1 Jacques e i suoi quaderni ________________________________________________ JOSEPH FREIHERR VON EICHENDORFF POETI E COMPAGNIA 1992 18 2 Jacques e i suoi quaderni 18 ____________________________________ 3 Periodico semestrale, registrato presso il Tribunale di Pisa il 3 settembre 1983, n° 16. Direttore responsabile: Enrico De Angelis Redazione: Marianne Hepp ................................................................................ Numero 18, 1992 © 1992 Jacques e i suoi quaderni, Pisa Stampato con un contributo CNR Jacques e i suoi quaderni ________________________________________________ JOSEPH FREIHERR VON EICHENDORFF POETI E COMPAGNIA 1992 18 6 La traduzione di Linda Biancotti è eseguita sulla seguente edizione: Freiherr Josef v. Eichendorff Dichter und ihre Gesellen. Roman. in: Sämtliche Werke, Band I Herausgegeben von Ewald Reinhard (Sämtliche Werke des Freiherrn Josef v. Eichendorff. Historisch-kritische Ausgabe, 4. Band) Druck un d Verlag von Josef Habbel, Regensburg [1939]. Del curatore Ewald Reinhard sono anche le note seguite da [N.d.C.]; ringraziamo la casa editrice Pustet (Regensburg), che ha rilevato i diritti delle edizioni Habbel, per averci concesso di utilizzare e tradurre tali note. 7 INDICE LIBRO PRIMO Capitolo primo.............................................................................................................................9 Capitolo secondo........................................................................................................................14 Capitolo terzo..............................................................................................................................20 Capitolo quarto...........................................................................................................................25 Capitolo quinto...........................................................................................................................30 Capitolo sesto..............................................................................................................................34 Capitolo settimo..........................................................................................................................41 Capitolo ottavo............................................................................................................................46 Capitolo nono..............................................................................................................................51 Capitolo decimo .........................................................................................................................59 Capitolo undicesimo...................................................................................................................70 Capitolo dodicesimo...................................................................................................................76 Capitolo tredicesimo...................................................................................................................82 LIBRO SECONDO Capitolo quattordicesimo............................................................................................................87 Capitolo quindicesimo.................................................................................................................89 Capitolo sedicesimo....................................................................................................................93 Capitolo diciassettesimo............................................................................................................103 Capitolo diciottesimo................................................................................................................107 8 LIBRO TERZO Capitolo diciannovesimo...........................................................................................................117 Capitolo ventesimo....................................................................................................................124 Capitolo ventunesimo................................................................................................................130 Capitolo ventiduesimo...............................................................................................................135 Capitolo ventitreesimo..............................................................................................................143 Capitolo ventiquattresimo.........................................................................................................152 Capitolo venticinquesimo..........................................................................................................164 Capitolo ventiseiesimo..............................................................................................................168 9 LIBRO PRIMO Capitolo primo Negli ultimi raggi del sole vespertino apparve sopra la verde altura un giovane cavaliere; tra le gioiose grida dei pastori e dei gitanti che tornavano a casa, scendeva lieto a cavallo verso la ridente cittadina nel fondovalle, immersa in un mare di fiori. Rifletté a lungo su ciò che qui lo accoglieva con aria così familiare, e intanto continuava a cantare piano fra sé una canzone spentasi da tempo, senza capire da dove ne giungesse l’eco. Poi, all’improvviso, gli balenò in mente: come a Heidelberg le case erano sparse tra giardini, rocce e lampioni, come a Heidelberg saliva dal fondo il mormorio del fiume e stormiva il bosco da ogni cima! Anche da studente, tornando stanco a casa dai monti in certe tiepide sere d’estate, oltre le colonne di fuoco che il tramonto lanciava sopra il Neckar aveva spinto lo sguardo nella velata lontananza della valle, come nella sua vita futura e ancora ignota. «Dio mio - esclamò infine, - in quella cittadina laggiù deve abitare Walter, il mio fedele compagno di Heidelberg con cui ho trascorso tranquille e liete serate sui monti! Cosa non deve aver imparato, il bravo compagno, se è ancora zelante come una volta!» Spronò impaziente il cavallo e presto raggiunse la scura porta della città. Nel piccolo paese venne a sapere con facilità dove fosse l’abitazione di Walter: era una variopinta e accogliente casetta vicino al mercato, con alti tigli davanti alle finestre, sui quali innumerevoli passerotti facevano un gran strepito, negli ultimi bagliori della sera. Il viaggiatore balzò in fretta su per le scale strette e buie e spalancò la porta che gli era stata indicata; il sole del tramonto, guizzando tra le foglie davanti alle finestre, indorava tutta la stanza immersa nel silenzio. Walter sedeva in veste da camera alla scrivania davanti a grosse 10 pile di documenti, alla tabacchiera, al bricco del caffè, a una tazza mezza vuota. Guardò sorpreso e incerto l’uomo appena entrato, mettendo via lentamente la pipa di gesso. «Barone Fortunat! - esclamò poi, - mio caro Fortunat!», e i due amici rimasero a lungo l’uno nelle braccia dell’altro. «Dunque è questo l’aspetto di chi ha un impiego stabile?» disse Fortunat dopo il primo saluto, girando intorno a Walter e osservandolo da ogni lato. Gli pareva infatti che nei due anni in cui non si erano visti il tempo, con il suo tocco leggero, avesse sfiorato la fresca immagine dell’amico in modo singolare: egli appariva più lento, pallido e gobbo. Walter, al contrario, non riusciva proprio a saziarsi la vista degli occhi limpidi e della figura slanciata e gaia di Fortunat, che nel suo bell’abito da viaggio ricordava studenti, cacciatori, soldati e tutte le gioie della eterna giovinezza. Domande su domande si incrociavano rapide senza attendere risposta. Walter ringraziava innanzitutto la fortuna che gli aveva fatto trovare presto un discreto impiego; non gli mancavano migliori prospettive e perciò vedeva davanti a sé un futuro sereno e privo di preoccupazioni. Così dicendo, nella sua lieta agitazione piegò una lettera, poi legò un pacco di documenti, poi ancora si affacciò a ordinare qualcosa; nessuno dei due riusciva proprio a ritrovare il tono confidenziale di una volta. Intanto era entrata un’anziana signora, che cominciò a stendere con cura una tovaglia da caffè di aspetto antiquato e a sistemare piatti, bicchieri e bottiglie di vino, sbirciando con rispetto il distinto e sconosciuto signore che aveva causato una tale rivoluzione nella vita monotona dello scapolo. Fortunat, alla finestra, abbracciò con lo sguardo l’ animato mercato; una pacata tristezza per la potenza delle circostanze che pian piano dissolve e distrugge, e per il modo in cui gli sembrava aver agito sull’onesto animo di Walter, percorse in volo la sua anima. «Beviamo all’aperto secondo il bel costume antico!» esclamò voltandosi di scatto, quando vide i preparativi che si svolgevano dietro di lui. Walter esitava: lì non c’era quest’abitudine e nelle piccole città si era troppo osservati. Ma Fortunat aveva già preso sotto ogni braccio una bottiglia e scendeva le scale. Walter lo seguì ridendo imbarazzato, la vecchia colma di stupore portò tavola e bicchieri; presto il banchetto lieto e sfavillante fu sistemato sotto gli alberi, davanti alla porta di casa. Nel frattempo il sole era calato; sopra la città ancora rosseggiavano i tetti e le cime dei monti, dalle quali scendeva nelle strade e nei cuori una fresca, dolcissima brezza. I bambini si inseguivano schiamazzando nei vicoli, i signori, tenendo con negligenza il cappello in mano e asciugandosi il sudore tornavano dalle loro passeggiate, salutati rispettosamente da ogni parte. Altri apparivano davanti alla porta in comode vestaglie e chiacchieravano con il vicino; giovani fanciulle, ridacchiando e parlando animatamente, passeggiavano a braccetto sulla piazza e passavano curiose davanti allo straniero. I ricordi dei bei tempi di studente, quella conversazione ricca e profonda, di cui aveva tanto sentito la mancanza, spalancarono il cuore di Walter; si scrollò di dosso ogni timore, ogni sciocca ritrosia. «Sei davvero fortunato - disse all’amico, - ti è concesso di migrare con gli uccelli in primavera e adesso puoi davvero intraprendere 11 quel viaggio in Italia di cui abbiamo spesso parlato, nelle ore liete di Heidelberg. Erano bei sogni di gioventù!» «Dio non voglia! - replicò Fortunat vivacemente, - Perché mai sogni? Era un presentimento, il primo fremito di una vita bella e florida che, se sapremo resistere lieti, si realizzerà certamente in tutto lo splendore intuito o meno. Quando poi ci saremmo destati dai tuoi cosiddetti sogni? Che cosa sarebbe mai mutato da allora? L’aurora splende ancora sui monti giovane come una volta, la terra rifiorisce tutti gli anni fin nella valle più lontana e profonda perché mai dovrebbe invecchiare la nostra anima immortale, che sopravvive alle cose di poco conto? Che cosa ti impedisce per esempio di gettar via senza tanti complimenti tutta quella zavorra di precauzioni, riflessioni e considerazioni e di navigare libero con me nel mare aperto? - Mettiti in viaggio anche tu, vecchio mio!». Walter afferrò sorridendo la mano destra tesa verso di lui. «Ciò che in realtà mi trattiene tra questi monti - disse, - lo saprai in futuro; anzi - ridine pure - dopo tutto posso dirtelo sinceramente: mi sarebbe difficile, direi impossibile, rinunziare a quelle occupazioni intraprese con impegno e passione che come un fiume lento e limpido coi suoi mille modesti affluenti rendono fertile la terra e, tramite relazioni sempre mutevoli e vivaci, mi congiungono dalla mia stanza silenziosa ai paesi più remoti». Fortunat lo guardò pensoso. «Parli sempre con onestà - disse dopo una pausa, - perciò ti credo, anche se non ti ho capito. Ma in che terribile operosità vivete voi impiegati! Nessuno ha tempo di leggere, pensare, pregare. E questo lo si chiama fedeltà al proprio dovere; come se l’uomo non avesse anche come più alto dovere quello di mutare le penne sulla terra e di pulire le ali sporche per l’ultimo grande volo verso il regno dei cieli, che non si trova certo sulla larga strada maestra come un’osteria, ma che deve essere conquistato con fede, serietà e con l’anima assolutamente incorrotta. Sì, ho riflettuto spesso sulla causa di questo tenero amore con cui molti servono lo Stato. Non è sempre la fame, ancora più raramente il desiderio di essere utili. Temo che i più siano sedotti dalla comodità di svolgere un lavoro intenso e prestigioso senza impiego di idee o fatica particolari, dalla soddisfazione di riuscire a portare a termine quasi ogni ora qualcosa di finito; l’arte e la scienza, invece, non sono mai complete sulla terra e non raggiungono una fine in tutta l’eternità». - «Tu metti il dito sulla piaga - replicò Walter, almeno per quanto mi riguarda. Mi affligge segretamente il fatto di dover trascurare, per mancanza di tempo, quanto vi è di più profondo e lontano e che proprio perciò ci attirò in modo così prodigioso; e non posso nemmeno lamentarmene con un amico. Aggiungici poi l’isolamento di questo paesetto, dove mancano lo stimolo e l’opportunità di seguire la letteratura più recente». «Questo non è indispensabile - replicò Fortunat, - perché mai vuoi correr dietro a ogni matto e alle sue stramberie alla moda? Ciò che era aveva valore in passato è eternamente nuovo, e ciò che ha valore oggi si aprirà sempre una via attraverso tutti i monti e - come ho già notato prima - anche in questa conca. 12 Se non erro, infatti, poco fa ti ho visto accanto al Corpus Iuris la nuovissima opera in versi del conte Victor» - «Beh - disse Walter, - debbo pur onorare il mio grande compatriota, il suo paese natale si trova ad appena due giorni di viaggio da qui». Fortunat saltò su sorpreso. «Allora ci vado - esclamò, - devo conoscerlo!» - «Calma - replicò sorridendo Walter, - è in viaggio da parecchi anni» - «E io ci vado lo stesso! - controbatté allegramente Fortunat - chi vuol capire un poeta, deve conoscerne la patria. Sulle sue piazze silenziose è magicamente imprigionata la nota fondamentale che risuona in tutti i suoi libri come un’indicibile nostalgia». Walter sembrò riflettere per un attimo. «Ebbene - disse alla fine, - se vuoi proprio andare, allora ti accompagno; là sono ben conosciuto, e così staremo insieme più a lungo. Debbo confessarti che in realtà avevo già deciso per conto mio di recarmi laggiù, in questi giorni. Non ho molti svaghi da offrirti qui, se per te va bene partiamo domani». Fortunat gli tese la mano soddisfatto. Walter cominciò a recitare alcuni suoi brani preferiti delle opere di Victor, cosa che a Fortunat dava sempre fastidio perché la vera poesia non offre dei brani, ma solo tutta se stessa; allo stesso modo un naso tagliato o un paio di orecchie strappate alla Venere dei Medici , certo molto pregevoli per gli intenditori, sono altrimenti privi di valore. «Conosci le opere di Victor? E ti piace?» s’interruppe alla fine Walter, dato che Fortunat tracannava in silenzio un bicchiere dietro l’altro. «Mi piace molto - disse questi, come mi piace un temporale notturno, che agita nel petto paura e meraviglia; lo conosco perché dà magica risonanza ai pensieri più segreti e intimi della mia anima, sì, potrei dire al mormorio del bosco della mia infanzia. - Pace a quello spirito grande e oscuro - proseguì levando il bicchiere, - e a un lieto incontro con lui!». Trascinati dall’animata conversazione, gli amici non si erano accorti che, nel frattempo, la piazza si era pian piano svuotata. Nel silenzio sempre più fitto si udiva in lontananza soltanto un violino, insieme allo scalpiccio di una danza. Il violino era suonato ad un ritmo così vertiginosamente veloce che non c’era sintonia fra musica e ballo; Fortunat scoppiò allora in una sonora risata e, senza tener conto delle obiezioni di Walter, s’affrettò subito in direzione del clamore, che proveniva da una bassa casetta; sulla porta un fascio di paglia, emblema di un’osteria, dondolava nella brezza notturna. Walter era rimasto fermo a rispettosa distanza, mentre Fortunat gettava un’occhiata, attraverso la finestra, dentro la strana taverna. Una fiamma lunga e sottile si ergeva simile al manico di una frusta da un candeliere di ferro, mandando incerti bagliori sulla volta scura di una cantina; alcuni ubriachi dormivano riversi sopra tavole lunghe e tozze, accostate alle pareti. Nel mezzo, numerose coppie di allegri straccioni danzavano senza posa, ora con le braccia piegate come per spiccare il volo, ora avvicinandosi e allontanandosi in strani torsioni e movimenti, prima di abbracciarsi infine per il valzer. Il grasso 1 1 Statua ellenistica rimasta per lungo tempo in possesso della famiglia Medici. 13 oste girava intanto con le maniche della camicia rimboccate, imitava con la bocca il verso della quaglia, faceva ridicole smorfie alle fanciulle che ballavano oppure si esibiva anche lui in un agile salto. La persona più straordinaria era però il violinista: un ometto vivace vestito elegantemente con un viso affilato e spiritoso, che eseguiva con abilità i passaggi più strabilianti, mentre il suo sguardo seguiva i ballerini con evidente piacere. Invano costoro gli urlavano di andare più piano: senza sosta riprendeva le note con autentica, virtuosa follia, a ritmo sempre più veloce e serrato, simile a una trottola. I ballerini finirono col perdere completamente il tempo e il fiato, ne nacque una gran confusione e un parapiglia generale, finché tutti si rivolsero furenti contro il suonatore. Questi allora si alzò e accortamente guadagnò la porta con abili mosse di scherma, continuando a menare colpi di archetto in mezzo al gruppo assai folto. Riuscì così a raggiungere felicemente la strada; nel parapiglia, la berretta da notte dell’oste si era infilzata in cima all’archetto. Il buffo oste inseguiva inveendo e di tanto in tanto aumentava lo schiamazzo imitando alla perfezione con la bocca lo strepito dei fuochi d’artificio. In quel momento il suonatore notò i due amici per la strada e li fissò con i suoi occhi furbi; intanto l’oste con una mano spingeva di nuovo nella cantina i clienti infuriati, mentre con l’altra si calcava tranquillamente in testa il berretto che il violinista gli aveva lanciato. Per un attimo Walter si chiese imbarazzato se e in che modo dovesse rivolgere la parola allo sconosciuto; alla fine manifestò la sua sorpresa per quella inaudita abilità nel suonare lo strumento. «Sciocchezze, sciocchezze! - replicò il suonatore, - sono solo tarantelle, con cui mordo i polpacci alla gente e invento il ballo di San Vito». Con queste parole s’accomiatò, prese il violino sottobraccio e scomparve rapido nella notte, attraversando la piazza del mercato e lanciando occhiate timorose verso la cantina. Fortunat, che fino a quel momento non aveva distolto lo sguardo da lui, si diresse rapido verso l’oste per sapere qualcosa di più su quell’ometto straordinario. «Uno straniero - disse l’oste, un benestante, come si definisce lui, con cui ho già avuto delle noie. Ogni tanto viene in città ma solo da me, e se mi capita di avere clienti onesti che, compiuto il loro lavoro, bevono un bicchierino e discorrono con giudizio, lui si siede accanto a loro e, senza che me ne accorga, comincia ad attaccar briga senza poi avere il coraggio di combattere fino alla fine. Quando poi si è ben divertito, tira fuori il suo maledetto violino e attacca bizzarre canzoni. Che il diavolo si porti tutti i matti». Ciò detto, l’oste ritornò nella sua stamberga; alla chiara luce della luna, i due amici videro lo sconosciuto suonatore avviarsi verso la porta della città. «Un magnifico pazzo!» esclamò Fortunat continuando a seguire con lo sguardo il viandante. «Lascia stare i pipistrelli - replicò Walter, - altrimenti ti si impiglieranno tra i capelli. Dài, vieni a casa, è già tardi e debbo fare ancora un sacco di cose per domani». La camera di Walter fu animata da un’allegra confusione. Questi mandò a chiamare la vecchia donna di servizio, impartì ordini, sigillò lettere, impacchettò documenti e biancheria; Fortunat, nella gioiosa attesa dell’imminente e 14 inaspettato viaggio, lo aiutava febbrilmente, con meraviglia della vecchia. Il cielo stellato si affacciava dalle finestre aperte, la fontana mormorava dal mercato deserto e gli usignoli cinguettavano nei giardini; fuori, sopra le lontane cime silenziose, sembrò a Fortunat che si diffondesse ancora il suono del bizzarro violinista. Capitolo secondo In uno splendido mattino di primavera i due amici si addentrarono a cavallo nella campagna tinta di rosa dall’alba, parlando allegramente dei vecchi tempi. Avevano preso la strada attraverso i monti, più lunga ma più bella, per la quale, come Walter assicurava, avrebbero raggiunto comodamente prima di notte Hohenstein, la dimora del conte Victor. La cittadina nel suo verde silenzio era già lontana alle loro spalle, un fresco venticello spirava attraverso le chiome degli alberi e Walter si sentiva proprio come un uccello scappato dalla gabbia. Era fin troppo allegro, agitava il cappello in aria e intonava vecchi canti goliardici; ai due amici sembrava di non essere stati mai divisi e di uscire come un tempo dalla porta di Heidelberg, in direzione delle verdi montagne. In questo stato d’animo Walter si lasciò trasportare volentieri dall’irrequieto Fortunat, che ora seguiva lo strano verso di uno sconosciuto uccello di montagna, ora parlava con i pastori, ora tentava di scalare una bella altura o un’affascinante rovina. Avevano vagato a caso qua e là, quando Walter s’accorse con spavento che il sole del tramonto mandava ormai i suoi raggi obliqui attraverso il bosco. Si rese conto allora di avere anche smarrito la strada e di non sapere dove si trovasse. Invano imboccò il primo sentiero che vide: presto il sentiero si biforcò di nuovo, non riuscivano a scorgere nessun villaggio nelle vicinanze. Quanto più si addentravano nel bosco, tanto più si spazientiva: voleva assolutamente arrivare a Hohestein entro la giornata. Nel frattempo era calata completamente la notte e dovettero smontare e guidare i cavalli per le redini, poiché la strada nel bosco si mutò a poco a poco in un sentiero coperto di vegetazione. Walter era seccato e parlava poco. Fortunat invece si divertiva sempre di più man mano che procedevano, e guardava con animo lieto la luce meravigliosa della luna e i misteriosi abissi che rasentavano. Spesso si fermavano ad ascoltare, allora sembrava loro di udire cani latrare molto lontano, insieme al battito cupo e regolare del martello di un fabbro, ma il mormorio incessante dei boschi tornava a inghiottire ogni cosa. 15 Walter alla fine giurò che non avrebbe fatto più neppure un passo, legò il cavallo e gli si sedette accanto, brontolando. Anche Fortunat si sdraiò sul prato, mentre il suo compagno teneva ogni sorta di discorsi sul quel romanticismo fuori luogo e sulla perdita di tempo. Fortunat non replicò e, poiché la ramanzina sembrava non avere fine, si coprì il capo con il mantello e si addormentò subito, esausto. Quando si risvegliò, Walter si era nel frattempo addormentato per la rabbia. Si guardò lieto intorno: la profonda solitudine, la regione sconosciuta, l’uomo addormentato e i cavalli illuminati dalla luna; tutto era per lui così nuovo e meraviglioso. Girovagò tra gli alberi cantando fra sé e sé: Com’è bello sognando trascorrere la notte nel bosco silente, quando fra gli alberi scuri riecheggia la favola antica. I monti al chiaror della luna si ergono come pensosi, e tra le confuse rovine fluiscon gemendo le fonti. Poiché a riposar la bellezza sui prati si reca, già stanca, ricopre la tenera amata la notte con ombre più fresche. E’ questo il lamento perduto nel placido incanto del bosco ne cantano mille usignoli, da sera al finir della notte. Sorgono e calan le stelle quando verrai, lieve brezza le ombre di nuovo a scacciare da quella sognante bambina? Già gli alberi accennano un moto, l’allodola presto la sveglia io voglio sognando trascorrer la notte nel bosco silente. 16 Come sollevò lo sguardo, udì davvero il suono di un’allodola mattutina vagare nel cielo. «Sveglia! - disse allegramente a Walter, - Sveglia, fiuto aria mattutina!». Walter si alzò barcollante e per un po’ non riuscì a orientarsi nell’insolita camera da letto. Il breve sonno gli aveva dato nuove forze e lo aveva mutato, si vergognò del malumore del giorno prima e presto i due amici sedettero gagliardi a cavallo, per cercare di uscire, possibilmente prima dell’alba, dal labirinto dei boschi. Dopo una breve cavalcata, ebbero la gioia di incrociare insperatamente una vera strada. «Terra! Terra! - gridò contento Walter, - In quella direzione c’è Hohenstein!». Raddoppiarono allora la velocità e ben presto uscirono del tutto dal bosco in quella campagna vasta e misteriosa. Scendevano con gioia dai monti, immergendosi sempre più nel mare di fiori; udivano già battere di lontano l’orologio della torre, innumerevoli usignoli cinguettavano ovunque, nei giardini. Ai piedi della montagna apparve un vasto paese; a poco a poco dall’alba confusa spuntarono qua e là colline, scuri gruppi di alberi e un alto, stupendo castello. Tutto era ancora irriconoscibile e misterioso come nei sogni. Erano giunti così in un viale di alti castagni, quando Walter improvvisamente si fermò davanti a un ricco cancello. «Dormono ancora tutti disse, - entriamo intanto qui, nel giardino del conte: faremo loro una sorpresa». Legarono i cavalli alla staccionata e, dalle sfingi di marmo che sorvegliavano l’entrata, balzarono nel giardino scavalcando il cancello. Tutto era ancora immerso nel silenzio e nei profumi della notte, statue isolate emergevano solo allora dalle sue tiepide onde. Sullo sfondo il castello, vecchio e tetro, con le sue gelosie serrate, gravava come una nube temporalesca sopra un’accogliente dipendenza di cui, a causa degli alti pampini, si riusciva a intravedere solo il tetto di tegole rosse. Sotto gli alberi di fronte all’edificio trovarono una tavola e diversi panchetti, che sembravano appena abbandonati da una compagnia di amici. «Ha di nuovo dimenticato fuori la sua chitarra», disse Walter scuotendo il capo. «Ma chi? - chiese Fortunat, La bella figlia dell’amministratore di cui mi hai parlato?» - «Sì, Florentine - rispose Walter, questa è l’abitazione dell’amministratore e lassù, affacciata sul giardino, c’è la camera da letto di lei». «Conosci bene il posto», ribatté Fortunat. Walter tacque, arrossendo per l’imbarazzo. Fortunat invece afferrò senza esitare la chitarra appoggiata sulla tavola, si piazzò davanti alla finestra indicatagli e cantò: Due musicanti vengono dal bosco assai lontano innamorato è l’uno, l’altro vorrebbe esserlo. «Ti prego - lo interruppe Walter, - che stupidaggini vai cantando!» - «Aspetta, ora viene il meglio», rispose Fortunat riprendendo a cantare: 17 Si fermano qui al vento e cantano e strimpellano; che una bimba incantata si mostri alla finestra? Il suo desiderio si realizzò davvero. Una bella fanciulla, che pareva ancora insonnolita, si affacciò alla finestra, scosse i riccioli dal visetto e guardò curiosa con occhi grandi e vivaci attraverso i vetri. Non appena vide di sotto un uomo sconosciuto e ben vestito, riscomparve con la stessa rapidità. A questo punto Walter andò davvero in collera, ma Fortunat pizzicò le corde sempre più vivacemente intonò di nuovo: Il cuore ho di diamante un fiore di gioielli, risplende sulla terra allegro e variopinto! Dalla finestra entrano canti e stormir di bosco, irrompe anche il cantore nella beata mischia. Frattanto la casa si era pian piano rianimata, porte si aprivano e chiudevano, dall’interno una robusta risata si faceva sempre più vicina. Infine la porta si aprì e, con una lunga pipa in bocca, apparve di fronte a loro un uomo grande e robusto, già completamente vestito, il cui volto vivace e abbronzato era rischiarato dal sole mattutino. Era l’amministratore in persona. Colmo di gioia al rivedere Walter così inaspettatamente, non riusciva proprio a smettere di ridere per la divertente serenata con cui Fortunat sembrava essersi subito decisamente guadagnato il suo favore. Con voce sonora svegliò tutta la casa: bisognava portare in fretta all’aperto pipe e caffè. Si sedettero intorno alla tavola, nello spiazzo verde davanti alla porta che i due ospiti solo poco prima avevano visto deserto, e Walter dovette raccontare per filo e per segno le loro peregrinazioni notturne. Nel frattempo era giunta anche la moglie dell’amministratore. Per riguardo verso lo sconosciuto ospite si era vestita con cura, quasi a festa, e accolse Fortunat con una solennità cerimoniosa e loquace. Quest’ultimo, al quale in simili circostanze passavano spontaneamente per la testa tutti i saluti di benvenuto che avesse mai udito nel corso della sua vita, non poté fare a meno di rispondere con un profluvio inesauribile dei modi di dire più ricercati, facendo nascere perciò nella dama un’opinione non cattiva nei riguardi suoi e della sua fine educazione. 18 «Oggi è davvero un giorno di felicità! - disse l’amministratore, - Bisogna dunque far baldoria». Raccontò allora che attendevano per la sera anche il loro giovane nipote Otto, che tornava dalla lontana università per prepararsi ad un impiego. La moglie dell’amministratore si lasciò scappare ancora con aria soddisfatta che Otto, figlio della defunta sorella, veniva dalla città del signor Walter, che già a scuola era stato sempre considerato il più serio e il più bravo e che era ormai diventato un vero erudito. Durante la conversazione Fortunat si accorse che Walter era intanto scomparso. Il giardino, che ora risplendeva nella piena luce del giorno, attirava anche lui già da molto; disse infine all’amministratore di come avesse abilmente convinto Walter a vedere da vicino, per una volta, il paese del famoso conte Victor. L’amministratore sorrise. «Non so - disse - se siate anche voi della medesima opinione, ma quando gli altri parlano del famoso ed erudito conte se lo immaginano con la parrucca col codino, come Hilmar Curas davanti alla sua grammatica. Ciò mi fa sempre arrabbiare. Macché erudito! La gente dovrebbe vedere il grande Victor a cavallo, a caccia nel bosco, sulle rocce dove chiunque altro è assalito dalle vertigini - in una parola: quello è un vero uomo! L’esser famoso e lo scrivere versi sono solo cosucce di valore secondario, come una gualdrappa su un bel cavallo; lui per primo non ci tiene affatto. Ma ne riparleremo più a lungo un’altra volta». Si alzò e, prima di rientrare per impartire gli ordini relativi all’amministrazione quotidiana della casa, descrisse a Fortunat le vie da prendere nel giardino per raggiungere i luoghi più belli. Fortunat si diresse dunque da solo verso il giardino; con meraviglia vide solo sentieri disegnati geometricamente, secondo la tradizione antica, alti e maestosi viali di faggi, fontane a getto e artistiche aiuole fiorite in cui splendevano peonie color rosso scuro e bellissime fritillarie. Era come se durante la notte un portentoso mago avesse tracciato i suoi segni variopinti sul verde e sedesse ora addormentato nel labirinto presso il mormorio dei giochi d’acqua, sognando dei tempi antichi che ha imprigionato per incanto nei suoi cerchi silenziosi. Il castello e la casa dell’amministratore erano già scomparsi dietro Fortunat, quando d’un tratto notò un giovane ben vestito addormentato sugli scalini di marmo di un padiglione abbandonato. Stava per tornare indietro ma il dormiente, destato dal rumore, si alzò in piedi rapido, si guardò intorno confuso e chiese a Fortunat chi fosse. Questi raccontò allora della sua avventura notturna e del suo desiderio, cullato a lungo, di passeggiare una volta nella regione, in onore del conte-poeta, Victor. «Eccellente - replicò l’altro, - vi farò dunque da guida!» «Conoscete il conte Victor?» chiese Fortunat. «Non particolarmente - rispose quello, - so però abbastanza di lui per darvi informazioni sufficienti sulla regione». Fortunat accettò grato l’inaspettata offerta e, mentre proseguivano insieme, osservò con lieta sorpresa il viso piacevole, anche se un po’ pallido e trascurato 2 2 Hilmar Curas, studioso tedesco autore di una grammatica francese (1720). 19 dello sconosciuto, sul quale le luci del mattino gettavano, attraverso il fogliame, bagliori misteriosamente cangianti. Manifestò infine la sua meraviglia per il modo in cui il giardino veniva conservato, ignorando di proposito le mode più recenti. «Il conte - replicò il suo accompagnatore - lo vuole così, natura infantile in legno di bosso! Come è stato nella sua infanzia, così deve rimanere in futuro, perfino gli stessi fiori debbono essere piantati ogni anno negli stessi punti di una volta». - «Ha ragione - disse Fortunat, - che senso ha un giardino, se non quello di una poesia dalla musica perfettamente distinta! In questo scrosciare uniforme dei giochi d’acqua, in questa spettrale simmetria di spalliere e statue silenti è racchiusa una nostalgia che potrebbe far perdere il senno». Si trovavano in quel momento sul pendio della montagna di cui il castello e il giardino ornamentale vero e proprio occupavano la cima. Dalla parete rocciosa ricoperta d’edera ci si affacciava di colpo su gole profonde e spiazzi erbosi dove pascolavano, sotto la fresca ombra di alberi secolari, caprioli e daini: alzarono timidi il capo verso di loro e poi scomparvero veloci come frecce nella più profonda oscurità. «Guardate - esclamò l’accompagnatore di Fortunat - la grandezza e l’audacia di questa composizione. Non vengo mai in questo luogo senza provare un profondo rispetto per lo straordinario genio di questo conte-poeta - o diciamolo più francamente: re dei poeti! Debbo richiamare la vostra attenzione in particolare su quei ponti leggermente arcuati. Come potete vedere portano, al di sopra delle cime degli alberi, a spezzoni di roccia alti e isolati, che con le cime adornate di variopinti giardinetti emergono, simili a scintillanti merli fioriti, dalla solitudine del bosco. Ebbe quest’idea in più rispetto al buon Dio, il gentil conte: ha costruito questi giardini pensili, erano i Blocksberge della sua fantasia. Da ragazzo, quando si alzava un temporale e nel castello tutti correvano preoccupati da una parte all’altra, era solito sedere qui, davanti a questa vista incommensurabile, con le gambe ciondolanti nel vuoto, finché le prime grosse gocce di pioggia non gli cadevano sulle calze di seta». - «Mi fa piacere - replicò Fortunat che, perso completamente nella vista del meraviglioso abisso, non aveva quasi udito le ultime parole, - mi fa davvero piacere, che lei abbia una così alta stima della personalità poetica di Victor». L’accompagnatore lo fissò con sguardo dubbioso e penetrante. «Provo per lui sincera compassione - disse poi, - dal momento che considero l’essere un genio come uno dei compiti più pericolosi del mondo. Un altro si riempe la pipa, indossa la vestaglia, si sistema sul seggiolino della scrivania e svolge il suo lavoro, andandosene poi soddisfatto al circolo dove può tornare a essere un uomo. Ma un tal ingegno, tanto più se poeta, non può mai liberarsi del suo genio; simile a un viandante che in autunno ha passeggiato per i prati, porta fino al circolo, attaccati al cappello e alle maniche, i filamenti dorati dei suoi sogni. E se poi la finestra è aperta, gli usignoli e le allodole fuori si innamorano perdutamente di lui e lo chiamano per nome; talvolta anzi gli gioca un tiro fatale l’amante che non ha ancora terminato di descrivere, guardandolo 3 3 Qui: luoghi di dissolutezza; reminiscenza della notte di Valpurga (Goethe, Faust I). 20 all’improvviso dagli occhi di una qualche sciocca dama». Di colpo, il giovane ammutolì e si stupì lui stesso. Erano scesi nella valle pietrosa fino ad un laghetto solitario, al cui centro un’isola che sembrava inaccessibile si specchiava nel fresco splendore della rugiada mattutina. Le tracce di antichi sentieri e di spiazzi fioriti erano invase dall’alta vegetazione e dalle erbacce, piante sconosciute si attorcigliavano intorno a tronchi d’albero e solo alti fiori isolati risplendevano ancora, qua e là, nel variopinto intrico in cui cantavano innumerevoli uccelli. «Questo una volta era il posto preferito di Victor - disse lo sconosciuto dopo una breve pausa, qui ha inciso sugli alberi il nome del suo primo amore. La fanciulla è morta, la barca che serviva a raggiungere l’isola distrutta e affondata da molto; cime e rami, erbacce e fiori s’attorcigliano confusamente gli uni con le altre in un unico groviglio, senza riuscire a crescere verso l’alto». Una strana luce balenò a queste parole sul suo volto vivace. Poi rivolto improvvisamente verso Fortunat disse: «In realtà siete proprio Voi il conte Victor - non negatelo!». Fortunat scoppiò in una risata fragorosa e pregò lo sconosciuto, che gli era simpatico, di venire con lui dall’amministratore, perché si conoscessero meglio. Lo sconosciuto rifletté un attimo, poi chiese se vi erano altri ospiti. Quando udì che c’era anche Walter si scusò dicendo che aveva dormito troppo a lungo alla fontana e che ora doveva proseguire in fretta - «Allora non abitate qui?» chiese Fortunat stupito. Ma quello già si affrettava, accennò ancora un saluto col cappello e presto scomparve tra gli alberi. Capitolo terzo Quando Fortunat raggiunse nuovamente l’altura, credette a malapena ai suoi occhi. L’incantevole fulgore mattutino riluceva ora sui prati circolari e sulle aiuole di tulipani; alle statue erano appesi qua e là corsetti, borse e veli, un vento fresco attraversava il giardino e lasciava fugacemente intravedere, separando i rami, ora due braccia nude di fanciulla, ora un’intera graziosa figurina. E perciò il giardino, sotto il cielo sereno, con i fazzoletti variopinti che sventolavano dai cespugli come bandiere di primavera, con gli scintillanti zampilli dei giochi d’acqua, sembrò d’un tratto simile a quegli antichi paesaggi dove ogni siepe è magicamente animata da ninfe infatuate. Sorpreso, si spinse ancora avanti ed ecco che vide una giovane dama ornata di stupendi gioielli, crinolina, corpetto e ventaglio ricamato, in piedi di fronte a una fontana a getto: si specchiava nell’acqua chiacchierando allegramente e scuotendo soddisfatta gli orecchini pesanti e lucenti, per poi specchiarsi di nuovo. Improvvisamente si voltò e a lui parve di riconoscere 21 in quel fresco visetto Florentine, la figlia dell’amministratore vista prima alla finestra. Ma in quell’istante risuonò forte un grido e da tutti i cespugli uscirono spaventate sul prato fanciulle fruscianti di seta e taffetà, come se il vento avesse sparso tutt’intorno fiori d’albicocco. Fortunat le seguì fino alla dimora dell’amministratore, dov’erano sgattaiolate. Ma di nuovo si fermò sconcertato: trovò anche là un’animata confusione. Dai battiti del mortaio in casa e dal solerte correre e incrociarsi delle domestiche, su cui ogni tanto si levava imperiosa la voce della moglie dell’amministratore, comprese subito che all’interno si era intenti alla preparazione di dolci. Fuori, invece, si vedevano stendere sul prato grandi tappeti e battere divani e poltroncine; ovunque si tolsero gli scurini alle finestre, il sole del mattino illuminò allegramente tutta la casa e alcune rondini si incrociarono con garriti di giubilo sopra il cortile. Un uomo alto e magro, con il collo fine e gli occhi sporgenti, sembrava particolarmente a suo agio in mezzo a tutto quel daffare. Lo si vedeva ovunque, in mezzo a folti gruppi di persone, urlare, aiutare e dirigere. Da lui Fortunat venne finalmente a sapere, non senza fatica e dopo ripetute domande, che dalla campagna circostante erano giunte le figlie del mezzadro e che, insieme a Florentine, si erano provate in giardino gli antichi abiti della corte comitale; tutti quei preparativi avevano il fine di ricevere solennemente lo studente Otto, atteso per quel giorno e che secondo notizie appena giunte sarebbe potuto arrivare prima del previsto. L’uomo era il guardaboschi della zona, anch’egli un tempo aveva frequentato il liceo e da allora aveva una smisurata predilezione per gli studenti. - Per Fortunat quell’insperata baraonda costituì una gioia gradita. Si mescolò senza indugio al confuso trambusto per fare, se possibile, ancora più chiasso. Spiegò al guardaboschi che bisognava far entrare il festeggiato da una porta trionfale, dopo di che i due corsero pieni d’entusiasmo a procurarsi il materiale occorrente alla nuova impresa. Per via incontrarono Walter, che stava recandosi in giardino con un libro. «Debbo raccogliermi un po’ - disse di sfuggita a Fortunat, - mi piace tanto stare all’aperto quando c’è silenzio, ed ecco che scoppia, all’improvviso, una tale baraonda; non mi è possibile stare a chiacchierare del più e del meno con la gente, è intollerabile!» Otto era atteso da un momento all’altro. Walter non lesse a lungo; con la sua passione per le cose pratiche riesaminò invece con l’amministratore le fattorie, i fienili e le stalle. Nel giardino gli uccelli tacevano, Florentine e le sue giovani amiche, di nuovo a loro agio nei vestiti di tutti i giorni, fuggivano da un’ombra all’altra il sole che saliva, mentre le stesse ombre s’accorciavano sempre più; ognuna teneva in mano un pezzo di dolce appena sfornato, nella calura non sapevano come passare il tempo. C’era anche un giovane contabile con gli speroni e il frac nuovo. Seguiva le fanciulle portando loro gli scialli, faceva sibilare elegantemente il frustino per aria e per rendersi loro gradito riusciva a fare schiocchi con le foglie di tiglio e altri graziosi giochetti. D’un tratto, lo scoppio di un mortaretto provocò grande scompiglio: da ogni siepe e da ogni porta, tutti coloro che stavano aspettando lo studente si precipitarono in direzione 22 dell’esplosione. Da lontano scorsero il guardaboschi sul pendio della collina, intento a scrutare la regione circostante con un vecchio cannocchiale che, con solerzia, allungava sempre più. Appena giunsero ansimando e chiedendo notizie, quello gettò via di colpo il cannocchiale, afferrò una miccia lì vicino e fece scoppiare, con gran spavento delle dame che strillarono forte, un secondo mortaretto. Nel medesimo istante, nel fumo della polvere da sparo che si disperdeva, tra i campi di grano vicino al fiume che serpeggiava azzurro nella valle, apparve un cavaliere vestito col colorato abito degli studenti. Scorse a sua volta coloro che lo attendevano sulla collina e, sventolando felice il cappello, spronò il cavallo. «Otto! Otto!», gridavano tutti alla rinfusa, agitando i fazzoletti. Il cavaliere, giunto intanto ai piedi del colle, balzò da cavallo; su per il sentiero più breve, fra i verdi parapetti delle viti, apparve un bel giovanotto dalla figura piuttosto minuta e finemente slanciata, dal viso delicato e gli occhi sognanti. Ma all’ingresso del primo viale fu fermato all’improvviso da una strana apparizione. Un bell’abete si ergeva sul pendio già da molti anni, simile a uno scuro cavaliere di guardia, levando la sua cima fin oltre la collina. Di colpo la sua verde corona frusciò, mostrando un capo gigantesco dalla faccia rosso scura, una lunga barba di canne e capelli stupendamente incoronati di fiori selvatici e foglie di quercia. «Salve !» disse quel capo, muovendo visibilmente gli occhi verso lo sbalordito studente: 4 Salve! Signor Dottore o diplomato! Sono un vecchio compagno e odio i filistei, abito i boschi di queste montagne, non posso avvicinarmi a te, non posso venire in casa tua, calpesterei quel tuo ciarpame mandandolo in frantumi, perciò osservo da qui, oltre le cime degli alberi, e se sei sempre quello di una volta, ti invito ancora nella mia verde dimora! Là scorrono, lucenti come allora, le sorgenti confuse nella fresca oscurità, suono di corni e cinguettio di uccelli, in lontananza intanto la cascata, e su di noi lo stormire di faggi e di abeti ancora ti raccontano le antiche storie; Ma tu su pandette e latino hai scordato la mia lingua, 4 In latino nel testo. 23 e vuoi star curvo sul tuo libro a leggere! Da parte mia sono stato più furbo! Allora chiuderò per sempre la mia grossa bocca, non ci vedremo mai più - e e - », qui lo spirito della montagna si arrestò di colpo, si udì un’altra voce suggerire sempre più forte, ma inutilmente. Poi il capo cominciò a poco a poco a tentennare, all’improvviso rotolò tra i rami giù per la collina e, subito dopo, piombarono a terra il guardaboschi e Fortunat, tra le risa dei presenti. Otto si precipitò affettuosamente tra le braccia dell’abitante dei boschi che imprecava e si spolverava gli abiti, poi guardò pensieroso Fortunat con i suoi begli occhi: «Dio sa - disse - se capisco ancora il linguaggio del bosco; nonostante tutto ciò che ho imparato in seguito, quello rimane la mia vera lingua madre!» - Solo allora si accorse delle altre persone sul viale e si gettò esultante al collo dell’amministratore, di sua moglie e poi, una dopo l’altra, delle fanciulle rosse d’imbarazzo, che non poterono difendersi dal suo impeto. Ma nessuno riusciva a parlare, perché l’infaticabile guardaboschi, che nel suo entusiasmo non teneva alcun conto della commozione generale, aveva fatto venire di nascosto trombe e tamburi che adesso battevano con fracasso nelle orecchie delle dame. Intanto esplodevano mortaretti su mortaretti, lui stesso picchiava i tamburi con grande abilità; alla fine vi balzò addirittura sopra e, gettando in aria cappello e bacchette, si mise ad urlare «urrà!» senza smettere più. La moglie dell’amministratore s’infuriò per tutto quel fracasso, anche Otto apparve imbarazzato e seccato. Finalmente lo scatenato guardaboschi pose fine ai suoi saluti di benvenuto e, ancora tutto accaldato per l’enorme testa di cartone che si era precedentemente infilato, condusse le fanciulle ospiti, con atteggiamento solenne ma quanto mai bizzarro e maldestro, verso la casa dell’amministratore. Là, sotto gli alberi, su una vecchia tovaglietta da caffè sulla quale erano ricamate di rosso vedute di città e scene di caccia al cervo, erano state sistemate innumerevoli tazzine cinesi; nel mezzo fumava, invitante, un enorme bricco di caffè; la giovane domestica vestita a festa portò su un un vassoio le iniziali di Otto cotte al forno e baciò, arrossendo, la mano del giovane signore appena arrivato. Il guardaboschi, vecchio scapolone quale era, trascinato dal fiume delle parole dettategli dal buonumore, tirò fuori tutte le sue battute da cacciatore e le poche parole di latino che sapeva; le figlie del mezzadro, che segretamente lo reputavano un esperto erudito e uomo di mondo, scoppiavano ogni volta in una risata smodata. Presto però fu Otto a catturare l’attenzione; ancora tutto felice di aver ritrovato la terra natia raccontò della sua vita di studente a Halle; parlava assai vivacemente e, quando l’amministratore ebbe posto sul tavolo le lucenti bottiglie di vino, tutti i pensieri scivolarono lieti con la barchetta colorata degli studenti sul Giebichenstein e giù per la Saale, lungo i giardini di ciliegio fioriti, nella terra promessa della giovinezza. Era sopraggiunta intanto improvvisa la sera, il guardaboschi e le fanciulle erano sgattaiolati di nascosto dentro casa; Otto era ancora intento a raccontare quando 24 d’un tratto la porta si spalancò e, accompagnata dal ronzio di un violino, uscì frusciando un’intera corte di dame e cavalieri in crinoline, reticelle per capelli e vecchi frac francesi. Subito si riconobbe in mezzo a loro il guardaboschi, che condusse con solennità i giovani dalla tavola verso le dame, che ridacchiarono imbarazzate; il violino riprese a gracchiare e così si dispiegò inattesa una danza sul prato. Walter non ne era proprio capace, si sentiva sempre più in imbarazzo quanto più gli altri ridevano di lui; anche le due figlie del mezzadro non si trovavano a loro agio, nei sontuosi vestiti in cui si muovevano goffe come in una gabbia, impigliandosi tutti i momenti. Ognuno saltava meglio che poteva e quando infine, per le giravolte delle crinoline, i lumi tremolarono e si spensero, il vortice afferrò anche i vecchi seduti al tavolo col vino; il guardaboschi condusse in una sarabanda la moglie dell’amministratore, che inutilmente tentò di schermirsi. Anche gli altri scelsero ognuno la propria dama; ne nacque un intreccio artistico e strabiliante, in cui il guardaboschi sorprendeva tutti con le sue audaci giravolte. All’improvviso Florentine, simile ad una stella filante, uscì dal cerchio luminoso verso il giardino immerso nel buio. Il suo petto ansimava sopra lo stretto busto di seta; respirava esausta la fresca aria della notte e intanto continuava a guardare indietro tra gli alberi, come se aspettasse qualcuno. Fortunat la notò, l’atmosfera da corte dei tempi antichi con le sue figure bizzarre lo aveva irresistibilmente rapito; inseguì svelto la fanciulla, la afferrò delicatamente per le punte delle dita e passeggiò solennemente con lei per i sentieri tortuosi. Ella gli lasciò ridendo le dita, continuando però a guardarsi indietro, sempre più spazientita. Così, in galante conversazione, erano giunti ad una grotta solitaria, avanzo di un modo capriccioso di decorare gli antichi giardini. Conchiglie colorate risplendevano al chiaro di luna sul soffitto e sui muri, aironi e uccelli acquatici impagliati se ne stavano qua e là con il becco spalancato, su scogli di cristallo. «Dolce dio dell’amore - disse Fortunat, - questa grotta è fatta apposta per sbaciucchiarsi; ah, fossimo adesso due tortorelle!». Lei lo guardò per un attimo maliziosa, poi si voltò lentamente verso una gru nascosta e di colpo tutti i becchi spruzzarono proprio su Fortunat scintillanti getti d’acqua; prima che questi si fosse ripreso, la sua colomba selvatica era fuggita tra gli spruzzi. Fortunat si scosse ridendo; quando raggiunse la compagnia Florentine sedeva già al tavolo, davanti alla madre che le carezzava delicatamente i riccioli, scostandoli dalla fronte accaldata. Teneva abbassate le ciglia lunghe, perché il frac nuovo di Fortunat le procurava segreto dolore; le luci giocavano tremolanti sul suo volto e sul corpetto lucente e, fra le onde fruscianti di taffetà e di veli colorati, sembrava un piccolo elfo che facesse capolino da un tulipano. - Walter la fissò a lungo, poi afferrò il braccio di Fortunat conducendolo lesto in giardino. «Non è meravigliosa? Come sono felice!» esclamò, raccontando all’amico che era fidanzato con Florentine già da tempo e che aspettavano, su consiglio dei genitori, solo un suo imminente aumento di stipendio, per comprare nella piccola città una casa con giardino e vista su Hohenstein e trasferirsi insieme là nel verde, per tutta la vita. 25 Appena un’ora dopo tutto era spento, dalle valli riecheggiava il canto dei grilli, nella notte si udì ancora solo il calesse delle figlie del mezzadro passare con fracasso sulla via lastricata; in lontananza esplosero razzi che l’instancabile guardaboschi continuava a sparare dal suo giardinetto. - «O beata, angosciosa solitudine - pensò Fortunat, - chi avrebbe il coraggio di immergervisi completamente come Walter!». Capitolo quarto Tempo sereno, patria adorata con i tuoi mattini freschi e le valli afose a mezzogiorno, arditi compagni di gioventù, sparsi ormai per le regioni del mondo, che un tempo gettaste insieme a me lo sguardo oltre i monti, nella vita, con gran gioia e solennità - io vi saluto tutti dal profondo del cuore! Poiché tutto rivive in me su queste fresche montagne coperte di boschi, quando vedo l’amministratore vagare tra i campi di grano e Florentine, alla finestra in alto, cantare alle prime luci del giorno, intrecciarsi i capelli, stirarsi e farsi bella, a gara con gli uccelli destatisi negli alberi davanti casa; altre volte, invece, addormentata in giardino sopra una grammaire francese che Walter le ha dato perché si istruisca, in preparazione alla vita di città. Ma soprattutto Fortunat, che rimanda la sua partenza di giorno in giorno e si è sistemato comodamente in giardino. Nel verde, tra gli alti fiori, con l’ampia vallata sotto di sé e le chiome degli alberi che gli stormiscono sopra la testa si siede ogni giorno, con l’occorrente per scrivere, sul basamento di pietra di un Apollo ormai cadente, per mettere finalmente su carta, con calma e una volta per tutte, alcune novelle ideate a cavallo nelle liete ore di viaggio. Stava proprio a meraviglia. L’allegro vento mattutino gli faceva volare i fogli sul prato dove si azzuffavano i galli, dietro di lui le cime intonavano ancora il loro canto antichissimo che nessuna novella può descrivere; gli uccelli emettevano versi mai uditi e le nuvole sorvolavano il paese, gridandogli: ragazzo, non fare il buffone! E se poi il guardaboschi uscito a caccia urlava “urrà!”, facendo volare il cappello, lui gettava senza indugio carta e penna e balzava a cavallo, nel mattino fresco e luminoso. Durante una di queste cavalcate mattutine si dilettò con la seguente canzoncina: Nel bosco volevo comporre un magnifico canto d’eroi; 26 vicende ingarbugliate, ideate con abile ingegno. Là alberi stormivano, sgorgavano ruscelli, e mille e mille voci confuse risuonavano. E grida di gioia echeggiare lasciai dal gaio petto, ma degli eroi nulla rimase per la gioia profonda. Quando in città ritorno dai freschi prati e boschi, giungono i canti da lungi attraverso il trambusto del mondo, risuonano gioia e dolori ancora una volta, sommessi, e creatrice si desta l’antica mestizia nel petto, l’inverno nel frattempo spezza nel prato i fiori ne nasce per la noia un canto troppo lungo! Al suo ritorno, non trovando nessuno in casa, si coricò stanco sull’erba del giardino, vicino al porticato alto. Riposava da poco quando udì vicino a lui delle voci, dalle quali riconobbe la moglie dell’amministratore e Walter; ignari della sua presenza passeggiavano per il sentiero, presi, a quanto pareva, da un’animata conversazione. «E’ colpa del troppo studio - stava dicendo la moglie dell’amministratore - e in testa non ha che versi, viaggi e altre simili, costose stupidaggini». - «Penso proprio - esclamò Fortunat - che quei due parlino di me!». «Calmatevi - udì replicare Walter - proverò a indagare le vere intenzioni di quell’animo chiuso ed enigmatico».- «Di notte gli piace passeggiare - ricominciò la moglie dell’amministratore - e il giorno lo trascorre sognando! E perché poi ci evita?». A questo punto la conversazione si perse in lontananza. Fortunat balzò svelto in piedi. «Parlavano del mio sconosciuto compagno di quella prima mattina in giardino» pensò; gli venne in mente allora che, distratto dai divertimenti, lo aveva completamente dimenticato. La sera, quando tutti si riunirono sotto i tigli davanti a casa, decise di venire a capo dell’intera faccenda. Vide per primo l’amministratore e gli raccontò immediatamente di quell’incontro: come avesse trovato lo sconosciuto addormentato presso la fontana e di che cosa avessero parlato. Questi ascoltò con molta attenzione, Fortunat dovette descrivergli esattamente altezza, abito, taglio di capelli e voce dello sconosciuto; ma l’amministratore 27 sapeva già tutto e meglio di lui, tutte le sue domande coglievano nel segno in modo incredibile. «Lo conoscete, allora?» chiese Fortunat. L’amministratore scosse pensoso il capo. «Non so chi fosse - disse - e non posso dire quello che immagino». Nel frattempo era uscita sua moglie; pregò allora Fortunat, in fretta e furia, di non far cenno all’episodio dinanzi alle donne. In quel momento si unì alla compagnia lo studente Otto, che sembrava rientrare da una lunga passeggiata. Si sedette vicino a loro e, quando per il caldo si sbottonò in fretta la giacca, cadde in terra un libro dalla bella rilegatura: era la più recente opera in versi del conte Victor, che non conosceva e che quella mattina presto aveva trovato fra i libri in disordine dell’ amministratore. «Ah, pensavo fosse il tuo manuale di giurisprudenza» disse la moglie dell’amministratore, raccogliendo il libro e restituendolo ad Otto. E dopo una breve pausa, appoggiandosi con calma allo schienale, proseguì: «Da stamani all’alba ho lavorato tanto, in casa e nel cortile, che mi dolgono tutte le membra. Del resto è così che ci si può godere, la sera, un po’ di riposo: quando ci si è dati da fare e si è compiuto il proprio dovere». Otto arrossì fugacemente e non replicò. Fortunat, però, si rese conto da queste parole di come Otto, da un po’ di tempo, tenesse uno strano comportamento. Tutti i giorni se ne andava da solo nel bosco e raramente ricompariva a mezzogiorno. Era laconico, ritroso, distratto e spesso, nei momenti di maggiore allegria, qualcosa di simile all’ombra di una nuvola oscurava il suo volto sereno come un bel paesaggio illuminato dal sole. Nel frattempo era stata servita la cena; la vivace moglie dell’amministratore, che quel giorno, ormai, pareva aver preso di mira Otto, tagliando l’arrosto e distribuendone porzioni abbondanti portò il discorso, con un’accurata scelta delle espressioni e un abile uso delle sospensioni, sul valore del tempo: su come fosse indispensabile che un giovane pensasse per tempo ad assicurarsi il pane futuro. Ci sarebbero sempre stati pazzi a sufficienza, nel mondo, per far passare il tempo ai ricchi dipingendo bei quadri, recitando commedie o componendo versi - è un piacere riservato ai signori, aggiunse correggendosi, poiché le era venuto in mente il conte Victor. L’amministratore si era avvicinato la ciotola dell’insalata e mangiava in fretta; non si capiva se ce l’avesse con Otto o con la moglie. «Mi viene sempre in mente il mio fortunato fratello - ricominciò quella - anche lui aveva studiato, ma ha avuto giudizio; si è tolto i grilli dal capo e ha adoperato la sua scienza per procurarsi il pane. Ha sposato una donna istruita e assennata e Dio ha benedetto il loro matrimonio. Puoi testimoniarlo anche tu - continuò rivolgendosi all’amministratore, risentita perché lui non prendeva le sue parti, - per il suo matrimonio ha fatto comporre dai più grandi artisti poesie pastorali, e Dio solo sa dove quelli sorveglino le loro pecore». A questo punto Otto, fino a quel momento in evidente lotta con se stesso, esplose con un’amarezza mordace e con un orgoglio beffardo che nessuno avrebbe immaginato, in quel giovane pacifico. «Meglio governare i maiali - disse - che viaggiare sul battello della meschina beatitudine dal mercato del burro a quello del formaggio. Il buon Dio continua a creare ogni giorno nobili e villani, senza badare se abbiano il certificato di nobiltà o meno. E io voglio essere e rimanere un signore perché lo sono e tutti i servi mi devono nutrire e servire come spetta loro!». Questo fu troppo, 28 per la sbigottita moglie dell’amministratore. «Pazzo presuntuoso! - urlò, rossa per l’ira. - Per quanto mi riguarda mangia pure pane asciutto, dato che disprezzi burro e formaggio! Ma noi sappiamo bene dove hai imparato i motti dei commedianti. Non credere però di portare un giorno, nella nostra casa rispettabile, una principessa del palcoscenico che non ha nemmeno di che rammendare i suoi cenci, una lazzarona, scacciata da ogni luogo al suono degli applausi!». Ma Otto non ascoltava più; si alzò in fretta e si addentrò furioso nel giardino immerso nel buio. Walter, visibilmente in imbarazzo, fece per seguirlo ma fu trattenuto da Fortunat che lo trasse lesto in un viottolo laterale. «Dimmi un po’ - gli chiese - che sta accadendo qui, e dov’è che te ne vuoi andare?» - «A consolare l’offeso - replicò Walter - e, se ci riesco, anche a mettergli un po’ la testa a posto. Vieni anche tu!» - «Ne faccio a meno volentieri - esclamò Fortunat, - sono già contento quando, di tanto in tanto, se ne sta a posto la mia». - «Il mio proposito - disse Walter - è più nobile di quanto sembri ritenere, a giudicare dalla tua espressione ironica. Pensa un attimo con attenzione a questa cerchia familiare, allegra e chiusa pacificamente in se stessa, la cui vita e le cui speranze sono tutte rivolte a quest’unico figlio che si è sempre distinto a scuola come il più sveglio e più abile. Adesso se ne torna dall’università cambiato, sognante e chiuso, privo di interesse nei confronti di qualsiasi lavoro onesto, immerso in un mondo confuso di pensieri e desideri smodati, destinato, temo, a risvegliarsi troppo tardi dalle più amare illusioni e a rimpiangere una vita perduta. Voglio insomma provare ad attirare la sua attenzione sulla pericolosità di una via che passa solitaria sopra la testa degli altri uomini e che sembra sempre riservata a pochissimi eletti». Fortunat, a queste parole, si era fatto serio e pensieroso. «Anima onesta! - disse infine, stringendo con affetto la mano dell’amico. - Misurati dunque con lui. Se il giovane è un mezzo filisteo, aiutalo a uscire del tutto dal folle mantello del poeta; se invece il suo è vero talento, dovrà andare avanti e scavalcarti, anche se tu fossi il saggio Salomone in persona». Tutte le persone riunite davanti alla casa erano turbate per l’accaduto; la piccola compagnia fissava i piatti a capo chino, muta. Nella vallata, intanto, tutto si era fatto più silenzioso e buio; solo molto lontano, sui monti, si vedevano di quando in quando deboli lampi. La moglie dell’amministratore sembrava guardare con segreta inquietudine ora i bagliori diffusi, ora il luogo dove Otto era scomparso; dopodiché entrò in casa, senza aver detto una parola. Finalmente l’amministratore stizzito ruppe quel silenzio opprimente. «Al giorno d’oggi, tutto va alla rovescia - disse a Fortunat - temporali a primavera, freddo d’estate, si è vecchi da giovani e teste calde in vecchiaia! Credetemi, il mondo moderno è proprio come questo pazzo tempo primaverile: grava un’afa pesante e tutto spunta prima del tempo; e temo proprio che germoglieranno più foglie che fiori. I nostri giovani sanno più di quanto sapevamo noi e protendono desiderosi le membra, mentre noi, nella nostra gioventù allegra e sana, non conoscevamo la malinconia, facevamo un sacco di stupidi scherzi e aspettavamo solo che passassero quei funesti anni da scapestrati. Si, è proprio seccante! Ci si vorrebbe sistemare per sempre, con gioia e comodità come ai bei tempi, ma il tuono lontano annuncia ovunque il triste rigore e allora 29 sediamo confusi, incerti e in ansiosa attesa dinanzi all’oscuro sipario, dietro il quale Dio sa cosa guizza inquieto e impetuoso, senza pace». - Intanto Walter aveva trovato il furioso Otto in giardino. Adirato e offeso nel profondo dell’animo, sedeva come un’allocco in mezzo alla sterpaglia. Appena vide Walter balzò in piedi e gli si fece incontro con forzata, indifferente cordialità. «La zia - disse - è certo preoccupata che mi prenda un raffreddore, qui all’aperto. Certo, il naso è una parte sensibile; l’anima, invece, risiede tranquilla in profondità, niente può turbarla facilmente». Walter rimase per un attimo sbalordito, poi, d’un tratto, gli parve di vedersi davanti se stesso da studente; perse completamente il filo del discorso e afferrò commosso la mano dell’inquieto giovane. «Non vengo affatto - disse infine - per difendere l’indole rigida e impetuosa della moglie dell’amministratore, anche se non è altro che un diverso, maldestro modo di volere bene. Ciò che mi porta qui è il ricordo della mia giovinezza, il sincero dolore per un animo giovane e gaio che, di questo passo, finirà per inselvatichirsi e perdersi sempre più profondamente in una fiorente solitudine. Conosco molto bene questa sconsolata desolazione delle giovani anime, la nostalgia di casa senza che si abbia una casa, questa labirintica autotortura. Siete solo al mondo, senza padre né madre - se desideraste un amico in questa solitudine e voleste tentare con me, vi offro il mio aiuto fino alla morte; vi consiglierò, proteggerò, aiuterò per quanto mi sarà possibile!». Otto lo guardava sorpreso, perché nelle parole di Walter sentiva quel tono meraviglioso di onesta bontà che giunge diritto al cuore. «Voi avete un impiego, siete stimato, conducete una vita tranquilla - disse poi, dopo una breve pausa. - e se anche volessi raccontarvi del magico musicante che ogni primavera, quando la luce del sole si diffonde vivace sui campi, scende con nuove, meravigliose canzoni dalla montagna di Venere e seduce le anime, di cui risuona nell’afoso meriggio il canto solitario degli uccelli, mormorano confusi fiumi e sorgenti al chiaro di luna e le ninfe bagnandosi cantano come in sogno nella notte silente e dorata - voi mi prendereste per matto!». Walter si spaventò quasi per il modo in cui gli occhi del giovane Otto brillavano sinistri e folli, sotto la lama di luce della luna. «E lo sono davvero! - continuò - mi immaginavo di poter seguire incolume la magica corrente dei suoni, di essere un poeta che domina la magia! Ma adesso ho capito. Tutti gli angeli che attraversarono la prima alba della mia infanzia, ciò che durante le preghiere in segreto desideravo e sempre tentavo invano di esprimere, oggi d’un tratto l’ho trovato, con lieto spavento, nel libro del conte Victor; lui lo ha scoperto in modo audace, brioso e giovanile, come un’isola fatata - e io non so più quello che voglio. - Ma c’è tempo, sono ancora giovane. E qui, gettando il libro dalla montagna nel fiume, rinuncio d’ora in poi alla felice arte di comporre versi, quella sgualdrina! E come gli altri che disprezzo e che sono indicibilmente migliori di me, a partire da oggi vivrò solo per la scienza del diritto e non alzerò mai più lo sguardo dai libri!». A queste parole scoppiò in lacrime, gettandosi poi come annichilito sul petto di Walter. I due nuovi amici camminavano per il giardino silenzioso; solo un usignolo cantava lamentoso in lontananza. Otto taceva e sembrava più calmo. Walter spiegò che una cosa aveva bisogno dell’altra, la poesia della vita rigorosa e severa e la vita 30 della vivace arte poetica. Ma sentì subito quanto fosse sciocca in quel momento una tale consolazione e, alla fine, tacque. Così giunsero a casa, dove trovarono la moglie dell’amministratore spaventata e in lacrime. Aveva finito per temere che Otto, nel suo impeto, si fosse tolto la vita; si buttò perciò con gran gioia al collo del giovane strappato alla morte. L’altro ricambiò di cuore. «E’ passata - esclamò Otto, stranamente sbrigativo - mi avete di nuovo tutto per voi; e nel mio futuro, a Dio piacendo, c’è l’esame!» - «Sei un bravo ragazzo - esclamò l’amministratore - brindiamo!». I bicchieri mandarono un limpido tintinnio e così la sera si concluse di nuovo in allegria; anche i temporali lontani si erano dispersi e il cielo brillava, con le sue migliaia di stelle, sopra i riconciliati. Capitolo quinto Ma questa tranquillità non durò a lungo; per un caso, un equivoco o come altrimenti si è soliti chiamarlo, il volere del cielo o la propria inettitudine, la situazione a Hohenstein cambiò radicalmente e in modo inaspettato. Era un pomeriggio afoso, le foglie in giardino si muovevano appena; l’amministratore si era appisolato sulla panchina di fronte alla porta, Walter scriveva lettere a casa, Fortunat si era disteso con un libro sull’erba e, rapito dall’ampio panorama, lasciava che la brezza leggera gli voltasse le pagine. Florentine era a disagio, in questa calma, poiché voleva avere sempre qualcosa da fare; scivolò dunque di nascosto verso il bosco allo scopo di cogliere, per la sera, quelle fragole che Walter considerava assai salutari, dal momento che le mangiava volentieri. Fortunat la vide scendere con il suo cestello e allontanarsi dal villaggio; gettò via il libro e la seguì, ma nel bosco ne perse le tracce. Florentine, cogliendo e mangiucchiando di cespuglio in cespuglio, era giunta senza accorgersene alle rovine del castello avito del conte. Nella solitudine gettò lo sguardo sorpreso tra le mura diroccate, le porte e gli archi delle finestre; frammenti di una scultura di pietra, testimonianza del passato splendore, erano sparsi nell’erba alta; ma la primavera aveva risalito il monte abbandonato e giocava come malinconica nella dimora silenziosa. Strane leggende circolavano nella zona su quel luogo solitario. La notte, i pastori udivano spesso nel castello voci misteriose; si diceva che una donna pallida e bellissima apparisse talvolta alla finestra infranta. - Florentine non c’era mai stata da sola e fu attratta dal fascino particolare dell’orrido: si addentrò prima prudente e titubante, poi con audacia sempre maggiore nelle sale ombreggiate e fresche. Attraverso le fessure nei muri si affacciavano di tanto in tanto le vallate, cangianti nelle loro profondità luminose; 31 un solitario uccello di montagna faceva risuonare qua e là il suo verso sconosciuto; le lucertole, disturbate, scappavano tra le erbacce frusciando e spaventando la visitatrice. Giunse nel cortile interno del castello, dove si ergeva un ciliegio selvatico in piena fioritura; fiori di un colore rosso cupo ardevano tra le rocce, farfalle svolazzavano incerte nell’afa opprimente e fosca. Aggirato il pilastro scorse una donna pallida e bella in uno strano vestito celeste, seduta sull’erba in mezzo al cortile; quella non si voltò, pettinava silenziosa i suoi lunghi capelli corvini che scendevano a onde. - Florentine le lanciò ancora uno sguardo attento, poi, sopraffatta dallo spavento, fuggì. Ma come spesso accade negli incubi, per la fretta non ritrovò la porta giusta; correndo da una prigione all’altra le sembrava di udire parlare, le voci si avvicinavano sempre più e lei non riusciva a trovare l’uscita. Improvvisamente si trovò di fronte due sconosciuti che portavano dei logori farsetti da cavaliere ed elmi chiodati sul capo. Uno fece per fermarla, afferrandola per il cestino; lei, terrorizzata, corse via lasciandogli le fragole e udendo dietro di sé la sua risata sonora. Come respirò sollevata, quando alla fine rivide l’aperto cielo del Signore! La prima persona che incontrò fu Fortunat. Senza fiato, con il cuore che le batteva forte volò fra le sue braccia; lui strinse forte a sé la bella bambina e sentì sulle labbra un bacio fuggevole e ardente. - Ma in quello stesso momento anche Walter, evidentemente alla sua ricerca, era uscito dai cespugli vicino a loro. Florentine si riprese in fretta, scostò i riccioli dalla fronte accaldata e gli porse la mano, perché la aiutasse a scendere dalle ultime rovine. Raccontò allora, con grande agitazione e voltandosi spesso indietro timorosa, la sua straordinaria avventura. Walter era silenzioso, sembrava ascoltare solo per metà. Fortunat voleva ritornare subito al castello per rivedere la pallida donna, ma Florentine non lo permise assolutamente. Mentre stavano ancora disputando di colpo lei si fermò, indicando meravigliata verso valle. Lontano, sul margine del bosco, un carro carico fino all’inverosimile procedeva lentamente; lo seguiva a cavallo una fanciulla vestita in modo bizzarro, con un abito azzurro e i capelli scuri al vento; accanto camminava rapido un gran numero di uomini, con rametti verdi sul cappello. Vi si riconobbero subito i due coboldi del castello, i cui elmi chiodati, sotto il sole, rilucevano fin da lontano. Dal corteo saliva in mezzo al verde un coro festoso. «Attori girovaghi! - esclamò Fortunat ridendo, - non è il caso di compiere ulteriori indagini: i fantasmi erano loro, il sentiero parte proprio dal castello». Allora tutti, più tranquilli, si rivolsero verso Hohenstein. Florentine , ormai completamente ripresasi, ne rise insieme agli altri; poi si voltò di nuovo verso le valli fiorite in cui erano immersi i girovaghi. «Non c’è niente di più bello che viaggiare - esclamò lieta, - quando mi capita di svegliarmi presto, d’estate, e sento il canto dei galli nei paesi della valle o, nel giardino, l’eco del corno di un postiglione lontano, desidero spesso essere un uomo e poter anch’io vagare per il mondo». - «Io credo - la interruppe Walter un pò rudemente - che si debba imparare a capire bene noi stessi e il piccolo mondo che ci circonda, prima di 32 gettare intorno a sé sguardi più ampi; e che i viaggi convengano solo all’età matura». Fortunat si risentì per quel tono didascalico. «Al contrario - esclamò, - solo la giovinezza sa afferrare nel giusto modo e dal profondo del cuore la bellezza del mondo, con le sue cime rosse alla mattina e gli abissi ombrosi e i corsi d’acqua che balenano nel verde, dipingendone un affresco alla cui vista la vecchiaia potrà un giorno ristorarsi, quando fuori le foglie cadranno e il sole autunnale al tramonto illuminerà di nuovo in modo splendido quelle immagini. Mentre sulla barchetta la tua cosiddetta età matura misura attentamente con il piombino la profondità, la gioventù seduta sul bordo si sporge, vede la propria testa coronata di pampini specchiarsi nell’onda cristallina e ode le campane della città sommersa risuonare dal profondo. Sì, credetemi, il mondo è come una bella dama capricciosa, a cui piace specchiarsi solo negli occhi dei giovani con i suoi gioielli più preziosi. Alla destrezza e all’erudizione dà solo pane; in cambio dell’amore e dell’autentico godimento di lei, invece, dà gioia ed amore». Giunsero così alla casa dell’amministratore. Gli ultimi raggi del tramonto indoravano già gli alberi di fronte all’edificio, sotto i quali la moglie dell’amministratore aveva di nuovo apparecchiato la tavola. Tutti si sistemarono comodamente nella frescura serale e Florentine, riposandosi, dovette raccontare di nuovo con ricchezza di particolari la sua avventura al castello. Mancava solo Walter. Apparve all’improvviso, uscì di casa pronto alla partenza insieme all’amministratore. «Cattive notizie - disse quest’ultimo, - Walter ha ricevuto messaggi urgenti, deve recarsi in città e vuole partire oggi stesso, per sfruttare il fresco della notte». La moglie dell’amministratore si oppose, preoccupata per i rischi di un viaggio notturno. Florentine si adirò contro gli affari, che vedeva da sempre come una potenza sconosciuta e a lei nemica; ma Walter fu irremovibile e prese congedo in modo rapido e conciso anche da Fortunat. Solo alla fine si rivolse a lui come per dirgli qualcosa, si limitò però a stringergli la mano e proseguì in silenzio. - Fortunat lo accompagnò fuori fino al suo cavallo, al quale Florentine stava accarezzando il collo; quando però questo, appena montato, si agitò, scappò velocemente verso la porta di casa. «Gesù! - disse piano a Walter, - che faccia hai! Perchè poi vuoi partire proprio oggi? Non c’è nessun affare». - «Non voglio essere di disturbo - replicò Walter offeso tu ti fermi ancora per un pò, te lo dirò un’altra volta, forse. Stammi bene!». Detto questo spronò il cavallo e scomparve presto tra gli alberi. «Oh, mondo noioso! - esclamò Fortunat seguendolo con lo sguardo - come potrebbe essere felice con la sua snella cerbiatta nella verde foresta, se amasse con spontaneità invece di trascinare ovunque miseramente il manto della malinconia, della gelosia e tutti gli altri abiti di cui l’amore è solito vestirsi!». Ritornato in giardino notò, tra i rami del tiglio davanti a casa, due piedini che calzavano graziose scarpette. Era Florentine; sedeva sull’albero dondolando i piedi e seguendo con lo sguardo Walter che presto si perse, nel crepuscolo, tra i prati e i campi di grano. L’allegra fanciulla, nella sua spontaneità, non sembrava indovinarne il malumore. Fortunat passeggiava invece per il giardino, inquieto e solitario. «Non sarò mica tanto matto da innamorarmi? - si disse. - Però ci sono vicino; dietro di me incede, lento e solenne, lo spirito smunto di Walter suicida e davanti ho un corteo di zie e cugine, un buon lavoro, le grida dei bambini e una casa da mettere su - ». 33 A questi pensieri la paura gli imperlò di sudore la fronte. Corse in fretta verso casa e comunicò senza indugi alla famiglia sbigottita di non aver ricevuto quel giorno alcuna lettera dalla città, ma di dovere tuttavia partire con la massima urgenza; ringraziava perciò con tutto il cuore per il cibo, le bevande e il bel tempo trascorso in serenità, calma e letizia e con ciò prendeva immediatamente congedo, perché aveva intenzione di partire prima dell’alba. A queste parole Florentine arrossì tutta, si sedette imbronciata su una sedia lontana e Fortunat credette di vedere che i suoi occhi distolti luccicavano di lacrime. Anche il dolore sincero degli altri gli opprimeva il cuore, perché tutti, pur in quel breve tempo, si erano ormai abituati al suo carattere allegro. Dovette promettere di ritornare e raccontare poi nei dettagli i paesi e le città in cui il suo viaggio lo avrebbe condotto; così rimasero a lungo insieme a parlare, di fronte alla porta di casa. Quando infine andarono a riposare, Florentine gli bisbigliò di nascosto: «Sarò in piedi prima della vostra partenza!». Aveva lasciato aperte tutte le finestre della camera per svegliarsi in tempo, al mattino. Gli pareva che sotto le finestre passeggiassero voci gioiose e gli dicessero nel sonno: «Svegliati, smetti di dormire! Montagne e vallate incantevoli, orizzonti luminosi, svegliatevi! E ore liete, deliziose e serene!». Balzò infine giù dal letto e si affacciò. Era ancora notte; e tuttavia si vestì subito, con quella voglia di viaggiare a lungo dimenticata; attraversò la casa immersa nel silenzio, passando accanto alla stanza di Florentine e fece ancora un rapido giro in giardino. Durante la notte era caduta una pioggia tiepida, gli usignoli cantavano ovunque fra i cespugli rinfrescati; dai paesi lontani giungeva un abbaiare di cani; tutto il resto era ancora silenzioso, nello splendido chiarore lunare, sotto l’immenso cielo stellato. - Quando tornò indietro udì aprirsi piano una finestra in basso; era Florentine, che si sporse in una leggera veste mattutina. «Visto? - gli disse - mi sono svegliata prima di voi!». Poi, guardando il giardino, disse: «E’ proprio come quel giorno in cui faceste quella piccola serenata e vi vedemmo per la prima volta. - Adesso questo tornerà ad essere un posto assai solitario; volevo solo pregarvi ancora una volta di farci avere vostre notizie durante il viaggio e di scrivere di tanto in tanto volta a Walter, a cui siete particolarmente caro e che ascolta volentieri racconti di terre lontane». Fortunat lo promise e le chiese un bacio d’addio. «Perché no!» esclamò ridendo la fanciulla porgendogli veloce la mano, poi chiuse lesta la finestra e Fortunat non la rivide più. Balzò quindi senza altro indugio a cavallo e percorse l’alto viale buio, varcando il cancello del giardino e attraversando il villaggio silenzioso. Giunto sul monte, però, si voltò ancora una volta. «Benedetta - esclamò - bella valle boscosa nella tua beata solitudine, possa il tumulto del mondo non disturbarti mai!» 34 Capitolo sesto In quell’istante un violento temporale oltrepassò il monte e si rovesciò sulla pianura; Fortunat, bagnato fradicio e lontano dalla strada, avanzò su un vasto campo, velato dalla pioggia e dal buio della sera. D’un tratto udì, in lontananza, una bella voce maschile intonare una canzone di cui poté capire solo le seguenti parole: Quando la giornata è bella cantan gli uccellini in coro ma se piove sulle foglie canto, allora, per me solo. Poiché niente scorge l’occhio, se anche il fulmine balena, che terrorizzare possa, nel vagar, l’animo lieto. Spronò il cavallo e, in breve, raggiunse un piccolo gruppo di girovaghi; procedevano a piedi, sui due unici cavalli sedevano giovani fanciulle. Con lieta sorpresa riconobbe subito le bizzarre figure degli attori viste al castello di Victor, i cui lineamenti però, nell’oscurità, erano solo vagamente intuibili. Il saluto di Fortunat fu contraccambiato a metà; la compagnia sembrava di cattivo umore, il gruppo procedeva lento e taciturno come in un brutto sogno. Alla fine il capofila, inciampando, ruppe il silenzio con una rozza bestemmia, sbuffò e subito ricadde, non riuscendo perciò a calmarsi. «Questo lo dobbiamo - disse una delle dame a cavallo alla compagna - questo lo dobbiamo al vostro bel carattere. Se gli uomini non avessero spezzato il collo alle bottiglie, alla salute di ogni vecchio castello, adesso staremmo tutti meglio e all’asciutto, perché il nostro carro è certo arrivato in città ormai da tempo». Detto questo, aprì con fatica su di sé un ombrello non particolarmente ben rifinito. Il vento però lo risistemò subito con tale velocità che l’altra cavallerizza scoppiò in una fragorosa risata e la dama dovette ammainare le vele, irritata. Fortunat, che segretamente sperava in un divertente litigio, esortò la compagnia a soccorrere le due dame, in questa lotta contro gli elementi, con l’aiuto di una comune, piacevole conversazione. Gli uomini non risposero neppure, la dama con l’ombrello invece 35 chiese se fosse per caso anche lui un artista e se si divertisse tanto quanto lei. «Oh - aggiunse pungente rivolta alla vicina, - qui c’è sempre disponibile il ruolo dell’amante». - «Prego replicò la vicina con voce melodiosa, - per quanto vi riguarda, il posto è vacante ormai da un pezzo». In quell’istante, un lampo improvviso illuminò un bel visetto delicato ma pallido, ai cui lati scendevano grondanti lunghi capelli neri. «Dio mio, che baraonda per un po’ di pioggia! esclamò uno dei giovani uomini, - Quamquam sint sub aqua, sub aqua maledicere tentant !» «risparmiatevi il vostro latino - disse la dama con l’ombrello, - state forse imparando a memoria lo studente mendicante?». Voleva aggiungere qualcosa, ma il literatus attaccò subito la canzone che Fortunat aveva udito già prima, in lontananza, e il suo canto coprì allegramente la voce di lei: 5 Affrancato dal denaro io mi dedico alla scienza, penso serio, ed ogni tanto di buon vino un sorso bevo. Se son stanco di studiare, quando sorge soave luna sulla porta della bella sono uso musicare. «Terra! Terra!» gridò in quel momento l’uomo alla testa del gruppo; tra la gioia di tutti, ampie mura e torri si videro ergersi sempre più distinte dal fosco grigiore, simili a giganti scuri. Già le luci brillavano confortanti dinanzi ai viaggiatori che, rianimati, chiamarono a raccolta le loro ultime forze e giunsero in fretta alla porta di una piccola cittadina. - Come uccelli migratori con le ali fradicie e penzolanti, camminavano silenziosi tra i vicoli stretti e bui dove le luci abbaglianti e confuse delle finestre si rispecchiavano nelle pozze, mentre la pioggia scrosciava addosso a loro da tutti i tetti, attraverso teste di drago curiosamente sporgenti. Giunsero infine nel cortile di un’osteria. Anche il carro della compagnia, capovoltosi lungo la strada, era appena arrivato. Il direttore teatrale Sorti, un piccolo ometto sveglio, correva instancabile da una parte all’altra. Dal carro furono trasportati rapidamente attraverso il cortile castelli, draghi e lunghi colli di cammello; i cani abbaiavano, dappertutto si udiva chiamare, incitare e imprecare nell’impenetrabile oscurità rischiarata solo a tratti da lampi isolati. In mezzo alla confusione il literatus sollevò lesto da cavallo la dama più giovane, portandola in braccio dentro casa. La fanciulla era 5 Si riferisce ai contadini lici trasformati in ranocchi, la cui storia è narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. 36 bagnata fradicia, per la pioggia la veste sottile aderiva al corpo e i riccioli ricadevano lunghi e gocciolanti: sembrava una ninfetta appena sorta dalle onde. Portò le mani al viso per ripararsi dalla luce che improvvisamente eruppe dalla casa; fra le piccole dita, però, brillarono due occhi scuri che lanciarono a Fortunat uno sguardo fuggevole, ma penetrante. Questi riuscì solo con fatica a ottenere una stanzetta singola, dove si cambiò rapidamente d’abito, mentre un rumore di porte sbattute con forza, di alterchi e di risa attraversati da gorgheggi d’opera e passi affrettati riempiva a poco a poco la casa. Intanto il temporale si era dileguato e la luna luminosa aveva fatto la sua apparizione, squarciando le nuvole. Abbandonò perciò presto la stanza piccola e soffocante, per dirigersi svelto in giardino tra crinoline, armature, bandiere e corsetti, stesi ad asciugare sulla ringhiera delle scale. Una fanciulla sedeva da sola sulla panca davanti alla porta: dal cappello piumato e un po’ liso, dal colletto alto e dall’aspetto generale riconobbe la dama con l’ombrello. «Devo ancora ottenere soddisfazione cominciò, appena scorse Fortunat. - Forse vi sarete fatto di me una cattiva opinione; ma non potete immaginare quale abnegazione costi, a un animo sensibile, tenere il passo con i rozzi scherzi di questi uomini, anche se solo in apparenza». - «In effetti - replicò Fortunat - il latinista è sveglio e divertente». - «Divertente? - disse la dama. - Voi non conoscete ancora quel selvaggio: non ha la più pallida idea di cosa sia quel desiderio spirituale dell’anima che già qua sulla terra scala le vette dell’umanità - » - «E che di là riscivola all’indietro», sopraggiunse a quel punto il literatus ostile che, appena uscito di casa con la chitarra, aveva udito l’ultimo capitolo sul desiderio e che, traendo dallo strumento singoli accordi, attraversò la piazza e si perse nel buio. Fortunat rise, perché un leggero lampo d’ira guizzò improvviso sul volto della dama, producendo nell’intero apparato muscolare un momentaneo, disgustoso disordine. Tanto più che, un attimo dopo, fece capolino dalla porta anche la seconda, graziosa cavallerizza, che scorgendo i due insieme arricciò il nasino e, passando loro ugualmente vicino, se ne andò a passeggiare in giardino. «Povera piccola! Possiede solamente calze rotte» osservò maligna la dama. E in effetti se ne era accorta anche la luna, che aveva illuminato bonaria un pezzetto della candida gambetta che spuntava incantevole sopra la scarpa, mentre la piccola, con la veste succinta, tentava goffamente di toccare i fiori che pendevano dai rami dei tigli. Nel frattempo una fresca brezza si levò fra le cime degli alberi. lacerando le ultime nuvole che velavano il cielo; di colpo, le vecchie mura della città e i monti coperti di boschi apparvero in una luce meravigliosa. La dama si era alzata e si era sistemata sotto i tigli, davanti alla panca, in una pittoresca posa melanconico-eroica. Con il capo appoggiato all’albero sulla mano destra fissò per un pò le montagne, come assorta. «Tiedge !» disse infine con trasporto, stringendo piano la mano di Fortunat. 6 6 Cristoph August Tiedge (1752-1841), autore di poesie didattiche e romanzi molto apprezzati dal pubblico contemporaneo. 37 Questi, già eccitato dalla straordinaria baraonda dell’allegra serata, balzò di colpo in piedi. «O Dio, è vero! - esclamò trattenendole la mano. - Si libra in aria come profumo di violette, le stelle gli brillano attraverso il corpo - oh, non udite nulla? - Bisbiglia con qualcuno, è come la tenue armonia delle sfere: scambia carezze con Lafontaine . Costui indossa una vestaglia intessuta di perle, ma quelle perle sono lacrime - vagano insieme sulla via lattea - ma che succede!» - «Dove?» disse la dama spaventata cercando invano di sottrarre la mano «Guardate là, quella nuvola con la barba - proseguì - Kotzebue si dirige contro di loro a cavallo di un caprone, ah, Lafontaine piange perché il caprone lo ha colpito - oh, non c’è più giustizia a questo mondo!». A questo punto la dama riuscì a liberarsi; prendendolo per ubriaco o pazzo, balbettò imbarazzata una rapida scusa e si precipitò in casa. Lui però continuò a parlare finchè quella ebbe raggiunto la sua stanza e chiuso dietro di sé la porta, svelta. Allora si gettò ridendo sulla panca. Dai monti giungeva, nel silenzio improvviso, lo stormire dei boschi; alcuni usignoli si ridestarono qua e là e, un po’ distante, si udì il literatus cantare: 7 8 Le colline lontane della patria, la casa in alto, silenziosa, il monte dal quale ho gettato lo sguardo sui campi in primavera, la madre, gli amici e i fratelli, cui tanto spesso ho pensato, tutto mi saluta di nuovo nella tacita notte di luna. La deliziosa cavallerizza si era avvicinata al cantore dopo le prime note. «Ma tu - disse minacciandolo col dito - oggi ti abbandoni di nuovo alla malinconia!» - «Ahimé - rispose il literatus, interrompendosi quasi involontariamente - che ne sai tu di come può sentirsi, a volte, uno che ha studiato!». Un improvviso trambusto alla porta impedì a Fortunat di ascoltare il seguito della conversazione. Un allegro gruppo di attori stava infatti uscendo di casa, trasportando con fatica una lunga tavola coperta di bicchieri e bottiglie di vino; l’oste, pieno di apprensione per i suoi bicchieri, li 7 August Heinrich Justus Lafontaine (1758-1834), scrittore tedesco, autore di romanzi familiari sentimentali. 8 August von Kotzebue (1761-1819), autore di drammi borghesi. 38 seguiva a breve distanza. «Il buon Dio ha alzato il sipario, qua fuori - disse uno all’oste, guardate qua, ragazzo mio, che sala meravigliosa! Un réverbère che, a parte alcune vecchie macchie di ruggine, è ancora abbastanza cristallino, un’infinità di luci che costituiscono da sole una decorazione, a ogni parete paesaggi lunari affrescati». Nel frattempo la compagnia, non senza una notevole confusione, si era accampata intorno alla tavola. Un uomo di una certa età, robusto e corpulento, si accese la lunga pipa a una candela tremolante in una sfera di vetro sul tavolo, alla cui luce il suo volto, bruciato dal vino e dal tempo, apparve ancora più rosso e cupo; sembrava lo stesso uomo che prima, camminando sotto l’acqua alla testa della compagnia, era inciampato e aveva bestemmiato più volte. «Dovreste recitare anche voi delle commedie, caro il mio oste» disse, appoggiato comodamente alla sedia e stringendo la pipa. L’oste manifestò dei dubbi sulle proprie capacità. «Ah, frottole! - lo interruppe il fumatore. Vedete, così come mi vedete adesso siedo anche in palcoscenico, nei panni di un ispettore forestale, un vecchio bonariamente brontolone: fumo, chiacchiero e bevo il mio bicchierino di vino, come qui». - «Questo lo saprei fare anch’io», disse l’oste. «Dunque, non siate sciocco! proseguì quello. - Volete continuare a indossare la berretta da notte, farvi la vostra fumatina serale, rivolgere ai vostri figli toccanti rimproveri, e tutto questo gratis? Fatevi pagare, perbacco!». Fortunat, a cui quel tipo non dispiaceva, lasciò allora il suo posto. «Ma caro amico - disse sedendosi vicino a lui - non vi viene mai la paura che la poesia moderna elimini la vostra vita di ispettore, mettendo fine ai vostri piaceri domestici?» - «Niente affatto - replicò tranquillo l’ispettore forestale - al contrario, i più recenti drammi brevi sono di nuovo pieni di buon senso e adatti alle famiglie. Signor mio, finché regnerà la rettitudine tedesca e si berrà birra e fumerà tabacco, il mio personaggio resisterà, saldo come una roccia». Si mischiò allora alla conversazione un attore giovane e pallido, che fino a quel momento era stato in disparte a leggere un libro alla luce del moccolo, senza prendere parte allo schiamazzo degli altri. «Carissimo signor Ruprecht - si rivolse all’ispettore forestale - chi vi sente per la prima volta parlare così potrebbe farsi di voi un’opinione errata. Ma io so bene che voi, non diversamente da quel signore, apprezzate nell’arte solo quanto vi è di più nobile, l’ideale». Ruprecht, che ricordava bene di aver ascoltato in gioventù la filosofia kantiana, si schiarì la gola e si riaccomodò compiaciuto sulla sedia, quando d’un tratto la piccola cavallerizza balzò dietro di lui, tappandogli la bocca. «Per l’amor del cielo - esclamò, - non ricominciate con quella barba delle vostre brave persone e dei cattivi filosofi!». - «Povero Shakespeare!» replicò il giovane pallido, con uno sguardo di indescrivibile disprezzo. «Oh! - lo interruppe Kordelchen, così si chiamava 9 9 Specchietto di metallo che serve ad aumentare la diffusione della luce. 39 la cavallerizza - Ruprecht è uno shakespeariano dalla testa ai piedi: non si è forse già fatto venire, a forza di studiare, il naso di fuoco di Bardulph ?». E in effetti il suo naso orgoglioso brillava sempre di più, man mano che andava spegnendosi la luce fioca della sfera di vetro. Rinunciò per un attimo alla solenne gravità destata in lui dal ricordo degli studi accademici e, tirando goffamente a sé Kordelchen, esclamò: «Vieni a dare un bacio al tuo Bardulph, dolce Dortchen Lakenreißer !». Kordelchen, offesa per il paragone inopportuno, gli allungò prontamente un robusto ceffone, e Ruprecht si avventò furioso su di lei, mentre i vicini cercavano di trattenerlo. Nella confusione generale rovesciarono con i gomiti alcune sedie e diversi bicchieri pieni; il giovane pallido, indignato, tentando di salvare il suo libro inciampò sulla gamba di una seggiola; l’oste, accorrendo, inciampò sopra di lui, Ruprecht con i suoi inseguitori sopra l’oste e così si formò all’improvviso un groviglio di braccia e di gambe che si agitavano confuse, ognuna per conto proprio. In quell’istante di udì un tintinnio di sciabole sulla soglia di casa, e due poliziotti barbuti uscirono in giardino. «Che condotta scandalosa - si rivolse uno dei due agli altri, spaventati - vi sembra l’ora adatta per turbare con un simile, infame fracasso dei cittadini rispettosi che si sono appena coricati, dopo aver compiuto il loro dovere?» - «E i signori in viaggio! Là sussulta spaventata una rispettabile matrona» lo interruppe il suo compagno, indicando una finestra dalla quale spuntava incuriosita la dama dell’ombrello, che a quest’apostrofe scomparve lesta. «Basta blaterare! - proseguì l’altro arrabbiato, perchè gli attori tentavano di replicare. - Ci conosciamo, voi contraete debiti sfrontati a cui nessun creditore crede più». Si avvicinò rapidamente alla luce, srotolò un foglio e lesse: «C’è il signor Ruprecht - rosso di naso, imponente di naso e florido di naso ... che? nient’altro che naso! Poi il signor Lothario, detto anche literatus. Ruolo: primo tenore; segni particolari: nodo storto al foulard, capelli spettinati, dice le cose più sensate quando è ubriaco, in summa: un gran genio. - Ma beato chi ci capisce, io nel mucchio arresto il primo paio di gambe che capitano. - All’attacco!». Il suo compagno afferrò allora senza indugio i piedi di Ruprecht, che nella mischia tentava invano di lasciare in mano allo sbirro i suoi stivali e di darsela a gambe. Nel frattempo anche gli altri si erano alzati in fretta da terra; il direttore Sorti, già mezzo svestito, fu preso dal panico, aveva il cane del cortile attaccato ai polpacci; Kordelchen rideva, l’oste imprecava, il giovane pallido declamava senza posa sentenze sulla libertà personale e sugli inviolabili diritti dell’uomo. «Non siate sciocchi!» esclamò di colpo uno dei poliziotti, gettando via barba, cappello e abito - era il literatus Lothario. Il suo compagno invece si mutò altrettanto velocemente nel signor Fabitz, il comico della compagnia. «Me ne ero accorto da un pezzo» disse Ruprecht, ripresosi per primo dallo spavento, vuotando 10 11 10 Personaggio del dramma di Shakespeare Enrico IV. 11 Donna di dubbia fama in Enrico IV. 40 tranquillo la pipa. Gli altri però non dimenticarono altrettanto velocemente lo scherzo: chi lamentava un callo pestato, chi avanzava furioso con il gomito che spuntava della manica e affermava che il buco era stato prodotto in quella circostanza: tutti si precipitarono gridando su a Lothario, mentre Fabitz scolava inosservato le loro birre. Ma intanto Lothario aveva preso dal carro un tamburo; si sedette sul tavolo e cominciò allegramente a rullare, ora piano, ora crescendo secondo l’umore di chi parlava. Nessuno capiva le proprie parole, i litiganti si sgolarono dalle grida e persero la pazienza. Alcuni ridevano, Lothario continuò a tamburellare finchè, a poco a poco, tutti abbandonarono il campo e l’ultimo, adirato, sbatté la porta dietro di sé. Rimase solo Kordelchen, che si sedette capricciosa sul tavolo, vicino a Lothario. «E io invece rimango fuori - disse, - mi piace la notte. Soprattutto - continuò - ti ho già detto che devi lasciar perdere una buona volta quel tuo fare orgoglioso, superbo e presuntuoso!». - «Ti prego rispose Lothario mettendo via il tamburo - per il resto tu sei intelligente e mi piaci, ma bambina, per quanto mi riguarda non voglio sentir parlare di lasciar perdere e di cambiare!». Kordelchen lo guardò per un attimo, poi scoppiò improvvisamente in una sonora risata. «Volevo proprio questo - disse, - sei davvero bello quando sei arrabbiato. Buona notte!». Gli dette un bacio e scomparve svelta in casa. Ma Fortunat, che nello stesso istante consumava la sua cena a un tavolo distante, si meravigliò non poco riconoscendo in Lothario, che si era tolto la maschera da poliziotto ed era entrato nel raggio di luce della candela, lo strambo cicerone che lo aveva accompagnato per il giardino quel primo giorno, a Hohenstein. Approfittò del silenzio improvviso per salutare la vecchia conoscenza, Lothario ne sembrò sorpreso e scrutò Fortunat per un attimo. - «Mi ha visto qualcun’altro, là?» domandò infine; e alla risposta negativa di Fortunat sembrava avere in cuore ancora molte domande, ma cambiò idea rapidamente. «Amo Hohenstein - disse dopo una breve pausa - più di ogni altro luogo e, ogni volta che passiamo nelle vicinanze, faccio una scappata nel giardino. Oggi è tardi, ormai, ne riparleremo domani». Così dicendo strinse la mano di Fortunat e si diresse verso l’altra ala della casa. Per molto tempo Fortunat non riuscì a prendere sonno. Nella casa e sotto le finestre tutto taceva, solo gli alberi si curvavano e stormivano al vento, mentre fulmini lontani gettavano un ultimo chiarore improvviso e spettrale sul giardino. Poi gli parve che due figure si avvicinassero alla casa. Riconobbe Lothario, che pareva preso da un animata conversazione con uno sconosciuto che fino a quel momento, nella compagnia, non aveva notato. Presto si persero di nuovo tra gli alberi. Dopo un po’ Lothario tornò da solo, poi tutto ripiombò nel silenzio. 12 12 In italiano nel testo. 41 Capitolo settimo Non c’era ancora traccia del mattino, nel cielo. Numerosi giovani attori, per i quali l’aria di casa si era fatta troppo pesante, dormivano sotto i tigli, sulle sedie o sulle panche, avvolti nei loro mantelli. Il comico Fabitz, disteso sulla lunga tavola, si svegliò per primo. Guardò spaventato in cielo e, deducendo dalla posizione delle stelle che la mezzanotte era passata da un pezzo, balzò in piedi sulla tavola, cominciando a cantare come un gallo. Allora, una dopo l’altra, figure scure si levarono allegre nella notte che schiariva, rabbrividendo e riscuotendosi per l’aria fresca. Lothario arrivò invece dal giardino, pronto per il viaggio, e bussò allegramente alla porta della casa. «Ehilà - esclamò - buone notizie, uscite! Tengo la fortuna per i capelli!». Allora volti insonnoliti di fanciulle si affacciarono curiosi alle finestre, all’interno si levarono voci sempre più numerose, porte si aprirono e chiusero violentemente e presto tutta la casa fu simile a un’arnia dalla quale sciamano le api. Anche Fortunat, svegliato di soprassalto dal rumore crescente, corse di sotto e trovò l’intera compagnia di buon umore, già riunita intorno a Lothario. Questi aveva infatti ricevuto da un amico, durante la notte, la notizia che il principe era giunto al suo castello di caccia, distante un giorno di viaggio, dove ogni estate era solito abbandonarsi per alcune settimane alle gioie della caccia e a idee strambe e bizzarre di ogni tipo. Alla lettera era allegato un invito del principe per il signor Sorti a presentarsi prima possibile al castello, insieme alla sua truppa. Questo inatteso colpo di fortuna provocò un giubilo generale. Tutti strinsero in fretta i lacci del proprio sacco: dall’eccitante soggiorno si aspettavano mari e monti, gli uomini fama e bella vita, le fanciulle passioni nobili e doni. Lo stesso Fortunat decise di accompagnare l’allegra comitiva fino nei pressi del castello del principe, che si trovava comunque sulla sua strada. Il sole che sorse trovò l’allegra carovana sui monti. Kamilla - così si chiamava la dama dell’ombrello - sembrava voler evitare Fortunat ed era perciò partita prima, insieme al signor Sorti, sul carro dei bagagli. Gli altri avevano assunto nella cittadina un ragazzo che li guidasse lungo i sentieri, attraverso lo splendido bosco; tutti erano allegri ed eccitati, parlavano molto delle feste al palazzo del principe e delle magnifiche giornate che li attendevano. Ruprecht marciava anche questa volta alla testa, fumando tabacco e intonando di tanto in tanto, nei tratti più belli, “In queste sacre sale ” o qualche altra solenne aria per basso, mentre Fabitz imitava indefesso i più svariati versi degli uccelli. Lothario, intanto, vagava da solo per i monti circostanti con il fucile in spalla; ogni tanto la compagnia lo udiva sparare in lontananza e gli 13 13 Aria dall’opera di Mozart Die Zauberflöte. Aria dall’opera di Mozart Die Zauberflöte. 42 rispondeva con un sonoro «urrà!». - Fortunat si sentiva splendidamente a suo agio in quella libertà assoluta. Respirava felice l’aria fresca, voltandosi spesso e rallegrandosi del gaio corteo e del modo in cui le figure vivaci, con i loro fazzoletti variopinti e i bizzarri costumi da viaggio, apparivano sopra di lui su rocce sporgenti e scomparivano poi di nuovo, nella profonda oscurità. Quando il sole fu alto, la truppa si fermò a riposare su di un bel prato. Là la raggiunse anche Lothario. «Chi è lo straniero che abita su queste montagne? - chiese immediatamente alla guida. - C’è un tipo in frac che salta senza posa di cespuglio in cespuglio, si volta indietro a guardarvi e scappa poi di nuovo davanti ai vostri canti e schiamazzi, come una volpe davanti ai sonagli durante la caccia». - «E’ certo il signor dottore - rispose la guida ridendo, - giunse un giorno in paese nel bel mezzo di un temporale, come piovuto dal cielo. La zona gli piacque, lassù sorgeva per l’appunto una casa disabitata e da allora abita là; una vecchia del paese gli porta da mangiare. Ma la sera, quando i giovanotti e le donzelle siedono di fronte a casa, scende anche lui e quelli devono cantargli canzoni e raccontargli fiabe. Gli è già capitato di ricevere dei ceffoni, quando ha tentato di nascosto di stringere le fanciulle tra le braccia. Non ci si deve fidare di lui - proseguì la guida - lassù tiene libri curiosi che non contengono nemmeno una sillaba cristiana, solo accenti circonflessi, come se un ragno avesse attraversato la pagina; ogni volta che mormora le parole di quei libri, sulle cime rotonde si addensa un temporale; allora lo si sente parlare a voce alta ed imprecare, benché solo in casa. In quello stesso istante videro, in lontananza, il mago in persona salire per la montagna così in fretta che i sassi rotolavano dietro di lui. «Devo parlargli!» esclamò Lothario partendo all’inseguimento del fuggitivo. Fortunat e altri della compagnia si unirono a lui, incuriositi. Seguirono dunque le orme dello sconosciuto, che nel frattempo aveva raggiunto la cima della collina più vicina; solo di tanto in tanto riuscivano a vedere le falde del suo abito volare tra i cespugli e, alla fine, lo persero del tutto. Dopo aver errato con fatica giunsero a una casa semidiroccata, circondata da alte erbacce e con porte e finestre sbarrate. «Si è certamente infilato qui dentro» disse Lothario; e bussò alla vecchia porta. Non vi fu risposta, ma all’interno si udì un gran trambusto, come di tavole e panche addossate in fretta alla porta. Lothario bussò ancora più forte. Allora in alto si spalancò un abbaino e, con gli occhi infuocati dall’ira, spuntò fuori un ometto vivace in cui Fortunat, con grande stupore, riconobbe subito il bizzarro violinista notturno nell’osteria della cittadina di Walter. «Dottore!» - «Dryander!» esclamarono gli attori sorpresi. «Cosa volete? - li assalì con violenza, dall’alto, il suonatore. - Credete che abbandoni le fresche brezze montane per la fosca luce della vostra lampada, che lasci la gente per il pubblico e il mormorio dei boschi per i vostri gorgheggi e le vostre 43 sentenze? Andate giù e piangete per Ecuba , se non siete capaci di piangere sulle vostre miserie!» - Dopodiché guardò più attentamente, uno dopo l’altro, i suoi ascoltatori. «Orribile disse a Ruprecht dopo una breve pausa, - sembri un cespuglio in fiamme. E tu, ideale, pallido, scialbo sposo delle muse, parli ancora a ogni serva chiamandola donzella e ti rivolgi in giambi al cavascarpe? Ma io ti ho riconosciuto, barbaro che nuoti nel sangue e vivi delle lacrime del pubblico, ti ho riconosciuto dalla fronte rossa e tirannica!» - Allora scorse d’un tratto anche Lothario, si interruppe e sul suo volto passò come una luce mattutina; poi richiuse rapidamente l’abbaino. - Ma Lothario aveva forzato nel frattempo la porta marcia ed era entrato, oltrepassando le sedie rovesciate con cui era stata barricata. Quando anche gli altri entrarono, trovarono i due in conversazione sommessa ma animata, le foglie davanti alla casa gettavano sulla piccola stanza una meravigliosa penombra verde, attraverso le finestre aperte si udiva echeggiare dalla valle il canto a più voci degli attori rimasti indietro: 14 Oggi andremo ancor lontano. Come risuona il corno! O verde bosco, O allegra, allegra estate!. Dryander mutò di colpo. «E’ sempre la vecchia canzone - disse facendosi scivolare in tasca un paio di libri - ve l’ho composta io, un tempo, perché distoglieste il vostro animo dalle osterie e lo rivolgeste alla natura bella e sublime. Siete ancora tanto beoni? E Kordelchen vive ancora, per la gioia degli intenditori e con dispetto delle dame?» O allegra, allegra estate! risuonò ancora. Il dottore intascò lesto ancora un paio di libri, prese il violino sottobraccio e si mise il cappello in testa. Lothario gli cacciò dietro velocemente ancora un fagotto di panni, gli altri lo spinsero fuori della porta e scesero poi in fretta per il pendio. Sul prato, in quel momento, si era sul punto di rimettersi in cammino. Un giubilo generale accolse i nuovi arrivati; tutti circondarono il dottore ritrovato, che un tempo aveva accompagnato per un po’ la compagnia in qualità di direttore musicale. Questi abbracciò uno dopo l’altro i vecchi compagni, baciò poi delicatamente la mano alla dama Kamilla, che non sembrava molto contenta di rivederlo 14 Riferimento ad Amleto (II,2) di Shakespeare. 44 e, poiché il signor Sorti insisteva per riprendere subito il viaggio, la aiutò con molta cortesia a salire sul carro dei bagagli. Alla fine, nella confusione dei saluti, il corteo si mosse lentamente. Dryander, con le tasche rigonfie, si pose alla sua testa, afferrò il violino, suonò e cantò; e il bosco riecheggiava la sua canzone: Mi bruciano le scarpe, sono stufo di vagare Che cosa rappresenteremo Per gente così saggia? Si alza il tetto della casa, Si muovono le quinte, E su fino al cielo si allungano, E fiumi e boschi suonano! Calano giù dalle nubi E tutto è sottosopra, Come nessun autore immagina: Popolo, principi e Dryander. Là stanchi gli un procedono, Gli altri si avanzan lesti, Il vecchio pezzo lo si suona E mai lo si finisce. Nessun l’ultimo atto conosce Di tutti quegli attori, Sol chi lassù batte il tempo Sa quale sia la fine. Il sole era ormai basso e faceva capolino tra gli alberi, gettando i suoi ultimi raggi sui viandanti, quando questi si resero conto, scogendo i graziosi capanni da caccia e i viali che si incrociavano nel bosco, che non potevano ormai essere lontani dalla loro meta. In quel momento si udirono in lontananza segnali di corni, alcuni spari e tra questi dei richiami, come gli ultimi echi di una grande partita di caccia. La compagnia si fece a poco a poco silenziosa, ognuno si aggiustò con cura il proprio abito e guardò impaziente lontano, davanti a sé. Fortunat fu però spiacevolmente sorpreso dal fatto che il viaggio, allegro fino a quel momento, si trasformasse in un incarico formale. Poi il sentiero cominciò a scendere verso valle e un arioso porticato, tetti di tegole rosse e 45 placidi specchi d’acqua spuntarono alternandosi dal fondo; man mano che gli attori procedevano, il verde emanava bagliori sempre più misteriosi; tra le cime degli alberi, però, balenava un temporale che nel bosco non avevano notato. D’un tratto le signore lanciarono stridule grida, poiché proprio sopra di loro, come provenienti dal cielo, udirono di colpo voci sconosciute e sulla parete rocciosa, solcata da crepacci e pressoché inaccessibile, videro due arcieri che si erano evidentemente smarriti arrampicandosi tra le rocce. Uno, un ometto grasso e rotondo che pendeva come un melone dai luoghi più impensati, faceva passi sempre troppo corti, mentre il suo accompagnatore, più magro e troppo lungo, oltrepassava sempre col piede la sua meta. Il secondo dava l’impressione di voler soccorrere il primo, che ne era irritato; per giunta, prprio lui perdeva ogni momento l’equilibrio, nuocendo così più che mai all’amico grassone. Alla fine non riuscirono ad andare più né avanti né indietro e cominciarono a chiamare aiuto con tutte le loro forze. Allora, dalla cima più alta echeggiò una risata spavalda. Il sole al tramonto, sotto le scure nubi temporalesche, gettava un bagliore rosso scuro su tutta la regione e, nella viva luce, apparve di colpo in alto la figura leggiadra e slanciata di una fanculla a cavallo: un abito da caccia di seta verde ne avvolgeva le membra lunghe e snelle, e bianche piume le ricadevano dal berretto sulle spalle. Mentre il cavallo scalpitava impaziente, lei osservò con i grandi occhi scuri gli stupiti uomini in basso, che involontariamente salutarono con rispetto la sconosciuta. Questa ricambiò con un cenno fugace, annuendo appena con la testolina coperta di riccioli scuri; si voltò poi lesta e scomparve rapidamente nei bagliori dela sera. «Meravigliosa!» esclamarono diversi componenti la compagnia. - «Per Dio! - esclamò Lothario, seguendo con sguardo fisso la cavallerizza, - e così, anche oggi questa gente ha avuto il suo momento di romanticismo!» - Nel frattempo gli altri erano accorsi con bastoni, corde e scale e riuscirono, con più confusione del necessario, a portare felicemente a terra i due arcieri smarriti. Questi erano conciati male: uno aveva lasciato lassù il cappello, l’altro la falda della giacca. Quello dall’aspetto più bizzarro era lo spilungone, aveva ghette grigie e strette e un abito da caccia moderno, mezzo soprabito e mezzo frac, tutto una tasca. Appena si videro al sicuro dimenticarono il pericolo corso e i ringraziamenti dovuti e si scagliarono uno contro l’altro con parole taglienti. Si incolpavano a vicenda: sembrava che la bella cacciatrice, che avevano inseguito per amorosa galanteria, li avesse attirati di proposito in quel labirinto denso di insidie. - Così si allontanarono in fretta in direzione del castello, senza curarsi ulteriormente degli attori; li si udì litigare ancora in lontananza, nel crepuscolo. La tempesta spazzò via tutto. Ovunque i cacciatori scesero dal bosco e anche il castello cominciò ad animarsi. Le porte si aprivano e chiudevano, servitori in livree colorate scendevano e salivano le scale; le finestre illuminate, dietro le quali si scorgevano figure femminili muoversi in vesti sfarzose, gettavano una luce magica lontano, sul giardino buio. Poi di colpo tutto ammutolì, la notte e il temporale si avvicinavano 46 sempre più cupi; Fortunat, che non aveva voglia di bagnarsi una seconda volta, si era già avviato da solo, a cavallo, verso l’osteria del villaggio. Gli attori borbottavano di aver sognato, al loro arrivo, archi di trionfo, maggiordomi che li accoglievano e il principe che li salutava dall’alto balcone. - Alla fine scorsero delle fiaccole muovere loro incontro dal castello attraverso il bosco e, con i cuori palpitanti, riconobbero alla luce confusa le livree colorate dei servitori del principe. «Ehilà, signori commedianti! - esclamò uno. - Dove diavolo vi siete cacciati?» - «Che Dio ci protegga! - disse un altro illuminando intorno - sembrano melata appesa ai cespugli, come se fossero piovuti stracci dal cielo!» - Kamilla, oltremodo indignata, arrivò con il passo dignitoso e la veste frusciante, facendo cadere alcuni di quei domestici impertinenti. Ma non c’era tempo per litigare. Il vento di tempesta si intrufolava infatti nelle fiamme delle fiaccole e fra i veli delle dame. I servitori misero loro fretta, mantelli e ombrelli volarono confusamente e tutti si precipitarono in fuga disordinata verso il castello. Solo Lothario era rimasto indietro, poiché la bella cacciatrice doveva trovarsi ancora tra i monti. E non si sbagliava. Tra i lampi e le vertigini, di roccia in roccia, faceva scendere piano il cavallo per lo stretto sentiero, con audace abilità. Dall’ultima rupe, infine, l’animale azzardò un salto disperato e ricadde sul prato insieme alla cavallerizza. Nel medesimo istante lo fece rialzare con forza, nessuno dei due aveva riportato ferite, si era solo spezzata la briglia. Allora Lothario balzò veloce sul posto, un lungo lampo illuminò di colpo tutta la bella figura. «Che bagliore! - esclamò lui, mentre, appoggiato al dorso del cavallo, la guardava sorridendo negli occhi nascosti dal berretto. - Lei lo guardò stupita - «là, anche il voltoio» rispose rapida e superba. Poi, appena lui le ebbe sistemato la briglia, spronò veloce il cavallo; tra i rossi bagliori delle lanterne, lui vide il suo ornamento di piume bianche volare simile a un cigno nella cupa notte. Capitolo ottavo Quando Fortunat si destò, levò lo sguardo stupito in una camera dall’alto soffitto, illuminata dall’alba. A poco a poco ricordò ogni cosa: come il giorno precedente, prima dello scoppio del temporale, fosse stato condotto dall’osteria al castello del principe; 47 l’apparizione meravigliosa del castello nel bagliore dei lampi notturni; il trambusto in cortile e il modo in cui un servitore lo aveva sottratto alla confusione e condotto in questa stanza. Dalla sua finestra aveva poi visto che il resto degli attori aveva dovuto proseguire e che era stato condotto, alla luce fosca di alcune lampade, in un giardino buio pieno di alberi, finché alla fine le luci, lo sferragliare del carro che passava e le voci ben note si erano persi sotto lo scroscio della pioggia che d’un tratto era caduta a catinelle. A quell’ora, invece, non si muoveva una foglia; solo lontano spuntavano misteriosi, tra gli alti fusti degli alberi, fiumi e paesi con i loro campanili luccicanti. Fortunat si vestì velocemente e, nella casa ancora silenziosa, scese in fretta le ampie scale di marmo, tinte di rosa dall’alba. Passando sotto un arioso porticato, coperto su entrambi i lati da fiori alti ed esotici, entrò nello stupendo giardino dove il mattino, dopo la pioggia rinfrescante, si era disteso come un tappeto colorato su cui il castello riposava ancora misterioso, simile ad una sfinge assopita. - Stava per addentrarvisi ancora di più quando, con sua meraviglia, udì cantare lontano la seguente canzone: Dalle nuvole, ancora nella notte riposano le creature, si stende la mano di Dio e traccia pei campi silenti possenti i contorni, fiumi, rupi e foreste. Sveglia, sveglia! l’allodola chiama, Aurora immerge i suoi raggi sognante nel vapore, comincia sul monte e nelle valli intorno un dipingere celeste per il mare, la terra e il cielo. E attraverso il silenzio ornato di luce, tra riccioli stupendi un angelo s’affaccia stormisce allora il bosco spaventato, suonano le campane del mattino, estatiche rimangono le cime. O luminosi occhi, severi e miti, da voi non riesco a separarmi! presto di nuovo violenti infurieranno l’odio e la tristezza. 48 Per le confuse vie guidami, o mia immagine divina! Fortunat seguì il canto che sembrava provenire da un’ala distante del castello. Il portone alto era solo accostato, entrò e si ritrovò in un’ampia e bella cappella che riceveva luce dalla cupola. Su di un’impalcatura si trovava un pittore, che nella quieta, fresca solitudine si trovava sospeso, come nel calice di un fiore meraviglioso, tra i raggi mattutini che cadevano dall’alto e le immagini in preghiera, ormai quasi ultimate e adorne di vesti ricche e splendenti. Vedendo lo sconosciuto, interruppe la sua canzone e allontanò rapido dal suo cielo il volto allegro, incorniciato da riccioli fluenti. - «Complimenti! - gli disse allegramente Fortunat, sorpreso da quell’apparizione inattesa, - è uno splendido laboratorio!». - Il pittore annuì sorridendo e proseguì il suo lavoro, poi però si interruppe di colpo, voltandosi di nuovo verso Fortunat: «non siete arrivato ieri sera insieme agli attori?» - «Sì, e ne sono stato subito diviso, non so come», replicò Fortunat. - «Oh, non sono molto lontani - disse il pittore. - In fin dei conti, anche oggi Aurora è troppo bella per star qui a impiastricciarle il volto; preferisco condurvi subito dai vostri compagni». - Così dicendo mise via rapidamente pennello e paletta e scese dalla scala. Era un giovanotto vispo e dalle guance piene, con il collo scoperto e un abito stretto di foggia tedesca, assai grazioso. Chiuse la porta uscendo e condusse svelto Fortunat per il viale alberato in cui era scomparsa, la notte prima, la compagnia degli attori. «Deve essere una vita felice disse, - quante volte ho desiderato, fra me e me, recarmi verso destinazioni ignote con dei compagni così allegri! Noi pittori siamo sempre legati al luogo e al materiale terreno. Gli altri artisti hanno una vita più facile, soprattutto il poeta. Tutto il mondo incantevole è il suo territorio, e dove lui canta è il cielo. Ma eccoci arrivati! - si interruppe - guardate là. Si tratta in realtà di una vecchia dependance, da lungo tempo abbandonata e deserta. Vi abito anch’io, da quando dipingo nella cappella, e ora il principe vi ha alloggiato la compagnia. Sentite che baccano! E’ proprio come un serraglio, in cui gracchia confusamente un gran numero di lemuri e pappagalli e, ogni tanto, sbadiglia una vecchia iena». Alla fine del sentiero alberato, Fortunat scorse un ampio spiazzo erboso dove varie figure in legno di bosso, statue semidistrutte e giochi d’acqua ormai asciutti lasciavano intuire il giardino francese di un tempo e in cui, allora, peonie scure e fritillarie isolate ricordavano in modo singolare l’antica magnificenza. Sullo sfondo si ergeva un vecchio palazzo pomposo e annerito dal tempo, i cui eleganti cornicioni sembravano guardare con disprezzo i panni che sventolavano fuori dalle finestre e l’ombrello che Kamilla aveva spalancato davanti alla sua camera da letto, a mò di parasole. Fortunat entrò insieme al pittore e salutò i suoi allegri compagni di viaggio, che per la gioia non dormivano più e che, dopo aver tanto a lungo girato per oscure soffitte di piccole città, prendevano il sole comodamente e facevano un gran baccano, in quella luce cui non erano avvezzi. Usavano come luogo di ritrovo una grande sala dalle decorazioni a stucco, con tappeti sbiaditi e, nel mezzo, un biliardo decrepito; e sebbene le borse del biliardo fossero in parte rosicchiate del tempo, quegli spiriti acuti vi avevano 49 attaccato i loro borsellini comunque inutili ed eseguivano di striscio le loro caramboline, con più gusto che abilità. Solo Kordelchen si dimostrò maestra: librandosi in agili pose sul tavolo verde, aveva anche la gradita opportunità di far mostra della sua graziosa figurina. Il pittore cominciò subito con entusiasmo una partita con lei; Fortunat voleva cercare Lothario, di cui aveva immediatamente notato l’assenza, quando il comico Fabitz, solitamente pacifico, irruppe di colpo nella sala insieme a uno strano giovane con il quale, fuori, si era messo a litigare. Il giovane indossava un antico costume tedesco, di un nero sbiadito che tendeva al grigiastro; i lunghi capelli ispidi gli scendevano ai lati del viso fino sulle spalle, conferendo a quel volto lungo e spigoloso un aspetto come antiquato. Venne fuori che era anche lui un pittore, si chiamava Albert e, tornando da Roma, aveva trovato in quel luogo, da un po’ di tempo, un lavoro e un’accoglienza benevola. Aveva appena appreso che nella compagnia appena giunta c’era un certo signor Fabitz, che solitamente recitava la parte di Kasperl ; si era dunque diretto subito contro l’infelice con autentico slancio missionario, sollevandogli misurate rimostranze sull’indegnità, l’insensatezza e perciò la poca longevità della sua arte. Parlò molto dei severi costumi della Germania del nord, dove le nobili querce dalla robusta costituzione non si lasciavano crescere intorno un’erbaccia tanto vile; anzi, una lingua tedesco- settentrionale come la sua inorridiva già a sentire quel barbaro suono: Kasperl! Dal canto suo, Fabitz affermò di conoscere, delle lingue settentrionali, solo quelle affumicate. Quelle lunghe lingue tedesco-settentrionali di Kaspar erano però, probabilmente, troppo noiose per essere rappresentate in teatro. - Alla fine, dato che l’apparizione del settentionale costituiva una novità, fu vinto dal suo temperamento: dimenticando la rabbia e il motivo della lite, assunse a poco a poco senza volerlo l’atteggiamento bizzarro, l’espressione e la voce del suo avversario - che nel suo focoso fanatismo non si accorse di nulla - lottando accanitamente con sentenze aspre e altisonanti: cosicché la parte avversa finì per confondersi del tutto. Kordelchen, nel frattempo, aveva ascoltato tutto dal biliardo; «carissimo pazzo - esclamò accorrendo e dandogli un caloroso bacio. - Puah! Se solo non fosse così brutto!» disse poi, asciugandosi svelta la bocca. Intanto, senza fare domande a proposito della lite, si era accostato a Fortunat un uomo basso e grasso, che gli si presentò come il consigliere scolastico del principe e in cui Fortunat riconobbe il grasso arciere, aiutato il giorno prima a scendere dalle rocce. Senza che Fortunat ne capisse la ragione, il piccoletto cominciò d’un tratto a parlare in modo assai dotto di poesia, arte e religione e si offrì infine di fargli conoscere, nei rari momenti di tempo libero di cui disponeva, le curiosità del luogo. Appena vide il 15 15 Kasperl: l’autore prende in giro la polemica contro i personaggi comici in teatro che prese il via dalla riforma di Gottsched (1700-1766). 50 consigliere scolastico, il pittore Albert interruppe nobilmente la lite e si rivolse loro. «Perfetto disse il consigliere, attaccandosi al braccio di Fortunat - vi porto subito a una colazione degna degli dei, con cui sono solito rinforzarmi ogni mattino, in vista dei miei impegni». Si diressero dunque svelti per un lungo corridoio verso una pesante porta di quercia, che Albert aprì con una certa solennità. Era il suo atelier, un’alta, nobile stanza al cui disadorno muro principale era appesa una grossa spada che recava la data “1813” avvolta da una corona di foglie di quercia appassite. «Ecco il mio fedele compagno di viaggio - disse Albert a Fortunat, - quando il dolce riposo o i molli desideri cercano di sopraffarmi, guardo la sposa di ferro e penso al grande, solenne passato ». - «Ah, è una vecchia storia, ormai!» replicò Fortunat ridendo. - «Siete sceso anche voi sul campo, allora?» chiese il pittore alquanto pungente. - «Certo - rispose l’altro - si capisce». Intanto il consigliere si trovava circondato dalle opere di Albert sparse per tutta la stanza, che testimoniavano l’eccezionale solerzia del pittore. C’era inoltre un’enorme quantità di strumenti necessari alla creazione artistica: manichini, mantelli accuratamente piegati, modelli e busti e, tra questi, vari dipinti compiuti: quadri storici raffiguranti un’antichità eroica, dalla composizione assai articolata, ben studiata e difficilmente comprensibile. «Divino!» esclamava di continuo il consigliere, mentre, con aria da intenditore, sistemava ogni quadro sotto la giusta luce. «Guardate l’alito etereo dell’incarnato, la prospettiva, quest’espressione classica!» «Davvero, un pennello filosofico» rispose Fortunat. Poiché quelle figure d’eroi pretenziose, affettate e traboccanti di orgoglio e dignità virile non gli piacevano per niente; e le fanciulle, con quella loro virtù priva di grazia, gli sembravano la personificazione della verginità. «Beh, ora debbo salutarvi in fretta - disse infine il consigliere scolastico, prendendo il cappello - impegni più gravi mi chiamano - Un genio!» sussurrò a Fortunat uscendo, indicando Albert. «Un animo grande e profondo» disse Albert, appena il consigliere se ne fu andato. Fortunat, intanto, aveva preso uno dei dipinti più piccoli. Vi era ritratta Roma in lontananza, con i suoi fantastici palazzi e rovine, sullo sfondo di un cielo meridionale in pieno tramonto. In primo piano, lontano dalla città, un uomo solo attraversava la campagna deserta e ormai buia; il suo mantello era drappeggiato all’antica e il suo volto aveva un’espressione di solenne gravità. Fortunat vi avrebbe facilmente riconosciuto lo stesso pittore anche se non fosse stato cinto, per giunta, dalla famosa spada dell’anno 1813. - «Ma perché mai voltate svelto le spalle a una tale, fulgente meraviglia?» chiese meravigliato. «Questo quadro - replicò Albert con il muso più lungo possibile - rappresenta in realtà l’oscuro governo che domina la mia vita. Roma è magnifica e io mi sono avvicinato pieno di rispetto all’antica pittura eroica. Ma la razza sventata e lo scampanellio dei bonzi sopra le tombe della grandezza scomparsa mi hanno disturbato ed irritato. Non sono riuscito a mostrarmi compiacente 16 16 Il 1813 è l’anno della battaglia di Lipsia contro Napoleone. 51 dinanzi alle pretese della superstizione, anche se apparente; ero perennemente insoddisfatto. A ciò si aggiunge che il destino della mia patria tedesca, dove erano maturati tempi nuovi e magnifici, mi rodeva segretamente il cuore. Non avevo pace in nessun luogo. Ai miei compagni, là, tutto piacque subito moltissimo - ma io mi ripresi in tempo e fuggii, dinanzi ai fulgidi lacci di una duplice schiavitù, verso il natio, severo nord». «Il nord?!» - esclamò Fortunat, spaventato dalla ricomparsa inaspettata dell’argomento preferito del pittore; e afferrò rapidamente il cappello. Albert, al quale questo gesto apparve dettato da concordia degli animi, gli strinse silenzioso la mano, ma incrociando le dita in un modo strano che Fortunat riconobbe subito come il segno segreto di qualche associazione a lui sconosciuta. Senza riflettere troppo ricambiò la stretta, con sorpresa di Albert, con manovre ancora più bizzarre, precipitandosi poi all’aperto. «Maledizione! - urlò una volta fuori, correndo lungo il viale alberato. - Ovunque queste facce lunghe offuscano la luce del giorno! Si fanno infilare da un qualunque, ipercritico maestro minore un paio di occhiali anneriti dal fumo, con cui vanno poi in giro per il mondo a guidare i popoli. Così la marmaglia, simile a una fila di bruchi, attraversa lo splendore delle terre nella sua tacita follia, se poi è follia vedere le cose diversamente da come sono!». - Alla fine lui stesso rise sonoramente della strana rabbia che l’atelier degli spettri aveva destato in lui. Il sole mattutino giocava dorato tra le cime degli alberi e infiniti uccelli cantavano. Si guardò intorno lieto e trovò che il mondo, nonostante tutti i pazzi, rimaneva bello ed allegro come sempre. Capitolo nono Sull’ariosa rampa del castello, che si ergeva lontano sui boschi simile a una torre fiorita, snelle figure di donna e colorate uniformi rilucevano tra gli aranci scuri e offrivano un grazioso spettacolo. In alto la principessa, le dame e i gentiluomini sedevano nella frescura del mattino su sedie pieghevoli ricamate a diversi colori, parlando delle avventure di caccia del giorno prima. Su un grazioso tavolino stavano alcuni volumi di Shakespeare dal taglio scintillante d’oro e, accanto, vari spartiti e una chitarra; la brezza mattutina voltava le pagine e passava tra le corde, cosicché a tratti, tra le chiacchere e le risa, si diffondeva una musica lieta. - Molto più indietro stavano gli attori, fatti venire 52 a mo’ di decorazione nei loro migliori abiti da festa; erano assai confusi in mezzo a quei principi e conti, il cui ruolo, pure, avevano recitato tanto spesso sul palco. Invano cercavano fra i volti sconosciuti l’onesto eroe di guerra, lo scaltro confessore, il falso ministro; il signor Sorti dimenticò completamente quel suo modo di parlare all’antica, studiato ad arte; tutto era diverso da come se l’erano immaginato. Di tanto in tanto, con curiosità mista a rispetto, sbirciavano attraverso le porte spalancate nelle stanze sontuose i cui pavimenti lisci, le statue e gli specchi alti risplendevano misteriosi tra i candelabri di bronzo. Alcuni giovani cuori desideravano invece di trovarsi cento miglia lontano, poiché sotto la terrazza gli uccellini cinguettavano allegri con la libertà di un tempo e, tra le cime degli alberi, si affacciava dal basso il paese sereno, come gridando: “venite giù, qua tutto è molto più bello!”. Il principe, un bel giovanotto in un comodo abito da caccia, era intanto andato loro incontro, scusandosi con tale delicatezza e signorilità per la sua dimenticanza del giorno prima, che finirono per ringraziarlo della brutta accoglienza ricevuta. Elogiò il signor Sorti per la sollecitudine con cui aveva accolto il suo invito e, in breve tempo, impressionò tutti con i suoi accenni che rivelavano erudizione e competenza. Nel frattempo guardava di tanto in tanto furtivo verso Kordelchen, che subito lo notò e finse imbarazzo, abbassando astutamente lo sguardo. Ciambellani, giovani ufficiali e proprietari terrieri si unirono alla conversazione; gli attori vollero mettere alla prova il loro tono mondano adoperando espressioni ricercate, le ragazze recitavano la parte delle ingenue, i nobili proprietari terrieri si dimostravano cortesi: tra i loro posti e quelli delle dame si incrociavano, sul pavimento liscio, spiritosi motti in francese, simili a frecce graziose i cui bersagli non erano poi tanto incerti. Fra loro si faceva notare soprattutto il lungo arciere del giorno precedente, un lord in viaggio che spuntava ovunque con il suo occhialino, simile a un collo di cammello. Assicurava a tutti la sua protezione e parlava sempre d’arte, sia drammatica che mimica, in un tedesco tanto bizzarro da non capirci niente. La confusione aumentava sempre più: da una parte, dietro a una bellissima palma sulle cui foglie ampie si arrampicava goffamente un pappagallo, l’audace cavallerizza del giorno prima stuzzicava, evidentemente con intenzione, il volatile che mandava grida stridule, disturbando continuamente la conversazione galante. La fanciulla non si curava degli attori, ma di tanto in tanto lanciava sguardi tra i rami in direzione di Fortunat e Lothario. Quest’ultimo si era trascinato dietro il primo, presentandolo alla principessa come un volontario pieno di spirito, unitosi a loro solo di recente. La principessa, una dama giovane ed esile con i capelli neri, il volto pallido e gli occhi focosi, rivolta a chiacchierare con graziosa animosità ora con questo, ora con quel signore del suo seguito, prima con arguzia poi con senno, poi ancora con sfoggio di erudizione, dissipò in pochi minuti tutte le sfaccettature della sua cultura più recente. Nel frattempo guardava Fortunat come per spiarlo, nel tentativo di appurare quale tono fosse più appropriato nei suoi confronti. Per quanto potesse apparire strano, sembrava avere come unico obiettivo il favore del giovane sconosciuto che, come nel mezzo di un improvviso spettacolo pirotecnico, non riusciva a raccapezzarsi 53 né a mettersi in salvo da razzi e frecciate lanciategli nel corso della conversazione. - Al principe, però, non erano sfuggiti gli sguardi della contessa Juanna - così si chiamava la bella cacciatrice; si fece improvvisamente di cattivo umore e abbandonò in fretta la compagnia degli attori. «E’ un mestiere divertente - disse a Fortunat con enfasi particolare - trasformarsi ogni giorno in una persona diversa: ieri un conte e oggi un attore, rimanendo sempre un poeta». - «Proprio interessante - diceva la principessa - l’esposizione è romantica, i motivi si lasciano indovinare. Sono solo ansiosa di assistere all’ultimo atto». Fortunat era del tutto frastornato: anche nella confusione dei saluti riuscì a notare che la principessa sussurrava vivacemente alla contessa Juanna, avvicinatasi nel frattempo, qualcosa che sembrava riguardarlo. «E’ questo, dunque?» - disse la contessa con una piega beffarda della bella bocca. E quando se ne andarono e la terrazza scomparve dietro di loro, e solo Juanna rimase sulla rampa di marmo sopra l’ampia, bella corona dei boschi, sembrò che fosse lei la principessa e che tutti gli altri la servissero. Gli attori attraversarono il giardino discutendo con fervore. I più erano entusiasti e come ebbri; altri, che ritenevano di essere stati messi da parte, parlavano dell’opprimente atmosfera di corte e del pavimento scivoloso della società aristocratica. A Fortunat, invece, tutto tornò in mente solo adesso: l’accoglienza del giorno precedente al castello, la premura del consigliere scolastico poco prima, i discorsi della principessa e l’ultima esclamazione di Juanna. - Che abbiano riconosciuto in me il barone girovago? - pensò - ma se neanche gli attori mi conoscono, come potrebbero saperlo quelli là! Quella stessa sera riposava con Lothario sul verde pendio di un monte e guardava lieto, oltre i boschi, il paese ampio e fertile in cui presto anche lui si sarebbe riversato, insieme al fiume azzurro. Lothario, che passeggiava inquieto, nel breve lasso di tempo aveva esaminato rapidamente tutte la confusa situazione del loro nuovo soggiorno, e ne abbozzò un campionario alla sua maniera. «Il principe - disse - è un virtuoso sorprendente, suona a prima vista i brani romantici più difficili; purtroppo non compone lui stesso. La principessa è un vero e proprio romanzo sentimentale, passato per mani diverse e già alquanto sciupato; penso che l’allampanato lord se lo stia studiando adesso. Quella contessa bella e selvaggia, poi, che evade come un cervo da ogni loro recinto e considera la muta degli amanti come cani che la inseguono - un animale tanto selvaggio risveglia davvero l’istinto di caccia!». - «Stai in guardia - replicò Fortunat - per quanto mi riguarda, m’importa poco di come sono; l’insieme si presenta comunque bene e non pretendo di più, da loro». Lothario lo guardò per un po’ come arrabbiato. «Non capisco - disse poi - come voi poeti sopportiate per noia di stare coricati di spalle da trenta a cinquanta anni sull’estetica pelle d’orso, lasciando che vi passino sopra come giochi di nuvole il disordine della guerra, la filosofia, cacciatori feroci e angeli in coro; 54 e tutto perché possiate comporre con comodità un paio di grossi romanzi che alla fine nessuno leggerà. Diavolo, io non sono un’arpa eolia, che suona solo quando un poeta le fa vento. Se la vita è bella, allora voglio vivere bene anch’io ed essere anch’io innamorato come Romeo, coraggioso come Götz e profondo come Don Chisciotte. Voglio chiedere in sposa la bellezza quando la trovo e azzuffarmi per questo con i filistei. Perché non si dovrebbe poter tradurre in poesia una vita così meschina?». - «Sei un uomo bizzarro - lo interruppe Fortunat, - penso che potresti essere un grande poeta, se non fossi tanto orgoglioso». «Io?» replicò Lothario come colpito; e per un attimo guardò pensoso davanti a sé. Allora videro su una collina lontana, in aperta campagna, alcuni attori inerpicarsi per la boscaglia e godere del bel panorama. Riuscirono a distinguere chiaramente il signor Ruprecht, che estraeva con calma dalla custodia il suo vecchio cannocchiale e lo allungava come un’antenna, per poi scorciarlo di nuovo e guardare lontano. Presto però sembrò che tutti fissassero qualcosa in particolare, in basso: il cannocchiale passava velocemente di mano in mano. Anche Fortunat notò allora nella valle un viandante che si dirigeva tranquillo verso di loro, tra prati e cespugli; ogni tanto si fermava e si voltava soddisfatto verso il fondovalle immerso nel tramonto, poi proseguiva lieto. All’improvviso gli attori levarono un alto grido di gioia e si misero a salutare agitando il cannocchiale, i cappelli e i fazzoletti. Allora sembrò che anche il viandante li avesse riconosciuti: lanciò in aria il cappello tra grida gioiose, avviandosi poi in fretta verso la collina. - «Mi pare proprio di conoscerlo!» esclamò Fortunat sorpreso. «Che Dio ci protegga, sarà certo un altro poeta!» replicò Lothario, alzandosi in fretta e addentrandosi senza indugio senza indugio. Fortunat si diresse rapido verso gli attori. Ma un profondo baratro si frappose tra lui e loro; li perse di vista in mezzo al bosco e non sapeva più dove si trovasse, quando d’un tratto il viandante, che aveva cercato anche lui la via più breve per mancare quella giusta, sbucò con fatica dalla sterpaglia a breve distanza da lui. «Fortunat!» esclamò sorpreso e visibilmente imbarazzato, appena vide il vecchio amico. «Mio Dio! Otto! - rispose quello - com’è che vi trovate qua?» - «Io? - fece lo studente confuso - non è forse questo il parco del principe, dove la compagnia del signor Sorti - ». Ma Fortunat non ebbe il tempo di rispondere, poiché all’improvviso, in un angolo del bosco, scorsero un gruppo di persone trasandate che avanzava barcollando verso di loro e che presero per degli zingari. Sembravano nel mezzo di una discussione e procedevano bisticciando. Alcuni erano intenti a spingere dal didietro un asino recalcitrante; l’animale portava una donna bizzarra, ornata in modo stravagante, che imprecava furiosa contro i violenti incitatori. Simile a una regina degli zingari aveva raccolto in un’alta crocchietta i lunghi capelli arruffati, con l’aiuto di un filo d’oro e di pietre preziose; alle orecchie portava pesanti orecchini di smalto, la gualdrappa era di colore scarlatto, il vestito verde era guarnito di 55 passamani d’argento, la sua camicia bianca come la neve aveva sulle costure, secondo l’uso boemo, cuciture di seta nera e lei vi risaltava come un mirtillo sul latte. - Fortunat riconobbe a poco a poco in quella marmaglia i volti degli attori, senza capire il perché di questo tiro un po’ folle. Notò da una parte anche Kamilla, che sembrava avere assunto il ruolo di Preziosa , al quale riteneva particolarmente adatta la sua figura alta e nobile. Camminava da sola, con una chitarra in braccio, e cantava “In solitudine non son sola ”. Ma rimase sola comunque, dato che tutti corsero dietro a una zingara giovane e bella, apparsa all’improvviso dal bosco come un cervo selvatico. I capelli neri come la pece le ricadevano lucenti sulla fronte e le guance, il suo volto era una notte meravigliosa. Si fermò proprio davanti a Otto e lo folgorò con uno sguardo indagatore da capo a piedi. «Sapevo, - disse - che sarebbe accaduto». - Era Kordelchen. «Silentium!» si udì d’un tratto gridare alla figura bizzarra giunta, nel frattempo, a cavallo dell’asino. «Ehi, mio pallido e giovane compagno - disse a Otto, - che fai tu qui? Da dove te ne vieni solo soletto?» - L’asino, che intanto si era riempito la bocca di erba, guardava il gruppo scuotendo tranquillamente le orecchie lunghe e tirando calci con la zampa posteriore contro gli attori che lo tormentavano di nascosto. Ma Otto, contagiato dall’allegria generale, rispose: «Mia potentissima signora Libuska , vengo da casa e ho intenzione di imparare qualcosa di più girando il mondo, oppure di trovarmi un impiego, poiché sono un povero studente». - «Che Dio abbia cura di te, figlio mio! - replicò la vecchia zingara - Al diavolo! Lasciate perdere lo scherzo, sto per cadere in terra!» gridò d’un tratto agli attori con voce robusta: Fortunat riconobbe subito il signor Ruprecht. Questi però non si lasciò imbarazzare. «Se hai voglia di restare con noi - proseguì - la cosa si sistema presto». - «Voglio ancora pensarci un paio di giorni, prima di decidere - rispose Otto, - di studiare e star chinato sui libri giorno e notte mi sono stufato da tempo». - «Hai un animo saggio, figlio mio - ribatté a questo punto Ruprecht, e avrai occasione di sperimentare e comprendere quale vantaggio abbia il nostro modo di vivere, rispetto a quello degli altri uomini, se consideri ad esempio che viviamo in libertà e senza problemi, come le martore e le volpi. Che cos’è la ricchezza, che cosa sono il denaro, il possesso? Se non ce l’ho lo considero nulla, e se ce l’ho lo getto via subito. Bisogna sempre pensare da filosofo, credi a un vecchio genio, figlio mio; e quando si spengono le candele, scende la notte e viene ora di dormire, allora sono di nuovo tutti uguali, gli zingari e tutti gli altri!». «Oh! - gridarono gli altri, per i quali il sermone era durato fin troppo. - Una Libuska 17 18 19 17 Eroina dell’omonimo dramma di Pius Alexander Wolff (1782-1828), musicato da Carl Maria von Weber. Fonte del dramma è la novella di Cervantes La Gitanella (1610). 18 Tratto da Preziosa (v. nota precedente). 19 Riferimento alla Courasche di Grimmelshausen, in cui Libuska è un nome femminile boemo. 56 moralista! Una zingara filosofa!». Irritato, Ruprecht inveì contro di loro, definendoli degli ignoranti che correvano alla cieca come buoi con le corna abbassate. Ma quelli non lo ascoltavano. Un paio di robusti compagni afferrarono Otto per le gambe e lo lanciarono di fronte alla signora Libuska, su di un asino che Kordelchen aveva intanto ornato di fiocchi variopinti; altri presero la briglia e, in questo modo, tutto il folle corteo si avviò ballando verso la dependance. Ma qui furono a loro volta sorpresi: quanti erano rimasti là si erano infatti cambiati in fretta, avevano piantato tende colorate sotto gli alberi e si erano raccolti intorno a fuochi scoppiettanti; con meraviglia di Fortunat, a poco a poco si capì che quel giorno Otto era atteso come nuovo membro della compagnia. Particolarmente occupato sembrava Guido, il giovane e grazioso pittore della cappella, che nel suo accurato costume da zingaro sembrava trovarsi molto carino e che, gettando di tanto in tanto sguardi focosi verso Kordelchen, si accarezzava compiaciuto i baffetti. Si era procurato caldaie di pece roventi ed era intento a raggruppare artisticamente intorno alla fiamma le figure bizzarre e a sistemare ovunque i giusti effetti luminosi. Ma presto dovette rinunciare: non era proprio possibile ottenere alcun ordine, né creare alcun motivo artistico. Sopra le scure montagne, però, la luna fece il suo ingresso improvviso, illuminando i boschi e le valli silenziose; allora, di colpo, tutto si trovò nella luce giusta, in una luce meravigliosa luce: la casa solitaria, il giardino vecchio stile e ormai in rovina, le statue ricoperte dalle piante selvatiche e le figure bizzarre sedute qua e là sulla vasca asciutta dei giochi d’acqua, simili a una guardia militare della guerra dei trent’anni. «Preziosina! - gridò Fortunat a Kordelchen - Un cane abbaia lontano, nella valle sorge un paese, dormono animali e contadini, qui c’è qualcosa da acchiappare!». Kordelchen rispose vivace: «il lupo ulula nella brughiera, il mio tesoro non è più lontano; monta la guardia, oggi è una bella notte da zingari». - «Barabau, bau, bau, barabù!», levarono gli altri grida gioiose. Kordelchen fece invece rullare d’un tratto un tamburino e danzò con gli stivali rossi polacchi da zingara, cantando: Ascolto al crocicchio, quando le stelle e i fuochi nel bosco son spenti, e quando da lungi si sente abbaiare allora il mio sposo verrà. Fortunat rispose allegramente: E allo spuntar del giorno, nel bosco un gatto io vidi inarcarsi, e sulla pelliccia colore di noce sparai, che gran salti che fece! 57 Kordelchen cantò ancora: Mi spiace, ma tu non mi prendi! il mio amore sarà come gli altri: bruno e una barba di taglio ungherese, e gioioso un cuor per vagare. Picchiò allora il tamburino in testa a Ruprecht che guardava rapito la sua danza, facendolo rintronare e sedendosi poi, proprio come una gattina, sul grembo del sognante Otto. «Ricordi - disse scuotendo via i capelli dal viso accaldato - ricordi ancora come ci siamo incontrati, la prima volta? Venivi giù dal Giebichenstein con un elmo da studente, tanto grande che il pennacchio ti pendeva sugli occhi; mi piacevi più allora di adesso, con questo frac così eccentrico». A queste parole, tutta la bella gioventù di Otto sembrò sorgergli di nuovo dinanzi: ma la fanciulla era così selvaggia, questo lo disturbava segretamente. - «Erano i primi giorni di primavera - disse. - ovunque gli studenti passeggiavano nel verde, tu sedevi sulla panchina sotto i tigli, davanti all’osteria, e suonavi l’arpa». - «Sì, sì - lo interruppe Kordelchen, - e tu credesti che suonassi per denaro, ti sedesti vicino a me e mi premesti un tallero nella mano». «E tu - si intromise Otto, - guardasti la moneta meravigliata. Poi te la infilasti in tasca ridendo, mi desti un bacio e scomparisti in casa; e non ti vidi più. Ah, Kordelchen! Tutto è di nuovo bello, adesso, e - » - «e cosa?» chiese Kordelchen allegramente; poi si alzò in piedi veloce e si perse in mezzo al gruppo. Kamilla, che aveva assistito alla scena, passò di lì con fare distinto, parlando sottovoce di bacche di bosco selvatiche con cui si catturano gli allocchi. Otto non si trattenne più e cadde beato al collo di Fortunat. «Ah - esclamò, - sono tanto, tanto felice, come un uccello nel cielo!». - Passeggiarono insieme per i viali illuminati dalla luna, fino a non udire quasi più le voci degli attori; Otto raccontò di come una solitudine terribile fosse scesa su Hohenstein dopo la partenza di Walter e Fortunat. Da allora si era buttato sui libri con grande impegno e serietà, non aveva scritto né cercato altro e aveva persino evitato coscienziosamente qualsiasi ricordo della vita precedente. «Ma - proseguì, - l’anima del poeta è come l’usignolo, coprite la sua gabbia con un velo e canterà ancora meglio. E io lo sentivo spesso, in sogno, lamentarsi in modo incantevole; ma mi guardavo bene, al mio risveglio, dal seguirlo ancora. E allora, quando l’amministratore andava e tornava dai campi, ogni giorno alla stessa ora, e Florentine dava da mangiare alle colombe e legava mazzi di fiori; e quando nel silenzio della campagna intorno tutto piano piano cresceva, come se il verde avesse voluto ricoprire gli uomini - a me sembrava di sedere a molte centinaia di tese di distanza, giù nelle profondità marine, e di udire lontano, sopra di me, le campane serali del mio paese. Così mi consumavo 58 a vista d’occhio; il buon amministratore mi guardava spesso pensieroso senza farsi notare, la moglie mi dava di nascosto le migliori leccornie, pensando che tutto sarebbe andato per il meglio, se solo fossi stato un po’ più grasso. - Una bella notte però mi sognai Halle: stavo sul Giebichenstein, i giardini di ciliegi a valle erano di nuovo in fiore e allegre barche di studenti scivolavano giù per la Saale. Dalla valle risuonava una canzone che ho udito una volta, ma che da allora non riesco più a ricordare. Mi svegliai dalla gioia, la finestra era ancora aperta e, quando mi affacciai, la canzone risuonava davvero nella notte immersa nel silenzio. - Vedete, un simile alito di vento rovescia spesso la nave dell’umana follia! Senza sapere esattamente cosa facessi o volessi mi vestii rapidamente e feci il mio fagotto; in casa tutti dormivano ancora e, prima che fosse trascorso un quarto d’ora, camminavo già lungo il viale dei castagni per il villaggio silenzioso. Uscito in aperta campagna la canzone risuonava ancora, ma molto lontana». D’un tratto si interruppe; del cuore del giardino risuonava una canzone. Il vento spirava da quella parte, poterono perciò udire distintamente le seguenti parole: Non senti gli alberi stormire nel silenzio intorno? non ti invita ad ascoltare dal balcone nella valle, dove scorrono i ruscelli favolosi al chiaro di luna e i castelli guardano muti dalla rocca giù, nel fiume? «E’ questa, la canzone!» esclamò Otto, e si precipitò confuso lungo il pendio. In basso si udì cantare di nuovo: Riconosci ancora i folli canti del bel tempo antico? Tutti si risvegliano la notte nella solitudine del bosco quando gli alberi ascoltano sognanti e il sambuco profuma soffocante e nel fiume sussurrano le ondine vieni giù, qui è così fresco! 59 Allora parve a Fortunat di riconoscere Kordelchen tra i cespugli illuminati dalla luna, giù dove risuonava il canto. Poi tutto cadde di nuovo nel silenzio; era una notte seducente, il temporale balenava lontano e le ombre cangianti degli alberi ondeggiavano confuse sulle rocce e gli anfratti. Capitolo decimo Lontano dal tumulto del mondo, tra i monti coperti di boschi sorgeva, in pacifica solitudine, un vecchio castello dalle strane finestrelle, dalle torrette e dai balconi mezzo diroccati, completamente abbandonato e ricoperto di vegetazione. Tra le cime degli abeti fumavano allegri i comignoli bianchi del villaggio accogliente, che dovevano aver affumicato per molto tempo il castello ormai annerito; un gran numero di rondini schiamazzava e si annidava nell’elmo dello stemma araldico di pietra, sopra il portone. I vecchi fossati erano divenuti prima un giardino e poi, col tempo, il giardino si era trasformato in una verde selva di uva spina e noccioli, in cui pascolavano tranquille delle capre. Sotto un pergolato, in un pomeriggio afoso, stavano seduti cani da caccia e, in mezzo a loro, il padrone della tenuta, barone Eberstein. Chiacchierava con il giovane pastore del luogo, giunto in visita allo scopo di aiutarlo a fumare le sue nuove pipe di schiuma marina. Entrambi si rallegravano del temporale che avanzava lentamente, dato che le valli dai colori cangianti avevano bisogno di pioggia; non spirava un alito di vento in tutta la regione, si poteva udire solo il ronzio delle api tra gli alti girasoli, davanti al castello. Da una parte, però, ora una scarpa rossa, ora un grazioso piedino trasparivano dalle foglie di un ciliegio, tra le quali scintillava di tanto in tanto un bel paio di occhi scuri. Era la signorina Gertrud, la figlia del barone, che spilluzzicava ciliegie sulla cima dell’albero, lanciando spavalda i noccioli ai cani: in realtà aveva preso di mira il nuovo, elegante panciotto del pastore. Ma il predicatore non se ne era accorto, tanto era preso dalla conversazione. «Sì - diceva, quest’afa prima del temporale è un’immagine simbolica del tempo presente; regna un’attesa così ansiosa che si sente a malapena il passo leggero del tempo; e lampi di genio giocano sullo sfondo scuro» - «Ah, puah! - replicò il barone riempiendosi una nuova pipa. - Il temporale è il temporale e le sciocchezze sono sciocchezze!». Il pastore, un po’ irritato, si riaggiustò con cura e parlò dell’inarrestabile classe intellettuale, dell’emancipazione dei tempi e del potere invisibile dell’imprescrittibile verità. Allora il barone si riscaldò. «Che cosa è vero? Che cosa è vero?» esclamò avvicinandosi. Al pastore spaventato e confuso non venne in mente, in quel momento critico, nessuna risposta adeguata. «Beh, ascoltate - 60 proseguì il barone, - voi non lo sapete e neppure io lo so, lo sa solo il buon Dio. Ma conosco molto bene la mia riserva di caccia e a chi me la viola, emancipato o no, sparo addosso come a un cane rabbioso. Questo è tutto! E se tutti facessero come me, nei rispettivi territori, saremmo presto lasciati in pace dall’intelligenza caduta in prescrizione e dalla verità invisibile e da tutte queste fandonie. Credete a un vecchio ufficiale, pastore, i tempi vogliono solo essere presi a bastonate, nient’altro!». «Arrivano ospiti! Arrivano ospiti!» esclamò d’un tratto la signorina sul ciliegio. E certo non esiste marinaio in coffa che scruti l’orizzonte meglio di una signorina di campagna nella bonaccia della sua monotona solitudine; infatti il sole mandava gli ultimi barlumi dalla cima del monte antistante. Il temporale si stendeva pesante su quel monte e oscurava ormai l’intera regione, solo il verde pendio dalla parte del castello era ancora rischiarato dai raggi del sole. Allora, d’un tratto si videro pennacchi ondeggiare nel verde e cavalieri galoppare sulla pianura, sempre di più, con cacciatori e dame su graziosi cavalli da ambio, come quando il vento autunnale sparpaglia le foglie colorate. Uno dei cavalieri pareva tenere in braccio una chitarra, nell’aria immobile la sua voce giungeva fino là; altri soffiavano nei corni da caccia e sparavano fucilate; così, allegramente, il corteo variopinto scendeva rapido per il pendio in quella luce meravigliosa - la signorina non riusciva a saziarsene la vista. «Perbacco, Sua Altezza Serenissima con tutta la sua letteratura! - esclamò lo stupito barone mettendo via in fretta la pipa. - Svoltano adesso nella gola, si dirigono tutti da questa parte! Ehi, Johann, il mio cappello, la mia uniforme! Che pessimi cavalieri! Ma che fa quel birbone! E si dicono cacciatori; Juanna, quel diavolo di ragazza, resta il loro miglior tiratore». - «Dicono che colpisca sempre il cuore» aggiunse l’estetico pastore. «Pastore! - disse il barone tenendogli la mano. - Vi prego per l’amor di Dio, non mi fuggite via! Dovete rivolgere a questa gente delle frasi dotte, in mezzo a loro non mi sento più padrone della lingua». - «Sù, sù, ce la faremo» replicò il pastore con un sorriso compiaciuto. La signorina Trudchen era invece già corsa verso il castello, saltando come un cerbiatto fossato e arbusti. Là era scoppiata una vera e propria baraonda: porte si aprivano e chiudevano con violenza, cani abbaiavano, vecchi divani e sedie venivano battuti sollevando nuvole di fumo e, di quando in quando, si udiva in mezzo al baccano la risata allegra della signorina. Questa finì per allacciarsi in fretta solo il grembiule nuovo: sapeva bene di essere sufficientemente carina così com’era. Allora però il frastuono iniziò anche fuori. Il temporale e gli ospiti giunsero in rapida successione; il piccolo cortile si riempì all’improvviso dello splendore e del trambusto di uniformi eleganti, cavalieri e cavalli. La pioggia cadeva ormai a grandi gocce, fazzoletti, mantelli e veli sventolavano nella tempesta e colorati fantini saltavano da cavallo per aiutare nella confusione i signori, mentre le cameriere e i servi del barone, con i loro cappelli in mano, apettavano imbarazzati sulla soglia. Il principe fu il primo a districarsi dal groviglio. Ordinò alla sua gente di cercare, con cavalli e cani, una sistemazione al villaggio, la migliore che 61 riuscissero a trovare; poi si scusò cortesemente con il barone per l’improvvisa invasione, il temporale li aveva colti di sorpresa e chiedeva un rifugio per la notte; dove poteva trovarlo, aggiunse, se non presso le vecchie case di campagna? «Davvero vecchio e pericolante» disse piano la principessa al suo vicino, guardando il castello pensosa. «Sembra un vecchio quadro di Roland - replicò questi - la cui testa sia stata divorata dai denti del tempo». - «No, piuttosto un unico molare rimasto al tempo medesimo» disse un altro. - Ma il barone, in cui alla vista delle dame si ridestò il senso di cavalleria del suo passato di ufficiale, aveva subito puntato la principessa con sguardo acuto da cacciatore. La aiutò a smontare come si deve, le offrì il braccio con galanteria un po’ superata e la condusse attraverso il cortile, parlandole esclusivamente in francese, sebbene lei gli rispondesse in tedesco. Ma già all’entrata vi fu una sosta inattesa. I cani da caccia del principe annusavano dappertutto con aria da padroni, di conseguenza i cani del barone fecero valere il loro diritto di proprietà: inaspettatamente, proprio sulla porta ebbe inizio una zuffa improvvisa, tra morsi e nuvole di pelo. Con voce possente, adoperando bastone e stivali, il barone ristabilì la pace e si voltò poi verso la principessa per scusarsi. Ma questa, di fronte a quella scena scoppiò in una risata incontenibile, che contagiò anche agli altri; e così tutti quanti entrarono in casa allegramente. Questo inizio confuso aveva rovinato l’atmosfera solenne che il barone cercava di evocare. Condusse l’intera compagnia in una grande stanza che evidentemente non veniva usata spesso, come si deduceva dal lusso polveroso delle tende di damasco. Ma invece di accomodarsi, la principessa fece un leggero inchino e si diresse con sguardo da intenditrice verso un vecchio, artistico cassettone d’avorio intarsiato. Nello stesso istante, un orologio da tavolo dorato cominciò a suonare sull’armadio con rochi intervalli. «Dio mio, anche questo proviene da “Cosa rara ”!» esclamò sorpresa la principessa. «Non so proprio», replicò il barone, che credette di essere preso in giro e aggrottò le sopracciglia, scuro in volto. Ma si sbagliava. “Una cosa rara” era la prima opera che la principessa aveva ascoltato, ancora bambina: fu afferrata da quel ricordo ma si guardò bene dal dirlo, perché nessuno facesse il calcolo dei suoi anni. Intanto il principe aveva scoperto anche un pianoforte e, con la crudeltà propria del gran mondo, la signorina Trudchen fu spinta senza indugi a suonare, come sul banco del macellaio. Il pastore, desideroso di mettersi in mostra, portò una pila di spartiti e si sistemò premuroso dietro il seggiolino, per voltare le pagine. La signorina, però, suonava come l’orologio da tavolo: rossa fino alla punta delle orecchie, non riusciva a cavare dallo strumento una nota giusta. Allora, con un improvviso moto di orgoglio alzò il nasetto, spinse gli spartiti da una parte e cantò con fervore una delle canzoni popolari ancora in voga, a quel tempo, sulle montagne. In tutta la compagnia sorse di colpo, con meraviglia del barone spaventato, una lieta eccitazione: la si paragonò a un uccellin di bosco, dovette cantare altre di quelle canzoni. A ciò si aggiungeva la novità dell’ambiente, l’intimo senso di sicurezza di quel castello pacifico 20 20 L’opera Una cosa rara (1786) è di Vicente Martìn y Soler (1754-1806). 62 mentre la pioggia batteva contro i vetri. La principessa trovò deliziosi il camino all’antica, i profondi archi delle finestre e le vetrate sporgenti, mentre il principe, ad una delle finestre, non si saziava di fissare la profondità del bosco sotto il castello, a tratti misteriosamente illuminata dai lampi; tanto che il barone, che da tempo non si affacciava da quel punto, finì per guardare anche lui, incuriosito. Tutti erano dunque di ottimo umore quando fu acceso anche un fuoco vivace nel camino; il pastore non riusciva ad avere successo con la sua scienza, mentre il barone scoprì con stupore che, in verità, fra quella gente non si stava affatto male. Era ancora presto per andare a dormire, la principessa propose perciò di raccontare delle storie, ognuno quella che gli veniva in mente lì per lì. Il pastore si schiarì la gola: una novella che aveva scritto di recente per un libro tascabile gli stava già sulla punta della lingua. Ma con sorpresa di tutti chiese la parola per primo il lord allampanato; il barone portò del vino ungherese, di cui porse con eleganza alla principessa un bicchiere su di un vassoio d’argento; tutti si sedettero comodamente intorno al camino acceso e il lord cominciò senza indugi la seguente Storia della selvaggia spagnola «Durante la guerra di Napoleone contro la Spagna servivo nell’esercito inglese, sceso in campo a fianco degli Spagnoli. Ero un ufficiale ussaro e avevo sempre un sacco di guai con il mio berretto di pelle d’orso irragionevolmente alto che perdeva l’equilibrio ogni momento, mentre le mie gambe lunghe si impigliavano un paio di volte al giorno nell’intrico impenetrabile e tintinnante del fodero della sciabola, del dolman e delle cordelline. Una volta eravamo dispersi e ci eravamo fermati a riposare, in un campo aperto. La pioggia cadeva incessante, me ne stavo malinconico nel campo sotto l’ombrello, stringendo in ogni mano, come era mia prudente abitudine, una pistola con il cane alzato. Di colpo si udì urlare: “I francesi!”. Dalla nostra parte eravamo pochi, il nemico era invece disposto in schiere numerose. I miei compagni si sparpagliarono in un attimo per ogni dove. Io afferrai il cavallo, nella fretta infilai una gamba nella manica di pelliccia del dolman, un braccio nel fodero della sciabola, entrai con l’altro in mezzo alla maledetta bardatura dei cordoncini e delle nappe in modo da non poter più muovermi e tanto meno arrivare alle briglie; il cavallo fu spaventato dalla mia bardatura e partì al galoppo proprio contro il nemico e così, a braccia aperte, con la sciabola fra i denti e le pistole che sparavano senza posa, volai come un pipistrello impazzito in mezzo ai francesi, tra le cui file echeggiò un allegro “evviva!”. 21 21 Giacca ussara foderata di pelo e ornata all’esterno con cordoncini; il termine è turco. 63 Caddi dunque loro prigioniero; fecero fatica a liberarmi dalla mi asituazione intricata e mi definirono il tipo più matto che avessero mai visto. Poiché però parlavo francese e avevo denaro nella borsa, divenimmo presto buoni camerati. Volevano condurmi a Burgos, nel loro deposito; non era però tanto facile, perché bande armate di contadini spagnoli ci sbarravano ovunque il cammino. E così, per un po’, girammo insieme per la campagna. Durante uno di questi giri ci capitò di accamparci, una bella notte d’estate, presso un imponente castello che sembrava ormai disabitato da tempo. Al chiaro di luna, le vecchie torri merlate gettavano lunghe ombre sul giardino abbandonato, dove dormivamo e dove avevamo legato i cavalli alle siepi ormai selvatiche. Tutto intorno era silenzio, a tratti si sentivano i cavalli sbuffare e le sentinelle chiamare, lontano; nel bosco gli usignoli cantavano come se al mondo non vi fosse stata alcuna guerra. - L’ufficiale che guidava la spedizione, un allegro guascone, giaceva di schiena sul suo mantello; pensavo che dormisse ma, come mi disse poi, stava pensando alla sua bella patria lontana. Un attimo dopo si alzò in piedi, scattante e lesto. “Non è il momento di sognare, questo - disse, - stanotte dobbiamo stare in guardia, perché questo è il castello della selvaggia spagnola”. E quando gli chiesi di chi parlasse, approfittò volentieri dell’occasione per tenersi sveglio e mi raccontò la storia in tutti i particolari. “In questo castello” disse “abitava un tempo un conte di antichissimo lignaggio, che a poco a poco doveva aver dimenticato come ci si inchinava. Almeno, pare che avesse sempre opposto la sua fierezza testarda alle richieste della vecchia corte, fino a giungere ad un inasprimento reciproco dei rapporti; a maggior ragione, dunque, si poteva supporre che fosse ben disposto nei confronti del nuovo ordine. Attraversando il paese, i nostri lo trovarono solo nel suo castello, cortese ma scuro in volto e, all’apparenza, privo di qualunque interesse nei confronti di quanto accadeva dietro i suoi monti. La sua più grande gioia era una bambina, la sua unica figlia; la madre era morta dandola alla luce. In compagnia della bambina, quando tutti dormivano, era solito salire sulla torre del castello per mostrarle la terra un tempo governata dai suoi antenati, fin dove la luna illuminava i boschi. Passava metà dela notte a raccontarle dei grandiosi tempi antichi e della libertà deiprincipi, non sottomessa alla forza delle città. Tra simili sogni crebbe la nobile signorina, che per l’isolamento causato dalla guerra non vide mai altra donna all’infuori della vecchia nutrice, una specie di strega che dal padre, uno zingaro, e dalla madre, una schiava araba, aveva appreso alcuni piccoli incantesimi di cui è così ricca la tradizione di quei popoli. Ma ai nostri la giovane contessa non rimase nascosta a lungo; che la vedeva non si stancava di descrivere la sua bellezza incantevole: aveva riccioli neri, la bocca rossa e ardente nel volto pallido e occhi simili a un abisso oscuro. Di conseguenza ogni giorno, al castello, era tutto uno scintillare di uniformi francesi. A lei questo piaceva molto, cavalcava e tirava di scherma insieme a loro e, a caccia, era il tiratore migliore; ma ogni volta che uno si avvicinava con sguardi o frasi da innamorato, lei lo guardava stupita senza capire cosa volesse; era distaccata 64 ed estranea con tutti allo stesso modo, come una stella in una fredda notte d’inverno. Questo, però, non faceva che attirare ancor più gli allegri giovani sul ghiaccio; un sottotenente, giovane e bello - il suo nome era St. Val - appena arrivato dalla scuola militare di Parigi, seppe di lei e giurò con determinazione feroce che sarebbe stata sua, o lui si sarebbe dato al demonio! Intanto le scaramucce nei dintorni si facevano sempre più serie, gli ufficiali erano molto occupati e non si facevano più vedere; la contessa non riusciva a riabituarsi alla vecchia solitudine e allo stormire monotono dei boschi. - Una sera, dunque, si trovava con la nutrice davanti al castello. A valle, la guerra attraversava i monti simile a una caccia divertente; di tanto in tanto vedevano luccicare in lontananza, al tramonto, una schiera di cavalieri; echeggiavano suoni di tromba e poi ogni rumore si smorzava, per scomparire di nuovo a poco a poco; restavano all’orizzonte solo le fiamme dei villaggi incendiati. La contessa fissò a lungo il fuoco lontano, immobile e muta, poi pianse in silenzio, dicendo fra sé: `Com’è meraviglioso! Ahimé, se fossi stata un uomo! Tutto appartiene loro, essi dominano il mondo’; la saggia nutrice replicò: `Tanto meglio, bambina, tanto meglio, dato che poi le donne, a loro volta, dominano gli uomini’. `Perché?’ disse la contessa, guardandola con tale stupore che le lacrime le si arrestarono luccicanti negli occhi. `Ebbene - rispose la vecchia, - nessuna agile tigre ferisce tanto profondamente come voi, quando ridete e mostrate i bianchi dentini, o se segretamente mordete qualcuno, baciandolo; nessun serpente variopinto è bello e forte quanto le vostre braccia, quando stringete qualcuno’. La contessa ascoltava per metà e, come sovrappensiero, disse: `Ho sempre letto, nei vecchi libri di mio padre, di come principi e re si inginocchino dinanzi alle fanciulle e di come siano loro fedeli e obbedienti, fino alla morte. Ah, cara nutrice, tu hai appreso tante arti da tuo padre, non puoi far sì che tutti gli uomini che mi vedono ardano d’amore e siano obbligati a seguirmi?’ - `Mmm - rispose la nutrice esitando, - se solo - saprei bene - ‘. Ma la contessa, la cui anima era ormai posseduta da questo pensiero, le aveva afferrato il braccio e la spingeva con impazienza; la notte era buia e afosa, nel castello tutti dormivano, era il momento adatto. - Così si addentrarono nel giardino silenzioso, fino al suo angolo più nascosto. Camminando la nutrice diceva: `Non è cosa da poco; dovrete togliere l’anello dal dito al corteggiatore che mostrerò - ma non turbatevi, se lui vi guarderà pallido e confuso - e premervi quell’anello sul cuore, finché ne sgorghi il sangue; allora il vostro cuore diverrà forte d’amore e i vostri occhi risplenderanno, belli come la pietra di quell’anello; il povero giovane, però, dovrà morire’. Nel frattempo erano giunte dinanzi a mura vecchie e cadenti; la nutrice estrasse un bastoncino bianco da un tronco d’albero cavo, dei pipistrelli ne uscirono in volo sbattendo le ali sui rami e una serpe si insinuò svelta tra le rocce, sotto le quali un grosso rospo fissava le due con occhi tondi e cerchiati di rosso. `Ehi, ci sei anche tu, nonna’ rise la vecchia, che sembrava conversare allegramente con gli animali in una lingua zigana. Quindi affondò le mani e il bastone in una pentola e, quando li estrasse di nuovo, brillavano; mormorando parole incomprensibili descrisse un cerchio di fuoco, al cui splendore verde dorato le lucertole si avvicinarono guizzando sul prato, incuriosite. La 65 contessa se ne stava nel mezzo e aveva l’impressione di essere come in un sogno, come se i fiori, i cespugli e i boschi nel giardino silenzioso intonassero un canto sommesso; le lucciole le volavano luminose intorno al capo e lei, dal monte, fissò con grande, intenso desiderio la campagna illuminata dalla luna e poi l’ampio cielo stellato. - La nutrice sembrava però molto agitata, gocce di sudore le imperlavano la fronte. `Non vedi ancora nulla?’ chiedeva ogni tanto a voce bassa. Ma non si udì che un cane abbaiare in un villaggio lontano, poi tutto ammutolì di nuovo; la contessa, nell’attesa, tratteneva il respiro. All’improvviso trasalirono entrambe - uno sconosciuto, avvolto in un mantello, spuntò d’un tratto lontano, tra gli alberi. `Per l’amor di Dio!’ gridò la nutrice, sussurrando ancora qualcosa, assai impaurita. Ma la contessa, librandosi in aria simile a un falco, calava già sulla sua preda con bramosia disumana. Lo sconosciuto si spaventò terribilmente ma si riprese, quando vide una donna davanti a sé. Lei lo guardò attentamente, non lo conosceva. Gli domandò dove fosse diretto e lui, esitante e visibilmente confuso, rispose che voleva fare una serenata alla giovane e bella contessa. Il vento gli aprì un poco il mantello e la colpì stranamente il fatto che fosse un ufficiale francese; tuttavia non disse nulla: volse lo sguardo da una parte, nel buio, poiché le sembrò di udire qualcosa scivolare di nascosto nel giardino e dei cavalli galoppare in lontananza. `Puoi mostrarmi la finestra dove dorme?’ chiese di nuovo lo sconosciuto e, poiché lei gli piaceva, le circondò la vita con un braccio. La contessa rifletté un momento. `Perché no - disse poi svelta, - se mi darete come compenso il vostro bell’anello; ma dovete nascondermi con il vostro mantello, così che nessuno mi veda’. L’ufficiale innamorato le avvolse intorno il mantello, pensando nel frattempo che, nella notte, i riccioli inanellati di quella fanciulla erano simili a serpenti. Lei però aveva ben altro in mente e, appena lui si tolse l’anello dal dito, afferrò veloce la pistola che costui portava al petto sotto la divisa, spingendolo poi indietro dalla rampa su cui si trovavano. `E’ in giardino, prendete quella piccola strega!’ gridò una voce in basso. Allora lei sparò veloce un colpo di pistola e: `Gesù!’ si udì in basso la stessa voce. Poi, avvolgendosi nel mantello, gridò: `dietro di me, altrimenti siete tutti perduti!’. Ma era troppo tardi, ormai. I nostri, venuti inaspettatamente a sapere che il conte aveva rapporti segreti con il nemico, avevano approfittato dell’oscurità della notte per introdursi nel castello, furtivi e silenziosi, e prenderlo prigioniero; questi, riconoscendo la voce della figlia, si credette tradito dalla sua stessa bambina. Accecato da tale errore strappò rabbiosamente a un soldato la spada per ucciderla. La vita non aveva valore, per lui, di fronte all’onore e alla libertà, che ottenne subito: gli altri soldati, non riuscendo a trattenerlo, lo trafissero più volte alle spalle. - Ma nel frattempo, come la contessa aveva previsto, il colpo di pistola aveva destato confusione. Come sparando la notte alle cime degli alberi i corvi si levano in volo, gracchiando selvaggiamente, nello stesso modo cacciatori armati, servitori e contadini, che a quei tempi avevano il sonno leggero, uscirono di colpo da tutte le porte, i cespugli e le crepe dei muri. I nostri, vedendosi circondati, seguirono ciecamente la contessa che, avvolta nel mantello, avevano preso per il loro capitano. 66 Lei voleva dare al padre, che credeva ancora nel castello, il tempo di salvarsi; condusse perciò i soldati smarriti al cortile esterno, dove finirono diritti nelle mani della folla inferocita. Si scatenò un combattimento muto e rabbioso, uomo contro uomo: gli uni lottavano per la vita, gli altri per il cadavere del loro signore; la contessa aveva sguinzagliato nel frattempo una muta di cani feroci che, nella confusione, mordevano i fuggiaschi. Fu una notte spaventosa. - L’ufficiale che la contessa aveva zittito con il colpo di pistola era lo stesso giovane St. Val, che aveva giurato di possederla e che, da temerario, aveva preso parte alla missione pericolosa. Era solo ferito e stordito e, quando riaprì gli occhi in quel luogo solitario, vedendo come in un sogno per la prima volta, alla luce di una fiaccola, il volto della contessa tra i riccioli neri che le ricadevano ad anelli, chino su di lui - dovette richiudere gli occhi, tanto tremendamente bella era la vista di lei”». A questo punto il lord fu interrotto dalla principessa che, già durante il racconto, aveva mostrato una strana inquietudine e guardato spesso, impaurita, verso la porta. «No, questa storia è davvero troppo triste, per ascoltarla prima di andare a letto» esclamò, lanciando al principe uno sguardo significativo; e parve volerla interrompere. Questi, però, completamente preso, non vi fece caso. «Così rossa di sangue fu dunque la sua aurora - » disse sovrappensiero; e volle assolutamente conoscere la fine. Il lord si era fermato ma, poiché il principe lo esortò nuovamente e gli altri dimostrarono il loro assenso con sguardi e cenni del capo, ricominciò tranquillamente a raccontare: «”Da questo momento - così continuò il mio ufficiale - il castello restò abbandonato e deserto, ma la selvaggia contessa continuò a vagare tra i monti, simile a uno spettro meraviglioso. Spesso, dopo il bivacco notturno, quando il sole sorge sulla campagna incantevole, appare a cavallo sul margine del bosco, in tutto lo splendore della sua bellezza; allora alcuni cavalieri allegri la inseguono per prenderla, ma nessuno di loro è mai tornato indietro. - Strano, è pur sempre solo una donna. Vedete, io ho il mio piccolo amore, in Francia; se solo venisse da me, ho proprio voglia di incontrarla! Il povero St. Val però finì male. Da quella notte, l’immagine della contessa fu sempre presente nella sua anima; quel ragazzo allegro divenne profondamente malinconico e all’improvviso, una sera, scomparve. Per molto tempo non si seppe dove fosse andato. Quella sera era andato a passeggio nei dintorni, come era solito fare. Udì allora nell’aria della sera un suono meraviglioso, come una musica militare lontana - si dice che musiche simili risuonino nell’aria, nelle albe che precedono le grandi battaglie - erano i guerriglieri che cantavano tra i monti. Quei suoni lo attrassero, proseguì come in sogno e giunse nel bosco dove dimorava, a quel tempo, la contessa. Il sole al tramonto brillava tra i monti e pareva un incendio; gli uccelli cantavano nel bosco luminoso e lui udiva continuamente voci, ora qua ora là; una di quesrte era simile a una campanellina notturna; gli sembrava proprio quella della contessa. Aveva paura e, tuttavia, non poteva fare a meno di seguire quella voce. Camminava ormai da molto quando, d’un tratto, girando intorno a una roccia vide una donna, seduta su un prato silenzioso oltre le cime degli alberi, come addormentata: 67 la fronte abbandonata su entrambe le ginocchia, cosicché i folti riccioli ricadendo la coprivano come un velo scuro. Teneva per la briglia un cavallo che pascolava tranquillo, vicino a lei. Da ogni parte giungeva lo stormire dei boschi; a parte ciò, la campagna era immersa nel silenzio; si udivano sgorgare le fonti. E mentre sostava ancora sorpreso in quel luogo solitario scorse da una parte, in lontananza, un ufficiale della legione tedesca im mezzo ai cespugli che aveva puntato il suo fucile, non sapeva se contro di lui o contro la donna addormentata; spaventato, fece un movimento brusco. Allora la dormiente si scansò i riccioli dagli occhi e si alzò di colpo, facendo risplendere alla luce del tramonto le pietre incastonate nella cintura. Il tedesco, abbagliato, lasciò cadere il fucile e scomparve tra gli alberi; St. Val riconobbe la contessa con orrore, poiché gli vennero in mente le dicerie dei soldati secondo le quali vederla all’improvviso nel bosco significava la morte. - La contessa si guardò intorno con attenzione, poi lo fissò con sguardo penetrante. `Siete assai impertinente - disse, - ma è tardi e io sono tanto stanca e confusa: mostratemi la via per uscire dal bosco’. Allora St. Val di colpo ricordò; sapeva che i francesi avevano circondato il bosco e sapeva del pericolo che lei correva, volle salvarla ad ogni costo e tornare poi quella notte stessa al reggimento, per farsi trasferire a un altro battaglione, lontano da questi boschi. - Mentre tali pensieri giravano confusi nella sua mente, lei aveva già imbrigliato il cavallo; gli ordinò di sellare la bestia e lo derise, quando lo vide in difficoltà; poi vi balzò sopra: lui avrebbe dovuto condurre il cavallo per le briglie. Sedeva di fianco, su una sella da donna, appoggiata col braccio sul collo dell’animale e, nel verde del bosco, chiaccherava spensierata come una bambina nella sua bella lingua melodiosa, cosicché a St. Val parve di udire di nuovo, nella calma aria della sera, la musica lontana che lo aveva attratto prima. Di colpò si drizzò ad ascoltare, si udiva parlare francese proprio sotto di loro. Lei si diresse prudente in direzione delle le voci e, attraverso i cespugli, i due videro un drappello di cavalieri procedere lentamente, nei loro bianchi mantelli che risplendevano nell’oscurità - un solo grido da parte di St. Val e la contessa sarebbe stata perduta. - Costei però guardava in basso come spinta da un desiderio audace, come si guarda di notte un temporale; poi, distratta, allungò il piede verso St. Val perché le allacciasse una stringa; sorrise beffarda, quando lui lo fece. Da quel momento, lui fu completamente in suo potere. Lei affermò di aver voluto solo verificare le sue buone intenzioni nei suoi confronti, di conoscere la strada meglio di lui e di volerlo condurre a casa. Così dicendo girò veloce il cavallo e scendendo e risalendo per le gole, sfiorando abissi vertiginosi, si addentrò sempre più nel bosco e nella notte - lui la seguì con fatica tra gli arbusti come un cane fedele e, quando alla fine uscirono inaspettatamente all’aperto, si vide davanti con orrore una banda di guerriglieri, accampata nel bosco. Appena riconosciuta la sua uniforme francese, innumerevoli cannocchiali si puntarono su di lui; ma uno sguardo colmo d’ira della contessa li sottomise tutti. Quelle belve rabbiose, scuotendo le criniere nere, si ritirarono ringhiando e tornarono a riscaldarsi le zampe ai fuochi di guardia. St. Val notò con stupore come quegli uomini 68 selvaggi servissero e adorassero la contessa come una regina. Un giovane la sollevò di sella, alcuni distesero sul prato un tappeto colorato mentre altri vi montarono sopra in fretta una tenda vivace; poi, di colpo, tutto ripiombò in un silenzio raccolto. Intanto la luna era sorta e illuminava i boschi. La contessa sedeva sotto la tenda pizzicando una cetra, St. Val giaceva pensieroso ai suoi piedi; gli pareva di non aver mai provato una simile sensazione di piacere divino. - Era una delle notti meravigliose, in quel paese, che trasformano tutto in un sogno, come per magia. La contessa si era presto allontanata con una parte della banda e solo alcuni contadini armati sorvegliavano il prigioniero. Il vento soffiava dalla pianura, recando profumi dai giardini in fiore ai piedi delle montagne. Allora St. Val udì echeggiare nell’immenso silenzio le trombe del suo reggimento; suonavano un’allegra canzone della cavalleria dei bei tempi antichi. Questo mutò il suo animo, si sentì di nuovo un francese dalla testa ai piedi, che antepone l’onore a ogni altra cosa. Dal misterioso fervore degli avventurieri capì che avevano in mente un colpo grosso; non c’era dunque un attimo da perdere. Così, seduto davanti alla tenda e guardandosi intorno ansioso, meditava di scappare e di avvisare i suoi, quando all’improvviso tutta la banda tornò dal bosco, stringendo delle lanterne. La contessa avanzò rapida in mezzo a loro e, tra le luci guizzanti, curva su di lui con i suoi riccioli come quella notte al castello, lo fissò negli occhi, in tutta la sua bellezza terribile. Allora lui balzò in piedi, strappò a un contadino la fiaccola e, accecato e smarrito, guidò lui stesso la ciurmaglia all’attacco, contro i suoi compatrioti! - Così attraversarono il bosco, svelti e silenziosi”. L’ufficiale aveva appena pronunciato tali parole quando d’un tratto un colpo partì alle nostre spalle e presto un secondo, e un altro ancora. “Diavolo, è St. Val!” gridò l’ufficiale balzando in piedi e io vidi, in una finestra sporgente del castello, un bel giovane pallido come un morto sotto la luce della fiaccola, senza cappello, in un’uniforme semilacerata; dietro di lui, alla luce rossa delle torce che ondeggiava in modo sinistro sulle pareti dorate delle sale, apparvero figure inquiete e selvagge con spade e lunghi fucili da uccellagione, proprio come li aveva descritti l’ufficiale. Sparavano su di noi da tutte le finestre e alcuni francesi caddero sull’erba, prima che il nostro piccolo drappello potesse riprendersi. Intanto si era sparsa la voce che la contessa selvaggia si trovasse nel castello! L’ufficiale non perse la testa nemmeno per un attimo, temeva per me in un momento di simile pericolo e mi fece ricondurre in mezzo al bosco; dopodiché forzarono con grande fatica la porta e il palo di sbarramento ed irruppero nel castello. Il primo che li affrontò fu St. Val: combatté come un folle e si gettò infine, in preda alla pazzia selvaggia, sulle lame francesi. Oltre il suo cadavere la lotta si spostò di scala in scala, lungo tutti i corridoi. I francesi erano più abili nella lotta e più numerosi dei loro avversari, la contessa fu spinta, cin i suoi, sempre più in alto - non aveva ormai scampo, quando di colpo un chiaro bagliore si levò da una finestra, poi di nuovo da un’altra; fiamme rosse sempre più alte guizzavano rapide in ogni angolo; il vento catturò la fiamma crescente e il fuoco si arrampicò per le trabeazioni, audace e selvaggio, come una meravigliosa ghirlanda notturna. Tra le fiamme si vedevano combattere ancora le figure scure. 69 In mezzo al pericolo l’ufficiale vide d’un tratto sopra di sé tra le fiamme la contessa, come l’angelo della morte. A quella vista perse la ragione, dimenticò patria, amore e fama e volle solo salvarla, oppure morire. Invano i suoi lo chiamarono, non li sentiva più e si spingeva su per le scale in fiamme come accecato. Sotto di sé, nel bagliore selvaggio, vedeva il giardino, le gole e il fiume che scorreva rapido vicino al castello, simile a un serpente infuocato - si allungava già verso di lei per afferrarla e portarla giù, quando lei lo spinse con forza giù dalla torre; come bandiere al vento, le fiamme coprirono quel soldato coraggioso. Subito dopo il palazzo crollò con fragore su amici e nemici - da allora la contessa non è stata più vista». Quando il lord ebbe concluso tutti tacevano; solo il barone, addormentatosi durante il racconto, sobbalzò sulla sedia come spaventato da quel silenzio improvviso. «Beh - e poi?» disse alla fine il principe, assai distratto. Il lord lo guardò meravigliato. «Cos’altro pretendete dalla notte spagnola, dopo che è tramontata questa bella stella? Il resto non vale un racconto: morto l’ufficiale, i pochi francesi sopravvissuti presero la fuga, terrorizzati; erano scomparsi anche i miei guardiani. Io, nella riacquistata libertà, corsi subito verso il castello per vedere con i miei occhi, se possibile, la contessa di cui avevo sentito tanto parlare - era troppo tardi. Quando giunsi sul luogo dell’incendio, sembravano levarsi dal suolo infuocato figure scure di cavalieri, che frugavano con le spade tra le macerie riattizzando ovunque fiammelle azzurre. “E’ bruciata anche lei” sentii dire a uno di loro. “Dunque, tutto non è stato che un sogno meraviglioso!” esclamò un altro dolorosamente; poi si precipitarono nel bosco, all’inseguimento dei fuggiaschi. - Più tardi sentii dire che gli oscuri compagni giunti a liberare il castello dall’assedio facevano parte della legione anglo-tedesca». «E non vedeste l’ufficiale che li guidava?» chiese ancora il principe. «Lo vidi solo di sfuggita e da lontano, in quella notte violenta - rispose il lord, - nel mio reggimento però si faceva il nome di un conte tedesco: Victor von Hohenstein». «Suvvia, non vorrete davvero farci credere che la storia è vera», disse allora la principessa alzandosi e dando così a tutti il segnale della ritirata. In quel momento si notò l’assenza della contessa Juanna. Il barone disse che girovagava da più di un’ora, insieme a sua figlia, per tutti gli angoli del castello e che perciò si era persa la storia di cavalleria spagnola. Afferrò allora la corda di seta di un campanello e tirò prima con calma, poi con violenza sempre maggiore; ma il filo di metallo era arrugginito per il lungo disuso e non ne voleva sapere di suonare; alla fine urlò adirato in direzione della porta. Numerosi servitori con indosso vecchie livree consumate entrarono allora precipitosamente e, tenendo pesanti candelabri, si posero alla testa del corteo che il barone aveva aperto solennemente, tenendo la principessa per la punta delle dita; in prospettiva, attraverso le porte a battenti spalancate, si scorgeva un baldacchino imponente con pesanti tende di seta e sopra un pennacchietto. Anche gli altri si dispersero allora per l’intrico dei corridoi, stringendo le loro candele; il tutto appariva dall’esterno simile a un foglio 70 di carta che brucia, in cui le scintille vagano rapide e confuse finché l’ultima si spegne all’improvviso. E quando il palazzo piombò nel silenzio, il principe stava ancora con il lord alla finestra della sala oscura e non smetteva di chiedere dettagli sempre maggiori sull’evento appena narrato. Fuori il temporale era cessato, si vedevano ancora solo singoli lampi lontani; nuvole squarciate passavano veloci sul cortile muto. Di colpo il lord sobbalzò: «Guardate là! E’ proprio lei, la contessa selvaggia!». La luna era uscita di colpo dalle nuvole, illuminando per un attimo Juanna ancora sul balcone, dalla parte opposta. - Il principe però chiuse svelto la finestra. «Zitto, zitto - disse al lord meravigliato, che aveva lanciato quel grido senza riflettere, - non rivelate a nessuno che la conoscete». Capitolo undicesimo Un castello meraviglioso che risplende da lontano, una variopinta corte principesca, degli attori e un’innamorata nel verde - non c’è da sorprendersi se l’animo lieto dello studente Otto si librava sull’incantevole bagliore autunnale dei boschi, cantando come un’allodola! - Anche Fortunat rimandava la sua partenza di giorno in giorno; la misteriosa attenzione di cui inspiegabilmente lo si onorava, in quel luogo, diventava sempre più evidente. Assomigliava a uno straniero di passaggio che, prima che il postiglione dia il segnale della partenza, si è appoggiato per alcuni istanti a un pilastro in teatro e, di colpo, si è accorto che sul palcoscenico si parla di lui e che tutti gli sguardi gli si appuntano addosso in modo inquietante. L’enigma, pensava, deve sciogliersi da un momento all’altro; voleva dunque aspettare almeno il primo atto. Le cose più strane, però, erano accadute a Dryander. La sua fama di poeta gli aveva aperto tutte le porte del castello, ma l’aria di corte lo ghermì a tal punto che fu quasi per perdervi il cappello e la testa. Il modo sfrontato in cui idolatrava se stesso, il suo spirito illuminato a tratti dalla poesia accecò, confuse e animò ciascuno e, quando meno gli altri se lo aspettavano, il principe lo assunse a corte. Gli attori pensarono: come buffone. Lui però prese la cosa molto sul serio, aveva con sé un servo con cui litigava quotidianamente, si vestiva seguendo accuratamente l’ultima moda, parlava agli attori esclusivamente in francese, lingua che quelli non capivano e respingeva le risate di Lothario con profondo disprezzo. Intanto anche il giovane e bel pittore Guido si era immerso sempre più profondamente negli occhi dal taglio sottile di Kordelchen e scopriva ogni giorno nella fanciulla spavalda nuovi, inauditi talenti, tenuti celati dalla meschinità del suo ambiente e di cui lei stessa ignorava 71 l’esistenza. Pieno di buoni propositi, di sicurezza di sé e di fede giovanile nella virtù e nell’amore, cominciò coraggiosamente a rapirla in volo con lui, lontano da quella sua vita selvatica. - Un pomeriggio sedevano assieme nell’antico giardino ornamentale che circondava l’alloggio degli attori. Lei faceva la calza, lui le leggeva il Tasso di Goethe. Tra le pareti verdi degli alberi le valli fertili risplendevano in lontananza, farfalle variopinte svolazzavano sopra aiuole fiorite e semiabbandonate; la sontuosità solenne dei viali; le erme dei poeti romani che sorgevano qua e là in solitudine; più lontano, al di là delle cime dei faggi, il gaio castello del principe - tutto contribuiva a farlo trascinare dalla sua bella poesia, che leggeva con ardore sempre maggiore. «Com’è bella!», esclamò di colpo in quel momento Kordelchen, quasi triste. Guido pensò: la principessa del dramma. Ma Kordelchen si riferiva alla contessa Juanna che in quel momento stava passando nella parte superiore del giardino, stringendo un liuto. Anche lui la guardò, finché scomparve di nuovo tra gli aranci; poi riprese la lettura, un po’ seccato. Ma la sua allieva quel giorno era molto distratta. «Avete visto Lothario lassù, ieri sera? - lo interruppe nuovamente - penso che volesse fare una serenata». Guido stava per scoppiare, annuì rapidamente con un cenno del capo: era proprio al suo passo preferito e declamava con tale fervore che era rosso in fronte. Quando però a un certo punto sollevò lo sguardo dal libro, Kordelchen aveva abbandonato completamente il suo lavoro a maglia e aveva il grembo coperto di asteri. «Lo ama - non lo ama - », diceva piano a se stessa, come sovrappensiero, strappando i petali di un fiore dopo l’altro. Guido si alzò, chiuse violentemente il libro e se lo infilò in tasca; i suoi occhi traboccanti di entusiasmo brillavano d’ira in modo assai attraente, sotto i riccioli scuri che ricadevano a onde. «Giovane bizzarro!» esclamò Kordelchen trattenendolo con un bacio caloroso. In quel momento passò Otto, che le lanciò un’occhiata sprezzante. Lei di rimando gli lanciò tutti i suoi fiori e balzò poi rapida nel giardino. A Otto non sarebbe potuto accadere, in questo momento, niente di più spiacevole di dover assistere inaspettatamente a quella tenera scena. Si stava infatti recando, con il manoscritto di una tragedia sottobraccio e il cuore palpitante, verso il vecchio palazzo degli attori, per leggerla loro in vista di una sperata rappresentazione. - Trovò il signor Sorti e gli altri portavoce della compagnia già riuniti davanti casa, intorno a una tavola rotonda, in una nuvola di tabacco e tra alti bicchieri di birra. Distratto e con una parte dei suoi pensieri rivolta ancora a Kordelchen, iniziò la lettura con voce incerta e quasi impaurita. Ma presto lo afferrò il flusso rapido della propria poesia, scivolò lieto lungo le rive odorose, i vigneti e i castelli e dalla gioia silenziosa delle ore, dei luoghi dove un tempo aveva scritto i suoi versi spirava di nuovo verso di lui una brezza vivificante. Lesse perciò sempre meglio e con enfasi sempre maggiore, senza notare che i volti dei suoi ascoltatori si facevano a poco a poco sempre più lunghi: uno sbadigliava di nascosto con il naso, un altro guardava fisso il suo bicchiere di birra, con un sorriso di circostanza. E alla fine della lettura ci fu un silenzio generale; si udivano 72 frusciar le foglie degli alberi - una situazione in cui i pensieri di un giovane autore possono gelarsi improvvisamente, come un ghiacciolo. «Bello - molto poetico - prese infine la parola il signor Sorti, - ma rappresentare - » - «Nessun pathos» saltò fuori Ruprecht. «Troppi cambiamenti di scena», disse un altro. - «Non una sola uscita brillante». - «Ma insomma, cos’hanno a che vedere tutte queste diavolerie con la mia poesia?» chiese Otto sorpreso e con poetica impazienza. «Migliorerà certo, carissimo - replicò Sorti tranquillamente, - migliorerà certo pian piano, acquistando esperienza teatrale». Allora tutti ficcarono il naso nel libretto e ognuno cominciò a criticarlo a modo suo. Il dialogo era troppo fantastico, doveva essere rielaborato, abbassato di tono e reso più naturale. L’eroe invece sembrava a tutti troppo semplice, la dama troppo innamorata. - Allora Otto non si trattenne più, quella figura femminile era, per lui, davvero la più bella; come spesso accade ai giovani poeti, si era innamorato di lei pian piano, scrivendo. «Ciò che di più grazioso, di recondito, di vero e di buono conoscevo l’ho dato, e non cambierò una sillaba in tutto il dramma!». Detto ciò scaraventò furioso il manoscritto sul tavolo e si diresse veloce nel giardino; era già lontano, quando udì gli attori ridergli dietro. In questo stato di forte commozione incontrò Lothario, che apprese rapidamente l’intera storia e scoppiò in una gran risata. «Si può sapere perché ridete?» chiese Otto, suscettibile. «Perché con questo evento fortunato - rispose Lothario - vi siete ritrovato, spero, sulla via più breve per giungere a sbarazzarvi di tutte le fandonie teatrali». Otto lo guardò meravigliato. Ma Lothario non si lasciò confondere. «Ma riflettete anche voi - proseguì, - cosa volevate, infine? Un tizio grande e grosso che improvvisamente balza fuori e recita urlando: “Non temo la morte!” e insieme una soffiata nel trombone o un paio di colpi con l’archetto su di un enorme contrabbasso - e questo è un eroe. Una smorfiosetta un po’ innamorata, un po’ virtuosa e tutta stretta nel busto, che parla in giambi e civetta con i palchi - questa è una donzella. Un sacco pieno di trippa, che dopo mangiato fa della poesia per digerire e che in “Romeo e Giulietta” ha bisogno di un melangolo dipinto, per immaginarsi in Italia: questo è il pubblico». - «E tuttavia replicò Otto dopo una breve pausa, - se tutti la pensassero così, la poesia drammatica dovrebbe essere recitata per aria e i palcoscenici andare in malora». - «Sì, ed è quello che spero! - disse Lothario. - I poeti non devono cedere, devono invece affamare poeticamente i teatri, lasciarli languire pian piano nella loro noia e miseria e intanto, fuori, drammatizzare con audacia e vigore il mondo intero, sul palmo della loro mano. Il pubblico non è stupido come sembra. Quando si sarà abituato di nuovo alla bellezza originaria dei libri, costringerà anche i teatri ad adattarsi. Dalla buona poesia antica può nascere un nuovo teatro; mai, però, una nuova poesia dai desideri morbosi del pubblico e dalla pedanteria dei macchinisti teatrali. E soprattutto, giovanotto - proseguì, - se volete diventare un poeta, e credo che ne possediate l’infelice disposizione, allora dovete abituarvi una volta per tutte a poetare in campagna per un pugno di eletti, senza chiedere niente agli altri. Prima di tutto, però, dovete separarvi qui da noi attori e fanciulle, perché a chi si aggira in questo modo nel ripostiglio della 73 vita si attaccano i pipistrelli ai capelli; sarebbe un peccato per la vostra capigliatura morbida, bionda come la stoppa». Otto era rosso di stizza come una fanciulla. Ma Lothario aggredì arditamente tutte le corde della sua anima ferita, come un gelido vento mattutino. Otto lo aveva visto con i suoi occhi: Kordelchen era infedele, l’impalcatura di legno della sognata fama teatrale era distrutta e, dopo le esperienze di quel giorno, si vedeva ormai nudo e meschino. Ancora prima di giungere al termine del giardino accadde dunque che Otto, con la foga di una risoluzione coraggiosa, promettesse all’amico severo di partire subito, per vivere indisturbato nella regola severa dell’arte poetica. - Mancava però il denaro necessario all’attuazione di un proposito tanto lodevole. - A questa osservazione Lothario ebbe un moto vivace e parve avere in mente una proposta immediata, ma di colpo tacque. - Si trovavano di fronte alla porta di Dryander. «Alt! disse. - qui abita il giullare di Fortuna, busseremo a questa porta. Venite, presto!». Così dicendo spinse l’esitante Otto dentro la casa. Un servitore li ricevette nell’anticamera e fece per annunciarli. L’attore però lo spinse da parte sorridendo ed entrò senza indugi. La stanza era immersa in una penombra artificiosa, provocata dalle tende di seta verde che pendevano pesantemente fino a terra; una graziosa ara sacrificale di bronzo posata sul tavolo di mogano diffondeva odori piacevoli; Dryander, in una veste da camera di fine percalle, riposava negligentemente su un divano, tenendo in mano un foglio. All’ingresso dei due socchiuse gli occhi con fare aristocratico, come non riconoscendoli subito; piegò e sigillò la lettera e chiamò il servitore, suonando il campanello: «A Sua Altezza Serenissima, subito!». Poi si alzò e invitò gentilmente gli ospiti ad accomodarsi sul sofà. - Lothario, appena si furono solennemente seduti, espresse con devozione la gioia a lungo trattenuta per quella piacevole svolta della sua fortuna. «Non mi ha affatto sorpreso, onorevole consigliere di corte - disse, - hai sempre avuto mire elevate: nessuna soffitta era troppo alta per te, avevi sempre le prospettive migliori». Dryander, fingendo cortesemente di non sentire, si voltò verso Otto senza rispondere e gli assicurò una particolare simpatia per il suo bel talento, anche se, come amico, doveva consigliargli di scegliere con maggiore attenzione le sue compagnie. «Proprio per questo - lo interruppe Lothario - questo giovane ha preso una ferma decisione. Tu hai ricevuto ieri il tuo stipendio e non ne hai bisogno; volevamo perciò pregarti rispettosamente di avere la bontà di prendere questo giovane sotto la tua protezione - un piccolo prestito - a breve scadenza - vuole andare in Italia». - «In Italia? - esclamò Dryander. - Nella divina terra - » - «Sì, dove, come dice Goethe, fioriscono i limoni», lo interruppe Lothario. «Ho conoscenze qui a corte, forse posso esservi utile - proseguì Dryander, - conosco anche molte persone di rango a Roma, Napoli, il mio amico il duca...» «De’ Lazzaroni - disse Lothario, - un’antica famiglia, siete parenti, credo». Otto si alzò rossissimo e indignato. «Mi spiace solamente - disse Dryander, avviandosi anche lui, - che in questo momento urgenti impegni - mi farà comunque piacere se prima della vostra partenza - » - «Carissimo consigliere di corte! - esclamò allora di colpo Lothario, afferrandogli la mano, - danza ancora un 74 minuetto con me». Dryander lo misurò con un’occhiata sprezzante. «O debbo pregartene domani, davanti alla corte intera? Conosci già le mie armi» disse Lothario. Il consigliere di corte cercò in fretta di suonare il campanello. «Balla» ripeté Lothario in tono minaccioso. Allora Dryander si mise in posizione con un sorriso diabolico, Lothario cantò soddisfatto il minuetto à la Vigano e, così, eseguirono graziosamente diversi giri sul tappeto colorato; era buffo vedere come Dryander avrebbe voluto trafiggere l’avversario con lo sguardo, ogni volta che si sfioravano con mosse eleganti. Poi Lothario, tenendolo per la punta delle dita, lo accompagnò fino al sofà, fece un profondo inchino e si allontanò con l’imbarazzato Otto, che non capiva cosa fosse successo. «Abbiamo fatto del sano movimento - disse Lothario ridendo, una volta fuori, - ma Dio mio, non fate quella faccia triste! Scrivete oggi stesso a Hohenstein per avere dei soldi; leale, chiaro e schietto. Otterrete vile moneta a sufficienza; chi davvero vuole ciò che deve, può anche ciò che vuole!». Con queste parole si addentrò di nuovo nel giardino. Otto rimase a lungo incerto e silenzioso, poi si diresse in fretta verso la sua stanzetta solitaria, per seguire immediatamente il buon consiglio. - Quando fu seduto di sopra, davanti alla finestra aperta, il tramonto dorato danzava ancora allegramente in mezzo al fogliame sulla pagina bianca di fronte a lui. Spesso, scrivendo, si alzava e si affacciava. Il sole del tramonto illuminava il paesaggio autunnale, gli uccelli migratori sorvolavano la casa, tutto il suo cuore era pieno di liete promesse e con esse prendeva il volo verso regioni magiche e lontane. Intanto il principe faceva ritorno da una gita insieme a numerosi accompagnatori. Cavalcavano tra le solitarie pareti rocciose lungo le fresche acque del fiume; i boschi ardevano nello splendore variopinto dell’autunno. Sopra di loro, su di una roccia sporgente, scorsero allora la contessa Juanna, piegata sul fiume tra fiori di bosco selvatici; i riccioli bruni le coprivano la fronte e le guance. - «Lorelei ! » disse il principe come sovrappensiero ai suoi accompagnatori, che guardavano in alto accecati. Ma anche lui era ormai in suo potere e, quando tutti giunsero al castello, lui si era già allontanato senza essere visto, addentrandosi frettoloso e confuso in quella arttraente solitudine. Conosceva dalle sue partite di caccia i pochi sentieri battuti che conducevano alla cima; Juanna balzò in piedi spaventata, quando lui apparve di colpo e cadde ai suoi piedi, coprendole la mano di baci ardenti. Lei tacque e lo fissò a lungo. «Piano, piano - disse poi, - qui ci possono vedere dal castello». Detto ciò gli afferrò la mano e lo condusse svelta fra i cespugli, su stretti dorsi rocciosi e lungo dirupi scoscesi. Nel cuore di lui timore e speranza si alternavano come le ombre del bosco. «Dove andiamo?» chiese infine meravigliato, poiché gli ampi spazi erbosi gli 22 23 22 Salvatore Vigano (1769-1821) danzatore e compositore italiano. 23 Leggendaria sirena che con il suo canto ammaliava e faceva naufragare i naviganti, cantata prima da Brentano nella sua ballata Die Lore Lay (1802), ripresa poi in una popolare ballata da Heine e musicata da F. Silcher. 75 sembravano ben noti e il tramonto vi giocava come un tempo. Così uscirono improvvisamente fra gli alberi e, sotto alcuni abeti, scorsero una piccola casa con un giardino grazioso e tranquillo. - Il principe fece per proseguire, spaventato. «Ci riposeremo qui» disse Juanna trattenendolo. Ora lui fissava immobile in direzione della casa, come se sognasse. Una vecchia cieca sedeva di fronte alla porta nella luce del tramonto; davanti a lei una ragazza bella e pallida passeggiava cantando per il giardino. A un certo punto, di colpo scorse il principe e volò dalla madre come una bambina spaventata, sedendosi poi sull’erba, ai suoi piedi. «Ma che cos’hai?» chiese la cieca. La ragazza disse che un angelo camminava per il bosco nella luce della sera, un altro gli stava accanto e gettava una lunga ombra sul bosco e le valli; «ah, ormai si fa scuro, e lui non torna più!». Premette il viso in grembo alla madre e pianse lacrime amare. Il principe distolse lo sguardo. Era la figlia del cacciatore, alla quale tanto spesso, in gioventù, aveva fatto visita di nascosto. Il cuore le si era spezzato quando aveva riconosciuto nel suo amore il principe; era folle ormai da molto tempo, lui l’aveva quasi dimenticata. - Il bagliore della sera si affacciò ancora attraverso il bosco e la campagna apparve improvvisamente sconosciuta, come trasformata. Gli occhi di Juanna brillavano di una luce quasi mortale, lui non poté sopportarli oltre e scappò via, profondamente turbato, da quel luogo terribile. Lei, invece, era entrata nel giardinetto; si rivolse in tono consolante alla cieca e alla sua povera figlia e gettò loro in grembo, prima di andarsene, alcune monete d’oro. Allora la vecchia pregò piano fra sé, poiché adesso anche lei credeva che un angelo fosse passato dalla loro casa, nel silenzio della sera. - Intanto il pittore Albert, armato fino ai denti, saliva serio e silenzioso per il bosco sul monte. Aveva visto prima la contessa sulle rocce, poi il principe che strisciava su di nascosto e, valoroso come sempre, aveva deciso immediatamente di difendere l’innocente fino all’ultimo. La notte era ormai calata, tutta la campagna al chiaro di luna sembrava come assorta e, quando Juanna si trovò di nuovo nel castello, alla sua finestra, udì in basso il fiume gorgogliare come sotto i colpi di un remo. Era Lothario, che passava in una barca e cantava; nel vento della sera lei intese solo le seguenti parole: Bagliori nell’oscurità lontana, si ergono stupende le montagne, solo i ruscelli brillano talora che scorrono tortuosi nella valle, io guardo lieto, e insieme spaventato come nello splendere di un sogno agita quei tuoi riccioli scuri e gli occhi neri, come questa notte. 76 la guardia notturna sotto le finestre scosse la testa e con sua sorpresa vide, sulla roccia della riva opposta, una lunga figura restare appoggiata alla sua spada per metà della notte, simile a una sentinella dimenticata. Capitolo dodicesimo Un uomo può seguire a lungo i migliori principii con la rigidità di un pupazzo di neve, ma gli allegri ruscelli primaverili, chiacchierini e dispettosi, gli scalzano di nascosto il posto da sotto un suono, il lieve volo di un uccello e costui cade a testa in giù, seppellendo di nuovo tutti i buoni propositi. - Così accadde a Dryander. Era una serata bella e silenziosa; la principessa passeggiava sola in una zona appartata del giardino; sembrava inquieta, si fermava spesso ad ascoltare i canti degli attori in basso. Ma l’astuta Kordelchen l’aveva già notata da lontano; Lothario, contrariamente alle sue abitudini, non era presente all’esecuzione e lei era immersa nei suoi pensieri. Incontrò Dryander all’entrata del parco e d’un tratto le balenò in mente un’idea. «Finalmente vi trovo! - gli sussurrò misteriosa. - La principessa è là, vi aspetta. Ma fate piano» - disse portandosi il dito alla bocca; e sgattaiolò di nuovo tra gli alberi, veloce. - La vanità rende stupidi. Dryander, sorpreso, sfogliò rapidamente il libro delle fortune del suo impiego attuale; ogni foglio frusciava come lo strascico della principessa. Allora comprese tutto - proprio così, si persuase seriamente di essere da tempo pazzamente innamorato di lei. Così corse in giardino, tessendosi intorno con fervore crescente il più assurdo dei romanzi e, quando la sua figura snella apparve di colpo dinanzi a lui in un portico scuro, la investì, confuso e senza fiato, senza preamboli né preparazione, con la più ardente delle dichiarazioni d’amore. La principessa, per il modo in cui si era avventato su di lei, rimase dapprima sorpresa, poi sorrise delicatamente, in silenzio: non le passò per la mente che costui potesse essere persuaso che lei lo amasse. «Tasso ! - disse ammonendolo scherzosamente. - Qui non siamo a Belriguardo». Quando però fece per togliersi il guanto, per porgergli la bianca mano da baciare, un raggio di luna tra le foglie le si posò sulla fronte e la bocca. Allora apparve a Dryander, tutto sommato, già piuttosto attempata; d’un tratto non gli piacque più e i suoi pensieri si inacidirono di colpo, come latte sotto vampe di calore. «O Dio, principessa! - esclamò. 24 24 Riferimento alla relazione tra Tasso ed Eleonora d’Este; al castello di Belriguardo si svolge il Tasso di Goethe. 77 La notte è un fiore selvatico e meraviglioso che diffonde profumo inebriante; begli angeli caduti si cullano sulle foglie e cantano in sogno le stelle che un tempo abitavano; frusciante tra fritillarie e campanelle incantate, la vecchia serpe si attorciglia leggera verso l’alto; dalla sua coroncina si levano scintille verde-dorate, vagano per l’intreccio di fiori e, sfiorati dal loro riflesso, i volti appaiono bianchi come cadaveri, come adesso voi, principessa, al chiaro di luna». Così, via via che parlava, il suo fervore e la sua indole tragica crescevano; parlò in modo raccapricciante del peccato, era sempre più appassionato, selvaggio e straziante. La principessa si sentì gelare nel profondo dell’animo. Ma si dominò e lo interruppe ridendo: «L’odore del fiore notturno vi ha dato alla testa, andate a casa e fatevi un pediluvio». Poi si volse altezzosa verso il castello. Dryander rimase immobile, come colpito da un fulmine. Cercò allora di seguirla, di trattenerla, nella confusione andò a sbattere invece contro un albero, perdendo il cappello. Si definì con rabbia un angelo caduto, che disegnava sacrilego sulla parete l’innocenza che lo aveva sedotto. Attraversò il bosco correndo come un’invasato, l’eco dell’ultima campana della sera si perdeva in quel momento in lontananza, le fanciulle al villaggio cantavano davanti alla soglia di casa. E quando d’un tratto si ritrovò fuori dal parco scorse al chiaro di luna, davanti all’ultima capanna del paese, una bella fanciulla mai vista prima, sontuosamene vestita, seduta sotto un tiglio. Aveva in grembo un bambino dai riccioli d’oro, un altro stava appoggiato alle sue ginocchia e la guardava, tutti erano circondati da un ampio velo attraverso il quale, come ricamate, brillavano le stelle. Gli parve come che il cielo fosse sceso, pietoso, su questa collina: esausto, fuori di sé, si gettò sul prato ai piedi di lei, davanti a quegli occhi innocenti. «Oh, vergine santa, pietà di me! - le parlò dal profondo dell’anima. - Proteggimi da questa caccia spettrale in cui sono al tempo stesso il cane e la preda - redimimi dall’intima menzogna!». Lei lo guardò seria, non poteva alzarsi a causa dei bambini. Ma lui non vi badò; come un malato che fa un sogno beato le parlò ininterrottamente, offrendole infine la mano, commosso. Voleva porla coi bambini su di un asino e scendere per le rocce del monte solitario nella fresca ombra, lasciarsi indietro ogni cosa, dimenticare, dirigersi verso azzurre lontananze fino a raggiungere il regno silenzioso dei cieli. - «Chi sono questi monelli?» si interruppe di colpo, allontanando frettolosamente da sé il bambino che gli si avvicinava con le manine sporche. «Porto loro cibo e medicine - rispose la signorina, - la madre giace malata in casa». - «Malata?!» esclamò Dryander, balzando lesto in piedi e guardando impensierito verso la capanna, poiché aveva una paura superstiziosa del contagio. Un servo con un piccolo paniere era nel frattempo uscito; la signorina si alzò dal prato come liberata e si allontanò rapidamente, voltandosi di tanto in tanto timorosa. - Lui udì però una risatina nel cespuglio vicino e gli sembrò di vedere una veste femminile balenare tra i cespugli. Era Kordelchen, che lo aveva seguito di nascosto. Ma dovette pentirsene: si era infatti appena sistemata nel suo nascondiglio, quando Dryander vi si precipitò urlando come un ossesso e finendo con la testa diritto fra le sue gonne. Balzò in piedi spaventata - un pipistrello, poiché Dryander aveva perso il cappello nel bosco, 78 gli si era impigliato di colpo fra i capelli e, avvinghiato lassù, guardava con occhi sbarrati dalla testa del poeta. Questi urlò, Kordelchen inveì, nessuno voleva toccarlo; teste, domestiche e bambini si affacciarono da ogni porta e finestra, i cani del villaggio iniziarono ad abbaiare; Dryander se la dette a gambe confuso, la guardia notturna, che stava per dare il segnale, lo seguì a grandi passi - giunse stremato a casa, dove, finalmente liberatosi di quel mostro spettrale, andò subito a letto e si persuase di essere in fin di vita. La bella vita è come una buona vernice, che l’aria cattiva non corrode; così anche la principessa, dopo quella sera, era rimasta la stessa; non fece il minimo accenno all’accaduto, aveva le sue buone ragioni. Dryander, non avendo più interesse per la cosa, aveva dimenticato tutto già da tempo, fatta eccezione per la bella e dolce fanciulla davanti alla casetta. Costei però altri non era che la signorina Trudchen, del solitario castello del barone. Il modo di fare allegro e delicato dei nobili ospiti, durante la visita del principe, la aveva completamente abbagliata; come dopo il tramonto, un bagliore sopravvisse a lungo nella sua solitudine e lei non smise più di fare domande e di tenere il broncio, finché alla fine il padre la mandò per alcune settimane dal capo delle guardie forestali del principe, loro parente, ad educarsi. - Dryander, da allora, fece visita al capo delle guardie ogni sera, regolarmente; disputava con i possidenti che vi si riunivano spesso, beveva molto e perseguitava la signorina con vera furia poetica. Si trascinava dietro instancabilmente dei libri per lei: Goethe, Shakespeare, Calderon, Cervantes; e lei doveva leggere in un baleno, la sua ignoranza lo attirava sempre di più. Tutto era così nuovo, per lei; nella casa tutti avevano un grande rispetto per le conoscenze del giovane, che li irretiva completamente con la sua natura passionale. - Gli attori in segreto se la godevano enormemente e, una sera, quei mattacchioni di Ruprecht, Kordelchen e Fabitz si recarono da lui uno per uno con fare solenne: chi portando una poesia, chi un grosso mazzo di fiori si congratularono per il suo matrimonio con la signorina, che doveva aver luogo il giorno seguente. Lui sobbalzò e corse subito dal capo delle guardie forestali. - Era ormai troppo tardi. Trovò in casa uno strano trambusto, si pulivano specchi e lampadari, erano giunti ospiti dalla campagna e se ne attendevano altri. In giardino vide ardere sotto un susino un fuoco cupo, davanti al quale si muovevano figure scure. Si diresse in fretta in quella direzione e trovò la sua Trudchen, con un grembiale allacciato e le maniche rimboccate, che lavorava alacremente davanti al forno in cui si spingevano in quel momento dei dolci. Incuriosito e servizievole fece per aiutarla, per sapere qualcosa di più. Ma lei non aveva tempo, era intralciata nel suo lavoro, gli passò vicino un paio di volte e lui divenne, da un lato, tutto bianco di farina. «Su, su - disse lei, poiché l’altro spolverava via con cura la farina, - non è poi il vostro vestito nuziale». - «Davvero! - esclamò lui. - Dove lo vado a prendere uno migliore, entro domani?» - «Venite con questo - replicò lei e portate con voi una graziosa poesia». Lui, dato che le fanciulle guardavano dentro il forno, fece per afferrarla lesto e darle un bacio. Ma lei aveva appena inzuppato il mestolo in una pentola piena di marmellata di prugne e glielo passò veloce sulla bocca. 79 «Domani!» disse ridendo e corse verso casa. La seguì con lo sguardo - gli sembrava che volasse tra gli alberi come una piccola strega a cavallo del mestolo. Il giorno dopo era sul prato per tempo, vestito di tutto punto e con un gìbus sotto il braccio. Nella casa del capo delle guardie sembrava che tutti dormissero ancora; entrò, non visto, nel padiglione silenzioso. Una lunga tavola era già apparecchiata a festa, dolciumi colorati rilucevano tra i tovaglioli ripiegati ad arte, nel mezzo stava un’antica e sontuosa alzata, con alberelli di melangolo di cera e statuette di déi di porcellana, che nella base a specchio si riflettevano come in uno stagno. Passeggiò incuriosito su e giù, assaggiando da ogni piatto. Poi andò in giardino, per ripassare velocemente il discorso che avrebbe tenuto al banchetto nuziale. Gli uccelli però cantavano beffardi e i pioppi snelli si piegavano al vento mattutino davanti a lui, come per congratularsi. Da una collina coperta di vegetazione poteva vedere proprio dentro la casa della sua amata. Là era sorta intanto una grande animazione, vide i cugini e le cugine raccolti in pompa magna, nuove figure apparire senza posa alle finestre, un elegante balenio di corse e inchini; da fuori furono portati in casa pasticcini e un alto dolce a tronco d’albero, accompagnato dalle grida gioiose dei giovani del villaggio che si recavano a scuola. Fino a quel momento non aveva riflettuto bene su ogni cosa, ma in quel momento lo prese una paura del matrimonio che crebbe a poco a poco, irresistibile; quando fece per svoltare in un viale, scorse all’altro capo due vecchie dame che con aria solenne gli venivano incontro in fruscianti vestiti di taffetà. Allora si girò rapidamente e scappò a gran balzi per il giardino, senza fermarsi, e attraversò poi il villaggio in direzione dei monti; gli sembrava che il dio Imene lo inseguisse e gli battesse in capo la sua fiaccola, facendogli sprizzare scintille scoppiettanti negli occhi. Intanto in casa c’era baldoria: era il compleanno del capo delle guardie, nessuno pensava a un matrimonio. Trudchen si affacciava spesso alla finestra e se ne allontanava sempre arrabbiata, poiché Dryander non arrivava ancora. Anche il barone, che non mancava mai alla festa, era ansioso di vederlo, dato che il capo delle guardie gli aveva già parlato del suo amore per Trudchen, della sua posizione redditizia e delle sue importanti relazioni a corte e il barone, nella sua disperata condizione finanziaria, pensava già di trovare alla figlia un marito e a se stesso un tetto, prima che il suo gli crollasse sul capo. Ma inutilmente si mandarono più volte servitori a casa di Dryander; alla fine ci si sedette a tavola, il tono di voce andò pian piano crescendo, nel chiasso volavano già tra i ragazzi caramelle e sguardi carichi di significato, salutati dallo scoppio delle bottiglie di champagne quando d’un tratto, dai servitori del castello giunse voce che il consigliere di corte era scappato ed era stato visto lontano nel bosco, sontuosamente vestito. Nessuno riusciva a dare una spiegazione, poiché gli attori, che non si erano aspettati un esito simile, ben si guardarono dal rivelare ciò 25 25 Cappello a cilindro, con cupola retrattile, lanciato dalla moda parigina intorno al 1830. Prende nome dall’inventore. 80 che avevano messo in testa a Dryander. - Trudchen però si alzò di colpo e uscì, rossa fino alla radice dei capelli. Allora apparve tutto molto chiaro, tutti gli sguardi si rivolsero a lei che usciva, le ragazze si bisbigliavano furtive nell’orecchio e il barone le corse dietro, poiché c’era ancora da ballare. Ma la signorina era come mutata: imbronciata e ritrosa, non volle assolutamente far ritorno alla compagnia. Lei lo sapeva bene, diceva, la mediocrità di questi uomini prosaici aveva scacciato il consigliere di corte. Non le interessavano più quelle persone ignoranti, ormai conosceva un mondo ben diverso! - Il barone le dette della pazza svitata. Poi, colmo d’ira, fece attaccare i cavalli nella confusione generale, la spinse in carrozza e giurò a se stesso che quel mascalzone, il consigliere di stato, avrebbe dovuto prendersela o lui gli avrebbe tirato un colpo in testa! L’accaduto non fu funesto per nessuno quanto per Lothario, dato che il dottore era per lui da tempo come un parafulmine, su cui era solito sfogare allegramente la sua arguzia e la sua rabbia. Passeggiava con Fortunat in giardino, parlando della strana fuga, quando d’un tratto Otto si fece loro incontro con gli occhi che brillavano. «Buone notizie da Hohenstein!» gridò già da lontano, tenendo alta nella mano una lettera. Oltre ogni aspettattiva, aveva ottenuto non solo l’approvazione dell’amministratore ai suoi progetti, ma anche una considerevole somma che sembrava più che sufficiente per compiere comodamente il viaggio in Italia. Vi era allegata anche una lettera di Walter per Fortunat, che la aprì subito con grande gioia. «Il nostro Otto - scriveva il bravo amico - ci ha fatto un resoconto dettagliato del vostro strano incontro e della poetica vita alla corte del principe. Scrive in modo estremamente vivace e a tutti noi è sembrato di trovarci in mezzo a voi, nei palazzi e nei viali verdi e di vedere e udire ognuno muoversi e parlare alla sua maniera, questo Lothario, Kordelchen e anche te. Ogni sera a Hohenstein, dopo aver sbrigato ogni incombenza in casa e nei campi, sediamo sotto i tigli davanti all’ingresso e io debbo leggere più volte la lettera, ad alta voce e chiaramente, finché sopra di noi non sorge la luna. Così anche tu, benché lontano, sei in mezzo a noi, perché una notte silenziosa e illuminata dalla luna ha già di per sé qualcosa di sognante e avvicina al cuore, come per magia, persone e luoghi lontani e amati. Come siete fortunati, voi poeti! Alla vostra magica sensibilità tutti i luoghi dove camminate si schiudono, come la nascosta bellezza del mondo si schiude consenziente e fiduciosa all’innamorato; a ogni passo i cerchi si allargano, ciò che è lontano ed oscuro si fa comprensibile e vicino, benevolo, e nuovi orizzonti sorgono prodigiosi, sempre più distanti e più belli. Quante cose ti sono accadute, da quando ci siamo separati! - A me succede esattamente il contrario. Man mano che vado avanti, il cerchio si fa sempre più stretto e gli orizzonti che mi attirarono in gioventù impallidiscono e scompaiono pian piano. - Credo però che debba essere così. In modo più pacifico di quanto tu possa immaginarti ho riconosciuto, alla fine, il mio posto nel mondo e ho preso congedo dalle nobili illusioni. Mi riconosco modesto e limitato, e sono contento così. Il vostro compito è immenso, intricato e sfugge facilmente al vostro controllo. Il mio impiego, al contrario, è semplice e 81 sempre chiaro, e credo che anche il fatto di vedere chiaro in se stessi abbia una certa importanza. Se non posso venire con voi di persona nel bel paese della poesia, come un tempo sognavo ardentemente, voglio almeno aiutare sinceramente i poeti, come e fin dove posso. Così alla fine sono anche riuscito a rappacificare Otto con i suoi tutori, poiché penso che sia in gioco un considerevole talento. Non credere però che sia stato tanto difficile. Una volontà retta e forte fa miracoli ovunque. L’improvvisa decisione di Otto di abbandonare il paese natio ha messo, oserei dire, sottosopra l’opinione che finora si aveva della questione, dando un indirizzo completamente nuovo all’immaginazione della gente di Hohenstein. All’amministratore piace tanto più il coraggio di Otto, quanto meno aveva creduto al suo comportamento dolce e quieto. La brava madre, invece, adesso si rallegra segretamente di poter vedere stampato il nome di Otto, o addirittura il suo ritratto, sulla copertina di un libro. Ti stupirai, probabilmente, della somma ingente che mandiamo. Ma non è denaro nostro. Otto ha illustri benefattori - di più, per adesso, non posso rivelarti. Questo è un periodo felice. Appena risolta questa faccenda di Otto nel modo desiderato, ho ricevuto notizia dalla città che mi è stata concessa la redditizia carica di giudice qui a Hohenstein, a lungo desiderata tra dubbi e speranze. Adesso niente è più di ostacolo al nostro matrimonio. - Proprio ora Florentine sta guardando il foglio da sopra la mia spalla e mi tappa veloce la bocca con la mano, perché non spifferi tutto. Ma siccome continuo a scrivere, se ne va e non ti saluta nemmeno. - Sto scrivendo in giardino, nello stesso luogo dall’ampio panorama dove tu, ogni mattina, eri solito leggere o comporre versi. Ma i campi, a valle, sono ormai deserti; nelle aiuole vicine spiccano solo gli asteri e le foglie sugli alberi si colorano e cadono. Questo fatto mi ha sempre spaventato, ma questa volta mi dà uno strano senso di piacere, perché in casa, attraverso le finestre aperte, vedo la mamma scuotere con cura le piume del letto della promessa sposa; il falegname ha aperto la sua allegra bottega e intaglia le doppie finestre per la nostra futura dimora e io, nei miei pensieri e con intimo piacere, arredo la casa per l’inverno - che battano pure ai vetri la pioggia e la neve! Ma tu non comprendi questi sentimenti, vero? - Beh, Dio sia con te, caro amico, e ti guidi nel tuo lungo cammino verso la fortuna e la felicità, che io ho trovato qui, nel cammino più breve». Fortunat ripiegò la lettera provando una strana sensazione, gli sembrava di essere immerso nel tramonto silenzioso. Davanti a lui, Otto stava insieme a Lothario sul pendio e guardava inebriato l’orizzonte lontano, verso il quale, ormai, sarebbe presto partito. 82 Capitolo tredicesimo E dove nessun viandante è mai passato, alte sopra cavallo e cacciatore le rupi strapiombano al tramonto quasi come di nuvole un castello. Là, tra torri merlate ed alte cime, garofani selvatici circondano le belle donne del bosco, che sedute intonano nel vento il loro canto. Guarda verso il castello il cacciatore: «di quella dama sono innamorato!». Salta giù dal cavallo che si adombra, nessuno sa che cosa ne sia stato. Così cantava Lothario, appoggiato al suo fucile su una altura verdeggiante. Fortunat salì fino a lui e, insieme, videro al di là del bosco risplendere già cacciatori e cavalieri: il principe aveva organizzato una nuova, grande caccia d’addio, prima che tutti, in vista dell’inverno, tornassero a rifugiarsi in città. «Non hai visto la promessa sposa?» chiese Lothario guardandosi intorno, inquieto e furtivo. «Intendi la contessa Juanna - allora ne hai sentito parlare anche tu? - rispose Fortunat. - Lo tengono nascosto a me, e poi lo sanno tutti i cacciatori. Ho udito solo stamattina che lo sposo, un certo barone Manfred, è atteso oggi stesso per la caccia». - «E’ un giorno meraviglioso per sposarsi - disse Lothario, - i filamenti della Madonna se ne volano via con la tarda estate, come se tutte le tardone si fossero strappate i capelli e li avessero dispersi per aria: così qualche cavaliere vi resta impigliato con gli speroni. Fate attenzione, il groviglio sarà notevole!». Così dicendo strinse forte la mano di Fortunat e scese rapidamente a valle. Fortunat lo guardò meravigliato, poi tornò a seguire la caccia che continuava tra i monti con divertimento crescente. Così, presto si perse nel labirinto dei boschi e giunse infine in una gola verdeggiante, sulle cui pareti rocciose cresceva ovunque edera selvatica. D’un tratto un cervo 26 26 “Altweibersommer” nel testo originale. Il gioco di parole è dato qui dai tre significati del termine. Il primo è “tarda estate”, “estate di San Martino”; il secondo è “i filamenti della Madonna”, sottili tele di ragnetti di prato che il vento, soprattutto in autunno, trasporta nell’aria e fa brillare al sole; il terzo significato è quello del termine “Altweiber”: “donne vecchie”, “vecchie zitelle”. 83 eruppe dal folto del bosco, aveva alle calcagna una muta di cani e, dietro, Juanna. Il nobile animale, scorgendolo, si fermò ansimante e si gettò di lato nel dirupo, dove i cani e la cavallerizza non poterono seguirlo. Allora Juanna si fermò di colpo, sovrastando Fortunat in quella selvaggia solitudine; i cani si distesero ai suoi piedi, assetati. «Vedete, è libero - disse lei, scuotendo via i riccioli bruni dalla fronte accaldata, - e a voi sarà più facile acchiappare un cervo nel bosco, con i vostri sguardi innamorati, che me! Che volete da me? Smettete di corteggiarmi, io sto benissimo libera come sono. Qualunque progetto accarezzi la principessa, io non sarò mai vostra né di nessuno - state attento, sarebbe la morte di entrambi!». Detto ciò volse il cavallo e i vecchi alberi, scuotendosi, cosparsero di foglie gialle la bella figura, come una pioggia dorata. Fortunat era assai turbato, intorno a lui le sorgenti nel bosco gli sembravano parlare una lingua confusa; non gli sarebbe potuto accadere niente di più inaudito che dover essere proprio lui, lo sposo! - Intanto Juanna si era voltata verso la cima del monte, il suo animo sembrò agitato da un’idea improvvisa. Conosceva il sentiero nel bosco che conduceva a un monastero al di là del monte, la cui badessa era sua parente. Voleva recarvisi quello stesso giorno e aspettare che l’inverno risoprisse i monti, i pretendenti e gli innamorati. Ma mentre era immersa in questi pensieri, improvvisamente vide sopra di sé un camoscio saltare a grandi balzi da roccia a roccia, al di sopra delle cime degli alberi. Era qualcosa di nuovo, non poté resistere al pericoloso desiderio. Un vecchio cacciatore che si era arrampicato fino a quel luogo solitario stava facendosi largo tra i cespugli: diede a lui il cavallo, perché lo custodisse fino al suo ritorno e, prima che costui potesse metterla in guardia, era già scomparsa tra le rocce. Scalò le rupi simile a un’agile pantera, il timido animale la attirò sempre più in alto. Il desiderio cresceva con il pericolo, da tempo non si sentiva così felice e fu sorpresa, quando vide d’un tratto sopra di sé una parete rocciosa come arroventata: era il riflesso del sole al tramonto, che proprio in quel momento scendeva al di là delle buie foreste. Aggrappandosi con una mano a un cespuglio guardò in basso, oltre il ciglio del dirupo: le valli già si oscuravano, molto lontano udì suonare la campana della sera e pensò che provenisse dal convento. Prese in fretta quella direzione ma, nel groviglio degli sterpi, non riusciva a capire dove stesse andando; altri precipizi si spalancarono e finì per trovarsi in spaventosa solitudine, come qualcuno dimenticato, la notte, tra le guglie e le statue di pietra di una cattedrale sconosciuta. In tale pericolosa situazione le venne in mente di sparare un colpo di fucile, come segnale. Con gioia vi fece seguito un altro sparo, nelle immediate vicinanze. Subito dopo udì dei passi salire per i detriti malfermi e, all’improvviso, una figura alta e snella apparve tra le rocce - era Lothario. «Questa è una zona pericolosa - disse questi - e sta per calare la notte; per fortuna conosco bene i sentieri e la direzione giusta». Ma la contessa, vedendolo, assunse un atteggiamento stranamente ostile: era l’ultima persona che avrebbe creduto di incontrare e, prima che lui potesse impedirlo, inaspettatamente lo respinse e saltò su una roccia che sporgeva sul precipizio, isolata e obliqua. Un brivido attraversò Lothario: un solo passo falso e sarebbe scivolata nel burrone. - Calcolò con sguardo sicuro il proprio vantaggio e, con una rapida decisione, la afferrò di colpo, tenendola avvinghiata recalcitrante al suo braccio. Spaventata, sorpresa, non capiva cosa 84 le stesse accadendo e lo guardava negli occhi, furiosa e meravigliata. Lui la portò giù di roccia in roccia, nel crepuscolo, lungo il ciglio spaventoso di precipizi scoscesi mentre lei, avvinghiata al collo per il terrore, lo avvolgeva coi suoi riccioli inanellati. Così tacquero a lungo entrambi. In quel momento la luna sorse splendida sui boschi. Lothario guardò quella solitudine meravigliosa e disse tra sé: «Così l’ho visto, talvolta, nei miei sogni». Juanna invece si guardava intorno furtiva: il luogo le era completamente sconosciuto; le nuvole volavano alte, in basso le vallate rilucevano quasi familiari, come le valli in Spagna. Pensò alle belle notti estive tra i guerriglieri. - D’improvviso si arrestò: vicino a loro stavano due cavalli sellati e, prima che potesse riprendersi e fare domande, Lothario la sollevava già su di uno dei due. Lui balzò poi sull’altro e rapidamente attraversarono il bosco illuminato dalla luna, in quella notte stellata e silenziosa. Allora un terribile presentimento attraversò il cuore di Juanna come un fulmine improvviso; non riuscì a pronunciare parola, rifletteva cupa su ciò che le appariva incredibile mentre boschi, valli e paesi lontani le passavano accanto come in volo, misteriosi. Lothario era come trasfigurato. «Juanna! - le si rivolse dal profondo del cuore. - guardati attorno, la terra è bella e silenziosa come una prima notte nuziale! Devi abitare libera in un alto castello, dove i cervi pascolano solitari sulle pareti dei precipizi. Là, nelle notti d’estate, riposerò sotto la tua finestra aperta e canterò nei tuoi sogni finché le stelle si spegneranno e la prima allodola, alta nell’aria silenziosa, prenderà il mio posto. E se quando le foglie cadranno e gli uccelli migreranno tu avrai nostalgia di casa, guardando dal castello i boschi solitari, ti condurrò lontano per i monti, povera straniera! Viaggeremo per mare lungo coste scintillanti, finché i suoni della tua lingua madre ti giungeranno come uccelli variopinti e meravigliosi e la tua patria bella e severa emergerà dalle acque: giardini profumati, monti e castelli moreschi che giocano nei flutti ebbri - oh Juanna, mi sembra come di vedere l’alba da una montagna elevata!». Così parlava colmo di gioia, mentre cavalcavano. Ma Juanna restava silenziosa; nella gola vicina un fiume mormorava e lei gli porgeva ascolto, di tanto in tanto. D’improvviso l’acqua balenò tra gli alberi scuri, allora lei tirò con violenza il cavallo da un lato, lo spronò e si gettò nel fiume. Spaventato, Lothario si precipitò dietro a lei e la vide con i capelli sciolti, simile a una ninfa, scivolare tra i flutti, immergersi e riemergere di nuovo. Alla fine riuscì ad afferrarla. Rimase immobile sulle sue spalle, i suoi riccioli bagnati le coprivano gli occhi e la fronte. Estenuato, si lasciò cadere con la sua preda sul prato della riva opposta, ascoltando piegato su di lei in un silenzio terribile - ma non respirava più, muta e pallida nella bellezza severa della morte. Tutto si era risolto in modo ben diverso da come avevano immaginato gli allegri cacciatori. Fortunat, quel giorno, aveva abbandonato la caccia prima di sera e aveva vagato per molti giorni da solo nel bosco, per esplorare a proprio piacimento le belle montagne. Quando ritornò, trovò con suo stupore tutto deserto. Il tramonto illuminava il castello e il giardino, da un’ala provenivano ancora i singoli, lunghi rintocchi di un carillon. Al fruscio dei suoi passi sulle foglie secche, 85 il vecchio guardiano addormentato sui gradini di marmo davanti al castello sobbalzò spaventato. Da lui apprese che la contessa Juanna, durante la caccia, si era arrampicata sulle rocce ed era stata vittima di una disgrazia, due pastori l’avevano vista al chiaro di luna, nel fiume, nuotare e combattere contro il genio delle acque. Il giorno immediatamente seguente, il principe aveva lasciato la residenza con tutto il suo seguito; anche la compagnia degli attori aveva ripreso il suo viaggio. Di Lothario non sapeva nulla. - In quella solitudine improvvisa, Fortunat provò una paura profonda e decise di partire il giorno stesso per la cittadina più vicina e poi, senza ulteriori fermate, per l’Italia. - Quando si rimise in viaggio calava ormai l’oscurità; in lontananza, sui monti, scorse una silenziosa colonna di fiaccole: era il cadavere di Juanna che veniva portato alla residenza. Così, spesso, un brivido ammonitore attraversa le gioie degli uomini, affinché ricordino che la bella terra è data loro solo in prestito. 87 LIBRO SECONDO Capitolo quattordicesimo Su di una delle più recondite gole della Svizzera la notte mormorava piano, un ruscello scendeva solitario tra le rocce e chiacchierava furtivo, approfittando del sonno degli uomini, con la banderuola della misera locanda del bosco, nel fondovalle silenzioso. Laggiù, nel fienile della casa, un giovane si risvegliò confuso. Era Fortunat che, nel suo viaggio in Italia, aveva raggiunto a tarda sera la locanda e si era arrampicato volentieri su quel giaciglio ventilato, dato che le poche camere a disposizione dei clienti erano state già occupate da altri viaggiatori. Là un sogno lo aveva destato: improvvisamente gli era parso che una voce ben nota lo avesse chiamato per nome, dabbasso. Ascoltò, ma non si udiva alcun rumore. Fuori brillavano ancora le stelle, si sedette perciò nel vano dell’abbaino aperto, sui pioli più alti della scala e vide, sotto la luce chiarissima della luna, l’arco dei ghiacciai, ampio e silenzioso sui boschi. Solo il rimbombo cupo di una valanga echeggiava, di tanto in tanto, in quell’immensa solitudine. Solo allora notò la struttura complicata e bizzarra della locanda; osservò insonnolito i piccoli ballatoi di legno, gli angoli e i bovindo quando all’improvviso, nella ala vecchia della casa un’imposta si aprì e una donna apparve alla finestra, completamente avvolta in un lungo velo. Fortunat aguzzò lo sguardo e fu attraversato da un brivido - erano il cappello, la veste da amazzone, la figura e il modo di fare della contessa Juanna! - La luna risplendeva sulla sua cintura come allora, durante la caccia; poi, rapidamente, la finestra si richiuse. Subito dopo, però, vide l’oste condurre nel cortile due cavalli sellati; la dama uscì dalla casa insieme a uno sconosciuto, tutto si muoveva lentamente 88 e in silenzio come le nuvole nella notte; bisbigliavano segretamente tra loro e con l’oste che d’un tratto gli apparve spettrale anche lui e, prima che potesse riaversi, tutta la scena era svanita come un corteo di morti tra le rocce e gli alberi, sotto la luce cangiante della luna. Fortunat era abbagliato come da un lampo notturno; scese in fretta la scala, il cortile era deserto come se non fosse accaduto nulla ma, con sua meraviglia, udì a una certa distanza nel silenzio uno sferragliare d’armi. “I morti duellano in cielo, adesso?” pensò; e si diresse in fretta da quella parte. Là, facendosi largo tra i cespugli, scorse due uomini impegnati in uno scontro violento, sul prato illuminato dalla luna. Le figure, i vestiti e il modo di fare gli sembravano, quanto più li osservava, familiari. «Per Dio, pazzi che siete - esclamò infine, - che vi è preso di nuovo!», perché aveva riconosciuto chiaramente il lord allampanato e il pittore Albert, del castello di caccia del principe. Appena i duellanti lo videro, ognuno dei due fece solennemente un passo indietro, abbassando la punta della spada e inchinandosi davanti all’altro con un gesto rapido e severo; poi il lord, così infervorato da non trovare il tempo di sorprendersi o salutare, si precipitò su Fortunat. «Decidete voi stesso - esclamò - e lo ribadisco, ora e sempre: non c’è alcun imperativo categorico, la virtù non è che il primo battito d’ali della libertà originaria dell’anima, l’intuizione dell’elemento spirituale primigenio, il quale è tanto poco spiegabile con la generosità e la castità che - » - «Assolutamente no! - si oppose Albert, profondamente indignato. - c’è una legge morale assoluta, la virtù, che non è certo una vuota parola!». - «Ma insomma, ditemi, che c’è? Che succede?» li interruppe infine Fortunat, estremamente sorpreso; e a poco a poco apprese dai due litiganti, attraverso singole frasi confuse e sconnesse, che entrambi, nella salda convinzione del rapimento di Juanna da parte di Lothario, quella sfortunata sera in cui la contessa risultò dispersa avevano abbandonato la caccia, giurando che l’avrebbero riportata indietro o non sarebbero più tornati. Molto presto, così dicevano, trovarono le tracce dei fuggiaschi, seguendole fino a questa locanda solitaria. «E ora che siamo alla meta - proseguì il pittore - questo signore lascia cadere d’un tratto la maschera del generoso e vuole rapire la contessa per sé. Ma con questa spada, consacrata nel grande anno di guerra 1813, io difenderò la castità di quella dama contro qualunque rapitore, sia egli un attore tedesco o un lord inglese!». E a queste parole si avventarono di nuovo l’uno contro l’altro, eseguendo guardie e stoccate con abilità e puntigliosità ammirevoli. All’improvviso il grasso oste uscì di casa furioso, precipitandosi verso i duellanti: aveva sulla testa una tavola rovesciata, sembrava un toro con quattro corna; le spade sguainate percossero con un rumore sordo la sua pelliccia da notte di pelle di bue. «Per mille parlamenti - urlò, - Villanzuomini, lords e maggiori o tenenti colonnelli che siate, mi domando e dico! Non ci guadagno mille libbre di stelline, con questo scandalo: mi fate scappare i clienti migliori, col vostro tintinnio di spade. E questa dovrebbe essere una serenata 89 per una bella contessa straniera!» - «Contessa! E’ già partita? Per dove?» lo interruppero allora i duellanti, riponendo lesti le spade nel fodero. «Straniera? - balbettò Albert per l’eccitazione. - che lingua parlava?» - «Invero, mi pareva proprio arabo» replicò l’oste; e conducendoli entrambi con fare misterioso verso la stalla sembrò descrivere loro della straniera in tutti i dettagli. Fortunat poté solo ancora notare che il furbacchione indicò loro una direzione del tutto diversa da quella che la dama aveva preso. - Quando tornò indietro, anche Fortunat volle chiedergli notizie più precise sulla contessa. Ma il furbo grassone non si fece menare per il naso, gli parlò di notti folli, di spiriti e streghe volanti e introdusse il mattino con tale chiasso che il cane in cortile abbaiò e servi e cameriere uscirono da ogni angolo. Nella confusione, Fortunat udì d’un tratto litigare dalla parte opposta il lord e il pittore, ma prima che potesse chiamarli si erano dileguati nella sottile nebbia mattutina, con i loro ampi mantelli da sentinella di taffetà che scendevano fino alla caviglia e da cui i cavalli inglesi allungavano fuori, in modo singolare, i loro colli sottili. Rimase per un po’ incerto, poi corse anche lui a pagare il conto, balzò a cavallo e imboccò il sentiero nel bosco che la misteriosa apparizione aveva preso prima dell’alba. Cavalcò tutta la mattina, ma non la ritrovò più. Capitolo quindicesimo Il sole era appena calato sopra Roma quando Fortunat, gingendo dai monti, entrò in città nel fresco della sera. Solo una striscia di mare in lontananza e la croce sulla cupola di San Pietro ardevano ancora di luce riflessa; e poi il suono di innumerevoli campane, e giardini, palazzi e colli solitari sparsi come per magia - gli sembrava come di entrare in una magnifica fiaba. «Ecco là !» esclamò di colpo il suo vetturino , fermandosi. Si trovavano di fronte a un grande, antico palazzo che sembrava in parte disabitato e che, nel crepuscolo, si affacciava malinconico su una piazza solitaria, dove l’erba alta spuntava dal selciato 27 28 27 In italiano nel testo. 28 In italiano nel testo. 90 e una fontana mormorava instancabile. Era la casa del marchese A., dove amici viaggiatori avevano procurato alloggio a Fortunat. Un vecchio servitore, scrutando con sguardi rapidi e attenti lo scarso bagaglio di quel viaggiatore modesto, lo condusse su per l’ampia scalinata di marmo, scusandosi con gran profluvio di parole per l’assenza del marchese, che proprio quel giorno faceva ritorno dalla campagna e non avrebbe trascurato di riparare il giorno successivo alla mancata accoglienza. Le prime ore in una grande, sconosciuta città sono tra le più solitarie di una vita; anche Fortunat fu attraversato dalla sensazione di trovarsi soltanto adesso in terra straniera. Si smarrì completamente in quelle stanze alte e, per la noia, appena il servitore si fu allontanato si mise ad osservare i fregi in stucco sui soffitti, le sedie pesanti all’antica, i lunghi specchi dalle cornici dorate e anche i quadri di caccia appesi alla pareti intorno, che rappresentavano cavalieri in fogge strane: metà di essi erano a cavallo, l’altra metà erano zerbinotti che inseguivano un cervo con audacia galante e dame giovani e belle in crinoline, sotto una lussuosa tenda nel bosco, che stringevano corni da caccia e ai cui piedi il fortunato cacciatore deponeva rispettosamente la sua preda. - Fuori sembrava stendersi un ampio giardino, oltre il quale si udivano in lontananza numerosi orologi battere le ore; gli sembrava di essere già defunto e di udire sopra di sé i rintocchi delle campane a morto. Tali considerazioni vennero interrotte dallo sferragliare di una carrozza che sembrò arrestarsi davanti al castello. Guardò attraverso la finestra: alla luce di una fiaccola poté vedere solo una snella figura femminile balzare fuori dalla antiquata carrozza ed entrare in casa rapidamente. Nell’altra ala del palazzo si udirono allora porte aprirsi e chiudersi fragorosamente, rumore di passi e di risa e poi, di colpo, tutto ricadde nel silenzio. Subito dopo, però, udì in giardino, fra il frusciare degli alberi tra i quali volavano luminose le lucciole, singole note prolungate di una voce di donna, simile a quella di un usignolo. La luna spuntò in quel momento e mutò la scena in un sogno. Allora Fortunat spalancò tutte le porte, afferrò la sua chitarra e si mise a camminare su e giù per la lunga fuga di stanze, cantando: Stormiscon tremanti le cime, quasi gli dei antichi la ronda facessero intorno alle mura semidistrutte. Qui, dietro i cespugli di mirto in uno splendore indistinto, a me, sognante e confusa che parli, o fantastica notte? Su me le stelle scintillano con sguardo ardente d’amore, lontananze mi parlano ebbre 91 di una grande, prossima gioia! Un bellissimo mattino primaverile illuminava il giardino davanti al palazzo; era tutto un verdeggiare, tutto una canzone in quell’attraente abbandono; nelle vasche prosciugate dei giochi d’acqua uccellini variopinti si inseguivano con versi gioiosi, rigogliosi tralci fioriti si arrampicavano audaci intorno alle statue di marmo, come se la primavera avesse voluto soffocarle di baci. Candida, tra le nude statue degli dèi stava Fiammetta, la figlia quattordicenne del marchese, e parlava con la cameriera Lenore che le stava fermando in alto le belle trecce scure. Quella mattina le era sfuggita inquieta, erano entrambe curiose di vedere il loro ospite, l’inglese arrivato il giorno prima, per il quale scambiavano ogni viaggiatore straniero. «Stanotte l’ho sognato - diceva Fiammetta, - sembrava uno di quei pittori tedeschi dai lunghi riccioli biondi; si trovava in un luogo sconosciuto e meraviglioso che scintillava e brillava ed io, accecata, non riuscivo a vedere nulla. Sapevo bene che era il mattino che gettava già la sua luce attraverso le tende rosse, ma ho chiuso forte gli occhi - » e si interruppe, ridendo fra sé. Lenore la guardò interrogativa. «No, no - disse Fiammetta arrossendo leggermente, - quello che lui mi ha detto nell’orecchio non te lo ripeto; che sia ancora giovane?». Lenore raccontò che la notte precedente, mentre si trovava ancora in giardino, aveva visto l’ombra di lui camminare su e giù per la stanza, lunga e sottile come il pendolo dell’orologio della torre - «O di un carillon, perché l’ho sentito suonare bene», la interruppe Fiammetta posando il piedino sulla nuca di un Apollo caduto e allacciandosi la scarpina graziosa. In quell’istante scorsero tra i rami proprio quell’ospite di cui stavano parlando, uscire dal castello stiracchiandosi ben bene; leste come lucertole, scaparono tra i fiori e le erbacce dietro le mura semidiroccate, dalle quali lui sarebbe dovuto passare e attraverso la cui fenditura avrebbero potuto osservarlo, non viste. Lenore lo trovò molto bello. Fiammetta invece criticò con un nascosto bisbiglio i suoi capelli lisci e bruni, il suo modo di camminare arrogante e l’abito singolare. Quando lui passò accanto al muro, disse piano: «Ora lo spavento». Lenore cercò di afferrarle la mano per trattenerla, ma la piccola marchesa aveva già afferrato il ramo di un melo in fiore che sporgeva oltre il muro: lo scosse con forza e rapidità e Fortunat fu completamente ricoperto dai petali; poi entrambe fuggirono rapide. Ma Fortunat, quel giorno, non si meravigliava più di nulla. Già al risveglio, guardando nell’alto trumeau che rifletteva su di sé gli alberi e il cielo, aveva creduto di essersi coricato così vestito in mezzo al giardino ed era balzato in piedi, spaventato; aveva udito fuori risa e voci di fanciulle dai begli accenti stranieri, vagare simili a campanelle seducenti per la boscaglia fresca al mattino. Così era corso giù per le lucide scale di marmo per salutare Roma, il giardino, la giovane primavera e il vecchio marchese. Guardandosi intorno lieto, scorse a una certa distanza un signore di bella presenza con i capelli impomatati, scarpe con la fibbia e un vecchio abito di corte, che conduceva a braccetto una giovane fanciulla; un servitore con indosso una livrea sbiadita li seguiva lentamente nella passeggiata, visibilmente annoiato, reggendo un ombrellino da 92 sole. Fu subito confermato nelle sue supposizioni: era il vecchio marchese A.; questi, appena notato il suo ospite, lo salutò solennemente in francese e gli presentò la sua accompagnatrice come la figlia Fiammetta, che arrossì e abbassò le lunghe ciglia nere, scorgendo sull’abito di Fortunat ancora qualche fiore di melo. Poi il marchese invitò lo straniero ad unirsi a loro nella passeggiata mattutina. Riprendendo, tra abili intrecci di locuzioni eleganti, il cammino lungo le pareti di bossi e per i lunghi viali dai panorami prospettici, sembrò a Fortunat che, lentamente, una reticella per capelli gli crescesse sulla nuca e una spada d’acciaio gli spuntasse tra le falde del vestito; gli parve di immergersi sempre più profondamente in quella magica antichità che conosceva bene dai libri e dai dipinti. Intanto gli occhi scuri e lucenti di Fiammetta gli davano una sensazione di intimo piacere e così, prima che potesse rendersene conto, cominciò a usare con divertimento crescente frasi galanti assai ricercate; l’illusione non venne disturbata neanche quando alla fine il marchese, in modo del tutto inaspettato, si informò di un suo lontano parente in Germania, il conte Victor von Hohenstein. Fortunat lo definì homme de lettres che influenzava in modo determinante il suo siécle. Marchese: «Discende da un’antica casa». Fortunat: «Ma vi abita poco. Si è trasferito da un po’ di tempo sul Parnaso, dove costruisce i suoi castelli in aria». Marchese: «Idea inconsueta per un nobile». Fiammetta: «Mi piacerebbe vedere un poeta, una volta». Fortunat: «Per i vostri occhi, graziosa signorina, non può essere difficile; dove la primavera incanta, la stessa nordica Borea parla attraverso i fiori». Fiammetta: «Avete anche voi fiori, in Germania?». Fortunat (con sguardo galante): «Non così belli». Durante tale colloquio avevano raggiunto di nuovo il palazzo; si salutarono tutti con grandi inchini sotto il portale, tra il fragoroso cinguettio dei passeri nei capitelli infranti delle colonne. A Fortunat sembrava di aver ballato un minuetto di mattina presto; nel giardino gli uccelli cantavano e gli alberi stormivano, come se parlassero ancora degli occhi luminosi della bella marchesa. 93 Capitolo sedicesimo I primi giorni passarono per Fortunat come in un sogno, tutto splendeva davanti al suo cuore e, in quel fulgore, non riusciva ancora a distinguere le cose con chiarezza. La migliore guida di Roma e la pianta della città giacevano aperte, spiegate sul tavolo e ogni giorno Fortunat usciva con il ferreo proposito di iniziare il giro programmato e già segnato in rosso; ma ogni volta lo attirava un panorama sorprendente, oppure un cantastorie, riunendo intorno a sé un gruppo di straccioni, lo sviava dalla sua strada e lo tratteneva a lungo; gli capitava spesso di seguire, per le vie, un paio di strani tipi di cui gli piacevano particolarmente i nasi romani e i gesti espressivi; quando poi tornava a casa, sfinito da quel gironzolare ozioso, doveva pur ammettere che nel breve tempo aveva visto e imparato più di quanto avrebbe potuto sognarsi la sua guida stampata. Una sera, durante una di queste passeggiate, si perse in un labirinto di piccole viuzze fuori mano. Gli abitanti sedevano a chiaccherare davanti alle porte delle case e i bei bambini mezzi nudi giocavano e schiamazzavano, negli ultimi bagliori del crepuscolo. Inaspettatamente udì un rumoroso alterco in lingua tedesca e, incuriosito, si diresse rapidamente verso il cortile da cui quel chiasso proveniva. Di colpo una porta si spalancò e un uomo ben vestito, non più giovanissimo, saltò fuori così bruscamente che perse il cappello dal capo. «Dio mio! Grundling, sei tu!» esclamò Fortunat sorpreso - era il viaggiatore tedesco che gli aveva procurato l’alloggio al palazzo. «Capiti proprio a proposito - disse, - ti porto subito da dei compatrioti». Così dicendo cercò la maniglia della porta, che trovò però già serrata alle sue spalle. «Non fa nulla», disse allora. E con un cenno della mano condusse l’amico stupito in una casa vuota vicina, brancolando nel buio e facendosi largo tra gli oggetti sparsi qua e là. In quel mentre udirono, all’interno della stanza accanto, le voci di uomo e di una donna bisticciare animatamente, senza requie. «Insomma, sono i miei sogni dorati!» urlava l’uomo. «Sogni? - replicò la fanciulla impertinente. - E allora pizzicati il naso e svegliati. Credo proprio che tu sia ubriaco, oggi». - «Cosa ne vuoi sapere, tu, dell’ebbrezza dell’arte divina! - la interruppe. - E io pazzo credevo di poterti elevare insieme a me! Adesso sei tu a trascinare in basso anche me, rendendomi il mondo così volgare che vorrei gettarti in testa tutti i barattoli dei miei colori». - «Beh, almeno hai già buttato fuori uno dei tuoi stupidi arnesi» rispose la fanciulla ridendo. «Allude a me - disse Grundling a Fortunat. - Oh, popolo allegro e geniale!». Aprì infine una porta di servizio che dava su un corridoio stretto e buio, e i due entrarono in una stanza ampia e disordinata, illuminata a malapena dal fuoco di un camino, nella quale Fortunat, con non poca meraviglia, riconobbe nei due litiganti Kordelchen e il pittore Guido. La prima sedeva su una valigia, dove sembrava rammendare 94 dei panni. Appena vide Fortunat balzò in piedi gettando via tutto e gli volò al collo con grande gioia, baciandolo calorosamente. Guido, pallido e turbato, era rimasto in silenzio e per un attimo sembrò imbarazzato. Kordelchen, invece, raccontò tutto in un battibaleno: il signor Grundling, che conosceva Roma come le sue tasche, aveva condotto Guido nelle pinacoteche e da tutti i pittori; poco fa avevano ripreso una grande disputa filosofica sull’arte; Grundling aveva biasimato i quadri e disegni iniziati da Guido e ne era nato tutto il parapiglia. «Come travisi tutto! - la interruppe Guido con veemenza, - quella robaccia sul cavalletto non c’entra affatto! Davanti ai quadri antichi e possenti, negli studi dei nostri artisti tedeschi severi e devoti, da tutti i soffitti e le pareti si è abbattuto di colpo un fulmine su tutta la mia vita, bruciando ciò che avevo dietro di me. D’un tratto ho saputo chi sono, un lacrimevole miserabile che non ha ancora dipinto né ideato alcunché!» - A questo punto la sua voce si ruppe, si mise svelto il cappello in testa e si precipitò fuori della porta, impettito, senza salutare nessuno. «Però è un bel ragazzo, specie quando si arrabbia» disse Kordelchen, seguendolo con lo sguardo. Intanto Grundling si accese un sigaro al camino, dove erano stati messi a riscaldare gli avanzi del pranzo, mentre Fortunat fece per seguire Guido. Ma Kordelchen gli sbarrò il passo. «Vi prego, caro barone - disse, - non fategli questo favore, vuole essere solo commiserato e contraddetto. Più lo si consola e accarezza e più diventa ribelle, come un bambino viziato che si è morso la lingua da solo». Allora, noncurante della presenza dei due estranei, cominciò a rassettarsi in fretta davanti ai cocci di uno specchio, raccontando allegramente a Fortunat di come fossero giunti a Roma. Incontrando Lothario, quella fanciulla allegra e già precocemente avvezza al palcoscenico aveva conosciuto, per la prima volta nella vita, desiderio e dolore intensi, senza però potersi rendersi conto meglio dei propri sentimenti. Quando però l’amico volubile scomparve così all’improvviso, il teatro, Sorti e tutte le vecchie facce le vennero a noia: tanto più facilmente fu convinta dall’entusiasta Guido ad accompagnarlo in Italia, in quanto voleva vendicarsi dell’infedeltà di Lothario mentre, in segreto, sperava di ritrovarlo; cosa che, però, non rivelò a nessuno. Per strada si era separata e riconciliata con Guido innumerevoli volte, passava per sua moglie; a Roma, finalmente, l’ambiente nuovo la aveva distratta e così aveva ripreso, senza pensieri, la sua solita vita svagata, con un pizzico di irresponsabilità, che non aveva nulla di male. «Ma come siete riuscito, quella volta in Svizzera, a liberarvi del lord e di Albert?» chiese d’un tratto a Fortunat. «Come! - rispose questi sorpreso. Allora eravate voi, quella notte?». - «Certo - replicò lei ridendo, - sapevo quello che credevano e perciò ho cavalcato vestita come la povera contessa, per farmi gioco di quei cavalieri erranti». Intanto Grundling corteggiava con i suoi modi pesanti la ragazza che si rassettava, cosa che lei seppe sfruttare impartendogli ordini continui: dovette andare a prenderle un fazzoletto, poi cercarle una spilla; poi gli porse il piedino per farsi allacciare la scarpa, operazione che il freddo volpone eseguì con goffa meticolosità. Dopodiché volle offrire ai suoi ospiti del tè, secondo l’uso del nord; 95 ma si erano smarriti i cucchiaini e le tazze erano imbrattate di colore; inoltre era ormai buio e più si cercava, più la confusione aumentava; alla fine Kordelchen abbandonò l’idea e spinse allegramente i due uomini verso una porticina laterale, per mostrare loro il suo cosiddetto giardino. Attraversando la parte posteriore e buia della casa giunsero a un piccolo spazio verde, il cui panorama sorprese moltissimo Fortunat. Dietro i filari delle viti e i giardini odorosi che scendevano a terrazze si stendeva infatti improvvisa la notte, con le sue rovine e le colonne spezzate, come un libro del passato aperto davanti a loro, di cui la luna indorava misteriosamente le lettere iniziali. Dai giardini, in lontananza giunsero loro i singoli accordi di un liuto e, poco dopo, una bella voce maschile cantò: Io vago felice! ai vetri ora spiano fanciulle, ora scrosciano fonti lontane. Da arbusti lucenti le chiacchiere amate fra tante conosco, io sento il mio amore! Kordelchen, che aveva ascoltato con attenzione, senza pensarci troppo rispose con la stessa melodia: Io sento il mio amore, al cangiante chiarore lui lascia l’amata e giunge furtivo. Rimbomban le rupi, ondeggian le cime parlando all’amata attenta, di notte! Il cantore sotto sembrava avere sentito e a sua volta intonò allegramente, avvicinandosi sempre più: Attenta! Di notte vagare usa Amore, 96 pian piano altri chiama; allor vanno desti gli dèi verso l’atrio di fuori, all’aperto, li porta a te tutti in casa il poeta. A Fortunat quella voce suonava nota; si udì un fruscio nel cespuglio vicino e, con un piccolo salto, il cantore balzò fino a loro scavalcando i vecchi muri, mentre il liuto, percuotendo i rami, emise un suono piecevole. «Otto!» esclamò Fortunat contento, poiché altri non era che il poetico studente di Hohenstein. Stentò però a riconoscerlo, tanto il giovane appariva cambiato, abbronzato e robusto. Aveva saputo dell’arrivo di Fortunat e subito, pieno di entusiasmo, prese a raccontargli del viaggio e del soggiorno in quella città; era come inebriato dall’aria straniera. Kordelchen lo schernì per il suo amoretto romano e Grundling giurò che era la più bella ragazza che avesse mai visto; tutti i pittori le correvano dietro, quando se ne andava per il mercato snella e graziosa, reggendo dal di sotto con un braccio il suo cestino di frutta. A un compatriota, in questa circostanza, aveva regalato un fico: in testa. Mentre ancora parlavano, udirono dietro di loro passi pesanti dentro casa e le porte che sbattevano. Era Guido che, tornato imbestialito come non mai, gridava di volere la luce e nel buio scaraventava le seggiole da una parte all’altra. «Vieni fuori, spirito urlante e sconvolto, con quella tua stupida infelicità di artista!» urlò Grundling in direzione della casa. «Lasciatemi in pace, adesso: è un consiglio! - rispose Guido da dentro, furente. - a chi cade il cielo sulla testa non importa di un paio di cocci in più o in meno». In quel momento si impigliò però con i piedi in certi otri che erano distesi lì vicino, tra il vecchio ciarpame nel corridoio; si scosse con un gesto di fastidio e, di conseguenza, una torre di botti di vino vuote che erano lì accatastate vacillò, fino a cadere di colpo: l’armadio, le botti e il pittore rotolarono giù senza fermarsi, uno sopra l’altro, precipitando fuori di casa. Grundling, che si era avvicinato alla porta con fare impertinente, non riuscì a saltare via in tempo: una botte gli finì tra le gambe; cercò di reggersi a Otto ma poté afferrare solo il suo liuto, con il quale cadde a terra con un tonfo. Otto imprecò contro Grundling, Grundling contro Guido, Guido contro varie donnette che si erano affacciate alle finestre, brontolando per il fracasso. Alla fine, nella confusione scoppiò la risata profonda e sonora di Grundling, così impetuosamente cordiale da contagiare presto attori e spettatori. Questa esplosione inaspettata disperse le ultime nuvolette all’orizzonte leggermente mosso. Anche Guido aveva ormai dimenticato la sua contrizione altezzosa. Venne portato del vino e Kordelchen invitò Grundling, ora che si erano ritrovati tutti in allegria, come nell’arca di Noè, a raccontare meglio che poteva, in questa notte serena e tiepida, la storia della sua vita: la proposta fu accolta dagli altri con un applauso fragoroso. 97 Allora, per prima cosa Grundling tirò fuori dalla tasca vari pezzi del cannello della pipa, che montò meticolosamente riempiendo poi fino all’orlo un enorme fornello e sedendosi su una delle botti di vino cadute. Gli altri, per evitare il fumo del cattivo tabacco, si erano seduti prudentemente sopra vento; dopodiché cominciò così: «Ti ricorderai, Fortunat, di come a Heidelberg ero stato così preso dalle scienze da non riuscire più a liberarmene». - «Certamente - rispose Fortunat, - tu e il tuo mantello grigio-verde eravate sopravvissuti a più generazioni di studenti, quando arrivai laggiù. Tu eri un kantiano accanito e indicavi la via dell’illuminismo come un vecchia pietra miliare dimenticata in mezzo a un campo di grano, molto tempo dopo che Fichte e Schelling avevano tracciato altre vie. A quel tempo tu disprezzavi incredibilmente noi più giovani, che avevamo imboccato la strada nuova». - «Beh, per Dio, questo ancora adesso», esclamò Grundling allontanando da sé dense nuvole di tabacco. «All’improvviso però scomparisti da Heidelberg senza lasciare traccia - disse Fortunat, - uno studente di ritorno dalle vacanze trovò in mezzo alla strada il tuo mantello, che noi sotterrammo solennemente, con un necrologio filosofico. Cosa era successo?». - «Ve lo racconterò» rispose Grundling. «In quel tempo si aggirava per Heidelberg un giovane snello che nessuno conosceva bene; non era uno studente e nemmeno un filisteo. Era, però, maledettamente furbo. Io mi insospettii subito, perché per tipi del genere posseggo buon fiuto. Quando capitò l’occasione esaminai quell’individuo a fondo: parlava di principi, ministri e vescovi - capite? Vescovi! - con i quali si trovava in stretto contatto, di sentimenti, di accordo degli animi e così via: era viscido e contorto come un’anguilla. Finii per perdere le staffe. Sì, cari amici, non era altri che un gesuita in incognito, un maledetto emissario a caccia di proseliti! Beh, mi conoscete, da quel momento lo tenni sotto controllo; meditavo e lo sorvegliavo giorno e notte. Una sera passeggiavo per conto mio davanti alla porta della città, avvolto nel mio mantello, quando d’un tratto vidi l’emissario sgattaiolare cauto e silenzioso in un cespuglio buio. Io, che non perdo tempo, mi diressi subito da quella parte, mi infilai sempre più fra cespugli e rovi e cosa vidi?! - Sotto un alto tiglio, nel chiarore incerto della luna c’era l’emissario in posa altezzosa e, vicino a lui, una persona molto giovane che, con la mano destra levata al cielo, stava pronunciando un giuramento solenne. Non mi trattenni più, balzai fuori e tuonai contro quel venditore d’anime che osava offuscare la dimora dell’illuminismo con le tenebre pestilenziali del medioevo et cetera. Intanto un cane vicino cominciò ad abbaiare coprendo il mio discorso e si videro muoversi alcune persone lontano, fra gli alberi. I due, sorpresi, erano sempre più in imbarazzo; io continuavo con rimproveri sempre più energici. Ma cosa accadde? Quel birbante di un gesuita mi afferrò all’improvviso da dietro, l’altro per i piedi, cosicché persi l’equilibrio ed fui gettato in un maledetto calesse vicino al cespuglio, che prima non avevo notato; vi balzarono anche loro, il cocchiere sferzò i cavalli e fuggimmo a rotta di collo nella notte buia. Quando rinvenni scoprii con piacere che la mia pipa, nella confusione, non era caduta; e 98 poi ero stato seduto tutto il giorno, un po’ di moto non poteva nuocere; la notte era bella, non si vedevano uomini o paesi nei dintorni - insomma, pensai: “lasciali proseguire!” e ricominciai come se siente fosse con i miei rimproveri. Ma non ci volle molto prima che il giovane proselita, ascoltandomi, si addormentasse. Invece il gesuita, secondo l’uso proprio di quegli uomini astuti, con sofistici giri di parole mi schivava ora a destra ora a sinistra; infine estrasse dalla sacca della carrozza una bottiglia di vino forte e buono e brindò alla mia salute. Mi accesi sempre più, disputavamo e bevevamo. Io mi dilungai ampiamente sull’illuminismo, il monachesimo, la fitta tenebra et cetera, ma Dio sa come successe, parlando mi sembrò che nell’ira andassi avanti di alcuni secoli rispetto al nostro, così da non riuscire più a fermare i miei pensieri; invano fissavo, davanti a me, il cappello a tre punte del cocchiere: alberi e villaggi, boschi e pensieri volavano e mi si ingarbugliavano al chiaro di luna. Di tanto in tanto udivo ancora il gesuita russare, finché alla fine persi i sensi - quando mi risvegliai il gesuita, il proselita, la carrozza e tutto il resto non c’erano più e io giacevo supino su un tappeto d’erba, lungo la strada maestra, nell’aria mattutina fresca e piacevole. Ma in che stato! Indossavo un’intera roquelaure da gesuita, con una serie infinita di bottoni che andavano dal mento alle punte dei piedi; e,in capo, un piccolo berretto nero!». Allora tutti gli ascoltatori scoppiarono in una sonora risata; Kordelchen aveva riso spesso, di nascosto, già durante il racconto. «Stupidi! - esclamò Grundling arrabbiato, buttando giù due bicchieri di vino uno dietro l’altro. - Che c’è da ridere? Non era uno scherzo. Dal campo, un paio di contadini mi guardavano con gli occhi sbarrati; io mi vergognavo del vestito come se fossi stato nudo e saltai svelto in un cespuglio. Ma appena i contadini mi videro far questo, cominciarono a urlarmi dietro “all’assassino!”. Io sgattaiolai via saltando, gettandomi nei fossi e scavalcando staccionate; ma nella confusione corsi proprio verso il villaggio. Mi impigliai ai cespugli con la lunga roquelaure ed ecco che da tutti i buchi apparvero cani, donne e bambini; e tutti urlavano all’assassino. - Così, completamente senza fiato, mi portarono dal pastore. Là ebbi un bel dire che non ero un gesuita, ma un filosofo. Più parlavo di illuminismo e imprecavo contro i gesuiti, più il pastore sorrideva scaltro e sospettoso. Infine mi diede da mangiare, avevo un appetito sorprendente. Durante il pasto però udii fuori un cavallo sbuffare e scalpitare; il pastore uscì, percepii una voce sottile e argentina che si informava sul mio conto, piena di meraviglia e di premura. Mi avvicinai alla finestra e, sotto gli alti tigli davanti alla dimora del parroco, scorsi una figura di donna alta e snella a cavallo, in abito da caccia, con le piume ondeggianti sul capo. Ripartì subito, non riuscii più a vederne il volto, ma da dietro mi fece un’impressione di grande maestà. - Il pastore riprese ad andare e venire, con quel maledetto sorriso sul volto; notai che partivano messaggeri, udii bisbigliare in segreto del 29 29 Il duca francese di Roquelaure, contemporaneo di Luigi XIV, inventò l’abito simile ad un mantello lungo e con bottoni conosciuto poi con il suo nome. 99 giudice et cetera; infine mi prese la paura e, verso sera, scivolai inosservato attraverso la porticina sul retro, per dirigermi nottetempo alla volta di Heidelberg. Ma passando vicino al parco del castello, fuori dal villaggio, sentii la stessa voce argentina cantare assai piacevolmente, accompagnata dal liuto. Mi tentò e mi addentrai nel parco, sempre più impudentemente - era proprio la cavallerizza. Mi aveva già visto. “Oh, il mio presentimento! Sapevo che saresti venuto, padre devoto”, disse avvicinandomisi. Avrebbe dovuto metterci la coda il diavolo, perché io potessi essere suo padre, dato che era più vecchia di me, brutta, lunga e asciutta. Mi raccontò allora con fervore che scriveva sotto lo pseudonimo di Blanchefleur e che certo conoscevo le sue opere; sognava questo momento importante da lungo tempo e nel profondo del cuore. “Ma cosa volete, dunque?” chiesi sbalordito. “Beh, Dio mio! Diventare cattolica! Ma tu davvero non conosci ancora i miei inni spirituali, venerando padre?”. E prima che potessi rendermene conto cominciò a declamare con enfasi; nell’estasi, a ogni verso si avvicinava di un passo e io mi allontanavo di un altro, finché arrivammo a un pergolato dove pensavo di sfuggirle rapido. Di colpo, dalla boscaglia eruppero due giovani che si gettarono su di me; erano il fratello della signorina e il suo compagno di università, un lord inglese di passaggio. Il lord, che ci scambiò per due innamorati, si prese a cuore la virtù insidiata della vergine: vennero portate le spade e dovetti duellare con lui sul momento. Sapete che sono una buona spada, anche il lord lo era e nessuno dei due riusciva a nuocere all’altro. Così si susseguivano le guardie e le stoccate - la signorina era intanto svenuta - e finii per perdere il berretto dal capo. “Solo ancora un giro!” esclamò il lord entusiasta - non era un problema, per me! E ancora uno e poi un altro! - Così, alla fine il lord mi prese a benvolere, gettò la spada e mi abbracciò. - Si scoprì allora che era un filosofo ancor più convinto e più assetato di cultura di quanto lo fossi io. Dovetti andare con lui al castello, dove aveva valigie piene di nuove costituzioni che intendeva presentare in varie nazioni. Discutemmo insieme per tutta la notte, diventammo un corpo e un’anima, brindammo alla nuova amicizia e lui mi propose di mettermi in viaggio insieme a lui. La signorina aveva preso a trattarmi con fare altezzoso e sprezzante. Ma io non chiesi spiegazioni e, il mattino seguente, sedevo in carrozza con il lord; attraversammo la Svizzera in direzione di Roma e Napoli, la Calabria e la Sicilia - ». «Alt! Ferma! - esclamarono allora gli altri, ridendo. - Il corso della tua vita precipita di colpo, tanto che si sente il vento fischiare nelle orecchie». «Macché alt! - replicò Grundling bevendo e versandosi poi un altro bicchiere. - Ma in Spagna ci capitarono fatti curiosi. E’ una terra maledettamente calda, laggiù uno ha appena il tempo di piantare il seme della saggezza che subito comincia a spuntargli sotto i piedi: cardi, erbacce, non c’è più sosta e prima di accorgersene tutta la vegetazione, a causa di quel clima folle, gli è cresciuta fin sopra la testa come un enorme berretto di pelliccia. Avemmo modo di sperimentarlo bene, a quel tempo. Ci eravamo già addentrati con gran fatica nel cuore del paese, attraversando processioni, toccando feudi e monasteri; una sera stavamo cavalcando verso i monti, quando un paio di tipi svegli si unirono a noi. Chi sta serio 100 non fa festa volentieri. Subito intavolammo con loro una discussione che aveva come oggetto la filosofia pratica; presto accogliemmo un altro paio di viandanti e poi un altro paio ancora, finché incontrammo ai piedi del monte un gruppo numeroso di persone allegre. Non ci pensai due volte e attaccai un discorso solenne. Parlai di superstizione, di libero arbitrio et cetera; mi infervorai sempre più, con voce tonante e brillanti lampi di genio; a destra e a manca si levò un plauso generale, gli uomini mandavano grida di gioia, urlavano bravi e ancora bravi e, in men che non si dica, nel mezzo del discorso montarono con picche e aste una vecchia tenda rotta, alta sopra le loro teste; presi dall’entusiasmo lanciarono il lord e me sopra il baldacchino e così ci portarono in trionfo verso un vecchio castello nobiliare. Sembrava che volessero sfondare le mura con le nostre teste perché, nell’entusiasmo, non tenevano in alcun conto il fatto che la porta del castello fosse di gran lunga troppo bassa, per il nostro baldacchino. Per fortuna feci in tempo a scorgere insieme al lord un balcone, proprio di fronte a noi sul portone: ci aggrappammo svelti alla ringhiera, quei tipi continuarono a camminare sotto di noi come in preda alla follia e così rimanemmo attaccati al balcone, con le gambe penzoloni. Ma ecco che sotto di noi scoppiò un parapiglia, una ressa violenta - perché quei tipi erano guerriglieri - quelli del castello uscirono, i guerriglieri entrarono - tra le nostre gambe volavano proiettili da una parte all’altra; il lord maledisse la nostra filosofia, ragion per cui litigammo ancora più aspramente. Mentre dunque pendevamo in quel modo preoccupante e litigavamo, all’improvviso si precipitò fuori sul balcone sopra di noi la castellana, nella luce meravigliosa della luna e tra i melangoli in fiore: aveva riccioli bruni, il collo e il petto d’alabastro e un liuto fra le braccia di cigno. Mi guardò fissa e rimase come incantata; mi guardò ancora una volta e - : “Oh, il mio sogno!” esclamò, lasciando cadere il liuto. Poi, riprendendosi rapidamente, mi afferrò da dietro per il colletto e aiutò prima me, poi il lord a scavalcare in fretta la ringhiera del balcone e a entrare nella stanza dei melangoli. In quel momento ci voleva una buona idea; ero disarmato, non c’erano armi a portata di mano e dalla battaglia in basso arrivavano urla sempre più forti e vicine, echeggiando per il vecchio palazzo come una tempesta furiosa. Il lord si precipitò svelto allo scrittoio della signorina, scrisse il suo testamento e mi nominò suo erede universale. Ma nel frattempo - conoscete l’ardore meridionale - la principessa si innamorò - ». «Principessa? - esclamò Fortunat. - Ma se prima l’hai chiamata semplicemente castellana!». «La principessa si innamorò di me - proseguì Grundling, parlando e bevendo con velocità crescente - sempre più ardentemente e mi raccontò di come mi avesse già visto una volta, in sogno, con l’uniforme e il cappello a tre punte, librare sulle nuvole all’alba et cetera. Il lord aveva finito di sigillare il testamento; la principessa voleva salvarci di nascosto dal tumulto della battaglia, ci ritirammo dunque sempre più in alto, attraverso stanze e lunghi corridoi, mentre quel testardo di un lord divenne per noi un pericolo: non voleva infatti saperne di togliersi i pantaloni attillati di pelle di cervo, che al chiaro di luna luccicavano anche da lontano. Uscimmo infine 30 30 In italiano nel testo. 101 sul tetto del castello, dove sorgevano limoni e melograni fioriti; dal centro giungeva il gorgoglio piacevole di un gioco d’acqua, dove pesciolini dorati guizzavano allegri sotto la luce della luna. Ma non c’era tempo per divertirsi. Sotto di noi si udiva il fragore delle armi, davanti a noi si stendeva l’abisso notturno; nel mezzo, la bella duchessa dal caldo sangue meridionale che mi stava sempre appiccicata: dovevo convertirmi al cattolicesimo e sposarla, oppure io e lei saremmo morti in quello stesso istante! Ma io, in quella confusione, non riuscivo a decidermi: lei estrasse allora dalla cintura un pugnale di una lunghezza assurda; mi strinse al suo petto con il braccio sinistro, alzò il destro dietro la mia schiena per colpirmi e stava per trafiggere me e lei con un sol colpo. Nello stesso momento la botola vicino a noi saltò con un boato enorme, i pezzi volarono miglia lontano. Era già da un po’ che sotto spingevano e alla fine, come quando un tappo di spumante salta in aria all’improvviso, balzarono fuori dal buco guerriglieri, soldati del castello e alguaciles ; con incredibile veemenza si aiutavano gli uni con i gomiti, gli altri con gli stivali e ognuno che finiva sul tetto cominciava ad accapigliarsi con il vicino, tanto si accanivano gli uni contro gli altri. La regina innamorata, vedendo che ormai era tutto perduto, mi afferrò per il braccio e mi trascinò lesta sull’orlo della torre; ma voi lo sapete, io non ho mai tenuto in gran conto i miei vestiti: la manica si scucì alla spalla e la regina si gettò con essa nel precipizio, urlando: “Don Grundlinghio!” - Intanto, al lord era venuta all’improvviso un’idea stramba, all’inglese. Prima che potessi rendermene conto, si gettò a capofitto nella vasca dei giochi d’acqua. Era però troppo piccola e bassa, cosicché i suoi pantaloni di pelle sporgevano fuori, ancora asciutti. Gridai, i pesci rossi disturbati cozzavano furiosi contro i suoi favoriti; tutto inutile! Si pigiò e sprofondò sempre più, affogandosi con tutta l’energia possibile. Era un momento critico: circondato dai nemici, sguainai svelto la spada e mi feci strada falciando da un piano all’altro; in quella lotta cruenta, un alguacil caduto mi morse il polpaccio; lo inchiodai con la spada al pavimento. Ma che diavolo! - esclamò Grundling a questo punto, alzandosi all’improvviso dal suo posto con visibile spavento. - I morti si levano ancora? Là sta passando proprio il lord!» E in effetti, attraverso le porte aperte si videro in strada, sotto la luce chiara della luna, luccicare distintamente i pantaloni di pelle gialla di un uomo che passava lesto. Anche gli altri balzarono in piedi sorpresi, poiché per un attimo credettero di riconoscere, in quella figura, il lord allampanato della corte del principe. Una snella figura di donna, che poteva forse spiegare in qualche modo la fretta dello sconosciuto, sgattaiolò intanto veloce dietro l’angolo scuro della strada, guardandosi indietro ancora una volta. Ma Grundling, nel frattempo, aveva raggiunto l’inglese e i due, nel crepuscolo, sembravano due ombre che si libravano nel regno dei morti. «Lasciate stare quei matti! - disse Kordelchen sulla porta di casa. - Ma sapete chi è stato, in realtà, a rapire Grundling da Heidelberg? Il presunto fanciullo proselita 31 31 Alguaciles: poliziotti, in spagnolo. 102 ero io stessa e il cosiddetto gesuita non era altri che un giovane attore, che allora mi conduceva via da Heidelberg di nascosto. Fummo costretti a far salire quel matto in tutta fretta in carrozza con noi, se non volevamo che ci facesse scoprire, con il suo baccano; il mio amico aveva per caso, nel suo piccolo guardaroba da teatro, un abito da gesuita in cui abbottonammo l’ubriaco, lasciandolo poi di notte lungo la strada maestra». - «Beh, accidenti! - esclamò Fortunat ridendo. - costui è un vero e proprio mortaio di fandonie!». Intanto Guido che, dopo le violente emozioni, ascoltando il racconto di Grundling si era appisolato, riposava fuori in giardino, disteso in posa pittoresca sulle macerie di un capitello. Otto invece fissava la strada: anche lui prima aveva notato quella fugace figura di fanciulla e sembrava distratto e inquieto. Alla fine non riuscì più a trattenersi e propose in fretta a Fortunat di fare un’altra passeggiata per la città, cosa che questi accettò con gioia. Kordelchen guardò entrambi maliziosa: «Felicissima notte !» disse poi con accento particolarmente birichino e, quando Otto si girò senza volerlo verso di lei, la selvatica fanciulla era ormai in casa e aveva chiuso la porta dietro di sé, ridendo forte. Si affrettarono a uscire dall’intrico dei vicoli piccoli e stretti, da lontano un suono di cetre attraversava ancora l’atmosfera immobile, le strade erano ancora piene di persone che passeggiavano, cantavano e parlavano allegramente, in quella frescura tonificante. Otto era silenzioso, immerso nei suoi pensieri; camminava sempre più velocemente finché, alla fine, giunsero in una piazza solitaria dove si diresse a passi rapidi verso una casa piccola e insignificante. Trovò la porta chiusa e bussò piano; la casa rimase in silenzio. Bussò una seconda volta, più forte. Si udì allora all’interno una voce leggiadra: «Mio signore, non riesco a trovare la chiave, al buio; la mamma è ancora sveglia, ma abbiate la bontà di scendere per la strada a destra, girate poi all’angolo a sinistra, passate il ponte, poi di nuovo a destra e il quarto vicolo a sinistra: giungerete in un piccolo cortile e, se là non inciamperete sulla catena del cane e troverete la scala, potrete augurarmi la buonanotte dal tetto; ma affrettatevi e non cadete, poiché ho già molto sonno». Appena dette queste parole la si udì balzare su per le scale, ridendo piano. «Annidi!» gridò Otto verso l’alto, assai meravigliato. A questo nome, subito una finestra si aprì sopra di loro e una fanciulla di sorprendente bellezza, con occhi e capelli nero corvino, apparve nel fulgore luminoso della luna. «Sei tu? esclamò stupita. - Credevo fosse quell’inglese allampanato che prima mi seguiva, come camminando sui trampoli». Allora notò anche Fortunat, sobbalzò e, dinanzi allo straniero, si affrettò a riaggiustarsi al collo il fazzoletto allentato. Otto era intanto salito su una pietra, arrivando così all’altezza della finestra. La fanciulla posò con confidenza il bel braccio intorno alla nuca di lui, piegandosi in avanti cosicché i riccioli scuri, cadendo, avvolsero l’amico; intanto fissava Fortunat, del quale sembrava non fidarsi. «No! No! - esclamò alla fine, scuotendosi ancora, non senza civetteria, i riccioli dalla fronte. - Che importa a voi, signori stranieri, della reputazione di una povera fanciulla romana! 32 32 In italiano nel testo. 103 I vicini sono ancora svegli e tutte le finestre guardano al chiaro di luna come occhi luminosi. Buonanotte!». Con queste parole gettò di colpo un mazzo di fiori freschi in faccia a ciascuno, chiudendo poi veloce la finestra. Nel frattempo due fanciulle, avvolte in mantelli di seta, avevano attraversato leste la piazza. A Fortunat parve che, passando, lo avessero scrutato con attenzione e meraviglia. Le udì poi parlare fra loro, sottovoce ma con fervore; una si girò ancora una volta e poi scomparvero rapidamente entrambe. «Ah, come è meravigliosa!» esclamò Otto, continuando a guardare verso la finestra; si mise poi a raccontare, colmo di entusiasmo, di come avesse visto per la prima volta la sua innamorata a una festa in campagna, di come lei conducesse con i genitori poveri una vita ritirata ma felice e di come imparasse da lui il tedesco e lui da lei la poesia, poiché la sua presenza, come l’aurora, incantava e trasfigurava ogni cosa. Così camminavano piano nella notte seducente, da ogni giardino proveniva il cinguettio degli usignoli e in lontananza mormoravano innumerevoli fontane. Capitolo diciassettesimo La villa del marchese A. con le sue fresche ombre, gli alti fiori esotici e le bianche statue di marmo sorgeva in mezzo al caos del mondo come un’isola, alle cui rive Fortunat si sentiva approdato, da solo. Spesso, nei suoi sogni mattutini penetrava stranamente una musica, come se molto lontano l’eco di un banchetto nuziale attraversasse la campagna ridente; quando si svegliava riconosceva la voce amabile di Fiammetta che, cantando su e giù per le scale, chiacchierando e ridendo riempiva la casa di rumori allegri. Un mattino trovò persino un bel mazzo di fiori freschi sul suo tavolino vicino al letto; non capiva come fosse potuto giungere durante la notte e, quando ne ringraziò la piccola marchesa, questa incolpò la sua cameriera Lenore che lo aveva dimenticato il giorno prima; intanto però diventava sempre più rossa. - Una volta Fortunat stava rientrando da una passeggiata notturna, quando udì cantare in giardino; gli parve di riconoscere la voce di Fiammetta e volle augurarle la buona notte. Gli sembrò poi di scorgere la sua figurina ammiccante e sussurrante misteriosa balenare ora qua, ora là tra i cespugli e i rovi; si addentrò dunque, per seguirla, in una zona sconosciuta del giardino. Le ortiche maligne lo punsero attraverso le calze di seta, mentre le lucertole guizzavano ovunque tra gli sterpi, incuriosite. D’un tratto si trovò davanti a un padiglione; la porta era serrata ma, attraverso le persiane chiuse, gli parve di veder brillare al chiaro di luna due occhi vivaci. A parte ciò, il giardino era immerso nel silenzio. Umiliato e irritato se ne tornò al vecchio 104 castello. - Ma non servì: il mattino tornò e, con esso, quella voce amabile e simile al canto di un uccello fatato del bosco, che ammiccando lo aveva attirato sempre più in quel labirinto verde e senza fine. Così erano trascorse alcune settimane; Fortunat, per togliersi dal capo le follie amorose, aveva finito per gettarsi sulle bellezze della città con una specie di furia, aveva compiuto studi e gite nei dintorni, trascurando quasi del tutto i suoi amici tedeschi. Si rallegrò perciò molto quando un giorno, verso sera, Otto entrò inaspettatamente nella sua stanza. Lo tempestò subito di domande a proposito di Hohenstein, la cui verde pace, alla vista dello studente, gli si rianimava davanti con tutte le persone care. Ma con sua meraviglia Otto rispondeva a tutte le domende di sfuggita, in modo evasivo, quasi con imbarazzo. Sembrava che una qualche grande gioia presente lo spingesse ad alleggerire il suo cuore. Stranamente, considerando il suo carattere schivo, gli lesse senza esserne stato richiesto delle poesie appena composte; parlò colmo di fiducia dei suoi progetti riguardanti grandi opere future e svelò una tale ricchezza di spirito che a Fortunat sembrò di guardare dentro un caleidoscopio. Fuori, intanto, un vento fresco soffiava sulla città; fecero ancora un giretto all’aperto e Otto, continuando con grande fervore il suo discorso, senza farsene accorgere condusse l’amico tra casette e osterie, in una zona bella e appartata che Fortunat non conosceva ancora. Giardini si susseguivano ininterrotti, un immenso paradiso in fiore con ville graziose e balconi, sui quali figure snelle apparivano tra le cime degli alberi: tutto era illuminato e magicamente rischiarato dal sole al tramonto. «Se mai - disse Otto contemplando la scena, - se mai dovessi lasciare questo splendore per ritornare ai limiti angusti del mio paesino tedesco tra i monti, dove in questo momento tutti siedono certo davanti alla porta di casa, sotto la pergola di legno, con le mani ben imbacuccate per il freddo, sentendo solo la campanella dei minatori in lontananza, mentre da ogni lato i monti si affacciano cupi sulla piazza del mercato e il vento umido piega la colonna di fumo del carbone che brucia, avvolgendo tutto come una tomba - già inorridisco al pensiero!». - «Stai bene attento replicò Fortunat, - c’è un canto meraviglioso, nel mormorio del bosco dei nostri monti; dovunque tu sia ti ritrova, fosse anche in sogno, attraverso la finestra aperta; la patria non ha mai lasciato andare nessuno dei suoi poeti». Otto rimase in silenzio a riflettere - quel giorno tutto il suo essere era come turbato dalla gioia. All’improvviso svoltò rapido nel mare fiorito dei giardini. Giunsero a una casetta piccola, ma linda e graziosa, deliziosamente ricoperta e nascosta da edera, pergolati e alberi in fiore; le colombe che sul tetto si specchiavano nel sole della sera, le finestre e le porte aperte attraverso le quali farfalle variopinte svolazzavano dentro e fuori, tutto dava un’immagine meravigliosa di vita del sud. Otto condusse senza indugio il suo accompagnatore attraverso la casa, in un giardinetto solitario che si trovava sul retro, circondato dai giardini vicini che si affacciavano in fiore da ogni lato, chiudendo la vista. «Ma dove siamo?» chiese infine Fortunat, sorpreso. In quel momento apparve sulla soglia una fanciulla in cui riconobbe subito la bella Annidi. Lei lo salutò un po’ confusa e intimidita, poi entrò sotto una pergola e cominciò, con il suo cestino, ad apparecchiare 105 con cura la tavola, disponendo piatti e bicchieri. Fuori, nel giardino vicino, udirono il canto lieto di un ragazzo: Un uccellin cantava qui ogni anno: che bella coroncina fra i capelli! quest’anno l’uccellin non è tornato; chi la corona bella ti ha rubato? Allora Otto non si trattenne più e raccontò tutto: i genitori di Annidi non avevano tollerato oltre le sue visite senza una precisa dichiarazione, si era dunque sposato con la fanciulla alcuni giorni prima e stabilito qua, con i genitori di lei. Fortunat inorridì a questa scoperta del tutto inaspettata, pensando rapidamente alle conseguenze singolari che questo gesto avventato poteva avere nella vita di Otto. Ma sibito si calmò, all’apparizione incantevole della giovane moglie che, non ancora abituata alla sua nuova condizione, sembrava più intenta a servire con grazia che a godere insieme a loro; infine si sedettero allegramente a tavola, sotto la pergola. Anche i genitori di lei si unirono a loro, con leggero disagio da parte di Fortunat, inquietato dalla loro facce inespressive e da quelle fisionomie marcatamente meridionali. Si immischiavano nella conversazione in modo spesso inopportuno, parlando molto dell’economia domestica e del necessario zelo del genero nello scrivere i sui libri; Fortunat ebbe modo di notare che lo guardavano storto, considerando anche lui un perditempo e un ambiguo compagno di Otto. - Intanto la coppia felice sedeva e mangiava spensierata: Annidi su un panchettino, appoggiando entrambe le braccia sulle ginocchia di Otto e sbucciando le castagne arrostite che poi dividevano in due parti. La luna splendeva già attraverso la pergola, Otto stava in beato silenzio, la giovane moglie era più bella che mai e dall’altra parte il ragazzo cantava di nuovo: Chi la corona bella ti ha rubato? In quel silenzio, una malinconia irresistibile si impadronì di Fortunat, era come se Otto fosse stato priginiero per incanto in quella terra straniera. Il cuore gli scoppiava; addusse a pretesto un affare urgente, afferrò rapido il cappello e si congedò con profonda commozione dall’amico, come da un morto. Quando si voltò indietro, Otto e Annidi stavano ancora sulla porta di casa. Le lucciole vagavano luminose per i vigneti, della bella moglie poteva vedere ormai soltanto gli occhi luminosi e le spalle; Otto, sotto la luce della luna, appariva pallido come un cadavere. Preso da mille pensieri confusi, Fortunat si era diretto in fretta verso casa. La luna splendeva meravigliosa sul vecchio giardino, ascoltò se non si udisse di nuovo il canto 106 di Fiammetta, ma tutto rimase in silenzio. Ma appena girato intorno al pilastro del castello sobbalzò con violenza, poiché in uno dei viali gli parve di scorgere se stesso. Fissò immobile in quella direzione e la figura apparve di nuovo nella luce chiarissima della luna: erano i suoi vestiti, il suo modo di camminare, di muoversi e tuttavia sembrava un giovanotto del tutto estraneo. Lo sconosciuto era appostato dietro una siepe quando Fiammetta balzò fuori da un cespuglio, guardò lo sconosciuto ridendo e girandogli attorno; dopodiché si addentrarono a braccetto nel giardino. Mentre parlavano lietamente sembrò ad un tratto che avessero notato sul prato l’ombra di Fortunat, che li vide fuggire spaventati; e presto l’intera scena si dileguò nell’oscurità. Fortunat si diresse verso il castello; là si mise a camminare su e giù per la stanza. «Dunque era diretta a costui, quella volta, la canzoncina serale. Pazzo che sono!» si disse con un senso di amarezza che non voleva confessare a se stesso. Era fermamente deciso: sarebbe partito alla volta di Napoli il giorno seguente senza più rivedere Fiammetta, neanche una volta. Quella notte stessa scrisse al marchese in campagna riguardo alle sue intenzioni; preparò poi la valigia, cantando con rabbia segreta allegre canzoni tedesche. Gli vennero allora in mente le parole di un’antica canzone: La coroncina è strappata via, lei mi sorride senza pudore; passa da lei: ti saluterà, a una bella notte ti inviterà. Avrebbe voluto piangere dal profondo del cuore. Il giorno dopo dovette girare a lungo per procurarsi il denaro necessario al viaggio; era giunto così mezzogiorno, l’ora di quell’afa stregata che al sud vince tutti gli esseri viventi. Non voleva però partire prima di aver fatto ancora una passeggiata in giardino. Là, in quel silenzio smisurato e incantato non si muoveva una foglia; gli uccelli tacevano, solo le serpi prendevano il sole, attorcigliate sui sentieri solitari; tutti gli uomini erano come morti. Er la prima volta che gli capitava di essere sveglio a quell’ora e questo sonno ad occhi aperti della natura lo spaventò profondamente. Scappò verso un padiglione fresco ma si fermò sorpreso all’entrata, poiché vi scorse Fiammetta, anche lei addormentata. Era appoggiata sul braccio destro, con il volto coperto a metà dai riccioli sciolti e respirava serena, come una bella bambina. Alcune parole spezzate lo trattennero. Parlava nel sonno, in modo sempre più chiaro e coerente ma, cosa che lo meravigliò, con accento straniero, come lui era solito parlare l’italiano. In un dialogo singolare udì se stesso confessarle per bocca di lei di mostrarsi tanto freddo ma di volerle, in fondo, un gran bene. - Fu spaventato dal modo in cui sapeva leggergli nel cuore. - Lei rise fra sé e rispose lieta che sì, lo sapeva ormai da molto! - Poi disse piano, sempre più sommessa e come bisbigliando in un orecchio, qualcosa che lui non riuscì a capire. Infine, sospirando profondamente, cominciò a muoversi. 107 Fortunat corse confuso verso il castello; già le strade si rianimavano, il postiglione fuori annunciava la partenza. Fortunat saltò silenzioso in carrozza e quell’enigma delizioso che non sapeva risolvere riempì la sua anima. Capitolo diciottesimo Da allora sono passati dei mesi. Il sole arde sulle pietre quadre dei palazzi deserti e i ricchi si sono rifugiati da lungo tempo nelle loro residenze in campagna, poiché sulle rovine della vecchia città incombe già, simile a uno spettro velato, l’aria cattiva che cova la febbre e la pazzia. Che aspetto selvatico ha, da allora, la dimora solitaria di Otto! I tralci sulla porta di casa si sono allungati fin sopra il tetto, nel giardinetto erbacce rigogliose hanno inghiottito aiuole e viottoli, accendendosi di fiori rossi e gialli. - Là Otto ritornava un giorno, stanco, da una lunga passeggiata. Vide che tutti erano usciti e solamente le api ronzavano monotone nel giardinetto silenzioso. Si sentì terribilmente abbandonato; l’ingresso, le camere e gli alberi, in quella solitudine inusitata, gli apparvero di colpo così estranei che se ne spaventò. Andò più volte su e giù per il giardino, dopodiché si sedette al tavolo, tra i rami che pendevano bassi e scrisse le seguenti righe: 33 L’usignolo tace, il nido ha trovato, va pigro il ruscello che fresco è sgorgato, nell’afa pesante il mondo sta avvinto, e su primavera l’estate ha ormai vinto. Mai il cuore lo aveva sentito sì intenso, è come cantassero voci in silenzio: «la tua primavera, cantore, è passata, su foglie appassite ti trovi legato». O torna, amata, torna da me! Così che negli occhi tuoi leggere possa ancor la speranza, il canto e l’amore! 33 In italiano nel testo. 108 Ma ahimé! Come estranei son ora i tuoi sguardi, come se chi credevo mai stata tu fossi ma ormai sono solo, al mondo, rimasto. La mia donna è infatuata, e la Germania è lungi, il poetare è scarso nella mia solitudine Allungo tutti gli arti fuori da questa fossa, Dacci la primavera, Signore, ed aria fresca! Quando levò lo sguardo dal foglio, udì fuori dei passanti parlare nella loro lingua straniera; ma un uccello sopra di lui cantava come un tempo, a Hohenstein - Otto affondò la fronte tra le braccia, sul tavolo, e pianse dal profondo del cuore. All’improvviso si udì in casa una voce leggiadra, intonare in modo teatrale alcune note di arie d’opera. Una giovane dama in un ricco, elegante abito uscì in giardino, levandosi dalla testolina il cappello di seta; i folti riccioli scesero ad anelli sul collo grazioso e florido - era Annidi, come si era fatta splendida, da allora! Gettò negligentemente i guanti alla madre che accorse servizievole, mentre il padre, che sembrava averla accompagnata come un servo, posava in casa lo scialle e l’ombrellino da sole. «Il conte Arcimbaldi ti porge i suoi saluti - disse ad Otto, - ma l’intera nobiltà si meraviglia, marito mio, che tu sia così schivo e che passi tutto il tuo tempo a studiare; quel simpaticone del duca ha detto che la saggezza imbianca le teste. Oggi c’era anche la mogliettina del pittore, Dio mio, com’era conciata! Il giovanotto mi sussurrava di nascosto in un orecchio che era probabilmente sfuggita dal balordo pennello del marito schizzata a metà, con solo il colore di fondo». A queste parole però si interruppe di colpo, spaventata, poiché Otto aveva infine alzato lo sguardo e rivolto a lei il viso pallido e incolto. La ragazza pensò che fosse malato e non se ne lasciò dissuadere: la madre fu costretta a correre immediatamente in cucina a preparare il tè, trovare delle gocce ricostituenti per il cuore e pestare erbe con gran fracasso. «Mi sta bene - esclamò Otto con caustica amarezza, - avete proprio ragione a segnarmi a dito. Ma voglio fare un frego sui conti della mia vita, sì, voglio essere allegro anch’io, fino a farmi scoppiare il cuore!». Ma come sempre succedeva 109 in simili casi, Annidi lo aveva del tutto frainteso. «Davvero - disse, avvicinandosi in modo affabile, - tu mi deperisci, vivendo in questo modo; volevo dirtelo già da un po’: diligente come sei, in fondo può esserti indifferente cosa scrivi. Prendi il giovane scrittore che abita di fronte a noi: tu scrivi meglio di lui, lo dicono tutti. E cosa guadagna lui e come vive, in confronto a noi!». In quel momento giunse la madre con il tè; Otto la respinse da sé con tale violenza che tazze e teiera caddero l’una sulle altre. «E’ colpa di questo tuo startene eternamente seduto a covare pensieri» disse sorpreso il padre, sulla soglia. «Sì, e qualunque gallina cova con guadagno maggiore di quanto faccia lui» brontolò la madre. Ma Otto, per tirarsi fuori da quella conversazione meschina, era fuggito dal giardino e da casa e vagava, stanco com’era, in quella serata fresca per i vicoli e i campi su cui già scendeva l’oscurità, finché la notte calò del tutto. Quando tornò, la casa era avvolta dal silenzio; fu intimamente irritato dal fatto che Annidi non si preoccupasse maggiormente per lui. La trovò di sopra addormentata, la luce della luna le rendeva i lineamenti così delicati, ahimé, ed era così bella! Poi guardò dalla finestra aperta, ad di sopra dei tetti, verso gli abissi della città illuminata dalla luna; alcune nuvole in cielo volavano verso la sua patria lontana. «Strano - disse fra sé, - quante volte, nella mia infanzia, ho udito in sogno nella notte silenziosa risuonare le campane di Roma lontana; e ora che sono qui le odo, come allora, giungere da molto, molto lontano, come se vi fosse un’altra Roma, oltre queste colline buie». Accadde in quel periodo che nella campagna intorno a Roma si celebrasse la consacrazione di una chiesa. Annidi si considerava troppo nobile per prendere parte alla festa. Otto invece, profondamente infastidito, gettò di colpo da una parte tutti i suoi fogli e libri e si precipitò all’aperto. Erano i primi giorni d’autunno; una pioggia tiepida aveva rinfrescato la regione. Otto respirò a pieni polmoni, gli sembrava di ritornare a Hohenstein. Più sprofondava nella valle, più si animavano a poco a poco i cespugli e i campi; variopinti cortei di cavalieri e gitanti si intrecciavano nel verde come corone di fiori, dai prati in mezzo ai boschi risplendevano le tende colorate, tra le quali erano accampati in allegria gruppi sparsi di persone, mentre figure leggere che giocavano a palla si libravano da una parte all’altra. Nella confusione Otto notò un ragazzo snello con la cetra procedere lentamente in sella al suo cavallo agghindato, sul prato luminoso. Una ricca corona di pampini freschi gli circondava il cappello, di cui svolazzavano nella brezza serale nastri colorati; di tanto in tanto la sua cetra mandava un accordo. - Otto seguì quell’apparizione graziosa e si meravigliò non poco, quando d’un tratto il ragazzo cominciò a cantare in tedesco: L’allodola, di primavera messa, si libra in aria, un fresca canzone di viaggio risuona nel bosco e nel cuore! 110 «Dio mio - esclamò Otto, ricordando - questa è la canzone di viaggio che ho intonato tanto spesso, in Germania». Si avvicinò, il ragazzo con la cetra cantò ancora: Giungono le nuvole, l’allodola subito scende vanno pensieri e canti nell’amata terra tedesca. «Ma prima di inseguirli a cavallo devo bere, perché muoio di sete» si interruppe di colpo il ragazzo fermandosi davanti a un capanno; e balzò ridendo dal cavallino quasi tra le braccia di Otto. Questi riconobbe allora Kordelchen, che lo aveva notato già da tempo, tra la folla dietro di sé. Lo trasse sotto la pergola; Guido e gli altri suoi accompagnatori, disse lei, in quel momento se ne stavano rannicchiati come allocchi fra le rovine e le crepe delle rocce, a disegnare; del resto, con loro aveva litigato. «Ma che aspetto hai! - esclamò poi, guardando Otto più attentamente. - Scialbo e di un azzurro grigiastro, come una bottiglia di vino vuota! E’ colpa del matrimonio. Povero giovane! Se mi fossi rimasto fedele non saresti finito così in disgrazia». Ordinò del vino e si sedettero assieme sotto la pergola. Otto non vedeva da mesi una persona conosciuta e, dopo quella lunga solitudine, si sentiva come un convalescente che esce di nuovo per la prima volta. «Vedi, Kordelchen - disse lieto, - fu proprio in questi giorni tiepidi che ci incontrammo per la prima volta, in Germania». - «Proprio così! - rispose lei, lo sguardo le si illuminò - ci stavamo riposando sotto un vecchio castello, nel verde, quando lui spuntò dal bosco dicendo che voleva venire con noi». Lei intendeva Lothario, ma Otto credette che parlasse di lui. «Sai - proseguì, - oggi mi sento proprio come allora, come se tornasse la primavera». - «Ahimé, no - disse lei triste, - non tornerà più». Sorseggiò lesta del vino, per nascondere gli occhi che luccicavano di lacrime; poi rivolse ad Otto di nuovo allegra il bel visetto, seminascosto da riccioli e pampini. Allora si accorse che lui, appoggiato al tavolo con entrambe le braccia, la contemplava con uno sguardo perso che lei comprese bene; ne sembrò sorpresa, si piegò all’improvviso davanti a lui e lo guardò interrogativa negli occhi. Allora lui non si trattenne più e la strinse a sé, baciandola ardentemente. Lei ricambiò fugacemente il bacio e balzò poi in piedi. «Ehi, uomo sposato!» esclamò minacciandolo con il dito; saltò poi con agilità sul suo cavallino e in un attimo scomparve tra le tende e i cespugli. A Otto rimase da pagare il vino; il fondo gli sembrò insipido, ora che lei non vi rinfrescava più le labbra rosse e ardenti. Fuori, intanto, tutti i rumori erano cessati, la sera era come appassita; solo dai monti si vedevano salire ancora, di tanto intanto, alcuni razzi. Come in preda all’ebbrezza Otto vagava tra gli accordi di chitarra, i canti e le chiacchiere 111 di quanti tornavano alle proprie case nella notte tiepida quando, in mezzo alle grida giocose, una figura scura lo sfiorò; poi, giratasi di colpo, lo fissò negli occhi. Con stupore si vide davanti il pittore Albert: pallidissimo, aveva un aspetto trascurato e vesti stracciate. «Mio Dio! Come siete giunto a Roma, e in questo stato!?» esclamò Otto sorpreso. «Perduto, tutto perduto!» rispose Albert cupo e con una tale espressione di pena profonda che Otto rabbrividì. «Ma qui la luna ci spia, anche lei è falsa in questo paese» proseguì, afferrando la mano di Otto e trascinandolo nel cuore del bosco. Dalle sue parole frettolose e sconnesse Otto venne a sapere che il suo singolare compatriota, di nuovo misteriosamente attratto su questo suolo vulcanico dalle fiamme divampanti della libertà, già da tempo, in segreto, si era giocato la sua arte, i beni e la vita stessa per una pazzia, insieme a pochi altri di cui condivideva le idee; adesso però tutti i suoi piani erano falliti e lui era ricercato come carbonaro . Il buon Otto gli offrì subito in aiuto tutte le sue forze, il suo denaro e le sue conoscenze; voleva nascondere per il momento l’infelice in casa propria, finché si trovasse il modo di espatriarlo di nascosto. Ma Albert scosse la testa, i lunghi capelli incolti gli coprirono gli occhi e le guance. «Non si tratta di me - disse - ma della vergogna dei tempi. Ascolta come gridano di gioia, fuori, e fanno tintinnare allegramente le catene della schiavitù - è questo che mi rode il cuore!». Allora si udirono, in un punto più basso del bosco, voci confuse di uomini che sembravano avvicinarsi. Albert si guardò intorno con sguardo feroce e estrasse da sotto il mantello una sciabola. Otto riconobbe subito la spada del grande anno di guerra 1813. «Gli sbirri sono sulle mie tracce bisbigliò, - correte via, è pericoloso incrociare la via di un destino tragico». Ma Otto era fermamente deciso ad osare il tutto per tutto, piuttosto che abbandonare l’amico sconvolto in un simile frangente. Svelti e senza far rumore si arrampicarono su per il monte, sempre più in alto. Albert si faceva largo con la spada tra gli sterpi, dai quali serpenti infastiditi strisciavano nelle fenditure delle rocce. Erano giunti così su una roccia che si affacciava su un abisso di una profondità smisurata e indistinta, da far girare la testa. Albert stava sull’orlo estremo e con la spada indicava lontano, in silenzio. «Gran Dio, che meraviglia!» esclamò Otto colpito. - Roma si stendeva in basso muta e solenne al chiaro di luna. - Udì poi un rumore improvviso e vide Albert vacillare e cadere. L’infelice, con virtù pagana, si era gettato sulla propria spada. «Saluta la patria - io muoio libero» disse senza tradire dolore; respinse energicamente la mano di Otto che gli si era precipitato vicino e, prima che questi potesse di nuovo afferrarlo, scivolò senza scampo nell’abisso. Inorridito, Otto si sporse dalla roccia. Tutto era calmo, dal basso saliva solo il mormorio furioso del fiume - allora lo afferrò un’insopprimibile terrore; scese dal monte in uno stato di semiincoscienza, saltando di roccia in roccia. Nella fuga notò di lato, nel precipizio, numerose figure scure armate di fiaccole che illuminavano orrendamente il morto in mezzo a loro. Di quando in quando si sentivano cani abbaiare; nella valle si destarono alcune voci. La luce delle lanterne si specchiava nel fiume, agitata. 34 35 34 In italiano nel testo. 35 In italiano nel testo. 112 Otto non osò più voltarsi indietro, rabbrividendo volò oltre i campi silenziosi, per i vicoli deserti, fino alla sua dimora solitaria. Solo qui gli venne in mente di aver lasciato detto ai suoi che avrebbe passato la notte in campagna. Trovò dunque le porte sbarrate; nella casa tutti sembravano dormire da molto. Contrariato, scavalcò la staccionata del giardino e si gettò sulla tavola, sotto la pergola. Il leggero stormire degli alberi fece addormentare subito il giovane stanco. Sognò di trovarsi nel bel giardino di Hohenstein e di vedere davanti a sé, alla luce della luna, le statue di marmo degli dèi che fiancheggiavano i viali. Sembravano bisbigliare di nascosto fra loro, nel silenzio e, quando guardò meglio, la statua di Venere si mosse e scese lentamente dal basamento di marmo. Con terrore riconobbe la sua Annidi: veniva proprio verso di lui, un brivido freddo come il marmo penetrò di colpo in tutte le sue membra, tanto che si destò, spaventato. Quando però si guardò intorno, ancora tutto turbato, la figura bianca era veramente sulla porta di casa, bisbigliava piano a qualcuno che lui non riusciva a vedere. All’improvviso la figura spalancò un ampio mantello, e Annidi uscì dalle sue pieghe. Un giovane alto l’abbracciò e la baciò, poi lei gli tirò contro il mantello e sgattaiolò dentro casa; lo sconosciuto scavalcò la staccionata del giardino - e di nuovo calò un silenzio di morte. Otto fissò a lungo senza muoversi la macchia scura dove la terribile apparizione si era dileguata. Poi si precipitò fuori dal giardino nella notte, senza sapere dove - non aveva più patria sulla terra! Le strade erano deserte, i giochi d’acqua al chiaro di luna, che in altri tempi avevano mormorato in tono così virginale, gli parvero adesso spettrali come ninfe velate che si piegavano e inchinavano al vento, come bisbigliando segretamente di lui e del suo disonore. Involontariamente aveva imboccato la via che portava alla casa di Guido; volle svegliarlo, in quel momento aveva bisogno di qualcuno a cui dire ogni cosa. Con suo stupore trovò la porta solo accostata, dentro ardeva una fiamma. Entrando nella stanza vide Kordelchen inginocchiata per terra, tra la biancheria e i vestiti che infilava con zelo in un portamantello. La ragazza gli rivolse uno sguardo stupito, quasi spaventato. «Che vuoi a quest’ora? - disse. - Guido è ancora in campagna, tornerà solo tra qualche giorno». Il cuore di Otto parve volersi spezzare; si gettò sul divano e scoppiò in un pianto dirotto, coprendosi il volto con le mani. Kordelchen fu sorpresa; lasciò tutto per terra, si sedette accanto a lui e lo consolò e accarezzò, incuriosita e con partecipazione affettuosa, finché venne a sapere a poco a poco di ogni sua disgrazia. Ascoltò tutto, quieta e pensierosa. Quando però lui tacque balzò di colpo in piedi, allegra. «Partiamo insieme! - esclamò. - Qui la vita è monotona e io e Guido non andiamo proprio d’accordo. Quando si ubriaca è geniale, quando s’innamora è tutto devozione e, se lo prendo in giro per questo, si infuria e vuole assolutamente innalzarmi in volo con lui, come dice sempre. Ho preso questa decisione da alcune settimane, parto di nascosto e torno in Germania: in questo momento ho abbastanza denaro, i cavalli sono già riservati - insomma: partiamo oggi stesso!». Non aspettò risposta, continuò a trafficare rumorosamente, preparando i suoi bagagli; Otto non riusciva a raccapezzarsi, dalla 113 finestra aperta spirava aria fresca come da giorno di partenza, un albore sommesso spuntava sulla città silenziosa. A dare un dito si perde tutto il braccio. Così il bacio di ieri continuava ad ardere segretamente sulle labbra di Otto; sulle rovine della sua fortuna era cresciuta nottetempo, rapida e velenosa, una selva rigogliosa e fiorita di ricordi e speranze luminose. - E quando le prime luci del mattino oltrepassarono i monti in volo e le allodole mattutine si librarono nel cielo ancora sognanti, Otto e Kordelchen partirono attraverso i campi silenziosi alla volta della Germania e videro Roma inabissarsi lentamente dietro di loro, come in un mare infuocato. Intanto Fortunat aveva girato per Napoli e poi per la Sicilia. In un divertimento poetico si era tolto dal capo ogni cosa, del suo amore aveva fatto un lungo poema in molti canti e metri diversi, la cui protagonista era una bella e snella fanciulla italiana. Accadde però che, scrivendo, s’innamorò pian piano di questa figura e quanto più si innamorava, tanto più questa, senza che lui lo volesse, diventava simile alla marchesina, come se di tanto in tanto Fiammetta spuntasse di colpo tra le ghirlande fiorite dei versi ed esclamasse, schernendolo: «Vedi, sei comunque mio!» - Sì, e una sera che, in Sicilia, si era addormentato su un’alta roccia a picco sul mare, sognò che l’onda azzurra si dividesse lentamente e, con lunghi capelli verdi e spalle lucenti, Fiammetta emergesse dal fondo del mare, lamentandosi con voce malinconica e smarrita. - Quando si risvegliò, la luna era già tramontata sul mare; in lontananza vide una vela, gonfia nel vasto silenzio, scivolare verso l’altra riva d’Italia. - Lo prese allora una nostalgia irresistibile e, la notte immediatamente seguente, prese il mare nella stessa direzione. Accadde così che, in quella stessa alba in cui Roma scompariva dietro Otto, i giardini, le rovine e le cupole riapparvero odorose davanti al beato Fortunat. La sua prima meta fu il palazzo del marchese; entrò con il cuore palpitante nel cortile silenzioso, ascoltò se per caso non si udisse, da qualche parte, la voce allegra di Fiammetta ma tutto era muto, come abbandonato. Attraversò allora il porticato aperto ed arioso ed entrò in giardino. Là gli uccelli cantavano e le fontane mormoravano, come una volta. Ma sul viale principale vide panni tesi ad asciugare e, tra le aiuole di fiori inselvatichite, capre che pascolavano indisturbate. Alla fine gli sembrò di udire, a una certa distanza, parlare in tedesco. Si diresse verso la fonte di quel suono e incontrò un anziano, sconsciuto servitore, vestito alquanto miseramente. Chiese in fretta del marchese A. e di sua figlia. Il vecchio lo squadrò da capo a piedi e disse poi, seccato, che il palazzo era abitato da un cavaliere tedesco. Fortunat credeva di sognare. - Chiese dunque di poter parlare con il signore. Il servitore indicò in silenzio un porticato e proseguì, senza curarsi oltre del visitatore. Fortunat scoppiò però in una risata fragorosa quando, entrato nel portico indicatogli, riconobbe nel cavaliere tedesco il nostro amico Grundling: era disteso su un 114 divano di damasco mezzo lacerato e aveva indosso la vestaglia fiorita del marchese, una lunga pipa un bocca e un libro nella mano; davanti a lui c’erano la candela di sego, i fidibus e il bricco del caffè. Quell’uomo che aveva viaggiato a lungo, avvezzo da tempo a quel continuo andare e venire da Roma, non sembrò affatto stupito di rivedere Fortunat. «E’ proprio un bene, per me - disse - che il vecchio marchese abbia fatto banquerout - ». - «Come! Il marchese A.?» esclamò Fortunat, assai sorpreso. «Sì, è proprio un bene, dicevo, che abbia dovuto lasciare il suo palazzo e Roma: in questo modo sono riuscito, vista la misera situazione finanziaria dei suoi creditori, ad alloggiare qui abbastanza a buon mercato. Se solo - proseguì mettendo via la pipa, improvvisamente infuriato - se solo il tabacco, in questa calura impossibile, non pizzicasse così sulla lingua!». Allora Fortunat perse la pazienza. «Insomma, per tutti i diavoli, parla con ordine! - esclamò, afferrando di colpo Grundling per il petto. - Dov’è Fiammetta? Cosa fa?». - «E’ in Germania, probabilmente, e piange» rispose Grundling pacato. - «Perché piange?». - «Perché è una giovane e sciocca fanciulla, su cui ha più effetto un vinello frizzante che ancora spumeggia, piuttosto che una pianta dignitosa e dalle radici salde; vale a dire che trova più affascinante un pazzoide violento che abbandona l’amata e strozza gli amici, piuttosto che - » - «E a chi appartiene, adesso, questo palazzo?» lo interruppe ancora Fortunat, impaziente. «A un commerciante taccagno che, a causa della sua posizione isolata, vuole smontarlo per poi rivenderne le pietre». - «Conducimi subito da lui!». Grundling, che andava a zonzo volentieri, non sollevò obiezioni. Pochi minuti dopo questo interrogatorio erano già in strada e Fortunat apprese ancora che Fiammetta, immediatamente dopo la sua partenza da Roma, si era gravemente ammalata e poco dopo era partita improvvisamente con il padre. Né Grundling né il commerciante sapevano dove si fossero diretti. L’ozioso Grundling aveva avuto già notizia anche della fuga di Otto e Kordelchen. «Otto - disse - era perennemente in una sbornia poetica, doveva per forza finire con dei brutti postumi». Durante questo resoconto erano giunti dal commerciante. Questi, come del resto Grundling, fu non poco stupito quando Fortunat chiese di poter comprare il palazzo vecchio e cadente e il giardino del marchese. La fretta e la gioventù di Fortunat risvegliarono nell’italiano voglie mercantilistiche e richieste fantasiose. Ma era capitato male con Grundling, che cominciò subito una lite così violenta e proseguì urlando così forte che dopo alcune ore, completamente stremati, finirono per accordarsi su un prezzo accettabile. Fortunat aveva da poco riscosso assegni cospicui dalla Germania, che bastarono giusto per l’acquisto e per coprire alla meglio le spese di un viaggio in economia. Con fermezza e rassegnazione ammirevoli condusse dunque l’affare fino alla fine senza interruzione, come una trottola, e finì per nominare Grundling, che se ne rallegrò moltissimo, custode della sua nuova proprietà. Erano appena tornati nel giardino quando, in cortile, risuonò l’allegro suono del corno del postiglione. Fortunat aveva fatto venire 36 36 Strisce di carta con cui si accende la pipa. 115 la sua carrozza: dai precedenti colloqui con il vecchio marchese credeva di indovinare dove si fosse diretto. E quando alla fine, respirando profondamente, uscì in quella serata meravigliosa, tutti i giardini erano in fiore e un arcobaleno si stendeva sopra la regione, come se tutto, proprio tutto dovesse finire bene. 116 117 LIBRO TERZO Capitolo diciannovesimo Il castello di caccia del principe, dove l’anno precedente era trascorso in vivacità ed allegria, aveva adesso un aspetto ben diverso. Di primo mattino gli uccelli beccavano sulla scala di marmo, tra le colonne; un giardiniere indolente si stirava nella fresca aria mattutina e si accingeva a mettere in ordine alla meglio i viali inghiottiti dalla vegetazione, che cresceva ovunque selvatica e rigogliosa. Le notti estive scintillavano di nuovo nello vecchio splendore sul fondovalle silenzioso, ma nessuna chitarra suonava più; solo i fedeli usignoli cinguettavano come una volta tra i cespugli, come piangendo ancora la bellezza perduta di Juanna. Il principe non pensava più al castello; anche lui era da tempo come inselvatichito. Tra godimento e rimorso, desiderio ed orrore era sceso pian piano, sempre più profondamente, negli abissi fulgenti dove le ninfe, al chiaro si luna, si pettinano sugli scogli la chioma bagnata intonando canti seducenti; e il bagliore lontano della religione riusciva solo a confonderlo ancor di più; si era perso insomma nella bella vita e non riusciva più a ritrovare la via di casa. Allora l’amore celeste gettò il suo manto di stelle su quell’uomo sfinito. Cadde gravemente malato e, quando guarì, tutto era improvvisamente passato. La gente lo credeva folle, lui però era contento e sfogliava giorno per giorno, con tacita e fervida gioia, i vecchi libri illustrati che aveva letto da fanciullo; tutto il resto lo aveva dimenticato. Dovettero infine recluderlo in un’ala isolata del castello, separato dal mondo che vedeva ormai da lontano, come in un sogno. Solo gli uccelli innocenti, davanti alle sue finestre, cantavano ogni mattina del tempo antico e lui levava spesso spaventato lo sguardo dai libri, per ascoltarli. - Ma la principessa gli aveva strappato lesta di mano 118 le redini del comando e, frustando i cavalli, si dirigeva con ardore verso la nuova libertà. In quel tempo Lothario scendeva una sera dai monti, solo. Non sappiamo dove andasse; la sua via lo conduceva attraverso la città. La luna faceva ogni tanto capolino tra le nuvole per spiare di nascosto, la vecchia residenza in basso era irreale come una rovina nella notte afosa, tutto era ormai immerso nel silenzio e solo una fanciulla cantava ancora, accompagnandosi con la chitarra, in un giardino lontano; e gli usignoli cinguettavano sui monti. Entrò in una locanda poco frequentata, posta su un colle, che godeva di un ampio panorama sulla città. Dovette bussare a lungo, prima che apparisse qualcuno. Un vecchio servitore gli disse infine che tutti erano andati in città dove quel giorno, per il compleanno della principessa, veniva data una grande festa. - Lothario prese una camera al piano di sopra e palancò subito le finestre. Gli odori di quella notte fantastica salivano a lui, quasi inebrianti. Si fece portare un lume e del vino: dopo tanto tempo sentiva di nuovo un grande desiderio di poetare. - Quando però si sedette solo, bevendo e scrivendo in fretta, gli parve di sentire nel silenzio pronunciare il suo nome, prima piano poi più forte, come se il diavolo lo guardasse scrivere da sopra la spalla e gli bisbigliasse: «Avanti! Coraggio! Che il mondo innocente sia imbrogliato e sedotto dalle belle parole; io in cambio ti porterò sulle vette della gloria e il mondo dovrà renderti omaggio!». Balzò in piedi e si spaventò, vedendosi di sfuggita riflesso in uno specchio a muro: tanto appariva pallido e incolto. In quel momento il vento accarezzò le corde di una chitarra appoggiata vicino alla finestra, facendole risuonare. La luna, uscendo da nuvole pallide, illuminò gli alberi silenziosi e, in basso, la vecchia città. Si avvicinò con la chitarra alla finestra e cantò: Taccian or canti e lamenti, voglio infine essere lieto, fare a pezzi il mio dolore e i ricordi - a me del vino! Mi rispecchia seducente stelle, e gioia della terra, zitto zitto poi dischiude tutti i demoni nel petto, prima il servo e poi il maestro fanno ingresso nella notte, folle spirito bugiardo, lotta dunque, io ti sfido! E d’orror piena la coppa verso giù, in fondo al fiume, perché mai vi si ferisca chi è ancora lieto e sano! 119 Odo liuti in lontananza, tornan giovani dal pranzo, Incomincian serenate ed anch’io ne sono attratto. Una bimba dietro i rami chiama ed apre la finestra, ed io salgo come in sogno per la piccola casetta. Scuoti pure i bruni ricci e il bel viso fai vedere! Vedi, sono spaventato: sono i suoi occhi lucenti. Ricci aveva come i tuoi, smorte guance, labbra rosse Tu non sei però la mia, il mio amor da tempo è morto! Se parlato non avessi e guardato me, sfrontata! Questo ha infranto tutto il sogno e di te provo paura. Tieni, comprati lustrini, va’ e non rider sì crudele! Oh, a pezzi vorrei farti, bella immagine bugiarda! Tardi a notte me ne venni via dalla perduta bimba. Sventolavano bandiere, ogni strada era deserta. Il mio liuto era lassù, la finestra ancora aperta, dalla valle rischiariva la città meravigliosa. Ma lampeggia di lontano, tempi antichi ho ripensato, con orror sfrego le corde, e per mezza notte canto. I vicini stanchi dicon che di notte mi ubriaco O mio Dio! Si spezza il cuore con le corde del mio liuto. 120 Lampeggiava davvero in lontananza, ma erano solo razzi lontani che, di tanto in tanto, si alzavano allegramente sul parco buio del principe. Allora gli tornò in mente la festa di cui aveva parlato il vecchio servo e decise di andarci anche lui. Camminò pigramente per l’estesa periferia; la festa non era giunta fino là e le piccole casette erano silenziose e buie; solo poche lanterne tremolavano al vento. La guardia notturna si accingeva in quel momento a chiamare la decima ora; ma da lontano, oltre i tetti e i comignoli illuminati, gli si fece incontro simile a vapore il bagliore rosso cupo delle luci, come il sole all’alba in un nebbioso mattino d’autunno. Giunse così davanti al teatro. Da una finestra alta, velata da una tenda, gli parve di udire gli attori declamare con tutta la forza della passione; rabbrividì, tanto fredda e indifferente era, al contrario, l’atmosfera là fuori. Una lunga fila di carrozze in attesa dei proprietari era ferma vicino al muro buio, i cocchieri sonnecchiavano a cassetta; uno sbadigliando tirò fuori l’orologio da tasca, spostandolo sotto la luce incerta della lanterna. «Ma che diavolo recitano oggi di così lungo?» chiese a un tizio che puliva la torcia sullo spigolo di un pilastro, cosicché le scintille, per un attimo, illuminarono stranamente tutta quella monotona confusione. Questi nominò un noto dramma del conte Victor von Hohenstein. - Allora Lothario sobbalzò senza volere. Si precipitò dentro, una buona mancia fece sì che la maschera sorpresa gli trovasse ancora un posto, nella loggia degli ospiti. Il teatro era sontuosamente illuminato e pieno fino a scoppiare; dalla loggia del principe, tra i ricchi tendaggi, era tutto un brillare e lampeggiare abbagliante di stelle, luci e begli occhi di donna. La vicenda volgeva ormai alla fine. Era, cosa piuttosto singolare, proprio la vecchia storia di Juanna in Spagna: nell’ultima scena, tutti i torrenti selvaggi della passione precipitavano come in un fiume tumultuoso. L’attrice che recitava la parte di Juanna aveva assunto, a poco a poco e forse inconsapevolmente, i modi della contessa: la sua freddezza silvestre, la sua voce, il volto bello e severo; e in tal modo guardava, con gli scuri occhi scintillanti, proprio Lothario. - Questi balzò in piedi scosso, su tutto il teatro calò un silenzio di tomba. Poi d’un tratto, in platea, un bisibiglio cominciò a crescere e a diffondersi pian piano per le file degli spettatori; le teste si voltavano sempre più numerose verso Lothario, sorprese. «Che succede là?» chiese la principessa, sporgendosi dalla loggia. Un ciambellano si fece largo in fretta e indicò Lothario: «là, hanno riconosciuto il poeta in persona, il conte Victor von Hohenstein». - «Quello?!» replicò la principessa, ricadendo confusa sulla poltrona. Intanto era calato il sipario, un fragoroso applauso scoppiò improvviso e crebbe sempre più. Ma il conte Victor - poiché era proprio lui - fu stranamente terrorizzato dalla vuota tempesta degli applausi, fece ancora in tempo a notare un’occhiata ardente della principessa e si precipitò inorridito per le scale ancora deserte, verso l’uscita. Con quali pensieri tornò a guardare il cielo ampio e stellato! L’improvviso ricordo del tempo in cui aveva scritto quell’opera fece sprofondare la sua anima come in un mare di malinconia. Sui monti della Spagna, quella sera silenziosa in cui, mirando nel bosco al francese St. Val, vide per la prima volta Juanna 121 e fu come guardare nel sole - era calato da un pezzo, ma il bosco e i monti brillavano e mandavano lampi meravigliosi - fu allora che compose il dramma della contessa selvaggia. Allora non pensava che sarebbe finita così! E quando poi la pace tornò e tutto si fece di nuovo calmo e tranquillo, tornò in Germania; e la primavera e la vegetazione dei paesaggi diversi si stesero miti come un velo sulla bella immagine che portava nel cuore. Ma dopo quel periodo duro e movimentato in cui aveva combattuto con onore, tutto in patria gli apparve mediocre e insignificante: gli pareva di essere come un navigante che, dopo un viaggio lungo e tempestoso, sente il terreno vacillare ancora sotto di sé e, dall’osteria sulla riva, guarda nostalgico le onde vivaci. In tale stato d’animo, dopo un breve girovagare, si unì in incognito sotto il nome di Lothario al gruppo degli attori, per ristabilirsi insieme a quegli allegri compagni e, in parte, anche per un’infatuazione capricciosa e passeggera per Kordelchen. Ed è qui che lo abbiamo incontrato per la prima volta, in quella notte piovosa. Allora udì d’un tratto che la contessa Juanna, creduta morta, viveva ancora e aveva trovato rifugio presso la famiglia del principe suo parente, con la quale soggiornava nel vicino castello di caccia. Quella fu davvero una bella notizia! Il suo piano era già pronto. Tramite intercessioni segrete riuscì a ottenere l’invito al castello per la sua compagnia teatrale. Lui la accompagnò sotto falsa identità poiché gli sembrava ridicolo, anzi privo di senso corteggiare quella Diana fiabesca sul solito cavallo da parata della galanteria dei conti. - Intanto, a causa della sua ingenua imprudenza la cosa non poté rimanere del tutto segreta; il principe e la consorte, almeno, avevano avuto vaghe notizie del suo proposito ancora prima dell’arrivo della truppa. In particolare la principessa, con il peculiare acume che hanno le donne per simili faccende, aveva indovinato in pieno le sue vere intenzioni. E’ vero che attendevano da un giorno all’altro al castello il barone Manfred, da loro segretamente destinato come sposo a Juanna. Tuttavia non mancarono di favorire l’interessante genialità di una mascherata così romantica; e questo tanto più tranquillamente in quanto, nel peggiore dei casi, Victor rappresentava per la contessa priva di mezzi un partito ancor migliore dell’alquanto modesto Manfred. Così, con intima e autentica gioia, tacquero e recitarono la parte degli ingannati; ma senza saperlo ingannarono se stessi, scambiando Fortunat, arrivato nel frattempo per caso e in modo assai misterioso, per il conte segretamente atteso. - Intanto, la bellezza di Juanna attirò Victor sempre più profondamente in un labirinto selvaggio di desideri sfrenati; lui dava alle occhiate di sfida della contessa un significato di cui lei stessa non era mai e poi mai consapevole. Poi, durante la caccia, udì per la prima volta dell’imminente arrivo del fidanzato sconosciuto - il pensiero gli fu insopportabile: decise rapidamente di rapire Juanna. Solo così, pensò, sarebbe stato possibile sottomettere quella natura selvaggia di ninfa, proprio come una fiamma che si innalza mite si divide improvvisamente in due, se la tempesta la scuote. - «Sì, fiamma snella e audace! - si disse migliaia di volte. - Come penetrasti di colpo furiosa nel bosco notturno e ti arrampicasti terribilmente bella su e giù per la parete rocciosa, cosicché le cime sprofondarono con un tuono tra le fiamme! I lieti boschi della mia gioventù sono ormai bruciati». 122 In tali pensieri, Victor aveva percorso un gran numero di vie. Le carrozze abbandonavano fragorosamente il teatro, il patriottismo cortigiano si affacciava civettuolo da mille finestre adornate, bambini attraversavano urlando i vicoli in una luce magica, urlando “urrà!” a ogni pentola di catrame in fiamme. Ovunque si dirigesse, nuovi viali illuminati da torce si stendevano nella notte finché, alla fine, giunse inaspettatamente nel giardino del principe. Un fuoco d’artificio pareva essersi appena spento, alcuni razzi salivano ancora e, scoppiando, illuminavano singolarmente tutta la zona e la folla confusa, che si snodava in tutte le direzioni fra grida gioiose. Nel momentaneo guizzo di luce, Victor credette per un attimo di vedere in lontananza la sua locanda, sul colle silenzioso. Non conoscendo le vie di quel luogo sconosciuto, imboccò la prima strada ed entrò per una porticina che trovò accostata, proseguendo poi tra gli alberi; sentieri inghiottiti dalla vegetazione lo conducevano sempre più avanti e, di colpo, si trovò in mezzo al parco del principe. Sul cielo si stendeva l’afa, lucciole infinite volavano per i sentieri bui, le statue bianche si ergevano solitarie qua e là; gli sembrò allora di udire pronunciare piano il suo nome, un bisbiglio attraversò i cespugli di lato, poi scese di nuovo il silenzio. - Allora, in alto, brillarono anche le lunghe finestre del castello; vi vide delle maschere muoversi magicamente in uno splendore abbagliante; una porta della sala si aprì, ne uscì un’onda di luce e di suoni - allora sobbalzò intimamente, poiché nell’accesa striscia di luce scorse improvvisamente la figura di Juanna sgattaiolare tra gli alberi. Fuori di sé, la inseguì e la scorse di nuovo: il vestito da amazzone, la cintura e il cappello come in Spagna. Alla fine la raggiunse, lei si voltò rapida e Victor vide con orrore le buie cavità oculari di una maschera. Rimase come impietrito davanti a lei, che in silenzio sembrava osservarlo. - «Tu, lontano bagliore della tempesta - disse infine turbato, - ti seguirò, fosse anche nella follia!». In quel momento, dal cuore del giardino si levò improvviso un canto meraviglioso, quasi privo di melodia, solo poche note che spezzavano il cuore. Lei rabbrividì come per l’irrompere del giorno; i suoi riccioli bruni scendevano ad anelli ai lati del volto, lui vide gli occhi scuri luccicare sotto la maschera. «Domani!» bisbigliò lei impercettibilmente; e scomparve veloce tra le ombre mutevoli. Victor corse spaventato per il giardino. Il chiarore della luna si cullava sognante sui cespugli, di lato i giochi d’acqua vacillavano al vento, come fate avvolte in veli lunghi e fluttuanti. All’improvviso udì risuonare di nuovo quel canto. Sul bordo di pietra di una fontana vide seduto un uomo addormentato, senza cappello, con il capo piegato in avanti, che cantava nel sonno. Sotto un raggio di luna fugace credette di riconoscere il principe pallido e malato. Assai turbato se ne tornò in città, dove nel frattempo tutto era mutato. Uomini soli erravano ancora sotto i bagliori incerti delle lanterne che guizzavano spegnendosi, nuvole lacerate passavano in volo sui tetti, la notte si era fatta buia e tempestosa. In quel momento, due fanciulle passarono in fretta nell’oscurità. «Dove mi conduci?» chiese una. «Non lo hai visto, prima? - rispose l’altra. - Devo acciuffarlo!». - 123 «Kordelchen, tu? - esclamò Victor di colpo dinanzi a loro. - Alla luce della lanterna sei così pallida, come un cadavere con occhi scintillanti e giocosi». - «Ah, stupido, non dire cose tanto orribili» rispose quella. Victor fece per andarsene, ma l’attrice si era già avvolta nel mantello di lui. Si trovavano davanti alla porta aperta di una casetta. La sua frivola accompagnatrice, che con suo dispetto non era stata notata, sussurrò in modo impertinente buon divertimento e li lasciò, permalosa. Ma Kordelchen aveva già spinto dentro quell’ospite di un’ora tarda. Un profumo greve di mazzi di fiori quasi secchi alle finestre li investì dalla stanzetta. La candela ridotta a un lumicino, cui fungeva da candelabro una bottiglia vuota, diffondeva una penombra incerta sui miseri oggetti della casa: specchi rotti, raccolte di spartiti e capi di vestiario erano disseminati ovunque. In mezzo a questa confusione, un uomo ben vestito dormiva profondamente, appoggiato al tavolo; la penna caduta giaceva ancora tra le sue dita sul foglio scritto a metà. «Piano, piano, farà tanto d’occhi!» disse Kordelchen, conducendo pian piano Victor per mano in un angolo distante e mordendogli inaspettatamente un dito, con affetto. Poi si sedette su una valigia, aprì il grembiule pieno di mandorle e cominciò contenta a spilluzzicare e chiacchierare: una gioia profonda luccicava nei suoi occhi vivaci. Così, a gran velocità, gli raccontò di essere fuggita insieme a Otto da quell’Italia noiosa, di trovarsi qui da alcuni giorni e di voler tornare sul palcoscenico. D’un tratto fissò Victor a lungo in viso. «Povero Lothario - disse, - hai un brutto aspetto. Lo pensai subito, del resto, quando allora alzasti gli occhi così in alto: vedi, chi ti aveva detto di cacciare camosci? - Ma mangia anche tu - e hai visto la principessa, oggi? - E’ mascherata da contessa Juanna». Intanto continuava a gettare gusci di mandorle verso lo scrivano, che ancora dormiva. Allora questi sobbalzò spaventato - era Otto - lei rise quasi fino a scoppiare per lo sguardo inferocito che quello, appena svegliatosi, gettò intorno. Ma Victor, perso fino a quel momento nei suoi pensieri, alla vista inattesa di quel viso incolto era balzato in piedi. «Per l’amor di Dio, Otto! esclamò, con voce profondamente turbata. - Corri, vola via nella notte, vai in guerra, va a lavorare nei campi, spacca la legna, mendica di casa in casa - ma vattene via da qui!». - «Vai, vai! - disse Kordelchen, saltando su dalla valigia. - Sei talmente patetico, sembri il commendatore di pietra del Don Giovanni». Otto, con il capo appoggiato sulle braccia, indovinò segretamente ciò che l’altro voleva dire; il giudizio di Lothario era tutto, la sua anima era sospesa in ascolto, come su un precipizio scosceso. - Ma l’animo di Victor, quel giorno, era come una spada affilata. «E non parlarmi di poesia, di vocazione poetica - proseguì, - non ne trarrai maggior godimento di una ragazza innamorata. Sono pochi, al mondo, i poeti; e di questi pochi solo uno riesce a salire indenne in questa fiabesca, meravigliosa notte di magia, dove crescono fiori selvatici e ardenti e le fonti canore scendono lungo i precipizi; e il magico suonatore, nel mormorio del bosco, trascina con suoni che straziano il cuore verso 124 la montagna di Venere, dove ogni desiderio, ogni splendore terreno si accende e l’anima, come in sogno, è libera di dar sfogo alle sue voglie oscure». Allora Otto non si trattenne più. Fu colto da brividi gelidi, come se un lampo guizzasse nella notte, illuminando di colpo crudelmente tutta la sua vita perduta. Ancora confuso, intimamente turbato, afferrò come in preda a pazzia furiosa una spada da teatro posata vicino e si avventò ciecamente su Victor. Questi scaraventò il folle lontano da sé; la spada sfuggì dalla sua mano. «Calmo! - esclamò. - E rifletti su quello che ho detto, prima che sia troppo tardi! Quanto a me, lasciami stare, devo combattere con me stesso. Che Dio ci protegga entrambi!». E uscì in fretta di casa. Nel vicolo deserto si udirono ancora i lamenti di Kordelchen che gli era corsa dietro, colpita. «Lothario! - urlava fuori di sé. - Caro, bello, folle Lothario! Ti prego per l’amor di Dio, torna indietro, un’altra volta sola torna indietro! Non è vero quello che diceva la gente, nel mio cuore ti sono stata sempre fedele; che posso farci se sono povera e bella? Ah, non mi lasciare, non ho nessun altro al mondo! Avvolgimi nel fazzoletto, mettimi nella tasca del vestito se non ti fidi di me. Me ne starò buona in silenzio a guardarti, se anche tu mi vorrai bene, uomo selvaggio ed orribile!». - Lo pregò in modo commovente, rise e imprecò, finché scoppiò in un pianto irrefrenabile e violento. Ma Victor non la udiva più. Uscì dalla porta buia della città, strisce di luce mattutina balenavano già sulla campagna silenziosa. - La sua anima era attraversata da pensieri prepotenti. Dalla notte profonda del suo dolore sorgeva a poco a poco una stella dopo l’altra: gli sembrava che tutto dovesse cambiare. Capitolo ventesimo A Weinsheim le campane della sera diffondevano il loro suono per tutta la bella regione; la campagna rigogliosa, con i suoi giardini freschi e salubri e con il castello nobiliare che scintillava bianco in alto era ormai coperta dall’ombra dei monti, mentre il sole al tramonto illuminava ancora sereno la pianura fertile e il fiume sinuoso. In tutti i campi si vedeva un allegro brulichio di contadini che mietevano; fino in lontananza si udivano canti, nomi e grida di gioia, misti allo sferragliare delle ruote dei carri. In mezzo a quella movimentata confusione, un uomo snello e di bell’aspetto, dal volto abbronzato cavalcava lentamente verso il castello, impartendo ovunque ordini per il giorno successivo e incontrando gli sguardi timidi e luminosi delle giovani contadine. Era il giovane barone Manfred, a cui questo paese apparteneva doppiamente, poiché lo aveva 125 ereditato incolto e lo aveva trasformato, con intelligenza e spirito di iniziativa, in un giardino in fiore. Nel periodo della mietitura, i castelli di campagna hanno qualcosa di indescrivibilmente solitario. Manfred trovò la casa e il cortile deserti; tutti i servitori lavoravano ancora con solerzia nella valle e solo le montagne boscose di fronte si affacciavano severe attraverso le finestre aperte. - Si sedette stanco sul davanzale, per ristorarsi nell’aria fresca della sera quando, lungo la strada che veniva dai monti, vide uno strambo gruppetto procedere lentamente tra i noci. Un cavallo trascinava con fatica un cabriolet a tre ruote, elegante ma evidentemente poco adatto a quel sentiero sassoso. Un uomo in uno strano abito da viaggio teneva il cavallo per le redini, una giovane dama con una corona di fiordalisi fra i capelli gli camminava vicino: tutto faceva pensare a degli attori girovaghi. Alcuni dei cacciatori del barone in ritardo si erano uniti a loro e sembravano apostrofare con battute cattive quel convoglio malmesso. Ma il viaggiatore non rimaneva in debito di risposte. Manfred poté intenderlo distintamente, dato che passavano in quel momento sotto le sue finestre, spiegare con gran fervore ai cacciatori che nella loro arte, a parte il cinghialetto, non v’era più nulla di eletto, che l’alce dalle lunghe corna lo avevano scacciato dai boschi e se lo tenecano in casa, della sua coda non era il caso di parlare, di fronte a orecchie educate; inoltre Diana era diventata da lungo tempo una vecchia zittella e non valeva più la pena di portare corni per lei. - Così, tra voci rumorose e scoppi di risa giunsero tutti in cima. Là lo sconosciuto gettò al cacciatore le redini, ordinandogli senza indugio di sistemare tutto nel migliore dei modi, di aggiustare il carretto e di dar da mangiare in abbondanza al cavallo, sferzato quel giorno più dal sole che dalla frusta. «Proprio niente male, questo posto - disse poi, guardandosi intorno soddisfatto. - A chi appartiene il castello?». La risposta del cacciatore sembrò sorprenderlo moltissimo. «Come! Al barone Manfred?» esclamò e subito volò verso il castello, dove per poco non investì il barone che stava uscendo in quel momento. «Non eravate in viaggio, qualche tempo fa? Dovete essere l’ex promesso sposo della defunta contessa Juanna, atteso a quel teempo al castello del principe!». Manfred confermò, secco e conciso. «Ma sposarla! - esclamò il viaggiatore. - Chi vuole sposare davvero una Diana bella e selvaggia!». - «Chi siete voi?» lo interruppe Manfred, misurando l’importuno con sguardo assai severo. «Ah, già! - fece costui. - Avete forse sentito parlare di un certo Dryander?». - «Il noto poeta?». - «Ebbene, sono io. Viaggio alla ricerca di canti popolari, e quella fanciulla là è mia moglie». 37 37 Carro leggero. 126 Gli presentò allora la giovane dama con la corona di fiordalisi, che stava allacciandosi le scarpe presso una pietra angolare e che, quando si sentì nominata, rivolse loro un visetto vivace e un po’ arrogante, in cui noi saluteremo subito la signorina Gertrud, una vecchia conoscenza del castello del principe. Dopo un primo scambio di battute la piccola cominciò a raccontare, con l’animosità di uno spirito giovane per il quale tutto costituisce una novità, del loro viaggio romantico tra i monti, dell’incidente con il carro e di altre avventure, lasciando intendere chiaramente che al barone era toccata una fortuna inestimabile, a poter ospitare presso di sé il famoso poeta Dryander. Ma quest’ultimo, per il quale la descrizione stava diventando troppo lunga e infiorettata, tornò in fretta in cortile a prendere pipa e tabacchiera. - Manfred si trovò perciò solo con la moglie giovane e carina in una situazione strana, perché quando era ormai incline a considerarla, giudicandola dal suo aspetto esteriore, una signorina di campagna innamorata e amante della vita, quella mutò di colpo bandiera e proruppe in argomentazioni di estetica. E quanto più lui taceva, tanto più allegramente l’altra, nel desiderio evidente di impressionare il proprietario terriero, mischiava senza posa né scrupoli tempi, autori e libri in un’erudizione ciarliera, come una cascata vivace. Una risata dietro di loro interruppe allora di colpo quella conversazione insolita. Era Dryander, che nel frattempo era ricomparso e aveva ascoltato per un po’ inosservato. «Trudi, Trudi! - esclamò continuando a ridere. - Ma che ti prende? Non ti riconosco più! Quei modi fascinosi, la conversazione arguta, quel miscuglio di affettazione e di romantica danza dello scialle». La risoluta donnina, però, non parve imbarazzata neanche per un attimo. Con voce mutata, che d’un tratto suonava come il tacco di una pantofolina, replicò: «una volta per tutte: queste stupidaggini da te non le sopporto! Se tu vuoi essere un filisteo, fa pure, lo sarò anch’io quando ne avrò voglia!». Dryander intanto l’aveva abbracciata e danzava con lei sul prato. Ma lei di colpo urlò forte e si divincolò con più violenza che grazia. - «Sei sempre così goffo - disse, - mi pesti i piedi». - «Non è vero» esclamò Dryander. «Vero o non vero non ha importanza! - ribatté quella. - Sono stanca del tuo vagare per stupidi monti, voglio andare a dormire e subito!». Allora fu Dryander a infuriarsi in modo strano. «Per l’amor di Dio, niente capricci! - esclamò. - I capricci delle donne mi ripugnano come la pece sul turacciolo di una bottiglia di champagne, come melata disgustosa sui fiori; la pazzia pura, al confronto, è grandiosa, con il suo abisso di pensieri senza fondo». - «Io me ne vado comunque a dormire!» lo interruppe Gertrud testarda; rivolse un breve inchino a Manfred e si avviò verso il castello, dove la vecchia governante del barone, che sulla soglia aveva assistito meravigliata a tutta quella scenata, accolse la donna furibonda e la condusse nella sua camera. «Non è bella da strappar baci, quando si arrabbia?» disse Dryander a Manfred. Questi, sdegnato per quel comportamento assurdo e privo di scopo, gli chiese seriamente se non si rendesse conto che, con simili follie, annichiliva spiritualmente la moglie. 127 «Niente affatto - ribatté Dryander, - le nature pigre diventano pregevoli e affascinanti solo nella passione; e lei, in fondo, è molto stupida». Intanto fu preparata una tavola in giardino, carica di bevande fresche. Dryander si accomodò senza indugi, si annodò un tovagliolo sotto il mento come quando ci si rade e cominciò a mangiare, con una voracità che Manfred non aveva mai visto. Servendosi da tutti i vassoi allo stesso tempo raccontò come da fidanzato, al castello di caccia del principe, la sua avversione contro un matrimonio solenne fosse diventata un ostacolo insormontabile; come se ne fosse andato, spaventato dall’imponente letto nuziale e come però, poco dopo, anche Gertrud fosse scomparsa dal castello per la malinconia. «Ma durante quella fuga straordinaria - proseguì - l’amore mi disturbò non poco: deperii moltissimo, ero ridotto al lumicino. In quelle condizioni mi capitò una sera di perdermi tra i monti. Non sapevo più dove fossi e giunsi infine, come mi resi conto, sopra i resti del recinto caduto di quello che era stato un giardino francese. Attraverso le nuvole che passavano veloci, tra il fogliame scuro e i tassi tagliati ad arte, solo i raggi della luna cadevano su statue infrante che giacevano nell’erba alta; dal bosco proveniva il cinguettio di innumerevoli usignoli. Una sola statua, a una certa distanza, mi apparve ancora ben conservata; era una naiade seduta sul bordo di una vasca di pietra, e le onde le lambivano i piedi. - Io, in fondo in fondo, sono un romanticone. Con le braccia incrociate sul petto mi appoggiai distrattamente a un antico altare per i sacrifici vicino a me e fissai la luna per un po’, quando l’altare marcio che credevo di pietra mi crollò alle spalle. Il fatto che anch’io cadessi fu il meno. Ma immaginatevi il mio spavento! Per il rumore, la naiade di colpo si voltò, balzò in piedi e fuggì nel giardino buio. Nonostante la pelle d’oca mi diressi verso la vasca e, sul bordo di pietra, trovai due graziosissime pantofoline. Me le misi subito sul cuore, tra la marsina e il panciotto e, inoltrandomi ancora, giunsi in un luogo reso ancora più buio dagli alberi alti. Vi sorgeva un castello, dal castello si sporgeva un balcone e sul balcone, come dietro a un velo intessuto di fiori, foglie e chiaro di luna, vidi di nuovo rilucere l’abito bianco della naiade. Poi, d’un tratto, tutta la scena del balcone divenne assurda: io le rivolsi la parola in delicate assonanze, lei si nascose mezzo timorosa, mezzo incuriosita; vedevo ora un ricciolo, ora un piedino nudo, un braccio, poi di nuovo più nulla. Mi innamoravo più, le rime mi fluivano come acqua di lavanda; le parlai della luna fatata, della passione da lei suscitata, della notte di Valencia incantata, lieve di carezze e di bisbigli, finché la prima allodola si svegli! Lei continuava a tacere ed io, come arrampicandomi sulla scala celeste della mia armonia, salii infine senza indugio sull’albero più vicino; mi lanciai con una mano sul balcone e, con l’altra, porsi alla fanciulla sorpresa le sue pantofoline. Lei, però, nello stesso istante me le strappò di mano e me le batté energicamente sulle orecchie. “E’ questa dunque la tua fedeltà! - urlava. - Ti avevo riconosciuto subito, oh me infelice!”. - Era Gertrud in persona. Ero sbalordito. Invano le dicevo che anch’io l’avevo riconosciuta subito e la scongiuravo di chiudere il becco. Lei non credeva e non ascoltava una parola, 128 continuava a inveire e a piangere. Per il rumoroso litigio la vecchia balia, che avevo conosciuto già al castello del principe, cacciò la testa fuori dal portone per riscomparire subito, un grosso cane abbaiò un paio di volte in giardino e, prima che me ne accorgessi, la porta del balcone si spalancò e una confusa schiera di cugini, lumi e servitori si precipitò fuori; alla loro testa si trovava un omaccione robusto in vestaglia di damasto, con un cappellino a tre punte e una coda di capelli. Aveva in una mano una pistola, nell’altra la spada sguainata. La vecchia balia, spaventata dalle conseguenze della sua spiata, cercava di trattenere da dietro l’uomo infuriato per la coda, finché il fiocco si sciolse e i lunghi capelli gli svolazzarono intorno come uno spettro fantastico. “Sposateli, per tutti i diavoli!” tuonò, puntandomi contro la pistola: poiché non era altri che il padre di Gertrud. Un vecchio prete, che non capiva nemmeno cosa stesse accadendo, uscì dal gruppo e io e Gertrud fummo uniti in matrimonio seduta stante». A questo punto Manfred, che più volte aveva cercato di interrompere il poeta chiaccherone, si alzò in piedi sdegnato. «Che vergogna! - disse. - Questa storia mi fa gelare il sangue». Dryander lo guardò per un po’ sorpreso con i suoi occhi arguti, poi di colpo balzò in piedi e si gettò fra le braccia del barone. «Avete assolutamente ragione - esclamò, - vi è in me un’infame doppia personalità: non posso ideare nulla di grande senza appendergli subito dietro una rete per capelli; un re tragico e folle e un buffone che gli fa subito lo sgambetto si inseguono e si accapigliano in me giorno e notte, finché non so più quale dei due folli io sia». Manfred taceva sdegnato; Dryander era andato sul declivio del giardino e guardava verso la valle buia. Si potevano ancora distinguere solo alcune parti di bosco, campi e villaggi; nel silenzio immenso gli giungeva il cupo battito di un martello. «E’ bello! - disse. - Mi sembra di udire il battito uniforme della pendola del tempo. Resterò qui - si rivolse poi rapido a Manfred, - sono stufo di questo disordinato andirivieni; fare della poesia un mestiere è del tutto ridicolo, come se uno volesse essere eternamente innamorato e per giunta sulla pubblica via; voglio star qui e imparare da voi a coltivare la terra!». - «Voi? - replicò Manfred stupito - sarebbe proprio un bell’affare». Ma Dryander non vi prestò attenzione. «Voglio sprofondare qui - proseguì - come in fondo al mare, in modo da non udire più il mondo; ma voi mi dovete promettere di non parlarmi mai di letteratura». Parlava con tale fervore che finì per trascinare anche lo scettico Manfred, profondamente convinto, del resto, che solo la solitudine e un’attività organizzata secondo regole ferree potessero guarire uno spirito smarrito. E non vi fu bisogno d’altro per guadagnarlo anima e corpo alla causa. Discussero il nuovo piano nei dettagli davanti a una tazza di punch. Dryander accettò tutto con entusiasmo, vi si calò completamente; era tranquillo, quasi tenero e, in quello stato d’animo così insolito, irresistibilmente amabile; e quando alla fine si separarono, Manfred andò a riposare con l’impressione di aver intrapreso 129 un’opera buona e rifletté ancora a lungo su come realizzarla e svilupparla nel migliore dei modi. Quanto si stupì, perciò, quando il giorno seguente apprese che Dryander, per il troppo punch bevuto, non era riuscito a chiudere occhio dal gran caldo, aveva svegliato con gran fracasso la moglie e la corte intera molto prima del levar del sole ed era subito ripartito. Nella cameretta del poeta trovò diversi piccoli oggetti dimenticati, fazzoletti e calze disseminati su tutte le sedie. La finestra aperta sbatteva al vento, sul tavolo giaceva un foglio che sembrava scritto da Dryander poco prima. Lo raccolse e lesse: Davanti al castello frusciano gli alberi, sotto le finestre va un suonatore, con suoni confusi seduce la mente ma quel suonator non è altri che me. Passo correndo vicino ai castelli, i riccioli all’aria, ombroso il cavallo, tu bimba devota, nella quieta casetta, non affacciarti alla finestra. Il petto squarciato da voglie e rimorsi, da una passione disperata, raccolgo fuggendo fiori in un mazzo, ma non ne verrà una lieta corona! Non nascerà dal mio grido un canto, cuore, mio cuore, sei un suono confuso che la tempesta disperde nel vento addio, non chiedete dove andrà! «Non si è tentati di pensare che sia davvero preda della disperazione più assoluta? - disse Manfred, mettendo via il foglio con un sorriso di compassione. - E scommetto che, svagato com’è, ha già dimenticato tutto quanto avevamo progettato ieri». E guardando fuori vide, sotto i raggi del sole mattutino, il carretto del poeta, sul quale era aperto un ombrellino da sole bucherellato, procedere tremolante come un gioco d’ombre tra gli alberi verdi. 130 Capitolo ventunesimo Ritroviamo il barone Manfred distante dalla sua tenuta verdeggiante e pacifica, da cui lo ha allontanato una questione familiare di particolare urgenza. La faccenda, che pensava di sistemare senza problemi, si era inaspettatamente ingarbugliata a causa di alcuni equivoci; inquieto, anzi seriamente preoccupato, aveva perciò appena lasciato il castello di una dama sua parente, presso la quale si era trattenuto per alcuni giorni. Già al castello aveva attirato il suo interesse una voce confusa, che la gente dei villaggi aveva infiorettato rendendola ancora più incredibile. Si trattava della storia quasi fiabesca di un convento solitario e abbandonato, sui monti vicini e di un monaco, ritenuto da qualcuno un eremita pazzo, che si aggirava da poco in quella zona. Nessuno sapeva quando e da dove fosse giunto; lo chiamavano l’eremita Vitalis. - Dato che la strada di Manfred passava tra i monti, decise di fare visita a quell’eremita misterioso nella sua dimora. Era una bella sera d’estate quando si diresse a cavallo, tra prati e campi di grano ondeggianti, verso i monti che gli erano stati indicati. Un temporale era appena passato e gocce lucenti erano ancora sospese sui rami e sull’erba, da cui saliva un profumo che ridestava le forze. Un taglialegna gli aveva indicato la strada per l’eremo; il monte saliva sempre più, la frescura e il silenzio aumentavano e solo il suono delle campane della sera saliva dalle valli sottostanti, attraverso lo stormire maestoso del bosco. - In quella vasta solitudine non riuscì a reprimere una diffidenza mista a irritazione nei confronti dell’eremita che stava per conoscere. Gli pareva meschino, addirittura empio che, in mezzo alle passioni e miserie comuni, isolarsi in un egoismo così presuntuoso, ponendosi al di sopra degli altri. «L’uomo - disse a se stesso, - soltanto l’uomo confonde tutto con i suoi vizi e il suo sussiego!». Tra simili considerazioni si infervorò sempre più e si era già riproposto seriamente di riportare l’eremita in seno al mondo, con forza di persuasione adeguata, quando il suo cavallo di colpo s’adombrò, balzando poi con violenza da una parte. Una figura singolare era sbucata di colpo tra gli alberi sotto i quali, vicino a un giardinetto accuratamente recintato, apparve in quell’istante l’eremo scavato nella roccia, ombreggiato da viti selvatiche. L’eremita indossava un cappello da pellegrino a falde larghe e un enorme e vecchio vello di pecora che, troppo ampio per lui, gli frusciava dietro, sull’erba; aspirava fumo da una lunga pipa. Manfred non credette ai suoi occhi. «Come! - esclamò. Signor Dryander, siete dunque voi Vitalis!?». - «Vitalis? E perché no? - rispose Dryander calmo. Ma statemi lontano, con quello stupido cavallo imbizzarrito». Manfred legò il cavallo ad un albero e seguì il dottore, che si pestava la pelliccia quasi ad ogni passo, verso la sua dimora. Laggiù nulla mancava del corredo del perfetto eremita: un teschio bianco riluceva dall’interno della grotta, sulla cui parete rocciosa in fondo era appeso 131 un crocifisso, semplice, dalle grandi dimensioni; un breviario giaceva ancora aperto sulla panca davanti all’eremo. Manfred si guardò a lungo intorno con aria cupa, poi scoppiò. «Questo non è un semplice scherzo - disse, - sarebbe troppo empio. Ma anche la serietà più amara, qui, diventa un delitto. Povero uomo capriccioso e incostante, vai a imparare prima dai semplici, riconosci in basso fra la folla la croce invisibile che il Signore ha posto in mezzo alla vita, prima di afferrarla tu stesso e osare, in suo nome, illuminare e raddrizzare il mondo!». - «Amen, figlio mio! - lo interruppe Dryander con voce pacata. - Ma non riuscirai mai, con la tua parlantina, a rivoltare la parte ruvida della mia pelliccia da eremita, perché provo una pena profonda per il tuo accecamento. Dunque dal trambusto del mondo, figlio mio, speri ancora di imparare ciò che non è di questo mondo? Ma io ti dico: qua non c’è da imparare, bensì da crollare a terra in ginocchio, perché nel silenzio della solitudine del bosco giunge, inatteso e fulgente delle sue armi, l’angelo del Signore!». E qui lo zelota aspirò ed espirò così forte dalla sua pipa, sul punto di spegnersi per il lungo discorso, che Manfred, seppure ancora irato, scoppiò in una risata fragorosa. Questa contagiò anche Dryander, che si unì a lui senza poter più smettere. Entrambi però si voltarono spaventati, allorché di colpo echeggiò dietro di loro la risata calorosa di una terza persona. Un uomo alto e robusto, con il viso abbronzato e i capelli lunghi, vestito di un rozzo saio legato al corpo con una corda, uscì dai cespugli, continuando a ridere alla vista del bizzarro abbigliamento del poeta. Risultò allora che il nuovo arrivato era il vero proprietario dell’eremo e che solo poche ore prima Dryander, sorpreso per via dal temporale e bagnato fradicio, si era rifugiato in quel luogo; e mentre l’eremita era andato a cercare legna nel bosco, lui si era sistemato comodamente nella sua pelliccia asciutta. L’eremita si occupò subito del cavallo di Manfred; gli tolse la briglia, gli gettò del fieno e lo accarezzò, osservandolo con grande piacere. «Splendido animale! - disse. - Ne capisco ancora, da giovane ho fatto parte del nobile reggimento dei corazzieri». Detto ciò, con lo stesso ardore si dispose a fare gli onori di casa agli ospiti, che intanto davano un’occhiata più da vicino alla piccola dimora. Nel giardino, patate e cavoli avevano preso il sopravvento su quasi tutti i fiori; all’entrata, però, notarono una fossa scavata di fresco. «Serve solo contro i superflui pensieri mondani - disse l’eremita, - succumbit humi bos et Caesar ». Due grosse cotiche erano fissate a dei bastoni, incrociati sopra la fossa. L’eremita riteneva che, altrimenti, i topi gli sarebbero entrati nella capanna. Posò poi delle bottiglie di vino e dei bicchieri sul tavolo di pietra davanti alla sua dimora, gli ospiti dovettero sedersi sulla panca; una volta tanto, aveva voglia di udire notizie del mondo. Dryander, infastidito dal molto cavolo in giardino, lo definì 38 38 Reminiscenza virgiliana, da Eneide V, 481: “Sternitur examinisque tremens procumbit humi bos”. 132 canonicus in herbis e si mise a parlare con furia il più matto latino maccheronico; l’eremita gli rispose allo stesso modo e sembrò proprio contento di quella barbara confusione di lingue. Nello stesso tempo fumava tabacco puzzolente da una corta pipa ungherese, mandando grosse nuvole. Solo riguardo al vino non rispondeva adeguatamente ai brindisi: lo rendeva, diceva, presuntuoso e collerico. Raccontò loro di essere stato frater raccoglitore su al convento, di essersi insediato in quel luogo dopo la sua soppressione e di trovarsi assai bene con i contadini della zona, che conoscendolo da lungo tempo lo rifornivano largamente di tutto ciò che gli serviva. In genere, nella vita tutto gli era sempre andato per il verso giusto. Già da fanciullo aveva mendicato tanto insieme al vecchio padre, un violinista cieco, da poter frequentare la scuola. Più tardi era entrato a far parte del reggimento dei corazzieri, ma già alla prima bataille era stato conciato talmente male che avevano dovuto lasciarlo andare. Una volta tornato al suo paese, aveva ritrovato la fidanzata ormai sposata con un altro, che rincitrulliva dalle grida. «Laus Deo!» concluse, brindando allegramente. Manfred osservò, non senza profonda malinconia, quell’allegro eremita che la vita, con tutti i suoi colpi, non aveva potuto sopraffare e che adesso praticava la sua religiosità in modo spontaneo, come un mestiere lodevole. «E’ proprio impossibile - esclamò, dopo qualche attimo di riflessione, neppure voi siete Vitalis!». «Oh! - rispose l’eremita. - Io il signor Vitalis! Ma che andate a pensare, non sono degno neppure di allacciargli le scarpe; e glielo farei volentieri, ora e sempre, se lo volesse! No, no, lui abita laggiù, nell’ex convento». - «Come un allocco - disse Dryander. - per acchiappare i topi attirati dalle tue cotiche». - «Zitto - lo interruppe lesto l’eremita, arrossendo fugacemente. - Non dite simili stupidaggini, se non capite nulla di religiosità. “Contenti estote ” diceva una volta un frate cappuccino, in una commedia che vidi quando ero ancora soldato. Vale a dire: accontentatevi del rancio, se non potete soffrire la manna del cielo!». - «Beh, non siate così aspro adesso» disse ridendo Dryander, intimamente irritato dal rimprovero. «D’accordo! - esclamò l’eremita bonario. - Ma devo ancora raccontarvi del signor Vitalis». Si avvicinò pieno di entusiasmo, mandando con tale concitazione nuvole di fumo dalla pipa ungherese, che Dryander si sedette all’altro capo della tavola. «Vedete - disse, - era una notte d’estate bella e stellata come nel 1814, quando passammo il Reno. Avevo appena finito di recitare il rosario e mi ero alzato per suonare la campana sopra la mia capanna, come sono solito fare sempre a mezzanotte, poiché per i malati giù ai villaggi, quando tutti dormono, è consolante sentire la campanellina dai monti. Anche gli animali vi si sono abituati, io mi rallegro sempre quando i caprioli al chiaro di luna escono sui 39 40 39 Chierico in erba. Uso letterale del concetto del diritto canonico medievale con il quale si indicava un ecclesiastico non ancora “in frutti”, ossia che non godeva ancora di una prebenda. 40 Citazione della predica del cappuccino dall’ottava scena del dramma in un atto di Schiller Wallensteins Lager. 133 prati laggiù e, dimenticando il pascolo, alzano la testa in direzione del suono, come se volessero anche loro, poverini, lodare Iddio. Beh, ognuno fa quel che può. Ma quella volta le bestie cominciarono di colpo a sbuffare e, prima che potessi rendermene conto, si erano di colpo dileguate in tutte le direzioni. Uscii fuori e mi trovai di fronte un bel cacciatore dall’aspetto trascurato. “Laudetur Jesus Christus” dissi io. Ma costui, senza dire amen: “che fai qui?” - “Come vedete, signore, sono un eremita e prego quando gli altri dormono”. - “E dormi quando gli altri pregano, è ovvio!”. - “Sicuro, così ci diamo il cambio per la guardia celeste”. Poi il cacciatore rovistò nella mia capanna, vide il mio letto di muschio, la croce, il teschio. “Apparato completo - disse, - sei così pigro che, ogni sera, questa testa pelata ti deve mordere la coscienza con i suoi denti digrignanti, per indurti a pregare?”. - “Signore - replicai, - non me la date ad intendere, sono stato soldato e monaco nel monastero qua sopra e so bene che è più facile espugnare una fortezza, che conquistare il regno dei cieli. Però vorrei proprio vedere lo spaccone che vuol prendere una fortezza senza baionetta, scala e attrezzi vari! E voi volete dar l’assalto al cielo che sta ancora più in alto così, nudo e misero come siete, senza corazza, equipaggiamento ed esercizio quotidiano delle armi? Io vi dico: l’umiltà è principio e fine, uomo presuntuoso!”. Lo sconosciuto mi guardò sorpreso con i suoi occhi scintillanti, poi si appoggiò al tavolo con la testa fra le mani; pensai che guardasse il teschio che era davanti a lui, ma doveva avere ben altri pensieri. Stai seduto finché vuoi, pensavo, non ti temo ma non mi fido. Mi distesi sul mio strame e tenni gli occhi fissi su di lui, finché mi si chiusero. Quando mi svegliai, i miei occhi erano ancora rivolti verso la tavola, ma il cacciatore non sedeva più al suo posto. Uscendo dall’eremo lo vidi, nella luce dell’alba, scendere dal vecchio monastero. Era un mattino stupendo, i galli nei villaggi cantavano e qua e là, nell’aria silenziosa, echeggiavano la campane mattutine. Anche lo sconosciuto, dopo avermi salutato amichevolmente, si fermò a guardare per lungo tempo verso la valle. “Guarda - disse, - là regna ovunque la pace di Dio: è come se le schiere degli angeli volassero cantando sopra la terra! Ma quei poveri uomini li odono solo nei sogni. Laggiù, stanchi e smarriti nell’ignoto e nella notte, invocano e cercano piangendo la casa del Padre! E dove brilla una luce, bussano timorosi alla porta; viene loro aperto, ma devono servire lo straniero e guadagnarsi il pane quotidiano; e così diventano adulti e invecchiano, e non riconoscono più la patria né il Padre. Oh, se vi fosse qualcuno che potesse portare a tutti loro la pace! Ma chi vuole davvero far ciò, deve prima ricreare la pace in se stesso e anche se nel far questo perisse, che importa! Vedi, caro amico, tutto ciò è legge spirituale e compito quotidiano”. Io, povero diavolo, gli stavo davanti sbalordito, poiché mi ero reso conto che fino a quel momento, in realtà, non avevo capito nulla del mio compito. Avevo voluto spazzare solo davanti alla mia porta e mettere da parte solo per me, miserabile taccagno, la beatitudine eterna, come se il buon Dio avesse avuto a che fare solo con me, sulla terra. - E dunque, da quel momento il cacciatore rimase qui sui monti, dimorando nel convento lassù e spartendo tutto con me, come un compagno fedele; è pur sempre un signore assai erudito. “Tu mi piaci - dice sempre, - “non ti gonfi di boria per la tua devozione”. E quando digiuno lui fa la fame, quando mi 134 sveglio lui ha vegliato e pregato tutta la notte. Non beve vino né vuole carne e se a me, vecchio pazzo, capita talvolta di perdermi d’animo, lui canta una bella canzone, e - in breve, questo è il signor Vitalis di cui avete udito parlare nella valle». Allora l’eremita si voltò e si mise ad armeggiare sul tavolo, poiché si vergognava delle lacrime che gli scendevano dagli occhi. Manfred invece si alzò: un pensiero inatteso sembrò passargli per la testa. «Conducetemi da Vitalis - disse, - devo assolutamente parlargli!». L’eremita scosse il capo, pensieroso. «Lo faccio volentieri - disse, - ma fate attenzione, se siete mosso solo dalla curiosità. Poco tempo fa c’era qui un giovincello, che voleva diventare anche lui a tutti i costi un eremita. Io pensai subito fra me e me: a una vita santa si addice solo un carattere buono e deciso; quando la notte costui stava nel bosco con me, rabbrividiva come una fanciulla. Le nostre vecchie preghiere non gli parevano abbastanza belle, le metteva in versi poetici; poi piangeva troppo e aveva ogni sorta di nostalgie. Infine scoprì una figlia di pastori giovane e graziosa, la volle convertire con la forza ma lei era già più devota di lui e, prima di rendersene conto, si innamorò di lei. Divenne allora molto triste e in breve, come ho già detto, con il signor Vitalis non c’è da scherzare, lo cacciò via ». «Per caso, quel giovane si chiamava Otto?» domandò Dryander. «Sì, si chiamava proprio così» rispose l’eremita stupito. Intanto la notte era calata del tutto, quando tutti e tre si diressero verso il monastero. L’eremita camminava in testa con una fiaccola, per uno stretto sentiero inghiottito a metà dalla vegetazione; gli altri lo seguivano, muti e impazienti. - Per via Manfred chiese al dottore dove avesse lasciato la sua piccola consorte. «Se ne è andata tra gli ussari» disse Dryander secco e non volle assolutamente fornire notizie più dettagliate. Così, dopo un cammino faticoso, erano giunti alla rovina; attraversarono la porta e la luce della fiaccola illuminò il cortile silenzioso, con i suoi vecchi alberi e, al centro, la fontana cadente. Il loro accompagnatore si guardò intorno. «Che sia ancora sui monti?» disse aprendo una porta di quercia, che cigolò. Entrarono in una saletta, ma neanche là trovarono nessuno. Solo un sacco di paglia per terra, una croce sul tavolo e alcuni libri la indicavano come la dimora di Vitalis; dalla finestra rotta si affacciava la notte, meravigliosa. Quando si avvicinarono all’apertura alcuni uccelli notturni, disturbati, volarono via impauriti dalle crepe del muro; ai loro passi alcuni pezzi di muro si erano staccati, li sentirono rotolare ed echeggiare sempre più in basso. Poi, dalla parte opposta, la luna apparve all’improvviso tra le nubi ed essi non videro nulla, se non i muti precipizi al di sotto e il caos oscuro delle cime secolari. «Orribile!» esclamò Manfred guardando in basso, preso dai pensieri. D’un tratto furono interrotti dall’urlo di Dryander. Per la curiosità si era sporto, aveva avuto però un capogiro e si era aggrappato con tutte le sue forze al saio dell’eremita. «Te l’avevo detto esclamò questi, - ti sta bene. Resta giù, lavora e loda Iddio, e abbandona tutta la tua impertinenza!». Con queste parole afferrò il dottore per il bavero e lo tirò via dal precipizio, dentro la cella. 135 Mentre però uscivano di nuovo all’aperto, videro d’un tratto con stupore due figure sconosciute che, spaventate, scapparono attraverso il cortile del monastero. «E’ lui, per l’amor di Dio, presto!» bisbigliò una e subito scomparvero entrambe nella notte, tra le vecchie mura. Al suono di quella voce Manfred sussultò visibilmente; alla luce intensa della fiaccola aveva continuato a seguire con lo sguardo i due fuggiaschi; dopodiché si precipitò dietro di loro. Ma l’eremita, con le sue gambe lunghe, camminando svelto nel saio frusciante, lo afferrò energicamente per il braccio. «Siete impazzito? - esclamò. - Non so chi fossero, ma so che voi, di notte e su una montagna sconosciuta, quella gentaglia non la acchiapperete e anzi vi romperete il collo, a meno che non siate un camoscio!». - Manfred, dopo aver brevemente riflettuto, dovette dargli ragione; poi però invitò con fretta evidente a tornare subito indietro e, durante la discesa cauta tra le rocce, se ne rimase taciturno e pensieroso. «Adesso devo proseguire, ma presto tornerò a far visita a Vitalis» disse infine, quando furono giunti di nuovo all’eremo; strinse calorosamente la mano del suo ospite e balzò a cavallo. L’eremita ebbe a malapena il tempo di indicargli il sentiero più breve e lo guardò poi a lungo, stupito. - «Fossi matto a ripartire in questa notte da fantasmi» disse Dryander; chiese ancora una lunga pipa, si rallegrò di poter fare anche lui, per una notte intera, la vita dell’eremita con tutte le sue comodità e volle anche ricopiarsi alcune delle canzoni notturne dell’anacoreta solitario. Manfred cavalcava invece instancabile verso le valli; dopo un po’ udì come in sogno la campanellina dell’eremita risuonare in alto; i caprioli pascolavano di nuovo, da una parte; tutta la sua anima si sentiva come sepolta in una fossa da quel silenzio di morte. La mezzanotte aveva intanto spalancato il cielo e steso sulla terra il suo velo meraviglioso. Così, sempre più in basso e sempre più lieto scendeva in quella sognante notte estiva, respirando a pieni polmoni; e già sentiva in lonmtananza i fiumi scrosciare e gli usignoli conguettare. Da un castello solitario giungeva il suono di una chitarra, profumi si diffondevano rinfrescanti dai giardini in fiore. Dall’ultimo pendio del monte gettò in basso un grido, come redento: «Salve, o vita bella! Sì, lo sento, sei di nuovo mia!». Capitolo ventiduesimo In una giornata stupenda, una nave scivolava sul Danubio tra bellissimi monti boscosi e villaggi. Di tanto in tanto echeggiavano dalla nave risa così calorose che, sulla sponda, anche i passanti si fermavano a ridere, senza sapere perché. Erano mercanti in viaggio, studenti e cacciatori; stavano in cerchio, 136 in coperta, intorno a un ometto ben piantato, con borsa da viaggio e cappello da pellegrino a tesa larga, che raccontava loro le avventure più incredibili della sua vita e se la prendeva moltissimo, ogni volta che quelli ridevano e non volevano credergli. Separato da quel gruppetto allegro, invece, appoggiato all’albero al centro della nave stava un bellissimo giovane in un grazioso abito da cacciatore, con in braccio una cetra trovata in cabina; ai suoi piedi sedeva un altro grazioso ragazzo. Li si poteva prendere entrambi per scolari in vacanza, ed era bello vedere quelle immagini liete passare come in volo tra paesaggi mutevoli, ora nella ombra fresca delle rocce, ora nella piena luce del sole. Quello appoggiato all’albero, sotto il cappello da viaggio, fissava la campagna con sguardo vivo e cantava: Stava all’arco della finestra e si intrecciava triste i capelli, il cacciatore se ne era partito, il cacciatore era il suo innamorato. E quando venne la primavera e tutto il mondo cosparse di fiori, ella si fece allora coraggio e si recò nella verde brughiera. Ella posò l’orecchio sul prato, udì di zoccoli il suono lontano sono i caprioli, che brucano l’erba sul pendio ombroso del monte E di sera stormiscono i boschi, s’ode lontano soltanto uno sparo, ella si pone muta in ascolto: “Era il saluto del mio amore!” Dalle rocce sgorgavano fonti, nella valle volavano uccelli, “e quando, amici, lo incontrate, mille volte me lo salutate!” La compagnia aveva rivolto la propria attenzione al bel canto; il pellegrino bizzarro si avvicinò al cantore e subito intonò la stessa melodia: Come un corno risuona nei sogni, 137 perché vaghi tra le rocce, sotto gli alberi, mio caprioletto? Voglio esser il tuo cacciatore! Il cantore lo guardò per un attimo con la coda dell’occhio e, senza pensarci troppo, rispose: Ella però passando rise: “tu hai labbra impertinenti, io però intendo un’altra persona tu sei per me troppo corto e rotondo!” A questo punto esplose una risata generale; il cantore si spaventò, gettò via la cetra e si sedette vicino al compagno. Il grassone, però, non si lasciò metter da parte così facilmente: si avvicinò subito soddisfatto ai due, facendo battute e cercando di intimidirli. «Mio tenero signor cacciatore disse, - mi pare che siate molto più colpito di quanto abbiate mai colpito qualcosa». - «E voi, mi pare, avete finito i colpi - replicò lo sveglio cacciatorino, - perché l’arguzia vi si incedia nello scodellino». - «Almeno, a voi non si bruceranno peluzzi sul labbro superiore! Scommetto però che vi piacerebbe, aver dei baffi sopra la bocca». - «Se il muso sotto fosse più bello del vostro!». - «Vi prego, non immusonitevi così. Ma barba a parte, temo che presto vi spunterà grigia, perché a giudicare dal vostro canto d’amore, una fanciulla vi da’ grosse preoccupazioni». - «Non una, due; e per quanto siano matte le ho già stancate un bel po’, nella caccia». - «Speriamo che le vergini non cadano in fallo! E dove mai le avete cacciate?». - «Sotto la cuffia ». - «Come! Vi portate appresso cuffie?». - «Certo, guardate qua!». Il cacciatore sollevò una sacca da viaggio appoggiata dietro di lui. Il pellegrino un po’ miope vi cacciò dentro il naso e, prima che potesse accorgersene, il ragazzetto gli calò in testa da dietro una cuffia da notte bianca come la neve. La punta dritta del berretto diventò allora un autentico parafulmine, sul quale si abbatterono di colpo da ogni parte scherzi di ogni tipo, leggeri e infuocati. Il pellegrino perse il lume della ragione, per il suo strano temperamento non si capiva se, nella rabbia, facesse sul serio o scherzasse. Il giovane cacciatore, avendo causato senza volerlo una tale confusione, sedeva nel frattempo zitto zitto, alzando solo di tanto in tanto lo sguardo timido. Quando però sentì il pellegrino imprecare contro quegli allegri birbanti e vide sotto la cuffia da notte quelle orecchie da coniglio, non poté lasciarsi sfuggire l’occasione; balzò di nuovo in piedi, fece schioccare il suo frustino e si mise a chiacchierare anche lui 41 41 Gioco di parole tra il significato reale della frase e quello traslato (accasare, far sposare qualcuno). 138 in modo sfacciato, senza più fermarsi. Gli allegri compagni di viaggio li incitavano: dovevano spararsi a vicenda. Intanto la sera scendeva e aumentava la confusione; il pellegrino giurò che avrebbe solleticato quello stesso giorno il bel giovane con la punta della sua spada, così da farne una giovane bella! Il cacciatorino, invece, sussurrò di nascosto al compagno: «Che facciamo, adesso? Ti prego, Hänschen, consigliami!». In quel momento la nave toccò la riva. Mentre tutti raccoglievano in fretta i loro fagotti, le pipe e le borracce, Dryander - poiché era proprio lui il pellegrino bizzarro - corse per primo in gran fretta in direzione dell’osteria, passando davanti al grasso oste, che aspettava tranquillo la nave sulla porta di casa e che lo seguì meravigliato con lo sguardo. Nell’osteria trovò un giovane, seduto sul davanzale della finestra aperta e intento a guardare fuori quell’allegra baraonda serale; questi si voltò rapidamente - e vi si riconobbe Fortunat. Senza meravigliarsi né salutarlo, confuso com’era, Dryander gli urlò contro: «Maledetta storia del diavolo! Hai portato con te le tue armi? Una tal fanciulla di ragazzo! Gli taglierei la barba di sotto al naso, se solo ne avesse una! Non c’è niente da ridere! Gli sarà facile colpire, io sono come un’arnia in confronto alla larghezza della sua vita, e - ». - «Ferma! - lo interruppe Fortunat ridendo sempre più forte, - stai per scoppiare come una bomba; che succede tutto d’un tratto?». Ma Dryander era troppo arrabbiato, imprecava senza posa contro la stupidità della cavalleria, dei duelli, dell’onore che, come una bandiera di reggimento, deve essere miseramente lacerato dalle pallottole per godere di una qualche stima. Mentre si estenuava in tali similitudini, fuori la confusione si avvicinava e cresceva sempre più. «Stupidi!» concluse, e scappò dalla porta con tale rapidità che dimenticò nella stanza il cappello. Fortunat lo lasciò andare. “Che sarà mai - pensò, - è sempre la vecchia farsa: preoccupazioni senza necessità e necessità senza preoccupazioni. Il razzo brucerà strepitando, senza incendiare il globo terrestre”. Intanto, a poco a poco la stanza si era riempita rumorosamente: sacche da viaggio, tabacchiere e mantelli giacevano sparsi su seggiole e tavoli, la vivace combriccola della nave si mise a proprio agio: uno gridava per avere del vino, un altro voleva del caffé; erano tutti ancora eccitati dalla buffa faccenda e, quando seppero dall’oste che i due cacciatori avevano preso una camera, discussero su come il giorno seguente avrebbero caricato a salve le pistole del duello, come avrebbero sistemato dei mortaretti sotto i piedi del pellegrino e via dicendo. Quando però a poco a poco, dopo molte boccate, una densa nuvola di tabacco cominciò a turbinare verso l’alto, Fortunat chiese invano nella baraonda un candelabro e, non avendo ottenuto notizie precise su Dryander, si avviò senza un lume verso la propria stanza, poiché aveva intenzione di ripartire il giorno seguente, allo spuntare del sole. La sua stanza dava sul giardino, la porta a vetri era ancora spalancata come la aveva lasciata alcune ore prima. Tutti gli abitanti della casa erano occupati con i clienti, fuori regnava un tale silenzio che si potevano udire i colpi di remo lontani dei pescatori. Si sedette stanco sulla soglia e udì allora in giardino delle voci discutere, apparentemente, in una lingua straniera. Presto notò, alla luce chiara della luna, figure sconosciute che certo non pensavano di essere spiate. Una, 139 vestita da cacciatore, si era tolta il cappello e allentata il farsettino; i suoi meravigliosi capelli scesero giù in folti riccioli, la luna fece rilucere le sue spalle nude. L’altra era inginocchiata dietro di lei e pareva riassettarle la chioma, intanto parlavano animatamente, a voce bassa. Una fontana che Fortunat, davanti ai cespugli, non riusciva a vedere faceva a gara con loro a mormorare e, ogni volta che si levava un filo di vento, ora lo scrosciare della fonte ora quelle amabili voci echeggiavano simili a una campanella, nella silenziosa notte di luna. La notte però aveva intanto trasformato magicamente la campagna: valli lontane si intravedevano tra gli alberi secolari, al chiaro di luna appariva uno spettacolo confuso di cupole lucenti, rovine e giardini meravigliosi. In basso, nella cittadina vicina, uno studente cantava ancora davanti alla porta dell’amata, mentre la fonte mormorava senza posa - Fortunat sedeva come in un sogno, pensava all’Italia, a Roma e senza volerlo esclamò sovrappensiero: «Fiammetta!». A questo suono le due figure levarono improvvisamente le testoline, come i caprioli al frusciare delle foglie, e volarono verso casa. Fortunat si avvicinò loro sorpreso; allora il ragazzino vestito da cacciatore si arrestò e lo guardò per un attimo attentamente: poi, di colpo gli si gettò al collo senza fiato, abbracciandolo forte e piangendo. Fortunat sentiva le lacrime del giovane scorrergli senza posa sulle guance; i suoi riccioli lo avvolgevano tutto, sembrava completamente abbandonato fra le sue braccia. Ormai però sapeva bene chi stava stringendo: «Mia cara, cara Fiammetta!» esclamò, dal profondo del cuore. Allora la bella fanciulla travestita si sciolse dall’abbraccio e, scuotendosi i riccioli dal viso, restò immobile davanti a lui, guardandolo così felice tra le lacrime che lui ne fu toccato nell’anima. Riprendendosi velocemente, lo condusse silenziosa con sé nella camera di lui. Passando, lui guardò in volto il compagno e vi riconobbe la cameriera, che si fece sempre più rossa. Giunta nella stanza, Fiammetta si fermò di nuovo i capelli in alto e allontanò la cameriera con un incarico segreto. Poi, con evidente timore, invitò Fortunat a partire immediatamente, con fare misterioso e senza spiegazioni. Lo aiutò, scherzando tra la paura e la fretta, a infilare rapidamente le sue cose in un sacco e lo spinse fuori dalla casa e, continuando a camminare, dal giardino. Fuori, in un luogo appartato, trovarono il servo di Fortunat con due cavalli sellati; ve lo aveva condotto la cameriera. Lei avrebbe ripreso il viaggio sulla nave insieme al servo; Fiammetta, invece, balzò lesta su uno dei due cavalli. Fortunat non capiva cosa stesse accadendo e, prima che potesse raccapezzarsi, il servo e la cameriera erano ormai scomparsi dietro di loro. Una volta in aperta campagna, Fiammetta chiese impercettibilmente e con gli occhi bassi: «E cosa fa Annidi?». Fortunat non si ricordava quasi chi fosse. «Annidi? - disse. - Ha sposato a Roma Otto, lo studente. Ma come ti è venuta in mente?». Fiammetta lo guardò meravigliata. «Non è stata dunque la tua innamorata?». - «Mio Dio - rispose Fortunat, dopo un attimo di riflessione, - allora eri proprio tu la fanciulla con la mantellina nera che mi passò accanto, la sera in cui Otto mi condusse dalla sua ragazza che non avevo ancora mai visto». - «Sì, certo - rispose Fiammetta vivace, - e quella sera 140 recitai la parte di Annidi, nel nostro giardino: feci indossare alla cameriera i tuoi abiti e la feci venire da me così vestita, oltre lo steccato. Poi arrivasti tu, non ti aspettavamo così presto». - «Che testone sono stato! - esclamò Fortunat battendosi la fronte. - Se l’avessi saputo, allora!». Lei rise beata e i suoi occhi brillavano di lacrime. Intanto oltrepassarono a cavallo la cittadina, tra giardini assopiti e case di campagna, addentrandosi sempre più nella notte vasta e stellata. Dai monti coperti di boschi proveniva il cinguettio degli usignoli, oltre i campi silenziosi si udivano cani abbaiare lontano; Fiammetta si guardava spesso intorno, paurosa. «Vedi - disse Fortunat, - mi sento come un uccello nel cielo, ti seguo per mari e per monti! Adesso però dimmi: perché ti guardi indietro timorosa? Perché hai pensato alla nave, prima? Che stai meditando?». - «Ahimé, è una storia lunga e triste - rispose Fiammetta, - devo cominciare dall’inizio». Cavalcava stretta a lui e, come immersa lei stessa in un sogno in quella notte di sogno, quasi appoggiata a lui cominciò a raccontare: «Quando tu scomparisti all’improvviso da Roma, si avvicinava ormai l’inverno e pioveva giorno e notte; mio padre, la sera, sedeva presso il camino e non proferiva verbo, il silenzio in tutta la casa era tale da udire il ticchettio dell’orologio della torre. Allora, di colpo, m’ammalai. Sognai di dormire su di una collina sopra Roma, nei bagliori della sera. Ma quando mi risvegliavo era ormai notte inoltrata, avevo freddo e il luogo mi era sconosciuto. Poi un cacciatore mi veniva incontro scendendo dal monte. “Ahimé, conducimi giù in città - esclamavo, - ascolta, suona ancora in lontananza la campana del Campidoglio”. - “Questo è l’orologio della torre al mio castello, nel bosco”. diceva il cacciatore. “Non conosci dunque il castello del marchese A.?” chiedevo di nuovo. “Dove abita Fiammetta? Ah, è passato tanto tempo” diceva il cacciatore, e si voltava di colpo. Il cacciatore eri tu, ma non mi riconoscevi più. Poi scendevi per il monte, io gridavo piena di paura e non riuscivo a seguirti tanto in fretta. La luna sorgeva di fronte a noi e all’improvviso, fin dove potevo vedere, tutto quel luogo sconosciuto si ricopriva di neve e risplendeva sotto la luce limpida della luna, come per farmi morire di malinconia. Quando mi ripresi dalla malattia, una mattina mio padre stava al mio capezzale; la finestra era aperta, gli alberi fuori erano di nuovo verdi e gli uccelli cantavano. “Alzati, adesso - disse mio padre, - partiamo per la Germania!”. Aveva perso il suo patrimonio, la casa, il nostro giardino dovevano essere venduti. Non voleva restare a guardare. Così, in una bella notte di primavera partimmo da Roma, le fontane mormoravano nei vicoli silenziosi, nel nostro giardino gli usignoli cinguettavano come se lo avessero saputo anche loro e, quando pian piano i palazzi e le cupole scomparvero dietro di noi nella luce della luna, vidi mio padre piangere per la prima volta». «Dov’è adesso tuo padre?» la interruppe Fortunat. Ma Fiammetta cavalcò per un poco in silenzio e lui si accorse che anche lei stava piangendo. Poi, di colpo, si guardò intorno in tutte le direzioni e proseguì più calma: 141 «Il mio povero padre, in Germania, non trovò la situazione che si era immaginato. I ricchi parenti su cui contava, poiché in gioventù avevano vissuto insieme come fratelli, da allora erano invecchiati e cambiati; la maggior parte di loro era morta da tempo, i loro figli, che non lo conoscevano, lo guardavano stupiti e incuriositi. Lui non riuscì ad adattarsi a quel mondo cambiato e morì di dolore. - Quella fu una notte terribile, mi ricordo solo cavalli e figure addobbati di nero, e la luce della torcia tra gli alberi scuri - e quando pian piano il suono della campana si spense, sedevo sola in carrozza con una vecchia dama vestita di nero; correvamo veloci per luoghi sconosciuti, mi parlava continuamente in francese ma io udivo solo lo sferragliare cupo della carrozza nella notte; mi sembrava che corressimo anche noi nella tomba. La dama, invece, era una ricca zia senza figli che mi prese con sé. Viveva in un grande castello che si ergeva solitario sul pendio di un monte, in mezzo a un parco meravigioso pullulante di strane colombe e pavoni. Nella vasca limpida davanti al castello giocavano, come uccelli nel cielo, pesci esotici variopinti; e in un boschetto, cinto da una graziosa inferriata, beccava un bel fagiano dorato. La zia si divertiva ad agghindarmi ben bene, anche se ricevevamo visite solo di rado; andavo dunque vestita in modo sontuoso e, quando mi capitava di essere sola in giardino, in quella solitudine mi pareva di essere anch’io un fagiano d’oro stregato. Nei pomeriggi d’estate, invece, la zia sedeva con me in giardino, su una collina ombreggiata da cui si vedevano, in lontananza, il fiume e le strade attraversare luminosi la campagna; cavalieri e carrozze passavano veloci come in un gioco d’ombre e talvolta, da lontano, echeggiava il corno di un postiglione. “Quella strada porta in Italia” diceva la zia - mi sentivo morire dall’angoscia. Una sera ce ne stavamo sedute là, io sfogliavo sovrappensiero i petali di un astero: saresti venuto oppure no? “Viene!” esclamai di colpo spaventata, gettai via il fiore e volai giù per la collina, oltre il castello, fino in fondo alla valle. Due cavalieri scendevano infatti dal bosco, uno indossava un abito da viaggio verde, proprio come te! Quando vi giunsi, senza fiato, fermò il cavallo - era un volto del tutto sconosciuto. Doveva avere indovinato chi fossi, perché smontò rapido e, gettando al suo servo le briglie, mi porse gentilmente il braccio e mi riportò indietro, come una prigioniera. Pensavo che la zia mi avrebbe sgridato, invece si preoccupò solo che non fossi eccessivamente accaldata; mi liberò la fronte dai riccioli e mi disse che ero stata una bimba davvero educata, ad accogliere così calorosamente suo cugino che non vedeva da molti anni. Lo chiamò barone Manfred». «Manfred? - disse Fortunat sorpreso, - ho udito spesso questo nome da Lothario. Ma già, tu non lo conosci». Fiammetta scosse la testolina e proseguì: «Fino ad allora avevo vissuto quasi come in sogno, ma all’improvviso, insieme allo sconosciuto, irruppero nella nostra pace di campagna la fretta e l’inquietudine. Niente gli andava bene nella maniera in cui tenevamo la casa, voleva organizzare tutto in modo più intelligente e, spesso, mi guardava in modo strano e mi spaventava, perché aveva uno sguardo così intenso che sembrava leggere i miei pensieri. Indispettita, un mezzogiorno afoso mi ero distesa nell’erba; 142 tutti gli uccelli tacevano, ronzavano solo le api e alcune nuvole passavano in volo sulla campagna silenziosa. Io ripensavo ai vecchi tempi, a te, al nostro giardino, a Roma. D’un tratto la zia arrivò insieme al cugino, per il viale dei faggi. Mi sollevai a metà nell’erba, senza che mi vedessero. “Ci ho già pensato anch’io - diceva la zia, - Fiammetta non può andare avanti così: in questa solitudine appassisce come un fiore”. - “Senza tenere conto di quanto vi ho appena raccontato - replicò il cugino, - non saprei indicare davvero partito migliore del barone, per la signorina: è giovane, ricco e indipendente”. - “E voi vi incaricate - chiese ancora la zia - di portarlo da noi?”. Non udii la sua risposta ma, come se un fulmine si fosse abbattuto vicino a me, balzai veloce in piedi e volai dalla mia cameriera italiana, raccontandole tutto. Non c’era tempo per riflettere, anche lei stava male come me, al castello; con il pretesto di una mascherata, pensò di procurarsi vestiti da cacciatore per tutt’e due e decidemmo di fuggire a Vienna, da una zia giovane e allegra che avevo conosciuto a Roma e che avrebbe dovuto difendermi da quello sciocco pretendente. Da allora, la zia e il cugino mi guardarono ancora più spesso con fare misterioso e compiaciuto. Ma particolarmente odioso mi era l’astuto cugino, quando mi fissava con sguardo acuto, simile a un ragno dalle lunghe zampe. “Sì, tessi pure le tue trame!” pensavo. E quando partì davvero per andare a prendere lo sposo promesso, noi aspettammo che tutti dormissero, ci infilammo nei nostri vestiti da cacciatore e scendemmo in silenzio le scale con il cuore che ci batteva forte. E in una bellissima notte estiva attraversammo prima il castello deserto, poi il giardino silenzioso finché, in aperta campagna, traemmo un grande sospiro di sollievo. Fuori, tutto appariva fresco come lo sono i boschi, e così allegro! - Quella sera stessa però ci perdemmo fra i monti. Non potevamo chiedere niente a nessuno, giungemmo così, alla fine, ad un castello abbandonato. Io rabbrividivo e tremavo, la cameriera piangeva; in quel momento una porta si aprì di colpo ed uscirono tre uomini con delle lanterne nella mano - uno era il cugino, con il viso bianco e incolto alla luce delle fiaccole evidentemente passa le notti girovagando, che altro aveva da fare lassù? Ma mi ha riconosciuta e certo mi insegue. Non so come riuscimmo a scendere di là. Ma quando infine il giorno spuntò, vedemmo splendere nella valle il Danubio; una nave stava per salpare, vi salimmo anche noi e viaggiai così tra la paura e il divertimento; e litigai, e avrei dovuto battermi e - » - «e io - la interruppe Fortunat - ho riacchiappato il fagiano dorato e non me lo lascio più sfuggire!». Fortunat era colmo di gioia ma anche molto confuso, non sapeva che fare dell’amabile bambina che si era letteralmente buttata fra le sue braccia; e anche la paura di essere sorpresi non era poca. Intanto, l’aria silenziosa fu attraversata da alcune battute galanti. «Come sei diventata bella! disse Fortunat, contemplandola quasi stupito. Lei arrossì sempre più e pensò solo allora che si trovava sola soletta con lui. Ma dai villaggi lontani giungevano già alcune voci, oltre i campi di grano ondeggianti li colpirono i primi raggi di sole lucenti - così cavalcarono lieti in quel mattino meraviglioso. 143 Capitolo ventitreesimo Cacciato via dal severo Vitalis, discendendo da solo il monte dell’eremita, Otto si sfogò piangendo con tutta l’anima. Poi si sentì meglio. Sentì di nuovo il coraggio e la spinta verso ciò che vi è di più alto nel mondo; voleva sinceramente ricreare la pace nel suo cuore e tornare poi, così rinato, dall’eremita; e in quel momento felice gli sembrò cosa da poco abbandonare la sua poesia, se questa doveva renderlo schiavo della boria. La notte silenziosa e quasi malinconica lo guardava dai monti come una madre gentile. - Intanto, pian piano nel cielo si spegnevano le stelle e, quando il fresco mattino giunse sui campi, il fiume nel fondovalle e le finestre di un castello sulla sponda opposta brillarono allegramente: allora, all’uomo consumato dal pianto la terra apparve di nuovo giovane e fresca, come dopo un temporale; sugli alberi gocciolanti sopra di lui, gli uccelli appena destatisi spalancavano le ali e lo guardavano incuriositi, come per chiedergli: “Amico, dove sei stato così a lungo?”. Girovagò allegro per l’intera giornata e infine, sull’ultimo monte, sbucò dal bosco e scorse di colpo, fra giardini lontani, la città vecchia e scura simile a una rovina ricoperta dal verde dell’edera. Si sdraiò sotto gli alberi, stanco: vedeva garzoni artigiani, cavalieri e graziose contadinelle scendere allegri per i sentieri nel verde; gli uccelli nel bosco cantavano, nubi isolate volavano mutevoli sul paese luminoso - così s’addormentò e sognò la gioventù, bella e fresca come il bosco. Dovette dormire a lungo, poiché quando levò lo sguardo intorno, spaventato, il sole ormai tramontava indorando le cime e le torri della città. Pieno di stupore si ritrovò coperto di fiori, come vi fosse stata una pioggia di rose. Udì allora una bella voce risuonare allegra nell’aria della sera. Una carrozza elegante attendeva in basso, sul margine del bosco e due giovani donne, evidentemente scese a piedi per il ripido pendio, stavano montando in quel momento. Una si voltò e guardò in alto verso di lui: confuso e abbagliato dovette abbassare lo sguardo, tanto era bella. «Al quartiere in collina!» gridò al postiglione, la carrozza attraversò in volo i profumi della sera, lui udì ancora a lungo l’eco del corno, in lontananza. In città trovò pronto il suo appartamento: una cameretta accogliente al terzo piano, con vecchie calcografie alle pareti, il pavimento appena cosparso di sabbia e un bicchiere con dei fiori freschi sotto lo specchio. Una vecchia signora lo ricevette con grande loquacità e gli porse una letterina. Il suo amico di gioventù, che aveva provveduto a tutto per lui in quel luogo, lo informava che impegni di lavoro imprevisti lo avevano purtroppo portato in campagna e che sperava di ritornare tra qualche settimana - 144 così Otto si ritrovò inaspettatamente solo soletto, in quella città sconosciuta. Dopo la lunga solitudine montana non riusciva ad ambientarsi, tutto gli pareva nuovo e singolare, quell’allegra giornata di viaggio riecheggiava ancora nel suo cuore e, quando aprì la finestra, la regione sconosciuta diffondeva al di sopra dei tetti la sua luce crepuscolare: gli parve allora di udire ancora il corno del postiglione risuonare lontano, nella notte primaverile. Non riuscì a resistere e volle fare ancora un giro per la città. Per strada si informò del quartiere in collina, si era vergognato di chiederlo alla vecchia. Gli venne indicata un’altura distante, che si affacciava piena di mistero sulla strada con ville e ampi giardini. Girare la notte per una grande città sconosciuta ha qualcosa di magico: le case e le torri si ergono come in sogno sotto la luce della luna, per le strade sciamano persone rumorose e svagate, nella velata libertà della notte tiepida; poi, di colpo tutto ritorna silenzioso nei vicoli stretti e bui. Solo gli abbaini sbattono al vento e un usignolo cinguetta malinconico alla finestra. - Otto continuava a girellare sovrappensiero, cantava piano fra sé, neanche lui sapeva che cosa cercasse, fuori. Alla fine raggiunse la collina; quanto più procedeva, tanto più la strada si faceva silenziosa e assumeva un’aria di campagna; ai lati, giardini meravigliosi sembravano inabissarsi. Spesso si fermava e si voltava indietro, a guardare la città dall’alto: tra le molte luci confuse, lo sferragliare cupo delle carrozze passava come un temporale lontano; ogni tanto uno stormo di taccole usciva dal vecchio tetto della chiesa attraversando la notte con striduli versi, il carillon dalla torre cantava la sua canzone devota nella solitudine del cielo. Dall’alto lato, invece, la via si apriva già sulla campagna: di là proveniva una brezza fresca, udì lavorare un mulino che non riusciva a vedere, poi cani abbaiare in lontananza e qua e là altre voci, nei campi oscuri. All’improvviso una chitarra risuonò; singole note di un canto meraviglioso, sognanti, portate dal vento, si propagarono tutt’intorno come quando il vento della notte passa tra le corde di un’arpa. S’affrettò verso il giardino da cui proveniva quel suono, la porticina era solo accostata ed entrò. Poi si fermò, poiché gli parve di vedere una figura lesta fuggire di nascosto tra i cespugli; tutto il resto era tranquillo. Incuriosito proseguì, sotto l’ombra scura degli alberi secolari; i prati rilucevano al chiaro di luna. Allora notò uno stagno coperto tutt’intorno da salici piangenti, una statua bianca luccicava tra i rami: era una ninfa che, voltata a metà, riposava su un braccio presso lo stagno, mentre l’altro era appoggiato sul capo, nel sonno. - Otto stava per avvicinarsi quando d’un tratto, dal cuore del giardino attraversò gli alberi un bagliore chiaro, che subito riscomparve. Spaventato e titubante si volse indietro, cercò di nuovo la porticina ma i raggi della luna e le ombre ondeggianti degli alberi lo confusero e, prima che potesse rendersene conto, si ritrovò davanti ai gradini di marmo di un alto palazzo antico. In quel momento un arbusto di lillà si scosse sopra il suo capo, ricoprendolo di rugiada e di fiori. Udì dietro di sé un risolino soffocato, una fanciulla bianca e snella lo guardò furtiva tra i rami e lo prese lesta per mano. «Ecco, questo è il benvenuto, poiché mi hai sorpresa - bisbigliò con la più soave delle voci, - è meraviglioso che tu sia venuto oggi stesso». Così, precedendolo, condusse Otto stupito su per gli scalini e attraverso 145 una sala buia. All’improvviso entrarono in una camera illuminata - lei si voltò rapida - Otto riconobbe, con lieto spavento, la dama in viaggio di quella sera. Lei lo guardò meravigliata, lasciando andare la sua mano. Poi notò una delle rose che lui portava ancora all’occhiello, un rossore fugace le ricoprì il bel viso. «Ma - disse scuotendo il capo - come avete fatto a ritrovarmi così rapidamente?». Lui le raccontò del suo risveglio sul monte, della sua inquietudine e della sua passeggiata in quella notte bellissima. Ma lei era assai distratta, sembrava pensare a qualcosa. Poi balzò lesta fuori della porta, la udì, fuori, parlare animatamente con qualcuno. Si guardò intorno, stupito da quella strana situazione. Una lampada di alabastro illuminava in modo singolare il prezioso mobile su cui giacevano disordinatamente una chitarra e uno spartito aperto. Alte piante esotiche si attorcigliavano in spire su per le pareti e pendevano con i loro fiori di colore acceso nel crepuscolo sognante, come specchiandosi nel ricco tappeto sul pavimento. «Povero giovane! Sarai certo stanco» disse la sconosciuta, rientrando allegra e facendolo sedere sul divano. Gli si sedette vicino con le gambe accavallate e lui dovette raccontarle da dove veniva, chi era e cosa faceva là. «Questo, dunque, è l’aspetto di un poeta!» esclamò stupita quando udì il suo nome; e così dicendo si voltò completamente verso di lui e lo guardò con gli occhi belli e grandi; lui, arrossendo, dovette abbassare i suoi. «Come è bello !» disse lei fra sé, a malapena udibile. Poi prese una pesca da un vassoio di cristallo davanti a loro, vi conficcò con forza i suoi dentini bianchi e gliela porse. Otto era tutto confuso, dagli occhi di lei brillava a tratti una fiamma folle e selvaggia che lo spaventava; in quella situazione ambigua non riusciva a trovare il tono giusto e se ne stava seduto, con fare sciocco e impacciato, vicino a quella signora bella e cortese. Questa scoppiò allora in una risata birichina, lui non sapeva perché; poi balzò in piedi ed estrasse da un armadio a muro nascosto un libro finemente rilegato. «Lo conosci?» chiese, mostrandogli il taglio dorato e luccicante. Erano le sue poesie. «Non le conosco ancora - disse lei, - leggimene qualcuna». Si sedettero di nuovo, lui sfogliò indeciso le pagine e cominciò infine a leggere una delle sue poesie preferite, sulla bella fata Melusina . «Perché tu lo sappia - lo interruppe la dama, - Melusina sono io; puoi venire in giardino solo nelle notti tra lunedì e giovedì. Non chiedere di me e non parlarne; se mi vedrai una sola volta di giorno, non ci incontreremo mai più!». Otto la guardò meravigliato, poi riprese a leggere. Era un lungo ciclo di romanze, lo aveva composto nel periodo più felice della sua gioventù e, da allora, non lo aveva più rivisto; adesso, dopo tutto quel tempo, in quel luogo così fiabesco, la lettura lo rapì in modo singolare; lesse con tutta l’anima, senza fermarsi. Alla fine, girando pagina, gettò un’occhiata di lato. - La bella signora era distesa vicino a lui, profondamente addormentata. - Tacque rabbrividendo nell’intimo, poiché quella figura snella, nella veste da notte bianca, riposava voltata per metà, con un braccio negligentemente piegato sopra 42 43 42 In italiano nel testo. 43 Reminiscenza del rifacimento di Tieck di un’antica saga francese, Sehr wunderbare Historie von der Melusina (1800). 146 il capo: proprio come la statua presso lo stagno. In quel silenzio improvviso si aprì piano la porta; la testolina piena di riccioli neri di una fanciulla si affacciò, guardò beffarda quel luogo di silenzio profondo e gli fece cenno di seguirla. «Piano, piano - disse quando fu uscito, guidandolo rapidamente per mano, - adesso dovete andarvene in silenzio, la luna è appena calata per la noia». Fuori lei cantò, come tra sé: Un fringuello sta snello sul verde ramo: pic, pic! Il cacciatore, con gran diligenza, misurar e mirar cominciò, e puntando pensava: Adesso sei mio l’allegro uccelletto scappò: pic, pic! devi esser più svelto! «Che canzone allegra stai cantando?» chiese Otto. «Attizzo solo un po’ il fuoco, nel buio - rispose la fanciulla. - Volete forse accendervi a questo fuoco una pipa e leggere ancora qualcosa delle dodici vergini addormentate ?». Con fare malizioso, gettò nel vento ancora chiacchiere di vario genere. Così attraversarono rapidi il giardino silenzioso. Otto, passando, guardò ancora verso lo stagno: la statua riposava di nuovo sul suo giaciglio di marmo; ai loro passi un cigno addormentato levò il capo da sotto le ali, li guardò ebbro di sonno e tornò poi a sognare. «Buona notte, signor Morfeo ». disse al cancello la fanciulla, con un inchino impertinente; e lo spinse fuori ridendo. Sentì la porticina chiudersi con un colpo dietro di lui, fu meraviglioso trovarsi così, all’improvviso, sotto il cielo stellato ampio e silenzioso. Intorno non si udiva un solo rumore, solo orologi lontani, in città, battevano i rintocchi. La mezzanotte era passata da un pezzo. Da quel momento fu perduto; le belle notti di luna illuminarono ancora di frequente il suo cammino verso il giardino incantato e silenzioso. L’oscuro terrore che si legava al desiderio lo attraeva sempre di più, non aveva intenzione di chiedere il nome alla bella signora e si guardava bene dal metter piede nel giardino di giorno - era comunque sua, con il corpo e l’anima! Ma poi, nella sua cameretta silenziosa, dopo simili notti passate tra i piaceri, spesso lo colpiva qualcosa come il suono dei corni alpini uno svizzero in terra straniera. Allora era assalito da una paura profonda, componeva in fretta e spesso per notti intere; voleva, con la poesia, volare sopra se stesso - come se il talento fosse separato dal resto della persona! - Così, diviso tra piacere e pentimento, a poco a poco si abbandonò sempre 44 45 44 Riferimento al romanzo Die zwölf schlafenden Jungfrauen (1794-1796) di Christian Heinrich Spieß, noto autore di romanzi cavallereschi e storie di spettri. 45 Dio greco del sonno e dei sogni. 147 più alla malinconia, allo scoraggiamento nei confronti di se stesso, alla trascuratezza e alla miseria; finché infine una febbre che consuma avvolse nel suo mantello di sogni l’anima stanca: allora, nel suo delirio, udiva di nuovo il corno del postiglione nella notte di primavera, lo stormire del bosco e la campanellina dell’eremita in lontananza. Giacque malato per molte settimane. Quando infine tornò in sé, per un po’ non riuscì a rendersi conto di dove fosse. Il sole, alto sui tetti, splendeva benigno dentro la stanzetta, un gatto sonnecchiava sul davanzale della finestra; udì vicino un canarino cantare, poi ancora il ticchettio di una pendola. La vecchia ostessa sedeva su una poltroncina accanto al suo letto, si era addormentata sul lavoro a maglia. A lungo si guardò intorno confuso in quel silenzio, prima di svegliarla. Allora lei si alzò contenta e gli raccontò di aver pregato per la sua anima e di come lui nella febbre avesse delirato, disse che il suo amico non era ancora tornato ma che una giovane fanciulla sconosciuta era venuta una volta, molto tempo prima, chiedendo di lui. - Allora, a poco a poco tutto si fece chiaro nella sua mente. «La fanciulla veniva forse dal quartiere in collina?» chiese; e le descrisse minuziosamente il castello e il giardino. Ma la vecchia scosse la testa. «Quel palazzo - disse - è disabitato da anni». Pensò che delirasse di nuovo. Otto si passò la mano sulla fronte, gli sembrava di sognare. Ma una sera, dopo che la vecchia se ne fu andata, si vestì in fretta e scese di nascosto le scale. Attraversò vicoli e piazze ben noti, dirigendosi verso il suo quartiere. Il sole al tramonto brillava lieto per le strade, i bambini giocavano davanti alle porte, le fanciulle chiacchieravano alle fontane e le allodole si libravano alte e gioiose nel cielo rossastro; barcollò, come ebbro di quell’aria cui non era più abituato. Giunse così al giardino dell’amata; la porticina era chiusa, ma nella tasca dell’abito aveva ancora la chiave, dall’ultima volta. Aprì in fretta ed entrò con il cuore in gola. Intanto il sole era calato, era diffuso ovunque il rosso del tramonto. In quella luce meravigliosa tutto gli apparve mutato; i sentieri che fino a quel momento aveva visto fugacemente e solo di notte gli apparvero desolati e incolti; e quando alla fine vide il palazzo, gli tornarono in mente con terrore le parole della vecchia, perché dalla casa non proveniva alcun rumore. L’erba spuntava alta dalle fessure degli scalini di marmo, le porte e le finestre erano serrate e solo il vento fece sbattere, in quel momento, una persiana mezza rotta. Da un parte un usignolo cinguettava tra i cespugli, lo aveva udito spesso, venendo qui furtivamente dalla sua bella nelle afose notti estive. «Mio Dio, dove sono stato per tutto questo tempo!» disse preso dai pensieri. - Allora, d’un tratto udì a una certa distanza una canzone ben nota dei vecchi tempi: Io vago felice! ai vetri ora spiano fanciulle, ora scrosciano fonti lontane. 148 Colmo di gioia, rispose subito con i versi successivi della stessa canzone: Da arbusti lucenti le chiacchiere amate fra tante conosco, io sento il mio amore! «Dio misericordioso - Kordelchen!» esclamò di colpo spaventato. L’attrice gli stava di fronte, sapientemente truccata, aveva tra i capelli fiori variopinti, appena colti. «Lui non è ancora a casa?» chiese, guardando verso il palazzo. - «Chi?» rispose Otto, confuso. Sentendo il suono della sua voce, lei tese l’orecchio attenta e lo guardò a lungo fissa. «Ti conosco bene - disse poi, con un sorriso furbo. - Ti ricordi quando ci incontrasti per la prima volta, in quella notte piovosa, mentre ci dirigevamo verso la piccola cittadina? Allora avevo un buco nelle calze, Kamilla lanciò delle frecciatine in proposito, perché le piante di camomilla sono pungenti - ahimé no, non sei tu!» concluse tristemente. Poi si appoggiò al suo braccio e gli bisbigliò con fare misterioso: «Io so bene come si chiama, in realtà, ma non rivelo nulla, non dirlo più neanche tu, perché la notte ha orecchie orecchie e occhi rubato, quando tutti dormono a prendermi viene è un nobile conte». «Kordelchen! Kordelchen!» gridò allora una voce fuori dal giardino. La fanciulla si liberò di scatto e scomparve fra gli alberi, come un capriolo impaurito. - Otto la seguì a lungo con lo sguardo, poi, assalito da un terrore improvviso, fuggì dal giardino senza mai fermarsi per i sentieri deserti e poi per la periferia solitaria. Intanto il buio era sceso del tutto, le stelle giocavano vivaci in cielo e dalla torre lontana in città il carillon cantò ancora la sua canzone devota; non poté fare a meno di coprirsi il viso con entrambe le mani, gli pareva che angeli volassero sopra di lui, cantando nel silenzio della notte. A casa chiuse in fretta il suo sacco da viaggio; quella notte stessa, senza tenere conto delle obiezioni della vecchia preoccupata, lasciò la città. 149 La carrozza correva veloce sulla strada lucente, nella bella notte estiva; il postiglione faceva schioccare allegramente la frusta, che riecheggiava lontano nei campi silenziosi. A cassetta un fanciullo, che lasciava la casa per la prima volta, parlava vivacemente con il conducente; guardò poi a lungo taciturno la campagna circostante, come le ombre scure dei pioppi e da una parte i cespugli, i boschi e i villaggi passassero in volo al chiaro di luna. E quando risuonò il corno del postiglione, a poco a poco si levaono dinanzi a lui castelli fulgenti, giardini meravigliosi e monti solcati da cascate, in un albore lontano. Poi ripensò a casa, a come in quel momento i suoi dormissero tranquillamente, la luna entrando dalle finestre risplendesse sui quadri appesi alla parete e solo una mosca ronzasse rumorosa per la muta stanza - allora, d’un tratto si sentì così abbandonato, là fuori, ma anche coraggioso e libero, in terre sconosciute. - Così desideroso di viaggiare era stato anche Otto, una volta, in certe belle notti di primavera; quel giorno sedeva taciturno nella carrozza buia, rimuginando fra sé e sé. Nello sferragliare monotono e sonnolento del carro gli sembrava di discendere il monte senza potersi fermare, verso un ignoto abisso. Ogni tanto la luna o la luce fugace di una fattoria illuminavano l’interno della carrozza, accarezzando rapide un naso pallido, due baffetti marziali o un paio di occhiali. Si spettegolava molto a proposito di una bellissima cantante d’opera e di un ricco conte S., un frivolo lucherino. «No, un ciuffolotto - esclamò uno, perché lei gli ha insegnato a fischiare». - «E’ comunque un pollo - disse un altro conciso, - lo ha spennato a dovere e poi se ne è volata via». - «Un’idea barocca - disse l’uomo con gli occhiali quella di nidificare là, in quel palazzo in rovina in periferia!». Otto, riscuotendosi dai suoi pensieri, si mise ad ascoltare attentamente. «Nidificare! - intervenne il baffuto. - Le tortore nidificano di preferenza proprio nelle vecchie rovine; sa di atmosfera sinistra e, insieme, di graziosi usignoli. Sì, mio caro, ogni cosa è andata per la sua via: pian piano sotto gli alberi, che non spifferano in giro. Ci si potrebbe comportare in modo più discreto del conte? Ha lasciato aperta alla sua fedeltà una porticina sul retro. Beh, è un uomo dalle ricche esperienze, in lei perlomeno non ha avuto la sua prima donna e penso che non vi faccia un assolo». A queste parole scoppiò una risata fragorosa. Otto si sentì il cuore trafitto: parlavano evidentemente della sua incantata Melusina! Gli pareva che i suoi compagni di viaggio avessero rivoltato di colpo, con i loro stivali sporchi, un tappeto prezioso; e di vedere adesso i fili grossi e grezzi dei suoi ardenti fiori di sogno - fu inorridito da quello squallido rovescio della vita. In quel momento la carrozza si fermò di colpo davanti a una casa tra i campi; un uomo in pelliccia e berretta da notte uscì insonnolito, stringendo una lanterna, per consegnare alcuni pacchetti e riceverne altri. Nel frattempo, dietro di lui 150 si aprì piano la persiana della piccola finestra, la luce della lanterna illuminò fugace un volto bellissimo di fanciulla che subito riscomparve. Otto si spaventò: i lineamenti gli erano familiari, ma non riusciva a ricordare esattamente. L’uomo in pelliccia sbadigliò. «Non divorarmi, giudeo!» gli disse l’allegro conducente, seduto a cassetta. «Non mangio carne di maiale», rispose seccamente l’ebreo. I passeggeri risero, il postiglione fece schioccare la frusta e la carrozza ripartì fragorosamente nella notte silenziosa. Alla successiva stazione di mezzogiorno Otto abbandonò la comitiva, che dormiva in quel momento sparsa per tutti gli angoli della stanza dei passeggeri, mentre i più gagliardi, insonni e di malumore, gridavano confusamente di volere del caffé, rum e panini imburrati. Da quel luogo, sentieri traversi conducevano a Hohenstein; Otto desiderava riposarsi sotto le sue verdi ombre. Sperava di riuscire ad arrivarci prima di notte, tanto si sentiva spossato e malato. Chiese quale fosse la via più breve, gli fu indicato un sentiero che conduceva proprio attraverso il bosco. Si addentrò dunque, da solo, tra i monti. “Com’è diverso - pensò - da quando, molti anni fa, vagavo per questi stessi luoghi! Adesso è tempo di dormire, e tutto è passato”. La forza strisciante della malattia, riattizzata dalla notte insonne e dagli sforzi, scoppiò, si estese e diffuse segretamente per tutto il corpo; fu costretto a riposarsi sempre più spesso e finì per abbandonare spossato il sentiero, cercando, se possibile, di raggiungere un villaggio. Ma non si vedevano case, nel bosco tutto era così silenzioso da udire il rumore dei picchi sui tronchi. Così perse del tempo e la giusta via; i bagliori della sera scintillavano ormai tra le cime degli alberi, la zona gli appariva sempre più estranea, man mano che procedeva. Scorse allora da una parte una fanciullina che coglieva fiori nel bosco. Si avvicinò e quella si voltò rapida: di colpo gli parve di vedere, in quegli occhi chiari e innocenti, il fondo del cielo. Il sole al tramonto brillava fra i suoi riccioli biondi, la accarezzò e la baciò con affetto sulla fronte liscia. Ciò sembrò costituire una novità per la povera bimba, che cercò con cura nel suo grembiule e gli porse una bianca rosa selvatica. E quando le chiese se poteva indicargli il sentiero per uscire dal bosco, lei gli diede fiduciosa la manina, reggendo accuratamente con l’altra il grembiulino per non perdere i suoi fiori. Camminando, la bella bimba si fece sempre più gaia e loquace. Raccontò che non mancava molto a Natale, quando moltissime candele sarebbero state accese nelle case dei nobili; lei allora si sarebbe seduta nella sua stanza, sul lettino vicino alla finestra, le stelle avrebbero brillato, fuori, tanto belle sulla neve e Gesù Bambino sarebbe volato nella notte sul giardino silenzioso, portandole da parte dei suoi genitori tanti doni meravigliosi: nuove scarpe rosse e un berrettino. «E dove vivono i tuoi genitori?» chiese Otto. La piccola lo guardò sorpresa, poi indicò il cielo. «Ma dove mi conduci, dunque?» chiese di nuovo, come turbato. «A casa» rispose la bimba. Lui rabbrividì involontariamente, per l’ambiguità di quella risposta. All’improvviso uscirono dal bosco e si ritrovarono su un’altura: Otto fu come abbagliato. In basso, sotto di lui, si stendeva infatti il suo paese nella luce tenue della sera: la cittadina all’ombra, sulla sponda opposta il giardino e la casa dei suoi genitori, poi il fiume dorato nella valle erbosa e, dietro, i monti lontani 151 e azzurrini - tutto come lo aveva sognato, tante volte, in terra straniera. Esausto, si lasciò cadere sotto un albero. «Oh, vecchi tempi tranquilli - esclamò, - come siete lontani, lontani da qui!». La piccola si era seduta ai suoi piedi, sull’erba. «No, no - disse, - non è così, te lo insegno io». E al canto di un uccello, simile lei stessa a un uccellino di bosco, cantò con la sua vocina di bimba: Silvestre solitudine tu verde campagna, com’è lontano il mondo da qui! Dormi ora, presto arriva la sera, per il bosco silente scorrono le fonti, la Madre di Dio veglia, col suo abito di stelle ti copre lieve nella silvestre solitudine, buona notte, buona notte!» Davanti agli occhi di Otto calò l’oscurità, poi di colpo una luce attraversò il paese simile a un lampo nella notte: silenziosi precipizi, giardini e palazzi meravigliosi al chiaro di luna: riconobbe in basso le cupole dorate e udì per l’aria quieta risuonare le campane e mormorare le fonti di Roma, mentre la bimba continuava a cantare: O tempo silente! Vieni inatteso oltre i monti lontano mormora lieve la silvestre solitudine, buona notte «Piano, piano - rise la piccola, - dorme - » ma lo stanco viandante non si risvegliò mai più. 152 Capitolo ventiquattresimo Ma noi, ora che il silenzio è sceso nella valle e sulle cime dei monti, lasciamo scorrere i nostri sguardi lontano su quella terra meravigliosa, per non struggerci di malinconia. Là il mormorio dei boschi copre le passioni e le miserie dell’uomo, ed è come se dicesse: “Ragazzo mio! Volgi lo sguardo in alto, verso l’ampio cielo stellato; tutto diventerà vano, e nulla al suo confronto!”. E lontano sui monti, dove la luna splende così luminosa sul prato del bosco, scorgiamo d’un tratto due viandanti che scendono lieti: sono i due innamorati nel loro viaggio avventuroso. Fortunat ha appena sistemato i cavalli nella stalla di un piccolo villaggio e si sta inoltrando con Fiammetta per un sentiero, tra i campi di grano che ondeggiano al vento leggeri; la notte all’orizzonte si rinfresca di bagliori temporaleschi, una quaglia canta lontano, sui campi. Davanti a loro si ergono alture buie, la luna illumina solo dirupi isolati; allora lui riconosce a poco a poco pergole e sentieri, di tanto in tanto scintilla una fontana, dai cespugli odorosi echeggia per la campagna il canto degli usignoli. Di colpo Fortunat si ferma e agita il cappello, colmo di gioia. «Salute a te, fresca foresta!» grida dal profondo del cuore. Fiammetta lo guarda per un attimo con aria interrogativa, poi agita anche lei il cappellino gridando di gioia, senza sapere perché. - Davanti a loro si stende Hohenstein. Fortunat sapeva che Walter, ormai, viveva sempre in quel luogo; voleva portare la fanciulla all’amico caritatevole, avveduto e ricco di consigli prima che a chiunque altro. Aveva sperato di poter raggiungere i monti prima di sera, ma ormai voleva evitare di suscitare attenzione; decisero di trascorrere quella breve notte estiva in giardino, per confidare tutto al vecchio amico la mattina presto. Si ricordava ancora, dai vecchi tempi, del viottolo che attraversava lo steccato in giardino; lo scavalcarono con un salto e salirono per il monte boscoso, con i cuori che palpitavano. Fortunat guardava spesso di fianco tra gli alberi i sentieri silenziosi che aveva percorso tante volte; tutto era così estraneo e lugubre, al chiaro di luna. «Questa è la scala dei sogni di Giacobbe - disse lieto, in simili notti di primavera, capita che il buon Dio la lasci qui: dunque avanti, saliamo verso il regno dei cieli, vedo già brillare le stelle tra le cime degli alberi». Raggiunsero gli ultimi scalini e sbucarono all’improvviso dal fogliame oscuro, come minatori da una miniera. Videro a destra il vecchio castello e, davanti a questo, le ampie aiuole profumate, i pergolati silenziosi e i cespugli; nel mezzo scrosciava sonnecchiante una fontana, più in là si intravedeva, in quella strana solitudine, un panorama immenso sotto la luce della luna. Fortunat si guardava intorno muto e, prima che la marchesina potesse accorgersene, si era arrampicato 46 46 Cfr. Genesi, 28,12: una scala unisce la terra al cielo ed è percorsa da angeli. 153 su un tiglio frondoso che sporgeva sulla china estrema, verso il precipizio scintillante. «Fiammetta! - gridava da lassù. - Se non fosse per te, sveglierei tutti dalla gioia! Guarda, là sotto talvolta il fiume alza lo sguardo misterioso, dall’altra parte i daini pascolano sul precipizio illuminato dalla luna e adesso vedo anche il villaggio, dove abitano le allegre fanciulle con cui ho ballato; ora dormono tutti, tutti - solo un orologio batte in lontananza, lo udivo spesso, allora, nella notte placida. E il Dio Padre sfiora le corde della sua arpa, come una musica lieve attraversa piena di grazia la campagna silenziosa». Ma Fiammetta si guardava intorno come un timido capriolo. Nel buio viale dei faggi che veniva dal castello la luce della luna oscillava, sembravano muoversi pallide figure; aveva paura là sotto, tutta sola. Fortunat alla fine se ne accorse e le porse la mano; lei salì lesta sulla panca sotto l’albero e, ridendo, saltò sopra anche lei. Lassù si sedettero comodi insieme, tra i rami e il fogliame scuro; davanti a loro, stelle cadenti sfrecciavano sui campi, un cane abbaiava in villaggi lontani. Fiammetta, in trepida attesa, dondolava contenta le gambette. «Adesso racconta qualcosa» disse. E Fortunat non ci pensò molto; l’antica notte fantastica bisbigliava confusa tra i rami e lui iniziò improvvisando, come parlando in un sogno: «C’erano una volta due bambini, Kasperl e Annerl, che si volevano molto bene. I due sedevano un giorno davanti a casa e guardavano le belle figure di un grande libro illustrato portato da Annerl; gli uccelli del bosco cantavano e la luce del tramonto si diffondeva sui monti davanti a loro. In una figura era rappresentato un luogo bellissimo: campi fertili, fiumi, villaggi e castelli e, dietro questi, un monte dal profilo stranamente irregolare, con cappelle solitarie e boschi al cui margine avanzava un corteo con bandiere variopinte. ll tramonto illuminò il disegno e, mentre lo guardavano con attenzione, ecco che d’un tratto i suoi alberi cominciarono a stormire leggermente, gli uccelli variopinti volarono sui campi, le fontanelle luccicarono tra i monti, le bandiere sventolarono ed essi udirono il corteo cantare da grande distanza. E prima di rendersene conto, il bimbo vide nel disegno, con gran meraviglia, anche la piccola Annerl che gli faceva cenno di venire, lieta. Si fece coraggio e saltò dietro di lei; e così tutt’e due, colmi di gioia, entrarono di corsa nel libro e nel paese. - Quando Kasperl si voltò, la sua casa e il luogo dove sorgeva erano ormai scomparsi, solo di tanto in tanto udivano riecheggiare il canto del corteo, il sole era calato da tempo e, quanto più procedevano, tanto più il paesaggio si faceva solitario e meraviglioso. All’improvviso, oltrepassando una roccia fatta ad arco, scorsero davanti a loro montagne alte fino al cielo che li fecero restare senza fiato. Sulla più alta sorgeva un castello magnifico: era tutto d’argento, con il tetto d’oro. Davanti al suo portone sedeva una donna bellissima, addormentata su un’arpa. Dai suoi lunghi riccioli e dalla sua veste emanava un chiarore lunare che illuminava le alpi e, intorno, i singolari anfratti, boschi e precipizi. In basso, dove i raggi non arrivavano, videro nella penombra piccoli ometti gobbi saltare con allegre capriole dagli spuntoni di roccia. Lontano suonò la campanellina di un eremita, un cacciatore smarrito 154 si ergeva sulla roccia di fronte e, di tanto in tanto, rispondeva col corno da caccia. Invece, sui pendii vicino al castello pascolavano pecorelle bianche e in alto, dalla torre della fortezza, angeli soffiavano in modo meraviglioso in piccoli corni d’argento, sulle vallate silenziose». «Ah, piacerebbe anche a me andarci!» esclamò con gioia Fiammetta. «E’ troppo lontano - replicò Fortunat, - ma non dondolare così le gambette, altrimenti cadiamo entrambi dall’albero». Allora lei si rimise a posto, gli si avvicinò per ascoltare meglio e Fortunat proseguì: «“E’ la dea Luna”, disse allora Annerl, indicando la signora del castello. “Ma la conosci?” chiese Kasperl stupito. Lei rise: “Sei ancora molto sciocco, per la tua età; rimani vicino a me, o ti perderai”. Kasperl vide allora un vecchio alto e gobbo, seduto a un lato della strada; aveva in spalla un sacco colmo di mele bellissime. A Kasperl venne l’acquolina in bocca, volle comprare in fretta un paio di mele per la via ma, quando guardò dentro il sacco, l’uomo lo afferrò svelto per i piedi, lo infilò dentro e strinse forte il laccio sopra di lui. “Aha, ti ho preso!” disse, e si stiracchiò contento le gambe, per riposarsi un po’». «Che vergogna, che uomo orribile! - lo interruppe di nuovo Fiammetta. - Vorrei farlo a pezzettini, quel divoratore di bambini! Adesso, i due poverini resteranno certo divisi». «E’ ovvio - rispose Fortunat. - Nel buio, l’impaurito Kasperl lavorava alacremente coi gomiti tra le mele. “Non siate così villano, mi state soffocando” bisbigliò improvvisamente, accanto a lui, una vocina delicata. “Sei tu?” chiese piano. “Certo - rispose la vocina, - anch’io sono prigioniero, rosicchio il sacco da un bel po’ e mi dolgono i denti. Voi avete dita forti e grandi, siate gentile e aiutatemi a strapparlo”. Era un topolino minuscolo e graziosissimo, che parlava così gentilmente. Kasperl strappò il sacco con grande attenzione e il topolino sgusciò fuori: scappando gli morse birichino le dita e scomparve poi svelto, al chiaro di luna; lo udì ancora ridacchiare lontano, tra i sassi. Allora anche lui uscì fuori strisciando pian piano, si infilò lesto una bella mela in tasca e se la diede a gambe. - Ma chi lo sa, il vecchio doveva avere indosso una giacca di rattina, perché Kasperl finì all’improvviso in un groviglio ispido e confuso: nella fretta si era smarrito e, invece di calarsi giù, era corso su per la manica dell’abito vecchio. Ma quando arrivò in cima fu assai meravigliato! Il giorno era già spuntato, il divoratore di bambini sotto di lui non era che la vecchia roccia grigia davanti alla casa di suo padre e, dove aveva visto il castello meraviglioso e i bellissimi precipizi al chiaro di luna, adesso erano sparse in disordine nuvole bianche e pesanti, ancora mezzo assopite. Vide fumare i comignoli del suo villaggio; il vicino si affacciò sulla porta, sbadigliando. “Chicchirichì! - esclamò. - Kasperl, vuoi dunque cantare all’alba come un gallo, dato che ti sei messo così di buon mattino sul vecchio Steinjürgen”». «Ma la povera Annerl?» interruppe di nuovo Fiammetta. «Aspetta, il bello deve ancora venire rispose Fortunat: - la bella Annerl non c’era, non tornava e nessuno sapeva niente di lei, tranne che ogni sera veniva misteriosamente dal bosco, a giocare con Kasperl. Allora lui divenne molto triste, 155 dovette studiare molto e aveva molta nostalgia; e a poco a poco diventò grande e forte. E una sera, quando la luna splendeva sui boschi, gli parve che la dama meravigliosa sedesse sul monte davanti a casa, sfogliando il vecchio libro illustrato: il taglio dorato, nel girare le pagine, luccicava di tanto in tanto in modo singolare sugli alberi vicino alla finestra. Lui rimase molto turbato e, quando albeggiò, sedeva già vestito al tavolino della sua stanza, il gomito sul tavolo e la testa nella mano. Allora si ricordò di avere ancora in tasca la mela, presa a suo tempo dal sacco. La tirò fuori e l’addentò, malinconico. All’improvviso si udì uno strillo dentro la mela, una testolina spingeva per uscire e, quando Kasperl sorpreso aprì la mela, un piccoletto bruno con il bastone da passeggio e la borsa s’arrampicò fuori dal torsolo. “Chi sei?”. - “L’uomo delle mele. Adieu!”. L’omino attraversò la tavola ma si fermò di colpo sull’orlo, perché non era capace di scendere. “Ti aiuterò, poverino disse Kasperl, - ma tu devi promettermi qualcosa in cambio. Puoi condurmi dalla dea Luna?”. “Perché no?” rispose il piccoletto. Allora Kasperl lo prese con cura tra le dita e lo posò fuori, sul prato. E così cominciarono il loro viaggio. Il piccolino zoppicava, perché Kasperl addentando la mela gli aveva morso l’alluce. Ma erano appena giunti nella brughiera, quando il tipetto zoppicò via velocissimo come una cavalletta, ridendo e gridandogli dietro: “Inseguimi, inseguimi, hai gambe così lunghe!” E prima di renderseno conto, Kasperl aveva perso l’ometto nell’erba alta. Si trovava di nuovo al punto di prima. - Era un bella mattina domenicale e un pero stava attraversando il prato per andare in chiesa, mormorando lodi al Signore. “Sia lodato Gesù Cristo! - lo salutò Kasperl. Avete visto un pellegrino, scuro e piccolo così?”. - “A dire il vero - rispose il pero - credo di aver calpestato qualcosa di simile prima, nel prato”. - “Ah, povero me! - si lamentò Kasperl. - Mi ha fatto perdere la via e adesso non so dove mi trovo! Se solo sapessi dove trovare una roccia o una torre, per guardarmi un po’ in giro”. - “Ora non ho tempo per simili sciocchezze” disse il pero; ma quando Kasperl fece per proseguire, triste, gli fece pena. “Vieni, forza! Quante preoccupazioni date voi bambini” disse e, sbuffando e gemendo, si arrampicò su un monte alto dove si sistemò comdamente, distendendo allegramente i suoi rami verdi nel cielo azzurro. Kasperl non se lo fece ripetere. Si arrampicò svelto sulla cima - lassù lanciò d’un tratto il cappello, gridando “urrà!” con tutte le sue forze, poiché dall’altra parte aveva inaspettatamente rivisto la montagna meravigliosa; la testa gli girò dalla gioia. “Insomma, non tirarmi così sgarbatamente, fa male” disse l’albero. Ma Kasperl stava già saltando giù; “E’ la ricompensa di Dio! La ricompensa di Dio!” gridò più volte. Il bravo pero si agitò nella brezza mattutina in segno d’addio, cosicché tutto il prato si ricoprì di bei frutti dorati che saltellarono giù allegramente per il verde pendio; Kasperl li inseguì tra le luci del mattino, verso quel luogo meraviglioso. - Se la montagna gli era parsa bella al chiaro di luna, nella splendida luce del mattino lo era mille e mille volte di più. Lo stupendo castello con le sue torri silenziose era completamente avvolto da un’ardente luce rosata, i ruscelli erano oro puro, i boschi stormivano e brillavano di rubini e smeraldi, sulle alpi intorno gli angeli ravvivavano l’alba con le 156 loro lunghe ali, colorate come l’arcobaleno. E quando infine giunse nel bosco, scorse di colpo una fanciulla meravigliosa su di un capriolo bianco, con una coroncina scintillante fra i capelli. “Dio mio! Io la conosco” pensò fra sé e sé; era la sua cara Annerl! Lei si fermò ridendo e disse: “La bella signora Luna è tramontata la scorsa notte e ti saluta; io sono sua figlia Aurora, la regina dei boschi”. - “Allora io sarò il re” esclamò Kasperl, balzò dietro di lei sul capriolo e via!, attraversarono il bosco notturno passando sotto fortezze solitarie, avvicinando i fiumi e giardini freschi e l’orizzonte luminoso; e chiunque da lontano li vedeva passare in volo, nel suo cuore si rallegrava. - E così, da allora vissero sempre insieme nell’eco di una musica gioiosa e se non sono morti, vivono ancora oggi - perché io sono Kasperl innamorato e tu la regina del bosco Aurora, mia cara, cara piccola musa!». Così concluse Fortunat, baciando affettuosamente Fiammetta sugli occhi assonnati. Allora lei gli diede un colpetto e indicò la campagna lontana. Un bagliore leggero attraversò in volo il paese come quando un bambino sorride sognando; un’allodola mattiniera, ebbra di canto, si librava già alta sopra di loro nell’alba. «Salute a te, mondo meraviglioso! - esclamò Fortunat. - E ora, all’opera!». Si scossero con un brivido nel mattino fresco; lui saltò lesto dall’albero, Fiammetta lo seguì e lui la prese tra le braccia. Poi si avviarono insieme, in silenzio, per il giardino che andava rischiarandosi. Fortunat aveva accortamente preparato tutto in anticipo. Fiammetta all’inizio doveva rimanere nascosta nel verde, vicino alla casa dell’amministratore. Lui avrebbe nel frattempo aggirato la casa come un falco nel cielo mattutino; si sarebbe avventato subito su Walter, che sapeva essere un uccellino mattiniero, appena lo avesse scorto e con lui si sarebbe messo d’accordo sul resto, prima dell’arrivo degli altri. Ma l’uomo propone e Dio dispone. Mentre procedevano sotto i faggi che stormivano solenni, Fiammetta si tirò ed aggiustò il farsettino, come un uccelletto che si pulisce le ali al mattino e cominciò a chiacchierare in italiano, simile a una campanellina nel silenzio. Fortunat invece ripensava a quel bel mattino di primavera in cui giunse qui con Walter la prima volta. Tutto era fresco e umido come allora. Presto scorse di lato le aiuole odorose, i tigli sotto i quali sedeva - tutte vecchie conoscenze. Anche i comignoli bianchi si affacciavano da quella parte: d’un tratto si trovarono sotto gli alberi alti davanti a casa. Tutti dormivano ancora profondamente, attraverso la vite rampicante alla finestra poté vedere la stanza al pianterreno, il tappeto colorato sotto la luce incerta e le cornici dorate dei quadri alla parete di fronte; la vecchia pendola batteva in quel momento le quattro. Sotto gli alberi c’era ancora la tavola ampia e rotonda con intorno le sedie, come ai vecchi tempi; l’amministratore aveva dimenticato fuori la pipa e anche la chitarra di Florentine era ancora appesa alla sedia. Allora Fortunat fu sopraffatto in modo irresistibile dalla sua vecchia allegria di girovago, dimenticò il piano intelligente, la prudenza, il segreto e tutto il resto. Afferrò la chitarra, balzò sulla tavola e cantò con tutta l’anima: Chi c’è qui fuori? Aprite, svelti! 157 Lisciato già luccica il campo è il vento che soffia allegro al mattino, che arriva fischiando dal bosco Un uccellino, le nuvole ed io a gara siam giunti correndo e ognuno ha pensato: forza, fa’ presto, a letto ancor li troviamo! Ed eccoci qui, or esca chiunque indugia scambiandosi baci; o in casa entreremo sfondando la porta, portando i profumi del bosco. Alle ultime note una finestra in alto si aprì piano piano. Florentine mise fuori la testolina addormentata: quasi non la riconobbe, tanto si era fatta splendida, florida e sana. «Gesù! Siete voi, signor barone?» esclamò spaventata; e richiuse in fretta la finestra, perché la brezza mattutina voleva strapparle il fazzoletto leggero. Fortunat udì in casa porte che si aprivano, grida e fracasso. Ma fuori l’alba s’arrampicava lesta per le spalliere e i tralci, su per la casa silenziosa fino ai comignoli e si affacciava curiosa sugli alberi, mentre Fortunat riprendeva a cantare: Son giunto dall’Italia lontana e voglio raccontarvi il monte Vesuvio e la stella di Roma, le loro mirabili storie. Or canta una fata nel mare azzurro, i mirti spiano ebbri ma niente mi piace quanto il bel mormorio del bosco tedesco! Appena Walter sentì nominare l’Italia, non ebbe più dubbi. In fretta, con gli stivali che indossava d’abitudine per difendersi dalla rugiada pungente, si precipitò fuori a perdifiato. «Mio Dio! Sei tu, amico carissimo!» esclamò già da lontano e, fuori di sé dalla gioia, volò tra le braccia di Fortunat, graffiandolo con la barba mal rasata. Questi all’inizio fu come confuso, poiché Walter gli parve così invillanito, fuori moda, rozzo nel parlare e con il volto scurito dal sole. Ma gli occhi fedeli aggiustarono tutto: vi si poteva leggere l’anima e lui, in fondo, era sempre lo stesso. Poi, dietro di loro partì all’improvviso un colpo e tutti sobbalzarono. 158 Sulla collina apparve quel matto del guardaboschi, che già aveva avuto sentore della visita. Tirò fuori il collo sottile e scavato dalla cravatta stretta e, quando riconobbe davvero Fortunat, fece fuoco una seconda volta con la doppietta sulle loro teste e si precipitò poi verso di loro, levando grandi grida di giubilo. Giunto là afferrò di colpo Fiammetta, che non capiva cosa stesse accadendo e danzò con lei sotto gli alberi, girando vorticosamente; le lunghe falde del vestito del guardaboschi, svolazzando in giro, scaraventarono una delle sedie contro la porta proprio nel momento in cui la moglie dell’amministratore stava per fare la sua uscita solenne. «Che Dio ci protegga, caro vicino esclamò irritata, - che spettacolo è il suo!». - «Una presentazione , signora fattoressa - replicò il guardaboschi. - Ospiti di riguardo, bal à la fourchette , il ballo di San Vito, le arance e l’Italia! Laggiù mi morse i piedi una maledetta tarantola». Allora anche l’amministratore sventolò il suo berretto da notte bianco come la neve, dietro il quale spuntò il bel visetto di Florentine; nella confusione tutti gridavano e si scambiavano domande, la moglie si inchinava e pronunciava formule stantie che nessuno ascoltava, un tacchino disturbato nel sonno aveva morso già durante il valzer le falde svolazzanti del guardaboschi: non si riusciva a parlare, né ad accomodarsi. «E il giovane signore? Con chi ho il piacere?» disse infine la moglie dell’amministratore, rivolgendo un mezzo inchino a Fiammetta che divenne rossissima. “Accidenti! Ecco una bella pensata!” pensò Fortunat. Non dovette pensarci troppo. «Un mio giovane cugino italiano», disse. «Ah!» esclamò il guardaboschi sorpreso, e si scusò con galanteria stravagante per l’umilissimo ardire della sua sfacciataggine di ignorante. Si sforzò visibilmente di mescolare al suo discorso straordinariamente cortese un mucchio di parole italiane: pensava così di essere più comprensibile; tornò a parlare delle tarantole che in Italia hanno dimora stabile, passò poi agli scorpioni per i quali sembrava nutrire un odio particolare e le offrì, infine, una lunga pipa riempita di fresco. «Ma no, i signori italiani non hanno l’abitudine di fumare» intervenne la moglie dell’amministratore, conciliante. «Beh, allora lo faccio io, con permesso» rispose il guardaboschi; e cominciò a fumare con tirate concitate, mentre Fiammetta, sempre allegra, tossendo di quando in quando nei densi miasmi di tabacco, gli raccontava a gran velocità le storie più orribili di scorpioni alati e di una tarantola impazzita che aveva inventato il ballo di San Vito. L’amministratore, dopo che la gioiosa confusione iniziale si fu un po’ placata, gettò soddisfatto un’occhiata in giro. «Nel calendario - disse - questo non è segnato come giorno di festa, ma il buon Dio l’ha cerchiato di rosso, come vedete». E in effetti il vecchio castello, i boschi, il fiume e le valli ardevano in quel momento nella luce di un’alba stupenda. Le donne avevano intanto apparecchiato la tavola, gli uccelli cantavano in alto nel bosco e le luci del mattino 47 48 47 Spettacolo, presentazione; nel testo originale “Aufführung” e “Einführung”: gioco di parole perso nella traduzione. 48 Analogia con il francese “déjeuner à la fourchette”, colazione alla forchetta. 159 scintillavano sulle bottiglie di vino e i bicchieri che coprivano il servizio da tavola, di un bianco abbagliante. Walter, nella sua allegria, mise la chitarra nelle braccia di Florentine: come benvenuto dovette cantare, non senza frequenti rossori, tutte le canzoni preferite della casa. Una profonda malinconia attraversò allora l’anima di Fortunat: erano le stesse canzoni che aveva composto e cantato in quel luogo. Tanto a lungo avevano continuato a risuonare, in questa solitudine! Poi dovette raccontare loro dei suoi viaggi, di Roma e della Sicilia; di quando in quando si inframmezzavano storie locali di vecchi amici e delle belle fanciulle con cui, allora, aveva ballato in giardino; gli mostrarono i villaggi in lontananza dove erano ormai felicemente sposate, qua la casa del prete ombreggiata dagli alberi, là un paio di comignoli solitari nel bosco. Walter, affamato di novità letterarie, tentò invano più volte di allacciare una conversazione colta con Fortunat. Aveva ancora l’antica mania di migliorare la sua cultura e teneva un mucchio di riviste che però, nella maggior parte dei casi, non venivano lette ed erano utilizzate dalla bella moglie per preparare dei dolci. Questa si era seduta davanti alla porta di casa con il bambino al seno, il sole del mattino giocava graziosamente su madre e figlio attraverso la pergola. Di tanto in tanto lei gettava, da sotto le ciglia lunghe, uno sguardo penetrante verso Fiammetta che, con la testolina appoggiata sulle braccia, si era addormentata nel brusio e tintinnio dei bicchieri, dei piatti e delle conversazioni fatte a tavola. Così, tra discorsi allegri s’era fatto ormai giorno, quando Walter uscì di corsa da casa con una lettera dissigillata. «Oggi è proprio giornata di sorprese! - esclamò ridendo. - Pensate, mi scrive il nostro amico giurista, in città: dovrei aiutarlo, da collega a collega, a trovare una giovane e nobile dama fuggita insieme alla cameriera dalla vecchia zia, le cui tracce pare si siano perse qui, tra i nostri monti». - «Curioso - disse l’amministratore, - eh sì, le acque tumultuose amano i monti». «Come! - esclamò il guardaboschi, che si era appena riempito una nuova pipa e aveva udito solo in parte. - Una vecchia zia furiosa è andata persa in acqua?». - «Sì - intervenne Fortunat - e l’amico giurista è fuggito con la cameriera». Walter fece fatica a rimettere ordine in quella confusione. «Un uomo stimato - proseguì poi - sta inseguendo la fuggitiva su incarico della zia, ed è ricorso all’aiuto delle autorità cittadine. Sei giunto al momento giusto, Fortunat». - «Io? Perché?» chiese questi, colpito. «Intendo come poeta, in circostanze così romantiche». - «Caro amico - rispose Fortunat, vorrei che il romanticismo non fosse mai stato inventato! Simili romantici innamorati, e certo la nobile dama lo è, così come la vecchia zia e l’amico giurista e la sua cameriera, giocano in una mattinata sola più brutti tiri di quanti uno scrittore riconosciuto ne possa riaggiustare nell’ultimo capitolo!». E così dicendo aveva centrato in pieno l’argomento preferito della moglie dell’amministratore. Questa annuì gentilmente, si lamentò della sventatezza della gioventù attuale e dette la colpa di tutto alla poesia. Fortunat, vista la condizione di pericolo, volle concordare con lei e si scagliò sempre più ferocemente contro i poeti. Ma il guardaboschi, che aveva finalmente capito, sedeva come preso da convulsioni per l’intenso riflettere: fissava ora il cielo, ora le dense nuvole di tabacco davanti a sé. «E’ lei!» esclamò d’un tratto 160 balzando in piedi; e batté la mano sul tavolo, facendo tintinnare i bicchieri. «Chi?» disse Fortunat, guardandosi intorno spaventato. Per il rumore Fiammetta si era svegliata, Florentine la guardò di nuovo attentamente negli occhi assopiti - tutto era appeso a un filo. Ma il guardaboschi posò svelto la pipa e si mise in testa con fare bellicoso il suo cappello a tre punte. «Adesso - disse - tutti voi che siete qua verrete con me al mulino sul limitare della foresta, ma subito, in modo da cogliere in flagrante gli uccellini di bosco». Fortunat trasse un respiro di sollievo. - Invano si insistette perché il guardaboschi misterioso si spiegasse meglio. «Che io sia la vecchia zia - si limitò a dire - se non riuscirò ad acchiapparvi la fanciulla, anche se dovesse saltare di albero in albero come uno scoiattolino». La moglie dell’amministratore non ne volle sapere di quell’avventura e rimase a casa con Florentine; gli altri, invece, si diressero impazienti verso il bosco. Nell’agitazione generale Fortunat non riuscì proprio a prendere Walter da una parte, per quanti cenni nascosti gli facesse. Dopo breve cammino scorsero il mulino, in una gola solitaria del bosco. All’ombra di un pendio, nella fresca vallata il giorno non era ancora spuntato: gli uccelli si svegliavano solo allora nel giardinetto silenzioso e solo le colombe risplendevano sul tetto già illuminato dal sole mattutino. Allora il guardaboschi distribuì accortamente i suoi accompagnatori ad ogni uscita, pregandoli di rimanere in silenzio; lui, invece, si diresse in fretta verso il mulino. Allora videro un abbaino aprirsi a metà, piano piano, e credettero di scorgere in alto una giovane fanciulla che, alla loro vista, richiuse prontamente. «Che succede?» bisbigliò Fiammetta a Fortunat, impaurita. «Credo - replicò questi - che il mattino sia impazzito e rispecchi follemente nel cielo la nostra storia». - In quel momento, nella casa scoppiò una baraonda; il ruscello si gettò d’un tratto fragorosamente sulla ruota del mulino, tra lo scrosciare dell’acqua udirono correre, sbattere porte, litigare. Di colpo la porta si aprì violentemente e il guardaboschi uscì con aria trionfale: conduceva solennemente al braccio una dama sconosciuta e ben vestita, la brezza del mattino le sollevò il velo verde mostrando un viso giovane e bello. - Fortunat non ci pensò a lungo. «Che sorpresa, signorina! - esclamò balzando avanti svelto. - Quando ebbi la fortuna di vederla, presso la sua stimata zia, chi avrebbe mai pensato a questo maledetto mulino! Mi dispiace solo che questa impertinente brezza mattutina abbia sollevato il velo troppo presto e l’aspra montagna alcune pietre dello scandalo - ». In quel momento giunse anche Fiammetta, che si premette teneramente al petto la mano della dama. «Oh, fanciulla celestiale - disse, - tutto questo per me! Ma come fu possibile? Come sapesti dove io vagavo infelice? Non mentire più, io lo so bene, povera cara! Per me abbandonasti il castello e la zia - oh, tutto mi gira nella testa come una ruota di mulino!». La dama guardava confusa ora l’uno, ora l’altra e non sapeva cosa rispondere. Ma i due non la mollarono più, la presero in mezzo a loro conducendola alla dimora dell’amministratore, così in fretta che gli altri riuscirono a stento a stare loro dietro; intanto, per via, parlavano in segreto. Walter era sbalordito; anche l’amministratore scuoteva la testa pensieroso, 161 mentre il guardaboschi furioso imprecava. «Una così bella dama - diceva - correre dietro a un simile sbarbatello, che ha ancora i gusci d’uovo appesi alla sciabola! Non c’è giustizia in questa storia; per lo stesso motivo, il signor amministratore avrebbe potuto innamorarsi di me». Poi fischiò forte con le dita ai suoi cani, si gettò il fucile in spalla e si diresse nel bosco, senza salutare nessuno. Nel frattempo gli altri erano giunti a casa, dove Fiammetta presentò tutta contenta alle donne stupite la sua amica, insperabilmente ritrovata. Walter fece per seguirle, ma Fortunat lo afferrò per un braccio e lo portò lesto verso il giardino. «Adesso aiutami a uscire da quest’inghippo - esclamò, quando furono soli - perché la dama prigioniera è in realtà la cameriera di mio cugino, mio cugino è la mia amata e la mia amata è la nipote fuggita della vecchia zia». Gli raccontò allora in breve l’intera vicenda: come la cameriera, improvvisamente sola in terra straniera, avesse seguito segretamente le loro tracce tra i monti e la sera prima - cosa che il guardaboschi doveva aver appreso per caso - era entrata nel mulino del bosco, per tastare prima il terreno e riunirsi loro al mattino seguente, con una qualche abile mossa. Quando ebbe finito si chiuse in sé, attendendo con pazienza la grandinata di rimproveri dell’amico. Invece Walter, d’un tratto strappato alla sua solitudine monotona e gettato in quell’avventura romantica, esclamò con suo stupore: «Difenderò la tua marchesina col ferro e col fuoco, come fosse la pupilla dei miei occhi» e corse subito pieno d’entusiasmo verso casa. Per strada incontrarono Florentine, che domandò quali intenzioni avessero. Walter nella gioia la afferrò per il capo, la baciò ben bene e fece poi per proseguire. Ma lei lo trattenne. «Non assumere questo atteggiamento di grande importanza e di mistero - disse, - io me ne sono accorta da un pezzo!». Walter la guardò con tanto d’occhi. «Questo signor cugino italiano - proseguì lei, - il modo in cui si è messo a sedere sulla sedia, come per evitare di stropicciarsi le sottane; il suo modo di camminare, la voce e poi - » e qui all’improvviso si fermò. «Beh? - chiese Fortunat. - E poi una volta vi ha fissato a lungo, mentre parlavate con altri e nessuno ci faceva caso». Si trovavano, in quel momento, su un’altura priva di alberi. Al di là dei monti boscosi risplendeva di luce mattutina il vecchio castello, dove Florentine, durante quella passeggiata, gli aveva dato un bacio fugace - vi pensarono entrambi. La bella donna abbassò gli occhi, arrossendo confusa - poi, con un sorriso gentile, gli porse la mano che lui prese con affetto. Intanto Walter camminava su e giù, rompendosi la testa. «Se almeno non vi fosse quello sconosciuto che vi insegue!» esclamò rabbioso. - «E via! - replicò allegramente Fortunat. - Io ho la ragazza e lui la zia, che sposi lei!». Si sedettero sulla panca sotto il tiglio e discussero assieme sul da farsi. Dopo aver pensato e ripensato si decise unanimemente di sfruttare con il guardaboschi e gli altri il malinteso iniziale: far passare la cameriera per l’innamorata fuggita con il cugino e di custodire entrambe, per il momento, in casa. Fortunat avrebbe invece dovuto recarsi subito dalla zia e là, prima di rivelare dove fosse Fiammetta, cercare, con tutta la prudenza necessaria e tenendo conto delle circostanze, di condurre in porto la questione. «Tu hai un rango, un patrimonio - disse 162 Walter. - Per la marchesa sei un partito buono come qualsiasi altro, nel paese. Le cose dovrebbero andare con la capricciosità di uno scrittore di romanzi, perché alla fine non convolaste a giuste nozze». Intanto udirono in casa Fiammetta chiaccherare e ridere allegramente. Il guardaboschi, che credevano lontano nella foresta, aveva indossato il suo frac nuovo e un lungo e bianco colletto a cannoni, e girellava intorno alla casa con ogni sorta di pretesti, levando il collo verso le finestre più alte. «Credo proprio - disse la moglie dell’amministratore - che quel vecchio matto si sia innamorato della gentile signorina». Fiammetta aveva rapidamente convinto la cameriera ad avvicinarsi alla finestra aperta, le buttò intorno un grande scialle e cominciò a recitare dietro di lei, rivolgendosi al guardaboschi e ringraziandolo commossa per il suo disturbo, grazie al quale aveva tolto così presto dalla via della sconsideratezza un cuore morso dalla tarantola dell’amore. - Quando lui a sua volta fece per rispondere cortesemente, lei non ne poté più dalle risa, gli fece misteriosamente cenno di andarsene, come se fossero spiati e richiuse lesta la finestra. - Florentine scosse pensierosa il capo, non riusciva a capire quella fanciulla così svagata. Fiammetta, quando gli uomini le comunicarono il piano, fu come stordita al pensiero di un esito rapido e definitivo della loro complicata storia d’amore. E allorché Florentine cominciò in tutta fretta a cuocere dolci, che intendeva dare a Fortunat per il viaggio del giorno seguente, anche lei si dette un gran daffare per aiutarla, spilluzzicando i chicchi più belli d’uva passa. Ma quando afferrò l’impasto, tutti dovettero accorrere alle sue grida lamentevoli e ripulirle le dita. - Allora abbandonò la cottura dei dolci e mostrò a Fortunat la stanza che le avevano destinato al piano di sopra. Era la camera più bella di tutta la casa. Dava sul bosco, che si affacciava dentro da tutte le finestre. Si divertirono a fare i bagagli per il giorno seguente; fuori, sulle cime degli alberi gli uccelli cantavano, Fiammetta era inginocchiata nella verde penombra, davanti al sacco da viaggio di Fortunat e chiacchierava contenta dei bei monti che lui avrebbe attraversato, del castello meraviglioso e del giardino della zia; e intanto infilava di nascosto di sua iniziativa, sotto la biancheria di Fortunat, cianfrusaglie di ogni tipo e divenne sempre più rossa, quando lui se ne accorse. Così il giorno passò, tra progetti e preparativi allegri. Walter, prendendo a pretesto la stanchezza dei suoi ospiti, aveva tenuto lontano tutte le visite serali. Gli stessi padroni di casa, dopo la notte passata quasi interamente in bianco, erano andati a riposare di buon’ora. Solo Fortunat e Fiammetta sedevano ancora davanti alla porta di casa, ascoltavano le fanciulle del paese sottostante cantare davanti all’immagine di San Giovanni e i grilli nei prati lontani. Fiammetta sedeva sull’erba ai piedi di lui, aveva la chitarra sulle ginocchia e guardava silenziosa il paesaggio illuminato dalla luna; lui non la aveva mai vista, così pensosa. - D’un tratto, molto più in alto echeggiò un corno da caccia. Era il guardaboschi innamorato, che suonava una serenata alla signorina. E quando poi, pian piano, il corno da caccia e i canti di San Giovanni si affievolirono e il silenzio scese di nuovo sulla casa e nella valle, allora Fiammetta prese la chitarra e cantò: 163 Le stelle lucevan dorate, da sola affacciata, lontano udii nella muta campagna il corno di un postiglione. Il cuore nel petto mi arse, allora in segreto pensai: Ah, insieme partire poter nella splendida notte d’estate! Due giovani amici passavano lungo la china del monte, li udivo cantare in cammino, per tutta la quieta campagna, di baratri vertiginosi ove i boschi stormiscono lievi, di fonti che a picco si gettano giù nella notte silvestre. Cantavan di statue di marmo, giardini che sopra le rocce si fanno selvatici e cupi, palazzi al chiaro di luna, ove spiano fanciulle affacciate, quando il suono dei liuti si desta, e mormora stanca la fonte nella splendida notte d’estate. Fiammetta posò in fretta la chitarra, nascose il volto in grembo a Fortunat e pianse amaramente. «Ci torneremo!» le bisbigliò Fortunat. Lei allora alzò la testolina e lo guardò con i suoi occhi grandi. «No - disse, - non ingannarmi!». 164 Capitolo venticinquesimo Il giorno seguente a mezzodì Fortunat era in viaggio, si trovava ormai lontano da Hohenstein e riposava davanti alla porta di un’osteria di paese. Nel tiglio in fiore vicino al muro ronzavano le api; di fronte a lui, oltre i giardini e gli steccati bassi, una striscia di foschia azzurra indicava ancora a malapena i monti dove aveva lasciato la sua amata. Una fanciulla dagli occhi vivaci portò fuori vino e pane; ma scorgendolo si fermò e balzò lesta di nuovo in casa. La udì dentro parlare animatamente e, con suo stupore, descrivere minuziosamente i suoi capelli, l’abito e gli stivali. Allora uscì anche l’oste, le fece un cenno con il capo e Fortunat venne a sapere che, poco prima, due sconosciuti a cavallo si erano informati con gran premura di un cavaliere di aspetto uguale al suo e avevano preso poi strade diverse, a gran velocità. Invano Fortunat chiese nomi e dettagli più precisi: dalle descrizioni confuse non riuscì a capire nulla, una avrebbe potuto quasi attagliarsi a Walter. “Non mi prenderete!” pensò, quando d’un tratto gli venne in mente che doveva assolutamente presentarsi alla zia di Fiammetta di sua spontanea volontà, se non voleva che il piano fallisse. - In tale inquietudine bevve svelto alla salute dell’oste, balzò a cavallo e attraversò al galoppo il paese, dietro ai due signori sconosciuti. Uscito, prese però subito la direzione opposta e trasse di nuovo un sospiro di sollievo, quando un contadino nei campi gli indicò una via più breve tra i monti, per la quale poteva sperare di evitare quei cavalieri e, anzi, di precederli. L’aria era afosa; Fortunat fiancheggò a lungo un dorso boscoso, toccando precipizi solitari e valli malinconiche. D’un tratto, di lato una vallata risplendette vivace tra gli alberi: tegole rosse e giardinetti pensili, sotto il bagliore cangiante del sole; in fondo un ruscelletto lucente dove bambini facevano il bagno e, sul prato vicino, l’allegro disordine della fienagione, risa e il sibilare delle falci. E mentre ancora guardava, piacevolmente sorpreso, dalla parte opposta echeggiò improvviso uno schiocco di frusta e, spuntando dal margine estremo del bosco, una bella carrozza attraversò in volo la campagna luminosa. Una dama si affacciò - Fortunat sobbalzò spaventato: era senza ombra di dubbio Fiammetta, ma in vesti femminili. Chiacchierava allegramente con uno sconosciuto che cavalcava vicino allo sportello. Poi, di colpo il sentiero sprofondò nel bosco e il rumore della carrozza si affievolì, inghiottito dagli abeti scuri. Fortunat era come impietrito. In un primo momento Fiammetta gli parve quasi un grazioso folletto che vagava tra i monti, beffeggiandolo. Poi la immaginò scoperta a Hohenstein e ricondotta indietro con la forza; ma come avrebbe potuto chiacchierare così allegramente? - Era molto turbato, scese dunque svelto dal monte per un viottolo, tagliando per i prati, verso la gola dove era scomparsa quell’apparizione. Presto la strada si divise, credette di notare su una delle due vie tracce fresche di carrozza e spronò con forza il cavallo. 165 Ma più andava avanti, più il luogo si faceva selvaggio e deserto. Non potevano essere passati per quel sentiero sassoso più velocemente di lui. Spesso si fermava ad ascoltare; una volta gli parve di udire la voce di lei, ma era solo il verso sconosciuto di un uccello lontano, nel bosco. Cantò ad alta voce tutte le canzoni che conosceva, poi ascoltò di nuovo e rise e imprecò e cavalcò ancora, finché alla fine notò con spavento che si stava avvicinando un temporale, per rendere completo il suo smarrimento. Gabbiani dalle ali bianche e appuntite attraversavano già il silenzio afoso, rapidi come frecce. Invano si guardò intorno in cerca di un rifugio, non si udiva neanche una scure nel bosco. Solo figure fatte di nebbia salivano lentamente dalle fessure e si sedevano, con i loro lunghi abiti grigi, sulle cime degli abeti. Sul monte di fronte però il temporale aveva disteso pian piano la sua oscurità plumbea, in cui si levavano, spettrali, la mura appuntite di una rovina. Mentre ancora indugiava, senza decidere da che parte andare, udì d’un tratto echeggiare lontano, dal monte, il suono di una campana. «O divina superstizione - esclamò lieto, - che cosa sono tutti i parafulmini di questa terra, al paragone di questo suono consolatore che, simile a un angelo, passa sui boschi a mani giunte mutando il tempo. Sì, la terra è ancora piena di miracoli, solo che noi non vi badiamo più!». - Seguì in fretta i suoni che parevano giungere con il vento di tempesta, ora più deboli ora più forti, dai monti dove aveva scorto le rovine. Un sentiero coperto da piante selvatiche e poco battuto saliva serpeggiando tra le rocce, proprio in quella direzione. Il viottolo si fece sempre più stretto e ripido, presto non udì più la campana e alla fine dovette scendere da cavallo, tenere l’animale per le briglie e arrampicarsi faticosamente di roccia in roccia. Ogni tanto si volgeva indietro per riposarsi un poco e guardava in basso, tra gli squarci delle nubi, il paesaggio passare in volo. Era così calata la notte quando, ansimante, sbucò dagli sterpi e si trovò sulla cima. Una luce gli brillava di fronte, benigna; mentre si dirigeva in quella direzione credette di vedere nel buio un grande castello con torri, merli e bellissime finestre sporgenti. Poi, man mano che si avvicinava, tutto mutò di nuovo: erano un ammasso di pietre sparse selvaggiamente qua e là e gruppi bizzarri di alberi, ad essergli apparsi tanto meravigliosi; pieno di stupore si trovò all’improvviso di fronte a un eremo scavato a metà nella roccia, sovrastato da una torricciola con una campana. Una lampada gettava dal soffitto bagliori incerti e tremolanti sui muri spogli e su tavolo e sedia di legno, in mezzo. Improvvisamente il cavallo sobbalzò sbuffando: da un angolo della stanza li guardava uno scheletro bianco, dritto in piedi. «Orribile compagno! - disse Fortunat. - Sei tu qui l’eremita che, di notte, suona misterioso la campana?» - Lanciò forti grida in tutte le direzioni ma gli rispose solo l’eco della sua voce tra gli anfratti. Allora si fece coraggio, legò il cavallo davanti alla capanna ed entrò. La trovò più accogliente di quanto si sarebbe aspettato. Un grosso libro giaceva sul tavolo; lo aprì: era un vecchio breviario. Con sua meraviglia vi trovò una corta pipa ungherese, che fungeva da segnalibro. “Beh, i morti non fumano” pensò e si guardò intorno con zelo maggiore. Poi scoprì in un angolo una scorta di ottimo 166 fieno, più in là una caraffa piena di vino e, accanto, dei bicchieri. Rallegrato dal ritrovamento insperato, tolse innanzitutto la sella al cavallo stanco e lo fornì abbondantemente di pastura. Quell’affaccendarsi insolito in un luogo così solitario, lo stormire delle fronde, la situazione del tutto straordinaria in cui si trovava gli misero addosso una strana allegria. «Buona notte - esclamò lieto rivolto verso valle, - con quale meraviglia il Signore ha immerso ogni cosa nel flusso stupendo dei sogni! Che canto di sogno è mai questo tra i boschi, eguaglia le corde di un’arpa che Dio sfiori con le dita. E’ proprio così: almeno una volta, Dio pone chi ama al di sopra della meschinità, sulla cima solitaria della notte, cosicché questi sente solamente le campane della terra e dell’al di là che suonano insieme, rabbrividisce e non sa se annuncino la sera, oppure già il mattino». Detto ciò si sedette contento davanti all’eremo, ma in modo da tenere d’occhio di lato una delle due pareti: non si fidava troppo dello scheletrico compagno nell’angolo, che avrebbe potuto, magari, alzarsi all’improvviso e cominciare borbottando a leggere il libro, seduto al tavolo. Ma fuori tutto restava in silenzio, solo di tanto in tanto udiva lo sbuffare del cavallo e i versi degli animali giù, nel bosco. Davanti a lui, nubi trasparenti accarezzavano il prato lievemente spettrali, come strascichi di fate in volo. In questa solitudine, il sonno vinse infine l’esausto Fortunat e quando di colpo si risvegliò, in piena notte, il temporale si era nel frattempo allontanato e la luna splendeva meravigliosa sui boschi. Gli parve allora di udire, a una certa distanza, due uomini parlare animatamente e, alla luce tremolante della luna, scorse tra gli alberi un monaco gigantesco che camminava rapidamente per il bosco con uno sconosciuto. A causa dello stormire delle fronde riuscì a intendere solo alcuni suoni spezzati, ma udì chiaramente che nella conversazione ricorrevano il suo nome e quello di Fiammetta. «Sogno forse, o è questa notte fantastica che sogna di me?» esclamò spaventato; ma le voci erano ormai lontane e, sul monte silenzioso dove si erano perse nel buio, vide d’un tratto brillare una fiaccola. La seguivano numerose figure scure, che portavano in silenzio una bara. Le luci rosse ondeggiarono in modo bizzarro tra gli abeti e oltrepassarono una porta di pietra, in cui tutto scomparve di colpo. - Poi d’un tratto pensò che portassero via Fiammetta e si gettò veloce al suo inseguimento, nel bosco. Ma cercò invano un sentiero in mezzo alla selva, nella penombra tremolante al chiaro di luna si spalancavano ovunque precipizi dal profilo spezzato, costringendolo ad arretrare. «Forza! - disse turbato. - Avanti! Questi spettri e la notte avranno pure una fine!». Poi si appoggiò al collo del cavallo appisolato e fissò pensieroso quella vasta solitudine. Così rimase a lungo, come in sogno; d’un tratto credette d’udire lontano il canto lieto di un uccello di bosco. Rallegrato si guardò intorno e, da una parte, un incerto bagliore mattutino si stendeva davvero piano per il cielo, come un alito su uno specchio; appena si mosse un capriolo sobbalzò, fuggendo timido nell’alba. Allora si ricordò che era domenica. Tornò veloce verso l’eremo. «Non guardarmi così stizzoso, in quest’ora di grazia - disse allo scheletrico eremita, - adesso c’è di nuovo la luce e tutto, tutto tornerà bello come prima!». Poi suonò lieto la campana, come per dare inizio alla giornata e il cuore ammutolì e si allargò, 167 quando quel suono così chiaro si propagò per la notte boschiva; da tempo non aveva pregato con tanta devozione nei suoi pensieri. Allora gli venne in mente che il suono della campana avrebbe potuto attirare i misteriosi viandanti notturni. Uscì ma tutto era immobile, il vento aveva portato i suoni verso le valli ancora immerse nell’ombra. Sulla cima del monte, però, sul cui pendio l’eremo sorgeva, scorse allora di nuovo in un chiarore falbo le rovine viste il giorno prima dalla valle. “Sono andati lassù” pensò, balzando veloce a cavallo. Presto scoprì anche il sentiero nascosto dalle piante e la porta di pietra, oltre la quale si arrivava al monte; seguì dunque le tracce, per avere magari, una volta giunto sulla cima, indicazioni più precise sui fatti accaduti la notte precedente e sulla direzione da seguire. Così cavalcava di buon umore, nel mattino che avanzava; sul monte di fronte a lui , le vecchie mura gli apparvero pian piano più nitide tra gli abeti. Riusciva ormai a distinguere una chiesa semidiroccata, archi di finestre vuoti e qualche colonna ancora in piedi, avvolta da edera rigogliosa; delle capre s’arrampicavano per la vegetazione selvaggia, tutto era rischiarato in modo meraviglioso dal sole mattutino. D’un tratto, sul muro apparve un cacciatore alto e snello: il mattino rosso acceso splendeva su di lui, che pareva immerso nel fuoco. Si affacciava sulla valle dalla parte opposta, appoggiato al suo fucile, e Fortunat lo udì cantare: Qui sto come guardia fedele, passata è la notte buia, scintilla il fulgor sulla terra. Bel mondo, stai ben attento! Allora si voltò - era Lothario! Anche lui in quel momento vide Fortunat arrivare, saltò giù svelto e i due amici rimasero a lungo abbracciati. Il cacciatore selvaggio appariva pallido, abbronzato e tuttavia più bello di una volta; Fortunat fu quasi spaventato dalla profondità meravigliosa dei suoi occhi scuri, nei quali da lungo tempo, ormai, non gettava lo sguardo. «Ma com’è che ti trovi qui?» chiese infine, meravigliato. «Recito l’ultimo atto - rispose sorridendo, - tombe, matrimoni, le verdi torri di Dio e il sole che sorge come decorazione finale». Intanto erano giunti sulla cima, presso le rovine: legò a un albero il cavallo di Fortunat. «Lascia stare tutto qui e vieni svelto con me». - «Tu non sei solo, quassù - disse Fortunat, - chi avete seppellito questa notte, nel bosco?». - «Il povero Otto». - «Oh Dio! Allegro cuore canterino, cadere così giovane, come un’allodola che cinguetta nel cielo! Mi sembra di sentire ancora nelle orecchie la sua canzone». - «Buon per lui - rispose il suo accompagnatore, - ha vissuto in fretta ed era ormai stanco ed ebbro di sonno, nel profondo tramonto. Là, adesso, riposa». Attraversarono una porta ad arco semidiroccata e sbucarono in un prato: doveva essere stato il cimitero di un convento. Una tomba nuova, già coperta di erbetta verde, luccicava di fronte a loro, umida di rugiada. Un monaco vi stava inginocchiato vicino, 168 pregando tra fiori selvatici e variopinti e gli uccelli svolazzavano, cantando allegramente nel verde tenero che spuntava da tutte le crepe dei muri; al di là delle tombe, però, si spalancò di colpo sulla valle mormorante un panorama meraviglioso e incommensurabile. - «Che Dio conceda a ogni poeta un simile sepolcro!» esclamò Fortunat, felicemente sorpreso. Ma al suono della sua voce qualcosa si alzò di scatto dai fiori, gli parve di sognare - era Fiammetta. «E’ lui!» esclamò balzando in piedi, si scosse i riccioli dal volto e gli corse incontro. Allora, con suo stupore, anche Walter apparve rapido tra le rocce, con un eremita e uno sconosciuto che guardò Fortunat amichevolmente, con occhi intelligenti e penetranti. «Quanto ti abbiamo cercato - gridò Walter da lontano, - chi avrebbe potuto immaginarlo!». - Ma Fortunat non riusciva ancora a raccapezzarsi e si guardava intorno confuso. In quel momento le valli in basso risplendettero nel bel silenzio domenicale e le campane del mattino risuonarono lontane. - «Adesso, che ognuno rivolga le lodi al Signore!» disse Lothario; prese per mano Fortunat e Fiammetta e li condusse nella vecchia chiesa accanto al prato. Gli altri li seguirono in silenzio, il monaco stava già davanti all’altare dove Lothario li accompagnò. Il sole entrava in modo singolare dalle lunghe vetrate dipinte, le colonne erano contornate di fresche betulle, dalla porta aperta si udivano gli alberi stormire. Solo allora Fortunat notò che Fiammetta si era ornata a festa e aveva una coroncina di mirto tra i capelli; non capiva cosa stesse accadendo. E quando il monaco chiese loro se volessero amarsi l’un l’altro fino alla morte come sposi fedeli, Fiammetta arrossendo disse dal profondo del cuore: «Sì», e lui unì le loro mani benedicendoli. Capitolo ventiseiesimo Ai giovani sposi, il mattino delle nozze il mondo appare cambiato, come se durante la notte tutto fosse imbellito e ringiovanito, perché la terra si agghinda e si specchia volentieri in occhi felici. Quanto più allegra per la nostra coppia, simile a uccelli in volo sulla campagna stupenda, era tutta quella vita dei boschi, le valli ombrose, le luci in volo sul paese e l’orizzonte immenso, colmo di beatitudine! - Solo a poco a poco, per Fortunat tutto riemerse dal bagliore del mattino. Venne dunque a sapere che il bizzarro Lothario era in realtà il conte Victor e che da molto tempo viveva quassù sotto il nome di Vitalis, in letizia e severità: era un eremita senza saio, un cacciatore appostato per una preda più nobile. - Lo sconosciuto si presentò come il barone Manfred, lo stesso cugino che, qualche tempo prima, aveva fatto visita alla zia di Fiammetta nel suo castello. 169 Aveva udito del suo amore e della sua nostalgia e aveva chiesto la sua mano alla zia per Fortunat. Quando però la timida marchesa aveva d’un tratto preso il volo davanti allo sposo che riteneva sconosciuto, la aveva seguita senza posa fino a Hohenstein, dove era arrivato subito dopo la partenza di Fortunat. Là Walter aveva appreso da lui l’intera storia e anche dove risiedesse attualmente il conte Victor; e pieni di gioia erano partiti tutti, quello stesso mattino, per raggiungere Fortunat al più presto. Così Fortunat aveva rapito la sua innamorata a se stesso; e ognuno aveva provocato, con la propria astuzia, la più grande confusione possibile; poi il buon Dio, senza farsene accorgere, aveva rimesso tutto a posto. Il giorno seguente gli ospiti avrebbero ripreso il cammino. Inaspettatamente erano giunti insieme su una di quelle vette della vita che ha sempre posto solo per pochi - questo lo capivano bene. Cosa non si raccontarono gli amici, in quel breve tempo: gioie e dolori, passato e futuro. Così il giorno trascorse rapido, in quella amena solitudine. Ma quando scese di nuovo il fresco della sera, si sedettero tutti insieme davanti a quel vasto panorama, sotto gli alti faggi che ombreggiavano il declivio, nei pressi della rovina del monastero. Tracce di viottoli accuratamente cinti da bossi, pergole e ciò che restava di sedili d’erba indicavano, tutt’intorno, l’antico giardino del convento; solo alcuni fiori sparsi, come bambini smarriti, splendevano ancora da allora tra le erbacce rigogliose. Qui l’operoso eremita aveva apparecchiato una tavola e sistemato delle seggiole; e non mancò di rimpinzare i signori nel migliore dei modi con vino, frutta, miele e noci: tutto quello che aveva. Per Fiammetta ebbe però una corona di allegri garofani di bosco. Sfogliò con cura il breviario e le regalò le più belle immagini di santi che vi trovò; intanto le dava continuamente di nascosto i migliori dolciumi, rallegrandosi intimamente di vederla così bella, con la coroncina, schiacciare le noci e conversare lieta. - In quel momento udirono all’improvviso, a breve distanza, le note di un liuto. «Me lo immaginavo - sobbalzò l’eremita, - ha scovato la mia vecchia cetra nell’eremo!». - Fra i cespugli udirono cantare: Andammo lungo i boschi, molti compagni allegri, cantando salutammo le rocche e le sorgenti. Ora si è cantato a morto a chi si suonò a nozze, l’altro salirà in cielo su per selvagge rocce. Salito qui da solo guardo il paese lontano, s’oscura, mormorando 170 del bel tempo antico. «Ce n’è per tutti noi» disse Fiammetta. - «Glielo restituiremo - rispose l’eremita, - però canta molto bene, mi ricorda il tempo in cui ero soldato, quando in queste notti miti bivaccavo con la cetra». - Il canto riprese: Che cinguettio è mai questo! Guizzan in ciel le rondini gridando: “si son baciati!” guardano i pettirossi. Incede la cicogna, “a pesca devo andare - “ la sera come in sogno si affaccia da cime silenti. E come in sogno, vedo la casa del mio amore, Vi volano le nubi e spengono le stelle. Fiammetta bisbigliò di nuovo: «La sua innamorata è morta?». - «Ma no, è una storia stupida questa del suo amour - rispose l’eremita, - fatemi il piacere di non compiangerlo, che è ciò che vuole: non smetterà più di raccontare fandonie». - «Chi è?» chiese Fiammetta. Ma il suonatore riprese a cantare: Al castello vi affacciate e a gusto vi abbracciate, l’autunno passa tra i campi, e in basso udite suonare. “Proviene dalle rocce, dai faggi dell’eremita, è il musicante che viene per i dolci del battesimo”. Gli uccelli sorvolano i faggi, l’estate è ormai finita 171 vagare dovrò, e cercare la primavera eterna. Allora si udì un rumore violento e, inaspettatamente, il cantore giunse in fuga precipitosa tra le foglie e i rami, scavalcando direttamente il vecchio muro del giardino e tirandosi dietro le pietre smosse. Fiammetta si strinse a Fortunat, impaurita; questi riconobbe nel fuggitivo, con stupore, Dryander. Il dottore si voltò ancora, agitato, si risistemò poi in testa il cappello, tutto storto per la fretta e imprecò, fuori di sè dalla rabbia e lo spavento, contro lo stupido romanticismo: basta calpestare appena il territorio di un poeta ed ecco che dal folle suolo spuntano morte controfigure, simili a funghi impazziti, e si siedono sulle rocce tentennando la testa. - Poi, all’improvviso riconobbe negli occhi di Fiammetta il bel ragazzino vestito da cacciatore sulla nave del Danubio, e tutto il corso dei suoi pensieri mutò di colpo direzione. Fiammetta arrossì e gli chiese, sorridendo, se volesse ancora battersi con lei. Ma lui non stette a pensarci molto: «Oh - replicò coraggiosamente, - allora, sulla nave, sapevo già tutto e volevo solo spaventare un po’ le signore». «Sì, certo, i passeggeri della nave se ne sono accorti - disse Fortunat, - perché hanno preso il cappello che dimenticasti là e lo hanno inchiodato alla porta dell’osteria, in ricordo di un duellante temerario che, per la rabbia ed il furore, fu preso d’un tratto dalla voglia di correre». Intanto l’eremita aveva ispezionato il cespuglio dietro il muro e se ne tornava ridendo forte. Proprio nel nascondiglio coperto da fitta vegetazione dove Dryander aveva fatto la sua serenata, si trovava l’entrata distrutta della cripta del monastero; laggiù sedeva da molto tempo, a mò di sentinella tra le rocce, uno scheletro; l’eremita, sgomberando la tavola e togliendo le sedie, vi aveva appeso nella fretta la coperta di pelo del dottore; questi, voltatosi nel bel mezzo del canto, aveva improvvisamente creduto di vedere se stesso ed era fuggito di corsa. Fortunat venne anche a sapere che il dottore si tratteneva ormai da tempo, per un preteso, violento desiderio di penitenza, presso l’eremita, che era stato buono con lui e si era divertito e arrabbiato moltissimo, con quel compagno bizzarro. Quel giorno, ancora prima del sorgere del sole, anche Dryander era andato pieno di entusiasmo a cercare Fortunat e, distratto com’era, aveva trascurato di osservare la sposa. Per via, però, aveva presto dimenticato l’intera faccenda e si era avviato di buon umore verso la cittadina più vicina, dove si era rimesso ben in sesto nell’osteria. Gli era talmente piaciuto che aveva comprato immediatamente una gran quantità di vino, arrosto e dolci e assunto per il trasporto un ragazzo, il quale, con soddisfazione generale, tirò fuori tutta la spesa dalla cesta, sedendosi poi stanco accanto a loro, sull’erba. Chi conosceva bene Dryander si accorse subito che si trovava di nuovo nel mezzo di uno dei suoi fantastici sproloqui in cui convinceva se stesso e gli altri di essere estremamente infelice. Victor lo guardò severamente. «Avanti, confessa in fretta - disse, cosa è successo stavolta?». All’inizio il dottore esitava, poi cominciò con una certa, molle solennità: «sapete tutti che la mia cara mogliettina 172 mi ha lasciato». - «Ha dovuto farlo - lo interruppe Victor, - tu volevi tendere a ogni costo la sua prosa sana, limpida e schietta sulla lira poetica, non c’è da meravigliarsi se alla fine la corda è saltata!». - «Ed è volata sui baffi di un sottotenente ussaro - disse il dottore, irritato dall’interruzione. - In breve, per ben un anno non ho saputo dove fosse finita. Solo oggi, mentre facevo ritorno sui monti con questo bravo giovanotto, ho visto luccicare una tegola rossa in mezzo al verde. Ci siamo avvicinati: c’era una fonte, sotto un melo in fiore, le api vi ronzavano intorno nell’afoso silenzio meridiano; alla fonte sedeva una giovane donna con un bambino in braccio - era la mia Trudchen. “Salve, bella signora” ho detto, e ho chiesto una bevanda fresca. Lei ha alzato lo sguardo spaventata - non mi riconosceva più». - «No signore - intervenne a questo punto il giovane col cesto, - vi ha riconosciuto subito e ha urlato: “Gesù, Fritz, corri, è il mio primo marito!”». «Proprio così - proseguì Dryander - e allora è sopraggiunto il secondo: un sottotenente ussaro in congedo. Con stivali alti, in maniche di camicia, con il fieno e la paglia tra i capelli avanzava di fretta in giacca di rattina e col braccio scoperto fino al gomito. Insomma un oste calzato e vestito, per il resto una brava persona. Andammo insieme in casa, io elogiai tutto nel miglior modo possibile». - «Raccontate tutto in modo così confuso - disse ancora il ragazzo, - prima chiedeste quanto costava, in città, uno spiedino di quelle allodole che fuori cantavano così graziosamente». «Può essere». - «Certo, mi ricordo tutto benissimo. “E per dirla da filosofo - proseguiste poi - di cos’altro ha bisogno un cuore sensibile: un castello di campagna con mansarde malsicure, accanto una lieve collina innalzata con trenta anni di concimature, un ruscello tortuoso che scende dalla stalla delle mucche verso i prati ridenti”». - «Chiudi il becco - lo investì Dryander, - stavo sulla soglia di casa; con malinconia profonda abbracciai ancora una volta con lo sguardo il melo, il quieto giardinetto e la figura di Trudchen - poi mi voltai - » allora il ragazzo non poté trattenere le risa. «Che hai?» chiesero gli altri. «Con permesso - disse, - quando il signore parlò così del ruscello tortuoso, il signor sottotenente lo afferrò per le falde dell’abito e lo buttò fuori di casa, tanto che quasi mi cadde nel cesto». - «Beh, se voi sapete tutto meglio di me, mi sta bene» replicò il dottore afferrando una bottiglia e fece per andarsene, poi però si voltò di nuovo, ne prese sotto il braccio una seconda e se avviò in fretta verso le rovine. «E’ proprio così - disse Fortunat ridendo, - bugia e immaginazione, verità e poesia son cuciti e avvolti in modo così confuso che neanche lui riesce più a tirarne fuori le gambe! Scommetto che, di qui a otto giorni, sarà di nuovo seriamente innamorato della sua mogliettina!». Durante questo colloquio era scesa completamente l’oscurità. Per Fiammetta era stato preparato nel frattempo, tra le rovine, un giaciglio di fieno profumato e, quando la luna sorse sui boschi silenziosi, i suoi occhi stanchi si erano già chiusi. L’eremita, piegato sul suo rosario, la sorvegliava da lontano; gli altri sedettero ancora insieme, fino a notte fonda. - Dryander però aveva trascinato con grandi preparativi carta, penne, vino e pipe già riempite in una cella, dove lo si vide camminare su e giù, instacabilmente. Voleva approfittare della bella notte per scrivere finalmente in santa pace una poesia che rimuginava ormai da parecchio 173 tempo. Ma vi trovò solo disturbi. Prima, da un buco nel muro lo osservò incessantemente un gufo malinconico, contro il quale si infuriò, ritenendolo un cattivo presagio. Poi si svegliò un usignolo, che si mise a svolazzare proprio davanti alla finestra. Tentò di scacciarlo con il fazzoletto e, nel far ciò, perse la sua penna più bella, che teneva dietro l’orecchio; dalla finestra aperta la corrente d’aria s’insinuò tra i fogli e, quando cercò di acchiapparli, imprecando, il vento gli spense anche la candela. Allora, furente, appallottolò tutti i fogli nella tasca, si mise il cappello in testa e fuori prese congedo, visto che tutti dormivano, solo dall’eremita che, mezzo addormentato, non capì quello che accadeva. Poi arraffò ancora con gran rapidità i viveri dal tavolo, li infilò nel cesto e svegliò il ragazzo. Questi dovette precederlo senza indugio e, così, scese a grandi passi giù per il bosco, per non tornare mai più su questo monte, dove l’immensa pratica della virtù gli parve d’un tratto incredibilmente noiosa. Ma lasciamo vagare quel fuoco fatuo e diamo un altro sguardo ai monti nella notte. I boschi e i precipizi giacciono ancora misteriosi nel silenzio profondo: solo l’incerto bagliore delle stelle annuncia l’approssimarsi del giorno. Per la vasta solitudine risuona un canto, è la voce di Victor: Di notte vaga il Signore, e cerca instancabile i suoi ma ovunque trova serrate le porte, e il profondo dei cuori. Si volge, con animo triste: nessuno veglia con me il bosco lo ascolta tremante, stormisce devoto, la notte. Nel bosco, nella solitudine udii, oltre valli e dirupi, campane nell’aria serena, come un mattino lontano. Voglio picchiare alle porte a palazzi e capanne: sveglia! Ardenti si ergon le cime, sveglia, sveglia, sveglia! Pian piano tutto si animò, davanti al monastero diroccato; i cavalli sellati levarono nell’alba i loro nitriti, Walter incitò ad affrettarsi, per arrivare nella valle prima della calura meridiana; Fiammetta sedeva già sul suo ambiatore e si agitava e chiacchierava, desiderosa di viaggiare nel fresco. Poi, con stupore di tutti, 174 anche Victor uscì dal convento con l’eremita, pronto per il viaggio. «Avanti! - gridò loro lieto, tenendo il cavallo di Fiammetta per le briglie e guidando il gruppo; l’eremita, che conosceva i sentieri, camminava di buon passo alla testa, nella penombra, con una sacca da viaggio sulle spalle e un grosso bastone da passeggio. «Così mi piaci! - esclamò allegro Fortunat, mentre scendevano lentamente per il bosco. - Vieni dunque con noi?». - «Che hai in mente?» chiese Manfred, colpito. «Era deciso da tempo - disse Victor - e oggi le stelle brillano propizie. Voi non lo sapete ancora: sono anch’io uno sposo promesso». E spalancò la veste da viaggio, sotto la quale apparve l’abito di un prete cattolico - il mio amore è serio e severo - proseguì sorridendo, - perciò volevo prima raccogliermi qui a riflettere intimamente. Credetemi, è splendido starsene in solitudine sulle alte montagne; il libro della vita può venire compreso solo da chi impara per volere di Dio, e non per il favore del mondo». Manfred lo guardò a lungo in silenzio. «Beh, per la verità - disse poi, - se almeno ti avessi ritrovato sul campo di battaglia, dritto a cavallo e con la bandiera innanzi!». - «Ne parli come una fanciulla replicò Victor, - come se non vi fosse altra guerra se non quella che fanno i tenenti eleganti». - «E il tuo grande talento poetico - lo interruppe di nuovo Manfred, - lo getti via, lo sprechi». - «Che sarebbe mai la poesia - disse Victor sdegnato, - se si dovesse sfogliarne il fine taglio dorato, su una toeletta da mattina? Il talento! E’ solo un lampo che il Signore lancia per fare luce e che si consuma, nel momento stesso in cui si accende. No amici, basta con questa nostalgia femminea! Chi ci dà il diritto di lamentarci, quando nessuno è pronto ad accorrere in aiuto? Non monaci corrotti, né quaccheri o vecchie donnette; voglio reclutare giovani audaci che anelino a combattere con tutta l’anima. E non volgo lo sguardo oltremare, dove popoli innocenti sotto le palme sognano albe future; voglio scendere in mezzo al mercato d’Europa, vecchio, fiacco e polveroso e combattere gli idoli fatti in casa intorno ai quali danza il popolo dei rinnegati; e a suon di fendenti aprire la via all’aria, affinché possano rivedere con un brivido l’occhio di Dio, nel profondo del cielo». Manfred stette per un po’ senza riuscire a riprendersi. «Mi sembra - disse infine - come di affacciarmi da un alto monte sul mare, dove la tua nave mi sparisce davanti nel rosso dell’alba. Questa vista mi spaventa e mi abbaglia, io ho bisogno di sentire il suolo solido sotto i piedi, di aver dinanzi agli occhi, giorno per giorno, una meta vicina». - «Andate, andate - intervenne a questo punto Fortunat, - i vostri discorsi fanno smarrire anche me. Soprattutto tu, Victor, già da ieri mi sconvolgi il fondo dell’anima, simile a un fulmine notturno: profondi abissi attraversati da ponti temerari e, lontano, luoghi vecchi ed amati, ma tutto distante e favoloso come nei sogni. In fondo è quello che anch’io penso del mondo, solo che io non ho altro mestiere che la mia arte di poeta e con essa vivrò e morirò!». Si trovavano su di un pendio dal quale si dipartivano diversi sentieri. Qui Victor si fermò; la sua via lo portava avanti, oltre la cresta del monte, verso la città dove lo attendevano i nuovi compagni. Sembrava profondamente commosso, «tutto si intreccia in modo nebuloso, là sotto! - disse guardando verso le valli, - qua e là salgono dal fondovalle voci confuse, grida di comando 175 e suoni di trombe nell’aria quieta e, insieme, le campane del mattino e il canto di un viandante smarrito. E nel punto in cui la nebbia per un attimo si dirada si vedono angeli severi, con spade lucenti sui monti e, sotto, eserciti immensi, silenziosi e splendenti, pronti alla battaglia. E il diavolo, vestito da cavaliere, cavalca lungo le file, mostrando alle milizie attraverso le nuvole squarciate la magnificenza delle terre e gridando loro: “Siate liberi, e tutto sarà vostro!” - Amici, questa è un’epoca! Beato chi vi è nato per combattere sino alla fine!». Qui porse loro di nuovo la mano e si diresse rapido verso il bosco. «Addio, pio cuore di soldato!» esclamò Fortunat, turbato. Tutti lo seguirono ancora a lungo silenziosi con lo sguardo, poi si separarono anch’essi. Manfred aveva intenzione di accettare l’offerta di un importante incarico statale, poiché sperava di incontrarsi di nuovo con Victor, anche se per un’altra strada, sulle fresche vette della vita. Walter invece accompagnò innanzitutto la giovane coppia a Hohenstein; gli pareva che, dai tempi della sua gioventù, il mondo fosse diventato troppo grande e ampio per lui, aveva davvero una gran voglia di tornarsene nel suo giardinetto quieto ed ombroso. - E così vediamo gli arditi compagni scendere dai monti per sentieri diversi, e una grande malinconia ci assale tra gli alberi che stormiscono lievi, perché tutte le care voci cui eravamo abituati da tempo si affievoliscono ormai a poco a poco, come quando in autunno udiamo passare sopra di noi gli uccelli migratori. Fiammetta cavalcava invece accanto a Fortunat colma di tacita gioia e di felice attesa verso il mattino che albeggiava, poiché lui le aveva appena rivelato di aver comprato il suo palazzo a Roma, ed era là che erano diretti. - A tratti, dinanzi a loro risplendeva già infinita la strada maestra, tutti i fiumi scorrevano in quella direzione, nubi e uccelli li seguivano in volo nel cielo felicemente azzurro e i boschi si piegavano al vento mattutino, verso l’orizzonte meraviglioso. «Ricordi la fiaba sull’albero? - disse Fiammetta ridendo. - ora sono davvero Aurora». E quando Victor si voltò di nuovo sull’altura, tutti erano ormai scomparsi nella luce dell’alba. Solo da una gola tra gli alberi vide passare in basso, lungo il bosco, un carro pieno fino a scoppiare di bagagli e un gruppetto di viandanti, a piedi e a cavallo; riconobbe i suoi vecchi attori, Dryander camminava alla loro testa con il suo violino. - Rimase a lungo lassù, immerso nei pensieri - poi il sole sorse magnifico, le campane del mattino risuonarono sulla campagna silenziosa e l’eremita cantò: Montiamo la guardia fedeli, presto giunge la notte e spegne il fulgor delle terre, bel mondo, stai ben attento! 176 JACQUES E I SUOI QUADERNI Direttore responsabile: Pisa Enrico De Angelis 1 Jean François MELON, Opere I* e II** (2 volumi), a cura di Onofrio NICASTRO e Severia PERONA, 1983. 2 Carlo CARMASSI, La letteratura tedesca nei periodici letterari italiani del primo Ottocento (1800-1847), 1984, (rist.1986). 3 Enrico DE ANGELIS, Crisi, tempo, liberazione: Saggi su Robert Musil, I, 1984. 3* Enrico DE ANGELIS, Crisi, tempo, liberazione: Saggi su Robert Musil, II, 1984. 4 Sandro BARBERA, La comunicazione perfetta. Wagner tra Feuerbach e Schopenhauer, 1984, (rist. 1987). 4* Enrico DE ANGELIS, Più lumi. Spinoza, Montesquieu, Rousseau, Diderot, Haydn, 1985. 4**Andreas GRYPHIUS, Poesie con testo a fronte, trad. di Lucia MANCINI, 1985. 5 Seminario su Stephan George, di Ralph-Rainer WUTHENOW, Wolfgang KAEMPFER, Gert MATTENKLOTT, Wendelin SCHMIDT-DENGLER, Horst Albert GLASER, Enrico DE ANGELIS, 1985. 5* Stephan George Colloquium, mit Beiträgen von Ralph-Rainer WUTHENOW, Wolfgang KAEMPFER, Gert MATTENKLOTT, Wendelin SCHMIDT-DENGLER, Horst Albert GLASER, Enrico DE ANGELIS, 1985. 5** Marina FOSCHI, Due ottiche, una realtà. Sul tema ‘Für - in’ in Robert Musil, 1985. 6 Enrico DE ANGELIS, Dal mito al progetto. Note su Adalbert Stifter, 1986. 7 Germana BONSIGNORI, Paola COLOMBO, Giulia PAZZAGLIA, Paola CECCARELLI, Studi su Stifter, 1986. 8 Marina FOSCHI, Sulla teoria della metafora in Robert Musil, 1987. 9 Marianne HEPP, Kommentar zu ausgewählte Gedichte Georg Trakls, 1987. 9* Lettura del ‘Simplicissimus’ di Grimmelshausen come Enciclopedia Popolare, a cura di Linda BIANCOTTI, Federica ROSSI, Tiziana VALLE, introduzione di Enrico DE ANGELIS, 1987. 10Carlo CARMASSI, La letteratura tedesca nei periodici letterari italiani del Seicento e del Settecento (1668-1799), 1988. 11 Undici conferenze sul tempo, a cura di Enrico DE ANGELIS, 1988. 12 Giovanna CERMELLI, Il viaggiatore disincantato. Fantasia e distanza nelle novelle del tardo Tieck, 1989. 13 Deutsche und italienische Romantik. Referate des Bad Homburger Colloquiums in der WernerReimers- Stiftung, herausgegeben von Enrico DE ANGELIS und Ralph-Rainer WUTHENOW unter Mitwirkung von Remo CESERANI, 1989. 14 -15 Loretta LARI, Esercizi sui Tedeschi (F. Schiller, J. W. v. Goethe, C. Brentano, E.T.A. Hoffmann, F. Grillparzer, Th. Fontane), 1990. 16 Clemens BRENTANO, Godwi ovvero La statua in pietra della madre. Un romanzo selvaggio di Maria, trad. di Fulvia PERUZZI, 1991. 17 Ludwig Achim von Arnim, Povertà, ricchezza, colpa ed espiazione della contessa Dolores. Una storia vera per intrattenere in maniera istruttiva signorine povere, trad di Angela MASI, 1991.