Bloodaxe, le antologie e la poesia contemporanea: una lezione per l’Italia?
Sabato 24 novembre, alla biblioteca comunale di Beeston (Nottingham, UK) è stata
presentata l’antologia Essential Poems from the Staying Alive Trilogy (Bloodaxe 2012). La
sala del piano superiore era gremita di sedie, e il pubblico contava non meno di una
cinquantina di persone. Non male per un evento a pagamento (sì, qui è la norma), in una
biblioteca di provincia che decide di ospitare - nella serie di eventi “Beeston Poets” - un
incontro interamente dedicato alla poesia contemporanea per come è interpretata e diffusa
da Mr. Neil Astley, fondatore ed editor della casa editrice Bloodaxe.
Una volta di più ho potuto constatare come, se opportunamente veicolata, la poesia può
attirare pubblico, vendere molti libri, avvicinandosi finalmente ad altre e ben più fortunate
forme letterarie. Mi si obietterà che in Inghilterra si legge più che in Italia; obiezione che in
questo caso respingo al mittente, visto che qui per la poesia le cose non vanno poi tanto
meglio che nel nostro paese. Prova ne è che Astley - che dietro un’apparenza trascurata è un
perfetto binomio di passione autentica e intuizione imprenditoriale - inizia il suo discorso
riportando alcuni (deprimenti) dati sulle vendite della poesia contemporanea in Inghilterra,
dimostrando come Bloodaxe sia riuscita a opporsi a tale china.
Anzitutto, i dati: di tutta la poesia venduta fino al 2000, solo il 5% è di poeti vivi e vegeti; di
questo 5%, i 2/3 sono raccolte del Nobel Seamus Heaney (per l’Italia, sostituire il nome
Merini al nome Heaney: così, tanto per avere un’idea della decadenza poetica del nostro,
di mainstream). Ma come mai, si chiede Astley, l’aver letto Heaney non ha portato i lettori
ad approcciare altri autori? Parte del problema, a quanto pare, risiede nell’offerta povera e
ristretta delle case editrici più in vista, che si limita a pubblicare autori britannici. Un tipo di
poesia, nelle parole di Astley, “safe, and often predictable” (“che non rischia, e spesso
prevedibile”). Come dargli torto: quelle quartine eternamente rimate, quell’alone di
nostalgia e narrazione che sono diventate una dominante nel tipo di offerta della maggior
parte delle case editrici… all’uniformità stilistica va aggiunto un vero e proprio
provincialismo - o Little Englandism, come ho letto altrove - che è sotto gli occhi di tutti:
personalmente, in un anno di residenza qui, non ho quasi trovato sugli scaffali un libro di un
poeta irlandese o americano o australiano(tutti casi in cui nemmeno si porrebbe il problema
della barriera linguistica!)
Contro questo duplice difetto strutturale - magro numero di vendite e autoreferenzialità del
sistema editoriale britannico - si è battuta e si batte Bloodaxe. Fondata nel 1978, questa
casa editrice si è subito posta l’imperativo della trasversalità - tanto stilistica quanto
geografica - delle voci proposte. Il catalogo spazia da un poeta coreano come Ko Un a
un’antologia di poesia cinese contemporanea, da un poeta performer come Benjamin
Zephanian a uno sperimentale formato su modelli ermetici come Jeremy Prynne (una sorta
di Zanzotto britannico, se possibile più estremo ancora). E molto altro ancora. Non c’è l’idea
di linea editoriale com’era un tempo da noi; forse perché l’idea è maggiormente pragmatica
e reader-oriented, nel tentativo di venire incontro ai gusti estetici, a volte idiosincratici, dei
lettori. Discutibile in linea di principio? Forse. Efficace in termine di risultati? Senz’altro.
Il progetto, avviato da Bloodaxe a inizio 2000, delle antologie Staying Alive, Being
Alive e Being Human, che raccolgono nel loro insieme oltre un migliaio di poesie di poeti da
tutto il mondo, ha avuto ottimi riscontri di vendita, nei quali il passaparola tra lettori ha
giocato un ruolo fondamentale. Ogni antologia ha venduto all’incirca 50000 copie, un
risultato quasi inimmaginabile per la poesia. Le antologie successive sono state costruite
raccogliendo anche i suggerimenti dei lettori delle prime, e l’agile libretto Essential Poems
from the Staying Alive Trilogy che le riassume tutte e tre e dispone i testi in dialogo e quasi
secondo uno schema narrativo, è disponibile anche in formato ebook e audiobook. Per non
parlare dei poetry-film realizzati su alcuni autori: film dove i testi poetici non sono un di più,
un ornamento, ma proprio il fulcro attorno cui ruota la parte audiovisiva. Ecco alcune chiavi
del successo.
Certo, i titoli “ruffiani” sono pensati per un pubblico ampio, le copertine - pur non scadendo
mai nel kitsch - assomigliano più a quelle dei bestseller piuttosto che ai sobri, monocromi e
seriosi libretti di poesia. Eppure, la spregiudicatezza (tale per noi italiani) del contenitore si
giustifica non appena, leggendo le pagine, si trovano ottime traduzioni di poeti notissimi
(Neruda, Hikmet, Transtörmer), capisaldi della poesia inglese (Eliot, Auden, Larkin) e
tantissimi poeti affermati solo localmente. Astley ha letto, senza enfasi e con chiarezza,
numerosi testi tratti dall’antologia, e ha lasciato spazio alle domande e anche ad aneddoti
che vale la pena riportare qui: ad esempio, che nel Nobel assegnato al poeta svedese
Transtörmer hanno giocato un ruolo fondamentale le ottime traduzioni inglesi, che l’hanno
reso disponibile a un più vasto pubblico. E sempre a proposito di traduzioni, Astley ha
spiegato di accettarne solo da traduttori in stretto contatto con gli autori, e di sottoporle poi
a specialisti nella lingua d’origine per un parere sull’accuratezza della traduzione. Il rigore
nel proporre testi di qualità, a quanto pare, non è proprio antitetico ad alcune basilari
strategie di marketing.
L’attitudine è scopertamente pedagogica: le poesie inserite hanno quasi tutte una grande
immediatezza, ma la speranza - che, al netto dei fatti, si sta realizzando - è quella di spingere
i nuovi lettori di poesia verso lavori più impegnativi. La funzione dell’antologia - di questo
tipo di antologie - è da un lato quella di allargare il pubblico potenziale, dall’altra quella di
poter finanziare opere assai più impegnative (e Jeremy Prynne, pubblicato da Bloodaxe nel
2005, è impegnativo come pochi altri, ve lo garantisco). Mi sembra che questo modo di
ragionare sia poco presente in Italia, eppure penso che vada incoraggiato, lasciandosi alle
spalle i vari purismi che da Croce in poi non ci hanno mai veramente lasciati. A tal proposito,
non ho potuto fare a meno di pensare alle polemiche che, in Italia, si infiammano a ogni
nuova uscita antologica. Non è qui lo spazio per affrontare tale questione: solo mi sento di
dire che questo si realizza perché la comunità dei lettori di poesia in Italia è fortemente
specializzata, e l’antologia viene considerata come uno strumento critico di storicizzazione e
canonizzazione anziché (anche, e a volte unicamente) un’abile scorciatoia pedagogica per il
lettore generico. Fare chiarezza su questa distinzione sarebbe benefico per tutti.
Pubblicato su www.criticaletteraria.org
© Davide Castiglione
Scarica

Bloodaxe, le antologie e la poesia contemporanea: una lezione per l