letterature, visioni ed altri percorsi
ideatore e curatore: Danilo Mandolini
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[…]
Ma ei non brama che veder dai tetti
sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
e poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
Omero, Odissea - Libro I
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Tredici immagini che ritraggono quattordici poeti
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commentano questa diciottesima apparizione di
“Arcipelago itaca” blo-mag
In copertina:
TEMPUS EDAX RERUM di Danilo Mandolini
Echi
Dino Campana. Da Canti Orfici e da Il più lungo giorno.
Parallelo tra la versione data alle stampe e il manoscritto ritrovato.
Un brano da Dell’irrefrenabile notte di Carlo Bo
Echi
Dino Campana. Da Canti Orfici e da Il più lungo giorno.
1 - 29
Parallelo tra la versione data alle stampe e il manoscritto ritrovato.
Un brano da Dell’irrefrenabile notte di Carlo Bo
Heberto Padilla. Da Fuera del juego e da altri tre lavori
mai tradotti in Italia. Versioni di Gordiano Lupi.
Un brano da Fuori dal gioco e il caso Padilla di Gordiano Lupi
30 - 61
Heberto Padilla. Da Fuera del juego e da altri tre lavori,
mai tradotti in Italia. Versioni di Gordiano Lupi.
Un brano da Fuori dal gioco e il caso Padilla di Gordiano Lupi
RILETTURE
Da Firmum di Luigi Di Ruscio
62 - 73
RILETTURE
Da Firmum di Luigi Di Ruscio
Voci
Voci
Anteprina Arcipelago itaca Edizioni
Anteprina Arcipelago itaca Edizioni
Da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda
di Giovanna Frene. Con tre immagini di Orlando Myxx
e Storia come allegoria di Giovanna Frene
74 - 84
Da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda
di Giovanna Frene. Con tre immagini di Orlando Myxx
e Storia come allegoria di Giovanna Frene
Da Abracadabra di Nicola Ponzio. Con 3 tavole dell’autore
e un brano dalla Postfazione di Renata Morresi
85 - 94
Da Abracadabra di Nicola Ponzio. Con 3 tavole dell’autore
e un brano dalla Postfazione di Renata Morresi
Dalle opere premiate in occasione della 1° edizione del
Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Dalle opere premiate in occasione della 1° edizione del
Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Lucilla Niccolini - Vladimir D’Amora - Barbara Pumhösel Pier Franco Uliana - Cristina Babino - Paolo Steffan
95 - 156
Lucilla Niccolini - Vladimir D’Amora - Barbara Pumhösel Pier Franco Uliana - Cristina Babino - Paolo Steffan
Collage Edoardo Sanguineti
157 - 158
Collage Edoardo Sanguineti
Diciottesima apparizione
Pier Paolo Pasolini
http://www.storiedicalcio.altervista.org/pasolini_calcio.html
echi
Andrea Zanzotto
http://www.cinquecosebelle.it/cinque-belle-poesie-di-andrea-zanzotto/
Dino Campana
«Il 7 giugno del 1914 Dino Campana, assieme ai testimoni Luigi Bandini e Camillo Fabroni, sottoscriveva col tipografo
marradese Bruno Ravagli il “contratto per la pubblicazione del libro Canti Orfici”. Al Ravagli veniva versato un acconto di lire
110, risultato di una faticosa sottoscrizione tra 44 marradesi, ai quali sarebbe spettata una copia del libro, promossa da Bandini su
“imperativo categorico” di Dino Campana.» [1]
A poco più di cento anni dalla pubblicazione dei Canti Orfici - opera unanimemente considerata come uno dei casi letterari ed
editoriali più avvincenti della letteratura del Novecento - abbiamo deciso di rendere omaggio a Dino Campana e al suo “libro
unico” mettendo a punto un parallelo tra la prima versione del manoscritto [smarrito, ritrovato nel 1971 tra le carte appartenute
ad Ardengo Soffici (al quale, insieme a Giovanni Papini, era stato consegnato dall’autore per una prima valutazione) e pubblicato
poi, nel 1973, con il titolo de Il più lungo giorno (Vallecchi, Firenze - Roma)] e quella, diciamo così, ufficiale del capolavoro
campaniano.
Il parallelo in questione è offerto nella semplicità dei versi estratti dalle due versioni e riproposti vicini e a seguire e delle molte
differenze, anche sostanziali, registrabili tra i testi originariamente prodotti per Il più lungo giorno e gli stessi riscritti - la leggenda
vuole che ciò sia accaduto grazie all’esclusivo supporto della memoria dell’autore - per i Canti Orfici.
Va annotato che sono comunque diverse le varianti tra i testi pubblicati nelle suddette due redazioni. Tra queste, è necessario
evidenziare anche l’assenza di alcune poesie e di alcuni brani, l’ordine e/o la posizione dei componimenti e i titoli delle sezioni.
[1] http://www.campanadino.it/50-notizie/346-l-edizione-anastatica-del-centenario-degli-orfici.html
Carlo Bo
Va ricordato che in occasione del centenario della prima stampa dei Canti Orfici - e grazie alla collaborazione tra “Cometa Rossa”,
Fondazione Primo Conti (Fiesole) e Cronopio Edizioni (Napoli) - ha visto la luce un progetto editoriale che ha messo insieme la più
fedele e accurata ristampa anastatica del libro uscito dalla tipografia Ravagli nell’estate del 1914 (per mesi sono stati minuziosamente
esaminati e comparati diversi esemplari dell’edizione originale), un Quaderno con una preziosa Nota di Gabriel Cacho Millet, lo
studioso argentino indiscusso detective degli autografi e dei materiali campaniani, e un audio cd contenente la lettura integrale dei
Canti Orfici da parte dell’attore e regista Claudio Morganti.
Un’iniziativa, quella appena evidenziata, davvero degna, dunque, della ricorrenza per la quale è stata ideata e realizzata.
Dino Campana
Carlo Bo
Nel contesto dello spazio dedicato all’opera di Dino Campana che segue, non era possibile non rammentare il grande contributo
fornito da Carlo Bo attraverso il testo critico intitolato Dell’irrefrenabile notte. Questo, uscito per la prima volta nel dicembre del 1937
su “Frontespizio”, ha avuto l’indubbio merito - grazie anche ad una pronuncia mirabilmente priva di tecnicismi e diretta al cuore di
un’analisi molto profonda - di far conoscere il lavoro del poeta marradese al pubblico della poesia e della critica italiana dell’epoca e
anche, ne siamo certi, di oggi.
Un brano da questo irrinunciabile contributo completa quindi il nostro omaggio a Dino Campana e ai suoi Canti Orfici.
Dino Campana
La vita
e le opere
1
Nasce a Marradi il 20 agosto del 1885.
Figlio di un maestro elementare rivela presto un’indole inquieta e
straordinariamente sensibile.
Dopo il liceo a Faenza frequenta corsi di chimica all‘Università di
Bologna e a Firenze.
Incapace di adattarsi alla normalità (per le sue stravaganze ha spesso a
che fare tanto con la polizia, quanto con le istituzioni psichiatriche),
preferisce viaggiare (l'Italia settentrionale, la Svizzera, Parigi nel 1907;
un avventuroso viaggio in Argentina nel 1908; frequenti vagabondaggi
in Toscana) ed assecondare la sua prepotente vocazione letteraria (i
primi frutti di questa straordinaria passione appaiono, tra il 1912 ed il
1913, su dei fogli goliardici a Bologna).
Frequenta, per qualche tempo (anni 1913 e 1914), i circoli fiorentini de
La Voce e di Lacerba.
Andato smarrito il manoscritto di prose e di versi che aveva presentato
a Papini e a Soffici per un loro giudizio (questo manoscritto viene
ritrovato tra le carte di Soffici nel 1971 e pubblicato, con il titolo de Il
più lungo giorno, nel 1973), ricompone quei testi a memoria - non senza
varianti rispetto alla versione originale - e li pubblica a sue spese, nel
1914, presso un tipografo di Marradi. È così che i suoi famosissimi
Canti Orfici vedono la luce.
Dopo una turbolenta relazione con Sibilla Aleramo - di cui resta la
testimonianza del carteggio intercorso negli anni 1916 e 1917 -, altri
viaggi e un tentativo fallito di arruolarsi in occasione dell'entrata in
guerra dell'Italia, finisce i suoi giorni - il 1° marzo del 1932 - nel
manicomio di Castel Pulci, dove era stato ricoverato già dal 1918.
http://www.dinocampana.it/
http://www.campanadino.it/
La vita
e le opere
DIE TRAGÖDIE
DES LETZEN
GERMANEN IN
ITALIEN :
La tragedia
dell'ultimo Germano
in Italia
2
La scelta dei testi di Dino Campana che segue è tratta da Canti Orfici e altre poesie (introduzione e note di
Neuro Bonifazi, Garzanti, Milano, 1980) ed è stata curata da Danilo Mandolini.
La stessa scelta di cui appena sopra è anche proposta - a seguire ogni singolo componimento - nella stesura del
manoscritto originale [smarrito, ritrovato nel 1971 tra le carte appartenute ad Ardengo Soffici e pubblicato poi, nel
1973, con il titolo de Il più lungo giorno (Vallecchi, Firenze - Roma)].
Carlo Bo
La vita
e le opere
3
Nasce a Sestri Levante il 25 gennaio del 1911.
È considerato il maggiore studioso ispanista e francesista del
Novecento italiano. In questi campi e in quello più generale della
critica letteraria ed artistica vanta una vastissima produzione di opere.
Compie gli studi superiori presso i gesuiti dell'istituto Arecco di
Genova, avendo Camillo Sbarbaro come professore di greco.
Dal 1929 studia a Firenze dove si laurea, in Lettere moderne, nel 1934.
Sempre a Firenze, nei primi anni Trenta, conosce Giovanni Papini e gli
intellettuali della rivista “Frontespizio” alla realizzazione della quale
parteciperà attivamente.
Collaborerà poi, per molti anni, con il “Corriere della Sera”, con “La
Stampa” e con il settimanale “Gente”.
La sua carriera universitaria inizia nel 1938 con l’insegnamento della
letteratura francese e spagnola presso la Facoltà di Magistero
dell’Università di Urbino.
Durante la guerra si rifugia a Sestri Levante, poi a Rivazzano, nei
pressi di Voghera, e, infine, a Valbrona, nelle vicinanze del lago di
Como.
Finita la guerra si stabilisce a Milano con Marise Ferro (1905-1991),
precedentemente sposata con Guido Piovene. Si sposeranno nel 1963.
Nel 1960 viene nominato Grande Ufficiale della Repubblica italiana;
l’anno successivo ottiene il cavalierato della Legion d’Onore della
Repubblica francese.
Dal 1947 al 2001, ininterrottamente per 53 anni, è rettore
dell‘Università di Urbino, che è stata poi intitolata al suo nome nel
2003.
Nel 1951, insieme a Silvio Baridon, fonda la Scuola per interpreti e
traduttori di Milano, che poi aprirà sedi in tutta Italia. Nel 1968,
xxxxxx
La vita
e le opere
sempre nel capoluogo lombardo e sempre insieme a Silvio Baridon, dà
vita alla IULM.
Dal 1972 al 1992 è presidente della giuria del Premio Letterario
Basilicata.
Nel 1984 è nominato Senatore a vita dall’allora Presidente della
Repubblica Sandro Pertini.
Nel 1996, l’Università di Verona gli conferisce la laurea honoris causa
in lingue e letterature straniere.
Nel 2001, le municipalità di Sestri Levante e di Genova gli conferiscono
la cittadinanza onoraria. Lo stesso anno, in seguito ad una caduta
avvenuta nella sua casa di Sestri, viene ricoverato all'ospedale di
Genova, dove muore il 21 luglio.
È sepolto nel cimitero della sua cittadina natale.
http://www.fondazionebo.it/
4
La scelta del brano di Carlo Bo che segue è tratta da Dell’irrefrenabile notte [in “Frontespizio”, dicembre
1937 - Poi in Otto studi (Vallecchi, Firenze, 1939)] ed è stata curata da Danilo Mandolini.
Da Canti Orfici
Dino
Campana
Da LA NOTTE
I
LA NOTTE
1. Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido,
con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume
impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il
barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un
vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia
primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.
*
2. Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani.
Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per
sensazioni oscure e violente un altro mito, anch'esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente.
Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le
antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di
medaglia, sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di
lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all'ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni
rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.
5
*
3. Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei
sogni dell'adolescenza. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi:
non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: a lato in un
balenìo enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del cinquecento taceva
inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e
deserta verso la città.
[…]
Da Il più lungo giorno
Dino
Campana
Da LA NOTTE MISTICA DELL’AMORE E DEL DOLORE
SCORCI BIZANTINI E MORTI CINEMATOGRAFICHE
I
LA NOTTE MISTICA
Ricordo una vecchia città rossa di mura e turrita, arsa sulla pianura sterminata nell’Agosto torrido con il
lontano ref[r]igerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume
impaludato in magre stagnazioni plumbee. Sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva. Tra il
barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un
vecchio. E a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto. Dalla palude afona una nenia
primordiale monotona e irritante. E del tempo fu sospeso il corso.
*
Inconsciamente alzai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il
silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio - mentre per visioni lontane - per
sensazioni oscure e violente - un altro mito anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente.
laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici [,] le
antiche. La campagna intorpidiva allora nella rete dei canali. Fanciulle dalle acconciature agili e dai profili
di medaglia sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di
lontananza: la sera. Nella chiesetta solitaria all’ombra delle modeste navate io stringevo Lei dalle carni rosee
e dagli accesi occhi fuggitivi. Anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo [.]
6
*
Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara [,] la mitica custode dei sogni
della adolescenza. Saliva per il silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi.
Non si udiva il rumore dei suoi passi. Casupole basse finestre mute attorno a una piazzetta deserta. A lato
in un balenio enorme la torre rossa impenetrabile arida. Una fontana del 500 taceva inaridita [,] la lapide
spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città.
[…]
II
IL VIAGGIO E IL RITORNO
[…]
Dino
Campana
*
3. O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto
profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto
baciato di una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di
luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d'amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie
ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia,
e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d'amore di viola: ma tu nella sera d'amore di viola: ma tu chinati
gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze. Ricordo cara: lievi
come l'ali di una colomba tu le tue membra posasti sulle mie nobili membra. Alitarono felici, respirarono la
loro bellezza, alitarono a una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. O non
accenderle! non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno: Amore,
primavera del sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei fumi di viola. Come una nuvola bianca, come
una nuvola bianca presso al mio cuore, o resta o resta o resta! Non attristarti o Sole!
Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città
(le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita
da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle
potenze sue tutte trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che
tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna
sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina.
III
FINE
7
1. Nel tepore della luce rossa, dentro le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi
all'infinito fioriscono sfioriscono bianchezze di trine. La portiera nello sfarzo smesso di un giustacuore
verde, le rughe del volto più dolci, gli occhi che nel chiarore velano il nero guarda la porta d'argento.
Dell'amore si sente il fascino indefinito. Governa una donna matura addolcita da una vita d'amore con un
sorriso con un vago bagliore che è negli occhi il ricordo delle lacrime della voluttà. Passano nella veglia
opime di messi d'amore, leggere spole tessenti fantasie multicolori, errano, polvere luminosa che posa
nell'enigma degli specchi. La portiera guarda la porta d'argento. Fuori è la notte chiomata di muti canti,
pallido amor degli erranti.
III
IL RITORNO
[…]
Dino
Campana
*
O il tuo corpo [!] il tuo profumo mi velava gli occhi (io non vedevo il tuo corpo) [,] un dolce e acuto profumo.
Nel grande specchio ignudo io non vedevo il bello e dolce dono di un Dio velato dei fumi di viola - velato dei
fumi di viola baciato in alto di una sola stella di luce nel cielo ignudo dello specchio - tu sì leggera tu aereo dono
su le mie ginocchia sedevi o graziosa cariatide notturna [,] cariatide notturna di un incantevole cielo. E le timide
mammelle furono gonfie di luce - e le stelle furono assenti - e non un dio fu ne la sera d’amore di viola e nella
vita stellare dello specchio un ricordo d’antica sera d’amore di viola. E tu chinavi gli occhi - e tu nella sera
d’amore chinavi gli occhi di viola e tu ad un ignoto cielo notturno avevi rapito una melodia di carezze. O
ricordo, o cara! Lievi come le ali di una colomba le tue membra posasti su le mie nobili membra. Respirarono la
loro bellezza alitarono felici alitarono ad una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini
riflessi. Bevevano le mie membra la chiara luce de la lampada stellare in divini riflessi [.] O non accenderle non
accenderle. Tutto è vano - vano è il sogno. Tutto è vano - tutto è sogno. Amore primavera del Sogno sei sola sei
sola che appari nel velo dei profumi di viola. Come una nuvola bianca come una nuvola bianca presso al mio
cuore o resta o resta ancora. Non attristarti o sole.
Aprimmo la finestra al cielo notturno - gli uomini come spettri vaganti e la città si componeva in quel sogno
cadenzato – le torri le chiese le piazze - come in una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque
il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto ne le potenze sue tutte trionfale? - Quale
ponte [,] muti chiedemmo [,] quale ponte abbiamo gettato su l’infinito che tutto ci appare ombra di eternità? Quale è la città da le arcate cupe che ci culla in questa eterna queta melodia? - A quale sogno levammo noi la
nostalgia de la nostra bellezza? - E la luna sorgeva ne la sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina [.]
IV
LA SOSTA
8
Nel tepore de la luce rossa dentro le chiuse aule dove la luce si affonda uguale dentro gli specchi all’infinito
passano teste di sfinge il corpo vestito di trine. La portiera veglia ne lo sfarzo smesso di un antico giustacuore
verde [,] le rughe del volto più dolci [,] gli occhi che nel chiarore velano il nero veglia alla porta d’argento. Tutto
ha dell’amore il fascino indefinito. La vedetta veglia a la porta d’argento. Una donna matura governa - un
sorriso sfatto della sua rosea bocca un vago bagliore degli occhi ricordo de le lacrime de la voluttà [.] Passano ne
la veglia nel tepore de la luce rossa opime di messi d’amore leggere spole tessenti fantasie multicolori [,] vanno
polvere luminosa che posa ne l’enigma degli specchi [.] La vedetta veglia a la porta d’argento. Fuori è la notte
chiomata di muti canti pallido amor degli erranti [.]
Da NOTTURNI
LA CHIMERA
Dino
Campana
5
10
15
20
9
25
Non so se tra rocce il tuo pallido
30
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
LA CHIMERA
Dino
Campana
10
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti - la china eburnea
Fronte fulgente - o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente.
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio de le labbra sinuose [,]
Regina de la melodia [,]
Ma per il tuo vergine capo
Reclino io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno [.]
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del tuo pallore
Non so se fu un dolce vapore
Dolce sul mio dolore
Sorriso di un volto notturno [.]
Guardo le bianche roccie le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E le ombre del lavoro umano curve là su i poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera [.]
Dino
Campana
LA SPERANZA (sul torrente notturno)
Per l'amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell'ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
5 O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da' tregua agli amori segreti
Chi le taciturne porte
10 Guarda che la Notte
Ha aperte sull'infinito?
Chinan l'ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte . . . .
.
11
.
.
.
.
.
.
.
Per l'amor dei poeti, porte
15 Aperte de la morte
Su l'infinito!
Per l'amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!
.
.
Dino
Campana
SUL TORRENTE NOTTURNO. LA SPERANZA
Per l’amor dei poeti
O principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ancora ripeti: ripeti
Principessa i tuoi canti.
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida sorte:
Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Dalle taciturne aperte porte
Della notte sull’infinito
Fa’ che sia solo un sogno rapito
Ai gorghi della sorte [.]
12
Dino
Campana
LA PETITE PROMENADE DU POÈTE
5
10
15
13
20
Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C'è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
.
.
.
.
.
.
La stradina è solitaria:
Non c'è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina
Già le case son più rade.
Trovo l'erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.
Dino
Campana
14
LA PETITE PROMENADE DU POÈTE
Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando
………
La stradina è solitaria
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Ne la notte fantasiosa
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa: Via dal tanfo [via dal tanfo]
Ripugnante per le strade
E cammina e via cammina
Già le case son più rade:
Vedo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane [.]
Da LA VERNA
Da
I
LA VERNA (Diario)
Dino
Campana
[…]
Castagno, 17 settembre
15
La Falterona è ancora avvolta di nebbie. Vedo solo canali rocciosi che le venano i fianchi e si perdono nel
cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a diradare. La pioggia à reso cupo il grigio delle
montagne. Davanti alla fonte hanno stazionato a lungo i Castagnini attendendo il sole, aduggiati da una
notte di pioggia nelle loro stamberghe allagate. Una ragazza in ciabatte passa che dice rimessamente: un
giorno la piena ci porterà tutti. Il torrente gonfio nel suo rumore cupo commenta tutta questa miseria.
Guardo oppresso le rocce ripide della Falterona: dovrò salire, salire. Nel presbiterio trovo una lapide ad
Andrea del Castagno. Mi colpisce il tipo delle ragazze: viso legnoso, occhi cupi incavati, toni bruni su toni
giallognoli: contrasta con una così semplice antica grazia toscana del profilo e del collo che riesce a renderle
piacevoli! forse. Come differente la sera di Campigno: come mistico il paesaggio, come bella la povertà delle
sue casupole! Come incantate erano sorte per me le stelle nel cielo dallo sfondo lontano dei dolci
avvallamenti dove sfumava la valle barbarica, donde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità! Io
sentivo le stelle sorgere e collocarsi luminose su quel mistero. Alzando gli occhi alla roccia a picco altissima
che si intagliava in un semicerchio dentato contro il violetto crepuscolare, arco solitario e magnifico teso in
forza di catastrofe sotto gli ammucchiamenti inquieti di rocce all'agguato dell'infinito, io non ero non ero
rapito di scoprire nel cielo luci ancora luci. E, mentre il tempo fuggiva invano per me, un canto, le lunghe
onde di un triplice coro salienti a lanci la roccia, trattenute ai confini dorati della notte dall'eco che nel seno
petroso le rifondeva allungate, perdute.
Il canto fu breve: una pausa, un commento improvviso e misterioso e la montagna riprese il suo sogno
catastrofico. Il canto breve: le tre fanciulle avevano espresso disperatamente nella cadenza millenaria la loro
pena breve ed oscura e si erano taciute nella notte! Tutte le finestre nella valle erano accese. Ero solo.
Le nebbie sono scomparse: esco. Mi rallegra il buon odore casalingo di spigo e di lavanda dei paesetti
toscani. La chiesa ha un portico a colonnette quadrate di sasso intero, nudo ed elegante, semplice e austero,
veramente toscano. Tra i cipressi scorgo altri portici. Su una costa una croce apre le braccia ai vastissimi
xxxx
fianchi della Falterona, spoglia di macchie, che scopre la sua costruttura sassosa. Con una fiamma pallida e
fulva bruciano le erbe del camposanto.
[…]
Dino
Campana
Da
II
RITORNO
SALGO (nello spazio, fuori del tempo)
[…]
Presso Marradi (ottobre)
Son capitato in mezzo a bona gente. La finestra della mia stanza che affronta i venti: e la... e il figlio,
povero uccellino dai tratti dolci e dall'anima indecisa, povero uccellino che trascina una gamba rotta, e il
vento che batte alla finestra dall'orizzonte annuvolato i monti lontani ed alti, il rombo monotono del vento.
Lontano è caduta la neve... La padrona zitta mi rifà il letto aiutata dalla fanticella. Monotona dolcezza della
vita patriarcale. Fine del pellegrinaggio.
16
Da IL MATTINO: IL PELLEGRINAGGIO: LE SORGENTI
Da
LA VERNA
Dino
Campana
(NOTE DI VIAGGIO)
[…]
17
Castagno - 16 7bre.
Paesaggio celato. La Falterona avvolta di nebbie. Vedo solo i canali rocciosi che le venano i fianchi e si
perdono nel cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a
diradare [.] La pioggia ha reso cupo il grigio delle montagne. Davanti alla fonte hanno stazionato a lungo
attendendo il sole aduggiati da una notte di pioggia nelle loro stamberghe allagate. Sento una ragazza a
dire rimessamente: un giorno la piena ci porterà tutti: il torrente gonfio nel suo rumore cupo commenta
tutta questa miseria.
Guardo oppresso le roccie ripide della Falterona: dovrò salire salire.
Nel presbiterio una lapide ad Andrea del Castagno [.]
Tipo locale: viso sottile, toni bruni su toni giallognoli, occhi cupi incavati: ancora una semplice antica grazia
toscana nel profilo e nel collo. Guarderò i quadri di Andrea del Castagno: forse [.]
Come differente la sera di Campigno: come mistico il paesaggio: come bella la povertà delle sue casupole.
Come incantate erano sorte per me le stelle dal cielo, dallo sfondo lontano dei dolci avvallamenti dove
sfumava la valle barbarica, d’onde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità. Io sentivo le stelle
sorgere e collocarsi luminose su quel mistero: alzando gli occhi alla rupe a picco altissima che si intagliava
in un semicerchio dentato contro il violetto crepuscolare, arco solitario e magnifico teso in forza di
catastrofe sotto gli ammucchiamenti inquieti di rocce all’agguato dell’infinito, io non ero non ero rapito di
trovare nel cielo luci ancora luci: e mentre il tempo fuggiva invano per me: un canto: le lunghe onde di un
triplice coro, salienti a lanci la roccia trattenute ai confini dorati della notte dall’eco che nel seno roccioso le
rifondeva allungate perdute. Il canto fu breve: una pausa, un commento improvviso e misterioso e la
montagna riprese il suo sogno catastrofico: il canto fu breve: le tre fanciulle avevano espresso
disperatamente nella cadenza millenaria la loro pena breve ed oscura e si erano taciute nella notte. Tutti
erano rientrati, tutte le finestre erano accese. Ero solo. Le nebbie sono scomparse. Esco. Mi rallegra il buon
odore casalingo di spigo e di lavanda dei paesetti toscani. La chiesa ha un portico a colonnette quadrate di
xx
Dino
Campana
sasso intero: nudo ed elegante, semplice e austero, veramente toscano: tra i cipressi scorgo altri portici: bel
principio della Toscana [.] Sulla costa una croce apre le braccia ai vastissimi fianchi della Falterona spoglia
di macchie che scopre la sua costruttura sassosa: con una luce pallida e fulva bruciano le erbe del
camposanto: penso a Leonardo.
[…]
Da
RITORNO
(NELLO SPAZIO, FUORI DEL TEMPO)
[…]
1 8bre [.] È la fine del pellegrinaggio [.]
Sono capitato in mezzo a buona gente. La finestra della mia stanza che affronta i venti e una vedova già
serva padrona di un nobile romagnolo, il figlio povero uccellino dai tratti dolci e dall’anima indecisa,
povero uccellino che trascina una gamba rotta e il vento che batte alla finestra dall’orizzonte annuvolato, i
monti lontani ed alti, il rombo monotono del vento. Lontano è caduta la neve.
La serva padrona zitta mi rifà il letto e l’aiuta la fanticella.
Monotona dolcezza della vita patriarcale [.]
Marradi:
18
Da VARIE E FRAMMENTI
GENOVA
Dino
Campana
19
Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l'anima partita
5 Che tutto a lei d'intorno era già arcanamente illustrato del giardino il verde
Sogno nell'apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
10 Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblio parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell'aria: innumeri dal mare
15 Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.
*
20 Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la
[lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi
[inesausto
Ride l'arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda
[urgente al mare:
25
Genova canta il tuo canto!
*
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall'invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
30 Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l'erta tumultuante
Verso la porta disserrata
35 Contro l'azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d'intorno
La febbre de la vita
40 Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.
*
Per i vichi marini nell'ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
45 Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell'ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
50
Dino
Campana
50
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70
75
20
80
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli: .
.
.
.
.
.
Quando,
Melodiosamente
D'alto sale, il vento come bianca finse una
[visione di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale, .
.
.
.
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l'ali rosse dei fanali
Rabescavano l'ombra illanguidita,
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell'ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell'ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì:...»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l'ombra faticosamente
Bianca .
.
.
.
.
.
.
.
.
.
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L'eco attonita rise un irreale
Riso: e che l'eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì…
Di già tutto d'intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell'ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva...
Chiedendo se l'udiva
85
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.
*
Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
90 Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell'infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
95 Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario
[vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
100 E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d'oro e
[sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s'avventurano
I viaggiatori alla città tonante
105 Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S'è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
110 Velario d'oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
Dino
Campana
E la Città comprende
E s'accende
115 E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d'oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
120 Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
*
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
125 Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S'alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s'addorme: e che la forza
130 Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente
*
21
O Siciliana proterva opulenta matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di
[carri
Classica mediterranea femmina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
140 Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
135
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città
[mediterranea:
145 Ch'era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L'ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
150 L'ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
155 E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte
[tirrena.
Da
III
IL VIAGGIO E L’INCIDENTE
Dino
Campana
IL CANTO DI GENOVA.
PRELUDII MEDITERRANEI
II
(ATTIMO MERIDIANO)
Poi che la nube sparve dentro i cieli
Lontani su la tacita infinita
Marina in sogno nei lontani veli
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana mente illustrato del giardino il verde
Sogno ne l’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
22
E cantavano in voce di poeti
Sacre fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un vecchio oblio parvero ai proni
Umani ancor largire: io dai segreti
Dedali uscendo apparve un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontani dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono [.]
Sotto la torre orientale
Tra le terrazze viridi
E la lavagna cinerea
Dilaga la piazza rombante
Inverso al mare che addensa le navi inesausto [,]
Rosso ride l’arcato palazzo dal portico grande [,]
Come le cateratte del Niagara
Canta ride svaria ferrea la sinfonia
Feconda urgente verso l’aperto mare
Canta il tuo canto o Genova [.]
III
Dino
Campana
In una grotta di porcellana
Sorbendo caffè levantino
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Di tra le femmine sfingee, eguali statue porgenti
I frutti del mare e del suolo con rauche grida
cadenti
Su la bilancia immota.
Io ti ricordo ancora io ti rivedo imperiale
Sopra l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale:
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno:
A te per l’erta aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici de i fanali, il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa [.]
***
23
Tra i palazzi marini infra dei bianchi
Miti inscenati dal palpito rosso
Dei fanali sull’ombra illanguidita.
Nel vento di preludio alto dal mare
Ricchissimo accampato in mezzo a l’ombra
Io me n’andavo ne la sera ambigua
Vagando ad incerte venture
Cullato dagli occhi benevoli
De le Chimere nei cieli
Quando
Melodiosamente in alto sale
Ventoso sorse dal mare la Visione di Grazia
Ne la vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Su dal vico marino tra i fanali
Apparso il dolce suo viso languente
A me l’ignota melodiosamente
E lieve e dolce e querula salì
***
(pianissimo)
(Quando melodiosamente in alto sale
A me un’ignota melodiosamente
E bianca e dolce e querula salì.)
***
Quando: attonita faticosamente
L’eco lontana rise un irreale
Riso. Mi volsi: intorno
Lucea la sera ambigua
Del palpito battuto
Dei fanali nell’ombra:
Lontani rumori franavano
Dentro silenzii solenni.
Stetti, se ancor dal mare l’irreale
Riso si udisse: in alto
Infaticabilmente
Le nuvole e le stelle
Viaggiavan pel cielo serale [.]
SPIAGGIA SPIAGGIA
Dino
Campana
24
Giunse il battello e riposa
Nel crepuscolo e brilla
Negli alberi quieti in frutti di luce:
Il paesaggio è mitico
Di navi intorno al cerchio d’infinito
E dal battello ondulando
I carichi si levan nella sera
Calida di felicità.
(Le lampane un grande un grande velario
lucente
Hanno steso coi diamanti sul crepuscolo
Con mille e mille diamanti un grande velario
vivente) [.]
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante
instancabilmente introna [,]
La bandiera è calata
Il mare e il cielo è d’oro
Dei fanciulli s’inseguono pel molo
Brilla sugli alberi felicità.
A frotte s’avventurano
I viaggiatori a la città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie [,]
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita
Gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose:
E la città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi [.]
Vasto dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il porto il vasto porto s’addorme [:]
S’alza la nube delle ciminiere
Ed il porto in un dolce scricchiolio
Dei cordami s’addorme: e la tristezza
Pare culli le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente [.]
Da Dell’irrefrenabile notte
Carlo Bo
25
I termini della storia poetica - così come quelli della vita - di Campana stanno in queste due invocazioni: «O
poesia poesia poesia. Sorgi, sorgi, sorgi» e «O poesia tu non tornerai». Diciamo i termini ufficiali, i limiti di
una vicenda unica nella storia della letteratura di questo secolo ma dentro, dentro che cosa c’è stato, che
cosa c’è stato di riconoscibile e di identificabile per lo spettatore sospeso, senza fiato, senza soccorso della
memoria critica? Questa è la domanda che ossessiona la critica da quando furono pubblicati i Canti orfici.
Campana fu subito un atto violento, leggerlo costituiva uno «choc» e fatalmente, meccanicamente
diventava un’occasione d’assoluto, il modo più puro per sottrarsi alle ragioni immediate della realtà e soprattutto - un’offerta di poesia allo stato puro. È stato uno straordinario evento; quello di un poeta che
più d’ogni altro ci raggiungeva dentro il cuore e in effetti apparteneva di pieno diritto a una storia fin
troppo conclusa. In questo senso Campana non ha perduto nulla della sua prima figura, al contrario si è
solidificato fino a diventare il grande problema della coesistenza e della convivenza della poesia con la vita.
Dicendo questo, siamo ben coscienti di spostare il tema critico su un terreno che non gli è proprio e in realtà
sottraiamo Campana alla storia della poesia del suo tempo per farne qualcosa di più e che va molto al di là
dei risultati accertabili e di tutte le soluzioni offerte. E questo perché siamo ugualmente convinti che riportato nell’ambito di una valutazione letteraria - Campana non sarebbe nulla di più di un campione illustre e eccezionale quanto si vuole - ma sempre un campione di un’opera non conchiusa, appena
vagheggiata e bruscamente interrotta dalla follia. Ma non commettiamo un abuso, al contrario lo riportiamo
al suo confine naturale, in un territorio particolare dove la parola cozza e si frantuma nel più violento e
disperato silenzio. Perché nessuno vorrà mettere in dubbio che è proprio questa parte di silenzio pieno che
illumina il libro di Campana, è tutto quello che non gli è stato possibile esprimere, meglio è tutto quanto
Campana non ha potuto calare nella forma del linguaggio della poesia. I due termini citati al principio si
avvicinano a tal punto da confondersi, il risultato è la poesia invocata che immediatamente si perde, se ne
va, scompare. Eppure Campana aveva puntato tutto su quella prima invocazione, su quel dolore della
nascita e non occorre notare che la poesia è stata fino all’ultimo l’unica via di scampo, l’unico modo che il
poeta sentiva d’avere per trovare un ancoraggio alla sua vita che andava alla deriva. In che modo aveva
coscienza di questa progressiva disgregazione? Chi confronti la sua storia sui pochi dati e sulle
testimonianze che abbiamo, finisce per sapere che, sin dal principio, c’era in Campana una difficoltà
estrema di conciliare i due momenti contrapposti della realtà e della sua accettazione. Ciò che - bene o male
- finisce per verificarsi in ogni uomo per Campana non è stato mai possibile: di qui il suo bisogno di fuga, di
x
Carlo Bo
26
qui il ricorso al viaggio. Due modi per ingigantire la sua sofferenza, nell’illusione di trovare un rimedio
nella sostituzione dei paesaggi e - senza mai dirlo - nella presunzione di annullare il tumulto delle voci
interiori. Da questo punto di vista la sua è un’immagine simbolica, è il poeta che dilata i confini della
propria terra ma il fatto che non ci siano stati né conquiste e neppure progressi sensibili ci lascia capire che
non si trattava affatto di un problema letterario. Cosi quando appare nel suo ciclo la promessa della
«chimera» Campana sposta il termine della sua ricerca e prende atto del fallimento a cui va incontro come
poeta. La chimera abolisce ogni idea di rapporto, non è spendibile, e questa è un’altra conferma della sua
incapacità di adattamento o di componimento. Il poeta - quando gli riesca di stabilire delle dimensioni
riconoscibili a tutti - è sempre uno che vince una scommessa ma si tratta di scommesse che rientrano in un
ordine o che per quanto tale scommessa sia eccezionale, fuori della norma, resta pur sempre identificabile
dalla tribù dei lettori. Il libro dei surrealisti è l’esempio più calzante di questa obbedienza finale, a fortiori
della poesia che accetta un codice. Campana ha cominciato subito con l’avvertire queste difficoltà che gli
anni - prima - e il male - dopo - gli avrebbero puntualmente accresciute. Anzi, più sentiva il peso di questo
contrasto, più i suoi tentativi diventavano disperati e la parola tendeva a mutarsi in colpi battuti a una porta
qualunque della poesia. Questo spiega certe sproporzioni o diciamo pure certi squilibri altrimenti
ingiustificabili che ci mostrano da una parte un Campana impegnato in un’impresa prometeica e dall’altra
un poeta come timido ripetitore o esecutore di moduli fin troppo volgari. Era il segno della sua condanna:
Campana avrebbe al massimo ottenuto un libro come tanti di quel tempo di passaggio dal crepuscolarismo
al futurismo e lo avrebbe ottenuto se avesse potuto fingere di essere d’accordo su questa riuscita marginale
mentre non lo ha ottenuto perché la sua posta era assai più alta e ambiziosa. La poesia avrebbe dovuto
essere la chimera e sostituire il disordine delle cose, supplire all’ordine che gli mancava e il mondo reale
non gli dava. Ma Campana non conosceva la strada della composizione, ignorava il rapporto fra cose e
sentimenti e, del resto, la frammentazione o il disordine assoluto delle sue poesie più belle non sono che il
riflesso di questa prima naturale incapacità di sovrapposizione. Torniamo ancora una volta all’immagine
del poeta che si riconosce nella propria opera; il suo riconoscersi non è che l’accettazione di un fenomeno
attivo di sovrapposizione, come dire che il mondo della realtà è stato sostituito da un’altra immagine con
virtù assolute di pacificazione.
In altre parole, per i poeti della norma c’è per lo meno un momento assolutorio che comprende una curiosa
saldatura e quindi in un secondo tempo quella vacanza che consente il ritorno al ritmo normale della
esistenza. Con Campana non ci sono registri del genere né regole che consentano la normalizzazione e se
dobbiamo parlare di un regime questo sarà il regime della disperazione, dell’esaltazione e dell’abbandono.
Gli stessi salti che disegnano il quadro del respiro normale del Campana stanno a denunciare un’altra
situazione, un’altra condizione di vita.
Ecco cosa faceva diverso l’uomo e che cosa ha costretto interpreti, critici e semplici testimoni a creare la
xxxx
Carlo Bo
27
figura leggendaria dell’uomo, figura che, del resto, sembra in parte convalidata dalla geografia stessa del
poeta dei Canti. Ma osserviamo da vicino questa figura, i suoi viaggi, il mondo delle sue memorie: per
quanto faccia, Campana resta intero e si porta dietro l’origine, la prima inquietudine, il vagabondare, resta
intatto nella sua prima e insostituibile diversione dal mondo degli altri. Questo spiega come non lo si possa
inquadrare nella famiglia dei ribelli, dei disadattati né ci sia dato di leggere la sua poesia alla luce della
ribellione. Anche da questo punto di vista la sua aletterarietà è inconfondibile. Chi ha creduto di poterlo
spiegare riportandolo nella storia della letteratura eversiva della fine dell’Ottocento francese si è servito
inutilmente di uno schema astratto, e per una semplicissima ragione.
Campana non è mai guidato e le poche volte che lo cogliamo in colpa di letteratura si sente subito che sono
riferimenti casuali, esteriori e che non toccano affatto la sua consistenza spirituale.
Anche in questo senso Campana è in fuga, in fuga da tutto ma non da se stesso e se
volessimo servirci di un paradosso dovremmo aggiungere che la sua fuga non fa che riportarlo a se stesso:
il mare, la pampa, le città lontane e misteriose, la stessa idea della poesia notturna non sono che conferme
della sua impotenza a perdersi, a perdere la propria immagine. Questo Campana che non smette di
inseguirsi per perdersi è una di quelle immagini eterne che nutriranno fino all’ultimo la nostra vita ed è di
lì che vengono i gridi, gli inceppamenti, gli scoppi di silenzio che lo caratterizzano. Solo al momento
dell’ingresso definitivo in manicomio e nella sua lunga permanenza di quindici anni a Castel Pulci si ha la
sensazione che sia stata interrotta questa caccia disperata, questa tragica invenzione della chimera. Quando
Campana ricorderà il tempo della poesia con il suo medico, appare trattenuto e infine trasformato da una
lunga frazione di rassegnazione. Campana ritrova se stesso, i suoi limiti, una voce normale nella follia,
quando, cioè, gli è stata assegnata dal di fuori una parte. È allora che si rovescia il quadro della sua
esistenza, quando il delirio diventa una pausa e segna la presenza dello sforzo e della fatica. Mentre nel
Campana che corre il mondo si direbbe che è il delirio a muoverlo, anzi a « farlo », ma stiamo attenti a non
fare coincidere delirio e poesia (una tipica operazione a freddo dei surrealisti), il delirio del Campana che
approda a Buenos Aires o a Odessa o a Parigi è costituito dall’impossibilità di ottenere la poesia e di
fermarla. Se Campana avesse potuto superare le porte della notte non avrebbe più avuto ragione di
camminare, di andare, la notte essendo al termine del suo viaggio. Come si vede, tutti gli strumenti che
abbiamo a disposizione per fare le nostre ricerche si mostrano per quello che sono, degli strumenti parziali,
utili per noi, del tutto inservibili per chi ben presto non ha più saputo trovare il centro di identificazione. Lo
conferma il fatto che la sua poesia non è mai poesia di confessione, protesta: mai intima, mai personale, ma
al contrario, fatta di oggetti fin troppo riconoscibili o esaltati, smisurati. Evidentemente il mondo quando
andava a pezzi sotto i suoi occhi, diventava di colpo impraticabile: restavano frammenti mostruosi che il
canto non era in grado di correggere né - tanto meno - di rendere sensibili alla nostra orbita. La notte - nel
senso dell’inconoscibile - tiene il posto che per gli altri ha il giorno e non per nulla i bagliori che ci
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Carlo Bo
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colpiscono non vengono mai dal nostro mondo, da quello che noi crediamo come poesia, vengono dall’altra
parte e per questo non si inseriscono in un discorso credibile. Né sarebbe giusto sostenere che Campana è
un poeta posseduto, alla stregua di Holderlin o dell’ultimo Hugo - perché se lo fosse stato, alla fine avrebbe
trovato una sistemazione, avrebbe trovato un punto a cui rifarsi e permettere agli altri di rifarsi. Non
sradicato (Marradi se lo sarebbe portato addosso fino all’ultimo) non ribelle, non posseduto; da qualunque
parte lo si voglia prendere, Campana resta un caso a sé e padrone di una lingua che non sarà mai di
nessuno. Qui sta il suo fascino, meglio stanno la sua natura e una verità infrangibile. Ma le distinzioni e le
differenze non si fermano qui. Scendiamo per un attimo in letteratura e fermiamoci al grande anno della
nuova letteratura, al 1913. Campana spesse volte è stato rapportato alla poetica del frammento ma era una
semplificazione di comodo. Ben poco ha a che fare con un Rebora o uno Sbarbaro o con gli altri che hanno
poi fatto del frammento un genere: in tutti questi scrittori il frammento, il frantume era pur sempre il
prodotto di un calcolo, era il frutto di un lavoro di depurazione e di scarnificazione. In Campana il
frammento è il segno dello scacco, del fallimento, è il resto minimo della sua vocazione al canto e mentre gli
occhi degli altri erano volti a terra - una terra ridotta a porzione fisica - gli occhi di Campana non si
muovono dal ciclo, dalla notte ed ecco che allora c’è già nella prima destinazione una diversa ambizione, un
diverso pianeta dove i calcoli dell’uomo non hanno senso.
Campana vive di miti, vive anzi nel mito, tutto il contrario di chi era impegnato in una partita fin troppo
controllata e dove il minimo scarto sarebbe suonato come un atto di orgoglio. Abbiamo detto « orgoglio » e
immediatamente ci accorgiamo che continuiamo nell’errore di servirci di categorie che non hanno senso,
anche se in questo caso particolare un tratto della leggenda del Campana uomo sembra contraddirci. Ma
nell’atto di strappare i fogli del libro o in quello di rifiutarlo a probabili compratori non c’è orgoglio, c’è
nuovamente il segno di non appartenenza, di diversità, di non assimilabilità alle ragioni della norma. E
ancora, il suo viaggio è tutt’altra cosa di una categoria letteraria che ha avuto nel secolo del romanticismo le
sue più famose esemplificazioni. Se nell’espressione più alta, quella di Baudelaire, il tentativo era di uscire
dal mondo, per Campana il mondo non perde nulla del suo fulgore né i sentimenti perdono nulla della loro
forza. Non c’è bestemmia che valga per Campana; così come Dio non è in discussione, al contrario è, sì,
dall’altra parte della notte ma è ben sensibile nell’ordine del canto e, se non negli uomini, è nel creato. Il
mondo è una melodia e sarebbe salvezza poterne diventare il ripetitore, l’esecutore. Insomma la tragedia
non si sposta dal suo cuore e per questo a volte Campana ci appare come un gigante impotente, il poeta
folgorato, bloccato e paralizzato. Era pronto per un confronto diretto con il mondo della creazione ma tutte
le volte che sospendeva il passo del suo eterno vagabondaggio nell’illusione di stabilire un modo di fusione
il suo discorso saltava o doveva apparirgli meschino, certo troppo inferiore alla carica che lo aveva animato.
Non c’è dubbio che da questo punto di vista i Canti sono soltanto un meschino disegno, una pallidissima
ombra della sua naturale ambizione, se poi volessimo avvicinarlo alle Foglie d’erba di Whitman saremmo
xxxxxxx
Carlo Bo
costretti a svuotare l’immagine stessa del poeta americano e soprattutto a confrontare due termini di
poesia. Piena, solare quella di Whitman, notturna e dispersa quella di Campana ma non per questo meno
importante, se è vero che ci sono dei mondi poetici inesprimibili e delle esistenze che soddisfano, prima
dell’opera scritta, il senso di una tragedia. E Campana parla di tragedia, se pure distorce in senso ironico il
termine ma è indubitabile che nessuno ha avuto come lui la coscienza di quel suo modo di essere
impotente. Che è un modo stupendo per la sua purezza, perché non è mai stato contaminato e forse non lo
avrebbe potuto neppure essere. La «chimera non saziata» resta l’unico centro d’intelligibilità offerto al
lettore di Campana che non sia disposto ad accettare la regola della letteratura fissa ed è il metro per
misurare l’abisso della sproporzione, l’incolmabilità del divario che passava fra la propria offerta e la
voracità insaziabile della chimera, fra quello che avrebbe voluto dare e l’enormità della richiesta.
[...]
Qui a seguire,
il link per le informazioni utili al reperimento dell’edizione del centenario dei Canti Orfici
di cui alla precedente introduzione.
http://www.campanadino.it/50-notizie/346-l-edizione-anastatica-del-centenario-degli-orfici.html
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Iosif Aleksandrovič Brodskij
https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/08/13/tre-poesie-sul-viaggio-josif-brodskij-19401996-odisseo-a-telemaco-e-costantino-kavafis-1863-1933-itaca-wistan-h-auden-musee-des-beauxarts-1907-1973/
Da Fuori dal gioco e il caso Padilla.
Di Gordiano Lupi
«Fuori dal gioco è un libro che mi sembra così lontano e irreale; pare scritto in un’altra lingua, in un altro mondo, ma è il mio segno distintivo, la
mia cifra artistica, quasi il mio onore. Non è un libro, è un simbolo di misteriosa lealtà fuori dal tempo, una serie di liriche che mi commuove
rivedere dopo tanti anni. Sono contento che possano venire lette dai cubani di un’altra generazione», scrive Heberto Padilla nel 1998, due anni
prima di morire.
Fuori dal gioco vince il Premio UNEAC, Julian Del Casal, nel 1968. I giurati sono: J.M. Cohen, César Calvo, José Lezama Lima, José Z. Tallet e
Manuel Díaz Martinez. La motivazione prende in considerazione le qualità formali e il valore espressivo delle liriche che manifestano una
raggiunta maturità poetica. I giurati affermano che il libro ha valore anche per la sua natura di opera critica, polemica, non apologetica, pure se
vincolata alle idee rivoluzionarie. Il libro presenta uno sguardo profondo sui problemi del mondo contemporaneo (il Viet Nam, la paura di
un’esplosione nucleare, i problemi dell’uomo nel cammino della storia...). Padilla - secondo i giurati - è a fianco della Rivoluzione, veste gli
abiti essenziali del poeta e del rivoluzionario, come un anticonformista che vuole andare oltre la realtà contemporanea.
Non è facile dire quanto questa motivazione sia reale o quanto diplomatica, forse viene pensata così per premiare un’opera critica. Lezama
Lima, scrittore non molto vicino a Fidel Castro, presiede la giuria e c’è da credere che abbia fatto il possibile per premiare un lavoro
controcorrente.
Heberto Padilla fa appena in tempo a licenziare un’edizione commemorativa di Fuera del juego, nel 1998 (Edicion Universales, Miami), perché
muore due anni dopo per arresto cardiaco in un hotel dell’Alabama. Nel libro antepone una sentita introduzione dove racconta di aver
cominciato a comporre la raccolta a Mosca e di averla terminata all’Avana. Padilla afferma inoltre che non ha mai pensato di scrivere un libro
né a favore né contro la Rivoluzione, semplicemente non era suo compito fare politica e occuparsi di problemi sociali. (...) la burocrazia del
Consiglio Nazionale dell’Unione degli Scrittori, però, contesta immediatamente quel riconoscimento [il Premio UNEAC assegnato nel 1968 a
Fuera del juego], trasformando il poeta in una sorta di "pietra dello scandalo", fino a provocarne l’arresto con l’accusa di scrivere letteratura
controrivoluzionaria. Nel 1971 cominciano i problemi tra la Rivoluzione Cubana e gli intellettuali di tutto il mondo, che si ribellano contro
l’ingiusta detenzione di Padilla, prima in carcere e poi nella sua casa dove viene tenuto sotto sorveglianza, emarginato dalla vita culturale.
Jean-Paul Sartre, Simon de Beauvoir, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa, Octavio Paz, Susan Sontag, Juan Goytisolo, Federico Fellini,
Marguerite Duras, Alberto Moravia e altri 72 scrittori ed artisti condannano i metodi totalitari di Castro e non tornano più a visitare l’isola. Nel
1998, il ministro della cultura Abel Prieto commenta, in un’intervista rilasciata a Cuba Internacional, il processo conosciuto come caso Padilla,
affermando che il poeta si era preso gioco della Sicurezza di Stato e che un fatto come quello non si sarebbe più ripetuto a Cuba. Riportiamo le
parole di Padilla in risposta alle menzogne di Abel Prieto: «Non si trattò di una burla, ma di un’astuta messa in scena durante la quale sono
stato costretto a ripetere a memoria un testo preventivamente redatto in prigione dagli stessi ufficiali della Sicurezza. Tutto questo ha un nome:
autocritica. Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come
strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter
lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione». Il caso Padilla nasce in realtà da una nota critica che il poeta scrive su Pasion de Urbino,
xxxx
romanzo di Lisandro Otero, giudicata - questa nota critica - poco rivoluzionaria perché rivolta a uno scrittore-funzionario e non allineata con il
giudizio della redazione de "El Caimán Barbudo". Padilla si limita a dire che Pasion de Urbino è un romanzo che porta indietro di trentacinque
anni la letteratura cubana e che non può reggere il confronto con Vista del amanecer en el trópico (in Europa noto come Tre tristi tigri) di
Guillermo Cabrera Infante. La redazione della rivista dedica una lunga risposta alle affermazioni di Padilla, definendole controrivoluzionarie e
non il linea con il pensiero dominante. La redazione discute le opinioni del poeta con un eccesso di retorica, enumerando i successi
rivoluzionari, cose come alfabetizzazione e sanità che nessuno nega. Padilla replica: «La pratica democratica è esigenza quotidiana del
socialismo. Non ho compiuto un atto di coraggio criticando un romanzo. Il coraggio è ben altra cosa. Sono stati coraggiosi i guerriglieri sulla
Sierra e chi ha assaltato la caserma Moncada... Io ho esercitato soltanto un diritto che credevo di avere...». Padilla non è un dissidente, ma un
rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa, crede di aver fatto una rivoluzione per guadagnare la libertà e pensa che sia
ancora possibile criticare il sistema per migliorarlo. Parla di Guillermo Cabrera Infante, si domanda perché è stato destituito dai compiti
governativi e per quale motivo non gli è consentito prendere un aereo per rientrare a Cuba. «Ho sempre ammirato il rivoluzionario che non
accetta umiliazioni da nessuno e meno che mai in nome di una Rivoluzione che rifiuta certi procedimenti. Il vero rivoluzionario non è il più
docile e il più obbediente, ma il più degno e il più disciplinato. La posta in gioco è la società che stiamo costruendo e nella quale dovremo
vivere», afferma. Heberto Padilla concorda inoltre con la tesi di Solzhenitzyn: «Una letteratura che non traduce la società in cui si realizza, che
non denuncia problemi, paure, pericoli morali e sociali, è una letteratura inutile, di mera facciata». Padilla viene contestato duramente da
Leopoldo Ávila, che lo accusa di scrivere per ottenere fama all’estero e per soddisfare la sua vanità (…). Per Leopoldo Ávila è tutto molto
semplice: «Padilla difende Caino (Cabrera Infante) e per questo non merita rispetto. Si schiera contro la Rivoluzione perché non ha più
incarichi che lo portano a fare viaggi all’estero, spendere dollari e a fare la bella vita». Padilla sarebbe soltanto un poeta di terz’ordine che per
guadagnare fama scredita la Rivoluzione, parla di polizia che minaccia, di libertà che non esiste e di un governo che non ammette
contraddittorio. (...) Fidel Castro non ha ancora pronunciato il famoso discorso rivolto agli intellettuali: Niente sarà concesso fuori dalla
Rivoluzione!, ma lo farà presto. I tempi cambiano e il caso Padilla si trasforma nella prima battuta di arresto della Rivoluzione, che subisce
critiche da parte di intellettuali latinoamericani ed europei. Heberto Padilla è arrestato, insieme alla moglie Belkis Cuza Malé, il 20 marzo del
1971, viene rinchiuso in una cella di due metri per due, dove secondo la sua testimonianza (confermata da Reinaldo Arenas che ha subito simili
trattamenti) viene malmenato e torturato con bagni freddi e caldi. Il proposito di Fidel Castro è quello di provocare una ritrattazione, di
screditarlo davanti al pubblico e nei confronti dei giovani scrittori cubani che lo ammirano. Per trentasette giorni Padilla è torturato
psicologicamente e materialmente, fino al momento in cui accetta di firmare la ritrattazione. Il poeta resta in galera fino al 27 aprile e in quello
stesso giorno pronuncia davanti all’UNEAC la famosa autocritica concordata con i carcerieri. L’autocritica di Padilla è scritta con linguaggio da
burocrate, per niente letterario e molto stalinista. Basta leggere alcune pagine per capire che il suo discorso non è sincero, perché il poeta mette
in discussione tutte le sue precedenti opinioni, persino il valore letterario di Tre tristi tigri e la pochezza narrativa dell’opera di Lisandro Otero.
Padilla non ha alternativa che recitare un’autocritica se vuol tornare libero. «Quando a un uomo mettono davanti quattro mitragliatori e lo
minacciano di tagliargli le mani se non ritratta, di solito acconsente, anche perché le sue mani sono necessarie per continuare a scrivere», scrive.
Reinaldo Arenas paragona la ritrattazione di Padilla al processo subito da Galileo Galilei e a quello del protagonista di 1984 di George Orwell,
quando alla fine del romanzo, dopo essere stato sottomesso alle più terribili torture, dichiara di amare il Grande Fratello. Padilla viene
scarcerato, ma continua a vivere a Cuba come un fantasma fino al 1980, cancellato dalla vita pubblica e intellettuale, costretto a scrivere di
nascosto senza essere pubblicato, praticamente oscurato e messo in condizione di non nuocere. Nel 1980 viene accolta la sua richiesta di
espatrio negli Stati Uniti, dopo numerose sollecitazioni da parte di intellettuali europei. […]
Da Fuori dal gioco e il caso Padilla, nota introduttiva di Gordiano Lupi a Fuera del juego (testo originale a fronte. Traduzioni e cura di
Gordiano Lupi, Edizioni Il Foglio, Piombino - LI, 2013).
Heberto Padilla
La vita
e le opere
30
Nasce a Puerta de Golpe, Pinar del Rio - nell’isola di Cuba -, il 20
gennaio del 1932.
Dopo il primo matrimonio con Bertha Hernandez - dal quale ha tre
figli: Giselle, Maria e Carlos - si sposa, nel 1972, con la poetessa Belkis
Cuza Malé. Nello stesso anno, da questa seconda unione, nasce
Ernesto.
Sebbene inizialmente appoggi la rivoluzione castrista, a partire dal
1960 comincia a criticare apertamente l’operato del regime. Nel 1971
viene imprigionato. Scoppia così il cosiddetto caso Padilla che lo
renderà noto in tutto il mondo. Dopo un processo farsa, è soltanto
grazie alla mobilitazione di molti intellettuali e scrittori del tempo (tra
questi si ricordano soprattutto Jean-Paul Sarte, Carlos Fuente, Mario
Vargas Llosa, Simone De Beauvoir e Alberto Moravia) che viene prima
scarcerato e, nel 1980, autorizzato a lasciare il paese natale.
Vive quindi lontano da Cuba, in diverse città tra le quali New York e
Madrid, per infine stabilirsi a Princeton dove è Fellow al Woodrow
Wilson International Center for Scholars.
Nel biennio 1999-2000 è Elena Amos Distinguished Scholar in Studi
latino americani alla Columbus State University.
Muore ad Auburn (Alabama, U.S.A.), il 25 settembre del 2000. Nell’
università di questa cittadina si stava dedicando all’insegnamento.
La vita
e le opere
31
Heberto Padilla è pressoché sconosciuto in Italia.
La sua opera più nota è senza dubbio Fuera del Juego. All’epoca della
sua prima pubblicazione a Cuba questo libro ricevette il prestigioso
Premio UNEAC.
Fuera del juego è stato recentemente pubblicato in Italia (testo
originale a fronte. Traduzioni e cura di Gordiano Lupi, Edizioni Il
Foglio, Piombino - LI, 2013) ottenendo, nel 2014, il premio speciale
della giuria tecnica al Premio Camaiore.
***
Opere di poesia
• Las rosas audaces (1949)
• El justo tiempo humano (1962)
• La hora (Cuadernos de Poesía 10, La Tertulia, La Habana, 1964)
• Fuera del juego (1966)
• Provocaciones (1973)
• Poesía y política - Poetry and Politics (antología bilingue - Playor,
Madrid / Georgetown University Cuban series, 1974)
• El hombre junto al mar (Seix Barral, Barcelona, 1981)
• Un puente, una casa de piedra (1998)
• Puerta de Golpe (antología a cura di Belkis Cuza Malé - Linden Lane
Press, 2013)
• Una época para hablar (antología completa della sua opera Luminarias / Letras Cubanas, 2013)
Opere di narrativa
• El buscavidas (1963)
• En mi jardín pastan los héroes (Editorial Argos Vergara, Barcelona,
1981)
• La mala memoria (Plaza & Janés, Barcelona, 1989)
• Prohibido el gato (parzialmente inedito)
La vita
e le opere
La scelta dei testi di Heberto Padilla che segue è principalmente tratta da Fuera del juego (testo originale a
fronte. Traduzioni e cura di Gordiano Lupi, Edizioni Il Foglio, Piombino - LI, 2013) ed è stata curata da
Danilo Mandolini.
Qui a seguire, il link per l’acquisto del suddetto volume:
http://www.amazon.it/Fuera-juego-fuori-gioco-originalefronte/dp/8876064362/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1444319501&sr=8-2&keywords=Heberto+Padilla
Seguono, poi, alcune traduzioni inedite dal castigliano all’italiano (sempre a cura di Gordiano Lupi e
sempre selezionate da Danilo Mandolini) di poesie da altre tre raccolte di Heberto Padilla.
32
Da Fuera del juego (Fuori dal gioco)
Heberto
Padilla
EN TIEMPOS DIFÍCILES
33
A aquel hombre le pidieron su tiempo
para que lo juntara al tiempo de la Historia.
Le pidieron las manos,
porque para una época dificil
nada hay mejor que un par de buenas manos.
Le pidieron los ojos
que alguna vez tuvieron lágrimas
para que contemplara el lado claro
(especialmente el lado claro de la vida)
porque para el horror basta un ojo de asombro.
Le pidieron sus labios
resecos y cuarteados para afirmar,
para erigir, con cada afirmación, un sueño
(el-alto-sueño);
le pidieron las piernas,
duras y nudosas,
(sus viejas piernas andariegas)
porque en tiempos dificiles
¿algo hay mejor que un par de piernas
para la construccion o la trinchera?
Le pidieron el bosque que lo nutrió de niño,
con su árbol obediente.
Le pidieron el pecho, el corazón, los hombros.
Le dijeron
que eso era estrictamente necesario.
Le explicaron después
que toda esta donación resultaría inútil
sin entregar la lengua,
porque en tiempos difíciles
nada es tan útil para atajar el odio o la mentira.
Y finalmente le rogaron
que, por favor, echase a andar,
porque en tiempos difíciles
esta es, sin duda, la prueba decisiva.
IN TEMPI DIFFICILI
Heberto
Padilla
34
A quell’uomo gli chiesero il suo tempo
perché lo unisse al tempo della storia.
Gli chiesero le mani,
perché per un’epoca difficile
niente è meglio che un paio di buone mani.
Gli chiesero gli occhi
che qualche volta versarono lacrime
perché non contemplasse il lato chiaro
(specialmente il lato chiaro della vita)
perché per l’orrore basta un occhio stupito.
Gli chiesero le sue labbra
risecchite e macellate per affermare,
per erigere, con ogni affermazione, un sogno
(l’alto sogno):
gli chiesero le gambe,
dure e nodose,
(le sue vecchie gambe vagabonde)
perché in tempi difficili
cosa c’è di meglio che un paio di gambe
per la costruzione o la trincea?
Gli chiesero il bosco che lo nutrì da bambino,
con il suo albero obbediente.
Gli chiesero il petto, il cuore, le spalle.
Gli dissero
che questo era strettamente necessario.
Gli spiegarono dopo
che tutta questa donazione sarebbe stata inutile
senza consegnare la lingua,
perché in tempi difficili
niente è così utile per fermare l’odio e la menzogna.
E finalmente lo pregarono
che, per favore, si mettesse a camminare,
perché in tempi difficili,
questa è, senza dubbio, la prova decisiva.
EL DISCURSO DEL MÉTODO
Heberto
Padilla
35
Si después que termina el bombardeo,
andando sobre la hierba que puede crecer lo mismo
entre las ruinas
que en el sombrero de tu Obispo,
eres capaz lo imaginar que no estás viendo
lo que se va a plantar irremediablemente delante
de tus ojos,
o que no estás oyendo
lo que tendrás que oír durante mucho tiempo todavía;
o (lo que es peor)
piensas que será suficiente la astucia o el buen juicio
para evitar que un día, al entrar en tu casa,
sólo encuentres un sillón destruido, con un montón
de libros rotos,
yo le aconsejo que corras enseguida,
que busques un pasaporte,
alguna contraseña,
un hijo enclenque, cualquier cosa
que puedan justificarte ante una policía por el
momento torpe
(porque ahora está formada
de campesinos y peones)
y que te largues de una vez y para siempre.
Huye por la escalera del jardín
(que no te vea nadie).
No cojas nada.
No servirán de nada
ni un abrigo, ni un guante, ni un apellido,
ni un lingote de oro, ni un título borroso.
No pierdas tiempo
enterrando joyas en las paredes
(las van a descubrir de cualquier modo).
No te pongas a guardar escrituras en los sótanos
(las localizarán después los milicianos).
Ten desconfianza de la mejor criada.
No le entregues las llaves al chofer, no le confíes
la perra al jardinero.
No te ilusiones con las noticias de onda corta.
Párate ante el espejo más alto de la sala,
tranquilamente,
y contempla tu vida,
y contémplate ahora como eres
porque ésta será la última vez.
Ya están quitando las barricadas de los parques.
Ya los asaltadores del poder están subiendo a la tribuna.
Ya el perro, el jardinero, el chofer, la criada
están allí aplaudiendo.
IL DISCORSO DEL METODO
Heberto
Padilla
36
Se dopo terminato il bombardamento,
camminando sull’erba che può crescere lo stesso
tra le rovine
come nel cappello del tuo Obispo
sei capace di immaginare che non stai vedendo
quello che si va a piantare definitivamente davanti
ai tuoi occhi,
o che non stai udendo
quello che dovrai ascoltare ancora per molto tempo
o (quel che è peggio)
pensi che sarà sufficiente l’astuzia e il buon giudizio
per evitare che un giorno, entrando nella tua casa,
troverai solo una poltrona distrutta, con un mucchio
di libri strappati,
io ti consiglio di correre immediatamente,
di cercare un passaporto
qualche contrassegno
un figlio malaticcio, qualunque cosa
che possa giustificarti con la polizia per il
momento inopportuno
(perché ora è composta
da contadini e lavoratori alla giornata)
e che tu prenda il largo definitivamente e per sempre.
Scappa per la scala del giardino
(che non ti veda nessuno).
Non prendere niente.
Non ti servirà niente
né un cappotto, né un guanto, né un cognome,
né un lingotto d’oro, né un titolo confuso.
Non perdere tempo
nascondendo gioielli nelle pareti
(li scopriranno in qualche modo).
Non ti mettere a riporre scritture nelle cantine
(le localizzeranno dopo i miliziani).
Diffida della miglior servitù.
Non consegnare le chiavi all’autista, non affidare
la cagna al giardiniere.
Non ti illudere con le notizie in onda corta.
Mettiti davanti allo specchio più alto della sala,
tranquillamente
e contempla la tua vita
e contemplati ora come sei
perché questa sarà l’ultima volta.
Adesso stanno togliendo le barricate dai parchi.
Adesso gli assaltatori del potere stanno già salendo alla
[tribuna.
Adesso il cane, il giardiniere, l’autista, la servitù
sono lì che applaudono.
ORACIÓN PARA EL FIN DE SIGLO
Heberto
Padilla
37
Nosotros que hemos mirado siempre con ironía e
[indulgencia
los objetos abigarrados del fin de siglo: las
[construcciones
y las criaturas
trabadas en oscuras levitas.
Nosotros para quienes el fin de siglo fue a lo sumo
un grabado y una oración francesa.
Nosotros que creíamos que al final de cien años sólo
[había
un pájaro negro que levantaba la cofia de una abuela.
Nosotros que hemos visto el derrumbe de los
[parlamentos
y el culo remendado del liberalismo.
Nosotros que aprendimos a desconfiar de los mitos
[ilustres
y a quienes nos parece absolutamente imposible
(inhabitable)
una sala de candelabros,
una cortina
y una silla Luis XV.
Nosotros, hijos y nietos ya de terroristas melancólicos
y de científicos supersticiosos,
que sabemos que en el día de hoy está el error
que alguien habrá de condenar mañana.
Nosotros, que estamos viviendo los últimos años
de este siglo,
deambulamos, incapaces de improvisar un movimiento
que no haya sido concertado;
gesticulamos en un espacio más restringido
que el de las líneas de un grabado;
nos ponemos las oscuras levitas
como si fuéramos a asistir a un parlamento,
mientras los candelabros saltan por la cornisa
y los pájaros negros
rompen la cofia de esta muchacha de voz ronca.
ORAZIONE PER LA FINE DEL SECOLO
Noi che abbiamo guardato sempre con ironia e indulgenza
gli oggetti vistosi di fine secolo: le costruzioni
e le creature
incastrate in oscure giacchette.
Per noi che il fine secolo fu al massimo
un’incisione e un’orazione francese.
Noi che abbiamo creduto che al termine di cento anni
[restasse
solo
un uccello nero che alzava la cuffia di una nonna.
Noi che abbiamo visto il crollo dei parlamenti
e il culo rammendato del liberalismo.
Noi che abbiamo imparato a non fidarci dei miti illustri
e che ci sembra assolutamente impossibile
(inabitabile)
una sala di candelabri,
una tenda
e una sedia Luigi XV.
Noi, figli e nipoti sia di terroristi malinconici
che di scienziati superstiziosi,
sappiamo che nel giorno attuale c’è l’errore
che qualcuno condannerà domani.
Noi, che stiamo vivendo gli ultimi anni
di questo secolo
vaghiamo, incapaci di improvvisare un movimento
che non sia stato organizzato;
gesticoliamo in uno spazio più ristretto
delle linee di un’incisione;
noi mettiamo le giacchette oscure
come se ci trovassimo a frequentare un parlamento,
mentre i candelabri saltano verso le cornici
e gli uccelli neri
rompono la cuffia di questa ragazza dalla voce roca.
Heberto
Padilla
38
LOS POETAS CUBANOS YA NO SUEÑAN
I POETI CUBANI NON SOGNANO PIÚ
Los poetas cubanos ya no sueñan
(ni siquiera en la noche).
Van a cerrar la puerta para escribir a solas
cuando cruje, de pronto, la madera;
el viento los empuja al garete;
unas manos los cogen por los hombros,
los voltean,
los ponen frente a frente a otras caras
(hundidas en pantanos, ardiendo en el napalm)
y el mundo encima de sus bocas fluye
y está obligado el ojo a ver, a ver, a ver.
I poeti cubani non sognano più
(neppure di notte).
Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine
quando scricchiola, all’improvviso, il legno:
il vento li spinge alla deriva;
alcune mani li prendono per le spalle,
li rovesciano,
li mettono di fronte ad altre facce
(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)
e il mondo sopra le loro bocche scorre
e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere.
SIEMPRE HE VIVIDO EN CUBA
SEMPRE HO VISSUTO A CUBA
Yo vivo en Cuba. Siempre
he vivido en Cuba. Esos años de vagar
por el mundo de que tanto han hablado,
son mis mentiras, mis falsificaciones.
Porque yo siempre he estado en Cuba.
Y es cierto
que hubo días de la Revolución
en que la Isla pudo estallar entre las olas;
pero en los aeropuertos,
en los sitios que estuve
sentí
que me gritaban
por mi nombre
y al responder
ya estaba en esta orilla
sudando,
andando,
en mangas de camisa,
ebrio de viento y de follaje,
cuando el sol y el mar trepan a las terrazas
y cantan su aleluya.
Io vivo a Cuba. Sempre
ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare
per il mondo dei quali tanto hanno parlato,
sono mie menzogne, mie falsificazioni.
Perché io sempre sono stato a Cuba.
Ed è certo
che ci furono giorni della Rivoluzione
nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;
però negli aeroporti
e nei luoghi dove sono stato
sentii
che mi chiamavano
con il mio nome
e quando rispondevo
io mi trovavo in questa sponda
sudando
camminando,
in maniche di camicia,
ebbro di vento e di fogliame,
quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze
e cantano la loro alleluia.
POÉTICA
Heberto
Padilla
Di la verdad.
Di, al menos, tu verdad.
Y después
deja que cualquier cosa ocurra:
que te rompan la página querida,
que te tumben a pedradas la puerta,
que la gente
se amontone delante de tu cuerpo
como si fueras
un prodigio o un muerto.
POETICA
39
Dì la verità
Dì, almeno, la tua verità.
E poi
lascia che succeda qualsiasi cosa:
che ti strappino la pagina preferita,
che ti abbattano la porta a colpi di pietra,
che la gente
si accalchi davanti al tuo corpo
come se tu fossi
un prodigio o un morto.
LA VUELTA
Heberto
Padilla
40
Te has despertado por lo menos mil veces
buscando la casa en que tus padres te protegían
[contra el mal
tiempo, buscando
el pozo negro donde oías el tropel
de las ranas, las tataguas que el viento hacía volar
a cada instante.
Y ahora que es imposible
te pones a gritar en el cuarto vacío
cuando hasta el árbol del potrero
canta mejor que tú el aria de los años perdidos.
Ya eres el personaje que observa, el rencoroso,
cogido, irremediable, por lo que ves
y mañana te será tan ajeno como hoy le eres
a todo cuanto pasó sin que fueras capaz
de comprenderlo,
y el pozo seguirá cantando lleno de ranas
y no podrás oírlas
aunque peguen brincos delante de tu oreja;
y no sólo tataguas, sino tu propio hijo
ya ha comenzado a devorarte
y ahora lo estás mirando vestido con tu traje,
meando detrás del cementerio, con tu boca
y tus ojos y tú como si tal cosa.
IL RITORNO
Ti sei risvegliato almeno mille volte
cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal
[mal
tempo, cercando
il pozzo nero dove ascoltavi la ressa
delle rane, le falene che il vento faceva volare
a ogni istante.
E adesso che è impossibile
ti metti a gridare nella stanza vuota
quando persino l’albero del campo
canta meglio di te l’aria degli anni perduti.
Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,
preso, irrimediabile, per quel che vedi
e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei
a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace
di comprenderlo,
e il pozzo continuerà cantando pieno di rane
e non potrai sentirle
anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;
e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio
ha già cominciato a divorarti
e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,
pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,
i tuoi occhi e tu come se niente fosse.
EL ÚNICO POEMA
Heberto
Padilla
41
Entre la realidad y el imposible
se bambolea el único poema. Retenlo
con las manos, o con las uñas, o con los ojos
(si es que puedes) o la respiración ansiosa.
Dótalo, con paciencia, de tu amor
(que él vive sólo entre las cosas).
Dale rechazos que vencer
y otra exigencia
mucho mayor que un límite,
que un goce.
Que te descubra diestro, porque es ágil;
con los oídos alertas, porque es sordo;
con los ojos muy abiertos, porque es ciego.
L’UNICO POEMA
Tra la realtà e l’impossibile
oscilla l’unico poema. Trattienilo
con le mani, o con le unghie, o con gli occhi
(se puoi farlo) o la respirazione ansiosa.
Dotalo, con pazienza, del tuo amore
(che lui vive solo tra le cose).
Dagli rifiuti da vincere
e altre esigenze
molto più grandi di un limite,
che un piacere.
Che ti scopra abile, perché è agile:
con le orecchie aperte, perché è sordo;
con gli occhi molto aperti, perché è cieco.
FUERA DEL JUEGO
A Yannis Ritzos, en una cárcel de Grecia
Heberto
Padilla
42
¡Al poeta, despídanlo!
Ese no tiene aquí nada que hacer.
No entra en el juego.
No se entusiasma.
No pone en claro su mensaje.
No repara siquiera en los milagros.
Se pasa el día entero cavilando.
Encuentra siempre algo que objetar.
¡A ese tipo, despídanlo!
Echen a un lado al aguafiestas,
a ese malhumorado
del verano,
con gafas negras
bajo el sol que nace.
Siempre
le sedujeron las andanzas
y las bellas catástrofes
del tiempo sin Historia.
Es
incluso
anticuado.
Sólo le gusta el viejo Armstrong.
Tararea, a lo sumo,
una canción de Pete Seeger.
Canta,
entre dientes,
La Guantanamera.
Pero no hay
quien lo haga abrir la boca,
pero no hay
quien lo haga sonreír
cada vez que comienza el espectáculo
y brincan
los payasos por la escena;
cuando las cacatúas
confunden el amor con el terror
y está crujiendo el escenario
y truenan los metales
y los cueros
y todo el mundo salta,
se inclina,
retrocede,
sonríe,
abre la boca
“Pues sí,
claro que sí,
por supuesto que sí...”
Y bailan todos bien,
bailan bonito,
como les piden que sea el baile.
¡A ese tipo, despídanlo!
Ese no tiene aquí nada que hacer.
FUORI DAL GIOCO
A Yannis Ritzos, in un carcere della Grecia
Heberto
Padilla
43
Al poeta, congedalo!
Lui qui non ha niente da fare.
Non entra nel gioco.
Non si entusiasma.
Non mette in chiaro il suo messaggio.
Non si accorge neanche dei miracoli.
Trascorre l’intera giornata cavillando.
Trova sempre qualcosa da obiettare.
A questo tipo, congedalo!
Si metta da parte il guastafeste
a questo imbronciato
dell’estate,
con gli occhiali neri
sotto il sole che nasce.
Sempre
lo sedussero le avventure
e le belle catastrofi
del tempo
senza Storia.
È
perfino
antiquato.
Soltanto gli piace il vecchio Armstrong.
Canticchia, al massimo,
una canzone di Pete Seeger.
Canta,
tra i denti,
La Guantanamera.
Però non c’è
chi gli faccia aprire la bocca,
però non c’è
chi lo faccia sorridere
ogni volta che comincia lo spettacolo
e saltano
i pagliacci sulla scena;
quando le befane
confondono l’amore con il terrore
e sta scricchiolando il palcoscenico
e tuonano i metalli
e le pelli
e tutti saltano,
si china,
indietreggia,
sorride,
apre la bocca
“Ebbene sì,
chiaro che sì,
certo che sì…”
E ballano tutti bene,
ballano in modo gradevole
quando gli chiedono come trova il ballo.
A questo tipo, congedalo!
Lui qui non ha niente da fare.
ESTADO DE SITIO
Heberto
Padilla
¿Por qué están esos pájaros cantando
si el milano y la zorra se han hecho dueños de la situación
y están pidiendo silencio?
Muy pronto el guardabosques tendrá que darse cuenta,
pero será muy tarde.
Los niños no supieron mantener el secreto de sus padres
y el sitio en que se ocultaba la familia
fue descubierto en menos de lo que canta un gallo.
Dichosos los que miran como piedras,
más elocuentes que una piedra, porque la época es terrible.
La vida hay que vivirla en los refugios,
debajo de la tierra.
Las insignias más bellas que dibujamos en los cuadernos
escolares siempre conducen a la muerte.
Y el coraje, ¿qué es sin una ametralladora?
STATO DI ASSEDIO
44
Perché quei passeri stanno cantando
se il nibbio e la volpe sono diventati padroni della situazione
e stanno chiedendo il silenzio?
Molto presto il guardaboschi dovrà rendersene conto
ma sarà troppo tardi.
I bambini non seppero conservare il segreto dei loro padri
e il posto dove si nascondeva la famiglia
fu scoperto in minor tempo del canto di un gallo.
Felici coloro che osservano come pietre,
più eloquenti di una pietra, perché l’epoca è terribile.
La vita va vissuta nei rifugi,
sotto terra.
Le insegne più belle che disegniamo nei quaderni
scolastici sempre conducono alla morte.
E il coraggio, cos’è senza una mitragliatrice?
CANTAN LOS NUEVOS CÉSARES
Heberto
Padilla
45
Nosotros seguimos construyendo el Imperio.
Es difícil construir un imperio
cuando se anhela toda la inocencia del mundo.
Pero da gusto construirlo
con esta lealtad
y esta unidad política
con que lo estamos construyendo nosotros.
Hemos abierto casas para los dictadores
y para sus ministros,
avenidas
para llenarlas de fanfarrias
en la noche de las celebraciones,
establos para las bestias de carga, y promulgamos
leyes más espontáneas
que verdugos,
y ya hasta nos conmueve ese sonido
que hace la campanilla de la puerta donde vino a
[instalarse
el prestamista.
Todavía lo estamos construyendo
con todas las de la ley
con su obispo y su puta y por supuesto muchos
[policías.
CANTANO I NUOVI CESARI
Noi continuiamo a costruire l’Impero.
È difficile costruire un impero
quando si brama tutta l’innocenza del mondo.
Però fa piacere costruirlo
con questa lealtà
e questa unità politica
con cui noi lo stiamo costruendo.
Abbiamo aperto case per i dittatori
e per i loro ministri,
strade
per riempirle di fanfaronate
nella notte delle celebrazioni,
stalle per le bestie da soma, e promulghiamo
leggi più spontanee
che germogli,
e adesso persino ci commuove quel suono
che fa la campanella della porta dove è venuto a
[insediarsi
l’usuraio.
Tuttavia lo stiamo costruendo
con tutte le cose della legge,
con il suo arcivescovo, la sua puttana e certamente
[con molta polizia.
Da EL ABEDUL DE HIERRO (LA BETULLA DI FERRO)
Heberto
Padilla
PARA ESCRIBIR EN EL ÁLBUM DE UN
TIRANO
Protégete de los vacilantes,
porque un día sabrán lo que no quieren.
Protégete de los balbucientes,
de Juan-el-gago, Pedro-el-mudo,
porque descubrirán un día su voz fuerte.
Protégete de los tímidos y los apabullados,
porque un día dejarán de ponerse de pie cuando
[entres.
DA SCRIVERE NELL’ALBUM DI UN TIRANNO
Guardati dai titubanti,
perché un giorno sapranno quello che non
[vogliono.
46
Guardati dai balbuzienti,
da Juan tartaglia, Pedro il muto,
perché un giorno scopriranno la loro voce forte.
Guardati dai timidi e dagli umili,
perché un giorno smetteranno di alzarsi in piedi
[quando entri.
NO FUE UN POETA DEL PORVENIR
Heberto
Padilla
47
Dirás un día:
él no tuvo visiones que puedan añadirse a la
[posteridad.
No poseyó el talento de un profeta.
No encontró esfinges que interrogar
ni hechiceras que leyeran en la mano de su
[muchacha
el terror con que oían
las noticias y los partes de guerra.
Definitivamente él no fue un poeta del porvenir.
Habló mucho de los tiempos difíciles
y analizó las ruinas,
pero no fue capaz de apuntalarlas.
Siempre anduvo con ceniza en los hombros.
No develó ni siquiera un misterio.
No fue la primera ni la última figura de un
[cuadrivio.
Octavio Paz ya nunca se ocupará de él.
No será ni un ejemplo de los ensayos de Retamar.
Ni Alomá ni Rodríguez Rivera
ni Wichy el pelirrojo
se ocuparán de él.
La Estilística tampoco se ocupará de él.
No hubo nada extralógico en su lengua.
Envejeció de claridad.
Fue más directo que un objeto.
NON FU UN POETA DEL FUTURO
Diranno un giorno:
lui non ebbe visioni che possano essere trasmesse ai
[posteri.
Non possedette il talento di un profeta.
Non incontrò sfingi da interrogare
né accettò che leggessero nella mano della sua
[ragazza
il terrore con cui sentivano
le notizie e i bollettini di guerra.
Decisamente lui non fu un poeta del futuro.
Parlò molto dei tempi difficili
e analizzò le rovine,
ma non fu capace di sostenerle.
Andò sempre con la cenere sulle spalle.
Non svelò neppure un mistero.
Non fu né la prima né l’ultima figura di un
[quadrivio.
Octavio Paz non si occuperà mai di lui.
Non sarà neppure un esempio per i saggi di
[Retamar.
Neppure Alomá e Rodríguez Rivera,
né Wichy il pellerossa
si occuperanno di lui.
Nemmeno la Stilistica si occuperà di lui.
Non ci fu niente di extralogico nella sua lingua.
Invecchiò con chiarezza.
Fu più diretto di un obiettivo.
Da El justo tiempo humano - 1962 (Il giusto tempo umano)
Heberto
Padilla
Puerta de Golpe
Mi raccontava mia madre
che quel paese correva come un bambino
fino a perdersi:
che era come un incenso
quella voglia di fuggire
e di far tremare le ossa sino al pianto;
che lei finì per abbandonarlo,
perduto tra i treni e i pioppi,
incastonato sempre
tra la luce e il vento.
48
Genitori e figli
I
Heberto
Padilla
49
E nuovamente in sogno
la porta si apre. Il vento ravviva
le cose abbattute, avvilite.
Io entro,
perlustro invisibile
case disperate della mia fanciullezza,
della mia innocenza.
che non colpisce.
Madre, ti sei messa quel cappello,
quella pamela che m’illumina
come un astro feroce.
Padre, tu ci riservi questa età
senza pace.
Da ogni cortile
albero, paese
siamo partiti.
Passammo appena
Tra i vari volti e partimmo.
Non indugiammo nella felicità.
Nella stazione dei treni,
tra i contadini e i pioppi,
come ci addolora la nostalgia
e l’addio proferito con rabbia
mentre ci osserva imperturbabile
l’omino costante della miseria!
II
Mia sorella ha gli occhi fissi
sui treni
che ci conducono a un altro paese.
(i codici si fecero
per questi sussulti,
gli scaffali si fecero
per questi sussulti.)
Mio fratello canta (è il minore);
può, persino, saltare come una pietra
leggera. Lui è l’unica voce
È l’alba. Sto
piangendo. Io so che in un’altra stanza
guaiscono per me, i miei cani,
i miei cani lontani.
Per voi non c’è stato neppure il tempo
del riscatto.
È la fretta di ogni estate.
Sudiamo, ansimanti, nei letti,
e loro discutono di miseria,
loro tramano la felicità
come un’ombra clandestina.
E quell’uomo nero
che ancora si alza in certe notti,
lo invento io, oppure è vero
che ha serrato le sue dita
intorno alla coppa allucinante,
proprio quando un assente
parla con la sua voce?
Cosa decifra?
Heberto
Padilla
Cosa ci dice? Cosa ordina?
Perché cominciano a tremare
il volto di mio fratello, le labbra
di mia sorella,
la triste aspettativa
dei miei genitori, d’un tratto estranei?
III
50
Sotto l’albero delle güiras,
vicino alle radici, sta gridando
il male.
Nominalo, cacatua dal becco di ferro.
Strappalo, totí; fai artigli delle tue unghie
e vola; sei tu l’unica ombra
della mia infanzia.
Distruggilo, civetta; un occhio tuo
allontani ciò che sotterrano quelle mani
crudeli.
Travolgilo, zebù, con quei corni
fino a quando non suonerà con passione
la musica che produca la mia pace.
Scaccialo, nasturzio, yerbabuena,
uccello del diavolo, uccello del paradiso,
uccello cieco del mondo,
uccello dei miei nonni nella pianura
castigliana;
oh, madre - acqua nel bifocale del pozzo
dove richiamano i folletti;
si affiggano le conchiglie;
pianta di güiras, privati del piacere;
lasciaci vivere, lasciaci vivere,
lasciaci vivere!
IV
Padre, nudo vai
come la morte. Tremano
le ossa del tuo volto.
Vedo nel vapore ardente della notte,
le tue mani strappare radici,
le tue dita esplorare, solitarie.
E la luna così livida,
i miei fratelli, i miei occhi ti videro;
eri già un chiaro spavento nella memoria.
V
Dio mio, abbi pietà dell’errante
perché nell’errante c’è il dolore.
Saltimbanchi, viaggiatori, vagabondi, addio.
Il mio amore vi accompagna;
siede alle vostre tavole, mangia
con le vostre labbra
secche d’ardore, di sete. Dategli un posto
nel magro zaino, un suono di passi nelle scarpe.
Baciateli, madre, e che procedano.
Fratello mio, abbracciali, che procedano.
Sorella mia, alloggia nei loro letti,
freddi, quel corpo giovane
e dai un senso al tuo tremore.
Padre mio, fiamma mia,
ponte tra la mia angoscia e la mia pietà;
guarda questa bocca nominare ormai per sempre differente,
guarda questa sete errante, questa insaziabile sete
che alimenta le mie viscere ogni notte.
All’alba bisogna partire!
Heberto
Padilla
Esilio
Madre, tutto è cambiato.
Persino l’autunno è un vento disastrato
che abbatte il boschetto.
Ormai niente ci protegge contro l’acqua
e la notte.
Tutto è cambiato ormai.
Il bruciare del vento
entra nei miei occhi e nei tuoi,
e quel bimbo che sentivi
correre dalla sala oscura
più non ride.
51
Adesso tutto è cambiato.
Apri porte e armadi
perché esploda lontano quell’infanzia
bastonata nell’aria nebbiosa;
perché mai veda il vecchio e sassoso
cammino delle mie mani,
perché non senta percorrere
le strade di questo mondo
né scopra la casa vuota
di foglie e di uomini
dove le stesse cose di ieri continuano
a cercare solitudini, desideri.
Nella tomba di Dylan Thomas
Un posto
dove coricarsi e niente più: il tempo ora lo fa marcire.
Non c’è l’aspro aroma
nei venti dei boschi del Galles
e quando è il momento di ascoltare la sua canzone
è il singhiozzo quel che si ode attraverso
la casa innevata.
Un posto soltanto
per coricarsi e niente più: il tempo eterno che lo faccia
[marcire.
Me ne andavo per la Grecia
Heberto
Padilla
Me ne andavo per la Grecia
e in tutto credevo di sentire l’impronta di Kavafis.
Coperta dalla pioggia,
colorata da una terra scura,
com’era strana e solitaria Alessandria nella memoria!
Al tempio abbandonato,
alla città perduta, ai miti,
al muro, come poté Kavafis
strappare il segno della vita?
Sul treno del ritorno,
quando rientravo da altre rovine,
stava il campo muto
e il bosco ingiallito
sempre alla fine della strada;
ma non mi fermai davanti a quell’albero scuro
che vidi passando,
che entrò dalla mia finestra,
che ancora pone nelle mie carte
una lanugine assetata,
che ancora veglia sul mio amore
come un disastro.
52
Alla corte di Luigi XVI
Una finestra
contro il vento è la notte
e i rapidi segni dell’aria nella negritudine,
rivelano le insegne,
la stamigna e l’abito.
Oh, rinchiudete i bambini
che vanno a suonare la mezzanotte!
Tappateli gli orecchi,
sopprimete la scena!
Nel suo letto di feltro
il poeta frondoso arde, infervorato
dalle nuove disposizioni:
“Per il poeta ammesso, tre statue,
una taverna nel sud Italia,
e tutti i viaggi…”
Da El hombre junto al mar - 1981 (L’uomo vicino al mare)
Heberto
Padilla
53
Tra marzo e aprile sta il mio mese più crudele
Tra marzo e aprile sta il mio mese più crudele.
Stretto alle tue braccia
splende felice
il più tenero e selvaggio.
Ti dissi:
queste devono essere le braccia dell’amore.
Misi i tuoi occhi e le tue labbra aperte
sotto le mie
e cademmo cantando nel sofà.
Fu l’ultima volta che ci potemmo amare
senza sussulti.
E al posto dei libri
fiori
e un incantesimo calcareo sulla parete
con macchie
e la schiuma dei mobili di vimini
sfiorando la tua aureola
aprendo ventagli di fuoco
lanciafiamme
e un cielo
e una costellazione che ingigantiscono
cosce o vulve immortali
e il mio orecchio nel tuo ventre
dove pulsa un nuovo cuore
e nelle tue interiora
adesso sei incinta
nell’apertura esigua d’ogni poro
l’eterno desiderio
l’unica scrittura degna dei nostri nomi
e il ritratto di Marx
insieme a quello dei nostri genitori
implorando
che strappassimo dal mondo la tristezza.
Ci alzammo
ci vestimmo
strappammo dal mondo la tristezza
sorridemmo
ti sedesti al mio fianco
mi guardasti
e io
schietto e logico
ti gridai
fuoco mio, scurito dalla vita
lauro invulnerabile
tocco
ansimo
godo.
Qualcosa di simile ti dissi o ti gridai
con l’orrore che potessero finire
all’improvviso le parole.
E proseguivamo nudi
corpi
sotto i pantaloni
d’un vestito di lana
Heberto
Padilla
54
tutti tremanti
nudi.
Nessuno a parte tu
potrebbe piegarsi alla modulazione pressante dei miei giorni
ti dissi
in realtà volevo sussurrarti miei anni
ma questo ti rallegrò
e ti addormentasti
protetta
fiduciosa
i libri
e i vestiti
per terra.
Quando dormi sembri soffocare o soffrire.
Mi fai paura.
Ero proprio io
e tu mi scoprivi
spaventata dalla mia respirazione.
Di modo che attesi che dormissi
per molto tempo
perché nessuno potesse svegliarti
mai niente e nessuno
animali del secolo
lanciati nudi
e il mondo tra i due
o una faccia del mondo?
Ma quale?
Dopo furono scarpe rozze
affrettate
non nell’erba
nel suolo
nella penombra
nell’alba
io mi vestivo assonnato
udendo
non la tua respirazione
ma l’ordine
il più umano
spogliandomi dopo in altro luogo
udibile dalle voci
tornato a vestire
con una tela color della terra
un effetto semplice in una sinfonia.
Avanti procede
la più umana
delle voci.
Intermittenti
ululati.
Io scendo
e salgo le scale
color della tela.
Porte
che si aprono
e si chiudono
tra marzo e aprile
un colpo di metallo sul metallo
una faccia del mondo.
Ma quale?
Un mese nascosto tra altri due.
Il più crudele? Il più fedele?
E la parete scarabocchiata in punta di cucchiaio
nomi
date
commiati
pezzi di orazioni.
Il letto è color terra come la tela.
Anche il tetto e la latrina sono molto oscuri
color della tela.
Colui che ritorna alle regioni chiare
Heberto
Padilla
55
Già dissi addio alle case brumose
situate al margine dei valichi
come il mucchio di fieno nella pittura fiamminga,
e addio anche alle donne
che più volte mi commossero
- soprattutto quelle dagli occhi color di malachite -,
e le slitte restarono appese come gronde
inservibili alle finestre che da ieri
sono chiuse.
Perché il sole mi ha curato.
Non vivo del ricordo di nessuna donna,
né ci sono paesi che possono vivere nella mia memoria
con più intensità di questo corpo che riposa al mio
fianco.
Il posto - inoltre - dove meglio
può restare un uomo
è nel suo cortile, nella sua casa,
senza persone malinconiche che minaccino nelle
comodità
la carne atroce degli incubi.
Un nuovo giorno entra dalla finestra
- un’esplosione tropicale lo specchio della stanza moltiplica il suo splendore.
Io sono nudo accanto alla mia donna nuda,
racchiusi in questa luce d’acquario;
ma questo che fugge attraverso lo specchio,
con sciarpa e cappotto,
sotto le scale;
colui che saluta in gran fretta la portiera
ed entra in una sala da pranzo strapiena
e si siede a osservare
la facciata d’una stazione di treni
che l’inverno divora
con la sua pioggia putrida come un letamaio,
è il mio ultimo miraggio
che già ha curato il sole,
l’ultimo sintomo di quella malattia,
fortunatamente transitoria.
A Belkis quando dipinge
Heberto
Padilla
56
Quando dipinge china la testa
sempre verso lo stesso lato
perché i colori raggiungano - dice lei le strutture più allegre e fedeli.
Non sa che io la osservo e la trasfiguro.
I suoi capelli sono lunghi e lisci e io compongo trecce a mio gusto,
sono neri e li arrossisco fino a farli ardere come una bruciatura,
sollevo le sue mani dal disegno
e le rendo partecipi delle fiamme.
Mi piace immaginarla da ogni parte
presenza spettrale
occupare l’intera mappa convulsa delle mie poesie.
Per esempio:
vestita con un maglione di Cachemire.
Per esempio:
nuda sulla riva d’una spiaggia gialla
come il telaio crepitante di Van Gogh.
Per esempio:
in canoa cercando la magnolia d’Isolda
per le nostre feste nuziali.
Per esempio:
cantando
lei e la solitudine
lei e il ragno sul tetto, lei e i drappeggi
floridi dei suoi capelli;
allegra e spettinata
come una regina oziosa, in verde, in rosso
in malva insieme a me, nel suo angolo oscuro da chiromante,
con la mia mano nella sua mano
risolvendo indovinelli ostici contro i malfattori.
Lei da ogni parte,
con la sua testa nera che arde tra i fumi
nella punta della mia pipa di corallo.
(I versi in corsivo sono di Belkis Cuza Malé)
Omaggio
Heberto
Padilla
mio nonno assicurava con veemenza
(il vecchio era spagnolo)
che avrebbe fatto produrre le sue pergole di cherry
e avrebbe ottenuto uva passa.
lo ricordo molto bene smuovere la terra
pulire il tronco a ogni ora
osservare con occhi languidi e acquosi
era un illuso e i pergolati
nonostante tutto crebbero
il vento li faceva respirare
come un petto
ma la pergola di cherry non dava frutti
bianchi e neri la concimarono
i cani mai orinarono sul suo tronco
mio nonno sembrava un combattente conquistatore
gridava le sue istruzioni
come a bordo della Santa Maria
allora la casa era una nave
una foglia nuova o un fiore
era come quando appare un uccello
ma la pergola di cherry non dava frutti
57
io ho visto uomini lottare
io ho visto come schizza la scintilla del piccone nella cava
senza perforare la pietra
mio nonno era quel piccone
la pergola era quella pietra
vent’anni dopo
non c’è niente di strano che un nipote rancoroso
scriva quest’omaggio non al nonno
ma alla pergola disubbidiente
che l’ostinato vecchio isolano non riuscì a far fruttare.
Da Una fuente, una casa de piedra - 1991 (Una fonte, una casa di pietra)
Heberto
Padilla
58
Ricordo di Wallace Stevens
Adesso sta ribollendo il mare,
e se potessi stare accanto a me so che diresti
che arde solo l’immagine.
In una lingua per cui è difetto l’astrazione
tu affermasti l’astrazione dei mondi soleggiati
quasi impossibili da afferrare.
Ho visto i giardini disfatti, i residui
della flora distrutta.
C’è altro, un ordine che avvolge questo paesaggio
in cui l’albero è traccia dell’assioma dell’albero.
Trittico senza verdura, linee pietrificate, acque che riecheggiano,
che domandano, e la sola risposta è la collina
di roccia sommersa, il rottame
nella sabbia, il gluglù dell’ombra.
Le navi sono partite, subito si trasformano
in una matematica
senza brio, in numeri d’aria,
proprio come i parasole ritardatari.
Nessun fantasma discute qui con le intemperie.
Nessun corpo di luce si scioglie nel mare
meglio che nella tua poesia.
Se qualcuno ha parlato con la lingua dei sopravvissuti
sei stata tu che hai fuso le felci innevate
del New Hampshire con la vibrante vastità del sud.
Non sei l’ospite indesiderabile che ci fa uscire dai gangheri
ma la forma dell’oceano, il fremito d’un’onda
che diventa tale nella parola.
Palmer Square
Heberto
Padilla
59
Più d’una volta
qui parcheggiò la carrozza
con il suo cavallo nero
la vecchia mano tirava le redini
e il fango si schiudeva
in Nassau Streeet.
Woodrow Wilson lo vide
e persino sentì nei suoi stivali
il rumore di legno della carrozza
mentre passeggiava, l’immortale.
L’aria si riempiva del fumo acre
delle pipe e delle teiere.
I colpi dei picconi
e dei martelli sistemavano
i lati e le basi delle facoltà.
I giovani ben riparati
entravano e uscivano dalle aule,
mentre i costruttori italiani
continuavano a collocare le pietre.
La prima fu una pietra, un cornicione
fino a lasciar intatto Whinterspoon Hall.
Tutto questo portano sulle spalle
gli squallidi e vecchi calciatori
della classe 1926
che divorano il pranzo di mezzogiorno.
Palmer Square li lascia deambulare
Con i loro vestiti azzurri e i loro berretti,
con le medaglie, i bastoni e le loro morti.
Il cavallino e il cavallerizzo dell’antico murale di Rockwell
galoppano insieme a loro come nell’adolescenza
attraversando le strade e i sogni.
Heberto
Padilla
60
Il cimitero di Princeton
Un paese può essere il felice incontro di molti esseri,
ma è anche una verifica costante della morte.
All’improvviso s’illumina una casa,
si agitano le persiane,
si ode il rumore di qualcuno che sale in fretta una scala,
e lì abbiamo un’altra vittima, un’algebra vuota.
Le lapidi irregolari
convivono qui
con le nostre giornate.
L’orario delle nostre vite
salta su quest’erba rada
dove un rastrello toglie le foglie caduche.
Niente di tutto questo provocherà l’insonnia.
La nostra vigilia è solo scontro di ansia e fallimento.
Neppure il giovane becchino,
né colui che maneggia la falciatrice, distratto,
accanto alle tombe
si sentono i guardiani di questi morti.
Oh Dio, dicci dove, perché.
Non c’è solo un mercoledì’ delle ceneri nella nostra vita.
Verso quel camposanto
tutti procedono con la stessa paura,
gli stessi occhi, lo stesso passo.
Gordiano Lupi
È nato a Piombino nel 1960.
Collabora con “Futuro Europa”, “Inkroci”, “La Folla del XXI Secolo”, “La Linea dell’Occhio” e altre riviste.
Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario.
Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz, Felix Luis Viera, Heberto Padilla e Guillermo
Cabrera Infante [di cui La ninfa incostante (Sur, 2012) è tra i suoi lavori più recenti].
Tra i molti libri pubblicati si ricordano: Nero Tropicale, Cuba Magica, Un’isola a passo di son - Viaggio nel mondo
della musica cubana, Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, Almeno il pane Fidel, Mi Cuba, Fellini - A
cinema greatmaster, Velina o calciatore, altro che scrittore!, Fidel Castro - Biografia non autorizzata, Fame - Una
terribile eredità, Storia del cinema horror italiano in cinque volumi, Soprassediamo! - Franco & Ciccio Story.
Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino è il suo romanzo presentato, nel 2014, al Premio Strega.
Con la fine del 2015 sono usciti il romanzo breve Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano e un
testo di cinema: Gloria Guida, il sogno biondo di una generazione. Divina creatura - Il cinema di Laura Antonelli,
invece - un altro testo di cinema -, è previsto in uscita nel 2016.
61
Blog di cinema: “La Cineteca di Caino” (http://cinetecadicaino.blogspot.it/).
Blog di cultura cubana e letteratura: “Ser Cultos para ser libres” (http://gordianol.blogspot.it/).
Pagine web: www.infol.it/lupi.
E-mail per contatti: [email protected].
Vittorio Sereni
http://www.famigliacristiana.it/articolo/sereni.aspx
Patrizia Cavalli
Riletture
Firmum rappresenta, nella bio-bibliografia di Luigi Di Ruscio, un punto di passaggio fondamentale - di svolta, verrebbe
da dire - dato alle stampe, forse per pura casualità, proprio nell’ultimo anno del “secolo grande” della letteratura italiana e
del secondo millennio. Si tratta di un volume, quello di cui si sta qui trattando, che attraversa un arco temporale - in
generale e relativamente alla produzione in versi dello scrittore fermano - davvero rilevante. In Firmum sono infatti
raccolti molti dei testi scritti nei quasi cinquant’anni che vanno dal 1953 a, appunto, il 1999 e tratti dalle raccolte di versi
considerate ancora oggi come tra le più importanti del nostro. Non si può non aggiungere, poi, che Firmum pare
indubbiamente significare anche quel momento di riflessione cruciale sul passato che ogni scrittore prima o poi vive,
quell’occasione utile ad approntare un bilancio del proprio lavoro e necessaria a determinare il giusto slancio per
continuare a scrivere. Con Firmum, Di Ruscio sembra proprio aver svolto l’azione appena descritta. Dal libro uscito per
l’anconetana peQuod nel 1999 Di Ruscio pare davvero aver trovato lo slancio per affrontare lo splendido “volo creativo”
del suo ultimo decennio e poco più di vita, quello slancio grazie al quale ha raggiunto le vette più alte, soprattutto in
prosa, della sua produzione letteraria e, conseguentemente, la giusta attenzione della critica e del pubblico.
La scelta dei testi di Luigi Di Ruscio e dei contributi di Massimo Raffaeli, Franco Fortini e Salvatore Quasimodo che
segue è tratta da Firmum (peQuod, Ancona, 1999) ed è stata curata da Danilo Mandolini.
Luigi Di Ruscio
Firmum
Firmum
Luigi Di Ruscio
La vita
e le opere
62
Nasce a Fermo il 27 gennaio del 1930.
Svolge diversi mestieri e da autodidatta studia, tra gli altri, i classici
americani, francesi e russi, la filosofia greca, le saghe della mitologia
nordica e l’opera di Benedetto Croce.
Nel 1957 emigra in Norvegia, stabilendosi ad Oslo.
Qui lavora per trentasette anni come operaio metallurgico, sposa Mary
Sandberg e con lei ha quattro figli.
Collabora con lavori poetici ed interventi in prosa a varie riviste e
testate giornalistiche ("Momenti", “Il Contemporaneo”, "Realismo
lirico", “Ombre rosse”, “Alfabeta”, “Il manifesto” e “Azimut”).
Oltre a Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Giancarlo Majorino ed
Antonio Porta, che introducono quattro delle sue opere, molti sono i
critici e gli scrittori che si sono occupati del suo lavoro. Tra questi si
segnalano: Silvia Ballestra, Aldo Capasso, Biagio Cepollaro, Andrea
Cortellessa, Eugenio De Signoribus, Giorgio Falco, Enrico Falqui,
Angelo Ferracuti, Massimo Gezzi, Francesco Leonetti, Walter Pedullà,
Massimo Raffaeli, Roberto Roversi, Flavio Santi, Sebastiano Vassalli,
Stefano Verdino, Paolo Volponi ed Emanuele Zinato.
Muore nella capitale norvegese, dov’è sepolto, il 23 febbraio del 2011.
La vita
e le opere
63
• Non possiamo abituarci a morire (prefazione di Franco Fortini, Schwarz,
Milano, 1953)
• Le streghe s'arrotano le dentiere (prefazione di Salvatore Quasimodo,
Marotta, Napoli, 1966)
• Apprendistati (Bagaloni, Ancona, 1978)
• Istruzioni per l'uso della repressione (presentazione di Giancarlo
Majorino, Savelli, Roma, 1980)
• Epigramma (Valore d'uso, Roma, 1982)
• Enunciati (presentazione di Eugenio De Signoribus, Stamperia
dell'arancio, Grottammare - AP, 1993)
• Palmiro (presentazione di Antonio Porta, Il Lavoro Editoriale, Ancona
1986; poi Baldini e Castoldi, Milano, 1996)
• Firmum (peQuod, Ancona, 1999)
• L'ultima raccolta (prefazione di Francesco Leonetti, Manni, Lecce,
2002)
• Le mitologie di Mary (LietoColle, Foloppio - CO, 2004)
• Poesie Operaie (prefazione di Angelo Ferracuti, postfazione di
Massimo Raffaeli, EDIESSE, Roma, 2007)
• L'Allucinazione (Cattedrale, Ancona, 2007)
•L'Iddio ridente (prefazione di Stefano Verdino, editrice Zona, Arezzo,
2008)
• Cristi Polverizzati (presentazione di Andrea Cortellessa, contributi di
Angelo Ferracuti ed Emanuele Zinato, Le Lettere, Roma, 2009)
• La neve nera di Oslo (prefazione di Angelo Ferracuti, EDIESSE, Roma,
2010)
• Palmiro (a cura di Massimo Raffaeli, EDIESSE, Roma, 2011)
• Romanzi (a cura di Andrea Cortellessa ed Angelo Ferracuti, Feltrinelli,
Milano, 2014)
Da Firmum 1953 - 1999
Luigi
Di Ruscio
Voi che da mille anni
Portate i mali del mondo
E ne ridete
E ne morite
Franco Fortini
***
7
64
Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati che quest’estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto
e sarà giorno di festa anche per loro
fuori delle case
con le vesti bucate le scarpe sfondate
mentre la neve fascia di gelo le case
in questa vostra terra
dove Dio ci ha fatto bastardi.
12
Luigi
Di Ruscio
La pensione da impiegato comunale
è di ottomila ogni due mesi quarant’anni di fatica
per pane e cacio grattugiato
per imparare a stendere la mano per morire solo
oppure finire al ricovero dei vecchi
ubbidire a bacchetta la madre superiora
alzarsi presto imparare a pulirsi l’anima
per avere sempre il pasto abbondante
e morire in un posto fatto per i vecchi
perché crepino senza dare fastidio.
14
65
È quella che canta la tristezza della strada
suo marito è in Francia
e non fa sapere più nulla
e lei e la figlia vivono
degli uomini che vengono la notte.
E il suo canto è come la strada
stridulo e stonato
è come il vapore che esala
dai tetti dopo la pioggia.
Dice a tutti qual è la sua arte
e a volte lo grida ridendo
con l’amaro delle donne.
25
Luigi
Di Ruscio
la campagna era tanto assetata che c’era rimasto il grillo a cantare l’arsura
eccola la chiesa dei santi immacolati e piazzate vicino all’altissimo
le ragazze con le scarpette con i tacchi alti
fasci di raggi di sole rischiaravano le facce annerite e dei santi spadati
i rigonfiamenti dei sessi nei loro umidori
e la messa bene cantata si trasformava come niente fosse in una festa amorosa
cade improvvisamente dalle mani del prete la particola sacra
e il prete si trasforma in un santo sbalordito
a cui Iddio ha fatto vedere uno squarcio d’inferno
31
66
canta canzoni di chiesa o d’amore
e se gli dicono di smetterla canta più forte
urlati segnali della ritirata o del silenzio
la calce viene sbattuta sul muro al ritmo delle canzoni
e risparmiare per l’inverno quando ci sarà
infinito tempo per mirare la carta decisiva
mani e carte incrociate che si dilatano
oltre le figure oltre i bar oltre la piazza
39
Luigi
Di Ruscio
il colpo di martello che spezza il mattone
o il verso allucinato che smaglia
guardare la cosa mentre ci accieca
l’improvviso bagliore della fiamma ossidrica
o quello che cadde nella vasca della calce viva
scavata la fossa scaricate le pietre cotte
poi con l’acqua tutto ribolliva e fumava
il ribollire delle pietre cotte fu l’ultima cosa che vide
48
67
avrai creduto che se tu fossi caduto più in basso
non avresti più avuto il coraggio d’ammazzarti
avevi fortuna con le donne sapevi ridere benissimo
morto aspettando la morte sulle rotaie
stanco di ridere stanco di scoprire i denti
schiantato come un albero tagliate le radici non si è più rialzato
i semi piumati continueranno a crescere e a covare
e siamo soli non come cristus che aveva un padre che era Iddio
noi siamo soli e siamo uomini
con il terrore di divenire tanto miserabili
da non avere più il coraggio d’ammazzarci
51
Luigi
Di Ruscio
si accorgeva che doveva parlare
e per parlare doveva smettere di fumare
parlava chi ascoltava faceva sorrisetti
smetteva di parlare e si rimetteva a fumare
scrivere è facile parlare è impossibile
riesce in un certo controllo solo su quello che scrive
tutto il resto diventa incontrollabile e insostenibile
un leggero sorriso giocava sulle sue labbra
che esprimeva la paura più che la gioia
guardava gli altri dal basso
sembrava che stesse sempre a chiedere scusa
come se si aspettasse uno schiaffo da un momento all’altro
62
68
nel vicolo delle vergini nei deliri delle febbri dell’infanzia
vi rotolavano le botti e le botti percotevano le mura
trinciava l’infittita erba murana
e qui ritornavo per i libri che m’imprestavi
e per mostrarti i miei versi che uscivano in maree costanti
versi che prendevano i rifiuti che si ammucchiavano alla coscienza
per tuffarli negli sprofondi infiniti di questa corta vita
e le mie letture erano frenetiche come avessero dovuto saziare
una fame lungamente portata appresso
certo potrò ancora ritornare a guardare
una serie di archi che si susseguono
del bottaro non è rimasta traccia
solo nella memoria rimbombano i colpi
73
Luigi
Di Ruscio
il nazionalista cattolico spiegava con denti pieni di ferocia che il fronte guerriero è un altare dove in
continuità s’immolano poveri cristi un iddio non come luce ma come una esplosione di tenebre e se fanno
passare uno scemo per un genio tutti gli scemi si credono geni e pochi che non sono scemi faranno del tutto
per adeguarsi allo scemo nazionale
75
l’utopia era la liberazione di questi cristi risucchiati dall’orrore
su una lotta che durerà per una eternità di tempi
nell’ultime cellule rimaste vive la volontà di resistenza
sarà sempre più cieca e totale
più la sopravvivenza diventa improbabile
e maggiormente verranno lanciati
messaggi disperati verso tutte le direzioni
89
69
ovunque l’ultimo per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra per la sua voce italiana
ultimo ad odiare e l’odio di quest’uomo marca tutto
schiodato e crocifisso ogni ora
dannato per un mondo di dannati
109
Luigi
Di Ruscio
quando si accorse per la prima volta che la notte era su tutte le cose
era terrorizzato nel vedere le tenebre su tutte le cose
oppure quando Adrian mi ha domandato se era vero che se moriva
lo avrebbero rinchiuso dentro una cassa da morto
oppure quando improvvisamente si sveglia
perché sono entrati nel sonno a terrorizzarlo
oppure quando mi viene improvvisamente incontro
ed ho l’impressione di vedere me stesso che mi viene incontro
ed è tutto prima del linguaggio
più chiara e precisa è la sensazione
più incerto e balbettante il verso
il compito è impossibile come descrivere la propria agonia
122
70
il pianeta è nella sua splendente chiarezza
il periodo dell’oscurità sta per precipitare verso la fine
vedremo il sole spostarsi verso la costellazione del capricorno
vedremo l’asteroide passare tra l’orgoglio dei pianeti
l’asteroide passerà tra i pianeti morti a precipizio
la gioia in tutta questa disperazione
gli sprofondi infiniti con le lucciole nelle loro palpitazioni
essere il meno possibile lasciare orme di uccelli sulla neve
orme d’uccelli nell’aria leggeri nelle leggerezze uccellari
in questo mondo tremante ora che termina
la moltiplicazione dell’erba e delle rane
l’acqua (in questo mondo la moltiplicazione) l’acqua
Contributi critici
Luigi
Di Ruscio
Dal risvolto di copertina di Firmum, a cura di Massimo Raffaeli
È un fatto eccezionale, in tempi di minimalismo lirico, imbattersi nell’opera di un poeta prepotentemente epico,
cioè fino in fondo radicato in una condizione di classe, vincolato con la sua parola ad una dimensione
comunitaria. L’orizzonte di Luigi Di Ruscio è da sempre la polis, il luogo da cui si parla (Fermo o Oslo, non
importa), è la parte degli ultimi, degli sfruttati e cancellati dalla storia. Lì scopre ogni volta che la parola può
essere testamento e arma, punto di svincolo dalle leggi di Capitale e Mercato, dalla normalità omicida
dell’economia politica. Per questo i suoi versi sono percussivi, trascinanti, persino fisicamente gioiosi, pure se,
come è detto in conclusione della presente raccolta, “il tutto risulterà una variante della stessa angoscia”. Ma una
variante di continuo incandescente. Associando nel titolo l’idea dell’intransigenza e l’etimologia di un’origine
geografica, Firmum è il libro di una lunga traversata, un diagramma mobilissimo che dal dopoguerra (anni di
derelizione e tuttavia di grandi aspettative) sfonda le pareti opache ed insonorizzate dell’oggi, ormai dentro al
tempo della globalizzazione e del cosiddetto pensiero unico: lo compongono i testi d’esordio (Non possiamo
abituarci a morire, del ‘53, ridisposti secondo cronologia) e a seguire di Le streghe s’arrotano le dentiere (del ‘66,
liberamente riscritti), insieme con altri dell’ultimo decennio, parecchi dei quali provenienti da Enunciati (‘93)…
[…]
***
Dalla prefazione di Franco Fortini a Non possiamo abituarci a morire (inserita a seguire i testi di
Firmum)
71
…il loro populismo [dei versi di Non possiamo abituarci a morire] non è già la prova di un ritardo culturale del
loro autore bensì di un ritardo obiettivo della nostra vita sociale. Queste poesie di miseria e di fame, di
avvilimento e di rivolta, nascono da un’esperienza diretta e ne sono la trascrizione; la loro tematica non si
distingue da quella della poesia del Quarto Stato che, nei primi due decenni del secolo è stata nel nostro paese,
almeno di intenzioni, assai feconda, perché la posizione morale del proletariato ai confini della disperazione e
della fame non è - malgrado tutto quel che sappiamo e malgrado le facili conversioni agli atteggiamenti positivi sostanzialmente mutata da quella. E questi versi sono insomma un documento umano delle aree depresse, di
quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano.
…la forma di queste poesie si inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea in una misura che
dà buona testimonianza della autenticità loro. Più che l’iterazione rauca e la monotonia di invettive storicoxxx
Luigi
Di Ruscio
cosmiche della covante poesia “sociale”, questo giovane segna nitidamente il respiro d’ogni verso pur nella
immediatezza della sua dizione, e fa d’ogni sua lirica un recitativo ricco di accenti interni. Gli aspetti risentiti del
parlato e del gergo si sovrappongono intenzionalmente alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti
risultati. Biografia individuale, biografia del gruppo, ritratti di gente che lavorare stanca; e, di tanto in tanto,
soprattutto nelle clausole delle composizioni, atroci affermazioni che ci minacciano col loro ritmo. E amare
sentenze; nel doppio significato che questa parola - come quella: processo - ha assunto ormai per il nostro mondo.
***
Dall’introduzione di Salvatore Quasimodo a Le streghe s’arrotano le dentiere (inserita a seguire i
testi di Firmum)
72
Ciò che sorprende di più … è la facilità con la quale i concetti “d’eccezione” vengono gettati sul foglio, quasi
secondo una spinta nativa che costringe lo scrittore a “inventare” ogni momento la sua esistenza, la poesia.
Quando il linguaggio, attraverso la costruzione aggrovigliata delle frasi e delle parole (messe insieme spesso con
la metodica fatica con cui si dispongono i mattoni), sfugge al controllo del poeta e va contro le leggi inevitabili del
discorso, egli riprende con violenza il timone del vortice della sua volontà. Un autore che potrebbe apparire di
una vena disperata anche a una lettura non molto superficiale, quasi avvolto nella toga dei maudits o dei più tenui
scapigliati, perfino sulle tracce di un futurismo majakokskijano Luigi Di Ruscio è però al di qua di una patologia
scolastica, sebbene cada anche oltre l’autolesionismo privato. Tentare forse di lui una scheda secondo l’origine
marchigiana? La regione ci porterebbe agli inganni, soprattutto di memoria e di lettura, che giocano intorno alle
impossibili discendenze illustri. Di Ruscio è di un dolore antifilosofico, quasi disumano nella nervatura delle
emozioni che non chiedono riconoscimenti universali nemmeno nel nome di una purezza lirica.
Di Ruscio è uomo d’avanguardia nel senso positivo, cioè nella fede dell’attualità e per la violenza del discorso. La
follia non è in lui un’accademia che inaridisce l’ispirazione nel bunker dei versi premeditati.
(…)
Al marchigiano non importa niente che lo si legga o no; il ritmo sordo e perpendicolare nella forma, nei suoi versi,
viene da una rigorosa ragione di contenuto. E la friabile avventura di afferrare e di prendere, di sfuggire e di
essere preso, di arrivare e di partire, l’incertezza che viene non solo dalle speranze-delusioni nella battaglia di
classe ma dal destino particolare è, dicevamo, costantemente in bilico tra la ricerca concreta delle virtù materiali,
cioè delle cause storiche e civili del dolore, e una sfiducia fantastica, come un ronzio dell’anima che dalle zone più
segrete della psiche viene in superficie, assordante, come un dubbio che sfoca il profilo della quotidiana “partita”.
[…]
Luigi
Di Ruscio
Qui a seguire, diversi link ad altri ed interessanti contributi critici - più o meno recenti sull’opera di Luigi Di Ruscio.
Andrea Cortellessa:
http://www.leparoleelecose.it/?p=19651
Giorgio Falco:
http://www.doppiozero.com/materiali/parole/luigi-di-ruscio-romanzi
Angelo Ferracuti:
https://www.alfabeta2.it/2014/03/15/luigi-ruscio-scriba-assoluto/
Massimo Raffaeli:
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7ffb1b69-37cd-4177-96b6-2f0552afb1c2popup.html
Andrea Inglese
in un parallelo tra Luigi Di Ruscio e Giuliano Mesa:
http://puntocritico.eu/?p=2768
73
Wisława Szymborska
http://fascinointellettuali.larionews.com/la-gioia-di-scrivere-con-semplicita-di-wislawaszymborska/
voci
Séamus Heaney
http://www.venilia.it/764/
Anteprima Arcipelago itaca Edizioni
Tecnica di sopravvivenza
per l’Occidente che affonda
di Giovanna Frene
Collana Lacustrine - Diretta da Renata Morresi
€uro 14,50 - ISBN 978-88-99429-02-7
Il volume sarà composto da sedici testi, tre note e lo scritto Storia come
allegoria di Giovanna Frene. Il volume includerà, inoltre, sei immagini di
Orlando Myxx e le riproduzioni di due stemmi tratte da Vis eloquentiae.
Emblematica e persuasione di Loretta Innocenti, Sellerio Editore, 1983.
Il libro sarà in formato 15 (base) x 21 cm (altezza), consterà di 48 pagine
in carta Patinata opaca g/mq 170 e di una copertina stampata in 4 colori su
carta Century Soho Constellation Snow g/m q 240.
A seguire (oltre alla bio-bibliografia di Giovanna Frene): quattro testi
dell’autrice, tre immagini di Orlando Myxx e Storia come allegoria.
Questi, i link relativi alla scheda di dettaglio del volume
e alle modalità di acquisto dello stesso:
http://www.arcipelagoitaca.it/wp-content/uploads/2015/11/schedatecnica.pdf
http://www.arcipelagoitaca.it/acquista/
Le scelte dei testi di Giovanna Frene e delle immagini di Orlando Myxx che seguono sono state curate dall’autrice
e sono tratte da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago itaca Edizioni, Osimo - AN, 2015).
Giovanna Frene
È nata ad Asolo (TV), ha pubblicato: Immagine di voce, Facchin 1999; Spostamento, Lietocolle 2000 (Premio
Montano, 2002); Datità, postfazione di A. Zanzotto, Manni 2001; Stato apparente, Lietocolle 2004; Sara Laughs,
D’If 2007 (Premio Mazzacurati-Russo 2006); Il noto, il nuovo, con traduzione inglese, Transeuropa 2011. Ha
curato il prosimetro Orfeo è morto. Lettere intorno un’amica uguale (Lietocolle 2002), di Federica Marte.
Ha pubblicato poesie in riviste italiane e straniere, come “Paragone”, “Il Verri”, “Anterem”, “Poesia”,
“Gradiva”, “Atelier”, “Italian Poetry Review” (New York, 2010), “Aufgabe” (New York, 2009); e più volte
nei blog di “Nuovi Argomenti”, “Nazione Indiana”, “Atelier”.
È inclusa in varie antologie poetiche, tra cui: Nuovi Poeti italiani 6, a cura di G. Rosadini, Einaudi 2012; Poeti
degli Anni Zero, a cura di V. Ostuni, Ponte Sisto 2011; New Italian Writing, a cura di J. Calahan e R. Palumbo
Mosca, “Chicago Review”, 56:1, Spring 2011; Parola Plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Sossella
Editore 2005.
È tradotta in antologie di poesia italiana statunitensi, inglesi e spagnole.
Come critica, ha pubblicato saggi e recensioni in volumi e riviste, tra cui il lavoro Aspetti linguistici e stilistici
nella poesia di Sovrimpressioni, in corso di pubblicazione negli Atti del Convegno Internazionale “Andrea
Zanzotto. La natura, l’idioma”, tenutosi a Pieve di Soligo nell’ottobre 2014.
74
Da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda
Giovanna
Frene
Da TECNICA DI SOPRAVVIVENZA PER L’OCCIDENTE CHE AFFONDA
la sostanza è dentro l’occhio
ma l’occhio è di vetro
***
I.
75
si sovrappongono, sembrano a tratti coincidere, si proiettano
a poco a poco, in tutta la perfezione si curvano
mattoni di fumo, o colpe riversate
per non essere proprie, crollate
perché alte, e gonfie. piove nero, ad arco.
ma non è così.
Giovanna
Frene
76
Giovanna
Frene
II.
inimmaginabile il pericolo del fango, non se ne parli.
esige, una mappa, il secco materiale, seguire
l’avanzata se è rapida, e più rapida ancora la traccia
se disegna in anticipo la falsa coincidenza, che
conta, si sovrappone, sembra collimare:
non piove, ma non è mai così.
77
Giovanna
Frene
78
Giovanna
Frene
III.
si sovrappongono come separazione naturale e mutabile,
approfittano della scissione scindendo, ma tutto è già avvenuto:
frattura misura solo frattura, circoscritta all’intero pavimento
chiamando potere la rovina del tempo. piove.
o non piove, se la pianta della città è la carta
del mondo, se la radice è nemica alla radice, che è.
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Giovanna
Frene
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Giovanna
Frene
LIQUEFAZIONE - SESTINA BIZANTINA
…essere in sé quello che si è costruito, e allo stesso tempo
galleggiare in superficie. buio come un pugno, dai piccoli padri
presenti, sempre presente il carro del vincitore, la discesa
strategica con le armi degli altri, tutte o poco
per volta, l’invisibile forma un monolite stridente
con la sconfitta, e la rigetta diritta a Ovest come
occasione per rispedire indietro le insegne del principio
“Orienta la spada sul seme della vicina distruzione”
: detronizzato il diminutivo, e prima destabilizzano
ancora il vuoto infiltrando l’ignoto, e altro, e in alto
si perda il gioco universale di unire ciò che l’uomo ha diviso
smembrando piuttosto il mondo che il suo potere
81
Storia come allegoria
Giovanna
Frene
L'opacità degli avvenimenti rivela e denuncia quella del linguaggio.
(Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l'oblio)
Mi capita sempre più spesso di cogliere dentro le cose l’immagine della struttura che la mia mente proietta
come costruzione su di esse, e di cogliere dunque immediatamente la feconda irrealtà di questa
sovrastruttura. La dimensione sovra-individuale di questa sovrastruttura è stata chiamata Storia. La mia
poesia si è diretta proprio lì, verso la Storia, perché è il luogo dove si esprime la massima presenza del nulla
che ci assedia. Cos’è altro la Storia se non una costruzione, un immaginare uno scopo nella vita dell’intera
umanità, anzi un credere che di questo scopo, o insieme di scopi, ci sia una tracciabilità precisa (fatti,
personaggi, idee)? Certo, sembra che qualcosa sia accaduto, che le persone siano esistite, che alcune idee
siano state scritte: ma è il credere che nella vita ci sia una qualche direzione, come dice Camus, che spinge
alla fine l’uomo a costruire la Storia. Nessun fatto è mai esistito per come viene trasmesso, e ancor prima,
nessun fatto, mi verrebbe da dire, è mai esistito. La dimensione dell’assurdo è avere raggiunto una
coscienza tale che alla fine si ha anche sempre la sensazione in realtà di pattinare su una superficie, senza
riuscire a penetrare alcunché, perché non c’è niente da penetrare.
82
L'idea di storia ci pone poi immediatamente di fronte alla frammentarietà di ciò che definiamo “storia”.
Questi “barlumi” sono insieme rappresentazione della sostanza di ciò che è accaduto, nel suo arrivare dal
passato a noi, ma sono anche definitori della natura della nostra percezione dei fatti storici, o meglio, degli
eventi. Qualcosa è davvero accaduto, ma nella zona opaca che l’uomo abita - dove essere testimoni o
colpevoli deriva solo dall’esser nati in un luogo e in un tempo precisi; e dove progressivamente, col passare
del tempo, la vita di ognuno, pur rimanendo degna di essere vissuta, si accartoccia sempre di più - questo
qualcosa è una luce incerta, in sé e per sé. Qualcosa è davvero accaduto: inizia da qui la mia riflessione. La
cosa in sé, nel momento in cui è accaduta, si è anche dissolta. Rimangono i documenti, la memoria, e la sua
riformulazione nella rappresentazione, ossia la scrittura della storia, che ne è imprescindibilmente
interpretazione, lo studio e la lettura dei testi, l’immaginazione. Nulla di tutto questo tuttavia ridarà ciò che
definiamo propriamente il fatto, l’evento, il veniente, che si è (quasi) completamente dissolto. Questa
dissoluzione non la pone in atto la distanza storica, ma la distanza storica è posta in atto da questa
dissoluzione. Tuttavia, le cose non esistono più, ma sono accadute per sempre. Mi affascina sempre di più
xx
Giovanna
Frene
83
cercare di capire davvero la natura della traccia di ciò che ci arriva di questa dissoluzione: è diventata quasi
una fame, perché nel gorgo dell’oblio siamo tutti destinati a cadere. L’interpretazione dei pochi segni si
somma inevitabilmente all’immaginazione, e ancor più all’empatia. Se arriva qualcosa del passato, lo
immagino come suono, qualche volta, in un senso più definito, parola: queste parole, cerco di
rappresentarle.
La dimensione della rappresentazione storica è da sempre presente nella mia opera, anche se a densità
diverse: sono passata da una densità vischiosa, inerente ai fatti storici riferibili alla mia esperienza diretta
(penso a Immagine di voce, a Spostamento e a Datità, che forse però è già un libro di passaggio alla seconda
fase della mia produzione), a una densità più rarefatta, quasi trascendente, dove rappresento, anzi veicolo,
una storia-storia (penso a Sara Laughs, a Il noto, il nuovo e al veniente Eredità ed estinzione). Appena dopo la
stesura di Sara Laughs, mi sono imbattuta nel libro di Helen Epstein, Figli dell’Olocausto, che nella quarta di
copertina riportava queste parole: “A casa nostra le parole rimbalzavano fra mondi e il loro significato era
incerto. I miei genitori raccontavano storie, ma le storie non spiegavano mai abbastanza. Parlavano di altre
persone, ma queste persone erano tutte morte. Semplici fatti richiedevano lunghe spiegazioni. Poche cose
potevano essere date per scontate, a cominciare dal fatto che tutti noi eravamo vivi”. In breve, la lettura di
quel libro mi ha aperto la strada alla percezione del trauma vivo che è in me, e che mi era stato trasmesso
dai miei genitori, testimoni diretti della Seconda guerra mondiale. Il noto, il nuovo è frutto di quella potente
emersione: in questo senso, è un libro sul potere, ma la sua dimensione allegorica è doppia: i fatti storici
sono allegoria della storia, e al tempo stesso sono indirettamente allegoria della mia vicenda personale,
perché in quei fatti sono stati coinvolti i miei genitori. Questa duplice dimensione si è del tutto radicalizzata
nel libro a cui sto lavorando, Eredità ed estinzione, di cui Tecniche di sopravvivenza... rappresenta
l'anticipazione: il trauma portato alla superficie, la causa scatenante del libro, è la partecipazione come
soldato di mio nonno alla Prima guerra mondiale; la cosiddetta Storia diventa allegoria diretta della mia
personale storia, e la caduta dell’impero austro-ungarico è la caduta del padre, di ogni padre possibile;
infine, se nel libro precedente l’assorbimento delle fonti storiche creava dei mosaici inediti, per certi versi
questo nuovo lavoro è da capo a piedi una sola composizione di fonti (intese come citazioni dirette,
linguistiche, e come fatti storici ricostruiti, o smontati), o meglio, di voci. È qui che ritorna pressante
l’urgenza dell’ascolto di ciò che è finito per sempre e delle tracce di ciò che arriva fino a noi. Accade perciò,
per la poesia, quello che Roland Barthes dice a proposito di una rappresentazione fotografica ottocentesca
di un condannato a morte: è già morto e sta per morire. La poesia come rappresentazione storica volge il
suo sguardo al passato avanzando di spalle verso il futuro.
Da tempo, dunque, lavoro sempre più da vicino attorno all’idea di potere e di storia; il fatto che vi sia un
xxx
Giovanna
Frene
richiamo centrale, in questo libro, alla Prima guerra mondiale non è casuale, al di là del fatto contingente
del Centenario del suo inizio ricorrente quest’anno: io stessa sono nata e cresciuta all’ombra dell’Ossario
monumentale del Monte Grappa, e dunque necessariamente sono stata spinta a cercare un punto di
incontro, allegorico, tra la mia storia e la Storia - con la dubbiosa presunzione di trovare nella Storia una
perfetta allegoria della mia storia personale. Perché, d’altro canto, io non posso essere che io, per quanto sia
increscioso e limitante. Questo fatto fa sì che le voci che attraversano i testi, riportate in corsivo anche se non
sono citazioni, non siano coincidenti con la mia voce: sono le voci che da qualche parte non hanno mai
cessato di risuonare, come lo sparo di Sarajevo: parlano, ora come allora, Princip, il Kajser Guglielmo II,
l’Arciduca Francesco Ferdinando, i diplomatici, gli ambasciatori, i giornali, ma anche il Morselli di Contropassato prossimo. Gli emblemi sono, allo stesso modo, altre voci: le immagini sono voci. Questa furia del
sempre-presente, qualcosa che Zanzotto aveva già notato riferendosi al mio Datità (2001), non poteva che
chiudersi in una corsa rapsodica (una sorta di Liszt che trascini con se tutta la scena mentre suona): la
Sestina funebre mescola, direi impasta, ma anche frantuma definitivamente, lacerti delle poesie di Villa,
Zanzotto e mie, sul terreno di San Paolo, Sant’Agostino, Foscolo e Leopardi - e ne prende congedo. Molti
padri sono morti, un secolo fa, tra cui il mio.
Giovanna Frene, ottobre 2015
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Sylvia Plath
http://www.ccisim.it/?p=492
Anteprima Arcipelago itaca Edizioni
Abracadabra
di Nicola Ponzio
Collana Lacustrine - Diretta da Renata Morresi
€uro 14,50 - ISBN 978-88-99429-03-4
Il volume sarà composto da ventuno testi e 7 tavole di Nicola Ponzio e
da una postfazione di Renata Morresi.
Il libro sarà in formato 15 (base) x 21 cm (altezza), consterà di 48 pagine
in carta Patinata opaca g/mq 170 e di una copertina stampata in 4 colori su
carta Century Soho Constellation Snow g/m q 240.
A seguire (oltre alla bio-bibliografia di Nicola Ponzio): quattro testi e tre
tavole dell’autore ed un estratto dalla postfazione di Renata Morresi.
Questi, i link relativi alla scheda di dettaglio del volume
e alle modalità di acquisto dello stesso:
http://www.arcipelagoitaca.it/wp-content/uploads/2015/11/schedaabracadabra.pdf
http://www.arcipelagoitaca.it/acquista/
Le scelte dei testi e delle tavole di Nicola Ponzio che seguono sono state curate da Danilo Mandolini
e sono tratte da Abracadabra (Arcipelago itaca Edizioni, Osimo - AN, 2015).
Nicola Ponzio
È nato a Napoli nel 1961. Vive e lavora a Torino.
Artista visivo e poeta, ha esordito nel 1987 nella Galleria Tucci Russo, proseguendo il proprio percorso
espositivo con diverse mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero.
Sue poesie sono apparse su “Nuovi Argomenti”, “L’Ulisse”, “Nazione Indiana”, “Blanc de ta nuque”,
“gammm”, “eexxiitt”.
Ha pubblicato Scanning, con le fotografie di Paolo Mussat Sartor, postfazione di Marco Giovenale (Corraini
Edizioni, 2014), l’e-book Breve storia del blu, 2014 (gammm.org), Il mio nome nel tuo nome, postfazione di
Giampiero Marano (Oèdipus, 2014), 10 Wunderkammern (La camera verde, 2012), L’equilibrio nell’ombra
(LietoColle, 2007), Esercizi del rischio (e-book, Biagio Cepollaro e-dizioni, 2007), Gli ospiti e i luoghi (Nuova
Editrice Magenta, 2005).
È presente in antologie e testi critici.
85
Da Abracadabra
Nicola
Ponzio
Le fiabe sono vere.
Italo Calvino
***
86
Nicola
Ponzio
I
Infliggere ai due Gobbi tre frustate
Accoltellare Dotto al basso ventre
Molestare la Fata Turchina per tutta l’estate
Squarciare di netto la gola alla Strega dell'Est
Tormentare la Bella e la Bestia con vero diletto
Colpire ai testicoli il povero Cicco Petrillo
Fuorviare l’intelletto al papà di Vassilissa
Danneggiare la Radura Incantata con nafta e diossine
Amputare le mani e le orecchie al vecchio Rink Rank
Vessare metodicamente i Tre Porcellini
Scannare l’oca Marten con la ronca
Mitragliare i Sette corvi con la raffica a ventaglio
Punzecchiare nel vivo il Principe Canarino
Sfigurare la vergine Malvina tenendola al guinzaglio
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Nicola
Ponzio
II
Brutalizzare la Sposa Bianca e la Sposa Nera
Calpestare con forza l’Osso che canta
Infestare la Casa nel Bosco col Vibrio cholerae
Sfottere la Strega della Bella Addormentata
Dissacrare l’incanto della Luce azzurra
Condannare all’ergastolo Mastro Ciliegia
Recludere in un pozzo Giovannin Senza Paura
Fracassare la Strada di mattoni gialli
Deridere con sdegno il Leone codardo
Inveire contro I dodici fratelli
Accecare la saggia Elsa con un dardo
Drogare il Lampionaio dell'asteroide 329
Maltrattare crudelmente Biancaneve
Frustare il Re selvatico col gatto a nove code
88
Nicola
Ponzio
III
Infamare la Principessa di Enrichetto dal ciuffo
Rinchiudere in un antro la Volpe Giovannuzza
Offendere Grullo di fronte agli amici
Invadere l'Isola che non c'e con un reparto fucilieri
Ammorbare il brodo di stecchino con l’Escherichia coli
Violentare Dognipelo dai capelli d'oro
Contaminare la terra del Campo dei miracoli
Condizionare l’esistenza al Re di Cuori
Avvelenare le essenze dei Filtri d’Amore
Svergognare con letizia la Regina della neve
Calunniare per dispetto il Cacciatore
Inculare Mignolina con un abracadabra
Sbranare la pecora del Piccolo Principe
Deturpare lo Specchio Fatato con carta abrasiva
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Nicola
Ponzio
IV
Impalare senza pena il papà di Pelle d’asino
Svaligiare la casetta dei Tre Orsi
Incaprettare il nano ingrato sotto un pino
Costringere il Re di Brobdingnag ad impiccarsi
Angosciare la Strega di Hansel e Gretel
Diffamare a mezzo stampa la ragazza mela
Malmenare per spasso i Musicanti di Brema
Confinare su Fhobos il Borgomastro di Hamelin
Frodare Bill la Lucertola e il Bruco Blu
Asfissiare l’Usignolo con il Sarin
Legnare sui denti anche Madre Sambuco
Comandare a bacchetta la fata Berylune
Sciupare di proposito le Scarpette Rosse
Contagiare con l’ebola la Bella Addormentata
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Ponzio
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Nicola
Ponzio
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Dalla Postfazione di Renata Morresi
Nicola
Ponzio
Molti scenari vengono manipolati e mescolati in questo piccolo libro esplosivo. Ecco la prima, evidente,
miscela deflagrante: la poesia, coi ritmi e le armoniche che celebrano la lingua, si combina all'anti-poesia, o
meglio, alla critica del discorso poetico, con la sfida ai suoi facili ornamenti, alle sue ovvie bontà. I protagonisti
dell'inaspettata sintesi sono quanto mai dissimili: le creature della letteratura fantastica, delle fiabe di magia e
del folclore tradizionali, che affondano in rituali di rigenerazione antichissimi e il mondo ideale dell'infanzia ci
fanno vagheggiare, e insieme ad essi, opportunamente predisposte, le pratiche più efferate di crudeltà e
sterminio, usate per farli fuori e soggiogarli. Da una parte, infatti, sono evocate le tante storie favolose con cui gli
umani nei secoli hanno cercato di venire a patti con il caso, l'ingiusto e il cattivo, sospinti dalla propria caparbia
voglia di sopravvivere e godere. Dall'altra parte è offerto un elenco di istruzioni criminose: per ogni personaggio
ed oggetto fiabico l'autore suggerisce una precisa tecnica delittuosa - dai supplizi 'classici' come stupri,
pugnalate, scuoiamenti e mutilazioni, alle specialità chimiche più moderne (fosforo bianco, napalm, Ziklon B,
antrace, Tabun, ecc.), agli strumenti di comprovato successo come ghigliottina, garrotta, Desert Eagle o falcetto,
ai vibrioni del colera, fino a metodi più subdoli, quali bandire, molestare, inquinare, pervertire, e così via. Cosa
anima questa inaudita profanazione dei mondi fiabeschi? Bizzarra quanto spassosa, intendiamoci. E poi di
nuovo tremenda. Senza particolare enfasi, senza grandiosa malvagità. Quali discorsi mobilita questa strana
fusione di immaginari? E a quale coscienzioso collettore dobbiamo la lista di imperativi di questi versi, legati in
apparenza alla forma del sonetto e fedeli, in modo progressivamente inquietante, al canto?
Assoggettare Lilliput per i secoli dei secoli
Minacciare Cecina con l’accetta
Seviziare col fuoco le Ochine e i loro piccoli
Violare le sorelle della Sirenetta
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Non solo numerose e quanto mai variegate le figure e le torture che si avvicendano in questi testi, anche la
cornice dell'opera è cangiante; il titolo Abracadabra è esso stesso ricco di allusioni. Rimanda alla formula
impiegata anticamente per guarire dalla febbre terzana, da indossare a mo' di medaglione per nove giorni e poi
buttar via per liberarsi del male. Rimanda al talismano in elettro magico, la lega di metalli di cui diceva Paracelso,
oppure, prima ancora, al pensiero mistico-religioso arabo ed ebraico, nonché alla parola abraxas, di matrice
gnostica, che indicava il vasto e caotico mondo intermedio tra il terrestre e il supremo, parola dal valore
scaramantico, di etimologia oscura, persa, o, forse, inventata... Oppure rimanda al niente: al gioco infantile con
le sue glossolalie, all'intrattenimento postmoderno e innocuo del prestigiatore.
Nel termine abracadabra si incontrano, dunque, gioco, rituale e mistero. Così pure, sembrerebbe, negli
xxxxxxxx
Nicola
Ponzio
94
elementi paratestuali di questo libro: osservate, nel frontespizio, la tavola che diparte dal titolo, dove abracadabra
è scritto e riscritto da capo a ogni riga con sempre una lettera in meno. Il metodo è quello tipico con cui si
realizzavano gli amuleti taumaturgici, per fare in modo che la malattia gradualmente sfumasse come sfumava la
parola. Qui, tuttavia, arrivati alla singola 'a' finale si ricomincia, seguendo una nuova cabala che risale man
mano dalle lettere successive per ritornare al lemma intero, ma leggibile al contrario: un capovolgimento del
linguaggio. Prende forma in tal modo una clessidra di 21 righe, che, superata la superstizione e sconsacrato
l'arcano, sembra invitarci al gusto indefinibile della composizione. O ad un incastro da cui non è possibile
sfuggire. Ci ritroviamo in un tempo non-lineare, in uno spazio non-euclideo. È questo dispositivo a costituire la
serie di Abracadabra. E la figura della clessidra diventa misura per i ventuno testi che compongono il libro: la sua
strategia generativa insinua la possibilità di poter continuare ad libitum o di rimanere bloccati nel loop delle
mortifere ossessioni umane. Quanto a lungo si può guardare dentro il tremendo?
Ponzio, che da tempo si muove nella zona ibrida tra scrittura visiva, sondaggio della materia e dello spazio e
disciplinata ricerca di avvicinamento descrittivo alla 'cosa', non è autore da lasciarci scampo. Prendiamo la
sistematicità con cui egli compila i suoi inventari di componenti delle fiabe e di pratiche spietate: non solo
l'elenco dei primi appare minuziosamente attento (c'è Rodopi, antesignana egizia di Cenerentola; c'è Giufà,
personaggio popolare dell'area mediterranea originario del medioevo giudeo-spagnolo; ci sono i protagonisti
delle fiabe giapponesi e innumerevoli altri; ci sono i luoghi e gli oggetti fatati), anche le pene sono
accuratamente selezionate in modo da spaziare per modalità e datazione (si va, per esempio, dal Toro di
Falaride, con cui gli antichi Greci arrostivano i malcapitati, al gas nervino Sarin). L'attenzione di questa ricerca
nel bene e nel male, nell'umanissimo racconto e nell'accanimento disumano, sintetizzati in questi sonetti d'antiamore, è amplificata dalla cura con cui l'autore seleziona la condanna consona e consonante a ciascuna figura: le
principesse vanno violentate, i filtri d'amore avvelenati, le radure attaccate dalle diossine, e così via, al passo di
un ritmo dissacrante e scandito, con cui tutti si procede, ma con ordine, verso la morte. Traviare, sterminare,
trafiggere, ecc. Così si fa. Ma il Do It Yourself dei punk qui si raffredda nell'inventario, e i verbi all'infinito
sembrano additare ad una sottrazione di attori, quasi che a compilare il catalogo fosse non tanto un soggetto
perverso e disumano, quanto un extra-umano, spinto dal bisogno di registrare.
Come le sei tavole di cerchi concentrici che Ponzio pone in alternanza ai testi, sei mandala psichedelici che ci
inghiottono nel loro buco nero/bianco al centro, così siamo inghiottiti dalle domande intorno alla strana entità
che è questa silloge. Si tratta di un 'omaggio' all’inventività degli umani, straordinariamente creativi anche
quando si tratta di sopprimere? È una ironica denuncia del cupio dissolvi contemporaneo, che investe anche la
memoria delle meravigliose storie raccolte e intessute da chi ci ha preceduto (Apuleio, Straparola, Calvino,
Propp e i molti altri elencati da Ponzio nei “Ringraziamenti”)? O una vendetta nei confronti dell'universo
narrativo che offre speranza ma non porta redenzione (ripenso ai Cinquanta disegni per assassinare la magia di
Antonin Artaud)?
[…]
Ingeborg Bachmann
https://alfabetasx.wordpress.com/2014/05/24/una-donna-di-nome-ingeborg-bachmann-2/
1° edizione Premio nazionale editoriale
La principale finalità:
promuovere le voci nuove e i lavori inediti degli autori già affermati
della poesia e della critica italiana contemporanea.
In palio:
la pubblicazione a cura di Arcipelago itaca Edizioni
- a titolo assolutamente gratuito e con contratto di edizione delle opere che risulteranno vincitrici.
1° edizione Premio nazionale editoriale
VERBALE FINALE DELLA GIURIA
La giuria, composta da
Renata Morresi, Manuel Cohen, Martina Daraio, Danilo Mandolini, Alessio Alessandrini e Mauro Barbetti,
dopo essersi inizialmente soffermata sulle seguenti opere delle 58 pervenute per tutte le sezioni del Premio (di cui 5 redatte nei dialetti di alcune regioni italiane) -
1a SELEZIONE
Sezione A - Opera prima
• IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini
• SPAZZATURA di Enea Tomei
Sezione B - Poesia giovane
NESSUNA OPERA SELEZIONATA
Sezione C - Raccolta inedita
Sezione D - Prosa critica
• NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D'Amora
• BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel
• ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana
• IJ DIVERTISMAN D'UN BRANDA di Dario Pasero
• I GIORNI A VENIRE di Patrizio Luigi Belloli
• FUTURO ERETICO di Antonino Contiliano
• NOTTURNI di Fortuna Della Porta
• NEL TRAMONTO di Antonio Zavoli
• E CI INDOSSIAMO STROPICCIATI di Luigi Paraboschi
• CANTI DI CICALE di Silvia Secco
• VENTI DI GUERRA di Maria Angela Rossi
• LETTURE di Cristina Babino
• UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL
TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan
1° edizione Premio nazionale editoriale
ha provveduto a definire le seguenti
OPERE FINALISTE
Sezione A - Opera prima
• IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini
Sezione B - Poesia giovane
NESSUNA OPERA SELEZIONATA
Sezione C - Raccolta inedita
• NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D'Amora
• BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel
• ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana
• IJ DIVERTISMAN D'UN BRANDA di Dario Pasero
• I GIORNI A VENIRE di Patrizio Luigi Belloli
• FUTURO ERETICO di Antonino Contiliano
• NOTTURNI di Fortuna Della Porta
• NEL TRAMONTO di Antonio Zavoli
Sezione D - Prosa critica
• LETTURE di Cristina Babino
• UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan
1° edizione Premio nazionale editoriale
Dopo un'ulteriore votazione, la giuria ha infine decretato le seguenti
OPERE VINCITRICI
Sezione A - Opera prima
• IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini
Sezione B - Poesia giovane
PREMIO NON ASSEGNATO
Sezione C - Raccolta inedita
Essendo risultate a pari merito dopo l'ultima votazione ed essendo state valutate come assolutamente meritevoli:
• NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D'Amora / EX-AEQUO
• BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel / EX-AEQUO
• ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana / EX-AEQUO
Sezione D - Prosa critica
Essendo risultate a pari merito dopo l'ultima votazione ed essendo state valutate come assolutamente meritevoli:
• LETTURE di Cristina Babino / EX-AEQUO
• UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan - EX-AEQUO
Lucilla Niccolini
È laureata in Lettere Classiche all'Università di Pisa-Scuola Normale Superiore.
Subito dopo la laurea ha insegnato Lettere nelle scuole italiane in Germania.
Attualmente è docente di Latino e Greco al Liceo Classico Rinaldini di Ancona.
Collaboratrice del Corriere Adriatico dal 1983, ha curato le pagine della Cultura e numerosi inserti speciali,
tra cui quello della riapertura del Teatro delle Muse ad Ancona e i fascicoli del 150° anniversario della
testata.
Ha curato l’allestimento e i testi di quattro edizioni del supplemento “Marche Meraviglia”.
Altre collaborazioni vanno dalla rivista "Campania" al periodico "1999 Marche", a "Mare Marche", alla
rubrica dei libri della redazione giornalistica del Tg Marche-Rai.
È autrice del testo Stamura dal 1907 (Ed. Anniballi, Ancona, 1990).
Per il Corriere dell'Umbria ha tenuto la rubrica “Donne al volante”.
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Lucilla Niccolini
IMPOSSIBILE RITORNO di Lucilla Niccolini
Motivazione opera vincitrice Sezione A - Opera prima
1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Una convincente prima prova poetica, questa di Lucilla Niccolini, del resto già affermata giornalista, che propone qui
una raccolta di versi incentrati sul sentimento filiale nei confronti di una madre ormai cambiata, invecchiata e
aggredita dalla malattia; un sentimento che viene portato a nudo, attraverso episodi minimi e riflessioni, in modo
ovviamente partecipato, ma anche trattenuto dal pudore; un pudore che riesce a spostare il punto di osservazione e a
renderci il quadro più ampio e generale.
La poesia è così capace, dal piano personale e individuale, di aprirsi al destino comune, di parlarci dello scorrere
inesorabile del tempo al quale tutti siamo soggetti e nel flusso del quale possiamo sovrapporci, riconoscerci nell'altro e
nel suo percorso.
Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti
96
Da Impossibile ritorno
Lucilla
Niccolini
GRAZIE
Dici grazie ogni volta
che mi volto
con le chiavi in mano.
Sulla porta rispondo:
E di che?
Mentre il nodo
in gola accompagna
le scale che già scendo
non mi fermo
non ritorno su.
Consumo il sentimento
della colpa
in questa penitenza
della pena.
97
IL TEMPO
Lucilla
Niccolini
98
Quando scoprii
un giorno
all'improvviso
che la figura dritta
s'era incurvata
fu come quando
ci dissero
che la Terra
non è un piano
ma una sfera
che gira vorticosamente
nello spazio.
Vennero meno
i punti cardinali
dell'amore.
Cominciò allora
questo disamore
il sentimento
dello scorrere
lento, condiviso
di cui soltanto tu
fingi di ignorare
il corso quando
chiedi infantile
“Sai quanti anni ho?”.
Lucilla
Niccolini
99
CONTI
La tua visita
al cimitero
assomiglia
alla mia corvée
quotidiana.
La cura maniacale
rispetto
di un rituale
consolida
rinfranca
la coscienza
di un conto
pesante
da pagare.
Non fingiamo
sollecitudine.
La dètta l'imperativo
di un debito.
Parcella
sentimentale
o esenzione morale
dall'esubero
del dolore.
FUGHE
Lucilla
Niccolini
ABBANDONO
Tutto il tempo
impiegato
a dedicarmi a te
è movente presunto
della rabbia
con cui
accolgo ogni volta
la verifica
allarmante
dell'abbandono
che subisci inerme.
100
Fuggo via.
Non sbatto la porta
ma ogni uscita
è una fuga, resa
a caro prezzo,
quello della tua
solitudine
che non ti spieghi.
Non saprò mai
cosa trattiene
il tuo ricordo vicino:
se l'offesa
delle mie insofferenze
o il sorriso che parco
riesco
a dispensarti
raramente.
È solo perché
tu non t'accorga
della sofferenza
che mi costa
appendere
ogni mio giorno
alla tua esistenza.
Lucilla
Niccolini
101
E SE
E se per un minuto
(magari di più!)
tornassi a essere
la guida
inappellabile
della famiglia?
Se tu recuperassi
l'aceto e l'ago
della tua ragione
non credo che sarebbe
un'ora facile.
Non saprei spiegarti
le ragioni
del mio tradimento.
Non vorresti ascoltarle,
mi guarderesti
stranita.
Sarebbe un'ammissione
di questa tua
nuova vita
che non sai.
Lucilla
Niccolini
UN'ALTRA
Sarebbe stato meglio
restare, sbadigliare
contare le partite
della tua assenza.
Forse
mi brucia
il colpo inferto
all'orgoglio.
Sai meglio tu
il senso della rabbia
la conosci, la riconosci
come tua
quando andavi
a raccogliere i pezzi
di un'altra
madre spenta
viva.
102
RITORNO
Lucilla
Niccolini
103
Rimasi stupefatta
quando alla notizia
più tragica
della nostra
storia
(più ancora
dell'altra grande
morte)
ti chiedesti
guardandomi
all'improvviso
“Cosa mi devo
mettere?”
fedele a quella tua
etica dell'estetica
che ora raramente
riappare
inaspettata.
Dissolve per un po'
l'ansia del tuo ritiro.
Ravviva
la mia speranza
di un tuo
impossibile
ritorno.
Lucilla
Niccolini
104
MANI
Nei miei voti
ti affido
a mani che credo
più forti delle mie.
La mia fede
si costruisce
dell'illusione
che nasce
dai miracoli che
ho voluto vedere
nel caso
favorevole,
nelle schegge
di sorte
causate da secondi
invisibili.
Ti lascio
ogni mattina
nelle mani
di chi ti tieni
accanto
in fotografia.
Vladimir D’Amora
«…dal 1974, napoletano che vive e lavora scrive a Napoli, fu studioso di filologia classica, di Caravaggio e
di Nietzsche, e giornalista e traduttore: è lettore d’immagini, che non interpreta.
Ha pubblicato solo per la Galleria Mazzoli una specie di poesia marcata - come Pornogrammia - poesia la
quale, nella forma di libro, si aggiudicò un certo riconoscimento al Premio Poesia Città di Fiumicino 2015.
Come tanti, ma non come tutti, è connesso - nel web 2.0.
Fondò e diresse, con altri, “Vulgo.net”.»
105
Vladimir D’Amora
NEAPOLITANA MEMBRA di Vladimir D’Amora
Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione C - Raccolta inedita
1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Un ritratto di Napoli fuori da ogni cartolina; una Napoli moderna, metropolitana, magmatica e metamorfica; un
ritratto privo di qualsiasi intento celebrativo, sentimentale e/o sentimentalistico.
Una Napoli che troverebbe il suo adeguato sottofondo nelle improvvisazioni jazzistiche dei Napoli Centrale e nelle
evoluzioni del sax e della voce di James Senese.
Questa è la Napoli descritta da Vladimir D'Amora, giovane e già affermato autore, che da una parte non nasconde
certo la sua propensione verso la scrittura di ricerca e lo sperimentalismo in generale, non ripudiando però, dall'altra,
l'eco lirica, la capacità di suggestione e suggerimento della parola, la volontà della poesia di dire ed essere capace di
ridefinire un mondo, di provare a ricostruirlo proprio dopo averlo destrutturato.
Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti
106
Da Neapolitana membra
Vladimir
D’Amora
*
quel filo fu napoli, beata tenebra nel balzo poiché in esso è nascosta la ragione di
una sola anima. lungo le verifiche di stato s'ammassano spazi, un porto sotto
l'angolo di posti da cartolina e fiato. anche un bacio solo bum bum bum nelle
canzoni perché al di là del mondo è bianco, lo stile dell'asfalto tira.
107
Vladimir
D’Amora
*
Napoli oggi è nel suo inverno statico e pressante,
è una lettera morta che la luce sarà
domattina per chi luce ricordando il giorno,
nuovo giorno e per ogni e nuovo sole
sorgere di un lento battito, stretto ai pochi
gesti nel quotidiano lungo un anno.
Forse avremo bisogno dei ricordi
nella scrittura tutelata nella noia:
saremo come figli seduti alla distanza,
occhi e parole rosso-rabbia incerta
ai primi raggi. Avremo la ragione dei nati
a vivere tra braccia lungo viali e
primavere in questi anni tutti paralitici.
Sarà costante idea la bianca presa
e il latte speso in una città di polvere
biostorica mai tolta, già sottratta.
108
*
Vladimir
D’Amora
Napoli si lasciò cadere sul dorso sfatta,
con una briciola di voglia antica.
Come a stare: sola la continuità
di voci, corrose sui suoli dissestati
dal sangue vero velamine di sconti di lì a poco giunti gli amici del contingente
coi loro omaggi migranti a consumare
la convenzione innocua della sera. Terribile
fu lo sforzo che si levò dai vicoli: era quasi l'ora!
se al mattino aveano faticato perché restassero
ritocchi della cecità deposta per manciate
d'ore a rimarcare strisce di una vita,
in vendita.
Perspicua Napoli come un mestiere, non più
di una funzione l'idea di cambiarsi in un teatro
ove l'indiscernibilità del patico e della sfoglia
di tradizione arrancava per settimane il suo
passato.
109
Cosicché Napoli. Non si scorsero più occhi:
a medicare i ricordi non erano più sogni
né puntuale massa inavvertita, alienato
e putrido ogni dovere di queste operazioni
di fondazione. Slacciata sui costoni a getto sulla
riva apparecchiò, deterse mani e il
collo, scostò ogni riflesso. Giacque
Vladimir
D’Amora
*
scampia riscritta e falsa non si dettavano compiti sullo scalino due pezzi morti
erano amiconemico, era la piana cesura le ossa poi smarrivano gli occhi con
ansie drogate nel vero e l’interveniente del vuoto di qua, presso le
luci, prezzi che alterano muri segnano figli e morti in città
ché lasciano arti nei segni, le colle, le vite malate, letami e cieli che
allattano vane le forze colme di certi ricordi e sono due giovani frasi, lo
scorrere chiaro, tagliato, di un’indecisa spesa di cose.
110
*
Vladimir
D’Amora
Riaccolti solo i segnali dell’impiego
uscimmo dall'estrema faccia della gioia.
Un calvario perfetto, senza
colore che rispondesse
ai farmaci, alle stonate ansie della fine.
Desiderai già sul balcone,
calcoli chinati e richieste di sale e sete e
ci salutammo,
confortati in un'angoscia. Il sole, Napoli
in autunno
che già chiamavo gelo
col viso
verificato dal silenzio.
111
E procedere su orme che si rifiutavano,
e soli e cestinati. Tendesti la mano:
mi coprì di voce chimica
questa forma del perdono, del mescolarsi
di ragioni inferte al chiodo, un unico
lenzuolo somigliante a tutta
la luce pallida e impredicabile del dilatato e solito
bagliore: era il demone che aveva
disegnato fili, spenta
la carne. E colava
essere sul petto, già scoppiato. Caddi così
nella tua sera, tu dentro al ventre mio.
*
napoli sopra ai letti
Vladimir
D’Amora
giovani denti alla benzina
come la b-beve!
cornetti è l'una - le 01 e alluccano
ché il vento è raro
costretto dalla moda, a
parole spinte
e vagando
vene scoperte, un ultimo
destino prepagato chiaro che l'altro
spinge - questo
bambino su fondamenta
la crepa montata già
nell'intimo la mosse il padre
da listino
e fotografando
112
piano su piano
due nari che chiamano
dolore assunto
a terapia d'assurdo
mutano segnaletiche nel giorno.
*
Vladimir
D’Amora
Ridico il mio paese, Calvizzano,
del nord di Napoli spaiato
e catafratta pietra del doppio
vincolo, coi suoi dintorni
fissi fondali per corse in sé concluse,
che continuano col sangue giovane
alla morte, come al neon, come la carne
fosse cemento e vite
non si smuoveranno.
Al mio paese il passo è cieco,
colla schiuma al cuore d’ore
slegate e sudo e il mio paese,
venduto, si sparge in calcoli
bulimici rigurgiti del proprio
del livore.
113
Io gli fiutavo il legno delle case e il porco,
esaurita fola,
in quelle mani sunte
dalla pleonessia la colpa
della terra, roride e buone
a scorticare visi a seppellire i morti e me,
frutti sputati
ai cancri della specie.
*
Vladimir
D’Amora
Certo che entrare nella pelle di un altro è
[impraticato,
ma penetrare nella città di madre, ch'è una
[femmina,
è inassumibile.
Lì tutto si sta, muto che indietro
volto spazializza. Lì le facce non hanno più
da chiedere, una sola, ed era la sua, e manco
ringraziava.
Di che, poi, una città dovrebbe ringraziare?
Quale parto, allucinante e semplice,
aveva da spartire? Erano le volte
che la sventravo con le verità: ne presceglievo
una, tosto e ipotetico. Le aprivo la bocca
e dettavo per amore, per sputarle in gola
lo schifo di una qualsiasi ventura.
Toccata alla sua giovinezza, resa a me,
che ripetevo un “noi” montato a storia
come sciupìo di giorni. Mia madrecittà
non lo capiva il cazzo, ma sapeva respirare.
Sapeva tenersi nelle lacrime che inghiottiamo
quando non c'è ragione di fiatare ancora.
114
Mia madrecittà che ripassava le stelle
alle sue piante, e radici si mordevano
le une nelle altre. In quelle notti, che non saprò
mai concepire, io mi facevo le sue storie,
uno e uno i membri nella carne
poggiavo il mento nella mano insalivata
che mi saziasse col pane e la chimera
sì da spezzarsi i denti come in sogno. Quello.
Mia madre-città era l'asintoto,
chiavata e a sé contemporanea, inimmagazzinabile.
Rendeva la mia legge una giustizia,
il mio pudore schifo preveggente.
Napoli doveva esser stata figlia, e separata,
liquidabile. Quanti
dei miei vizi e dei tormenti nei muscoli
piegati dal seme tratto a gioco,
quanto doveva risuonarle vitreo e attentato
[dall'interiore,
mio sfiorire. Solo la morte
l'avrebbe fatta doppia, madre sorella o
mia città,
nel sangue nata sorda
e non cablata.
Amelia Rosselli
http://www.resegoneonline.it/articoli/La-Lieve-offerta-della-poetessa-Antonia-Pozzi-20141204/
Barbara Pumhösel
È nata in Austria nel 1959.
Laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Vienna, vive vicino Firenze e scrive in
italiano e in tedesco.
Suoi racconti e poesie sono apparsi su numerose riviste letterarie e antologie in Italia e all’estero. Per i
bambini ha pubblicato: La voce della neve (Rizzoli 2013), L’orchestrosauro (Giunti 2013), La principessa
Sabbiadoro (Giunti 2007, una storia sull’io e l’altro, sulla pace e il nemico nello specchio) e, insieme ad Anna
Sarfatti, la serie de La Calamitica III E (Edt 2007-2009, protagonisti i bambini di una classe multiculturale).
Sta per andare in stampa un libretto per primi lettori dal titolo Gli errori di Croccodillo (Il Castoro).
Fa parte della “Compagnia delle Poete” (fondata da Mia Lecomte - www.compagniadellepoete.com), del
comitato editoriale di “El Ghibli. Rivista di Letteratura della Migrazione” (http://www.elghibli.org/) ed è
socia dell’ICWA (Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi - www.icwa.it).
Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Dammar (con immagini di Walpurga Ortag Glanzer),Literaturedition, Niederösterreich 2013; Parklücken, Verlag Berger, Horn 2013; gedankenflussabwärts.
Erlaufgedichte, Edition Thurnhof, Horn 2009 (con litografie a colori di Walpurga Ortag Glanzer); prugni, Cosmo Iannone, Isernia 2008.
115
Barbara Pumhösel
BANCO DI SABBIA di Barbara Pumhösel
Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione C - Raccolta inedita
1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Il lavorio instancabile della parola passa per vie trasversali, è come un fiume che si dipana tra interno ed esterno, tra
intimo e pubblico, tra compromesso e lacerato; il percorso è accidentato, («non ci sono garanzie», recita un verso
iniziale della raccolta), e allo stesso tempo docilmente affabile, («la poesia … / ha bisogno di una base / precisa e di un
collegamento / con la terra sicuro»; in una lirica successiva). Tra l'urgenza del dire e la pacatezza del mirare la
metà/meta (L'urgenza e la meta, potrebbe essere titolo più significativo e incisivo), questa silloge si dispone in una
costante ricerca della musicalità sotterranea e di una misura raffinata nella sua friabile e franta discontinuità. Il gioco
allitterativo, l'uso reiterato delle spezzature, le anaforiche formule iterative sono solo esempi che mascherano una voce
che cerca di mediare lo slancio lirico verticale, con il tono basso e colloquiale. Ne viene fuori un colto gioco di
contrafforti e voci, dove è possibile incontrare, nella loro pur distante collocazione spazio-temporale e semantica,
Borges e Cervantes, Cartesio e il Danubio - grande fiume della parola segreta, l'Alzheimer e le “piantaggine", Gerda
del Regno delle Nevi e la Thailandia, in un in transitu continuo che tra slittamenti e delocalizzazioni crea un delicato
ricamo, quasi un rizoma. Non manca infine quel qb di ironia ed autoironia, a rendere fresca e leggera una poetica che
così risulta morbidamente sapienziale.
116
Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti
Da Banco di sabbia
Barbara
Pumhösel
*
di sera l’acqua trasporta
nitida tersa trasparente la voce
sull’altra riva e dà sostegno
alla risposta che torna
si può tessere una rete di sera
sopra l’acqua
di parole sospese
una rete che tiene
ma per il mattino dopo
non ci sono garanzie
conviene andare più a valle cercare
a un banco di sabbia e raccogliere
ciò che si arena
117
Barbara
Pumhösel
*
è primavera sul limitare
del raccordo autostradale
*
sul Danubio è ferma la notte, dice Borges
ed io preoccupata mi chiedo se il giorno
si è spostato altrove per sempre o invece
se Borges parla del suo Danubio mentre
il mio scorre sempre
più lentamente come se mi aspettasse
e qualche volta all’alba quasi si ferma
quando lo raggiungerò faremo
un po’ di strada insieme
118
vedo il verde tendere la polvere
verso il cielo foglie tenere appena
nate e già stanche e dentro di me
si diffonde quell’inquietudine come
una stretta che cresce e si assopisce
soltanto al crepuscolo
insieme ai colori
a certi ragionamenti da giorno
per lasciare
posto ad altro
e poi di notte quel brillio
improvviso ogni volta
che un faro abbagliante
passando
cancella la polvere
Barbara
Pumhösel
119
Scalza a metà
Ti lascio le chiavi
nella scarpa sinistra
quando esco benché
capiti raramente.
Non voglio che aspetti
- se arrivi davanti a porte chiuse.
All’entrata a sinistra
la scarpa sinistra,
ricordalo!
Ma rimane lì
mentre vengono
e vanno caldo pioggia
vento e neve e scarpe
che attendono
a lungo all’aperto
hanno una vita
limitata, perciò
ieri ho buttato
l’ultima scarpa
sinistra ed ora
pur scalza a metà
faccio di nuovo
passeggiate più lunghe.
Barbara
Pumhösel
errata corrige
mi fai l’elenco degli errori
e delle correzioni adeguate
ti ringrazio e cerco
di applicarle ma presto
mi blocco - ogni errore
nasconde un passaggio
segreto percorribile in due
sensi una via di fuga
una possibilità di andare
oltre
non voglio rendere
impenetrabile questo mondo
di carta
tu insisti con le regole
la grammatica le leggi
del discorso
120
annuisco e me la svigno
con un errore impavido
e gentile verso righe
nuove e sconosciute
Barbara
Pumhösel
(l’altro, io)
non so se catturarti
legarti o soltanto
ospitarti per un po’
non so se guardarti
dalla finestra o saltare
scavalcare il davanzale
e osservare da dentro
con i tuoi occhi il mondo
fuori
non si sofferma il tuo
sguardo
non mi dà una mano
e non vede la mia, tesa
non mette a fuoco
non registra
nessuna simmetria
121
Barbara
Pumhösel
(Piantaggine)
Appare all’improvviso tra i versi podorožnik. La riconosco
nella traduzione a fronte: è la stessa
che stava in mezzo alla strada sterrata
dove ho imparato a andare in bici.
La seguo di nuovo. Una linea verde
che detta la direzione. Approfondisco
foglie spighe caratteristiche curative.
L’enciclopedia dice che comprende
circa duecentocinquanta famiglie
e io, quando devo digitare una password,
ne invento altre. Se devo identificarmi,
fornisco il suo nome.
Il paragrafo conclude dicendo
che si tratta di una specie infestante.
122
Barbara
Pumhösel
*
Oggi, nove settembre 1978,
scrive Borges e grazie alla poesia
egli ricorda.
Io avevo diciannove anni e ricordo
le intemperie di quella stagione ma
non il giorno - dieci anni prima invece
se non era domenica, probabilmente
stavo in classe, felice,
perché ero innamorata
della maestra. Si chiamava Gerda
come la bambina nella Regina Delle Nevi.
Dopo tanto tempo penso
che mi sarebbe piaciuto rivederla
ma è morta di recente - mi dicono di un tumore. Non sanno altro.
123
Barbara
Pumhösel
In transitu
è in cammino da molto
quel verso randagio
non ha trovato casa
parole a cui aggregarsi
spesso ne ha viste di belle
ma erano già al completo
ora sta vicino a un’area
di detriti rottami e relitti
verbali con cani corvi
e gabbiani e come tutti
anch’egli ogni tanto
pesca qualcosa di buono
da riciclare e per il resto
fa finta che stia per arrivare
l’ora di una nuova partenza
come se fossero sempre
vive nella sua mente
l’urgenza e la meta
124
Pier Franco Uliana
È nato a Fregona (TV) nel 1951, vive a Mogliano Veneto.
Laureato in Filosofia, è stato insegnante di Lettere nei licei.
Ha pubblicato varie raccolte di poesia nel dialetto veneto del Bosco del Cansiglio: Sylva-ae (1985); Cantada
zhinbra (1995 - Premio Noventa-Pascutto); Troi de Tafarièli (2001 - Premio Fondazione Corrente); Amor de osèi
(2007); Fontana Paradise (2011); La casa, la léngua e l’armelinèr (2013); Il Bosco e i Varchi (2015 - Premio Pascoli).
In lingua italiana, invece, ha dato alle stampe le sillogi Lo specchio di Rainer (2000 - Premio “Il litorale”),
Siderea arx mundi (2009) e Pizzoc Panopticon (2012).
Ha inoltre pubblicato i racconti La manèra (2003), Il germoglio del Mùzhol (2007) e La faghèra (2015) e i saggi di
toponomastica Cansiglio-Canséi. Radici del toponimo (2005) e Toponomastica cansigliese. Ipotesi di ricostruzione
della base etimologica dei nomi di luogo del Bosco del Cansiglio (2014).
Di recente uscita sono lo zibaldone Ingens sylva. Cansiglio dentro e dintorno (2014) e il Vocabolario del dialetto di
Fregona (2015).
Suoi testi critici su artisti veneti sono apparsi in vari cataloghi. Ha collaborato con la rivista “46° Parallelo”.
125
Pier Franco Uliana
ORNITOGRAFIE di Pier Franco Uliana
Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione C - Raccolta inedita
1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Recuperare un'immagine simbolica e trasversale nel tempo della letteratura, quella di sempre dall'epica alla storia più
recente, un'immagine "mitica", potremmo anche dire, e progettare un'intera raccolta su di essa è un’impresa titanica e
difficile da sostenere, tanto più se questa immagine è quella dell'uccello, metaforico esemplare della naturalità,
facilmente assimilabile alla poesia per comune strumento di parola: il canto. Da Catullo a Pascoli, da Marino a Mario
Luzi, quanti sono stati gli uccelli divenuti famosi nella poesia... Eppure la raccolta di Uliana riesce nella sofisticata
bravura di saper modulare nuovamente un cantico del canto e le liriche che si affastellano, una accanto all'altra,
modellano un lungo poemetto che nulla ha di stantio e paludato: ironia, ricercatezza della raffigurazione, costruzione
ad hoc del testo, raffinato controcanto tra popolare ed aulico, sono aspetti del lavoro che ne mostrano le caratteristiche
di unicità e solidità non comuni. Si percepisce, ovviamente, il sostrato letterario - le citazioni più o meno dichiarate si
rincorrono in tutta l'opera -, si manifesta un intento etico-morale, ma non si resta mai ancorati al banale o all'esotico.
Certo si va controvento ma non è poi questo il vero intento, oseremmo dire, il portento dell'usignolo? Non c'è poesia
più alta di quella che non si allinea al coro? «Papà, dimmi perché mai l’usignolo / se ne sta tra le fronde tutto
solo? / Perché a differenza dello storno / discorde è al lui l’armonia del giorno».
126
Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti
Da Ornitografie
Pier Franco
Uliana
AUSPICIA
127
La comune d’uccelli dove vada
a morire non si sa, si sa solo
che i cacciatori sono reticenti.
Gli idealisti dicono che salga
direttamente in cielo, i più che abbia
il cimitero suo sotto le siepi
lungo i fossi. Quegli spericolati,
i nidiacei che volano ad altezza
d’uomo in competizione con corriere
e automobili, e che sull’asfalto
riversi cadono, molto non dicono
in articulo mortis. Io, per me,
ho fatto delle ricerche geografiche
e storiche, finanche archeologiche,
ed è per caso che, leggendo Aristofane [1]
e interpretando i segni delle nuvole,
degli uccelli ho scoperto la necropoli.
[1] Uccelli e Nuvole.
Pier Franco
Uliana
SAGRA DEI OSÈI
Alle fiere, li vedi nelle gabbie
colme come i vagoni per Dachau
in un clima di festosa parata,
prima la persecuzione razziale
(certi tordi sono ricercatissimi,
– l’etichetta NIL MELIUS TURDO recita –
traditi anche dai compagni di stormo),
il carcere ora, e la deportazione,
poi lo scrocchiare di nuche schiacciate,
la spiumatura, ed infine i fornelli.
Il destino accomuna certi uccelli
a certi uomini, allorquando i carnefici
gli marciano contro al passo dell’oca,
e quelli come noi stanno a guardare.
128
MIGRAZIONI
I
Pier Franco
Uliana
Al capitale oggi hanno messo le ali
– non c’è comune d’uomini che tenga,
o voliera che possa trattenerlo,
e l’àugure vatìcina via Internet
per percentuali, diagrammi e altri segni
che giustappone in complesse sintassi come cucùlo depone le sue
uova per ogni nazione – che ognuna
si cresca profitto e proletariato –
e se il lavoro non c’è da stanziali
gli uomini si facciano migratori,
uccelli che non sanno di frontiere.
II
129
Anche i confini del cielo si spostano,
del volo, ovunque, cambiano le regole.
Giungono pure i capistormo, ad ali
piegate, al seguito dei digitali
nativi, loro che prodieri furono
per alti cieli, un vento naturale
ora sospinge alla ragna virtuale.
III
Evoluzioni, ondivaghe, di stormo:
sono gli storni che segnano un cielo
anomalo, la luce opaca, gelida
d’un crudo inverno, di fame feroce
nel grembo incoerente dello stormo.
Et in excelsis figure scalene
di gas di scarico degli aeromobili.
HABITAT
Pier Franco
Uliana
I canori sono sempre di meno,
i begli uccelli dal becco gentile,
minati sappiamo da che e da chi.
Solo gli storni sembrano adattarsi
alla vita di città, anzi, ne fanno
come noi il loro habitat ideale,
l’evoluzione è selettivamente
prosaica e ha il senso delle simmetrie,
che corrisponda al bipede un alato!
Estinti ormai gli ultimi trovatori,
non fanno che crescere, a stormi, quelli
come me, gli àuguri da condominio.
L. I. P. U. [2]
130
Nell’immensa uccelliera del pensiero
le idee volano sull’ali del simbolo,
avanzando in una rotta a ritroso,
dall’universale al particolare:
il potere si fa aquila, la pace
colomba, Cristo pellicano, l’uomo
di strada storno… Dall’ùpupa tutti
gli uccelli sono poi rappresentati,
non solo quelli dell’Italia ma
anche del mondo… Sparare agli uccelli
è dunque un colpo tirarsi alla testa.
[2] Lega Italiana Protezione Uccelli.
ROSA IN TEMPO DI CACCIA
Pier Franco
Uliana
Fu salire al cielo in forma di rosa
il più grande volo dell’Occidente
medievale, con occhi ed ali d’aquila,
lo stesso cielo che cade sui coppi
oggi in forma di rosa di pallini.
Di monelli che a fiondate colpiscono
i merli lungo i rovi dei fossati,
sembra proprio non essercene più,
troppo presi come sono dal birdwatching stereovirtualtelevisivo.
Il cacciabombardiere fa di nome
Eagle, Falcon, Condor… e il nemico suo
Aspide, Cobra… è lotta che continua
sul piano planetario in altre forme,
velenose uova e pulcini di morte.
Nel salotto, tra i rami rifioriti
di carta, il canarino made in Japan
gorgheggia a microcip e ad intervalli
le ali sbatte in perfetta sincronia:
Tweety [3] da titillare il gatto annoiato.
131
Pasqua è passaggio, ma non di colombe
azzime, l’epulone occidentale
di pulcini correda le sue tavole,
indifferente all’arpìa che su mense
di Terzo Mondo le sue uova dischiude.
[3] Titti in inglese
Pier Franco
Uliana
VOLO A VELA
L’alleluia lievitò per la navata
alla botta dei Mori. Si levò
dalla carena l’onda dei gabbiani
e via volò per volte e travature,
dall’abside musiva fino all’ultima
vela affrescata, poi per il portale
di poppa si disperse in bianche scie
giù per la piazza fino alla laguna,
tanto che parve muoversi la chiesa
con il ligneo fasciame della chiglia.
La ciurma salmodiante mise mano
allora ai raggi meridiani che
dalle vetrate scendevano in forma
di remi, mentre sull’altare a braccia
aperte il prete impartiva la rotta
nella quieta frescura bizantina.
132
Pier Franco
Uliana
ORNITOSIMBOLOGIA
Il capitello scolpito d’uccelli,
– gallinelle fagiani pavoncelle
in un bassorilievo ad istoriare
terrestri paradisi, le cui zampe
leggere solcano la pietra d’Istria
dalla simbologia medievale
e il cui segno è tutto da decrittare
(come i colombi questo lastricato
che non lascia di loro impronta alcuna) –
fatto forza crurale di colonna
trampoliere, di suo regge il palazzo
dogale nel millennio sprofondato.
Se sali sulla passerella ad esso
adiacente, nei giorni di scirocco,
li vedi intenti al becchime adamitico,
o a bere l’acqua dell’alta marea.
133
TOROTOROTIX [4]
Pier Franco
Uliana
I
Poche bacche di sorbo e un solo luì
che sale e scende la scala del si,
la lingua ci divide e questo gelo
sotto il medesimo plurimo cielo.
II
Viene ormai meno il millenario accordo
tra il sentire e l’ascolto – orecchio sordo
non al rumore ma al canto del tordo –
il cielo si fa sempre più balordo.
III
La selva e la radura, qui e altrove,
cieli e uccelli che ovunque le sovrastano
e il ciclo nascita-copula-morte:
l’immutata natura pur mutevole
134
nell’immutato orecchio del mutato
àugure in fisico che il canto muta
a seconda di luogo e lingua franca,
da torotorotix a it from bit. [5]
[4] Verso degli uccelli in greco antico (da Aristofane a Pascoli).
[5] ‘Tutto è informazione’ concepita dal fisico americano A. Wheeler come sostanza prima del mondo.
Elio Pagliarani
http://poesia.blog.rainews.it/2015/03/18/in-memoria-di-te-elio-pagliarani-2/
Cristina Babino
È nata ad Ancona nel 1976. Vive nel sud della Francia.
Tra le sue pubblicazioni: La donna d’oro (peQuod, 2008), la monografia critica La Ferita. Opere di Walter
Angelici 1994 - 2009 (La Via Lattea, 2010) e la traduzione del volume Pastorali, del poeta americano John
Taggart (Vydia, 2013, Premio Achille Marazza 2014 per la traduzione poetica, sezione giovani), autore per il
quale ha tradotto anche la plaquette Car Museum (Ed. L’Arca Felice, 2012).
Ha curato il volume collettaneo Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche (Vydia Editore, 2014) e
l'antologia S'agli occhi credi. Le Marche dell'arte nello sguardo dei poeti (Vydia Editore, 2015).
Ha collaborato con testi critici e recensioni a riviste letterarie quali “Poesia”, “Le voci della luna”, “Stilos”.
Suoi testi poetici sono inclusi, tra l’altro, nelle collettanee Nodo Sottile 5 (Le Lettere, 2007), Registro di Poesia
#4 (d’if, 2011), Poetry of the World/6 (Università di Coimbra, Portogallo, 2010), nelle riviste “Aesthetica” (UK),
“Trivio”, “nostro lunedì” e in numerose altre antologie e periodici letterari italiani e stranieri.
135
Cristina Babino
LETTURE di Cristina Babino
Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione D - Prosa critica
1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Letture contiene dodici testi, in forma di breve saggio monografico o recensione, riguardanti opere poetiche italiane di
recente pubblicazione.
Il principale merito del lavoro risiede nella qualità della scrittura che la compone, più vicina ai modi della prosa critica
che alla forma saggistica tradizionale. Nell'attraversare l'opera di autori tra loro diversi Cristina Babino è riuscita,
senza indugiare in forzature antologiche, ad integrare lo sguardo critico-argomentativo con la voce di un'autentica,
appassionata, frequentatrice della poesia contemporanea. Ogni capitolo può quindi essere letto come un ritratto, un
momento di incontro e dialogo nato da un necessario confronto sulla parola e sull'esistenza.
Ne risulta un volume accessibile ad un'ampio pubblico, estremamente piacevole nella sua leggibilità e al tempo stesso
prezioso per l'originale panoramica sulla poesia contemporanea che traccia.
Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti
136
Da Letture
Cristina
Babino
Raccolgo qui, per la prima volta, una selezione delle note di lettura da me pubblicate a partire dal 2006 ad oggi, scelte
esclusivamente tra quelle uscite su vari litblog e testate letterarie online. Sono scritti che variano per lunghezza e
livello di approfondimento, spaziando dal saggio breve alla recensione, e che hanno per oggetto alcune opere di poesia
contemporanea su cui ho avuto la ventura - e spesso l’autentica fortuna - di imbattermi, dandomi in molti casi la
possibilità e il privilegio di stabilire con i rispettivi autori amicizie profonde, rapporti umani e scambi intellettuali
importanti e duraturi.
Dieci anni di letture e di scritture, quindi, che non pretendono naturalmente di investigare in modo esaustivo - e
nemmeno indicativo - lo stato della poesia italiana contemporanea e l’attività degli autori che oggi la producono e la
animano.
Ma dieci anni di letture e di scritture frutto di un personale mettersi in ascolto - credo - empatico, aperto, partecipato,
cercando sempre di ricavare dalla lettura dei versi incontrati, e dai diversi modi di fare poesia che quei testi sottendono,
la linfa necessaria a creare non semplicemente chiose o recensioni, ma piuttosto “prose critiche” capaci di
accompagnare con altrettante suggestioni i testi poetici che le hanno ispirate.
Cristina Babino
INDICE DEGLI SCRITTI INCLUSI
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Sulla poesia di Franca Mancinelli (inedito in preparazione, gennaio 2016)
La condizione corsiva. Sulla poesia di Gian Maria Annovi (inedito 2016)
Ho questa carne scomposta in molte vite. Per Francesca Matteoni
Giornate di una Manga Girl. Su Poesie d’amore per ragazze kamikaze di Francesca Genti
La macchina immemore. Sulla poesia di Alessandro De Francesco
Da: Il mare alto. Poesie di Renata Morresi
Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune di Igor De Marchi
Sesto Sebastian di Marco Simonelli
Piccole apocalissi quotidiane. Sulla poesia di Luigi Socci
L’opposta riva di Fabiano Alborghetti
Su Amanuense di Massimo Sannelli
Passando per New York di Christian Sinicco
Rampe per alianti di Alessandro Seri
[1] Lo stesso spazio
online che Francesca
gestisce, Orso polare, è
da lei definito un
“blogripostiglio”
Cristina
Babino
(v. la nota biografica in X
Quaderno italiano di
poesia contemporanea,
a cura di
F. Buffoni, Marcos y
Marcos, Milano, 2010,
pag. 84).
[2] F. Matteoni, Appunti
dal parco, Vydia Editore,
Montecassiano, 2012
(pag. 57).
[3] F. Matteoni, Un’altra
Alice, Gattili, Milano,
2009, testo poi incluso
in F. Matteoni, Tam Lin
e altre poesie,
Transeuropa, Massa,
2010 (pagg.5-6).
[4] In Appunti dal parco,
cit. (pag. 28).
[5] Lo osserva Andrea
Raos nella postfazione a
Nel sonno, Editrice Zona,
Arezzo, 2014 (pag.
115).
138
Ho questa carne scomposta in molte vite.
Per Francesca Matteoni
I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il
deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La
scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e
associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo
profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico
dei cerchi che quella caduta eccita, produce.
Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come
assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del
tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel
rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo.
Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle.
Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca,
rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio [1], del posto dove si
accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può
assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco [2] e di Un’altra Alice [3], la cantina, un
armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde [4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro
almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro.
Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il
contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le
cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono
stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità.
Come i ricordi, sì, come i luoghi attraversati e le esperienze vissute, ma anche come quello che siamo stati e
che tuttora, ancora, in qualche modo siamo: bambini [5]. Protagonisti di un’infanzia immaginifica, lontana
però da qualsiasi arcadia, che attraverso l’esercizio forsennato della fantasia tenta - o forse oppone - un
rimedio a ogni paura, a ogni dolore.
A ogni realtà che si fatica a comprendere, accettare. Un’infanzia che si prolunga, e in qualche modo si
compie, nell’età adulta, portando in dote il suo carico di curiosa meraviglia, o sbigottimento. Luoghicontenitori, allora, che funzionano come scatole cinesi e sono a loro volta contenuti di (da) qualcos’altro: le
xx
stanze prima (la camera da letto, la cucina, ma anche l’orto e il giardino, che dell’abitazione sono un
prolungamento pacifico, estroverso), quindi la casa.
Cristina
Babino
[6] In Nel sonno, cit.
(pag.43).
[7] Ibid. (pag.44).
139
Uno dei tòpoi più caratterizzanti di questa scrittura, nonostante la sua costante proiezione a un altrove fatto
di viaggio, allontanamento e scoperta (o magari in virtù di questo) è proprio quello della casa (la foto di
una dimora abbandonata apre Nel sonno).
La casa materna, in particolare, sinonimo e sede di una genealogia tutta femminile - che passa per la madre,
la figlia, la nonna, la sorella - che l’elemento maschile sembra per troppo male aver espunto, allontanato,
circoscritto a uno spigolo di dolore estremo, acuminato.
Le foto di famiglia che intervallano la scrittura di Nel sonno ritraggono infatti a un tempo l’autrice, sua
madre e la nonna, tutte riprese da bambine, e secondo una dislocazione che ne impedisce volutamente
l’identificazione: non sappiamo chi sia chi (solo la prima foto riporta l’indizio di una data), ed è
un’ambiguità voluta, perseguita scientemente per tutto il libro, costruito come un provvisorio album di
ritagli e di ricordi, uno scrapbook fatto di immagini (foto e disegni infantili) e parole (poesie e prose).
Un’ibridazione che contagia anche il linguaggio, attraverso il ricorso a una lingua profondamente
assimilata ma non madre come l’inglese, nella quale l’autrice titola ciascuna sezione del libro (sempre con
un chiaro richiamo alla giovane avventuriera di Carroll) e azzarda un’espressione poetica che procede per
tentativi e frasi nucleari nel testo di hatching eggs [6], risolvendosi quindi per omissis nelle cancellazioni,
nell’arreso balbettio di un’Alice-Francesca a colloquio col Brucaliffo (I can’t I’m not. [7]).
La commistione di materiali e generi, la fascinazione per il frammento assemblato ad altro frammento sono
pietre di una strada che Francesca aveva già cominciato a percorrere in Appunti dal parco (anche qui la
fotografia accompagna testi versificati e in forma di racconto) e che a ben vedere non sembra abbandonare
del tutto neanche nel più recente Acquabuia, seppure qui le fotografie scompaiano, per lasciare pieno campo
alla parola, a un dettato più asciutto rispetto ai libri precedenti, ma ancora nella coabitazione di versi e
prose, come alla ricerca di una pulizia, di un nitore che scarnifichi la piaga, che nel mondare la ferita metta
ordine, ripari.
La dimora familiare si diceva, come cornice ricorrente; non però nell’accezione domestica, sentimentale che
generalmente all’idea di abitazione-focolare associamo. La casa, invece, più spesso intesa nella dimensione
ferina - e fiabesca - della tana, del rifugio d’animale: covo scavato in un gorgo della terra, o nido appeso
nell’intrico indecifrabile degli alberi.
Xxx
Cristina
Babino
[8] Ibid. (pag.13).
[9] F. Matteoni,
Acquabuia, Nino Aragno
Editore, Torino, 2014
(pag. 9).
[10] A. Raos,
postfazione a Nel sonno,
cit. (pag. 115).
[11] V. anche il saggio di
F. Matteoni, Due sguardi
su Alice, in “Nuovi
Argomenti” - La società
dei poeti estinti, n. 64,
2013.
140
È la tana del coniglio (animale non a caso a un tempo domestico e selvatico), il buco aperto in mezzo ai rovi
in cui ti puoi calare, smarrirti. Sprofondare. È il fantastico, fascinoso rabbit hole di Alice nel paese delle
meraviglie - la “favola” forse più polisemica e disturbante - evocato nel titolo della prima sezione di Nel
sonno (- fuggire via / dal buco del contrario.) [8]
Ma è anche, per traslato, il pozzo artesiano di Vermicino, il buco nero e spaventoso che inghiotte Alfredino
Rampi - secondo il copione troppo vero, recitato in diretta tv, di una vicenda che ha segnato come un
racconto di terrore la memoria acerba di noi bambini di quegli anni Ottanta fintamente spensierati ricordato nell’intenso, lancinante testo di apertura dell’ultimo Acquabuia: Non è che tutto ha sempre una
ragione. / Dal fascio acceso della televisione, sei come me / mi senti, puoi salvarti. (…) Dev’essere così, mamma, che
accadono / le cose morte, velocemente inutili nel mondo. [9]
La casa, come la fiaba, non è del resto perimetro d’idillio, correlativo oggettivo della rassicurazione, anche
quando è territorio eletto dell’infanzia, luogo dell’anima e degli affetti: in esse fioriscono spesso, parimenti,
semi oscuri fatti della materia delle nostre più recondite paure, della consistenza misteriosa e opaca delle
relazioni, di debolezze integralmente terrene, umane, seppure s’impersonano in metafore di esseri
fantastici e animali. Lo dice bene Andrea Raos nella postfazione a Nel sonno: «L’infanzia di cui parla questo
libro non è tanto la bambina che ne è al centro quanto lo spavento che la circonda da ogni lato.» [10]
L’Alice di Lewis Carroll, la bambina polimorfa da cui Nel sonno trae linfa in tanta parte, è protagonista del
romanzo più deformativo e meno di formazione che si possa immaginare [11]: alla fine della storia, al
termine delle mille avventure affrontate e delle tante trasformazioni subite, la protagonista non è cresciuta,
non è cambiata. Non ha imparato lezioni, non ha appreso nuove regole, come morale vorrebbe. Semmai ha
verificato, arrendendosi a un sovrano nonsense, l’inutilità di quelle impartitele dall’educazione ricevuta:
precetti inservibili come gli indovinelli del Cappellaio Matto.
Così l’io che ci parla Nel sonno si trova a fare i conti con una dimensione onirica - quasi d’incubo debordante di immagini, di oggetti. Cose che innanzitutto l’autrice si preoccupa di enumerare: le prime
parole della raccolta sono infatti un lungo elenco di materiali, bestie, personaggi della storia che si va a
raccontare. Cose acuminate, cibi saporiti, animali veri o immaginari, tutti ugualmente abitanti le avventure
di Alice. Objets trouvés insomma, del sogno e della lettura, che Francesca si trova, appunto, nella memoria e
tra le mani, pronti a un reimpiego poetico in cui essi diventano termini di metafore e accostamenti
sorprendenti, d’iconicità vividissima, in cui umano e animale si incastrano perfettamente - tra loro e pure
con gli oggetti - formano sinestesie di esseri viventi, chimere vere e proprie.
Allo stesso modo in cui Alice muta e cambia dimensione, così la metamorfosi - qualcosa, beninteso, di
xxxxxx
costitutivo dell’esistere, di strettamente necessario - nei versi di Francesca si attua per associazioni visive,
prima ancora che linguistiche, per assemblaggio di elementi umani, animali, vegetali, tutti accomunati dal
battito vitale, dall’essere viventi e dall’essere destinati a morire. Dall’esserci.
Cristina
Babino
[12] In Acquabuia, cit.
(pag. 43).
[13] Nel sonno, cit.
(pagg. 13 e 15).
[14] In Acquabuia, cit.
(pagg. 53 e 59).
[15] Tam Lin e altre
poesie, cit.,
rispettivamente pagg.
12, 13, 7, 27.
[16] Appunti dal parco,
cit., rispettivamente
pagg. 43 e 57.
[17] In Acquabuia, cit.
(pag. 15).
[18] Cfr. l’intervista
pubblicata in appendice
a F. Matteoni, Artico,
Crocetti, Milano, 2005
(pag. 51). Un estratto è
riportato anche da Fabio
Pusterla nella
prefazione a F.
Matteoni, Higgiugiuk la
lappone, in X Quaderno
italiano di poesia
contemporanea, cit.
(pagg. 89-90).
141
La sua è da sempre una vocazione a una sorta di animismo panico, pervasivo (Ho questa carne scomposta in
molte vite [12]) - che mi sembra anche la cifra più riconoscibile della sua scrittura - in virtù del quale anche gli
oggetti più immobili sono infusi di vita nuova, inaspettata, fatta di arti, di carne e ossa, di membra umane
o animali: ne troviamo chiari esempi nelle pagine di Nel Sonno (i denti di pietrisco della strada ; cuore di guscio
d’uovo e di magnete ; rami scrosticciati delle dita) [13], ma anche in Acquabuia (la massa nodosa della fiamma; il tuo
corpo sfrigola in migliaia di falene ; bambino e albero da sempre / conoscono la stessa gemmatura ; tendiamo il ragno /
delle cinque dita) [14] e già in Tam Lin e altre poesie (Se vieni nel mio corpo come un ramo ; I polmoni - elastici
sfondati ; Un telaio esile di branchie / si difende dal bianco del tuo seme ; dillo nella tua lingua albero) [15] e in Appunti
dal parco (gli alberi spolmonati sulle scale ; le mani di grafite, di verde/ di pianure, le coste giallo-azzurre / le
depressioni carsiche, lunari). [16]
Una comunione profonda dell’umano con le bestie e le piante che va oltre il concetto di amore per la natura,
di fascinazione e rispetto meravigliato per ogni forma di vita: un’immedesimazione consapevole, piuttosto,
con ogni organismo vivente, nella presa di coscienza della propria finitezza, dell’imminenza comune della
fine, della trasformazione in altro, secondo un ciclo crudele, perfetto, imperituro. Un prendere atto che
oppone a ciò che è l’inadeguatezza solo umana dei propri meccanismi di difesa: Vorrei avere pelliccia, l’olfatto
/ umido dei cani e invece ho mani / ho questi verbi che colano / dal morso come un male si storcono / sui codici, la
mappa della specie. [17]
Una disposizione verso le cose del mondo su cui pesa, oltre alla lunga frequentazione dei classici inglesi,
dai romantici in avanti, soprattutto la lettura di Leopardi. Non il Leopardi canonizzato a scuola, però, bensì
quello lettole dalla madre, proprio come una fiaba, nella spericolata e attonita terra di mezzo dell’età
preadolescenziale: influenza dichiarata del resto più volte dalla stessa autrice, che riferisce del Canto
notturno di un pastore errante dell’Asia come dell’opera di poesia italiana per lei da sempre più significativa
[18], e ribadita nella citazione leopardiana “Questo è quel mondo” posta in epigrafe di Acquabuia. Citazione
a cui è stato sottratto però il bene prezioso del dubbio, del punto interrogativo: questo è, dopotutto, senza
scampo, senza ragione.
Una Natura evocata e celebrata non solo attraverso gli animali più comuni, di cui Francesca ci offre
attraverso i suoi libri un bestiario variegato e felicissimo, a un tempo tenero e feroce, fatto di presenze
xxxxxx
domestiche (gli amati gatti), della fauna del bosco, territorio eletto di quel mondo fiabesco [19] che
costituisce una delle componenti essenziali della sua scrittura (scoiattoli, conigli, lepri, volpi, gheppi), di
insetti (coccinelle, ragni, falene), ma anche di esseri acquatici (rane, pesci) e di animali abitanti luoghi
remoti, quasi sempre glaciali (renne, alci, foche e balene, orsi polari).
Cristina
Babino
[19] Francesca cura il
ricco spazio online
Fiabe.
[20] F. Matteoni,
Higgiugiuk la lappone,
cit. (pagg. 83-116).
[21] In Tam Lin e altre
poesie, cit. (pagg. 32).
[22] In Tam Lin e altre
poesie, cit. (pagg. 2224).
142
Un paesaggio, infine, che si tratti della familiare Sambuca pistoiese - con la sua flora tipica, dagli arbusti ai
fiori ai grandi alberi - o delle lontane lande della Lapponia, da attraversare sempre con fatica, come terra di
inesorabile allontanamento, di passaggio, mai di approdo, mai davvero stanziale.
L’Artico, con le sue distanze raggelate, le coltri bianche e immense che tutto celano, che tutto custodiscono,
dà non a caso il nome alla raccolta poetica d’esordio di Francesca, già sorprendentemente densa e luminosa:
un’ambientazione a cui resta fedele, poi, in diverse opere successive, come capitoli di un ibernato e
sanguinante romanzo d’appendice. Così succede nella silloge che ha per titolo Higgiugiuk la lappone [20] dove lo sguardo si apre inizialmente sull’Appennino toscano per trasferirsi poi nella tundra finlandese, con
un balzo che tradisce la medesima esperienza di un ambiente fatto proprio, compenetrato nel tessuto
percettivo e perfino organico.
E così succede nella raccolta Tam Lin e altre poesie, in cui ugualmente da un avvio ambientato nella propria
casa (anzi nella propria stanza) pistoiese si produce un viaggio per i boschi appenninici e per i parchi
inglesi - Francesca è da sempre legata, per motivi di studio, lavoro ed elezione, alla lingua e alla terra
anglosassoni - fino alle foreste fatate dello scozzese Tam Lin e alle estreme lande innevate di Orso polare, in
cui voce poetica e orso si scambiano, letteralmente, la pelle, diventano uno nell’impossibilità di distinguere
se stessi e il proprio destino di dolore / indocile, pieno di desiderio / chiuso negli albero forti [21]. Ispirato alla fiaba
norvegese A est del sole a ovest della luna, Orso polare è un perfetto esempio di come la poesia - la scrittura - di
Francesca si innervi della dimensione fiabesca, liberandola di ogni sovrastruttura conciliante, confortante,
di ogni nenia raccontata ai bambini per farli dolcemente addormentare, assimilandola e restituendocela
invece in tutta la sua crudezza e ferocia originarie: racconti dove il pericolo mortale, la paura, il distacco
traumatico, la partenza sono componenti costanti e anzi irrinunciabili, essenziali.
L’incombenza della morte, la sua certezza naturale, ancor prima del suo presagio, è una costante nella
poesia di Francesca: in Artico la morte è la pesca forsennata degli eschimesi, l’isteria delle fiocine brandite a
procacciarsi il cibo, in Acquabuia è l’oscurità sporca e umida del pozzo di Vermicino (e l’elemento acquatico,
vitale - sia esso fluido di fiumi, percorso carsico ed estensione di mare, o immobilizzato in distese di
ghiaccio - appare altrettanto di frequente, opposto e anzi complementare all’estinzione), ma è anche il
ventre allibito, svuotato in un aborto descritto in Corale del sangue e del fuoco [22].
Cristina
Babino
[23] In Acquabuia, cit.
(pag. 30).
[24] Ibid. (pag. 51).
[25] In Nel sonno, cit.
(pag. 17).
[26] In Acquabuia, cit.
(pag. 9, 19, 43, 53 e 73).
[27] Ibid. (pag. 26).
[28] In Nel sonno, cit.
(pag. 80).
143
Lo stesso sprofondare di Alice nella fantastica tana del coniglio non è forse un modo un po’ più ricreativo di
morire, metamorfizzarsi, di abbandonare la propria dimensione per accedere a un’altra di cui niente
prevediamo, che ignoriamo? È per questo continuo meditare sulla fine, l’incessante percezione - avvertita
soprattutto dall’intuitiva saggezza dei bambini (non c’è / un’infanzia simile ad un’altra / ma tutte parlano coi
morti [23]) - della persistenza di ciò che non c’è più e di chi se n’è già andato (mentre morivi non ti seppellivo
[24]; Nell’albero c’è una casa di morti. / Non ricordi mai come si vestono. (…) I morti fanno un suono di carte e
documenti / parlano nei rubinetti quando sei sola. Un bianco gorgogliare di lenzuola [25]) che la parola osso (coi suoi
derivati) risulta una delle più ricorrenti nei testi di Francesca, da Artico a Acquabuia.
Oggettivazione dell’essenza, della struttura invisibile che finalmente, scoprendosi, si attua in evidenza,
l’osso è la verità incastonata nella concrezione dello scheletro riemerso: moltissimi potrebbero essere gli
esempi ma, limitandomi all’ultimo libro, cito: nell’anno che sortivo dall’ossario; Ti abbiamo estratto l’osso dal
deserto; Zoppico quasi fermo sull’ossame; il torcersi di un osso nell’amore; le foglie si sono seccate a ossicini. [26] I
morti vanno a spasso con i vivi, e attraverso il rinvenimento delle ossa comunicano, si scambiano, di nuovo
s’apparentano. La lingua, quella poetica, ma prima ancora quella che formula il pensiero, cerca una
ricomposizione dolorosa delle parti, di puntellare le pareti di una tana sempre pronta a cedere (la tana
sventrata in una luce [27]). Il risalire da una caduta continua e vertiginosa che proprio nel precipitare
inesorabile produce canto, poesia. Se c’è mai una dichiarazione di poetica nella scrittura di Francesca, lei
che tanto ostinatamente rifugge proclami e manifesti, io la rintraccio allora in questi versi, più che in altri, di
sonorità levigata, di bellezza che traspare e che ferisce:
montesole di tutti gli animali, umani e non umani, morti e vivi
che guardano nel basso delle cose del filo d’erba quando si fa strale
che alzano le lingue nell’atto di parlare come
così per farsi perdonare, per chiedere
dov’è che poi si torna,
si tace, si morde ma per gioco, si mastica lo stelo che apre l’osso
lo fiorisce granisce come tutto ciò che inciampa, cade, e che cadendo canta [28]
Paolo Steffan
144
È nato a Conegliano nel dicembre del 1988 e da sempre vive a Castello Roganzuolo.
Avvezzo al disegno fin dalla prima infanzia, impara l’italiano leggendo Topolino; negli anni del liceo
classico si accosta alla letteratura, con preferenza per i classici greci, la poesia di Leopardi e quella di
Pasolini.
Si laurea in lettere moderne col massimo dei voti all’università di Venezia, città di cui approfondisce la
conoscenza, amandola in vagabonda solitudine. Dalla tesi triennale ha tratto il saggio Un «giardino di crode
disperse». Uno studio di Addio a Ligonas di Andrea Zanzotto (Aracne, 2012, prefazione di Ricciarda Ricorda) che
tratta i rapporti tra lingua, poesia e paesaggi in disfacimento nelle ultime raccolte zanzottiane; nella tesi
magistrale si è cimentato sulla produzione di Luciano Cecchinel, sulla cui poesia gestisce una pagina
facebook.
A margine di costanti piccole donchisciottesche battaglie sul vivo campo, a difesa del paesaggio culturale e
della sacralità degli alberi, è stato per anni attivo come blogger; attualmente, in rete, sta lavorando alla
fondazione di una nuova rivista online di notizie, cultura, ecologia e società a Nordest.
Nel 2014, dopo circa sette anni dai primi ritrosi tentativi in versi, decide di esporsi facendo partecipare per
la prima volta un piccolo manipolo di poesie in dialetto veneto dal titolo Bacàr / Ansimi a un concorso
(menzione speciale al premio “Poesia Onesta” 2014); l’anno successivo, con la raccolta dialettale inedita
Slama de ’l ténp / Melma del tempo, è finalista al premio “Lorenzo Montano” 2015. Su “Versante Ripido” n. 3
(marzo 2015) sono presentati 5 inediti con una nota introduttiva di Manuel Cohen, mentre sul n. 18/2015 di
"Smerilliana" la silloge Inte 'l color mat del nòstro tenp / IX sonetti veneti è preceduta da un ampio scritto di
Fabio Franzin.
Collabora come consulente ai progetti del gruppo musicale-letterario "Le Ombre di Rosso", con cui ha scelto
e musicato cinque poesie inedite di Cecchinel, da cui sono nati i due brani La stazione abbandonata e Bisbigli.
Altre attività in cui si cimenta con costanza sono la creazione di vignette, la fotografia di paesaggio e la
coltivazione dell'orto.
Paolo Steffan
UNA POESIA DI RESISTENZA. CECCHINEL TRA ECOLOGIA E POESIA di Paolo Steffan
Motivazione opera vincitrice ex aequo Sezione D - Prosa critica
1a edizione Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”
Il lavoro di Paolo Steffan è un'analisi filologica della poesia di Cecchinel condotta con efficacia argomentativa e
aderenza ai testi. L'opera del poeta viene mostrata, sin dal titolo del lavoro, nel suo nucleo “ecologico” sostanziale che
permette di mostrarne l'intima connessione con lo spazio fisico sia per quel che riguarda il paesaggio, sia per quel che
riguarda la proiezione, anche etica, dell'io su di esso. Il merito principale del saggio è dunque quello di illuminare la
complessità della produzione di Cecchinel attraverso la scelta di un tema chiave, la cui attualità viene anche
contestualizzata all'interno delle più recenti linee critiche di ricerca.
Il premio viene conferito anche nell'augurio al giovane critico di continuare su questa strada il suo percorso di
formazione.
Renata Morresi - Manuel Cohen - Martina Daraio - Danilo Mandolini - Alessio Alessandrini - Mauro Barbetti
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Da Una poesia di resistenza. Cecchinel tra ecologia e poesia
Paolo
Steffan
146
A titolo di sunto. Di Paolo Steffan
Quali sono i veri interlocutori della poesia di Luciano Cecchinel dentro e fuori da quei suoi ambienti
montani e lacustri? Quali sono le tensioni che ne reggono il lento ma costante evolvere e le diverse lingue, i
registri, i linguaggi? Qual è l’aspetto reale dell’oscura “riva” verso la quale tendono senza ancora approdo
gli inquieti natanti che anche Zanzotto fa galleggiare sugli specchi cecchineliani? A domande come queste le
pagine di Una poesia di resistenza tentano di rispondere, salpando da un ritratto identitario che lambisce i
numerosi profili che di sé ha mostrato negli ultimi vent’anni Cecchinel, attraverso la pubblicazione delle irte
e dolorose opere in dialetto - Al tràgol jért (1988) e Sanjut de stran (2011) - della plurilingue saga dei migranti
- Lungo la traccia (2005) - degli alti e graffianti versi civili - Perché ancora (2005) e Le voci di Bardiaga (2008) - e
del purissimo quasi-poemetto affettivo - In silenzioso affiorare (2015). Per poi navigare in una distesa di
referenti straordinari, perlopiù i reietti di un’umanità antica e oramai delirante dentro le rovine cadenti di
un mondo fatalmente concluso; e poi gli alberi, creature caratterizzate da una costante superiorità morale
ma, per questo, anch’esse in sbandamento, dentro un tempo impietoso e crudele. È a queste due categorie
di viventi che sono dedicati i capitoli più ampli: deambulando tra i luoghi cecchineliani se ne ascolterà la
voce, se ne soffrirà il silenzio, se ne scorgeranno le forme segnate alcune volte dal maestoso vigore, molte
altre dalla consunta secchezza: alla grandezza morente del castegnèr cròt (un castagno malato di
whitmaniana ispirazione) corrisponderà allora la “socialità dimessa” del vecchio Felize, allo zavariar
(delirare) di ubriachi, pazzi e suicidi corrisponderà la sagoma ingobbita di una vecchia-gelso (che ci ricorda
Eliot), in un intessersi incessante di richiami che a volte parranno darci dell’opera cecchineliana il volto di
un unico crescente capolavoro umano e poetico ancora tutto da conoscere.
Nelle diverse pieghe del saggio, tra le altre, è anche la viva voce del poeta ad accompagnare il lettore, con
dichiarazioni e poesie inedite alle quali negli ultimi anni si è avuta la fortuna di avere accesso in un dialogo
costante: l’originalità di numerosi brani da prose ancora sconosciute al pubblico e perlopiù in fieri aggiunge
alla lettura critica di un interprete esterno schegge di freschezza da un percorso denso di autoesegesi.
Sotteso a tutto l’evolvere del testo è poi il concetto di “resistenza” nei diversi modi in cui agisce dentro la
scrittura di Cecchinel: ne risulta in ultima istanza un senso di “ribelle speranza” dal taglio specialmente
ecologico ed etico. Per comprenderlo a fondo, si è chiamata a raccolta una schiera di grandi poeti del
xxxxxxx
passato che sorreggono l’ispirazione del poeta laghese e di autori viventi che più volte gli fanno eco:
troviamo oltre confine Whitman, Frost, Thoreau, Esenin, Eliot, Artaud e, più vicini, Pascoli, Pavese, Pasolini,
Consonni, fino ai veneti Rigoni Stern, Bandini, Franzin.
Paolo
Steffan
Caso a parte è Andrea Zanzotto, i rapporti col quale sono sondati nel dettaglio ogni volta che ci si trovi a
sentirne la vicinanza o ad avvertire le divaricazioni della poetica dell’uno da quella dell’altro: in particolare
il legame Cecchinel-Zanzotto è esplicitato nelle scelte relative all’uso del dialetto e delle modalità di
recupero dei referenti della civiltà rurale, nella materia “lacustre” comune ai due poeti specie
nell’avvicinarsi a Silvia, la figlia perduta, e nella constatazione poi che l’imprescindibile “vero tema” di
natura ecologica è di fatto centrale per la letteratura contemporanea tout court.
In Una poesia di resistenza si tenta dunque di tracciare un quadro delle specificità della produzione di
Cecchinel a livello della poetica linguistico-paesaggistica e politico-ecologica reintessendo in un intreccio
inedito gli scritti e gli interventi del poeta, le esperienze dei maggiori suoi studiosi, le fonti e i modelli. Si
esplorano poi i resti sopravviventi del paesaggio culturale nell’ambiente prealpino di Revine Lago, anche
con l’inserimento di contributi fotografici raccolti in diversi luoghi e momenti della stesura del saggio. Si
arriva infine, alla luce di questo percorso, a delineare anche dei caratteri comuni alla letteratura veneta
contemporanea, dove sembra prevalere una spinta ecologica di valenza globale intorno alla quale si vanno,
nelle conclusioni, a teorizzare delle prospettive non ancora del tutto verificabili, ma figlie della spes su cui
Zanzotto, da lettore di Cecchinel, più di tutti sembra puntare, pur dentro gli orizzonti della storica
“sconfitta” delle diverse fazioni in gioco.
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In sintesi, i quattro macro-capitoli che formano Una poesia di resistenza rispondono ai titoli di (1) Tra plurime
identità, pagine introduttive nelle quali si dà uno spaccato della personalità culturale, politica e letteraria del
poeta; (2) Alberi e piante e (3) Gli ultimi uomini, le due parti più estese dove si ripercorrono gli itinerari degli
esseri viventi che popolano la poesia di Cecchinel, con un occhio di riguardo alla produzione dialettale e
scrutandone a fondo modalità, richiami e echi dentro la sua opera e in quella degli autori sopra citati; (4)
Mondo perduto, mondo da ritrovare, la parte conclusiva in cui si snodano gran parte di “ife e fili” intrecciati nei
precedenti capitoli, dando particolare rilievo alle questioni connesse alla volontà di resistenza, al senso di
“ribelle speranza” e all’inserimento dell’opera cecchineliana in un grande filone ecologico che nasce negli
USA nell’Ottocento e sotterraneamente scorre fino a riemergere oggi in tutto il mondo da diverse forre
dentro le quali è spesso stato in ombra, per rivelarsi tra i più pressanti della contemporaneità dentro la
grave crisi ambientale del nuovo millennio, in cui il tema (che è poi anche uno stile) ecologico si scopre
annidato tra i risvolti di un’altra grande assente di cui la letteratura comincia a rifarsi latrice: l’etica.
Vuoti parlanti del paesaggio malato di ieri, vuoti silenti delle devastazioni d’oggi
età acerba e una gran voglia d’andare
a parlare coi boschi e con il fiume,
mentre adesso quel mondo ti scompare,
sotto il bitume.
Paolo
Steffan
Francesco Guccini [19]
I vuoti del paesaggio cròt, malato, di una civiltà perduta perpetuano la loro voce. Lo si è visto catalogando
quelle di alberi e utensili: i paesaggi di Cecchinel talvolta prendono la parola, spesso per un ultimo
disperato grido, per una litania di morte o per un postremo silenzio, quel silenzio che Consonni però, in
una sua poesia lombarda, ricorda essere «disperada vûs» («disperata voce» [20]). È quanto avviene, nel
Tràgol jért, alla caśèra abbandonata:
[19] F. Guccini, Canzone
di notte n. 4, nell’album
L’ultima Thule, 2012.
[20] Aia / Era, in G.
Consonni, Vûs, cit., pp.
68-69.
[21] TJ, pp. 124-126;
corsivi miei.
le caśère le à pèrs
le so voze de sol
(le casere hanno perso / le loro voci di sole)
E così, in questo mesto decadente silenzio, la casera
muta la sua natura, si fa maligna:
par che la caśèra śvodada
la è cativa
fa la maledizion
de na mare drio ’ndar
148
(perché la casera svuotata / è cattiva / come la maledizione / di una madre morente [21]).
Cecchinel la paragona a una maledizione di una madre in punto di morte, con una immagine umanizzante
di forte effetto. Umanizzata nel Tràgol jért è anche un’altra «caśèra rebandonada», quella di Al troi vècio del
fien nella sezione Calif (Foschia):
Stasera, tanti ani dopo, vae fòra
da la caśèra imiśerida,
rebandonada dà gòba qua su
co na śbrancada poreta de stele.
Paolo
Steffan
(Stasera, tanti anni dopo, vado fuori / dalla casera infreddolita, / abbandonata già gobba quassù / con una
manciata povera di stelle. [22])
L’edificio è “infreddolito”, “gobbo” e dotato di mani, tra le quali tiene la sua “manciata” di stelle:
impossibile, rileggendo Al tràgol jért alla luce di Sanjut de stran, non ripensare ad un procedimento analogo
a quello letto per la vecchia-gelso. Va segnalato poi che quella della casera «già gobba» è una probabile
reminescenza eseniana. Il poeta russo che così scrive in una lirica del 1922 in cui ricorda la vita contadina
ormai distante, immerso ormai in quella urbana di Mosca:
[22] TJ, p. 76.
[23] S. A. Esenin, op. cit.,
p. 177. La traduzione è
di Bazzarelli, i corsivi
miei; non è il solo caso
in cui le case si animano,
per esempio in un’altra
poesia Esenin scrive:
«Presso i salici han
trovato rifugio / le izbe
dei villaggi» (ibidem, p.
125).
[24] SdS, p. 79.
149
Sì! Ora è deciso. Senza ritorno
Ho lasciato i campi nativi.
Ormai non più con l’alato fogliame
Canteranno su di me i pioppi.
La bassa casa senza di me si ingobbirà,
Il mio vecchio cane è da tempo crepato.
Nelle tortuose vie di Mosca
Dio ha deciso, si vede, che io morirò. [23]
Sono le prime due quartine del componimento, la seconda delle quali viene replicata come ultima; al primo
verso di questa, troviamo la «bassa casa» lasciata nei luoghi natali, a Rjazan’, che esprime un’azione
propriamente umana, cioè l’ingobbirsi a causa dell’abbandono da parte del poeta inurbato; esattamente la
stessa azione che tocca in sorte alla casera di Cecchinel, ritratta nel momento in cui l’io ne esce: ma la causa
dell’ingobbimento è soprattutto il ben più drammatico abbandono per il decadimento di un’intera civiltà.
Dunque, dopo gli alberi anche i vecchi manufatti dimenticati e svuotati parlano o assumono le pose di un
decadimento umano: queste voci di casere, certo “arrochite” e spesso silenti, per una necessità forse dovuta
a un sapere superiore, resistono e tardano a spegnersi, come quella del gelso drio ’ndar che «al par che ’l
ghe trae a na aria mata, / che romài drio ’ndar, no l’oje ’ndar» («sembra tenti di prendere un’aria inutile, /
che ormai sul punto di andare, non voglia andarsene» [24]). Eppure, anche nel silenzio, persiste lo sguardo
delle vecchie case, magari “spaurito”, come in da le òlte in cao tant:
Paolo
Steffan
[25] SdS, pp. 83-84.
[26] SdS, p. 18.
150
le dà ociade de paura
la caśe vècie asade
co porte e fenèstre e piói
a picolon fa vestì a sbrìndole,
co ’ncora tariói e madòne
ma senza pi fior e lumin
e davanti le taje de castegnèr
che le fea sènta sote i morèr
senza ’l so buligar cet de onbrìe:
tut ciapà entro o asà fòra
da ’n postarse de caśe nove
co le so inferiade e i so ciari stranbi
(danno occhiate di paura / le case vecchie lasciate / con porte e finestre e ballatoi / pencolanti come vestiti
sbrindellati, / con ancora piccoli altari e madonne / ma senza più fiori e lumini / e di fronte i tronchi di
castagno / che facevano da sedile sotto i gelsi / senza il loro brontolio quieto d’ombre: / tutto preso dentro o
lasciato fuori / da un appostarsi di case nuove / con le loro inferriate e le loro luci strane [25])
Siamo in Sanjut de stran, nel pieno dell’importante sezione scodraz (ultimi rimasti), e una casa in abbandono
si presenta come il morèr, antropizzata, con le sue «occhiate di paura» e le vesti “sbrindellate”. Spicca la
presenza concomitante dei due alberi finora protagonisti delle nostre pagine: tronchi di castagno
stazionano sotto i gelsi, che rivestono qui la funzione di segni viventi sotto i quali si faceva filò, come
accadeva nella prosa di Comisso col gelso di Fontane. Il morèr di Cecchinel è poi collocato di fronte a oggetti
del culto popolare, i «piccoli altari e le madonne» che quasi replicano la scena del Tràgol jért, col gelso che
«par gnent sotevoze» «al sgarneléa le so corone / sote ’l mur del tariol», con una virata funesta in Sanjut de
stran verso l’immobilità della scena, che invece nel Tràgol viveva ancora della pur precaria persistenza di un
rituale che svanisce. Segre parla infatti di «notazioni cupe» [26] per l’incipit di da le òlte in cao tant: ma la
paura che inizialmente è delle case vecchie, col passare «alle volte in capo a tanto» di vaghi spiriti della
gente di un tempo, diventa la paura delle case nuove, il cui arrivo e la cui natura difforme si potrebbe
riassumere con quattro versi dei Paesaggi inospiti di Giampiero Neri:
Gli anni cominciavano a volare.
Nel paesaggio che cambiava
le nuove costruzioni non assomigliavano alle vecchie,
concettualmente erano diverse. [27]
Ma vediamo il tremito, in da le òlte in cao tant, di queste «caśe sbaurośe» e “concettualmente diverse”:
Paolo
Steffan
[27] G. Neri, Paesaggi
inospiti, Milano,
Mondadori, 2009, p. 37.
[28] SdS, p. 86.
[29] Si veda in
particolare il
cortometraggio Pasolini
e... la forma della città
del 1974; in [Cultura
borghese - cultura
marxista - cultura
popolare] Pasolini scrive
il 15 febbraio 1974: «i
veri fascisti sono coloro
che detengono oggi il
potere e che hanno
fatto tanto male alla
società italiana, dalla
ricostruzione in poi, da
far impallidire il
ricordo del “tedesco
lurco e del fascista
abbietto” (Saba)»
(Descrizioni di
descrizioni, cit., p. 356).
[30] Cfr. nota
dell’autore in SdS,
p.159.
151
e ’l par che no le èpie pi paura
del so èser vode le caśe asade:
e le trema e le scròca
fa i senċ de ’n tenporal
o de ’n taramòt drio rivar
le lus e le inferiade
de le caśe sbaurośe
(e pare non abbiano più paura / del loro esser vuote le case lasciate: / e tremano e crocchiano / come i segni
di un temporale / o di un terremoto in arrivo / le luci e le inferriate / delle case spavalde [28])
Questo riscatto della casa vecchia riecheggia il «senso di ribelle speranza» del quale parlava Zanzotto.
Diversamente da queste estinzioni, da questi abbandoni che ci parlano o semplicemente ci guardano nella
tristezza delle nostre «inferriate», le aree cementate di recente costruzione sembrano giacenti in una ben più
densa palude di silenzio, che traligna dalla forma millenaria dei paesaggi nei quali queste case nuove sono
state sovrimpresse. Infatti in da le olte in cao tant, dove «le case vecchie lasciate / con porte e finestre e
ballatoi / pencolanti» sono messe in opposizione ai quartieri nuovi, con le loro case che si appostano («’n
postarse de caśe nove»), subito spicca proprio la ripresa del termine appostarsi, che ricorda gli
«appostamenti» dei morèr zanzottiani nel paesaggio e nel tempo della «silenzio/demenza», con un
linguaggio di carattere militare. Nei paesaggi di Cecchinel, dove si appostarono le brigate partigiane nella
loro lotta per la Resistenza, oggi i nuovi appostamenti si tingono di colore contrario, specie se assumiamo la
posizione pasoliniana che affiancava al fascismo l’imporsi di un neocapitalismo che annientava, già negli
anni Settanta, anche gli ultimi segni della civiltà rurale [29]: è sintomatico allora che la temperie culturale in
cui nacquero testi come drio ’ndar e da le olte in cao tant sia quasi la stessa, risalendo essi alla fine degli stessi
anni Settanta [30].
***
Ritorniamo a Zanzotto: egli ha speso parole memorabili per parlare degli abbandoni, per esempio nei versi
della parte 3 di Sì, deambulare - seppure, rispetto a Cecchinel, si debba riscontrare una dirompente ironia -,
quando entra in scena un casa vecchia che fu di «una famiglia poverissima, fame da / anni ’30»:
Paolo
Steffan
[31] A. Zanzotto,
Conglomerati, cit., pp.
35-36.
[32] Cfr. P. Steffan, Un
«giardino di crode
disperse», cit., figure
3.21, 3.22, 3.23, pp. 133135.
[33] A. Zanzotto,
Conglomerati, cit., p. 34.
3) Casa piccola e forse bella anzi sublime
CASA PERICOLANTE PROPRIETÀ PRIVATA, un antico
richiamo a “Vasco Rossi - sei un dio” - poi ovviamente
writing di writers, e poi VASCO ancora. Divertimenti
di tempi diversi disegnati tutti su lavagne divine
cadente, pericolante, in semirovina e quasi semovente
parzialmente latrina - Oh estraneo immortal sogno: sopra
di te si sporgono alberi stremati dai geli, e intrecciati
sul tetto, e sopra la canaletta [un intenso inno per essa ma dimesso, piccino piccino] che tratta
del fiumicello metteva in moto il fermissimo maglio.
[...]
Sicuro dei solari vezzi della canaletta, raggio ora io con la maestra
e la coppia informatrice e la gloriosa idea pura
di casità cadente, di quella casa cadenza pura imperitura. [31]
Questo edificio, situato nella pianura lambita dal fiume Soligo tra Pieve e Solighetto [32], è avvalorato, anche
come oggetto poetico, in quanto il suo abbandono lo fa assurgere a «idea pura / di casità cadente»,
rendendolo in tal modo “imperituro”: dunque una dimensione architettonica che, frammista ai ricordi di
umanità che l’abitarono e alla realtà contemporanea di nuovi abitatori, cioè gli «alberi stremati dai geli, e
intrecciati / sul tetto», mantiene una sua dignità e purezza, ben lontana dalle diverse sorti toccate agli edifici
di Cal Sega, sempre a Solighetto:
152
Ritorno per la Cal Sega, che muore là,
case rinfrescate col più allettante shocking dei colori
case indubbiamente, alcune, secentesche, con i cornicioni retti da pietre [33]
Questo “scioccante” bisticcio d’epoche, un Seicento colorato con le tinte del “rotolante” Duemila, è forse la
faccia più mite di qualcosa che nel nuovo millennio si impone in maniera più violentemente tragica, cioè i
xx
nuovi abbandoni, ritratti con forza nella sezione di Conglomerati intitolata Fu Marghera (?):
Paolo
Steffan
[34] Ibidem, p. 55.
153
Vuoto come di denti cavati
quadri e intarsi per nulla diversi
l’abbandono non è
né morte né liberazione
l’abbandono è crollo disarticolazione
è strappo di colori e di forme del nulla
che non si rivelò più creante
[...] in nero in cinerino
smascherate, virate, creative nell’essere
puri colmi di morte della stessa morte. [34]
Ritorna all’ultimo verso, come nella conclusione di Sì, deambulare, la purezza, ma qui sotto l’ombra di spinte
ben diverse: sono due idee opposte di abbandono, che convivono e si oppongono: un abbandono vitale da
un lato («gloriosa idea pura / di casità cadente»), un abbandono di segno opposto dall’altro («puri colmi di
morte»), frutto di un progresso irrimediabilmente miope: i rapporti fra questi due abbandoni zanzottiani
allora si avvicinano alla dissonanza che vige tra case abbandonate e nuovi “appostamenti” nella Vallata di
Revine Lago e nei versi di da le olte in cao tant, abbandoni che fatalmente divengono oramai orizzonte
dominante della poesia contemporanea di Nordest. Vale allora la pena segnalarne la larga presenza anche
in uno dei pochi significativi poeti veneti di generazione successiva a quella di Cecchinel, ovvero Fabio
Franzin, apprezzato per le raccolte imperniate sul tema bruciante della fabbrica sul principio del nuovo
secolo, vista come orizzonte di cassa integrazione, di disoccupazione e di crollo di un modello economico.
Franzin peraltro scrive nel dialetto di Motta di Livenza, inserendosi bene nel solco della florida stagione
dialettale veneta e nel nostro discorso. Nella raccolta Co’e man monche [Con le mani mozzate], ad esempio,
vediamo delineati gli abbandoni della zona industriale nella quale il poeta stesso lavorava e che qui
ritroviamo Co’e man in man [Con le mani in mano]:
Seràdha, ‘a fabrica, morta,
romài. ‘Dèss la ‘é par davéro
sol che ‘na scàtoea de cimento
vòdha de vita e de fadhìghe.
(Chiusa, la fabbrica, morta, / ormai. Ora è per davvero / solo una scatola di cemento / vuota di vita e di
xxxxx
fatiche [35])
Paolo
Steffan
Così si preannuncia il paesaggio desolato della zona industriale, privata della vita e rimasta sola col proprio
cemento. Ma è pochi versi dopo che le prospettive paesaggistiche assumono tratti “concettualmente” non
distanti da quelli delle nuove lottizzazioni nella Vallata:
E fa ‘na zhèrta inpressión,
‘dess, passàr davanti a chii
cancèi, verso sera, in te ‘ste
zornàdhe curte de dizhenbre:
àrea là, tuta stuàdha, senza
machine tel parchéjo, nianca
‘na bubéta de Nadhàl a bacàr;
e ‘l siénzhio po’, cussìta fiss
[35] F. Franzin, Co’e man
monche, Buccinasco
(Milano), Le Voci della
Luna, 2011, pp. 34-35.
[36] Ibidem, pp. 36-37.
[37] A. Zanzotto,
Conglomerati, cit., p. 9.
154
da far pì paura ‘ncora del caìvo.
(E fa una certa impressione, / ora, passare di fronte a quei / cancelli, all’imbrunire, in queste / giornate corte
di dicembre: // eccola là, tutta spenta, senza / auto nel parcheggio, neanche / una luminaria natalizia a
pulsare; / e il silenzio poi, così fitto // a impaurire ancor più della nebbia. [36])
Se i cancèi, come le inferiade di Cecchinel, confermano i caratteri architettonici delle enclosures del Veneto
contemporaneo, a sorprenderci è l’identità del sentimento che anche gli appostamenti cecchineliani
suscitavano: una paura che emana dal fitto di un siénzhio mai sentito prima, un silenzio e un buio che si
fanno spettrali come nella nuova area industriale di Ligonàs nella poesia di Zanzotto, tra il denso di «una
cosca sera / che tutto copre in pece di demenza», dentro quelli che si potrebbero già definire “paesaggi della
paura”:
Ora la morsa si serra
anche nella sua stessa maniacale
insicurezza di poter durare
senza il gran verbo delocalizzare. [37]
Paolo
Steffan
***
Per arrivare agli oscuri orizzonti delineati in questo paesaggio d’abbandoni, si era partiti dal gelso decrepito
di drio ’ndar per giungere poi ai nuovi spettrali paesaggi di villette e inferriate. Questa metamorfosi della
realtà del Nordest è riassumibile con due brevi liriche di Pasolini, anzi, uno stesso testo in due diverse
versioni, la cui diversità dipende dagli stessi cambiamenti dai quali sarebbero scaturiti i versi di Cecchinel e
di Zanzotto. Questo passaggio è quello dalla prima alla seconda forma del canzoniere friulano La meglio
gioventù, in cui leggiamo la poesia Ploja tai cunfìns (Pioggia sui confini), tre quartine contenute nella sezione
più antica della raccolta, Poesie a Casarsa (1941-43):
Il soreli scur di fun
sot li branchis dai moràrs
al ti brusa e sui confìns
tu i ti ciantis, sòul, i muàrs.
(Il sole scuro di fumo / sotto i rami del gelseto / ti brucia e sui confini / tu solo, canti i morti. [38])
[38] P. P. Pasolini, La
nuova gioventù. Poesie
friulane 1941-1974,
Torino, Einaudi, 1975, p.
9. Traduzione di
Pasolini.
[39] Ibidem, p. 169.
Il quadro paesaggistico è tipico della pianura casarsese, che ancora oggi è qua e là costellata di vecchi
gelseti, come del resto l’alta Trevigiana. Vediamo, a questo punto, come evolve la quartina nella nuova
temperie degli anni Settanta, quella della riscrittura nella Nuova gioventù, dove la breve poesia assume il
titolo di Ploja fòur di dut (Pioggia fuori di tutto):
Il soreli blanc e lustri
sora asfàlt e ciasis novis
al ti introna, e fòur di dut
no i ti às pì amòur pai muàrs.
155
(Il sole bianco e lustro / sopra asfalto e case nuove / ti rintrona, e tu, fuori di tutto / non hai più amore per i
morti. [39])
Il verso «sot li branchis dai moràrs» cambia in «sora asfàlt e ciasis novis»: eccola, con uno scatto a distanza
di un trentennio, la cesura epocale coi suoi devastanti effetti sull’ambiente: la Casarsa da cui sgorgava la
“aga fres-cia” della più pura poesia, in un paesaggio di gelsi, si muta in un’infernale scena di morte, dentro
la quale ogni vitalità degli anni giovanili viene asfaltata sotto l’avanzare delle “case nuove”. Il rilevamento
pasoliniano si articola su versi fondati su riscontri analoghi a quelli che Cecchinel negli stessi anni Settanta
x
Paolo
Steffan
cominciava a soffrire. La stessa idea di ritualità legata alla morte, il cantarne una memoria, si sfalda nella
Nuova gioventù, dove viene a “rintronarsi” lo stesso “amore per i morti”, con un accesso di disumanità
testimoniato da un fòur di dut che infrange i vecchi confìns del titolo delle Poesie a Casarsa: un “andare fuori”
dai confini, da tutto, che non è forse troppo lontano dall’essere la concausa dell’èser fòra [40] dei “deliri” di
Sanjut de stran.
[40] Si veda in
particolare si, saron fòra
in SdS, pp. 61-62.
156
Luciano Cecchinel
Alejandra Pizarnik
http://internopoesia.com/2015/07/08/alejandra-pizarnik/
Collage Edoardo Sanguineti
Da LABORINTUS
157
l.
composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis
riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo
immaginoso quasi conclusione di una estatica dialettica spirituale
-noi che riceviamo la qualità dai tempi
5 tu e tu mio spazioso corpo ,
di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell' idea del nuoto
sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso
lacuna lievitata in compagnia di una tenace tematica
composta terra delle distensioni dialogiche insistenze intemperanti
10 le condizioni esterne è evidente esistono realmente queste
[condizioni
esistevano prima di noi ed esisteranno dopo di noi qui è il
[dibattimento
liberazioni frequenza e forza e agitazione potenziata e altro
aliquotlineae desiderantur
dove dormi cuore ritagliato
5 e incollato e illustrato con documentazioni viscerali dove soprattutto
vedete igienicamente nell'acqua antifermentativa ma fissati adesso
quelli i nani extratemporali i nani insomma o Ellie
nell' aria inquinata
in un costante cratere anatomico ellittico
20 perché ulteriormente diremo che non possono crescere
tu sempre la mia natura e rasserenata tu canzone metodologica
periferica introspezione dell'introversione forza centrifuga delimitata
Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze
che possiamo roteare
25 e rivolgere e odorare e adorare nel tempo
desiderantur (essi)
analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche
ed erotici e sofisticati
desiderantur desiderantur
Collage Edoardo Sanguineti
158
Sergio Carlacchiani
interpreta
mi sono riadattato agli occhiali
di Edoardo Sanguineti
https://www.youtube.com/watch?v=6Xx_-GSgaEE
Anne Sexton
http://www.118libri.com/le-poesie-di-118libri-anne-sexton/
“Arcipelago itaca” blo-mag prima apparizione. Giovanni Commare su Gianfranco Ciabatti, Adriàn Bravi, Maria
Lenti, Nicola Romano e Norma Stramucci. Collage Dino Campana. Riproduzioni di opere di Giorgio Bertelli e
Lorenza Alba.
“Arcipelago itaca” blo-mag seconda apparizione. Danilo Mandolini su Attilio Zanichelli, Lucetta Frisa, Ivano
Mugnaini, Adelelmo Ruggieri e Luigi Socci. Collage Guido Gozzano. Riproduzioni di immagini di Michele Rogani
e di un’opera di Pietro Spica.
“Arcipelago itaca” blo-mag terza apparizione. Contributi da interventi di Maria Lenti e Gianfranco Lauretano su
Tolmino Baldassari, Danilo Mandolini su Renata Morresi, Maria Grazia Calandrone, Mauro Ferrari, Daniele
Garbuglia e Massimo Morasso. Inediti di Enzo Filosa. Collage Vladimir Majakovskij. Riproduzioni di opere di
Silvana Russo e Lucia Marcucci.
“Arcipelago itaca” blo-mag quarta apparizione. Un ricordo di Leonardo Mancino (con un testo inedito di Biagio
Balistreri), Danilo Mandolini su Anna Elisa De Gregorio, Gianni Caccia, Massimo Gezzi, Franca Mancinelli,
Liliana Ugolini. Inediti di Marina Pizzi. Collage Charles Baudelaire. Riproduzioni di opere di Enzo Esposito,
Giovanna Ugolini, Cosimo Budetta, Alfredo Malferrari e Giordano Perelli.
“Arcipelago itaca” blo-mag quinta apparizione. Un ricordo di Alfonso Gatto (con un saggio di Laura Pesola),
Rossella Maiore Tamponi (con note di Francesco Scaramozzino e Giorgio Linguaglossa), Linnio Accorroni (con
note di Danilo Mandolini e Adelelmo Ruggieri), Manuel Cohen (con una nota di Danilo Mandolini), Enrico De
Lea, Evelina De Signoribus, Stelvio Di Spigno ed Eva Taylor. Collage Cesare Pavese. Riproduzioni di immagini di
Sauro Marini e di un’opera di Adriano Spatola.
“Arcipelago itaca” blo-mag sesta apparizione. Un brano dal discorso di Eugenio Montale pronunciato in occasione
dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura del 1975, un ricordo di Ferruccio Benzoni (con un articolo di
Francesco Magnani, un’intervista all’autore a cura di Gabriele Zani e una poesia di Francesco Scarabicchi), Cristina
Babino (con una nota di Danilo Mandolini), Francesco Accattoli, Guglielmo Peralta e Lucilio Santoni. Inediti di
Narda Fattori. Collage Arthur Rimbaud. Riproduzioni di opere di Agostino Perrini e di Emilio Tadini. Commento
all’opera di Agostino Perrini a cura di Marco Frusca.
“Arcipelago itaca” blo-mag settima apparizione. Un ricordo di Giovanni Giudici (con brani da una nota
commemorativa di Goffredo Fofi), Alessandro Moscè (con una nota di Danilo Mandolini), Marco Ercolani, Fabio
Franzin, Mariangela Guàtteri e Annalisa Teodorani. Inedito di Giovanni Commare. Collage William Butler Yeats.
Riproduzioni di immagini di Mario Giacomelli.
“Arcipelago itaca” blo-mag ottava apparizione. Un ricordo di Claudia Ruggeri (con un saggio di Stelvio Di Spigno),
Alessandra Cava e Natalia Paci (con note di Danilo Mandolini), Patrizia Cavalli, Gian Maria Annovi, Luca Ariano
e Anna Ruotolo. Inediti di Mauro Barbetti e Renata Morresi. Collage Giuseppe Ungaretti. Riproduzioni di opere di
Luigi Bartolini.
“Arcipelago itaca” blo-mag nona apparizione. Un ricordo di Pier Paolo Pasolini (con una nota introduttiva di Danilo
Mandolini), Manuel Cohen, Anna Elisa De Gregorio, Francesco De Napoli (con note di Danilo Mandolini),
Gianni D’Elia, Marco Di Pasquale, Annamaria Ferramosca e Maria Grazia Maiorino. Inediti di Mariella De Santis
e Luigi Socci. Collage Giorgio Caproni. Riproduzioni di opere di Osvaldo Licini.
“Arcipelago itaca” blo-mag decima apparizione. Un ricordo di Remo Pagnanelli (con una nota introduttiva di
Danilo Mandolini), Elisabetta Maltese (con una nota di Mauro Barbetti), Maria Lenti, Nicola Romano (con note di
Danilo Mandolini), Elio Pagliarani, Francesco Scarabicchi (con un’intervista a cura di Danilo Mandolini),
Alessandra Carnaroli e Roberto Deidier. Inediti di Loretta Zoppi (con una nota di Danilo Mandolini). Collage
Guillaume Apollinaire. Riproduzioni di immagini fotografiche che testimoniano le lotte dei lavoratori e le proteste
contro il potere (sia questo economico/finanziario che non).
“Arcipelago itaca” blo-mag undicesima apparizione. Violata? Giudicate voi! Sull’ormai nota “statua della discordia”
di Ancona. Simonetta Giungi (con una nota introduttiva inedita di Maria Lenti), un saggio inedito di Guglielmo
Peralta su Cesare Pavese (con alcune poesie scelte), [ancora su] Leonardo Mancino (con un brano da un saggio ed
una lirica di Luisa Rossi), Mauro Barbetti (con una nota di Danilo Mandolini), Maurizio Landini (con un intervento
di Martina Daraio), Andrea Zanzotto, Damiano Abeni (con un brano da una nota di Massimo Gezzi), Andrea
Longega e Marco Srebernic (con una nota di Danilo Mandolini). Collage Charles Bukowsky. Riproduzioni di nove
immagini fotografiche che rappresentano altrettanti atti d’accusa contro la pena di morte.
“Arcipelago itaca” blo-mag dodicesima apparizione. Llanto por Ignacio Sánchez Mejías di Federico García Lorca.
Con l’introduzione di Giovanni Raboni, le traduzioni di Carlo Bo, Elio Vittorini, Giorgio Caproni, Leonardo
Sciascia e Oreste Macrì e con un recente articolo di Alessio Piras; Irene Paganucci (con una nota di Mauro Barbetti);
Alessandro Seri e Norma Stramucci (entrambi introdotti da Danilo Mandolini); Eugenio Montale (nella
presentazione di Dante Isella); Rachel Blau DuPlessis (con un brano dal saggio introduttivo di Renata Morresi a
Dieci bozze); Manuel Caprari (con una nota sempre di Renata Morresi); Alberto Toni. Collage Jorge Luis Borges.
Riproduzioni di undici immagini tratte dal volume fotografico Un secolo di guerre.
“Arcipelago itaca” blo-mag tredicesima apparizione. Ricordo di Maria Grazia Lenisa [con testo introduttivo inedito
(Un mondo di là da venire) di Danilo Mandolini. Scheda bio-bibliografica e scelta delle liriche a cura di Marzia Alunni.
Tre (più o meno) recenti contributi critici], carteggi tra Celan e Vittorio Sereni e tra quest’ultimo e Andrea Zanzotto
(nota introduttiva di Giovanna Cordibella), da Dopo Campoformio di Roberto Roversi, Adriàn N. Bravi, Lella De
Marchi e Lorenzo Mari. Collage Thomas Stern Eliot. Riproduzioni di dieci immagini di Marco Baldinelli.
“Arcipelago itaca” blo-mag quattordicesima apparizione. Vittorio Reta: testi da Visas (introduzione a cura di Danilo
Mandolini e un ampio estratto da Una rete per Reta di Luciano Nanni); Sebastiano Timpanaro legge Leopardi (brani
scelti da Giovanni Commare) [introduzione a cura di Danilo Mandolini e (Sebastiano Timpanaro) Il materialismo per la
lotta di classe di Giovanni Commare]; Amelia Rosselli (da Variazioni belliche); Maria Lenti: da Effetto giorno - scritti
diversi (1993-2012) (breve introduzione a cura di Danilo Mandolini e La parola scritta di Maria Lenti di Vitaliano
Angelini); Narda Fattori; Andrea Lanfranchi. Collage Iosif Aleksandrovič Brodskij. Riproduzioni di tredici
immagini di Danilo Mandolini.
“Arcipelago itaca” blo-mag quindidicesima apparizione. Fernanda Romagnoli: testi da Il tredicesimo invitato e altre
poesie ed estratti dall’Introduzione allo stesso volume e da La fortuna critica di Fernanda Romagnoli e gli inediti (entrambi
a cura di Donatella Bisutti); versi da La deriva di Luca Canali ed un brano dalla Nota introduttiva alla stessa opera (a
cura di Giacinto Spagnoletti); L’albero e la vacca di Adriàn Bravi (con L’evoluzione della narrativa di Adriàn Bravi oltre
il confine delle ossessioni di Danilo Mandolini); Parlando d’altro di Rodolfo Cernilogar (con Parlando d’altro si fa poesia
di Mauro Barbetti); Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato di Andrea Inglese (con La rappresentazione
del sentimento dell’attesa di Danilo Mandolini); Femminile plurale - Le donne scrivono le Marche (con brani da Una
regione al femminile plurale di Cristina Babino, Dalle Marche: una possibile “mappa” del sentire e del vedere peculiare delle
donne di Danilo Mandolini ed un estratto da Viaggi minimi con Luigi Di Ruscio di Luana Trapè); Suono del vento
primo di Enrico De Lea; antologie delle opere e della critica di e su Francesca Perlini (con «L’esistenza entra nella vita»
di Danilo Mandolini) e Marco Simonelli. Collage Marina Ivanovna Cvetaeva. Riproduzioni di quattordici
immagini fotografiche testimonianti lo stato di inarrestabile degrado ed inquinamento del pianeta (e relativi link di
articoli correlati). In copertina: immagine di Jan Smith.
“Arcipelago itaca” blo-mag sedicesima apparizione. Lo scorso 17 febbraio è formalmente nata Arcipelago itaca Edizioni.
Michail Jur’evič Lermontov: una presentazione di Danilo Mandolini, versi da Quaranta poesie ed un estratto dalle
Note ai testi (dal medesimo volume) entrambi a cura di Roberto Michilli. Da Lunga un anno di Francesco Accattoli,
Musa fitta nell’azzurro di Davide Argnani, La cordialità di Mariella De Santis, Quaderno millimetrato di Dorinda di
Prossimo e note di presentazione di Danilo Mandolini. Testi di Francesca Monnetti e Nota introduttiva di Mauro
Barbetti. Da TerraeMotus / [voci, traccia] di Fabio Orecchini e nota di commento dello stesso autore. Piccola
antologia dell’opera e della critica di e su: Alessio Alessandrini e Antonio Bux. Collage Anne Sexton. Riproduzioni
di ventisette immagini che rimandano soprattutto alle copertine di molte tra le più note riviste italiane di letteratura.
In copertina: “Solaria” e “Officina”.
“Arcipelago itaca” blo-mag diciassettesima apparizione. Anteprima Arcipelago itaca Edizioni: Sei nessuno anche tu?
- Emily Dickinson / Mario Giacomelli, versioni di Renata Morresi; Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per
la vita di Alessio Alessandrini - Versi da La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001; versi da Corpo di scena di
Gianfranco Palmery; Vetrina Arcipelago itaca Edizioni: Dire casa - Francesca Perlini; Jucci di Franco Buffoni - Nota
di lettura di Danilo Mandolini; Da Abitiamo il corpo del vento (inediti) di Leandro Di Donato; Testi (inediti) di
Nicola Romano; Antologia dell’opera e della critica di e su Giovanni Commare e Maurizio Landini; Collage
Maurice Maeterlinck. Riproduzioni di quattordici immagini, raccolte sotto il titolo di CIAO BELLE!, celebrano il
contributo dato dalle donne alla liberazione dell’Italia dal gioco nazi-fascista. In copertina: Combattenti curde.
“Arcipelago itaca” blo-mag diciottesima apparizione. Dino Campana. Da Canti Orfici e da Il più lungo giorno.
Parallelo tra la versione data alle stampe e il manoscritto ritrovato. Un brano da Dell’irrefrenabile notte di Carlo Bo;
Heberto Padilla. Da Fuera del juego e da altri tre lavori mai tradotti in Italia. Versioni di Gordiano Lupi. Un brano da
Fuori dal gioco e il caso Padilla di Gordiano Lupi; da Firmum di Luigi Di Ruscio; Anteprina Arcipelago itaca
Edizioni: da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene, con tre immagini di Orlando
Myxx e Storia come allegoria di Giovanna Frene; da Abracadabra di Nicola Ponzio, con 3 tavole dell’autore e un
brano dalla Postfazione di Renata Morresi; dalle opere premiate in occasione della 1° edizione del Premio
nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”: Lucilla Niccolini - Vladimir D’Amora - Barbara Pumhösel - Pier
Franco Uliana - Cristina Babino - Paolo Steffan. Collage Edoardo Sanguineti. Riproduzioni di tredici immagini che
ritraggono quattordici poeti in pose originali. In copertina: TEMPUS EDAX RERUM di Danilo Mandolini.
Vittorio Reta e Patrizia Vicinelli
http://annamariaortese.iobloggo.com/cat/patrizia-vicinelli/310021
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
Costantino Kavafis, Itaca
Per ricevere, a ½ e-mail, le apparizioni (incluse quelle arretrate) di “Arcipelago itaca” blo-mag,
inoltrare relativa richiesta a [email protected].
La piccola immagine
in basso a destra
nella seconda di copertina
e in alto a sinistra
nella terza di copertina
raffigura
la sagoma dell’isola di Itaca.
Campana
Babino
Lupi
Sanguineti
Uliana
Steffan
D’Amora
Padilla
Di Ruscio
Niccolini
Frene
Myxx
Bo
Morresi
Ponzio
Pumhösel
letterature, visioni ed altri percorsi
ideatore e curatore: Danilo Mandolini
Arcipelago itaca Edizioni
di Danilo Mandolini
Via Mons. Domenico Brizi, 4 60027 Osimo (AN).
www.arcipelagoitaca.it
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Diapositiva 1 - Arcipelago itaca