CULTURANDO
Italiani sbagliati
di Silvio Forza
Dopo un’anteprima allestita dal Dipartimento di italianistica dell’Università di Zagabria, pochi giorni fa, al Film Festival
di Trieste, è stato presentato il documentario “Italiani sbagliati
- Storia e storie dei rimasti” realizzato dal giovane regista triestino Diego Cenetiempo e prodotto dalla “Pilgrim Film” e dal
“Il Ramo d’Oro Editore”.
Questo lavoro viene ad affiancare quei (ancora pochissimi)
documentari e reportages i cui autori hanno creduto che anche a proposito della nostra bella cara piccola e così insignificante Istria – e in particolar modo degli Italiani dell’Istria – si
poteva mostrare e raccontare qualcosa di interessante. Così,
dopo “Istria, cinquant’anni di solitudine” di Anna Maria Mori,
“Istriani” (reportage per “Frontiere” della Rai) realizzato da
Stefano Tommasini con la collaborazione di Fulvio Molinari
e pochi altri servizi giornalistici d’occasione, ecco dunque che
qualcuno dall’Italia torna a regalarci la propria attenzione. E lo
fa compiendo qualche significativo passo avanti: se Anna Maria
Mori, dopo cinquant’anni di solitudine (una solitudine, da leg-
DEL POPOLO
Grande, moderno, innovativo
P
er Zagabria, ma più generale per l’arte croata, il
2009 si è chiuso con un
evento importante. Presenti il premier Jadranka Kosor, il ministo
alla cultura Božo Biškupić e il sindaco di Zagabria Milan Bandić, è
stato inaugurato il Museo d’Arte
Contemporanea (Muzej Suvremene umjetnosti – MSU). I lavori di
costruzione del nuovo edificio che
si trova nel rione di Novi Zagreb,
in via Avenija Dubrovnik, erano
iniziati nel 2003 e avevano subito
una serie di interruzioni che avevano fatto parlare anche dell’ennesimo caso di un cantiere (come
quello del vicino Ospedale universitario) destinato a rimanere
aperto in eterno.
L’intero complesso, realizzato su progetto dell’architetto Igor
Franić, vanta una superficie totale
di quasi 15 mila metri quadrati di
cui oltre tremila sono dedicati ad
allestimenti permanenti, 1500 a
mostre temporanee, 700 a esposizioni sul tetto e 500 alla sala multimediale. Sono numeri che pongono l’istituzione culturale zagabrese in cima alla vetta dei musei
croati, sia in quanto a dimensioni
che a spazi destinati ad una diversa promozione dell’arte e dal
coinvolgimento del pubblico. Infatti il pianoterra è completamente destinato ad una vasta gamma
di servizi per i visitatori e comprende: spazi per laboratori d’arte, una biblioteca con sala lettura,
un piccolo spazio espositivo, una
sala multimediale, negozi e ristoranti. Gli spazi espositivi veri e
propri sono disposti poi su tre piani. La collezione del Museo d’Arte Contemporanea di oggi conta
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Zagabria, ecco il nuovo
Museo d’arte contemporanea
circa 12mila opere di autori locali e stranieri. Raccolti a
partire dal 1950, i lavori sono divisi nelle seguenti collezioni: raccolta di disegni, stampe, manifesti e opere su carta; collezione di
film e video; raccolta di fotografie; collezione d’arte mediatica;
collezione di sculture e di pittura. Caratteristico di questo museo
è un grande scivolo che dai piani
superiori, con un percorso esterno
raggiunge l’ingresso, ma specialmente il disinibito e innovativo ricorso (almeno per la nostra area)
a megavideo e pannelli luminosi
– che diventano parte integrante
ed “elemento architettonico” delle facciate – per i messaggi promozionali e gli avvisi al pubblico.
Il museo è guidato dalla direttrice
Snježana Pintarić.
Gianfranco Miksa
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6 • Venerdì, 29 gennaio
gere come oblio, ben calzante anche con il percorso biografico
della giornalista e scrittrice romana nativa di Pola), “riscopriva”
L’ISTRIA, se Tommasini (uno dei redattori di Ballarò di Rai
Tre e che con l’Istria non aveva alcun legame privato) sintetizzava la nostra diveristà e la nostra complessità nel concetto di
ISTRIANI, Diego Cenetiempo si spinge oltre: non bada al politically correct cui piace tanto l’Istrianità e rischia la faccia (specie se ha amici a sinistra) puntando sull’anacronistico “carattere
nazionale” e ci definisce per ciò che siamo: ITALIANI. Può farlo, nonostante le critiche di maniera che gli potranno giungere
da chi è convinto che integrazione debba per forza di cose dire
assimilazione, perché ha capito che l’italianità trovata in Istria
non è quella nazionalista dell’identità intesa quale punto d’arrivo (quella alla Nazario Sauro, per intenderci, che – sbagliando – amava la gerarchia prima italiano, poi soldato e solo dopo
uomo), ma è bensì un’italianità che potremmo definire esistenziale (di lingua innanzitutto), che si colloca come punto d’avvio dal quale ognuno può incamminarsi dove vuole: a destra, a
sinistra, sulla luna.
Diego Cenetiempo, intervistando i suoi interlocutori (quasi
tutti letterati della CNI), ha capito che la nostra italianità (elaborata a livello simbolico dalla nostra letteratura della memoria) è uno degli strumenti di legittimazione della nostra presenza (troppo spesso contestata) proprio qui e proprio (anc)ora. Ha
capito che il nostro non è un aggrapparsi identitario rivolto contro gli altri, ma che è invece funzionale al salvataggio di noi
stessi e di una cultura centenaria che ci ha preceduto. Il guaio è
che praticamente nessuno sembra essere intenzionato a valorizzare questa secolare presenza culturale: ed è da qui che scaturisce l’errore, lo sbaglio. Noi, italiani dell’Istria e di Fiume, ci
occupiamo di cose sbagliate, abitiamo luoghi che l’Italia guarda
(quando lo fa) in modo svogliato e che percepiscono come “sbagliati”. Siamo dunque, come notava lucidamente Pier Antonio
Quarantotti Gambini degli Italiani sbagliati. La consolazione è
che, dopo aver visto l’ottimo lavoro di Diego Cenetiempo, si
può azzardare dicendo che sbagliati sono probabilmente quelli
che con il loro disinteresse continuano a considerarci sbagliati.
2 cultura
Venerdì, 29 gennaio 2010
APPUNTAMENTI Il Dipartimento di Pola dedica una serata al poeta rovignese
Salvi, versi sul male di vivere
di Arletta Fonio Grubiša
U
na serata letteraria con
Alessandro Salvi. L’iniziativa di organizzare
quello che poi si è rivelato un
autentico happening culturale
(il 12 gennaio scorso) è stata
tutta del Dipartimento di italianistica di Pola, che abbandonate
per un attimo le aule come luoghi di lezione, si è fatto salotto
per incontri con l’autore. Da qui
l’idea di cercare di divenire punto di riferimento e di promozione dell’opera letteraria che reca
le firme di scrittori della Comunità nazionale degli Italiani dell’Istro-quarnerino.
L’incontro con Salvi, potrebbe essere stato il primo approccio ben riuscito di una prossima
serie, sempre che ci sia energia
sufficiente a supportare la volontà e la capacità già presenti.
La buona formula scelta doveva essere questa: un pubblico
di studenti e un rappresentante
dell’ultima generazione. Non
per niente le docenti presentatrici, Elis Deghenghi Olujić e
Nelida Milani Kruljac, hanno
collocato l’ospite prescelto in
compagnia di Mauro Sambi,
Sandro Cergna, Tamara Trošt,
Marianna Jelicich, tutti autori
di ultima generazione: e non per
niente hanno parlato di passione e spleen giovanile immerso
a ragionare sulla gravità della
condizione umana. Raccontata in versi, la storia in cui lo
studente potrebbe riconoscersi
dovrebbe essere quella di chi
si affaccia alla vita e ne valuta ancora le non facili modalità
d’ingresso mentre, nel contempo, il bello del racconto lirico è
il gioco del linguaggio offerto
che, come suggerito, si presterebbe benissimo alla stesura di
una tesa di laurea sulle espressioni figurate.
Le analisi e le inquadrature della lirica di Salvi fornite
al pubblico dalle due docenti si
sono rivelate delle vere e proprie “istruzioni per l’uso”, ovvero guide alla lettura. Nelida
Milani che ha individuato i temi
della sua poetica: il male di vivere, l’inautenticità della vita,
il disagio esistenziale, la disarmonia con la realtà circostante,
l’inappagamento, la rassegnazione disperata, l’insoddisfazione, l’aspirazione a ideali negati, la negatività del mondo. C’è
pure il tema dell’amore – sempre però relativizzato - (liquore
andato a male), sentimento che
può lenire, che può curare per
un istante la disperazione, ma
non può diventare vincolo mentre la donna ideale è puro sogno.
Argomento principe di questa
poesia? La condizione dell’individuo, si diceva, per dei versi
avvolti nello spleen baudelairiano. “Ho trovato molto spleen –
ha detto la Milani - nella poesia
di Ale. Attenzione! A differenza del Tedium vitae di Leopardi, non produce riflessione sulla
condizione umana ma svela gli
effetti opprimenti della condizione umana. Il poeta si sente
estraneo ad un mondo che lo rifiuta e, conscio della propria incapacità di trasformarlo, assiste
impotente al tramonto di ogni
speranza e questa disperazione diventa tragico emblema di
tutto il suo essere. Ma, dice Salvi: ‘Nulla di cui preoccuparsi,/
credetemi…/se non del nulla/che
ci attanaglia’”.
Lo spleen di Salvi, stando alla
Milani, nasce da un gioco di antinomie, di antitesi. Il poeta si sente
al contempo benedetto e maledetto: benedetto, perché capace di cogliere significati superiori; maledetto, perché, nonostante l’anelito
ad elevarsi, rimane pur sempre un
uomo, facile preda dello spleen,
cioè della noia, della tristezza, della deriva. Questa contraddizione è
una costante di detta produzione
letteraria.
Solitudine e dolore
Il concetto del dolore e della solitudine, così caro ai grandi
romantici, spunta quando meno
te lo aspetti. “Ma - citando Mallarmè – questo dolore dopotutto non è male, / a quanto pare mi
fa crescere e conoscere.// che tutte
le strade conducono alla serenità /
passano attraverso il viale del dolore / e che non esiste gioia senza
sacrificio.// Ho scelto il mio deserto e non sono più solo./ Ho trovato
me stesso / quale mia unica dimora.” E poi, come individuato, c’è il
riferimento frequente alla birra, al
vino, all’assenzio, all’”assurda arsura della gola” che a Nelida Milani ha fatto ricordare l’Enivrement
di Baudelaire… “Bisogna essere
sempre ubriachi . Per non sentire
l’orribile fardello del Tempo che
rompe le vostre spalle e vi inclina verso terra…”. Ma, ha detto
la Milani, Salvi ama più la poesia
che la birra. Inebriamento dunque,
non ubriachezza.
Sul piano del significante Nelida Milani ha descritto il linguaggio di Salvi con l’espressione
“macchinazione linguistica”. La
poesia di Salvi – ha detto – presenta grosse potenzialità ludiche
e trasgressive. Ale è “un giocoliere della parola” - (“la parola. Questa è la mia arma d’ordinanza, non
una qualsiasi pistola”) – capace
di procedere per “accumulazioni,
contrapposizioni, assonanze, con-
Un momento della presentazione a Pola
sonanze, rime interne, similitudini, metafore, sinestesie, analogie,
allitterazioni, immagini fulminee
sliricizzate di crudo realismo, simboli, estrose trovate, accostamenti fonici, bisticci, giochi di parole secondo un armamentario retorico che l’autore padroneggia
con la volontà ed il coraggio della sperimentazione. Tantissima la
paronomasia, cioè l’accostamento di parole che presentano una
somiglianza fonica, o semantica,
e a volte anche una parentela etimologica. Siamo al Luna Park. È
una continua giocoleria, un’ininterrotta acrobazia. Siamo in pieno
ludus. Evviva il divertissement. È
un gioco che viene utilizzato per
dare corpo alle emozioni. Verrebbe da concludere che “qui si ride”.
Ma non è così. Attenzione: ludico non vuol dire comico. E non
è nemmeno l’art pour l’art, non
è il gioco per il gioco, non è la
sperimentazione fine a se stessa.
Il gioco delle rime assume quasi
sempre un tono ironico, autoironico, amaro, disperato e a volte rabbioso. Emergono cose molto serie,
Emerge quello che si usa chiamare
il senso della vita. E non è un gran
divertimento.”
La “situazione
della finestra”
La “situazione della finestra”
è un luogo simbolico della poesia contemporanea. “Cosa fai alla
finestra – si chiede sempre la docente - quando ti appoggi al balcone? Guardi il mondo che sta
fuori, che passa dabbasso. In ambito italiano probabilmente è stato
Umberto Saba il poeta che più di
ogni altro ha impiegato “la situazione della finestra” come simbolo di una relazione contraddittoria
e sofferta del mondo. Nemmeno la
poesia di Salvi si è potuta sottrarre a questa suggestione. La finestra
unisce la chiusura e l’apertura, la
prigionia e il volo, la clausura in
una stanza e l’espansione fuori, il
fango di qua dentro e l’orizzonte
lontano e glorioso. In una parola:
l’infinito nel circoscritto. Parecchie sono le poesie di Salvi che
Meglio così
“Si potrebbe scrivere una
tesina o una tesi – parole di
Nelida Milani – sull’armamentario retorico di Salvi, sul
suo modo particolare di usare
la lingua ai fini della creatività e dell’originalità. Per farvi
venire la voglia, basta leggere il componimento “Meglio così”, dall’ultima silloge
“Vietato fotografare il crepuscolo”: per capire le modalità
del procedere di Salvi : è una
resa immediata di emozioni
che si raggiunge con due soli
lessemi”.
meglio osceno che scemo
meglio illeso che offeso
meglio stolto che morto
meglio ghiotto che cotto
meglio sopra che sotto
meglio tutto che niente
meglio lento che spento
meglio in vena che invano
meglio tosto che arrosto
meglio affatto che fatto
meglio ora che allora
meglio insieme che solo
meglio adesso che fesso
meglio pochi che in tanti
meglio folle che in folle
meglio crudo che guasto
meglio troppo che vuoto
meglio prima che dopo
meglio scalzo che falso
meglio aduso che fuso
meglio zitto che zoppo
meglio in gamba che ingombro
meglio agiato che ingrato
meglio in erba che secco
meglio roso che arreso
meglio polpa che scorza
meglio in forma che informe
meglio pazzo che a pezzi
meglio affetto che a fette
meglio acerbo che marcio
meglio a stento che estinto
meglio avanti che indietro
meglio questo che quello.
Elis Deghenghi Olujić e Nelida Milani hanno recensito l’opera del giovane poeta
cultura 3
Venerdì, 29 gennaio 2010
contribuiscono a caratterizzarlo
come poeta dello sguardo, poeta
che guarda stando alla finestra.”
Qui si considera espresso il desiderio di istituire un rapporto con
la vita e con il mondo che si vorrebbe fosse più cordiale, più intenso:”Se no, chiudi la finestra e non
vedi niente”. Invece Alessandro
guarda, e questo guardare – nota la
Milani – io l’ho interpretato come
voglia di conoscere, come desiderio di capire ciò che sta là fuori, come desiderio di partecipare.
Perché el mondo xe sempre metà
de vender e metà de comprar”. Si
specifica quindi che risulta sviluppato avidamente il desiderio di oltrepassare il limite della finestra
per “vedere”, conoscere, capire,
che vi è sviluppato un ritmo alterno di prudente partecipazione e di
immediata ritirata, di adesione e di
immediata fuga nel rifugio. Il poeta attacca e si ritira in una sofferta
instabilità oscillando tra partecipazione e fuga (“io mi ribello sì ma
poi mi spiace/ ché non ho pace né
una direzione/ né un perché o una
ragione o una preghiera/ come un
biglietto non obliterato/ giaccio irrisolto nel mio letto sfatto.”)
“Con altri rappresentanti dell’ultima generazione, Alessandro
Salvi è un’ulteriore conferma di un
dato ormai ampliamente acclarato,
ha esordito Elis Deghenghi Olujić:
la poesia è stata, e continua ad essere, un grande e significativo capitolo della letteratura istro-quarnerina. E quando tra breve verrà
pubblicata la storia di questa letteratura, frutto di un ampio ed impegnativo lavoro collettaneo che
presenta il risultato dell’analisi di
oltre un sessantennio dell’attività
poetica, narrativa e pubblicistica
degli italiani di Croazia e Slovenia, si avrà la conferma di questa
affermazione.” Stando alla docen-
te, intanto, una prima lettura della silloge di Salvi, “Piovono formiche carnivore”, aiuterebbe già
ad “avvalorare una verità antica”,
quella cioè che considera la poesia
“nata nel momento in cui la specie
umana ha preso la parola e ha osato dire una qualche verità, ha osato esprimere anche la rabbia, che
fa parte anch’essa, con l’aggressività, della specie cui apparteniamo”. Una rabbia a lungo repressa,
quella di Salvi, che esplode fin dal
Preludio, nel quale si annuncia
quella lacerazione e quella disarmonia che connotano gran parte
delle liriche che costituiscono la
silloge, e nel quale l’autore si rivolge ad un ipotetico lettore, per
comunicargli senza mezze misure
che lo scopo del lavoro è “abbattere l’inespugnabile/muraglia della tua meraviglia/ per mezzo dell’artiglieria pe(n)sante/ delle mie
parole:/voglio istigarti a pensare”.
Siamo al cospetto di un lamento
ed un’irrequietudine in gran parte
generati dall’insofferenza di Salvi,
transfuga solitario, nei confronti di
un mondo reietto, desolato, in cui
egli si sente “Grigio ed immobile
come un sacco di cemento/dentro
una carriola arrugginita” e nel
quale è venuta meno ormai anche
l’estrema fiducia, la fiducia nella poesia, diventata anch’essa “in
fin dei conti/poco più di una sega
mentale” (Quando niente ha senso). L’opinione che qui vi scaturisce è che “la percezione che Salvi
ha del mondo è tragica, ed il tragico in un poeta conduce necessariamente alla lirica. Salvi, non c’è
dubbio, è un poeta lirico, oserei
dire – così la Deghenghi Olujić –
dichiaratamente lirico, senza avere, però, i tanti diffusi vizi di chi
lirico vuole essere a tutti i costi.
Strano ma vero: Salvi è un lirico,
ma con il vantaggio di essere dife-
so da lirismi troppo gratuiti, anche
se resta il compito di liberarsi da
facili soggettivismi, dal maledettismo giovanile e dall’eccessiva ed
ossessiva concentrazione in un’interiorità che racconta una sorta di
disfacimento, che non toglie i piedi dal fango.
“Salvi”, ha proseguito la docente, “vive della chiara e diamantina nudità di certe espressioni, di una scrittura quasi violenta. Non priva di forza per
vivere della sua prepotenza, la
lingua di Salvi è normale, a tratti alta a tratti antiletteraria, antipoetica, tendente al basso, ma
normale. C’è una terribile oggettività in ciò che ci viene raccontato, ovvero nella voce omologante che stringe la propria vita
come un pugno e la sbriciola. La
durezza della lingua, in qualche
modo petrosa, lo scatto duro della frase e del verso, la scansione
senza pietà, come senza pietà è la
vita che si descrive, restituiscono
un flumen intensissimo e ribollente, danno voce ai risentimenti
del giovane poeta, esprimono la
protesta per un’offesa forse ricevuta in pieno petto e per questo
irrisarcibile. Passione polemica,
fino al limite di un’aperta autoironia, anche un po’ corrosiva, innestata su una franca volontà di
rappresentazione autobiografica,
di sincerità confessionale.”
Alessandro Salvi è nato nel 1976 a Pola, ma risiede da sempre a Rovigno dove ha terminato la scuola
elementare e la Scuola Media Superiore Italiana. Sin da giovanissimo si è dato alla scrittura di versi, pubblicati tra l’altro nella rivista letteraria “La Battana” e in altre pubblicazioni quali “Farapoesia”, “Niederngasse”, “Tuttolibri”, “The Muse Apprentice Guild”. Altre sue poesie sono incluse nell’antologia “La ricognizione del dolore” (2007) curata da Pietro Pancamo e che nel titolo riprende allusivamente il romanzo
incompiuto di Carlo Emilio Gadda “La cognizione del dolore”. A Salvi è andato anche il primo premio per
la Poesia al Concorso “Istria Nobilissima” del 2008. Finora ha pubblicato: “Piovono formiche carnivore e
altre inezie” (editore “Aletti” di Villalba di Guidonia, Roma), e “Ladro di tamerici” (nell’antologia di “Istria
Nobilissima”). La raccolta “Vietato fotografare il crepuscolo” è ancora inedita.
Un prezioso patrimonio locale valorizzato, preservato e catalogato
Ondina Lusa sul dialetto e sulle tradizioni di Pirano
Ondina Benedetti Lusa (1941)
opera nel settore educativo, alle
funzioni della Comunità “Giuseppe Tartini” di Pirano, attende
al suo organo «Il Trillo», dal 1976
alla responsabilità redazionale
delle esclusive pubblicazioni del
periodico «Lasa Pur Dir», avviate insieme al mensile. Vi spiccano
le qualificate verificazioni di onomastica dei cognomi estesamente
addotte in tre tomi da Marino Bonifacio e quelle araldiche di Rino
Cigui, altresì il grazioso compendio miscellaneo sul Mar de Piran
del dicembre 2006, informato
profusamente in validi dettagliati approfondimenti degli autori
sui toponimi dei pescatori (Vinko
Oblak), la loro attività (Elio
Musizza, Marino Vocci, Nadja
Terčon), la biodiversità (Lovrenc
Lipej e Martina Orlando Bonaca),
la maricoltura (Sara Del Giusto),
l’antico utilizzo agricolo delle
alghe (Amalia Petronio), spunti
storiografici (Almerigo Apollonio), il lessico marittimo dialettale (Rino Tagliapietra, revisione di
Marino Bonifacio), gli annosi soprannomi popolari dei pescatori e
pescivendoli (Sergio Perentin), un
resoconto personale in vernacolo
sulla cattura di esche (di Giuseppe Bepi Zudič, riportato da Nives
Zudič Antonič), un inno di Dino
Vatta musicato dal Maestro Luigi Bevilacqua, una poesia di Luisella Ravalico, proverbi inveterati (Ondina Lusa e Marino Bonifacio), il prelevamento marittimo di
sabbia da costruzione con la tipica brazzera, estratto dagli appunti
di Mario Tellùri conservati e trascritti dalla redattrice (rielaborati
dal Bonifacio, con l’aggiunta di
alcuni schizzi di suo padre Giorgio a completamento di quelli di
Tellùri), gli svariati trasporti del
modesto veliero (Flavio Bonin),
un fine ricettario tradizionale delle provinciali pietanze di mare,
apportato dalla Lusa.
Gli esiti dei sistematici studi
personali sul dialetto e alquante espressioni del folclore piranese, condotti dal 1968 fino all’edizione nel 2004, vengono ordinati nelle Perle del nostro dialetto, opera singolare e unica del
suo genere, di proficuità e pregio rari, riferimento insostituibile, per certi aspetti esemplare, a
ulteriori ispezioni. Ne emerge il
Dissionariéto/Dizionariétto, strumento capitale alla conservazione di un idioma quasi del tutto
estinto nella sua forma autentica, cui resta una fonte anche per
poeti e creativi, certamente attendibile per l’obiettivo rigore metodologico e l’intensa perizia della
compilazione, ottenuta quasi integralmente dalla Lusa, con le sole
eccezioni della segnatura fonetica
e il lessico ornitologico, procurati
da Marino Bonifacio. Sono inserite appropriate schede a supplemento dei settori terminologici
sulla fauna marina, alberi, frutta,
fichi, tipi d’uva, uccelli, fiori, mestieri, malattie, epiteti, cibi, verdure dell’orto, e sui verbi ausiliari. Nel denso valente articolo introduttivo del coadiutore, le precise illustrazioni sulle indicazioni
grafiche nel dizionarietto vengono alfine fornite in quasi quattro
pagine, in poscritto a un competente dibattimento dello stato degli studi sul piranese e questioni
collegate; richiamati in merito gli
apporti scientifici o informativi di
Antonio Ive, Domenico Contento
maestro, Nicolò Linder, Enrico
Rosamani, Maria Punter, Pierotto Parenzan, Orazio de Colombani, Bruno Giraldi, Manlio Cortelazzo, Mitja Skubic, Lauro Decarli, Giuseppe Brancale, Ondina
Lusa, Annamaria Muiesan Gaspari, Mario Doria, Francesco Semi,
Sergio degli Ivanissevich, Giulio
Manzini, Giovanni Rapelli, Pavle Merkù, Luciano Rocchi, Mario
Marzari, Giacomo Ruzzier, Lucio Benedetti, Just Cavalli, Darja
Mihelič, Franco Crevatin, Antonio Spadaro, Maria Coluzzi ved.
Radivo, Caterina Ravalico ved.
Bonifacio, Giorgio Bonifacio,
Giorgio Maraspin, Adelina Ravalico, Irma Fonda, Luigi Parenzan,
Domenico Contento pescatore,
Giorgio Bartole, Bruno Maraspin,
Domenico Corsi, Mario Castro,
Norina Zamarin, Claudio Pericin,
Rino Tagliapietra. Decisamente rilevante la constatazione dell’influsso negativo del triestino
sui veneti istriani, segnalabile la
polemica sull’indisponibilità degli specialisti del Veneto e nazionali ad analizzare i dialetti italiani considerandone attentamente il
vocalismo e la cadenza, ad esprimersi sul netto divario tra piranese e triestino e sulle menomazioni
al fonetismo dei vernacoli regionali e le relative pubblicazioni,
alla quale non vengono risparmiati neppure membri dell’establishment culturale istriano.
La catalogazione è in là applicata ai contesti socio-linguistici e
culturali di alcuni aspetti della trascorsa vita locale, abbracciando
le aree del folclore, le tradizioni
popolari e l’onomastica. Sono riportati accuratamente numerosi
nomignoli con i rispettivi nomi
di battesimo ai quali venivano comunemente associati, un conteggio dei cognomi e delle famiglie
in Pirano e dintorni nel 1945, un
preciso elenco di soprannomi in
uso nel Piranese con la spiegazione dell’origine, cantilene, filastrocche, scioglilingua, fiabe, tiritere, indovinelli, le conte e i giochi dei fanciulli, proverbi, modi
di dire, superstizioni, tre ricette di
dolci. I testi teatrali in vernacolo,
adesso riprodotti dopo essere stati
parzialmente rielaborati in conformità alle esigenze dell’allestimento scenico, sono stati premiati a
più riprese da “Istria Nobilissima”
e hanno impegnato l’autrice nei
compiti della regia. Esenti da populismo e ricerca del facile effetto,
queste raffinate commedie muovono da un rapporto simpatetico
con gli spettatori, trattandoli come
ospiti di riguardo tramite il richiamo ai sentimenti, alle logiche, al
pragmatismo e alle emozioni della
quotidianità, cagionando un’ironia leale, mai invadente.
Luciano Dobrilovich
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cultura
Venerdì, 29 gennaio 2010
Venerdì, 29 gennaio 2010
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MOSTRE L’esposizione di Gorizia comprende molte testimonianze sugli anni dannunziani nel capoluogo quarnerino
Il futurismo di frontiera: Fiume compresa
di Francesco Cenetiempo e Gabriella Musetti
È
in questi giorni in programmazione nel capoluogo isontino la mostra
“Gorizia: Futurismi di frontiera”, allestita in due sedi: la sala
espositiva della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia e i saloni del Castello di Gorizia (Sala
degli Stati Provinciali e Sala del
Conte). Nella sala della Fondazione Carigo è presente la prima
sezione della mostra, aperta fino
al 28 febbraio, dedicata alla figura di Filippo Tommaso Marinetti,
fondatore del Futurismo e ai suoi
rapporti con l’avanguardia giuliana e internazionale.
Tutto di Marinetti
Di Marinetti, scrittore, intellettuale e organizzatore culturale,
famoso e stimato nell’area delle
avanguardie di tutto il mondo, si
offre una ricca e varia documentazione, con materiali notevoli per
originalità e completezza: lettere
in varie lingue, manoscritti autografi, cartoline di grande bellezza e
rarità, bozze con correzioni e note
autografe, riviste, libri in ricercate
edizioni italiane, francesi, russe,
tedesche, inglesi, ceche, giapponesi e di molti paesi di lingua spagnola, fotografie, manifesti e dipinti di
alcuni grandi artisti che rappresentano Marinetti e inoltre i dipinti di
alcuni tra i più significativi autori
del cosiddetto primo Futurismo,
precedente la prima guerra mondiale (Boccioni, Severini, Russolo,
Carrà, Balla, Soffici, Depero).
“Interventista
e giuliano”
La mostra, ideata e realizzata
al confine orientale d’Italia, vuole documentare un aspetto fondamentale del Futurismo, a volte non
messo in giusta evidenza nelle rassegne allestite in Italia e all’estero:
la grande battaglia interventista dei
futuristi che vide in Trieste, “rossa polveriera d’Italia”, un punto nodale. Trieste e Gorizia furono importanti punti di riferimento
di questo fenomeno culturale che
ebbe, unico tra i grandi movimenti
culturali italiani, una vera e grande influenza e dimensione internazionale. L’esposizione vuole documentare i rapporti di Marinetti con
il mondo culturale giuliano, interrotti
dalla guerra mondiale, che ripresero,
a Gorizia e a Trieste, nel 1919, quando l’intellettuale Sofronio Pocarini,
dichiarò la propria adesione al Futurismo e al Partito Futurista nel n.
15 - 16 di «Roma Futurista», codiretto dal goriziano Enrico Rocca, e
pubblicò su «La Voce dell’Isonzo»,
l’11 ottobre 1919, il “Manifesto di
fondazione del Movimento Futurista
per la Venezia Giulia”. Viene anche
documentata l’avventura fiumana di
D’Annunzio e le esperienze di ogni
genere che si consumarono nella città
quarnerina e che attirarono moltissimi giovani e intellettuali da ogni parte del mondo.
Moda, mobili
manufatti, oggetti
Alla moda e alla “Ricostruzione futurista dell’universo quotidiano”, o meglio domestico, i Musei
Provinciali di Gorizia dedicano una
originalissima esposizione allestita al
Museo della Moda e delle Arti Applicate, che prosegue fino al primo
maggio. Questa mostra, come indica il sottotitolo – che fa riferimento
all’ennesimo “Manifesto” quello dedicato a “La ricostruzione futurista
dell’universo” firmato nel 1915 da
Balla e Depero – non si ferma alla
moda. Indaga anche il mondo delle
arti applicate, oggetti ed arredi della
quotidianità, dai mobili agli arazzi, ai
componenti d’arredo, alle ceramiche,
ai manufatti, presentando opere originali come ad esempio quattro rarissimi “ombrelli futuristi” o alcuni
progetti di grande bellezza di Anita
Pittoni.
Ma è la parte dedicata all’impresa fiumana a essere particolarmente interessante per la documentazione esposta. “Tu devi sapere che
sei giunto in una città pericolosa per
i tuoi giovani anni. Qui si fa senza
alcun ritegno tutto ciò che si vuole.
Le forme di vita più basse e più elevate qui s’alternano non altrimenti
che la luce e le tenebre” scriveva
Giovanni Comisso ne Il porto dell’amore (1924), e sapeva bene quel
che diceva, visto che fu tra i protagonisti delle vicende. Quando all’alba del 12 settembre 1919 parte
da Ronchi la colonna di 35 autocarri con poco meno di 200 granatieri e una ventina di ufficiali, guidata
“Il nostro sogno più caro di artisti e di lottatori è sempre
stato quello di sollevare la miseria materiale e spirituale
delle masse, e se domani avremo modo di sopprimere in
loro prima la fame, poi l’ignoranza, potremo dire di aver
raggiunto uno degli obiettivi fondamentali di tutta
la nostra azione”. (Mario Carli, per “La testa di ferro”
Comisso sull’Impresa di Fiume, nel
suo romanzo “Il porto dell’amore”
ha scritto: “Tu devi sapere che sei
giunto in una città pericolosa per
i tuoi giovani anni. Qui si fa senza
alcun ritegno tutto ciò che si vuole”
da una Fiat 501 rossa decappottabile con a bordo D’Annunzio e alcuni ufficiali amici, tra cui il tenente
Guido Keller, eroico aviatore della
prima guerra mondiale, si dà l’avvio all’impresa che terminerà nel
“Natale di sangue” del 1921. Sull’impresa fiumana si è scritto molto
e da punti di osservazione differenti. A Fiume si trovarono i personaggi più disparati: monarchici, repubblicani, fascisti, socialisti, sognatori, artisti, sindacalisti, anarchici, riformisti, truffatori, arditi, spie, ma
anche giovani idealisti alla ricerca
di nuove forme di cultura e di società. La guerra mondiale, una vera
carneficina che era pesata sull’animo di molti, era appena conclusa,
la rivoluzione russa scoppiata da
poco, il nazifascismo non ancora
asceso al potere. In quel particolare momento storico si poteva forse
ancora disegnare un modello nello
scacchiere geopolitico dell’Europa, almeno, questo fu il sogno di
molti, il futuro sembrava ancora da
progettarsi. Fiume e l’avventura fiumana si insediarono in un momento
cruciale della Storia, furono una sfida all’ordine costituito, non solo a
quello italiano ma a quello europeo
che si veniva formulando nei trattati di pace di Parigi, come osserva
Claudia Salaris nel libro: Alla festa
racconta Léon Kochnitzky – futuro
responsabile dell’ ufficio “Relazioni Esteriori” del Comando di Fiume: con la complicità dei ferrovieri
i giovani smontavano alla stazione di
Mattuglie (Abbazia) e con una guida
del luogo rimontavano alla successiva stazione, oltre confine.
I rivoltosi rispondevano con
sberleffi e risate alle ingiunzioni
e minacce del Governo italiano,
come si vede dalla copia di “Cagoia e le teste di ferro” (27 settembre 1919), con cui venne sbeffeggiato il capo del governo italiano
Francesco Saverio Nitti. Guido
Keller formò una compagnia personale del Comandante, “La Disperata”, raccogliendo quei giovani soldati che venivano dall’Italia fuggendo senza documenti, e
quindi non potevano essere accolti
in modo regolare al Comando, secondo la testimonianza di Giovanni Comisso. Per sopravvivere al
blocco italiano venne formato un
gruppo di legionari “Uscocchi”,
addestrati alle azioni piratesche,
che fecero diversi attacchi a navi
A Fiume si trovarono i personaggi
più disparati: monarchici,
repubblicani, fascisti, socialisti,
sognatori, artisti, sindacalisti,
anarchici, riformisti, truffatori,
arditi, spie, ma anche giovani
idealisti alla ricerca di nuove forme
di cultura e di società
della rivoluzione. Artisti e libertari
con D’Annunzio a Fiume, uscito per
i tipi de Il Mulino nel 2002.
I ferrovieri
di Mattuglie
Il 13 settembre D’Annunzio assume il comando di “Fiume liberata”, la notizia si sparge in Europa e
da quel momento arriva a Fiume una
moltitudine di giovani da ogni parte,
molti provenienti proprio dall’esercito regolare, aggirando il blocco imposto dal Governo italiano, come
cariche di vettovaglie, come quello del 10 ottobre 1919 al piroscafo
Persia, vicino a Lussino, carico di
armi destinate alle truppe antibolsceviche russe, quello al Trapani,
carico di farina, pasta, ceci, caffè,
formaggio, e 10.000 paia di scarpe, nel gennaio 1920, o quello del
7 maggio 1920, contro il piroscafo
Barone Fejerway, carico di grano.
La ricca documentazione esposta, fotografie, bollettini, giornali,
libri, manifesti, consente di ritrarre
questa esperienza nelle diverse sfaccettature.
L’aviatore Guido Keller
Guido Keller formò una compagnia
personale del Comandante, “La
Disperata”, raccogliendo quei
giovani soldati che venivano
dall’Italia fuggendo senza documenti
Mario Carli
e Guido Keller
Mario Carli, giornalista redattore della «Testa di Ferro», pubblicato
a Fiume a partire dal febbraio 1920,
insieme a numerosissime altre pubblicazioni periodiche e aperiodiche,
scrisse nel libro Con D’Annunzio a
Fiume (1920): “Prendendo la Russia
come modello tipico di rivoluzione
sociale, si vede anzitutto che il bolscevismo è stato un movimento, non
tanto grettamente espropriatore,
quanto rinnovatore, perché ha voluto ricostituire in base a ideali vasti
e profondi l’edificio sociale, assurdamente sbilenco sotto il decrepito
regime zarista”. E ancora: “Il nostro
sogno più caro di artisti e di lottatori è sempre stato quello di sollevare la miseria materiale e spirituale delle masse, e se domani avremo
modo di sopprimere in loro prima la
fame, poi l’ignoranza, potremo dire
di aver raggiunto uno degli obiettivi
fondamentali di tutta la nostra azione”. La «Testa di ferro» fu la pubblicazione ufficiale dei legionari,
arditi e avanguardisti che puntavano a differenziarsi dai monarchici
reazionari e dai seguaci di Mussolini, i fascisti. Guido Keller, asso della vecchia squadriglia di Francesco
Baracca, era uno personaggi più geniali e incontenibili, e per lui, come
per molti altri, l’impresa di Fiume
era solo l’inizio di una rivoluzione
che doveva cambiare il mondo. “...
vagheggiava la realizzazione della
‘Città di Vita’, della città degli artisti e per gli artisti; città senza leggi e
senza agenti d’ordine; senza cimiteri e senza banche.
Una città isolata
Una città isolata, magari nel mezzo del Mediterraneo, senza strade e
senza case standard” dice Krimer
nel libro Incontro con Guido Keller
(1938). Insieme a Giovanni Comisso
fonda il movimento Yoga, l’Unione
di Spiriti Liberi tendenti alla perfezione, che ha come simbolo una svastica – allegoria del carro e del sole
– e la rosa a cinque petali. Il movimento, con tendenze esoteriche e
trasgressive, si poneva l’obiettivo
di contrastare gli elementi moderati e conservatori che circondavano D’Annunzio e si apriva al libero
amore, agli omosessuali, ai reietti sociali. Soprattutto Fiume si trasforma
in una città dove si mette in pratica
il concetto arte/vita, di discendenza futurista e marinettiana, e la vita
si incarna in una festa. Il 27 ottobre
1919 a Fiume è rappresentato il primo spettacolo futurista, organizzato
dall’8° Reparto Arditi, secondo la
testimonianza di Mario Carli. I comizi, le orazioni di D’Annunzio dal
Palazzo del Governo, gli spettacoli
teatrali futuristi, le moltissime pubblicazioni e i pubblici proclami aumentano l’esaltazione degli abitanti.
E quindi si vive quotidianamente in
una atmosfera che ammalia. “I comizi e i cortei di Fiume si formano
istantaneamente, con rapidità fulminea: basta che una sirena fischi o una
fanfara suoni, e la dimostrazione è
composta, e dilaga per tutta la città”.
dice ancora Mario Carli. E continua:
“Basta vivere qui un giorno di festa,
per afferrare il lato veramente futurista di questi movimenti di folla. Il
fatto che essa è composta per metà
almeno di donne, contribuisce a renderla più fresca e più lirica”. La festa
nasce per strada, senza organizzazione, spesso con un carattere dionisiaco ed esaltato che nasconde il senso
oscuro di una imminente sconfitta, a
volte è accompagnata da droghe. Anche il capo di questa città, il Comandante D’Annunzio è un poeta che sa
trasformare la vita in poesia e sa ammaliare la folla con le sole parole.
La Carta del Carnaro
per diritti più moderni
In collaborazione con l’anarcosindacalista Alceste De Ambris, nominato capo di gabinetto il 9 gennaio 1920, D’Annunzio redige una
costituzione, La Carta del Carnaro.
Ci sono principi di centralità sociale del lavoro produttivo che viene
ritenuto preminente rispetto al diritto di proprietà, è presente il salario
minimo garantito, il diritto allo studio compresa l’educazione fisica da
svolgersi in strutture adeguate, l’assistenza medica gratuita, la pensione, il diritto a essere risarciti in caso
di abuso di potere, e molti altri di-
ritti assolutamente inimmaginabili
a quel tempo.
Alla Conferenza delle Nazioni di Sanremo del 19 aprile 1920,
presieduta da Nitti, cui parteciparono britannici, francesi, italiani, greci, giapponesi e belgi, per discutere
sulle questioni relative alla ripartizione territoriale tra gli Alleati dei
territori dell’ex Impero Ottomano
Natale i combattimenti riprendono
furiosamente il 26.
La nave Andrea Doria centra la
finestra dello studio di D’Annunzio che rimane leggermente ferito.
Nonostante i proclami e i volantini che invitano a resistere la città è
stremata dalle difficoltà, dalla fame,
dai cannoneggiamenti e la resa è
sancita il 3 gennaio. Tra il 4 e il 13
“Basta vivere qui a Fiume un
giorno di festa, per afferrare il
lato veramente futurista di questi
movimenti di folla. Il fatto che essa
è composta per metà almeno di
donne, contribuisce a renderla più
fresca e più lirica”
al termine della I guerra mondiale,
la delegazione di Fiume, guidata da
De Ambris non è accettata . D’Annunzio risponde con la fondazione
della Lega di Fiume. Ma il blocco diventa sempre più stringente e
si avvicina la scelta della forza da
parte del governo italiano. Il 14 novembre Guido Keller, in un volo su
Roma, lancia un pitale contro Montecitorio, il 28 novembre lo stesso
D’Annunzio fa lanciare su Pola e
su Trieste migliaia di volantini intitolati Saluto italico: “I morituri vi
salutano. [... ] Il vittoriosissimo Birro della disfatta ammassa intorno a
Fiume i suoi Carabinieri. La città è
stretta da quei gendarmi che l’antecessore adoperava a schiaffeggiare
i mutilati, ad atterrare i martiri sopravvissuti, a calpestare il tricolore”. Ormai siamo alle strette finali.
L’attacco parte il 24 dicembre 1921,
vigilia di Natale. Dopo la tregua di
Il movimento YOGA, con tendenze esoteriche e trasgressive,
si poneva l’obiettivo di contrastare gli elementi moderati e
conservatori che circondavano D’Annunzio e si apriva al
libero amore, agli omosessuali, ai reietti sociali. Soprattutto
Fiume si trasforma in una città dove si mette in pratica il
concetto arte/vita, di discendenza futurista e marinettiana,
e la vita si incarna in una festa
gennaio i legionari lasciano Fiume.
Ma non tutti. Anni dopo, nel 1957,
Corrado Alvaro che si trovò ad assistere alla disfatta così scriveva
in Fiume 1921 (in Roma vestita di
nuovo): “Era il principio della primavera 1921. [...] Porto Baros era
in mano dei legionari, e davanti al
porto stazionava una nave da guerra, il Marsala. [...] Dal Marsala
ancorato nel porto coi suoi cannoni protesi verso la città, si potevano
vedere assai bene con un cannocchiale quelli che chiamavano ribelli. [...] Mi ricordo certi pomeriggi
stagnanti in cui dall’Eneo quei disperati facevano sentire lo scoppio delle loro granate a mano che
rompevano la monotonia dell’assedio e dell’attesa con le loro innocue esercitazioni. [...] Erano come
belve in gabbia, e rifacevano mille
volte la strada lungo il bastione del
faro. [...] Fiume era stata per qualche tempo il palcoscenico su cui si
erano puntati gli occhi del mondo, e
ora si avvolgeva in una inerzia infinita e in una malinconia da esilio. Il
dramma creato da D’Annunzio, anche se egli era assente, si svolgeva
fino all’ultimo atto. E io vidi quest’ultimo atto una mattina. Sul mare
un poco gonfio, navi si delinearono
raggiungendo l’orizzonte e non lasciando più che gli avvolgimenti del
fumo. Erano le navi che riportavano ad Ancona gli assediati di Porto
Barros stremati”.
6 cultura
Venerdì, 29 gennaio 2010
UN LIBRO
Dopo Ramous, anche Luigi Raimondi nella particolarissima collana editoriale
Un fiumano nei libretti
di Mal’Aria
A
rrigo Bugiani, ideatore
de I libretti di Mal’Aria,
un progetto editoriale a
dir poco straordinario, che attraversò parte del Novecento italiano come una meteora composta
da piccoli libretti colorati e dalle
fatture cartacee più strane. Una
curiosa operazione editoriale,
iniziata nel 1960 e conclusasi
nel 1994 (dopo la cessata attività dell’omonima rivista di letteratura “Mal’Aria” fondata nel
1951 a Follonica dallo stesso
Bugiani e di cui uscirono soltanto nove numeri, contraddistinti
da grande raffinatezza editoriale
e tipografica): 568 fogli di carta
di formato 210 x 297 mm, stampati su carta di risulta o di scarto tipografico, da una sola parte
e ripiegati in quattro, dallo stesso Bugiani, in modo da formare otto paginette. Il colophon,
invece, riportava le caratteristiche di stampa con dicitura, riferimento alla stagione, al tipo di
carta e a volte il tipo di caratteri
e l’inchiostro utilizzato. A questo unicum editoriale diedero il
loro apporto numerosi artisti come
Manzù, Sassu, Guttuso, Boccioni,
Parigi, Rosai, Modigliani, Morandi, Purificato uniti a poeti e prosatori come Ceronetti, Marin, Giotti,
Ramous, Caproni, Sbarbaro, Barile, Longanesi, Ungaretti, Montale
e tanti altri ancora.
In uno dei primi supplementi culturali del 2008 de «La Voce
del Popolo», ci siamo imbattuti
nello scrittore, poeta e drammaturgo Osvaldo Ramous che con
tre libretti (quelli segnati con i numeri 185, 338 e 420) entrò di diritto nella rosa dei pubblicati di
«Mal’Aria». Ora un altro fiumano
si fa strada con il libretto numero
348 intitolato Un tempo di settembre. Il suo nome è Luigi Raimondi, nato a Fiume nel 1922, quando la città era uno Stato Libero, da
padre lombardo e da madre chersina. Con lo scoppio del secondo
conflitto mondiale viene chiamato alle armi e integrato in un corso per ufficiali del Regio esercito,
dove matura una rapida coscienza
antifascista, dovuta alla frequenza
di commilitoni quali Boris Possich
“Ad ogni mio troppo infelice silenzio, ad
ogni mia volontà di ribellione, la mamma
- povera mia mamma - esclamava il suo
ammonimento accorato: - Come farai
figliolo mio figliolo mio come farai nel
mondo con cotesto carattere! - Male ho
fatto. Ho fatto molto male nel mondo
ostile, ma alla fine ho preso l’idea, gli
amici, la sposa che ho voluto, ho posato gli
occhi sopra un pianeta che mi piaceva e
l’ho perfino abbellito”.
(da La stella di A. Bugiani - 1946)
di Abbazia, poi comandante partigiano in formazioni croate e primo
sindaco in quel comune; Rino Domenicali di Udine, poi comandante garibaldino in Friuli e docente
di lettere nella città friulana e l’anconetano Enzo Santarelli, storico
antifascista. Dopo il disastroso
armistizio dell’8 settembre 1943,
si sottrae alla cattura da parte dei
tedeschi entrando in clandestinità nel Gargano pugliese e subito
dopo nelle fila del Corpo Italiano
di Liberazione (in cui si arruolarono numerosi fiumani), dove partecipa a tutta la campagna militare al fianco degli Alleati sino alla
cessazione delle ostilità nel 1945.
Dopo la laurea in lettere, conseguita presso l’Università di Padova, presta la propria opera di insegnante nella scuola pubblica, a
vari livelli, sino al pensionamento. Nel contempo è fondatore e
poi presidente onorario dell’ANPI
di Udine, dove vive tuttora, collaborando a riviste storiche e metodologiche e pubblicando liriche su
esili libriccini fuori commercio e
numerati, stampati per i soli amici,
di cui è editrice Paola Tavoschi di
Udine. Alcuni titoli sono d’obbligo: Quasi un gioco (1988), Bora
chiara bora scura (1997), Ultima
vanità (1999), Prima che se ne
vada la memoria (2000), Asta filetto (2002).
Il libretto di “Mal’Aria” libretto numero 348, editato nel 1988
presso la Tipografia Cursi e figli
di Pisa in 500 copie su carta pelure centorighe, contiene la lirica intiolata come il verso che la
inaugura: Un tempo di settembre /
lungo i muri / vitelle brune alpine
/ passavano muggendo / con dolcezza. // Non si lasciava la casa /
per vedere la fine dell’estate / in
piedi sulla soglia del portone. // I
cani, i cavalli lucidi di pelo, / uomini e donne / stracchi di malgare. // Davanti a tutti / ritta come un
dio / andava una ragazza / tenendo uno stallone / a morso stretto.
// Noi si guardava. / Sono vent’anni, / ormai. // Restano parvenze
/ di fiori di carta colorata / nella cornice grossa dello specchio.
/ Ornavano la grande bestia, / il
toro della mandria, / a metà fronte. / dove lo colpirono al macello. In memoria dell’amico Bugiani, scriveva nel gennaio 1995
a Paolo Tesi (autore della mostra
“Febbre libraria, fra progetto e diletto”, Arezzo, aprile 1992): “Da
un tempo immemorabile, durante la gnot dai muarz nel paese di
Clavajas in Carnia, si pone sul
fogolâr un cialdîr pieno di acqua
limpida. Quindi si va a dormire.
L’antichissima usanza vuole che
si compia tale rito affinché i morti
di casa, ritornando dall’Oltretomba per trovare i propri cari, possano dissetarsi, affaticati per il lungo viaggio. Oppure per riprendere
le perdute sembianze terrene e palesarsi a parlare ai propri parenti,
nel sogno. È un atto superstizioso
si, ma di speranza e soprattutto di
“ pietas erga patres”. Da quest’anno Paola e Gigi metteranno sul
fogolâr di Fêdel un altro
secchio di rame, con acqua pura
di monte. Per Arrigo Bugiani di
Pisa, loro amico».
Ad Arrigo Bugiani, nato a
Grosseto nel 1897 e congedatosi dal mondo dei vivi nell’agosto
1994, sarebbe piaciuto senz’altro
placare la sete bevendo nel cialdîr
la limpida acqua delle Alpi Carniche e orchestrare, a notte fonda,
nei sogni degli amici la nascita di
nuovi libretti per la sua biblioteca,
“la più esile ma sostanziosa biblioteca del mondo”.
NOVITÀ IN LIBRERIA / I nuovi titoli di due giornalisti di punta
Vespa apre le porte alle donne, Stella agli «altri»...
Tanto atteso, nelle librerie italiane è arrivato Donne di cuori. Duemila anni di
amore e potere. Da Cleopatra a Carla
Bruni, da Giulio Cesare a Berlusconi
(Mondadori) l’ennesimo successo editoriale di Bruno Vespa. Centinaia i protagonisti di questo libro per raccontare un
unico tema: il ruolo delle donne - e il peso
dell’eros e del sesso, ma anche la loro presenza rassicurante e protettrice - accanto
agli uomini che hanno fatto la storia. L’attualità italiana è dirompente, in primo luogo per via delle vicende che hanno coinvolto le frequentazioni femminili del presidente del Consiglio che poi hanno dettato una parte rilevante dell’agenda politica
del 2009. Ma lo è anche per le questioni
familiari di Berlusconi, con richiesta di divorzio da parte della moglie. E lo è per la
discussione che si è aperta sulle violazioni
della privacy di uomini pubblici. Ma il libro spazia nei secoli passati e in ogni paese del mondo, svelando che quasi tutti i
potenti hanno avuto un enorme interesse
per le donne, e che le donne hanno saputo
approfittarne in modo talvolta intelligente,
spesso spregiudicato.
Il nuovo libro di Fabio Volo Il tempo
che vorrei (Mondadori) è anche il più sentito, il più vero, e la forza di questa sincerità viene a galla in ogni pagina. Ci si ritrova
spesso a ridere in momenti di travolgente
ironia. Ma soprattutto ci si ritrova emozionati, magari commossi, e stupiti di quanto la vita di Lorenzo assomigli a quella di
ciascuno di noi. Lorenzo semplicemente
non sa dimostrare l’amore e così si trova
di fronte a due amori difficili da riconquistare, da ricostruire: con un padre che forse
non c’è mai stato e con una lei che se n’è
andata. Forse diventare grandi significa
imparare ad amare e a perdonare, fare un
lungo viaggio alla ricerca del tempo perso e che non ritorna più. È il percorso che
compie Lorenzo, un viaggio alla ricerca di
se stesso e dei suoi sentimenti, quelli più
autentici, quelli più profondi.
Il giornalista Gian Antonio Stella presenta il suo Negri, froci, giudei & co.
L’eterna guerra contro l’altro (Rizzoli)
come un viaggio che parte dall’Europa,
dall’onda nera dei partiti etnici, delle milizie e dei giustizieri politici spuntati un po’
dappertutto, dal Tamigi al Don, per dare la
“caccia al diverso”, all’immigrato, asiatico
o rom che sia. Prosegue con il razzismo all’italiana, nelle sue varianti colonialista, in
nome dei vecchi Savoia, antisemita e nostalgica in nome del Duce o, per arrivare
ai nostri tempi, nella versione leghista con
le uscite dei vari Borghezio, Boso, Bossi e
Gentilini contro neri, zingari e clandestini.
Stella rievoca le mattanze dei nazionalismi
serbo e croato nelle guerre balcaniche, le
guerre civili tra Siena e Firenze, due città
entrambe toscane, italiane e cattoliche ma
che si combatterono a lungo. Furono miriadi nei secoli le pulizie etniche nei confronti dei “diversi”, e questo odio si è costruito riscrivendo la storia su misura di
certi pregiudizi, o di determinate paure.
Un libro intenso, ricco di dati e di storie,
che ci ricorda le radici di un disprezzo antico, e nuovissimo al tempo stesso. Un saggio che fa riflettere sulla stupidità e sugli
spropositi deliranti di tutti i fanatici di ogni
tempo e luogo.
Nelle librerie croate si ripresenta l’autrice di “Leggere Lolita a Teheran” Azar
Nafisi e propone Stvari o kojima sam
šutjela (Naklada Ljevak). L’autrice parte dal suo diario dove stillava delle note
di cose da fare quali innamorarsi a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran...
Molte delle altre, a tanti anni di distanza,
ha deciso di raccontarle in questo libro.
Che diventa un ritratto del padre, sindaco di Teheran all’epoca dello scià, e della
madre, fra le prime donne entrate al Parlamento iraniano. È la storia dei tradimenti di lui, del mondo fantastico in cui lei a
poco a poco trasforma la realtà insopportabile che la circonda, e della forzata, dolo-
rosa connivenza dell’autrice con il padre.
Ma anche e soprattutto la rivelazione di
come a volte le dittature sembrino riprodurre i silenzi, i ricatti, le doppie verità su
cui si regge il primo, e più perfetto, sistema
totalitario: la famiglia. Chi conosce Nafisi sa già cosa troverà, qui, in ogni pagina:
l’emozione di leggere sempre qualcosa di
autentico e temerario. Qualcosa che arriva
dalle strade e dai giardini di Teheran come
dalle pagine di Firdusi o dei grandi cantastorie persiani.
Fareed Zakaria in Svijet poslije
Amerike (Fraktura) propone la tesi che
il mondo si trova alle soglie di una svolta epocale: la stasi economica degli Stati
Uniti condurrà ben presto il Paese al declino politico e segnerà la rapida ascesa non
solo della Cina, ma di altri Paesi oggi in
via di sviluppo o già rampanti.
Viviana Car
cultura 7
Venerdì, 29 gennaio 2010
CORRISPONDENZE D’AUTORE
Città di imperi, di poteri chiusi, cupole d’oro e caseggiati d’epoca sovietica, sfarzi e povertà
Mosca, la transizione che non passa
di Christian Eccher
I
l treno dai sedili neri, grandi come poltrone che porta
i turisti e gli uomini d’affari dall’aeroporto di Sheremetyevo fino alla stazione Belorusskaya scorre rapido sui binari;
i passeggeri leggono o parlano
al telefono incuranti delle vecchie carrozze verdi e austere dei
convogli regionali che, lenti e
faticosi, arrancano in direzione
opposta. Mosca permette che
l’occidente si incunei nella sua
struttura urbana, ma solo lungo
i cunicoli della metro, nei grandi palazzi di vetro o sulle rotaie
ghiacciate che indifferenti scavano solchi nel cemento e nell’asfalto (Non riuscivo a chiudere occhio la sera prima, gioivo
come un bambino. Appoggiata a
un pilastro aspettavi, ormai sfiduciata che io potessi arrivare.
La sala degli arrivi era deserta,
dominavano la plastica di pareti divisorie montate in tutta fretta, i negozi scintillanti di liquori,
gli enormi e lampeggianti schermi al plasma).
Mosca è sconforto e solitudine: i palazzi del centro di epoca sovietica, che innalzano pinnacoli e stelle rosse, rimangono
indifferenti al passaggio delle signore con il fazzoletto in testa,
intente a raggiungere le chiese
dalle cupole d’oro, sorte ovunque dopo la caduta del comunismo. Queste donne, per lo più
anziane, talvolta giovani e slanciate, si perdono in un altro inganno: il cielo di Mosca, turgido e compatto, non lascia spazio
alla salvezza (Nei grandi boulevard, fra gli edifici dalle porte e dalle finestre serrate, nella
coda ininterrotta di auto che si
avvinghia come un serpente intorno ai parchi, alle fontane e ai
palazzi della città, io mi affidavo alla tua mano: l’inferno ha il
sapore del miele).
Città di imperi, di poteri chiusi e assoluti, Mosca è il
simbolo della transizione che
non passa. Le oligarchie hanno
saldamente in mano il controllo
dell’intero paese, ma sono invisibili, inutile cercare di carpirne
i segreti: inutile cercare il confine fra la new economy e i poteri
mafiosi. Le finestre annerite della Lukoil, una delle più potenti
compagnie petrolifere russe, sono
mute e non si aprono sulle strade
antistanti. Proteggono l’interno
dell’edificio dal resto della città,
e la città nelle sue finestre vede rispecchiati i mendicanti, le ragazze con i pantaloni attillati, l’iPod
alle orecchie, e nella mente il più
patriarcale dei sogni, sposare bene
e riccamente (Non resta che rifugiarsi nel sottosuolo, nei cunicoli
della metropolitana; il calore degli uomini accalcati e la luce pallida che piove dalle lampade stordiscono, sciolgono le coscienze in
un fluido che affratella e inghiotte. Seduta, appoggiavi la testa sul
mio petto, ma il battito era quello
ritmico e frenetico delle ruote di
ferro che sobbalzano sui vuoti fra
le rotaie).
Anche il Cremlino è chiuso in
se stesso. Ai turisti offre la grandiosità della Piazza Rossa, con le
cupole addolcite della Cattedrale
di San Basilio – illustrazioni da
un libro di favole, le cupole colorate e grandi come meringhe – e il
grande centro commerciale che gli
sorge proprio di fronte. Il monumento a Lenin, un edificio basso
davanti al quale i viaggiatori del
Mondo Nord si accalcano per farsi fotografare – con la benedizione
dei tour operator – è presidiato da
una poliziotta dagli stivali neri che
parla al cellulare con lo sguardo
basso, intenta a dare piccoli calci a un sasso. Mosca decide dove
e in che misura offrire al pubblico la propria storia: severa e arcigna, la Russia non ama parlare di
sé. (Nei giardini del Cremlino una
banda di fiati suonava melodie popolari per i turisti. Ma a ballare
erano anziane coppie russe che
nel vestiario e nelle movenze ricordavano la Vienna di inizio secolo. Un ragazzo dai denti rifatti
in oro faceva vorticare a ritmo di
musica la ragazza con cui – composto – aveva deposto poco prima un mazzo di fiori davanti al
monumento ai caduti. I poliziotti
avevano alzato la catena per farli passare. “Quant’è una pensione
in Russia”, chiedevo io, perso fra
il rosso degli edifici, le arcate immense degli aerei, i grandi cumuli
bianchi che impiccolivano il cielo
e la Vienna di Mahler).
Mosca vive nella paura. Paura
del proprio passato, del presente
di Putin che è riuscito a ricreato
l’assolutismo sovietico. Al posto
dell’ideologia proletaria, a dominare è il neocapitalismo senza regole. Il grande impero sovietico è
diventato un immenso mercato: il
nero delle miniere e del petrolio
viene adesso quotato in borsa, a
New York come a Pechino. Mosca
vive l’incubo della dissoluzione.
Dopo l’Ucraina, il Kazakhstan, i
paesi baltici e gli stati divenuti
indipendenti al crollo dell’URSS,
altre nazioni cercano di affrancarsi da Mosca. La Cecenia si è
ribellata con attentati sanguinari
da cui Mosca si difende non soltanto mandando soldati negli angoli più sperduti dell’impero, ma
anche blindando se stessa. I teatri,
i musei, i supermercati, le sale da
concerto, sono ormai simili ad aeroporti: metal detector, agenti armati e con l’auricolare presidiano
gli ingressi (L’“Italiana” di Mendelsshohn, con la solarità mediterranea del “Salterello” finale,
fu accolta da un grande applauso.
Ma il boato riempì la sala soltanto al terzo bis, quando l’orchestra
cominciò a suonare una melodia
malinconica di Čajkovski. È questa la grande anima melanconica
dei russi, avrei voluto chiederti.
Ma un’arcigna maschera ci aveva
già separati perché i numeri che
avevamo occupato non corrispondevano a quelli sui biglietti).
La periferia appare uguale
ovunque. Enormi caseggiati, strade larghe inframmezzate da hotel
costosissimi, kitsch, con abbondanti colazioni “vip” e stanze dai
letti enormi, cuscini morbidissimi
e piume di pavone. I mini-bus guidati da autisti uzbeki e turkmeni
cercano di fare concorrenza agli
autobus lì dove la metropolitana
non arriva. Lungo questi boulevard, le persone non si guardano
mai negli occhi (La signora smilza della reception si stupiva che
volessi dormire in quell’hotel sovietico, con l’ascensore dalle pareti di cartone e i letti piccolissimi.
A te veniva da ridere. Come spiegarle, come spiegarti, che in occidente nel Comunismo abbiamo
creduto? Come spiegarle, come
spiegarti, che da noi era un’altra
cosa, un sogno di libertà? Come
spiegarle, come spiegarti che
adesso non abbiamo più niente?
Neanche una lingua comune per
farci capire da chi è nato e cresciuto a est di Trieste?).
Mosca vive isolata dal resto
della Russia. I moscoviti guardano quasi con disprezzo chi viene
da fuori, dalle profondità remote
dell’ancor immenso impero. Esiste, a Mosca, una “buona” borghesia, ma è minoritaria: liberi professionisti, medici, professori universitari, sono come schiacciati fra la
massa che vive ben al di sotto della soglia di povertà e la casta degli
oligarchi. La “buona” borghesia si
concentra tutta nelle grandi città, è
forse l’anima di Mosca, ma non ha
alcun potere a livello politico. Non
conta nulla. (Sull’Arbatskaya, un
cane camminava saltellando sulle gambe posteriori, quelle anteriori abbracciavano la gamba del
padrone che lo teneva al guinzaglio. Mancavi da un po’. Scesi nel
sottoscala del caffè, eri ferma ed
estasiata di fronte a una gigantografia murale di un paese dell’Italia meridionale. Sole e case disabitate. A lungo ho vagheggiato i
laghi freddi del tuo nord, da sempre sogni gli incendi al tramonto
nel mio sud. Le storie di partenze senza ritorni del Molise e dell’Istria erano per te la favola più
dolce).
Nello straniero non c’è fiducia,
ai turisti si offrono matrioske; lascino i soldi e se ne vadano il prima possibile. Difficile anche solo
orientarsi nella metropolitana se
non si conosce il cirillico. Difficile anche comprare un biglietto
del treno senza pagarlo sei volte di
più se non si conosce il russo. Gli
occidentali sono ancora, in Russia,
nemici. I russi e i popoli dell’est
sono ancora, in occidente, nemici (Quasi non ci accorgevamo di
parlare tedesco. Ci sembrava di
parlare la lingua universale, quella antecedente alla Torre di Babele. Senza grammatica e senza
sintassi, rinunciavamo a ordinare
il mondo nel fragoroso e stridente universo moscovita, rutilante di
rabbia, povertà, ricchezza, disperazione, rassegnazione. Solo nel
caos primordiale si possono incontrare e fondere, per un momento, e per sempre, le differenze più
inconciliabili).
8 cultura
Venerdì, 29 gennaio 2010
CARNET CULTURA rubriche a cura di Viviana Car, Lara Drčič, Helena Labus
I LIBRI PIÙ VENDUTI
IN ITALIA
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ALTRE LETTERE ITALIANE
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L’altra parte del cielo
Tre racconti nuovi di scottante
attualità del capodistriano Marco
Apollonio: il destino traumatico
di un extracomunitario,
l’incapacità di comunicare e un
giallo problematico e intellettuale.
Anno V / n. 46 del 29 gennaio 2010
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ, supplementi a cura di Errol Superina / Progetto editoriale di Silvio Forza
Art director: Daria Vlahov Horvat / edizione: CULTURA
Redattore esecutivo: Silvio Forza / Impaginazione: Željka Kovačić
Collaboratori: Arletta Fonio Grubiša, Francesco Cenetiempo, Christian Eccher,
Gianfranco Miksa e Viviana Car
La redazione del presente inserto ha consultato i siti: www.knjiga.hr, www.kulturaplus.com, www.sveznazdor.com
www.svetknjige.si, www.emka.si, www.librerie.it, www.italialibri.net, e la rivista “Arte” (Giorgio Mondadori Editore)
Il presente supplemento viene realizzato nell’ambito del Progetto EDIT Più in esecuzione della Convenzione MAE-UPT n. 1868
del 22 dicembre 1992 Premessa 8, supportato finanziariamente dall’UI-UPT e dal Ministero Affari Esteri della Repubblica italiana.
I libri dell’Edit si possono ordinare
direttamente dal sito:
www.edit.hr/editoria/index.html
oppure telefonando allo
00385 (0)51 228 799
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C
“A stroncare l’uomo non è stata la
difficoltà di attuare i suoi sogni, ma
la scoperta di averli raggiunti. Quasi
non sapesse che farne.” Questa la
convinzione, di Damiani, uno dei
maggiori intellettuali della CNI.
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“Mi fa bene ricordare, sono
brandelli di vita, della mia vita,
ma fanno parte anche di altre vite,
è la mia storia, ma anche la storia
della mia gente e a sessant’anni di
distanza è ancora una ferita aperta”.
T
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Mary Balogh
Temni angel
Meander
C
Ed ebbero la luna
C
Jacquie D’Alessandro
Polnočna ura
Anu Elara
Jamie Oliver
Ministrstvo za
prehrano
Vale-Novak
I
Panorama ristretto
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ALESSANDRO DAMIANI
L
Nova Zemlja
Založba Ganeš
SUGGERIMENTI AI LETTORI
ESTER SARDOZ BARLESSI
B
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Eckhart Tolle
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Roberto Saviano
Gomora
Mladinska knjiga
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Wayne Anderson i
drugi
Zvjerologija
Planetopija
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I
P.C. Cast
Izdana
Algoritam
J. Abramson – B.Keller
Obama – Zgodovinska pot
Založba Sanje
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Mladen Šolić
Lijepota
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Izvori
P.G. Wodehouse
Le tako naprej, Jeeves
Mladinska knjiga
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Alen Bović
Metastaze
Konzor
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Kapitelizem, tranzicija, demokracija
Inštitut Jože Pučnik
B
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Paul Garde
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Isabel Allende
L’isola sotto il mare
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Vittorio Zucconi
Il caratteraccio.
Come (non) si diventa italiani
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Albert Sanchez Pinol
Pandora u Kongu
Fraktura
Pero Simić
Tito – Fenomen
stoljeća
Večernji list
F. Scott. Fitzgerald
Priče iz doba jazza
Šareni dućan
I
Joaquín Navarro-Valls
A passo d’uomo. Ricordi, incontri e riflessioni
tra storia e attualità
Mondadori
L
Paulo Coelho
Il vincitore è solo
Bompiani
B
Erri De Luca
Il peso della farfalla
Feltrinelli
Paolo Brosio e altri
A un passo dal baratro.
Perché Medjugorje ha
cambiato la mia vita
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B
Dan Brown
Il simbolo perduto
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Curzio Maltese
La bolla. La pericolosa fine del sogno
berlusconiano
Feltrinelli
Khaled Hosseini
Tek za zmajem
Mladinska knjiga
U
U
Bruno Vespa
Donne di Cuori
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Predrag Matvejević
Kruh naš
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Sabrina P. Ramet
Tri Jugoslavije –
Izgradnja države i
izazov egitimacije
1918 -2005
IN SLOVENIA
P
P
Fabio Volo
Il tempo che vorrei
Mondadori
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29.1.2010 - EDIT Edizioni italiane