SOMMARIO LIBRO PRIMO • Parte Prima • Parte Seconda • Parte Terza Pitigliano, dal 30.03.1940 al luglio 1953 Roma, dal Luglio 1953 al settembre 1971 (salvo due anni in Pakistan) Pakistan, dal maggio 1966 a giugno 1968. • Parte Quarta Africa Occidentale, dal settembre 1971 ad agosto 1983 • Parte Quinta Genova, dall’agosto 1983 LIBRO SECONDO • Parte Prima Islam (scritto nel 2002, dopo la distruzione delle torri gemelle) Pagina di Presentazione. AA - Traduzione letterale del Corano (alcuni versetti) BB - Prevalenza, nei Paesi Islamici, della Religione sullo Stato. CC - Origine e spiegazione dell’integralismo Islamico DD - Ipotesi di predominio dell’Islam sulla cultura del mondo Occidentale. EE - Guerra e Pace • Parte Seconda Economia Politica • Curriculum vitae Iniziato a scrivere nell’anno 2003, (salvo Islam scritto subito dopo l’11 Settembre 2001). NON ANCORA TERMINATO AL 18.12. 2005). LIBRO SECONDO – Parte prima - Pagina di presentazione L’ISLAM AA – TRADUZIONE LETTERALE DEL CORANO Testo in Arabo, Traduzione Semantica in Lingua Francese Dal Dr. Muhammad K. Daher Edizione Al-Buruni – Beyrouth/Libano BB – PREVALENZA, NEI PAESI ISLAMICI, DELLA RELIGIONE SULLO STATO LAICO CC – ORIGINE E SPIGAZIONE DELL’INTEGRALISMO E FONDAMENTALISMO ISLAMICI DD – IPOTESI DI PREDOMINIO DELL’ISLAM SULLA CULTURA DEL MONDO OCCIDENTALE EE – GUERRA E PACE Aggiornamento terminato l’ 11.11.2002 Da: Franco Bernardini Pagina AA-1 AA – TRADUZIONE LETTERALE DEL CORANO IN ITALIANO In questi tempi (estate 2002) si sente vieppiù dire, e vedesi scritto su molti giornali, che il Corano predica una religione di pace e non invita quindi alla violenza. L’ipocrisia è una costante nei rapporti tra popoli, spesso è chiamata diplomazia. Lo scopo di questi appunti è proprio quello di vedere, basandosi su quanto scritto nel Corano, se la detta asserzione può essere confermata oppure, da un’interpretazione letterale dei versetti, la medesima si può considerare in modo diverso. Leggiamo insieme i versetti seguenti: • SURA 2 – LA VACHE 1. Versetto 115 – “ Ad Allah soltanto appartiene l’Est e l’Ovest” Notare il verbo “appartiene” che già da il senso della proprietà, non della creazione come scritto nei libri sacri dei cristiani. 2. Versetto 190 – “ Combattete sul sentiero d’Allah coloro che vi combattono, e non trasgredite poiché Allah non ama i trasgressori….” Notare il verbo combattere. Nella religione cristiana si porge l’altra guancia, non s’incita al combattimento. 3. Versetto 191 – “E uccidete, ove li incontriate; e cacciateli da dove vi hanno cacciato: l’associazione è più grave dell’omicidio. Ma non li combattete vicino alla Moschea senza che essi vi abbiano combattuto. Se essi quivi vi combattono, uccideteli dunque. Questa è la paga per i miscredenti” Questo versetto spiega abbondantemente l’odio dell’Isman verso Israele che ha occupato, secondo loro, dei territori dai quali debbono essere scacciati. Si continua ad indicare il combattimento; anche se in questo versetto è almeno evocata la legittima difesa. Occorre soltanto stabilire se gli Ebrei non abbiano più titoli storici ad occupare la Palestina degli stessi islamici. Pagina AA-2 4. Versetto 193 – “E combatteteli sino a che non ci sia più associazione e Che la religione sia intieramente e solo ad Allah….” Il termine associazione sta ad indicare “organizzazione religiosa”; pertanto questo versetto auspica il combattimento sino ad eliminazione totale delle altre religioni a che resti solo Allah. Tra l’altro nel Corano per altre religioni s’intende “quelle che hanno i libri scritti”; ora sappiamo che nel secolo in cui Maometto ha scritto il Corano, sotto dettatura d’Allah, gli unici gruppi religiosi e conosciuti aventi Libri scritti erano gli Ebrei ed i Cristiani. 5. Versetto 194 – “…..il taglione si applica a tutte le cose Sacre. Dunque chiunque trasgredisce contro di voi, trasgredite contro lui, a trasgressione uguale…..” Richiamo ad applicare la legge del taglione che nel primo Medioevo era in applicazione anche nella nostra cultura (vedi i Longobardi), oggi tale legge di difesa naturale non può più essere applicata nel mondo occidentale. 6. Versetto 195 – “ E spendete sul sentiero d’Allah. E non gettatevi con le vostre mani nella distruzione…..” E’ indicato che si deve spendere sul sentiero e ci si deve nascondere; si può capire che il comportamento dei vari Bin Laden, i quali investono nel terrorismo religioso, si comportano come da comandamenti del Corano; inoltre ci si deve nascondere, ciò è tipico del terrorismo vigliacco. 7. Versetto 216 – “ Vi è prescritto il combattimento anche se non dovesse piacervi. Ora, può darsi che abbiate un’avversione per qualcosa mentre questa è per voi un bene. E può darsi che voi amiate una cosa mentre la stessa vi è male. E’ Allah che lo sa, mentre voi non lo sapete “ Notasi che il combattimento viene anche qui prescritto (quindi obbligatorio) Pagina AA-3 • SURA IV – LE DONNE 1. Versetto 38 – “ Gli uomini sono superiori alle donne, per le qualità con cui Dio ha fatto ………….., ammonitele, ponetele in letti separati e battetele…” • SURA 8 – LE BUTIN 1. Versetto 17 – “ Non siete voi ad ucciderli: ma è Allah che li uccide…..” Questo versetto giustifica i Mussulmani per tutto ciò che essi fanno nel nome d’Allah, incluse le uccisioni terroristiche, giacché se, secondo loro, esiste un motivo religioso che dia giustificazione ad un atto, anche l’estremo, vedi l’abbattimento delle Tween Towers, non sono gli uomini a compierlo, ma Allah. 2. Versetto 39 – “ E combatteteli sino a che non esista più associazione e che la religione sia intieramente ad Allah…..” Dio esclusivista che prescrive il combattimento a che resti solo la sua religione. • SURA 9 – LE REPENTIR 1. Versetto 5 – “ Al termine dei mesi sacri, uccidi gli associati (quelli che professano altre Fedi) ovunque voi li troviate. Catturateli, assediateli e circondateli in ogni imboscata se si pentono lasciateli liberi…..” Sempre violenza, solo la conversione può salvare gli empii 2. Versetto 14 – “ Combatteteli, Allah, con le vostre mani, li coprirà d’ignominia, vi darà la vittoria…..” 3. Versetto 29 – “ Combattete coloro che non credono in Allah né all’Ultimo Giorno….. tra quelli che hanno ricevuto il Libro “ Vedi anche sopra, trattasi d’Ebrei e Cristiani. Pagina AA-4 4. Versetto 30 – “ Gli Ebrei dicono < Uzayr è figlio d’Allah > ed i Cristiani dicono < il Cristo è figlio d’Allah >. Che Allah li annienti “ Bellissimo esempio d’amore verso il prossimo. 5. Versetto 33 – “ E’ Lui (Allah) che ha inviato il Suo messaggero…. affinché trionfi su ogni altra religione. Dai suddetti versetti del Corano, si può ben osservare lo spirito di battaglia che anima la religione islamica. E’ vero che sovente appare la legittima difesa, tuttavia l’aggressività è evidente in ogni passo ed inoltre sono ben espressi i principi seguenti con cui ogni mussulmano deve confrontarsi: Appartenenza del Mondo ad Allah; Sforzo da compiere a che tutte le religioni siano vinte e solo Allah possa diventare il solo dio; combattere anche se non se n’è convinti, Allah sa il perché; cacciare l’empio dal luogo di cui si è impadronito; applicare la legge del taglione. Lo stimolo che il mussulmano riceve dalla sua religione è molto forte ed alla stessa egli deve sottostare in modo assoluto; ciò che egli deve fare è prescritto dal Corano, non può avere il libero arbitrio. Il Corano è stato dettato da Allah a Maometto, quindi è diretto ordine del loro Dio. I nostri vangeli sono invece stati scritti dagli Apostoli, non dal nostro Dio. E’ altresì da notare che alcuni versetti spingono al combattimento senza fare cenno alcuno alla legittima difesa. A questo punto non riesco a comprendere troppo bene il comportamento della nostra Chiesa Cattolica che, durante gli ultimi anni, con le alte gerarchie, continua a chiedere perdono ai fratelli mussulmani; di cosa, perché ? E’ certo che le crociate, iniziate nel 1095, hanno rappresentato un periodo di violenza tuttavia, secondo il sottoscritto, altrettanto violento è stato durante tutto il primo medioevo, quindi prima delle crociate ed anche dopo le stesse, il comportamento dei mussulmani che sono stati bloccati due volte nella loro tentata conquista dell’Europa, prima da Carlo Martello nel 732 a Poitiers; quindi nella famosa battaglia di Lepanto nel 1571, poi dagli austro-ungarici nella liberazione di Vienna nel 1683 comandati dal Conte di Carmagnola.. Se vogliamo riferirci al periodo del colonialismo il discorso è lo stesso, la Chiesa non ha mai armato gli Inglesi o Francesi che hanno occupato quelle terre; quindi mi rimane sempre ostico comprendere le ragioni della richiesta di perdono. Pagina AA-5 Vogliamo inoltre dimenticare tutti gli attacchi ricevuti durante tutto il medioevo sulle coste italiche? Vogliamo anche dimenticare la resa della fortezza di Famagosta nel 1570, con la precisa promessa del Saracino Mustafà Pascià a lasciare in vita il comandante veneziano Marcantonio Bragadin e dopo, confermando che non lo ucciderà mai, lo farà invece scorticare vivo lasciandolo morire tra atroci spasimi ? Questo comportamento era ricorrente nel Medioevo, cattolici e mussulmani agivano nel medesimo modo. Perché soltanto io, cattolico, debbo chiedere il perdono. La Chiesa Cattolica può concedere il perdono cristiano, ma non bisogna mai concedere quello razionale e laico semplicemente perché non dovuto e casomai da convenire tra le parti. Il perdono cattolico lo considero molto grave poiché mette la nostra civiltà in una situazione d’inferiorità nei confronti dell’Islam. I mussulmani non chiedono alcun perdono a nessuno ma, spinti dal Corano, continuano ad avanzare con tutti i mezzi, anche violenti, tuttavia prescritti dal loro libro sacro. Se non fossimo di fronte alla Chiesa Cattolica, che ha chiaramente una visione diversa dalla mia ed un progetto di salvezza delle anime, io, semplice uomo, sarei portato a dire che la stessa è mossa da vigliaccheria e paura di ciò che sta accadendo nelle aeree mussulmane contro il cattolicesimo. Pagina BB-1 BB) PREVALENZA NEI PAESI ISLAMICI RELIGIONE SULLO STATO LAICO DELLA Occorre premettere che non esiste un solo mondo mussulmano ma, pur riferendosi tutti al Corano, i vari movimenti Sanniti –Sciiti – Drusi ecc, causa scissioni avvenute nei secoli, non presentano concordia tra loro bensì, all’interno del loro mondo, hanno una litigiosità importante; è sufficiente osservare a tal fine la recente guerra tra Iraq, Sunnita, ed Iran Sciita, per rendersene conto; per non parlare poi dell’invasione, sempre recente, dell’Iraq sul Kuwait. Anche nei secoli passati si sono sempre combattute guerre nell’interno dell’Isman e spesso per motivi prosaici di conquista e non religiosi. Dopo tutto ciò si chiamano “ fratelli mussulmani “ anche se quest’espressione è utilizzata il più delle volte dagli integralisti e fondamentalisti. Ogni diverso gruppo religioso, come già successo col Cristianesimo, ha seguito, nei secoli, una diversa storia e possiamo, oggi, osservare che in un gran numero di questi Paesi per esempio Iran, Arabia Saudita, alcuni Emirati del Golfo Persico, Algeria, Afghanistan ed altri, la condotta della vita politica e civile è basata sui dettami del Corano; abbiamo pertanto la prevalenza della religione sullo stato laico. I suddetti Paesi sono considerati integralisti religiosi, mentre altri quali Egitto, Tunisia, Marocco ecc sono considerati Paesi islamici moderati. Assistiamo da vari decenni al tentativo, da parte dell’integralismo, di modificare lo status parzialmente laico di quest’ultimi Paesi e di spingerli verso il fondamentalismo, ossia verso uno stato condotto dalle leggi craniche. La distinzione tra i due gruppi di Paesi può così riassumersi: a) Nei Paesi integralisti la religione ha il sopravvento sulla laicità dello Stato, in pratica lo Stato si basa, nel legiferare, sugli insegnamenti del Corano e quindi le leggi tengono conto dei dettami religiosi. b) Negli altri, i cosiddetti moderati, si cerca di tenere distinta il più possibile la religione dallo Stato. Anche in quest’ultimi tuttavia non è facile legiferare in maniera autonoma dal Corano. Il vincolo che il Corano impone obbliga gli Stati a promulgare leggi in conformità ai suoi dettami, ciò è principalmente dovuto al fatto che il libro sacro dei mussulmani non insegna agli stessi, come avviene nella civiltà cattolica, solo il modo di raggiungere il Paradiso, il Corano bensì detta delle leggi che toccano la vita terrena dei fedeli. Pagina BB – 2 I principali temi terreni sui quali si esprime il Corano spaziano dalla Successione ereditaria al Fisco al rapporto uomo / donna ove quest’ultima è soccombente. ILLUMINISMO Nel mondo islamico non è mai avvenuta una rivoluzione culturale illuminista. I rapporti Stato/Religione sono rimasti quelli dettati dal Corano circa quattordici secoli or sono: Prevalenza ossia della Religione sulle cose terrene e quindi sullo Stato. La corrente culturale illuminista di fine ‘600 / ‘700, che si è principalmente sviluppata nel Nord dell’Europa, e trova il suo culmine nella famosa espressione ottocentesca del Conte Camillo Benso di Cavour <Libero Stato in Libera Chiesa > ha aiutato il mondo occidentale a separare la sfera religiosa da quella terrena. La cultura islamica non è mai stata sfiorata dall’Illuminismo, come da noi inteso, e quindi il bene è raggiungibile solo nell’aldilà e soltanto applicando gli insegnamenti d’Allah. La conferma che per i mussulmani il bene si può raggiungere solo dopo la morte in, Paradiso, si può costatare nell’approccio che essi hanno con la morte stessa e col suicidio ai fini religiosi (martirio per i mussulmani). Il Corano, infatti, prescrive che tutti i mezzi sono buoni per convertire gli infedeli (o empii come sono indicati con più precisione) – vedi paragrafo AA o, al limite, esso aggiunge ……uccidili salvo che non si pentano (convertano) poiché Allah è Misericordioso e onnisciente e, in caso di pentimento, lasciali andare. Esiste razionalità, come da noi intesa, nella civiltà mussulmana? Ritengo di poter dare risposta negativa poiché i principi che muovono questa cultura sono rigidi ed escludono, come già detto, il Libero Arbitrio e quindi la critica razionale. In base ai propri principi la fede islamica s’impone sempre nei Paesi ove la maggioranza della popolazione è mussulmana, non esiste tolleranza nei confronti dei diversi e, sino ad oggi, non esiste Stato che abbia potuto imporre una laicità anche parziale sulla popolazione; la convivenza tra vari gruppi religiosi è sempre difficile e le altre religioni sono solo tollerate, mai accettate. Lo Scia Reza Palevi ha provato, per circa trenta anni, a far crescere una cultura parzialmente laica in Iran, sappiamo come sia andato a finire. Pagina BB – 3 Negli ultimi anni anche alcuni Paesi dell’Estremo Oriente, quali Filippine e Birmania, che vengono poi da situazioni storico culturali molto diverse rispetto a quelle dei Paesi mussulmani tradizionali, stanno provando enormi difficoltà a non soggiacere alla volontà dei vari mullah locali e tali Paesi sono in piena ebollizione sociale e le conseguenze potremo vederle nei prossimi anni. Cosa dire poi di altri Paesi africani, quali il Sudan e la Somalia ove la componente cristiana è abbastanza importante? In questi Paesi la spinta dell’integralismo islamico è stata così potente che, e purtroppo non è azzardato prevederlo, assisteremo ad una vera guerra di religione con vittoria certa della maggioranza mussulmana. Pagina CC – 1 CC – ORIGINI E SPIEGAZIONE DELL’INTEGRALISMO Gli integralisti declamano sovente < noi siamo i veri mussulmani > Si può considerare corretta quest’asserzione? Possiamo asserire che gli integralisti siano tutti, o quasi, estremisti? Ritengo di dover dare risposta affermativa ad entrambi i quesiti. Il Corano prescrive, in vari versetti, un comportamento obbligatorio e quindi da seguire dai fedeli di questa religione, cosa che essi poi fanno, almeno gl’integralisti, applicando pedissequamente gl’insegnamenti del loro libro sacro. Non dimentichiamo mai che il Corano è stato dettato da Allah a Maometto, quindi è prescritto ai mussulmani. Si può quindi affermare che nella religione mussulmana gli integralisti sono nel giusto e trovano piena giustificazione morale, dei loro atti, nel Corano. L’integralismo islamico nasce dalla predetta considerazione ed i moderati sono, essi stessi, in difficoltà nei confronti degli estremisti integralisti tipo Bin Laden, Hamas ed i vari Herzebollah Sciiti. Gli integralisti, quindi secondo me gli estremisti, si riportano intieramente al Corano e pertanto essi si considerano i veri seguaci d’Allah. Gli Stati moderati sono in difficoltà a condannarli e non indicano mai il termine integralismo nelle loro blande denuncie pur sapendo che il terrorismo quivi ha origine; oppure le condanne sono solo a parole, deboli, mai sostanziali e ferme. Nei Paesi moderati si combatte l’estremismo ma ciò accade al fine di mantenere il potere temporale, ma allorché accadono avvenimenti esterni al mondo mussulmano, come quello delle Tween Towers, la loro condanna in pratica non esiste; in ultima analisi i moderati impugnano le armi contro l’estremismo solo allorché quest’ultimo minaccia il loro potere interno, mai se è quello esterno, soprattutto del mondo occidentale, ad essere toccato. Per deduzione logica, nell’Islam sono gl’integralisti ad applicare in modo corretto il dettato del Corano e nessuno, nel mondo islamico, può andar loro contro allorché commettono, all’esterno, dei crimini contro l’umanità o minacciano la pace nel pianeta terra. A questo punto dobbiamo porci una domanda molto semplice: perché tanto odio o inimicizia contro la cultura occidentale? La risposta si può individuare in varie cause, quali: pagina CC – 2 1. La cultura occidentale ed il nostro modo di vita, che tende a privilegiare le libertà terrene ed il materialismo, ha invaso, in vari modi, il mondo islamico: TV, Stampa, Rilassamento dei Costumi, Consumismo - il nostro mito - sono considerati inquinanti della loro cultura e degli insegnamenti d’Allah; pertanto è necessario combatterli in ogni modo. Un secondo elemento concerne la povertà di questi territori, con esclusione del petrolio, che ha creato, durante il ventesimo secolo, un profondo turbamento nelle comunità mussulmane, e quindi la convinzione di essere sfruttati (ne parlerò in seguito). 2. Israele: Il Corano recita (Summa 2 – Versetto 3) “…..cacciateli da dove vi hanno cacciato…..” La spina d’Israele conficcata, secondo i mussulmani, nella Palestina, deve essere estratta; lo prescrive il Corano. Si osservi che ogni qual volta tra Israele e l’OLP ci si avvicina alla pace, immancabilmente i terroristi di Hamas e gli Herzebollah iraniani, installati anche nel Libano del Sud (e sono tutti integralisti), iniziano a far scoppiare bombe, a dar corso all’infantida oppure, recentemente, ad utilizzare i kamikaze umani. Allo scopo non nascosto di evitare una pace nella Regione. 3. Se consideriamo che il dettato del Corano prescrive ai mussulmani il combattimento, per condurre l’umanità al completo sotto la bandiera dell’Islam, vediamo che non si tratta d’odio, bensì di prescrizione religiosa. Ci potrà mai essere vera pace tra le due culture? Personalmente non ci credo. Potremo avere dei periodi anche lunghi di tranquillità che, la Storia c’insegna, corrispondono a momenti di debolezza del mondo mussulmano, poi si ricomincia daccapo; soprattutto quando questo mondo si sente forte (penso che anche un comportamento vigliacco si possa individuare nel Corano (Summa 2 Versetto 195); oggi, per le ricchezze che derivano dal petrolio, il suddetto Versetto può trovare piena applicazione. Sappiamo quante scuole coraniche sono finanziate dall’Arabia Saudita soprattutto in Paesi mussulmani poveri e cosa è insegnato in queste scuole; soltanto la recita mnemonica del Corano nient’altro. Cosa ci si può attendere da questi allievi pasciuti di principi religiosi solamente? Nel futuro, oltre a pregare e difendere l’Isman, cosa potranno fare questi giovini per se stessi e la società che noi vorremmo di fratellanza e pace (bella parola, ci ritornerò sopra). Occorre tenere altresì presente che le organizzazioni degl’integralisti /fondamentalisti islamici sono relativamente poche, pur avendo a disposizione importanti mezzi Pagina CC – 3 finanziari, sottratti chiaramente al benessere delle popolazioni, in rapporto al miliardo e trecento milioni di mussulmani; come la mettiamo con tali masse umane che seguono, in maniera cieca, gli inviti dei loro capi religiosi alla guerra santa. Pensiamo risolvere il problema continuando a chiedere un perdono univoco per cose accadute sette / dieci secoli fa? Oppure pensiamo di creare delle difese per salvaguardare la nostra civiltà in base al principio romano < armati bene se vuoi avere una vera pace > Il terrorismo è una conseguenza naturale dell’integralismo e fanatismo poiché tra quest’ultimo e l’estremismo il passo è molto breve. Il terrorismo islamico non accetta la convivenza pacifica con gli “empii” ed il rispetto per le altre religioni; ciò è loro prescritto da Allah. Per rendersene conto è sufficiente osservare quanto avvenuto con la GIA algerina ove la violenza e l’efferatezza dei crimini commessi, nel nome di Allah, ha portato in appena un decennio allo sterminio di circa 600.000 cittadini tra cui donne e bambini, la maggior parte letteralmente sgozzati come agnelli poiché, pur mussulmani, erano contrari alla GIA estremista e sostenitori del potere centrale algerino. Osserviamo anche cosa è accaduto alla comunità cristiana in Sudan uccisi e scacciati verso Paesi limitrofi. Cosa accade nelle chiese cristiane del Pakistan, scoppi di bombe e morte di fedeli cristiani. Pagina DD – 1 DD – IPOTESI DI PREDOMINIO DELL’ISLAM SULLA CIVILTA OCCIDENTALE Si afferma sovente che la democrazia è debole perché cerca di garantire troppe libertà a tutti e allenta le regole del vivere civile perdendo così di vista l’interesse generale a favore di quello del singolo. Sarebbe molto bello poter seguire il principio di benessere del singolo per arrivare quindi al benessere generale della società, una specie di conferma della teoria di Galileo Galilei, in rapporto alla vita dell’uomo, mentre lo scienziato detta la sua teoria in rapporto alla scienza (dimostrazione dei fenomeni); purtroppo l’essere umano è egoista per natura, pronto a prendere, molto meno disposto ad offrire. La tolleranza quindi, principio di cui è permeata la nostra civiltà cattolica, va applicato con saggezza evitando che la stessa possa essere confusa col permissivismo ove, al singolo, tutto è concesso. I filosofi moderni, come il tedesco Marcuse, hanno fatto passare l’idea che la contestazione deve essere a tutti i livelli, sempre contro le regole, sempre a favore delle libertà quali droga, tradizione ecc. L’Islam infine prescrive che ogni fedele si applichi nella conversione, con le buone o con le cattive, degli immondi (a questa categoria appartieni tu, lettore della presente nota, poiché mangi carne di maiale ed ami i cani). In un Paese come il nostro, ove le leggi della Giustizia sono troppo tolleranti e permissive, si corre il rischio di creare una società d’irresponsabili aventi la certezza della non punibilità per i propri atti ed una tolleranza eccessiva giustificherà tutti gli abusi di coloro che desiderano approfittare del bene pubblico. Io personalmente ritengo sia meglio poter beneficiare della debolezza di una civiltà democratica che della forza violenta sprigionata da regimi totalitari o, come accaduto più volte in passato, teocratici. Certi governi totalitari, e ciò avviene nei Paesi mussulmani teocratici, vietano, con le loro imposizioni religiose, uno sviluppo culturale libero ed anche materiale dei popoli. Il fine di queste imposizioni è noto, esse tendono a mantenere sotto controllo l’essere umano, farlo vivere nell’ignoranza – salvo per la casta dominante – e quindi controllarlo. Solo ed esclusivamente il Corano deve essere seguito ed applicato. La nostra Chiesa Cattolica, che ragiona su tempi lunghi, continua a predicare la pace con tutti i popoli, a prescindere dalla religione degli stessi; è la sua alta missione, spero che sul lungo periodo possa anche riuscire nel suo intento o, almeno, bisogna sostenere lo sforzo che Essa compie in tal senso. Negli ultimi tempi soltanto il Cardinale di Bologna Biffi ha affermato che, riguardo all’immigrazione, occorrerebbe Pagina DD - 2 facilitare quella che origina da Paesi cattolici; ha dichiarato un’ovvia verità ed ha ricevuto molte critiche e pochi elogi. Oggi però siamo sul pianeta terra circa sei miliardi d’individui. Che cosa facciamo aspettiamo i tempi lunghi della Chiesa facendo finta di non vedere la situazione reale nel mondo attuale nonché il comportamento dei mussulmani? Qualche difesa dovrà pur essere eretta a protezione della nostra civiltà, salvo che non si riconosca che il mondo islamico è nel giusto e noi stiamo sbagliando. Siamo davanti ad un mondo in cambiamento, masse di popoli si spostano verso aree più sviluppate e democratiche, ma non sempre più ricche, sia in modo legale sia clandestinamente, accettiamo il tutto come dei buoni cristiani? Anche in questo caso senza regola alcuna? Oppure cerchiamo di difenderci evitando che la nostra civiltà sia trasformata da popoli che sono stati incapaci, per molteplici ragioni, di creare, nei loro Paesi, un benessere materiale per l’uomo. Tali popoli stanno modificando, imponendosi, il nostro modo di vita e si stanno procurando, sul piano sociale, delle posizioni strategiche dalle quali la democrazia, soprattutto quella che tende al socialismo, è incapace a difenderci. Alcuni esempi per tutti. In una scuola di La Spezia, tra la gran maggioranza d’allievi cristiani, ce n’è qualcuno mussulmano; questi ultimi richiedono sia tolto il crocefisso, che per consuetudine adorna le scuole ed è in genere posto sul muro alle spalle dei professori, poiché lo stesso offendeva la loro sensibilità di mussulmani. La maestra non ci pensa due volte e per non offendere i pochi, toglie il crocefisso, non pensando che con questo gesto né possa offendere molti.Qui siamo davanti ad un atto che da una parte dimostra la debolezza della nostra società e dall’alto l’imposizione nonché l’intolleranza e la mancanza di rispetto di una minoranza nei confronti della maggioranza. Io vedo la richiesta di questi mussulmani contraria allo spirito democratico che dovrebbe condurre, con reciprocità, le azioni dell’uomo. Colui che non concede reciprocità, non può pretendere di averne da altri. Noi no, noi diamo da buoni cristiani e buoni comunisti senza nulla chiedere in cambio; proviamo noi a chiedere qualcosa ai mussulmani nei loro territori, chiese per esempio, come loro ne costruiscono persino a Roma; rispetto dei nostri luoghi di culto, invece in Pakistan ed altrove atti terroristici con bombe ecc uccidono i fedeli cristiani – anche questo è forse prescritto ai mussulmani? La nostra Civiltà, che rappresenta millenni di vita tramandataci dai nostri avi, è il frutto del lavoro materiale e culturale di tante generazioni. Possiamo noi barattarla con una, secondo me, falsa fratellanza, che in fondo è solo teorica tra i popoli, con fratelli poi che non ci rispettano ma ci prendono anche per fessi, certi che nella nostra democrazia socialista noi siamo deboli, per difenderci adeguatamente, e che essi possano, in tempi lunghi, imporsi (notare che la Chiesa cattolica e l’Islam seguono, entrambe la tecnica dei lunghi periodi). Come dicevo sopra noi siamo i sicuri Pagina DD – 3 perdenti in questa guerra di Civiltà, almeno nel breve periodo, augurandoci che nel lungo periodo si possa arrivare a quanto auspicato dalla Chiesa Cattolica. Non credo, pur rispettandola, alla teoria della fratellanza tra popoli. Dio ci ha fatto diversi, ci ha fornito di libero arbitrio, e l’egoismo umano ha tale vigore da avere il sopravvento su ogni teoria che tende ad uniformare i modi di vita (socialismo). Forse nel lungo periodo, conoscendoci meglio, sarà possibile una pacifica convivenza, ma ciò sarà realizzato soltanto se il mondo mussulmano accetta il principio della reciprocità e tolleranza e smette di applicare pedissequamente il Corano che lo obbliga alla conversione degli “empi” (sei sempre tu lettore). Altro esempio di debolezza della nostra Civiltà può essere indicato in una trasmissione televisiva di Bruno Vespa, Porta a Porta, di poco tempo fa, quando presentò un italo/inglese mussulmano, un certo Abdel Smith, insieme a Buttiglione, Cacciari due sacerdoti, uno era un certo padre Bejamin francese le cui idee sono, secondo il sottoscritto, utopiche, quindi stanno magari in cielo, ma senz’altro non in terra. Il mussulmano asserì in diretta TV che il crocefisso, simbolo della Passione di Gesù Cristo era, per lui, “ un cadaverino su un pezzo di legno”; questa frase causò un putiferio ma, mentre sia Vespa sia Cacciari cercarono di rispondere, tuttavia in modo molto urbano come si deve parlare in una TV pubblica, i due preti…..silenzio, mentre il buon Buttiglione seppe dire soltanto, anche a causa del suo ruolo di Ministro, che il crocefisso era amore ecc. Credo che una risposta giusta, ad un simile mussulmano, possa dargliela soltanto un cristiano che non rappresenti nulla d’ufficiale, dicendogli per esempio che noi, in caso di necessità e non avendo altri mezzi, con la pietra nera ci puliamo il didietro. Anche in questo caso abbiamo assistito ad un mussulmano che dice ciò che ritiene giusto, per lui, mentre da parte nostra si è salvato soltanto la forma, certo non la sostanza. Costatata la nostra debolezza poi, il detto mussulmano, nei mesi successivi, ha perseverato offendendoci da altre TV private del nord sino a che un gruppo di facinorosi lo ha messo a tacere a calci e pugni, sbagliando evidentemente, ma come fare in Italia a dire ad uno di smetterla di offenderci? quando tutti i poteri di comunicazione e civile lo tollerano e, in ciò che dice, trasuda mancanza di rispetto per la nostra Civiltà? Stiamo assistendo, in Italia, al nascere di moschee come le mosche, quest’ultimo insetto molto fastidioso e dal quale non riusciamo a difenderci. Tenere presente che le moschee non sono solo luoghi di culto, ma centri sociali, e questo può andare, ma soprattutto centri politici e di diffusione del verbo estremista con raccolta di fondi anche per la guerra santa; spesso agiscono come piccole scuole coraniche. La nostra Pagina D - 4 Costituzione democratica lo permette, la chiesa lo accetta; ne sono state istituite, dopo la guerra, circa 250, la maggior parte durante gli ultimi venti anni. Negli altri Paesi occidentali la situazione è la medesima. Quali contropartite sono richieste dai nostri governi occidentali, al mondo mussulmano, alla libera circolazione di tanti individui e delle loro idee? E quali dalla nostra Chiesa? La risposta è semplice, nessuna …..… In Arabia Saudita, terra considerata sacra dai mussulmani, non c’è permesso aprire nessun luogo per il culto religioso per i cristiani; non intendo qui indicare la città santa di La Mecca bensì di tutta la penisola saudita. E’ troppo parlare d’intolleranza religiosa? Non si può asserire che una parte protegge la propria cultura e l’altra la svende? In Roma abbiamo lasciato costruire una tra le più grandi moschee al di fuori del mondo islamico, sarebbe forse troppo pretendere di costruire una chiesetta di campagna nell’immenso territorio saudita? No signori, non possiamo farlo, c’è sempre vietato. Non dimentichiamo che il cristianesimo e l’ebraismo sono i pilastri della nostra cultura europea anche al di fuori dell’immenso significato religioso che essi hanno per i credenti, e la non diffusione delle stesse rende un pessimo servizio sia alla democrazia, che se ne indebolisce, sia alla nostra stessa religione, venendo a mancare la possibilità di conversione al nostro Credo che è tra le missioni principali della Chiesa; sembra che la Chiesa abbia abdicato nei confronti del mondo islamico. Perché si lascia sopraffare da governi europei di sinistra che non vedono, per motivi ideologici, il pericolo di un’invasione islamica? I Governi sono tuttavia per il bene terreno mentre la Chiesa dovrebbe far conoscere la parola di Dio per mezzo delle missioni che sono impossibili ad esercitare nel mondo islamico. A Kabul, in Afghanistan, conobbi nel 1967 padre Angelo, un prete piccolo di taglia, ma grande di Fede, lo incontrai alla presenza di uno dei nipoti di re Zahir Shak, ed ebbi occasione di parlare a lungo della sua missione in quel Paese; era il solo sacerdote a dire messa in Afghanistan per cattolici, protestanti, anglicani. Non erano ammessi altri sacerdoti. Ciò che di più mi colpì fu che padre Angelo si trovava in quel Paese quale diplomatico italiano e, in questa veste, gli era permesso operare dicendo messa presso l’Ambasciata d’Italia. I Cristiani in fondo dovettero ricorrere ad un sotterfugio per ricevere i loro Sacramenti. Bellissimo esempio di reciprocità. Da quel tempo i rapporti col mondo islamico si sono vieppiù deteriorati ed i missionari e sacerdoti cristiani operano con enormi difficoltà nei Paesi islamici; tale religione non tollera concorrenza ritenendo, come detto, essere l’unica religione che conosce il vero Dio, Allah, ed il vero verbo, il Corano. Modestamente non saprei dire se la Chiesa debba modificare la sua strategia tuttavia i fatti ed i comportamenti naturali dell’Islam sono sotto gli occhi di tutti e la chiesa non può attendersi sostegno veruno dai governi sinistrorsi europei. La Chiesa, che è stata decisiva nell’estirpare il comunismo nell’Europa dell’est, non trova sufficiente sostegno in quest’Europa che Pagina DD - 5 non accetta nemmeno di indicare, nella costituenda Costituzione Europea, un cenno sulle origini giudaico-cattoliche della nostra civiltà. Desidero a questo punto indicare con più chiarezza i motivi del mio pessimismo, cartesiano tuttavia, non istintivo o razzista, per i quali la nostra civiltà occidentale è destinata a soccombere di fronte agli integralismi e fondamentalismi islamici. Da una parte noi predichiamo i diritti dell’Uomo, sin dall’otto dicembre 1948, in sede ONU, è stata approvata una Dichiarazione che garantisce all’uomo d’ogni razza, religione, colore, sesso ecc pari dignità e diritto. Questa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è stata ratificati da tutti i Paesi occidentali nonché da moltissimi altri Paesi ad eccezione dei Paesi islamici. Quest’ultimi, al contrario l’hanno rifiutata ufficialmente nella conferenza islamica del Cairo del 5 agosto 1990, su stimolo dell’Arabia Saudita, e ne hanno negato tutti i fondamenti. L’articolo 24 della Dichiarazione Islamica indica che < tutti i diritti e le libertà sanciti da questa Dichiarazione sono subordinati alla shar’ia> ciò significa che il potere di legiferare, da parte di parlamenti eletti democraticamente per volontà dei popoli, è subordinato alle prescrizioni, immutabili, del Corano come interpretato dagli <ulema> islamici ciò anche sul principio che fissa un’autorità tutoria dell’uomo sulla donna, pene corporali, lapidazione nonché inferiorità degli ebrei (quest’ultimi hanno i libri scritti lo dice il Corano); è strano che non siano stati indicati i cristiani poiché il Corano indica <coloro che hanno i libri scritti> Il fatto strano, solo per un osservatore superficiale, è che questa Dichiarazione Islamica, interviene, come detto sopra su stimolo di Ryad, nel momento in cui il generale americano Schwarzkopf sta andando in Arabia Saudita ad organizzare il Desert Storm a protezione del territorio saudita minacciato da Saddam Hussein. L’amico fedele degli Stati Uniti nel Golfo, l’Arabia Saudita, non c’è più; la paura della dinastia regnante, incalzata da Bin Laden e Al Qayda, l’ha spinta verso un estremismo integralista ancora più grande, ne fanno fede come detto i forti investimenti nelle scuole coraniche e, in tutto il mondo, i finanziamenti agli integralisti. Il mio pessimismo sul futuro della nostra civiltà, a causa dell’inerzia dei nostri politici di sinistra e della Chiesa Cattolica, nonché sul predominio dei mussulmani è anche dovuto a varie osservazioni comportamentali dell’Islam; n’enuncio una soltanto che è indicativa della loro mancanza di tolleranza e volontà di sopraffazione nei confronti della nostra civiltà. Lo sceicco della moschea al Rahamah della Mecca, ulema islamico molto ascoltato, durante un recente sermone, ha confermato la posizione dei cristiani, che vivono nel mondo mussulmano, qualificandoli come dhimmi – ossia sottospecie umana – che potrà restare alla condizione che paghi la jizrya al tesoro islamico; egli ha posto Pagina DD 6 condizioni indegne quali: le chiese non debbono essere restaurate, quelle distrutte non debbono essere ricostruite (alla lunga quindi sono destinate a sparire tutte), hanno l‘obbligo di nutrire per tre giorni ogni mussulmano che lo richieda, lasciar sedere il mussulmano, non suonino le campane delle chiese, non mostrino la croce ed altre limitazioni che sono indegne per la nostra civiltà, al contrario sono precetti per tutti i mussulmani; tra l’altro nel suo sermone l’ulema non ha evidentemente indicato, poiché prescritto direttamente dal Corano, gli altri obblighi che ha il cristiano. Non parliamo poi degli ebrei che sono considerati addirittura peggio dei cristiani Credo che a questo punto sarebbe necessario interrompere il grido di dolore “PACE” e sostenere gli anglo-americani nella loro azione di contrasto al terrorismo, integralismo, fondamentalismo islamico che, come già detto, poggia sul Corano. (Terminata la scrittura delle note suddette nel maggio 2002) Pagina EE – 1 EE – GUERRA E PACE Riprendo queste note durante l’estate di 2003. Molti avvenimenti sono accaduti in quest’inizio d’anno. L’Iraq è stato invaso dalle truppe Anglo-Americane le quali, aiutate sul terreno da pochi altri Paesi, quali Australia, Polonia, Corea del sud, ecc hanno distrutto le armate locali in breve tempo; armi di distruzione di massa non sono, sino ad oggi, state trovate; benché io pensi che non sia necessario trovare queste armi ma solo considerare la volontà dell’Iraq di costruirle e sopratutto la ferma volontà di usarle (volontà messa in atto più volte durante gli ultimi anni). Pochi altri Paesi hanno sostenuto politicamente quest’azione: la Spagna d’Aznar, l’Italia di Berlusconi ed altri più piccoli Paesi; contrari: Russia, Francia, Germania, Belgio. Mentre la Russia Francia e Germania avevano dei grossi interessi economici da difendere, il Belgio, col suo governo di sinistra è stato contrario per principio e col suo Ministro Michel ha continuato, cosa che avviene da tanto tempo, a pretendere e dare lezioni di democraticità ad altri. A me interessa, tuttavia, analizzare il fenomeno della Pace, gridato da tutta la sinistra italiana e dalla Chiesa. Abbiamo appeso alle finestre tante bandiere, abbiamo sentito tanti interventi contro la guerra. Non oso giudicare la Chiesa, i suoi disegni sono, per il sottoscritto, troppo elevati e quindi irraggiungibili. La politica italiana ed internazionale di sinistra invece, che ha gridato pace ai quattro punti cardinali, è in malafede oppure incapace di vedere ciò che sta accadendo nel mondo arabo-islamico. Nei capitoli precedenti è stato espresso, mi auguro con chiarezza, il concetto dell’integralismo, le prescrizioni del Corano, le scuole coraniche, i finanziamenti che sono elargiti dall’Arabia Saudita al fondamentalismo ed anche quelli ottenuti nelle moschee per la Guerra Santa, la non accettazione religiosa dello Stato d’Israele riconosciuto solo da 4 Paesi islamici su 23, il rifiuto della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, come votata dall’ONU nel 1948; tutte le predette situazioni indicano che l’Islam non è assolutamente tollerante e, se contrapposto alla democrazia, che per principio di base accetta la tolleranza, quest’ultima è destinata a soccombere. A questo stadio dobbiamo porci una domanda se la guerra sia soltanto quella condotta con le armi, come hanno fatto gli anglo-americani, oppure è guerra di conquista anche l’altra, quella condotta in modo apparentemente pacifico, ma più subdolo e penetrante, dai mussulmani, che tende ad occupare prima culturalmente poi violentemente (più casi sono stati sopra espressi), prima i loro territori, quindi i nostri democratici lidi. Pagina EE – 2 Abbiamo inoltre un insieme di Paesi quali l’Iran, la Corea del Nord, oggi l’Arabia Saudita, l’OLP di Yasser Arafat, la Somalia, la Siria, forse anche la Libia, che rifiutano quasi tutti gli accordi presi in sede ONU – vedi Dichiarazione sui Diritti dell’Uomo – che si appoggiano soltanto al Corano per governare gli stati; Fa eccezione la Turchia giacché la sua Costituzione, imposta inizi ‘900 dal grande Ataturk, esclude che una professione religiosa possa guidare lo stato turco; è quasi un’assurdità politica osservare la Turchia, circondata da Paesi mussulmani, mantenere la laicità in politica; anche nel momento di scrivere queste note la maggioranza parlamentare turca è islamica e, ciò nonostante, il principio della laicità dello Stato è mantenuto; occorre considerare che la Turchia fa parte della Nato, per la sua difesa esterna, ma nulla, salvo la sua stessa Costituzione, può difenderla da attacchi religiosi interni. Ci conviene osservare cosa accadrà nel mondo politico turco nei prossimi anni. Ebbene gridando Pace noi abbiamo ignorato tutto quanto suddetto in merito all’Islam, per un falso concetto di Pace abbiamo o stiamo rinnegando la nostra cultura, civiltà, religione; la Pace deve sempre essere accettata da due parti e noi non vogliamo vedere che una di loro la rifiuta anzi, in pratica, la combatte. Ringrazio il cielo che su questa terra ci sono ancora gli anglo-americani che hanno capito, pur se quasi da soli, di essere già in guerra col mondo estremista islamico in quanto da questa cultura una guerra di conquista viene già condotta da parecchio tempo, anche se non dichiarata. La guerra di civiltà in corso sarà molto lunga e dura e potrà essere da noi vinta alla condizione che l’Isman s’interessi solo delle anime e non imponga i dettami del Corano nella vita civile. Tutti i Paesi moderati mussulmani dovranno essere associati a questa guerra contro l’estremismo, l’integralismo, il terrorismo islamico; altrimenti, almeno me lo auguro, speriamo averne la forza da soli. Mi auguro altresì che i popoli democratici la smettano di gridare Pace, almeno sino a che tale concetto, come suddetto, non sia acquisito dalle due parti. In caso contrario mi auguro che la nostra civiltà possa trovare un altro Carlo Martello che la difenda. Non dimentichiamo che le crociate ebbero principalmente lo scopo di liberare i luoghi Santi, occupati in esclusiva dai mussulmani, sono state in fondo azioni di difesa. Franco BERNARDINI ZIBALDONE - 3° edizione aggiornata al 18.12.2005 Storia della mia vita Osservazioni critiche da SENECA: nessun sicuro porto è raggiungibile se non si fiuta da quale parte spirerà il buon vento. da DANTE: non si va da nessuna parte senza coraggio e sacrificio. (Inferno XXVI Ulisse) LIBRO PRIMO - Parte Prima PITIGLIANO (Iniziato a scrivere 01 giugno 2004 – terminato luglio 2005) INTRODUZIONE Sin dall’anno 1965 ho girato il mondo, sempre per lavoro e sempre, durante i primi anni, per imprese italiane, mai partito quindi seguendo avventure o chimere. Successivamente mi sono installato, in alcuni Paesi esteri, con attività imprenditoriali proprie. Sono pertanto circa 40 anni di conoscenze ed incontri che mi spingono a prendere la penna e buttar giù le note seguenti che hanno il solo scopo di trasmettere e spero condividere, con familiari, parenti e coloro che mi conoscono, il pensiero da me maturato a seguito delle molteplici esperienze vissute e le tante persone incontrate. Queste note sono principalmente destinate ai miei figli ed a mia moglie Mary. Il sarcastico ed immodesto, nonché talvolta arguto, carattere toscano – nacqui in Pitigliano (Gr) il trenta marzo 1940 - è evidente in ogni passaggio del mio scritto; quivi vissi sino all’età di 14 anni. Ho arricchito le mie esperienze in Italia vivendo e studiando in Roma, sino all’età di 25 anni, e quindi ho iniziato a lavorare all’estero. (Pakistan – Afghanistan – tutti i Paesi dell’Africa Nera dell’Ovest dal Senegal all’Angola). Il mio carattere liberale e totalmente contrario, per profonda convinzione, ad ogni forma di totalitarismo o statalismo, mi ha creato enormi problemi ed ho dovuto confrontarmi, nell’arco della mia vita, molte volte con l’ipocrisia umana. Ho incontrato e frequentato, mantenendo sempre i miei principi di rispetto per tutti ma esigendo anche lo stesso per le mie idee, varie culture, gruppi etnici diversi, persone aventi più usi ed abitudini profondamente in contrasto coi miei. Non mi sono mai occupato di politica attiva, pur essendomi interessato sempre alla stessa in tutti i continenti e nei diversi ambienti. Ho avuto il piacere di frequentare e discutere con tutti i ceti sociali e, beninteso, ho lavorato con un’infinità di persone ove molte culture erano rappresentate. Queste esperienze di vita mi hanno portato a confrontarmi con mondi differenti e le esperienze vissute hanno profondamente plasmato ed arricchito la mia personalità che risulta, oggi, aperta ad ogni innovazione della tecnica, della scienza e dell’economia pur restando fermo e convinto sui valori dell’ortodossia e delle tradizioni dell’uomo che non possono, secondo me, essere cambiati ad ogni spirar di fronda o da un Libro primo / Parte I – pagina 2 qualsiasi filosofo stagionale (leggi Marcuse); sopratutto quando sono in gioco i valori naturali; qui mi ritrovo vicino alla Chiesa Cattolica. Sono fermamente democratico e contrario ad ogni tirannia, incluso il comunismo, che considero una filosofia deleteria per il genere umano. Nacqui nel 1940 da genitori antifascisti, quindi comunisti per converso, e tali rimasti per tutta la loro vita. Nel 1948, prime elezioni democratiche dopo la seconda guerra mondiale, essendo io di “profonda” fede comunista per tradizione familiare, come può esserlo un bambino d’otto anni, sputavo su tutti i cartelli della Democrazia Cristiana appesi sul corso principale del mio paesello. All’età di 16/18 anni, già studente presso l’Istituto Superiore Vilfredo Pareto in Roma, a due passi dal Colosseo, mi convinsi che il comunismo fosse contrario “all’istinto stesso dell’uomo”; molte letture ma soprattutto il mio giovane modo di ragionare, mi portò a questa valutazione. La premessa suddetta è stata importante per la mia vita, ne parlerò ampiamente in seguito poiché, per decenni, ho dovuto osservare la malafede dei comunisti, non del comunismo che è un semplice sogno, irrealizzabile, quindi un’utopia. Famiglia semplice la nostra, di contadini. In quel di Pitigliano vissi la mia infanzia ed ebbi un forte attaccamento alle tradizioni familiari che non mi ha mai lasciato. Durante la guerra, pur bambino, fui felice; nella mia casa non mancò mai il necessario per vivere, pane, olio e gli altri prodotti tipici, pur scarsi causa la guerra e l’ammasso obbligatorio, erano disponibili grazie anche all’arguzia dei miei genitori che dormivano su un materasso di farina. Successivamente, allorché ci trasferimmo a Roma, potei meglio apprezzare di aver vissuto quel brutto periodo in un paese e non in una grande città dove la fame, a detta dei miei ancor giovini amici romani, era la compagna fissa dei loro giochi. La famiglia dei Bernardini era, come si diceva a quei tempi, benestante. I miei nonni possedevano molta terra che potevano coltivare in diretta ben coadiuvati da cinque figli maschi e tre femmine. I modi di produzione erano quelli tradizionali che costavano un’enorme fatica; riuscivano tuttavia a vivere tranquilli e, soprattutto agli inizi del secolo XX, non soffrivano la fame. Tra l’altro ammazzavano ogni anno, in dicembre, almeno due maiali da loro allevati, e la nonna si vantava di non averne mai ammazzato uno dal peso inferiore al quintale; anche ciò era motivo di fierezza dei nonni. La più grossa preoccupazione per la Vecchia (così la chiamavano i figli) era quella di proteggere le salcicce ed i capicolli (così si chiamano alla pitiglianese), Libro I – Parte I – pagina 3 messi ad essiccare nel soggiorno ove era l’immancabile, per quei tempi, camino a legna. L’essiccazione avveniva avvolgendo le salsicce intorno a pertiche di legno appese al soffitto ed i capicolli venivano anch’essi appiccati (così si diceva) alle medesime pertiche. Proteggere questo ben di Dio dai figli fu, per i nonni, impresa improba; “spariscono come nebbia al sole” urlava la nonna Gallina la quale, armata di scopa, correva dietro ai figli in Vicolo del Tiranno ove abitavano, chiaramente senza acchiapparne mai nessuno. In famiglia si è poi saputo che il ladro dei capicolli era mio padre Eliseo. Vigeva in Pitigliano l’abitudine, per i giovani, di fare, ogni tanto, le famose merende nelle loro cantine ed ognuno doveva portare qualcosa a turno. A detta dei nonni mio padre si era fortemente specializzato procedendo come segue. Di notte portava fuori casa il capicollo, lo apriva e lo sostituiva con pezzo di legno delle stesse dimensioni, chiudeva il tronchetto nella carta gialla originale, lo legava con il vecchio spago e lo “riappiccava”. Era tradizione per la Santa Pasqua fare la colazione mattutina in famiglia con biscotti ed uova benedette in Chiesa, a ciò si aggiungeva, sempre per tradizione, il capicollo da aprire al momento. Potete immaginare cosa successe, in quella Pasqua, quando la nonna Gallina, a tavola bandita, si accorse che il capicollo era sparito e sostituito da un ciocchetto di legno? Si raccontava che, in quell’anno, anche le uova consacrate fecero una brutta fine poiché la nonna cominciò a tirarle a tutti i figli i quali si salvarono scappando tutti su per il Vicolo del Tiranno. Donna perspicace, la Vecchia. Già avanti negli anni passava gran parte del suo tempo in Pretura assistendo, incuriosita, alle piccole cause in discussione. Il nonno Gallo, così era chiamato in famiglia con evidente riferimento alla numerosa prole, nato intorno al 1883 e morto nel 1952 si chiamava Ferdinando; la nonna Gallina il cui nome era Serafina, nata qualche anno dopo il nonno e morta nel 1954, unitamente alla numerosa prole, rappresentavano veramente una bella famiglia. Dei cinque figli maschi mio padre, Eliseo 1907/1968, era il più grande; seguiva Mario nato il 7.2.1910, quindi Giovanni nato il 9.4.1913, poi Domenico (Mechino) nato il 20.6.1918 ed ultimo Angelino (Zézé). Le tre figlie Francesca, la più grande 1900/1976, Gemma nata il 20.12.1902 poi Antonietta nata il 21.9.1922; quest’ultima è la sola zia ancora vivente e si è stabilita in Canada. Si trattava veramente di una bella famiglia e la zia Gemma, allorché qualcuno glielo accennava, rispondeva sempre con fierezza: “ c’è la razza”. Il nonno Gallo, che fu mio padrino alla Comunione e mi regalò un sacchetto di monete da dieci lire, passava, in vecchiaia, i suoi pomeriggi sotto i portici della chiesa principale del paese; nello stesso luogo mi recavo anch’io, con gli amici, a giocare. Il nonno sortiva ogni tanto dalla tasca interna della giacca un bottiglietta di vino e per Libro I – Parte I, pagina 4 tutto il pomeriggio sorseggiava il suo favoloso Trebbiano. La cosa mi colpì a tal punto che in uno dei primi temi assegnatimi nelle scuole elementari dal soggetto “Il Tuo Nonno” non potei che descrivere la scena della famosa bottiglietta di Trebbiano; la cosa non fu molto gradita dalla nonna Gallina che mi inculcò nella mente che le cose di casa non si debbono mai raccontare in giro, nemmeno le più ingenue. Della guerra, pur piccolo, ricordo molte cose; quasi tutte brutte. Il bombardamento del paese nel giugno 1944, ove morirono moltissimi miei coetanei. I grandi erano tutti al lavoro, ed io e mia sorella Vilma ci salvammo giacché nostra madre ci conduceva sempre, al suonar della sirena, al rifugio comunale. Lo spavento mi procurò delle enormi bolle sul cuoio capelluto che passarono poi da sole, non c’era nulla per curarle. I nonni non mollarono mai la terra sino alla loro completa vecchiaia, quindi solo nel 1948 mio padre ereditò un bel pezzo di terreno in una località chiamata Gattoni di cui siamo tutt’oggi proprietari io e mia sorella Vilma. Ottima terra coltivata a vigna (il famoso bianco Trebbiano di Pitigliano), olivo e comprensiva d’ulteriori spazi per coltivare patate ecc. Quindi riuscivamo a produrre in proprio il necessario per vivere; inoltre mia madre lavorava in un forno a legna, da dove uscivano le famosissime pagnotte toscane il cui odore non mi mai abbandonato, mentre mio padre iniziò una buona attività di fornitura legna da ardere alle Comunità del Paese acquistando boschi intieri, tagliando gli alberi per trasportarli in Paese, quindi segarli in pezzi da stufa/camino e consegnandoli per utilizzo. All’età di sette / dieci anni io stesso aiutavo mio padre durante l’ultima fase del lavoro, segatura tronchi e consegna (su per le scale a piedi beninteso). Le consuetudini di vita in un Paese, di una Famiglia di lavoratori, non potevano essere disilluse quindi, i miei genitori, alla fine degli anni ’40, per tre / quattro anni, durante le ferie estive, mi mandavano a lavorare alla Ditta; si trattava di una falegnameria ove lavorava anche mio cugino Benito, figlio di zia Francesca, potevo quindi disporre per la domenica della paga che era di 50 lire la settimana, cifra enorme per un ragazzo della mia età. I due titolari, Gino Caporossi ed Angelino, due persone perbene e simpaticissime mi riempirono di consigli su come comportarsi nella vita; furono dei veri maestri di comportamento soprattutto Angelino che mi trasmise, tra l’altro, l’amore per il Dolce Bel Canto. Da mane a sera cantava le romanze ed io lo accompagnavo imparandole subito tutte a memoria (mi accorsi in seguito che spesso le parole erano inventate, ma ciò non era importante); contava l’allegria che sprigionava quell’ambiente. Il mio compito principale era di spazzare la segatura prodotta dalle seghe, su pavimenti ruvidi e spesso sconnessi e, la domenica mattina, bagnare anche il pavimento per lustrarlo a festa. Era sempre in Libro I – Parte I, pagina 5 estate che andavo alla Ditta, il lavoro terminava alle ore 13:00 per riprendere alle 14:30, in questa ora e mezza scendevo a casa per il pranzo, circa 1 km di distanza, eandavo quasi tutti i giorni a bagnarmi al fiume Lente, circa 3 km da casa, e ritornavo al lavoro. Che vitalità ! Il regalo più apprezzato, da bambino, fu una palla di cenci preparata da nonna Ersilia, eravamo in piena guerra, con la quale iniziai a dar calci sulle piazze del Paese. La guardia municipale me la sequestrò più volte e la nonna la rifaceva (quando trovava gli stracci, poiché mancavano anche quelli). Ho sempre apprezzato il rispetto che ognuno di noi ragazzi aveva per l’Autorità fosse la guardia, il prete, il maestro. Oggi ciò non esiste più, la società moderna ha messo in cantina l’ortodossia e la tradizione; si crede che la libertà dell’Uomo debba essere assoluta e non si pensa che, pur essendo valido il principio, dei limiti debbano essere posti, altrimenti più che libertà abbiamo l’anarchia. Nel 1954 ci trasferimmo a Roma, era iniziata in Italia l’urbanizzazione ed anche noi, abbandonando la terra, cercammo miglior fortuna in una grande città. Tuttavia anche nel periodo 1945/1954 non ce la passammo male. I miei genitori, entrambi grandi lavoratori, riuscirono ad accumulare una discreta somma, circa 500.000 lire. A quel tempo, inizio anni cinquanta, si poteva comprare con tale importo un appartamento d’otto/nove vani in città, il cui valore oggi si aggirerebbe intorno al 1.300.000 d’Euro. Fu nel 1948 che potei vedere per la prima volta il mare. Alla fine dell’anno scolastico la scuola organizzò una gita domenicale sul litorale Toscano che dista circa 50 km da Pitigliano. Per l’occasione mia madre mi comprò un costume da bagno che, una volta entrato in acqua, si sdilabrò (il verbo sdilabrare d’uso corrente in Toscana, significa “ allungò ”) e dovetti per tutto il giorno imbracarmi in continuazione. Il contatto con l’acqua salata non fu agréable. Dopo ingenti bevute, fui preso da un disgusto tale che nemmeno il sacco portato da casa contenente del buon pane casereccio e per companatico mortadella e prosciutto riuscì a rimettere lo stomaco in ordine. Tra l’altro al pane e companatico io, ragazzo, aggiunsi, inevitabilmente, tanta sabbia che nemmeno uno struzzo avrebbe potuto digerire. Non avrei mai pensato, dopo questo primo brutto contatto col mare, che di lì a venti anni circa le mie attività si sarebbero tutte sviluppate nel campo dei trasporti marittimi. Libro I – Parte I, pagina 6 L’infanzia è per ogni individuo un momento formativo importante. Ciò che si apprende nei primi anni di vita resta per sempre appiccicato alla propria personalità come una seconda pelle. Io imparai molto in Pitigliano, per la mia formazione fu soprattutto importante la genuinità dei rapporti umani tra parenti e vicini di casa, rispetto reciproco, disponibilità all’aiuto in certi casi non generalizzati, ma in modo particolare osservai la forte volontà di realizzazione che, il comportamento dei miei genitori, sprigionava; grandi lavoratori che riuscirono, partendo da poco e con tanto impegno, ad ottenere dei risultati concreti e duraturi anche per i figli. I genitori furono ben coadiuvati da mia sorella Vilma che, sin da giovane, collaborò a sollevare le sorti della famiglia impegnandosi col suo lavoro di sarta, quindi in Roma d’Assicuratrice. Gli Amici d’Infanzia: In Pitigliano nell’anno 1940 nacquero circa 140 bambini. Insieme si frequentò l’asilo, le elementari e parte delle medie (durante la seconda classe partii per Roma). Con alcuni di questi ragazzi, poi giovani, quindi uomini, ho mantenuto dei rapporti sporadici, a causa della distanza fattasi enorme per via del mio lavoro all’estero ed i rari viaggi a Pitigliano dopo gli anni ‘60. Tuttavia con alcuni di loro ci siamo rivisti in più occasioni. La più triste tra queste occasioni fu nel 1987, durante i funerali di mia madre il cui corpo fu tumulato al Cimitero di Prima Porta a Roma. Arrivò un altro feretro che purtroppo conteneva le spoglie del mio caro amico Paolo Pellegrini detto “ i Peggio” nomignolo dato alla sua famiglia. Paolo fu tumulato vicino a mia madre e, ogni volta che andavo a renderle omaggio, non potevo fare a meno di parlare un poco con Lui osservando che i suoi familiari mettevano sulla lapide le ultime notizie della Fiorentina, squadra di cui era tifoso, inclusa una foto di Batistutta. Pietro Mazzoli: per una concomitanza d’eventi, oltre alle scuole in Pitigliano, ci siamo ritrovati alle Superiori a Roma, Istituto Vilfredo Pareto, quindi a Genova durante il servizio militare che egli prestava nel 187° Reggimento Fanteria a Sturla. Con Pietro sin da giovani studenti delle Superiori non abbiamo mai avuto la stessa visione della politica, grandi discussioni divergenti che, almeno penso, non hanno prodotto in ciascun di noi alcun cambiamento di posizione (egli ha sbagliato però, la Storia mi ha dato ragione). Libro I – Parte I, pagina 7 Alberto Francardi: detto Rondinella. Di recente volendo telefonargli cercai nella nostra guida familiare il suo numero, certo che me lo avesse dato; impossibile trovarlo sia alla F (Francardi) sia alla R (Rondinella), mia moglie lo aveva inscritto alla P come Passerotto. Antonio Sovani: detto “schiacciallova” penso per la lentezza nell’incedere. Professore d’Italiano nella scuola di Pitigliano si è sempre adoperato per lo sviluppo culturale dei nostri luoghi e con successo anche, è sufficiente a tal fine visitare la mostra permanente curata dallo stesso di libri antichi ed abiti talari dei Vescovi, recuperati nel Castello dei Conti Orsini – costruito dal Sansovino e Sede Vescovile da secoli. Ad Antonio debbo delle scuse per una scorrettezza perpetrata all’Anchise, suo padre, da me ed altri suoi amici. L’Anchise aveva una bottega di generi alimentari sulla piazza del Municipio; correva l’anno 1945/1946, subito dopo la guerra, per la prima volta arrivò a Pitigliano il burro e noi ragazzi, vedendolo esposto su un banchetto fuori dal negozio dell’Anchise. Visto e preso ci divorammo un panetto a morsi con enorme disgusto di noi tutti. Orlando Francardi: Orlandino, di un anno più giovane di noi. Mi fece scivolare nella fontana della scuola vestito ed il professore ci cacciò via entrambi; per fortuna era giugno e prima di arrivare a casa, stendendo gli abiti in un campo di grano, riuscii a farli quasi asciugare del tutto. Milo Pieroni: i nostri padri erano cugini, ci siamo incontrati tante volte a Roma ove anch’essi andarono ad abitare in Via Goffredo Mameli, ai piedi del Gianicolo. Mi scuso con tutti gli altri vecchi amici della mancata menzione assicurando un caro pensiero a tutti. Pitigliano Il Paese, costruito su una collina tufacea, somiglia, a prima vista, ad Orvieto. Bellezza antica ed avvincente che prende il visitatore al primo contatto; è situato a 312 metri d’altezza. Percorrendo la SS 74 direzione ovest / est e superando l’ultimo tornante, dopo il Santuario della Madonna delle Grazie, il Paese si apre, sulla sinistra, alla vista del viaggiatore. L’ultimo tratto della SS 74 corre in parallelo ed alla stessa altezza della rupe su cui sorge il borgo antico; strada e Paese sono separati da un Libro I – Parte I, pagina 8 fossato naturale percorso in basso dal fiume Meleta. Arrivando di notte, quando gli spot illuminano dal basso tutto il Borgo antico, si resta a bocca aperta osservando questa maraviglia; è una delle visioni più belle che io ho osservato durante il mio peregrinare in giro per il mondo; si ha subito l’idea della grandezza dell’uomo per aver concepito e realizzato, nei secoli passati, quest’opera d’arte. Una sera arrivai con degli amici inglesi. Noi sappiamo che la loro lingua è avara in aggettivi qualificativi, almeno nel parlare corrente non sono molto usati, ebbene per la prima volta in vita mia ho ascoltato, dai figli di Shakespeare, una lunga serie d’aggettivi di profonda ammirazione per ciò che stavano vedendo quali: marvelous, fantastic, superb, spectacular, fabulous ecc. Abitato sin dai primordi della civiltà Italica, ben prima che Roma sviluppasse il suo potere, fu sicuramente abitato dal popolo Etrusco, molte tombe lo dimostrano. Il Medio Evo fu un fulgido periodo per Pitigliano. Contea appartenuta ai Conti Orsini di Roma, mai insidiata dai Gran Duca di Toscana, giacché Stato cuscinetto, restò un po’ fuori delle diatribe che, in tal periodo, investirono i vari Comuni Italici. Solo durante il XVIII secolo entrò a far parte del Granducato. Durante il Pontificato di Gregorio VII, Ildebrando da Soana, sostenitore del potere temporale dei Papi e della scomunica all’Imperatore Enrico IV e dell’incontro di Canossa nel 1077, Pitigliano era già costituito in Contea; si può ragionevolmente pensare che per almeno sette secoli il Paese abbia avuto un’autonomia politica e quindi sia rimasto chiuso ai contatti esterni, tranne che col mondo ebraico di cui almeno sin dal XVI secolo si hanno importanti e precise conoscenze. Chi desidera meglio conoscere il rapporto di Pitigliano, chiamata Piccola Gerusalemme, con gli Ebrei può consultare il bellissimo e documentato libro del mio concittadino Giuseppe Celata edito da Laurum “Gli Ebrei a Pitigliano”. Il dialetto che ascoltavo da ragazzo e le parole pronunciate in vernacolare dai vecchi del Paese confermano, in modo evidente, la mancanza di contatti col resto dell’Italia nel Medio Evo. La pronuncia dei sostantivi ed aggettivi maschili, d’evidente origine latina, terminava sempre con la <u> Amicu per Amico in italiano ed Amicus in latino, Lupu per Lupo e Lupus ecc. In altre parti della Toscana la pronuncia della <u> è molto accentuata, ma non estesa come a Pitigliano. Un giorno, trovandomi nella mia residenza di Genova, un illustre professore e studioso di fonetica della lingua latina, mi fece notare che tutt’oggi non conosciamo con certezza come i nostri avi pronunciassero alcune parole, quali per esempio quelle terminanti con la <s> d’amicus, in fondo ignoriamo se la <s> finale fosse pronunciata. Il prof. Viezzoli, così si chiamava l’illustre studioso ed ospite, elaborò Libro I – parte I° pagina 9 che tale consonante finale non fosse per niente pronunciata e portò ad esempio proprio i dialetti toscani in generale e quello di Pitigliano, di cui era a conoscenza, in particolare. Lascio all’amico prof. Viezzoli la responsabilità di tale asserzione. La cucina tradizionale del paese è da buongustai, soprattutto per la genuinità dei prodotti impiegati. Purtroppo ciò tende a sparire, l’economia e la vita moderna modificano ogni tradizione. Purtuttavia ancora si possono gustare dei piatti prelibati e tradizionali quali: tortelli con la Ricotta, Buglione con Agnello; sembrano invece spariti i famosissimi Torsetti, gli Sfratti, i quali, pur disponibili nei forni moderni a dei prezzi proibitivi, hanno perduto quasi tutta la loro caratteristica e l’antico gusto. Mi è rimasto di Pitigliano l’amore per la famiglia, le tradizioni, l’onestà nei rapporti umani, la fierezza, la laboriosità; tutti aspetti positivi che mi hanno sempre accompagnato nella vita. Carattere dei pitiglianesi: Da quanto su esposto penso siano già chiare le caratteristiche principali di questo popolo, al quale sono onorato di appartenere. Laboriosità in primis, senso critico, rispetto delle tradizioni, coscienza di appartenere ad una civiltà evoluta, il tutto non disgiunto - come detto – da una sagacia polemica ed una forte certezza del proprio essere. Pitigliano, piccolo centro, non ha certamente inciso molto sulle vicende regionali ne su quelle, più ampie, d’Italia ma il nostro borgo appartiene a quella miriade di piccole città italiche che hanno fatto nei secoli la grandezza del nostro Paese. LIBRO PRIMO - Parte Seconda ROMA - ( dal luglio 1954 al Settembre 1971) Arrivai a Roma, al termine delle scuole, in un giorno del luglio 1954 verso le ore 13.00 con un pulman della ditta Garbini. I miei genitori abitavano in Via Luca Signorelli; questa strada trovasi alla sinistra del fiume e costeggia il Lungotevere Flaminio quasi a metà strada tra i due ponti: ponte Duca d’Aosta ( a Nord dello stesso trovasi Ponte Milvio e dalla parte opposta il Foro Mussolini, oggi Foro Italico) e Ponte Risorgimento. Nello stesso pomeriggio feci il mio primo giro da solo per Roma e scendendo sul Lungotevere Flaminio verso la foce del Tevere mi trovai presto a Ponte Risorgimento. Sulla piazzetta davanti al ponte ci sono due palazzi identici e su quello di sinistra, volgendo le spalle al ponte, c’è un’iscrizione in latino sul portale d’ingresso che recita < Nihil difficili volenti >. Fui colpito da questa frase e pur non avendo ancora studiato il latino ne compresi facilmente il significato. La stessa frase mi ha accompagnato per tutta la vita ed ogni qual volta ho dovuto affrontare dei seri problemi di lavoro, a difficile soluzione, mi è sempre tornata presente per spingermi nello sforzo necessario e trovare una soluzione. La vita in Roma, almeno durante i primi tempi, non mi piacque molto, troppo diverse erano le abitudini nel mio paesello e, inoltre, non riuscivo ad orientarmi in quel meandro di vie, piazza e viali. I rapporti umani erano anche diversi, non conoscevo nessuno ed io, abituato in un piccolo borgo, non mi trovai immediatamente bene. Debbo tuttavia riconoscere che lo spaesamento fu breve; il carattere aperto dei romani che ho apprezzato enormemente soprattutto in seguito, quando siamo andati, con la famiglia, a vivere a Genova. Da giovine ero un vero podista e percorrevo senza stancarmi mai chilometri e chilometri. Questa era la miglior maniera per conoscere Roma. Il caldo estivo non mi disturbava e quindi passai tutta la prima estate in giro per la città. Quest’abitudine di visitare Roma a piedi l’ho mantenuta per sempre e posso ora dire di aver veramente visitato l’Urbe nella maniera più completa, non soltanto le bellezze artistiche ove si recano i turisti ma tutti i quartieri, anche quelli periferici. Il mio soggiorno a Roma è durato in pratica circa 15 anni, tenuto anche conto che passai circa 18 mesi al nord per espletare il servizio militare. In questo periodo divenni un profondo conoscitore di tutti gli anfratti della città, l’ho visitata ed ammirata in tutta la sua maestosità e ne sono rimasto affascinato. Dalla quercia di Torquato Tasso sul Gianicolo, alla chiesetta dei frati cappuccini in Via Vittorio Veneto, piena di scheletri, penso che siano pochi i luoghi, le chiese, i monumenti antichi che io non abbia visitato. Libro I – Parte II – pagina 2 Nella vita mi sono molto interessato allo studio della Storia; ho letto ed approfondito tutti i periodi compresi tra l’antica Grecia ed i giorni nostri, non dimenticando beninteso le Civiltà preistoriche, l’Egitto antico, la Mesopotamia e credo che il periodo da me trascorso a Roma abbia contribuito alla formazione di questo mio specifico interesse. Roma è troppo bella, unica e maestosa; ella offre, all’occhio del visitatore, bellezze che vanno oltre gli ultimi venti secoli. Allorché i miei amici francesi si pompano (francesismo) per la loro Paris io, semplicemente dico, che Parigi, rispetto a Roma, è come una donna bellissima cui manca una gamba; questa gamba sono i 13 secoli di storia che Parigi non ha. L’antico fascino della città si manifestò e mi avvinse con tutto il suo splendore e per anni ho continuato ad amarla. Oserei quasi dire di aver individuato la fine del mio amore per questa città; ciò coincise con l’acquisto della mia prima vettura, una bellissima Kadet, nel 1964. Da questa data anch’io, come la società moderna, ho cominciato a correre e mi sento di affermare che ancora non mi sono fermato, ciò in piena armonia con la civiltà dei consumi; poi, dal 1966, i miei soggiorni all’estero hanno definitivamente interrotto il feeling che avevo avuto con Roma; non ebbi più il tempo per mantenere questo rapporto, mi auguro tuttavia poterlo, un giorno, riprendere e vi assicuro che ciò sarà a piedi o con autobus, mai in vettura. La mia famiglia in Roma, continuando la tradizione che ci ha sempre caratterizzato, compì un grosso passo avanti raggiungendo, con impegno nel lavoro, costanza e spirito di sacrificio, un apprezzabile stato di benessere. Sia i miei genitori che mia sorella contribuirono a sollevare le sorti economiche della famiglia, tutti seri e grandi lavoratori. Io invece fui destinato agli studi e debbo purtroppo dire di non aver assolto questo compito nella maniera giusta. Raggiunsi è vero il Diploma con votazione finale ottima, ma non ebbi la forza di continuare e qui mi fermai, dopo alcuni esami d’Economia e Commercio a Fontanella Borghese, dedicandomi anch’io a coltivare il vizio di famiglia….. il lavoro. Devo aggiungere che tutta la famiglia Bernardini, cugini inclusi, ha il difetto, se così si può chiamare, del lavoro; osservando gli sforzi e le realizzazioni dei cugini Benito, Italo, Nando – che hanno continuato anch’essi ad applicare le abitudini serie degli zii Francesca, Gemma e Mario mi sento di affermare che, quanto osservato da piccolo in Pitigliano in merito alla nostra famiglia, si è rivelato corretto ed i decenni successivi hanno confermato la fondatezza di queste osservazioni. I vari cugini oggi abitano oltre Pitigliano, anche Roma, Torino, Canada e noi Genova. Con i più purtroppo i contatti, a causa delle grandi distanze, si sono perduti e non posso coltivare, come vorrei, quei rapporti interfamiliari che, ne sono certo, farebbero piacere anche ai miei cugini. Libro Primo – Parte II – Pagina 3 Il periodo trascorso a Roma sviluppò in me un grande amore per lo sport. Da giovane ne praticai alcuni attivi quali il nuoto con l’AS Roma Nuoto alle piscine del Foro Italico, il calcio con la squadra Diavoli Azzurri allenatore Messina. In questa squadra giocavano Bernardini, Fattori, Orsi e De Ferraris, sembrava la nazionale che vinse i campionati del mondo nel 1938; giocavamo in un girone con i giovani della Roma e della Lazio ed in genere le nostre partite si giocavano la domenica mattina; eravamo oggetto di scherno, causa i nostri altisonanti nomi, dai giovani spettatori, tutti amici inoltre; praticai anche la corsa campestre ed ero uno degli atleti di punta della mia scuola l’Istituto Vilfredo Pareto, vicino al Colosseo. Nell’atletica ebbi anche un discreto successo, correvo gli ottanta metri in nove secondi e sette, mentre nel salto in alto superav0 i due metri, stile ventrale. Nel 1961 una sera di novembre, partii da Roma per assolvere il servizio militare in Fossano, in provincia di Cuneo. Dopo oltre 12 ore di tradotta militare arrivammo, già notte e sotto la neve che cadeva, affamati come lupi. Venimmo in lunghe file inquadrati, allo scoperto, e suddivisi per compagnie. Il Maresciallo di servizio m’inquadrò nella terza e fortuna volle che, essendo capace di battere a macchina, fossi assegnato alla fureria. Dall’ufficio potevo vedere i miei compagni addestrarsi, sotto una neve che scendeva quasi tutti i giorni, a diventare soldati. Il nostro Reggimento era il 52° Alpi d’origine Garibaldina ed avevano, soltanto i soldati poiché io ero recluta, la cravatta rossa. In tre fummo assegnati alla fureria e, con gran dispiacere del Capitano Magnanimo Signor Pio (così si chiamava), riuscii a mantenere questo posto, gli altri due, dopo i primi giorni, furono inviati all’addestramento. Quale primo lavoro dovetti scrivere il famoso Ruolino, si trattava in pratica di riportare i dati di tutti gli effettivi della Compagnia su un registro, chiamato appunto Ruolino, indicando i dati anagrafici completi e gli studi. Mi resi conto che almeno il 50% delle reclute provenienti dalla Sardegna e dall’Italia meridionale erano analfabeti. A quel tempo la civiltà dei consumi era agli albori, la televisione aveva iniziato le trasmissioni da appena un lustro, quindi il periodo passato sotto la leva militare poteva veramente servire a conoscersi tra italiani, non esisteva altro modo, non si viaggiava come oggi. Un aspetto senz’altro importante del servizio militare fu l’uniformità cui i superiori tendevano a portare tutti i soldati, di qualunque estrazione sociale fossero. Quando si cerca di uniformare un gruppo di persone di cultura e abitudini diverse ciò non può accadere che verso il basso, se uno è capace deve scendere per apparire uguale all’altro che ha cultura ed esperienze inferiori. Con franchezza devo riconoscere che il periodo passato da militare non ha certo arricchito le mie conoscenze nel lavoro, tuttavia ho sempre avuto la certezza che questo periodo sia servito, ed anche parecchio, a conoscere gli uomini, nel suo modo di comportarsi soprattutto. Libro Primo – Parte II – Pagina 4 Scuola A Roma passai dal Corso d’Avviamento, in cui mi ero iscritto a Pitigliano, alle scuole medie, in Via Col di Lana, vicino Piazza Mazzini, ottenendo in un anno il passaggio alle superiori. Quindi all’età di 15 anni m’iscrissi all’Istituto Vilfredo Pareto vicino al Colosseo, scuola di ragioneria, ove restai per tre anni; continuai il corso al Maffeo Pantaloni, vicino piazza del Popolo, per due anni e terminai l’anno successivo al Ferraris, istituto privato in piazza di Spagna. Durante tutta la vita sono stato molto critico verso un buon numero di professori che ho incontrato. La maggior parte degli stessi non aveva nessun metodo per seguire con cura i ragazzi. Ebbi sempre l’impressione che facessero lezione e basta, se i giovani avevano capito bene, altrimenti peggio per loro. Furono poche le eccezioni. Ricordo che un aspetto molto negativo era rappresentato dal rinvio degli allievi, per alcune materie, agli esami di settembre; qui avveniva un fenomeno consolidato: gli allievi della classe A, rimandati, andavano a prendere lezioni dal professore della classe B, mentre quelli di quest’ultima andavano quasi tutti dal prof. della classe A. Scambio di favori si chiamava questo andazzo. Debbo tuttavia escludere da questo sistema negativo il comportamento dei professori dell’Istituto privato Ferraris quivi, forse perché si pagava la retta scolastica, notai un vero interesse dei prof. a seguire l’allievo. I più deboli o fannulloni erano spinti al massimo verso risultati positivi. Detti gli esami di Stato, quali privato, al Leonardo da Vinci ed ebbi un risultato ottimo ottenendo tutti sette e qualche otto; venni anche citato, nel bollettino del Ferrarsi, per aver ottenuto il miglior risultato tra tutti i privati che si presentarono, in quell’anno, agli esami di Stato in Roma. Consegnai il compito di matematica in appena venti minuti, utilizzando soltanto il foglio chiamato < di brutta >, era così ben fatto che non ritenei opportuno riportare il lavoro sul foglio < di bella >. Alla consegna del compito il prof., vedendo il primo foglio presentato in bianco, mi consigliò di provare e continuare avendo ancora due ore e mezza a disposizione. Gli mostrai il compito terminato e rimase di sale, il risultato era corretto. Gli allievi studiosi erano, a Roma, chiamati secchioni. Non appartenei mai a questa categoria. Al contrario invece ero un vero sfaccendato, i miei interessi per l’Urbe e i libri (non di scuola) destavano in me molto più interesse dello studio scolastico. Libro I – Parte II, pagina 5 Ciò nonostante ricordo ancora perfettamente quanto studiato a scuola ed in modo particolare: Letteratura, Merceologia, Matematica Finanziaria, Geografia Economica, Storia (soprattutto il Medioevo). In fondo pur essendo uno studente apparentemente poco interessato, appresi e ritenei moltissimo dagli insegnamenti scolastici. Alla Facoltà d’Economia e Commercio invece, dopo alcuni esami, lascia correre. Partii per il servizio militare e non ripresi più, con gran disappunto dei miei genitori. Occorre tenere presente che nel 1963, al rientro dal servizio militare, trovai subito un’occupazione quindi a mia scelta una seconda poi una terza in Pakistan. In fondo in quel periodo non mancava il lavoro per i giovani, quelli volenterosi potevano addirittura scegliere l’attività di loro interesse; occorreva solo essere pronti a correre il rischio conseguente ad ogni cambio d’attività, aggiungerci uno sforzo adeguato e spirito d’iniziativa. Sembra facile, ma così in pratica non è; il genere umano preferisce sedersi sul tranquillo tran-tran, lavoro sicuro, il famoso posto fisso per intenderci, lasciando alla categoria degli Ulisse il compito di <andare avanti > correre dei rischi, raggiungere risultati che i pigri non otterrebbero mai salvo poi rodersi ed manifestare forte gelosia, poche volte ammirazione. Così va il mondo. La mia prima attività la svolsi presso l’Istituto Case Popolari ed Economiche del Comune di Roma in Via Gioberti nr 54. Vi racconto come andavano le cose nel 1963. L’Istituto doveva assegnare ai dipendenti del Comune venti appartamenti liberi, affittati a prezzi di miseria. Il sottoscritto fu incaricato di redigere la graduatoria a punteggio sulla base delle informazioni fornite nelle domande presentate dai singoli richiedenti. Predisposi una lista di trenta famiglie che avevano il risultato più elevato ed erano meritevoli d’assegnazione. Feci controllare i dati forniti dai Vigili Urbani di Roma, i famosi Pizzardoni, e quindi feci convocare il Consiglio d’Amministrazione cui fui presente per ufficializzare le assegnazioni. I Consiglieri erano tutti politici e sindacalisti del Comune di Roma; consegnai agli stessi la mia lista con l’elenco dei venti aventi diritto e relativo punteggio. Il risultato fu sorprendente. Ottenni una nota di merito dal Consiglio che produsse anche un aumento di stipendio, ebbi anche mille complimenti per il lavoro ben fatto; Libro Primo – Parte II – Pagina 6 tuttavia dei venti appartamenti, soltanto tre furono assegnati agli aventi diritto, gli altri 17 vennero dati, dai Consiglieri, ad < amici della parrochietta > (avrebbe detto Alberto Sordi). Nel 1965 lasciai l’Istituto Case del Comune e fui assunto dall’Astaldi Estero, Via Po 9 in Roma. Lo stipendio iniziale era inferiore al precedente, ma vidi nella nuova occupazione la possibilità di lanciarmi su un lavoro che mi lasciava intravedere orizzonti più ampi ed inoltre mi faceva uscire da un ambiente, quello del Comune di Roma, ove il mio carattere non mi avrebbe mai permesso di vivere. Quasi tutti i dipendenti, una quindicina, era gente assunta per meriti politici; alcuni erano intellettualmente cotti e professionalmente impreparati. Un’importante mole di lavoro si spostò sul mio tavolo non tanto per pigrizia degli altri dipendenti, quanto per incapacità degli stessi ad evaderlo nella maniera corretta. In due anni di permanenza all’Istituto il mio stipendio raddoppiò fui il primo ad essere assunto “in pianta stabile”, come si diceva all’epoca, con regolare contratto di lavoro con l’Istituto. Ero sulla strada giusta per una buona carriera, tuttavia non mi accontentai della certezza che questo lavoro mi assicurava, pensai di poter ottenere di più ed accettai quindi di correre il rischio di lasciare “il posto fisso” e gettarmi nel rischio del lavoro privato. All’Istituto apprezzai soltanto due persone: il Direttore Nicoletti, un vecchio che aveva una buona preparazione di lavoro acquisita in banca (tuttavia venne sempre bloccato dal Presidente, Democristiano, e dal resto del CdA, (quasi tutti sindacalisti comunisti) e la signora Piccioni, ella era il mio capo ufficio. All’Astaldi Estero trovai un ambiente ideale per il mio carattere. Società privata con personale altamente qualificato che mirava ad ottenere risultati pratici. Apprezzai credo tutte le persone che operavano nei vari servizi ed appresi i canoni di conduzione aziendale per i quali ho sempre ringraziato questa Società. Venni adibito all’ufficio export e trasporti aerei e marittimi ed ebbi, quale capo ufficio, una signorina un po’ avanti negli anni – Nella Albanese – molto capace e pignola al massimo; mi impose l’amore per la precisione sul lavoro, la chiarezza nei rapporti con fornitori e clienti, mi aiutò a sviluppare la certezza delle mie capacità nonché la correttezza nel mio comportamento. Debbo ringraziarla per sempre. Libro Primo – Parte II – Pagina 7 Non so se ai giorni nostri esiste ancora gente come la Nella che curava, nei suoi collaboratori, non solo la qualità del lavoro, ma anche il carattere, lo plasmava e ne faceva delle persone responsabili. E’ vero che era necessario che il giovine fosse pronto ad accettare questi insegnamenti pur tuttavia fu, secondo me, una grande insegnate di vita e di comportamento sul lavoro. Ho cercato, nell’arco della mia vita, di applicare, in tutte le società ove ho lavorato e con tutti i miei collaboratori, spesso con successo, altre volte ottenendo scarsi risultati, i principi da me acquisiti all’Astaldi. Qui a Roma, nel 1964, conobbi Mary con cui restammo fidanzati sino al 1967, anno in cui ci sposammo in Inghilterra. Stiamo insieme da oltre 40 anni. Abbiamo vissuto tutto questo lungo tempo in quasi perfetta sintonia, litigando sovente, ma l’amore tra noi, per la famiglia ed i due figli hanno fatto volare il tempo. Liti a non finire ma il detto che “ amore non è bello se non è stuzzicarello “ ha prevalso sulle inevitabili incomprensioni e discussioni. In fondo Mary ha dato un apporto importante alla nostra vita ed ha rappresentato un complemento determinante apportando una sensibilità che a me è troppo spesso mancata. Completerò il quadro familiare nella parte “Genova” Come già annunciato sopra all’Astaldi Estero stavo imparando moltissimo. Giovine di 26 anni, mi sentivo un leone e già immaginavo un futuro bello, tutto da cogliere. Dopo due anni di presenza ero pronto a lasciare la Società per acquisire nuove esperienze essendo disponibile ad affrontare ogni sforzo e rischio per completare la mia formazione e “per andare avanti”. Non ve ne fu bisogno perché l’Astaldi stessa mi propose di andare in uno dei suoi cantieri in Pakistan. Accettai di buon grado e quivi iniziò il mio volo verso l’ottenimento di risultati ai quali avevo mirato sin dall’inizio della mia attività lavorativa, inoltre ero particolarmente interessato ad apprendere l’inglese. Al rientro dal Pakistan, richiamato dal management dell’Astaldi, lavorai per tre anni alla IBA (Interbureau d’Achats) di Roma e ritrovai, quale direttrice, la Nella Albanese, mio vecchio capo ufficio all’Astaldi ne fui felicissimo. La Società aveva bisogno di sviluppare un ufficio export e la Nella volle affidare questo incarico al sottoscritto ed i soci, che erano poi i grandi capi dell’Astaldi, accettarono. Venni assunto e nominato procuratore per tutte le attività all’estero, incluse alcune filiali aperte in Africa. Libro Primo – Parte II – Pagina 8 In Italia in quel periodo, eravamo negli anni 1968/1971, l’economia tirava bene. La IBA, con base finanziaria in Svizzera, era una società che poteva mettere a disposizione dei produttori italiani sia una forte e seria struttura finanziaria, che una competente organizzazione per l’export di prodotti, soprattutto in Africa. I risultati furono molto buoni. All’export di Merci e Servizi aggiungemmo anche un Servizio di trasporti marittimi. Potemmo quindi mettere a disposizione dei produttori italiani tre elementi determinati per lo sviluppo delle loro attività che come noto sono: Servizi finanziari / Export / Trasporti mare. L’esperienza che ne ricavai fu di grandissima importanza per il mio futuro. Ciò fu tanto vero che nel 1971, come un giocatore di calcio, fui ceduto (è il caso di usare il verbo cedere) alla Linea Trasmare di Genova. Il vantaggio per le tre parti fu molto importante: la IBA ebbe l’Agenzia Generale della Trasmare nel centro Italia, con grossi vantaggi economici; il sottoscritto poté prendere il volo verso una nuova attività in Africa, ove fui subito destinato, che avrebbe completato il mio curriculum e lo avrebbe arricchito di nuove esperienze di lavoro e conoscenze, anche linguistiche, (francese); la Trasmare poté beneficiare di un collaboratore da essi ben conosciuto e di cui si fidavano. Il rischio maggiore lo corse il sottoscritto, avevo una moglie e due ragazzi, 3anni Daniela e 18 mesi Massimo, ed accettai un contratto in prova di sei mesi. Le prospettive erano buone e corsi il rischio, col consenso di mia moglie Mary, sicuro di poter “andare avanti” Alla fine della favola chi perse in questa “cessione” fu la IBA. Essi avevano preso un importante contratto, tuttavia non furono in grado di gestirlo per mancanza di personale qualificato; non trovarono nessuno per sostituirmi. La Nella venne anche in Africa per convincermi a ritornare alla IBA, mi fece ponti d’oro, mi scrisse anche una bella lettera che tengo ancora; non accettai. Il pulcino che essa aveva pasciuto ed imbeccato aveva messo le ali ed era ora in condizione di volare da solo. Mary fu d’accordo. Purtroppo la Nella è venuta meno nel 1973. Ne ho tuttora un ricordo bellissimo e ad essa va, come già detto, un imperituro pensiero di ringraziamento. Libro Primo – Parte II – Pagina 9 Il lungo periodo trascorso a Roma lo posso considerare molto positivo e felice. Facevo parte di una famiglia che mi ha dato tante soddisfazioni, amore ed una grossa solidarietà interna che mi faceva sentire sereno senza tema alcuna per il futuro. Mio padre, mia madre e mia sorella Vilma erano sempre presenti e questo loro costante affetto mi ha aiutato moltissimo a crescere con sani principi e con certezze mai venute meno durante i decenni successivo della mia vita. Carattere dei romani: Tra tutte le genti che ho conosciuto, in varie parti del mondo, penso che la popolazione di Roma abbia uno dei migliori caratteri. Forgiato da una storia millenaria che è di apertura totale verso il forestiero, convinti di aver una superiorità su tutti, simpatia ed una certa arguzia ne fanno degli ottimi compagni di strada. Da giovine mi sentivo anch’io un po’ romano e ne parlavo il dialetto poi, col passare degli anni ed il riaffiorare naturale del toscano nel mio linguaggio, tutto ciò è venut meno; mi rimane ancora un fortissimo attaccamento alla Magica Roma. Un solo difetto credo di aver riscontrato, ma solamente nel linguaggio dei giovani di bassa cultura allorché, spinti dalle loro origine e forti delle loro certezze, eccedono nel parlare il dialetto romano, quando sono fuori Urbe e con gente di diversa estrazione culturale, essi non si rendono conto che l’educazione impone, alle volte, comportamenti diversi e più consoni all’ambiente in cui ci si trova. Essi credono che, dimostrando con forza dialettica l’origine romana, la gente non si rende conto che sono ignoranti. Scherzando con questi giovani io li chiamo sempre “burini romani” sapendo bene che questa espressione li offende a morte. Spero tuttavia far loro comprendere che non è certo il dialetto spinto che li innalza, culturalmente, di un solo millimetro LIBRO PRIMO - Parte Terza PAKISTAN dal maggio 1966 al marzo 1968 Un giorno nel mese di maggio 1966, avevo appena compiuto 26 anni, in piena stagione dei monsoni, dopo un volo di almeno 36 ore, arrivai a Karachi da Roma con un aereo della PIA (Pakistan International Airways). Poco dopo il decollo da Roma Fiumicino, eravamo già usciti dallo spazio aereo italiano e ci si stava avvicinando al Libano, uno dei quattro motori dell’aereo prese fuoco, il dispositivo “fire stop”, già esistente su quegli aerei, bloccò l’afflusso del carburante al motore e ci permise di arrivare a Beyrouth con un atterraggio d’emergenza unito a molta paura ma, come si dice, tutto terminò bene. Approfittai dell’occasione per visitare Beyrouth, ove restammo per oltre 24 ore. La Svizzera del Medio Oriente, così si chiamava il Libano a quel tempo, era un Paese magnifico e rivederla a fine 1900 mi ha fatto una pena indicibile pensando quanto male possa produrre l’uomo, soprattutto se spinto da rivendicazioni religiose o territoriali (leggi Libro Islam). Fu il mio secondo viaggio aereo, il primo lo effettuai pochi mesi prima nel tratto Roma/Londra con l’Egypt Airline. Atterrammo a Karachi verso le 16.00 di un pomeriggio e, scendendo la scaletta da poppa dell’aereo, fui investito da un’aria calda; pensai si trattasse del caldo sprigionato dai motori, non avrei mai immaginato che fosse il normale vento dei monsoni impregnato di un’umidità che rasentava il 100%. Aspettammo circa due ore quindi ripartimmo, con altro volo della PIA, eravamo tre giovani italiani, per Lahore arrivando di sera distrutti. Il giorno successivo passammo la mattinata visitando Lahore, città enorme, con la più gran moschea, per quel tempo, del mondo mussulmano, che visitammo a piedi scalzi. Partimmo nel primo pomeriggio per la nostra destinazione finale che era Mandi Bahauddin, nel distretto di Gujarat a circa 500 km a nord-est di Lahore, vicina ad Islamabad, la nuova capitale del Pakistan ancora in costruzione, ed a circa 150 km da Rawalpindi. Da Lahore al cantiere la vettura impiegò circa sei ore e furono sei ore di sofferenza, fame e sete, era disponibile soltanto la Coca Cola ed il Seven Up, nei vari e coloriti locali di vendita che trovammo lungo quelle strade sconnesse, ove si guidava a sinistra, come in Inghilterra; notai subito che le vetture che ci stavano davanti per segnalarci che potevamo sorpassarle mettevano il lampeggiante, quando lo avevano, sulla destra (il contrario di quanto si faceva in Italia). In Pakistan ottenni anche la patente di guida locale, avevo già quella italiana, ed imparai a memoria le regole fisse, trascritte sulla patente, da utilizzare ad ogni incrocio per segnalare la propria direzione che erano poi semplicissime. “ All’incrocio tirare fuori il braccio dalla vettura quindi: Libro I – Parte III – pagina 2 • Ruotare la mano, col dito indice alzato, in senso antiorario se si desidera curvare a sinistra. • Ruotare la mano, col dito indice alzato, in senso orario se si desidera curvare a destra. • Muovere l’avambraccio insieme alla mano in senso longitudinale alla vettura per andare dritti. Tutto molto semplice come di vede. Dromedari ed asini erano i re delle strade, sia in città sia fuori, era quindi pericoloso guidare in quel Paese. Mi dovetti abituare alla guida, pur avendo un autista a disposizione, soprattutto per gli spostamenti serali, e sfruttando tutta la prudenza di cui potevo disporre non ebbi mai, per fortuna, incidenti. Dall’Astaldi di Roma ero stato trasferito in uno dei loro cantieri all’estero, nel mio caso in Pakistan. Come detto arrivammo in tre, tutti giovani. In quel periodo le imprese italiane andavano per la maggiore nel mondo in qualità di Contractors per grandi opere quali dighe, strade, ponti, canali ecc. Con me viaggiò Luzio, giovane ben preparato nell’amministrazione, divenne in futuro uno dei direttori amministrativi della Cogefar di Milano; Iannelli, ragioniere, fece fortuna, sempre con l’Astaldi, in vari cantieri nel modo ed il sottoscritto, che aveva già avuto un’esperienza nell’Ufficio Logistica ed acquisto merci a Roma della Astaldi, questa società era uno dei due soci della Sidmail Joint Venture. Per un periodo di circa sei mesi fui destinato all’ufficio acquisti merci estere di Mandi Bahauddin e, successivamente, all’ufficio di Karachi per lo sdoganamento e spedizione delle merci e materiali in cantiere che distava circa mille miglia. L’impresa che mi assunse era la Cogefar Astaldi Sidmail Joint Venture, società di diritto Pakistano in cui i soci erano la Cogefar di Milano e l’Astaldi Estero di Roma, da cui fui assunto. Lo stipendio netto mensile era di lire 400.000; tenere presente che quando lasciai l’Astaldi percepivo uno stipendio netto di 125.000 lire, inoltre ci era corrisposto un pocket money di 750 rupie mensili, sufficienti per le piccole spese tenuto conto che il Commissary (mensa) era gratuito per gli scapoli. La società stava costruendo una canale ed una diga facenti parte del grande progetto W.A.P.D.A. (Water and Power Development Authority) Nel 1947, allorché India e Pakistan furono separate in due stati autonomi, a maggioranza induista il primo e mussulmano il secondo, dall’ex Paese coloniale Gran Bretagna, fu stabilito che il corso del grande fiume Indus, che nasce in India, entra in Pakistan per bagnare le Libro I Parte III, pagina 3 terre del nord – est, quindi ritorna in India non lontano da Lahore, dovesse restare per tutto il suo corso in territorio indiano. Al fine di portare acqua nelle zone rese aride dalla deviazione dell’Indus, la Banca Mondiale mise a disposizione importanti fondi per sviluppare il progetto WAPDA che terminò con la costruzione di un’enorme diga in terra battuta, ai piedi dell’Himalaya, chiamata Tarbela e costruita dall’Impregilo. Vivevamo in un Campus molto ben organizzato con piccole camere + doccia per gli scapoli, nonché belle villette per coloro che avevano portato la famiglia. Eravamo circa 100 italiani oltre ad americani, inglesi della Direzione Lavori, irlandesi ed alcuni dirigenti pakistani della WAPDA. Il medico del Campus era un genovese, Dott Farnocchia, che ritrovai in seguito in Cameroun. Non riuscii a dormire per 3-4 notti, caldo ed umidità erano insopportabili; il condizionatore con cui era equipaggiata la mia cameretta girava regolarmente, mi accorsi poi che funzionava soltanto il ventilatore, mentre la climatizzazione era guasta! Non avevo mai visto né utilizzato prima un condizionatore d’aria, Ogni quattro camerette per scapoli avevamo un boy; ebbi subito un attrito col mio al quale diedi delle scarpe di pelle di porco da pulire, le avevo acquistate in UK; appena questi vide la figura del maiale all’interno delle scarpe, apriti cielo, per poco non me le tirava, pur essendo molto rispettoso; era un credente mussulmano. Nel pomeriggio, di un giorno appena arrivato, me ne stavo in piscina a nuotare insieme ad un giovane trentino biondissimo e parlavamo d’argomenti di lavoro. Arrivarono due giovani americane e dopo il saluto di rito iniziò una strana conversazione in cui le due giovani non vollero credere che il mio amico fosse italiano, affermarono che non erano a conoscenza che gli italiani potessero essere anche biondi, ci vedevano tutti bassi, scuri di pelle, neri di capelli ed inoltre anche mafiosi, ladri, inaffidabili. Questo stereotipo di come gli italiani fossero visti all’estero, mi ha accompagnato per sempre. Purtroppo eravamo così per americani, tedeschi, francesi, ho notato che soltanto gli inglesi, dall’alto del loro fair play, non mi hanno mai trasmesso questa sensazione. Debbo dire, senza tema di smentita, che la vita politica e sociale italiana, soprattutto negli anni ’70 ed 80’ ha avvalorato per inefficienza ed altro la conferma dello stereotipo dell’italiano. Ciò ha prodotto degli evidenti danni d’immagine all’Italia all’estero che poteva uscire da questo tipo di considerazione soltanto individualmente Libro I – Parte III – pagina 4 e dopo aver fornito prova di correttezza e capacità. Un tedesco per esempio era, al contrario di noi, subito considerato come un operatore serio, salvo dimostrasse essere un imbroglione; per l’italiano tutto era diverso ed opposto. L’emigrazione italiana degli inizi secolo XX, e quella immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ha avvalorato, nei Paesi esteri, queste impressioni. Tra l’altro ciò fu spesso un argomento di discussione nelle varie cene cui ero invitato e, a parte il cattivo gusto di coloro che le iniziavano alla mia presenza, io credo essermela cavata, nel mondo, abbastanza bene nel contestare la tesi, soprattutto poiché avevo notato che chi iniziava questo argomento di discussione da salotto era, per lo più un sottosviluppato culturale o, come minimo, un cafone ed ignorante. Ritorniamo in Pakistan ove il lavoro procedeva bene, molto intenso è vero, però si lavorava con soddisfazione, almeno dieci ore il giorno, sabato e domenica mattina inclusi. Ero giovane e quindi non ero toccato da problemi ad alto livello, che esistevano beninteso. Tra l’altro, cosa grave, si diceva tra i tecnici specializzati e noi giovani, che la Direzione Lavori, affidata per la diga ad americani, non fosse per niente soddisfatta della qualità del lavoro dei nostri tecnici posta nella costruzione della diga. Alla lunga queste inevitabili odiose chiacchiere si rilevarono infondate poiché i lavori venero consegnati prima del tempo previsto e regolarmente collaudati ed accettati dalla D.L. stessa e dalla WAPDA, ente appaltante. Inoltre ci fu affidata la costruzione di una highways di circa 90 miglia tra Karachi, la vecchia capitale e Hyderabad. Passavamo il tempo libero giocando a carte alla mensa, ascoltando musica con registratori che alcuni di noi avevano portato oppure effettuando battute di caccia notturne alla lepre o al cinghiale. Un sabato sera uscimmo con la nostra Land Rover pick up, munita di un faro potente alla cui vista la lepre restava immobilizzata per qualche attimo permettendoci di sparare ed ucciderla; ne catturammo una ventina insieme ad un cinghiale di circa 30 chilogrammi. Al rientro al campus, in piena notte, svegliammo i cuochi pakistani ed alcuni, non mussulmani, ci aiutarono a preparare le salcicce. Ne facemmo circa 10 chili, oltre ad alcuni pezzi di cinghiale ben pronti per il fuoco o il forno uno dei quali lo demmo ad una famiglia d’inglesi che s’impegnò a cucinarlo per noi scapoli; quindi era l’alba quando, stanchissimi ma soddisfatti, rientrammo nelle nostre camerette. I cuochi ebbero ordine da noi giovani di preparare le salcicce arrosto per il pranzo della domenica, già iniziata, non avevamo possibilità di conservazione. Verso le 12.30 arrivai in mensa pregustando, non solo le salcicce, ma anche la faccia felicemente Libro I – Parte III – pagina 5 sorpresa degli altri amici che avrebbero partecipato con noi al banchetto. La sorpresa, brutta, l’ebbi io giacché il medico del Campus, il genovese Dott Farnocchia, aveva disposto la distruzione, per motivi igienici, sia delle salcicce sia degli altri pezzi di cinghiale predisposti per il forno o l’arrosto. Fu inutile dirgli, in ciò coadiuvati da tutti gli scapoli, che il <nostro> giovane cinghiale non poteva avere la tubercolosi o il tenia (vermi), fu irremovibile e, forse, ci salvò la salute, ma certamente ci causò un immenso dispiacere. Si salvò invece dalla distruzione il coscio che avevo dato agli inglesi ed aspettai quindi con ansia di essere chiamato per gustare questa leccornia la vedevo ancora più buona, perché unica. Ciò avvenne il martedì successivo per la cena. In tre, i soliti amici, fummo invitati ed arrivammo puntualissimi ed affamati al rendez-vous. Incredibile! Osservammo il nostro coscio che stava bollendo in un pentolone pieno d’acqua, solo, non era accompagnato nemmeno con una cipolla d’insaporimento. Ci fu servito intiero e noi ci preoccupammo di tagliarlo in pezzi sulla tavola da pranzo. Dopo averlo gustato rimpiansi che il Dott Farnocchia non avesse sequestrato anche questo pezzo. Insipido, senza accompagnamento, stopposo, immangiabile, così ci fu servito il nostro coscio. Lasciammo gli amici inglesi con più fame e disappunto di quando eravamo entrati in casa loro. Da quel giorno non mi sono mai più fidato, nel mio peregrinare per il mondo, degli inviti a cena da parte degl’inglesi e penso di aver fatto bene poiché l’arte della buona cucina non è certo una specialità di quel popolo. I rapporti con i pakistani erano soddisfacenti, l’estremismo e fondamentalismo islamico non aveva ancora messo le radici, quindi potemmo vivere e lavorare tranquilli. Vorrei, per inciso, ricordare ai <buonisti> moderni, ed a coloro che accusano il mondo occidentale di aver sfruttato i popoli poveri che, in Pakistan, abbiamo portato l’acqua gratis poiché pagata dalla Banca Mondiale, che ha potuto rendere abitabile una zona molto ampia abitata da alcune decine di milioni di pakistani. Tra l’altro abbiamo completato questa perfetta opera d’ingegneria idraulica in una zona, ai piedi dell’Himalaya, ove si suppone oggi si nasconda Bin Laden. Opere di tal fatta sono, nel mondo, migliaia, eseguite dai paesi occidentali, moltissime gratis, oppure che hanno potuto beneficiare d’importanti sostegni finanziari a Fondo Perduto; dovevano servire a creare le strutture tecniche necessarie per lo sviluppo di questi popoli (acqua, corrente elettrica, comunicazioni ecc); tutto ciò è avvenuto durante gli anni ’60 - 70’ - 80’. Il mondo occidentale ha fatto molto, poi .. la stasi. I Paesi sottosviluppati (che i nostri buonisti hanno poi chiamato < Paesi in via di sviluppo > ) Libro I – Parte III – pagina 6 non hanno continuato, a casa loro, l’opera da noi intrapresa, si sono fermati per un insieme di motivi che esporrò meglio nel Libro “Economia” La colpa beninteso è del mondo occidentale che ha sfruttato i popoli poveri (ci ritornerò ampiamente su questo punto). Durante il campionato mondiale di calcio in UK nel 1966, ero appena arrivato in Pakistan e stavamo ascoltando, in una quindicina, la partita Italia – Corea. Avevamo a disposizione una potente radio. Tuttavia nessuno riuscì a ricevere la radio italiana ed ignorammo il risultato sino a che alcuni colleghi francesi, tramite France Inter, non ci comunicarono la brutta notizia della sconfitta della squadra azzurra. La radio italiana, irricevibile, da ogni parte dell’Asia e dell’Africa fu sempre un mio cruccio e di ciò ho sempre ringraziato l’inefficienza ed il menefreghismo della politica italiana verso i milioni dei emigranti all’estero. Quando poi era la buonanima di Sandro Ciotti a parlare, benché in modo forbito, l’ascolto era impossibile, si riceveva soltanto rumori assimilabili al gracchiar delle cornacchie. Mi spiace questa asserzione verso un giornalista che ho sempre stimato, oggi purtroppo venuto meno ma, semplicemente, non dovevano fargli trasmettere le partite via radio; io ho sopportato la sua incredibile voce atona per decenni e speravo sempre non trasmettesse le partite della Roma, di cui sono tifoso. Il clima in Pakistan non è per nulla piacevole. Grandi piogge durante la stagione dei monsoni (maggio-agosto), quindi siccità, caldo afoso ed umido per il resto dell’anno, tollerabile soltanto nel periodo gennaio/febbraio. Operare sempre con la camicia appiccicata alla pelle era duro. Nel gennaio del 1967, in quattro scapoli, decidemmo di andare a passare quindici giorni di ferie in Afganistan. Pensai che occorresse profittare della mia presenza in quella parte del mondo, ove probabilmente non sarei mai più ritornato, per conoscerla meglio. Il viaggio fu pauroso. Raggiungemmo in Land Rover da Mandi Bahauddin l’aeroporto di Peshawar, ai piedi dell’Himalaya, ove prendemmo un Fokker 27, trattasi di piccolo aereo ad elica con due motori, dell’Ariana, Linee Aeree Afgane, che in 45 minuti atterrò a Kabul. La rotta dell’aereo percorreva in senso sud-nord la famosa gola del Kayber Pass. Al decollo la temperatura, benché fossimo in gennaio, era intorno ai 27 gradi; all’arrivo a Kabul invece trovammo meno 10. Un imponente vento nord-sud percorreva la gola del Kayber Pass, vedevamo ai lati dell’aereo le imponenti montagne che sovrastavano la linea di navigazione dell’aereo, rabbiose e potenti raffiche di vento colpivano il Fokker che tremava e barcollava, sembrava di Libro I – Parte III – pagina 7 essere su una nave in piena tempesta; è stato il peggiore viaggio aereo da me effettuato, la paura era tanta e non riuscii a bere il caffè offertoci dalle Hostess poiché il tremolio della mano e la paura, me lo faceva versare sull’abito. Tuttavia giungemmo a Kabul sani e salvi, fine mattinata di un venerdì. Fissammo un modestissimo albergo e noleggiammo una Land Rover, nel pomeriggio stesso iniziammo a girare per la città, senza autista. Era poca la differenza tra Kabul ed il Pakistan, stessi odori forti e persistenti, stessi mercati che offrivano poco per un occidentale, stesso abbigliamento sia per uomini sia per donne (pochissime per strada e quasi tutte con Burka). Kabul è situata in una conca e circondata da montagne imponenti e coperte di neve, il paesaggio era emozionante, pur mancando di vegetazione e soprattutto d’alberi. A quel tempo l’Afganistan era governato dalla famiglia reale, ancora Breznev non lo aveva invaso e l’Islam non ne aveva fatto un luogo d’addestramento militare per i seguaci di Bin Laden. L’accoglienza in ogni dove era più che cordiale, sempre tesa tuttavia, da parte dei locali, a spillarci dei soldi, era sufficiente parlare e arrivava inevitabilmente la richiesta di soldi. Vi eravamo abituati in Pakistan quindi non ci faceva alcun effetto. La nostra più grande occupazione fu di rinviare tutte le sere i ruffiani che ci proponevano le baby. Poteva essere pericoloso e quindi avevamo deciso di restare candidi. E’ incredibile osservare, come in un Paese islamico, l’offerta di baby fosse tanto alta. La sera stessa andammo a cenare in un ristorante ed ordinammo montone con curry e riso bollito; piatto tipico di quel Paese. Quattro giovani italiani in un ristorante all’estero non possono che essere rumorosi, è la nostra caratteristica nazionale il parlare ad alta voce. Durante la cena fummo avvicinati da un uomo basso e vestito di scuro, era un sacerdote, Padre Angelo ci salutava, avendo sentito che eravamo italiani. Insieme a lui c’era uno dei nipoti del Re Zahir Sha, un bel giovane, magro e d’elegante aspetto li invitammo al nostro tavolo e cenammo insieme. Fu un incontro molto interessante. Padre Angelo era l’unico sacerdote cattolico in Pakistan. Stava presso l’Ambasciata Italiana e aveva lo status di diplomatico; ci raccontò che officiava Messa la domenica, presso l’Ambasciata, per tutti i cristiani: cattolici, anglicani, protestanti giacché non era permessa la presenza di preti nel Paese. C’invitò anche a mangiare spaghetti in Ambasciata, cosa questa che fu molto gradita a noi tutti. Libro I – Parte III – pagina 8 Egli operava tra mille difficoltà e controlli. Nonostante la famiglia reale avesse degli ottimi rapporti con l’Italia, Don Angelo non poteva lasciare Kabul gli era vietato andare all’interno del Paese per tema che facesse proselitismo. Una ventina d’anni dopo quest’incontro ho letto sul settimanale Oggi un articolo su Don Angelo, era ancora in Afganistan, era sopravvissuto alla guerra contro il comunismo e continuava a dire Messa per i Cristiani. Cosa ne sia stato dopo non posso saperlo ma sicuramente con l’avvento dell’islam fondamentalista ed integralista in quel Paese sarà dovuto rientrare in Italia oppure scappare. Don Angelo ha sempre rappresentato per il sottoscritto il meglio che i sacerdoti cattolici, con le loro azioni nel mondo, hanno fatto per tenere acceso il faro della nostra religione e civiltà. Ho incontrato molti altri missionari all’estero dei quali ho ammirato lo sforzo e le condizioni di dura vita in cui operavano tra i quali Don Giovanni d’Ercole, ora sta al Don Orione di Roma ed appare spesso in TV, il quale ci disse, in un’occasione in cui doveva far costruire una scuola a Gran Bassan, vecchia capitale della Costa d’Avorio, che aveva bisogno del nostro concorso economico poiché < il suo Datore di Lavoro non lo pagava mai >; riuscì nella sua impresa. Anche a Mandi Bahauddin ho incontrato altri missionari che venivano la domenica a celebrare Messa al nostro villaggio, distante circa 200 Km dalla Missione, e potevano così raggranellare qualche rupia per sostentarsi. La loro vita era grama e solo un’immensa Fede poteva mantenerli in quei luoghi. Gli incontri con i Missionari, e l’apprezzamento che sempre ho avuto per la loro Missione, mi hanno spinto per tutta la vita a sostenerli con ogni mezzo, anche economico. Il nipote del re fu anch’esso particolarmente fair e cortese nei nostri confronti, parlava un italiano perfetto, soltanto era una lingua che da noi si usava agl’inizi del secolo XX, ci dava del voi. Ho compreso in seguito i motivi. La famiglia reale Afgana, per tradizione, era istruita, nella pratica regale, dai Savoia; quindi tutti i membri passavano dei lunghi periodi in Italia. C’invitò a colazione alla reggia e potemmo gustare delle vere leccornie preparate dai cuochi del re, presente anch’esso alla colazione. Il re c’invitò ad una battuta di caccia a cavallo nelle sue riserve per il mercoledì successivo. Terrore! Nessuno mai di noi quattro era salito su un cavallo. Con i miei amici ci scambiammo sguardi molto preoccupati e nessuno di noi osava aprir bocca. Trovai io credo la soluzione, senza offendere il re spero, affermai che per quella giornata avevamo già programmato una visita, fuori Kabul, alle bellezze archeologiche afgane, incluse le statue del Buddha (quelle oggi distrutte dai Libro I – Parte III – pagina 9 talebani d’Omar e Bin Laden). Al che Sua Maestà apprezzò la nostra scelta, forse egli capì anche che era meglio per tutti che ci dessimo all’archeologia. Andammo effettivamente in Land Rover a visitare i tre Buddha nonché le montagne intorno a Kabul. Su piste sterrate ci arrampicammo ove solo i cammelli e la Land Rover potevano andare ed apprezzammo molto le ricerche d’archeologia fatte dall’Università di Pisa. Acquistai anche dei libri in italiano ed inglese scritti dai nostri ricercatori pisani che avevano stima da parte di tutta la popolazione erudita del Paese. I tre Buddha erano imponenti, anche se freddi; scavati nella roccia viva all’epoca di Gengis Kan sono stati per secoli a dimostrare la grandezza del dio cinese; gli integralisti islamici li hanno distrutti col tritolo; questa gente, e lo dico per chi non ci crede ancora, con la stessa facilità con cui hanno distrutti i Buddha distruggerebbero i segni della grandezza dell’arte che ha origine dal cattolicesimo in Italia; la Divina Commedia dovrebbe essere messa al rogo poiché Padre Dante ha messo Maometto all’Inferno; stessa fine dovrebbe fare la chiesa di San Petronio a Bologna ove c’è un dipinto che indica il diavolo Maometto con le corna. Il nostro viaggio in Afganistan per poco non termina in Cina! In quel periodo, eravamo in piena Rivoluzione Culturale maoista ed anche i comunisti italiani sventolavano sotto gli occhi della borghesia il Libretto Rosso di Mao Tsé Tung, i comunisti di Mao intanto avevano occupato il pacifico Tibet. Secondo la vulgata di sinistra, gli imperialisti erano soltanto gli americani eppure ….. ad occupare il Tibet vi erano andati i comunisti, che strano! E’ vero che vi avevano portato il governo delle masse e del proletariato ma il povero Dio in terra Dalai Lama cosa ne sapeva di masse o proletariato? Dovette andarsene e basta, girare tra India, Italia a pregare. Credo che il comunismo, con l’occupazione del pacifico Tibet, abbia commesso la più gran vigliaccata della sua storia. Noi, sempre in Land Rover, partimmo in direzione est, verso il Tibet – che era ormai Cina – girammo molto per quelle montagne e piste sterrate incontrando pochissima gente. Contavamo arrivare alla frontiera tra i due stati, quindi tornar indietro. Non trovammo mai la frontiera afgana, invece ad un certo punto ci fermarono dei soldati di Mao ben armati asserendo che eravamo in Cina! Francamente non lo sapevamo e nemmeno oggi conosco il motivo per il quale ci hanno permesso di fare dietro front e ritornare in Afganistan, ciò ci costò più di un’ora di trattative e cento dollari, per il disturbo. Durante il rientro a Kabul ci fermammo a mangiare in un ristorante cinese, sporco al massimo; con nostra gran sorpresa tuttavia potemmo gustare un’ottima cucina a base di pesce d’acqua dolce di cui erano ricchi i fiumi tra quelle montagne. Libro I – Parte III – pagina 10 Un altro viaggio bellissimo lo compimmo discendendo il Kayber Pass direzione sud, verso il Pakistan. Qui non sbagliammo strada e quasi alla frontiera, dopo un buon chai, tornammo indietro. Il Kayber Pass offre un paesaggio unico. E’ il passo dove sono transitati tutti i conquistatori e viaggiatori da Alessandro il Macedone a Gengis Kan a Marco Polo. La strada scende e sale sempre avanzando in una gola profonda con montagne ai due lati alte due / tre chilometri coperte di neve in quel periodo, tutto è affascinante e lascia un’impressione unica dell’impotenza dell’uomo. Si ha la sensazione di quanto l’uomo sia piccolo di fronte al creato. La visita in Afganistan, seppur breve, l’ho sempre ricordata con piacere. Mi ha permesso di vedere un mondo diverso ed alla luce d’avvenimenti negli anni ’70 – ‘80 – ’90, quando il comunismo prima ed i talebani poi hanno fatto di quelle fiere popolazioni dei capri espiatori della loro cupidigia, ho sempre pensato che essi meritassero di essere lasciati in pace a vivere nella loro semplicità. Ritornammo in Pakistan da Kabul ed io fui subito trasferito a Karachi nel febbraio 1967, per seguire le merci in porto, lo sdoganamento ed invio in cantiere delle stesse. Ero il solo dipendente della Joint Venture in Karachi. Prima del trasferimento riuscii ad organizzare un week end a Murree, località sulle montagne a circa tremila metri d’altezza, zona turistica e sciistica per i pakistani bene. Per la prima ed unica volta, nei due anni passati in Pakistan, potei stare a contatto con la neve, che era caduta abbondante in quel periodo, godendo del freddo clima oltre ogni immaginazione. Arrivai quindi a Karachi beneficiai subito di un doppio pocket money, di una magnifica villa di rappresentanza nel quartiere nobile della città, di un lavoro autonomo che mi dava soddisfazione e di una vettura Fiat con aria condizionata ed autista, credo fosse il modello 123. Seduto nei sedili posteriori e con l’autista vestito in uniforme e cappello, mi sentivo un padreterno. Avevo soltanto 27 anni e feci del mio meglio per meritare sia lo stipendio, nel frattempo salito a lire 450.000 nette-mese, sia il doppio pocket money. Credo di esservi riuscito poiché non ebbi mai reclami importanti dai vari direttori. Costituii un nucleo di lavoro efficace che restò operativo anche dopo il mio rientro in Italia avvenuto nel marzo 1968, di ciò fui fiero. Libro I – Parte III – pagina 11 A questo punto debbo aggiungere un aspetto che ritengo molto importante dei miei rapporti col personale, da me iniziato al lavoro, sia in Pakistan sia in Africa. E’ sempre avvenuta una cosa che mi ha fatto enormemente piacere; ogni volta che per vari motivi ho dovuto lasciare i miei incarichi, o chiudere le varie società, il personale da me istruito ha sempre trovato lavoro presso società dello stesso settore nonostante come quando chiusi la Compagnie Marittime Africaine Sarl ad Abidjan, nonostante che il settore marittimo fosse in piena crisi. Alcuni miei vecchi dipendenti lavorano ancora in Africa nel settore marittimo, oggi ancora più in crisi, a buoni livelli di responsabilità. Incontro sovente i miei ex collaboratori e mi sono sempre grati per gli insegnamenti. Ho decine di lettere di ringraziamento da parte del personale sia africano sia europeo. Karachi era una gran città, fungeva ancora da capitale del Pakistan perché la costruzione d’Islamabad non era ancora terminata. Passavo il tempo al lavoro, molto, e all’Hotel Intercontinentale ove conobbi un mondo nuovo e parecchie persone di tutte le razze e culture. Dopo sofferenze inimmaginabili, riuscii anche ad apprezzare la cucina locale, molto piccante ed a base di curry. Cucina o prodotti alimentari italiani non esistevano, non c’era vino, non esisteva carne di maiale né insaccati, bisognava arrangiarsi. Ero, come si può dire, uno scapolo d’oro ricercato, anche perché rappresentavo un’importante società, da tutta la Karachi bene; inviti a molti party con separazione d’uomini dalle donne, sempre divisi; ho anche avuto inviti a party di soli uomini, era un’abitudine per quei giovani anche se a me non piaceva e, allorché ne avevo sentore, rifiutavo accampando, diplomaticamente, ogni possibile scusa. Whisky e Gin, pur vietati dalla loro religione, uscivano per incanto dai meandri più nascosti delle ville. Il non bere per i mussulmani, almeno per una gran parte di loro, è una scusa; quando possono non si lasciano pregare, ne approfittano; tra l’altro, se malati o presunti tali, hanno il diritto a bere alcolici. Vi racconto, riguardo al rapporto dei mussulmani con l’alcool, un’avventura che corsi una domenica, poco prima del mio trasferimento a Karachi. Ero ancora al Campus di Mandi Bahauddin ed insieme con altri due amici, un meccanico friulano di nome Frattolin ed un altro, ricevemmo l’invito da parte d’alcuni nostri collaboratori per andare ad una battuta di caccia alla lepre con i levrieri Afgani. Accettammo di buon grado e di sabato pomeriggio caricammo la nostra Land Rover di tutto il necessario per passare una domenica di caccia ossia pane, formaggio ed altri piccoli alimenti; riempimmo invece la ghiacciaia portatile con circa 30 birre fresche aggiungendo beninteso del ghiaccio di mantenimento. Partimmo la domenica mattina verso le Libro I – Parte III – pagina 12 quattro e facemmo colazione in un villaggio, verso le 5.30 a base di yogurt, preparato dai contadini, e di pane fresco, il famoso chapati. Trattasi di focacce molto sottili cotte su brace ardente di… merda di cammello essiccata; lo sapemmo al termine della colazione, debbo tuttavia affermare che il chapati con lo yogurt erano deliziosi. Ci recammo a nord – ovest nella regione di Quetta al confine con l’Iran (Persia a quel tempo) ed incontrammo gli altri partecipanti alla battuta, una trentina d’uomini accompagnati da una ventina di levrieri Afgani, cani velocissimi. La regione, ai piedi delle montagne, era perfettamente pianeggiante e passammo tutta la mattinata battendo la pianura e lanciando i cani alla cattura delle lepri che scappavano al nostro arrivo; i cani ne catturarono una decina. Quindi, sosta per il pranzo. Noi tre italiani ci sedemmo vicini alla Land Rover iniziando a mangiare il nostro pane e formaggio aprendo anche tre birre la cui vendita in Pakistan era permessa. I Pakistani, tutti mussulmani, si sedettero per discrezione ad una certa distanza mangiando il loro cibo. Dopo qualche minuto si presentò uno del gruppo e, con fare circospetto, c’informò di avere la moglie malata, chiedendo quindi qualche birra; non ci pensammo due volte e gliene demmo due o tre che egli nascose con destrezza nel suo capiente pastrano, quindi ritornò dai suoi amici. Potete ben intuire come la storia andò a finire, riuscimmo a mala pena a bere le tre birre che avevamo già aperto, quasi tutti vennero e tutti avevano qualcuno malato in casa; il bello fu che nessuno mostrò agli altri le birre da noi dategli. Qualcosa del genere accadde anche in Abidjan nel 1972. Erano vicine le feste di Natale ed io avevo fatto venire, per farne regalo ai clienti caricatori, una ventina di prosciutti San Daniele, marca King, quelli confezionati col cesto e la zampa di maiale. Chiamai l’autista per le consegne e gli dissi di andare dal direttore della società egiziana Nasser. Essi imbarcavano sulle nostre navi del cacao per Alessandria ed io non lo conoscevo nemmeno poiché i contatti con i clienti erano sempre telefonici. Dopo poco l’autista ritornò col prosciutto sulla spalla affermandomi che era stato trattato malissimo dal direttore della Nasser; addirittura cacciato dall’ufficio, lui e il mio regalo. Capii l’errore e mandai l’autista ad acquistare un salmone norvegese affumicato per inviarlo il giorno successivo al cliente mussulmano con le mie scuse. Non ce ne fu bisogno verso sera difatti, alla chiusura dell’ufficio, il direttore della Nasser, venne a trovarmi e con mille scuse si riprese il prosciutto chiedendomi che fosse il mio autista a deporlo nella sua vettura per non essere visto. Libro I – Parte III – pagina 13 Ne avrei decine di storielle come le due precedenti da raccontare, credo tuttavia sia sufficiente perché avrete capito che l’ipocrisia è alla base del mondo mussulmano e, in generale, essa è presente in tutto il genere umano. Ritorniamo a Karachi ove il lavoro procedeva molto bene. La Joint Venture acquisì un altro bel contratto, si trattava della costruzione di una highway lunga circa 90 miglia da Karachi a Hyderabad. Eravamo nel periodo giugno / luglio del 1967, in piena stagione dei monsoni, ed arrivarono i primi due tecnici per questa strada. Entrambi, molto giovani, vennero dall’Italia; primo fu il Dott Capaldo, geologo – mi riempì la villa di pietre – arrivò a Karachi vestito di nero con occhiali neri, cappello ed ombrello; l’altro era il Geom. Gallo, Piemontese. In tre, scapoli, stavamo in paradiso. I due partivano di mattino per picchettare la highway e fare studi sulla geologia del terreno ove doveva passare la strada. Io continuavo ad andare al mio ufficio di West Warf nr 7 in zona portuale. Alla sera ci s’incontrava e non stavo più solo. Il geologo, inesperto quanto me, credé, ad un certo punto, aver scoperto delle vene di rubini e brillanti. Ci tassammo in tre, egli acquistò un po’ di rubini e brillanti e partì per Roma a rivenderli. Il giorno del suo rientro a Karachi noi eravamo all’aeroporto in trepidante attesa; la sua faccia, alla discesa dell’aereo, parlò da sola; riuscimmo a malapena a recuperare i nostri soldi ed il biglietto aereo se lo pagò il geologo. Da quel giorno il detto < ad ognuno il suo mestiere > divenne per me un totem. Il mare Persico che bagna Karachi è molto pescoso. Andavo spesso, con piccole imbarcazioni, a pescare. Penso di aver mangiato in quel periodo il migliore pesce della mia vita, molto più buono del pescato dell’Atlantico; probabilmente soltanto il pesce del Mediterraneo lo supera in sapore. Una domenica mattina partimmo con mia moglie Mary, nel frattempo c’eravamo sposati, ed altri amici a pescare. Noleggiammo una caratteristica barca con vela a delta ed una lunga tavola piazzata sul bordo della nave sulla quale stava un ragazzetto che modificava il rollio, molto intenso, spostandosi in / out secondo il vento. Muniti di fili di nailon con grossi ami, pescavamo a strappo; la velocità della barca era intorno ai sei / sette nodi, ideale per questo tipo di pesca. Riuscimmo a catturare otto tonni di circa sei/otto chili; mia moglie prese un salmone di metri 1,65. Riprendemmo il tutto con la cinepresa, era difficile credere a quest’exploit, soprattutto al salmone preso da mia moglie. Libro I – Parte III – pagina 14 All’hotel incontrai un ebreo polacco, Georges Ruskowicz. Aveva sull’avambraccio il numero impressogli dai tedeschi nel campo di concentramento ove, da ragazzo, aveva passato due anni. Era diventato cittadino inglese. Lavorava per La Jonhson & Jonhson. Ingegnere meccanico, aveva la direzione tecnica di uno stabilimento in costruzione finanziato dalla sua società. Aveva anche diretto un’opera simile a Pomezia e mi parlava spesso con ammirazione degli operai italiani che aveva incontrato. Per contro, odiava i tedeschi, con ragione certamente, per le sofferenze procurategli durante il concentramento. Mi raccontò in dettaglio come aveva vissuto quel periodo ed il dolore provato, fisico e psicologico. La conoscenza di Georges mi ha fatto molto riflettere sulla cattiveria umana e ne ho sempre mantenuto un ottimo ricordo. Lui e la moglie Elena abitavano in Belvedere Kent e conobbero mia moglie alla quale portarono i miei saluti, prima del matrimonio. Furono di una squisita gentilezza. Ho rilevato, a quel tempo, che all’estero ci si aiutava molto. Almeno esisteva una buona collaborazione tra persone. Tenere presente che non si riusciva a parlare al telefono da Karachi con il resto del mondo, il telex era agli albori ed un semplice messaggio portato a parenti da colui che rientrava era ben accetto. Una volta ebbi viaggiando un danno alla mia vettura in piena foresta e su pista sterrata, rimanendo in panne sul ciglio della strada, parecchie auto si fermarono per chiedermi se avessi bisogno di qualcosa. Provate voi oggi a trovarvi nella stessa situazione in Italia, il prossimo… vi lascerà crepare soli, perché il concetto di solidarietà sta venendo meno nella civiltà occidentale, in tutte le sue manifestazioni, ed è sostituito da un formalismo esteriore, quel che è detto buonismo, privo di calore umano. Nel mese d’agosto 1967, dopo circa 15 mesi di soggiorno in Pakistan, rientrai in Europa per sposarmi. Con Mary, mia moglie, c’eravamo conosciuti a Roma, prima ch’io partissi per il Pakistan, ed il matrimonio si celebrò in Hull nel nord-est dell’Inghilterra, ove mia moglie viveva con la famiglia. Dopo la cerimonia noleggiammo una vettura e girammo in UK per una settimana circa. Incredibile a dirsi, ma la nostra honey moon fu interrotta dalla fame. In Inghilterra in quel periodo non era ancora stata introdotta la buona cucina europea. Si mangiava veramente male. Frequentavamo i migliori ristoranti di Londra e Liverpool, sempre con scarso successo. Decidemmo quindi di ritornare a Hull ove potei recuperare il peso perso. Occorre dire tuttavia che oggi in UK si mangia abbastanza bene. Ristoranti italiani, francesi, spagnoli, cinesi e d’altre varie nazioni hanno profondamente modificato il gusto locale. . Libro I – Parte III – pagina 15 Al termine del viaggio di nozze ritornammo in Pakistan Iniziò un nuovo periodo della mia vita. La vita coniugale trascorreva tranquilla, mia moglie aggiunse alla mia naturale spinta per raggiungere gli obbiettivi che, di volta in volta la vita mi presentava, anche la sua spinta per andare avanti. Ciò è stato particolarmente utile nel conseguimento dei risultati che, negli anni seguenti, abbiamo insieme raggiunto. Siamo rimasti pochi mesi a Karachi. Mary rimase incinta ed ai primi del 1968 si trasferì a Hull ove ebbe la prima nostra figlia Daniela il 25.5.1968 Nel marzo 1968 rientrai a Roma. Mio padre si era purtroppo ammalato e ci mancò il 29.6.1968 all’età di quasi 61 anni. La scomparsa di mio padre fu per tutti noi molto dolorosa. Si trattava di un uomo fisicamente molto forte e lo vedemmo sparire in appena 3 – 4 mesi; un tumore non pronosticato in tempo non gli dette scampo. Carattere dei pakistani: Ho vissuto in Karachi, Lahore, Islamabad, Rawalpindi, Gujarat, Quetta, Pechawar; in pratica ho conosciuto tutto il Pakistan, nei suoi quattro punti cardinali. In quel tempo l’odio in essere ai giorni nostri tra la cultura islamica e cristiana non era esploso con la violenza oggi in corso. I rapporti potevano essere considerati di quasi di accettazione reciproca. In ogni ambiente frequentato per lavoro o per rapporti umani mi sentivo scrutato, analizzato, mai odiato o almeno non me ne sono mai accorto. Posso dire che la curiosità evidente di conoscersi l’un l’altro non aveva ancora portato al rifiuto reciproco; forse la nostra civiltà dei consumi, che era agli albori, non era ancora sentita nella sua vastità come pericolo per il mondo islamico, oppure vedevano in noi qualcuno che portasse opere utili al loro sviluppo economico e sociale. Le Chiese cristiane non venivano bruciate come oggi avviene troppo spesso in Pakistan. Pur tuttavia non mi sentivo accettato in toto. Le nostre opere e i miei comportamenti, che erano più che rispettosi nei confronti degli elementi autoctoni, come lo sono sempre stati in tutto il mondo, non hanno mai prodotto dei risultati tangibili; mi sentivo tollerato, mai accettato. In fondo ero un corpo estraneo alle loro abitudini e, Libro I – Parte III – pagina 16 nel rispetto formale, ho sentito moltissime volte un profondo distacco se non piena ripulsa. Allorché lasciai definitivamente il Pakistan tutti i miei collaboratori mi accompagnarono all’aeroporto ed ivi, prima di partire, mi consegnarono la tradizionale collana di fiori infarcita di Rupie, simbolo di buon augurio per la mia vita futura. LIBRO PRIMO - Parte Quarta AFRICA OCCIDENTALE - dal settembre 1971 ad agosto 1983 Arrivai ad Abidjan un giovedì sera di fine settembre del 1971, all’età di 31 anni. Mi colpì subito la profonda differenza comportamentale degli autoctoni in rapporto al modus vivendi della gente dei paesi mussulmani da me conosciuti; per non dire poi delle grandi differenze col mondo occidentale. Usi e costumi erano profondamente diversi. I contatti con gli abitanti molto umani. L’africano non mi sembrò il troglodita di cui avevo spesso letto da giovane. Al contrario mi apparve pieno di risorse umane, amante della vita e desideroso di conoscenza. Il “Toubab” (uomo bianco) destava in lui curiosità. La Costa d’Avorio (il cui nome “Cote d’Ivoire” venne in seguito fissato per decreto, valido in tutte le lingue), era un Paese appena uscito dal colonialismo. L’indipendenza, infatti, fu concessa dalla Francia nel 1964. Tuttavia la presenza francese era molto forte non solo a livello di governo ed istituzioni, ove nulla si faceva senza i coopérants francesi, ma anche nel commercio minuto si rilevava una forte presenza di macellai, fornai ecc. Col tempo poi il commercio minuto è passato alla colonia dei libanesi, molto più efficienti e bravi ad importare merci a basso costo spessissimo senza pagare i diritti doganali, o pagandoli in maniera molto ridotta essendo particolarmente abili nel presentare alle dogane documenti contraffatti; spesso non pagavano nemmeno le merci. I libanesi usavano una tecnica ben precisa per non pagare le merci ed i noli e fu la mia posizione di trasportatore marittimo che mi permise di comprenderne appieno, in quanto loro vittima predestinata, il truffaldino modus operandi. Essi corrispondevano un anticipo minimo al fornitore europeo carpendone la buona fede, quindi richiedevano di pagare il saldo presso la loro banca, per mezzo di una “rimessa documentata”. Il costo del trasporto marittimo lo indicava, in polizza, “pagabile a destino” Quando la merce arrivava in porto a Abidjan gli stessi per prima cosa “non ritiravano” i documenti presso la loro banca, non pagando di conseguenza il saldo all’esportatore europeo. Non pagavano né il nolo al trasportatore, né i diritti doganali alla dogana. In accordo con i doganieri, quindi, lasciavano che la merce, dopo i 60 giorni dallo sbarco ed in conformità alle Leggi Doganali, fosse venduta all’asta dai servizi doganali ed essi erano pronti ad acquistarla corrispondendo l’immancabile cadeau ai doganieri. Pagina 2 Immaginiamo l’impatto sui prezzi alla vendita che questo sistema, molto generalizzato, aveva sul mercato. La mia compagnia, quale trasportatore marittimo, ebbe a sopportare in più occasioni, questo danno e nulla si poté fare in quanto legalmente la Dogana aveva il diritto, dopo 60 giorni dallo sbarco, di vendere all’asta la merce per recuperare, nell’interesse del Paese, i diritti doganali. Colonizzazione francese: Non ho mai apprezzato lo stile colonizzatore della Francia. Esso tendeva, in tutti i Paesi, ad invadere quanto occupabile; non ha creato una burocrazia autonoma e quindi, oltre la lingua, ha imposto anche le piccole abitudini di vita francesi. Ciò è stato un evidente vantaggio per l’economia francese e, nel frattempo, un danno per lo sviluppo autonomo delle ex-colonie. Questo aspetto di dominio esiste ancora e forma la grandeur della Francia. Non hanno ancora capito che il mondo è cambiato. Sekou Touré, primo Presidente della Guinea Conakry, di fede comunista, osò richiedere più autonomia a Charles de Gaule, questi lo abbandonò e lo fece abbandonare da tutta la comunità occidentale. La ricca Guinea in breve tempo divenne un Paese poverissimo. Mi sono recato più volte à Conakry, per assistere allo sbarco delle nostre navi, durante gli anni ’70 ed ’80, ed ho assistito a veri e propri assalti per rubare il carico; tutto era necessario nel Paese, tutto mancava. La combinazione di due fatturi negativi, il colonialismo e comunismo, combinati con l’autarchia, direi imposta dagli eventi nel commercio, hanno creato un’enorme povertà, ai giorni nostri ancora esistente. L’URSS poi, che aveva preso sotto la sua ala protettrice la Guinea inviò, in Africa, persino degli spazzaneve modificati per pulire le strade; di male in peggio. Ho notato invece delle differenze sostanziali con il tipo di colonizzazione inglese. Se prendiamo in considerazione ad esempio il Ghana ci rendiamo conto, soprattutto nel settore Shipping che conosco molto bene, una competenza tecnica effettiva degli autoctoni; ad Abidjan al contrario, al mio arrivo nel 1971, tutte le attività portuali erano controllate al 100%, sia in capitale che in manodopera a livello quadri, da francesi. Nel 1973 mi resi conto che le commissioni che pagavamo ai francesi, per agenziare le nostre navi, ci avrebbero permesso l’installazione diretta in Africa; decisi quindi di costituire la mia Agenzia Marittima ad Abidjan, che doveva curare interessi marittimi italiani. I miei amici francesi, per farmi coraggio, mi dissero “Vous vous n’en sortirez jamais” (non ne uscirete mai). Pagina 3 L’ Agenzia “COMAF CI” - Compagnie Marittime Africaine – fu subito battezzata dai francesi, senza motivo alcuno, “Compagnie Mafiose Africaine”; ebbe invece un ottimo successo (vedi note nel mio C.V.) Costituimmo delle filiali / succursali nei porti di San Pedro, Dakar, Douala e Las Palmas in ciò aiutato, in Costa d’Avorio, da altri giovani italiani quali Eddy Gioglio, Stefano Sommaria, Marcello Mancini, Gianni Dibitonto, Gianni Marini, Sonnenberg (che assicurava la direzione a Douala), Enrico Gioglio per l’agenzia di Dakar. L’espressione “vous vous n’en sortirez jamais” restò lettera morta. L’agenzia,soprattutto di Abidjan, si sviluppò a tal punto che riuscimmo ad essere la seconda compagnia per controllo trasporti export. Vennero presso di noi quasi tutti gli armatori italiani: Lloyd Triestino, rappresentante Capt. Armando Paoli – Flotta Lauro e Setramar, rappresentante Capt. Arciprete – Linea Transmare, di cui fui il rappresentante io stesso ed inoltre altri armatori quali Spliethoffs di Amsterdam, la GBN di Lagos, tutte facenti scali regolari di linea, ed altri armatori non italiani con scali occasionali. La società venne chiusa nel 1992 poiché la C.I. vietò l’export di legname in tronchi che rappresentava la merce di massa più importante da noi spedita in Mediterraneo. L’EDEN: Abbiamo tutti letto qualcosa sull’Eden il fantastico Paradiso Terrestre che il nostro Buon Dio mise a disposizione di Adamo ed Eva; i due pazzi poi si fecero cacciare in malo modo. Ebbene, sin dal mio primo contatto con la C.I., ho creduto di individuare l’Eden con l’Africa. Mari, lagune salmastre, fiumi pescosissimi, foreste e savane ricche di selvaggina, alberi da frutto quali manghi, papaie, avocado crescono da soli senza l’intervento umano; clima sempre caldo, non fu mai necessario far legna per riscaldarsi. Questo ben di Dio ha permesso all’africano, nei millenni, di vivere senza lavorare. I nostri avi dovettero, nei mesi estivi, produrre viveri ed accantonarli per potersi sfamare in inverno. In Africa ciò non fu mai necessario. La soddisfazione dei bisogni primari quali alimentazione, abitazione e riscaldamento era garantita dalla natura. Pagina 4 Si è sempre notata un’indolenza negli africani ed una loro apparente mancanza di volontà nell’eseguire il lavoro; ciò è perfettamente vero ed incontestabile. Sino all’indipendenza (il Ghana fu nel 1957 il primo Paese del West Africa ad ottenerla), gli africani non erano abituati al lavoro di accumulazione di beni e mezzi. Ciò che la natura offriva loro era sufficiente per vivere, secondo tradizione. Essi hanno subito una grande violenza, nell’era moderna imposta loro dagli obblighi della civilizzazione post II° guerra mondiale detta dei consumi; hanno dovuto preoccuparsi della soddisfazione di bisogni secondari o voluttuari, di cui non avevano necessità ne una preparazione adeguata. In Africa si dice che < il nero è passato dalla vita sugli alberi alla guida della Mercedes in troppo poco tempo > Egli era abituato da millenni, come detto, a soddisfare facilmente i suoi bisogni primari quindi è stato spinto al lavoro non per necessità, bensì per soddisfare spese futili e bisogni che in economia vengono indicati secondari. Un costante esempio può essere quello degli “anticipi su salari” che, con regolarità cronometrica, intorno al 10 di ciascun mese quasi tutti i dipendenti africani richiedevano. Un giorno, stanco di dare avances al nostro autista Embassy Ouattara, gli chiesi come avesse speso lo stipendio, che si riteneva buono, percepito appena dieci giorni prima di CFA 100.000 (circa 300.000 lire), decurtato beninteso degli anticipi chiesti ed ottenuti nel mese precedente di 25.000 CFA. Mi feci dare l’elenco delle spese: 30.000 acquisto frigo usato, 10.000 acquisto pagne per la moglie del capo villaggio (pezzo di stoffa pesante), 15.000 acquisto radiolina. Notare che per vitto, casa, trasporti gli erano rimasti CFA 20.000, insufficienti beninteso. Quindi chiedeva l’“anticipo” di 30.000 con ciò perpetuando il principio e non accumulando mai un soldo. Guai se un figlio cadeva malato, non avevano mai pecunia per curarlo. L’africano quindi spende, non accumula, ed è impreparato ad affrontare i problemi imprevisti posti dalla vita moderna. Tuttavia egli è desideroso di poter disporre di beni vari, peccato che per ottenerli debba lavorare. Inoltre ammira, con una certa umana gelosia, i risultati dei bianchi ed in genere ne riconosce l’impegno e lo sforzo ad ottenerli. Un giorno nel 1974 incontrai un giovane di nome Jean Kpan, lavorava quale tecnico per una società di riparazione di condizionatori. Noi stessi affidavamo a questa impresa la riparazione dei nostri apparecchi ed avevo avuto l’occasione di vedere Jean all’opera. Questa attività era molto importante in Africa ove esisteva una fortissima domanda di tecnici del settore che venivano di solito anche ben pagati. Ebbene il nostro Jean era stato cacciato per furto di ricambi; in pratica li rubava per installarli su condizionatori dei quale egli stesso curava la manutenzione incassandone il prezzo. Come si vede tutto il mondo è un paese. Assunsi nella mia Pagina 5 impresa Jean, nella posizione di commesso, ove non poteva far danni, e lo tenni sino alla chiusura della società nel 1992. Era molto simpatico, arguto e scherzoso. Alla partenza di mia moglie e dei nostri due ragazzi dalla C.I., avvenuta nel 1982, Jean mi aiutò, insieme ad altri 4/5 impiegati, a riempire il contenitore ove avevamo stivato tutti i mobili ed effetti personali della mia famiglia. Alla fine del lavoro offrii a tutti una birra fredda e, seduti in giardino, iniziammo alcune discussioni di vario genere. Il buon Jean, con l’arguzia che gli era solita, disse ai suoi compatrioti, alla mia presenza: “ Voyez le Blanc, il est arrivé avec une valise et il quitte le Pays avec un container plein » Sempre in tono scherzoso gli risposi: “ Jean si toi Noir tu arrive en Italie avec un container plein, tu repartira avec une valise demi vide” Analizzando questa semplice conversazione si può avere la conferma di quanto sopra detto riguardo il carattere degli africani. Il povero Jean poi è morto recentemente di SIDA (AIDS). Il Nero quando vuol ottenere un vantaggio di qualsiasi genere è pronto, come si dice, a vendere l’anima al diavolo. Io sono in possesso di parecchie lettere scrittemi da africani per ottenere qualcosa, in genere soldi, ove si rivolgono al sottoscritto come fosse loro Padre o, addirittura e spesso, come fosse Dio. Per contro esiste anche il caso contrario di africani, che io oso definire perfetti nel loro comportamento. Ne posso indicare principalmente due, e mi scuso con gli altri, che sono: 1/ Frederick SAM, ghaniano, che io chiamo “my african son” 2/ Allah Amboise, ivoriano. Entrambi li conosco da decenni e posso assicurare una correttezza di fondo dei due che li porta ad un elevato livello nel rispetto dei loro impegni e della parola data; gente simile non se ne incontra molta, nemmeno nella evoluta Europa; in Italia poi ! L’africano più negativo invece che io conosca è un certo Mathieu Kodjo Yao. Egli dette il mio nome Franco Bernardini Yao a suo figlio. Per l’africano ciò è una forma Pagina 6 di profondo rispetto; non per Yao purtroppo, perché credo sia stato anche il suo opportunismo a fargli prendere questa decisione. Ho aiutato la sua famiglia in vari modi creandogli anche più opportunità di lavoro, sempre inutile, si è mangiato sempre tutto. Tuttavia mi ha aiutato moltissimo per alcuni dossier ove era necessaria una sfrontatezza che in Yao era molto spinta ed efficace. Per esempio nel fallimento di un nostro cliente la Flutec Brossette, mi aiutò in modo determinante al recupero, a favore della mia società italiana, di 300 milioni di lire. RAPPORTI CON POLIZIA E DOGANA E’ qui necessaria una premessa. In genere il poliziotto o doganiere quando ha un bianco di fronte, più che far rispettare la legge, cerca di ottenere un piccolo vantaggio personale; il ben noto “cadeau”. Inoltre occorre precisare, a conferma dell’umanità degli africani, che mai e poi mai le varie dogane in C.I. (in uscita dal porto); in Ghana, Togo, Benin - ove mi sono recato varie volte in vettura ben fornito di viveri alimentari e bibite in quantità anche rilevanti - hanno richiesto il pagamento dei diritti doganali. In Inghilterra ed Olanda per esempio se uno si recava con due bottiglie di grappa, salumi ecc. gli veniva immediatamente richiesto, dai doganieri, il pagamento dei diritti; ciò mi è accaduto più volte. In Africa non è mai successo. Essi, nella loro tradizione, considerano i prodotti alimentari naturali per la vita dell’uomo e quindi ne tollerano la circolazione. Varie volte sono uscito dal porto di Abidjan con cartoni di spaghetti da 20/25 chili, parmigiano per 10/15 chili ecc; in vettura passavo varie frontiere con cartoni pieni di birra, bottiglie di vino ed altri generi solidi (salumi-formaggi ecc) e mai e poi mai sono stato disturbato, al massimo lasciavo un tin di birra o una bottiglia di vino. I doganieri consideravano anche che in certi periodi, ciò accadeva molto spesso, gli alimenti che prendevo sulle navi non erano disponibili nel mercato locale. Avevo un conoscente, ad Abidjan, Mamadou Coulibally, che importava del pesce congelato da Dakar imbarcandolo su nostre navi. Il sistema era basato sul credito che l’esportatore senegalese concedeva a Mamadou il quale pagava sul venduto. Io venni incaricato dal venditore di incassare, tutte le sere, il ricavo dalle vendite per inviarlo settimanalmente in Senegal. Il mio compenso era di un franco il chilo (tre lire), ogni mese il Mamadou importava circa 1.000 tonnellate, ossia 1.000.000 di chili di pesce. Pagina 7 Oltre questa attività Mamadou possedeva alcune piroghe da pesca che tutti i giorni uscivano in mare ritornando nel primo pomeriggio con del magnifico pesce fresco, orate, sogliole ecc. che, sbarcato nel Port de Pêche, prendeva la via dei mercati per essere venduto il giorno seguente. Venni invitato al Port de Pêche con l’assicurazione di Mamadou che mi avrebbe dato delle sogliole fresche per i miei due ragazzi, Daniela e Massimo, i quali avevano a quel tempo circa 8 – 10 anni rispettivamente, siamo nel 1978. Mi recai al Port de Pêche intorno alle 17.00; questo porto è separato, rispetto a quello commerciale per il quale avevo regolare permesso di accesso; qui non avevo il permesso per entrare. Il buon Mamadou esagerò un po’ nella sua generosità, riempì il cofano posteriore della mia Lancia Beta con sogliole, orate ed altro pesce; quindi parlammo a lungo e verso le 19.00 lo salutai salendo in vettura per tornare a casa. Non ero pratico degli orari ed abitudini di questo porto ed ignoravo che tutti i cancelli di entrata chiudevano alle 18.30; ne restava aperto soltanto uno, con regolare presenza di doganieri, per far uscire i camion con il pescato. Andai verso il cancello da dove ero entrato, che era chiuso solo per metà, c’era un cartello di “transito vietato” e non c’era nessun doganiere. Iniziai con prudenza l’attraversamento e… apriti cielo, allorché fui a metà del guado, un poliziotto mi fermò bruscamente avendo, a quel momento, la vettura per metà fuori (il motore) e l’altra metà dentro il porto (il cofano col pesce). Pur non avendo il poliziotto il diritto di controllare il cofano mi chiese di aprirlo e vedendo tutto quel ben di Dio in pesce mi accusò di fare del mercato nero minacciando multe ecc. Gli feci rilevare che egli non aveva titolo alcuno ad infliggermi delle multe in quanto non era un doganiere e gli feci inoltre osservare, cosa essenziale, che non esisteva nessuna infrazione alle regole doganali in quanto il pesce, contenuto nel cofano posteriore, era ancora dentro il Porto, quindi non avevo commesso ancora nessuna infrazione. Sembra una barzelletta, invece posso assicurare essere il vero. La mia sfrontatezza colse nel segno. Il poliziotto mi comprò, regalandomelo, anche un pacchetto di sigarette. Dopo circa un mese tuttavia venne a trovarmi in ufficio ed io fui in obbligo di corrispondere il “cadeau” comprensivo anche del costo delle sigarette. Sempre in tema di poliziotti una nostra amica, Simonetta, addetta all’Ambasciata d’Italia, alta una quaresima e simpatica come tutti i romani, venne un giorno fermata da un gendarme che stava dirigendo il traffico. Esso si trovava al centro dell’incrocio con le braccia alzate e la faccia rivolta verso Simonetta; evidentemente lei non Pagina 8 doveva attraversare. Figurarsi se Simonetta, come molte donne alla guida, poteva capire il vigile, infatti, attraversò l’incrocio. Fischio immediato e blocco della vettura. Il vigile si avvicinò a Simonetta con le braccia spalancate, come quando era al centro dell’incrocio e dirigeva il traffico e, guardandola negli occhi, le chiese < Dites moi Madame, de quel couleur je suis> . Simonetta non ebbe dubbi e rispose < Noir Monsieur>; il vigile rispose “No Madame je suis rouge” E Simonetta non capì che il vigile indicava, in quella posizione, il semaforo Rosso, quindi ella non doveva attraversare l’incrocio. Palabres infinite tra il vigile e Simonetta, ma poi tutto si arrangiò con il <cadeau>. Appena giunto ad Abidjan venni invitato, con la famiglia, da Rino e Piergiorgio Bianchi a passare un week end a Gagnoa, capitale dei Beté, popolazione fiera e sempre in disputa con le autorità centrali ivoriane. Vi andai con la mia Fiat 124 che avevo importato dall’Italia. Anche durante questo viaggio, al ritorno di notte, ebbi un’avventura unica con un poliziotto che racconterò per spiegare l’impreparazione e la semplicità di comportamento dello stesso. Uno dei due fari anabbaglianti non funzionava, la lampadina si era bruciata. Ricordo che il comando delle luci sulla Fiat 124 funzionava con una levetta che con tre movimenti in successione, dall’alto verso il basso, passava dalle luci di posizione, agli anabbaglianti, agli abbaglianti. Io guidavo tenendo gli anabbaglianti, quindi sul centro della levetta pertanto era perfettamente visibile la mancanza di funzionamento di un faro. Venni fermato da una pattuglia di due poliziotti i quali, certi di avere il cadeau, mi dissero che i fari non funzionavano. Risposi che non era vero. Quindi uno due si piazzò davanti la mia vettura facendomi dei segni a che mettessi in funzione i fari. Semplice, passavo con la levetta abbassandola dalla fase prima (posizione) alla fase tre (abbaglianti), saltando la fase due (anabbaglianti); dopo due tre tentativi vidi il povero nero che si grattava la testa dalla disperazione; non aveva capito nulla. Gli lasciai un cadeau in quanto si sembrava di picchiare un bambino. Pagina 9 Un altro poliziotto, più furbo che intelligente, voleva darmi una multa poiché guidavo una vettura di un amico il cui libretto di circolazione era intestato a questo amico, mentre l’assicurazione era coperta dalla società dello stesso e la polizza, di conseguenza, a nome della società. Impossibile fargli capire che la vettura era assicurata; voleva bloccarmi la vettura in mezzo alla strada perché non assicurata. Questo poliziotto non ebbe il suo cadeau. Lavoro - Range Senegal / Congo (Punta Nera). Il mio ultimo incarico i n Roma, prima di andare in Africa, fu presso la società IBA. Avevamo begl’uffici in Via Toscana, strada parallela a Via Veneto. Mi sentivo stretto in questa società e quindi, in accordo con la direttrice signorina Nella Albanese, accettai di buon grado di andare in Africa per rappresentare un armamento italiano. Partii con moglie e due figli piccoli con un contratto di sei mesi di prova che rappresentava un rischio importante. Non ho mai tergiversato nel prendere decisioni, certo come sono sempre stato delle mie capacità (l’immodestia toscana mi ha sempre molto aiutato). Ho inoltre preso a modello della mia vita l’espressione dantesca del 26° canto dell’Inferno - Ulisse – ove è cantato <Fatti non foste a viver come bruti ma a conseguir virtude e conoscenza > (recito a memoria). Un’interpretazione, che ritengo perfetta, di questi versi da parte di un commentatore al Liceo diceva: < l’uomo è fatto per andare avanti e non fermarsi dinnanzi alle barriere create dall’ignoranza e dalla superstizione > Che belle parole. Esse rappresentano la molla che ha sempre spinto il genere umano alla scoperta del mondo che lo circonda. Ho cercato di applicare questa massima in tutte le situazioni difficili in cui mi sono trovato. Quale rappresentante dell’armamento italiano, Linea Transmare di Genova, ebbi l’incarico di seguire i vari aspetti shipping in molti porti africani. Nel range Senegal / Congo ho lavorato su tutti i porti, tranne che in Sierra Leone ove non ho mai avuto occasione di andare; in questo Paese, tra l’altro, hanno elevato un monumento alla zanzara; distruttrice dei bianchi. Ho collaborato, nei vari porti, con ogni tipo di persona; discusso gli aspetti marittimi con le varie Autorità Portuali, Conferenze Marittime, Autorità varie (Ministeri, Consigli dei Caricatori, all’epoca molto potenti ed organizzati). Da giovine, in quel collinare Pitigliano, tutto mi sarei aspettato fuorché trovarmi ad operare sul mare. L’attività che conducevo di trasporto marittimo mi aveva messo in posizione strategica da cui potevo osservare le necessità del mercato ivoriano ed intervenire con tempestività nella importazione di alcuni generi di cui mi ero specializzato, vino e pasta per esempio, ma anche marmo in polvere bianca e granulato, abiti usati (tripperie) molto richiesti dai locali. Pagina 10 Uno ship chandler che operava sulle navi della Linea Transmare, il vecchio Fasce, mi inviò una volta 200 cartoni di acciughe in scatola dallo stesso acquistate all’asta presso la dogana di Marsiglia. Si trattava di prodotti marocchini già scaduti da oltre due anni, riuscii a vendere quasi tutti i cartoni, poi iniziarono i reclami sulla qualità e dovetti ritirarne parte per rispedirli allo stesso ship chandler su Anversa. Anche all’export di merce trovai la maniera di guadagnare qualcosa. Una volta il mio amico Gigi Plebani mi chiese di finanziare insieme l’acquisto di un lotto di legname in tronchi, di cui egli era uno specialista, da spedire a Vasto. Gli occorreva un finanziamento di franchi CFA 50 milioni, circa 150 milioni di lire e mi assicurò un beneficio del 10%; il tutto – capitale ed interessi - da me recuperabile a 60 giorni. Accettai e gli fornii l’importo cambiando dollari, non avevo dei franchi. Ritirai un assegno di 55 milioni di CFA che inviai all’incasso alla data prevista. Nell’ulteriore cambio in dollari mi ritrovai ad aver perso circa 500 dollari, causa il cambio che in quei due mesi era impazzito. Fu tuttavia l’inizio di una lucrosa attività che è durata molti anni. Negli anni ’70 ed ’80 il mio Armamento mi inviava ad Abidjan molte navi noleggiate per imbarco di tronchi. Si trattava quasi sempre di navi non fornite di materiali necessari al rizzaggio di tronchi da imbarcare in coperta; mi organizzai perfettamente acquistando questi materiali in Europa rivendendoli quindi alle navi a prezzi vantaggiosi, tra l’altro rendendo un grosso servigio alle navi stesse poiché gli articoli da me venduti non erano disponibili sul mercato. Ho sviluppato molte altre attività economiche che mi hanno reso dei buoni profitti e inoltre mi hanno aperto diverse possibilità operative nel settore trading. Le varie attività svolte, in combinazione con la mia correttezza, ormai ben conosciuta in Africa, hanno aperto alle mie società delle porte che altrimenti sarebbero state chiuse. Quelle dei Libanesi per esempio. Ho avuto ed ho tuttora degli ottimo rapporti con la colonia libanese in vari Paesi Africani. Racconto un solo caso per indicare quanto la correttezza delle persone negli affari sia pagante. Nel 2004, operavo ormai in Italia quasi fisso. Mio figlio Massimo ha trattato con le due famiglie libanesi degli Zakaria e Fawaz un lotto di mattonelle in ceramica di circa 150.000 euro. Pagina 11 Egli ha chiesto il pagamento anticipato del 50%; in genere non si può richiedere un anticipo così alto, tuttavia la nostra politica commerciale e le difficoltà valutarie oggi esistenti in Costa d’Avorio, hanno spinto Massimo a pretendere questa condizione. Il problema che si sono posti i libanesi è stato quello di avere la certezza che il fornitore, in questo caso la nostra società italiana, una volta incassato l’anticipo di € 75.000 non sparisse (succede spessissimo). Quando i Fawaz (ricchissima e potentissima famiglia libanese) hanno saputo che l’esportatore era la Frabemar di Genova di Franco Bernardini, non hanno avuto dubbi ed hanno pagato l’anticipo. Rapporti con Ambasciatori Italiani Un mio caro amico Isidoro (Rino) Bianchi, che ha vissuto ad Abidjan col sottoscritto ha scritto un libro, al suo ritorno in Italia, in cui asserisce aver avuto dei contatti impeccabili con gli ambasciatori italiani. Debbo purtroppo dire di non essere assolutamente d’accordo col mio amico. Al contrario ho vissuto delle pessime esperienze ed ho stimato soltanto un paio dei nostri ambasciatori, gli altri non meritano, secondo me, considerazione alcuna. Anche qui occorre ricordare Padre Dante: ….. “non ti curar di lor ma guarda e passa” – Inferno, gli Ignavi. Racconto alcuni episodi che esprimono chiaramente l’opportunismo dei nostri diplomatici. Un giorno del 1980 venni chiamato in Ambasciata in quanto avevano un problema. Dall’Italia non arrivavano i fondi necessari e quindi gli addetti erano tutti in crisi non potendo pagare i fitti dei loro alloggi ai proprietari. Il Cancelliere mi chiese se potevo anticipare 30.000 dollari, in valuta locale, all’Ambasciata per permettere loro di far fronte alle spese correnti sino all’arrivo dei fondi. Stabilimmo il cambio corrente e corrisposi i franchi CFA convenuti ricevendo in ritorno un assegno posdatato di circa 20 giorni in dollari (il loro conto bancario era in rosso). Spedii l’assegno alla mia banca in Italia per l’incasso alla scadenza. Allorché l’Ambasciata ricevette i fondi mi chiamarono, anche in questo caso il dollari era impazzito ed il cambio non era più favorevole alla stessa. La richiesta fu di pagare la differenza. Rifiutati nettamente e mi feci nemico l’ambasciatore. Pagina 12 Lo stesso ambasciatore me ne giocò un’altra molto più sporca, avevo assunto l’incarico di Rappresentare tutti gli Armamenti Italiani nell’OIC Office Ivoirien des Chargeurs, organismo di Stato per il riparto delle quote di traffico ad ognuno spettanti in conformità al Codice delle Nazioni Unite UNCTAD. Il lavoro veniva svolto da un italiano, Gabriele Capponi, assunto dalla mia società, ma pagato da tutti gli armatori italiani pro quota del traffico realizzato, il quale provvedeva a firmare le autorizzazioni d’imbarco che venivamo poi utilizzate per redigere le statistiche e ripartire le quote. Si trattava di lavoro molto semplice e mediamente remunerato che gli permetteva, tuttavia, di vivere tranquillo. Il nostro collaboratore rassegnò le dimissioni per rientrare in Europa con al famiglia. Correva l’anno 1978. In quel periodo un amico della comunità italiana, residente in C.I. da parecchi anni, Gianni Torrente, era libero da impegni; Torrente aveva lasciato l’Alitalia, della quale era il Regional Manager, per dissidi con la stessa. Se la passava molto male economicamente e mi informò di essere interessato a prendere il posto di Gabriele Capponi, chiesi l’accordo degli altri Rappresentanti di Armamenti Italiani e, ottenutolo, promisi a Torrente quel lavoro alla partenza di Gabriele Capponi, prevista per il mese successivo. Dopo alcuni giorni mi chiamò il Capt Giorgio Polidori del Lloyd Triestino il quale m’informò di aver ricevuto dal nostro Ambasciatore la richiesta di assumere il marito di una sua segretaria italiana, lavorante in Ambasciata, che era discesa dal Ministero degli Esteri in compagnia del giovane marito disoccupato. Discutemmo con Polidori e giungemmo alla conclusione di mantenere l’assunzione di Torrente per vari motivi; Torrente era in Africa da molto tempo, quindi aveva una certa esperienza, l’altro invece lo assimilammo ad un gigolò ed inoltre la moglie sarebbe rimasta massimo due / tre anni in Africa quindi non dava certezze di continuità per il futuro. Polidori s’incaricò d’informare l’Ambasciata ed ho avuto sempre il dubbio che facesse ricadere questa decisione, che fu presa in comune, sul sottoscritto. Un ulteriore tentativo di convincermi fu fatto dalla Segretaria dell’Ambasciatore al telefono ed ebbe lo stesso risultato. In quei giorni si trovava ad Abidjan il Dott Francesco Guardione che deteneva la maggioranza nel capitale sociale della nostra società, mentre il sottoscritto era il Gérant (Amministratore Unico) quindi la responsabilità della gestione ordinaria era Pagina 13 una mia competenza. Don Ciccio Guardione veniva tuttavia considerato il Grande Capo ed a giusto titolo direi; era inoltre il socio unico dell’armamento Linea Transmare, nostro più importante cliente. Don Ciccio aveva con l’Ambasciatore, pro tempore, un rapporto molto stretto ed alloggiava in Ambasciata durante i suoi soggiorni ad Abidjan, ospite dell’ambasciatore. Un pomeriggio mi annuncia che avevamo un invito dall’ambasciatore per un drink. Accettai di buon grado e verso le ore 18.00 arrivammo in ambasciata. Dopo i saluti di rito, seduti nel soggiorno, servito un cocktail, compresi i motivi dell’invito. L’Ambasciatore si rivolse a Guardione ignorandomi totalmente, gli parlò come se io non fossi presente, dette per scontato che la decisione di assumere del personale nella società da me gestita dovesse uscire da decisioni ad alto livello (sue e di Guardione), quindi rivolto dalla mia parte aggiunse: “Vede Bernardini noi abbiamo deciso che questo è l’interesse predominante” (sottinteso che io non dovevo nulla aggiungere). Osservai l’occhio acuto di Guardione che mi invitava a parlare. Egli non profferì verbo. Entrambi attendevano una mia risposta di certa accettazione. Rivolgendomi all’Ambasciatore ed ignorando a mia volta Guardione, risposi: “ vede Ambasciatore, Guardione ha soltanto la possibilità di convocare l’Assemblea e togliermi il mandato di Amministratore; oggi non gli riconosco l’autorità di decidere, per mio conto, sull’assunzione del personale con cui io debbo operare; ho già espresso, Signor Ambasciatore, ai suoi collaboratori, i motivi logici del mio rifiuto e trovo questa insistenza, soprattutto nella forma con cui viene espressa, inaccettabile da parte del sottoscritto “ Conoscendo Guardione penso che ascoltasse con piacere questo mio intervento che tendeva in fondo a mantenere l’autonomia della sua società nonché l’accuratezza nella scelta del personale da assumere. Guardione non mi ha mai più parlato di questa faccenda. Mentre è chiaro che con l’Ambasciatore tutti i ponti furono rotti. Questi furono i motivi della mancata nomina del sottoscritto a Cavaliere della Repubblica Italiana in quanto la mia presenza in Africa ed il lavoro qui svolto dal sottoscritto rappresenta tutt’oggi una realtà positiva e riconosciuta da più Governi africani (vedi capitolo Decorazioni). Pagina 14 L’anno successivo infatti venne presentata all’Ambasciatore una lista di italiani, colà residenti da oltre 10 anni i quali, per meriti di lavoro, correttezza ecc potevano essere nominati Cavalieri. Le note individuali che accompagnavano la mia proposta, redatte dal cancelliere e dal 1^ consigliere di ambasciata, precisavano chiaramente i meriti acquisiti dal sottoscritto, la competenza professionale, l’ottimo nome della nostra società ed i perfetti rapporti con le autorità marittime locali; un buon italiano infine che stava operando all’estero da parecchi anni con buon successo e correttezza. L’Ambasciatore cancellò il mio nome dalla lista e fece inviare a Roma gli altri. Egli semplicemente disse ai suoi collaboratori che Bernardini non era stato “fair” con l’Ambasciata. La faccenda mi venne immediatamente riportata. SCUOLA ITALIANA IN COSTA D’AVORIO Per scelta di famiglia, mia moglie ed io, avevamo deciso di mandare i nostri ragazzi alla scuola francese; questa colonia era molto sviluppata in Costa d’Avorio e la scuola ben organizzata. Al nostro arrivo nel 1971 non sapevamo quanto potesse durare colà il nostro soggiorno. La scuola francese assicurava corsi completi, università inclusa, mentre quella italiana non andava oltre la terza media e, come vedemmo negli anni successivi, con grossi problemi per mancanza di allievi e di mezzi economici. La scuola italiana poteva andar bene per coloro che venivano inviati dalle grandi società italiane per due, tre anni in Africa i cui figli non potevano cambiare metodo e addirittura lingua. Avevamo anche notato che ragazzi figli di italiani che restavano in Africa per lunghi periodi ed avevano frequentato la scuola italiana erano purtroppo, molto spesso, dei disadattati. La scuola italiana li abbandonava verso i 12 anni e la loro integrazione nella scuola francese era per lo più difficoltosa. Questa scelta è stata per fortuna giusta. Abbiamo potuto dare ai nostri ragazzi una educazione normale in una scuola normale ottenendo dai nostri figli dei risultati più che buoni, soprattutto dopo il nostro rientro in Italia. Pagina 15 Pur tuttavia anche nel caso della scuola italiana mi sono trovato in profondo contrasto con l’Ambasciata. Come su accennato esistevano dei grossi problemi economici per il funzionamento della scuola stessa – il contributo del Governo era insufficiente - e, tutti gli anni, su convocazione dell’ambasciata, in una riunione ad hoc, veniva discusso il modo di finanziamento della scuola. Quasi tutte le società con interessi italiani, inclusa la mia, corrispondevano dei fondi e si riusciva a coprire sempre tutte le spese; ciò accadeva anche se i figli dei finanziatori italiani andavano, in genere, alla scuola francese; eravamo tutti fieri ed interessati all’esistenza di una scuola italiana. L’ambasciata poi si pompava (francesismo) potendo far vedere a Roma i risultati conseguiti. Un giorno mio figlio Massimo mi disse testualmente “papa mi gratta la schiena”, compresi che non conosceva la differenza tra il verbo rodere e grattare. Avevo anche notato che, pur parlando noi in casa la lingua italiana (mia moglie Mary è tuttavia di educazione scolastica inglese), i ragazzi conoscevano male la grammatica e, meno ancora, la sintassi. Il mio linguaggio inoltre tendeva a francesizzarsi ed era un peccato non poter far apprendere ai nostri ragazzi la lingua di Dante e Manzoni in modo corretto. L’anno successivo, in occasione del finanziamento della scuola italiana, ebbi la male augurata idea di far indicare all’Ordine del Giorno: “ Finanziamento Corsi d’Italiano per ragazzi italiani che frequentano la scuola Francese” Non ottenni nulla. Mille difficoltà vennero presentate, tanti problemi organizzativi sollevati, specialmente dall’ambasciata, quindi la proposta non passò. Soltanto l’addetta culturale italiana dell’ambasciata di cui non ricordo il nome accettò di dar dei corsi gratuiti; nemmeno la sua buona volontà venne tenuta in considerazione. Il bello è che i finanziamenti volontari arrivavano per la maggior parte da privati i cui figli, come già detto, erano nelle stesse condizioni dei miei. La mia proposta, non accettata dall’ambasciata, bloccò in pratica quasi tutti i finanziamenti dei privati e la colpa, per l’ambasciata, fu ancora una volta di Bernardini. Non pensarono credo minimamente all’obbligo che forse l’ambasciata doveva avere nel divulgare la lingua italiana. Inoltre non videro che ai finanziatori, oltre che pagare, interessava anche che i loro soldi venissero in parte destinati all’educazione dei loro figli. Ciechi ed opportunisti. Qui mi viene in mente la storia della “Vergin Cuccia” nel Giorno del Parini. Pagina 16 CIRCOLO ITALIANO Fui uno dei promotori, nell’anno 1972, della costituzione del Circolo Italiano in Abidjan. Insieme ad altri italiani Renato Biressi, imprenditore del marmo, Giovanni Aragno, imprenditore materiali inerti da costruzione poi pittore di discreto successo, Lino Consolini agronomo della Montedison e Franco De Santis ingegnere in elettronica, organizzammo un bel circolo con piscina, ristorante, vari grandi locali adatti per feste da ballo, serate carnevalesche in maschera, tornei di scacchi, bridge e giuochi vari. Il Consiglio d’Amministrazione, formato da 15 italiani, era eletto dagli iscritti. Per alcuni anni tutto funzionò perfettamente. Riuscivamo a coprire le ingenti spese con la quota annuale, la ristorazione, i giochi, feste da ballo e lotterie varie. Tra l’altro la scuola italiana veniva ospitata gratis nei locali del Circolo. Fui un eletto fisso nel Consiglio ove assumevo, annualmente, una delle due cariche più importanti, quella di Segretario o Tesoriere; ciò mi faceva molto piacere ed indicava chiaramente che gli altri italiani erano soddisfatti dell’impegno che mettevo nell’ espletare il mio compito, cosa che, tra l’altro, facevo con piacere e non mi pesava troppo. La mia passione fu l’organizzazione del Club degli Scacchi, aperto ai non iscritti, nonché il lancio del Campionato di Scacchi della Costa d’Avorio ove ottenne un successo “remarquable” come scrisse il giornalista amico di Fratérnité Matin, Mamadou Coulibally. Al primo campionato s’iscrissero più di 100 partecipanti e, oltre al piacere di misurarmi contro dei forti giocatori, ebbi anche la soddisfazione di vedere le entrate del Circolo aumentare; al termine dei giochi potemmo dare un contributo straordinario alla scuola italiana. Conosciamo la ritrosia, tutta italiana, a partecipare ai club di anglo-sassone memoria, in tale contesto si può ben dire che il Circolo Italiano fu una eccezione. I vari ambasciatori che si susseguirono negli anni ’70 erano tutti entusiasti e frequentavano volentieri il Circolo. Sappiamo che il bovarismo (arrampicazione sociale) è una caratteristica del genere umano e la presenza dei nostri ambasciatori fungeva da calamita per tutti gli italiani che amavano stare in compagnia dei così detti potenti alla cui categoria beninteso erano inclusi i nostri ambasciatori. Pagina 17 Laute entrate giungevano al Circolo dal ristorante che funzionava tutte le sere oltre alla domenica per il pranzo. La gestione della cucina era assicurata dalla signora Igea Capponi, di origine bolognese che ci ammanniva, soprattutto alla domenica, delle favolose teglie di lasagne al forno con ragù. Per alcuni anni tutta la comunità italiana dette il proprio contributo, in lavoro, ed ognuno cercava di collaborare al meglio. Al di fuori della nostra comunità il Circolo veniva considerato uno dei migliori e più simpatici luoghi di ritrovo serali dagli expatriés francesi ed europei in genere, veniva altresì frequentato dalle Autorità della Costa d’Avorio e tutti potevano apprezzare i manicaretti e le leccornie della Igea Capponi con conseguente ricaduta positiva sull’immagine degli italiani colà residenti, nonché sull’economia del Circolo che fu, lo ripeto, sempre sana. Il Circolo quindi andava così bene, sotto tutti i punti di vista, che un bel giorno, nel 1977, l’ambasciatore in carica convocò il Consiglio, di cui era Presidente Onorario, e propose l’assunzione di un gestore italiano al fine di dare un impulso maggiore alle attività dello stesso. Questa idea non era affatto malvagia, avevamo necessità di una organizzazione fissa che seguisse, in maniera coordinata, l’insieme della gestione e delle operazioni, cosa questa impossibile da controllare col sistema del volontariato sino ad allora applicato. Il controllo del gestore e delle operazioni restava al Consiglio che rimase immutato. Si considerò anche che i mezzi di cui il Circolo disponeva erano più che sufficienti a pagare il costo di una persona. La scelta del gestore doveva essere attenta e, oltre alle capacità gestionali, era necessario che il preposto fosse persona corretta in quanto giravano delle belle somme. Tale scelta venne suggerita dall’ambasciatore; venne proposto un italiano Mago di professione, essa uscì quindi dal cappello dell’ambasciata e cos’altro poteva uscire se non un prestigiatore? Questi era espertissimo in prestidigitazione; nel gioco con le carte poi era un padreterno, impossibile vedere ove nascondesse la donna di picche. Vi assicuro che con le monete era ancora più potente… gliene davi una, te ne faceva apparire quattro o cinque, era forte quindi nelle moltiplicazioni positive. Non avrei mai pensato tuttavia che lo fosse anche in cucina. incassare dalla ristorazione mille e far apparire una perdita di tre cento. In pratica risultò subito che, con gli incassi, non copriva le spese per l’acquisto dei viveri e delle bevande per la cucina. Il costo per gli acquisti risultava immutato, conferma questa dell’immutata frequenza di clienti, mentre gli incassi erano in vertiginosa discesa ossia non li versava in banca. Pagina 18 In quel periodo io ero il Tesoriere del Circolo e mi accorsi molto velocemente che il nostro Mago faceva sparire quasi tutti gli incassi. Donna Igea Capponi, in precedenza, procurava degli importanti benefici nella ristorazione che sparirono all’arrivo del Mago, per contro i costi per l’acquisto di generi, come già detto, per il ristorante e bar rimasero immutati, la frequentazione da parte dei soci non era in calo. Intervenni in modo energico col Mago chiedendo precise spiegazioni sui pessimi risultati economici ottenuti nei primi tre mesi di attività (ero stato in ferie per un mese). Ottenni delle risposte insoddisfacenti e chiesi al Mago di essere molto più trasparente nel darmi i conti nel futuro. In quel di Pitigliano, da giovane, allorché una persona redarguita non voleva nulla intendere si diceva della stessa “è come dir puttana alla volpe” oppure anche “è come far a corsa coi lepri”; il vernacolare toscano ha molte espressioni colorite che indicano la saggezza popolare. Ebbene il Mago continuò imperterrito nel suo operato, il successivo controllo che feci alla fine del quarto mese di gestione, dette gli stessi pessimi risultati. Mi resi conto che eravamo già in perdita, ciò per la prima volta dalla costituzione del Circolo, ormai vecchia di almeno cinque anni, pertanto non si poteva più tergiversare. Redassi un bilancio ed un rapporto inviandolo ai consiglieri ed in ambasciata, chiedendo: a) Un contributo straordinario da far versate ai soci a compensazione delle perdite. b) Rimozione immediata del Mago. Il consiglio deliberò il contributo straordinario richiesto (tutti dovemmo pagare), ma optò per la riconferma del Mago e la concessione di un ulteriore periodo di fiducia allo stesso; questa seconda delibera venne assunta su precisa richiesta dell’ambasciata che non vedeva di buon occhio il licenziamento di un italiano. Il periodo di gestione del circolo da parte del Mago corrispose col cambio dell’ambasciatore. Il nuovo diplomatico non frequentava il Circolo, aveva altri interessi pur legittimi per passare il suo tempo libero. Come sopra detto però la spinta del bovarismo venne meno e la frequentazione di molti soci calò. Fu determinante la mancanza dei direttori delle grandi imprese italiane quali: Agip, Alitalia, Fiat per far scendere il numero delle presenze; il tutto ad imitazione dell’ambasciatore. Pagina 19 La combinazione dei due fattori Mago + calo di presenze stava portando inevitabilmente alla chiusura il Circolo, quest’ultima ipotesi non poteva assolutamente essere condivisa dall’Ambasciata. Il Consiglio, come detto, era formato da 15 persone, di cui sette rappresentanti l’ambasciata e le grandi società italiane ed otto eletti da piccole e medie società private; lo stesso ripropose il licenziamento del Mago in quanto erano ormai chiari, in tutta la sua evidenza, l’incapacità e la regolare perdita di soldi causati dalla sua gestione. Rifiuto assoluto dell’ambasciatore in quanto non si voleva esporre la colonia italiana alla brutta figura di un licenziamento. Su questa posizione si allinearono tutti e sette i consiglieri delle grandi società, mentre otto votarono a favore del licenziamento. L’insistenza dell’ambasciatore fu tale che alla fine la maggioranza venne tacitata. Proposi allora un ulteriore finanziamento per coprire la nuova perdita; rifiuto all’unanimità, me compreso. A questo punto richiesi che venisse posto a voto segreto, come previsto dallo Statuto, il licenziamento del Mago e ben 11 membri votarono a favore (notare che a viso aperto in pochi ebbero il coraggio di andare contro l’ambasciatore). In questo caso la razionalità prevalse sulla politica mentre il sottoscritto, unitamente al Presidente Renato Biressi e al vice Presidente Franco De Santis, venimmo additati al ludibrio pubblico in quanto avevamo osato andare contro la volontà dell’ambasciata. DECORAZIONI / ONOREFICENZE Dimenticata la nomina a Cavaliere, ho continuato il mio lavoro in Africa. Mi sono occupato, in vari Paesi, di sviluppare la mia attività nel settore marittimo e credo con buon successo. Il mio lavoro è stato riconosciuto dai Governi Africani e ben tre decorazioni mi sono state conferite per Decreto. Ricordate nel Medio Evo le onorificenze ed i titoli dati dalla Chiesa dietro pagamento? Si chiamava simonia, vero? Ricordate inoltre quanto ho più volte detto sulla incapacità di tutto il sistema italiano ad essere serio. Si può dire che siamo opportunisti, vero? Da noi per ottenere qualcosa occorre o essere integrati oppure pagare. Pagina 20 Giuseppe Parini, il prete zoppo del settecento, nella sua bellissima poesia “La Caduta” si sente dire, in una giornata piovosa e fredda, da una persona incontrata, che un personaggio al suo livello – che andava per la città con passo incerto ed in miseria, doveva salire le scale dei potenti, ne avrebbe avuto quantomeno le briciole per sostenersi; e la dignità dove la mettiamo, fu la risposta del Parini. Figuriamoci se il mio caratteraccio tosco/romano forte, straight come direbbero gli inglesi, immodesto e presuntuoso mi avrebbe mai permesso di scendere a compromessi per ottenere un’onorificenza. Il mio piglio mi è senz’altro costato qualcosa, nel breve periodo, sono tuttavia sicuro che, nei tempi lunghi della vita, mi a apportato chiari vantaggi quali stima da collaboratori e partner; l’autonomia e serietà del comportamento invece mi ha fatto sempre godere della fiducia e considerazione degli stessi, ciò ha rappresentato per me un vantaggio ben più utile e degno di considerazione di una qualsiasi medaglia onorifica per l’ottenimento della quale, in Italia, è spesso necessario pagare un conto e non solo materiale. Vi faccio soltanto un esempio di come il nostro Stato se ne freghi se i propri cittadini fanno onore all’Italia all’estero. Nel 1996 venni decorato a Libreville, in Gabon, con Decreto del Ministro della Marina SE Joachin Mahotes, controfirmato dal Presidente della Repubblica SE Bongo, al Grado di Officier de l’Ordre du Mérite Maritime, un’onorificenza identica venne concessa, col medesimo Decreto, ad un mio partner francese, Monsieur Alain Henry, presidente dell’Armamento Secam di Parigi. Entrambi inviammo insieme copia del Decreto di nomina alle rispettive Ambasciate in Libreville. Al rientro in Italia inoltre io trasmisi ai nostri Ministeri, Esteri e Marina, la documentazione attestante l’avvenuta concessione della onorificenza da parte di uno Stato estero ad un cittadino italiano che faceva onore, in giro per il mondo, all’Italia. Il mio amico francese ricevette, dopo breve tempo, una lettera di felicitazioni dal proprio Ministero della Marina e ciò contribuì anche ad ottenere identico riconoscimento dalla Autorità francesi (Commandeur). Crede il lettore che le nostre Autorità abbiano perso tempo in una piccola faccenda simile? Ingenuo, il menefreghismo italico fa si che lo Stato non si perda su tali quisquilie; per ottenere qualcosa da noi è necessario o rompere le balle…. oppure pagare il pizzo (vi posso assicurare che si ottiene tutto); Pagina 21 L’orticello di guerra di mussoliniana memoria, ne ho scritto nel capitolo “Economia Politica “, è imperante da noi. Un grande Paese come l’Italia doveva avere delle Ambasciate anche in piccoli Paesi africani, ciò era giusto. Esse hanno fatto troppo poco per meritare la stima del Paese. Abbiamo avuto qualche buon Ambasciatore in alcuni Paesi chiave, ma per il resto tutto era superfluo, spesso per la incapacità e, soprattutto, per noncuranza. ICE – Istituto Italiano per il Commercio con l’Estero Vogliamo adesso spendere due parole per meglio conoscere l’ICE? Questa organizzazione, con sede a Roma Eur, che dipendeva dal Ministero Commercio Estero, l’ho potuta conoscere in Italia negli anni 1968/1971 quando, in qualità di Procuratore della IBA di Roma e responsabile del servizio export chiedevo ai vari uffici ICI nel mondo di fornirci informazioni e contatti per sviluppare il mio lavoro; quindi l’ho ritrovata in Africa in vari Paesi. Era un carrozzone mangiasoldi soltanto. Stipendificio e basta. Noi italiani eravamo ben bravi a quei tempi a creare strutture inutili e l’ICE, secondo me, appartiene a questa categoria a pieno titolo. Vogliamo un esempio pratico. Presto detto. Dalla IBA di Roma, ove lavorai negli anni 1968 / 1971 svolgendo un buon lavoro di esportazione di prodotti italiani in Africa, chiedevo spesso agli uffici dell’ICE, liste di operatori ed importatori per sviluppare la nostra attività. Ogni tanto ricevevo queste liste con degl’indirizzi e perdevo un sacco di tempo e soldi nei contatti con le società indicatemi; solo al mio arrivo in Africa potei rilevare che queste liste venivano redatte sulla base degli elenchi telefonici, quindi non valevano assolutamente nulla. INVITI A CENA C’era in Africa l’abitudine, degli inviti a cena. Quasi tutti organizzavano serate ed era una specie di gara tra signore di varie nazionalità a preparare le più appetitose delicatessen della cucina dei loro Paesi. Durante gli anni ’70 e ’80 lo colonia degli “expatriés” (non uso intenzionalmente la bruttissima e quasi offensiva parola italiana “emigranti” con la quale venivamo apostrofati negli atti ufficiali) era ad un buon livello sia culturale che economico, Pagina 22 soprattutto in Africa. Era finito infatti il periodo dell’emigrazione di povera gente italica che si sviluppò agli inizi del ventesimo secolo e dopo la seconda guerra mondiale. In Africa veniva inviato, da imprese italiane ed europee, personale qualificato, con contratti validi e buone remunerazioni. Fu una specie di gara internazionale di buona cucina che durò lungo tutto il periodo del nostro soggiorno, circa 13 anni, in Africa. Le signore francesi si consideravano le più brave. Infatti la cucina francese è ottima, un po’ troppo lavorata; coperta di salsine varie ed appetitose tende, secondo me, a nascondere un po’ il gusto originale del piatto preparato; perfetta nel servizio con coperti appropriati e molto curata nei vini serviti sempre in conformità al piatto in tavola. La cucina italiana era quasi sempre ben apprezzata anche se spesso, soprattutto negli anni ’70, mancava sui mercati anche la pasta. Si mangiava molto bene presso inglesi, americani e tedeschi; soprattutto presso gli americani i quali, è notorio, non si rompono certo la testa in cucina. Essi avevano tuttavia un grosso vantaggio sugli altri; questa era l’unica colonia che poteva beneficiare del Commissary, in pratica la loro ambasciata curava l’importazione dagli USA di generi alimentari per rivenderli, soltanto agli americani, in un loro magazzino interno al locali del consolato. Questa loro possibilità, estranea agli altri, causò una simpatica e strana situazione. Una sera nel 1977. eravamo due o tre coppie di italiani, venimmo inviatati a cena dalla famiglia americana dei Frankstain (questo era il nomignolo loro dato poiché la moglie si chiamava Fran ed il marito Ken). Ci vennero serviti dei Broccoli lessati insieme a della carne. Occorre precisare che il broccolo non cresce in Africa e che noi italiani non lo avevamo più mangiato da anni; questi broccoli quindi, che essi avevano acquistato nel loro Commissary, ebbero un successone, ne mangiammo a bizzeffe vantandone in modo esagerato il gusto e le qualità curative: contro i tumori ecc; la novità ci aveva portato naturalmente ad esagerare. Si sparse, presso la colonia degli americani, la voce che noi italiani fossimo tutti matti per i broccoli (molto insipidi per la verità) e quindi per alcuni mesi, ad ogni invito presso le altre famiglie americane, ci vedemmo servire sempre ….. broccoli. Quando realizzammo questo malinteso dovemmo tutti insieme, pur ringraziandoli della gentilezza, scoraggiare gli americani dal continuare ad ammannirci broccoli!!! La storiella terminò con grandi risate. Pagina 23 Il primo invito a cena lo ricevemmo, mia moglie ed io, in Abidjan. Fu da parte dell’amico Piergiorgio Bianchi. Eravamo in dicembre 1971. Essi abitavano in una zona bassa e paludosa di Boulevard de Marseille. Insieme ad altri invitati italiani e francesi mangiammo molto bene ed apprezzammo la cucina brianzola propostaci. La cena venne servita all’aperto da un buffet ben ricco ove ci servimmo a volontà sedendoci poi, per il consumo, su sedie in vimini. Il giorno successivo notammo su tutto il corpo parecchie bolle rosse che procuravano un fastidioso dolore e prurito. Erano così tante e grosse che credemmo subito si trattasse di avvelenamento o qualcosa del genere. Chiamammo un amico che aveva cenato con noi chiedendogli se tutto andasse bene per lui o se soffriva del nostro disturbo. Egli non aveva avuto reazione alcuna e, vecchio dell’Africa, ci disse subito che dovesse trattarsi di punture di zanzare. Tutte le macchie e bozzi passarono infatti in uno due giorni e pensammo che la cena fosse stata utile per iniziare a crearci gli anticorpi necessari a resistere alla zanzara. Così fu infatti poiché in seguito ne soffrimmo vieppiù meno sino ad essere quasi indifferenti alle loro punture. GHANA I colonizzatori inglesi la chiamava Costa d’Oro. Fu uno dei Paesi che nel settecento soffri molto per essere un centro di raccolta degli sciavi che le navi olandesi trasportavano in America. Vennero costruiti dei forti a Cape Town, tutt’oggi esistenti e da me visitati, e qui venivano raccolti gli schiavi in attesa d’imbarco. Paese molto ricco con importanti produzioni di legname, caffè, cacao (di cui era negli anni ’70 il maggior produttore al mondo) nonché oro, diamanti ed alluminio, ai giorni nostri hanno trovato anche del petrolio. Il Ghana fu il primo Paese dell’Africa Occidentale ad ottenere, dalla corona inglese, l’indipendenza, correva l’anno 1957. Justice and Freedom indica una incisione sul bel monumento inaugurato il giorno dell’indipendenza. Il comunista Nkumah ne prese subito il potere. Stalin ed il comunismo dicevano di aver vinto la seconda guerra mondiale (un po’ come i nostri partigiani che esagerando dicevano aver concorso molto al ritiro delle truppe naziste dall’Italia) e subito dopo, la ben nota guerra fredda, si spostò sul continente africano. Il comunismo occupò vari Paesi oltre al Ghana, ricordo brevemente l’Angola, il Mozambico, il Madagascar, la Guinea Conakry, la Congo Brazzaville (Monsieur Brazza tra l’altro era un italiano) ecc. Pagina 24 Ovunque vi ha portato miseria e guerre civili, mai sviluppo. ( TERMINATO IL 18.12.2005 – IGNORARE QUANTO SEGUE: SONO SOLO NOTE PER MEMORIA DA COMPLETARE) Ebbi le prime notizie sul Ghana dal vecchio Geometra Orsi con il quale ebbi un lungo rapporto di lavoro durante il mio soggiorno nel 1967 a Carachi in Pakistan (così si scriveva in italiano quando ero studente). Orsi aveva lavorato in Ghana per la Stirling Astaldi Ltd, società del gruppo Astaldi per la quale anch’io lavorava, e conosceva molto bene sia il carattere dei ganeani che la loro fierezza e …. …… Il nostro soggiorno in Africa, durò per oltre 13 anni, poi ha continuato sino ad oggi in modo discontinuo. E’ stato apprezzato da tutta la mia famiglia. Il sacrificio di vivere in un ambiente non nostro è stato sofferto da tutti, insieme abbiamo anche beneficiato dei vantaggi relativi. Non mi sarebbe stato possibile restare senza il sostegno di mia moglie Mary. I due figli Daniela e Massimo, pur giovani, sono stati anch’essi di enorme aiuto, soprattutto non ci hanno mai dato dei grossi problemi; essi sono rimasti ancorati alla famiglia, per merito soprattutto di Mary, mentre osservavamo intorno a noi giovani europei déracinés (senza radici ossia). In quegli anni (1970 / 1980) la vita materiale in Africa era molto facile, il difficile era rappresentato dal restare con i piedi per terra e non illudersi che, per tutta la vita, si poteva restare in quella situazione di facile benessere. Mia moglie ed io ci siamo riusciti; il mio forte carattere toscano ha prevalso sulla superficialità e sulla facilità, abbastanza falsa, della vita vissuta in quel periodo. Tutto ciò grazie appunto a Mary, Daniela e Massimo. Da sviluppare: • Contatti con neri, con francesi (porto). FATTO • Eden, motivo perché i neri non lavorano. FATTO • Ambiente, cena da Piergiorgio Bianchi, zanzare (fatto). • ICI, il nulla. (fatto) • Incapacità a produrre ricchezza per motivi di necessità sempre mancanti / Avances Ouattara FATTO • Rapporti con poliziotti/doganieri / Luci Fiat 124 /Port de Pêche (fatto) • Natale morto su Mv Monte Almanzor. • Rapporto tempo / spazio – Carena. • Presidenti, Ministri, Nunzio, Ambasciatori (vendita indulgenze), Decorazioni C.A. Gabon. • Cofama – architetto . du Desert du Sahel. • Commercio legname. • Circolo Italiano – Storia del Mago e chiusura - Ambasciatore/ Awaica / Scuola Italiana, rapporti con colonia italiana: solo Paganelli e Piergiorgio Rino Bianchi mi hanno aiutato con imbarchi legname. • Ghana / Fred • Decadenza C.I. – Decadenza Africa. • Elenco Armamenti e Conseils des Chargeurs rappresentati negli anni. • Amico Africa, riconosciuto alle riunioni dell’UCCA. • Lettere di riconoscenza da neri. • Vita familiare, scuola francese, sostegno da Mary. • Fred LIBRO PRIMO – Parte Quarta GENOVA dall’agosto 1983 ad oggi. Nel Febbraio 1962, al termine del C.A.R. che, come già detto, svolsi a Fossano, fui trasferito al II° Deposito Misto di Genova, località Lagaccio, vicino alla stazione ferroviaria Principe, in centro città. Venni incaricato, all’inizio, di seguire il Servizio Vettovagliamento e Cucina. Eravamo circa 60 militari e la stragrande maggioranza era adibita ai servizi presso gli Alti Ufficiali del Distretto Militare di Genova, quelli che in gergo venivano chiamati sguatteri in quanto impegnati presso le famiglie degli Ufficiali Superiori. Il vero appellativo era Attendenti ma tutti li chiamavano sguatteri. Era un po’ vero, questi poveri ragazzi erano costretti a fare la spesa ed altri piccoli servizi alle signore, presso le loro abitazioni. In origine l’Attendente fu l’Aiutante, figura necessaria, soprattutto in tempi di guerra, all’Ufficiale Superiore per espletare tutti i piccoli servizi personali di cui lo stesso aveva bisogno sul teatro di guerra e che non poteva eseguire, per non perdere la sua dignità, esso stesso. Poi in periodi di pace la figura dell’Aiutante si trasformò in Attendente presso la famiglia dell’Ufficiale. Non so se nella moderna organizzazione militare e dopo l’eliminazione della leva obbligatoria questa figura esista ancora, mi auguro di no perché non serviva a nulla per il giovane ed era addirittura degradante per lo stesso. Trascorsi oltre un anno a Genova. Il lavoro mi piaceva e subito io ebbi l’incarico, oltre al Vettovagliamento, anche del Servizio Fureria. I due lavori mi tenevano sufficientemente impegnato, ma godevo di moltissimo tempo libero che sfruttai per conoscere la città ed i dintorni. Genova mi piacque come città ed i dintorni anche; non mi piacque per niente, invece, il carattere del genovese. Ritenei che la divisa militare, obbligatoria a quei tempi, rappresentasse un baluardo ai contatti con i locali, mi sbagliavo in quanto questa forma di distacco che essi manifestavano verso un giovane militare fu riconfermata, dopo vent’anni, allorché ritornai a lavorare a Genova con la mia famiglia. Correva infatti l’anno 1983 quando lasciai l’Africa e con la famiglia ci trasferimmo a Genova. I motivi furono principalmente due di famiglia e di lavoro. In primis, ed in pieno accordo con mia moglie, volemmo far uscire i nostri due ragazzi dal benessere africano e dalle scuole ivi frequentate. Avevamo infatti notato che i giovani di altri expatriés i cui genitori pensavano egoisticamente soltanto alla loro bella vita africana ed a quella, altrettanto bella, dei loro figli, avevano un comportamento, secondo noi, sbagliato. In pratica quasi tutti coloro che stavano Libro Primo – Parte Quarta – Pagina 2 frequentando le superiori ad Abidjan erano dei disadattati e ciò per due motivi fondamentali. In primo luogo era la bella vita ed i mezzi materiali di cui godevano che metteva questi giovani in una situazione di irrealtà. Ciò andava bene se avessero scelto di passare tutta la loro vita in Africa, malissimo invece se un giorno dovevano rientrare in Europa; si creava in essi una specie di superiorità naturale verso che gli stava intorno (in genere erano africani) mentre ci sembravano impreparati, quasi naif, ad affrontare i problemi che la vita in Europa poneva. Questa naturale presunzione di superiorità doveva essere, secondo noi, interrotta da un bagno di umiltà da prendere nelle scuole europee. Qui potevano confrontarsi con la nostra realtà culturale che è profondamente diversa (non voglio dire superiore) a quella africana cui erano abituati. L’altro motivo che ci spinse a far rientrare i nostri ragazzi fu proprio la scuola. Noi avevamo notato che, da alcuni anni, i programmi scolastici tendevano vieppiù ad insegnare la cultura africana, inoltre si poteva notare un livellamento, verso il basso, di questi programmi di studio. Ciò era certamente comprensibile in quanto eravamo in Africa e, giustamente, la scuola doveva principalmente servire agli africani. Avemmo la netta sensazione che una volta preso il BAC in Africa i nostri figli avessero dei seri problemi di adattamento sia nella scuola che nella società europea. Sviluppare: • Famiglia, figli ecc. • Risultati lavoro • LIBRO SECONDO - Parte Seconda ECOMOMIA POLITICA In altra parte di queste note (v/ Pitigliano), dissi di essere nato da genitori comunisti, o meglio antifascisti, ed in ambiente rosso. Durante le scuole superiori, poi intorno ai 16/17 anni, allorché ho cominciato a leggere dei libri d’economia, di politica e vari saggi, mi convinsi che il comunismo non poteva essere quello per il quale la gente cantava Bandiera Rossa ed inneggiava “a da venì Baffone” (Stalin). Eravamo a metà degli anni ’50 ed ancora questa filosofia carpiva la buonafede delle masse (orribile espressione per indicare gli esseri umani); io mi convinsi invece che fosse contraria all’istinto naturale stesso dell’essere umano, quindi improponibile, inattuabile, utopica e falsa sin dalle sue fondamenta. Ho sempre affermato che se un giovane di 16/17 anni riuscì ad intuire il fenomeno del comunismo ed a prevederne la caduta, quaranta anni prima che ciò effettivamente avvenisse, come poteva la classe politica italiana, ancora negli anni settanta, continuare ad inneggiare e far credere alla sua bontà ? Tutti abbiamo sempre parlato del comunismo, pochi invece dei comunisti. Personalmente li divisi in tre categorie: 1. I Filosofi: essi sono avulsi dalla realtà (lo sono quasi sempre stati), tuttavia, spero almeno in buonafede, credevano in ciò che essi dicevano o scrivevano, quindi occorreva accettarli. Hanno riempito le biblioteche di mezzo mondo predicando l’uguaglianza, il governo del proletariato, laicità ecc; ebbi l’impressione che, a parte la laicità, dicessero quasi le stesse cose dei preti che per duemila anni ci hanno ammannito gli stessi concetti, con una sola differenza che alla fine della favola il prete prometteva il Paradiso, il comunismo ateo solo l’Inferno. Il comunismo toglieva all’uomo persino la speranza dell’aldilà, cosa può essere la vita terrena senza speranza di un futuro dopo la morte?? 2. Quelli in Malafede: non mi si venga a dire che quando i nostri politici, negli anni ’60, ’70 e 80’, andavano in URSS e quivi vivevano anche per lunghi periodi, non avessero la capacità di vedere la realtà del comunismo. O erano tutti filosofi oppure erano in perfetta mala fede. Nel 1978 mi recai con la famiglia a Miskoc!, città dell’Ungheria Orientale, nella zona del Tocai, quasi al confine con la Russia, ed ebbi l’occasione di constatare di persona la vita ed i progressi reali in un paese comunista, ne fui rabbrividito. Tra l’altro incontrai Libro II – Parte II, pagina 2 un certo Pista Seifert, padre del secondo marito di mia suocera. Era un vecchio molto avanti con gli anni. Parlava abbastanza bene l’italiano avendo fatto la prima guerra mondiale nella marina dell’Impero Asburgico, vicino Venezia; ne riportai un’impressione triste in quanto questo povero vecchio mi disse che la sola sua speranza era, ascoltando tutte le mattine alle ore 06:00 la radio, di poter udire, prima della morte che sentiva vicina, la notizia della caduta del comunismo in Ungheria! Tragico. Purtroppo non ne ebbe l’occasione, morì prima che il suo sogno si avverasse. Nel 1985 mi recai in Russia a Samara, vecchia Kuibisheck, ad un’ora di mezza di volo da Mosca verso sud-ovest, non troppo lontano da Odessa e vicino a Togliattigrad (ove la FIAT fornì i materiali e l’assistenza per produrre la Lada); vi passai molti giorni trattando, con degli armatori ucraini il noleggio di alcune loro navi. Questo soggiorno mi fece constatare la correttezza delle mie previsioni sul comunismo fatte trenta anni prima. Miseria e povertà erano presenti ovunque. Nessuno prendeva decisioni, nessuno voleva correre i rischi per ciò che faceva, nei magazzini, poveri di merci, il servizio delle commesse, pur se in genere belle, era nullo. Mi convinsi che trenta anni prima avevo visto giusto. Ma i nostri Grandi Politici e Sindacalisti Comunisti possibile non abbiano mai visto né intuito nulla? Confermo la mia teoria: o sono dei filosofi oppure sono in malafede. 3. Gli Illusi: Questa espressione la trovo io stesso molto dura, soprattutto per le persone cui è destinata che non la meritano. Trattasi dei Lavoratori. A questi, che sono sicuramente in buona fede, è stata venduta la luna; uguaglianza e protezione economica per tutti. Tutte utopie per carpirne la buona fede. Essi vi hanno ingenuamente creduto, in molti casi per convenienza immediata, e sono, secondo me, quelli che più hanno sofferto ed ancor oggi (anno 2004) ne pagano le conseguenze. Nelle democrazie occidentali il progresso l’ha portato la libertà, il liberismo economico, la democrazia, certo non il comunismo. che ha creato ad ogni latitudine povertà, totalitarismo e mancanza di libertà. Ho letto molto sul comunismo, tra l’altro un pallosissimo libro dal titolo Nomenklatura scritto da Michael S. Voslensky, edizione Longanesi, stampato nel 1980 che spiega, tra l’altro, come, durante gli anni ’30, allorché si discuteva in URSS sul “Governo delle Masse” gli ideologi precisarono che quando ci sarebbe stato il Libro II – Parte II, pagina 3 Governo delle Masse” lo Stato non avrebbe più avuto ragion d’essere ponendosi il quesito “ allora cosa farà lo Stato” e dando quale risposta “Farà il Controllo del Governo delle Masse”. Capito! Sin dagli albori era previsto che lo Stato dovesse controllare l’azione delle Masse; cosa che poi fece veramente in ogni parte del mondo comunista nel modo che tutti sappiamo. Figuriamoci se le Masse possono governare. L’egoismo umano fa sì che ognuno cerchi la propria convenienza personale fregandosene altamente del prossimo; inutile proporre degli stereotipi, leggi Stakanov, che debbano servire da insegnamento, le Masse non lo accettano. Nella gente vige il principio “ognuno per sé, Dio per tutti”. La storia del comunismo c’insegna che nemmeno col bastone si riesce a far lavorare la gente, se questa può sbolognare il proprio lavoro avendo, soprattutto, dei benefici di quello altrui. Marx scrisse: “ad ognuno secondo le sue capacità e necessità”. Balle! Tutti siamo d’accordo sulla prima parte della frase <secondo capacità >, nessuno lo è sulla seconda parte < necessità > poiché ognuno pensa per se stesso. D’altra parte dico: perché dare secondo necessità anche a coloro che sono dei profittatori della società e sfruttano il lavoro altrui non facendo nulla o quasi, non partecipando allo sforzo nel lavoro comune, o, peggio ancora, sono dei ladri? Il comunismo è la negazione della produzione, escluso Stakanov, nessuno lavora né prende iniziative che gli si possono torcere contro; tutto è teoricamente programmato, l’uomo diventa un numero mentre Dio gli ha creato un cervello pensante dotandolo di libero arbitrio. Negli anni sessanta, vivevo a Roma, avevo vent’anni, leggevo il Messaggero e Paese Sera, due quotidiani di area della sinistra, e mi sbellicavo dalle risa leggendo dei famosi Piani Quinquennali dell’URSS; sapevo, avendolo intuito dieci anni prima, che si trattava di fumo in faccia all’umanità. Così accadde e soltanto l’intervento degli USA, che durante quei decenni inviarono milioni di tonnellate di grano, evitò la fame al popolo russo. La produzione era insufficiente, perché? L’ho già detto e non mi ripeto. Verso Samara, siamo vicini all’Ucraina, ho osservato distese infinite di ottima terra nera. Perché non producevano grano? Persino Roma antica inviava soldati da quelle parti per approvvigionarsi in grano, i mercanti locali lo portavano sul Mar Nero e le navi lo imbarcavano per Roma. Nell’industria pesante qualche buon risultato fu raggiunto, dovuto sopratuttto agli sforzi economici insostenibili che lo Stato fece in questo settore, ciò andò contro gli altri settori economici, quindi non fu vera gloria. Un po’ come la nostra IRI che, a mezzo di ricapitalizzazioni durate decenni, ha succhiato dalle casse dello Stato miliardi e miliardi contribuendo a far gravare sullo stesso un Debito Pubblico che Libro II – Parte II, pagina 4 oggi è di circa il 105%, (era circa il 120% ad inizio dell’era Euro, mentre gli altri grandi Paesi Europei sono alla metà circa, Belgio escluso. Possiamo salvare qualcosa del comunismo. NO, io dico, nemmeno la moralità che un sistema equo di distribuzione aveva promesso. Dico NO poiché il nostro mondo occidentale non aveva bisogno di una dottrina nuova inventata da Marx, Egels ecc poiché già il Cattolicesimo ci dettava il principio di amare il prossimo, di aiutarlo, sostenere i deboli ed in più, egoisticamente, come già detto, il Cattolicesimo ci prometteva il Paradiso mentre il comunismo, ateo, ci mandava all’Inferno. Come può considerarsi morale il sistema comunista che ha prodotto nel mondo 85 milioni di morti? Non credo possibile parlare di moralità allorché, per raggiungere il bene dell’Uomo, si debba agire in modo immorale; è come se io uccidessi dieci prostitute o dieci ladri dicendo poi che l’ho fatto per moralizzare la società. Siamo nel mese di maggio del 2005, vedo un altro pericolo che il capitalismo ed il comunismo, che oggi chiamiamo socialismo o semplicemente Sinistra, ci presentano. Su scala mondiale abbiamo accettato, in economia, la Globalizzazione / Liberalizzazione / Privatizzazione etc. Lo scopo, sempre ottimo del Capitalismo Socialismo - Comunismo, è quello di trasferire ai Paesi più poveri alcune attività anche industriali creando un certo sviluppo in quelle economie. Chiaramente sui tempi lunghi il concetto economico si potrà rivelare corretto, creando un migliore potere d’acquisto in questi poveri Paesi e quindi uno sviluppo mondiale più equilibrato; meno ricchi e meno poveri allo stesso momento. Non desidero qui mettere in discussione il principio che può essere sano. Desidero soltanto, far notare che lo stesso, come già fu l’idea comunista, è contrario all’istinto ed egoismo umani. Ciò creerà delle fortissime tensioni economiche e sociali tra Paesi e nello stesso Paese, tra classi. Stiamo già osservando l’Europa che cerca di difendersi dai prodotti cinesi, stiamo assistendo ad un chiaro trasferimento di ricchezza dall’Europa alla Cina, India, Egitto ecc. Al di la del Principio sono i nostri cittadini preparati a diventare più poveri? Chiediamolo ai Sindacati ed avremo una sola risposta, NO. Per nostra fortuna in Italia già abbiamo il colpevole, Berlusconi ed il suo Governo; calma, la strada verso l’impoverimento dell’Italia, che cominciò col fare enormi debiti negli anni ’70 e ’80, non è ancora terminata. Il nostro popolo dovrà ridurre il proprio tenore di vita di almeno un 15%; siamo pronti? Libro II – Parte II, pagina 5 Per mia fortuna non sono un politico vedo tuttavia che nessuna classe sociale, in Italia, è pronta a fare sacrifici, né a lavorare di più, né a rischiare in proprio. Stiamo trasformandoci in una nazione di assistiti ove nessuno desidera lavorare, ma pretende che gli altri (principalmente i privati) lo facciano. In fondo anche in questa situazione è l’istinto umano che entra in gioco; cosa gliene frega oggi ad un italiano medio di fare rinunce a favore di cinesi, indiani o sud americani? La prova? Il Rinnovo del Contratto degli Statali (siamo nel 2005). Chiedono un aumento superiore all’8%, mentre l’economia italiana non può permetterselo. Calma ragazzi, l’economia privata sposta le proprie industrie in India. Non siamo più capaci di produrre nemmeno i preservativi; gente della mia età ha conosciuto gli Hatù, prodotti vicino a Bologna, poi l’attività di produzione è andata in Spagna, quindi sono spariti dal mercato. La Good Year, fabbrica di gomme per auto, ha chiuso inviando a spasso circa 1.300 dipendenti; la Yale, fabbrica di lucchetti ecc, se ne va in Cina, tutti a spasso. Se andate ad acquistare delle foglie di menta nel bellissimo Mercato Orientale di Genova, troverete foglie prodotte in Francia; idem con le noci le trovate francesi, bulgare o californiane; le nostre buonissime noci di Sorrento a Natale sono già finite, la produzione è limitata. Questo è l’andazzo italico, lavorare NO, investire SIAMO MATTI; mi viene in mente un’espressione toscana di quando ero ragazzo, subito dopo la guerra, che diceva < povera Italia come sei ridotta, senza mutande con la camicia rotta > Sono certo che le capacità degli italiani siano enormi, ma occorre piantarla con la solfa del socialismo e della Chiesa, altrimenti ci ritroviamo in < braghe di tela> La Cicala Italiana Fine decennio 1970 ebbi una crisi. Vivevo in Africa con la famiglia. Pensai di aver sbagliato la strategia totale lavorativa della mia vita. Ma come , mi dicevo, me ne sto in Africa sudando le fatidiche sette camicie, lontano da casa, guadagno sì un buon stipendio, ma corro anche dei rischi immensi (mi sono trovato in mezzo a più rivoluzioni), ho abbandonato un lavoro sicuro al Comune di Roma e debbo ammettere che l’Italia è il vero Paese di Bengodi; credevo di aver sbagliato tutto. Libro II – Parte II, pagina 6 Si, così era l’Italia! O almeno così appariva, negli anni ‘70. Mia sorella Vilma, che lavorava alle assicurazioni sino alle ore 14.00, oltre alle normali ferie per contratto godeva, tutti gli anni, di una decina di giorni di ferie extra per malattia; ella doveva fare le cure termali ad Ischia, inoltre aveva anche l’albergo parzialmente pagato dall’INAM (penso allora così si chiamasse). Mio cugino Angelo, all’età di 45 anni, aveva lavorato 25 anni nell’aviazione, congedato col grado di Maresciallo andò in pensione con 2.500.000 lire / mese. Moltissimi miei conoscenti ed amici, quasi tutti insegnati, se ne andarono in pensione con i famosi 15 anni e mezzo di servizio; avevano circa 40/45 anni e si misero ad operare nel privato godendo, in base alla vita media che aumentava, per almeno altri 30 anni, di una pensione di circa 1.000.000 lire / mese. Conoscenti della Italsider o Finsider di Genova, addetti alle riparazioni minute degli altiforni, allorché erano chiamati per piccoli interventi si preoccupavano d’ingrandire il foro di uscita della colata trasformando il piccolo intervento in grande; in tal modo doveva intervenire una ditta / equipe specializzata per grandi interventi ed essi non dovevano lavorare, avevano inoltre una regalia dalla Ditta di manutenzione. A Pomigliano d’Arco gli operai dell’Alfa Romeo raggiungevano un assenteismo del 20% circa e l’accordo Alfa Romeo/Nissan è finito dove doveva finire. I camalli del porto di Genova godevano di stipendio garantito di 900.000 lire mese ed erano chiamati a tre turni mensili (le navi le avevano fatte sparire da Genova); da Milano intanto treni block, carichi di contenitori delle industrie italiane, partivano per Anversa ove i contenitori erano imbarcati per le varie destinazioni. Si costruì in porto a Genova un bacino enorme, per accogliere le grandi navi, e una volta terminato fu ceduto, mai utilizzato, ai turchi per quattro baiocchi. BOT e CCT producevano anche il 18% d’interesse annuo. S’investivano migliaia di miliardi nel progetto siderurgico di Gioia Tauro quando anche i bambini avevano capito che la grande industria avrebbe lasciato l’Europa. Oggi il complesso di Gioia Tauro è stato trasformato in porto per contenitori, ecc. ecc. è inutile continuare tutti gli italiani sono oggi al corrente di questo stato di cose. Quello che mi sorprende e non finirà mai di angosciarmi è che moltissimi politici oggi al Parlamento sono gli stessi che ci governarono negli anni ’70 e ’80. Gli italiani hanno il prosciutto sugli occhi. Libro II – Parte II, pagina 7 Per almeno 20 anni l’Italia ha consumato molto più di quanto prodotto; parte in operazioni sballate che la politica ha imposto e parte a beneficio dei cittadini i quali ultimi, come al tempo degli antichi romani, poterono avere il loro <panem et circenses> quindi tutti felici. La grande differenza sta nel fatto che i debiti sono rimasti e rappresentano circa 25.000 euro per ogni cittadino, tenete presente che gli italiani sono oltre 58.000.000, quindi vi sarà facile fare il calcolo. Io ci rinuncio non ho la cultura a raggiungere queste alte cifre. Nonostante ciò i nostri politici di allora sono ancora in Parlamento!!!. Andrebbe anche bene se ci fosse la volontà di uno sforzo collettivo a sanare la situazione, purtroppo non è così. Lo scarica barili tra gruppi economici non ha termine; i politici, che hanno creato questo buco, non ne hanno la volontà. Meno male che l’Europa c’impone dei parametri di bilancio, altrimenti oggi saremmo nella identica situazione dell’Argentina, al fallimento ossia. Illusione e Morale del Comunismo camaleontico Allorché nel XIX secolo i filosofi comunisti/socialisti dettarono le loro idee si verificò un fenomeno importante che era basato sulla promessa fatta alle classi economicamente più bisognose di un miglior benessere per le stesse. Questa promessa dette vigore allo sviluppo del comunismo/socialismo che, sin dagli albori, si presentò come movimento filosofico di protezione delle masse. La Morale divenne prerogativa del comunismo. Tutto ciò che esso proponeva doveva essere accettato senza discussione, in quanto destinato ad elevare l’Uomo dalla povertà. Personalmente ritengo che il comunismo/socialismo non meriti questo alto riconoscimento morale in quanto è notorio che le democrazie liberali in USA ed Inghilterra abbiamo ottenuto in favore delle “masse” (se io fossi un operaio comunista mi rifiuterei di essere considerato parte delle “masse” termine di una volgarità e bruttezza unico ed esplicativo della considerazione in cui il comunismo tiene l’Uomo), dei risultati ben più importanti ed apprezzabili senza, inoltre, chiamarlo “Masse” Libro II – Parte II, pagina 8 Ebbene dobbiamo fare attenzione perché tutt’oggi la nostra sinistra ritiene di essere la depositaria della Moralità in politica e tutto ciò che essa propone deve essere accettato in quanto è moralmente buono per le “Masse” Questa usurpazione del termine Morale da parte della sinistra tende a confondere l’Uomo ed ad attrarlo verso la su parte. I Politici Italiani Per circa 30 anni non sono andato a votare e tutti mi dicevano che era sbagliato. Non credo sia sbagliato il rifiuto ad essere corresponsabile della confusione che regna nella nostra politica e di conseguenza nel Paese. Come posso io, Franco Bernardini, elettore, accettar di mandare un politico in Parlamento, al quale ho dato il voto sulla base di un progetto presentatomi dallo stesso e da me condiviso col voto e subito dopo il mio eletto lascia il gruppo da me sostenuto e passa ad altro gruppo politico, spesso opposto, o che manifesta una nuova posizione politica non sostenuta dal sottoscritto? La Costituzione autorizza l’eletto non essendo vincolato al mio mandato; ebbene cambiamo la Costituzione in quanto è inaccettabile che il cittadino voti per un sentimento comunista e dopo, il proprio eletto, passi con i fascisti (questo è permesso dalla Costituzione, non dal sottoscritto). Sappiamo che la dignità non esiste in politica né la concretezza, tanto meno il rispetto per gli elettori, tutte prerogative assenti nel nostro mondo politico. Ho ripreso, dagli anni ’90, a votare in quanto spero che il suddetto aspetto sia forse, nella pratica, superato. Il famoso bipolarismo almeno lo promette, me lo auguro. Nonostante quanto ci ha fatto vedere il comunismo reale nei decenni passati oggi, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, ci ritroviamo ancora in Italia due partiti neo comunisti, il Partito della Rifondazione Comunista (Bertinotti) ed il Partito dei Comunisti Italiani (Cossutta / Diliberto). Cosa possiamo sperare in un Paese con simili politici? Recentemente in TV una signora della CGIL (sindacato di estrema sinistra) ha detto testualmente che la CGIL desidera controllare le Imprese affinché i benefici e la ricchezza prodotta siano ripartiti a beneficio del lavoratore. Principio sanissimo su cui credo tutti siano d’accordo, ha soltanto dimenticato di aggiungere che anche gli altri fattori della produzione meritino una remunerazione (il capitale investito per esempio). Il problema invece che la CGIL non si pone è quello di come aiutare le Imprese a produrre ricchezza. Libro II – Parte II, pagina 9 In Italia le Imprese hanno un costo del lavoro tra i più alti in Europa, imposte altissime, importanti costi dovuti alla burocrazia statale (che solo recentemente si cerca di migliorare); in fondo sostengono dei costi che le mettono fuori competizione sul mercato globale. Un’impresa decotta, quale è quella che sempre più vediamo in Italia, quali benefici o remunerazioni può pagare al lavoratore? E’ inutile che lo stesso, spinto dai sindacati, faccia degli scioperi, non è con questo strumento che l’Impresa acquista competitività. Può ottenere soltanto il fallimento dell’Impresa. Occorre invece molta serietà ed impegno nel lavoro. Ho sempre paragonato la Ricchezza prodotta dalle Imprese ad un rio di montagna la cui acqua fresca scende impetuosa a valle. Tutti gli animali vi si abbeverano e trovano soddisfazione alla loro sete, la pecora, il serpente e l’uomo. Proviamo a chiudere, a monte, la sorgente del rio e ci accorgiamo che la ricchezza, rappresentata dall’acqua, sparisce e tutti soffrono la sete. I costi impropri a carico delle nostre Imprese italiane rappresentano il tappo con cui si chiude il rio di montagna, la ricchezza non viene più prodotta, cosa distribuiamo? Restano le chiacchiere dei sindacati con i loro diritti acquisiti ( a proposito avete mai sentito un qualunque sindacalista parlare di DOVERI del lavoratore?). Occorre iniziar a produrre ricchezza in Italia, se vogliamo uscire dall’impasse economico in cui ci troviamo, dovuto a quanto suddetto, e se vogliamo restituire economicità alle Imprese occorre lavorare, lavorare, lavorare. Non dimentichiamo mai di aver, per ogni cittadino, un debito di euro 25.000 circa da rimborsare. Il tenore di vita degli italiani deve rapportarsi alla ricchezza prodotta e non più sognare di vivere oltre le nostre possibilità; ciò ci è anche vietato dagli accordi di bilancio in essere in Europa. Il Paese di Bengodi deve finire. Organizzazioni Internazionali: FAO/ONU/BANCA MONDIALE/ F.M.I./O.M.S. Le ritengo indispensabili, sarà anzi necessario fortificarne l’organizzazione ed i compiti – incluso, per l’ONU, quello di portare la pace su terra, con mezzi politici o, in certi casi, con la guerra. Il costo di queste strutture è tuttavia esorbitante. Ho visto, in giro per il mondo, parecchi rappresentanti locali di dette Organizzazioni vivere da pascià ed ho la netta impressione che il personale sia trattato troppo bene per ciò che fa senza avere rischi di sorta per il suo operato. La cosa non mi sorprende in quanto tutto quanto dipende dalla politica, nel mondo, riceve un trattamento economico particolare, anche allorché si compiono operazioni poco feconde. Libro II – Parte II, pagina 10 Globalizzazione / Liberalizzazione / Privatizzazione A partire dagli anni ’80, la Banca Mondiale, ha iniziato un’opera di smantellamento, delle strutture economiche statali nel mondo. Il presupposto fu che il privato gestisce meglio le risorse che non lo Stato; verità lapalissiana quest’ultima, ma non sempre applicabile e soprattutto non in tutto il mondo. Per il capitalismo dei Paesi sviluppati ciò fu una manna. Gli stati dovettero far marcia indietro e lasciare ai privati la conduzione di molte attività. In Italia venne facilitata la privatizzazione delle attività industriali dell’IRI. Forse queste decisioni contribuirono, anche se in forma indiretta, al fallimento economico del comunismo e quindi dell’URSS (il muro di Berlino cadde nel ’89); i più importanti motivi che causarono la fine del comunismo reale nella Unione Sovietica furono sicuramente la mancanza di positivi risultati economici. Per i Paesi in via di Sviluppo (eufemismo per dire Paesi Sottosviluppati) ciò fu e lo è tuttora una tragedia economica. Tali Paesi, nel settore privato, mancano di tutti i fattori necessari alla produzione di beni e servizi; non hanno personale specializzato, non posseggono strutture finanziarie né tecniche adeguate. Le attività economiche valide quindi stanno finendo dove era logico finissero, ossia in mano al grande capitale. Nella pratica la privatizzazione, nei Pesi sottosviluppati, si è limitata all’acquisizione, da parte di grandi gruppi Euro/Americani/Giapponesi, di attività della new economy, quali la telefonia fissa e mobile, l’elettricità, l’acqua, le attività marittime. Per motivi di lavoro sono uno specialista e profondo conoscitore delle attività marittime del West Africa. Sin dal 1971 opero in questa regione nel range Senegal / Angola. Ho diretto più società in vari Paesi africani ed ho rappresentato, ciò accade anche oggi in Italia, parecchi Conseils des Chargeurs Africani. Gli Stati Africani applicando le regole previste nel Codice UNCTAD, approvato dalle Nazioni Unite a Ginevra nel 1974, avevano sviluppato una buona flotta commerciale potendo gestire in diretta il 40% dei traffici marittimi da / per il loro Paese. Il Codice UNCTAD fu ratificato da moltissimi Paesi, Italia inclusa. L’Africa aveva quindi creato delle forti strutture para statali (Conseils des Chargeurs) alle quali venne Libro II – Parte II, pagina 11 demandato il controllo della corretta applicazione delle regole del Codice Marittimo che consistevano, come accennato, a ripartire il traffico in/out nel modo seguente: • 40% da imbarcare su navi/polizze di Armatori del Paese Importatore. • 40% a favore del Paese Esportatore. • 20% a favore di Paesi terzi, chiamati Outsiders: L’attività Amatoriale sviluppata dagli Africani, con dei limiti ben immaginabili di cui ogni attività economica soffre in Africa, come sopra già indicato, crearono un insieme di posti di lavoro e circa 250.000 lavoratori (marinai / agenti marittimi, ecc.) trovarono impiego nel settore marittimo in tutto il range compreso tra il Senegal e l’Angola. Negli anni ’80 poi le Istituzioni Internazionali hanno imposto la privatizzazione e liberalizzazione del settore marittimo e la debolezza politica dei Governi non lo ha potuto evitare. Chiaro che il lettore desideri sapere come oggi, nel 2005, stanno le faccende. Ebbene vi dico che hanno chiuso, per fallimento, tutti gli Armamenti Africani: Sitram/Sivomar (Costa d’Avorio), Black Star Line (Ghana), Comaf (Burkina Faso), Sonam (Mali), Angonavi (Angola), Sonatram (Gabon)… basta, mi occorrerebbe un’altra pagina per completare l’elenco. Dove sono finiti i 250.000 lavoratori del settore? Quasi tutti a spasso. Quale è oggi il livello del costo dei noli che grava sulle economie africane? Negli anni ’80 si asseriva che la libera concorrenza avrebbe portato alla riduzione dei costi con vantaggi per l’Africa. Balle!! Oggi possiamo osservare che il costo dei noli è imposto dalle poche grandi società multinazionali che operano in questa regione e vi posso assicurare che sono aumentati a dei livelli insostenibili. Credete voi che le grandi compagnie si facciano la concorrenza? Balle anche queste. Esse non fanno che proteggere i loro alti profitti con Cartelli vari, così vengono indicati in economia, ed azioni che tendono ad occupare tutti gli spazi vitali disponibili. Cosa abbiamo lasciato all’Africa con queste innovazioni (Globalizzazione / Liberalizzazione / Privatizzazione ecc., ma è elementare e lo avrete senz’altro capito, la FAME. Libro II – Parte II, pagina 12 Felix Huphuet Boigny: Fu il grande presidente della Costa d’Avorio dall’Indipendenza (1964) sino alla morte (anni ’90). Egli aveva intuito che il capitalismo egoista tendeva ad erodere la economia del suo Paese, impoverendolo. Egli diceva di applicare un socialismo liberale ed era vero. I risultati ottenuti confermarono le sue asserzioni. Un giorno, fine anni ’70) fece un memorabile discorso alla TV sulla <<Détérioration des taux d’échange >> La semplicità e chiarezza del suo dire, destinato ai suoi concittadini Ivoriani, mi colpì. Egli indicò semplicemente una grossa verità economica. La Costa d’Avorio, com’è noto, è un grosso Paese agricolo ed esportatore di prodotti della terra (caffècacao ecc). In dieci anni di Presidenza “Le Vieux” (così veniva chiamato), aveva notato un degrado, a danno dell’Africa, dei prezzi all’export dei loro prodotti agricoli. Portò l’esempio del cacao precisando che nel 1965 per una tonnellata di cacao esportato il suo Paese veniva remunerato: 100 unità. Se invece importava, sempre nel 1965, una vettura o altro bene industriale pagava: 100 unità. Dopo dieci anni, la stessa tonnellata del suo cacao veniva pagata: 110 mentre l’importazione dall’Europa della stessa unità industriale gli costava: 180; ciò si chiama trasferimento di ricchezza dai paesi poveri a quelli ricchi (i prezzi del caffè e cacao, come noto, sono trattati sul mercato finanziario di Londra). E’ vero che anche in Europa i prezzi dei prodotti agricoli non hanno mai seguito gli aumenti dei prodotti industriali, fatti salvi dei momenti specifici e brevi dovuti in genere a cattive condizioni climatiche, ma le nostre economie, che sono polivalenti, trovano compensazione ed un giusto equilibrio tra i prezzi dei prodotti agricoli e quelli industriali. Cosa può fare l’Africa per non morire di fame? L’Europa porta via i suoi prodotti agricoli a quattro soldi; i prodotti del sottosuolo poi quali manganese, rame, nichel per l’alluminio ecc sono pagati a prezzi irrisori. Ho già detto, parlando della Globalizzazione, che alcune attività economicamente valide sono state già rilevate dall’uomo bianco. Come risolviamo il problema? Io vedo due modi (sono limitato e non ho grandi intuizioni come i nostri politici): Libro II – Parte II, pagina 13 Primo Modo: Fare una vera politica sociale per l’Africa trasferendo vera ricchezza o meglio lasciando ad essi almeno parte della loro naturale ricchezza. Ci sono mille modi, ma non sta a me elencarli. Posso solo dire che le economie di questi Paesi debbo essere parzialmente protette. Quindi via la Globalizzazione, via la Liberalizzazione ed il capitalismo selvaggio in economia, lasciare soltanto una parziale Privatizzazione controllata poi, principalmente, pagare un prezzo adeguato per le loro produzioni. Non esportare in Africa soltanto beni, ma produrli in parte anche localmente. Capisco che ciò che dico tocca più il sociale che l’economico; ma alla base di una sana economia credo esista un sociale giusto. Solo creando reale potere di acquisto in Africa possiamo sperare nello sviluppo di questi popoli e, contestualmente, nel nostro. Chi è disposto a fare quanto sopra? Io ne conosco pochissimi che ci provano a proprie spese, non vi dico cosa hanno fatto, sarebbe inutile in quanto la nostra società, a parole, è prontissima ad aiutare l’Africa, nei fatti invece non muove un dito. Chiacchiere e stasi, sono queste le sole due parole che mi vengono in mente; la presunta SOLIDARIETA è solo una parola. Dicevo sopra di avere una seconda proposta per ovviare al problema, molto più provocatoria e certamente non augurabile. Desidero esporla dopo aver un po’ disquisito e riflettuto su un certo personaggio. Thomas Robert Malthus (1766-1834) Nell’anno 1960 frequentavo il primo anno a Fontanella Borghese in Roma ed assistei ad una lezione del mio professore di Economia Politica su un certo Malthus. Questo economista nato a Dorkink, un sobborgo a sud di Londra, ebbe per padre Daniel; questi era un vero giacobino e teneva una fitta corrispondenza con Voltaire e Rousseau. In seno alla sua famiglia Thomas crebbe con spirito illuminista e di conseguenza libero da remore morali o religiose. Contemporaneo di Adam Smith noto per il suo liberismo e Keynes pubblicò, nel 1803, la seconda edizione di un suo libro intitolato <An essay on the Principle of Population>. Si trattava in fondo di risposte che egli volle dare ad altri economisti contemporanei quali i due suddetti e Godwin i quali avevano scritto di nutrire fiducia nelle capacità del genere umano a risolvere i futuri problemi economici col liberismo. Thomas Malthus dettò invece una teoria terribile che per fortuna, sino ad oggi, si è rivelata errata. Libro II – Parte II, pagina 14 Egli fece alcune osservazione scrivendo che l’Uomo è mosso da due istinti naturali: quello sessuale e quello del mangiare. Osservò poi che mentre la popolazione nel mondo cresceva in proporzione geometrica, la produzione di generi alimentari cresceva solamente in proporzione aritmetica, quindi saremmo giunti ad una grave carenza di alimenti. Giustificò, di conseguenza, guerre e pestilenze, vaiolo incluso, quali unici valori positivi per riportare l’equilibrio su terra altrimenti il genere umano si sarebbe auto distrutto; indicò, allo stesso scopo, che i matrimoni dovevano essere riportati ad età matura, sempre per evitare sovra popolazione. Il povero Malthus non poteva certo immaginare, all’enunciazione della sua teoria che avvenne agli inizi del XIX secolo, che l’era industriale avrebbe messo a disposizione dell’Uomo dei mezzi tecnici così imponenti da permettere che la produzione di generi alimentari aumentasse a dismisura e comunque oltre la progressione matematica con cui egli misurava il prevedibile aumento della popolazione. Attenzione Malthus parlava solo di beni alimentari, non ha mai parlato di beni voluttuari e di consumo, ed indicava soltanto le zone di produzione del mais, del riso ed i pascoli. Egli non ha mai previsto date per il verificarsi delle condizioni che potranno rendere attuale la sua teoria. Dopo due secoli dalla enunciazione della teoria maltusiana io noto tre elementi che mi fanno rabbrividire, essi sono: 1) La popolazione su terra ha superato i sei miliardi d’individui. 2) Non si può oggi dire che il genere umano, almeno quello occidentale, ha bisogno soltanto di viveri. A questi occorre aggiungere una gran parte di altri beni di cui l’uomo moderno non può più fare a meno. 3) I matrimoni avvengono realmente in età matura. Le nascite sono anch’esse fortemente diminuite (in Cina addirittura controllate). 4) Malattie strane si presentano sull’orizzonte umano Ebola, AIDS, influenza Aviaria. Non ci stiamo forse avvicinando alla realizzazione della teoria maltusiana? Desertificazione in Africa, uragani in centro America, tsunami in Asia, scioglimento dei ghiacciai ai due poli, estremismo religioso (è anch’esso un importante elemento d’instabilità non solo politica, ma anche economica) non sono forse tutti eventi negativi che stanno incidendo sull’economia del globo terrestre . Sin quando potremo Libro II – Parte II, pagina 15 produrre il <necessario >, inclusi i beni voluttuari di cui non possiamo più fare a meno? Tra la posizione della Chiesa e la morale dei benpensanti, entrambi sostengono la procreazione senza controllo, mi sembra che Malthus sia vicino. Oppure: Secondo Modo: Alla pagina precedente stavo dicendo che la popolazione in Africa cresce a dismisura. I prodotti alimentari scarseggiano, inclusi quelli imposti dal consumismo che non possono più oggi essere considerati secondari, la desertificazione avanza nel Sahel in quanto l’allevamento di ovini, animali che strappano anche le radici quando brucano l’erba, ha raggiunto limiti intollerabili per i rari pascoli a disposizione. La morte di bimbi per sotto alimentazione è imponente. Non vedete anche voi che l’applicazione silenziosa della teoria maltusiana sia vicina? Oggi è necessaria una vera rivoluzione oppure occorre procedere come da me indicato nel suddetto Primo Modo; non mi sembra di vedere, nel mondo attuale, la possibilità di applicazione del Primo Modo ciò a causa dell’egoismo dell’Uomo. Non vogliamo, a parole, che Malthus trionfi? In tal caso: < sospendiamo l’invio di medicine e viveri alimentari gratuiti, onde riportare il giusto equilibrio tra le nascite e le morti > in tal modo si ristabilisce l’equilibrio nella popolazione. E’ evidente che il secondo modo di procedere è una provocazione (non tutti lo capiranno), è altresì chiaro che mi auguro ciò non si verifichi, tuttavia non vedo altre soluzioni. O si agisce oppure la natura fa il suo corso, anche contro la volontà dei benpensanti, le chiacchiere del socialismo mondiale e del capitalismo selvaggio. L’Uomo del XXI secolo è pronto a rinunciare a parte dei suoi privilegi e vantaggi, ossia diventare più povero e <usare meno per se stesso ed i propri figli>, per trasferirlo alle popolazioni povere dell’Africa? La risposta sta nei bilanci degli Stati ricchi che ove essi prevedono risorse minime (tutti) per alleviare le pene dei popoli poveri. I loro cittadini (ricchi) rifiutano di fare sacrifici. Ciò è umano, non giusto. Libro II – Parte II, pagina 16 Notare inoltre che ritengo inutile inviare viveri che servono soltanto ad alleviare la fame di oggi, non quella del domani. Nel Far West americano nel XIX ad un cavallo zoppicante si dava una fucilata in testa provocandone la morte per non farlo soffrire. Perché non facciamo la stessa cosa con l’uomo africano. Saremmo forse degli assassini, ma almeno mostreremmo dignità, non lasciandoli languire, sino alla morte, nella miseria e desolazione più assoluti. Visione Pessimista Se non vi siete ancora stancati di leggere le mie fantasticherie vorrei assicurarvi che la visione del futuro dell’Uomo, da me prospettata nelle pagine precedenti, che può apparire pessimista, non risponde affatto al mio carattere. Sono sempre stato un ottimista ed ho scavalcato i fossi che la vita mi ha messo davanti con grande slancio. E’ vero che sto forse invecchiando, oggi ho 65 anni, ed è anche vero che l’essere umano, con l’avanzare degli anni, tende a non più far progetti per il futuro. Non è il mio caso. Sono sempre spinto da una gran voglia di < andare avanti > e non mi sento minimamente toccato da un certo pessimismo di leopardiana memoria. Le mie esperienze di vita, le mie osservazioni in giro per il mondo, l’egoismo umano ( a proposito sapete tutti molto bene che l’Uomo è il più cattivo degli animali; tutti gli altri infatti uccidono solo per mangiare se hanno fame, l’Uomo invece uccide spessissimo per prevaricazione sull’altro senza motivo primario), il deterioramento palese delle riserve del globo terrestre e tutti gli altri elementi già descritti nelle pagine precedenti mi fanno tornare alla mente l’espressione dei miei avi etruschi, sortita dal latino < mala tempora currunt > La Caritas della Chiesa, la Solidarietà del Socialismo saranno essi capaci di convincere l’Uomo ad una vita e comportamento conseguente ed evitare che Malthus abbia, dopo due secoli, a gridare vittoria? Il Manzoni, scrivendo la bella poesia il V Maggio su Napoleone, disse < ai posteri l’ardua sentenza > Libro II – Parte II, pagina 17 Solidarietà: parole ……. Sviluppare: a) il carattere degli italiani b) Carlo UK c) Tutto il resto Africa