RASSEGNA STAMPA di martedì 22 marzo 2016
SOMMARIO
Ancora un attentato, ancora tanti morti innocenti.
Bruxelles, il cuore dell'Europa, è in queste ore sotto attacco
terroristico. Prima due esplosioni all'aeroporto di Bruxelles
Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno 13 persone e
ne ha ferite 35. Un'ora dopo due altre bombe sono esplose in
centro, alle fermate di Metro Maelbeek e Schumann, vicino alle
istituzioni europee. Secondo i media belgi 10 persone hanno perso
la vita, portando complessivamente il bilancio (provvisorio,
ovviamente) delle vittime a 23. Un assedio che segue di tre giorni
dall'arresto di Salah Abdeslam, il principale ricercato per gli
attentati di Parigi del 13 novembre.
L’Osservatore Romano pubblica ed anticipa oggi le meditazioni delle quattordici
stazioni della Via crucis che sarà presieduta da Papa Francesco al Colosseo la sera del
venerdì santo; sono state scritte dal cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di
Perugia - Città della Pieve, che ha intitolato la sua riflessione «Dio è misericordia». Il
testo integrale è in Rassegna, qui proponiamo ed evidenziamo tre stazioni.
SETTIMA STAZIONE - Gesù cade per la seconda volta
Dal libro del profeta Isaia 53, 2-3: Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato
per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue
piaghe noi siamo stati guariti.
Gesù cade ancora. Schiacciato ma non ucciso dal peso della croce. Ancora una volta
Egli mette a nudo la sua umanità. È un’esperienza al limite dell’impotenza, di
vergogna dinanzi a chi lo schernisce, di umiliazione davanti a chi aveva sperato in lui.
Nessuna persona vorrebbe mai cadere a terra e sperimentare il fallimento.
Specialmente di fronte ad altre persone. Spesso gli uomini si ribellano all’idea di non
avere potere, di non avere la capacità di portare avanti la propria vita. Gesù, invece,
incarna il “potere dei senza potere”. Sperimenta il tormento della croce e la forza
salvifica della fede. Solo Dio può salvarci. Solo Lui può trasformare un segno di morte
in una croce gloriosa. Se Gesù è caduto a terra una seconda volta, per il peso del
nostro peccato, accettiamo allora anche noi di cadere, d’esser caduti, di poter cadere
ancora per i nostri peccati. Riconosciamo di non poterci salvare da soli con le nostre
forze.
Signore Gesù, che hai accettato l’umiliazione di cadere ancora sotto gli occhi di
tutti, ti vorremmo non solo contemplare mentre sei nella polvere, ma fissare in te il
nostro sguardo, dalla stessa posizione, anche noi a terra, caduti per le nostre
debolezze. Donaci la coscienza del nostro peccato, quella volontà di rialzarsi che
nasce dal dolore. Dà a tutta la tua Chiesa la consapevolezza della sofferenza. Offri
in particolare ai ministri della Riconciliazione il dono delle lacrime per il loro
peccato. Come potrebbero invocare su di sé e sugli altri la tua misericordia se non
sapessero prima piangere le loro colpe?
UNDICESIMA STAZIONE - Gesù è crocifisso
Dal Vangelo secondo Luca 23, 39-43: Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:
«Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo:
«Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi,
giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli
invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel
tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Gesù sta sulla croce, «albero fecondo e glorioso», «talamo, trono ed altare» (Inno
liturgico Ecco il vessillo della croce). E dall’alto di questo trono, punto d’attrazione
dell’intero universo (cfr. Gv 12, 32), perdona i suoi crocifissori «perché non sanno
quello che fanno» (Lc 23, 34). Sulla croce di Cristo, «bilancia del grande riscatto»
(Inno liturgico Ecco il vessillo della croce), risplende una onnipotenza che si spoglia,
una sapienza che si abbassa fino alla follia, un amore che si offre in sacrificio.
Alla destra e alla sinistra di Gesù ci sono due malfattori, probabilmente due omicidi.
Quei due malfattori parlano al cuore di ogni uomo perché indicano due modi differenti
di stare sulla croce: il primo maledice Dio; il secondo riconosce Dio su quella croce. Il
primo malfattore propone la soluzione più comoda per tutti. Propone una salvezza
umana e ha uno sguardo rivolto verso il basso. La salvezza per lui significa scappare
dalla croce ed eliminare la sofferenza. È la logica della cultura dello scarto. Chiede a
Dio di eliminare tutto ciò che non è utile e non è degno di essere vissuto. Il secondo
malfattore, invece, non mercanteggia una soluzione. Propone una salvezza divina e ha
uno sguardo tutto rivolto verso il cielo. La salvezza per lui significa accettare la
volontà di Dio anche nelle condizioni peggiori. È il trionfo della cultura dell’amore e
del perdono. È la follia della croce nei confronti della quale ogni sapienza umana non
può che svanire e ammutolire nel silenzio.
Donami, o Crocifisso per amore, quel tuo perdono che dimentica
e quella tua misericordia che ricrea. Fammi sperimentare, in ogni Confessione,
la grazia che m’ha creato a tua immagine e somiglianza e che mi ricrea ogni volta
che io pongo la mia vita, con tutte le sue miserie, nelle mani pietose del Padre.
Che il tuo perdono risuoni per me come certezza dell’amore che mi salva,
mi fa nuovo e mi fa stare con te per sempre.
Allora io sarò davvero un malfattore graziato e ogni perdono tuo sarà
come un assaggio di Paradiso, già da oggi.
QUATTORDICESIMA STAZIONE - Gesù è deposto nel sepolcro
Dal Vangelo secondo Matteo 27, 59-60: Giuseppe prese il corpo [di Gesù], lo avvolse in
un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella
roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.
Mentre Giuseppe chiude il sepolcro di Gesù, Egli scende negli inferi e ne spalanca le
porte. Quella che la Chiesa Occidentale chiama “discesa agli inferi”, la Chiesa
Orientale la celebra già come Anastasi, cioè “Risurrezione”. Le Chiese sorelle
comunicano così all’uomo la piena Verità di questo unico Mistero: «Ecco, io apro i
vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio. Farò entrare in voi il
mio spirito e rivivrete» (Ez 37, 12. 14). La tua Chiesa, Signore, ogni mattina canta:
«Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge
dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte»
(Lc 1, 78-79). L’uomo, abbagliato da luci che hanno il colore delle tenebre, spinto
dalle forze del male, ha rotolato una grande pietra e ti ha chiuso nel sepolcro. Ma noi
sappiamo che tu, Dio umile, nel silenzio in cui la nostra libertà ti ha posto, sei
all’opera più che mai per generare nuova grazia nell’uomo che ami. Entra, dunque,
nei nostri sepolcri: ravviva la scintilla del tuo amore nel cuore di ogni uomo, nel
grembo di ogni famiglia, nel cammino di ogni popolo.
O Cristo Gesù! Tutti camminiamo verso la nostra morte e la nostra tomba.
Permettici di fermarci in spirito accanto al tuo sepolcro. Che la potenza di Vita,
che in esso si è manifestata, trafigga i nostri cuori.
Che questa Vita diventi la luce del nostro pellegrinaggio sulla terra. Amen.
(San Giovanni Paolo II)
Intanto, proprio in queste ore, sta per andare on line il rinnovato sito diocesano. Lo
si cerca e lo si trova sempre allo stesso indirizzo: www.patriarcatovenezia.it . Ma
adesso si presenta tutto cambiato e profondamente rinnovato, per essere sempre
più e meglio al servizio della Chiesa veneziana favorendo la comunicazione e la
messa in circolo - anzi “on line” - di quanto in essa succede e delle principali
informazioni o approfondimenti che la riguardano. Un’immediata visita e un bel giro
di… navigazione lo merita senz’altro.
3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO
Pagg 4 – 5 Dio è misericordia
Le meditazione per la Via crucis presieduta dal Papa la sera di venerdì santo
Pag 8 Amore senza fine
Nella domenica delle Palme il Papa parla della passione di Gesù e ricorda il destino dei
profughi di cui nessuno si assume la responsabilità
Pag 8 Avanti con coraggio
All’Angelus affida la Gmg all’intercessione di san Giovanni Paolo II
CORRIERE DELLA SERA
Pag 49 L’appello di suor Rita per una chiesa di donne di Dacia Maraini
IL FOGLIO
Pag 1 Rivoluzione o no? Cosa aspettarsi dal verdetto del Papa sul Sinodo di
Matteo Matzuzzi
Porte aperte ma non troppo
WWW.CHIESA.ESPRESSONLINE.IT
Lavanda per tutti. Il giovedì santo di Francesco di Sandro Magister
La lavanda dei piedi mette ormai in ombra la messa dell'ultima cena. Il papa ha
ammesso al rito le donne, purché appartenenti alla Chiesa. Ma lui si spinge più in là e
lava i piedi anche ai musulmani
5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
AVVENIRE
Pag 2 Le nazioni più felici non sono sempre giuste di Massimo Calvi
Il valore dei comportamenti virtuosi, il rischio del bene per sé
Pag 3 Berlino e la grande inflazione. Crisi e conseguenze politiche di Antonio
Fazio
La lezione della storia per l’economia e la democrazia
8 – VENETO / NORDEST
CORRIERE DEL VENETO
Pag 5 Vita da Erasmus, quei centomila veneti nel “cuore” dell’Europa di Sara
D’Ascenzo
Fenomeno in crescita in tutti i nostri atenei
Pag 8 Picchiata e minacciata dal marito per 40 anni. “Il prete mi diceva:
sopporta e prega” di Milvana Citter
Nel Trevigiano
… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Non tradiamo il loro sogno di Beppe Severgnini
Pagg 2 – 3 Progetti e sogni di sette ragazze
La tragedia dell’Erasmus. Avevano tutte tra 22 e 25 anni. Provenivano da Piemonte,
Liguria, Veneto, Toscana e Lazio. I volti e le storie delle vittime dell’incidente di
Tarragona
Pag 15 Lavacri e nostalgie, gli ex Msi e i conti con il passato mai fatti del tutto di
Pierluigi Battista
Pag 28 I rischi del decisionismo senza corpi intermedi di Giuseppe De Rita
LA REPUBBLICA
Pag 41 Il cristianesimo sulla via dell’Oriente di Silvia Ronchey
LA STAMPA
Una tragedia che tocca ogni famiglia di Francesca Sforza
AVVENIRE
Pag 1 Come in uno specchio di Marina Corradi
Un vertiginoso dolore, e domande
Pag 2 Quelli che non sanno quello che fanno di Ferdinando Camon
Salah e tutti gli altri pronti a dare la morte
Pag 12 Ecco la stepchild per sentenza di Angelo Picariello
Utero in affitto in Canada, a Roma accolta richiesta del partner. La politica surrogata.
Reazioni: “Scavalca il Parlamento”
LA NUOVA
Pag 1 Quei ragazzi andati via sognando di Giorgio Boatti
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3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO
Pagg 4 – 5 Dio è misericordia
Le meditazione per la Via crucis presieduta dal Papa la sera di venerdì santo
Le meditazioni delle quattordici stazioni della Via crucis che sarà presieduta da Papa
Francesco al Colosseo la sera di Venerdì santo, 25 marzo, sono state scritte dal cardinale
Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia - Città della Pieve. Il presule ha intitolato la
sua riflessione «Dio è misericordia». Il testo che anticipiamo, come di consueto, sarà
pubblicato anche dalla Libreria editrice Vaticana. Le immagini - tratte dal ciclo che
illustra il libretto preparato dall’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice riproducono alcune formelle di maiolica della Via crucis realizzata nel 1930 da Alfredo
Santarelli (Gualdo Tadino, 1874 - ivi, 1957) per la cappella del seminario arcivescovile
perugino.
Introduzione
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di
ogni consolazione! (2 Cor 1, 3).
In questo Giubileo straordinario, anche la Via Crucis del Venerdì Santo ci attrae con una
forza particolare, quella della misericordia del Padre Celeste, che vuole riversare su tutti
noi il suo Spirito di grazia e di consolazione.
La misericordia è il canale della grazia che da Dio arriva a tutti gli uomini e le donne di
oggi. Uomini e donne troppo spesso smarriti e confusi, materialisti e idolatri, poveri e
soli. Membra di una società che sembra aver rimosso il peccato e la verità.
«Guarderanno a me, colui che hanno trafitto» (Zc 12, 10): si adempiano anche in noi,
questa sera, le parole profetiche di Zaccaria! Lo sguardo si sollevi dalle nostre infinite
miserie per fissarsi su di Lui, Cristo Signore, Amore Misericordioso. Allora potremo
incontrare il suo volto e udire le sue parole: «Ti ho amato di amore eterno» (Ger 31, 3).
Egli, col suo perdono, cancella i nostri peccati e ci apre il cammino della santità, sul
quale abbracceremo la nostra croce, insieme a Lui, per amore dei fratelli.
La fonte che ha lavato il nostro peccato diventerà in noi «una sorgente d’acqua che
zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14).
Preghiera
Eterno Padre,
attraverso la Passione del tuo diletto Figlio,
hai voluto rivelarci il tuo cuore
e donarci la tua misericordia.
Fa’ che, stretti a Maria, sua e nostra Madre,
sappiamo accogliere
e custodire sempre il dono d’amore.
Sia lei, Madre della Misericordia,
a presentarti le preghiere
che ti innalziamo per noi e per tutta
l’umanità,
affinché la grazia di questa Via Crucis
raggiunga ogni cuore umano
e vi infonda nuova speranza,
quella speranza indefettibile
che si irradia dalla Croce di Gesù,
che vive e regna con te
nell’unità dello Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
PRIMA STAZIONE
Gesù è condannato a morte
Dal Vangelo secondo Marco 15, 14-15: Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi
gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in
libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse
crocifisso.
Gesù è solo dinanzi al potere di questo mondo. E si sottopone fino in fondo alla giustizia
degli uomini.
Pilato si trova dinanzi a un mistero che non arriva a comprendere. Si interroga e chiede
spiegazioni. Cerca una soluzione e arriva, forse, fin sulla soglia della verità.
Ma sceglie di non varcarla. Tra la vita e la verità, sceglie la propria vita. Tra l’oggi e
l’eternità, sceglie l’oggi.
La folla sceglie Barabba e abbandona Gesù. La folla vuole la giustizia sulla terra e sceglie
il giustiziere: colui che potrebbe liberarli dall’oppressione e dal giogo della schiavitù. Ma
la giustizia di Gesù non si compie con una rivoluzione: passa attraverso lo scandalo della
croce. Gesù sconvolge ogni piano di liberazione perché prende su di sé il male del
mondo e non risponde al male con il male. E questo gli uomini non lo capiscono. Non
capiscono che da una sconfitta dell’uomo può derivare la giustizia di Dio.
Ognuno di noi, oggi, è parte integrante di quella folla che grida: «Crocifiggilo!». Nessuno
può sentirsi escluso. La folla e Pilato, infatti, sono dominati da una sensazione interiore
che accomuna tutti gli uomini: la paura. La paura di perdere le proprie sicurezze, i propri
beni, la propria vita. Ma Gesù indica un’altra strada.
Signore Gesù,
come ci sentiamo simili a questi personaggi.
Quanta paura c’è nella nostra vita!
Abbiamo paura del diverso,
dello straniero, del migrante.
Abbiamo timore del futuro,
degl’imprevisti, della miseria.
Quanta paura nelle nostre famiglie,
negli ambienti di lavoro, nelle nostre città...
E forse abbiamo paura anche di Dio:
quella paura del giudizio divino
che nasce dalla poca fede,
dalla non conoscenza del suo cuore,
dal dubbio sulla sua misericordia.
Signore Gesù,
condannato dalla paura degli uomini,
liberaci dal timore del tuo giudizio.
Fa’ che l’urlo delle nostre angosce non ci impedisca
di sentire la dolce forza del tuo invito:
«Non abbiate paura!».
SECONDA STAZIONE
Gesù è caricato della croce
Dal Vangelo secondo Marco 15, 20: Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della
porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
La paura ha emesso la sentenza, ma non può svelarsi e si nasconde dietro gli
atteggiamenti del mondo: scherno, umiliazione, violenza e derisione. Ora Gesù è
rivestito delle sue vesti, della sua sola umanità, dolorosa e sanguinante, senza più
alcuna «porpora», né alcun segno della sua divinità. E come tale Pilato lo presenta:
«Ecce homo!» (Gv 19, 5).
Questa è la condizione di chiunque si mette alla sequela di Cristo. Il cristiano non cerca
l’applauso del mondo o il consenso delle piazze. Il cristiano non adula e non dice
menzogne per conquistare il potere. Il cristiano accetta lo scherno e le umiliazioni che
derivano dall’amore della verità.
«Che cos’è la verità?» (Gv 18, 38), aveva chiesto Pilato a Gesù. Questa è la domanda di
ogni tempo. È la domanda di oggi. Ecco la verità: la verità del Figlio dell’uomo predetto
dai Profeti (cfr. Is 52, 13 – 53, 12), un volto umano sfigurato che svela la fedeltà di Dio.
Troppo spesso, invece, andiamo in cerca di una verità a buon mercato, che faccia
comodo alla nostra vita, che risponda alle nostre insicurezze o che addirittura soddisfi i
nostri più bassi interessi. In questo modo, finiamo per accontentarci di verità parziali e
apparenti, lasciandoci ingannare dai “profeti di sventura che annunciano sempre il
peggio” (San Giovanni XXIII) o da abili pifferai che anestetizzano il nostro cuore con
musiche suadenti che ci allontanano dall’amore di Cristo.
Il Verbo di Dio si è fatto uomo,
è venuto a raccontarci la verità tutta intera,
su Dio e sull’uomo.
Dio è colui che prende
la croce sulle sue spalle (cfr. Gv 19, 17)
e s’incammina lungo la via del dono
misericordioso di sé.
E l’uomo che si realizza nella verità
è colui che lo segue in quel medesimo
cammino.
Signore Gesù,
donaci di contemplarti nella teofania
della croce,
il punto più alto della tua rivelazione,
e di riconoscere nello splendore misterioso
del tuo volto anche i tratti del nostro volto.
TERZA STAZIONE
Gesù cade la prima volta sotto la croce
Dal libro del profeta Isaia 53, 4. 7: Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è
addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al
macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca.
Gesù è l’Agnello, predetto dal profeta, che s’è caricato sulle spalle il peccato dell’umanità
intera. Si è fatto carico della debolezza dell’amato, dei suoi dolori e delitti, delle sue
iniquità e maledizioni. Siamo arrivati al punto estremo dell’incarnazione del Verbo. Ma
c’è un punto ancor più basso: Gesù cade sotto il peso di questa croce. Un Dio che cade!
In questa caduta c’è Gesù che dona senso alla sofferenza degli uomini. La sofferenza per
l’uomo è a volte un assurdo, incomprensibile alla mente, presagio di morte. Ci sono
situazioni di sofferenza che sembrano negare l’amore di Dio. Dov’è Dio nei campi di
sterminio? Dov’è Dio nelle miniere e nelle fabbriche dove lavorano come schiavi i
bambini? Dov’è Dio nelle carrette del mare che affondano nel Mediterraneo?
Gesù cade sotto il peso della croce, ma non ne rimane schiacciato. Ecco, Cristo è lì.
Scarto tra gli scarti. Ultimo con gli ultimi. Naufrago tra i naufraghi.
Dio si fa carico di tutto questo. Un Dio che per amore rinuncia a mostrare la sua
onnipotenza. Ma anche così, proprio così, caduto a terra come un chicco di grano, Dio è
fedele a sé stesso: fedele nell’amore.
Ti preghiamo, Signore,
per tutte quelle situazioni di sofferenza
che sembrano non avere senso,
per gli ebrei morti nei campi di sterminio,
per i cristiani uccisi in odio alla fede,
per le vittime di ogni persecuzione,
per i bambini che vengono schiavizzati
sul lavoro,
per gli innocenti che muoiono nelle guerre.
Facci capire, Signore,
quanta libertà e forza interiore c’è
in questa inedita rivelazione della tua
divinità,
così umana da cadere
sotto la croce dei peccati dell’uomo,
così divinamente misericordiosa
da sconfiggere il male che ci opprimeva.
QUARTA STAZIONE
Gesù incontra sua Madre
Dal Vangelo secondo Luca 2, 34-35. 51: Simeone li benedisse e a Maria, sua madre,
disse: «Ecco, Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele e come segno di
contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i
pensieri di molti cuori». Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
Dio ha voluto che la vita venisse al mondo attraverso le doglie del parto: attraverso le
sofferenze di una madre che dà la vita al mondo. Tutti hanno bisogno di una Madre,
anche Dio. «Il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14) nel grembo di una Vergine. Maria lo ha
accolto, lo ha dato alla luce a Betlemme, lo ha avvolto in fasce, lo ha custodito e fatto
crescere col calore del suo amore, ed è giunta con Lui alla sua “ora”.
Adesso, ai piedi del Calvario, si compie la profezia di Simeone: una spada le trafigge
l’anima. Maria rivede il Figlio, sfigurato e sfinito sotto il peso della croce. Occhi
addolorati, quelli della Madre, partecipe fino in fondo del dolore del Figlio, ma anche
occhi colmi di speranza, che dal giorno del suo “sì” all’annuncio dell’angelo (cfr. Lc 1, 2638) non hanno mai cessato di riflettere quella luce divina che risplende anche in questo
giorno di sofferenza.
Maria è sposa di Giuseppe e madre di Gesù. Ieri come oggi la famiglia è il cuore pulsante
della società; cellula inalienabile della vita comune; architrave insostituibile delle
relazioni umane; amore per sempre che salverà il mondo.
Maria è donna e madre. Genio femminile
e tenerezza.
Sapienza e carità. Maria, come madre
di tutti, «è segno
di speranza per i popoli che soffrono
i dolori del parto»,
è «la missionaria che si avvicina a noi
per accompagnarci
nella vita» e «come una vera madre,
cammina con noi,
combatte con noi, ed effonde
incessantemente la vicinanza
dell’amore di Dio»
(Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).
O Maria, Madre del Signore,
Tu fosti per il tuo Figlio divino
il primo riflesso della misericordia
del Padre suo,
quella misericordia che a Cana
gli chiedesti di manifestare.
Ora che tuo Figlio ci rivela il Volto
del Padre
fino alle estreme conseguenze dell’amore,
ti metti, in silenzio, sulle sue orme,
prima discepola della croce.
O Maria, Vergine fedele,
prenditi cura di tutti gli orfani della Terra,
proteggi tutte le donne
oggetto di sfruttamento e di violenza.
Suscita donne coraggiose per il bene
della Chiesa.
Ispira ogni madre a educare
i propri figli nella tenerezza dell’Amore
di Dio,
e, nell’ora della prova,
ad accompagnare il loro cammino
con la forza silenziosa della sua fede.
QUINTA STAZIONE
Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la croce
Dal Vangelo secondo Marco 15, 21-22: Costrinsero a portare la sua croce un tale che
passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e
Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «luogo del cranio».
Nella storia della salvezza compare un uomo sconosciuto. Simone di Cirene, un
lavoratore che tornava dai campi, viene costretto a portare la croce. Ma proprio in lui,
per primo, agisce la grazia dell’amore di Cristo che passa attraverso quella croce. E
Simone, costretto a portare un peso controvoglia, diventerà un discepolo del Signore.
La sofferenza, quando bussa alla nostra porta, non è mai attesa. Appare sempre come
una costrizione, talvolta perfino come un’ingiustizia. E può trovarci drammaticamente
impreparati. Una malattia potrebbe rovinare i nostri progetti di vita. Un bambino disabile
potrebbe turbare i sogni di una maternità tanto desiderata. Quella tribolazione non
voluta bussa, però, prepotentemente al cuore dell’uomo. Come ci comportiamo di fronte
alla sofferenza di una persona amata? Quanto siamo attenti al grido di chi soffre ma vive
lontano da noi?
Il Cireneo ci aiuta a entrare nella fragilità dell’anima umana e mette in luce un altro
aspetto dell’umanità di Gesù. Persino il Figlio di Dio ha avuto bisogno di qualcuno che lo
aiutasse a portare la croce. Chi è dunque il Cireneo? È la misericordia di Dio che si fa
presente nella storia degli esseri umani. Dio si sporca le mani con noi, con i nostri
peccati e le nostre fragilità. Non se ne vergogna. E non ci abbandona.
Signore Gesù,
ti ringraziamo per questo dono
che supera ogni aspettativa
e ci svela la tua misericordia.
Tu ci hai amati non solo fino a darci la salvezza,
ma fino a renderci strumento di salvezza.
Mentre la tua croce dona senso a ogni
nostra croce,
a noi è data la grazia suprema della vita:
partecipare attivamente
al mistero della redenzione,
essere strumento di salvezza per i nostri
fratelli.
SESTA STAZIONE
Veronica asciuga il volto di Gesù
Dal libro del profeta Isaia 53, 2-3: Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri
sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei
dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era
disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Tra la concitazione della folla che assiste alla salita di Gesù al Calvario, compare
Veronica, una donna senza volto, senza storia. Eppure una donna coraggiosa, pronta ad
ascoltare lo Spirito e seguirne le ispirazioni, capace di riconoscere la gloria del Figlio di
Dio nel volto sfigurato di Gesù, e di percepirne l’invito: «Voi tutti che passate per la via,
considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1, 12).
L’amore, che questa donna incarna, ci lascia senza parole. L’amore la rende forte per
sfidare le guardie, per superare la folla, per avvicinarsi al Signore e compiere un gesto di
compassione e di fede: fermare il sangue delle ferite, asciugare le lacrime del dolore,
contemplare quel volto sfigurato, dietro al quale è nascosto il volto di Dio.
Siamo istintivamente portati a fuggire dalla sofferenza, perché la sofferenza fa ribrezzo.
Quanti volti sfigurati dalle afflizioni della vita ci vengono incontro e troppo spesso
voltiamo lo sguardo dall’altra parte. Come non vedere il volto del Signore in quello dei
milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle
guerre, delle persecuzioni e delle dittature? Per ognuno di loro, con il suo volto
irripetibile, Dio si manifesta sempre come un soccorritore coraggioso. Come Veronica, la
donna senza volto, che asciugò amorevolmente il volto di Gesù.
«Il tuo volto, Signore, io cerco!» (Sal 27, 8).
Aiutami a trovarlo nei fratelli che percorrono
la strada del dolore e dell’umiliazione.
Fa’ che io sappia asciugare le lacrime
e il sangue dei vinti di ogni tempo,
di quanti la società ricca
e spensierata scarta senza scrupolo.
Fa’ che dietro ciascun volto,
anche quello dell’uomo più abbandonato,
io possa scorgere il tuo volto di bellezza
infinita.
SETTIMA STAZIONE
Gesù cade per la seconda volta
Dal libro del profeta Isaia 53, 2-3: Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per
le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe
noi siamo stati guariti.
Gesù cade ancora. Schiacciato ma non ucciso dal peso della croce. Ancora una volta Egli
mette a nudo la sua umanità. È un’esperienza al limite dell’impotenza, di vergogna
dinanzi a chi lo schernisce, di umiliazione davanti a chi aveva sperato in lui. Nessuna
persona vorrebbe mai cadere a terra e sperimentare il fallimento. Specialmente di fronte
ad altre persone.
Spesso gli uomini si ribellano all’idea di non avere potere, di non avere la capacità di
portare avanti la propria vita. Gesù, invece, incarna il “potere dei senza potere”.
Sperimenta il tormento della croce e la forza salvifica della fede. Solo Dio può salvarci.
Solo Lui può trasformare un segno di morte in una croce gloriosa.
Se Gesù è caduto a terra una seconda volta, per il peso del nostro peccato, accettiamo
allora anche noi di cadere, d’esser caduti, di poter cadere ancora per i nostri peccati.
Riconosciamo di non poterci salvare da soli con le nostre forze.
Signore Gesù,
che hai accettato l’umiliazione
di cadere ancora sotto gli occhi di tutti,
ti vorremmo non solo contemplare
mentre sei nella polvere,
ma fissare in te il nostro sguardo,
dalla stessa posizione, anche noi a terra,
caduti per le nostre debolezze.
Donaci la coscienza del nostro peccato,
quella volontà di rialzarsi che nasce
dal dolore.
Dà a tutta la tua Chiesa
la consapevolezza della sofferenza.
Offri in particolare ai ministri
della Riconciliazione
il dono delle lacrime per il loro peccato.
Come potrebbero invocare
su di sé e sugli altri la tua misericordia
se non sapessero prima piangere
le loro colpe?
OTTAVA STAZIONE
Gesù incontra le donne di Gerusalemme
Dal Vangelo secondo Luca 23, 27-28: Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di
donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso
di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse
e sui vostri figli».
Gesù, anche se è straziato dal dolore e cerca rifugio nel Padre, sente compassione per il
popolo che lo segue e si rivolge direttamente alle donne che lo stanno accompagnando
sulla via del Calvario. E il suo è un forte appello alla conversione.
Non piangete per me, dice il Nazareno, perché io sto facendo la volontà del Padre, ma
piangete su di voi per tutte le volte che non fate la volontà di Dio.
È l’Agnello di Dio che parla e che, portando sulle sue spalle il peccato del mondo, purifica
lo sguardo di queste figlie, già rivolto verso di Lui, ma in modo ancora imperfetto. «Che
cosa dobbiamo fare?» sembra gridare il pianto di queste donne davanti all’Innocente. È
la stessa domanda che le folle avevano rivolto al Battista (cfr. Lc 3, 10) e che
ripeteranno poi gli ascoltatori di Pietro dopo la Pentecoste, sentendosi trafiggere il
cuore: «Che cosa dobbiamo fare?» (At 2, 37).
La risposta è semplice e netta: «Convertitevi». Una conversione personale e
comunitaria: «Pregate gli uni per gli altri per essere guariti» (Gc 5, 16). Non c’è
conversione senza la carità. E la carità è il modo di essere Chiesa.
Signore Gesù,
la tua grazia sostenga il nostro cammino
di conversione per tornare a te,
in comunione con i nostri fratelli,
verso i quali ti chiediamo di donarci
le tue stesse
viscere di misericordia,
viscere materne che ci rendano capaci
di provare
tenerezza e compassione gli uni per gli altri,
e di arrivare anche al dono di noi stessi
per la salvezza del prossimo.
NONA STAZIONE
Gesù cade per la terza volta
Dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 2, 6-7: Egli, pur essendo nella condizione
di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una
condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Gesù cade per la terza volta. Il Figlio di Dio sperimenta fino in fondo la condizione
umana. Con questa caduta entra ancora più stabilmente nella storia dell’umanità. E
accompagna, in ogni momento, l’umanità sofferente. «Io sono con voi tutti i giorni, fino
alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Quante volte gli uomini e le donne cadono a terra. Quante volte gli uomini, le donne e i
bambini soffrono per una famiglia spezzata. Quante volte gli uomini e le donne pensano
di non avere più dignità perché non hanno un lavoro. Quante volte i giovani sono
costretti a vivere una vita precaria e perdono la speranza per il futuro.
L’uomo che cade, e che contempla il Dio che cade, è l’uomo che finalmente può
ammettere la propria debolezza e impotenza senza più timore e disperazione, proprio
perché anche Dio l’ha provata nel Figlio suo. È per misericordia che Dio s’è abbassato
fino a questo punto, fino a giacere nella polvere della strada. Polvere bagnata dal sudore
di Adamo e dal sangue di Gesù e di tutti i martiri della storia; polvere benedetta dalle
lacrime di tanti fratelli caduti per la violenza e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. A
questa polvere benedetta, oltraggiata, violata e depredata dall’egoismo umano, il
Signore ha riservato il suo ultimo abbraccio.
Signore Gesù,
prostrato su questa terra riarsa,
sei vicino a tutti gli uomini che soffrono
e infondi nei loro cuori la forza per rialzarsi.
Ti prego, Dio della misericordia,
per tutti coloro che sono a terra
per tanti motivi:
peccati personali, matrimoni falliti,
solitudine,
perdita del lavoro, drammi familiari,
angoscia per il futuro.
Fai sentire che Tu sei non distante
da ciascuno di loro,
poiché il più vicino a Te,
che sei la misericordia incarnata,
è l’uomo che avverte di più il bisogno
del perdono
e continua a sperare contro ogni speranza!
DECIMA STAZIONE
Gesù è spogliato delle vesti
Dal Vangelo secondo Marco 15, 24: Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a
sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.
Ai piedi della croce, sotto il Crocifisso e i ladroni sofferenti, ci sono i soldati che si
contendono le vesti di Gesù. È la banalità del male.
Lo sguardo dei soldati è lontano da quella sofferenza ed è distante dalla storia che li
circonda. Sembra che quello che sta accadendo non li tocchi. Essi, mentre il Figlio di Dio
subisce i supplizi della croce, continuano imperterriti a condurre una vita in cui le
passioni hanno il sopravvento su tutto. È questo il grande paradosso della libertà che Dio
ha concesso ai propri figli. Di fronte alla morte di Gesù ogni uomo può scegliere:
contemplare il Cristo o “tirare a sorte”.
È enorme la distanza che separa il Crocifisso dai suoi carnefici. L’interesse meschino per
le vesti non consente loro di cogliere il senso di quel corpo inerme e disprezzato, irriso e
martoriato, in cui si compie la divina volontà di salvezza dell’umanità intera.
Quel corpo che il Padre ha «preparato» per il Figlio (cfr. Sal 40, 7; Eb 10, 5) ora esprime
l’amore del Figlio verso il Padre e il dono totale di Gesù agli uomini. Quel corpo spogliato
di tutto fuorché dell’amore racchiude in sé l’immenso dolore dell’umanità e racconta
tutte le sue piaghe. Soprattutto quelle più dolorose: le piaghe dei bambini profanati nella
loro intimità.
Quel corpo muto e sanguinante, flagellato e umiliato, indica la strada della giustizia. La
giustizia di Dio che trasforma la sofferenza più atroce nella luce della risurrezione.
Signore Gesù,
vorrei presentarti tutta l’umanità sofferente.
I corpi di uomini e donne, di bambini
e anziani,
di malati e disabili non rispettati
nella loro dignità.
Quante violenze lungo la storia
di questa umanità
hanno colpito ciò che l’uomo ha di più suo,
qualcosa di sacro e benedetto perché
viene da Dio.
Ti preghiamo, Signore,
per chi è stato violato nel suo intimo.
Per chi non coglie il mistero
del proprio corpo,
per chi non l’accetta o ne deturpa
la bellezza,
per chi non rispetta la debolezza
e la sacralità del corpo che invecchia
e muore.
E che un giorno risorgerà!
UNDICESIMA STAZIONE
Gesù è crocifisso
Dal Vangelo secondo Luca 23, 39-43: Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:
«Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo:
«Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente,
perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha
fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli
rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Gesù sta sulla croce, «albero fecondo e glorioso», «talamo, trono ed altare» (Inno
liturgico Ecco il vessillo della croce). E dall’alto di questo trono, punto d’attrazione
dell’intero universo (cfr. Gv 12, 32), perdona i suoi crocifissori «perché non sanno quello
che fanno» (Lc 23, 34). Sulla croce di Cristo, «bilancia del grande riscatto» (Inno
liturgico Ecco il vessillo della croce), risplende una onnipotenza che si spoglia, una
sapienza che si abbassa fino alla follia, un amore che si offre in sacrificio.
Alla destra e alla sinistra di Gesù ci sono due malfattori, probabilmente due omicidi. Quei
due malfattori parlano al cuore di ogni uomo perché indicano due modi differenti di stare
sulla croce: il primo maledice Dio; il secondo riconosce Dio su quella croce. Il primo
malfattore propone la soluzione più comoda per tutti. Propone una salvezza umana e ha
uno sguardo rivolto verso il basso. La salvezza per lui significa scappare dalla croce ed
eliminare la sofferenza. È la logica della cultura dello scarto. Chiede a Dio di eliminare
tutto ciò che non è utile e non è degno di essere vissuto.
Il secondo malfattore, invece, non mercanteggia una soluzione. Propone una salvezza
divina e ha uno sguardo tutto rivolto verso il cielo. La salvezza per lui significa accettare
la volontà di Dio anche nelle condizioni peggiori. È il trionfo della cultura dell’amore e del
perdono.
È la follia della croce nei confronti della quale ogni sapienza umana non può che svanire
e ammutolire nel silenzio.
Donami, o Crocifisso per amore,
quel tuo perdono che dimentica
e quella tua misericordia che ricrea.
Fammi sperimentare, in ogni Confessione,
la grazia che m’ha creato
a tua immagine e somiglianza
e che mi ricrea ogni volta che io pongo
la mia vita,
con tutte le sue miserie,
nelle mani pietose del Padre.
Che il tuo perdono risuoni per me
come certezza dell’amore che mi salva,
mi fa nuovo e mi fa stare con te per sempre.
Allora io sarò davvero un malfattore graziato
e ogni perdono tuo sarà
come un assaggio di Paradiso, già da oggi.
DODICESIMA STAZIONE
Gesù muore in croce
Dal Vangelo secondo Marco 15, 33-39: Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la
terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà
sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo
questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di
aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate,
vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del
tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui,
avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Buio a mezzogiorno: sta accadendo qualcosa di assolutamente inaudito e imprevedibile
sulla terra, ma che non appartiene solo alla terra. L’uomo uccide Dio! Il Figlio di Dio è
stato crocifisso come un malfattore.
Gesù si rivolge al Padre gridando le prime parole del salmo 22. È il grido della sofferenza
e della desolazione, ma è anche il grido della completa «fiducia della vittoria divina» e
della «certezza della gloria» (Benedetto XVI, Catechesi, 14 settembre 2011).
Il grido di Gesù è il grido di ogni crocifisso della storia, dell’abbandonato e dell’umiliato,
del martire e del profeta, di chi è calunniato e ingiustamente condannato, di chi è in
esilio o in carcere. È il grido della disperazione umana che sfocia, però, nella vittoria
della fede che trasforma la morte nella vita eterna. «Annuncerò il tuo nome ai miei
fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea» (Sal 22, 23).
Gesù muore in croce. È la morte di Dio? No, è la celebrazione più alta della
testimonianza della fede.
Il XX secolo è stato definito il secolo dei martiri. Esempi come quelli di Massimiliano
Kolbe ed Edith Stein esprimono una luce immensa. Ma ancora oggi il corpo di Cristo è
crocifisso in molte regioni della terra. I martiri del XXI secolo sono i veri apostoli del
mondo contemporaneo.
Nel grande buio s’accende la fede: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!», perché chi
muore così, volgendo in speranza di vita la disperazione della morte, non può essere
semplicemente un uomo.
Il Crocifisso è l’offerta piena.
Non si è tenuto niente, né un lembo
di veste,
né una goccia di sangue, né la Madre.
Ha dato tutto: «Consummatum est».
Quando non si ha più niente da dare
perché si è dato tutto,
allora si diventa capaci di veri doni.
Spogliato, nudo, mangiato dalle ferite,
dalla sete dell’abbandono, dagli improperi:
non c’è più figura d’uomo.
Dare tutto: ecco la carità.
Dove finisce il mio, comincia il paradiso.
(don Primo Mazzolari)
TREDICESIMA STAZIONE
Gesù è deposto dalla croce
Dal Vangelo secondo Marco 15, 42-43. 46a: Venuta ormai la sera, poiché era la
Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del
sinedrio, che aspettava anch’egli il Regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il
corpo di Gesù. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce.
Giuseppe d’Arimatea accoglie Gesù prima ancora di aver visto la sua gloria. Lo accoglie
da sconfitto. Da malfattore. Da rifiutato. Richiede il corpo a Pilato per non permettere
che venga gettato nella fossa comune. Giuseppe mette a rischio la sua reputazione e
forse, come Tobi, anche la sua vita (cfr. Tb 1, 15-20). Ma il coraggio di Giuseppe non è
l’audacia degli eroi in battaglia. Il coraggio di Giuseppe è la forza della fede. Una fede
che diventa accoglienza, gratuità e amore. In una parola: carità.
Il silenzio, la semplicità e la sobrietà con cui Giuseppe si avvicina al corpo di Gesù
contrasta con l’ostentazione, la banalizzazione e la fastosità dei funerali dei potenti di
questo mondo. La testimonianza di Giuseppe ricorda, invece, tutti quei cristiani che
anche oggi per un funerale mettono a rischio la propria vita.
Chi poteva accogliere il corpo senza vita di Gesù se non colei che gli aveva dato la vita?
Possiamo immaginare i sentimenti di Maria che lo accoglie tra le sue braccia, lei che ha
creduto alle parole dell’Angelo e ha serbato tutto nel suo cuore.
Maria, mentre abbraccia il suo figlio esanime, ripete ancora una volta il suo «fiat». È il
dramma e la prova della fede. Nessuna creatura l’ha sofferta come Maria, la madre che
tutti ci ha generato alla fede ai piedi della croce.
Ripeteva la preghiera del mondo:
«Padre, Abbà, se è possibile...».
Solo un ramoscello d’olivo
dondolava sopra il suo capo
a un silenzioso vento...
Ma non una spina tu
gli levasti dalla corona.
Trafitto anche il pensiero
non può, non può lassù
il pensiero non sanguinare!
E non una mano
gli schiodasti dal legno:
che si tergesse dagli occhi
il sangue
e gli fosse dato
di vedere
almeno la Madre là,
sola...
Perfino potenti
e maestri di ferocia
e gente, al vederlo
si coprivan la faccia
e Lui a fluttuare dentro
una nuvola:
dentro la nuvola del divino abbandono.
E dopo, solo dopo.
Tu e noi a ridargli la vita.
(Padre Turoldo)
QUATTORDICESIMA STAZIONE
Gesù è deposto nel sepolcro
Dal Vangelo secondo Matteo 27, 59-60: Giuseppe prese il corpo [di Gesù], lo avvolse in
un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella
roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.
Mentre Giuseppe chiude il sepolcro di Gesù, Egli scende negli inferi e ne spalanca le
porte.
Quella che la Chiesa Occidentale chiama “discesa agli inferi”, la Chiesa Orientale la
celebra già come Anastasi, cioè “Risurrezione”. Le Chiese sorelle comunicano così
all’uomo la piena Verità di questo unico Mistero: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio
uscire dalle vostre tombe, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete» (Ez
37, 12. 14).
La tua Chiesa, Signore, ogni mattina canta: «Grazie alla tenerezza e misericordia del
nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno
nelle tenebre e nell’ombra di morte» (Lc 1, 78-79).
L’uomo, abbagliato da luci che hanno il colore delle tenebre, spinto dalle forze del male,
ha rotolato una grande pietra e ti ha chiuso nel sepolcro. Ma noi sappiamo che tu, Dio
umile, nel silenzio in cui la nostra libertà ti ha posto, sei all’opera più che mai per
generare nuova grazia nell’uomo che ami. Entra, dunque, nei nostri sepolcri: ravviva la
scintilla del tuo amore nel cuore di ogni uomo, nel grembo di ogni famiglia, nel cammino
di ogni popolo.
O Cristo Gesù!
Tutti camminiamo verso la nostra morte
e la nostra tomba.
Permettici di fermarci in spirito
accanto al tuo sepolcro.
Che la potenza di Vita,
che in esso si è manifestata,
trafigga i nostri cuori.
Che questa Vita diventi
la luce del nostro pellegrinaggio sulla terra.
Amen.
(San Giovanni Paolo II)
Pag 8 Amore senza fine
Nella domenica delle Palme il Papa parla della passione di Gesù e ricorda il destino dei
profughi di cui nessuno si assume la responsabilità
Se il mistero del male «è abissale», la realtà dell’amore che lo attraversa è «infinita» e
assume «tutto il nostro dolore per redimerlo». Così Papa Francesco ha descritto la logica
della Croce nell’omelia della messa della domenica delle Palme celebrata in piazza San
Pietro nella mattina del 20 marzo.
«Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (cfr. Lc 19, 38), gridava festante la
folla di Gerusalemme accogliendo Gesù. Abbiamo fatto nostro quell’entusiasmo:
agitando le palme e i rami di ulivo abbiamo espresso la lode e la gioia, il desiderio di
ricevere Gesù che viene a noi. Sì, come è entrato a Gerusalemme, Egli desidera entrare
nelle nostre città e nelle nostre vite. Come fece nel Vangelo, cavalcando un asino, viene
a noi umilmente, ma viene «nel nome del Signore»: con la potenza del suo amore divino
perdona i nostri peccati e ci riconcilia col Padre e con noi stessi. Gesù è contento della
manifestazione popolare di affetto della gente, e quando i farisei lo invitano a far tacere i
bambini e gli altri che lo acclamano risponde: «Se questi taceranno, grideranno le
pietre» (Lc 19, 40). Niente poté fermare l’entusiasmo per l’ingresso di Gesù; niente ci
impedisca di trovare in Lui la fonte della nostra gioia, la gioia vera, che rimane e dà la
pace; perché solo Gesù ci salva dai lacci del peccato, della morte, della paura e della
tristezza. Ma la Liturgia di oggi ci insegna che il Signore non ci ha salvati con un ingresso
trionfale o mediante potenti miracoli. L’apostolo Paolo, nella seconda Lettura, sintetizza
con due verbi il percorso della redenzione: «svuotò» e «umiliò» sé stesso (Fil 2, 7.8).
Questi due verbi ci dicono fino a quale estremo è giunto l’amore di Dio per noi. Gesù
svuotò sé stesso: rinunciò alla gloria di Figlio di Dio e divenne Figlio dell’uomo, per
essere in tutto solidale con noi peccatori, Lui che è senza peccato. Non solo: ha vissuto
tra noi in una «condizione di servo» (v. 7): non di re, né di principe, ma di servo. Quindi
si è umiliato, e l’abisso della sua umiliazione, che la Settimana Santa ci mostra, sembra
non avere fondo. Il primo gesto di questo amore «sino alla fine» (Gv 13, 1) è la lavanda
dei piedi. «Il Signore e il Maestro» (Gv 13, 14) si abbassa fino ai piedi dei discepoli,
come solo i servi facevano. Ci ha mostrato con l’esempio che noi abbiamo bisogno di
essere raggiunti dal suo amore, che si china su di noi; non possiamo farne a meno, non
possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la sua
sorprendente tenerezza e senza accettare che l’amore vero consiste nel servizio
concreto. Ma questo è solo l’inizio. L’umiliazione che Gesù subisce si fa estrema nella
Passione: viene venduto per trenta denari e tradito con un bacio da un discepolo che
aveva scelto e chiamato amico. Quasi tutti gli altri fuggono e lo abbandonano; Pietro lo
rinnega tre volte nel cortile del tempio. Umiliato nell’animo con scherni, insulti e sputi,
patisce nel corpo violenze atroci: le percosse, i flagelli e la corona di spine rendono il suo
aspetto irriconoscibile. Subisce anche l’infamia e la condanna iniqua delle autorità,
religiose e politiche: è fatto peccato e riconosciuto ingiusto. Pilato, poi, lo invia da Erode
e questi lo rimanda dal governatore romano: mentre gli viene negata ogni giustizia,
Gesù prova sulla sua pelle anche l’indifferenza, perché nessuno vuole assumersi la
responsabilità del suo destino. E penso a tanta gente, a tanti emarginati, a tanti
profughi, a tanti rifugiati, a coloro dei quali molti non vogliono assumersi la
responsabilità del loro destino. La folla, che poco prima lo aveva acclamato, trasforma le
lodi in un grido di accusa, preferendo persino che al suo posto venga liberato un
omicida. Giunge così alla morte di croce, quella più dolorosa e infamante, riservata ai
traditori, agli schiavi, e ai peggiori criminali. La solitudine, la diffamazione e il dolore non
sono ancora il culmine della sua spogliazione. Per essere in tutto solidale con noi, sulla
croce sperimenta anche il misterioso abbandono del Padre. Nell’abbandono, però, prega
e si affida: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). Appeso al
patibolo, oltre alla derisione, affronta l’ultima tentazione: la provocazione a scendere
dalla croce, a vincere il male con la forza e a mostrare il volto di un dio potente e
invincibile. Gesù invece, proprio qui, all’apice dell’annientamento, rivela il volto vero di
Dio, che è misericordia. Perdona i suoi crocifissori, apre le porte del paradiso al ladrone
pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la
realtà dell’Amore che lo ha attraversato, giungendo fino al sepolcro e agli inferi,
assumendo tutto il nostro dolore per redimerlo, portando luce nelle tenebre, vita nella
morte, amore nell’odio. Può sembrarci tanto distante il modo di agire di Dio, che si è
annientato per noi, mentre a noi pare difficile persino dimenticarci un poco di noi. Egli
viene a salvarci; siamo chiamati a scegliere la sua via: la via del servizio, del dono, della
dimenticanza di sé. Possiamo incamminarci su questa via soffermandoci in questi giorni
a guardare il Crocifisso, è la “cattedra di Dio”. Vi invito in questa settimana a guardare
spesso questa “cattedra di Dio”, per imparare l’amore umile, che salva e dà la vita, per
rinunciare all’egoismo, alla ricerca del potere e della fama. Con la sua umiliazione, Gesù
ci invita a camminare sulla sua strada. Rivolgiamo lo sguardo a Lui, chiediamo la grazia
di capire almeno qualcosa di questo mistero del suo annientamento per noi; e così, in
silenzio, contempliamo il mistero di questa Settimana.
Pag 8 Avanti con coraggio
All’Angelus affida la Gmg all’intercessione di san Giovanni Paolo II
All’Angelus recitato al termine della celebrazione eucaristica il Pontefice ha dato
appuntamento a Cracovia, dove alla fine di luglio si terrà la prossima giornata mondiale
della gioventù.
Saluto tutti voi che avete partecipato a questa celebrazione e quanti sono uniti a noi
tramite la televisione, la radio e altri mezzi di comunicazione. Oggi si celebra la 31ª
Giornata Mondiale della Gioventù, che avrà il suo culmine alla fine di luglio nel grande
Incontro mondiale a Cracovia. Il tema è «Beati i misericordiosi, perché troveranno
misericordia» (Mt 5, 7). Il mio saluto speciale va ai giovani qui presenti, e si estende a
tutti i giovani del mondo. Spero che potrete venire numerosi a Cracovia, patria di san
Giovanni Paolo II, iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Alla sua intercessione
affidiamo gli ultimi mesi di preparazione di questo pellegrinaggio che, nel quadro
dell’Anno Santo della Misericordia, sarà il Giubileo dei giovani a livello della Chiesa
universale. Sono qui con noi molti giovani volontari di Cracovia. Tornando in Polonia,
porteranno ai responsabili della Nazione i rami di ulivo raccolti a Gerusalemme, Assisi e
Montecassino e benedetti oggi in questa piazza, come invito a coltivare propositi di pace,
di riconciliazione e di fraternità. Grazie per questa bella iniziativa; andate avanti con
coraggio! E ora preghiamo la Vergine Maria, perché ci aiuti a vivere con intensità
spirituale la Settimana Santa.
[Angelus Domini...]
CORRIERE DELLA SERA
Pag 49 L’appello di suor Rita per una chiesa di donne di Dacia Maraini
Una bellissima e amorosa lettera è partita dalle terre dei fuochi verso il Vaticano. Ma non
ha avuto risposta. La lettera è stata scritta da suor Rita Giarretta che da vent’anni è in
missione a Caserta dove, «insieme alle mie consorelle abbiamo dato vita a Casa Rut, un
luogo di accoglienza per donne, spesso minorenni, spesso incinte o con figli piccoli, per
lo più vittime di quell’infamia che è la tratta delle donne». Suor Rita racconta che,
mentre viaggia in treno per Roma, immagina di rivolgersi a papa Francesco: «pensavo a
te, ai tuoi gesti, alle tue parole, ma anche ai tuoi silenzi, al tuo coraggio, al tuo essere
oggi per noi trasparenza, cuore, cammino dell’amore di Dio, manifestatosi in Gesù che
per amore si è fatto servo di noi». Qualcuno sostiene che «“presto finirà la ricreazione”»,
riferisce suor Rita, ma quale ricreazione, se un attivo ed esigente Papa continua a
chiedere di «lavorare la vigna del Signore?». Il fatto è che suor Rita, come tante altre
sorelle, è accorsa a zappare e fertilizzare la vigna. Ma per quanto fatichino, la loro parola
è muta all’interno di una Chiesa tutta governata da persone di sesso maschile. «Eppure
nelle Scritture si parla di una misericordia che nasce “dall’utero di Dio”», continua suor
Rita, «quindi Dio è madre oltre che padre… Ma questa assenza di donne, oso dire questa
diseguaglianza, non tradisce il Vangelo di Gesù?» si chiede umilmente suor Rita ,«la
Chiesa non è Casa di tutti e per tutti anziché proprietà esclusiva di alcuni?». «Caro
Francesco, fra le tante rivoluzioni che sei chiamato a portare avanti, credo che questa
sia una delle sfide più importanti e necessarie: liberare la chiesa da quell’immagine che
sa di autorità, privilegio, potere sacrale, dominio e restituirle il volto luminoso e
trasparente di Dio madre e padre, il volto divino di Gesù che parla di vita,di
compassione, di misericordia». La sincera e rispettosa lettera certamente esprime un
largo mondo femminile sommerso, generoso sempre e disponibile, silenzioso e attento,
ma privo di una parola decisionale. Suor Rita introduce la necessità di «nuove
resurrezioni» all’interno di una Chiesa oppressa da tanti scandali e regressioni. Non
sarebbe giusto e doveroso rispondere a chi, con tante altre coraggiose sorelle, lavora
oggi in silenzio e con abnegazione le vigne del mondo?
IL FOGLIO
Pag 1 Rivoluzione o no? Cosa aspettarsi dal verdetto del Papa sul Sinodo di
Matteo Matzuzzi
Porte aperte ma non troppo
Roma. Sabato scorso, il Papa ha firmato l'esortazione post sinodale sulla famiglia che
sarà resa pubblica entro le prime due settimane d'aprile. E' il documento in cui il
Pontefice tira le somme del doppio Sinodo, facendo capire quale sia il suo pensiero circa
le tante questioni dibattute dai padri non sempre in un clima da sala da tè britannica
secentesca. Un testo corposo, ha sottolineato entusiasta il cardinale Walter Kasper,
peroratore massimo della svolta in nome della misericordia per quanti sono andati
incontro a un fallimento nella propria vita: duecento pagine per trecento paragrafi, più
del triplo rispetto all'esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, che di
paragrafi ne conta solo ottantasei. Kasper, che il documento l'ha visto, ha già parlato di
"rivoluzione", di una "riforma che farà voltare pagina alla chiesa dopo millesettecento
anni". Il Sinodo, insomma, come una sorta di punto e a capo, di inversione totale
rispetto non solo alla pastorale familiare di Giovanni Paolo II prima e Benedetto XVI poi,
come domandato dai settori più progressisti della chiesa, specie di quelle realtà
nordeuropee alle prese con carenza di fedeli, ma anche in rapporto a tutto quel che la
chiesa romana è stata dopo il Concilio di Nicea del 325. Ben più prudente è stato invece
mons. Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia, che in un' intervista a Deutsche
Welle s'è detto convinto che Francesco continuerà sulla strada tracciata dai
predecessori" e cioè "secondo quel che dice il Magistero della chiesa. Di conseguenza, ha
aggiunto il segretario di Joseph Ratzinger, "nell'esortazione si troveranno dichiarazioni in
questo senso". Tradotto, significa che a giudizio di Gänswein non vi sarà alcuna apertura
rivoluzionaria, nessun portone spalancato come auspicato da Kasper nel biennio sinodale
- già a partire dal concistoro segreto del febbraio 2014. Una posizione condivisa anche
dal prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, Gerhard Ludwig Müller, che
nel libro in uscita "Informe sobre la esperanza", scritto con il sacerdote spagnolo Carlos
Granados, rimarca quei paletti più volte fissati sul tema oggetto del Sinodo: "La
misericordia non è una rinuncia ai comandamenti di Dio o una giustificazione per
sospenderli o invalidarli. Il più grande scandalo che la chiesa può dare è quello di
smettere di chiamare per nome la differenza tra il bene e il male, smettendo di spiegare
cosa è il peccato e pretendendo di giustificarlo per una presunta maggior vicinanza e
misericordia verso il peccatore". Michelle Boorstein sul Washington Post ha riassunto in
poche righe il probabile significato ultimo dell' esortazione di Francesco: nessun
cambiamento riguardo l'ortodossia cattolica - che però è da tempo anche la tesi dei
novatori, sostenitori di un mutamento della sola prassi pastorale - ma una maggiore
attenzione ai "diversi tipi di famiglie cattoliche", facendole sentirle parte integrante della
chiesa. Nulla di nuovo, insomma, anche perché se la "svolta" si riducesse al via libera ai
divorziati per fare da padrino al battesimo, sarebbe ben poca cosa rispetto alle "attese
che non possono essere disattese" di cui parlò Kasper. Il Washington Post prevede la
conferma - messa nero su bianco dal Papa - della linea uscita vittoriosa dall'
appuntamento sinodale dello scorso ottobre, con un coinvolgimento del confessore e del
vescovo diocesano nel valutare chi può essere riaccostato ai sacramenti. Secondo il
biografo papale, Austen Ivereigh, alla fine l'esortazione sarà un documento in cui troverà
spazio di tutto, in cui ogni sfida alla famiglia sarà enucleata, tenendo ben presente "il
quadro giuridico e culturale ostile" figlio "della società occidentale contemporanea", e
cioè quella "colonizzazione ideologica" contro cui più volte il Pontefice s'è scagliato. E'
ottimista, Ivereigh, e non prevede rivoluzioni: "L'esortazione sarà un tributo edificante
alla bellezza della vita familiare, offrendo sostegno e conforto a quanti lottano contro i
feroci venti contrari del mondo contemporaneo". Inutile, insomma, ridurre tutto alla
mera questione della comunione ai divorziati risposati, come peraltro già Francesco
aveva detto in un passaggio della conferenza stampa in aereo di ritorno dal viaggio in
Messico, lo scorso febbraio: "Io conosco cattolici risposati che vanno in chiesa una volta
l'anno, due volte: 'Ma, io voglio fare la comunione!', come se la comunione fosse un'
onorificenza".
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Lavanda per tutti. Il giovedì santo di Francesco di Sandro Magister
La lavanda dei piedi mette ormai in ombra la messa dell'ultima cena. Il papa ha
ammesso al rito le donne, purché appartenenti alla Chiesa. Ma lui si spinge più in là e
lava i piedi anche ai musulmani
Roma. Come riformatore, papa Francesco si distingue anche in campo liturgico. E
dopodomani, giovedì santo, nelle chiese di tutto il mondo sarà sotto gli occhi di tutti
l'innovazione che egli ha introdotto nel rito della lavanda dei piedi, alla quale anche le
donne sono ora ammesse. Come teatro del rito da lui celebrato, Francesco ha scelto
questa volta un centro profughi, mentre negli anni passati si era recato nel 2013 in un
carcere minorile, nel 2014 in un ospizio per disabili e nel 2015 in una grande prigione.
Sempre quindi in luoghi di umanità sofferente. Questo di dopodomani sarà dunque il
primo giovedì santo successivo alla riforma. Ma Jorge Mario Bergoglio l'ha messa in
pratica fin dal suo primo anno di pontificato, lavando i piedi già allora anche a delle
donne. Anzi, il papa è persino andato al di là di quanto consentito dalla sua stessa
riforma, lavando i piedi – come ha fatto più di una volta – anche a uomini e donne non
appartenenti alla Chiesa. Ma andiamo con ordine. Il criterio generale al quale Francesco
si ispira per innovare in campo liturgico l'ha enunciato nel 2013 nella sua intervista
programmatica a "La Civiltà Cattolica" e ad altre dodici riviste della Compagnia di Gesù:
"Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea… I
frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un
servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica
concreta". Questa concezione della liturgia come atto pedagogico dettato dall'attualità è
un immiserimento che ha comprensibilmente lasciato interdetti i cultori della materia.
Tra i quali il cardinale Robert Sarah, pur promosso da Francesco nel 2014 a prefetto
della congregazione vaticana per il culto divino. Sta di fatto che, dopo la nomina, il papa
subito ha detto al cardinale Sarah di avere in animo un cambiamento nel rito della
lavanda dei piedi. Cambiamento che ha reso esplicito ed imposto in una lettera allo
stesso Sarah del 20 dicembre 2014: "Dispongo che venga modificata la rubrica secondo
la quale le persone prescelte per ricevere la lavanda dei piedi debbano essere uomini o
ragazzi, in modo tale che da ora in poi i pastori della Chiesa possano scegliere i
partecipanti al rito tra tutti i membri del popolo di Dio". Ma c'è voluto più di un anno,
fino all'Epifania del 2016, perché Sarah emettesse il relativo decreto. Evidentemente non
convinto della bontà della riforma, il cardinale ha chiesto e ottenuto di pubblicare
assieme al decreto, da lui firmato, anche la lettera con la quale Francesco gli aveva
ordinato l'innovazione, affinché la reale paternità del cambiamento fosse manifesta. Nel
decreto si dispone appunto che al rito della lavanda dei piedi non accedano più solo degli
"uomini", ma più genericamente dei "prescelti tra il popolo di Dio". Cioè in pratica
"uomini e donne, giovani e anziani, sani e malati, chierici, consacrati, laici". Il risultato è
un cambiamento nella simbologia del rito. Mentre tradizionalmente la lavanda dei piedi
riproduceva il gesto fatto da Gesù con gli apostoli nel cenacolo e per questo era
compiuta solo con uomini e in numero di dodici, ora essa dovrebbe rappresentare
tutt'altra cosa: "la varietà e l’unità di ogni porzione del popolo di Dio". È curioso che un
distacco così netto dal gesto compiuto da Gesù con i dodici apostoli sia stato voluto
proprio da un papa gesuita, cioè seguace di quel sant'Ignazio che era sensibilissimo alla
precisa "composizione di luogo" – scena, parole, personaggi – di tutti i gesti compiuti da
Gesù nella sua vita terrena, e incitava a immaginarli e a riviverli come realmente erano
narrati nei Vangeli, applicandovi tutti i cinque sensi. Non solo. Con la modifica del rito è
venuto a cadere anche un elemento che ci si sarebbe aspettato molto caro a Francesco e
alla sua incessante predicazione della misericordia: cioè il fatto che tra i dodici apostoli
ai quali Gesù lavò i piedi c'era anche Giuda, al quale egli offrì perdono e amicizia fino
all'ultimo, anche dopo che il diavolo gli aveva già messo in cuore di tradirlo. Certo,
l'innovazione voluta da Francesco non è obbligatoria per tutti, ma solo consentita a chi
vuole. Interpellato sull'argomento – dopo che in un commento ufficiale al decreto il
segretario della congregazione per il culto divino, Arthur Roche, aveva fatto pensare a
un obbligo – il cardinale Sarah ha ribadito che il giovedì santo non "si deve" lavare i
piedi anche a delle donne ma semplicemente "si può". Ma i fatti si impongono con forza
propria, tanto più quando hanno il papa come protagonista. Con lui la messa "in Cena
Domini" del giovedì santo entra di fatto nell'ombra – e con essa il ricordo dell'istituzione
dell'eucaristia e dell'ordine sacro –, mentre a prorompere in primo piano è il gesto della
lavanda dei piedi, che tra l'altro fino al 1955 si era sempre celebrata fuori della messa.
Un gesto il cui carattere "inclusivo" sovrasta ora su ogni altro. Perché se è vero che la
lettera del decreto di riforma ammette alla lavanda dei piedi solo gli appartenenti al
"popolo di Dio", cioè alla Chiesa cattolica, lo spirito con cui Francesco lo mette in pratica
non conosce confini. Nel giovedì santo del 2013, nel carcere minorile romano di Casal
del Marmo, il papa ha lavato i piedi anche a dei cristiani ortodossi e a dei musulmani, tra
i quali ultimi una giovane donna di nazionalità serba. Nel giovedì santo del 2014, nel
centro per disabili "Santa Maria della Provvidenza" della Fondazione don Gnocchi,
Francesco ha lavato i piedi, oltre che a quattro donne, a un libico di religione
musulmana. Mentre nel giovedì santo del 2015, nel carcere romano di Rebibbia, tra i sei
uomini e le sei donne ai quali il papa ha lavato i piedi hanno fatto notizia la showgirl
congolese Silvy Lubamba e soprattutto il transessuale brasiliano Isabel.
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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
AVVENIRE
Pag 2 Le nazioni più felici non sono sempre giuste di Massimo Calvi
Il valore dei comportamenti virtuosi, il rischio del bene per sé
Danimarca, Svizzera, Islanda, Norvegia, Finlandia, Canada, Olanda, Nuova Zelanda,
Australia, Svezia. Sono i dieci Paesi più 'felici' al mondo secondo la classifica del World
Happiness Record 2016 diffusa nei giorni scorsi. L’Italia è risultata cinquantesima,
posizione che abbiamo accettato senza protestare, segno che in fondo quel posto lo
sentiamo adeguato. Ma che cosa hanno veramente in comune i dieci Paesi più felici?
Qual è la formula che conduce alla felicità? E soprattutto: di quale felicità stiamo
parlando? Alcune risposte sono già state fornite dagli autori del rapporto, e 'Avvenire' ne
ha dato ampio conto: dove la disuguaglianza è più bassa, la popolazione si sente più
felice. A contribuire sono in verità molti fattori: il Pil reale pro capite (aspetto non certo
irrilevante), l’aspettativa di vita in buona salute, l’avere qualcuno su cui contare (dunque
le relazioni), la libertà percepita nel fare scelte di vita, i bassi livelli di corruzione, la
generosità. Volendo allargare lo sguardo ci sarebbero altri tratti comuni strutturali e
persino curiosi a unire questi Paesi, come l’elemento fortemente caratterizzante
dell’ambiente naturale, la disponibilità di risorse, la circostanza di climi non
propriamente invidiabili. Anche il tema di come l’uomo si rapporta alla natura nello
sforzo di creare condizioni di vita migliori, insomma, appare significativo. Ma quello della
bassa disuguaglianza resta centrale, e porta diritto a parlare di condivisione. Come ha
fatto notare l’economista Jeffrey Sachs, la formula richiede di «lavorare duro, avere
buoni rapporti sociali», ma soprattutto «governare onestamente, pagare molte tasse in
cambio di servizi adeguati». Già, perché dietro all’equità si cela un cammino lungo e ben
tracciato. I Paesi più 'felici' sono tutti Paesi nei quali il fisco non è leggero, ma dove le
risorse sono prima messe in comune e poi ridistribuite in modo da attenuare le
disuguaglianze grazie a un sistema di welfare capace di offrire alle famiglie un ritorno
elevatissimo in termini di servizi. Modelli invidiabili. Eppure c’è qualcosa che stona. A
molti non è sfuggito che nella top ten vi siano anche molte nazioni che si distinguono per
l’applicazione di politiche migratorie altamente selettive e severe, per non dire
respingenti, Paesi in cui si può fare esperienza di fenomeni che contrastano con l’idea
comune di felicità, come l’elevato tasso di suicidi o di alcolismo, o dove sono permesse
pratiche eticamente condannabili, come l’eutanasia attiva o il programma danese di
eliminazione della sindrome di Down attraverso l’aborto dei bambini che ne sono
portatori. E allora che cosa è questa felicità che stiamo affannosamente cercando in una
classifica come in una caccia al tesoro planetaria, quasi una ricerca di un nuovo Graal? È
qualcosa che riusciamo a riconoscere e apprezzare come membri di un’unica famiglia
umana, oppure è la soddisfazione dei superstiti che si sono dati buone regole di
convivenza su un’isola nascosta alle mappe? La questione non è irrilevante, nella fase
storica che il mondo sta attraversando. Onorare le più elementari norme civiche e di
convivenza è da sempre la formula che permette alle ricchezze dei singoli di trasformarsi
in bene per la collettività. Tutto parte da cittadini che rispettano le regole, i divieti, si
fermano agli stop, sorpassano in modo civile, timbrano i biglietti del bus, e soprattutto
pagano le tasse: bassi livelli di evasione e corruzione forniscono la traccia decisiva nella
costruzione di un percorso che conduce alla felicità grazie alla riduzione della
disuguaglianza. Eppure fermarsi a questi ingredienti di base non può bastare,
esattamente allo stesso modo in cui il Pil non è più adeguato a fissare il benessere di
una società. La classifica della felicità si basa su valutazioni soggettive, dunque non si
può fare niente se i cittadini di un Paese si dicono più felici di quelli di un altro. Ma
questo è anche il suo limite, dato che la somma delle singole felicità individuali non è
certo la formula del benessere collettivo. Forse in questo caso dovremmo chiederci se è
corretto parlare di 'felicità', e non invece di 'soddisfazione', 'serenità', 'appagamento', o
altro. E poi ricordarci che una società di felici non è per forza anche una società più
giusta.
Pag 3 Berlino e la grande inflazione. Crisi e conseguenze politiche di Antonio
Fazio
La lezione della storia per l’economia e la democrazia
Il problema dell’Europa esiste ed è serio. C’è un problema grave di disoccupazione e
sottooccupazione: la principale fonte di disuguaglianza sociale e di conseguenze
politiche, ancora non completamente espresse. C’è un problema serio di deflazione, che
frena gli investimenti. E c’è poi il discorso dell’integrazione; fino a che non ci
comprendiamo come lingua, ma anche come cultura, tutto è molto complicato. «Historia
magistra vitae», diceva Cicerone. La storia è luce di verità. C’è una frase di Keynes,
rivoluzionatore innovatore del pensiero economico e maggiore economista del XX secolo:
«La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali per
coloro che sono stati educati, come la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli
della mente». È una frase valida ancora oggi per spiegare alcuni snodi della situazione
economica. Il problema che deve stare a cuore agli economisti è l’occupazione. Lo
sviluppo di una società si misura – a tutt’oggi – con il Prodotto interno lordo; ma
l’ammontare del Pil è strettamente correlato con il tasso della buona occupazione.
L’economista, se svolge la sua funzione di 'medico sociale' in qualsiasi campo, sia della
politica economica sia della politica monetaria, deve avere davanti a sé questo obiettivo.
Quando c’è disoccupazione la società non sta bene, la società è malata! La nostra
Costituzione si apre col fondamentale articolo 1: «La Repubblica Italiana è fondata sul
lavoro». Il lavoro è alla base dei diritti civili e della cittadinanza; il lavoro non è solo
fonte di reddito, ma anche fonte di dignità. Ho la sensazione che ci siamo scordati, a
livello politico, di questo fondamento. I grandi uomini e fondatori dell’Europa, De
Gasperi, Adenauer, Schumann, lo avevano ben presente. Il fenomeno del non voto e del
voto di protesta è strettamente legato a questa problematica. La crisi economica, la crisi
di occupazione, ha delle profonde influenze politiche oltre che sociali. Per studiare la
storia dell’economia del tempo, occorrono serie analisi, altrimenti si fanno chiacchiere.
Sempre Keynes nel libro «A Tract on Monetary Reform» del 1923 analizza l’inflazione dal
1913 fino ai primi sei mesi del ’23. Nel 1913 la Germania era la seconda potenza
economica mondiale. Non abbiamo dati attendibili sul Pil, ma c’è l’indice della produzione
di energia elettrica che era allora, più di oggi, fortemente legata all’andamento
dell’industria. In Germania era maggiore di quella di Inghilterra, Francia e Italia tutte
insieme. Nel 1914 viene meno il Gold Standard (il legame rigido tra il valore di una
moneta e l’oro), che aveva di fatto garantito per vari decenni la stabilità mondiale dei
prezzi. Le spese della guerra deprimono i valori delle monete, fanno crescere ovunque i
prezzi. Nel Regno Unito i prezzi passano da 100 nel 1913 a 160 nel 1923; in Francia i
prezzi si quadruplicano, in Italia quasi si sestuplicano. Nel Giappone si raddoppiano. Gli
Stati Uniti, diventati oramai la prima nazione industriale del mondo, mantengono il Gold
Standard fino agli inizi degli anni Trenta (lo congelano, a dire il vero, tra il ’17 e il ’23).
Dopo il 1923 il dollaro è la moneta più stabile a livello mondiale. Ma guardate cosa
succede in Germania, dove nella prima metà del 1923 i prezzi sono aumentati di migliaia
di volte rispetto a dieci anni prima. P arlo di questi aspetti della storia economica e
monetaria, perché hanno inciso profondamente sulla storia politica e sulla cultura
tedesca. Costantino Bresciani Turroni è autore del trattato: 'Le vicende del Marco
tedesco'. Sono vicende sconvolgenti per la loro intensità e per le gravi conseguenze
politiche. La politica ha un ruolo rilevante, determinante per l’economia, a causa
dell’inflazione, quindi della successiva politica deflazionistica, negli anni della grande
depressione. I tedeschi sono convinti di vincere la guerra; aumentano fortemente le
spese pubbliche. Improvvisamente si rovesciano le sorti; cade il secondo Reich di
Bismarck, l’imperatore va in esilio. Nasce la Repubblica di Weimar. A causa delle
esagerate riparazioni di guerra richieste dagli Stati vincitori, la Germania viveva gravi
difficoltà dell’economia, anche per tentare di venire incontro, con sussidi e forme di
occupazione fittizia, a quasi 6 milioni di uomini che dalla guerra erano rientrati nelle
attività civili. L’equilibrio viene trovato ricorrendo progressivamente alla stampa di
moneta. Il marco inizia a perdere valore nei confronti delle altre monete: salgono i salari
e i prezzi, lo Stato riduce la disoccupazione creando nuova moneta. Nel 1919 l’aumento
dei prezzi sale in un anno al 60%, nel 1920 del 240%. Nel 1923, a causa anche
dell’invasione della Ruhr da parte dei francesi, sale tra il 15 e il 40% al giorno. Si
raccontano gli aneddoti, veri, degli avventori che si sedevano al bar per prendere il
caffè; quando si alzavano il prezzo era raddoppiato. Diventa frequente, per i dipendenti
pubblici, ma anche privati, di andare a riscuotere gli stipendi con le carriole. I salari
erano pagati in biglietti di banca. I francobolli con l’immagine di Bismarck sono di molti
milioni di marchi; non ce la fanno più a stamparli a valori crescenti, le lettere venivano
affrancate con biglietti di banca. Si stampano banconote da mille miliardi di marchi, da
5mila, da 100mila miliardi; non fanno in tempo a stamparle da ambedue le parti, sono
stampate solo su un lato. I prezzi a Berlino nel novembre ’23: un chilo di pane costava
428 miliardi di marchi, 1 kg. di burro 5.600 miliardi di marchi, un francobollo 100
miliardi. È un fenomeno di cui non si ha nessun altro precedente, fortunatamente, nella
storia. I tedeschi sono stati capaci di creare un’inflazione di cui gli studiosi stanno ancora
cercando di capire le cause. Cosa avevano fatto? Iniziano ad espandere fortemente il
debito pubblico, perché sperano di vincere e rifarsi con i territori conquistati. Non ci
riescono, debbono stampare moneta in misura sempre crescente. Quando l’inflazione è
così forte alla fine diventa un fenomeno puramente monetario. Si arriva al nuovo marco,
il cui valore è stabilito in mille miliardi di vecchi marchi. Dal 1924 in poi la politica
economica tedesca, come chiarito da Bresciani Turroni, si è ispirata al concetto che la
preoccupazione della stabilità monetaria dovesse prevalere su qualunque altra
considerazione. E questo è vero ancora oggi. per fronteggiare la recessione hanno
danneggiato ulteriormente le economie del continente, a partire da quella italiana (si
veda il grafico in pagina). Con un’attenzione quasi ossessiva per la stabilità monetaria e
per il controllo della 'corsa' dei prezzi stiamo scivolando verso la deflazione. Un fattore
che determina la frenata negli investimenti, già messi a dura prova dalle cure
draconiane inflitte ai conti pubblici. Così, fra bilanci ristretti, bassa crescita e alto debito
si alimenta un circolo vizioso di cui non si vede l’uscita. Fazio, che nell’euforia del
passaggio alla moneta comune fu quasi l’unica voce a prevedere che gli anni dell’euro
sarebbero stati «un purgatorio», e che da banchiere centrale negli anni 90 bloccò in
Italia l’inflazione, ci offre oggi la sua analisi. Ecco perché mi interessava raccontare
questo: all’epoca bisognava mantenere stabile la moneta a qualunque costo, anche a
prezzo di ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia. Quando si sente il
ministro delle Finanze Schauble, bisogna ripensare a tutto questo... Lo Statuto della
Banca Centrale Europea è più o meno su questa linea: la Bce ha l’obbligo di mantenere
la stabilità della moneta, il che significa un’inflazione del 2% all’anno. Adesso siamo allo
0,4%, a un livello forse di deflazione, che è una malattia estremamente grave. Il 2% di
inflazione è un fenomeno molto meno grave della deflazione. La politica deflazionistica si
prolunga nel corso degli anni Venti. Nel 1930 la Germania era il secondo Paese
industriale nel mondo. Alla crisi del 1929, iniziata a livello internazionale e già
manifestatasi fortemente negli Stati Uniti, si aggiunge la deflazione in Germania. Si
comincia a parlare di politiche di tipo keynesiano, di lavori pubblici per far fronte alla
disoccupazione, enormemente aumentata. Non se ne fa nulla per timore dell’inflazione.
Si insiste nella deflazione. Risultato: nel 1932 si parla in Germania di 6 milioni di
disoccupati, ma forse erano 8 milioni, contro gli appena 800mila del 1928. Il nazismo,
chiamato ad assumere la responsabilità di a seguito della grave crisi economica, rilancia
l’occupazione. Viene fondata, attraverso i sindacati, la Volkswagen. La motorizzazione
privata era pressoché inesistente; lo stesso Hitler progetta il Maggiolino, ne affida lo
sviluppo all’ingegner Porsche. La produzione industriale della Germania dal 1932
raddoppia in 5 anni, anche perché si avvia la produzione di carri armati, aerei e armi.
Che cosa avviene negli altri Paesi? Nel 1925 l’Inghilterra, nel tentativo di riassumere il
suo primato nella finanza internazionale, rientra nel Gold Standard; ma lo fa ai prezzi del
1913. Keynes era già famoso per la critica al Trattato di Versailles deplorato anche da
Eugenio Pacelli, allora nunzio in Baviera -, che è essenzialmente alla base del disastro
dell’economia tedesca per le onerose riparazioni di guerra. Per Keynes, ciò avrebbe
comportato un grave danno per tutta l’economia europea. Ancora Keynes nel pamphlet
'Economic Consequences of Mr. Churchill' critica la mossa del Cancelliere dello
Scacchiere sul cambio fissato di nuovo ai prezzi del 1913, mettendo in luce la
conseguente perdita di competitività. L’economia inglese risente negativamente, negli
anni seguenti, dell’errore nella fissazione del cambio, compiuto per motivi di prestigio,
per tentare di far riprendere a Londra un ruolo centrale nel sistema internazionale.
Critiche dure sono mosse da Keynes anche verso la Banca d’Inghilterra, che attua una
politica restrittiva per tentare di abbassare salari e prezzi. Il risultato è invece un
peggioramento della disoccupazione. La mossa dell’Inghilterra si rivela ancora più grave
poiché anche la Francia decide ugualmente di rientrare nel Gold Standard, ma a un tasso
di cambio svalutato. Segue un’altra trentina di Paesi, sempre per motivi di prestigio. La
politica monetaria allora intesa, in senso grettamente limitato, come difesa del rapporto
di cambio tra la moneta legale e l’oro, distrae da una politica economica che avrebbe
dovuto essere indirizzata a combattere l’incipiente recessione. Della politica tedesca si è
già detto. L’Italia nel 1926 attua ugualmente una politica di forte restrizione, la
cosiddetta 'quota 90'. Gli economisti italiani consigliano a Mussolini di seguire la politica
- che Keynes aveva ironicamente consigliato a Churchill - di ridurre del 10, d’imperio,
prezzi e salari. Cosicché la 'quota 90', rapporto di cambio tra lira e sterlina, viene a
essere popolarmente interpretata come la riduzione al 90% di tutti i prezzi, tariffe,
stipendi e salari. Ciò non basta per riacquisire competitività verso l’estero; occorrono
altre riduzioni forzate di prezzi e salari. L’Italia mette comunque in atto una politica di
grandi opere pubbliche, combattendo in qualche misura la recessione. Il tentativo di
molti Paesi - di legare le monete ai prezzi dell’oro oramai fuori linea con i livelli dei prezzi
interni - fa precipitare l’economia mondiale nella Grande crisi. La crisi, iniziata per motivi
di mercato in agricoltura, si manifesta nell’estate del 1929 negli Usa attraverso una
brusca caduta della produzione industriale. Segue il crollo delle azioni a Wall Street. La
forza produttiva degli Stati Uniti attrae l’oro delle banche centrali da tutto il mondo verso
il mercato finanziario di New York. Anche la Francia accumula oro grazie alla
svalutazione del franco. Tutti gli altri Paesi perdono oro: iniziano crisi bancarie, dapprima
in Austria e Germania. L’Inghilterra lascia poi svalutare la sterlina nel settembre ’31. La
crisi continua ad espandersi, con ripercussioni politiche fatali. Gli Stati Uniti escono dalla
recessione solo attuando una forte espansione degli investimenti pubblici, e aumentano
notevolmente la quantità di moneta rivalutando l’oro rispetto al dollaro. Dopo la forte
caduta, l’economia americana riprenderà a crescere, ma lo fa al ritmo del 10% all’anno
in termini reali. Ben Bernanke, in un articolo pubblicato sul Journal of Money, Credit and
Banking nel 1995, dimostra che in tutto il mondo la ripresa per ogni Paese si ha, negli
anni Trenta, mano a mano che le singole economie si staccano dal Gold Standard.
L’avvento del nazismo, conseguenza politica della grande inflazione trasformatasi poi
nella grande depressione, trascina il mondo in guerra.
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8 – VENETO / NORDEST
CORRIERE DEL VENETO
Pag 5 Vita da Erasmus, quei centomila veneti nel “cuore” dell’Europa di Sara
D’Ascenzo
Fenomeno in crescita in tutti i nostri atenei
Venezia. Nel giorno del lutto e della disperazione per i 13 ragazzi morti nell’incidente di
Tarragona, ricordare le atmosfere scanzonate e liberatorie dell’Appartamento spagnolo ,
il film che da quasi quindici anni racconta l’identità e lo spirito dei ragazzi Erasmus,
potrebbe sembrare fuori luogo. Eppure in tutti i ventenni o giù di lì che si trovano a
vivere quella particolare e irripetibile esperienza, le avventure e disavventure del
giovane Xavier, che nel film francese del 2002 si trovava catapultato a Barcellona a
condividere il tetto con una comunità europea decisamente godereccia, esercitano
ancora oggi una fascinazione fortemente identitaria. Il frigo che straripa di cose quasi
immangiabili, la pulizia che manca, le difficoltà di condividere la casa con qualcuno che
non si conosce, il senso di libertà di essere fuori casa lontano migliaia di chilometri dal
controllo degli affetti più cari (e un po’ ingombranti): vale tutto nel racconto degli
studenti che hanno fatto quell’esperienza o sono ancora lì a farla. Dal 1987, anno del
lancio dell’iniziativa a livello europeo, a oggi, in Italia sono oltre 3 milioni i ragazzi partiti
per un periodo che può andare da pochi mesi a un intero anno accademico, a seconda
delle destinazioni e delle convenzioni con i vari atenei; 100 mila circa quelli partiti dal
Veneto. Nel solo bando 2015/2016, che è quello al quale hanno partecipato gli studenti
che ora sono all’estero, il Veneto ha mandato all’estero circa 2.715 studenti dei quattro
atenei: 591 da Ca’ Foscari, 216 dall’ateneo Iuav, 518 dall’università di Verona, 1.390
dall’ateneo di Padova, 480 in uscita nel semestre in corso, da gennaio 2016 a giugno. E
proprio l’università di Padova, la stessa dalla quale era partita Elisa Valent, è la seconda
in Italia per numero di studenti che partono. Il trend è in continua crescita. Dall’anno
accademico 2004/2005, quando partirono da Padova 653 ragazzi, la progressione è
stata continua, fino agli oltre 1.390 dell’ultimo anno accademico: praticamente
raddoppiata. Stessa percentuale per Ca’ Foscari, che dal 2010 a oggi ha visto aumentare
del 56% la partecipazione al progetto; progressione anche per Verona, che nel 2013 ha
mandato 378 ragazzi a studiare all’estero, nel 2014 421. Regina di cuori, ovviamente la
Spagna: dei 591 studenti che hanno vinto la borsa di studio, 123 hanno scelto la
Spagna, seguita dai 103 della Francia e i 96 della Germania. Il resto è presenza
piuttosto marginale. Proporzione leggermente maggiore per Iuav: dei 216 all’estero, 62
sono divisi tra le varie università della Spagna. Ma i numeri da soli non bastano a
leggere il fenomeno Erasmus, che anche in Veneto significa nuove amicizie, scappatelle
o grandi storie d’amore che costringono a trasferirsi, a mollare quello che si ha in Italia e
in molti casi a continuare a studiare nel Paese dove si era vissuto quell’anno magico. O
ancora carriere universitarie esaltanti o semplici esami recuperati all’ultimo mese prima
di partire, col vecchio ma incrollabile «studio matto e disperatissimo». «La mia
“esperienza Erasmus” - racconta Alessandro Marani, trevigiano, studente di Scienze
Politiche - è stata fatta due anni fa all’università di Paris 8, ed è stata così forte e
importante che mi ha spinto a trasferirmi in Francia e continuare la carriera universitaria
all’Università di Paris 1 Panthéon-Sorbonne». E il dolore e lo stupore che i ragazzi
Erasmus ieri non smettevano di comunicare per la tragedia spagnola, si legava
indissolubilmente però anche a un forte senso d’appartenenza alla comunità che ha per
casa l’Europa. Come Marco De Rovere, 27 anni, studente di Biologia molecolare a
Trieste, Erasmus a Helnsinki: «La migliore esperienza della mia vita. La prima vera fuori
casa, con persone totalmente sconosciute: devi gestire tu i tempi tra lo studio e far
festa. E così a me è capitato di fare più che altro festa per quattro mesi e poi ritrovarmi
l’ultimo mese a dover studiare come un matto! L’Erasmus lo fanno le persone, non la
città dove sei. E una volta che ha fatto l’Erasmus sei studente Erasmus per sempre».
Proprio con quel cuore Erasmus la generazione di ventenni che guarda al mondo ieri e
l’altro ieri ha letto le notizie spagnole come un filo che si spezzava nella vita di persone
che erano lì «per vivere il loro momento più bello. E sapere di averle perse così fa
ancora più male», spiega ancora Marco. «Quella di domenica è una perdita per tutta
l’Europa», conclude Alessandro. E noi con lui.
Pag 8 Picchiata e minacciata dal marito per 40 anni. “Il prete mi diceva:
sopporta e prega” di Milvana Citter
Nel Trevigiano
Codognè (Treviso). Una moglie deve sopportare. Porta pazienza e prega perché il
Signore lo faccia cambiare». Così consigliavano, la madre e il prete, a una donna vittima
di violenze da parte del marito. Non cento anni fa quando i femminicidi venivano
chiamati «delitti d’onore», un’epoca in cui una donna non poteva neppure pensare di
ribellarsi al consorte e il matrimonio era davvero per sempre. È successo in un’era nella
quale è consentito scegliere di lasciare il compagno violento. Ma come si fa a prendere
una decisione tanto importante se si è da sole e le persone alle quali chiedi aiuto ti
dicono: «Devi sopportare»? Per questo motivo lei ha sopportato. Per ben 42 anni. Ha
sopportato le botte, gli insulti e le umiliazioni, e anche le minacce. Fino a quando non ce
l’ha fatta più, lo ha lasciato e lo ha denunciato. Così il marito è finito a processo ed è
stato condannato, per maltrattamenti in famiglia, a 2 anni e 3 mesi senza sospensione
condizionale. A darle il coraggio è stata la paura che dalle parole il compagno passasse
ai fatti e la uccidesse, così come tante volte l’aveva minacciata. Un incubo che per la
69enne di Codognè è iniziato subito dopo le nozze. Niente di quel che lei faceva andava
bene al marito, ed erano insulti e umiliazioni. Anche l’annuncio dell’arrivo del primo figlio
è stato accolto in modo violento: «Mi ha dato un ceffone, mi ha detto che ero una
puttana e che non era suo». Poi c’erano le pentole scagliatele addosso con i cibi bollenti
quando non erano di suo gradimento, le umiliazioni: «Non vali niente, non sai fare
niente», infine le minacce. «Una volta - ha raccontato la donna al giudice - ha preso il
fucile da caccia ed ha esploso un colpo sul soffitto della cucina. Mi ha detto “ti
ammazzo”». Lei aveva avuto paura e gli aveva fatto portar via tutte le armi. Ma questo
non l’aveva placato: «Non serve il fucile per farti fuori. Basta un cuscino per soffocarti e
poi ti butto nel fosso». Minacce che costringevano la donna a dormire in un’altra stanza,
chiusa a chiave. Eppure, nonostante tutto, lei è rimasta con quell’uomo per 42 anni.
Perché tutti le dicevano che non poteva rompere il matrimonio. Glielo diceva la madre:
«Prendi il rosario e prega il Signore che lo faccia cambiare». E glielo ribadiva il parroco,
con il quale si era più volte confidata: «Devi sopportare, portare pazienza e pregare.
Pregherò anch’io per te. Vedrai che le cose andranno meglio». Ma le cose non sono mai
migliorate. Un incubo quotidiano e purtroppo condiviso: sono infatti oltre 300 le donne
che in un anno, nella Marca, hanno chiesto aiuto. Numeri che diventano ancora più
grandi considerando il territorio regionale: sono 1.315 le donne che da gennaio a ottobre
2015 si sono rivolte ai Centri antiviolenza del Veneto, in media 4 al giorno. La 69enne
trevigiana, però, ha deciso di dire basta e di salvarsi. Lo ha lasciato e lo ha denunciato.
E quel marito violento è stato condannato.
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… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Non tradiamo il loro sogno di Beppe Severgnini
I ritratti sorridenti delle ragazze di Tarragona sono insostenibili. La morte è sempre
inspiegabile; la morte giovane è inaccettabile. Perché loro? Perché il destino doveva
salire a bordo di quel pullman, travestito da autista assonnato? Cinquantasette studenti
Erasmus di ritorno da una festa popolare a Valencia, la prima notte di primavera: la
fotografia perfetta della bellezza e della gioventù d’Europa. Il mezzo su cui viaggiano
invade la corsia opposta, si scontra con un’auto. Tredici morte, tra cui sette italiane.
Francesca, Serena, Lucrezia, Valentina, Elena, Elisa, un’altra Elisa. La mamma di un’altra
ragazza, Annalisa, racconta che la figlia ha perso tutte le amiche. È grave in ospedale,
ancora non lo sa. La reazione istintiva è associare questi viaggi, questa età e queste
esperienze con il pericolo. Non leggerete editoriali in proposito; nessuno andrà in
televisione a dire «Ragazzi, state a casa!». Ma il continente spaventato, ieri, ha aggiunto
una paura nuova. L’aereo della Germanwings, il concerto del Bataclan, ora l’autobus di
Tarragona. È come se il sogno europeo perdesse, uno dopo l’altro, i suoi colori. Restano
il mare nero e le facce dietro le frontiere chiuse. Le testimonianze dei genitori delle
vittime strappano il cuore: aspettavano una laurea, le aspettano in un obitorio.
Qualcuno, davanti allo strazio, lascerà intendere che sia più saggio e sicuro non
muoversi, non andare, non sperimentare. Non è vero: non lo è mai stato. La cronaca
italiana lo dimostra. I pericoli sono dovunque: spesso vicino a casa, talvolta addirittura
dentro casa. Non è rinchiudendole che proteggiamo le persone cui vogliamo bene. Siamo
circondati da allarmisti interessati. La tragedia di Tarragona, se la nostra reazione non
sarà pronta, rischia di diventare il simbolo di una gioventù irresponsabile, superficiale,
disposta a correre rischi inutili. Non è così, ovviamente. Su quell’autobus potevamo
esserci noi, trent’anni o quarant’anni fa; oggi ci sono i nostri figli e nipoti, e dobbiamo
lasciarli andare. Una delle mie molte nipoti, Ilaria, romana, 24 anni, studentessa di
psicologia, sta finendo lo scambio Erasmus a Santiago di Compostela, in Galizia.
Sappiamo che viaggia, gira, si sposta per la Spagna. Certo: ci siamo preoccupati, in
famiglia. L’abbiamo chiamata, e quando abbiamo saputo che era lontana da quella
strada catalana abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ma non abbiamo mai pensato - e
non penseremo mai - che l’esperienza all’estero la metta in pericolo. Pensiamo invece
che l’abbia migliorata e maturata. Il programma Erasmus è nato nel 1987, ha quasi
trent’anni. Tre milioni di giovani europei hanno cambiato università, residenza, abitudini,
lingua. Si sono innamorati e hanno incontrato nuovi amici. Hanno imparato la categoria
della distanza, che solo il primo grande viaggio insegna. Hanno appreso la lezione della
tolleranza: persone diverse in posti diversi fanno cose diverse, e va bene così. Gli
investimenti per Erasmus sono, in assoluto, i soldi meglio spesi dall’Unione Europea. Il
programma non crea politiche europee, finanziamenti europei, garanzie europee. Crea
europei - sostantivo. È diverso e più importante. Non è facile trasformare il cordoglio in
convinzione. Ma il dolore è un formidabile fertilizzante. Se volessimo rendere omaggio
alle ragazze su quell’autobus — a chi è morto, a chi è ferito, a tutti gli altri che quella
notte di marzo non la dimenticheranno mai - dovremmo costruire l’Europa come la
vogliono: mescolata, solidale, orgogliosa e generosa. Dovremmo aprirci, non chiuderci.
Sognare, non spaventarci. Sognare, insieme ai nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e
migliore. Facciamolo in nome delle vittime di Tarragona. Facciamolo per rispetto dei
ragazzi che siamo stati.
Pagg 2 – 3 Progetti e sogni di sette ragazze
La tragedia dell’Erasmus. Avevano tutte tra 22 e 25 anni. Provenivano da Piemonte,
Liguria, Veneto, Toscana e Lazio. I volti e le storie delle vittime dell’incidente di
Tarragona
La passione per lo sport di Lucrezia, la cucina e il volontariato di Francesca, la
dimestichezza con le lingue straniere di Valentina, la curiosità per la Catalogna di Elena,
la sensibilità di Serena, l’umiltà della romana Elisa e il sogno di diventare scrittrice
dell’altra Elisa, friulana. Sette storie di sette ragazze che erano partite non solo per
completare gli studi ma soprattutto per rendere più concrete le loro ambizioni, per
realizzare i loro progetti. Sette vite che si sono spezzate in un’autostrada spagnola, al
ritorno dopo una notte di festa e divertimento. Venivano dal Piemonte e dal Veneto,
dalla Toscana e da Genova e Roma, studiavano economia o medicina, farmacia o
filologia. Sette storie diverse che hanno trovato un destino comune, difficile da accettare
per delle esistenze così giovani.
Gli studi in Economia, poi la pallavolo e il catechismo - Ha lottato in ospedale tutta la
mattina dopo l’incidente, ma neanche il suo corpo giovane, atletico, sano l’ha salvata.
Lucrezia Borghi è la settima ragazza italiana a essersene andata a Barcellona. Papà
Fabrizio e mamma Cecilia e il ragazzo di Lucrezia l’hanno dovuta riconoscere da sotto un
lenzuolo, e poi cercare di tenersi in piedi. Dovevano esserci, come se potesse servire a
qualcosa ormai starle accanto. Sapevano che Lucrezia era tra le vittime, ma non
potevano restare fermi, così lontani, perché magari c’era stato un errore, uno scambio di
documenti, erano tante le ragazze in ospedale, ferite, gravi, ma vive. Perché non anche
lei? E allora, senza posti in aereo, senza cartine, si sono messi in automobile e sono
partiti. Da Greve in Chianti a Firenze poi Genova, Monaco, Montpellier fino a Barcellona,
12 ore senza pausa, con il gruppo di whatsapp a fare da supporto e da navigatore. A
casa, a due passi da Firenze, è rimasto il fratellino di 14 anni. Voleva aprire le uova di
Pasqua con la sua Lucrezia. Gliel’aveva promesso. Nonno Franco, i compagni di liceo,
dell’università, della squadra di pallavolo, dell’oratorio non riescono a farsene una
ragione perché una ragione non c’è. E allora pregano. Tutti assieme a don Flavio
Rossetti orgoglioso di quella sua catechista così «sensibile, seria e brillante». Chiesa
piena ieri sera a Greve, per una veglia di preghiera e di lacrime. Lucrezia studiava
Economia a Firenze e sapeva quale mondo difficile l’avrebbe aspettata alla fine degli
studi. Ma lei era ottimista, aperta al mondo, con le radici saldissime nella provincia dov’è
nata. Una ragazza global con amicizie da Greve in Chianti a Palermo, da New York a
Francoforte, da Kingston a Barcellona. Sapeva quanto fosse importante questo periodo
di studio per lei. Un’occasione per aprire la mente, conoscere altri professori, altri
metodi, spalancare opportunità. Il 19 marzo, dopo gli auguri telefonici al papà, aveva
scritto una mail all’ateneo fiorentino per prolungare di un mese il suo Erasmus. «Per
quanto riguarda la borsa di studio, come funziona? - domandava assieme a tre amiche -.
Sarebbe possibile averla anche a luglio?». Lucrezia è morta, altre due amiche, loro sì,
sono solo ferite.
Era guarita dalla leucemia. I suoi post pieni di ironia - Su Facebook, il 20 febbraio, aveva
messo la foto dello scatolone pronto, con i vestiti e i libri da portare in Spagna: «Si
comincia a imballare. Meno 4 giorni alla partenza. Mi piange il cuore neanche se stessi
andando in guerra». Elisa Valent aveva 25 anni, studiava Filologia moderna a Padova,
ma era nata in Friuli, a Gemona. Gli studi allo Scientifico, poi la laurea triennale a Udine,
il sogno di diventare scrittrice, e a fine febbraio fa l’inizio dell’Erasmus a Barcellona. I
suoi messaggi su Internet sono anche il diario dei suoi ultimi giorni di vita: la scalata con
i colleghi sulla montagna del Montserrat, la foto davanti alla Sagrada Familia, le canzoni
di Caparezza, il giorno a letto con la febbre. O la lezione di spagnolo per scoprire che
menestra non si traduce in minestra: «Non c’è nemmeno su Google Traduttore, ora
ditemi come faccio a sopravvivere qua» scriveva appena venerdì sera, il giorno prima di
morire. Ironica e solare, soprattutto adesso che, proprio alla vigilia dell’Erasmus, si era
liberata dell’apparecchio ai denti («Dopo tre anni un sorriso è d’obbligo») e soprattutto
aveva vinto la sua battaglia con la leucemia. Aveva avvisato i genitori, che vivono con
l’altra figlia a Venzone, vicino a Gemona, che sarebbe andata a Valencia per la festa dei
fuochi. Mamma Anna, commessa, e papà Eligio, ferroviere in pensione, hanno saputo
dell’incidente dalla tv e si sono disperatamente attaccati al telefono. La loro Elisa non
rispondeva, hanno subito temuto il peggio e chiesto aiuto al sindaco, Fabio Di Bernardo.
Il quale ha avuto dalla Farnesina la conferma della tragedia e ora dice: «Qui ci
conosciamo tutti, il dramma vissuto da questa famiglia è il dramma di tutto il paese».
Elisa un po’ per gioco un po’ forse per davvero era timorosa della parentesi di studio
lontano dall’Italia. Il 6 febbraio annotava: «Tra tre settimane esatte sarò in Erasmus a
Barcellona. Aiuto. Oddio, ricordatemi come una cara ragazza che salutava sempre».
Esagerazione da studentessa alla vigilia di quella che era comunque un’avventura. Mai
avrebbe potuto immaginare che certo non stava «andando in guerra», eppure non
sarebbe più tornata a casa.
Aspettava il giorno dopo l’abbraccio dei genitori - Quel prototipo di città giardino, il Park
Güell di Barcellona, l’aveva stregata. «È straordinario, camminare qui sembra di vivere
in una favola», aveva raccontato alle amiche dopo aver postato su Facebook una foto
datata 3 marzo, ore 19.56. L’ultima. E un po’ prota-gonista di una fiaba si sentiva
davvero, Valentina Gallo (Frangetta per gli amici), 22 anni, studentessa di Economia
azienda-le e management all’università di Firenze e ora in Erasmus, tanto desiderato e
ottenu-to grazie ai buoni voti, alla conoscenza delle lingue e a quella «grinta dolcissima
e garbata» con la quale affrontava la vita. Figlia di due insegnanti delle superiori, il
professor Gerardo, di origini campane, e la professoressa Giulia, calabrese, era nata a
Bagno a Ripoli, comune dell’hinterland di Firenze, ma solo perché lì c’era la maternità
dell’ospedale di Ponte a Niccheri, perché lei si sentiva fiorentina doc, orgogliosa di
abitare con i genitori nell’ap-partamento di via dello Statuto, quartiere di Rifredi, non
lontano dalla Fortezza da Basso e dalla stazione di Santa Maria Novella che giudicava i
simboli della bellezza e degli orizzonti allargati. Fiorentina, certo, ma anche cittadina
europea. Ed era stata proprio lei a proporre alle colleghe di corso di andare a Barcellona
e a prolungare il periodo dell’Erasmus di un mese. Gli esami li aveva fatti quasi tutti e i
27 crediti obbligatori per l’esperienza di studio europea erano vicini, come la laurea.
«Era felicissima di questa esperienza - racconta Francesco, un compagno di università -,
era brava nelle lingue e riusciva a sostenere gli esami sia in inglese che in spagnolo. Mi
aveva detto che aveva trovato un gruppo di amiche straordinarie». La sua felicità
l’esternava spesso anche al fratello maggiore Alessio, 24 anni. Eppure l’anima di quella
ragazza così cosmopolita, che sognava di diventare un’imprenditrice, nascondeva anche
il desiderio di riscoprire le sue radici. Con la famiglia andava spesso a trovare i nonni
novantenni Rocco e Michelina e i cugini che vivono a Vallata (Avellino), soprattutto
durante le feste. Ma la Pasqua quest’anno Valentina aveva deci-so di trascorrerla a
Barcellona con mamma e papà. Erano appena partiti per la Spagna quando hanno
saputo dell’incidente.
La scelta di Medicina perché voleva «fare da sola» - Elisa portava con lievità quel suo
cognome importante, Scarascia Mugnozza, dinastia di professori universitari. Figlia di
Giuseppe direttore del Dibaf dell’Università della Tuscia, nipote di Gabriele, prorettore
della Sapienza di Roma. Agronomo uno, geologo l’altro. Lievità per Elisa voleva dire fare
da sola, crescere, farsi strada con le proprie forze. Aveva scelto Medicina anche per
quello. Non voleva vantaggi, Elisa, ma non per polemica, per dispetto o presunzione,
solo perché, dicono le amiche di Facebook, aveva un enorme rispetto, quasi un culto,
per il lavoro, lo studio, il merito. Valori, si sarebbe detto una volta, assorbiti proprio in
famiglia. Il rapporto con il papà era sempre stato fortissimo. Stima, rispetto, amore.
Appena sentito dell’incidente, il professor Giuseppe ha telefonato al cellulare della figlia.
Muto. La paura ha cominciato a crescere. Ogni chiamata andava persa e, tra gli accordi
di Elisa con i genitori, c’era anche quello di lasciare il cellulare sempre acceso. Non
servirà, non ti chiameremo, ma così, giusto per lasciarci tranquilli. Niente e nessuno, se
non la fiducia in Elisa, diceva che proprio quella figlia fosse stata coinvolta in quello
schianto pauroso in terra spagnola, ma il papà non se l’è sentita di aspettare. Senza dir
niente a nessuno è corso in aeroporto, deve essersi messo in lista d’attesa, ed è riuscito
a partire. Un volo con gli occhi sbarrati, il cuore strizzato, il desiderio sconfinato che
Elisa per una volta avesse disobbedito, si fosse dimenticata, qualun-que cosa tranne
quella. La peggiore di tut-te, senza rimedio. A Barcellona, con l’aereo ancora in cerca
dell’area di parcheggio, il presentimento è diventato tragedia, strappo. «Di Elisa potevi
fidarti ciecamen-te. Sempre disponibile, sempre pronta a darti una parola di conforto»
racconta via Facebook Luca, un amico. «Tanto dura quanto fragile. Le piaceva stare
insieme alla gente, divertirsi, staccare la spina, ma sempre con intelligenza. Era l’amica
che tutti vorrebbero avere». L’amica con la A maiuscola, però, era l’altra Elisa, Elisa
Beraldi. Erano inseparabili, confidenti, aperte, sincere, amiche. Non smette di piangere
Elisa. Non può smettere è come se avesse perso una parte di se stessa.
Aveva già appuntamento a Gavorrano: arrivo alle 19 - Il liceo a Follonica, l’università a
Firenze, il corso triennale di Economia aziendale, poi il gran balzo all’estero: da due mesi
la vita stava andando proprio come Elena Maestrini, 22 anni, aveva voluto. «Era felice»
assicura Francesca, un’amica che era già rientrata in Italia, ma che condivideva le
giornate di Elena alla scoperta di Barcellona. Il programma Erasmus era la realizzazione
di un sogno che aveva riempito negli ultimi tre anni le sue serate fiorentine, le
chiacchiere con gli amici, i colloqui con i professori, i moduli da compilare. Un ultimo
esame a gennaio con il preside del corso di Economia, Vincenzo Zampi, e poi via,
all’inizio del 2016 era cominciata la sua avventura: poco meno di sei mesi a Barcellona
per approfondire le materie del suo indirizzo, Economia aziendale e management, ma
anche per conoscere un Paese nuovo, sperimentare il modo di vivere alla catalana e
quell’«appartamento spagnolo» che ha stregato generazioni di italiani. Elena si era
iscritta alla gita a Valencia, organizzata dall’Erasmus Student Network dell’Università di
Barcellona, assieme a Lucrezia e Valentina, amiche, compagne di studi e toscane come
lei, anche se al rientro l’aspettava subito un altro viaggio: a casa, questa volta, a Bagno
di Gavorrano, frazione di tremila abitanti in provincia di Grosseto, nella sua Maremma,
dove aveva previsto di arrivare ieri sera per trascorrere la Pasqua con i genitori. «Arrivo
alle 19» aveva fatto sapere al gruppo di amici su Whatsapp, poche ore prima della
tragedia. La settimana di Pasqua sarebbe stata la sua prima vera vacanza da quando era
partita, e probabilmente l’ultima fino al rientro a Firenze, quest’estate, a stage concluso.
Era viva, Elena, quando i primi soccorritori sono arrivati al famigerato chilometro 333
dell’autostrada Barcellona - Valencia. Ma in condizioni disperate. Il padre, Gabriele, e la
madre, Roberta, sono partiti per Tarragona prima ancora che arrivasse la notizia
peggiore. Al paese sono rimasti gli amici d’infanzia, ancora increduli: «Per noi era come
una sorella. Possiamo soltanto sperare che dormisse, quando è avvenuto l’incidente, e
che non si sia accorta di nulla».
L’ultima foto di una farfalla che si posa su un fiore - Tanti programmi, tante attese. La
prossima: il compleanno, 23 anni lunedì prossimo, da festeggiare con le amiche a
Barcellona. Perché sarebbe stato indimenticabile. Serena Saracino aveva le idee chiare:
era tempo di rendersi indipendente e, a Torino, la città dov’era cresciuta, molti la
ricordano come una delle maschere della sala concerti della Rai. La più puntuale, gentile
e servizievole. Ma non aveva fretta di tornare in Italia: così qualche giorno fa aveva
scritto alla facoltà di Farmacia dell’ateneo torinese, dov’era iscritta al quarto anno, e in
pari con tutti gli esami, chiedendo di prolungare la sua permanenza a Barcellona, con il
tirocinio. Sarebbe fiera, Serena Saracino, di suo padre, Alessandro, 60 anni, medico
condotto a Settimo Torinese. Sarebbe fiera di sentire come parla ora di lei e di ascoltarlo
mentre chiede, trattenendo le lacrime, a «un Paese amico», la Spagna, che «tutto
questo non accada mai più», che non si permetta ancora a un autista stanco di riportare
a casa un pullman carico di ragazzi, alle quattro del mattino, sotto la pioggia battente.
Prima di alzarsi all’alba di sabato con l’amica, Annalisa Riba, anche lei aspirante
farmacista, per prendere il bus in partenza da Barcellona, Serena ha postato sul suo
profilo Facebook una foto che le piaceva: una farfalla che si posa un papavero.
Struggente come un ultimo saluto. Era una ragazza studiosa e ubbidente, ha detto suo
padre, la sua unica, bellissima figlia. E pensava che fosse al sicuro in quella città piena di
giovani e di promesse, di allegria e di ottimismo. Da febbraio Serena divideva la sua
nuova casa con Annalisa, che sedeva vicino a lei anche sul bus, ma è sopravvissuta al
violento impatto, con qualche ferita non grave, da cui si sta riprendendo all’ospedale di
Tarragona. Nessuno ha ancora trovato il coraggio di dirle che la sua amica invece non ce
l’ha fatta. Serena aveva parlato anche con i genitori di quella sua idea di fermarsi in
Catalogna; e il padre aveva persino immaginato di potersi trasferire anche lui a
Barcellona, con la moglie: «Ora non ci resta che tornare a casa e ammazzarci. Senza di
lei non viviamo» ha detto. Ma questo a sua figlia non piacerebbe sentirlo.
Il volontariato in Ciad e la passione per la cucina - Quando era arrivata a Barcellona
aveva organizzato una festa e preparato per una cinquantina di ragazzi le lasagne «al
tocco», il tipico ragù alla genovese. Francesca Bonello, che avrebbe compiuto 24 anni a
giugno, amava la cucina e fare qualcosa per gli altri. Per questo aveva scelto di
diventare medico, che per lei, profondamente religiosa, era più una missione che una
professione. Lo ricorda padre Francesco Cavallini, gesuita della Comunità vita cristiana di
Genova, che Francesca frequentava: «Era andata in Ciad l’estate scorsa con il fidanzato
Federico, che è già medico, con una nostra associazione. Ed era andata là per mettere in
pratica quello che stava imparando, per aiutare gli altri». Era stata anche volontaria in
Romania e assisteva in città gli anziani dell’Istituto Paverano. «Francesca era una
ragazza generosa che viveva la religione con una fede vera, concreta - dice commossa
Caterina, un’amica di famiglia -. Ha lavorato tanto con i poveri, era una persona piena di
amici, solare e bella. La sua è stata una vita breve ma vissuta per gli altri». Caterina e
molti di quelli che la conoscevano ieri si sono ritrovati per una messa in ricordo nella
Chiesa del Gesù, frequentata da tutta la famiglia Bonello, il padre ingegnere, la madre
insegnante di scienze. «Era contenta e spaventata per questa avventura in Spagna dice Paola, amica dai tempi del liceo -. Di lei non ho ricordi in cui non sia sorridente».
Concorda padre Cavallini: «Era la persona più vitale che abbia mai conosciuto. Ovunque
è andata si è sempre fatta amare». E il vescovo vicario di Genova, don Nicolò Anselmi:
«Non ci sembra possibile che sia successo proprio a lei. Sprizzava gioia e desiderio di
vivere da tutti i pori. Era una ragazza amatissima, soprattutto dai bambini, sempre
disponibile. Veniva dal mondo degli scout e le piaceva mettersi in gioco, dare una mano
quando c’era bisogno». I genitori domenica sono subito partiti per la Spagna. Marta, la
sorella di poco più piccola, è invece rimasta a casa. Risponde al citofono e piange:
«Francesca era una persona speciale, una studentessa modello. Era in Erasmus da un
mese. Ma non posso dire altro, non riesco a parlare. Cercate di capire quello che stiamo
vivendo».
Pag 15 Lavacri e nostalgie, gli ex Msi e i conti con il passato mai fatti del tutto di
Pierluigi Battista
Una spina. Un prurito. Un’ossessione. Il lavacro di Fiuggi del ’95 non ha sradicato il
passato in fondo al cuore. Il peso di una storia mai smaltita che si fa sentire fino ad oggi.
«Io non sono mai stata fascista», dice di sé Giorgia Meloni rispondendo a Berlusconi che
ha bollato con disprezzo usando l’epiteto (ancora?) infamante di «fascisti». «Mai» è
molto impegnativo. Chissà perché allora il Msi ha sentito il bisogno di non chiamarsi più
così e di ribattezzarsi Alleanza Nazionale. E perché nelle tesi di Fiuggi si è addirittura
scomodato l’antifascismo come momento storicamente necessario al ritorno della libertà
in Italia. E perché Gianfranco Fini, con il parere entusiastico e unanime dei colonnelli che
via via gli hanno voltato le spalle fino ad arrivare all’attuale irrilevanza collettiva, ha
sentito il bisogno nel ’93 di andare in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, e poi ad
Auschwitz, e poi in visita commossa allo Yad Vashem di Gerusalemme, faccia a faccia
con il «male assoluto» della Shoah, mentre in Italia borbottavano per quella kippah in
testa. Il fascismo è stata una storia grande e tragica. Con la fine della Prima Repubblica,
fondata sull’antifascismo costituzionale, quella storia sembrava essersi esaurita. Hanno
chiuso le insegne del comunismo e del fascismo. Restano i fantasmi, i residui, i ricordi
che stregano le idee e le teste. E lo psicodramma che non si spegne mai. Con lo spettro
del fascismo il centrodestra berlusconiano ha duellato sin dall’inizio. Quando Berlusconi
disse di optare per Fini come sindaco di Roma (la storia comincia nei pressi del
Campidoglio e qui sta volgendo alla fine, potenza dei simboli e dei ricorsi), gli avversari
gli misero un fez in testa: il Cavaliere nero. Bossi, alleato riluttante di governo, si mise
in marcia sotto il diluvio nel 25 aprile milanese che sembrava rinato dal nulla, dopo anni
di celebrazioni ufficiali stanche e sfibrate. Disse anche, con la sua prosa trattenuta e
moderata, che i fascisti sarebbero stati inseguiti «casa per casa» e che con i fascisti mai
più da nessuna parte. Poi invece il «da nessuna parte» diventò Palazzo Chigi. La sinistra
impazziva per il «regime» in agguato. Ogni manifestazione del centrodestra nella
Capitale diventava la «marcia su Roma». Berlusconi faceva finta di non sentire:
scherzava addirittura sulle isole del confino fascista dipinte come ameni luoghi di
vacanza. I missini smisero di essere tali: divennero aennini. Sparirono saluti romani e
labari. Anzi, riapparvero in qualche funerale (che Fini e i suoi dovevano abbandonare
prima che risuonasse lo stentoreo «Presente!» con braccio teso) e quando un gruppo di
ex fascisti, o postfascisti, o fascisti salutarono con entusiasmo Gianni Alemanno che
aveva vinto le elezioni a Roma. Sempre al Campidoglio: quando si dice la fissazione dei
luoghi. Non erano più fascisti, fuori e dentro? Alessandro Giuli, che dedicò al gruppo
dirigente di An uno sferzante pamphlet, scrisse che il passo delle oche aveva sostituito il
passo dell’oca. Chi voleva restare fascista aveva a disposizione da Fiuggi in poi la
Rifondazione nera capeggiata da Pino Rauti. Gli altri si adagiarono sulla strada dello
sdoganamento e addirittura confluirono disciplinatamente nel Pdl nato dal predellino di
Berlusconi. Tranne Francesco Storace, che con Daniela Santanché mise su «La Destra»,
in rotta con il Fini che a Gerusalemme si era spinto troppo oltre. Una storia grande e
tragica, quella del fascismo e anche quella del neofascismo. La scommessa di una destra
che finalmente all’aria aperta, finalmente non più ghettizzata, finalmente non più
confinata nel reparto dei reprobi della Repubblica, avrebbe potuto dimostrare tutte le
sue potenzialità, è stata una scommessa persa. Quando Fini osò alzare il capo con
Berlusconi, i colonnelli che erano stati di An e che erano cresciuti insieme nella palestra
missina per disegnare «il fascismo del Duemila» sfilarono sul palco per condannare il
refrattario e per giurare fedeltà imperitura al Capo. Questa parola, «fascismo»,
ristagnava sullo sfondo, chiusa in un armadio, con la naftalina perché non esalasse
cattivi odori. Ma i conti con il passato non sono mai stati fatti. «Fascista»? Giammai,
sembra dire Giorgia Meloni avanzando le prove dell’anagrafe. Il rimosso non se ne va. Il
passato non passa. Sotto il tappeto è già tutto pieno.
Pag 28 I rischi del decisionismo senza corpi intermedi di Giuseppe De Rita
Da qualche anno si parla spesso della crisi dei corpi intermedi. Lo sforzo di ristabilire il
primato della politica ha portato infatti a verticalizzare il potere in poche sedi decisionali;
a declassare il concetto della mediazione e la prassi della concertazione; a diroccare tutti
i soggetti che per tradizione rappresentano vecchie e nuove istanze di mediazione (i
sindacati, i partiti, le rappresentanze imprenditoriali, il sistema camerale, le
amministrazioni provinciali, ecc.). Molti osservatori decantano questo processo di
«disintermediazione» e il conseguente sfoltimento della boscaglia intermedia; altri,
quorum ego , lo vivono con il timore che la desertificazione intermedia possa creare un
deficit di coesione sociale e possa ridurre la vitalità e la convergenza dei tanti
particolaristici soggetti del nostro sviluppo. La prima di queste due posizioni è oggi
decisamente vincente, così la seconda dovrà intraprendere una lunga marcia nel deserto
per far crescere «fili d’erba e cespugli» di nuova rappresentanza. Presi dai toni accesi da
questa contrapposizione, non tutti però si sono accorti che c’è un deficit di dimensione
intermedia anche nella dilagante verticalizzazione del potere pubblico. Il decisionismo
politico porta certamente al primato del comando; ma questo rimane nullo senza una
catena di comando che trasmetta alle strutture amministrative e alle periferie del
sistema le opzioni di vertice. È questo il pericolo su cui si stanno avvitando il potere
politico e lo Stato italiano. Ad un progressivo accentramento delle funzioni di governo in
alcune sedi di vertice (forse in una sola) si accompagna infatti una altrettanto
progressiva povertà dei meccanismi attuativi in cui incanalare la politica. Alcuni apparati
ministeriali in pratica esistono ormai solo di nome, vuote macchine senza identità; altri
sono in grave stato di frustrazione identitaria, talvolta anche professionale; intere
macchine burocratiche sono presidiate da personale contabilizzato «a giornata» da
alcune grandi società di consulenza e quindi senza alcuna possibilità di
professionalizzazione e di carriera; non cresce quindi nessuna classe dirigente capace di
progettare e portare avanti nuovi compiti o nuovi assetti d’azione pubblica; e il
complessivo vuoto di potere e di controllo che ne discende crea una diffusa
deresponsabilizzazione - e talvolta anche pericolose devianze - nei comportamenti dei
singoli. Magari i giornali sottolineano le devianze più clamorose, ma è il deserto delle
responsabilità intermedie che le rende possibili. In questo deficit di trasmissione
dettagliata del comando politico, la volontà politica resta un potere nudo, spesso di puro
annuncio, senza seguito concreto. Qualcuno, anche su queste colonne (da Ainis a
Cassese), arriva a dire che lo Stato non c’è più; altri (il presidente Boeri) prevede il
default dei servizi Inps a causa della consunzione dei quadri medio-alti; ed altri ancora
(antichi o aspiranti sindaci a Roma) avvertono che nessuno si illuda di governare la città
con l’attuale inerte burocrazia capitolina. Gli esempi potrebbero continuare, ma bastano
quelli citati per capire che mentre tutti ce la prendiamo con la mancanza di legalità negli
apparati pubblici, la crisi vera sta nel fatto che quegli apparati non funzionano, quasi non
esistono più. Non si fronteggia tale deserto nel cuore dello Stato affollando poche stanze
di vertice, con il rischio di ulteriori deresponsabilizzazioni intermedie. Meglio sarebbe
prendere atto che ogni società e struttura complessa vive di efficienza intermedia. Ce lo
dice anche il mondo delle imprese (anche quelle più personalizzate al vertice), dove
l’attenzione è spasmodica verso quei dirigenti e quadri chiamati a trasmettere gli impulsi
e i comandi dall’alto, ma anche a creare quel tessuto di relazioni di reciprocità senza il
quale nessuna organizzazione può vivere. Se partissimo da tale fenomenologia
potremmo fare un esame di coscienza sulle polemiche fin qui andate di moda e
recuperare un po’ di dimensione intermedia, nella società come nello Stato.
LA REPUBBLICA
Pag 41 Il cristianesimo sulla via dell’Oriente di Silvia Ronchey
«Crediamo in un solo Signore Gesù Cristo unigenito Figlio di Dio, che fu crocifisso per noi
sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto e il terzo giorno risuscitò, secondo le Scritture»:
così della natura e vicenda di Gesù recita il symbolum fidei niceno-costantinopolitano del
381. Ma la storia di morte e resurrezione tramandata dai Vangeli e riflessa nella formula
di fede che consideriamo fondante, almeno in occidente, per la dottrina di ciò che
chiamiamo "il" cristianesiasimo, non era stata in origine, né sarebbe stata in seguito,
interpretata allo stesso modo da tutti. Per esempio, secondo una curiosa versione
orientale, Gesú non morì sulla croce. Si limitò a svenire. Quand' era già nel sepolcro si
riprese, fu curato dai discepoli e fuggì, sulle orme di Alessandro Magno, in India. Qui,
dopo una lunga vita di predicazione, si ritirò sulle montagne del Kashmir e morì
centenario nel distretto dei laghi ancora oggi famosi per le loro case galleggianti, dove
sarebbe tuttora sepolto. Mirza Ghulam Ahmad, il fondatore della setta islamica indiana
detta appunto Ahmadiyya cui si deve questo racconto, alla fine dell'Ottocento riconobbe
il nome di Gesù (che normalmente è Yassou nella resa arabo cristiana, mentre 'Isa è la
dizione musulmana usata nel Corano) nell'appellativo Yus Asaf inscritto in una cripta di
Srinagar, su una tomba di origine buddista o induista, che nel XIV secolo, con l'invasione
islamica della zona, era stata riorientata verso la Mecca e fu cantata dal poeta sufi
Muhammad Azam Didamari. Quest'eresia bizzarra e sincretistica, recente e ancora oggi
piuttosto seguita seppure ripetutamente sconfessata dall'islam ortodosso, è solo l'ultima,
e certo la più estrema, di una comunque lunga e variegata linea di narrazioni asiatiche
del Cristo, che si svilupparono da una visione della vicenda neotestamentaria difforme
da quella cristiana ortodossa ma molto più diffusa di quanto si creda: la visione
nestoriana, che all'inizio del IV secolo negò l'interpretazione divina della sua figura e la
cosiddetta "unione ipostatica" della sua doppia natura umana e divina così come sarebbe
stata ratificata dalla teologia dei concili di Efeso, che condannò come eretica la versione
di Nestorio, e poi di Calcedonia, che condannò sia il nestorianesimo sia l'eresia inversa, il
monofisismo, emettendo un suo credo in cui riconosceva in Cristo «due nature senza
confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione». Entrambe le
dottrine condannate nel V secolo si affermarono però in quel grande e primario bacino di
diffusione del cristianesimo che furono il Medio Oriente, l'Africa e l'Asia, e lì prosperarono
e diedero luogo a una molteplicità di fioriture, in cui il cristianesimo, nella meno ardua
versione dottrinaria che ne fornivano, poté ibridarsi più facilmente sia con le religioni
preesistenti - lo zoroastrismo, il manicheismo, il buddismo, il taoismo - sia con altre
varianti del ceppo monoteistico giudaico e in particolare con quella che si sarebbe
prepotentemente affermata di lì a poco: l'islam. A queste efflorescenze dottrinali che si
inanellarono lungo la via della seta fino all'India e alla Cina, ma soprattutto alla lunga,
complessa e per lo più proficua coesistenza testuale e intellettuale, oltre che spirituale,
tra cristianesimo e islam, è dedicato il notevole libro di Philip Jenkins, La storia perduta
del cristianesimo. Il millennio d'oro della Chiesa in Medio Oriente, Africa e Asia (V-XV
secolo), ora tradotto in Italia, con prefazione di Giancarlo Bosetti (EMI, pagg. 352, euro
22), che partendo dalla sconfinata avventura della predicazione nestoriana ripercorre la
storia del cristianesimo, dall' età dei concili al XV secolo, in un'ottica euroasiatica e
antieurocentrica; traendo a volte conclusioni paradossali e discutibili, porgendo talora
deduzioni storiche immotivate o eccentriche, ma fornendo una profusione di materiali e
dettagli utili ad arricchire le nostre conoscenze sul passato di quell'unica civiltà
euroasiatica da cui è espressa non solo la cultura che chiamiamo tout court occidentale,
ma anche l'identità religiosa che a volte troppo drasticamente chiamiamo a
contraddistinguerla. "Povero nestoriano smarrito" si definiva Eugenio Montale in Iride,
evocando "il Volto insanguinato sul sudario" nel miraggio di luce di un altro continente.
C'è un'esitazione, uno smarrimento, anche all' inizio del lungo viaggio che la storia di
Cristo, uomo, dio, profeta, bodhisattva, compie per le strade dell'est, anzitutto
dell'Arabia e della Persia. Un gioco di specchi vede le varianti orientali del cristianesimo
riflettersi nello splendore delle prime grandi corti califfali. È nella Baghdad delle Mille e
una notte che la dialettica del katholikòs Timoteo, primate della chiesa nestoriana sotto
gli abbàsidi, poté incrociarsi, alla fine dell' VIII secolo, con la proverbiale moderazione
del califfo al-Mahdi. È in un leggendario - probabilmente posteriore e spurio - dialogo tra
i due che si incastona la celebre parabola della perla: «Se di notte, in una casa buia,
cade una perla preziosa, tutti cercheranno di raccoglierla, ma a uno solo toccherà. Gli
altri stringeranno chi un pezzo di vetro, chi una pietruzza o un grumo di terra, ma tutti
saranno felici e orgogliosi e si sentiranno i veri possessori della perla». La perla della
vera fede è caduta nel mondo mortale, dove non è dato distinguere chi la possieda
realmente. Tutte e tre le religioni del libro ritengono di possederla, ma la verità finale
non può essere nota a questo mondo di tenebra. Se la devianza cristologica del
nestorianesimo rendeva il versante islamico del monoteismo più permeabile al beneficio
del dubbio, la forza culturale della sua predicazione gettava i suoi germi verso le terre
dei turchi e dei mongoli. Nelle rotte dei mercanti sogdiani, tra il Khorasan e la
Transoxiana, lungo le vie carovaniere, la narrazione cristiana era moneta sonante:
«Viaggiate ben cinti come i mercanti / per farmi guadagnare il mondo», scandisce un
inno nestoriano. La fioritura era così ibrida, così stretto il dialogo transconfessionale, da
indurre Jenkins a vedere nel nestorianesimo dell'età di Carlo Magno un superstite della
grande "era assiale" in cui si formarono le religioni mondiali postulata da Karl Jaspers.
Se, grazie anche a queste forme di predicazione più adattabili e flessibili, eclettiche ed
eterodosse, l'oriente fu il bacino primario di diffusione del cristianesimo, l'Europa ne fu,
sostiene paradossalmente Jenkins, un alveo di deflusso secondario, meno importante e
solo inopinatamente sopravvissuto, per fattori contingenti, alla snaturante collaborazione
tra chiesa e stato. «Spettro del defunto impero romano che siede incoronato sulla sua
tomba» secondo la definizione di Thomas Hobbes, il papato, nella sua deriva di
intolleranza teocratica, fu ulteriormente spalleggiato dalla violenza dei sacri romani
imperatori. Come suggerì Teodoro di Beza, successore di Calvino al tempo della strage
di san Bartolomeo, «la chiesa è un'incudine che ha consumato più del martello». Dal
massacro dei sassoni di Carlo Magno a quello dei catari sotto Innocenzo III, la "spada di
Costantino" - è stato sottolineato da molti dopo gli accenni all'"originaria" violenza
islamica nel discorso di Ratzinger a Ratisbona del 2006 - non fu certo meno violenta di
quella di Maometto. Oggi le parti si sono, almeno in apparenza, rovesciate. A rivendicare
il titolo dei tolleranti califfi è la barbarie terroristica dell'Is, che manipola l'ideologia
religiosa per mistificare e distruggere il passato. Ma, se come scrive Jenkins «la migliore
ragione per studiare sul serio la storia è che praticamente tutti usano il passato nelle
discussioni quotidiane», il passato non ha un solo volto. E la storia, scriveva Maxime du
Camp, «è come Giano: che guardi il passato o il presente, vede le stesse cose».
LA STAMPA
Una tragedia che tocca ogni famiglia di Francesca Sforza
Lo sgomento e il dolore per le giovani vite spezzate dall’incidente in Catalogna non si era
ancora potuto stringere intorno ai nomi e alle identità di ognuna di loro che già era
partito, tra le famiglie italiane, il tam tam dell’ansia. Come se fosse una questione
personale, come se prima di essere un fatto di tutti, fosse un fatto di ognuno. Grazie alla
potenza di fuoco dei social network l’emotività collettiva diventa immediatamente
percepibile: su Twitter la parola chiave #Erasmus è stata ieri tra il primo e secondo
posto nei Trending Topics (il barometro che misura i cinguettii più discussi); i gruppi
WhatsApp di classe – ma ci sono anche quelli della palestra, della scuola di musica, degli
scout, a ciascuno il suo – hanno trillato senza posa sulla notizia sollevando in ordine
sparso diversi ordini di preoccupazioni - «Mio figlio è appena partito, suo padre era
contrario, e se adesso gli succede qualcosa?», «Chi controlla lo stato psico-fisico di chi si
mette alla guida dei pullman con i nostri figli a bordo?», «Ma ci si potrà fidare dei tutor
dell’Erasmus?» -, persino l’antica pratica della chiacchiera occasionale ha preso la piega
nervosa del voler offrire con ogni mezzo una spiegazione logica, e poi di respingerla, e la
fatalità non basta a spiegare tutto questo, e come ci si difende, non si sa. Un Paese
bambino, viene da pensare a un primo sguardo, che non resiste alla tentazione di
riportare a se stesso il fatto del giorno, di ricondurlo entro i limiti del proprio circuito di
riferimento, siano essi i figli in partenza per l’estero o le gite scolastiche in preparazione
con l’arrivo della primavera. Ma a un secondo sguardo – al netto dei toni, di tante
frasette accompagnate da faccine tristi o citazioni d’occasione - le ansie e le
preoccupazioni che hanno attraversato tante famiglie italiane sono il segno di qualcosa
di più forte, e di più vero. C’è lo smarrimento che si era sentito nei giorni del Bataclan,
quando insieme a tutto il resto, si strutturò un senso di appartenenza europea che trovò
nel volto di Valeria Solesin il suo manifesto più toccante. Come lei, le ragazze
dell’Erasmus sono il segno di un Paese sano, che affronta con la forza della giovane età
le sfide di un mondo sempre più complicato, in cui la competizione, i pericoli, i cattivi
maestri sono sempre in agguato. Sorridevano tutte, nelle foto che ora ce le ricordano. E
le loro famiglie sanno meglio di ogni altro quanto è costato costruire dei sorrisi così: ci
vuole impegno, ci vuole fortuna, ci vuole di non mollare mai la presa quando tornano a
casa la sera avvilite per le battute dei compagni o per un brutto voto o per una cosa che
è andata storta e non vogliono dire cos’è. Perché la vita nelle famiglie italiane non è mai
facile, i percorsi sono sempre a ostacoli, e la probabilità che un piccolo problema si
trasformi in un grande problema è molto più elevata rispetto a quella che vede il
problema risolversi. E forse, tra i sogni più pazientemente coltivati, c’è proprio quello di
vedere i propri figli diventare europei, partecipare al grande gioco dello scambio tra i
Paesi, sapere che si sanno muovere con disinvoltura tra lingue e culture, nella
convinzione che questo renda migliori loro e noi. Ecco perché, ognuno a suo modo,
nessuno si sente escluso dal dolore di una morte arrivata così.
AVVENIRE
Pag 1 Come in uno specchio di Marina Corradi
Un vertiginoso dolore, e domande
Erano le quattro del mattino e a bordo quasi tutti erano caduti addormentati, sfiniti di
stanchezza, e anche dalla bellezza di quella notte a Valencia, illuminata dai fuochi
d’artificio, colma di musica, e già pregna del primo alito della primavera. Si può
immaginare una comitiva più felice di quella del bus di Tarragona? Vent’anni, la festa, le
luci, gli amici, forse l’amore, in una notte di marzo sul Mediterraneo. E Valentina,
Francesca e le altre undici, le pensiamo assopite, nel rombo monotono del motore del
grosso autobus; strette fra loro, l’una con la testa su una spalla dell’altra. Come accade
in gita, a scuola, fra ragazzi, quando la stanchezza ammutolisce le confidenze e le risate,
e resta solo il respiro regolare del sonno sulle facce ancora quasi infantili. E d’improvviso
l’autobus che sbanda, in un fragore orrendo di vetri infranti e di acciaio, e stridere di
freni, mentre tutto che si capovolge: solo un istante per pensare a casa, ai genitori, in
un rimpianto incredulo e infinito – e poi il buio. Sono morte così in tredici ragazze, sette
italiane, le altre da tutta Europa. Studentesse, quasi tutte, di Erasmus, il programma che
porta gli studenti all’estero, l’atteso e desiderato tuffo nel mondo da soli, da 'grandi'. Le
foto delle vittime scorrono sulle tv nelle case, nei bar, e la gente zittisce e resta a
guardare, commossa. Sono così belle Elisa, Elena e le altre. E che limpidi occhi ridenti ha
Francesca, genovese, cattolica impegnata, studentessa di Medicina – che già era andata
volontaria tra i poveri in Africa e in Romania. Era una scatola colma di speranza e voglia
di vivere, quel grosso bus bianco e rosso che ansimava sulla strada del ritorno a
Barcellona. Su delle ragazze addormentate dopo una festa, sui progetti e sulle attese, è
piombata rapida una feroce ombra: in un attimo, solo per un colpo di sonno dell’autista,
l’autobus, da bestione ubbidiente che era, si è ribellato, la cieca mole scagliata a tutta
velocità oltre il guard rail. E ciò che turba noi che in tv guardiamo quei bei volti è che la
morte, stavolta, abbia scelto il culmine della giovinezza, della bellezza e della gioia.
L’istante traboccante di futuro e attese, la speranza intoccata dei vent’anni, in una notte
di quasi primavera. Non osiamo pensare al dolore in quelle case, allo schianto di quel
pugno abbattutosi su tredici porte. In un attimo, quei bei volti da cui ci si aspettava solo
notizie liete – lauree, fidanzamenti, matrimoni, lavoro, figli – inghiottite nel buio. Non ci
sono parole, ma solo preghiere: per quei padri, quei fratelli, e per quelle madri che ieri
hanno avvertito in sé uno strappo lacerante di viscere, ben più doloroso del parto. Nel
dolore per i begli occhi spenti di Elisa, Elena, Valentina e delle altre, dolore in cui ci
riconosciamo in tanti – genitori, nonni, insegnanti, tutti coloro che guardano a dei
ragazzi di vent’anni con affetto e speranza – ci ritroviamo davanti allo schiaffo della
morte: che è ancora più secco, se chi muore è nel fiore degli anni, nel culmine della
felicità. E come sempre, davanti alla morte restiamo inermi e atterriti. Noi non
sappiamo, non possiamo immaginare perché tanto dolore, in un solo vertiginoso
secondo, per tante famiglie, insieme. I giornali parla di un oscuro Caso, ma noi non
possiamo chiamarlo così. Noi cristiani non crediamo al Caso ma un destino, al disegno,
per ciascuno di noi, di un Dio che ci ama e ci conosce. Ci ama, e ci rapisce i figli in un
momento, mentre dormono dopo una festa, come bambini? Sentiamo attorno e anche
nel fondo di noi questa cocente domanda, questa ribellione. Ma la morte che in questa
settimana celebriamo ci torna in mente e ci zittisce: di quale morte è morto Cristo, il
primo dei figli di Dio, sulla Croce. Allora avvertiamo la densità grave di un mistero che
non possiamo pretendere di capire. Quegli occhi ridenti, quei bei visi ci domandano di
pregare per dei genitori affranti; ma, forse, e anche, più per noi che restiamo quaggiù,
che per le ragazze morte a Tarragona. Loro partite fanciulle, loro che oggi, come
promette Paolo ai Corinzi, vedono non più «come in uno specchio, oscuramente », ma,
infine, faccia a faccia.
Pag 2 Quelli che non sanno quello che fanno di Ferdinando Camon
Salah e tutti gli altri pronti a dare la morte
Salah è un eroe del Daesh? Nella strage di Parigi era uno dei più attivi, entrava e usciva
col kalahsnikov dalle stanze dove s’eran nascoste le sue vittime: nel filmato che tutti
abbiamo visto c’è una ragazza che entra curva in un bar, corre di qua e di là, cerca un
nascondiglio, Salah arriva calmo e dritto con l’arma in mano, vede la donna, punta
l’arma e preme il grilletto, la raffica non parte, l’arma s’è inceppata, forse (penso io) il
sistema di caricamento, quello che solleva le cartucce dal caricatore (che nel kalahsnikov
è curvo) e le porta in canna. Salah rinuncia a sparare e se ne va. La ragazza deve la vita
a questo inceppo, che nel kalahsnikov è raro. In quella strage Salah ha fatto decine di
vittime. Tutto il gruppo è stato deciso, audace, spietato. Sparavano e abbattevano. Il
kalahsnikov è noto per la sua forza perforante: fora anche i nostri giubbetti antiproiettili.
Salah è un perfetto guerriero? Per lui, veniva prima la missione, poi la vita? Credevamo
di sì. Poi, a missione compiuta, l’ordine era di non farsi prendere, ma farsi esplodere.
Salah aveva già la cintura esplosiva allacciata. Se tirava una cordicella, andava in
frantumi. La cintura era piena di dinamite o simile, e biglie d’acciaio: farsela esplodere
addosso era come farsi scoppiare in mano due-tre bombe a mano. Salah non si fece
esplodere. Slacciò la cintura, e la buttò via. L’abbiamo ritrovata, intatta, ancora carica.
Salah scappò, vivo, e si nascose. Salah è un vigliacco? Da allora abbiamo pensato che si
nascondeva per non farsi prendere da noi, ma neanche dai miliziani del Daesh, che
l’avrebbero immediatamente giustiziato per diserzione o tradimento. Appena catturato
dalla polizia, Salah ha detto: «Dovevo farmi esplodere allo stadio, ma ci ho ripensato».
Un kamikaze che parte per la missione non può ripensarci. I kamikaze delle Due Torri
avevan ricevuto un giorno prima della missione un’istruzione, che li guidava minuto per
minuto a mangiare, lavarsi, dormire, imbarcarsi e sfracellarsi senza pensare a
nient’altro. Una specie d’ipnosi. Abbiamo quel libretto (ed. Quodlibet, 2001). Seguire
quelle istruzioni vuol dire seguire Allah. Salah ci ha ripensato? Un dubbio etico, o paura?
Adesso, nel covo di Salah, han trovato 'armi pesanti'. Una volta con 'armi pesanti'
s’indicavano le armi di reparto, adesso indicano anche le armi individuali. Forse le armi
pesanti di Salah sono i kalahsnikov. Vuol dire che in casa ne aveva più d’uno. Per
un’altra strage? Voleva uccidere da capo? Qualche voce parla di una strage di 'bambini
francesi'. In una strage di bambini non c’è valore militare, c’è soltanto crudeltà. Salah o
chi per lui voleva dar prova di crudeltà, per sgomentare il nemico? Salah è un
combattente quando si tratta di uccidere gli altri, un riluttante quando si tratta di
uccidere se stesso? Questa audacia nel far morire e questa viltà nel morire si riscontra in
tanti personaggi della storia. Guardiamo in casa nostra, e non pensiamo alla base,
pensiamo ai vertici. Prima Guerra Mondiale, Cadorna. Seconda Guerra Mondiale,
Mussolini. Avrebbero dato gli ordini che davano, se avessero dovuto eseguirli di
persona? Mussolini ha fatto morire soldati in tutto il mondo, ma quand’è venuto il suo
turno cercava di scappare, con un’uniforme straniera. Il Generalissimo sarebbe andato
col petto nudo contro le mitragliatrici? Ci avrebbe mandato suo figlio? Lo so, sono i
discorsi di Bertoldo. Ma Bertoldo non era stupido. Che cos’è la morte non lo capisci
finché uccidi, lo capisci quando tocca a te morire. Finché non ti tocca, non lo sai. Di
fronte a Salah che dà la morte agli altri ma non a se stesso, come ai nostri comandanti
che mandavano i soldati a morire ma si tenevano in salvo, vale il detto evangelico: «Non
sanno quello che fanno».
Pag 12 Ecco la stepchild per sentenza di Angelo Picariello
Utero in affitto in Canada, a Roma accolta richiesta del partner. La politica surrogata.
Reazioni: “Scavalca il Parlamento”
Roma. Ancora una sentenza 'innovativa' sulle adozioni. Un nuovo caso di stepchild
adoption, 'stralciata' dal testo in discussione sulle unioni civili, ma di nuovo autorizzata
dai magistrati. Stavolta si tratta - per la prima volta - di una coppia di uomini, due
professionisti romani che nel giugno 2015 aveva fatto richiesta di adottare un bambino
che vive con loro da circa 5 anni, nato in Canada attraverso la maternità surrogata. I
due risultano sposati in Canada e subito dopo la nascita del bambino sono rimasti per
qualche tempo nel Paese nordamericano con la madre “surrogata” e avrebbero
mantenuto i contatti con la donna, recandosi spesso da lei col bambino. A firmare la
sentenza, emessa il 31 dicembre scorso ed appena pubblicata, è stata la ormai ex
presidente del Tribunale dei minori di Roma, Melita Cavallo, appena prima di andare in
pensione. La coppia convive da 12 anni ed è stata considerata presente nella vita del
bambino. Il giudice ha così ritenuto che la stepchild, l’adozione da parte del compagno
del padre biologico, fosse nell’interesse del piccolo, facendola rientrare nei 'casi speciali'
previsti dall’articolo 44 della legge 184 del 1983 sulle adozioni, superando un divieto,
sancito dalla legge sulla 40 fecondazione assistita, per la maternità surrogata. Già in due
precedenti occasioni il Tribunale di Roma aveva riconosciuto l’adozione a una coppia di
donne. Ma entrambe le sentenze erano state appellate: la prima, risalente al luglio
2014, attende il vaglio della Cassazione, mentre per la seconda, dell’ottobre 2015, è
previsto il secondo grado ad aprile. Mentre questa è definitiva, spiega la stessa
presidente Cavallo «perché non è stata impugnata dalla Procura. Come sempre assicura - abbiamo privilegiato l’interesse superiore del bambino che nel caso specifico
frequenta la scuola dell’infanzia in maniera del tutto serena». E assicura che la donna
canadese «mantiene rapporti costanti sia con la coppia sia con lo stesso bambino che ha
portato in grembo per 9 mesi». La maternità surrogata sarebbe stata a titolo gratuito.
D’altronde lo stesso giudice Cavallo in una recente intervista - a sentenza già emessa
ma non ancora pubblicata - aveva difeso la pratica, vietata in Italia dalla legge, «se è un
dono. Se posso donare un rene per far sopravvivere una persona cara, dov’è lo scandalo
di far nascere un bambino grazie all’utero di un’altra donna?», si era chiesta. Ma, come
sostiene Alberto Gambino, docente di diritto privato all’Università europea di Roma,
«non si può disgiungere l’idea di genitorialità da quella di responsabilità. È aberrante che
una madre non si occupi del figlio che ha messo al mondo e il fatto che in questo caso,
come risulta, se ne occupi almeno un po’ mi sembra un’ipocrisia volta a tentare di
mitigare il giudizio su una pratica inaccettabile». Ma i dubbi sul piano giuridico sorgono
anche per il riferimento della sentenza alle adozioni speciali che, spiega Gambino,
«presuppongono che un genitore non via sia, mentre qui la madre c’è». Certo, gli anni di
convivenza vanno tenuti in conto, ragiona Gambino, «ma tutto nasce dall’aggiramento
del divieto per una pratica che tutti definiscono inaccettabile. Allora - conclude - il punto
è rendere effettivo e ineludibile questo divieto, evitando che si crei una sorta di 'zona
franca' attraverso la quale poi poter invocare lo stato di necessità».
Roma. Sentenza creativa, frutto di un’iniziativa legislativa dannosa. Al contrario, la
magistratura fa bene e supplisce a un vuoto legislativo. Il mondo politico si divide sulla
decisione di ieri del Tribunale dei minori. E lo fa secondo i due fronti che si sono
contrapposti nella discussione del ddl Cirinnà e nel dibattito sulle adozioni alle coppie
dello stesso sesso. «La nostra magistratura continua a scavalcare il Parlamento in virtù
di una interpretazione creativa che non tiene in nessun conto il dibattito che c’è nel
Paese, anche in organismi così qualificati come il Comitato nazionale di Bioetica»,
sottolinea Paola Binetti (Udc). Ed è dal campo dei centristi e della destra che arrivano le
stoccate più forti contro la sentenza. Il pronunciamento «dimostra quanto sia urgente
approvare il nostro ddl che punisce la pratica della maternità surrogata anche se
effettuata all’estero», afferma Valentina Castaldini, portavoce nazionale del Nuovo
Centrodestra. Per Maurizio Sacconi il pronunciamento «legittima la pratica razzista e
classista dell’utero in affitto» ed è «penoso» vedere ex marxisti convertiti al mercato
sull’umano. Invita a una «battaglia comune» contro l’utero in affitto la forzista Elena
Centemero, per la quale «non è accettabile mercificare la maternità e non lo è
legittimare questa pratica, riconoscendola nei fatti con sentenze giudiziarie». Eugenia
Roccella (Idea) ritiene che il ddl sulle unioni civili approvato in prima lettera al Senato
«legittima definitivamente e promuove sentenze come questa». E, sottolinea, come fa
anche il fondatore del movimento Gaetano Quagliariello, che nel dispositivo della norma
siano presenti commi che avallano l’utero in affitto, che non è mai stato perseguito.
Insomma, sarebbe in atto un meccanismo che porterà queste sentenze ad essere la
regola. Posizione sostenuta anche dalla leghista Barbara Saltamartini. La sentenza
«testimonia che si è giunti ad una legge giusta e corretta», il commento di Monica
Cirinnà (Pd). Esulta l’Arcigay. «Questo ennesimo pronunciamento suona come un
rimprovero al Parlamento», dice Gabriele Piazzoni, segretario nazionale. Ma per Fabio
Rampelli (Fdi) tutto ciò dimostra solo che «l’Italia è diventato il Paese dell’arbitrio
giudiziario». Mario Adinolfi, del Popolo della Famiglia, definisce «vergognosa» la
decisione, anche per il metodo e la tempistica.
Più che un trend ormai è un’abnorme prassi: anziché il Parlamento, le leggi vengono
scritte (o riscritte) da sentenze, tanto che questa opzione viene contemplata come
plausibile, e anzi probabile, nel dibattito in commissioni e aula. I magistrati prendono di
fatto il posto dei legislatori eletti da noi cittadini, e certa giustizia soppianta la politica
con la pretesa implicita di fagocitare un potere ritenuto incapace di decidere (o di
decidere nel senso voluto da qualcuno...). Il Senato ha espunto la contestatissima
'stepchild adoption' dalla già discussa legge sulle unioni civili, ritenendo più che sospetto
il possibile legame con l’aberrante pratica dell’utero in affitto? Il Tribunale dei minori di
Roma ha già deciso che invece si può benissimo legalizzare l’adozione del figlio del
partner dello stesso sesso nato all’estero da madre surrogata. L’opinione pubblica
apprende che una pratica inaccettabile sotto ogni profilo, già vietata da una legge
vigente, con un acceso dibattito globale in pieno svolgimento per sancirne il «bando
universale», e che è stata oggetto di due bocciature consecutive da parte di istituzioni
europee, viene ammessa per sentenza dallo stesso Stato che in Parlamento si chiede
come fermarla nel modo più efficace. Serve altro per capire che ciascuno deve tornare
nel proprio ruolo, smettendola di surrogarne un altro?
LA NUOVA
Pag 1 Quei ragazzi andati via sognando di Giorgio Boatti
La morte probabilmente ha colto nel sonno le 13 ragazze dell’ultimo dei cinque pullman,
affollati di studenti Erasmus di ogni Paese d’Europa, che stavano facendo ritorno a
Barcellona dalla “Fiesta de las Fallas” di Valencia. Sull’autostrada era sorta da poco l’alba
e un sole mediterraneo pareva dire addio all’inverno, salutare l’arrivo della primavera. Le
famiglie e gli amici delle vittime di una casualità che, per ora, non ha scontate
spiegazioni, possono nel loro dolore, essere certi di una cosa: che le ragazze che hanno
amato se ne sono andate avendo tesaurizzato, nelle loro ultime ore, una sintesi di tutta
la gioia, autentica e vitale, che la Spagna, e le sue feste tradizionali, sanno ancora
regalare. I loro occhi, intanto che il bus macinava la strada del ritorno, forse si sono
chiusi ricordando il ritmo delle musiche popolari appena sentite, portando con sé le
coloratissime immagini delle centinaia di “fallas”, le gigantesche figure, ispirate alla
cronaca, alla politica, al costume, che sfilano per la via di Valencia in occasione della
festa di San Giuseppe. A vent’anni ci si sente invincibili e magnifici come non capiterà
mai più nel corso della vita. Ci si sente, anzi si è, inquieti e potenti, curiosi di tutto e mai
sazi di niente. Si è affamati di luoghi, di incontri, di musiche e colori, di pensieri nuovi e
di orizzonti in continuo cambiamento. A vent’anni si scopre che il mondo è immenso e va
esplorato a larghi passi, interrogandolo non solo con le domande suggerite dai libri e
dagli adulti ma andando di persona a conoscerlo. Il progetto Erasmus, voluto dall’Unione
Europea a partire dal 1987, è stata una delle realizzazioni più felici e importanti che il
vecchio Continente abbia varato per andare incontro alle giovani generazioni. Ha infatti
consentito a più di tre milioni di studenti europei - che prima hanno usufruito di
Erasmus, poi, dal 2005, del progetto Erasmus/Socrates - di trascorrere sei mesi, o più,
di studio e di soggiorno presso atenei di un altro Paese dell’Unione. In questo modo
anche centinaia di migliaia di giovani italiani si sono misurati con una lingua diversa da
quella natale, con altre culture ma, soprattutto, vivendo esperienze fondamentali per la
propria maturazione esistenziale. Più che in altri Paesi europei Erasmus è stato
inizialmente, per le famiglie italiane, un test difficile: permaneva, nel rapporto con i figli,
quel legame, ansioso e possessivo, che li preferiva comunque vicini, radicati nei pressi di
casa, nel timore che la loro lontananza diventasse distanza e li esponesse a quei rischi e
a quelle incognite che, ora forse lo si è capito, nel mondo globale non si fermano certo
alle frontiere. I rischi sono ovunque e possono capitare in ogni momento. Non c’è rifugio
timoroso né stanzialità abbarbicata alla soglia di casa che possa proteggerci, padri o
figli, vecchi o giovani, turisti per caso o studenti Erasmus, lavoratori in trasferta in Libia
o ricercatori come Giulio Regeni in Egitto. La generazione Erasmus questo lo ha capito
per prima e senza aver dovuto leggere quella poesia di Khalil Gibran - «voi siete l’arco/
dal quale come frecce vive/ i vostri figli sono lanciati in avanti...” - che noi genitori
silenziosamente rammentiamo ogni volta che li accompagnano all’aeroporto. Quando
loro, sicuri e fiduciosi, partono alla scoperta del mondo. E rispondono, con un sorriso, a
quella stretta dolorosa che sentiamo nel cuore.
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Rassegna stampa 22 marzo 2016