G. Porrazzini, Crisi finanziaria e restrizione del credito: la risposta dell’Umbria
Crisi finanziaria e restrizione del credito:
la risposta dell’Umbria
Quadrimestrale
Agenzia Umbria
Ricerche
Giacomo Porrazzini*
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Più c’inoltriamo nel tempo della “crisi”, più il cuore della discussione pubblica si
sposta dal come reagire e resistere alla crisi, al che fare per uscirne, guardando oltre;
come uscire dalla crisi diversi e, se possibile, migliori rispetto al settembre del 2008,
quando, tutti, siamo entrati nel tunnel. Uscirne diversi e migliori significa, per la
comunità umbra, riuscire a fare almeno tre cose fondamentali:
1) far evolvere il nostro modello di specializzazione verso attività a maggiore valore
aggiunto;
2) recuperare, in questo modo, il gap di produttività che ci portiamo dietro, senza
cenni di risalita, dal lontano 1984;
3) sstrutturare il nostro sistema di ricerca per l’innovazione, per renderlo motore ed
asse di orientamento di un nuovo ciclo di sviluppo.
Sono queste le tre partite fondamentali che dobbiamo sapere affrontare e risolvere se
vogliamo uscire diversi e migliori rispetto al come siamo entrati dentro la crisi.
Per tentare di riuscirvi occorre visione strategica, pensieri lunghi, azioni pluriennali
coerenti con gli obiettivi alti che vengono posti; il tutto secondo una responsabilità
condivisa da parte dell’intera classe dirigente o più semplicemente da parte di coloro
che operano in base ad un’etica della responsabilità.
Credo non sia difficile essere d’accordo con quest’impianto concettuale, e tuttavia
dobbiamo non perdere una consapevolezza che è quella della realtà vera con la
quale siamo chiamati a misurarci; In un anno siamo arretrati di dieci anni per
quanto riguarda alcuni indicatori fondamentali dell’economia e per recuperare tale
arretramento in tempi misurabili in anni e non in lustri occorre fare una cosa assai
difficile: occorre imprimere al sistema economico e produttivo dell’Umbria tassi di
crescita annuale inediti, storicamente inediti. Questo è il problema. Per riuscire è
necessario che si verifichino delle condizioni esterne favorevoli, cioè che l’intera
economia italiana riprenda a crescere con tassi elevati, perché sarebbe illusorio pensare che l’isola Umbria, da sola, ce la possa fare. Anche in tal caso, tuttavia, c’è una
prova ardua da superare: saper inserire nel nostro sistema umbro, cogliendo piena-
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Presidente Gepafin.
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mente l’intreccio che corre fra modello sociale e modello produttivo, nuovi fattori
di sviluppo rispetto a quelli nostri, tradizionali, a quelli precedenti la crisi, per stare
da protagonisti dentro un ciclo virtuoso dell’economia nazionale, posto che si riapra questo ciclo come tutti si augurano.
Sappiamo dei vincoli di sistema tremendi e non li dobbiamo mai dimenticare; vincoli che il Paese deve saper gestire entro questa prospettiva, sia pure improntata
all’ottimismo ed alla positività: l’indebitamento pubblico tra i più alti del mondo;
l’arretratezza e i problemi del Sud, a partire dall’illegalità e dal fatto che da trenta
anni il Mezzogiorno si è fermato nella sua corsa di parificazione con le condizioni
del centro nord; la debolezza di un “Sistema Italia” ante-crisi: chi non ricorda le
discussioni sul declino del sistema Paese? Chi non ricorda le discussioni sulla nostra
lontananza dai parametri dell’Agenda di Lisbona?
La crisi sembra averli occultati, questi elementi, ma non li ha sicuramente cancellati,
e ce li ritroviamo di fronte nel momento in cui tentiamo non solo di rimbalzare dal
fondo in cui siamo precipitati, come stiamo facendo, ma di ricostruire un percorso di
lunga lena, nel segno dello sviluppo.
La crisi nata come crisi finanziaria, crisi delle banche, ci consegna, inoltre, un altro
vincolo: quello della restrizione del credito da cui dipende, in larghissima misura, il
finanziamento delle imprese, la liquidità per la gestione corrente e gli investimenti
che sono crollati del 25%, con effetti che ci porteremo dietro nel tempo. Prima
della crisi, sul credito, il centro della discussione era sicuramente il nuovo regolamento interbancario “Basilea 2”: Come facciamo con la “personalizzazione spinta”
del rischio di credito? Come reggiamo alla severità del rating? Come ci adeguiamo
ai nuovi sistemi di garanzia? Oggi, Basilea 2 resta pesantemente sulla scena, con il
suo carattere prociclico, ma, c’è dell’altro; c’è la situazione patrimoniale delle banche che sta determinando un gap tra domanda e offerta di credito valutabile, nell’“area euro”, secondo un report recentissimo del FMI, in 300 miliardi di euro nel
2009 e in 160 miliardi di euro nel 2010. Una quota di questo gap, ovviamente,
riguarda l’Italia e anche l’Umbria, come è reso evidente dalla decelerazione intervenuta nella concessione del credito, anche in Umbria, recentemente segnalata da
una da una ricerca della Banca d’Italia: i 4,5 punti percentuali in meno di credito
erogato alle imprese, dicono che anche noi soffriamo di questo gap tra domanda e
offerta di credito; la ragione di tale arretramento, nei tassi annuali di crescita del
credito erogato al sistema produttivo, sta nel gigantesco ammontare delle perdite
accusate dal sistema bancario, soprattutto delle grandi banche, sia per i cosiddetti
“titoli tossici”, sia, ormai, anche per il crescere impetuoso delle perdite registrate
sul portafoglio dei crediti tradizionali, dovuto alla caduta delle attività produttive e
al drammatico incepparsi della catena dei pagamenti.
Il sistema bancario italiano è risultato, sicuramente, meno esposto e meno colpito,
dalla prima componente delle perdite, i titoli tossici, attraverso i quali il sistema
finanziario “senza regole” pretendeva di far ottenere, a ricchi investitori speculativi,
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guadagni sul debito di tanti americani “poveri” che avevano investito sulla casa,
senza avere un reale possibilità di pagare le rate del mutuo sub-prime, rivelatosi
carta straccia; il sistema bancario italiano, tuttavia, oggi, resta esposto come e più
degli altri alla seconda componente delle perdite, essendo il nostro sistema economico un sistema “banco-centrico”, nella raccolta di capitale da parte delle imprese.
La conseguenza di tutto ciò è la reazione, già in atto, da parte delle banche finalizzata alla ricostituire delle proprie riserve di capitale così fortemente intaccate (65
miliardi di euro sono le perdite bancarie, stimate dal FMI per l’“area euro”); una
reazione che si sostanzierà nell’esigenza, da parte degli Istituti di credito, di macinare profitti molto alti per mezzo di livelli di pricing del credito da concedere meno
favorevoli per la clientela e con grande prudenza al rispetto dei nuovi affidamenti.
Le banche, infatti, non possono permettersi di cumulare altre perdite; questo vuol
dire un credito più selettivo e più gravato da garanzie a copertura del rischio.
Questa è la sgradevole realtà di cui dobbiamo prendere consapevolezza, una realtà
ardua da cambiare, facendo ricorso soltanto ad appelli o a critiche al sistema bancario,
con il quale va trovato un terreno più avanzato di confronto, sul tema della ripartizione del rischio di credito, nel tempo della crisi.
Un ulteriore problema, inoltre, si profila all’orizzonte: che le banche, in questa
situazione, proprio perché devono macinare profitti alti potrebbero essere tentate,
e ci sono segni in questa direzione già adesso, di impegnare la liquidità che vanno a
raccogliere, più per alimentare operazioni finanziarie sui titoli, fare nuovamente
trading, perché si tratta di un’attività molto più remunerativa di quella
dell’erogazione di credito alle imprese. Basta vedere quanto è cresciuto il portafoglio titoli delle banche italiane, più 44%, dentro la crisi.
Occorre allora mettere in campo strumenti non ordinari, per qualità e quantità, per
tentare di incidere e correggere questa situazione sfavorevole a una prospettiva di
ripresa economica con alti tassi annuali di crescita; quei tassi di cui abbiamo bisogno e che, a loro volta, necessariamente, richiedono di raccogliere capitale per investimenti da parte delle imprese; capitale di debito soprattutto, in Italia, anche se va
salutata con favore la notizia della creazione, da parte del Tesoro e di grandi gruppi
bancari di un nuovo fondo di equity, di 3 miliardi; una iniziativa opportuna, tanto
più se sarà un “fondo di fondi” e che tiene conto del carattere marginale e non
maturo di un mercato nazionale dei capitali destinato, in particolare, alla piccola
impresa del nostro Paese.
Fra tali strumenti straordinari certamente va posto il sistema delle garanzie che può
avere una funzione efficace, anche alla luce del rilancio del Fondo Centrale di Garanzia, da parte del Governo.
Qualche dato e qualche riflessione su tale sistema può essere utile, per capire meglio di che cosa parliamo e di qual è la realtà vera in questo campo. In Umbria, il
credito garantito, sul totale degli impieghi, è maggiore di 4 punti percentuali rispetto alla media nazionale, 10% degli impieghi totali sono garantiti in Umbria
contro il 6% scarso a livello nazionale; ma siamo soltanto al 10%, ovvero ad 1
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miliardo e 200 milioni di euro di credito garantito su 12 miliardi di impieghi
totali al sistema produttivo in senso stretto, parte sostanziale dei 18 miliardi
complessivi a cui ammonta il totale degli impieghi bancari in Umbria. La percentuale del credito garantito è perciò molto bassa; basti pensare che il credito garantito, fornito in Umbria dal Fondo centrale di garanzia, rifinanziato dal Governo, come una delle poche azioni concrete di sostegno al sistema produttivo, insieme al fondo di 8 miliardi, gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti e destinato alle
banche, ha coperto, a tutto il 2008, appena lo 0,6% sul totale degli impieghi
bancari umbri, ovvero meno di un quindicesimo del totale delle garanzie rilasciate dai confidi e dalla Gepafin. Vedremo, a fine 2009, quali saranno i dati, ma
questo è il quadro. Quindi, quando si sente enfatizzare il fondo centrale di garanzia, in quanto strumento “a ponderazione zero” per le banche, dobbiamo ricordare che parliamo di uno strumento importante ma limitato nella sua capacità di
sostegno al credito garantito. Un limite serio che deriva anche dal modo in cui
viene utilizzato il Fondo: ovvero, 70% di garanzie dirette alle banche, 30% per
controgaranzia al sistema locale di garanzia fidi. Un modo che lo caratterizza,
oggi, per scelta del Governo, più come uno strumento utile per ridurre l’assorbimento di capitale da parte delle banche, a parità di credito erogato, piuttosto che
per aumentare il volume del credito garantito alle imprese. La Regione Umbria,
a proposito delle modalità d’uso del Fondo centrale di garanzia, sta coordinando
un’iniziativa delle regioni italiane, verso il Governo, proprio per correggere questa impostazione e per introdurre il criterio della portabilità delle garanzie da
parte delle imprese.
Vista questa situazione di quadro e considerata, tuttavia, la nuova centralità delle
garanzie per limitare la restrizione del credito, la Gepafin ha provato ad innovare
la propria struttura, organizzazione ed operatività, sulla base di un atto d’indirizzo del Consiglio regionale molto netto; un atto che punta su tre fattori innovativi
fondamentali:
- trasformare la Gepafin, che ormai ha i requisiti oggettivi per tale passaggio,
da garante 106, ad intermediario 107; ovvero, un soggetto idoneo ad offrire
alle banche garanzie assai più solide, consentendo, così, l’accesso al credito
alle imprese a costi più bassi;
- salvaguardare la capacità di offrire, da parte di Gepafin, prodotti finanziari
integrati alle imprese, ovvero garanzie sul capitale di debito e finanziamenti
diretti sul capitale di rischio, finalizzati alla ricapitalizzazione delle imprese; è
nota, infatti, la debolezza delle imprese rispetto alla dotazione di mezzi
patrimoniali propri, ed anche quale sia, oggi, l’importanza di una buona
patrimonializzazione, anche per accedere al credito; sappiamo, inoltre, qual è
l’importanza strategica del finanziamento con mezzi di capitale di rischio per
le nuove imprese ad alto tasso d’innovazione tecnologica, in particolare gli
start-up tecnologici, gli spin-off accademici, che non possono essere finanziati
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solo dal credito bancario, in relazione al loro particolare rapporto rischio/
remunerazione attesa;
- il terzo fattore consiste nel dare vita ad una organizzazione integrata “di sistema”, fra Gepafin e Confidi, in modo da rendere utilizzabili, per i confidi 106,
le garanzie Gepafin diventata 107; per effetto di tale nuova organizzazione, il
cui progetto di fattibilità è in corso di elaborazione, si determinerà un netto
aumento, sia quantitativo che qualitativo, dei volumi di garanzia erogabili
dai confidi che corrisponde, dal punto di vista degli effetti sulle imprese, ad
una maggiore patrimonializzazione dei confidi stessi.
L’iniziativa di dar vita ad una integrazione collaborativa fra Gepafin e Confidi
umbri è in grado di produrre una forte semplificazione ed innovazione nel sistema regionale di garanzia fidi; in tal modo, infatti, Gepafin si apre sotto, il profilo
dell’assetto societario e della governance, al mondo dei confidi diventando, così,
una realtà che va a poggiare su tre pilastri, invece che su due, come è stato sinora:
Regione, banche e associazioni di impresa tramite i confidi. Un’organizzazione di
sistema che rende disponibile, per l’economia umbra e per le piccole imprese, un
soggetto locale specializzato, capace, per dimensioni, capacità tecniche e organizzazione commerciale capillare, di competere su un mercato, come quello delle
garanzie, che, ormai, è un mercato aperto e fortemente competitivo. In Umbria,
i Confidi locali e la Gepafin hanno concorrenti che vengono dal Piemonte e dalla
Toscana che offrono garanzie sul nostro territorio; per poter competere con essi, il
“sistema locale” dei soggetti garanti deve saper mettere sul piatto, facendo questa operazione di sistema, un vantaggio competitivo molto forte, che è la conoscenza del nostro sistema economico e la conseguente capacità di sapere valutare
le imprese; una capacità preziosa perché offre alle banche, non solo una solida
copertura del rischio, ma anche, ai fini della loro istruttoria, un’informazione
contenente un forte valore aggiunto, soprattutto se l’istruttoria bancaria del finanziamento alle imprese e l’assegnazione di un rating saranno basati, come c’è
da augurarsi, non più solo su dati quantitativi, di bilancio e andamentali ma,
anche, su aspetti qualitativi, di progetto e di conoscenza dell’imprenditore.
Con la nuova organizzazione di sistema della garanzia fidi, l’Umbria potrà disporre di un soggetto capace, proprio perché diretta espressione del territorio, di
supportare il finanziamento, non solo di singole imprese su singoli progetti, secondo logiche di sportello, ma, anche, di progetti di significato strategico che
non riguardano, soltanto, la singola impresa, ma le reti di impresa; reti sulle
quali basare, ad esempio, la trasformazione da “capacità” a “specialità” della piccola impresa umbra di subfornitura che è, prevalentemente, una subfornitura di
capacità e quindi dipendente, soggetta, oggi, alla riduzione dei lotti di subfornitura
ed ai “ribassi impossibili” delle gare on-line. Con il finanziamento delle reti, su
basi innovative del business di subfornitura si può spingere il sistema locale d’impresa verso la subfornitura di specialità, cioè verso una subfornitura che diventa
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indispensabile per il ciclo produttivo o commerciale del grande committente e
che si appropria, stabilmente e strutturalmente, di una quota della catena del
valore prodotta dalla grande impresa committente o dalla filiera di appartenenza.
Finanziare, tramite le garanzie e la finanza integrata, le reti d’impresa, le imprese
innovative, la internazionalizzazione virtuosa ed anche i progetti integrati di territorio, i poli di eccellenza, la prevenzione delle crisi di impresa: Tutto ciò può essere
fatto da un soggetto radicato sul territorio, non dal concorrente che viene da Torino
o da Firenze. Se questo è l’obiettivo alto della nuova Gepafin 107, integrata con i
Confidi locali, vi è bisogno, per perseguirlo con prospettive di successo, che la nuova Gepafin sappia, a sua volta, fare rete con altri soggetti dello sviluppo, come la
Sviluppumbria, l’AUR, le Camere di Commercio, le Università, Umbria Innovazione, le Associazioni d’impresa, oltre che con gli uffici regionali competenti;
La nuova Gepafin deve porsi quale soggetto capace, proprio perché più forte, di
aprirsi a collaborazioni con altre realtà finanziarie, sia interregionali, sia nazionali
che comunitarie, come peraltro è stato già fatto, nel corso di questi anni, in occasione della gestione, con soggetti della Regione Marche, di un fondo di controgaranzia
del Fondo Europeo degli Investimenti; una esperienza di grande rilievo, per le risorse e le competenze che ha portato in Umbria, in aggiunta a quelle attivate dai
POR pluriennali; una esperienze destinata a proseguire nei prossimi anni, non solo
con le Marche, ma anche con altre grandi regioni italiane, e capace di portare, nella
nostra regione, 40 milioni di euro di controgaranzie.
Lungo questa strada, che è una strada di specializzazione e di integrazione, sono
stati compiuti dei passi importanti: anzitutto, la riorganizzazione e il
riposizionamento della Gepafin, per effetto delle fusioni per incorporazione che
hanno riguardato, prima, Capitale & Sviluppo e, poi, Nuova Fin; con tali operazioni, i mezzi patrimoniali netti di Gepafin sono saliti da 1,5 a 10 milioni di euro e i
mezzi gestiti ad oltre 60 milioni di euro, ponendo, così, le basi per il passaggio fra
gli intermediari 107; in secondo luogo, la creazione di un’associazione temporanea
di impresa, come ATI Prisma, fra Gepafin e Confidi e la Società privata Meta Group,
per l’assegnazione e gestione dei fondi comunitari per i servizi finanziari alle imprese, previsti dal POR; con ATI Prisma è stata realizzata una esperienza di lavoro
comune e di integrazione progressiva delle procedure di valutazione e gestionali
che, certamente, sta aiutando a portare avanti il processo di costruzione della organizzazione integrata e collaborativa tra Gepafin e Confidi; in terzo luogo, si è dato
vita ad una gestione comune del fondo regionale anticrisi, basato sulla co-garanzia
Gepafin-Confidi. La gestione comune del fondo ha consentito, in sei mesi, di attivare, complessivamente, 350 operazioni, per circa 40 milioni di euro di finanziamenti,
destinati, in parti uguali, alla liquidità ed alla riduzione degli oneri finanziari, attraverso operazioni di consolidamento delle esposizioni a breve.
La linea della innovazione è stata resa possibile non solo dagli indirizzi forniti dal
Consiglio Regionale che hanno orientato e spinto in avanti la trasformazione di
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G. Porrazzini, Crisi finanziaria e restrizione del credito: la risposta dell’Umbria
Gepafin, ma anche dal contestuale processo di riforma dei Confidi che hanno compiuto un grande cammino, verso l’aggregazione, riducendo le strutture da 16 a 6 e
rendendo ciascuna nuova struttura regionalizzata assai più forte.
Proprio lo svolgimento di un contestuale svolgimento di un percorso di riforma di
Gepafin e Confidi umbri, oggi, rende possibili le condizioni per fare una innovativa
alleanza di sistema; per condurre in porto tale operazione strategica, occorre essere
mossi da una forte convinzione, capace di porre, tutti i soggetti coinvolti, al disopra
della difesa di pur legittimi interessi di parte. Serve, dunque, anche un po’ di generosità verso l’Umbria, per fare questa operazione, nella comune convinzione che la
strada della collaborazione e dell’integrazione è indispensabile, se si pensa a
supportare un nuovo ciclo di sviluppo dell’Umbria e a dare un contributo per quello che possiamo, come garanti della finanza d’impresa, a quel ciclo.
Su questo percorso, è da ritenere che anche i problemi che i Confidi hanno posto,
recentemente, in merito alla loro ricapitalizzazione, possano essere affrontati e risolti sapendo che non sono problemi che riguardano solo i soci della nuova Gepafin,
ma anche altri soggetti, come i Comuni, le Province, le Camere di Commercio, le
Fondazioni Bancarie, perché tutti questi soggetti devono sentirsi impegnati nell’affrontare e risolvere il problema che riguarda la capacità di intervento delle strutture
di garanzia mutualistica. È in un quadro strategico di collaborazione e d’integrazione che quel reale problema, oggi reso più acuto dalla crisi, può essere adeguatamente affrontato e risolto.
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P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
Il mercato del lavoro in Umbria
nell'anno della crisi
Paolo Sereni* - Veronica Contili**
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Agenzia Umbria
Ricerche
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La crisi economica vissuta dall’intero pianeta sta producendo effetti rilevanti anche
in Umbria e l’occupazione regionale, dopo anni di importanti crescite (46.000 unità nell’ultimo quinquennio e ben 71.000 rispetto alla metà degli anni ‘90), ha
invertito il proprio ciclo segnando flessioni significative.
Va però evidenziato che la manifestazione della crisi sul mercato del lavoro umbro
– come si dirà in seguito – non è più evidente di quanto lo sia a livello nazionale;
inoltre, il fatto che essa si sia manifestata in ritardo rispetto alle aree più industrializzate del Paese, la cui produzione è maggiormente rivolta all’export – che per
primo ha subito la crisi – ha fatto sì che, a differenza dell’intero territorio nazionale,
il 2008 per l’Umbria sia stato un ulteriore anno di crescita nel quale sono stati
raggiunti livelli occupazionali da prendere come riferimento – “dove eravamo arrivati” – per valutare l’impatto sul mercato del lavoro della crisi.
Nel 2008, infatti, l’Umbria ha fatto registrare uno degli incrementi occupazionali
più significativi del Paese (da 367.000 a 376.000, +2,4%) e uno tra i più contenuti
aumenti della disoccupazione (da 18.000 a 19.000 unità);1 ciò le ha consentito di
avanzare nella graduatoria delle regioni relativa ai principali indicatori del mercato
del lavoro, posizionandosi al sesto posto e di avvicinarsi ulteriormente agli obiettivi
fissati a Lisbona per il 2010. Il tasso di occupazione, infatti, ha raggiunto il 65,4%
(+8 decimi), un valore che risulta più vicino a quello del nord (66,9%) che a quello
* Responsabile dell'attività di Osservatorio sul mercato del lavoro della Regione Umbria.
** Dipendente Regione Umbria, Direzione Sviluppo Economico e Attività Produttive, Istruzione. Formazione e Lavoro.
1
Alla crescita dell’occupazione ne è corrisposta una più che proporzionale delle forze di lavoro
(395.000, +10.000) sia per la maggior partecipazione attiva della popolazione autoctona - le
non forze di lavoro in età attiva scendono da 180.000 a 177.000 - sia per l’afflusso di forze di
lavoro immigrate. Il tasso di attività è così salito al 68,7% (+1 punto), risultando ora di solo un
punto più contenuto della media del Nord. La crescita ha riguardato più le donne (da 168.000
a 175.000) che gli uomini (da 216.000 a 220.000). Per questi ultimi il tasso di attività è aumentato di 6 decimi raggiungendo il 76,5% in linea con la media del Centro (76,6%) e a 2
punti da quella del Nord (78,5%); per le donne quest’indicatore si è portato al 61% (+1,3
punti) superando la media del Nord del Paese (60,7%).
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del centro (62,8%)2; quello di disoccupazione si è attestato al 4,8% (+2 decimi),
un valore che continua a risultare più vicino alla media del nord (3,9%) che a quella
del centro (6,1%)3.
Graf. 1 - REGIONI PER TASSO DI OCCUPAZIONE IN ETÀ ATTIVA E TASSO DI DISOCCUPAZIONE
NEL 2008
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
L’importante crescita occupazionale, che ha riguardato sia la componente autonoma – risalita a quota 98.000 (+5.000, +4,8%) – sia quella alle dipendenze – che
segna il nuovo massimo a quota 278.000 (+4.000, +1,6%) – è in parte ridimensionata dal fatto che essa è avvenuta per 8/9 a part time (modalità di lavoro che ora
incide per il 15,4% dell’occupazione, 58.000); ciò, tuttavia, non riduce la bontà
delle performance umbre rispetto al resto del territorio, dato che a livello nazionale
è solo il part time ad essere aumentato.
A generare tale crescita, come di consueto, sono stati principalmente i servizi
2
3
A livello nazionale solo in Abruzzo il tasso di occupazione ha registrato una crescita superiore
(+1,2 punti) tanto che il suo livello attuale pone l’Umbria al 6° posto nel ranking regionale a
fronte del 9° del 2007, precedendo ora anche Piemonte, Friuli V. Giulia e Marche (oltre a Liguria,
Lazio e tutte le regioni del Sud).
Nella graduatoria per la minor presenza di disoccupazione l’Umbria è salita dal 10° all’8°, precedendo ora anche il Piemonte e la Toscana (oltre al Lazio e alla Liguria) e al tempo stesso registrando un gap assai limitato verso le regioni che immediatamente la precedono (Marche e Friuli Venezia Giulia in particolare).
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P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
extracommerciali (+5.000, ora 187.000 addetti, il 49,7% dei lavoratori umbri);
rilevante, tuttavia, è stato anche il contributo delle costruzioni (+3.000) – che
dopo la lieve flessione del 2007 fanno registrare un nuovo massimo storico di 35.000
unità (9,3% del totale) – e dell’agricoltura (+3.000) – che dopo anni di flessione
riporta il numero di addetti a quota 14.000 (3,7%). L’occupazione dell’industria in
senso stretto, invece, è rimasta ferma su livelli leggermente inferiori a quelli che si
registravano prima della crisi degli anni ’90 (86.000, 22,9% del totale), mentre
l’occupazione del commercio già mostra i primi segnali di crisi (-2.000, ora 54.000).
Occorre anche evidenziare che il 2008 ha prodotto passi in avanti su alcune delle
principali problematiche del mercato del lavoro regionale che non si possono tuttavia considerare superate.
In primo luogo, la crescita dell’occupazione ha riguardato entrambi i sessi ma il
fatto che sia stata più rilevante per le donne (+4,1% a fronte di +1,2%) ha prodotto un aumento della presenza femminile nell’occupazione (43,4% ora il dato
più elevato del Paese) e una conseguente riduzione del gap di genere (17,2 punti)
che risulta tra i più contenuti del Paese4. Il fatto poi che la lieve crescita della
disoccupazione abbia interessato unicamente la componente maschile ha prodotto
anche una flessione della presenza femminile nella disoccupazione (62,6%) togliendo alla disoccupazione umbra la caratteristica della più femminile del Paese5.
Dato che la crescita dell’occupazione è stata più rilevante nella provincia di Terni
che in quella di Perugia, essa ha prodotto anche una lieve riduzione del gap
interprovinciale6.
4
5
6
L’occupazione maschile – invariata a livello nazionale - è aumentata di 3.000 unità portandosi a
213.000 unità; il relativo tasso è salito al 74,1% (+0,4 punti rispetto al 2007), un valore superiore rispetto alla media del Centro (73%) e a circa 2 punti da quella del Nord (76,2%). La crescita
dell’occupazione femminile è stata ancor più marcata sia in termini assoluti (+6.000) che percentuali (+4,1%, quasi 2 punti in più della media del Centro-Nord); in media le donne occupate nel
2008 erano 163.000, pari al 56,8% della popolazione femminile residente in età da lavoro. Rispetto al 2007 quest’indicatore è aumentato di 1,3 punti e risulta sensibilmente superiore a quello
medio del Centro (51,8%) con un gap di soli 7 decimi da quello del Nord (57,5%). Anche le forze
di lavoro sono aumentate ed in maniera più che proporzionale rispetto all’occupazione.
La crescita della disoccupazione ha riguardato esclusivamente gli uomini (da 6.000 a 7.000); ne è
seguito un incremento di mezzo punto del tasso di disoccupazione maschile che al 3,2% però
risulta di soli 3 decimi superiore alla media del Nord del Paese (quella del Centro è del 4,6%). La
disoccupazione femminile è rimasta invariata a quota 12.000 e rappresenta ora il 62,6% della
disoccupazione regionale; a tale livello corrisponde un tasso del 6,8% (-1 decimo) che risulta
notevolmente inferiore alla media del Centro (8,2%) registrando un gap di 1,6 punti dalla media
del Nord del Paese (5,2%).
A livello territoriale la crescita occupazionale è stata più rilevante nella provincia di Terni (+3,2%,
+3.000) che in quella di Perugia (+2,2%, +6.000); di conseguenza il differenziale tra i tassi di
occupazione si è ridotto di oltre un punto, ma il livello attualmente assunto dall’indicatore di
Terni (60,7%, +1,7 punti) resta ancora di oltre 2 punti inferiore alla media del Centro mentre
quello di Perugia (66,6%, +0,5 punti) risulta di soli 3 decimi più contenuto della media del Nord
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Il fatto poi che sia stata più significativa per gli over 457 attenua quella che
qualche anno fa sembrava potesse rappresentare una criticità per il mercato del
lavoro regionale, sebbene tale crescita sia stata accompagnata da un lieve aumento della disoccupazione.
Nonostante la lieve crescita della disoccupazione8, è aumentata anche l’occupazione dei laureati (ora al 72%, un valore ancora inferiore alla media del CentroNord) fenomeno avvenuto nell’anno in cui si riscontra anche un miglioramento
del livello di qualificazione dell’occupazione, essendo calata l’occupazione non
qualificata ed aumentata sia quella di figure operaie specializzate sia quella dei
primi 3 macrogruppi professionali, con conseguente contrazione del sottoutilizzo
di competenze che resta, tuttavia, ancora diffuso9.
Infine, un lieve miglioramento si ha anche nella qualità contrattuale in quanto è
aumentata l’occupazione alle dipendenze di tipo permanente (236.000, +5.000)
e leggermente calata quella temporanea (42.000, -1.000); di conseguenza si è
avuta una flessione della presenza di lavoro a termine (scesa dal 15,7% al 15,3%)
che resta tuttavia la più elevata del centro nord e che continua a riguardare prin-
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9
del Paese. Dato che la crescita delle forze di lavoro ha avuto luogo quasi esclusivamente a Perugia
(+9.000 a fronte di +1.000 a Terni) e l’incremento è risultato più rilevante di quello registrato
dall’occupazione, la disoccupazione nel 2008 è aumentata a Perugia (+3.000) e diminuita a Terni
(-1.000) risultando così ora più diffusa a Perugia (5%,+8 decimi) che a Terni (4,3%, -1,4 punti).
Se la crescita della disoccupazione rilevata dall’ISTAT a Perugia può essere letta come una manifestazione della crisi - che i dati sulle iscrizioni ai Centri per l’impiego e quelli relativi alla cassa
integrazione indicano concentrarsi principalmente in questa provincia – la sua maggior diffusione
rispetto alla provincia di Terni non trova riscontro con quanto emerge dai Centri stessi che rilevano una disoccupazione “amministrativa” aumentata maggiormente nella provincia capoluogo,
ma notevolmente più diffusa in quella di Terni. Una spiegazione ai dati ISTAT, più che alla crisi
stessa, potrebbe essere connessa alla maggior partecipazione attiva dei residenti, in particolare
degli immigrati più presenti nel territorio di Perugia e per i quali, oltre all’occupazione, anche la
disoccupazione assume livelli superiori, in particolare per le donne.
L’occupazione dei 45-54enni è salita al 79,4% (+8 decimi) e risulta intermedia tra quella del Centro
(77,8%) e quella del Nord del Paese (81,2%). Quella dei 55-64enni, sebbene ancora assai lontana
dall’obiettivo del 50% posto a Lisbona per il 2010, si è portata al 37,4% (+1,6 punti rispetto al
2007 e + 6,5 in più del 2006), un valore più contenuto della media del Centro – fortemente condizionata dal dato elevato del Lazio - ma che a livello di singole regioni risulta inferiore solo a quello di
Lazio, Basilicata ed Emilia Romagna.
Il tasso di disoccupazione è così risalito al 5% (+1,2 punti) tornando a superare la media regionale
(4,8%) e al tempo stesso riportandosi al di sopra della media nazionale e ripartizionale (4,6% e
4,7%).
Il confronto con la media nazionale e del Centro-Nord evidenzia da un lato un livello di qualificazione dell’occupazione operaia superiore, ma dall’altro una presenza molto più contenuta in Umbria
delle figure appartenenti ai primi tre macrogruppi, ed in particolare di professioni intellettuali e
scientifiche e di professioni tecniche che sono quelle che offrono le maggiori possibilità di impiego ai
più scolarizzati.
76
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
cipalmente le donne10, i più giovani, i laureati ma anche i meno scolarizzati, in
particolare stranieri11, il cui ruolo è anno dopo anno sempre più importante nel
mercato del lavoro regionale.
Questo in sintesi il quadro complessivo del 2008, certamente migliore rispetto a
quello dell’intero Paese, da usare come punto di riferimento per valutare gli effetti
della crisi in atto i cui effetti erano tuttavia presenti già nello stesso 2008.
Graf. 2 - OCCUPAZIONE,
DISOCCUPAZIONE E FORZE DI LAVORO IN UMBRIA
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
La crescita rilevante del 2008, infatti, è stata prodotta solo nella prima parte
dell’anno. Più in particolare, dopo la più importante crescita degli ultimi anni
registrata nel primo trimestre (+27.000 occupati pari a +7,6%), nel secondo e
nel terzo le crescite occupazionali sono divenute progressivamente più contenute
(rispettivamente +8.000 e +3.000) e nel quarto si è registrata una lieve flessione
(-3.000); contemporaneamente la disoccupazione ha smesso di diminuire e nell’ultima parte dell’anno ha ripreso ad aumentare. E con il 2009 la crisi è divenuta
particolarmente evidente; l’occupazione regionale ha fatto registrare nei primi
10
11
La flessione ha riguardato il lavoro a termine femminile (22.000, -1.000); nell’occupazione maschile, infatti, si è avuta una contrazione della componente permanente ed un lieve incremento di
quella a termine (21.000). Di conseguenza il differenziale di genere si è ridotto ma continuano ad
essere le donne quelle maggiormente esposte alla precarietà del lavoro (16,7% a fronte del 14%
degli uomini).
Per gli stranieri l’incidenza del lavoro a termine (23,4%) è aumentata di oltre un punto rispetto al
2007 e risulta tra le più elevate del Paese nonché notevolmente superiore a quella degli italiani
(14,1%).
77
VOR
O
3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
tre trimestri flessioni (-3,7%, -1,6% e -2,8%) superiori a quelle medie del Paese
a seguito delle quali la disoccupazione è risalita su livelli non più toccati da diversi anni (24.000 nel primo trimestre, 27.000 nel secondo e 26.000 nel terzo) a
causa dell’aumento della componente con esperienze lavorative pregresse, chiaro
segnale dei licenziamenti e dei mancati rinnovi dei contratti a termine.
Graf. 3 - VARIAZIONI
IN UMBRIA
ANNUE DELL’OCCUPAZIONE, DISOCCUPAZIONE E FORZE DI LAVORO
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
Tab. 1 - POPOLAZIONE PER CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E SESSO IN UMBRIA. MEDIA
OTTOBRE 2008 - SETTEMBRE 2009 E OTTOBRE 2007- SETTEMBRE 2008
FORZE DI LAVORO
NON FORZE DI LAVORO
Per. in cerca di occup.
UMBRIA
Occupati
Con
prec.esp.
lav.
Senza
prec.esp.
lav.
Totale
Totale
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
214
212
-0,9
6
7
22,6
1
2
121,0
7
10
36,9
221
221
0,3
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
163
157
-3,8
8
11
32,3
3
4
38,1
11
15
33,8
174
172
-1,3
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
377
369
-2,1
14
18
28,3
4
6
59,5
18
25
35,0
395
393
-0,4
Cercano
Cercano
Non
Non
lav.non lav. ma non cercano ma disponibili
attivamente disponibili dispon.
a lavorare
Maschi
2
2
3
1
10,3
-6,1
Femmine
6
3
6
3
3,7
8,5
Totale
8
4
8
4
5,7
3,0
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
78
Non forze
di lavoro
<15 anni
Non forze
di lavoro
>65 anni
Totale
4
3
-30,0
57
59
3,8
58
59
2,1
81
83
2,1
204
208
1,9
10
9
-10,0
92
100
8,0
54
55
1,9
115
115
0,2
279
288
2,9
14
12
-16,1
149
159
6,4
112
114
2,0
196
198
1,0
483
495
2,5
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
Tutto ciò fa sì che considerando il periodo che va da ottobre 2008 a settembre 2009
l’occupazione regionale (369.000) risulta diminuita di 8.000 unità rispetto alla
media dei dodici mesi precedenti, una flessione che in termini percentuali risulta di
un punto più marcata di quella media del Paese (-2,1% a fronte di -1,1%). Il tasso
di occupazione regionale è così sceso dal 65,7% al 63,6%, un valore che, tuttavia,
continua ad essere intermedio tra la media del Centro (62,2%) e quella del Nord
(66%) che hanno registrato una flessione assai più contenuta (rispettivamente -0,4
e -1 punto).
Tab. 2 - TASSO DI ATTIVITÀ, OCCUPAZIONE E DISOCCUPAZIONE PER SESSO (STIME). MEDIA
2008 - SETTEMBRE 2009 E OTTOBRE 2007 - SETTEMBRE 2008
OTTOBRE
UMBRIA
T.attività
(15-64)
NORD
CENTRO
T.occupaz. T.disoccup
(15-64)
az.
T.attività
(15-64)
Maschi
Femmine
Totale
GAP DI GENERE
76,7
59,2
67,9
-17,5
73,3
53,9
63,6
-19,4
4,3
8,8
6,3
4,5
76,5
57,2
66,8
-19,3
Maschi
Femmine
Totale
GAP DI GENERE
76,8
61,0
68,9
-15,8
74,4
57,0
65,7
-17,3
3,2
6,5
4,6
3,3
76,5
57,2
66,7
-19,3
T.occupaz. T.disoccup
(15-64)
az.
T.attività
(15-64)
ITALIA
T.occupaz. T.disoccup
(15-64)
az.
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
72,3
5,4
78,2
75,0
52,2
8,6
60,5
56,9
62,2
6,8
69,5
66,0
-20,1
3,3
-17,8
-18,1
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
73,0
4,5
78,5
76,3
52,5
8,2
60,5
57,4
62,6
6,1
69,6
67,0
-20,5
3,7
-18,0
-18,9
T.attività
(15-64)
T.occupaz. T.disoccup
(15-64)
az.
4,1
6,0
4,9
1,9
73,9
51,2
62,5
-22,7
69,1
46,6
57,8
-22,4
6,4
8,9
7,4
2,5
2,8
5,1
3,7
2,3
74,5
51,6
63,0
-22,9
70,5
47,1
58,8
-23,3
5,3
8,6
6,6
3,2
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
A diminuire, in contro tendenza rispetto a quanto accaduto a livello nazionale, è
principalmente l’occupazione femminile (-6,000, -3,8%) portatasi a quota 157.000;
di conseguenza il relativo tasso è sceso di oltre 3 punti (53,9%) risultando, tuttavia,
ancora superiore di quasi 2 punti alla media del Centro (52,2%, -0,3 punti) ma
lontano da quella del Nord (56,9%, -0,5 punti). L’occupazione maschile è scesa di
2.000 unità a quota 212.000 e il relativo tasso, calato di 1,1 punti, si è attestato al
73,3%, un valore intermedio tra quello del Centro (72,3%, -0,7 punti) e quello del
Nord (75%, -1,3 punti).
Tab. 3 - OCCUPAZIONE PER POSIZIONE NELLA PROFESSIONE PER SESSO IN UMBRIA. MEDIA
OTTOBRE 2008 - SETTEMBRE 2009 E OTTOBRE 2007 - SETTEMBRE 2008
Maschi
Umbria
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
Dip.
146
149
1,8
Indip
67
63
-6,9
Femmine
Tot.
214
212
-0,9
Dip.
Indip
131
126
-4,0
32
31
-2,9
Totale
Tot.
163
157
-3,8
Dip.
277
275
-0,9
Indip
99
94
-5,6
Presenza Femminile
Tot.
377
369
-2,1
Dip.
47,2
45,8
-1,5
Indip
32,2
33,1
0,9
Tot.
43,3
42,5
-0,7
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
A calare è soprattutto l’occupazione autonoma, scesa a quota 94.000 unità (-5,6%),
che ora risulta pari al 25,4% di quella complessiva; di certo anche grazie all’inter-
79
VOR
O
3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
vento degli appositi ammortizzatori sociali, la flessione risulta assai più contenuta nel caso dell’occupazione alle dipendenze (275.000, -0,9%)12 .
A determinare il calo dell’occupazione nei dodici mesi considerati è principalmente l’industria in senso stretto (80.000, -6.000) ed il commercio (51.000, 5.000). In lieve flessione anche l’occupazione edile (34.000, -1,000); di contro,
invece, risulta in crescita l’occupazione agricola (15.000, +2.000) e quella dei
servizi (189.000, +1.000). Più in particolare la forte contrazione del commercio
ha interessato esclusivamente le donne (da 23.000 a 18.000) che non hanno
beneficiato della crescita nei servizi extra commerciali che ha riguardato solo gli
uomini (da 80.000 a 82.000), così come quella avvenuta nel settore agricolo (da
13.000 a 15.000); la flessione dell’occupazione industriale, invece, ha riguardato
entrambi i sessi ma è stata più rilevante nel caso degli uomini (-6,000) per i quali
oltre al calo prodotto dall’industria in senso stretto (da 59.000 a 56.000) si è
avuta anche una contrazione dell’occupazione edile (da 33.000 a 31.000).
Tab. 4 - OCCUPAZIONE PER SETTORI PRODUTTIVI PER SESSO IN UMBRIA. MEDIA
2008 - SETTEMBRE 2009 E OTTOBRE 2007 - SETTEMBRE 2008
INDUSTRIA
Umbria
AGRICOL
TURA
TOTALE
Incidenza percentuale
SERVIZI
Ind s str. Costruzioni
TOTALE
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
8
10
20,9
93
87
-5,6
59
56
-5,5
33
31
-5,7
113
115
1,4
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
5
5
15,2
28
26
-6,7
26
24
-9,4
2
2
35,6
130
125
-3,8
Media IV Trim 2007-III Trim 2008
Media IV Trim 2008-III Trim 2009
Var. %
13
15
18,8
121
114
-5,8
86
80
-6,7
35
34
-3,8
243
240
-1,4
Serv.
di cui
Agricoltura
Extracomm
Commercio
.
Maschi
80
33
82
33
1,9
0,1
Femmine
107
23
107
18
-0,3
-20,3
Totale
188
56
189
51
0,7
-8,2
OTTOBRE
Serv.
Ind s str. Costruzioni Extracomm Commercio
.
3,8
4,6
0,8
27,8
26,5
-1,3
15,5
14,8
-0,8
37,6
38,6
1,0
15,3
15,5
0,2
2,8
3,4
0,6
16,2
15,3
-1,0
1,0
1,4
0,4
65,8
68,2
2,4
14,1
11,7
-2,4
3,4
4,1
0,7
22,8
21,7
-1,1
9,2
9,1
-0,2
49,8
51,2
1,4
14,8
13,9
-0,9
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT - RCFL.
Le forze di lavoro (393.000) risultano in flessione di 2.000 unità e il tasso di attività
diminuito di un punto (67,9%) risulta ora più vicino alla media del Centro (66,8%,
-1 decimo) che a quella del Nord (69,5%, - 1 decimo )13.
12
13
Nell’occupazione maschile si è avuta una sostituzione di lavoro autonomo (da 67.000 a 63.000)
con lavoro alle dipendenze (da 146.000 a 149.000); in quella femminile, invece, la flessione ha
riguardato principalmente la componente alle dipendenze (da 131.000 a 126.000; quella autonoma da 32.000 a 31.000).
La flessione delle forze di lavoro è presente solo nella componente femminile (da 174.000 a 172.000;
quelle maschili risultano invariate a quota 221.000); solo per le donne, quindi, il tasso di attività
si è ridotto (59,2%, -1,8 punti; per gli uomini è sostanzialmente invariato al 76,7%). Il livello
attuale dell’indicatore maschile risulta in linea con la media del Centro (76,5%) a 1,5 punti da
quella del Nord (78,2%); quello femminile, pur allontanandosi dalla media del Nord (60,5%),
resta sensibilmente più elevato di quella del Centro (57,2%).
80
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
A seguito di tali andamenti il numero delle persone in cerca di lavoro è risalito da
18.000 a 25.000 unità a seguito, principalmente dell’aumento del numero di soggetti in cerca di lavoro con esperienze lavorative pregresse (da 14.000 a 18.000).
Il tasso di disoccupazione è così aumentato di 1,7 punti e al 6,3% risulta ora più
vicino a quello Centro (6,8%, +7 decimi) che a quello del Nord (4,9%, +1,2
punti).
La crescita più rilevante del numero di disoccupati si registra per le donne (da
11.000 a 15.000) che ora rappresentano il 61,2% della disoccupazione regionale. Il
tasso di disoccupazione femminile è così salito dal 6,5% all’8,8% portandosi 2
decimi al di sopra dalla media del Centro (8,6%, +0,2 punti). La disoccupazione
maschile è passata da 7.000 a 10.000 unità e il corrispondente tasso è salito dal
3,2% al 4,3%, un dato che tuttavia supera appena la media del Nord (4,1%, +1,3
punti). Anche i Centri per l’impiego rilevano segnali di crisi a partire dal secondo
semestre del 2008.
Graf. 4 - ASSUNZIONI,
CESSAZIONI E SALDI OCCUPAZIONALI IN
UMBRIA
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati Centri per l’impiego.
Il numero delle assunzioni ha registrato una flessione che è continuata ancor più
marcata nel corso del 2009 (-17,4%). Il confronto delle stesse con le cessazioni
evidenzia che la creazione di posti di lavoro a metà 2008 si è arrestata. In particolare il picco negativo di dicembre, dovuto alla scadenza di contratti a termine,
risulta notevolmente più ampio rispetto a quello del corrispondente mese del 2007;
quello positivo di gennaio, invece, nel 2009 risulta assai più contenuto rispetto a
81
VOR
O
3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
quello del 2008. Trattasi di un chiaro segnale di un numero non indifferente di
contratti a termine che nel 2009 non sono stati rinnovati.
Dal secondo semestre del 2008, è iniziato ad aumentare anche il numero di iscrizioni di soggetti con esperienze lavorative pregresse e nel corso del 2009 l’aumento
medio rispetto al 2008 è prossimo al 30% (in media si hanno 3.000 ingressi a
fronte dei 2.400 del 2008, inclusi i rientri da sospensione).
Graf. 5 - ISCRIZIONI AI
CENTRI PER L’IMPIEGO IN
UMBRIA
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati Centri per l’impiego.
Non va poi dimenticato che le espulsioni dall’occupazione non costituiscono la
principale manifestazione della crisi sul mercato del lavoro che invece è data dal
sensibile incremento del ricorso alla cassa integrazione, che non implicando variazioni dello status occupazionale del lavoratore sfugge al dato complessivo ISTAT
dell’occupazione visto prima.
Gli ammortizzatori sociali, ed in particolare la cassa integrazione, che durante la
fase di crescita economica ed occupazionale hanno avuto un ruolo marginale,
hanno ora assunto un ruolo centrale nelle politiche del lavoro. Già nel 2008 le ore
di cassa integrazione autorizzate sono state del 75% superiori a quelle del 2007
(+64,5% la CIGO e +85,7% la CIGS) e nel 2009, stando ai dati di fonte INPS,
stanno registrando una vera e propria impennata, particolarmente rilevante nei
mesi di settembre ed ottobre.
Nei primi undici mesi del 2009, infatti, il numero di ore autorizzate è stato superiore di oltre quattro volte a quello dell’analogo periodo del 2008. Più in partico82
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
lare, il ricorso alla cassa integrazione ordinaria 14 è aumentato del 363,2%
(5.160.842 ore complessive, ben 4.046.718 ore in più degli undici mesi del 2008)
e quello della straordinaria15 del 240,9% (3.953.930 ore complessive, 2.793.994 in
più del 2008).
L’incidenza media in termini di unità di lavoro standard di questi strumenti è così
salita all’1,8%, 4 volte il valore medio del 200816.
A livello di comparto produttivo, questa forte crescita è da imputare principalmente alla meccanica che da sola conta 1/3 delle ore di CIGO e quasi 3/5 di quelle di
CIGS autorizzate; estremamente rilevanti anche le crescite nell’edilizia, nel metallurgico, nella trasformazione dei minerali, nel vestiario, nel tessile e, relativamente
alla CIGS nel commercio17.
Nel confronto con l’andamento medio del Paese, però, la crescita complessiva del
ricorso ai due ammortizzatori nella nostra regione risulta sensibilmente più contenuta (300,8% a fronte del 324,4% medio del Paese), così come inferiore è l’incidenza dei due strumenti sul totale del monte ore ipoteticamente lavorabili (1,8% a
fronte del 2,4% nazionale).
In particolare nel caso delle ore di CIGO nella nostra regione risulta inferiore alla
media nazionale sia la crescita (+363,2% a fronte di +482,4% a livello nazionale)
sia l’incidenza che le stesse hanno sull’ipotetico monte ore lavorabili (1% a fronte
dell’1,6%); invece, la CIGS registra una crescita superiore a quella media (+240,9%
a fronte di +183,1% medio) ed una incidenza sostanzialmente in linea con la media nazionale (0,8% a fronte dello 0,9% nazionale).
14
15
16
17
Si tratta di un ammortizzatore che opera in caso di contrazione o sospensione dell’attività produttiva
dipendente da situazioni aziendali dovute ad eventi transitori ovvero a situazioni temporanee di
mercato.
Si tratta di un ammortizzatore utilizzato per fronteggiare gravi situazioni di eccedenza occupazionale, che opera in caso di sospensione o riduzione di attività motivate da ristrutturazione, riorganizzazione
o riconversione aziendale, crisi aziendale, procedure concorsuali ed eventi improvvisi ed imprevisti.
Per tale stima si è ipotizzato un monte di 170 ore lavorabili da ogni soggetto e tale numero è stato
moltiplicato per le 270.000 ULA che l’ISTAT stima lavorare in Umbria alle dipendenze (ultimo
dato riferito al 2008).
La forte crescita delle ore di CIGO è da imputare principalmente alla meccanica (+1.693.600 ore);
estremamente rilevanti anche le crescite registrate dall’edilizia (+461.825 incluso l’extra gestione,
ossia l’installazione di impianti per l’edilizia), dalla trasformazione dei minerali (+354.190), dal
vestiario, abbigliamento e arredamento (+338.799) e dal metallurgico (+318.506) che sono anche
i comparti che ne fanno il maggior utilizzo. Di 100 ore di CIGO autorizzate, infatti, 34,2 si hanno
nel settore della meccanica, 22,1 nell’edilizia, 9,1 nel comparto del vestiario e dell’abbigliamento,
7,2 nell’industria di trasformazione, 6,7 nel metallurgico e 4,7 nel chimico, 4,1 nel comparto della
lavorazione del legno e 3,8 nel tessile. Relativamente alla CIGS poco meno della metà della crescita
si deve sempre al comparto della meccanica (+1.336.569) che da solo conta il 58,8% delle ore di
CIGS autorizzate nei primi undici mesi del 2009 (2.326.409 ore). Estremamente rilevante anche la
crescita registrata dal commercio (+312.985) e da vestiario (+224.342 ore) che sono gli altri due
comparti più rappresentati (8,2% e 6,8% del totale delle ore di CIGS).
83
VOR
O
3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
Tab. 5 - ORE DI CIGO E DI CIGS AUTORIZZATE NEI PRIMI 11 MESI DEL 2009 PER
REGIONE E VARIAZIONI ANNUE
Gennaio - Novembre 2009
Totale ore
autorizzate
Piemonte
Valle d'Aosta
Lombardia
Liguria
Trentino Alto Adige
stesso periodo anno precedente
Var. Assoluta
Var%
Ordinaria
Straordinaria
Totale
CIGO
CIGS
Totale
CIGO+CIGS
109.059.934
41.201.734
150.261.668
11.923.180
16.282.180
28.205.360
97.136.754
24.919.554
122.056.308
814,7
153,0
1.529.396
564.703
2.094.099
782.514
328.146
1.110.660
746.882
236.557
983.439
95,4
72,1
88,5
162.988.030
77.238.655
240.226.685
20.898.765
19.092.709
39.991.474
142.089.265
58.145.946
200.235.211
679,9
304,5
500,7
5.393.865
4.706.850
10.100.715
1.915.443
2.359.731
4.275.174
3.478.422
2.347.119
5.825.541
181,6
99,5
136,3
142,4
463,6
178,0
11.998.558
3.837.516
Ordinaria
Straordinaria
Totale
7.682.381
Ordinaria
Straordinaria
Totale
432,7
9.300.858
2.697.700
478.661
4.316.177
5.463.342
2.219.039
Veneto
42.391.902
27.316.121
69.708.023
5.901.674
7.196.818
13.098.492
36.490.228
20.119.303
56.609.531
618,3
279,6
432,2
Friuli Venezia Giulia
10.231.322
5.761.431
15.992.753
1.364.541
2.478.544
3.843.085
8.866.781
3.282.887
12.149.668
649,8
132,5
316,1
Emilia Romagna
39.570.535
15.480.813
55.051.348
4.150.770
3.187.507
7.338.277
35.419.765
12.293.306
47.713.071
853,3
385,7
650,2
20.076.527
10.969.302
7.464.231
16.245.004
23.581.598
424,0
202,0
315,9
Umbria
5.160.842
3.953.930
9.114.772
1.114.124
1.159.936
2.274.060
4.046.718
2.793.994
6.840.712
363,2
240,9
300,8
Marche
11.903.982
8.046.123
19.950.105
2.027.705
3.497.948
5.525.653
9.876.277
4.548.175
14.424.452
487,1
130,0
261,0
Lazio
18.589.537
30.776.660
49.366.197
4.952.781
7.750.018
12.702.799
13.636.756
23.026.642
36.663.398
275,3
297,1
288,6
Abruzzo
21.446.190
10.783.615
32.229.805
2.349.881
2.856.590
5.206.471
19.096.309
7.927.025
27.023.334
812,7
277,5
519,0
2.039.358
660.741
2.700.099
540.669
342.426
883.095
1.498.689
318.315
1.817.004
277,2
93,0
205,8
Toscana
Molise
31.045.829
3.831.523
3.632.708
7.336.594
Campania
23.697.888
18.024.460
41.722.348
6.800.644
13.067.843
19.868.487
16.897.244
4.956.617
21.853.861
248,5
37,9
110,0
Puglia
25.406.191
12.077.989
37.484.180
7.984.472
5.899.534
13.884.006
17.421.719
6.178.455
23.600.174
218,2
104,7
170,0
4.669.306
3.386.481
8.055.787
3.234.530
2.060.493
5.295.023
1.434.776
1.325.988
2.760.764
44,4
64,4
52,1
49,6
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
ITALIA
3.021.441
2.771.402
5.792.843
1.758.950
2.112.706
3.871.656
1.262.491
658.696
1.921.187
71,8
31,2
10.084.618
4.077.987
14.162.605
4.228.677
3.549.361
7.778.038
5.855.941
528.626
6.384.567
138,5
14,9
2.205.473
7.078.285
9.283.758
1.194.365
4.247.844
5.442.209
1.011.108
2.830.441
3.841.549
84,7
66,6
70,6
528.767.195
287.574.982
816.342.177
90.792.724
101.581.703
192.374.427
437.974.471
185.993.279
623.967.750
482,4
183,1
324,4
incidenza CIGO
2009
incidenza CIGS
2008
2009
incidenza CIGO-CIGS
2008
2009
2008
Stima UL CIGO - Media
mensile
2009
Piemonte
4,2
0,5
1,6
0,6
5,8
1,1
58.321
2008
6.376
Stima UL CIGS - Media
mensile
2009
22.033
2008
8.707
82,1
Stima UL CIGO-CIGS Media mensile
2009
80.354
2008
15.083
Valle d'Aosta
2,0
1,0
0,7
0,4
2,8
1,5
818
418
302
175
1.120
594
Lombardia
2,6
0,3
1,2
0,3
3,8
0,6
87.159
11.176
41.304
10.210
128.463
21.386
Liguria
0,6
0,2
0,6
0,3
1,2
0,5
2.884
1.024
2.517
1.262
5.401
2.286
Trentino Alto Adige
1,4
0,6
0,4
0,1
1,8
0,7
4.974
2.052
1.443
256
6.416
2.308
Veneto
1,3
0,2
0,9
0,2
2,2
0,4
22.669
3.156
14.608
3.849
37.277
7.005
Friuli Venezia Giulia
1,3
0,2
0,7
0,3
2,0
0,5
5.471
730
3.081
1.325
8.552
2.055
Emilia Romagna
1,3
0,1
0,5
0,1
1,9
0,2
21.161
2.220
8.279
1.705
29.439
3.924
Toscana
0,9
0,2
0,5
0,2
1,4
0,3
10.736
2.049
5.866
1.943
16.602
3.992
0,2
0,8
0,2
1,8
0,4
2.760
596
2.114
620
4.874
1.216
Marche
1,3
0,2
0,9
0,4
2,1
0,6
6.366
1.084
4.303
1.871
10.669
2.955
Lazio
0,5
0,1
0,9
0,2
1,4
0,4
9.941
2.649
16.458
4.144
26.399
6.793
1.528
17.235
Umbria
Abruzzo
1,0
0,4
4,8
0,8
Molise
1,3
0,4
0,4
0,2
1,8
0,6
1.091
289
353
183
1.444
472
Campania
1,0
0,3
0,7
0,5
1,7
0,8
12.673
3.637
9.639
6.988
22.311
10.625
Puglia
1,4
0,4
0,7
0,3
2,1
0,8
13.586
4.270
6.459
3.155
20.045
7.425
2.832
Basilicata
3,2
1,7
0,4
1,2
1,6
1,3
0,8
3,0
2,0
11.469
2.497
1.257
1.730
5.767
1.811
2.784
1.102
4.308
Calabria
0,3
0,2
0,3
0,2
0,7
0,4
1.616
941
1.482
1.130
3.098
Sicilia
0,5
0,2
0,2
0,2
0,7
0,4
5.393
2.261
2.181
1.898
7.574
4.159
Sardegna
0,3
0,1
0,9
0,5
1,1
0,7
1.179
639
3.785
2.272
4.965
2.910
ITALIA
1,6
0,3
0,9
0,3
2,4
0,6
282.763
48.552
153.783
54.322
436.547
102.874
2.070
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati INPS.
Dalle ore ipoteticamente lavorabili da ogni individuo si ottiene una stima delle
unità di lavoro equivalenti a tempo pieno coinvolte nei due ammortizzatori. Complessivamente mensilmente sono in media 4.874 le unità di lavoro equivalenti coinvolte, ed esattamente 2.114 nella straordinaria e 2.760 nell’ordinaria. Si tratta di
valori che sottostimano il numero di lavoratori mensilmente coinvolti; vi sarebbe
coincidenza solo nell’ipotesi in cui i lavoratori cassintegrati fossero occupati a tempo pieno e nel mese non avessero lavorato neanche un’ora, ipotesi assai restrittiva.
Tra essi netta è la prevalenza di figure operaie (4.842 unità a fronte di 520
impiegatizie) in entrambi gli strumenti. I numeri più rilevanti riguardano i lavoratori del comparto della meccanica (1.194 unità di lavoro equivalenti a tempo pieno
nella CIGS e 771 nella CIGO), l’edilizia (594 complessivamente nella CIGO e 98
nella CIGS), il vestiario-arredamento (228 nella CIGO e 138 nella CIGS), dell’industria di trasformazione (rispettivamente 183 e 95) e relativamente alla CIGS il
commercio (110) e il tessile (100).
84
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
È opportuno ricordare, infine, che i dati relativi alla CIGS sopra esposti includono
anche le ore autorizzate di CIG in deroga. Questo istituto consente di beneficiare di
quest’ammortizzatore ai lavoratori che appartengono ad aziende escluse dalla CIGO
e dalla CIGS (es. imprese artigiane, industriali con meno di 15 dipendenti, del
commercio con meno di 50) o che abbiano esaurito la CIGO o CIGS o che abbiano
in essere contratti di lavoro che non la prevedano (apprendisti, somministrati).
Il numero dei potenziali destinatari è notevole, in particolare nella nostra regione
nella quale il tessuto produttivo è costituito da aziende di medio-piccola dimensione che spesso non possono beneficiare degli strumenti ordinari e le numerose domande pervenute alla Regione lo confermano.
A fine settembre 2009 le richieste di esame congiunto pervenute alla Regione Umbria
erano circa 900 unità, di cui 822 erano già state oggetto di esame congiunto in
Regione, a seguito del quale la Direzione Regionale del Lavoro sta emanando i
decreti di autorizzazione (alla stessa data 760), sulla base dei quali l’INPS, su richiesta dell’impresa, eroga il sostegno al reddito ai lavoratori coinvolti.
Tra esse sono 10 quelle che hanno chiesto la mobilità in deroga per 67 lavoratori.
Relativamente alle aziende che hanno avanzato richiesta di CIG (812), in media la
richiesta è stata fatta per 7,4 lavoratori su un organico medio di 20 unità (37%
organico). Nel complesso il numero dei lavoratori coinvolti supera le 6.000 unità –
il 44,9% dei quali donne – per un massimale di ore prossimo a 6,2 milioni.
Circa i tre quarti delle aziende che hanno sostenuto l’esame congiunto sono artigiane. Il 20% opera nel comparto dell’abbigliamento e circa il 7% nel tessile; estremamente rilevante (18,2%) anche il numero di richieste provenienti dalla metallurgia,
dalla lavorazione dei materiali non metalliferi (8,6%), dalle costruzioni (8%), dalla
lavorazione del legno (7%) e dal commercio (6,8%).
Graf. 6 - LAVORATORI
COINVOLTI NELLE DOMANDE DI
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati propri.
85
CIG IN
DEROGA
VOR
O
3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
Tab. 6 - CARATTERISTICHE
DEI LAVORATORI COINVOLTI NELLE DOMANDE DI
CIG
IN
DEROGA
N.
812
6.019
2.700
818
1.185
602
3.931
31
270
879
181
2.804
317
1.695
143
1.000
1.808
1.640
1.570
2.443
1.277
1.244
746
152
157
DOMANDE DI CIG
LAVORATORI IN CIG
di cui donne
Presenza stranieri
Apprendista
Impiegato
Operaio
Quadro
Socio di coopeativa
Nessun tit/N.D.
Licenza elementare
Licenza media inferiore
Diploma di qualifica
Diploma superiore (4-5 anni)
Laurea/dipl. univ-terziario
<25
25-34
35-44
over 44
CPI Perugia
CPI C. Castello
CPI Foligno
CPI Terni
CPI Orvieto
Comuni esterni alla regione
%
100,0
44,9
13,6
19,7
10,0
65,3
0,5
4,5
14,6
3,0
46,6
5,3
28,2
2,4
16,6
30,0
27,3
26,1
40,6
21,2
20,7
12,4
2,5
2,6
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati propri.
La distribuzione per numero di lavoratori coinvolti – il 14,3% dei quali stranieri –
non differisce in maniera sensibile rispetto a quella delle aziende con solo il metallurgico tra i settori sopra elencati che ha un peso in questo caso significativamente
più elevato (22,3%). Circa i due terzi dei lavoratori coinvolti hanno una qualifica
operaia; la presenza di figure impiegatizie si limita al 10%, mentre gli apprendisti
sono circa il 20%, un’incidenza elevata legata al fatto che tale categoria contrattuale non rientra nel campo di applicazione di CIGO e GIGS. Ciò fa sì che l’età media
dei lavoratori complessivamente coinvolti risulti piuttosto bassa con quasi la metà
che ha meno di 35 anni (i soggetti con meno di 25 anni sono il 16,6%, i 25-34enni
il 30%, i 35-44enni il 27,3% e gli over 44 il restante 26,1%). La prevalenza di
qualifiche operaie implica che la presenza dei laureati risulti estremamente contenuta (2,4%); la metà dei lavoratori ha al massimo la licenza media inferiore, i qualificati sono il 5,3% e i diplomati il 28,2% (del 14,6% dei soggetti non si conosce il
titolo di studio o ne possiede uno non riconosciuto nel nostro Paese). Relativamente
alla dislocazione territoriale dei lavoratori e delle aziende che hanno avanzato la
richiesta, netta è la prevalenza della provincia di Perugia sulla quale sembra concentrarsi maggiormente la crisi. L’88,9% delle domande proviene da aziende con
sede legale nella provincia di Perugia in cui opera l’83% dei lavoratori. Considerando il domicilio l’82,5% dei lavoratori è della provincia di Perugia (il 40,6% nell’area del Centro per l’impiego di Perugia, il 21,2% in quella del CPI di Città di
Castello e il 20,7% in quella del CPI di Foligno) il 14,9% di quella di Terni (il
86
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
12,4% nell’area del Centro per l’impiego di Terni e il 2,5% in quella del CPI di
Orvieto) e il restante 2,6% lavora in aziende umbre ma è domiciliato in comuni
limitrofi alla nostra regione che comunque vengono presi in carico e considerati
come domiciliati nel comune della sede operativa dell’azienda presso cui lavorano.
Sugli ammortizzatori in deroga ampio è il ruolo delle Regioni non soltanto perché
sono loro ad espletare le procedure di esame congiunto delle richieste e, nella maggior parte dei casi, a concedere l’ammortizzatore18.
In attuazione di quanto stabilito dall’accordo Stato-Regioni del 12 febbraio 2009 le
Regioni, infatti da un lato sono chiamate a cofinanziare il sostegno dei lavoratori
che beneficiano degli ammortizzatori in deroga mediante l’utilizzo del Fondo Sociale Europeo; dall’altro simultaneamente devono erogare le politiche attive agli
stessi soggetti19, un compito tutt’altro che semplice tenuto conto della tipologia di
target da raggiungere, di quanto previsto nell’accordo Stato Regioni e nei successivi atti bilaterali (per l’Umbria accordo del 16 aprile 2009) e delle regole del Fondo
Sociale Europeo. Infatti, l’impegno assunto dalle Regioni di finanziare il 30% del
sostegno al reddito con il FSE deve conciliarsi con quanto stabilito nel documento
nazionale presentato dallo stato membro alla Commissione Europea ossia che l’entità del sostegno finanziato dalle Regioni a titolo di indennità di partecipazione non
può superare il valore della politica attiva finanziata con il FSE e tale indennità deve
essere erogata contemporaneamente alla somministrazione della politica attiva.
Su tutta la partita fondamentale è la collaborazione con INPS e la Direzione Regionale del Lavoro, con le Province e con le Parti Sociali. Quest’ultime, secondo il
modello concertativo consono alla nostra regione, nel corso del 2009 hanno siglato
numerosi accordi atti a regolamentare l’erogazione dell’ammortizzatore e di recente hanno avallato il documento di programmazione redatto dal Servizio politiche
attive del lavoro della Regione che delinea le modalità d’intervento. Notevole importanza l’ha rivestita anche lo scambio di buone prassi tra le diverse Regioni avvenute nell’ambito delle numerose riunioni dei gruppi tematici appositamente costituiti presso il Ministero del lavoro e Tecnostruttura.
Nel caso dell’Umbria si è optato per un sistema d’intervento misto pubblico-privato che prevede una divisione dei lavoratori a seconda delle caratteristiche dei periodi di sospensione. I lavoratori definiti “sopra soglia” – ossia con almeno 60 ore di
sospensione mensili ed almeno una settimana di calendario a zero ore – beneficiano
18
19
La maggior parte delle Regioni, infatti, provvede direttamente all’emanazione dell’autorizzazione
alla CIG in deroga, funzione precedentemente svolta dalle Direzioni regionali del Lavoro. Anche
la Regione Umbria al momento dell’intervento finanziario a valere sul Fondo Sociale Europeo
autorizzerà direttamente l’ammortizzatore.
L’accordo prevede che 2/3 delle risorse messe a disposizione per gli ammortizzatori in deroga
siano nazionali e 1/3 regionali. Nel caso dell’Umbria la somma vincolata per tale finalità ammonta a 43,7 milioni di euro.
87
VOR
O
3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
di un credito di politica attiva che obbliga il lavoratore alla frequenza di moduli
formativi e di orientamento capitalizzabili erogati degli enti di formazione accreditati e volti ad accrescere la loro professionalità; per i lavoratori “sotto soglia”, che
non avendo periodi di sospensione tali da permettere la partecipazione ad un’offerta formativa complessa, tale credito si sostanzia nell’offerta di servizi individuali o
collettivi da parte dei Centri per l’impiego che includono oltre all’orientamento
nelle sue diverse forme anche iniziative a carattere formativo di tipo seminariale20.
Nel modello umbro il lavoratore non viene lasciato solo; l’azienda, infatti, è tenuta
ad informarlo sui propri diritti e doveri nei periodi di sospensione e prenota per lui,
a seconda dei casi, un posto in aula o un appuntamento presso il Centro per l’Impiego, per poter ricevere un servizio di politica attiva scelto in base alle esigenze del
lavoratore, dell’impresa stessa e di quanto emerso in sede di accordo sindacale.
L’offerta formativa sarà pianificata a livello territoriale tenuto conto dei comuni in
cui sono allocate le unità produttive interessate dalla CIG e dei settori economici di
appartenenza. Le singole frequenze – insieme alle corrispondenti indennità di partecipazione percepite dai lavoratori, secondo la corrispondenza prefissata nel documento di programmazione – verranno annotate in un “Libretto Individuale dei
Servizi al Lavoro” che consentirà di registrare e capitalizzare, via via nel tempo, sia
i crediti riconosciuti sia gli attestati di frequenza e persino di qualifica.
Tutto ciò sarà sufficiente per evitare il crollo occupazionale?
Si è convinti che, in Umbria come in Italia, in attesa che le politiche economiche di
sviluppo producano i loro effetti, solo se l’intero sistema delle politiche del lavoro, ed
in particolare degli ammortizzatori, sarà in grado di funzionare a dovere si eviterà che
una crisi economica di così ampia portata si trasformi nel dramma sociale di una più
diffusa povertà. Ovviamente tutto dipenderà da quanto durerà la fase recessiva, in
Umbria come nel resto del Paese. Di certo, essa segue una lunga fase espansiva durante la quale però si è assistito ad una progressiva perdita di competitività del sistema, con crescite occupazionali assai rilevanti, raramente accompagnate da altrettante
importanti crescite della produzione. Si teme, pertanto, che difficilmente l’impatto
sull’occupazione della fase recessiva possa essere contenuto e di breve durata così
come è assai improbabile che la ripresa sia subito importante.
Le previsioni sul PIL nazionale nel corso dell’anno sono divenute sempre più preoccupanti abbandonando l’iniziale ed ottimistico -3,5% per orientarsi su un più pessimi-
20
I “sopra soglia” vengono a loro volta distinti in due sotto tipologie:
- lavoratori in sospensione per periodi di breve-media durata, ossia superiori alle 60 ore mensili
con almeno una settimana di calendario consecutiva a 0 ore per i quali si prevedono interventi
di aggiornamento delle competenze mediante una formazione breve;
- lavoratori in sospensione per periodi di più lunga durata, ossia superiori alle 60 ore mensili con
più di 2 settimane di calendario consecutive a 0 ore per i quali si prevede interventi di qualificazione anche ai fini di una riconversione professionale.
88
P. Sereni - V. Contili, Il mercato del lavoro in Umbria nell'anno della crisi
Tab. 7 - SCENARI
PREVISIONALI SULL’OCCUPAZIONE E SULLA DISOCCUPAZIONE A SECONDA
DELLA VARIAZIONE DEL
PIL
E DELL’ ELASTICITÀ OCCUPAZIONE-PRODOTTO
ipotesi 1: elasticità occupazione-prodotto 0,85 a
popolazione e Forze di lavoro costanti
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
370
22754
11766
4736
Var
-10
-595
-308
-124
TO
63,9
57,0
65,1
61,1
Var Disoc.
-1,7
29
-1,5 2.287
-1,7
796
-1,6
441
Var
10
595
308
124
TD
7,2
9,1
6,3
8,5
Var
2,4
2,4
2,4
2,4
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
368
22655
11714
4715
Var
-11
-695
-359
-145
TO
63,6
56,8
64,8
60,8
Var Disoc.
-2,0
30
-1,7 2.387
-2,0
848
-1,9
462
Var
11
695
359
145
TD
7,6
9,5
6,7
8,9
Var
2,8
2,8
2,9
2,8
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
367
22555
11663
4695
Var
-13
-794
-411
-165
TO
63,4
56,5
64,5
60,6
Var Disoc.
-2,2
32
-2,0 2.486
-2,3
899
-2,1
482
Var
13
794
411
165
TD
8,0
9,9
7,2
9,3
Var
3,2
3,2
3,3
3,2
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
365
22456
11612
4674
Var
-15
-893
-462
-186
TO
63,1
56,3
64,2
60,3
Var Disoc.
-2,5
34
-2,2 2.585
-2,6
950
-2,4
503
Var
15
893
462
186
TD
8,4
10,3
7,6
9,7
Var
3,6
3,6
3,7
3,6
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
363
22357
11560
4653
Var
-16
-992
-513
-207
TO
62,8
56,0
64,0
60,0
Var Disoc.
-2,8
35
-2,5 2.684
-2,8 1.002
-2,7
524
Var
16
992
513
207
TD
8,8
10,7
8,0
10,1
Var
4,0
4,0
4,1
4,0
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup. Var
362
-18
22258 -1.092
11509 -564
4633 -227
TO
62,5
55,8
63,7
59,8
Var Disoc. Var
-3,1
37
18
-2,7 2.783 1.092
-3,1 1.053
564
-2,9
544
227
TD
9,2
11,1
8,4
10,5
Var
4,4
4,4
4,5
4,4
ipotesi 1bis: elasticità occupazione-prodotto 0,4 a
popolazione e Forze di lavoro costanti
Occup.
375
23069
11929
4802
Var
-5
-280
-145
-58
TO
64,8
57,8
66,0
61,9
Var Disoc.
-0,8
24
-0,7 1.972
-0,8
633
-0,8
375
Var
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
374
23022
11905
4792
Var
-5
-327
-169
-68
TO
64,7
57,7
65,9
61,8
Var Disoc.
-0,9
24
-0,8 2.019
-0,9
657
-0,9
385
Var
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
374
22976
11880
4782
Var
-6
-374
-193
-78
TO
64,6
57,6
65,7
61,7
Var Disoc.
-1,0
25
-0,9 2.066
-1,1
682
-1,0
395
Var
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
373
22929
11856
4773
Var
-7
-420
-217
-87
TO
64,4
57,4
65,6
61,6
Var Disoc.
-1,2
26
-1,1 2.112
-1,2
706
-1,1
404
Var
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
372
22882
11832
4763
Var
-8
-467
-241
-97
TO
64,3
57,3
65,5
61,4
Var Disoc.
-1,3
27
-1,2 2.159
-1,3
730
-1,3
414
Var
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
Occup.
371
22836
11808
4753
Var
-8
-514
-266
-107
TO
64,2
57,2
65,3
61,3
Var Disoc.
-1,4
27
-1,3 2.206
-1,5
754
-1,4
424
Var
Umbria
ITALIA
NORD
CENTRO
5
280
145
58
5
327
169
68
6
374
193
78
7
420
217
87
8
467
241
97
8
514
266
107
TD
5,9
7,9
5,0
7,2
Var
1,1
1,1
1,2
1,1
TD
6,1
8,1
5,2
7,4
Var
1,3
1,3
1,3
1,3
TD
6,3
8,2
5,4
7,6
Var
1,5
1,5
1,5
1,5
TD
6,5
8,4
5,6
7,8
Var
1,7
1,7
1,7
1,7
TD
6,7
8,6
5,8
8,0
Var
1,9
1,9
1,9
1,9
TD
6,9
8,8
6,0
8,2
Var
2,0
2,1
2,1
2,1
ipotesi 2: elasticità occupazione prodotto 0,85 a
popolazione e Forze di lavoro decrescenti (50% flessione
occupazione)
Pil -3%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
370
-10 64,9
-0,7
24
5
6,0
1,2
22754 -595 57,9
-0,6 1.968
276
8,0
1,2
11766 -308 66,1
-0,7
636
148
5,1
1,2
4736 -124 62,0
-0,7
375
58
7,3
1,2
Pil -3,5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
368
-11 64,8
-0,8
24
5
6,2
1,4
22655 -695 57,8
-0,7 2.014
322
8,2
1,4
11714 -359 66,0
-0,8
661
172
5,3
1,4
4715 -145 61,9
-0,8
385
68
7,5
1,4
Pil -4%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
367
-13 64,7
-0,9
25
6
6,4
1,6
22555 -794 57,7
-0,8 2.060
368
8,4
1,6
11663 -411 65,8
-1,0
685
197
5,6
1,7
4695 -165 61,8
-0,9
394
77
7,7
1,6
Pil -4,5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
365
-15 64,5
-1,1
26
7
6,6
1,8
22456 -893 57,6
-0,9 2.106
414
8,6
1,8
11612 -462 65,7
-1,1
710
222
5,8
1,9
4674 -186 61,7
-1,0
404
87
8,0
1,8
Pil -5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
363
-16 64,4
-1,2
27
8
6,8
2,0
22357 -992 57,5
-1,1 2.152
460
8,8
2,0
11560 -513 65,6
-1,2
735
246
6,0
2,1
4653 -207 61,6
-1,1
414
97
8,2
2,0
Pil -5,5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
362
-18 64,3
-1,3
27
8
7,1
2,2
22258 -1.092 57,3
-1,2 2.198
506
9,0
2,2
11509 -564 65,5
-1,3
759
271
6,2
2,3
4633 -227 61,5
-1,2
423
106
8,4
2,2
ipotesi 2 bis: elasticità occupazione prodotto 0,4 a
popolazione e Forze di lavoro decrescenti (50% flessione
occupazione)
Pil -3%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
375
-5 65,8
0,2
21
2
5,4
0,5
23069 -280 58,7
0,2 1.822
130
7,3
0,6
11929 -145 67,0
0,2
558
70
4,5
0,6
4802
-58 62,9
0,2
344
27
6,7
0,6
Pil -3,5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
374
-5 65,8
0,2
22
3
5,4
0,6
23022 -327 58,7
0,2 1.844
152
7,4
0,7
11905 -169 67,0
0,2
570
81
4,6
0,7
4792
-68 62,9
0,2
349
32
6,8
0,7
Pil -4%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
374
-6 65,9
0,3
22
3
5,5
0,7
22976 -374 58,7
0,2 1.865
173
7,5
0,8
11880 -193 67,1
0,3
581
93
4,7
0,8
4782
-78 63,0
0,3
353
36
6,9
0,8
Pil -4,5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
373
-7 65,9
0,3
22
3
5,6
0,8
22929 -420 58,8
0,3 1.887
195
7,6
0,9
11856 -217 67,1
0,3
593
104
4,8
0,9
4773
-87 63,0
0,3
358
41
7,0
0,8
Pil -5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
372
-8 65,9
0,3
23
4
5,7
0,9
22882 -467 58,8
0,3 1.908
217
7,7
1,0
11832 -241 67,1
0,3
604
116
4,9
1,0
4763
-97 63,0
0,3
362
45
7,1
0,9
Pil -5,5%
Occup. Var
TO
Var Disoc. Var
TD
Var
371
-8 66,0
0,4
23
4
5,8
1,0
22836 -514 58,8
0,3 1.930
238
7,8
1,1
11808 -266 67,2
0,4
616
127
5,0
1,1
4753 -107 63,1
0,4
367
50
7,2
1,0
ipotesi 3: elasticità occupazione prodotto 0,85 a
popolazione e Forze di lavoro crescenti dell'1%
Occup.
370
22754
11766
4736
Var
-10
-595
-308
-124
TO
63,3
56,4
64,4
60,5
Var Disoc.
-2,3
33
-2,1 2.540
-2,4
923
-2,2
493
Var
14
848
435
176
TD
8,1
10,0
7,3
9,4
Var
3,3
3,3
3,4
3,3
Occup.
368
22655
11714
4715
Var
-11
-695
-359
-145
TO
63,0
56,2
64,2
60,2
Var Disoc.
-2,6
34
-2,3 2.639
-2,6
975
-2,5
514
Var
15
948
486
197
TD
8,5
10,4
7,7
9,8
Var
3,7
3,7
3,8
3,7
Occup.
367
22555
11663
4695
Var
-13
-794
-411
-165
TO
62,7
55,9
63,9
60,0
Var Disoc. Var
-2,9
36
17
-2,6 2.739 1.047
-2,9 1.026
537
-2,7
535
218
TD
8,9
10,8
8,1
10,2
Var
4,1
4,1
4,2
4,1
Occup.
365
22456
11612
4674
Var
-15
-893
-462
-186
TO
62,5
55,7
63,6
59,7
Var Disoc. Var
-3,1
38
19
-2,8 2.838 1.146
-3,2 1.077
589
-3,0
555
238
TD
9,3
11,2
8,5
10,6
Var
4,5
4,5
4,6
4,5
Occup.
363
22357
11560
4653
Var
-16
-992
-513
-207
TO
62,2
55,5
63,3
59,4
Var Disoc. Var
-3,4
39
20
-3,0 2.937 1.245
-3,5 1.128
640
-3,3
576
259
TD
9,7
11,6
8,9
11,0
Var
4,9
4,9
5,0
4,9
Occup. Var
362
-18
22258 -1.092
11509 -564
4633 -227
TO
61,9
55,2
63,0
59,2
Var Disoc. Var
-3,7
41
22
-3,3 3.036 1.344
-3,8 1.180
691
-3,5
596
279
TD
10,1
12,0
9,3
11,4
Var
5,3
5,3
5,4
5,3
ipotesi 3bis: elasticità occupazione prodotto 0,4 a
popolazione e Forze di lavoro crescenti dell'1%
Occup.
375
23069
11929
4802
Var
-5
-280
-145
-58
TO
64,2
57,2
65,3
61,3
Var Disoc.
-1,4
28
-1,3 2.225
-1,5
760
-1,4
428
Var
TD
6,9
8,8
6,0
8,2
Var
2,0
2,1
2,1
2,1
Occup.
374
23022
11905
4792
Var
-5
-327
-169
-68
TO
64,0
57,1
65,2
61,2
Var Disoc.
-1,6
28
-1,4 2.272
-1,6
784
-1,5
437
Var
9
580
296
120
TD
7,0
9,0
6,2
8,4
Var
2,2
2,2
2,3
2,2
Occup.
374
22976
11880
4782
Var
-6
-374
-193
-78
TO
63,9
57,0
65,1
61,1
Var Disoc.
-1,7
29
-1,5 2.318
-1,7
809
-1,6
447
Var
10
627
320
130
TD
7,2
9,2
6,4
8,5
Var
2,4
2,4
2,5
2,4
Occup.
373
22929
11856
4773
Var
-7
-420
-217
-87
TO
63,8
56,9
64,9
61,0
Var Disoc.
-1,8
30
-1,6 2.365
-1,9
833
-1,7
457
Var
11
673
344
140
TD
7,4
9,4
6,6
8,7
Var
2,6
2,6
2,7
2,6
Occup.
372
22882
11832
4763
Var
-8
-467
-241
-97
TO
63,6
56,8
64,8
60,8
Var Disoc.
-2,0
31
-1,7 2.412
-2,0
857
-1,9
466
Var
12
720
368
149
TD
7,6
9,5
6,8
8,9
Var
2,8
2,8
2,9
2,8
Occup.
371
22836
11808
4753
Var
-8
-514
-266
-107
TO
63,5
56,6
64,7
60,7
Var Disoc.
-2,1
31
-1,9 2.459
-2,1
881
-2,0
476
Var
12
767
392
159
TD
7,8
9,7
6,9
9,1
Var
3,0
3,0
3,1
3,0
9
533
272
111
Fonte: elaborazioni Regione Umbria - OML su dati ISTAT – RCFL.
stico -5% se non addirittura su valori ancor più negativi. In tali scenari, nota l’elasticità
occupazione-prodotto, negli ultimi anni costantemente prossima ad 1 (in media 0,85
nel nuovo millennio), il numero di posti di lavoro a rischio in Umbria sarebbe superiore alle 15.000 unità; di conseguenza, in assenza di ammortizzatori, il numero dei
soggetti in cerca di lavoro rischierebbe così di risalire ben al di sopra delle 30.000
unità, sia per le numerose uscite dall’occupazione, sia per le aumentate difficoltà nel
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3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
trovare una occupazione da parte dei nuovi ingressi nelle forze di lavoro, siano essi
cittadini autoctoni (giovani usciti dal sistema formativo, donne e uomini in condizione non professionale che si mettono alla ricerca di un lavoro, ecc.) o provenienti da
altre Regioni o altri Paesi.
In altri termini elevato è il rischio di veder in così breve tempo il tasso di occupazione
contrarsi di circa 3 punti ed il tasso di disoccupazione tornare su valori prossimi al
9%. Anche nell’ipotesi che l’elasticità occupazione-prodotto si attesti su un più “tradizionale” 0,4, l’impatto occupazionale di flessioni così importanti del PIL sarebbe
comunque assai rilevante.
Le previsioni sul PIL dei prossimi anni risultano meno negative di quelle relative al
2009, ma è ovvio che anche di fronte ad una fine della fase recessiva, difficilmente vi
potrà essere una immediata e significativa ripresa della crescita dell’occupazione. Di
conseguenza molto tempo occorrerà per tornare sui livelli raggiunti nel 2008 e per
molto tempo ancora gli ammortizzatori sociali continueranno a rivestire un ruolo
chiave nel mercato del lavoro regionale e dell’intero Paese.
Occorre però chiedersi se la pseudo riforma degli ammortizzatori introdotta con la L
2/2009 e la L 33/2009 possa di per sé risultare sufficiente. Va tenuto conto, infatti,
che una quota non trascurabile dell’occupazione creata negli ultimi anni risulta “fragile” in quanto soggetta ad un elevato turnover e priva delle tutele previste per il
lavoro “tipico”21; con l’avvento della crisi essa rischia seriamente di venir meno e
l’elevato numero dei contratti a termine e di collaborazione non rinnovati ed il crescente aumento delle iscrizioni ai Centri per l’impiego da parte di soggetti con esperienze lavorative pregresse ne sono una ampia testimonianza. A tali soggetti, a quelli
già in cerca di lavoro da prima della crisi nonché a chi si affaccia ora per la prima volta
nel mercato del lavoro si rivolgono le “altre” politiche del lavoro regionali, che possono contare sulle risorse residue non vincolate per gli ammortizzatori, ma che hanno il
cruciale obiettivo di aumentarne la spendibilità sul mercato del lavoro; di certo però
esse non possono garantire loro un qualsiasi forma di sostegno al reddito anche in un
momento come questo attualmente vissuto nel quale riuscire a trovare una occupazione è impresa tutt’altro che semplice.
21
Si ricorda a tal proposito che per i lavoratori dipendenti occorre una anzianità aziendale almeno
pari a 90 giornate lavorative per accedere agli ammortizzatori ordinari o in deroga. Inoltre tali
ammortizzatori non sono disponibili per i lavoratori parasubordinati e per alcune tipologie contrattuali a termine (si pensi al lavoro a chiamata).
90
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
Materiali innovativi: riflessioni a margine
dello studio AUR
Quadrimestrale
Agenzia Umbria
Ricerche
Maurizio Cipollone*
3-4/10
Introduzione
Riprendo il filo di un ragionamento che ha preso consistenza a partire dall’indagine
sul campo curata da Sviluppumbria nell’ambito del lavoro di ricerca coordinato
dall’AUR che aveva per tema i materiali innovativi ed il loro sviluppo nel territorio
di Terni (AUR 2009).
L’indagine, condotta tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, su un campione di 36
aziende manifatturiere ci ha permesso una lettura dal “di dentro” della realtà di
quelle imprese volta a cogliere i meccanismi più profondi che presiedono alla formazione del “valore” da queste prodotto e scambiato. Si è trattato di una sorta di
endoscopia in grado di far risaltare particolari, parti di organismi vitali, connessioni, invisibili dall’esterno, che alcuni economisti di scuola tradizionale, nella migliore delle ipotesi, includerebbe nella categoria delle analisi “micro” (non destinate,
quindi, ad avere rilevanza nella determinazione dei trend di fondo), nella peggiore,
liquiderebbe come “sociologia”.
Il filo del ragionamento che prendeva forma da quella “full immersion” si dipanava
intorno ai problemi dell’innovazione e dei concreti processi che la determinano nel
contesto specifico di realtà aziendali molto diverse tra loro per dimensione, livello
di specializzazione, collocazione nella filiera e rapporto con i mercati; le implicazioni che ne scaturivano facevano riferimento a diversi ordini di problemi che a me
sembra utile riproporre e approfondire in questa sede, in sintesi:
- come nasce l’innovazione all’interno di un’impresa? Quali sono i punti di innesco? Quale rilevanza assumono gli utilizzatori intermedi e finali ai quali l’innovazione è destinata? Quale rilevanza assume il contesto territoriale di riferimento all’interno del quale l’impresa opera?
- come si può dare conto (misurare?), realisticamente, del potenziale di innovazione presente in una determinata attività di impresa o in una filiera o, ancora,
nel sistema produttivo di un territorio? Quali sono i parametri che ci aiutano a
*
Funzionario Sviluppumbria.
91
VOR
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3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
leggere quelle dinamiche, quei comportamenti, quelle scelte che fanno intravedere l’avvio o il consolidamento di processi destinati a produrre quelle
discontinuità virtuose che chiamiamo “innovazione”?
- attraverso quali meccanismi tali discontinuità arrivano ad innescare un cambiamento di “sistema”, ossia, mutamenti significativi non confinabili nella realtà
della singola impresa ma destinati ad impattare su pezzi di filiera, su un’intera
filiera, sulla qualità degli assetti produttivi di un territorio, addirittura, sulla sua
identità?
- E dunque: quali sono gli strumenti più idonei a supportare, in termini di politica industriale, quelle discontinuità riconoscibili come potenziali agenti di un
cambiamento di sistema?
A queste ed altre domande tentava di dare qualche risposta l’indagine che prendeva spunto dalla ipotesi (tutta da verificare in sede di ricerca) che l’innovazione
consistente nella messa a punto di nuovi materiali fosse il driver lungo il quale,
un’area territoriale come quella di Terni, si andava a posizionare per cogliere l’opportunità di riprogettare una vocazione antica, agganciando la “rivoluzione” che i
materiali (soprattutto quelli di ultima generazione) sta rendendo possibile a livello
delle prestazioni dei prodotti, del valore d’uso dei beni, dei comportamenti di consumo, dell’emergere di spazi economici del tutto nuovi e di nuovi modelli di business.
L’indagine ci consegnava una rappresentazione della realtà inaspettatamente e piacevolmente complessa e ricca di suggestioni, tale comunque, da rimuovere certe
semplificazioni ed alcuni persistenti luoghi comuni che, ancora oggi, ritroviamo nel
dibattito cittadino: la teoria del declino, la monocultura industriale, la fine della
manifattura, il mito dell’economia “leggera”, … si sentono gli echi di una discussione vecchia che la città affrontò alla fine degli anni ’80, al culmine di un processo
di deindustrializzazione che spinse le classi dirigenti (nazionali e locali) di allora a
lavorare nella direzione di un forte processo di modernizzazione dell’apparato produttivo all’insegna della diversificazione, della innovazione, della ricerca, dell’alta
formazione, etc.
A distanza di 20 anni non si può dire che tutte le mete siano state raggiunte ma,
seppure tra luci ed ombre, non c’è dubbio che la città ha mutato profondamente
alcuni suoi connotati, proprio a partire dalla qualità del suo apparato produttivo,
sarebbe utile, dunque, una discussione che ripartisse dal riconoscimento di ciò che è
cambiato e delle potenzialità di nuovo sviluppo che tali cambiamenti recano con sè.
La difficoltà a cogliere il senso più profondo dei mutamenti in corso, tuttavia, non
è ascrivibile solo ai limiti soggettivi delle classi dirigenti locali, c’è un ritardo più
generale di tipo culturale che testimonia la fatica con la quale le discipline, deputate a studiare ed interpretare i processi economici e le trasformazioni sociali ad essi
connesse, arrivano a definire nuovi paradigmi teorici in grado di accogliere e spiegare la complessità di questo nuovo ciclo che nasce da una rottura radicale con il
modello precedente.
Anche gli strumenti di indagine pagano un prezzo a questo ritardo, scontando il
92
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
limite della semplificazione cui sono stati vocati da una visione del mondo regolata
dal potere solido dei numeri, delle medie, della crescita pianificata, degli standard
replicabili all’infinito che non ammettono varianze.
Per questa ragione, strumenti di rilevazione anche molto sofisticati e collaudati nel
tempo non sono più in grado di fornire una lettura completa della realtà; ciò non
significa che siano inutili ma che andrebbero demitizzati nella loro capacità predittiva
e accompagnati da uno sguardo in grado di penetrare “la parte nascosta della luna”.
In un universo mobile dove la varietà e la variabilità sono elementi costitutivi, il dato
che interessa non è quello che si uniforma ad una media di per se poco significativa
ma quello che se ne discosta, il fenomeno emergente, seppure ancora quantitativamente
non rilevante, o anche, i tanti casi isolati che non fanno massa critica perché non
possono essere aggregati in una classificazione ma, ognuno dei quali, presenta motivi
specifici di interesse. Se dovessimo analizzare la struttura industriale dell’area ternana
sulla base dei dati disponibili attraverso le statistiche ufficiali (import, export, addetti,
fatturati, volumi, investimenti, etc..) il peso della presenza Thyssen sarebbe talmente
preponderante da indurci a ritenere che niente è cambiato rispetto al passato: la
monocultura industriale rimane il dato caratteristico di quest’area. Se, invece, provassimo a destrutturare il dato statistico fino a risalire ai soggetti, alle singole aziende,
prendendo in considerazione quelle che presentano particolari caratteristiche, peculiarità inedite che ci fanno pensare ad esperienze originali e significative, arriveremmo
a scoprire, oltre all’acciaio, una ricchezza di situazioni ed un potenziale di rinnovamento dell’apparato produttivo tale da rendere del tutto obsoleta l’idea di “Terni città
dell’acciaio”. L’esercizio cui dobbiamo sottoporci, dunque, è inverso rispetto a quello
che siamo abituati a compiere: disaggregare invece che aggregare i dati della realtà,
scomporne le diverse parti fino ad individuarne singoli elementi, entrarci dentro,
intercettarne le specialità, e poi, ricomporre evitando la gabbia dei codici Istat, dei
settori, delle categorie dimensionali, degli altri indici quantitativi cui si è soliti ricorrere, sfruttando, invece, le affinità tra sistemi di conoscenza e di competenza, prima
ancora di quelle tra prodotti.
D’altro canto, se non ci si accontenta della fotografia dell’esistente ma si ragiona in
termini di politiche attive di sviluppo, di diversificazione delle filiere, di attrazione
di risorse, dove andiamo a trovare l’aggancio per sostenere un progetto di questo
tipo se non tra quei punti di eccellenza, presenti sul territorio, riconosciuti come
tali a prescindere dalla consistenza dei fatturati o dei volumi che producono ma in
virtù della qualità e originalità del patrimonio di conoscenza di cui sono portatori?
L’indagine Sviluppumbria ci consegna, sotto questo aspetto, spunti di grande interesse; mette in evidenza casi di successo riconosciuti nel mondo ma localmente quasi
ignorati; segnala percorsi fino ad ora poco rappresentati nelle analisi del territorio e
nei documenti di programmazione: il titanio, i materiali compositi, la chimica verde
e, poi, il polo della nautica, il polo dell’acustica, le fibre sintetiche, le energie da fonti
rinnovabili, si tratta di aree di potenziale sviluppo con gradi di maturità diversi, alcune già nella fase del decollo, altre che muovono i primi passi, tutte caratterizzate,
93
VOR
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3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
tuttavia, dall’evidenza del ruolo strategico che la ricerca e l’innovazione (sui materiali
ma non solo) giocano per favorirne la crescita e il consolidamento.
Dunque, è l’innovazione il punto da cui ripartire, vediamo come.
Conoscenza ed innovazione
L’innovazione è un prodotto della conoscenza, è sempre stato così, semmai ciò che è
cambiato nel tempo, anche in modo radicale, sono le modalità di accesso, gestione e
diffusione della conoscenza. Queste diverse modalità esercitano un peso determinante, non solo sulla natura stessa dei sistemi cognitivi ma, anche, su aspetti “pratici” di
estrema rilevanza per il successo dell’innovazione: l’organizzazione e la gestione dei
processi di ricerca e sviluppo, la salvaguardia dei diritti di proprietà, i rapporti con il
mercato degli utilizzatori intermedi e finali, le politiche di sostegno, etc.
Cambia la natura dei sistemi cognitivi perché la varietà e la variabilità dei contesti
ove l’impresa, oggi opera, non può essere ridotta entro lo schema rigido di uno
standard studiato per replicare la medesima soluzione all’infinito.
Per oltre un secolo e mezzo, infatti, l’innovazione ha seguito un percorso lineare
basato sul massimo sfruttamento, nel tempo e nello spazio, di una determinata
soluzione (più a lungo possibile e su aree di mercato le più vaste possibili); il punto
critico per ottenere tale risultato era costituito dalla capacità di riprodurre fedelmente (senza alcuna minima variazione) quella medesima soluzione per milioni e
milioni di volte e a prescindere dalla specificità dei contesti. Tutto ciò non sarebbe
stato possibile senza la disponibilità di forme di conoscenza che rispondessero all’
esigenza della replicabilità e della trasferibilità attraverso un processo di codificazione
rigida, indifferente alle interpretazioni soggettive e applicabile ovunque con i medesimi risultati (Rullani 2008). È la conoscenza incorporata nell’intelligenza artificiale della macchina, programmata per ripetere i medesimi movimenti all’infinito,
il cui investimento iniziale (quello necessario ad elaborare i codici), spalmato su un
numero di ri-usi così elevato, tende ad essere prossimo allo 0 (economie di scala).
L’innovazione – e, poi, la produzione e, poi, il prodotto – che ha origine da questo
tipo di conoscenza è quella che nasce all’interno dei grandi laboratori di ricerca,
grazie al lavoro di numerosi addetti specializzati, alla disponibilità di attrezzature,
impianti di prototipazione, etc. grazie, insomma, ad investimenti dedicati molto consistenti, sia per la ricerca e sviluppo, sia per gli impianti di produzione, sia per il
marketing. La convenienza ad impegnare risorse, talvolta assai ingenti, su innovazioni destinate a produrre effetti di ritorno nel medio – lungo periodo, rimane legata alla
possibilità di sostenere una pianificazione (finanza, produzione e vendite) molto rigida su cicli pluriennali, potendo contare sulla stabilità dei principali fattori che incidono sul successo di un determinato prodotto (le tecnologie, la disponibilità di materie
prime, i prezzi, l’omogeneità della domanda, le risorse umane, etc.). Ma un
dispiegamento di mezzi così imponente è stato ed è possibile solo in presenza di
94
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
imprese molto strutturate, con elevate capacità produttive e fatturati consistenti,
dunque, il fattore dimensionale diventa determinante: solo oltre una certa soglia l’impresa è in grado di sostenere tale sforzo e in maniera prolungata nel tempo. Infine,
nelle condizioni date, l’accesso alle conoscenze che hanno reso possibile una determinata innovazione non può non essere sottoposto ad una controllo assai stretto, atto ad
impedire qualsiasi tentativo di appropriazione e sfruttamento da parte di soggetti
concorrenti, attraverso l’affermazione di diritti proprietari (brevetti) e regimi contrattuali che ne limitino la circolazione. Quest’ultimo punto è particolarmente ricco
di implicazioni perché, da una parte, è esemplificativo di una condizione di controllo
totale dell’impresa su tutta la catena del valore e di un’autosufficienza che rimanda ad
una idea di centralità che sfiora il narcisismo nella pretesa di un mondo costruito a
propria immagine e somiglianza; questa idea di centralità poggia sulla forza di un
universo chiuso, impermeabile ai condizionamenti esterni, senza altro rapporto con
l’ambiente esterno che non sia quello necessario a provvedere all’approvvigionamento delle risorse necessarie ad alimentare il proprio sistema interno. La conoscenza
accumulata è un patrimonio esclusivo dell’azienda, ne diventa un tratto distintivo, la
sua circolazione non deve superare i confini proprietari, anzi, anche all’interno, è
ristretta alle funzioni di comando, d’altro canto, la fase creativa si esaurisce a monte
del processo, alla massa degli addetti non si chiede nessun apporto se non quello di
adattarsi alle procedure previste che devono essere rispettate alla lettera pena
l’invalidazione di tutto il processo. Il rapporto stesso con il mercato è all’insegna di
questa centralità che si traduce in una asimmetria tra domanda e offerta leggibile,
non solo, attraverso il potere di condizionamento del produttore sul cliente utilizzatore
ma, anche, nella distanza che segna i confini tra due entità che rimangono diverse e
rigidamente separate nei rispettivi ruoli; e anche quando l’asimmetria verrà progressivamente annullata, fino a porre il cliente al centro del sistema (politiche di “customer
centre”), non cambierà la natura del rapporto tra domanda e offerta, segnata dalla
distanza che intercorre tra i due poli che danno luogo ad una transazione di tipo
commerciale: produttore e cliente trattano, non possono essere alleati, non finchè la
conoscenza incorporata nel prodotto (oggetto della transazione) rimane imprigionata
nella sua stessa natura che la rende inaccessibile a qualsiasi intervento da parte di
entità esterne. Infatti, l’alleanza tra produttore e cliente utilizzatore che emergerà
come elemento caratterizzante di un nuovo ciclo, prefigura un rapporto di scambio,
una reciproca contaminazione e adattamento che confligge con il fine per il quale
quella conoscenza è stata prodotta, ossia, per essere replicata e non per essere scambiata e adattata.
Dall’altra parte, dunque, proprio questa necessità di presidiare i confini proprietari
della conoscenza e di mantenere le separatezze che garantiscono l’impermeabilità
alle intrusioni esogene, si riveleranno alcuni dei punti più critici, le brecce attraverso le quali si farà strada la consapevolezza della non sostenibilità del modello tradizionale e della ricerca di nuove strade da seguire per raccogliere la sfida del cambiamento.
95
VOR
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3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
Quali sono queste altre strade? Sono quelle che attraversano i grandi spazi aperti
dalla rivoluzione scientifica e tecnologica che sta facendo emergere una nuova forma di conoscenza in grado di incrociare e soddisfare domande nuove indotte dall’entrata in campo di nuovi protagonisti e, per restare al tema del rapporto tra
conoscenza e innovazione, ridisegna i modi e le forme con le quali l’impresa se ne
appropria e la trasforma in innovazione.
E’ la conoscenza che recupera la dimensione soggettiva, che sfrutta l’immaginazione e libera la creatività dell’individuo, che si nutre delle differenze e interpreta il
cambiamento senza avere la pretesa di ingabbiarlo. Una conoscenza “esplorativa”
(Rullani 2009) che non si lascia trattenere nel recinto della “fabbrica”, che si propaga con il contatto e lo scambio, attraversa confini territoriali e barriere legali, che
ottiene i suoi effetti moltiplicativi attraverso l’inclusione e l’allargamento al più
alto numero di soggetti possibile. È il trionfo dell’intelligenza connettiva che si
prende la sua rivincita nei confronti della “monocultura fordista”: laddove ogni
idea e azione è piegata alla logica dell’omologazione, qui, al contrario, è la ricerca
dell’unicità, del sapere distintivo, non clonabile ma ricombinabile con altre esperienze e, quindi, plasmabile, quel tanto che basta per creare nuove traiettorie di
sviluppo.
Come sarebbe stato possibile, altrimenti, dirimere la complessa matassa di fili che
tiene insieme la parcellizzazione dei consumi e le economie di scala, il protagonismo
del cliente e le rigidità del produttore, il profilo sfumato e in continuo divenire del
business e la “pesantezza” dell’organizzazione, la virtualizzazione connessa all’uso
“esperienzale” del prodotto e la sostanza concreta delle caratteristiche fisiche e chimiche di quest’ultimo?
Il processo di “smaterializzatone” della produzione, cui stiamo assistendo in questi
anni, è pienamente percepibile nel ruolo preminente che gioca, per la competitività
del prodotto, il contenuto di “servizio” in esso espresso, ossia, la combinazione tra
le caratteristiche prestazionali e i “significati” ad esse connessi: non vendo un prodotto, vendo un “sistema” e, sempre più spesso, si tratta di un sistema aperto del
quale il cliente diventa partner, ossia, l’esperienza, la conoscenza di cui il cliente è
portatore interagisce con quella dell’impresa contribuendo a modificarne, talvolta
in modo radicale l’evoluzione. Nel sistema prodotto le componenti terziarie (l’insieme
degli elementi che contribuiscono alla personalizzazione del prodotto, a renderlo
unico e difficilmente imitabile) si fanno sempre più autonome dai processi materiali
di trasformazione, alleggerite dalle rigidità tipiche di questi ultimi, possono spaziare
nel mare fluido delle idee, delle intuizioni, della creazione originale che nasce dall’esperienza unica dei soggetti e delle comunità. Soggetti e comunità, posti al di
fuori di qualsiasi possibile controllo gerarchico dell’impresa, sono gli attori - partners
con i quali condividere il processo di valorizzazione di conoscenze distribuite in
maniera diffusa nel territorio, nei sistemi a rete, nei social net – work, nelle comunità scientifiche, etc.; giunta ad esaurimento la fase dell’autosufficienza fordista, il
processo di innovazione si presenta, sempre più, come il risultato delle performance
96
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
di una intelligenza collettiva diffusa che si esprime attraverso le interazioni rese possibili da una fitta rete di relazioni.
Due grandi processi strutturali accompagnano e rendono possibile tale evidenza,
ossia: il processo di destrutturazione delle catene del valore (outsourcing) che rappresenta la risposta dell’impresa alla impossibilità di governo della complessità/
variabilità da parte di un unico centro di comando e la possibilità di accedere con
facilità e a costi irrisori ad una quantità enorme di informazioni, dati, soluzioni,
idee, servizi, senza limiti di spazio e di tempo, grazie all’esistenza dei grandi circuiti
della comunicazione e della logistica che hanno consentito una propagazione della
conoscenza impossibile fino a pochi anni prima e, per questo verso, la presenza di
un potenziale di valorizzazione della conoscenza stessa centuplicata dalla infinita
possibilità di ri-usi che da essa ne possono derivare.
Smaterializzazione, outsourcing, reti globali di conoscenza, rappresentano i fenomeni emergenti che delineano il nuovo scenario dove anche la riflessione sul modello italiano, felicemente definito dell’ “innovazione senza ricerca”, acquista un diverso
significato.
Nei termini di tale definizione, dove ritroviamo anche la quasi totalità delle imprese umbre, più che dare risalto al dato negativo dell’assenza di attività di ricerca
presso le imprese italiane, che rimane comunque un limite serio, mi interessa
evidenziare e volgere in positivo l’altro elemento che sta ad indicare che altri percorsi verso l’innovazione sono possibili, al di fuori di quelli che ci si ostina a ritenere
esclusivi nello schema classico: ricerca di base – ricerca applicata e sviluppo – industrializzazione, a cura dei grandi enti pubblici di ricerca, delle grandi università, dei
grandi gruppi industriali; le piccole e medie entità non hanno titolo all’interno
dello schema se non al momento in cui acquistano un nuovo brevetto o una nuova
macchina dove è incorporata un pezzo di innovazione di processo.
L’esperienza italiana ci dice che non è così: ce lo sta ad indicare, indirettamente, la
dicotomia riscontrabile tra la posizione di debolezza dell’industria italiana nelle
statistiche ufficiali riguardanti le spese in ricerca e sviluppo e il presidio, da parte di
numerose PMI, di aree tecnologiche, nicchie di eccellenza a livello internazionale,
che danno conto di un’alta capacità di innovazione; più direttamente, ce lo spiegano i numerosi casi studiati di PMI di successo grazie ad una forte capacità di innovazione, a fronte di una incidenza di spese in R&S, da parte di quest’ultime, davvero irrisoria. Sia chiaro, “l’innovazione senza ricerca” copre una gamma amplissima di
situazioni, molte delle quali sono, effettivamente, testimonianza di uno stato di
debolezza: tutte quelle situazioni nelle quali l’innovazione è il risultato del mero
trasferimento di conoscenze codificate attraverso l’acquisto di brevetti o macchine
o, al contrario, quelle situazioni nelle quali l’innovazione è il risultato di forme di
conoscenza esclusivamente di tipo esperenziale, basate, cioè, su un “saper fare”
molto pratico che si trasmette per contatto diretto e quotidiano nell’ambito di un
contesto limitato quale può essere quello di un reparto di produzione o di un sistema manifatturiero circoscritto territorialmente. In tutti quei casi, cioè, dove è evi97
VOR
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3-4/10 • ECONOMIA, SOCIETÀ E LA
LAV
ORO
dente il ruolo passivo e subordinato dell’imprenditore e del proprio sistema di conoscenze nei confronti di impulsi esterni (quelli provenienti da un committente, da
un fornitore, da un cliente, etc.) sui quali si vanno a ritarare, procedendo per
aggiustamenti graduali, prodotti e competenze.
Tuttavia, l’“innovazione senza ricerca” non è solo questo, si va infatti consolidando
una diversa scuola di pensiero che, a partire dagli ormai numerosi studi empirici, è
in grado di riconoscere nei comportamenti di tante aziende manifatturiere di piccola e media dimensione gli elementi di un percorso davvero originale. Tra gli altri ci
sembra utile prendere a riferimento il contributo di A. Bonaccorsi che analizza con
grande lucidità i particolari percorsi cognitivi dai quali hanno origine innovazioni,
anche di grande impatto, al di fuori del modello tradizionale (Bonaccorsi 2008,
2005); di particolare interesse risulta la classificazione degli elementi significativi
che caratterizzano tali percorsi: “a) estensione delle funzioni, b) integrazione tra innovazione di prodotto e di processo, c) ricerca e sviluppo opportunistica,” elementi che, per
quello che ci riguarda, hanno trovato un concreto riscontro in diversi casi da noi
presi in esame nel corso dell’indagine Sviluppumbria.
Mi soffermo, in particolare, sul primo perché è quello che, meglio degli altri,
riconduce ai processi di “smaterializzazione” della produzione sopra accennati e alle
forme di conoscenza ad essi connessi. Bonaccorsi sostiene che
il modello di innovazione adottato dalle medie imprese sia basato sulla capacità di presidiare e
dominare intere regioni funzionali, sia di tipo tecnico che non tecnico, e di perseguire strategie di
espansione delle funzioni in varie direzioni (Bonaccorsi 2008);
naturalmente, quando si parla di funzioni ci si riferisce ad una serie di prestazioni
connesse con l’uso di un determinato prodotto, la natura delle quali può essere sia
materiale che simbolica e il presidio di un’area funzionale implica la capacità di
produrre innovazioni che vanno ad incidere significativamente, non solo nelle performance tecniche dei prodotti ma, anche, negli stili di vita e di consumo di intere
comunità.
Le strategie di “espansione delle funzioni” perseguite da tante PMI aprono un campo
assai vasto di sperimentazione creativa perché, a partire dalle competenze distintive
maturate nel presidio di una determinata funzione, è possibile spingere sia in direzione di una traslazione della funzione stessa in altri campi più o meno limitrofi, sia
in direzione di una integrazione della medesima funzione con altre affini in un
sistema più grande, sia in direzione di una combinazione tra una innovazione funzionale e nuovi significati associati alla funzione (Bonaccorsi 2008).
Qualche caso concreto incontrato nella nostra indagine può aiutare a comprendere
meglio il senso di queste nostre considerazioni. Il caso di Boxylab, piccola impresa
leader nel settore dell’acustica: area funzionale presidiata è quella della
fonoimpedenza e del trattamento e controllo dei suoni; la competenza nel campo
viene assunta con l’esperienza maturata nell’insonorizzazione degli impianti industriali per il trattamento del petrolio; il processo di innovazione spinge verso un
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
affinamento della competenza tale da consentirne l’applicazione in un campo completamente diverso quale è quello dell’alta fedeltà, qui l’innovazione è a tutto campo, riguarda infatti i materiali, le tecnologie di testaggio degli ambienti, ma riguarda soprattutto l’organizzazione e la gestione del processo: il prodotto Boxylab si
presenta, infatti, sotto forma di una piattaforma tecnologica aperta dentro la quale
il cliente – utilizzatore può entrare e apportare tutte le modifiche che vuole anche
inventando nuove soluzioni (tecnologiche, di design, ). Vedremo, meglio, nei paragrafi successivi le implicazioni radicali di un approccio di questo tipo, qui è sufficiente rimarcare come l’implementazione verticale della funzione innesca un circuito
virtuoso nel quale la tensione creativa volta all’innovazione è uno stato permanente
che pervade non solo le strutture organizzative interne all’azienda ma l’intera rete
dei rapporti che ruotano intorno all’area funzionale da essa presidiata. Nel frattempo, Boxylab ha già stretto accordi di partenership con il leader mondiale nella produzione dei pannelli in cartongesso e si appresta ad entrare nel mercato dell’edilizia
residenziale ed industriale: il circuito virtuoso continua e progetta la creazione di
un polo dell’acustica che segnerebbe il passaggio dalla specializzazione verticale
della funzione, alla integrazione di sistema e a qualcosa di più. Infatti, il polo dell’acustica rappresenta, nello stesso tempo, l’integrazione dell’area funzionale
“fonoimpedenza e trattamento/controllo dei suoni” con altre aree funzionali connesse con la produzione della musica e degli strumenti musicali e il salto in direzione di un riposizionamento dei “significati” connessi con le aree funzionali, nel momento in cui il “polo” viene concepito, non tanto come realtà produttiva ma, soprattutto, come una operazione “culturale” di promozione e propagazione sul territorio dell’insieme delle conoscenze che ruotano attorno al mondo dei suoni e dell’acustica.
Potremmo citare altri casi dello stesso tipo di Boxylab incontrati nel corso dell’indagine : dai tessuti tecnici di CMD, alla tecnologia del freddo di Angelantoni, ai telai
per bici da corsa in titanio di Paduano, etc. ma aggiungerebbero poco alla comprensione del modello, nel quale gli altri 2 elementi caratterizzanti [ b) integrazione tra
innovazione di prodotto e di processo e c) ricerca e sviluppo opportunistica], sono quasi una
conseguenza del primo, infatti, l’innovazione di processo è parte integrante del
progetto complessivo di rifunzionalizzazione del prodotto e all’attività tradizionale
di ricerca e sviluppo (intesa nel senso della sperimentazione in laboratorio) si ricorre
solo per la soluzione di problemi specifici e circoscritti laddove emergano dal progetto complessivo.
In tutti questi casi e in altri ancora, che non abbiamo avuto modo di citare, sono
riconoscibili almeno due elementi strutturali intrinseci ai processi di innovazione
generati:
a) l’innovazione è sempre il risultato del modo originale con cui l’imprenditore
riesce a combinare conoscenze codificate (informazioni scientifiche, dati, soluzioni brevettate, etc.) e conoscenze informali, non strutturate, connesse con le
vocazioni del contesto entro il quale l’impresa opera. L’accesso alle prime è pos99
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sibile solo attraverso la partecipazione a sistemi globali di produzione di conoscenza, le seconde traggono alimento dal patrimonio originale di conoscenze
che un dato contesto territoriale è in grado di trasmettere all’impresa attraverso
il suo radicamento. L’innovazione basata sulla sola conoscenza codificata procurerebbe un vantaggio competitivo effimero perché facilmente annullabile dalla
medesima possibilità di accesso alla stessa da parte di altre imprese; l’innovazione basata sulla sola conoscenza informale, privata della forza che solo la conoscenza scientifica codificata è in grado di conferire, si ridurrebbe a mera innovazione incrementale; combinate insieme ne risulta, invece, una miscela originale
di scienza filtrata attraverso il sedimento della sapienza pratica localizzata in
grado di produrre quelle discontinuità difficilmente colmabili, poiché basate su
elementi di unicità non replicabili, che permettono all’impresa di consolidare il
presidio di un’area funzionale;
b) da quanto sopra, si evince che l’estensione, la qualità, l’efficienza della rete
relazionale nella quale l’impresa è inserita, è uno dei principali fattori che
determina le condizioni che permettono l’innesco di un processo di innovazione e ne influenzano considerevolmente il percorso. Diventa, quindi, fondamentale per l’impresa acquisire la capacità di muoversi con flessibilità e lungimiranza entro due diversi spazi relazionali (Poma 2003): il primo, quello che
la mette in contatto con la dimensione globale dove può intercettare flussi di
conoscenza generati da centri di eccellenza ed esperienze di frontiera disseminate nello spazio e nel tempo; il secondo, quello che la tiene ancorata ad un
patrimonio di saperi originale e circoscritto, trasmissibile solo per osmosi con
un contesto unico del quale diventa espressione. Di volta in volta l’impresa
decide il giusto mix di movimento tra i due spazi necessario per cogliere le
opportunità che ad essa si presentano.
Le reti, dunque, sono il laboratorio naturale dentro il quale l’innovazione prende
forma, si fa progetto, indotta da salti cognitivi anche notevoli, facilmente risolvibili,
però, quando sono concepiti all’interno di una visione di sistema che guarda alle
connessioni possibili, pronta ad esplorare nuove combinazioni seguendo le ramificazioni che il mercato, la tecnologia, l’esperienza, talvolta, lo spunto occasionale, aprono di fronte all’impresa. Difficilmente, in un contesto di questo tipo,
troverete, all’interno delle aziende, aree organizzative specializzate per la ricerca
e sviluppo, personale specificatamente ed esclusivamente ad essa dedicato, laboratori e impianti per la prototipazione, ovvero, una pianificazione di lungo periodo, sostenuta da budget significativi, in grado di programmare lo sviluppo,
l’industrializzazione, l’introduzione sul mercato, di un nuovo prodotto. Più facilmente, troverete un collettivo naturalmente orientato alla ricerca e alla
sperimentazione di nuove soluzioni, una grande circolazione di idee e una forte
capacità progettuale, una naturale predisposizione all’apprendimento sfruttando
al massimo lo scambio e la contaminazione con altri sistemi cognitivi, attraverso
la gestione efficace di una molteplicità di canali di comunicazione.
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
Il modello dell’innovazione senza ricerca, dunque, può fare a meno della ricerca?
Non è così, anzi, è necessario che lo sforzo delle imprese sia notevolmente incrementato in questa direzione, qui si vuole solo sostenere che tale sforzo assume i
modi e le forme particolari che la particolarità del modello richiede, assegnando
alla ricerca e sviluppo “un ruolo di servizio, di facilitazione di processi di innovazione che traggono origine non tanto da discontinuità tecnologiche, quanto da
ricombinazioni creative che integrano prodotti e servizi e massimizzano il valore
delle unicità” (Bonaccorsi 2005), imponendo, quindi, alle strutture deputate a
svolgere tale ruolo una diversa capacità di aderire al tipo di domanda proveniente
da queste imprese e ai tempi e ai modi del suo manifestarsi.
Innovazione e mercato
La strategia di espansione delle funzioni del prodotto perseguita da tante aziende
italiane ed umbre comporta modifiche radicali anche nel modo di rapportarsi con
il cliente-utilizzatore; l’esasperazione delle prestazioni in rapporto con la funzionalità tecnica e il valore esperenziale del prodotto percepita dall’utilizzatore, comporta una segmentazione sempre più spinta del mercato, fino alla individuazione
di target estremamente ristretti (personalizzazione del prodotto), e induce il produttore a mettere in atto politiche relazionali molto strette e mirate a stabilire
un’interazione continua e in tempo reale con ogni utilizzatore dei propri prodotti. Non si tratta, semplicemente, di un’esasperazione delle tradizionali politiche
di fidelizzazione del cliente o di sensibilizzazione al marchio finalizzate a sostenere le vendite ma c’è qualcosa di più e di radicalmente diverso. Si assiste ad un vero
e proprio ribaltamento di prospettiva nel modo con il quale produttore e
utilizzatore intendono l’esercizio del proprio ruolo. D’altro canto la
destrutturazione delle catene del valore e la de-gerarchizzazione dell’organizzazione del business che ne consegue, stanno facendo emergere nuovi modelli di
produzione che tendono a distribuire responsabilità, rischi e benefici su una platea ampia di partners, in una dimensione, talvolta planetaria, posti in una posizione tendenzialmente paritaria. Si da luogo ad una fitta collaborazione tra entità
diverse autonomamente organizzate che può, in certi casi, coinvolgere un numero considerevole di soggetti, attivi su tutte le funzioni, anche quelle normalmente considerate parte integrante della struttura interna nell’azienda tradizionale.
Tra questi soggetti partners che collaborano attivamente alla creazione di valore
sono compresi anche i clienti: il cliente-utilizzatore cessa di essere solo il destinatario
di un prodotto/servizio, corpo estraneo al processo di produzione del valore, entità separata cui è demandata un’unica autonoma possibilità di scelta rispetto ad
un’ offerta che si presenta a lui come definita e immodificabile: compro o non
compro (Fabris - Rullani 2007).
Il caso Boxylab, cui si accennava nel paragrafo precedente, ci fornisce un chiaro
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esempio del nuovo modello che si va delineando: il prodotto è una piattaforma
tecnologica aperta che può essere oggetto di rielaborazione da parte del cliente;
Il ruolo del cliente è attivo al punto da determinare con il suo intervento la
sostanza stessa del prodotto (forma, prestazioni, significati), il cliente entra nel
prodotto, lo adatta alle proprie specifiche esigenze, in alcuni casi lo reinventa
sviluppando nuove funzioni non previste.
È significativo il nuovo termine coniato per descrivere un fenomeno emergente
che tocca una parte importante dell’economia nel mondo, “Prosumer”, che non è
altro se non la sintesi di due termini: producer e consumer, ossia produttore e consumatore, il consumatore che diventa anche produttore del bene che consuma.
Il fenomeno “Prosumer” nasce e si diffonde grazie alla rivoluzione introdotta dal
movimento dell’Open source nel settore della produzione di software; come si sa,
con il termine Open source si definisce la produzione di software libero, non sottoposto cioè ad alcun vincolo proprietario e non commerciabile e quidi accessibile
gratuitamente. I prodotti Open source sono inventati, sviluppati, diffusi, attraverso comunity composte da migliaia di specialisti disseminati nel mondo (già nel
2001 se ne contavano 100.000, impegnati in 12.000 progetti, per oltre 1.000
megabyte di codice) che si dedicano, senza percepire alcun tipo di compenso
monetario, a questa attività. L’impatto sul mercato è stato dirompente, colossi
come IBM, Oracle, Microsoft, SAP hanno dovuto fare i conti con questa sfida e,
come nel caso dell’IBM, modificare radicalmente il proprio modello di business,
per non essere travolte da questa nuova realtà. Attualmente i prodotti Open source
dominano il mercato dei sistemi operativi applicati ad internet (Linux e Apache
sono tra questi), sono penetrati con successo negli applicativi che le imprese utilizzano per gestire il loro business e cominciano ad entrare negli sviluppi più
sofisticati di questi (CRM, ERP, etc.) che rappresentano il “core” business delle
grandi softerwarehouse.
Dal nostro punto di vista il fenomeno è rilevante perché chiaramente esplicativo
di due approcci alternativi allo stesso mercato che implicano due differenti percorsi nell’ attivazione e gestione dei processi di innovazione che ritroviamo, con le
dovute varianti, in altri settori di produzione di beni anche di largo consumo.
Proviamo a sintetizzare questi differenti percorsi schematizzando al massimo (con
tutti i rischi che ne conseguono quando si tenta di semplificare processi estremamente complessi) e partendo dall’analisi dei differenti comportamenti riferita alle
3 fasi classiche che caratterizzano il processo di innovazione, ossia:
a) Invenzione;
b) Innovazione;
c) Diffusione.
Analizziamo le differenze rispetto alle due diverse modalità di approccio al mercato che chiameremo:
1) Modello proprietario;
2) Modello Open source (Bonaccorsi - Rossi 2002).
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
Schema 1
Fasi
Invenzione
(nuovo codice sorgente)
Innovazione
(sviluppo nuovi modelli)
Diffusione
(commercializzazione)
Modello proprietario
Pochi specialisti concentrati e
organizzati in strutture
dedicate vincolati alla
riservatezza da precise clausole
contrattuali, retribuiti e posti
sotto rigida sorveglianza
Attività dei programmatori
pianificata e coordinata
centralmente nello sviluppo di
nuovi programmi sottoposti
immediatamente a vincolo
proprietario attraverso licenze
Imposizione di un standard
tecnologico dominante
attraverso il quale vincolare
l’acquisto e rendimenti
crescenti nel processo di
diffusione
Open source
Comunità di migliaia di
appassionati nel mondo
inventano nuove soluzioni e
le rendono accessibili
gratuitamente
Comunità di migliaia di
appassionati nel mondo
accedono ai nuovi codici
sorgente e sviluppano nuovi
programmi in assenza di
qualsiasi coordinamento
gerarchico e di vincolo a
carattere proprietario sul
prodotto che ne deriva
Attraverso la creazione di
nuove esternalità di network
e il rafforzamento e
l’estensione di
comportamenti altamente
cooperativi all’interno della
rete di relazioni che fa capo
al movimento
Nel primo caso lo schema è quello classico dell’impresa che mette a punto il nuovo
prodotto nel segreto dei propri laboratori, lo blinda con un titolo proprietario affinché nessun’altro se ne appropri e lo impone al mercato attraverso forti investimenti
in marketing. L’impresa cioè sfrutta il potere di esclusività che le assegna lo status
di standard tecnologico dominante in base al quale diventa per il cliente difficile
scegliere soluzioni alternative a causa della bassa compatibilità che sistemi concorrenti presentano. Il business fa leva sul valore incorporato nel codice sorgente (che
per questo è posto sotto rigida tutela) il quale consente la messa a punto di nuovi
prodotti da vendere sul mercato.
Nel secondo caso, invece, non c’è una impresa intesa nel senso tradizionale ma una
molteplicità di soggetti i quali, spinti da motivazioni non legate al profitto (passione, gioco, reputazione, sfida, gratificazione intellettuale, appartenenza alla comunità, etc.) ed essendo, contemporaneamente, specialisti (talvolta in forma amatoriale)
e consumatori, lavorano insieme ad uno o più progetti, coordinandosi in network
attraverso la rete internet. Il presupposto “ideologico” che muove queste comunità
è quello che ritiene la conoscenza un bene primario che deve essere accessibile a
tutti e non può essere, quindi, sottoposto al vincolo della proprietà. Il codice sorgente dunque che nel modello proprietario è l’elemento chiave del business (la
fonte del profitto) e quindi inaccessibile, qui è reso libero e accessibile a tutti. Nel
primo caso la valorizzazione del codice sorgente attraverso lo sviluppo di nuovi
prodotti software avviene in modo pianificato e tale da prolungare il ciclo di vita
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del nuovo prodotto fino a che l’azienda non ritiene conveniente sostituirlo; nel
secondo caso, si assiste all’ esplosione degli sviluppi in una miriade di nuovi progetti e di nuovi prodotti che hanno la forza di imporsi al di la degli standard tecnologici dominanti grazie alle esternalità di network che consentono di superare la
soglia minima oltre la quale si innesca il circuito virtuoso: incremento degli utilizzatori
– incremento dell’offerta e dei complementari – incremento degli utilizzatori.
Si apre, così, e cresce velocemente un nuovo mercato che ubbidisce a nuove regole
e costringe i grandi players del settore a ridefinire il proprio modello di business. È
il caso di IBM che già alla fine degli anni ’90 decide di abbandonare il modello
proprietario, rendere accessibili i propri codici sorgente e adottare il software libero
(prima il sistema operativo “Apache” e poi “Linux”) stringendo accordi con quelle
comunità. L’esempio verrà seguito, seppure parzialmente, da Apple e da Sun ma,
ciò che più conta, è il fatto che si va affermando un nuovo ecosistema costituito da
una miriade di piccole e medie imprese di nuova generazione che adottano un
modello ibrido che vede l’adozione di sistemi “open source” per quanto concerne le
soluzioni da offrire gratuitamente o a basso costo all’utente e generano il proprio
fatturato attraverso l’assistenza, la formazione, la consulenza necessaria per
personalizzare il software, ed altri servizi.
Questo sintetico e approssimativo richiamo all’Open source ci è utile per marcare un
passaggio di fase fondamentale, un prima e un dopo che cambia radicalmente il
rapporto tra processi di innovazione e mercato; un prima che vede l’utente completamente subordinato ed impotente di fronte allo strapotere del produttore,
intrappolato nella cella tecnologica inventata per lui, senza alcuna possibilità di
agire al di fuori degli standard predisposti; un dopo che fa dell’innovazione un processo aperto, partecipato da una platea ampia di soggetti, dove si assiste alla moltiplicazione esponenziale dei ri-usi della conoscenza iniziale (codice sorgente) alla
ricerca di nuove funzioni che coinvolge anche l’utente, il quale, liberato dalle gabbie del modello proprietario, può mettere la propria creatività e competenza al
servizio del processo di innovazione.
Questo dopo non si ferma al settore della produzione di software per sistemi operativi web o per applicativi di tipo gestionale. Ben presto, infatti, si diffonde nel
campo dell’elettronica di grande consumo, nei settori strettamente legati alle tecnologie della comunicazione come la produzione musicale o l’editoria, fino a contaminare i settori guida dell’economia come l’automotive, il farmaceutico, l’aerospazio,
le biotecnologie, la moda, etc. Ovviamente con modalità, gradi di apertura, tipologia
di soggetti coinvolti, diversi che vanno dai market place dell’innovazione (siti internet
specializzati che mettono in contatto acquirenti e rivenditori di innovazioni: da
Ebay a InnoCentive, NineSigma, InnovationXchange, Eureka Medical, etc.), alle
piattaforme collaborative aperte (partnerscip B to B basate sulla messa a disposizione dei propri servizi software e database tramite un’ interfaccia in grado di
compatibilizzare applicazioni diverse), alle comunity dedicate allo sviluppo di innovazioni formate da reti proprietarie di fornitori, sub-fornitori, partners di diverso
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
tipo, ai net work della scienza che organizzano in rete la collaborazione tra laboratori di ricerca (progetto Open WetWare, blog come Bioethics, CancerDynamics,
NodalPoint, etc.), fino ai processi di co-creazione e co-produzione di nuovi prodotti e nuove aree funzionali che vedono protagonisti i consumatori autonomamente
organizzati (Tapscott - Williams 2007).
Esempi come quelli dell’IPod della Apple, della BMW, della Lego, della Sony, etc.
sono illuminanti, addirittura il caso dell’IPod può definirsi da manuale per come
rende esplicita la contraddizione tra modello proprietario e libera forza creatrice del
cliente utilizzatore. L’IPod nasce, infatti, come dispositivo per la riproduzione della
musica seguendo il percorso classico della R&S tutta interna alla Apple, vincolato alla
massima segretezza, con un software chiuso e inaccessibile dall’esterno. Non solo, ma
Apple si presenta sul mercato in partnership con ITunes come erogatore di musica
digitale in una forma tale che per l’utente non è possibile scaricare la musica da altre
fonti che non siano ITunes ed in un numero limitato di copie. In realtà accade, invece,
che i clienti-utilizzatori più evoluti di IPod si rendono ben presto conto delle enormi
potenzialità di cui è dotato il prodotto e, forzando i dispositivi di ingresso alla lettura
del software, cominciano a trasformarlo in un computer tascabile multiuso dotato
delle più diverse funzionalità, dunque, in un prodotto completamente nuovo. Nel
giro di poco tempo nasce e cresce una comunity di utilizzatori di Ipod fatta di migliaia
di aderenti in tutto il mondo che si scambia dati, informazioni, idee, utili ad inventare
centinaia di nuove soluzioni (Podzilla, una versione semplificata di Linux, è una di
queste). Apple può, a questo punto, provare a difendere i suoi diritti proprietari sguinzagliando centinaia di avocati e intentando migliaia di cause ad altrettanti clientiinnovatori, oppure, cogliere l’opportunità che gli viene offerta di sfruttare la creatività di questi ultimi a costo zero per aprire nuovi mercati; nel primo caso si otterrebbe,
probabilmente, una salvaguardia dei propri interessi nel breve periodo (a costi comunque molto alti) ma in controtendenza rispetto ad un’ evoluzione del mercato che
appare segnata, nel secondo caso, si andrebbe verso una radicale ridefinizione del
business con un aumento del rischio nel breve periodo ma predisponendosi al presidio
di medio-lungo periodo del mercato.
Il dilemma di Apple è stato rapidamente risolto da Lego (sezione giocattoli) che,
invece, ha inserito il diritto alla manipolazione all’interno della licenza del software
incoraggiando i clienti a scatenare la loro creatività. Un caso ancora diverso è quello
di BMW che, oltre alla tradizionale R&S condotta al proprio interno con grandi
strutture e migliaia di addetti, ha pensato bene di attingere alla competenza ed esperienza dei propri clienti per ridisegnare l’architettura telematica dei nuovi modelli
mettendo a disposizione, su un apposito sito internet, un kit per la progettazione
digitale utilizzato da migliaia di persone in stretta collaborazione con gli ingegneri
della casa automobilistica. Simile a BMW ma con qualche variazione il caso Procter &
Gramble che, spinta dall’ enormità dei costi necessari a mantenere strutture interne
di R&S sempre più pesanti, ha deciso di diversificare le modalità di sviluppo delle
proprie innovazioni rivolgendosi alla enorme schiera di specialisti organizzati in una
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miriade di comunità virtuali nate per raccogliere sfide scientifiche in attesa di soluzione. Una delle più conosciute, tra queste comunità, è quella che ha dato vita al sito
internet “InnoCentive” alla quale aderiscono 90.000 “scienziati” ma si calcola che
sono almeno 2 milioni nel mondo gli specialisti che operano all’interno di comunità di
questo tipo. Oggi, P&G, sviluppa il 35% delle proprie innovazioni attraverso il sistema, denominato “Connect end Develop” (“entra in contatto e sviluppa”), da essa
stessa creato al fine di facilitare la connessione tra le proprie strutture interne e questo
enorme bacino di talenti (Tapscott, Williams 2007).
Ovviamente per un grande gruppo industriale, strutturato secondo una logica di
autosufficienza operativamente contenuta entro rigidi confini proprietari, questo
aprirsi e immergersi nel caos organizzato della rete, comporta problemi di
adeguamento di non poco conto, sia dal punto di vista “culturale” che da quello più
strettamente pratico, pensiamo solo ai problemi che ruotano intorno alla proprietà
intellettuale che questo diverso approccio scatena.
Diversa è, invece, la situazione per le PMI, soprattutto quelle di più recente generazione, che hanno già nel proprio DNA l’attitudine a ricercare fuori dai propri
confini le risorse necessarie alla sopravvivenza e, le più evolute tra queste, essendo
pienamente dentro le nuove regole del gioco, hanno ben compreso le opportunità
che queste reti a maglie larghe rappresentano per cogliere tutta la varietà delle
innovazioni possibili e sono in grado di sfruttare al meglio l’efficacia di team creati
ad hoc mettendo in connessione talenti e risorse localizzati nel mondo, senza dare
troppo peso alla riconoscibilità dell’entità aziendale che prende forma intorno ad
aggregati di questo tipo.
In questa fase di profonde trasformazioni continuano, dunque, a convivere visioni e
forme diverse di organizzazione della produzione e del consumo; nuovi e vecchi
modelli entrano in soluzione dando luogo ad una ampia varietà di forme ibride
dove elementi dell’uno si mischiano con quelli dell’altro contribuendo, se possibile,
a rendere lo scenario ancor più difficile da decifrare. Tuttavia, ci sembra di poter
dire che gli elementi cardine del nuovo paradigma che si va affacciando sono abbastanza distinguibili, vediamo quali:
- Il nuovo ruolo che viene assumendo il cliente – utilizzatore come ricucitore della
distanza che tradizionalmente separa la sfera della produzione da quella del consumo (propria del modello fordista) che lo vede collocato pienamente dentro le
filiere come uno dei fondamentali centri di produzione di conoscenza utilizzabile
nel ciclo produttivo.
- L’emergere, per questa via, di forme fluide di conoscenza diverse da quella codificata, normalmente posta alla base di qualsiasi processo di innovazione, basate
sulla sperimentazione soggettiva (consumo esperenziale) la quale, grazie alla potenza delle tecnologie della comunicazione, ha la possibilità di connettersi in rete,
con un effetto moltiplicatore tale da dare visibilità ed impatto ad idee e soluzioni
che, altrimenti, sarebbero destinate a restare nell’alveo ristretto delle attività
amatoriali.
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
- Un cambiamento radicale di prospettiva nella definizione del business, passando dall’idea della creazione di un prodotto materialmente finito e definito da
piazzare sul mercato a quella della organizzazione di ecosistemi in evoluzione
(l’IPod) predisposti ad accogliere l’apporto di valore prodotto attraverso la
sperimentazione degli utilizzatori.
- L’introduzione di architetture modulari nella progettazione dei prodotti /
ecosistemi, ossia, di interfacce standard sulle quali innescare soluzioni pensate e
progettate da clienti, fornitori, sub fornitori, etc. con un evidente salto di qualità dei processi di outsourcing concepiti, non più solamente come soluzione per
abbattere i costi, ma come un modo efficace per sfruttare al meglio il capitale
delle conoscenze latenti che risiede nel sistema di partnership che l’impresa ha
saputo creare.
La piccola Boxylab è pienamente dentro questo percorso, ma quante altre Boxylab ci
sono in Umbria? Forse sarebbe utile chiederselo se vogliamo provare a formulare
qualche congettura sulle nostre prospettive di sviluppo futuro.
Misurare l’innovazione
La transizione dunque ci consegna un mondo segnato dalla molteplicità delle situazioni e da una complessità di intrecci dove passato e futuro si rincorrono e, talvolta,
si fondono dando vita a traiettorie di sviluppo inedito e difficilmente decifrabili
attraverso i tradizionali strumenti di lettura.
Dobbiamo quindi adeguare le lenti con le quali guardiamo il mondo se non vogliamo correre il rischio che una parte consistente di questo, magari proprio quella più
orientata al futuro, ci sfugga completamente.
A questo proposito è indubbio che la quasi totalità delle statistiche che si occupano
di quantificare e qualificare i fenomeni legati ai processi di innovazione nelle imprese sono costruite su parametri che poco hanno a che fare con le tendenze appena
descritte.
Infatti la maggior parte delle rilevazioni, a cominciare da quelle effettuate da Eurostat
e, per l’Italia da ISTAT, utilizzano la metodologia messa a punto nel lontano 1963
(aggiornata nel 2002) da OCSE attraverso il Manuale di Frascati, basata su alcuni
indicatori di input, quali le spese in ricerca e sviluppo o il n° degli addetti in tali
attività e indicatori di output, quali il numero di brevetti registrati.
Gli aggiornamenti dei manuali dell’OCSE (a quello di Frascati si aggiunge quello
di Oslo e di Canberra) rispondono sostanzialmente all’esigenza di una puntuale
verifica dei risultati conseguiti da ciascun paese rispetto agli obiettivi di Lisbona
individuati dal Consiglio Europeo nel 2000 in tema di innovazione. L’incremento
delle spese in ricerca e sviluppo pari al 3% del PIL è uno degli obiettivi prioritari
fissati in quell’occasione, per cui le metodologie di rilevazione statistica sono tarate
per misurare in modo adeguato il raggiungimento di obiettivi di questo tipo.
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I manuali sono nati per consentire la produzione di dati statistici omogenei e
confrontabili tra paesi molto diversi tra loro, presentano quindi il limite di una
rilevazione circoscritta a pochi fenomeni di tipo esclusivamente quantitativo e
riferita ad ambiti territoriali di dimensione nazionale.
Inoltre per quanto riguarda in particolare, l’innovazione prodotta dalle imprese,
c’è da sottolineare che il campione predisposto dall’ISTAT per le sue indagini
prende in considerazione solo le imprese con un numero di addetti superiore a
250 e quelle che, a prescindere dalla dimensione, siano nelle condizioni di svolgere attività interne strutturate di ricerca e sviluppo.
Oltre ai manuali dell’OCSE, negli anni più recenti, sono stati messi a punto altri
strumenti di valutazione e comparazione tra Paesi riguardo alle performance
prodotte da strutture pubbliche e private nel campo della ricerca e dell’innovazione. Tra gli altri citiamo:
- European Innovation Scorebord prodotto dalla Commissione Europea - DG
Enterprise;
- World Competitiveness Yearbook pubblicato dall’International Institute for Management Development (IMD);
- Knowledge Economy index pubblicato dalla Banca mondiale;
- Comunity Innovation Survays (CIS) a cura di Eurostat;
- Rapporto Innovazione di sistema della Fondazione Rosselli.
In linea generale si tratta di indagini volte a valutare il potenziale di innovazione
ascrivibile alle principali economie del mondo ed a stilare classifiche di
posizionamento prendendo a riferimento una serie di indici, alcuni direttamente
connessi alle attività di ricerca e sviluppo, altri a variabili di contesto economico
ed istituzionale. Tali indagini, seppure abbracciano uno spettro assai più ampio
di variabili rispetto a quelle ISTAT, si basano sullo stesso principio metodologico :
dati alcuni input (ad esempio, spese in R&S) si vanno a verificare gli output da
questi generati, output intermedi come brevetti e pubblicazioni o finali come
esportazione di prodotti high tech. Il presupposto da cui muove tale metodologia
è l’esistenza di una relazione lineare tra input e output, per nulla agevole da
rilevare anzi, più è estesa la rete degli indicatori, maggiori sono le difficoltà di
reperimento di dati significativi e di individuazione di nessi causali. Tale difficoltà
è ancor più evidente quanto più ci si sforza di inserire indicatori di tipo qualitativo
(ad esempio, quelli che fanno riferimento ai sistemi relazionali dell’impresa) per i
quali non esistono data base ufficiali ai quali attingere o esistono in misura assai
limitata.
Riportiamo, di seguito, a titolo esemplificativo, l’elenco degli indicatori elaborati
da European Innovation Scoreboard per la rilevazione del 2008, si tratta di 29 voci
suddivise in 3 aree: Facilitazioni di contesto (Enablers) – Attività delle aziende
(Firm activities) – Outputs; per ogni voce viene indicata la fonte di reperimento
delle informazioni.
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
SCHEMA 2 - INDICATORI EUROPEAN INNOVATION SCOREBORD (EIS) 2008
EIS DIMENSION / INDICATOR
ENABLERS
Human resources
S&E and SSH graduates per 1000 population aged 20 – 29 (first stage of tertiary
education)
S&E and SSH doctorate graduates per 1000 population aged 25 – 34 (second stage of
tertiary education)
Population with tertiary education per 100 population aged 25 - 64
Partecipation in life – long learning per 100 population aged 25 - 64
Youth education attainment level
Finance and support
Pubblic R&D expenditures (%GDP)
Venture capital (%GDP)
Private credit (relative to GDP)
Broadband access by firms (%of firms)
FIRM ACTIVITIES
Firm investments
Business R&D expenditures (% of GDP)
IT expenditures (% of GDP)
Non – R&D innovation expenditures (% of turnover)
Linkages & entrepreneuraship
SMEs innovating in house (%of SMESs)
Innovative SMESs collaborating with others (%of SMESs)
Firm renewal (SME entries plus exits) (% of SMESs)
Pubblic – private xco – publications per milion population
Throughputs
EPO patents per milion population
Community trademarks per milion population
Data source
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2007
Eurostat 2007
Eurostat 2007
Eurostat 2007
EVCA / Eurostat
2007
IMF 2007
Eurostat 2007
Eurostat 2007
EITO / Eurostat
2006
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2005
Thomson Reuters /
CWTS 2006
Eurostat 2005
OHIM / Eurostat
2007
OHIM / Eurostat
2007
World bank 2006)
Community designes per milion population
Tecnology Balance of payments flows (% of GDP)
OUTPUTS
Innovators
SMEs introducing product or process innovations (% of SMEs)
SMEs introducing marketing or organisational innovations (% of SMEs)
Resource efficiency innovators, unweihted average of:
Share of innovators where innnovation has significantly reduced labour costs
(% of firms)
Share of innovators where innovation has significantly reduced the use of
materials and energy (% of firms)
Economics effects
Employment in medium – high – tech manifacturing (% of workforce)
Employment in knowledge – intensive services (% of workforce)
Medium and High – tech manifacturing exports (% of total exports)
Knowledge – intensive services exports (% of total services exports)
New – to – market sales (% of turnover)
New – to – firm sales (% of turnover)
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2007
Eurostat 2007
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Eurostat 2006
Fonte: European Innovation Scoreboard 2008: Summary of the situation in the 27 member states, gennaio
2009.
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La scala di indagine minima a livello della quale operano questi strumenti è quella
nazionale in ragione, anche, della difficoltà di reperimento di dati ufficiali significativi per dimensioni territoriali più ristrette. Tuttavia, non mancano tentativi di
indagine su scala regionale di cui il rapporto annuale RUICS, curato dall’ufficio
programmazione della Regione Umbria e impostato sulla base degli indicatori EIS,
è un importante e valido esempio.
La posizione dell’Italia, che si desume dai diversi ranking delle performance stilati
ogni anno, è quella che EIS definisce “moderati innovatori”, ossia, una posizione
che testimonia l’esistenza di una debolezza strutturale del nostro paese rispetto a
quelli più importanti dell’Unione europea, agli USA, al Giappone. In effetti il quadro che ci rimandano tutte le rilevazioni evidenzia una serie di ritardi, molti dei
quali sono strettamente connessi con le peculiarità che caratterizzano la struttura
industriale italiana. A questo proposito ne citiamo alcuni: scarsa spesa in R&S di
privati in rapporto al PIL, scarso ricorso al venture capital come fonte di finanziamento, bassa % di export di prodotti così detti ad alta tecnologia su export totale,
n° di brevetti per milione di abitanti largamente al di sotto della media dei paesi
UE, USA, Giappone.
Certamente queste indagini sono estremamente utili, intanto perché danno la possibilità di mettere a confronto situazioni diverse nel mondo poi, perché misurano
con sufficiente attendibilità quelle performance che sono il risultato dell’impiego di
fattori strategici per il processo di innovazione seppure all’interno del modello tradizionale. Questo rappresenta anche il loro limite, un limite del quale dobbiamo
essere consapevoli quando ce ne serviamo per orientare le nostre policy.
C’è da chiedersi, ad esempio, come l’”innovazione senza ricerca” e le strategie di “espansione delle funzioni” descritte nei paragrafi precedenti e tipiche del modello industriale italiano, possono essere lette dagli indicatori normalmente utilizzati per queste
rilevazioni.
C’è da chiedersi dove risulta, da queste statistiche, tutta quell’ innovazione che non
nasce da processi di R&S formalizzati, che non produce brevetti perché si basa sul
libero accesso alle fonti di conoscenza, che sfugge alla classificazione alta – media –
bassa tecnologia perché risultato di “ricombinazioni creative che integrano prodotti e servizi e massimizzano il valore della unicità” (Bonaccorsi 2005).
Si dice, per questo, che il peso dell’Italia è sottostimato dalle statistiche ufficiali
(rapporto MET 2008, rapporto Ministero dello Sviluppo Economico 2009) ma non
è questo il punto che qui ci interessa. La questione che ha rilevanza nell’ambito di
questa trattazione è: quali sono gli strumenti che ci consentono di avere una lettura
completa della realtà? Se un numero non irrilevante di imprese non è compreso
nella fotografia che i dati statistici ci rimandano dobbiamo scegliere : o assumiamo
l’idea che quelle imprese non fanno innovazione perché non presentano i requisiti
richiesti dal modello tradizionale oppure possiamo pensare che seguono percorsi
diversi che meritano, comunque, di essere esplorati e valutati.
Dal punto di vista delle policy la cosa non è indifferente perché diverse sono le
110
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
variabili rilevanti che incidono sul processo nell’uno o nell’altro caso: la dimensione, la struttura proprietaria, la capitalizzazione, il settore, etc., nel primo caso, la
rete relazionale, le modalità di apprendimento, integrazione, condivisione delle
conoscenze e delle competenze tecnologiche, la gestione dei flussi informativi, delle
risorse umane disponibili, dei rapporti con l’esterno, nel secondo caso.
Se, ad esempio, dovessimo porci l’obiettivo di creare le condizioni per un incremento dell’impiego di risorse proprie in attività di R&S da parte delle imprese, nel
primo caso si assumerà come tema prioritario, poniamo, la forza che deriva dalla
crescita dimensionale delle singole aziende, nel secondo caso, la priorità sarà data
alla loro capacità di accesso ai circuiti globali dove la conoscenza viene prodotta e
diffusa.
Dunque, integrare le informazioni oggi disponibili con altre in grado di rilevare
una realtà misconosciuta e consegnare un quadro realistico di riferimento ai decisori
è una necessità assoluta, anche se questo significa impostare un lavoro di indagine
completamente diverso da quello attualmente utilizzato per comporre le classifiche
prodotte ogni anno sulla base delle quali si elaborano rapporti e si impostano politiche.
È un lavoro diverso perchè diverse sono le variabili da indagare, diversa la composizione del campione, diversa la scala territoriale, diverso il grado di difficoltà per il
reperimento di dati significativi, diverse le metodologie di rilevazione.
Non è questa la sede per un approfondimento serio dei problemi metodologici
connessi a questo tipo di percorso, giova qui dare solo l’idea della diversa qualità
dello sforzo che questo percorso richiede ed è sufficiente richiamare una differenza
sostanziale che segna i due modelli di indagine.
Le rilevazioni Eurostat, così come quelle ISTAT o EIS, tutte quelle, cioè, che si
basano sull’analisi dei fattori di input e di output, si limitano a fotografare un
prima (input) che è ciò che consente di avviare un processo di innovazione ed un
dopo (output) che rappresenta il risultato (intermedio o finale) di quel processo.
Questo tipo di rilevazione non da conto di come il processo si dispiega. Ma se
vogliamo comprendere le dinamiche relazionali, le forme di scambio formali ed
informali, le competenze ed il loro potenziale di contaminazione, i processi creativi
come si innescano e come evolvono, tutti quegli elementi, cioè, che rappresentano
gli ingredienti fondamentali dell’innovazione prodotta da tante piccole e medie
imprese, il come il processo si dispiega è fondamentale. C’è bisogno di una indagine
esplorativa condotta dal di dentro, a diretto contatto con l’ambiente, a registrare il
clima all’interno del quale l’innovazione prende forma. In questo tipo di indagine
non è tanto rilevante la somma aritmetica dei dati raccolti, quanto la specificità dei
percorsi rilevati e gli incroci che si rendono possibili, qui ogni singola azienda ha la
sua rilevanza, conta poco se hai 10 o 100 dipendenti.
Si parla, oggi, molto dei Poli di innovazione (speriamo non diventi una moda). Ho
già avuto modo, in una precedente pubblicazione su questa rivista (M. Cipollone,
S. Peruzzi 2008), di proporre una metodologia per la progettazione di un “Polo di
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eccellenza delle energie da fonti rinnovabili”, facendo particolare riferimento alla filiera
del fotovoltaico. In quell’occasione segnalavamo la necessità di una ricostruzione delle competenze specifiche ed affini presenti sul territorio e delle possibilità di una loro
virtuosa combinazione come uno dei passaggi fondamentali per arrivare a strutturare
un’area di nuova specializzazione. Più di recente, un lavoro simile è quello svolto da
RCE nell’ambito della filiera dell’automotive che arriva a proporre un vero e proprio
repertorio delle competenze che ruotano attorno a quella filiera (S. Cimino 2009).
Voglio però citare un’esperienza, ben più strutturata, che viene dalla Regione Emilia
Romagna con il progetto DESK (District and Local System Enhancement througt
Sharing Knowledge) finanziato dal Fondo Sociale Europeo che utilizza la metodologia
del benchmarking per valutare il posizionamento dei nove poli di eccellenza della regione. Obiettivo del progetto era: “l’individuazione di policies, investimenti ed interventi atti a costruire un sistema produttivo capace di operare da protagonista all’interno
di reti lunghe e aperte e di attivare processi di condivisione , ricombinazione e creazione della conoscenza” (Burzacchi 2005). Lo studio verteva sulla elaborazione di una
matrice costruita attraverso 2 indici: a) intensività ed estensività relazionale, b) modalità
di creazione e di condivisione della conoscenza applicando la metodologia del benchmarking
su 3 livelli: a livello della singola azienda, a livello delle imprese che compongono un
sistema locale, a livello di più sistemi locali.
In tutti questi casi è l’indagine sul campo il vero strumento di rilevazione, quello cioè
che ti permette di registrare le reali dinamiche che si sviluppano dentro e fuori l’impresa favorendo l’innesco e lo sviluppo dei processi di innovazione. Indagine sul campo vuol dire aziende da visitare, processi di lavorazione e performance da valutare,
competenze e specializzazioni da valorizzare, etc.. è in questo modo che emergono
all’attenzione le varie Boxylab, statisticamente irrilevanti, come potenziali punti di
aggancio per promuovere una politica di sviluppo.
Ampliare quindi la gamma degli strumenti in grado di registrare ed interpretare le
tendenze in atto, facendoli lavorare in sinergia, sull’esempio di quanto avvenuto in
occasione del recente lavoro di ricerca sui materiali innovativi, promossa dalla Regione Umbria e da AUR, nel quale l’indagine statistica, l’indagine sul campo, l’indagine
scientifica, l’indagine storica, sono state complementari l’una all’altra in modo tale
fornire un quadro pienamente coerente ed esaustivo.
Certamente si può fare di meglio, infatti quella ricerca ha rappresentato solo un primo tentativo. Il problema non è dato tanto dal fattore tecnico che può essere affinato
e implementato, quanto dal progetto che c’è dietro. La misurazione / valutazione del
grado di innovazione di un sistema produttivo locale, soprattutto se implica la
rilevazione di un posizionamento, acquista senso pratico se è concepito al servizio di
un concreto percorso di valorizzazione delle risorse in un ottica di confronto / competizione con altri sistemi produttivi, ancorato, quindi, non solo ad una idea generale
dello sviluppo ma ad obiettivi specifici e politiche mirate sulle criticità e sulle potenzialità
che quel particolare contesto rileva.
Nel caso dei materiali innovativi l’indagine ha fornito elementi consistenti che dan112
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
no fondamento all’ipotesi di un’ operazione di riposizionamento di un’area ad antica industrializzazione come quella di Terni (“dalla città dell’acciaio alla città dei nuovi
materiali “) ma rischia di rimanere allo stato di pura esercitazione accademica se non
si struttura un percorso attuativo con l’individuazione di obiettivi, azioni, risorse, in
grado di dare corpo a quella che rimane una felice intuizione.
Queste considerazioni introducono un’altra rilevante questione legata al tema della
misurazione / valutazione dei processi di innovazione, ossia, la necessità di acquisire
puntualmente la consapevolezza degli effetti diretti e indiretti che le politiche messe in campo per sostenere l’innovazione producono. Misurarne, dunque, l’impatto a
livello della singola azienda che ne usufruisce, a livello di filiera o sistema produttivo locale, a livello di sviluppo complessivo dell’area territoriale nel quale l’azienda
e/o il sistema produttivo è localizzato.
Non intendo, in questa sede, entrare nel merito delle complesse questioni di ordine
metodologico che accompagnano il dibattito intorno a questo tema, basti pensare
che, a tutt’oggi, non esiste una metodologia standard per la misurazione dell’impatto, esistono una pluralità di strumenti con una validazione più o meno elevata secondo il tipo di impiego. Mi limito a citare a titolo esemplificativo RTD - Evaluation
Toolbox, una sorta di guida messa a punto dalla Commissione Europea che individua
11 strumenti utilizzabili per valutare gli impatti della R&S così classificati:
- Indagini tecnologiche;
- Modelli microeconomici;
- Modelli macroeconomici e simulazioni;
- Analisi della produttività;
- Gruppi di controllo;
- Analisi costi / benefici;
- Panels di esperti e peer review;
- Interviste e studi di caso;
- Analisi dei network;
- Studi di previsione;
- Benchmarking.
Toolbox individua anche le aree chiave delle politiche della ricerca sulle quali effettuare la valutazione, queste sono:
- Valutazione dei meccanismi di governance delle politiche;
- Valutazione finanziaria;
- Valutazione dell’approvvigionamento infrastrutturale;
- Valutazione del trasferimento tecnologico;
- Valutazione dell’impatto della regolazione.
In sede di redazione del progetto di valutazione vanno anche selezionati gli strumenti più adeguati secondo l’area che si vuole valutare.
L’aspetto però che mi interessa richiamare come utile spunto di riflessione riguarda
un punto, a mio avviso fondamentale, che ritroviamo nel Rapporto del Ministero
dello Sviluppo Economico evidenziato in questi termini: “un aspetto fondamentale
113
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e pervasivo nei processi di valutazione delle politiche è quello della possibile selezione distorsiva. Tale meccanismo si verifica quando l’assegnazione di risorse avviene a
favore di soggetti in grado di conseguire i medesimi risultati anche con risorse
proprie” e continua “ciò pone il problema metodologico di stabilire la reale esistenza di un nesso di causalità tra la politica ed i suoi effetti ovvero se l’effetto osservato
si sarebbe verificato pur in assenza della politica” (Rapporto Ministero sviluppo
conomico Migliorare le politiche della ricerca e innovazione per le Regioni).
Il problema metodologico trova una possibile risposta nell’analisi controfattuale normalmente impiegata per questo tipo di valutazione ma, prima ancora, c’è da registrare la scarsa sensibilità fino ad ora mostrata dalle Regioni (con alcune eccezioni)
circa la necessità di dare luogo a verifiche di questo tipo. Sembra che, nella maggior
parte dei casi e tra questi l’Umbria, il problema si riduca nella verifica del n° di
soggetti beneficiati e del supposto effetto moltiplicativo (in termini di entità dell’investimento cui danno luogo) delle risorse impiegate come incentivo. Eppure
studi effettuati sugli incentivi alla ricerca e innovazione gestiti dal MIUR (Fondo
per la ricerca applicata per il periodo 1998-2002), danno risultati preoccupanti
circa gli effetti prodotti, convalidando l’ipotesi che tali aiuti non sono stati in grado
di procurare significativi effetti aggiuntivi, ossia, le aziende che hanno ricevuto
l’incentivo avrebbero, anche in assenza di questo, effettuato gli investimenti previsti. Probabilmente permane forte la convinzione che le politiche pubbliche non
servono ad orientare i comportamenti delle aziende ma, in primo luogo, a soddisfare, nel modo più ampio possibile, la domanda di risorse da queste proveniente.
L’analisi controfattuale, una metodologia certamente complessa ma abbastanza consolidata, prevede come passaggio necessario della sua applicazione anche una attenta verifica ex ante dei progetti, ossia, una qualche forma di selezione preventiva
di questi, restringendo la platea dei soggetti abilitati a concorrere per l’accesso alle
risorse e obbligando le amministrazioni a scegliere, un’eventualità questa, che presenta sempre elementi di criticità per quest’ultime ma, d’altro canto, l’obiettivo
del processo valutativo è quello di verificare i risultati raggiunti e, semmai, di indurre i decisori ad indirizzare diversamente le risorse, ovvero, adeguare le politiche.
La valutazione, dunque, rimanda sempre alla qualità delle politiche ed è da qui che
dobbiamo ripartire.
Le politiche per l’innovazione
Penso che l’essenza di una “politica” consista nella capacità di scegliere un percorso,
stabilire delle priorità, selezionare gli elementi per essa rilevanti, secondo un disegno strategico chiaro e un piano di obiettivi e azioni conseguenti. Tale affermazione, non è poi così ovvia come potrebbe apparire, dal momento che nell’accoglimento
di questa, la differenza la fanno, oltre alla qualità del disegno strategico, le diverse
interpretazioni che possono essere date alle modalità con le quali si da corso al
114
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
processo di individuazione degli obiettivi, di selezione dei soggetti, di messa a punto degli strumenti. Ci può essere un’ interpretazione che porta a spostare l’accento
sulla forza cogente di decisioni pensate e prese nel ristretto ambito dei vertici istituzionali e all’opposto, un’ interpretazione che ritenga sufficiente registrare le pulsioni
provenienti dall’ “ambiente” e acconciarsi a queste adeguandovi obiettivi e strumenti. Nel primo caso le scelte diventerebbero rigide gabbie incapaci di misurarsi
con la varietà e variabilità dell’economia reale, nel secondo caso, semplicemente,
non ci sarebbero scelte da compiere ma solo trend da inseguire.
Ovviamente queste due possibilità rappresentano i limiti estremi di una gamma
molto più ampia di comportamenti e sarebbe perfino banale sostenere che il comportamento più virtuoso è quello che riesce a trovare il giusto equilibrio tra le
“vocazioni” espresse dalla molteplicità delle esperienze radicate in un territorio e ed
il loro strutturarsi in un sistema riconoscibile all’interno di un progetto di sviluppo
del territorio stesso. Questa “via di mezzo” impegna la governance di un territorio
ad una conoscenza approfondita di quello che c’è (anche di ciò che non appare
immediatamente), a valutarne attentamente le potenzialità ed intuirne le traiettorie di sviluppo, a selezionare e rafforzare quelle traiettorie che più di altre sembrano
coerenti con la specializzazione richiesta dalla competizione con altri sistemi territoriali. Dunque, la “via di mezzo” implica, quanto meno la consapevolezza, da parte
della governance, dei termini della competizione in atto e, dentro la competizione,
del ruolo e della posizione che si vuole ricoprire.
Specializzarsi vuol dire disporre di un sistema di conoscenze unico ed originale non
facilmente replicabile da altri, significa, quindi, distinguersi e rendersi facilmente
riconoscibile, significa, infine, avere la possibilità di porsi come interlocutore “utile”
per altri sistemi territoriali per intessere rapporti e alleanze, disponendo di qualcosa
che altri non hanno e diventare, quindi, “nodo” di una rete e non semplicemente
una qualunque connessione periferica.
Le politiche a sostegno dell’innovazione svolgono un ruolo strategico nella determinazione dei processi di specializzazione di un sistema produttivo a patto che
siano strettamente connesse con le opzioni previste dal progetto di sviluppo di un
territorio. Se le opzioni non ci sono o sono troppo generali, anche le politiche per
l’innovazione risulteranno generiche e molto vicine al modello di chi si limita ad
assecondare una domanda qualsiasi piuttosto che a spingere per fare selezione, rendendo di fatto impercorribile la strada della specializzazione.
Penso che l’Umbria debba compiere un ulteriore sforzo di “posizionamento” per
rendere più chiare le sue opzioni e più netto il profilo del suo essere “speciale”.
Senza disconoscere il molto che è stato fatto, credo sia utile una riflessione di carattere strategico per rimodulare indirizzi, obiettivi, strumenti, prendendo atto che,
pur a fronte delle ingenti risorse investite in questi anni per agevolare i processi di
innovazione, permane un’idea sbiadita dell’Umbria, un’identità precaria non
esorcizzabile attraverso qualche slogan fortunato sulla qualità della vita o la spiritualità dei suoi luoghi. Tale rimodulazione non può prescindere dall’assumere come
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riferimento i caratteri peculiari della struttura produttiva regionale, che può essere
in massima parte ricompresa all’interno di quel modello dell’innovazione senza
ricerca di cui abbiamo parlato nei paragrafi precedenti, derivandone da ciò l’importanza di investire sulla strutturazione di sistemi relazionali estesi ed efficienti perché, abbiamo detto, è attraverso questi che passa la conoscenza utile ad innescare i
processi di innovazione. Tocchiamo qui un altro punto critico del sistema Umbria,
ovvero la sua propensione a chiudersi, a considerare “l’esogeno” come una minaccia
piuttosto che come una opportunità ma è certo che senza un consistente apporto di
risorse esterne, siano esse finanziarie, scientifiche, tecnologiche, umane, l’Umbria
non è in grado di sostenere seriamente la sfida dell’innovazione.
Occorre lavorare, dunque, contemporaneamente, sul rafforzamento dell’identità e
sul grado di apertura dei sistemi relazionali. Dico contemporaneamente perché un’
identità forte e radicata induce atteggiamenti di autosufficienza che portano all’isolamento e alla implosione ma, d’altro canto, un’ identità troppo debole genera
aperture indiscriminate e fenomeni di colonizzazione opportunistica che non fertilizzano il territorio. Riprendendo quanto dicevo nei paragrafi precedenti, l’impresa
ha bisogno sia del radicamento identitario, dal quale assume quegli elementi di
conoscenza che conferiscono originalità e non imitabilità ai suoi processi di innovazione, sia di un sistema relazionale aperto a scala globale all’interno del quale può
sperimentare il confronto e lo scambio e implementare il patrimonio di conoscenze
codificate necessarie a produrre innovazione.
Lo sforzo fino ad ora prodotto su questo versante, testimoniato dai bandi Re.Sta.,
segna una svolta positiva rispetto ad un passato, non molto lontano, di finanziamenti
“a pioggia” erogati senza alcuna logica di sistema, ma non ancora pienamente sufficiente per due fondamentali ragioni: in primo luogo perché si limita ad incoraggiare la formazione di reti a carattere locale, non affronta, quindi, il problema chiave rappresentato dall’apertura verso l’esterno, è necessario, probabilmente, accompagnare questa misura con altre in grado di rimuovere gli ostacoli che si frappongono
alla formazione di reti sovraterritoriali (ad esempio gli ostacoli di natura amministrativa legati ai confini geografici). In secondo luogo perché lo strumento in sè (il
bando) presenta ineliminabili rigidità che non consentono di accogliere la grande
varietà di situazioni attraverso le quali i sistemi relazionali prendono forma ed evolvono, anche se con l’introduzione dei “contratti di rete” (L. 09/04/2009 n. 33) questo
problema viene attenuato ma non eliminato, rimanendo alto il rischio di forzature
innaturali, da parte delle imprese, del proprio percorso per rientrare nei termini
previsti.
Anche in questo caso, però, troviamo la conferma della rinuncia ad esprimere in
maniera più incisiva la funzione progettuale cui l’istituzione può assolvere; i sistemi
reticolari d’impresa sono, infatti, in parte espressione dell’iniziativa dell’imprenditore e del patrimonio relazionale accumulato nel tempo dall’impresa, in parte il
risultato di un’azione pianificata che, da parte pubblica, non può esaurirsi nel prendere atto dell’agire spontaneo di ogni singola impresa ma deve produrre un effetto
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
induttivo in grado di dare vita ad agglomerazioni forti e coerenti con la
specializzazione che si vuole perseguire.
Certo non è attraverso un bando che può essere ottenuto questo effetto, è necessario un progetto compiuto che coinvolga più attori, metta insieme più strumenti,
preveda forme di meta organizzazione attraverso l’utilizzo di soggetti terzi che svolgano la funzione di intermediazione e di collant tra i diversi attori.
Distretti Tecnologici e Poli di Innovazione sono il risultato di un lavoro di questo tipo,
di una progettualità che si sviluppa a partire da uno o più punti di eccellenza attorno ai quali strutturare un sistema di competenze, parte delle quali saranno localizzate sul territorio ma, altre, possono essere dislocate altrove.
Nel momento in cui l’Umbria si trova ad avere già consumato l’esperienza del
Distretto Tecnologico e si accinge a percorrere la strada dei Poli di Innovazione,
credo che quella riflessione di ordine strategico che richiamavo poc’anzi, sia più che
mai indispensabile per evitare il rischio di approcciare un percorso nuovo con
metodologie e strumenti vecchi ed inadeguati; una riflessione che deve tener conto
delle esperienze nostre fin qui maturate ma, anche, delle esperienze degli altri,
senza andare troppo lontano, di altre Regioni italiane, magari quelle più evolute
che già hanno sperimentato percorsi più avanzati.
Richiamo schematicamente alcune questioni, a mio avviso rilevanti, connesse con
le politiche dei Distretti Tecnologici e dei Poli di Innovazione, con un riferimento
particolare al ruolo dell’Università e della ricerca pubblica che, all’interno di queste
politiche, assumono una evidente rilevanza.
Distretto Tecnologico
Da qualche anno (a partire dal 2002) il Distretto Tecnologico è entrato a far parte
degli strumenti di politica a sostegno dell’innovazione a livello nazionale e regionale. E’ la risposta italiana alla tendenza verso la formazione di agglomerazioni di
attività ad alto contenuto di innovazione che, solo per restare in Europa, ha visto la
nascita di numerosi cluster high tech, strutturatisi nel tempo in aree altamente
specializzate e con una forte capacità di attrazione. L’esperienza italiana dei Distretti Tecnologici sconta, dunque, fin dall’inizio, il limite dovuto al ritardo con il
quale ha preso avvio, quando già i processi di concentrazione dell’high tech si erano
venuti formando attorno ad alcune grandi aree metropolitane europee (Londra,
Parigi, Monaco, etc. ), lasciando all’Italia il ruolo di area periferica e marginale, con
l’unica possibilità di inserirsi attraverso l’occupazione di nicchie, anche di grande
qualità, non ancora presidiate. Il lavoro di identificazione di queste nicchie si presenta particolarmente complesso e delicato perché richiede una precisa individuazione
della specializzazione del territorio, una valutazione sulle reali possibilità di agganciare quella specializzazione a linee di ricerca scientifica e tendenze tecnologiche
emergenti e con forti possibilità di affermarsi nel medio – lungo periodo, un elevato
grado di consapevolezza riguardo allo spazio che si andrebbe ad occupare nella
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competizione internazionale, al fine di evitare duplicazioni che comprometterebbero la riconoscibilità dell’area, ossia, il grado di identificazione di un certo sistema
territoriale con una determinata specializzazione tecnologica.
Come poteva essere prevedibile, questo lavoro di identificazione da parte delle Regioni italiane (tutte possono vantare 1 o più distretti tecnologici, a tutt’oggi se ne
contano 24), ha peccato, in molti casi, di mancanza di rigorosità per l’incombere di
logiche strettamente politiche che, in diversi casi, hanno preso il sopravvento, fino
al punto, talvolta, di ridurre una opportunità di qualificazione dello sviluppo del
territorio in una delle tante operazioni di mera distribuzione di risorse.
A questo che appare il limite più evidente che pesa sull’esperienza italiana, è necessario aggiungere qualche altro punto debole individuabile nell’ assenza di un coordinamento nazionale, in termini di quadro strategico di riferimento, come se un’operazione di riposizionamento della ricerca e dell’innovazione italiana, come quella
prefigurata dai Distretti Tecnologici, potesse essere demandata esclusivamente all’iniziativa delle Regioni.
Un altro elemento critico può essere rintracciato in una sorta di fraintendimento
concettuale, presente in alcuni progetti di distrettualizzazione, che tende a ribaltare le modalità di innesco del processo di innovazione: non è l’agglomerazione che
genera il potenziale innovativo ma, viceversa, è l’esistenza sul territorio di competenze di alta qualità che produce effetti di agglomerazione (Bonaccorsi 2006); dove
nascono tali competenze? dalla presenza di attività di ricerca scientifica di adeguato
livello e/o da quella di imprese grandi o medie fortemente high tech. Questo almeno è ciò che si riscontra nei cluster a livello europeo. In Italia, data la scarsa disponibilità di “campioni” high tech sui quali fare leva, in molte realtà territoriali il
distretto è fattibile solo attorno ad uno o più centri di produzione scientifica importanti sui quali andrebbe concentrata una massa significativa di investimenti, tale
da creare una scala minima di risorse a partire dalle quali è pensabile l’attivazione
delle così dette economie esterne marshalliane generatrici di processi di
agglomerazione. In diversi casi, sia per l’esiguità delle risorse disponibili, sia per la
dispersione delle stesse, si è rimasti al di sotto della soglia minima mancando l’effetto scala e inibendo, di fatto, la nascita del distretto.
Gli effetti di queste criticità, alle quali si aggiungono i problemi propri di ogni
specifico contesto, hanno pesato e stanno pesando negativamente sui risultati di
questa esperienza. Non si dispone, tuttavia, di valutazioni circa l’impatto da questa
prodotto, essendo le metodologie per questo tipo di lavoro ancora nella fase di
messa a punto (Fondazione COTEC 2009, Piccaluga 2003, Lazzeroni 2004), nè
sono possibili attività di benchmarking con altre esperienze europee dal momento
che la maggior parte dei Distretti italiani sono ancora nella fase di start up. In
effetti, dei 24 distretti censiti al 2008, solo quelli di Piemonte, Lombardia, Veneto
ed Emilia Romagna, sono in fase di avanzato consolidamento e sembrano in grado
di produrre effetti significativi di posizionamento rispetto ai più importanti cluster
europei.
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
Lo studio della Fondazione COTEC suggerisce di concentrare l’attenzione su almeno 3 aree di analisi:
a) le caratteristiche dei sistemi regionali di innovazione, dal momento che molti
studi di caso riportati in letteratura denunciano “la limitata sostenibilità nel
tempo e la scarsa efficacia di interventi di trasferimento tecnologico indirizzati
su aree in precedenza del tutto sprovviste di requisiti minimi in termini di ricerca scientifica e di ricerca industriale”
b) la specializzazione scientifica e tecnologica del distretto dove l’elemento portante non è l’incidenza del numero di PMI appartenenti ai settori di riferimento o
la dimensione delle stesse ma parametri come il numero e le caratteristiche dei
progetti europei vinti che si concentrano sulle competenze innovative del territorio
c) il modello di governance e le tipologie di intervento, considerando che, da una
prima valutazione delle esperienze in corso, sembra di poter sostenere che “l’assenza di una istituzione esclusivamente preposta al coordinamento delle attività
potrebbe ridurre l’impatto delle iniziative distrettuali dedicate al tecnology
assessment ed alla collaborazione di ricerca pubblico – privato”.
In assenza di metodologie adeguate per condurre valutazioni più approfondite sui
risultati conseguiti da ciascun Distretto possiamo provare a proporre un raffronto
tra i punti forti di quelle che possiamo considerare come esperienze pilota, le 4
Regioni prima citate, e le altre tra le quali quella dell’Umbria.
Alcune caratteristiche che accomunano i distretti delle 4 Regioni sono:
1. La scelta della specializzazione si fonda su un primato reale espresso dal sistema
produttivo e scientifico di quei territori: la meccanica avanzata dell’Emilia Romagna,
con particolare riferimento alla costruzione di macchine industriali, è la prima in
Italia e la ricerca industriale nel settore impiega 1.600 ricercatori; il Piemonte conta più del 15% dei ricercatori in Italia nel settore ICT, con particolare riferimento al
wireless (2000 solo a Torino); la Lombardia detiene il primato della ricerca e della
produzione nel campo delle biotecnologie, sia nel settore della salute, sia in quello
dell’agro – zootecnia, sia in quello dell’industria; il Veneto è, forse, la Regione meno
dotata, rispetto alle prime 3 ma, comunque, nel settore delle nanotecnologie applicate ai materiali avanzati conta almeno 400 ricercatori e il più alto numero di
aziende industriali in Italia che le applicano.
2. Si registra una forte concentrazione di risorse sul sistema della ricerca (tra gli
obiettivi individuati tutti fanno riferimento ad un forte incremento del numero dei
ricercatori nei settori di competenza) e, soprattutto, un grande sforzo per la messa in
rete delle diverse strutture pubbliche e di queste con quelle private (progetto “Laboratori a Rete” dell’Emilia Romagna, progetto QeSTIO e “Bioiniziativa” della Lombardia, il ruolo di ISMB in Piemonte, il CIVEN, ovvero Consorzio interuniversitario
per le nanotecnologie, in Veneto). Merita una citazione particolare l’esperienza
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dell’Emilia Romagna che ha inteso dare corpo al suo progetto di clusterizzazione
facendo leva sulla rete di laboratori (Lab Net) dotati di personalità giuridica e autonomia gestionale e associati, ognuno, a micro settori individuati secondo il grado di
competitività scientifica presentato da un territorio; i microsettori sono stati, poi,
aggregati in 3 cluster definiti in relazione alle complementarietà tecnologiche tra i
diversi micro settori. La tabella che segue è esemplificativa del percorso:
Schema 3 - DISTRETTO
ROMAGNA
TECNOLOGICO DELLA
CLUSTER
MECCANICA AVANZATA
DELL’EMILIA
NET LAB
SIMECH
PROGETTI
Simulazione e progettazione integrata
Simulazione avanzata per il veicolo
Lav
Monitoraggio diagnostica e simulazione
vibro acustiche
Studio e simulazione di sistemi di controllo
embedded su architetture distribuite
Sviluppo di tecniche diagnostiche nel campo
della robotica
Sviluppo di sistemi robotica ad elevata
interazione con l’ambiente
Meccatronica per la trasmissione ed il
controllo del moto
Affidabilità e sicurezza dei sistemi di
meccatronica
Sviluppo di tecnologie asettiche per il
confezionamento di liquidi
Progettazione di ambienti di lavoro a
contaminazione limitata
Metodologie per la rilevazione di
ricoprimenti superficiali
Tecniche di ricoprimento su scala nano micrometrica
Nanofabbricazione e processi con controllo
spaziale
Integrazione di dispositivi in materiali
convenzionali
Caratterizzazione dei materiali per
l’ingegneria meccanica
Applicazione dei materiali nell’ingegneria
meccanica
Metodi innovativi per
l’ingegneria meccanica
Automazione
Sistemi meccanici intelligenti
Mectron
Tecal
Super&Rman
Materiali, superfici e
nanofabricazione
Nanofaber
Matmec
Fonte: studio COTEC.
Ho voluto richiamare l’esperienza dell’Emilia Romagna perché, a mio avviso, rappresenta un chiaro esempio di Distretto organizzato sulla base di cluster progettati facendo leva su una forte integrazione tra domanda e offerta di innovazione in
modo che i progetti, non sono espressione delle singole aziende o dei singoli centri
di ricerca ma rappresentano la sintesi della migliore progettualità del cluster e su
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
questa confluiscono, in modo mirato, le risorse pubbliche, sia in forma diretta, sia
attraverso bandi.
3. Si persegue, in via prioritaria, l’obiettivo di creare nuove imprese higt tech (tra
le quali spin off accademici o industriali), prestando particolare attenzione alle fasi
pre - seed, seed e start up, prevedendo per questo anche strumenti ad hoc di tipo
finanziario (costituzione di SGR in partnership con investitori privati in Emilia
Romagna per intervenire sul capitale di rischio, fondo Alpinvestimenti per sostenere la fase seed in Piemonte, intervento della Fondazione Cariplo nella fase di “pre
venture capital process” in Lombardia) ma, soprattutto, di allargamento dell’offerta di servizi nell’ottica del ciclo di vita degli imprenditori, seguendo in modo specializzato tutte le fasi.
4. Di qui, l’impulso verso la creazione di servizi avanzati del tipo: informazione
tecnica, assistenza progettuale, ricerca e strutturazione di partnership, valutazione
del potenziale del business, test, collaudi e verifiche, supporto al networking ed
all’internazionalizzazione del business, formazione, consulenza in materia di proprietà intellettuale.
5. L’attività rivolta all’attrazione di risorse esogene higt tech (ricercatori, venture
capital, imprese industriali, centri di ricerca, etc.) da localizzare nel distretto a testimoniare la consapevolezza della necessità di assumere una dimensione internazionale come condizione per favorire l’autosostenibilità.
6. Una governance strutturata con compiti di coordinamento operativo, scelta
questa, comune a 3 delle 4 Regioni prese in esame: Piemonte, Emilia Romagna e
Veneto, le quali hanno adottato forme diverse (Fondazione in Piemonte, Società
consortile in Veneto, Consorzio in Emilia Romagna) ma utili a dare visibilità e ad
assicurare i necessari standard di efficacia alle attività del distretto.
Il Distretto Tecnologico dell’Umbria, nato in seguito alla sottoscrizione del relativo
accordo di programma nel 2006, risente ovviamente di alcune delle sopra citate
criticità, comuni del resto alla maggior parte delle esperienze avviate in Italia. Non
bisogna neanche dimenticare che il Distretto Tecnologico, in Umbria, viene messo
in campo come una delle azioni di policy pensate a conclusione di una durissima
vertenza di territorio in seguito alla dismissione della produzione di acciai al SI da
parte di Thyssen Krupp a Terni. Esso risente quindi di quel particolare clima, delle
urgenze e delle emergenze che, in quel clima, venivano assumendo rilevanza, dando luogo ad aspettative di tipo risarcitorio da soddisfare attraverso una sostanziosa
distribuzione di risorse.
In effetti non sono le risorse il punto critico del Distretto Tecnologico dell’Umbria,
avendo ottenuto una dotazione pari a 50 milioni di euro dei quali, 25milioni di
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euro da parte del MUR e 25 milioni di euro da parte della Regione Umbria, da
impiegare nell’arco di 3 anni.
Dal punto di vista strettamente quantitativo il risultato di questo sforzo non può
considerarsi pienamente soddisfacente dal momento che, dei 32 progetti presentati, solo 18 hanno superato la preselezione, per un impegno di spesa in contributi
pari a 21,8 milioni di euro, la cui erogazione, a 3 anni di distanza dalla presentazione delle domande, non è ancora avvenuta, segnalando ritardi gravi che sono destinati a pesare negativamente sulla operatività dei programmi delle aziende, alcune
delle quali hanno già rinunciato ai progetti e ai relativi contributi (una delle critiche
ricorrenti, da parte delle imprese, che abbiamo registrato durante la nostra indagine si riferisce proprio ai tempi con i quali queste sono messe in grado di usufruire
delle agevolazioni assegnate).
Dal confronto con i punti forti evidenziati dalle Regioni prese a riferimento emergono a carico dell’Umbria diversi elementi di criticità. Il primo punto riguarda la
specializzazione: la scelta dell’Umbria di puntare su 4 aree (materiali speciali metallurgici, micro e nanotecnologie, meccanica avanzata, meccatronica), appare debole soprattutto se si considera che, per almeno 2 delle 4 aree, è evidente una
sovrapposizione con gli indirizzi di altri distretti tecnologici che possono vantare
una indiscussa leadership tecnologica e di mercato. A ben vedere, solo l’area dei
materiali speciali metallurgici corrisponde ad una unicità di competenze e ad una
leaderschip di livello internazionale riconosciuta, mentre il campo delle
nanotecnologie applicate ai materiali polimerici che, grazie alla presenza del Centro di eccellenza europeo (ECNP) dell’Università di Perugia e di una industria importante di produzione e di trasformazione di polimeri (Basell, Meraklon, Treofan,
Novamont, Tarkett, Alcantara), poteva presentare un potenziale di sviluppo originale ed interessante, avrebbe avuto bisogno, però, dell’impulso necessario ad adeguare le sue strutture (laboratori e ricercatori) agli standard europei.
Il secondo punto è, forse, quello dove si misura la distanza più grande con le altre
esperienze prese in considerazione fondamentalmente per l’assenza di uno sforzo
progettuale teso a strutturare il processo di integrazione, in primo luogo, tra i centri
di produzione di ricerca e innovazione della regione e, poi, tra questi e il mondo
dell’impresa; dico strutturare perché l’integrazione che si ha a seguito di progetti
presentati nei bandi da singole aziende che prevedono una qualche forma di rapporto, anche stretto, con qualche Istituto di Ricerca, non dà luogo ad un rapporto
strutturato, ovvero ad un sistema pianificato e riconoscibile di collaborazione attorno ad obiettivi condivisi nel quadro di strategie di cluster.
Riguardo al terzo punto, la creazione di nuove imprese high tech, il Distretto
dell’Umbria non fissa obiettivi precisi, nell’intervento 9 del proprio piano operativo
si limita ad individuare una misura del POR finalizzata al “miglioramento delle
risorse umane nel settore della ricerca e dello sviluppo tecnologico” che si sostanzia
in assegni di ricerca e borse di studio per attività di “specializzazione, diffusione
dell’innovazione tecnologica o per la collocazione temporanea di ricercatori presso
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
le imprese” e in generiche attività di sostegno (sensibilizzazione, informazione, formazione, consulenza) al lavoro autonomo con particolare riferimento agli spin off
accademici. Sta di fatto che tra i 32 progetti presentati figurano solo 2 spin off
accademici.
Quanto ai servizi si punta molto sulla formazione destinando a questa risorse significative, rimane debole la risposta sul fronte dei servizi finanziari mirati al sostegno
dei processi di innovazione, su quello di alcuni servizi tecnologici (test, prove,
collaudi,..), sui servizi di consulenza alla progettazione, strutturazione e gestione di
net work.
L’attrazione di risorse esogene (5° punto) è connessa con il grado di specializzazione
del sistema territoriale e con l’estensione delle reti relazionali nel quale quel sistema
è inserito. Se il grado di specializzazione è basso, ovvero, se al sistema non viene
riconosciuta una leadership o una sua specificità originale e difficilmente replicabile
altrove, la forza di attrazione sarà debole. Questa, comunque, passa attraverso la
rete degli scambi che imprese, Università, centri di ricerca, Istituzioni, singole personalità di rilievo che sono in grado di mettere in atto in una dimensione globale,
dando luogo a forme di collaborazione e coordinamento operativo che, talvolta, si
traducono nell’insediamento di nuove attività, nel trasferimento di risorse umane
e/o finanziarie strategiche, nella circolazione di nuove conoscenze necessarie per
innescare i processi di innovazione.
L’ultimo punto richiama le forme di governance dei Distretti; studi recenti (Mele,
Parente, Petrone 2008) confermano l’importanza delle forme di governance nella
evoluzione dei Distretti Tecnologici. I numerosi studi empirici effettuati su esperienze nazionali ed internazionali dimostrano che, soprattutto nelle fasi iniziali, il
successo del Distretto dipende molto dalla presenza di un forte coordinamento
istituzionale. Nell’esperienza italiana è possibile intravedere una linea di evoluzione
dei Distretti che può essere letta in 4 fasi secondo l’intensità e la forza dei legami di
network considerati come l’elemento chiave per il successo :
1) DT potenziali caratterizzati da bassa densità di legami fra gli attori, il sistema è
a compartimenti e i rapporti regolati da contratti “una tantum”;
2) DT embrionali con bassa – media densità di legami, ruolo attivo dell’attore pubblico che afferma una regia forte con un organo di governo appositamente creato;
3) DT in via di sviluppo connotati da medio-alta densità di legami ed un grado di
integrazione pubblico-privato elevato dove permane il coordinamento istituzionale ma i legami e i flussi informativi iniziano a svilupparsi tra gli attori anche
indipendentemente dall’organo di governo;
4) DT di successo caratterizzati da alta densità di legami e da forme di autogoverno.
L’Umbria, al pari della Lombardia ma, in controtendenza rispetto a quasi tutte le
altre Regioni, ha scelto di non dotarsi di una struttura formale e di affidarsi ad un
coordinamento molto leggero costituito dalla “interazione tra una cabina di regia e
l’autorità Regionale nelle sue articolazioni avvalendosi del supporto tecnico del
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comitato” (scientifico) (Regione Umbria 2006). Non ci sentiamo di collocare il
Distretto Tecnologico dell’Umbria tra quelli che hanno compiuto l’intero ciclo e
sono approdati nella categoria DT di successo, per questo è plausibile esprimere qualche
riserva sulla scelta fatta che, se ha il merito di evitare appesantimenti burocratici e di
costo, dall’altra parte non aiuta a dare al Distretto la visibilità necessaria al suo consolidamento e ne limita, in qualche modo, la forza progettuale.
Poli di innovazione
La regione Umbria, tramite la legge regionale n. 25 del 2008 “Norme in materia di
sviluppo, innovazione e competitività del sistema produttivo regionale” introduce il
tema dei “Poli di Innovazione e di Eccellenza” (Capo III, art. 10, comma 1, lettera e)
come una delle 3 tipologie di aggregazione di operatori pubblici e privati utili a
promuovere processi di innovazione nel sistema produttivo regionale, le altre 2 sono
i Distretti Tecnologici e le Reti stabili di impresa.
La stessa Regione dell’Umbria stanzia, per la prima volta, finanziamenti pari a 5
milioni di euro per i Poli di Innovazione a partire dai bandi a valere sul POR 20072013 previsti per i prossimi mesi.
I Poli di innovazione trovano riferimento normativo anche nella legislazione nazionale con il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 27 marzo 2008 che
stabilisce le regole per accedere alle agevolazioni previste per le attività di ricerca e fa
riferimento ai Poli di Innovazione come possibili destinatari delle agevolazioni stesse
e ne da una definizione nei termini di:
raggruppamenti di impresa indipendenti (start up innovatrici, piccole, medie, grandi imprese, organismi di ricerca) attivi in un particolare settore o regione e destinati a stimolare l’attività innovativa,
incoraggiando l’interazione intensiva, l’uso in comune di installazioni e lo scambio di conoscenze ed
esperienze, nonché, contribuendo in maniera effettiva al trasferimento di tecnologia, alla messa in
rete e alla diffusione delle informazioni tra le imprese che costituiscono il Polo.
Ho voluto richiamare questa definizione “ministeriale” perché ci aiuta a discernere tra
denominazioni diverse che rischiano di descrivere fenomeni simili: Poli di Innovazione,
Distretti Tecnologici, Reti stabili di impresa sono, alla fine, la stessa cosa? E, dunque,
cambiano i nomi ma le politiche possono essere sempre le stesse? In un certo senso si,
se pensiamo che le 3 tipologie hanno in comune l’elemento di fondo rappresentato
dalla rilevanza assoluta assunta dai sistemi reticolari nell’attivazione dei processi di
innovazione e quindi le politiche sono, in ogni caso, volte ad agevolare e a sostenere la
formazione di sistemi di questo tipo. Tuttavia ci sono anche differenze delle quali le
politiche devono tener conto se vogliono mantenere alta la propria efficacia.
Una prima grande differenza riguarda il grado di specializzazione tecnologica connessa
con la formazione della rete che deve essere necessariamente marcata nel caso dei Poli
di Innovazione e dei Distretti Tecnologici, mentre, è molto più sfumata nel caso delle
Reti stabili di impresa.
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
Una seconda differenza è data dall’evidenza progettuale e dalla strutturazione
del sistema reticolare, ancora una volta, di grado elevato nei Poli e nei Distretti,
debole nelle Reti stabili, anche se, in questo caso, la differenza viene colta più in
riferimento alle esperienze dei Poli e dei Distretti di altre Regioni che non a quelli
dell’Umbria dove, tra l’altro, i Poli di Innovazione stanno muovendo appena i
primi passi.
Una terza differenza, più sfumata, riguarda quella tra Polo di Innovazione e Distretto Tecnologico, entrambi caratterizzati dalla rilevanza della componente scientifico-tecnologica nel processo di integrazione delle competenze, nel primo caso
l’aggregazione è maggiormente centrata sulle imprese, quelle cosiddette di eccellenza, a partire dalle quali si dipana il lavoro di tessitura attorno alle filiere e si
studiano le diversificazioni possibili attraverso combinazioni ed incroci; nel secondo caso, il nodo centrale della rete è rappresentato dai centri deputati alla
produzione della conoscenza scientifica e tecnologica che fungono da elementi di
attrazione di competenze diffuse dentro e fuori le imprese e di orientamento dei
processi di innovazione.
In ogni caso, Poli di Innovazione e Distretti Tecnologici sono destinati ad integrare la propria strategia ed azione com’ è evidente nell’ esperienza di altre Regioni come il Piemonte e l’Emilia Romagna dove, nel primo caso, il Polo di innovazione dell’ICT, uno dei 12 Poli individuati dalla Regione, è strettamente connesso con il Distretto Tecnologico del Wireless e, nel secondo caso, addirittura, il
Distretto Tecnologico della meccanica avanzata è il risultato di un incrocio tra gli
ambiti tematici tecnico-scientifici, espressione del potenziale di produzione di
ricerca localizzato nella regione e le specializzazioni produttive del sistema industriale regionale (nel caso specifico la meccanica avanzata) costituitisi in Tecnopoli.
Ancora una volta conviene tenere presente come si sono mossi e si muovono altri
territori; il riferimento al Piemonte e all’Emilia Romagna non è casuale perché si
tratta di esperienze che stanno avendo successo e, se proprio non dobbiamo considerarle un modello, dal momento che ogni territorio ha le sue peculiarità e una
mera replicazione di ciò che avviene altrove è quasi sempre sconsigliabile, possiamo trarne spunti metodologici utili per migliorare le performance del sistema
che si va costruendo anche in Umbria.
Sia nel caso del Piemonte che in quello dell’Emilia Romagna i Poli di innovazione
(Tecnopoli nella denominazione Emiliana) sono sistemi a rete fortemente strutturati e regolati, non solo attraverso leggi Regionali ma, anche, da Disciplinari e
Linee guida, nonché provvisti di soggetti gestori individuati attraverso apposita
selezione (Regione Piemonte), ovvero, fase negoziale (Regione Emilia Romagna)
e dotati di autonomia e specifiche risorse.
La cornice strategica che guida l’individuazione e l’attività dei Poli è ben definita
nella selezione delle priorità (filiere e driver tecnologici su cui puntare) e tutti i
passaggi che ne conseguono, dalla selezione dei soggetti, a quella degli obiettivi
operativi, alle procedure attuative, fino alle scelte e ai comportamenti delle sin125
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gole aziende, presentano un elevato grado di coerenza con quella cornice, tale da
costituire un corpo compatto di idee e di azioni in grado di generare un impatto
consistente sull’intero sistema.
Lo sforzo progettuale che sta alla base della costruzione dei Poli nelle due Regioni si
sostanzia di una fase di indagine che punta a fare emergere vocazioni e specializzazioni
radicate sul territorio e a valutarne la consistenza in termini di potenziale di innovazione.
Nel caso dell’Emilia Romagna questo lavoro di conoscenza e valutazione si è risolto
nella individuazione di alcune filiere produttive di interesse regionale e di 8 ambiti
tecnologici regionali che costituiscono l’ambito di intervento del Programma regionale per la Ricerca Industriale, l’Innovazione e il Trasferimento Tecnologico
(PRRIITT); dall’incrocio tra le filiere e gli ambiti tecnologici è stato possibile ricostruire il quadro delle intersezioni tra domanda (organizzata nella filiera) e offerta
(organizzata per ambiti tecnologici) e di valutarne l’intensità.
Si tratta di vere e proprie piattaforme tecnologiche all’interno delle quali vengono
ricondotte le attività di tutti i soggetti del sistema della ricerca industriale regionale, organizzati su temi prioritari, agganciati alle filiere industriali, su cui far convergere anche le risorse finanziarie. I “Tecnopoli” assumono anche la consistenza di luoghi fisici: infrastrutture dedicate ad ospitare ed organizzare attività, servizi e strutture per la ricerca industriale ed il trasferimento tecnologico, cui fanno capo le
imprese e i soggetti pubblici e privati preposti alle attività di ricerca.
Nel caso del Piemonte il lavoro di indagine è arrivato ad individuare 12 ambiti
settoriali di intervento, corrispondenti alle specializzazioni di altrettante aree territoriali, sulla base dei quali si è proceduto ad istituire i rispettivi Poli di Innovazione,
aggregando le imprese delle filiere interessate, gli istituti di ricerca e selezionando
un soggetto gestore deputato al coordinamento delle attività del Polo. La differenza
con i Tecnopoli sta nel diverso peso che assume il ruolo delle attività di ricerca e
sviluppo proveniente da organismi esterni alle aziende, fondamentale e condizione
imprescindibile per la strutturazione della piattaforma tecnologica nei Tecnopoli,
non indispensabile nelle aggregazioni che formano i Poli di Innovazione piemontesi,
a testimoniare una diversità di approccio che, nell’esperienza piemontese, tende a
focalizzarsi e a far leva sulle dinamiche relazionali di filiera piuttosto che sull’elemento di traino costituito dalla presenza di un qualificato istituto di ricerca.
L’Umbria, anche in questo caso, sembra distante da percorsi di questo tipo, comuni, su molti aspetti, non solo all’impostazione data da Regioni come Piemonte ed
Emilia Romagna ma, anche, dalla Toscana, dalla Lombardia, dal Lazio; si conferma, cioè, l’adozione di un approccio molto laterale rispetto alle politiche di intervento diretto delle Regioni sopra citate, secondo una logica di stimolo ed accompagnamento dell’iniziativa spontanea dei soggetti, piuttosto che di innesco, guida e
coordinamento dei processi.
I Poli di Innovazione cui si fa riferimento in Umbria: aerospazio, automotive,
meccatronica, sono aggregazioni di imprese nate per rispondere alle esigenze di
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
riposizionamento sul mercato da parte di aziende, alcune di vera eccellenza, indotte
a “fare sistema” dal rischio incombente di scivolamento verso una condizione sempre più marginale all’interno delle rispettive filiere.
Sono aggregazioni, comunque, poco strutturate, in un solo caso (automotive)
imperniate sulla centralità di una struttura di ricerca specializzata (centro del
“Pischiello”), formatesi in assenza di un preciso indirizzo dato in coerenza con la
selezione di priorità dove concentrare le risorse.
In un approccio di questo tipo l’Istituzione non ha molto da fare, dal momento che
le priorità le seleziona il “mercato”, i rapporti tra imprese e strutture di ricerca sono
all’insegna dell’opportunità data dal momento (progetti da presentare nei bandi), il
lavoro di indagine non è necessario visto che non ci sono decisioni da prendere in
ordine ad eventuali specializzazioni che potremmo perseguire, la formazione delle
aggregazioni non risponde all’impulso di un’azione pianificata ma è lasciata unicamente alla valutazione del momento da parte del singolo imprenditore. All’Istituzione non rimane altro che stanziare le risorse e distribuirle.
Io penso, al contrario, che accompagnare non è sufficiente; senza nulla concedere
ad una impostazione dirigistica delle “politiche” e tenendo in massimo conto le
tendenze del mercato e le vocazioni dei territori, anzi, proprio partendo da queste,
ritengo che sia possibile, vorrei dire, necessario, un ruolo attivo delle Istituzioni, in
primo luogo la Regione con le sue Agenzie, per avviare un percorso di co – progettazione che arrivi a stanare potenzialità esistenti ma non in grado di emergere senza
l’impulso proveniente dall’azione del Pubblico.
Credo che questo sia un punto fondamentale delle “politiche” pubbliche: non ci si
può occupare solo di quello che c’è, che è facilmente riconoscibile e magari è sufficiente “accompagnare”, è molto più importante pensare a quello che non c’è ma
occorrerebbe che ci fosse e potrebbe esserci a condizione che... dunque, c’è da lavorare per
creare le condizioni. Per questa ragione penso che i Poli di Innovazione nascano,
soprattutto, da un lavoro serio di progettazione fatto di conoscenza puntuale delle
risorse disseminate sul territorio, di potenziali combinazioni tra loro, di connessioni
possibili tra specialismi apparentemente lontani, di concertazione tra ruoli diversi
per arrivare a condividere medesimi obiettivi.
Richiamo di nuovo un mio precedente contributo su questa rivista dedicato al tema
dei Poli di Innovazione (Cipollone - Peruzzi 2008) per riproporre, a titolo esemplificativo, le tappe di un percorso di progettazione che, nel caso citato, riguarda la
filiera delle energie da fonti rinnovabili:
1) analisi delle politiche nazionali e locali sul tema delle energie da fonti rinnovabili
e della strumentazione di sostegno disponibile;
2) analisi del territorio per verificare l’esistenza di specifiche competenze nel campo espresse da imprese, centri di ricerca, strutture formative, servizi avanzati,
etc. (mappa delle competenze) a partire dalle quali si renda possibile l’identificazione di percorsi di specializzazione;
3) strutturare i percorsi di specializzazione mediante l’interfacciamento delle di127
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verse esperienze e progettualità espresse dagli attori locali (con particolare riferimento alle imprese e ai centri di ricerca) in modo da creare scambio e convergenza verso obiettivi condivisi;
4) evidenziare i punti di sovrapposizione e/o di smagliatura della trama che si viene
costruendo;
5) fare leva sui punti forti che dovessero emergere ed il loro inserimento in contesti
relazionali di tipo globale per attrarre le risorse esogene necessarie a riconnettere
le smagliature.
Mi soffermo su 3 punti di questa sorta di vademecum che ritengo importanti anche
alla luce dell’analisi svolta nei paragrafi precedenti sul modello italiano.
In primo luogo la mappa delle competenze che rappresenta una sorta di data base a
partire dal quale avviare i percorsi della possibile composizione del puzzle. Non è
un’attività che possa essere risolta attraverso la semplice elencazione dei codici ISTAT
di riferimento delle attività censite; le descrizioni connesse con questi, nulla ci dicono circa la versatilità delle competenze attribuite ad una data attività ma utilizzabili
anche per altro tipo di attività, all’interno ma anche all’esterno della filiera. Tanta
innovazione all’interno delle imprese italiane nasce proprio da questa versatilità che
rende possibile la combinazione con altre competenze e un impiego flessibile delle
stesse per la messa a punto di nuovi prodotti. Questa versatilità, se è abbastanza
riconoscibile per impieghi diversi all’interno della stessa filiera (verticalizzazione a
monte o a valle), è assai più complesso da determinarsi quando la ricerca si sposta
su potenzialità di impiego al di fuori della filiera, in aree limitrofe o addirittura,
talvolta, molto distanti, e qui vengo al secondo punto, ovvero, il lavoro di
interfacciamento di esperienze e progettualità esistenti. Le competenze, infatti, per loro
natura, tendono ad esprimere, da parte di chi le possiede, una conoscenza di tipo
verticale che funziona come una sorta di gabbia che impedisce, spesso, al suo
detentore (l’imprenditore, il tecnico, il ricercatore ) di riconoscere il loro potenziale
di integrazione orizzontale, diventa, quindi, determinante l’intervento di un soggetto terzo, il quale è distante dagli specialismi connessi con determinate competenze ma, grazie a questa distanza e alla vicinanza con il mercato degli utilizzatori
finali, è in grado di valutarne l’impatto su una gamma ampia di impieghi e ne
favorisce la combinazione (interfacciamento) grazie alla adozione di linguaggi standard
(protocolli comuni) in grado di connettere tra loro e di rendere comprensibili linguaggi altrimenti assai distanti.
Insomma il sapere distintivo dello specialista è in grado di generare nuovo valore se c’è qualcuno
che si assume il compito di identificare il modo personalizzato con il quale gli specialismi possono
essere confusi o integrati tra loro (Cipollone 2007)
in modo da estendere la gamma degli usi secondo la variabilità del mercato e dei
clienti. L’adozione di linguaggi standard e la costruzione di frames culturali e tecnici condivisi sono gli elementi chiave che consentono ai soggetti di muoversi agevolmente nei due spazi relazionali: della conoscenza tacita e informale, espressione
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
delle vocazioni del territorio ove si è localizzati, e della conoscenza scientifica, espressione del sapere codificato, ovunque essa sia dislocata.
Come si vede la progettazione di un sistema reticolare che chiamiamo Polo di Innovazione richiede la disponibilità di una tecnologia organizzativa di connessione in grado
di sostenere una interattività intensa e complessa che prevede l’esercizio di diversi
ruoli all’interno della rete; ne indico almeno 4 fondamentali:
a) gli specialisti;
b) i sistemisti;
c) i connettori;
d) i metaorganizzatori (Rullani 2000).
Dei primi 2 abbiamo accennato, il terzo, ossia, i connettori sono quelli che provvedono alla infrastruttura tecnologica necessaria per far transitare in maniera efficiente
i flussi di conoscenza, mentre il quarto, i metaorganizzatori, fungono da regolatori
del sistema, definiscono gli standard dei linguaggi di comunicazione, stabiliscono
le modalità di ingresso e di uscita dalla rete, mediano tra gli interessi espressi dai
diversi ruoli.
L’ultimo punto riguarda l’attrazione di risorse esogene necessaria a riconnettere le smagliature, ossia, cercare altrove quelle risorse con valenza strategica per la costruzione
del Polo che non esistono sul territorio. Se ad esempio l’Umbria decidesse di puntare sulle energie da fonti rinnovabili, nel momento in cui dovesse ritenere questa
specializzazione coerente con le proprie vocazioni, nel ricostruire la mappa delle competenze scoprirebbe che, accanto ad alcuni punti di forza, si evidenzierebbe l’inesistenza sul territorio di produttori di pannelli fotovoltaici o di torri e pale eoliche,
dovrebbe, quindi, attivarsi per colmare questo vuoto cercando di attrarre da fuori
competenze su questo tipo di attività. Questo lavoro di attrazione, altrimenti denominato Marketing territoriale, è un lavoro articolato e complesso che per essere efficace deve giovarsi dell’esistenza di alcuni presupposti che sono delle vere proprie
“conditio sine qua non”. Uno di questi è l’aggancio con una visione strategica chiara e scelte conseguenti da parte della governance del sistema, se non c’è condivisione
di obiettivi e la disponibilità, da parte degli attori locali, ad assumere comportamenti e decisioni favorevoli alla politica di attrazione, questa non produce risultati.
Un secondo presupposto fondamentale è dato dall’esistenza di punti di aggancio
forti sui quali innescare risorse esterne: dal nulla non nasce nulla, se le risorse che
intendiamo attrarre dovessero risultare come un corpo estraneo ed isolato rispetto
al contesto nel quale vengono ad inserirsi, ne risulterebbe difficile il radicamento e
probabile un effetto “colonizzazione” che non produrrebbe alcuna fertilizzazione
nel territorio. Il presupposto, dunque, è che il territorio disponga di risorse proprie,
originali, non facilmente replicabili, riconoscibili, sulle quali sia possibile praticare
una politica di valorizzazione attraverso processi di contaminazione con altre risorse esogene. L’innesco di queste, dunque, produce valore aggiuntivo per tutti nel
momento in cui partecipa a quel percorso di interfacciamento che richiamavo poc’anzi,
facendo leva sui caratteri di versatilità e complementarietà delle competenze in gioco.
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È chiaro, quindi, che entra di nuovo in campo la rete: l’attrazione ha luogo, per
gran parte, all’interno di un sistema relazionale forte, dove meccanismi di garanzia
adeguati e l’investimento fiduciario che ne consegue rendono possibile lo scambio
tra attori diversi, a volte molto distanti tra loro spazialmente e culturalmente. Dunque, alla base dell’attrazione c’è la possibilità di uno scambio e di una integrazione
di risorse ritenute strategiche da ciascuna delle parti in gioco, il marketing è quella
funzione a cui è deputato il compito di creare le condizioni affinché questo scambio
possa avvenire ponendosi come punto di rammagliatura delle tensioni che l’innesco
è destinato a generare e come facilitatore dei processi di integrazione. Come si
vede, siamo assai lontani da una visione (che accomuna i più) quasi folcloristica del
marketing territoriale , fatta di spot, carta patinata, improbabili promozioni sul “campo”, che rifà il verso al caro, vecchio e molto americano “marketing management”
inventato per vendere più frigoriferi e automobili. Il marketing territoriale svolge,
invece, una funzione fondamentale nella progettazione del Polo di innovazione perché attraverso essa registriamo il grado di appetibilità del nostro sistema di competenze in una dimensione globale e il loro potenziale di integrazione con segmenti di
specializzazione altrimenti indisponibili.
Università
Il ruolo dell’Università nelle politiche per l’innovazione è determinante. Soprattutto in una Regione piccola e di scarso peso come L’Umbria, con la presenza di un’unica
Università e di poche altre strutture deputate alla ricerca scientifica e all’innovazione, il ruolo di questa presenza si fa vieppiù rilevante e carico di aspettative per gli
operatori localizzati nel territorio.
Bisogna riconoscere che negli ultimi anni lo sforzo dell’Università di Perugia di
apertura verso l’esterno per incrociare in qualche modo le domande e le sollecitazioni della società regionale non è mancato, rompendo con una tradizione di chiusura ed isolamento che, per la verità, rappresenta un tratto caratteristico dell’Università italiana. Tale sforzo si è concretizzato con una lodevole attività rivolta alla
creazione di spin off accademici e con collaborazioni sempre più frequenti con le
piccole e medie imprese della regione.
Questo sforzo di apertura è comune a tutte le Università italiane secondo un modello che supera le tradizionali demarcazioni tra gli attori (Imprese, Stato, Università) e guarda alle sovrapposizioni e alle intersezioni tra gli ambiti istituzionali occorrenti per generare nuova conoscenza (modello definito della Triple Helix, Etzkowitz
et al. 2000). Questo nuovo approccio implica l’emergere nell’Università di una così
detta terza missione oltre a quella della ricerca e della didattica, ossia, quella di partecipare allo sviluppo del territorio svolgendo un ruolo nuovo rispetto al passato
con caratteristiche che vengono definite “imprenditoriali”. Per la verità le “missioni” diventano quattro, due tradizionali: ricerca e didattica, due di più recente concepimento: trasferimento tecnologico e sviluppo del territorio.
130
M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
Questo processo di riposizionamento dell’Università non è così scontato come potrebbe sembrare a chi non è al dentro delle dinamiche interne all’Università, in
realtà, ci sono in proposito diverse scuole di pensiero (connesse anche a posizioni di
potere), alcune delle quali vedono criticamente questo processo di apertura e di
orientamento verso il mercato in quanto porterebbe ad una perdita del valore e
dell’autonomia della ricerca scientifica e ad una minore attenzione ai processi formativi (Geuna 1999, Pavitt 2000). Si tratta, quindi, di un percorso faticoso, condizionato da una molteplicità di fattori, lento, spesso troppo lento rispetto alle dinamiche dell’economia e della società, lungo il quale registriamo diversi gradi di avanzamento da parte dei singoli Atenei. L’Università di Perugia si è incamminata con
qualche ritardo su questa strada e rileva un surplus di difficoltà dovuto al peso
esercitato da una vocazione storicamente rivolta verso la formazione per l’esercizio
delle tradizionali professioni liberali (Medicina, Veterinaria, Agraria, Giurisprudenza, etc.) lasciando spazi marginali alle discipline più direttamente interessate ad un
rapporto con il mondo delle imprese e con l’economia del territorio.
Questo ritardo come incide nella capacità delle nostre imprese di fare innovazione?
In un certo senso, l’accesso ai circuiti globali di diffusione della conoscenza è, oggi,
talmente aperto, semplice e a basso costo, che tante piccole e medie imprese hanno
imparato a servirsene con estrema disinvoltura, andando a prendere le informazioni
che interessano là dove esse vengono prodotte senza problemi di spazio e di tempo;
sono sempre più frequenti i casi di aziende umbre che stipulano accordi con altre
Università italiane e straniere o, anche, partecipano a network specializzati o, ancora, si servono di broker tecnologici internazionali per cercare le soluzioni di cui
hanno bisogno. Dunque, sotto questo profilo, la presenza o meno, sul posto, di una
Università o di qualsiasi altra struttura deputata alla ricerca non è dirimente.
Allora qual’è l’apporto aggiuntivo che l’Università dell’Umbria può dare alle imprese umbre? Credo che tale apporto consista nella capacità dell’Università di esercitare appieno il nuovo ruolo che il modello sopra citato le attribuisce, quello, cioè,
di diventare parte della rete di attori dello sviluppo locale, soggetto attivo che
partecipa al processo di progettazione dello sviluppo del territorio e non si limita a
cercare collaborazioni finalizzate a raccogliere risorse aggiuntive a quelle sempre
più scarse di cui è destinataria. Questo significa, per esempio, che almeno una parte
del programma di attività dell’Università e degli obiettivi ad esso connessi siano
pensati in stretto raccordo con le linee strategiche che il territorio si dà tramite le
sue Istituzioni e le sue rappresentanze sociali ed economiche. Non deve accadere
che, ad esempio, mentre si dà avvio al Distretto Tecnologico che ha nei materiali
uno degli ambiti più importanti di ricerca, venga soppresso il corso di Ingegneria dei
materiali nel Polo scientifico di Terni; il corso, in verità, è stato recuperato sotto
altra denominazione ma la valenza simbolica dell’atto è forte e destinata ad avere
un impatto negativo sulla credibilità di una politica.
Significa, anche, dentro questa prospettiva, interpretare in modo nuovo l’attività di
valorizzazione dei risultati della ricerca Universitaria e il cosi detto trasferimento
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tecnologico. L’Università che si candida a progettare il nuovo sviluppo, che concorre
a costruire il Distretto Tecnologico e i Poli di Innovazione, che ne vuole essere
motore propulsivo, non può continuare a gestire il proprio patrimonio di conoscenze come qualcosa di indipendente dai concreti processi di trasformazione che le
imprese, per prime, sono impegnate a promuovere; qualcosa da calare dall’alto con
qualche aggiustamento per adattarlo alle condizioni date e renderlo fruibile. Qui,
davvero, si coglie il permanere di qualche antico retaggio che si fa fatica a superare,
anche da parte di quei settori dell’Università che aderiscono pienamente al nuovo
modello.
Dunque, non c’è solo da confrontarsi con la vecchia idea di una missione svincolata
da qualsiasi condizionamento e scevra da contaminazioni con il “mercato” ma, anche laddove si fa strada la scelta dell’apertura e della collaborazione con gli altri
attori dello sviluppo, talvolta, l’approccio e gli strumenti che vengono adottati
sono prigionieri di una cultura della separatezza che permane.
Voglio dire che se l’attività di valorizzazione della ricerca parte dal presupposto che
la produzione e il prodotto conoscenza sia un processo tutto interno all’Università’,
qualcosa di compiuto e definito da spostare, così com’è (salvo aggiustamenti), da
un luogo (il laboratorio) ad un altro (l’impresa), questa attività, inevitabilmente,
entra in contraddizione con il nuovo ruolo e ne segna il limite.
Mi si perdoni, forse, l’eccesso di semplificazione ma su questo punto bisogna essere
chiari: se si fa la scelta di stare dentro i processi territoriali, se in ragione di questa
scelta si è protagonisti di un progetto collettivo di sviluppo, si partecipa alla costruzione di network di imprese e si entra a farne parte, allora il “prodotto conoscenza”
necessario ad innescare i processi di innovazione sarà il risultato di uno sforzo collettivo, di un’attività di co-progettazione, qualcosa che viene pensato e messo in
opera nel concreto divenire delle dinamiche relazionali degli attori del network; lo
stesso processo di valorizzazione è implicito in tutto questo lavoro anche quando
non dovesse risolversi nel deposito di qualche brevetto o nella pubblicazione di
qualche articolo in riviste scientifiche.
Quando sento parlare di attivare nuove funzioni di marketing all’interno delle
Università per orientare l’attività di ricerca al mercato e “vendere” meglio il prodotto che ne deriva, trovo ulteriore conferma di una visione che non esiterei a
definire “fordista”, nella quale l’apertura al mercato sconta una concezione vecchia
dei rapporti con il mercato, di separatezza e di autosufficienza del produttore, di
subordinazione e passività del “cliente” (l’asimmetria cui accennavo nei paragrafi 2
e 3 di questo lavoro), dove il marketing, appunto, non è altro che una tecnica per
“piazzare” meglio un prodotto che esiste a priori. Tutto questo, poi, rasenta il paradosso se si pensa che il “prodotto” di cui si sta parlando è la conoscenza, sulla cui
“appropriabilità” è in atto, ancora oggi, una discussione tutt’altro che risolta che
tende, anzi, a mettere in rilievo l’inadeguatezza di strumenti tradizionali di protezione proprietaria come brevetti o copyright, che si pone il problema del fenomeno
della dissipazione incontrollabile della stessa, che è alla ricerca di forme nuove di
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
condivisione della conoscenza in grado di compatibilizzare il suo carattere “naturalmente pubblico” con i diritti di proprietà.
Credo che anche l’Università di Perugia, al pari di altri Atenei italiani, fatichi a
maturare pienamente la scelta della “terza missione”; il dinamismo e l’apertura presente in alcuni suoi settori attenua ma non nega tale evidenza, risultando più come
l’effetto della sensibilità di alcuni professori che non di scelte di sistema, in ogni
caso, la presenza di queste disponibilità è un dato positivo che va colto e utilizzato
per sperimentare sul territorio forme di collaborazione più avanzate. Se torniamo
ancora al tema iniziale di questa trattazione, ossia, l’indagine sui Materiali Innovativi, gli spunti che abbiamo raccolto, abbiamo detto, richiedono, per essere ripresi e
sviluppati, di essere convogliati dentro un percorso attuativo, un vero e proprio
progetto che potrebbe portare alla realizzazione di un Polo di Innovazione. Sarebbe
l’occasione per spingere in avanti le esperienze di collaborazione tra Università,
imprese e territorio sin qui maturate, strutturale dentro rapporti di sistema cancellandone il carattere di episodicità, rilanciando, contemporaneamente, il ruolo del
Polo scientifico di Terni, oggi in crisi di risorse e di prospettiva, accreditandolo di
una funzione strategica all’interno di un vero e proprio progetto di sviluppo territoriale.
Lo studio dell’AUR e l’indagine Sviluppumbria costituiscono una buona base di
partenza conoscitiva che va implementata ma che, intanto, permetterebbe di muovere passi concreti nella individuazione dei primi nodi della rete; si tratta di riprendere ipotesi di lavoro già mature, frutto di precedenti confronti con le imprese del
territorio, che riemergono anche nell’indagine sotto forma di “consigli di policy”.
Una di queste riguarda la creazione di una struttura di service a supporto delle
esigenze di ricerca applicata, prototipazione e test delle filiere della produzione e
trasformazione delle materie plastiche che metterebbe in rete laboratori e risorse di
ricerca pubblici e privati.
È una progetto promosso, nel recente passato, dal gruppo di ricercatori che fa
riferimento, nell’ambito del Polo scientifico di Terni dell’Università di Perugia, al
Centro Europeo per le nanotecnologie che, in quel momento, non ha trovato le
condizioni per la sua attuazione. I soggetti di questa operazione sono facilmente
individuabili in alcuni grandi gruppi chimici presenti sul territorio, alcuni dei quali
dotati di strutture di ricerca e sviluppo, piccole e medie imprese di trasformazione,
i laboratori del Polo scientifico di Terni come quelli di Scienza e Tecnologia dei
materiali, quelli del Centro Europeo per le nanotecnologie, i laboratori del Consorzio interuniversitario INSTM, l’ISRIM.
Un centro di questo tipo che potrebbe trovare collocazione fisica presso il polo
industriale Montedison, rappresenterebbe la prima esperienza in Umbria di sistema a rete di strutture di ricerca pubbliche e private e potrebbe costituire un primo
nucleo di competenze attorno al quale far crescere e allargare la rete e il n° dei
soggetti coinvolti, fino alla configurazione di un vero e proprio cluster.
E’ un progetto fattibile, è l’occasione per verificare la tenuta di una ipotesi di lavoro
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centrata sulla disponibilità degli attori a riconoscersi in un progetto comune e ad
iniziare forme di collaborazione strutturate fino ad ora assenti sul territorio, è l’occasione per ridare un senso ad un Distretto Tecnologico che, almeno nell’area di
Terni, non ha prodotto alcuno degli effetti di agglomerazione sperati e sembra
destinato a concludere la propria esperienza entro breve tempo dal momento che
non risultano ulteriori finanziamenti a suo favore. Infine, è un progetto che ne
richiama altri, nel campo dei materiali compositi e del titanio, materiali strategici
per filiere in fase di strutturazione come quella del nautico.
È in atto, in questi giorni, un confronto serrato tra le Istituzioni locali e L’Università
di Perugia che riguarda la sopravvivenza stessa del Polo scientifico di Terni; non è solo
una questione di risorse, pure fondamentali, in realtà la penuria di finanziamenti sta
facendo emergere la debolezza di un disegno (quello del decentramento) che non è
mai stato vissuto dall’Università come una opportunità ma, piuttosto, come un problema. Sarebbe bene che, dentro questo confronto, il territorio legasse i necessari
provvedimenti di razionalizzazione ad un progetto di rilancio del ruolo dell’Università a Terni sostanziandolo di uno sforzo propositivo ancora troppo debole. Come abbiamo visto il materiale non manca occorre solo decidere come utilizzarlo.
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135
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2009b Poli di innovazione. Esiti delle attività di valutazione del primo programma annuale e prossime fasi
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Regione Umbria
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M. Cipollone, Materiali innovativi: riflessioni a margine dello studio AUR
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137
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
Il sostegno pubblico ai processi
di internazionalizzazione delle imprese:
organi e attività promozionali
(2004-2009)
Quadrimestrale
Agenzia Umbria
Ricerche
Ilaria Brocanello*
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Introduzione e premessa metodologica1
Le politiche pubbliche per il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese hanno assunto una rilevanza strategica fondamentale per lo sviluppo economico di
ciascun sistema-paese. In contesti territoriali nei quali l’impresa di minore dimensione riveste un ruolo fondamentale nel tessuto economico, produttivo e sociale,
emerge chiaramente la necessità di un efficace coordinamento tra istituzioni, con
particolare riferimento ai livelli regionali, e imprese. Sono numerosi i rapporti di
ricerca che analizzano il posizionamento dell’Umbria in termini di
internazionalizzazione2. Il presente lavoro rappresenta il frutto di una riflessione
sull’importanza che riveste da un lato il territorio dove le imprese immergono le
loro radici originarie, e dall’altro le attività svolte a supporto della doppia
internazionalizzazione, delle imprese e del territorio stesso, da parte delle autorità
pubbliche che detengono la governance delle aree geo-economiche sotto esame3.
*
1
2
3
Dottoranda in Internazionalizzazione delle PMI, presso la Facoltà di Economia, Università degli Studi di
Perugia.
Il lavoro rappresenta un momento di condivisione e riflessione della prima parte relativa ad un work
in progress che terminerà a giugno 2010. Il lavoro è frutto di una collaborazione iniziata ad aprile
2009 con l'ICE, Ufficio Regionale dell'Umbria. In questa fase presentiamo i risultati dell'indagine
empirica quantitativa e qualitativa che deriva da: interviste effettuate nel periodo luglio 2008 gennaio 2009 agli Agenti Pubblici locali preposti al supporto dei processi di internazionalizzazione
delle imprese in Umbria; analisi di banche dati; analisi di documenti totali disponibili ai fini della
valutazione dei programmi promozionali contenuti nelle Convenzioni ICE - Regione Umbria dal
2004 al 2009.
Rapporto AUR&S Economia, Innovazione e Lavoro, 2007, pp. 116 sgg.; Rapporto di ricerca Umbria
Multinazionale, 2007; Rapporto MET 2007-2008 e 2009; banca dati ISTAT; Rapporto ICE 20072008; Rapporto ICE 2008-2009.
Si veda in particolare: S. Barczyk, Toward Improved Policy Making for Effecctive Supporto f SMEs, in
“Journal of Economics & Management”, vol. 3, 2007; J.W. Lu - P.W. Beamish, The Internationalisation
and Growth of SMEs, in “Strategic Management Journal”, vol. 22, issue 6-7, pp. 565-586, 2002; M.
Wright - P. Westhead - D. Ucbasaran, internationalization of Small and Medium-sized Enterprises (SMEs)
and International Entrepreneurship: A Critique and Policy Implications, Regional Studies, vol. 41.7, pp.
139
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Obiettivo complessivo della ricerca è quello di valutare se gli strumenti del marketing
d’area4 utilizzati fino ad oggi e previsti per il prossimo futuro dagli Agenti Pubblici locali al supporto dei processi di internazionalizzazione delle imprese, siano
coerenti con lo scenario competitivo5 e con le principali esigenze espresse e latenti
dalle piccole e medie imprese (PMI) umbre.
L’indagine è stata condotta con un approccio al contempo qualitativo e quantitativo.
Questa scelta deriva dalla convinzione che l’analisi debba esprimere una particolare
attenzione alla condivisione degli sforzi dei Policy Maker locali6, che hanno il potere
di identificare e rendere concrete le priorità su cui far convergere le risorse pubbliche, e le imprese di piccole e medie dimensioni del territorio umbro7.
La ricerca si focalizza sull’attività generata dalle Convenzioni annuali, realizzate
nell’ambito degli Accordi di Programma tra Ministero dello Sviluppo Economico
e Regione Umbria, relative agli anni che vanno dal 2004 al 2009. Tale attività
rappresenta la parte maggiormente strutturata dell’intervento pubblico in materia di internazionalizzazione.
4
5
6
7
1013-1029, 2007; A. Hodgkinson, What drives regional export performance? Comparing the relative
significance of market determined and internal resource factors, Australian Journal of Regional Studies, vol.
14, n. 1, 2008.
Per marketing d’area intendiamo una serie di strategie, strumenti innovativi ed azioni per la promozione del territorio con l’obiettivo di attrarre investimenti e sostenere lo sviluppo locale (M. Paoli,
Marketing d’area per l’attrazione di investimenti esogeni, Guerini e Associati, Milano 1999, p. 34).
In uno scenario competitivo in continua e rapida trasformazione prevale la dinamica sovranazionale
dei fenomeni economico – industriali, la condizione di globalità diffusa dunque, deve portare le
piccole imprese ad inserirsi concretamente nei circuiti internazionali. R. Grandinetti - E. Rullani,
Impresa transnazionale ed economia globale, NIS, Roma 1996, pp. 270 sgg. “Siano piccole o medie o
grandi, tutte le imprese possono internazionalizzarsi attraverso un qualsiasi percorso di crescita”,
in Cafferata R., Lezioni di economia e gestione delle imprese, III, Edizioni Texmat, Roma 2008, pag.
400.
Con questo termine si vuole far riferimento agli Agenti Pubblici che, attraverso la realizzazione di
interventi, contribuiscono ad aumentare il benessere sociale. Per quanto riguarda il tema oggetto
del presente saggio, il riferimento è alla Regione e all’Ufficio Regionale dell’Istituto Nazionale per
il Commercio Estero che pianificano e realizzano annualmente le attività a supporto dei processi
di internazionalizzazione delle imprese in Umbria.
Il lavoro infatti, affronta un tema molto impegnativo orientato all’analisi di fenomeni sociali complessi per i quali si rende necessario un approccio eminentemente qualitativo, al fine di mantenere
le caratteristiche olistiche e significative dei fenomeni osservati. Questo ci ha permesso di studiare
fenomeni sociali complessi conservando “le caratteristiche olistiche e significative degli eventi
della vita reale”. R.K. Yin, Lo studio di caso nella ricerca scientifica, Armando Editore, Roma 2005, p.
38. Il tipo di richiesta della ricerca è stato il “come” e “perché” vengono pianificati servizi a sostegno dei processi di internazionalizzazione dagli Agenti Pubblici locali (in Umbria); “che cosa”
(secondo l’accezione esplorativa di Yin) è stato fatto negli ultimi anni e “che cosa” si farà nel
prossimo futuro; il tutto attraverso osservazione diretta e interviste sistematiche. È stata infine
fatta un’indagine attraverso l’utilizzo di questionari a piccole e medie imprese operanti nel territorio che terminerà a giugno 2010.
140
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
In primo luogo si è proceduto ad effettuare una serie di interviste agli Agenti
Pubblici locali preposti al supporto dell’internazionalizzazione delle PMI in Umbria
nel periodo luglio 2008 - gennaio 20098. In seguito sono stati raccolti i documenti necessari e disponibili per l’analisi delle attività realizzate nell’ambito delle
Convenzioni ICE - Regione Umbria nel periodo 2004-2009. Successivamente è
nata l’esigenza di effettuare ulteriori indagini attraverso:
a) un secondo ciclo di interviste realizzate a Policy Maker locali nel periodo maggio - luglio 2009;
b) la somministrazione di questionari e la realizzazione di interviste a 614 imprese del territorio umbro.
Di seguito esporremo i risultati della nostra indagine. Nella prima parte andremo ad illustrare come si realizza l’offerta di “servizi pubblici” a supporto dei
processi di internazionalizzazione delle imprese nella Regione Umbria, in seguito
alle informazioni ottenute dalle interviste realizzate e dai documenti disponibili.
L’analisi viene declinata in termini di organi preposti al supporto, progetti realizzati, numero di imprese beneficiate e risorse investite dal 2004 al 20099. Nel
terzo paragrafo esporremo sinteticamente i dati di maggior rilievo ottenuti dall’indagine condotta sulle imprese10. L’analisi dei dati rilevati fino a questo punto
ha rappresentato la base informativa dalla quale siamo partiti per effettuare alcune riflessioni conclusive. A tal fine è stata utilizzata una SWOT Analysis che
intende evidenziare i punti di forza, i punti di debolezza, i rischi e le opportunità
del territorio umbro in tema di supporto pubblico ai processi di
internazionalizzazione11.
8
9
10
11
Le interviste sono state realizzate presso i seguenti Enti: Assessorato allo Sviluppo Economico (Regione Umbria), Ufficio Regionale dell’ICE, Sviluppumbria, Centro Estero delle Camere di Commercio di Perugia e Terni.
Il riferimento è a quanto contenuto nelle Convenzioni annuali. Le Attività Promozionali pianificate
nella Convenzione ICE - Regione Umbria 2008 sono state realizzate nel corso dell’anno 2009. La
Convenzione ICE - Regione Umbria 2009, approvata il 4 dicembre 2009, contiene gli interventi a
supporto dei processi di internazionalizzazione delle PMI umbre che verranno realizzati nel corso
dell’anno 2010.
L’indagine sulle imprese è tuttora in corso e terminerà a giugno 2010.
La matrice utilizzata per effettuare la SWOT Analysis contiene quattro sezioni. Sezione 1: punti di
forza; identifichiamo sotto questo termine le caratteristiche degli Agenti Pubblici a supporto delle
imprese nell’ambito delle Convenzioni annuali ICE - Regione Umbria (tabella 3) e delle PMI del
territorio umbro oggetto di indagine (tabella 4), che portano valore aggiunto sul territorio in materia di internazionalizzazione. Sezione 2: punti di debolezza; il riferimento è ad elementi carenti relative ai soggetti indicati nel punto precedente. Sezione 3: i rischi che possono ostacolare la valorizzazione
dei punti di forza e/o l’allentamento dei punti di debolezza. Sezione 4: le opportunità che possono
facilitare la valorizzazione dei punti di forza e/o l’allentamento dei punti di debolezza. Per approfondimenti sul tema si veda G. Urbani - P. Magnatti, Sviluppo Insieme. Politiche industriali territoriali,
FrancoAngeli, Milano 2006.
141
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Organi, progetti e convenzioni
Gli Accordi di Programma, strumenti utili a condividere progetti promozionali in
materia di internazionalizzazione tra il Ministero dello Sviluppo Economico12, le
Regioni e Province Autonome, vengono introdotti a partire dal 1996. All’interno
del documento sono indicati gli indirizzi strategici volti ad accresce il grado di
internazionalizzazione dell’economia territoriale con particolare attenzione alle diverse fasi
di sviluppo delle imprese, rafforzando la loro capacità di competere sui mercati esteri13. La
validità degli Accordi ha durata triennale. L’obiettivo è la crescita competitiva internazionale delle imprese tenendo conto delle specificità delle stesse riferite al territorio di appartenenza14.
Graf. 1 - ORGANI
UMBRIA15
PREPOSTI AL SUPPORTO ALL’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLA
REGIONE
Fonte: nostra elaborazione 2009.
12
13
14
Con il DL 85/2008 il Ministero del Commercio Internazionale, nato all’inizio della scorsa legislatura, è stato ricollocato all’interno del Ministero dello Sviluppo Economico.
Accordo Quadro di Programma in materia di Internazionalizzazione, Perugia, 21 giugno 2007,
pag. 1.
Nel 2000 al fine di fornire ulteriori funzioni alle Regioni sono stati istituiti gli sportelli per
l’internazionalizzazione del sistema delle imprese. Obiettivo principale è l’attuazione di una assistenza specifica alle imprese del territorio realizzata con attività e strumenti efficaci al fine di
142
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
In Umbria, per sviluppare le azioni di servizio all’internazionalizzazione, si è costituita negli anni una rete di Agenti pubblici e privati che operano a supporto di tali
processi. Il grafico 1 rappresenta il quadro degli Enti che pianificano, contribuiscono a pianificare e realizzano le Convenzioni annuali ICE - Regione Umbria. È necessario precisare che ci troviamo all’inizio di un anno di grande cambiamento
conseguente all’avvio della riforma regionale in materia di supporto ai processi di
internazionalizzazione del tessuto produttivo locale. La linea strategica intrapresa
dalla Regione infatti, ha previsto la nascita di un nuovo soggetto compartecipato
dalle Camere di Commercio di Perugia e Terni. Questo è il frutto di una politica
industriale di sistema che ha portato ad un accordo tra Regione Umbria e Camere
di Commercio, nato in stretto coordinamento con gli Enti territoriali che si occupano della materia ed il tessuto produttivo umbro. La costituzione di una struttura
all’interno della quale far confluire risorse con l’obiettivo di favorire
l’internazionalizzazione delle imprese della Regione Umbria, contribuisce a rendere efficace il coordinamento del sistema istituzionale locale e favorisce lo sviluppo
del territorio. In questa fase di transizione, a livello nazionale sono previste inoltre
disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese con l’obiettivo
di pianificare delle misure per riorganizzare gli enti operanti nel settore16. A tal fine è
stata disposta una delega al Governo da attuarsi con una serie di decreti legislativi.
Nell’ambito delle politiche per l’internazionalizzazione la Regione pianifica annualmente la realizzazione di interventi a supporto delle PMI umbre attraverso
la programmazione delle Convenzioni ICE - Regione Umbria. Sulla base di una
valutazione congiunta della Regione e dell’Ufficio Regionale dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero la fase relativa alla programmazione delle Convenzioni è aperta alla partecipazione di altri soggetti. Gli Enti che partecipano e
collaborano alla fase di programmazione delle Attività Promozionali sono Con-
15
16
favorire ed agevolare il passaggio da una dimensione prevalentemente locale – che fa riferimento
ad una attività rivolta al mercato nazionale con esportazioni occasionali – ad una dimensione
internazionale in termini di reti di relazioni produttive e commerciali a livello internazionale.
L’art. 48 del D.Lgs. 112/98 ha decentrato infatti alcune funzioni aventi ad oggetto
l’internazionalizzazione dei sistemi produttivi locali: i) organizzazione e partecipazione a fiere,
mostre ed esposizioni organizzate al di fuori dei confini nazionali per favorire l’incremento delle
esportazioni dei prodotti locali; ii) promozione e sostegno alla costituzione di consorzi tra PMI
industriali, commerciali e artigiane; iii) promozione e sostegno alla costituzione di consorzi turistico-alberghieri; iv) sviluppo della commercializzazione nei mercati di altri paesi dei prodotti
agroalimentari locali. Dalle interviste effettuate emerge chiaramente la non efficace attivazione
dello Sportello per l’Internazionalizzazione in Umbria.
Il grafico rappresenta il quadro degli Enti al 31 dicembre 2009. Con il termine Enti Collegati
facciamo riferimento a tutti quei soggetti partecipati dalla Regione che operano a diverso titolo in
materia di internazionalizzazione fra i quali, ad esempio, Sviluppumbria.
In base alla legge 99/2009 Il riferimento è ai seguenti Enti: Istituto nazionale per il Commercio
Estero, Simest Spa, Informest, Finest e Camere di Commercio italiane all’estero.
143
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findustria, CNA, Confartigianato e Confapi17. Il Centro Estero delle Camere di
Commercio dell’Umbria, oltre a partecipare al “tavolo dei lavori”, contribuisce a
garantire l’operatività delle convenzioni annuali nel rispetto delle modalità e delle tempistiche, finanziando e gestendo alcuni progetti.
L’Ufficio Regionale dell’ICE18 di Perugia eroga numerosi servizi in tema di supporto all’internazionalizzazione che possono essere ricondotti a cinque categorie
aventi ad oggetto attività19:
i) per conoscere i mercati esteri;
ii) per entrare e radicarsi nei mercati esteri;
iii) per ampliare la presenza nei mercati;
iv) per promuovere i prodotti e servizi italiani nei mercati esteri;
v) per formare il personale per l’internazionalizzazione.
L’Ufficio Regionale ha dunque un ruolo di rilievo nell’attività di supporto al processo di internazionalizzazione delle PMI umbre attraverso un contributo non
solo finanziario ma anche operativo. La rete di uffici internazionali dell’ente, presenti in 86 Paesi esteri, attribuisce all’ICE Perugia la qualifica di “snodo di collegamento” che permette di attivare ed agevolare contatti diretti tra Paesi esteri e
Agenti locali (Enti ed imprese).
Questa rete di Enti pubblici e privati rappresentata nel grafico 1 ha avviato, in
particolare nel corso dell’ultimo anno e mezzo, un’attività di coordinamento istituzionale sistemico nella fase di realizzazione degli interventi contenuti nelle Convenzioni. Collaborazione sistemica che ha rappresentato un efficace viatico per la
costituzione del nuovo Centro Estero Umbria.
17
18
19
Ai fini del presente lavoro non consideriamo le varie attività a supporto dei processi di
internazionalizzazione delle imprese del territorio umbro che vengono realizzate su singola iniziativa di questi Enti.
L’istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE), presente con 18 uffici regionali dislocati in
Italia, è l’ente pubblico che offre numerosi servizi a sostegno del processo di internazionalizzazione
delle imprese. Questo supporto si esplicita attraverso attività di promozione e sviluppo degli
scambi commerciali delle imprese italiane con gli altri Paesi, servizi di assistenza e consulenza alle
imprese italiane.
Rapporto ICE 2007-2008. I servizi hanno ad oggetto varie attività: indagini di mercato settoriali
e geografiche sulle opportunità di investimento e alla nascita nel 2004 di italtrade.com, servizio
realizzato per la presentazione di aziende italiane a partner esteri con finalità di diffusione del
Made in Italy nel mondo; servizi erogati in base alle esigenze specifiche delle imprese richiedenti,
al fine di supportare l’ingresso in un mercato estero attraverso informazioni commerciali
sull’affidabilità del partner estero ed assistenza nel corso delle trattative (questo viene realizzato
efficacemente grazie alla rete di 117 Uffici ICE all’estero in 86 paesi); attività che hanno carattere
di consulenza dedicate alle aziende che desiderano: i) effettuare investimenti diretti all’estero; ii)
far evolvere un’esperienza commerciale, iii. trasformare un approccio commerciale/esportativo in
una joint venture di produzione con un partner locale o in un investimento diretto.
144
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
Tab. 1 - SINTESI CONVENZIONI REGIONE UMBRIA - ISTITUTO
COMMERCIO ESTERO 2004-2009
NAZIONALE PER IL
VALORI ESPRESSI IN EURO
1.165.000,00
1.055.000,00
1.055.000,00
830.000,00
1.277.500,00
1.152.000,00
1.150.000,00
1.055.000,00
1.050.000,00
650.000,00
1.150.000,00
1.150.000,00
V.A.
25
25
10
7
38
28
407
328
100
100
732
600
* Previsioni di spesa, progetti e imprese contenuti nella Convenzione ICE - Regione Umbria 2009
la cui realizzazione avverrà nel corso del 2010.
Fonte: nostra elaborazione 200920.
La tabella 1, mostra la sintesi delle attività promozionali, pianificate e realizzate dal
2004 al 200821 e previste nella Convenzione 2009 in termini di22:
i) investimenti attivati rispettivamente dalla Regione e dall’ICE, Ufficio regionale
dell’Umbria;
ii) numero di progetti effettuati e numero di imprese beneficiate.
I dati evidenziano nel 2004 e 2005 un’attività relativamente costante. Infatti, a
fronte di stanziamenti per 2,315 milioni di euro nel 2004 e 2,110 milioni di euro
20
21
22
I dati indicati nella tabella sono conformi: I) a quanto analizzato dai documenti relativi alle Convenzioni stipulate tra Regione Umbria ed ICE dal 2004 al 2009; II) alle informazioni e ai documenti ottenuti in seguito alle interviste effettuate.
Le Convenzioni stipulate tra Regione Umbria ed ICE analizzate sono relative agli anni 20042008; la fase di realizzazione operativa della Convenzione 2008 è terminata a novembre 2009.
In corso d’opera è uno studio dei settori verso i quali risorse e progetti vengono indirizzati che
verrà presentato nel corso del 2010. E’ necessario evidenziare che le attività pianificate e realizzate
nelle Convenzioni annuali sono improntate alla realtà produttiva locale con riferimento in particolare ai seguenti comparti: enogastronomia, moda, sistema casa-arredamento, meccanica.
145
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nel 2005 sono stati realizzati 25 progetti con 407 imprese beneficiate nel 2004 e
328 nel 2005. Nel 2006 i progetti realizzati sono scesi a 10, le imprese a 100.
L’inizio di questa fase discendente coincide con l’avvio della riforma del sistema di
sostegno pubblico in materia di internazionalizzazione terminata a gennaio 2010
con la nascita del nuovo Centro Estero Umbria. Nel 2007 i riflessi continuano a
manifestarsi non solo in termini di numero di progetti realizzati (che scendono
ulteriormente a 7 rispetto all’anno precedente), ma anche in termini di risorse investite, 1,480 milioni di euro stanziati in totale. Questa diminuzione è dovuta anche
alla non approvazione da parte del Ministero competente in materia, del programma relativo alla Convenzione Regione Umbria - ICE 2007. I progetti pianificati per
il 2008, la cui realizzazione si è conclusa nel novembre 2009, sono 38 e hanno
coinvolto 732 imprese del territorio umbro con un totale stanziamenti di 2,427
milioni di euro. L’anno concluso ha dunque rappresentato in termini operativi un
momento di grande attività, dovuto in parte ad un aumento di risorse e progetti
realizzati, ma anche ad un maggiore coordinamento tra Regione e ICE, Ufficio
regionale dell’Umbria che hanno considerato obiettivo prioritario la realizzazione
operativa di quanto contenuto nella Convenzione 2008. Oltre a questi fattori è
stata determinante la strategia attuata dagli Agenti Pubblici locali volta a realizzare una collaborazione sistemica tra Regione, ICE - Ufficio regionale dell’Umbria,
Centro Estero delle Camere di Commercio dell’Umbria ed il mondo associativo.
Le azioni pianificate e realizzate hanno avuto ad oggetto varie attività che possono
essere ricondotte a sei macrocategorie di interventi:
1) realizzazione di eventi fieristici;
2) workshop relativi a settori specifici (agroalimentare, tessile abbigliamento, arredamento, etc.);
3) missione di operatori esteri in Umbria;
4) indagini preliminari e realizzazione di ricerche di mercato23;
5) organizzazione di missioni di operatori umbri in vari Paesi target24;
6) iniziative promozionali a supporto di settori in crisi.
La Convenzione ICE - Regione Umbria 2009 pianifica impegni di spesa in linea
rispetto all’anno concluso, nonostante la lieve diminuzione. Sono infatti 2,302 milioni di euro gli stanziamenti totali previsti per finanziare i progetti che verranno
realizzati nel corso del 2010, rispetto ai 2,427 milioni di euro del 2008. Alla luce di
questi dati è opportuno evidenziare due aspetti: da un lato una tendenza che continua ad essere virtuosa in termini di risorse investite, progetti effettuati ed imprese
23
24
Le indagini di mercato sono di solito preliminari per la migliore individuazione delle controparti
locali e delle opportunità di mercato al fine di pervenire a proposte e successive realizzazioni di
manifestazioni fieristiche.
Obiettivo di questa azione è quello di ampliare e consolidare il sistema di rapporti commerciali,
industriali e culturali fra Umbria e vari Paesi target.
146
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
beneficiate, rispetto al biennio 2006-2007, culminato con la non approvazione della Convenzione; dall’altro lato la necessità di investire maggiori risorse nell’ambito
delle specifiche iniziative di policy a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese. Il supporto pubblico realizzato attraverso erogazioni regionali in materia di
internazionalizzazione infatti, e’ pari a circa il 2,5% del totale delle erogazioni regionali, contro il 3,6% della media nazionale25.
L’indagine sulle imprese del territorio umbro
A questo punto si rende necessario inserire, sia pure in sintesi, i risultati ancora
parziali, ma sotto diversi profili già significativi, della ricerca sul campo che ad oggi
riguarda 614 PMI del territorio umbro26. L’indagine, tuttora in corso, si sta svolgendo attraverso una serie di strumenti: interviste dirette e somministrazione di
questionari27.
Dalle interviste realizzate emerge che le imprese di minori dimensioni tendono a
privilegiare forme di presenza nei mercati esteri a minore coinvolgimento finanziario e a maggiore flessibilità strategica ed organizzativa28; adottano strategie di
internazio-nalizzazione attraverso azioni di tipo tradizionale con riferimento ad esigenze che potremmo definire “di base”, come allargare i mercati di sbocco29. Il
25
26
27
28
29
Rapporto MET 2008, Lo scenario economico nelle Regioni italiane.
Le imprese, in termini di questionari raccolti e interviste effettuate, nel momento conclusivo del
presente saggio sono 614: i) il 60% delle imprese è costituito da PMI che hanno partecipato ad
almeno un’Attività Promozionale realizzata nell’ambito delle Convenzioni Regione Umbria - ICE
negli anni 2004-2008; ii) il 40% delle imprese non sono internazionalizzate: il 30% sono piccole
imprese (PI) che hanno aderito in fase di pianificazione ad almeno un’Attività Promozionale tra il
2004 ed il 2008 ma poi non vi hanno partecipato in fase di realizzazione; il 10% da PI che non
sono internazionalizzate e non sono a conoscenza delle attività a supporto delle imprese, previste
dagli Agenti Pubblici locali, in materia di internazionalizzazione.
Le interviste effettuate alle imprese e la raccolta dei questionari inviati terminerà a giugno 2010
con l’obiettivo di raggiungere la totalità delle imprese partecipanti alle Attività Promozionali
realizzate nella Regione Umbria nell’ambito delle Convenzioni Regione Umbria – ICE nel periodo 2004-2008.
Per approfondimenti si veda Kuivalainen O., Sundqvist S., Profitability of Rapid
Internationalization: The Relationship Between Internationalization Intensity and Firms’ Export
Perfoemance, Jurnal of Euromarketing, International Business Press, Vol. 16, N. 1/2 2006, pp.
59-69. A.L. Lokar - L. Bajzikova - M.C. Mason, Internationalization as a lever of success: SMEs from
italian north-eastern industrial clusters in the new global competitive environment, Seventh International
Conference on Enterprise in Transition, 2007; A. Zucchella - M.E. Maccarini, I nuovi percorsi di
internazionalizzazione, Giuffrè editore, Milano 1999, pp. 32 sgg.
La presenza di un’impresa nei mercati esteri è riconducibile sostanzialmente a tre tipologie fondamentali: esportazioni, accordi con imprese straniere e investimenti diretti all’estero. La scelta della
modalità di entrata nei mercati esteri da parte delle imprese non viene realizzata seguendo un
147
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60% delle imprese infatti opera con i mercati esteri attraverso esportazione diretta;
il 30% ha stipulato negli ultimi 5 anni solo contratti, non continuativi, che hanno
comportato la vendita attraverso buyer dei propri prodotti all’estero; il 10% non ha
mai avuto contatti con Paesi esteri.
Graf. 2 - PROBLEMI
CHE LIMITANO LA PARTECIPAZIONE AD
ATTIVITÀ PROMOZIONALI
(valori percentuali)
0%
10%
20%
30%
40%
50%
60%
70%
80%
90%
Fonte: nostra elaborazione 2009.
Il grafico 2 permette di comprendere efficacemente le problematiche che maggiormente vengono avvertite dalle imprese intervistate, per quanto riguarda la partecipazione alle attività promosse dagli Agenti Pubblici locali in materia di
internazionalizzazione. La partecipazione ad Attività Promozionali, per le imprese del
territorio oggetto di indagine (in particolare per quelle di minori dimensioni) risulta
essere molto problematica. Gli investimenti infatti per partecipare a fiere, workshop
ed altri eventi previsti nelle Convenzioni annuali, necessitano in alcuni casi di risorse
finanziarie relativamente ingenti che impediscono alle imprese di partecipare alla
realizzazione dell’attività30. Il 90% delle imprese intervistate inserisce fra gli elementi
che ostacolano o impediscono la partecipazione ad Attività Promozionali gli eccessivi
costi di partecipazione alle fiere, troppo elevati per il bilancio annuale, in particolare
quando comportano una trasferta in un Paese estero. Le Attività che vengono realizzate in base alle Convenzioni annuali (che abbiamo presentato nel secondo paragrafo
30
percorso sequenziale preordinato (partecipazione ad Attività Promozionali territoriali, esportazione indiretta, esportazione diretta, contratti di subfornitura, filiale di vendita, filiale di produzione,
centri di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti), ma avviene in base a fattori interni ed esterni che
comportano scelte strategiche differenti in termini di posizionamento di mercato, nella filiera e
tecnologico.
Questo dato nella nostra Regione è supportato dalla riduzione del numero delle imprese partecipanti ai vari eventi dalla fase di pianificazione alla fase di realizzazione dell’attività. Dall’analisi dei
dati emerge che in media è del 60% la partecipazione delle imprese alla fase di realizzazione delle
Attività Promozionali, rispetto al numero delle stesse previsto in fase di pianificazione nelle Convenzioni annuali.
148
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
del presente saggio) dagli Agenti Pubblici locali non prevedono un sostegno economico alle imprese. Questo significa che se le imprese vogliono partecipare ad una
attività realizzata in un Paese estero, devono sostenere autonomamente i costi relativi
alla trasferta e all’eventuale trasporto di materiali e merci. Le risorse stanziate nelle
Convenzioni annuali hanno infatti ad oggetto costi di:
1) organizzazione del progetto;
2) comunicazione e stampa;
3) analisi di mercato.
Il 90% delle imprese reputa inoltre insufficiente la disponibilità di informazioni in
merito agli interventi pianificati dagli Agenti Pubblici locali ed il 10% non è a conoscenza della possibilità di partecipare ad attività promozionali. In aggiunta si riscontra la scarsa se non addirittura inesistente propensione delle imprese ad adottare
comportamenti collaborativi, che potrebbero livellare notevolmente le difficoltà, in
particolare nella partecipazione alle Attività Promozionali31. Percorso strategico alternativo alla crescita dimensionale che si può inserire in un contesto nel quale la dimensione nei processi di internazionalizzazione diventa un fattore essenziale. Il 75% delle
imprese intervistate infatti, considera problematico partecipare ad una attività organizzata dagli Agenti Pubblici locali che prevede la partecipazione, allo stesso evento,
di un’azienda concorrente.
Le informazioni acquisite attraverso le interviste e l’analisi dei questionari ci consentono di compiere alcune riflessioni agiuntive. In primo luogo si nota che la dimensione piccola può essere di per sé un limite dal punto di vista strategico; infatti la scarsità
di risorse umane ed economico finanziarie comporta il rischio di posizionarsi sempre
al di sotto della soglia minima necessaria per avviare un processo di
internazionalizzazione32. Inoltre si rilevano che sono presenti variegati fattori che rendono gli imprenditori meno sensibili ai processi di apertura internazionale:
- una cultura imprenditoriale incline a privilegiare i vantaggi competitivi tipici della divisione del lavoro;
31
32
La cooperazione a valle finalizzata ad un obiettivo comune può rappresentare un percorso strategico efficace per “sopravvivere” nell’attuale contesto competitivo. “Non sempre, infatti, l’impresa
– considerata singolarmente – è autosufficiente per innovare il prodotto o per coprire il costo delle
forniture o, più in generale, per affrontare la complessità dei rapporti che devono essere intrattenuti con altre organizzazioni dell’ambiente competitivo.” R. CAFFERATA - P. GENCO, Competitività,
informazioni e internazionalizzazione delle piccole-medie imprese, il Mulino, Bologna 1997, pp. 412
sgg. “La maggiore facilità e rapidità con cui l’impresa tende a collaborare con gli altri attori […]
rappresenta la condizione basilare per la partecipazione di imprese anche di piccole dimensioni a
progetti di business significativi”. M.G. CAROLI - G.E. VALORI, I cluster urbani, Il Sole 24 Ore,
Milano 2004, pp. 3 sgg. Sul tema si veda anche G.Aprea - C. DI NAPOLI, Piccole e medie imprese: come
creare alleanze e collaborazioni transnazionali, FrancoAngeli, Milano 2002, pp. 94 sgg.
G. Mussati, Overview of Family Business Relevant Issues, Country Fiche Italy, 2008; I. Mandl, Overview
of Family Business Relevant Issues, Final Report, Vienna 2008.
149
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- il perseguimento di vantaggi radicati nella razionalizzazione continua delle risorse occupate;
- il tentativo di operare quasi esclusivamente sul fronte della diminuzione del
costo di fattori apparentemente meno complessi (costo del lavoro);
- lo scarso peso negoziale e competitivo detenuto in filiera.
Ancora si evidenziano le difficoltà di accesso alle risorse finanziarie necessarie a
sostenere la fase iniziale del percorso33.
Lo sviluppo dei servizi del sistema territoriale diventa dunque condizione necessaria
– non sufficiente – di successo dell’internazionalizzazione delle imprese, in termini
di formazione, ricerca, infrastrutture, informazioni, avvio di network tra le PMI34.
L’apparato pubblico è chiamato dunque a partecipare attivamente a due processi
decisamente complessi35: i) al processo di internazionalizzazione dei sistemi territoriali; ii) al supporto dei percorsi di internazionalizzazione delle imprese di minori
dimensioni in particolare nella fase di start up.
Riflessioni conclusive: una SWOT Analysis
L’analisi svolta fino a questo punto ci permette di effettuare una lettura qualitativa
delle dinamiche che caratterizzano il territorio umbro in termini di supporto ai
processi di internazionalizzazione. In questo paragrafo intendiamo presentare una
Swot Analysis36 che ci consente di fornire alcuni indirizzi di riflessione per realizzare
un partenariato attivo tra Attori Pubblici locali e rappresentanti del tessuto
socioeconomico e produttivo, con l’obiettivo di condividere i punti di forza su cui
agire e le debolezze da rimuovere, consapevoli dei vincoli e delle opportunità che
caratterizzano il contesto esterno37.
33
34
35
36
37
G. Aprea - C. Di Napoli, Piccole e medie imprese: come creare alleanze e collaborazioni transnazionali,
FrancoAngeli, Milano 2002, pag. 29 e segg.
Il fatto che siano le risorse dell’ambiente esterno a costituire una forza produttiva e ad essere dunque
un fattore chiave per le imprese non è tesi nuova; S. Vaccà, L’impresa transnazionale tra passato e futuro,
Franco Angeli, Milano 2005. “[…] il milieu territoriale dell’impresa acquista importanza fondamentale per determinare le sue possibilità di competere ed evolversi” (R. Grandinetti - E.Rullani,
Impresa transnazionale ed economia globale, Nis, Roma 1996, cit., pp. 279).
A. Purpura - M. Paoli, Economia e internazionalizzazione, FrancoAngeli, Milano 2006, pp. 38 sgg.
“SWOT analysis is a simple frame work for gene rating strategic alternatives from a situation analysis.
It is applicable to either the corporate level or the business unit level and frequently appears in
marketing plans. Swot stands for Strengths, Weakness, Opportunities and Threats” (E.P. Learned R. Christiansen - K. Andrews - W.D. Guth, Text and Cases, Business Policy, Homewood IL Irwin,
1969).
Per approfondimenti sul tema e analoghe iniziative avviate da altre Regioni: G. Urbani - P. Magnatti,
Sviluppo Insieme politiche industriali territoriali, FrancoAngeli, Milano 2006; A. Purpura - M. Paoli,
Economia e internazionalizzazione, FrancoAngeli, Milano 2006; P. Magnatti - F. Ramella - C. Trigilia 150
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
Nelle tabelle che seguono si andrà dunque ad esplicitare la SWOT Analysis
socioeconomica attraverso l’analisi delle caratteristiche che sono emerse per quanto
riguarda le imprese del territorio umbro oggetto di indagine ed i servizi offerti dagli
Agenti Pubblici locali preposti al supporto dei percorsi di internazionalizzazione delle
imprese. Nella tabella 3 relativa alla Swot Analysis degli Agenti Pubblici locali, in
materia di supporto attuato tramite la pianificazione e l’attuazione operativa delle
Convenzioni, i punti di forza rappresentano in parte un primo passo compiuto verso
il conseguimento delle opportunità. Le esperienze di successo, infatti, ottenute in
alcuni settori attraverso la realizzazione di efficaci attività promozionali ed i tavoli
locali di concertazione, hanno assunto un ruolo di indirizzo strategico rilevante. Ulteriore punto di forza risulta essere l’utilizzo del sistema di qualità ISO 9001:2008
attuato dall’Ufficio Regionale dell’ICE di Perugia. La certificazione a norma UNI EN
ISO 9001:2008 dell’ICE comprende attualmente le attività di formazione, di promozione e di informazione sul portale Italtrade. Tale processo di sviluppo rappresenta
dunque per l’Istituto e per la Regione un’importante passo in avanti per avviare
un’attività di monitoraggio continuo e costante nel tempo dei progetti rea-lizzati
nell’ambito delle Convenzioni.
Tab. 3 - AGENTI PUBBLICI
DELLE PMI
A SUPPORTO DEI PERCORSI DI INTERNAZIONALIZZAZIONE
„
„
„
„
„
„
„
„
„
„
„
„
„
„
status quo
„
Fonte: nostra elaborazione 2009
G. Viesti, Patti territoriali, lezioni per lo sviluppo, il Mulino, Bologna 2005; M. e M. Boroni Grazioni,
Innovazione e distretti industriali, percorsi innovativi per l’impresa manifatturiera, Guerini e Associati,
Milano 2002; M.G. Caroli - G.E. Valori, I cluster urbani, modelli internazionali, dinamiche economiche,
politiche di sviluppo, Il Sole 24 Ore, Milano 2004; R. Normann, Ridisegnare l’impresa, quando la mappa
cambia il paesaggio, ETAS, Milano 2001; A. Zucchella - M.E. Maccarini, I nuovi percorsi di
internazionalizzazione, le strategie delle piccole e medie imprese italiane, Giuffrè Editore, Milano 1999; M.
Paoli, Marketing d’area per l’attrazione di investimenti esogeni, Guerini e Associati, Milano 1999.
151
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Emergono fra le opportunità due questioni fondamentali.
1) La collaborazione sistemica;
2) La nascita del nuovo Centro Estero Umbria.
La collaborazione avviata nel corso del 2009, tra gli Enti che programmano e attuano
gli interventi ed i progetti nelle Convenzioni annuali, può potenzialmente rappresentare un metodo virtuoso di sviluppo e sostegno del territorio solo attraverso un consolidamento nel tempo. L’istituzione del nuovo Centro Estero Umbria rappresenta il
raggiungimento di un obiettivo rilevante per la Regione, in materia di supporto
all’internazionalizzazione delle imprese, ma anche il rafforzamento di una strategia
volta alla realizzazione nel tempo di un networking sistemico. Il supporto necessita
infatti non solo di politiche efficaci e risorse finanziarie dedicate, ma anche di strutture realizzate ad hoc e risorse umane in grado di consolidare nel tempo una collaborazione attiva fra territorio ed imprese e favorire il coordinamento della progettualità
locale. In questo modo è possibile attuare le sinergie necessarie ed indispensabili per
la creazione di un ambiente favorevole ad accompagnare e sostenere la crescita delle
imprese, in particolare di minori dimensioni, in termini internazionali. La creazione di
un sistema di rete imprese-territorio rappresenta dunque una opportunità fondamentale nella quale investire al fine di portare valore aggiunto sul territorio.
Vari sono i punti di debolezza individuati sui quali agire: la necessità di maggiori
risorse da investire; la realizzazione di attività di monitoraggio successivo all’evento
promozionale e di analisi del grado di soddisfazione delle imprese. Questi fattori possono essere ricondotti ad un unico denominatore comune: effettuare valutazioni delle
performance delle attività pianificate e realizzate operativamente dagli Agenti Pubblici al fine di determinare possibili linee di intervento a correzione o consolidamento
di quanto è stato effettuato. Ulteriore elemento di debolezza individuato è legato
principalmente alla burocratizzazione di molti processi decisionali che possono
impedire di attuare in tempi brevi l’attivazione operativa del Centro Estero Umbria.
In una situazione di crisi infatti, gli investimenti necessari per l’avvio operativo
della nuova struttura possono risultare subordinati rispetto a interventi di politica industriale quali il sostegno dell’attività di R&S, la facilitazione al credito, il
supporto per la crescita competitiva e la riduzione dell’impatto ambientale delle
produzioni38. L’insufficienza di risorse investite conferma questa vocazione regionale al supporto dell’internazionalizzazione della Regione Umbria che risulta essere inferiore rispetto alla media nazionale.
Tra i rischi individuati nella tabella 3 evidenziamo la sostanziale, spesso non riconosciuta, differenza nelle strategie di internazionalizzazione poste in essere dalle
PMI che determina la necessità di realizzare politiche differenziate. Esiste infatti
38
Per approfondimenti si veda il Rapporto MET 2009, Imprese e politiche in Italia: bisogni dei privati,
risorse pubbliche e modelli regionali.
152
I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
una discrepanza sostanziale tra le medie aziende del territorio, per le quali la
presenza diretta o mediata nei mercati esteri costituisce un elemento chiave delle
strategie di espansione che viene perseguito autonomamente, e le piccole imprese che nella maggior parte dei casi non sono in grado autonomamente di affrontare l’onere e il rischio di una proiezione internazionale. È proprio verso queste
ultime che le politiche e quindi l’attività di supporto pubblico ai processi di
internazionalizzazione (che si realizza principalmente attraverso la pianificazione
delle Convenzioni annuali) devono orientare le priorità di sviluppo e conseguentemente far convergere maggiori risorse.
Ulteriore elemento che abbiamo ritenuto necessario inserire come fattore di rischio è il perdurare dello status quo. Questo può essere determinato principalmente da due motivazioni: il ritardo nell’attivare l’operatività del nuovo Centro Estero Umbria; la riforma dell’assetto di promozione a livello nazionale che può comportare ritardi nell’operatività a livello regionale degli Enti che in Umbria si occupano di supporto all’internazionalizzazione, andando a ridurre ulteriormente i
fondi dedicati alle Attività Promozionali39.
La tabella 4 evidenzia vari elementi che emergono dall’indagine svolta nel terzo
paragrafo.
La micro-piccola dimensione che caratterizza le imprese del nostro territorio conferisce ad esse punti di forza in relazione alla conoscenza dei prodotti e alla tensione verso una elevata qualità delle produzioni. La qualità elevata delle produzioni e le competenze maturate da decenni di storia nei settori che caratterizzano
l’economia dell’Umbria, infatti, costituiscono la forza competitiva trainante del
sistema delle imprese.
In particolare il riferimento è:
i) alla tradizione storica che permette di mantenere e valorizzare nel tempo le
lavorazioni in particolare quelle artigiane;
ii) al forte legame tra prodotto e territorio che determina la riconoscibilità oltre
i confini nazionali dei prodotti umbri;
iii) all’attenzione all’innovazione ed alla qualità che contribuiscono alla netta crescita della domanda di prodotti ad elevato contenuto tecnologico40.
39
40
La legge n. 99 del 2009 ha previsto infatti una delega al governo per riorganizzare gli Enti operanti
in materia di internazionalizzazione. Gli Enti oggetto della riforma saranno l’Istituto Nazionale per
il Commercio Estero, la Simest Spa, la Informest, la Finest e le Camere di Commercio italiane all’estero.
La nascita ed evoluzione di nuovi competitor internazionali unita alla difficoltà di sbocco nei mercati
esteri, rappresenta un rischio per il sistema delle imprese del territorio umbro che può, potenzialmente, essere contrastato da alcune leve che costituiscono invece i punti di forza: qualità ed innovazione. Per quanto riguarda questo ultimo punto è necessario evidenziare il settore tessile abbigliamento in Umbria, nel quale l’innovazione tecnologica – sia di prodotto che di processo –
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Tab. 4 - SISTEMA
DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE DEL TERRITORIO UMBRO
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Fonte: nostra elaborazione 2009
D’altro lato, strutture troppo piccole comportano carenze da un punto di vista
organizzativo e gestionale che causano criticità in termini competitivi41. Il riferimento è rivolto in particolare a due fattori inseriti fra i punti di debolezza:
1) eccessivo individualismo;
2) carenze manageriali ed organizzative in concomitanza con il problema del ricambio generazionale.
Questi due elementi congiunti possono compromettere la realizzazione di interventi efficaci verso le imprese di minori dimensioni, a causa di questa scarsa propensione alla partecipazione ad eventi all’interno dei quali possono essere fatte convergere imprese del comparto con le quali si trovano in “competizione”.
41
rappresenta un fondamentale fattore di competitività, in quanto consente alle imprese di offrire al
mercato produzioni ad alto valore aggiunto difficilmente replicabili dalla concorrenza. Ed ancora
la qualità elevata e la specializzazione delle produzioni rappresentano un punto di forza che rende
eccellente la sub produzione umbra, in particolare nella fabbricazione di componenti e particolari
in acciaio speciale relativamente al comparto automotive.
Per approfondimenti si veda: O. Brunninge - M. Nordqvist - J. Wiklund, Corporate Governance and
Strategic Change in SMEs: The Effects of Ownership, Board Composition and Top Management Teams,
Small Business Economics, 2007; M. Pasanen, SME Growth Strategies: organic or Non-Organic?, in
“Journal of Enterprising Culture”, vol. 15, n. 4 (2007), pp. 317-338.
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I. Brocanello, Il sostegno pubblico ai processi di internazionalizzazione delle imprese
Ulteriore elemento di debolezza è una cultura imprenditoriale tradizionalista che
privilegia l’individualismo all’interno delle imprese. Negli ultimi anni la cultura
imprenditoriale è stata oggetto di analisi in numerosi studi e viene inserita tra i
fattori di debolezza poiché risulta essere difficile una modifica della stessa42. Questo
comporta una chiusura degli imprenditori a percepire in primo luogo la dinamica
del contesto competitivo globale nel quale si trovano ad operare e in secondo luogo
le opportunità ed i servizi disponibili a livello locale in materia di internazionalizzazione.
Numerose sono le opportunità individuate: la presenza di Università e di Centri di
Ricerca regionali che possono attivare collaborazioni produttive per la realizzazione di
indagini e percorsi formativi specifici; la possibilità di sfruttare il patrimonio di conoscenze ed esperienze possedute dalle medio-grandi imprese umbre internazionalizzate43;
la creazione di un sistema di rete imprese-territorio.
I fattori di rischio individuati possono essere divisi in due macro categorie. La prima
riguarda fattori macroeconomici relativi alla crisi finanziaria mondiale. Questo ha
comportato una diminuzione degli ordini da parte delle imprese committenti con
conseguente diminuzione del giro d’affari per le micro piccole imprese umbre
subfornitrici. La seconda categoria riguarda il contesto territoriale di riferimento nel
quale le imprese sono inserite e la competizione da parte, in particolare, delle imprese
asiatiche. I bassi costi relativi alle materie prime e alla mano d’opera delle imprese di
alcuni paesi come India e Cina, hanno infatti ulteriormente contribuito al livellamento
degli ordini da parte delle grandi imprese committenti.
La globalizzazione dei mercati se da un lato può rappresentare una grande opportunità per le imprese, dall’altro può diventare un elemento di rischio in particolare per le
imprese di piccole dimensioni. La creazione dunque di un ambiente favorevole nel
quale realizzare un network attivo imprese – territorio, composto da relazioni ma anche da politiche comuni, può permettere una pianificazione delle attività e dei servizi
in materia di internazionalizzazione che promuova con maggiore attenzione ed efficacia il processo di rafforzamento e la crescita dell’intero sistema produttivo umbro.
42
43
Il problema principale per lo sviluppo del sistema economico – nel nostro caso dei processi di
internazionalizzazione delle PMI – è il consolidarsi delle concezioni culturali che si perpetua nel
tempo. Il riferimento alla profezia che si autorealizza. Siamo in accordo con la tesi che afferma il
cristallizzarsi nelle istituzioni – forme di governo, sistemi delle relazioni industriali, strutture familiari – degli aspetti essenziali della cultura di una regione che si evolve quindi lentamente e
risulta essere modificabile solamente dall’esterno e attraverso un processo lento (conquiste, scoperte scientifiche o commercio) in R.R. Guilford, Personality, McGraw Hill, 1959. D. Bollinger G. Hofstede, Internazionalità, le differenze culturali nel management, Guerini e Associati, Milano
2005, pp. 29 e sgg.
Il nodo critico in questo caso è relativo alla disponibilità di queste imprese a mettere a fattor
comune tali patrimoni. Anche in questo caso la collaborazione ed il supporto dei Centri di Ricerca
universitari potrebbe rappresentare una forma di collaborazione da realizzare.
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