RAI NUOVAMUSICA 2016 AUDITORIUM RAI “ARTURO TOSCANINI” DI TORINO 1 INDICE Pag. 2 Presentazioni Pag. 4 Calendario Concerti Pag. 7 Note al 1° Concerto Pag. 16 Note al 2° Concerto Pag. 21 Note al 3° Concerto Pag. 31 Biografie interpreti Pag. 41 OSN Rai: biografia, riconoscimenti e discografia per la musica contemporanea Pag. 48 Informazioni e Biglietteria Credo salti all’occhio la varietà, sia per i brani sia per le nazionalità e provenienze, delle proposte che Rai NuovaMusica 2016 rivolge agli ascoltatori. Da Toshio Hosokawa a Ivan Fedele, da Wolfgang Rihm a Luca Mosca, da Márton Illés a Fabio Vacchi, e ancora György Kurtág, György Ligeti, Riccardo Panfili, Orazio Sciortino, Brett Dean e Benjamin Britten. Così i tre direttori dei concerti in programma, anch’essi di provenienze assai diversificate e tutti provati interpreti di musica del Novecento e contemporanea: Marco Angius (che da poco ha guidato l’Orchestra Rai in una tournée di successo in Russia), Jonathan Webb e Olari Elts. Luca Mosca è presente con il suo nuovo concerto per pianoforte e orchestra, presentato in prima assoluta, ed interpretato da Anna D’Errico. Alberto Barletta e Francesco Pomarico, prime parti dell’Orchestra Rai, sono gli interpreti del Doppelkonzert per flauto, oboe e orchestra di Ligeti, mente Francesco Dillon, violoncello, ed Emanuele Torquati, pianoforte, suonano il Doppelkonzert op. 27 n. 2 di Kurtág. La presenza di György Kurtág nel cartellone di quest’anno è un omaggio ai novant’anni del grande compositore. Molte le prime esecuzioni italiane, come Ferne-Landshaft II di Hosokawa, Tört - szín - tér di Illés, Der Walddämon di Vacchi e Verwandlung 5 di Rihm. Pur senza gli appoggi finanziari che in passato aiutavano l’impegno dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai nella diffusione della musica contemporanea, ci sentiamo comunque in dovere di far conoscere – nei limiti della durata di questo breve Festival – brani di compositori affermati e di giovani promettenti, e di non tralasciare questo ambito che caratterizza la musica d’oggi. Non ci resta che augurare buon ascolto. Nel 2016 si rinnova la collaborazione tra Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e Club To Club: per il settimo anno consecutivo, Rai NuovaMusica dedica spazio a una lineup di artisti avant-pop, curata dal festival internazionale di musica e arti, sotto il cappello The Italian New Wave, il format di Club To Club che attraverso showcase e iniziative mirate promuove la nuova creatività musicale nazionale in Italia e all’estero. I tre artisti presentano brani originali, oltre a rielaborare una delle composizioni in programma per la serata, nel foyer dell’Auditorium “Arturo Toscanini”. La rassegna si apre il 4 febbraio con Shapednoise, nome d'arte dell'italiano di base a Berlino Nino Pedone, tra ambient scura, suoni industriali ed echi grime; il 12 febbraio è la volta di Daniele Mana ovvero Vaghe Stelle, artista torinese le cui produzioni restano al di fuori di generi prestabiliti; la rassegna si chiude il 19 febbraio con Not Waving, il più recente progetto di Alessio Natalizia che unisce ritmi adrenalinici e suoni di synth organici. Tre appuntamenti dedicati all'avanguardia che si trasforma in pop, nel tempio della classica torinese, per abbattere i confini fra i generi musicali. Sergio Ricciardone Direttore Artistico Club To Club Festival Cesare Mazzonis Direttore artistico OSN Rai 2 3 1 ° GIOVEDÌ 4 FEBBRAIO 2016 ore 20.30e nel l ’ i nter va l lo Foyer - R e work e live set Club To Club Fe st iva l pre sent a Shaped noise ( T he It a l ia n Ne w Wave) 2 ° VENERDÌ 12 FEBBRAIO 2016 ore 20.30e nel l ’ i nter va l lo Foyer - R e work e live set Club To Club Fe st iva l pre sent a Va ghe Stel le ( T he It a l ia n Ne w Wave) ore 21.0 0 Aud itoriu m - C oncer to ore 21.0 0 Aud itoriu m - C oncer to MARCO ANGIUS | Direttore ANNA D’ERRICO | Pianoforte JONATHAN WEBB | Direttore ALBERTO BARLETTA | Flauto FRANCESCO POMARICO | Oboe Orazio Sciortino (1984) Il Viaggio di Er (2015) Toshio Hosokawa (1955) Ferne-Landshaft II (1996) Prima esecuzione italiana Luca Mosca (1957) Settimo concerto per pianoforte e orchestra (2014) Riccardo Panfili (1979) Danzario (2006) György Ligeti (1923-2006) Doppelkonzert per flauto, oboe e orchestra (1972) Márton Illés (1975) Tört - szín - tér (2014) Prima esecuzione assoluta Prima esecuzione italiana Wolfgang Rihm (1952) Verwandlung 5 (2013) Benjamin Britten (1913-1976) Sinfonia da Requiem, Op. 20 (1940) Prima esecuzione italiana Ivan Fedele (1953) Syntax (2014) 4 5 3 ° VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016 ore 20.30e nel l ’ i nter va l lo Foyer - R e work e live set Club To Club Fe st iva l pre sent a Not Wav ing ( T he It a l ia n Ne w Wave) ore 21.0 0 Aud itoriu m - C oncer to OLARI ELTS | Direttore FRANCESCO DILLON | Violoncello EMANUELE TORQUATI | Pianoforte György Kurtág (1926) Doppelkonzert op. 27 n. 2 (1989-90) Nel giorno dei novant’anni di György Kurtág Brett Dean (1961) Testament - Music for orchestra (2008) Fabio Vacchi (1949) Der Walddämon. Scene da un romanzo (2014) Prima esecuzione italiana 1° CONCERTO - GIOVEDÌ 4 FEBBRAIO ORAZIO SCIORTINO Il Viaggio di Er Nel mito di Er, Platone affronta il tema della metempsicosi, cioè della trasmigrazione delle anime, e della presenza contemporanea nella vita umana della libertà, del caso e della necessità. L'uomo si trova così a scegliere il proprio destino sulla base di possibilità offerte e sulla coscienza critica del proprio passato; un'indagine interiore verso la consapevolezza di sé e delle proprie scelte. La composizione Il viaggio di Er è pensata come un'unica arcata formale all'interno della quale un fitto contrappunto di linee melodiche e trame timbriche segue uno dei tanti sviluppi possibili. Il compositore opera delle scelte che sono dettate dall'ascolto di se stesso e dal necessario svolgersi della materia da lui stesso generata. L'ascoltatore è chiamato a creare dentro di sé il silenzio necessario a far risuonare l'universo delle armonie possibili e delle sue infinite declinazioni. © Orazio Sciortino TOSHIO HOSOKAWA Ferne-Landshaft II Tutti i concerti sono trasmessi da Radio3 6 La concezione ciclica è caratteristica dei lavori di Hosokawa, spesso concepiti in serie che solitamente trovano il loro fondamento comune in un'idea estetica che si traduce nella tecnica compositiva. Queste serie - come i Vertical time studies, i Landscapes o Ferne-Landschaft - si possono anche riunire in cicli da proporre effettivamente in un unico concerto. Nel caso di Ferne-Landschaft l'esecuzione ciclica suggerita dal compositore dà come risultato un lavoro sinfonico in tre movimenti, di cui Ferne-Landschaft II costituisce il finale. Tuttavia ciascuno dei tre brani nati nel 1987 e nel 1996 può essere eseguito anche da solo. Come già nel Concerto per saxofono, anche in Ferne-Landschaft II l'orchestra costituisce uno specifico spazio sonoro, in quanto da dietro al pubblico si sente trasmettere il suono di un'altra orchestra, formata da cinque ottoni, per cui l'organico di trombe e tromboni risulta raddoppiato. Nell'orizzonte sonoro che avvolge l'ascoltatore si sviluppa 7 anche un campo armonico, il cui fulcro, la nota 'do' e le terze ascendenti che su di essa poggiano, si conserva per tutto il brano, sfumato occasionalmente da quarti di tono e glissandi. I raffinati processi di sovrapposizione stratificata dei campi sonori, che costituiscono in un certo senso il primo piano, lasciano trasparire attraverso dissolvenze uno sfondo, nella cui presenza statica cresce la forza emotiva delle poche progressioni. Sono cesure che formalmente individuano le sezioni in cui è strutturato il brano, ma che rispecchiano anche una concezione estetica descritta dal compositore in questi termini: «Nel 1987 ho scritto Ferne-Landschaft I per l'Orchestra Sinfonica di Kyoto. Questo brano era un paesaggio disegnato con i suoni, un'idea che mi era venuta a Kyoto guardando alcune pitture di paesaggio. Qui le note sono intese come pennellate di un pittore, 'sorrette' dalla tela bianca, dallo spazio vuoto dove non è disegnato nulla. Da quando otto anni prima avevo conosciuto il Gagaku, l'antica musica di corte giapponese, ho poi scritto altri lavori accomunati dalla presenza dello Sho, (l'organo giapponese a bocca), o di strumenti che ne imitano la sonorità; lo Sho fa sentire di continuo sullo sfondo il suo alone sonoro, che ricopre il ruolo della terra, ossia è assimilabile al luogo da cui le note, o le pennellate, derivano e in cui svaniscono. FerneLandschaft II segue da un punto di vista compositivo l'idea del brano precedente, la concezione musicale di fondo resta invariata. Però in FerneLandschaft II ho sviluppato ulteriormente un elemento nuovo, quello che chiamo il 'modo delle campane del tempio', uno stile che avevo usato per la prima volta l'anno prima. In Giappone alla mezzanotte di Capodanno le campane del tempio, a cui si attribuisce un'energia redentrice, rintoccano per 108 volte. Come i battiti di queste campane risuonano con lunghi intervalli intermedi, così nel 'modo delle campane del tempio' il rintocco della campana arriva dallo sfondo e sembra creare un'eco, in quanto si mescola al suono di altre campane, finché produce un nuovo rintocco. La sonorità della campana del tempio è riprodotta da un 'tutti' orchestrale che si gonfia rapidamente e con veemenza, con un'armonia perfetta da cui si staccano progressivamente e dolcemente dei suoni dolci, simili a un'eco lontana, per formare lo sfondo, simbolo di aria o di nebbia. Nell'ascoltare un rintocco di campana che proviene da lontano si risveglia il ricordo di ciò che è lontano o che è passato. La percezione di un nuovo rintocco che subentra permette però forse all'ascoltatore di presagire un mondo sconosciuto, finora ignoto. Un 'paesaggio lontano' [ferne Landschaft] può quindi risvegliare strati antichi e dimenticati della memoria, ma anche essere una finestra su un mondo sonoro mai ascoltato prima». © Martin Wilkening Traduzione italiana di Elisabetta Fava 8 LUCA MOSCA Settimo concerto per pianoforte e orchestra Il Settimo Concerto per pianoforte e orchestra, in un unico movimento, comincia con un Adagetto di 23 battute denominato in partitura TEMA. Questo TEMA tornerà a metà della composizione in forma frenetica e allucinata contrappuntando una melodia degli archi espressiva e carica di pathos, diametralmente antagonistica al TEMA. Quello che viene prima e dopo questa onirica riproposizione variata è una serie molto ricca di episodi che nulla hanno a che vedere col TEMA e che si presentano in intensa successione sempre con grande tensione articolativa. Prima della virtuosistica e complessa perorazione finale, un breve passaggio lento ma carico di tensione prepara l’esplosione definitiva. Ho scritto il Settimo concerto tra giugno e dicembre del 2014 sull’onda emotiva della scomparsa improvvisa del mio caro amico Gigi Melega alla cui memoria questa composizione è dedicata. © Luca Mosca WOLFGANG RIHM Verwandlung 5 In questo momento Wolfgang Rihm è il compositore tedesco di maggior successo della sua generazione. Nato a Karlsruhe il 13 marzo 1952, ha studiato - dopo flauto diritto e pianoforte in parallelo col ginnasio umanistico - composizione presso la Hochschule della sua città d‘origine con Eugen Werner Velte (sostenne l‘esame finale nel 1972), ha frequentato contemporaneamente i corsi musicali estivi di Darmstadt e ha preso lezioni private da Wolfgang Fortner, Humphrey Searle e Karlheinz Stockhausen; molto significativo è stato per lui anche il confrontarsi con la musica della Scuola di Vienna, specialmente di Arnold Schönberg e Anton Webern. A Friburgo in Brisgovia ha ancora seguito un corso di composizione con Klaus Huber alla Hochschule für Musik e le lezioni di storia della musica tenute da Hans Heinrich Eggebrecht all‘Università, ricevendone molte nuove sollecitazioni utili al suo spirito analitico. Soggiorni a Roma, Parigi, Amburgo e Berlino gli hanno anche fatto conoscere la scena internazionale, procurandogli ulteriori stimoli. Dal 1973 Rihm insegna a sua volta, in un primo tempo teoria della musica e composizione alla Musikhochschule di Karlsruhe, poi per qualche tempo anche a Monaco di Baviera, finché nel 1985 ha ottenuto la cattedra di 9 composizione a Karlsruhe, che tiene tuttora (tra i suoi allievi più noti citiamo fra gli altri Rebecca Saunders, Thomas Heinisch, Jörg Widmann, Vykintas Baltakas o Márton Illés). Parallelamente è attivo dal 1978 anche come docente presso i corsi estivi di Darmstadt e presso altre istituzioni internazionali. Numerosi premi e onorificenze - accanto alle borse di studio dei primi anni - testimoniano la stima generale tributata a Rihm: tra questi ricordiamo il premio di composizione della città di Stoccarda (1974, per Morphonie), il Premio Beethoven della città di Bonn (1981), il premio Rolf Liebermann (1986, per Die Hamletmaschine), il premio musicale della cittò di Duisburg (1991), il „Prix de Composition Musical de la Fondation Prince Pierre de Monaco“ (1997), il premio Jakob Burckhardt della Goethe-Stiftung di Basilea (1998), il Premio Bach della città di Amburgo (1999), il „Royal Philharmonic Society Music Award“ (2000, per „Jagden und Formen“) e l‘Ernst-von-Siemens-Musikpreis (2003). Nel 1989 Rihm ha ricevuto la Croce al Merito della Repubblica Tedesca, a cui nel 2011 è seguita la Grande Croce al Merito. Nel 1991 ha tenuto il discorso inaugurale del Festival di Salisburgo ed è anche diventato membro dell‘Accademia delle Arti della Baviera e di quella di Berlino. Nel 1998 la Freie Universität Berlin gli ha conferito la laurea honoris causa, nel 2000 è diventato senatore onorario della Hochschule für Musik „Hanns Eisler“ di Berlino, nel 2004 è stato insignito della medaglia al merito del Baden-Württemberg, nel 2012 dell‘onorificenza „Pour le Mérite für Wissenschaften und Künste“; nel 2001 Rihm è stato nominato Officier dans l’Ordre des Arts et des Lettres“ dal Ministero degli Esteri francese, mentre durante la stagione 2013/14 è diventato „Capell-Compositeur der Sächsischen Staatskapelle Dresden“. Come compositore, Rihm si è fatto conoscere inizialmente con lavori di piccolo organico, che scandagliavano con lucida consapevolezza il rapporto dialettico fra avanguardia e romanticismo postmoderno; poi è passato - pur continuando a scrivere musica da camera e lavori solistici - a composizioni per grande orchestra e anche per il teatro, con cui ha raggiunto rapidamente successi straordinari. Soprattutto le opere da camera „Faust und Yorick“ (1976) e „Jakob Lenz“ (1977/78) hanno saputo imporsi subito su diversi palcoscenici, ma anche il balletto „Tutuguri“ (1980-82), i lavori teatrali „Oedipus“ (1986/87), „Die Eroberung von Mexiko“ (1987-91), „Séraphin“ (tre versioni, 1993-2007), „Das Gehege“ (2004/05) o „Dionysos“ (2010, Festival di Salisburgo), l‘oratorio „Dies“ (1984), la Passione „Deus passus“ (1999/2000), le sue composizioni sinfoniche e orchestrali, oltre ai numerosi brani per solista (strumento o voce) e orchestra (o piccolo ensemble) sono stati presto annoverati fra i lavori più eseguiti nella musica contemporanea europea. Le opere di Rihm si caratterizzano per una grande spontaneità; lui stesso ama sottolineare come nella sua musica non ci siano strutture predeterminate, perché ritiene estremamente preziosa la libertà di decidere repentinamente come proseguire. Al contrario, gli interessa in ogni momento del processo compositivo l‘elaborazione dei particolari sonori e formali, il lavoro con ‘oggetti sonori‘ coi quali intrattiene un dialogo: si potrebbe quasi dire che in Rihm la grande forma si sviluppa da innumerevoli particolari già fissati, che solo gradualmente si costruiscono secondo un‘arcata strutturale ampia. Il compositore una volta ha così sintetizzato il suo atteggiamento ‘spontaneo‘: "Anche per le situazioni della vita non mi creo degli schemi. Ma quando scrivo ho spesso l‘impressione che il brano che sta nascendo non sia altro che la ricerca articolata del brano stesso.“ E ancora: "La musica deve essere piena di emozione, l‘emozione piena di complessità“. Rihm è stato molto stimolato dai testi letterari, per esempio dalla lirica di Paul Celan, dai testi filosofici di Nietzsche e dagli scritti di Antonin Artaud e di Heiner Müller. Anche in rapporto al valore emozionale dominante nella produzione di Rihm, l‘aspetto della musica come linguaggio acquista un grande significato, che Rihm ha anche teorizzato e che negli ultimi anni è diventato il suo principale segno distintivo. E l‘immediatezza del suo linguaggio musicale, che può essere sperimentato in ogni lavoro quasi in presa diretta, è anche ciò che rende la produzione di Rihm così immediatamente comprensibile e che quindi l‘ha portata al successo. Un ulteriore elemento significativo nella creatività di Rihm è la concezione dell‘opera, o dell‘abbozzo, in serie, un‘evoluzione del principio del "work in progress“, in cui da un materiale di base crescono in diversi (in questo caso anche autonomi e compiuti) stadi lavorativi più composizioni, che ogni volta subiscono una ‘prosecuzione‘ ripensata, modificata, variata o derivata. Rihm, che è sempre stato influenzato anche da pittori,(come l‘austriaco Kurt Kocherscheidt o altri artisti di Karlsruhe, paragona questo aspetto del suo modo di lavorare con il sovrapporsi degli strati di pittura oppure con la scultura e se lo rappresenta quindi come "un grande blocco di musica che sta dentro di me. Ogni composizione è al tempo stesso una parte di questo blocco e una fisionomia che gli è stata impressa dentro“. Queste ‘parti‘ o per così dire queste riscritture nuove vengono qualificate, a seconda del grado di autonomia, o come versioni („Fassungen“) o come abbozzi („Versuche“), come nel caso dei 5 abbozzi della „Musik in memoriam Luigi Nono“; oppure sono identificati, attraverso un numero progressivo che accompagna il titolo, come stadi di un‘evoluzione (come nel balletto „Tutuguri“ con i suoi studi preliminari o successivi „Tutuguri“ da I a VI o nelle nove tappe del ciclo „Chiffre“ per 18 esecutori). Altri esempi sono per esempio le serie „Abgesangsszenen 1-5“ per orchestra (Szene 1) o per voce/voci e orchestra (1979-81), i „Doppelgesänge 1-3“ per solisti e orchestra (1980-2004), „Klangbeschreibung I-III“ per orchestra o voci 10 11 e orchestra (1982-87), „Unbenannt“ I-IV per orchestra oppure organo e orchestra (1986-2004), „Vers une symphonie fleuve“ I-V per orchestra (1992-2000) oppure le serie cameristiche „Über die Linie“ 1-7 (19992006) e „Fetzen“ 1-8 (1999-2004). Un gruppo di brani nati da questo modo di lavorare si incontra anche nelle (per ora) cinque „Verwandlungen“ („Metamorfosi“), di cui la prima - definita, come del resto le altre, ‘musica per orchestra‘ - è stata eseguita per la prima volta il 14 settembre 2002 a Francoforte sul Meno dall‘Orchestra Sinfonica del NDR diretta da Christoph Eschenbach. La seconda „Verwandlung“ è stata tenuta a battesimo il 2 settembre 2005 a Lipsia (Orchestra del Gewandhaus diretta da Riccardo Chailly), la terza il 15 giugno 2008 a Weimar (Staatskapelle di Weimar diretta da Carl St. Clair), la quarta il 28 settembre 2008 a Bonn (Bamberger Symphoniker con Jonathan Nott), mentre la quinta è stata eseguita il 20 novembre 2013 a Vienna dalla Cleveland Orchestra guidata da Franz Welser-Möst. Ricorrendo infatti le celebrazioni per i suoi 200 anni, la Società degli Amici della Musica aveva commissionato lavori a otto compositori (fra cui austriaci e stranieri), documentando così anche nel presente la sua attenzione costante, fin dalla fondazione, per la musica contemporanea. A Wolfgang Rihm venne richiesto un lavoro orchestrale, il cui risultato è appunto questa „Verwandlung 5“ scritta espressamente per l‘Orchestra di Cleveland. Come già accennato, „Verwandlung 5“ si basa su un procedimento da sempre basilare per ogni buona composizione, vale a dire lo sviluppo di un brano a partire dalla trasformazione di un‘intuizione di fondo o di un materiale di partenza (una ‘Urpflanze‘, una pianta primigenia, come diceva Anton Webern rifacendosi a un‘espressione di Goethe); un brano che affianca la compiutezza motivica all‘eloquenza ‘parlante‘ degli avvicendamenti interni e che in questo modo è tanto ‘comprensibile‘ (fasslich, per dirla con Schönberg) ed espressiva, quanto ricca al suo interno di momenti di gioco (a meno che ragioni di contenuto non vi si oppongano). Rihm stesso ha descritto in questi termini la sua „Verwandlung 5“: Le „Metamorfosi“ tematizzano il principio del continuo modificarsi della forma. Una cosa deriva dall‘altra - tutto è transizione, flusso, gioco di energie. La „Verwandlung 5“ rappresenta la tipologia del brano rapido e al tempo stesso fondato sulla melodia. Trasparenza ed energia si compenetrano. Ciò produce una sorta di virtuosismo introverso, che reagisce a impulsi di matrice classica più di quanto sia permeato da concezioni espressive di stampo romantico. Inventando una configurazione organica che rinnova lo slancio sempre dal suo interno, pensavo spesso inevitabilmente a Mendelssohn. Forse un po‘ come Picasso qualche volta pensava a Velázquez: come a un‘arte a cui si risponde volentieri. In linea con questa caratterizzazione per Rihm è stato anche importante, mentre componeva, che nascesse una sorta di „movimento sereno“, „luminoso, rapido e agile“, concepito come musica da camera e tuttavia utilizzando le possibilità di una grande orchestra quando le diverse linee, incrociandosi, producono culmini drammatici. Analogamente Rihm ha scelto anche l‘organico usuale per l‘orchestra del tardo Ottocento, appena integrato da qualche percussione aggiuntiva: complessivamente 2 flauti (di cui il secondo anche ottavino), 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, tuba, timpani, 19 crotali (piatti antichi), gong intonati, piatti sospesi, tomtom, tamburo rullante con le corde, woodblock, almeno 14 primi violini, almeno 12 secondi violini, almeni 10 viole, almeno 8 violoncelli, almeno 6 contrabbassi. Ampie configurazioni timbriche, che spesso si spalmano su diversi piani sonori e a volte comprendono i singoli gruppi strumentali in blocco, si alternano in questo caso con sezioni di assoluta trasparenza, interventi solistici e uso dell‘orchestra al completo, ma con organico ‘dimezzato‘, in modo tale che l‘evento sonoro, compenetrato da un incessante elaborazione o derivazione tematica, appaia caratterizzato anche da un colore timbrico che si rinnova di continuo. Il materiale motivico di base si presenta già nelle prime battute, avviato da una triade di sol maggiore presente in forma sia melodica sia accordale, e dove il sol, su cui era basata già la „Verwandlung 1“, nel corso degli sviluppi funge da ‘nota di riferimento‘, che rinnova di continuo la sua funzione fondamentale e al tempo stesso è il punto di partenza o di arrivo per svolgimenti ulteriori che gli si profilano distintamente intorno. Nella prima battuta il ‘sol‘ è tanto la nota fondamentale di un configurazione per terze continuamente ripetuta (ai violini primi) quanto la base di una figura ritmica dattilica (lunga-breve-breve) di due note, che provenendo dalla quinta ‘re‘ punta per moto ascendente ai suoni ‘si‘ e ‘sol‘ che completano una triade. Un altro motivo si sente nei fagotti, e anche questo gira intorno a una nota della triade di sol maggiore, questa volta il re. Questo materiale diventa ora il punto di partenza per molteplici variazioni: per intervalli rimpiccioliti (così la figura basata sulla terza maggiore sol-si risuona subito dopo come terza diminuita sol diesis-si bemolle, più avanti persino come seconda) oppure ingranditi (la terza si allarga fino a diventare una quinta), per dilatazioni di maggiore estensione e movimenti paralleli (a tratti anche dissonanti) delle scomposizioni ottenute dalla triade, che includono altre tonalità o altri accordi (per esempio accordi di settima), infine per figurazioni melodiche utilizzate come ritardo e tese a concludersi su una triade. Varianti ritmiche vengono a completare il tutto: capovolgono il dattilo in anapesto (brevebreve-lunga) oppure lo integrano in ampie melodie, ma possono anche forgiarlo in un gruppetto sforzato in levare, che aveva avuto un risalto 12 13 centrale già nella „Verwandlung 4“. L‘attacco repentino, che dal piano si precipita rapidamente sul forte e poi ancora sullo sforzato, procede poi „allegro con spirito, capriccioso“, fissando con ciò fin da principio l‘atmosfera dominante del brano, simile appunto a un capriccio; atmosfera la cui prosecuzione incalzante, che di lì a poco coinvolge ampie linee melodiche degli archi, ricorda a tratti i passaggi grandiosi nei poemi sinfonici di un Richard Strauss. Ponendosi nell‘insieme anche come una sorta di realizzazione tecnica del principio della rapidità in musica, l‘episodio scorre via in continua ‘metamorfosi‘, potenzia il tessuto figurativo sia raddoppiando le note sia inserendo intervalli pulsanti e lo guarnisce con sfoghi solistici vitalissimi degli ottoni, fra cui particolare vitalità mostra un pensiero affidato alla tromba, che si presenta un po‘ in levare, un po‘ in battere. Di colpo lo sviluppo si blocca, prudenti ripetizioni di note e di motivi restano sospese come domande, poi ampi gesti lirici intervengono a fare da ammortizzatori; ma presto vi irrompono sforzati impazienti, che scatenano un rinnovato movimento, finché riappaiono le figurazioni dell‘esordio, che adesso però si presentano sorrette da ampie linee dei fiati. La scrittura si fa sempre più fitta, tremoli e accenti tumultuosi la rendono drammatica e nel frattempo si ripresentano le scomposizioni di triadi, che ora sembrano trarre un supplemento di vita da note secondarie, finché una breve pausa di riflessione porta a una nuova metamorfosi del materiale. Spezzati da pause, quasi stesse mancando il fiato, tornano qui ad alternarsi salti marcati da accenti e brevi linee cantabili, poi lo sviluppo „allegro brillante, con fuoco“ trova la strada di un motivo derivante dalla „Verwandlung 4“, motivo che varia in diversi modi i due già citati accordi sforzati in levare e fa di questo atteggiamento compositivo vitale il culmine della coerenza interna. Ancora una volta l‘episodio preme in avanti, figure mulinanti risuonano „brillante possibile“, interventi solistici si inseriscono come commenti individuali, ma alla fine un crescendo di sfarzosa sonorità sfocia in un culmine su cui pone il suo suggello lo scatenarsi di un triplice segno di sforzato (sfffz). Alcune figurazioni proseguono imperterrite nel loro movimento, ma la brillantezza perde rapidamente intensità, fa posto alle ultime occorrenze delle triadi, fa risuonare la triade di sol maggiore ancora una volta al flauto e finisce morendo su singole note brevi, in parte ‘hauchig‘ (‘alitanti‘), piccoli glissandi e su un ultimo, vano tentativo del violino solista di riprendere ancora una volta le ‘metamorfosi‘. IVAN FEDELE Syntax Syntax è un ciclo di tre composizioni idealmente ispirato ai tre massimi compositori del classicismo: Haydn, Mozart e Beethoven. Di questi autori ho preso in considerazione alcuni degli aspetti del comporre che ne caratterizzano lo stile e ne descrivono, appunto, la sintassi. Li ho considerati come metafore assolute della creatività, “archetipi” di strumenti e opzioni estetiche che possono dar luogo, in ogni epoca, a nuove forme e poetiche musicali. In Syntax non c’è alcun riferimento testuale ad opere dei suddetti autori, ma solo, come ho detto, un’attenzione alle opzioni concettuali degli stessi. Riguardo a Syntax 0.1 ([email protected]) ho considerato le istanze più significative del compositore austriaco dell’ultimo periodo: estrema sintesi degli elementi musicali, il concetto moderno di “proliferazione” degli stessi e infine un’attenzione massima al timbro orchestrale. In Syntax 0.2 ([email protected]) gli elementi che ho messo in evidenza riguardano la brillantezza dell’articolazione e del timbro, in poche parole un aspetto vivacemente virtuosistico (soprattutto nella prima parte) della scrittura orchestrale. Gli altri elementi considerati sono la trasparenza delle armonie nonché il concetto di iterazione dei pattern ritmico-melodici con o senza variazione degli stessi. Nell’ultima parte ho indagato le possibilità di un Adagio disteso e profondo al tempo stesso. In Syntax 0.3 ([email protected]) gli spunti salienti della composizione fanno riferimento a un tratto peculiare e in qualche modo rivoluzionario della musica di Beethoven, ovvero la manipolazione del materiale musicale come un codice genetico, una sorta di DNA che produca figure musicali anche molto diverse tra di loro, ma tutte, comunque, riconducibili a una mappa di gesti estremamente semplici e identificabili che, per moltiplicazione, producono organismi di natura estremamente varia. Il tributo alla concezione rivoluzionaria della musica di Beethoven si realizza anche attraverso l’utilizzo di suoni di sintesi gestiti da un sintetizzatore che, alla fine del ciclo, introduce elementi timbrici nuovi in seno all’orchestra, in un clima di slancio e tensione che fanno espressamente riferimento alla temperie dello Sturm und Drang di cui l’autore fu il primo grande interprete. © Ivan Fedele © Hartmut Krones Traduzione italiana di Elisabetta Fava 14 15 2° CONCERTO - VENERDÌ 12 FEBBRAIO RICCARDO PANFILI Danzario La musica di Danzario nasce da un interrogativo, che ai più potrebbe suonare come becera tetraggine, ma su di me ha sempre un certo effetto liberatorio: nel caso l’umanità fosse gentilmente avvertita di una fine imminente e certa (tamponamento da meteorite, indigestione planetaria etc.), gli umani continuerebbero indefessi a (co)stiparsi nelle metropolitane, ad abitare in inquietanti termitai fortunosamente innalzati per metri e metri, a pedalare come criceti dentro le ruote del lavoro? Un enigma che cela l’unico vero dio a cui l’uomo tributa una fede devota: se stesso. Si crede eterno: questo lo rende schiavo. Danzario narra tale (faticoso) interrogativo: un lento inizio che si anima. Le illusioni cadono. Pian piano si fanno strada le danze: con le ultime illusioni cadono le leggi, le carriere, gli impiegati chini di fronte ai dirigenti e i dirigenti chini di fronte al politicante anch’esso chino di fronte all’enigma degli appalti e al mistero dei mercati. Giù, lungo una ripida china di balli e orge: progressivamente il baccanale si placa in un finale (ironicamente) misterico, in cui tutto sembra ritornare all’inizio. © Riccardo Panfili GYÖRGY LIGETI Doppelkonzert per flauto, oboe e orchestra Come nel caso del mio Concerto per violoncello e orchestra e del mio Concerto da camera, la definizione di “concerto” non si riferisce alla sua forma tradizionale ma al modo in cui sono trattati gli strumenti; il flauto e l’oboe vengono usati in modo virtuosistico e concertistico. Seppure dominanti, da un punto di vista musicale, i due strumenti solisti non si affrancano costantemente dal resto dell’orchestra; non rappresentano una contrapposizione, come nei concerti tradizionali, ma nei modi più vari si inseriscono in fusioni, amalgami e combinazioni con gli altri strumenti dell’orchestra. La stessa orchestra viene trattata in maniera concertistica. Per permettere la migliore amalgama possibile ho strutturato l’orchestra in modo che siano i legni a dominare. Per cui tre ulteriori flauti si uniscono al 16 flauto solista e tre ulteriori oboi si uniscono all’oboe solista (talvolta oboe d’amore e corno inglese); inoltre i clarinetti, i fagotti, gli ottoni e le percussioni vengono usati in modo piuttosto discreto, così come la celesta e l’arpa, e sono trattati in modo da fondersi col suono dei legni. Dal momento che una sezione di archi di tipo tradizionale sarebbe anch’essa in contrapposizione, ho ridotto di molto il numero degli archi. Non vi sono violini. Quattro viole, sei violoncelli e quattro contrabbassi, tutti trattati in modo solistico, si amalgamano col suono dei legni. Dei due strumenti solisti il flauto suona anche le parti del flauto basso e del flauto contralto, mentre l’oboe non si scambia con nessuno strumento; gli strumenti più gravi della famiglia degli oboi si trovano in orchestra. Il brano è in due movimenti. Tra il primo movimento (calmo-statico) e il secondo movimento (allegro-vivace) vi sono dei collegamenti formali (ognuno la variante dell’altro) simili a quelli che si trovano nel mio precedente Apparitions e al mio Concerto per violoncello. L’aspetto che più mi premeva durante la composizione del Concerto doppio era quello delle armonie, o dell’impianto delle altezze. I quarti di tono, e altre suddivisioni micro tonali del sistema temperato, sono stati utilizzati da molti compositori, mentre esistono sistemi micro tonali non temperati in grande quantità e con molte differenziazioni nelle culture non europee. Per cui, quando mostro interesse per i micro intervalli, non intendo nulla di nuovo o di particolarmente originale (lo sviluppo più coerente dei micro intervalli si trova nelle opere di Harry Partch). Ciò che mi interessa in modo particolare delle numerose possibilità micro tonali, e dove credo troverò nuovo e fertile terreno, è il micro intervallo indeterminato, cioè non quarti o terzi di tono, o altre divisioni di un’altezza definita con precisione, e neppure intervalli derivati dagli armonici superiori, ma una intonazione indefinita che comunque - dal momento che non viene utilizzato il glissato (con l’eccezione del glissato di un trombone) - dà l’impressione di una precisa definizione. Per quanto riguarda il sistema di relazioni (anche nella notazione) io mi attengo a un preciso posizionamento dell’altezza delle 12 note; i micro intervalli appaiono come deviazioni rispetto al sistema temperato, laddove l’armonia a 12 note minaccia di esplodere come una bolla di sapone. Ciò significa che non è la micro tonalità in sé, ma le sue tensioni rispetto al sistema temperato di altezze fisse che crea nuove armonie, fluttuanti e incerte. Il Concerto doppio venne composto nel 1972 ed eseguito per la prima volta al Festival di Berlino il 16 settembre dello stesso anno da Karlheinz Zoller, Lothar Koch, e dall’Orchestra Filarmonica di Berlino diretta da Christoph von Dohnányi. © György Ligeti Traduzione italiana di Evans Tonon 17 MÁRTON ILLÉS BENJAMIN BRITTEN "Tört - szín - tér" ("rotto - scena/colore - spazio") è costituito da tre movimenti: Ágak - Hyperventilatio - Hoquetus. La parola ungherese "szín" ha il duplice significato di 'scena' e di 'colore'. Il titolo può quindi essere reso con Spazio colorato rotto, oppure Scenario lacerato, Scena di colori spezzati o ancora Spazio per scene frantumate. Si tratta dunque di spazi scenici in cui, come se fossero attori di un dramma, oggetti musicali quasi personificabili (omogenei, caratteristici e ricorrenti) entrano ed escono, ora da soli (monologando) ora in dialogo con altri, ma anche in autonomia gli uni rispetto agli altri, parallelamente, lavorando gli uni contro gli altri, situandosi gli uni sopra gli altri (in modo polidimensionale). Il primo movimento, "Àgak" (Ramificazioni), lavora affastellando fasci di linee che proliferano dentro lo spazio muovendo in modo molto plastico e tangibile grandi masse orchestrali. Nel terzo movimento la maggior parte degli oggetti (linee, superfici, gesti ecc.) vengono spezzettati alla maniera dell'hoquetus; fondamentalmente, infatti, alla base di questo brano sta una ripresa esasperata, quasi ossessiva e altamente virtuosistica della tecnica medievale dell'hoquetus. Si tratta di una tecnica che, formulata così a folle velocità, vale come un'illusione, un trompe-l'œil dentro la scienza compositiva classica. Il risultato è un insolito ipergranulato di linee, superfici, accordi dall'effetto estremamente sbriciolato, intenso, nevrotico e caoticamente spensierato. La frantumazione mi interessa sul piano orizzontale: la rottura microtonale dell'accordo, attraverso cui si formano sonorità differenti, simultanee (o anche alternate alla maniera dell'hoquetus) e 'strabiche'. Il movimento intermedio "Hyperventilatio" è uno 'psicogramma': uno sguardo dentro lo "spazio intimo, la scena interiore dell'individuo', sguardo attraverso il quale diventano visibili e udibili i più sottili moti psicofisici e l'iperintensità del respiro. NeI 1940, per solennizzare la dinastia dei Mikado che compiva duemilaseicento anni, il governo giapponese commissionò ai compositori più illustri qualche opera celebrativa. L’invito fu rivolto anche all’inglese Benjamin Britten che aveva pronto un lavoro di ispirazione non proprio giubiliare, ma non privo di una certa grandiosità. Si trattava della Sinfonia da Requiem op. 20 che Britten aveva appena composto con la dedica “in memory of my parents”. L’ordinazione comunque non andò in porto perché qualche mese prima dello scatenamento della guerra il governo giapponese rifiutò l’opera ritenendo offensivo per il sovrano del sol levante l’impianto cristiano-liturgico del componimento. La Sinfonia da Requiem Britten l’aveva composta in America e il 30 marzo del 1941 essa veniva eseguita per la prima volta a New York sotto la direzione di Sir John Barbirolli. Il componimento si articola in tre parti che coi titoli tradizionali di Lacrymosa, Dies irae e Requiem aeternam allineano i tre tempi Andante ben misurato, Allegro con fuoco e Andante molto tranquillo. L’ampio organico dell’orchestra che comprende i fiati per tre più sei corni, un ampio apparato percussivo cui si aggiungono il pianoforte, due arpe e gli archi, rivela l’intenzione di conferire al componimento intense colorature sinfoniche e brillanti effetti timbrici che trovano fin dalle battute iniziali del Lacrymosa un’affermazione perentoria: su un pedale di 're' nelle regioni gravi dell’orchestra esplodono infatti i clangori dei timpani amplificati dalle ottave del pianoforte e delle arpe. A questa breve introduzione ad effetto seguono i nuclei tematici il primo dei quali si snoda con un persistente ritmo di 6/8 su un disegno di marcia dall’andatura sincopata. Segue un secondo tema basato sull’intervallo di settima maggiore che viene annunciato dal saxofono e un terzo che si alterna con vistosi effetti timbrici fra gli archi, i flauti e i tromboni con sostegno del pianoforte e delle arpe. Il Dies irae cui è affidato il secondo movimento presenta una scrittura complessivamente più semplice del precedente, caratterizzata a tratti da evidenti impennate virtuosistiche. Il motivo dominante di questo movimento è annunciato all’inizio dai flauti con un singolare disegno di note frullate su cui si inserisce un vertiginoso movimento staccato degli archi in sordina. Ad esso si contrappone poco oltre un petulante motivo in terzine delle trombe che si alterna in veloci scambi con i corni e con gli altri fiati in rapide sequenze di crescendi e di diminuendi. Tra questi disegni lineari e virtuosistici si inserisce producendo un singolare effetto Tört - szín - tér Sinfonia da Requiem, Op. 20 © Márton Illés Traduzione italiana di Elisabetta Fava 18 19 di inquietudine un tema cantabile affidato al saxofono. La compattezza della scrittura orchestrale si dirada improvvisamente in un finale pieno di effetto giocato abilmente sui glissandi, sugli effetti percussivi e sulle cesure improvvise rappresentate dalle battute vuote. Nettamente contrastante è il Requiem aeternam conclusivo che col suo tempo Andante molto tranquillo si diffonde come un’improvvisa oasi lirica striata da intense venature mahleriane. Su uno sfondo tessuto dagli archi e dalle arpe i flauti a tre disegnano un tema molto espressivo cui fa seguito poco oltre un’ampia melodia dei violini alla quale sono affidati gli accenti più lirici. Il motivo iniziale viene però rapidamente ripreso e la sinfonia termina tranquillamente su una nota tenuta dei clarinetti. Enzo Restagno (dagli archivi Rai, 1976) 3° CONCERTO - VENERDÌ 19 FEBBRAIO GYÖRGY KURTÁG Doppelkonzert op. 27 n. 2 György Kurtág (*1926) può essere considerato il più noto compositore ungherese vivente. La sua musica, che ha goduto di un tardivo riconoscimento mondiale, ha affascinato il pubblico con la sua concisione e il suo potere espressivo. Kurtág ha creato un suo suono personale attraverso la sintesi di tre elementi: gli esperimenti dei compositori dell’avanguardia, il retaggio musicale ungherese, e molti dei filoni che si rifanno alla musica dei secoli precedenti. Nonostante il suo rifiuto di ricercare la popolarità, la sua musica parla al pubblico di oggi con un’immediatezza senza precedenti. Fino alla fine degli anni ottanta del novecento, Kurtág non aveva ancora cercato di comporre nulla per grande orchestra. Una commissione da parte del Festival di Berlino portò nel 1988 a una composizione per pianoforte e gruppi strumentali ...quasi una fantasia..., Op. 27, che possiamo definire una composizione orchestrale, ma con alcune riserve. Gli strumenti non vengono qui utilizzati come in un’orchestra nel senso più tradizionale, ma sono suddivisi per gruppi e posizionati non soltanto sul palco, ma in varie parti della sala. L’opera fa il paio con il Concerto doppio per violoncello e pianoforte, dal titolo Op. 27 N. 2, con chiare allusioni alle due “Sonate quasi una fantasia” di Beethoven. L’estrema concentrazione e l’economia dei mezzi che avevano caratterizzato fin qui l’opera di Kurtág fu seguita, con l’Op. 27 N. 2, da una forma più ampia e da un aumento delle risorse strumentali. In questa composizione Kurtág cerca per la prima volta di scrivere dei movimenti la cui costruzione interna si basa su linee più tradizionali. I due movimenti lenti, all’inizio e alla fine, entrambi rielaborazioni di precedenti canzoni con accompagnamento di pianoforte, conservano ancora l’atmosfera della musica da camera. I due movimenti centrali più veloci, però, sostituiscono la brevità epigrammatica di Kurtág con sviluppi ed espansioni, laddove le idee musicali vengono ripetute e sviluppate e danno luogo a una più alta tensione. Questa composizione venne commissionata dall’Ensemble Intercontemporain, dall’Ensemble Modern e dall’Alte Oper, di Francoforte. Venne dedicata a Zoltán Kocsis, Miklós Perényi e Péter Eötvös, solisti e direttore della prima mondiale eseguita a Francoforte nel 1990. © Péter Halász Traduzione italiana di Evans Tonon 20 21 BRETT DEAN Testament - Music for orchestra Alcuni anni fa si fece strada l’idea di comporre un pezzo per archi che facesse in qualche modo riferimento alla vita e alla musica di Beethoven. Gli spunti che scaturirono da quell’iniziale progetto sono sopravvissuti e hanno visto un’evoluzione. Quei pensieri diedero inizialmente vita alla prima versione di Testament per 12 viole (2002), scritto per i miei ex colleghi della sezione delle viole dei Berliner Philharmoniker, una sezione con cui avevo suonato tantissima della musica di Beethoven e da cui avevo imparato moltissimo. È stato meraviglioso poter ampliare quelle idee e adattarle a un’orchestra classica di dimensioni “Beethoveniane” come la Tasmanian Symphony Orchestra [nel 2008, ndr ], con una doppia sezione di fiati, corni, trombe e timpani, e con il tradizionale gruppo di archi. Quando cominciai a lavorare su questo spartito rilessi il famoso Testamento di Heiligenstadt di Beethoven, che contiene il suo testamento e le sue ultime volontà, scritte in età relativamente giovane, dopo che aveva compreso la natura irreversibile dei suoi disturbi uditivi. In particolare, l’idea sonora che a quel punto divenne per me un’ossessione era il suono debole ma convulso della penna di Ludwig che immaginavo nell’atto di scrivere in maniera maniacale su fogli di carta pergamenata. Il Testamento di Beethoven del 1802 mostra senza dubbio gli stessi aspetti del suo temperamento impetuoso così riconoscibile in altri dei suoi manoscritti e lettere (spesso a malapena leggibili). A ciò si aggiunge un senso esasperato di pathos, di disperazione e di autocommiserazione che rendono questo documento particolarmente toccante. “Ah” egli scrive a un certo punto, “come confessare la debolezza di un senso che in me dovrebbe essere di un livello di perfezione superiore agli altri, di un senso che un tempo possedevo con una perfezione immensa...” (“Ach wie wär es möglich daß ich dann die Schwäche eines Sinnes angeben sollte; der bej mir in einem vollkomenern Grade als bej andern sein sollte, einen Sinn denn ich einst in der größten Vollkomenheit besaß...”) Testament comincia con sonorità di frettolosa, ansimante, ma quasi silenziosa disperazione, con gli archi che suonano senza che i loro archetti siano stati trattati con la pece e con i musicisti della sezione dei fiati che si limitano a soffiare aria nei loro strumenti. Senza il tradizionale attrito prodotto dalla pece, un arco non trattato scivola sulle corde producendo un rumore soprannaturale, capace solo sporadicamente di generare quel suono pieno che normalmente produce. In questo modo, il tema principale del brano viene presentato quasi come se provenisse da dietro 22 una garza, o come se fosse ostacolato da un disagio uditivo. È evidente il movimento, ma la sensazione sonora è indefinita. Il carattere di questi irrequieti scarabocchi, simili a uno Scherzo, dà poi vita a una musica più lenta, caratterizzata dal galleggiare di un’acuta cantilena da parte del flauto, la cui forma si ispira a una serie di parole del testo beethoveniano, una sorta di canzone con testo, ma senza voce. Citazioni del movimento lento del suo quartetto per archi N. 1 Razumovsky, Op. 59 iniziano man mano a riempire lo spazio ma vengono troncate senza che possano trovare coesione. Nell’aria rimane un senso di perdita e di alienazione quando, con tutti gli archetti della sezione degli archi ben trattati con la pece, l’angoscia suggerita dalla musica improvvisamente e finalmente viene alla ribalta con tutta l’orchestra. La musica veloce che segue rappresenta uno sviluppo delle battute iniziali con la loro ovattata inquietudine, ed è a volte apertamente aggressiva, altre volte più intima e irrisolta, o addirittura inaspettatamente leggera e duttile, e vede l’inserimento di frammentari riferimenti all’esuberante finale dell’Op. 59/1 scritto da Beethoven. Quest’aria di ambivalenza resiste fino alla fine di Testament, sospesa tra il languore e la determinazione. Il periodo trascorso da Beethoven nel tranquillo villaggio di Heiligenstadt, fuori Vienna, che culminò come sappiamo nella consapevolezza che la sordità totale era imminente e irreparabile, segna ironicamente anche l’inizio di una delle fasi più creative della sua vita di compositore, che avrebbe portato velocemente all’Eroica, ai Quartetti Razumovsky e ad altri spartiti profondamente rivoluzionari. Il suo periodo ad Heligenstadt rappresenta quindi un momento di commiato, di accettazione e di un nuovo inizio. © Brett Dean 2008 Traduzione italiana di Evans Tonon 23 FABIO VACCHI Der Walddämon. Scene da un romanzo D’un tratto nel folto del bosco: dal romanzo di Amos Oz alla mia musica. Storia di un incontro La mia collaborazione e la mia amicizia con Amos Oz si fondano entrambe su una visione comune della vita e dell’arte. Ci conoscemmo nel 2009, grazie alla mediazione di Alberto Rollo, pilastro della casa editrice Feltrinelli e sapiente filatore di trame artistiche e d’ingegni, quando lo scrittore che tanto ammiravo da lontano era venuto con la moglie Nily da Israele a Bogliasco, dove tenevo corsi di composizione, per lavorare con me allo Stesso mare, l’opera su suo libretto che andò in scena al Petruzzelli di Bari due anni dopo. Proprio il giorno del suo arrivo a Genova, morì il mio primo, indimenticabile gatto Cedrone. Io, mia moglie e i miei figli eravamo affranti. Aveva vissuto con noi in un ménage à trois per tanti anni, sostenendomi con la sua dedita innocenza nel difendermi, in tempi di lotte e fatiche, da quei poteri delle avanguardie astruse da cui mi sono salvato (benché con le ossa rotte e dovendo continuamente guardarmi le spalle) benché altri ne rimanessero schiacciati. Pampigula, questo era il soprannome di Cedrone, ci aveva poi aiutato a lenire le ferite dei nostri tre piccoli figli adottivi, insegnando loro, insieme ai nostri cani e nel modo più naturale che esista, l’amore. Già famoso in tutto il mondo e tradotto in decine di lingue, Amos non aveva esitato a fare un viaggio per costruire un’opera insieme a me: con l’umiltà dei grandi, che in lui non è vezzo letterario o facciata mediatica, ma è sguardo vero verso ogni essere vivente. Amos e Nily non rimasero stupiti, né straniti, infastiditi o imbarazzati, dal nostro dolore. E successe qualcosa di magico. L’elaborazione del lutto insieme a loro insegnò a noi un diverso rapporto con la morte e ai nostri figli a guardare in faccia le paure, anziché seppellirle, ben più insidiose, nel profondo. Mentre in immediata empatia forgiavamo Lo Stesso mare (attingendo da antiche melodie sefardite eseguite al flauto da Nily in serate infinite tra cibo e chiacchiere con gli studenti), decidemmo che avremmo donato un omaggio artistico al gatto bianco e nero da poco scomparso. Dì lì a poco avrei infatti composto il melologo D’un tratto nel folto del bosco su testo di Michele Serra tratto dall’omonimo romanzo di Oz, in partitura dedicato “al micio Pampigula”. In Italia fu eseguito a Milano, nel 2012, per il festival Mito. In Francia (con il titolo Soudain dans la forêt profonde) fu presentato, nel 2013-14, alla 24 Comédie française e alla Salle Pleyel di Parigi, per la Paris Mozart Orchestra diretta da Claire Gibault e per il Ministère de l’Éducation Nationale, che produsse anche un CD distribuito nelle scuole. Un racconto, una favola, per bambini e non solo. Un sogno intriso, come tutta l’opera di Oz, di un idealismo relativizzato, che pur rendendosi conto dello stretto legame tra bene e male, in sé e fuori di sé, non rinuncia a credere valga la pena di migliorare il mondo, limitando al massimo la sofferenza di chi lo abita. Una metafora della tolleranza, dell’apertura alla diversità, dell’urgenza di contrastare i lati più meschini di noi stessi e della nostra società. L’animalismo di Walddämon (Il demone della montagna) Lo stesso breve romanzo, D’un tratto nel folto del bosco, ha ispirato il brano per orchestra in programma stasera, che mi fu commissionato dal Gewandhaus di Lipsia e venne eseguito in prima assoluta a Lipsia, nel 2015, sotto la direzione di Riccardo Chailly. Il quale accolse con curiosità e disponibilità la mia idea di scrivere un pezzo totalmente nuovo, ma partendo dallo stesso nucleo letterario e filosofico di D’un tratto nel folto del bosco, incentrato su un misterioso villaggio senza animali, nel quale tutti fanno finta di non sapere, non vogliono ricordare, evitano l’argomento. I protagonisti sono due bambini, Maya e Mati, che si ribellano contro i segreti degli adulti e si avventurano nella foresta in cerca della verità. Così scoprono che gli animali vivono in un paradiso dove nessuno si sbrana, tutti si cibano di vegetali e regna l’armonia. Tra i reietti dalla città si trova anche Nimi, il bambino-cavallino affetto da “nitrillo”, rifiutato dal bullismo dei suoi compagni, e Nehi, il demone delle montagne, cui la leggenda attribuisce di avere rapito gli animali per condurli con sé e tenerli prigionieri nella foresta. Nehi racconta ai due coraggiosi ragazzini tutt’altra versione. Lui e gli animali se ne sono andati per sfuggire alla crudeltà fisica e psicologica cui venivano sottoposti. Il demone, in effetti, si è poi vendicato apparendo come tale tra gli abitanti della cittadina, per spaventarli. Mati e Maya fanno riflettere Nehi su quanto avrebbe dovuto e potuto restare, per cambiare il paese, per aiutare chi stava come lui, per non uccidere la memoria. Ma tornando verso casa si ripromettono anche di rompere per sempre il muro di omertà, ben consci che non si tratterà di cosa semplice. A differenza del melologo D’un tratto nel folto del bosco, in Walddämon la vicenda è esterna alle ragioni musicali, che acquistano totale autonomia ma sono sollecitate dalle emozioni e dalle riflessioni suscitate in me dal racconto di Oz. Il discorso sull’infinita gamma di sfaccettare che il rapporto tra musica e parole (ma più in generale tra musica e realtà) può assumere (dal semplice spunto extramusicale alla musica a programma che segue una vera e propria traccia narrativa, dal melodramma che affida al canto il testo al 25 melologo, in cui la partitura si confronta con una voce recitante), va inserito nel contesto della mia estetica. Che si riallaccia alle sperimentazioni dell’avanguardia novecentesca (senza le quali non esisterebbe) ma se ne distacca anche in modo sostanziale. Oltre infatti all’ adesione etica ed esistenziale alla storia di Mati e Maya (nella quale si riconosce la triste storia di tutte le persecuzioni insieme alla determinazione a osteggiarle senza ricorrere al fanatismo e alla ritorsione), la musica di Walddämon scaturisce dal mio animalismo. L’animalismo nasce dal e porta al bisogno di compromesso e solidarietà tra generazioni, culture, persino specie differenti. Essere animalisti non significa solo rifiutare la ferocia verso il debole e la supponenza antropocentrica, ma anche sentirsi essere tra gli esseri, corpo tra i corpi. Significa rispettare la diversità di tradizioni, di religione, di genere, di tendenze sessuali, di abitudini. Significa accettare di essere dentro la natura, da rispettare come parte di sé. Anche come musicista. Per questo ritengo indispensabile riassumere alcuni postulati imprescindibili per comprendere la mia necessità di vivere la musica come parte dell’umano, di misurarmi con i contenuti sociali, etici, politici, emozionali, non perdendo mai di vista la necessità di rigore e coerenza autoreferenziale del linguaggio sonoro. Nel rifiuto del descrittivismo, nell’adesione alla sfida del confronto e della fusione con le altre forme dell’immaginazione, del pensiero, della creatività. In primis, della parola. Perché parola e musica sono nate insieme e sono un patrimonio collettivo antropologico. Premesse estetiche (dalle lezioni tenute come responsabile dell’Atelier Opéra en création presso il Festival di Aix-en-Provence, nell’estate 2015) Definizione o scoperta? Fondamento innato, eredità antropologica ed etnomusicologia Per la sopravvivenza della specie, il cervello ha la tendenza naturale ad anticipare il futuro e gli eventi. Se il linguaggio musicale cambia completamente stile in ogni pezzo e in ogni autore, è impossibile che il sistema psico-percettivo delle persone possa orientarsi durante l’ascolto. La musica (come il teatro musicale) non è per me esclusivamente frutto di convenzioni, considerazioni arbitrarie, concettuali, pragmatiche, ideologiche, filosofiche, ma ha anche radici in un’essenza universale innata, fisiologica, antropologica e perciò collettiva, di cui l’uomo è partecipe ma che almeno in parte esiste indipendente dalla sua considerazione o definizione. Ci sono processi simbolici innati, organici, fisiologici, che 26 sono essenziali per la composizione musicale. Accettare che esista questa radice primaria influenza la pratica compositiva, determinando lo sviluppo e il progresso della ricerca, dell’invenzione e della scrittura musicale. Per uscire dall’ impasse che la chiude in una sorta di “riserva” fuori dal mondo, la musica d’oggi dovrebbe a parer mio trovare una sintesi tra eredità antropologica e popolare, forme tradizionali e ricerca sperimentale e concettuale. Un numero eccessivo di elementi non raggruppati né collegati da relazioni o principi storicamente sedimentati e biologicamente radicati, non può essere compreso. Questo richiamo emozionale deve comunque penetrare la percezione superficiale, superarla, per giungere alla più profonda logica sottostante. Dovrà quindi andare ben oltre ciò che il mero meccanismo dell’imitazione richiede. Concezione materialistica vs concezione metafisica Le neuroscienze ci dicono che ci sono limiti naturali entro i quali la scrittura musicale può raggiungere le menti e i corpi degli altri. Questi limiti devono essere forzati, ma non possono essere negati. Può esserci una spiegazione al perché gran parte del pubblico trovi così ostico ascoltare la musica contemporanea. Gli neuroscienziati hanno dimostrato che sono le strutture e gli schemi compositivi a consentire il godimento estetico. Nell’arte e nella musica esiste un’insopprimibile spinta a inventare e rivoluzionare, forzando i limiti. Questo imperativo deve però rimanere entro i confini dell’eredità fisiologica e antropologica che appartiene all’umanità e che si connota in termini biologici, fisici, chimici, neurologici. Invenzione e tradizione Il processo musicale non può basarsi sull’invenzione di gesti dettati esclusivamente dalla ragione: per quanto preziosi, sofisticati e affascinanti possano essere, rimangono infatti totalmente soggettivi. E’ ciò che spesso i compositori d’avanguardia fanno. Né la musica può utilizzare stili e strutture semplici e semplicistiche per catturare l’ascoltatore; perché questo equivarrebbe alla morte della musica classica e del teatro lirico. E’ ciò che spesso i compositori conservatori fanno. Bellezza e arte possono contrastare l’ondata di consumismo e banalità che sta conducendo a una sempre più massiccia e pericolosa omologazione. La musica colta – aperta al confronto con altri generi musicali, dal rock al rap - rappresenta una via per fondere punti di vista differenti. A patto che mantenga la sua specificità e non abdichi alla sua profondità. 27 Der Walddämon: l’articolazione della partitura La partitura del Demone della montagna si articola in nove parti, molto differenziate benché strutturalmente connesse attraverso la germinazione di un materiale tematico e armonico unitario. Le dediche per me sono importanti. Fanno parte dell’essenza creativa. Mentre scrivevo il Walddämon, io e la mia famiglia eravamo tormentati da persone malvagie, che avevano intimorito mio figlio Denis facendolo fuggire due giorni da casa. Abbiamo passato mesi terribili. Abbiamo toccato con mano meschinità, pavidità, ipocrisia. Ma abbiamo avuto al nostro fianco donne e uomini coraggiosi, capaci di uscire dal qualunquismo dell’indifferenza. Tra questi Cesare Rimini, che con la sua cultura e la sua umanità era presente nella mia vita e nella mia scrittura. Mentre lottavo come Nehi, come Nitrillo, come Maya e Mati. Come tanti. e perdendosi nella stessa essenza comune, psicologica, fisica, biologica, affettiva: “...un gattino, una creatura lanosa, viva, morbida, dolce e timida che scrutò Mati con due occhi rotondi, le orecchie ritte per la curiosità, il naso e le vibrisse che tremolavano un poco. Maya prese la mano di Mati e gli affondò le dita spaventate dentro il morbido pelo del gatto, più volte, sinché le dita si calmarono dalla paura, e dopo le dita si calmò anche il palmo che accarezzava e si calmarono il braccio e le spalle e tutto il corpo. Il gatto chiuse gli occhi, e anche Mati percepì sulla punta delle dita i fremiti delle onde tremule che scuotevano delicatamente il corpo del micino, perché la creatura ora aveva cominciato a gorgogliare con un sommesso, prolungato rumorio di piacere. Il corpo di Mati si andò acquietando, sempre più traboccante di delizia e con la calma del corpo si placarono anche le paure...” 1.Il villaggio Un clima mesto c’introduce nella cittadina incastonata fra i monti, su cui pesa una lugubre atmosfera: “...La gente non vuole parlare del passato. Non vuole ricordare come e perché gli animali e il piccolo Nitrillo siano scomparsi: “Mai, e poi mai” dicevano i genitori ai loro figli, “potete uscire di casa dopo il calar del buio.” Se un bimbo chiedeva ai suoi genitori come mai, quelli si facevano scuri in viso e rispondevano che la notte è assai pericolosa. Ma ogni bambino lo sapeva, che quella non era una vera risposta...” 5.Il Demone La partitura mossa, ritmica e convulsa, evoca il terribile demone della montagna come veniva descritto e percepito nel villaggio: “...Capitava che alle prime luci dell’alba i taglialegna notassero dei rami spezzati, o dell’erba calpestata: allora si guardavano fra loro e scuotevano il capo senza dirsi nemmeno una parola. Sapevano che con il favore delle tenebre Nehi, il demone dei monti, scendeva dal suo castello sui picchi, per vagabondare nei boschi intorno al villaggio. II suo manto nero tuonava facendo tremare l’erba che calpestava, e le foglie che aveva sfiorato appena...” 2.Mati e Maya entrano nel bosco Una sezione insieme lieta e circospetta accompagna l’avventura della coraggiosa Maya e del più timoroso ma non certo pavido amichetto Mati, mentre s’inoltrano nella foresta sempre più densa, sempre più alta, sempre più lontana. Per scoprire la verità. 6.Il giardino incantato In un’atmosfera aerea e lievissima, serenità e armonia regnano tra gli animali, in pace tra loro e con l’ambiente. 3.Nitrillo I due ragazzini incontrano Nitrillo, che corre felice tra i prati in un episodio veloce e scorrevole come la cavalcata di un puledro. Non tornerà più nella classe dove veniva tormentato per la sua timidezza e il suo candore. Non si vergogna più di essere imbranato e poco macho. Ora, bambino-cavallo, è felice. Galoppa nitrendo della sua nuova libertà. 7.Il Demone racconta Uno spasmodico crescendo ritmico segue il parossismo del ricordo. Nehi rievoca come fin piccolo coetanei e adulti l’avessero emarginato, e come se ne fosse andato, aiutato dagli animali che l’avevano seguito perché anche loro spesso avevano subito torture e crudeltà. Fino a che un lunghissimo corteo si era spinto su fino alla cima del monte. Talvolta Nehi era poi tornato, per vendicarsi e spaventare coloro che l’avevano cacciato. Lasciandolo ferito per sempre. 4.Il gatto Mati e Maya conoscono per la prima volta un animale e si trovano fra le braccia un dolcissimo gattino che fa le fusa. In un’atmosfera languida e sensuale, percorsa da guizzi, tremano di felicità con lui, accarezzandolo 8. Il commiato Il Demone non riesce a convincere i ragazzi a restare nel suo paradiso e si commiata da loro: “...Per intanto state molto attenti, voi due, a non ammalarvi anche voi del morbo dello spregio e delle beffe. Anzi: pian 28 29 piano cercate magari di guarire un poco i vostri amici, almeno alcuni di loro, da questi disturbi. Parlate loro. Parlate a quelli che offendono e anche a quelli che tormentano e a quelli che sono contenti di far del male agli altri. Parlate a chiunque sia disposto ad ascoltare. Adesso andate in pace. E non dimenticate. Nemmeno quando sarete grandi, adulti, o forse anche genitori, non dimenticate. Buona notte Maya e Mati...” 9. Il ritorno Una chiusa lirica segue il ritorno dei due spavaldi amichetti: “...Quando il bosco divenne buio, e Maya e Mati scendevano, mano nella mano, sempre più vicini alle luci del paese, Mati disse a Maya: “Bisogna dirlo ai nostri compagni di classe”. Maya aggiunse: “non solo a loro, Mati. Noi dobbiamo dirlo a tutti. A mia madre, agli anziani. Ai tuoi genitori. E non sarà facile...” © Fabio Vacchi MARCO ANGIUS Ha diretto Ensemble Intercontemporain, Tokyo Philharmonic, Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Orchestra Haydn di Trento e Bolzano, Orchestra Verdi di Milano, Orchestra della Svizzera Italiana, Orchestre de Lausanne, Orchestre de Nancy, Orchestra della Toscana, I Pomeriggi Musicali, e in istituzioni quali Teatro La Fenice, Maggio Musicale Fiorentino, Teatro Comunale di Bologna, Luxembourg Philharmonie e Muziekgebouw/ Bimhuis di Amsterdam. Ha vinto il Premio Amadeus per Mixtim di Ivan Fedele (2007) di cui ha anche inciso tutta l’opera per violino e orchestra con l’OSN Rai, oltre a una ricca discografia che comprende, tra l’altro, Luci mie traditrici (Euroarts/Stradivarius), Cantare con silenzio e Stagioni artificiali di Sciarrino, Die Kunst der Fuge di Bach/Scherchen, L’imbalsamatore di Giorgio Battistelli, il Pierrot lunaire di Schönberg, Die Schachtel di Franco Evangelisti, Risonanze erranti di Luigi Nono. Tra le produzioni liriche: Aspern di Sciarrino, Jakob Lenz di Rihm, Don Perlimplin di Maderna, La piccola volpe astuta di Janáček, L’Italia del destino di Luca Mosca, Il suono giallo di Solbiati, Alfred Alfred di Donatoni, Gianni Schicchi. Già direttore principale dell’Ensemble Bernasconi dell’Accademia Teatro alla Scala, dal settembre 2015 è stato nominato direttore musicale e artistico dell’Orchestra di Padova e del Veneto. Tra i suoi libri: Come avvicinare il silenzio (Rai Eri, 2007), Del suono estremo (Aracne, 2014). ANNA D'ERRICO Il suo repertorio spazia dal classicismo alla musica d’oggi, alla quale dedica uno speciale interesse che l'ha portata a stabilire un rapporto di collaborazione con alcuni dei più interessanti compositori della scena attuale. Ha collaborato con compositori quali Helmut Lachenmann, 30 31 Salvatore Sciarrino, Enno Poppe, Georges Aperghis, Brian Ferneyhough, Beat Furrer, Rebecca Saunders, Heinz Holliger, Jörg Widmann, George Benjamin, Claudio Ambrosini. Conta apparizioni in istituzioni internazionali quali Lucerne Festival, Carnegie Hall di New York, Essen Philharmonie, June di Buffalo, Mozarteum di Salisburgo, Heidelberger Frühling, Cantiere di Montepulciano, Ultraschall di Berlino, Gare du Nord di Basilea, Parco della Musica di Roma, CDMC di Madrid, ZKM di Karlsruhe. Ha suonato come solista con l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia, con l’Orchestra di Padova e del Veneto e alla Konzerthaus di Berlino. Ha lavorato con direttori quali Pierre Boulez, Peter Eötvös, Marco Angius, Lucas Vis, Matthias Pintscher, Ilan Volkov, Jean Deroyer e Igor Dronov. La sua passione per la musica da camera l’ha portata ad avviare collaborazioni stabili come quella con l’Ensemble Interface, di cui è membro fondatore, e quella in duo pianistico con Alfonso Alberti, oltre ad esibirsi con interpreti quali Uli Fussenegger, Ian Pace, Dimitri Vassilakis, Marco Fusi, Donatienne Michel-Dansac e ensemble quali Ensemble Modern, Algoritmo, Icarus, Linea, Meitar. Ha inciso per Stradivarius, Arcanto, Ars Publica, Wergo e CMC Canada. Come docente specializzata in repertorio contemporaneo ha tenuto workshop presso istituzioni accademiche in tutto il mondo. Tra i riconoscimenti ricevuti: il Kranichsteiner Stipendienpreis agli Internationale Ferienkurse Darmstadt (2010), e il Pianist/Composer Commissioning Project tributato dall’Ivar Mikhashoff Trust for New Music (2015). SHAPEDNOISE Nato a Palermo nel 1989, è un artista noise-techno dalle sonorità scure e produttore dell’etichetta musicale berlinese REPITCH, cofondata con Ascion e D. Carbone. Il suo secondo album “Different Selves”, pubblicato lo scorso dicembre da Type Recordings, fonde le sonorità industrial dei primi Godflesh e la potenza grezza della drum'n'bass di metà anni '90, il piacere viscerale del vecchio grime e le atmosfere graffianti e minacciose della dark ambient. Oltre a esibirsi come solista, Shapednoise fa parte del nuovo progetto di collaborazione The Sprawl, che coinvolge i produttori londinesi Logos e Mumdance. 32 JONATHAN WEBB Dopo il debutto all'Opera di Manchester all'età di 21 anni con West Side Story di Bernstein, ha diretto oltre ottanta opere liriche, collaborando con i maggiori interpreti. Nominato Responsabile Musicale dell' Opera Ireland è stato invitato a Tel Aviv come Direttore Stabile della Isreaeli Opera, dove ha diretto opere di Strauss, Puccini, Verdi, Saint-Saens, Gounod, Halévy, Rossini, Donizetti, Janáček e Šostakovič. Ha in repertorio tutte le opere e le composizioni sinfonico-corali di Britten. Attualmente è direttore musicale della Camerata Strumentale Città di Prato. È invitato da numerosi teatri tra cui Deutsche Oper di Berlino, Teatro di Colonia, Volksoper di Vienna, teatri di Lisbona, Siviglia, Marsiglia, Nizza e in Italia a Firenze, Venezia, Napoli, Roma, Genova, Bologna, Ravenna, Torino. Ha collaborato con importanti registi tra i quali Goetz Friederich, Hugo de Ana, Pier Luigi Pizzi, Robert Carsen, Graham Vick, David Poutney, David Alden, Daniele Abbado. Ha collaborato con diverse orchestre sinfoniche tra cui la Jerusalem Symphony, Israel Chamber Orchestra, Orquesta Sinfónica de Galicia, Real Filharmonia de Galicia, Orquesta Sinfónica de RTVE, Orquesta Ciudad de Granada, Orquesta Sinfónica de Tenerife e in Italia con le Orchestre Sinfoniche di Roma e Palermo. È stato invitato dal Saito-Kinen Festival Matzumoto, su invito di Seiji Ozawa, Caesarea, A Coruña, Wexford, Caracalla a Roma, MITO Settembre Musica a Torino, the Liturgica Festival a Gerusalemme e Sagra Musicale Umbra a Perugia, dove ha diretto lo scorso anno una produzione semiscenica di Curlew River di Britten. Ritornerà al Maggio Musicale Fiorentino nel 2016 per dirigere Albert Herring di Britten, dopo il successo dello scorso anno di The Turn of the Screw. Si dedica ai giovani musicisti: le sue recenti esperienze sono state con l'Orchesta Giovanile Italiana di Fiesole, l’Orchestra Cherubini di Ravenna, la Young Israel Philharmonic Orchestra ed è stato invitato per masterclass dalla Vietnam National Academy di Hanoi. Gli è stato conferito il Premio Internazionale Ultimo 900 Pisa 2000 nel Mondo, Le Muse - Polimnia dall’Accademia Internazionale Le Muse di Firenze e la medaglia dell’Associazione Pisana Amici della Lirica come riconoscimento della sua attività in Toscana con Città Lirica di Pisa, Lucca e Livorno. 33 ALBERTO BARLETTA FRANCESCO POMARICO Nato nel 1964, ha studiato presso il Conservatorio “D. Cimarosa” di Avellino con Vasco Degli Innocenti, dove si è diplomato con il massimo dei voti. Si perfeziona in flauto con Mario Ancillotti, Patrick Gallois, Glauco Cambursano e in musica da camera con Ovidio Danzi. Nel 1988 è vincitore della selezione per l’Orchestra Giovanile Italiana. Nello stesso anno, con la collaborazione di alcuni componenti dell’Orchestra “A. Scarlatti” di Napoli, fonda l’omonimo Quintetto di Fiati che s’impone all’attenzione nazionale vincendo nel 1989 il primo premio per la musica da camera al Concorso “F. Cilea”di Palmi. Dal 1996 fa parte del Quintetto “Arnold”. Già Primo flauto dell’Orchestra “A. Toscanini” di Parma, è stato Primo flauto dell’Orchestra “A. Scarlatti” di Napoli e dell’Orchestra della Rai di Roma. Attualmente ricopre lo stesso ruolo nell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, con la quale si esibisce anche in veste di solista colloborando con illustri direttori quali: J. Tate, C. Gibault, A. Miller, G. Pehelivanian, P. Rophé, J. Valčuha, A. Hewitt. Da sempre interessato alla musica da camera e alla musica contemporanea, è membro fondatore del Quintetto Altair e del gruppo Geometrie Variabili, realtà ormai consolidate all'interno dell'attività cameristica dell'OSN Rai. Ha tenuto concerti nei Festival e nelle sale più importanti: Biennale di Venezia, Festival di Salisburgo, Manca di Nizza, Mito, Ravello Festival, Abu Dhabi Classics, Carnegie Hall di New York, Musikverein di Vienna, Berlin Philharmonie, Royal Albert Hall di Londra, Suntory Hall di Tokyo, Théâtre du Châtelet di Parigi, Waterfront Hall di Belfast, Teatro La Fenice di Venezia, Teatro dell'Opera di Roma, Teatro Malibran di Venezia. Innumerevoli le prime esecuzioni e le registrazioni e dirette radiofoniche e televisive con l'OSN Rai. Ha inciso per Deutsche Grammophon, Stradivarius, Videoradio Classics, Nuova Era e Kairos. Nato nel 1960, si è diplomato nel 1980 al conservatorio "N.Paganini" di Genova. Dal 1982 è stato Primo Oboe solista dell’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano sino al 1987, quando è passato alla docenza di Musica da Camera presso la Civica Scuola di Musica di Milano. Nel 1987 è stato l’unico vincitore del Concorso Internazionale di Oboe “Viotti” a Vercelli. Con il Quintetto a Fiati “Arnold” ha svolto un’importante attività concertistica ed è stato invitato ai Ferienkursen di Darmstadt e al festival di Vitasaari. Ha inciso numerosi dischi premiati in Europa e negli Stati Uniti e ha eseguito prime esecuzioni assolute di autori come L. Berio, F. Donatoni, L. De Pablo e I. Xenaxis. Dal 1989 è Primo Oboe dell’Orchestra della Rai di Torino, ruolo mantenuto nell'attuale OSN Rai. Ha collaborato come primo oboe anche nelle orchestre della Scala di Milano, della Filarmonica della Scala e dell’Orchestra di Santa Cecilia. All’attività di oboista affianca quella di direttore: ha diretto l’Orchestra Sinfonica “G. Verdi” di Milano ed è presente dal 2004 come direttore e fondatore dell’ensemble “Geometrie Variabili” in “Rai NuovaMusica”, insignita sempre nel 2004 del premio"Abbiati". Come solista e camerista ha suonato per la Biennale di Venezia interpretando "Ausstrahlung" di Maderna sotto la direzione di A. Tamayo , per l’Ircam di Parigi la prima mondiale di "Ricorrenze" di Berio, inciso in seguito per Ricordi, per la Beethovenhalle di Bonn, con l’Orchestra della BBC di Glasgow, dove ha eseguito come solista "Chemins IV" di Berio e "Morceaux Liriques" di Castiglioni. Ha inoltre suonato la prima italiana del concerto di Carter e il concerto per oboe e orchestra a lui dedicato di Dufourt con l’Orchestra della Rai. Con la stessa orchestra, ha inciso per Videoradio Classics "Grande Aulodia" di Maderna. Ha suonato con direttori quali Z. Mehta, R. Muti, W. Sawallisch, L. Maazel, M. Rostropovich e C. M. Giulini. Nel 2010 è stato invitato a far parte della giuria del concorso internazionale "G. Tomassini" di oboe ed è membro della giuria italiana per le selezioni dell'orchestra giovanile europea "EUYO". Ha al suo attivo numerose tournée in Europa, Giappone, Messico e Sud America. Non mancano, a compimento delle sue attività, corsi di perfezionamento e masterclass in Italia, Finlandia, Germania e Spagna. 34 35 VAGHE STELLE OLARI ELTS Vaghe Stelle è Daniele Mana. La sua elettronica mutante resta al di fuori di qualsiasi genere prestabilito, preferendo lasciare che la sua fantasia spazi nel buio fra il mondo romantico dell’r&b, il grime pneumatico e sensazioni trance lussureggianti e discordanti. Le radici di Daniele nell’emergente scena dei producer italiani sono profonde -è anche parte del progetto One Circle, in collaborazione con Lorenzo Senni e A:RA- e lo vedono al centro di essa. La sua è una voce chiara e assolutamente contemporanea con una relazione unica e curiosa verso il suo passato. Il suo più recente lavoro, “Abstract Speed + Sound”, è un mini-album di sette tracce, pubblicato nel 2015 dall'etichetta Other People di Nicolas Jaar. Nato a Tallin nel 1971, è Direttore principale ospite dell'Orchestra Sinfonica Nazionale Estone. Ha avuto lo stesso incarico per la Filarmonica di Helsinki dal 2011 al 2014, per l'Orchestre de Bretagne dal 2006 al 2011 e per la Scottish Chamber Orchestra dal 2007 al 2010. E' stato Direttore principale dell'Orchestra Sinfonica Nazionale Lettone dal 2001 al 2006 ed è fondatore dell' NYYD Ensemble per la musica contemporanea. Ha diretto Orchestra e Coro dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma, Wiener Symphoniker, City of Birmingham Symphony, BBC National Orchestra del Galles, NDR Sinfonieorchester Hamburg, SWR Stuttgart, Staatskapelle Weimar, Orchestra Nazionale Danese, Filarmonica della Radio Olandese, Orchestre National de Lyon, Orquesta Sinfonica do Porto Casa da Musica, Sinsinica Giapponese Yomiuri, Filarmonica della Malesia e Melbourne Symphony. Nella stagione 2015/16 debutta con l'OSN Rai a Torino, la Sinfonica Nazionale Ungherese, l'Orchestra di Budapest e la Filarmonica di Brno, interpretando il concerto per percussioni Magma di Erkki-Sven Tüür con Colin Currie. Apprezzato per il lavoro con i gruppi da camera, questa stagione collabora con Tapiola Sinfonietta, Orchestra da camera di Monaco e con il Coro della Bayerische Staatsoper in un programma dedicato ai compositori del Baltico e con la Scottish Chamber Orchestra in un programma che include The Testament di Brett Dean e la Quinta di Beethoven. Tra i solisti con cui collabora: J.-E. Bavouzet, O. Mustonen, J.Y. Thibaudet, S. Trpceski, S. Hough, I. Faust, B. Skride, G. e R. Capuçon, S. Gabetta, A. Gerhardt, K. Kriikku, M. Grubinger, S. Matthews e L. Paasikivi. In ambito operistico ha avuto successo in varie produzioni con l'Opera Nazionale Estone e con la Arctict Opera e l'Opéra de Rennes. La sua passione per la musica del compositore estone Erkki-Sven Tüür, lo ha portato a incidere un disco dedicato alle sue musiche nel 2014, che include la Sinfonia n. 5 per chitarra elettrica, orchestra, big band e il concerto per fisarmonica Prophecy (Ondine). 36 37 FRANCESCO DILLON EMANUELE TORQUATI Torinese classe 1973, si diploma sotto la guida di A. Nannoni a Firenze, perfezionandosi con A. Bijlsma, M. Brunello, D. Geringas e M. Rostropovich. Studia inoltre composizione con S. Sciarrino. Nel 1993 è tra i fondatori del Quartetto Prometeo, formazione cameristica vincitrice di numerosi premi e insignita del “Leone d'argento” alla carriera alla Biennale Musica di Venezia 2012. Dillon si esibisce in prestigiose sale quali Teatro alla Scala di Milano, Konzerthaus di Vienna, Muziekgebouw di Amsterdam, Philharmonie di Berlino, Herkulessaal di Monaco, Laeiszhalle di Amburgo, Jordan Hall di Boston, Teatro Colon di Buenos Aires, e con orchestre come Filarmonica della Scala, SWR Stuttgart, RSO Wien, Orquesta del Teatro Colon, Ensemble Resonanz, Oulu Sinfonia Finlandia, Orchestra di Stato Lituana, Orchestra Regionale Toscana. Ha collaborato con direttori d'orchestra quali G. Sinopoli, S. Mälkki, L. Berio, P. Rundel, J. Kalitzke. È membro stabile dell'ensemble Alter Ego con il quale viene regolarmente invitato nei maggiori festival di musica contemporanea. La sua passione per la musica da camera lo ha portato ad esibirsi con rinomati interpreti quali I. Arditti, M. Brunello, G. Carmignola, P. Farulli, D. Geringas, V. Hagen, A. Lonquich, E. Pace, J.-G. Queyras, S. Scodanibbio. Il profondo interesse per la contemporaneità lo ha portato a costruire solide collaborazioni con i maggiori compositori del nostro tempo tra cui: G. Bryars, I. Fedele, F. Filidei, L. Francesconi, S. Gervasoni, P. Glass, V. Globokar, S. Gubaidulina, J. Harvey, T. Hosokawa, G. Kancheli, A. Knaifel, H. Lachenmann, D. Lang, A. Lucier, A. Pärt, H. Pousseur, S. Reich, T. Riley, F. Romitelli, K. Saariaho, S. Sciarrino e con musicisti sperimentali di culto come Matmos, Pansonic, W. Basinsky e J. Zorn. Ha inciso per SONY, ECM, Kairos, Ricordi, Stradivarius, Die Schachtel e Touch. Ha registrato in prima assoluta le Variazioni di Sciarrino, disco premiato con il Diapason d'or, e la Ballata di Scelsi, entrambe con l'OSN Rai. In duo con il pianista Emanuele Torquati ha realizzato tre cd di rarità schumanniane e l'integrale delle opere per violoncello di Liszt per Brilliant Classics. Le sue esecuzioni sono trasmesse prestigiose emittenti come BBC, Rai, ARD, Radio France, ORF, ABC Australia, WDR. All'attività concertistica affianca anche esperienze didattiche. Dal 2010 è il direttore artistico della stagione di musica contemporanea “Music@villaromana” di Firenze. Definito come “Thoughtful musician” dal NY Times e “Vibrant pianist” dal Boston Globe, suona regolarmente in Europa, Canada, America e Africa, per Festival quali Alte Oper Frankfurt, Columbia University New York, Teatro Colon di Buenos Aires, MITO Settembre Musica, Concerti del Quirinale, Maggio Musicale Fiorentino. Le sue esecuzioni sono state trasmesse da emittenti prestigiose quali Rai, BBC Radio3, Deutschland Radiokultur, MDR Kultur, ORF, Radio France, Radio Svizzera, RTE Lyric ed Euroradio. Recentemente si è esibito come solista con l’Orchestra Filarmonica di Buenos Aires, l’Orchestra Regionale della Toscana e con Avanti! Chamber Orchestra sotto la direzione di Matthias Pintscher. Dopo essersi diplomato a Firenze sotto la guida di Giancarlo Cardini, si è perfezionato con Konstantin Bogino e il Trio di Trieste, lavorando inoltre con Alexander Lonquich e Yvonne Loriod-Messiaen. La sua attività artistica è stata sostenuta da prestigiose istituzioni quali Accademia Musicale Chigiana, DAAD, Ambassade de France en Italie, Universität für Musik und Darstellende Kunst di Graz, New England Conservatory di Boston. Nominato due volte artist in residence presso il Banff Centre (Canada), nel 2014 è stato invitato dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi per “Les Promesses de l’Art”. A livello discografico ha al suo attivo l’integrale dell’opera di Albert Roussel e più recentemente quella di Alexander Zemlinsky per Brilliant Classics, oltre al monografico con Samy Moussa per Col Legno. Collabora e incide in duo con il violoncellista Francesco Dillon. La sua passione per la musica contemporanea lo ha portato ad eseguire numerose prime esecuzioni e a lavorare con compositori quali S. Sciarrino, S. Bussotti, W. Rihm, K. Saariaho, B. Furrer, J. Harvey, B. Dean, M. Lindberg, P. Ablinger e con artisti quali I. Charisius, I. Barnatan, M. Montalvo, G. Knox, S. Linke e Quartetto Prometeo. 38 39 NOT WAVING ORCHESTRA SINFONICA NAZIONALE DELLA RAI Not Waving è il progetto del produttore e musicista elettronico Alessio Natalizia. Originario di Vasto, Natalizia si trasferisce a Londra nel 2006. La sua musica spazia dalla sontuosità delle sonorità analogiche ad un polveroso turbinio spinto da pulsanti arpeggi ed adrenalinica quanto fredda EBM. Eternamente intangibile e spettrale, fuori dallo spazio e dal tempo. Alessio Natalizia ha fatto parte dell’ormai sciolto duo ambient-techno Walls, che ha pubblicato per la Kompakt. Il suo nuovo doppio album "Animals" è in uscita a febbraio su Diagonal, etichetta fondata dall'artista britannico Powell. Nel 1931 fu fondata a Torino la prima orchestra sinfonica dell’ente radiofonico pubblico, a cui si aggiunsero le orchestre di Roma, Milano e Napoli. L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai nacque nel 1994 dalla loro unificazione, divenendo una delle orchestre più prestigiose d’Italia. Dal novembre 2009 Juraj Valčuha ne è Direttore principale. A partire da ottobre 2016 James Conlon sarà il nuovo Direttore principale. Con la presenza nei palinsesti radiofonici e televisivi, l’Orchestra ha contribuito alla diffusione del repertorio sinfonico e dell’avanguardia storica e contemporanea, ottenendo importanti riconoscimenti discografici. Affianca alla stagione concertistica torinese cicli speciali e partecipa ai principali festival internazionali. Tra i suoi recenti appuntamenti all’estero: Abu Dhabi Classics, una tournée in Germania, Austria e Slovacchia - che ha segnato il debutto al Musikverein di Vienna e il ritorno alla Philharmonie di Berlino - i Festival RadiRO ed Enescu di Bucarest, una tournée in Germania e in Svizzera e una in Russia. L’OSN Rai si occupa delle registrazioni di sigle e colonne sonore dei programmi televisivi Rai. Dai suoi concerti dal vivo sono spesso ricavati cd e dvd. 40 41 2008 “Diapason D’Or” della rivista «Diapason» Al triplo cd Orchestral Works prodotto da Kairos con Rai Trade, e dedicato a Salvatore Sciarrino, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Tito Ceccherini. 2009 Premio nazionale della rivista «Classic Voice» categoria “Contemporanea” Al triplo cd Orchestral Works prodotto da Kairos con Rai Trade, e dedicato a Salvatore Sciarrino, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Tito Ceccherini. DISCOGRAFIA PER LA MUSICA CONTEMPORANEA RICONOSCIMENTI PER LA MUSICA CONTEMPORANEA 2004 XXIV edizione del “Premio Abbiati” Premio per la «Miglior iniziativa musicale» al progetto Rai NuovaMusica dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, per la coraggiosa ideazione di un cartellone di musica contemporanea basata su prime assolute e italiane, e la pregevole realizzazione musicale che ha integrato l’impegno della programmazione concertistica ordinaria a documentare la creativita di oggi, assolto con rilevanti commissioni tra cui Sembianti di Giacomo Manzoni e Rest di Luca Francesconi. 2007 XXVI edizione del “Premio Abbiati” Novita assoluta: Ausklang per pianoforte e orchestra (Torino, Rai NuovaMusica) e Concertini (Venezia, Biennale Musica) di Helmut Lachenmann, due momenti di grande rilievo della ricerca del compositore tedesco. 42 Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Pascal Rophé direttore - Giampaolo Pretto flauto Jean Guihen Queyras violoncello Fedele, Scena-Ruah per flauto e orchestra Fedele, Concerto per violoncello e orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Roberto Abbado direttore - Anssi Karttunen violoncello Francesconi, Cobalt Scarlet Francesconi, Rest Amadeus - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Tito Ceccherini direttore - Francesco D’Orazio violino Daugherty, Fire and Blood Nyman, Concerto per violino e orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Peter Rundel direttore - Donatienne Michel-Dansac soprano Romitelli, Dead City Radio Romitelli, EnTrance Romitelli, Flowing down too slow Romitelli, The Nameless City 43 Neos - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Ensemble Modern, Ars Nova Ensemble Nürnberg, Ensemble Spectral Tito Ceccherini direttore - Peter Sadlo percussioni Borboudakis, Archégonon Orfeo - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Gerd Albrecht direttore - Mari Midorikawa, Jun Takahashi, Tsuyoschi Mihara, Teruhiko Komori, Zvi Emanuel-Marial, Kwang-Il Kim, Yasushi Hirano voci Henze, Gogo no Eiko Incisione effettuata dal vivo presso la Großes Festspielhaus di Salisburgo il 26/08/2006 Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Tito Ceccherini direttore - Francesco Dillon violoncello Scelsi, Aiôn Scelsi, Hymnos Scelsi, Quattro pezzi per orchestra Scelsi, Ballata Sony Classical - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Corrado Rovaris direttore - Silvia Chiesa violoncello Casella, Concerto per violoncello e orchestra op. 58 Respighi, Adagio e variazioni per violoncello e orchestra Pizzetti, Concerto in do minore per violoncello e orchestra Sony Classical - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Corrado Rovaris direttore - Silvia Chiesa violoncello Rota, composizioni per violoncello e orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Pascal Rophé direttore - Jean-Guihen Queyras violoncello Dallapiccola, Due pezzi per orchestra Dallapiccola, Variazioni per orchestra Dallapiccola, Dialoghi per violoncello e orchestra Dallapiccola, Three Questions with two Answers 44 VideoRadio - Percussionisti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Maurizio Bianchini, Claudio Romano, Carmelo Gullotto, Riccardo Balbinutti, Claudio Cavallini, Matteo Moretti Luigi Arciuli flautista Ravel, Ma mère l’oye Bianchini, Tribalis Jolivet, Suite en concert Peck, Lift-Off Bianchini, 5 frammenti sospesi Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Daniel Kawka direttore Solbiati, Sinfonia seconda Solbiati, Sinfonia Solbiati, Die Sterne des Leidlands Ricordi Oggi - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Pierre-André Valade direttore Battistelli, Aftertought Battistelli, Begleitmusik zu einer Dichtspielszene Battistelli, Anarca Kairos - Rai Trade - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Tito Ceccherini direttore - Daniele Pollini, Moni Ovadia, Mario Caroli, Francesco Dillon, Marco Rogliano solisti Sciarrino, composizioni per orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Marco Angius direttore - Francesco D’Orazio violino Corinna Mologni soprano Fedele, composizioni per orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Pierre-André Valade direttore Verrando, composizioni per orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Daniel Kawka direttore - Giampaolo Nuti pianoforte Barber, composizioni per orchestra 45 Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Lothar Koenigs direttore Gervasoni, composizioni per orchestra Manzoni, composizioni per orchestra Webern, composizioni per orchestra Stradivarius - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Arturo Tamayo direttore - Alfonso Alberti pianoforte Petrassi, composizioni per orchestra Anemos - Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Juanjo Mena direttore Gianandrea Noseda direttore Georg Nigl baritono - Roberto Balconi controtenore De Pablo, Casi un espejo De Pablo, Passio Fotografie pagine 42 e 47 di +piùluce 46 47 BIGLIETTERIA E INFORMAZIONI Biglietto intero adulti (con assegnazione in ogni ordine di settore): 5,00 euro Biglietto ridotto under 30 (con assegnazione in ogni ordine di settore): 3,00 euro BIGLIETTERIA: Auditorium Rai “A. Toscanini” via Rossini 15 - 10124 - Torino Tel: 011/8104653 - 8104961 Fax: 011/8170861 e-mail: [email protected] GIORNI E ORARI DI APERTURA: Martedì e mercoledì dalle 10 alle 14 giovedì e venerdì dalle 15 alle 19. La biglietteria è sempre aperta un’ora prima dell’inizio del concerto VENDITA ONLINE: Su www.osn.rai.it è possibile acquistare i biglietti a partire dal 19 gennaio 2016 @OrchestraRai www.facebook.com/osnrai instagram.com/orchestrasinfonicarai 48 www.osn.rai.it Immagine: Alberto Tadiello “25L”, 2010, courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Tutti i concerti sono trasmessi da In collaborazione con 50