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Via Narni, 29 - 00181 Roma - Mensile di informazione - Anno LVIII - N° 11 - Novembre 2009 - Tariffa
Associazioni Senza Fini di Lucro: Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale
D. L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB - Roma - Una copia € 1,00
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SOMMARIO
NEL SEGNO
DEL SANGUE
EDITORIALE
Mensile della Unione Sanguis Christi
ATTUALITÀ
Diogene ha spento la lampada di Michele Colagiovanni
dei Missionari
Una visita speciale di Italia Accordino
del Preziosissimo Sangue
La mela di Newton di Mauro Silvestri
Anno LVIII - N°11
Novembre 2009
Direttore Responsabile
Michele Colagiovanni, cpps
Stampa e fotocomposizione
Stab. Tipolit. Ugo Quintily S.p.A.
Viale Enrico Ortolani, 149/151
00125 Zona Industriale di Acilia - Roma
Tel. 06/52169299 (multilinea con r.a.)
Non siamo così soli - Lucoli, 9-14 agosto 2009 di Claudio Silvestri
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SPIRITUALITÀ
Caritas in veritate - Un’enciclica rivolta ai problemi
del mondo attuale di Noemi Proietti
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“Anno sacerdotale”
Liturgia ambrosiana di Tullio veglianti
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INCONTRO DI PREGHIERA
Maria Madre della Chiesa nel sangue di Cristo di Tullio Veglianti
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CATECHESI GRUPPI DI PREGHIERA - GRUPPI DI FAMIGLIE
Gesù il nazareno, il re dei giudei di Luigi Lafavia, cpps
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L’ANGOLO DELLA POESIA
Redazione e Amministrazione
00181 Roma - Via Narni, 29
Tel. e Fax: 06/78.87.037
e-mail: [email protected]
http://www.cssc.pcn.net
www.sangasparedelbufalo.it
315
315
316
L’alba di Ferdinando Battaglia
Redenzione di Ferdinando Battaglia
Tante mani di Simone Grimaldi
UMORISMO
320
Il lato comico di Comik
Abbonamento annuo
ordinario: € 9,50
sostenitore: € 15,00
estero: $ 22,00
C.C.P. n. 391003
UNIONE SANGUIS CHRISTI
Direttore
Tullio Veglianti, cpps
Autorizzazione Trib. Roma
n. 229/84 in data 8-6-1984.
Iscriz. Registro Naz. della Stampa
(Legge 8-8-1981, n. 416, Art. 11)
al n. 2704, vol. 28, foglio 25,
in data 27-11-1989
Finito di stampare
nel mese di Ottobre 2009
Questa rivista è iscritta
all’Associazione
Stampa Periodica Italiana
Redattori
Claudio Amici
Anna Calabrese
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Gabriella Dumo
Aldo Gnignera
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Anna Maria Mascitelli
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Angela Rencricca
Emanuela Sabellico
Mauro Silvestri
Carla Taddei
Grafica:
Elena Castiglione
Foto:
Archivio USC
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Diogene ha spento la
lampada
di Michele Colagiovanni
D
iogene, in pieno giorno, andava per le strade della città cercando
l’uomo con una lanterna accesa.
Se fosse arrivato fino a Gerusalemme e i tempi fossero coincisi, avrebbe visto il procuratore
Ponzio Pilato e lo avrebbe sentito dire alla folla che ne chiedeva
la morte: “Ecco l’Uomo”. Quell’uomo aveva incontrato una
escort e le aveva detto: “Non ti
condanno. Va e non peccare
più”. E a coloro che, dopo essersene serviti, volevano lapidarla,
aveva replicato con tono di sfida: “Chi è senza peccato scagli
la prima pietra”. Diogene forse
andava cercando quell’uomo,
senza saperlo. Ma spense la
lampada e si ritirò in una botte.
Andava in pieno sole con la
lanterna accesa perché pensava
che alla luce del sole occorresse
aggiungere una luce supplementare, ossia un po’ di acume
per discernere bene, giacché
alla luce del sole molti appaiono
ciò che non sono, mentre nel
segreto coltivano ogni sorta di
nefandezza. Oggi sicuramente
spegnerebbe la lanterna e non
uscirebbe di casa, o dalla botte.
Vedremo perché.
Alcune riflessioni sulle
vicende del nostro tempo indu-
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cono a pensare che si avvicina il
tempo della risalita. Non sto
parlando della crisi susseguente
alla cosiddetta “bolla speculativa”, ma della crisi morale, che
poi alla bolla si può anche ricollegare, sia come causa che come
effetto; perché è stato lo smarrimento del senso etico a gonfiare
la bolla dell’illusione fino a farla scoppiare. La risalita potrebbe essere una legge ineluttabile.
Possibile che non vi sia un limite al degrado? Neppure la Chiesa è esente, come non manca di
ricordare di tanto in tanto Benedetto XVI; e non potrebbe essere esente, perché è fatta di
uomini del tempo che attraversa. Non è una giustificazione: è
una aggravante, perché essa non
può dire: “Sono fatta così; la
gente mi vuole così; ho il settanta per cento di gradimen-
to…”. Perché non è vero e se
anche lo fosse non potrebbe
accettarlo e dovrebbe essere una
ragione in più per cambiare!
Essa sa come deve essere. Qualcuno le ha tracciato il solco e
perciò lodevolmente chiede perdono e riconferma la volontà di
conversione.
Se scaviamo in qualsiasi
punto del nostro pianeta, sprofondando sempre più giù, a un
certo punto, continuando ancora, risaliremmo in superficie
dall’altra parte. Rivedremmo
montagne, colline, cielo, mare e
- di notte - le stelle, come quelle che abbiamo dimenticato,
anche se non proprio le stesse.
Accadrebbe uguale fenomeno a
chi si avventurasse nelle profondità del cielo con volo balistico ininterrotto. Proseguendo
all’infinito e per un tempo inim-
maginabile, l’orbita lo riporterebbe al punto di partenza. Un
sasso che ho lanciato in avanti
con forza smisurata ipotizzabile
solo con l’immaginazione, dopo
miliardi di anni mi colpirebbe
sulla nuca con certezza scientifica, come chi, camminando
sulla terra sempre allontanandosi dal punto di partenza, si ritroverebbe là! Nel cosmo non ci
sono linee rette, come non ci
sono sulla Terra. Lo spazio è
curvo! I meridiani e i paralleli
solo nelle piccole misure risultano perfettamente rettilinei. In
realtà sono cerchi, come può
constatare chiunque su un mappamondo.
Vale questa legge per il senso
morale? Scendendo scendendo
si risale? A volte sembra che più
lontano di così dalla moralità
non si possa andare. In qualsia-
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si sport crediamo di assistere a
una competizione e invece siamo spettatori del risultato di un
imbroglio. Il denaro è la misura
di tutte le cose. Alla pornografia
rimangono ormai solo le risorse
delle radiografie, ma pare che
non funzionino come eccitanti;
anzi, spengono i bollori perché
si intravede lo scheletro, che
ricorda la morte. Nei Parlamenti è sempre più difficile trovare
qualche onorevole degno di
onore, per quanto democraticamente eletto. Il giornalismo è
fatto di scuderie al servizio di
questa o quella fazione e non si
arresta davanti a nulla. La deontologia professionale si esprime
nella fedeltà all’interesse di chi
paga e promette carriere. La
morale interessa solo quando la
trasgressione permette di demolire l’avversario. Diogene oggi
rinuncerebbe a uscire con la sua
lucerna in pieno giorno per cercare l’uomo, perché se proprio
lo trovasse, glielo infangherebbero subito, tanto sembra assurdo e anacronistico che possa
esistere. Non se ne vuole sentire
neppure parlare.
Ma intanto stiamo ai fatti:
uomini che vantano sagacia per
governare nazioni si fanno turlupinare da una escort, che è la
qualifica pronunciabile rispetto
a altri termini che, pur alludendo allo stesso mestiere, si scrivono in genere con l’iniziale
seguita da puntini. (Per esempio p... ). Possibile che persone
di successo, che hanno dimostrato di saperci fare, accumulando montagne di denaro,
creando imperi finanziari, disseminando il paesaggio di ville
favolose, vincendo duelli televisivi sui massimi sistemi, si consegnino al ricatto di una escort?
Può un campione mondiale di
scacchi perdere la partita con
uno che non sa distinguere il
Cavallo dalla Torre? Allo stato
dei fatti può. Distrazione o delirio di onnipotenza? Probabilmente l’una e l’altro. Ma fuori
dalle regole il delirio di onnipotenza può averlo chiunque,
anche la P[…]edina che ha dato
scacco al Re. Ha imparato la
lezione. Fuori dalle regole c’è
vera libertà di far carriera… Per
una bolla che sembra in procinto di scoppiare, pur continuando
a fungere da Re, eccone un’altra
che si gonfia e diventa Regina
della scacchiera. Personaggio di
levatura mondiale, contesa,
accolta in tutte le redazioni televisive, nei teatri; ovviamente a
suon di migliaia di euro, purché
parli contro il Re, raccontando
dettagli in altre epoche innominabili e oggi gli unici di cui si
sappia parlare e si gradisca sentir parlare.
Fanno crescere l’audience
televisivo, dando lavoro a
migliaia di disoccupati. Lo stes-
so Re ci guadagna se è padrone
delle televisioni e mentre è
attaccato vince in borsa perché
le sue azioni salgono. Anzi, più
lo attaccano e più cresce l’audience. Di conseguenza più
schizzano in alto i guadagni.
Perciò dovrebbe essere prossimo il fondo dell’abiezione,
dove la testa di chi va in giù a
capofitto ritorna al suo posto in
cima al corpo, là dove sono finiti altri reparti anatomici e non si
tratta dei piedi, perché oggi non
si va avanti con quelli. Ecco perché Diogene spegnerebbe la sua
lanterna in pieno sole. In attesa
che faccia giorno, perché questo
sole non è vera luce, questa gloria è non vera gloria. “...Hanno
come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose
della terra...” (Fil 3,19).
Non facciamoci illusioni.
Non sarà una svolta automatica.
Nulla è automatico nell’uomo e
nella sua storia; semmai tutto è
provvidenziale, o può esserlo. I
teatri sono sostenuti dagli spettatori e lo spettacolo lo decide il
botteghino. Se coloro che si
dicono disgustati seguitano a
frequentare il botteghino, non
importa nulla che poi, uscendo
dalla sala, dicano: “Però, che
squallore!”. Hanno già dato ciò
che i protagonisti cercavano e i
disgustati sono artefici del proprio disgusto.
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Una visita
speciale
di Italia Accordino
T
empo di quaresima,
tempo di penitenza, di
preghiera, di carità e
speranza poiché comprende i
quaranta giorni che precedono la passione, morte e risurrezione del nostro Signore
Gesù Cristo.
Il successore di Pietro non
poteva scegliere periodo più
propizio e opportuno per fare
la sua apparizione come
vescovo di Roma nel cuore
della città eterna.
Infatti, nel mese di marzo
(09/03/09), la bianca figura
del papa ha fatto la sua comparsa in Campidoglio, simbolo e sede dell’amministrazione comunale romana.
Altri pontefici prima di lui
avevano fatto visita al
Comune della città, come ha
ricordato lo stesso Benedetto
XVI: papa Pio IX fece una
breve sosta nella piazza del
Campidoglio dopo la visita
alla basilica dell’Ara Coeli il
16 settembre 1870; in tempi
più recenti ricordiamo la
visita di Paolo VI il 16 aprile
1966 alla quale seguì quella
del predecessore di Benedetto XVI, cioè di Giovanni
Paolo II il 25 febbraio 1998.
Queste visite testimoniano
l’affetto e la stima che i successori di Pietro, pastori della comunità cattolica romana
e della Chiesa universale,
nutrono nei confronti di
Roma, centro della civiltà
latina e cristiana e città accogliente dei popoli.
In questi momenti di
incertezze e disorientamenti
sia sociali che politici e non
ultimi quelli religiosi, la
figura rassicurante di un
papa segna la missione pater-
na che il vescovo della
comunità cattolica compie
per far capire ai cittadini
romani e a quanti da varie
parti d’Italia e del mondo,
per motivi di lavoro, turistici
o religiosi, confluiscono in
questa città, che egli è vicino
non solo agli amministratori
che svolgono un non facile
compito, ma a tutti coloro
che nutrono speranze, a volte
deluse, per problemi che scaturiscono dalle contingenze
quotidiane.
Benedetto XVI ha parlato
in quel giorno come un padre
che conosce e comprende
perfettamente le angosce e le
crisi dei suoi figli spirituali:
ha toccato, infatti, argomenti
che vanno dal mondo del lavoro, all’accoglienza e integrazione degli immigrati, che
arrivano con la speranza di
realizzare un futuro migliore,
esigendo sempre rispetto delle regole della convivenza,
respingendo ogni intolleranza o discriminazione, tutelando i diritti fondamentali
della persona nel rispetto
della legalità.
Nel suo discorso, pronun-
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ciato nell’aula consiliare
“Giulio Cesare”, non ha trascurato le sue riflessioni
sugli episodi di violenza che
hanno ferito la città proprio
in questi ultimi tempi: “essi
sono una manifestazione di
povertà spirituale”.
L’uomo colto e teologo
non ha fatto sentire il peso
dell’uomo di studio, ma ha
pronunciato un discorso
pragmatico e nello stesso
tempo ispirato ai valori evangelici e cattolici.
Si avvertivano nei suoi
suggerimenti e nelle parole
di incoraggiamento agli
amministratori, che spesso
devono affrontare un lavoro
faticoso e avvenimenti
imprevedibili e gravi, alcuni
concetti espressi nelle sue
encicliche “Deus caritas est”
e “Spe salvi”.
“Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio
dimora in lui” (1 Gv 4, 16).
Se abbiamo creduto nell’amore di Dio, noi cristiani
possiamo esprimere la scelta
fondamentale della nostra
vita; mettendo in pratica questi convincimenti quotidianamente con gli altri nel lavoro,
qualunque esso sia, dal più
semplice al più impegnativo,
ricordandoci dell’amore di
Dio, il quale ci ha mandato il
suo Figlio unigenito a morire
in croce per la nostra salvezza, siamo impegnati ad esprimere amore e carità verso
tutti e soprattutto gli ultimi.
Nelle parole di Benedetto
XVI si sente l’esortazione
alla speranza, non solo la
speranza nella redenzione
come dice san Paolo ai
Romani e anche a noi (cfr
Rm 8, 24), ma in virtù di
questa speranza possiamo
affrontare il nostro presente,
anche se faticoso, e quindi
aiutare gli altri con la fede
che il nostro Dio non ci
abbandona mai. Dice il Papa:
“L’uomo, svincolato da Dio,
resterebbe privo della sua
vocazione trascendente. Il
cristianesimo è portatore di
un luminoso messaggio sulla
verità dell’uomo e della
Chiesa, che di tale messaggio
è depositaria e consapevole
della propria responsabilità
nei confronti della cultura
contemporanea”.
E in proposito il Santo
Padre esorta Roma a riappropriarsi della sua anima più
profonda, delle sue radici
civili e cristiane per farsi promotrice di un nuovo umanesimo che ponga l’uomo riconosciuto nella sua realtà.
L’esortazione a vivere nella fede, nella speranza e nell’amore verso quanti soffrono e sono in difficoltà, è stata propizia per dare un messaggio di luce alla città di
Roma.
Il Santo Padre, come un turista qualunque, curioso di
vedere le bellezze della città,
ha risposto volentieri all’invito del primo cittadino ad affacciarsi al balcone più bello
del palazzo amministrativo, e
ha detto: “Qui ci sono tutti i
secoli che ci guardano, qui ci
affacciamo sulla storia”.
Papa Ratzinger, studioso
attento, mettendosi nei panni
di un discepolo, si è fatto
spiegare e illustrare da colui
che è stato chiamato a fargli
da cicerone ogni singola
rovina rimasta nella piazza
del Foro.
Egli stesso, nell’osservare
attentamente i monumenti,
ne ha fatto un excursus storico, soffermandosi sull’ultimo monumento innalzato al
centro del Foro, cioè la
colonna di Foca, imperatore
dell’inizio del VII secolo,
unico reperto rimasto dell’alto medioevo, e poi sui resti
dell’ ”umbilicus urbis” a cui
sono stati attribuiti diversi
significati, tra cui il punto
della città da cui avevano inizio le strade consolari.
Parole confortanti, colme
di gioia e di speranza ha rivolto ai fedeli che, nonostante la pioggia, si erano riuniti
nella piazza michelangiolesca del Campidoglio per salutare il Pastore che, portatore del Vangelo di Cristo, li ha
invitati all’amore verso il
prossimo, alla speranza nel
futuro e alla fede in Colui che
ci ama e si è fatto crocifiggere per la nostra salvezza.
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La mela di Newton
di Mauro Silvestri
O
gni tanto mi capita
di passare un po' di
tempo in libreria, a
curiosare fra i libri esposti o
ancora di più fra quelli annidati negli scaffali, magari in
un'unica superstite copia: mi
affascina trovare un testo o
un autore sconosciuto, o magari un richiamo di qualche
informazione depositata da
tempo nella mente e rimasta
sopita fin quando un libro
nascosto non la fa riemergere. È così che un paio d'anni
fa ho “scoperto” Stanley L.
Jaki, una figura particolare di
monaco benedettino e di
scienziato. Mi colpì un libriccino di nemmeno 50
pagine, che in copertina riproduce il Cristo Pantocratore del duomo di Monreale
con il titolo: “Cristo e la
scienza”. Titolo questo singolare e impegnativo: non
“Dio e la scienza” oppure
“Fede e ragione” o altri di
simile intonazione: quell'associazione Cristo-scienza mi
sembrava non usuale e comunque fascinosa. Le brevi
note della quarta pagina di
copertina sul testo e sull'autore mi fecero decidere per
l'acquisto di quel libretto che
era diventato imperdibile.
Singolare, dicevo, questo
monaco, poco noto alla cro-
naca ma ben conosciuto
dagli studiosi. Nato in
Ungheria nel 1924, benedettino a 18 anni e prete a 24
anni, nel 1950 si laureò in
teologia a Roma, a Sant'Anselmo. Successivamente, trasferitosi negli Stati Uniti, si
laureò in Scienze e conseguì
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il dottorato in Fisica, dedicandosi poi allo studio della
storia e della filosofia della
scienza e dei suoi rapporti
con la fede cristiana. La sua
vita è stata scandita fra l'attività di docente universitario
e quella di scrittore scientifico, avendo pubblicato una
quarantina di volumi e parecchi articoli.
Singolare la persona e in
particolare il suo “cursus studiorum”. Capita di vedere
persone delle più disparate
specializzazioni professionali anche scientifiche che, con
vocazione adulta, intraprendono la vita religiosa, magari
arrivando anche agli ordini
sacri. Per don Jaki è accaduto il contrario: dapprima il
seminario, l'ordinazione e lo
studio teologico, e poi laurea
e dottorato in una disciplina
scientifica fra le più rigorose
qual è la fisica. “Credo ut
intelligam”, per dirla con
Agostino e Anselmo ancor
prima di quell' “Intelligo ut
credam” che, staccato dalla
prima affermazione, tende
orgogliosamente ad ignorare
se non a contrastare la fede.
Come dicevo, Jaki non è
uomo da cronaca giornalistica, tant’è che non mi risulta
che alcun giornale italiano
abbia riportato la notizia della sua morte, avvenuta nello
scorso mese di aprile, il 7 per
la precisione, martedì santo,
in Spagna all'età di 84 anni.
Ma torniamo alla sua opera. A chi gli chiedeva in una
intervista del perché, da prete e da teologo, si fosse poi
spinto ad indagare la storia
della scienza, padre Stanley
rispondeva che il suo inten-
dimento era quello di contrastare nella scienza quelle
componenti non scientifiche
tendenti a veicolare il materialismo filosofico. In realtà,
accanto all'intento apologetico e certamente prima di
questo, Jaki si sofferma sul
mistero di Cristo, sull'enigma di quest'Uomo che proclama: “Il mio regno non è di
questo mondo” (Gv 18, 36) e
Stanley L. Jaki
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che tuttavia si attribuisce
“ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18), che nega la
concezione eternalista e panteista del cosmo pagano: “Il
sole si oscurerà, la luna non
darà più la sua luce, gli astri
cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte” (Mt 24, 29), attribuendo a
sé e alle sue parole quella
connotazione di eternità: “Le
mie parole non passeranno”
(Mt 24, 35). Si potrebbe continuare: fatto sta che Gesù
con il suo insegnamento
orientato alla salvezza eterna
e quindi finalizzato oltre il
mondo, determina un impatto forte sulla realtà di questo
mondo che, dopo di lui, non
sarà più quella di prima.
Basti pensare alle sue parole
sul giudizio finale (cfr Mt 15,
31-46) e a tutta l’immensa
fioritura “inedita” di opere
caritative e sociali che ha
attraversato i due millenni di
cristianità.
Bene, si chiede padre Jaki,
se Gesù Cristo è il re dell'universo, allora è lecito supporre che dall'incontro con
lui anche la scienza possa
trarre nuove e inaspettate
fecondità? Cristo ha “redento” anche la scienza? Difficile trovare nei Vangeli qual-
che riferimento “scientifico”:
tutt'al più il Nazzareno esprimeva alcune “familiarità”
tecniche e artigianali, riflesso
della vita e dei mestieri della
gente comune: pescatori, pastori, contadini. D’altra parte
anche Gesù faceva parte della “gente comune”: Giuseppe
era carpentiere e di quell'attività di famiglia ritroviamo
talvolta gli echi nelle sue
parole (ad es.: Mt 7, 24-27).
È con Paolo che il Cristo
assume una dimensione “cosmica”, allargandosi ad abbracciare tutto l’universo, ma
pur sempre con una prospettiva soprannaturale. Nella
sua lettera alla comunità di
Efeso (1, 10) Paolo annuncia
il disegno di salvezza del
Padre “per il governo della
pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte
le cose, quelle nei cieli e
quelle sulla terra”. E sempre
con gli Efesini (1, 23) Paolo
insiste ancora, affermando
che Cristo è “il perfetto compimento di tutte le cose”.
Nella lettera ai Colossesi
(1, 15-17) la grande celebrazione cristologica: “Egli è
immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le
cose, quelle nei cieli e quelle
sulla terra, quelle visibili e
quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state
create per mezzo di lui e in
vista di lui. Egli è prima di
tutte le cose e tutte sussistono
in lui”. Ancora ai Romani,
Paolo approfondisce l'azione
del Cristo su tutta la creazione: “La creazione stessa
attende con impazienza la
rivelazione dei figli di Dio;
essa infatti è stata sottomessa
alla caducità - non per suo
volere, ma per volere di
Colui che l'ha sottomessa - e
nutre la speranza di essere lei
pure liberata dalla schiavitù
della corruzione, per entrare
nella libertà della gloria dei
figli di Dio. Sappiamo bene
infatti che tutta la creazione
geme e soffre fino ad oggi
nelle doglie del parto” (Rm
8, 19-22).
Per tornare alla scienza in
senso proprio, questa esiste
e si sviluppa solo a partire
dalla fisica e, in particolare,
dalle leggi del moto e della
gravitazione universale enunciate da Isaac Newton
nel 1687. In realtà le leggi di
Newton, le prime rigorosamente enunciate, logicamente e sperimentalmente coe-
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renti e a tutt’oggi valide, al di
là della leggenda della mela
ispiratrice, sono punto di
arrivo di un cammino di oltre
trecento anni che parte dai
“doctores parisienses” Giovanni Buridano e Nicola
Oresme (XIV sec.), maestri
della Sorbona di Parigi, passando per Nicola Copernico
(XVI sec.) e per Giovanni
Keplero e Galileo Galilei
(XVII sec.).
Perché, si chiede padre
Jaki, la scienza nacque “così
tardi”? Perché le leggi che
poi furono dette di Newton e
Isaac Newton
che ne sono il “certificato di
nascita”, non furono scoperte
da civiltà che pure raggiunsero risultati straordinari nel
pensiero matematico, nella
geometria, nell'astronomia,
nella tecnica? Si possono trovare diversi esempi di queste
“mancate nascite” della
scienza nella civiltà egiziana,
in quella babilonese, in quella indiana o in quella cinese.
E perché la scienza non nacque nella Grecia dei grandi
filosofi e matematici? Perché
Aristotele, il sommo filosofo, formulò leggi del moto
palesemente errate e contrarie alle evidenze sperimentali, anche le più semplici?
L'argomento è affascinante e
il “viaggio” in queste civiltà
ci richiederebbe molto spazio. In effetti quello che conta è la conclusione a cui
giunge Jaki: ciò che accomuna queste civiltà è la concezione “animista” o “panteista” dell'universo. L'universo
è percepito come essere
vivente, addirittura divino o
in ogni caso governato da
entità oscure e irrazionali:
farne oggetto di studio razionale è inutile, se non addirittura pericoloso. È come se
l'uomo, da sempre alla ricerca della verità e di una rispo-
sta da un cielo muto, abbia
comunque trovato tante
“chiavi”, senza tuttavia aver
mai avuto la forza o il coraggio di provarle nella “serratura” della conoscenza.
La verità è che la nascita
della scienza avvenne in
ambiente e cultura cristiani e
non poteva che essere così:
basti pensare che tutti i grandi uomini che abbiamo citato
erano cristiani ferventi, alcuni anche ministri ordinati. È
infatti solo la fede giudeocristiana, nel racconto della
Genesi, che identifica inequivocabilmente l'universo come “creatura” e non come
divinità o come sua emanazione. E è Dio stesso a
comandare all'uomo di soggiogare la terra (cfr Gen 1,
28), con la conseguenza
quindi di poterla conoscere e
di studiarne i meccanismi di
funzionamento. Questa concezione “laica” dell'universo
è peculiare nell'antichità e
rende peculiare Israele, che,
fra i popoli antichi, ha una
concezione religiosa assai
più “elevata” degli altri
popoli, anche più ricchi e
potenti.
Ma c'è di più: perché la
scienza non è nata nell'ebraismo o nell'Islam, i cui conte-
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sti distinguono nettamente il
Dio-Creatore dall'universocreatura? In effetti sia nell'ebraismo che nell'Islam la
rivelazione divina è affidata
alla parola divina scritta nel
libro: la Torah per Israele e il
Corano per i musulmani:
soprattutto per il Corano,
dettato a Maometto direttamente da Dio, ma in qualche
modo anche per la Torah,
rivelata a Mosè sul Sinai, le
possibilità
interpretative
rimasero assai limitate. Per il
cristianesimo è Gesù il
Logos, la Parola di Dio; egli
non ha lasciato nessuno scritto e il suo insegnamento è
affidato agli scrittori sacri
che, pure ispirati, conservano
la propria libertà espressiva e
interpretativa. Questa specificità del Cristianesimo ha
comportato un grande “lavoro” di comprensione e di
“incarnazione” della fede
cristiana del quale sono testimoni i primi secoli, anche
con dispute e contrasti violenti.
E ancora: solo il Cristianesimo ha permesso lo sviluppo della teologia, che è
scienza razionale difficilmente concepibile in altri
contesti. A lungo in essa
rimasero unite la “scienza
della fede” propriamente detta con lo studio del creato,
fin quando l'attività scientifica si enucleò da essa e iniziò
a vivere di vita autonoma. Il
discorso potrebbe proseguire
ben oltre i limiti di spazio
che ci sono dati. Il “viaggio”
che abbiamo compiuto ci
permette, con padre Jaki,
alcune considerazioni. La
dimensione “cosmica” del
Cristo rimane un mistero che
ci verrà svelato quando passeremo “all'altra riva”, ma
già ora possiamo tentare di
“sbirciare” dietro il velo del
mistero. Fu la dottrina dell'incarnazione e della consustanzialità delle Persone
divine a dare all'umanità una
visione del mondo razionale
e coerente.
Questa visione ha silenziosamente dato forma al
pensiero scientifico nel corso
dei secoli fin quando i tempi
non furono compiuti e arrivò
il momento che la Provvidenza aveva scelto per la formulazione delle leggi di
Newton e la nascita della
scienza. Fu una conquista dei
secoli cristiani che indubbiamente ne vantano la gloria,
ma avvenne silenziosamente,
così che non fosse motivo di
superbia. Avvenne con logica
evangelica, così come viene
il Regno di Dio: “Il regno di
Dio non viene in modo da
attirare l'attenzione, e nessuno dirà: eccolo qui, o: eccolo
là” (Lc 17, 21). Il solo modo
di conoscere il Regno di Dio
è di rendersi conto che “il
regno di Dio è in mezzo a
voi!” (Lc 17, 21).
Possiamo allora rispondere positivamente alla domanda di padre Jaki dalla quale
eravamo partiti. Cristo è il
Salvatore della scienza: con
la sua incarnazione non ha
permesso che la creazione
del Padre si perdesse in preda alla morte. “Avvenne che
la morte, colpendo lui, nel
suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri”:
così Atanasio di Alessandria
(IV sec.).
Anche in questa logica
possiamo rileggere le parole
che Paolo rivolge alla comunità di Colossi: “È piaciuto
infatti a Dio che abiti in lui
tutta la pienezza e che per
mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le
cose, avendo pacificato con
il sangue della sua croce sia
le cose che stanno sulla terra
sia quelle che stanno nei cieli” (Col 1, 19-20).
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Nel Segno del Sangue
Spiritualità
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Caritas in veritate
Un’enciclica
rivolta ai problemi
del mondo attuale
di Noemi Proietti
D
opo due anni di
attesa, lunedì 29
giugno Benedetto
XVI ha firmato la nuova
enciclica sociale – la terza
del suo pontificato – dal titolo “Caritas in veritate”.
Con la nuova enciclica
Benedetto XVI ci invita a
riflettere sui limiti del modello economico mondiale, contrassegnato dall’assenza di
valori che è la causa principale della crisi economica che
stiamo attraversando.
Quanto mai attuale, quindi, questa enciclica, che
affronta temi quali l’economia, il mondo del lavoro, la
globalizzazione, il problema
della fame del mondo, la crescita demografica e l’immigrazione. All’interno della
cornice teologica, l’Enciclica
disegna un quadro sociale
vigile e aggiornato e conferma quanto Benedetto XVI
sia attento alla realtà contemporanea in tutti i suoi aspetti.
Il papa afferma in modo
chiaro che la Chiesa non è
contro il mercato e né contro
la globalizzazione a patto
che offrano la possibilità di
redistribuire le ricchezze e
che consentano un’effettiva
realizzazione, mediante il
lavoro, della persona umana.
La globalizzazione ha bisogno di regole, di etica e di
principi morali.
Il Papa ha invitato tutti i
cristiani a pregare perché essa possa suscitare energie
nuove a sostegno dello “sviluppo sostenibile”. La sostenibilità di cui parla non è
solo - né in primo luogo –
quella ambientale, come
spesso oggi si intende dire
quando si adopera il termine
sostenibilità, ma è soprattutto
quella umana dello sviluppo
e, anche, la sostenibilità
evangelica: non c’è sviluppo
se non umano e non c’è sviluppo umano senza la luce
del Vangelo. Parlando infatti
della chiusura dell’Anno
paolino, il Papa ha esortato a
“rimanere fedeli alla vocazione cristiana e a non conformarvi alla mentalità di
questo mondo – come scriveva l’Apostolo delle genti proprio ai cristiani di Roma -,
ma a lasciarvi sempre trasformare e rinnovare dal
Vangelo, per seguire ciò che
è veramente buono e gradito
a Dio (cfr Rm 12, 2)”.
Già nell’introduzione dell’Enciclica il Papa afferma
che “la carità è la via maestra della dottrina sociale
della Chiesa”. “L’amore,
caritas, è una forza straordinaria che spinge le persone a
impegnarsi con coraggio e
generosità nel campo della
giustizia e della pace... Difendere la verità, proporla
con umiltà e convinzione e
testimoniarla nella vita, sono
pertanto forme esigenti e
insostituibili di carità.”
Immediatamente dopo il
Papa si dice “consapevole
degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la cari-
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Spiritualità
Nel Segno del Sangue
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tà è andata e va incontro, con
il conseguente rischio di
fraintenderla e di impedirne
la corretta valorizzazione”.
Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità, non
solo nel modo che ci ha indicato S. Paolo: “Veritas in caritate” (Ef 4, 15), ma anche
in quella complementare della“caritas in veritate”; da qui
lo scambio dei termini nel
titolo dell’Enciclica. Egli non
vuole certo sminuire l’importanza della carità – ha infatti
scritto un’enciclica per dire
che Deus caritas est – ma
richiamarci al fatto che l’amore del prossimo è autentico amore quando lo rispetta
nel suo essere, nelle sue profonde esigenze umane e dentro il progetto di Dio. “ Solo
nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta... Senza la verità l’amore scivola nel sentimentalismo”. Questo vale
anche nelle varie forme di
aiuto a chi è ancora indietro
nel progresso: di fatto non si
aiutano i paesi poveri se non
si rispetta la verità delle regole economiche, se non si tiene conto di come vengono
gestiti gli aiuti, se non si promuove lo sviluppo in tutta la
verità delle sue forme e non
solo in quelle materiali. Dobbiamo saper cogliere l’invito
del papa a ripensare il sistema mondiale, a dare vita a un
diverso sviluppo che eviti
sprechi di risorse e distruzione dell’ambiente.
Secondo Benedetto XVI
l’attuale crisi economica ci
obbliga a ripensare il nostro
cammino e può essere un’occasione per affermare e recuperare valori importanti come
la giustizia, la solidarietà, la
dignità della persona, del
lavoro. Un monito sopratutto
alla classe politica e dirigenziale: lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza
operatori economici e uomini
politici che vivano fortemente nelle coscienze l’appello
del bene comune. E sul concetto del bene comune il papa
si sofferma lungamente.
Amare qualcuno è volere il
suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al
bene individuale, c’è un bene
legato al vivere sociale delle
persone: il bene comune.
Anche durante l’omelia dello
scorso 12 settembre, durante
l’ordinazione di nuovi 5
vescovi, il papa ha richiamato il concetto di bene comune. “Sappiamo – dice - come
le cose nella società civile e
non di rado, anche nella
Chiesa, soffrano per il fatto
che molti di coloro ai quali è
stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e
non per la comunità, per il
bene comune. La fedeltà del
servo di Gesù Cristo consiste
proprio nel fatto che egli non
cerca di adeguare la fede alle
mode del tempo. Solo Cristo
ha parole di vita eterna”.
Nella Conclusione dell’Enciclica il messaggio del Papa
è un messaggio di speranza.
Alla crisi bisogna reagire con
“realismo, fiducia e speranza”. La crisi diventa così
occasione di nuova progettualità e di nuove regole. Non si
può quindi vivere la carità
senza impegnarsi per il cambiamento della società. “L’amore di Dio ci chiama ad
uscire da ciò che è limitato e
non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire
nella ricerca del bene di tutti”
Non ci sarà una vera globalizzazione se la persona non
sarà accolta (pensiamo agli
immigrati), non sarà difesa
(pensiamo alla vita umana),
non sarà promossa nella globalità del suo essere, a partire
dalla famiglia e proseguendo
con un rinnovato impegno
educativo alla solidarietà e
alla sussidiarietà.
“Lo sviluppo ha bisogno di
cristiani con le braccia alzate
verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla
consapevolezza che l’amore
pieno di verità, caritas in
veritate, non è da noi prodotto, ma ci viene donato”. Le
Istituzioni, le strutture sociali,
e anche i singoli individui,
devono contribuire all’inizio
di una nuova stagione di conversione e rinnovamento degli stili di vita sociali.
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Incontro di preghiera
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INCONTRO DI PREGHIERA
novembre 2009
Maria Madre della Chiesa
nel sangue di Cristo
di Tullio Veglianti
Esposizione eucaristica
Canto
1 LETTURA
Il 21 novembre 1964 Paolo VI, mentre si svolgeva il Concilio Vaticano II, proclamò
solennemente Maria Madre della Chiesa.
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Incontro di preghiera
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Dal “Discorso di chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II”.
“È nella visione della Chiesa che deve inquadrarsi la contemplazione amorosa delle
meraviglie che Dio ha operato nella sua santa Madre. E la conoscenza della vera dottrina
cattolica su Maria costituirà sempre una chiave per la esatta comprensione del mistero di
Cristo e della Chiesa. ...
A gloria dunque della Vergine
e a nostro conforto, Noi proclamiamo Maria Santissima “Madre
della Chiesa”, cioè di tutto il
popolo di Dio. ...
Come la divina maternità è il
fondamento della speciale relazione con Cristo e della sua presenza nella economia della salvezza operata da Cristo Gesù,
così pure essa costituisce il fondamento principale dei rapporti
di Maria con la Chiesa, essendo
Madre di Colui che, fin dal primo istante della sua Incarnazione nel suo seno verginale, ha
unito a sé come Capo il suo Corpo Mistico che è la Chiesa.
Maria, dunque, come Madre di
Cristo, è Madre anche dei fedeli
e dei Pastori tutti, cioè della
Chiesa”.
RIFLESSIONE
Il titolo di Madre della Chiesa è
il compendio di un grande amore. È madre avendo dato alla
Chiesa il Redentore, perché fosse
per ogni uomo luce di verità e
strumento di salvezza, nascendo
nel cuore con la fede e la grazia
fino a raggiungere le dimensioni
spirituali legate al progetto di
Dio. Maria ha dato Gesù in un
impeto di amore verso Dio e verso gli uomini che ha teneramente abbracciato nel suo cuore
materno.
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Nel Segno del Sangue
Incontro di preghiera
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Ella ha visto le nostre anime alla luce del sangue divino. L’amore per gli uomini le è scaturito dallo Spirito Santo che, come spinse Gesù allo spargimento del sangue, così riempì
e riempie il cuore della Madre di tenerezza ineffabile verso l’oggetto del sacrificio divino.
Come il sangue di Gesù fu il vincolo che strinse l’eterno Padre con gli uomini, così pure
legò ad essi la Madre.
Durante la sua vita, attraverso i doni dello Spirito Santo, Maria comprese profondamente che il frutto del divin sangue eravamo noi, destinati a divenire per grazia figli adottivi
del Padre ed eredi della sua gloria. L’eternità della Vergine si riempie di cure affettuosissime perché le anime non perdano mai, o riacquistino, se perduta, la veste del prezioso sangue. Per questo le conversioni portano sempre il segno dell’intervento discreto, ma efficace, della Madre del Signore.
Dopo Cristo e per virtù di Cristo, Maria è al vertice della salvezza.
Canto
2 LETTURA
Dagli “Inni mariani” di
autore ignoto (forse del
sec. X).
“O santa Signora del
mondo, inclita regina del
cielo, o fulgida stella del
mare, Vergine Madre mirabile, presentati, o dolce
figlia, risplendi ormai, o
Vergine, che dovrai portare il nobile fiore che è Cristo, Dio e uomo.
Ecco che noi celebriamo le solennità annuali
della tua nascita; giorno in
cui tu, discendente di una
stirpe privilegiata, sei brillata per il mondo.
Grazie a te, noi siamo
sia esseri terreni che abitanti del cielo, tranquilli in
una nobile pace, in modo
non valutabile.
Sia gloria alla Trinità per
i secoli dei secoli, per il
cui volere tu vieni chiamata Madre beata della
Chiesa”.
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Incontro di preghiera
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PREGHIERA LITANICA
Celebrante: Rivolgiamo insieme la nostra preghiera a Maria e diciamo:
Ascoltaci, Madre della Chiesa.
- Perché la nostra vita sia testimonianza sempre più viva del vangelo, noi ti preghiamo:
Ascoltaci, Madre della Chiesa.
- Perché sappiamo imitare il tuo ardore apostolico per la salvezza delle anime, noi ti preghiamo: Ascoltaci, Madre della Chiesa.
- Perché il sangue di Cristo trasformi la nostra vita, noi ti preghiamo: Ascoltaci, Madre
della Chiesa.
Ci uniamo ora a tutta la Chiesa per offrire al Padre il dono preziosissimo del sangue di Cristo, nostra gloria, salvezza e risurrezione.
Eterno Padre, noi ti offriamo con Maria, Madre del Redentore del genere umano, il sangue che Gesù sparse con amore nella passione e ogni giorno offre in
sacrificio nella celebrazione dell’Eucaristia.
In unione alla vittima immolata per la salvezza del mondo, ti offriamo le azioni della giornata in espiazione dei nostri peccati, per la conversione dei peccatori, per le anime sante del purgatorio e per i bisogni della santa Chiesa. E
in modo particolare:
Generale: Perché tutti gli uomini e le donne del mondo, specialmente quanti
hanno responsabilità in campo politico ed economico, non vengano mai meno al
loro impegno nella salvaguardia del creato.
Missionaria: Perché i credenti delle diverse religioni, con la testimonianza di vita
e mediante un dialogo fraterno, diano una chiara dimostrazione che il nome di
Dio è portatore di pace.
Celebrante: O Dio onnipotente, che nel tuo
arcano disegno per la salvezza degli uomini hai
voluto unire la Vergine Maria alla redenzione
compiuta dal tuo Figlio Unigenito, concedi a noi
di poter godere della sua intercessione presso
Gesù, per adorarti e servirti fedelmente. Per lo
stesso Cristo nostro Signore. Amen.
Benedizione eucaristica
Canto finale
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Spiritualità
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“Anno
sacerdotale”
Liturgia ambrosiana
di Tullio Veglianti
(Continuiamo gli articoli sulle Liturgie antiche, una tematica già iniziata nel n. 6 di
questa rivista, p. 183. Aiuteranno a vivere più profondamente l’Anno sacerdotale proposto da Benedetto XVI alla riflessione di tutta la Chiesa).
S
i denomina LITURGIA
AMBROSIANA quella che
realmente oppure anche solo nominalmente si
rifà a S. Ambrogio (n. 339 o
337, + 397), e che gravita
attorno alla metropoli di
Milano. Su di essa, comunque, ha influito anche l’Oriente liturgico. Fu condizionata dai modelli romani molto più che dagli altri riti latini, sia perché fu il primo
modello a sorgere dopo il
romano, sia per la vicinanza
di Roma e per l’ascendente
morale che la città esercitava
su Milano. I libri liturgici
giunti a noi furono sistemati
durante il periodo carolingio
sulla base di materiale preesistente.
ALCUNE RIFLESSIONI
SUL SANGUE DI GESÙ
Prendiamo alcuni testi tra i
momenti più importanti dell’Anno liturgico.
Giovedì
della settimana santa
Prefazio: Con l’unzione dello Spirito hai costituito il
Figlio tuo unigenito pontefi-
ce della nuova ed eterna
alleanza e hai voluto che il
suo unico sacerdozio fosse
perpetuato nella Chiesa.
Egli, acquistando con il sangue un popolo nuovo, gli
concede l’onore del sacerdozio regale e imponendo le
mani ad alcuni prescelti, li
rende partecipi del suo ministero di salvezza. Nel suo nome essi rinnovano il sacrificio della croce e preparano
ai tuoi figli la cena pasquale;
come servi premurosi del tuo
popolo, spezzano il pane della parola e offrono la grazia
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Spiritualità
Nel Segno del Sangue
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dei sacramenti…
Viene sottolineata la presenza trasformante dello Spirito Santo nelle azioni di salvezza compiute da Gesù. In
modo particolare il suo eterno sacerdozio, di cui tutti i
fedeli sono partecipi.
Veglia pasquale
Dopo la quarta Lettura: O
Dio di infinito amore, che hai
comandato al tuo popolo in
Egitto di cibarsi dell’agnello
la cui immolazione per tuo
dono avrebbe loro ridato la
libertà, salva anche noi nel
sangue di Cristo, che è il
vero Agnello pasquale, perché, liberati dalla schiavitù
del demonio, nella verità e
nella giustizia possiamo fedelmente celebrare la nostra
Pasqua nel Signore risorto…
Viene ricordata la liberazione del popolo di Dio dalla
schiavitù egiziana, riportata
nel cap. 12 di Esodo. Abbiamo ivi la grandiosa figura di
un agnello, con il cui sangue
vengono tinte le porte delle
case degli israeliti, affinché
non venissero toccati dall’angelo sterminatore. Il tutto
verrà poi realizzato misticamente, nella fede, dal sangue
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Spiritualità
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del vero Agnello pasquale,
Gesù. Egli ci libera dalla
potenza del demonio.
Dopo la comunione: A
noi, che abbiamo partecipato
al banchetto pasquale e ci
siamo nutriti del Pane di vita
e del Calice di salvezza, concedi, o Dio, di esserne sostenuti e difesi fino al regno
eterno…
L’Eucaristia alla quale
partecipiamo è un evento che
ci introduce nel regno futuro,
quello eterno. Un cammino
molto impegnativo che necessita del nutrimento del
corpo e del sangue del Signore.
Martedì fra l’ottava
di Pasqua
Inizio della Messa: Dio
onnipotente ed eterno, che
hai redento il tuo popolo con
il sangue del tuo Figlio unigenito, disperdi l’opera del
demonio e spezza le catene
del peccato perché non sia
più schiavo dell’autore della
morte chi nella professione
della fede ha ricevuto la vita
eterna…
Il cristiano che, attraverso
la fede, è in continuo contatto con la vita eterna, avverte
nella propria vita la tentazio-
ne del male. Non si scoraggia, perché sa di essere stato
redento dalla schiavitù del
peccato per mezzo della
potenza del Sangue di Cristo.
MERCOLEDÌ DELLA II SETTIMANA DI PASQUA
stesso corpo e sangue di Cristo; la sua efficacia è legata
alla presenza dello Spirito
Santo. Così si professa la
viva presenza di tutta la SS.
Trinità durante la celebrazione dell’eucaristia.
Dopo la comunione: O
Dio, nostro Padre, custodisci
il gregge che hai redento con
il sangue prezioso del tuo
Figlio e guidalo ai pascoli
eterni del cielo.
Vengono espressi vari
concetti: noi siamo un gregge guidato e custodito da Dio
Padre e liberato dal peccato
mediante il sangue del Figlio; il nutrimento che si
riceve in questa vita ha come
obiettivo il cielo, dove tutto
sarà eterno.
Acclamazione dopo la consacrazione del vino: Diede
loro anche questo comando:
Ogni volta che farete questo
lo farete in memoria di me:
predicherete le mia morte,
annunzierete la mia risurrezione, attenderete con fiducia
il mio ritorno finché di nuovo
verrò a voi dal cielo…
L’eucaristia riattualizza
l’evento pasquale di Cristo
nella comunità cristiana. La
memoria ci ricollega a un fatto passato, vissuto al presente, per progettare il futuro.
Preghiera eucaristica V
Prima della consacrazione:
… E noi, elevati a tale dignità da poter presentare a te,
per l’efficacia dello Spirito
Santo, il sacrificio sublime
del corpo e del sangue del
Signore nostro Gesù Cristo,
tutto possiamo sperare dalla
tua misericordia…
Viene accentuata la dignità che il cristiano ha ricevuto
da Dio: presentargli il sacrificio redentore costituito dallo
Conclusione: da quanto
abbiamo sottolineato, risultano chiare le grandi tematiche
proprie della Liturgia cristiana vissuta attraverso i secoli;
il progetto di amore del
Padre, realizzato sulla terra
dal Figlio, nello Spirito,
abbraccia tutta la storia umana, dove la fede deve testimoniare sempre più vivamente
la ricchezza infinita dell’opera redentiva.
(continua)
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Catechesi
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Catechesi
Gruppi di preghiera – Gruppi di famiglie
GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI
di don Luigi Lafavia, cpps
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il
luogo del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con
lui altri due, uno da una parte e
uno dall’altra, e Gesù in mezzo.
Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi
era scritto: ‘Gesù il Nazareno, il
re dei Giudei’. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il
luogo dove Gesù fu crocifisso
era vicino alla città; era scritta in
ebraico, in latino e in greco. I
sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: ‘Non scrivere: Il re dei Giudei, ma:
Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei’. Rispose Pilato: ‘Quel che ho scritto, ho scritto’
(Gv 19, 17-22).
Fu questo il titolo ufficiale della condanna di Gesù, affissa sul suo patibolo. Nell’intenzione dei suoi crocifissori voleva essere una beffa. E non lo fu. Egli era veramente re. Era
Dio; perciò padrone assoluto dell’universo. Era Uomo-Dio; e a prezzo del suo sangue
avrebbe riscattato l’umanità intera dalla potestà di satana, divenendo sua eredità.
Gli stessi suoi crocifissori compresero la tremenda verità di quelle parole. E volevano
mutarle. Ma il Procuratore romano si rifiutò, evitando che sulla testa del Cristo si potesse
scrivere ancora un’ultima menzogna.
Così, per la mano inconsapevole dei suoi carnefici, proprio su quel legno che era stato il mezzo della sua conquista, il Cristo veniva proclamato universalmente re.
La sua regalità è un’aureola della sua redenzione. “Cristo regna su di noi non solamente
per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della redenzione. Volesse
Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore:
Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo,
come di agnello senza difetti e senza macchia (1 Pt 1, 18-19). Non siamo dunque più
nostri, poichè Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo (cfr 1 Cor 6, 20); i nostri stessi
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Catechesi
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corpi sono membra di Cristo (cfr 1 Cor 6, 15)”. (Pio XI, Lettera Enciclica “Quam primas”
sull’istituzione della festa di Cristo Re, 11 dic. 1925).
Egli, Redentore, ha tutto rinnovato, purificato, redento nel suo dolore divino. La proclamazione della potestà regale di Gesù è espressamente legata ai giorni culminanti della sua redenzione dolorosa.
Così la passione di Cristo può dirsi la solenne investitura della sua regalità.
Dopo la sanguinosa flagellazione viene rivestito da re da burla, e, senza saperlo né
volerlo, viene proclamata la sua regalità: Ave, re dei Giudei!
È questa sua regalità l’insistente accusa dei Giudei e la principale inchiesta di Pilato: Tu
sei re? È la sua regalità la causa ultima della sua morte: Se liberi costui non sei amico di
Cesare, perchè chi si fa re, va contro Cesare.
E allora lo abbandonò nelle loro mani perchè fosse crocifisso (Gv 19, 12-16).
Così gli stessi misteri d’ignominia e di dolore, di negazione
e di morte, sono insieme misteri di gioia e di trionfo, d’affermazione e di vita, del regno di Cristo.
I re della terra col sangue degli altri salgono sul trono, l’illustrano con le loro prodezze o lo contaminano con le proprie ignominie, poi scompaiono inesorabilmente dietro l’ala
edace del tempo.
Cristo, che per burla fu acclamato re, dopo averci conquistati col proprio sangue, sul suo sacrificio ha fondato un regno
che nè la volontà degli uomini, nè il tempo riusciranno mai a
superare, perchè la legge della pietà, della solidarietà, dell’amore non si supera mai.
Il suo regno è il più sublime e pacifico: “Regno di verità e
di vita; regno di santità e di grazia; regno di giustizia, di amore e di pace”.
Con la sua croce e con il suo sacrificio ha suggellato una dottrina che, unica, guida l’umanità ad altezze insperate di vita.
Quel legno, simbolo d’infamia e di disprezzo prima di Cristo, nobilitato dal martirio
della più santa delle Vittime, è entrato nella civiltà capovolgendo tutti i settori della vita
dello spirito, sul campo individuale e in quello sociale.
Per quel segno, nella casa, divenuta santuario, l’amore è entrato onorato e fedele. Nei
tuguri e nella miseria si è riaccesa la speranza a coloro ai quali la morte basta contro il
dolore.
Per risollevare curve schiene di uomini umiliati ed oppressi dal dispotismo e dalla tirannia; per sciogliere le catene di turbe di schiavi che da secoli penavano nella disperazione
e nel disprezzo, egli è nato, ha patito e è morto vittima del dispotismo sul patibolo degli
schiavi, iniziando la salutare rivoluzione del regno cristiano, l’unica grande rivoluzione
della storia.
Dal giorno dell’immolazione della vittima divina sul Calvario, chiunque s’adoperi a
migliorare le condizioni materiali e morali delle masse più bisognose; chiunque, col proprio sacrificio e col proprio sangue, cerchi sinceramente il benessere dei poveri, dei dis-
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Catechesi
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eredati, degli oppressi, dei perseguitati, di tutta questa sacra moltitudine chiamata a scontare i capricci dei potenti, costui, perciò stesso, lavora con Cristo per il regno di Cristo,
anche se non conosce Cristo, o forse lo combatte.
Perchè il grido ribelle della piazza del Pretorio: Non vogliamo che costui regni su di noi,
non si è spento ancora. La stirpe farisaica ha la sua progenie irriducibile e cieca. In molte nazioni - in troppe nazioni – Cristo, sempre primo nella lista, vien fatto fuori in nome
del bene del popolo. Viene attizzato l’odio, iniettato il disprezzo, organizzata la devastazione delle anime al servizio di Satana. Crocifissi soppressi, Crocifissi mutilati, Crocifissi
schiacciati da piedi sacrileghi in giuramento di soppressione e di odio su tutto ciò che sa
di Cristo e di Chiesa.
È sempre lo stesso grido: Non vogliamo che costui regni su di noi. Ma chi rifiuta il giogo di Cristo cade sotto il giogo dell’uomo. E l’uomo, senza Cristo, è Caino per il suo fratello. Gli orrori disumani nei campi di concentramento, nelle foibe, nelle deportazioni,
sono le terribili conseguenze di questo rifiuto.
Tutti i colpevoli di questo desolante cimitero di beni materiali e morali, nato dalla guerra, furono nemici di Cristo e antesignani di lotta contro il suo regno. Hanno disprezzato
questo regno di amore, e l’odio li ha massacrati; hanno riso di questo regno di perdono,
e la vendetta li ha dispersi.
Gesù è il Signore della vita e della morte, Padrone del futuro come del passato. “Il
Signore è padrone della storia umana... il punto focale dei desideri della storia e della
civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua
destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Nel
suo Spirito, vivificati e
RIFLESSIONI
coadunati, noi andiamo,
pellegrini, incontro alla
- Quando sembra che tutto vacilli in seno all’umanità,
finale perfezione della sto- chiediamo al Re crocifisso il trionfo della sua redenzioria umana, che corrisponde ne?
in pieno col disegno del
suo amore: Ricapitolare in
- Ti impegni a portare la
Cristo tutte le cose, quelle speranza del regno di Cristo
del cielo come quelle della dinanzi al fallimento della
terra (Ef 1, 10). Dice il lotta contro il suo regno?
Signore stesso: Ecco, io
vengo presto, e porto con
- Cerchi di far sentire agli
me il premio, per retribuire uomini, oggi più che mai affaciascuno secondo le opere mati di giustizia perchè sazi di
sue. Io sono l’Alfa e l’Ome- peccato, che le promesse di
ga, il primo e l’ultimo, il Cristo sono verità, che le sue
principio e il fine (Ap 22, leggi sono benefici, che la sua
12-13)” (Gaudium et Spes, pace è realtà?
n. 45).
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L’angolo della poesia
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L’alba
Ritornerò alla casa del Padre
e ritornerò senza al collo il giogo dello
schiavo,
ma con il cuore gonfio di figlio;
vanterò, vanterò il mio credito di perdono
e non per il mio essergli figlio,
ma per il Suo essermi padre.
Redenzione
In un cielo di miriadi di stelle
udii chiamare il mio nome,
una domanda percuotere la Notte:
«Dove sei?»
Non seppi rispondere:
nella nudità del mio mutismo
non ritrovai più le parole,
era perduta la via del ritorno.
Poi, il Cristo rispose per me:
«Abbà, Padre!».
Ferdinando Battaglia
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L’angolo della poesia
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Tante mani
Tante mani per aiutare
chi non sa sognare
tante mani per chi lavora
e torna a casa stremato
le mani per portare a casa qualche soldo
e portare avanti la vita
tante mani per modellare una vita
sfuggita di mano
tante mani per vivere la vita fino in fondo
mani che lasciano un’impronta nel mondo
mani per abbassare le armi di una guerra
purtroppo infinita
mani che con una carezza
possono salvare milioni di vite
mani per tirare su una persona
caduta nel tunnel della vita
mani per rialzarsi, riprendersi e
per andare avanti.
Le mani.
Simone Grimaldi (anni 11)
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Attualità
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Non siamo così soli
Lucoli, 9-14 agosto 2009
di Claudio Silvestri
Dal 9 al 14 agosto 2009
un gruppo di una ventina
di giovani della parrocchia “San Gaspare del
Bufalo” in Roma, accompagnati dal parroco Don
Luciano Nobili e da Sandra de Amicis, ha partecipato a un campo di lavoro
organizzato dalla Caritas
Diocesana di Roma a
Lucoli, in provincia dell’Aquila.
L’
Aquila, ore 3.32:
trema la terra, tremano i sorrisi, tremano gli abbracci … trema
la fede. Dov’è Dio? Perché
sembra essersi dimenticato
dei nostri fratelli Aquilani?
Perché proprio loro sono stati colpiti?
Queste le domande che dal
6 aprile si infrangono violentemente, come onde di un
mare in tempesta, nella mente di tutti gli abitanti di quel
luogo “maledetto”.
Sono passati ormai 6 mesi
da quella terribile notte, ep-
pure la mente ripercorre
sempre quelle immagini. I
sogni restano avvinghiati alla
paura, alla disperazione e
alla perdita. E la terra ha tremato, sta tremando e continuerà a tremare, con la speranza di essere al sicuro sotto
l’impersonale tetto blu di una
tenda.
“Ho paura che la terra si
apra sotto la mia brandina
durante il sonno...” : troppo
forti da reggere queste parole,
davanti alle quali si avverte la
potenza della natura, la nostra
piccolezza e impotenza.
Facile prendersela con
Dio. Semplice confutare la
sua esistenza davanti a tanta
furia. Nessuno si è accorto
che il Signore ha tremato con
noi, è stato sepolto dalla polvere e dalle macerie. Nessuno sta vedendo che è là, in
ogni singola casa crollata, in
ogni singola tenda, in ogni
singolo luogo nel quale lo si
voglia trovare.
La sua presenza si avverte
nella volontà di non dimenticare, nel coraggio di raccontare, nel forza di esorcizzare
il dolore e nella voglia di
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Attualità
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ricominciare. È lui che ha
mobilitato l’Italia intera, non
in uno squallido momento di
narcisismo, ma in abbraccio
unico, unito e immobile. Le
sue chiese sono state trasformate in parcheggi, in alberi e
prati: non esiste terremoto
che tenga. Il fenomeno ultrasensibile della sua presenza è
già in atto, anche se probabilmente resta ancora senza
nome.
I nostri fratelli aquilani
hanno bisogno di sostegno
materiale, ma l’uomo non
può essere accecato da brame di onnipotenza. La ricostruzione avviene dal di dentro. Da lì nasce il desiderio di
un sorriso, di una carezza e,
perché no, anche di un valzer
improvvisato con una bella
signora di Lucoli.
Il calore umano costituisce
fondamenta indistruttibili,
adatte per ricominciare a versare le immense colate di
cemento.
Non si ha solo la casa
distrutta, ma tutto ciò che
essa rappresenta: gli affetti, i
ricordi, le gioie e i dolori.
Non potrebbe mai bastare
una casetta di legno a ricolmare questo vuoto. I paesi
dell’aquilano sono ormai
paesi fantasma: nulla si
avverte nell’aria. Nelle piazze non ci sono i bimbi che si
rincorrono, non ci sono ra-
gazzi al bar, ma soprattutto
mancano gli anziani, solide
radici di quei piccoli borghi.
Scaraventati fuori dalla stessa terra che li ha cresciuti.
Eppure ogni giorno il
signor Mario scende verso la
valle per raggiungere il suo
paese, la sua piazza e la sua
casa. Con grande cura cerca
di ricordare la posizione
esatta delle piante spostate
dal sisma per rimetterle esattamente al loro posto, con
una precisione millimetrica.
Riporta così le lancette dell’orologio alle 3 e 31, dimenticando i minuti seguenti.
Con un triste orgoglio mostra
la sua casa, frutto dei sacrifici del suo lavoro. Ironizza
sulle piastrelle della cucina,
rimaste intatte ma completamente staccate dal muro.
Sorride.
Quella notte lui e sua fi-
glia Paola sono riusciti a fuggire.
Mentre Mario scende a
valle, la signora Paola e la
signora Marsilia salgono
ogni giorno al cimitero di
Lucoli per visitare i loro cari.
Un cimitero dalla serenità
spezzata dall’angoscia e dalla distruzione. Le lapidi staccate dalle pareti e le foto
sparse per terra sembrano
l’immagine della fine di un
passato, della paura di un
presente e dell’incertezza di
un futuro. Il terremoto sembra non aver risparmiato
neppure il sonno tranquillo
dei fratelli defunti. Lo smarrimento di un buio oblio fa
vincere ogni paura. Pregano i
loro cari nelle strutture insicure di un antico cimitero,
attaccandosi strenuamente
alle certezze rimaste. L’esigenza di ricorrere al passato
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è forte, lo si ricorda e lo si
racconta. Ma ad ogni scossa
si rivive quella notte, e si è
pronti a scappare impauriti,
ma fortificati dalla preghiera.
Il cimitero diviene simbolo
di condivisione e di conforto.
Nella tendopoli c’è il
grande punto di ritrovo per
tutti i residenti. Un grande
tendone bianco, con tavoli da
campeggio, che accoglie
ogni tipo di animazione. Si
dà così il via alla serata musicale bagnata con tanta dolce
sangria: il divertimento è
fonte di unione e compartecipazione.
Il piccolo Tommaso con la
sua fantasia e il suo pupazzetto di “Hulk” si sente
invincibile. È pronto a ricominciare la scuola, a rivedere
i suoi compagni e a giocare
spensierato. Sembra non
essere successo nulla. Dorme
in una tenda. È come se
vivesse in un gioco assieme
alla sua famiglia e a suo nonno che torna ad avere 5 anni
per diventare “l’amichetto di
suo nipote”.
E arrivano i saluti, i sorrisi, gli abbracci e le fotografie. La signora Ada preferisce non essere presente nelle
foto. Ironizza sul suo aspetto:
vorrebbe vestirsi in modo
elegante, truccarsi un pochino perché giustamente fiera
del suo fascino femminile!
Ci troviamo così in un piccolo microcosmo. Le sane
dinamiche familiari e paesane tornano ad essere protagoniste di una vita che, atterrita,
torna a rialzarsi per riprendere il suo spazio.
La Caritas Diocesana di
Roma ha dato a noi ragazzi
di San Gaspare questa possibilità. Abbiamo vissuto a
Lucoli con loro una settimana, improvvisandoci carpentieri e giardinieri. Abbiamo
portato solo noi stessi. Non
siamo stati noi ad aiutare
loro, ma sono stati loro ad
aiutare noi. Ci hanno dato la
possibilità di conoscere la
loro tristezza e di ammirare
la loro forza, il loro coraggio
e la loro simpatia ruspante.
Dio ha permesso tutto
questo. Quando sembra più
lontano, in realtà è molto più
vicino di quanto pensiamo,
di quanto sappiamo. Dorme
su una brandina, mangia nel
tendone bianco, canta e beve
sangria con noi, nel clima
ludico di una serata diversa.
E è in questa ambientazione
fraterna che ci riunisce tutti a
guardare le stesse stelle
cadenti estive, piene di speranza e di rinascita. Non siamo così soli.
“(…) Tra le nuvole e il mare si può fare e rifare, con un po’ di fortuna si può dimenticare.
Tra le nuvole e il mare si può andare, andare. Sulla scia delle navi, di là dal temporale.
Ogni vita che salvi, ogni pietra che poggi, fa pensare a domani ma puoi farlo solo oggi.
Qualche volta si vede una luce di prua e qualcuno grida, domani.
Ma domani domani, domani lo so, lo so, che si passa il confine.
E di nuovo la vita sembra fatta per te e comincia domani.
Domani è già qui (…)” .
(Domani 21 Aprile 2009, Artisti uniti per l’Abruzzo).
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Umorismo
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Il lato comico
di Comik
IL COMICO DEL TRAGICO
“Forse oggi noi cristiani più che la ripulsa nei riguardi dell’ateismo o delle altre religioni,
sentiamo un forte disagio nei riguardi della nostra religione. Chi se ne allontana, non ha
sempre torto. E chi rimane, non può fare il tonto, come se tutto fosse cosa buona e giusta”.
Queste sacrosante parole le ha dette don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate. Ebbene: si domanderà, almeno questa volta, lui, quanti cristiani si saranno allontanati dalla nostra religione a seguito del suo disprezzo verso i giovani morti a Kabul mentre erano in missione di pace: andati là certo anche attratti da un giusto stipendio (ma non
proporzionato al rischio, come i fatti hanno dimostrato)? E erano andati non per portare la
guerra, ma per impedirla; non per godersi la vita con i soldi guadagnati, bensì per mantenere o formarsi una famiglia.
Non tutte le perle di don Giorgio sono così repellenti come questa sui morti di Kabul, che
ha definito “mercenari” e “fascistizzanti”. Alcune volte dice anche cose giuste, ma pure in
quei casi le dice in modo sbagliato. Si può perfino “pregare male”, come ci ammonisce
San Giacomo (Gc 4, 3).
Abbiamo il diritto e il dovere di criticare la Chiesa, perché ne facciamo parte o perché ha
il dovere di darci il meglio. Ma proprio perché siamo Chiesa dovremmo impegnarci sul
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piano personale a darle un volto e parole migliori. Gesù, per esempio, non spese neppure mezza parola contro il dominio romano sulla sua terra e ugualmente non la spese a
favore. Disse solo che viene prima il regno di Dio, al quale devono obbedire anche quelli che comandano, perché essi comandano pro tempore e Dio in eterno.
Ecco un solo esempio del modo di ragionare di don Giorgio, che ha sempre bisogno di
attaccare un valore per affermarne un altro. “Perché la Chiesa ancora oggi dà più importanza al martirio di una ragazza che ha dato la vita per mantenersi pura e casta, e non
invece al martirio ad esempio di don Diana o don Puglisi o mons. Romero che si sono
sacrificati per un ideale che va ben al di là della castità e della purezza?”.
Bisognerebbe appurare almeno due cose: da dove risulti al De Capitani l’assunto del criterio della Chiesa e che cosa sia un ideale cristiano (perché sull’ideale umano pensano di
avere le idee chiare anche le veline e le escort). A me pare che i nomi elencati siano fin
da ora molto onorati come meritano e forse un giorno saranno proclamati santi, dopo il
solito criterio usato dalla Chiesa, che esamina tutte le altre virtù cristiane. Ci sono i percorsi che vanno rispettati.
Spieghi, poi, perché vi dovrebbe essere un ideale cristiano ben al di là di un altro o perché si dovrebbe squalificare uno per esaltare l’altro! E spieghi da dove gli risulti che la
Chiesa dia più importanza alla castità che alla giustizia sociale. L’ideale cristiano è a tutto tondo, comprende la prassi della totalità di ciò che è cosa buona e giusta, al massimo
livello umano possibile (“in grado eroico”). Come non si può dire “più bellissimo” non si
dovrebbe poter dire “un ideale cristiano ben al di là di un altro ideale cristiano”. Ne esiste uno solo e è Cristo! Può poi capitare di dare la vita per un aspetto dell’ideale o per un
altro, ma – se cristiana, ovviamente – la persona avrebbe dato la vita anche per altri aspetti se si fosse presentata l’alternativa di tradire o di essere fedeli.
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Ringraziamo tutti coloro che rispondono con tanta generosità.
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4000 MESSE PERPETUE
I Missionari del Preziosissimo Sangue, per facilitare la
comunione di preghiera tra vivi e defunti, hanno istituito da
oltre un secolo l’Opera delle 4000 Messe Perpetue.
Ogni anno vengono celebrate 4000 Messe
per tutti gli iscritti, vivi o defunti.
Per associarsi, o per iscrivere i propri cari,
basta versare l’offerta di una Messa, una volta per sempre.
Si rimane iscritti in perpetuo.Viene rilasciata una pagellina
con il nome della persona iscritta.
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Novembre 2009 - Centro Studi Sanguis Christi