CULTURANDO Italiani sbagliati di Silvio Forza Dopo un’anteprima allestita dal Dipartimento di italianistica dell’Università di Zagabria, pochi giorni fa, al Film Festival di Trieste, è stato presentato il documentario “Italiani sbagliati - Storia e storie dei rimasti” realizzato dal giovane regista triestino Diego Cenetiempo e prodotto dalla “Pilgrim Film” e dal “Il Ramo d’Oro Editore”. Questo lavoro viene ad affiancare quei (ancora pochissimi) documentari e reportages i cui autori hanno creduto che anche a proposito della nostra bella cara piccola e così insignificante Istria – e in particolar modo degli Italiani dell’Istria – si poteva mostrare e raccontare qualcosa di interessante. Così, dopo “Istria, cinquant’anni di solitudine” di Anna Maria Mori, “Istriani” (reportage per “Frontiere” della Rai) realizzato da Stefano Tommasini con la collaborazione di Fulvio Molinari e pochi altri servizi giornalistici d’occasione, ecco dunque che qualcuno dall’Italia torna a regalarci la propria attenzione. E lo fa compiendo qualche significativo passo avanti: se Anna Maria Mori, dopo cinquant’anni di solitudine (una solitudine, da leg- DEL POPOLO Grande, moderno, innovativo P er Zagabria, ma più generale per l’arte croata, il 2009 si è chiuso con un evento importante. Presenti il premier Jadranka Kosor, il ministo alla cultura Božo Biškupić e il sindaco di Zagabria Milan Bandić, è stato inaugurato il Museo d’Arte Contemporanea (Muzej Suvremene umjetnosti – MSU). I lavori di costruzione del nuovo edificio che si trova nel rione di Novi Zagreb, in via Avenija Dubrovnik, erano iniziati nel 2003 e avevano subito una serie di interruzioni che avevano fatto parlare anche dell’ennesimo caso di un cantiere (come quello del vicino Ospedale universitario) destinato a rimanere aperto in eterno. L’intero complesso, realizzato su progetto dell’architetto Igor Franić, vanta una superficie totale di quasi 15 mila metri quadrati di cui oltre tremila sono dedicati ad allestimenti permanenti, 1500 a mostre temporanee, 700 a esposizioni sul tetto e 500 alla sala multimediale. Sono numeri che pongono l’istituzione culturale zagabrese in cima alla vetta dei musei croati, sia in quanto a dimensioni che a spazi destinati ad una diversa promozione dell’arte e dal coinvolgimento del pubblico. Infatti il pianoterra è completamente destinato ad una vasta gamma di servizi per i visitatori e comprende: spazi per laboratori d’arte, una biblioteca con sala lettura, un piccolo spazio espositivo, una sala multimediale, negozi e ristoranti. Gli spazi espositivi veri e propri sono disposti poi su tre piani. La collezione del Museo d’Arte Contemporanea di oggi conta ce vo /la .hr dit w.e ww Zagabria, ecco il nuovo Museo d’arte contemporanea circa 12mila opere di autori locali e stranieri. Raccolti a partire dal 1950, i lavori sono divisi nelle seguenti collezioni: raccolta di disegni, stampe, manifesti e opere su carta; collezione di film e video; raccolta di fotografie; collezione d’arte mediatica; collezione di sculture e di pittura. Caratteristico di questo museo è un grande scivolo che dai piani superiori, con un percorso esterno raggiunge l’ingresso, ma specialmente il disinibito e innovativo ricorso (almeno per la nostra area) a megavideo e pannelli luminosi – che diventano parte integrante ed “elemento architettonico” delle facciate – per i messaggi promozionali e gli avvisi al pubblico. Il museo è guidato dalla direttrice Snježana Pintarić. Gianfranco Miksa cultura An no V 0 • n. 4 201 6 • Venerdì, 29 gennaio gere come oblio, ben calzante anche con il percorso biografico della giornalista e scrittrice romana nativa di Pola), “riscopriva” L’ISTRIA, se Tommasini (uno dei redattori di Ballarò di Rai Tre e che con l’Istria non aveva alcun legame privato) sintetizzava la nostra diveristà e la nostra complessità nel concetto di ISTRIANI, Diego Cenetiempo si spinge oltre: non bada al politically correct cui piace tanto l’Istrianità e rischia la faccia (specie se ha amici a sinistra) puntando sull’anacronistico “carattere nazionale” e ci definisce per ciò che siamo: ITALIANI. Può farlo, nonostante le critiche di maniera che gli potranno giungere da chi è convinto che integrazione debba per forza di cose dire assimilazione, perché ha capito che l’italianità trovata in Istria non è quella nazionalista dell’identità intesa quale punto d’arrivo (quella alla Nazario Sauro, per intenderci, che – sbagliando – amava la gerarchia prima italiano, poi soldato e solo dopo uomo), ma è bensì un’italianità che potremmo definire esistenziale (di lingua innanzitutto), che si colloca come punto d’avvio dal quale ognuno può incamminarsi dove vuole: a destra, a sinistra, sulla luna. Diego Cenetiempo, intervistando i suoi interlocutori (quasi tutti letterati della CNI), ha capito che la nostra italianità (elaborata a livello simbolico dalla nostra letteratura della memoria) è uno degli strumenti di legittimazione della nostra presenza (troppo spesso contestata) proprio qui e proprio (anc)ora. Ha capito che il nostro non è un aggrapparsi identitario rivolto contro gli altri, ma che è invece funzionale al salvataggio di noi stessi e di una cultura centenaria che ci ha preceduto. Il guaio è che praticamente nessuno sembra essere intenzionato a valorizzare questa secolare presenza culturale: ed è da qui che scaturisce l’errore, lo sbaglio. Noi, italiani dell’Istria e di Fiume, ci occupiamo di cose sbagliate, abitiamo luoghi che l’Italia guarda (quando lo fa) in modo svogliato e che percepiscono come “sbagliati”. Siamo dunque, come notava lucidamente Pier Antonio Quarantotti Gambini degli Italiani sbagliati. La consolazione è che, dopo aver visto l’ottimo lavoro di Diego Cenetiempo, si può azzardare dicendo che sbagliati sono probabilmente quelli che con il loro disinteresse continuano a considerarci sbagliati. 2 cultura Venerdì, 29 gennaio 2010 APPUNTAMENTI Il Dipartimento di Pola dedica una serata al poeta rovignese Salvi, versi sul male di vivere di Arletta Fonio Grubiša U na serata letteraria con Alessandro Salvi. L’iniziativa di organizzare quello che poi si è rivelato un autentico happening culturale (il 12 gennaio scorso) è stata tutta del Dipartimento di italianistica di Pola, che abbandonate per un attimo le aule come luoghi di lezione, si è fatto salotto per incontri con l’autore. Da qui l’idea di cercare di divenire punto di riferimento e di promozione dell’opera letteraria che reca le firme di scrittori della Comunità nazionale degli Italiani dell’Istro-quarnerino. L’incontro con Salvi, potrebbe essere stato il primo approccio ben riuscito di una prossima serie, sempre che ci sia energia sufficiente a supportare la volontà e la capacità già presenti. La buona formula scelta doveva essere questa: un pubblico di studenti e un rappresentante dell’ultima generazione. Non per niente le docenti presentatrici, Elis Deghenghi Olujić e Nelida Milani Kruljac, hanno collocato l’ospite prescelto in compagnia di Mauro Sambi, Sandro Cergna, Tamara Trošt, Marianna Jelicich, tutti autori di ultima generazione: e non per niente hanno parlato di passione e spleen giovanile immerso a ragionare sulla gravità della condizione umana. Raccontata in versi, la storia in cui lo studente potrebbe riconoscersi dovrebbe essere quella di chi si affaccia alla vita e ne valuta ancora le non facili modalità d’ingresso mentre, nel contempo, il bello del racconto lirico è il gioco del linguaggio offerto che, come suggerito, si presterebbe benissimo alla stesura di una tesa di laurea sulle espressioni figurate. Le analisi e le inquadrature della lirica di Salvi fornite al pubblico dalle due docenti si sono rivelate delle vere e proprie “istruzioni per l’uso”, ovvero guide alla lettura. Nelida Milani che ha individuato i temi della sua poetica: il male di vivere, l’inautenticità della vita, il disagio esistenziale, la disarmonia con la realtà circostante, l’inappagamento, la rassegnazione disperata, l’insoddisfazione, l’aspirazione a ideali negati, la negatività del mondo. C’è pure il tema dell’amore – sempre però relativizzato - (liquore andato a male), sentimento che può lenire, che può curare per un istante la disperazione, ma non può diventare vincolo mentre la donna ideale è puro sogno. Argomento principe di questa poesia? La condizione dell’individuo, si diceva, per dei versi avvolti nello spleen baudelairiano. “Ho trovato molto spleen – ha detto la Milani - nella poesia di Ale. Attenzione! A differenza del Tedium vitae di Leopardi, non produce riflessione sulla condizione umana ma svela gli effetti opprimenti della condizione umana. Il poeta si sente estraneo ad un mondo che lo rifiuta e, conscio della propria incapacità di trasformarlo, assiste impotente al tramonto di ogni speranza e questa disperazione diventa tragico emblema di tutto il suo essere. Ma, dice Salvi: ‘Nulla di cui preoccuparsi,/ credetemi…/se non del nulla/che ci attanaglia’”. Lo spleen di Salvi, stando alla Milani, nasce da un gioco di antinomie, di antitesi. Il poeta si sente al contempo benedetto e maledetto: benedetto, perché capace di cogliere significati superiori; maledetto, perché, nonostante l’anelito ad elevarsi, rimane pur sempre un uomo, facile preda dello spleen, cioè della noia, della tristezza, della deriva. Questa contraddizione è una costante di detta produzione letteraria. Solitudine e dolore Il concetto del dolore e della solitudine, così caro ai grandi romantici, spunta quando meno te lo aspetti. “Ma - citando Mallarmè – questo dolore dopotutto non è male, / a quanto pare mi fa crescere e conoscere.// che tutte le strade conducono alla serenità / passano attraverso il viale del dolore / e che non esiste gioia senza sacrificio.// Ho scelto il mio deserto e non sono più solo./ Ho trovato me stesso / quale mia unica dimora.” E poi, come individuato, c’è il riferimento frequente alla birra, al vino, all’assenzio, all’”assurda arsura della gola” che a Nelida Milani ha fatto ricordare l’Enivrement di Baudelaire… “Bisogna essere sempre ubriachi . Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che rompe le vostre spalle e vi inclina verso terra…”. Ma, ha detto la Milani, Salvi ama più la poesia che la birra. Inebriamento dunque, non ubriachezza. Sul piano del significante Nelida Milani ha descritto il linguaggio di Salvi con l’espressione “macchinazione linguistica”. La poesia di Salvi – ha detto – presenta grosse potenzialità ludiche e trasgressive. Ale è “un giocoliere della parola” - (“la parola. Questa è la mia arma d’ordinanza, non una qualsiasi pistola”) – capace di procedere per “accumulazioni, contrapposizioni, assonanze, con- Un momento della presentazione a Pola sonanze, rime interne, similitudini, metafore, sinestesie, analogie, allitterazioni, immagini fulminee sliricizzate di crudo realismo, simboli, estrose trovate, accostamenti fonici, bisticci, giochi di parole secondo un armamentario retorico che l’autore padroneggia con la volontà ed il coraggio della sperimentazione. Tantissima la paronomasia, cioè l’accostamento di parole che presentano una somiglianza fonica, o semantica, e a volte anche una parentela etimologica. Siamo al Luna Park. È una continua giocoleria, un’ininterrotta acrobazia. Siamo in pieno ludus. Evviva il divertissement. È un gioco che viene utilizzato per dare corpo alle emozioni. Verrebbe da concludere che “qui si ride”. Ma non è così. Attenzione: ludico non vuol dire comico. E non è nemmeno l’art pour l’art, non è il gioco per il gioco, non è la sperimentazione fine a se stessa. Il gioco delle rime assume quasi sempre un tono ironico, autoironico, amaro, disperato e a volte rabbioso. Emergono cose molto serie, Emerge quello che si usa chiamare il senso della vita. E non è un gran divertimento.” La “situazione della finestra” La “situazione della finestra” è un luogo simbolico della poesia contemporanea. “Cosa fai alla finestra – si chiede sempre la docente - quando ti appoggi al balcone? Guardi il mondo che sta fuori, che passa dabbasso. In ambito italiano probabilmente è stato Umberto Saba il poeta che più di ogni altro ha impiegato “la situazione della finestra” come simbolo di una relazione contraddittoria e sofferta del mondo. Nemmeno la poesia di Salvi si è potuta sottrarre a questa suggestione. La finestra unisce la chiusura e l’apertura, la prigionia e il volo, la clausura in una stanza e l’espansione fuori, il fango di qua dentro e l’orizzonte lontano e glorioso. In una parola: l’infinito nel circoscritto. Parecchie sono le poesie di Salvi che Meglio così “Si potrebbe scrivere una tesina o una tesi – parole di Nelida Milani – sull’armamentario retorico di Salvi, sul suo modo particolare di usare la lingua ai fini della creatività e dell’originalità. Per farvi venire la voglia, basta leggere il componimento “Meglio così”, dall’ultima silloge “Vietato fotografare il crepuscolo”: per capire le modalità del procedere di Salvi : è una resa immediata di emozioni che si raggiunge con due soli lessemi”. meglio osceno che scemo meglio illeso che offeso meglio stolto che morto meglio ghiotto che cotto meglio sopra che sotto meglio tutto che niente meglio lento che spento meglio in vena che invano meglio tosto che arrosto meglio affatto che fatto meglio ora che allora meglio insieme che solo meglio adesso che fesso meglio pochi che in tanti meglio folle che in folle meglio crudo che guasto meglio troppo che vuoto meglio prima che dopo meglio scalzo che falso meglio aduso che fuso meglio zitto che zoppo meglio in gamba che ingombro meglio agiato che ingrato meglio in erba che secco meglio roso che arreso meglio polpa che scorza meglio in forma che informe meglio pazzo che a pezzi meglio affetto che a fette meglio acerbo che marcio meglio a stento che estinto meglio avanti che indietro meglio questo che quello. Elis Deghenghi Olujić e Nelida Milani hanno recensito l’opera del giovane poeta cultura 3 Venerdì, 29 gennaio 2010 contribuiscono a caratterizzarlo come poeta dello sguardo, poeta che guarda stando alla finestra.” Qui si considera espresso il desiderio di istituire un rapporto con la vita e con il mondo che si vorrebbe fosse più cordiale, più intenso:”Se no, chiudi la finestra e non vedi niente”. Invece Alessandro guarda, e questo guardare – nota la Milani – io l’ho interpretato come voglia di conoscere, come desiderio di capire ciò che sta là fuori, come desiderio di partecipare. Perché el mondo xe sempre metà de vender e metà de comprar”. Si specifica quindi che risulta sviluppato avidamente il desiderio di oltrepassare il limite della finestra per “vedere”, conoscere, capire, che vi è sviluppato un ritmo alterno di prudente partecipazione e di immediata ritirata, di adesione e di immediata fuga nel rifugio. Il poeta attacca e si ritira in una sofferta instabilità oscillando tra partecipazione e fuga (“io mi ribello sì ma poi mi spiace/ ché non ho pace né una direzione/ né un perché o una ragione o una preghiera/ come un biglietto non obliterato/ giaccio irrisolto nel mio letto sfatto.”) “Con altri rappresentanti dell’ultima generazione, Alessandro Salvi è un’ulteriore conferma di un dato ormai ampliamente acclarato, ha esordito Elis Deghenghi Olujić: la poesia è stata, e continua ad essere, un grande e significativo capitolo della letteratura istro-quarnerina. E quando tra breve verrà pubblicata la storia di questa letteratura, frutto di un ampio ed impegnativo lavoro collettaneo che presenta il risultato dell’analisi di oltre un sessantennio dell’attività poetica, narrativa e pubblicistica degli italiani di Croazia e Slovenia, si avrà la conferma di questa affermazione.” Stando alla docen- te, intanto, una prima lettura della silloge di Salvi, “Piovono formiche carnivore”, aiuterebbe già ad “avvalorare una verità antica”, quella cioè che considera la poesia “nata nel momento in cui la specie umana ha preso la parola e ha osato dire una qualche verità, ha osato esprimere anche la rabbia, che fa parte anch’essa, con l’aggressività, della specie cui apparteniamo”. Una rabbia a lungo repressa, quella di Salvi, che esplode fin dal Preludio, nel quale si annuncia quella lacerazione e quella disarmonia che connotano gran parte delle liriche che costituiscono la silloge, e nel quale l’autore si rivolge ad un ipotetico lettore, per comunicargli senza mezze misure che lo scopo del lavoro è “abbattere l’inespugnabile/muraglia della tua meraviglia/ per mezzo dell’artiglieria pe(n)sante/ delle mie parole:/voglio istigarti a pensare”. Siamo al cospetto di un lamento ed un’irrequietudine in gran parte generati dall’insofferenza di Salvi, transfuga solitario, nei confronti di un mondo reietto, desolato, in cui egli si sente “Grigio ed immobile come un sacco di cemento/dentro una carriola arrugginita” e nel quale è venuta meno ormai anche l’estrema fiducia, la fiducia nella poesia, diventata anch’essa “in fin dei conti/poco più di una sega mentale” (Quando niente ha senso). L’opinione che qui vi scaturisce è che “la percezione che Salvi ha del mondo è tragica, ed il tragico in un poeta conduce necessariamente alla lirica. Salvi, non c’è dubbio, è un poeta lirico, oserei dire – così la Deghenghi Olujić – dichiaratamente lirico, senza avere, però, i tanti diffusi vizi di chi lirico vuole essere a tutti i costi. Strano ma vero: Salvi è un lirico, ma con il vantaggio di essere dife- so da lirismi troppo gratuiti, anche se resta il compito di liberarsi da facili soggettivismi, dal maledettismo giovanile e dall’eccessiva ed ossessiva concentrazione in un’interiorità che racconta una sorta di disfacimento, che non toglie i piedi dal fango. “Salvi”, ha proseguito la docente, “vive della chiara e diamantina nudità di certe espressioni, di una scrittura quasi violenta. Non priva di forza per vivere della sua prepotenza, la lingua di Salvi è normale, a tratti alta a tratti antiletteraria, antipoetica, tendente al basso, ma normale. C’è una terribile oggettività in ciò che ci viene raccontato, ovvero nella voce omologante che stringe la propria vita come un pugno e la sbriciola. La durezza della lingua, in qualche modo petrosa, lo scatto duro della frase e del verso, la scansione senza pietà, come senza pietà è la vita che si descrive, restituiscono un flumen intensissimo e ribollente, danno voce ai risentimenti del giovane poeta, esprimono la protesta per un’offesa forse ricevuta in pieno petto e per questo irrisarcibile. Passione polemica, fino al limite di un’aperta autoironia, anche un po’ corrosiva, innestata su una franca volontà di rappresentazione autobiografica, di sincerità confessionale.” Alessandro Salvi è nato nel 1976 a Pola, ma risiede da sempre a Rovigno dove ha terminato la scuola elementare e la Scuola Media Superiore Italiana. Sin da giovanissimo si è dato alla scrittura di versi, pubblicati tra l’altro nella rivista letteraria “La Battana” e in altre pubblicazioni quali “Farapoesia”, “Niederngasse”, “Tuttolibri”, “The Muse Apprentice Guild”. Altre sue poesie sono incluse nell’antologia “La ricognizione del dolore” (2007) curata da Pietro Pancamo e che nel titolo riprende allusivamente il romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda “La cognizione del dolore”. A Salvi è andato anche il primo premio per la Poesia al Concorso “Istria Nobilissima” del 2008. Finora ha pubblicato: “Piovono formiche carnivore e altre inezie” (editore “Aletti” di Villalba di Guidonia, Roma), e “Ladro di tamerici” (nell’antologia di “Istria Nobilissima”). La raccolta “Vietato fotografare il crepuscolo” è ancora inedita. Un prezioso patrimonio locale valorizzato, preservato e catalogato Ondina Lusa sul dialetto e sulle tradizioni di Pirano Ondina Benedetti Lusa (1941) opera nel settore educativo, alle funzioni della Comunità “Giuseppe Tartini” di Pirano, attende al suo organo «Il Trillo», dal 1976 alla responsabilità redazionale delle esclusive pubblicazioni del periodico «Lasa Pur Dir», avviate insieme al mensile. Vi spiccano le qualificate verificazioni di onomastica dei cognomi estesamente addotte in tre tomi da Marino Bonifacio e quelle araldiche di Rino Cigui, altresì il grazioso compendio miscellaneo sul Mar de Piran del dicembre 2006, informato profusamente in validi dettagliati approfondimenti degli autori sui toponimi dei pescatori (Vinko Oblak), la loro attività (Elio Musizza, Marino Vocci, Nadja Terčon), la biodiversità (Lovrenc Lipej e Martina Orlando Bonaca), la maricoltura (Sara Del Giusto), l’antico utilizzo agricolo delle alghe (Amalia Petronio), spunti storiografici (Almerigo Apollonio), il lessico marittimo dialettale (Rino Tagliapietra, revisione di Marino Bonifacio), gli annosi soprannomi popolari dei pescatori e pescivendoli (Sergio Perentin), un resoconto personale in vernacolo sulla cattura di esche (di Giuseppe Bepi Zudič, riportato da Nives Zudič Antonič), un inno di Dino Vatta musicato dal Maestro Luigi Bevilacqua, una poesia di Luisella Ravalico, proverbi inveterati (Ondina Lusa e Marino Bonifacio), il prelevamento marittimo di sabbia da costruzione con la tipica brazzera, estratto dagli appunti di Mario Tellùri conservati e trascritti dalla redattrice (rielaborati dal Bonifacio, con l’aggiunta di alcuni schizzi di suo padre Giorgio a completamento di quelli di Tellùri), gli svariati trasporti del modesto veliero (Flavio Bonin), un fine ricettario tradizionale delle provinciali pietanze di mare, apportato dalla Lusa. Gli esiti dei sistematici studi personali sul dialetto e alquante espressioni del folclore piranese, condotti dal 1968 fino all’edizione nel 2004, vengono ordinati nelle Perle del nostro dialetto, opera singolare e unica del suo genere, di proficuità e pregio rari, riferimento insostituibile, per certi aspetti esemplare, a ulteriori ispezioni. Ne emerge il Dissionariéto/Dizionariétto, strumento capitale alla conservazione di un idioma quasi del tutto estinto nella sua forma autentica, cui resta una fonte anche per poeti e creativi, certamente attendibile per l’obiettivo rigore metodologico e l’intensa perizia della compilazione, ottenuta quasi integralmente dalla Lusa, con le sole eccezioni della segnatura fonetica e il lessico ornitologico, procurati da Marino Bonifacio. Sono inserite appropriate schede a supplemento dei settori terminologici sulla fauna marina, alberi, frutta, fichi, tipi d’uva, uccelli, fiori, mestieri, malattie, epiteti, cibi, verdure dell’orto, e sui verbi ausiliari. Nel denso valente articolo introduttivo del coadiutore, le precise illustrazioni sulle indicazioni grafiche nel dizionarietto vengono alfine fornite in quasi quattro pagine, in poscritto a un competente dibattimento dello stato degli studi sul piranese e questioni collegate; richiamati in merito gli apporti scientifici o informativi di Antonio Ive, Domenico Contento maestro, Nicolò Linder, Enrico Rosamani, Maria Punter, Pierotto Parenzan, Orazio de Colombani, Bruno Giraldi, Manlio Cortelazzo, Mitja Skubic, Lauro Decarli, Giuseppe Brancale, Ondina Lusa, Annamaria Muiesan Gaspari, Mario Doria, Francesco Semi, Sergio degli Ivanissevich, Giulio Manzini, Giovanni Rapelli, Pavle Merkù, Luciano Rocchi, Mario Marzari, Giacomo Ruzzier, Lucio Benedetti, Just Cavalli, Darja Mihelič, Franco Crevatin, Antonio Spadaro, Maria Coluzzi ved. Radivo, Caterina Ravalico ved. Bonifacio, Giorgio Bonifacio, Giorgio Maraspin, Adelina Ravalico, Irma Fonda, Luigi Parenzan, Domenico Contento pescatore, Giorgio Bartole, Bruno Maraspin, Domenico Corsi, Mario Castro, Norina Zamarin, Claudio Pericin, Rino Tagliapietra. Decisamente rilevante la constatazione dell’influsso negativo del triestino sui veneti istriani, segnalabile la polemica sull’indisponibilità degli specialisti del Veneto e nazionali ad analizzare i dialetti italiani considerandone attentamente il vocalismo e la cadenza, ad esprimersi sul netto divario tra piranese e triestino e sulle menomazioni al fonetismo dei vernacoli regionali e le relative pubblicazioni, alla quale non vengono risparmiati neppure membri dell’establishment culturale istriano. La catalogazione è in là applicata ai contesti socio-linguistici e culturali di alcuni aspetti della trascorsa vita locale, abbracciando le aree del folclore, le tradizioni popolari e l’onomastica. Sono riportati accuratamente numerosi nomignoli con i rispettivi nomi di battesimo ai quali venivano comunemente associati, un conteggio dei cognomi e delle famiglie in Pirano e dintorni nel 1945, un preciso elenco di soprannomi in uso nel Piranese con la spiegazione dell’origine, cantilene, filastrocche, scioglilingua, fiabe, tiritere, indovinelli, le conte e i giochi dei fanciulli, proverbi, modi di dire, superstizioni, tre ricette di dolci. I testi teatrali in vernacolo, adesso riprodotti dopo essere stati parzialmente rielaborati in conformità alle esigenze dell’allestimento scenico, sono stati premiati a più riprese da “Istria Nobilissima” e hanno impegnato l’autrice nei compiti della regia. Esenti da populismo e ricerca del facile effetto, queste raffinate commedie muovono da un rapporto simpatetico con gli spettatori, trattandoli come ospiti di riguardo tramite il richiamo ai sentimenti, alle logiche, al pragmatismo e alle emozioni della quotidianità, cagionando un’ironia leale, mai invadente. Luciano Dobrilovich 4 cultura Venerdì, 29 gennaio 2010 Venerdì, 29 gennaio 2010 5 MOSTRE L’esposizione di Gorizia comprende molte testimonianze sugli anni dannunziani nel capoluogo quarnerino Il futurismo di frontiera: Fiume compresa di Francesco Cenetiempo e Gabriella Musetti È in questi giorni in programmazione nel capoluogo isontino la mostra “Gorizia: Futurismi di frontiera”, allestita in due sedi: la sala espositiva della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia e i saloni del Castello di Gorizia (Sala degli Stati Provinciali e Sala del Conte). Nella sala della Fondazione Carigo è presente la prima sezione della mostra, aperta fino al 28 febbraio, dedicata alla figura di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo e ai suoi rapporti con l’avanguardia giuliana e internazionale. Tutto di Marinetti Di Marinetti, scrittore, intellettuale e organizzatore culturale, famoso e stimato nell’area delle avanguardie di tutto il mondo, si offre una ricca e varia documentazione, con materiali notevoli per originalità e completezza: lettere in varie lingue, manoscritti autografi, cartoline di grande bellezza e rarità, bozze con correzioni e note autografe, riviste, libri in ricercate edizioni italiane, francesi, russe, tedesche, inglesi, ceche, giapponesi e di molti paesi di lingua spagnola, fotografie, manifesti e dipinti di alcuni grandi artisti che rappresentano Marinetti e inoltre i dipinti di alcuni tra i più significativi autori del cosiddetto primo Futurismo, precedente la prima guerra mondiale (Boccioni, Severini, Russolo, Carrà, Balla, Soffici, Depero). “Interventista e giuliano” La mostra, ideata e realizzata al confine orientale d’Italia, vuole documentare un aspetto fondamentale del Futurismo, a volte non messo in giusta evidenza nelle rassegne allestite in Italia e all’estero: la grande battaglia interventista dei futuristi che vide in Trieste, “rossa polveriera d’Italia”, un punto nodale. Trieste e Gorizia furono importanti punti di riferimento di questo fenomeno culturale che ebbe, unico tra i grandi movimenti culturali italiani, una vera e grande influenza e dimensione internazionale. L’esposizione vuole documentare i rapporti di Marinetti con il mondo culturale giuliano, interrotti dalla guerra mondiale, che ripresero, a Gorizia e a Trieste, nel 1919, quando l’intellettuale Sofronio Pocarini, dichiarò la propria adesione al Futurismo e al Partito Futurista nel n. 15 - 16 di «Roma Futurista», codiretto dal goriziano Enrico Rocca, e pubblicò su «La Voce dell’Isonzo», l’11 ottobre 1919, il “Manifesto di fondazione del Movimento Futurista per la Venezia Giulia”. Viene anche documentata l’avventura fiumana di D’Annunzio e le esperienze di ogni genere che si consumarono nella città quarnerina e che attirarono moltissimi giovani e intellettuali da ogni parte del mondo. Moda, mobili manufatti, oggetti Alla moda e alla “Ricostruzione futurista dell’universo quotidiano”, o meglio domestico, i Musei Provinciali di Gorizia dedicano una originalissima esposizione allestita al Museo della Moda e delle Arti Applicate, che prosegue fino al primo maggio. Questa mostra, come indica il sottotitolo – che fa riferimento all’ennesimo “Manifesto” quello dedicato a “La ricostruzione futurista dell’universo” firmato nel 1915 da Balla e Depero – non si ferma alla moda. Indaga anche il mondo delle arti applicate, oggetti ed arredi della quotidianità, dai mobili agli arazzi, ai componenti d’arredo, alle ceramiche, ai manufatti, presentando opere originali come ad esempio quattro rarissimi “ombrelli futuristi” o alcuni progetti di grande bellezza di Anita Pittoni. Ma è la parte dedicata all’impresa fiumana a essere particolarmente interessante per la documentazione esposta. “Tu devi sapere che sei giunto in una città pericolosa per i tuoi giovani anni. Qui si fa senza alcun ritegno tutto ciò che si vuole. Le forme di vita più basse e più elevate qui s’alternano non altrimenti che la luce e le tenebre” scriveva Giovanni Comisso ne Il porto dell’amore (1924), e sapeva bene quel che diceva, visto che fu tra i protagonisti delle vicende. Quando all’alba del 12 settembre 1919 parte da Ronchi la colonna di 35 autocarri con poco meno di 200 granatieri e una ventina di ufficiali, guidata “Il nostro sogno più caro di artisti e di lottatori è sempre stato quello di sollevare la miseria materiale e spirituale delle masse, e se domani avremo modo di sopprimere in loro prima la fame, poi l’ignoranza, potremo dire di aver raggiunto uno degli obiettivi fondamentali di tutta la nostra azione”. (Mario Carli, per “La testa di ferro” Comisso sull’Impresa di Fiume, nel suo romanzo “Il porto dell’amore” ha scritto: “Tu devi sapere che sei giunto in una città pericolosa per i tuoi giovani anni. Qui si fa senza alcun ritegno tutto ciò che si vuole” da una Fiat 501 rossa decappottabile con a bordo D’Annunzio e alcuni ufficiali amici, tra cui il tenente Guido Keller, eroico aviatore della prima guerra mondiale, si dà l’avvio all’impresa che terminerà nel “Natale di sangue” del 1921. Sull’impresa fiumana si è scritto molto e da punti di osservazione differenti. A Fiume si trovarono i personaggi più disparati: monarchici, repubblicani, fascisti, socialisti, sognatori, artisti, sindacalisti, anarchici, riformisti, truffatori, arditi, spie, ma anche giovani idealisti alla ricerca di nuove forme di cultura e di società. La guerra mondiale, una vera carneficina che era pesata sull’animo di molti, era appena conclusa, la rivoluzione russa scoppiata da poco, il nazifascismo non ancora asceso al potere. In quel particolare momento storico si poteva forse ancora disegnare un modello nello scacchiere geopolitico dell’Europa, almeno, questo fu il sogno di molti, il futuro sembrava ancora da progettarsi. Fiume e l’avventura fiumana si insediarono in un momento cruciale della Storia, furono una sfida all’ordine costituito, non solo a quello italiano ma a quello europeo che si veniva formulando nei trattati di pace di Parigi, come osserva Claudia Salaris nel libro: Alla festa racconta Léon Kochnitzky – futuro responsabile dell’ ufficio “Relazioni Esteriori” del Comando di Fiume: con la complicità dei ferrovieri i giovani smontavano alla stazione di Mattuglie (Abbazia) e con una guida del luogo rimontavano alla successiva stazione, oltre confine. I rivoltosi rispondevano con sberleffi e risate alle ingiunzioni e minacce del Governo italiano, come si vede dalla copia di “Cagoia e le teste di ferro” (27 settembre 1919), con cui venne sbeffeggiato il capo del governo italiano Francesco Saverio Nitti. Guido Keller formò una compagnia personale del Comandante, “La Disperata”, raccogliendo quei giovani soldati che venivano dall’Italia fuggendo senza documenti, e quindi non potevano essere accolti in modo regolare al Comando, secondo la testimonianza di Giovanni Comisso. Per sopravvivere al blocco italiano venne formato un gruppo di legionari “Uscocchi”, addestrati alle azioni piratesche, che fecero diversi attacchi a navi A Fiume si trovarono i personaggi più disparati: monarchici, repubblicani, fascisti, socialisti, sognatori, artisti, sindacalisti, anarchici, riformisti, truffatori, arditi, spie, ma anche giovani idealisti alla ricerca di nuove forme di cultura e di società della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, uscito per i tipi de Il Mulino nel 2002. I ferrovieri di Mattuglie Il 13 settembre D’Annunzio assume il comando di “Fiume liberata”, la notizia si sparge in Europa e da quel momento arriva a Fiume una moltitudine di giovani da ogni parte, molti provenienti proprio dall’esercito regolare, aggirando il blocco imposto dal Governo italiano, come cariche di vettovaglie, come quello del 10 ottobre 1919 al piroscafo Persia, vicino a Lussino, carico di armi destinate alle truppe antibolsceviche russe, quello al Trapani, carico di farina, pasta, ceci, caffè, formaggio, e 10.000 paia di scarpe, nel gennaio 1920, o quello del 7 maggio 1920, contro il piroscafo Barone Fejerway, carico di grano. La ricca documentazione esposta, fotografie, bollettini, giornali, libri, manifesti, consente di ritrarre questa esperienza nelle diverse sfaccettature. L’aviatore Guido Keller Guido Keller formò una compagnia personale del Comandante, “La Disperata”, raccogliendo quei giovani soldati che venivano dall’Italia fuggendo senza documenti Mario Carli e Guido Keller Mario Carli, giornalista redattore della «Testa di Ferro», pubblicato a Fiume a partire dal febbraio 1920, insieme a numerosissime altre pubblicazioni periodiche e aperiodiche, scrisse nel libro Con D’Annunzio a Fiume (1920): “Prendendo la Russia come modello tipico di rivoluzione sociale, si vede anzitutto che il bolscevismo è stato un movimento, non tanto grettamente espropriatore, quanto rinnovatore, perché ha voluto ricostituire in base a ideali vasti e profondi l’edificio sociale, assurdamente sbilenco sotto il decrepito regime zarista”. E ancora: “Il nostro sogno più caro di artisti e di lottatori è sempre stato quello di sollevare la miseria materiale e spirituale delle masse, e se domani avremo modo di sopprimere in loro prima la fame, poi l’ignoranza, potremo dire di aver raggiunto uno degli obiettivi fondamentali di tutta la nostra azione”. La «Testa di ferro» fu la pubblicazione ufficiale dei legionari, arditi e avanguardisti che puntavano a differenziarsi dai monarchici reazionari e dai seguaci di Mussolini, i fascisti. Guido Keller, asso della vecchia squadriglia di Francesco Baracca, era uno personaggi più geniali e incontenibili, e per lui, come per molti altri, l’impresa di Fiume era solo l’inizio di una rivoluzione che doveva cambiare il mondo. “... vagheggiava la realizzazione della ‘Città di Vita’, della città degli artisti e per gli artisti; città senza leggi e senza agenti d’ordine; senza cimiteri e senza banche. Una città isolata Una città isolata, magari nel mezzo del Mediterraneo, senza strade e senza case standard” dice Krimer nel libro Incontro con Guido Keller (1938). Insieme a Giovanni Comisso fonda il movimento Yoga, l’Unione di Spiriti Liberi tendenti alla perfezione, che ha come simbolo una svastica – allegoria del carro e del sole – e la rosa a cinque petali. Il movimento, con tendenze esoteriche e trasgressive, si poneva l’obiettivo di contrastare gli elementi moderati e conservatori che circondavano D’Annunzio e si apriva al libero amore, agli omosessuali, ai reietti sociali. Soprattutto Fiume si trasforma in una città dove si mette in pratica il concetto arte/vita, di discendenza futurista e marinettiana, e la vita si incarna in una festa. Il 27 ottobre 1919 a Fiume è rappresentato il primo spettacolo futurista, organizzato dall’8° Reparto Arditi, secondo la testimonianza di Mario Carli. I comizi, le orazioni di D’Annunzio dal Palazzo del Governo, gli spettacoli teatrali futuristi, le moltissime pubblicazioni e i pubblici proclami aumentano l’esaltazione degli abitanti. E quindi si vive quotidianamente in una atmosfera che ammalia. “I comizi e i cortei di Fiume si formano istantaneamente, con rapidità fulminea: basta che una sirena fischi o una fanfara suoni, e la dimostrazione è composta, e dilaga per tutta la città”. dice ancora Mario Carli. E continua: “Basta vivere qui un giorno di festa, per afferrare il lato veramente futurista di questi movimenti di folla. Il fatto che essa è composta per metà almeno di donne, contribuisce a renderla più fresca e più lirica”. La festa nasce per strada, senza organizzazione, spesso con un carattere dionisiaco ed esaltato che nasconde il senso oscuro di una imminente sconfitta, a volte è accompagnata da droghe. Anche il capo di questa città, il Comandante D’Annunzio è un poeta che sa trasformare la vita in poesia e sa ammaliare la folla con le sole parole. La Carta del Carnaro per diritti più moderni In collaborazione con l’anarcosindacalista Alceste De Ambris, nominato capo di gabinetto il 9 gennaio 1920, D’Annunzio redige una costituzione, La Carta del Carnaro. Ci sono principi di centralità sociale del lavoro produttivo che viene ritenuto preminente rispetto al diritto di proprietà, è presente il salario minimo garantito, il diritto allo studio compresa l’educazione fisica da svolgersi in strutture adeguate, l’assistenza medica gratuita, la pensione, il diritto a essere risarciti in caso di abuso di potere, e molti altri di- ritti assolutamente inimmaginabili a quel tempo. Alla Conferenza delle Nazioni di Sanremo del 19 aprile 1920, presieduta da Nitti, cui parteciparono britannici, francesi, italiani, greci, giapponesi e belgi, per discutere sulle questioni relative alla ripartizione territoriale tra gli Alleati dei territori dell’ex Impero Ottomano Natale i combattimenti riprendono furiosamente il 26. La nave Andrea Doria centra la finestra dello studio di D’Annunzio che rimane leggermente ferito. Nonostante i proclami e i volantini che invitano a resistere la città è stremata dalle difficoltà, dalla fame, dai cannoneggiamenti e la resa è sancita il 3 gennaio. Tra il 4 e il 13 “Basta vivere qui a Fiume un giorno di festa, per afferrare il lato veramente futurista di questi movimenti di folla. Il fatto che essa è composta per metà almeno di donne, contribuisce a renderla più fresca e più lirica” al termine della I guerra mondiale, la delegazione di Fiume, guidata da De Ambris non è accettata . D’Annunzio risponde con la fondazione della Lega di Fiume. Ma il blocco diventa sempre più stringente e si avvicina la scelta della forza da parte del governo italiano. Il 14 novembre Guido Keller, in un volo su Roma, lancia un pitale contro Montecitorio, il 28 novembre lo stesso D’Annunzio fa lanciare su Pola e su Trieste migliaia di volantini intitolati Saluto italico: “I morituri vi salutano. [... ] Il vittoriosissimo Birro della disfatta ammassa intorno a Fiume i suoi Carabinieri. La città è stretta da quei gendarmi che l’antecessore adoperava a schiaffeggiare i mutilati, ad atterrare i martiri sopravvissuti, a calpestare il tricolore”. Ormai siamo alle strette finali. L’attacco parte il 24 dicembre 1921, vigilia di Natale. Dopo la tregua di Il movimento YOGA, con tendenze esoteriche e trasgressive, si poneva l’obiettivo di contrastare gli elementi moderati e conservatori che circondavano D’Annunzio e si apriva al libero amore, agli omosessuali, ai reietti sociali. Soprattutto Fiume si trasforma in una città dove si mette in pratica il concetto arte/vita, di discendenza futurista e marinettiana, e la vita si incarna in una festa gennaio i legionari lasciano Fiume. Ma non tutti. Anni dopo, nel 1957, Corrado Alvaro che si trovò ad assistere alla disfatta così scriveva in Fiume 1921 (in Roma vestita di nuovo): “Era il principio della primavera 1921. [...] Porto Baros era in mano dei legionari, e davanti al porto stazionava una nave da guerra, il Marsala. [...] Dal Marsala ancorato nel porto coi suoi cannoni protesi verso la città, si potevano vedere assai bene con un cannocchiale quelli che chiamavano ribelli. [...] Mi ricordo certi pomeriggi stagnanti in cui dall’Eneo quei disperati facevano sentire lo scoppio delle loro granate a mano che rompevano la monotonia dell’assedio e dell’attesa con le loro innocue esercitazioni. [...] Erano come belve in gabbia, e rifacevano mille volte la strada lungo il bastione del faro. [...] Fiume era stata per qualche tempo il palcoscenico su cui si erano puntati gli occhi del mondo, e ora si avvolgeva in una inerzia infinita e in una malinconia da esilio. Il dramma creato da D’Annunzio, anche se egli era assente, si svolgeva fino all’ultimo atto. E io vidi quest’ultimo atto una mattina. Sul mare un poco gonfio, navi si delinearono raggiungendo l’orizzonte e non lasciando più che gli avvolgimenti del fumo. Erano le navi che riportavano ad Ancona gli assediati di Porto Barros stremati”. 6 cultura Venerdì, 29 gennaio 2010 UN LIBRO Dopo Ramous, anche Luigi Raimondi nella particolarissima collana editoriale Un fiumano nei libretti di Mal’Aria A rrigo Bugiani, ideatore de I libretti di Mal’Aria, un progetto editoriale a dir poco straordinario, che attraversò parte del Novecento italiano come una meteora composta da piccoli libretti colorati e dalle fatture cartacee più strane. Una curiosa operazione editoriale, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1994 (dopo la cessata attività dell’omonima rivista di letteratura “Mal’Aria” fondata nel 1951 a Follonica dallo stesso Bugiani e di cui uscirono soltanto nove numeri, contraddistinti da grande raffinatezza editoriale e tipografica): 568 fogli di carta di formato 210 x 297 mm, stampati su carta di risulta o di scarto tipografico, da una sola parte e ripiegati in quattro, dallo stesso Bugiani, in modo da formare otto paginette. Il colophon, invece, riportava le caratteristiche di stampa con dicitura, riferimento alla stagione, al tipo di carta e a volte il tipo di caratteri e l’inchiostro utilizzato. A questo unicum editoriale diedero il loro apporto numerosi artisti come Manzù, Sassu, Guttuso, Boccioni, Parigi, Rosai, Modigliani, Morandi, Purificato uniti a poeti e prosatori come Ceronetti, Marin, Giotti, Ramous, Caproni, Sbarbaro, Barile, Longanesi, Ungaretti, Montale e tanti altri ancora. In uno dei primi supplementi culturali del 2008 de «La Voce del Popolo», ci siamo imbattuti nello scrittore, poeta e drammaturgo Osvaldo Ramous che con tre libretti (quelli segnati con i numeri 185, 338 e 420) entrò di diritto nella rosa dei pubblicati di «Mal’Aria». Ora un altro fiumano si fa strada con il libretto numero 348 intitolato Un tempo di settembre. Il suo nome è Luigi Raimondi, nato a Fiume nel 1922, quando la città era uno Stato Libero, da padre lombardo e da madre chersina. Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale viene chiamato alle armi e integrato in un corso per ufficiali del Regio esercito, dove matura una rapida coscienza antifascista, dovuta alla frequenza di commilitoni quali Boris Possich “Ad ogni mio troppo infelice silenzio, ad ogni mia volontà di ribellione, la mamma - povera mia mamma - esclamava il suo ammonimento accorato: - Come farai figliolo mio figliolo mio come farai nel mondo con cotesto carattere! - Male ho fatto. Ho fatto molto male nel mondo ostile, ma alla fine ho preso l’idea, gli amici, la sposa che ho voluto, ho posato gli occhi sopra un pianeta che mi piaceva e l’ho perfino abbellito”. (da La stella di A. Bugiani - 1946) di Abbazia, poi comandante partigiano in formazioni croate e primo sindaco in quel comune; Rino Domenicali di Udine, poi comandante garibaldino in Friuli e docente di lettere nella città friulana e l’anconetano Enzo Santarelli, storico antifascista. Dopo il disastroso armistizio dell’8 settembre 1943, si sottrae alla cattura da parte dei tedeschi entrando in clandestinità nel Gargano pugliese e subito dopo nelle fila del Corpo Italiano di Liberazione (in cui si arruolarono numerosi fiumani), dove partecipa a tutta la campagna militare al fianco degli Alleati sino alla cessazione delle ostilità nel 1945. Dopo la laurea in lettere, conseguita presso l’Università di Padova, presta la propria opera di insegnante nella scuola pubblica, a vari livelli, sino al pensionamento. Nel contempo è fondatore e poi presidente onorario dell’ANPI di Udine, dove vive tuttora, collaborando a riviste storiche e metodologiche e pubblicando liriche su esili libriccini fuori commercio e numerati, stampati per i soli amici, di cui è editrice Paola Tavoschi di Udine. Alcuni titoli sono d’obbligo: Quasi un gioco (1988), Bora chiara bora scura (1997), Ultima vanità (1999), Prima che se ne vada la memoria (2000), Asta filetto (2002). Il libretto di “Mal’Aria” libretto numero 348, editato nel 1988 presso la Tipografia Cursi e figli di Pisa in 500 copie su carta pelure centorighe, contiene la lirica intiolata come il verso che la inaugura: Un tempo di settembre / lungo i muri / vitelle brune alpine / passavano muggendo / con dolcezza. // Non si lasciava la casa / per vedere la fine dell’estate / in piedi sulla soglia del portone. // I cani, i cavalli lucidi di pelo, / uomini e donne / stracchi di malgare. // Davanti a tutti / ritta come un dio / andava una ragazza / tenendo uno stallone / a morso stretto. // Noi si guardava. / Sono vent’anni, / ormai. // Restano parvenze / di fiori di carta colorata / nella cornice grossa dello specchio. / Ornavano la grande bestia, / il toro della mandria, / a metà fronte. / dove lo colpirono al macello. In memoria dell’amico Bugiani, scriveva nel gennaio 1995 a Paolo Tesi (autore della mostra “Febbre libraria, fra progetto e diletto”, Arezzo, aprile 1992): “Da un tempo immemorabile, durante la gnot dai muarz nel paese di Clavajas in Carnia, si pone sul fogolâr un cialdîr pieno di acqua limpida. Quindi si va a dormire. L’antichissima usanza vuole che si compia tale rito affinché i morti di casa, ritornando dall’Oltretomba per trovare i propri cari, possano dissetarsi, affaticati per il lungo viaggio. Oppure per riprendere le perdute sembianze terrene e palesarsi a parlare ai propri parenti, nel sogno. È un atto superstizioso si, ma di speranza e soprattutto di “ pietas erga patres”. Da quest’anno Paola e Gigi metteranno sul fogolâr di Fêdel un altro secchio di rame, con acqua pura di monte. Per Arrigo Bugiani di Pisa, loro amico». Ad Arrigo Bugiani, nato a Grosseto nel 1897 e congedatosi dal mondo dei vivi nell’agosto 1994, sarebbe piaciuto senz’altro placare la sete bevendo nel cialdîr la limpida acqua delle Alpi Carniche e orchestrare, a notte fonda, nei sogni degli amici la nascita di nuovi libretti per la sua biblioteca, “la più esile ma sostanziosa biblioteca del mondo”. NOVITÀ IN LIBRERIA / I nuovi titoli di due giornalisti di punta Vespa apre le porte alle donne, Stella agli «altri»... Tanto atteso, nelle librerie italiane è arrivato Donne di cuori. Duemila anni di amore e potere. Da Cleopatra a Carla Bruni, da Giulio Cesare a Berlusconi (Mondadori) l’ennesimo successo editoriale di Bruno Vespa. Centinaia i protagonisti di questo libro per raccontare un unico tema: il ruolo delle donne - e il peso dell’eros e del sesso, ma anche la loro presenza rassicurante e protettrice - accanto agli uomini che hanno fatto la storia. L’attualità italiana è dirompente, in primo luogo per via delle vicende che hanno coinvolto le frequentazioni femminili del presidente del Consiglio che poi hanno dettato una parte rilevante dell’agenda politica del 2009. Ma lo è anche per le questioni familiari di Berlusconi, con richiesta di divorzio da parte della moglie. E lo è per la discussione che si è aperta sulle violazioni della privacy di uomini pubblici. Ma il libro spazia nei secoli passati e in ogni paese del mondo, svelando che quasi tutti i potenti hanno avuto un enorme interesse per le donne, e che le donne hanno saputo approfittarne in modo talvolta intelligente, spesso spregiudicato. Il nuovo libro di Fabio Volo Il tempo che vorrei (Mondadori) è anche il più sentito, il più vero, e la forza di questa sincerità viene a galla in ogni pagina. Ci si ritrova spesso a ridere in momenti di travolgente ironia. Ma soprattutto ci si ritrova emozionati, magari commossi, e stupiti di quanto la vita di Lorenzo assomigli a quella di ciascuno di noi. Lorenzo semplicemente non sa dimostrare l’amore e così si trova di fronte a due amori difficili da riconquistare, da ricostruire: con un padre che forse non c’è mai stato e con una lei che se n’è andata. Forse diventare grandi significa imparare ad amare e a perdonare, fare un lungo viaggio alla ricerca del tempo perso e che non ritorna più. È il percorso che compie Lorenzo, un viaggio alla ricerca di se stesso e dei suoi sentimenti, quelli più autentici, quelli più profondi. Il giornalista Gian Antonio Stella presenta il suo Negri, froci, giudei & co. L’eterna guerra contro l’altro (Rizzoli) come un viaggio che parte dall’Europa, dall’onda nera dei partiti etnici, delle milizie e dei giustizieri politici spuntati un po’ dappertutto, dal Tamigi al Don, per dare la “caccia al diverso”, all’immigrato, asiatico o rom che sia. Prosegue con il razzismo all’italiana, nelle sue varianti colonialista, in nome dei vecchi Savoia, antisemita e nostalgica in nome del Duce o, per arrivare ai nostri tempi, nella versione leghista con le uscite dei vari Borghezio, Boso, Bossi e Gentilini contro neri, zingari e clandestini. Stella rievoca le mattanze dei nazionalismi serbo e croato nelle guerre balcaniche, le guerre civili tra Siena e Firenze, due città entrambe toscane, italiane e cattoliche ma che si combatterono a lungo. Furono miriadi nei secoli le pulizie etniche nei confronti dei “diversi”, e questo odio si è costruito riscrivendo la storia su misura di certi pregiudizi, o di determinate paure. Un libro intenso, ricco di dati e di storie, che ci ricorda le radici di un disprezzo antico, e nuovissimo al tempo stesso. Un saggio che fa riflettere sulla stupidità e sugli spropositi deliranti di tutti i fanatici di ogni tempo e luogo. Nelle librerie croate si ripresenta l’autrice di “Leggere Lolita a Teheran” Azar Nafisi e propone Stvari o kojima sam šutjela (Naklada Ljevak). L’autrice parte dal suo diario dove stillava delle note di cose da fare quali innamorarsi a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran... Molte delle altre, a tanti anni di distanza, ha deciso di raccontarle in questo libro. Che diventa un ritratto del padre, sindaco di Teheran all’epoca dello scià, e della madre, fra le prime donne entrate al Parlamento iraniano. È la storia dei tradimenti di lui, del mondo fantastico in cui lei a poco a poco trasforma la realtà insopportabile che la circonda, e della forzata, dolo- rosa connivenza dell’autrice con il padre. Ma anche e soprattutto la rivelazione di come a volte le dittature sembrino riprodurre i silenzi, i ricatti, le doppie verità su cui si regge il primo, e più perfetto, sistema totalitario: la famiglia. Chi conosce Nafisi sa già cosa troverà, qui, in ogni pagina: l’emozione di leggere sempre qualcosa di autentico e temerario. Qualcosa che arriva dalle strade e dai giardini di Teheran come dalle pagine di Firdusi o dei grandi cantastorie persiani. Fareed Zakaria in Svijet poslije Amerike (Fraktura) propone la tesi che il mondo si trova alle soglie di una svolta epocale: la stasi economica degli Stati Uniti condurrà ben presto il Paese al declino politico e segnerà la rapida ascesa non solo della Cina, ma di altri Paesi oggi in via di sviluppo o già rampanti. Viviana Car cultura 7 Venerdì, 29 gennaio 2010 CORRISPONDENZE D’AUTORE Città di imperi, di poteri chiusi, cupole d’oro e caseggiati d’epoca sovietica, sfarzi e povertà Mosca, la transizione che non passa di Christian Eccher I l treno dai sedili neri, grandi come poltrone che porta i turisti e gli uomini d’affari dall’aeroporto di Sheremetyevo fino alla stazione Belorusskaya scorre rapido sui binari; i passeggeri leggono o parlano al telefono incuranti delle vecchie carrozze verdi e austere dei convogli regionali che, lenti e faticosi, arrancano in direzione opposta. Mosca permette che l’occidente si incunei nella sua struttura urbana, ma solo lungo i cunicoli della metro, nei grandi palazzi di vetro o sulle rotaie ghiacciate che indifferenti scavano solchi nel cemento e nell’asfalto (Non riuscivo a chiudere occhio la sera prima, gioivo come un bambino. Appoggiata a un pilastro aspettavi, ormai sfiduciata che io potessi arrivare. La sala degli arrivi era deserta, dominavano la plastica di pareti divisorie montate in tutta fretta, i negozi scintillanti di liquori, gli enormi e lampeggianti schermi al plasma). Mosca è sconforto e solitudine: i palazzi del centro di epoca sovietica, che innalzano pinnacoli e stelle rosse, rimangono indifferenti al passaggio delle signore con il fazzoletto in testa, intente a raggiungere le chiese dalle cupole d’oro, sorte ovunque dopo la caduta del comunismo. Queste donne, per lo più anziane, talvolta giovani e slanciate, si perdono in un altro inganno: il cielo di Mosca, turgido e compatto, non lascia spazio alla salvezza (Nei grandi boulevard, fra gli edifici dalle porte e dalle finestre serrate, nella coda ininterrotta di auto che si avvinghia come un serpente intorno ai parchi, alle fontane e ai palazzi della città, io mi affidavo alla tua mano: l’inferno ha il sapore del miele). Città di imperi, di poteri chiusi e assoluti, Mosca è il simbolo della transizione che non passa. Le oligarchie hanno saldamente in mano il controllo dell’intero paese, ma sono invisibili, inutile cercare di carpirne i segreti: inutile cercare il confine fra la new economy e i poteri mafiosi. Le finestre annerite della Lukoil, una delle più potenti compagnie petrolifere russe, sono mute e non si aprono sulle strade antistanti. Proteggono l’interno dell’edificio dal resto della città, e la città nelle sue finestre vede rispecchiati i mendicanti, le ragazze con i pantaloni attillati, l’iPod alle orecchie, e nella mente il più patriarcale dei sogni, sposare bene e riccamente (Non resta che rifugiarsi nel sottosuolo, nei cunicoli della metropolitana; il calore degli uomini accalcati e la luce pallida che piove dalle lampade stordiscono, sciolgono le coscienze in un fluido che affratella e inghiotte. Seduta, appoggiavi la testa sul mio petto, ma il battito era quello ritmico e frenetico delle ruote di ferro che sobbalzano sui vuoti fra le rotaie). Anche il Cremlino è chiuso in se stesso. Ai turisti offre la grandiosità della Piazza Rossa, con le cupole addolcite della Cattedrale di San Basilio – illustrazioni da un libro di favole, le cupole colorate e grandi come meringhe – e il grande centro commerciale che gli sorge proprio di fronte. Il monumento a Lenin, un edificio basso davanti al quale i viaggiatori del Mondo Nord si accalcano per farsi fotografare – con la benedizione dei tour operator – è presidiato da una poliziotta dagli stivali neri che parla al cellulare con lo sguardo basso, intenta a dare piccoli calci a un sasso. Mosca decide dove e in che misura offrire al pubblico la propria storia: severa e arcigna, la Russia non ama parlare di sé. (Nei giardini del Cremlino una banda di fiati suonava melodie popolari per i turisti. Ma a ballare erano anziane coppie russe che nel vestiario e nelle movenze ricordavano la Vienna di inizio secolo. Un ragazzo dai denti rifatti in oro faceva vorticare a ritmo di musica la ragazza con cui – composto – aveva deposto poco prima un mazzo di fiori davanti al monumento ai caduti. I poliziotti avevano alzato la catena per farli passare. “Quant’è una pensione in Russia”, chiedevo io, perso fra il rosso degli edifici, le arcate immense degli aerei, i grandi cumuli bianchi che impiccolivano il cielo e la Vienna di Mahler). Mosca vive nella paura. Paura del proprio passato, del presente di Putin che è riuscito a ricreato l’assolutismo sovietico. Al posto dell’ideologia proletaria, a dominare è il neocapitalismo senza regole. Il grande impero sovietico è diventato un immenso mercato: il nero delle miniere e del petrolio viene adesso quotato in borsa, a New York come a Pechino. Mosca vive l’incubo della dissoluzione. Dopo l’Ucraina, il Kazakhstan, i paesi baltici e gli stati divenuti indipendenti al crollo dell’URSS, altre nazioni cercano di affrancarsi da Mosca. La Cecenia si è ribellata con attentati sanguinari da cui Mosca si difende non soltanto mandando soldati negli angoli più sperduti dell’impero, ma anche blindando se stessa. I teatri, i musei, i supermercati, le sale da concerto, sono ormai simili ad aeroporti: metal detector, agenti armati e con l’auricolare presidiano gli ingressi (L’“Italiana” di Mendelsshohn, con la solarità mediterranea del “Salterello” finale, fu accolta da un grande applauso. Ma il boato riempì la sala soltanto al terzo bis, quando l’orchestra cominciò a suonare una melodia malinconica di Čajkovski. È questa la grande anima melanconica dei russi, avrei voluto chiederti. Ma un’arcigna maschera ci aveva già separati perché i numeri che avevamo occupato non corrispondevano a quelli sui biglietti). La periferia appare uguale ovunque. Enormi caseggiati, strade larghe inframmezzate da hotel costosissimi, kitsch, con abbondanti colazioni “vip” e stanze dai letti enormi, cuscini morbidissimi e piume di pavone. I mini-bus guidati da autisti uzbeki e turkmeni cercano di fare concorrenza agli autobus lì dove la metropolitana non arriva. Lungo questi boulevard, le persone non si guardano mai negli occhi (La signora smilza della reception si stupiva che volessi dormire in quell’hotel sovietico, con l’ascensore dalle pareti di cartone e i letti piccolissimi. A te veniva da ridere. Come spiegarle, come spiegarti, che in occidente nel Comunismo abbiamo creduto? Come spiegarle, come spiegarti, che da noi era un’altra cosa, un sogno di libertà? Come spiegarle, come spiegarti che adesso non abbiamo più niente? Neanche una lingua comune per farci capire da chi è nato e cresciuto a est di Trieste?). Mosca vive isolata dal resto della Russia. I moscoviti guardano quasi con disprezzo chi viene da fuori, dalle profondità remote dell’ancor immenso impero. Esiste, a Mosca, una “buona” borghesia, ma è minoritaria: liberi professionisti, medici, professori universitari, sono come schiacciati fra la massa che vive ben al di sotto della soglia di povertà e la casta degli oligarchi. La “buona” borghesia si concentra tutta nelle grandi città, è forse l’anima di Mosca, ma non ha alcun potere a livello politico. Non conta nulla. (Sull’Arbatskaya, un cane camminava saltellando sulle gambe posteriori, quelle anteriori abbracciavano la gamba del padrone che lo teneva al guinzaglio. Mancavi da un po’. Scesi nel sottoscala del caffè, eri ferma ed estasiata di fronte a una gigantografia murale di un paese dell’Italia meridionale. Sole e case disabitate. A lungo ho vagheggiato i laghi freddi del tuo nord, da sempre sogni gli incendi al tramonto nel mio sud. Le storie di partenze senza ritorni del Molise e dell’Istria erano per te la favola più dolce). Nello straniero non c’è fiducia, ai turisti si offrono matrioske; lascino i soldi e se ne vadano il prima possibile. Difficile anche solo orientarsi nella metropolitana se non si conosce il cirillico. Difficile anche comprare un biglietto del treno senza pagarlo sei volte di più se non si conosce il russo. Gli occidentali sono ancora, in Russia, nemici. I russi e i popoli dell’est sono ancora, in occidente, nemici (Quasi non ci accorgevamo di parlare tedesco. Ci sembrava di parlare la lingua universale, quella antecedente alla Torre di Babele. Senza grammatica e senza sintassi, rinunciavamo a ordinare il mondo nel fragoroso e stridente universo moscovita, rutilante di rabbia, povertà, ricchezza, disperazione, rassegnazione. Solo nel caos primordiale si possono incontrare e fondere, per un momento, e per sempre, le differenze più inconciliabili). 8 cultura Venerdì, 29 gennaio 2010 CARNET CULTURA rubriche a cura di Viviana Car, Lara Drčič, Helena Labus I LIBRI PIÙ VENDUTI IN ITALIA A V I T V I T A A R R A A V I T A R R R A A N Zoran Milivojević Formule ljubezni Mladinska Knjiga Collana della nuova letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero LO SCAMPO GIGANTE Collana degli autori italiani dell’Istria e del Quarnero ALTRE LETTERE ITALIANE MARCO APOLLONIO L’altra parte del cielo Tre racconti nuovi di scottante attualità del capodistriano Marco Apollonio: il destino traumatico di un extracomunitario, l’incapacità di comunicare e un giallo problematico e intellettuale. Anno V / n. 46 del 29 gennaio 2010 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ, supplementi a cura di Errol Superina / Progetto editoriale di Silvio Forza Art director: Daria Vlahov Horvat / edizione: CULTURA Redattore esecutivo: Silvio Forza / Impaginazione: Željka Kovačić Collaboratori: Arletta Fonio Grubiša, Francesco Cenetiempo, Christian Eccher, Gianfranco Miksa e Viviana Car La redazione del presente inserto ha consultato i siti: www.knjiga.hr, www.kulturaplus.com, www.sveznazdor.com www.svetknjige.si, www.emka.si, www.librerie.it, www.italialibri.net, e la rivista “Arte” (Giorgio Mondadori Editore) Il presente supplemento viene realizzato nell’ambito del Progetto EDIT Più in esecuzione della Convenzione MAE-UPT n. 1868 del 22 dicembre 1992 Premessa 8, supportato finanziariamente dall’UI-UPT e dal Ministero Affari Esteri della Repubblica italiana. I libri dell’Edit si possono ordinare direttamente dal sito: www.edit.hr/editoria/index.html oppure telefonando allo 00385 (0)51 228 799 A N C “A stroncare l’uomo non è stata la difficoltà di attuare i suoi sogni, ma la scoperta di averli raggiunti. Quasi non sapesse che farne.” Questa la convinzione, di Damiani, uno dei maggiori intellettuali della CNI. I A “Mi fa bene ricordare, sono brandelli di vita, della mia vita, ma fanno parte anche di altre vite, è la mia storia, ma anche la storia della mia gente e a sessant’anni di distanza è ancora una ferita aperta”. T R S A I Mary Balogh Temni angel Meander C Ed ebbero la luna C Jacquie D’Alessandro Polnočna ura Anu Elara Jamie Oliver Ministrstvo za prehrano Vale-Novak I Panorama ristretto I T ALESSANDRO DAMIANI L Nova Zemlja Založba Ganeš SUGGERIMENTI AI LETTORI ESTER SARDOZ BARLESSI B S A N U Eckhart Tolle B P Roberto Saviano Gomora Mladinska knjiga I C Wayne Anderson i drugi Zvjerologija Planetopija C I P.C. Cast Izdana Algoritam J. Abramson – B.Keller Obama – Zgodovinska pot Založba Sanje I T Mladen Šolić Lijepota različitosti Izvori P.G. Wodehouse Le tako naprej, Jeeves Mladinska knjiga L S Alen Bović Metastaze Konzor Mateja Jančar Kapitelizem, tranzicija, demokracija Inštitut Jože Pučnik B I Paul Garde Balkanske rasprave Ceres B C Isabel Allende L’isola sotto il mare Feltrinelli Vittorio Zucconi Il caratteraccio. Come (non) si diventa italiani Mondadori Albert Sanchez Pinol Pandora u Kongu Fraktura Pero Simić Tito – Fenomen stoljeća Večernji list F. Scott. Fitzgerald Priče iz doba jazza Šareni dućan I Joaquín Navarro-Valls A passo d’uomo. Ricordi, incontri e riflessioni tra storia e attualità Mondadori L Paulo Coelho Il vincitore è solo Bompiani B Erri De Luca Il peso della farfalla Feltrinelli Paolo Brosio e altri A un passo dal baratro. Perché Medjugorje ha cambiato la mia vita Piemme B Dan Brown Il simbolo perduto Mondadori Curzio Maltese La bolla. La pericolosa fine del sogno berlusconiano Feltrinelli Khaled Hosseini Tek za zmajem Mladinska knjiga U U Bruno Vespa Donne di Cuori Mondadori Predrag Matvejević Kruh naš VBZ Sabrina P. Ramet Tri Jugoslavije – Izgradnja države i izazov egitimacije 1918 -2005 IN SLOVENIA P P Fabio Volo Il tempo che vorrei Mondadori IN CROAZIA