opinioni sotto le righe di sergio f. giampaoli Non ci bastava la tragedia della “Costa Concordia” naufragata (per un maledetto inchino) davanti all’isola del Giglio la sera del 13 gennaio. Ci mancava l’assedio dei Tir con la rivolta dei “forconi” iniziato in Sicilia e poi continuato sulle autostrade. Certamente legittimo, come ogni altra manifestazione, ha però complicato i rifornimenti di alimentari nei supermercati e ai distributori la benzina. E adesso, che seppur a fatica, avevamo digerito per amor di patria la cosidetta manovra, ci siamo trovati coinvolti in una gelata. A detta degli esperti, non se ne vedeva una così da decenni. Anche la neve si ripresentata. Speriamo non sia un appuntamento che si rinnova ogni inverno. Bella, ma non per noi. Come inizio dell’anno, non c’è male (si fa per dire). Dopo lo stop natalizio, la giunta ha deliberato che le telecamere rimarranno ancora spente a tutto febbraio. Mentre tutti aspettiamo la primavera in mare, le forze politiche si stanno attrezzando per la prossima competizione elettorale di primavera. Alcune hanno già deciso chi dovrà correre da leader. Noi cittadini seguiamo con interesse il gioco dei nomi. Attendiamo però, di conoscere i programmi sui quali decideremo le nostre scelte. E non sarà facile. Ciao, alla prossima N° 34 (febbraio 2012) responsabile sergio f. giampaoli (gfs) hanno collaborato: colombo bongiovanni, gino cabano, enrico calzolari, alfredo lupi (sio-cà) nera meucci, gabriella molli, raimodo pagano, roberto zambelli C Caalleennddaarriioo ddeellllee ggiittee ttuurriissttiicchhee ee ddeeii ssooggggiioorrnnii m maarree -- m moonnttaaggnnaa 2011 Cartellone in allestimento La direzione Auser prega di prenotarsi per tempo. La responsabile è la sig.ra Mida (338.4932066). Aspettando l’8 marzo Graziella Ghidoni: quando l’impronta della guerra diventa un valore (testo raccolto da gabriella molli) La forza delle cose. Aver respirato da ragazza il clima d’ansia e di sofferenza della guerra, aver superato le inevitabili amarezze dì quando si vedono sparire giovani vite. Graziella Ghidoni è un esempio di donna che non si è fatta schiacciare dalla forza delle cose. Si è prefissata obiettivi ben precisi e ha scelto di fare il mestiere difficile (il medico). D. Quanto ha lottato per dare un senso alla sua vita e quanto l’ha aiutata la gente che le stava attorno? R. Senza darmi delle arie, credo di aver dato un senso almeno in due modi: la mia professione di medico pediatra e l’impegno politico istituzionale svolto nel mio paese. La mia attività politica è cresciuta e maturata nell’ambito familiare (devo dire grazie al clima di affetti che mi ha circondato). Sono stata più volte consigliere e assessore. Nel 1964 mi è stata offerta da un’ alta personalità dell’allora partito comunista la candidatura al parlamento nazionale. Rifiutai, perché intendevo svolgere la mia professione di medico. D. Come era la sua vita a scuola? R. Purtroppo la mia frequentazione della scuola è avvenuta nel periodo bellico, con tutte le conseguenze che ne derivano, con i disagi e le paure e anche il sapore dell’ amarezza. A distanza di tempo, però, ritengo che siano state tutte esperienze che mi hanno formato il carattere perché ho fatto il liceo classico a Spezia e l’università a Pisa, dove mi sono laureata nel 1960. D. Quanto ha contato la figura di suo padre nelle sue scelte? R. Quando mio padre fu arrestato nel 1936 e successivamente confinato all’isola di Ponza per cinque anni come antifascista, ero troppo piccola. Ho cominciato a conoscerlo in seguito a una visita concessa a mia madre nel novembre del 1938. Poi successivamente nel 1939 lo abbiamo raggiunto nella nuova destinazione di confino in Lucania (oggi Basilicata) dove ho frequentato la seconda elementare e parte della terza. In quell’occasione ho veramente cominciato a capire e conoscere mio padre nella sua coerenza e determinazione. Nel periodo del confino la figura di mia madre e degli altri famigliari ha sostituito quella di mio padre. D. Il clima della guerra ha avuto un riflesso sul modo di concepire la vita e la gente che le stava accanto? R. Sì. Proprio durante la guerra ho imparato a conoscere le persone nel disagio e nel pericolo e ad apprezzarne lo spirito di solidarietà. D. Come si divertiva da ragazza? La guerra ha pesato più sui ragazzi o sulle ragazze? R. Mi piaceva il gruppo. Ho praticato sport (pallacanestro), facevo parte della Schola cantorum della chiesa di S. Francesco, diretta dalla signora Cassina. E in più recitavo assieme a una piccola compagnia. Direi che ragazzi e ragazze abbiano in egual misura ricevuto dalla guerra un’impronta indelebile. D. Cosa ha da dire alle ragazze di oggi? R. Non mi sento presuntuosa a tal punto di esprimere un giudizio che prevede l’analisi di molte sfaccettature. Dirò soltanto, che mi sembra corrano un po’ troppo veloci. Sempre alla ricerca di una esasperata affermazione in tutti i campi. Forse dimenticando quanto sia importante apprezzare le piccole cose raggiunte con fatica. Ecco cosa mi sento dire alle ragazze di oggi: rallentando un pochino si impara a gustare in meglio la vita. Carnevale…così era Una volta…c’era anche il pane di colombo bongiovanni C’è un proverbio lericino che recita: Ar desasete de senae la comensa ‘r carnevae. Giorno importante questo 17 gennaio! Si direbbe che viene considerato come un momento di trapasso stagionale, mentre invece deve ancora passare “fevrae curto peso d’en turco”: Di fatto è la data di avvio del periodo che dovrebbe essere il più spensierato e allegro e che dura fino al martedì grasso. Giorno che precede il mercoledì delle ceneri col quale ha inizio la quaresima. A Lerici il carnevale è sempre stato vissuto come un avvenimento molto importante, capace di interrompere per un po’ la monotomia della vita paesana. Era tutta una festa. Nelle serate dei giorni feriali la gente – ragazzi, giovanotti e anche adulti – sfilava mascherata per le vie cittadine. “Tragià” diventava il tratto di maggiore affollamento. A una cert’ora tutti al Goldoni. Venivano sospese le proiezioni cinematografiche per lasciare il posto alle serate danzanti che toccavano le ore piccole. Si alternavano al pianoforte valenti maestri: Riccardo Cerliani, Giacomo de Biasi e Ovidio Cresci. Giacò sfornava una nuova canzonetta carnevalesca ogni anno. Nel carnevale del 1922 ha conosciuto il successo “ Povio mondo” (testo di Luigi Spagnol completato da Cesare Crocini e musica di Ovidio Cresci. Nel carnevale del 1926 Lipa ‘r candidato (versi di Colombo Monguidi e musica di Giacomo De Biasi). Le mamme si piazzavano nella galleria per controllare la situazione e qualcuna di loro nutriva la segreta speranza che giungesse per la figlia in età da marito (magari non particolarmente attraente) la tanta sospirata volta buona del fidanzamento. Il sabato e la domenica c’era la sfilata dei carri allegorici. Sono rimaste famose quelle del primo quarto del secolo ventesimo, nelle quali i personaggi del momernto si improvvisavano attori e davano vita a scenette che è poco definire gustose. I più applauditi erano Lipa (Gaetano Pagano) e il mitico Gigin. Bisognava vederli e ascoltarli quando assisi uno di fronte all’altro al centro del carro dissertavano dei problemi allora all’ordine del giorno: l’assenza delle latrine da gran parte delle case e la conseguente usanza d’andae a svacae a seceta ‘n t’ì siti o ‘n t’er canae, che faceva auspicare le comodità dei cessi inglesi. Poi l’aiguedoto e ‘r tranvai de Paciarìn. Nella festa era tutto il paese a essere coinvolto: gli usci delle case diventavano piccole sale da ballo e nessun inquilino se la sentiva di protestare. In fondo erano cose fatte con tanta semplicità e bonaria ironia. E nascevano delle belle amicizie oltre a qualche fidanzamento. Si dirà che a quei tempi era tutto più facile: non c’era la televisione e uscire di casa la sera acquistava il sapore del grande avvenimento. Alla fine arrivava la Quaresima, il tempo delle cose serie, e la vita riprendeva il suo corso normale. Ma il carnevale diventava una parentesi da ricordare con simpatia, un momento di sana allegria che (cosa vera) contribuiva a rendere tutti amici e un po’ più buoni. farina, la cottura, l’umidità e quindi il peso, per garantirne l’opportunità dell’acquisto al cittadino a un equo prezzo controllato? Dove è finito il pane comune,che a richiesta del cittadino, mancando, doveva essere sostituito con qualsiasi altro pane diverso, ma al solito prezzo? Così come gli uomini, anche le leggi migliori sono sempre le prime a sparire o a non essere osservate. O Signoe! Nansi ‘n pan che ‘n doloe! Non lasciamoci abbandonare dalla speranza!! célo fato a pan..se no pièva ogi la pièva domàn..Sarà così? Speremo! Se così non fosse: soto a neve gh’e stà ‘r pan. Succederà? di gino cabano Del pane, il proverbio ne esaltava la qualità: bon come ‘r pan oppure pan e vin i fan bon mangiae e ancora pan e noše mangiae da spoše. Espressioni di altri tempi che hanno perso il loro reale significato e che i nostri nipoti difficilmente, e per loro fortuna non ne capiscono il senso .”A Madona, per ‘na brisa de pan, l’è chinà da cavàlo,” o “mangiae pan e spudo” per finire con “Chi g’a ‘r pan i no g’a i denti”. Per tradizione a Lerici come in altri luoghi di mare, il pane in tavola non si serve rovesciato, perché altrimenti ne soffrono i marinai. Usa ancora? Oggi il pane su alcune tavole neppure si serve, soppiantato da quei magri grissini o dagli odiosi crackers, senza sale e fatti di crusca che saranno anche salutari, ma tolgono il piacere del masticare. Il pane che viene sublimato nell’Eucarestia. Il pane che era il protagonista di ogni convivio. La prima cosa che, con il bere, si metteva in tavola. Non a caso, il companatico è qualsiasi cosa si mangiava con il pane. Come il resto, cosa d’altri tempi. Il pane era, (e per me rimane), l’elemento che necessariamente correda ogni tipo di zuppa e ne diventa protagonista nell’acqua cotta, nel pancotto e nella zuppa da galera o caponada. Indispensabile, per la scarpetta, nelle paste al sugo e in tutti quei piatti dove comunque rimaneva traccia di “bagneta”. Nella storia, soggetto di rivoluzioni, perché da esso dipendeva la sopravvivenza. Pane bianco, pane nero, pane dei marinai, pane comune, pane dolce e, da qualche anno, una serie illimitata di nuovi aggettivi, già usati nella storia, che lo rendono più attuale e appetibile, ma più caro e raramente appropriato a ciò che accompagna. Già conosciuto nel mondo antico, tanto che Crisippo da Thiana (II sec. a.C.) nella sua “Arte di fare il pane”, ne descrive 72 tipi. Come da noi, per i Romani esisteva il pane comune, al latte al pepe, all’olio e, chi più ne ha, più ne metta. Michetta, rosetta, libretto, galletta, biova, e la nota brennosa, che pesava 100 grammi, rotonda e di colore grigio per la crusca che conteneva, (il brenno) e dalla quale prendeva il nome. La pagnotta, più nota alla Spezia, che come si legge nell’ordine del giorno del 19 maggio1927, dal Comando Militare Marittimo, viene abolita dalla dieta giornaliera dei marinai e sostituita da due “sfilatini” di 26 centimetri di uguale peso. Notizia che fece scalpore! Cosa d’altri tempi! brilon, filòn, manina, marola, corneto, savata, una volta, come il resto del pane soggetti a tessera e calmierati, e oggi riscoperti e arricchiti di sfiziose leccornie, ma sopratutto nel prezzo. Dove sono finite tutte quelle leggi che ne stabilivano il tipo di C’era una volta…la P.A. di enrico calzolari L’immagine è un segno dei cambiamenti intervenuti nell’immediato dopoguerra nel nostro paese. Accanto alla bicicletta di Biggi si nota la vecchia volantina a trazione umana, e accanto a essa l’ ambulanza acquistata a Camp Derby nel programma di svendite dell’Esercito Americano. L’ambulanza aveva cinque barelle pensili, legate al soffitto con cinghie e un piccolo tavolo a scomparsa per poter scrivere i rapporti militari. Fu trasformata dai soci che lavoravano al Cantiere del Muggiano, che la domenica mattina si ritrovavano con le loro personali cassette dei ferri per procedere alle modifiche interne, con l’applicazione di una barella laterale a cassettone sul lato sinistro e con la applicazione di mobiletti per contenere le dotazioni mediche, nonché il serbatoio per l’acqua e un piccolo lavandino. Il veicolo era pesante, difficile da guidare, anche per il tipo di gomme militari che lo rendevano pericoloso nel bagnato, specie andando all’Ospedale della Spezia percorrendo il Viale San Bartolomeo, allora con il fondo a schiena d’asino. Più volte, per correre sono avvenuti dei testa-coda. Pochi erano gli autisti che si accingevano a guidarla, anche perchè il sistema di trazione anteriore con sterzo a sfera non la dotava di un buon raggio di curvatura; inoltre i consumi di benzina erano elevati. Questa ambulanza restò in servizio dal 1947 al 1949 quando venne sostituita con una ambulanza Fiat 1100, acquistata usata, perché i veicoli nuovi avevano prezzi troppo elevati. Nell’immagine si nota che la sede sociale manca delle finestre, che furono asportate, con tutti gli altri mobili dell’infermeria militare, dopo l’8 settembre 1943. Circuo I “fumetti” degli anni ‘40 g-ristorante da “Paolino” di via gerini di raimondo pagano Se avete dei nipoti piccoli, sarà capitato anche a voi di seguire con loro, in TV o su quegli aggeggi su cui armeggiano sempre, le avventure dei loro eroi moderni. Si tratta perlopiù di combattimenti contro specie di mostri alieni, scontri a base di raggi distruttivi e con alto tasso di violenza. Per fortuna altre serie sono meno cruente; nel seguirle comunque non ho potuto fare a meno di fare un paragone con ciò che” il mercato” offriva a noi ragazzini nel primo dopoguerra: “I Fumetti “. Proverò a ricordare quelli che credo fossero i più letti. Mandrake. Personaggio ideato da Lee Falk (lo stesso autore dell’Uomo Mascherato) e disegnato da Phil Davis. Mandrake si presentava come un abile mago illusionista, accompagnato dal suo fido assistente Lothar, gigantesco africano dal caratteristico fez leopardato, mentre Mandrake indossava sempre un impeccabile frac, con mantellina e cappello a cilindro. La sua intelligenza gli permetteva di risolvere situazioni intricate, che richiedevano una notevole capacità investigativa. L’Uomo Mascherato. Altro personaggio molto in voga indossava una tuta viola attillata e una maschera che impediva di vederne i lineamenti. Noto anche come Phantom o come l’Ombra che cammina, era dotato di caratteristiche psicofisiche al limite del sovrumano, capace di sopportare dolori, lesioni, ferite ecc…senza mai scomporsi. La sua base era una caverna nella jungla, detta caverna del teschio. Situata in una zona inaccessibile, era controllata da pigmei, guidati da un capo che si chiamava Guran. Anch’esso combatteva i “malvagi” ai quali imprimeva, con un anello che riportava una figura stilizzata di teschio, un marchio infamante indelebile. Altri fumetti erano Cino e Franco, Gim Toro e soprattutto Flash Gordon. Il primo in grande formato e a colori trattava avventure spaziali, con disegni di razzi e astronavi. Ma il fumetto per eccellenza di noi ragazzi del primo dopoguerra è stato sicuramente Tex Willer, creato da Gian Luigi Bonelli e illustrato da Aurelio Galeppini (che si firmava Galep). Credo di ricordare che le prime “strip” fossero in bianco e nero, per poi passare al colore. I fumetti di Tex ebbero un successo immediato fra noi ragazzi. Tex rappresentava l’eroe positivo che in un West prima maniera, infestato da banditi, avventurieri, pistoleri ecc, faceva rispettare la legge. A dir la verità con modi suoi non molto attenti al rispetto delle re- gole, pur di far trionfare la giustizia. Entra ed esce dal corpo dei famosi” rangers” a seconda del grado di libertà che può ottenere nel perseguire i malvagi e in questo è supportato da Kit Carson, anche lui ranger, da un indiano della tribù navajo (della quale Tex è il capo supremo con il nome di “aquila della notte”) e infine dal figlio Kit, avuto da Lilyth, una squaw indiana. Credo che molti di noi ancora oggi rileggano con piacere le sue avventure, riproposte come allegati a quotidiani di grande tiratura. Come riflessione finale mi viene da osservare che si era sempre in presenza di “eroi positivi”. Anche nelle situazioni più drammatiche (quasi mai caratterizzate da violenza fine a se stessa), compariva una vena ironica che contribuiva da un lato a stemperare il pathos e dall’altro a rendere più simpatici i personaggi. AAU USSE ER R--AAR RC CAA Presidente: Ovidio Iozzelli Il cartellone della musica (videoproiezioni) 18/02 My fair lady……..F. Loewe 25/02 La dama di picche.P.I. Cajkovskij 03/03 Romeo et Juliette. C. Gounod 10/03 LaWally………A. Catalani 17/03 Louise……..G. Charpentier Alle ore 16.00 precise Appendice (19) (racconto lungo) Di chiacchiera in chiacchiera, arrivammo in centro. Intanto, mentre le prime luci dei lampioni, si stavano accendendo, infilavo la chiave nel portone. Nentre l’ascensore saliva al mio pianerottolo, Luigi disse: <prendo la mia roba e mi sistemo nella pensione qui all’angolo>. Mi colse di sorpresa, ma annuii. Ci salutammo, augurandoci una buona serata. Dopo una lunga giornata, sento il bisogno di rilassarmi. Mi infilo sotto la doccia. Lo squillo del telefono interrompe i miei pensieri. E’ per te, grida mia moglie. <Sono Sara. Chi? Sara Maltempi, la tua compagna di banco…Ho saputo che Luigi è tornato. Mi farebbe piacere incontrarlo. Sono qui in città, non mi fermo molto, liquido i miei affari e torno a Milano. Potremmo vederci tutti e tre…magari domani a pranzo. Mi hanno detto che c’è un buon ristorante dalle tue parti>. Va bene, lo sento e ti richiamo, lasciami il tuo numero. Ancora avvolto nell’accappatoio frugo fra le vecchie foto. Non mi sbagliavo. Eccola, l’ho trovata. Ci siamo tutti tre, sorridenti e abbracciati sotto il monumento di Garibaldi ai giardinetti di Spezia. C’è una data dietro la foto: 20 aprile 1958. Io e Luigi abbiamo il pullover sulle spalle, lei una gonna a quadretti ben sotto le ginocchia e i capelli avvolti in un ciuffo su cui spicca un nastro. Lui, la guarda, lei gli sorride, solo io guardo verso l’obiettivo del fotografo. di g.f.s (continua) FFiilloo dd’’AArrggeennttoo I numeri del Filo d’Argento Lerici sono: 0187964208 oppure 347.3092994 (sevizio di trasporto per anziani autosufficienti per servizi, visite mediche, ospedaliere e ricoveri nella provincia). Il servizio sociale è gratuito per tutti i tesserati Auser di Lerici . Attivo dalle 9:00 alle 18:00. Per risparmiare a-Il cinema Astoria, prevede lo sconto di € 2 sul prezzo del biglietto. b-L’oreficeria Morselli, sconterà del 5% sull’oro e il 10% sull’oreficeria. c-Al Ristorante Hotel del Golfo per un pranzo dall’antipasto alla frutta basteranno € 20. d-Fiori Juna di pia.zza Garibaldi, praticherà uno sconto del 10% su fiori, piante. e-Ristorante “da Paolino” di via Gerini 40 10% di sconto su pranzo o cena f-Marco&Rino Parrucchieri- via Cavour,71 sconto del 10% . Corso di lingua inglese martedì e mercoledì 20.30 – 22.00 giovedì 18.00 – 19.30 per maggiori informazioni: 0187-968396 oppure 338.1010208 +0 Batteria D. Chiodo di M. Marcello Il salotto del dialetto Rubrica delle stelle (Monoceros – Canis minoris) +- di alfredo lupi (sio-ca’) L’Amministrazione Comunale ha dedicato alle “Fortificazioni tra mare e cielo” il calendario strenna 2012 e in questo periodo sono usciti molti libri sui “Forti”, ma l’argomento è tanto vasto che crediamo di poter interessare ancora i nostri lettori. Nel giornalino del mese scorso ci siamo interessati del Forte di Canarbino e ci siamo lasciati trasportare un po’ troppo romanticamente dai nostri ricordi, adesso vorremmo più razionalmente cominciare dal paese di Montemarcello che insieme alla Serra fa parte di quella che Paolo Bertolani amava chiamare la Contea di Levante. La Batteria Domenico Chiodo fu costruita all’inizio del secolo scorso e inaugurata nel 1910. Prese il nome dal progettista e costruttore dell’Arsenale Militare della Spezia, l’ingegner Chiodo che nel 1860, all’età di 36 anni e con il grado di Maggiore del Genio Navale riuscì a convincere Cavour della bontà del suo progetto e diresse i lavori fino alla data della sua morte il 19 marzo 1870, quando l’Arsenale era stato appena inaugurato, ma era costituito soltanto dalle darsene, dai bacini e dalle mura di cinta. A questo grande personaggio, morto a soli 46 anni, ci ripromettiamo di dedicare un articolo perché sono molto interessanti sia la sua opera che la sua vita. La batteria si trova all’uscita dell’abitato di Montemarcello sulla strada che porta a Bocca di Magra, situata ad un’altezza di 276 metri sul livello del mare, era dotata inizialmente di cannoni antinave da 280 mm. che avevano il compito di colpire il ponte di coperta delle navi. In seguito fu trasformata in batteria antiaerea e armata con cannoni tedeschi Krupp da 88 mm. Fu danneggiata dai bombardamenti del 13 dicembre 1944 che colpirono anche il paese di Montemarcello, dove è stata dedicata la piazza principale proprio a questa data. Da qualche anno il Comune di Ameglia e l’Ente Parco hanno ottenuto la gestione del Forte e, con il contributo della Regione Liguria, nel 2008 sono iniziati i lavori di ristrutturazione per trasformarla in una foresteria con 24 posti letto. I lavori che sono andati avanti con mille intoppi sia tecnici che economici, a volte fermati per mancanza di fondi altre per ritrovamento di ordigni esplosivi, sarebbero dovuti terminare alla fine del 2011. Noi ci auguriamo che anche con un po’ di ritardo, riescano a finire perchè sarebbero di esempio per progetti di riutilizzazione di tante strutture simili esistenti sul nostro territorio. Dòna de Santeenso di nera meucci di roberto zambelli (Soc. Astronomica Lunae) Te gi vedevi caminae Con a panea ensima aa testa, e i sochei frusti ai pe’. D’inverno con o scialeto, d’estada con a manega rèbagià. Dòna d’aòtri tempi. Dòna vèa. A facia còta dào soe : Tembleve, Florinda, Renata, Luigia. Dòna de Santeeenso , te gi vedevi caminae, e come per ‘n’antigo rito te gi sentivi gosae: E la gh’è i pesci!!! Donne di San Terenzo Le vedevi camminare Con la paniera in testa e gli zoccoli consumati ai piedi. D’inverno con lo scialle, d’estate con le maniche rivoltate. Donne d’altri tempi. Donne vere. La faccia cotta dal sole: Tembleve, Florinda. Renata, Luigia. Donne di San Terenzo, le vedevi camminare, e come per un antico rito le sentivi gridare ad alta voce: Ci sono i pesci!!! Incastonate tra le costellazioni dei Gemelli, del Cane Maggiore e di Orione ci sono due asterismi interessanti: l’uni- corno (Monoceros) e il Cane Minore (Canis Minoris). La prima non è facile da vedere (a occhio nudo si intende) perché le sue stelle sono poco luminose. Contrariamente a molte altre scoperte classificate dai greci, dai sumeri o arabi, l’Unicorno è di recente nomina, forse proprio perché di difficile individuazione. Si ritiene che la sua denominazione sia da attribuire a un prelato danese di nome Plancius nei primi decenni del 1600. Questa costellazione contiene però una delle nebulose più belle, spettacolari e più famose dell’emisfero boreale: la Nebulosa Rosetta. Copre un’ampia regione del cielo (un centinaio di anni luce di dimensione), distante circa 5000 anni luce, ricca di H II (idrogeno ionizzato) che la rende (per il colore rosso) un ideale oggetto celeste da fotografare. Il Cane minore invece è facilmente osservabile grazie alla sua stella più luminosa, Procione. Fu Tolomeo a elencarla nel suo Almagesto nel secondo secolo dopo Cristo. Procione è il nome di uno dei cani del grande cacciatore Orione, l’altro è Sirio (costellazione del Cane Maggiore). Procione, in greco, significa “prima del cane” proprio per il fatto che sorge prima del suo compagno Sirio. (nebulosa – Rosetta)