letterature, visioni ed altri percorsi ideatore e curatore: Danilo Mandolini AVVERTENZA. “Arcipelago itaca” blo-mag è un’iniziativa resa disponibile nel solo formato digitale e distribuita via e-mail e tramite internet (www.arcipelagoitaca.it), a circa 1.000 tra associazioni ed operatori culturali, riviste di letteratura e non, critici, scrittori ed estimatori. “Arcipelago itaca” blo-mag non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto non ha periodicità e non può pertanto essere ritenuta un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. Testi ed immagini contenuti in “Arcipelago itaca” blo-mag sono riprodotti, quando possibile e per lo più, previo espresso consenso dei relativi autori (sono sempre e in ogni caso citati gli autori e/o le fonti di reperimento). Arcipelago itaca è un marchio registrato. […] Ma ei non brama che veder dai tetti sbalzar della sua dolce Itaca il fumo, e poi chiuder per sempre al giorno i lumi. Omero, Odissea - Libro I Iscriviti al gruppo Facebook e segui da vicino tutte le nostre attività. https://www.facebook.com/groups/1017432441619677/ Tredici immagini che ritraggono quattordici poeti in pose o situazioni in qualche modo inconsuete rimandando - attraverso i relativi link - agli articoli correlati presenti nel web, commentano questa diciottesima apparizione di “Arcipelago itaca” blo-mag In copertina: TEMPUS EDAX RERUM di Danilo Mandolini Echi Dino Campana. Da Canti Orfici e da Il più lungo giorno. Parallelo tra la versione data alle stampe e il manoscritto ritrovato. Un brano da Dell’irrefrenabile notte di Carlo Bo Echi Dino Campana. Da Canti Orfici e da Il più lungo giorno. 1 - 29 Parallelo tra la versione data alle stampe e il manoscritto ritrovato. Un brano da Dell’irrefrenabile notte di Carlo Bo Heberto Padilla. Da Fuera del juego e da altri tre lavori mai tradotti in Italia. Versioni di Gordiano Lupi. Un brano da Fuori dal gioco e il caso Padilla di Gordiano Lupi 30 - 61 Heberto Padilla. Da Fuera del juego e da altri tre lavori, mai tradotti in Italia. Versioni di Gordiano Lupi. Un brano da Fuori dal gioco e il caso Padilla di Gordiano Lupi RILETTURE Da Firmum di Luigi Di Ruscio 62 - 73 RILETTURE Da Firmum di Luigi Di Ruscio Voci Voci Anteprina Arcipelago itaca Edizioni Anteprina Arcipelago itaca Edizioni Da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene. Con tre immagini di Orlando Myxx e Storia come allegoria di Giovanna Frene 74 - 84 Da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene. Con tre immagini di Orlando Myxx e Storia come allegoria di Giovanna Frene Da Abracadabra di Nicola Ponzio. Con 3 tavole dell’autore e un brano dalla Postfazione di Renata Morresi 85 - 94 Da Abracadabra di Nicola Ponzio. Con 3 tavole dell’autore e un brano dalla Postfazione di Renata Morresi Dalle opere premiate in occasione della 1° edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Dalle opere premiate in occasione della 1° edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Lucilla Niccolini - Vladimir D’Amora - Barbara Pumhösel Pier Franco Uliana - Cristina Babino - Paolo Steffan 95 - 156 Lucilla Niccolini - Vladimir D’Amora - Barbara Pumhösel Pier Franco Uliana - Cristina Babino - Paolo Steffan Collage Edoardo Sanguineti 157 - 158 Collage Edoardo Sanguineti Diciottesima apparizione Pier Paolo Pasolini http://www.storiedicalcio.altervista.org/pasolini_calcio.html echi Andrea Zanzotto http://www.cinquecosebelle.it/cinque-belle-poesie-di-andrea-zanzotto/ Dino Campana «Il 7 giugno del 1914 Dino Campana, assieme ai testimoni Luigi Bandini e Camillo Fabroni, sottoscriveva col tipografo marradese Bruno Ravagli il “contratto per la pubblicazione del libro Canti Orfici”. Al Ravagli veniva versato un acconto di lire 110, risultato di una faticosa sottoscrizione tra 44 marradesi, ai quali sarebbe spettata una copia del libro, promossa da Bandini su “imperativo categorico” di Dino Campana.» [1] A poco più di cento anni dalla pubblicazione dei Canti Orfici - opera unanimemente considerata come uno dei casi letterari ed editoriali più avvincenti della letteratura del Novecento - abbiamo deciso di rendere omaggio a Dino Campana e al suo “libro unico” mettendo a punto un parallelo tra la prima versione del manoscritto [smarrito, ritrovato nel 1971 tra le carte appartenute ad Ardengo Soffici (al quale, insieme a Giovanni Papini, era stato consegnato dall’autore per una prima valutazione) e pubblicato poi, nel 1973, con il titolo de Il più lungo giorno (Vallecchi, Firenze - Roma)] e quella, diciamo così, ufficiale del capolavoro campaniano. Il parallelo in questione è offerto nella semplicità dei versi estratti dalle due versioni e riproposti vicini e a seguire e delle molte differenze, anche sostanziali, registrabili tra i testi originariamente prodotti per Il più lungo giorno e gli stessi riscritti - la leggenda vuole che ciò sia accaduto grazie all’esclusivo supporto della memoria dell’autore - per i Canti Orfici. Va annotato che sono comunque diverse le varianti tra i testi pubblicati nelle suddette due redazioni. Tra queste, è necessario evidenziare anche l’assenza di alcune poesie e di alcuni brani, l’ordine e/o la posizione dei componimenti e i titoli delle sezioni. [1] http://www.campanadino.it/50-notizie/346-l-edizione-anastatica-del-centenario-degli-orfici.html Carlo Bo Va ricordato che in occasione del centenario della prima stampa dei Canti Orfici - e grazie alla collaborazione tra “Cometa Rossa”, Fondazione Primo Conti (Fiesole) e Cronopio Edizioni (Napoli) - ha visto la luce un progetto editoriale che ha messo insieme la più fedele e accurata ristampa anastatica del libro uscito dalla tipografia Ravagli nell’estate del 1914 (per mesi sono stati minuziosamente esaminati e comparati diversi esemplari dell’edizione originale), un Quaderno con una preziosa Nota di Gabriel Cacho Millet, lo studioso argentino indiscusso detective degli autografi e dei materiali campaniani, e un audio cd contenente la lettura integrale dei Canti Orfici da parte dell’attore e regista Claudio Morganti. Un’iniziativa, quella appena evidenziata, davvero degna, dunque, della ricorrenza per la quale è stata ideata e realizzata. Dino Campana Carlo Bo Nel contesto dello spazio dedicato all’opera di Dino Campana che segue, non era possibile non rammentare il grande contributo fornito da Carlo Bo attraverso il testo critico intitolato Dell’irrefrenabile notte. Questo, uscito per la prima volta nel dicembre del 1937 su “Frontespizio”, ha avuto l’indubbio merito - grazie anche ad una pronuncia mirabilmente priva di tecnicismi e diretta al cuore di un’analisi molto profonda - di far conoscere il lavoro del poeta marradese al pubblico della poesia e della critica italiana dell’epoca e anche, ne siamo certi, di oggi. Un brano da questo irrinunciabile contributo completa quindi il nostro omaggio a Dino Campana e ai suoi Canti Orfici. Dino Campana La vita e le opere 1 Nasce a Marradi il 20 agosto del 1885. Figlio di un maestro elementare rivela presto un’indole inquieta e straordinariamente sensibile. Dopo il liceo a Faenza frequenta corsi di chimica all‘Università di Bologna e a Firenze. Incapace di adattarsi alla normalità (per le sue stravaganze ha spesso a che fare tanto con la polizia, quanto con le istituzioni psichiatriche), preferisce viaggiare (l'Italia settentrionale, la Svizzera, Parigi nel 1907; un avventuroso viaggio in Argentina nel 1908; frequenti vagabondaggi in Toscana) ed assecondare la sua prepotente vocazione letteraria (i primi frutti di questa straordinaria passione appaiono, tra il 1912 ed il 1913, su dei fogli goliardici a Bologna). Frequenta, per qualche tempo (anni 1913 e 1914), i circoli fiorentini de La Voce e di Lacerba. Andato smarrito il manoscritto di prose e di versi che aveva presentato a Papini e a Soffici per un loro giudizio (questo manoscritto viene ritrovato tra le carte di Soffici nel 1971 e pubblicato, con il titolo de Il più lungo giorno, nel 1973), ricompone quei testi a memoria - non senza varianti rispetto alla versione originale - e li pubblica a sue spese, nel 1914, presso un tipografo di Marradi. È così che i suoi famosissimi Canti Orfici vedono la luce. Dopo una turbolenta relazione con Sibilla Aleramo - di cui resta la testimonianza del carteggio intercorso negli anni 1916 e 1917 -, altri viaggi e un tentativo fallito di arruolarsi in occasione dell'entrata in guerra dell'Italia, finisce i suoi giorni - il 1° marzo del 1932 - nel manicomio di Castel Pulci, dove era stato ricoverato già dal 1918. http://www.dinocampana.it/ http://www.campanadino.it/ La vita e le opere DIE TRAGÖDIE DES LETZEN GERMANEN IN ITALIEN : La tragedia dell'ultimo Germano in Italia 2 La scelta dei testi di Dino Campana che segue è tratta da Canti Orfici e altre poesie (introduzione e note di Neuro Bonifazi, Garzanti, Milano, 1980) ed è stata curata da Danilo Mandolini. La stessa scelta di cui appena sopra è anche proposta - a seguire ogni singolo componimento - nella stesura del manoscritto originale [smarrito, ritrovato nel 1971 tra le carte appartenute ad Ardengo Soffici e pubblicato poi, nel 1973, con il titolo de Il più lungo giorno (Vallecchi, Firenze - Roma)]. Carlo Bo La vita e le opere 3 Nasce a Sestri Levante il 25 gennaio del 1911. È considerato il maggiore studioso ispanista e francesista del Novecento italiano. In questi campi e in quello più generale della critica letteraria ed artistica vanta una vastissima produzione di opere. Compie gli studi superiori presso i gesuiti dell'istituto Arecco di Genova, avendo Camillo Sbarbaro come professore di greco. Dal 1929 studia a Firenze dove si laurea, in Lettere moderne, nel 1934. Sempre a Firenze, nei primi anni Trenta, conosce Giovanni Papini e gli intellettuali della rivista “Frontespizio” alla realizzazione della quale parteciperà attivamente. Collaborerà poi, per molti anni, con il “Corriere della Sera”, con “La Stampa” e con il settimanale “Gente”. La sua carriera universitaria inizia nel 1938 con l’insegnamento della letteratura francese e spagnola presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Urbino. Durante la guerra si rifugia a Sestri Levante, poi a Rivazzano, nei pressi di Voghera, e, infine, a Valbrona, nelle vicinanze del lago di Como. Finita la guerra si stabilisce a Milano con Marise Ferro (1905-1991), precedentemente sposata con Guido Piovene. Si sposeranno nel 1963. Nel 1960 viene nominato Grande Ufficiale della Repubblica italiana; l’anno successivo ottiene il cavalierato della Legion d’Onore della Repubblica francese. Dal 1947 al 2001, ininterrottamente per 53 anni, è rettore dell‘Università di Urbino, che è stata poi intitolata al suo nome nel 2003. Nel 1951, insieme a Silvio Baridon, fonda la Scuola per interpreti e traduttori di Milano, che poi aprirà sedi in tutta Italia. Nel 1968, xxxxxx La vita e le opere sempre nel capoluogo lombardo e sempre insieme a Silvio Baridon, dà vita alla IULM. Dal 1972 al 1992 è presidente della giuria del Premio Letterario Basilicata. Nel 1984 è nominato Senatore a vita dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nel 1996, l’Università di Verona gli conferisce la laurea honoris causa in lingue e letterature straniere. Nel 2001, le municipalità di Sestri Levante e di Genova gli conferiscono la cittadinanza onoraria. Lo stesso anno, in seguito ad una caduta avvenuta nella sua casa di Sestri, viene ricoverato all'ospedale di Genova, dove muore il 21 luglio. È sepolto nel cimitero della sua cittadina natale. http://www.fondazionebo.it/ 4 La scelta del brano di Carlo Bo che segue è tratta da Dell’irrefrenabile notte [in “Frontespizio”, dicembre 1937 - Poi in Otto studi (Vallecchi, Firenze, 1939)] ed è stata curata da Danilo Mandolini. Da Canti Orfici Dino Campana Da LA NOTTE I LA NOTTE 1. Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso. * 2. Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch'esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all'ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo. 5 * 3. Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell'adolescenza. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: a lato in un balenìo enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città. […] Da Il più lungo giorno Dino Campana Da LA NOTTE MISTICA DELL’AMORE E DEL DOLORE SCORCI BIZANTINI E MORTI CINEMATOGRAFICHE I LA NOTTE MISTICA Ricordo una vecchia città rossa di mura e turrita, arsa sulla pianura sterminata nell’Agosto torrido con il lontano ref[r]igerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee. Sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva. Tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio. E a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto. Dalla palude afona una nenia primordiale monotona e irritante. E del tempo fu sospeso il corso. * Inconsciamente alzai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio - mentre per visioni lontane - per sensazioni oscure e violente - un altro mito anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici [,] le antiche. La campagna intorpidiva allora nella rete dei canali. Fanciulle dalle acconciature agili e dai profili di medaglia sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la sera. Nella chiesetta solitaria all’ombra delle modeste navate io stringevo Lei dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi. Anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo [.] 6 * Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara [,] la mitica custode dei sogni della adolescenza. Saliva per il silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi. Non si udiva il rumore dei suoi passi. Casupole basse finestre mute attorno a una piazzetta deserta. A lato in un balenio enorme la torre rossa impenetrabile arida. Una fontana del 500 taceva inaridita [,] la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città. […] II IL VIAGGIO E IL RITORNO […] Dino Campana * 3. O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato di una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d'amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d'amore di viola: ma tu nella sera d'amore di viola: ma tu chinati gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze. Ricordo cara: lievi come l'ali di una colomba tu le tue membra posasti sulle mie nobili membra. Alitarono felici, respirarono la loro bellezza, alitarono a una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. O non accenderle! non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno: Amore, primavera del sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei fumi di viola. Come una nuvola bianca, come una nuvola bianca presso al mio cuore, o resta o resta o resta! Non attristarti o Sole! Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina. III FINE 7 1. Nel tepore della luce rossa, dentro le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi all'infinito fioriscono sfioriscono bianchezze di trine. La portiera nello sfarzo smesso di un giustacuore verde, le rughe del volto più dolci, gli occhi che nel chiarore velano il nero guarda la porta d'argento. Dell'amore si sente il fascino indefinito. Governa una donna matura addolcita da una vita d'amore con un sorriso con un vago bagliore che è negli occhi il ricordo delle lacrime della voluttà. Passano nella veglia opime di messi d'amore, leggere spole tessenti fantasie multicolori, errano, polvere luminosa che posa nell'enigma degli specchi. La portiera guarda la porta d'argento. Fuori è la notte chiomata di muti canti, pallido amor degli erranti. III IL RITORNO […] Dino Campana * O il tuo corpo [!] il tuo profumo mi velava gli occhi (io non vedevo il tuo corpo) [,] un dolce e acuto profumo. Nel grande specchio ignudo io non vedevo il bello e dolce dono di un Dio velato dei fumi di viola - velato dei fumi di viola baciato in alto di una sola stella di luce nel cielo ignudo dello specchio - tu sì leggera tu aereo dono su le mie ginocchia sedevi o graziosa cariatide notturna [,] cariatide notturna di un incantevole cielo. E le timide mammelle furono gonfie di luce - e le stelle furono assenti - e non un dio fu ne la sera d’amore di viola e nella vita stellare dello specchio un ricordo d’antica sera d’amore di viola. E tu chinavi gli occhi - e tu nella sera d’amore chinavi gli occhi di viola e tu ad un ignoto cielo notturno avevi rapito una melodia di carezze. O ricordo, o cara! Lievi come le ali di una colomba le tue membra posasti su le mie nobili membra. Respirarono la loro bellezza alitarono felici alitarono ad una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. Bevevano le mie membra la chiara luce de la lampada stellare in divini riflessi [.] O non accenderle non accenderle. Tutto è vano - vano è il sogno. Tutto è vano - tutto è sogno. Amore primavera del Sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei profumi di viola. Come una nuvola bianca come una nuvola bianca presso al mio cuore o resta o resta ancora. Non attristarti o sole. Aprimmo la finestra al cielo notturno - gli uomini come spettri vaganti e la città si componeva in quel sogno cadenzato – le torri le chiese le piazze - come in una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto ne le potenze sue tutte trionfale? - Quale ponte [,] muti chiedemmo [,] quale ponte abbiamo gettato su l’infinito che tutto ci appare ombra di eternità? Quale è la città da le arcate cupe che ci culla in questa eterna queta melodia? - A quale sogno levammo noi la nostalgia de la nostra bellezza? - E la luna sorgeva ne la sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina [.] IV LA SOSTA 8 Nel tepore de la luce rossa dentro le chiuse aule dove la luce si affonda uguale dentro gli specchi all’infinito passano teste di sfinge il corpo vestito di trine. La portiera veglia ne lo sfarzo smesso di un antico giustacuore verde [,] le rughe del volto più dolci [,] gli occhi che nel chiarore velano il nero veglia alla porta d’argento. Tutto ha dell’amore il fascino indefinito. La vedetta veglia a la porta d’argento. Una donna matura governa - un sorriso sfatto della sua rosea bocca un vago bagliore degli occhi ricordo de le lacrime de la voluttà [.] Passano ne la veglia nel tepore de la luce rossa opime di messi d’amore leggere spole tessenti fantasie multicolori [,] vanno polvere luminosa che posa ne l’enigma degli specchi [.] La vedetta veglia a la porta d’argento. Fuori è la notte chiomata di muti canti pallido amor degli erranti [.] Da NOTTURNI LA CHIMERA Dino Campana 5 10 15 20 9 25 Non so se tra rocce il tuo pallido 30 Viso m'apparve, o sorriso Di lontananze ignote Fosti, la china eburnea Fronte fulgente o giovine Suora de la Gioconda: O delle primavere Spente, per i tuoi mitici pallori O Regina o Regina adolescente: Ma per il tuo ignoto poema Di voluttà e di dolore Musica fanciulla esangue, Segnato di linea di sangue Nel cerchio delle labbra sinuose, Regina de la melodia: Ma per il vergine capo Reclino, io poeta notturno Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, Io per il tuo dolce mistero Io per il tuo divenir taciturno. Non so se la fiamma pallida Fu dei capelli il vivente Segno del suo pallore, Non so se fu un dolce vapore, Dolce sul mio dolore, Sorriso di un volto notturno: Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti E l'immobilità dei firmamenti E i gonfi rivi che vanno piangenti E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera. LA CHIMERA Dino Campana 10 Non so se tra roccie il tuo pallido Viso m’apparve o sorriso Di lontananze ignote Fosti - la china eburnea Fronte fulgente - o giovine Suora de la Gioconda: O delle primavere Spente, per i tuoi mitici pallori O Regina o Regina adolescente. Ma per il tuo ignoto poema Di voluttà e di dolore Musica fanciulla esangue Segnato di linea di sangue Nel cerchio de le labbra sinuose [,] Regina de la melodia [,] Ma per il tuo vergine capo Reclino io poeta notturno Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo Io per il tuo dolce mistero Io per il tuo divenir taciturno [.] Non so se la fiamma pallida Fu dei capelli il vivente Segno del tuo pallore Non so se fu un dolce vapore Dolce sul mio dolore Sorriso di un volto notturno [.] Guardo le bianche roccie le mute fonti dei venti E l’immobilità dei firmamenti E i gonfii rivi che vanno piangenti E le ombre del lavoro umano curve là su i poggi algenti E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera [.] Dino Campana LA SPERANZA (sul torrente notturno) Per l'amor dei poeti Principessa dei sogni segreti Nell'ali dei vivi pensieri ripeti ripeti Principessa i tuoi canti: 5 O tu chiomata di muti canti Pallido amor degli erranti Soffoca gli inestinti pianti Da' tregua agli amori segreti Chi le taciturne porte 10 Guarda che la Notte Ha aperte sull'infinito? Chinan l'ore: col sogno vanito China la pallida Sorte . . . . . 11 . . . . . . . Per l'amor dei poeti, porte 15 Aperte de la morte Su l'infinito! Per l'amor dei poeti Principessa il mio sogno vanito Nei gorghi de la Sorte! . . Dino Campana SUL TORRENTE NOTTURNO. LA SPERANZA Per l’amor dei poeti O principessa dei sogni segreti Nell’ali dei vivi pensieri ancora ripeti: ripeti Principessa i tuoi canti. O tu chiomata di muti canti Pallido amor degli erranti Soffoca gli inestinti pianti Da’ tregua agli amori segreti: Chi le taciturne porte Guarda che la notte Ha aperte sull’infinito? Chinan l’ore: col sogno vanito China la pallida sorte: Per l’amor dei poeti Principessa dei sogni segreti Dalle taciturne aperte porte Della notte sull’infinito Fa’ che sia solo un sogno rapito Ai gorghi della sorte [.] 12 Dino Campana LA PETITE PROMENADE DU POÈTE 5 10 15 13 20 Me ne vado per le strade Strette oscure e misteriose: Vedo dietro le vetrate Affacciarsi Gemme e Rose. Dalle scale misteriose C'è chi scende brancolando: Dietro i vetri rilucenti Stan le ciane commentando. . . . . . . La stradina è solitaria: Non c'è un cane: qualche stella Nella notte sopra i tetti: E la notte mi par bella. E cammino poveretto Nella notte fantasiosa, Pur mi sento nella bocca La saliva disgustosa. Via dal tanfo Via dal tanfo e per le strade E cammina e via cammina Già le case son più rade. Trovo l'erba: mi ci stendo A conciarmi come un cane: Da lontano un ubriaco Canta amore alle persiane. Dino Campana 14 LA PETITE PROMENADE DU POÈTE Me ne vado per le strade Strette oscure e misteriose Vedo dietro le vetrate Affacciarsi Gemme e Rose Dalle scale misteriose C’è chi scende brancolando Dietro i vetri rilucenti Stan le ciane commentando ……… La stradina è solitaria Non c’è un cane: qualche stella Nella notte sopra i tetti E la notte mi par bella. E cammino poveretto Ne la notte fantasiosa Pur mi sento nella bocca La saliva disgustosa: Via dal tanfo [via dal tanfo] Ripugnante per le strade E cammina e via cammina Già le case son più rade: Vedo l’erba: mi ci stendo A conciarmi come un cane: Da lontano un ubriaco Canta amore alle persiane [.] Da LA VERNA Da I LA VERNA (Diario) Dino Campana […] Castagno, 17 settembre 15 La Falterona è ancora avvolta di nebbie. Vedo solo canali rocciosi che le venano i fianchi e si perdono nel cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a diradare. La pioggia à reso cupo il grigio delle montagne. Davanti alla fonte hanno stazionato a lungo i Castagnini attendendo il sole, aduggiati da una notte di pioggia nelle loro stamberghe allagate. Una ragazza in ciabatte passa che dice rimessamente: un giorno la piena ci porterà tutti. Il torrente gonfio nel suo rumore cupo commenta tutta questa miseria. Guardo oppresso le rocce ripide della Falterona: dovrò salire, salire. Nel presbiterio trovo una lapide ad Andrea del Castagno. Mi colpisce il tipo delle ragazze: viso legnoso, occhi cupi incavati, toni bruni su toni giallognoli: contrasta con una così semplice antica grazia toscana del profilo e del collo che riesce a renderle piacevoli! forse. Come differente la sera di Campigno: come mistico il paesaggio, come bella la povertà delle sue casupole! Come incantate erano sorte per me le stelle nel cielo dallo sfondo lontano dei dolci avvallamenti dove sfumava la valle barbarica, donde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità! Io sentivo le stelle sorgere e collocarsi luminose su quel mistero. Alzando gli occhi alla roccia a picco altissima che si intagliava in un semicerchio dentato contro il violetto crepuscolare, arco solitario e magnifico teso in forza di catastrofe sotto gli ammucchiamenti inquieti di rocce all'agguato dell'infinito, io non ero non ero rapito di scoprire nel cielo luci ancora luci. E, mentre il tempo fuggiva invano per me, un canto, le lunghe onde di un triplice coro salienti a lanci la roccia, trattenute ai confini dorati della notte dall'eco che nel seno petroso le rifondeva allungate, perdute. Il canto fu breve: una pausa, un commento improvviso e misterioso e la montagna riprese il suo sogno catastrofico. Il canto breve: le tre fanciulle avevano espresso disperatamente nella cadenza millenaria la loro pena breve ed oscura e si erano taciute nella notte! Tutte le finestre nella valle erano accese. Ero solo. Le nebbie sono scomparse: esco. Mi rallegra il buon odore casalingo di spigo e di lavanda dei paesetti toscani. La chiesa ha un portico a colonnette quadrate di sasso intero, nudo ed elegante, semplice e austero, veramente toscano. Tra i cipressi scorgo altri portici. Su una costa una croce apre le braccia ai vastissimi xxxx fianchi della Falterona, spoglia di macchie, che scopre la sua costruttura sassosa. Con una fiamma pallida e fulva bruciano le erbe del camposanto. […] Dino Campana Da II RITORNO SALGO (nello spazio, fuori del tempo) […] Presso Marradi (ottobre) Son capitato in mezzo a bona gente. La finestra della mia stanza che affronta i venti: e la... e il figlio, povero uccellino dai tratti dolci e dall'anima indecisa, povero uccellino che trascina una gamba rotta, e il vento che batte alla finestra dall'orizzonte annuvolato i monti lontani ed alti, il rombo monotono del vento. Lontano è caduta la neve... La padrona zitta mi rifà il letto aiutata dalla fanticella. Monotona dolcezza della vita patriarcale. Fine del pellegrinaggio. 16 Da IL MATTINO: IL PELLEGRINAGGIO: LE SORGENTI Da LA VERNA Dino Campana (NOTE DI VIAGGIO) […] 17 Castagno - 16 7bre. Paesaggio celato. La Falterona avvolta di nebbie. Vedo solo i canali rocciosi che le venano i fianchi e si perdono nel cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a diradare [.] La pioggia ha reso cupo il grigio delle montagne. Davanti alla fonte hanno stazionato a lungo attendendo il sole aduggiati da una notte di pioggia nelle loro stamberghe allagate. Sento una ragazza a dire rimessamente: un giorno la piena ci porterà tutti: il torrente gonfio nel suo rumore cupo commenta tutta questa miseria. Guardo oppresso le roccie ripide della Falterona: dovrò salire salire. Nel presbiterio una lapide ad Andrea del Castagno [.] Tipo locale: viso sottile, toni bruni su toni giallognoli, occhi cupi incavati: ancora una semplice antica grazia toscana nel profilo e nel collo. Guarderò i quadri di Andrea del Castagno: forse [.] Come differente la sera di Campigno: come mistico il paesaggio: come bella la povertà delle sue casupole. Come incantate erano sorte per me le stelle dal cielo, dallo sfondo lontano dei dolci avvallamenti dove sfumava la valle barbarica, d’onde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità. Io sentivo le stelle sorgere e collocarsi luminose su quel mistero: alzando gli occhi alla rupe a picco altissima che si intagliava in un semicerchio dentato contro il violetto crepuscolare, arco solitario e magnifico teso in forza di catastrofe sotto gli ammucchiamenti inquieti di rocce all’agguato dell’infinito, io non ero non ero rapito di trovare nel cielo luci ancora luci: e mentre il tempo fuggiva invano per me: un canto: le lunghe onde di un triplice coro, salienti a lanci la roccia trattenute ai confini dorati della notte dall’eco che nel seno roccioso le rifondeva allungate perdute. Il canto fu breve: una pausa, un commento improvviso e misterioso e la montagna riprese il suo sogno catastrofico: il canto fu breve: le tre fanciulle avevano espresso disperatamente nella cadenza millenaria la loro pena breve ed oscura e si erano taciute nella notte. Tutti erano rientrati, tutte le finestre erano accese. Ero solo. Le nebbie sono scomparse. Esco. Mi rallegra il buon odore casalingo di spigo e di lavanda dei paesetti toscani. La chiesa ha un portico a colonnette quadrate di xx Dino Campana sasso intero: nudo ed elegante, semplice e austero, veramente toscano: tra i cipressi scorgo altri portici: bel principio della Toscana [.] Sulla costa una croce apre le braccia ai vastissimi fianchi della Falterona spoglia di macchie che scopre la sua costruttura sassosa: con una luce pallida e fulva bruciano le erbe del camposanto: penso a Leonardo. […] Da RITORNO (NELLO SPAZIO, FUORI DEL TEMPO) […] 1 8bre [.] È la fine del pellegrinaggio [.] Sono capitato in mezzo a buona gente. La finestra della mia stanza che affronta i venti e una vedova già serva padrona di un nobile romagnolo, il figlio povero uccellino dai tratti dolci e dall’anima indecisa, povero uccellino che trascina una gamba rotta e il vento che batte alla finestra dall’orizzonte annuvolato, i monti lontani ed alti, il rombo monotono del vento. Lontano è caduta la neve. La serva padrona zitta mi rifà il letto e l’aiuta la fanticella. Monotona dolcezza della vita patriarcale [.] Marradi: 18 Da VARIE E FRAMMENTI GENOVA Dino Campana 19 Poi che la nube si fermò nei cieli Lontano sulla tacita infinita Marina chiusa nei lontani veli, E ritornava l'anima partita 5 Che tutto a lei d'intorno era già arcanamente illustrato del giardino il verde Sogno nell'apparenza sovrumana De le corrusche sue statue superbe: E udìi canto udìi voce di poeti 10 Ne le fonti e le sfingi sui frontoni Benigne un primo oblio parvero ai proni Umani ancor largire: dai segreti Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare Bianco nell'aria: innumeri dal mare 15 Parvero i bianchi sogni dei mattini Lontano dileguando incatenare Come un ignoto turbine di suono. Tra le vele di spuma udivo il suono. Pieno era il sole di Maggio. * 20 Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la [lavagna cinerea Dilaga la piazza al mare che addensa le navi [inesausto Ride l'arcato palazzo rosso dal portico grande: Come le cateratte del Niagara Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda [urgente al mare: 25 Genova canta il tuo canto! * Entro una grotta di porcellana Sorbendo caffè Guardavo dall'invetriata la folla salire veloce Tra le venditrici uguali a statue, porgenti 30 Frutti di mare con rauche grida cadenti Su la bilancia immota: Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale Su per l'erta tumultuante Verso la porta disserrata 35 Contro l'azzurro serale, Fantastica di trofei Mitici tra torri nude al sereno, A te aggrappata d'intorno La febbre de la vita 40 Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto Instornellato de le prostitute E dal fondo il vento del mar senza posa. * Per i vichi marini nell'ambigua Sera cacciava il vento tra i fanali 45 Preludii dal groviglio delle navi: I palazzi marini avevan bianchi Arabeschi nell'ombra illanguidita Ed andavamo io e la sera ambigua: Ed io gli occhi alzavo su ai mille 50 Dino Campana 50 60 65 70 75 20 80 E mille e mille occhi benevoli Delle Chimere nei cieli: . . . . . . Quando, Melodiosamente D'alto sale, il vento come bianca finse una [visione di Grazia Come dalla vicenda infaticabile De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale Dentro il vico marino in alto sale, . . . . Dentro il vico chè rosse in alto sale Marino l'ali rosse dei fanali Rabescavano l'ombra illanguidita, Che nel vico marino, in alto sale Che bianca e lieve e querula salì! «Come nell'ali rosse dei fanali Bianca e rossa nell'ombra del fanale Che bianca e lieve e tremula salì:...» Ora di già nel rosso del fanale Era già l'ombra faticosamente Bianca . . . . . . . . . . Bianca quando nel rosso del fanale Bianca lontana faticosamente L'eco attonita rise un irreale Riso: e che l'eco faticosamente E bianca e lieve e attonita salì… Di già tutto d'intorno Lucea la sera ambigua: Battevano i fanali Il palpito nell'ombra. Rumori lontano franavano Dentro silenzii solenni Chiedendo: se dal mare Il riso non saliva... Chiedendo se l'udiva 85 Infaticabilmente La sera: a la vicenda Di nuvole là in alto Dentro del cielo stellare. * Al porto il battello si posa Nel crepuscolo che brilla Negli alberi quieti di frutti di luce, 90 Nel paesaggio mitico Di navi nel seno dell'infinito Ne la sera Calida di felicità, lucente In un grande in un grande velario 95 Di diamanti disteso sul crepuscolo, In mille e mille diamanti in un grande velario [vivente Il battello si scarica Ininterrottamente cigolante, Instancabilmente introna 100 E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d'oro e [sul molo Corrono i fanciulli e gridano Con gridi di felicità. Già a frotte s'avventurano I viaggiatori alla città tonante 105 Che stende le sue piazze e le sue vie: La grande luce mediterranea S'è fusa in pietra di cenere: Pei vichi antichi e profondi Fragore di vita, gioia intensa e fugace: 110 Velario d'oro di felicità È il cielo ove il sole ricchissimo Lasciò le sue spoglie preziose Dino Campana E la Città comprende E s'accende 115 E la fiamma titilla ed assorbe I resti magnificenti del sole, E intesse un sudario d'oblio Divino per gli uomini stanchi. Perdute nel crepuscolo tonante 120 Ombre di viaggiatori Vanno per la Superba Terribili e grotteschi come i ciechi. * Vasto, dentro un odor tenue vanito Di catrame, vegliato da le lune 125 Elettriche, sul mare appena vivo Il vasto porto si addorme. S'alza la nube delle ciminiere Mentre il porto in un dolce scricchiolìo Dei cordami s'addorme: e che la forza 130 Dorme, dorme che culla la tristezza Inconscia de le cose che saranno E il vasto porto oscilla dentro un ritmo Affaticato e si sente La nube che si forma dal vomito silente * 21 O Siciliana proterva opulenta matrona A le finestre ventose del vico marinaro Nel seno della città percossa di suoni di navi e di [carri Classica mediterranea femmina dei porti: Pei grigi rosei della città di ardesia 140 Sonavano i clamori vespertini E poi più quieti i rumori dentro la notte serena: 135 Vedevo alle finestre lucenti come le stelle Passare le ombre de le famiglie marine: e canti Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città [mediterranea: 145 Ch'era la notte fonda. Mentre tu siciliana, dai cavi Vetri in un torto giuoco L'ombra cava e la luce vacillante O siciliana, ai capezzoli 150 L'ombra rinchiusa tu eri La Piovra de le notti mediterranee Cigolava cigolava cigolava di catene La grù sul porto nel cavo de la notte serena: E dentro il cavo de la notte serena 155 E nelle braccia di ferro Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu La finestra avevi spenta: Nuda mistica in alto cava Infinitamente occhiuta devastazione era la notte [tirrena. Da III IL VIAGGIO E L’INCIDENTE Dino Campana IL CANTO DI GENOVA. PRELUDII MEDITERRANEI II (ATTIMO MERIDIANO) Poi che la nube sparve dentro i cieli Lontani su la tacita infinita Marina in sogno nei lontani veli E ritornava l’anima partita Che tutto a lei d’intorno era già arcana mente illustrato del giardino il verde Sogno ne l’apparenza sovrumana De le corrusche sue statue superbe: 22 E cantavano in voce di poeti Sacre fonti e le sfingi sui frontoni Benigne un vecchio oblio parvero ai proni Umani ancor largire: io dai segreti Dedali uscendo apparve un torreggiare Bianco nell’aria: innumeri dal mare Parvero i bianchi sogni dei mattini Lontani dileguando incatenare Come un ignoto turbine di suono [.] Sotto la torre orientale Tra le terrazze viridi E la lavagna cinerea Dilaga la piazza rombante Inverso al mare che addensa le navi inesausto [,] Rosso ride l’arcato palazzo dal portico grande [,] Come le cateratte del Niagara Canta ride svaria ferrea la sinfonia Feconda urgente verso l’aperto mare Canta il tuo canto o Genova [.] III Dino Campana In una grotta di porcellana Sorbendo caffè levantino Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce Di tra le femmine sfingee, eguali statue porgenti I frutti del mare e del suolo con rauche grida cadenti Su la bilancia immota. Io ti ricordo ancora io ti rivedo imperiale Sopra l’erta tumultuante Verso la porta disserrata Contro l’azzurro serale: Fantastica di trofei Mitici tra torri nude al sereno: A te per l’erta aggrappata d’intorno La febbre de la vita Pristina: e per i vichi lubrici de i fanali, il canto Instornellato de le prostitute E dal fondo il vento del mar senza posa [.] *** 23 Tra i palazzi marini infra dei bianchi Miti inscenati dal palpito rosso Dei fanali sull’ombra illanguidita. Nel vento di preludio alto dal mare Ricchissimo accampato in mezzo a l’ombra Io me n’andavo ne la sera ambigua Vagando ad incerte venture Cullato dagli occhi benevoli De le Chimere nei cieli Quando Melodiosamente in alto sale Ventoso sorse dal mare la Visione di Grazia Ne la vicenda infaticabile De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale Su dal vico marino tra i fanali Apparso il dolce suo viso languente A me l’ignota melodiosamente E lieve e dolce e querula salì *** (pianissimo) (Quando melodiosamente in alto sale A me un’ignota melodiosamente E bianca e dolce e querula salì.) *** Quando: attonita faticosamente L’eco lontana rise un irreale Riso. Mi volsi: intorno Lucea la sera ambigua Del palpito battuto Dei fanali nell’ombra: Lontani rumori franavano Dentro silenzii solenni. Stetti, se ancor dal mare l’irreale Riso si udisse: in alto Infaticabilmente Le nuvole e le stelle Viaggiavan pel cielo serale [.] SPIAGGIA SPIAGGIA Dino Campana 24 Giunse il battello e riposa Nel crepuscolo e brilla Negli alberi quieti in frutti di luce: Il paesaggio è mitico Di navi intorno al cerchio d’infinito E dal battello ondulando I carichi si levan nella sera Calida di felicità. (Le lampane un grande un grande velario lucente Hanno steso coi diamanti sul crepuscolo Con mille e mille diamanti un grande velario vivente) [.] Il battello si scarica Ininterrottamente cigolante instancabilmente introna [,] La bandiera è calata Il mare e il cielo è d’oro Dei fanciulli s’inseguono pel molo Brilla sugli alberi felicità. A frotte s’avventurano I viaggiatori a la città tonante Che stende le sue piazze e le sue vie [,] La grande luce mediterranea S’è fusa in pietra di cenere: Pei vichi antichi e profondi Fragore di vita Gioia intensa e fugace: Velario d’oro di felicità È il cielo ove il sole ricchissimo Lasciò le sue spoglie preziose: E la città comprende E s’accende E la fiamma titilla ed assorbe I resti magnificenti del sole E intesse un sudario d’oblio Divino per gli uomini stanchi. Perdute nel crepuscolo tonante Ombre di viaggiatori Vanno per la Superba Terribili e grotteschi come i ciechi [.] Vasto dentro un odor tenue vanito Di catrame, vegliato da le lune Elettriche, sul mare appena vivo Il porto il vasto porto s’addorme [:] S’alza la nube delle ciminiere Ed il porto in un dolce scricchiolio Dei cordami s’addorme: e la tristezza Pare culli le cose che saranno E il vasto porto oscilla dentro un ritmo Affaticato e si sente La nube che si forma dal vomito silente [.] Da Dell’irrefrenabile notte Carlo Bo 25 I termini della storia poetica - così come quelli della vita - di Campana stanno in queste due invocazioni: «O poesia poesia poesia. Sorgi, sorgi, sorgi» e «O poesia tu non tornerai». Diciamo i termini ufficiali, i limiti di una vicenda unica nella storia della letteratura di questo secolo ma dentro, dentro che cosa c’è stato, che cosa c’è stato di riconoscibile e di identificabile per lo spettatore sospeso, senza fiato, senza soccorso della memoria critica? Questa è la domanda che ossessiona la critica da quando furono pubblicati i Canti orfici. Campana fu subito un atto violento, leggerlo costituiva uno «choc» e fatalmente, meccanicamente diventava un’occasione d’assoluto, il modo più puro per sottrarsi alle ragioni immediate della realtà e soprattutto - un’offerta di poesia allo stato puro. È stato uno straordinario evento; quello di un poeta che più d’ogni altro ci raggiungeva dentro il cuore e in effetti apparteneva di pieno diritto a una storia fin troppo conclusa. In questo senso Campana non ha perduto nulla della sua prima figura, al contrario si è solidificato fino a diventare il grande problema della coesistenza e della convivenza della poesia con la vita. Dicendo questo, siamo ben coscienti di spostare il tema critico su un terreno che non gli è proprio e in realtà sottraiamo Campana alla storia della poesia del suo tempo per farne qualcosa di più e che va molto al di là dei risultati accertabili e di tutte le soluzioni offerte. E questo perché siamo ugualmente convinti che riportato nell’ambito di una valutazione letteraria - Campana non sarebbe nulla di più di un campione illustre e eccezionale quanto si vuole - ma sempre un campione di un’opera non conchiusa, appena vagheggiata e bruscamente interrotta dalla follia. Ma non commettiamo un abuso, al contrario lo riportiamo al suo confine naturale, in un territorio particolare dove la parola cozza e si frantuma nel più violento e disperato silenzio. Perché nessuno vorrà mettere in dubbio che è proprio questa parte di silenzio pieno che illumina il libro di Campana, è tutto quello che non gli è stato possibile esprimere, meglio è tutto quanto Campana non ha potuto calare nella forma del linguaggio della poesia. I due termini citati al principio si avvicinano a tal punto da confondersi, il risultato è la poesia invocata che immediatamente si perde, se ne va, scompare. Eppure Campana aveva puntato tutto su quella prima invocazione, su quel dolore della nascita e non occorre notare che la poesia è stata fino all’ultimo l’unica via di scampo, l’unico modo che il poeta sentiva d’avere per trovare un ancoraggio alla sua vita che andava alla deriva. In che modo aveva coscienza di questa progressiva disgregazione? Chi confronti la sua storia sui pochi dati e sulle testimonianze che abbiamo, finisce per sapere che, sin dal principio, c’era in Campana una difficoltà estrema di conciliare i due momenti contrapposti della realtà e della sua accettazione. Ciò che - bene o male - finisce per verificarsi in ogni uomo per Campana non è stato mai possibile: di qui il suo bisogno di fuga, di x Carlo Bo 26 qui il ricorso al viaggio. Due modi per ingigantire la sua sofferenza, nell’illusione di trovare un rimedio nella sostituzione dei paesaggi e - senza mai dirlo - nella presunzione di annullare il tumulto delle voci interiori. Da questo punto di vista la sua è un’immagine simbolica, è il poeta che dilata i confini della propria terra ma il fatto che non ci siano stati né conquiste e neppure progressi sensibili ci lascia capire che non si trattava affatto di un problema letterario. Cosi quando appare nel suo ciclo la promessa della «chimera» Campana sposta il termine della sua ricerca e prende atto del fallimento a cui va incontro come poeta. La chimera abolisce ogni idea di rapporto, non è spendibile, e questa è un’altra conferma della sua incapacità di adattamento o di componimento. Il poeta - quando gli riesca di stabilire delle dimensioni riconoscibili a tutti - è sempre uno che vince una scommessa ma si tratta di scommesse che rientrano in un ordine o che per quanto tale scommessa sia eccezionale, fuori della norma, resta pur sempre identificabile dalla tribù dei lettori. Il libro dei surrealisti è l’esempio più calzante di questa obbedienza finale, a fortiori della poesia che accetta un codice. Campana ha cominciato subito con l’avvertire queste difficoltà che gli anni - prima - e il male - dopo - gli avrebbero puntualmente accresciute. Anzi, più sentiva il peso di questo contrasto, più i suoi tentativi diventavano disperati e la parola tendeva a mutarsi in colpi battuti a una porta qualunque della poesia. Questo spiega certe sproporzioni o diciamo pure certi squilibri altrimenti ingiustificabili che ci mostrano da una parte un Campana impegnato in un’impresa prometeica e dall’altra un poeta come timido ripetitore o esecutore di moduli fin troppo volgari. Era il segno della sua condanna: Campana avrebbe al massimo ottenuto un libro come tanti di quel tempo di passaggio dal crepuscolarismo al futurismo e lo avrebbe ottenuto se avesse potuto fingere di essere d’accordo su questa riuscita marginale mentre non lo ha ottenuto perché la sua posta era assai più alta e ambiziosa. La poesia avrebbe dovuto essere la chimera e sostituire il disordine delle cose, supplire all’ordine che gli mancava e il mondo reale non gli dava. Ma Campana non conosceva la strada della composizione, ignorava il rapporto fra cose e sentimenti e, del resto, la frammentazione o il disordine assoluto delle sue poesie più belle non sono che il riflesso di questa prima naturale incapacità di sovrapposizione. Torniamo ancora una volta all’immagine del poeta che si riconosce nella propria opera; il suo riconoscersi non è che l’accettazione di un fenomeno attivo di sovrapposizione, come dire che il mondo della realtà è stato sostituito da un’altra immagine con virtù assolute di pacificazione. In altre parole, per i poeti della norma c’è per lo meno un momento assolutorio che comprende una curiosa saldatura e quindi in un secondo tempo quella vacanza che consente il ritorno al ritmo normale della esistenza. Con Campana non ci sono registri del genere né regole che consentano la normalizzazione e se dobbiamo parlare di un regime questo sarà il regime della disperazione, dell’esaltazione e dell’abbandono. Gli stessi salti che disegnano il quadro del respiro normale del Campana stanno a denunciare un’altra situazione, un’altra condizione di vita. Ecco cosa faceva diverso l’uomo e che cosa ha costretto interpreti, critici e semplici testimoni a creare la xxxx Carlo Bo 27 figura leggendaria dell’uomo, figura che, del resto, sembra in parte convalidata dalla geografia stessa del poeta dei Canti. Ma osserviamo da vicino questa figura, i suoi viaggi, il mondo delle sue memorie: per quanto faccia, Campana resta intero e si porta dietro l’origine, la prima inquietudine, il vagabondare, resta intatto nella sua prima e insostituibile diversione dal mondo degli altri. Questo spiega come non lo si possa inquadrare nella famiglia dei ribelli, dei disadattati né ci sia dato di leggere la sua poesia alla luce della ribellione. Anche da questo punto di vista la sua aletterarietà è inconfondibile. Chi ha creduto di poterlo spiegare riportandolo nella storia della letteratura eversiva della fine dell’Ottocento francese si è servito inutilmente di uno schema astratto, e per una semplicissima ragione. Campana non è mai guidato e le poche volte che lo cogliamo in colpa di letteratura si sente subito che sono riferimenti casuali, esteriori e che non toccano affatto la sua consistenza spirituale. Anche in questo senso Campana è in fuga, in fuga da tutto ma non da se stesso e se volessimo servirci di un paradosso dovremmo aggiungere che la sua fuga non fa che riportarlo a se stesso: il mare, la pampa, le città lontane e misteriose, la stessa idea della poesia notturna non sono che conferme della sua impotenza a perdersi, a perdere la propria immagine. Questo Campana che non smette di inseguirsi per perdersi è una di quelle immagini eterne che nutriranno fino all’ultimo la nostra vita ed è di lì che vengono i gridi, gli inceppamenti, gli scoppi di silenzio che lo caratterizzano. Solo al momento dell’ingresso definitivo in manicomio e nella sua lunga permanenza di quindici anni a Castel Pulci si ha la sensazione che sia stata interrotta questa caccia disperata, questa tragica invenzione della chimera. Quando Campana ricorderà il tempo della poesia con il suo medico, appare trattenuto e infine trasformato da una lunga frazione di rassegnazione. Campana ritrova se stesso, i suoi limiti, una voce normale nella follia, quando, cioè, gli è stata assegnata dal di fuori una parte. È allora che si rovescia il quadro della sua esistenza, quando il delirio diventa una pausa e segna la presenza dello sforzo e della fatica. Mentre nel Campana che corre il mondo si direbbe che è il delirio a muoverlo, anzi a « farlo », ma stiamo attenti a non fare coincidere delirio e poesia (una tipica operazione a freddo dei surrealisti), il delirio del Campana che approda a Buenos Aires o a Odessa o a Parigi è costituito dall’impossibilità di ottenere la poesia e di fermarla. Se Campana avesse potuto superare le porte della notte non avrebbe più avuto ragione di camminare, di andare, la notte essendo al termine del suo viaggio. Come si vede, tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per fare le nostre ricerche si mostrano per quello che sono, degli strumenti parziali, utili per noi, del tutto inservibili per chi ben presto non ha più saputo trovare il centro di identificazione. Lo conferma il fatto che la sua poesia non è mai poesia di confessione, protesta: mai intima, mai personale, ma al contrario, fatta di oggetti fin troppo riconoscibili o esaltati, smisurati. Evidentemente il mondo quando andava a pezzi sotto i suoi occhi, diventava di colpo impraticabile: restavano frammenti mostruosi che il canto non era in grado di correggere né - tanto meno - di rendere sensibili alla nostra orbita. La notte - nel senso dell’inconoscibile - tiene il posto che per gli altri ha il giorno e non per nulla i bagliori che ci xxxxxxxxx Carlo Bo 28 colpiscono non vengono mai dal nostro mondo, da quello che noi crediamo come poesia, vengono dall’altra parte e per questo non si inseriscono in un discorso credibile. Né sarebbe giusto sostenere che Campana è un poeta posseduto, alla stregua di Holderlin o dell’ultimo Hugo - perché se lo fosse stato, alla fine avrebbe trovato una sistemazione, avrebbe trovato un punto a cui rifarsi e permettere agli altri di rifarsi. Non sradicato (Marradi se lo sarebbe portato addosso fino all’ultimo) non ribelle, non posseduto; da qualunque parte lo si voglia prendere, Campana resta un caso a sé e padrone di una lingua che non sarà mai di nessuno. Qui sta il suo fascino, meglio stanno la sua natura e una verità infrangibile. Ma le distinzioni e le differenze non si fermano qui. Scendiamo per un attimo in letteratura e fermiamoci al grande anno della nuova letteratura, al 1913. Campana spesse volte è stato rapportato alla poetica del frammento ma era una semplificazione di comodo. Ben poco ha a che fare con un Rebora o uno Sbarbaro o con gli altri che hanno poi fatto del frammento un genere: in tutti questi scrittori il frammento, il frantume era pur sempre il prodotto di un calcolo, era il frutto di un lavoro di depurazione e di scarnificazione. In Campana il frammento è il segno dello scacco, del fallimento, è il resto minimo della sua vocazione al canto e mentre gli occhi degli altri erano volti a terra - una terra ridotta a porzione fisica - gli occhi di Campana non si muovono dal ciclo, dalla notte ed ecco che allora c’è già nella prima destinazione una diversa ambizione, un diverso pianeta dove i calcoli dell’uomo non hanno senso. Campana vive di miti, vive anzi nel mito, tutto il contrario di chi era impegnato in una partita fin troppo controllata e dove il minimo scarto sarebbe suonato come un atto di orgoglio. Abbiamo detto « orgoglio » e immediatamente ci accorgiamo che continuiamo nell’errore di servirci di categorie che non hanno senso, anche se in questo caso particolare un tratto della leggenda del Campana uomo sembra contraddirci. Ma nell’atto di strappare i fogli del libro o in quello di rifiutarlo a probabili compratori non c’è orgoglio, c’è nuovamente il segno di non appartenenza, di diversità, di non assimilabilità alle ragioni della norma. E ancora, il suo viaggio è tutt’altra cosa di una categoria letteraria che ha avuto nel secolo del romanticismo le sue più famose esemplificazioni. Se nell’espressione più alta, quella di Baudelaire, il tentativo era di uscire dal mondo, per Campana il mondo non perde nulla del suo fulgore né i sentimenti perdono nulla della loro forza. Non c’è bestemmia che valga per Campana; così come Dio non è in discussione, al contrario è, sì, dall’altra parte della notte ma è ben sensibile nell’ordine del canto e, se non negli uomini, è nel creato. Il mondo è una melodia e sarebbe salvezza poterne diventare il ripetitore, l’esecutore. Insomma la tragedia non si sposta dal suo cuore e per questo a volte Campana ci appare come un gigante impotente, il poeta folgorato, bloccato e paralizzato. Era pronto per un confronto diretto con il mondo della creazione ma tutte le volte che sospendeva il passo del suo eterno vagabondaggio nell’illusione di stabilire un modo di fusione il suo discorso saltava o doveva apparirgli meschino, certo troppo inferiore alla carica che lo aveva animato. Non c’è dubbio che da questo punto di vista i Canti sono soltanto un meschino disegno, una pallidissima ombra della sua naturale ambizione, se poi volessimo avvicinarlo alle Foglie d’erba di Whitman saremmo xxxxxxx Carlo Bo costretti a svuotare l’immagine stessa del poeta americano e soprattutto a confrontare due termini di poesia. Piena, solare quella di Whitman, notturna e dispersa quella di Campana ma non per questo meno importante, se è vero che ci sono dei mondi poetici inesprimibili e delle esistenze che soddisfano, prima dell’opera scritta, il senso di una tragedia. E Campana parla di tragedia, se pure distorce in senso ironico il termine ma è indubitabile che nessuno ha avuto come lui la coscienza di quel suo modo di essere impotente. Che è un modo stupendo per la sua purezza, perché non è mai stato contaminato e forse non lo avrebbe potuto neppure essere. La «chimera non saziata» resta l’unico centro d’intelligibilità offerto al lettore di Campana che non sia disposto ad accettare la regola della letteratura fissa ed è il metro per misurare l’abisso della sproporzione, l’incolmabilità del divario che passava fra la propria offerta e la voracità insaziabile della chimera, fra quello che avrebbe voluto dare e l’enormità della richiesta. [...] Qui a seguire, il link per le informazioni utili al reperimento dell’edizione del centenario dei Canti Orfici di cui alla precedente introduzione. http://www.campanadino.it/50-notizie/346-l-edizione-anastatica-del-centenario-degli-orfici.html 29 Iosif Aleksandrovič Brodskij https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/08/13/tre-poesie-sul-viaggio-josif-brodskij-19401996-odisseo-a-telemaco-e-costantino-kavafis-1863-1933-itaca-wistan-h-auden-musee-des-beauxarts-1907-1973/ Da Fuori dal gioco e il caso Padilla. Di Gordiano Lupi «Fuori dal gioco è un libro che mi sembra così lontano e irreale; pare scritto in un’altra lingua, in un altro mondo, ma è il mio segno distintivo, la mia cifra artistica, quasi il mio onore. Non è un libro, è un simbolo di misteriosa lealtà fuori dal tempo, una serie di liriche che mi commuove rivedere dopo tanti anni. Sono contento che possano venire lette dai cubani di un’altra generazione», scrive Heberto Padilla nel 1998, due anni prima di morire. Fuori dal gioco vince il Premio UNEAC, Julian Del Casal, nel 1968. I giurati sono: J.M. Cohen, César Calvo, José Lezama Lima, José Z. Tallet e Manuel Díaz Martinez. La motivazione prende in considerazione le qualità formali e il valore espressivo delle liriche che manifestano una raggiunta maturità poetica. I giurati affermano che il libro ha valore anche per la sua natura di opera critica, polemica, non apologetica, pure se vincolata alle idee rivoluzionarie. Il libro presenta uno sguardo profondo sui problemi del mondo contemporaneo (il Viet Nam, la paura di un’esplosione nucleare, i problemi dell’uomo nel cammino della storia...). Padilla - secondo i giurati - è a fianco della Rivoluzione, veste gli abiti essenziali del poeta e del rivoluzionario, come un anticonformista che vuole andare oltre la realtà contemporanea. Non è facile dire quanto questa motivazione sia reale o quanto diplomatica, forse viene pensata così per premiare un’opera critica. Lezama Lima, scrittore non molto vicino a Fidel Castro, presiede la giuria e c’è da credere che abbia fatto il possibile per premiare un lavoro controcorrente. Heberto Padilla fa appena in tempo a licenziare un’edizione commemorativa di Fuera del juego, nel 1998 (Edicion Universales, Miami), perché muore due anni dopo per arresto cardiaco in un hotel dell’Alabama. Nel libro antepone una sentita introduzione dove racconta di aver cominciato a comporre la raccolta a Mosca e di averla terminata all’Avana. Padilla afferma inoltre che non ha mai pensato di scrivere un libro né a favore né contro la Rivoluzione, semplicemente non era suo compito fare politica e occuparsi di problemi sociali. (...) la burocrazia del Consiglio Nazionale dell’Unione degli Scrittori, però, contesta immediatamente quel riconoscimento [il Premio UNEAC assegnato nel 1968 a Fuera del juego], trasformando il poeta in una sorta di "pietra dello scandalo", fino a provocarne l’arresto con l’accusa di scrivere letteratura controrivoluzionaria. Nel 1971 cominciano i problemi tra la Rivoluzione Cubana e gli intellettuali di tutto il mondo, che si ribellano contro l’ingiusta detenzione di Padilla, prima in carcere e poi nella sua casa dove viene tenuto sotto sorveglianza, emarginato dalla vita culturale. Jean-Paul Sartre, Simon de Beauvoir, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa, Octavio Paz, Susan Sontag, Juan Goytisolo, Federico Fellini, Marguerite Duras, Alberto Moravia e altri 72 scrittori ed artisti condannano i metodi totalitari di Castro e non tornano più a visitare l’isola. Nel 1998, il ministro della cultura Abel Prieto commenta, in un’intervista rilasciata a Cuba Internacional, il processo conosciuto come caso Padilla, affermando che il poeta si era preso gioco della Sicurezza di Stato e che un fatto come quello non si sarebbe più ripetuto a Cuba. Riportiamo le parole di Padilla in risposta alle menzogne di Abel Prieto: «Non si trattò di una burla, ma di un’astuta messa in scena durante la quale sono stato costretto a ripetere a memoria un testo preventivamente redatto in prigione dagli stessi ufficiali della Sicurezza. Tutto questo ha un nome: autocritica. Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione». Il caso Padilla nasce in realtà da una nota critica che il poeta scrive su Pasion de Urbino, xxxx romanzo di Lisandro Otero, giudicata - questa nota critica - poco rivoluzionaria perché rivolta a uno scrittore-funzionario e non allineata con il giudizio della redazione de "El Caimán Barbudo". Padilla si limita a dire che Pasion de Urbino è un romanzo che porta indietro di trentacinque anni la letteratura cubana e che non può reggere il confronto con Vista del amanecer en el trópico (in Europa noto come Tre tristi tigri) di Guillermo Cabrera Infante. La redazione della rivista dedica una lunga risposta alle affermazioni di Padilla, definendole controrivoluzionarie e non il linea con il pensiero dominante. La redazione discute le opinioni del poeta con un eccesso di retorica, enumerando i successi rivoluzionari, cose come alfabetizzazione e sanità che nessuno nega. Padilla replica: «La pratica democratica è esigenza quotidiana del socialismo. Non ho compiuto un atto di coraggio criticando un romanzo. Il coraggio è ben altra cosa. Sono stati coraggiosi i guerriglieri sulla Sierra e chi ha assaltato la caserma Moncada... Io ho esercitato soltanto un diritto che credevo di avere...». Padilla non è un dissidente, ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa, crede di aver fatto una rivoluzione per guadagnare la libertà e pensa che sia ancora possibile criticare il sistema per migliorarlo. Parla di Guillermo Cabrera Infante, si domanda perché è stato destituito dai compiti governativi e per quale motivo non gli è consentito prendere un aereo per rientrare a Cuba. «Ho sempre ammirato il rivoluzionario che non accetta umiliazioni da nessuno e meno che mai in nome di una Rivoluzione che rifiuta certi procedimenti. Il vero rivoluzionario non è il più docile e il più obbediente, ma il più degno e il più disciplinato. La posta in gioco è la società che stiamo costruendo e nella quale dovremo vivere», afferma. Heberto Padilla concorda inoltre con la tesi di Solzhenitzyn: «Una letteratura che non traduce la società in cui si realizza, che non denuncia problemi, paure, pericoli morali e sociali, è una letteratura inutile, di mera facciata». Padilla viene contestato duramente da Leopoldo Ávila, che lo accusa di scrivere per ottenere fama all’estero e per soddisfare la sua vanità (…). Per Leopoldo Ávila è tutto molto semplice: «Padilla difende Caino (Cabrera Infante) e per questo non merita rispetto. Si schiera contro la Rivoluzione perché non ha più incarichi che lo portano a fare viaggi all’estero, spendere dollari e a fare la bella vita». Padilla sarebbe soltanto un poeta di terz’ordine che per guadagnare fama scredita la Rivoluzione, parla di polizia che minaccia, di libertà che non esiste e di un governo che non ammette contraddittorio. (...) Fidel Castro non ha ancora pronunciato il famoso discorso rivolto agli intellettuali: Niente sarà concesso fuori dalla Rivoluzione!, ma lo farà presto. I tempi cambiano e il caso Padilla si trasforma nella prima battuta di arresto della Rivoluzione, che subisce critiche da parte di intellettuali latinoamericani ed europei. Heberto Padilla è arrestato, insieme alla moglie Belkis Cuza Malé, il 20 marzo del 1971, viene rinchiuso in una cella di due metri per due, dove secondo la sua testimonianza (confermata da Reinaldo Arenas che ha subito simili trattamenti) viene malmenato e torturato con bagni freddi e caldi. Il proposito di Fidel Castro è quello di provocare una ritrattazione, di screditarlo davanti al pubblico e nei confronti dei giovani scrittori cubani che lo ammirano. Per trentasette giorni Padilla è torturato psicologicamente e materialmente, fino al momento in cui accetta di firmare la ritrattazione. Il poeta resta in galera fino al 27 aprile e in quello stesso giorno pronuncia davanti all’UNEAC la famosa autocritica concordata con i carcerieri. L’autocritica di Padilla è scritta con linguaggio da burocrate, per niente letterario e molto stalinista. Basta leggere alcune pagine per capire che il suo discorso non è sincero, perché il poeta mette in discussione tutte le sue precedenti opinioni, persino il valore letterario di Tre tristi tigri e la pochezza narrativa dell’opera di Lisandro Otero. Padilla non ha alternativa che recitare un’autocritica se vuol tornare libero. «Quando a un uomo mettono davanti quattro mitragliatori e lo minacciano di tagliargli le mani se non ritratta, di solito acconsente, anche perché le sue mani sono necessarie per continuare a scrivere», scrive. Reinaldo Arenas paragona la ritrattazione di Padilla al processo subito da Galileo Galilei e a quello del protagonista di 1984 di George Orwell, quando alla fine del romanzo, dopo essere stato sottomesso alle più terribili torture, dichiara di amare il Grande Fratello. Padilla viene scarcerato, ma continua a vivere a Cuba come un fantasma fino al 1980, cancellato dalla vita pubblica e intellettuale, costretto a scrivere di nascosto senza essere pubblicato, praticamente oscurato e messo in condizione di non nuocere. Nel 1980 viene accolta la sua richiesta di espatrio negli Stati Uniti, dopo numerose sollecitazioni da parte di intellettuali europei. […] Da Fuori dal gioco e il caso Padilla, nota introduttiva di Gordiano Lupi a Fuera del juego (testo originale a fronte. Traduzioni e cura di Gordiano Lupi, Edizioni Il Foglio, Piombino - LI, 2013). Heberto Padilla La vita e le opere 30 Nasce a Puerta de Golpe, Pinar del Rio - nell’isola di Cuba -, il 20 gennaio del 1932. Dopo il primo matrimonio con Bertha Hernandez - dal quale ha tre figli: Giselle, Maria e Carlos - si sposa, nel 1972, con la poetessa Belkis Cuza Malé. Nello stesso anno, da questa seconda unione, nasce Ernesto. Sebbene inizialmente appoggi la rivoluzione castrista, a partire dal 1960 comincia a criticare apertamente l’operato del regime. Nel 1971 viene imprigionato. Scoppia così il cosiddetto caso Padilla che lo renderà noto in tutto il mondo. Dopo un processo farsa, è soltanto grazie alla mobilitazione di molti intellettuali e scrittori del tempo (tra questi si ricordano soprattutto Jean-Paul Sarte, Carlos Fuente, Mario Vargas Llosa, Simone De Beauvoir e Alberto Moravia) che viene prima scarcerato e, nel 1980, autorizzato a lasciare il paese natale. Vive quindi lontano da Cuba, in diverse città tra le quali New York e Madrid, per infine stabilirsi a Princeton dove è Fellow al Woodrow Wilson International Center for Scholars. Nel biennio 1999-2000 è Elena Amos Distinguished Scholar in Studi latino americani alla Columbus State University. Muore ad Auburn (Alabama, U.S.A.), il 25 settembre del 2000. Nell’ università di questa cittadina si stava dedicando all’insegnamento. La vita e le opere 31 Heberto Padilla è pressoché sconosciuto in Italia. La sua opera più nota è senza dubbio Fuera del Juego. All’epoca della sua prima pubblicazione a Cuba questo libro ricevette il prestigioso Premio UNEAC. Fuera del juego è stato recentemente pubblicato in Italia (testo originale a fronte. Traduzioni e cura di Gordiano Lupi, Edizioni Il Foglio, Piombino - LI, 2013) ottenendo, nel 2014, il premio speciale della giuria tecnica al Premio Camaiore. *** Opere di poesia • Las rosas audaces (1949) • El justo tiempo humano (1962) • La hora (Cuadernos de Poesía 10, La Tertulia, La Habana, 1964) • Fuera del juego (1966) • Provocaciones (1973) • Poesía y política - Poetry and Politics (antología bilingue - Playor, Madrid / Georgetown University Cuban series, 1974) • El hombre junto al mar (Seix Barral, Barcelona, 1981) • Un puente, una casa de piedra (1998) • Puerta de Golpe (antología a cura di Belkis Cuza Malé - Linden Lane Press, 2013) • Una época para hablar (antología completa della sua opera Luminarias / Letras Cubanas, 2013) Opere di narrativa • El buscavidas (1963) • En mi jardín pastan los héroes (Editorial Argos Vergara, Barcelona, 1981) • La mala memoria (Plaza & Janés, Barcelona, 1989) • Prohibido el gato (parzialmente inedito) La vita e le opere La scelta dei testi di Heberto Padilla che segue è principalmente tratta da Fuera del juego (testo originale a fronte. Traduzioni e cura di Gordiano Lupi, Edizioni Il Foglio, Piombino - LI, 2013) ed è stata curata da Danilo Mandolini. Qui a seguire, il link per l’acquisto del suddetto volume: http://www.amazon.it/Fuera-juego-fuori-gioco-originalefronte/dp/8876064362/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1444319501&sr=8-2&keywords=Heberto+Padilla Seguono, poi, alcune traduzioni inedite dal castigliano all’italiano (sempre a cura di Gordiano Lupi e sempre selezionate da Danilo Mandolini) di poesie da altre tre raccolte di Heberto Padilla. 32 Da Fuera del juego (Fuori dal gioco) Heberto Padilla EN TIEMPOS DIFÍCILES 33 A aquel hombre le pidieron su tiempo para que lo juntara al tiempo de la Historia. Le pidieron las manos, porque para una época dificil nada hay mejor que un par de buenas manos. Le pidieron los ojos que alguna vez tuvieron lágrimas para que contemplara el lado claro (especialmente el lado claro de la vida) porque para el horror basta un ojo de asombro. Le pidieron sus labios resecos y cuarteados para afirmar, para erigir, con cada afirmación, un sueño (el-alto-sueño); le pidieron las piernas, duras y nudosas, (sus viejas piernas andariegas) porque en tiempos dificiles ¿algo hay mejor que un par de piernas para la construccion o la trinchera? Le pidieron el bosque que lo nutrió de niño, con su árbol obediente. Le pidieron el pecho, el corazón, los hombros. Le dijeron que eso era estrictamente necesario. Le explicaron después que toda esta donación resultaría inútil sin entregar la lengua, porque en tiempos difíciles nada es tan útil para atajar el odio o la mentira. Y finalmente le rogaron que, por favor, echase a andar, porque en tiempos difíciles esta es, sin duda, la prueba decisiva. IN TEMPI DIFFICILI Heberto Padilla 34 A quell’uomo gli chiesero il suo tempo perché lo unisse al tempo della storia. Gli chiesero le mani, perché per un’epoca difficile niente è meglio che un paio di buone mani. Gli chiesero gli occhi che qualche volta versarono lacrime perché non contemplasse il lato chiaro (specialmente il lato chiaro della vita) perché per l’orrore basta un occhio stupito. Gli chiesero le sue labbra risecchite e macellate per affermare, per erigere, con ogni affermazione, un sogno (l’alto sogno): gli chiesero le gambe, dure e nodose, (le sue vecchie gambe vagabonde) perché in tempi difficili cosa c’è di meglio che un paio di gambe per la costruzione o la trincea? Gli chiesero il bosco che lo nutrì da bambino, con il suo albero obbediente. Gli chiesero il petto, il cuore, le spalle. Gli dissero che questo era strettamente necessario. Gli spiegarono dopo che tutta questa donazione sarebbe stata inutile senza consegnare la lingua, perché in tempi difficili niente è così utile per fermare l’odio e la menzogna. E finalmente lo pregarono che, per favore, si mettesse a camminare, perché in tempi difficili, questa è, senza dubbio, la prova decisiva. EL DISCURSO DEL MÉTODO Heberto Padilla 35 Si después que termina el bombardeo, andando sobre la hierba que puede crecer lo mismo entre las ruinas que en el sombrero de tu Obispo, eres capaz lo imaginar que no estás viendo lo que se va a plantar irremediablemente delante de tus ojos, o que no estás oyendo lo que tendrás que oír durante mucho tiempo todavía; o (lo que es peor) piensas que será suficiente la astucia o el buen juicio para evitar que un día, al entrar en tu casa, sólo encuentres un sillón destruido, con un montón de libros rotos, yo le aconsejo que corras enseguida, que busques un pasaporte, alguna contraseña, un hijo enclenque, cualquier cosa que puedan justificarte ante una policía por el momento torpe (porque ahora está formada de campesinos y peones) y que te largues de una vez y para siempre. Huye por la escalera del jardín (que no te vea nadie). No cojas nada. No servirán de nada ni un abrigo, ni un guante, ni un apellido, ni un lingote de oro, ni un título borroso. No pierdas tiempo enterrando joyas en las paredes (las van a descubrir de cualquier modo). No te pongas a guardar escrituras en los sótanos (las localizarán después los milicianos). Ten desconfianza de la mejor criada. No le entregues las llaves al chofer, no le confíes la perra al jardinero. No te ilusiones con las noticias de onda corta. Párate ante el espejo más alto de la sala, tranquilamente, y contempla tu vida, y contémplate ahora como eres porque ésta será la última vez. Ya están quitando las barricadas de los parques. Ya los asaltadores del poder están subiendo a la tribuna. Ya el perro, el jardinero, el chofer, la criada están allí aplaudiendo. IL DISCORSO DEL METODO Heberto Padilla 36 Se dopo terminato il bombardamento, camminando sull’erba che può crescere lo stesso tra le rovine come nel cappello del tuo Obispo sei capace di immaginare che non stai vedendo quello che si va a piantare definitivamente davanti ai tuoi occhi, o che non stai udendo quello che dovrai ascoltare ancora per molto tempo o (quel che è peggio) pensi che sarà sufficiente l’astuzia e il buon giudizio per evitare che un giorno, entrando nella tua casa, troverai solo una poltrona distrutta, con un mucchio di libri strappati, io ti consiglio di correre immediatamente, di cercare un passaporto qualche contrassegno un figlio malaticcio, qualunque cosa che possa giustificarti con la polizia per il momento inopportuno (perché ora è composta da contadini e lavoratori alla giornata) e che tu prenda il largo definitivamente e per sempre. Scappa per la scala del giardino (che non ti veda nessuno). Non prendere niente. Non ti servirà niente né un cappotto, né un guanto, né un cognome, né un lingotto d’oro, né un titolo confuso. Non perdere tempo nascondendo gioielli nelle pareti (li scopriranno in qualche modo). Non ti mettere a riporre scritture nelle cantine (le localizzeranno dopo i miliziani). Diffida della miglior servitù. Non consegnare le chiavi all’autista, non affidare la cagna al giardiniere. Non ti illudere con le notizie in onda corta. Mettiti davanti allo specchio più alto della sala, tranquillamente e contempla la tua vita e contemplati ora come sei perché questa sarà l’ultima volta. Adesso stanno togliendo le barricate dai parchi. Adesso gli assaltatori del potere stanno già salendo alla [tribuna. Adesso il cane, il giardiniere, l’autista, la servitù sono lì che applaudono. ORACIÓN PARA EL FIN DE SIGLO Heberto Padilla 37 Nosotros que hemos mirado siempre con ironía e [indulgencia los objetos abigarrados del fin de siglo: las [construcciones y las criaturas trabadas en oscuras levitas. Nosotros para quienes el fin de siglo fue a lo sumo un grabado y una oración francesa. Nosotros que creíamos que al final de cien años sólo [había un pájaro negro que levantaba la cofia de una abuela. Nosotros que hemos visto el derrumbe de los [parlamentos y el culo remendado del liberalismo. Nosotros que aprendimos a desconfiar de los mitos [ilustres y a quienes nos parece absolutamente imposible (inhabitable) una sala de candelabros, una cortina y una silla Luis XV. Nosotros, hijos y nietos ya de terroristas melancólicos y de científicos supersticiosos, que sabemos que en el día de hoy está el error que alguien habrá de condenar mañana. Nosotros, que estamos viviendo los últimos años de este siglo, deambulamos, incapaces de improvisar un movimiento que no haya sido concertado; gesticulamos en un espacio más restringido que el de las líneas de un grabado; nos ponemos las oscuras levitas como si fuéramos a asistir a un parlamento, mientras los candelabros saltan por la cornisa y los pájaros negros rompen la cofia de esta muchacha de voz ronca. ORAZIONE PER LA FINE DEL SECOLO Noi che abbiamo guardato sempre con ironia e indulgenza gli oggetti vistosi di fine secolo: le costruzioni e le creature incastrate in oscure giacchette. Per noi che il fine secolo fu al massimo un’incisione e un’orazione francese. Noi che abbiamo creduto che al termine di cento anni [restasse solo un uccello nero che alzava la cuffia di una nonna. Noi che abbiamo visto il crollo dei parlamenti e il culo rammendato del liberalismo. Noi che abbiamo imparato a non fidarci dei miti illustri e che ci sembra assolutamente impossibile (inabitabile) una sala di candelabri, una tenda e una sedia Luigi XV. Noi, figli e nipoti sia di terroristi malinconici che di scienziati superstiziosi, sappiamo che nel giorno attuale c’è l’errore che qualcuno condannerà domani. Noi, che stiamo vivendo gli ultimi anni di questo secolo vaghiamo, incapaci di improvvisare un movimento che non sia stato organizzato; gesticoliamo in uno spazio più ristretto delle linee di un’incisione; noi mettiamo le giacchette oscure come se ci trovassimo a frequentare un parlamento, mentre i candelabri saltano verso le cornici e gli uccelli neri rompono la cuffia di questa ragazza dalla voce roca. Heberto Padilla 38 LOS POETAS CUBANOS YA NO SUEÑAN I POETI CUBANI NON SOGNANO PIÚ Los poetas cubanos ya no sueñan (ni siquiera en la noche). Van a cerrar la puerta para escribir a solas cuando cruje, de pronto, la madera; el viento los empuja al garete; unas manos los cogen por los hombros, los voltean, los ponen frente a frente a otras caras (hundidas en pantanos, ardiendo en el napalm) y el mundo encima de sus bocas fluye y está obligado el ojo a ver, a ver, a ver. I poeti cubani non sognano più (neppure di notte). Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine quando scricchiola, all’improvviso, il legno: il vento li spinge alla deriva; alcune mani li prendono per le spalle, li rovesciano, li mettono di fronte ad altre facce (affondate nei pantani, bruciando nel napalm) e il mondo sopra le loro bocche scorre e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere. SIEMPRE HE VIVIDO EN CUBA SEMPRE HO VISSUTO A CUBA Yo vivo en Cuba. Siempre he vivido en Cuba. Esos años de vagar por el mundo de que tanto han hablado, son mis mentiras, mis falsificaciones. Porque yo siempre he estado en Cuba. Y es cierto que hubo días de la Revolución en que la Isla pudo estallar entre las olas; pero en los aeropuertos, en los sitios que estuve sentí que me gritaban por mi nombre y al responder ya estaba en esta orilla sudando, andando, en mangas de camisa, ebrio de viento y de follaje, cuando el sol y el mar trepan a las terrazas y cantan su aleluya. Io vivo a Cuba. Sempre ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare per il mondo dei quali tanto hanno parlato, sono mie menzogne, mie falsificazioni. Perché io sempre sono stato a Cuba. Ed è certo che ci furono giorni della Rivoluzione nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde; però negli aeroporti e nei luoghi dove sono stato sentii che mi chiamavano con il mio nome e quando rispondevo io mi trovavo in questa sponda sudando camminando, in maniche di camicia, ebbro di vento e di fogliame, quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze e cantano la loro alleluia. POÉTICA Heberto Padilla Di la verdad. Di, al menos, tu verdad. Y después deja que cualquier cosa ocurra: que te rompan la página querida, que te tumben a pedradas la puerta, que la gente se amontone delante de tu cuerpo como si fueras un prodigio o un muerto. POETICA 39 Dì la verità Dì, almeno, la tua verità. E poi lascia che succeda qualsiasi cosa: che ti strappino la pagina preferita, che ti abbattano la porta a colpi di pietra, che la gente si accalchi davanti al tuo corpo come se tu fossi un prodigio o un morto. LA VUELTA Heberto Padilla 40 Te has despertado por lo menos mil veces buscando la casa en que tus padres te protegían [contra el mal tiempo, buscando el pozo negro donde oías el tropel de las ranas, las tataguas que el viento hacía volar a cada instante. Y ahora que es imposible te pones a gritar en el cuarto vacío cuando hasta el árbol del potrero canta mejor que tú el aria de los años perdidos. Ya eres el personaje que observa, el rencoroso, cogido, irremediable, por lo que ves y mañana te será tan ajeno como hoy le eres a todo cuanto pasó sin que fueras capaz de comprenderlo, y el pozo seguirá cantando lleno de ranas y no podrás oírlas aunque peguen brincos delante de tu oreja; y no sólo tataguas, sino tu propio hijo ya ha comenzado a devorarte y ahora lo estás mirando vestido con tu traje, meando detrás del cementerio, con tu boca y tus ojos y tú como si tal cosa. IL RITORNO Ti sei risvegliato almeno mille volte cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal [mal tempo, cercando il pozzo nero dove ascoltavi la ressa delle rane, le falene che il vento faceva volare a ogni istante. E adesso che è impossibile ti metti a gridare nella stanza vuota quando persino l’albero del campo canta meglio di te l’aria degli anni perduti. Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso, preso, irrimediabile, per quel che vedi e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace di comprenderlo, e il pozzo continuerà cantando pieno di rane e non potrai sentirle anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi; e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio ha già cominciato a divorarti e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito, pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca, i tuoi occhi e tu come se niente fosse. EL ÚNICO POEMA Heberto Padilla 41 Entre la realidad y el imposible se bambolea el único poema. Retenlo con las manos, o con las uñas, o con los ojos (si es que puedes) o la respiración ansiosa. Dótalo, con paciencia, de tu amor (que él vive sólo entre las cosas). Dale rechazos que vencer y otra exigencia mucho mayor que un límite, que un goce. Que te descubra diestro, porque es ágil; con los oídos alertas, porque es sordo; con los ojos muy abiertos, porque es ciego. L’UNICO POEMA Tra la realtà e l’impossibile oscilla l’unico poema. Trattienilo con le mani, o con le unghie, o con gli occhi (se puoi farlo) o la respirazione ansiosa. Dotalo, con pazienza, del tuo amore (che lui vive solo tra le cose). Dagli rifiuti da vincere e altre esigenze molto più grandi di un limite, che un piacere. Che ti scopra abile, perché è agile: con le orecchie aperte, perché è sordo; con gli occhi molto aperti, perché è cieco. FUERA DEL JUEGO A Yannis Ritzos, en una cárcel de Grecia Heberto Padilla 42 ¡Al poeta, despídanlo! Ese no tiene aquí nada que hacer. No entra en el juego. No se entusiasma. No pone en claro su mensaje. No repara siquiera en los milagros. Se pasa el día entero cavilando. Encuentra siempre algo que objetar. ¡A ese tipo, despídanlo! Echen a un lado al aguafiestas, a ese malhumorado del verano, con gafas negras bajo el sol que nace. Siempre le sedujeron las andanzas y las bellas catástrofes del tiempo sin Historia. Es incluso anticuado. Sólo le gusta el viejo Armstrong. Tararea, a lo sumo, una canción de Pete Seeger. Canta, entre dientes, La Guantanamera. Pero no hay quien lo haga abrir la boca, pero no hay quien lo haga sonreír cada vez que comienza el espectáculo y brincan los payasos por la escena; cuando las cacatúas confunden el amor con el terror y está crujiendo el escenario y truenan los metales y los cueros y todo el mundo salta, se inclina, retrocede, sonríe, abre la boca “Pues sí, claro que sí, por supuesto que sí...” Y bailan todos bien, bailan bonito, como les piden que sea el baile. ¡A ese tipo, despídanlo! Ese no tiene aquí nada que hacer. FUORI DAL GIOCO A Yannis Ritzos, in un carcere della Grecia Heberto Padilla 43 Al poeta, congedalo! Lui qui non ha niente da fare. Non entra nel gioco. Non si entusiasma. Non mette in chiaro il suo messaggio. Non si accorge neanche dei miracoli. Trascorre l’intera giornata cavillando. Trova sempre qualcosa da obiettare. A questo tipo, congedalo! Si metta da parte il guastafeste a questo imbronciato dell’estate, con gli occhiali neri sotto il sole che nasce. Sempre lo sedussero le avventure e le belle catastrofi del tempo senza Storia. È perfino antiquato. Soltanto gli piace il vecchio Armstrong. Canticchia, al massimo, una canzone di Pete Seeger. Canta, tra i denti, La Guantanamera. Però non c’è chi gli faccia aprire la bocca, però non c’è chi lo faccia sorridere ogni volta che comincia lo spettacolo e saltano i pagliacci sulla scena; quando le befane confondono l’amore con il terrore e sta scricchiolando il palcoscenico e tuonano i metalli e le pelli e tutti saltano, si china, indietreggia, sorride, apre la bocca “Ebbene sì, chiaro che sì, certo che sì…” E ballano tutti bene, ballano in modo gradevole quando gli chiedono come trova il ballo. A questo tipo, congedalo! Lui qui non ha niente da fare. ESTADO DE SITIO Heberto Padilla ¿Por qué están esos pájaros cantando si el milano y la zorra se han hecho dueños de la situación y están pidiendo silencio? Muy pronto el guardabosques tendrá que darse cuenta, pero será muy tarde. Los niños no supieron mantener el secreto de sus padres y el sitio en que se ocultaba la familia fue descubierto en menos de lo que canta un gallo. Dichosos los que miran como piedras, más elocuentes que una piedra, porque la época es terrible. La vida hay que vivirla en los refugios, debajo de la tierra. Las insignias más bellas que dibujamos en los cuadernos escolares siempre conducen a la muerte. Y el coraje, ¿qué es sin una ametralladora? STATO DI ASSEDIO 44 Perché quei passeri stanno cantando se il nibbio e la volpe sono diventati padroni della situazione e stanno chiedendo il silenzio? Molto presto il guardaboschi dovrà rendersene conto ma sarà troppo tardi. I bambini non seppero conservare il segreto dei loro padri e il posto dove si nascondeva la famiglia fu scoperto in minor tempo del canto di un gallo. Felici coloro che osservano come pietre, più eloquenti di una pietra, perché l’epoca è terribile. La vita va vissuta nei rifugi, sotto terra. Le insegne più belle che disegniamo nei quaderni scolastici sempre conducono alla morte. E il coraggio, cos’è senza una mitragliatrice? CANTAN LOS NUEVOS CÉSARES Heberto Padilla 45 Nosotros seguimos construyendo el Imperio. Es difícil construir un imperio cuando se anhela toda la inocencia del mundo. Pero da gusto construirlo con esta lealtad y esta unidad política con que lo estamos construyendo nosotros. Hemos abierto casas para los dictadores y para sus ministros, avenidas para llenarlas de fanfarrias en la noche de las celebraciones, establos para las bestias de carga, y promulgamos leyes más espontáneas que verdugos, y ya hasta nos conmueve ese sonido que hace la campanilla de la puerta donde vino a [instalarse el prestamista. Todavía lo estamos construyendo con todas las de la ley con su obispo y su puta y por supuesto muchos [policías. CANTANO I NUOVI CESARI Noi continuiamo a costruire l’Impero. È difficile costruire un impero quando si brama tutta l’innocenza del mondo. Però fa piacere costruirlo con questa lealtà e questa unità politica con cui noi lo stiamo costruendo. Abbiamo aperto case per i dittatori e per i loro ministri, strade per riempirle di fanfaronate nella notte delle celebrazioni, stalle per le bestie da soma, e promulghiamo leggi più spontanee che germogli, e adesso persino ci commuove quel suono che fa la campanella della porta dove è venuto a [insediarsi l’usuraio. Tuttavia lo stiamo costruendo con tutte le cose della legge, con il suo arcivescovo, la sua puttana e certamente [con molta polizia. Da EL ABEDUL DE HIERRO (LA BETULLA DI FERRO) Heberto Padilla PARA ESCRIBIR EN EL ÁLBUM DE UN TIRANO Protégete de los vacilantes, porque un día sabrán lo que no quieren. Protégete de los balbucientes, de Juan-el-gago, Pedro-el-mudo, porque descubrirán un día su voz fuerte. Protégete de los tímidos y los apabullados, porque un día dejarán de ponerse de pie cuando [entres. DA SCRIVERE NELL’ALBUM DI UN TIRANNO Guardati dai titubanti, perché un giorno sapranno quello che non [vogliono. 46 Guardati dai balbuzienti, da Juan tartaglia, Pedro il muto, perché un giorno scopriranno la loro voce forte. Guardati dai timidi e dagli umili, perché un giorno smetteranno di alzarsi in piedi [quando entri. NO FUE UN POETA DEL PORVENIR Heberto Padilla 47 Dirás un día: él no tuvo visiones que puedan añadirse a la [posteridad. No poseyó el talento de un profeta. No encontró esfinges que interrogar ni hechiceras que leyeran en la mano de su [muchacha el terror con que oían las noticias y los partes de guerra. Definitivamente él no fue un poeta del porvenir. Habló mucho de los tiempos difíciles y analizó las ruinas, pero no fue capaz de apuntalarlas. Siempre anduvo con ceniza en los hombros. No develó ni siquiera un misterio. No fue la primera ni la última figura de un [cuadrivio. Octavio Paz ya nunca se ocupará de él. No será ni un ejemplo de los ensayos de Retamar. Ni Alomá ni Rodríguez Rivera ni Wichy el pelirrojo se ocuparán de él. La Estilística tampoco se ocupará de él. No hubo nada extralógico en su lengua. Envejeció de claridad. Fue más directo que un objeto. NON FU UN POETA DEL FUTURO Diranno un giorno: lui non ebbe visioni che possano essere trasmesse ai [posteri. Non possedette il talento di un profeta. Non incontrò sfingi da interrogare né accettò che leggessero nella mano della sua [ragazza il terrore con cui sentivano le notizie e i bollettini di guerra. Decisamente lui non fu un poeta del futuro. Parlò molto dei tempi difficili e analizzò le rovine, ma non fu capace di sostenerle. Andò sempre con la cenere sulle spalle. Non svelò neppure un mistero. Non fu né la prima né l’ultima figura di un [quadrivio. Octavio Paz non si occuperà mai di lui. Non sarà neppure un esempio per i saggi di [Retamar. Neppure Alomá e Rodríguez Rivera, né Wichy il pellerossa si occuperanno di lui. Nemmeno la Stilistica si occuperà di lui. Non ci fu niente di extralogico nella sua lingua. Invecchiò con chiarezza. Fu più diretto di un obiettivo. Da El justo tiempo humano - 1962 (Il giusto tempo umano) Heberto Padilla Puerta de Golpe Mi raccontava mia madre che quel paese correva come un bambino fino a perdersi: che era come un incenso quella voglia di fuggire e di far tremare le ossa sino al pianto; che lei finì per abbandonarlo, perduto tra i treni e i pioppi, incastonato sempre tra la luce e il vento. 48 Genitori e figli I Heberto Padilla 49 E nuovamente in sogno la porta si apre. Il vento ravviva le cose abbattute, avvilite. Io entro, perlustro invisibile case disperate della mia fanciullezza, della mia innocenza. che non colpisce. Madre, ti sei messa quel cappello, quella pamela che m’illumina come un astro feroce. Padre, tu ci riservi questa età senza pace. Da ogni cortile albero, paese siamo partiti. Passammo appena Tra i vari volti e partimmo. Non indugiammo nella felicità. Nella stazione dei treni, tra i contadini e i pioppi, come ci addolora la nostalgia e l’addio proferito con rabbia mentre ci osserva imperturbabile l’omino costante della miseria! II Mia sorella ha gli occhi fissi sui treni che ci conducono a un altro paese. (i codici si fecero per questi sussulti, gli scaffali si fecero per questi sussulti.) Mio fratello canta (è il minore); può, persino, saltare come una pietra leggera. Lui è l’unica voce È l’alba. Sto piangendo. Io so che in un’altra stanza guaiscono per me, i miei cani, i miei cani lontani. Per voi non c’è stato neppure il tempo del riscatto. È la fretta di ogni estate. Sudiamo, ansimanti, nei letti, e loro discutono di miseria, loro tramano la felicità come un’ombra clandestina. E quell’uomo nero che ancora si alza in certe notti, lo invento io, oppure è vero che ha serrato le sue dita intorno alla coppa allucinante, proprio quando un assente parla con la sua voce? Cosa decifra? Heberto Padilla Cosa ci dice? Cosa ordina? Perché cominciano a tremare il volto di mio fratello, le labbra di mia sorella, la triste aspettativa dei miei genitori, d’un tratto estranei? III 50 Sotto l’albero delle güiras, vicino alle radici, sta gridando il male. Nominalo, cacatua dal becco di ferro. Strappalo, totí; fai artigli delle tue unghie e vola; sei tu l’unica ombra della mia infanzia. Distruggilo, civetta; un occhio tuo allontani ciò che sotterrano quelle mani crudeli. Travolgilo, zebù, con quei corni fino a quando non suonerà con passione la musica che produca la mia pace. Scaccialo, nasturzio, yerbabuena, uccello del diavolo, uccello del paradiso, uccello cieco del mondo, uccello dei miei nonni nella pianura castigliana; oh, madre - acqua nel bifocale del pozzo dove richiamano i folletti; si affiggano le conchiglie; pianta di güiras, privati del piacere; lasciaci vivere, lasciaci vivere, lasciaci vivere! IV Padre, nudo vai come la morte. Tremano le ossa del tuo volto. Vedo nel vapore ardente della notte, le tue mani strappare radici, le tue dita esplorare, solitarie. E la luna così livida, i miei fratelli, i miei occhi ti videro; eri già un chiaro spavento nella memoria. V Dio mio, abbi pietà dell’errante perché nell’errante c’è il dolore. Saltimbanchi, viaggiatori, vagabondi, addio. Il mio amore vi accompagna; siede alle vostre tavole, mangia con le vostre labbra secche d’ardore, di sete. Dategli un posto nel magro zaino, un suono di passi nelle scarpe. Baciateli, madre, e che procedano. Fratello mio, abbracciali, che procedano. Sorella mia, alloggia nei loro letti, freddi, quel corpo giovane e dai un senso al tuo tremore. Padre mio, fiamma mia, ponte tra la mia angoscia e la mia pietà; guarda questa bocca nominare ormai per sempre differente, guarda questa sete errante, questa insaziabile sete che alimenta le mie viscere ogni notte. All’alba bisogna partire! Heberto Padilla Esilio Madre, tutto è cambiato. Persino l’autunno è un vento disastrato che abbatte il boschetto. Ormai niente ci protegge contro l’acqua e la notte. Tutto è cambiato ormai. Il bruciare del vento entra nei miei occhi e nei tuoi, e quel bimbo che sentivi correre dalla sala oscura più non ride. 51 Adesso tutto è cambiato. Apri porte e armadi perché esploda lontano quell’infanzia bastonata nell’aria nebbiosa; perché mai veda il vecchio e sassoso cammino delle mie mani, perché non senta percorrere le strade di questo mondo né scopra la casa vuota di foglie e di uomini dove le stesse cose di ieri continuano a cercare solitudini, desideri. Nella tomba di Dylan Thomas Un posto dove coricarsi e niente più: il tempo ora lo fa marcire. Non c’è l’aspro aroma nei venti dei boschi del Galles e quando è il momento di ascoltare la sua canzone è il singhiozzo quel che si ode attraverso la casa innevata. Un posto soltanto per coricarsi e niente più: il tempo eterno che lo faccia [marcire. Me ne andavo per la Grecia Heberto Padilla Me ne andavo per la Grecia e in tutto credevo di sentire l’impronta di Kavafis. Coperta dalla pioggia, colorata da una terra scura, com’era strana e solitaria Alessandria nella memoria! Al tempio abbandonato, alla città perduta, ai miti, al muro, come poté Kavafis strappare il segno della vita? Sul treno del ritorno, quando rientravo da altre rovine, stava il campo muto e il bosco ingiallito sempre alla fine della strada; ma non mi fermai davanti a quell’albero scuro che vidi passando, che entrò dalla mia finestra, che ancora pone nelle mie carte una lanugine assetata, che ancora veglia sul mio amore come un disastro. 52 Alla corte di Luigi XVI Una finestra contro il vento è la notte e i rapidi segni dell’aria nella negritudine, rivelano le insegne, la stamigna e l’abito. Oh, rinchiudete i bambini che vanno a suonare la mezzanotte! Tappateli gli orecchi, sopprimete la scena! Nel suo letto di feltro il poeta frondoso arde, infervorato dalle nuove disposizioni: “Per il poeta ammesso, tre statue, una taverna nel sud Italia, e tutti i viaggi…” Da El hombre junto al mar - 1981 (L’uomo vicino al mare) Heberto Padilla 53 Tra marzo e aprile sta il mio mese più crudele Tra marzo e aprile sta il mio mese più crudele. Stretto alle tue braccia splende felice il più tenero e selvaggio. Ti dissi: queste devono essere le braccia dell’amore. Misi i tuoi occhi e le tue labbra aperte sotto le mie e cademmo cantando nel sofà. Fu l’ultima volta che ci potemmo amare senza sussulti. E al posto dei libri fiori e un incantesimo calcareo sulla parete con macchie e la schiuma dei mobili di vimini sfiorando la tua aureola aprendo ventagli di fuoco lanciafiamme e un cielo e una costellazione che ingigantiscono cosce o vulve immortali e il mio orecchio nel tuo ventre dove pulsa un nuovo cuore e nelle tue interiora adesso sei incinta nell’apertura esigua d’ogni poro l’eterno desiderio l’unica scrittura degna dei nostri nomi e il ritratto di Marx insieme a quello dei nostri genitori implorando che strappassimo dal mondo la tristezza. Ci alzammo ci vestimmo strappammo dal mondo la tristezza sorridemmo ti sedesti al mio fianco mi guardasti e io schietto e logico ti gridai fuoco mio, scurito dalla vita lauro invulnerabile tocco ansimo godo. Qualcosa di simile ti dissi o ti gridai con l’orrore che potessero finire all’improvviso le parole. E proseguivamo nudi corpi sotto i pantaloni d’un vestito di lana Heberto Padilla 54 tutti tremanti nudi. Nessuno a parte tu potrebbe piegarsi alla modulazione pressante dei miei giorni ti dissi in realtà volevo sussurrarti miei anni ma questo ti rallegrò e ti addormentasti protetta fiduciosa i libri e i vestiti per terra. Quando dormi sembri soffocare o soffrire. Mi fai paura. Ero proprio io e tu mi scoprivi spaventata dalla mia respirazione. Di modo che attesi che dormissi per molto tempo perché nessuno potesse svegliarti mai niente e nessuno animali del secolo lanciati nudi e il mondo tra i due o una faccia del mondo? Ma quale? Dopo furono scarpe rozze affrettate non nell’erba nel suolo nella penombra nell’alba io mi vestivo assonnato udendo non la tua respirazione ma l’ordine il più umano spogliandomi dopo in altro luogo udibile dalle voci tornato a vestire con una tela color della terra un effetto semplice in una sinfonia. Avanti procede la più umana delle voci. Intermittenti ululati. Io scendo e salgo le scale color della tela. Porte che si aprono e si chiudono tra marzo e aprile un colpo di metallo sul metallo una faccia del mondo. Ma quale? Un mese nascosto tra altri due. Il più crudele? Il più fedele? E la parete scarabocchiata in punta di cucchiaio nomi date commiati pezzi di orazioni. Il letto è color terra come la tela. Anche il tetto e la latrina sono molto oscuri color della tela. Colui che ritorna alle regioni chiare Heberto Padilla 55 Già dissi addio alle case brumose situate al margine dei valichi come il mucchio di fieno nella pittura fiamminga, e addio anche alle donne che più volte mi commossero - soprattutto quelle dagli occhi color di malachite -, e le slitte restarono appese come gronde inservibili alle finestre che da ieri sono chiuse. Perché il sole mi ha curato. Non vivo del ricordo di nessuna donna, né ci sono paesi che possono vivere nella mia memoria con più intensità di questo corpo che riposa al mio fianco. Il posto - inoltre - dove meglio può restare un uomo è nel suo cortile, nella sua casa, senza persone malinconiche che minaccino nelle comodità la carne atroce degli incubi. Un nuovo giorno entra dalla finestra - un’esplosione tropicale lo specchio della stanza moltiplica il suo splendore. Io sono nudo accanto alla mia donna nuda, racchiusi in questa luce d’acquario; ma questo che fugge attraverso lo specchio, con sciarpa e cappotto, sotto le scale; colui che saluta in gran fretta la portiera ed entra in una sala da pranzo strapiena e si siede a osservare la facciata d’una stazione di treni che l’inverno divora con la sua pioggia putrida come un letamaio, è il mio ultimo miraggio che già ha curato il sole, l’ultimo sintomo di quella malattia, fortunatamente transitoria. A Belkis quando dipinge Heberto Padilla 56 Quando dipinge china la testa sempre verso lo stesso lato perché i colori raggiungano - dice lei le strutture più allegre e fedeli. Non sa che io la osservo e la trasfiguro. I suoi capelli sono lunghi e lisci e io compongo trecce a mio gusto, sono neri e li arrossisco fino a farli ardere come una bruciatura, sollevo le sue mani dal disegno e le rendo partecipi delle fiamme. Mi piace immaginarla da ogni parte presenza spettrale occupare l’intera mappa convulsa delle mie poesie. Per esempio: vestita con un maglione di Cachemire. Per esempio: nuda sulla riva d’una spiaggia gialla come il telaio crepitante di Van Gogh. Per esempio: in canoa cercando la magnolia d’Isolda per le nostre feste nuziali. Per esempio: cantando lei e la solitudine lei e il ragno sul tetto, lei e i drappeggi floridi dei suoi capelli; allegra e spettinata come una regina oziosa, in verde, in rosso in malva insieme a me, nel suo angolo oscuro da chiromante, con la mia mano nella sua mano risolvendo indovinelli ostici contro i malfattori. Lei da ogni parte, con la sua testa nera che arde tra i fumi nella punta della mia pipa di corallo. (I versi in corsivo sono di Belkis Cuza Malé) Omaggio Heberto Padilla mio nonno assicurava con veemenza (il vecchio era spagnolo) che avrebbe fatto produrre le sue pergole di cherry e avrebbe ottenuto uva passa. lo ricordo molto bene smuovere la terra pulire il tronco a ogni ora osservare con occhi languidi e acquosi era un illuso e i pergolati nonostante tutto crebbero il vento li faceva respirare come un petto ma la pergola di cherry non dava frutti bianchi e neri la concimarono i cani mai orinarono sul suo tronco mio nonno sembrava un combattente conquistatore gridava le sue istruzioni come a bordo della Santa Maria allora la casa era una nave una foglia nuova o un fiore era come quando appare un uccello ma la pergola di cherry non dava frutti 57 io ho visto uomini lottare io ho visto come schizza la scintilla del piccone nella cava senza perforare la pietra mio nonno era quel piccone la pergola era quella pietra vent’anni dopo non c’è niente di strano che un nipote rancoroso scriva quest’omaggio non al nonno ma alla pergola disubbidiente che l’ostinato vecchio isolano non riuscì a far fruttare. Da Una fuente, una casa de piedra - 1991 (Una fonte, una casa di pietra) Heberto Padilla 58 Ricordo di Wallace Stevens Adesso sta ribollendo il mare, e se potessi stare accanto a me so che diresti che arde solo l’immagine. In una lingua per cui è difetto l’astrazione tu affermasti l’astrazione dei mondi soleggiati quasi impossibili da afferrare. Ho visto i giardini disfatti, i residui della flora distrutta. C’è altro, un ordine che avvolge questo paesaggio in cui l’albero è traccia dell’assioma dell’albero. Trittico senza verdura, linee pietrificate, acque che riecheggiano, che domandano, e la sola risposta è la collina di roccia sommersa, il rottame nella sabbia, il gluglù dell’ombra. Le navi sono partite, subito si trasformano in una matematica senza brio, in numeri d’aria, proprio come i parasole ritardatari. Nessun fantasma discute qui con le intemperie. Nessun corpo di luce si scioglie nel mare meglio che nella tua poesia. Se qualcuno ha parlato con la lingua dei sopravvissuti sei stata tu che hai fuso le felci innevate del New Hampshire con la vibrante vastità del sud. Non sei l’ospite indesiderabile che ci fa uscire dai gangheri ma la forma dell’oceano, il fremito d’un’onda che diventa tale nella parola. Palmer Square Heberto Padilla 59 Più d’una volta qui parcheggiò la carrozza con il suo cavallo nero la vecchia mano tirava le redini e il fango si schiudeva in Nassau Streeet. Woodrow Wilson lo vide e persino sentì nei suoi stivali il rumore di legno della carrozza mentre passeggiava, l’immortale. L’aria si riempiva del fumo acre delle pipe e delle teiere. I colpi dei picconi e dei martelli sistemavano i lati e le basi delle facoltà. I giovani ben riparati entravano e uscivano dalle aule, mentre i costruttori italiani continuavano a collocare le pietre. La prima fu una pietra, un cornicione fino a lasciar intatto Whinterspoon Hall. Tutto questo portano sulle spalle gli squallidi e vecchi calciatori della classe 1926 che divorano il pranzo di mezzogiorno. Palmer Square li lascia deambulare Con i loro vestiti azzurri e i loro berretti, con le medaglie, i bastoni e le loro morti. Il cavallino e il cavallerizzo dell’antico murale di Rockwell galoppano insieme a loro come nell’adolescenza attraversando le strade e i sogni. Heberto Padilla 60 Il cimitero di Princeton Un paese può essere il felice incontro di molti esseri, ma è anche una verifica costante della morte. All’improvviso s’illumina una casa, si agitano le persiane, si ode il rumore di qualcuno che sale in fretta una scala, e lì abbiamo un’altra vittima, un’algebra vuota. Le lapidi irregolari convivono qui con le nostre giornate. L’orario delle nostre vite salta su quest’erba rada dove un rastrello toglie le foglie caduche. Niente di tutto questo provocherà l’insonnia. La nostra vigilia è solo scontro di ansia e fallimento. Neppure il giovane becchino, né colui che maneggia la falciatrice, distratto, accanto alle tombe si sentono i guardiani di questi morti. Oh Dio, dicci dove, perché. Non c’è solo un mercoledì’ delle ceneri nella nostra vita. Verso quel camposanto tutti procedono con la stessa paura, gli stessi occhi, lo stesso passo. Gordiano Lupi È nato a Piombino nel 1960. Collabora con “Futuro Europa”, “Inkroci”, “La Folla del XXI Secolo”, “La Linea dell’Occhio” e altre riviste. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz, Felix Luis Viera, Heberto Padilla e Guillermo Cabrera Infante [di cui La ninfa incostante (Sur, 2012) è tra i suoi lavori più recenti]. Tra i molti libri pubblicati si ricordano: Nero Tropicale, Cuba Magica, Un’isola a passo di son - Viaggio nel mondo della musica cubana, Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, Almeno il pane Fidel, Mi Cuba, Fellini - A cinema greatmaster, Velina o calciatore, altro che scrittore!, Fidel Castro - Biografia non autorizzata, Fame - Una terribile eredità, Storia del cinema horror italiano in cinque volumi, Soprassediamo! - Franco & Ciccio Story. Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino è il suo romanzo presentato, nel 2014, al Premio Strega. Con la fine del 2015 sono usciti il romanzo breve Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano e un testo di cinema: Gloria Guida, il sogno biondo di una generazione. Divina creatura - Il cinema di Laura Antonelli, invece - un altro testo di cinema -, è previsto in uscita nel 2016. 61 Blog di cinema: “La Cineteca di Caino” (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Blog di cultura cubana e letteratura: “Ser Cultos para ser libres” (http://gordianol.blogspot.it/). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: [email protected]. Vittorio Sereni http://www.famigliacristiana.it/articolo/sereni.aspx Patrizia Cavalli Riletture Firmum rappresenta, nella bio-bibliografia di Luigi Di Ruscio, un punto di passaggio fondamentale - di svolta, verrebbe da dire - dato alle stampe, forse per pura casualità, proprio nell’ultimo anno del “secolo grande” della letteratura italiana e del secondo millennio. Si tratta di un volume, quello di cui si sta qui trattando, che attraversa un arco temporale - in generale e relativamente alla produzione in versi dello scrittore fermano - davvero rilevante. In Firmum sono infatti raccolti molti dei testi scritti nei quasi cinquant’anni che vanno dal 1953 a, appunto, il 1999 e tratti dalle raccolte di versi considerate ancora oggi come tra le più importanti del nostro. Non si può non aggiungere, poi, che Firmum pare indubbiamente significare anche quel momento di riflessione cruciale sul passato che ogni scrittore prima o poi vive, quell’occasione utile ad approntare un bilancio del proprio lavoro e necessaria a determinare il giusto slancio per continuare a scrivere. Con Firmum, Di Ruscio sembra proprio aver svolto l’azione appena descritta. Dal libro uscito per l’anconetana peQuod nel 1999 Di Ruscio pare davvero aver trovato lo slancio per affrontare lo splendido “volo creativo” del suo ultimo decennio e poco più di vita, quello slancio grazie al quale ha raggiunto le vette più alte, soprattutto in prosa, della sua produzione letteraria e, conseguentemente, la giusta attenzione della critica e del pubblico. La scelta dei testi di Luigi Di Ruscio e dei contributi di Massimo Raffaeli, Franco Fortini e Salvatore Quasimodo che segue è tratta da Firmum (peQuod, Ancona, 1999) ed è stata curata da Danilo Mandolini. Luigi Di Ruscio Firmum Firmum Luigi Di Ruscio La vita e le opere 62 Nasce a Fermo il 27 gennaio del 1930. Svolge diversi mestieri e da autodidatta studia, tra gli altri, i classici americani, francesi e russi, la filosofia greca, le saghe della mitologia nordica e l’opera di Benedetto Croce. Nel 1957 emigra in Norvegia, stabilendosi ad Oslo. Qui lavora per trentasette anni come operaio metallurgico, sposa Mary Sandberg e con lei ha quattro figli. Collabora con lavori poetici ed interventi in prosa a varie riviste e testate giornalistiche ("Momenti", “Il Contemporaneo”, "Realismo lirico", “Ombre rosse”, “Alfabeta”, “Il manifesto” e “Azimut”). Oltre a Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Giancarlo Majorino ed Antonio Porta, che introducono quattro delle sue opere, molti sono i critici e gli scrittori che si sono occupati del suo lavoro. Tra questi si segnalano: Silvia Ballestra, Aldo Capasso, Biagio Cepollaro, Andrea Cortellessa, Eugenio De Signoribus, Giorgio Falco, Enrico Falqui, Angelo Ferracuti, Massimo Gezzi, Francesco Leonetti, Walter Pedullà, Massimo Raffaeli, Roberto Roversi, Flavio Santi, Sebastiano Vassalli, Stefano Verdino, Paolo Volponi ed Emanuele Zinato. Muore nella capitale norvegese, dov’è sepolto, il 23 febbraio del 2011. La vita e le opere 63 • Non possiamo abituarci a morire (prefazione di Franco Fortini, Schwarz, Milano, 1953) • Le streghe s'arrotano le dentiere (prefazione di Salvatore Quasimodo, Marotta, Napoli, 1966) • Apprendistati (Bagaloni, Ancona, 1978) • Istruzioni per l'uso della repressione (presentazione di Giancarlo Majorino, Savelli, Roma, 1980) • Epigramma (Valore d'uso, Roma, 1982) • Enunciati (presentazione di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell'arancio, Grottammare - AP, 1993) • Palmiro (presentazione di Antonio Porta, Il Lavoro Editoriale, Ancona 1986; poi Baldini e Castoldi, Milano, 1996) • Firmum (peQuod, Ancona, 1999) • L'ultima raccolta (prefazione di Francesco Leonetti, Manni, Lecce, 2002) • Le mitologie di Mary (LietoColle, Foloppio - CO, 2004) • Poesie Operaie (prefazione di Angelo Ferracuti, postfazione di Massimo Raffaeli, EDIESSE, Roma, 2007) • L'Allucinazione (Cattedrale, Ancona, 2007) •L'Iddio ridente (prefazione di Stefano Verdino, editrice Zona, Arezzo, 2008) • Cristi Polverizzati (presentazione di Andrea Cortellessa, contributi di Angelo Ferracuti ed Emanuele Zinato, Le Lettere, Roma, 2009) • La neve nera di Oslo (prefazione di Angelo Ferracuti, EDIESSE, Roma, 2010) • Palmiro (a cura di Massimo Raffaeli, EDIESSE, Roma, 2011) • Romanzi (a cura di Andrea Cortellessa ed Angelo Ferracuti, Feltrinelli, Milano, 2014) Da Firmum 1953 - 1999 Luigi Di Ruscio Voi che da mille anni Portate i mali del mondo E ne ridete E ne morite Franco Fortini *** 7 64 Raccolgono la neve con le mani coperte di sangue guasto la mettono sulla bocca per tutti i gelati che quest’estate non hanno avuto montano su pezzi di legno e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto e sarà giorno di festa anche per loro fuori delle case con le vesti bucate le scarpe sfondate mentre la neve fascia di gelo le case in questa vostra terra dove Dio ci ha fatto bastardi. 12 Luigi Di Ruscio La pensione da impiegato comunale è di ottomila ogni due mesi quarant’anni di fatica per pane e cacio grattugiato per imparare a stendere la mano per morire solo oppure finire al ricovero dei vecchi ubbidire a bacchetta la madre superiora alzarsi presto imparare a pulirsi l’anima per avere sempre il pasto abbondante e morire in un posto fatto per i vecchi perché crepino senza dare fastidio. 14 65 È quella che canta la tristezza della strada suo marito è in Francia e non fa sapere più nulla e lei e la figlia vivono degli uomini che vengono la notte. E il suo canto è come la strada stridulo e stonato è come il vapore che esala dai tetti dopo la pioggia. Dice a tutti qual è la sua arte e a volte lo grida ridendo con l’amaro delle donne. 25 Luigi Di Ruscio la campagna era tanto assetata che c’era rimasto il grillo a cantare l’arsura eccola la chiesa dei santi immacolati e piazzate vicino all’altissimo le ragazze con le scarpette con i tacchi alti fasci di raggi di sole rischiaravano le facce annerite e dei santi spadati i rigonfiamenti dei sessi nei loro umidori e la messa bene cantata si trasformava come niente fosse in una festa amorosa cade improvvisamente dalle mani del prete la particola sacra e il prete si trasforma in un santo sbalordito a cui Iddio ha fatto vedere uno squarcio d’inferno 31 66 canta canzoni di chiesa o d’amore e se gli dicono di smetterla canta più forte urlati segnali della ritirata o del silenzio la calce viene sbattuta sul muro al ritmo delle canzoni e risparmiare per l’inverno quando ci sarà infinito tempo per mirare la carta decisiva mani e carte incrociate che si dilatano oltre le figure oltre i bar oltre la piazza 39 Luigi Di Ruscio il colpo di martello che spezza il mattone o il verso allucinato che smaglia guardare la cosa mentre ci accieca l’improvviso bagliore della fiamma ossidrica o quello che cadde nella vasca della calce viva scavata la fossa scaricate le pietre cotte poi con l’acqua tutto ribolliva e fumava il ribollire delle pietre cotte fu l’ultima cosa che vide 48 67 avrai creduto che se tu fossi caduto più in basso non avresti più avuto il coraggio d’ammazzarti avevi fortuna con le donne sapevi ridere benissimo morto aspettando la morte sulle rotaie stanco di ridere stanco di scoprire i denti schiantato come un albero tagliate le radici non si è più rialzato i semi piumati continueranno a crescere e a covare e siamo soli non come cristus che aveva un padre che era Iddio noi siamo soli e siamo uomini con il terrore di divenire tanto miserabili da non avere più il coraggio d’ammazzarci 51 Luigi Di Ruscio si accorgeva che doveva parlare e per parlare doveva smettere di fumare parlava chi ascoltava faceva sorrisetti smetteva di parlare e si rimetteva a fumare scrivere è facile parlare è impossibile riesce in un certo controllo solo su quello che scrive tutto il resto diventa incontrollabile e insostenibile un leggero sorriso giocava sulle sue labbra che esprimeva la paura più che la gioia guardava gli altri dal basso sembrava che stesse sempre a chiedere scusa come se si aspettasse uno schiaffo da un momento all’altro 62 68 nel vicolo delle vergini nei deliri delle febbri dell’infanzia vi rotolavano le botti e le botti percotevano le mura trinciava l’infittita erba murana e qui ritornavo per i libri che m’imprestavi e per mostrarti i miei versi che uscivano in maree costanti versi che prendevano i rifiuti che si ammucchiavano alla coscienza per tuffarli negli sprofondi infiniti di questa corta vita e le mie letture erano frenetiche come avessero dovuto saziare una fame lungamente portata appresso certo potrò ancora ritornare a guardare una serie di archi che si susseguono del bottaro non è rimasta traccia solo nella memoria rimbombano i colpi 73 Luigi Di Ruscio il nazionalista cattolico spiegava con denti pieni di ferocia che il fronte guerriero è un altare dove in continuità s’immolano poveri cristi un iddio non come luce ma come una esplosione di tenebre e se fanno passare uno scemo per un genio tutti gli scemi si credono geni e pochi che non sono scemi faranno del tutto per adeguarsi allo scemo nazionale 75 l’utopia era la liberazione di questi cristi risucchiati dall’orrore su una lotta che durerà per una eternità di tempi nell’ultime cellule rimaste vive la volontà di resistenza sarà sempre più cieca e totale più la sopravvivenza diventa improbabile e maggiormente verranno lanciati messaggi disperati verso tutte le direzioni 89 69 ovunque l’ultimo per questa razza orribile di primi ultimo nella sua terra a mille lire a giornata ultimo in questa nuova terra per la sua voce italiana ultimo ad odiare e l’odio di quest’uomo marca tutto schiodato e crocifisso ogni ora dannato per un mondo di dannati 109 Luigi Di Ruscio quando si accorse per la prima volta che la notte era su tutte le cose era terrorizzato nel vedere le tenebre su tutte le cose oppure quando Adrian mi ha domandato se era vero che se moriva lo avrebbero rinchiuso dentro una cassa da morto oppure quando improvvisamente si sveglia perché sono entrati nel sonno a terrorizzarlo oppure quando mi viene improvvisamente incontro ed ho l’impressione di vedere me stesso che mi viene incontro ed è tutto prima del linguaggio più chiara e precisa è la sensazione più incerto e balbettante il verso il compito è impossibile come descrivere la propria agonia 122 70 il pianeta è nella sua splendente chiarezza il periodo dell’oscurità sta per precipitare verso la fine vedremo il sole spostarsi verso la costellazione del capricorno vedremo l’asteroide passare tra l’orgoglio dei pianeti l’asteroide passerà tra i pianeti morti a precipizio la gioia in tutta questa disperazione gli sprofondi infiniti con le lucciole nelle loro palpitazioni essere il meno possibile lasciare orme di uccelli sulla neve orme d’uccelli nell’aria leggeri nelle leggerezze uccellari in questo mondo tremante ora che termina la moltiplicazione dell’erba e delle rane l’acqua (in questo mondo la moltiplicazione) l’acqua Contributi critici Luigi Di Ruscio Dal risvolto di copertina di Firmum, a cura di Massimo Raffaeli È un fatto eccezionale, in tempi di minimalismo lirico, imbattersi nell’opera di un poeta prepotentemente epico, cioè fino in fondo radicato in una condizione di classe, vincolato con la sua parola ad una dimensione comunitaria. L’orizzonte di Luigi Di Ruscio è da sempre la polis, il luogo da cui si parla (Fermo o Oslo, non importa), è la parte degli ultimi, degli sfruttati e cancellati dalla storia. Lì scopre ogni volta che la parola può essere testamento e arma, punto di svincolo dalle leggi di Capitale e Mercato, dalla normalità omicida dell’economia politica. Per questo i suoi versi sono percussivi, trascinanti, persino fisicamente gioiosi, pure se, come è detto in conclusione della presente raccolta, “il tutto risulterà una variante della stessa angoscia”. Ma una variante di continuo incandescente. Associando nel titolo l’idea dell’intransigenza e l’etimologia di un’origine geografica, Firmum è il libro di una lunga traversata, un diagramma mobilissimo che dal dopoguerra (anni di derelizione e tuttavia di grandi aspettative) sfonda le pareti opache ed insonorizzate dell’oggi, ormai dentro al tempo della globalizzazione e del cosiddetto pensiero unico: lo compongono i testi d’esordio (Non possiamo abituarci a morire, del ‘53, ridisposti secondo cronologia) e a seguire di Le streghe s’arrotano le dentiere (del ‘66, liberamente riscritti), insieme con altri dell’ultimo decennio, parecchi dei quali provenienti da Enunciati (‘93)… […] *** Dalla prefazione di Franco Fortini a Non possiamo abituarci a morire (inserita a seguire i testi di Firmum) 71 …il loro populismo [dei versi di Non possiamo abituarci a morire] non è già la prova di un ritardo culturale del loro autore bensì di un ritardo obiettivo della nostra vita sociale. Queste poesie di miseria e di fame, di avvilimento e di rivolta, nascono da un’esperienza diretta e ne sono la trascrizione; la loro tematica non si distingue da quella della poesia del Quarto Stato che, nei primi due decenni del secolo è stata nel nostro paese, almeno di intenzioni, assai feconda, perché la posizione morale del proletariato ai confini della disperazione e della fame non è - malgrado tutto quel che sappiamo e malgrado le facili conversioni agli atteggiamenti positivi sostanzialmente mutata da quella. E questi versi sono insomma un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano. …la forma di queste poesie si inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro. Più che l’iterazione rauca e la monotonia di invettive storicoxxx Luigi Di Ruscio cosmiche della covante poesia “sociale”, questo giovane segna nitidamente il respiro d’ogni verso pur nella immediatezza della sua dizione, e fa d’ogni sua lirica un recitativo ricco di accenti interni. Gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono intenzionalmente alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti risultati. Biografia individuale, biografia del gruppo, ritratti di gente che lavorare stanca; e, di tanto in tanto, soprattutto nelle clausole delle composizioni, atroci affermazioni che ci minacciano col loro ritmo. E amare sentenze; nel doppio significato che questa parola - come quella: processo - ha assunto ormai per il nostro mondo. *** Dall’introduzione di Salvatore Quasimodo a Le streghe s’arrotano le dentiere (inserita a seguire i testi di Firmum) 72 Ciò che sorprende di più … è la facilità con la quale i concetti “d’eccezione” vengono gettati sul foglio, quasi secondo una spinta nativa che costringe lo scrittore a “inventare” ogni momento la sua esistenza, la poesia. Quando il linguaggio, attraverso la costruzione aggrovigliata delle frasi e delle parole (messe insieme spesso con la metodica fatica con cui si dispongono i mattoni), sfugge al controllo del poeta e va contro le leggi inevitabili del discorso, egli riprende con violenza il timone del vortice della sua volontà. Un autore che potrebbe apparire di una vena disperata anche a una lettura non molto superficiale, quasi avvolto nella toga dei maudits o dei più tenui scapigliati, perfino sulle tracce di un futurismo majakokskijano Luigi Di Ruscio è però al di qua di una patologia scolastica, sebbene cada anche oltre l’autolesionismo privato. Tentare forse di lui una scheda secondo l’origine marchigiana? La regione ci porterebbe agli inganni, soprattutto di memoria e di lettura, che giocano intorno alle impossibili discendenze illustri. Di Ruscio è di un dolore antifilosofico, quasi disumano nella nervatura delle emozioni che non chiedono riconoscimenti universali nemmeno nel nome di una purezza lirica. Di Ruscio è uomo d’avanguardia nel senso positivo, cioè nella fede dell’attualità e per la violenza del discorso. La follia non è in lui un’accademia che inaridisce l’ispirazione nel bunker dei versi premeditati. (…) Al marchigiano non importa niente che lo si legga o no; il ritmo sordo e perpendicolare nella forma, nei suoi versi, viene da una rigorosa ragione di contenuto. E la friabile avventura di afferrare e di prendere, di sfuggire e di essere preso, di arrivare e di partire, l’incertezza che viene non solo dalle speranze-delusioni nella battaglia di classe ma dal destino particolare è, dicevamo, costantemente in bilico tra la ricerca concreta delle virtù materiali, cioè delle cause storiche e civili del dolore, e una sfiducia fantastica, come un ronzio dell’anima che dalle zone più segrete della psiche viene in superficie, assordante, come un dubbio che sfoca il profilo della quotidiana “partita”. […] Luigi Di Ruscio Qui a seguire, diversi link ad altri ed interessanti contributi critici - più o meno recenti sull’opera di Luigi Di Ruscio. Andrea Cortellessa: http://www.leparoleelecose.it/?p=19651 Giorgio Falco: http://www.doppiozero.com/materiali/parole/luigi-di-ruscio-romanzi Angelo Ferracuti: https://www.alfabeta2.it/2014/03/15/luigi-ruscio-scriba-assoluto/ Massimo Raffaeli: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7ffb1b69-37cd-4177-96b6-2f0552afb1c2popup.html Andrea Inglese in un parallelo tra Luigi Di Ruscio e Giuliano Mesa: http://puntocritico.eu/?p=2768 73 Wisława Szymborska http://fascinointellettuali.larionews.com/la-gioia-di-scrivere-con-semplicita-di-wislawaszymborska/ voci Séamus Heaney http://www.venilia.it/764/ Anteprima Arcipelago itaca Edizioni Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene Collana Lacustrine - Diretta da Renata Morresi €uro 14,50 - ISBN 978-88-99429-02-7 Il volume sarà composto da sedici testi, tre note e lo scritto Storia come allegoria di Giovanna Frene. Il volume includerà, inoltre, sei immagini di Orlando Myxx e le riproduzioni di due stemmi tratte da Vis eloquentiae. Emblematica e persuasione di Loretta Innocenti, Sellerio Editore, 1983. Il libro sarà in formato 15 (base) x 21 cm (altezza), consterà di 48 pagine in carta Patinata opaca g/mq 170 e di una copertina stampata in 4 colori su carta Century Soho Constellation Snow g/m q 240. A seguire (oltre alla bio-bibliografia di Giovanna Frene): quattro testi dell’autrice, tre immagini di Orlando Myxx e Storia come allegoria. Questi, i link relativi alla scheda di dettaglio del volume e alle modalità di acquisto dello stesso: http://www.arcipelagoitaca.it/wp-content/uploads/2015/11/schedatecnica.pdf http://www.arcipelagoitaca.it/acquista/ Le scelte dei testi di Giovanna Frene e delle immagini di Orlando Myxx che seguono sono state curate dall’autrice e sono tratte da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago itaca Edizioni, Osimo - AN, 2015). Giovanna Frene È nata ad Asolo (TV), ha pubblicato: Immagine di voce, Facchin 1999; Spostamento, Lietocolle 2000 (Premio Montano, 2002); Datità, postfazione di A. Zanzotto, Manni 2001; Stato apparente, Lietocolle 2004; Sara Laughs, D’If 2007 (Premio Mazzacurati-Russo 2006); Il noto, il nuovo, con traduzione inglese, Transeuropa 2011. Ha curato il prosimetro Orfeo è morto. Lettere intorno un’amica uguale (Lietocolle 2002), di Federica Marte. Ha pubblicato poesie in riviste italiane e straniere, come “Paragone”, “Il Verri”, “Anterem”, “Poesia”, “Gradiva”, “Atelier”, “Italian Poetry Review” (New York, 2010), “Aufgabe” (New York, 2009); e più volte nei blog di “Nuovi Argomenti”, “Nazione Indiana”, “Atelier”. È inclusa in varie antologie poetiche, tra cui: Nuovi Poeti italiani 6, a cura di G. Rosadini, Einaudi 2012; Poeti degli Anni Zero, a cura di V. Ostuni, Ponte Sisto 2011; New Italian Writing, a cura di J. Calahan e R. Palumbo Mosca, “Chicago Review”, 56:1, Spring 2011; Parola Plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Sossella Editore 2005. È tradotta in antologie di poesia italiana statunitensi, inglesi e spagnole. Come critica, ha pubblicato saggi e recensioni in volumi e riviste, tra cui il lavoro Aspetti linguistici e stilistici nella poesia di Sovrimpressioni, in corso di pubblicazione negli Atti del Convegno Internazionale “Andrea Zanzotto. La natura, l’idioma”, tenutosi a Pieve di Soligo nell’ottobre 2014. 74 Da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda Giovanna Frene Da TECNICA DI SOPRAVVIVENZA PER L’OCCIDENTE CHE AFFONDA la sostanza è dentro l’occhio ma l’occhio è di vetro *** I. 75 si sovrappongono, sembrano a tratti coincidere, si proiettano a poco a poco, in tutta la perfezione si curvano mattoni di fumo, o colpe riversate per non essere proprie, crollate perché alte, e gonfie. piove nero, ad arco. ma non è così. Giovanna Frene 76 Giovanna Frene II. inimmaginabile il pericolo del fango, non se ne parli. esige, una mappa, il secco materiale, seguire l’avanzata se è rapida, e più rapida ancora la traccia se disegna in anticipo la falsa coincidenza, che conta, si sovrappone, sembra collimare: non piove, ma non è mai così. 77 Giovanna Frene 78 Giovanna Frene III. si sovrappongono come separazione naturale e mutabile, approfittano della scissione scindendo, ma tutto è già avvenuto: frattura misura solo frattura, circoscritta all’intero pavimento chiamando potere la rovina del tempo. piove. o non piove, se la pianta della città è la carta del mondo, se la radice è nemica alla radice, che è. 79 Giovanna Frene 80 Giovanna Frene LIQUEFAZIONE - SESTINA BIZANTINA …essere in sé quello che si è costruito, e allo stesso tempo galleggiare in superficie. buio come un pugno, dai piccoli padri presenti, sempre presente il carro del vincitore, la discesa strategica con le armi degli altri, tutte o poco per volta, l’invisibile forma un monolite stridente con la sconfitta, e la rigetta diritta a Ovest come occasione per rispedire indietro le insegne del principio “Orienta la spada sul seme della vicina distruzione” : detronizzato il diminutivo, e prima destabilizzano ancora il vuoto infiltrando l’ignoto, e altro, e in alto si perda il gioco universale di unire ciò che l’uomo ha diviso smembrando piuttosto il mondo che il suo potere 81 Storia come allegoria Giovanna Frene L'opacità degli avvenimenti rivela e denuncia quella del linguaggio. (Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l'oblio) Mi capita sempre più spesso di cogliere dentro le cose l’immagine della struttura che la mia mente proietta come costruzione su di esse, e di cogliere dunque immediatamente la feconda irrealtà di questa sovrastruttura. La dimensione sovra-individuale di questa sovrastruttura è stata chiamata Storia. La mia poesia si è diretta proprio lì, verso la Storia, perché è il luogo dove si esprime la massima presenza del nulla che ci assedia. Cos’è altro la Storia se non una costruzione, un immaginare uno scopo nella vita dell’intera umanità, anzi un credere che di questo scopo, o insieme di scopi, ci sia una tracciabilità precisa (fatti, personaggi, idee)? Certo, sembra che qualcosa sia accaduto, che le persone siano esistite, che alcune idee siano state scritte: ma è il credere che nella vita ci sia una qualche direzione, come dice Camus, che spinge alla fine l’uomo a costruire la Storia. Nessun fatto è mai esistito per come viene trasmesso, e ancor prima, nessun fatto, mi verrebbe da dire, è mai esistito. La dimensione dell’assurdo è avere raggiunto una coscienza tale che alla fine si ha anche sempre la sensazione in realtà di pattinare su una superficie, senza riuscire a penetrare alcunché, perché non c’è niente da penetrare. 82 L'idea di storia ci pone poi immediatamente di fronte alla frammentarietà di ciò che definiamo “storia”. Questi “barlumi” sono insieme rappresentazione della sostanza di ciò che è accaduto, nel suo arrivare dal passato a noi, ma sono anche definitori della natura della nostra percezione dei fatti storici, o meglio, degli eventi. Qualcosa è davvero accaduto, ma nella zona opaca che l’uomo abita - dove essere testimoni o colpevoli deriva solo dall’esser nati in un luogo e in un tempo precisi; e dove progressivamente, col passare del tempo, la vita di ognuno, pur rimanendo degna di essere vissuta, si accartoccia sempre di più - questo qualcosa è una luce incerta, in sé e per sé. Qualcosa è davvero accaduto: inizia da qui la mia riflessione. La cosa in sé, nel momento in cui è accaduta, si è anche dissolta. Rimangono i documenti, la memoria, e la sua riformulazione nella rappresentazione, ossia la scrittura della storia, che ne è imprescindibilmente interpretazione, lo studio e la lettura dei testi, l’immaginazione. Nulla di tutto questo tuttavia ridarà ciò che definiamo propriamente il fatto, l’evento, il veniente, che si è (quasi) completamente dissolto. Questa dissoluzione non la pone in atto la distanza storica, ma la distanza storica è posta in atto da questa dissoluzione. Tuttavia, le cose non esistono più, ma sono accadute per sempre. Mi affascina sempre di più xx Giovanna Frene 83 cercare di capire davvero la natura della traccia di ciò che ci arriva di questa dissoluzione: è diventata quasi una fame, perché nel gorgo dell’oblio siamo tutti destinati a cadere. L’interpretazione dei pochi segni si somma inevitabilmente all’immaginazione, e ancor più all’empatia. Se arriva qualcosa del passato, lo immagino come suono, qualche volta, in un senso più definito, parola: queste parole, cerco di rappresentarle. La dimensione della rappresentazione storica è da sempre presente nella mia opera, anche se a densità diverse: sono passata da una densità vischiosa, inerente ai fatti storici riferibili alla mia esperienza diretta (penso a Immagine di voce, a Spostamento e a Datità, che forse però è già un libro di passaggio alla seconda fase della mia produzione), a una densità più rarefatta, quasi trascendente, dove rappresento, anzi veicolo, una storia-storia (penso a Sara Laughs, a Il noto, il nuovo e al veniente Eredità ed estinzione). Appena dopo la stesura di Sara Laughs, mi sono imbattuta nel libro di Helen Epstein, Figli dell’Olocausto, che nella quarta di copertina riportava queste parole: “A casa nostra le parole rimbalzavano fra mondi e il loro significato era incerto. I miei genitori raccontavano storie, ma le storie non spiegavano mai abbastanza. Parlavano di altre persone, ma queste persone erano tutte morte. Semplici fatti richiedevano lunghe spiegazioni. Poche cose potevano essere date per scontate, a cominciare dal fatto che tutti noi eravamo vivi”. In breve, la lettura di quel libro mi ha aperto la strada alla percezione del trauma vivo che è in me, e che mi era stato trasmesso dai miei genitori, testimoni diretti della Seconda guerra mondiale. Il noto, il nuovo è frutto di quella potente emersione: in questo senso, è un libro sul potere, ma la sua dimensione allegorica è doppia: i fatti storici sono allegoria della storia, e al tempo stesso sono indirettamente allegoria della mia vicenda personale, perché in quei fatti sono stati coinvolti i miei genitori. Questa duplice dimensione si è del tutto radicalizzata nel libro a cui sto lavorando, Eredità ed estinzione, di cui Tecniche di sopravvivenza... rappresenta l'anticipazione: il trauma portato alla superficie, la causa scatenante del libro, è la partecipazione come soldato di mio nonno alla Prima guerra mondiale; la cosiddetta Storia diventa allegoria diretta della mia personale storia, e la caduta dell’impero austro-ungarico è la caduta del padre, di ogni padre possibile; infine, se nel libro precedente l’assorbimento delle fonti storiche creava dei mosaici inediti, per certi versi questo nuovo lavoro è da capo a piedi una sola composizione di fonti (intese come citazioni dirette, linguistiche, e come fatti storici ricostruiti, o smontati), o meglio, di voci. È qui che ritorna pressante l’urgenza dell’ascolto di ciò che è finito per sempre e delle tracce di ciò che arriva fino a noi. Accade perciò, per la poesia, quello che Roland Barthes dice a proposito di una rappresentazione fotografica ottocentesca di un condannato a morte: è già morto e sta per morire. La poesia come rappresentazione storica volge il suo sguardo al passato avanzando di spalle verso il futuro. Da tempo, dunque, lavoro sempre più da vicino attorno all’idea di potere e di storia; il fatto che vi sia un xxx Giovanna Frene richiamo centrale, in questo libro, alla Prima guerra mondiale non è casuale, al di là del fatto contingente del Centenario del suo inizio ricorrente quest’anno: io stessa sono nata e cresciuta all’ombra dell’Ossario monumentale del Monte Grappa, e dunque necessariamente sono stata spinta a cercare un punto di incontro, allegorico, tra la mia storia e la Storia - con la dubbiosa presunzione di trovare nella Storia una perfetta allegoria della mia storia personale. Perché, d’altro canto, io non posso essere che io, per quanto sia increscioso e limitante. Questo fatto fa sì che le voci che attraversano i testi, riportate in corsivo anche se non sono citazioni, non siano coincidenti con la mia voce: sono le voci che da qualche parte non hanno mai cessato di risuonare, come lo sparo di Sarajevo: parlano, ora come allora, Princip, il Kajser Guglielmo II, l’Arciduca Francesco Ferdinando, i diplomatici, gli ambasciatori, i giornali, ma anche il Morselli di Contropassato prossimo. Gli emblemi sono, allo stesso modo, altre voci: le immagini sono voci. Questa furia del sempre-presente, qualcosa che Zanzotto aveva già notato riferendosi al mio Datità (2001), non poteva che chiudersi in una corsa rapsodica (una sorta di Liszt che trascini con se tutta la scena mentre suona): la Sestina funebre mescola, direi impasta, ma anche frantuma definitivamente, lacerti delle poesie di Villa, Zanzotto e mie, sul terreno di San Paolo, Sant’Agostino, Foscolo e Leopardi - e ne prende congedo. Molti padri sono morti, un secolo fa, tra cui il mio. Giovanna Frene, ottobre 2015 84 Sylvia Plath http://www.ccisim.it/?p=492 Anteprima Arcipelago itaca Edizioni Abracadabra di Nicola Ponzio Collana Lacustrine - Diretta da Renata Morresi €uro 14,50 - ISBN 978-88-99429-03-4 Il volume sarà composto da ventuno testi e 7 tavole di Nicola Ponzio e da una postfazione di Renata Morresi. Il libro sarà in formato 15 (base) x 21 cm (altezza), consterà di 48 pagine in carta Patinata opaca g/mq 170 e di una copertina stampata in 4 colori su carta Century Soho Constellation Snow g/m q 240. A seguire (oltre alla bio-bibliografia di Nicola Ponzio): quattro testi e tre tavole dell’autore ed un estratto dalla postfazione di Renata Morresi. Questi, i link relativi alla scheda di dettaglio del volume e alle modalità di acquisto dello stesso: http://www.arcipelagoitaca.it/wp-content/uploads/2015/11/schedaabracadabra.pdf http://www.arcipelagoitaca.it/acquista/ Le scelte dei testi e delle tavole di Nicola Ponzio che seguono sono state curate da Danilo Mandolini e sono tratte da Abracadabra (Arcipelago itaca Edizioni, Osimo - AN, 2015). Nicola Ponzio È nato a Napoli nel 1961. Vive e lavora a Torino. Artista visivo e poeta, ha esordito nel 1987 nella Galleria Tucci Russo, proseguendo il proprio percorso espositivo con diverse mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero. Sue poesie sono apparse su “Nuovi Argomenti”, “L’Ulisse”, “Nazione Indiana”, “Blanc de ta nuque”, “gammm”, “eexxiitt”. Ha pubblicato Scanning, con le fotografie di Paolo Mussat Sartor, postfazione di Marco Giovenale (Corraini Edizioni, 2014), l’e-book Breve storia del blu, 2014 (gammm.org), Il mio nome nel tuo nome, postfazione di Giampiero Marano (Oèdipus, 2014), 10 Wunderkammern (La camera verde, 2012), L’equilibrio nell’ombra (LietoColle, 2007), Esercizi del rischio (e-book, Biagio Cepollaro e-dizioni, 2007), Gli ospiti e i luoghi (Nuova Editrice Magenta, 2005). È presente in antologie e testi critici. 85 Da Abracadabra Nicola Ponzio Le fiabe sono vere. Italo Calvino *** 86 Nicola Ponzio I Infliggere ai due Gobbi tre frustate Accoltellare Dotto al basso ventre Molestare la Fata Turchina per tutta l’estate Squarciare di netto la gola alla Strega dell'Est Tormentare la Bella e la Bestia con vero diletto Colpire ai testicoli il povero Cicco Petrillo Fuorviare l’intelletto al papà di Vassilissa Danneggiare la Radura Incantata con nafta e diossine Amputare le mani e le orecchie al vecchio Rink Rank Vessare metodicamente i Tre Porcellini Scannare l’oca Marten con la ronca Mitragliare i Sette corvi con la raffica a ventaglio Punzecchiare nel vivo il Principe Canarino Sfigurare la vergine Malvina tenendola al guinzaglio 87 Nicola Ponzio II Brutalizzare la Sposa Bianca e la Sposa Nera Calpestare con forza l’Osso che canta Infestare la Casa nel Bosco col Vibrio cholerae Sfottere la Strega della Bella Addormentata Dissacrare l’incanto della Luce azzurra Condannare all’ergastolo Mastro Ciliegia Recludere in un pozzo Giovannin Senza Paura Fracassare la Strada di mattoni gialli Deridere con sdegno il Leone codardo Inveire contro I dodici fratelli Accecare la saggia Elsa con un dardo Drogare il Lampionaio dell'asteroide 329 Maltrattare crudelmente Biancaneve Frustare il Re selvatico col gatto a nove code 88 Nicola Ponzio III Infamare la Principessa di Enrichetto dal ciuffo Rinchiudere in un antro la Volpe Giovannuzza Offendere Grullo di fronte agli amici Invadere l'Isola che non c'e con un reparto fucilieri Ammorbare il brodo di stecchino con l’Escherichia coli Violentare Dognipelo dai capelli d'oro Contaminare la terra del Campo dei miracoli Condizionare l’esistenza al Re di Cuori Avvelenare le essenze dei Filtri d’Amore Svergognare con letizia la Regina della neve Calunniare per dispetto il Cacciatore Inculare Mignolina con un abracadabra Sbranare la pecora del Piccolo Principe Deturpare lo Specchio Fatato con carta abrasiva 89 Nicola Ponzio IV Impalare senza pena il papà di Pelle d’asino Svaligiare la casetta dei Tre Orsi Incaprettare il nano ingrato sotto un pino Costringere il Re di Brobdingnag ad impiccarsi Angosciare la Strega di Hansel e Gretel Diffamare a mezzo stampa la ragazza mela Malmenare per spasso i Musicanti di Brema Confinare su Fhobos il Borgomastro di Hamelin Frodare Bill la Lucertola e il Bruco Blu Asfissiare l’Usignolo con il Sarin Legnare sui denti anche Madre Sambuco Comandare a bacchetta la fata Berylune Sciupare di proposito le Scarpette Rosse Contagiare con l’ebola la Bella Addormentata 90 Nicola Ponzio 91 Nicola Ponzio 92 Dalla Postfazione di Renata Morresi Nicola Ponzio Molti scenari vengono manipolati e mescolati in questo piccolo libro esplosivo. Ecco la prima, evidente, miscela deflagrante: la poesia, coi ritmi e le armoniche che celebrano la lingua, si combina all'anti-poesia, o meglio, alla critica del discorso poetico, con la sfida ai suoi facili ornamenti, alle sue ovvie bontà. I protagonisti dell'inaspettata sintesi sono quanto mai dissimili: le creature della letteratura fantastica, delle fiabe di magia e del folclore tradizionali, che affondano in rituali di rigenerazione antichissimi e il mondo ideale dell'infanzia ci fanno vagheggiare, e insieme ad essi, opportunamente predisposte, le pratiche più efferate di crudeltà e sterminio, usate per farli fuori e soggiogarli. Da una parte, infatti, sono evocate le tante storie favolose con cui gli umani nei secoli hanno cercato di venire a patti con il caso, l'ingiusto e il cattivo, sospinti dalla propria caparbia voglia di sopravvivere e godere. Dall'altra parte è offerto un elenco di istruzioni criminose: per ogni personaggio ed oggetto fiabico l'autore suggerisce una precisa tecnica delittuosa - dai supplizi 'classici' come stupri, pugnalate, scuoiamenti e mutilazioni, alle specialità chimiche più moderne (fosforo bianco, napalm, Ziklon B, antrace, Tabun, ecc.), agli strumenti di comprovato successo come ghigliottina, garrotta, Desert Eagle o falcetto, ai vibrioni del colera, fino a metodi più subdoli, quali bandire, molestare, inquinare, pervertire, e così via. Cosa anima questa inaudita profanazione dei mondi fiabeschi? Bizzarra quanto spassosa, intendiamoci. E poi di nuovo tremenda. Senza particolare enfasi, senza grandiosa malvagità. Quali discorsi mobilita questa strana fusione di immaginari? E a quale coscienzioso collettore dobbiamo la lista di imperativi di questi versi, legati in apparenza alla forma del sonetto e fedeli, in modo progressivamente inquietante, al canto? Assoggettare Lilliput per i secoli dei secoli Minacciare Cecina con l’accetta Seviziare col fuoco le Ochine e i loro piccoli Violare le sorelle della Sirenetta 93 Non solo numerose e quanto mai variegate le figure e le torture che si avvicendano in questi testi, anche la cornice dell'opera è cangiante; il titolo Abracadabra è esso stesso ricco di allusioni. Rimanda alla formula impiegata anticamente per guarire dalla febbre terzana, da indossare a mo' di medaglione per nove giorni e poi buttar via per liberarsi del male. Rimanda al talismano in elettro magico, la lega di metalli di cui diceva Paracelso, oppure, prima ancora, al pensiero mistico-religioso arabo ed ebraico, nonché alla parola abraxas, di matrice gnostica, che indicava il vasto e caotico mondo intermedio tra il terrestre e il supremo, parola dal valore scaramantico, di etimologia oscura, persa, o, forse, inventata... Oppure rimanda al niente: al gioco infantile con le sue glossolalie, all'intrattenimento postmoderno e innocuo del prestigiatore. Nel termine abracadabra si incontrano, dunque, gioco, rituale e mistero. Così pure, sembrerebbe, negli xxxxxxxx Nicola Ponzio 94 elementi paratestuali di questo libro: osservate, nel frontespizio, la tavola che diparte dal titolo, dove abracadabra è scritto e riscritto da capo a ogni riga con sempre una lettera in meno. Il metodo è quello tipico con cui si realizzavano gli amuleti taumaturgici, per fare in modo che la malattia gradualmente sfumasse come sfumava la parola. Qui, tuttavia, arrivati alla singola 'a' finale si ricomincia, seguendo una nuova cabala che risale man mano dalle lettere successive per ritornare al lemma intero, ma leggibile al contrario: un capovolgimento del linguaggio. Prende forma in tal modo una clessidra di 21 righe, che, superata la superstizione e sconsacrato l'arcano, sembra invitarci al gusto indefinibile della composizione. O ad un incastro da cui non è possibile sfuggire. Ci ritroviamo in un tempo non-lineare, in uno spazio non-euclideo. È questo dispositivo a costituire la serie di Abracadabra. E la figura della clessidra diventa misura per i ventuno testi che compongono il libro: la sua strategia generativa insinua la possibilità di poter continuare ad libitum o di rimanere bloccati nel loop delle mortifere ossessioni umane. Quanto a lungo si può guardare dentro il tremendo? Ponzio, che da tempo si muove nella zona ibrida tra scrittura visiva, sondaggio della materia e dello spazio e disciplinata ricerca di avvicinamento descrittivo alla 'cosa', non è autore da lasciarci scampo. Prendiamo la sistematicità con cui egli compila i suoi inventari di componenti delle fiabe e di pratiche spietate: non solo l'elenco dei primi appare minuziosamente attento (c'è Rodopi, antesignana egizia di Cenerentola; c'è Giufà, personaggio popolare dell'area mediterranea originario del medioevo giudeo-spagnolo; ci sono i protagonisti delle fiabe giapponesi e innumerevoli altri; ci sono i luoghi e gli oggetti fatati), anche le pene sono accuratamente selezionate in modo da spaziare per modalità e datazione (si va, per esempio, dal Toro di Falaride, con cui gli antichi Greci arrostivano i malcapitati, al gas nervino Sarin). L'attenzione di questa ricerca nel bene e nel male, nell'umanissimo racconto e nell'accanimento disumano, sintetizzati in questi sonetti d'antiamore, è amplificata dalla cura con cui l'autore seleziona la condanna consona e consonante a ciascuna figura: le principesse vanno violentate, i filtri d'amore avvelenati, le radure attaccate dalle diossine, e così via, al passo di un ritmo dissacrante e scandito, con cui tutti si procede, ma con ordine, verso la morte. Traviare, sterminare, trafiggere, ecc. Così si fa. Ma il Do It Yourself dei punk qui si raffredda nell'inventario, e i verbi all'infinito sembrano additare ad una sottrazione di attori, quasi che a compilare il catalogo fosse non tanto un soggetto perverso e disumano, quanto un extra-umano, spinto dal bisogno di registrare. Come le sei tavole di cerchi concentrici che Ponzio pone in alternanza ai testi, sei mandala psichedelici che ci inghiottono nel loro buco nero/bianco al centro, così siamo inghiottiti dalle domande intorno alla strana entità che è questa silloge. Si tratta di un 'omaggio' all’inventività degli umani, straordinariamente creativi anche quando si tratta di sopprimere? È una ironica denuncia del cupio dissolvi contemporaneo, che investe anche la memoria delle meravigliose storie raccolte e intessute da chi ci ha preceduto (Apuleio, Straparola, Calvino, Propp e i molti altri elencati da Ponzio nei “Ringraziamenti”)? O una vendetta nei confronti dell'universo narrativo che offre speranza ma non porta redenzione (ripenso ai Cinquanta disegni per assassinare la magia di Antonin Artaud)? […] Ingeborg Bachmann https://alfabetasx.wordpress.com/2014/05/24/una-donna-di-nome-ingeborg-bachmann-2/ 1° edizione Premio nazionale editoriale La principale finalità: promuovere le voci nuove e i lavori inediti degli autori già affermati della poesia e della critica italiana contemporanea. In palio: la pubblicazione a cura di Arcipelago itaca Edizioni - a titolo assolutamente gratuito e con contratto di edizione delle opere che risulteranno vincitrici. 1° edizione Premio nazionale editoriale VERBALE FINALE DELLA GIURIA La giuria, composta da Renata Morresi, Manuel Cohen, Martina Daraio, Danilo Mandolini, Alessio Alessandrini e Mauro Barbetti, dopo essersi inizialmente soffermata sulle seguenti opere delle 58 pervenute per tutte le sezioni del Premio (di cui 5 redatte nei dialetti di alcune regioni italiane) - 1a SELEZIONE Sezione A - Opera prima • IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini • SPAZZATURA di Enea Tomei Sezione B - Poesia giovane NESSUNA OPERA SELEZIONATA Sezione C - Raccolta inedita Sezione D - Prosa critica • NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D'Amora • BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel • ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana • IJ DIVERTISMAN D'UN BRANDA di Dario Pasero • I GIORNI A VENIRE di Patrizio Luigi Belloli • FUTURO ERETICO di Antonino Contiliano • NOTTURNI di Fortuna Della Porta • NEL TRAMONTO di Antonio Zavoli • E CI INDOSSIAMO STROPICCIATI di Luigi Paraboschi • CANTI DI CICALE di Silvia Secco • VENTI DI GUERRA di Maria Angela Rossi • LETTURE di Cristina Babino • UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan 1° edizione Premio nazionale editoriale ha provveduto a definire le seguenti OPERE FINALISTE Sezione A - Opera prima • IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini Sezione B - Poesia giovane NESSUNA OPERA SELEZIONATA Sezione C - Raccolta inedita • NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D'Amora • BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel • ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana • IJ DIVERTISMAN D'UN BRANDA di Dario Pasero • I GIORNI A VENIRE di Patrizio Luigi Belloli • FUTURO ERETICO di Antonino Contiliano • NOTTURNI di Fortuna Della Porta • NEL TRAMONTO di Antonio Zavoli Sezione D - Prosa critica • LETTURE di Cristina Babino • UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan 1° edizione Premio nazionale editoriale Dopo un'ulteriore votazione, la giuria ha infine decretato le seguenti OPERE VINCITRICI Sezione A - Opera prima • IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini Sezione B - Poesia giovane PREMIO NON ASSEGNATO Sezione C - Raccolta inedita Essendo risultate a pari merito dopo l'ultima votazione ed essendo state valutate come assolutamente meritevoli: • NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D'Amora / EX-AEQUO • BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel / EX-AEQUO • ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana / EX-AEQUO Sezione D - Prosa critica Essendo risultate a pari merito dopo l'ultima votazione ed essendo state valutate come assolutamente meritevoli: • LETTURE di Cristina Babino / EX-AEQUO • UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan - EX-AEQUO Lucilla Niccolini È laureata in Lettere Classiche all'Università di Pisa-Scuola Normale Superiore. Subito dopo la laurea ha insegnato Lettere nelle scuole italiane in Germania. Attualmente è docente di Latino e Greco al Liceo Classico Rinaldini di Ancona. Collaboratrice del Corriere Adriatico dal 1983, ha curato le pagine della Cultura e numerosi inserti speciali, tra cui quello della riapertura del Teatro delle Muse ad Ancona e i fascicoli del 150° anniversario della testata. Ha curato l’allestimento e i testi di quattro edizioni del supplemento “Marche Meraviglia”. Altre collaborazioni vanno dalla rivista "Campania" al periodico "1999 Marche", a "Mare Marche", alla rubrica dei libri della redazione giornalistica del Tg Marche-Rai. È autrice del testo Stamura dal 1907 (Ed. Anniballi, Ancona, 1990). Per il Corriere dell'Umbria ha tenuto la rubrica “Donne al volante”. 95 Lucilla Niccolini IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini Motivazione opera vincitrice Sezione A - Opera prima 1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Una convincente prima prova poetica, questa di Lucilla Niccolini, del resto già affermata giornalista, che propone qui una raccolta di versi incentrati sul sentimento filiale nei confronti di una madre ormai cambiata, invecchiata e aggredita dalla malattia; un sentimento che viene portato a nudo, attraverso episodi minimi e riflessioni, in modo ovviamente partecipato, ma anche trattenuto dal pudore; un pudore che riesce a spostare il punto di osservazione e a renderci il quadro più ampio e generale. La poesia è così capace, dal piano personale e individuale, di aprirsi al destino comune, di parlarci dello scorrere inesorabile del tempo al quale tutti siamo soggetti e nel flusso del quale possiamo sovrapporci, riconoscerci nell'altro e nel suo percorso. Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti 96 Da Impossibile ritorno Lucilla Niccolini GRAZIE Dici grazie ogni volta che mi volto con le chiavi in mano. Sulla porta rispondo: E di che? Mentre il nodo in gola accompagna le scale che già scendo non mi fermo non ritorno su. Consumo il sentimento della colpa in questa penitenza della pena. 97 IL TEMPO Lucilla Niccolini 98 Quando scoprii un giorno all'improvviso che la figura dritta s'era incurvata fu come quando ci dissero che la Terra non è un piano ma una sfera che gira vorticosamente nello spazio. Vennero meno i punti cardinali dell'amore. Cominciò allora questo disamore il sentimento dello scorrere lento, condiviso di cui soltanto tu fingi di ignorare il corso quando chiedi infantile “Sai quanti anni ho?”. Lucilla Niccolini 99 CONTI La tua visita al cimitero assomiglia alla mia corvée quotidiana. La cura maniacale rispetto di un rituale consolida rinfranca la coscienza di un conto pesante da pagare. Non fingiamo sollecitudine. La dètta l'imperativo di un debito. Parcella sentimentale o esenzione morale dall'esubero del dolore. FUGHE Lucilla Niccolini ABBANDONO Tutto il tempo impiegato a dedicarmi a te è movente presunto della rabbia con cui accolgo ogni volta la verifica allarmante dell'abbandono che subisci inerme. 100 Fuggo via. Non sbatto la porta ma ogni uscita è una fuga, resa a caro prezzo, quello della tua solitudine che non ti spieghi. Non saprò mai cosa trattiene il tuo ricordo vicino: se l'offesa delle mie insofferenze o il sorriso che parco riesco a dispensarti raramente. È solo perché tu non t'accorga della sofferenza che mi costa appendere ogni mio giorno alla tua esistenza. Lucilla Niccolini 101 E SE E se per un minuto (magari di più!) tornassi a essere la guida inappellabile della famiglia? Se tu recuperassi l'aceto e l'ago della tua ragione non credo che sarebbe un'ora facile. Non saprei spiegarti le ragioni del mio tradimento. Non vorresti ascoltarle, mi guarderesti stranita. Sarebbe un'ammissione di questa tua nuova vita che non sai. Lucilla Niccolini UN'ALTRA Sarebbe stato meglio restare, sbadigliare contare le partite della tua assenza. Forse mi brucia il colpo inferto all'orgoglio. Sai meglio tu il senso della rabbia la conosci, la riconosci come tua quando andavi a raccogliere i pezzi di un'altra madre spenta viva. 102 RITORNO Lucilla Niccolini 103 Rimasi stupefatta quando alla notizia più tragica della nostra storia (più ancora dell'altra grande morte) ti chiedesti guardandomi all'improvviso “Cosa mi devo mettere?” fedele a quella tua etica dell'estetica che ora raramente riappare inaspettata. Dissolve per un po' l'ansia del tuo ritiro. Ravviva la mia speranza di un tuo impossibile ritorno. Lucilla Niccolini 104 MANI Nei miei voti ti affido a mani che credo più forti delle mie. La mia fede si costruisce dell'illusione che nasce dai miracoli che ho voluto vedere nel caso favorevole, nelle schegge di sorte causate da secondi invisibili. Ti lascio ogni mattina nelle mani di chi ti tieni accanto in fotografia. Vladimir D’Amora «…dal 1974, napoletano che vive e lavora scrive a Napoli, fu studioso di filologia classica, di Caravaggio e di Nietzsche, e giornalista e traduttore: è lettore d’immagini, che non interpreta. Ha pubblicato solo per la Galleria Mazzoli una specie di poesia marcata - come Pornogrammia - poesia la quale, nella forma di libro, si aggiudicò un certo riconoscimento al Premio Poesia Città di Fiumicino 2015. Come tanti, ma non come tutti, è connesso - nel web 2.0. Fondò e diresse, con altri, “Vulgo.net”.» 105 Vladimir D’Amora NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D’Amora Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione C - Raccolta inedita 1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Un ritratto di Napoli fuori da ogni cartolina; una Napoli moderna, metropolitana, magmatica e metamorfica; un ritratto privo di qualsiasi intento celebrativo, sentimentale e/o sentimentalistico. Una Napoli che troverebbe il suo adeguato sottofondo nelle improvvisazioni jazzistiche dei Napoli Centrale e nelle evoluzioni del sax e della voce di James Senese. Questa è la Napoli descritta da Vladimir D'Amora, giovane e già affermato autore, che da una parte non nasconde certo la sua propensione verso la scrittura di ricerca e lo sperimentalismo in generale, non ripudiando però, dall'altra, l'eco lirica, la capacità di suggestione e suggerimento della parola, la volontà della poesia di dire ed essere capace di ridefinire un mondo, di provare a ricostruirlo proprio dopo averlo destrutturato. Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti 106 Da Neapolitana membra Vladimir D’Amora * quel filo fu napoli, beata tenebra nel balzo poiché in esso è nascosta la ragione di una sola anima. lungo le verifiche di stato s'ammassano spazi, un porto sotto l'angolo di posti da cartolina e fiato. anche un bacio solo bum bum bum nelle canzoni perché al di là del mondo è bianco, lo stile dell'asfalto tira. 107 Vladimir D’Amora * Napoli oggi è nel suo inverno statico e pressante, è una lettera morta che la luce sarà domattina per chi luce ricordando il giorno, nuovo giorno e per ogni e nuovo sole sorgere di un lento battito, stretto ai pochi gesti nel quotidiano lungo un anno. Forse avremo bisogno dei ricordi nella scrittura tutelata nella noia: saremo come figli seduti alla distanza, occhi e parole rosso-rabbia incerta ai primi raggi. Avremo la ragione dei nati a vivere tra braccia lungo viali e primavere in questi anni tutti paralitici. Sarà costante idea la bianca presa e il latte speso in una città di polvere biostorica mai tolta, già sottratta. 108 * Vladimir D’Amora Napoli si lasciò cadere sul dorso sfatta, con una briciola di voglia antica. Come a stare: sola la continuità di voci, corrose sui suoli dissestati dal sangue vero velamine di sconti di lì a poco giunti gli amici del contingente coi loro omaggi migranti a consumare la convenzione innocua della sera. Terribile fu lo sforzo che si levò dai vicoli: era quasi l'ora! se al mattino aveano faticato perché restassero ritocchi della cecità deposta per manciate d'ore a rimarcare strisce di una vita, in vendita. Perspicua Napoli come un mestiere, non più di una funzione l'idea di cambiarsi in un teatro ove l'indiscernibilità del patico e della sfoglia di tradizione arrancava per settimane il suo passato. 109 Cosicché Napoli. Non si scorsero più occhi: a medicare i ricordi non erano più sogni né puntuale massa inavvertita, alienato e putrido ogni dovere di queste operazioni di fondazione. Slacciata sui costoni a getto sulla riva apparecchiò, deterse mani e il collo, scostò ogni riflesso. Giacque Vladimir D’Amora * scampia riscritta e falsa non si dettavano compiti sullo scalino due pezzi morti erano amiconemico, era la piana cesura le ossa poi smarrivano gli occhi con ansie drogate nel vero e l’interveniente del vuoto di qua, presso le luci, prezzi che alterano muri segnano figli e morti in città ché lasciano arti nei segni, le colle, le vite malate, letami e cieli che allattano vane le forze colme di certi ricordi e sono due giovani frasi, lo scorrere chiaro, tagliato, di un’indecisa spesa di cose. 110 * Vladimir D’Amora Riaccolti solo i segnali dell’impiego uscimmo dall'estrema faccia della gioia. Un calvario perfetto, senza colore che rispondesse ai farmaci, alle stonate ansie della fine. Desiderai già sul balcone, calcoli chinati e richieste di sale e sete e ci salutammo, confortati in un'angoscia. Il sole, Napoli in autunno che già chiamavo gelo col viso verificato dal silenzio. 111 E procedere su orme che si rifiutavano, e soli e cestinati. Tendesti la mano: mi coprì di voce chimica questa forma del perdono, del mescolarsi di ragioni inferte al chiodo, un unico lenzuolo somigliante a tutta la luce pallida e impredicabile del dilatato e solito bagliore: era il demone che aveva disegnato fili, spenta la carne. E colava essere sul petto, già scoppiato. Caddi così nella tua sera, tu dentro al ventre mio. * napoli sopra ai letti Vladimir D’Amora giovani denti alla benzina come la b-beve! cornetti è l'una - le 01 e alluccano ché il vento è raro costretto dalla moda, a parole spinte e vagando vene scoperte, un ultimo destino prepagato chiaro che l'altro spinge - questo bambino su fondamenta la crepa montata già nell'intimo la mosse il padre da listino e fotografando 112 piano su piano due nari che chiamano dolore assunto a terapia d'assurdo mutano segnaletiche nel giorno. * Vladimir D’Amora Ridico il mio paese, Calvizzano, del nord di Napoli spaiato e catafratta pietra del doppio vincolo, coi suoi dintorni fissi fondali per corse in sé concluse, che continuano col sangue giovane alla morte, come al neon, come la carne fosse cemento e vite non si smuoveranno. Al mio paese il passo è cieco, colla schiuma al cuore d’ore slegate e sudo e il mio paese, venduto, si sparge in calcoli bulimici rigurgiti del proprio del livore. 113 Io gli fiutavo il legno delle case e il porco, esaurita fola, in quelle mani sunte dalla pleonessia la colpa della terra, roride e buone a scorticare visi a seppellire i morti e me, frutti sputati ai cancri della specie. * Vladimir D’Amora Certo che entrare nella pelle di un altro è [impraticato, ma penetrare nella città di madre, ch'è una [femmina, è inassumibile. Lì tutto si sta, muto che indietro volto spazializza. Lì le facce non hanno più da chiedere, una sola, ed era la sua, e manco ringraziava. Di che, poi, una città dovrebbe ringraziare? Quale parto, allucinante e semplice, aveva da spartire? Erano le volte che la sventravo con le verità: ne presceglievo una, tosto e ipotetico. Le aprivo la bocca e dettavo per amore, per sputarle in gola lo schifo di una qualsiasi ventura. Toccata alla sua giovinezza, resa a me, che ripetevo un “noi” montato a storia come sciupìo di giorni. Mia madrecittà non lo capiva il cazzo, ma sapeva respirare. Sapeva tenersi nelle lacrime che inghiottiamo quando non c'è ragione di fiatare ancora. 114 Mia madrecittà che ripassava le stelle alle sue piante, e radici si mordevano le une nelle altre. In quelle notti, che non saprò mai concepire, io mi facevo le sue storie, uno e uno i membri nella carne poggiavo il mento nella mano insalivata che mi saziasse col pane e la chimera sì da spezzarsi i denti come in sogno. Quello. Mia madre-città era l'asintoto, chiavata e a sé contemporanea, inimmagazzinabile. Rendeva la mia legge una giustizia, il mio pudore schifo preveggente. Napoli doveva esser stata figlia, e separata, liquidabile. Quanti dei miei vizi e dei tormenti nei muscoli piegati dal seme tratto a gioco, quanto doveva risuonarle vitreo e attentato [dall'interiore, mio sfiorire. Solo la morte l'avrebbe fatta doppia, madre sorella o mia città, nel sangue nata sorda e non cablata. Amelia Rosselli http://www.resegoneonline.it/articoli/La-Lieve-offerta-della-poetessa-Antonia-Pozzi-20141204/ Barbara Pumhösel È nata in Austria nel 1959. Laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Vienna, vive vicino Firenze e scrive in italiano e in tedesco. Suoi racconti e poesie sono apparsi su numerose riviste letterarie e antologie in Italia e all’estero. Per i bambini ha pubblicato: La voce della neve (Rizzoli 2013), L’orchestrosauro (Giunti 2013), La principessa Sabbiadoro (Giunti 2007, una storia sull’io e l’altro, sulla pace e il nemico nello specchio) e, insieme ad Anna Sarfatti, la serie de La Calamitica III E (Edt 2007-2009, protagonisti i bambini di una classe multiculturale). Sta per andare in stampa un libretto per primi lettori dal titolo Gli errori di Croccodillo (Il Castoro). Fa parte della “Compagnia delle Poete” (fondata da Mia Lecomte - www.compagniadellepoete.com), del comitato editoriale di “El Ghibli. Rivista di Letteratura della Migrazione” (http://www.elghibli.org/) ed è socia dell’ICWA (Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi - www.icwa.it). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Dammar (con immagini di Walpurga Ortag Glanzer),Literaturedition, Niederösterreich 2013; Parklücken, Verlag Berger, Horn 2013; gedankenflussabwärts. Erlaufgedichte, Edition Thurnhof, Horn 2009 (con litografie a colori di Walpurga Ortag Glanzer); prugni, Cosmo Iannone, Isernia 2008. 115 Barbara Pumhösel BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione C - Raccolta inedita 1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Il lavorio instancabile della parola passa per vie trasversali, è come un fiume che si dipana tra interno ed esterno, tra intimo e pubblico, tra compromesso e lacerato; il percorso è accidentato, («non ci sono garanzie», recita un verso iniziale della raccolta), e allo stesso tempo docilmente affabile, («la poesia … / ha bisogno di una base / precisa e di un collegamento / con la terra sicuro»; in una lirica successiva). Tra l'urgenza del dire e la pacatezza del mirare la metà/meta (L'urgenza e la meta, potrebbe essere titolo più significativo e incisivo), questa silloge si dispone in una costante ricerca della musicalità sotterranea e di una misura raffinata nella sua friabile e franta discontinuità. Il gioco allitterativo, l'uso reiterato delle spezzature, le anaforiche formule iterative sono solo esempi che mascherano una voce che cerca di mediare lo slancio lirico verticale, con il tono basso e colloquiale. Ne viene fuori un colto gioco di contrafforti e voci, dove è possibile incontrare, nella loro pur distante collocazione spazio-temporale e semantica, Borges e Cervantes, Cartesio e il Danubio - grande fiume della parola segreta, l'Alzheimer e le “piantaggine", Gerda del Regno delle Nevi e la Thailandia, in un in transitu continuo che tra slittamenti e delocalizzazioni crea un delicato ricamo, quasi un rizoma. Non manca infine quel qb di ironia ed autoironia, a rendere fresca e leggera una poetica che così risulta morbidamente sapienziale. 116 Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti Da Banco di sabbia Barbara Pumhösel * di sera l’acqua trasporta nitida tersa trasparente la voce sull’altra riva e dà sostegno alla risposta che torna si può tessere una rete di sera sopra l’acqua di parole sospese una rete che tiene ma per il mattino dopo non ci sono garanzie conviene andare più a valle cercare a un banco di sabbia e raccogliere ciò che si arena 117 Barbara Pumhösel * è primavera sul limitare del raccordo autostradale * sul Danubio è ferma la notte, dice Borges ed io preoccupata mi chiedo se il giorno si è spostato altrove per sempre o invece se Borges parla del suo Danubio mentre il mio scorre sempre più lentamente come se mi aspettasse e qualche volta all’alba quasi si ferma quando lo raggiungerò faremo un po’ di strada insieme 118 vedo il verde tendere la polvere verso il cielo foglie tenere appena nate e già stanche e dentro di me si diffonde quell’inquietudine come una stretta che cresce e si assopisce soltanto al crepuscolo insieme ai colori a certi ragionamenti da giorno per lasciare posto ad altro e poi di notte quel brillio improvviso ogni volta che un faro abbagliante passando cancella la polvere Barbara Pumhösel 119 Scalza a metà Ti lascio le chiavi nella scarpa sinistra quando esco benché capiti raramente. Non voglio che aspetti - se arrivi davanti a porte chiuse. All’entrata a sinistra la scarpa sinistra, ricordalo! Ma rimane lì mentre vengono e vanno caldo pioggia vento e neve e scarpe che attendono a lungo all’aperto hanno una vita limitata, perciò ieri ho buttato l’ultima scarpa sinistra ed ora pur scalza a metà faccio di nuovo passeggiate più lunghe. Barbara Pumhösel errata corrige mi fai l’elenco degli errori e delle correzioni adeguate ti ringrazio e cerco di applicarle ma presto mi blocco - ogni errore nasconde un passaggio segreto percorribile in due sensi una via di fuga una possibilità di andare oltre non voglio rendere impenetrabile questo mondo di carta tu insisti con le regole la grammatica le leggi del discorso 120 annuisco e me la svigno con un errore impavido e gentile verso righe nuove e sconosciute Barbara Pumhösel (l’altro, io) non so se catturarti legarti o soltanto ospitarti per un po’ non so se guardarti dalla finestra o saltare scavalcare il davanzale e osservare da dentro con i tuoi occhi il mondo fuori non si sofferma il tuo sguardo non mi dà una mano e non vede la mia, tesa non mette a fuoco non registra nessuna simmetria 121 Barbara Pumhösel (Piantaggine) Appare all’improvviso tra i versi podorožnik. La riconosco nella traduzione a fronte: è la stessa che stava in mezzo alla strada sterrata dove ho imparato a andare in bici. La seguo di nuovo. Una linea verde che detta la direzione. Approfondisco foglie spighe caratteristiche curative. L’enciclopedia dice che comprende circa duecentocinquanta famiglie e io, quando devo digitare una password, ne invento altre. Se devo identificarmi, fornisco il suo nome. Il paragrafo conclude dicendo che si tratta di una specie infestante. 122 Barbara Pumhösel * Oggi, nove settembre 1978, scrive Borges e grazie alla poesia egli ricorda. Io avevo diciannove anni e ricordo le intemperie di quella stagione ma non il giorno - dieci anni prima invece se non era domenica, probabilmente stavo in classe, felice, perché ero innamorata della maestra. Si chiamava Gerda come la bambina nella Regina Delle Nevi. Dopo tanto tempo penso che mi sarebbe piaciuto rivederla ma è morta di recente - mi dicono di un tumore. Non sanno altro. 123 Barbara Pumhösel In transitu è in cammino da molto quel verso randagio non ha trovato casa parole a cui aggregarsi spesso ne ha viste di belle ma erano già al completo ora sta vicino a un’area di detriti rottami e relitti verbali con cani corvi e gabbiani e come tutti anch’egli ogni tanto pesca qualcosa di buono da riciclare e per il resto fa finta che stia per arrivare l’ora di una nuova partenza come se fossero sempre vive nella sua mente l’urgenza e la meta 124 Pier Franco Uliana È nato a Fregona (TV) nel 1951, vive a Mogliano Veneto. Laureato in Filosofia, è stato insegnante di Lettere nei licei. Ha pubblicato varie raccolte di poesia nel dialetto veneto del Bosco del Cansiglio: Sylva-ae (1985); Cantada zhinbra (1995 - Premio Noventa-Pascutto); Troi de Tafarièli (2001 - Premio Fondazione Corrente); Amor de osèi (2007); Fontana Paradise (2011); La casa, la léngua e l’armelinèr (2013); Il Bosco e i Varchi (2015 - Premio Pascoli). In lingua italiana, invece, ha dato alle stampe le sillogi Lo specchio di Rainer (2000 - Premio “Il litorale”), Siderea arx mundi (2009) e Pizzoc Panopticon (2012). Ha inoltre pubblicato i racconti La manèra (2003), Il germoglio del Mùzhol (2007) e La faghèra (2015) e i saggi di toponomastica Cansiglio-Canséi. Radici del toponimo (2005) e Toponomastica cansigliese. Ipotesi di ricostruzione della base etimologica dei nomi di luogo del Bosco del Cansiglio (2014). Di recente uscita sono lo zibaldone Ingens sylva. Cansiglio dentro e dintorno (2014) e il Vocabolario del dialetto di Fregona (2015). Suoi testi critici su artisti veneti sono apparsi in vari cataloghi. Ha collaborato con la rivista “46° Parallelo”. 125 Pier Franco Uliana ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione C - Raccolta inedita 1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Recuperare un'immagine simbolica e trasversale nel tempo della letteratura, quella di sempre dall'epica alla storia più recente, un'immagine "mitica", potremmo anche dire, e progettare un'intera raccolta su di essa è un’impresa titanica e difficile da sostenere, tanto più se questa immagine è quella dell'uccello, metaforico esemplare della naturalità, facilmente assimilabile alla poesia per comune strumento di parola: il canto. Da Catullo a Pascoli, da Marino a Mario Luzi, quanti sono stati gli uccelli divenuti famosi nella poesia... Eppure la raccolta di Uliana riesce nella sofisticata bravura di saper modulare nuovamente un cantico del canto e le liriche che si affastellano, una accanto all'altra, modellano un lungo poemetto che nulla ha di stantio e paludato: ironia, ricercatezza della raffigurazione, costruzione ad hoc del testo, raffinato controcanto tra popolare ed aulico, sono aspetti del lavoro che ne mostrano le caratteristiche di unicità e solidità non comuni. Si percepisce, ovviamente, il sostrato letterario - le citazioni più o meno dichiarate si rincorrono in tutta l'opera -, si manifesta un intento etico-morale, ma non si resta mai ancorati al banale o all'esotico. Certo si va controvento ma non è poi questo il vero intento, oseremmo dire, il portento dell'usignolo? Non c'è poesia più alta di quella che non si allinea al coro? «Papà, dimmi perché mai l’usignolo / se ne sta tra le fronde tutto solo? / Perché a differenza dello storno / discorde è al lui l’armonia del giorno». 126 Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti Da Ornitografie Pier Franco Uliana AUSPICIA 127 La comune d’uccelli dove vada a morire non si sa, si sa solo che i cacciatori sono reticenti. Gli idealisti dicono che salga direttamente in cielo, i più che abbia il cimitero suo sotto le siepi lungo i fossi. Quegli spericolati, i nidiacei che volano ad altezza d’uomo in competizione con corriere e automobili, e che sull’asfalto riversi cadono, molto non dicono in articulo mortis. Io, per me, ho fatto delle ricerche geografiche e storiche, finanche archeologiche, ed è per caso che, leggendo Aristofane [1] e interpretando i segni delle nuvole, degli uccelli ho scoperto la necropoli. [1] Uccelli e Nuvole. Pier Franco Uliana SAGRA DEI OSÈI Alle fiere, li vedi nelle gabbie colme come i vagoni per Dachau in un clima di festosa parata, prima la persecuzione razziale (certi tordi sono ricercatissimi, – l’etichetta NIL MELIUS TURDO recita – traditi anche dai compagni di stormo), il carcere ora, e la deportazione, poi lo scrocchiare di nuche schiacciate, la spiumatura, ed infine i fornelli. Il destino accomuna certi uccelli a certi uomini, allorquando i carnefici gli marciano contro al passo dell’oca, e quelli come noi stanno a guardare. 128 MIGRAZIONI I Pier Franco Uliana Al capitale oggi hanno messo le ali – non c’è comune d’uomini che tenga, o voliera che possa trattenerlo, e l’àugure vatìcina via Internet per percentuali, diagrammi e altri segni che giustappone in complesse sintassi come cucùlo depone le sue uova per ogni nazione – che ognuna si cresca profitto e proletariato – e se il lavoro non c’è da stanziali gli uomini si facciano migratori, uccelli che non sanno di frontiere. II 129 Anche i confini del cielo si spostano, del volo, ovunque, cambiano le regole. Giungono pure i capistormo, ad ali piegate, al seguito dei digitali nativi, loro che prodieri furono per alti cieli, un vento naturale ora sospinge alla ragna virtuale. III Evoluzioni, ondivaghe, di stormo: sono gli storni che segnano un cielo anomalo, la luce opaca, gelida d’un crudo inverno, di fame feroce nel grembo incoerente dello stormo. Et in excelsis figure scalene di gas di scarico degli aeromobili. HABITAT Pier Franco Uliana I canori sono sempre di meno, i begli uccelli dal becco gentile, minati sappiamo da che e da chi. Solo gli storni sembrano adattarsi alla vita di città, anzi, ne fanno come noi il loro habitat ideale, l’evoluzione è selettivamente prosaica e ha il senso delle simmetrie, che corrisponda al bipede un alato! Estinti ormai gli ultimi trovatori, non fanno che crescere, a stormi, quelli come me, gli àuguri da condominio. L. I. P. U. [2] 130 Nell’immensa uccelliera del pensiero le idee volano sull’ali del simbolo, avanzando in una rotta a ritroso, dall’universale al particolare: il potere si fa aquila, la pace colomba, Cristo pellicano, l’uomo di strada storno… Dall’ùpupa tutti gli uccelli sono poi rappresentati, non solo quelli dell’Italia ma anche del mondo… Sparare agli uccelli è dunque un colpo tirarsi alla testa. [2] Lega Italiana Protezione Uccelli. ROSA IN TEMPO DI CACCIA Pier Franco Uliana Fu salire al cielo in forma di rosa il più grande volo dell’Occidente medievale, con occhi ed ali d’aquila, lo stesso cielo che cade sui coppi oggi in forma di rosa di pallini. Di monelli che a fiondate colpiscono i merli lungo i rovi dei fossati, sembra proprio non essercene più, troppo presi come sono dal birdwatching stereovirtualtelevisivo. Il cacciabombardiere fa di nome Eagle, Falcon, Condor… e il nemico suo Aspide, Cobra… è lotta che continua sul piano planetario in altre forme, velenose uova e pulcini di morte. Nel salotto, tra i rami rifioriti di carta, il canarino made in Japan gorgheggia a microcip e ad intervalli le ali sbatte in perfetta sincronia: Tweety [3] da titillare il gatto annoiato. 131 Pasqua è passaggio, ma non di colombe azzime, l’epulone occidentale di pulcini correda le sue tavole, indifferente all’arpìa che su mense di Terzo Mondo le sue uova dischiude. [3] Titti in inglese Pier Franco Uliana VOLO A VELA L’alleluia lievitò per la navata alla botta dei Mori. Si levò dalla carena l’onda dei gabbiani e via volò per volte e travature, dall’abside musiva fino all’ultima vela affrescata, poi per il portale di poppa si disperse in bianche scie giù per la piazza fino alla laguna, tanto che parve muoversi la chiesa con il ligneo fasciame della chiglia. La ciurma salmodiante mise mano allora ai raggi meridiani che dalle vetrate scendevano in forma di remi, mentre sull’altare a braccia aperte il prete impartiva la rotta nella quieta frescura bizantina. 132 Pier Franco Uliana ORNITOSIMBOLOGIA Il capitello scolpito d’uccelli, – gallinelle fagiani pavoncelle in un bassorilievo ad istoriare terrestri paradisi, le cui zampe leggere solcano la pietra d’Istria dalla simbologia medievale e il cui segno è tutto da decrittare (come i colombi questo lastricato che non lascia di loro impronta alcuna) – fatto forza crurale di colonna trampoliere, di suo regge il palazzo dogale nel millennio sprofondato. Se sali sulla passerella ad esso adiacente, nei giorni di scirocco, li vedi intenti al becchime adamitico, o a bere l’acqua dell’alta marea. 133 TOROTOROTIX [4] Pier Franco Uliana I Poche bacche di sorbo e un solo luì che sale e scende la scala del si, la lingua ci divide e questo gelo sotto il medesimo plurimo cielo. II Viene ormai meno il millenario accordo tra il sentire e l’ascolto – orecchio sordo non al rumore ma al canto del tordo – il cielo si fa sempre più balordo. III La selva e la radura, qui e altrove, cieli e uccelli che ovunque le sovrastano e il ciclo nascita-copula-morte: l’immutata natura pur mutevole 134 nell’immutato orecchio del mutato àugure in fisico che il canto muta a seconda di luogo e lingua franca, da torotorotix a it from bit. [5] [4] Verso degli uccelli in greco antico (da Aristofane a Pascoli). [5] ‘Tutto è informazione’ concepita dal fisico americano A. Wheeler come sostanza prima del mondo. Elio Pagliarani http://poesia.blog.rainews.it/2015/03/18/in-memoria-di-te-elio-pagliarani-2/ Cristina Babino È nata ad Ancona nel 1976. Vive nel sud della Francia. Tra le sue pubblicazioni: La donna d’oro (peQuod, 2008), la monografia critica La Ferita. Opere di Walter Angelici 1994 - 2009 (La Via Lattea, 2010) e la traduzione del volume Pastorali, del poeta americano John Taggart (Vydia, 2013, Premio Achille Marazza 2014 per la traduzione poetica, sezione giovani), autore per il quale ha tradotto anche la plaquette Car Museum (Ed. L’Arca Felice, 2012). Ha curato il volume collettaneo Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche (Vydia Editore, 2014) e l'antologia S'agli occhi credi. Le Marche dell'arte nello sguardo dei poeti (Vydia Editore, 2015). Ha collaborato con testi critici e recensioni a riviste letterarie quali “Poesia”, “Le voci della luna”, “Stilos”. Suoi testi poetici sono inclusi, tra l’altro, nelle collettanee Nodo Sottile 5 (Le Lettere, 2007), Registro di Poesia #4 (d’if, 2011), Poetry of the World/6 (Università di Coimbra, Portogallo, 2010), nelle riviste “Aesthetica” (UK), “Trivio”, “nostro lunedì” e in numerose altre antologie e periodici letterari italiani e stranieri. 135 Cristina Babino LETTURE di Cristina Babino Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione D - Prosa critica 1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Letture contiene dodici testi, in forma di breve saggio monografico o recensione, riguardanti opere poetiche italiane di recente pubblicazione. Il principale merito del lavoro risiede nella qualità della scrittura che la compone, più vicina ai modi della prosa critica che alla forma saggistica tradizionale. Nell'attraversare l'opera di autori tra loro diversi Cristina Babino è riuscita, senza indugiare in forzature antologiche, ad integrare lo sguardo critico-argomentativo con la voce di un'autentica, appassionata, frequentatrice della poesia contemporanea. Ogni capitolo può quindi essere letto come un ritratto, un momento di incontro e dialogo nato da un necessario confronto sulla parola e sull'esistenza. Ne risulta un volume accessibile ad un'ampio pubblico, estremamente piacevole nella sua leggibilità e al tempo stesso prezioso per l'originale panoramica sulla poesia contemporanea che traccia. Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti 136 Da Letture Cristina Babino Raccolgo qui, per la prima volta, una selezione delle note di lettura da me pubblicate a partire dal 2006 ad oggi, scelte esclusivamente tra quelle uscite su vari litblog e testate letterarie online. Sono scritti che variano per lunghezza e livello di approfondimento, spaziando dal saggio breve alla recensione, e che hanno per oggetto alcune opere di poesia contemporanea su cui ho avuto la ventura - e spesso l’autentica fortuna - di imbattermi, dandomi in molti casi la possibilità e il privilegio di stabilire con i rispettivi autori amicizie profonde, rapporti umani e scambi intellettuali importanti e duraturi. Dieci anni di letture e di scritture, quindi, che non pretendono naturalmente di investigare in modo esaustivo - e nemmeno indicativo - lo stato della poesia italiana contemporanea e l’attività degli autori che oggi la producono e la animano. Ma dieci anni di letture e di scritture frutto di un personale mettersi in ascolto - credo - empatico, aperto, partecipato, cercando sempre di ricavare dalla lettura dei versi incontrati, e dai diversi modi di fare poesia che quei testi sottendono, la linfa necessaria a creare non semplicemente chiose o recensioni, ma piuttosto “prose critiche” capaci di accompagnare con altrettante suggestioni i testi poetici che le hanno ispirate. Cristina Babino INDICE DEGLI SCRITTI INCLUSI 137 • • • • • • • • • • • • • Sulla poesia di Franca Mancinelli (inedito in preparazione, gennaio 2016) La condizione corsiva. Sulla poesia di Gian Maria Annovi (inedito 2016) Ho questa carne scomposta in molte vite. Per Francesca Matteoni Giornate di una Manga Girl. Su Poesie d’amore per ragazze kamikaze di Francesca Genti La macchina immemore. Sulla poesia di Alessandro De Francesco Da: Il mare alto. Poesie di Renata Morresi Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune di Igor De Marchi Sesto Sebastian di Marco Simonelli Piccole apocalissi quotidiane. Sulla poesia di Luigi Socci L’opposta riva di Fabiano Alborghetti Su Amanuense di Massimo Sannelli Passando per New York di Christian Sinicco Rampe per alianti di Alessandro Seri [1] Lo stesso spazio online che Francesca gestisce, Orso polare, è da lei definito un “blogripostiglio” Cristina Babino (v. la nota biografica in X Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di F. Buffoni, Marcos y Marcos, Milano, 2010, pag. 84). [2] F. Matteoni, Appunti dal parco, Vydia Editore, Montecassiano, 2012 (pag. 57). [3] F. Matteoni, Un’altra Alice, Gattili, Milano, 2009, testo poi incluso in F. Matteoni, Tam Lin e altre poesie, Transeuropa, Massa, 2010 (pagg.5-6). [4] In Appunti dal parco, cit. (pag. 28). [5] Lo osserva Andrea Raos nella postfazione a Nel sonno, Editrice Zona, Arezzo, 2014 (pag. 115). 138 Ho questa carne scomposta in molte vite. Per Francesca Matteoni I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce. Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo. Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle. Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca, rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio [1], del posto dove si accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco [2] e di Un’altra Alice [3], la cantina, un armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde [4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro. Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità. Come i ricordi, sì, come i luoghi attraversati e le esperienze vissute, ma anche come quello che siamo stati e che tuttora, ancora, in qualche modo siamo: bambini [5]. Protagonisti di un’infanzia immaginifica, lontana però da qualsiasi arcadia, che attraverso l’esercizio forsennato della fantasia tenta - o forse oppone - un rimedio a ogni paura, a ogni dolore. A ogni realtà che si fatica a comprendere, accettare. Un’infanzia che si prolunga, e in qualche modo si compie, nell’età adulta, portando in dote il suo carico di curiosa meraviglia, o sbigottimento. Luoghicontenitori, allora, che funzionano come scatole cinesi e sono a loro volta contenuti di (da) qualcos’altro: le xx stanze prima (la camera da letto, la cucina, ma anche l’orto e il giardino, che dell’abitazione sono un prolungamento pacifico, estroverso), quindi la casa. Cristina Babino [6] In Nel sonno, cit. (pag.43). [7] Ibid. (pag.44). 139 Uno dei tòpoi più caratterizzanti di questa scrittura, nonostante la sua costante proiezione a un altrove fatto di viaggio, allontanamento e scoperta (o magari in virtù di questo) è proprio quello della casa (la foto di una dimora abbandonata apre Nel sonno). La casa materna, in particolare, sinonimo e sede di una genealogia tutta femminile - che passa per la madre, la figlia, la nonna, la sorella - che l’elemento maschile sembra per troppo male aver espunto, allontanato, circoscritto a uno spigolo di dolore estremo, acuminato. Le foto di famiglia che intervallano la scrittura di Nel sonno ritraggono infatti a un tempo l’autrice, sua madre e la nonna, tutte riprese da bambine, e secondo una dislocazione che ne impedisce volutamente l’identificazione: non sappiamo chi sia chi (solo la prima foto riporta l’indizio di una data), ed è un’ambiguità voluta, perseguita scientemente per tutto il libro, costruito come un provvisorio album di ritagli e di ricordi, uno scrapbook fatto di immagini (foto e disegni infantili) e parole (poesie e prose). Un’ibridazione che contagia anche il linguaggio, attraverso il ricorso a una lingua profondamente assimilata ma non madre come l’inglese, nella quale l’autrice titola ciascuna sezione del libro (sempre con un chiaro richiamo alla giovane avventuriera di Carroll) e azzarda un’espressione poetica che procede per tentativi e frasi nucleari nel testo di hatching eggs [6], risolvendosi quindi per omissis nelle cancellazioni, nell’arreso balbettio di un’Alice-Francesca a colloquio col Brucaliffo (I can’t I’m not. [7]). La commistione di materiali e generi, la fascinazione per il frammento assemblato ad altro frammento sono pietre di una strada che Francesca aveva già cominciato a percorrere in Appunti dal parco (anche qui la fotografia accompagna testi versificati e in forma di racconto) e che a ben vedere non sembra abbandonare del tutto neanche nel più recente Acquabuia, seppure qui le fotografie scompaiano, per lasciare pieno campo alla parola, a un dettato più asciutto rispetto ai libri precedenti, ma ancora nella coabitazione di versi e prose, come alla ricerca di una pulizia, di un nitore che scarnifichi la piaga, che nel mondare la ferita metta ordine, ripari. La dimora familiare si diceva, come cornice ricorrente; non però nell’accezione domestica, sentimentale che generalmente all’idea di abitazione-focolare associamo. La casa, invece, più spesso intesa nella dimensione ferina - e fiabesca - della tana, del rifugio d’animale: covo scavato in un gorgo della terra, o nido appeso nell’intrico indecifrabile degli alberi. Xxx Cristina Babino [8] Ibid. (pag.13). [9] F. Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno Editore, Torino, 2014 (pag. 9). [10] A. Raos, postfazione a Nel sonno, cit. (pag. 115). [11] V. anche il saggio di F. Matteoni, Due sguardi su Alice, in “Nuovi Argomenti” - La società dei poeti estinti, n. 64, 2013. 140 È la tana del coniglio (animale non a caso a un tempo domestico e selvatico), il buco aperto in mezzo ai rovi in cui ti puoi calare, smarrirti. Sprofondare. È il fantastico, fascinoso rabbit hole di Alice nel paese delle meraviglie - la “favola” forse più polisemica e disturbante - evocato nel titolo della prima sezione di Nel sonno (- fuggire via / dal buco del contrario.) [8] Ma è anche, per traslato, il pozzo artesiano di Vermicino, il buco nero e spaventoso che inghiotte Alfredino Rampi - secondo il copione troppo vero, recitato in diretta tv, di una vicenda che ha segnato come un racconto di terrore la memoria acerba di noi bambini di quegli anni Ottanta fintamente spensierati ricordato nell’intenso, lancinante testo di apertura dell’ultimo Acquabuia: Non è che tutto ha sempre una ragione. / Dal fascio acceso della televisione, sei come me / mi senti, puoi salvarti. (…) Dev’essere così, mamma, che accadono / le cose morte, velocemente inutili nel mondo. [9] La casa, come la fiaba, non è del resto perimetro d’idillio, correlativo oggettivo della rassicurazione, anche quando è territorio eletto dell’infanzia, luogo dell’anima e degli affetti: in esse fioriscono spesso, parimenti, semi oscuri fatti della materia delle nostre più recondite paure, della consistenza misteriosa e opaca delle relazioni, di debolezze integralmente terrene, umane, seppure s’impersonano in metafore di esseri fantastici e animali. Lo dice bene Andrea Raos nella postfazione a Nel sonno: «L’infanzia di cui parla questo libro non è tanto la bambina che ne è al centro quanto lo spavento che la circonda da ogni lato.» [10] L’Alice di Lewis Carroll, la bambina polimorfa da cui Nel sonno trae linfa in tanta parte, è protagonista del romanzo più deformativo e meno di formazione che si possa immaginare [11]: alla fine della storia, al termine delle mille avventure affrontate e delle tante trasformazioni subite, la protagonista non è cresciuta, non è cambiata. Non ha imparato lezioni, non ha appreso nuove regole, come morale vorrebbe. Semmai ha verificato, arrendendosi a un sovrano nonsense, l’inutilità di quelle impartitele dall’educazione ricevuta: precetti inservibili come gli indovinelli del Cappellaio Matto. Così l’io che ci parla Nel sonno si trova a fare i conti con una dimensione onirica - quasi d’incubo debordante di immagini, di oggetti. Cose che innanzitutto l’autrice si preoccupa di enumerare: le prime parole della raccolta sono infatti un lungo elenco di materiali, bestie, personaggi della storia che si va a raccontare. Cose acuminate, cibi saporiti, animali veri o immaginari, tutti ugualmente abitanti le avventure di Alice. Objets trouvés insomma, del sogno e della lettura, che Francesca si trova, appunto, nella memoria e tra le mani, pronti a un reimpiego poetico in cui essi diventano termini di metafore e accostamenti sorprendenti, d’iconicità vividissima, in cui umano e animale si incastrano perfettamente - tra loro e pure con gli oggetti - formano sinestesie di esseri viventi, chimere vere e proprie. Allo stesso modo in cui Alice muta e cambia dimensione, così la metamorfosi - qualcosa, beninteso, di xxxxxx costitutivo dell’esistere, di strettamente necessario - nei versi di Francesca si attua per associazioni visive, prima ancora che linguistiche, per assemblaggio di elementi umani, animali, vegetali, tutti accomunati dal battito vitale, dall’essere viventi e dall’essere destinati a morire. Dall’esserci. Cristina Babino [12] In Acquabuia, cit. (pag. 43). [13] Nel sonno, cit. (pagg. 13 e 15). [14] In Acquabuia, cit. (pagg. 53 e 59). [15] Tam Lin e altre poesie, cit., rispettivamente pagg. 12, 13, 7, 27. [16] Appunti dal parco, cit., rispettivamente pagg. 43 e 57. [17] In Acquabuia, cit. (pag. 15). [18] Cfr. l’intervista pubblicata in appendice a F. Matteoni, Artico, Crocetti, Milano, 2005 (pag. 51). Un estratto è riportato anche da Fabio Pusterla nella prefazione a F. Matteoni, Higgiugiuk la lappone, in X Quaderno italiano di poesia contemporanea, cit. (pagg. 89-90). 141 La sua è da sempre una vocazione a una sorta di animismo panico, pervasivo (Ho questa carne scomposta in molte vite [12]) - che mi sembra anche la cifra più riconoscibile della sua scrittura - in virtù del quale anche gli oggetti più immobili sono infusi di vita nuova, inaspettata, fatta di arti, di carne e ossa, di membra umane o animali: ne troviamo chiari esempi nelle pagine di Nel Sonno (i denti di pietrisco della strada ; cuore di guscio d’uovo e di magnete ; rami scrosticciati delle dita) [13], ma anche in Acquabuia (la massa nodosa della fiamma; il tuo corpo sfrigola in migliaia di falene ; bambino e albero da sempre / conoscono la stessa gemmatura ; tendiamo il ragno / delle cinque dita) [14] e già in Tam Lin e altre poesie (Se vieni nel mio corpo come un ramo ; I polmoni - elastici sfondati ; Un telaio esile di branchie / si difende dal bianco del tuo seme ; dillo nella tua lingua albero) [15] e in Appunti dal parco (gli alberi spolmonati sulle scale ; le mani di grafite, di verde/ di pianure, le coste giallo-azzurre / le depressioni carsiche, lunari). [16] Una comunione profonda dell’umano con le bestie e le piante che va oltre il concetto di amore per la natura, di fascinazione e rispetto meravigliato per ogni forma di vita: un’immedesimazione consapevole, piuttosto, con ogni organismo vivente, nella presa di coscienza della propria finitezza, dell’imminenza comune della fine, della trasformazione in altro, secondo un ciclo crudele, perfetto, imperituro. Un prendere atto che oppone a ciò che è l’inadeguatezza solo umana dei propri meccanismi di difesa: Vorrei avere pelliccia, l’olfatto / umido dei cani e invece ho mani / ho questi verbi che colano / dal morso come un male si storcono / sui codici, la mappa della specie. [17] Una disposizione verso le cose del mondo su cui pesa, oltre alla lunga frequentazione dei classici inglesi, dai romantici in avanti, soprattutto la lettura di Leopardi. Non il Leopardi canonizzato a scuola, però, bensì quello lettole dalla madre, proprio come una fiaba, nella spericolata e attonita terra di mezzo dell’età preadolescenziale: influenza dichiarata del resto più volte dalla stessa autrice, che riferisce del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia come dell’opera di poesia italiana per lei da sempre più significativa [18], e ribadita nella citazione leopardiana “Questo è quel mondo” posta in epigrafe di Acquabuia. Citazione a cui è stato sottratto però il bene prezioso del dubbio, del punto interrogativo: questo è, dopotutto, senza scampo, senza ragione. Una Natura evocata e celebrata non solo attraverso gli animali più comuni, di cui Francesca ci offre attraverso i suoi libri un bestiario variegato e felicissimo, a un tempo tenero e feroce, fatto di presenze xxxxxx domestiche (gli amati gatti), della fauna del bosco, territorio eletto di quel mondo fiabesco [19] che costituisce una delle componenti essenziali della sua scrittura (scoiattoli, conigli, lepri, volpi, gheppi), di insetti (coccinelle, ragni, falene), ma anche di esseri acquatici (rane, pesci) e di animali abitanti luoghi remoti, quasi sempre glaciali (renne, alci, foche e balene, orsi polari). Cristina Babino [19] Francesca cura il ricco spazio online Fiabe. [20] F. Matteoni, Higgiugiuk la lappone, cit. (pagg. 83-116). [21] In Tam Lin e altre poesie, cit. (pagg. 32). [22] In Tam Lin e altre poesie, cit. (pagg. 2224). 142 Un paesaggio, infine, che si tratti della familiare Sambuca pistoiese - con la sua flora tipica, dagli arbusti ai fiori ai grandi alberi - o delle lontane lande della Lapponia, da attraversare sempre con fatica, come terra di inesorabile allontanamento, di passaggio, mai di approdo, mai davvero stanziale. L’Artico, con le sue distanze raggelate, le coltri bianche e immense che tutto celano, che tutto custodiscono, dà non a caso il nome alla raccolta poetica d’esordio di Francesca, già sorprendentemente densa e luminosa: un’ambientazione a cui resta fedele, poi, in diverse opere successive, come capitoli di un ibernato e sanguinante romanzo d’appendice. Così succede nella silloge che ha per titolo Higgiugiuk la lappone [20] dove lo sguardo si apre inizialmente sull’Appennino toscano per trasferirsi poi nella tundra finlandese, con un balzo che tradisce la medesima esperienza di un ambiente fatto proprio, compenetrato nel tessuto percettivo e perfino organico. E così succede nella raccolta Tam Lin e altre poesie, in cui ugualmente da un avvio ambientato nella propria casa (anzi nella propria stanza) pistoiese si produce un viaggio per i boschi appenninici e per i parchi inglesi - Francesca è da sempre legata, per motivi di studio, lavoro ed elezione, alla lingua e alla terra anglosassoni - fino alle foreste fatate dello scozzese Tam Lin e alle estreme lande innevate di Orso polare, in cui voce poetica e orso si scambiano, letteralmente, la pelle, diventano uno nell’impossibilità di distinguere se stessi e il proprio destino di dolore / indocile, pieno di desiderio / chiuso negli albero forti [21]. Ispirato alla fiaba norvegese A est del sole a ovest della luna, Orso polare è un perfetto esempio di come la poesia - la scrittura - di Francesca si innervi della dimensione fiabesca, liberandola di ogni sovrastruttura conciliante, confortante, di ogni nenia raccontata ai bambini per farli dolcemente addormentare, assimilandola e restituendocela invece in tutta la sua crudezza e ferocia originarie: racconti dove il pericolo mortale, la paura, il distacco traumatico, la partenza sono componenti costanti e anzi irrinunciabili, essenziali. L’incombenza della morte, la sua certezza naturale, ancor prima del suo presagio, è una costante nella poesia di Francesca: in Artico la morte è la pesca forsennata degli eschimesi, l’isteria delle fiocine brandite a procacciarsi il cibo, in Acquabuia è l’oscurità sporca e umida del pozzo di Vermicino (e l’elemento acquatico, vitale - sia esso fluido di fiumi, percorso carsico ed estensione di mare, o immobilizzato in distese di ghiaccio - appare altrettanto di frequente, opposto e anzi complementare all’estinzione), ma è anche il ventre allibito, svuotato in un aborto descritto in Corale del sangue e del fuoco [22]. Cristina Babino [23] In Acquabuia, cit. (pag. 30). [24] Ibid. (pag. 51). [25] In Nel sonno, cit. (pag. 17). [26] In Acquabuia, cit. (pag. 9, 19, 43, 53 e 73). [27] Ibid. (pag. 26). [28] In Nel sonno, cit. (pag. 80). 143 Lo stesso sprofondare di Alice nella fantastica tana del coniglio non è forse un modo un po’ più ricreativo di morire, metamorfizzarsi, di abbandonare la propria dimensione per accedere a un’altra di cui niente prevediamo, che ignoriamo? È per questo continuo meditare sulla fine, l’incessante percezione - avvertita soprattutto dall’intuitiva saggezza dei bambini (non c’è / un’infanzia simile ad un’altra / ma tutte parlano coi morti [23]) - della persistenza di ciò che non c’è più e di chi se n’è già andato (mentre morivi non ti seppellivo [24]; Nell’albero c’è una casa di morti. / Non ricordi mai come si vestono. (…) I morti fanno un suono di carte e documenti / parlano nei rubinetti quando sei sola. Un bianco gorgogliare di lenzuola [25]) che la parola osso (coi suoi derivati) risulta una delle più ricorrenti nei testi di Francesca, da Artico a Acquabuia. Oggettivazione dell’essenza, della struttura invisibile che finalmente, scoprendosi, si attua in evidenza, l’osso è la verità incastonata nella concrezione dello scheletro riemerso: moltissimi potrebbero essere gli esempi ma, limitandomi all’ultimo libro, cito: nell’anno che sortivo dall’ossario; Ti abbiamo estratto l’osso dal deserto; Zoppico quasi fermo sull’ossame; il torcersi di un osso nell’amore; le foglie si sono seccate a ossicini. [26] I morti vanno a spasso con i vivi, e attraverso il rinvenimento delle ossa comunicano, si scambiano, di nuovo s’apparentano. La lingua, quella poetica, ma prima ancora quella che formula il pensiero, cerca una ricomposizione dolorosa delle parti, di puntellare le pareti di una tana sempre pronta a cedere (la tana sventrata in una luce [27]). Il risalire da una caduta continua e vertiginosa che proprio nel precipitare inesorabile produce canto, poesia. Se c’è mai una dichiarazione di poetica nella scrittura di Francesca, lei che tanto ostinatamente rifugge proclami e manifesti, io la rintraccio allora in questi versi, più che in altri, di sonorità levigata, di bellezza che traspare e che ferisce: montesole di tutti gli animali, umani e non umani, morti e vivi che guardano nel basso delle cose del filo d’erba quando si fa strale che alzano le lingue nell’atto di parlare come così per farsi perdonare, per chiedere dov’è che poi si torna, si tace, si morde ma per gioco, si mastica lo stelo che apre l’osso lo fiorisce granisce come tutto ciò che inciampa, cade, e che cadendo canta [28] Paolo Steffan 144 È nato a Conegliano nel dicembre del 1988 e da sempre vive a Castello Roganzuolo. Avvezzo al disegno fin dalla prima infanzia, impara l’italiano leggendo Topolino; negli anni del liceo classico si accosta alla letteratura, con preferenza per i classici greci, la poesia di Leopardi e quella di Pasolini. Si laurea in lettere moderne col massimo dei voti all’università di Venezia, città di cui approfondisce la conoscenza, amandola in vagabonda solitudine. Dalla tesi triennale ha tratto il saggio Un «giardino di crode disperse». Uno studio di Addio a Ligonas di Andrea Zanzotto (Aracne, 2012, prefazione di Ricciarda Ricorda) che tratta i rapporti tra lingua, poesia e paesaggi in disfacimento nelle ultime raccolte zanzottiane; nella tesi magistrale si è cimentato sulla produzione di Luciano Cecchinel, sulla cui poesia gestisce una pagina facebook. A margine di costanti piccole donchisciottesche battaglie sul vivo campo, a difesa del paesaggio culturale e della sacralità degli alberi, è stato per anni attivo come blogger; attualmente, in rete, sta lavorando alla fondazione di una nuova rivista online di notizie, cultura, ecologia e società a Nordest. Nel 2014, dopo circa sette anni dai primi ritrosi tentativi in versi, decide di esporsi facendo partecipare per la prima volta un piccolo manipolo di poesie in dialetto veneto dal titolo Bacàr / Ansimi a un concorso (menzione speciale al premio “Poesia Onesta” 2014); l’anno successivo, con la raccolta dialettale inedita Slama de ’l ténp / Melma del tempo, è finalista al premio “Lorenzo Montano” 2015. Su “Versante Ripido” n. 3 (marzo 2015) sono presentati 5 inediti con una nota introduttiva di Manuel Cohen, mentre sul n. 18/2015 di "Smerilliana" la silloge Inte 'l color mat del nòstro tenp / IX sonetti veneti è preceduta da un ampio scritto di Fabio Franzin. Collabora come consulente ai progetti del gruppo musicale-letterario "Le Ombre di Rosso", con cui ha scelto e musicato cinque poesie inedite di Cecchinel, da cui sono nati i due brani La stazione abbandonata e Bisbigli. Altre attività in cui si cimenta con costanza sono la creazione di vignette, la fotografia di paesaggio e la coltivazione dell'orto. Paolo Steffan UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione D - Prosa critica 1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” Il lavoro di Paolo Steffan è un'analisi filologica della poesia di Cecchinel condotta con efficacia argomentativa e aderenza ai testi. L'opera del poeta viene mostrata, sin dal titolo del lavoro, nel suo nucleo “ecologico” sostanziale che permette di mostrarne l'intima connessione con lo spazio fisico sia per quel che riguarda il paesaggio, sia per quel che riguarda la proiezione, anche etica, dell'io su di esso. Il merito principale del saggio è dunque quello di illuminare la complessità della produzione di Cecchinel attraverso la scelta di un tema chiave, la cui attualità viene anche contestualizzata all'interno delle più recenti linee critiche di ricerca. Il premio viene conferito anche nell'augurio al giovane critico di continuare su questa strada il suo percorso di formazione. Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti 145 Da Una poesia di resistenza. Cecchinel tra ecologia e poesia Paolo Steffan 146 A titolo di sunto. Di Paolo Steffan Quali sono i veri interlocutori della poesia di Luciano Cecchinel dentro e fuori da quei suoi ambienti montani e lacustri? Quali sono le tensioni che ne reggono il lento ma costante evolvere e le diverse lingue, i registri, i linguaggi? Qual è l’aspetto reale dell’oscura “riva” verso la quale tendono senza ancora approdo gli inquieti natanti che anche Zanzotto fa galleggiare sugli specchi cecchineliani? A domande come queste le pagine di Una poesia di resistenza tentano di rispondere, salpando da un ritratto identitario che lambisce i numerosi profili che di sé ha mostrato negli ultimi vent’anni Cecchinel, attraverso la pubblicazione delle irte e dolorose opere in dialetto - Al tràgol jért (1988) e Sanjut de stran (2011) - della plurilingue saga dei migranti - Lungo la traccia (2005) - degli alti e graffianti versi civili - Perché ancora (2005) e Le voci di Bardiaga (2008) - e del purissimo quasi-poemetto affettivo - In silenzioso affiorare (2015). Per poi navigare in una distesa di referenti straordinari, perlopiù i reietti di un’umanità antica e oramai delirante dentro le rovine cadenti di un mondo fatalmente concluso; e poi gli alberi, creature caratterizzate da una costante superiorità morale ma, per questo, anch’esse in sbandamento, dentro un tempo impietoso e crudele. È a queste due categorie di viventi che sono dedicati i capitoli più ampli: deambulando tra i luoghi cecchineliani se ne ascolterà la voce, se ne soffrirà il silenzio, se ne scorgeranno le forme segnate alcune volte dal maestoso vigore, molte altre dalla consunta secchezza: alla grandezza morente del castegnèr cròt (un castagno malato di whitmaniana ispirazione) corrisponderà allora la “socialità dimessa” del vecchio Felize, allo zavariar (delirare) di ubriachi, pazzi e suicidi corrisponderà la sagoma ingobbita di una vecchia-gelso (che ci ricorda Eliot), in un intessersi incessante di richiami che a volte parranno darci dell’opera cecchineliana il volto di un unico crescente capolavoro umano e poetico ancora tutto da conoscere. Nelle diverse pieghe del saggio, tra le altre, è anche la viva voce del poeta ad accompagnare il lettore, con dichiarazioni e poesie inedite alle quali negli ultimi anni si è avuta la fortuna di avere accesso in un dialogo costante: l’originalità di numerosi brani da prose ancora sconosciute al pubblico e perlopiù in fieri aggiunge alla lettura critica di un interprete esterno schegge di freschezza da un percorso denso di autoesegesi. Sotteso a tutto l’evolvere del testo è poi il concetto di “resistenza” nei diversi modi in cui agisce dentro la scrittura di Cecchinel: ne risulta in ultima istanza un senso di “ribelle speranza” dal taglio specialmente ecologico ed etico. Per comprenderlo a fondo, si è chiamata a raccolta una schiera di grandi poeti del xxxxxxx passato che sorreggono l’ispirazione del poeta laghese e di autori viventi che più volte gli fanno eco: troviamo oltre confine Whitman, Frost, Thoreau, Esenin, Eliot, Artaud e, più vicini, Pascoli, Pavese, Pasolini, Consonni, fino ai veneti Rigoni Stern, Bandini, Franzin. Paolo Steffan Caso a parte è Andrea Zanzotto, i rapporti col quale sono sondati nel dettaglio ogni volta che ci si trovi a sentirne la vicinanza o ad avvertire le divaricazioni della poetica dell’uno da quella dell’altro: in particolare il legame Cecchinel-Zanzotto è esplicitato nelle scelte relative all’uso del dialetto e delle modalità di recupero dei referenti della civiltà rurale, nella materia “lacustre” comune ai due poeti specie nell’avvicinarsi a Silvia, la figlia perduta, e nella constatazione poi che l’imprescindibile “vero tema” di natura ecologica è di fatto centrale per la letteratura contemporanea tout court. In Una poesia di resistenza si tenta dunque di tracciare un quadro delle specificità della produzione di Cecchinel a livello della poetica linguistico-paesaggistica e politico-ecologica reintessendo in un intreccio inedito gli scritti e gli interventi del poeta, le esperienze dei maggiori suoi studiosi, le fonti e i modelli. Si esplorano poi i resti sopravviventi del paesaggio culturale nell’ambiente prealpino di Revine Lago, anche con l’inserimento di contributi fotografici raccolti in diversi luoghi e momenti della stesura del saggio. Si arriva infine, alla luce di questo percorso, a delineare anche dei caratteri comuni alla letteratura veneta contemporanea, dove sembra prevalere una spinta ecologica di valenza globale intorno alla quale si vanno, nelle conclusioni, a teorizzare delle prospettive non ancora del tutto verificabili, ma figlie della spes su cui Zanzotto, da lettore di Cecchinel, più di tutti sembra puntare, pur dentro gli orizzonti della storica “sconfitta” delle diverse fazioni in gioco. 147 In sintesi, i quattro macro-capitoli che formano Una poesia di resistenza rispondono ai titoli di (1) Tra plurime identità, pagine introduttive nelle quali si dà uno spaccato della personalità culturale, politica e letteraria del poeta; (2) Alberi e piante e (3) Gli ultimi uomini, le due parti più estese dove si ripercorrono gli itinerari degli esseri viventi che popolano la poesia di Cecchinel, con un occhio di riguardo alla produzione dialettale e scrutandone a fondo modalità, richiami e echi dentro la sua opera e in quella degli autori sopra citati; (4) Mondo perduto, mondo da ritrovare, la parte conclusiva in cui si snodano gran parte di “ife e fili” intrecciati nei precedenti capitoli, dando particolare rilievo alle questioni connesse alla volontà di resistenza, al senso di “ribelle speranza” e all’inserimento dell’opera cecchineliana in un grande filone ecologico che nasce negli USA nell’Ottocento e sotterraneamente scorre fino a riemergere oggi in tutto il mondo da diverse forre dentro le quali è spesso stato in ombra, per rivelarsi tra i più pressanti della contemporaneità dentro la grave crisi ambientale del nuovo millennio, in cui il tema (che è poi anche uno stile) ecologico si scopre annidato tra i risvolti di un’altra grande assente di cui la letteratura comincia a rifarsi latrice: l’etica. Vuoti parlanti del paesaggio malato di ieri, vuoti silenti delle devastazioni d’oggi età acerba e una gran voglia d’andare a parlare coi boschi e con il fiume, mentre adesso quel mondo ti scompare, sotto il bitume. Paolo Steffan Francesco Guccini [19] I vuoti del paesaggio cròt, malato, di una civiltà perduta perpetuano la loro voce. Lo si è visto catalogando quelle di alberi e utensili: i paesaggi di Cecchinel talvolta prendono la parola, spesso per un ultimo disperato grido, per una litania di morte o per un postremo silenzio, quel silenzio che Consonni però, in una sua poesia lombarda, ricorda essere «disperada vûs» («disperata voce» [20]). È quanto avviene, nel Tràgol jért, alla caśèra abbandonata: [19] F. Guccini, Canzone di notte n. 4, nell’album L’ultima Thule, 2012. [20] Aia / Era, in G. Consonni, Vûs, cit., pp. 68-69. [21] TJ, pp. 124-126; corsivi miei. le caśère le à pèrs le so voze de sol (le casere hanno perso / le loro voci di sole) E così, in questo mesto decadente silenzio, la casera muta la sua natura, si fa maligna: par che la caśèra śvodada la è cativa fa la maledizion de na mare drio ’ndar 148 (perché la casera svuotata / è cattiva / come la maledizione / di una madre morente [21]). Cecchinel la paragona a una maledizione di una madre in punto di morte, con una immagine umanizzante di forte effetto. Umanizzata nel Tràgol jért è anche un’altra «caśèra rebandonada», quella di Al troi vècio del fien nella sezione Calif (Foschia): Stasera, tanti ani dopo, vae fòra da la caśèra imiśerida, rebandonada dà gòba qua su co na śbrancada poreta de stele. Paolo Steffan (Stasera, tanti anni dopo, vado fuori / dalla casera infreddolita, / abbandonata già gobba quassù / con una manciata povera di stelle. [22]) L’edificio è “infreddolito”, “gobbo” e dotato di mani, tra le quali tiene la sua “manciata” di stelle: impossibile, rileggendo Al tràgol jért alla luce di Sanjut de stran, non ripensare ad un procedimento analogo a quello letto per la vecchia-gelso. Va segnalato poi che quella della casera «già gobba» è una probabile reminescenza eseniana. Il poeta russo che così scrive in una lirica del 1922 in cui ricorda la vita contadina ormai distante, immerso ormai in quella urbana di Mosca: [22] TJ, p. 76. [23] S. A. Esenin, op. cit., p. 177. La traduzione è di Bazzarelli, i corsivi miei; non è il solo caso in cui le case si animano, per esempio in un’altra poesia Esenin scrive: «Presso i salici han trovato rifugio / le izbe dei villaggi» (ibidem, p. 125). [24] SdS, p. 79. 149 Sì! Ora è deciso. Senza ritorno Ho lasciato i campi nativi. Ormai non più con l’alato fogliame Canteranno su di me i pioppi. La bassa casa senza di me si ingobbirà, Il mio vecchio cane è da tempo crepato. Nelle tortuose vie di Mosca Dio ha deciso, si vede, che io morirò. [23] Sono le prime due quartine del componimento, la seconda delle quali viene replicata come ultima; al primo verso di questa, troviamo la «bassa casa» lasciata nei luoghi natali, a Rjazan’, che esprime un’azione propriamente umana, cioè l’ingobbirsi a causa dell’abbandono da parte del poeta inurbato; esattamente la stessa azione che tocca in sorte alla casera di Cecchinel, ritratta nel momento in cui l’io ne esce: ma la causa dell’ingobbimento è soprattutto il ben più drammatico abbandono per il decadimento di un’intera civiltà. Dunque, dopo gli alberi anche i vecchi manufatti dimenticati e svuotati parlano o assumono le pose di un decadimento umano: queste voci di casere, certo “arrochite” e spesso silenti, per una necessità forse dovuta a un sapere superiore, resistono e tardano a spegnersi, come quella del gelso drio ’ndar che «al par che ’l ghe trae a na aria mata, / che romài drio ’ndar, no l’oje ’ndar» («sembra tenti di prendere un’aria inutile, / che ormai sul punto di andare, non voglia andarsene» [24]). Eppure, anche nel silenzio, persiste lo sguardo delle vecchie case, magari “spaurito”, come in da le òlte in cao tant: Paolo Steffan [25] SdS, pp. 83-84. [26] SdS, p. 18. 150 le dà ociade de paura la caśe vècie asade co porte e fenèstre e piói a picolon fa vestì a sbrìndole, co ’ncora tariói e madòne ma senza pi fior e lumin e davanti le taje de castegnèr che le fea sènta sote i morèr senza ’l so buligar cet de onbrìe: tut ciapà entro o asà fòra da ’n postarse de caśe nove co le so inferiade e i so ciari stranbi (danno occhiate di paura / le case vecchie lasciate / con porte e finestre e ballatoi / pencolanti come vestiti sbrindellati, / con ancora piccoli altari e madonne / ma senza più fiori e lumini / e di fronte i tronchi di castagno / che facevano da sedile sotto i gelsi / senza il loro brontolio quieto d’ombre: / tutto preso dentro o lasciato fuori / da un appostarsi di case nuove / con le loro inferriate e le loro luci strane [25]) Siamo in Sanjut de stran, nel pieno dell’importante sezione scodraz (ultimi rimasti), e una casa in abbandono si presenta come il morèr, antropizzata, con le sue «occhiate di paura» e le vesti “sbrindellate”. Spicca la presenza concomitante dei due alberi finora protagonisti delle nostre pagine: tronchi di castagno stazionano sotto i gelsi, che rivestono qui la funzione di segni viventi sotto i quali si faceva filò, come accadeva nella prosa di Comisso col gelso di Fontane. Il morèr di Cecchinel è poi collocato di fronte a oggetti del culto popolare, i «piccoli altari e le madonne» che quasi replicano la scena del Tràgol jért, col gelso che «par gnent sotevoze» «al sgarneléa le so corone / sote ’l mur del tariol», con una virata funesta in Sanjut de stran verso l’immobilità della scena, che invece nel Tràgol viveva ancora della pur precaria persistenza di un rituale che svanisce. Segre parla infatti di «notazioni cupe» [26] per l’incipit di da le òlte in cao tant: ma la paura che inizialmente è delle case vecchie, col passare «alle volte in capo a tanto» di vaghi spiriti della gente di un tempo, diventa la paura delle case nuove, il cui arrivo e la cui natura difforme si potrebbe riassumere con quattro versi dei Paesaggi inospiti di Giampiero Neri: Gli anni cominciavano a volare. Nel paesaggio che cambiava le nuove costruzioni non assomigliavano alle vecchie, concettualmente erano diverse. [27] Ma vediamo il tremito, in da le òlte in cao tant, di queste «caśe sbaurośe» e “concettualmente diverse”: Paolo Steffan [27] G. Neri, Paesaggi inospiti, Milano, Mondadori, 2009, p. 37. [28] SdS, p. 86. [29] Si veda in particolare il cortometraggio Pasolini e... la forma della città del 1974; in [Cultura borghese - cultura marxista - cultura popolare] Pasolini scrive il 15 febbraio 1974: «i veri fascisti sono coloro che detengono oggi il potere e che hanno fatto tanto male alla società italiana, dalla ricostruzione in poi, da far impallidire il ricordo del “tedesco lurco e del fascista abbietto” (Saba)» (Descrizioni di descrizioni, cit., p. 356). [30] Cfr. nota dell’autore in SdS, p.159. 151 e ’l par che no le èpie pi paura del so èser vode le caśe asade: e le trema e le scròca fa i senċ de ’n tenporal o de ’n taramòt drio rivar le lus e le inferiade de le caśe sbaurośe (e pare non abbiano più paura / del loro esser vuote le case lasciate: / e tremano e crocchiano / come i segni di un temporale / o di un terremoto in arrivo / le luci e le inferriate / delle case spavalde [28]) Questo riscatto della casa vecchia riecheggia il «senso di ribelle speranza» del quale parlava Zanzotto. Diversamente da queste estinzioni, da questi abbandoni che ci parlano o semplicemente ci guardano nella tristezza delle nostre «inferriate», le aree cementate di recente costruzione sembrano giacenti in una ben più densa palude di silenzio, che traligna dalla forma millenaria dei paesaggi nei quali queste case nuove sono state sovrimpresse. Infatti in da le olte in cao tant, dove «le case vecchie lasciate / con porte e finestre e ballatoi / pencolanti» sono messe in opposizione ai quartieri nuovi, con le loro case che si appostano («’n postarse de caśe nove»), subito spicca proprio la ripresa del termine appostarsi, che ricorda gli «appostamenti» dei morèr zanzottiani nel paesaggio e nel tempo della «silenzio/demenza», con un linguaggio di carattere militare. Nei paesaggi di Cecchinel, dove si appostarono le brigate partigiane nella loro lotta per la Resistenza, oggi i nuovi appostamenti si tingono di colore contrario, specie se assumiamo la posizione pasoliniana che affiancava al fascismo l’imporsi di un neocapitalismo che annientava, già negli anni Settanta, anche gli ultimi segni della civiltà rurale [29]: è sintomatico allora che la temperie culturale in cui nacquero testi come drio ’ndar e da le olte in cao tant sia quasi la stessa, risalendo essi alla fine degli stessi anni Settanta [30]. *** Ritorniamo a Zanzotto: egli ha speso parole memorabili per parlare degli abbandoni, per esempio nei versi della parte 3 di Sì, deambulare - seppure, rispetto a Cecchinel, si debba riscontrare una dirompente ironia -, quando entra in scena un casa vecchia che fu di «una famiglia poverissima, fame da / anni ’30»: Paolo Steffan [31] A. Zanzotto, Conglomerati, cit., pp. 35-36. [32] Cfr. P. Steffan, Un «giardino di crode disperse», cit., figure 3.21, 3.22, 3.23, pp. 133135. [33] A. Zanzotto, Conglomerati, cit., p. 34. 3) Casa piccola e forse bella anzi sublime CASA PERICOLANTE PROPRIETÀ PRIVATA, un antico richiamo a “Vasco Rossi - sei un dio” - poi ovviamente writing di writers, e poi VASCO ancora. Divertimenti di tempi diversi disegnati tutti su lavagne divine cadente, pericolante, in semirovina e quasi semovente parzialmente latrina - Oh estraneo immortal sogno: sopra di te si sporgono alberi stremati dai geli, e intrecciati sul tetto, e sopra la canaletta [un intenso inno per essa ma dimesso, piccino piccino] che tratta del fiumicello metteva in moto il fermissimo maglio. [...] Sicuro dei solari vezzi della canaletta, raggio ora io con la maestra e la coppia informatrice e la gloriosa idea pura di casità cadente, di quella casa cadenza pura imperitura. [31] Questo edificio, situato nella pianura lambita dal fiume Soligo tra Pieve e Solighetto [32], è avvalorato, anche come oggetto poetico, in quanto il suo abbandono lo fa assurgere a «idea pura / di casità cadente», rendendolo in tal modo “imperituro”: dunque una dimensione architettonica che, frammista ai ricordi di umanità che l’abitarono e alla realtà contemporanea di nuovi abitatori, cioè gli «alberi stremati dai geli, e intrecciati / sul tetto», mantiene una sua dignità e purezza, ben lontana dalle diverse sorti toccate agli edifici di Cal Sega, sempre a Solighetto: 152 Ritorno per la Cal Sega, che muore là, case rinfrescate col più allettante shocking dei colori case indubbiamente, alcune, secentesche, con i cornicioni retti da pietre [33] Questo “scioccante” bisticcio d’epoche, un Seicento colorato con le tinte del “rotolante” Duemila, è forse la faccia più mite di qualcosa che nel nuovo millennio si impone in maniera più violentemente tragica, cioè i xx nuovi abbandoni, ritratti con forza nella sezione di Conglomerati intitolata Fu Marghera (?): Paolo Steffan [34] Ibidem, p. 55. 153 Vuoto come di denti cavati quadri e intarsi per nulla diversi l’abbandono non è né morte né liberazione l’abbandono è crollo disarticolazione è strappo di colori e di forme del nulla che non si rivelò più creante [...] in nero in cinerino smascherate, virate, creative nell’essere puri colmi di morte della stessa morte. [34] Ritorna all’ultimo verso, come nella conclusione di Sì, deambulare, la purezza, ma qui sotto l’ombra di spinte ben diverse: sono due idee opposte di abbandono, che convivono e si oppongono: un abbandono vitale da un lato («gloriosa idea pura / di casità cadente»), un abbandono di segno opposto dall’altro («puri colmi di morte»), frutto di un progresso irrimediabilmente miope: i rapporti fra questi due abbandoni zanzottiani allora si avvicinano alla dissonanza che vige tra case abbandonate e nuovi “appostamenti” nella Vallata di Revine Lago e nei versi di da le olte in cao tant, abbandoni che fatalmente divengono oramai orizzonte dominante della poesia contemporanea di Nordest. Vale allora la pena segnalarne la larga presenza anche in uno dei pochi significativi poeti veneti di generazione successiva a quella di Cecchinel, ovvero Fabio Franzin, apprezzato per le raccolte imperniate sul tema bruciante della fabbrica sul principio del nuovo secolo, vista come orizzonte di cassa integrazione, di disoccupazione e di crollo di un modello economico. Franzin peraltro scrive nel dialetto di Motta di Livenza, inserendosi bene nel solco della florida stagione dialettale veneta e nel nostro discorso. Nella raccolta Co’e man monche [Con le mani mozzate], ad esempio, vediamo delineati gli abbandoni della zona industriale nella quale il poeta stesso lavorava e che qui ritroviamo Co’e man in man [Con le mani in mano]: Seràdha, ‘a fabrica, morta, romài. ‘Dèss la ‘é par davéro sol che ‘na scàtoea de cimento vòdha de vita e de fadhìghe. (Chiusa, la fabbrica, morta, / ormai. Ora è per davvero / solo una scatola di cemento / vuota di vita e di xxxxx fatiche [35]) Paolo Steffan Così si preannuncia il paesaggio desolato della zona industriale, privata della vita e rimasta sola col proprio cemento. Ma è pochi versi dopo che le prospettive paesaggistiche assumono tratti “concettualmente” non distanti da quelli delle nuove lottizzazioni nella Vallata: E fa ‘na zhèrta inpressión, ‘dess, passàr davanti a chii cancèi, verso sera, in te ‘ste zornàdhe curte de dizhenbre: àrea là, tuta stuàdha, senza machine tel parchéjo, nianca ‘na bubéta de Nadhàl a bacàr; e ‘l siénzhio po’, cussìta fiss [35] F. Franzin, Co’e man monche, Buccinasco (Milano), Le Voci della Luna, 2011, pp. 34-35. [36] Ibidem, pp. 36-37. [37] A. Zanzotto, Conglomerati, cit., p. 9. 154 da far pì paura ‘ncora del caìvo. (E fa una certa impressione, / ora, passare di fronte a quei / cancelli, all’imbrunire, in queste / giornate corte di dicembre: // eccola là, tutta spenta, senza / auto nel parcheggio, neanche / una luminaria natalizia a pulsare; / e il silenzio poi, così fitto // a impaurire ancor più della nebbia. [36]) Se i cancèi, come le inferiade di Cecchinel, confermano i caratteri architettonici delle enclosures del Veneto contemporaneo, a sorprenderci è l’identità del sentimento che anche gli appostamenti cecchineliani suscitavano: una paura che emana dal fitto di un siénzhio mai sentito prima, un silenzio e un buio che si fanno spettrali come nella nuova area industriale di Ligonàs nella poesia di Zanzotto, tra il denso di «una cosca sera / che tutto copre in pece di demenza», dentro quelli che si potrebbero già definire “paesaggi della paura”: Ora la morsa si serra anche nella sua stessa maniacale insicurezza di poter durare senza il gran verbo delocalizzare. [37] Paolo Steffan *** Per arrivare agli oscuri orizzonti delineati in questo paesaggio d’abbandoni, si era partiti dal gelso decrepito di drio ’ndar per giungere poi ai nuovi spettrali paesaggi di villette e inferriate. Questa metamorfosi della realtà del Nordest è riassumibile con due brevi liriche di Pasolini, anzi, uno stesso testo in due diverse versioni, la cui diversità dipende dagli stessi cambiamenti dai quali sarebbero scaturiti i versi di Cecchinel e di Zanzotto. Questo passaggio è quello dalla prima alla seconda forma del canzoniere friulano La meglio gioventù, in cui leggiamo la poesia Ploja tai cunfìns (Pioggia sui confini), tre quartine contenute nella sezione più antica della raccolta, Poesie a Casarsa (1941-43): Il soreli scur di fun sot li branchis dai moràrs al ti brusa e sui confìns tu i ti ciantis, sòul, i muàrs. (Il sole scuro di fumo / sotto i rami del gelseto / ti brucia e sui confini / tu solo, canti i morti. [38]) [38] P. P. Pasolini, La nuova gioventù. Poesie friulane 1941-1974, Torino, Einaudi, 1975, p. 9. Traduzione di Pasolini. [39] Ibidem, p. 169. Il quadro paesaggistico è tipico della pianura casarsese, che ancora oggi è qua e là costellata di vecchi gelseti, come del resto l’alta Trevigiana. Vediamo, a questo punto, come evolve la quartina nella nuova temperie degli anni Settanta, quella della riscrittura nella Nuova gioventù, dove la breve poesia assume il titolo di Ploja fòur di dut (Pioggia fuori di tutto): Il soreli blanc e lustri sora asfàlt e ciasis novis al ti introna, e fòur di dut no i ti às pì amòur pai muàrs. 155 (Il sole bianco e lustro / sopra asfalto e case nuove / ti rintrona, e tu, fuori di tutto / non hai più amore per i morti. [39]) Il verso «sot li branchis dai moràrs» cambia in «sora asfàlt e ciasis novis»: eccola, con uno scatto a distanza di un trentennio, la cesura epocale coi suoi devastanti effetti sull’ambiente: la Casarsa da cui sgorgava la “aga fres-cia” della più pura poesia, in un paesaggio di gelsi, si muta in un’infernale scena di morte, dentro la quale ogni vitalità degli anni giovanili viene asfaltata sotto l’avanzare delle “case nuove”. Il rilevamento pasoliniano si articola su versi fondati su riscontri analoghi a quelli che Cecchinel negli stessi anni Settanta x Paolo Steffan cominciava a soffrire. La stessa idea di ritualità legata alla morte, il cantarne una memoria, si sfalda nella Nuova gioventù, dove viene a “rintronarsi” lo stesso “amore per i morti”, con un accesso di disumanità testimoniato da un fòur di dut che infrange i vecchi confìns del titolo delle Poesie a Casarsa: un “andare fuori” dai confini, da tutto, che non è forse troppo lontano dall’essere la concausa dell’èser fòra [40] dei “deliri” di Sanjut de stran. [40] Si veda in particolare si, saron fòra in SdS, pp. 61-62. 156 Luciano Cecchinel Alejandra Pizarnik http://internopoesia.com/2015/07/08/alejandra-pizarnik/ Collage Edoardo Sanguineti Da LABORINTUS 157 l. composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo immaginoso quasi conclusione di una estatica dialettica spirituale -noi che riceviamo la qualità dai tempi 5 tu e tu mio spazioso corpo , di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell' idea del nuoto sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso lacuna lievitata in compagnia di una tenace tematica composta terra delle distensioni dialogiche insistenze intemperanti 10 le condizioni esterne è evidente esistono realmente queste [condizioni esistevano prima di noi ed esisteranno dopo di noi qui è il [dibattimento liberazioni frequenza e forza e agitazione potenziata e altro aliquotlineae desiderantur dove dormi cuore ritagliato 5 e incollato e illustrato con documentazioni viscerali dove soprattutto vedete igienicamente nell'acqua antifermentativa ma fissati adesso quelli i nani extratemporali i nani insomma o Ellie nell' aria inquinata in un costante cratere anatomico ellittico 20 perché ulteriormente diremo che non possono crescere tu sempre la mia natura e rasserenata tu canzone metodologica periferica introspezione dell'introversione forza centrifuga delimitata Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze che possiamo roteare 25 e rivolgere e odorare e adorare nel tempo desiderantur (essi) analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche ed erotici e sofisticati desiderantur desiderantur Collage Edoardo Sanguineti 158 Sergio Carlacchiani interpreta mi sono riadattato agli occhiali di Edoardo Sanguineti https://www.youtube.com/watch?v=6Xx_-GSgaEE Anne Sexton http://www.118libri.com/le-poesie-di-118libri-anne-sexton/ “Arcipelago itaca” blo-mag prima apparizione. Giovanni Commare su Gianfranco Ciabatti, Adriàn Bravi, Maria Lenti, Nicola Romano e Norma Stramucci. Collage Dino Campana. Riproduzioni di opere di Giorgio Bertelli e Lorenza Alba. “Arcipelago itaca” blo-mag seconda apparizione. Danilo Mandolini su Attilio Zanichelli, Lucetta Frisa, Ivano Mugnaini, Adelelmo Ruggieri e Luigi Socci. Collage Guido Gozzano. Riproduzioni di immagini di Michele Rogani e di un’opera di Pietro Spica. “Arcipelago itaca” blo-mag terza apparizione. Contributi da interventi di Maria Lenti e Gianfranco Lauretano su Tolmino Baldassari, Danilo Mandolini su Renata Morresi, Maria Grazia Calandrone, Mauro Ferrari, Daniele Garbuglia e Massimo Morasso. Inediti di Enzo Filosa. Collage Vladimir Majakovskij. Riproduzioni di opere di Silvana Russo e Lucia Marcucci. “Arcipelago itaca” blo-mag quarta apparizione. Un ricordo di Leonardo Mancino (con un testo inedito di Biagio Balistreri), Danilo Mandolini su Anna Elisa De Gregorio, Gianni Caccia, Massimo Gezzi, Franca Mancinelli, Liliana Ugolini. Inediti di Marina Pizzi. Collage Charles Baudelaire. Riproduzioni di opere di Enzo Esposito, Giovanna Ugolini, Cosimo Budetta, Alfredo Malferrari e Giordano Perelli. “Arcipelago itaca” blo-mag quinta apparizione. Un ricordo di Alfonso Gatto (con un saggio di Laura Pesola), Rossella Maiore Tamponi (con note di Francesco Scaramozzino e Giorgio Linguaglossa), Linnio Accorroni (con note di Danilo Mandolini e Adelelmo Ruggieri), Manuel Cohen (con una nota di Danilo Mandolini), Enrico De Lea, Evelina De Signoribus, Stelvio Di Spigno ed Eva Taylor. Collage Cesare Pavese. Riproduzioni di immagini di Sauro Marini e di un’opera di Adriano Spatola. “Arcipelago itaca” blo-mag sesta apparizione. Un brano dal discorso di Eugenio Montale pronunciato in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura del 1975, un ricordo di Ferruccio Benzoni (con un articolo di Francesco Magnani, un’intervista all’autore a cura di Gabriele Zani e una poesia di Francesco Scarabicchi), Cristina Babino (con una nota di Danilo Mandolini), Francesco Accattoli, Guglielmo Peralta e Lucilio Santoni. Inediti di Narda Fattori. Collage Arthur Rimbaud. Riproduzioni di opere di Agostino Perrini e di Emilio Tadini. Commento all’opera di Agostino Perrini a cura di Marco Frusca. “Arcipelago itaca” blo-mag settima apparizione. Un ricordo di Giovanni Giudici (con brani da una nota commemorativa di Goffredo Fofi), Alessandro Moscè (con una nota di Danilo Mandolini), Marco Ercolani, Fabio Franzin, Mariangela Guàtteri e Annalisa Teodorani. Inedito di Giovanni Commare. Collage William Butler Yeats. Riproduzioni di immagini di Mario Giacomelli. “Arcipelago itaca” blo-mag ottava apparizione. Un ricordo di Claudia Ruggeri (con un saggio di Stelvio Di Spigno), Alessandra Cava e Natalia Paci (con note di Danilo Mandolini), Patrizia Cavalli, Gian Maria Annovi, Luca Ariano e Anna Ruotolo. Inediti di Mauro Barbetti e Renata Morresi. Collage Giuseppe Ungaretti. Riproduzioni di opere di Luigi Bartolini. “Arcipelago itaca” blo-mag nona apparizione. Un ricordo di Pier Paolo Pasolini (con una nota introduttiva di Danilo Mandolini), Manuel Cohen, Anna Elisa De Gregorio, Francesco De Napoli (con note di Danilo Mandolini), Gianni D’Elia, Marco Di Pasquale, Annamaria Ferramosca e Maria Grazia Maiorino. Inediti di Mariella De Santis e Luigi Socci. Collage Giorgio Caproni. Riproduzioni di opere di Osvaldo Licini. “Arcipelago itaca” blo-mag decima apparizione. Un ricordo di Remo Pagnanelli (con una nota introduttiva di Danilo Mandolini), Elisabetta Maltese (con una nota di Mauro Barbetti), Maria Lenti, Nicola Romano (con note di Danilo Mandolini), Elio Pagliarani, Francesco Scarabicchi (con un’intervista a cura di Danilo Mandolini), Alessandra Carnaroli e Roberto Deidier. Inediti di Loretta Zoppi (con una nota di Danilo Mandolini). Collage Guillaume Apollinaire. Riproduzioni di immagini fotografiche che testimoniano le lotte dei lavoratori e le proteste contro il potere (sia questo economico/finanziario che non). “Arcipelago itaca” blo-mag undicesima apparizione. Violata? Giudicate voi! Sull’ormai nota “statua della discordia” di Ancona. Simonetta Giungi (con una nota introduttiva inedita di Maria Lenti), un saggio inedito di Guglielmo Peralta su Cesare Pavese (con alcune poesie scelte), [ancora su] Leonardo Mancino (con un brano da un saggio ed una lirica di Luisa Rossi), Mauro Barbetti (con una nota di Danilo Mandolini), Maurizio Landini (con un intervento di Martina Daraio), Andrea Zanzotto, Damiano Abeni (con un brano da una nota di Massimo Gezzi), Andrea Longega e Marco Srebernic (con una nota di Danilo Mandolini). Collage Charles Bukowsky. Riproduzioni di nove immagini fotografiche che rappresentano altrettanti atti d’accusa contro la pena di morte. “Arcipelago itaca” blo-mag dodicesima apparizione. Llanto por Ignacio Sánchez Mejías di Federico García Lorca. Con l’introduzione di Giovanni Raboni, le traduzioni di Carlo Bo, Elio Vittorini, Giorgio Caproni, Leonardo Sciascia e Oreste Macrì e con un recente articolo di Alessio Piras; Irene Paganucci (con una nota di Mauro Barbetti); Alessandro Seri e Norma Stramucci (entrambi introdotti da Danilo Mandolini); Eugenio Montale (nella presentazione di Dante Isella); Rachel Blau DuPlessis (con un brano dal saggio introduttivo di Renata Morresi a Dieci bozze); Manuel Caprari (con una nota sempre di Renata Morresi); Alberto Toni. Collage Jorge Luis Borges. Riproduzioni di undici immagini tratte dal volume fotografico Un secolo di guerre. “Arcipelago itaca” blo-mag tredicesima apparizione. Ricordo di Maria Grazia Lenisa [con testo introduttivo inedito (Un mondo di là da venire) di Danilo Mandolini. Scheda bio-bibliografica e scelta delle liriche a cura di Marzia Alunni. Tre (più o meno) recenti contributi critici], carteggi tra Celan e Vittorio Sereni e tra quest’ultimo e Andrea Zanzotto (nota introduttiva di Giovanna Cordibella), da Dopo Campoformio di Roberto Roversi, Adriàn N. Bravi, Lella De Marchi e Lorenzo Mari. Collage Thomas Stern Eliot. Riproduzioni di dieci immagini di Marco Baldinelli. “Arcipelago itaca” blo-mag quattordicesima apparizione. Vittorio Reta: testi da Visas (introduzione a cura di Danilo Mandolini e un ampio estratto da Una rete per Reta di Luciano Nanni); Sebastiano Timpanaro legge Leopardi (brani scelti da Giovanni Commare) [introduzione a cura di Danilo Mandolini e (Sebastiano Timpanaro) Il materialismo per la lotta di classe di Giovanni Commare]; Amelia Rosselli (da Variazioni belliche); Maria Lenti: da Effetto giorno - scritti diversi (1993-2012) (breve introduzione a cura di Danilo Mandolini e La parola scritta di Maria Lenti di Vitaliano Angelini); Narda Fattori; Andrea Lanfranchi. Collage Iosif Aleksandrovič Brodskij. Riproduzioni di tredici immagini di Danilo Mandolini. “Arcipelago itaca” blo-mag quindidicesima apparizione. Fernanda Romagnoli: testi da Il tredicesimo invitato e altre poesie ed estratti dall’Introduzione allo stesso volume e da La fortuna critica di Fernanda Romagnoli e gli inediti (entrambi a cura di Donatella Bisutti); versi da La deriva di Luca Canali ed un brano dalla Nota introduttiva alla stessa opera (a cura di Giacinto Spagnoletti); L’albero e la vacca di Adriàn Bravi (con L’evoluzione della narrativa di Adriàn Bravi oltre il confine delle ossessioni di Danilo Mandolini); Parlando d’altro di Rodolfo Cernilogar (con Parlando d’altro si fa poesia di Mauro Barbetti); Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato di Andrea Inglese (con La rappresentazione del sentimento dell’attesa di Danilo Mandolini); Femminile plurale - Le donne scrivono le Marche (con brani da Una regione al femminile plurale di Cristina Babino, Dalle Marche: una possibile “mappa” del sentire e del vedere peculiare delle donne di Danilo Mandolini ed un estratto da Viaggi minimi con Luigi Di Ruscio di Luana Trapè); Suono del vento primo di Enrico De Lea; antologie delle opere e della critica di e su Francesca Perlini (con «L’esistenza entra nella vita» di Danilo Mandolini) e Marco Simonelli. Collage Marina Ivanovna Cvetaeva. Riproduzioni di quattordici immagini fotografiche testimonianti lo stato di inarrestabile degrado ed inquinamento del pianeta (e relativi link di articoli correlati). In copertina: immagine di Jan Smith. “Arcipelago itaca” blo-mag sedicesima apparizione. Lo scorso 17 febbraio è formalmente nata Arcipelago itaca Edizioni. Michail Jur’evič Lermontov: una presentazione di Danilo Mandolini, versi da Quaranta poesie ed un estratto dalle Note ai testi (dal medesimo volume) entrambi a cura di Roberto Michilli. Da Lunga un anno di Francesco Accattoli, Musa fitta nell’azzurro di Davide Argnani, La cordialità di Mariella De Santis, Quaderno millimetrato di Dorinda di Prossimo e note di presentazione di Danilo Mandolini. Testi di Francesca Monnetti e Nota introduttiva di Mauro Barbetti. Da TerraeMotus / [voci, traccia] di Fabio Orecchini e nota di commento dello stesso autore. Piccola antologia dell’opera e della critica di e su: Alessio Alessandrini e Antonio Bux. Collage Anne Sexton. Riproduzioni di ventisette immagini che rimandano soprattutto alle copertine di molte tra le più note riviste italiane di letteratura. In copertina: “Solaria” e “Officina”. “Arcipelago itaca” blo-mag diciassettesima apparizione. Anteprima Arcipelago itaca Edizioni: Sei nessuno anche tu? - Emily Dickinson / Mario Giacomelli, versioni di Renata Morresi; Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per la vita di Alessio Alessandrini - Versi da La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001; versi da Corpo di scena di Gianfranco Palmery; Vetrina Arcipelago itaca Edizioni: Dire casa - Francesca Perlini; Jucci di Franco Buffoni - Nota di lettura di Danilo Mandolini; Da Abitiamo il corpo del vento (inediti) di Leandro Di Donato; Testi (inediti) di Nicola Romano; Antologia dell’opera e della critica di e su Giovanni Commare e Maurizio Landini; Collage Maurice Maeterlinck. Riproduzioni di quattordici immagini, raccolte sotto il titolo di CIAO BELLE!, celebrano il contributo dato dalle donne alla liberazione dell’Italia dal gioco nazi-fascista. In copertina: Combattenti curde. “Arcipelago itaca” blo-mag diciottesima apparizione. Dino Campana. Da Canti Orfici e da Il più lungo giorno. Parallelo tra la versione data alle stampe e il manoscritto ritrovato. Un brano da Dell’irrefrenabile notte di Carlo Bo; Heberto Padilla. Da Fuera del juego e da altri tre lavori mai tradotti in Italia. Versioni di Gordiano Lupi. Un brano da Fuori dal gioco e il caso Padilla di Gordiano Lupi; da Firmum di Luigi Di Ruscio; Anteprina Arcipelago itaca Edizioni: da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene, con tre immagini di Orlando Myxx e Storia come allegoria di Giovanna Frene; da Abracadabra di Nicola Ponzio, con 3 tavole dell’autore e un brano dalla Postfazione di Renata Morresi; dalle opere premiate in occasione della 1° edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”: Lucilla Niccolini - Vladimir D’Amora - Barbara Pumhösel - Pier Franco Uliana - Cristina Babino - Paolo Steffan. Collage Edoardo Sanguineti. Riproduzioni di tredici immagini che ritraggono quattordici poeti in pose originali. In copertina: TEMPUS EDAX RERUM di Danilo Mandolini. Vittorio Reta e Patrizia Vicinelli http://annamariaortese.iobloggo.com/cat/patrizia-vicinelli/310021 Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga fertile in avventure e in esperienze. Costantino Kavafis, Itaca Per ricevere, a ½ e-mail, le apparizioni (incluse quelle arretrate) di “Arcipelago itaca” blo-mag, inoltrare relativa richiesta a [email protected]. La piccola immagine in basso a destra nella seconda di copertina e in alto a sinistra nella terza di copertina raffigura la sagoma dell’isola di Itaca. Campana Babino Lupi Sanguineti Uliana Steffan D’Amora Padilla Di Ruscio Niccolini Frene Myxx Bo Morresi Ponzio Pumhösel letterature, visioni ed altri percorsi ideatore e curatore: Danilo Mandolini Arcipelago itaca Edizioni di Danilo Mandolini Via Mons. Domenico Brizi, 4 60027 Osimo (AN). www.arcipelagoitaca.it