone
fisso e sgomento
dall’inesorabile passare
delle persone che mi guardano,
alcuni salutano e vanno via.
Il mio umore ondeggia
come il mezzadro piemontese
che lavora la gleba
legata alla posticcia melma
di fine inverno.
Sono timoroso,
perciò mi ergo a spartitraffico
come un bronzo ellenico
insalubre d’animo,
ansioso di assaggiarti.
Lo faccio per il rimorso
tra l’ansia di impugnarti
e il terrore di restare indolente
con l’immeritata grazia
d’un marinaio ubriaco
che stramazza sul ponte sconnesso
mescendosi barcollante alle assi.
Credo sia il comune destino
degli amanti:
sostare sulla pietraia
e strisciare come le serpi
pascendosi dell’esigenza
di godere nella disgrazia
di quel poco tozzo di certezza.
Nel dubbio ho baciato
la targa innanzi a me
con il nome che porti
rigettandomi sul selciato
su cui ho strisciato da fanciullo
che ora mi vede giovane.
Mi dedico ad uno strano male
lasciandovi il losco dubbio
di avervi parlato
del vivere o dell’amare.
Andrea Pesce
Plumeria
Ti ho
sulle foglie
che porto
sull’epidermide.
Ti ho
come la lacrima
che scende alacre
sulla lingua.
Ti ho
farraginosa
in una notte
convulsa e sola.
Ti ho
ma ti rivoglio
quando contemplo
l’ombra
della tua assenza
passata in stanza.
Ti ho intarsiata nel respiro
perché con te
non ho da dire “vorrei”
ti ho, ti ho, ti ho,
oggi non voglio sognare,
ho varato il volto
nel tuo prato profumato
e lungo le vertebre
ho scoperto
come coltivare
il mio arido
Deserto.
Andrea Pesce
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Fischi di Carta
Riscrivo
Riscrivo le prime poesie
vecchie di anni,
di anni giovani.
I libri ai bordi
consunti ora,
un lucore amaro
spiega pagine della mia
notte, e cresce in me
la debolezza, ombra
dei riccioli che mi ardono
tra le dita, ancora;
e la rabbia che mi portò
a trovare il tramonto,
e descriverlo
Silvio Magnolo
Stazione di Padova
Percepisco parti
di un tutto stazionario.
Qui non esistono gabbiani
a posare sui binari
le loro uova
di mare
mi manca (probabilmente)
il mare tristemente
rimesso inerme
dalla terra
la mia casa si stende,
un annegato ritorno,
un’isola che urla
roridi tramonti.
Qui respiro solo
strade di gelsomino.
Silvio Magnolo
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Fischi di Carta
Foz Do Douro1
II
Sono sceso ancora a valle
dopo vigneti rossi come il sangue
di vino verde come la mia speranza,
cieli di nuvole non miei.
Ho visto ancora la placida corrente,
le canne dei pescatori sono costole
nello stomaco del fiume
mentre digeriscono il mio male
ed io abbandono il limo della vita,
come il fiume scendo lento
fino al mare.
Poi arrivo dove il passo umano
è interdetto da catene
-mi fermo, decido.
Sorrido agli amici mentre varco
il limite da solo: la mia avventura
è la mia paura; e mi lasciano le loro mani,
benedicono i miei passi, forse vani,
come quelli di chi lotta contro un dio.
E tutto fino in fondo percorro il molo
e ad ogni passo ricordi, volti in stuolo,
passi mancati, tentativi scivolati
a terra come il mio piede
sul muschio bagnato.
Ma aumento il passo fino al fondo,
si allarga lo spazio e giungo
alla fine del mondo.
Solo il padre Oceano mi fissa
mentre la vita mi chiede le sue prove;
non posso volgere il mio passo altrove
né sedermi lasso a contemplare:
adesso è il momento di fare.
Qui per un pesce morente sulla banchina
vedo l'ala tesa di un gabbiano sfondare
-quasi in uno stallo controcorrente- il vento
che mi sferza violento
-resto saldo quasi a stento
e sento la paura crescermi in petto,
stretto da fantasmi del passato,
dai miei errori, chiasmi
del male che è stato.
E allora ''Madre! Padre!''
qui vi invoco ancora,
ai limiti miei e del mondo
per gettarmi contro
questo sole rosso,
tingermi del suo sangue;
qui fremo sull'argine,
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gambe in resta,
sento
sulle spalle le vostre mani assenti,
sento poi,
la mia corsa folle, il vuoto,
la gravità, il gelo trafiggermi le ossa
e poi onde e correnti
rocce e movimenti
contorti, distorti come i ricordi
che abbandono, come l'inchiostro perso
di una seppia scomparsa
-sento
i rivolgimenti delle donne
i cieli di stelle perduti
i cari, i morti non pervenuti
i giochi assopiti, i pianti,
i giorni rapiti, i baci non riusciti
e ancora su me stesso volteggio
sbatto
vengo colpito,
un'ultima onda mi rivolta la faccia.
-Apro gli occhi sulla riva
dell'oceano, così tanto sognata,
attraverso l'acqua è il blu penetrante
del cielo, il rosso del tramonto mentre
riemergo naufrago di me stesso,
perduto il mio corpo sono ancora anima pura,
senza stortura, mi alzo scolo -novello Ulissementre colo dal corpo
la vita passata e di colpo
ho occhi nuovi, lavati i mali, cado
tra le braccia sabbiose di Matosinhos
-cercata nei sogni, agli angoli di ogni
minuto negatoe sento correre le mani degli amici,
gli occhi vedo ridenti, i visi felici
trovarmi senza solitudine,
i muscoli forti in moltitudine mi alzano
abbracciano, consegnano ancora
al movimento dell'esistenza,
perché ora, qui su questo estremo di terra
dove cessano il vento il dolore
il passato il cruore il tremore del cuore
la mala sorte, ora,
senza alcun motivo di morte,
rido in faccia all'infinito e grido:
sono vivo, di nuovo.
Alessandro Mantovani
Il Douro è il principale fiume del nord del Portogallo. Sfocia a Porto, nell'oceano.
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Fischi di Carta
Mori
Mi pare che il tempo
sia un'invenzione di noi
attenti a stare al passo coi tempi
e ad evitare i ritardi,
scontenti dei tempi morti,
del tempo perso e spesso
dei tempi lenti.
Mi pare che le nostre
siano vite a tempo:
un tictac di orologi
già memori del triste momento,
un corale mormorio di voci
che sussurra vorace
«Memento... Memento...».
Mi pare che noi ascoltiamo
non so se troppo, o troppo poco
ma sì, ascoltiamo
le voci loquaci che dicono
di mettere in ordine
curare l'archivio che poi
non potremo gestire;
e lo riconosco:
ascolto le voci
e assorbono il tempo
senza lasciarci tristi,
ma nemmeno felici.
Penso e ripenso:
mi tuona nel cuore
quel coro di voci:
«Memento...» ricorre in me
ogni momento.
«Memento...» mi strugge ma sono
obbligato al consenso.
«Memento...» sotto il fracasso
è saldo, lo sento.
«Memento...» lo ascolto:
non mi abbandona
anche se ora
vorrei il mio silenzio.
«Memento... Memento...»
Federico Ghillino
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Fischi di Carta
Aspettando Novembre
Ogni giorno passo questo vicolo
largo, ogni giorno tornano miei
i ciottoli, le piastrelle irregolari.
Poi la salita si libera, a destra una galleria
e la piazza è un respiro rumoroso.
Adesso è l'ora affamata
della luce sulle strade piene
che arriva artificiale, poco a poco:
il buio arriva sempre prima.
Aspetto e osservo il cielo
diventare più cattivo e basso
nel traffico che s'infittisce,
si ripiega e resta in una spirale
di fari offuscati e sportelli sbattuti.
Altre luci accendono il grigio
contro il palazzo là davanti, voci
si confondono nel pomeriggio
che aspetta d'essere sera.
Appoggiato al palo di una fermata
sento l'umido del metallo e del tempo
nelle ossa, l'umido che sparirà.
Sparirà, hanno detto che sparirà,
dicono che questa pioggia invisibile
aprirà le porte, senza maschere
al freddo, verso novembre.
Fino ad allora, aspetto.
Emanuele Pon
La Tua Camera
C'è una nostalgia opaca qui,
sfuma nelle pareti rosse
della tua camera di sempre,
sempre troppo stretta
o vuota, troppo fredda per te.
Ho imparato a conoscerla,
ma non so più come sono entrato:
forse ho bussato, o forse
leggera e tenace su di me
ti è scivolata una spinta.
Guardo le tue foto simili
alle mie: giochi e persone lontane
nel tempo sono ancora qui.
Dovremmo dirle macerie antiche
perchè adesso restiamo solo noi?
Ma solo per la tua camera,
per quelle macerie soltanto
ci siamo raccontati,
senza soffiarle via siamo qui:
proseguire il cammino non è fuggire.
Così vedo il tuo viso farsi morbido,
accoccolato nel sonno caldo
di un cuscino rosso e piccolo
che ha la figura di un cuore
con le braccia protese;
e ti guardo togliere la polvere
agli scaffali che dicono di te,
e rubo i tuoi diari segreti,
ed è come li avessi già letti:
quei giorni li ho vissuti con te?
Entro senza bussare;
so di esserci già stato
e di non avere avuto il tempo
di vivere il tempo con te:
ancora, ti prego, ancora.
Emanuele Pon
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Fischi di Carta
Le poesie dei lettori
Sulla scia delle novità inserite dal numero di settembre abbiamo deciso di arricchire la nostra rubrica!
L'idea di Le poesie dei lettori è nata dalle richieste di collaborazione che abbiamo ricevuto da amici,
conoscenti e sconosciuti che ci hanno fatto pensare ad uno spazio dove raccogliere tutte le loro poesie.
Quindi, ringraziando coloro che senza timore si sono mostrati e si mostreranno, speriamo che la nostra
idea possa farvi piacere ed invitiamo chiunque sia interessato a scriverci!
Questo mese vorremmo presentarvi un autore che per noi è anche un caro amico: Matteo Murgia.
In verità più che un autore è un cantautore: vi presentiamo qui una sua poesia ma principalmente scrive
canzoni, infatti Matteo con i suoi compagni Stefano Cassano, Tullio Traverso e Martina Vinci anima il
gruppo Blue Beat, dove canta, suona la chitarra e le percussioni, seguendo uno stile acustico di impronta
cantautorale. Abbiamo già avuto modo di presentarvi il gruppo durante le nostre letture: lo scorso 31
maggio Matteo e Martina si sono esibiti in piazza San Bernardo, il 10 luglio a Sestri ponente siamo riusciti
a farvi ascoltare i Blue Beat al completo ed abbiamo potuto ascoltare Matteo in una performance solitaria
il 25 ottobre alla Stanza della Poesia di Palazzo Ducale.
Potete seguirli su Facebook e Twitter cercando: Blue Beat Genova
ed ascoltarli su Youtube: www.youtube.com/user/BlueBeatChannel
Come sarebbe bello
Cosa importerebbe sapere da dove vengo se sapessi dove sto andando?
Che senso avrebbe conoscere chi sono se avessi chiaro chi voglio diventare?
Basta domande! Sono stufo.
Sono io Matteo?
Sono io Matteo che suona la chitarra?
Vorrei... sì che lo vorrei...
Oh, come sarebbe bello.
Quanto sarebbe semplicemente bello essere Matteo che suona la chitarra!
Matteo Murgia
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Fischi di Carta
Il secondo autore che vi presentiamo questo mese è Mattia Nesto.
Mattia Nesto è un ragazzo di 24 anni, laureato in Lettere Moderne. Crede negli dei inesorabili, come
Apollo o Dioniso ed in quelli immensamente pop, come Gesù. Ama la poesia perché è l'eureka che ci
schiude la vita. Voleva essere Chateaubriand ma si rende sempre più conto di essere René. Festeggia con i
fuochi, rigorosamente fatui, la notte di San Giovanni. Ama ed è ricambiato. Questo è quanto.
Cosmonauti fai-da-te2
Come quando il cerchio si mette in movimento,
ruota che gira,
mulino di Amleto,
azione in atto,
velocità repressa che esplode,
diviene ellisse,
il tempo diviene Storia,
poi ancora una volta il bardo comincia a raccontare,
la storia rinasce,
perfetta,
come la ragazza
che nacque da un uovo di Cigno,
eccola,
figura di moto,
……………………
piedi sporchi
sulla terra gelida,
solchi pesanti
per popoli passeggeri.
Quali sono le tracce che lascio
lungo il cammino,
quale geometria arcana
segue il mio Io,
mentre mi abbandono?
Svello i cerchi di Saturno,
movimenti impietriti,
miei fratelli,
li ritrovo sempre quando vedo il mio respiro,
condensa di pensieri
per attimi caduchi.
Lo Spazio si dipana come libro di preghiere,
insufflato di divino,
ma le voci non si sentono.
Corpo vagante,
forse altro mi sento,
ma so che un giorrno,
in cui spazio e tempo non vi saranno più,
vago ricordo di gelato alla menta,
sorriderò ancora
e tu,
traiettoria sghemba
di inquadrature in bianco e nero
mi cadrai,
mi ricadrai fra le braccia
da Cristo,
linee curve, amache ideali
(due forze le sospendono dai lati)
lanciate nel pulviscolo e nel vento,
per prenderti,
raccoglierti,
proteggerti,
mentre l’universo si regge da se.
Mattia Nesto
2 Dedicata ad Erika, come un'allegoria.
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Fischi di Carta
Poesia e storia: riflettendo con Paul Celan
di Silvio Magnolo
Mi hanno sempre segretamente incuriosito le
relazioni che intercorrono tra poesia ed eventi
storici, politici, fatti contingenti della vita concreta.
Tuttavia tendo sempre, nello scrivere e nel valutare
ciò che è stato scritto, a slegare poesia e politica,
perché ritengo che la prima sia un qualcosa di
ab-solutus, una creazione che prescinde in qualche
modo dalla storia e trascende la dimensione
temporale, e che la seconda invece sia spesso
troppo legata al contingente, all'evolversi della
società e dei costumi e che quindi possa inficiare la
verità universale e a-temporale che la poesia reca
con sé. Mi è però capitato fra le mani ultimamente
un libretto interessante, La verità della poesia, una
raccolta di tutte le prose del poeta rumeno Paul
Celan, a cura di Giuseppe Bevilacqua. Letta la
pregevole introduzione, mi sono poi imbattuto in
riflessioni talmente profonde da sconvolgere
totalmente tutti i cliché che chi si occupa e scrive
poesia ha di solito affastellati in testa. La genialità
di Celan, capace di trascendere i campi di influenza
di ogni singola disciplina per condurre il lettore
verso dimensioni nuove e illuminanti, mi ha colpito
enormemente. Soprattutto alla luce di alcune letture
fatte tempo fa, tra cui un libro di poesie di
Aleksandr Blok e una raccolta di versi dello stesso
Celan.
Con una abilità di analisi testuale, letteraria, storicofilosofica incredibile e un potenziale visionario
degno del migliore William Blake, egli imbastisce
discorsi penetranti e di prodigiosa intensità e
originalità, a partire innanzitutto dal Meridiano,
titolo che diede al suo discorso tenuto in occasione
del conferimento del Premio Georgia Buchner
Darmstadt, 22 Ottobre 1960. Il Meridiano è ciò che
avvia il poema al' incontro, "qualcosa che è - come
la lingua - immateriale, eppure è terrestre,
planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se
stesso attraverso entrambi i poli"; la poesia, che è
"solitaria e in cammino" e si afferma "al margine di
se stessa" e per poter esistere deve essere ricondotta
alla suo ondeggiamento tra il suo "ormai-non-più" e
il suo "pur-sempre" viene così inquadrata nella sua
dimensione storica. "Signore e Signori, al giorno
d'oggi è di voga rinfacciare alla Poesia la sua
«oscurità»" dice il poeta. Oscurità del tutto lecita a
mio avviso, perché chi ha visto, vissuto la guerra, o
chi come Celan ha scampato l'olocausto, non può
esimersi dal testimoniare, anche formalmente, un
certo ripiegato onusto disagio, covando un dolore in
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sé tanto grave quanto ineffabile. La guerra segna
l'arte e gli artisti, la poesia e i poeti, costringendoli a
una radicale revisione degli schemi mentali e delle
dinamiche comunicative. Quale messaggio ormai?
Che cosa può essere dunque la poesia, dopo tutti gli
orrori visti e subiti? È ormai "non-parola", "urlo",
quel "Viva il Rè" di Lenz, personaggio di un
romanzo di Buchner, colui cui risultava sgradito
"camminare sulla testa". Perché "chi cammina sulla
testa, Signore e Signori, - costui ha il cielo come
abisso sotto di sé": ecco che Celan introduce il
concetto di poeta come un "io straniato", capovolto
appunto, che reca le cicatrici delle sue date tragiche,
sente il peso della storia su di sé. Molti poeti hanno
parlato degli eventi storici della loro epoca, hanno
magari anche preso posizioni politiche ben chiare;
ci sarebbero da menzionare alcuni poeti russi molto
significativi in questo senso, ma tra essi in prima
linea spiccano sicuramente Aleksandr Blok e Osip
Mandel'stam, vissuti entrambi a cavallo tra
Ottocento e Novecento. Periodo cruciale, "impero
alla fine della decadenza" dicendola alla Verlaine,
esso è segnato secondo Celan da tre precipui
elementi, snodi, in campo artistico-poetico: "eredità
romantica", "istanza realista" e "tragicità della
storia". Quest'ultima ha ridotto l' uomo al silenzio,
all'utopia, e la poesia per rivivere deve tendere
all'"Altro", cercare l'alterità e l'incontro con se
stessa, ovvero con la realtà e il suo "tempo",
consapevole del suo hic et nunc. E proprio
attraverso queste incursioni, queste deviazioni,
incroci, "vie creaturali", "progetti d'esistenza" la
poesia incontra questo Meridiano, che è un po' la
riscoperta delle origini avite, primitive della lingua,
l'approdo di ogni comunicazione umana, una sorta
di "rimpatrio" necessario dopo essersi calati nella
storia ed essersi fatti "Altri".
Ma prima di questo ci deve essere un impegno, un
saper cogliere l'ispirazione che la Storia dà o
impone, testimoniare in qualche modo, in toni ora
esaltati ora più sommessi, gli eventi umani che il
mondo ospita. Sto parlando di Blok, in particolare
della celeberrima raccolta I dodici e della poesia
Gli Sciti (da Il silenzio fiorisce) tutte opere
composte poco dopo la Rivoluzione d'Ottobre, nel
bel mezzo della guerra civile. Vi si trovano versi
reboanti, di afflato quasi mitico, che urlano la
rivoluzione, facendone forse in tal modo anche una
parodia. Sta di fatto che di guerra e rivoluzione si
parla, è un poema scritto, citando le parole stesse
Fischi di Carta
dell'autore, "in armonia con gli elementi". Ne Gli
Sciti già si può leggere: "Volgeremo a voi/il nostro
ceffo asiatico!", "Guarderemo ribollire la mortale
battaglia/coi nostri occhi stretti", "a un luminoso
fraterno convito/ti invita la barbarica lira!". Poi,
ancora, ne I dodici: "O tu amarezza e cruccio",
"ecco, l'ora è venuta", "libertà, libertà, senza più la
croce!", "reggi il fucile, compagno, non
tremare!/Spariamo palle sulla Santa Russia", "Vola,
borghese, come un passerotto!/Berrò il tuo sangue".
Sono splendidi esempi di quell'empito bellicoso, di
quella lirica, febbrile aggressività che permeano la
poesia di Blok. Ben conscio del periodo storico in
cui si trova ad essere uomo (e poeta), egli appoggia
gli anarchici mistici durante la rivolta del 1905 e
plaude la rivoluzione bolscevica come l'atto di
rinascita dell'anima russa. È questo suo spirito
militante e partecipativo che gli ispira I dodici, suo
opus maximum, raffigurante un drappello di soldati
che presidiano il Palazzo d'Inverno durante la
rivoluzione (il titolo adombra un' allusione ai dodici
Apostoli di Gesù). "Oggi mi sento un genio" dice il
russo, dopo aver scritto l' opera. E ne ha ben donde.
In questo poema Blok, oltre ad affermarsi come uno
dei più grandi poeti simbolisti del suo tempo, rivela
il suo rapporto con la storia e le vicende politiche di
allora: vi si possono carpire affascinanti suggestioni
circa il legame poesia/storia e poesia/politica,
specie alla luce di quanto egli stesso annota nel suo
diario, parole che vengono riportate direttamente da
Celan nell'introduzione alla sua traduzione de I
Dodici. Blok si chiede "cosa il tempo farà di tutto
questo"; "può darsi che la politica sia talmente
piena di lordura" dice, che anche "una sola goccia"
annienterà tutto. Ma questo non è detto, c'è sempre
una speranza, può anche darsi che essa "non
distrugga interamente il significato di questo
poema" ma anzi al contrario che sia proprio il
fermento che da essa deriva a far sì che "un giorno I
Dodici venga letto di nuovo, in un tempo diverso
dal nostro". Affermazioni più che azzeccate, direi, e
parecchio attuali. In fin dei conti la lezione è chiara:
la storia arreca i suoi danni all'umanità, all'arte e
spesso il poeta ne può risentire profondamente, e
chiudersi in un silenzio alienato ed esulcerato dal
dolore. E Celan ha ben ragione nell'affermare la
necessità di tornare a un forma prima della poesia,
momento in cui essa, divenuta urlo, verso bestiale,
può e deve uscire fuori da se stessa, aprirsi all'Altro,
trovare un meridiano, un punto d'incontro, una
"svolta del respiro". Tuttavia non dimentichiamoci
di Blok, che ha cantato la rivoluzione regalandoci
versi brillanti e tutt'altro che privi di ispirazione.
Non si devono avere posizioni troppo rigide,
bisogna sempre inquadrare il momento in cui si
vive, essere consapevoli delle proprie date, dei
propri "20 Gennaio" (giorno della Soluzione Finale
hitleriana), ma mai farsi soffocare, obnubilare dagli
eventi. Condizione che esprime benissimo anche il
poeta Osip Mandel'stam, uno dei maggiori
esponenti del cosiddetto “acmeismo”. Per lui la
rivoluzione, esaltata fino all'acme, appunto, assume
addirittura i connotati di un "sovvertimento
cosmico": "Celebriamo, fratelli, il crepuscolo della
libertà" , "La terra va alla deriva. Uomini,
coraggio./Solcheremo i mari come con l'aratro/fin
nel gelo del Lete ricordando/che la terra ci è costata
sette cieli." A un certo punto però, in altre poesie si
legge: "Questa notte è irreparabile,/e da voi è
ancora giorno./Alle porte di Gerusalemme/è sorto il
sole nero.", "nel tempio luminoso i giudei/hanno
seppellito mia madre...Io mi sono svegliato nella
culla,/illuminata dal sole nero." O ancora: "Chi
sollevava al secolo le palpebre infette", "Vita
d'argilla! Agonia del secolo!", "non c'è dove fuggire
al secolo sovrano", "Hanno annerito i vicoli col
fumo dei fornelli,/hanno inghiottito ghiaccio, neve,
lampone,/tutto, al ricordare l'anno Venti" (felice
coincidenza qui con il "20 Gennaio" di Celan!).
Ecco che gli entusiasmi si frenano, subentra quella
"scienza" del commiato, predomina il ricordo, un
amaro ritorno alle origini, l'inquietudine della
dimensione storica, la "terra nera del tempo". La
poesia è l'aratro, secondo Osip, che smuove e mette
alla luce questa terra; ed è un lavoro necessario, per
quanto gravoso e difficile. Perché se il fuoco della
storia e della politica può accendere gli animi
creativi, può anche ridurli in cenere, come menti
mitragliate, guerrieri polverizzati dalla guerra. E
allora il poeta deve veramente mettersi d' impegno e
fare la fenice.
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Fischi di Carta
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