Definizioni di Sociologia (lez. 1)
• modalità specifica di “leggere” il suo oggetto, la società
• disciplina nata nell’800 in Europa in concomitanza con le profonde trasformazioni sociali prodotte dall’industrializzazione e sviluppatasi nel 900 soprattutto negli
USA in concomitanza con esigenze e richieste di una nuova società in formazione
• intende la società come realtà sui generis, peculiarmente umana, culturale, intreccio di componenti soggettive e oggettive, naturali e sopra-naturali, umane e non
specifiche dell’umano
• attualmente in fibrillazione in concomitanza con il transito dalla modernità alla post-modernità
La società è relazione: verso un paradigma relazionale (Donati Cap. 1)
• se nella semantica classica l’identità si definiva rispetto a se stessa (A=A) e la relazione con non-A era solo una conseguenza, con la modernità la relazione tra A e
non-A diventa fondamentale: dapprima (semantica moderna) fondando l’identità di A per negazione (A = ciò che non è non-A), poi (semantica post-moderna)
fondandola proprio sulla relazione con l’altro (A = r A-non A e relazione di A con se stesso per il tramite della relazione con non-A)
• la sociologia relazionale assume la relazione sociale come oggetto di analisi
• la relazione sociale è intesa come realtà sui generis costituita dall’effetto emergente di azioni che si orientano l’una all’altra simbolicamente (dimensione del
refero) e strutturalmente (dimensione del religo)
• la relazione sociale ha una necessità propria (è necessaria come relazione), mentre il modo in cui si esplicita è contingente (può esistere in vari modi, e quindi può
sempre esistere altrimenti)
• quindi la relazione sociale può esistere solo nel tempo, anzi ha un suo tempo, il tempo relazionale (registro storico), diverso dal tempo interattivo (registro degli
eventi) e dal tempo a-storico (registro simbolico)
• la relazione costituisce il presupposto e il fondamento della interazione, l’interazione è l’attualizzazione della relazione
• la sociologia relazionale assume il punto di vista di un osservatore terzo che osserva le interazioni tra soggetti (relazione sociale come interazione), e la relazione di
ciascuno con i propri contesti socio-culturali (relazione sociale come contesto), per evidenziarne il tipo (relazioni dirette/indirette, formali/informali,
private/pubbliche, forti/deboli, egualitarie/asimmetriche), le caratteristiche (conflitto/integrazione, avvicinamento/distanziamento) e gli effetti
(morfogenetici/morfostatici)
• confluenza con i paradigmi metodologici di analisi delle rete sociali (Moreno); la rete non è un insieme di individui in contatto tra loro, ma l’insieme delle loro
relazioni
• l’approccio di rete tratta la società come “rete di reti di relazioni” e conduce ad uno specifica pragmatica relazionale, intesa come forma di “intervento o lavoro di
rete” -> produrre mutamenti dei contesti e dei comportamenti attraverso la modificazione delle relazioni esistenti; cercare di attivare i “potenziali naturali” delle reti
sociali; utilizzare forme miste di relazionamenti, intrecciando relazioni formali e informali, primarie e secondarie, cooperative e conflittuali, ecc
Le semantiche fondamentali della relazione sociale (Donati cap. 1)
• semantica referenziale: intende la relazione sociale come refero, ossia come il riferire qualcosa a qualcos’altro, entro un quadro di significati simbolici a diversi tipi
e gradi di intenzionalità, e più o meno condiviso dagli attori (asse L-G)
• semantica strutturale: intende la relazione sociale come religo, ossia come legame, connessione, condizionamento reciproco, struttura, di carattere sia impersonale
che personale, che è nello stesso tempo vincolo e risorsa (asse A-I)
• semantica micro-macro link: intende la relazione sociale come ciò che connette il fenomeno evenemenziale (singolo, soggettivo, interpersonale) con la struttura
sistemica (collettiva, impersonale, istituzionale) e viceversa
• semantica generativa: intende la relazione come proprietà emergente dotata di proprietà quali-quantitative proprie, diverse da quelle dei soggetti che entrano in
relazione
Approcci alla relazione sociale (Donati Cap 1) + Le rappresentazioni della società: dal moderno al postmoderno (Donati Cap. 2)
APPROCCI ALLA RELAZIONE SOCIALE
PARADIGMA ORGANISTICO
• Approccio marxista: la società non è fatti di individui, ma si esprime
nell’insieme dei legami e relazioni (intese secondo un realismo assoluto di tipo
materialistico a sfondo economico) entro cui si trovano inseriti
• Approccio positivista (Durkhein): teoria olistica delle relazioni sociali che ne
evidenzia il carattere sia simbolico sia strutturale auto-prodotto dalla società;
relazione essenzialmente come una realtà esterna, normativa e coercitiva nei
confronti degli individui; è sociale tutto ciò che, avendo capacità di
integrazione, si configura come “legame” -> “legare insieme” -> religo -> la
relazione sociale ha di per sé i caratteri del “religioso” (-> Mauss, Lévi-Strauss)
LE RAPPRESENTAZIONI DELLA SOCIETÀ
Il tutto viene viene prima ed è sempre qualcosa di più della somma delle parti
Discendenza dalla tradizione del pensiero politico classico (Platone, Aristotele) nonché
dall’illuminismo nella volontà di offrire una visione scientifica della società.
Comte, legge dei tre stadi:
Marx, materialismo dialettico (vedi)
Durkheim, funzionalismo: cercare la spiegazione della vita sociale nella natura della società
stessa. Essa, oltrepassando infinitamente l’individuo nel tempo come nello spazio, è in grado di
imporgli modi di agire e d pensare che la sua autorità ha consacrato. Compito del sociologo è
studiare le condizioni dell’ordine sociale per cooperare a mantenerlo (vs anomia)
• Approccio formalista - SIMMEL: la società è reciprocità tra individui e il sociale è l’effetto emergente della reciprocità o “scambietà”
delle azioni. L’approccio prescinde dal contenuto vitale che è tanto nei singoli soggetti che nelle concrete motivazioni delel relazioni in
quanto entità storiche situate, e fa una pura astrazione geometrica (o “grammaticale”) del sociale, inteso come il pro “essere fra”, “essere
con” o “essere senza”. La relazione sociale è intesa non come chiave per capire fini, valori e compiti del processo sociale, ma piuttosto
come un grafico che permette di capire in che posizione stanno i vari punti tra loro .
PARADIGMA INDIVIDUALISTICO
MODERNO
• Approccio storico-comprendente (Weber): relazione sociale = “un comportamento di più
individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di senso, e orientato in
conformità”. Approccio all’origine di tutte le sociologie “dell’azione”; essendo le azioni una
mera possibilità, esse non seguono linee causali predefinibili -> approccio comprendente
•Approccio fenomenologico (Husserl, Schultz, Berger): studia il carattere reciprocamente
soggettivo dell’azione sociale, limitando i condizionamenti a ciò che vIncola gli agenti in quanto
mondo-già-dato (predecessori, realtà esterna circostante), mentre la dimensione strutturale (di
legame) dell’azione non è considerata un fatto costitutivo di quest’ultima
• Approccio dell’interazionismo simbolico (Mead, Piaget?): relazione sociale come inter-azione,
dove è centrale la mediazione simbolica che l’uno esercita sull’altro, in quanto la
rappresentazione del sé (self) avviene necessariamente attraverso l’altro (alter); ogni relazione
è una realtà in sé che trasforma gli individui coinvolti
• Approccio etnometodologico (Garfinkel, Goffman): relazioni della vita quotidiana come
espressione dei giochi che le persone fanno sulla distanza sociale, dove l’assunzione d ruolo
(role-taking) è una modificazione dello stesso nel momento in cui lo si assume (role-making)
WEBER: la sociologia deve guardare all’individuo singolo e la suo agire come al
proprio <atomo>. Inoltre, non si può pretendere una conoscenza esaustiva dei
fenomeni storico-sociali, i quali hanno la caratteristica di presentarsi sempre in
forma “individuale”, quindi non sussumibili sotto una qualsiasi “legge” del divenire,
né spiegabili secondo una presunta serie oggettiva di connessioni causali; la
conoscenza, non causale ma comprendente, è possibile in quanto (inevitabilmente
ma fortunatamente) "ha per noi interesse e significato esclusivamente una parte
della realtà individuale, in quanto essa sta in relazione con le idee e i valori
culturali con i quali ci accostiamo alla realtà”. Tuttavia una “verità scientifica”
esiste: “verità scientifica è soltanto ciò che esige di valere per tutti coloro che
vogliono la verità”, ovvero la conoscenza scientifica deve essere avalutativa, e
l’impossibilità di ricondurre i fenomeni sociali a leggi causali generali non significa
rinuncia al principio di causalità, ovvero la conoscenza delle leggi causali non è mai
uno scopo dell’indagine, ma rimane un mezzo attraverso il quale comprendere i
fenomeni sociali nella loro individualità, imputandoli proprio alle “proprie
causeconcrete”
PARADIGMA
CRITICO
HORKHEIMER, MARCUSE, FROMM, ADORNO: “un comportamento avalutativo è impossibile non solo psicologicamente ma
oggettivamente”; “Solo per colui che può pensare una società diversa dall’esistente la società diventa problema; solo attraverso
ciò che non è, essa si rivelerà per quel che è” . Contrariamente a Weber la sociologia deve cioè essere “normativa”, ma deve esserlo
in senso critico, ovvero antitetico a quello durkheimiano. Società capitalistica come luogo di dominio indiscriminato, sulla natura e
sugli uomini, di una razionalità strumentale che “tutto sembra impietrire”. Eterogenesi dei fini, HORKHEIMER: “L’illuminismo… ha
perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende
all’insegna di trionfale sventura”. Scuola di Francoforte come “araldi del post-modernismo”.
• Approccio struttural-funzionalista (PARSONS): la relazione sociale non è niente di più (e niente di meno) che il modo in cui il sistema sociale, o sistema
di azione, funziona, ed in particolare è l’espressione di un agire di uno status-ruolo entro un insieme di status-ruoli; la proprietà più generale e
fondamentale di ogni fenomeno sociale, considerato come sistema di azioni, è la relazionalità costitutiva delle sue parti, dimensioni o variabili. L’interdipendenza è sia l’ordine delle relazioni che entrano in un sistema, sia il loro effetto emergente, in quanto le relazioni generano effetti strutturali
(comportamenti di conformità da parte degli attori, ma anche effetti non intenzionali prodotti da una moltitudine di azioni intenzionali)
APPROCCI ALLA RELAZIONE SOCIALE
LE RAPPRESENTAZIONI DELLA SOCIETÀ
PARADIGMA
DISSOLUTIVO
POST-MODERNO
PARADIGMA COMUNICATIVO
•Approccio ermeneutico (dialogico interpersonale)
•BUBER: solo nell’incontro con l’altro, nella relazione costituita tra
io e tu, l’uomo entra nella realtà autentica da cui si era
allontanato; il mondo umano è sociale in quanto legame reciproco
che genera esperienze e reazioni comuni (sociale è l’essere membro
di un gruppo), ed è umano in quanto le persone possono liberarsi
delle loro appartenenze collettive (di tipo durkheimiano) e delle
loro funzioni di ruolo (di tipo parsoniano) per entrare e vivere la
relazione inter-soggettiva io-tu
•HABERMAS: una relazione è socialmente (non sistemicamente)
integrativa nella misura in cui attua una comunicazione egualitaria
e democratica, libera da costrizioni, trasparente e priva di
motivazioni strumentali (“agire comunicativo” vs “agire strategico”)
e la società possibile è una “comunità illimitata di discorso”
PARADIGMA SISTEMICO-FUNZIONALISTA
•Approccio neo-funzionalista comunicazionale neo-parsoniano
(Bateson, McLuhan, Watzlawick, LUHMANN): abbandono dello
spessore delle relazioni sociali (ossia forma e contenuto, dimensioni
strutturali e azionistiche), tratta la relazione sociale come pura
funzione comunicativa; poiché la comunicazione è intesa come
evento (scompare non appena è svolta) e ha senso solo nel suo
collegamento ad un’altra comunicazione (processo sociale), le
relazioni vengono a perdere consistenza, stabilità e ordine
prefissato
Inizia già nel “disincantamento” di Weber: il mondo ha perso sia l’antico “ordine”, sia la l’antica razionalità
unificante il tutto. Il processo di differenziazione proprio della società moderna ha scisso ormai
inesorabilmente la ragione e la società in una pluralità di “sfere di valore”. Non ci sono più riferimenti socioculturali forti, capaci di garantire agli individui una ben precisa identità: ciascuno per proprio conto deve
ormai, a seconda dei gusti e delle circostanze, cercare di inventarsene una.
Il pensiero post-moderno preconizza il passaggio da una logica dell’identità ad una dell’identificazione -> dal
dovere al gioco, dall’etica all’estetica, esaltazione dello spontaneismo contro ogni forma di potere ->
pensiero debole -> ogni cosa è quindi come la facciamo, ma potrebbe essere altrimenti (Luhmann)
LUHMANN: realtà sociale “acentrica”, la cui unica determinazione è quella dei singoli sistemi parziali di
volta in volta presi in considerazione, e il cui unico “ordine” è dato dall’equilibrio, sempre instabile, che i
sistemi sociali, finché funzionano, realizzano fra loro. La differenziazione funzionale dissolve ogni punto
fermo, ogni centro; per fronteggiarla, occorre ridurre la complessità che essa produce, ma lo si può fare solo
differenziando ulteriormente il sistema sociale, e questo a proprio rischio e pericolo, con l’unica sicurezza
che la complessità, ridotta per un aspetto, è destinata comunque nel complesso ad aumentare. In questo
processo di differenziazione l’individuo guadagna in autonomia, ma “non fa più parte del sistema sociale”
che, per quanto non possa sussistere senza di esso e viceversa (interpenetrazione), procede tuttavia
“autopoieticamente”, alle spalle cioè dell’individuo stesso. Postmoderno è la fine di ogni descrizione
unitaria del mondo e “proprio questo è il risultato delle condizioni strutturali, alle mercé delle quali la
società moderna pone se stessa. Essa non tollera alcuna idea definitiva, e pertanto non tollera alcuna
autorità”. Ed è una società dell’eterno presente: il riferimento al passato non avviene più per
identificazione ma per “de-identificazione”, mentre il futuro diventa sempre più incerto: possiamo solo
essere sicuri del fatto che “non possiamo essere sicuri che qualcosa di ciò che noi ricordiamo come passato
in futuro resterà com’era”; il futuro dipende dalle nostre decisioni, che possono però sempre essere queste
o altre, e qualsiasi razionalizzazione sociale non può essere niente di più che calcolo del rischio che ciascuna
decisione comporterebbe
HABERMAS: la modernità non è finita, anzi, è un progetto tutt’ora incompiuto. Il “progetto moderno” si può
capire solo muovendo (sulla scia di Weber) dalla frantumazione iniziata con l’illuminismo della razionalità
sostanziale che si esprimeva nelle grandi concezioni metafisico-religiose del passato, tuttavia esso non
consiste solo nel dispiegarsi della razionalità rispetto allo scopo che a poco a poco va a a colonizzare ogni
forma di vita, ma anche anche “nella volontà di liberare i potenziali cognitivi, che in questo modo si
assommano, dalla loro forma esoterica e di utilizzarli per la prassi, ossia per una configurazione razionale
dei rapporti di vita”; le patologie del moderno sono da collegare ad uno sfruttamento solo parziale del
potenziale razionale dispiegatosi in esso, che invece possiede un “contenuto normativo” che dovrebbe e
potrebbe permettere di arrivare ad una comunicazione fra umani “non distorta” proprio perché razionale
La società integrata (Losito Cap. 4)
POSITIVISMO
Spencer (UK – 1874->)
DURKHEIM (1893->)
• processo di differenziazione e specializzazione funzionale all’interno della società analogo a quello che si riscontra negli organismi biologici
• conseguenze della divisione del lavoro, oltre che l’assetto strutturale della società, investono anche sfera normativa traducendosi in prescrizioni vincolanti per la vita individuale
(imperativo morale: mettiti in condizione di esercitare utilmente una determinata funzione)
Comte (F- 1830->)
Causa prima,
molla, driver
Tipo di
società
Struttura sociale
Campo di esperienze
Forza di coesione
Solidarietà
sociale
Diritto prevalente
Basso volume ->
bassa densità
dinamica (o
morale) della
società
Primitiva,
semplice,
bassa
divisione del
lavoro
Omogeneità e minimo grado di
interdipendenza: giustapposizione
di segmenti sociali
sostanzialmente autosufficienti
Esperienze circoscritte e
concrete (natura) comuni a
tutti i membri della società,
-> pensiero magico, per
associazioni
Coscienza collettiva:
sentimenti condivisi
Meccanica,
deriva dalla
somiglianza
Repressivo
(punire chi ha violato la
norma)
-> diritto penale
Alto volume ->
alta densità
dinamica della
società
Evoluta,
complessa,
alta divisione
del lavoro
Eterogeneità e massimo grado di
interdipendenza come
conseguenza della divisione del
lavoro
Esperienze ampie, sia
concrete che astratte,
diversificate per ciascuno
-> pensiero razionale
Interdipendenza:
esigenza di
cooperazione e
regolazione funzionale
Organica,
deriva dalla
differenza
Restitutivo (ristabilire
equilibrio e cooperazione
compromessi)
-> diritto civile
PARETO (1912->)
• metodologicamente, afferma la necessità di ricondurre fenomeni sociali concreti a modelli teorici astratti affinché le scienze sociali siano scienze nomotetiche a tutti gli effetti valide, così
come le scienze naturali
• quindi: sistema sociale come modello, inteso come estensione del sistema economico, e focalizzandosi sui suoi aspetti dinamici (differenza con positivismo precedente e primo
funzionalismo successivo)
• teoria della circolazione delle élite in quanto fenomeno che garantisce ad un tempo il cambiamento (progresso verso forme più evolute) e l’equilibrio sociale; se la circolazione è carente,
l’equilibrio è statico e quindi disfunzionale; se la circolazione si interrompe, l’equilibrio viene meno e si creano le condizioni per una trasformazione rivoluzionaria
FUNZIONALISMO I : MALINOWSKY E RADCLIFFE-BROWN (1920->) –
antropologia sociale inglese
• in tutte le società, comprese le più primitive, alla base della
struttura sociale vi sono rapporti di interdipendenza funzionale
• Malinowsky: concetto esteso di cultura (abbraccia tutto) intesa e
definita come apparato strumentale mediante il quale l’uomo risolve
problemi concreti che gli si pongono per soddisfare i suoi bisogni
• cultura come insieme di oggetti, attività e atteggiamenti le cui
parti sono in rapporto reciproco mezzo-fine, e quindi come
risultante di vari elementi interdipendenti, ciascuna delle quali
assolve compiti importanti (ha una funzione) nell’ambito della
società
• economia, controllo sociale, educazione, organizzazione politica
come “sistemi di soddisfazione” dei bisogni
• da qui l’indicazione metodologica per cui ogni aspetto di una
cultura deve essere analizzato e compreso rispetto alla funzione che
svolge, ovvero ai bisogni (primari, secondari) ai quali risponde
• Radcliffe-Brown: società come sistema integrato dotato di una
propria unità funzionale, rispetto alla quale ogni parte svolge una
specifica funzione che consiste nel contributo che essa porta al
funzionamento della struttura sociale nel suo insieme; connotazione
finalistica del funzionalismo, criticata perché sostanzialmente
statica e intrinsecamente conservatrice (implica una posizione
ideologica di legittimazione dello status quo)
FUNZIONALISMO II : MERTON (1949->)
• Rivisita il funzionalismo, evidenziandone i 3 “postulati impliciti” che lo espongono alle critiche viste di assumere
una posizione ideologica: 1) che le attività sociali e i gli elementi culturali siano funzionali per l’intero sistema
sociale; 2) che tutti svolgano una funzione; 3) che quindi ciascuno di essi sia indispensabile
Propone quindi un nuovo paradigma, caratterizzato da:
• focalizzazione su elementi sociali e culturali standardizzati, ovvero tipici e ricorrenti
• necessità di considerare e distinguere elementi con funzione positiva (eu-funzionali), negativa (dis-funzionali) e
senza funzione (a-funzionali)
• distinzione tra funzione manifesta e funzione latente
• individuazione dell’unità di riferimento entro la quale ciascun elemento sociale o tratto culturale considerato
svolge ciascuna funzione (uno stesso elemento può avere funzioni diverse rispetto a diversi segmenti della società)
• accertamento dell’effettiva possibilità di definire pre-requisiti funzionali sia generali che specifici che siano
validi e non tautologici
• spiegazione particolareggiata dei meccanismi sociali tramite cui ciascun elemento svolge la propria funzione
• considerazione di possibili alternative (o equivalenti) funzionali per ogni funzione, in relazione allo specifico
contesto strutturale indagato e ai legami di interdipendenza funzionali in esso presenti (più alta l’interdipendenza,
più ristretta la gamma delle alternative funzionali)
• attenzione paritaria all’equilibrio e allo squilibrio sociali, ricorrendo al concetto di disfunzione per l’analisi delle
dinamiche di cambiamento
• in sintesi, trasformazione del funzionalismo da teoria generale dei sistemi sociali ad alto livello di astrazione
dalla quale derivare, per inferenza diretta, la spiegazione di qualsiasi fatto sociale e culturale, a teoria a medio
raggio: ovvero intermedia tra la speculazione onnicomprensiva e l’ipotesi di lavoro concreta: mantiene un certo
livello di astrazione, ma tuttavia può essere inclusa in proposizioni empiricamente verificabili
PARSONS (1937->) e il paradigma AGIL
• Approccio struttural-funzionalista: rifacendosi a Pareto, Parsons afferma che la sociologia può
costituirsi come scienza solo facendo ricorso all’analisi sistemica, ovvero analizzando l’azione
sociale attraverso un modello astratto (il sistema dell’azione sociale) costruito con finalità
analitiche; la teoria del sistema sociale di Parsons si basa sull’analisi del sistema d’azione
generale e dei suoi sottosistemi, e si colloca ad un elevato livello di astrazione proponendo un
sistema di classificazione che partendo da alcune categorie più generali diviene via via più
analitico attraverso un procedimento continuo di scomposizione di ciascuna categoria in categorie
più particolari
P.individua 4 funzioni che ciascun sistema d’azione deve assolvere, e che rappresentano le
condizioni necessarie per la sua esistenza e persistenza nel tempo:
• A - funzione di Adattamento all’ambiente esterno (costituito da altri sistemi), dove
l’Adattamento è una relazione a due vie: da un lato il sistema d’azione si adegua alle
condizioni e vincoli dell’ambiente esterno, dall’altro lato interviene su di esso
modificandolo e utilizzandolo al fine di attingervi le risorse di cui ha bisogno –
competenza del “sottosistema organismo biologico”
• G – funzione di conseguimento degli Scopi (Goals), consiste nel definire e conseguire gli
scopi necessari per il suo funzionamento, dotandosi di mezzi efficaci – competenza del
“sottosistema sistema di personalità”
• I – funzione di Integrazione, consiste nel salvaguardare la sua coerenza interna e
stabilità sollecitando la collaborazione fra le sue componenti – competenza del
“sottosistema sistema sociale”
• L – funzione di mantenimento del modello Latente, consiste nel produrre, conservare e
riprodurre l’insieme base di conoscenze, credenze e valori coerenti e condivisi che
fornisce le motivazioni per l’azione delle componenti del sistema, insieme che
sostituisce un modello “latente” in quanto implicito e non formalmente definito –
competenza del “sottosistema sistema culturale”
• paradigma AGIL = paradigma funzionale del sistema d’azione,
dove le 4 funzioni sono disposte in uno schema
costruito lungo due dimensioni:
MEZZI
SCOPI
quella relativa alla direzione delle funzioni
ESTERNO
A
G
(A e G rivolte verso l’esterno del sistema d’azione,
+ ENERGIA -
- INFORMAZIONE
+
I e L verso l’interno), e quella relativa
INTERNO
al loro riferimento ai mezzi (A e I)
oppure agli scopi (G e L) del sistema stesso
• I quattro sottosistemi, e di conseguenza
le quattro funzioni, possono essere disposti
in gerarchia (LIGA), in funzione della loro
maggiore ricchezza di informazioni
o di energia: i sottosistemi superiori
più ricchi di informazioni controllano
quelli inferiori più ricchi di energia
• I quattro sottosistemi sono però anche indipendenti,
e ciascuno di essi può quindi essere considerato
a sua volta come un sistema distinto cui applicare
nuovamente il modello delle funzioni per individuarne
sia le componenti strutturali che i sottosistemi,
ciascuno dei quali può essere a sua volta suddiviso, ecc
I
L
sottosistema
funzione
Sistema
culturale
L
Sistema
sociale
I
Sistema di
personalità
G
Organismo
biologico
A
• In particolare il sistema sociale si caratterizza per la presenza di
4 componenti strutturali, ciascuna delle quali assolve a una
funzione del modello AGIL (e anch’esse disposte secondo la
gerarchia LIGA):
• A - Ruoli (intesi come modalità d’azione concordemente
attribuite ai diversi status sociali, ad es padre, figlio,
professore, ecc) che svolgono la funzione di adattamento
• G – Collettività (intese come insiemi organizzati di
attori sociali che interagiscono sulla base di norme sociali
condivise, ad es famiglia, scuola, azienda, partito, ecc)
che svolgono la funzione di conseguimento degli scopi
• I – norme sociali vincolanti per l’azione, che svolgono la
funzione di integrazione
• L – orientamenti di valore, corrispondenti a ciò che è
desiderabile per il sistema sociale nel suo insieme, che
svolgono la funzione di mantenimento del modello latente
•Le 4 componenti strutturali intervengono nella formazione dei 4
sottosistemi del sistema sociale, che sempre applicando lo schema
AGIL sono di nuovo definibili secondo le loro funzioni rispetto al
sistema sociale (e anch’essi disposti secondo la gerarchia LIGA):
• A – sistema economico, svolge la funzione di
adattamento mediante la produzione e la circolazione
delle risorse necessarie per il funzionamento della società
• G – sistema politico, svolge la funzione di
conseguimento degli scopi
• I – sistema normativo, svolge la funzione di produzione e
mantenimento dell’integrazione sociale
• L – sistema della socializzazione, costituito dalla
famiglia e da tutte le altre istituzioni attive nel processo
di socializzazione, svolge la funzione di mantenimento e
riproduzione del modello latente
• I sistemi d’azione, e quindi anche i sistemi sociali, tendono
all’equilibrio in quanto assetto-limite, ma interagendo con
l’ambiente sono anche sistemi dinamici soggetti a evoluzione
secondo processi organizzati
• P. affronta il problema del cambiamento in termini
evoluzionistici, ravvisando una sostanziale analogia tra
l’evoluzione dei sistemi viventi e quella dei sistemi d’azione
• ovvero in entrambi i casi, a fronte di un ambiente che rende
disponibile un insieme di risorse sempre più esteso, l’evoluzione
comporta un continuo aumento delle capacità di adattamento – A,
che si concretizza una una crescente differenziazione e
specializzazione delle parti del sistema, il che consente una
maggiore efficacia nel conseguimento degli scopi – G, richiede la
messa in atto di nuove modalità di integrazione –I nonché
l’evoluzione del modello latente - L
La società conflittuale (Losito Cap. 5)
MARX (1845->)
• divisione del lavoro in origine è “naturale” (differenze di
sesso e età) ma già produce conseguenze sociali rilevanti
determinando un’ineguale ripartizione del lavoro e dei suoi
prodotti, da cui nascono la proprietà privata e la disuguaglianza
sociale
• quando la comunità primitiva si estende, dall’incontro con
altre comunità nasce il “mercato” (processi di scambio,
trasformazione dei beni in merci, concorrenza), che determina
una divisione del lavoro non più solo naturale ma prima
economica e poi sociale e impone la divisione della società in
classi
• nel modello dicotomico marxiano la divisione del lavoro
determina, in ogni società e in ogni momento storico, la
divisione della società in due classi, quella degli sfruttatori e
degli sfruttati, dove una minoranza di non produttori si
appropria del sovrappiù prodotto da una maggioranza di
produttori
• il modello può essere specificato in relazione a ciascun
particolare contesto storico, individuando lo specifico elemento
oggettivo che determina, in quel particolare contesto, la
differenza tra le classi e la relazione conflittuale tra esse
• nella società capitalistica l’elemento consiste nel possesso o
non possesso dei mezzi di produzione, condizione da cui deriva
il possesso o la privazione del potere non solo economico, ma
anche politico e sociale
• la nozione di classe viene quindi riferita ad un fattore
strutturale (il possesso dei mezzi di produzione), sul quale si
innestano fattori sociali e culturali che sono però
sovrastrutturali
•le classi assumono il ruolo di protagonisti del conflitto sociale
nel momento in cui la “classe in sé” (insieme di individui che
condividono la stessa condizione oggettiva nei rapporti di
produzione) si trasforma in “classe per sé”, ovvero gli individui
si riconoscono come soggetto collettivo concretamente
operante nella società acquisendo coscienza di classe, ovvero
coscienza dei propri interessi oggettivi
• il modello dicotomico ha sia valenza esplicativa del conflitto
sociale, sia valenza predittiva nei confronti dell’evoluzione
della struttura di classe (polarizzazione crescente)
• M. inoltre sottolinea come tratto specifico della società
capitalistica la compresenza di una divisione del lavoro
“anarchica” nella società civile (liberismo estremo) e
“dispotica” nel processo produttivo, rispetto al quale
preconizza la nascente organizzazione scientifica del lavoro
(Taylor 1911, one best way, ecc)
• conseguenza estrema della divisione del lavoro e della sua
organizzazione dispotica è per Marx la triplice condizione di
alienazione del lavoratore: alienazione dalla cosa
(estraniamento dal prodotto del proprio lavoro), alienazione di
sé o auto-alienazione (estraniamento dalla propria attività) e
alienazione della specie (estraniamento dalla propria essenza di
uomo)
WEBER (18->)
• Weber respinge l’idea che siano i fattori economici a determinare prioritariamente la divisione della società in classi e il
conflitto sociale, ovvero nega la centralità di una “struttura” economica nella storia e nella società
• opera una distinzione fondamentale tra classi economiche e ceti sociali, dove le prime sono categorie economiche
astratte utili per fini classificatori ma a cui non corrispondono necessariamente collettivi che operano concretamente
nella società
• le classi per W. sono insiemi di individui che condividono interessi economici di possesso (beni economici mobili o
immobili da cui trarre una rendita) e di guadagno (capacità acquisitiva, ovvero possibilità di disporre di competenze
specifiche da offrire sul mercato come prestazioni da cui trarre un guadagno); rispetto a queste due dimensioni è
possibile effettuare una classificazione già molto sfumata, dove ai vertici stanno gli individui caratterizzati da alti livelli
sia di possesso di beni economici sia di capacità acquisitiva, alla base individui caratterizzati da bassi livelli per entrambe
le dimensioni, e in mezzo (classi medie) le diverse combinazioni a diversi possibili livelli
• il ceto per W. è invece il vero soggetto collettivo, in quanto comunità di individui che condivide un particolare stile di
vita oggetto di una valutazione sociale espressa in termini di attribuzione di prestigio; alla base di tale valutazione sociale
stanno anche, ma non solo e non in misura uguale in tutte le epoche storiche, fattori economici
• quindi anche se può esserci relazione tra l’appartenenza di classe e quella di ceto, per W. il ceto si configura come
realtà sociale interclassista
• alla “coscienza di classe” W. contrappone la “coscienza di ceto”, che si concretizza nell’adozione di una particolare
visione del mondo e condotta di vita: gli appartenenti ad un ceto si riconoscono come tali e usano valori e modelli
distintivi che esternano e riproducono la loro identità e la loro distanza dagli altri
• per W. è dall’appartenenza ad un ceto privilegiato nella stratificazione sociale che deriva la possibilità di esercitare il
dominio sugli altri uomini
• W. distingue tra diverse forme di dominio, attraverso la distinzione tra potenza (possibilità di far valere la propria
volontà, che però non è legittimata) e potere (possibilità legittimata di trovare obbedienza presso certe persone ad un
comando che abbia un determinato contenuto)
• distingue tre “tipi ideali” di potere legittimo:
• il potere di carattere razionale, o potere legale, che poggia sulla credenza nella legalità di ordinamenti
statuiti e nel diritto di comando di coloro che sono chiamati ad esercitare il potere in base a tali ordinamenti
• il potere tradizionale, che poggia sulla credenza quotidiana nel carattere sacro delle tradizioni valide per
sempre e nella legittimità di coloro che sono chiamati a rivestire un’autorità
• il potere carismatico, che poggia sulla dedizione straordinaria al carattere sacro, o alla forza eroica o al
valore di una persona e agli ordinamenti rivelati o creati da essa
•Per W. una relazione sociale deve essere definita “lotta” quando l’agire è orientato in base al proposito di affermare il
proprio volere contro la resistenza di uno o più altri individui; e la lotta, quando assume la forma di conflitto sociale, è
una componente fondamentale della società
• la società per W. è una realtà complessa e contraddittoria nella quale coesistono integrazione e conflitto, ovvero non è
assimilabile ad un insieme unitario in costante equilibrio
SIMMEL (1908->)
• Anche per Simmel ogni interazione sociale è ambivalente in quanti in essa coesistono accordo e opposizione, armonia e
contrasto: conflitto e integrazione sono in rapporto di reciprocità e la sintesi dell’uno e dell’altra è l’elemento dinamico
che rende possibile la stessa realtà sociale: la società sana non è quella priva di conflitti ma quella “tenuta insieme” dalla
loro presenza e dal loro sovrapporsi all’interno delle parti componenti… perciò sarebbe un errore considerare una
sociologia dell’ordine separata dalla sociologia del disordine, il modello dell’armonia separato da quello del conflitto,
poiché questi non esistono come realtà distinte ma sono aspetti differenti di una stessa realtà
• per Simmel (secondo la lettura funzionalista di Coster) il conflitto svolge una funzione positiva non solo in quanto spinge
al cambiamento, ma anche perché favorisce la stessa integrazione sociale; in particolare il conflitto all’interno dei gruppi
sociali rafforza l’identità sociale del gruppo, e gli permette di scaricare al suo interno tensioni che altrimenti
produrrebbero effetti distruttivi; mentre il conflitto nell’interazione fra gruppi aumenta la coesione interna di ciascuno
dei gruppi, ma permette anche di stabilire una qualche forma di relazione, sia pure conflittuale, tra i gruppi, che può
essere foriera di successivi sviluppi non conflittuali (ad esempio alleanze)
• l’esito integrativo o al contrario disgregativo del conflitto all’interno di un sistema sociale dipende dalla soglia di
tolleranza del sistema in questione nei confronti del conflitto stesso: più un sistema è rigido, intollerante del conflitto,
incapace di istituzionalizzarlo, tanto più è probabile che il conflitto quando si manifesta abbia effetti dirompenti
LA “FINE DEL CONFLITTO SOCIALE” COME EFFETTO DELL’AVVENTO DELLA SOCIETA’ DI MASSA?
Apocalittici: LA SCUOLA DI FRANCOFORTE (1947->)
• Horkheimer, Adorno, Marcuse: la civiltà, giunta all’apice del suo sviluppo, nega paradossalmente
se stessa e si trasforma in barbarie; la razionalità illuministica regredisce a mera ragione
formalizzata che legittima la logica di dominio, il progresso perde il suo significato originario di
emancipazione e se da un lato libera l’uomo dal bisogno, dall’altro rende il singolo uno zero di
fronte alle potenze economiche
• la società di massa è una società dei consumi di massa, funzionale alle esigenze della produzione
di massa, e il processo investe anche la cultura; i mass media diventano strumenti per un consenso
acritico e generalizzato, in una società depoliticizzata incapace di esprimere qualunque forma di
opposizione e conflitto sociale
• Marcuse descrive la società “a una dimensione”, caratterizzata da una “confortevole, levigata,
ragionevole, democratica non libertà”, che produce “l’uomo a una dimensione”, isolato in una
massa anonima, abilitato solo a lavorare e consumare, incapace di distinguere tra bisogni reali e
falsi bisogni, sottomesso ai diktat della società opulenta
Apocalittici: IL SOCIAL CRITICISM AMERICANO (1951->)
• Mills denuncia la struttura piramidale della società
americana, al cui vertice si pone una ristretta elite di potere
(economico, politico, militare) e la cui pancia è costituita dai
ceti medi, realtà eterogenea di persone accomunate dal fatto
di non svolgere un lavoro manuale: sono i “colletti bianchi”,
frutto della crescente terziarizzazione della società, che vivono
come condizione di privilegio il sentirsi diversi dai “colletti blu”
e costituiscono la base sociale di un consenso acritico e passivo
funzionale al mantenimento dei rapporti di potere vigenti
(“eunuchi della politica”)
• Riesman descrive la società opulenta come un territorio
confortevole ma desolato dove una “folla solitaria” vaga
disordinatamente in cerca di soddisfazioni per bisogni fittizi
artificiosamente indotti (Veblen e il “consumo vistoso”, 1928)
Integrati (1960->)
• Shils, allievo di Parsons, descrive invece il lato positivo della massificazione: la maggior parte della popolazione (la massa) si trova adesso, rispetto al passato, in un
rapporto molto più stretto con il centro (istituzioni e sistemi centrali di valore della società che guidano e legittimano le istituzioni), ovvero “il centro ha allargato i suoi
confini”
• tra i fenomeni positivi, il ridimensionamento del potere coercitivo della tradizione, un’enfasi maggiore sulla dignità e i diritti umani, una maggiore coesione sociale
dove il consenso è garantito dalla reciproca integrazione tra centro (élite) e periferia (massa) della società, con la conseguente tendenziale scomparsa delle forme di
conflitto sociale più radicali e distruttive
• Sorokin (1927) aveva già proposto il concetto di mobilità sociale orizzontale e verticale, e indicato come una maggiore mobilità sociale sia orizzontale che verticale
fosse il tratto distintivo delle moderne società democratiche
• le ricerche empiriche propongono descrizioni della stratificazione sociale basate su modelli di gradazione, definita non solo in base alla condizione economica ma
anche allo stile di vita, alla professione e soprattutto al prestigio, in sintonia con le indicazioni weberiane
• Le teorie elaborate negli anni 50 e 60 propongono una visione delle società a capitalismo maturo come caratterizzate da elevata mobilità verticale, graduale
assottigliamento del gap economico, perdita della specificità della classe operaia, sostituzione del concetto di classi con quello di “gruppi di conflitto” (Dahrendorf,
1957) portatori di interessi contrapposti inerenti ai ruoli da essi svolti in ciascuna organizzazione (dallo stato ala singola azienda) il cui antagonismo è istituzionalizzato
ovvero ha modo di esprimersi attraverso canali legali
LE NUOVE FORME DI CONFLITTO SOCIALE NELLA SOCIETA’ POSTINDUSTRIALE
• nella seconda metà degli anni ’60 studenti e gruppi sociali emarginati emergono come i nuovi soggetti portatori di conflitto sociale, che torna ad esprimersi in forme
non istituzionalizzate
•l’accorto Alberoni individua il fattore scatenante il conflitto nella diffusione della conoscenza presso le classi che tradizionalmente da essa erano escluse cui però non
si accompagna un aumento della domanda di lavoro intellettuale: ovvero la scuola, persa la sua tradizionale funzione di formazione della nuova classe dirigente, diventa
un’istituzione che produce forza lavoro intellettuale non qualificata in eccesso sul mercato del lavoro e quindi destinata a subire un inevitabile processo di
proletarizzazione
• Touraine parte dalla premessa che nella società postindustriale il fattore strutturale che determina l’ineguaglianza sociale non è più il possesso dei mezzi di
produzione ma il dominio della conoscenza, e che proprio per questo i nuovi soggetti portatori di conflitto sociale non possono che essere i soggetti produttori di
conoscenza, come i tecnici, gli esperti, i ricercatori, e gli studenti, dotati delle specifiche competenze ma non di autorità gerarchica all’interno delle società in cui
prestano la loro opera
• Habermas (1973) propone un modello delle possibili tendenze di crisi delle società a capitalismo maturo: crisi che hanno origine nel sistema economico e che derivano
dall’incapacità dell’intervento statale di compensare la caduta nel saggio di profitto; crisi del sistema politico, che si manifestano come crisi della razionalità delle
decisioni amministrative e crisi di legittimazione del consenso; crisi che hanno origine nel sistema socioculturale, ovvero crisi di motivazione che investono la sfera
morale, ideologica e i sistemi di aspettative
L’azione sociale (Losito Cap. 6)
OGGETTIVITA’ E SOGGETTIVITA’, RAZIONALITA’ E NON RAZIONALITA’
•per Durkheim, l’azione sociale è un “fatto sociale”, ovvero è motivata e orientata da istanze esterne all’individuo e che esercitano sullo stesso un’influenza coercitiva; queste istanze sono
gli elementi costitutivi della “coscienza collettiva” (v) in quanto insieme di credenze e sentimenti comuni alla “media” dei membri della società, dotato di vita sua propria e indipendente
dalle coscienze individuali
• al contrario per Weber (coerentemente con la sua impostazione metodologica che mette la soggettività del ricercatore anche a fondamento della riflessione sociologica) è definibile come
azione solo un comportamento cui chi lo compie attribuisce un senso, e nello specifico si ha azione sociale quando, in base al significato soggettivo che gli attori sociali attribuiscono ad essa,
è rivolta verso gli atteggiamento e comportamenti degli altri e da questi è orientata (non sono quindi “azioni sociali” in sé né l’aprire l’ombrello tutti insieme perché piove, né il mettere in
atto certi comportamenti per il semplice fatto di trovarsi in una situazione collettiva)
• Weber distingue quattro tipi di azione sociale:
• agire razionale diretto allo scopo: sia i fini che i mezzi sono stabiliti razionalmente, rispettivamente in funzione dei principi di massimizzazione dell’utilità e di efficacia; es
l’agire economico dell’imprenditore capitalista
• agire razionale diretto al valore: i fini prescindono da criteri di utilità e sono invece stabiliti in base ad un riferimento consapevole ai valori, mentre i mezzi continuano ad essere
scelti in base ad un criterio di efficacia; es l’agire religioso e l’agire politico su base ideologica
• agire tradizionale: sia i fini che i mezzi sono scelti in base ad abitudini acquisite; es quasi tutto “l’agire quotidiano”
• agire affettivo: sia i fini che i mezzi sono stabiliti facendo riferimento ai sentimenti
• Pareto riserva invece la qualifica di “razionali” ad un gruppo molto più ristretto di azioni sociali, che chiama azioni logiche definendole come quelle in cui vi è corrispondenza sia soggettiva
che oggettiva tra mezzi e fine, mentre riserva la qualifica di azioni non logiche alla maggior parte dell’agire umano
• In particolare analizza la tendenza tipicamente umana a dare un contenuto e una motivazione logica ad azioni che oggettivamente non ne hanno, in quanto sono invece motivate da
TEORIA
“istinti” e “sentimenti”, e individua un processo consistente nel creare, a partire dallo stesso istinto/sentimento che produce l’azione, ISTINTO/ SENTIMENTO
AZIONE
•una “teoria” che la spiega, per poi far risalire indebitamente l’origine dell’azione direttamente alla teoria
• Le teorie sono differenziabili quindi per Pareto in teorie logico-sperimentali (proprie della scienza) e teorie non logico-sperimentali, a loro volta suddivisibili in teorie pseudo-scientifiche e
teorie non scientifiche; all’interno di ciascuna teoria è possibile distinguere i “residui”, ovvero gli elementi sostanziali della teoria stessa, che nelle teorie non logico-sperimentali sono
appunto le espressioni di determinati istinti e sentimenti, e le “derivazioni”, che costituiscono gli elementi contingenti, variabili della teoria stessa, e che nelle teorie non logico-sperimentali
corrispondono ai ragionamenti logici o pseudologici per tentare di dare una giustificazione razionale degli istinti e sentimenti di cui i residui sono espressione
• Pareto individua un insieme costante e relativamente limitato di residui che stanno dietro a tutte le diverse teorie elaborate dall’umanità nel corso della sua storia e li classifica in sei
classi di cui le più importanti sono quella relativa all’istinto “delle combinazioni” (tendenza a stabilire relazioni sempre nuove fra le cose e le idee, motore del cambiamento, la sua
prevalenza configura un sistema sociale aperto) e all’istinto della “persistenza degli aggregati” (tendenza contraria e complementare a mantenere le relazioni già stabilite e consolidate,
motore della coesione e stabilità, la sua prevalenza configura un sistema sociale chiuso), dove la condizione del sistema sociale ideale è una bilanciata compresenza dei due
AZIONE SOCIALE COME INTERAZIONE
•Per Weber, l’azione sociale si configura come interazione, ovvero si concretizza in relazioni sociali intese come comportamenti di più individui instaurati reciprocamente secondo il loro
contenuto di senso; i comportamenti possono assumere contenuti diversi (dalla cooperazione alla lotta) e quindi la reciprocità non va intesa nel senso che tutti gli individui in essa coinvolti
attribuiscono il medesimo senso alla relazione
•Risalendo dal micro al macrosociale Weber analizza come ai diversi tipi di relazioni sociali corrispondono diversi processi di aggregazione sociale: alla relazione sociale motivata su base
tradizionale e/o affettiva corrisponde l’aggregazione sociale di tipo comunitario (Gemeinshaft per Tönnies) basata su un senso di appartenenza condiviso; alla relazione sociale motivata su
base razionale corrisponde l’aggregazione di tipo sociale (Gesellshaft per Tönnies) derivata da rapporti di interesse
• Risalendo ancora Weber sottolinea come le relazioni sociali durature assumono carattere di regolarità, e il loro contenuto di senso può venir formulato in “massime”, ovvero norme
condivise dai protagonisti dell’interazione; tali norme possono essere più o meno vincolanti, e permettono di distinguere tra relazioni sociali con regolarità probabile (basate su usanze,
consuetudini e norme non obbligatorie) e relazioni sociali con regolarità certa, basate su norme obbligatorie che devono o dovrebbero essere rispettate da tutti; l’obbligatorietà delle norme
deriva dalla loro legittimità riconosciuta dalla società intera, che può essere de facto per le norme non formalmente sancite ma di fatto vincolanti (convenzioni) o de jure per le norme
formalmente sancite (diritto)
• Parsons definisce l’azione sociale come comportamento diretto ad uno scopo con un significato funzionale (soddisfazione di determinati bisogni), e individua come elementi necessari
perché l’azione sociale possa sussistere fattori di ordine cognitivo, affettivo e valutativo
• Seguendo Weber, vede l’azione sociale come interazione dove un attore (ego) si riferisce ad un altro attore (alter) orientando di conseguenza il proprio comportamento, e dove se la
relazione tra i due è regolare le reciproche aspettative si consolidano rendendo la relazione stessa in qualche modo prevedibile
• Individua come variabili strutturali che definiscono i diversi tipi di interazione sociale cinque dimensioni bipolari:
• Attribuzione (ego valuta alter in base a ciò che egli è) / Realizzazione (lo valuta in base a ciò che egli fa)
• Diffusione (ego nutre nei confronti di alter aspettative generali) / Specificità (nutre aspettative specifiche, chiaramente definibili)
INTERAZIONE
INTERAZIONE
• Affettività / Neutralità affettiva
PROFESSIONALE
FAMILIARE
• Particolarismo (ego valuta alter applicando a lui e solo a lui un criterio particolare, diverso da quello che applica ad altri) / Universalità
• Orientamento alla collettività (ego cerca di soddisfare nella relazione con alter bisogni condivisi da più persone) / Orientamento al Sé
LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA REALTA’ (me paiono le basi della Social Cognition)
• Cooley (1902 ->): l’io, l’immagine che si ha di sé, si costituisce in modo riflesso in base alla reazione di fronte all’opinione che si ritiene gli altri abbiano di noi, ovvero il sé è un sé-specchio
(looking-glass self) nel quale si guarda per vedere come altri ci vedono; ovvero tutte le persone reali sono “immaginarie” e “immaginaria” è di conseguenza anche la società (“la società
esiste nella mia mente come contatto e influenza reciproca di certe idee che si chiamano “io”, Thomas, Susan…”)
• Thomas (1918 ->): gli uomini non rispondono solo agli elementi oggettivi di una situazione ma anche, e spesso soprattutto, al significato che questa ha per loro, e una volta che hanno
attribuito questo significato esso diventa la causa determinante del loro comportamento e di alcune conseguenze di esso: se gli uomini definiscono come reali certe situazioni, queste
diventano reali nelle loro conseguenze (-> profezia che si auto-adempie)
• Mead (1930): il comportamento (contrariamente a quanto sostenuto dai comportamentisti) non dipende dallo stimolo in sé ma dal significato che allo stimolo attribuisce il soggetto agente,
ed il comportamento sociale si configura come interpretazione (attribuzione di senso) e comunicazione (condivisione del senso attribuito), ovvero come interazionismo simbolico; ciascun
attore agisce nei confronti dell’altro all’insegna di una reciprocità che comporta l’adattamento dell’uno rispetto all’altro in un universo simbolico condiviso; si tratta di una capacità di
“mettersi nei panni dell’altro” che si acquisisce nel corso del processo di socializzazione e rispetto alla quale per il bambino hanno una funzione fondamentale i giochi, prima come
imitazione, poi come gioco libero (play) e infine come gioco organizzato (game)
•L’interazione di gruppo è un sistema di azioni e reazioni basate su reciproche aspettative di ruolo, proprie sia di ciascun membro individuale che del gruppo considerato nel suo insieme
come entità sociale, che rappresentano il cosiddetto “altro generalizzato”, ovvero l’entità sociale (famiglia, gruppo dei pari, società intera) con cui l’individuo deve confrontarsi per definire
e valutare il proprio sé e attribuire un senso al proprio agire
• Blumer prosegue e amplifica la portata dell’interazionismo simbolico, sottolineando come l’elemento dinamico e costante dell’interazione sociale sia un processo continuo di negoziazione,
di cui la realtà sociale è di fatto espressione: questo fa sì che la realtà sociale stessa sia fluida e indeterminata, ed abbia una intrinseca tendenza al cambiamento (opposizione a
funzionalismo e struttural-funzionalismo)
• Goffman propone un modello teatrale dell’azione sociale, dove la motivazione principale degli individui è assumere il controllo delle impressione suscitate negli altri, e quindi l’azione
sociale è di fatto una “messa in scena” sul registro dell’apparire, a prescindere dal fatto che l’attore possa essere perfettamente cosciente della propria recita o ne sia al contrario
completamente assorbito e inconsapevole
• Berger e Luckmann, con il costruttivismo fenomenologico, affermano che la sociologia deve abbandonare la pretesa di definire cosa è valido e cosa non lo è nel sistema di conoscenze che
caratterizza l’agire sociale, per concentrarsi invece proprio sull’analisi dei processi attraverso i quali nell’uomo della strada si forma la conoscenza di una certa “realtà” data per scontata
• Analogamente Garfinkel, fondatore dell’etnometodologia, considera il senso comune come oggetto esclusivo della sociologia e ritiene che il suo studio non possa avvalersi dei tradizionali
strumenti di ricerca empirica, richiedendo invece che, per “rompere” la superficie data per scontata della vita quotidiana, l’osservatore debba calarsi totalmente nella situazione da
osservare e consideri anche se stesso come oggetto dell’osservazione (osservazione partecipante); in seguito l’analisi della conversazione diventa tra i metodi di ricerca principali
STATUS, RUOLI E AZIONE SOCIALE
• Status = posizione sociale definita da un particolare requisito cui competono determinati diritti e doveri;
alcuni status sono ascritti , ovvero indipendenti dall’esperienza sociale (es essere donna), altri sono acquisiti
ovvero dipendenti dall’esperienza sociale (ad es essere studente)
• Complesso di status = l’insieme dei diversi status di una persona (es donna, studente, moglie, dirigente)
• Status principale = fra i diversi status che compongono il complesso di status di una persona, quello che
viene riconosciuto più immediatamente dagli altri in una determinata situazione sociale
• Ruolo = componente dinamica dello status, ovvero l’insieme di atteggiamenti e comportamenti ad esso
associati in base a norme socialmente condivise
• Complesso di ruoli = l’insieme dei ruoli che corrispondono ad ogni status
• Sequenza di status e sequenza di complessi di status = cambiamenti di una o più posizioni di status di un
attore sociale, cui si associa una sequenza di complessi di ruoli
• Merton: “si può affermare che questo insieme sistematico strutturato di complessi di ruoli, complessi di
status e sequenze di status costituisce la struttura sociale”
• aspettativa di ruolo = ciò che i protagonisti di un’interazione sociale si attendono l’uno dall’altro in
relazione all rispettive posizioni di status e ai rispettivi ruoli; l’attribuzione di senso all’azione sociale
riguarda proprio in modo precipuo le aspettative di ruolo dei protagonisti, ciascuno dei quali si rapporta
all’altro sulla base di come soggettivamente si aspetta che l’altro agisca o debba agire nei suoi confronti
• L’incidenza della dimensione soggettiva nella definizione delle aspettative di ruolo è inversamente
proporzionale alla “regolarità”, per dirla con Weber, delle relazioni stesse e quindi alla normatività delle
regole cui sono soggette, ovvero al grado di istituzionalizzazione dei ruoli
• Tensione di ruolo = risultato della contraddizione tra aspettative relative a ruolo diversi di uno stesso
status
• Conflitto di ruolo (di status, ...zo!) = risultato della contraddizione tra aspettative relative a status diversi
• L’azione sociale è quindi definibile come “un interazione tra due o più attori sociali orientata da
reciproche aspettative di ruolo connesse alle rispettive posizioni di status, definite dagli stessi attori sociali
in base a elementi sia oggettivi che soggettivi nell’ambito di una determinata situazione sociale”
LE DETERMINANTI DELL’AZIONE SOCIALE
• valori: mete culturali socialmente condivise, che possono anche essere
istituzionalizzati in norme sociali (anche se non tutte le norme sociali fanno
riferimento a valori); a fronte della possibile compresenza nella società di
valori variegati e spesso in contraddizione fra loro, a livello individuale si
formano orientamenti di valore coerenti frutto di selezione e integrazione
• atteggiamenti: predisposizione appresa ad agire e reagire rispetto a
determinati “oggetti”; sono analizzati attraverso modello multidimensionale
(componente cognitiva, affettiva e conativa) oppure unidimensionale (enfasi
alla componente affettiva)
• rappresentazioni sociali (Moscovici,“teoria di medio raggio” alla Merton):
costellazioni di conoscenze e atteggiamenti (schemi) che assolvono alla
duplice funzione di permettere agli individui di orientarsi nell’ambiente
sociale e materiale e di assicurare la comunicazione tra i membri della
società offrendo loro un codice comune per denominare e classificare
(categorizzare) in maniera univoca le componenti del loro mondo; una
rappresentazione sociale è quindi insieme frutto e condizione delle
interazioni sociali; si differenzia dall’ideologia (valori) sia perché non ne ha
la stabilità e la compiutezza teorica, sia perché è l’esito spontaneo del
processo di interazione sociale; e si differenzia da opinioni e da
atteggiamenti perché è una costellazione più complessa e meno
immediatamente definibile (verbalizzabile)
• le rappresentazioni sociali si formano attraverso processi di oggettivazione
(selezione, decontestualizzazione e organizzazione delle informazioni
relative ad un determinato oggetto) e ancoraggio (integrazione dell’oggetto
della rappresentazione nel sistema simbolico, cognitivo e normativo
preesistente)
Il processo di socializzazione: temi, soggetti e modelli (Losito Cap. 7)
• La socializzazione è definibile come il processo attraverso cui vengono trasmesse e apprese la cultura della società in cui si vive e la subcultura del gruppo a cui si appartiene, ovvero
attraverso il quale si è messi nella condizione di apprendere, nell’interazione sociale, le prerogative dei ruoli sociali e gli elementi culturali che definiscono le aspettative ad essi associate
(accezione più circoscritta di cultura propria della sociologia a partire dagli anni ’30, con riferimento specifico alla sfera normativa e simbolica, vs l’accezione “totale” dell’antropologia)
• distinzione tra socializzazione primaria (infanzia e pre-adolescenza) e socializzazione secondaria, con l’adolescenza come fase critica di transizione dall’una all’altra
• agenzie e agenti di socializzazione sono le entità sociali che svolgono funzioni di socializzazione, suddividibili tra agenzie che le svolgono esplicitamente in quanto a ciò espressamente
delegate dalla società (es famiglia, scuola) e altre che le svolgono implicitamente ma non per questo meno efficacemente (gruppi, movimenti sociali, partiti, ecc)
• Il rapporto con le agenzie di socializzazione si svolge all’insegna dell’interazione (con l’eccezione dei mezzi di comunicazione di massa, vedi più sotto, ma in parte già superato)
• L’individuo entra in contatto con molteplici agenzie di socializzazione, a volte in contraddizione tra loro: ne consegue che ciascun individuo è coinvolto in più processi di socializzazione,
che possono essere portatori di istanze diverse e contrastanti, e ciascuno si trova a costruire la propria esperienza sociale all’insegna della mediazione e della negoziazione: la socializzazione
non è quindi un processo lineare
MASS MEDIA E SOCIALIZZAZIONE
• Visioni apocalittiche dei media come
portatori di livellamento e omologazione,
contro visioni integrate degli stessi come
portatori di acculturazione e integrazione
• Anche qui però è oggi prevalente la visione
che l’impatto dei media sia non diretto
(abbandono dell’iniziale “teoria ipodermica”)
ma mediato dalle scelte dell’individuo, che a
loro volta sono frutto delle sue specificità
individuali, di quelle proprie del gruppo cui
appartiene e delle interazioni che si svolgono
al suo interno (ruolo dei leader d‘opinione,
Katz e Lazarfeld 1955)
• Teoria del knowledge gap di Theodore,
Donohue e Olien (1970) secondo cui le
comunicazioni di massa contribuiscono a
riprodurre anziché ad attenuare le differenze
sociali, in quanto le persone hanno percorsi
diversi di fruizione dei media in funzione del
loro status socio-economico, dei loro livelli di
competenza e della qualità della motivazione
alla fruizione: ovvero i media “fanno male” ai
più deboli mentre possono anche “fare bene”
ai più forti
SOCIALIZZAZIONE E DEVIANZA
• Alla visione iniziale (Durkheim) della devianza come patologia sociale, ovvero fenomeno inevitabilmente fonte di disgregazione sociale
conseguente all’anomia (non riconoscimento del valore delle norme sociali), succede nel tempo una visione della stessa come portatrice
anche di cambiamento e evoluzione sociale e comunque anch’essa frutto di processi di socializzazione
• Merton costruisce una “classificazione” della devianza lungo le due dimensioni di accettazione/rifiuto vuoi delle mete proposte dalla
società vuoi dei mezzi legittimi attraverso cui possono essere raggiunte, arrivando così a definire, nella società USA degli anni quaranta,
5 tipi di “adattamento sociale”: conformità (mete+, mezzi+) come adattamento tipico dell’american way of life; innovazione (mete+,
mezzi-) come adattamento tipico di chi socialmente svantaggiato non ha a disposizione i mezzi legittimi per conseguire le mete di cui
condivide la desiderabilità, inclusi i criminali; ritualismo (mete-, mezzi+) come via d’uscita “privata” dalla frustrazione e adattamento
tipico della classe media inferiore; rinuncia (mete-, mezzi-) come adattamento tipico degli emarginati; e infine ribellione (mete e mezzi
+/-, ovvero rifiuto dell’esistente e proposta di alternative) come adattamento propedeutico ad un agire collettivo che può tradursi in
azione politica
• Con il suo collegare devianza e anomia all’appartenenza a diversi classi sociali, Merton si inserisce in un approccio che riferisce la
devianza non più alla patologia ma alla diversità culturale e che si consolida a partire dagli anni ’50
• Sutherland (1934) sottolinea come il comportamento criminale venga appreso nell’interazione con gli altri all’interno di gruppi coesi,
e l’apprendimento riguardi anche gli aspetti motivazionali, di giustificazione e legittimazione del comportamento stesso: ovvero si
diventa devianti per contatto con gruppi devianti e/o mancanza di contatto con gruppi non devianti, quindi socializzazione alla normalità
e socializzazione alla devianza sono processi analoghi, entrambi fondati sulle dinamiche dell’interazione sociale
• Sull’onda dell’interazionismo simbolico e del costruttivismo la devianza viene vista come prodotto sociale, ovvero indotta dalla società
stessa anche per definire in negativo il concetto di normalità
• Negli anni ’60, la labeling theory di Goffman, Becker e Matza afferma come l’individuo venga prima definito deviante e poi, dopo aver
assunto ai suoi stessi occhi il carattere di deviante, diventi effettivamente tale, ovvero come sia lo stigma a produrre la devianza, con
processi progressivi che vanno dalla devianza primaria occasionale alla devianza secondaria permanente e consolidata, e sottolineano il
ruolo delle istituzioni “totali” (carcere, manicomio) nel produrre e riprodurre, attraverso l’etichettamento, quelle stesse forme di
devianza che sono supposte combattere
SOCIALIZZAZIONE E GRUPPI SOCIALI
• I gruppi sociali sono definibili come attori sociali collettivi e non semplici aggregati di individui quando: 1) l’interazione al loro
interno è strutturata da modelli stabiliti; 2) generano e mantengono senso di appartenenza; 3) hanno una loro identità riconosciuta
all’esterno del gruppo, che il gruppo stesso provvede attivamente a mantenere
• Distinzione tra gruppo primario (ampiezza limitata, interazione tra i membri continua e faccia a faccia, informale,
prevalentemente su base affettiva, orientamento comune verso il perseguimento di fini generali sia espliciti che impliciti e
organizzazione fluida, es la famiglia) e gruppi secondari (es le associazioni di diverso tipo)
•Tutti i gruppi esercitano sui propri membri una pressione alla conformità e sono influenti nel processo di costruzione e
mantenimento dell’immagine di sé e dell’autostima; rispetto a questi due aspetti i gruppi primari sono più potenti
• I gruppi primari si differenziano inoltre perché in essi, accanto ad una leadership strumentale operante nella sfera dell’agire
razionale e che è propria anche dei gruppi secondari, si produce spontaneamente anche una leadership espressiva operante nella
sfera affettiva
• I gruppi sociali svolgono una funzione di mediazione dell’influenza sociale proveniente dall’esterno verso i suoi membri, fenomeno
evidenziato a partire dagli anni 20 da numerose ricerche, tra cui la solita di Mayo e al. alla Western Electric (1922-33) e quella di
Lazarfeld e Katz a Decatur(1955) sulle leader di opinione, rifacendosi al concetto di “gatekeeper” di Lewin
I MOVIMENTI SOCIALI
• Menheim (1929): movimento come portatore di
un’utopia (visione non oggettiva della realtà
sociale, in funzione del suo superamento) in
contrapposizione all’ideologia (visione altrettanto
non oggettiva della stessa realtà, ma in funzione
della sua conservazione)
• Ciclo di vita del movimento suddividibile in 4 fasi:
fermento sociale o stato nascente (Alberoni) dove al
leader compete il ruolo di smuovere le acque,
mobilitazione estesa e ricerca di proseliti dove il
leader è portavoce, inizio di un’organizzazione
stabile dove si crea una leadership oligarchica e
vera e propria istituzionalizzazione dove il
movimento entra a far parte della società
La socializzazione come relazione rischiosa + Il sistema educativo nella società complessa (Donati cap. 4)
La socializzazione nello schema
AGIL
A: sistema comportamentale
dell’individuo, mezzi materiali
G: personalità, scopi situazionali,
ruoli
I: sistema sociale, norme sociali
L: riferimento ai valori, cultura
G
A
I
L
Asse referenziale L-G:
esplicita la relazione tra
processo di acculturazione e
processo di costruzione della
personalità e di assunzione
di ruoli specifici nella
organizzazione sociale
Asse strutturale A-I:
esplicita la relazione tra
controllo del sistema
comportamentale e
meccanismi di
integrazione nel sistema
sociale
Modello sfide-risorse del rischio nel processo di socializzazione proiettato sullo schema AGIL
Corto raggio
A
G
Medio raggio
I
Lungo raggio
L
Le fasi della socializzazione
A--G
INFANZIA
L--G
ADOLESCENZA / GIOVINEZZA
L--I
ETÀ ADULTA
3 ambiti di polarizzazione dove si determinano situazioni di rischio
di diversa natura:
• rischio a corto raggio (A-G): trovare un equilibrio tra le risorse
rappresentate dal proprio sistema comportamentale, la propria
“natura” e le sfide implicate dalla costruzione di un’identità
stabile e di ruoli sociali
• rischio a medio raggio (L-G): trovare un equilibrio tra le risorse
rappresentate dal proprio sistema culturale e valoriale di
riferimento e le sfide di cui sopra
• rischio a lungo raggio (L-I): trovare un equilibrio tra le risorse
culturali e valoriali di cui si dispone e le norme della società
Socializzazione come processo educativo
Nella prospettiva relazionale la socializzazione è e rimane
(deve tornare ad essere) educazione (vs la posizione
opposta, ad es Luhmann: socializzazione come pura
comunicazione), ovvero un fatto primariamente normativo,
una “questione di ethos” . Questo significa:
• distinguere, operare selezioni tra sfide di diverso livello
• stabilire gerarchie di priorità: ad esempio privilegiare tra
le risorse i valori (L) rispetto ai bisogni psico-fisici e ai beni
materiali (A), e tra le sfide quelle che promuovono un bene
comune relazionale (I) rispetto a quelle che generano pura
autorealizzazione (G)
Comunque W il papa!
Oramai sorpassata la distinzione classica tra
socializzazione primaria e secondaria, nella
prospettiva relazionale occorre ripensare la
situazione attuale sia per quanto riguarda
l’equivalenza di significati tra educazione e
istruzione (dove quindi l’educazione è
demandata dalla famiglia alla scuola), sia per
quanto riguarda la separatezza dei diversi attori,
per ri-configurare la socializzazione come
processo educativo quale risulta dall’interazione
di una “rete di agenzie di socializzazione” che
stringono un “patto educativo”, dove gli attori
siano in relazione tra loro e si organizzino
secondo un principio della sussidiarietà
(intervento di unità di livello superiore solo in
supporto e non i sostituzione di quelle di ordine
inferiore) e dove:
• la famiglia riacquisti centralità come motore
del “progetto educativo” che riguarda il bambino
• la scuola riacquisti vitalità guardando
anch’essa al bambino come persona in toto
• le istituzione pubbliche svolgano il ruolo di
garanti
• ci sia spazio e ruolo per le associazioni, il terzo
settore (e la scuola cattolica!)
ISTITUZIONI
PUBBLICHE
AUTONOMIA
DELLA
FAMIGLIA
“patto
educativo”
ASSOCIAZIONI
AUTONOMIA
DELLA
SCUOLA
La dimensione comunicativa della società (Donati Cap. 5)
TEORIE DELLA COMUNICAZIONE
• SPENCER 1873, organicismo, funzionalità sociale della
comunicazione: parallelo tra vie di comunicazione fisiche (strade,
ferrovie) per la distribuzione dei beni, e mezzi di comunicazione
(poste, telegrafo, ag. Di stampa) per la gestione delle relazioni
tra le parti
• COOLEY 1901: distinzione tra gruppo primario e gruppo
secondario, basi per lo studio etnografico delle interazioni
simboliche tra individui
• SIMMEL 1917,: il suo approccio formalista pone le premesse per
lo studio delle interazioni e dei fenomeni comunicativi che
saranno propri dell’interazionismo simbolico e della psicologia
sociale
• INTERAZIONISMO SIMBOLICO 1969: approccio alla realtà come
costruzione sociale (invece che oggettivamente data) e alla
dimensione di senso come costruzione comune (invece che
prerogativa intenzionale del soggetto) sottolinea ruolo centrale
della comunicazione: “il veicolo più importante della
preservazione della realtà è la conversazione” (BERGER
LUCKMANN)
• GOFFMANN, 1969: concezione drammaturgica della scena
sociale focalizza gli aspetti della comunicazione relativi
all’interazione faccia a faccia
• ETNOMETODOLOGIA, GARFINKEL (allievo di Parsons):
l’appartenenza ad un gruppo sociale è definita proprio dalla
“competenza” per lo scambio comunicativo -> il sociale risulta
dall’azione dei singoli nel dare senso all’agire quotidiano, lo
schema comunicativo sostituisce quello dell’azione
• TEORIA MATEMATICA (SHANNON e WIENER), 1948: propone
concezione lineare ella comunicazione: Emittente -> Mezzo
(codifica) -> Canale (trasmissione) -> Ricevitore (decodifica) ->
Destinatario; Wiener (cibernetica) e/o (non si capisce) “collegio
invisibile” (Palo Alto) focalizzano ruolo del feedback, vuoi
negativo (aumenta la variabilità o deviazioni), vuoi positivo
(riduce)
• SCUOLA DI PALO ALTO - BATESON, HALL, WATZLAVICK, 1959,
1971: il comportamento non ha un suo opposto, ovvero non è
possibile non avere un comportamento + l’intero comportamento
ha valore di messaggio, ovvero è comunicazione = non si può non
comunicare -> studio della comunicazione non verbale, nuovi
approcci teorici alla comunicazione, nuove metodologie
terapeutiche
• HABERMAS 1981: dalla ragione strumentale che presiede l’agire
strategico, alla razionalità intrinseca dell’agire comunicativo che
consente l’unione nella comunicazione di soggetti contrapposti
• LUHMANN1992: comunicazione come sistema autopoietico, la
società non consiste in niente altro che comunicazioni
Se la relazione può essere pensata come conduttore di significati simbolici, allora la comunicazione è
quella operazione specifica, costituita dalla sintesi di tre selezioni – emissione, informazione e
ricezione – che qualifica simbolicamente la relazione (e ho detto tutto!)
MODELLI
• modello STRUTTURAL-FUNZIONALISTA: presuppone soggetto umano come dotato di capacità
simboliche, la comunicazione è funzionale a veicolare e perpetrare la cultura
• modello COSTRUTTIVISTA e NEO-FUNZIONALISTA: comunicazione come sistema a sé, è la
comunicazione che genera e costruisce la cultura
• modello RELAZIONALE: non vuole cadere né nel funzionalismo del primo modello, né nel
“meccanismo antiumanicistico” del secondo, applica alla comunicazione il modello AGIL,
considerandola nella relazione chi instaura tra mezzi tecnici (A), scopi situazionali (G), forme in cui
si organizza (I) e valori che sottende (L)
G
(funzione di raggiungimento
• il nesso cultura-comunicazione diventa
scopi situazionali)
cioè sempre più
A
I
“relazionale” e,
Funzione di adattamento
Funzione integrativa (forme del
per questa via,
(mezzi, ovvero strumenti:
riferimento che dis/connette)
linguistici, visuali, ecc)
ma che …zo stai a di’?
rende la nostra società
L
più complessa, più difficile
Funzione mantenimento modello
da capire e da agire, ma anche
latente (valori, definiti in
più ricca di possibilità (Donati)
relazione alla cultura)
• ampia gamma variabilità
della densità relazionale
della comunicazione,
a seconda dei livelli a cui
si svolge il processo
di comunicazione (Mc Quail)
c.
c.
c.
c.
c.
c.
società (es: comunicazioni di massa)
Istituzione o organizzazione (es: impresa)
gruppo o associazione (es: comunità locale)
Interna al gruppo (es: famiglia)
Interpersonale (es: coppia)
Intrapersonale (elaborazione informazioni)
pochi casi
molti casi
COMUNICAZIONE E SVILUPPO DELLE SOCIETA’
• Sviluppo della comunicazione considerato come intreccio fra le componenti simboliche (codici
che la cultura del gruppo ha via via elaborato, L-A-I ?) e quelle di adattamento/difesa nei confronti
dell’ambiente (G-A-I ?)
• Comunicazione verbale costituisce la base comunicativa della società; società a oralità primaria
caratterizzate dalla centralità della relazione interpersonale, dato che la comunicazione può
avvenire solo faccia a faccia e anche la memoria nel tempo è affidata a persone (saggi, anziani) ->
l’oralità ha una base essenzialmente comunitaria
• Scrittura è “il nostro primo mass-medium dopo il linguaggio”; società letterarie caratterizzate da
nuove possibilità di astrazione/speculazione (la mente è liberata dal compito di dover anche tutto
ricordare) e individualizzazione (accesso al sapere non necessita più di relazioni interpersonali)
• Era elettrico-elettronica fonde insieme oralità e scrittura; oralità “secondaria” caratterizzata da
simultaneità temporale, estroversione e contestualizzata nel mondo del suono, globalizzazione
Cultura e religione (Donati cap. 3)
• Concetto di cultura (Kultur) in senso sociologico risale all’800, quando
viene scisso da quello di “formazione” individuale (Bildung)
• Simmel 1908 e 1911, tragedia e paradosso della cultura: la cultura
nasce da un primo dualismo “soggetto-oggetto” che oppone l’uomo alla
natura (ovvero è l’insieme di artefatti grazie ai quali l’uomo assicura la
propria sopravvivenza attraverso il dominio sulla natura); ma
immediatamente la cultura “si dota di vita propria”, ovvero viene a
generarsi un secondo dualismo soggetto-oggetto, che oppone il soggetto
ai propri oggetti culturali
•Da qui dicotomia tra Kultur (attività soggettive intrinsecamente
variabili e libere, “il corpo vivo di un’anima”) e Zivilasation (attività
oggettive, burocratiche,tecnico-economiche, il cui carattere è dato
dalla continua accumulazione e irreversibilità, “la mummia”); apparato
scientifico-tecnologico delle società moderne e poi contemporanea visto
sempre più come male, critiche portate all’estremo dalla scuola
francorfortese (Adorno: negazione da parte della società moderna
dell’autonomia, spontaneità e critica, che sono elementi costituitivi
della cultura); tecnica non più concepibile come mezzo per perseguire
un fine, ma diventa fine in sé
• Punti d’approdo del conflitto da un lato il funzionalismo sistemico
luhmanniano (il problema non si pone proprio più, nel senso che il
progresso tecnico scientifico procede per strade sue proprie, senza che
vi sia più alcuna possibilità di connetterlo a principi di ordine etico in
quanto etica e tecnica sono, al pari da ogni altro sistema sociale, chiusi
e autonomi l’uno rispetto all’altro) e dall’altro l’ecologismo radicale
(ritorno alla natura, buona in sé)
• Paradigma relazionale vuole anche qui stabilire nuove relazioni, ovvero
vede nel riconoscimento della relazione che lega l’uomo alla natura il
punto da cui partire non per rinunciare al dominio sulla natura ma per
stabilire ad esso dei limiti
• Riconoscere cioè che la natura è quindi non solo un fine per noi ma
anche un fine in sé, permette (non si sa come) di reintrodurre nella
tecnica lo schema fine-mezzi, e di recuperare una normatività “umana”
alla quale devono sottostare la tecnica e l’intero processo di
civilizzazione
• Allo stesso modo va compreso che “se tutta la cultura è collocata in
strutture, tutta la struttura è anche gravida di cultura” (Berger), ovvero
va ri-riconosciuta la relazione creativa che esiste tra società e cultura,
riscattando la cultura dal ruolo di “ancella” della struttura a cui viene
relegata sia nella prospettiva marxiana (schema strutturasovrastruttura), sia in quella funzionalista durkheimiana ma anche
parsoniana e luhmaniana (cultura come mezzo attraverso cui la società
mantiene il proprio ordine, o comunque come semplice componente o
“correlato” della struttura)
• Allo stesso modo la sociologia relazionale propone un recupero della relazione fra
società e religione, nella sua dimensione originaria e inderivabile ovvero non
riducibile alle sue mere funzioni sociali (che pure chiaramente esistono)
• La religione viene definita come “espressione della cultura del nostro rapporto con
ciò che non dipende da noi“ (Luebbe), cioè ciò che “è indisponibile” in quanto tale, e
il cui valore va riscoperto e salvaguardato
• Questo perché, andando oltre la visione laica della società, la religione così intesa
viene vista quale fondamento imprescindibile delle liberal-democrazie (“lo stato
liberale vive di presupposti che da solo non è in grado di garantire” Boeckenfoerde vedi dichiarazione d’indipendenza americana)
• La nostra società è quindi in relazione con la religione, ed in particolare con la
religione cristiana, e tale relazione va salvaguardata anche a motivo del suo valore
integrativo, a fronte del “deficit strutturale d’integrazione” che contraddistingue
una società a differenziazione sempre crescente
• Occorre cioè riscoprire la dimensione “civile” della religione, non come nuova
“religione civile” che vada a sostituire la religione tradizionale, ma al contrario
proprio come religione “pura” nettamente separata dall’agire sociale ma che al
contempo ne costituisce il sostrato, il presupposto e “l’argine” (W il papa!)
• Secondo la sociologia relazionale tale coscienza delle proprie radici anche religiose,
unita alla capacità di “distanziarsi” dalla propria cultura ed insieme continuare a
rimanere fedeli ad essa e alla lucidità nel capire che ogni cultura, compresa la nostra,
ha istanze “missionarie”, costituiscono i presupposti per un “multiculturalismo
relazionale”, cioè non viziato, dopo l’etnocentrismo del passato, dall’indifferentismo
attuale (se tutto è diverso e tutto è possibile, tutto è anche indifferente e non vi è
ragione di rapportarsi con l’altro)
• Per la sociologia relazionale occorre quindi uscire sia dalla logico moderna
dell’assimilazione che da quella post-moderna dell’indifferenza, sapendo comunque
che il dialogo tra culture diverse è tanto necessario quanto difficile, poiché si tratta
di un dialogo che non può mai essere pienamente “aperto”: ciascuna parte non è (né
può, né deve essere) capace di fare pienamente propria la visione dell’altro
• La prospettiva relazionale auspicata è quella in cui ciascuna parte si arricchisce
grazie all’incontro con l’altro perché solo dall’incontro con l’altro ricava nuovi
elementi che possono aiutarla ad approfondire e articolare la propria visione
• Il confronto sarà tanto più agevole quanto più una cultura disporrà delle risorse
necessarie per guadagnare una prospettiva capace di ammettere anche altri orizzonti
come possibili, e sotto questo profilo non tutte le culture sono sullo stesso piano
• Nonostante le difficoltà, le basi che rendono questo incontro possibile sono due: da
un lato il fatto che apparteniamo tutti alla stessa specie umana, dall’altro lato il
fatto che “concetti come verità, razionalità e giustificazione svolgono il medesimo
ruolo grammaticale in ogni comunità linguistica, anche se vengono diversamente
interpretati e applicati secondo criteri diversi” (Habermas) che mica si capisce
granché cosa voglia dire
Le istituzioni sociali
Le istituzioni sociali sono relazioni sociali che si sviluppano come processi di
oggettivizzazione:
- lungo l’asse strutturale (religo) come vincolo all’azione e come regolarità del
comportamento
- lungo l’asse dell’attribuzione di senso (refero) come convenzioni cognitive e come norme
regolative dei comportamenti in termine della loro conformità ai valori
Sono principi regolativi che organizzano la maggior parte delle attività degli individui, e i
punti focali fondamentali dell’organizzazione sociale
Non si identificano né con le organizzazioni né con i gruppi, anche se on ogni società vi
sono gruppi e ruoli definiti che si occupano prevalentemente di ciascuna delle maggiori
aree istituzionali: famiglia e parentela, educazione/istruzione, economia, politica,
cultura….
GENESI
•problema dell’uovo e della gallina: non esiste forma sociale che
non produca istituzioni, e non esistono istituzioni che non
influenzino la forma sociale
•genesi di una nuova istituzione come conseguenza di interazioni
sociali, all’insegna vuoi della discontinuità (stato nascente,
centralità del concetto di carisma), vuoi dell’accumulo di attività di
bricolage istituzionale (ri-assemblaggio di pezzi pre-esistenti) che,
oltrepassata una soglia critica, produce una differenza qualitativa
• il processo di istituzionalizzazione presuppone l’emergere da un
lato di “imprenditori istituzionali” (élite) e dall’altro di persone
interessate a “offrire” qualcosa (in senso materiale o simbolico)
perché l’attività di costruzione venga compiuta
Caratteristiche delle élite:
• orientamenti culturali
• tipi di élite (politiche, culturali) e loro struttura
Orientamenti
culturali generali
G
componente di convenzione cognitiva:
istituzioni come elementi costitutivi della
realtà sociale (interazionismo simbolico) –
funzione di raggiungimento degli scopi
situazionali
A
componente giuridicoformale: istituzioni
come vincoli all’azione –
funzione di adattamento
Ambiente
pre-sociale
(biosfera)
Modo di esercitare il
controllo sulle risorse
fondamentali della
società
Caratteristiche
strutturali delle sfere
istituzionali
AUTODISTRUZIONE
AUTORIPRODUZIONE
INTERAZIONE
CARISMA
BRICOLAGE
Elaborazione (strutturale,
culturale, dei gruppi)
RIPRODUZIONE
ELABORAZIONE
cumulativa
(continua)
Istituzionalizzazione di
confini sociali complessi
Modalità di differenziazione sociale
e dinamica istituzionale
I
componente strutturale:
Istituzioni come modelli di
comportamento validi e persistenti
(Weber) – funzione integrativa
TRASFORMAZIONE
• il sociale è di per sé processuale, quindi la distinzione cambiamento /
riproduzione non coincide con quella dinamico/statico: il sociale è dinamico anche
quando non produce cambiamento propriamente detto
• se il sociale è relazione, il cambiamento è definibile come un “modo diverso di
relazionare le relazioni” (oh, yes!)
• i fattori di cambiamento possono essere esogeni (ad es tecnologia, risorse) o
endogeni (ad es meccanismi competitivi – innovazione e assorbimento, oppure
imitativi –permeabilità istituzionale), ma anche il mutamento generato da cause
esterne è mediato da fattori interni, poiché interpretazioni e risposte dipendono da
mappe cognitive e normative degli attori
• il cambiamento è inerente alla natura stessa dei processi di istituzionalizzazione
(che non sono mai “compiuti”) e al funzionamento dei processi istituzionali
• il cambiamento è l’effetto emergente dell’interazione complessa tra strutture
(regolarità indipendenti dalla volontà degli individui) e l’elaborazione attiva
compiuta dagli individui stessi
Condizionamento istituzionale
(strutturale, culturale, dell’agire)
Attività delle élite:
• articolazione dei confini della
collettività (identità)
• regolazione del potere
• costruzione del significato
• costruzione della fiducia
L
componente prescrittiva:
istituzioni come principi
regolativi dell’azione sociale
(Parsons) – funzione di
mantenimento del modello
latente
Ambiente
meta-sociale
(sistema telico)
Elite (caratteri
culturali e strutturali)
“catastrofica”
(discontinua)
Dimensioni cognitiva,
normativa, formale,
strutturale
Merton, 1949: “L’europeo immagina, l’americano osserva”
Mills; 1959: “Sociologia è uguale a immaginazione sociologica più IBM”
Metodologia della ricerca sociale (Losito cap. 8)
Tipo di informazioni
raccolte
Procedure di analisi
Matrice dati
e analisi
statistica
Controllo
Ricerca
quantitativa
Standardizzate, in grado di
garantire un grado
sufficiente di omogeneità
della rilevazione
Ricorso a definizioni
operative per la
costruzione di
variabili
Sì
Ispezionabilità,
accessibilità della
base empirica
Ricerca
qualitativa
Non standardizzate,
relative a “casi tipici”
Procedure di analisi
informali
No
“Densità”
Procedimento in quattro fasi per la costruzione delle variabili a
partire dalle proprietà (Lazarsfeld, 1958)
I
Raffigurazione della proprietà considerata mediante un concetto e
corrispondente definizione lessicale: necessità di esplicitare il
significato attribuito alla proprietà rispetto a istanze teoriche e
contesto empirico (ispezionabilità) + possibilità d costruire una
definizione operativa. Più la proprietà è complessa, più alto è il livello
di astrazione del concetto corrispondente
2
Specificazione del concetto: più il concetto è astratto, più occorre
specificarlo attraverso un’analisi dimensionale, per individuarne le
dimensioni o aspetti che possono essere considerati più significativi,
ed eventualmente ulteriori sottodimensioni.
Ciascuna dimensione rappresenta un’area semantica particolare tra
quelle che concorrono alla determinazione del significato del concetto
3
Scelta degli indicatori del concetto / delle sue dimensioni: un
indicatore empirico è una proprietà semplice raffigurabile tramite un
concetto che, per il suo più basso livello di astrazione, consente un
passaggio diretto alla definizione operativa
Gli indicatori sono relativi: il loro uso in contesti diversi da quelli in
relazione ai quali sono stati originariamente stabiliti può essere fonte
di distorsioni e errore
4
Eventuale costruzione di un indice: nel caso in cui gli indicatori siano
proprietà tradotte in variabili categoriali ordinate, i valori numerici
attribuiti alle modalità possono essere utilizzati per la costruzione di
un indice – nei casi più semplici per somma – che rappresenta la sintesi
quantitativa, per ognuno dei casi considerati, dei dati relativi alle
diverse variabili utilizzate come indicatori
Per poter essere oggetto di ricerca (quantitativa) una PROPRIETA’ (dal genere ad un atteggiamento):
1. deve variare, ovvero possedere più di uno stato
2. deve poter essere trasformata in una variabile di ricerca attraverso una definizione operativa
Si distingue fra proprietà
categoriali
1. non
ordinate, es:
genere
2. ordinate
es: titolo di studio
Presentano un
numero finito e
generalmente
limitato di stati
non ordinabili
lungo una
determinata
dimensione
concettuale
Presentano un
numero finito e
generalmente
limitato di stati
ordinabili lungo
una determinata
dimensione
concettuale
Valore
numerico
convenzionale
Possibilità di
stabile relazioni
di uguaglianzadiversità tra i
casi rispetto
alla proprietà
Attribuzione dei
valori alle
modalità secondo
l’ordinamento, in
una successione
monotonica dei
valori stessi
Possibilità di
stabilire, oltre a
relazioni di
uguaglianzadiversità, anche
relazioni del tipo
maggiore-minore
3. con stati
enumerabili
es: numero di
persone in cerca
di prima
occupazione
I suoi stati
consistono nel
numero di
determinati
elementi o eventi
con i quali la
proprietà stessa è
in relazione
Valore = conteggio
degli elementi o
eventi,
corrisponde a un
numero intero
continue
4. misurabili
es:atteggiamenti,
valutazioni lungo
assi semantici
5. non misurabili
es: livello di
soddisfazione,
grado di accordo
Possono assumere
infiniti stati lungo
un continuum, sul
quale occupano
una posizione che
corrisponde ad un
numero reale (con
infinite cifre), ma
per esse è
disponibile /
concepibile
un’unità di misura
convenzionale
Possono assumere
infiniti stati lungo un
continuum, ma per
esse non è
disponibile /
concepibile un’unità
di misura
convenzionale
Assegnazione ad
ogni caso di un
valore (numero
intero o decimale)
che corrisponde
all’approssimazion
e del numero
reale, sulla base di
un’unità di misra
convenzionale(es
scale Thurnstone,
assi semantici)
Ricorso a tecniche di
differenziazione
scalare (scaling):
associazione a
ciascuna modalità di
un numero cardinale
in relazione
monotonica diretta
con l’ordine delle
modalità stesse (es
scale di accordo,
soddisfazione, scale
sommatorie e
Lickert)
VALIDITÀ – non può essere dimostrata, ma solo stimata
• di un concetto e della sua definizione operativa: attiene alla sua efficacia
/ utilità conoscitiva, ovvero al rapporto del concetto con la definizione
operativa e non con la proprietà che rappresenta (ogni concetto
rappresenta comunque la proprietà in modo parziale, operando una
inevitabile riduzione di complessità – Weber)
• di un indicatore: attiene alla sua relazione con il concetto, ovvero alla
corrispondenza tra il suo significato e il significato del concetto che
rappresenta la proprietà originaria; ogni indicatore non è mai
completamente valido, poiché è composto di una parte indicante
(contenuto semantico comune con il concetto generale relativo alla
proprietà originaria), ma anche di una parte estranea; più la parte
indicante è ampia, più l’indicatore è valido rispetto al concetto; questo
comunque rende opportuno l’uso di più indicatori per uno stesso concetto;
più due indicatori sono congruenti, più sono intercambiabili
AFFIDABILITÀ DI UNA DEFINIZIONE OPERATIVA:
• attiene alla fedeltà dei dati che genera, cioè alla misura in cui
corrispondono agli stati effettivi della proprietà considerata
• anch’essa può solo essere stimata, attraverso “indizi” che possono essere
intrasoggettivi (test-ritest) e intersoggettivi (test-test)
Metodologia della ricerca sociale (Losito cap. 8 e 9)
CLASSIFICAZIONE:
- operazione intellettuale per cui l’estensione di un
concetto è divisa in un certo numero di classi o categorie
- risultato di tale operazione, ovvero elenco di classi
- procedimento con cui ogni singolo oggetto di un insieme è
assegnato ad una classe
REGOLE DI CLASSIFICAZIONE
- unicità del criterio in base a cui i casi vengono attribuiti
alle classi
- esaustività dell’insieme di categorie
- mutua esclusività delle categorie
MISURAZIONE
• propriamente possibile solo nel caso di variabili continue
appunto misurabili, ovvero per le quali è possibile stabilire ed
utilizzare un’unità di misura convenzionale
• nelle scienze sociali è invalso un uso più estensivo del termine
che, riprendendo le indicazioni di Stevens 1946, distingue
“scale di misura” categoriali, ordinali, a intervalli variabili e a
rapporti variabili
• L. invece considera propriamente strumenti di misura solo le
scale a intervalli e le scale cardinali, costruite per proprietà
continue; mentre per le proprietà discrete la definizione
operativa implica non la misurazione, ma il conteggio
SCALE
• scale ordinali, possono essere di due tipi: per
somma (scelta dicotomica accordo/disaccordo) o di
Lickert (scelta per livello di accordo / disaccordo – e
successiva somma; numero di livelli variabili;
dibattito se sia una scala a intervalli o meno, per L.
no)
• scale a intervalli (sia pure non esattamente
equivalenti): scala Thurnstone - successiva media
1. Definizione del problema
oggetto d’indagine
Per esplicitare le premesse, scientifiche e non, in riferimento alle quali il ricercatore ha effettuate la sua scelta, rendendo ragione della scelta e
legittimandola (Weber)
2. Costruzione del disegno di
ricerca e formulazione delle
ipotesi
Il disegno di ricerca deve includere l’insieme delle proprietà da
prendere in considerazione, le eventuali ipotesi in merito alle
relazioni tra queste proprietà, un piano per la costruzione delle
variabili e per l’analisi dei dati
Viene specificata l’associazione ad ogni proprietà del suo concetto
e relativa definizione lessicale, l’analisi dimensionale del concetto,
scelta degli indicatori
Spesso necessaria una preliminare ricerca di sfondo, che
tipicamente consta di una fase di documentazione e una di ricerca
sul campo di tipo qualitativo, con osservazione anche partecipante
3. Definizione del campo di
osservazione e del
campionamento
La definizione del campo di
osservazione è concetto di
tipo spaziale e richiede la
preliminare definizione di
qual è la realtà sociale
che, in funzione delle
ipotesi di ricerca, si vuole
studiare – es scelta di
Decatur, cittadina “media”
USA, da parte di Lazarfeld
4. Costruzione degli
strumenti di rilevazione e
raccolta delle informazioni
Intervista libera o non direttiva:
minimo livello di
standardizzazione; consiste nel
proporre all’intervistato un dato
argomento che l’intervistato
potrà svolgere come meglio crede
5. Controllo e codifica delle
informazioni e costruzione
della matrice dati
6. Analisi dei dati e
interpretazione dei risultati
Ipotesi formulate a basso livello di specificità
-> disegni prevalentemente descrittivi , con
finalità esplorative
Ipotesi formulate ad alto livello di
specificità -> disegni
prevalentemente esplicativi, con
finalità verificative
Più le ipotesi sono formulate nell’ambito di una teoria o almeno di istanze teoriche
provvisorie, maggiori lo spessore e la portata conoscitiva; inoltre la formulazione
delle ipotesi deve: 1. portare ad una esplicitazione del concetto tale da consentire
la traduzione in variabili mediante una definizione operativa delle proprietà
associate all’ipotesi ; 2. prevedere relazioni tra le proprietà tale da poter essere
studiata con procedure di analisi dei dati adeguate e disponibili
La probabilità di ogni elemento costitutivo dell’universo di entrare a far parte del campione…
… è nota (lista di campionamento) -> campionamento
probabilistico
- campione casuale semplice
- campione casuale stratificato, rispetto a una più variabili
stratificanti solitamente socio-demografiche; la stratificazione
è proporzionale, oppure non proporzionale (sovracampionamento) quando uno o più strati se rispettassero la
proporzione che presentano dell’universo sarebbero troppo
esigui nel campione
Intervista guidata:
viene utilizzata un a
traccia dei principali
punti da sollecitare
all’intervistato
Intervista focalizzata: è
finalizzata alla raccolta
di informazioni
circoscritte ad un
determinato evento
/argomento; traccia più
analitica e articolata
Domande aperte richiedono post-codifica, domande chiuse sono pre- codificate
… non è nota -> campionamento non probabilistico
-campione per quote: equivale al campione stratificato,
ma la scelta dei casi in ciascuna stratificazione è
affidata all’intervistatore (scelta non casuale ma
accidentale)
- campione a valanga:individuato un piccolo gruppo di
soggetti con caratteristiche idonee, li si usa anche come
contatti con soggetti con caratteristiche analoghe, e
così via
Intervista con questionario:
massimo livello di
standardizzazione
- a domande aperte
- a domande chiuse – scelta
obbligata o scelta multipla
- a domande aperte e chiuse
Faccia a faccia
Intervista telefonica
Questionario auto- compilato
Scarica

Presentazione di PowerPoint