“BUSY” LOUIE SUL RING
Un sociologo tra i pugili professionisti
intervista a Loïc Wacquant*
Come può un sociologo interessarsi alla boxe al punto da diventare lui stesso un pugile?
Non si diventa un pugile-sociologo o un sociologo-pugile per scelta. E non solo perché lo spirito competitivo,
le abilità e le motivazioni richieste per prendersi a pugni sul ring e quelle necessarie per diventare un ricercatore accademico fanno parte di mondi separati e quasi certamente non si ritrovano nella stessa persona.
Quindi deve esserci un elemento fortuito. Nel mio caso
è stata una fortunatissima serie di circostanze che mi ha
portato ad iscrivermi ad una palestra di boxe non lontana dal mio appartamento (abitavo al confine con il
ghetto di Woodlawn, nella parte sud di Chicago, mentre svolgevo il mio dottorato alla University of Chicago). All’epoca stavo svolgendo delle ricerche sulle disuguaglianze razziali e di classe nelle metropoli americane. Sentivo che sia l’opinione comune sia gli studi accademici sui neri della lower class erano pieni di nozioni
preconcette, che esprimevano principalmente il pregiudizio razziale americano e che erano più un ostacolo
che un aiuto per la ricerca. Decisi di effettuare una diretta osservazione all’interno del ghetto, e per questo
avevo bisogno di un punto di osservazione per incontrare i giovani neri e socializzare con essi. Così quando
Olivier, un mio amico francese che aveva praticato lo
judo e voleva mettersi in forma, propose di portarmi
ad una vicina palestra di boxe che aveva scovato, acconsentii ad andare. Fui subito colpito dal fascino di
quello che sembrava una sorta di strano pianeta – dalla
vista, dai suoni, dagli odori, dalle abitudini particolari
e dall’arcano linguaggio di un mondo ripiegato su sé
stesso (la palestra non aveva finestre, il che rinforzava
il senso di isolamento dall’esterno), con una sua pro40
pria storia, propri rituali e propri idoli, e di cui io sapevo poco o niente. Ma se poi qualcuno mi avesse detto
che due anni dopo avrei combattuto nel trofeo Chicago
Golden Gloves, che avrei fatto il secondo per un incontro di alto livello trasmesso sulla tv nazionale, e che
avrei speso la maggior parte dei miei giorni immerso in
quella palestra, al punto di pensare seriamente di abbandonare la carriera accademica per “passare professionista”, io gli avrei dato dello svitato! E invece questo
è esattamente quello che è successo…
Così lei non andò in palestra con lo scopo di studiare
i pugili. Ma come reagirono quest’ultimi alla sua presenza, venne accettato da loro?
Il mio scopo era usare la palestra per la mia ricerca sulla città come una finestra sulla vita quotidiana nel
ghetto, ed essa si dimostrò tale. Ma subito sorse un’altra sfida, più personale: potevo sopportare i rigori dell’allenamento e imparare l’arte, diventare una mezza
specie di pugile decente? E ancora un’altra, dopo che
avevo assimilato abbastanza da capire la boxe dal di
dentro: potevo dare un significato sociologico al mondo dei pugili professionisti? Potevo spiegare a dei profani, usando i concetti della sociologia, cosa porta i pugili ad essere quello che sono, cosa influenza l’andamento della loro carriera, dove risiede il fascino morale e sensuale della loro professione, perché essi si dedichino anima e corpo (nel medioevo gli studiosi avevano una bella espressione per indicare questo senso di
devozione: re l i g i o s s i m e) ad una professione che in definitiva distrugge l’unica cosa che hanno di valore, vale
a dire i loro corpi? È qui che in me il sociologo si è ricongiunto col pugile.
Sono stato ben accettato da tutti i pugili nel club, esattamente perché sono entrato nel loro mondo come pugile e non come sociologo. All’inizio mi hanno visto
con una sorta di curiosità: ero l’unico bianco della palestra, l’unico a portare gli occhiali, ovviamente l’unico
ad aver avuto un’educazione universitaria, per non dire che ero l’unico francese. Ed ero anche piuttosto incapace! La boxe non è così semplice come sembra… Però
Desolation on 63rd Street.
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lentamente sono migliorato e dopo alcuni mesi di duro
l a v o ro ero in grado di fare regolarmente da sparring ai
dilettanti e più in là persino ai pro. Ma la cosa più importante è che ho giocato con le stesse regole di tutti
gli altri: mi sono allenato assiduamente, correndo tutte
le mattine, svolgendo il mio “floorwork” allenandomi
con l’ombra e boxando con i sacchi, facendo il mio “t a b l e w o r k” (addominali ed esercizi ginnici) e il
“r i n g w o r k” infilandomi i guanti. Ho rimediato le mie
piccole ferite, lividi e contusioni, e mi sono rotto il naso, come ogni altro. In breve, mi ero completamente
dedicato alla professione, e gli allenatori e gli altri pugili se ne accorsero. Per questo mi hanno trattato come
uno di loro. Finché sottoponi te stesso all’estenuante
regime del pugile e “paghi il tuo pegno” sul ring, sarai
accolto a braccia aperte nella fratellanza di Fistiana
[f i s t in inglese significa pugno, n d r]. Nero, bianco, giallo o bruno, ricco o povero, educato o meno: ciò che sei
al di fuori della palestra non ha un briciolo d’importanza; quello che importa è che tu ti attenga con deferenza alle regole della professione (compresa quella di
non chiedere nulla alle persone circa la loro vita privata). Nel corso del mio apprendistato, mi sono guadagnato un gruppo di amici meravigliosi e ho collezionato una serie di soprannomi che dimostrano la mia crescente integrazione nella palestra, da “Busy” Louie a
“Bad Dude” fino a “French Hammer”. Sono stato anche fatto “nero onorario” dai pugili miei compagni e
dal mio vecchio allenatore, DeeDee, che divenne come
un secondo padre per me.
CHICAGO FADE
di Loïc Wacquant
1. Il corpo del sociologo in scena
Lo studio sociostorico del corpo (cioè la sua conformazione sociale, i suoi usi culturali e le sue modifiche materiali) ha conosciuto negli ultimi due decenni uno sviluppo notevole, come dimostra lo straordinario numero di opere storiografiche, di trattati filosofici, di studi antropologici, di testi ispirati al
femminismo o incentrati sui temi della sessualità e
di numeri speciali di riviste che spaziano dalla letteratura alla psichiatria, senza parlare della nascita
della rivista britannica “Body and Society”, emblematica di questo rinnovato interesse, che si è posta
come catalizzatore delle correnti teoriche dette poststrutturaliste e postmoderne, a questo scopo recentemente riabilitate e reinserite nel cuore delle scienze sociali e umanistiche. Tuttavia questa considerevole profusione di lavori in tutte le direzioni presenta la singolare, addirittura paradossale, caratteristica di fare da schermo al corpo realmente esistente,
per sostituirlo con un corpo quasi virtuale composto
Quindi lei sostiene che, contrariamente al luogo comune, in realtà i pugili non vanno sul ring per i soldi,
e che la nozione di “sacrificio” è la chiave per capire
il mondo della boxe.
Poiché ho imparato il mestiere sul campo, tra le corde,
passando quasi quattro anni con i miei compagni di
Woodlawn, sono riuscito a capire la boxe come la vivono loro, visceralmente, con e attraverso il mio corpo. E
questo mi ha permesso di scoprire che quello che i pugili cercano di realizzare nella loro professione non so42
Seduta di allenamento nella palestra del ghetto di Woodlawn,
nella parte sud di Chicago.
di segni, portatore di codici e ricettacolo passivo (o
recalcitrante) di forze socio-culturali che gli sare bbero esterne ed estranee, in breve un organismo degradato più o meno al rango di un testo al quale si
deve un trattamento essenzialmente ermeneutico1.
Tra questi corpi fatti di carne latori di storia e vettori
di saperi viscerali curiosamente rimossi dalle opere
che sono palesemente consacrate ad essi, ce n’è uno
che brilla particolarmente per la sua assenza, è il cor po del ricercatore, che peraltro costituisce, come ha già
suggerito Marcel Mauss, il “suo primo strumento”
di conoscenza, poiché è attraverso il suo organismo
capace di perc e p i re e agire che il sociologo, praticando un approccio sul campo entra in contatto con il
mondo vissuto, del quale egli, o ella, cerca di perc epire la logica2. Il racconto che segue intende, benché
modestamente, invitare a rimettere in scena e in gioco colui che indaga, in quanto essere di carne ed ossa e capace di soffrire - leidenshaftliches Wesen [ l ’ e s s ere sofferente] - come diceva il giovane Marx, la cui
a n t ropologia filosofica era su questo punto più giusta di quelle, ugualmente disincarnate, dell’attore ra zionale e dell’uomo normativo che si spartiscono in
parti più o meno uguali i modelli dell’azione sociale
Le fasi della preparazione. “F l o o r w o r k”: Tony si allena al sacco,
mentre Antony prova i movimenti davanti allo specchio.
no i benefit economici - la maggior parte dei pugili professionisti guadagna poco, qualcosa come 150 dollari a
incontro e sono fortunati se possono combattere ogni
mese; quasi tutti potrebbero guadagnare di più facendo
qualche lavoro schifoso o tuffandosi nell’economia della vita di strada. L’unica cosa che la boxe può far loro
guadagnare è la percezione di esercitare una professione di valore che permette di trasformare se stessi in
persone capaci di superare le avversità ed essere quindi
riconosciuti all’interno di una comunità morale: è la
fratellanza della boxe. È quello che io chiamo “vantaggio simbolico della virilità”, il fatto cioè di essere apertamente riconosciuti come esseri supremamente virili
su un palcoscenico pubblico quale il ring - la credenza
consacrata dal tempo che il campione del mondo dei
pesi massimi sia l’uomo più maschio che ci sia sulla
faccia della terra permane anche oggi1.
Dimentica i soldi e pensa al pugilato professionistico
come ad una religione della virilità, un’arte marziale, il
cui catechismo è incentrato sul concetto di “sacrificio”.
Questo concetto scandisce la giornata quotidiana del
pugile dentro e fuori dalla palestra. Serve ad aumentare e preservare le sue abilità fisiche e mentali per garantire prestazioni di vertice sul ring, ma ha anche l’effetto
di contraddistinguerlo, di elevarlo su quelli intorno a
lui che non seguono lo stesso regime di rifiuto dei piaceri terreni. “Disciplina”, “dedizione”, “tieniti pulito”,
“fa’ la cosa giusta” sono espressioni che i pugili usano
tutto il tempo riferendosi non solo al lavoro in palestra,
ma anche alle pratiche di astinenza nelle tre aree che
formano “la trinità del sacrificio pugilistico”, cioè il
mangiare, la vita sociale e il sesso2. I pugili devono ridimensionare drasticamente le loro abitudini alimentari,
evitando cibi grassi e zuccherosi (per non parlare di
soft drink e alcool) per tenere giù il peso. Sono chiamati
a porre dei limiti alla loro vita familiare e ad eliminare
le uscite notturne, fuggendo come la peste feste e locali,
per conservare le loro energie. E sono addestrati a tenersi lontani da tutte le relazioni amorose con le proprie donne o mogli per settimane e mesi prima di un
combattimento, perché si pensa che il sesso inquini i loro corpi, esaurisca la loro forza e li renda “soft”. Il se43
Ispirazioni per una fade.
guire queste regole ascetiche rinchiude i pugili nel loro
mondo (come nei monasteri sono le regole, più ancora
delle mura, a rinchiudere i monaci nel loro micro c osmo) e trasforma la loro vita quotidiana in una prova
continua, in una montagna da scalare, in una landa da
c o n q u i s t a re. E loro sono gli unici a fare la conquista,
contro i pronostici, cosicché essi sentono che grazie alla
boxe fuggono dalla vita invisibile e indegna che li
aspetta per la loro origine di classe inferiore e per l’identità etnica che li bolla, e costruiscono il proprio destino, sia letteralmente che in senso figurato, con le loro
mani - o con i loro guantoni.
I pugili amano quello che fanno e sono profondamente
attaccati alla loro professione. Per loro è passione, un
qualcosa che essi sentono di dover fare, ed esprimono
questo impulso paragonandolo all’amore romantico,
alla dipendenza dalle droghe, ad una malattia. La
“Sweet Science” [la “dolce scienza”, ndr] dà loro la dignità, il rispetto e il riconoscimento che non riescono a
ricevere altrove. È un trampolino per la disciplina, la fiducia in sé, e uno scudo protettivo contro la “vita veloce” delle strade e i suoi pericoli. Allo stesso tempo, i
pugili non hanno illusioni: sanno di essere pedine in un
gioco di spietato sfruttamento, merce di un’economia
in cui l’inganno, la manipolazione e la scaltrezza sono
l’ordine naturale delle cose. Sanno anche che se avessero avuto altri palcoscenici ove potersi re a l i z z a re, a
scuola o al lavoro, probabilmente non stare b b e ro cercando redenzione sul quadrato. Quindi il loro è un
amore dolceamaro…
da un secolo. Il testo è tratto dal libretto di appunti
che ho tenuto sul filo di un’immersione etnografica
di tre anni durante la quale ho appreso il mestiere di
boxeur in una palestra del ghetto nero di Chicago.
Divenuto membro del Woodlawn Boys Club in modo avventizio, mentre andavo cercando un punto
dal quale osservare da vicino le strategie di vita di
giovani uomini del sotto-proletariato di colore della
città, mi sono presto trovato imbrigliato nelle maglie
degli scambi materiali, simbolici ed affettivi che intessono la trama della vita quotidiana nella palestra
(g y m) 3 E ho dovuto, insensibilmente, talvolta con
piacere, talvolta con ansia o ancora con un sentimento di disagio e di inadeguatezza, piegarmi ai suoi
usi, rispondere alle richieste dei suoi membri e adattarmi, fisicamente non meno che moralmente, alle
sue proprie esigenze.
L’estratto (semi-grezzo) del mio taccuino di appunti, si situa circa venti mesi dopo il mio ingresso al
club, nel maggio 1990, cioè in un momento in cui mi
e ro stabilmente inserito nella “cerchia stretta” dei
regolari del club, per la mia assidua frequentazione
della palestra, per la mia sincera e totale accettazione del codice d’onore del pugile (testimoniata dal
Come si sentono i pugili di fronte a questo aspetto
della loro professione, cioè sull’essere sfruttati e trattati come una specie di merce umana?
Ogni pugile ti direbbe prontamente che il gioco è ricco
con i manager disonesti. Danno per scontato che i promoter e gli organizzatori di incontri li considerano carne da macello, e che non esitere b b e ro un attimo a mandarli a “combattere contro King Kong per un nichelino” se questo fosse negli interessi economici del promoter. I pugili usano tre linguaggi diversi per esprime44
“Ringwork”: Lorenzo impegnato ai pad con il suo allenatore Eddie.
Riferimenti bibliografici per gli studi di antropologia
T. Csordas (a cura di), Embodiment and Experience: The Existential Ground
of Culture and Self, Cambridge University Press, Cambridge 1994.
N. Scheper-Hughes e L. Wacquant (a cura di), C o m m o d i f y i n g
Bodies, Sage Publications, London 2002.
A.J. Strathern, Body Thoughts, University of Michigan Press, Ann
Arbor 1996.
mio incontro agonistico ufficiale nel grande torneo
amatoriale dei Golden Gloves l’inverno precedente)
e per i molti piccoli servizi resi al di fuori della palestra ai miei compagni d’avventura. Esso racconta
una seduta di taglio dei capelli durante la quale
Curtis, il boxeur divo in erba di questa specialità
della palestra (gym), mi taglia la testa alla moda dei
neri americani, per meglio rimarcare, visivamente e
nella stessa trasformazione del corpo, la mia appartenenza al gruppo.
Questo resoconto di una scena tutto sommato banale evidenzia tre caratteristiche importanti dell’organizzazione sociale e culturale della palestra di boxe.
La prima è la credenza indigena secondo la quale il
corpo racchiude dei “talenti”, delle “abilità” (skills)
che permetteranno a coloro che li possiedono di
sbrigarsela meglio nella vita: Curtis stabilisce un
parallelo tra le sue abilità pugilistiche e la sua competenza di parru c c h i e re - b a r b i e re, indicando così
implicitamente l’esistenza di un continuum dei me stieri del corpo, nel quale si iscrive la sua vocazione
di pugile, mestieri che sono i primi se non i soli offerti a coloro i quali non hanno altre risorse che il
capitale rappresentato dal proprio corpo, per af-
“Tablework”: Curtis rinforza gli addominali.
re il loro senso di sfruttamento, il fatto di essere un
corpo plasmato, esibito e venduto per denaro3. Il primo è il linguaggio della prostituzione: paragonano sé
stessi alle prostitute e il manager (o il promoter) al protettore che le sfrutta e le vende per fare guadagni facili
senza riguardo per la loro salute. Come disse splendidamente Randall “Tex” Cobb, un peso massimo bianco
degli anni ’70, «sono una puttana che vende il suo sangue anziché il suo culo. Non ho mai guadagnato molto
per la mia bella faccia, ma c’è sempre qualcuno che mi
pagherà per pre n d e re un pugno». Il secondo linguaggio dello sfruttamento è preso in prestito dall’esperienza storica della schiavitù e paragona il ring o la palestra ad una piantagione e il pugile allo schiavo che lavora duramente sotto la tutela del suo manager-padrone. Come puoi immaginare, è un linguaggio che ha un
s a p o re particolarmente amaro sulla bocca dei pugili
afroamericani.
Il terzo, quello dell’allevamento animale, indica che i
pugili sono trattati come cani, maiali, stalloni e ogni altro bestiame che abbia un valore commerciale. Tutti e
tre i linguaggi denunciano l’immorale, a dire il vero
disumana, mercificazione dei corpi umani.
E p p u re, mentre esprimono questo puro senso di
s f ruttamento, i pugili si adeguano ad essere merc i
materiali di questo “show business del sangue” che è
la boxe professionistica (l’espressione è di Budd
Schulberg). Per prima cosa, proveniendo da una classe e da una etnia inferiore, essi percepiscono lo sfruttamento come un inevitabile aspetto della vita cui
gente comune come loro non può sfuggire – che tu
sarai sfruttato dal tuo capo in fabbrica o da un manager di pugili, in ogni caso sarai sfruttato. Secondo,
sono abbindolati dall’ideologia imprenditoriale che
pervade la professione, che dipinge il pugile come
un ardito, un gladiatore dei giorni nostri pronto a
m e t t e re alla prova il suo coraggio afferrando il proprio destino. Infine, con la complicità dei colleghi, allenatori e manager, ogni pugile resta radicato nell’idea che egli sarà l’eccezione alla regola dello sfru t t amento: avrà il suo momento di gloria senza venire
danneggiato dal meccanismo.
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Altre ipotesi di acconciatura.
La boxe è “una via per uscire dal ghetto” come recita
la retorica pugilisitca?
No, in realtà la boxe è un binario morto se guardi alle
oggettive probabilità di successo economico. Ci sono
c i rca diecimila pugili etichettati come professionisti al
mondo, e solo duecento circa possono sopravvivere
solo con quello che incassano sul ring, con forse due
dozzine di essi che fanno i grandi guadagni (a sei o
sette cifre) di cui si può leggere sulla stampa. A Chicago negli ultimi quindici anni non più di cinque pugili
si sono potuti mantenere unicamente con gli incontri e
solo uno è andato oltre la magica soglia del milione di
dollari, il campione dei pesi massimi Oliver McCall,
dopo aver messo ko Lennox Lewis a Wembley, per poi
r i t rovarsi squattrinato subito dopo… I pugili dei club
p rendono una miseria: circa 50 dollari a round, tra i
500 e i 1000 dollari al massimo per l’incontro di cartello di dieci round in un club locale, un po’ di più se
hanno alle spalle un promoter nazionale che spera di
r i e n t r a re dell’investimento facendo del suo ragazzo un
personaggio per gli incontri televisivi, che sono quelli
che muovono tutto il denaro 4.
La boxe è l’apoteosi de “il primo vince tutto”: una
dozzina di pugili professionisti (e una mezza dozzina
di promoter) sfiorano il 99,9% di tutti i soldi da guad a g n a re. Il resto si consola con “il denaro simulato dei
p ropri sogni”, parafrasando quello che diceva l’antropologo francese Marcel Mauss a proposito della magia. Se sei atleticamente dotato, farai meglio ad andare in uno degli altri major, gli sport di squadra che dominano i media americani. Ma anche lì, le tue probabilità di successo sono assolutamente esigue, simili a
quelle di vincere la lotteria… Per certi versi la boxe è
una specie di lotteria immorale cui un piccolo e decrescente numero di uomini delle classi inferiori partecipa con i propri corpi.
È questo il motivo per cui nell’ultimo decennio la boxe ha visto passare così tanti appassionati alla NBA
(National Basketball Association) e alla NFL ( N a t i onal Football League)?
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frontare la battaglia per l’esistenza sociale. Quindi,
l’offerta del taglio dei capelli non può essere rifiutata, poiché si inquadra in un ciclo più ampio di
scambi fondati sulla reciprocità, economia - negata
come tale - che stabilisce che colui che dona deve
anche accettare, pena il rischio di stabilire fra lui e il
suo neofita un rapporto asimmetrico. In seno a questa economia sociale, gli scambi intrafamiliari occupano un posto centrale: il fatto che Curtis tagli i capelli dei suoi fratelli e dei suoi figli, e quelli del suo
allenatore e padre adottivo, DeeDee, meriterebbe da
solo un’esegesi volta a dimostrare come il fatto di
tagliarmi i capelli pubblicamente fosse un modo per
pormi in relazione di parentela fittizia. Infine, si vede come l’acquisizione della competenza corporea
infra-cosciente che definisce l’agente conosciuto e
riconosciuto in tutto l’universo sociale4, passi anche
attraverso modifiche corporali anche poco significative come un taglio di capelli, gli ornamenti o l’abbigliamento, il regime alimentare o la trasformazione dell’economia intima degli affetti.
2. Un taglio casalingo
Curtis mi domanda al telefono se voglio sempre
Curtis alla cerimonia della fasciatura delle mani sotto l’amorevole
controllo di DeeDee.
Riferimenti bibliografici per gli studi storici
J. Bremmer e H. Roodenburg (a cura di), A Cultural History of Ges ture, Polity Press, Cambridge 1991.
M. Wyke (a cura di), Gender and the Body in the Ancient Mediter ranean, Basil Blackwell, Cambridge 1998.
C. Walker Bynum, The Resurrection of the Body in Western Christian ity, 200-1336, Columbia University Press, New York 1995.
farmi una fade (taglio alla moda nel ghetto nero). Insiste: è il suo modo di farmi un regalo - e dunque di
r i s t a b i l i re un grado di re c i p rocità nella catena dei
nostri scambi- mettendo in evidenza i suoi talenti.
D’accordo. «Allora vieni giù in palestra ora». Ci vado alle 1.30. Trovo Curtis che sta lavando la sua
Jeep dietro la palestra, con la musica rap che fa da
sottofondo. Non si preoccupa troppo. Siamo d’accordo che mi può tagliare i capelli a qualsiasi ora.
Terminato il mio allenamento, prima di aver il tempo di andarmi a cambiare, Curtis mi propone di
nuovo di tagliarmi i capelli. «Non farti la doccia,
asciugati soltanto, farai la doccia quando avremo finito». Mi mette una sedia davanti allo specchio piccolo, vicino all’asse degli addominali, e la mette con
le spalle al vetro, in modo che io non possa vedermi, mi sembra. Ha tolto dalla sua sacca da sport il
grande rasoio elettrico che usa per tagliare i capelli
ai suoi fratelli, alle sue sorelle e agli altri del gruppo
(egli si fa sempre una fade con una piccola coda di
cavallo dietro, alla vigilia dei suoi combattimenti).
3. «Louie vuole essere nero a tutti i costi»
Curtis brandisce il grosso strumento e comincia a ta-
Curtis, dopo il match vittorioso che gli ha dato il titolo di campione dell’Illinois, posa con i fratelli che mostrano la cintura-trofeo.
La boxe ha avuto un declino tremendo rispetto ai giorni di gloria degli anni ’20 o degli anni ’60, e oggi è solamente l’ombra di ciò che era prima. Per noi è difficile
immaginare quanto il pugilato fosse centrale nella vita
nazionale mezzo secolo fa, quando un incontro per il
titolo dei pesi massimi catalizzava totalmente l’interesse della società. La prima ragione di questo declino è
la generale trasformazione nella vita delle classi lavoratrici, con l’emarginazione del lavoro manuale duro ,
il miglioramento nelle condizioni di vita e l’aumento
della scolarizzazione come strumento di accesso anche
ai lavori non specializzati: ciò ha quasi esaurito la riserva di volontari per il fronte pugilistico. In secondo
luogo, la boxe occupa una posizione marginale nella
gerarchia delle vocazioni atletiche negli Stati Uniti: è
una specie di sport dei p a r i a, praticato soprattutto da
quelli che hanno fallito negli altri sport (ragazzi troppo
bassi per giocare a basket, troppo leggeri per giocare a
football, non abbastanza scaltri per la lotta). Non è integrato nell’abituale c u r s u s accademico dei giovani
americani: grazie alla boxe non si possono vincere borse di studio per andare al college, cosa che invece accade per il baseball, il basket e il football americano, o
anche per la lotta o l’atletica. Una terza motivazione
aiuta a spiegare perché i migliori atleti dei licei americani, in particolare i ragazzi alti e forti, praticano gli
sport di squadra: con lo straordinario aumento degli
incassi generato dalla televisione, anche oscuri “giocatori di ruolo” a della NBA o dell’N F L guadagnano ora
molti più soldi di quelli che i pugili possono anche solo sperare di pro d u r re. Il salario medio della NBA è
due milioni di dollari e due terzi dei giocatori - il che
significa anche molti panchinari - guadagnano più di
un milione all’anno. E, a pre s c i n d e re da quanto sia
lunga e impegnativa la stagione N B A, è di gran lunga
meno dannoso per il fisico giocare 82 partite di basket
piuttosto che sopportare tre o quattro combattimenti
duri. (La NFL è un’altra questione: la distruzione fisica
cui devono re s i s t e re i giocatori di football è incredibile,
molto simile se non peggiore di quella patita dai pugili, ma questo è un argomento completamento censurato dai media americani).
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Ultimi tagli.
immagini tratte da: H. Coupin, Les Bizarreries des races humaines.
Cosa determina che tipo di pugile si diventa o lo stile
e la strategia che un dato pugile sviluppa?
La boxe è la quintessenza delle arti del corpo: si lavora
con il proprio corpo, sul proprio corpo, per produrre un
corpo nuovo, abile, capace di incassare e portare colpi
sul ring. Quindi il corpo è nello stesso tempo la materia
prima, la macchina e il prodotto finito di quella fabbrica
del combattimento che è la palestra5. Il che significa che
il tipo di corpo che hai, le tue qualità somatiche per così
dire, determineranno il tipo di pugile che puoi essere.
Se sei piccolo e tarchiato, con le braccia corte e una parte superiore del corpo forte, sei fatto apposta per divent a re quello che in gergo si chiama “s l u g g e r”, uno che
vuole pre n d e re pugni per ridurre la distanza dall’avversario e combattere da vicino. Ma se hai una corporatura esile, con un torso agile, gambe sottili e braccia
lunghe, allora sarai quello che gli specialisti chiamano
“b o x e r”, nel senso di un pugile tecnico che boxa a distanza ed evita il corpo a corpo muovendosi in circolo e
tenendo l’avversario a bada con jab doppiati da diretti
destri. Il tipo di pugile che sei, a sua volta, determina la
tua longevità: di norma, picchiatori o ribattitori hanno
c a r r i e re molto più brevi ad esempio dei pugili-boxer,
p e rché incassano molti più colpi e i loro fisici si logorano molto più rapidamente. E sono anche più inclini a
soff r i re danni fisici a lungo termine (studi medici dimostrano che la demenza pugilistica, la sindrome della
“ubriacatura da pugni”, colpisce essenzialmente picchiatori e combattenti). A volte un pugile vuole combattere con uno stile per il quale non è portato e paga un
prezzo pesante. Per ironia questo è stato il mio caso! Sono piuttosto esile e con braccia lunghe, ma ho la mentalità del combattente, voglio arrivare vicino, iniziare a
colpire duro e darci dentro. E poiché non ho abilità difensive, dovevo attaccare e tirare pugni di continuo per
proteggermi - da qui il soprannome da ring che mi diedero i miei compagni: “Busy” Louie [Louie “l’indaff a r ato”, n d r]. Ma l’anatomia non è come il destino: l’obiettivo dell’allenamento è affilare quelle abilità che traggono vantaggio dalle tue qualità naturali, ma anche di sviluppare quelle che compensino i limiti della tua costitu48
gliarmi i capelli sulla parte alta della testa. «Ho talento nelle mie mani, vedi. Posso fare molte cose con le
mie mani… Ti taglierò i capelli come quelli di Christopher. Ti piacciono i capelli di mio figlio? Il suo taglio è un po’ ingarbugliato ora… Vuoi che ti faccia la
coda dietro?» No, grazie, meglio senza. I lunghi colpi
di rasoio che mi dà sulla testa mi tirano i capelli e mi
fanno molto male. Mi dico che passerà, ma niente affatto: sento come una sbarra cocente di dolore che mi
attraversa il cranio. Ho l’impressione come se mi
trinciasse il cuoio capelluto con un vecchio coltello a
serramanico arrugginito! Ho un folle desiderio di urlare e di dirgli di fermarsi perché mi fa molto male,
ma non gli posso dire niente. Gli fa così tanto piacere
farmi questa fade promessa da lungo tempo, che non
può trattenersi dal gridare ridendo: «Louie vuole essere nero! Sogna di essere nero, lo desidera così tanto
che ci piange sopra ogni notte».
Ma io non so se posso sopportare il dolore! Spero
che si attenui man mano che la massa di capelli diminuisce. Ma anche quando i capelli sono corti, egli
continua a trafiggermi il cranio con colpi di rasoio
al limite della sopportazione.
Chiudo gli occhi e faccio una smorfia. Una vera tor-
“Busy” Louie in coda per il “peso”.
Riferimenti bibliografici per gli studi sul femminismo
S. Foster (a cura di), Corporealities: Body, Knowledge, Culture, Power,
Routledge, London 1995.
L. Schiebinger (a cura di), Feminism and the Body, Oxford University Press, New York 2000.
tura, non ne esco più. Non oso più guardare in che
condizioni è il suo rasoio elettrico da barbiere. Le lame devono essere completamente spuntate e contorte. Non è possibile! Ad un certo punto si ferma e apre
la testa del rasoio con… un grosso giravite da elettricista, estrae la massa di capelli impigliatasi nelle lame e riavvita lo strumento di tortura. Dopo una ventina di minuti, si rende conto del mio fastidio «Fa
male?». «Un poco, è che i capelli sono lunghi, immagino». Poi ci mette un po’ più di attenzione.
Curtis lavora sulla mia testa con tutta l’accuratezza
di cui è capace, sfrondando la mia chioma secondo
un tipo di taglio sfumato che dà il nome a questa
acconciatura. Ci impiegherà almeno quaranta minuti per finirla. DeeDee si spazientisce e vuole rientrare giacché sono già passate più di tre ore e mezza. Si rivolge con decisione a Curtis: «Mark è ancora
nello spogliatoio? È là dentro da molto. Digli di
uscire». E Curtis: «Mark! Stai facendo l’amore, o che
altro? Dai vieni fuori di lì: sii uomo.»
Per tutto il tempo DeeDee osserva con la coda dell’occhio. Il taglio è pressoché finito. Non ha proferito parola. Curtis, di spalle a Deedee, ride sotto i baffi. Gli sussurro: «Sono sorpreso che DeeDee non ab-
zione ossea e muscolare. Ad esempio, un pugile che abbia un “mento debole”, che significa che non sopporta
bene i colpi forti alla testa, ha bisogno di incre m e n t a re
le sue abilità difensive, di migliorare il suo gioco di piedi e i suoi movimenti del tronco per attutire e parare i
colpi, e di attutire i pugni per trarsi rapidamente fuori
dai corpo a corpo. Pugili e allenatori amano dire che
combattenti “si nasce”, che si ha bisogno di talento naturale come in tutti gli altri sport. Ma quando scavi un
po’, ammettono che anche chi ha doti naturali ha bisogno di lavorare duro e a lungo per acquisire le abilità fisiche indispensabili, la giusta sensibilità per essere accorto sul ring. Doti fondamentali come il trovarsi a proprio agio tra le corde possono rivelarsi sfuggenti: George Foreman è stato un pugile migliore al suo rientro all’età di 40 anni, che non quando ne aveva 20 e massacrava letteralmente gli avversari in un paio di round
(prima di essere sconfitto da Alì nella “Rumble in the
Jungle”b), perché, nel frattempo, era maturato e aveva
imparato a re s p i r a re correttamente sul ring. E la boxe è
un’arte che puoi imparare solo praticandola. Per questo
un buon allenatore ti dirà che ci vogliono quattro anni
per fare un pugile dilettante ben rifinito e altri tre anni
per sfornare un esperto professionista.
Ultime domande: qual era il tuo peso da pugile? E hai
mai fatto da sparring a qualche pugile noto?
“Busy” Louie al lavoro con il suo sparring partner A s h a n t e :
è l’ottobre del 1990.
Di solito mi allenavo intorno alle 143-145 libbre e combattevo a 139 libbre, che è il limite superiore per la categoria dei medioleggeri junior fra i dilettanti. L’ultima
estate in palestra, allenandomi duro e correndo ogni
giorno, sono riuscito a calare del tutto fino a 130 libbre
– su una struttura di 1 metro e 75 – ma mi ha reso troppo debole. Il mio coach DeeDee si lamentava «hai perso così tanto peso, Louie, che se perdi un’altra libbra finirai per scomparire», e il mio solito sparring partner,
Ashante, all’epoca un medioleggero imbattuto, nei corpo a corpo mi scagliava in giro come una bambola di
stoffa. Così sono tornato alle 139 libbre.
Un pugile ha due pesi, il suo “peso da allenamento” e
il suo “peso da combattimento”, che di solito è inferio49
Riferimenti bibliografici gli studi sul sesso
G. Herdt (a cura di), Third Sex, Third Gender: Beyond Sexual Dimor phism in Culture and History, Zone Books, New York 1994.
G.A. Foster, Troping the Body: Gender, Etiquette, and Performance,
Southern Illinois University Press, Carbondale 2000.
re al primo di una misura tra le 5 e le 15 libbre a seconda della taglia e della costituzione. Deve trovare il suo
giusto “peso da combattimento”, che è il peso più basso al quale egli esprime il massimo della sua forza e
quello in cui è più a suo agio nel muoversi. A volte un
pugile combatte in una categoria di peso che è troppo
bassa per lui, per restare nella quale deve uccidersi di
diete così che finisce per diventare debole come una
“ m o z z a rella”. Ma può capitare anche che si trovi a
combattere in una categoria di peso troppo alta, per la
quale non possiede il pugno adeguato e non ha la forza
fisica per resistere al suo avversario. In entrambi i casi
l’errore può essere assai costoso.
Io mi divertivo a fare da sparring con i pugili più piccoli
e tarchiati che potevo raggiungere facilmente e con cui
potevo picchiarmi da vicino. Non mi interessava di
quale peso fossero (una volta fui pestato a sangue da
Smithie, un peso massimo leggero, e il coach dopo mi
fece asciguare il ring perché era tutto macchiato di ro sso). Odiavo boxare con i ragazzi alti e slanciati che avevano le braccia come i tentacoli di una piovra – come il
pugile più conosciuto con cui ho “ballato il tango” al
Woodlawn Boys Club, Lorenzo “Lo stallone” Smith: ha
combattuto due volte per il titolo mondiale nella categoria da 147 libbre ed è ancora oggi classificato tra i migliori pugili al mondo. Usava tenermi a distanza col suo
jab assassino e mi toccava ogni volta che ne avesse voglia con diretti destri e con colpi d’incrocio. E quando riuscivo ad entrare nella sua guardia, mi dava il benvenuto con dei maligni montanti. Al solo parlarne posso sentire la fitta dei suoi pugni! Dovrei tornare da lui adesso
che ho più buon senso: hey, Lorenzo, sei là fuori? Sto
preparando il mio ritorno, let’s rumble you and me! c
bia ancora detto nulla. (Aveva promesso di cacciarmi dalla palestra e di spedirmi a Fuller Park - una
sala municipale senza controlli dove i boxeurs si azzuffano come straccivendoli senza regole né ritegno
- se Curtis mi avesse fatto questo taglio). Tutti e due
attendiamo il momento in cui inizierà la sua diatriba contro di noi. Ma continua a tacere. Momenti tesi
e buffi allo stesso tempo. Finalmente, dopo averci
guardati fissi per un lungo minuto, va a chiudere la
porta del re t ro palestra. Brontola allontanandosi:
«Non ho mai visto un ragazzo bianco così pazzo».
Credo che il taglio sia finito, ma nient’affatto. Curtis
passa alla rifinitura con le forbici sulla cima della testa e ai lati, poi mi fa una striscia con il rasoio. «Ci
vuole molto tempo perché i capelli dei bianchi sono
diversi. Con i capelli dei neri la rasatura riesce perfettamente, ma se invece radi la testa ad un bianco
sembra che ci sia stato un bombardamento. I loro
capelli crescono in modo irregolare. È per questo
che sto cercando di tagliarteli nel verso della crescita». Continua: «Mio figlio ha i capelli da bianco.
Non te ne eri accorto che Christopher ha i capelli da
bianco. Devo ungerli con la brillantina e poi arricciarli prima di poterli tagliare. Sono diversi». Dee-
* Loïc Wacquant è Professore a University of California, Berkeley, e
Ricercatore al Centro di Sociologia Europeo di Parigi. Come docen te della Fondazione Mac Arthur ha pubblicato diversi lavori sulla
emarginazione urbana, sulla teoria della conoscenza attraverso la
percezione corporea, sulla carcerazione, sul dominio etnico-razziale.
L’esperienza qui presentata è più diffusamente raccontata ed ana lizzata in Loïc Wa c q u a n t , Anima e corpo. La fabbrica dei
pugili nel ghetto nero americano, Derive Approdi, Roma 2002.
Le fotografie sono dell’autore .
50
Anche DeeDee subisce il taglio dei capelli alla mercé di Curtis,
mentre Ashante si scalda i muscoli davanti allo specchio.
Riferimenti bibliografici per gli studi filosofici
G. Lakoff e M. Johnson, Philosophy in the Flesh: The Embodied Mind
and its Challenge to Western Thought, Basic, New York 1999.
D. Weldon (a cura di), Body and Flesh: A Philosophical Reader, Blackwell, Cambridge 2000.
Dee torna a piantarsi davanti all’entrata della sala
boxe e mi fissa - non ho gli occhiali ma percepisco il
suo sguardo incredulo e costernato. Non emette un
fiato. Non posso re s i s t e re oltre e gli grido: «Allora
come ti sembra DeeDee?».
«Lo vedrai da te quando ti guarderai allo specchio».
«Ma qual è il tuo apprezzamento?».
«Non mi esprimo».
«Ma che ne pensi?».
«Non credo tu voglia sentirlo». Rientra nella sala
boxe e sento che borbotta: «Merda! Se io fossi Liz, ti
sbatterei fuori di casa».
Curtis risponde a tono: «Ma Liz mi ha detto che va
bene». Ed io rincarando la dose: «È proprio lei che
mi ha chiesto di tagliarmi i capelli così».
DeeDee, in tono costernato, come se non ci fosse decisamente più niente da fare: «Allora anche lei deve
essere fuori di testa.»
4. «Il ragazzo sembra figo»
Ecco che il taglio è quasi pronto. Curtis chiama tutti.
Io chiedo «Come vi sembra?». Anthony fa un fischio
d’ammirazione e anche Mark e suo cugino. Mark
esclama: «È una goduria! Louie, sembri in Terza Ba-
“Busy” Louie a colloquio con Curtis mostra i risultati del suo taglio-fade mentre “Killer” Keith, Rico e Ashante parlano tra loro.
NOTE DELL’AUTORE
1
Loïc Wacquant, The Pugilistic Point of View: How Boxers Think
and Feel About Their Trade”, in “Theory and Society”, 24-4
(agosto 1995), pp. 489-535, e The Social Logic of Boxing in Black
Chicago: Toward a Sociology of Pugilism”, in “Sociology of
Sports Journal”, 9-3 (settembre 1992), pp. 221-254.
2
Loïc Wacquant, Sacrifice, in Body Language: Graywolf Forum
Two, Gerald Early (a cura di), Graywolf Press, Saint Paul Minnesota 1998, pp. 47-59.
3
Loïc Wacquant, Whores, Slaves, and Stallions: Languages of Ex ploitation and Accomodation Among Professional Fighters i n
“Body & Society” 7-2/3 (giugno-settembre 2001, special issue
on “Commodifying Bodies”), pp. 181-194. [Loïc Wacquant,
Puttane, schiavi e stalloni: linguaggi dello sfruttamento e dell’adat tamento tra i pugili, in Nancy Scheper-Hughes e Loïc Wacquant (a cura di), Corpi in vendita. Interi e a pezzi, Ombre corte,
Verona 2004, pp. 143-158].
4
Cfr. Loïc Wacquant, A Fleshpeddler at Work: Power, Pain, and
P rofit in the Prizefighting Economy, in “Theory and Society”,
27-1 (febbraio 1998), pp. 1-42.
5
Loïc Wacquant, The Prizefighter’s Three Bodies, in “Ethnos:
Journal of Anthropology”, 63-3 (novembre 1998), pp. 325-352.
NOTE DEL TRADUTTORE
a
L’espressione designa quegli atleti che negli sport di squadra prendono parte esclusivamente a specifiche situazioni di
gioco (come il kicker nel football americano) o che vengono
mandati in campo per sfruttarne caratteristiche particolari.
b
Si tratta dell’ormai celeberrimo incontro disputato in Zaire, a
Kinshasa, il 30 ottobre del 1974: il campione del mondo dei
pesi massimi, George Foreman, metteva in palio la sua corona
contro l’ex campione del mondo Muhammad Alì. Dell’impatto politico e sociale dell’incontro, oltre che della sua importanza da un punto di vista sportivo, si trova preziosa testimonianza nel film-documentario realizzato da Leon Gast Quando
eravamo re (When we were kings nella versione originale).
c
In slang americano il termine “to rumble” indica una situazione in cui i pugili si affrontano con grande aggressività sul
ring. Potrebbe essere resa in italiano con “fatti sotto”, ma l’espressione originale risulta decisamente più efficace.
L’intervista "Busy” Louie sul ring, tradotta in italiano da A ndrea Salvarezza, è stata pubblicata in M. Berkowitz e R. Ungar
(a cura di), Fighting Back? Jewish and Black Boxers in Britain,
University College of London Press, London 2007, pp. 106-113.
51
Riferimenti bibliografici per studi di sociologia e di altra matrice
N. Cro s s l e y, The Social Body: Habit, Identity, and Desire, S a g e ,
London 2001.
F. Barker, The Tremulous Private Body: Essays on Subjection, University of Michigan Press, Ann Arbor 1995.
S. Coakley, Religion and the Body, Cambridge University Press,
Cambridge 1997.
se [espressione idiomatica che sta per: «Sembra che
stai per avere un orgasmo», n d r]. Ed A n t h o n y :
«Louie rilassati». È la reazione generale. Loro ridono
quando dico che il gruppo rap che mi ha ingaggiato
non è Third Base (nel quale giocano due bianchi) ma
NWA, Nigger With an Attitude (gruppo duro di Los
Angeles Central South, il preferito da Ashante). «Va
bene Louie, mostragli cosa può fare un ragazzo
bianco». «Che uomo! Sembri un killer, Louie». DeeDee si è avvicinato e ha l’aria sbalordita. John mi dice che è una superf a d e. Curtis: «Il ragazzo bianco
sembra figo». Mi volto verso lo specchio e scopro il
risultato: ecco, per rendersi conto dell’opera bisogna
vederla in foto o dal vero. Ho i capelli praticamente
rasati tre centimetri sopra le orecchie, molto corti e a
piumino sul cranio, un’enorme fascia rasata a sinistra e la frangia completamente schiacciata all’indietro. Effetto garantito. Mi piace proprio!
Curtis sibila con una voce piagnucolosa: «Sua mamma sarà spaventata a morte. Tanto da piangere [fa la
voce in falsetto]: perché hanno fatto questa cattiveria al
mio bambino? Oh, il mio piccolo ragazzo?» Ride. DeeDee con voce stentorea e con tono soddisfatto: «Tua
madre ti prenderà a schiaffi!». Io ribatto: «Ti piacerebbe, vero?». «Certo!». Curtis ne approfitta per andare all’assalto di DeeDee, affermando che quando
era giovane anche lui portava le fade – con la sola
differenza che non si chiamavano così. DeeDee è furioso: «Ma cosa stai dicendo? Guarda i suoi capelli
[punta il dito verso il cugino di secondo grado di
Mark]. Guarda i suoi capelli, rasati corti così: questo
è il taglio di capelli che ho sempre portato in tutta la
mia vita. Non ho mai avuto nessuna fade!». Curtis,
assolutamente felice di poter lanciare il rituale insulto a DeeDee, fa come se non avesse sentito e ulula: «Deedee è un selvaggio!». Tutti scoppiano a ridere; Anthony è divertito, ma Mark non osa ridere
t roppo apertamente di DeeDee. Questi si finge in
collera con Curtis. È uno spasso indescrivibile. Finalmente il vecchio allenatore accenna ad un sogghigno da iena e decide di battere in ritirata: non c’è
52
modo di averla vinta, solo contro tutti. Se ne va ondeggiando (ha l’aria di riuscire a camminare di nuovo senza la sua stampella). Mi dice da lontano che
sarà a casa domani, okay.
Mentre DeeDee se ne va, Curtis può rifinire il taglio.
Dice a John: «Guarda, ho un dono nelle mani. So come fare tante cose con le mie mani. Guarda qua.
Non l’ho imparato, non sono andato mica a scuola
per imparare a tagliare i capelli: sono un autodidatta. Credevi fossi andato a scuola, non è vero ? » .
John, con un tono non troppo convinto: «Sì, certo!».
E quell’altro: «Non ci sono andato. Ho imparato da
solo». Mi alzo e guardo di nuovo l’opera. È sorprendente nel vero senso della parola. Ringrazio Curtis
di cuore: «Questo è il miglior taglio che abbia mai
fatto». Mi dice con tono eccitato: «Aspetta che lo veda Ashante». E io: «Lo incontro stasera: re s t e r à
sconvolto». Curtis mi fa un soul shake e mi dice di
s p a z z a re via i capelli. Io scivolo sotto il ring per
prendere una scopa e trovo una babele indescrivibile di cartoni, prodotti di pulizia, vecchi attrezzi per
la boxe etc. Curtis veste i suoi ragazzini e usciamo
insieme a Boxhead John. Noto che non c’è più una
sola ma due mazze da baseball nell’ingresso dell’asilo che occupa la zona antistante l’edificio (servono
per scacciare o minacciare le persone indesiderate).
John tira la catena, Curtis collega l’allarme e chiude
il cancello. John è molto impressionato dall’auto di
Curtis: «Quanto l’hai pagata, 17.000?». Curtis, tutto
contento di avere la possibilità di indignarsi per
questo prezzo basso: «17.000? Magari l’avessi pagata così. Mi è costata 24.000. È roba di prima classe…
ho dei sedili anteriori come quelli di un aeroplano,
vera pelle. Cruscotto Bmw. Ragazzi: è roba di prima
classe. Non lo sapevo mica. Me l’hanno detto solo
dopo che l’avevo comprata». Dico loro, «a lunedì»,
e attraverso la strada.
Risalendo per Ingleside fino a casa, mi rendo conto
subito dell’effetto che fa la mia fade. Due ragazzini
che camminavano davanti a me tornano indietro, in
un sussulto di terrore nel vedermi. Una signora ben
A.W. Frank, The Wounded Storyteller: Body, Illness, and Ethics, The
University of Chicago, Chicago 1997.
A. Hyde, Bodies of Law, Princeton University Press, Princeton 1996.
J. Terry e J. Urla (a cura di), Deviant Bodies, Indiana University
Press, Bloomington 1995.
vestita nella sua auto in cima alla strada, riesce a
stento a trattenersi dal ridere quando passo. Due
giovani intenti a fare i galanti con una fanciulla del
q u a r t i e re mi guardano come se fossi il diavolo. E
quando vado alla libreria del campus ad acquistare
il mio “Libé” del giorno, nessuno mi dice nulla: credo proprio che gli impiegati non mi abbiano riconosciuto! E Victor il mio vicino, un nero della Georgia
gioviale e truculento, scoppia a ridere per l’ammirazione e la sorpresa dal suo balcone.
Quando Liz rientra e mi trova seduto al computer,
si ferma bruscamente, paralizzata: stenta a cre d e re
che sia io. Poi, appena riesce a rendersi conto, con le
mani sulla bocca, lancia un urlo prolungato. Fa fatica a tirare il respiro tanto è scioccata alla vista della
mia nuova acconciatura. Non appena si riprende un
po’ chiama DeeDee al telefono. Tutti e due si sbellicano dalle risa a proposito della mia fade. Sghignazza: «Ti ricordi quel tipo nel mio appartamento? Sono entrata e non l’ho riconosciuto». DeeDee, soffocando dal ridere, rincara: «Non so chi sia quel matto… È un selvaggio, è pazzo. Dovresti metterlo fuori. Quando sono andato via dalla palestra, mi sono
detto: “uh-uh! Accidenti!” Quei giovani punk gli dicevano: “Sei figo! Sei figo!”. Sono pazzi… Curtis è
un selvaggio!». Gli dico che vado a vedere Ashante:
«Gli piacerà. Ma non è abbastanza trasgressivo. Se è
per farsela fare, non se la farà mai fare. Non se n’è
mai fatta fare una». Non ha bisogno di niente.
O’Bannon passa a portargli del pesce pescato con i
suoi colleghi del servizio postale nel Minnesota, alle
sorgenti del Mississipi. Prometto che passerò a vederlo domani poiché: «So che vorrai vedere il mio
taglio prima della fine del week-end». Mi dice okay
con un lungo scoppio di riso.
M e n t re prendo i miei appunti, Liz mi sussurra con
un tremolio nella voce: «Non mi riprenderò mai da
colpi come questi, L o, davvero». Curtis ci ha dato
sotto forte, è il minimo che si possa dire. Quando ho
finito i miei appunti alle 7 della stessa sera, ho ancora un orribile mal di testa a causa del suo rasoio elet-
trico arrugginito. Mi domando come ho potuto re s istere. Ma alla fine, mi piace davvero questo taglio - è
il minimo che si possa dire, si tratta un tale cambiamento! – ma io credo che questa trasformazione
scioccherà un po’ in Francia. Infatti, due settimane
più tardi, quando arrivo alla stazione di Montpellier
per una riunione di famiglia, mia madre mi passerà
per due volte davanti in auto senza riconoscermi.
NOTE
1
Vedi Loïc Wacquant, Pugs at Work: Bodily Capital and Bo dily Labor Among Professional Boxers, in “Body and Society”, volume 1, n. 1, marzo 1995, pp. 65-94; Terrence Turner, Bodies and Anti-Bodies: Flesh and Fetish in Contemporary
Social Theory, in Thomas Csordas (a cura di), Embodiment
and Experience: The Existential Ground of Culture and Self,
Cambridge University Press, Cambridge 1994, pp. 2747.3; Marcel Mauss, Les techniques du corps, in “Journal de
Psychologie”, volume XXXII, n. 3-4, 15 marzo-15 aprile
1936, pp. 271-293. Comunicazione presentata alla Société
de Psychologie il 17 maggio 1934 (repris in Sociologie et an thropologie, Presses Universitaires de France, Paris 1950,
pp. 363-386).
2
M a rcel Mauss, Les techniques du corps, in “Journal de
Psychologie”, volume XXXII, n. 3-4, 15 marzo-15 aprile
1936, pp. 271-293. Comunicazione presentata alla Société
de Psychologie il 17 maggio 1934. [Marcel Mauss, Le tecni che del corpo, in Teoria generale della magia e altri saggi,
Einaudi, Torino 1965, pp. 383-409].
3
Per una discussione più approfondita dell’oggetto e dei
risultati dell’inchiesta, si rinvia alla lettura del mio libro:
Loïc Wacquant, Anima e corpo. La fabbrica dei pugili nel
ghetto nero americano, DeriveApprodi, Roma 2002.
4
P i e r re Bourdieu, Méditations pascaliennes, Éditions du
Seuil, Paris 1998. Vedi in particolare il capitolo 4, L a
connaissance par corps, pp. 153-193. [Pierre Bourd i e u ,
Meditazioni pascaliane, Feltrinelli, Milano 1998].
L’articolo qui riprodotto deriva da Loïc Wacquant, C h i c a g o
Fade: re m e t t re le corps du chercheur en scène, in Quasimodo 7
(primavera 2002), pp. 171-179.
Traduzione di Simona Iannaccone e Stefania Piermaria
53
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