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Jacques e i suoi quaderni
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JOSEPH FREIHERR VON EICHENDORFF
POETI E COMPAGNIA
1992 18
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Jacques e i suoi quaderni 18
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Periodico semestrale, registrato presso il
Tribunale di Pisa il 3 settembre 1983, n° 16.
Direttore responsabile: Enrico De Angelis
Redazione: Marianne Hepp
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Numero 18, 1992
© 1992 Jacques e i suoi quaderni, Pisa
Stampato con un contributo CNR
Jacques e i suoi quaderni
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JOSEPH FREIHERR VON EICHENDORFF
POETI E COMPAGNIA
1992 18
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La traduzione di Linda Biancotti è eseguita sulla seguente edizione:
Freiherr Josef v. Eichendorff
Dichter und ihre Gesellen. Roman.
in: Sämtliche Werke, Band I
Herausgegeben von Ewald Reinhard (Sämtliche Werke des Freiherrn Josef v.
Eichendorff. Historisch-kritische Ausgabe, 4. Band) Druck un d Verlag von Josef
Habbel, Regensburg [1939].
Del curatore Ewald Reinhard sono anche le note seguite da [N.d.C.];
ringraziamo la casa editrice Pustet (Regensburg), che ha rilevato i diritti
delle edizioni Habbel, per averci concesso di utilizzare e tradurre tali
note.
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INDICE
LIBRO PRIMO
Capitolo primo.............................................................................................................................9
Capitolo secondo........................................................................................................................14
Capitolo terzo..............................................................................................................................20
Capitolo quarto...........................................................................................................................25
Capitolo quinto...........................................................................................................................30
Capitolo sesto..............................................................................................................................34
Capitolo settimo..........................................................................................................................41
Capitolo ottavo............................................................................................................................46
Capitolo nono..............................................................................................................................51
Capitolo decimo .........................................................................................................................59
Capitolo undicesimo...................................................................................................................70
Capitolo dodicesimo...................................................................................................................76
Capitolo tredicesimo...................................................................................................................82
LIBRO SECONDO
Capitolo quattordicesimo............................................................................................................87
Capitolo quindicesimo.................................................................................................................89
Capitolo sedicesimo....................................................................................................................93
Capitolo diciassettesimo............................................................................................................103
Capitolo diciottesimo................................................................................................................107
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LIBRO TERZO
Capitolo diciannovesimo...........................................................................................................117
Capitolo ventesimo....................................................................................................................124
Capitolo ventunesimo................................................................................................................130
Capitolo ventiduesimo...............................................................................................................135
Capitolo ventitreesimo..............................................................................................................143
Capitolo ventiquattresimo.........................................................................................................152
Capitolo venticinquesimo..........................................................................................................164
Capitolo ventiseiesimo..............................................................................................................168
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LIBRO PRIMO
Capitolo primo
Negli ultimi raggi del sole vespertino apparve sopra la verde altura un giovane cavaliere; tra le
gioiose grida dei pastori e dei gitanti che tornavano a casa, scendeva lieto a cavallo verso la
ridente cittadina nel fondovalle, immersa in un mare di fiori.
Rifletté a lungo su ciò che qui lo accoglieva con aria così familiare, e intanto continuava a
cantare piano fra sé una canzone spentasi da tempo, senza capire da dove ne giungesse l’eco.
Poi, all’improvviso, gli balenò in mente: come a Heidelberg le case erano sparse tra giardini,
rocce e lampioni, come a Heidelberg saliva dal fondo il mormorio del fiume e stormiva il bosco
da ogni cima! Anche da studente, tornando stanco a casa dai monti in certe tiepide sere
d’estate, oltre le colonne di fuoco che il tramonto lanciava sopra il Neckar aveva spinto lo
sguardo nella velata lontananza della valle, come nella sua vita futura e ancora ignota.
«Dio mio - esclamò infine, - in quella cittadina laggiù deve abitare Walter, il mio fedele
compagno di Heidelberg con cui ho trascorso tranquille e liete serate sui monti! Cosa non deve
aver imparato, il bravo compagno, se è ancora zelante come una volta!» Spronò impaziente il
cavallo e presto raggiunse la scura porta della città. Nel piccolo paese venne a sapere con
facilità dove fosse l’abitazione di Walter: era una variopinta e accogliente casetta vicino al
mercato, con alti tigli davanti alle finestre, sui quali innumerevoli passerotti facevano un gran
strepito, negli ultimi bagliori della sera. Il viaggiatore balzò in fretta su per le scale strette e
buie e spalancò la porta che gli era stata indicata; il sole del tramonto, guizzando tra le foglie
davanti alle finestre, indorava tutta la stanza immersa nel silenzio. Walter sedeva in veste da
camera alla scrivania davanti a grosse
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pile di documenti, alla tabacchiera, al bricco del caffè, a una tazza mezza vuota. Guardò
sorpreso e incerto l’uomo appena entrato, mettendo via lentamente la pipa di gesso. «Barone
Fortunat! - esclamò poi, - mio caro Fortunat!», e i due amici rimasero a lungo l’uno nelle
braccia dell’altro.
«Dunque è questo l’aspetto di chi ha un impiego stabile?» disse Fortunat dopo il primo
saluto, girando intorno a Walter e osservandolo da ogni lato. Gli pareva infatti che nei due anni
in cui non si erano visti il tempo, con il suo tocco leggero, avesse sfiorato la fresca immagine
dell’amico in modo singolare: egli appariva più lento, pallido e gobbo. Walter, al contrario, non
riusciva proprio a saziarsi la vista degli occhi limpidi e della figura slanciata e gaia di Fortunat,
che nel suo bell’abito da viaggio ricordava studenti, cacciatori, soldati e tutte le gioie della
eterna giovinezza. Domande su domande si incrociavano rapide senza attendere risposta.
Walter ringraziava innanzitutto la fortuna che gli aveva fatto trovare presto un discreto
impiego; non gli mancavano migliori prospettive e perciò vedeva davanti a sé un futuro sereno
e privo di preoccupazioni. Così dicendo, nella sua lieta agitazione piegò una lettera, poi legò un
pacco di documenti, poi ancora si affacciò a ordinare qualcosa; nessuno dei due riusciva
proprio a ritrovare il tono confidenziale di una volta.
Intanto era entrata un’anziana signora, che cominciò a stendere con cura una tovaglia da
caffè di aspetto antiquato e a sistemare piatti, bicchieri e bottiglie di vino, sbirciando con
rispetto il distinto e sconosciuto signore che aveva causato una tale rivoluzione nella vita
monotona dello scapolo. Fortunat, alla finestra, abbracciò con lo sguardo l’ animato mercato;
una pacata tristezza per la potenza delle circostanze che pian piano dissolve e distrugge, e per il
modo in cui gli sembrava aver agito sull’onesto animo di Walter, percorse in volo la sua
anima. «Beviamo all’aperto secondo il bel costume antico!» esclamò voltandosi di scatto,
quando vide i preparativi che si svolgevano dietro di lui. Walter esitava: lì non c’era
quest’abitudine e nelle piccole città si era troppo osservati. Ma Fortunat aveva già preso sotto
ogni braccio una bottiglia e scendeva le scale. Walter lo seguì ridendo imbarazzato, la vecchia
colma di stupore portò tavola e bicchieri; presto il banchetto lieto e sfavillante fu sistemato
sotto gli alberi, davanti alla porta di casa.
Nel frattempo il sole era calato; sopra la città ancora rosseggiavano i tetti e le cime dei monti,
dalle quali scendeva nelle strade e nei cuori una fresca, dolcissima brezza. I bambini si
inseguivano schiamazzando nei vicoli, i signori, tenendo con negligenza il cappello in mano e
asciugandosi il sudore tornavano dalle loro passeggiate, salutati rispettosamente da ogni parte.
Altri apparivano davanti alla porta in comode vestaglie e chiacchieravano con il vicino; giovani
fanciulle, ridacchiando e parlando animatamente, passeggiavano a braccetto sulla piazza e
passavano curiose davanti allo straniero.
I ricordi dei bei tempi di studente, quella conversazione ricca e profonda, di cui aveva tanto
sentito la mancanza, spalancarono il cuore di Walter; si scrollò di dosso ogni timore, ogni
sciocca ritrosia. «Sei davvero fortunato - disse all’amico, - ti è concesso di migrare con gli
uccelli in primavera e adesso puoi davvero intraprendere
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quel viaggio in Italia di cui abbiamo spesso parlato, nelle ore liete di Heidelberg. Erano bei
sogni di gioventù!»
«Dio non voglia! - replicò Fortunat vivacemente, - Perché mai sogni? Era un presentimento,
il primo fremito di una vita bella e florida che, se sapremo resistere lieti, si realizzerà
certamente in tutto lo splendore intuito o meno. Quando poi ci saremmo destati dai tuoi
cosiddetti sogni? Che cosa sarebbe mai mutato da allora? L’aurora splende ancora sui monti
giovane come una volta, la terra rifiorisce tutti gli anni fin nella valle più lontana e profonda perché mai dovrebbe invecchiare la nostra anima immortale, che sopravvive alle cose di poco
conto? Che cosa ti impedisce per esempio di gettar via senza tanti complimenti tutta quella
zavorra di precauzioni, riflessioni e considerazioni e di navigare libero con me nel mare aperto?
- Mettiti in viaggio anche tu, vecchio mio!».
Walter afferrò sorridendo la mano destra tesa verso di lui. «Ciò che in realtà mi trattiene tra
questi monti - disse, - lo saprai in futuro; anzi - ridine pure - dopo tutto posso dirtelo
sinceramente: mi sarebbe difficile, direi impossibile, rinunziare a quelle occupazioni intraprese
con impegno e passione che come un fiume lento e limpido coi suoi mille modesti affluenti
rendono fertile la terra e, tramite relazioni sempre mutevoli e vivaci, mi congiungono dalla mia
stanza silenziosa ai paesi più remoti».
Fortunat lo guardò pensoso. «Parli sempre con onestà - disse dopo una pausa, - perciò ti
credo, anche se non ti ho capito. Ma in che terribile operosità vivete voi impiegati! Nessuno ha
tempo di leggere, pensare, pregare. E questo lo si chiama fedeltà al proprio dovere; come se
l’uomo non avesse anche come più alto dovere quello di mutare le penne sulla terra e di pulire
le ali sporche per l’ultimo grande volo verso il regno dei cieli, che non si trova certo sulla larga
strada maestra come un’osteria, ma che deve essere conquistato con fede, serietà e con l’anima
assolutamente incorrotta. Sì, ho riflettuto spesso sulla causa di questo tenero amore con cui
molti servono lo Stato. Non è sempre la fame, ancora più raramente il desiderio di essere utili.
Temo che i più siano sedotti dalla comodità di svolgere un lavoro intenso e prestigioso senza
impiego di idee o fatica particolari, dalla soddisfazione di riuscire a portare a termine quasi
ogni ora qualcosa di finito; l’arte e la scienza, invece, non sono mai complete sulla terra e non
raggiungono una fine in tutta l’eternità». - «Tu metti il dito sulla piaga - replicò Walter, almeno per quanto mi riguarda. Mi affligge segretamente il fatto di dover trascurare, per
mancanza di tempo, quanto vi è di più profondo e lontano e che proprio perciò ci attirò in modo
così prodigioso; e non posso nemmeno lamentarmene con un amico. Aggiungici poi
l’isolamento di questo paesetto, dove mancano lo stimolo e l’opportunità di seguire la
letteratura più recente».
«Questo non è indispensabile - replicò Fortunat, - perché mai vuoi correr dietro a ogni matto e
alle sue stramberie alla moda? Ciò che era aveva valore in passato è eternamente nuovo, e ciò
che ha valore oggi si aprirà sempre una via attraverso tutti i monti e - come ho già notato prima
- anche in questa conca.
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Se non erro, infatti, poco fa ti ho visto accanto al Corpus Iuris la nuovissima opera in versi
del conte Victor» - «Beh - disse Walter, - debbo pur onorare il mio grande compatriota, il suo
paese natale si trova ad appena due giorni di viaggio da qui». Fortunat saltò su sorpreso.
«Allora ci vado - esclamò, - devo conoscerlo!» - «Calma - replicò sorridendo Walter, - è in
viaggio da parecchi anni» - «E io ci vado lo stesso! - controbatté allegramente Fortunat - chi
vuol capire un poeta, deve conoscerne la patria. Sulle sue piazze silenziose è magicamente
imprigionata la nota fondamentale che risuona in tutti i suoi libri come un’indicibile
nostalgia». Walter sembrò riflettere per un attimo. «Ebbene - disse alla fine, - se vuoi proprio
andare, allora ti accompagno; là sono ben conosciuto, e così staremo insieme più a lungo.
Debbo confessarti che in realtà avevo già deciso per conto mio di recarmi laggiù, in questi
giorni. Non ho molti svaghi da offrirti qui, se per te va bene partiamo domani». Fortunat gli
tese la mano soddisfatto.
Walter cominciò a recitare alcuni suoi brani preferiti delle opere di Victor, cosa che a Fortunat
dava sempre fastidio perché la vera poesia non offre dei brani, ma solo tutta se stessa; allo
stesso modo un naso tagliato o un paio di orecchie strappate alla Venere dei Medici , certo
molto pregevoli per gli intenditori, sono altrimenti privi di valore.
«Conosci le opere di Victor? E ti piace?» s’interruppe alla fine Walter, dato che Fortunat
tracannava in silenzio un bicchiere dietro l’altro. «Mi piace molto - disse questi, come mi piace
un temporale notturno, che agita nel petto paura e meraviglia; lo conosco perché dà magica
risonanza ai pensieri più segreti e intimi della mia anima, sì, potrei dire al mormorio del bosco
della mia infanzia. - Pace a quello spirito grande e oscuro - proseguì levando il bicchiere, - e a
un lieto incontro con lui!».
Trascinati dall’animata conversazione, gli amici non si erano accorti che, nel frattempo, la
piazza si era pian piano svuotata. Nel silenzio sempre più fitto si udiva in lontananza soltanto
un violino, insieme allo scalpiccio di una danza. Il violino era suonato ad un ritmo così
vertiginosamente veloce che non c’era sintonia fra musica e ballo; Fortunat scoppiò allora in
una sonora risata e, senza tener conto delle obiezioni di Walter, s’affrettò subito in direzione
del clamore, che proveniva da una bassa casetta; sulla porta un fascio di paglia, emblema di
un’osteria, dondolava nella brezza notturna. Walter era rimasto fermo a rispettosa distanza,
mentre Fortunat gettava un’occhiata, attraverso la finestra, dentro la strana taverna. Una
fiamma lunga e sottile si ergeva simile al manico di una frusta da un candeliere di ferro,
mandando incerti bagliori sulla volta scura di una cantina; alcuni ubriachi dormivano riversi
sopra tavole lunghe e tozze, accostate alle pareti. Nel mezzo, numerose coppie di allegri
straccioni danzavano senza posa, ora con le braccia piegate come per spiccare il volo, ora
avvicinandosi e allontanandosi in strani torsioni e movimenti, prima di abbracciarsi infine per il
valzer. Il grasso
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Statua ellenistica rimasta per lungo tempo in possesso della famiglia Medici.
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oste girava intanto con le maniche della camicia rimboccate, imitava con la bocca il verso della
quaglia, faceva ridicole smorfie alle fanciulle che ballavano oppure si esibiva anche lui in un
agile salto. La persona più straordinaria era però il violinista: un ometto vivace vestito
elegantemente con un viso affilato e spiritoso, che eseguiva con abilità i passaggi più
strabilianti, mentre il suo sguardo seguiva i ballerini con evidente piacere. Invano costoro gli
urlavano di andare più piano: senza sosta riprendeva le note con autentica, virtuosa follia, a
ritmo sempre più veloce e serrato, simile a una trottola. I ballerini finirono col perdere
completamente il tempo e il fiato, ne nacque una gran confusione e un parapiglia generale,
finché tutti si rivolsero furenti contro il suonatore. Questi allora si alzò e accortamente
guadagnò la porta con abili mosse di scherma, continuando a menare colpi di archetto in mezzo
al gruppo assai folto. Riuscì così a raggiungere felicemente la strada; nel parapiglia, la berretta
da notte dell’oste si era infilzata in cima all’archetto. Il buffo oste inseguiva inveendo e di tanto
in tanto aumentava lo schiamazzo imitando alla perfezione con la bocca lo strepito dei fuochi
d’artificio.
In quel momento il suonatore notò i due amici per la strada e li fissò con i suoi occhi furbi;
intanto l’oste con una mano spingeva di nuovo nella cantina i clienti infuriati, mentre con
l’altra si calcava tranquillamente in testa il berretto che il violinista gli aveva lanciato. Per un
attimo Walter si chiese imbarazzato se e in che modo dovesse rivolgere la parola allo
sconosciuto; alla fine manifestò la sua sorpresa per quella inaudita abilità nel suonare lo
strumento. «Sciocchezze, sciocchezze! - replicò il suonatore, - sono solo tarantelle, con cui
mordo i polpacci alla gente e invento il ballo di San Vito». Con queste parole s’accomiatò,
prese il violino sottobraccio e scomparve rapido nella notte, attraversando la piazza del mercato
e lanciando occhiate timorose verso la cantina.
Fortunat, che fino a quel momento non aveva distolto lo sguardo da lui, si diresse rapido verso
l’oste per sapere qualcosa di più su quell’ometto straordinario. «Uno straniero - disse l’oste, un benestante, come si definisce lui, con cui ho già avuto delle noie. Ogni tanto viene in città
ma solo da me, e se mi capita di avere clienti onesti che, compiuto il loro lavoro, bevono un
bicchierino e discorrono con giudizio, lui si siede accanto a loro e, senza che me ne accorga,
comincia ad attaccar briga senza poi avere il coraggio di combattere fino alla fine. Quando poi
si è ben divertito, tira fuori il suo maledetto violino e attacca bizzarre canzoni. Che il diavolo si
porti tutti i matti».
Ciò detto, l’oste ritornò nella sua stamberga; alla chiara luce della luna, i due amici videro lo
sconosciuto suonatore avviarsi verso la porta della città. «Un magnifico pazzo!» esclamò
Fortunat continuando a seguire con lo sguardo il viandante. «Lascia stare i pipistrelli - replicò
Walter, - altrimenti ti si impiglieranno tra i capelli. Dài, vieni a casa, è già tardi e debbo fare
ancora un sacco di cose per domani».
La camera di Walter fu animata da un’allegra confusione. Questi mandò a chiamare la vecchia
donna di servizio, impartì ordini, sigillò lettere, impacchettò documenti e biancheria; Fortunat,
nella gioiosa attesa dell’imminente e
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inaspettato viaggio, lo aiutava febbrilmente, con meraviglia della vecchia. Il cielo stellato si
affacciava dalle finestre aperte, la fontana mormorava dal mercato deserto e gli usignoli
cinguettavano nei giardini; fuori, sopra le lontane cime silenziose, sembrò a Fortunat che si
diffondesse ancora il suono del bizzarro violinista.
Capitolo secondo
In uno splendido mattino di primavera i due amici si addentrarono a cavallo nella campagna
tinta di rosa dall’alba, parlando allegramente dei vecchi tempi. Avevano preso la strada
attraverso i monti, più lunga ma più bella, per la quale, come Walter assicurava, avrebbero
raggiunto comodamente prima di notte Hohenstein, la dimora del conte Victor. La cittadina nel
suo verde silenzio era già lontana alle loro spalle, un fresco venticello spirava attraverso le
chiome degli alberi e Walter si sentiva proprio come un uccello scappato dalla gabbia. Era fin
troppo allegro, agitava il cappello in aria e intonava vecchi canti goliardici; ai due amici
sembrava di non essere stati mai divisi e di uscire come un tempo dalla porta di Heidelberg, in
direzione delle verdi montagne. In questo stato d’animo Walter si lasciò trasportare volentieri
dall’irrequieto Fortunat, che ora seguiva lo strano verso di uno sconosciuto uccello di
montagna, ora parlava con i pastori, ora tentava di scalare una bella altura o un’affascinante
rovina. Avevano vagato a caso qua e là, quando Walter s’accorse con spavento che il sole del
tramonto mandava ormai i suoi raggi obliqui attraverso il bosco. Si rese conto allora di avere
anche smarrito la strada e di non sapere dove si trovasse. Invano imboccò il primo sentiero che
vide: presto il sentiero si biforcò di nuovo, non riuscivano a scorgere nessun villaggio nelle
vicinanze. Quanto più si addentravano nel bosco, tanto più si spazientiva: voleva assolutamente
arrivare a Hohestein entro la giornata. Nel frattempo era calata completamente la notte e
dovettero smontare e guidare i cavalli per le redini, poiché la strada nel bosco si mutò a poco a
poco in un sentiero coperto di vegetazione.
Walter era seccato e parlava poco. Fortunat invece si divertiva sempre di più man mano che
procedevano, e guardava con animo lieto la luce meravigliosa della luna e i misteriosi abissi
che rasentavano. Spesso si fermavano ad ascoltare, allora sembrava loro di udire cani latrare
molto lontano, insieme al battito cupo e regolare del martello di un fabbro, ma il mormorio
incessante dei boschi tornava a inghiottire ogni cosa.
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Walter alla fine giurò che non avrebbe fatto più neppure un passo, legò il cavallo e gli si
sedette accanto, brontolando. Anche Fortunat si sdraiò sul prato, mentre il suo compagno
teneva ogni sorta di discorsi sul quel romanticismo fuori luogo e sulla perdita di tempo.
Fortunat non replicò e, poiché la ramanzina sembrava non avere fine, si coprì il capo con il
mantello e si addormentò subito, esausto.
Quando si risvegliò, Walter si era nel frattempo addormentato per la rabbia. Si guardò lieto
intorno: la profonda solitudine, la regione sconosciuta, l’uomo addormentato e i cavalli
illuminati dalla luna; tutto era per lui così nuovo e meraviglioso. Girovagò tra gli alberi
cantando fra sé e sé:
Com’è bello sognando trascorrere
la notte nel bosco silente,
quando fra gli alberi scuri
riecheggia la favola antica.
I monti al chiaror della luna
si ergono come pensosi,
e tra le confuse rovine
fluiscon gemendo le fonti.
Poiché a riposar la bellezza
sui prati si reca, già stanca,
ricopre la tenera amata
la notte con ombre più fresche.
E’ questo il lamento perduto
nel placido incanto del bosco
ne cantano mille usignoli,
da sera al finir della notte.
Sorgono e calan le stelle quando verrai, lieve brezza
le ombre di nuovo a scacciare
da quella sognante bambina?
Già gli alberi accennano un moto,
l’allodola presto la sveglia io voglio sognando trascorrer
la notte nel bosco silente.
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Come sollevò lo sguardo, udì davvero il suono di un’allodola mattutina vagare nel cielo.
«Sveglia! - disse allegramente a Walter, - Sveglia, fiuto aria mattutina!».
Walter si alzò barcollante e per un po’ non riuscì a orientarsi nell’insolita camera da letto. Il
breve sonno gli aveva dato nuove forze e lo aveva mutato, si vergognò del malumore del
giorno prima e presto i due amici sedettero gagliardi a cavallo, per cercare di uscire,
possibilmente prima dell’alba, dal labirinto dei boschi.
Dopo una breve cavalcata, ebbero la gioia di incrociare insperatamente una vera strada.
«Terra! Terra! - gridò contento Walter, - In quella direzione c’è Hohenstein!». Raddoppiarono
allora la velocità e ben presto uscirono del tutto dal bosco in quella campagna vasta e
misteriosa. Scendevano con gioia dai monti, immergendosi sempre più nel mare di fiori;
udivano già battere di lontano l’orologio della torre, innumerevoli usignoli cinguettavano
ovunque, nei giardini. Ai piedi della montagna apparve un vasto paese; a poco a poco dall’alba
confusa spuntarono qua e là colline, scuri gruppi di alberi e un alto, stupendo castello. Tutto era
ancora irriconoscibile e misterioso come nei sogni. Erano giunti così in un viale di alti castagni,
quando Walter improvvisamente si fermò davanti a un ricco cancello. «Dormono ancora tutti disse, - entriamo intanto qui, nel giardino del conte: faremo loro una sorpresa».
Legarono i cavalli alla staccionata e, dalle sfingi di marmo che sorvegliavano l’entrata,
balzarono nel giardino scavalcando il cancello. Tutto era ancora immerso nel silenzio e nei
profumi della notte, statue isolate emergevano solo allora dalle sue tiepide onde. Sullo sfondo il
castello, vecchio e tetro, con le sue gelosie serrate, gravava come una nube temporalesca sopra
un’accogliente dipendenza di cui, a causa degli alti pampini, si riusciva a intravedere solo il
tetto di tegole rosse. Sotto gli alberi di fronte all’edificio trovarono una tavola e diversi
panchetti, che sembravano appena abbandonati da una compagnia di amici. «Ha di nuovo
dimenticato fuori la sua chitarra», disse Walter scuotendo il capo. «Ma chi? - chiese Fortunat, La bella figlia dell’amministratore di cui mi hai parlato?» - «Sì, Florentine - rispose Walter, questa è l’abitazione dell’amministratore e lassù, affacciata sul giardino, c’è la camera da letto
di lei». «Conosci bene il posto», ribatté Fortunat. Walter tacque, arrossendo per l’imbarazzo. Fortunat
invece afferrò senza esitare la chitarra appoggiata sulla tavola, si piazzò davanti alla finestra
indicatagli e cantò:
Due musicanti vengono
dal bosco assai lontano
innamorato è l’uno,
l’altro vorrebbe esserlo.
«Ti prego - lo interruppe Walter, - che stupidaggini vai cantando!» - «Aspetta, ora viene il
meglio», rispose Fortunat riprendendo a cantare:
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Si fermano qui al vento
e cantano e strimpellano;
che una bimba incantata
si mostri alla finestra?
Il suo desiderio si realizzò davvero. Una bella fanciulla, che pareva ancora insonnolita, si
affacciò alla finestra, scosse i riccioli dal visetto e guardò curiosa con occhi grandi e vivaci
attraverso i vetri. Non appena vide di sotto un uomo sconosciuto e ben vestito, riscomparve con
la stessa rapidità. A questo punto Walter andò davvero in collera, ma Fortunat pizzicò le corde
sempre più vivacemente intonò di nuovo:
Il cuore ho di diamante
un fiore di gioielli,
risplende sulla terra
allegro e variopinto!
Dalla finestra entrano
canti e stormir di bosco,
irrompe anche il cantore
nella beata mischia.
Frattanto la casa si era pian piano rianimata, porte si aprivano e chiudevano, dall’interno una
robusta risata si faceva sempre più vicina. Infine la porta si aprì e, con una lunga pipa in bocca,
apparve di fronte a loro un uomo grande e robusto, già completamente vestito, il cui volto
vivace e abbronzato era rischiarato dal sole mattutino. Era l’amministratore in persona. Colmo
di gioia al rivedere Walter così inaspettatamente, non riusciva proprio a smettere di ridere per la
divertente serenata con cui Fortunat sembrava essersi subito decisamente guadagnato il suo
favore. Con voce sonora svegliò tutta la casa: bisognava portare in fretta all’aperto pipe e caffè.
Si sedettero intorno alla tavola, nello spiazzo verde davanti alla porta che i due ospiti solo poco
prima avevano visto deserto, e Walter dovette raccontare per filo e per segno le loro
peregrinazioni notturne.
Nel frattempo era giunta anche la moglie dell’amministratore. Per riguardo verso lo
sconosciuto ospite si era vestita con cura, quasi a festa, e accolse Fortunat con una solennità
cerimoniosa e loquace. Quest’ultimo, al quale in simili circostanze passavano spontaneamente
per la testa tutti i saluti di benvenuto che avesse mai udito nel corso della sua vita, non poté fare
a meno di rispondere con un profluvio inesauribile dei modi di dire più ricercati, facendo
nascere perciò nella dama un’opinione non cattiva nei riguardi suoi e della sua fine educazione.
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«Oggi è davvero un giorno di felicità! - disse l’amministratore, - Bisogna dunque far
baldoria». Raccontò allora che attendevano per la sera anche il loro giovane nipote Otto, che
tornava dalla lontana università per prepararsi ad un impiego. La moglie dell’amministratore si
lasciò scappare ancora con aria soddisfatta che Otto, figlio della defunta sorella, veniva dalla
città del signor Walter, che già a scuola era stato sempre considerato il più serio e il più bravo e
che era ormai diventato un vero erudito.
Durante la conversazione Fortunat si accorse che Walter era intanto scomparso. Il giardino,
che ora risplendeva nella piena luce del giorno, attirava anche lui già da molto; disse infine
all’amministratore di come avesse abilmente convinto Walter a vedere da vicino, per una volta,
il paese del famoso conte Victor. L’amministratore sorrise. «Non so - disse - se siate anche voi
della medesima opinione, ma quando gli altri parlano del famoso ed erudito conte se lo
immaginano con la parrucca col codino, come Hilmar Curas davanti alla sua grammatica. Ciò
mi fa sempre arrabbiare. Macché erudito! La gente dovrebbe vedere il grande Victor a cavallo,
a caccia nel bosco, sulle rocce dove chiunque altro è assalito dalle vertigini - in una parola:
quello è un vero uomo! L’esser famoso e lo scrivere versi sono solo cosucce di valore
secondario, come una gualdrappa su un bel cavallo; lui per primo non ci tiene affatto. Ma ne
riparleremo più a lungo un’altra volta». Si alzò e, prima di rientrare per impartire gli ordini
relativi all’amministrazione quotidiana della casa, descrisse a Fortunat le vie da prendere nel
giardino per raggiungere i luoghi più belli.
Fortunat si diresse dunque da solo verso il giardino; con meraviglia vide solo sentieri disegnati
geometricamente, secondo la tradizione antica, alti e maestosi viali di faggi, fontane a getto e
artistiche aiuole fiorite in cui splendevano peonie color rosso scuro e bellissime fritillarie. Era
come se durante la notte un portentoso mago avesse tracciato i suoi segni variopinti sul verde e
sedesse ora addormentato nel labirinto presso il mormorio dei giochi d’acqua, sognando dei
tempi antichi che ha imprigionato per incanto nei suoi cerchi silenziosi.
Il castello e la casa dell’amministratore erano già scomparsi dietro Fortunat, quando d’un
tratto notò un giovane ben vestito addormentato sugli scalini di marmo di un padiglione
abbandonato. Stava per tornare indietro ma il dormiente, destato dal rumore, si alzò in piedi
rapido, si guardò intorno confuso e chiese a Fortunat chi fosse. Questi raccontò allora della sua
avventura notturna e del suo desiderio, cullato a lungo, di passeggiare una volta nella regione,
in onore del conte-poeta, Victor. «Eccellente - replicò l’altro, - vi farò dunque da guida!» «Conoscete il conte Victor?» chiese Fortunat. «Non particolarmente - rispose quello, - so però
abbastanza di lui per darvi informazioni sufficienti sulla regione».
Fortunat accettò grato l’inaspettata offerta e, mentre proseguivano insieme, osservò con lieta
sorpresa il viso piacevole, anche se un po’ pallido e trascurato
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2
Hilmar Curas, studioso tedesco autore di una grammatica francese (1720).
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dello sconosciuto, sul quale le luci del mattino gettavano, attraverso il fogliame, bagliori
misteriosamente cangianti. Manifestò infine la sua meraviglia per il modo in cui il giardino
veniva conservato, ignorando di proposito le mode più recenti. «Il conte - replicò il suo
accompagnatore - lo vuole così, natura infantile in legno di bosso! Come è stato nella sua
infanzia, così deve rimanere in futuro, perfino gli stessi fiori debbono essere piantati ogni anno
negli stessi punti di una volta». - «Ha ragione - disse Fortunat, - che senso ha un giardino, se
non quello di una poesia dalla musica perfettamente distinta! In questo scrosciare uniforme dei
giochi d’acqua, in questa spettrale simmetria di spalliere e statue silenti è racchiusa una
nostalgia che potrebbe far perdere il senno».
Si trovavano in quel momento sul pendio della montagna di cui il castello e il giardino
ornamentale vero e proprio occupavano la cima. Dalla parete rocciosa ricoperta d’edera ci si
affacciava di colpo su gole profonde e spiazzi erbosi dove pascolavano, sotto la fresca ombra
di alberi secolari, caprioli e daini: alzarono timidi il capo verso di loro e poi scomparvero veloci
come frecce nella più profonda oscurità. «Guardate - esclamò l’accompagnatore di Fortunat - la
grandezza e l’audacia di questa composizione. Non vengo mai in questo luogo senza provare
un profondo rispetto per lo straordinario genio di questo conte-poeta - o diciamolo più
francamente: re dei poeti! Debbo richiamare la vostra attenzione in particolare su quei ponti
leggermente arcuati. Come potete vedere portano, al di sopra delle cime degli alberi, a spezzoni
di roccia alti e isolati, che con le cime adornate di variopinti giardinetti emergono, simili a
scintillanti merli fioriti, dalla solitudine del bosco. Ebbe quest’idea in più rispetto al buon Dio,
il gentil conte: ha costruito questi giardini pensili, erano i Blocksberge della sua fantasia. Da
ragazzo, quando si alzava un temporale e nel castello tutti correvano preoccupati da una parte
all’altra, era solito sedere qui, davanti a questa vista incommensurabile, con le gambe
ciondolanti nel vuoto, finché le prime grosse gocce di pioggia non gli cadevano sulle calze di
seta». - «Mi fa piacere - replicò Fortunat che, perso completamente nella vista del
meraviglioso abisso, non aveva quasi udito le ultime parole, - mi fa davvero piacere, che lei
abbia una così alta stima della personalità poetica di Victor».
L’accompagnatore lo fissò con sguardo dubbioso e penetrante. «Provo per lui sincera
compassione - disse poi, - dal momento che considero l’essere un genio come uno dei compiti
più pericolosi del mondo. Un altro si riempe la pipa, indossa la vestaglia, si sistema sul
seggiolino della scrivania e svolge il suo lavoro, andandosene poi soddisfatto al circolo dove
può tornare a essere un uomo. Ma un tal ingegno, tanto più se poeta, non può mai liberarsi del
suo genio; simile a un viandante che in autunno ha passeggiato per i prati, porta fino al circolo,
attaccati al cappello e alle maniche, i filamenti dorati dei suoi sogni. E se poi la finestra è
aperta, gli usignoli e le allodole fuori si innamorano perdutamente di lui e lo chiamano per
nome; talvolta anzi gli gioca un tiro fatale l’amante che non ha ancora terminato di descrivere,
guardandolo
3
3
Qui: luoghi di dissolutezza; reminiscenza della notte di Valpurga (Goethe, Faust I).
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all’improvviso dagli occhi di una qualche sciocca dama». Di colpo, il giovane ammutolì e si
stupì lui stesso. Erano scesi nella valle pietrosa fino ad un laghetto solitario, al cui centro
un’isola che sembrava inaccessibile si specchiava nel fresco splendore della rugiada mattutina.
Le tracce di antichi sentieri e di spiazzi fioriti erano invase dall’alta vegetazione e dalle
erbacce, piante sconosciute si attorcigliavano intorno a tronchi d’albero e solo alti fiori isolati
risplendevano ancora, qua e là, nel variopinto intrico in cui cantavano innumerevoli uccelli.
«Questo una volta era il posto preferito di Victor - disse lo sconosciuto dopo una breve pausa, qui ha inciso sugli alberi il nome del suo primo amore. La fanciulla è morta, la barca che
serviva a raggiungere l’isola distrutta e affondata da molto; cime e rami, erbacce e fiori
s’attorcigliano confusamente gli uni con le altre in un unico groviglio, senza riuscire a crescere
verso l’alto». Una strana luce balenò a queste parole sul suo volto vivace. Poi rivolto
improvvisamente verso Fortunat disse: «In realtà siete proprio Voi il conte Victor - non
negatelo!». Fortunat scoppiò in una risata fragorosa e pregò lo sconosciuto, che gli era
simpatico, di venire con lui dall’amministratore, perché si conoscessero meglio. Lo sconosciuto
rifletté un attimo, poi chiese se vi erano altri ospiti. Quando udì che c’era anche Walter si
scusò dicendo che aveva dormito troppo a lungo alla fontana e che ora doveva proseguire in
fretta - «Allora non abitate qui?» chiese Fortunat stupito. Ma quello già si affrettava, accennò
ancora un saluto col cappello e presto scomparve tra gli alberi.
Capitolo terzo
Quando Fortunat raggiunse nuovamente l’altura, credette a malapena ai suoi occhi.
L’incantevole fulgore mattutino riluceva ora sui prati circolari e sulle aiuole di tulipani; alle
statue erano appesi qua e là corsetti, borse e veli, un vento fresco attraversava il giardino e
lasciava fugacemente intravedere, separando i rami, ora due braccia nude di fanciulla, ora
un’intera graziosa figurina. E perciò il giardino, sotto il cielo sereno, con i fazzoletti variopinti
che sventolavano dai cespugli come bandiere di primavera, con gli scintillanti zampilli dei
giochi d’acqua, sembrò d’un tratto simile a quegli antichi paesaggi dove ogni siepe è
magicamente animata da ninfe infatuate. Sorpreso, si spinse ancora avanti ed ecco che vide una
giovane dama ornata di stupendi gioielli, crinolina, corpetto e ventaglio ricamato, in piedi di
fronte a una fontana a getto: si specchiava nell’acqua chiacchierando allegramente e scuotendo
soddisfatta gli orecchini pesanti e lucenti, per poi specchiarsi di nuovo. Improvvisamente si
voltò e a lui parve di riconoscere
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in quel fresco visetto Florentine, la figlia dell’amministratore vista prima alla finestra. Ma in
quell’istante risuonò forte un grido e da tutti i cespugli uscirono spaventate sul prato fanciulle
fruscianti di seta e taffetà, come se il vento avesse sparso tutt’intorno fiori d’albicocco.
Fortunat le seguì fino alla dimora dell’amministratore, dov’erano sgattaiolate. Ma di nuovo
si fermò sconcertato: trovò anche là un’animata confusione. Dai battiti del mortaio in casa e dal
solerte correre e incrociarsi delle domestiche, su cui ogni tanto si levava imperiosa la voce della
moglie dell’amministratore, comprese subito che all’interno si era intenti alla preparazione di
dolci. Fuori, invece, si vedevano stendere sul prato grandi tappeti e battere divani e poltroncine;
ovunque si tolsero gli scurini alle finestre, il sole del mattino illuminò allegramente tutta la casa
e alcune rondini si incrociarono con garriti di giubilo sopra il cortile.
Un uomo alto e magro, con il collo fine e gli occhi sporgenti, sembrava particolarmente a suo
agio in mezzo a tutto quel daffare. Lo si vedeva ovunque, in mezzo a folti gruppi di persone,
urlare, aiutare e dirigere. Da lui Fortunat venne finalmente a sapere, non senza fatica e dopo
ripetute domande, che dalla campagna circostante erano giunte le figlie del mezzadro e che,
insieme a Florentine, si erano provate in giardino gli antichi abiti della corte comitale; tutti
quei preparativi avevano il fine di ricevere solennemente lo studente Otto, atteso per quel
giorno e che secondo notizie appena giunte sarebbe potuto arrivare prima del previsto. L’uomo
era il guardaboschi della zona, anch’egli un tempo aveva frequentato il liceo e da allora aveva
una smisurata predilezione per gli studenti. - Per Fortunat quell’insperata baraonda costituì una
gioia gradita. Si mescolò senza indugio al confuso trambusto per fare, se possibile, ancora più
chiasso. Spiegò al guardaboschi che bisognava far entrare il festeggiato da una porta trionfale,
dopo di che i due corsero pieni d’entusiasmo a procurarsi il materiale occorrente alla nuova
impresa. Per via incontrarono Walter, che stava recandosi in giardino con un libro. «Debbo
raccogliermi un po’ - disse di sfuggita a Fortunat, - mi piace tanto stare all’aperto quando c’è
silenzio, ed ecco che scoppia, all’improvviso, una tale baraonda; non mi è possibile stare a
chiacchierare del più e del meno con la gente, è intollerabile!»
Otto era atteso da un momento all’altro. Walter non lesse a lungo; con la sua passione per le
cose pratiche riesaminò invece con l’amministratore le fattorie, i fienili e le stalle. Nel giardino
gli uccelli tacevano, Florentine e le sue giovani amiche, di nuovo a loro agio nei vestiti di tutti i
giorni, fuggivano da un’ombra all’altra il sole che saliva, mentre le stesse ombre
s’accorciavano sempre più; ognuna teneva in mano un pezzo di dolce appena sfornato, nella
calura non sapevano come passare il tempo. C’era anche un giovane contabile con gli speroni e
il frac nuovo. Seguiva le fanciulle portando loro gli scialli, faceva sibilare elegantemente il
frustino per aria e per rendersi loro gradito riusciva a fare schiocchi con le foglie di tiglio e altri
graziosi giochetti.
D’un tratto, lo scoppio di un mortaretto provocò grande scompiglio: da ogni siepe e da ogni
porta, tutti coloro che stavano aspettando lo studente si precipitarono in direzione
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dell’esplosione. Da lontano scorsero il guardaboschi sul pendio della collina, intento a scrutare
la regione circostante con un vecchio cannocchiale che, con solerzia, allungava sempre più.
Appena giunsero ansimando e chiedendo notizie, quello gettò via di colpo il cannocchiale,
afferrò una miccia lì vicino e fece scoppiare, con gran spavento delle dame che strillarono
forte, un secondo mortaretto. Nel medesimo istante, nel fumo della polvere da sparo che si
disperdeva, tra i campi di grano vicino al fiume che serpeggiava azzurro nella valle, apparve
un cavaliere vestito col colorato abito degli studenti. Scorse a sua volta coloro che lo
attendevano sulla collina e, sventolando felice il cappello, spronò il cavallo. «Otto! Otto!»,
gridavano tutti alla rinfusa, agitando i fazzoletti. Il cavaliere, giunto intanto ai piedi del colle,
balzò da cavallo; su per il sentiero più breve, fra i verdi parapetti delle viti, apparve un bel
giovanotto dalla figura piuttosto minuta e finemente slanciata, dal viso delicato e gli occhi
sognanti.
Ma all’ingresso del primo viale fu fermato all’improvviso da una strana apparizione. Un
bell’abete si ergeva sul pendio già da molti anni, simile a uno scuro cavaliere di guardia,
levando la sua cima fin oltre la collina. Di colpo la sua verde corona frusciò, mostrando un
capo gigantesco dalla faccia rosso scura, una lunga barba di canne e capelli stupendamente
incoronati di fiori selvatici e foglie di quercia. «Salve !» disse quel capo, muovendo
visibilmente gli occhi verso lo sbalordito studente:
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Salve! Signor Dottore o diplomato!
Sono un vecchio compagno e odio i filistei,
abito i boschi di queste montagne,
non posso avvicinarmi a te,
non posso venire in casa tua,
calpesterei quel tuo ciarpame
mandandolo in frantumi,
perciò osservo da qui,
oltre le cime degli alberi,
e se sei sempre quello di una volta,
ti invito ancora nella mia verde dimora!
Là scorrono, lucenti come allora,
le sorgenti confuse nella fresca oscurità,
suono di corni e cinguettio di uccelli,
in lontananza intanto la cascata,
e su di noi lo stormire di faggi e di abeti
ancora ti raccontano le antiche storie; Ma tu su pandette e latino
hai scordato la mia lingua,
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In latino nel testo.
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e vuoi star curvo sul tuo libro a leggere!
Da parte mia sono stato più furbo!
Allora chiuderò per sempre la mia grossa bocca,
non ci vedremo mai più - e e - », qui lo spirito della montagna si arrestò di colpo, si udì un’altra voce suggerire sempre
più forte, ma inutilmente. Poi il capo cominciò a poco a poco a tentennare, all’improvviso
rotolò tra i rami giù per la collina e, subito dopo, piombarono a terra il guardaboschi e Fortunat,
tra le risa dei presenti.
Otto si precipitò affettuosamente tra le braccia dell’abitante dei boschi che imprecava e si
spolverava gli abiti, poi guardò pensieroso Fortunat con i suoi begli occhi: «Dio sa - disse - se
capisco ancora il linguaggio del bosco; nonostante tutto ciò che ho imparato in seguito, quello
rimane la mia vera lingua madre!» - Solo allora si accorse delle altre persone sul viale e si
gettò esultante al collo dell’amministratore, di sua moglie e poi, una dopo l’altra, delle
fanciulle rosse d’imbarazzo, che non poterono difendersi dal suo impeto. Ma nessuno riusciva a
parlare, perché l’infaticabile guardaboschi, che nel suo entusiasmo non teneva alcun conto della
commozione generale, aveva fatto venire di nascosto trombe e tamburi che adesso battevano
con fracasso nelle orecchie delle dame. Intanto esplodevano mortaretti su mortaretti, lui stesso
picchiava i tamburi con grande abilità; alla fine vi balzò addirittura sopra e, gettando in aria
cappello e bacchette, si mise ad urlare «urrà!» senza smettere più. La moglie
dell’amministratore s’infuriò per tutto quel fracasso, anche Otto apparve imbarazzato e seccato.
Finalmente lo scatenato guardaboschi pose fine ai suoi saluti di benvenuto e, ancora tutto
accaldato per l’enorme testa di cartone che si era precedentemente infilato, condusse le
fanciulle ospiti, con atteggiamento solenne ma quanto mai bizzarro e maldestro, verso la casa
dell’amministratore.
Là, sotto gli alberi, su una vecchia tovaglietta da caffè sulla quale erano ricamate di rosso
vedute di città e scene di caccia al cervo, erano state sistemate innumerevoli tazzine cinesi; nel
mezzo fumava, invitante, un enorme bricco di caffè; la giovane domestica vestita a festa portò
su un un vassoio le iniziali di Otto cotte al forno e baciò, arrossendo, la mano del giovane
signore appena arrivato. Il guardaboschi, vecchio scapolone quale era, trascinato dal fiume
delle parole dettategli dal buonumore, tirò fuori tutte le sue battute da cacciatore e le poche
parole di latino che sapeva; le figlie del mezzadro, che segretamente lo reputavano un esperto
erudito e uomo di mondo, scoppiavano ogni volta in una risata smodata. Presto però fu Otto a
catturare l’attenzione; ancora tutto felice di aver ritrovato la terra natia raccontò della sua vita
di studente a Halle; parlava assai vivacemente e, quando l’amministratore ebbe posto sul tavolo
le lucenti bottiglie di vino, tutti i pensieri scivolarono lieti con la barchetta colorata degli
studenti sul Giebichenstein e giù per la Saale, lungo i giardini di ciliegio fioriti, nella terra
promessa della giovinezza.
Era sopraggiunta intanto improvvisa la sera, il guardaboschi e le fanciulle erano sgattaiolati di
nascosto dentro casa; Otto era ancora intento a raccontare quando
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d’un tratto la porta si spalancò e, accompagnata dal ronzio di un violino, uscì frusciando
un’intera corte di dame e cavalieri in crinoline, reticelle per capelli e vecchi frac francesi.
Subito si riconobbe in mezzo a loro il guardaboschi, che condusse con solennità i giovani dalla
tavola verso le dame, che ridacchiarono imbarazzate; il violino riprese a gracchiare e così si
dispiegò inattesa una danza sul prato. Walter non ne era proprio capace, si sentiva sempre più
in imbarazzo quanto più gli altri ridevano di lui; anche le due figlie del mezzadro non si
trovavano a loro agio, nei sontuosi vestiti in cui si muovevano goffe come in una gabbia,
impigliandosi tutti i momenti. Ognuno saltava meglio che poteva e quando infine, per le
giravolte delle crinoline, i lumi tremolarono e si spensero, il vortice afferrò anche i vecchi
seduti al tavolo col vino; il guardaboschi condusse in una sarabanda la moglie
dell’amministratore, che inutilmente tentò di schermirsi. Anche gli altri scelsero ognuno la
propria dama; ne nacque un intreccio artistico e strabiliante, in cui il guardaboschi sorprendeva
tutti con le sue audaci giravolte.
All’improvviso Florentine, simile ad una stella filante, uscì dal cerchio luminoso verso il
giardino immerso nel buio. Il suo petto ansimava sopra lo stretto busto di seta; respirava esausta
la fresca aria della notte e intanto continuava a guardare indietro tra gli alberi, come se
aspettasse qualcuno. Fortunat la notò, l’atmosfera da corte dei tempi antichi con le sue figure
bizzarre lo aveva irresistibilmente rapito; inseguì svelto la fanciulla, la afferrò delicatamente
per le punte delle dita e passeggiò solennemente con lei per i sentieri tortuosi. Ella gli lasciò
ridendo le dita, continuando però a guardarsi indietro, sempre più spazientita. Così, in galante
conversazione, erano giunti ad una grotta solitaria, avanzo di un modo capriccioso di decorare
gli antichi giardini. Conchiglie colorate risplendevano al chiaro di luna sul soffitto e sui muri,
aironi e uccelli acquatici impagliati se ne stavano qua e là con il becco spalancato, su scogli di
cristallo. «Dolce dio dell’amore - disse Fortunat, - questa grotta è fatta apposta per
sbaciucchiarsi; ah, fossimo adesso due tortorelle!». Lei lo guardò per un attimo maliziosa, poi
si voltò lentamente verso una gru nascosta e di colpo tutti i becchi spruzzarono proprio su
Fortunat scintillanti getti d’acqua; prima che questi si fosse ripreso, la sua colomba selvatica
era fuggita tra gli spruzzi.
Fortunat si scosse ridendo; quando raggiunse la compagnia Florentine sedeva già al tavolo,
davanti alla madre che le carezzava delicatamente i riccioli, scostandoli dalla fronte accaldata.
Teneva abbassate le ciglia lunghe, perché il frac nuovo di Fortunat le procurava segreto dolore;
le luci giocavano tremolanti sul suo volto e sul corpetto lucente e, fra le onde fruscianti di
taffetà e di veli colorati, sembrava un piccolo elfo che facesse capolino da un tulipano. - Walter
la fissò a lungo, poi afferrò il braccio di Fortunat conducendolo lesto in giardino. «Non è
meravigliosa? Come sono felice!» esclamò, raccontando all’amico che era fidanzato con
Florentine già da tempo e che aspettavano, su consiglio dei genitori, solo un suo imminente
aumento di stipendio, per comprare nella piccola città una casa con giardino e vista su
Hohenstein e trasferirsi insieme là nel verde, per tutta la vita.
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Appena un’ora dopo tutto era spento, dalle valli riecheggiava il canto dei grilli, nella notte si
udì ancora solo il calesse delle figlie del mezzadro passare con fracasso sulla via lastricata; in
lontananza esplosero razzi che l’instancabile guardaboschi continuava a sparare dal suo
giardinetto. - «O beata, angosciosa solitudine - pensò Fortunat, - chi avrebbe il coraggio di
immergervisi completamente come Walter!».
Capitolo quarto
Tempo sereno, patria adorata con i tuoi mattini freschi e le valli afose a mezzogiorno, arditi
compagni di gioventù, sparsi ormai per le regioni del mondo, che un tempo gettaste insieme a
me lo sguardo oltre i monti, nella vita, con gran gioia e solennità - io vi saluto tutti dal profondo
del cuore! Poiché tutto rivive in me su queste fresche montagne coperte di boschi, quando
vedo l’amministratore vagare tra i campi di grano e Florentine, alla finestra in alto, cantare alle
prime luci del giorno, intrecciarsi i capelli, stirarsi e farsi bella, a gara con gli uccelli destatisi
negli alberi davanti casa; altre volte, invece, addormentata in giardino sopra una grammaire
francese che Walter le ha dato perché si istruisca, in preparazione alla vita di città. Ma
soprattutto Fortunat, che rimanda la sua partenza di giorno in giorno e si è sistemato
comodamente in giardino. Nel verde, tra gli alti fiori, con l’ampia vallata sotto di sé e le chiome
degli alberi che gli stormiscono sopra la testa si siede ogni giorno, con l’occorrente per
scrivere, sul basamento di pietra di un Apollo ormai cadente, per mettere finalmente su carta,
con calma e una volta per tutte, alcune novelle ideate a cavallo nelle liete ore di viaggio. Stava
proprio a meraviglia. L’allegro vento mattutino gli faceva volare i fogli sul prato dove si
azzuffavano i galli, dietro di lui le cime intonavano ancora il loro canto antichissimo che
nessuna novella può descrivere; gli uccelli emettevano versi mai uditi e le nuvole sorvolavano
il paese, gridandogli: ragazzo, non fare il buffone! E se poi il guardaboschi uscito a caccia
urlava “urrà!”, facendo volare il cappello, lui gettava senza indugio carta e penna e balzava a
cavallo, nel mattino fresco e luminoso.
Durante una di queste cavalcate mattutine si dilettò con la seguente canzoncina:
Nel bosco volevo comporre
un magnifico canto d’eroi;
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vicende ingarbugliate,
ideate con abile ingegno.
Là alberi stormivano,
sgorgavano ruscelli,
e mille e mille voci
confuse risuonavano.
E grida di gioia echeggiare
lasciai dal gaio petto,
ma degli eroi nulla rimase
per la gioia profonda.
Quando in città ritorno
dai freschi prati e boschi,
giungono i canti da lungi
attraverso il trambusto del mondo,
risuonano gioia e dolori
ancora una volta, sommessi,
e creatrice si desta
l’antica mestizia nel petto,
l’inverno nel frattempo
spezza nel prato i fiori ne nasce per la noia
un canto troppo lungo!
Al suo ritorno, non trovando nessuno in casa, si coricò stanco sull’erba del giardino, vicino al
porticato alto. Riposava da poco quando udì vicino a lui delle voci, dalle quali riconobbe la
moglie dell’amministratore e Walter; ignari della sua presenza passeggiavano per il sentiero,
presi, a quanto pareva, da un’animata conversazione. «E’ colpa del troppo studio - stava
dicendo la moglie dell’amministratore - e in testa non ha che versi, viaggi e altre simili, costose
stupidaggini». - «Penso proprio - esclamò Fortunat - che quei due parlino di me!». «Calmatevi - udì replicare Walter - proverò a indagare le vere intenzioni di quell’animo chiuso
ed enigmatico».- «Di notte gli piace passeggiare - ricominciò la moglie dell’amministratore - e
il giorno lo trascorre sognando! E perché poi ci evita?». A questo punto la conversazione si
perse in lontananza. Fortunat balzò svelto in piedi. «Parlavano del mio sconosciuto compagno
di quella prima mattina in giardino» pensò; gli venne in mente allora che, distratto dai
divertimenti, lo aveva completamente dimenticato.
La sera, quando tutti si riunirono sotto i tigli davanti a casa, decise di venire a capo
dell’intera faccenda. Vide per primo l’amministratore e gli raccontò immediatamente di
quell’incontro: come avesse trovato lo sconosciuto addormentato presso la fontana e di che
cosa avessero parlato. Questi ascoltò con molta attenzione, Fortunat dovette descrivergli
esattamente altezza, abito, taglio di capelli e voce dello sconosciuto; ma l’amministratore
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sapeva già tutto e meglio di lui, tutte le sue domande coglievano nel segno in modo incredibile.
«Lo conoscete, allora?» chiese Fortunat. L’amministratore scosse pensoso il capo. «Non so chi
fosse - disse - e non posso dire quello che immagino». Nel frattempo era uscita sua moglie;
pregò allora Fortunat, in fretta e furia, di non far cenno all’episodio dinanzi alle donne. In quel
momento si unì alla compagnia lo studente Otto, che sembrava rientrare da una lunga
passeggiata. Si sedette vicino a loro e, quando per il caldo si sbottonò in fretta la giacca, cadde
in terra un libro dalla bella rilegatura: era la più recente opera in versi del conte Victor, che non
conosceva e che quella mattina presto aveva trovato fra i libri in disordine dell’ amministratore.
«Ah, pensavo fosse il tuo manuale di giurisprudenza» disse la moglie dell’amministratore,
raccogliendo il libro e restituendolo ad Otto. E dopo una breve pausa, appoggiandosi con calma
allo schienale, proseguì: «Da stamani all’alba ho lavorato tanto, in casa e nel cortile, che mi
dolgono tutte le membra. Del resto è così che ci si può godere, la sera, un po’ di riposo: quando
ci si è dati da fare e si è compiuto il proprio dovere». Otto arrossì fugacemente e non replicò. Fortunat, però, si rese conto da queste parole di come Otto, da un po’ di tempo, tenesse uno
strano comportamento. Tutti i giorni se ne andava da solo nel bosco e raramente ricompariva a
mezzogiorno. Era laconico, ritroso, distratto e spesso, nei momenti di maggiore allegria,
qualcosa di simile all’ombra di una nuvola oscurava il suo volto sereno come un bel paesaggio
illuminato dal sole.
Nel frattempo era stata servita la cena; la vivace moglie dell’amministratore, che quel giorno,
ormai, pareva aver preso di mira Otto, tagliando l’arrosto e distribuendone porzioni abbondanti
portò il discorso, con un’accurata scelta delle espressioni e un abile uso delle sospensioni, sul
valore del tempo: su come fosse indispensabile che un giovane pensasse per tempo ad
assicurarsi il pane futuro. Ci sarebbero sempre stati pazzi a sufficienza, nel mondo, per far
passare il tempo ai ricchi dipingendo bei quadri, recitando commedie o componendo versi - è
un piacere riservato ai signori, aggiunse correggendosi, poiché le era venuto in mente il conte
Victor. L’amministratore si era avvicinato la ciotola dell’insalata e mangiava in fretta; non si
capiva se ce l’avesse con Otto o con la moglie. «Mi viene sempre in mente il mio fortunato
fratello - ricominciò quella - anche lui aveva studiato, ma ha avuto giudizio; si è tolto i grilli dal
capo e ha adoperato la sua scienza per procurarsi il pane. Ha sposato una donna istruita e
assennata e Dio ha benedetto il loro matrimonio. Puoi testimoniarlo anche tu - continuò
rivolgendosi all’amministratore, risentita perché lui non prendeva le sue parti, - per il suo
matrimonio ha fatto comporre dai più grandi artisti poesie pastorali, e Dio solo sa dove quelli
sorveglino le loro pecore». A questo punto Otto, fino a quel momento in evidente lotta con se
stesso, esplose con un’amarezza mordace e con un orgoglio beffardo che nessuno avrebbe
immaginato, in quel giovane pacifico. «Meglio governare i maiali - disse - che viaggiare sul
battello della meschina beatitudine dal mercato del burro a quello del formaggio. Il buon Dio
continua a creare ogni giorno nobili e villani, senza badare se abbiano il certificato di nobiltà o
meno. E io voglio essere e rimanere un signore perché lo sono e tutti i servi mi devono nutrire e
servire come spetta loro!». Questo fu troppo,
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per la sbigottita moglie dell’amministratore. «Pazzo presuntuoso! - urlò, rossa per l’ira. - Per
quanto mi riguarda mangia pure pane asciutto, dato che disprezzi burro e formaggio! Ma noi
sappiamo bene dove hai imparato i motti dei commedianti. Non credere però di portare un
giorno, nella nostra casa rispettabile, una principessa del palcoscenico che non ha nemmeno di
che rammendare i suoi cenci, una lazzarona, scacciata da ogni luogo al suono degli applausi!».
Ma Otto non ascoltava più; si alzò in fretta e si addentrò furioso nel giardino immerso nel
buio. Walter, visibilmente in imbarazzo, fece per seguirlo ma fu trattenuto da Fortunat che lo
trasse lesto in un viottolo laterale. «Dimmi un po’ - gli chiese - che sta accadendo qui, e dov’è
che te ne vuoi andare?» - «A consolare l’offeso - replicò Walter - e, se ci riesco, anche a
mettergli un po’ la testa a posto. Vieni anche tu!» - «Ne faccio a meno volentieri - esclamò
Fortunat, - sono già contento quando, di tanto in tanto, se ne sta a posto la mia». - «Il mio
proposito - disse Walter - è più nobile di quanto sembri ritenere, a giudicare dalla tua
espressione ironica. Pensa un attimo con attenzione a questa cerchia familiare, allegra e chiusa
pacificamente in se stessa, la cui vita e le cui speranze sono tutte rivolte a quest’unico figlio che
si è sempre distinto a scuola come il più sveglio e più abile. Adesso se ne torna dall’università
cambiato, sognante e chiuso, privo di interesse nei confronti di qualsiasi lavoro onesto,
immerso in un mondo confuso di pensieri e desideri smodati, destinato, temo, a risvegliarsi
troppo tardi dalle più amare illusioni e a rimpiangere una vita perduta. Voglio insomma provare
ad attirare la sua attenzione sulla pericolosità di una via che passa solitaria sopra la testa degli
altri uomini e che sembra sempre riservata a pochissimi eletti». Fortunat, a queste parole, si era
fatto serio e pensieroso. «Anima onesta! - disse infine, stringendo con affetto la mano
dell’amico. - Misurati dunque con lui. Se il giovane è un mezzo filisteo, aiutalo a uscire del
tutto dal folle mantello del poeta; se invece il suo è vero talento, dovrà andare avanti e
scavalcarti, anche se tu fossi il saggio Salomone in persona».
Tutte le persone riunite davanti alla casa erano turbate per l’accaduto; la piccola compagnia
fissava i piatti a capo chino, muta. Nella vallata, intanto, tutto si era fatto più silenzioso e buio;
solo molto lontano, sui monti, si vedevano di quando in quando deboli lampi. La moglie
dell’amministratore sembrava guardare con segreta inquietudine ora i bagliori diffusi, ora il
luogo dove Otto era scomparso; dopodiché entrò in casa, senza aver detto una parola.
Finalmente l’amministratore stizzito ruppe quel silenzio opprimente. «Al giorno d’oggi, tutto
va alla rovescia - disse a Fortunat - temporali a primavera, freddo d’estate, si è vecchi da
giovani e teste calde in vecchiaia! Credetemi, il mondo moderno è proprio come questo pazzo
tempo primaverile: grava un’afa pesante e tutto spunta prima del tempo; e temo proprio che
germoglieranno più foglie che fiori. I nostri giovani sanno più di quanto sapevamo noi e
protendono desiderosi le membra, mentre noi, nella nostra gioventù allegra e sana, non
conoscevamo la malinconia, facevamo un sacco di stupidi scherzi e aspettavamo solo che
passassero quei funesti anni da scapestrati. Si, è proprio seccante! Ci si vorrebbe sistemare per
sempre, con gioia e comodità come ai bei tempi, ma il tuono lontano annuncia ovunque il triste
rigore e allora
29
sediamo confusi, incerti e in ansiosa attesa dinanzi all’oscuro sipario, dietro il quale Dio sa cosa
guizza inquieto e impetuoso, senza pace». - Intanto Walter aveva trovato il furioso Otto in
giardino. Adirato e offeso nel profondo dell’animo, sedeva come un’allocco in mezzo alla
sterpaglia. Appena vide Walter balzò in piedi e gli si fece incontro con forzata, indifferente
cordialità. «La zia - disse - è certo preoccupata che mi prenda un raffreddore, qui all’aperto.
Certo, il naso è una parte sensibile; l’anima, invece, risiede tranquilla in profondità, niente può
turbarla facilmente». Walter rimase per un attimo sbalordito, poi, d’un tratto, gli parve di
vedersi davanti se stesso da studente; perse completamente il filo del discorso e afferrò
commosso la mano dell’inquieto giovane. «Non vengo affatto - disse infine - per difendere
l’indole rigida e impetuosa della moglie dell’amministratore, anche se non è altro che un
diverso, maldestro modo di volere bene. Ciò che mi porta qui è il ricordo della mia giovinezza,
il sincero dolore per un animo giovane e gaio che, di questo passo, finirà per inselvatichirsi e
perdersi sempre più profondamente in una fiorente solitudine. Conosco molto bene questa
sconsolata desolazione delle giovani anime, la nostalgia di casa senza che si abbia una casa,
questa labirintica autotortura. Siete solo al mondo, senza padre né madre - se desideraste un
amico in questa solitudine e voleste tentare con me, vi offro il mio aiuto fino alla morte; vi
consiglierò, proteggerò, aiuterò per quanto mi sarà possibile!». Otto lo guardava sorpreso,
perché nelle parole di Walter sentiva quel tono meraviglioso di onesta bontà che giunge diritto
al cuore. «Voi avete un impiego, siete stimato, conducete una vita tranquilla - disse poi, dopo
una breve pausa. - e se anche volessi raccontarvi del magico musicante che ogni primavera,
quando la luce del sole si diffonde vivace sui campi, scende con nuove, meravigliose canzoni
dalla montagna di Venere e seduce le anime, di cui risuona nell’afoso meriggio il canto
solitario degli uccelli, mormorano confusi fiumi e sorgenti al chiaro di luna e le ninfe
bagnandosi cantano come in sogno nella notte silente e dorata - voi mi prendereste per
matto!». Walter si spaventò quasi per il modo in cui gli occhi del giovane Otto brillavano
sinistri e folli, sotto la lama di luce della luna. «E lo sono davvero! - continuò - mi immaginavo
di poter seguire incolume la magica corrente dei suoni, di essere un poeta che domina la magia!
Ma adesso ho capito. Tutti gli angeli che attraversarono la prima alba della mia infanzia, ciò
che durante le preghiere in segreto desideravo e sempre tentavo invano di esprimere, oggi
d’un tratto l’ho trovato, con lieto spavento, nel libro del conte Victor; lui lo ha scoperto in
modo audace, brioso e giovanile, come un’isola fatata - e io non so più quello che voglio. - Ma
c’è tempo, sono ancora giovane. E qui, gettando il libro dalla montagna nel fiume, rinuncio
d’ora in poi alla felice arte di comporre versi, quella sgualdrina! E come gli altri che disprezzo
e che sono indicibilmente migliori di me, a partire da oggi vivrò solo per la scienza del diritto e
non alzerò mai più lo sguardo dai libri!». A queste parole scoppiò in lacrime, gettandosi poi
come annichilito sul petto di Walter.
I due nuovi amici camminavano per il giardino silenzioso; solo un usignolo cantava lamentoso
in lontananza. Otto taceva e sembrava più calmo. Walter spiegò che una cosa aveva bisogno
dell’altra, la poesia della vita rigorosa e severa e la vita
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della vivace arte poetica. Ma sentì subito quanto fosse sciocca in quel momento una tale
consolazione e, alla fine, tacque.
Così giunsero a casa, dove trovarono la moglie dell’amministratore spaventata e in lacrime.
Aveva finito per temere che Otto, nel suo impeto, si fosse tolto la vita; si buttò perciò con gran
gioia al collo del giovane strappato alla morte. L’altro ricambiò di cuore. «E’ passata - esclamò
Otto, stranamente sbrigativo - mi avete di nuovo tutto per voi; e nel mio futuro, a Dio piacendo,
c’è l’esame!» - «Sei un bravo ragazzo - esclamò l’amministratore - brindiamo!». I bicchieri
mandarono un limpido tintinnio e così la sera si concluse di nuovo in allegria; anche i temporali
lontani si erano dispersi e il cielo brillava, con le sue migliaia di stelle, sopra i riconciliati.
Capitolo quinto
Ma questa tranquillità non durò a lungo; per un caso, un equivoco o come altrimenti si è soliti
chiamarlo, il volere del cielo o la propria inettitudine, la situazione a Hohenstein cambiò
radicalmente e in modo inaspettato.
Era un pomeriggio afoso, le foglie in giardino si muovevano appena; l’amministratore si era
appisolato sulla panchina di fronte alla porta, Walter scriveva lettere a casa, Fortunat si era
disteso con un libro sull’erba e, rapito dall’ampio panorama, lasciava che la brezza leggera gli
voltasse le pagine. Florentine era a disagio, in questa calma, poiché voleva avere sempre
qualcosa da fare; scivolò dunque di nascosto verso il bosco allo scopo di cogliere, per la sera,
quelle fragole che Walter considerava assai salutari, dal momento che le mangiava volentieri.
Fortunat la vide scendere con il suo cestello e allontanarsi dal villaggio; gettò via il libro e la
seguì, ma nel bosco ne perse le tracce.
Florentine, cogliendo e mangiucchiando di cespuglio in cespuglio, era giunta senza
accorgersene alle rovine del castello avito del conte. Nella solitudine gettò lo sguardo sorpreso
tra le mura diroccate, le porte e gli archi delle finestre; frammenti di una scultura di pietra,
testimonianza del passato splendore, erano sparsi nell’erba alta; ma la primavera aveva risalito
il monte abbandonato e giocava come malinconica nella dimora silenziosa. Strane leggende
circolavano nella zona su quel luogo solitario. La notte, i pastori udivano spesso nel castello
voci misteriose; si diceva che una donna pallida e bellissima apparisse talvolta alla finestra
infranta. - Florentine non c’era mai stata da sola e fu attratta dal fascino particolare dell’orrido:
si addentrò prima prudente e titubante, poi con audacia sempre maggiore nelle sale ombreggiate
e fresche. Attraverso le fessure nei muri si affacciavano di tanto in tanto le vallate, cangianti
nelle loro profondità luminose;
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un solitario uccello di montagna faceva risuonare qua e là il suo verso sconosciuto; le lucertole,
disturbate, scappavano tra le erbacce frusciando e spaventando la visitatrice.
Giunse nel cortile interno del castello, dove si ergeva un ciliegio selvatico in piena fioritura;
fiori di un colore rosso cupo ardevano tra le rocce, farfalle svolazzavano incerte nell’afa
opprimente e fosca. Aggirato il pilastro scorse una donna pallida e bella in uno strano vestito
celeste, seduta sull’erba in mezzo al cortile; quella non si voltò, pettinava silenziosa i suoi
lunghi capelli corvini che scendevano a onde. - Florentine le lanciò ancora uno sguardo attento,
poi, sopraffatta dallo spavento, fuggì.
Ma come spesso accade negli incubi, per la fretta non ritrovò la porta giusta; correndo da una
prigione all’altra le sembrava di udire parlare, le voci si avvicinavano sempre più e lei non
riusciva a trovare l’uscita. Improvvisamente si trovò di fronte due sconosciuti che portavano dei
logori farsetti da cavaliere ed elmi chiodati sul capo. Uno fece per fermarla, afferrandola per il
cestino; lei, terrorizzata, corse via lasciandogli le fragole e udendo dietro di sé la sua risata
sonora.
Come respirò sollevata, quando alla fine rivide l’aperto cielo del Signore! La prima persona
che incontrò fu Fortunat. Senza fiato, con il cuore che le batteva forte volò fra le sue braccia;
lui strinse forte a sé la bella bambina e sentì sulle labbra un bacio fuggevole e ardente. - Ma in
quello stesso momento anche Walter, evidentemente alla sua ricerca, era uscito dai cespugli
vicino a loro. Florentine si riprese in fretta, scostò i riccioli dalla fronte accaldata e gli porse la
mano, perché la aiutasse a scendere dalle ultime rovine.
Raccontò allora, con grande agitazione e voltandosi spesso indietro timorosa, la sua
straordinaria avventura. Walter era silenzioso, sembrava ascoltare solo per metà. Fortunat
voleva ritornare subito al castello per rivedere la pallida donna, ma Florentine non lo permise
assolutamente. Mentre stavano ancora disputando di colpo lei si fermò, indicando meravigliata
verso valle. Lontano, sul margine del bosco, un carro carico fino all’inverosimile procedeva
lentamente; lo seguiva a cavallo una fanciulla vestita in modo bizzarro, con un abito azzurro e i
capelli scuri al vento; accanto camminava rapido un gran numero di uomini, con rametti verdi
sul cappello. Vi si riconobbero subito i due coboldi del castello, i cui elmi chiodati, sotto il sole,
rilucevano fin da lontano. Dal corteo saliva in mezzo al verde un coro festoso. «Attori
girovaghi! - esclamò Fortunat ridendo, - non è il caso di compiere ulteriori indagini: i fantasmi
erano loro, il sentiero parte proprio dal castello».
Allora tutti, più tranquilli, si rivolsero verso Hohenstein. Florentine , ormai completamente ripresasi, ne rise insieme agli altri; poi si voltò di nuovo verso le valli fiorite in cui erano immersi
i girovaghi. «Non c’è niente di più bello che viaggiare - esclamò lieta, - quando mi capita di
svegliarmi presto, d’estate, e sento il canto dei galli nei paesi della valle o, nel giardino, l’eco
del corno di un postiglione lontano, desidero spesso essere un uomo e poter anch’io vagare per
il mondo». - «Io credo - la interruppe Walter un pò rudemente - che si debba imparare a capire
bene noi stessi e il piccolo mondo che ci circonda, prima di
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gettare intorno a sé sguardi più ampi; e che i viaggi convengano solo all’età matura». Fortunat
si risentì per quel tono didascalico. «Al contrario - esclamò, - solo la giovinezza sa afferrare nel
giusto modo e dal profondo del cuore la bellezza del mondo, con le sue cime rosse alla mattina
e gli abissi ombrosi e i corsi d’acqua che balenano nel verde, dipingendone un affresco alla cui
vista la vecchiaia potrà un giorno ristorarsi, quando fuori le foglie cadranno e il sole autunnale
al tramonto illuminerà di nuovo in modo splendido quelle immagini. Mentre sulla barchetta la
tua cosiddetta età matura misura attentamente con il piombino la profondità, la gioventù seduta
sul bordo si sporge, vede la propria testa coronata di pampini specchiarsi nell’onda cristallina e
ode le campane della città sommersa risuonare dal profondo. Sì, credetemi, il mondo è come
una bella dama capricciosa, a cui piace specchiarsi solo negli occhi dei giovani con i suoi
gioielli più preziosi. Alla destrezza e all’erudizione dà solo pane; in cambio dell’amore e
dell’autentico godimento di lei, invece, dà gioia ed amore».
Giunsero così alla casa dell’amministratore. Gli ultimi raggi del tramonto indoravano già gli
alberi di fronte all’edificio, sotto i quali la moglie dell’amministratore aveva di nuovo
apparecchiato la tavola. Tutti si sistemarono comodamente nella frescura serale e Florentine,
riposandosi, dovette raccontare di nuovo con ricchezza di particolari la sua avventura al
castello. Mancava solo Walter. Apparve all’improvviso, uscì di casa pronto alla partenza
insieme all’amministratore. «Cattive notizie - disse quest’ultimo, - Walter ha ricevuto messaggi
urgenti, deve recarsi in città e vuole partire oggi stesso, per sfruttare il fresco della notte». La
moglie dell’amministratore si oppose, preoccupata per i rischi di un viaggio notturno.
Florentine si adirò contro gli affari, che vedeva da sempre come una potenza sconosciuta e a lei
nemica; ma Walter fu irremovibile e prese congedo in modo rapido e conciso anche da Fortunat. Solo alla fine si rivolse a lui come per dirgli qualcosa, si limitò però a stringergli la mano
e proseguì in silenzio. - Fortunat lo accompagnò fuori fino al suo cavallo, al quale Florentine
stava accarezzando il collo; quando però questo, appena montato, si agitò, scappò velocemente
verso la porta di casa. «Gesù! - disse piano a Walter, - che faccia hai! Perchè poi vuoi partire
proprio oggi? Non c’è nessun affare». - «Non voglio essere di disturbo - replicò Walter offeso tu ti fermi ancora per un pò, te lo dirò un’altra volta, forse. Stammi bene!». Detto questo
spronò il cavallo e scomparve presto tra gli alberi. «Oh, mondo noioso! - esclamò Fortunat
seguendolo con lo sguardo - come potrebbe essere felice con la sua snella cerbiatta nella verde
foresta, se amasse con spontaneità invece di trascinare ovunque miseramente il manto della
malinconia, della gelosia e tutti gli altri abiti di cui l’amore è solito vestirsi!».
Ritornato in giardino notò, tra i rami del tiglio davanti a casa, due piedini che calzavano
graziose scarpette. Era Florentine; sedeva sull’albero dondolando i piedi e seguendo con lo
sguardo Walter che presto si perse, nel crepuscolo, tra i prati e i campi di grano. L’allegra
fanciulla, nella sua spontaneità, non sembrava indovinarne il malumore.
Fortunat passeggiava invece per il giardino, inquieto e solitario. «Non sarò mica tanto matto
da innamorarmi? - si disse. - Però ci sono vicino; dietro di me incede, lento e solenne, lo spirito
smunto di Walter suicida e davanti ho un corteo di zie e cugine, un buon lavoro, le grida dei
bambini e una casa da mettere su - ».
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A questi pensieri la paura gli imperlò di sudore la fronte. Corse in fretta verso casa e comunicò senza indugi alla famiglia sbigottita di non aver ricevuto quel giorno alcuna lettera
dalla città, ma di dovere tuttavia partire con la massima urgenza; ringraziava perciò con tutto il
cuore per il cibo, le bevande e il bel tempo trascorso in serenità, calma e letizia e con ciò
prendeva immediatamente congedo, perché aveva intenzione di partire prima dell’alba. A
queste parole Florentine arrossì tutta, si sedette imbronciata su una sedia lontana e Fortunat
credette di vedere che i suoi occhi distolti luccicavano di lacrime. Anche il dolore sincero degli
altri gli opprimeva il cuore, perché tutti, pur in quel breve tempo, si erano ormai abituati al suo
carattere allegro. Dovette promettere di ritornare e raccontare poi nei dettagli i paesi e le città in
cui il suo viaggio lo avrebbe condotto; così rimasero a lungo insieme a parlare, di fronte alla
porta di casa. Quando infine andarono a riposare, Florentine gli bisbigliò di nascosto: «Sarò in
piedi prima della vostra partenza!». Aveva lasciato aperte tutte le finestre della camera per svegliarsi in tempo, al mattino. Gli
pareva che sotto le finestre passeggiassero voci gioiose e gli dicessero nel sonno: «Svegliati,
smetti di dormire! Montagne e vallate incantevoli, orizzonti luminosi, svegliatevi! E ore liete,
deliziose e serene!». Balzò infine giù dal letto e si affacciò. Era ancora notte; e tuttavia si vestì
subito, con quella voglia di viaggiare a lungo dimenticata; attraversò la casa immersa nel
silenzio, passando accanto alla stanza di Florentine e fece ancora un rapido giro in giardino.
Durante la notte era caduta una pioggia tiepida, gli usignoli cantavano ovunque fra i cespugli
rinfrescati; dai paesi lontani giungeva un abbaiare di cani; tutto il resto era ancora silenzioso,
nello splendido chiarore lunare, sotto l’immenso cielo stellato. - Quando tornò indietro udì
aprirsi piano una finestra in basso; era Florentine, che si sporse in una leggera veste mattutina.
«Visto? - gli disse - mi sono svegliata prima di voi!». Poi, guardando il giardino, disse: «E’
proprio come quel giorno in cui faceste quella piccola serenata e vi vedemmo per la prima
volta. - Adesso questo tornerà ad essere un posto assai solitario; volevo solo pregarvi ancora
una volta di farci avere vostre notizie durante il viaggio e di scrivere di tanto in tanto volta a
Walter, a cui siete particolarmente caro e che ascolta volentieri racconti di terre lontane».
Fortunat lo promise e le chiese un bacio d’addio. «Perché no!» esclamò ridendo la fanciulla
porgendogli veloce la mano, poi chiuse lesta la finestra e Fortunat non la rivide più. Balzò
quindi senza altro indugio a cavallo e percorse l’alto viale buio, varcando il cancello del
giardino e attraversando il villaggio silenzioso. Giunto sul monte, però, si voltò ancora una
volta. «Benedetta - esclamò - bella valle boscosa nella tua beata solitudine, possa il tumulto del
mondo non disturbarti mai!»
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Capitolo sesto
In quell’istante un violento temporale oltrepassò il monte e si rovesciò sulla pianura; Fortunat,
bagnato fradicio e lontano dalla strada, avanzò su un vasto campo, velato dalla pioggia e dal
buio della sera. D’un tratto udì, in lontananza, una bella voce maschile intonare una canzone di
cui poté capire solo le seguenti parole:
Quando la giornata è bella
cantan gli uccellini in coro
ma se piove sulle foglie
canto, allora, per me solo.
Poiché niente scorge l’occhio,
se anche il fulmine balena,
che terrorizzare possa,
nel vagar, l’animo lieto.
Spronò il cavallo e, in breve, raggiunse un piccolo gruppo di girovaghi; procedevano a piedi,
sui due unici cavalli sedevano giovani fanciulle. Con lieta sorpresa riconobbe subito le bizzarre
figure degli attori viste al castello di Victor, i cui lineamenti però, nell’oscurità, erano solo
vagamente intuibili.
Il saluto di Fortunat fu contraccambiato a metà; la compagnia sembrava di cattivo umore, il
gruppo procedeva lento e taciturno come in un brutto sogno. Alla fine il capofila, inciampando,
ruppe il silenzio con una rozza bestemmia, sbuffò e subito ricadde, non riuscendo perciò a
calmarsi. «Questo lo dobbiamo - disse una delle dame a cavallo alla compagna - questo lo
dobbiamo al vostro bel carattere. Se gli uomini non avessero spezzato il collo alle bottiglie, alla
salute di ogni vecchio castello, adesso staremmo tutti meglio e all’asciutto, perché il nostro
carro è certo arrivato in città ormai da tempo». Detto questo, aprì con fatica su di sé un
ombrello non particolarmente ben rifinito. Il vento però lo risistemò subito con tale velocità che
l’altra cavallerizza scoppiò in una fragorosa risata e la dama dovette ammainare le vele, irritata.
Fortunat, che segretamente sperava in un divertente litigio, esortò la compagnia a soccorrere le
due dame, in questa lotta contro gli elementi, con l’aiuto di una comune, piacevole
conversazione. Gli uomini non risposero neppure, la dama con l’ombrello invece
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chiese se fosse per caso anche lui un artista e se si divertisse tanto quanto lei. «Oh - aggiunse
pungente rivolta alla vicina, - qui c’è sempre disponibile il ruolo dell’amante». - «Prego replicò la vicina con voce melodiosa, - per quanto vi riguarda, il posto è vacante ormai da un
pezzo». In quell’istante, un lampo improvviso illuminò un bel visetto delicato ma pallido, ai cui
lati scendevano grondanti lunghi capelli neri. «Dio mio, che baraonda per un po’ di pioggia! esclamò uno dei giovani uomini, - Quamquam sint sub aqua, sub aqua maledicere tentant !» «risparmiatevi il vostro latino - disse la dama con l’ombrello, - state forse imparando a
memoria lo studente mendicante?». Voleva aggiungere qualcosa, ma il literatus attaccò subito
la canzone che Fortunat aveva udito già prima, in lontananza, e il suo canto coprì allegramente
la voce di lei:
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Affrancato dal denaro
io mi dedico alla scienza,
penso serio, ed ogni tanto
di buon vino un sorso bevo.
Se son stanco di studiare,
quando sorge soave luna
sulla porta della bella
sono uso musicare.
«Terra! Terra!» gridò in quel momento l’uomo alla testa del gruppo; tra la gioia di tutti,
ampie mura e torri si videro ergersi sempre più distinte dal fosco grigiore, simili a giganti scuri.
Già le luci brillavano confortanti dinanzi ai viaggiatori che, rianimati, chiamarono a raccolta le
loro ultime forze e giunsero in fretta alla porta di una piccola cittadina. - Come uccelli
migratori con le ali fradicie e penzolanti, camminavano silenziosi tra i vicoli stretti e bui dove
le luci abbaglianti e confuse delle finestre si rispecchiavano nelle pozze, mentre la pioggia
scrosciava addosso a loro da tutti i tetti, attraverso teste di drago curiosamente sporgenti.
Giunsero infine nel cortile di un’osteria. Anche il carro della compagnia, capovoltosi lungo la
strada, era appena arrivato. Il direttore teatrale Sorti, un piccolo ometto sveglio, correva
instancabile da una parte all’altra. Dal carro furono trasportati rapidamente attraverso il cortile
castelli, draghi e lunghi colli di cammello; i cani abbaiavano, dappertutto si udiva chiamare,
incitare e imprecare nell’impenetrabile oscurità rischiarata solo a tratti da lampi isolati. In
mezzo alla confusione il literatus sollevò lesto da cavallo la dama più giovane, portandola in
braccio dentro casa. La fanciulla era
5
Si riferisce ai contadini lici trasformati in ranocchi, la cui storia è narrata da Ovidio nelle Metamorfosi.
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bagnata fradicia, per la pioggia la veste sottile aderiva al corpo e i riccioli ricadevano lunghi e
gocciolanti: sembrava una ninfetta appena sorta dalle onde. Portò le mani al viso per ripararsi
dalla luce che improvvisamente eruppe dalla casa; fra le piccole dita, però, brillarono due occhi
scuri che lanciarono a Fortunat uno sguardo fuggevole, ma penetrante.
Questi riuscì solo con fatica a ottenere una stanzetta singola, dove si cambiò rapidamente
d’abito, mentre un rumore di porte sbattute con forza, di alterchi e di risa attraversati da
gorgheggi d’opera e passi affrettati riempiva a poco a poco la casa. Intanto il temporale si era
dileguato e la luna luminosa aveva fatto la sua apparizione, squarciando le nuvole. Abbandonò
perciò presto la stanza piccola e soffocante, per dirigersi svelto in giardino tra crinoline,
armature, bandiere e corsetti, stesi ad asciugare sulla ringhiera delle scale. Una fanciulla sedeva
da sola sulla panca davanti alla porta: dal cappello piumato e un po’ liso, dal colletto alto e
dall’aspetto generale riconobbe la dama con l’ombrello. «Devo ancora ottenere soddisfazione cominciò, appena scorse Fortunat. - Forse vi sarete fatto di me una cattiva opinione; ma non
potete immaginare quale abnegazione costi, a un animo sensibile, tenere il passo con i rozzi
scherzi di questi uomini, anche se solo in apparenza». - «In effetti - replicò Fortunat - il latinista
è sveglio e divertente». - «Divertente? - disse la dama. - Voi non conoscete ancora quel selvaggio: non ha la più pallida idea di cosa sia quel desiderio spirituale dell’anima che già qua sulla
terra scala le vette dell’umanità - » - «E che di là riscivola all’indietro», sopraggiunse a quel
punto il literatus ostile che, appena uscito di casa con la chitarra, aveva udito l’ultimo capitolo
sul desiderio e che, traendo dallo strumento singoli accordi, attraversò la piazza e si perse nel
buio. Fortunat rise, perché un leggero lampo d’ira guizzò improvviso sul volto della dama,
producendo nell’intero apparato muscolare un momentaneo, disgustoso disordine. Tanto più
che, un attimo dopo, fece capolino dalla porta anche la seconda, graziosa cavallerizza, che
scorgendo i due insieme arricciò il nasino e, passando loro ugualmente vicino, se ne andò a
passeggiare in giardino. «Povera piccola! Possiede solamente calze rotte» osservò maligna la
dama. E in effetti se ne era accorta anche la luna, che aveva illuminato bonaria un pezzetto
della candida gambetta che spuntava incantevole sopra la scarpa, mentre la piccola, con la veste
succinta, tentava goffamente di toccare i fiori che pendevano dai rami dei tigli.
Nel frattempo una fresca brezza si levò fra le cime degli alberi. lacerando le ultime nuvole che
velavano il cielo; di colpo, le vecchie mura della città e i monti coperti di boschi apparvero in
una luce meravigliosa. La dama si era alzata e si era sistemata sotto i tigli, davanti alla panca, in
una pittoresca posa melanconico-eroica. Con il capo appoggiato all’albero sulla mano destra
fissò per un pò le montagne, come assorta. «Tiedge !» disse infine con trasporto, stringendo
piano la mano di Fortunat. 6
6
Cristoph August Tiedge (1752-1841), autore di poesie didattiche e romanzi molto apprezzati dal pubblico
contemporaneo.
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Questi, già eccitato dalla straordinaria baraonda dell’allegra serata, balzò di colpo in piedi. «O
Dio, è vero! - esclamò trattenendole la mano. - Si libra in aria come profumo di violette, le
stelle gli brillano attraverso il corpo - oh, non udite nulla? - Bisbiglia con qualcuno, è come la
tenue armonia delle sfere: scambia carezze con Lafontaine . Costui indossa una vestaglia
intessuta di perle, ma quelle perle sono lacrime - vagano insieme sulla via lattea - ma che
succede!» - «Dove?» disse la dama spaventata cercando invano di sottrarre la mano «Guardate là, quella nuvola con la barba - proseguì - Kotzebue si dirige contro di loro a cavallo
di un caprone, ah, Lafontaine piange perché il caprone lo ha colpito - oh, non c’è più giustizia a
questo mondo!». A questo punto la dama riuscì a liberarsi; prendendolo per ubriaco o pazzo,
balbettò imbarazzata una rapida scusa e si precipitò in casa. Lui però continuò a parlare finchè
quella ebbe raggiunto la sua stanza e chiuso dietro di sé la porta, svelta.
Allora si gettò ridendo sulla panca. Dai monti giungeva, nel silenzio improvviso, lo stormire
dei boschi; alcuni usignoli si ridestarono qua e là e, un po’ distante, si udì il literatus cantare:
7
8
Le colline lontane della patria,
la casa in alto, silenziosa,
il monte dal quale ho gettato
lo sguardo sui campi in primavera,
la madre, gli amici e i fratelli,
cui tanto spesso ho pensato,
tutto mi saluta di nuovo
nella tacita notte di luna.
La deliziosa cavallerizza si era avvicinata al cantore dopo le prime note. «Ma tu - disse
minacciandolo col dito - oggi ti abbandoni di nuovo alla malinconia!» - «Ahimé - rispose il
literatus, interrompendosi quasi involontariamente - che ne sai tu di come può sentirsi, a volte,
uno che ha studiato!».
Un improvviso trambusto alla porta impedì a Fortunat di ascoltare il seguito della
conversazione. Un allegro gruppo di attori stava infatti uscendo di casa, trasportando con fatica
una lunga tavola coperta di bicchieri e bottiglie di vino; l’oste, pieno di apprensione per i suoi
bicchieri, li
7
August Heinrich Justus Lafontaine (1758-1834), scrittore tedesco, autore di romanzi familiari sentimentali.
8
August von Kotzebue (1761-1819), autore di drammi borghesi.
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seguiva a breve distanza. «Il buon Dio ha alzato il sipario, qua fuori - disse uno all’oste, guardate qua, ragazzo mio, che sala meravigliosa! Un réverbère che, a parte alcune vecchie
macchie di ruggine, è ancora abbastanza cristallino, un’infinità di luci che costituiscono da sole
una decorazione, a ogni parete paesaggi lunari affrescati». Nel frattempo la compagnia, non
senza una notevole confusione, si era accampata intorno alla tavola. Un uomo di una certa età,
robusto e corpulento, si accese la lunga pipa a una candela tremolante in una sfera di vetro sul
tavolo, alla cui luce il suo volto, bruciato dal vino e dal tempo, apparve ancora più rosso e
cupo; sembrava lo stesso uomo che prima, camminando sotto l’acqua alla testa della
compagnia, era inciampato e aveva bestemmiato più volte. «Dovreste recitare anche voi delle
commedie, caro il mio oste» disse, appoggiato comodamente alla sedia e stringendo la pipa.
L’oste manifestò dei dubbi sulle proprie capacità. «Ah, frottole! - lo interruppe il fumatore. Vedete, così come mi vedete adesso siedo anche in palcoscenico, nei panni di un ispettore
forestale, un vecchio bonariamente brontolone: fumo, chiacchiero e bevo il mio bicchierino di
vino, come qui». - «Questo lo saprei fare anch’io», disse l’oste. «Dunque, non siate sciocco! proseguì quello. - Volete continuare a indossare la berretta da notte, farvi la vostra fumatina
serale, rivolgere ai vostri figli toccanti rimproveri, e tutto questo gratis? Fatevi pagare,
perbacco!».
Fortunat, a cui quel tipo non dispiaceva, lasciò allora il suo posto. «Ma caro amico - disse
sedendosi vicino a lui - non vi viene mai la paura che la poesia moderna elimini la vostra vita di
ispettore, mettendo fine ai vostri piaceri domestici?» - «Niente affatto - replicò tranquillo
l’ispettore forestale - al contrario, i più recenti drammi brevi sono di nuovo pieni di buon senso
e adatti alle famiglie. Signor mio, finché regnerà la rettitudine tedesca e si berrà birra e fumerà
tabacco, il mio personaggio resisterà, saldo come una roccia». Si mischiò allora alla conversazione un attore giovane e pallido, che fino a quel momento era stato in disparte a leggere un
libro alla luce del moccolo, senza prendere parte allo schiamazzo degli altri. «Carissimo signor
Ruprecht - si rivolse all’ispettore forestale - chi vi sente per la prima volta parlare così potrebbe
farsi di voi un’opinione errata. Ma io so bene che voi, non diversamente da quel signore,
apprezzate nell’arte solo quanto vi è di più nobile, l’ideale». Ruprecht, che ricordava bene di
aver ascoltato in gioventù la filosofia kantiana, si schiarì la gola e si riaccomodò compiaciuto
sulla sedia, quando d’un tratto la piccola cavallerizza balzò dietro di lui, tappandogli la bocca.
«Per l’amor del cielo - esclamò, - non ricominciate con quella barba delle vostre brave persone
e dei cattivi filosofi!». - «Povero Shakespeare!» replicò il giovane pallido, con uno sguardo di
indescrivibile disprezzo. «Oh! - lo interruppe Kordelchen, così si chiamava
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Specchietto di metallo che serve ad aumentare la diffusione della luce.
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la cavallerizza - Ruprecht è uno shakespeariano dalla testa ai piedi: non si è forse già fatto
venire, a forza di studiare, il naso di fuoco di Bardulph ?». E in effetti il suo naso orgoglioso
brillava sempre di più, man mano che andava spegnendosi la luce fioca della sfera di vetro.
Rinunciò per un attimo alla solenne gravità destata in lui dal ricordo degli studi accademici e,
tirando goffamente a sé Kordelchen, esclamò: «Vieni a dare un bacio al tuo Bardulph, dolce
Dortchen Lakenreißer !». Kordelchen, offesa per il paragone inopportuno, gli allungò
prontamente un robusto ceffone, e Ruprecht si avventò furioso su di lei, mentre i vicini
cercavano di trattenerlo. Nella confusione generale rovesciarono con i gomiti alcune sedie e
diversi bicchieri pieni; il giovane pallido, indignato, tentando di salvare il suo libro inciampò
sulla gamba di una seggiola; l’oste, accorrendo, inciampò sopra di lui, Ruprecht con i suoi
inseguitori sopra l’oste e così si formò all’improvviso un groviglio di braccia e di gambe che si
agitavano confuse, ognuna per conto proprio. In quell’istante di udì un tintinnio di sciabole
sulla soglia di casa, e due poliziotti barbuti uscirono in giardino. «Che condotta scandalosa - si
rivolse uno dei due agli altri, spaventati - vi sembra l’ora adatta per turbare con un simile,
infame fracasso dei cittadini rispettosi che si sono appena coricati, dopo aver compiuto il loro
dovere?» - «E i signori in viaggio! Là sussulta spaventata una rispettabile matrona» lo
interruppe il suo compagno, indicando una finestra dalla quale spuntava incuriosita la dama
dell’ombrello, che a quest’apostrofe scomparve lesta. «Basta blaterare! - proseguì l’altro
arrabbiato, perchè gli attori tentavano di replicare. - Ci conosciamo, voi contraete debiti
sfrontati a cui nessun creditore crede più». Si avvicinò rapidamente alla luce, srotolò un foglio
e lesse: «C’è il signor Ruprecht - rosso di naso, imponente di naso e florido di naso ... che?
nient’altro che naso! Poi il signor Lothario, detto anche literatus. Ruolo: primo tenore; segni
particolari: nodo storto al foulard, capelli spettinati, dice le cose più sensate quando è ubriaco,
in summa: un gran genio. - Ma beato chi ci capisce, io nel mucchio arresto il primo paio di
gambe che capitano. - All’attacco!». Il suo compagno afferrò allora senza indugio i piedi di
Ruprecht, che nella mischia tentava invano di lasciare in mano allo sbirro i suoi stivali e di
darsela a gambe. Nel frattempo anche gli altri si erano alzati in fretta da terra; il direttore Sorti,
già mezzo svestito, fu preso dal panico, aveva il cane del cortile attaccato ai polpacci;
Kordelchen rideva, l’oste imprecava, il giovane pallido declamava senza posa sentenze sulla
libertà personale e sugli inviolabili diritti dell’uomo.
«Non siate sciocchi!» esclamò di colpo uno dei poliziotti, gettando via barba, cappello e abito
- era il literatus Lothario. Il suo compagno invece si mutò altrettanto velocemente nel signor
Fabitz, il comico della compagnia.
«Me ne ero accorto da un pezzo» disse Ruprecht, ripresosi per primo dallo spavento, vuotando
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Personaggio del dramma di Shakespeare Enrico IV.
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Donna di dubbia fama in Enrico IV.
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tranquillo la pipa. Gli altri però non dimenticarono altrettanto velocemente lo scherzo: chi
lamentava un callo pestato, chi avanzava furioso con il gomito che spuntava della manica e
affermava che il buco era stato prodotto in quella circostanza: tutti si precipitarono gridando su
a Lothario, mentre Fabitz scolava inosservato le loro birre. Ma intanto Lothario aveva preso dal
carro un tamburo; si sedette sul tavolo e cominciò allegramente a rullare, ora piano, ora
crescendo secondo l’umore di chi parlava. Nessuno capiva le proprie parole, i litiganti si
sgolarono dalle grida e persero la pazienza. Alcuni ridevano, Lothario continuò a tamburellare
finchè, a poco a poco, tutti abbandonarono il campo e l’ultimo, adirato, sbatté la porta dietro di
sé. Rimase solo Kordelchen, che si sedette capricciosa sul tavolo, vicino a Lothario. «E io
invece rimango fuori - disse, - mi piace la notte. Soprattutto - continuò - ti ho già detto che devi
lasciar perdere una buona volta quel tuo fare orgoglioso, superbo e presuntuoso!». - «Ti prego rispose Lothario mettendo via il tamburo - per il resto tu sei intelligente e mi piaci, ma
bambina, per quanto mi riguarda non voglio sentir parlare di lasciar perdere e di cambiare!».
Kordelchen lo guardò per un attimo, poi scoppiò improvvisamente in una sonora risata.
«Volevo proprio questo - disse, - sei davvero bello quando sei arrabbiato. Buona notte!». Gli
dette un bacio e scomparve svelta in casa.
Ma Fortunat, che nello stesso istante consumava la sua cena a un tavolo distante, si
meravigliò non poco riconoscendo in Lothario, che si era tolto la maschera da poliziotto ed era
entrato nel raggio di luce della candela, lo strambo cicerone che lo aveva accompagnato per il
giardino quel primo giorno, a Hohenstein. Approfittò del silenzio improvviso per salutare la
vecchia conoscenza, Lothario ne sembrò sorpreso e scrutò Fortunat per un attimo. - «Mi ha
visto qualcun’altro, là?» domandò infine; e alla risposta negativa di Fortunat sembrava avere in
cuore ancora molte domande, ma cambiò idea rapidamente. «Amo Hohenstein - disse dopo una
breve pausa - più di ogni altro luogo e, ogni volta che passiamo nelle vicinanze, faccio una
scappata nel giardino. Oggi è tardi, ormai, ne riparleremo domani». Così dicendo strinse la
mano di Fortunat e si diresse verso l’altra ala della casa.
Per molto tempo Fortunat non riuscì a prendere sonno. Nella casa e sotto le finestre tutto
taceva, solo gli alberi si curvavano e stormivano al vento, mentre fulmini lontani gettavano un
ultimo chiarore improvviso e spettrale sul giardino. Poi gli parve che due figure si
avvicinassero alla casa. Riconobbe Lothario, che pareva preso da un animata conversazione con
uno sconosciuto che fino a quel momento, nella compagnia, non aveva notato. Presto si persero
di nuovo tra gli alberi. Dopo un po’ Lothario tornò da solo, poi tutto ripiombò nel silenzio.
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In italiano nel testo.
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Capitolo settimo
Non c’era ancora traccia del mattino, nel cielo. Numerosi giovani attori, per i quali l’aria di
casa si era fatta troppo pesante, dormivano sotto i tigli, sulle sedie o sulle panche, avvolti nei
loro mantelli. Il comico Fabitz, disteso sulla lunga tavola, si svegliò per primo. Guardò
spaventato in cielo e, deducendo dalla posizione delle stelle che la mezzanotte era passata da un
pezzo, balzò in piedi sulla tavola, cominciando a cantare come un gallo.
Allora, una dopo l’altra, figure scure si levarono allegre nella notte che schiariva,
rabbrividendo e riscuotendosi per l’aria fresca. Lothario arrivò invece dal giardino, pronto per il
viaggio, e bussò allegramente alla porta della casa. «Ehilà - esclamò - buone notizie, uscite!
Tengo la fortuna per i capelli!». Allora volti insonnoliti di fanciulle si affacciarono curiosi alle
finestre, all’interno si levarono voci sempre più numerose, porte si aprirono e chiusero
violentemente e presto tutta la casa fu simile a un’arnia dalla quale sciamano le api.
Anche Fortunat, svegliato di soprassalto dal rumore crescente, corse di sotto e trovò l’intera
compagnia di buon umore, già riunita intorno a Lothario. Questi aveva infatti ricevuto da un
amico, durante la notte, la notizia che il principe era giunto al suo castello di caccia, distante un
giorno di viaggio, dove ogni estate era solito abbandonarsi per alcune settimane alle gioie della
caccia e a idee strambe e bizzarre di ogni tipo. Alla lettera era allegato un invito del principe
per il signor Sorti a presentarsi prima possibile al castello, insieme alla sua truppa. Questo
inatteso colpo di fortuna provocò un giubilo generale. Tutti strinsero in fretta i lacci del proprio
sacco: dall’eccitante soggiorno si aspettavano mari e monti, gli uomini fama e bella vita, le
fanciulle passioni nobili e doni. Lo stesso Fortunat decise di accompagnare l’allegra comitiva
fino nei pressi del castello del principe, che si trovava comunque sulla sua strada.
Il sole che sorse trovò l’allegra carovana sui monti. Kamilla - così si chiamava la dama
dell’ombrello - sembrava voler evitare Fortunat ed era perciò partita prima, insieme al signor
Sorti, sul carro dei bagagli. Gli altri avevano assunto nella cittadina un ragazzo che li guidasse
lungo i sentieri, attraverso lo splendido bosco; tutti erano allegri ed eccitati, parlavano molto
delle feste al palazzo del principe e delle magnifiche giornate che li attendevano. Ruprecht
marciava anche questa volta alla testa, fumando tabacco e intonando di tanto in tanto, nei tratti
più belli, “In queste sacre sale ” o qualche altra solenne aria per basso, mentre Fabitz imitava
indefesso i più svariati versi degli uccelli. Lothario, intanto, vagava da solo per i monti
circostanti con il fucile in spalla; ogni tanto la compagnia lo udiva sparare in lontananza e gli
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Aria dall’opera di Mozart Die Zauberflöte.
Aria dall’opera di Mozart Die Zauberflöte.
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rispondeva con un sonoro «urrà!». - Fortunat si sentiva splendidamente a suo agio in quella
libertà assoluta. Respirava felice l’aria fresca, voltandosi spesso e rallegrandosi del gaio corteo
e del modo in cui le figure vivaci, con i loro fazzoletti variopinti e i bizzarri costumi da viaggio,
apparivano sopra di lui su rocce sporgenti e scomparivano poi di nuovo, nella profonda
oscurità.
Quando il sole fu alto, la truppa si fermò a riposare su di un bel prato. Là la raggiunse anche
Lothario. «Chi è lo straniero che abita su queste montagne? - chiese immediatamente alla
guida. - C’è un tipo in frac che salta senza posa di cespuglio in cespuglio, si volta indietro a
guardarvi e scappa poi di nuovo davanti ai vostri canti e schiamazzi, come una volpe davanti ai
sonagli durante la caccia». - «E’ certo il signor dottore - rispose la guida ridendo, - giunse un
giorno in paese nel bel mezzo di un temporale, come piovuto dal cielo. La zona gli piacque,
lassù sorgeva per l’appunto una casa disabitata e da allora abita là; una vecchia del paese gli
porta da mangiare. Ma la sera, quando i giovanotti e le donzelle siedono di fronte a casa, scende
anche lui e quelli devono cantargli canzoni e raccontargli fiabe. Gli è già capitato di ricevere
dei ceffoni, quando ha tentato di nascosto di stringere le fanciulle tra le braccia. Non ci si deve
fidare di lui - proseguì la guida - lassù tiene libri curiosi che non contengono nemmeno una
sillaba cristiana, solo accenti circonflessi, come se un ragno avesse attraversato la pagina; ogni
volta che mormora le parole di quei libri, sulle cime rotonde si addensa un temporale; allora lo
si sente parlare a voce alta ed imprecare, benché solo in casa.
In quello stesso istante videro, in lontananza, il mago in persona salire per la montagna così in
fretta che i sassi rotolavano dietro di lui. «Devo parlargli!» esclamò Lothario partendo
all’inseguimento del fuggitivo. Fortunat e altri della compagnia si unirono a lui, incuriositi.
Seguirono dunque le orme dello sconosciuto, che nel frattempo aveva raggiunto la cima della
collina più vicina; solo di tanto in tanto riuscivano a vedere le falde del suo abito volare tra i
cespugli e, alla fine, lo persero del tutto. Dopo aver errato con fatica giunsero a una casa
semidiroccata, circondata da alte erbacce e con porte e finestre sbarrate. «Si è certamente
infilato qui dentro» disse Lothario; e bussò alla vecchia porta. Non vi fu risposta, ma all’interno
si udì un gran trambusto, come di tavole e panche addossate in fretta alla porta. Lothario bussò
ancora più forte. Allora in alto si spalancò un abbaino e, con gli occhi infuocati dall’ira, spuntò
fuori un ometto vivace in cui Fortunat, con grande stupore, riconobbe subito il bizzarro
violinista notturno nell’osteria della cittadina di Walter. «Dottore!» - «Dryander!» esclamarono
gli attori sorpresi.
«Cosa volete? - li assalì con violenza, dall’alto, il suonatore. - Credete che abbandoni le
fresche brezze montane per la fosca luce della vostra lampada, che lasci la gente per il pubblico
e il mormorio dei boschi per i vostri gorgheggi e le vostre
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sentenze? Andate giù e piangete per Ecuba , se non siete capaci di piangere sulle vostre
miserie!» - Dopodiché guardò più attentamente, uno dopo l’altro, i suoi ascoltatori. «Orribile disse a Ruprecht dopo una breve pausa, - sembri un cespuglio in fiamme. E tu, ideale, pallido,
scialbo sposo delle muse, parli ancora a ogni serva chiamandola donzella e ti rivolgi in giambi
al cavascarpe? Ma io ti ho riconosciuto, barbaro che nuoti nel sangue e vivi delle lacrime del
pubblico, ti ho riconosciuto dalla fronte rossa e tirannica!» - Allora scorse d’un tratto anche
Lothario, si interruppe e sul suo volto passò come una luce mattutina; poi richiuse rapidamente
l’abbaino. - Ma Lothario aveva forzato nel frattempo la porta marcia ed era entrato,
oltrepassando le sedie rovesciate con cui era stata barricata.
Quando anche gli altri entrarono, trovarono i due in conversazione sommessa ma animata, le
foglie davanti alla casa gettavano sulla piccola stanza una meravigliosa penombra verde,
attraverso le finestre aperte si udiva echeggiare dalla valle il canto a più voci degli attori rimasti
indietro:
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Oggi andremo ancor lontano.
Come risuona il corno!
O verde bosco,
O allegra, allegra estate!.
Dryander mutò di colpo. «E’ sempre la vecchia canzone - disse facendosi scivolare in tasca
un paio di libri - ve l’ho composta io, un tempo, perché distoglieste il vostro animo dalle
osterie e lo rivolgeste alla natura bella e sublime. Siete ancora tanto beoni? E Kordelchen vive
ancora, per la gioia degli intenditori e con dispetto delle dame?» O allegra, allegra estate!
risuonò ancora. Il dottore intascò lesto ancora un paio di libri, prese il violino sottobraccio e si
mise il cappello in testa. Lothario gli cacciò dietro velocemente ancora un fagotto di panni, gli
altri lo spinsero fuori della porta e scesero poi in fretta per il pendio. Sul prato, in quel
momento, si era sul punto di rimettersi in cammino. Un giubilo generale accolse i nuovi
arrivati; tutti circondarono il dottore ritrovato, che un tempo aveva accompagnato per un po’ la
compagnia in qualità di direttore musicale. Questi abbracciò uno dopo l’altro i vecchi
compagni, baciò poi delicatamente la mano alla dama Kamilla, che non sembrava molto
contenta di rivederlo
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Riferimento ad Amleto (II,2) di Shakespeare.
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e, poiché il signor Sorti insisteva per riprendere subito il viaggio, la aiutò con molta cortesia a
salire sul carro dei bagagli.
Alla fine, nella confusione dei saluti, il corteo si mosse lentamente. Dryander, con le tasche
rigonfie, si pose alla sua testa, afferrò il violino, suonò e cantò; e il bosco riecheggiava la sua
canzone:
Mi bruciano le scarpe,
sono stufo di vagare Che cosa rappresenteremo
Per gente così saggia?
Si alza il tetto della casa,
Si muovono le quinte,
E su fino al cielo si allungano,
E fiumi e boschi suonano!
Calano giù dalle nubi
E tutto è sottosopra,
Come nessun autore immagina:
Popolo, principi e Dryander.
Là stanchi gli un procedono,
Gli altri si avanzan lesti,
Il vecchio pezzo lo si suona
E mai lo si finisce.
Nessun l’ultimo atto conosce
Di tutti quegli attori,
Sol chi lassù batte il tempo
Sa quale sia la fine.
Il sole era ormai basso e faceva capolino tra gli alberi, gettando i suoi ultimi raggi sui
viandanti, quando questi si resero conto, scogendo i graziosi capanni da caccia e i viali che si
incrociavano nel bosco, che non potevano ormai essere lontani dalla loro meta. In quel
momento si udirono in lontananza segnali di corni, alcuni spari e tra questi dei richiami, come
gli ultimi echi di una grande partita di caccia. La compagnia si fece a poco a poco silenziosa,
ognuno si aggiustò con cura il proprio abito e guardò impaziente lontano, davanti a sé. Fortunat
fu però spiacevolmente sorpreso dal fatto che il viaggio, allegro fino a quel momento, si
trasformasse in un incarico formale.
Poi il sentiero cominciò a scendere verso valle e un arioso porticato, tetti di tegole rosse e
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placidi specchi d’acqua spuntarono alternandosi dal fondo; man mano che gli attori
procedevano, il verde emanava bagliori sempre più misteriosi; tra le cime degli alberi, però,
balenava un temporale che nel bosco non avevano notato. D’un tratto le signore lanciarono
stridule grida, poiché proprio sopra di loro, come provenienti dal cielo, udirono di colpo voci
sconosciute e sulla parete rocciosa, solcata da crepacci e pressoché inaccessibile, videro due
arcieri che si erano evidentemente smarriti arrampicandosi tra le rocce. Uno, un ometto grasso e
rotondo che pendeva come un melone dai luoghi più impensati, faceva passi sempre troppo
corti, mentre il suo accompagnatore, più magro e troppo lungo, oltrepassava sempre col piede
la sua meta. Il secondo dava l’impressione di voler soccorrere il primo, che ne era irritato; per
giunta, prprio lui perdeva ogni momento l’equilibrio, nuocendo così più che mai all’amico
grassone. Alla fine non riuscirono ad andare più né avanti né indietro e cominciarono a
chiamare aiuto con tutte le loro forze. Allora, dalla cima più alta echeggiò una risata spavalda.
Il sole al tramonto, sotto le scure nubi temporalesche, gettava un bagliore rosso scuro su tutta la
regione e, nella viva luce, apparve di colpo in alto la figura leggiadra e slanciata di una fanculla
a cavallo: un abito da caccia di seta verde ne avvolgeva le membra lunghe e snelle, e bianche
piume le ricadevano dal berretto sulle spalle. Mentre il cavallo scalpitava impaziente, lei
osservò con i grandi occhi scuri gli stupiti uomini in basso, che involontariamente salutarono
con rispetto la sconosciuta. Questa ricambiò con un cenno fugace, annuendo appena con la
testolina coperta di riccioli scuri; si voltò poi lesta e scomparve rapidamente nei bagliori dela
sera.
«Meravigliosa!» esclamarono diversi componenti la compagnia. - «Per Dio! - esclamò
Lothario, seguendo con sguardo fisso la cavallerizza, - e così, anche oggi questa gente ha avuto
il suo momento di romanticismo!» - Nel frattempo gli altri erano accorsi con bastoni, corde e
scale e riuscirono, con più confusione del necessario, a portare felicemente a terra i due arcieri
smarriti. Questi erano conciati male: uno aveva lasciato lassù il cappello, l’altro la falda della
giacca. Quello dall’aspetto più bizzarro era lo spilungone, aveva ghette grigie e strette e un
abito da caccia moderno, mezzo soprabito e mezzo frac, tutto una tasca. Appena si videro al
sicuro dimenticarono il pericolo corso e i ringraziamenti dovuti e si scagliarono uno contro
l’altro con parole taglienti. Si incolpavano a vicenda: sembrava che la bella cacciatrice, che
avevano inseguito per amorosa galanteria, li avesse attirati di proposito in quel labirinto denso
di insidie. - Così si allontanarono in fretta in direzione del castello, senza curarsi ulteriormente
degli attori; li si udì litigare ancora in lontananza, nel crepuscolo.
La tempesta spazzò via tutto. Ovunque i cacciatori scesero dal bosco e anche il castello
cominciò ad animarsi. Le porte si aprivano e chiudevano, servitori in livree colorate
scendevano e salivano le scale; le finestre illuminate, dietro le quali si scorgevano figure
femminili muoversi in vesti sfarzose, gettavano una luce magica lontano, sul giardino buio. Poi
di colpo tutto ammutolì, la notte e il temporale si avvicinavano
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sempre più cupi; Fortunat, che non aveva voglia di bagnarsi una seconda volta, si era già
avviato da solo, a cavallo, verso l’osteria del villaggio. Gli attori borbottavano di aver sognato,
al loro arrivo, archi di trionfo, maggiordomi che li accoglievano e il principe che li salutava
dall’alto balcone. - Alla fine scorsero delle fiaccole muovere loro incontro dal castello
attraverso il bosco e, con i cuori palpitanti, riconobbero alla luce confusa le livree colorate dei
servitori del principe. «Ehilà, signori commedianti! - esclamò uno. - Dove diavolo vi siete
cacciati?» - «Che Dio ci protegga! - disse un altro illuminando intorno - sembrano melata
appesa ai cespugli, come se fossero piovuti stracci dal cielo!» - Kamilla, oltremodo indignata,
arrivò con il passo dignitoso e la veste frusciante, facendo cadere alcuni di quei domestici
impertinenti. Ma non c’era tempo per litigare. Il vento di tempesta si intrufolava infatti nelle
fiamme delle fiaccole e fra i veli delle dame. I servitori misero loro fretta, mantelli e ombrelli
volarono confusamente e tutti si precipitarono in fuga disordinata verso il castello.
Solo Lothario era rimasto indietro, poiché la bella cacciatrice doveva trovarsi ancora tra i
monti. E non si sbagliava. Tra i lampi e le vertigini, di roccia in roccia, faceva scendere piano il
cavallo per lo stretto sentiero, con audace abilità. Dall’ultima rupe, infine, l’animale azzardò un
salto disperato e ricadde sul prato insieme alla cavallerizza. Nel medesimo istante lo fece
rialzare con forza, nessuno dei due aveva riportato ferite, si era solo spezzata la briglia. Allora
Lothario balzò veloce sul posto, un lungo lampo illuminò di colpo tutta la bella figura. «Che
bagliore! - esclamò lui, mentre, appoggiato al dorso del cavallo, la guardava sorridendo negli
occhi nascosti dal berretto. - Lei lo guardò stupita - «là, anche il voltoio» rispose rapida e
superba. Poi, appena lui le ebbe sistemato la briglia, spronò veloce il cavallo; tra i rossi bagliori
delle lanterne, lui vide il suo ornamento di piume bianche volare simile a un cigno nella cupa
notte.
Capitolo ottavo
Quando Fortunat si destò, levò lo sguardo stupito in una camera dall’alto soffitto, illuminata
dall’alba. A poco a poco ricordò ogni cosa: come il giorno precedente, prima dello scoppio del
temporale, fosse stato condotto dall’osteria al castello del principe;
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l’apparizione meravigliosa del castello nel bagliore dei lampi notturni; il trambusto in cortile e
il modo in cui un servitore lo aveva sottratto alla confusione e condotto in questa stanza. Dalla
sua finestra aveva poi visto che il resto degli attori aveva dovuto proseguire e che era stato
condotto, alla luce fosca di alcune lampade, in un giardino buio pieno di alberi, finché alla fine
le luci, lo sferragliare del carro che passava e le voci ben note si erano persi sotto lo scroscio
della pioggia che d’un tratto era caduta a catinelle.
A quell’ora, invece, non si muoveva una foglia; solo lontano spuntavano misteriosi, tra gli alti
fusti degli alberi, fiumi e paesi con i loro campanili luccicanti. Fortunat si vestì velocemente e,
nella casa ancora silenziosa, scese in fretta le ampie scale di marmo, tinte di rosa dall’alba.
Passando sotto un arioso porticato, coperto su entrambi i lati da fiori alti ed esotici, entrò nello
stupendo giardino dove il mattino, dopo la pioggia rinfrescante, si era disteso come un tappeto
colorato su cui il castello riposava ancora misterioso, simile ad una sfinge assopita. - Stava per
addentrarvisi ancora di più quando, con sua meraviglia, udì cantare lontano la seguente
canzone:
Dalle nuvole, ancora nella notte
riposano le creature,
si stende la mano di Dio
e traccia pei campi silenti
possenti i contorni,
fiumi, rupi e foreste.
Sveglia, sveglia! l’allodola chiama,
Aurora immerge i suoi raggi
sognante nel vapore,
comincia sul monte e nelle valli
intorno un dipingere celeste
per il mare, la terra e il cielo.
E attraverso il silenzio ornato di luce,
tra riccioli stupendi
un angelo s’affaccia
stormisce allora il bosco spaventato,
suonano le campane del mattino,
estatiche rimangono le cime.
O luminosi occhi, severi e miti,
da voi non riesco a separarmi!
presto di nuovo violenti
infurieranno l’odio e la tristezza.
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Per le confuse vie
guidami, o mia immagine divina!
Fortunat seguì il canto che sembrava provenire da un’ala distante del castello. Il portone alto
era solo accostato, entrò e si ritrovò in un’ampia e bella cappella che riceveva luce dalla cupola.
Su di un’impalcatura si trovava un pittore, che nella quieta, fresca solitudine si trovava sospeso,
come nel calice di un fiore meraviglioso, tra i raggi mattutini che cadevano dall’alto e le
immagini in preghiera, ormai quasi ultimate e adorne di vesti ricche e splendenti. Vedendo lo
sconosciuto, interruppe la sua canzone e allontanò rapido dal suo cielo il volto allegro,
incorniciato da riccioli fluenti. - «Complimenti! - gli disse allegramente Fortunat, sorpreso da
quell’apparizione inattesa, - è uno splendido laboratorio!». - Il pittore annuì sorridendo e proseguì il suo lavoro, poi però si interruppe di colpo, voltandosi di nuovo verso Fortunat: «non
siete arrivato ieri sera insieme agli attori?» - «Sì, e ne sono stato subito diviso, non so come»,
replicò Fortunat. - «Oh, non sono molto lontani - disse il pittore. - In fin dei conti, anche oggi
Aurora è troppo bella per star qui a impiastricciarle il volto; preferisco condurvi subito dai
vostri compagni». - Così dicendo mise via rapidamente pennello e paletta e scese dalla scala.
Era un giovanotto vispo e dalle guance piene, con il collo scoperto e un abito stretto di foggia
tedesca, assai grazioso. Chiuse la porta uscendo e condusse svelto Fortunat per il viale alberato
in cui era scomparsa, la notte prima, la compagnia degli attori. «Deve essere una vita felice disse, - quante volte ho desiderato, fra me e me, recarmi verso destinazioni ignote con dei
compagni così allegri! Noi pittori siamo sempre legati al luogo e al materiale terreno. Gli altri
artisti hanno una vita più facile, soprattutto il poeta. Tutto il mondo incantevole è il suo
territorio, e dove lui canta è il cielo. Ma eccoci arrivati! - si interruppe - guardate là. Si tratta in
realtà di una vecchia dependance, da lungo tempo abbandonata e deserta. Vi abito anch’io, da
quando dipingo nella cappella, e ora il principe vi ha alloggiato la compagnia. Sentite che
baccano! E’ proprio come un serraglio, in cui gracchia confusamente un gran numero di lemuri
e pappagalli e, ogni tanto, sbadiglia una vecchia iena».
Alla fine del sentiero alberato, Fortunat scorse un ampio spiazzo erboso dove varie figure in
legno di bosso, statue semidistrutte e giochi d’acqua ormai asciutti lasciavano intuire il
giardino francese di un tempo e in cui, allora, peonie scure e fritillarie isolate ricordavano in
modo singolare l’antica magnificenza. Sullo sfondo si ergeva un vecchio palazzo pomposo e
annerito dal tempo, i cui eleganti cornicioni sembravano guardare con disprezzo i panni che
sventolavano fuori dalle finestre e l’ombrello che Kamilla aveva spalancato davanti alla sua
camera da letto, a mò di parasole. Fortunat entrò insieme al pittore e salutò i suoi allegri
compagni di viaggio, che per la gioia non dormivano più e che, dopo aver tanto a lungo girato
per oscure soffitte di piccole città, prendevano il sole comodamente e facevano un gran
baccano, in quella luce cui non erano avvezzi. Usavano come luogo di ritrovo una grande sala
dalle decorazioni a stucco, con tappeti sbiaditi e, nel mezzo, un biliardo decrepito; e sebbene le
borse del biliardo fossero in parte rosicchiate del tempo, quegli spiriti acuti vi avevano
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attaccato i loro borsellini comunque inutili ed eseguivano di striscio le loro caramboline, con
più gusto che abilità. Solo Kordelchen si dimostrò maestra: librandosi in agili pose sul tavolo
verde, aveva anche la gradita opportunità di far mostra della sua graziosa figurina.
Il pittore cominciò subito con entusiasmo una partita con lei; Fortunat voleva cercare
Lothario, di cui aveva immediatamente notato l’assenza, quando il comico Fabitz, solitamente
pacifico, irruppe di colpo nella sala insieme a uno strano giovane con il quale, fuori, si era
messo a litigare. Il giovane indossava un antico costume tedesco, di un nero sbiadito che
tendeva al grigiastro; i lunghi capelli ispidi gli scendevano ai lati del viso fino sulle spalle,
conferendo a quel volto lungo e spigoloso un aspetto come antiquato. Venne fuori che era
anche lui un pittore, si chiamava Albert e, tornando da Roma, aveva trovato in quel luogo, da
un po’ di tempo, un lavoro e un’accoglienza benevola. Aveva appena appreso che nella
compagnia appena giunta c’era un certo signor Fabitz, che solitamente recitava la parte di
Kasperl ; si era dunque diretto subito contro l’infelice con autentico slancio missionario,
sollevandogli misurate rimostranze sull’indegnità, l’insensatezza e perciò la poca longevità
della sua arte. Parlò molto dei severi costumi della Germania del nord, dove le nobili querce
dalla robusta costituzione non si lasciavano crescere intorno un’erbaccia tanto vile; anzi, una
lingua tedesco- settentrionale come la sua inorridiva già a sentire quel barbaro suono: Kasperl!
Dal canto suo, Fabitz affermò di conoscere, delle lingue settentrionali, solo quelle affumicate.
Quelle lunghe lingue tedesco-settentrionali di Kaspar erano però, probabilmente, troppo noiose
per essere rappresentate in teatro. - Alla fine, dato che l’apparizione del settentionale costituiva
una novità, fu vinto dal suo temperamento: dimenticando la rabbia e il motivo della lite,
assunse a poco a poco senza volerlo l’atteggiamento bizzarro, l’espressione e la voce del suo
avversario - che nel suo focoso fanatismo non si accorse di nulla - lottando accanitamente con
sentenze aspre e altisonanti: cosicché la parte avversa finì per confondersi del tutto. Kordelchen, nel frattempo, aveva ascoltato tutto dal biliardo; «carissimo pazzo - esclamò
accorrendo e dandogli un caloroso bacio. - Puah! Se solo non fosse così brutto!» disse poi,
asciugandosi svelta la bocca.
Intanto, senza fare domande a proposito della lite, si era accostato a Fortunat un uomo basso e
grasso, che gli si presentò come il consigliere scolastico del principe e in cui Fortunat
riconobbe il grasso arciere, aiutato il giorno prima a scendere dalle rocce. Senza che Fortunat
ne capisse la ragione, il piccoletto cominciò d’un tratto a parlare in modo assai dotto di poesia,
arte e religione e si offrì infine di fargli conoscere, nei rari momenti di tempo libero di cui
disponeva, le curiosità del luogo. Appena vide il
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Kasperl: l’autore prende in giro la polemica contro i personaggi comici in teatro che prese il via dalla riforma
di Gottsched (1700-1766).
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consigliere scolastico, il pittore Albert interruppe nobilmente la lite e si rivolse loro. «Perfetto disse il consigliere, attaccandosi al braccio di Fortunat - vi porto subito a una colazione degna
degli dei, con cui sono solito rinforzarmi ogni mattino, in vista dei miei impegni». Si diressero
dunque svelti per un lungo corridoio verso una pesante porta di quercia, che Albert aprì con una
certa solennità. Era il suo atelier, un’alta, nobile stanza al cui disadorno muro principale era
appesa una grossa spada che recava la data “1813” avvolta da una corona di foglie di quercia
appassite. «Ecco il mio fedele compagno di viaggio - disse Albert a Fortunat, - quando il dolce
riposo o i molli desideri cercano di sopraffarmi, guardo la sposa di ferro e penso al grande,
solenne passato ». - «Ah, è una vecchia storia, ormai!» replicò Fortunat ridendo. - «Siete sceso
anche voi sul campo, allora?» chiese il pittore alquanto pungente. - «Certo - rispose l’altro - si
capisce».
Intanto il consigliere si trovava circondato dalle opere di Albert sparse per tutta la stanza, che
testimoniavano l’eccezionale solerzia del pittore. C’era inoltre un’enorme quantità di strumenti
necessari alla creazione artistica: manichini, mantelli accuratamente piegati, modelli e busti e,
tra questi, vari dipinti compiuti: quadri storici raffiguranti un’antichità eroica, dalla
composizione assai articolata, ben studiata e difficilmente comprensibile. «Divino!» esclamava
di continuo il consigliere, mentre, con aria da intenditore, sistemava ogni quadro sotto la
giusta luce. «Guardate l’alito etereo dell’incarnato, la prospettiva, quest’espressione classica!» «Davvero, un pennello filosofico» rispose Fortunat. Poiché quelle figure d’eroi pretenziose,
affettate e traboccanti di orgoglio e dignità virile non gli piacevano per niente; e le fanciulle,
con quella loro virtù priva di grazia, gli sembravano la personificazione della verginità.
«Beh, ora debbo salutarvi in fretta - disse infine il consigliere scolastico, prendendo il
cappello - impegni più gravi mi chiamano - Un genio!» sussurrò a Fortunat uscendo, indicando
Albert. «Un animo grande e profondo» disse Albert, appena il consigliere se ne fu andato.
Fortunat, intanto, aveva preso uno dei dipinti più piccoli. Vi era ritratta Roma in lontananza,
con i suoi fantastici palazzi e rovine, sullo sfondo di un cielo meridionale in pieno tramonto. In
primo piano, lontano dalla città, un uomo solo attraversava la campagna deserta e ormai buia; il
suo mantello era drappeggiato all’antica e il suo volto aveva un’espressione di solenne gravità.
Fortunat vi avrebbe facilmente riconosciuto lo stesso pittore anche se non fosse stato cinto, per
giunta, dalla famosa spada dell’anno 1813. - «Ma perché mai voltate svelto le spalle a una tale,
fulgente meraviglia?» chiese meravigliato. «Questo quadro - replicò Albert con il muso più
lungo possibile - rappresenta in realtà l’oscuro governo che domina la mia vita. Roma è
magnifica e io mi sono avvicinato pieno di rispetto all’antica pittura eroica. Ma la razza
sventata e lo scampanellio dei bonzi sopra le tombe della grandezza scomparsa mi hanno
disturbato ed irritato. Non sono riuscito a mostrarmi compiacente
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Il 1813 è l’anno della battaglia di Lipsia contro Napoleone.
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dinanzi alle pretese della superstizione, anche se apparente; ero perennemente insoddisfatto. A
ciò si aggiunge che il destino della mia patria tedesca, dove erano maturati tempi nuovi e
magnifici, mi rodeva segretamente il cuore. Non avevo pace in nessun luogo. Ai miei
compagni, là, tutto piacque subito moltissimo - ma io mi ripresi in tempo e fuggii, dinanzi ai
fulgidi lacci di una duplice schiavitù, verso il natio, severo nord». «Il nord?!» - esclamò Fortunat, spaventato dalla ricomparsa inaspettata dell’argomento
preferito del pittore; e afferrò rapidamente il cappello. Albert, al quale questo gesto apparve
dettato da concordia degli animi, gli strinse silenzioso la mano, ma incrociando le dita in un
modo strano che Fortunat riconobbe subito come il segno segreto di qualche associazione a lui
sconosciuta. Senza riflettere troppo ricambiò la stretta, con sorpresa di Albert, con manovre
ancora più bizzarre, precipitandosi poi all’aperto.
«Maledizione! - urlò una volta fuori, correndo lungo il viale alberato. - Ovunque queste facce
lunghe offuscano la luce del giorno! Si fanno infilare da un qualunque, ipercritico maestro
minore un paio di occhiali anneriti dal fumo, con cui vanno poi in giro per il mondo a guidare i
popoli. Così la marmaglia, simile a una fila di bruchi, attraversa lo splendore delle terre nella
sua tacita follia, se poi è follia vedere le cose diversamente da come sono!». - Alla fine lui
stesso rise sonoramente della strana rabbia che l’atelier degli spettri aveva destato in lui. Il sole
mattutino giocava dorato tra le cime degli alberi e infiniti uccelli cantavano. Si guardò intorno
lieto e trovò che il mondo, nonostante tutti i pazzi, rimaneva bello ed allegro come sempre.
Capitolo nono
Sull’ariosa rampa del castello, che si ergeva lontano sui boschi simile a una torre fiorita, snelle
figure di donna e colorate uniformi rilucevano tra gli aranci scuri e offrivano un grazioso
spettacolo. In alto la principessa, le dame e i gentiluomini sedevano nella frescura del mattino
su sedie pieghevoli ricamate a diversi colori, parlando delle avventure di caccia del giorno
prima. Su un grazioso tavolino stavano alcuni volumi di Shakespeare dal taglio scintillante
d’oro e, accanto, vari spartiti e una chitarra; la brezza mattutina voltava le pagine e passava tra
le corde, cosicché a tratti, tra le chiacchere e le risa, si diffondeva una musica lieta. - Molto più
indietro stavano gli attori, fatti venire
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a mo’ di decorazione nei loro migliori abiti da festa; erano assai confusi in mezzo a quei
principi e conti, il cui ruolo, pure, avevano recitato tanto spesso sul palco. Invano cercavano fra
i volti sconosciuti l’onesto eroe di guerra, lo scaltro confessore, il falso ministro; il signor Sorti
dimenticò completamente quel suo modo di parlare all’antica, studiato ad arte; tutto era diverso
da come se l’erano immaginato. Di tanto in tanto, con curiosità mista a rispetto, sbirciavano
attraverso le porte spalancate nelle stanze sontuose i cui pavimenti lisci, le statue e gli specchi
alti risplendevano misteriosi tra i candelabri di bronzo. Alcuni giovani cuori desideravano
invece di trovarsi cento miglia lontano, poiché sotto la terrazza gli uccellini cinguettavano
allegri con la libertà di un tempo e, tra le cime degli alberi, si affacciava dal basso il paese
sereno, come gridando: “venite giù, qua tutto è molto più bello!”.
Il principe, un bel giovanotto in un comodo abito da caccia, era intanto andato loro incontro,
scusandosi con tale delicatezza e signorilità per la sua dimenticanza del giorno prima, che
finirono per ringraziarlo della brutta accoglienza ricevuta. Elogiò il signor Sorti per la
sollecitudine con cui aveva accolto il suo invito e, in breve tempo, impressionò tutti con i suoi
accenni che rivelavano erudizione e competenza. Nel frattempo guardava di tanto in tanto
furtivo verso Kordelchen, che subito lo notò e finse imbarazzo, abbassando astutamente lo
sguardo. Ciambellani, giovani ufficiali e proprietari terrieri si unirono alla conversazione; gli
attori vollero mettere alla prova il loro tono mondano adoperando espressioni ricercate, le
ragazze recitavano la parte delle ingenue, i nobili proprietari terrieri si dimostravano cortesi: tra
i loro posti e quelli delle dame si incrociavano, sul pavimento liscio, spiritosi motti in francese,
simili a frecce graziose i cui bersagli non erano poi tanto incerti. Fra loro si faceva notare
soprattutto il lungo arciere del giorno precedente, un lord in viaggio che spuntava ovunque con
il suo occhialino, simile a un collo di cammello. Assicurava a tutti la sua protezione e parlava
sempre d’arte, sia drammatica che mimica, in un tedesco tanto bizzarro da non capirci niente.
La confusione aumentava sempre più: da una parte, dietro a una bellissima palma sulle cui
foglie ampie si arrampicava goffamente un pappagallo, l’audace cavallerizza del giorno prima
stuzzicava, evidentemente con intenzione, il volatile che mandava grida stridule, disturbando
continuamente la conversazione galante. La fanciulla non si curava degli attori, ma di tanto in
tanto lanciava sguardi tra i rami in direzione di Fortunat e Lothario. Quest’ultimo si era
trascinato dietro il primo, presentandolo alla principessa come un volontario pieno di spirito,
unitosi a loro solo di recente. La principessa, una dama giovane ed esile con i capelli neri, il
volto pallido e gli occhi focosi, rivolta a chiacchierare con graziosa animosità ora con questo,
ora con quel signore del suo seguito, prima con arguzia poi con senno, poi ancora con sfoggio
di erudizione, dissipò in pochi minuti tutte le sfaccettature della sua cultura più recente. Nel
frattempo guardava Fortunat come per spiarlo, nel tentativo di appurare quale tono fosse più
appropriato nei suoi confronti. Per quanto potesse apparire strano, sembrava avere come unico
obiettivo il favore del giovane sconosciuto che, come nel mezzo di un improvviso spettacolo
pirotecnico, non riusciva a raccapezzarsi
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né a mettersi in salvo da razzi e frecciate lanciategli nel corso della conversazione. - Al
principe, però, non erano sfuggiti gli sguardi della contessa Juanna - così si chiamava la bella
cacciatrice; si fece improvvisamente di cattivo umore e abbandonò in fretta la compagnia
degli attori. «E’ un mestiere divertente - disse a Fortunat con enfasi particolare - trasformarsi
ogni giorno in una persona diversa: ieri un conte e oggi un attore, rimanendo sempre un poeta».
- «Proprio interessante - diceva la principessa - l’esposizione è romantica, i motivi si lasciano
indovinare. Sono solo ansiosa di assistere all’ultimo atto». Fortunat era del tutto frastornato:
anche nella confusione dei saluti riuscì a notare che la principessa sussurrava vivacemente alla
contessa Juanna, avvicinatasi nel frattempo, qualcosa che sembrava riguardarlo. «E’ questo,
dunque?» - disse la contessa con una piega beffarda della bella bocca. E quando se ne andarono
e la terrazza scomparve dietro di loro, e solo Juanna rimase sulla rampa di marmo sopra
l’ampia, bella corona dei boschi, sembrò che fosse lei la principessa e che tutti gli altri la
servissero.
Gli attori attraversarono il giardino discutendo con fervore. I più erano entusiasti e come
ebbri; altri, che ritenevano di essere stati messi da parte, parlavano dell’opprimente atmosfera
di corte e del pavimento scivoloso della società aristocratica. A Fortunat, invece, tutto tornò in
mente solo adesso: l’accoglienza del giorno precedente al castello, la premura del consigliere
scolastico poco prima, i discorsi della principessa e l’ultima esclamazione di Juanna. - Che
abbiano riconosciuto in me il barone girovago? - pensò - ma se neanche gli attori mi
conoscono, come potrebbero saperlo quelli là! Quella stessa sera riposava con Lothario sul verde pendio di un monte e guardava lieto, oltre i
boschi, il paese ampio e fertile in cui presto anche lui si sarebbe riversato, insieme al fiume
azzurro. Lothario, che passeggiava inquieto, nel breve lasso di tempo aveva esaminato
rapidamente tutte la confusa situazione del loro nuovo soggiorno, e ne abbozzò un campionario
alla sua maniera. «Il principe - disse - è un virtuoso sorprendente, suona a prima vista i brani
romantici più difficili; purtroppo non compone lui stesso. La principessa è un vero e proprio
romanzo sentimentale, passato per mani diverse e già alquanto sciupato; penso che
l’allampanato lord se lo stia studiando adesso. Quella contessa bella e selvaggia, poi, che evade
come un cervo da ogni loro recinto e considera la muta degli amanti come cani che la
inseguono - un animale tanto selvaggio risveglia davvero l’istinto di caccia!». - «Stai in guardia
- replicò Fortunat - per quanto mi riguarda, m’importa poco di come sono; l’insieme si presenta
comunque bene e non pretendo di più, da loro». Lothario lo guardò per un po’ come
arrabbiato. «Non capisco - disse poi - come voi poeti sopportiate per noia di stare coricati di
spalle da trenta a cinquanta anni sull’estetica pelle d’orso, lasciando che vi passino sopra come
giochi di nuvole il disordine della guerra, la filosofia, cacciatori feroci e angeli in coro;
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e tutto perché possiate comporre con comodità un paio di grossi romanzi che alla fine nessuno
leggerà. Diavolo, io non sono un’arpa eolia, che suona solo quando un poeta le fa vento. Se la
vita è bella, allora voglio vivere bene anch’io ed essere anch’io innamorato come Romeo,
coraggioso come Götz e profondo come Don Chisciotte. Voglio chiedere in sposa la bellezza
quando la trovo e azzuffarmi per questo con i filistei. Perché non si dovrebbe poter tradurre in
poesia una vita così meschina?». - «Sei un uomo bizzarro - lo interruppe Fortunat, - penso che
potresti essere un grande poeta, se non fossi tanto orgoglioso». «Io?» replicò Lothario come
colpito; e per un attimo guardò pensoso davanti a sé.
Allora videro su una collina lontana, in aperta campagna, alcuni attori inerpicarsi per la
boscaglia e godere del bel panorama. Riuscirono a distinguere chiaramente il signor Ruprecht,
che estraeva con calma dalla custodia il suo vecchio cannocchiale e lo allungava come
un’antenna, per poi scorciarlo di nuovo e guardare lontano. Presto però sembrò che tutti
fissassero qualcosa in particolare, in basso: il cannocchiale passava velocemente di mano in
mano. Anche Fortunat notò allora nella valle un viandante che si dirigeva tranquillo verso di
loro, tra prati e cespugli; ogni tanto si fermava e si voltava soddisfatto verso il fondovalle
immerso nel tramonto, poi proseguiva lieto. All’improvviso gli attori levarono un alto grido di
gioia e si misero a salutare agitando il cannocchiale, i cappelli e i fazzoletti. Allora sembrò che
anche il viandante li avesse riconosciuti: lanciò in aria il cappello tra grida gioiose, avviandosi
poi in fretta verso la collina. - «Mi pare proprio di conoscerlo!» esclamò Fortunat sorpreso. «Che Dio ci protegga, sarà certo un altro poeta!» replicò Lothario, alzandosi in fretta e addentrandosi senza indugio senza indugio.
Fortunat si diresse rapido verso gli attori. Ma un profondo baratro si frappose tra lui e loro; li
perse di vista in mezzo al bosco e non sapeva più dove si trovasse, quando d’un tratto il
viandante, che aveva cercato anche lui la via più breve per mancare quella giusta, sbucò con
fatica dalla sterpaglia a breve distanza da lui. «Fortunat!» esclamò sorpreso e visibilmente
imbarazzato, appena vide il vecchio amico. «Mio Dio! Otto! - rispose quello - com’è che vi
trovate qua?» - «Io? - fece lo studente confuso - non è forse questo il parco del principe, dove la
compagnia del signor Sorti - ».
Ma Fortunat non ebbe il tempo di rispondere, poiché all’improvviso, in un angolo del bosco,
scorsero un gruppo di persone trasandate che avanzava barcollando verso di loro e che presero
per degli zingari. Sembravano nel mezzo di una discussione e procedevano bisticciando.
Alcuni erano intenti a spingere dal didietro un asino recalcitrante; l’animale portava una donna
bizzarra, ornata in modo stravagante, che imprecava furiosa contro i violenti incitatori. Simile a
una regina degli zingari aveva raccolto in un’alta crocchietta i lunghi capelli arruffati, con
l’aiuto di un filo d’oro e di pietre preziose; alle orecchie portava pesanti orecchini di smalto, la
gualdrappa era di colore scarlatto, il vestito verde era guarnito di
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passamani d’argento, la sua camicia bianca come la neve aveva sulle costure, secondo l’uso
boemo, cuciture di seta nera e lei vi risaltava come un mirtillo sul latte. - Fortunat riconobbe a
poco a poco in quella marmaglia i volti degli attori, senza capire il perché di questo tiro un po’
folle. Notò da una parte anche Kamilla, che sembrava avere assunto il ruolo di Preziosa , al
quale riteneva particolarmente adatta la sua figura alta e nobile. Camminava da sola, con una
chitarra in braccio, e cantava “In solitudine non son sola ”. Ma rimase sola comunque, dato che
tutti corsero dietro a una zingara giovane e bella, apparsa all’improvviso dal bosco come un
cervo selvatico. I capelli neri come la pece le ricadevano lucenti sulla fronte e le guance, il suo
volto era una notte meravigliosa. Si fermò proprio davanti a Otto e lo folgorò con uno sguardo
indagatore da capo a piedi. «Sapevo, - disse - che sarebbe accaduto». - Era Kordelchen. «Silentium!» si udì d’un tratto gridare alla figura bizzarra giunta, nel frattempo, a cavallo dell’asino.
«Ehi, mio pallido e giovane compagno - disse a Otto, - che fai tu qui? Da dove te ne vieni solo
soletto?» - L’asino, che intanto si era riempito la bocca di erba, guardava il gruppo scuotendo
tranquillamente le orecchie lunghe e tirando calci con la zampa posteriore contro gli attori che
lo tormentavano di nascosto. Ma Otto, contagiato dall’allegria generale, rispose: «Mia
potentissima signora Libuska , vengo da casa e ho intenzione di imparare qualcosa di più
girando il mondo, oppure di trovarmi un impiego, poiché sono un povero studente». - «Che Dio
abbia cura di te, figlio mio! - replicò la vecchia zingara - Al diavolo! Lasciate perdere lo
scherzo, sto per cadere in terra!» gridò d’un tratto agli attori con voce robusta: Fortunat
riconobbe subito il signor Ruprecht. Questi però non si lasciò imbarazzare. «Se hai voglia di
restare con noi - proseguì - la cosa si sistema presto». - «Voglio ancora pensarci un paio di
giorni, prima di decidere - rispose Otto, - di studiare e star chinato sui libri giorno e notte mi
sono stufato da tempo». - «Hai un animo saggio, figlio mio - ribatté a questo punto Ruprecht, e avrai occasione di sperimentare e comprendere quale vantaggio abbia il nostro modo di
vivere, rispetto a quello degli altri uomini, se consideri ad esempio che viviamo in libertà e
senza problemi, come le martore e le volpi. Che cos’è la ricchezza, che cosa sono il denaro, il
possesso? Se non ce l’ho lo considero nulla, e se ce l’ho lo getto via subito. Bisogna sempre
pensare da filosofo, credi a un vecchio genio, figlio mio; e quando si spengono le candele,
scende la notte e viene ora di dormire, allora sono di nuovo tutti uguali, gli zingari e tutti gli
altri!».
«Oh! - gridarono gli altri, per i quali il sermone era durato fin troppo. - Una Libuska
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Eroina dell’omonimo dramma di Pius Alexander Wolff (1782-1828), musicato da Carl Maria von Weber.
Fonte del dramma è la novella di Cervantes La Gitanella (1610).
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Tratto da Preziosa (v. nota precedente).
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Riferimento alla Courasche di Grimmelshausen, in cui Libuska è un nome femminile boemo.
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moralista! Una zingara filosofa!». Irritato, Ruprecht inveì contro di loro, definendoli degli
ignoranti che correvano alla cieca come buoi con le corna abbassate. Ma quelli non lo
ascoltavano. Un paio di robusti compagni afferrarono Otto per le gambe e lo lanciarono di
fronte alla signora Libuska, su di un asino che Kordelchen aveva intanto ornato di fiocchi
variopinti; altri presero la briglia e, in questo modo, tutto il folle corteo si avviò ballando verso
la dependance.
Ma qui furono a loro volta sorpresi: quanti erano rimasti là si erano infatti cambiati in fretta,
avevano piantato tende colorate sotto gli alberi e si erano raccolti intorno a fuochi scoppiettanti;
con meraviglia di Fortunat, a poco a poco si capì che quel giorno Otto era atteso come nuovo
membro della compagnia. Particolarmente occupato sembrava Guido, il giovane e grazioso
pittore della cappella, che nel suo accurato costume da zingaro sembrava trovarsi molto carino
e che, gettando di tanto in tanto sguardi focosi verso Kordelchen, si accarezzava compiaciuto i
baffetti. Si era procurato caldaie di pece roventi ed era intento a raggruppare artisticamente
intorno alla fiamma le figure bizzarre e a sistemare ovunque i giusti effetti luminosi. Ma presto
dovette rinunciare: non era proprio possibile ottenere alcun ordine, né creare alcun motivo artistico. Sopra le scure montagne, però, la luna fece il suo ingresso improvviso, illuminando i
boschi e le valli silenziose; allora, di colpo, tutto si trovò nella luce giusta, in una luce
meravigliosa luce: la casa solitaria, il giardino vecchio stile e ormai in rovina, le statue
ricoperte dalle piante selvatiche e le figure bizzarre sedute qua e là sulla vasca asciutta dei
giochi d’acqua, simili a una guardia militare della guerra dei trent’anni. «Preziosina! - gridò
Fortunat a Kordelchen - Un cane abbaia lontano, nella valle sorge un paese, dormono animali e
contadini, qui c’è qualcosa da acchiappare!». Kordelchen rispose vivace: «il lupo ulula nella
brughiera, il mio tesoro non è più lontano; monta la guardia, oggi è una bella notte da zingari».
- «Barabau, bau, bau, barabù!», levarono gli altri grida gioiose. Kordelchen fece invece rullare
d’un tratto un tamburino e danzò con gli stivali rossi polacchi da zingara, cantando:
Ascolto al crocicchio, quando le stelle
e i fuochi nel bosco son spenti,
e quando da lungi si sente abbaiare
allora il mio sposo verrà.
Fortunat rispose allegramente:
E allo spuntar del giorno, nel bosco
un gatto io vidi inarcarsi,
e sulla pelliccia colore di noce
sparai, che gran salti che fece!
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Kordelchen cantò ancora:
Mi spiace, ma tu non mi prendi!
il mio amore sarà come gli altri:
bruno e una barba di taglio ungherese,
e gioioso un cuor per vagare.
Picchiò allora il tamburino in testa a Ruprecht che guardava rapito la sua danza, facendolo
rintronare e sedendosi poi, proprio come una gattina, sul grembo del sognante Otto.
«Ricordi - disse scuotendo via i capelli dal viso accaldato - ricordi ancora come ci siamo
incontrati, la prima volta? Venivi giù dal Giebichenstein con un elmo da studente, tanto grande
che il pennacchio ti pendeva sugli occhi; mi piacevi più allora di adesso, con questo frac così
eccentrico». A queste parole, tutta la bella gioventù di Otto sembrò sorgergli di nuovo dinanzi:
ma la fanciulla era così selvaggia, questo lo disturbava segretamente. - «Erano i primi giorni di
primavera - disse. - ovunque gli studenti passeggiavano nel verde, tu sedevi sulla panchina
sotto i tigli, davanti all’osteria, e suonavi l’arpa». - «Sì, sì - lo interruppe Kordelchen, - e tu
credesti che suonassi per denaro, ti sedesti vicino a me e mi premesti un tallero nella mano». «E tu - si intromise Otto, - guardasti la moneta meravigliata. Poi te la infilasti in tasca ridendo,
mi desti un bacio e scomparisti in casa; e non ti vidi più. Ah, Kordelchen! Tutto è di nuovo
bello, adesso, e - » - «e cosa?» chiese Kordelchen allegramente; poi si alzò in piedi veloce e si
perse in mezzo al gruppo.
Kamilla, che aveva assistito alla scena, passò di lì con fare distinto, parlando sottovoce di
bacche di bosco selvatiche con cui si catturano gli allocchi. Otto non si trattenne più e cadde
beato al collo di Fortunat. «Ah - esclamò, - sono tanto, tanto felice, come un uccello nel cielo!».
- Passeggiarono insieme per i viali illuminati dalla luna, fino a non udire quasi più le voci degli
attori; Otto raccontò di come una solitudine terribile fosse scesa su Hohenstein dopo la partenza
di Walter e Fortunat. Da allora si era buttato sui libri con grande impegno e serietà, non aveva
scritto né cercato altro e aveva persino evitato coscienziosamente qualsiasi ricordo della vita
precedente. «Ma - proseguì, - l’anima del poeta è come l’usignolo, coprite la sua gabbia con un
velo e canterà ancora meglio. E io lo sentivo spesso, in sogno, lamentarsi in modo incantevole;
ma mi guardavo bene, al mio risveglio, dal seguirlo ancora. E allora, quando l’amministratore
andava e tornava dai campi, ogni giorno alla stessa ora, e Florentine dava da mangiare alle
colombe e legava mazzi di fiori; e quando nel silenzio della campagna intorno tutto piano piano
cresceva, come se il verde avesse voluto ricoprire gli uomini - a me sembrava di sedere a molte
centinaia di tese di distanza, giù nelle profondità marine, e di udire lontano, sopra di me, le
campane serali del mio paese. Così mi consumavo
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a vista d’occhio; il buon amministratore mi guardava spesso pensieroso senza farsi notare, la
moglie mi dava di nascosto le migliori leccornie, pensando che tutto sarebbe andato per il
meglio, se solo fossi stato un po’ più grasso. - Una bella notte però mi sognai Halle: stavo sul
Giebichenstein, i giardini di ciliegi a valle erano di nuovo in fiore e allegre barche di studenti
scivolavano giù per la Saale. Dalla valle risuonava una canzone che ho udito una volta, ma
che da allora non riesco più a ricordare. Mi svegliai dalla gioia, la finestra era ancora aperta e,
quando mi affacciai, la canzone risuonava davvero nella notte immersa nel silenzio. - Vedete,
un simile alito di vento rovescia spesso la nave dell’umana follia! Senza sapere esattamente
cosa facessi o volessi mi vestii rapidamente e feci il mio fagotto; in casa tutti dormivano ancora
e, prima che fosse trascorso un quarto d’ora, camminavo già lungo il viale dei castagni per il
villaggio silenzioso. Uscito in aperta campagna la canzone risuonava ancora, ma molto
lontana».
D’un tratto si interruppe; del cuore del giardino risuonava una canzone. Il vento spirava da
quella parte, poterono perciò udire distintamente le seguenti parole:
Non senti gli alberi stormire
nel silenzio intorno?
non ti invita ad ascoltare
dal balcone nella valle,
dove scorrono i ruscelli
favolosi al chiaro di luna
e i castelli guardano muti
dalla rocca giù, nel fiume?
«E’ questa, la canzone!» esclamò Otto, e si precipitò confuso lungo il pendio. In basso si udì
cantare di nuovo:
Riconosci ancora i folli canti
del bel tempo antico?
Tutti si risvegliano la notte
nella solitudine del bosco
quando gli alberi ascoltano sognanti
e il sambuco profuma soffocante
e nel fiume sussurrano le ondine
vieni giù, qui è così fresco!
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Allora parve a Fortunat di riconoscere Kordelchen tra i cespugli illuminati dalla luna, giù
dove risuonava il canto. Poi tutto cadde di nuovo nel silenzio; era una notte seducente, il
temporale balenava lontano e le ombre cangianti degli alberi ondeggiavano confuse sulle rocce
e gli anfratti.
Capitolo decimo
Lontano dal tumulto del mondo, tra i monti coperti di boschi sorgeva, in pacifica solitudine,
un vecchio castello dalle strane finestrelle, dalle torrette e dai balconi mezzo diroccati,
completamente abbandonato e ricoperto di vegetazione. Tra le cime degli abeti fumavano
allegri i comignoli bianchi del villaggio accogliente, che dovevano aver affumicato per molto
tempo il castello ormai annerito; un gran numero di rondini schiamazzava e si annidava
nell’elmo dello stemma araldico di pietra, sopra il portone. I vecchi fossati erano divenuti prima
un giardino e poi, col tempo, il giardino si era trasformato in una verde selva di uva spina e
noccioli, in cui pascolavano tranquille delle capre.
Sotto un pergolato, in un pomeriggio afoso, stavano seduti cani da caccia e, in mezzo a loro, il
padrone della tenuta, barone Eberstein. Chiacchierava con il giovane pastore del luogo, giunto
in visita allo scopo di aiutarlo a fumare le sue nuove pipe di schiuma marina. Entrambi si
rallegravano del temporale che avanzava lentamente, dato che le valli dai colori cangianti
avevano bisogno di pioggia; non spirava un alito di vento in tutta la regione, si poteva udire
solo il ronzio delle api tra gli alti girasoli, davanti al castello. Da una parte, però, ora una scarpa
rossa, ora un grazioso piedino trasparivano dalle foglie di un ciliegio, tra le quali scintillava di
tanto in tanto un bel paio di occhi scuri. Era la signorina Gertrud, la figlia del barone, che
spilluzzicava ciliegie sulla cima dell’albero, lanciando spavalda i noccioli ai cani: in realtà
aveva preso di mira il nuovo, elegante panciotto del pastore.
Ma il predicatore non se ne era accorto, tanto era preso dalla conversazione. «Sì - diceva, quest’afa prima del temporale è un’immagine simbolica del tempo presente; regna un’attesa
così ansiosa che si sente a malapena il passo leggero del tempo; e lampi di genio giocano sullo
sfondo scuro» - «Ah, puah! - replicò il barone riempiendosi una nuova pipa. - Il temporale è il
temporale e le sciocchezze sono sciocchezze!». Il pastore, un po’ irritato, si riaggiustò con cura
e parlò dell’inarrestabile classe intellettuale, dell’emancipazione dei tempi e del potere
invisibile dell’imprescrittibile verità. Allora il barone si riscaldò. «Che cosa è vero? Che cosa è
vero?» esclamò avvicinandosi. Al pastore spaventato e confuso non venne in mente, in quel
momento critico, nessuna risposta adeguata. «Beh, ascoltate -
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proseguì il barone, - voi non lo sapete e neppure io lo so, lo sa solo il buon Dio. Ma conosco
molto bene la mia riserva di caccia e a chi me la viola, emancipato o no, sparo addosso come a
un cane rabbioso. Questo è tutto! E se tutti facessero come me, nei rispettivi territori, saremmo
presto lasciati in pace dall’intelligenza caduta in prescrizione e dalla verità invisibile e da tutte
queste fandonie. Credete a un vecchio ufficiale, pastore, i tempi vogliono solo essere presi a
bastonate, nient’altro!».
«Arrivano ospiti! Arrivano ospiti!» esclamò d’un tratto la signorina sul ciliegio. E certo non
esiste marinaio in coffa che scruti l’orizzonte meglio di una signorina di campagna nella
bonaccia della sua monotona solitudine; infatti il sole mandava gli ultimi barlumi dalla cima del
monte antistante. Il temporale si stendeva pesante su quel monte e oscurava ormai l’intera
regione, solo il verde pendio dalla parte del castello era ancora rischiarato dai raggi del sole.
Allora, d’un tratto si videro pennacchi ondeggiare nel verde e cavalieri galoppare sulla pianura,
sempre di più, con cacciatori e dame su graziosi cavalli da ambio, come quando il vento
autunnale sparpaglia le foglie colorate. Uno dei cavalieri pareva tenere in braccio una chitarra,
nell’aria immobile la sua voce giungeva fino là; altri soffiavano nei corni da caccia e sparavano
fucilate; così, allegramente, il corteo variopinto scendeva rapido per il pendio in quella luce
meravigliosa - la signorina non riusciva a saziarsene la vista.
«Perbacco, Sua Altezza Serenissima con tutta la sua letteratura! - esclamò lo stupito barone
mettendo via in fretta la pipa. - Svoltano adesso nella gola, si dirigono tutti da questa parte!
Ehi, Johann, il mio cappello, la mia uniforme! Che pessimi cavalieri! Ma che fa quel birbone! E
si dicono cacciatori; Juanna, quel diavolo di ragazza, resta il loro miglior tiratore». - «Dicono
che colpisca sempre il cuore» aggiunse l’estetico pastore. «Pastore! - disse il barone tenendogli
la mano. - Vi prego per l’amor di Dio, non mi fuggite via! Dovete rivolgere a questa gente
delle frasi dotte, in mezzo a loro non mi sento più padrone della lingua». - «Sù, sù, ce la
faremo» replicò il pastore con un sorriso compiaciuto.
La signorina Trudchen era invece già corsa verso il castello, saltando come un cerbiatto
fossato e arbusti. Là era scoppiata una vera e propria baraonda: porte si aprivano e chiudevano
con violenza, cani abbaiavano, vecchi divani e sedie venivano battuti sollevando nuvole di
fumo e, di quando in quando, si udiva in mezzo al baccano la risata allegra della signorina.
Questa finì per allacciarsi in fretta solo il grembiule nuovo: sapeva bene di essere sufficientemente carina così com’era.
Allora però il frastuono iniziò anche fuori. Il temporale e gli ospiti giunsero in rapida
successione; il piccolo cortile si riempì all’improvviso dello splendore e del trambusto di
uniformi eleganti, cavalieri e cavalli. La pioggia cadeva ormai a grandi gocce, fazzoletti,
mantelli e veli sventolavano nella tempesta e colorati fantini saltavano da cavallo per aiutare
nella confusione i signori, mentre le cameriere e i servi del barone, con i loro cappelli in mano,
apettavano imbarazzati sulla soglia. Il principe fu il primo a districarsi dal groviglio. Ordinò
alla sua gente di cercare, con cavalli e cani, una sistemazione al villaggio, la migliore che
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riuscissero a trovare; poi si scusò cortesemente con il barone per l’improvvisa invasione, il
temporale li aveva colti di sorpresa e chiedeva un rifugio per la notte; dove poteva trovarlo,
aggiunse, se non presso le vecchie case di campagna? «Davvero vecchio e pericolante» disse
piano la principessa al suo vicino, guardando il castello pensosa. «Sembra un vecchio quadro di
Roland - replicò questi - la cui testa sia stata divorata dai denti del tempo». - «No, piuttosto un
unico molare rimasto al tempo medesimo» disse un altro. - Ma il barone, in cui alla vista delle
dame si ridestò il senso di cavalleria del suo passato di ufficiale, aveva subito puntato la
principessa con sguardo acuto da cacciatore. La aiutò a smontare come si deve, le offrì il
braccio con galanteria un po’ superata e la condusse attraverso il cortile, parlandole
esclusivamente in francese, sebbene lei gli rispondesse in tedesco. Ma già all’entrata vi fu una
sosta inattesa. I cani da caccia del principe annusavano dappertutto con aria da padroni, di
conseguenza i cani del barone fecero valere il loro diritto di proprietà: inaspettatamente, proprio
sulla porta ebbe inizio una zuffa improvvisa, tra morsi e nuvole di pelo. Con voce possente,
adoperando bastone e stivali, il barone ristabilì la pace e si voltò poi verso la principessa per
scusarsi. Ma questa, di fronte a quella scena scoppiò in una risata incontenibile, che contagiò
anche agli altri; e così tutti quanti entrarono in casa allegramente.
Questo inizio confuso aveva rovinato l’atmosfera solenne che il barone cercava di evocare.
Condusse l’intera compagnia in una grande stanza che evidentemente non veniva usata spesso,
come si deduceva dal lusso polveroso delle tende di damasco. Ma invece di accomodarsi, la
principessa fece un leggero inchino e si diresse con sguardo da intenditrice verso un vecchio,
artistico cassettone d’avorio intarsiato. Nello stesso istante, un orologio da tavolo dorato
cominciò a suonare sull’armadio con rochi intervalli. «Dio mio, anche questo proviene da
“Cosa rara ”!» esclamò sorpresa la principessa. «Non so proprio», replicò il barone, che
credette di essere preso in giro e aggrottò le sopracciglia, scuro in volto. Ma si sbagliava. “Una
cosa rara” era la prima opera che la principessa aveva ascoltato, ancora bambina: fu afferrata da
quel ricordo ma si guardò bene dal dirlo, perché nessuno facesse il calcolo dei suoi anni.
Intanto il principe aveva scoperto anche un pianoforte e, con la crudeltà propria del gran
mondo, la signorina Trudchen fu spinta senza indugi a suonare, come sul banco del macellaio.
Il pastore, desideroso di mettersi in mostra, portò una pila di spartiti e si sistemò premuroso
dietro il seggiolino, per voltare le pagine. La signorina, però, suonava come l’orologio da
tavolo: rossa fino alla punta delle orecchie, non riusciva a cavare dallo strumento una nota
giusta. Allora, con un improvviso moto di orgoglio alzò il nasetto, spinse gli spartiti da una
parte e cantò con fervore una delle canzoni popolari ancora in voga, a quel tempo, sulle montagne. In tutta la compagnia sorse di colpo, con meraviglia del barone spaventato, una lieta
eccitazione: la si paragonò a un uccellin di bosco, dovette cantare altre di quelle canzoni. A ciò
si aggiungeva la novità dell’ambiente, l’intimo senso di sicurezza di quel castello pacifico
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L’opera Una cosa rara (1786) è di Vicente Martìn y Soler (1754-1806).
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mentre la pioggia batteva contro i vetri. La principessa trovò deliziosi il camino all’antica, i
profondi archi delle finestre e le vetrate sporgenti, mentre il principe, ad una delle finestre, non
si saziava di fissare la profondità del bosco sotto il castello, a tratti misteriosamente illuminata
dai lampi; tanto che il barone, che da tempo non si affacciava da quel punto, finì per guardare
anche lui, incuriosito. Tutti erano dunque di ottimo umore quando fu acceso anche un fuoco
vivace nel camino; il pastore non riusciva ad avere successo con la sua scienza, mentre il
barone scoprì con stupore che, in verità, fra quella gente non si stava affatto male.
Era ancora presto per andare a dormire, la principessa propose perciò di raccontare delle
storie, ognuno quella che gli veniva in mente lì per lì. Il pastore si schiarì la gola: una novella
che aveva scritto di recente per un libro tascabile gli stava già sulla punta della lingua. Ma con
sorpresa di tutti chiese la parola per primo il lord allampanato; il barone portò del vino
ungherese, di cui porse con eleganza alla principessa un bicchiere su di un vassoio d’argento;
tutti si sedettero comodamente intorno al camino acceso e il lord cominciò senza indugi la
seguente
Storia della selvaggia spagnola
«Durante la guerra di Napoleone contro la Spagna servivo nell’esercito inglese, sceso in
campo a fianco degli Spagnoli. Ero un ufficiale ussaro e avevo sempre un sacco di guai con il
mio berretto di pelle d’orso irragionevolmente alto che perdeva l’equilibrio ogni momento,
mentre le mie gambe lunghe si impigliavano un paio di volte al giorno nell’intrico
impenetrabile e tintinnante del fodero della sciabola, del dolman e delle cordelline. Una volta
eravamo dispersi e ci eravamo fermati a riposare, in un campo aperto. La pioggia cadeva
incessante, me ne stavo malinconico nel campo sotto l’ombrello, stringendo in ogni mano,
come era mia prudente abitudine, una pistola con il cane alzato. Di colpo si udì urlare: “I
francesi!”. Dalla nostra parte eravamo pochi, il nemico era invece disposto in schiere numerose.
I miei compagni si sparpagliarono in un attimo per ogni dove. Io afferrai il cavallo, nella fretta
infilai una gamba nella manica di pelliccia del dolman, un braccio nel fodero della sciabola,
entrai con l’altro in mezzo alla maledetta bardatura dei cordoncini e delle nappe in modo da
non poter più muovermi e tanto meno arrivare alle briglie; il cavallo fu spaventato dalla mia
bardatura e partì al galoppo proprio contro il nemico e così, a braccia aperte, con la sciabola fra
i denti e le pistole che sparavano senza posa, volai come un pipistrello impazzito in mezzo ai
francesi, tra le cui file echeggiò un allegro “evviva!”.
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Giacca ussara foderata di pelo e ornata all’esterno con cordoncini; il termine è turco.
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Caddi dunque loro prigioniero; fecero fatica a liberarmi dalla mi asituazione intricata e mi
definirono il tipo più matto che avessero mai visto. Poiché però parlavo francese e avevo
denaro nella borsa, divenimmo presto buoni camerati. Volevano condurmi a Burgos, nel loro
deposito; non era però tanto facile, perché bande armate di contadini spagnoli ci sbarravano
ovunque il cammino. E così, per un po’, girammo insieme per la campagna.
Durante uno di questi giri ci capitò di accamparci, una bella notte d’estate, presso un
imponente castello che sembrava ormai disabitato da tempo. Al chiaro di luna, le vecchie torri
merlate gettavano lunghe ombre sul giardino abbandonato, dove dormivamo e dove avevamo
legato i cavalli alle siepi ormai selvatiche. Tutto intorno era silenzio, a tratti si sentivano i
cavalli sbuffare e le sentinelle chiamare, lontano; nel bosco gli usignoli cantavano come se al
mondo non vi fosse stata alcuna guerra. - L’ufficiale che guidava la spedizione, un allegro
guascone, giaceva di schiena sul suo mantello; pensavo che dormisse ma, come mi disse poi,
stava pensando alla sua bella patria lontana. Un attimo dopo si alzò in piedi, scattante e lesto.
“Non è il momento di sognare, questo - disse, - stanotte dobbiamo stare in guardia, perché
questo è il castello della selvaggia spagnola”. E quando gli chiesi di chi parlasse, approfittò
volentieri dell’occasione per tenersi sveglio e mi raccontò la storia in tutti i particolari.
“In questo castello” disse “abitava un tempo un conte di antichissimo lignaggio, che a poco a
poco doveva aver dimenticato come ci si inchinava. Almeno, pare che avesse sempre opposto
la sua fierezza testarda alle richieste della vecchia corte, fino a giungere ad un inasprimento
reciproco dei rapporti; a maggior ragione, dunque, si poteva supporre che fosse ben disposto
nei confronti del nuovo ordine. Attraversando il paese, i nostri lo trovarono solo nel suo
castello, cortese ma scuro in volto e, all’apparenza, privo di qualunque interesse nei confronti
di quanto accadeva dietro i suoi monti. La sua più grande gioia era una bambina, la sua unica
figlia; la madre era morta dandola alla luce. In compagnia della bambina, quando tutti
dormivano, era solito salire sulla torre del castello per mostrarle la terra un tempo governata dai
suoi antenati, fin dove la luna illuminava i boschi. Passava metà dela notte a raccontarle dei
grandiosi tempi antichi e della libertà deiprincipi, non sottomessa alla forza delle città. Tra
simili sogni crebbe la nobile signorina, che per l’isolamento causato dalla guerra non vide mai
altra donna all’infuori della vecchia nutrice, una specie di strega che dal padre, uno zingaro, e
dalla madre, una schiava araba, aveva appreso alcuni piccoli incantesimi di cui è così ricca la
tradizione di quei popoli.
Ma ai nostri la giovane contessa non rimase nascosta a lungo; che la vedeva non si stancava di
descrivere la sua bellezza incantevole: aveva riccioli neri, la bocca rossa e ardente nel volto
pallido e occhi simili a un abisso oscuro. Di conseguenza ogni giorno, al castello, era tutto uno
scintillare di uniformi francesi. A lei questo piaceva molto, cavalcava e tirava di scherma
insieme a loro e, a caccia, era il tiratore migliore; ma ogni volta che uno si avvicinava con
sguardi o frasi da innamorato, lei lo guardava stupita senza capire cosa volesse; era distaccata
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ed estranea con tutti allo stesso modo, come una stella in una fredda notte d’inverno. Questo,
però, non faceva che attirare ancor più gli allegri giovani sul ghiaccio; un sottotenente, giovane
e bello - il suo nome era St. Val - appena arrivato dalla scuola militare di Parigi, seppe di lei e
giurò con determinazione feroce che sarebbe stata sua, o lui si sarebbe dato al demonio!
Intanto le scaramucce nei dintorni si facevano sempre più serie, gli ufficiali erano molto
occupati e non si facevano più vedere; la contessa non riusciva a riabituarsi alla vecchia
solitudine e allo stormire monotono dei boschi. - Una sera, dunque, si trovava con la nutrice
davanti al castello. A valle, la guerra attraversava i monti simile a una caccia divertente; di
tanto in tanto vedevano luccicare in lontananza, al tramonto, una schiera di cavalieri;
echeggiavano suoni di tromba e poi ogni rumore si smorzava, per scomparire di nuovo a poco a
poco; restavano all’orizzonte solo le fiamme dei villaggi incendiati. La contessa fissò a lungo il
fuoco lontano, immobile e muta, poi pianse in silenzio, dicendo fra sé: `Com’è meraviglioso!
Ahimé, se fossi stata un uomo! Tutto appartiene loro, essi dominano il mondo’; la saggia
nutrice replicò: `Tanto meglio, bambina, tanto meglio, dato che poi le donne, a loro volta,
dominano gli uomini’. `Perché?’ disse la contessa, guardandola con tale stupore che le lacrime
le si arrestarono luccicanti negli occhi. `Ebbene - rispose la vecchia, - nessuna agile tigre
ferisce tanto profondamente come voi, quando ridete e mostrate i bianchi dentini, o se
segretamente mordete qualcuno, baciandolo; nessun serpente variopinto è bello e forte quanto
le vostre braccia, quando stringete qualcuno’. La contessa ascoltava per metà e, come
sovrappensiero, disse: `Ho sempre letto, nei vecchi libri di mio padre, di come principi e re si
inginocchino dinanzi alle fanciulle e di come siano loro fedeli e obbedienti, fino alla morte. Ah, cara nutrice, tu hai appreso tante arti da tuo padre, non puoi far sì che tutti gli uomini che
mi vedono ardano d’amore e siano obbligati a seguirmi?’ - `Mmm - rispose la nutrice esitando,
- se solo - saprei bene - ‘.
Ma la contessa, la cui anima era ormai posseduta da questo pensiero, le aveva afferrato il
braccio e la spingeva con impazienza; la notte era buia e afosa, nel castello tutti dormivano, era
il momento adatto. - Così si addentrarono nel giardino silenzioso, fino al suo angolo più
nascosto. Camminando la nutrice diceva: `Non è cosa da poco; dovrete togliere l’anello dal dito
al corteggiatore che mostrerò - ma non turbatevi, se lui vi guarderà pallido e confuso - e
premervi quell’anello sul cuore, finché ne sgorghi il sangue; allora il vostro cuore diverrà forte
d’amore e i vostri occhi risplenderanno, belli come la pietra di quell’anello; il povero giovane,
però, dovrà morire’. Nel frattempo erano giunte dinanzi a mura vecchie e cadenti; la nutrice
estrasse un bastoncino bianco da un tronco d’albero cavo, dei pipistrelli ne uscirono in volo
sbattendo le ali sui rami e una serpe si insinuò svelta tra le rocce, sotto le quali un grosso rospo
fissava le due con occhi tondi e cerchiati di rosso. `Ehi, ci sei anche tu, nonna’ rise la vecchia,
che sembrava conversare allegramente con gli animali in una lingua zigana. Quindi affondò le
mani e il bastone in una pentola e, quando li estrasse di nuovo, brillavano; mormorando parole
incomprensibili descrisse un cerchio di fuoco, al cui splendore verde dorato le lucertole si
avvicinarono guizzando sul prato, incuriosite. La
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contessa se ne stava nel mezzo e aveva l’impressione di essere come in un sogno, come se i
fiori, i cespugli e i boschi nel giardino silenzioso intonassero un canto sommesso; le lucciole le
volavano luminose intorno al capo e lei, dal monte, fissò con grande, intenso desiderio la
campagna illuminata dalla luna e poi l’ampio cielo stellato. - La nutrice sembrava però molto
agitata, gocce di sudore le imperlavano la fronte. `Non vedi ancora nulla?’ chiedeva ogni tanto
a voce bassa. Ma non si udì che un cane abbaiare in un villaggio lontano, poi tutto ammutolì di
nuovo; la contessa, nell’attesa, tratteneva il respiro. All’improvviso trasalirono entrambe - uno
sconosciuto, avvolto in un mantello, spuntò d’un tratto lontano, tra gli alberi. `Per l’amor di
Dio!’ gridò la nutrice, sussurrando ancora qualcosa, assai impaurita. Ma la contessa, librandosi
in aria simile a un falco, calava già sulla sua preda con bramosia disumana. Lo sconosciuto si
spaventò terribilmente ma si riprese, quando vide una donna davanti a sé. Lei lo guardò
attentamente, non lo conosceva. Gli domandò dove fosse diretto e lui, esitante e visibilmente
confuso, rispose che voleva fare una serenata alla giovane e bella contessa. Il vento gli aprì un
poco il mantello e la colpì stranamente il fatto che fosse un ufficiale francese; tuttavia non disse
nulla: volse lo sguardo da una parte, nel buio, poiché le sembrò di udire qualcosa scivolare di
nascosto nel giardino e dei cavalli galoppare in lontananza. `Puoi mostrarmi la finestra dove
dorme?’ chiese di nuovo lo sconosciuto e, poiché lei gli piaceva, le circondò la vita con un
braccio. La contessa rifletté un momento. `Perché no - disse poi svelta, - se mi darete come
compenso il vostro bell’anello; ma dovete nascondermi con il vostro mantello, così che nessuno
mi veda’. L’ufficiale innamorato le avvolse intorno il mantello, pensando nel frattempo che,
nella notte, i riccioli inanellati di quella fanciulla erano simili a serpenti. Lei però aveva ben
altro in mente e, appena lui si tolse l’anello dal dito, afferrò veloce la pistola che costui portava
al petto sotto la divisa, spingendolo poi indietro dalla rampa su cui si trovavano. `E’ in
giardino, prendete quella piccola strega!’ gridò una voce in basso. Allora lei sparò veloce un
colpo di pistola e: `Gesù!’ si udì in basso la stessa voce. Poi, avvolgendosi nel mantello, gridò:
`dietro di me, altrimenti siete tutti perduti!’.
Ma era troppo tardi, ormai. I nostri, venuti inaspettatamente a sapere che il conte aveva
rapporti segreti con il nemico, avevano approfittato dell’oscurità della notte per introdursi nel
castello, furtivi e silenziosi, e prenderlo prigioniero; questi, riconoscendo la voce della figlia, si
credette tradito dalla sua stessa bambina. Accecato da tale errore strappò rabbiosamente a un
soldato la spada per ucciderla. La vita non aveva valore, per lui, di fronte all’onore e alla
libertà, che ottenne subito: gli altri soldati, non riuscendo a trattenerlo, lo trafissero più volte
alle spalle. - Ma nel frattempo, come la contessa aveva previsto, il colpo di pistola aveva
destato confusione. Come sparando la notte alle cime degli alberi i corvi si levano in volo,
gracchiando selvaggiamente, nello stesso modo cacciatori armati, servitori e contadini, che a
quei tempi avevano il sonno leggero, uscirono di colpo da tutte le porte, i cespugli e le crepe dei
muri. I nostri, vedendosi circondati, seguirono ciecamente la contessa che, avvolta nel
mantello, avevano preso per il loro capitano.
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Lei voleva dare al padre, che credeva ancora nel castello, il tempo di salvarsi; condusse perciò i
soldati smarriti al cortile esterno, dove finirono diritti nelle mani della folla inferocita. Si
scatenò un combattimento muto e rabbioso, uomo contro uomo: gli uni lottavano per la vita, gli
altri per il cadavere del loro signore; la contessa aveva sguinzagliato nel frattempo una muta di
cani feroci che, nella confusione, mordevano i fuggiaschi. Fu una notte spaventosa. - L’ufficiale che la contessa aveva zittito con il colpo di pistola era lo stesso giovane St. Val, che aveva
giurato di possederla e che, da temerario, aveva preso parte alla missione pericolosa. Era solo
ferito e stordito e, quando riaprì gli occhi in quel luogo solitario, vedendo come in un sogno per
la prima volta, alla luce di una fiaccola, il volto della contessa tra i riccioli neri che le
ricadevano ad anelli, chino su di lui - dovette richiudere gli occhi, tanto tremendamente bella
era la vista di lei”».
A questo punto il lord fu interrotto dalla principessa che, già durante il racconto, aveva
mostrato una strana inquietudine e guardato spesso, impaurita, verso la porta. «No, questa
storia è davvero troppo triste, per ascoltarla prima di andare a letto» esclamò, lanciando al
principe uno sguardo significativo; e parve volerla interrompere. Questi, però, completamente
preso, non vi fece caso. «Così rossa di sangue fu dunque la sua aurora - » disse sovrappensiero;
e volle assolutamente conoscere la fine. Il lord si era fermato ma, poiché il principe lo esortò
nuovamente e gli altri dimostrarono il loro assenso con sguardi e cenni del capo, ricominciò
tranquillamente a raccontare:
«”Da questo momento - così continuò il mio ufficiale - il castello restò abbandonato e deserto,
ma la selvaggia contessa continuò a vagare tra i monti, simile a uno spettro meraviglioso.
Spesso, dopo il bivacco notturno, quando il sole sorge sulla campagna incantevole, appare a
cavallo sul margine del bosco, in tutto lo splendore della sua bellezza; allora alcuni cavalieri
allegri la inseguono per prenderla, ma nessuno di loro è mai tornato indietro. - Strano, è pur
sempre solo una donna. Vedete, io ho il mio piccolo amore, in Francia; se solo venisse da me,
ho proprio voglia di incontrarla!
Il povero St. Val però finì male. Da quella notte, l’immagine della contessa fu sempre
presente nella sua anima; quel ragazzo allegro divenne profondamente malinconico e
all’improvviso, una sera, scomparve. Per molto tempo non si seppe dove fosse andato. Quella
sera era andato a passeggio nei dintorni, come era solito fare. Udì allora nell’aria della sera un
suono meraviglioso, come una musica militare lontana - si dice che musiche simili risuonino
nell’aria, nelle albe che precedono le grandi battaglie - erano i guerriglieri che cantavano tra i
monti. Quei suoni lo attrassero, proseguì come in sogno e giunse nel bosco dove dimorava, a
quel tempo, la contessa. Il sole al tramonto brillava tra i monti e pareva un incendio; gli uccelli
cantavano nel bosco luminoso e lui udiva continuamente voci, ora qua ora là; una di quesrte era
simile a una campanellina notturna; gli sembrava proprio quella della contessa. Aveva paura e,
tuttavia, non poteva fare a meno di seguire quella voce. Camminava ormai da molto quando,
d’un tratto, girando intorno a una roccia vide una donna, seduta su un prato silenzioso oltre le
cime degli alberi, come addormentata:
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la fronte abbandonata su entrambe le ginocchia, cosicché i folti riccioli ricadendo la coprivano
come un velo scuro. Teneva per la briglia un cavallo che pascolava tranquillo, vicino a lei. Da
ogni parte giungeva lo stormire dei boschi; a parte ciò, la campagna era immersa nel silenzio; si
udivano sgorgare le fonti. E mentre sostava ancora sorpreso in quel luogo solitario scorse da
una parte, in lontananza, un ufficiale della legione tedesca im mezzo ai cespugli che aveva
puntato il suo fucile, non sapeva se contro di lui o contro la donna addormentata; spaventato,
fece un movimento brusco. Allora la dormiente si scansò i riccioli dagli occhi e si alzò di colpo,
facendo risplendere alla luce del tramonto le pietre incastonate nella cintura. Il tedesco,
abbagliato, lasciò cadere il fucile e scomparve tra gli alberi; St. Val riconobbe la contessa con
orrore, poiché gli vennero in mente le dicerie dei soldati secondo le quali vederla
all’improvviso nel bosco significava la morte. - La contessa si guardò intorno con attenzione,
poi lo fissò con sguardo penetrante. `Siete assai impertinente - disse, - ma è tardi e io sono tanto
stanca e confusa: mostratemi la via per uscire dal bosco’. Allora St. Val di colpo ricordò;
sapeva che i francesi avevano circondato il bosco e sapeva del pericolo che lei correva, volle
salvarla ad ogni costo e tornare poi quella notte stessa al reggimento, per farsi trasferire a un
altro battaglione, lontano da questi boschi. - Mentre tali pensieri giravano confusi nella sua
mente, lei aveva già imbrigliato il cavallo; gli ordinò di sellare la bestia e lo derise, quando lo
vide in difficoltà; poi vi balzò sopra: lui avrebbe dovuto condurre il cavallo per le briglie.
Sedeva di fianco, su una sella da donna, appoggiata col braccio sul collo dell’animale e, nel
verde del bosco, chiaccherava spensierata come una bambina nella sua bella lingua melodiosa,
cosicché a St. Val parve di udire di nuovo, nella calma aria della sera, la musica lontana che lo
aveva attratto prima. Di colpò si drizzò ad ascoltare, si udiva parlare francese proprio sotto di
loro. Lei si diresse prudente in direzione delle le voci e, attraverso i cespugli, i due videro un
drappello di cavalieri procedere lentamente, nei loro bianchi mantelli che risplendevano
nell’oscurità - un solo grido da parte di St. Val e la contessa sarebbe stata perduta. - Costei però
guardava in basso come spinta da un desiderio audace, come si guarda di notte un temporale;
poi, distratta, allungò il piede verso St. Val perché le allacciasse una stringa; sorrise beffarda,
quando lui lo fece.
Da quel momento, lui fu completamente in suo potere. Lei affermò di aver voluto solo
verificare le sue buone intenzioni nei suoi confronti, di conoscere la strada meglio di lui e di
volerlo condurre a casa. Così dicendo girò veloce il cavallo e scendendo e risalendo per le gole,
sfiorando abissi vertiginosi, si addentrò sempre più nel bosco e nella notte - lui la seguì con
fatica tra gli arbusti come un cane fedele e, quando alla fine uscirono inaspettatamente
all’aperto, si vide davanti con orrore una banda di guerriglieri, accampata nel bosco. Appena
riconosciuta la sua uniforme francese, innumerevoli cannocchiali si puntarono su di lui; ma uno
sguardo colmo d’ira della contessa li sottomise tutti. Quelle belve rabbiose, scuotendo le
criniere nere, si ritirarono ringhiando e tornarono a riscaldarsi le zampe ai fuochi di guardia. St.
Val notò con stupore come quegli uomini
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selvaggi servissero e adorassero la contessa come una regina. Un giovane la sollevò di sella,
alcuni distesero sul prato un tappeto colorato mentre altri vi montarono sopra in fretta una tenda
vivace; poi, di colpo, tutto ripiombò in un silenzio raccolto. Intanto la luna era sorta e
illuminava i boschi. La contessa sedeva sotto la tenda pizzicando una cetra, St. Val giaceva
pensieroso ai suoi piedi; gli pareva di non aver mai provato una simile sensazione di piacere
divino. - Era una delle notti meravigliose, in quel paese, che trasformano tutto in un sogno,
come per magia. La contessa si era presto allontanata con una parte della banda e solo alcuni
contadini armati sorvegliavano il prigioniero. Il vento soffiava dalla pianura, recando profumi
dai giardini in fiore ai piedi delle montagne. Allora St. Val udì echeggiare nell’immenso
silenzio le trombe del suo reggimento; suonavano un’allegra canzone della cavalleria dei bei
tempi antichi. Questo mutò il suo animo, si sentì di nuovo un francese dalla testa ai piedi, che
antepone l’onore a ogni altra cosa. Dal misterioso fervore degli avventurieri capì che avevano
in mente un colpo grosso; non c’era dunque un attimo da perdere. Così, seduto davanti alla
tenda e guardandosi intorno ansioso, meditava di scappare e di avvisare i suoi, quando all’improvviso tutta la banda tornò dal bosco, stringendo delle lanterne. La contessa avanzò rapida in
mezzo a loro e, tra le luci guizzanti, curva su di lui con i suoi riccioli come quella notte al
castello, lo fissò negli occhi, in tutta la sua bellezza terribile. Allora lui balzò in piedi, strappò a
un contadino la fiaccola e, accecato e smarrito, guidò lui stesso la ciurmaglia all’attacco, contro
i suoi compatrioti! - Così attraversarono il bosco, svelti e silenziosi”.
L’ufficiale aveva appena pronunciato tali parole quando d’un tratto un colpo partì alle nostre
spalle e presto un secondo, e un altro ancora. “Diavolo, è St. Val!” gridò l’ufficiale balzando in
piedi e io vidi, in una finestra sporgente del castello, un bel giovane pallido come un morto
sotto la luce della fiaccola, senza cappello, in un’uniforme semilacerata; dietro di lui, alla luce
rossa delle torce che ondeggiava in modo sinistro sulle pareti dorate delle sale, apparvero figure
inquiete e selvagge con spade e lunghi fucili da uccellagione, proprio come li aveva descritti
l’ufficiale. Sparavano su di noi da tutte le finestre e alcuni francesi caddero sull’erba, prima che
il nostro piccolo drappello potesse riprendersi. Intanto si era sparsa la voce che la contessa
selvaggia si trovasse nel castello! L’ufficiale non perse la testa nemmeno per un attimo, temeva
per me in un momento di simile pericolo e mi fece ricondurre in mezzo al bosco; dopodiché
forzarono con grande fatica la porta e il palo di sbarramento ed irruppero nel castello. Il primo
che li affrontò fu St. Val: combatté come un folle e si gettò infine, in preda alla pazzia
selvaggia, sulle lame francesi.
Oltre il suo cadavere la lotta si spostò di scala in scala, lungo tutti i corridoi. I francesi erano
più abili nella lotta e più numerosi dei loro avversari, la contessa fu spinta, cin i suoi, sempre
più in alto - non aveva ormai scampo, quando di colpo un chiaro bagliore si levò da una
finestra, poi di nuovo da un’altra; fiamme rosse sempre più alte guizzavano rapide in ogni
angolo; il vento catturò la fiamma crescente e il fuoco si arrampicò per le trabeazioni, audace e
selvaggio, come una meravigliosa ghirlanda notturna. Tra le fiamme si vedevano combattere
ancora le figure scure.
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In mezzo al pericolo l’ufficiale vide d’un tratto sopra di sé tra le fiamme la contessa, come
l’angelo della morte. A quella vista perse la ragione, dimenticò patria, amore e fama e volle
solo salvarla, oppure morire. Invano i suoi lo chiamarono, non li sentiva più e si spingeva su
per le scale in fiamme come accecato. Sotto di sé, nel bagliore selvaggio, vedeva il giardino, le
gole e il fiume che scorreva rapido vicino al castello, simile a un serpente infuocato - si
allungava già verso di lei per afferrarla e portarla giù, quando lei lo spinse con forza giù dalla
torre; come bandiere al vento, le fiamme coprirono quel soldato coraggioso.
Subito dopo il palazzo crollò con fragore su amici e nemici - da allora la contessa non è stata
più vista».
Quando il lord ebbe concluso tutti tacevano; solo il barone, addormentatosi durante il
racconto, sobbalzò sulla sedia come spaventato da quel silenzio improvviso. «Beh - e poi?»
disse alla fine il principe, assai distratto. Il lord lo guardò meravigliato. «Cos’altro pretendete
dalla notte spagnola, dopo che è tramontata questa bella stella? Il resto non vale un racconto:
morto l’ufficiale, i pochi francesi sopravvissuti presero la fuga, terrorizzati; erano scomparsi
anche i miei guardiani. Io, nella riacquistata libertà, corsi subito verso il castello per vedere con
i miei occhi, se possibile, la contessa di cui avevo sentito tanto parlare - era troppo tardi. Quando giunsi sul luogo dell’incendio, sembravano levarsi dal suolo infuocato figure scure di
cavalieri, che frugavano con le spade tra le macerie riattizzando ovunque fiammelle azzurre.
“E’ bruciata anche lei” sentii dire a uno di loro. “Dunque, tutto non è stato che un sogno
meraviglioso!” esclamò un altro dolorosamente; poi si precipitarono nel bosco,
all’inseguimento dei fuggiaschi. - Più tardi sentii dire che gli oscuri compagni giunti a liberare
il castello dall’assedio facevano parte della legione anglo-tedesca».
«E non vedeste l’ufficiale che li guidava?» chiese ancora il principe. «Lo vidi solo di sfuggita
e da lontano, in quella notte violenta - rispose il lord, - nel mio reggimento però si faceva il
nome di un conte tedesco: Victor von Hohenstein».
«Suvvia, non vorrete davvero farci credere che la storia è vera», disse allora la principessa
alzandosi e dando così a tutti il segnale della ritirata. In quel momento si notò l’assenza della
contessa Juanna. Il barone disse che girovagava da più di un’ora, insieme a sua figlia, per tutti
gli angoli del castello e che perciò si era persa la storia di cavalleria spagnola. Afferrò allora la
corda di seta di un campanello e tirò prima con calma, poi con violenza sempre maggiore; ma il
filo di metallo era arrugginito per il lungo disuso e non ne voleva sapere di suonare; alla fine
urlò adirato in direzione della porta. Numerosi servitori con indosso vecchie livree consumate
entrarono allora precipitosamente e, tenendo pesanti candelabri, si posero alla testa del corteo
che il barone aveva aperto solennemente, tenendo la principessa per la punta delle dita; in
prospettiva, attraverso le porte a battenti spalancate, si scorgeva un baldacchino imponente con
pesanti tende di seta e sopra un pennacchietto. Anche gli altri si dispersero allora per l’intrico
dei corridoi, stringendo le loro candele; il tutto appariva dall’esterno simile a un foglio
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di carta che brucia, in cui le scintille vagano rapide e confuse finché l’ultima si spegne
all’improvviso.
E quando il palazzo piombò nel silenzio, il principe stava ancora con il lord alla finestra della
sala oscura e non smetteva di chiedere dettagli sempre maggiori sull’evento appena narrato.
Fuori il temporale era cessato, si vedevano ancora solo singoli lampi lontani; nuvole squarciate
passavano veloci sul cortile muto. Di colpo il lord sobbalzò: «Guardate là! E’ proprio lei, la
contessa selvaggia!». La luna era uscita di colpo dalle nuvole, illuminando per un attimo
Juanna ancora sul balcone, dalla parte opposta. - Il principe però chiuse svelto la finestra.
«Zitto, zitto - disse al lord meravigliato, che aveva lanciato quel grido senza riflettere, - non
rivelate a nessuno che la conoscete».
Capitolo undicesimo
Un castello meraviglioso che risplende da lontano, una variopinta corte principesca, degli
attori e un’innamorata nel verde - non c’è da sorprendersi se l’animo lieto dello studente Otto si
librava sull’incantevole bagliore autunnale dei boschi, cantando come un’allodola! - Anche
Fortunat rimandava la sua partenza di giorno in giorno; la misteriosa attenzione di cui
inspiegabilmente lo si onorava, in quel luogo, diventava sempre più evidente. Assomigliava a
uno straniero di passaggio che, prima che il postiglione dia il segnale della partenza, si è
appoggiato per alcuni istanti a un pilastro in teatro e, di colpo, si è accorto che sul palcoscenico
si parla di lui e che tutti gli sguardi gli si appuntano addosso in modo inquietante. L’enigma,
pensava, deve sciogliersi da un momento all’altro; voleva dunque aspettare almeno il primo
atto.
Le cose più strane, però, erano accadute a Dryander. La sua fama di poeta gli aveva aperto
tutte le porte del castello, ma l’aria di corte lo ghermì a tal punto che fu quasi per perdervi il
cappello e la testa. Il modo sfrontato in cui idolatrava se stesso, il suo spirito illuminato a tratti
dalla poesia accecò, confuse e animò ciascuno e, quando meno gli altri se lo aspettavano, il
principe lo assunse a corte. Gli attori pensarono: come buffone. Lui però prese la cosa molto sul
serio, aveva con sé un servo con cui litigava quotidianamente, si vestiva seguendo
accuratamente l’ultima moda, parlava agli attori esclusivamente in francese, lingua che quelli
non capivano e respingeva le risate di Lothario con profondo disprezzo.
Intanto anche il giovane e bel pittore Guido si era immerso sempre più profondamente negli
occhi dal taglio sottile di Kordelchen e scopriva ogni giorno nella fanciulla spavalda nuovi,
inauditi talenti, tenuti celati dalla meschinità del suo ambiente e di cui lei stessa ignorava
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l’esistenza. Pieno di buoni propositi, di sicurezza di sé e di fede giovanile nella virtù e
nell’amore, cominciò coraggiosamente a rapirla in volo con lui, lontano da quella sua vita
selvatica. - Un pomeriggio sedevano assieme nell’antico giardino ornamentale che circondava
l’alloggio degli attori. Lei faceva la calza, lui le leggeva il Tasso di Goethe. Tra le pareti verdi
degli alberi le valli fertili risplendevano in lontananza, farfalle variopinte svolazzavano sopra
aiuole fiorite e semiabbandonate; la sontuosità solenne dei viali; le erme dei poeti romani che
sorgevano qua e là in solitudine; più lontano, al di là delle cime dei faggi, il gaio castello del
principe - tutto contribuiva a farlo trascinare dalla sua bella poesia, che leggeva con ardore
sempre maggiore. «Com’è bella!», esclamò di colpo in quel momento Kordelchen, quasi triste.
Guido pensò: la principessa del dramma. Ma Kordelchen si riferiva alla contessa Juanna che in
quel momento stava passando nella parte superiore del giardino, stringendo un liuto. Anche lui
la guardò, finché scomparve di nuovo tra gli aranci; poi riprese la lettura, un po’ seccato. Ma la
sua allieva quel giorno era molto distratta. «Avete visto Lothario lassù, ieri sera? - lo interruppe
nuovamente - penso che volesse fare una serenata». Guido stava per scoppiare, annuì
rapidamente con un cenno del capo: era proprio al suo passo preferito e declamava con tale
fervore che era rosso in fronte. Quando però a un certo punto sollevò lo sguardo dal libro,
Kordelchen aveva abbandonato completamente il suo lavoro a maglia e aveva il grembo
coperto di asteri. «Lo ama - non lo ama - », diceva piano a se stessa, come sovrappensiero,
strappando i petali di un fiore dopo l’altro. Guido si alzò, chiuse violentemente il libro e se lo
infilò in tasca; i suoi occhi traboccanti di entusiasmo brillavano d’ira in modo assai attraente,
sotto i riccioli scuri che ricadevano a onde. «Giovane bizzarro!» esclamò Kordelchen
trattenendolo con un bacio caloroso. In quel momento passò Otto, che le lanciò un’occhiata
sprezzante. Lei di rimando gli lanciò tutti i suoi fiori e balzò poi rapida nel giardino.
A Otto non sarebbe potuto accadere, in questo momento, niente di più spiacevole di dover
assistere inaspettatamente a quella tenera scena. Si stava infatti recando, con il manoscritto di
una tragedia sottobraccio e il cuore palpitante, verso il vecchio palazzo degli attori, per leggerla
loro in vista di una sperata rappresentazione. - Trovò il signor Sorti e gli altri portavoce della
compagnia già riuniti davanti casa, intorno a una tavola rotonda, in una nuvola di tabacco e tra
alti bicchieri di birra. Distratto e con una parte dei suoi pensieri rivolta ancora a Kordelchen,
iniziò la lettura con voce incerta e quasi impaurita. Ma presto lo afferrò il flusso rapido della
propria poesia, scivolò lieto lungo le rive odorose, i vigneti e i castelli e dalla gioia silenziosa
delle ore, dei luoghi dove un tempo aveva scritto i suoi versi spirava di nuovo verso di lui una
brezza vivificante. Lesse perciò sempre meglio e con enfasi sempre maggiore, senza notare che
i volti dei suoi ascoltatori si facevano a poco a poco sempre più lunghi: uno sbadigliava di
nascosto con il naso, un altro guardava fisso il suo bicchiere di birra, con un sorriso di
circostanza. E alla fine della lettura ci fu un silenzio generale; si udivano
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frusciar le foglie degli alberi - una situazione in cui i pensieri di un giovane autore possono
gelarsi improvvisamente, come un ghiacciolo.
«Bello - molto poetico - prese infine la parola il signor Sorti, - ma rappresentare - » - «Nessun
pathos» saltò fuori Ruprecht. «Troppi cambiamenti di scena», disse un altro. - «Non una sola
uscita brillante». - «Ma insomma, cos’hanno a che vedere tutte queste diavolerie con la mia
poesia?» chiese Otto sorpreso e con poetica impazienza. «Migliorerà certo, carissimo - replicò
Sorti tranquillamente, - migliorerà certo pian piano, acquistando esperienza teatrale». Allora
tutti ficcarono il naso nel libretto e ognuno cominciò a criticarlo a modo suo. Il dialogo era
troppo fantastico, doveva essere rielaborato, abbassato di tono e reso più naturale. L’eroe
invece sembrava a tutti troppo semplice, la dama troppo innamorata. - Allora Otto non si
trattenne più, quella figura femminile era, per lui, davvero la più bella; come spesso accade ai
giovani poeti, si era innamorato di lei pian piano, scrivendo. «Ciò che di più grazioso, di
recondito, di vero e di buono conoscevo l’ho dato, e non cambierò una sillaba in tutto il
dramma!». Detto ciò scaraventò furioso il manoscritto sul tavolo e si diresse veloce nel
giardino; era già lontano, quando udì gli attori ridergli dietro.
In questo stato di forte commozione incontrò Lothario, che apprese rapidamente l’intera storia
e scoppiò in una gran risata. «Si può sapere perché ridete?» chiese Otto, suscettibile. «Perché
con questo evento fortunato - rispose Lothario - vi siete ritrovato, spero, sulla via più breve per
giungere a sbarazzarvi di tutte le fandonie teatrali». Otto lo guardò meravigliato. Ma Lothario
non si lasciò confondere. «Ma riflettete anche voi - proseguì, - cosa volevate, infine? Un tizio
grande e grosso che improvvisamente balza fuori e recita urlando: “Non temo la morte!” e
insieme una soffiata nel trombone o un paio di colpi con l’archetto su di un enorme
contrabbasso - e questo è un eroe. Una smorfiosetta un po’ innamorata, un po’ virtuosa e tutta
stretta nel busto, che parla in giambi e civetta con i palchi - questa è una donzella. Un sacco
pieno di trippa, che dopo mangiato fa della poesia per digerire e che in “Romeo e Giulietta” ha
bisogno di un melangolo dipinto, per immaginarsi in Italia: questo è il pubblico». - «E tuttavia replicò Otto dopo una breve pausa, - se tutti la pensassero così, la poesia drammatica dovrebbe
essere recitata per aria e i palcoscenici andare in malora». - «Sì, ed è quello che spero! - disse
Lothario. - I poeti non devono cedere, devono invece affamare poeticamente i teatri, lasciarli
languire pian piano nella loro noia e miseria e intanto, fuori, drammatizzare con audacia e
vigore il mondo intero, sul palmo della loro mano. Il pubblico non è stupido come sembra.
Quando si sarà abituato di nuovo alla bellezza originaria dei libri, costringerà anche i teatri ad
adattarsi. Dalla buona poesia antica può nascere un nuovo teatro; mai, però, una nuova poesia
dai desideri morbosi del pubblico e dalla pedanteria dei macchinisti teatrali. E soprattutto,
giovanotto - proseguì, - se volete diventare un poeta, e credo che ne possediate l’infelice
disposizione, allora dovete abituarvi una volta per tutte a poetare in campagna per un pugno di
eletti, senza chiedere niente agli altri. Prima di tutto, però, dovete separarvi qui da noi attori e
fanciulle, perché a chi si aggira in questo modo nel ripostiglio della
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vita si attaccano i pipistrelli ai capelli; sarebbe un peccato per la vostra capigliatura morbida,
bionda come la stoppa».
Otto era rosso di stizza come una fanciulla. Ma Lothario aggredì arditamente tutte le corde
della sua anima ferita, come un gelido vento mattutino. Otto lo aveva visto con i suoi occhi:
Kordelchen era infedele, l’impalcatura di legno della sognata fama teatrale era distrutta e, dopo
le esperienze di quel giorno, si vedeva ormai nudo e meschino. Ancora prima di giungere al
termine del giardino accadde dunque che Otto, con la foga di una risoluzione coraggiosa,
promettesse all’amico severo di partire subito, per vivere indisturbato nella regola severa dell’arte poetica. - Mancava però il denaro necessario all’attuazione di un proposito tanto
lodevole. - A questa osservazione Lothario ebbe un moto vivace e parve avere in mente una
proposta immediata, ma di colpo tacque. - Si trovavano di fronte alla porta di Dryander. «Alt! disse. - qui abita il giullare di Fortuna, busseremo a questa porta. Venite, presto!».
Così dicendo spinse l’esitante Otto dentro la casa. Un servitore li ricevette nell’anticamera e
fece per annunciarli. L’attore però lo spinse da parte sorridendo ed entrò senza indugi. La
stanza era immersa in una penombra artificiosa, provocata dalle tende di seta verde che
pendevano pesantemente fino a terra; una graziosa ara sacrificale di bronzo posata sul tavolo di
mogano diffondeva odori piacevoli; Dryander, in una veste da camera di fine percalle, riposava
negligentemente su un divano, tenendo in mano un foglio. All’ingresso dei due socchiuse gli
occhi con fare aristocratico, come non riconoscendoli subito; piegò e sigillò la lettera e chiamò
il servitore, suonando il campanello: «A Sua Altezza Serenissima, subito!». Poi si alzò e invitò
gentilmente gli ospiti ad accomodarsi sul sofà. - Lothario, appena si furono solennemente
seduti, espresse con devozione la gioia a lungo trattenuta per quella piacevole svolta della sua
fortuna. «Non mi ha affatto sorpreso, onorevole consigliere di corte - disse, - hai sempre avuto
mire elevate: nessuna soffitta era troppo alta per te, avevi sempre le prospettive migliori».
Dryander, fingendo cortesemente di non sentire, si voltò verso Otto senza rispondere e gli
assicurò una particolare simpatia per il suo bel talento, anche se, come amico, doveva
consigliargli di scegliere con maggiore attenzione le sue compagnie. «Proprio per questo - lo
interruppe Lothario - questo giovane ha preso una ferma decisione. Tu hai ricevuto ieri il tuo
stipendio e non ne hai bisogno; volevamo perciò pregarti rispettosamente di avere la bontà di
prendere questo giovane sotto la tua protezione - un piccolo prestito - a breve scadenza - vuole
andare in Italia». - «In Italia? - esclamò Dryander. - Nella divina terra - » - «Sì, dove, come
dice Goethe, fioriscono i limoni», lo interruppe Lothario. «Ho conoscenze qui a corte, forse
posso esservi utile - proseguì Dryander, - conosco anche molte persone di rango a Roma,
Napoli, il mio amico il duca...» «De’ Lazzaroni - disse Lothario, - un’antica famiglia, siete
parenti, credo». Otto si alzò rossissimo e indignato. «Mi spiace solamente - disse Dryander,
avviandosi anche lui, - che in questo momento urgenti impegni - mi farà comunque piacere se
prima della vostra partenza - » - «Carissimo consigliere di corte! - esclamò allora di colpo
Lothario, afferrandogli la mano, - danza ancora un
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minuetto con me». Dryander lo misurò con un’occhiata sprezzante. «O debbo pregartene
domani, davanti alla corte intera? Conosci già le mie armi» disse Lothario. Il consigliere di
corte cercò in fretta di suonare il campanello. «Balla» ripeté Lothario in tono minaccioso.
Allora Dryander si mise in posizione con un sorriso diabolico, Lothario cantò soddisfatto il
minuetto à la Vigano e, così, eseguirono graziosamente diversi giri sul tappeto colorato; era
buffo vedere come Dryander avrebbe voluto trafiggere l’avversario con lo sguardo, ogni volta
che si sfioravano con mosse eleganti. Poi Lothario, tenendolo per la punta delle dita, lo
accompagnò fino al sofà, fece un profondo inchino e si allontanò con l’imbarazzato Otto, che
non capiva cosa fosse successo.
«Abbiamo fatto del sano movimento - disse Lothario ridendo, una volta fuori, - ma Dio mio,
non fate quella faccia triste! Scrivete oggi stesso a Hohenstein per avere dei soldi; leale, chiaro
e schietto. Otterrete vile moneta a sufficienza; chi davvero vuole ciò che deve, può anche ciò
che vuole!». Con queste parole si addentrò di nuovo nel giardino. Otto rimase a lungo incerto e
silenzioso, poi si diresse in fretta verso la sua stanzetta solitaria, per seguire immediatamente il
buon consiglio. - Quando fu seduto di sopra, davanti alla finestra aperta, il tramonto dorato
danzava ancora allegramente in mezzo al fogliame sulla pagina bianca di fronte a lui. Spesso,
scrivendo, si alzava e si affacciava. Il sole del tramonto illuminava il paesaggio autunnale, gli
uccelli migratori sorvolavano la casa, tutto il suo cuore era pieno di liete promesse e con esse
prendeva il volo verso regioni magiche e lontane.
Intanto il principe faceva ritorno da una gita insieme a numerosi accompagnatori.
Cavalcavano tra le solitarie pareti rocciose lungo le fresche acque del fiume; i boschi ardevano
nello splendore variopinto dell’autunno. Sopra di loro, su di una roccia sporgente, scorsero
allora la contessa Juanna, piegata sul fiume tra fiori di bosco selvatici; i riccioli bruni le
coprivano la fronte e le guance. - «Lorelei ! » disse il principe come sovrappensiero ai suoi
accompagnatori, che guardavano in alto accecati.
Ma anche lui era ormai in suo potere e, quando tutti giunsero al castello, lui si era già
allontanato senza essere visto, addentrandosi frettoloso e confuso in quella arttraente solitudine.
Conosceva dalle sue partite di caccia i pochi sentieri battuti che conducevano alla cima; Juanna
balzò in piedi spaventata, quando lui apparve di colpo e cadde ai suoi piedi, coprendole la mano
di baci ardenti. Lei tacque e lo fissò a lungo. «Piano, piano - disse poi, - qui ci possono vedere
dal castello». Detto ciò gli afferrò la mano e lo condusse svelta fra i cespugli, su stretti dorsi
rocciosi e lungo dirupi scoscesi. Nel cuore di lui timore e speranza si alternavano come le
ombre del bosco. «Dove andiamo?» chiese infine meravigliato, poiché gli ampi spazi erbosi gli
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Salvatore Vigano (1769-1821) danzatore e compositore italiano.
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Leggendaria sirena che con il suo canto ammaliava e faceva naufragare i naviganti, cantata prima da Brentano
nella sua ballata Die Lore Lay (1802), ripresa poi in una popolare ballata da Heine e musicata da F. Silcher.
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sembravano ben noti e il tramonto vi giocava come un tempo. Così uscirono improvvisamente
fra gli alberi e, sotto alcuni abeti, scorsero una piccola casa con un giardino grazioso e
tranquillo. - Il principe fece per proseguire, spaventato. «Ci riposeremo qui» disse Juanna
trattenendolo. Ora lui fissava immobile in direzione della casa, come se sognasse. Una vecchia
cieca sedeva di fronte alla porta nella luce del tramonto; davanti a lei una ragazza bella e
pallida passeggiava cantando per il giardino. A un certo punto, di colpo scorse il principe e volò
dalla madre come una bambina spaventata, sedendosi poi sull’erba, ai suoi piedi. «Ma che
cos’hai?» chiese la cieca. La ragazza disse che un angelo camminava per il bosco nella luce
della sera, un altro gli stava accanto e gettava una lunga ombra sul bosco e le valli; «ah, ormai
si fa scuro, e lui non torna più!». Premette il viso in grembo alla madre e pianse lacrime amare.
Il principe distolse lo sguardo. Era la figlia del cacciatore, alla quale tanto spesso, in gioventù,
aveva fatto visita di nascosto. Il cuore le si era spezzato quando aveva riconosciuto nel suo
amore il principe; era folle ormai da molto tempo, lui l’aveva quasi dimenticata. - Il bagliore
della sera si affacciò ancora attraverso il bosco e la campagna apparve improvvisamente
sconosciuta, come trasformata. Gli occhi di Juanna brillavano di una luce quasi mortale, lui non
poté sopportarli oltre e scappò via, profondamente turbato, da quel luogo terribile.
Lei, invece, era entrata nel giardinetto; si rivolse in tono consolante alla cieca e alla sua povera
figlia e gettò loro in grembo, prima di andarsene, alcune monete d’oro. Allora la vecchia pregò
piano fra sé, poiché adesso anche lei credeva che un angelo fosse passato dalla loro casa, nel
silenzio della sera. - Intanto il pittore Albert, armato fino ai denti, saliva serio e silenzioso per il
bosco sul monte. Aveva visto prima la contessa sulle rocce, poi il principe che strisciava su di
nascosto e, valoroso come sempre, aveva deciso immediatamente di difendere l’innocente fino
all’ultimo. La notte era ormai calata, tutta la campagna al chiaro di luna sembrava come assorta
e, quando Juanna si trovò di nuovo nel castello, alla sua finestra, udì in basso il fiume
gorgogliare come sotto i colpi di un remo. Era Lothario, che passava in una barca e cantava; nel
vento della sera lei intese solo le seguenti parole:
Bagliori nell’oscurità lontana,
si ergono stupende le montagne,
solo i ruscelli brillano talora
che scorrono tortuosi nella valle,
io guardo lieto, e insieme spaventato
come nello splendere di un sogno agita quei tuoi riccioli scuri
e gli occhi neri, come questa notte.
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la guardia notturna sotto le finestre scosse la testa e con sua sorpresa vide, sulla roccia della
riva opposta, una lunga figura restare appoggiata alla sua spada per metà della notte, simile a
una sentinella dimenticata.
Capitolo dodicesimo
Un uomo può seguire a lungo i migliori principii con la rigidità di un pupazzo di neve, ma gli
allegri ruscelli primaverili, chiacchierini e dispettosi, gli scalzano di nascosto il posto da sotto un suono, il lieve volo di un uccello e costui cade a testa in giù, seppellendo di nuovo tutti i
buoni propositi. - Così accadde a Dryander.
Era una serata bella e silenziosa; la principessa passeggiava sola in una zona appartata del
giardino; sembrava inquieta, si fermava spesso ad ascoltare i canti degli attori in basso. Ma
l’astuta Kordelchen l’aveva già notata da lontano; Lothario, contrariamente alle sue abitudini,
non era presente all’esecuzione e lei era immersa nei suoi pensieri. Incontrò Dryander
all’entrata del parco e d’un tratto le balenò in mente un’idea. «Finalmente vi trovo! - gli
sussurrò misteriosa. - La principessa è là, vi aspetta. Ma fate piano» - disse portandosi il dito
alla bocca; e sgattaiolò di nuovo tra gli alberi, veloce. - La vanità rende stupidi. Dryander,
sorpreso, sfogliò rapidamente il libro delle fortune del suo impiego attuale; ogni foglio
frusciava come lo strascico della principessa. Allora comprese tutto - proprio così, si persuase
seriamente di essere da tempo pazzamente innamorato di lei. Così corse in giardino, tessendosi
intorno con fervore crescente il più assurdo dei romanzi e, quando la sua figura snella apparve
di colpo dinanzi a lui in un portico scuro, la investì, confuso e senza fiato, senza preamboli né
preparazione, con la più ardente delle dichiarazioni d’amore. La principessa, per il modo in cui
si era avventato su di lei, rimase dapprima sorpresa, poi sorrise delicatamente, in silenzio: non
le passò per la mente che costui potesse essere persuaso che lei lo amasse. «Tasso ! - disse
ammonendolo scherzosamente. - Qui non siamo a Belriguardo». Quando però fece per togliersi
il guanto, per porgergli la bianca mano da baciare, un raggio di luna tra le foglie le si posò sulla
fronte e la bocca. Allora apparve a Dryander, tutto sommato, già piuttosto attempata; d’un
tratto non gli piacque più e i suoi pensieri si inacidirono di colpo, come latte sotto vampe di
calore. «O Dio, principessa! - esclamò. 24
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Riferimento alla relazione tra Tasso ed Eleonora d’Este; al castello di Belriguardo si svolge il Tasso di Goethe.
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La notte è un fiore selvatico e meraviglioso che diffonde profumo inebriante; begli angeli
caduti si cullano sulle foglie e cantano in sogno le stelle che un tempo abitavano; frusciante tra
fritillarie e campanelle incantate, la vecchia serpe si attorciglia leggera verso l’alto; dalla sua
coroncina si levano scintille verde-dorate, vagano per l’intreccio di fiori e, sfiorati dal loro
riflesso, i volti appaiono bianchi come cadaveri, come adesso voi, principessa, al chiaro di
luna». Così, via via che parlava, il suo fervore e la sua indole tragica crescevano; parlò in modo
raccapricciante del peccato, era sempre più appassionato, selvaggio e straziante. La principessa
si sentì gelare nel profondo dell’animo. Ma si dominò e lo interruppe ridendo: «L’odore del
fiore notturno vi ha dato alla testa, andate a casa e fatevi un pediluvio». Poi si volse altezzosa
verso il castello.
Dryander rimase immobile, come colpito da un fulmine. Cercò allora di seguirla, di
trattenerla, nella confusione andò a sbattere invece contro un albero, perdendo il cappello. Si
definì con rabbia un angelo caduto, che disegnava sacrilego sulla parete l’innocenza che lo
aveva sedotto. Attraversò il bosco correndo come un’invasato, l’eco dell’ultima campana della
sera si perdeva in quel momento in lontananza, le fanciulle al villaggio cantavano davanti alla
soglia di casa. E quando d’un tratto si ritrovò fuori dal parco scorse al chiaro di luna, davanti
all’ultima capanna del paese, una bella fanciulla mai vista prima, sontuosamene vestita, seduta
sotto un tiglio. Aveva in grembo un bambino dai riccioli d’oro, un altro stava appoggiato alle
sue ginocchia e la guardava, tutti erano circondati da un ampio velo attraverso il quale, come
ricamate, brillavano le stelle. Gli parve come che il cielo fosse sceso, pietoso, su questa collina:
esausto, fuori di sé, si gettò sul prato ai piedi di lei, davanti a quegli occhi innocenti. «Oh,
vergine santa, pietà di me! - le parlò dal profondo dell’anima. - Proteggimi da questa caccia
spettrale in cui sono al tempo stesso il cane e la preda - redimimi dall’intima menzogna!». Lei
lo guardò seria, non poteva alzarsi a causa dei bambini. Ma lui non vi badò; come un malato
che fa un sogno beato le parlò ininterrottamente, offrendole infine la mano, commosso. Voleva
porla coi bambini su di un asino e scendere per le rocce del monte solitario nella fresca ombra,
lasciarsi indietro ogni cosa, dimenticare, dirigersi verso azzurre lontananze fino a raggiungere il
regno silenzioso dei cieli. - «Chi sono questi monelli?» si interruppe di colpo, allontanando
frettolosamente da sé il bambino che gli si avvicinava con le manine sporche. «Porto loro cibo
e medicine - rispose la signorina, - la madre giace malata in casa». - «Malata?!» esclamò
Dryander, balzando lesto in piedi e guardando impensierito verso la capanna, poiché aveva una
paura superstiziosa del contagio. Un servo con un piccolo paniere era nel frattempo uscito; la
signorina si alzò dal prato come liberata e si allontanò rapidamente, voltandosi di tanto in tanto
timorosa. - Lui udì però una risatina nel cespuglio vicino e gli sembrò di vedere una veste
femminile balenare tra i cespugli.
Era Kordelchen, che lo aveva seguito di nascosto. Ma dovette pentirsene: si era infatti appena
sistemata nel suo nascondiglio, quando Dryander vi si precipitò urlando come un ossesso e
finendo con la testa diritto fra le sue gonne. Balzò in piedi spaventata - un pipistrello, poiché
Dryander aveva perso il cappello nel bosco,
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gli si era impigliato di colpo fra i capelli e, avvinghiato lassù, guardava con occhi sbarrati dalla
testa del poeta. Questi urlò, Kordelchen inveì, nessuno voleva toccarlo; teste, domestiche e
bambini si affacciarono da ogni porta e finestra, i cani del villaggio iniziarono ad abbaiare;
Dryander se la dette a gambe confuso, la guardia notturna, che stava per dare il segnale, lo
seguì a grandi passi - giunse stremato a casa, dove, finalmente liberatosi di quel mostro
spettrale, andò subito a letto e si persuase di essere in fin di vita.
La bella vita è come una buona vernice, che l’aria cattiva non corrode; così anche la
principessa, dopo quella sera, era rimasta la stessa; non fece il minimo accenno all’accaduto,
aveva le sue buone ragioni. Dryander, non avendo più interesse per la cosa, aveva dimenticato
tutto già da tempo, fatta eccezione per la bella e dolce fanciulla davanti alla casetta. Costei però
altri non era che la signorina Trudchen, del solitario castello del barone. Il modo di fare allegro
e delicato dei nobili ospiti, durante la visita del principe, la aveva completamente abbagliata;
come dopo il tramonto, un bagliore sopravvisse a lungo nella sua solitudine e lei non smise più
di fare domande e di tenere il broncio, finché alla fine il padre la mandò per alcune settimane
dal capo delle guardie forestali del principe, loro parente, ad educarsi. - Dryander, da allora,
fece visita al capo delle guardie ogni sera, regolarmente; disputava con i possidenti che vi si
riunivano spesso, beveva molto e perseguitava la signorina con vera furia poetica. Si trascinava
dietro instancabilmente dei libri per lei: Goethe, Shakespeare, Calderon, Cervantes; e lei
doveva leggere in un baleno, la sua ignoranza lo attirava sempre di più. Tutto era così nuovo,
per lei; nella casa tutti avevano un grande rispetto per le conoscenze del giovane, che li irretiva
completamente con la sua natura passionale. - Gli attori in segreto se la godevano enormemente
e, una sera, quei mattacchioni di Ruprecht, Kordelchen e Fabitz si recarono da lui uno per uno
con fare solenne: chi portando una poesia, chi un grosso mazzo di fiori si congratularono per il
suo matrimonio con la signorina, che doveva aver luogo il giorno seguente. Lui sobbalzò e
corse subito dal capo delle guardie forestali. - Era ormai troppo tardi. Trovò in casa uno strano
trambusto, si pulivano specchi e lampadari, erano giunti ospiti dalla campagna e se ne
attendevano altri. In giardino vide ardere sotto un susino un fuoco cupo, davanti al quale si
muovevano figure scure. Si diresse in fretta in quella direzione e trovò la sua Trudchen, con un
grembiale allacciato e le maniche rimboccate, che lavorava alacremente davanti al forno in cui
si spingevano in quel momento dei dolci. Incuriosito e servizievole fece per aiutarla, per sapere
qualcosa di più. Ma lei non aveva tempo, era intralciata nel suo lavoro, gli passò vicino un paio
di volte e lui divenne, da un lato, tutto bianco di farina. «Su, su - disse lei, poiché l’altro
spolverava via con cura la farina, - non è poi il vostro vestito nuziale». - «Davvero! - esclamò
lui. - Dove lo vado a prendere uno migliore, entro domani?» - «Venite con questo - replicò lei e portate con voi una graziosa poesia». Lui, dato che le fanciulle guardavano dentro il forno,
fece per afferrarla lesto e darle un bacio. Ma lei aveva appena inzuppato il mestolo in una
pentola piena di marmellata di prugne e glielo passò veloce sulla bocca.
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«Domani!» disse ridendo e corse verso casa. La seguì con lo sguardo - gli sembrava che
volasse tra gli alberi come una piccola strega a cavallo del mestolo.
Il giorno dopo era sul prato per tempo, vestito di tutto punto e con un gìbus sotto il braccio.
Nella casa del capo delle guardie sembrava che tutti dormissero ancora; entrò, non visto, nel
padiglione silenzioso. Una lunga tavola era già apparecchiata a festa, dolciumi colorati
rilucevano tra i tovaglioli ripiegati ad arte, nel mezzo stava un’antica e sontuosa alzata, con
alberelli di melangolo di cera e statuette di déi di porcellana, che nella base a specchio si
riflettevano come in uno stagno. Passeggiò incuriosito su e giù, assaggiando da ogni piatto. Poi
andò in giardino, per ripassare velocemente il discorso che avrebbe tenuto al banchetto nuziale.
Gli uccelli però cantavano beffardi e i pioppi snelli si piegavano al vento mattutino davanti a
lui, come per congratularsi. Da una collina coperta di vegetazione poteva vedere proprio dentro
la casa della sua amata. Là era sorta intanto una grande animazione, vide i cugini e le cugine
raccolti in pompa magna, nuove figure apparire senza posa alle finestre, un elegante balenio di
corse e inchini; da fuori furono portati in casa pasticcini e un alto dolce a tronco d’albero,
accompagnato dalle grida gioiose dei giovani del villaggio che si recavano a scuola. Fino a quel
momento non aveva riflettuto bene su ogni cosa, ma in quel momento lo prese una paura del
matrimonio che crebbe a poco a poco, irresistibile; quando fece per svoltare in un viale, scorse
all’altro capo due vecchie dame che con aria solenne gli venivano incontro in fruscianti vestiti
di taffetà. Allora si girò rapidamente e scappò a gran balzi per il giardino, senza fermarsi, e
attraversò poi il villaggio in direzione dei monti; gli sembrava che il dio Imene lo inseguisse e
gli battesse in capo la sua fiaccola, facendogli sprizzare scintille scoppiettanti negli occhi.
Intanto in casa c’era baldoria: era il compleanno del capo delle guardie, nessuno pensava a un
matrimonio. Trudchen si affacciava spesso alla finestra e se ne allontanava sempre arrabbiata,
poiché Dryander non arrivava ancora. Anche il barone, che non mancava mai alla festa, era
ansioso di vederlo, dato che il capo delle guardie gli aveva già parlato del suo amore per
Trudchen, della sua posizione redditizia e delle sue importanti relazioni a corte e il barone,
nella sua disperata condizione finanziaria, pensava già di trovare alla figlia un marito e a se
stesso un tetto, prima che il suo gli crollasse sul capo. Ma inutilmente si mandarono più volte
servitori a casa di Dryander; alla fine ci si sedette a tavola, il tono di voce andò pian piano
crescendo, nel chiasso volavano già tra i ragazzi caramelle e sguardi carichi di significato,
salutati dallo scoppio delle bottiglie di champagne quando d’un tratto, dai servitori del castello
giunse voce che il consigliere di corte era scappato ed era stato visto lontano nel bosco,
sontuosamente vestito. Nessuno riusciva a dare una spiegazione, poiché gli attori, che non si
erano aspettati un esito simile, ben si guardarono dal rivelare ciò
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Cappello a cilindro, con cupola retrattile, lanciato dalla moda parigina intorno al 1830. Prende nome
dall’inventore.
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che avevano messo in testa a Dryander. - Trudchen però si alzò di colpo e uscì, rossa fino alla
radice dei capelli. Allora apparve tutto molto chiaro, tutti gli sguardi si rivolsero a lei che
usciva, le ragazze si bisbigliavano furtive nell’orecchio e il barone le corse dietro, poiché c’era
ancora da ballare. Ma la signorina era come mutata: imbronciata e ritrosa, non volle assolutamente far ritorno alla compagnia. Lei lo sapeva bene, diceva, la mediocrità di questi uomini
prosaici aveva scacciato il consigliere di corte. Non le interessavano più quelle persone
ignoranti, ormai conosceva un mondo ben diverso! - Il barone le dette della pazza svitata. Poi,
colmo d’ira, fece attaccare i cavalli nella confusione generale, la spinse in carrozza e giurò a se
stesso che quel mascalzone, il consigliere di stato, avrebbe dovuto prendersela o lui gli avrebbe
tirato un colpo in testa!
L’accaduto non fu funesto per nessuno quanto per Lothario, dato che il dottore era per lui da
tempo come un parafulmine, su cui era solito sfogare allegramente la sua arguzia e la sua
rabbia. Passeggiava con Fortunat in giardino, parlando della strana fuga, quando d’un tratto
Otto si fece loro incontro con gli occhi che brillavano. «Buone notizie da Hohenstein!» gridò
già da lontano, tenendo alta nella mano una lettera. Oltre ogni aspettattiva, aveva ottenuto non
solo l’approvazione dell’amministratore ai suoi progetti, ma anche una considerevole somma
che sembrava più che sufficiente per compiere comodamente il viaggio in Italia. Vi era allegata
anche una lettera di Walter per Fortunat, che la aprì subito con grande gioia.
«Il nostro Otto - scriveva il bravo amico - ci ha fatto un resoconto dettagliato del vostro strano
incontro e della poetica vita alla corte del principe. Scrive in modo estremamente vivace e a
tutti noi è sembrato di trovarci in mezzo a voi, nei palazzi e nei viali verdi e di vedere e udire
ognuno muoversi e parlare alla sua maniera, questo Lothario, Kordelchen e anche te. Ogni sera
a Hohenstein, dopo aver sbrigato ogni incombenza in casa e nei campi, sediamo sotto i tigli
davanti all’ingresso e io debbo leggere più volte la lettera, ad alta voce e chiaramente, finché
sopra di noi non sorge la luna. Così anche tu, benché lontano, sei in mezzo a noi, perché una
notte silenziosa e illuminata dalla luna ha già di per sé qualcosa di sognante e avvicina al cuore,
come per magia, persone e luoghi lontani e amati.
Come siete fortunati, voi poeti! Alla vostra magica sensibilità tutti i luoghi dove camminate si
schiudono, come la nascosta bellezza del mondo si schiude consenziente e fiduciosa
all’innamorato; a ogni passo i cerchi si allargano, ciò che è lontano ed oscuro si fa
comprensibile e vicino, benevolo, e nuovi orizzonti sorgono prodigiosi, sempre più distanti e
più belli. Quante cose ti sono accadute, da quando ci siamo separati! - A me succede
esattamente il contrario. Man mano che vado avanti, il cerchio si fa sempre più stretto e gli
orizzonti che mi attirarono in gioventù impallidiscono e scompaiono pian piano. - Credo però
che debba essere così. In modo più pacifico di quanto tu possa immaginarti ho riconosciuto,
alla fine, il mio posto nel mondo e ho preso congedo dalle nobili illusioni. Mi riconosco
modesto e limitato, e sono contento così. Il vostro compito è immenso, intricato e sfugge
facilmente al vostro controllo. Il mio impiego, al contrario, è semplice e
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sempre chiaro, e credo che anche il fatto di vedere chiaro in se stessi abbia una certa
importanza.
Se non posso venire con voi di persona nel bel paese della poesia, come un tempo sognavo
ardentemente, voglio almeno aiutare sinceramente i poeti, come e fin dove posso. Così alla fine
sono anche riuscito a rappacificare Otto con i suoi tutori, poiché penso che sia in gioco un
considerevole talento. Non credere però che sia stato tanto difficile. Una volontà retta e forte fa
miracoli ovunque. L’improvvisa decisione di Otto di abbandonare il paese natio ha messo,
oserei dire, sottosopra l’opinione che finora si aveva della questione, dando un indirizzo
completamente nuovo all’immaginazione della gente di Hohenstein. All’amministratore piace
tanto più il coraggio di Otto, quanto meno aveva creduto al suo comportamento dolce e quieto.
La brava madre, invece, adesso si rallegra segretamente di poter vedere stampato il nome di
Otto, o addirittura il suo ritratto, sulla copertina di un libro.
Ti stupirai, probabilmente, della somma ingente che mandiamo. Ma non è denaro nostro. Otto
ha illustri benefattori - di più, per adesso, non posso rivelarti.
Questo è un periodo felice. Appena risolta questa faccenda di Otto nel modo desiderato, ho
ricevuto notizia dalla città che mi è stata concessa la redditizia carica di giudice qui a
Hohenstein, a lungo desiderata tra dubbi e speranze. Adesso niente è più di ostacolo al nostro
matrimonio. - Proprio ora Florentine sta guardando il foglio da sopra la mia spalla e mi tappa
veloce la bocca con la mano, perché non spifferi tutto. Ma siccome continuo a scrivere, se ne va
e non ti saluta nemmeno. - Sto scrivendo in giardino, nello stesso luogo dall’ampio panorama
dove tu, ogni mattina, eri solito leggere o comporre versi. Ma i campi, a valle, sono ormai
deserti; nelle aiuole vicine spiccano solo gli asteri e le foglie sugli alberi si colorano e cadono.
Questo fatto mi ha sempre spaventato, ma questa volta mi dà uno strano senso di piacere,
perché in casa, attraverso le finestre aperte, vedo la mamma scuotere con cura le piume del letto
della promessa sposa; il falegname ha aperto la sua allegra bottega e intaglia le doppie finestre
per la nostra futura dimora e io, nei miei pensieri e con intimo piacere, arredo la casa per
l’inverno - che battano pure ai vetri la pioggia e la neve! Ma tu non comprendi questi
sentimenti, vero? - Beh, Dio sia con te, caro amico, e ti guidi nel tuo lungo cammino verso la
fortuna e la felicità, che io ho trovato qui, nel cammino più breve».
Fortunat ripiegò la lettera provando una strana sensazione, gli sembrava di essere immerso nel
tramonto silenzioso. Davanti a lui, Otto stava insieme a Lothario sul pendio e guardava
inebriato l’orizzonte lontano, verso il quale, ormai, sarebbe presto partito.
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Capitolo tredicesimo
E dove nessun viandante è mai passato,
alte sopra cavallo e cacciatore
le rupi strapiombano al tramonto
quasi come di nuvole un castello.
Là, tra torri merlate ed alte cime,
garofani selvatici circondano
le belle donne del bosco, che sedute
intonano nel vento il loro canto.
Guarda verso il castello il cacciatore:
«di quella dama sono innamorato!».
Salta giù dal cavallo che si adombra,
nessuno sa che cosa ne sia stato.
Così cantava Lothario, appoggiato al suo fucile su una altura verdeggiante. Fortunat salì fino a
lui e, insieme, videro al di là del bosco risplendere già cacciatori e cavalieri: il principe aveva
organizzato una nuova, grande caccia d’addio, prima che tutti, in vista dell’inverno, tornassero
a rifugiarsi in città.
«Non hai visto la promessa sposa?» chiese Lothario guardandosi intorno, inquieto e furtivo.
«Intendi la contessa Juanna - allora ne hai sentito parlare anche tu? - rispose Fortunat. - Lo
tengono nascosto a me, e poi lo sanno tutti i cacciatori. Ho udito solo stamattina che lo sposo,
un certo barone Manfred, è atteso oggi stesso per la caccia». - «E’ un giorno meraviglioso per
sposarsi - disse Lothario, - i filamenti della Madonna se ne volano via con la tarda estate,
come se tutte le tardone si fossero strappate i capelli e li avessero dispersi per aria: così qualche
cavaliere vi resta impigliato con gli speroni. Fate attenzione, il groviglio sarà notevole!». Così
dicendo strinse forte la mano di Fortunat e scese rapidamente a valle.
Fortunat lo guardò meravigliato, poi tornò a seguire la caccia che continuava tra i monti con
divertimento crescente. Così, presto si perse nel labirinto dei boschi e giunse infine in una gola
verdeggiante, sulle cui pareti rocciose cresceva ovunque edera selvatica. D’un tratto un cervo
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“Altweibersommer” nel testo originale. Il gioco di parole è dato qui dai tre significati del termine. Il primo è
“tarda estate”, “estate di San Martino”; il secondo è “i filamenti della Madonna”, sottili tele di ragnetti di prato
che il vento, soprattutto in autunno, trasporta nell’aria e fa brillare al sole; il terzo significato è quello del
termine “Altweiber”: “donne vecchie”, “vecchie zitelle”.
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eruppe dal folto del bosco, aveva alle calcagna una muta di cani e, dietro, Juanna. Il nobile
animale, scorgendolo, si fermò ansimante e si gettò di lato nel dirupo, dove i cani e la
cavallerizza non poterono seguirlo. Allora Juanna si fermò di colpo, sovrastando Fortunat in
quella selvaggia solitudine; i cani si distesero ai suoi piedi, assetati. «Vedete, è libero - disse lei,
scuotendo via i riccioli bruni dalla fronte accaldata, - e a voi sarà più facile acchiappare un
cervo nel bosco, con i vostri sguardi innamorati, che me! Che volete da me? Smettete di
corteggiarmi, io sto benissimo libera come sono. Qualunque progetto accarezzi la principessa,
io non sarò mai vostra né di nessuno - state attento, sarebbe la morte di entrambi!». Detto ciò
volse il cavallo e i vecchi alberi, scuotendosi, cosparsero di foglie gialle la bella figura, come
una pioggia dorata. Fortunat era assai turbato, intorno a lui le sorgenti nel bosco gli sembravano
parlare una lingua confusa; non gli sarebbe potuto accadere niente di più inaudito che dover
essere proprio lui, lo sposo! - Intanto Juanna si era voltata verso la cima del monte, il suo animo
sembrò agitato da un’idea improvvisa. Conosceva il sentiero nel bosco che conduceva a un
monastero al di là del monte, la cui badessa era sua parente. Voleva recarvisi quello stesso
giorno e aspettare che l’inverno risoprisse i monti, i pretendenti e gli innamorati. Ma mentre era
immersa in questi pensieri, improvvisamente vide sopra di sé un camoscio saltare a grandi balzi
da roccia a roccia, al di sopra delle cime degli alberi. Era qualcosa di nuovo, non poté resistere
al pericoloso desiderio. Un vecchio cacciatore che si era arrampicato fino a quel luogo solitario
stava facendosi largo tra i cespugli: diede a lui il cavallo, perché lo custodisse fino al suo
ritorno e, prima che costui potesse metterla in guardia, era già scomparsa tra le rocce.
Scalò le rupi simile a un’agile pantera, il timido animale la attirò sempre più in alto. Il
desiderio cresceva con il pericolo, da tempo non si sentiva così felice e fu sorpresa, quando
vide d’un tratto sopra di sé una parete rocciosa come arroventata: era il riflesso del sole al
tramonto, che proprio in quel momento scendeva al di là delle buie foreste. Aggrappandosi con
una mano a un cespuglio guardò in basso, oltre il ciglio del dirupo: le valli già si oscuravano,
molto lontano udì suonare la campana della sera e pensò che provenisse dal convento. Prese in
fretta quella direzione ma, nel groviglio degli sterpi, non riusciva a capire dove stesse andando;
altri precipizi si spalancarono e finì per trovarsi in spaventosa solitudine, come qualcuno
dimenticato, la notte, tra le guglie e le statue di pietra di una cattedrale sconosciuta. In tale
pericolosa situazione le venne in mente di sparare un colpo di fucile, come segnale. Con gioia
vi fece seguito un altro sparo, nelle immediate vicinanze. Subito dopo udì dei passi salire per i
detriti malfermi e, all’improvviso, una figura alta e snella apparve tra le rocce - era Lothario.
«Questa è una zona pericolosa - disse questi - e sta per calare la notte; per fortuna conosco bene
i sentieri e la direzione giusta». Ma la contessa, vedendolo, assunse un atteggiamento
stranamente ostile: era l’ultima persona che avrebbe creduto di incontrare e, prima che lui
potesse impedirlo, inaspettatamente lo respinse e saltò su una roccia che sporgeva sul
precipizio, isolata e obliqua. Un brivido attraversò Lothario: un solo passo falso e sarebbe
scivolata nel burrone. - Calcolò con sguardo sicuro il proprio vantaggio e, con una rapida
decisione, la afferrò di colpo, tenendola avvinghiata recalcitrante al suo braccio. Spaventata,
sorpresa, non capiva cosa
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le stesse accadendo e lo guardava negli occhi, furiosa e meravigliata. Lui la portò giù di roccia
in roccia, nel crepuscolo, lungo il ciglio spaventoso di precipizi scoscesi mentre lei, avvinghiata
al collo per il terrore, lo avvolgeva coi suoi riccioli inanellati. Così tacquero a lungo entrambi.
In quel momento la luna sorse splendida sui boschi. Lothario guardò quella solitudine
meravigliosa e disse tra sé: «Così l’ho visto, talvolta, nei miei sogni». Juanna invece si
guardava intorno furtiva: il luogo le era completamente sconosciuto; le nuvole volavano alte, in
basso le vallate rilucevano quasi familiari, come le valli in Spagna. Pensò alle belle notti estive
tra i guerriglieri. - D’improvviso si arrestò: vicino a loro stavano due cavalli sellati e, prima che
potesse riprendersi e fare domande, Lothario la sollevava già su di uno dei due. Lui balzò poi
sull’altro e rapidamente attraversarono il bosco illuminato dalla luna, in quella notte stellata e
silenziosa.
Allora un terribile presentimento attraversò il cuore di Juanna come un fulmine improvviso;
non riuscì a pronunciare parola, rifletteva cupa su ciò che le appariva incredibile mentre
boschi, valli e paesi lontani le passavano accanto come in volo, misteriosi. Lothario era come
trasfigurato. «Juanna! - le si rivolse dal profondo del cuore. - guardati attorno, la terra è bella e
silenziosa come una prima notte nuziale! Devi abitare libera in un alto castello, dove i cervi
pascolano solitari sulle pareti dei precipizi. Là, nelle notti d’estate, riposerò sotto la tua finestra
aperta e canterò nei tuoi sogni finché le stelle si spegneranno e la prima allodola, alta nell’aria
silenziosa, prenderà il mio posto. E se quando le foglie cadranno e gli uccelli migreranno tu
avrai nostalgia di casa, guardando dal castello i boschi solitari, ti condurrò lontano per i monti,
povera straniera! Viaggeremo per mare lungo coste scintillanti, finché i suoni della tua lingua
madre ti giungeranno come uccelli variopinti e meravigliosi e la tua patria bella e severa
emergerà dalle acque: giardini profumati, monti e castelli moreschi che giocano nei flutti ebbri
- oh Juanna, mi sembra come di vedere l’alba da una montagna elevata!».
Così parlava colmo di gioia, mentre cavalcavano. Ma Juanna restava silenziosa; nella gola
vicina un fiume mormorava e lei gli porgeva ascolto, di tanto in tanto. D’improvviso l’acqua
balenò tra gli alberi scuri, allora lei tirò con violenza il cavallo da un lato, lo spronò e si gettò
nel fiume. Spaventato, Lothario si precipitò dietro a lei e la vide con i capelli sciolti, simile a
una ninfa, scivolare tra i flutti, immergersi e riemergere di nuovo. Alla fine riuscì ad afferrarla.
Rimase immobile sulle sue spalle, i suoi riccioli bagnati le coprivano gli occhi e la fronte.
Estenuato, si lasciò cadere con la sua preda sul prato della riva opposta, ascoltando piegato su
di lei in un silenzio terribile - ma non respirava più, muta e pallida nella bellezza severa della
morte.
Tutto si era risolto in modo ben diverso da come avevano immaginato gli allegri cacciatori.
Fortunat, quel giorno, aveva abbandonato la caccia prima di sera e aveva vagato per molti
giorni da solo nel bosco, per esplorare a proprio piacimento le belle montagne. Quando ritornò,
trovò con suo stupore tutto deserto. Il tramonto illuminava il castello e il giardino, da un’ala
provenivano ancora i singoli, lunghi rintocchi di un carillon. Al fruscio dei suoi passi sulle
foglie secche,
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il vecchio guardiano addormentato sui gradini di marmo davanti al castello sobbalzò
spaventato. Da lui apprese che la contessa Juanna, durante la caccia, si era arrampicata sulle
rocce ed era stata vittima di una disgrazia, due pastori l’avevano vista al chiaro di luna, nel
fiume, nuotare e combattere contro il genio delle acque. Il giorno immediatamente seguente, il
principe aveva lasciato la residenza con tutto il suo seguito; anche la compagnia degli attori
aveva ripreso il suo viaggio. Di Lothario non sapeva nulla. - In quella solitudine improvvisa,
Fortunat provò una paura profonda e decise di partire il giorno stesso per la cittadina più vicina
e poi, senza ulteriori fermate, per l’Italia. - Quando si rimise in viaggio calava ormai l’oscurità;
in lontananza, sui monti, scorse una silenziosa colonna di fiaccole: era il cadavere di Juanna
che veniva portato alla residenza. Così, spesso, un brivido ammonitore attraversa le gioie degli
uomini, affinché ricordino che la bella terra è data loro solo in prestito.
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LIBRO SECONDO
Capitolo quattordicesimo
Su di una delle più recondite gole della Svizzera la notte mormorava piano, un ruscello scendeva
solitario tra le rocce e chiacchierava furtivo, approfittando del sonno degli uomini, con la
banderuola della misera locanda del bosco, nel fondovalle silenzioso. Laggiù, nel fienile della casa,
un giovane si risvegliò confuso. Era Fortunat che, nel suo viaggio in Italia, aveva raggiunto a tarda
sera la locanda e si era arrampicato volentieri su quel giaciglio ventilato, dato che le poche camere a
disposizione dei clienti erano state già occupate da altri viaggiatori. Là un sogno lo aveva destato:
improvvisamente gli era parso che una voce ben nota lo avesse chiamato per nome, dabbasso.
Ascoltò, ma non si udiva alcun rumore. Fuori brillavano ancora le stelle, si sedette perciò nel vano
dell’abbaino aperto, sui pioli più alti della scala e vide, sotto la luce chiarissima della luna, l’arco
dei ghiacciai, ampio e silenzioso sui boschi. Solo il rimbombo cupo di una valanga echeggiava, di
tanto in tanto, in quell’immensa solitudine.
Solo allora notò la struttura complicata e bizzarra della locanda; osservò insonnolito i piccoli
ballatoi di legno, gli angoli e i bovindo quando all’improvviso, nella ala vecchia della casa
un’imposta si aprì e una donna apparve alla finestra, completamente avvolta in un lungo velo.
Fortunat aguzzò lo sguardo e fu attraversato da un brivido - erano il cappello, la veste da amazzone,
la figura e il modo di fare della contessa Juanna! - La luna risplendeva sulla sua cintura come allora,
durante la caccia; poi, rapidamente, la finestra si richiuse. Subito dopo, però, vide l’oste condurre
nel cortile due cavalli sellati; la dama uscì dalla casa insieme a uno sconosciuto, tutto si muoveva
lentamente
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e in silenzio come le nuvole nella notte; bisbigliavano segretamente tra loro e con l’oste che d’un
tratto gli apparve spettrale anche lui e, prima che potesse riaversi, tutta la scena era svanita come un
corteo di morti tra le rocce e gli alberi, sotto la luce cangiante della luna.
Fortunat era abbagliato come da un lampo notturno; scese in fretta la scala, il cortile era deserto
come se non fosse accaduto nulla ma, con sua meraviglia, udì a una certa distanza nel silenzio uno
sferragliare d’armi. “I morti duellano in cielo, adesso?” pensò; e si diresse in fretta da quella parte.
Là, facendosi largo tra i cespugli, scorse due uomini impegnati in uno scontro violento, sul prato
illuminato dalla luna. Le figure, i vestiti e il modo di fare gli sembravano, quanto più li osservava,
familiari. «Per Dio, pazzi che siete - esclamò infine, - che vi è preso di nuovo!», perché aveva
riconosciuto chiaramente il lord allampanato e il pittore Albert, del castello di caccia del principe.
Appena i duellanti lo videro, ognuno dei due fece solennemente un passo indietro, abbassando la
punta della spada e inchinandosi davanti all’altro con un gesto rapido e severo; poi il lord, così
infervorato da non trovare il tempo di sorprendersi o salutare, si precipitò su Fortunat. «Decidete
voi stesso - esclamò - e lo ribadisco, ora e sempre: non c’è alcun imperativo categorico, la virtù non
è che il primo battito d’ali della libertà originaria dell’anima, l’intuizione dell’elemento spirituale
primigenio, il quale è tanto poco spiegabile con la generosità e la castità che - » - «Assolutamente
no! - si oppose Albert, profondamente indignato. - c’è una legge morale assoluta, la virtù, che non è
certo una vuota parola!». - «Ma insomma, ditemi, che c’è? Che succede?» li interruppe infine
Fortunat, estremamente sorpreso; e a poco a poco apprese dai due litiganti, attraverso singole frasi
confuse e sconnesse, che entrambi, nella salda convinzione del rapimento di Juanna da parte di
Lothario, quella sfortunata sera in cui la contessa risultò dispersa avevano abbandonato la caccia,
giurando che l’avrebbero riportata indietro o non sarebbero più tornati. Molto presto, così dicevano,
trovarono le tracce dei fuggiaschi, seguendole fino a questa locanda solitaria. «E ora che siamo alla
meta - proseguì il pittore - questo signore lascia cadere d’un tratto la maschera del generoso e vuole
rapire la contessa per sé. Ma con questa spada, consacrata nel grande anno di guerra 1813, io
difenderò la castità di quella dama contro qualunque rapitore, sia egli un attore tedesco o un lord
inglese!». E a queste parole si avventarono di nuovo l’uno contro l’altro, eseguendo guardie e
stoccate con abilità e puntigliosità ammirevoli.
All’improvviso il grasso oste uscì di casa furioso, precipitandosi verso i duellanti: aveva sulla testa
una tavola rovesciata, sembrava un toro con quattro corna; le spade sguainate percossero con un
rumore sordo la sua pelliccia da notte di pelle di bue. «Per mille parlamenti - urlò, - Villanzuomini,
lords e maggiori o tenenti colonnelli che siate, mi domando e dico! Non ci guadagno mille libbre di
stelline, con questo scandalo: mi fate scappare i clienti migliori, col vostro tintinnio di spade. E
questa dovrebbe essere una serenata
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per una bella contessa straniera!» - «Contessa! E’ già partita? Per dove?» lo interruppero allora i
duellanti, riponendo lesti le spade nel fodero. «Straniera? - balbettò Albert per l’eccitazione. - che
lingua parlava?» - «Invero, mi pareva proprio arabo» replicò l’oste; e conducendoli entrambi con
fare misterioso verso la stalla sembrò descrivere loro della straniera in tutti i dettagli. Fortunat poté
solo ancora notare che il furbacchione indicò loro una direzione del tutto diversa da quella che la
dama aveva preso. - Quando tornò indietro, anche Fortunat volle chiedergli notizie più precise sulla
contessa. Ma il furbo grassone non si fece menare per il naso, gli parlò di notti folli, di spiriti e
streghe volanti e introdusse il mattino con tale chiasso che il cane in cortile abbaiò e servi e
cameriere uscirono da ogni angolo. Nella confusione, Fortunat udì d’un tratto litigare dalla parte
opposta il lord e il pittore, ma prima che potesse chiamarli si erano dileguati nella sottile nebbia
mattutina, con i loro ampi mantelli da sentinella di taffetà che scendevano fino alla caviglia e da cui
i cavalli inglesi allungavano fuori, in modo singolare, i loro colli sottili.
Rimase per un po’ incerto, poi corse anche lui a pagare il conto, balzò a cavallo e imboccò il
sentiero nel bosco che la misteriosa apparizione aveva preso prima dell’alba. Cavalcò tutta la
mattina, ma non la ritrovò più.
Capitolo quindicesimo
Il sole era appena calato sopra Roma quando Fortunat, gingendo dai monti, entrò in città nel fresco
della sera. Solo una striscia di mare in lontananza e la croce sulla cupola di San Pietro ardevano
ancora di luce riflessa; e poi il suono di innumerevoli campane, e giardini, palazzi e colli solitari
sparsi come per magia - gli sembrava come di entrare in una magnifica fiaba. «Ecco là !» esclamò
di colpo il suo vetturino , fermandosi. Si trovavano di fronte a un grande, antico palazzo che
sembrava in parte disabitato e che, nel crepuscolo, si affacciava malinconico su una piazza solitaria,
dove l’erba alta spuntava dal selciato
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In italiano nel testo.
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In italiano nel testo.
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e una fontana mormorava instancabile. Era la casa del marchese A., dove amici viaggiatori avevano
procurato alloggio a Fortunat.
Un vecchio servitore, scrutando con sguardi rapidi e attenti lo scarso bagaglio di quel viaggiatore
modesto, lo condusse su per l’ampia scalinata di marmo, scusandosi con gran profluvio di parole
per l’assenza del marchese, che proprio quel giorno faceva ritorno dalla campagna e non avrebbe
trascurato di riparare il giorno successivo alla mancata accoglienza.
Le prime ore in una grande, sconosciuta città sono tra le più solitarie di una vita; anche Fortunat fu
attraversato dalla sensazione di trovarsi soltanto adesso in terra straniera. Si smarrì completamente
in quelle stanze alte e, per la noia, appena il servitore si fu allontanato si mise ad osservare i fregi in
stucco sui soffitti, le sedie pesanti all’antica, i lunghi specchi dalle cornici dorate e anche i quadri di
caccia appesi alla pareti intorno, che rappresentavano cavalieri in fogge strane: metà di essi erano a
cavallo, l’altra metà erano zerbinotti che inseguivano un cervo con audacia galante e dame giovani e
belle in crinoline, sotto una lussuosa tenda nel bosco, che stringevano corni da caccia e ai cui piedi
il fortunato cacciatore deponeva rispettosamente la sua preda. - Fuori sembrava stendersi un ampio
giardino, oltre il quale si udivano in lontananza numerosi orologi battere le ore; gli sembrava di
essere già defunto e di udire sopra di sé i rintocchi delle campane a morto.
Tali considerazioni vennero interrotte dallo sferragliare di una carrozza che sembrò arrestarsi
davanti al castello. Guardò attraverso la finestra: alla luce di una fiaccola poté vedere solo una
snella figura femminile balzare fuori dalla antiquata carrozza ed entrare in casa rapidamente.
Nell’altra ala del palazzo si udirono allora porte aprirsi e chiudersi fragorosamente, rumore di passi
e di risa e poi, di colpo, tutto ricadde nel silenzio. Subito dopo, però, udì in giardino, fra il frusciare
degli alberi tra i quali volavano luminose le lucciole, singole note prolungate di una voce di donna,
simile a quella di un usignolo. La luna spuntò in quel momento e mutò la scena in un sogno. Allora
Fortunat spalancò tutte le porte, afferrò la sua chitarra e si mise a camminare su e giù per la lunga
fuga di stanze, cantando:
Stormiscon tremanti le cime,
quasi gli dei antichi
la ronda facessero intorno
alle mura semidistrutte.
Qui, dietro i cespugli di mirto
in uno splendore indistinto,
a me, sognante e confusa
che parli, o fantastica notte?
Su me le stelle scintillano
con sguardo ardente d’amore,
lontananze mi parlano ebbre
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di una grande, prossima gioia!
Un bellissimo mattino primaverile illuminava il giardino davanti al palazzo; era tutto un
verdeggiare, tutto una canzone in quell’attraente abbandono; nelle vasche prosciugate dei giochi
d’acqua uccellini variopinti si inseguivano con versi gioiosi, rigogliosi tralci fioriti si arrampicavano
audaci intorno alle statue di marmo, come se la primavera avesse voluto soffocarle di baci.
Candida, tra le nude statue degli dèi stava Fiammetta, la figlia quattordicenne del marchese, e
parlava con la cameriera Lenore che le stava fermando in alto le belle trecce scure. Quella mattina
le era sfuggita inquieta, erano entrambe curiose di vedere il loro ospite, l’inglese arrivato il giorno
prima, per il quale scambiavano ogni viaggiatore straniero. «Stanotte l’ho sognato - diceva
Fiammetta, - sembrava uno di quei pittori tedeschi dai lunghi riccioli biondi; si trovava in un luogo
sconosciuto e meraviglioso che scintillava e brillava ed io, accecata, non riuscivo a vedere nulla.
Sapevo bene che era il mattino che gettava già la sua luce attraverso le tende rosse, ma ho chiuso
forte gli occhi - » e si interruppe, ridendo fra sé. Lenore la guardò interrogativa. «No, no - disse
Fiammetta arrossendo leggermente, - quello che lui mi ha detto nell’orecchio non te lo ripeto; che
sia ancora giovane?». Lenore raccontò che la notte precedente, mentre si trovava ancora in giardino,
aveva visto l’ombra di lui camminare su e giù per la stanza, lunga e sottile come il pendolo
dell’orologio della torre - «O di un carillon, perché l’ho sentito suonare bene», la interruppe
Fiammetta posando il piedino sulla nuca di un Apollo caduto e allacciandosi la scarpina graziosa. In
quell’istante scorsero tra i rami proprio quell’ospite di cui stavano parlando, uscire dal castello
stiracchiandosi ben bene; leste come lucertole, scaparono tra i fiori e le erbacce dietro le mura
semidiroccate, dalle quali lui sarebbe dovuto passare e attraverso la cui fenditura avrebbero potuto
osservarlo, non viste. Lenore lo trovò molto bello. Fiammetta invece criticò con un nascosto
bisbiglio i suoi capelli lisci e bruni, il suo modo di camminare arrogante e l’abito singolare. Quando lui passò accanto al muro, disse piano: «Ora lo spavento». Lenore cercò di afferrarle la
mano per trattenerla, ma la piccola marchesa aveva già afferrato il ramo di un melo in fiore che
sporgeva oltre il muro: lo scosse con forza e rapidità e Fortunat fu completamente ricoperto dai
petali; poi entrambe fuggirono rapide.
Ma Fortunat, quel giorno, non si meravigliava più di nulla. Già al risveglio, guardando nell’alto
trumeau che rifletteva su di sé gli alberi e il cielo, aveva creduto di essersi coricato così vestito in
mezzo al giardino ed era balzato in piedi, spaventato; aveva udito fuori risa e voci di fanciulle dai
begli accenti stranieri, vagare simili a campanelle seducenti per la boscaglia fresca al mattino. Così
era corso giù per le lucide scale di marmo per salutare Roma, il giardino, la giovane primavera e il
vecchio marchese.
Guardandosi intorno lieto, scorse a una certa distanza un signore di bella presenza con i capelli
impomatati, scarpe con la fibbia e un vecchio abito di corte, che conduceva a braccetto una giovane
fanciulla; un servitore con indosso una livrea sbiadita li seguiva lentamente nella passeggiata,
visibilmente annoiato, reggendo un ombrellino da
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sole. Fu subito confermato nelle sue supposizioni: era il vecchio marchese A.; questi, appena notato
il suo ospite, lo salutò solennemente in francese e gli presentò la sua accompagnatrice come la figlia
Fiammetta, che arrossì e abbassò le lunghe ciglia nere, scorgendo sull’abito di Fortunat ancora
qualche fiore di melo. Poi il marchese invitò lo straniero ad unirsi a loro nella passeggiata
mattutina. Riprendendo, tra abili intrecci di locuzioni eleganti, il cammino lungo le pareti di bossi e
per i lunghi viali dai panorami prospettici, sembrò a Fortunat che, lentamente, una reticella per
capelli gli crescesse sulla nuca e una spada d’acciaio gli spuntasse tra le falde del vestito; gli parve
di immergersi sempre più profondamente in quella magica antichità che conosceva bene dai libri e
dai dipinti. Intanto gli occhi scuri e lucenti di Fiammetta gli davano una sensazione di intimo
piacere e così, prima che potesse rendersene conto, cominciò a usare con divertimento crescente
frasi galanti assai ricercate; l’illusione non venne disturbata neanche quando alla fine il marchese, in
modo del tutto inaspettato, si informò di un suo lontano parente in Germania, il conte Victor von
Hohenstein. Fortunat lo definì homme de lettres che influenzava in modo determinante il suo siécle.
Marchese: «Discende da un’antica casa».
Fortunat: «Ma vi abita poco. Si è trasferito da un po’ di tempo sul Parnaso, dove costruisce i suoi
castelli in aria».
Marchese: «Idea inconsueta per un nobile».
Fiammetta: «Mi piacerebbe vedere un poeta, una volta».
Fortunat: «Per i vostri occhi, graziosa signorina, non può essere difficile; dove la primavera incanta,
la stessa nordica Borea parla attraverso i fiori».
Fiammetta: «Avete anche voi fiori, in Germania?».
Fortunat (con sguardo galante): «Non così belli».
Durante tale colloquio avevano raggiunto di nuovo il palazzo; si salutarono tutti con grandi
inchini sotto il portale, tra il fragoroso cinguettio dei passeri nei capitelli infranti delle colonne. A
Fortunat sembrava di aver ballato un minuetto di mattina presto; nel giardino gli uccelli cantavano e
gli alberi stormivano, come se parlassero ancora degli occhi luminosi della bella marchesa.
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Capitolo sedicesimo
I primi giorni passarono per Fortunat come in un sogno, tutto splendeva davanti al suo cuore e, in
quel fulgore, non riusciva ancora a distinguere le cose con chiarezza. La migliore guida di Roma e
la pianta della città giacevano aperte, spiegate sul tavolo e ogni giorno Fortunat usciva con il ferreo
proposito di iniziare il giro programmato e già segnato in rosso; ma ogni volta lo attirava un
panorama sorprendente, oppure un cantastorie, riunendo intorno a sé un gruppo di straccioni, lo
sviava dalla sua strada e lo tratteneva a lungo; gli capitava spesso di seguire, per le vie, un paio di
strani tipi di cui gli piacevano particolarmente i nasi romani e i gesti espressivi; quando poi tornava
a casa, sfinito da quel gironzolare ozioso, doveva pur ammettere che nel breve tempo aveva visto e
imparato più di quanto avrebbe potuto sognarsi la sua guida stampata.
Una sera, durante una di queste passeggiate, si perse in un labirinto di piccole viuzze fuori mano.
Gli abitanti sedevano a chiaccherare davanti alle porte delle case e i bei bambini mezzi nudi
giocavano e schiamazzavano, negli ultimi bagliori del crepuscolo. Inaspettatamente udì un
rumoroso alterco in lingua tedesca e, incuriosito, si diresse rapidamente verso il cortile da cui quel
chiasso proveniva. Di colpo una porta si spalancò e un uomo ben vestito, non più giovanissimo,
saltò fuori così bruscamente che perse il cappello dal capo. «Dio mio! Grundling, sei tu!» esclamò
Fortunat sorpreso - era il viaggiatore tedesco che gli aveva procurato l’alloggio al palazzo. «Capiti
proprio a proposito - disse, - ti porto subito da dei compatrioti». Così dicendo cercò la maniglia
della porta, che trovò però già serrata alle sue spalle. «Non fa nulla», disse allora. E con un cenno
della mano condusse l’amico stupito in una casa vuota vicina, brancolando nel buio e facendosi
largo tra gli oggetti sparsi qua e là. In quel mentre udirono, all’interno della stanza accanto, le voci
di uomo e di una donna bisticciare animatamente, senza requie. «Insomma, sono i miei sogni
dorati!» urlava l’uomo. «Sogni? - replicò la fanciulla impertinente. - E allora pizzicati il naso e
svegliati. Credo proprio che tu sia ubriaco, oggi». - «Cosa ne vuoi sapere, tu, dell’ebbrezza dell’arte
divina! - la interruppe. - E io pazzo credevo di poterti elevare insieme a me! Adesso sei tu a
trascinare in basso anche me, rendendomi il mondo così volgare che vorrei gettarti in testa tutti i
barattoli dei miei colori». - «Beh, almeno hai già buttato fuori uno dei tuoi stupidi arnesi» rispose la
fanciulla ridendo. «Allude a me - disse Grundling a Fortunat. - Oh, popolo allegro e geniale!».
Aprì infine una porta di servizio che dava su un corridoio stretto e buio, e i due entrarono in una
stanza ampia e disordinata, illuminata a malapena dal fuoco di un camino, nella quale Fortunat, con
non poca meraviglia, riconobbe nei due litiganti Kordelchen e il pittore Guido. La prima sedeva su
una valigia, dove sembrava rammendare
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dei panni. Appena vide Fortunat balzò in piedi gettando via tutto e gli volò al collo con grande
gioia, baciandolo calorosamente. Guido, pallido e turbato, era rimasto in silenzio e per un attimo
sembrò imbarazzato. Kordelchen, invece, raccontò tutto in un battibaleno: il signor Grundling, che
conosceva Roma come le sue tasche, aveva condotto Guido nelle pinacoteche e da tutti i pittori;
poco fa avevano ripreso una grande disputa filosofica sull’arte; Grundling aveva biasimato i quadri
e disegni iniziati da Guido e ne era nato tutto il parapiglia. «Come travisi tutto! - la interruppe
Guido con veemenza, - quella robaccia sul cavalletto non c’entra affatto! Davanti ai quadri antichi e
possenti, negli studi dei nostri artisti tedeschi severi e devoti, da tutti i soffitti e le pareti si è
abbattuto di colpo un fulmine su tutta la mia vita, bruciando ciò che avevo dietro di me. D’un tratto
ho saputo chi sono, un lacrimevole miserabile che non ha ancora dipinto né ideato alcunché!» - A
questo punto la sua voce si ruppe, si mise svelto il cappello in testa e si precipitò fuori della porta,
impettito, senza salutare nessuno.
«Però è un bel ragazzo, specie quando si arrabbia» disse Kordelchen, seguendolo con lo sguardo.
Intanto Grundling si accese un sigaro al camino, dove erano stati messi a riscaldare gli avanzi del
pranzo, mentre Fortunat fece per seguire Guido. Ma Kordelchen gli sbarrò il passo. «Vi prego, caro
barone - disse, - non fategli questo favore, vuole essere solo commiserato e contraddetto. Più lo si
consola e accarezza e più diventa ribelle, come un bambino viziato che si è morso la lingua da
solo».
Allora, noncurante della presenza dei due estranei, cominciò a rassettarsi in fretta davanti ai cocci
di uno specchio, raccontando allegramente a Fortunat di come fossero giunti a Roma. Incontrando
Lothario, quella fanciulla allegra e già precocemente avvezza al palcoscenico aveva conosciuto, per
la prima volta nella vita, desiderio e dolore intensi, senza però potersi rendersi conto meglio dei
propri sentimenti. Quando però l’amico volubile scomparve così all’improvviso, il teatro, Sorti e
tutte le vecchie facce le vennero a noia: tanto più facilmente fu convinta dall’entusiasta Guido ad
accompagnarlo in Italia, in quanto voleva vendicarsi dell’infedeltà di Lothario mentre, in segreto,
sperava di ritrovarlo; cosa che, però, non rivelò a nessuno. Per strada si era separata e riconciliata
con Guido innumerevoli volte, passava per sua moglie; a Roma, finalmente, l’ambiente nuovo la
aveva distratta e così aveva ripreso, senza pensieri, la sua solita vita svagata, con un pizzico di
irresponsabilità, che non aveva nulla di male. «Ma come siete riuscito, quella volta in Svizzera, a
liberarvi del lord e di Albert?» chiese d’un tratto a Fortunat. «Come! - rispose questi sorpreso. Allora eravate voi, quella notte?». - «Certo - replicò lei ridendo, - sapevo quello che credevano e
perciò ho cavalcato vestita come la povera contessa, per farmi gioco di quei cavalieri erranti».
Intanto Grundling corteggiava con i suoi modi pesanti la ragazza che si rassettava, cosa che lei
seppe sfruttare impartendogli ordini continui: dovette andare a prenderle un fazzoletto, poi cercarle
una spilla; poi gli porse il piedino per farsi allacciare la scarpa, operazione che il freddo volpone
eseguì con goffa meticolosità. Dopodiché volle offrire ai suoi ospiti del tè, secondo l’uso del nord;
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ma si erano smarriti i cucchiaini e le tazze erano imbrattate di colore; inoltre era ormai buio e più si
cercava, più la confusione aumentava; alla fine Kordelchen abbandonò l’idea e spinse allegramente
i due uomini verso una porticina laterale, per mostrare loro il suo cosiddetto giardino.
Attraversando la parte posteriore e buia della casa giunsero a un piccolo spazio verde, il cui
panorama sorprese moltissimo Fortunat. Dietro i filari delle viti e i giardini odorosi che scendevano
a terrazze si stendeva infatti improvvisa la notte, con le sue rovine e le colonne spezzate, come un
libro del passato aperto davanti a loro, di cui la luna indorava misteriosamente le lettere iniziali. Dai
giardini, in lontananza giunsero loro i singoli accordi di un liuto e, poco dopo, una bella voce
maschile cantò:
Io vago felice!
ai vetri ora spiano
fanciulle, ora scrosciano
fonti lontane.
Da arbusti lucenti
le chiacchiere amate
fra tante conosco,
io sento il mio amore!
Kordelchen, che aveva ascoltato con attenzione, senza pensarci troppo rispose con la stessa
melodia:
Io sento il mio amore,
al cangiante chiarore
lui lascia l’amata
e giunge furtivo.
Rimbomban le rupi,
ondeggian le cime
parlando all’amata attenta, di notte!
Il cantore sotto sembrava avere sentito e a sua volta intonò allegramente, avvicinandosi sempre
più:
Attenta! Di notte
vagare usa Amore,
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pian piano altri chiama;
allor vanno desti
gli dèi verso l’atrio
di fuori, all’aperto,
li porta a te tutti
in casa il poeta.
A Fortunat quella voce suonava nota; si udì un fruscio nel cespuglio vicino e, con un piccolo salto,
il cantore balzò fino a loro scavalcando i vecchi muri, mentre il liuto, percuotendo i rami, emise un
suono piecevole. «Otto!» esclamò Fortunat contento, poiché altri non era che il poetico studente di
Hohenstein. Stentò però a riconoscerlo, tanto il giovane appariva cambiato, abbronzato e robusto.
Aveva saputo dell’arrivo di Fortunat e subito, pieno di entusiasmo, prese a raccontargli del viaggio
e del soggiorno in quella città; era come inebriato dall’aria straniera. Kordelchen lo schernì per il
suo amoretto romano e Grundling giurò che era la più bella ragazza che avesse mai visto; tutti i
pittori le correvano dietro, quando se ne andava per il mercato snella e graziosa, reggendo dal di
sotto con un braccio il suo cestino di frutta. A un compatriota, in questa circostanza, aveva regalato
un fico: in testa.
Mentre ancora parlavano, udirono dietro di loro passi pesanti dentro casa e le porte che sbattevano.
Era Guido che, tornato imbestialito come non mai, gridava di volere la luce e nel buio scaraventava
le seggiole da una parte all’altra. «Vieni fuori, spirito urlante e sconvolto, con quella tua stupida
infelicità di artista!» urlò Grundling in direzione della casa. «Lasciatemi in pace, adesso: è un
consiglio! - rispose Guido da dentro, furente. - a chi cade il cielo sulla testa non importa di un paio
di cocci in più o in meno». In quel momento si impigliò però con i piedi in certi otri che erano
distesi lì vicino, tra il vecchio ciarpame nel corridoio; si scosse con un gesto di fastidio e, di
conseguenza, una torre di botti di vino vuote che erano lì accatastate vacillò, fino a cadere di colpo:
l’armadio, le botti e il pittore rotolarono giù senza fermarsi, uno sopra l’altro, precipitando fuori di
casa. Grundling, che si era avvicinato alla porta con fare impertinente, non riuscì a saltare via in
tempo: una botte gli finì tra le gambe; cercò di reggersi a Otto ma poté afferrare solo il suo liuto,
con il quale cadde a terra con un tonfo. Otto imprecò contro Grundling, Grundling contro Guido,
Guido contro varie donnette che si erano affacciate alle finestre, brontolando per il fracasso. Alla
fine, nella confusione scoppiò la risata profonda e sonora di Grundling, così impetuosamente
cordiale da contagiare presto attori e spettatori.
Questa esplosione inaspettata disperse le ultime nuvolette all’orizzonte leggermente mosso. Anche
Guido aveva ormai dimenticato la sua contrizione altezzosa. Venne portato del vino e Kordelchen
invitò Grundling, ora che si erano ritrovati tutti in allegria, come nell’arca di Noè, a raccontare
meglio che poteva, in questa notte serena e tiepida, la storia della sua vita: la proposta fu accolta
dagli altri con un applauso fragoroso.
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Allora, per prima cosa Grundling tirò fuori dalla tasca vari pezzi del cannello della pipa, che
montò meticolosamente riempiendo poi fino all’orlo un enorme fornello e sedendosi su una delle
botti di vino cadute. Gli altri, per evitare il fumo del cattivo tabacco, si erano seduti prudentemente
sopra vento; dopodiché cominciò così:
«Ti ricorderai, Fortunat, di come a Heidelberg ero stato così preso dalle scienze da non riuscire più
a liberarmene». - «Certamente - rispose Fortunat, - tu e il tuo mantello grigio-verde eravate
sopravvissuti a più generazioni di studenti, quando arrivai laggiù. Tu eri un kantiano accanito e
indicavi la via dell’illuminismo come un vecchia pietra miliare dimenticata in mezzo a un campo di
grano, molto tempo dopo che Fichte e Schelling avevano tracciato altre vie. A quel tempo tu
disprezzavi incredibilmente noi più giovani, che avevamo imboccato la strada nuova». - «Beh, per
Dio, questo ancora adesso», esclamò Grundling allontanando da sé dense nuvole di tabacco.
«All’improvviso però scomparisti da Heidelberg senza lasciare traccia - disse Fortunat, - uno
studente di ritorno dalle vacanze trovò in mezzo alla strada il tuo mantello, che noi sotterrammo
solennemente, con un necrologio filosofico. Cosa era successo?». - «Ve lo racconterò» rispose
Grundling.
«In quel tempo si aggirava per Heidelberg un giovane snello che nessuno conosceva bene; non era
uno studente e nemmeno un filisteo. Era, però, maledettamente furbo. Io mi insospettii subito,
perché per tipi del genere posseggo buon fiuto. Quando capitò l’occasione esaminai quell’individuo
a fondo: parlava di principi, ministri e vescovi - capite? Vescovi! - con i quali si trovava in stretto
contatto, di sentimenti, di accordo degli animi e così via: era viscido e contorto come un’anguilla.
Finii per perdere le staffe. Sì, cari amici, non era altri che un gesuita in incognito, un maledetto
emissario a caccia di proseliti! Beh, mi conoscete, da quel momento lo tenni sotto controllo;
meditavo e lo sorvegliavo giorno e notte. Una sera passeggiavo per conto mio davanti alla porta
della città, avvolto nel mio mantello, quando d’un tratto vidi l’emissario sgattaiolare cauto e
silenzioso in un cespuglio buio. Io, che non perdo tempo, mi diressi subito da quella parte, mi infilai
sempre più fra cespugli e rovi e cosa vidi?! - Sotto un alto tiglio, nel chiarore incerto della luna
c’era l’emissario in posa altezzosa e, vicino a lui, una persona molto giovane che, con la mano
destra levata al cielo, stava pronunciando un giuramento solenne. Non mi trattenni più, balzai fuori
e tuonai contro quel venditore d’anime che osava offuscare la dimora dell’illuminismo con le
tenebre pestilenziali del medioevo et cetera. Intanto un cane vicino cominciò ad abbaiare coprendo
il mio discorso e si videro muoversi alcune persone lontano, fra gli alberi. I due, sorpresi, erano
sempre più in imbarazzo; io continuavo con rimproveri sempre più energici. Ma cosa accadde?
Quel birbante di un gesuita mi afferrò all’improvviso da dietro, l’altro per i piedi, cosicché persi
l’equilibrio ed fui gettato in un maledetto calesse vicino al cespuglio, che prima non avevo notato;
vi balzarono anche loro, il cocchiere sferzò i cavalli e fuggimmo a rotta di collo nella notte buia. Quando rinvenni scoprii con piacere che la mia pipa, nella confusione, non era caduta; e
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poi ero stato seduto tutto il giorno, un po’ di moto non poteva nuocere; la notte era bella, non si
vedevano uomini o paesi nei dintorni - insomma, pensai: “lasciali proseguire!” e ricominciai come
se siente fosse con i miei rimproveri. Ma non ci volle molto prima che il giovane proselita,
ascoltandomi, si addormentasse. Invece il gesuita, secondo l’uso proprio di quegli uomini astuti,
con sofistici giri di parole mi schivava ora a destra ora a sinistra; infine estrasse dalla sacca della
carrozza una bottiglia di vino forte e buono e brindò alla mia salute. Mi accesi sempre più,
disputavamo e bevevamo. Io mi dilungai ampiamente sull’illuminismo, il monachesimo, la fitta
tenebra et cetera, ma Dio sa come successe, parlando mi sembrò che nell’ira andassi avanti di
alcuni secoli rispetto al nostro, così da non riuscire più a fermare i miei pensieri; invano fissavo,
davanti a me, il cappello a tre punte del cocchiere: alberi e villaggi, boschi e pensieri volavano e mi
si ingarbugliavano al chiaro di luna. Di tanto in tanto udivo ancora il gesuita russare, finché alla fine
persi i sensi - quando mi risvegliai il gesuita, il proselita, la carrozza e tutto il resto non c’erano più
e io giacevo supino su un tappeto d’erba, lungo la strada maestra, nell’aria mattutina fresca e
piacevole. Ma in che stato! Indossavo un’intera roquelaure da gesuita, con una serie infinita di
bottoni che andavano dal mento alle punte dei piedi; e,in capo, un piccolo berretto nero!».
Allora tutti gli ascoltatori scoppiarono in una sonora risata; Kordelchen aveva riso spesso, di
nascosto, già durante il racconto. «Stupidi! - esclamò Grundling arrabbiato, buttando giù due
bicchieri di vino uno dietro l’altro. - Che c’è da ridere? Non era uno scherzo. Dal campo, un paio di
contadini mi guardavano con gli occhi sbarrati; io mi vergognavo del vestito come se fossi stato
nudo e saltai svelto in un cespuglio. Ma appena i contadini mi videro far questo, cominciarono a
urlarmi dietro “all’assassino!”. Io sgattaiolai via saltando, gettandomi nei fossi e scavalcando
staccionate; ma nella confusione corsi proprio verso il villaggio. Mi impigliai ai cespugli con la
lunga roquelaure ed ecco che da tutti i buchi apparvero cani, donne e bambini; e tutti urlavano
all’assassino. - Così, completamente senza fiato, mi portarono dal pastore. Là ebbi un bel dire che
non ero un gesuita, ma un filosofo. Più parlavo di illuminismo e imprecavo contro i gesuiti, più il
pastore sorrideva scaltro e sospettoso. Infine mi diede da mangiare, avevo un appetito sorprendente.
Durante il pasto però udii fuori un cavallo sbuffare e scalpitare; il pastore uscì, percepii una voce
sottile e argentina che si informava sul mio conto, piena di meraviglia e di premura. Mi avvicinai
alla finestra e, sotto gli alti tigli davanti alla dimora del parroco, scorsi una figura di donna alta e
snella a cavallo, in abito da caccia, con le piume ondeggianti sul capo. Ripartì subito, non riuscii più
a vederne il volto, ma da dietro mi fece un’impressione di grande maestà. - Il pastore riprese ad
andare e venire, con quel maledetto sorriso sul volto; notai che partivano messaggeri, udii
bisbigliare in segreto del
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Il duca francese di Roquelaure, contemporaneo di Luigi XIV, inventò l’abito simile ad un mantello lungo e con
bottoni conosciuto poi con il suo nome.
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giudice et cetera; infine mi prese la paura e, verso sera, scivolai inosservato attraverso la porticina
sul retro, per dirigermi nottetempo alla volta di Heidelberg. Ma passando vicino al parco del
castello, fuori dal villaggio, sentii la stessa voce argentina cantare assai piacevolmente,
accompagnata dal liuto. Mi tentò e mi addentrai nel parco, sempre più impudentemente - era
proprio la cavallerizza. Mi aveva già visto. “Oh, il mio presentimento! Sapevo che saresti venuto,
padre devoto”, disse avvicinandomisi. Avrebbe dovuto metterci la coda il diavolo, perché io potessi
essere suo padre, dato che era più vecchia di me, brutta, lunga e asciutta. Mi raccontò allora con
fervore che scriveva sotto lo pseudonimo di Blanchefleur e che certo conoscevo le sue opere;
sognava questo momento importante da lungo tempo e nel profondo del cuore. “Ma cosa volete,
dunque?” chiesi sbalordito. “Beh, Dio mio! Diventare cattolica! Ma tu davvero non conosci ancora i
miei inni spirituali, venerando padre?”. E prima che potessi rendermene conto cominciò a
declamare con enfasi; nell’estasi, a ogni verso si avvicinava di un passo e io mi allontanavo di un
altro, finché arrivammo a un pergolato dove pensavo di sfuggirle rapido. Di colpo, dalla boscaglia
eruppero due giovani che si gettarono su di me; erano il fratello della signorina e il suo compagno di
università, un lord inglese di passaggio. Il lord, che ci scambiò per due innamorati, si prese a cuore
la virtù insidiata della vergine: vennero portate le spade e dovetti duellare con lui sul momento.
Sapete che sono una buona spada, anche il lord lo era e nessuno dei due riusciva a nuocere all’altro.
Così si susseguivano le guardie e le stoccate - la signorina era intanto svenuta - e finii per perdere il
berretto dal capo. “Solo ancora un giro!” esclamò il lord entusiasta - non era un problema, per me! E ancora uno e poi un altro! - Così, alla fine il lord mi prese a benvolere, gettò la spada e mi
abbracciò. - Si scoprì allora che era un filosofo ancor più convinto e più assetato di cultura di
quanto lo fossi io. Dovetti andare con lui al castello, dove aveva valigie piene di nuove costituzioni
che intendeva presentare in varie nazioni. Discutemmo insieme per tutta la notte, diventammo un
corpo e un’anima, brindammo alla nuova amicizia e lui mi propose di mettermi in viaggio insieme a
lui. La signorina aveva preso a trattarmi con fare altezzoso e sprezzante. Ma io non chiesi
spiegazioni e, il mattino seguente, sedevo in carrozza con il lord; attraversammo la Svizzera in
direzione di Roma e Napoli, la Calabria e la Sicilia - ».
«Alt! Ferma! - esclamarono allora gli altri, ridendo. - Il corso della tua vita precipita di colpo, tanto
che si sente il vento fischiare nelle orecchie».
«Macché alt! - replicò Grundling bevendo e versandosi poi un altro bicchiere. - Ma in Spagna ci
capitarono fatti curiosi. E’ una terra maledettamente calda, laggiù uno ha appena il tempo di
piantare il seme della saggezza che subito comincia a spuntargli sotto i piedi: cardi, erbacce, non c’è
più sosta e prima di accorgersene tutta la vegetazione, a causa di quel clima folle, gli è cresciuta fin
sopra la testa come un enorme berretto di pelliccia. Avemmo modo di sperimentarlo bene, a quel
tempo. Ci eravamo già addentrati con gran fatica nel cuore del paese, attraversando processioni,
toccando feudi e monasteri; una sera stavamo cavalcando verso i monti, quando un paio di tipi
svegli si unirono a noi. Chi sta serio
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non fa festa volentieri. Subito intavolammo con loro una discussione che aveva come oggetto la
filosofia pratica; presto accogliemmo un altro paio di viandanti e poi un altro paio ancora, finché
incontrammo ai piedi del monte un gruppo numeroso di persone allegre. Non ci pensai due volte e
attaccai un discorso solenne. Parlai di superstizione, di libero arbitrio et cetera; mi infervorai
sempre più, con voce tonante e brillanti lampi di genio; a destra e a manca si levò un plauso
generale, gli uomini mandavano grida di gioia, urlavano bravi e ancora bravi e, in men che non si
dica, nel mezzo del discorso montarono con picche e aste una vecchia tenda rotta, alta sopra le loro
teste; presi dall’entusiasmo lanciarono il lord e me sopra il baldacchino e così ci portarono in trionfo
verso un vecchio castello nobiliare. Sembrava che volessero sfondare le mura con le nostre teste
perché, nell’entusiasmo, non tenevano in alcun conto il fatto che la porta del castello fosse di gran
lunga troppo bassa, per il nostro baldacchino. Per fortuna feci in tempo a scorgere insieme al lord
un balcone, proprio di fronte a noi sul portone: ci aggrappammo svelti alla ringhiera, quei tipi
continuarono a camminare sotto di noi come in preda alla follia e così rimanemmo attaccati al
balcone, con le gambe penzoloni. Ma ecco che sotto di noi scoppiò un parapiglia, una ressa violenta
- perché quei tipi erano guerriglieri - quelli del castello uscirono, i guerriglieri entrarono - tra le
nostre gambe volavano proiettili da una parte all’altra; il lord maledisse la nostra filosofia, ragion
per cui litigammo ancora più aspramente. Mentre dunque pendevamo in quel modo preoccupante e
litigavamo, all’improvviso si precipitò fuori sul balcone sopra di noi la castellana, nella luce
meravigliosa della luna e tra i melangoli in fiore: aveva riccioli bruni, il collo e il petto d’alabastro e
un liuto fra le braccia di cigno. Mi guardò fissa e rimase come incantata; mi guardò ancora una
volta e - : “Oh, il mio sogno!” esclamò, lasciando cadere il liuto. Poi, riprendendosi rapidamente, mi
afferrò da dietro per il colletto e aiutò prima me, poi il lord a scavalcare in fretta la ringhiera del
balcone e a entrare nella stanza dei melangoli. In quel momento ci voleva una buona idea; ero
disarmato, non c’erano armi a portata di mano e dalla battaglia in basso arrivavano urla sempre più
forti e vicine, echeggiando per il vecchio palazzo come una tempesta furiosa. Il lord si precipitò
svelto allo scrittoio della signorina, scrisse il suo testamento e mi nominò suo erede universale. Ma
nel frattempo - conoscete l’ardore meridionale - la principessa si innamorò - ».
«Principessa? - esclamò Fortunat. - Ma se prima l’hai chiamata semplicemente castellana!».
«La principessa si innamorò di me - proseguì Grundling, parlando e bevendo con velocità
crescente - sempre più ardentemente e mi raccontò di come mi avesse già visto una volta, in sogno,
con l’uniforme e il cappello a tre punte, librare sulle nuvole all’alba et cetera. Il lord aveva finito di
sigillare il testamento; la principessa voleva salvarci di nascosto dal tumulto della battaglia, ci
ritirammo dunque sempre più in alto, attraverso stanze e lunghi corridoi, mentre quel testardo di un
lord divenne per noi un pericolo: non voleva infatti saperne di togliersi i pantaloni attillati di pelle di
cervo, che al chiaro di luna luccicavano anche da lontano. Uscimmo infine
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In italiano nel testo.
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sul tetto del castello, dove sorgevano limoni e melograni fioriti; dal centro giungeva il gorgoglio
piacevole di un gioco d’acqua, dove pesciolini dorati guizzavano allegri sotto la luce della luna. Ma
non c’era tempo per divertirsi. Sotto di noi si udiva il fragore delle armi, davanti a noi si stendeva
l’abisso notturno; nel mezzo, la bella duchessa dal caldo sangue meridionale che mi stava sempre
appiccicata: dovevo convertirmi al cattolicesimo e sposarla, oppure io e lei saremmo morti in quello
stesso istante! Ma io, in quella confusione, non riuscivo a decidermi: lei estrasse allora dalla cintura
un pugnale di una lunghezza assurda; mi strinse al suo petto con il braccio sinistro, alzò il destro
dietro la mia schiena per colpirmi e stava per trafiggere me e lei con un sol colpo. Nello stesso
momento la botola vicino a noi saltò con un boato enorme, i pezzi volarono miglia lontano. Era già
da un po’ che sotto spingevano e alla fine, come quando un tappo di spumante salta in aria
all’improvviso, balzarono fuori dal buco guerriglieri, soldati del castello e alguaciles ; con
incredibile veemenza si aiutavano gli uni con i gomiti, gli altri con gli stivali e ognuno che finiva
sul tetto cominciava ad accapigliarsi con il vicino, tanto si accanivano gli uni contro gli altri. La
regina innamorata, vedendo che ormai era tutto perduto, mi afferrò per il braccio e mi trascinò lesta
sull’orlo della torre; ma voi lo sapete, io non ho mai tenuto in gran conto i miei vestiti: la manica si
scucì alla spalla e la regina si gettò con essa nel precipizio, urlando: “Don Grundlinghio!” - Intanto,
al lord era venuta all’improvviso un’idea stramba, all’inglese. Prima che potessi rendermene conto,
si gettò a capofitto nella vasca dei giochi d’acqua. Era però troppo piccola e bassa, cosicché i suoi
pantaloni di pelle sporgevano fuori, ancora asciutti. Gridai, i pesci rossi disturbati cozzavano
furiosi contro i suoi favoriti; tutto inutile! Si pigiò e sprofondò sempre più, affogandosi con tutta
l’energia possibile. Era un momento critico: circondato dai nemici, sguainai svelto la spada e mi
feci strada falciando da un piano all’altro; in quella lotta cruenta, un alguacil caduto mi morse il
polpaccio; lo inchiodai con la spada al pavimento.
Ma che diavolo! - esclamò Grundling a questo punto, alzandosi all’improvviso dal suo posto con
visibile spavento. - I morti si levano ancora? Là sta passando proprio il lord!» E in effetti, attraverso
le porte aperte si videro in strada, sotto la luce chiara della luna, luccicare distintamente i pantaloni
di pelle gialla di un uomo che passava lesto. Anche gli altri balzarono in piedi sorpresi, poiché per
un attimo credettero di riconoscere, in quella figura, il lord allampanato della corte del principe.
Una snella figura di donna, che poteva forse spiegare in qualche modo la fretta dello sconosciuto,
sgattaiolò intanto veloce dietro l’angolo scuro della strada, guardandosi indietro ancora una volta.
Ma Grundling, nel frattempo, aveva raggiunto l’inglese e i due, nel crepuscolo, sembravano due
ombre che si libravano nel regno dei morti.
«Lasciate stare quei matti! - disse Kordelchen sulla porta di casa. - Ma sapete chi è stato, in realtà,
a rapire Grundling da Heidelberg? Il presunto fanciullo proselita
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Alguaciles: poliziotti, in spagnolo.
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ero io stessa e il cosiddetto gesuita non era altri che un giovane attore, che allora mi conduceva via
da Heidelberg di nascosto. Fummo costretti a far salire quel matto in tutta fretta in carrozza con noi,
se non volevamo che ci facesse scoprire, con il suo baccano; il mio amico aveva per caso, nel suo
piccolo guardaroba da teatro, un abito da gesuita in cui abbottonammo l’ubriaco, lasciandolo poi di
notte lungo la strada maestra». - «Beh, accidenti! - esclamò Fortunat ridendo. - costui è un vero e
proprio mortaio di fandonie!».
Intanto Guido che, dopo le violente emozioni, ascoltando il racconto di Grundling si era
appisolato, riposava fuori in giardino, disteso in posa pittoresca sulle macerie di un capitello. Otto
invece fissava la strada: anche lui prima aveva notato quella fugace figura di fanciulla e sembrava
distratto e inquieto. Alla fine non riuscì più a trattenersi e propose in fretta a Fortunat di fare
un’altra passeggiata per la città, cosa che questi accettò con gioia. Kordelchen guardò entrambi
maliziosa: «Felicissima notte !» disse poi con accento particolarmente birichino e, quando Otto si
girò senza volerlo verso di lei, la selvatica fanciulla era ormai in casa e aveva chiuso la porta dietro
di sé, ridendo forte.
Si affrettarono a uscire dall’intrico dei vicoli piccoli e stretti, da lontano un suono di cetre
attraversava ancora l’atmosfera immobile, le strade erano ancora piene di persone che
passeggiavano, cantavano e parlavano allegramente, in quella frescura tonificante. Otto era
silenzioso, immerso nei suoi pensieri; camminava sempre più velocemente finché, alla fine,
giunsero in una piazza solitaria dove si diresse a passi rapidi verso una casa piccola e insignificante.
Trovò la porta chiusa e bussò piano; la casa rimase in silenzio. Bussò una seconda volta, più forte.
Si udì allora all’interno una voce leggiadra: «Mio signore, non riesco a trovare la chiave, al buio; la
mamma è ancora sveglia, ma abbiate la bontà di scendere per la strada a destra, girate poi all’angolo
a sinistra, passate il ponte, poi di nuovo a destra e il quarto vicolo a sinistra: giungerete in un
piccolo cortile e, se là non inciamperete sulla catena del cane e troverete la scala, potrete augurarmi
la buonanotte dal tetto; ma affrettatevi e non cadete, poiché ho già molto sonno». Appena dette
queste parole la si udì balzare su per le scale, ridendo piano. «Annidi!» gridò Otto verso l’alto, assai
meravigliato. A questo nome, subito una finestra si aprì sopra di loro e una fanciulla di sorprendente
bellezza, con occhi e capelli nero corvino, apparve nel fulgore luminoso della luna. «Sei tu? esclamò stupita. - Credevo fosse quell’inglese allampanato che prima mi seguiva, come
camminando sui trampoli». Allora notò anche Fortunat, sobbalzò e, dinanzi allo straniero, si affrettò
a riaggiustarsi al collo il fazzoletto allentato. Otto era intanto salito su una pietra, arrivando così
all’altezza della finestra. La fanciulla posò con confidenza il bel braccio intorno alla nuca di lui,
piegandosi in avanti cosicché i riccioli scuri, cadendo, avvolsero l’amico; intanto fissava Fortunat,
del quale sembrava non fidarsi. «No! No! - esclamò alla fine, scuotendosi ancora, non senza
civetteria, i riccioli dalla fronte. - Che importa a voi, signori stranieri, della reputazione di una
povera fanciulla romana!
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In italiano nel testo.
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I vicini sono ancora svegli e tutte le finestre guardano al chiaro di luna come occhi luminosi.
Buonanotte!». Con queste parole gettò di colpo un mazzo di fiori freschi in faccia a ciascuno,
chiudendo poi veloce la finestra.
Nel frattempo due fanciulle, avvolte in mantelli di seta, avevano attraversato leste la piazza. A
Fortunat parve che, passando, lo avessero scrutato con attenzione e meraviglia. Le udì poi parlare
fra loro, sottovoce ma con fervore; una si girò ancora una volta e poi scomparvero rapidamente
entrambe.
«Ah, come è meravigliosa!» esclamò Otto, continuando a guardare verso la finestra; si mise poi a
raccontare, colmo di entusiasmo, di come avesse visto per la prima volta la sua innamorata a una
festa in campagna, di come lei conducesse con i genitori poveri una vita ritirata ma felice e di come
imparasse da lui il tedesco e lui da lei la poesia, poiché la sua presenza, come l’aurora, incantava e
trasfigurava ogni cosa. Così camminavano piano nella notte seducente, da ogni giardino proveniva
il cinguettio degli usignoli e in lontananza mormoravano innumerevoli fontane.
Capitolo diciassettesimo
La villa del marchese A. con le sue fresche ombre, gli alti fiori esotici e le bianche statue di marmo
sorgeva in mezzo al caos del mondo come un’isola, alle cui rive Fortunat si sentiva approdato, da
solo. Spesso, nei suoi sogni mattutini penetrava stranamente una musica, come se molto lontano
l’eco di un banchetto nuziale attraversasse la campagna ridente; quando si svegliava riconosceva la
voce amabile di Fiammetta che, cantando su e giù per le scale, chiacchierando e ridendo riempiva la
casa di rumori allegri. Un mattino trovò persino un bel mazzo di fiori freschi sul suo tavolino vicino
al letto; non capiva come fosse potuto giungere durante la notte e, quando ne ringraziò la piccola
marchesa, questa incolpò la sua cameriera Lenore che lo aveva dimenticato il giorno prima; intanto
però diventava sempre più rossa. - Una volta Fortunat stava rientrando da una passeggiata notturna,
quando udì cantare in giardino; gli parve di riconoscere la voce di Fiammetta e volle augurarle la
buona notte. Gli sembrò poi di scorgere la sua figurina ammiccante e sussurrante misteriosa
balenare ora qua, ora là tra i cespugli e i rovi; si addentrò dunque, per seguirla, in una zona
sconosciuta del giardino. Le ortiche maligne lo punsero attraverso le calze di seta, mentre le
lucertole guizzavano ovunque tra gli sterpi, incuriosite. D’un tratto si trovò davanti a un padiglione;
la porta era serrata ma, attraverso le persiane chiuse, gli parve di veder brillare al chiaro di luna due
occhi vivaci. A parte ciò, il giardino era immerso nel silenzio. Umiliato e irritato se ne tornò al
vecchio
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castello. - Ma non servì: il mattino tornò e, con esso, quella voce amabile e simile al canto di un
uccello fatato del bosco, che ammiccando lo aveva attirato sempre più in quel labirinto verde e
senza fine.
Così erano trascorse alcune settimane; Fortunat, per togliersi dal capo le follie amorose, aveva
finito per gettarsi sulle bellezze della città con una specie di furia, aveva compiuto studi e gite nei
dintorni, trascurando quasi del tutto i suoi amici tedeschi. Si rallegrò perciò molto quando un
giorno, verso sera, Otto entrò inaspettatamente nella sua stanza. Lo tempestò subito di domande a
proposito di Hohenstein, la cui verde pace, alla vista dello studente, gli si rianimava davanti con
tutte le persone care. Ma con sua meraviglia Otto rispondeva a tutte le domende di sfuggita, in
modo evasivo, quasi con imbarazzo. Sembrava che una qualche grande gioia presente lo spingesse
ad alleggerire il suo cuore. Stranamente, considerando il suo carattere schivo, gli lesse senza esserne
stato richiesto delle poesie appena composte; parlò colmo di fiducia dei suoi progetti riguardanti
grandi opere future e svelò una tale ricchezza di spirito che a Fortunat sembrò di guardare dentro un
caleidoscopio.
Fuori, intanto, un vento fresco soffiava sulla città; fecero ancora un giretto all’aperto e Otto,
continuando con grande fervore il suo discorso, senza farsene accorgere condusse l’amico tra
casette e osterie, in una zona bella e appartata che Fortunat non conosceva ancora. Giardini si
susseguivano ininterrotti, un immenso paradiso in fiore con ville graziose e balconi, sui quali figure
snelle apparivano tra le cime degli alberi: tutto era illuminato e magicamente rischiarato dal sole al
tramonto. «Se mai - disse Otto contemplando la scena, - se mai dovessi lasciare questo splendore
per ritornare ai limiti angusti del mio paesino tedesco tra i monti, dove in questo momento tutti
siedono certo davanti alla porta di casa, sotto la pergola di legno, con le mani ben imbacuccate per il
freddo, sentendo solo la campanella dei minatori in lontananza, mentre da ogni lato i monti si
affacciano cupi sulla piazza del mercato e il vento umido piega la colonna di fumo del carbone che
brucia, avvolgendo tutto come una tomba - già inorridisco al pensiero!». - «Stai bene attento replicò Fortunat, - c’è un canto meraviglioso, nel mormorio del bosco dei nostri monti; dovunque tu
sia ti ritrova, fosse anche in sogno, attraverso la finestra aperta; la patria non ha mai lasciato andare
nessuno dei suoi poeti». Otto rimase in silenzio a riflettere - quel giorno tutto il suo essere era come
turbato dalla gioia.
All’improvviso svoltò rapido nel mare fiorito dei giardini. Giunsero a una casetta piccola, ma linda
e graziosa, deliziosamente ricoperta e nascosta da edera, pergolati e alberi in fiore; le colombe che
sul tetto si specchiavano nel sole della sera, le finestre e le porte aperte attraverso le quali farfalle
variopinte svolazzavano dentro e fuori, tutto dava un’immagine meravigliosa di vita del sud. Otto
condusse senza indugio il suo accompagnatore attraverso la casa, in un giardinetto solitario che si
trovava sul retro, circondato dai giardini vicini che si affacciavano in fiore da ogni lato, chiudendo
la vista.
«Ma dove siamo?» chiese infine Fortunat, sorpreso. In quel momento apparve sulla soglia una
fanciulla in cui riconobbe subito la bella Annidi. Lei lo salutò un po’ confusa e intimidita, poi entrò
sotto una pergola e cominciò, con il suo cestino, ad apparecchiare
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con cura la tavola, disponendo piatti e bicchieri. Fuori, nel giardino vicino, udirono il canto lieto di
un ragazzo:
Un uccellin cantava qui ogni anno:
che bella coroncina fra i capelli!
quest’anno l’uccellin non è tornato;
chi la corona bella ti ha rubato?
Allora Otto non si trattenne più e raccontò tutto: i genitori di Annidi non avevano tollerato oltre le
sue visite senza una precisa dichiarazione, si era dunque sposato con la fanciulla alcuni giorni prima
e stabilito qua, con i genitori di lei. Fortunat inorridì a questa scoperta del tutto inaspettata,
pensando rapidamente alle conseguenze singolari che questo gesto avventato poteva avere nella vita
di Otto. Ma sibito si calmò, all’apparizione incantevole della giovane moglie che, non ancora
abituata alla sua nuova condizione, sembrava più intenta a servire con grazia che a godere insieme a
loro; infine si sedettero allegramente a tavola, sotto la pergola. Anche i genitori di lei si unirono a
loro, con leggero disagio da parte di Fortunat, inquietato dalla loro facce inespressive e da quelle
fisionomie marcatamente meridionali. Si immischiavano nella conversazione in modo spesso
inopportuno, parlando molto dell’economia domestica e del necessario zelo del genero nello
scrivere i sui libri; Fortunat ebbe modo di notare che lo guardavano storto, considerando anche lui
un perditempo e un ambiguo compagno di Otto. - Intanto la coppia felice sedeva e mangiava
spensierata: Annidi su un panchettino, appoggiando entrambe le braccia sulle ginocchia di Otto e
sbucciando le castagne arrostite che poi dividevano in due parti. La luna splendeva già attraverso la
pergola, Otto stava in beato silenzio, la giovane moglie era più bella che mai e dall’altra parte il
ragazzo cantava di nuovo:
Chi la corona bella ti ha rubato?
In quel silenzio, una malinconia irresistibile si impadronì di Fortunat, era come se Otto fosse stato
priginiero per incanto in quella terra straniera. Il cuore gli scoppiava; addusse a pretesto un affare
urgente, afferrò rapido il cappello e si congedò con profonda commozione dall’amico, come da un
morto. Quando si voltò indietro, Otto e Annidi stavano ancora sulla porta di casa. Le lucciole
vagavano luminose per i vigneti, della bella moglie poteva vedere ormai soltanto gli occhi luminosi
e le spalle; Otto, sotto la luce della luna, appariva pallido come un cadavere.
Preso da mille pensieri confusi, Fortunat si era diretto in fretta verso casa. La luna splendeva
meravigliosa sul vecchio giardino, ascoltò se non si udisse di nuovo il canto
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di Fiammetta, ma tutto rimase in silenzio. Ma appena girato intorno al pilastro del castello sobbalzò
con violenza, poiché in uno dei viali gli parve di scorgere se stesso. Fissò immobile in quella
direzione e la figura apparve di nuovo nella luce chiarissima della luna: erano i suoi vestiti, il suo
modo di camminare, di muoversi e tuttavia sembrava un giovanotto del tutto estraneo. Lo
sconosciuto era appostato dietro una siepe quando Fiammetta balzò fuori da un cespuglio, guardò lo
sconosciuto ridendo e girandogli attorno; dopodiché si addentrarono a braccetto nel giardino.
Mentre parlavano lietamente sembrò ad un tratto che avessero notato sul prato l’ombra di Fortunat,
che li vide fuggire spaventati; e presto l’intera scena si dileguò nell’oscurità.
Fortunat si diresse verso il castello; là si mise a camminare su e giù per la stanza. «Dunque era
diretta a costui, quella volta, la canzoncina serale. Pazzo che sono!» si disse con un senso di
amarezza che non voleva confessare a se stesso. Era fermamente deciso: sarebbe partito alla volta di
Napoli il giorno seguente senza più rivedere Fiammetta, neanche una volta. Quella notte stessa
scrisse al marchese in campagna riguardo alle sue intenzioni; preparò poi la valigia, cantando con
rabbia segreta allegre canzoni tedesche. Gli vennero allora in mente le parole di un’antica canzone:
La coroncina è strappata via,
lei mi sorride senza pudore;
passa da lei: ti saluterà,
a una bella notte ti inviterà.
Avrebbe voluto piangere dal profondo del cuore.
Il giorno dopo dovette girare a lungo per procurarsi il denaro necessario al viaggio; era giunto così
mezzogiorno, l’ora di quell’afa stregata che al sud vince tutti gli esseri viventi. Non voleva però
partire prima di aver fatto ancora una passeggiata in giardino. Là, in quel silenzio smisurato e
incantato non si muoveva una foglia; gli uccelli tacevano, solo le serpi prendevano il sole,
attorcigliate sui sentieri solitari; tutti gli uomini erano come morti. Er la prima volta che gli capitava
di essere sveglio a quell’ora e questo sonno ad occhi aperti della natura lo spaventò profondamente.
Scappò verso un padiglione fresco ma si fermò sorpreso all’entrata, poiché vi scorse Fiammetta,
anche lei addormentata. Era appoggiata sul braccio destro, con il volto coperto a metà dai riccioli
sciolti e respirava serena, come una bella bambina. Alcune parole spezzate lo trattennero. Parlava
nel sonno, in modo sempre più chiaro e coerente ma, cosa che lo meravigliò, con accento straniero,
come lui era solito parlare l’italiano. In un dialogo singolare udì se stesso confessarle per bocca di
lei di mostrarsi tanto freddo ma di volerle, in fondo, un gran bene. - Fu spaventato dal modo in cui
sapeva leggergli nel cuore. - Lei rise fra sé e rispose lieta che sì, lo sapeva ormai da molto! - Poi
disse piano, sempre più sommessa e come bisbigliando in un orecchio, qualcosa che lui non riuscì a
capire. Infine, sospirando profondamente, cominciò a muoversi.
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Fortunat corse confuso verso il castello; già le strade si rianimavano, il postiglione fuori
annunciava la partenza. Fortunat saltò silenzioso in carrozza e quell’enigma delizioso che non
sapeva risolvere riempì la sua anima.
Capitolo diciottesimo
Da allora sono passati dei mesi. Il sole arde sulle pietre quadre dei palazzi deserti e i ricchi si sono
rifugiati da lungo tempo nelle loro residenze in campagna, poiché sulle rovine della vecchia città
incombe già, simile a uno spettro velato, l’aria cattiva che cova la febbre e la pazzia. Che aspetto
selvatico ha, da allora, la dimora solitaria di Otto! I tralci sulla porta di casa si sono allungati fin
sopra il tetto, nel giardinetto erbacce rigogliose hanno inghiottito aiuole e viottoli, accendendosi di
fiori rossi e gialli. - Là Otto ritornava un giorno, stanco, da una lunga passeggiata. Vide che tutti
erano usciti e solamente le api ronzavano monotone nel giardinetto silenzioso. Si sentì terribilmente
abbandonato; l’ingresso, le camere e gli alberi, in quella solitudine inusitata, gli apparvero di colpo
così estranei che se ne spaventò. Andò più volte su e giù per il giardino, dopodiché si sedette al
tavolo, tra i rami che pendevano bassi e scrisse le seguenti righe:
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L’usignolo tace, il nido ha trovato,
va pigro il ruscello che fresco è sgorgato,
nell’afa pesante il mondo sta avvinto,
e su primavera l’estate ha ormai vinto.
Mai il cuore lo aveva sentito sì intenso,
è come cantassero voci in silenzio:
«la tua primavera, cantore, è passata,
su foglie appassite ti trovi legato».
O torna, amata, torna da me!
Così che negli occhi tuoi leggere possa
ancor la speranza, il canto e l’amore!
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In italiano nel testo.
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Ma ahimé! Come estranei son ora i tuoi sguardi,
come se chi credevo mai stata tu fossi ma ormai sono solo, al mondo, rimasto.
La mia donna è infatuata,
e la Germania è lungi,
il poetare è scarso
nella mia solitudine
Allungo tutti gli arti
fuori da questa fossa,
Dacci la primavera,
Signore, ed aria fresca!
Quando levò lo sguardo dal foglio, udì fuori dei passanti parlare nella loro lingua straniera; ma un
uccello sopra di lui cantava come un tempo, a Hohenstein - Otto affondò la fronte tra le braccia, sul
tavolo, e pianse dal profondo del cuore.
All’improvviso si udì in casa una voce leggiadra, intonare in modo teatrale alcune note di arie
d’opera. Una giovane dama in un ricco, elegante abito uscì in giardino, levandosi dalla testolina il
cappello di seta; i folti riccioli scesero ad anelli sul collo grazioso e florido - era Annidi, come si era
fatta splendida, da allora! Gettò negligentemente i guanti alla madre che accorse servizievole,
mentre il padre, che sembrava averla accompagnata come un servo, posava in casa lo scialle e
l’ombrellino da sole. «Il conte Arcimbaldi ti porge i suoi saluti - disse ad Otto, - ma l’intera nobiltà
si meraviglia, marito mio, che tu sia così schivo e che passi tutto il tuo tempo a studiare; quel
simpaticone del duca ha detto che la saggezza imbianca le teste. Oggi c’era anche la mogliettina del
pittore, Dio mio, com’era conciata! Il giovanotto mi sussurrava di nascosto in un orecchio che era
probabilmente sfuggita dal balordo pennello del marito schizzata a metà, con solo il colore di
fondo».
A queste parole però si interruppe di colpo, spaventata, poiché Otto aveva infine alzato lo sguardo
e rivolto a lei il viso pallido e incolto. La ragazza pensò che fosse malato e non se ne lasciò
dissuadere: la madre fu costretta a correre immediatamente in cucina a preparare il tè, trovare delle
gocce ricostituenti per il cuore e pestare erbe con gran fracasso. «Mi sta bene - esclamò Otto con
caustica amarezza, - avete proprio ragione a segnarmi a dito. Ma voglio fare un frego sui conti della
mia vita, sì, voglio essere allegro anch’io, fino a farmi scoppiare il cuore!». Ma come sempre
succedeva
109
in simili casi, Annidi lo aveva del tutto frainteso. «Davvero - disse, avvicinandosi in modo affabile,
- tu mi deperisci, vivendo in questo modo; volevo dirtelo già da un po’: diligente come sei, in fondo
può esserti indifferente cosa scrivi. Prendi il giovane scrittore che abita di fronte a noi: tu scrivi
meglio di lui, lo dicono tutti. E cosa guadagna lui e come vive, in confronto a noi!».
In quel momento giunse la madre con il tè; Otto la respinse da sé con tale violenza che tazze e
teiera caddero l’una sulle altre. «E’ colpa di questo tuo startene eternamente seduto a covare
pensieri» disse sorpreso il padre, sulla soglia. «Sì, e qualunque gallina cova con guadagno maggiore
di quanto faccia lui» brontolò la madre. Ma Otto, per tirarsi fuori da quella conversazione meschina,
era fuggito dal giardino e da casa e vagava, stanco com’era, in quella serata fresca per i vicoli e i
campi su cui già scendeva l’oscurità, finché la notte calò del tutto.
Quando tornò, la casa era avvolta dal silenzio; fu intimamente irritato dal fatto che Annidi non si
preoccupasse maggiormente per lui. La trovò di sopra addormentata, la luce della luna le rendeva i
lineamenti così delicati, ahimé, ed era così bella! Poi guardò dalla finestra aperta, ad di sopra dei
tetti, verso gli abissi della città illuminata dalla luna; alcune nuvole in cielo volavano verso la sua
patria lontana. «Strano - disse fra sé, - quante volte, nella mia infanzia, ho udito in sogno nella notte
silenziosa risuonare le campane di Roma lontana; e ora che sono qui le odo, come allora, giungere
da molto, molto lontano, come se vi fosse un’altra Roma, oltre queste colline buie».
Accadde in quel periodo che nella campagna intorno a Roma si celebrasse la consacrazione di una
chiesa. Annidi si considerava troppo nobile per prendere parte alla festa. Otto invece,
profondamente infastidito, gettò di colpo da una parte tutti i suoi fogli e libri e si precipitò
all’aperto. Erano i primi giorni d’autunno; una pioggia tiepida aveva rinfrescato la regione. Otto
respirò a pieni polmoni, gli sembrava di ritornare a Hohenstein. Più sprofondava nella valle, più si
animavano a poco a poco i cespugli e i campi; variopinti cortei di cavalieri e gitanti si intrecciavano
nel verde come corone di fiori, dai prati in mezzo ai boschi risplendevano le tende colorate, tra le
quali erano accampati in allegria gruppi sparsi di persone, mentre figure leggere che giocavano a
palla si libravano da una parte all’altra. Nella confusione Otto notò un ragazzo snello con la cetra
procedere lentamente in sella al suo cavallo agghindato, sul prato luminoso. Una ricca corona di
pampini freschi gli circondava il cappello, di cui svolazzavano nella brezza serale nastri colorati; di
tanto in tanto la sua cetra mandava un accordo. - Otto seguì quell’apparizione graziosa e si
meravigliò non poco, quando d’un tratto il ragazzo cominciò a cantare in tedesco:
L’allodola, di primavera
messa, si libra in aria,
un fresca canzone di viaggio
risuona nel bosco e nel cuore!
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«Dio mio - esclamò Otto, ricordando - questa è la canzone di viaggio che ho intonato tanto spesso,
in Germania». Si avvicinò, il ragazzo con la cetra cantò ancora:
Giungono le nuvole,
l’allodola subito scende vanno pensieri e canti
nell’amata terra tedesca.
«Ma prima di inseguirli a cavallo devo bere, perché muoio di sete» si interruppe di colpo il
ragazzo fermandosi davanti a un capanno; e balzò ridendo dal cavallino quasi tra le braccia di Otto.
Questi riconobbe allora Kordelchen, che lo aveva notato già da tempo, tra la folla dietro di sé.
Lo trasse sotto la pergola; Guido e gli altri suoi accompagnatori, disse lei, in quel momento se ne
stavano rannicchiati come allocchi fra le rovine e le crepe delle rocce, a disegnare; del resto, con
loro aveva litigato. «Ma che aspetto hai! - esclamò poi, guardando Otto più attentamente. - Scialbo
e di un azzurro grigiastro, come una bottiglia di vino vuota! E’ colpa del matrimonio. Povero
giovane! Se mi fossi rimasto fedele non saresti finito così in disgrazia». Ordinò del vino e si
sedettero assieme sotto la pergola. Otto non vedeva da mesi una persona conosciuta e, dopo quella
lunga solitudine, si sentiva come un convalescente che esce di nuovo per la prima volta. «Vedi,
Kordelchen - disse lieto, - fu proprio in questi giorni tiepidi che ci incontrammo per la prima volta,
in Germania». - «Proprio così! - rispose lei, lo sguardo le si illuminò - ci stavamo riposando sotto
un vecchio castello, nel verde, quando lui spuntò dal bosco dicendo che voleva venire con noi». Lei intendeva Lothario, ma Otto credette che parlasse di lui. «Sai - proseguì, - oggi mi sento proprio
come allora, come se tornasse la primavera». - «Ahimé, no - disse lei triste, - non tornerà più».
Sorseggiò lesta del vino, per nascondere gli occhi che luccicavano di lacrime; poi rivolse ad Otto di
nuovo allegra il bel visetto, seminascosto da riccioli e pampini. Allora si accorse che lui, appoggiato
al tavolo con entrambe le braccia, la contemplava con uno sguardo perso che lei comprese bene; ne
sembrò sorpresa, si piegò all’improvviso davanti a lui e lo guardò interrogativa negli occhi. Allora
lui non si trattenne più e la strinse a sé, baciandola ardentemente. Lei ricambiò fugacemente il bacio
e balzò poi in piedi. «Ehi, uomo sposato!» esclamò minacciandolo con il dito; saltò poi con agilità
sul suo cavallino e in un attimo scomparve tra le tende e i cespugli.
A Otto rimase da pagare il vino; il fondo gli sembrò insipido, ora che lei non vi rinfrescava più le
labbra rosse e ardenti. Fuori, intanto, tutti i rumori erano cessati, la sera era come appassita; solo dai
monti si vedevano salire ancora, di tanto intanto, alcuni razzi. Come in preda all’ebbrezza Otto
vagava tra gli accordi di chitarra, i canti e le chiacchiere
111
di quanti tornavano alle proprie case nella notte tiepida quando, in mezzo alle grida giocose, una
figura scura lo sfiorò; poi, giratasi di colpo, lo fissò negli occhi. Con stupore si vide davanti il
pittore Albert: pallidissimo, aveva un aspetto trascurato e vesti stracciate. «Mio Dio! Come siete
giunto a Roma, e in questo stato!?» esclamò Otto sorpreso. «Perduto, tutto perduto!» rispose Albert
cupo e con una tale espressione di pena profonda che Otto rabbrividì. «Ma qui la luna ci spia, anche
lei è falsa in questo paese» proseguì, afferrando la mano di Otto e trascinandolo nel cuore del bosco.
Dalle sue parole frettolose e sconnesse Otto venne a sapere che il suo singolare compatriota, di
nuovo misteriosamente attratto su questo suolo vulcanico dalle fiamme divampanti della libertà, già
da tempo, in segreto, si era giocato la sua arte, i beni e la vita stessa per una pazzia, insieme a pochi
altri di cui condivideva le idee; adesso però tutti i suoi piani erano falliti e lui era ricercato come
carbonaro . Il buon Otto gli offrì subito in aiuto tutte le sue forze, il suo denaro e le sue
conoscenze; voleva nascondere per il momento l’infelice in casa propria, finché si trovasse il modo
di espatriarlo di nascosto. Ma Albert scosse la testa, i lunghi capelli incolti gli coprirono gli occhi e
le guance. «Non si tratta di me - disse - ma della vergogna dei tempi. Ascolta come gridano di gioia,
fuori, e fanno tintinnare allegramente le catene della schiavitù - è questo che mi rode il cuore!».
Allora si udirono, in un punto più basso del bosco, voci confuse di uomini che sembravano
avvicinarsi. Albert si guardò intorno con sguardo feroce e estrasse da sotto il mantello una sciabola.
Otto riconobbe subito la spada del grande anno di guerra 1813. «Gli sbirri sono sulle mie tracce bisbigliò, - correte via, è pericoloso incrociare la via di un destino tragico». Ma Otto era
fermamente deciso ad osare il tutto per tutto, piuttosto che abbandonare l’amico sconvolto in un
simile frangente. Svelti e senza far rumore si arrampicarono su per il monte, sempre più in alto.
Albert si faceva largo con la spada tra gli sterpi, dai quali serpenti infastiditi strisciavano nelle
fenditure delle rocce. Erano giunti così su una roccia che si affacciava su un abisso di una
profondità smisurata e indistinta, da far girare la testa. Albert stava sull’orlo estremo e con la spada
indicava lontano, in silenzio. «Gran Dio, che meraviglia!» esclamò Otto colpito. - Roma si stendeva
in basso muta e solenne al chiaro di luna. - Udì poi un rumore improvviso e vide Albert vacillare e
cadere. L’infelice, con virtù pagana, si era gettato sulla propria spada. «Saluta la patria - io muoio libero» disse senza tradire dolore; respinse energicamente la mano di Otto che gli si era precipitato
vicino e, prima che questi potesse di nuovo afferrarlo, scivolò senza scampo nell’abisso.
Inorridito, Otto si sporse dalla roccia. Tutto era calmo, dal basso saliva solo il mormorio furioso
del fiume - allora lo afferrò un’insopprimibile terrore; scese dal monte in uno stato di
semiincoscienza, saltando di roccia in roccia. Nella fuga notò di lato, nel precipizio, numerose
figure scure armate di fiaccole che illuminavano orrendamente il morto in mezzo a loro. Di quando
in quando si sentivano cani abbaiare; nella valle si destarono alcune voci. La luce delle lanterne si
specchiava nel fiume, agitata.
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In italiano nel testo.
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In italiano nel testo.
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Otto non osò più voltarsi indietro, rabbrividendo volò oltre i campi silenziosi, per i vicoli deserti,
fino alla sua dimora solitaria.
Solo qui gli venne in mente di aver lasciato detto ai suoi che avrebbe passato la notte in campagna.
Trovò dunque le porte sbarrate; nella casa tutti sembravano dormire da molto. Contrariato, scavalcò
la staccionata del giardino e si gettò sulla tavola, sotto la pergola. Il leggero stormire degli alberi
fece addormentare subito il giovane stanco. Sognò di trovarsi nel bel giardino di Hohenstein e di
vedere davanti a sé, alla luce della luna, le statue di marmo degli dèi che fiancheggiavano i viali.
Sembravano bisbigliare di nascosto fra loro, nel silenzio e, quando guardò meglio, la statua di
Venere si mosse e scese lentamente dal basamento di marmo. Con terrore riconobbe la sua Annidi:
veniva proprio verso di lui, un brivido freddo come il marmo penetrò di colpo in tutte le sue
membra, tanto che si destò, spaventato. Quando però si guardò intorno, ancora tutto turbato, la
figura bianca era veramente sulla porta di casa, bisbigliava piano a qualcuno che lui non riusciva a
vedere. All’improvviso la figura spalancò un ampio mantello, e Annidi uscì dalle sue pieghe. Un
giovane alto l’abbracciò e la baciò, poi lei gli tirò contro il mantello e sgattaiolò dentro casa; lo
sconosciuto scavalcò la staccionata del giardino - e di nuovo calò un silenzio di morte.
Otto fissò a lungo senza muoversi la macchia scura dove la terribile apparizione si era dileguata.
Poi si precipitò fuori dal giardino nella notte, senza sapere dove - non aveva più patria sulla terra! Le strade erano deserte, i giochi d’acqua al chiaro di luna, che in altri tempi avevano mormorato in
tono così virginale, gli parvero adesso spettrali come ninfe velate che si piegavano e inchinavano al
vento, come bisbigliando segretamente di lui e del suo disonore. Involontariamente aveva
imboccato la via che portava alla casa di Guido; volle svegliarlo, in quel momento aveva bisogno di
qualcuno a cui dire ogni cosa. Con suo stupore trovò la porta solo accostata, dentro ardeva una
fiamma. Entrando nella stanza vide Kordelchen inginocchiata per terra, tra la biancheria e i vestiti
che infilava con zelo in un portamantello. La ragazza gli rivolse uno sguardo stupito, quasi
spaventato. «Che vuoi a quest’ora? - disse. - Guido è ancora in campagna, tornerà solo tra qualche
giorno». Il cuore di Otto parve volersi spezzare; si gettò sul divano e scoppiò in un pianto dirotto,
coprendosi il volto con le mani. Kordelchen fu sorpresa; lasciò tutto per terra, si sedette accanto a
lui e lo consolò e accarezzò, incuriosita e con partecipazione affettuosa, finché venne a sapere a
poco a poco di ogni sua disgrazia. Ascoltò tutto, quieta e pensierosa. Quando però lui tacque balzò
di colpo in piedi, allegra. «Partiamo insieme! - esclamò. - Qui la vita è monotona e io e Guido non
andiamo proprio d’accordo. Quando si ubriaca è geniale, quando s’innamora è tutto devozione e, se
lo prendo in giro per questo, si infuria e vuole assolutamente innalzarmi in volo con lui, come dice
sempre. Ho preso questa decisione da alcune settimane, parto di nascosto e torno in Germania: in
questo momento ho abbastanza denaro, i cavalli sono già riservati - insomma: partiamo oggi
stesso!». Non aspettò risposta, continuò a trafficare rumorosamente, preparando i suoi bagagli; Otto
non riusciva a raccapezzarsi, dalla
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finestra aperta spirava aria fresca come da giorno di partenza, un albore sommesso spuntava sulla
città silenziosa.
A dare un dito si perde tutto il braccio. Così il bacio di ieri continuava ad ardere segretamente
sulle labbra di Otto; sulle rovine della sua fortuna era cresciuta nottetempo, rapida e velenosa, una
selva rigogliosa e fiorita di ricordi e speranze luminose. - E quando le prime luci del mattino
oltrepassarono i monti in volo e le allodole mattutine si librarono nel cielo ancora sognanti, Otto e
Kordelchen partirono attraverso i campi silenziosi alla volta della Germania e videro Roma
inabissarsi lentamente dietro di loro, come in un mare infuocato.
Intanto Fortunat aveva girato per Napoli e poi per la Sicilia. In un divertimento poetico si era tolto
dal capo ogni cosa, del suo amore aveva fatto un lungo poema in molti canti e metri diversi, la cui
protagonista era una bella e snella fanciulla italiana. Accadde però che, scrivendo, s’innamorò pian
piano di questa figura e quanto più si innamorava, tanto più questa, senza che lui lo volesse,
diventava simile alla marchesina, come se di tanto in tanto Fiammetta spuntasse di colpo tra le
ghirlande fiorite dei versi ed esclamasse, schernendolo: «Vedi, sei comunque mio!» - Sì, e una sera
che, in Sicilia, si era addormentato su un’alta roccia a picco sul mare, sognò che l’onda azzurra si
dividesse lentamente e, con lunghi capelli verdi e spalle lucenti, Fiammetta emergesse dal fondo del
mare, lamentandosi con voce malinconica e smarrita. - Quando si risvegliò, la luna era già
tramontata sul mare; in lontananza vide una vela, gonfia nel vasto silenzio, scivolare verso l’altra
riva d’Italia. - Lo prese allora una nostalgia irresistibile e, la notte immediatamente seguente, prese
il mare nella stessa direzione. Accadde così che, in quella stessa alba in cui Roma scompariva dietro
Otto, i giardini, le rovine e le cupole riapparvero odorose davanti al beato Fortunat.
La sua prima meta fu il palazzo del marchese; entrò con il cuore palpitante nel cortile silenzioso,
ascoltò se per caso non si udisse, da qualche parte, la voce allegra di Fiammetta ma tutto era muto,
come abbandonato. Attraversò allora il porticato aperto ed arioso ed entrò in giardino. Là gli uccelli
cantavano e le fontane mormoravano, come una volta. Ma sul viale principale vide panni tesi ad
asciugare e, tra le aiuole di fiori inselvatichite, capre che pascolavano indisturbate. Alla fine gli
sembrò di udire, a una certa distanza, parlare in tedesco. Si diresse verso la fonte di quel suono e
incontrò un anziano, sconsciuto servitore, vestito alquanto miseramente. Chiese in fretta del
marchese A. e di sua figlia. Il vecchio lo squadrò da capo a piedi e disse poi, seccato, che il palazzo
era abitato da un cavaliere tedesco. Fortunat credeva di sognare. - Chiese dunque di poter parlare
con il signore. Il servitore indicò in silenzio un porticato e proseguì, senza curarsi oltre del
visitatore.
Fortunat scoppiò però in una risata fragorosa quando, entrato nel portico indicatogli, riconobbe nel
cavaliere tedesco il nostro amico Grundling: era disteso su un
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divano di damasco mezzo lacerato e aveva indosso la vestaglia fiorita del marchese, una lunga pipa
un bocca e un libro nella mano; davanti a lui c’erano la candela di sego, i fidibus e il bricco del
caffè. Quell’uomo che aveva viaggiato a lungo, avvezzo da tempo a quel continuo andare e venire
da Roma, non sembrò affatto stupito di rivedere Fortunat. «E’ proprio un bene, per me - disse - che
il vecchio marchese abbia fatto banquerout - ». - «Come! Il marchese A.?» esclamò Fortunat, assai
sorpreso.
«Sì, è proprio un bene, dicevo, che abbia dovuto lasciare il suo palazzo e Roma: in questo modo
sono riuscito, vista la misera situazione finanziaria dei suoi creditori, ad alloggiare qui abbastanza a
buon mercato. Se solo - proseguì mettendo via la pipa, improvvisamente infuriato - se solo il
tabacco, in questa calura impossibile, non pizzicasse così sulla lingua!».
Allora Fortunat perse la pazienza. «Insomma, per tutti i diavoli, parla con ordine! - esclamò,
afferrando di colpo Grundling per il petto. - Dov’è Fiammetta? Cosa fa?». - «E’ in Germania,
probabilmente, e piange» rispose Grundling pacato. - «Perché piange?». - «Perché è una giovane e
sciocca fanciulla, su cui ha più effetto un vinello frizzante che ancora spumeggia, piuttosto che una
pianta dignitosa e dalle radici salde; vale a dire che trova più affascinante un pazzoide violento che
abbandona l’amata e strozza gli amici, piuttosto che - » - «E a chi appartiene, adesso, questo
palazzo?» lo interruppe ancora Fortunat, impaziente. «A un commerciante taccagno che, a causa
della sua posizione isolata, vuole smontarlo per poi rivenderne le pietre». - «Conducimi subito da
lui!». Grundling, che andava a zonzo volentieri, non sollevò obiezioni. Pochi minuti dopo questo
interrogatorio erano già in strada e Fortunat apprese ancora che Fiammetta, immediatamente dopo
la sua partenza da Roma, si era gravemente ammalata e poco dopo era partita improvvisamente con
il padre. Né Grundling né il commerciante sapevano dove si fossero diretti. L’ozioso Grundling
aveva avuto già notizia anche della fuga di Otto e Kordelchen. «Otto - disse - era perennemente in
una sbornia poetica, doveva per forza finire con dei brutti postumi».
Durante questo resoconto erano giunti dal commerciante. Questi, come del resto Grundling, fu non
poco stupito quando Fortunat chiese di poter comprare il palazzo vecchio e cadente e il giardino del
marchese. La fretta e la gioventù di Fortunat risvegliarono nell’italiano voglie mercantilistiche e
richieste fantasiose. Ma era capitato male con Grundling, che cominciò subito una lite così violenta
e proseguì urlando così forte che dopo alcune ore, completamente stremati, finirono per accordarsi
su un prezzo accettabile. Fortunat aveva da poco riscosso assegni cospicui dalla Germania, che
bastarono giusto per l’acquisto e per coprire alla meglio le spese di un viaggio in economia. Con
fermezza e rassegnazione ammirevoli condusse dunque l’affare fino alla fine senza interruzione,
come una trottola, e finì per nominare Grundling, che se ne rallegrò moltissimo, custode della sua
nuova proprietà.
Erano appena tornati nel giardino quando, in cortile, risuonò l’allegro suono del corno del
postiglione. Fortunat aveva fatto venire
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Strisce di carta con cui si accende la pipa.
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la sua carrozza: dai precedenti colloqui con il vecchio marchese credeva di indovinare dove si fosse
diretto. E quando alla fine, respirando profondamente, uscì in quella serata meravigliosa, tutti i
giardini erano in fiore e un arcobaleno si stendeva sopra la regione, come se tutto, proprio tutto
dovesse finire bene.
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LIBRO TERZO
Capitolo diciannovesimo
Il castello di caccia del principe, dove l’anno precedente era trascorso in vivacità ed allegria, aveva
adesso un aspetto ben diverso. Di primo mattino gli uccelli beccavano sulla scala di marmo, tra le
colonne; un giardiniere indolente si stirava nella fresca aria mattutina e si accingeva a mettere in
ordine alla meglio i viali inghiottiti dalla vegetazione, che cresceva ovunque selvatica e rigogliosa.
Le notti estive scintillavano di nuovo nello vecchio splendore sul fondovalle silenzioso, ma nessuna
chitarra suonava più; solo i fedeli usignoli cinguettavano come una volta tra i cespugli, come
piangendo ancora la bellezza perduta di Juanna.
Il principe non pensava più al castello; anche lui era da tempo come inselvatichito. Tra godimento
e rimorso, desiderio ed orrore era sceso pian piano, sempre più profondamente, negli abissi fulgenti
dove le ninfe, al chiaro si luna, si pettinano sugli scogli la chioma bagnata intonando canti
seducenti; e il bagliore lontano della religione riusciva solo a confonderlo ancor di più; si era perso
insomma nella bella vita e non riusciva più a ritrovare la via di casa. Allora l’amore celeste gettò il
suo manto di stelle su quell’uomo sfinito. Cadde gravemente malato e, quando guarì, tutto era
improvvisamente passato. La gente lo credeva folle, lui però era contento e sfogliava giorno per
giorno, con tacita e fervida gioia, i vecchi libri illustrati che aveva letto da fanciullo; tutto il resto lo
aveva dimenticato. Dovettero infine recluderlo in un’ala isolata del castello, separato dal mondo
che vedeva ormai da lontano, come in un sogno. Solo gli uccelli innocenti, davanti alle sue finestre,
cantavano ogni mattina del tempo antico e lui levava spesso spaventato lo sguardo dai libri, per
ascoltarli. - Ma la principessa gli aveva strappato lesta di mano
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le redini del comando e, frustando i cavalli, si dirigeva con ardore verso la nuova libertà.
In quel tempo Lothario scendeva una sera dai monti, solo. Non sappiamo dove andasse; la sua via
lo conduceva attraverso la città. La luna faceva ogni tanto capolino tra le nuvole per spiare di
nascosto, la vecchia residenza in basso era irreale come una rovina nella notte afosa, tutto era ormai
immerso nel silenzio e solo una fanciulla cantava ancora, accompagnandosi con la chitarra, in un
giardino lontano; e gli usignoli cinguettavano sui monti.
Entrò in una locanda poco frequentata, posta su un colle, che godeva di un ampio panorama sulla
città. Dovette bussare a lungo, prima che apparisse qualcuno. Un vecchio servitore gli disse infine
che tutti erano andati in città dove quel giorno, per il compleanno della principessa, veniva data una
grande festa. - Lothario prese una camera al piano di sopra e palancò subito le finestre. Gli odori di
quella notte fantastica salivano a lui, quasi inebrianti. Si fece portare un lume e del vino: dopo tanto
tempo sentiva di nuovo un grande desiderio di poetare. - Quando però si sedette solo, bevendo e
scrivendo in fretta, gli parve di sentire nel silenzio pronunciare il suo nome, prima piano poi più
forte, come se il diavolo lo guardasse scrivere da sopra la spalla e gli bisbigliasse: «Avanti!
Coraggio! Che il mondo innocente sia imbrogliato e sedotto dalle belle parole; io in cambio ti
porterò sulle vette della gloria e il mondo dovrà renderti omaggio!».
Balzò in piedi e si spaventò, vedendosi di sfuggita riflesso in uno specchio a muro: tanto appariva
pallido e incolto. In quel momento il vento accarezzò le corde di una chitarra appoggiata vicino alla
finestra, facendole risuonare. La luna, uscendo da nuvole pallide, illuminò gli alberi silenziosi e, in
basso, la vecchia città. Si avvicinò con la chitarra alla finestra e cantò:
Taccian or canti e lamenti,
voglio infine essere lieto,
fare a pezzi il mio dolore
e i ricordi - a me del vino!
Mi rispecchia seducente
stelle, e gioia della terra,
zitto zitto poi dischiude
tutti i demoni nel petto,
prima il servo e poi il maestro
fanno ingresso nella notte,
folle spirito bugiardo,
lotta dunque, io ti sfido!
E d’orror piena la coppa
verso giù, in fondo al fiume,
perché mai vi si ferisca
chi è ancora lieto e sano!
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Odo liuti in lontananza,
tornan giovani dal pranzo,
Incomincian serenate
ed anch’io ne sono attratto.
Una bimba dietro i rami
chiama ed apre la finestra,
ed io salgo come in sogno
per la piccola casetta.
Scuoti pure i bruni ricci
e il bel viso fai vedere!
Vedi, sono spaventato:
sono i suoi occhi lucenti.
Ricci aveva come i tuoi,
smorte guance, labbra rosse Tu non sei però la mia,
il mio amor da tempo è morto!
Se parlato non avessi
e guardato me, sfrontata!
Questo ha infranto tutto il sogno
e di te provo paura.
Tieni, comprati lustrini,
va’ e non rider sì crudele!
Oh, a pezzi vorrei farti,
bella immagine bugiarda!
Tardi a notte me ne venni
via dalla perduta bimba.
Sventolavano bandiere,
ogni strada era deserta.
Il mio liuto era lassù,
la finestra ancora aperta,
dalla valle rischiariva
la città meravigliosa.
Ma lampeggia di lontano,
tempi antichi ho ripensato,
con orror sfrego le corde,
e per mezza notte canto.
I vicini stanchi dicon
che di notte mi ubriaco O mio Dio! Si spezza il cuore
con le corde del mio liuto.
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Lampeggiava davvero in lontananza, ma erano solo razzi lontani che, di tanto in tanto, si alzavano
allegramente sul parco buio del principe. Allora gli tornò in mente la festa di cui aveva parlato il
vecchio servo e decise di andarci anche lui.
Camminò pigramente per l’estesa periferia; la festa non era giunta fino là e le piccole casette erano
silenziose e buie; solo poche lanterne tremolavano al vento. La guardia notturna si accingeva in quel
momento a chiamare la decima ora; ma da lontano, oltre i tetti e i comignoli illuminati, gli si fece
incontro simile a vapore il bagliore rosso cupo delle luci, come il sole all’alba in un nebbioso
mattino d’autunno. Giunse così davanti al teatro. Da una finestra alta, velata da una tenda, gli parve
di udire gli attori declamare con tutta la forza della passione; rabbrividì, tanto fredda e indifferente
era, al contrario, l’atmosfera là fuori. Una lunga fila di carrozze in attesa dei proprietari era ferma
vicino al muro buio, i cocchieri sonnecchiavano a cassetta; uno sbadigliando tirò fuori l’orologio da
tasca, spostandolo sotto la luce incerta della lanterna. «Ma che diavolo recitano oggi di così lungo?»
chiese a un tizio che puliva la torcia sullo spigolo di un pilastro, cosicché le scintille, per un attimo,
illuminarono stranamente tutta quella monotona confusione. Questi nominò un noto dramma del
conte Victor von Hohenstein. - Allora Lothario sobbalzò senza volere. Si precipitò dentro, una
buona mancia fece sì che la maschera sorpresa gli trovasse ancora un posto, nella loggia degli
ospiti.
Il teatro era sontuosamente illuminato e pieno fino a scoppiare; dalla loggia del principe, tra i ricchi
tendaggi, era tutto un brillare e lampeggiare abbagliante di stelle, luci e begli occhi di donna. La
vicenda volgeva ormai alla fine. Era, cosa piuttosto singolare, proprio la vecchia storia di Juanna in
Spagna: nell’ultima scena, tutti i torrenti selvaggi della passione precipitavano come in un fiume
tumultuoso. L’attrice che recitava la parte di Juanna aveva assunto, a poco a poco e forse
inconsapevolmente, i modi della contessa: la sua freddezza silvestre, la sua voce, il volto bello e
severo; e in tal modo guardava, con gli scuri occhi scintillanti, proprio Lothario. - Questi balzò in
piedi scosso, su tutto il teatro calò un silenzio di tomba. Poi d’un tratto, in platea, un bisibiglio
cominciò a crescere e a diffondersi pian piano per le file degli spettatori; le teste si voltavano
sempre più numerose verso Lothario, sorprese. «Che succede là?» chiese la principessa,
sporgendosi dalla loggia. Un ciambellano si fece largo in fretta e indicò Lothario: «là, hanno
riconosciuto il poeta in persona, il conte Victor von Hohenstein». - «Quello?!» replicò la
principessa, ricadendo confusa sulla poltrona.
Intanto era calato il sipario, un fragoroso applauso scoppiò improvviso e crebbe sempre più. Ma il
conte Victor - poiché era proprio lui - fu stranamente terrorizzato dalla vuota tempesta degli
applausi, fece ancora in tempo a notare un’occhiata ardente della principessa e si precipitò inorridito
per le scale ancora deserte, verso l’uscita.
Con quali pensieri tornò a guardare il cielo ampio e stellato! L’improvviso ricordo del tempo in
cui aveva scritto quell’opera fece sprofondare la sua anima come in un mare di malinconia. Sui
monti della Spagna, quella sera silenziosa in cui, mirando nel bosco al francese St. Val, vide per la
prima volta Juanna
121
e fu come guardare nel sole - era calato da un pezzo, ma il bosco e i monti brillavano e mandavano
lampi meravigliosi - fu allora che compose il dramma della contessa selvaggia. Allora non pensava
che sarebbe finita così! E quando poi la pace tornò e tutto si fece di nuovo calmo e tranquillo, tornò
in Germania; e la primavera e la vegetazione dei paesaggi diversi si stesero miti come un velo sulla
bella immagine che portava nel cuore. Ma dopo quel periodo duro e movimentato in cui aveva
combattuto con onore, tutto in patria gli apparve mediocre e insignificante: gli pareva di essere
come un navigante che, dopo un viaggio lungo e tempestoso, sente il terreno vacillare ancora sotto
di sé e, dall’osteria sulla riva, guarda nostalgico le onde vivaci. In tale stato d’animo, dopo un breve
girovagare, si unì in incognito sotto il nome di Lothario al gruppo degli attori, per ristabilirsi
insieme a quegli allegri compagni e, in parte, anche per un’infatuazione capricciosa e passeggera
per Kordelchen. Ed è qui che lo abbiamo incontrato per la prima volta, in quella notte piovosa. Allora udì d’un tratto che la contessa Juanna, creduta morta, viveva ancora e aveva trovato rifugio
presso la famiglia del principe suo parente, con la quale soggiornava nel vicino castello di caccia.
Quella fu davvero una bella notizia! Il suo piano era già pronto. Tramite intercessioni segrete riuscì
a ottenere l’invito al castello per la sua compagnia teatrale. Lui la accompagnò sotto falsa identità
poiché gli sembrava ridicolo, anzi privo di senso corteggiare quella Diana fiabesca sul solito cavallo
da parata della galanteria dei conti. - Intanto, a causa della sua ingenua imprudenza la cosa non poté
rimanere del tutto segreta; il principe e la consorte, almeno, avevano avuto vaghe notizie del suo
proposito ancora prima dell’arrivo della truppa. In particolare la principessa, con il peculiare acume
che hanno le donne per simili faccende, aveva indovinato in pieno le sue vere intenzioni. E’ vero
che attendevano da un giorno all’altro al castello il barone Manfred, da loro segretamente destinato
come sposo a Juanna. Tuttavia non mancarono di favorire l’interessante genialità di una mascherata
così romantica; e questo tanto più tranquillamente in quanto, nel peggiore dei casi, Victor
rappresentava per la contessa priva di mezzi un partito ancor migliore dell’alquanto modesto
Manfred. Così, con intima e autentica gioia, tacquero e recitarono la parte degli ingannati; ma senza
saperlo ingannarono se stessi, scambiando Fortunat, arrivato nel frattempo per caso e in modo assai
misterioso, per il conte segretamente atteso. - Intanto, la bellezza di Juanna attirò Victor sempre più
profondamente in un labirinto selvaggio di desideri sfrenati; lui dava alle occhiate di sfida della
contessa un significato di cui lei stessa non era mai e poi mai consapevole. Poi, durante la caccia,
udì per la prima volta dell’imminente arrivo del fidanzato sconosciuto - il pensiero gli fu
insopportabile: decise rapidamente di rapire Juanna. Solo così, pensò, sarebbe stato possibile
sottomettere quella natura selvaggia di ninfa, proprio come una fiamma che si innalza mite si divide
improvvisamente in due, se la tempesta la scuote. - «Sì, fiamma snella e audace! - si disse migliaia
di volte. - Come penetrasti di colpo furiosa nel bosco notturno e ti arrampicasti terribilmente bella
su e giù per la parete rocciosa, cosicché le cime sprofondarono con un tuono tra le fiamme! I lieti
boschi della mia gioventù sono ormai bruciati».
122
In tali pensieri, Victor aveva percorso un gran numero di vie. Le carrozze abbandonavano
fragorosamente il teatro, il patriottismo cortigiano si affacciava civettuolo da mille finestre
adornate, bambini attraversavano urlando i vicoli in una luce magica, urlando “urrà!” a ogni pentola
di catrame in fiamme. Ovunque si dirigesse, nuovi viali illuminati da torce si stendevano nella notte
finché, alla fine, giunse inaspettatamente nel giardino del principe. Un fuoco d’artificio pareva
essersi appena spento, alcuni razzi salivano ancora e, scoppiando, illuminavano singolarmente tutta
la zona e la folla confusa, che si snodava in tutte le direzioni fra grida gioiose. Nel momentaneo
guizzo di luce, Victor credette per un attimo di vedere in lontananza la sua locanda, sul colle
silenzioso. Non conoscendo le vie di quel luogo sconosciuto, imboccò la prima strada ed entrò per
una porticina che trovò accostata, proseguendo poi tra gli alberi; sentieri inghiottiti dalla
vegetazione lo conducevano sempre più avanti e, di colpo, si trovò in mezzo al parco del principe.
Sul cielo si stendeva l’afa, lucciole infinite volavano per i sentieri bui, le statue bianche si ergevano
solitarie qua e là; gli sembrò allora di udire pronunciare piano il suo nome, un bisbiglio attraversò i
cespugli di lato, poi scese di nuovo il silenzio. - Allora, in alto, brillarono anche le lunghe finestre
del castello; vi vide delle maschere muoversi magicamente in uno splendore abbagliante; una porta
della sala si aprì, ne uscì un’onda di luce e di suoni - allora sobbalzò intimamente, poiché
nell’accesa striscia di luce scorse improvvisamente la figura di Juanna sgattaiolare tra gli alberi.
Fuori di sé, la inseguì e la scorse di nuovo: il vestito da amazzone, la cintura e il cappello come in
Spagna. Alla fine la raggiunse, lei si voltò rapida e Victor vide con orrore le buie cavità oculari di
una maschera.
Rimase come impietrito davanti a lei, che in silenzio sembrava osservarlo. - «Tu, lontano bagliore
della tempesta - disse infine turbato, - ti seguirò, fosse anche nella follia!». In quel momento, dal
cuore del giardino si levò improvviso un canto meraviglioso, quasi privo di melodia, solo poche
note che spezzavano il cuore. Lei rabbrividì come per l’irrompere del giorno; i suoi riccioli bruni
scendevano ad anelli ai lati del volto, lui vide gli occhi scuri luccicare sotto la maschera. «Domani!»
bisbigliò lei impercettibilmente; e scomparve veloce tra le ombre mutevoli.
Victor corse spaventato per il giardino. Il chiarore della luna si cullava sognante sui cespugli, di
lato i giochi d’acqua vacillavano al vento, come fate avvolte in veli lunghi e fluttuanti.
All’improvviso udì risuonare di nuovo quel canto. Sul bordo di pietra di una fontana vide seduto un
uomo addormentato, senza cappello, con il capo piegato in avanti, che cantava nel sonno. Sotto un
raggio di luna fugace credette di riconoscere il principe pallido e malato.
Assai turbato se ne tornò in città, dove nel frattempo tutto era mutato. Uomini soli erravano ancora
sotto i bagliori incerti delle lanterne che guizzavano spegnendosi, nuvole lacerate passavano in volo
sui tetti, la notte si era fatta buia e tempestosa. In quel momento, due fanciulle passarono in fretta
nell’oscurità. «Dove mi conduci?» chiese una. «Non lo hai visto, prima? - rispose l’altra. - Devo
acciuffarlo!». -
123
«Kordelchen, tu? - esclamò Victor di colpo dinanzi a loro. - Alla luce della lanterna sei così
pallida, come un cadavere con occhi scintillanti e giocosi». - «Ah, stupido, non dire cose tanto
orribili» rispose quella. Victor fece per andarsene, ma l’attrice si era già avvolta nel mantello di lui.
Si trovavano davanti alla porta aperta di una casetta. La sua frivola accompagnatrice, che con suo
dispetto non era stata notata, sussurrò in modo impertinente buon divertimento e li lasciò,
permalosa. Ma Kordelchen aveva già spinto dentro quell’ospite di un’ora tarda. Un profumo greve
di mazzi di fiori quasi secchi alle finestre li investì dalla stanzetta. La candela ridotta a un lumicino,
cui fungeva da candelabro una bottiglia vuota, diffondeva una penombra incerta sui miseri oggetti
della casa: specchi rotti, raccolte di spartiti e capi di vestiario erano disseminati ovunque. In mezzo
a questa confusione, un uomo ben vestito dormiva profondamente, appoggiato al tavolo; la penna
caduta giaceva ancora tra le sue dita sul foglio scritto a metà.
«Piano, piano, farà tanto d’occhi!» disse Kordelchen, conducendo pian piano Victor per mano in
un angolo distante e mordendogli inaspettatamente un dito, con affetto. Poi si sedette su una valigia,
aprì il grembiule pieno di mandorle e cominciò contenta a spilluzzicare e chiacchierare: una gioia
profonda luccicava nei suoi occhi vivaci. Così, a gran velocità, gli raccontò di essere fuggita
insieme a Otto da quell’Italia noiosa, di trovarsi qui da alcuni giorni e di voler tornare sul
palcoscenico. D’un tratto fissò Victor a lungo in viso. «Povero Lothario - disse, - hai un brutto
aspetto. Lo pensai subito, del resto, quando allora alzasti gli occhi così in alto: vedi, chi ti aveva
detto di cacciare camosci? - Ma mangia anche tu - e hai visto la principessa, oggi? - E’ mascherata
da contessa Juanna». Intanto continuava a gettare gusci di mandorle verso lo scrivano, che ancora
dormiva.
Allora questi sobbalzò spaventato - era Otto - lei rise quasi fino a scoppiare per lo sguardo
inferocito che quello, appena svegliatosi, gettò intorno. Ma Victor, perso fino a quel momento nei
suoi pensieri, alla vista inattesa di quel viso incolto era balzato in piedi. «Per l’amor di Dio, Otto! esclamò, con voce profondamente turbata. - Corri, vola via nella notte, vai in guerra, va a lavorare
nei campi, spacca la legna, mendica di casa in casa - ma vattene via da qui!». - «Vai, vai! - disse
Kordelchen, saltando su dalla valigia. - Sei talmente patetico, sembri il commendatore di pietra del
Don Giovanni». Otto, con il capo appoggiato sulle braccia, indovinò segretamente ciò che l’altro
voleva dire; il giudizio di Lothario era tutto, la sua anima era sospesa in ascolto, come su un
precipizio scosceso. - Ma l’animo di Victor, quel giorno, era come una spada affilata. «E non
parlarmi di poesia, di vocazione poetica - proseguì, - non ne trarrai maggior godimento di una
ragazza innamorata. Sono pochi, al mondo, i poeti; e di questi pochi solo uno riesce a salire indenne
in questa fiabesca, meravigliosa notte di magia, dove crescono fiori selvatici e ardenti e le fonti
canore scendono lungo i precipizi; e il magico suonatore, nel mormorio del bosco, trascina con
suoni che straziano il cuore verso
124
la montagna di Venere, dove ogni desiderio, ogni splendore terreno si accende e l’anima, come in
sogno, è libera di dar sfogo alle sue voglie oscure». Allora Otto non si trattenne più. Fu colto da brividi gelidi, come se un lampo guizzasse nella notte,
illuminando di colpo crudelmente tutta la sua vita perduta. Ancora confuso, intimamente turbato,
afferrò come in preda a pazzia furiosa una spada da teatro posata vicino e si avventò ciecamente su
Victor. Questi scaraventò il folle lontano da sé; la spada sfuggì dalla sua mano. «Calmo! - esclamò.
- E rifletti su quello che ho detto, prima che sia troppo tardi! Quanto a me, lasciami stare, devo
combattere con me stesso. Che Dio ci protegga entrambi!». E uscì in fretta di casa.
Nel vicolo deserto si udirono ancora i lamenti di Kordelchen che gli era corsa dietro, colpita.
«Lothario! - urlava fuori di sé. - Caro, bello, folle Lothario! Ti prego per l’amor di Dio, torna
indietro, un’altra volta sola torna indietro! Non è vero quello che diceva la gente, nel mio cuore ti
sono stata sempre fedele; che posso farci se sono povera e bella? Ah, non mi lasciare, non ho nessun
altro al mondo! Avvolgimi nel fazzoletto, mettimi nella tasca del vestito se non ti fidi di me. Me ne
starò buona in silenzio a guardarti, se anche tu mi vorrai bene, uomo selvaggio ed orribile!». - Lo
pregò in modo commovente, rise e imprecò, finché scoppiò in un pianto irrefrenabile e violento.
Ma Victor non la udiva più. Uscì dalla porta buia della città, strisce di luce mattutina balenavano
già sulla campagna silenziosa. - La sua anima era attraversata da pensieri prepotenti. Dalla notte
profonda del suo dolore sorgeva a poco a poco una stella dopo l’altra: gli sembrava che tutto
dovesse cambiare.
Capitolo ventesimo
A Weinsheim le campane della sera diffondevano il loro suono per tutta la bella regione; la
campagna rigogliosa, con i suoi giardini freschi e salubri e con il castello nobiliare che scintillava
bianco in alto era ormai coperta dall’ombra dei monti, mentre il sole al tramonto illuminava ancora
sereno la pianura fertile e il fiume sinuoso. In tutti i campi si vedeva un allegro brulichio di
contadini che mietevano; fino in lontananza si udivano canti, nomi e grida di gioia, misti allo
sferragliare delle ruote dei carri. In mezzo a quella movimentata confusione, un uomo snello e di
bell’aspetto, dal volto abbronzato cavalcava lentamente verso il castello, impartendo ovunque ordini
per il giorno successivo e incontrando gli sguardi timidi e luminosi delle giovani contadine. Era il
giovane barone Manfred, a cui questo paese apparteneva doppiamente, poiché lo aveva
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ereditato incolto e lo aveva trasformato, con intelligenza e spirito di iniziativa, in un giardino in
fiore.
Nel periodo della mietitura, i castelli di campagna hanno qualcosa di indescrivibilmente solitario.
Manfred trovò la casa e il cortile deserti; tutti i servitori lavoravano ancora con solerzia nella valle e
solo le montagne boscose di fronte si affacciavano severe attraverso le finestre aperte. - Si sedette
stanco sul davanzale, per ristorarsi nell’aria fresca della sera quando, lungo la strada che veniva dai
monti, vide uno strambo gruppetto procedere lentamente tra i noci. Un cavallo trascinava con fatica
un cabriolet a tre ruote, elegante ma evidentemente poco adatto a quel sentiero sassoso. Un uomo
in uno strano abito da viaggio teneva il cavallo per le redini, una giovane dama con una corona di
fiordalisi fra i capelli gli camminava vicino: tutto faceva pensare a degli attori girovaghi. Alcuni dei
cacciatori del barone in ritardo si erano uniti a loro e sembravano apostrofare con battute cattive
quel convoglio malmesso. Ma il viaggiatore non rimaneva in debito di risposte. Manfred poté
intenderlo distintamente, dato che passavano in quel momento sotto le sue finestre, spiegare con
gran fervore ai cacciatori che nella loro arte, a parte il cinghialetto, non v’era più nulla di eletto, che
l’alce dalle lunghe corna lo avevano scacciato dai boschi e se lo tenecano in casa, della sua coda
non era il caso di parlare, di fronte a orecchie educate; inoltre Diana era diventata da lungo tempo
una vecchia zittella e non valeva più la pena di portare corni per lei. - Così, tra voci rumorose e
scoppi di risa giunsero tutti in cima.
Là lo sconosciuto gettò al cacciatore le redini, ordinandogli senza indugio di sistemare tutto nel
migliore dei modi, di aggiustare il carretto e di dar da mangiare in abbondanza al cavallo, sferzato
quel giorno più dal sole che dalla frusta. «Proprio niente male, questo posto - disse poi, guardandosi
intorno soddisfatto. - A chi appartiene il castello?». La risposta del cacciatore sembrò sorprenderlo
moltissimo. «Come! Al barone Manfred?» esclamò e subito volò verso il castello, dove per poco
non investì il barone che stava uscendo in quel momento. «Non eravate in viaggio, qualche tempo
fa? Dovete essere l’ex promesso sposo della defunta contessa Juanna, atteso a quel teempo al
castello del principe!». Manfred confermò, secco e conciso. «Ma sposarla! - esclamò il viaggiatore.
- Chi vuole sposare davvero una Diana bella e selvaggia!». - «Chi siete voi?» lo interruppe
Manfred, misurando l’importuno con sguardo assai severo. «Ah, già! - fece costui. - Avete forse
sentito parlare di un certo Dryander?». - «Il noto poeta?». - «Ebbene, sono io. Viaggio alla ricerca
di canti popolari, e quella fanciulla là è mia moglie».
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Carro leggero.
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Gli presentò allora la giovane dama con la corona di fiordalisi, che stava allacciandosi le scarpe
presso una pietra angolare e che, quando si sentì nominata, rivolse loro un visetto vivace e un po’
arrogante, in cui noi saluteremo subito la signorina Gertrud, una vecchia conoscenza del castello del
principe. Dopo un primo scambio di battute la piccola cominciò a raccontare, con l’animosità di uno
spirito giovane per il quale tutto costituisce una novità, del loro viaggio romantico tra i monti,
dell’incidente con il carro e di altre avventure, lasciando intendere chiaramente che al barone era
toccata una fortuna inestimabile, a poter ospitare presso di sé il famoso poeta Dryander. Ma
quest’ultimo, per il quale la descrizione stava diventando troppo lunga e infiorettata, tornò in fretta
in cortile a prendere pipa e tabacchiera. - Manfred si trovò perciò solo con la moglie giovane e
carina in una situazione strana, perché quando era ormai incline a considerarla, giudicandola dal suo
aspetto esteriore, una signorina di campagna innamorata e amante della vita, quella mutò di colpo
bandiera e proruppe in argomentazioni di estetica. E quanto più lui taceva, tanto più allegramente
l’altra, nel desiderio evidente di impressionare il proprietario terriero, mischiava senza posa né
scrupoli tempi, autori e libri in un’erudizione ciarliera, come una cascata vivace.
Una risata dietro di loro interruppe allora di colpo quella conversazione insolita. Era Dryander, che
nel frattempo era ricomparso e aveva ascoltato per un po’ inosservato. «Trudi, Trudi! - esclamò
continuando a ridere. - Ma che ti prende? Non ti riconosco più! Quei modi fascinosi, la
conversazione arguta, quel miscuglio di affettazione e di romantica danza dello scialle». La risoluta
donnina, però, non parve imbarazzata neanche per un attimo. Con voce mutata, che d’un tratto
suonava come il tacco di una pantofolina, replicò: «una volta per tutte: queste stupidaggini da te non
le sopporto! Se tu vuoi essere un filisteo, fa pure, lo sarò anch’io quando ne avrò voglia!».
Dryander intanto l’aveva abbracciata e danzava con lei sul prato. Ma lei di colpo urlò forte e si
divincolò con più violenza che grazia. - «Sei sempre così goffo - disse, - mi pesti i piedi». - «Non è
vero» esclamò Dryander. «Vero o non vero non ha importanza! - ribatté quella. - Sono stanca del
tuo vagare per stupidi monti, voglio andare a dormire e subito!». Allora fu Dryander a infuriarsi in
modo strano. «Per l’amor di Dio, niente capricci! - esclamò. - I capricci delle donne mi ripugnano
come la pece sul turacciolo di una bottiglia di champagne, come melata disgustosa sui fiori; la
pazzia pura, al confronto, è grandiosa, con il suo abisso di pensieri senza fondo». - «Io me ne vado
comunque a dormire!» lo interruppe Gertrud testarda; rivolse un breve inchino a Manfred e si avviò
verso il castello, dove la vecchia governante del barone, che sulla soglia aveva assistito meravigliata
a tutta quella scenata, accolse la donna furibonda e la condusse nella sua camera.
«Non è bella da strappar baci, quando si arrabbia?» disse Dryander a Manfred. Questi, sdegnato
per quel comportamento assurdo e privo di scopo, gli chiese seriamente se non si rendesse conto
che, con simili follie, annichiliva spiritualmente la moglie.
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«Niente affatto - ribatté Dryander, - le nature pigre diventano pregevoli e affascinanti solo nella
passione; e lei, in fondo, è molto stupida».
Intanto fu preparata una tavola in giardino, carica di bevande fresche. Dryander si accomodò senza
indugi, si annodò un tovagliolo sotto il mento come quando ci si rade e cominciò a mangiare, con
una voracità che Manfred non aveva mai visto. Servendosi da tutti i vassoi allo stesso tempo
raccontò come da fidanzato, al castello di caccia del principe, la sua avversione contro un
matrimonio solenne fosse diventata un ostacolo insormontabile; come se ne fosse andato, spaventato dall’imponente letto nuziale e come però, poco dopo, anche Gertrud fosse scomparsa dal castello
per la malinconia.
«Ma durante quella fuga straordinaria - proseguì - l’amore mi disturbò non poco: deperii
moltissimo, ero ridotto al lumicino. In quelle condizioni mi capitò una sera di perdermi tra i monti.
Non sapevo più dove fossi e giunsi infine, come mi resi conto, sopra i resti del recinto caduto di
quello che era stato un giardino francese. Attraverso le nuvole che passavano veloci, tra il fogliame
scuro e i tassi tagliati ad arte, solo i raggi della luna cadevano su statue infrante che giacevano
nell’erba alta; dal bosco proveniva il cinguettio di innumerevoli usignoli. Una sola statua, a una
certa distanza, mi apparve ancora ben conservata; era una naiade seduta sul bordo di una vasca di
pietra, e le onde le lambivano i piedi. - Io, in fondo in fondo, sono un romanticone. Con le braccia
incrociate sul petto mi appoggiai distrattamente a un antico altare per i sacrifici vicino a me e fissai
la luna per un po’, quando l’altare marcio che credevo di pietra mi crollò alle spalle. Il fatto che
anch’io cadessi fu il meno. Ma immaginatevi il mio spavento! Per il rumore, la naiade di colpo si
voltò, balzò in piedi e fuggì nel giardino buio. Nonostante la pelle d’oca mi diressi verso la vasca e,
sul bordo di pietra, trovai due graziosissime pantofoline. Me le misi subito sul cuore, tra la marsina
e il panciotto e, inoltrandomi ancora, giunsi in un luogo reso ancora più buio dagli alberi alti. Vi
sorgeva un castello, dal castello si sporgeva un balcone e sul balcone, come dietro a un velo
intessuto di fiori, foglie e chiaro di luna, vidi di nuovo rilucere l’abito bianco della naiade. Poi, d’un
tratto, tutta la scena del balcone divenne assurda: io le rivolsi la parola in delicate assonanze, lei si
nascose mezzo timorosa, mezzo incuriosita; vedevo ora un ricciolo, ora un piedino nudo, un
braccio, poi di nuovo più nulla. Mi innamoravo più, le rime mi fluivano come acqua di lavanda; le
parlai della luna fatata, della passione da lei suscitata, della notte di Valencia incantata, lieve di
carezze e di bisbigli, finché la prima allodola si svegli! Lei continuava a tacere ed io, come
arrampicandomi sulla scala celeste della mia armonia, salii infine senza indugio sull’albero più
vicino; mi lanciai con una mano sul balcone e, con l’altra, porsi alla fanciulla sorpresa le sue
pantofoline. Lei, però, nello stesso istante me le strappò di mano e me le batté energicamente sulle
orecchie. “E’ questa dunque la tua fedeltà! - urlava. - Ti avevo riconosciuto subito, oh me infelice!”.
- Era Gertrud in persona. Ero sbalordito. Invano le dicevo che anch’io l’avevo riconosciuta subito e
la scongiuravo di chiudere il becco. Lei non credeva e non ascoltava una parola,
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continuava a inveire e a piangere. Per il rumoroso litigio la vecchia balia, che avevo conosciuto già
al castello del principe, cacciò la testa fuori dal portone per riscomparire subito, un grosso cane
abbaiò un paio di volte in giardino e, prima che me ne accorgessi, la porta del balcone si spalancò e
una confusa schiera di cugini, lumi e servitori si precipitò fuori; alla loro testa si trovava un
omaccione robusto in vestaglia di damasto, con un cappellino a tre punte e una coda di capelli.
Aveva in una mano una pistola, nell’altra la spada sguainata. La vecchia balia, spaventata dalle
conseguenze della sua spiata, cercava di trattenere da dietro l’uomo infuriato per la coda, finché il
fiocco si sciolse e i lunghi capelli gli svolazzarono intorno come uno spettro fantastico. “Sposateli,
per tutti i diavoli!” tuonò, puntandomi contro la pistola: poiché non era altri che il padre di Gertrud.
Un vecchio prete, che non capiva nemmeno cosa stesse accadendo, uscì dal gruppo e io e Gertrud
fummo uniti in matrimonio seduta stante».
A questo punto Manfred, che più volte aveva cercato di interrompere il poeta chiaccherone, si alzò
in piedi sdegnato. «Che vergogna! - disse. - Questa storia mi fa gelare il sangue». Dryander lo
guardò per un po’ sorpreso con i suoi occhi arguti, poi di colpo balzò in piedi e si gettò fra le
braccia del barone. «Avete assolutamente ragione - esclamò, - vi è in me un’infame doppia
personalità: non posso ideare nulla di grande senza appendergli subito dietro una rete per capelli; un
re tragico e folle e un buffone che gli fa subito lo sgambetto si inseguono e si accapigliano in me
giorno e notte, finché non so più quale dei due folli io sia».
Manfred taceva sdegnato; Dryander era andato sul declivio del giardino e guardava verso la valle
buia. Si potevano ancora distinguere solo alcune parti di bosco, campi e villaggi; nel silenzio
immenso gli giungeva il cupo battito di un martello. «E’ bello! - disse. - Mi sembra di udire il
battito uniforme della pendola del tempo. Resterò qui - si rivolse poi rapido a Manfred, - sono stufo
di questo disordinato andirivieni; fare della poesia un mestiere è del tutto ridicolo, come se uno
volesse essere eternamente innamorato e per giunta sulla pubblica via; voglio star qui e imparare da
voi a coltivare la terra!». - «Voi? - replicò Manfred stupito - sarebbe proprio un bell’affare». Ma
Dryander non vi prestò attenzione. «Voglio sprofondare qui - proseguì - come in fondo al mare, in
modo da non udire più il mondo; ma voi mi dovete promettere di non parlarmi mai di letteratura».
Parlava con tale fervore che finì per trascinare anche lo scettico Manfred, profondamente convinto,
del resto, che solo la solitudine e un’attività organizzata secondo regole ferree potessero guarire uno
spirito smarrito. E non vi fu bisogno d’altro per guadagnarlo anima e corpo alla causa.
Discussero il nuovo piano nei dettagli davanti a una tazza di punch. Dryander accettò tutto con
entusiasmo, vi si calò completamente; era tranquillo, quasi tenero e, in quello stato d’animo così
insolito, irresistibilmente amabile; e quando alla fine si separarono, Manfred andò a riposare con
l’impressione di aver intrapreso
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un’opera buona e rifletté ancora a lungo su come realizzarla e svilupparla nel migliore dei modi.
Quanto si stupì, perciò, quando il giorno seguente apprese che Dryander, per il troppo punch
bevuto, non era riuscito a chiudere occhio dal gran caldo, aveva svegliato con gran fracasso la
moglie e la corte intera molto prima del levar del sole ed era subito ripartito.
Nella cameretta del poeta trovò diversi piccoli oggetti dimenticati, fazzoletti e calze disseminati su
tutte le sedie. La finestra aperta sbatteva al vento, sul tavolo giaceva un foglio che sembrava scritto
da Dryander poco prima. Lo raccolse e lesse:
Davanti al castello frusciano gli alberi,
sotto le finestre va un suonatore,
con suoni confusi seduce la mente ma quel suonator non è altri che me.
Passo correndo vicino ai castelli,
i riccioli all’aria, ombroso il cavallo,
tu bimba devota, nella quieta casetta,
non affacciarti alla finestra.
Il petto squarciato da voglie e rimorsi,
da una passione disperata,
raccolgo fuggendo fiori in un mazzo,
ma non ne verrà una lieta corona!
Non nascerà dal mio grido un canto,
cuore, mio cuore, sei un suono confuso
che la tempesta disperde nel vento addio, non chiedete dove andrà!
«Non si è tentati di pensare che sia davvero preda della disperazione più assoluta? - disse Manfred,
mettendo via il foglio con un sorriso di compassione. - E scommetto che, svagato com’è, ha già
dimenticato tutto quanto avevamo progettato ieri». E guardando fuori vide, sotto i raggi del sole
mattutino, il carretto del poeta, sul quale era aperto un ombrellino da sole bucherellato, procedere
tremolante come un gioco d’ombre tra gli alberi verdi.
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Capitolo ventunesimo
Ritroviamo il barone Manfred distante dalla sua tenuta verdeggiante e pacifica, da cui lo ha
allontanato una questione familiare di particolare urgenza. La faccenda, che pensava di sistemare
senza problemi, si era inaspettatamente ingarbugliata a causa di alcuni equivoci; inquieto, anzi
seriamente preoccupato, aveva perciò appena lasciato il castello di una dama sua parente, presso la
quale si era trattenuto per alcuni giorni.
Già al castello aveva attirato il suo interesse una voce confusa, che la gente dei villaggi aveva
infiorettato rendendola ancora più incredibile. Si trattava della storia quasi fiabesca di un convento
solitario e abbandonato, sui monti vicini e di un monaco, ritenuto da qualcuno un eremita pazzo,
che si aggirava da poco in quella zona. Nessuno sapeva quando e da dove fosse giunto; lo
chiamavano l’eremita Vitalis. - Dato che la strada di Manfred passava tra i monti, decise di fare
visita a quell’eremita misterioso nella sua dimora.
Era una bella sera d’estate quando si diresse a cavallo, tra prati e campi di grano ondeggianti,
verso i monti che gli erano stati indicati. Un temporale era appena passato e gocce lucenti erano
ancora sospese sui rami e sull’erba, da cui saliva un profumo che ridestava le forze. Un taglialegna
gli aveva indicato la strada per l’eremo; il monte saliva sempre più, la frescura e il silenzio
aumentavano e solo il suono delle campane della sera saliva dalle valli sottostanti, attraverso lo
stormire maestoso del bosco. - In quella vasta solitudine non riuscì a reprimere una diffidenza mista
a irritazione nei confronti dell’eremita che stava per conoscere. Gli pareva meschino, addirittura
empio che, in mezzo alle passioni e miserie comuni, isolarsi in un egoismo così presuntuoso,
ponendosi al di sopra degli altri. «L’uomo - disse a se stesso, - soltanto l’uomo confonde tutto con i
suoi vizi e il suo sussiego!».
Tra simili considerazioni si infervorò sempre più e si era già riproposto seriamente di riportare
l’eremita in seno al mondo, con forza di persuasione adeguata, quando il suo cavallo di colpo
s’adombrò, balzando poi con violenza da una parte. Una figura singolare era sbucata di colpo tra gli
alberi sotto i quali, vicino a un giardinetto accuratamente recintato, apparve in quell’istante l’eremo
scavato nella roccia, ombreggiato da viti selvatiche. L’eremita indossava un cappello da pellegrino
a falde larghe e un enorme e vecchio vello di pecora che, troppo ampio per lui, gli frusciava dietro,
sull’erba; aspirava fumo da una lunga pipa. Manfred non credette ai suoi occhi. «Come! - esclamò. Signor Dryander, siete dunque voi Vitalis!?». - «Vitalis? E perché no? - rispose Dryander calmo. Ma statemi lontano, con quello stupido cavallo imbizzarrito».
Manfred legò il cavallo ad un albero e seguì il dottore, che si pestava la pelliccia quasi ad ogni
passo, verso la sua dimora. Laggiù nulla mancava del corredo del perfetto eremita: un teschio
bianco riluceva dall’interno della grotta, sulla cui parete rocciosa in fondo era appeso
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un crocifisso, semplice, dalle grandi dimensioni; un breviario giaceva ancora aperto sulla panca
davanti all’eremo. Manfred si guardò a lungo intorno con aria cupa, poi scoppiò. «Questo non è un
semplice scherzo - disse, - sarebbe troppo empio. Ma anche la serietà più amara, qui, diventa un
delitto. Povero uomo capriccioso e incostante, vai a imparare prima dai semplici, riconosci in basso
fra la folla la croce invisibile che il Signore ha posto in mezzo alla vita, prima di afferrarla tu stesso
e osare, in suo nome, illuminare e raddrizzare il mondo!». - «Amen, figlio mio! - lo interruppe
Dryander con voce pacata. - Ma non riuscirai mai, con la tua parlantina, a rivoltare la parte ruvida
della mia pelliccia da eremita, perché provo una pena profonda per il tuo accecamento. Dunque dal
trambusto del mondo, figlio mio, speri ancora di imparare ciò che non è di questo mondo? Ma io ti
dico: qua non c’è da imparare, bensì da crollare a terra in ginocchio, perché nel silenzio della
solitudine del bosco giunge, inatteso e fulgente delle sue armi, l’angelo del Signore!». E qui lo
zelota aspirò ed espirò così forte dalla sua pipa, sul punto di spegnersi per il lungo discorso, che
Manfred, seppure ancora irato, scoppiò in una risata fragorosa. Questa contagiò anche Dryander,
che si unì a lui senza poter più smettere. Entrambi però si voltarono spaventati, allorché di colpo
echeggiò dietro di loro la risata calorosa di una terza persona.
Un uomo alto e robusto, con il viso abbronzato e i capelli lunghi, vestito di un rozzo saio legato al
corpo con una corda, uscì dai cespugli, continuando a ridere alla vista del bizzarro abbigliamento
del poeta. Risultò allora che il nuovo arrivato era il vero proprietario dell’eremo e che solo poche
ore prima Dryander, sorpreso per via dal temporale e bagnato fradicio, si era rifugiato in quel luogo;
e mentre l’eremita era andato a cercare legna nel bosco, lui si era sistemato comodamente nella sua
pelliccia asciutta.
L’eremita si occupò subito del cavallo di Manfred; gli tolse la briglia, gli gettò del fieno e lo accarezzò, osservandolo con grande piacere. «Splendido animale! - disse. - Ne capisco ancora, da
giovane ho fatto parte del nobile reggimento dei corazzieri». Detto ciò, con lo stesso ardore si
dispose a fare gli onori di casa agli ospiti, che intanto davano un’occhiata più da vicino alla piccola
dimora. Nel giardino, patate e cavoli avevano preso il sopravvento su quasi tutti i fiori; all’entrata,
però, notarono una fossa scavata di fresco. «Serve solo contro i superflui pensieri mondani - disse
l’eremita, - succumbit humi bos et Caesar ». Due grosse cotiche erano fissate a dei bastoni,
incrociati sopra la fossa. L’eremita riteneva che, altrimenti, i topi gli sarebbero entrati nella
capanna.
Posò poi delle bottiglie di vino e dei bicchieri sul tavolo di pietra davanti alla sua dimora, gli ospiti
dovettero sedersi sulla panca; una volta tanto, aveva voglia di udire notizie del mondo. Dryander,
infastidito dal molto cavolo in giardino, lo definì
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Reminiscenza virgiliana, da Eneide V, 481: “Sternitur examinisque tremens procumbit humi bos”.
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canonicus in herbis e si mise a parlare con furia il più matto latino maccheronico; l’eremita gli
rispose allo stesso modo e sembrò proprio contento di quella barbara confusione di lingue. Nello
stesso tempo fumava tabacco puzzolente da una corta pipa ungherese, mandando grosse nuvole.
Solo riguardo al vino non rispondeva adeguatamente ai brindisi: lo rendeva, diceva, presuntuoso e
collerico. Raccontò loro di essere stato frater raccoglitore su al convento, di essersi insediato in quel
luogo dopo la sua soppressione e di trovarsi assai bene con i contadini della zona, che
conoscendolo da lungo tempo lo rifornivano largamente di tutto ciò che gli serviva. In genere, nella
vita tutto gli era sempre andato per il verso giusto. Già da fanciullo aveva mendicato tanto insieme
al vecchio padre, un violinista cieco, da poter frequentare la scuola. Più tardi era entrato a far parte
del reggimento dei corazzieri, ma già alla prima bataille era stato conciato talmente male che
avevano dovuto lasciarlo andare. Una volta tornato al suo paese, aveva ritrovato la fidanzata ormai
sposata con un altro, che rincitrulliva dalle grida. «Laus Deo!» concluse, brindando allegramente.
Manfred osservò, non senza profonda malinconia, quell’allegro eremita che la vita, con tutti i suoi
colpi, non aveva potuto sopraffare e che adesso praticava la sua religiosità in modo spontaneo,
come un mestiere lodevole. «E’ proprio impossibile - esclamò, dopo qualche attimo di riflessione, neppure voi siete Vitalis!».
«Oh! - rispose l’eremita. - Io il signor Vitalis! Ma che andate a pensare, non sono degno neppure
di allacciargli le scarpe; e glielo farei volentieri, ora e sempre, se lo volesse! No, no, lui abita laggiù,
nell’ex convento». - «Come un allocco - disse Dryander. - per acchiappare i topi attirati dalle tue
cotiche». - «Zitto - lo interruppe lesto l’eremita, arrossendo fugacemente. - Non dite simili stupidaggini, se non capite nulla di religiosità. “Contenti estote ” diceva una volta un frate cappuccino,
in una commedia che vidi quando ero ancora soldato. Vale a dire: accontentatevi del rancio, se non
potete soffrire la manna del cielo!». - «Beh, non siate così aspro adesso» disse ridendo Dryander,
intimamente irritato dal rimprovero.
«D’accordo! - esclamò l’eremita bonario. - Ma devo ancora raccontarvi del signor Vitalis». Si
avvicinò pieno di entusiasmo, mandando con tale concitazione nuvole di fumo dalla pipa ungherese,
che Dryander si sedette all’altro capo della tavola. «Vedete - disse, - era una notte d’estate bella e
stellata come nel 1814, quando passammo il Reno. Avevo appena finito di recitare il rosario e mi
ero alzato per suonare la campana sopra la mia capanna, come sono solito fare sempre a
mezzanotte, poiché per i malati giù ai villaggi, quando tutti dormono, è consolante sentire la campanellina dai monti. Anche gli animali vi si sono abituati, io mi rallegro sempre quando i caprioli al
chiaro di luna escono sui
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Chierico in erba. Uso letterale del concetto del diritto canonico medievale con il quale si indicava un ecclesiastico
non ancora “in frutti”, ossia che non godeva ancora di una prebenda.
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Citazione della predica del cappuccino dall’ottava scena del dramma in un atto di Schiller Wallensteins Lager.
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prati laggiù e, dimenticando il pascolo, alzano la testa in direzione del suono, come se volessero
anche loro, poverini, lodare Iddio. Beh, ognuno fa quel che può. Ma quella volta le bestie
cominciarono di colpo a sbuffare e, prima che potessi rendermene conto, si erano di colpo dileguate
in tutte le direzioni. Uscii fuori e mi trovai di fronte un bel cacciatore dall’aspetto trascurato.
“Laudetur Jesus Christus” dissi io. Ma costui, senza dire amen: “che fai qui?” - “Come vedete,
signore, sono un eremita e prego quando gli altri dormono”. - “E dormi quando gli altri pregano, è
ovvio!”. - “Sicuro, così ci diamo il cambio per la guardia celeste”. Poi il cacciatore rovistò nella mia
capanna, vide il mio letto di muschio, la croce, il teschio. “Apparato completo - disse, - sei così
pigro che, ogni sera, questa testa pelata ti deve mordere la coscienza con i suoi denti digrignanti, per
indurti a pregare?”. - “Signore - replicai, - non me la date ad intendere, sono stato soldato e monaco
nel monastero qua sopra e so bene che è più facile espugnare una fortezza, che conquistare il regno
dei cieli. Però vorrei proprio vedere lo spaccone che vuol prendere una fortezza senza baionetta,
scala e attrezzi vari! E voi volete dar l’assalto al cielo che sta ancora più in alto così, nudo e misero
come siete, senza corazza, equipaggiamento ed esercizio quotidiano delle armi? Io vi dico: l’umiltà
è principio e fine, uomo presuntuoso!”. Lo sconosciuto mi guardò sorpreso con i suoi occhi
scintillanti, poi si appoggiò al tavolo con la testa fra le mani; pensai che guardasse il teschio che era
davanti a lui, ma doveva avere ben altri pensieri. Stai seduto finché vuoi, pensavo, non ti temo ma
non mi fido. Mi distesi sul mio strame e tenni gli occhi fissi su di lui, finché mi si chiusero.
Quando mi svegliai, i miei occhi erano ancora rivolti verso la tavola, ma il cacciatore non sedeva
più al suo posto. Uscendo dall’eremo lo vidi, nella luce dell’alba, scendere dal vecchio monastero.
Era un mattino stupendo, i galli nei villaggi cantavano e qua e là, nell’aria silenziosa, echeggiavano
la campane mattutine. Anche lo sconosciuto, dopo avermi salutato amichevolmente, si fermò a
guardare per lungo tempo verso la valle. “Guarda - disse, - là regna ovunque la pace di Dio: è come
se le schiere degli angeli volassero cantando sopra la terra! Ma quei poveri uomini li odono solo nei
sogni. Laggiù, stanchi e smarriti nell’ignoto e nella notte, invocano e cercano piangendo la casa del
Padre! E dove brilla una luce, bussano timorosi alla porta; viene loro aperto, ma devono servire lo
straniero e guadagnarsi il pane quotidiano; e così diventano adulti e invecchiano, e non riconoscono
più la patria né il Padre. Oh, se vi fosse qualcuno che potesse portare a tutti loro la pace! Ma chi
vuole davvero far ciò, deve prima ricreare la pace in se stesso e anche se nel far questo perisse, che
importa! Vedi, caro amico, tutto ciò è legge spirituale e compito quotidiano”.
Io, povero diavolo, gli stavo davanti sbalordito, poiché mi ero reso conto che fino a quel momento,
in realtà, non avevo capito nulla del mio compito. Avevo voluto spazzare solo davanti alla mia porta
e mettere da parte solo per me, miserabile taccagno, la beatitudine eterna, come se il buon Dio
avesse avuto a che fare solo con me, sulla terra. - E dunque, da quel momento il cacciatore rimase
qui sui monti, dimorando nel convento lassù e spartendo tutto con me, come un compagno fedele; è
pur sempre un signore assai erudito. “Tu mi piaci - dice sempre, - “non ti gonfi di boria per la tua
devozione”. E quando digiuno lui fa la fame, quando mi
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sveglio lui ha vegliato e pregato tutta la notte. Non beve vino né vuole carne e se a me, vecchio
pazzo, capita talvolta di perdermi d’animo, lui canta una bella canzone, e - in breve, questo è il
signor Vitalis di cui avete udito parlare nella valle».
Allora l’eremita si voltò e si mise ad armeggiare sul tavolo, poiché si vergognava delle lacrime che
gli scendevano dagli occhi. Manfred invece si alzò: un pensiero inatteso sembrò passargli per la
testa. «Conducetemi da Vitalis - disse, - devo assolutamente parlargli!». L’eremita scosse il capo,
pensieroso. «Lo faccio volentieri - disse, - ma fate attenzione, se siete mosso solo dalla curiosità.
Poco tempo fa c’era qui un giovincello, che voleva diventare anche lui a tutti i costi un eremita. Io
pensai subito fra me e me: a una vita santa si addice solo un carattere buono e deciso; quando la
notte costui stava nel bosco con me, rabbrividiva come una fanciulla. Le nostre vecchie preghiere
non gli parevano abbastanza belle, le metteva in versi poetici; poi piangeva troppo e aveva ogni
sorta di nostalgie. Infine scoprì una figlia di pastori giovane e graziosa, la volle convertire con la
forza ma lei era già più devota di lui e, prima di rendersene conto, si innamorò di lei. Divenne allora
molto triste e in breve, come ho già detto, con il signor Vitalis non c’è da scherzare, lo cacciò via ».
«Per caso, quel giovane si chiamava Otto?» domandò Dryander. «Sì, si chiamava proprio così»
rispose l’eremita stupito.
Intanto la notte era calata del tutto, quando tutti e tre si diressero verso il monastero. L’eremita
camminava in testa con una fiaccola, per uno stretto sentiero inghiottito a metà dalla vegetazione;
gli altri lo seguivano, muti e impazienti. - Per via Manfred chiese al dottore dove avesse lasciato la
sua piccola consorte. «Se ne è andata tra gli ussari» disse Dryander secco e non volle assolutamente
fornire notizie più dettagliate.
Così, dopo un cammino faticoso, erano giunti alla rovina; attraversarono la porta e la luce della
fiaccola illuminò il cortile silenzioso, con i suoi vecchi alberi e, al centro, la fontana cadente. Il loro
accompagnatore si guardò intorno. «Che sia ancora sui monti?» disse aprendo una porta di quercia,
che cigolò. Entrarono in una saletta, ma neanche là trovarono nessuno. Solo un sacco di paglia per
terra, una croce sul tavolo e alcuni libri la indicavano come la dimora di Vitalis; dalla finestra rotta
si affacciava la notte, meravigliosa. Quando si avvicinarono all’apertura alcuni uccelli notturni,
disturbati, volarono via impauriti dalle crepe del muro; ai loro passi alcuni pezzi di muro si erano
staccati, li sentirono rotolare ed echeggiare sempre più in basso. Poi, dalla parte opposta, la luna
apparve all’improvviso tra le nubi ed essi non videro nulla, se non i muti precipizi al di sotto e il
caos oscuro delle cime secolari. «Orribile!» esclamò Manfred guardando in basso, preso dai
pensieri.
D’un tratto furono interrotti dall’urlo di Dryander. Per la curiosità si era sporto, aveva avuto però
un capogiro e si era aggrappato con tutte le sue forze al saio dell’eremita. «Te l’avevo detto esclamò questi, - ti sta bene. Resta giù, lavora e loda Iddio, e abbandona tutta la tua impertinenza!».
Con queste parole afferrò il dottore per il bavero e lo tirò via dal precipizio, dentro la cella.
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Mentre però uscivano di nuovo all’aperto, videro d’un tratto con stupore due figure sconosciute
che, spaventate, scapparono attraverso il cortile del monastero. «E’ lui, per l’amor di Dio, presto!»
bisbigliò una e subito scomparvero entrambe nella notte, tra le vecchie mura. Al suono di quella
voce Manfred sussultò visibilmente; alla luce intensa della fiaccola aveva continuato a seguire con
lo sguardo i due fuggiaschi; dopodiché si precipitò dietro di loro. Ma l’eremita, con le sue gambe
lunghe, camminando svelto nel saio frusciante, lo afferrò energicamente per il braccio. «Siete
impazzito? - esclamò. - Non so chi fossero, ma so che voi, di notte e su una montagna sconosciuta,
quella gentaglia non la acchiapperete e anzi vi romperete il collo, a meno che non siate un
camoscio!». - Manfred, dopo aver brevemente riflettuto, dovette dargli ragione; poi però invitò con
fretta evidente a tornare subito indietro e, durante la discesa cauta tra le rocce, se ne rimase
taciturno e pensieroso.
«Adesso devo proseguire, ma presto tornerò a far visita a Vitalis» disse infine, quando furono
giunti di nuovo all’eremo; strinse calorosamente la mano del suo ospite e balzò a cavallo. L’eremita ebbe a malapena il tempo di indicargli il sentiero più breve e lo guardò poi a lungo,
stupito. - «Fossi matto a ripartire in questa notte da fantasmi» disse Dryander; chiese ancora una
lunga pipa, si rallegrò di poter fare anche lui, per una notte intera, la vita dell’eremita con tutte le
sue comodità e volle anche ricopiarsi alcune delle canzoni notturne dell’anacoreta solitario.
Manfred cavalcava invece instancabile verso le valli; dopo un po’ udì come in sogno la campanellina dell’eremita risuonare in alto; i caprioli pascolavano di nuovo, da una parte; tutta la sua anima
si sentiva come sepolta in una fossa da quel silenzio di morte. La mezzanotte aveva intanto
spalancato il cielo e steso sulla terra il suo velo meraviglioso. Così, sempre più in basso e sempre
più lieto scendeva in quella sognante notte estiva, respirando a pieni polmoni; e già sentiva in
lonmtananza i fiumi scrosciare e gli usignoli conguettare. Da un castello solitario giungeva il suono
di una chitarra, profumi si diffondevano rinfrescanti dai giardini in fiore. Dall’ultimo pendio del
monte gettò in basso un grido, come redento: «Salve, o vita bella! Sì, lo sento, sei di nuovo mia!».
Capitolo ventiduesimo
In una giornata stupenda, una nave scivolava sul Danubio tra bellissimi monti boscosi e villaggi.
Di tanto in tanto echeggiavano dalla nave risa così calorose che, sulla sponda, anche i passanti si
fermavano a ridere, senza sapere perché. Erano mercanti in viaggio, studenti e cacciatori; stavano in
cerchio,
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in coperta, intorno a un ometto ben piantato, con borsa da viaggio e cappello da pellegrino a tesa
larga, che raccontava loro le avventure più incredibili della sua vita e se la prendeva moltissimo,
ogni volta che quelli ridevano e non volevano credergli. Separato da quel gruppetto allegro, invece,
appoggiato all’albero al centro della nave stava un bellissimo giovane in un grazioso abito da
cacciatore, con in braccio una cetra trovata in cabina; ai suoi piedi sedeva un altro grazioso ragazzo.
Li si poteva prendere entrambi per scolari in vacanza, ed era bello vedere quelle immagini liete
passare come in volo tra paesaggi mutevoli, ora nella ombra fresca delle rocce, ora nella piena luce
del sole. Quello appoggiato all’albero, sotto il cappello da viaggio, fissava la campagna con sguardo
vivo e cantava:
Stava all’arco della finestra
e si intrecciava triste i capelli,
il cacciatore se ne era partito,
il cacciatore era il suo innamorato.
E quando venne la primavera
e tutto il mondo cosparse di fiori,
ella si fece allora coraggio
e si recò nella verde brughiera.
Ella posò l’orecchio sul prato,
udì di zoccoli il suono lontano sono i caprioli, che brucano l’erba
sul pendio ombroso del monte
E di sera stormiscono i boschi,
s’ode lontano soltanto uno sparo,
ella si pone muta in ascolto:
“Era il saluto del mio amore!”
Dalle rocce sgorgavano fonti,
nella valle volavano uccelli,
“e quando, amici, lo incontrate,
mille volte me lo salutate!”
La compagnia aveva rivolto la propria attenzione al bel canto; il pellegrino bizzarro si avvicinò al
cantore e subito intonò la stessa melodia:
Come un corno risuona nei sogni,
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perché vaghi tra le rocce,
sotto gli alberi, mio caprioletto?
Voglio esser il tuo cacciatore!
Il cantore lo guardò per un attimo con la coda dell’occhio e, senza pensarci troppo, rispose:
Ella però passando rise:
“tu hai labbra impertinenti,
io però intendo un’altra persona
tu sei per me troppo corto e rotondo!”
A questo punto esplose una risata generale; il cantore si spaventò, gettò via la cetra e si sedette
vicino al compagno. Il grassone, però, non si lasciò metter da parte così facilmente: si avvicinò
subito soddisfatto ai due, facendo battute e cercando di intimidirli. «Mio tenero signor cacciatore disse, - mi pare che siate molto più colpito di quanto abbiate mai colpito qualcosa». - «E voi, mi
pare, avete finito i colpi - replicò lo sveglio cacciatorino, - perché l’arguzia vi si incedia nello
scodellino». - «Almeno, a voi non si bruceranno peluzzi sul labbro superiore! Scommetto però che
vi piacerebbe, aver dei baffi sopra la bocca». - «Se il muso sotto fosse più bello del vostro!». - «Vi
prego, non immusonitevi così. Ma barba a parte, temo che presto vi spunterà grigia, perché a
giudicare dal vostro canto d’amore, una fanciulla vi da’ grosse preoccupazioni». - «Non una, due; e
per quanto siano matte le ho già stancate un bel po’, nella caccia». - «Speriamo che le vergini non
cadano in fallo! E dove mai le avete cacciate?». - «Sotto la cuffia ». - «Come! Vi portate appresso
cuffie?». - «Certo, guardate qua!». Il cacciatore sollevò una sacca da viaggio appoggiata dietro di
lui. Il pellegrino un po’ miope vi cacciò dentro il naso e, prima che potesse accorgersene, il
ragazzetto gli calò in testa da dietro una cuffia da notte bianca come la neve.
La punta dritta del berretto diventò allora un autentico parafulmine, sul quale si abbatterono di
colpo da ogni parte scherzi di ogni tipo, leggeri e infuocati. Il pellegrino perse il lume della ragione,
per il suo strano temperamento non si capiva se, nella rabbia, facesse sul serio o scherzasse. Il
giovane cacciatore, avendo causato senza volerlo una tale confusione, sedeva nel frattempo zitto
zitto, alzando solo di tanto in tanto lo sguardo timido. Quando però sentì il pellegrino imprecare
contro quegli allegri birbanti e vide sotto la cuffia da notte quelle orecchie da coniglio, non poté
lasciarsi sfuggire l’occasione; balzò di nuovo in piedi, fece schioccare il suo frustino e si mise a
chiacchierare anche lui
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Gioco di parole tra il significato reale della frase e quello traslato (accasare, far sposare qualcuno).
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in modo sfacciato, senza più fermarsi. Gli allegri compagni di viaggio li incitavano: dovevano
spararsi a vicenda. Intanto la sera scendeva e aumentava la confusione; il pellegrino giurò che
avrebbe solleticato quello stesso giorno il bel giovane con la punta della sua spada, così da farne
una giovane bella! Il cacciatorino, invece, sussurrò di nascosto al compagno: «Che facciamo,
adesso? Ti prego, Hänschen, consigliami!». In quel momento la nave toccò la riva.
Mentre tutti raccoglievano in fretta i loro fagotti, le pipe e le borracce, Dryander - poiché era
proprio lui il pellegrino bizzarro - corse per primo in gran fretta in direzione dell’osteria, passando
davanti al grasso oste, che aspettava tranquillo la nave sulla porta di casa e che lo seguì meravigliato
con lo sguardo. Nell’osteria trovò un giovane, seduto sul davanzale della finestra aperta e intento a
guardare fuori quell’allegra baraonda serale; questi si voltò rapidamente - e vi si riconobbe
Fortunat. Senza meravigliarsi né salutarlo, confuso com’era, Dryander gli urlò contro: «Maledetta
storia del diavolo! Hai portato con te le tue armi? Una tal fanciulla di ragazzo! Gli taglierei la barba
di sotto al naso, se solo ne avesse una! Non c’è niente da ridere! Gli sarà facile colpire, io sono
come un’arnia in confronto alla larghezza della sua vita, e - ». - «Ferma! - lo interruppe Fortunat
ridendo sempre più forte, - stai per scoppiare come una bomba; che succede tutto d’un tratto?». Ma
Dryander era troppo arrabbiato, imprecava senza posa contro la stupidità della cavalleria, dei duelli,
dell’onore che, come una bandiera di reggimento, deve essere miseramente lacerato dalle pallottole
per godere di una qualche stima. Mentre si estenuava in tali similitudini, fuori la confusione si
avvicinava e cresceva sempre più. «Stupidi!» concluse, e scappò dalla porta con tale rapidità che
dimenticò nella stanza il cappello.
Fortunat lo lasciò andare. “Che sarà mai - pensò, - è sempre la vecchia farsa: preoccupazioni senza
necessità e necessità senza preoccupazioni. Il razzo brucerà strepitando, senza incendiare il globo
terrestre”. Intanto, a poco a poco la stanza si era riempita rumorosamente: sacche da viaggio,
tabacchiere e mantelli giacevano sparsi su seggiole e tavoli, la vivace combriccola della nave si
mise a proprio agio: uno gridava per avere del vino, un altro voleva del caffé; erano tutti ancora
eccitati dalla buffa faccenda e, quando seppero dall’oste che i due cacciatori avevano preso una
camera, discussero su come il giorno seguente avrebbero caricato a salve le pistole del duello, come
avrebbero sistemato dei mortaretti sotto i piedi del pellegrino e via dicendo. Quando però a poco a
poco, dopo molte boccate, una densa nuvola di tabacco cominciò a turbinare verso l’alto, Fortunat
chiese invano nella baraonda un candelabro e, non avendo ottenuto notizie precise su Dryander, si
avviò senza un lume verso la propria stanza, poiché aveva intenzione di ripartire il giorno seguente,
allo spuntare del sole.
La sua stanza dava sul giardino, la porta a vetri era ancora spalancata come la aveva lasciata
alcune ore prima. Tutti gli abitanti della casa erano occupati con i clienti, fuori regnava un tale
silenzio che si potevano udire i colpi di remo lontani dei pescatori. Si sedette stanco sulla soglia e
udì allora in giardino delle voci discutere, apparentemente, in una lingua straniera. Presto notò, alla
luce chiara della luna, figure sconosciute che certo non pensavano di essere spiate. Una,
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vestita da cacciatore, si era tolta il cappello e allentata il farsettino; i suoi meravigliosi capelli
scesero giù in folti riccioli, la luna fece rilucere le sue spalle nude. L’altra era inginocchiata dietro
di lei e pareva riassettarle la chioma, intanto parlavano animatamente, a voce bassa. Una fontana
che Fortunat, davanti ai cespugli, non riusciva a vedere faceva a gara con loro a mormorare e, ogni
volta che si levava un filo di vento, ora lo scrosciare della fonte ora quelle amabili voci
echeggiavano simili a una campanella, nella silenziosa notte di luna. La notte però aveva intanto
trasformato magicamente la campagna: valli lontane si intravedevano tra gli alberi secolari, al
chiaro di luna appariva uno spettacolo confuso di cupole lucenti, rovine e giardini meravigliosi. In
basso, nella cittadina vicina, uno studente cantava ancora davanti alla porta dell’amata, mentre la
fonte mormorava senza posa - Fortunat sedeva come in un sogno, pensava all’Italia, a Roma e senza
volerlo esclamò sovrappensiero: «Fiammetta!».
A questo suono le due figure levarono improvvisamente le testoline, come i caprioli al frusciare
delle foglie, e volarono verso casa. Fortunat si avvicinò loro sorpreso; allora il ragazzino vestito da
cacciatore si arrestò e lo guardò per un attimo attentamente: poi, di colpo gli si gettò al collo senza
fiato, abbracciandolo forte e piangendo. Fortunat sentiva le lacrime del giovane scorrergli senza
posa sulle guance; i suoi riccioli lo avvolgevano tutto, sembrava completamente abbandonato fra le
sue braccia. Ormai però sapeva bene chi stava stringendo: «Mia cara, cara Fiammetta!» esclamò,
dal profondo del cuore. Allora la bella fanciulla travestita si sciolse dall’abbraccio e, scuotendosi i
riccioli dal viso, restò immobile davanti a lui, guardandolo così felice tra le lacrime che lui ne fu
toccato nell’anima. Riprendendosi velocemente, lo condusse silenziosa con sé nella camera di lui.
Passando, lui guardò in volto il compagno e vi riconobbe la cameriera, che si fece sempre più rossa.
Giunta nella stanza, Fiammetta si fermò di nuovo i capelli in alto e allontanò la cameriera con un
incarico segreto. Poi, con evidente timore, invitò Fortunat a partire immediatamente, con fare
misterioso e senza spiegazioni. Lo aiutò, scherzando tra la paura e la fretta, a infilare rapidamente le
sue cose in un sacco e lo spinse fuori dalla casa e, continuando a camminare, dal giardino. Fuori, in
un luogo appartato, trovarono il servo di Fortunat con due cavalli sellati; ve lo aveva condotto la
cameriera. Lei avrebbe ripreso il viaggio sulla nave insieme al servo; Fiammetta, invece, balzò lesta
su uno dei due cavalli. Fortunat non capiva cosa stesse accadendo e, prima che potesse
raccapezzarsi, il servo e la cameriera erano ormai scomparsi dietro di loro.
Una volta in aperta campagna, Fiammetta chiese impercettibilmente e con gli occhi bassi: «E cosa
fa Annidi?». Fortunat non si ricordava quasi chi fosse. «Annidi? - disse. - Ha sposato a Roma Otto,
lo studente. Ma come ti è venuta in mente?». Fiammetta lo guardò meravigliata. «Non è stata
dunque la tua innamorata?». - «Mio Dio - rispose Fortunat, dopo un attimo di riflessione, - allora eri
proprio tu la fanciulla con la mantellina nera che mi passò accanto, la sera in cui Otto mi condusse
dalla sua ragazza che non avevo ancora mai visto». - «Sì, certo - rispose Fiammetta vivace, - e
quella sera
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recitai la parte di Annidi, nel nostro giardino: feci indossare alla cameriera i tuoi abiti e la feci
venire da me così vestita, oltre lo steccato. Poi arrivasti tu, non ti aspettavamo così presto». - «Che
testone sono stato! - esclamò Fortunat battendosi la fronte. - Se l’avessi saputo, allora!». Lei rise
beata e i suoi occhi brillavano di lacrime.
Intanto oltrepassarono a cavallo la cittadina, tra giardini assopiti e case di campagna,
addentrandosi sempre più nella notte vasta e stellata. Dai monti coperti di boschi proveniva il
cinguettio degli usignoli, oltre i campi silenziosi si udivano cani abbaiare lontano; Fiammetta si
guardava spesso intorno, paurosa. «Vedi - disse Fortunat, - mi sento come un uccello nel cielo, ti
seguo per mari e per monti! Adesso però dimmi: perché ti guardi indietro timorosa? Perché hai
pensato alla nave, prima? Che stai meditando?». - «Ahimé, è una storia lunga e triste - rispose
Fiammetta, - devo cominciare dall’inizio». Cavalcava stretta a lui e, come immersa lei stessa in un
sogno in quella notte di sogno, quasi appoggiata a lui cominciò a raccontare:
«Quando tu scomparisti all’improvviso da Roma, si avvicinava ormai l’inverno e pioveva giorno e
notte; mio padre, la sera, sedeva presso il camino e non proferiva verbo, il silenzio in tutta la casa
era tale da udire il ticchettio dell’orologio della torre. Allora, di colpo, m’ammalai. Sognai di
dormire su di una collina sopra Roma, nei bagliori della sera. Ma quando mi risvegliavo era ormai
notte inoltrata, avevo freddo e il luogo mi era sconosciuto. Poi un cacciatore mi veniva incontro
scendendo dal monte. “Ahimé, conducimi giù in città - esclamavo, - ascolta, suona ancora in
lontananza la campana del Campidoglio”. - “Questo è l’orologio della torre al mio castello, nel
bosco”. diceva il cacciatore. “Non conosci dunque il castello del marchese A.?” chiedevo di nuovo.
“Dove abita Fiammetta? Ah, è passato tanto tempo” diceva il cacciatore, e si voltava di colpo. Il
cacciatore eri tu, ma non mi riconoscevi più. Poi scendevi per il monte, io gridavo piena di paura e
non riuscivo a seguirti tanto in fretta. La luna sorgeva di fronte a noi e all’improvviso, fin dove
potevo vedere, tutto quel luogo sconosciuto si ricopriva di neve e risplendeva sotto la luce limpida
della luna, come per farmi morire di malinconia.
Quando mi ripresi dalla malattia, una mattina mio padre stava al mio capezzale; la finestra era
aperta, gli alberi fuori erano di nuovo verdi e gli uccelli cantavano. “Alzati, adesso - disse mio
padre, - partiamo per la Germania!”. Aveva perso il suo patrimonio, la casa, il nostro giardino
dovevano essere venduti. Non voleva restare a guardare. Così, in una bella notte di primavera
partimmo da Roma, le fontane mormoravano nei vicoli silenziosi, nel nostro giardino gli usignoli
cinguettavano come se lo avessero saputo anche loro e, quando pian piano i palazzi e le cupole
scomparvero dietro di noi nella luce della luna, vidi mio padre piangere per la prima volta».
«Dov’è adesso tuo padre?» la interruppe Fortunat. Ma Fiammetta cavalcò per un poco in silenzio e
lui si accorse che anche lei stava piangendo. Poi, di colpo, si guardò intorno in tutte le direzioni e
proseguì più calma:
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«Il mio povero padre, in Germania, non trovò la situazione che si era immaginato. I ricchi parenti
su cui contava, poiché in gioventù avevano vissuto insieme come fratelli, da allora erano invecchiati
e cambiati; la maggior parte di loro era morta da tempo, i loro figli, che non lo conoscevano, lo
guardavano stupiti e incuriositi. Lui non riuscì ad adattarsi a quel mondo cambiato e morì di dolore.
- Quella fu una notte terribile, mi ricordo solo cavalli e figure addobbati di nero, e la luce della
torcia tra gli alberi scuri - e quando pian piano il suono della campana si spense, sedevo sola in
carrozza con una vecchia dama vestita di nero; correvamo veloci per luoghi sconosciuti, mi parlava
continuamente in francese ma io udivo solo lo sferragliare cupo della carrozza nella notte; mi
sembrava che corressimo anche noi nella tomba. La dama, invece, era una ricca zia senza figli che
mi prese con sé. Viveva in un grande castello che si ergeva solitario sul pendio di un monte, in
mezzo a un parco meravigioso pullulante di strane colombe e pavoni. Nella vasca limpida davanti al
castello giocavano, come uccelli nel cielo, pesci esotici variopinti; e in un boschetto, cinto da una
graziosa inferriata, beccava un bel fagiano dorato. La zia si divertiva ad agghindarmi ben bene,
anche se ricevevamo visite solo di rado; andavo dunque vestita in modo sontuoso e, quando mi
capitava di essere sola in giardino, in quella solitudine mi pareva di essere anch’io un fagiano d’oro
stregato. Nei pomeriggi d’estate, invece, la zia sedeva con me in giardino, su una collina ombreggiata da cui si vedevano, in lontananza, il fiume e le strade attraversare luminosi la campagna;
cavalieri e carrozze passavano veloci come in un gioco d’ombre e talvolta, da lontano, echeggiava il
corno di un postiglione. “Quella strada porta in Italia” diceva la zia - mi sentivo morire
dall’angoscia.
Una sera ce ne stavamo sedute là, io sfogliavo sovrappensiero i petali di un astero: saresti venuto
oppure no? “Viene!” esclamai di colpo spaventata, gettai via il fiore e volai giù per la collina, oltre
il castello, fino in fondo alla valle. Due cavalieri scendevano infatti dal bosco, uno indossava un
abito da viaggio verde, proprio come te! Quando vi giunsi, senza fiato, fermò il cavallo - era un
volto del tutto sconosciuto. Doveva avere indovinato chi fossi, perché smontò rapido e, gettando al
suo servo le briglie, mi porse gentilmente il braccio e mi riportò indietro, come una prigioniera.
Pensavo che la zia mi avrebbe sgridato, invece si preoccupò solo che non fossi eccessivamente
accaldata; mi liberò la fronte dai riccioli e mi disse che ero stata una bimba davvero educata, ad
accogliere così calorosamente suo cugino che non vedeva da molti anni. Lo chiamò barone
Manfred».
«Manfred? - disse Fortunat sorpreso, - ho udito spesso questo nome da Lothario. Ma già, tu non lo
conosci». Fiammetta scosse la testolina e proseguì:
«Fino ad allora avevo vissuto quasi come in sogno, ma all’improvviso, insieme allo sconosciuto,
irruppero nella nostra pace di campagna la fretta e l’inquietudine. Niente gli andava bene nella
maniera in cui tenevamo la casa, voleva organizzare tutto in modo più intelligente e, spesso, mi
guardava in modo strano e mi spaventava, perché aveva uno sguardo così intenso che sembrava
leggere i miei pensieri. Indispettita, un mezzogiorno afoso mi ero distesa nell’erba;
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tutti gli uccelli tacevano, ronzavano solo le api e alcune nuvole passavano in volo sulla campagna
silenziosa. Io ripensavo ai vecchi tempi, a te, al nostro giardino, a Roma. D’un tratto la zia arrivò
insieme al cugino, per il viale dei faggi. Mi sollevai a metà nell’erba, senza che mi vedessero. “Ci
ho già pensato anch’io - diceva la zia, - Fiammetta non può andare avanti così: in questa solitudine
appassisce come un fiore”. - “Senza tenere conto di quanto vi ho appena raccontato - replicò il
cugino, - non saprei indicare davvero partito migliore del barone, per la signorina: è giovane, ricco e
indipendente”. - “E voi vi incaricate - chiese ancora la zia - di portarlo da noi?”.
Non udii la sua risposta ma, come se un fulmine si fosse abbattuto vicino a me, balzai veloce in
piedi e volai dalla mia cameriera italiana, raccontandole tutto. Non c’era tempo per riflettere, anche
lei stava male come me, al castello; con il pretesto di una mascherata, pensò di procurarsi vestiti da
cacciatore per tutt’e due e decidemmo di fuggire a Vienna, da una zia giovane e allegra che avevo
conosciuto a Roma e che avrebbe dovuto difendermi da quello sciocco pretendente.
Da allora, la zia e il cugino mi guardarono ancora più spesso con fare misterioso e compiaciuto.
Ma particolarmente odioso mi era l’astuto cugino, quando mi fissava con sguardo acuto, simile a un
ragno dalle lunghe zampe. “Sì, tessi pure le tue trame!” pensavo. E quando partì davvero per andare
a prendere lo sposo promesso, noi aspettammo che tutti dormissero, ci infilammo nei nostri vestiti
da cacciatore e scendemmo in silenzio le scale con il cuore che ci batteva forte. E in una bellissima
notte estiva attraversammo prima il castello deserto, poi il giardino silenzioso finché, in aperta
campagna, traemmo un grande sospiro di sollievo. Fuori, tutto appariva fresco come lo sono i
boschi, e così allegro! - Quella sera stessa però ci perdemmo fra i monti. Non potevamo chiedere
niente a nessuno, giungemmo così, alla fine, ad un castello abbandonato. Io rabbrividivo e tremavo,
la cameriera piangeva; in quel momento una porta si aprì di colpo ed uscirono tre uomini con delle
lanterne nella mano - uno era il cugino, con il viso bianco e incolto alla luce delle fiaccole evidentemente passa le notti girovagando, che altro aveva da fare lassù? Ma mi ha riconosciuta e
certo mi insegue. Non so come riuscimmo a scendere di là. Ma quando infine il giorno spuntò,
vedemmo splendere nella valle il Danubio; una nave stava per salpare, vi salimmo anche noi e
viaggiai così tra la paura e il divertimento; e litigai, e avrei dovuto battermi e - » - «e io - la
interruppe Fortunat - ho riacchiappato il fagiano dorato e non me lo lascio più sfuggire!».
Fortunat era colmo di gioia ma anche molto confuso, non sapeva che fare dell’amabile bambina
che si era letteralmente buttata fra le sue braccia; e anche la paura di essere sorpresi non era poca.
Intanto, l’aria silenziosa fu attraversata da alcune battute galanti. «Come sei diventata bella! disse Fortunat, contemplandola quasi stupito. Lei arrossì sempre più e pensò solo allora che si
trovava sola soletta con lui. Ma dai villaggi lontani giungevano già alcune voci, oltre i campi di
grano ondeggianti li colpirono i primi raggi di sole lucenti - così cavalcarono lieti in quel mattino
meraviglioso.
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Capitolo ventitreesimo
Cacciato via dal severo Vitalis, discendendo da solo il monte dell’eremita, Otto si sfogò piangendo
con tutta l’anima. Poi si sentì meglio. Sentì di nuovo il coraggio e la spinta verso ciò che vi è di più
alto nel mondo; voleva sinceramente ricreare la pace nel suo cuore e tornare poi, così rinato,
dall’eremita; e in quel momento felice gli sembrò cosa da poco abbandonare la sua poesia, se questa
doveva renderlo schiavo della boria. La notte silenziosa e quasi malinconica lo guardava dai monti
come una madre gentile. - Intanto, pian piano nel cielo si spegnevano le stelle e, quando il fresco
mattino giunse sui campi, il fiume nel fondovalle e le finestre di un castello sulla sponda opposta
brillarono allegramente: allora, all’uomo consumato dal pianto la terra apparve di nuovo giovane e
fresca, come dopo un temporale; sugli alberi gocciolanti sopra di lui, gli uccelli appena destatisi
spalancavano le ali e lo guardavano incuriositi, come per chiedergli: “Amico, dove sei stato così a
lungo?”. Girovagò allegro per l’intera giornata e infine, sull’ultimo monte, sbucò dal bosco e scorse
di colpo, fra giardini lontani, la città vecchia e scura simile a una rovina ricoperta dal verde
dell’edera. Si sdraiò sotto gli alberi, stanco: vedeva garzoni artigiani, cavalieri e graziose
contadinelle scendere allegri per i sentieri nel verde; gli uccelli nel bosco cantavano, nubi isolate
volavano mutevoli sul paese luminoso - così s’addormentò e sognò la gioventù, bella e fresca come
il bosco.
Dovette dormire a lungo, poiché quando levò lo sguardo intorno, spaventato, il sole ormai
tramontava indorando le cime e le torri della città. Pieno di stupore si ritrovò coperto di fiori, come
vi fosse stata una pioggia di rose. Udì allora una bella voce risuonare allegra nell’aria della sera.
Una carrozza elegante attendeva in basso, sul margine del bosco e due giovani donne,
evidentemente scese a piedi per il ripido pendio, stavano montando in quel momento. Una si voltò
e guardò in alto verso di lui: confuso e abbagliato dovette abbassare lo sguardo, tanto era bella.
«Al quartiere in collina!» gridò al postiglione, la carrozza attraversò in volo i profumi della sera, lui
udì ancora a lungo l’eco del corno, in lontananza. In città trovò pronto il suo appartamento: una
cameretta accogliente al terzo piano, con vecchie calcografie alle pareti, il pavimento appena
cosparso di sabbia e un bicchiere con dei fiori freschi sotto lo specchio. Una vecchia signora lo
ricevette con grande loquacità e gli porse una letterina. Il suo amico di gioventù, che aveva
provveduto a tutto per lui in quel luogo, lo informava che impegni di lavoro imprevisti lo avevano
purtroppo portato in campagna e che sperava di ritornare tra qualche settimana -
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così Otto si ritrovò inaspettatamente solo soletto, in quella città sconosciuta. Dopo la lunga
solitudine montana non riusciva ad ambientarsi, tutto gli pareva nuovo e singolare, quell’allegra
giornata di viaggio riecheggiava ancora nel suo cuore e, quando aprì la finestra, la regione
sconosciuta diffondeva al di sopra dei tetti la sua luce crepuscolare: gli parve allora di udire ancora
il corno del postiglione risuonare lontano, nella notte primaverile. Non riuscì a resistere e volle fare
ancora un giro per la città.
Per strada si informò del quartiere in collina, si era vergognato di chiederlo alla vecchia. Gli
venne indicata un’altura distante, che si affacciava piena di mistero sulla strada con ville e ampi
giardini. Girare la notte per una grande città sconosciuta ha qualcosa di magico: le case e le torri si
ergono come in sogno sotto la luce della luna, per le strade sciamano persone rumorose e svagate,
nella velata libertà della notte tiepida; poi, di colpo tutto ritorna silenzioso nei vicoli stretti e bui.
Solo gli abbaini sbattono al vento e un usignolo cinguetta malinconico alla finestra. - Otto
continuava a girellare sovrappensiero, cantava piano fra sé, neanche lui sapeva che cosa cercasse,
fuori. Alla fine raggiunse la collina; quanto più procedeva, tanto più la strada si faceva silenziosa e
assumeva un’aria di campagna; ai lati, giardini meravigliosi sembravano inabissarsi. Spesso si
fermava e si voltava indietro, a guardare la città dall’alto: tra le molte luci confuse, lo sferragliare
cupo delle carrozze passava come un temporale lontano; ogni tanto uno stormo di taccole usciva dal
vecchio tetto della chiesa attraversando la notte con striduli versi, il carillon dalla torre cantava la
sua canzone devota nella solitudine del cielo. Dall’alto lato, invece, la via si apriva già sulla
campagna: di là proveniva una brezza fresca, udì lavorare un mulino che non riusciva a vedere, poi
cani abbaiare in lontananza e qua e là altre voci, nei campi oscuri.
All’improvviso una chitarra risuonò; singole note di un canto meraviglioso, sognanti, portate dal
vento, si propagarono tutt’intorno come quando il vento della notte passa tra le corde di un’arpa.
S’affrettò verso il giardino da cui proveniva quel suono, la porticina era solo accostata ed entrò. Poi
si fermò, poiché gli parve di vedere una figura lesta fuggire di nascosto tra i cespugli; tutto il resto
era tranquillo. Incuriosito proseguì, sotto l’ombra scura degli alberi secolari; i prati rilucevano al
chiaro di luna. Allora notò uno stagno coperto tutt’intorno da salici piangenti, una statua bianca
luccicava tra i rami: era una ninfa che, voltata a metà, riposava su un braccio presso lo stagno,
mentre l’altro era appoggiato sul capo, nel sonno. - Otto stava per avvicinarsi quando d’un tratto,
dal cuore del giardino attraversò gli alberi un bagliore chiaro, che subito riscomparve. Spaventato e
titubante si volse indietro, cercò di nuovo la porticina ma i raggi della luna e le ombre ondeggianti
degli alberi lo confusero e, prima che potesse rendersene conto, si ritrovò davanti ai gradini di
marmo di un alto palazzo antico. In quel momento un arbusto di lillà si scosse sopra il suo capo,
ricoprendolo di rugiada e di fiori. Udì dietro di sé un risolino soffocato, una fanciulla bianca e snella
lo guardò furtiva tra i rami e lo prese lesta per mano. «Ecco, questo è il benvenuto, poiché mi hai
sorpresa - bisbigliò con la più soave delle voci, - è meraviglioso che tu sia venuto oggi stesso».
Così, precedendolo, condusse Otto stupito su per gli scalini e attraverso
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una sala buia. All’improvviso entrarono in una camera illuminata - lei si voltò rapida - Otto riconobbe, con lieto spavento, la dama in viaggio di quella sera.
Lei lo guardò meravigliata, lasciando andare la sua mano. Poi notò una delle rose che lui portava
ancora all’occhiello, un rossore fugace le ricoprì il bel viso. «Ma - disse scuotendo il capo - come
avete fatto a ritrovarmi così rapidamente?». Lui le raccontò del suo risveglio sul monte, della sua
inquietudine e della sua passeggiata in quella notte bellissima. Ma lei era assai distratta, sembrava
pensare a qualcosa. Poi balzò lesta fuori della porta, la udì, fuori, parlare animatamente con
qualcuno.
Si guardò intorno, stupito da quella strana situazione. Una lampada di alabastro illuminava in
modo singolare il prezioso mobile su cui giacevano disordinatamente una chitarra e uno spartito
aperto. Alte piante esotiche si attorcigliavano in spire su per le pareti e pendevano con i loro fiori di
colore acceso nel crepuscolo sognante, come specchiandosi nel ricco tappeto sul pavimento.
«Povero giovane! Sarai certo stanco» disse la sconosciuta, rientrando allegra e facendolo sedere
sul divano. Gli si sedette vicino con le gambe accavallate e lui dovette raccontarle da dove veniva,
chi era e cosa faceva là. «Questo, dunque, è l’aspetto di un poeta!» esclamò stupita quando udì il
suo nome; e così dicendo si voltò completamente verso di lui e lo guardò con gli occhi belli e
grandi; lui, arrossendo, dovette abbassare i suoi. «Come è bello !» disse lei fra sé, a malapena
udibile. Poi prese una pesca da un vassoio di cristallo davanti a loro, vi conficcò con forza i suoi
dentini bianchi e gliela porse. Otto era tutto confuso, dagli occhi di lei brillava a tratti una fiamma
folle e selvaggia che lo spaventava; in quella situazione ambigua non riusciva a trovare il tono
giusto e se ne stava seduto, con fare sciocco e impacciato, vicino a quella signora bella e cortese.
Questa scoppiò allora in una risata birichina, lui non sapeva perché; poi balzò in piedi ed estrasse da
un armadio a muro nascosto un libro finemente rilegato. «Lo conosci?» chiese, mostrandogli il
taglio dorato e luccicante. Erano le sue poesie. «Non le conosco ancora - disse lei, - leggimene
qualcuna».
Si sedettero di nuovo, lui sfogliò indeciso le pagine e cominciò infine a leggere una delle sue
poesie preferite, sulla bella fata Melusina . «Perché tu lo sappia - lo interruppe la dama, - Melusina
sono io; puoi venire in giardino solo nelle notti tra lunedì e giovedì. Non chiedere di me e non
parlarne; se mi vedrai una sola volta di giorno, non ci incontreremo mai più!». Otto la guardò
meravigliato, poi riprese a leggere. Era un lungo ciclo di romanze, lo aveva composto nel periodo
più felice della sua gioventù e, da allora, non lo aveva più rivisto; adesso, dopo tutto quel tempo, in
quel luogo così fiabesco, la lettura lo rapì in modo singolare; lesse con tutta l’anima, senza fermarsi.
Alla fine, girando pagina, gettò un’occhiata di lato. - La bella signora era distesa vicino a lui,
profondamente addormentata. - Tacque rabbrividendo nell’intimo, poiché quella figura snella, nella
veste da notte bianca, riposava voltata per metà, con un braccio negligentemente piegato sopra
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43
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In italiano nel testo.
43
Reminiscenza del rifacimento di Tieck di un’antica saga francese, Sehr wunderbare Historie von der Melusina
(1800).
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il capo: proprio come la statua presso lo stagno. In quel silenzio improvviso si aprì piano la porta; la
testolina piena di riccioli neri di una fanciulla si affacciò, guardò beffarda quel luogo di silenzio
profondo e gli fece cenno di seguirla. «Piano, piano - disse quando fu uscito, guidandolo
rapidamente per mano, - adesso dovete andarvene in silenzio, la luna è appena calata per la noia».
Fuori lei cantò, come tra sé:
Un fringuello sta snello sul verde ramo:
pic, pic!
Il cacciatore, con gran diligenza,
misurar e mirar cominciò,
e puntando pensava: Adesso sei mio l’allegro uccelletto scappò:
pic, pic! devi esser più svelto!
«Che canzone allegra stai cantando?» chiese Otto. «Attizzo solo un po’ il fuoco, nel buio - rispose
la fanciulla. - Volete forse accendervi a questo fuoco una pipa e leggere ancora qualcosa delle
dodici vergini addormentate ?». Con fare malizioso, gettò nel vento ancora chiacchiere di vario
genere. Così attraversarono rapidi il giardino silenzioso. Otto, passando, guardò ancora verso lo
stagno: la statua riposava di nuovo sul suo giaciglio di marmo; ai loro passi un cigno addormentato
levò il capo da sotto le ali, li guardò ebbro di sonno e tornò poi a sognare. «Buona notte, signor
Morfeo ». disse al cancello la fanciulla, con un inchino impertinente; e lo spinse fuori ridendo.
Sentì la porticina chiudersi con un colpo dietro di lui, fu meraviglioso trovarsi così,
all’improvviso, sotto il cielo stellato ampio e silenzioso. Intorno non si udiva un solo rumore, solo
orologi lontani, in città, battevano i rintocchi. La mezzanotte era passata da un pezzo.
Da quel momento fu perduto; le belle notti di luna illuminarono ancora di frequente il suo
cammino verso il giardino incantato e silenzioso. L’oscuro terrore che si legava al desiderio lo
attraeva sempre di più, non aveva intenzione di chiedere il nome alla bella signora e si guardava
bene dal metter piede nel giardino di giorno - era comunque sua, con il corpo e l’anima! Ma poi,
nella sua cameretta silenziosa, dopo simili notti passate tra i piaceri, spesso lo colpiva qualcosa
come il suono dei corni alpini uno svizzero in terra straniera. Allora era assalito da una paura
profonda, componeva in fretta e spesso per notti intere; voleva, con la poesia, volare sopra se stesso
- come se il talento fosse separato dal resto della persona! - Così, diviso tra piacere e pentimento, a
poco a poco si abbandonò sempre
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Riferimento al romanzo Die zwölf schlafenden Jungfrauen (1794-1796) di Christian Heinrich Spieß, noto autore di
romanzi cavallereschi e storie di spettri.
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Dio greco del sonno e dei sogni.
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più alla malinconia, allo scoraggiamento nei confronti di se stesso, alla trascuratezza e alla miseria;
finché infine una febbre che consuma avvolse nel suo mantello di sogni l’anima stanca: allora, nel
suo delirio, udiva di nuovo il corno del postiglione nella notte di primavera, lo stormire del bosco e
la campanellina dell’eremita in lontananza.
Giacque malato per molte settimane. Quando infine tornò in sé, per un po’ non riuscì a rendersi
conto di dove fosse. Il sole, alto sui tetti, splendeva benigno dentro la stanzetta, un gatto
sonnecchiava sul davanzale della finestra; udì vicino un canarino cantare, poi ancora il ticchettio di
una pendola. La vecchia ostessa sedeva su una poltroncina accanto al suo letto, si era addormentata
sul lavoro a maglia. A lungo si guardò intorno confuso in quel silenzio, prima di svegliarla. Allora
lei si alzò contenta e gli raccontò di aver pregato per la sua anima e di come lui nella febbre avesse
delirato, disse che il suo amico non era ancora tornato ma che una giovane fanciulla sconosciuta era
venuta una volta, molto tempo prima, chiedendo di lui. - Allora, a poco a poco tutto si fece chiaro
nella sua mente. «La fanciulla veniva forse dal quartiere in collina?» chiese; e le descrisse minuziosamente il castello e il giardino. Ma la vecchia scosse la testa. «Quel palazzo - disse - è
disabitato da anni». Pensò che delirasse di nuovo. Otto si passò la mano sulla fronte, gli sembrava
di sognare.
Ma una sera, dopo che la vecchia se ne fu andata, si vestì in fretta e scese di nascosto le scale.
Attraversò vicoli e piazze ben noti, dirigendosi verso il suo quartiere. Il sole al tramonto brillava
lieto per le strade, i bambini giocavano davanti alle porte, le fanciulle chiacchieravano alle fontane e
le allodole si libravano alte e gioiose nel cielo rossastro; barcollò, come ebbro di quell’aria cui non
era più abituato. Giunse così al giardino dell’amata; la porticina era chiusa, ma nella tasca dell’abito
aveva ancora la chiave, dall’ultima volta. Aprì in fretta ed entrò con il cuore in gola. Intanto il sole
era calato, era diffuso ovunque il rosso del tramonto. In quella luce meravigliosa tutto gli apparve
mutato; i sentieri che fino a quel momento aveva visto fugacemente e solo di notte gli apparvero
desolati e incolti; e quando alla fine vide il palazzo, gli tornarono in mente con terrore le parole
della vecchia, perché dalla casa non proveniva alcun rumore. L’erba spuntava alta dalle fessure
degli scalini di marmo, le porte e le finestre erano serrate e solo il vento fece sbattere, in quel
momento, una persiana mezza rotta. Da un parte un usignolo cinguettava tra i cespugli, lo aveva
udito spesso, venendo qui furtivamente dalla sua bella nelle afose notti estive. «Mio Dio, dove sono
stato per tutto questo tempo!» disse preso dai pensieri. - Allora, d’un tratto udì a una certa distanza
una canzone ben nota dei vecchi tempi:
Io vago felice!
ai vetri ora spiano
fanciulle, ora scrosciano
fonti lontane.
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Colmo di gioia, rispose subito con i versi successivi della stessa canzone:
Da arbusti lucenti
le chiacchiere amate
fra tante conosco,
io sento il mio amore!
«Dio misericordioso - Kordelchen!» esclamò di colpo spaventato. L’attrice gli stava di fronte,
sapientemente truccata, aveva tra i capelli fiori variopinti, appena colti. «Lui non è ancora a casa?»
chiese, guardando verso il palazzo. - «Chi?» rispose Otto, confuso. Sentendo il suono della sua
voce, lei tese l’orecchio attenta e lo guardò a lungo fissa. «Ti conosco bene - disse poi, con un
sorriso furbo. - Ti ricordi quando ci incontrasti per la prima volta, in quella notte piovosa, mentre ci
dirigevamo verso la piccola cittadina? Allora avevo un buco nelle calze, Kamilla lanciò delle frecciatine in proposito, perché le piante di camomilla sono pungenti - ahimé no, non sei tu!» concluse
tristemente. Poi si appoggiò al suo braccio e gli bisbigliò con fare misterioso: «Io so bene come si
chiama, in realtà, ma non rivelo nulla, non dirlo più neanche tu, perché la notte ha orecchie orecchie e occhi rubato,
quando tutti dormono
a prendermi viene è un nobile conte».
«Kordelchen! Kordelchen!» gridò allora una voce fuori dal giardino. La fanciulla si liberò di scatto
e scomparve fra gli alberi, come un capriolo impaurito. - Otto la seguì a lungo con lo sguardo, poi,
assalito da un terrore improvviso, fuggì dal giardino senza mai fermarsi per i sentieri deserti e poi
per la periferia solitaria. Intanto il buio era sceso del tutto, le stelle giocavano vivaci in cielo e dalla
torre lontana in città il carillon cantò ancora la sua canzone devota; non poté fare a meno di coprirsi
il viso con entrambe le mani, gli pareva che angeli volassero sopra di lui, cantando nel silenzio della
notte.
A casa chiuse in fretta il suo sacco da viaggio; quella notte stessa, senza tenere conto delle obiezioni della vecchia preoccupata, lasciò la città.
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La carrozza correva veloce sulla strada lucente, nella bella notte estiva; il postiglione faceva
schioccare allegramente la frusta, che riecheggiava lontano nei campi silenziosi. A cassetta un
fanciullo, che lasciava la casa per la prima volta, parlava vivacemente con il conducente; guardò poi
a lungo taciturno la campagna circostante, come le ombre scure dei pioppi e da una parte i cespugli,
i boschi e i villaggi passassero in volo al chiaro di luna. E quando risuonò il corno del postiglione, a
poco a poco si levaono dinanzi a lui castelli fulgenti, giardini meravigliosi e monti solcati da
cascate, in un albore lontano. Poi ripensò a casa, a come in quel momento i suoi dormissero
tranquillamente, la luna entrando dalle finestre risplendesse sui quadri appesi alla parete e solo una
mosca ronzasse rumorosa per la muta stanza - allora, d’un tratto si sentì così abbandonato, là fuori,
ma anche coraggioso e libero, in terre sconosciute. - Così desideroso di viaggiare era stato anche
Otto, una volta, in certe belle notti di primavera; quel giorno sedeva taciturno nella carrozza buia,
rimuginando fra sé e sé. Nello sferragliare monotono e sonnolento del carro gli sembrava di
discendere il monte senza potersi fermare, verso un ignoto abisso. Ogni tanto la luna o la luce
fugace di una fattoria illuminavano l’interno della carrozza, accarezzando rapide un naso pallido,
due baffetti marziali o un paio di occhiali. Si spettegolava molto a proposito di una bellissima
cantante d’opera e di un ricco conte S., un frivolo lucherino. «No, un ciuffolotto - esclamò uno, perché lei gli ha insegnato a fischiare». - «E’ comunque un pollo - disse un altro conciso, - lo ha
spennato a dovere e poi se ne è volata via». - «Un’idea barocca - disse l’uomo con gli occhiali quella di nidificare là, in quel palazzo in rovina in periferia!». Otto, riscuotendosi dai suoi
pensieri, si mise ad ascoltare attentamente. «Nidificare! - intervenne il baffuto. - Le tortore
nidificano di preferenza proprio nelle vecchie rovine; sa di atmosfera sinistra e, insieme, di graziosi
usignoli. Sì, mio caro, ogni cosa è andata per la sua via: pian piano sotto gli alberi, che non
spifferano in giro. Ci si potrebbe comportare in modo più discreto del conte? Ha lasciato aperta alla
sua fedeltà una porticina sul retro. Beh, è un uomo dalle ricche esperienze, in lei perlomeno non ha
avuto la sua prima donna e penso che non vi faccia un assolo». A queste parole scoppiò una risata
fragorosa. Otto si sentì il cuore trafitto: parlavano evidentemente della sua incantata Melusina! Gli
pareva che i suoi compagni di viaggio avessero rivoltato di colpo, con i loro stivali sporchi, un
tappeto prezioso; e di vedere adesso i fili grossi e grezzi dei suoi ardenti fiori di sogno - fu inorridito
da quello squallido rovescio della vita.
In quel momento la carrozza si fermò di colpo davanti a una casa tra i campi; un uomo in pelliccia
e berretta da notte uscì insonnolito, stringendo una lanterna, per consegnare alcuni pacchetti e
riceverne altri. Nel frattempo, dietro di lui
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si aprì piano la persiana della piccola finestra, la luce della lanterna illuminò fugace un volto
bellissimo di fanciulla che subito riscomparve. Otto si spaventò: i lineamenti gli erano familiari, ma
non riusciva a ricordare esattamente. L’uomo in pelliccia sbadigliò. «Non divorarmi, giudeo!» gli
disse l’allegro conducente, seduto a cassetta. «Non mangio carne di maiale», rispose seccamente
l’ebreo. I passeggeri risero, il postiglione fece schioccare la frusta e la carrozza ripartì
fragorosamente nella notte silenziosa.
Alla successiva stazione di mezzogiorno Otto abbandonò la comitiva, che dormiva in quel
momento sparsa per tutti gli angoli della stanza dei passeggeri, mentre i più gagliardi, insonni e di
malumore, gridavano confusamente di volere del caffé, rum e panini imburrati. Da quel luogo,
sentieri traversi conducevano a Hohenstein; Otto desiderava riposarsi sotto le sue verdi ombre.
Sperava di riuscire ad arrivarci prima di notte, tanto si sentiva spossato e malato. Chiese quale fosse
la via più breve, gli fu indicato un sentiero che conduceva proprio attraverso il bosco. Si addentrò
dunque, da solo, tra i monti. “Com’è diverso - pensò - da quando, molti anni fa, vagavo per questi
stessi luoghi! Adesso è tempo di dormire, e tutto è passato”. La forza strisciante della malattia,
riattizzata dalla notte insonne e dagli sforzi, scoppiò, si estese e diffuse segretamente per tutto il
corpo; fu costretto a riposarsi sempre più spesso e finì per abbandonare spossato il sentiero,
cercando, se possibile, di raggiungere un villaggio. Ma non si vedevano case, nel bosco tutto era
così silenzioso da udire il rumore dei picchi sui tronchi. Così perse del tempo e la giusta via; i
bagliori della sera scintillavano ormai tra le cime degli alberi, la zona gli appariva sempre più
estranea, man mano che procedeva.
Scorse allora da una parte una fanciullina che coglieva fiori nel bosco. Si avvicinò e quella si voltò
rapida: di colpo gli parve di vedere, in quegli occhi chiari e innocenti, il fondo del cielo. Il sole al
tramonto brillava fra i suoi riccioli biondi, la accarezzò e la baciò con affetto sulla fronte liscia.
Ciò sembrò costituire una novità per la povera bimba, che cercò con cura nel suo grembiule e gli
porse una bianca rosa selvatica. E quando le chiese se poteva indicargli il sentiero per uscire dal
bosco, lei gli diede fiduciosa la manina, reggendo accuratamente con l’altra il grembiulino per non
perdere i suoi fiori. Camminando, la bella bimba si fece sempre più gaia e loquace. Raccontò che
non mancava molto a Natale, quando moltissime candele sarebbero state accese nelle case dei
nobili; lei allora si sarebbe seduta nella sua stanza, sul lettino vicino alla finestra, le stelle avrebbero
brillato, fuori, tanto belle sulla neve e Gesù Bambino sarebbe volato nella notte sul giardino
silenzioso, portandole da parte dei suoi genitori tanti doni meravigliosi: nuove scarpe rosse e un
berrettino. «E dove vivono i tuoi genitori?» chiese Otto. La piccola lo guardò sorpresa, poi indicò il
cielo. «Ma dove mi conduci, dunque?» chiese di nuovo, come turbato. «A casa» rispose la bimba.
Lui rabbrividì involontariamente, per l’ambiguità di quella risposta.
All’improvviso uscirono dal bosco e si ritrovarono su un’altura: Otto fu come abbagliato. In basso,
sotto di lui, si stendeva infatti il suo paese nella luce tenue della sera: la cittadina all’ombra, sulla
sponda opposta il giardino e la casa dei suoi genitori, poi il fiume dorato nella valle erbosa e, dietro,
i monti lontani
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e azzurrini - tutto come lo aveva sognato, tante volte, in terra straniera. Esausto, si lasciò cadere
sotto un albero. «Oh, vecchi tempi tranquilli - esclamò, - come siete lontani, lontani da qui!». La
piccola si era seduta ai suoi piedi, sull’erba. «No, no - disse, - non è così, te lo insegno io». E al
canto di un uccello, simile lei stessa a un uccellino di bosco, cantò con la sua vocina di bimba:
Silvestre solitudine
tu verde campagna,
com’è lontano
il mondo da qui!
Dormi ora, presto
arriva la sera,
per il bosco silente
scorrono le fonti,
la Madre di Dio veglia,
col suo abito di stelle
ti copre lieve
nella silvestre solitudine,
buona notte, buona notte!»
Davanti agli occhi di Otto calò l’oscurità, poi di colpo una luce attraversò il paese simile a un
lampo nella notte: silenziosi precipizi, giardini e palazzi meravigliosi al chiaro di luna: riconobbe in
basso le cupole dorate e udì per l’aria quieta risuonare le campane e mormorare le fonti di Roma,
mentre la bimba continuava a cantare:
O tempo silente!
Vieni inatteso
oltre i monti lontano
mormora lieve
la silvestre solitudine,
buona notte «Piano, piano - rise la piccola, - dorme - » ma lo stanco viandante non si risvegliò mai più.
152
Capitolo ventiquattresimo
Ma noi, ora che il silenzio è sceso nella valle e sulle cime dei monti, lasciamo scorrere i nostri
sguardi lontano su quella terra meravigliosa, per non struggerci di malinconia. Là il mormorio dei
boschi copre le passioni e le miserie dell’uomo, ed è come se dicesse: “Ragazzo mio! Volgi lo
sguardo in alto, verso l’ampio cielo stellato; tutto diventerà vano, e nulla al suo confronto!”. E
lontano sui monti, dove la luna splende così luminosa sul prato del bosco, scorgiamo d’un tratto due
viandanti che scendono lieti: sono i due innamorati nel loro viaggio avventuroso. Fortunat ha
appena sistemato i cavalli nella stalla di un piccolo villaggio e si sta inoltrando con Fiammetta per
un sentiero, tra i campi di grano che ondeggiano al vento leggeri; la notte all’orizzonte si rinfresca
di bagliori temporaleschi, una quaglia canta lontano, sui campi. Davanti a loro si ergono alture buie,
la luna illumina solo dirupi isolati; allora lui riconosce a poco a poco pergole e sentieri, di tanto in
tanto scintilla una fontana, dai cespugli odorosi echeggia per la campagna il canto degli usignoli. Di
colpo Fortunat si ferma e agita il cappello, colmo di gioia. «Salute a te, fresca foresta!» grida dal
profondo del cuore. Fiammetta lo guarda per un attimo con aria interrogativa, poi agita anche lei il
cappellino gridando di gioia, senza sapere perché. - Davanti a loro si stende Hohenstein.
Fortunat sapeva che Walter, ormai, viveva sempre in quel luogo; voleva portare la fanciulla
all’amico caritatevole, avveduto e ricco di consigli prima che a chiunque altro. Aveva sperato di
poter raggiungere i monti prima di sera, ma ormai voleva evitare di suscitare attenzione; decisero di
trascorrere quella breve notte estiva in giardino, per confidare tutto al vecchio amico la mattina presto.
Si ricordava ancora, dai vecchi tempi, del viottolo che attraversava lo steccato in giardino; lo
scavalcarono con un salto e salirono per il monte boscoso, con i cuori che palpitavano. Fortunat
guardava spesso di fianco tra gli alberi i sentieri silenziosi che aveva percorso tante volte; tutto era
così estraneo e lugubre, al chiaro di luna. «Questa è la scala dei sogni di Giacobbe - disse lieto, in simili notti di primavera, capita che il buon Dio la lasci qui: dunque avanti, saliamo verso il
regno dei cieli, vedo già brillare le stelle tra le cime degli alberi». Raggiunsero gli ultimi scalini e
sbucarono all’improvviso dal fogliame oscuro, come minatori da una miniera. Videro a destra il
vecchio castello e, davanti a questo, le ampie aiuole profumate, i pergolati silenziosi e i cespugli;
nel mezzo scrosciava sonnecchiante una fontana, più in là si intravedeva, in quella strana solitudine,
un panorama immenso sotto la luce della luna. Fortunat si guardava intorno muto e, prima che la
marchesina potesse accorgersene, si era arrampicato
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46
Cfr. Genesi, 28,12: una scala unisce la terra al cielo ed è percorsa da angeli.
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su un tiglio frondoso che sporgeva sulla china estrema, verso il precipizio scintillante. «Fiammetta!
- gridava da lassù. - Se non fosse per te, sveglierei tutti dalla gioia! Guarda, là sotto talvolta il fiume
alza lo sguardo misterioso, dall’altra parte i daini pascolano sul precipizio illuminato dalla luna e
adesso vedo anche il villaggio, dove abitano le allegre fanciulle con cui ho ballato; ora dormono
tutti, tutti - solo un orologio batte in lontananza, lo udivo spesso, allora, nella notte placida. E il Dio
Padre sfiora le corde della sua arpa, come una musica lieve attraversa piena di grazia la campagna
silenziosa».
Ma Fiammetta si guardava intorno come un timido capriolo. Nel buio viale dei faggi che veniva
dal castello la luce della luna oscillava, sembravano muoversi pallide figure; aveva paura là sotto,
tutta sola. Fortunat alla fine se ne accorse e le porse la mano; lei salì lesta sulla panca sotto l’albero
e, ridendo, saltò sopra anche lei. Lassù si sedettero comodi insieme, tra i rami e il fogliame scuro;
davanti a loro, stelle cadenti sfrecciavano sui campi, un cane abbaiava in villaggi lontani.
Fiammetta, in trepida attesa, dondolava contenta le gambette. «Adesso racconta qualcosa» disse. E
Fortunat non ci pensò molto; l’antica notte fantastica bisbigliava confusa tra i rami e lui iniziò
improvvisando, come parlando in un sogno:
«C’erano una volta due bambini, Kasperl e Annerl, che si volevano molto bene. I due sedevano un
giorno davanti a casa e guardavano le belle figure di un grande libro illustrato portato da Annerl; gli
uccelli del bosco cantavano e la luce del tramonto si diffondeva sui monti davanti a loro. In una
figura era rappresentato un luogo bellissimo: campi fertili, fiumi, villaggi e castelli e, dietro questi,
un monte dal profilo stranamente irregolare, con cappelle solitarie e boschi al cui margine avanzava
un corteo con bandiere variopinte. ll tramonto illuminò il disegno e, mentre lo guardavano con
attenzione, ecco che d’un tratto i suoi alberi cominciarono a stormire leggermente, gli uccelli
variopinti volarono sui campi, le fontanelle luccicarono tra i monti, le bandiere sventolarono ed essi
udirono il corteo cantare da grande distanza. E prima di rendersene conto, il bimbo vide nel
disegno, con gran meraviglia, anche la piccola Annerl che gli faceva cenno di venire, lieta. Si fece
coraggio e saltò dietro di lei; e così tutt’e due, colmi di gioia, entrarono di corsa nel libro e nel
paese. - Quando Kasperl si voltò, la sua casa e il luogo dove sorgeva erano ormai scomparsi, solo di
tanto in tanto udivano riecheggiare il canto del corteo, il sole era calato da tempo e, quanto più
procedevano, tanto più il paesaggio si faceva solitario e meraviglioso. All’improvviso,
oltrepassando una roccia fatta ad arco, scorsero davanti a loro montagne alte fino al cielo che li
fecero restare senza fiato. Sulla più alta sorgeva un castello magnifico: era tutto d’argento, con il
tetto d’oro. Davanti al suo portone sedeva una donna bellissima, addormentata su un’arpa. Dai suoi
lunghi riccioli e dalla sua veste emanava un chiarore lunare che illuminava le alpi e, intorno, i
singolari anfratti, boschi e precipizi. In basso, dove i raggi non arrivavano, videro nella penombra
piccoli ometti gobbi saltare con allegre capriole dagli spuntoni di roccia. Lontano suonò la
campanellina di un eremita, un cacciatore smarrito
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si ergeva sulla roccia di fronte e, di tanto in tanto, rispondeva col corno da caccia. Invece, sui pendii
vicino al castello pascolavano pecorelle bianche e in alto, dalla torre della fortezza, angeli
soffiavano in modo meraviglioso in piccoli corni d’argento, sulle vallate silenziose».
«Ah, piacerebbe anche a me andarci!» esclamò con gioia Fiammetta. «E’ troppo lontano - replicò
Fortunat, - ma non dondolare così le gambette, altrimenti cadiamo entrambi dall’albero». Allora lei
si rimise a posto, gli si avvicinò per ascoltare meglio e Fortunat proseguì:
«“E’ la dea Luna”, disse allora Annerl, indicando la signora del castello. “Ma la conosci?” chiese
Kasperl stupito. Lei rise: “Sei ancora molto sciocco, per la tua età; rimani vicino a me, o ti
perderai”. Kasperl vide allora un vecchio alto e gobbo, seduto a un lato della strada; aveva in spalla
un sacco colmo di mele bellissime. A Kasperl venne l’acquolina in bocca, volle comprare in fretta
un paio di mele per la via ma, quando guardò dentro il sacco, l’uomo lo afferrò svelto per i piedi, lo
infilò dentro e strinse forte il laccio sopra di lui. “Aha, ti ho preso!” disse, e si stiracchiò contento le
gambe, per riposarsi un po’».
«Che vergogna, che uomo orribile! - lo interruppe di nuovo Fiammetta. - Vorrei farlo a pezzettini,
quel divoratore di bambini! Adesso, i due poverini resteranno certo divisi».
«E’ ovvio - rispose Fortunat. - Nel buio, l’impaurito Kasperl lavorava alacremente coi gomiti tra le
mele. “Non siate così villano, mi state soffocando” bisbigliò improvvisamente, accanto a lui, una
vocina delicata. “Sei tu?” chiese piano. “Certo - rispose la vocina, - anch’io sono prigioniero,
rosicchio il sacco da un bel po’ e mi dolgono i denti. Voi avete dita forti e grandi, siate gentile e
aiutatemi a strapparlo”. Era un topolino minuscolo e graziosissimo, che parlava così gentilmente.
Kasperl strappò il sacco con grande attenzione e il topolino sgusciò fuori: scappando gli morse
birichino le dita e scomparve poi svelto, al chiaro di luna; lo udì ancora ridacchiare lontano, tra i
sassi. Allora anche lui uscì fuori strisciando pian piano, si infilò lesto una bella mela in tasca e se la
diede a gambe. - Ma chi lo sa, il vecchio doveva avere indosso una giacca di rattina, perché Kasperl
finì all’improvviso in un groviglio ispido e confuso: nella fretta si era smarrito e, invece di calarsi
giù, era corso su per la manica dell’abito vecchio. Ma quando arrivò in cima fu assai meravigliato!
Il giorno era già spuntato, il divoratore di bambini sotto di lui non era che la vecchia roccia grigia
davanti alla casa di suo padre e, dove aveva visto il castello meraviglioso e i bellissimi precipizi al
chiaro di luna, adesso erano sparse in disordine nuvole bianche e pesanti, ancora mezzo assopite.
Vide fumare i comignoli del suo villaggio; il vicino si affacciò sulla porta, sbadigliando.
“Chicchirichì! - esclamò. - Kasperl, vuoi dunque cantare all’alba come un gallo, dato che ti sei
messo così di buon mattino sul vecchio Steinjürgen”».
«Ma la povera Annerl?» interruppe di nuovo Fiammetta. «Aspetta, il bello deve ancora venire rispose Fortunat: - la bella Annerl non c’era, non tornava e nessuno sapeva niente di lei, tranne che
ogni sera veniva misteriosamente dal bosco, a giocare con Kasperl. Allora lui divenne molto triste,
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dovette studiare molto e aveva molta nostalgia; e a poco a poco diventò grande e forte. E una sera,
quando la luna splendeva sui boschi, gli parve che la dama meravigliosa sedesse sul monte davanti
a casa, sfogliando il vecchio libro illustrato: il taglio dorato, nel girare le pagine, luccicava di tanto
in tanto in modo singolare sugli alberi vicino alla finestra. Lui rimase molto turbato e, quando
albeggiò, sedeva già vestito al tavolino della sua stanza, il gomito sul tavolo e la testa nella mano.
Allora si ricordò di avere ancora in tasca la mela, presa a suo tempo dal sacco. La tirò fuori e
l’addentò, malinconico. All’improvviso si udì uno strillo dentro la mela, una testolina spingeva per
uscire e, quando Kasperl sorpreso aprì la mela, un piccoletto bruno con il bastone da passeggio e la
borsa s’arrampicò fuori dal torsolo. “Chi sei?”. - “L’uomo delle mele. Adieu!”. L’omino attraversò
la tavola ma si fermò di colpo sull’orlo, perché non era capace di scendere. “Ti aiuterò, poverino disse Kasperl, - ma tu devi promettermi qualcosa in cambio. Puoi condurmi dalla dea Luna?”. “Perché no?” rispose il piccoletto. Allora Kasperl lo prese con cura tra le dita e lo posò fuori, sul
prato. E così cominciarono il loro viaggio. Il piccolino zoppicava, perché Kasperl addentando la
mela gli aveva morso l’alluce. Ma erano appena giunti nella brughiera, quando il tipetto zoppicò via
velocissimo come una cavalletta, ridendo e gridandogli dietro: “Inseguimi, inseguimi, hai gambe
così lunghe!” E prima di renderseno conto, Kasperl aveva perso l’ometto nell’erba alta. Si trovava
di nuovo al punto di prima. - Era un bella mattina domenicale e un pero stava attraversando il prato
per andare in chiesa, mormorando lodi al Signore. “Sia lodato Gesù Cristo! - lo salutò Kasperl. Avete visto un pellegrino, scuro e piccolo così?”. - “A dire il vero - rispose il pero - credo di aver
calpestato qualcosa di simile prima, nel prato”. - “Ah, povero me! - si lamentò Kasperl. - Mi ha
fatto perdere la via e adesso non so dove mi trovo! Se solo sapessi dove trovare una roccia o una
torre, per guardarmi un po’ in giro”. - “Ora non ho tempo per simili sciocchezze” disse il pero; ma
quando Kasperl fece per proseguire, triste, gli fece pena. “Vieni, forza! Quante preoccupazioni date
voi bambini” disse e, sbuffando e gemendo, si arrampicò su un monte alto dove si sistemò
comdamente, distendendo allegramente i suoi rami verdi nel cielo azzurro. Kasperl non se lo fece
ripetere. Si arrampicò svelto sulla cima - lassù lanciò d’un tratto il cappello, gridando “urrà!” con
tutte le sue forze, poiché dall’altra parte aveva inaspettatamente rivisto la montagna meravigliosa; la
testa gli girò dalla gioia. “Insomma, non tirarmi così sgarbatamente, fa male” disse l’albero. Ma
Kasperl stava già saltando giù; “E’ la ricompensa di Dio! La ricompensa di Dio!” gridò più volte. Il
bravo pero si agitò nella brezza mattutina in segno d’addio, cosicché tutto il prato si ricoprì di bei
frutti dorati che saltellarono giù allegramente per il verde pendio; Kasperl li inseguì tra le luci del
mattino, verso quel luogo meraviglioso. - Se la montagna gli era parsa bella al chiaro di luna, nella
splendida luce del mattino lo era mille e mille volte di più. Lo stupendo castello con le sue torri
silenziose era completamente avvolto da un’ardente luce rosata, i ruscelli erano oro puro, i boschi
stormivano e brillavano di rubini e smeraldi, sulle alpi intorno gli angeli ravvivavano l’alba con le
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loro lunghe ali, colorate come l’arcobaleno. E quando infine giunse nel bosco, scorse di colpo una
fanciulla meravigliosa su di un capriolo bianco, con una coroncina scintillante fra i capelli. “Dio
mio! Io la conosco” pensò fra sé e sé; era la sua cara Annerl! Lei si fermò ridendo e disse: “La bella
signora Luna è tramontata la scorsa notte e ti saluta; io sono sua figlia Aurora, la regina dei boschi”.
- “Allora io sarò il re” esclamò Kasperl, balzò dietro di lei sul capriolo e via!, attraversarono il
bosco notturno passando sotto fortezze solitarie, avvicinando i fiumi e giardini freschi e l’orizzonte
luminoso; e chiunque da lontano li vedeva passare in volo, nel suo cuore si rallegrava. - E così, da
allora vissero sempre insieme nell’eco di una musica gioiosa e se non sono morti, vivono ancora
oggi - perché io sono Kasperl innamorato e tu la regina del bosco Aurora, mia cara, cara piccola
musa!».
Così concluse Fortunat, baciando affettuosamente Fiammetta sugli occhi assonnati. Allora lei gli
diede un colpetto e indicò la campagna lontana. Un bagliore leggero attraversò in volo il paese
come quando un bambino sorride sognando; un’allodola mattiniera, ebbra di canto, si librava già
alta sopra di loro nell’alba. «Salute a te, mondo meraviglioso! - esclamò Fortunat. - E ora,
all’opera!». Si scossero con un brivido nel mattino fresco; lui saltò lesto dall’albero, Fiammetta lo
seguì e lui la prese tra le braccia. Poi si avviarono insieme, in silenzio, per il giardino che andava
rischiarandosi.
Fortunat aveva accortamente preparato tutto in anticipo. Fiammetta all’inizio doveva rimanere
nascosta nel verde, vicino alla casa dell’amministratore. Lui avrebbe nel frattempo aggirato la casa
come un falco nel cielo mattutino; si sarebbe avventato subito su Walter, che sapeva essere un
uccellino mattiniero, appena lo avesse scorto e con lui si sarebbe messo d’accordo sul resto, prima
dell’arrivo degli altri.
Ma l’uomo propone e Dio dispone. Mentre procedevano sotto i faggi che stormivano solenni,
Fiammetta si tirò ed aggiustò il farsettino, come un uccelletto che si pulisce le ali al mattino e
cominciò a chiacchierare in italiano, simile a una campanellina nel silenzio. Fortunat invece
ripensava a quel bel mattino di primavera in cui giunse qui con Walter la prima volta. Tutto era
fresco e umido come allora. Presto scorse di lato le aiuole odorose, i tigli sotto i quali sedeva - tutte
vecchie conoscenze. Anche i comignoli bianchi si affacciavano da quella parte: d’un tratto si
trovarono sotto gli alberi alti davanti a casa. Tutti dormivano ancora profondamente, attraverso la
vite rampicante alla finestra poté vedere la stanza al pianterreno, il tappeto colorato sotto la luce
incerta e le cornici dorate dei quadri alla parete di fronte; la vecchia pendola batteva in quel
momento le quattro. Sotto gli alberi c’era ancora la tavola ampia e rotonda con intorno le sedie,
come ai vecchi tempi; l’amministratore aveva dimenticato fuori la pipa e anche la chitarra di
Florentine era ancora appesa alla sedia. Allora Fortunat fu sopraffatto in modo irresistibile dalla sua
vecchia allegria di girovago, dimenticò il piano intelligente, la prudenza, il segreto e tutto il resto.
Afferrò la chitarra, balzò sulla tavola e cantò con tutta l’anima:
Chi c’è qui fuori? Aprite, svelti!
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Lisciato già luccica il campo
è il vento che soffia allegro al mattino,
che arriva fischiando dal bosco
Un uccellino, le nuvole ed io
a gara siam giunti correndo
e ognuno ha pensato: forza, fa’ presto,
a letto ancor li troviamo!
Ed eccoci qui, or esca chiunque
indugia scambiandosi baci;
o in casa entreremo sfondando la porta,
portando i profumi del bosco.
Alle ultime note una finestra in alto si aprì piano piano. Florentine mise fuori la testolina
addormentata: quasi non la riconobbe, tanto si era fatta splendida, florida e sana. «Gesù! Siete voi,
signor barone?» esclamò spaventata; e richiuse in fretta la finestra, perché la brezza mattutina
voleva strapparle il fazzoletto leggero. Fortunat udì in casa porte che si aprivano, grida e fracasso.
Ma fuori l’alba s’arrampicava lesta per le spalliere e i tralci, su per la casa silenziosa fino ai
comignoli e si affacciava curiosa sugli alberi, mentre Fortunat riprendeva a cantare:
Son giunto dall’Italia lontana
e voglio raccontarvi
il monte Vesuvio e la stella di Roma,
le loro mirabili storie.
Or canta una fata nel mare azzurro,
i mirti spiano ebbri ma niente mi piace quanto il bel
mormorio del bosco tedesco!
Appena Walter sentì nominare l’Italia, non ebbe più dubbi. In fretta, con gli stivali che indossava
d’abitudine per difendersi dalla rugiada pungente, si precipitò fuori a perdifiato. «Mio Dio! Sei tu,
amico carissimo!» esclamò già da lontano e, fuori di sé dalla gioia, volò tra le braccia di Fortunat,
graffiandolo con la barba mal rasata. Questi all’inizio fu come confuso, poiché Walter gli parve così
invillanito, fuori moda, rozzo nel parlare e con il volto scurito dal sole. Ma gli occhi fedeli
aggiustarono tutto: vi si poteva leggere l’anima e lui, in fondo, era sempre lo stesso. Poi, dietro di
loro partì all’improvviso un colpo e tutti sobbalzarono.
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Sulla collina apparve quel matto del guardaboschi, che già aveva avuto sentore della visita. Tirò
fuori il collo sottile e scavato dalla cravatta stretta e, quando riconobbe davvero Fortunat, fece fuoco
una seconda volta con la doppietta sulle loro teste e si precipitò poi verso di loro, levando grandi
grida di giubilo. Giunto là afferrò di colpo Fiammetta, che non capiva cosa stesse accadendo e
danzò con lei sotto gli alberi, girando vorticosamente; le lunghe falde del vestito del guardaboschi,
svolazzando in giro, scaraventarono una delle sedie contro la porta proprio nel momento in cui la
moglie dell’amministratore stava per fare la sua uscita solenne. «Che Dio ci protegga, caro vicino esclamò irritata, - che spettacolo è il suo!». - «Una presentazione , signora fattoressa - replicò il
guardaboschi. - Ospiti di riguardo, bal à la fourchette , il ballo di San Vito, le arance e l’Italia!
Laggiù mi morse i piedi una maledetta tarantola». Allora anche l’amministratore sventolò il suo
berretto da notte bianco come la neve, dietro il quale spuntò il bel visetto di Florentine; nella
confusione tutti gridavano e si scambiavano domande, la moglie si inchinava e pronunciava formule
stantie che nessuno ascoltava, un tacchino disturbato nel sonno aveva morso già durante il valzer le
falde svolazzanti del guardaboschi: non si riusciva a parlare, né ad accomodarsi. «E il giovane
signore? Con chi ho il piacere?» disse infine la moglie dell’amministratore, rivolgendo un mezzo
inchino a Fiammetta che divenne rossissima. “Accidenti! Ecco una bella pensata!” pensò Fortunat.
Non dovette pensarci troppo. «Un mio giovane cugino italiano», disse. «Ah!» esclamò il
guardaboschi sorpreso, e si scusò con galanteria stravagante per l’umilissimo ardire della sua
sfacciataggine di ignorante. Si sforzò visibilmente di mescolare al suo discorso straordinariamente
cortese un mucchio di parole italiane: pensava così di essere più comprensibile; tornò a parlare delle
tarantole che in Italia hanno dimora stabile, passò poi agli scorpioni per i quali sembrava nutrire un
odio particolare e le offrì, infine, una lunga pipa riempita di fresco. «Ma no, i signori italiani non
hanno l’abitudine di fumare» intervenne la moglie dell’amministratore, conciliante. «Beh, allora lo
faccio io, con permesso» rispose il guardaboschi; e cominciò a fumare con tirate concitate, mentre
Fiammetta, sempre allegra, tossendo di quando in quando nei densi miasmi di tabacco, gli
raccontava a gran velocità le storie più orribili di scorpioni alati e di una tarantola impazzita che
aveva inventato il ballo di San Vito.
L’amministratore, dopo che la gioiosa confusione iniziale si fu un po’ placata, gettò soddisfatto
un’occhiata in giro. «Nel calendario - disse - questo non è segnato come giorno di festa, ma il buon
Dio l’ha cerchiato di rosso, come vedete». E in effetti il vecchio castello, i boschi, il fiume e le valli
ardevano in quel momento nella luce di un’alba stupenda. Le donne avevano intanto apparecchiato
la tavola, gli uccelli cantavano in alto nel bosco e le luci del mattino
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Spettacolo, presentazione; nel testo originale “Aufführung” e “Einführung”: gioco di parole perso nella traduzione.
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Analogia con il francese “déjeuner à la fourchette”, colazione alla forchetta.
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scintillavano sulle bottiglie di vino e i bicchieri che coprivano il servizio da tavola, di un bianco
abbagliante. Walter, nella sua allegria, mise la chitarra nelle braccia di Florentine: come benvenuto
dovette cantare, non senza frequenti rossori, tutte le canzoni preferite della casa. Una profonda
malinconia attraversò allora l’anima di Fortunat: erano le stesse canzoni che aveva composto e
cantato in quel luogo. Tanto a lungo avevano continuato a risuonare, in questa solitudine! Poi
dovette raccontare loro dei suoi viaggi, di Roma e della Sicilia; di quando in quando si
inframmezzavano storie locali di vecchi amici e delle belle fanciulle con cui, allora, aveva ballato in
giardino; gli mostrarono i villaggi in lontananza dove erano ormai felicemente sposate, qua la casa
del prete ombreggiata dagli alberi, là un paio di comignoli solitari nel bosco. Walter, affamato di
novità letterarie, tentò invano più volte di allacciare una conversazione colta con Fortunat. Aveva
ancora l’antica mania di migliorare la sua cultura e teneva un mucchio di riviste che però, nella
maggior parte dei casi, non venivano lette ed erano utilizzate dalla bella moglie per preparare dei
dolci. Questa si era seduta davanti alla porta di casa con il bambino al seno, il sole del mattino
giocava graziosamente su madre e figlio attraverso la pergola. Di tanto in tanto lei gettava, da sotto
le ciglia lunghe, uno sguardo penetrante verso Fiammetta che, con la testolina appoggiata sulle
braccia, si era addormentata nel brusio e tintinnio dei bicchieri, dei piatti e delle conversazioni fatte
a tavola.
Così, tra discorsi allegri s’era fatto ormai giorno, quando Walter uscì di corsa da casa con una
lettera dissigillata. «Oggi è proprio giornata di sorprese! - esclamò ridendo. - Pensate, mi scrive il
nostro amico giurista, in città: dovrei aiutarlo, da collega a collega, a trovare una giovane e nobile
dama fuggita insieme alla cameriera dalla vecchia zia, le cui tracce pare si siano perse qui, tra i
nostri monti». - «Curioso - disse l’amministratore, - eh sì, le acque tumultuose amano i monti». «Come! - esclamò il guardaboschi, che si era appena riempito una nuova pipa e aveva udito solo in
parte. - Una vecchia zia furiosa è andata persa in acqua?». - «Sì - intervenne Fortunat - e l’amico
giurista è fuggito con la cameriera». Walter fece fatica a rimettere ordine in quella confusione. «Un
uomo stimato - proseguì poi - sta inseguendo la fuggitiva su incarico della zia, ed è ricorso all’aiuto
delle autorità cittadine. Sei giunto al momento giusto, Fortunat». - «Io? Perché?» chiese questi,
colpito. «Intendo come poeta, in circostanze così romantiche». - «Caro amico - rispose Fortunat, vorrei che il romanticismo non fosse mai stato inventato! Simili romantici innamorati, e certo la
nobile dama lo è, così come la vecchia zia e l’amico giurista e la sua cameriera, giocano in una
mattinata sola più brutti tiri di quanti uno scrittore riconosciuto ne possa riaggiustare nell’ultimo
capitolo!». E così dicendo aveva centrato in pieno l’argomento preferito della moglie
dell’amministratore. Questa annuì gentilmente, si lamentò della sventatezza della gioventù attuale e
dette la colpa di tutto alla poesia. Fortunat, vista la condizione di pericolo, volle concordare con lei
e si scagliò sempre più ferocemente contro i poeti. Ma il guardaboschi, che aveva finalmente capito,
sedeva come preso da convulsioni per l’intenso riflettere: fissava ora il cielo, ora le dense nuvole di
tabacco davanti a sé. «E’ lei!» esclamò d’un tratto
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balzando in piedi; e batté la mano sul tavolo, facendo tintinnare i bicchieri. «Chi?» disse Fortunat,
guardandosi intorno spaventato. Per il rumore Fiammetta si era svegliata, Florentine la guardò di
nuovo attentamente negli occhi assopiti - tutto era appeso a un filo.
Ma il guardaboschi posò svelto la pipa e si mise in testa con fare bellicoso il suo cappello a tre
punte. «Adesso - disse - tutti voi che siete qua verrete con me al mulino sul limitare della foresta,
ma subito, in modo da cogliere in flagrante gli uccellini di bosco». Fortunat trasse un respiro di
sollievo. - Invano si insistette perché il guardaboschi misterioso si spiegasse meglio. «Che io sia la
vecchia zia - si limitò a dire - se non riuscirò ad acchiapparvi la fanciulla, anche se dovesse saltare
di albero in albero come uno scoiattolino». La moglie dell’amministratore non ne volle sapere di
quell’avventura e rimase a casa con Florentine; gli altri, invece, si diressero impazienti verso il
bosco. Nell’agitazione generale Fortunat non riuscì proprio a prendere Walter da una parte, per
quanti cenni nascosti gli facesse.
Dopo breve cammino scorsero il mulino, in una gola solitaria del bosco. All’ombra di un pendio,
nella fresca vallata il giorno non era ancora spuntato: gli uccelli si svegliavano solo allora nel
giardinetto silenzioso e solo le colombe risplendevano sul tetto già illuminato dal sole mattutino.
Allora il guardaboschi distribuì accortamente i suoi accompagnatori ad ogni uscita, pregandoli di
rimanere in silenzio; lui, invece, si diresse in fretta verso il mulino. Allora videro un abbaino aprirsi
a metà, piano piano, e credettero di scorgere in alto una giovane fanciulla che, alla loro vista,
richiuse prontamente. «Che succede?» bisbigliò Fiammetta a Fortunat, impaurita. «Credo - replicò
questi - che il mattino sia impazzito e rispecchi follemente nel cielo la nostra storia». - In quel
momento, nella casa scoppiò una baraonda; il ruscello si gettò d’un tratto fragorosamente sulla
ruota del mulino, tra lo scrosciare dell’acqua udirono correre, sbattere porte, litigare. Di colpo la
porta si aprì violentemente e il guardaboschi uscì con aria trionfale: conduceva solennemente al
braccio una dama sconosciuta e ben vestita, la brezza del mattino le sollevò il velo verde mostrando
un viso giovane e bello. - Fortunat non ci pensò a lungo. «Che sorpresa, signorina! - esclamò
balzando avanti svelto. - Quando ebbi la fortuna di vederla, presso la sua stimata zia, chi avrebbe
mai pensato a questo maledetto mulino! Mi dispiace solo che questa impertinente brezza mattutina
abbia sollevato il velo troppo presto e l’aspra montagna alcune pietre dello scandalo - ». In quel
momento giunse anche Fiammetta, che si premette teneramente al petto la mano della dama. «Oh,
fanciulla celestiale - disse, - tutto questo per me! Ma come fu possibile? Come sapesti dove io
vagavo infelice? Non mentire più, io lo so bene, povera cara! Per me abbandonasti il castello e la
zia - oh, tutto mi gira nella testa come una ruota di mulino!». La dama guardava confusa ora l’uno,
ora l’altra e non sapeva cosa rispondere. Ma i due non la mollarono più, la presero in mezzo a loro
conducendola alla dimora dell’amministratore, così in fretta che gli altri riuscirono a stento a stare
loro dietro; intanto, per via, parlavano in segreto. Walter era sbalordito; anche l’amministratore
scuoteva la testa pensieroso,
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mentre il guardaboschi furioso imprecava. «Una così bella dama - diceva - correre dietro a un simile
sbarbatello, che ha ancora i gusci d’uovo appesi alla sciabola! Non c’è giustizia in questa storia; per
lo stesso motivo, il signor amministratore avrebbe potuto innamorarsi di me». Poi fischiò forte con
le dita ai suoi cani, si gettò il fucile in spalla e si diresse nel bosco, senza salutare nessuno.
Nel frattempo gli altri erano giunti a casa, dove Fiammetta presentò tutta contenta alle donne
stupite la sua amica, insperabilmente ritrovata. Walter fece per seguirle, ma Fortunat lo afferrò per
un braccio e lo portò lesto verso il giardino. «Adesso aiutami a uscire da quest’inghippo - esclamò,
quando furono soli - perché la dama prigioniera è in realtà la cameriera di mio cugino, mio cugino è
la mia amata e la mia amata è la nipote fuggita della vecchia zia». Gli raccontò allora in breve
l’intera vicenda: come la cameriera, improvvisamente sola in terra straniera, avesse seguito
segretamente le loro tracce tra i monti e la sera prima - cosa che il guardaboschi doveva aver
appreso per caso - era entrata nel mulino del bosco, per tastare prima il terreno e riunirsi loro al
mattino seguente, con una qualche abile mossa.
Quando ebbe finito si chiuse in sé, attendendo con pazienza la grandinata di rimproveri dell’amico.
Invece Walter, d’un tratto strappato alla sua solitudine monotona e gettato in quell’avventura
romantica, esclamò con suo stupore: «Difenderò la tua marchesina col ferro e col fuoco, come fosse
la pupilla dei miei occhi» e corse subito pieno d’entusiasmo verso casa. Per strada incontrarono
Florentine, che domandò quali intenzioni avessero. Walter nella gioia la afferrò per il capo, la baciò
ben bene e fece poi per proseguire. Ma lei lo trattenne. «Non assumere questo atteggiamento di
grande importanza e di mistero - disse, - io me ne sono accorta da un pezzo!». Walter la guardò con
tanto d’occhi. «Questo signor cugino italiano - proseguì lei, - il modo in cui si è messo a sedere
sulla sedia, come per evitare di stropicciarsi le sottane; il suo modo di camminare, la voce e poi - » e
qui all’improvviso si fermò. «Beh? - chiese Fortunat. - E poi una volta vi ha fissato a lungo, mentre
parlavate con altri e nessuno ci faceva caso». Si trovavano, in quel momento, su un’altura priva di
alberi. Al di là dei monti boscosi risplendeva di luce mattutina il vecchio castello, dove Florentine,
durante quella passeggiata, gli aveva dato un bacio fugace - vi pensarono entrambi. La bella donna
abbassò gli occhi, arrossendo confusa - poi, con un sorriso gentile, gli porse la mano che lui prese
con affetto. Intanto Walter camminava su e giù, rompendosi la testa. «Se almeno non vi fosse quello
sconosciuto che vi insegue!» esclamò rabbioso. - «E via! - replicò allegramente Fortunat. - Io ho la
ragazza e lui la zia, che sposi lei!».
Si sedettero sulla panca sotto il tiglio e discussero assieme sul da farsi. Dopo aver pensato e
ripensato si decise unanimemente di sfruttare con il guardaboschi e gli altri il malinteso iniziale: far
passare la cameriera per l’innamorata fuggita con il cugino e di custodire entrambe, per il momento,
in casa. Fortunat avrebbe invece dovuto recarsi subito dalla zia e là, prima di rivelare dove fosse
Fiammetta, cercare, con tutta la prudenza necessaria e tenendo conto delle circostanze, di condurre
in porto la questione. «Tu hai un rango, un patrimonio - disse
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Walter. - Per la marchesa sei un partito buono come qualsiasi altro, nel paese. Le cose dovrebbero
andare con la capricciosità di uno scrittore di romanzi, perché alla fine non convolaste a giuste
nozze».
Intanto udirono in casa Fiammetta chiaccherare e ridere allegramente. Il guardaboschi, che
credevano lontano nella foresta, aveva indossato il suo frac nuovo e un lungo e bianco colletto a
cannoni, e girellava intorno alla casa con ogni sorta di pretesti, levando il collo verso le finestre più
alte. «Credo proprio - disse la moglie dell’amministratore - che quel vecchio matto si sia
innamorato della gentile signorina». Fiammetta aveva rapidamente convinto la cameriera ad
avvicinarsi alla finestra aperta, le buttò intorno un grande scialle e cominciò a recitare dietro di lei,
rivolgendosi al guardaboschi e ringraziandolo commossa per il suo disturbo, grazie al quale aveva
tolto così presto dalla via della sconsideratezza un cuore morso dalla tarantola dell’amore. - Quando
lui a sua volta fece per rispondere cortesemente, lei non ne poté più dalle risa, gli fece
misteriosamente cenno di andarsene, come se fossero spiati e richiuse lesta la finestra. - Florentine
scosse pensierosa il capo, non riusciva a capire quella fanciulla così svagata.
Fiammetta, quando gli uomini le comunicarono il piano, fu come stordita al pensiero di un esito
rapido e definitivo della loro complicata storia d’amore. E allorché Florentine cominciò in tutta
fretta a cuocere dolci, che intendeva dare a Fortunat per il viaggio del giorno seguente, anche lei si
dette un gran daffare per aiutarla, spilluzzicando i chicchi più belli d’uva passa. Ma quando afferrò
l’impasto, tutti dovettero accorrere alle sue grida lamentevoli e ripulirle le dita. - Allora abbandonò
la cottura dei dolci e mostrò a Fortunat la stanza che le avevano destinato al piano di sopra. Era la
camera più bella di tutta la casa. Dava sul bosco, che si affacciava dentro da tutte le finestre. Si
divertirono a fare i bagagli per il giorno seguente; fuori, sulle cime degli alberi gli uccelli
cantavano, Fiammetta era inginocchiata nella verde penombra, davanti al sacco da viaggio di
Fortunat e chiacchierava contenta dei bei monti che lui avrebbe attraversato, del castello
meraviglioso e del giardino della zia; e intanto infilava di nascosto di sua iniziativa, sotto la
biancheria di Fortunat, cianfrusaglie di ogni tipo e divenne sempre più rossa, quando lui se ne
accorse.
Così il giorno passò, tra progetti e preparativi allegri. Walter, prendendo a pretesto la stanchezza
dei suoi ospiti, aveva tenuto lontano tutte le visite serali. Gli stessi padroni di casa, dopo la notte
passata quasi interamente in bianco, erano andati a riposare di buon’ora. Solo Fortunat e Fiammetta
sedevano ancora davanti alla porta di casa, ascoltavano le fanciulle del paese sottostante cantare
davanti all’immagine di San Giovanni e i grilli nei prati lontani. Fiammetta sedeva sull’erba ai piedi
di lui, aveva la chitarra sulle ginocchia e guardava silenziosa il paesaggio illuminato dalla luna; lui
non la aveva mai vista, così pensosa. - D’un tratto, molto più in alto echeggiò un corno da caccia.
Era il guardaboschi innamorato, che suonava una serenata alla signorina. E quando poi, pian piano,
il corno da caccia e i canti di San Giovanni si affievolirono e il silenzio scese di nuovo sulla casa e
nella valle, allora Fiammetta prese la chitarra e cantò:
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Le stelle lucevan dorate,
da sola affacciata, lontano
udii nella muta campagna
il corno di un postiglione.
Il cuore nel petto mi arse,
allora in segreto pensai:
Ah, insieme partire poter
nella splendida notte d’estate!
Due giovani amici passavano
lungo la china del monte,
li udivo cantare in cammino,
per tutta la quieta campagna,
di baratri vertiginosi
ove i boschi stormiscono lievi,
di fonti che a picco si gettano
giù nella notte silvestre.
Cantavan di statue di marmo,
giardini che sopra le rocce
si fanno selvatici e cupi,
palazzi al chiaro di luna,
ove spiano fanciulle affacciate,
quando il suono dei liuti si desta,
e mormora stanca la fonte
nella splendida notte d’estate.
Fiammetta posò in fretta la chitarra, nascose il volto in grembo a Fortunat e pianse amaramente.
«Ci torneremo!» le bisbigliò Fortunat. Lei allora alzò la testolina e lo guardò con i suoi occhi
grandi. «No - disse, - non ingannarmi!».
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Capitolo venticinquesimo
Il giorno seguente a mezzodì Fortunat era in viaggio, si trovava ormai lontano da Hohenstein e
riposava davanti alla porta di un’osteria di paese. Nel tiglio in fiore vicino al muro ronzavano le api;
di fronte a lui, oltre i giardini e gli steccati bassi, una striscia di foschia azzurra indicava ancora a
malapena i monti dove aveva lasciato la sua amata. Una fanciulla dagli occhi vivaci portò fuori vino
e pane; ma scorgendolo si fermò e balzò lesta di nuovo in casa. La udì dentro parlare animatamente
e, con suo stupore, descrivere minuziosamente i suoi capelli, l’abito e gli stivali. Allora uscì anche
l’oste, le fece un cenno con il capo e Fortunat venne a sapere che, poco prima, due sconosciuti a
cavallo si erano informati con gran premura di un cavaliere di aspetto uguale al suo e avevano preso
poi strade diverse, a gran velocità. Invano Fortunat chiese nomi e dettagli più precisi: dalle
descrizioni confuse non riuscì a capire nulla, una avrebbe potuto quasi attagliarsi a Walter. “Non mi
prenderete!” pensò, quando d’un tratto gli venne in mente che doveva assolutamente presentarsi alla
zia di Fiammetta di sua spontanea volontà, se non voleva che il piano fallisse. - In tale inquietudine
bevve svelto alla salute dell’oste, balzò a cavallo e attraversò al galoppo il paese, dietro ai due
signori sconosciuti. Uscito, prese però subito la direzione opposta e trasse di nuovo un sospiro di
sollievo, quando un contadino nei campi gli indicò una via più breve tra i monti, per la quale poteva
sperare di evitare quei cavalieri e, anzi, di precederli.
L’aria era afosa; Fortunat fiancheggò a lungo un dorso boscoso, toccando precipizi solitari e valli
malinconiche. D’un tratto, di lato una vallata risplendette vivace tra gli alberi: tegole rosse e
giardinetti pensili, sotto il bagliore cangiante del sole; in fondo un ruscelletto lucente dove bambini
facevano il bagno e, sul prato vicino, l’allegro disordine della fienagione, risa e il sibilare delle falci.
E mentre ancora guardava, piacevolmente sorpreso, dalla parte opposta echeggiò improvviso uno
schiocco di frusta e, spuntando dal margine estremo del bosco, una bella carrozza attraversò in volo
la campagna luminosa. Una dama si affacciò - Fortunat sobbalzò spaventato: era senza ombra di
dubbio Fiammetta, ma in vesti femminili. Chiacchierava allegramente con uno sconosciuto che
cavalcava vicino allo sportello. Poi, di colpo il sentiero sprofondò nel bosco e il rumore della
carrozza si affievolì, inghiottito dagli abeti scuri.
Fortunat era come impietrito. In un primo momento Fiammetta gli parve quasi un grazioso folletto
che vagava tra i monti, beffeggiandolo. Poi la immaginò scoperta a Hohenstein e ricondotta indietro
con la forza; ma come avrebbe potuto chiacchierare così allegramente? - Era molto turbato, scese
dunque svelto dal monte per un viottolo, tagliando per i prati, verso la gola dove era scomparsa
quell’apparizione. Presto la strada si divise, credette di notare su una delle due vie tracce fresche di
carrozza e spronò con forza il cavallo.
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Ma più andava avanti, più il luogo si faceva selvaggio e deserto. Non potevano essere passati per
quel sentiero sassoso più velocemente di lui. Spesso si fermava ad ascoltare; una volta gli parve di
udire la voce di lei, ma era solo il verso sconosciuto di un uccello lontano, nel bosco. Cantò ad alta
voce tutte le canzoni che conosceva, poi ascoltò di nuovo e rise e imprecò e cavalcò ancora, finché
alla fine notò con spavento che si stava avvicinando un temporale, per rendere completo il suo
smarrimento. Gabbiani dalle ali bianche e appuntite attraversavano già il silenzio afoso, rapidi come
frecce. Invano si guardò intorno in cerca di un rifugio, non si udiva neanche una scure nel bosco.
Solo figure fatte di nebbia salivano lentamente dalle fessure e si sedevano, con i loro lunghi abiti
grigi, sulle cime degli abeti. Sul monte di fronte però il temporale aveva disteso pian piano la sua
oscurità plumbea, in cui si levavano, spettrali, la mura appuntite di una rovina.
Mentre ancora indugiava, senza decidere da che parte andare, udì d’un tratto echeggiare lontano,
dal monte, il suono di una campana. «O divina superstizione - esclamò lieto, - che cosa sono tutti i
parafulmini di questa terra, al paragone di questo suono consolatore che, simile a un angelo, passa
sui boschi a mani giunte mutando il tempo. Sì, la terra è ancora piena di miracoli, solo che noi non
vi badiamo più!». - Seguì in fretta i suoni che parevano giungere con il vento di tempesta, ora più
deboli ora più forti, dai monti dove aveva scorto le rovine. Un sentiero coperto da piante selvatiche
e poco battuto saliva serpeggiando tra le rocce, proprio in quella direzione. Il viottolo si fece sempre
più stretto e ripido, presto non udì più la campana e alla fine dovette scendere da cavallo, tenere
l’animale per le briglie e arrampicarsi faticosamente di roccia in roccia. Ogni tanto si volgeva
indietro per riposarsi un poco e guardava in basso, tra gli squarci delle nubi, il paesaggio passare in
volo.
Era così calata la notte quando, ansimante, sbucò dagli sterpi e si trovò sulla cima. Una luce gli
brillava di fronte, benigna; mentre si dirigeva in quella direzione credette di vedere nel buio un
grande castello con torri, merli e bellissime finestre sporgenti. Poi, man mano che si avvicinava,
tutto mutò di nuovo: erano un ammasso di pietre sparse selvaggiamente qua e là e gruppi bizzarri di
alberi, ad essergli apparsi tanto meravigliosi; pieno di stupore si trovò all’improvviso di fronte a un
eremo scavato a metà nella roccia, sovrastato da una torricciola con una campana. Una lampada
gettava dal soffitto bagliori incerti e tremolanti sui muri spogli e su tavolo e sedia di legno, in
mezzo. Improvvisamente il cavallo sobbalzò sbuffando: da un angolo della stanza li guardava uno
scheletro bianco, dritto in piedi. «Orribile compagno! - disse Fortunat. - Sei tu qui l’eremita che, di
notte, suona misterioso la campana?» - Lanciò forti grida in tutte le direzioni ma gli rispose solo
l’eco della sua voce tra gli anfratti. Allora si fece coraggio, legò il cavallo davanti alla capanna ed
entrò.
La trovò più accogliente di quanto si sarebbe aspettato. Un grosso libro giaceva sul tavolo; lo aprì:
era un vecchio breviario. Con sua meraviglia vi trovò una corta pipa ungherese, che fungeva da
segnalibro. “Beh, i morti non fumano” pensò e si guardò intorno con zelo maggiore. Poi scoprì in
un angolo una scorta di ottimo
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fieno, più in là una caraffa piena di vino e, accanto, dei bicchieri. Rallegrato dal ritrovamento
insperato, tolse innanzitutto la sella al cavallo stanco e lo fornì abbondantemente di pastura.
Quell’affaccendarsi insolito in un luogo così solitario, lo stormire delle fronde, la situazione del
tutto straordinaria in cui si trovava gli misero addosso una strana allegria. «Buona notte - esclamò
lieto rivolto verso valle, - con quale meraviglia il Signore ha immerso ogni cosa nel flusso stupendo
dei sogni! Che canto di sogno è mai questo tra i boschi, eguaglia le corde di un’arpa che Dio sfiori
con le dita. E’ proprio così: almeno una volta, Dio pone chi ama al di sopra della meschinità, sulla
cima solitaria della notte, cosicché questi sente solamente le campane della terra e dell’al di là che
suonano insieme, rabbrividisce e non sa se annuncino la sera, oppure già il mattino». Detto ciò si sedette contento davanti all’eremo, ma in modo da tenere d’occhio di lato una delle
due pareti: non si fidava troppo dello scheletrico compagno nell’angolo, che avrebbe potuto,
magari, alzarsi all’improvviso e cominciare borbottando a leggere il libro, seduto al tavolo. Ma
fuori tutto restava in silenzio, solo di tanto in tanto udiva lo sbuffare del cavallo e i versi degli
animali giù, nel bosco. Davanti a lui, nubi trasparenti accarezzavano il prato lievemente spettrali,
come strascichi di fate in volo.
In questa solitudine, il sonno vinse infine l’esausto Fortunat e quando di colpo si risvegliò, in
piena notte, il temporale si era nel frattempo allontanato e la luna splendeva meravigliosa sui
boschi. Gli parve allora di udire, a una certa distanza, due uomini parlare animatamente e, alla luce
tremolante della luna, scorse tra gli alberi un monaco gigantesco che camminava rapidamente per il
bosco con uno sconosciuto. A causa dello stormire delle fronde riuscì a intendere solo alcuni suoni
spezzati, ma udì chiaramente che nella conversazione ricorrevano il suo nome e quello di Fiammetta. «Sogno forse, o è questa notte fantastica che sogna di me?» esclamò spaventato; ma le voci
erano ormai lontane e, sul monte silenzioso dove si erano perse nel buio, vide d’un tratto brillare
una fiaccola. La seguivano numerose figure scure, che portavano in silenzio una bara. Le luci rosse
ondeggiarono in modo bizzarro tra gli abeti e oltrepassarono una porta di pietra, in cui tutto
scomparve di colpo. - Poi d’un tratto pensò che portassero via Fiammetta e si gettò veloce al suo inseguimento, nel bosco. Ma cercò invano un sentiero in mezzo alla selva, nella penombra tremolante
al chiaro di luna si spalancavano ovunque precipizi dal profilo spezzato, costringendolo ad arretrare.
«Forza! - disse turbato. - Avanti! Questi spettri e la notte avranno pure una fine!». Poi si appoggiò
al collo del cavallo appisolato e fissò pensieroso quella vasta solitudine.
Così rimase a lungo, come in sogno; d’un tratto credette d’udire lontano il canto lieto di un uccello
di bosco. Rallegrato si guardò intorno e, da una parte, un incerto bagliore mattutino si stendeva
davvero piano per il cielo, come un alito su uno specchio; appena si mosse un capriolo sobbalzò,
fuggendo timido nell’alba. Allora si ricordò che era domenica. Tornò veloce verso l’eremo. «Non
guardarmi così stizzoso, in quest’ora di grazia - disse allo scheletrico eremita, - adesso c’è di nuovo
la luce e tutto, tutto tornerà bello come prima!». Poi suonò lieto la campana, come per dare inizio
alla giornata e il cuore ammutolì e si allargò,
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quando quel suono così chiaro si propagò per la notte boschiva; da tempo non aveva pregato con
tanta devozione nei suoi pensieri.
Allora gli venne in mente che il suono della campana avrebbe potuto attirare i misteriosi viandanti
notturni. Uscì ma tutto era immobile, il vento aveva portato i suoni verso le valli ancora immerse
nell’ombra. Sulla cima del monte, però, sul cui pendio l’eremo sorgeva, scorse allora di nuovo in un
chiarore falbo le rovine viste il giorno prima dalla valle. “Sono andati lassù” pensò, balzando veloce
a cavallo. Presto scoprì anche il sentiero nascosto dalle piante e la porta di pietra, oltre la quale si
arrivava al monte; seguì dunque le tracce, per avere magari, una volta giunto sulla cima, indicazioni
più precise sui fatti accaduti la notte precedente e sulla direzione da seguire.
Così cavalcava di buon umore, nel mattino che avanzava; sul monte di fronte a lui , le vecchie
mura gli apparvero pian piano più nitide tra gli abeti. Riusciva ormai a distinguere una chiesa
semidiroccata, archi di finestre vuoti e qualche colonna ancora in piedi, avvolta da edera rigogliosa;
delle capre s’arrampicavano per la vegetazione selvaggia, tutto era rischiarato in modo meraviglioso
dal sole mattutino. D’un tratto, sul muro apparve un cacciatore alto e snello: il mattino rosso acceso
splendeva su di lui, che pareva immerso nel fuoco. Si affacciava sulla valle dalla parte opposta,
appoggiato al suo fucile, e Fortunat lo udì cantare:
Qui sto come guardia fedele,
passata è la notte buia,
scintilla il fulgor sulla terra.
Bel mondo, stai ben attento!
Allora si voltò - era Lothario! Anche lui in quel momento vide Fortunat arrivare, saltò giù svelto e
i due amici rimasero a lungo abbracciati. Il cacciatore selvaggio appariva pallido, abbronzato e
tuttavia più bello di una volta; Fortunat fu quasi spaventato dalla profondità meravigliosa dei suoi
occhi scuri, nei quali da lungo tempo, ormai, non gettava lo sguardo. «Ma com’è che ti trovi qui?»
chiese infine, meravigliato. «Recito l’ultimo atto - rispose sorridendo, - tombe, matrimoni, le verdi
torri di Dio e il sole che sorge come decorazione finale». Intanto erano giunti sulla cima, presso le
rovine: legò a un albero il cavallo di Fortunat. «Lascia stare tutto qui e vieni svelto con me». - «Tu
non sei solo, quassù - disse Fortunat, - chi avete seppellito questa notte, nel bosco?». - «Il povero
Otto». - «Oh Dio! Allegro cuore canterino, cadere così giovane, come un’allodola che cinguetta nel
cielo! Mi sembra di sentire ancora nelle orecchie la sua canzone». - «Buon per lui - rispose il suo
accompagnatore, - ha vissuto in fretta ed era ormai stanco ed ebbro di sonno, nel profondo
tramonto. Là, adesso, riposa».
Attraversarono una porta ad arco semidiroccata e sbucarono in un prato: doveva essere stato il
cimitero di un convento. Una tomba nuova, già coperta di erbetta verde, luccicava di fronte a loro,
umida di rugiada. Un monaco vi stava inginocchiato vicino,
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pregando tra fiori selvatici e variopinti e gli uccelli svolazzavano, cantando allegramente nel verde
tenero che spuntava da tutte le crepe dei muri; al di là delle tombe, però, si spalancò di colpo sulla
valle mormorante un panorama meraviglioso e incommensurabile. - «Che Dio conceda a ogni poeta
un simile sepolcro!» esclamò Fortunat, felicemente sorpreso.
Ma al suono della sua voce qualcosa si alzò di scatto dai fiori, gli parve di sognare - era
Fiammetta. «E’ lui!» esclamò balzando in piedi, si scosse i riccioli dal volto e gli corse incontro.
Allora, con suo stupore, anche Walter apparve rapido tra le rocce, con un eremita e uno sconosciuto
che guardò Fortunat amichevolmente, con occhi intelligenti e penetranti. «Quanto ti abbiamo
cercato - gridò Walter da lontano, - chi avrebbe potuto immaginarlo!». - Ma Fortunat non riusciva
ancora a raccapezzarsi e si guardava intorno confuso. In quel momento le valli in basso
risplendettero nel bel silenzio domenicale e le campane del mattino risuonarono lontane. - «Adesso,
che ognuno rivolga le lodi al Signore!» disse Lothario; prese per mano Fortunat e Fiammetta e li
condusse nella vecchia chiesa accanto al prato. Gli altri li seguirono in silenzio, il monaco stava già
davanti all’altare dove Lothario li accompagnò. Il sole entrava in modo singolare dalle lunghe
vetrate dipinte, le colonne erano contornate di fresche betulle, dalla porta aperta si udivano gli alberi
stormire. Solo allora Fortunat notò che Fiammetta si era ornata a festa e aveva una coroncina di
mirto tra i capelli; non capiva cosa stesse accadendo. E quando il monaco chiese loro se volessero
amarsi l’un l’altro fino alla morte come sposi fedeli, Fiammetta arrossendo disse dal profondo del
cuore: «Sì», e lui unì le loro mani benedicendoli.
Capitolo ventiseiesimo
Ai giovani sposi, il mattino delle nozze il mondo appare cambiato, come se durante la notte tutto
fosse imbellito e ringiovanito, perché la terra si agghinda e si specchia volentieri in occhi felici.
Quanto più allegra per la nostra coppia, simile a uccelli in volo sulla campagna stupenda, era tutta
quella vita dei boschi, le valli ombrose, le luci in volo sul paese e l’orizzonte immenso, colmo di
beatitudine! - Solo a poco a poco, per Fortunat tutto riemerse dal bagliore del mattino. Venne
dunque a sapere che il bizzarro Lothario era in realtà il conte Victor e che da molto tempo viveva
quassù sotto il nome di Vitalis, in letizia e severità: era un eremita senza saio, un cacciatore
appostato per una preda più nobile. - Lo sconosciuto si presentò come il barone Manfred, lo stesso
cugino che, qualche tempo prima, aveva fatto visita alla zia di Fiammetta nel suo castello.
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Aveva udito del suo amore e della sua nostalgia e aveva chiesto la sua mano alla zia per Fortunat.
Quando però la timida marchesa aveva d’un tratto preso il volo davanti allo sposo che riteneva
sconosciuto, la aveva seguita senza posa fino a Hohenstein, dove era arrivato subito dopo la
partenza di Fortunat. Là Walter aveva appreso da lui l’intera storia e anche dove risiedesse
attualmente il conte Victor; e pieni di gioia erano partiti tutti, quello stesso mattino, per raggiungere
Fortunat al più presto. Così Fortunat aveva rapito la sua innamorata a se stesso; e ognuno aveva
provocato, con la propria astuzia, la più grande confusione possibile; poi il buon Dio, senza farsene
accorgere, aveva rimesso tutto a posto.
Il giorno seguente gli ospiti avrebbero ripreso il cammino. Inaspettatamente erano giunti insieme
su una di quelle vette della vita che ha sempre posto solo per pochi - questo lo capivano bene. Cosa
non si raccontarono gli amici, in quel breve tempo: gioie e dolori, passato e futuro. Così il giorno
trascorse rapido, in quella amena solitudine. Ma quando scese di nuovo il fresco della sera, si
sedettero tutti insieme davanti a quel vasto panorama, sotto gli alti faggi che ombreggiavano il
declivio, nei pressi della rovina del monastero. Tracce di viottoli accuratamente cinti da bossi,
pergole e ciò che restava di sedili d’erba indicavano, tutt’intorno, l’antico giardino del convento;
solo alcuni fiori sparsi, come bambini smarriti, splendevano ancora da allora tra le erbacce
rigogliose. Qui l’operoso eremita aveva apparecchiato una tavola e sistemato delle seggiole; e non
mancò di rimpinzare i signori nel migliore dei modi con vino, frutta, miele e noci: tutto quello che
aveva. Per Fiammetta ebbe però una corona di allegri garofani di bosco. Sfogliò con cura il
breviario e le regalò le più belle immagini di santi che vi trovò; intanto le dava continuamente di
nascosto i migliori dolciumi, rallegrandosi intimamente di vederla così bella, con la coroncina,
schiacciare le noci e conversare lieta. - In quel momento udirono all’improvviso, a breve distanza,
le note di un liuto. «Me lo immaginavo - sobbalzò l’eremita, - ha scovato la mia vecchia cetra
nell’eremo!». - Fra i cespugli udirono cantare:
Andammo lungo i boschi,
molti compagni allegri,
cantando salutammo
le rocche e le sorgenti.
Ora si è cantato a morto
a chi si suonò a nozze,
l’altro salirà in cielo
su per selvagge rocce.
Salito qui da solo
guardo il paese lontano,
s’oscura, mormorando
170
del bel tempo antico.
«Ce n’è per tutti noi» disse Fiammetta. - «Glielo restituiremo - rispose l’eremita, - però canta
molto bene, mi ricorda il tempo in cui ero soldato, quando in queste notti miti bivaccavo con la
cetra». - Il canto riprese:
Che cinguettio è mai questo!
Guizzan in ciel le rondini
gridando: “si son baciati!”
guardano i pettirossi.
Incede la cicogna,
“a pesca devo andare - “
la sera come in sogno
si affaccia da cime silenti.
E come in sogno, vedo
la casa del mio amore,
Vi volano le nubi
e spengono le stelle.
Fiammetta bisbigliò di nuovo: «La sua innamorata è morta?». - «Ma no, è una storia stupida
questa del suo amour - rispose l’eremita, - fatemi il piacere di non compiangerlo, che è ciò che
vuole: non smetterà più di raccontare fandonie». - «Chi è?» chiese Fiammetta. Ma il suonatore
riprese a cantare:
Al castello vi affacciate
e a gusto vi abbracciate,
l’autunno passa tra i campi,
e in basso udite suonare.
“Proviene dalle rocce,
dai faggi dell’eremita,
è il musicante che viene
per i dolci del battesimo”.
Gli uccelli sorvolano i faggi,
l’estate è ormai finita
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vagare dovrò, e cercare
la primavera eterna.
Allora si udì un rumore violento e, inaspettatamente, il cantore giunse in fuga precipitosa tra le
foglie e i rami, scavalcando direttamente il vecchio muro del giardino e tirandosi dietro le pietre
smosse. Fiammetta si strinse a Fortunat, impaurita; questi riconobbe nel fuggitivo, con stupore,
Dryander. Il dottore si voltò ancora, agitato, si risistemò poi in testa il cappello, tutto storto per la
fretta e imprecò, fuori di sè dalla rabbia e lo spavento, contro lo stupido romanticismo: basta
calpestare appena il territorio di un poeta ed ecco che dal folle suolo spuntano morte controfigure,
simili a funghi impazziti, e si siedono sulle rocce tentennando la testa. - Poi, all’improvviso
riconobbe negli occhi di Fiammetta il bel ragazzino vestito da cacciatore sulla nave del Danubio, e
tutto il corso dei suoi pensieri mutò di colpo direzione. Fiammetta arrossì e gli chiese, sorridendo,
se volesse ancora battersi con lei. Ma lui non stette a pensarci molto: «Oh - replicò
coraggiosamente, - allora, sulla nave, sapevo già tutto e volevo solo spaventare un po’ le signore». «Sì, certo, i passeggeri della nave se ne sono accorti - disse Fortunat, - perché hanno preso il
cappello che dimenticasti là e lo hanno inchiodato alla porta dell’osteria, in ricordo di un duellante
temerario che, per la rabbia ed il furore, fu preso d’un tratto dalla voglia di correre».
Intanto l’eremita aveva ispezionato il cespuglio dietro il muro e se ne tornava ridendo forte.
Proprio nel nascondiglio coperto da fitta vegetazione dove Dryander aveva fatto la sua serenata, si
trovava l’entrata distrutta della cripta del monastero; laggiù sedeva da molto tempo, a mò di
sentinella tra le rocce, uno scheletro; l’eremita, sgomberando la tavola e togliendo le sedie, vi aveva
appeso nella fretta la coperta di pelo del dottore; questi, voltatosi nel bel mezzo del canto, aveva
improvvisamente creduto di vedere se stesso ed era fuggito di corsa.
Fortunat venne anche a sapere che il dottore si tratteneva ormai da tempo, per un preteso, violento
desiderio di penitenza, presso l’eremita, che era stato buono con lui e si era divertito e arrabbiato
moltissimo, con quel compagno bizzarro. Quel giorno, ancora prima del sorgere del sole, anche
Dryander era andato pieno di entusiasmo a cercare Fortunat e, distratto com’era, aveva trascurato di
osservare la sposa. Per via, però, aveva presto dimenticato l’intera faccenda e si era avviato di buon
umore verso la cittadina più vicina, dove si era rimesso ben in sesto nell’osteria. Gli era talmente
piaciuto che aveva comprato immediatamente una gran quantità di vino, arrosto e dolci e assunto
per il trasporto un ragazzo, il quale, con soddisfazione generale, tirò fuori tutta la spesa dalla cesta,
sedendosi poi stanco accanto a loro, sull’erba. Chi conosceva bene Dryander si accorse subito che si
trovava di nuovo nel mezzo di uno dei suoi fantastici sproloqui in cui convinceva se stesso e gli altri
di essere estremamente infelice. Victor lo guardò severamente. «Avanti, confessa in fretta - disse, cosa è successo stavolta?». All’inizio il dottore esitava, poi cominciò con una certa, molle
solennità: «sapete tutti che la mia cara mogliettina
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mi ha lasciato». - «Ha dovuto farlo - lo interruppe Victor, - tu volevi tendere a ogni costo la sua
prosa sana, limpida e schietta sulla lira poetica, non c’è da meravigliarsi se alla fine la corda è
saltata!». - «Ed è volata sui baffi di un sottotenente ussaro - disse il dottore, irritato
dall’interruzione. - In breve, per ben un anno non ho saputo dove fosse finita. Solo oggi, mentre
facevo ritorno sui monti con questo bravo giovanotto, ho visto luccicare una tegola rossa in mezzo
al verde. Ci siamo avvicinati: c’era una fonte, sotto un melo in fiore, le api vi ronzavano intorno
nell’afoso silenzio meridiano; alla fonte sedeva una giovane donna con un bambino in braccio - era
la mia Trudchen. “Salve, bella signora” ho detto, e ho chiesto una bevanda fresca. Lei ha alzato lo
sguardo spaventata - non mi riconosceva più». - «No signore - intervenne a questo punto il giovane
col cesto, - vi ha riconosciuto subito e ha urlato: “Gesù, Fritz, corri, è il mio primo marito!”». «Proprio così - proseguì Dryander - e allora è sopraggiunto il secondo: un sottotenente ussaro in
congedo. Con stivali alti, in maniche di camicia, con il fieno e la paglia tra i capelli avanzava di
fretta in giacca di rattina e col braccio scoperto fino al gomito. Insomma un oste calzato e vestito,
per il resto una brava persona. Andammo insieme in casa, io elogiai tutto nel miglior modo
possibile». - «Raccontate tutto in modo così confuso - disse ancora il ragazzo, - prima chiedeste
quanto costava, in città, uno spiedino di quelle allodole che fuori cantavano così graziosamente». «Può essere». - «Certo, mi ricordo tutto benissimo. “E per dirla da filosofo - proseguiste poi - di
cos’altro ha bisogno un cuore sensibile: un castello di campagna con mansarde malsicure, accanto
una lieve collina innalzata con trenta anni di concimature, un ruscello tortuoso che scende dalla
stalla delle mucche verso i prati ridenti”». - «Chiudi il becco - lo investì Dryander, - stavo sulla
soglia di casa; con malinconia profonda abbracciai ancora una volta con lo sguardo il melo, il quieto
giardinetto e la figura di Trudchen - poi mi voltai - » allora il ragazzo non poté trattenere le risa.
«Che hai?» chiesero gli altri. «Con permesso - disse, - quando il signore parlò così del ruscello
tortuoso, il signor sottotenente lo afferrò per le falde dell’abito e lo buttò fuori di casa, tanto che
quasi mi cadde nel cesto». - «Beh, se voi sapete tutto meglio di me, mi sta bene» replicò il dottore
afferrando una bottiglia e fece per andarsene, poi però si voltò di nuovo, ne prese sotto il braccio
una seconda e se avviò in fretta verso le rovine. «E’ proprio così - disse Fortunat ridendo, - bugia e
immaginazione, verità e poesia son cuciti e avvolti in modo così confuso che neanche lui riesce più
a tirarne fuori le gambe! Scommetto che, di qui a otto giorni, sarà di nuovo seriamente innamorato
della sua mogliettina!».
Durante questo colloquio era scesa completamente l’oscurità. Per Fiammetta era stato preparato
nel frattempo, tra le rovine, un giaciglio di fieno profumato e, quando la luna sorse sui boschi
silenziosi, i suoi occhi stanchi si erano già chiusi. L’eremita, piegato sul suo rosario, la sorvegliava
da lontano; gli altri sedettero ancora insieme, fino a notte fonda. - Dryander però aveva trascinato
con grandi preparativi carta, penne, vino e pipe già riempite in una cella, dove lo si vide camminare
su e giù, instacabilmente. Voleva approfittare della bella notte per scrivere finalmente in santa pace
una poesia che rimuginava ormai da parecchio
173
tempo. Ma vi trovò solo disturbi. Prima, da un buco nel muro lo osservò incessantemente un gufo
malinconico, contro il quale si infuriò, ritenendolo un cattivo presagio. Poi si svegliò un usignolo,
che si mise a svolazzare proprio davanti alla finestra. Tentò di scacciarlo con il fazzoletto e, nel far
ciò, perse la sua penna più bella, che teneva dietro l’orecchio; dalla finestra aperta la corrente d’aria
s’insinuò tra i fogli e, quando cercò di acchiapparli, imprecando, il vento gli spense anche la
candela. Allora, furente, appallottolò tutti i fogli nella tasca, si mise il cappello in testa e fuori prese
congedo, visto che tutti dormivano, solo dall’eremita che, mezzo addormentato, non capì quello che
accadeva. Poi arraffò ancora con gran rapidità i viveri dal tavolo, li infilò nel cesto e svegliò il
ragazzo. Questi dovette precederlo senza indugio e, così, scese a grandi passi giù per il bosco, per
non tornare mai più su questo monte, dove l’immensa pratica della virtù gli parve d’un tratto
incredibilmente noiosa.
Ma lasciamo vagare quel fuoco fatuo e diamo un altro sguardo ai monti nella notte. I boschi e i
precipizi giacciono ancora misteriosi nel silenzio profondo: solo l’incerto bagliore delle stelle
annuncia l’approssimarsi del giorno. Per la vasta solitudine risuona un canto, è la voce di Victor:
Di notte vaga il Signore,
e cerca instancabile i suoi
ma ovunque trova serrate
le porte, e il profondo dei cuori.
Si volge, con animo triste:
nessuno veglia con me il bosco lo ascolta tremante,
stormisce devoto, la notte.
Nel bosco, nella solitudine
udii, oltre valli e dirupi,
campane nell’aria serena,
come un mattino lontano.
Voglio picchiare alle porte
a palazzi e capanne: sveglia!
Ardenti si ergon le cime,
sveglia, sveglia, sveglia!
Pian piano tutto si animò, davanti al monastero diroccato; i cavalli sellati levarono nell’alba i loro
nitriti, Walter incitò ad affrettarsi, per arrivare nella valle prima della calura meridiana; Fiammetta
sedeva già sul suo ambiatore e si agitava e chiacchierava, desiderosa di viaggiare nel fresco. Poi,
con stupore di tutti,
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anche Victor uscì dal convento con l’eremita, pronto per il viaggio. «Avanti! - gridò loro lieto,
tenendo il cavallo di Fiammetta per le briglie e guidando il gruppo; l’eremita, che conosceva i
sentieri, camminava di buon passo alla testa, nella penombra, con una sacca da viaggio sulle spalle
e un grosso bastone da passeggio.
«Così mi piaci! - esclamò allegro Fortunat, mentre scendevano lentamente per il bosco. - Vieni
dunque con noi?». - «Che hai in mente?» chiese Manfred, colpito. «Era deciso da tempo - disse
Victor - e oggi le stelle brillano propizie. Voi non lo sapete ancora: sono anch’io uno sposo
promesso». E spalancò la veste da viaggio, sotto la quale apparve l’abito di un prete cattolico - il
mio amore è serio e severo - proseguì sorridendo, - perciò volevo prima raccogliermi qui a riflettere
intimamente. Credetemi, è splendido starsene in solitudine sulle alte montagne; il libro della vita
può venire compreso solo da chi impara per volere di Dio, e non per il favore del mondo». Manfred
lo guardò a lungo in silenzio. «Beh, per la verità - disse poi, - se almeno ti avessi ritrovato sul
campo di battaglia, dritto a cavallo e con la bandiera innanzi!». - «Ne parli come una fanciulla replicò Victor, - come se non vi fosse altra guerra se non quella che fanno i tenenti eleganti». - «E il
tuo grande talento poetico - lo interruppe di nuovo Manfred, - lo getti via, lo sprechi». - «Che
sarebbe mai la poesia - disse Victor sdegnato, - se si dovesse sfogliarne il fine taglio dorato, su una
toeletta da mattina? Il talento! E’ solo un lampo che il Signore lancia per fare luce e che si consuma,
nel momento stesso in cui si accende. No amici, basta con questa nostalgia femminea! Chi ci dà il
diritto di lamentarci, quando nessuno è pronto ad accorrere in aiuto? Non monaci corrotti, né
quaccheri o vecchie donnette; voglio reclutare giovani audaci che anelino a combattere con tutta
l’anima. E non volgo lo sguardo oltremare, dove popoli innocenti sotto le palme sognano albe
future; voglio scendere in mezzo al mercato d’Europa, vecchio, fiacco e polveroso e combattere gli
idoli fatti in casa intorno ai quali danza il popolo dei rinnegati; e a suon di fendenti aprire la via
all’aria, affinché possano rivedere con un brivido l’occhio di Dio, nel profondo del cielo». Manfred stette per un po’ senza riuscire a riprendersi. «Mi sembra - disse infine - come di
affacciarmi da un alto monte sul mare, dove la tua nave mi sparisce davanti nel rosso dell’alba.
Questa vista mi spaventa e mi abbaglia, io ho bisogno di sentire il suolo solido sotto i piedi, di aver
dinanzi agli occhi, giorno per giorno, una meta vicina». - «Andate, andate - intervenne a questo
punto Fortunat, - i vostri discorsi fanno smarrire anche me. Soprattutto tu, Victor, già da ieri mi
sconvolgi il fondo dell’anima, simile a un fulmine notturno: profondi abissi attraversati da ponti
temerari e, lontano, luoghi vecchi ed amati, ma tutto distante e favoloso come nei sogni. In fondo è
quello che anch’io penso del mondo, solo che io non ho altro mestiere che la mia arte di poeta e con
essa vivrò e morirò!».
Si trovavano su di un pendio dal quale si dipartivano diversi sentieri. Qui Victor si fermò; la sua
via lo portava avanti, oltre la cresta del monte, verso la città dove lo attendevano i nuovi compagni.
Sembrava profondamente commosso, «tutto si intreccia in modo nebuloso, là sotto! - disse
guardando verso le valli, - qua e là salgono dal fondovalle voci confuse, grida di comando
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e suoni di trombe nell’aria quieta e, insieme, le campane del mattino e il canto di un viandante
smarrito. E nel punto in cui la nebbia per un attimo si dirada si vedono angeli severi, con spade
lucenti sui monti e, sotto, eserciti immensi, silenziosi e splendenti, pronti alla battaglia. E il diavolo,
vestito da cavaliere, cavalca lungo le file, mostrando alle milizie attraverso le nuvole squarciate la
magnificenza delle terre e gridando loro: “Siate liberi, e tutto sarà vostro!” - Amici, questa è
un’epoca! Beato chi vi è nato per combattere sino alla fine!». Qui porse loro di nuovo la mano e si
diresse rapido verso il bosco.
«Addio, pio cuore di soldato!» esclamò Fortunat, turbato. Tutti lo seguirono ancora a lungo
silenziosi con lo sguardo, poi si separarono anch’essi. Manfred aveva intenzione di accettare
l’offerta di un importante incarico statale, poiché sperava di incontrarsi di nuovo con Victor, anche
se per un’altra strada, sulle fresche vette della vita. Walter invece accompagnò innanzitutto la
giovane coppia a Hohenstein; gli pareva che, dai tempi della sua gioventù, il mondo fosse diventato
troppo grande e ampio per lui, aveva davvero una gran voglia di tornarsene nel suo giardinetto
quieto ed ombroso. - E così vediamo gli arditi compagni scendere dai monti per sentieri diversi, e
una grande malinconia ci assale tra gli alberi che stormiscono lievi, perché tutte le care voci cui
eravamo abituati da tempo si affievoliscono ormai a poco a poco, come quando in autunno udiamo
passare sopra di noi gli uccelli migratori.
Fiammetta cavalcava invece accanto a Fortunat colma di tacita gioia e di felice attesa verso il
mattino che albeggiava, poiché lui le aveva appena rivelato di aver comprato il suo palazzo a Roma,
ed era là che erano diretti. - A tratti, dinanzi a loro risplendeva già infinita la strada maestra, tutti i
fiumi scorrevano in quella direzione, nubi e uccelli li seguivano in volo nel cielo felicemente
azzurro e i boschi si piegavano al vento mattutino, verso l’orizzonte meraviglioso. «Ricordi la fiaba
sull’albero? - disse Fiammetta ridendo. - ora sono davvero Aurora». E quando Victor si voltò di nuovo sull’altura, tutti erano ormai scomparsi nella luce dell’alba. Solo
da una gola tra gli alberi vide passare in basso, lungo il bosco, un carro pieno fino a scoppiare di
bagagli e un gruppetto di viandanti, a piedi e a cavallo; riconobbe i suoi vecchi attori, Dryander
camminava alla loro testa con il suo violino. - Rimase a lungo lassù, immerso nei pensieri - poi il
sole sorse magnifico, le campane del mattino risuonarono sulla campagna silenziosa e l’eremita
cantò:
Montiamo la guardia fedeli,
presto giunge la notte
e spegne il fulgor delle terre,
bel mondo, stai ben attento!
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JACQUES E I SUOI QUADERNI
Direttore responsabile:
Pisa
Enrico De Angelis
1 Jean François MELON, Opere I* e II** (2 volumi), a cura di Onofrio NICASTRO e Severia
PERONA, 1983.
2 Carlo CARMASSI, La letteratura tedesca nei periodici letterari italiani del primo Ottocento
(1800-1847), 1984, (rist.1986).
3 Enrico DE ANGELIS, Crisi, tempo, liberazione: Saggi su Robert Musil, I, 1984.
3* Enrico DE ANGELIS, Crisi, tempo, liberazione: Saggi su Robert Musil, II, 1984.
4 Sandro BARBERA, La comunicazione perfetta. Wagner tra Feuerbach e Schopenhauer, 1984,
(rist. 1987).
4* Enrico DE ANGELIS, Più lumi. Spinoza, Montesquieu, Rousseau, Diderot, Haydn, 1985.
4**Andreas GRYPHIUS, Poesie con testo a fronte, trad. di Lucia MANCINI, 1985.
5 Seminario su Stephan George, di Ralph-Rainer WUTHENOW, Wolfgang KAEMPFER, Gert
MATTENKLOTT, Wendelin SCHMIDT-DENGLER, Horst Albert GLASER, Enrico DE
ANGELIS, 1985.
5* Stephan George Colloquium, mit Beiträgen von Ralph-Rainer WUTHENOW, Wolfgang
KAEMPFER, Gert MATTENKLOTT, Wendelin SCHMIDT-DENGLER, Horst Albert GLASER,
Enrico DE ANGELIS, 1985.
5** Marina FOSCHI, Due ottiche, una realtà. Sul tema ‘Für - in’ in Robert Musil, 1985.
6 Enrico DE ANGELIS, Dal mito al progetto. Note su Adalbert Stifter, 1986.
7 Germana BONSIGNORI, Paola COLOMBO, Giulia PAZZAGLIA, Paola CECCARELLI, Studi
su Stifter, 1986.
8 Marina FOSCHI, Sulla teoria della metafora in Robert Musil, 1987.
9 Marianne HEPP, Kommentar zu ausgewählte Gedichte Georg Trakls, 1987.
9* Lettura del ‘Simplicissimus’ di Grimmelshausen come Enciclopedia Popolare, a cura di Linda
BIANCOTTI, Federica ROSSI, Tiziana VALLE, introduzione di Enrico DE ANGELIS, 1987.
10Carlo CARMASSI, La letteratura tedesca nei periodici letterari italiani del Seicento e del
Settecento (1668-1799), 1988.
11 Undici conferenze sul tempo, a cura di Enrico DE ANGELIS, 1988.
12 Giovanna CERMELLI, Il viaggiatore disincantato. Fantasia e distanza nelle novelle del tardo
Tieck, 1989.
13 Deutsche und italienische Romantik. Referate des Bad Homburger Colloquiums in der WernerReimers- Stiftung, herausgegeben von Enrico DE ANGELIS und Ralph-Rainer WUTHENOW unter
Mitwirkung von Remo CESERANI, 1989.
14 -15 Loretta LARI, Esercizi sui Tedeschi (F. Schiller, J. W. v. Goethe, C. Brentano, E.T.A.
Hoffmann, F. Grillparzer, Th. Fontane), 1990.
16 Clemens BRENTANO, Godwi ovvero La statua in pietra della madre. Un romanzo selvaggio di
Maria, trad. di Fulvia PERUZZI, 1991.
17 Ludwig Achim von Arnim, Povertà, ricchezza, colpa ed espiazione della contessa Dolores. Una
storia vera per intrattenere in maniera istruttiva signorine povere, trad di Angela MASI, 1991.
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