opinioni sotto le righe
di sergio f. giampaoli
Non ci bastava la tragedia della “Costa Concordia” naufragata (per un
maledetto inchino) davanti all’isola
del Giglio la sera del 13 gennaio. Ci
mancava l’assedio dei Tir con la rivolta dei “forconi” iniziato in Sicilia e
poi continuato sulle autostrade. Certamente legittimo, come ogni altra
manifestazione, ha però complicato i
rifornimenti di alimentari nei supermercati e ai distributori la benzina. E
adesso, che seppur a fatica, avevamo
digerito per amor di patria la cosidetta manovra, ci siamo trovati coinvolti
in una gelata. A detta degli esperti,
non se ne vedeva una così da decenni.
Anche la neve si ripresentata. Speriamo non sia un appuntamento che si
rinnova ogni inverno. Bella, ma non
per noi.
Come inizio dell’anno, non c’è male
(si fa per dire). Dopo lo stop natalizio,
la giunta ha deliberato che le telecamere rimarranno ancora spente a tutto
febbraio. Mentre tutti aspettiamo la
primavera in mare, le forze politiche si
stanno attrezzando per la prossima
competizione elettorale di primavera.
Alcune hanno già deciso chi dovrà
correre da leader. Noi cittadini seguiamo con interesse il gioco dei nomi. Attendiamo però, di conoscere i
programmi sui quali decideremo le
nostre scelte. E non sarà facile.
Ciao, alla prossima
N° 34 (febbraio 2012)
responsabile sergio f. giampaoli (gfs)
hanno collaborato:
colombo bongiovanni, gino cabano,
enrico calzolari, alfredo lupi (sio-cà)
nera meucci, gabriella molli,
raimodo pagano, roberto zambelli
C
Caalleennddaarriioo ddeellllee ggiittee ttuurriissttiicchhee ee ddeeii ssooggggiioorrnnii m
maarree -- m
moonnttaaggnnaa
2011
Cartellone in allestimento
La direzione Auser prega di prenotarsi per tempo. La responsabile è
la sig.ra Mida (338.4932066).
Aspettando l’8 marzo
Graziella Ghidoni: quando l’impronta della guerra diventa un valore
(testo raccolto da gabriella molli)
La forza delle cose. Aver respirato da ragazza
il clima d’ansia e di sofferenza della guerra,
aver superato le inevitabili amarezze dì quando si vedono sparire giovani vite. Graziella
Ghidoni è un esempio di donna che non si è
fatta schiacciare dalla forza delle cose. Si è
prefissata obiettivi ben precisi e ha scelto di
fare il mestiere difficile (il medico).
D. Quanto ha lottato per dare un senso alla
sua vita e quanto l’ha aiutata la gente che le
stava attorno?
R. Senza darmi delle arie, credo di aver dato
un senso almeno in due modi: la mia professione di medico pediatra e l’impegno politico
istituzionale svolto nel mio paese. La mia attività politica è cresciuta e maturata
nell’ambito familiare (devo dire grazie al
clima di affetti che mi ha circondato). Sono
stata più volte consigliere e assessore. Nel
1964 mi è stata offerta da un’ alta personalità
dell’allora partito comunista la candidatura
al parlamento nazionale. Rifiutai, perché intendevo svolgere la mia professione di medico.
D. Come era la sua vita a scuola?
R. Purtroppo la mia frequentazione della
scuola è avvenuta nel periodo bellico, con
tutte le conseguenze che ne derivano, con i
disagi e le paure e anche il sapore dell’ amarezza. A distanza di tempo, però, ritengo che
siano state tutte esperienze che mi hanno
formato il carattere perché ho fatto il liceo
classico a Spezia e l’università a Pisa, dove
mi sono laureata nel 1960.
D. Quanto ha contato la figura di suo padre
nelle sue scelte?
R. Quando mio padre fu arrestato nel
1936 e successivamente confinato
all’isola di Ponza per cinque anni come
antifascista, ero troppo piccola. Ho cominciato a conoscerlo in seguito a una
visita concessa a mia madre nel novembre del 1938. Poi successivamente nel
1939 lo abbiamo raggiunto nella nuova
destinazione di confino in Lucania (oggi
Basilicata) dove ho frequentato la seconda elementare e parte della terza. In
quell’occasione ho veramente cominciato a capire e conoscere mio padre nella
sua coerenza e determinazione. Nel periodo del confino la figura di mia madre
e degli altri famigliari ha sostituito quella di mio padre.
D. Il clima della guerra ha avuto un riflesso sul modo di concepire la vita e la
gente che le stava accanto?
R. Sì. Proprio durante la guerra ho imparato a conoscere le persone nel disagio
e nel pericolo e ad apprezzarne lo spirito
di solidarietà.
D. Come si divertiva da ragazza? La
guerra ha pesato più sui ragazzi o sulle
ragazze?
R. Mi piaceva il gruppo. Ho praticato
sport (pallacanestro), facevo parte della
Schola cantorum della chiesa di S. Francesco, diretta dalla signora Cassina. E in
più recitavo assieme a una piccola compagnia. Direi che ragazzi e ragazze abbiano in egual misura ricevuto dalla
guerra un’impronta indelebile.
D. Cosa ha da dire alle ragazze di oggi?
R. Non mi sento presuntuosa a tal punto
di esprimere un giudizio che prevede
l’analisi di molte sfaccettature. Dirò soltanto, che mi sembra corrano un po’
troppo veloci. Sempre alla ricerca di una
esasperata affermazione in tutti i campi.
Forse dimenticando quanto sia importante apprezzare le piccole cose raggiunte con fatica. Ecco cosa mi sento dire alle ragazze di oggi: rallentando un pochino si impara a gustare in meglio la vita.
Carnevale…così era
Una volta…c’era anche il pane
di colombo bongiovanni
C’è un proverbio lericino che recita: Ar desasete de senae la comensa ‘r carnevae.
Giorno importante questo 17 gennaio! Si direbbe che viene considerato come un momento di trapasso stagionale, mentre invece
deve ancora passare “fevrae curto peso d’en
turco”: Di fatto è la data di avvio del periodo che dovrebbe essere il più spensierato e
allegro e che dura fino al martedì grasso.
Giorno che precede il mercoledì delle ceneri
col quale ha inizio la quaresima. A Lerici il
carnevale è sempre stato vissuto come un
avvenimento molto importante, capace di
interrompere per un po’ la monotomia della
vita paesana. Era tutta una festa. Nelle serate dei giorni feriali la gente – ragazzi, giovanotti e anche adulti – sfilava mascherata
per le vie cittadine. “Tragià” diventava il
tratto di maggiore affollamento. A una
cert’ora tutti al Goldoni. Venivano sospese
le proiezioni cinematografiche per lasciare
il posto alle serate danzanti che toccavano
le ore piccole. Si alternavano al pianoforte
valenti maestri: Riccardo Cerliani, Giacomo
de Biasi e Ovidio Cresci. Giacò sfornava
una nuova canzonetta carnevalesca ogni anno. Nel carnevale del 1922 ha conosciuto il
successo “ Povio mondo” (testo di Luigi
Spagnol completato da Cesare Crocini e
musica di Ovidio Cresci. Nel carnevale del
1926 Lipa ‘r candidato (versi di Colombo
Monguidi e musica di Giacomo De Biasi).
Le mamme si piazzavano nella galleria per
controllare la situazione e qualcuna di loro
nutriva la segreta speranza che giungesse
per la figlia in età da marito (magari non
particolarmente attraente) la tanta sospirata
volta buona del fidanzamento. Il sabato e la
domenica c’era la sfilata dei carri allegorici.
Sono rimaste famose quelle del primo quarto del secolo ventesimo, nelle quali i personaggi del momernto si improvvisavano attori e davano vita a scenette che è poco definire gustose. I più applauditi erano Lipa
(Gaetano Pagano) e il mitico Gigin. Bisognava vederli e ascoltarli quando assisi uno
di fronte all’altro al centro del carro dissertavano dei problemi allora all’ordine del
giorno: l’assenza delle latrine da gran parte
delle case e la conseguente usanza d’andae
a svacae a seceta ‘n t’ì siti o ‘n t’er canae,
che faceva auspicare le comodità dei cessi
inglesi. Poi l’aiguedoto e ‘r tranvai de Paciarìn. Nella festa era tutto il paese a essere
coinvolto: gli usci delle case diventavano
piccole sale da ballo e nessun inquilino se la
sentiva di protestare. In fondo erano cose
fatte con tanta semplicità e bonaria ironia. E
nascevano delle belle amicizie oltre a qualche fidanzamento. Si dirà che a quei tempi
era tutto più facile: non c’era la televisione
e uscire di casa la sera acquistava il sapore
del grande avvenimento. Alla fine arrivava
la Quaresima, il tempo delle cose serie, e la
vita riprendeva il suo corso normale. Ma il
carnevale diventava una parentesi da ricordare con simpatia, un momento di sana allegria che (cosa vera) contribuiva a rendere
tutti amici e un po’ più buoni.
farina, la cottura, l’umidità e quindi il peso,
per garantirne l’opportunità dell’acquisto al
cittadino a un equo prezzo controllato? Dove è finito il pane comune,che a richiesta
del cittadino, mancando, doveva essere sostituito con qualsiasi altro pane diverso, ma
al solito prezzo? Così come gli uomini, anche le leggi migliori sono sempre le prime a
sparire o a non essere osservate. O Signoe!
Nansi ‘n pan che ‘n doloe! Non lasciamoci
abbandonare dalla speranza!! célo fato a
pan..se no pièva ogi la pièva domàn..Sarà
così? Speremo! Se così non fosse: soto a
neve gh’e stà ‘r pan. Succederà?
di gino cabano
Del pane, il proverbio ne esaltava la qualità:
bon come ‘r pan oppure pan e vin i fan bon
mangiae e ancora pan e noše mangiae da
spoše. Espressioni di altri tempi che hanno
perso il loro reale significato e che i nostri
nipoti difficilmente, e per loro fortuna non
ne capiscono il senso .”A Madona, per ‘na
brisa de pan, l’è chinà da cavàlo,”
o
“mangiae pan e spudo” per finire con “Chi
g’a ‘r pan i no g’a i denti”. Per tradizione a
Lerici come in altri luoghi di mare, il pane
in tavola non si serve rovesciato, perché altrimenti ne soffrono i marinai. Usa ancora?
Oggi il pane su alcune tavole neppure si serve, soppiantato da quei magri grissini o dagli
odiosi crackers, senza sale e fatti di crusca
che saranno anche salutari, ma tolgono il
piacere del masticare. Il pane che viene sublimato nell’Eucarestia. Il pane che era il
protagonista di ogni convivio. La prima cosa
che, con il bere, si metteva in tavola. Non a
caso, il companatico è qualsiasi cosa si
mangiava con il pane. Come il resto, cosa
d’altri tempi. Il pane era, (e per me rimane),
l’elemento che necessariamente correda ogni
tipo di zuppa e ne diventa protagonista
nell’acqua cotta, nel pancotto e nella zuppa
da galera o caponada. Indispensabile, per la
scarpetta, nelle paste al sugo e in tutti quei
piatti dove comunque rimaneva traccia di
“bagneta”. Nella storia, soggetto di rivoluzioni, perché da esso dipendeva la sopravvivenza. Pane bianco, pane nero, pane dei marinai, pane comune, pane dolce e, da qualche
anno, una serie illimitata di nuovi aggettivi,
già usati nella storia, che lo rendono più attuale e appetibile, ma più caro e raramente
appropriato a ciò che accompagna. Già conosciuto nel mondo antico, tanto che Crisippo da Thiana (II sec. a.C.) nella sua “Arte
di fare il pane”, ne descrive 72 tipi. Come da
noi, per i Romani esisteva il pane comune, al
latte al pepe, all’olio e, chi più ne ha, più ne
metta. Michetta, rosetta, libretto, galletta,
biova, e la nota brennosa, che pesava 100
grammi, rotonda e di colore grigio per la
crusca che conteneva, (il brenno) e dalla
quale prendeva il nome. La pagnotta, più nota alla Spezia, che come si legge nell’ordine
del giorno del 19 maggio1927, dal Comando
Militare Marittimo, viene abolita dalla dieta
giornaliera dei marinai e sostituita da due
“sfilatini” di 26 centimetri di uguale peso.
Notizia che fece scalpore! Cosa d’altri tempi! brilon, filòn, manina, marola, corneto,
savata, una volta, come il resto del pane
soggetti a tessera e calmierati, e oggi riscoperti e arricchiti di sfiziose leccornie, ma
sopratutto nel prezzo. Dove sono finite tutte
quelle leggi che ne stabilivano il tipo di
C’era una volta…la P.A.
di enrico calzolari
L’immagine è un segno dei cambiamenti intervenuti nell’immediato dopoguerra nel
nostro paese.
Accanto alla bicicletta di Biggi si nota la
vecchia volantina a trazione umana, e accanto a essa l’ ambulanza acquistata a
Camp Derby nel programma di svendite
dell’Esercito Americano. L’ambulanza aveva cinque barelle pensili, legate al soffitto
con cinghie e un piccolo tavolo a scomparsa
per poter scrivere i rapporti militari. Fu trasformata dai soci che lavoravano al Cantiere
del Muggiano, che la domenica mattina si
ritrovavano con le loro personali cassette
dei ferri per procedere alle modifiche interne, con l’applicazione di una barella laterale
a cassettone sul lato sinistro e con la applicazione di mobiletti per contenere le dotazioni mediche, nonché il serbatoio per
l’acqua e un piccolo lavandino. Il veicolo
era pesante, difficile da guidare, anche per il
tipo di gomme militari che lo rendevano pericoloso nel bagnato, specie andando
all’Ospedale della Spezia percorrendo il
Viale San Bartolomeo, allora con il fondo a
schiena d’asino. Più volte, per correre sono
avvenuti dei testa-coda. Pochi erano gli autisti che si accingevano a guidarla, anche
perchè il sistema di trazione anteriore con
sterzo a sfera non la dotava di un buon raggio di curvatura; inoltre i consumi di benzina erano elevati. Questa ambulanza restò in
servizio dal 1947 al 1949 quando venne sostituita con una ambulanza Fiat 1100, acquistata usata, perché i veicoli nuovi avevano prezzi troppo elevati. Nell’immagine si
nota che la sede sociale manca delle finestre, che furono asportate, con tutti gli altri
mobili dell’infermeria militare, dopo l’8
settembre 1943.
Circuo
I “fumetti” degli anni ‘40
g-ristorante da “Paolino” di via gerini
di raimondo pagano
Se avete dei nipoti piccoli, sarà capitato
anche a voi di seguire con loro, in TV o su
quegli aggeggi su cui armeggiano sempre,
le avventure dei loro eroi moderni. Si tratta
perlopiù di combattimenti contro specie di
mostri alieni, scontri a base di raggi distruttivi e con alto tasso di violenza. Per
fortuna altre serie sono meno cruente; nel
seguirle comunque non ho potuto fare a
meno di fare un paragone con ciò che” il
mercato” offriva a noi ragazzini nel primo
dopoguerra: “I Fumetti “. Proverò a ricordare quelli che credo fossero i più letti.
Mandrake. Personaggio ideato da Lee
Falk (lo stesso autore dell’Uomo Mascherato) e disegnato da Phil Davis. Mandrake
si presentava come un abile mago illusionista, accompagnato dal suo fido assistente
Lothar, gigantesco africano dal caratteristico fez leopardato, mentre Mandrake indossava sempre un impeccabile frac, con mantellina e cappello a cilindro. La sua intelligenza gli permetteva di risolvere situazioni
intricate, che richiedevano una notevole
capacità investigativa.
L’Uomo Mascherato. Altro personaggio
molto in voga indossava una tuta viola attillata e una maschera che impediva di vederne i lineamenti. Noto anche come Phantom o come l’Ombra che cammina, era dotato di caratteristiche psicofisiche al limite
del sovrumano, capace di sopportare dolori, lesioni, ferite ecc…senza mai scomporsi. La sua base era una caverna nella jungla, detta caverna del teschio. Situata in
una zona inaccessibile, era controllata da
pigmei, guidati da un capo che si chiamava
Guran. Anch’esso combatteva i “malvagi”
ai quali imprimeva, con un anello che riportava una figura stilizzata di teschio, un
marchio infamante indelebile.
Altri fumetti erano Cino e Franco, Gim
Toro e soprattutto Flash Gordon. Il primo
in grande formato e a colori trattava avventure spaziali, con disegni di razzi e astronavi.
Ma il fumetto per eccellenza di noi ragazzi
del primo dopoguerra è stato sicuramente
Tex Willer, creato da Gian Luigi Bonelli e
illustrato da Aurelio Galeppini (che si firmava Galep). Credo di ricordare che le
prime “strip” fossero in bianco e nero, per
poi passare al colore. I fumetti di Tex ebbero un successo immediato fra noi ragazzi. Tex rappresentava l’eroe positivo che in
un West prima maniera, infestato da banditi, avventurieri, pistoleri ecc, faceva rispettare la legge. A dir la verità con modi suoi
non molto attenti al rispetto delle re-
gole, pur di far trionfare la giustizia. Entra ed
esce dal corpo dei famosi” rangers” a seconda
del grado di libertà che può ottenere nel perseguire i malvagi e in questo è supportato da Kit
Carson, anche lui ranger, da un indiano della
tribù navajo (della quale Tex è il capo supremo
con il nome di “aquila della notte”) e infine dal
figlio Kit, avuto da Lilyth, una squaw indiana.
Credo che molti di noi ancora oggi rileggano
con piacere le sue avventure, riproposte come
allegati a quotidiani di grande tiratura. Come
riflessione finale mi viene da osservare che si
era sempre in presenza di “eroi positivi”. Anche nelle situazioni più drammatiche (quasi
mai caratterizzate da violenza fine a se stessa),
compariva una vena ironica che contribuiva da
un lato a stemperare il pathos e dall’altro a
rendere più simpatici i personaggi.
AAU
USSE
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R--AAR
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CAA
Presidente: Ovidio Iozzelli
Il cartellone della musica
(videoproiezioni)
18/02 My fair lady……..F. Loewe
25/02 La dama di picche.P.I. Cajkovskij
03/03 Romeo et Juliette. C. Gounod
10/03 LaWally………A. Catalani
17/03 Louise……..G. Charpentier
Alle ore 16.00 precise
Appendice (19)
(racconto lungo)
Di chiacchiera in chiacchiera, arrivammo
in centro. Intanto, mentre le prime luci dei
lampioni, si stavano accendendo, infilavo
la chiave nel portone. Nentre l’ascensore
saliva al mio pianerottolo, Luigi disse:
<prendo la mia roba e mi sistemo nella
pensione qui all’angolo>. Mi colse di
sorpresa, ma annuii. Ci salutammo, augurandoci una buona serata. Dopo una lunga giornata, sento il bisogno di rilassarmi. Mi infilo sotto la doccia. Lo squillo
del telefono interrompe i miei pensieri. E’
per te, grida mia moglie. <Sono Sara.
Chi? Sara Maltempi, la tua compagna di
banco…Ho saputo che Luigi è tornato. Mi
farebbe piacere incontrarlo. Sono qui in
città, non mi fermo molto, liquido i miei
affari e torno a Milano. Potremmo vederci
tutti e tre…magari domani a pranzo. Mi
hanno detto che c’è un buon ristorante
dalle tue parti>. Va bene, lo sento e ti richiamo, lasciami il tuo numero. Ancora
avvolto nell’accappatoio frugo fra le vecchie foto. Non mi sbagliavo. Eccola, l’ho
trovata. Ci siamo tutti tre, sorridenti e abbracciati sotto il monumento di Garibaldi
ai giardinetti di Spezia. C’è una data dietro la foto: 20 aprile 1958. Io e Luigi abbiamo il pullover sulle spalle, lei una
gonna a quadretti ben sotto le ginocchia e
i capelli avvolti in un ciuffo su cui spicca
un nastro. Lui, la guarda, lei gli sorride,
solo io guardo verso l’obiettivo del fotografo.
di g.f.s
(continua)
FFiilloo dd’’AArrggeennttoo
I numeri del Filo d’Argento Lerici
sono:
0187964208
oppure
347.3092994 (sevizio di trasporto
per anziani autosufficienti per servizi, visite mediche, ospedaliere e
ricoveri nella provincia). Il servizio
sociale è gratuito per tutti i tesserati Auser di Lerici .
Attivo dalle 9:00 alle 18:00.
Per risparmiare
a-Il cinema Astoria, prevede lo sconto
di € 2 sul prezzo del biglietto.
b-L’oreficeria Morselli, sconterà del
5% sull’oro e il 10% sull’oreficeria.
c-Al Ristorante Hotel del Golfo per
un pranzo dall’antipasto alla frutta basteranno € 20.
d-Fiori Juna di pia.zza Garibaldi, praticherà uno sconto del 10% su fiori,
piante.
e-Ristorante “da Paolino” di via Gerini 40
10% di sconto su pranzo o cena
f-Marco&Rino Parrucchieri- via Cavour,71
sconto del 10% .
Corso di lingua inglese
martedì e mercoledì
20.30 – 22.00
giovedì
18.00 – 19.30
per maggiori informazioni:
0187-968396 oppure 338.1010208
+0 Batteria
D. Chiodo di M. Marcello
Il salotto del dialetto
Rubrica delle stelle
(Monoceros – Canis minoris)
+-
di alfredo lupi (sio-ca’)
L’Amministrazione Comunale ha dedicato alle “Fortificazioni tra mare e cielo”
il calendario strenna 2012 e in questo
periodo sono usciti molti libri sui “Forti”, ma l’argomento è tanto vasto che
crediamo di poter interessare ancora i
nostri lettori.
Nel giornalino del mese scorso ci siamo
interessati del Forte di Canarbino e ci
siamo lasciati trasportare un po’ troppo
romanticamente dai nostri ricordi, adesso vorremmo più razionalmente cominciare dal paese di Montemarcello che insieme alla Serra fa parte di quella che
Paolo Bertolani amava chiamare la Contea di Levante.
La Batteria Domenico Chiodo fu costruita all’inizio del secolo scorso e inaugurata nel 1910. Prese il nome dal
progettista e costruttore dell’Arsenale
Militare della Spezia, l’ingegner Chiodo
che nel 1860, all’età di 36 anni e con il
grado di Maggiore del Genio Navale
riuscì a convincere Cavour della bontà
del suo progetto e diresse i lavori fino
alla data della sua morte il 19 marzo
1870, quando l’Arsenale era stato appena inaugurato, ma era costituito soltanto
dalle darsene, dai bacini e dalle mura di
cinta. A questo grande personaggio,
morto a soli 46 anni, ci ripromettiamo di
dedicare un articolo perché sono molto
interessanti sia la sua opera che la sua
vita. La batteria si trova all’uscita
dell’abitato di Montemarcello sulla strada che porta a Bocca di Magra, situata
ad un’altezza di 276 metri sul livello del
mare, era dotata inizialmente di cannoni
antinave da 280 mm. che avevano il
compito di colpire il ponte di coperta
delle navi. In seguito fu trasformata in
batteria antiaerea e armata con cannoni
tedeschi Krupp da 88 mm. Fu danneggiata dai bombardamenti del 13 dicembre 1944 che colpirono anche il paese di
Montemarcello, dove è stata dedicata la
piazza principale proprio a questa data.
Da qualche anno il Comune di Ameglia
e l’Ente Parco hanno ottenuto la gestione del Forte e, con il contributo della
Regione Liguria, nel 2008 sono iniziati i
lavori di ristrutturazione per trasformarla
in una foresteria con 24 posti letto. I lavori che sono andati avanti con mille intoppi sia tecnici che economici, a volte
fermati per mancanza di fondi altre per
ritrovamento di ordigni esplosivi, sarebbero dovuti terminare alla fine del 2011.
Noi ci auguriamo che anche con un po’
di ritardo, riescano a finire perchè sarebbero di esempio per progetti di riutilizzazione di tante strutture simili esistenti sul nostro territorio.
Dòna de Santeenso
di nera meucci
di roberto zambelli (Soc. Astronomica Lunae)
Te gi vedevi caminae
Con a panea ensima aa testa,
e i sochei frusti ai pe’.
D’inverno con o scialeto,
d’estada con a manega rèbagià.
Dòna d’aòtri tempi.
Dòna vèa.
A facia còta dào soe :
Tembleve, Florinda,
Renata, Luigia.
Dòna de Santeeenso ,
te gi vedevi caminae,
e come per ‘n’antigo rito
te gi sentivi gosae:
E la gh’è i pesci!!!
Donne di San Terenzo
Le vedevi camminare
Con la paniera in testa
e gli zoccoli consumati ai piedi.
D’inverno con lo scialle,
d’estate con le maniche rivoltate.
Donne d’altri tempi.
Donne vere.
La faccia cotta dal sole:
Tembleve, Florinda.
Renata, Luigia.
Donne di San Terenzo,
le vedevi camminare,
e come per un antico rito
le sentivi gridare ad alta voce:
Ci sono i pesci!!!
Incastonate tra le costellazioni dei
Gemelli, del Cane Maggiore e di Orione ci sono due asterismi interessanti: l’uni- corno (Monoceros) e il Cane
Minore (Canis Minoris).
La prima non è facile da vedere (a occhio nudo si intende) perché le sue
stelle sono poco luminose. Contrariamente a molte altre scoperte classificate dai greci, dai sumeri o arabi,
l’Unicorno è di recente nomina, forse
proprio perché di difficile individuazione. Si ritiene che la sua denominazione sia da attribuire a un prelato danese di nome Plancius nei primi decenni del 1600. Questa costellazione
contiene però una delle nebulose più
belle, spettacolari e più famose
dell’emisfero boreale: la Nebulosa Rosetta. Copre un’ampia regione del cielo (un centinaio di anni luce di dimensione), distante circa 5000 anni luce,
ricca di H II (idrogeno ionizzato) che
la rende (per il colore rosso) un ideale
oggetto celeste da fotografare. Il Cane
minore invece è facilmente osservabile
grazie alla sua stella più luminosa,
Procione. Fu Tolomeo a elencarla nel
suo Almagesto nel secondo secolo dopo Cristo. Procione è il nome di uno
dei cani del grande cacciatore Orione,
l’altro è Sirio (costellazione del Cane
Maggiore). Procione, in greco, significa “prima del cane” proprio per il
fatto che sorge prima del suo compagno Sirio.
(nebulosa – Rosetta)
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Febbraio - Comune di Lerici