Domenica
La
di
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
Repubblica
l’inchiesta
“Noi precari, una vita contromano”
MICHELE SERRA e MICHELE SMARGIASSI
la memoria
Märklin, il trenino che andò sulla luna
PAOLO RUMIZ e ANDREA TARQUINI
Il racconto di Navarro
Valls, l’uomo che
dal 1984 è il portavoce
della rivoluzione
di Karol Wojtyla
FOTO AFP / GETTY IMAGES
“I miei
vent’anni
col Papa”
EDMONDO BERSELLI
«S
ROMA
e guardo indietro, a questi vent’anni…».
Mentre parla, Joaquín Navarro-Valls sembra un discepolo perfetto di Baltasar Gracián, il grande scrittore secentesco, maestro
nell’arte di onestamente dissimulare. Espone e nasconde; rivela e occulta con la sapienza elegante degli uomini che conoscono segreti e poteri esclusivi. Nella voluta modestia del
suo ufficio nella sala stampa vaticana, sciorina il suo stile irresistibile, tipico del “gran encantador”, come lo chiamavano gli
amici dell’Opus Dei. In questi vent’anni ha creato una figura,
un ruolo, una funzione. Vent’anni come portavoce del Papa,
un’eternità al servizio dell’eternità.
Prima di Navarro-Valls, ricorda lo storico Alberto Melloni,
che ha dedicato parte del suo recente saggio Chiesa madre,
chiesa matrigna al riflesso pubblico del pontificato wojtylia-
no, la struttura comunicativa del Vaticano era artigianale.
L’avvento di Karol Wojtyla nel 1978 prelude a una rivoluzione di metodo e di stile anche nella comunicazione. E una specie di presagio si stende su questo castigliano nato a Cartagena 68 anni fa, che ha studiato medicina all’università di
Barcellona, si è laureato in patologia medica e in seguito si è
specializzato in psichiatria.
A Barcellona Navarro-Valls entra nell’Opus Dei, diventandone membro numerario. È un esito non del tutto prevedibile
per un figlio della più classica borghesia spagnola, con il padre
avvocato dello Stato, di estrazione liberale, non monarchico,
anzi, favorevole alla repubblica: «Eravamo una famiglia cattolica, ma senza enfasi. E non è stata questa l’unica singolarità
della mia vocazione: anche la scelta della facoltà di medicina è
stata una rottura importante, in quanto infrangeva una linea di
tradizione letteraria e giuridica, comunque umanistica. Ma
studiare medicina derivava proprio da un intento umanistico,
dalla volontà di trovare una mediazione tra fede e scienza».
(segue nella pagina successiva)
i luoghi
A Mosca l’ultima festa mobile
SANDRO VIOLA
cultura
Il museo globale, Guggenheim a Roma
ANTONIO MONDA e PAOLO VAGHEGGI
le tendenze
iPod e i suoi fratelli, la vita in tasca
SEBASTIANO MESSINA e RICCARDO STAGLIANÒ
26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
la copertina
Navarro Valls
La laurea in medicina, l’Opus Dei, la passione tardiva
per il giornalismo, sino alla telefonata di Karol Wojtyla
che gli ha cambiato la vita . È il 1984, la rivoluzione
di Giovanni Paolo II trova il suo portavoce. Con una ricetta
per superare le difficoltà: dire sempre tutto.
Anche la verità. Soprattutto quando è scomoda
“Il Papa mi disse: venga con me”
EDMONDO BERSELLI
(segue dalla copertina)
a prima svolta avviene nel
1971. Navarro-Valls, che
pubblica a Barcellona un
saggio intitolato La manipulacion publicitaria: una antropologia del consumo, decide di prendersi un anno sabbatico. Viene a Roma e un gene clandestino si mette al lavoro nel suo Dna. Comincia a scrivere dall’Italia, per Abc, un quotidiano liberale, finché la direzione del giornale
non lo interpella: diventerebbe il nostro
corrispondente? È un’avventura interessante: l’Italia degli anni di piombo, il Medio Oriente, la guerra del Kippur, la restituzione del Sinai all’Egitto, «ma soprattutto la possibilità di un’immersione
profonda nelle culture, l’Islam, l’ebraismo, l’ortodossia greca».
Corrispondente dal Mediterraneo
sud-orientale, presidente dell’Associazione della stampa estera. E a questo
punto la storia affonda lietamente nel
mito. Perché Navarro-Valls è un meraviglioso catalizzatore di leggende. Hanno
scritto di lui che in gioventù ha fatto addirittura il torero, anche se lui smentisce
con la sua bella risata, evocando testimonianze risolutive: «No, il matador, mai!».
Non le crea, le leggende, lascia che sia
l’interlocutore a completare il non detto.
«Ero a una conferenza stampa dell’Avvocato Agnelli, quando squilla un telefono:
è un invito che non si può declinare e che
conduce a un quesito. Cioè come si potrebbe riorganizzare la comunicazione
della Santa Sede». Il Vaticano, spiega Navarro, nei primi anni di pontificato wojtyliano aveva subito gli effetti nefasti dello
scandalo Ior: una vicenda che aveva indotto i vertici della Chiesa a pensare che
occorresse qualcosa di nuovo, una struttura capace di interagire con duttilità con
il mondo dei media.
L
za pratica».Sotto questa luce, la sintesi di
Wojtyla è stata originale: «Quello che apparve sulla scena europea e mondiale
era un intellettuale molteplice per cultura: polacco nella poesia e nella storia; tedesco in filosofia, conoscitore di Husserl, Scheler, Heidegger, ma anche attento alla Francia, fino all’Essere e il nulla di Sartre».
Un racconto emozionante
Si emoziona, Navarro, quando descrive
il pontefice intellettuale: «In questi
vent’anni ho avuto il privilegio di essere
vicino a un uomo dotato di straordinaria
capacità di pensiero astratto, e allo stesso tempo di una impensabile capacità di
tenerezza umana. Lo si vedeva da come
baciava i bambini, nello sguardo diretto
negli occhi, nella stretta delle mani, in
quell’empatia che rivelava e ancora oggi, pur nella malattia, illumina il carisma. Giovanni Paolo II è un filosofo e un
poeta. E la meraviglia maggiore è che
questa stranissima miscela non diventa
disarmonica, resta insieme con una sua
coerenza…».
Che cosa si trae da tutti questi anni di
vicinanza al Papa? Che cosa resta come
significato possibile? Wojtyla, dice Navarro, sta cercando di cambiare i punti di
riferimento della nostra epoca. Indica
l’amore umano come l’opportunità che
consente a un “io” di scoprire un “tu” disponibile a cambiare il proprio progetto
di vita. Il che implica una spregiudicatezza suprema. Una mente libera, perché
per il Papa la verità è libertà. È per questo,
ad esempio, che dopo la caduta del Muro, nella sorpresa generale, il pontefice ha
proposto una critica del capitalismo:
perché la struttura capitalistica ha bisogno di una revisione etica.
Nella condivisione di questi principi, si
intuisce da parte di Navarro una consuetudine, qualcosa in più, forse un’amicizia. «Vedo il Papa quando ce n’è bisogno,
di solito a pranzo o a cena. È una bella
conversazione, perché il Santo Padre ha
un grande senso dell’umorismo, una inclinazione per la battuta, ed è dotato di un
ottimismo che potremmo definire realista. Per questo non nasconde la malattia,
è questo realismo che gli consente di essere ottimista: di vedere il male, ma essendo certo che il male non prevarrà».
Si avverte in Navarro l’ammirazione,
quasi lo stupore per l’azione del pontefice, per il suo essere un agitatore di coscienze, di culture, di visioni: «È vero, du-
rante tutti questi anni, ho avuto l’impressione di vedere la storia passare da vicino,
soprattutto nella sua dimensione religiosa. È una sensazione fortissima, che vale
specialmente per i cambiamenti d’epoca, la rivoluzione nei paesi dell’Europa
centro-orientale, trecento milioni di persone che vedono rovesciarsi il loro orizzonte. Ma pensiamo anche a Cuba, all’incontro con Fidel Castro, e alla critica
al sistema cubano pronunciata con fermezza, con Fidel che ha ascoltato». Oppure si può ripercorrere con la memoria
una vicenda che supera deliberatamente i confini geografici, politici, religiosi:
«Nel mio ricordo c’è un Papa che va due
volte all’Onu. Che è stato il primo pontefice a entrare in una moschea, a Damasco. Il primo che si reca in una sinagoga, a Roma. Una personalità che non
«Non abbiate paura»
Così arriva la seconda chiamata. «Venga
con noi». Uno shock intellettuale. E una
scelta di vita radicale. «Il primo incontro
con il Papa era stato nell’anno dell’elezione, il 1978; mi aveva molto colpito il
suo essere portatore di un pensiero nuovo. Quel “non abbiate paura” che significava il desiderio sincero di misurarsi con
il mondo, con la modernità». Evidentemente, il «non abbiate paura» valeva anche per lui, che stava per inventarsi un
mestiere quanto meno difficile. «Quando ho cominciato, occorreva soprattutto
creare una mentalità. Non si trattava più
di utilizzare i media, strumentalizzandoli. E nemmeno di ridurre al minimo la
possibilità di danni provocati dall’attenzione particolarissima della stampa. Era
venuto il momento di partecipare integralmente alla dialettica mediatica».
Significava accettare «un linguaggio,
una semantica, le regole intrinseche al
mestiere». La sua fortuna, dice NavarroValls, è stata trovare un Papa che veniva
dalla Polonia, da un contesto senza opinione pubblica, «perché ciò che veniva
pubblicato non veniva creduto»; e che
quindi ha concepito quasi come un dovere scrivere libri e sottomettersi al giudizio della critica. E, naturalmente, offrire se stesso ai media, come simbolo e come persona.
A quel tempo Wojtyla non aveva ancora esplicato il suo ruolo globale. Andando
a ritroso, Navarro-Valls sostiene che il
Papa aveva maturato la consapevolezza
che il cristianesimo doveva affrontare
due ingenti sfide culturali: «il marxismo,
ossia una pratica senza più teoria, e lo
strutturalismo, una insidiosa teoria sen-
1984
1985
1986
1987
1988
1989
1990
1991
1992
1993
LA NOMINA
A PORTAVOCE
LA QUARTA
ENCICLICA
LA VISITA
ALLA SINAGOGA
IL VIAGGIO
IN CILE
IL PAPA
E LE DONNE
GORBACIOV
IN VATICANO
OMELIA CONTRO
LA GUERRA
LA NONA
ENCICLICA
RIABILITAZIONE
DI GALILEO
LA CONDANNA
DELLA MAFIA
Il 4 dicembre
1984 Joaquín
Navarro-Valls
viene nominato
direttore della
sala stampa
della Santa
Sede: è il primo
non italiano
È del 2 luglio
1985 l’enciclica
“Slavorum
Apostoli”,
dedicata ai santi
Cirillo e Metodio,
evangelizzatori
e patroni dei
popoli slavi
Il 13 aprile il
Papa visita la
Sinagoga di
Roma, dove
viene accolto dal
rabbino Toaff e
chiama gli ebrei
«fratelli
maggiori»
Il 31 marzo 1987
il Papa visita il
Cile di Pinochet.
A giugno riceve
in Vaticano Kurt
Waldheim,
presidente
austriaco dal
passato nazista
Il 15 agosto il
Papa pubblica la
lettera pastorale
“Mulieris
dignitatem”, in
cui conferma
l’impossibilità
del sacerdozio
per le donne
Il 1 dicembre
viene ricevuto
per la prima
volta in Vaticano
l’allora
segretario
generale del
Pcus Michail
Gorbaciov
Il 25 dicembre
il Papa recita
l’omelia di
Natale contro
la guerra del
Golfo, che
chiama
«un’avventura
senza ritorno»
È l’anno
dell’enciclica
“Centesimus
Annus”,
dedicata al
lavoro per il
centenario della
Rerum Novarum
di Leone XIII
Con l’intervento
alla Pontificia
Accademia delle
Scienze riabilita
Galileo Galilei
cancellando
l’antica
condanna
della Chiesa
In visita ad
Agrigento, il
Papa condanna
i crimini di Cosa
Nostra:
«Mafiosi
convertitevi! Un
giorno verrà il
giudizio di Dio!»
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27
ha mai, mai rinunciato al dialogo con l’Islam, visitando paesi “difficili” come
l’Indonesia e il Sudan. Perché Wojtyla
ha sempre manifestato un’opposizione
chiara alla guerra di civiltà, e a tutto ciò
che interpreta l’Islam nel segno dell’inimicizia».
Non è stato soltanto un portavoce,
Navarro-Valls. Nelle conferenze internazionali sulla popolazione e lo sviluppo, tenutesi fra il 1994 e il 1995 al Cairo,
a Pechino e a Copenaghen, si è assunto
il compito di rendere pubblico il dissenso esplicito della Chiesa su alcuni punti
considerati non negoziabili: «No all’aborto come diritto umano, e no all’aborto come strumento per il controllo
delle nascite. Ebbene, nessuna di queste posizioni è entrata negli statements
di quelle conferenze».
CHI È
IL RUOLO
Nato a Cartagena, in Spagna,
il 16 novembre 1936, si è laureato
prima in medicina e poi in giornalismo
e scienze della comunicazione.
Corrispondente dall’estero di Abc,
quotidiano di Madrid, e inviato
in Africa, Giappone e Filippine,
in Italia è stato il primo membro
del Consiglio direttivo della Stampa
estera. Dal 1984 è portavoce
del Papa
Joaquín Navarro-Valls è portavoce
del Papa e direttore della sala stampa
della Santa Sede, l’ufficio che ha il
compito di pubblicare e diffondere
tutte le notizie che riguardano sia gli
atti del pontefice sia l’attività della
Santa Sede. Il direttore cura poi i
rapporti con i giornalisti accreditati e
con i giornalisti degli altri Paesi
durante i numerosi viaggi del Santo
Padre
‘‘
FOTO GRZEGORZ GALAZKA
In questi anni
ho avuto
l’impressione di
veder la storia
passare da vicino
In precedenza, nel 1988, era stato con
il cardinale Casaroli nell’Unione Sovietica, per il Millennio del cristianesimo, in
visita al patriarca ortodosso. In quell’occasione aveva portato a Michail Gorbaciov una lettera del pontefice: «Fummo
ricevuti dall’uomo della perestrojka, che
ci disse: “Dite al Papa che gli risponderò”.
Gli rispose sei mesi dopo, con un’altra lettera. Ho incontrato Gorbaciov l’ultima
volta un anno fa: “Si ricorda, Navarro?”,
mi ha chiesto. “Quella lettera è stata l’inizio di tutto”. Non so che cosa era quel
“tutto”, ma rendeva l’idea».
Con il Papa parla in italiano. Lo chiama
«Santo Padre» e Wojtyla gli si rivolge chiamandolo «dottor Navarro». Talvolta una
risata del Papa è bastata per dissolvere le
ombre che si addensavano sul portavoce
come quando parlò della malattia «di ori-
‘‘
‘‘
Incontro il Santo Padre
quando ce n’è bisogno,
di solito a pranzo o a cena.
È sempre una bella
conversazione perché
ha senso dell’umorismo
e ama la battuta
SEMPRE A FIANCO
DEL PAPA
A sinistra Joaquín
Navarro-Valls in Val
d’Aosta con il Papa
durante la vacanza
del pontefice.
A destra il
portavoce con
il Santo Padre
durante un viaggio
in aereo.
Nella foto in alto
un briefing con
i giornalisti
1994
1995
1996
1997
1998
La nuova
strategia
MARCO POLITI
F
gine extrapiramidale» del pontefice, rendendo ufficiale la diagnosi del morbo di
Parkinson. Ci sono stati molti momenti
difficili? «La difficoltà c’è ogni giorno,
quando sai che devi far passare un messaggio che non è politico, è di carattere
etico, mentre non pochi tendono a tradurlo in politica». E come si supera questa strettoia? «Con la coerenza del linguaggio. Con il rigore. Con la verità».
L’omicidio in Vaticano
Anche con la freddezza, la padronanza
estrema delle situazioni. «Una sera, sono le 21.30 del 4 maggio 1998, squilla il
telefono rosso, quello delle crisi gravissime. Ci sono tre cadaveri in Vaticano. È
la tragica notte delle guardie svizzere (il
comandante Alois Estermann ucciso in
Vaticano con la moglie Gladys dal suo
sottoposto Cedric Tornay, poi suicidatosi, ndr). Qualcuno mi dice: “Dobbiamo pensare a qualcosa da dire domani”.
Domani? Subito, ribatto io. Poco dopo
facevamo il primo comunicato. Avevo
fatto gli accertamenti necessari. Uno
scoppio di follia. Ma per la stampa contavano i particolari. I corpi erano nudi o
no? Erano vestiti. Mi hanno chiesto se
era stata esaminata la pista del delitto a
sfondo omosessuale, e ho risposto che
era stata considerata e poi esclusa. La verità spazza via le ombre».
Dire tutto è una delle risorse più raffinate di Navarro-Valls. Dire tutto significa
dare la notizia che «il Papa ha un tumore
al colon, va a ricoverarsi e verrà operato
domattina alle sei». Oppure: «Il pontefice
è caduto nel bagno e si è fratturato il femore», per poi mostrare in sala stampa la
radiografia della protesi. Dire tutto è una
tecnica sofisticata. Soprattutto se talvolta dire tutto equivale a non svelare niente. Difatti ride quando gli si dice che in un
paese di furbacchioni a dire la verità si
passa per furbi matricolati. Ed è per questo che guarda la politica di casa nostra
con la curiosità e talvolta l’ammirazione
di chi invidia la flessibilità italiana: «Noi
spagnoli vediamo tutto in bianco e nero.
Voi, una infinita sfumatura di grigi».
La giornata di Navarro-Valls comincia
con la lettura dei giornali italiani, come
confessa con civetteria, come per farsi assolvere da un peccato veniale. Finisce di
solito con l’impegno delle cene nella Roma serale e salottiera: altra veloce autoassoluzione. Seppur di rado riesce a ritagliarsi una giornata libera, e allora scappa
in Abruzzo, gode della solitudine dei
monti, si addormenta leggendo un libro
di medicina, la vecchia passione. Altrimenti, se ha solo qualche ora di libertà…
Navarro ammicca, si alza e tira fuori il suo
peccato mortale, una foto su Prima Comunicazione, in cui si dice della sua passione per la pagaia: «È tutto sbagliato, a
cominciare dal titolo, “In canoa sul Tevere”. Non è una canoa e non è il Tevere. È
un kayak; se c’è vento vado sui laghi qui vicino, altrimenti vado in mare. Tre ore di
pagaia e sono esausto al punto giusto per
ricominciare a lavorare».
Dopo vent’anni, il giornalista Navarro
si concede un bilancio: «Quando sono arrivato, solo il 20 per cento delle notizie
pubblicate era di fonte vaticana; l’80 proveniva da fonti altre. Adesso il rapporto si
è rovesciato». Vuol dire che la «sua» comunicazione è attendibile. E quando
questo impegno finirà? In passato si parlò
di un ruolo come osservatore permanente della Santa Sede all’Onu. Adesso invece si scommette sul suo futuro come rettore del Campus biomedico, il polo universitario dell’Opus Dei che farà inevitabilmente concorrenza all’Università cattolica: «Non ci penso nemmeno. Ho imparato che il modo migliore per preparare
il futuro è vivere alla giornata. Beato l’uomo perché non conosce il suo destino».
1999
2000
2001
acile dire che Navarro è lo
spin doctor di Sua Santità,
una specie di Alaistar Campbell col fascino dell’ex torero (ma
pare che non abbia mai affrontato
un toro) in grado di proiettare a
piacimento l’icona di Karol
Wojtyla come gli esperti fanno
con Blair o Bush. Il paragone non
regge. Perché se Tony o George
siedono con i loro consiglieri per
studiare ogni mossa, Joaquín Navarro quando ereditò venti anni fa
la direzione di una placida sala
stampa della Santa Sede, dovette
muoversi in punta di piedi per non
urtare suscettibilità, vincoli e potenti superiori.
Con il Papa non ci si siede a progettare strategie di comunicazione, non si costruiscono battute,
non si concorda il look. Il primo
che si sogna di fare da suggeritore
finisce muto nella buca. Dunque il
lavoro da fare (e fu fatto) era un altro. Trasformare il ruolo di portavoce nell’estensione automatica,
flessibile, moltiplicatrice delle
improvvisazioni di Wojtyla, dei
suoi gesti fulminei, dei segni profetici del suo pontificato. Significa
anche accentrare. Se all’inizio del
suo incarico le notizie su Papa e
Vaticano, prodotte dalla sala
stampa pontificia, erano solo il 20
per cento già dieci anni dopo erano arrivate all’83 per cento. Così
Navarro è diventato l’uomo delle
luci del grande spettacolo papale,
ha assecondato intuitivamente (e
con estrema cura professionale)
l’ansia di comunicazione del pontefice nato attore.
Non era scontato. Si fa presto a
credere che con un maestro della
comunicazione come Giovanni
Paolo II fosse facile imporre la sua
immagine al mondo. Di papi e Vaticano erano abituati a occuparsi
regolarmente soltanto i giornali e
la tv italiana e qualche esperto dell’informazione religiosa europea.
Per i grandi network, internazionali, specialmente americani, il
Papa di Roma era unicamente
materia di grandi eventi, in un
oceano di disinteresse quotidiano. Il colpo da maestro di Joaquin
è stato di capire che nell’era della
globalizzazione è vincente la tv e
quindi bisognava impadronirsi
psicologicamente dei network.
Suadente come un gesuita del
Seicento con il proprio monarca, il
portavoce ha nutrito network e
media di un flusso continuo di notizie, aneddoti, interpretazioni, si
potrebbe persino dire di titoli, in
certi casi. Alternando sapientemente l’esegesi dei testi con il più
prudente “penso che il Papa” o
con la propria visione suggerita off
record. Così le televisioni sono diventate via privilegiata di questa
strategia. In tv i concetti sono brevi, l’emozione esaltata. La gloria
prevale sulla critica.
Certo, il timing deve essere impeccabile e comprende il rischio
calcolato di assumersi responsabilità personali come quando a
Budapest nel 1996 ammise quasi
en passant il Parkinson del Papa,
presentandolo come “sindrome
extrapiramidale” o quando in Kazakhstan nel 2001 legittimò tramite l’intervista un po’ clandestina
alla Reuters l’attacco di Bush ai taliban in Afghanistan.
A tratti il meccanismo s’inceppa. Partendo dal Guatemala, raccontò una volta in aereo l’incontro
intenso tra Giovanni Paolo II e Rigoberta Manchù. Peccato che la
grande donna non fosse stata ammessa all’udienza.
In cambio Navarro è riuscito a
incantare anche il comandante Fidel. Nel 1998, in un’interminabile
seduta notturna all’Avana, lo convinse a permettere la diretta televisiva del viaggio papale. Cominciarono a parlare di preti e finirono a
discettare sugli extraterrestri.
2002
2003
IL LIBRO
INTERVISTA
L’ENCICLICA
SULL’ABORTO
AUTOBIOGRAFIA
DI WOJTYLA
IL VIAGGIO
IN LIBANO
L’INCONTRO
CON FIDEL
SI INAUGURA
L’ANNO SANTO
IL VIAGGIO
IN TERRASANTA
SULLE ORME
DI SAN PAOLO
LA VISITA
IN PARLAMENTO
IL VIAGGIO
A POMPEI
La Mondadori
pubblica
“Varcare la
soglia della
speranza”, il
libro intervista di
Karol Wojtyla:
sarà un grande
bestseller
È l’undicesima
enciclica:
“Evangelium
vitae”, dove
vengono
condannati
l’aborto,
l’eutanasia e la
contraccezione
Il 15 novembre,
in occasione del
cinquantesimo
anniversario di
sacerdozio, il
Papa pubblica
l’autobiografia
“Dono e
mistero”
Il 10 e l’11
maggio sono i
giorni dello
storico viaggio
in Libano: a
Beirut il papa
celebra la messa
davanti a 200
mila persone
Dal 21 al 26
gennaio il Papa
vola a Cuba dove
viene accolto da
Fidel Castro e da
milioni di cubani:
rimarrà uno dei
viaggi storici
di Karol Wojtyla
Il 24 dicembre
1999 il pontefice
inaugura l’anno
santo del
Giubileo con
l’apertura della
Porta Santa
della basilica
di San Pietro
Il 20 marzo il
Papa arriva in
Terra Santa:
Giordania,
Israele, Territori
Palestinesi. E a
Gerusalemme
prega davanti al
muro del pianto
A maggio il Papa
parte per il
pellegrinaggio
in Grecia, Siria e
Malta sulle orme
di S. Paolo. In
Siria entra per la
prima volta in
una moschea
È il 14 novembre
quando il Papa
visita il
Parlamento
italiano in seduta
comune e
stringe la mano
al Presidente
della Repubblica
Il pellegrinaggio
a Pompei è il
143esimo
viaggio italiano
di Karol Wojtyla:
al santuario
della Madonna
chiude l’anno
del Rosario
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
l’inchiesta
Luigi e Franca da più di dieci anni vivono in coppia l’odissea del
lavoro “flessibile”. I sociologi li chiamano nomadi multiattivi
per sintetizzare una storia di colloqui a raffica, curriculum a
pacchi, città cambiate in fretta in cambio di una collana di
“contrattini”. Eppure loro hanno fatto un figlio, comprato una
casa col mutuo. E ora raccontano il loro azzardo e la loro ansia
Paura del domani
Precari, una vita contromano
abriele è nato precario ma
non lo sa, perché è una
parola troppo difficile per
un bimbo di quattro anni.
Scivola come un topolino tra i mobili
della sua casa nuova nuova, settanta
metri pianoterra con giardinetto in
fondo a via Nomentana. Due cuori, una
capanna col mutuo ventennale, un figlio: nel secolo scorso, il secolo dei garantiti, sarebbe stata la normalità da
baci perugina per una coppia alle soglie
dei quarant’anni. Oggi, nel secolo dei
lavoratori senza fissa dimora, è un azzardo impulsivo e irrazionale. Conferma Luigi: «Se ci avessimo ragionato
non esisterebbero né lui», Gabriele, «né
lei», la casa, «ma poi quando si cominciava a vivere? Mai, glielo dico io. Dopo
dodici anni di lavoro precario non c’illudiamo più ci piova dal cielo il “posto
fisso”. Però io voglio vivere. E si vive oggi, non domani».
Vivere: che esagerazione, che pretesa. «Vive» forse la corrente elettrica?
No, scorre. Quando serve. E quando
non serve, clic!, un tocco all’interruttore e si ferma senza protestare. Il nuovo
lavoro, il lavoro post-fordista è così,
energia disincarnata, forza intellettuale utilizzabile a singhiozzo e a piacere,
come se non appartenesse a esseri che,
tra un clic e l’altro, hanno affetti, bisogni, desideri da inseguire.
«Noi ci proviamo lo stesso». Aiuta
aver vissuto in coppia una storia quasi
identica. Luigi Bellesi e Franca Fiacco
attraversano assieme l’odissea del lavoro a discount da oltre un decennio.
Veterani: «Partimmo prima delle leggi
Treu», il pleistocene della flessibilità,
quando co.co.co era ancora il verso
dell’allevatore di polli. Laureati a Siena
nel ‘90, diritto internazionale, tesi sulla
Cee, master, tre lingue: una bella mano
di briscole a inizio partita. Poi qualcuno ha cambiato le regole. «I primi lavoretti a ritenuta d’acconto li prendemmo come tassa d’ingresso al mercato
del lavoro». Ma il casello del pedaggio
non finiva mai. «Colloqui su colloqui,
curriculum spediti a pacchi da cento: di
ritorno, solo offerte di altri contrattini».
Anche alla reception di un hotel all’Elba, se proprio non c’era di meglio.
«Nomadi multiattivi» li chiama la
moderna sociologia del lavoro. Infatti
Franca e Luigi emigrarono, a Bologna,
per un’offerta che sembrava buona, in
un’aziendina arrembante di consulenze messa su da ex studenti. Contrattini
anche lì, ovvio, annuali, ma rinnovati
cinque volte, già tanto per quel tipo di
impresine; ma non durò, e allora, come
Tarzan, bisognò saltare su un’altra liana per non spiaccicarsi. «Nel ‘98 ci dicono che a una società di Roma sono arrivati fondi europei, e ci precipitiamo
là». È così che si naviga nei cieli della
precarietà, come uccelli che inseguono
le scie dei pesci grossi. Dieci giorni per
traslocare e adattarsi a un altro lavoro.
Con contratto di collaborazione, annuale, è sottinteso.
Capitano anche i colpi di fortuna. Nel
2000, grazie al solito tam-tam, Franca
acchiappa un contratto con una grande società di ricerche (che dà lavoro a
496 persone di cui solo 76 a tempo indeterminato) che per colmo d’ironia
produce allarmanti indagini sul lavoro
precario. Contratto a termine, ma di
ben sei anni filati. Si brinda. Sembra un
premio per l’audacia: Gabriele infatti è
appena nato. «Scelta sofferta. Sapendo
di non avere garanzie, avevamo accumulato una sommetta in un libretto
vincolato. Intoccabile. Il datore di lavoro fu generoso, mi concesse la maternità. No, non pagata: mi permise di restare a casa per quattro mesi, e poi mi
riprese». Generoso, adesso, è chi concede alle figlie meno di quanto era un
diritto per le madri.
I sei anni presto scadranno, ma allora sembravano infiniti. Ci stava dentro
anche il sogno di una casa in proprietà.
Col mutuo garantito dai genitori, fornitori anche di un cospicuo rabbocco in
contanti. La generazione precaria vive
a spese della generazione garantita (insomma, garantita… mamma casalinga, papà pensionato Enel). Ma la prossima generazione precaria, con cosa vivrà? «Al futuro di Gabriele non riesco a
pensare. Non prevedo neanche il mio.
Navighiamo nella nebbia, e il faro ha
una portata di quattro, cinque anni: do-
IN FAMIGLIA
Franca Fiacco e Luigi Bellesi
col piccolo Gabriele
nella loro casa di Roma
A destra un’altra immagine
della coppia
di lavoratori precari
po, buio. Gabriele, lo faremo studiare,
quando sarà laureato avremo finito di
pagare il mutuo, avrà almeno la casa.
Noi ci arrangeremo. La mia vera ansia è
la salute: se uno come noi si ammala,
perde tutto. Ma che alternativa c’è? Più
vai avanti con gli anni, più il tuo precariato si fa permanente. Bel paradosso
vero? E noi siamo fortunati».
Fortunati, Luigi? «Siamo precari di
prima generazione: lavoriamo come i
dipendenti fissi, perché quando hai
una scrivania, e sul computer le foto di
tuo figlio, ti senti un impiegato, solo che
il contratto ti scade ogni anno, il mio
scadrà a fine dicembre, però se non litigo col capufficio, se non faccio errori, se
i finanziamenti europei non finiscono,
so che probabilmente me lo rinnovano…». E quelli venuti dopo di voi?
«Stanno peggio. Gli fanno aprire una
partita Iva. Li tengono a distanza, li usano quando servono, e poi li buttano.
Stanno precarizzando la precarietà».
Allora lasciamoli un attimo in salotto, Franca e Luigi, tanto hanno da fare
con l’idraulico e l’operaio Telecom; e
andiamo a cercare i precari dei precari.
Quelli che il cognome non lo dicono,
perché sono i più ricattabili del mondo.
Alberto, per esempio, ha provato quasi
tutte le 48 forme contrattuali ibridate
della riforma Biagi. Tecnico informatico, «ho investito su me stesso, i corsi di
aggiornamento me li sono pagati io»,
sacrificando vacanze e progetti di vita
«per cosa? Per un contratto che scade il
31 dicembre e non so cosa verrà dopo.
Questo non è precariato, è riciclaggio.
Mi sento come un software vecchio,
pronto da disinstallare quando ne arri-
verà uno più economico».
È il mercato, bellezza. «Ma quale
mercato, ma quale concorrenza, ti offrono tutti la stessa cosa: contrattini»: a
sentire Valentina, 26 anni, informatica
anche lei, il mercato funziona solo in
discesa: «Ho cominciato con un contratto a tempo indeterminato, «ce l’ho
fatta», invece no, l’azienda va male, mi
passano a giornaliera, addio ferie e malattie pagate, o così o pomì. Per fortuna
l’anno scorso mi sono ammalata a capodanno. Ho chiesto almeno i buoni
pasto e m’hanno risposto «se te li meriti». Adesso sono co.pro., scadenza dicembre, timbro sempre il cartellino ma
prendo duecento euro in meno, sono
tornata a vivere coi miei, se va avanti
così dovrò pagare per lavorare».
Anche Annalisa è scivolata giù: a 24
anni, laureata in scienze politiche col
massimo dei voti, vendeva polizze a
domicilio assunta a tempo indeterminato; a 41 anni è co.co.co nella pubblica amministrazione «al posto di uno
che prendeva tre volte di più», dietro le
spalle una carriera che sembra un colapasta, davanti il vuoto, «ti offrono il
lavoro come un favore, poi ti mollano
sorridendo, “la lascio libera”, bella la
libertà».
Dopo una mezza dozzina di liberazioni di questo tipo, Alfredo s’è buttato
anche lui sulla partita Iva, e la sua mesata la sfanga, integrando il lavoro finto-autonomo per una ditta di software
con lavoretti in proprio, «ma il problema è che non si può essere flessibili in
un mondo rigido», vai a chiedere il mutuo e te ne accorgi: «Ho falsificato il
740», ammette riluttante, «io, capisce?,
FOTO ALESSANDRO COSMELLI / CONTRASTO
G
ROMA
Acquistare settanta
metri quadri
pianoterra in una
periferia romana,
alle soglie
dei quarant’anni:
la normalità nel
secolo scorso, quello
dei garantiti, oggi
un rischio impulsivo
e irrazionale
‘‘
Io sono fortunato:
se non litigo
col capoufficio,
se non faccio errori,
se i fondi Ue non
finiscono, il contratto
mi sarà rinnovato
Quelli venuti dopo
stanno peggio:
li tengono a distanza,
li usano quando serve,
poi li buttano
Stanno precarizzando
la precarietà
‘‘
MICHELE SMARGIASSI
che mi fermo alle strisce pedonali. Mio
padre mi bonificava mille euro al mese
per simulare un reddito fisso, e la banca c’è cascata». Con tanti saluti ai diritti del cittadino, se è costretto a difendersi coi torti. «I diritti li rivendichi se li
hai», taglia corto Alfredo, «l’unico diritto del lavoro rimasto in piedi è il diritto
sul lavoro: del padrone sul tuo».
Voci dal sottosuolo? Ma c’è quasi il
dieci per cento della forza lavoro italiana, in queste condizioni. Due milioni e
mezzo di persone «somministrano» (si
dice così, come una medicina cattiva)
lavoro atipico, contando anche l’esercito degli interinali, che a prima vista
sembrano i messi peggio, e invece scopri che chi lavora in affitto, a parità di
ore lavorate, guadagna di più e ha più
contributi pagati dei confratelli collaboratori. La flessibilità non è uguale per
tutti. «Il problema “duro” è proprio
questo», spiega un decano degli studi
sindacali, Aris Accornero, «che la mobilità è inevitabile, mentre la precarietà
non dovrebbe esserlo. Tornare alla certezza del lavoro fisso è un’utopia: garantire che un lavoratore continui ad
essere un cittadino anche se cambia
spesso mestiere è una necessità».
Non sarà un’utopia anche questa,
l’invocata ma ancora inesistente flexicurity, il nuovo welfare del lavoro fluttuante? Al Nidil della Cgil, che come i
confederati Alai-Cisl e Cpo-Uil è un
sindacato atipico anch’esso, che organizza i lavoratori non per il mestiere
che fanno ma per come lo fanno, sanno
bene quant’è difficile garantire ai flessibili i diritti minimi dei garantiti. «Nei
126 contratti che abbiamo firmato»,
racconta il segretario nazionale Davide
Imola, «siamo riusciti a conquistare le
ferie pagate, a patto però di chiamarle
in un altro modo, “riposo psicofisico”.
Per la cassa malattie siamo addirittura
tornati alle società di mutuo soccorso:
Una lira al mese per una lira al giorno».
Come nell’Ottocento. Il «cognitariato» del terzo millennio (come lo
chiama un ex ribelle ora studioso del
‘77 bolognese, Franco «Bifo» Berardi)
è «umile paziente bastonato» come il
proletariato dei tempi di Marx? San
Precario grida di no e chiama alla ribellione i suoi frati esproprianti. Le sirene disobbedienti riusciranno a capitalizzare la rabbia compressa del
popolo del sottolavoro?
«Non mi aspetto aiuto da nessuno,
né sindacati né disobbedienti. L’unica
garanzia per il mio futuro sono io, è la
qualità del mio lavoro»: siamo tornati
nel salotto di Franca e Luigi. Ora di cena, ma non c’è problema a mettere in
tavola. In casa Bellesi, finché lavoro c’è,
entrano più di tremila euro al mese. Il
problema non è un presente di angustie materiali, e neanche un lavoro alienato: «A noi piace quello che facciamo». Il problema è quell’ansia per il futuro remoto che avvelena la serenità,
che blocca ogni progetto, persino quello di cambiare la vecchia Opel presa
usata cinque anni fa, che ti fa sentire come Rossella O’Hara: «Il nostro motto è:
“Ci penseremo domani”». «Le statistiche europee dicono che ormai si cambia posto di lavoro in media quattro
volte nella vita», Franca sorride ironica,
«io ho già raggiunto la quota, adesso
che succede?».
Succede che arriverà il quinto, il sesto… Luigi: «Se ci fosse la certezza che
la catena non s’interrompe, andrebbe
anche bene così, e pazienza se gli altri
pensano che facciamo “lavoretti”, insomma marchette, che alla nostra età
non siamo stati capaci di trovare un lavoro “vero”. Cambierà anche la mentalità della gente…». Intanto Gabriele
struscia sotto il tavolino, flessibile come un gatto. «Non avrà un fratello», lo
guarda la mamma, «rischiare sì, ma
non esageriamo. Spero che sia l’unica
rinuncia nella sua vita», sospira.
Quando sarà grande Gabriele, il
mondo sarà forse diverso. Ma i figli della precarietà, in altri paesi d’Europa,
sono già adolescenti. E il quadro che
emerge dalle ricerche più serie non è
roseo. Ce lo riassume il sociologo Luciano Gallino, che ai costi sociali della
flessibilità ha dedicato anni di studi:
«Crescere in famiglie che vivono orizzonti temporali limitati, che vivono
ogni giorno l’ansia del futuro, può allevare ragazzi che s’arrendono all’esistente, che rinunciano in partenza a
cambiare in meglio la propria vita. La
generazione precaria di oggi vive ancora di rendita sulle sicurezze dei genitori. La prossima è un’incognita».
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
Nuovo sfruttamento
La fluidità
e il futuro
rubato
MICHELE SERRA
a condizione precaria, a
differenza della condizione operaia, non è
stata ancora scritta. Non ha
voce, come se la diaspora della fabbrica, e la dispersione
dei salariati, fosse una specie
di “soluzione finale” della
gran questione dello sfruttamento. Milioni di solitudini
non fanno una coscienza di
classe, non formano un linguaggio comune, non fanno
sindacato: colui o coloro che
riusciranno nell’impresa (e
forse accadrà, prima o poi) di
dare identità politica ai precari, avranno cambiato la
storia sociale dell’Occidente
postindustriale.
Anche il giornalismo, in
materia, non sa bene che pesci pigliare. Una volta il cronista andava davanti ai cancelli,
domandava, ascoltava, fiutava il vento e gli umori delle tute blu. Se le fonti ufficiali erano il sindacato e l’azienda,
quelle ufficiose gravitavano
tutte attorno al grande mondo della fabbrica o del dopolavoro. Inchieste memorabili
sulla Fiat degli anni caldi sono
state scritte scarpinando attorno agli immensi perimetri
di Mirafiori e del Lingotto, o
raggiungendo i delegati, a
notte tarda, nelle birrerie torinesi dove la sinistra discuteva
il da farsi.
Oggi non è più attorno alla
macchina, tra quei clamori,
quelle durezze industriali,
che si fanno e si disfano i destini del lavoro, e delle vite di
chi lavora. Tutto avviene lungo itinerari individuali separati, nascosti, impalpabili, più
avventurosi (quando va bene)
ma anche più alienanti
(quando va male) della catena. Si registrano a volte i casi
anomali, i record quasi grotteschi di instabilità e indeterminatezza, il trentenne che ha
già cambiato trenta lavori con
maturazione professionale
pari a zero, quello che in dieci
anni di contratti a termine ha
accumulato solo una settimana di ferie, e contributi quanti
ne bastano per prepararsi a
una pensione inesistente. Ma
è come raccogliere le briciole
per cercare di indovinare come è fatta la torta.
E dire che le nuove condizioni del lavoro hanno creato,
oltre a qualche nuova opportunità e qualche nuova mentalità mille miglia distante
dall’ossessione del posto fisso, indicibili malesseri economici e forse soprattutto esistenziali, riassumibili in quella veridica formula, “mancanza di futuro”, che a dirla meglio e a capirla meglio è un ben
fosco riassunto dello stato
delle cose. “Fluidità” può voler dire tante cose, dinamismo e libertà di movimento
per quei pochi che sanno fare
arte della mancanza di basi
solide, per la minoranza che
ce la fa. Ma per gli altri, per la
grande massa dei precari, fluidità vuol dire letteralmente
sentire il terreno sotto i piedi
che si fa inconsistente, vuol
dire impossibilità di programmarsi una vita, vuol dire
ansia, insicurezza, e appunto:
precarietà.
Forse non si è ragionato abbastanza su questa parola,
che pure è spietatamente negativa (per questo si cercano e
ahimé si trovano pietosi e anche ridicoli eufemismi, tra i
quali il cococò rimarrà in eterno il più maldestro). Ovvio
che nessuno vorrebbe una vita precaria, un lavoro precario, una casa precaria, un futuro precario.
Che il mito del posto fisso
arrivasse a bloccare, come
una morchia collosa, la fantasia e le prospettive di un
paese invecchiato, è anche
verosimile. Che al posto (e all’opposto) di quella fissità rischi di nascere una società
dalle identità sociali inconsistenti, dal potere d’acquisto
minimo, dall’incomunicabile angoscia individuale che
non diventa mai risposta collettiva, è però sotto gli occhi
di tutti.
L
AVVENIRE NERO
Più passa il tempo, più i precari vedono un futuro
nero. Tra i 18 e i 34 anni, il 64% pensa che il loro
tenore di vita migliorerà e il 40% che il precariato
sia una condizione passeggera; dopo i 45 anni le
quote crollano al 30,4% e al 17,4%. Inchiesta Unicab
Italia spa per Ass.Nuovo Welfare su un campione di
1758 precari, aprile-maggio 2004
UN ANNO DOPO
A un anno dalla legge 30, che trasforma i co.co.co.
in contratti a progetto, solo il 30,5% dei collaboratori è stato riassunto in co.pro; il 44,2 non ha ricevuto alcuna proposta, il 5,1 è stato «lasciato in libertà», il 9,1 lavora a partita Iva. Solo il 3 è stato assunto a tempo indeterminato. Indagine Ires per Nidil-Cgil, ottobre 2004
STIPENDI E PENSIONI
Non esiste un censimento ufficiale dei lavoratori a
contratto in Italia. Elaborando però le cifre degli
iscritti alla gestione separata Inps, Il Nidil-Cgil stima
che nel 2003 i lavoratori a contratto di collaborazione fossero circa 890 mila. La retribuzione annua
media lorda è di 12.500 euro; ma tra le donne la
media si abbassa del 30%, e nel Meridione del 50
CONSUMI E PROGETTI
I lavoratori atipici che non possono appoggiarsi
alla famiglia di origine tagliano soprattutto le spese per il tempo libero e lo sport (7,8% del loro
budget, rispetto al 14,5% di chi vive in famiglia) e
l’abbigliamento (10,4% contro il 18,3%). Indagine
campionaria Nidil-Cgil e Ass.Nuovo Welfare,
maggio 2004
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le storie /1
Giallo d’epoca
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
È il 1831, a Londra un giovane mendicante viene
ucciso da una banda che vende corpi agli ospedali
Il delitto viene scoperto e il caso scuote l’opinione
pubblica. Ora un libro svela tutti i dettagli. E racconta
come questo episodio minimo di cronaca nera abbia
contribuito a cambiare la società inglese
L’Oliver Twist italiano
e i trafficanti d’organi
I
ENRICO FRANCESCHINI
chiato, venduto di nuovo. Fugge ancora, a Londra, dove si
arrangia a sopravvivere da solo, con una gabbia di topolini bianchi e una tortora ammaestrata. Nel 1831, ha quatn una notte nebbiosa del novembre 1831, tre uotordici anni: bassa statura, occhi grigio-chiari, capelli lunmini girovagano per le vie di Londra su un carretghi e lisci, lineamenti dolci. A Oxford street, a Covent Garto trainato da un cavallo, facendo tappa in un poden, nei vicoli maleodoranti dell’East End, è una presenza
stribolo, in un paio di pub, infine in due ospedali,
familiare a bottegai, passanti, poliziotti, con il suo grido
alla ricerca di un compratore per la loro preziosa merce
mezzo in francese, mezzo in italiano, «Donnez un louis, siclandestina. Gli uomini sono predatori di tombe. La
gnor», donatemi un luigi. Nelle strade di Londra, in quegli
merce che trasportano è il cadavere di un ragazzo italiaanni, gli “Italian Boys” sono numerosi e ben riconoscibili.
no. Il compratore dovrebbe essere una clinica medica
Ci sono i “figurinai”, che lavorano la cera, fabbricando stauniversitaria. Vendere defunti agli anatomo-patologi,
tuine, accompagnati da fratelli maggiori o genitori, molti
che li sezionano per fare lezione agli studenti o per conprovenienti da Lucca; i burattinai, con un teatrino ambudurre esperimenti, è una pratica assai diffusa, tollerata
lante di fantoccini e marionette; e all’ultimo gradino i medalle autorità del Regno Unito. I medici non fanno tropnestrelli, giocolieri, ballerini, che si esibiscono insieme a
pe domande sulla provenienza dei corpi. E i predatori
piccoli animali ammaestrati. Carlo Ferrari (chiamato anfanno fortuna: un cadavere in buone condizioni vale
che Carlo Feriere e Charles Ferrier, alla francese, nei docudieci guinee, l’equivalente di una decina di sterline
menti giudiziari), è uno di questi ultimi. Ogni tanto va a riodierne (quattordici euro), trenta volte la paga che il dofugiarsi nella Cappella Italiana di Oxenden street, all’incrodicenne Charles Dickens guadagnava in una settimana
cio con Haymarket, dove gli offrono un tozin fabbrica, nel 1824, prima di diventare
zo di pane e un pavimento asciutto su cui
uno scrittore.
Il commercio di cadaveri è dunque una
dormire. Ma la sera del 4 novembre è in
professione redditizia. Ma non stavolta. I
un’altra zona dell’East End, a Crabtree Row.
sanitari del King’s College, la facoltà di meFa freddo, piove, le case scompaiono nella
dicina sullo Strand, notano che il corpo è
nebbia; lui ha fame e non sa dove dormire. Il
quasi caldo e che la causa del decesso è un
destino lo porta ad accucciarsi sotto la tettoia
violento colpo al cranio. Insospettiti, tratdi una stamberga: l’abitazione di John Bitengono gli sciacalli con una scusa e chiashop, il capo di una banda di commercianti
mano Scotland Yard. I tre sono arrestati, indi cadaveri. Nel buio, un vicino sente un griI
BAMBINI
DI
DICKENS
criminati per omicidio, condannati a mordo e un tonfo. Poco dopo, i tre assassini cariQueste immagini fanno
te: vengono impiccati un mese più tardi,
cano la merce sul carro, dirigendosi verso il
parte della collezione
davanti a una folla di quarantamila persocentro. Fanno tappa in un pub per scaldarsi
conservata al National
ne, e i loro corpi, con macabro sarcasmo, ficon gin e rum, s’attardano con una prostituArchives di Londra.
niscono al Royal College of Surgeons, affinta, bussano alla porta di un ospedale, poi al
Sono le foto
ché i suoi chirurghi si esercitino a piaciKing’s College. Il giorno seguente, quando la
segnaletiche
mento. La vicenda cattura l’attenzione di
polizia perquisisce la baracca di Bishop, i
di bambini arrestati
tutto il Paese. Il Times dedica pagine alle insuoi bambini stanno giocando con la gabbia
dagini. L’opinione pubblica si commuove
di topolini del mendicante italiano.
a conoscere i particolari della vittima: “The Italian Boy”, il
Non è la prima volta che gli sciacalli di cimiteri, non troragazzo italiano, come lo hanno soprannominato i giorvando corpi sottoterra, ne procurano di freschi, uccidennali, un piccolo mendicante che faceva spettacolini di
doli con le loro mani: a Edimburgo, tre anni prima, due
strada attorno al mercato di Covent Garden, con appesa al
predatori di tombe sono stati incriminati per l’omicidio di
collo una gabbietta in cui corrono due topolini bianchi.
tredici vagabondi. E a Londra spariscono di continuo raMa perché sia fatta piena luce sulla sua identità, e sul sigazzini, per lo più orfanelli, mendicanti o delinquenti,
gnificato della sua fine, devono trascorrere due secoli. Bispesso italiani: quando la polizia annuncia il ritrovamensogna arrivare ai giorni nostri, alla ricostruzione di un’oto del corpo di Carlo Ferrari, otto famiglie di immigrati
stinata cronista inglese, Sarah Wise, il cui libro, “The Itavanno all’obitorio per vedere se è il loro bambino. Da morlian boy, murder and grave robbery in 1830s London” (Il rato, Carlo diventa una celebrità. La sua storia viene rappregazzo italiano, omicidio e furti nelle tombe nella Londra
sentata a teatro. La buona società, inorridita da tanta midel 1830), sostiene che la morte del piccolo italiano segnò
seria e depravazione, fa autocritica: così non si può andail trapasso tra due epoche: preannunciando l’avvento delre avanti. Negli anni successivi, il parlamento approva una
l’era vittoriana, a base di ordine, efficienza e moralità.
legge per regolamentare il modo con cui le cliniche mediIl ragazzo si chiama Carlo Ferrari e viene dal Piemonte,
che si procurano cadaveri per i loro studi scientifici. Una
precisamente dalla Savoia, dove un padre con troppe bocstoria alla Oliver Twist, ma autentica e senza il lieto fine del
che da sfamare lo vende a un avventuriero di passaggio.
romanzo di Dickens. Perfetta per rivedere l’Inghilterra
Questi lo porta con sé oltre la Manica, a Birmingham, ridell’Ottocento. E per immaginarci dentro i nostri primi
vendendolo a un “padrone” di giovanissimi senza tetto e
immigrati: la prossima volta che passate da Covent Garsenza famiglia, tenuti sostanzialmente in schiavitù, obbliden, chiudete gli occhi e provate a sentire la vocetta di Cargati a chiedere l’elemosina o esibirsi nelle strade. Carlo
lo Ferrari, che squilla «donatemi un luigi, signor». Così erapassa da un padrone all’altro, scappa, viene ripreso, picvamo, a Londra, poco meno di due secoli fa.
LONDRA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
le storie/2
Impeto è un aitante baio scuro dal corpo scattante, non ha ancora
un anno eppure possiede già l’andatura di un principino del trotto.
Impeto è uno dei 129 figli del Capitano, il migliore. Lui e i suoi
fratelli sono la speranza degli appassionati di tutto il mondo. Il sogno
nasce in una fattoria nel Torinese, ad allevarlo Aziz che da quattro
generazioni insegna ai cavalli ad “andare come il vento”
Saranno famosi
FOTO GUGHI FASSINO
Piccoli Varenne crescono
I
LEONARDO COEN
VIGONE (TORINO)
mpeto Grif ti fissa impavido. Curioso. È un giovane aitante baio
scuro, la criniera leggermente
lunga, il corpo armonico. Non ha
ancora undici mesi. L’aspetto, però, è
già da principino del trotto. Da saranno
famosi degli ippodromi. L’immagine
scattante. Veloce. Come il Varenne cantato da Enzo Jannacci: «Al posto del cuore monta un turbo speciale, quando corre lui vola, come corre l’amore». Cavallo
arrivato dal vento e dall’ira del mare…
Impeto è figlio di Varenne: anche la
fantasia può correre come il vento, per
uno dei 129 figli che il seme prezioso del
Capitano — così lo chiamano tutti — ha
generato quest’anno. Lui ed altri quindici fratelli stanno crescendo nella campagna grassa e quieta di Vigone, a quaranta chilometri da Torino. Lo spavaldo
Impeto ha occhi grandi, vivaci. «E teneri», precisa con voce accorata Aziz Anbaouy, lo stalliere marocchino. Il suo è
mestiere antico. Per farlo bene, ci vuole
infinita passione. E tanta perizia. Questo
puledro è nato il 24 gennaio: all’ombra di
uno strepitoso pedigree. Impeto è infatti figlio non solo di Varenne ma anche di
Meadowbranch Nan, a sua volta figlia di
Peace Corp, una delle più grandi trottatrici americane, la cavalla che prima di
Varenne e Mony Maker vantava il record
assoluto di premi guadagnati con le corse: oltre dieci miliardi delle vecchie lire.
Dunque, se le alchimie dell’accoppiamento e i dorati cromosomi daranno i
frutti attesi, è destinato a correre “una
lunghezza oltre il vento”. A battere record. Ad infrangere traguardi prestigiosi. Come suo padre, sino a due anni fa
(sembra ieri): prima cioè di andare in
pensione e trasformarsi nello stallone
più caro del pianeta, 15mila euro a monta. Con una lista di prenotazioni lunghe
da Vigone, Piemonte occidentale, a Filadelfia, Pennsylvania.
Chissà: il nome dell’erede Varenne è
di grande auspicio, per un cavallo. Più
che un buon viatico: una promessa quasi certa. Impeto, per ora, dimostra carattere docile, e questo è ottimo segno.
Tant’è che si lascia condurre a mano
senza crear problemi: difficile trovare
puledri appena svezzati che non si innervosiscano o che non abbiano paura:
«Dimostra buon temperamento, proprio l’indole di papà Varenne. Come il
padre, Impeto ha buona testa e devo dire che è la caratteristica comune a tutti i
figli del Capitano», spiega soddisfatto
Roberto Brischetto, il cinquantenne titolare dell’allevamento Grifone di Vigone che è comproprietario di Varenne e
che gestisce la sua nuova carriera di riproduttore d’élite, grazie ad una struttura veterinaria di alta qualità, specializzata nella fecondazione equina assistita,
diretta da Giovanna Romano.
Il fisico e la mente
Non basta, però, dar la vita ai purosangue. Bisogna crescerli: cioè costruirli nel
fisico e nella mente, renderli coscienti
della loro unicità, del loro mistero biologico. Dar sostanza alle loro potenziali,
superbe qualità. Mica facile: la scienza è
un aiuto, però poi ci vuole istinto, pa-
zienza, conoscenza. E tradizione. Il trentacinquenne Aziz la missione di padre
putativo dei cavalli ce l’ha nel sangue:
quella di una famiglia berbera della regione di Casablanca. Il nonno vendeva
muli all’esercito francese, il bisnonno
allevava e commerciava cavalli: pregiata razza berbera, animali cresciuti in
ambienti ostili, quindi forti, veloci, resistentissimi. I berberi completarono la selezione della razza prediligendo le qualità più utili alla
vita nomade e alla guerriglia: «La
fortuna va a cavallo», dicono gli
arabi. Più è veloce il cavallo, più
fortunato sei.
La cultura del cavallo è radicata nel dna di Aziz: il quale sa, perché così gli è stato tramandato,
che tocca sempre e solo all’uomo
allevare i puledri destinati alle
corse, così come sa che non sarà
suo il compito di addestrarli,
quando l’età e le norme lo consentiranno, a correre, a galoppare, a trottare. La filiera agonistica
dell’ippica pretende specializzazioni di
altissimo livello: i primi ad elaborarle furono gli arabi, poi gli inglesi ed i francesi.
Perciò, niente illusioni romantiche, o
suggestioni cinematografiche. Varenne
non ha mai visto Impeto, e neanche gli
altri quindici figlioli che si stanno scavezzando a due passi dalla sua scuderia.
Si è rassegnato: è un padre genealogico.
Non altro. I piccoli Varenne crescono sani e forti, senza che papà lo sappia o lo veda. Non è come nei film di Hollywood o
IL MAESTRO DEI CAVALLI
Nella foto in alto Impeto Grif,
con la capezza, e Intrigante Grif.
Qui sopra Italo Grif
con Aziz, che si occupa
dell’addestramento dei cavalli
nei fumetti Disney, qui la Natura percorre altri viottoli.
Il cielo è inquieto: grosse nuvole scure
avvolgono il Monviso. Promettono neve: l’aria è fresca, non ancora gelida. Impeto Grif scalpita, vuol raggiungere gli
altri. Forse ha fame. I puledri brucano
tranquilli il fieno francese, il migliore.
Un cavallino, addirittura, trova il modo
di mangiare sdraiato. Pigro e felice. Aziz li accudisce come fossero figli suoi. Gli va bene che
gliene siano toccati appena sedici, sui 129 varennini di questa
prima generazione del Capitano: 96 in Italia, 12 negli Stati Uniti, il resto sparpagliati tra la Svezia, la Germania, la Finlandia e la
Danimarca.
Altri 200 sono in arrivo tra
gennaio e giugno, la gestazione
delle fattrici si aggira tra gli undici e i dodici mesi, la stagione
dell’inseminazione — per legge
— comincia ogni 15 febbraio e si
conclude ogni 15 di luglio. E ogni
anno, sempre per legge, ai puledrini viene imposto un nome che abbia la stessa
iniziale. Il 2004 è l’anno della “I”: Idefix,
Impeto, Incanto, Ingo, Innuendo, Intrigante, Inuit, Ioshi, Italo, Icona, Iina, Ikebana, Ingrid, Insomnia, Isolde, Ivaris,
Ivonne, sono i nomi scelti per i varennini del Grifone.
La madre campionessa
La più popolare è Iina Grif: sua madre è
Niebla Blanca, campionessa e detentri-
L’antica magia degli ippodromi
MARIO FOSSATI
i sono luoghi d’anima dove hai vissuto intensamente e la tua vita è stata meno quotidiana: le stazioni, le caserme. Per me, una scuderia. L’allevamento dei cavalli purosangue al Mirabello, nel parco di
Monza. E ancora: l’ippodromo di San Siro-galoppo.
Negli anni ‘30 eravamo tanto poveri da non averne quasi coscienza. Chi non ha provato non può giudicare. Per
me, i purosangue e il loro mondo fatto di gente ricca e
ben vestita rappresentavano l’Europa e lo chic. Ero figlio di un sindacalista della corrente di Achille Grandi;
le discussioni sull’unità sindacale e i discorsi sulla disoccupazione abbassavano il soffitto di casa: attraversavano le nostre stanze. Il cortile della scuderia del reparto stalloni nella grande villa, le sue prospettive verdi: i viali simmetrici dal fondo romantico, chiuso da una
chiesetta, la cui minima navata era percorsa più dai nitriti d’amore dei cavalli che dagli angeli del Settecento,
mi allietavano.
Il padre del mio amico Marcello, che ci aveva introdotti nell’allevamento, rimpinzava Pilade, campione internazionale di avena e di carote: unitamente a noi, che
ne eravamo fierissimi, lo passeggiava quotidianamente
per distrarlo dall’accidia della poca attività. Pilade vinse
il Gran Premio di Milano. Nel 1938 apparve Nearco: ci incantò. Io e Marcello approdammo finalmente a San Siro. L’insellaggio. Nel tondino Federico Tesio osservava
Nearco, discosto dal cerchio degli Incisa.
«È più bello dei nostri», sussurrava Marcello. I «nostri» erano gli stalloni del Mirabello di cui non possedevamo neppure un crine della coda. Nearco vinse il G. P.
C
di Milano. Era il 19 giugno 1938. Dodici corse, dodici vittorie. E qualcuno affacciava sottovoce il muro fatidico
della tredicesima corsa, affrontata dal campionissimo.
Nella mattinata un acquazzone aveva ammollato la
pista. Nel pomeriggio, un’esplosione di sole e di pubblico. Il “campo” era rarefatto, si diceva, ossia bene selezionato. I proprietari di quei dì preferivano le vittorie.
Non badavano ai premi di consolazione se non potevano vincere disertavano. Quel “Milano” l’ho inciso
nella retina. A volte la verità storica pone una patina anche sulle più lucide apparenze. Nearco, dalle proporzioni divine, all’opposto, accentuava la qualità, la grandezza. Vinse sette giorni dopo il Gran Premio di Parigi,
che nel ‘38 contava assai più dell’Arc de Triomphe.
Il marchese Mario Incisa, che ha avuto ai suoi ordini
tutti i crack da Donatello II a Nearco a Ribot, sosteneva
che Tesio non si divertiva nemmeno più ad allenare
Nearco. Eguale l’opinione delle nostre maggiori fruste,
di Caprioli e di Pietro Gubellini. «In qualunque istante
della corsa avessero posto il traguardo davanti alla testa di Nearco, Nearco lo avrebbe raggiunto primissimo». Forse Niccolò dell’Arca lo avrebbe potuto inquietare. Compì una carriera stalloniera inimitabile. Tutti i
crack nella loro corrente hanno Nearco.
Un giorno Federico Tesio venne presentato a Benito
Mussolini. Il Duce, romagnolo, amava i trottatori e invitò il “senatore” ad occuparsene. Tesio, antifascista,
ebbe l’ardire di risponderli... «I purosangue innestano
la quinta marcia; i trottatori, al più la terza». Non mi occuperò mai di loro.
ce del record della sua generazione. Iina
è stata donata all’associazione dei “figli
del Capitano”, ossia gli amici di Varenne: cento sfegatati fan che tempestano
di telefonate il Grifone per sapere se tutto procede nel migliore dei modi, chiamate che grondano apprensione, palpiti e sentimenti: «Sono lo zio di Iina…»,
«sono il nonno di Iina, come sta mia nipotina?», «la piccola è ok?», «sono la
mamma, la mia Iina mangia?», eccome
se è ok la piccoletta, la riconosci subito
perché la zampa posteriore sinistra ha
una macchia bianca (quindi è una baia
balzana “da uno”, secondo il lessico famigliare di questo mondo), quanto al
mangiare, stiano tranquilli tutti, oltre al
succulento fieno francese il Grifone ha
studiato un mangime complementare
da leccarsi i baffi.
Più nitriti che nitrati: la ricetta elaborata dall’equogastronomo è una complessa miscela di prodotti basati su
mangimi tradizionali e un pizzico di
slow food (per forza, il cavallo rumina
lentamente). Sveliamola: orzo fioccato e
macinato; idem il granturco; avena
schiacciata; fave in fiocchi; crusca al frumento; farina di estrazione di soia (prodotta da soia geneticamente modificata); soia estrusa (anch’essa prodotta da
soia geneticamente modificata); fieno
di erba medica; melasso di canna da
zucchero; cloruro di sodio; carbonato di
calcio da rocce minerali; fosfato bicalcico di origine minerale; metionina; lisina;
lignosolfito; integrazione vitaminica.
Una dieta…da cavallo: dieci chili di fieno più 4-6 chili di questo mix al dì.
Il tutto, all’aperto. Come in un pascolo.
I puledri hanno a disposizione ampi spazi, delimitati da steccati, e da aperture che
li pilotano verso una sorta di pistone lungo oltre seicento metri. Si muovono, all’inizio, a piccoli branchi. Aziz li abitua a
trotterellare insieme, il maniscalco Luca
Spinapollici (altro nome per nulla casuale) ogni quindici giorni li vede e provvede.
Uno più “elettrico” degli altri varennini è
Innuendo Grif, figlio di Ciliegia Caf:
«Mamma molto importante perché è stata la femmina più veloce della sua generazione», dice Roberto Brischetto, «in verità, quasi tutte le fattrici montate (artificialmente) da Varenne sono state delle
campionesse. È la logica della selezione
sempre più esasperata, per la ricerca di
nuovi campioni». Innuendo sfoggia una
stella bianca sulla testa, esatta replica di
quella che esibisce papà Varenne. Mentre la vivacità e l’irrequietezza sono dovute più che altro ai suoi sette mesi, compiuti il primo dicembre.
Saluto i figli, e vado finalmente dal padre, che sta alla Rondello, la cascina
principale dell’allevamento Grifone, a
qualche chilometro dalla Ajrale. Anche
qui, l’inesplicabile coincidenza dei nomi: Rondello fu un celebre cavallo dell’Ottocento. Prima di filar via, un puledrino vorrebbe, come l’hanno avuta i
suoi fratelli, un po’ di attenzione. Una
carezza sul collo: Inuit Grif ce l’ha quasi
a candela, come quello di papà Varenne. Sbuffa, fin quando non ottiene ciò
che vuole. Appagato, scocca un’occhiata attenta, indagatrice. “È un pragmatico», sentenzia Aziz, «come Varenne».
Ogni epoca è un sogno che muore e un
altro che viene alla luce. Buon Natale,
Varenne’s boys.
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
la memoria
Modellini mitici
È una svolta epocale. L’azienda simbolo del made in Germany,
che ha coperto con i suoi binari una volta e mezzo la distanza tra la
Terra e il suo satellite, è in crisi. Il giro d’affari è in calo del 3,5 per
cento. E per abbattere i costi delle storiche locomotrici la produzione
si sposta nell’area orientale del Paese e in Ungheria
Märklin,il trenino
che andò sulla luna
ANDREA TARQUINI
Nate
come
giocattoli
le miniature
si sono trasformate
in costosi e ricercati
oggetti da collezionismo
S
BERLINO
i fa presto a dire Märklin. Il
mondo dei giochi e del modellismo sembra fatto apposta
per dare spazio a nomi che diventano un mito. Per chi ha bambini, e
per chi ancora ricorda una bella infanzia,
Märklin è molte emozioni insieme. Il fascino del giocattolo che cammina da solo e la seduzione della miniatura, il prestigio della precisione made in Germany
e l’aria di leggenda della ferrovia, il primo
mezzo di trasporto dell’era moderna.
Si fa presto a dire Märklin, ma nel mondo nuovo dove elettronica e videogiochi
scacciano i balocchi, il numero uno
mondiale dei trenini affronta un mo-
mento difficile. Il fatturato è calato del 3,5
per cento, il giro d’affari dei produttori di
trenini in generale è sceso del 7,5 per cento. A mali estremi estremi rimedi. Parte
dei posti di lavoro, 360 su oltre duemila,
saranno o soppressi o delocalizzati. Via
dalla ricca Goeppingen nel prospero sudovest tedesco: si fa rotta verso Sonneberg in Germania orientale, o Gyoer in
Ungheria. Dove i locali stabilimenti
Märklin avranno più lavoro.
«È un momento difficile ma ce la faremo, resteremo il numero uno mondiale,
un marchio-simbolo del made in Germany», promette Paul Adams, capo dell’azienda. C’è da credergli. Un tedesco su
dieci possiede un trenino. E l’hobby più
costoso del mondo fa proseliti nei paesi di
nuova ricchezza, dalla Cina alla Corea del
Sud, o nei paesi europei come la Spagna
dove il ceto medio cresce più veloce che
altrove. Ma nell’era globale non sarà facile rincorrere gusti e interesse della borghesia colta urbana, da sempre clientela
d’eccellenza.
Il trenino elettrico che è a una svolta
nella sua storia di prodotto viene da lontano. Nasce appunto in Germania. Tutto
cominciò nel 1859 con una ricca e bella
vedova del sudovest, Caroline Märklin,
che aveva fretta d’idee e successo per
mantenere i figli. Il secondo marito,
Theodor Friedrich Wilhelm Märklin,
fondò con lei una fabbrica di bambole e
casette per le bambole. Ma morì presto
anche lui. Fu di Caroline l’idea di costruire un trenino-giocattolo domestico.
Innamorata delle tradizioni ma anche
delle “magnifiche sorti e progressive”
dell’epoca moderna, la Goeppingen di allora ricordava molto le pagine in cui Robert Musil o Stefan Zweig descrissero la
Marco Paolini, attore ed esperto di modellismo
“Sarà la sconfitta
di una passione”
PAOLO RUMIZ
I PLASTICI
Un tedesco su dieci
possiede un trenino
L’hobby più costoso
del mondo ha fan
anche in Italia dove
leader di mercato
è stata per anni la Lima
erede della celebre
Rivarossi. La società
sta per essere
acquistata
dagli inglesi
«L
a storia della Märklin ricalca
la sconfitta del modellismo
italiano. Parlo del fallimento
recente della Lima, erede della gloriosa Rivarossi. L’hanno rilevata gli inglesi, offrendo il doppio rispetto a una
cordata italiana. Ma poi che han fatto?
Hanno tenuto solo marchio e stampi,
cioè quello che vale. Il resto niente:
macchine, personale, fabbrica, magazzino. Tutto finito, chiuso. E la produzione è volata in Cina».
Marco Paolini, attore fanatico di treni e modellista in casa («Mio padre era
macchinista, ho imparato da lui ad
amare i nostri treni e il nostro paesaggio ferroviario»), fiuta una brutta aria.
È come se l’Europa vendesse un pezzo
della sua anima al “pianeta” dove macchine e operai si clonano in un lampo.
«In Cina, se un articolo costa 200, le
macchine, i materiali e l’ammortamento
degli stampi costano undici. Ma l’inverosimile è che la manodopera costa uno!
Uno su duecento! Profitti incredibili…».
Ma i cinesi non hanno tradizione.
«Loro se ne fregano delle nostre tradizioni! Hanno complessi grandi come
città, capaci di fare trenini e asciugacapelli con la stessa disumana precisione. E di passare come niente da un prodotto all’altro».
Come funziona?
«Si rivolgono a un’agenzia di intermediazione che gli trova un progettista,
un esperto in stampi e un mini-team
che gli elabori il sistema. In un mese il
progetto è fatto, in quattro mesi la produzione è avviata…».
Tempi da paura.
«È un’implacabile organizzazione per
nuclei, che lavora sempre e riproduce
perfettamente i progetti altrui fornendo il “made in China”».
E la qualità com’è?
«Eccellente. Arrivano cose impensabili fino a poco tempo fa, specialmente a
noi italiani, che ci accontentavamo di
prodotti meno sofisticati rispetto a
Francia, Svizzera o Germania».
Dunque roba buona.
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
IL COCCODRILLO PLATINUM
Coccodrillo serie Platinum, così si
chiama la versione più lussuosa del
modello Märklin della celebre locomotiva
elettrica di montagna svizzera. È
costruita in platino. La serie limitata è
stata prodotta a metà degli anni
Novanta, e messa in vendita, su
prenotazione, a oltre 6000 marchi
tedeschi a pezzo. Se volete comprarla
oggi aggiungete almeno uno zero
a quella cifra e pagatela in euro
BIG BOY A VAPORE
Così i macchinisti americani chiamarono
la più grande e potente locomotiva a
vapore mai costruita. Con 8000 cavalli di
potenza e 400 tonnellate di peso,
trainava a 100 orari da costa
a costa convogli merci di oltre cento
vagoni. Nella versione Märklin la
locomotiva della vittoria alleata, tutta in
metallo, pesa 1,2 chili, fuma, riproduce i
rumori di caldaia, stantuffi e fischio Costa
799 euro con elegante cofanetto
BINARI: DALLA TERRA ALLA LUNA
Dai primi trenini di fine Ottocento a oggi,
la Märklin ha prodotto e venduto circa
450 mila chilometri di binari per i suoi
trenini elettrici: una distanza pari a circa
una volta e mezza quella tra la Terra e la
Luna. Il binario Märklin, nella sua ultima
versione, trasmette ogni comando
digitale alle locomotive. Si distingue
da quelli delle altre marche perché
trasmette corrente alternata
da punti di contatto centrali
TORINO
DELLINO: AMAR,
/ CONTRASTO - MO
FOTO B. GHIOTTI
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LE QUOTAZIONI
La ricchezza e la specificità
delle riproduzioni ferroviarie
è costituita dalla cura
degli stampi e dei dettagli
meccanici di ciascun vagone
Le miniature in serie limitata
possono raggiungere
quotazioni di mercato
superiori ai 10mila euro
società borghese-illuminata del Mitteleuropa. In quel clima Eugen e Carl, due
dei figli di Caroline, presentarono nel
1891, alla Fiera di Lipsia, il primo modello di trenino con motore a molla. Fu una
svolta nel costume. E con la rapida diffusione dell’elettricità nelle case borghesi
l’azienda, ora ribattezzata “Fratelli Märklin & C.”, offrì trenini mossi non più da
molle bensì da piccoli motori elettrici.
Alimentati da un trasformatore, per proteggere i bimbi dalle scosse.
Il trenino nacque così come giocattolo
per ricchi. S’impose come moda capace
di sopravvivere alla grande catastrofe
della prima guerra mondiale. E da giocattolo si trasformò in modello. È del 1935 la
prima versione del Coccodrillo, la più mitica locomotiva Märklin. Si chiamava così la potentissima locomotiva elettrica
svizzera, verde e snodata come il rettile,
costruita dal 1919 per trainare sulle Alpi
pesanti convogli merci o lussuosi espressi internazionali. I Coccodrilli-modello
più rari valgono tra i 5 e i 50mila euro.
«Ricordo ancora il fascino dei binari
nascosti in cantina durante la guerra»,
racconta Wolfgang Schaeuble, ex braccio
destro di Helmut Kohl. «Quando vennero i soldati americani, furono conquistati». Negli anni ruggenti del dopoguerra,
col Piano Marshall e il boom economico,
il trenino Märklin divenne un giocattolo
di massa. Cambiò anche volto. Divenne
pian piano riproduzione in scala ultraprecisa, oggetto del desiderio dei collezionisti. Tra cui anche vip come Ronald
Reagan. Le locomotive Märklin in scala
H0 oggi costano ognuna dai 220 agli 800
euro. Sempre in metallo, verniciate con
quattro strati nei toni più fedeli. Mosse da
uno o più motori, arricchite delle più pic-
cole scritte spesso ammirabili solo con la
lente d’ingrandimento. Camminano governate da un sistema digitale, con diverse funzioni: viaggiano fino a 80 insieme
sul circuito con fari spenti o accesi, rumore del motore diesel o a vapore, fumo,
“fischio”, illuminazione interna, frenata
lenta o brusca, pantografi che si alzano o
scendono a comando elettronico.
Ma 800 euro sono troppi per un giocattolo di massa. Anche i collezionisti preferiscono spendere meno, ma non rinunciano assolutamente alla qualità: la delocalizzazione s’impone. L’esame di ogni
nuovo prodotto da parte delle riviste specializzate è più spietato di una prova su
strada. E i concorrenti, cioè i giapponesi
di Kato, gli americani di Bachmann, gli
austriaci di Roco, gli spagnoli di Electrotren, forniscono a meno prezzo modelli
prodotti in Estremo Oriente.
I Märklin di oggi sono riproduzioni
iperdettagliate di macchine leggendarie.
Troppo belli per giocarci se non sei un
adulto benestante. Come il Trans Europ
Express Vt-11, il rapido di lusso tedesco
che dopo la storica riconciliazione tra
Konrad Adenauer e il generale de Gaulle
collegò Bonn a Parigi. Riproduce il rombo
dei motori diesel Mercedes, fischia, l’illuminazione interna si estende persino alle
abat-jour sui tavolini del vagone ristorante. Ma Märklin, che vende il 70 per cento
dei prodotti sul mercato tedesco dove la
congiuntura è debole, finora ha un catalogo dove i modelli di treni tedeschi sono
prevalenti. I concorrenti hanno diversificato l’offerta. Ai ricchi cinesi Bachmann
offre anche locomotive del Gigante rosso.
Forse, Märklin coglierà presto la nuova
sfida: dopo il mercato americano, dovrà
puntare sulla superpotenza di domani.
IL COLLEZIONISTA
Un padre macchinista
e un parco di modellini ferroviari
invidiabile, l’attore Marco
Paolini è un appassionato
di trenini vecchi e nuovi
«Decisamente. Oggi nessuno arriccia
più il naso di fronte al made in China. Anche nel top di gamma del modellismo».
Figurarsi cosa avverrà nel manifatturiero… emigrerà tutto.
«Il destino del modellismo mi provoca
cortocircuiti bestiali con quello che
succede sulla Riviera del Brenta. Pezzi
interi del distretto della calzatura fuggono a Oriente, con accelerazioni da
brivido…».
Dicono di non avere paura della Cina.
«Il problema è la febbre speculativa che
ci fa usare il Pianeta come il quartiere di
una città, con le sue favelas e i suoi discount… Chiediamoci: se i nostri operai
non lavorano, come terranno in piedi la
domanda? Non diventeremo più poveri? Credo proprio di sì. E la domanda del
superfluo salterà per prima…
I trenini, per esempio.
«Ovvio. Con un bene voluttuario il ragionamento vale il doppio. I trenini
non costeranno di più, vero. Ma noi
avremo meno soldi per comprarli. Diventeranno un giocattolo per ricchi».
Evento ineluttabile?
«Una settimana fa parlavo con un bravissimo artigiano fer-modellista di
Catania. Mi diceva della sua lotta per
resistere, per farsi i pezzi in casa. Anche lui non si rassegna...»
Come difendersi?
«Anni fa, quando la Lima comprò, oltre alla Rivarossi la francese Jouef e la
tedesca Arnold, si fece dare dal governo di Berlino un finanziamento per il
rilancio. Quando ebbe i soldi, chiuse e
concentrò la produzione in Italia. Ma
gli operai non restarono a guardare».
Che fecero?
«Presero a martellate gli stampi dei
modellini, quelli cui avevano dedicato la loro vita. Distrussero il nucleo del
valore aziendale e la furbizia dei nuovi padroni. Un suicidio d’amore, in
piena regola. O no?».
Nell’Ottocento si chiamava luddismo.
«Il destino del modellismo è esemplare. Dimostra che questa concentrazione della produzione mondiale in
un unico Paese può far imballare il sistema. Temo un boomerang che farà
molto male».
IL MERCATO
Il giro d’affari del ferromodellismo, ovvero delle
aziende produttrici di trenini,
è in calo del 7,5 per cento
La locomotiva da antico
giocattolo si è trasformata
tra gli europei in oggetto
da collezionismo di qualità
E i prezzi lievitano
fino a oltre 10000 euro
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
i luoghi
Uomini d’affari, russi, ma anche europei, americani e asiatici.
E donne. Tante, e tutte bellissime. Sono i nuovi potenti. Viaggiano
su Rolls Royce bianche, mangiano nei ristoranti alla moda,
bevono Krugg d’annata divorando piramidi di caviale pregiato.
Passano da un night club all’altro. Hanno un solo obbiettivo:
divertirsi fino all’alba. E per riuscirci spendono una fortuna
Notte in città
A Mosca l’ultima festa mobile
FOTO AFP
L’eccitazione della notte
Adesso è Mosca che sta vivendo una specie di “movida”. L’eccitazione, i locali
notturni che spuntano come funghi, i discorsi politici o d’affari alle ore piccole.
La scelta dei posti dove andare, basata
sul classico principio spagnolo del “vedere e farsi vedere”. Molto alcol, poco
sonno, il pallore dei volti al momento del
rientro. E i più eccitati, i più instancabili,
ma soprattutto i più prodighi, sono i russi. Perché i russi, spiega la mia guida che
è qui da dieci anni e ormai li conosce bene, sono tornati ad essere gli splendidi
dissipatori del romanzo russo. Tanti
Dmitrij Karamazov capaci di scialacquare in una sera cifre spropositate, purché tutt’attorno ci siano musica, alcol,
amici e donne. Come il maggiore dei Karamazov, appunto, nell’equivoco alberghetto di Mokroye: i suoi duemila rubli
LE LUCI DELLA FESTA
Finito il lavoro, quando il sole
scompare, e si accendono le
luci della città, il popolo del
divertimento inizia a
programmare la lunga festa
notturna. I fasci laser delle
discoteche e dei night club
sono le stelle polari che
portano al divertimento
che se ne vanno in fumo tra vodka, vino,
musica di violini e danze zingare.
«Vede quello lì a fianco della ragazza coi
capelli rossi?», fa la mia guida: «un paio di
settimane fa ha dato una festa per un centinaio di persone, gli uomini quasi tutti
italiani, ed era una festa così sfarzosa —
Krugg d’annata, piramidi di caviale,
schiere di camerieri, due orchestre e un
gruppo di “balalaike” — che uscendo all’alba ci domandavamo quanto potesse
essergli costata: quaranta, cinquantamila dollari? E lo stupore è cresciuto quando
un amico ci ha detto che quell’ospite tanto generoso non è ricchissimo. È un importatore di moda italiana e francese, uno
agli inizi, che al risveglio dopo la festa avrà
probabilmente dovuto pensare da chi recarsi per chiedere un prestito…».
Questo è certo, lo dicono le statistiche.
I russi che stanno facendo soldi spendono molto di più dei loro omologhi euroamericani. Come gli spagnoli di vent’anni fa, risparmiano poco o niente. Per ora
il pensiero del futuro non pesa, e preme
invece la voglia di divertirsi, di profondere il danaro sino alla stravaganza, di rovesciare la situazione quo ante del russo
col portafoglio vuoto in un contesto di
occidentali ricchi. E infatti, benché si calcoli che a Mosca i redditi siano circa la
metà della media nell’Unione Europea
(a Mosca: non in Russia, dove la differenza è abissale), i cosiddetti “consumi
di lusso” non fanno che aumentare. Dai
2 ai 3,5 miliardi di euro all’anno, quasi le
stesse cifre di New York. E chi vende, a
Mosca, sa come farlo. La Rolls Royce ha
spostato il suo salone vendite proprio
sulla piazza Rossa, di fronte alla mummia di Lenin, e un gruppo italiano ha appena aperto uno shopping center nel cui
atrio, su un piano a coda bianco latte,
suona una ragazza stupenda.
Ma quanti sono, in una Mosca di quindici milioni d’abitanti, i russi che possono uscire la sera e spendere parecchio
danaro? Lo chiedo alla mia guida: e lui si
guarda intorno, fa un largo cenno con la
mano verso un angolo del ristorante dove stiamo pranzando, e un minuto dopo
un quarantenne in blu scuro, i capelli rasi, l’aria serissima, viene a sedersi al nostro tavolo. È Arkady Novikov, il re delle
notti moscovite. Ex cuoco in un ristorante di Stato nell’ultima fase sovietica, poi
gestore d’un ristorante in cooperativa
quando Gorbaciov tentò le prime, striminzite privatizzazioni, e oggi proprietario di sessanta tra ristoranti e locali notturni in cui lavorano settemila persone.
Le stazioni del divertimento
Novikov mi descrive le due fasi che la sera e la notte di Mosca hanno conosciuto
nei tredici anni del post-comunismo, ed
è un racconto che dà un’idea piuttosto
precisa sulla nascita della nuova borghesia russa. Alla metà dei Novanta, l’improvviso spuntare delle favolose fortune
degli “oligarchi”, d’altri speculatori e dei
boss del crimine, aveva suggerito l’apertura di ristoranti carissimi che dessero a
quei “parvenus” (inconsapevoli di
quanto fossero orrendi gli arredi, e pessima la cucina) l’impressione d’essere approdati ad un lusso parigino o newyorkese. Ma con il crack dell’estate 1998, la serrata delle banche e la disastrosa svalutazione del rublo, i ristoranti da 150 dollari
a pasto dovettero chiudere.
Novikov lanciò allora due catene di ristoranti a prezzi abbordabili, la Yolki
Polki e la Kish Mash: «Questo perché»,
spiega, «una borghesia delle professioni,
del commercio e della piccola imprenditoria (con soldi, sì, ma non moltissimi)
era ormai una realtà: e dunque bisognava proporre locali all’altezza dei suoi
mezzi. Ma un paio d’anni fa, mentre
emergeva una nuova clientela per le catene a prezzi moderati, una parte del nucleo iniziale di borghesia era intanto divenuta più ricca ed esigente. Così, abbiamo puntato di nuovo sui ristoranti di lusso e i locali notturni. Il che vuol dire che ci
sono due fasce d’avventori, una che può
spendere di più e l’altra meno. Messe in-
sieme, sono migliaia e migliaia di persone che la sera, almeno due volte alla settimana, escono a mangiar fuori. E sto
parlando dei russi: poi c’è la comunità
straniera, che è sempre più vasta e comprende altre centinaia di nottambuli…».
Ripeto, vari aspetti ricordano la Madrid
post-franchista. Ma se poi si volge lo
sguardo dalla Mosca by night allo sfondo
e alla fisionomia della Russia d’oggi, allora vengono in mente i libri e il repertorio
fotografico sulla Shanghai degli anni tra le
due guerre. Quante somiglianze, infatti. Il
magnetismo che Mosca esercita sulla comunità internazionale degli affari, le insegne sfavillanti delle multinazionali precipitatesi a fornire un paese che ha bisogno di tutto, la dipendenza di gran parte
della borghesia dalle attività economiche
straniere, la folla di belle donne che circolano di notte. Oltre all’incertezza dell’identità: che caratterizzava la Cina d’allora, e caratterizza la Russia di Putin.
Sì, è Shanghai che affiora dalla memoria. La Shanghai “joy, gin and jazz” di Wally Simpson e Galeazzo Ciano, dove circolavano due monete (il dollaro d’argento e
il tael cinese) così come a Mosca s’usano
indifferentemente il dollaro e il rublo.
L’onnipresenza della polizia segreta del
Kuomintang, l’insaziabile avidità della
burocrazia, la fungaia di night club, cabaret e bordelli. L’enorme presenza degli
occidentali, con la borghesia locale che
ne scimmiottava gli usi, gli abiti e la lingua.
I marmi dei grand hotel, le luci del Tower
restaurant, del Venus Cafè o del Vienna
Ballroom con le sue “100 charming hostesses”, mentre “il gioielliere e l’antiquario” — come scrissero Auden e Isherwood
nel loro libro sulla Cina — “sono ai vostri
ordini, e le loro merci vi daranno l’impressione d’essere ritornati a Fifth Avenue o a Bond street”. Ma poi, a pochi chilometri dai grattacieli sempre illuminati
del Bund, una grande miseria: proprio come fuori Mosca si stende la Russia povera, flagellata dalla tubercolosi e dall’Aids,
dove l’aspettativa di vita non supera, per i
FOTO LISE SARFATI / MAGNUM
L
MOSCA
a Madrid della “movida”, o la
Shanghai degli anni Venti e
Trenta sino all’occupazione
giapponese? Me lo chiedo
osservando le schiere di nottambuli che
si muovono nel centro di Mosca, mentre
passo tra le dieci e mezzanotte, a rimorchio d’un giovane uomo d’affari italiano
che vive qui, da un ristorante alla moda a
un paio di night club. Certo, quel che sto
vedendo non esiste più a Londra, a Parigi o a Roma. C’era vent’anni fa, e già languiva, ma adesso è finito. Mentre la notte di Mosca è l’ultima festa mobile cui ci
si possa affacciare.
Migliaia di persone che escono quasi
tutte le sere, e prima vanno a pranzo, poi
a incontrare altri amici in un bar, quindi
sciamano nei night club per uscirne alle
tre del mattino. Non gli adolescenti o i
giovanissimi che anche da noi si scapicollano il sabato sera, i soldi contati, sulle strade verso le discoteche: bensì trentenni, quarantenni e cinquantenni in
abito scuro — abbienti o molto abbienti
— che l’indomani mattina saranno in ufficio alle nove. Russi, altri europei, americani ed asiatici gli uomini. Quasi tutte
russe le donne: le donne più belle, e spesso le più eleganti, che si possano vedere
oggi sulla faccia della terra.
Non gangster, dunque, non speculatori o prosseneti con le loro ragazze.
Questa è acqua passata. La Mosca notturna è ormai quasi del tutto ripulita della teppa che la solcava negli anni caotici
di Boris Eltsin. A circolare di notte è adesso, detta in grosso, la “business community”: i russi e gli stranieri che s’occupano di finanza, intermediazioni e consulenze, di petrolio, gas e altre materie prime, d’industria e progetti industriali,
d’export-import. Gente che tra mattino
e pomeriggio — prima delle uscite sera-
li — è stata dietro ad affari consistenti, o
grossi, o addirittura grossissimi. Dunque, redditi alti. Né potrebbe essere diversamente, perché Mosca è una delle
città più care del mondo e per certe cose
la più cara: il che vuol dire che la serata
d’una coppia costerà a dir poco il doppio
dei 140 euro che in Russia costituiscono
il salario medio mensile.
In questo — l’età dei nottambuli, i loro redditi e impegni professionali—, la
somiglianza che sembra di cogliere è
con la Madrid tra fine Settanta e inizi Ottanta. Lo scoppio di vitalità che gli spagnoli conobbero dopo il lungo e tetro
crepuscolo franchista. Il vecchio centro
madrileno sfolgorante di luci, insonne.
Quei famosi banchieri e industriali di
cui ci si chiedeva, vedendoli ballare ogni
sera sin verso l’alba al “Pasha” o al
“Portòn”, come facessero a dormire
tanto poco. E che sempre, a un certo momento della notte, lasciate le loro compagne a chiacchierare per un po’ da sole, facevano crocchio al bar per scambiarsi le ultime notizie: la Borsa, il governo, la congiuntura internazionale.
FOTO DAVIDE MONTELEONE/CONTRASTO
SANDRO VIOLA
ECCO LA MOVIDA
Feste da cinquantamila
dollari, l’eccitazione
degli uomini d’affari
che, come nella Spagna
post-franchista, scoprono
il fascino della notte:
di politica e denaro si discute
nel fumo dei locali alla moda,
circondati da modelle
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
FOTO OLEG NIKISHIN / GETTY IMAGES
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
‘‘
Mezzanotte a Mosca.
Estate d’uno sfarzo buddista
Le strade, dagli stretti
stivali metallici,
si ramificano
con minuti sferragli.
Se la godono gli anelli
dei viali butterati di nero.
A Mosca non c’è quiete
nemmeno a mezzanotte.
MANDEL’STAM
1931
Immagino che ormai
sia chiaro che la mia
carriera di cortigiana
è giunta al termine.
E non è soltanto un fatto
di età: nell’atmosfera
vischiosa e priva di dignità
della Mosca di oggi,
una finezza come
una vera cortigiana
è del tutto fuori posto
LENA VOLGINA
1994
LA PARIGI DI ERNEST HEMINGWAY
...Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da
giovane, ovunque tu passi il resto della tua
vita essa ti accompagna perché Parigi è una
“festa mobile”... Così dice lo scrittore
americano che racconta gli Anni Venti della
città francese: tra bistrot, oppio, le
scommesse alle corse dei cavalli e i
campioni del ciclismo. Le notti che non
finiscono mai. E soprattutto: “la vita intesa
come una fiesta”
FOTO HANS-JUERGEN BURKARD /GRAZIA NERI
FOTO HANS-JUERGEN BURKARD /GRAZIA NERI
FOTO ANSA
LA SHANGHAI DI MARLENE DIETRICH
È la città “joy, gin and jazz” degli anni Venti
e Trenta. Nei night della città cinese
si muovono agenti segreti, nazisti,
avventurieri, uomini d’affari dal dubbio
passato, dal rapporto conflittuale con
la legge e donne bellissime disposte a tutto.
Le orchestre jazz d’America suonano
la colonna sonora. È la città di Shanghai Lili,
la donna fatale interpretata da Marlene
Dietrich nel film Shanghai Express
FOTO AFP
maschi, i cinquantott’anni.
Beninteso, per quante ombre possano
gravare sul suo sistema politico, la Russia
di Putin non è la Cina di Chang Kai-shek.
Gli stranieri non vi fanno il bello e il cattivo tempo come nella Shanghai d’allora,
e anzi molto spesso (specie per ciò che riguarda le contrattazioni petrolifere) approdano a Mosca da postulanti. Ma detto questo, restano i tratti in comune. La
corruzione innanzitutto, quel dover deporre pingui involti di danaro nelle mani
dell’alta burocrazia per ogni firma, permesso, avanzamento di trattativa. Stando alle classifiche stilate dagli organismi
internazionali, la Russia è infatti appena
sopra il Mozambico (ma dietro l’Uganda) in fatto di “pagamenti irregolari”
estorti dall’apparato burocratico.
Poi, la personalizzazione e arbitrarietà del potere. Come Chang Kai-shek,
anche Putin deve usare i guanti bianchi
con gli stranieri: ma con i russi può fare,
allo stesso modo del capo del Kuomintang, quello che vuole. E se a Mosca non
ci sono esecuzioni capitali, la legge viene
tuttavia usata, lo s’è visto nel caso YukosKhodorkovskij, come una mannaia per
eliminare chi non s’allinea. Né vengono
mantenuti gli impegni internazionali:
ecco infatti Khodorkovskij trascinato in
un carcere dell’Fsb, la polizia politica,
mentre gli accordi sottoscritti dalla Russia con il Consiglio d’Europa non consentono carceri “speciali”.
Infine, ecco la glaciale indifferenza del
potere dinanzi alle piaghe che affliggono
la popolazione. Quattro anni di continui
aumenti del prezzo del petrolio stanno
facendo galleggiare la Banca centrale
russa su un mare di danaro (le riserve sono ormai a 84 miliardi di dollari), ma nessun tentativo serio viene fatto per arginare il catastrofico aumento dell’Aids,
cui una ricerca recente attribuisce dimensioni africane: cinque milioni di
malati previsti per il 2020.
No, certo: Mosca non è la Shanghai del
Kuomintang, ma le somiglia.
LA ROLLS ROYCE E LENIN
A Mosca i redditi sono la metà della
media europea, ma i russi che amano
far tardi la notte non badano a spese.
Per divertirsi spendono dai 2 ai 3 miliardi
l’anno. Solo New York e Londra stanno
al passo. La Rolls Royce ha spostato
il suo salone vendite sulla Piazza Rossa
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
FOTO CONTRASTO / CORBIS
Thomas Krens, direttore della Guggenheim Foundation, racconta il suo
progetto: una macchina museale diffusa in tutto il mondo con un’attenzione
particolare all’Italia. Dopo Venezia è la volta della capitale: dal primo marzo
alle Scuderie del Quirinale saranno in mostra i capolavori della collezione permanente
newyorkese e al PalaExpo potrebbe essere allestita la celebre “The Art of Motocycle”.
Ma il sogno di Krens è di poter portare la Paolina Borghese del Canova a New York
FOTO VINCENT WEST / REUTERS
Guggenheim
Il museo globale
ANTONIO MONDA
D
NEW YORK
a quando è diventato
quindici anni fa direttore
della Guggenheim Foundation, Thomas Krens ha
cambiato radicalmente le scelte e le
ambizioni del museo newyorkese, trasformando il Guggenheim in una istituzione globale, con sedi a Bilbao, Berlino, Venezia, Las Vegas e, in un futuro
prossimo, a Rio de Janeiro e Taiwan. Il
“Global Guggenheim” ha trovato recentemente anche forme di collaborazione con l’Ermitage di San Pietroburgo e, dal primo marzo prossimo, con
l’Azienda Palaexpo di Roma, sia per
quanto riguarda le Scuderie del Quirinale (dove verrà allestita “Masterpieces from the Guggenheim collection
from Renoir to Warhol”) che il Palazzo
delle Esposizioni, nel quale Krens conta di portare con scadenza annuale le
principali esibizioni del suo museo.
L’idea di Global Guggenheim ha visto
il momento di massimo trionfo con l’apertura della sede di Bilbao, un’operazione da 250 milioni di dollari (di cui 150
destinati alla costruzione) coperta interamente dal governo locale, che ha segnato la rinascita della città basca, e la
consacrazione universale del talento architettonico di Frank Gehry, a cui Krens
ha assegnato immediatamente dopo il
progetto della nuova sede sulla punta di
Manhattan. Ora Krens volge lo sguardo
altrove: dopo aver siglato un accordo
con il governo di Mosca per un’altra esibizione monumentale nella quale saranno celebrati mille anni di arte russa,
questo gigante di due metri che veste
sempre di scuro e si vanta di andare ogni
mattino in ufficio in motocicletta, conta
di intensificare il rapporto con l’istituzione romana, con mostre che portranno essere “The Art of Motocycle” o le recenti esposizioni dedicate a Robert Rauschenberg e Matthew Barney.
«La mostra sull’arte russa che debutterà a New York nell’autunno 2005 sarà
un evento unico e straordinario», racconta nel suo ufficio dieci piani sopra la
Rotunda di Frank Lloyd Wright «ma rientra nella tradizione di quello che abbiamo fatto negli ultimi anni, ad esempio
con l’arte cinese. Quanto stiamo avviando a Roma è invece qualcosa di diverso,
e interpreta perfettamente lo spirito del
museo globale: il Guggenheim espone i
suoi capolavori presso un luogo di grandissimo prestigio e tradizione, ed inizia
una collaborazione con la città che rappresenta uno dei massimi templi dell’arte e della cultura».
Come nasce questa collaborazione?
«Per quanto riguarda il Guggenheim,
dalla volontà di stringere un legame diretto con una città imprescindibile nella
quale il museo può contribuire a far conoscere alcuni capolavori dell’arte moderna. Riguardo invece a Roma, dalla
sensibilità culturale dimostrata dal sindaco Veltroni ed i dirigenti della Azienda
Palexpo Rossana Rummo e Raffaele Ranucci. Lo scorso maggio, in occasione
della presentazione della mostra su
Giorgio Armani alle Terme di Diocleziano, ho avuto modo di visitare il cantiere
del Palazzo delle Esposizioni e sono rimasto molto colpito non solo dall’imponenza dell’edificio, ma anche dalla potenziale molteplicità di offerta di una
struttura di questo tipo».
La mostra che debutta a Roma all’inizio
di marzo propone una selezione della
collezione.
«L’immagine del Guggenheim nel mondo è legata da sempre indissolubilmente alla straordinaria invenzione architettonica di Frank Lloyd Wright, e, più recentemente, all’altrettanto suggestiva
creazione di Frank Gehry a Bilbao. Le visite nei due musei, e in quelli nelle altre
sedi intorno al mondo, non prescindono
da un dato squisitamente architettonico, ma ovviamente cercano anche una
solida realtà espositiva: i visitatori rimangono sempre sbalorditi nel trovare,
insieme alle mostre, una delle più belle e
importanti collezioni di arte moderna
del mondo. Ci è sembrato giusto partire
proprio da questa collezione, con una
selezione significativa degli artisti più
importanti, che nella gran parte dei casi,
verranno celebrati con più di un’opera,
in modo da tracciare un itinerario anali-
tico della loro carriera. Mi riferisco ad
esempio a Mirò, Kandinsky, Picasso,
Mondrian, Pollock».
Tra i progetti di cui si parla c’è la possibilità di portare a Roma anche “The Art
of Motocycle”, che ha rappresentato
uno dei successi più clamorosi degli ultimi anni.
«Mi farebbe particolare piacere, ma voglio dirle che mi auguro di poter portare
ogni anno almeno una delle nostre esibizioni, iniziando magari con la grande
mostra sull’arte russa».
Di cosa si tratta?
«L’esibizione nasce dalla volontà di
IL MUSEO NELLE FOTO SEDI E CAPOLAVORI DEL GUGGENHEIM A NEW YORK, BILBAO, VENEZIA, BERLINO, LAS VEGAS
Le multinazionali dell’arte
alla conquista dell’Italia
PAOLO VAGHEGGI
C
ROMA
accia al finanziamento: è ormai questo
l’ordine dettato ai direttori e ai presidenti dei grandi musei internazionali.
I fondi pubblici, i proventi dei biglietti
d’ingresso, le donazioni, il merchandising non coprono i costi di conservazione e restauro. Quasi
tutte le grandi istituzioni, comprese le più celebri
come il Metropolitan di New York o la Tate di Londra, hanno i bilanci in rosso. È così che sono arrivate le “invenzioni”: dalle lotterie ai cocktail, dalle
aste ai prestiti a pagamento. Oggi è difficile esporre un capolavoro gratuitamente. Sono alti i prezzi
di trasporto, assicurazione, le spese per un marketing che lancia o rilancia l’artista, costruisce l’avve-
nimento in grado di attrarre migliaia di visitatori.
Ci sono nomi che offrono certezze di “vendita”
come un profumo di marca: Caravaggio o Botticelli, tanto per citare due celebrità. Ma quando
s’esce dall’antico e si entra nel moderno e nel contemporaneo, soprattutto in Italia, ci sono problemi. E così lo stivale ha cominciato a subire la lenta invasione dei musei stranieri che cercano complessi accordi — come sta facendo l’Ermitage a
Mantova — , organizzano esposizioni o spediscono le loro opere dietro compenso. I casi che si possono citare sono infiniti. Nello splendore di Villa
Manin, a pochi chilometri da Udine, prima hanno
luccicato i Kandinsky delle collezioni Peggy e Salomon Guggenheim, e poi, sotto il titolo
“Love/Hate”, le opere donate al museo d’arte moderna di Chicago nel 1967. Costo del prestito di
quest’ultime: 250.000 euro.
Ma è il Guggenheim, con le sue diramazioni di
New York, che sogna una nuova mega sede, Venezia — dove ormai sembra sfumata l’ipotesi di ampliamento — e Bilbao, in calo di visitatori, la vera
multinazionale dell’arte. In Sicilia la fondazione
sta trattando con la città di Palermo per aprire un
palazzo e organizzare mostre, a Modena si è raggiunto un accordo con la Cassa di risparmio della
città, ed è stata appena inaugurata l’esposizione
“Action Paintig 1940-1970”. E tra pochi mesi il
Guggenheim sbarcherà alle Scuderie Papali al
Quirinale.
In questo tourbillon di quadri, sculture e installazioni, che arrivano e ripartono, s’è inserito, di diritto, anche l’Ermitage di San Pietroburgo, che dopo la caduta del comunismo ha problemi finanziari fortissimi. Non ha esitato a inviare in Italia preziose sculture di Canova e delicate tele di Malevic.
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
PEGGY, UNA VITA LEGGENDARIA
Gli occhiali che sfoggia nella copertina del bellissimo
volume (Anton Gill, Peggy Guggenheim, Baldini
Castoldi Dalai, pagg.495, euro 25) sono firmati da
Edward Melcarth. Figlia di Ben, il meno agiato dei
Guggenheim, Peggy nacque nel 1898 e morì nel 1979.
Aprì la prima galleria a Londra nel ’38 e la seconda
dopo quattro anni a New York. A chi le chiese quanti
mariti avesse avuto, rispose: «Intende i miei o quelli
a Roma
creare un itinerario rigoroso e spettacolare su mille anni di storia e cultura.
La parte iniziale sarà dedicata alle icone, che agli inizi della loro storia avevano anche dimensioni enormi, per proseguire con il periodo di Pietro il Grande e Caterina».
Non le sembra impossibile raccontare
mille anni di storia attraverso una sola mostra?
«Non abbiamo la pretesa di dare un quadro onnicomprensivo, ma certamente
l’ambizione di realizzare un importante
punto di riferimento ed aprire nuove
strade. Per rimanere nel caso specifico le
delle altre?». In realtà ne ebbe due, uno dei quali fu Max
Ernst, due figli, numerosi aborti, un numero infinito di
amanti tra i quali Duchamp, Tanguy, Brancusi, Samuel
Beckett e John Cage. Ebbe anche quattordici cagnolini
di razza Lhasa Apso, seppelliti accanto a lei nel
giardino di palazzo Leoni a Venezia. Soprattutto
è stata la collezionista d’arte moderna più famosa
del Novecento.
(alessandra rota)
“Cominciamo una collaborazione
con la città che rappresenta
uno dei massimi templi dell’arte
e della cultura. Esporremo
i nostri capolavori in un luogo
di grandissimo prestigio”
cito ad esempio lo spazio che dedicheremo alle grandi acquisizioni avvenute in
Russia nei diversi periodi, attraverso le
quali si può delineare lo sguardo di un
popolo nei confronti della grande arte
internazionale. Un ruolo non meno importante lo avranno i mercanti di arte, i
grandi artisti misconosciuti influenzati
da quello che accadeva nel mondo dell’arte che li circondava, le avanguardie,
ed i grandi sconvolgimenti politici».
Una delle rivoluzioni che ha apportato
nella sua gestione del museo è quella relativa all’arte che ha commissionato.
«In questi ultimi anni ho intensificato il
rapporto con Richard Serra, che ha realizzato 11 sculture gigantesche per la sede di Bilbao, Jeff Koons, Jim Rosenquist,
Bill Viola e Gerard Richter. Credo che anche grazie alle loro opere realizzate su
nostra commissione sia cambiato drasticamente il rapporto tra l’artista, l’istituzione ed il pubblico, e mi auguro che in
futuro sia possibile realizzare qualcosa
di simile in Italia».
Da quando è nata l’idea del Global Guggenheim il numero di visitatori ha visto
un incremento dai 450mila annui di 15
anni fa ai quasi tre milioni dell’anno in
corso. Ma c’è chi contesta alcune scelte
come ad esempio le motociclette nella
Rotunda di Wright.
«A chi mi dice di aver elevato a livello
dell’arte ciò che è in realtà un mezzo per
spostarsi da un luogo all’altro rispondo
si tratta di un mezzo che assume spesso delle forme bellissime, innovative ed
armoniche».
La sua linea editoriale è stata sin dall’inizio antitetica a quella di altre grandi
istituzioni, come ad esempio il MoMA.
«Io credo che sin dalla sua fondazione il
Guggenheim abbia tracciato una strada
diversa, che si riflette perfino nelle scelte
architettoniche. Le realizzazioni di Wri-
LA FONDAZIONE THOMAS KRENS, DIRETTORE DELLA FONDAZIONE GUGGENHEIM
Al contempo però sta tentando un’operazione —
già realizzata a Londra, Las Vegas e Amsterdam —
culturalmente assai più complessa: l’apertura di
una vera e propria filiale.
Un “Protocollo di intesa” è già stato firmato il 27
ottobre tra il direttore dell’Ermitage Michail Piotrovski e il sindaco di Mantova Gianfranco Burchiellaro. Il museo statale di San Pietroburgo navigherà sul Mincio sulla barca di un’apposita Fondazione che gestirà l’accordo e che avrà una sede di
rappresentanza con all’interno un centro di studi e
ricerche sull’arte rinascimentale italiana. Ogni due
anni insieme a Palazzo Te e a un comitato scientifico organizzerà una mostra con opere provenienti dall’Ermitage. Soltanto il palazzo per ospitare la
Fondazione comporterà un investimento da tre
milioni di euro. Tempi previsti per rendere operativo l’accordo: dodici mesi.
ght e Gehry sono antitetiche a quello che
è stato proposto anche oggi nella ristrutturazione di Taniguchi».
Si può dire che il MoMA è austero e conservatore quanto il Guggenheim è rivoluzionario?
«Non posso certamente rispondere per il
MoMA, ma le divergenze si colgono ad
occhio nudo. Ho citato le differenze architettoniche perchè la scelta di Taniguchi è dichiaratamente “invisibile” rispetto ad un approccio nel quale l’edificio
espositivo ha un ruolo preponderante».
La sua linea editoriale sta rivoluzionando l’idea moderna di museo.
«Credo debba rappresentare qualcosa
di attivo: può e deve commissionare arte, e ha il diritto e il dovere di assumere un
ruolo propulsivo nella vita di una città e
di una società. Non solamente un posto
da visitare, ma un luogo vitale che propone e cambia il volto artistico e sociale
del paese in cui è situato».
Ritiene che ciò sia valido anche per
quanto riguarda questo inizio di collaborazione con Roma?
«Siamo ancora in una fase preliminare,
ma si tratta di un’ambizione inevitabile
e imprescindibile. Questo scambio culturale con le istituzioni romane ed il dialogo che è iniziato su un piano artistico
possono esser utili a cambiare la percezione del concetto di “globale”».
Lei sta portando a Roma della grande
arte esposta a New York, ma tra i progetti ancora non realizzati c’è una mostra americana dedicata a Canova.
«Continua ad essere un progetto a cui
tengo enormemente, per la bellezza con
cui le sue opere si sposerebbero con la
spirale di Frank Lloyd Wright e per un
suo implicito legame con l’America: una
delle sue ultime opere è una statua di
George Washington. Ma il dato principale dell’arte di Canova è la sua straordinaria modernità ed il grandissimo rilievo che ha per l’arte contemporanea: per
l’attenzione piena di fascino con cui curava i dettagli mi piace definirlo un Jeff
Koon dei suoi tempi, ma ci sono alcuni
elementi che anticipano Mapplethorpe. Ma, al di là del mio entusiasmo, devo
fare i conti con il fatto che è insensato
pensare ad un allestimento newyorkese
che non contempli anche la Paolina
Borghese. Mi rendo conto quanto sia
difficile ipotizzare uno spostamento del
genere e in tutta onestà confesso di aver
detto a mia volta “no” ad alcuni prestiti
richiesti alla nostra collezione. Ma voglio sperare: ricordo ancora l’emozione
che provai quando vidi la Pietà di Michelangelo esposta a Queens nel 1962
per la Fiera Universale».
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
Nuova vita per la commedia musicale, che nei paesi anglosassoni
sbanca da sempre i botteghini dei teatri. Storie spesso semplici
ma presentate in confezione di lusso e capaci di incantare il mondo
intero. Un genere che adesso diverte e commuove anche il pubblico italiano: gli incassi
sono più che raddoppiati e i titoli in scena nelle ultime stagioni si sono moltiplicati.
Fenomenologia di un successo inarrestabile
Musical
Il business della leggerezza
C
ANNA BANDETTINI
osa sarebbe il mondo dello spettacolo senza la frizzante futilità del musical: storie a volte sempliciotte, spesso autentiche pizze ma in confezioni
talmente irreprensibili, lussuose e
sognanti da giustificare i successi
planetari, magnifici cult come Chorus line, Cats,
Grease. Perché il musical piace ancora tanto? Certo è meno impegnativo del melodramma, di cui
forse è più nipote che figlio. È più glamour dell’operetta, di cui è sicuramente una filiazione. Eccita la fantasia come il cinema, di cui è fratello maggiore. È forse un frullato di tutti questi generi e ha
New York
la capacità di assimilare e piegare alle sue esigenze ogni tipo di musica: il pop, il jazz, il rock, la melodia tradizionale e i ritmi più moderni.
Nei paesi anglosassoni, dove vanta una tradizione lunga e radicata, anche oggi, il musical tiene allegramente il passo, magari alleandosi col cinema con cui scambia sempre più titoli, trionfi,
idee. Allora ecco “long runs” come Phantom of the
Opera che resiste nelle due capitali Londra e New
York e presto sarà sugli schermi, o Chicago; sempreverdi come Fame e Saturday night fever; best
seller come The Lion King dal film Disney, firmato dall’accoppiata Elton John-Tim Rice; new entry come Mary Poppins (a Londra, dove ha suscitato polemiche la decisione di vietare lo spettaco-
Londra
lo ai bimbi con meno di tre anni e di sconsigliarlo
ai minori di sette ), o il divertente The Producers di
Mel Brooks tratto dal film memorabile con Zero
Mostel. Se non è il cinema è la letteratura a fornire idee — Les Miserables è ancora in circolazione
a Londra, e The Woman in white dal romanzo di
Wilkie Collins — o la musica, Mamma mia che rifà
i mitici Abba, Wonderful Town di Leonard Bernstein (a New York con Brooke Shields), Jailhouse
rocks su Elvis Presley.
In Italia, due o tre successi alla fine degli anni
Novanta (il più eclatante, Greasedella Compagnia
della Rancia che tornerà in scena a marzo: oltre un
milione di spettatori dal ‘97), hanno lasciato un
segno: dal 2001 al 2002 gli incassi del musical so-
Dal cinema alla letteratura, tutto
può essere tradotto in note
Ecco gli show più attesi
per queste festività natalizie
no saliti del 107 per cento e le rappresentazioni del
35 per cento. Un successo in crescita. Per esempio
My Fair Lady diretto da Piparo nel 2001 torna a
gennaio; la Tosca riscritta da Lucio Dalla o Footloose degli “Amici” di Maria De Filippi resistono
saldamente sulle scene. Tra gli hit si confermano
in questa stagione Notre Dame di Cocciante (ora
atteso con Piccolo principe), Rugantino della ditta Garinei&Giovannini (470mila spettatori), Vacanze romane con Autieri e Ghini, Pinocchio e
Cantando sotto la pioggia della Rancia che lancia
anche Tutti insieme appassionatamente dal 12
gennaio a Milano. Strategica protagonista: Michelle Hunziker. Forse per assicurare al musical lo
sterminato pubblico delle telefamiglie.
Parigi
Roma
AVENUE Q
MARY POPPINS
DANSE SING
NOTRE DAME DE PARIS
È l’ultimo successo di
Broadway. Attori e
pupazzi per raccontare
con ironia la dura vita dei
trentenni a N.Y: niente
lavoro, soldi zero, sfighe
varie. Princeton, fresco di
college, sbarca pieno di
sogni nel quartiere di
Avenue Q tra squattrinati
come lui.
New York, John Golden
Theatre, 252 W45th St.
I bambini Banks
continuano ad avere
bisogno della loro nanny.
E anche gli spettatori.
Non fosse bastato il film
ecco il musical sulla baby
sitter più celebre del
globo. E sulla più ricca.
Ha già guadagnato
20milioni di sterline
dalle prenotazioni.
Londra, Prince Edward
Theatre, dal 15 dicembre
Parigi è la città dei
music-hall. E c’è chi
ritiene che non esiste
Capodanno senza Folies
Bergère. “Danse sing” è
lo show che celebra 70
anni di musica pop con
una troupe di cantanti e
ballerini del Quebec e
molta spettacolarità (450
costumi).
Parigi, Folies Bergère
32 rue Richer
Ha già raccolto 10milioni
di spettatori nel mondo il
musical di Riccardo
Cocciante (musica) e Luc
Plamondon (libretto).
Come nel romanzo di
Hugo, il gobbo brutto e
buono si innamora della
zingara Esmeralda. Bei
balletti, scene grandiose
musiche strappacuore.
Roma, Granteatro, fino
al 31 dicembre
WICKED
JAILHOUSE ROCKS
Un ragazzo scopre di
avere talento musicale e
infatti diventerà la più
grande rock star del
mondo. In pratica è la
storia di Elvis Presley in
un musical che più
spettacolare di così si
muore. Alla fine, è
garantito, tutto il
teatro balla.
Londra, Piccadilly Th.
Denman Street
ON ACHEVE BIEN
LES CHEVAUX
VACANZE ROMANE
Il musical di Stephen
Schwartz («The Prince of
Egypt») si candida come
miglior rivelazione della
stagione newyorchese. È
la storia di due streghe
della Terra di Oz
(vedi «Mago di Oz»).
Non mancano ironia e
gocce di veleno su Bush.
Ma è anche per bambini.
N.York, Gershwin Theatre
222 W 51th St.
Proprio quello: «Non si
uccidono così anche i
cavalli?», il romanzo di
Horace McCoy che il film
di Sidney Pollack ha reso
celeberrimo a chiunque.
Antieroi che si confrontano
con la vita e il dolore
di vivere. Con Robert
Hossein.
Parigi, Palais des Congrès
fino al 1 gennaio
Poteva essere un rischio:
fare in teatro un filmcommedia stampato nell’
immaginario collettivo:
Gregory Peck che
scorrazza Audrey
Hepburn in vespa per le
vie di Roma. Massimo
Ghini e Serena Autieri si
sono difesi benissimo.
Musiche Porter-Trovajoli.
Roma, Teatro Sistina
fino al 23 gennaio
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
I MITI
GREASE
A CHORUS LINE
CATS
Gesù hippy, libertario e pacifista
resta un mito anche per gli atei
più incalliti. Era il 1971 quando
il musical di Tim Rice (testi) e
Andrew L. Webber (musiche)
fece il suo debutto al Mark
Hellinger Theatre di New York
con Carl Anderson. Successo
planetario. Tradotto in 11
lingue, visto in 22 paesi. 100
milioni di sterline di incasso
Nasce il 14 febbraio del 1971
nell’Off- Broadway. Piace più al
pubblico che alla critica la storia di
un gruppo di ragazzotti della
provincia Usa anni ’50, bulli ma
buoni, con in testa (solo) grease,
brillantina. Danny, protagonista,
è stato recitato anche da
Richard Gere. Il film con Travolta
ne ha fatto leggenda. In Italia ci
ha pensato la Cuccarini
È il musical più visto, più
osannato, più ripreso. È il
musical dei record. Anno 1975:
al Public Theatre di New York,
off-Broadway va in scena la storia
di una compagnia di ballerini.
In realtà è epica del teatro: fatica
individuale, solidarietà, sogni
di chi fa teatro. Successo
immediato. A Broadway sta
in scena 15 anni
Punta in alto ispirandosi a
“Old Possum’s Book of practical
Cats” del poeta T.S. Eliot ma
raggiunge i vertici in tutto il
mondo scalando premi,
classifiche e record con la
stessa agilità dei gatti di cui
parla. Il musical di A.L.Webber
dell’82 racconta l’ascesa di un
gruppo di gatti verso il mistico
Heavside Layer
BROADWAY, NEW YORK DI MARK McMAHON. FOTO FRANKLIN McMAHON / CORBIS
JESUS CHRIST SUPERSTAR
Elton John:per Billy Elliot
ho sacrificato il mio ego
GIUSEPPE VIDETTI
LAS VEGAS
come Bob Dylan, sempre in tournée. Il carnet di Elton John è
fitto di concerti fino al dicembre 2005. Il suo primo contratto
con il Caesars’Palace di Las Vegas è agli sgoccioli. Ma The red piano, lo spettacolo concepito per la capitale del gioco d’azzardo insieme al fotografo delle star David LaChapelle, che firma la scenografia miliardaria, ha registrato dal 13 febbraio 2004 una serie impressionante di sold out. Tanto che Elton John, 57 anni, dopo un
breve tour in Inghilterra, tornerà al Caesars l’8 febbraio 2005 e ci
resterà fino ad aprile inoltrato. E così via, per altri tre anni. Nel frattempo ha pubblicato l’album Peachtree Road, e ha scritto due musical che andranno in scena nel 2005, Billy Elliott, a Londra dall’11
maggio, e The Vampire Lestat, a Broadway da novembre.
La novità è che per la prima volta Elton ha coinvolto Bernie Taupin, il suo paroliere storico, quello di “Your song” e “Candle in the
wind”, in un’avventura teatrale. Dopo lo show, nella suite postmoderna che la direzione del Caesars ha arredato per lui (e per il
suo cocker spaniel Arthur), Elton John è disponibile e rilassato.
Una felpa oversize ha preso il posto dell’ingombrante smoking rosso pieno di paillettes.
Neanche gli occhiali hanno lustrini. Le vistose
montature di un tempo sono state vendute a
una delle tante aste che l’artista spendaccione
allestisce da Christie’s e dove sono finiti quadri,
collezioni di fotografie, abiti e oggetti di arredamento. Dopo le musiche per “Il re leone”
della Disney con le quali si è aggiudicato un
Oscar per la miglior canzone, e “Aida”, la commedia musicale scritta con Tim Rice ancora in
scena a Broadway, sembra che il musical stia
diventando il pane della sua vecchiaia.
Come mai ha deciso di portare in scena
“Billy Elliott”?
«La mia storia d’amore con Billy Elliottè iniziata nel momento stesso in cui ho visto il film a
Cannes. Ricordo che durante la proiezione
non riuscii a trattenere le lacrime. La cosa che
mi ha colpito di più è la relazione del piccolo
Billy con suo padre e la tenacia con la quale coltiva il suo sogno.
Quella stessa sera confidai a Stephen Daldry (il regista, che poi
avrebbe diretto The hours, ndr) che avrei voluto farne un musical
e a Sally Greene, direttore artistico del Victoria Palace, che avrei
voluto farlo nel suo teatro. “Chi scriverà le parole?”, mi chiesero.
“Potrebbe farlo Lee Hall, che già si è occupato della sceneggiatura”, risposi. Lee ha seguito le mie indicazioni, e ha scritto liriche
memorabili, tra cui una canzone incredibile per la nonna di Billy,
che nel musical ha un ruolo più importante rispetto al film. Tutto
è ambientato negli anni Settanta. La cosa più difficile è stata trovare un ragazzo tra gli undici e i tredici anni che interpretasse la
parte del protagonista. In una scuola di canto e ballo di Leeds ne
abbiamo selezionati tre, perché dobbiamo essere pronti all’evenienza che uno si ammali o si assenti per motivi di studio, o magari che la sua voce cambi troppo radicalmente e diventi poco
È
adatta. Lo spettacolo sarà pronto a febbraio, ma lo presenteremo
ufficialmente alla stampa a maggio. Sono riconoscente a Stephen
Daldry di aver accettato di dirigerlo, perché Billy Elliottè prima di
tutto una sua creatura. Lo so, è il suo primo musical e adesso è nel
pallone. Ma vedrete, sarà un trionfo, il musical del 2005».
A meno che l’altro musical al quale sta lavorando non gli
faccia concorrenza...
«Immagino che alluda a Lestat. Andrà a scena a Broadway, dall’altra parte del mondo... È un musical tratto da due romanzi di
Anne Rice, Scelti dalle tenebre e Intervista col vampiro. E gli autori, questa volta, sono una coppia collaudata, Elton John e Bernie Taupin. Ci stiamo lavorando già da un anno».
Uno spettacolo qui a Las Vegas, un nuovo disco e due musical. Dove trova il tempo di fare tante cose?
«Ha dimenticato nove canzoni scritte per varie colonne sonore. In tutto, circa 60 canzoni. È stato l’anno più prolifico
della mia carriera. Sono in forma. Da quando ho smesso con
la droga e ho incontrato David Furnish (il suo compagno,
ndr) ho ritrovato una straordinaria energia».
Qual è la difficoltà maggiore che un autore di pop song incontra di fronte alla scrittura di una commedia musicale?
«Prima di tutto, devi lasciare il tuo ego fuori
dalla porta. Alcuni numeri vengono eliminati, altri esigono aggiustamenti, a volte bisogna
riscrivere completamente alcune parti. Tutte
regole che nel mondo del pop non esistono.
Ma questa disciplina ha giovato a Bernie. Ha
scritto alcune delle sue canzoni più belle».
Non male neanche quelle del suo ultimo album “Peachtree Road”.
«È un cd carico di ottimismo. Una sorta di reazione a quel che sta accadendo nel mondo. Alludo a canzoni come “All That I’m Allowed” e
“Answer In The Sky”, piene di speranza nel futuro. All’inizio Bernie Taupin aveva scritto dei
testi più pop del solito, ma poi ci abbiamo ripensato. Non potevamo, di questi tempi, incidere un album così scanzonato. Così abbiamo
optatopercanzonipiùinsintoniacolclimapolitico che stiamo vivendo. La canzone “Weight Of The World”, ad
esempio, esprime tutta la mia rabbia per la stupida guerra intrapresa da Bush, mentre “My Elusive Drug” parla del mio rapporto con David, di come l’ho incontrato e di come ho scoperto di
amarlo. È un disco pieno di soul, di gospel. E di country».
Che tipo di musica ascolta in casa?
«Di tutto. Quando io e David siamo insieme ascoltiamo cose
tipo Dinah Washington e Nina Simone. Secondo me Nina è
una delle più grandi artiste del secolo scorso. Fra i giovani?
Preferisco John Mayer e Rufus Wainwright, il miglior cantautore in circolazione. E i Killers. Ho comprato 50 copie del
loro Hot fuss e le ho regalate a tutti gli amici».
Quale sarà il prossimo passo? Un musical a Las Vegas stile
Cirque du Soleil?
«Mica male come idea».
‘‘
Le regole
Qui valgono regole
che nel pop non
esistono. Ci vuole
più disciplina
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
spettacoli
Musica e palcoscenico
SALVATORES ANCORA NOIR
COURMAYEUR. Ancora noir per
Gabriele Salvatores (nella foto).
Dopo “Io non ho paura” tocca a
“Quo vadis, baby?”, dal romanzo
di Grazia Verasani: una detective
indaga sul suicidio della sorella.
Tra gli interpreti Angela Baraldi.
«Sarà un piccolo film, girato in
alta definizione».
(r.n.)
PAGNY CANTA LE TASSE
PARIGI. La popstar francese
Florent Pagny, condannato in
primo grado per aver evaso le
tasse per più di 250 mila euro, ha
trasformato il processo
d’appello in un caso nazionale. Il
cantante ha infatti scritto una
canzone, Ma liberté de penser, in
cui si descrive come un martire.
Muti: e ora vi presento
la mia orchestra-cantiere
LEONETTA BENTIVOGLIO
«Q
uesta non è semplicemente
un’orchestra in più. È una mano
tesa verso il futuro. È un modo
per comunicare ai giovani la mia
esperienza. È una forma di gratitudine verso il mio paese e i grandi insegnanti italiani con cui sono cresciuto, Antonino Votto e Vincenzo Vitale. È un progetto che intende affinare le qualità tecniche, interpretative e
stilistiche dei giovani musicisti, puntando a farne
dei professionisti. È una compagine non competitiva, che si forma e si scioglie, e che prevede, per i
suoi componenti, un periodo massimo di permanenza di tre anni. È anche un anello di congiunzione col passato: in gioventù ho avuto la fortuna di lavorare con giganti della musica quali il pianista Richter e il violinista Francescatti, nomi che per i giovani di oggi rappresentano solo un mondo leggendario e lontano. Trasmettere questo patrimonio è
un dovere etico e sociale e una necessità musicale».
Riccardo Muti parla con trasporto della «sua»
nuova creatura, la “Luigi Cherubini”, l’orchestra
giovanile di cui ha ispirato e voluto fortemente la nascita. Domani sera, al Teatro Municipale di Piacenza, ne guiderà il debutto in una lezione-concerto dedicata alla Quinta di Ciaikovskij: «Niente a che vedere con eventi celebrativi», avverte il direttore, che
ha appena trionfato sul podio dell’ultimo Sant’Ambrogio milanese con Europa riconosciuta di Salieri,
evento, quello sì, gloriosamente celebrativo, visto
che giungeva a riaprire la Scala dopo una lunga
chiusura per restauri. «La serata di Piacenza sarà
piuttosto una sorta di prova aperta che presenterà
al pubblico i giovani strumentisti e cercherà di far
comprendere, in modo istruttivo e coinvolgente,
cosa significa il lavoro dell’orchestra».
L’idea fondamentale della Cherubini, formata
Debutta a Piacenza
con una lezione-concerto
la “Luigi Cherubini”,
compagine di giovani
fortemente voluta dal
trionfatore della Scala
LE PROVE
Riccardo Muti durante le prove con l’orchestra “Luigi
Cherubini” al Teatro Municipale di Piacenza
da 78 elementi, età media 24 anni, tutti italiani
(«perché è importante tenere viva la consapevolezza della nostra identità culturale», dice Muti),
diplomati nei Conservatori di varie regioni e selezionati tramite un lungo lavoro di audizioni, è di
definire una tappa intermedia, di formazione post-accademica, tra lo studio e il mondo del lavoro.
La sede stabile del nuovo complesso è Piacenza,
mentre Ravenna, col suo prestigioso festival, fungerà da residenza estiva. L’aspetto gestionale tocca alle amministrazioni delle due città assieme alle Fondazioni Toscanini di Parma e Ravenna Manifestazioni: «È un asse organizzativo importante,
che ancora una volta giunge a segnalare la disponibilità culturale e la ricchezza di risorse musicali
dell’Emilia Romagna», commenta Muti.
All’attività sinfonica sul grande repertorio la
Cherubini, che conta sulla consulenza artistica di
Dominique Meyer, e che sul podio ospiterà, oltre
al suo sommo direttore musicale, maestri di calibro internazionale come Kurt Masur e Marek Janowski, affiancherà un intenso lavoro sulla musica da camera, perché «la pulizia e gli equilibri che
si cercano nel piccolo gruppo devono riflettersi
nella compagine orchestrale», spiega Muti. «E sia
ben chiaro», aggiunge, «non sarà mai un’orchestra usata in sostituzione di un’altra, come un jolly. Avrà un suo cammino, un suo volto e un suo
programma». Costituendosi innanzitutto come il
concreto manifesto di una speranza: «Quella che
finalmente, in Italia, cresca il numero delle orchestre, determinando nuovi sbocchi di lavoro per i
giovani. Ogni piccolo centro dovrebbe avere una
sua orchestra, un suo coro e un suo teatro attivo,
proprio come accade in Germania, in Francia e
negli Stati Uniti. Invece noi, pur essendo il paese
che ha più teatri storici al mondo sul suo territorio, restiamo indietrissimo. È una vita che lo dico
e non mi stancherò mai di ripeterlo: la cultura non
è un optional, ma un preciso dovere dello Stato».
Oscar del teatro, doppia nomination
alla Cescon “santa e peccatrice”
RODOLFO DI GIAMMARCO
T
ROMA
rentatré anni, 53 chili (dopo essere calata fino a 45 per il film Primo
amore di Matteo Garrone), trevigiana,
faccia d’angelo, voce dura come il cristallo, svezzata a teatro da Luca Ronconi e in ditta col regista Valter Malosti dal
‘96, Michela Cescon “rischia” di figurare
due volte nei Premi Ubu che verranno
assegnati domani sera al Piccolo Teatro
di Milano. Per la sua prova in Giulietta di
Fellini con messinscena di Malosti compare tra le nomination per la Migliore
Attrice (assieme a Elisabetta Pozzi e Fiorenza Menni), e ha condiviso sempre
Michela Cescon
con Malosti le sorti dello spettacolo Inverno di Jon Fosse che è tra i candidati
Testi Stranieri. Un fenomeno dell’area
della ricerca e, ora, anche del cinema
d’autore, divisa tra la luminosità della
Giulietta di Fellini e il personaggio scandinavo di Inverno. «Sono due personaggi in cui mi ritrovo», dice la Cescon,
«Pensavo mi riguardasse maggiormente
la nevrosi, l’animo scattante della donna ritratta da Jon Fosse, ma ho scoperto
che la mia è una maschera con cui affronto il mondo».
L’attrice trevigiana si è negli anni costruita un’identità teatrale forte e decisa,
sostenuta da una certa spregiudicatezza
nell’uso della voce, «Anche se io preferisco parlare di un misto di santità e pecca-
to», aggiunge lei, «con la consapevolezza
che non si deve aver paura d’essere felici.
Di sicuro, comunque, con l’aiuto di Malosti ho messo a frutto l’eccessivo, la parte vitale di me».
Di sicuro la sua avventura nel mondo
dello spettacolo si svolge in bilico tra cinema e teatro: «Ma non c’è controindicazione», sostiene, «Più fai cinema e più
hai voglia di tornare in palcoscenico. Sto
bene sul set di Quando sei nato non puoi
più nasconderti di Marco Tullio Giordana, dove faccio una madre positiva, pensando che poi a maggio lavorerò con Toni Servillo nel progetto teatrale su Il lavoro rende liberi di Vitaliano Trevisan,
avendo nel frattempo con Malosti un’altra idea per il 2006».
In breve
MUSICA
Nozze indiane
per Alanis Morissette
NUOVA DELHI. Non si sa ancora
con chi né quando, ma Alanis Morissette è sicura che si sposerà in India, «il posto più bello del mondo».
La musicista, che si trova a Bombay
per partecipare agli Mtv Immies
2004, ha aggiunto: «Quando sono
qui, mi sento davvero a casa. Non
sto ancora per sposarmi, ma quando
deciderò di convolare a nozze, sarà
l'India il luogo dove farlo».
CINEMA
La Bellucci psichiatra
in un film di Schumacher
ROMA. Il prossimo film di Joel
Schumacher avrà Monica Bellucci (nella foto) come protagonista.
«Si intitolerà “Centricity” e sarà
un’opera dark-noir in cui l’attrice
interpreterà una psichiatra», ha
detto il regista americano impegnato in questi giorni nella promozione del film musicale “Il fantasma dell’opera”, che uscirà venerdì prossimo.
MUSICA
“Jacko e bimbo molestato
leggevano porno insieme”
LOS ANGELES. Colpo di scena
nel processo per molestie sessuali
su un minore che vede come imputato Michael Jackson. Le impronte digitali della popstar e del
bambino che lo accusa di molestie
sessuali sono state individuate
dalla polizia su un giornale pornografico sequestrato lo scorso
anno all’interno del ranch Neverland. Se questa prova dovesse essere accettata dal giudice, potrebbe diventare un elemento decisivo
nel procedimento penale a carico
di Jacko. Il processo riprenderà il
31 gennaio.
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
i sapori
Sana, gustosa, controllata, la costata torna
sulle nostre tavole dopo gli anni infausti
di “mucca pazza”. Crescono i consumi in casa e al
ristorante. Vince la qualità: esibita giovedì alla fiera
del Bue Grasso di Carrù, in Piemonte, e in vetrina
nelle macellerie della Val di Chiana
Menu classici
Piemonte
itinerari
CARRU’, PORTA DELLA LANGHE
Carrù è uno dei più golosi “forzieri del gusto” in Italia,
tanto da poterci permettere di scegliere il percorso in
base ai desideri del palato… Concentriamoci sulla
carne. Siamo al confine tra la pianura di Cuneo e le
colline: a dividere le due zone, il letto del Tanaro. La
razza piemontese viene allevata tra Carrù a Fossano, in
un susseguirsi di ampie stalle. Ma non solo qui. Se nella
media Langa, infatti, la coltura della vite ha di fatto
soppiantato gli allevamenti, la parte alta, intorno a
Murazzano (terra di una delle migliori tome
piemontesi), ospita oggi, insieme agli storici
allevamenti di pecore e capre, anche alcune produzioni
bovine interessanti. Tra un’incursione gastronomica e
l’altra, fermatevi a Mondovì, piccolo concentrato di
cultura piemontese, ricca di testimonianze barocche di
pregio ( su tutte, le opere del pittore Andrea Pozzo).
I RISTORANTI
MARSUPINO, Via Roma 20, Briaglia (Cuneo). Telefono
0174-563888. Chiuso mercoledì e giovedì a pranzo.
Menu dai 30 euro, vini esclusi. MODERNO, Via
Misericordia 12, Carrù (Cuneo). Telefono 0173-75493.
Chiuso martedì. Menu dai 35 euro, vini esclusi.
Dario Cecchini è uno
dei più famosi
artigiani macellai
al mondo, tanto da
essere invitato a
cucinare in ristoranti
prestigiosi. Gestisce
l’Antica Macelleria
Cecchini di Panzano
in Chianti.
IL BUE GRASSO
Stazza grande, soprattutto le cosce.
Castrato, è allevato con cereali e fieno
Toscana
LE COLLINE DELLA VAL DI CHIANA
Altro distretto gourmand con pochi rivali, se è vero che
a sud di Arezzo la campagna disegna una sua
personalissima geografia golosa, tra viti, olivi e
allevamenti bovini. Tanta e tale, la qualità espressa, che
quando si parla di chianina, prima della val di Chiana si
pensa alla mucca… Il percorso si snoda tra colline e
primi contrafforti, a partire dall’impianto medievale di
Arezzo (dove vale la pena visitare la casa del Vasari,
aretino illustre), crocevia di Casentino, Valdarno e
Chiana. Procedendo in direzione sud, si arriva a
Cortona, vera capitale della “fiorentina” (che qui
ovviamente si chiama chianina). Gli allevamenti sono
figli della bonifica della valle, quasi due secoli fa.
L’offerta turistica è generosa e molto articolata, tra
locande, osterie su fino ai relais con piscina e
maneggio. Non dimenticate di acquistare olio, miele e i
mitici fagioli zolfini del Pratomagno.
I RISTORANTI
IL CIPRESSO, viale De Gasperi 28, Loro Ciuffenna
(Arezzo). Telefono 0559-172067.
OSTERIA DEL TEATRO, via Maffei 5, Cortona (Arezzo).
Telefono 0575-630556. Menu da 30 euro, vini esclusi.
L’ALBERGO
FORESTERIA PODERI EINAUDI, Borgata Gombe 31,
Dogliani (Cuneo). Telefono 0173-70414. Camera doppia
con colazione da 114 euro.
L’ALBERGO
CASA VOLPI, Via Martini 29, Arezzo. Telefono 0575354364. Camera doppia con prima colazione a 100
euro.
I NEGOZI
Macelleria MARTINI, Via Roma 7, Boves (Cuneo).
Telefono 0171- 380207.
Panetteria NASI, Via S. Libera 16, Val Casotto
Pamparato (Cuneo). Telefono 0174-351183.
I NEGOZI
Macelleria ALDO IACOMONI, P.zza Gamurrini 31,
Monte San Savino (Arezzo). Telefono 0575-844098.
ENOTECA GUIDI (con mescita), Via Pacioli 44, San
Sepolcro (Arezzo). Telefono 0575-736587.
LA VACCA CHIANINA
Taglia gigante, ha il mantello color latte.
Da maggio a novembre vive al pascolo
Carne
Il riscatto del grasso
LICIA GRANELLO
Giorgio Bocca
o chiamano grasso, ma lui non si offende. Anzi. Se a metà ‘800 un casuale incrocio genetico non avesse prodotto
una razza davvero monumentale, soprattutto nei quarti posteriori, il bue
piemontese si sarebbe estinto insieme
all’agricoltura preindustriale.
E invece, proprio come per la sorella chianina, il
passaggio dal lavoro alla bistecca è stato — si può
dire? — un colpo di fortuna.
Certo, il destino è sempre quello, infausto. Ma almeno il bue grasso di Carrù (come quello di Moncalvo, vicino ad Asti) ci arriva dopo quattro, cinque anni di buon fieno e stalla pulita, senza gli stenti del giogo. Anzi, in tempi di lotta per il benessere animale (in
questo caso a vantaggio della bontà delle carni), non
c’è allevatore che non si coccoli — compatibilmente
alle dimensioni — il suo campione. Da esibire giovedì, come ogni secondo giovedì di dicembre da quasi cent’anni, alla fiera del Bue Grasso, quando gli allevatori scendono in paese con cappello, mantello e
“tocau” (il bastone per guidare le bestie), per con-
L
“....Ma sì, mi dica come si fa a Milano o a Torino a fare un buon bollito.”
“Impossibile. Ci vuole un pezzo... grandissimo, da almeno quaranta
persone, poca acqua, una lunga cottura a fuoco lento e che la bestia sia di
Carrù. Ci venga.” Già, Carrù! Prima, in quel lontano prima, la fiera del
bue grasso, le osterie che aprono alle quattro del mattino e servono
minestra fumante di trippa. E bollito.
Da ITALIA ANNO UNO Edizioni Garzanti
trattare con i macellai in arrivo da tutta Italia.
Appuntamento alle 8, per bere una scodella di
brodo “corretta” col Dolcetto, rito propiziatorio alla giornata di bollito non stop: un’inesauribile sequenza di bocconi da gustare col sale e i “bagnet”
(verde, a base di prezzemolo, acciughe e aglio, oppure rosso, base pomodoro, senza dimenticare la
mitica Cognà —composta di mele cotogne con pere cotte nel mosto — e la salsa di cren).
È la rivincita dell’agricoltura di qualità: meglio
grassi che pazzi. Anche perché qui il grasso è sinonimo di carne sana e gustosa, non certo a tasso di colesterolo extra. Ed è un’agricoltura che paga: per chi ha
saputo investire in qualità, e non in quantità (niente
insilati, niente allevamenti intensivi, niente ormoni…). Ne sanno qualcosa i dirigenti del gruppo Ras,
che accanto alle attività vinicole e alberghiere, hanno scelto di investire nell’allevamento di vacche
chianine, con ben tre tenute e 1.300 capi di bestiame.
Anche qui, disciplinare di allevamento severo e to-
tale rintracciabilità di filiera.
Per fortuna, lo scandalo di Mucca Pazza, qualcosa ci ha insegnato: lo slogan “poco ma buono” ha
fatto proseliti, se è vero che i consumi sono inferiori a quelli del pre-Bse (anno 2000), ma costanti. E
più direzionati verso la qualità (il consumo di carne biologica nell’ultimo anno è cresciuto del
137%), che non significa necessariamente comprare solo i tagli più pregiati.
Gli artigiani e gli chef più avvertiti, infatti, lottano
da tempo per dimostrare che il vitello non è solo coscia & lombata, che i cosiddetti tagli poveri possono
vantare sapore e proprietà nutritive di pari dignità.
Basta che la materia prima sia buona, che i tempi di
frollatura siano rispettati (altrimenti la carne è dura),
che molti macellai smettano di vendere solo fettine
e macinato, in favore di ossibuchi e punte di petto.
Se poi siete degli incontentabili della bistecca,
prenotate un posto alla “scuola di ciccia”, che il supermacellaio Dario Cecchini aprirà in primavera a
Panzano in Chianti. Ma attenzione: niente chianina. Cecchini da mesi vende solo carni catalane,
comprese quelle per la baby-fiorentina (l’unica
consentita, in attesa che finisca l’embargo), per dimostrare che l’alta qualità non ha confini.
consigli
Franco Cazzamali,
macellaio-culto
di Romanengo,
in provincia di
Cremona, ci guida
nella scelta dei tagli
di carne giusti per
i nostri piatti
Cazzamati fa parte
del presidio Slow
Food della carne
piemontese
FILETTO
ARROSTO
BOLLITO
Un taglio che non prediligo. Il sistema ci ha abituato a usarlo
per comodità, ma non è certo la parte più saporita...
Comunque, io lo faccio saltare al sale: scaldo molto bene
un’antiaderente, copro il fondo con sale grosso, quando
“salta” appoggio il filetto (fette di due etti) e lo giro
rapidamente dopo qualche minuto. Perfetto
Se parliamo di vitello da latte, si può utilizzare tutto l’animale.
A vitello cresciuto, privilegio il cappello del prete (sotto la
scapola, interno spalla), oppure il tenerone (continuazione
del roastbeef). Il girello consigliamo di cuocerlo con
le verdure per mantenerlo morbido, anche perché la
carne piemontese ha un tasso di grassi più basso
Prima e dopo bisogna bere una tazza di brodo. Io lo faccio
con l’acqua oligominerale a basso residuo fisso. È
importante! Cuocio testina e lingua a parte. Metto a freddo le
verdure, la punta di petto e il bianco costato, a bollore
aggiungo il muscolo legato perché non gonfi e mantenga
i succhi. Sconsiglio lo scamone perché è troppo asciutto
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
La memoria del benessere
Quando il magro
significò rinuncia
MASSIMO MONTANARI
inno al bue grasso, che ogni anno
risuona a Carrù, è carico di suggestioni storiche. La memoria corre
a una cultura plurimillenaria, apparentemente finita (ma forse sta solo dormendo), che assegnava al grasso valori assai
lontani da quelli oggi di moda. Una cultura figlia della fame e della paura della fame, per la quale il grasso era segno di benessere, sicurezza, ricchezza. Una cultura che, nel Medioevo, poteva celebrare i
fasti di una città definendola “la più opulenta e abbondante d’Italia, e quella ove
più s’attende a fare che la tavola sia grassa e ben fornita”, come Matteo Bandello
scrive di Milano; intanto Bologna era raffigurata come città felice proprio attraverso l’uso dell’appellativo “grassa”, coniato forse nel XIII secolo, che tuttora la
identifica; mentre a Firenze la parte più
ricca della borghesia cittadina si autorappresentava come “popolo grasso”. Questa cultura ha attraversato tutta la nostra
storia, proiettando sul grasso (il grasso
del cibo e il grasso del corpo) ogni sorta di
immagini positive. Dal vitello grasso di
cui racconta la Bibbia (il migliore, quello
da scegliere per la grande occasione) all’editto di Diocleziano che, nel III secolo,
fissando i prezzi massimi di vendita dei
prodotti alimentari, li stabilisce più alti
per i tagli di carne grassa, è un susseguirsi di valutazioni merceologiche con evidenti implicazioni economiche, estetiche e simboliche. La battuta di Shakespeare, secondo cui “dei magri bisogna
diffidare”, sembra tradurla in termini
morali. Gli uomini, come gli alimenti,
piacciono grassi — o almeno, “in carne”.
Bella espressione, “in carne”. Ricorda
le nonne che, quando eravamo piccoli, si
inorgoglivano del nipotino “bello grasso”. Ricorda, soprattutto,
che la cultura di cui stiamo parlando identificava
nella carne il cibo “grasso” per eccellenza.
Certo, altri cibi possono essere “grassi”. “Bianco e grasso” è il formaggio
squisito che un vescovo
francese offre a Carlo Magno per conquistarne le
grazie. Grasso può essere
perfino il pesce. Ma il grasso è anzitutto e
principalmente nella carne, e proprio da
questa equivalenza nasce la tradizionale
opposizione fra due modelli alimentari,
la dieta “di grasso” e quella “di magro”, rigorosamente alternati dal calendario liturgico e caratterizzati, rispettivamente,
dalla presenza o dall’assenza di carne.
“Mangiare di magro” è il mangiare di
Quaresima, delle vigilie, dei giorni infrasettimanali dedicati alla rinuncia. Dove
“magro” è l’equivalente di “senza carne”.
All’opposto, “mangiare di grasso” è la
dieta carnea. Nei testi di cucina medievali, e ancora per tutta l’età moderna, la distribuzione della materia e la distinzione
delle ricette segue principalmente questa
opposizione di fondo.
Il senso della rinuncia sta nel contenere il primo desiderio alimentare: la carne,
il grasso. “Desiderio” nel doppio senso
latino della parola: “voglia” e “mancanza”. Spesso la carne mancava, sulle tavole popolari. Non la voglia di carne. E di
grasso: “Se fossi re, non berrei che del
grasso”, sogna un contadino in un testo
del Seicento francese. I signori invece ne
ebbero sempre in abbondanza. La gotta,
malattia circolatoria dovuta all’eccesso
di cibo e in particolare di carne, in certe
epoche storiche fu quasi un segno del
privilegio di classe.
“Mi dia una fettina di carne magra”.
Una richiesta come questa, che tante volte ci capita di ascoltare nel negozio del
macellaio, qualche tempo fa sarebbe apparsa bizzarra. Un incomprensibile ossimoro. Oggi che la carne si può desiderare
magra, il bue grasso di Carrù par quasi il
fossile di una civiltà scomparsa.
L’
I tagli della carne
L’autore è docente di Storia Medievale
all’Università di Bologna
e di Storia dell’alimentazione
alla Sorbona di Parigi
CRUDITÈ
BISTECCA
STRACOTTO
La crudité è la massima espressione della carne. Dobbiamo tener
presente la materia prima, a cominciare da ciò che si semina per
nutrire gli animali… Faccio dei percorsi a partire dalla mousse, con la
raschiatura del muscolo, poi preparo la battuta al coltello con
il quarto anteriore quindi il carpaccio di coscia,
fino al “sushi” con la punta del codone
Per legge, si prepara da animali sotto l’anno di età. Ma perché sia
decente, i bovini devono avere almeno 16 mesi di vita, meglio se 24.
Con il dottor Capaldo, veterinario dell’associazione La Granda, curiamo
l’allevamento di mucche fino ai 7 anni di età, nutrite col frumento cotto
sulla stufa a legna. Frollo le carni per quasi due
mesi. Costate memorabili
Tre i tagli preferiti: il tenerone, il cappello del prete, la gallinella (pezzo del
muscolo posteriore sotto lo stinco). Un quarto me lo sono inventato: lo
stinco posteriore e dimezzato (osso compreso) per mettere in
evidenza il midollo, che in cottura si scioglie e
penetra nella polpa. Scegliete carni di animali adulti: più
si va su con l’età e meglio è. Da intenditori
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
il corpo
LETTINO MASSAGGIANTE
A infrarossi, viene dalla lontana Corea,
irradia calore, ha funzioni chiropratiche,
cura il dolore grazie alle onde di bassa
frequenza, stimola la circolazione,
genera un benefico campo magnetico,
favorisce perfino il metabolismo
e l’assimilazione del calcio e del ferro.
Più che un lusso
Vita da spa
SAUNA PORTATILE
Quasi una sauna da campo, di minimo
ingombro. È un vero e proprio bagno
turco, la temperatura a 45 gradi e il
100% di umidità alleviano i dolori
reumatici, stimolano il drenaggio
linfatico, eliminano le tossine
e curano l’insonnia
Aromaterapia con essenze balsamiche
Beauty farm, vince il fai-da-te
C
LAURA LAURENZI
ome dedicarsi al culto del
proprio benessere fra le
mura di casa. Meglio: fra le
mura del bagno, trasformandolo in quello che negli
Stati Uniti chiamano home
spa, una beauty farm domestica. Certo: i
nostri bagni sono molto diversi da quelli
delle riviste di arredamento. E i prezzi per
installare vasche e macchinari non sono
esattamente popolari, l’angolo sauna resiste come un vero e proprio status symbol, ma alla lunga — se si è vanitosi in modo costante o anche se i narcisisti in fami-
glia sono numerosi — i costi possono essere ammortizzati. E poi l’idea di home
spa è molto elastica. Non c’è bisogno di
una vasca per idromassaggio a due piazze a comandi vocali. Già farsi la ceretta da
sole, con la musica giusta, o il pedicure
curativo, o l’impacco drenante alle alghe,
magari con il bendaggio, o lo scrub ai sali
marini rientra nel concetto di «istituto di
bellezza a casa tua». «Siamo stati i primi
ad anticipare la tendenza e a lanciare
queste linee di trattamenti di tipo professionale, registrando un’impennata di
vendite. Le donne hanno sempre meno
tempo, e meno soldi, per andare dall’estetista», spiega Carla Volontè, manager
della comunicazione dell’italianissima
Collistar, leader di mercato nei prodotti
anticellulite. Ma home spa è anche molto di più. Per quei pochi che possono permetterselo. È installare nel bagno di casa
una doccia multifunzione con decine di
getti, soffioni e bodyspray. A quanto
pare la doccia che fa solo la doccia ormai appartiene alla preistoria. Quella che costa come
quattro stipendi ha l’opzione cascata tropicale ma anche pioggerellina di primavera, si trasforma in
bagno turco, emette vapore, sventaglia sciabolate di acqua gelata/bollente, è dotata di impian-
to stereofonico, di radio, di telefono vivavoce, di volta con 60 lucine a fibre ottiche
che con giochi cromatici simulano cieli
stellati. Facendo la doccia puoi persino
abbronzarti, e se ci credi abbandonarti agli effluvi dell’aromaterapia e al morbido fluire della cromoterapia, e intanto sottoporti a un massaggio
plantare. Sembra facile. Ti dicono che basta un metro quadrato. Puoi sempre sacrificare lo sgabuzzino
delle scope. Ti dicono:
trasforma il tuo bagno
in una piccola isola di relax. Il relax però è
relativo, attenti all’effetto boomerang:
l’impatto con le tecnologie supersofisticate e con i display elettronici può rivelarsi stressante. E poi chi comincia non si
accontenta. Prima l’idromassaggio rituale, poi la meditazione sul lettino a infrarossi, il rullo magnetico per la cervicale, quello multiplo in legno per le piante
dei piedi, la sauna-sarcofago, il percorso
Kneipp allestito in corridoio, la poltrona
che sincronizza la musica con il massaggio lombare, i sassi caldi, il carbone giapponese. E i cd, e i libri, e le videocassette
con le istruzioni, i telecomandi, gli esercizi, le regole, la disciplina. Un secondo lavoro prendersi cura di sé.
CARBONE GIAPPONESE
DOCCIA ABBRONZANTE
L’IDROMASSAGGIO
Purifica l’ambiente ed
elimina le tossine, arriva
da Tokio: è un dono
per arredare il bagno
È dotata di lampada
a raggi Uva, di
idromassaggio e
di sauna a vapore
Per una home spa in
terrazzo o in giardino la
vasca gonfiabile pronta
in pochi minuti
TERAPIA KNEIPP
PIETRE BENEFICHE
RULLO MAGNETICO
Doccia con bagno turco
massaggio plantare e
cascata cervicale, per
la circolazione linfatica
Di tre misure, in basalto,
si usano calde per
il massaggio
Indicato per dolori
muscolari al collo
contiene 20 magneti
e funziona a batteria
CURARE I PIEDI
MANI PERFETTE
C’è il set per un pedicure
professionale esfoliante
Include anche un cd
che aiuta a rilassarsi
Il kit include guanti
curativi, crema idratante
e istruzioni per la
riflessoterapia
8.316.000
Quanto gli italiani hanno speso
nel settore cosmetico nel 2003
+3.8%
La crescita del mercato italiano
della cosmetica nell’ultimo anno
+7.7%
L’aumento degli acquisti di
prodotti di bellezza in erboristeria
+8.8%
La crescita della spesa per
cosmetici nei supermercati
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
le tendenze
La nuova generazione di walkman, telefonini,
macchine fotografiche e videocamere ha già invaso
il mercato. Sono oggetti che realizzano un sogno
tecnologico: archiviare canzoni, immagini, letture
e conversazioni, cioè l’esistenza intera,in una scatola
da tenere sempre con sé. Sarà il loro Natale
LETTORI MP3
Memoria portatile
BATTERIA RECORD
DISCOTECA DA PASSEGGIO
È il nuovo Ipod Photo: fino a 60 giga
di memoria (15.000 brani musicali
archiviabili) e la possibilità di conservare
25mila foto. Il modello più capiente
del gioiello di Apple costa 679 euro
Il lettore di Mp3 Zen Touch della Creative
può funzionare fino a 24 ore di seguito.
Contiene fino a 10.000 brani musicali
in 20 giga di memoria. Prezzo: a partire
da 240 euro
È la risposta di Sony all’Ipod: il lettore
Nw-Hd1 raccoglie l’equivalente di 900
cd in 20 giga. A gennaio arriverà in Italia
il modello Hd3, compatibile con il formato
Mp3: costerà 369 euro
DALLA TV ALLA STRADA
CINEMA TRA LE MANI
ANCHE PER GIOCARE
Con il Thomson Lyra 2860 si può
registrare fino a 180 minuti di filmato
direttamente dal televisore. Ma può
essere gestito anche con il computer
e la videocamera. Costa circa 549 euro
Samsung Yepp YH-999 è una delle
ultime novità tra i walkman video. Sottile
(meno di 21 mm), ha uno schermo da 3,5
pollici (9 centimetri) e tiene fino a 40 film.
Il prezzo: 599 euro circa
Archos Gmini 400: nei suoi 20 giga
di disco fisso si può archiviare di tutto:
video, musica in mp3, appunti vocali
e foto. All’occorrenza è anche
un videogame. Costa circa 360 euro
WALKMAN VIDEO
NON SOLO MUSICA
Hi-tech
La vita in tasca
RICCARDO STAGLIANÒ
a musica è il meno, l’idea è portarsi la
vita in tasca. E riprodurla a comando,
magari con un “avanti rapido” sui momenti meno entusiasmanti. L’iPod è
solo la faccia più esteticamente attraente della rivoluzione in atto, che ha
nella moltiplicazione della capacità delle memorie digitali la sua premessa. L’uso istituzionale è
noto: tutta una discoteca in una scatoletta 10x6, sino a 10 mila canzoni in soli 159 grammi. Ma è solo
l’inizio di ciò che il lettore mp3 di Apple e l’esercito di concorrenti che per il momento non riescono
a scalzarne il primato promettono.
Due rapidi conti per capire cosa c’è in ballo. Un
libro di 300 pagine pesa circa 600 kilobyte, poco più
di un’immagine da 1 megapixel: su un lettore da 40
Giga ne entrano oltre 66 mila. La voce, infine, registrata a bassa qualità occupa mezzo Mega al minuto: assumendo di dormire 8 ore al giorno e registrando tutto il resto in una vita di 80 anni si riempirebbero 40 Giga, appunto.
Che sia una cosa serissima a Microsoft se ne so-
Se questa delle “memoria portatili” è di gran lunga la tendenza più importante della stagione, almeno un altro paio segneranno il 2005. Sempre più apparecchi “ibridi” invadono il mercato: telefonini
che fanno le foto, agende elettroniche dalle quali si
telefona e “personal entertainment center” come il
Nexio della Samsung, che ha uno schermo più
grande di tutti gli altri handheld dove si possono
guardare video e navigare su internet senza fili ad
alta velocità. Per capire quello che sta accadendo in
Europa adesso, bastava leggere in controluce ciò
che avveniva l’anno scorso in Giappone: «Questi telefoni hanno 2 megapixel di risoluzione» spiegavano alla Nec, con un evidente spostamento di piani.
Non la durata della batteria o la qualità della ricezione, ma la ricchezza dell’immagine. E infine si
procederà verso una sempre più spinta unificazione dei media, intesi come i supporti su cui registrare i dati digitali. Una vecchia fissazione di Sony, che
aveva iniziato con la Mavica, la macchina fotografica che “salvava” sui floppy disk. Adesso si bissa
con le videocamere che abbandonano le esoteriche
cassettine mini dv per il ben più popolare dvd. Appena finito di girare si toglie il disco, ci si accomoda
sul divano e lo si può rivedere sul televisore di casa.
FOTOCAMERE
L
no accorti da tempo. E quando non si mangiano le
mani per non averli prodotti loro, quei 5,7 milioni
di candidi parallelepipedi venduti in tutto il mondo, lavorano alla SenseCam, che hanno battezzato
“la scatola nera dell’essere umano”. Una macchina
fotografica che scatterebbe in automatico circa
2000 immagini al giorno, da scaricare poi a sera sul
pc di casa. Come dire: «Nessuna giornata è da dimenticare». Non a caso dopo aver sbancato con le
canzoni la casa di Cupertino ci prova anche con l’iPod Photo, un album infinito e a colori, e da sempre
il suo disco fisso può essere usato come archivio di
scorta dei documenti che si hanno sul proprio computer. Alla Duke University, da quest’anno, ne hanno distribuito uno a tutte le matricole, caricato con
dispense audio di spagnolo e altri compiti: «Adesso
ogni studente può ascoltare le lezioni alla velocità
più giusta per lui, fare pausa o ripetere i passaggi più
difficili», ha spiegato a Newsweek un’entusiasta
prof di lingua. La Sony, che aveva già preso appunti, propone il suo Nw-Hd1, la Creative ci prova con
lo Zen e altri piccoli lettori crescono. Ma, se la società di ricerca Npd Group ha fatto bene i suoi calcoli, la strada è lunga, con la casa di Steve Jobs che
da sola detiene il 92 per cento del mercato.
IMPERMEABILE E ANTIURTO
ELEGANZA DA TASCHINO
SCATTI SU MISURA
La Olympus Mju mini da 4 Megapixel è disponibile in sei
diversi colori. Il guscio che la protegge in caso di caduta è
anche impermeabile. Costa circa 360 euro
Design sottile e affusolato, la Nikon Coolpix 5200 scatta
immagini da 5 milioni di pixel e come quasi tutte le fotocamere
della categoria gira anche brevi filmati. Da 325 euro
La Canon Powershot A95 ha 21 programmi di scatto
predefiniti in memoria: basta scegliere quello più adatto
al soggetto da ritrarre. Il sensore è da 5 Mpixel. Da 410 euro
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
CELLULARI
FOTO JEFF CHIU / AP
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
TELEFONINO TUTTOFARE
FORMATO VIDEOCAMERA
Il Nokia 6230 registra e riproduce
videoclip, scatta fotografie, gira
immagini, legge musica in formato
Mp3. I prezzi di mercato partono
dai 250 euro
Il Panasonic X300 ha uno schermo
a scatto che rende più facili le riprese
di video. Video e foto possono essere
spediti anche a un indirizzo
di email. La rubrica contiene oltre 500
nomi. Prezzi intorno ai 300 euro
MUSICA CON ALTOPARLANTI
Il Motorola E398 scatta fotografie
e visualizza video. Ma soprattutto
permette, grazie a due altoparlanti
stereo, di ascoltare musica
in formato Mp3 senza auricolari.
Costa circa 300 euro
Confessioni di un ex tecnoentusiasta
Ma che fatica tenere il passo
SEBASTIANO MESSINA
i arrendo. Ce l’ho messa tutta, davvero, ma da solo non ce la faccio ad affrontarli tutti. Dunque getto la spugna, alzo bandiera bianca, insomma
gliela do vinta. La mia partita con i gadget hi-tech finisce qui. Non vorrei essere frainteso: non sono uno di quelli che hanno sempre guardato a questi
miracoli della tecnologia con uno scetticismo snob, quelli che rifiutavano il telefonino perché era volgare, sdegnavano le agende elettroniche perché «preferisco la carta» e non volevano proprio saperne di usare le email.
Quelli, insomma, che arrivavano ad accettare come estrema concessione il
fax con rullo a carta termica, e si sono convertiti dopo essere rimasti fermi con
l’auto guasta in una strada di campagna e hanno dovuto chiedere il cellulare al
contadino, o dopo aver perso la terza agendina di pelle con i numeri privati dei
clienti esteri.
No, io sono stato un entusiasta della prima ora. Uno che andava all’Ifa di
Berlino o al Ces di Francoforte per scoprire in anticipo quale sarebbe stato
il prossimo gradino. Per provare subito il navigatore satellitare portatile, il
televisore incorporato negli occhiali o il telefonino da polso. Per il piacere
di assaggiare il futuro.
Poi, a un certo punto, le cose si sono complicate. Dopo aver sfornato il videfonino, il Dvd, la banda larga, il computer palmare, il masterizzatore, la Playstation e il lettore di Mp3, i produttori di elettronica si sono resi conto di aver già
inventato tutto quello che si poteva inventare. E hanno cominciato a intrecciare queste meraviglie, a sposarle tra loro, a dar vita a inedite combinazioni.
Alcune sono una benedizione, lo riconosco. Il palmare con telefonino (o telefonino con palmare: dipende dai punti di vista) ci ha liberato una tasca della
giacca e dimezzato il rischio di dimenticare uno dei due aggeggi sul sedile del
taxi. Ma il telefonino che ti fa ascoltare la radio, o l’orologio che legge gli Mp3, o
il walkman che scatta le foto digitali, avranno davvero una loro utilità?
I videofonini, poi, hanno complicato definitamente le cose. Una volta c’erano il Tacs e il Gsm: chi aveva il primo poteva parlare col secondo, e viceversa. Anche oggi, certo, tutti possono parlare con tutti. Ma per usare il videofonino devo
beccare uno che abbia un altro videofonino. Se voglio mandare un mms devo
accertarmi in anticipo che il destinatario abbia un telefonino di nuova generazione. Se mi salta lo schiribizzo di spedire una foto, devo prima verificare che il
mio interlocutore abbia uno schermino a colori (e non, per esempio, un vecchio
glorioso Microtac).
Ci sono palmari che hanno il telefono, la fotocamera, l’accesso al web, l’email,
gli sms, gli mms, il word processor, Bluetooth e l’infrarosso. Funzionano dappertutto e si connettono persino con la stampante di un hotel di Bangkok, ma
non riuscirete mai a collegarli con la rete wi-fi di casa vostra (così come il telefonino con l’infrarosso non stamperà mai un solo file con la stampante che usa il
sistema Bluetooth).
Gli oggetti si fondono, ma i linguaggi si moltiplicano. L’Ipod di Apple è il più
bello di tutti, però non può leggere i file musicali del sito Microsoft (ultimo capitolo della vecchia guerra tra i due geniali giovanotti degli anni Settanta: Bill Gates, l’inventore del Dos, e Steve Jobs, il creatore del Mac). Il videofonino Umts
non funziona sulla rete Gprs. Il videotelefono Isdn non si connette alla rete Adsl. La stampante con lettore Compact Flash si rifiuta di riprodurre le immagini
che la vostra fotocamera digitale registra sulle schedine Memory Stick.
È una babele, almeno per me. Lo direi pure a Bill Gates. Ma come faccio? Gli
mando un mms su Gprs dal palmare Mp3 col Bluetooth, o gli spedisco un’email
via Umts dal videofonino a infrarossi col navigatore?
VIDEOCAMERE
M
CON DISCO FISSO
DIRETTAMENTE SU DVD
QUALITÀ ANCHE PER LE FOTO
Jvc Gz-Mc200 è la prima videocamera con disco fisso: sui
suoi 4GB si può registrare un’ora di video. In più è anche
fotocamera. A partire da 1.299 euro
La Sony Dcr Dvd-201E salva le immagini su mini dvd. Può
registrare anche dal televisore, trasformandosi in un
videoregistratore. Il prezzo: circa 1.200 euro
La Hitachi Dz Mv580E può registrare direttamente su mini dvd
da otto centimetri. Grazie al sensore da 0,8 Megapixel
garantisce foto di buona qualità. Costa circa 900 euro
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 12 DICEMBRE 2004
l’incontro
Fenomeno ritrovato
Il campione con i dentoni da coniglio
e la faccia da cartoon è cresciuto.
È diventato un uomo scoprendo il
dolore. Il ginocchio in mille pezzi,
la lunga agonia tra
ospedali e palestre.
La paura di morire in
Francia. Poi la rinascita
nel mondiale giapponese
e in Spagna con il Real
dove finalmente lo
trattano come uno dei
tanti. Il campione ora sa
cos’è la sofferenza e per
batterla definitivamente ha deciso
di tornare a Parigi. Per sposarsi
Ronaldo
Qualche mese di assenza, qualche polemica sui viaggi in Brasile con ritorno
ritardato, l’Inter senza di lui traballa,
c’è la necessità di fare in fretta. «Ma rispettammo i tempi. Quando tornai in
campo a Roma, mi sentivo guarito». Ecco la sera del dolore, anche se Ronaldo
non lo sa. Qualcosa di simile al male di
Eindhoven, quello del secondo incidente e del secondo bisturi, però moltiplicato dieci. Lui che cade da solo, che
si rompe come un bicchiere lasciato
sull’orlo di un tavolo e precipitato sul
pavimento. L’urlo, terribile. Il primo
piano scavato dalla telecamera, uno
strazio capace di cancellare i soldi guadagnati, i privilegi, i gol catturati, le cose vinte. In quel momento, esistono solo un ragazzo e il suo colossale strazio.
«Mai provata una cosa del genere, mi
sembrò che dentro la gamba fosse
esplosa una bomba». Era l’elastico, ancora lui. Strappato, sballato. Da ricostruire. Ci sono parecchie immagini di
quell’incidente, e colpiscono le facce
degli altri giocatori. Le facce di chi ha
appena guardato quel ginocchio molle, di chi ha soprattutto sentito l’urlo
andato a rimbalzare da una curva al-
Gli ripetono che non
tornerà mai quello
di prima e lui si
consola pensando
a Garrincha,
il fuoriclasse con una
gamba più corta
dell’altra
FOTO TLP RICHIARDI / FOTOCRONACHE
«I
MADRID
o il dolore non sapevo
neanche cosa fosse».
Non ha più la faccia da
pupazzo, Luiz Ronaldo.
A parte i dentoni da coniglio dei cartoon, si direbbe che la sua espressione
abbia preso la piega dei trent’anni (ne
mancano solo due), lasciando però intatto lo sguardo da bambino. La faccia
di uno che se gli dici una cosa, ci crede.
E se la dice lui, devi crederci. I suoi
amici, e tra questi molti compagni di
squadra di oggi e di ieri, ne parlano come di una persona buona. La bontà di
Ronaldo è stata una paziente risorsa
per reggere quel dolore che lui non sapeva cosa fosse.
Adesso si muove alla “Ciudad Deportiva”, dove si allena il Real Madrid, come un faraone. L’assalto dei tifosi viene
equamente diviso tra lui, Beckham, Figo, Zidane, Roberto Carlos, Owen. C’è
più tempo per sé. Anche per raccontarsi. «Sono cresciuto in periferia a Bento
Ribeiro, sobborgo di Rio, ma non era
una favela. Ho cominciato presto a giocare, tutto è andato bene, gli infortuni
non arrivavano mai». Il suo corpo, evocato dai giornali spagnoli come “manada de bufalos”, “mandria di bufali”,
possiede la potenza di un carrarmato e
la leggerezza di un aquilone. Non si era
mai visto un brasiliano così tedesco, e
neppure un tedesco così creativo. Gli
cronometrarono gli scatti durante una
partita, e conclusero che nessun centravanti al mondo poteva sollecitare la
propria macchina atletica nello stesso
modo, ricevendo simili risposte in
quanto a forza, velocità e agilità. Un fenomeno di sintesi, prima che di classe.
Quasi invulnerabile, come se una scocca d’acciaio proteggesse un cuore di
porcellana. Ma un brutto giorno a
Eindhoven, Olanda, il miracolo s’incrinò. E il delicato elastico dentro il gi-
nocchio destro di Ronaldo, chiamato
“tendine rotuleo”, cominciò a sgangherarsi. «All’inizio sembrava una cosa
normale, un fastidio che un atleta deve
mettere in conto, poi non passava. Così mi operarono».
Il dolore aveva cominciato a bussare
alla porta del campione, picchiando
piccoli colpi timidi. Ma era arrivato.
Nulla, al confronto di quello che sarebbe successo dopo. Molto, considerando quello che Ronaldo aveva conosciuto fin lì. Moltissimo, se si pensa che il ragazzone a quel tempo faceva ancora la
pipì a letto, gentile rivelazione della sua
ex moglie Suzana Werner, al secolo
“Ronaldinha”, e non riusciva a prendere sonno senza una lucetta accesa sul
comodino. Il dolore è anche la paura di
quello che non si conosce, e che magari neanche esiste. I fantasmi possono
fare più male di un ginocchio spaccato.
«Ma le cose andarono a posto, guarii
in fretta, ricominciai a segnare». Ronaldo passò a Barcellona, dove Maradona
l’avevano fracassato per bene. Ronaldo
ancora intatto, intangibile. Una celebre videocassetta documenta le favolose prodezze di quell’epoca, probabilmente è il miglior Ronaldo di sempre,
potentissimo e lieve, magico e mai eccessivo: due tocchi e via rombando,
senza compiacimenti sudamericani,
senza niente di barocco nel suo scattare verso la porta e infilzarla in diagonale, sono tiri che arrivano oltre il portiere quasi allargando la parabola e la porta, colpi millimetrici e per niente eclatanti. «Nessuno riesce a terrorizzare le
difese come Ronie quando scatta» dice
sir Alex Ferguson, allenatore-istituzione del Manchester United, tra le vittime più illustri dell’aquilone travestito
da carrarmato. «Ronaldo parte, e tutti
sanno che qualcosa di importante succederà. Un brivido percorre le squadre
e il pubblico. La gente sente che questo
è un giocatore dell’altro mondo».
Quando ancora aveva la faccia da pupazzo, Ronaldo non conosceva il vero
dolore eppure piangeva. Accadde per
la gioia a Pasadena, nel ‘94, quando il
Brasile vinse il mondiale contro gli svirgolati rigoristi di Sacchi. Ronaldo era
troppo giovane, appena diciott’anni e
neanche un minuto giocato. Ma di lui
già si dice, sarà il brasiliano più grande
dopo Pelè.
Pianse molto anche all’Inter, nel
giorno dello scudetto perduto, il secondo per colpa della Juve (il primo si era
sbriciolato contro un rigore non visto).
Cinque maggio 2002, l’Inter crolla all’Olimpico contro la Lazio, i bianconeri passano a Udine. Ronaldo, in panchina dal minuto numero 78, frigna come una donzella. «Piansi perché mi
sembrava un’ingiustizia, e perché non
ero riuscito a evitare la sconfitta».
Però non era ancora quella, la forma
definita del dolore. Il dolore gli abitava
dentro, nel solito ginocchio e di nuovo
per colpa dell’elastico. «Venni operato,
e pensai di avere risolto i problemi».
l’altra, da cemento a cemento sulle gradinate. Anche il pubblico aveva sentito,
ed era rabbrividito. Ora che ci è tornato
all’Olimpico, esorcizzandolo con un
gol dei suoi può finalmente ammettere: «Questo stadio mi faceva paura. Ci
ho pensato a lungo prima della partita
di mercoledì scorso con la Roma. Poi,
una volta in campo, ho dimenticato
tutto». Prima di queste parole però la
strada è stata lunga.
Non sarà mai più un giocatore di pallone, si disse dopo quella sera di maggio. È già tanto se non resterà un povero zoppo. Ringrazi se potrà camminare
senza il bastone. «Ma io pensai che Garrincha era diventato la più grande ala
destra di tutti i tempi con una gamba
più corta dell’altra, e dopo una poliomielite infantile». Adesso sì che il dolore è diventato come una casa da occupare, senza neanche un istante di tregua. Un’altra operazione, il presidente
Moratti che lo coccola come un figlio
(poi i figli crescono e mollano i genitori, è una storia già vista), la fisioterapia
che è un distillato di tortura. «Per mesi,
tutti i giorni, mi piegavano la gamba nel
punto esatto in cui si era guastata, non
credo che si possa stare peggio di così».
Il male assoluto toglie il fiato e ha un paradossale vantaggio: è talmente forte
da oscurare ogni pensiero, cioè l’altro
male. Ci si concentra in un punto, ci si
rannicchia e si lascia fuori il resto. «Non
ebbi tempo di chiedermi se sarei tornato forte come prima, ero troppo preso
dal fisioterapista».
Dura quasi due anni. Ronaldo smette di bagnare il materasso. Il suo volto
perde la sfumatura pacioccona, i lineamenti si tirano come tendini. Niente
più gossip, niente più rivelazioni di
mercato, solo il silenzio della palestra,
il cigolare degli arnesi per la rieducazione, un millimetro di flessione in più
come conquista, come quando si trattava di rubare lo spazio di prato al terzino dell’altra squadra. Quelli erano metri, decine di metri. Questi, appunto,
millimetri. «Però mi sentivo funzionare, come un meccanismo che torna a
muoversi. E giurai che sarei diventato
come prima, meglio di prima».
C’è un’altra Coppa del Mondo ad
aspettarlo, stavolta senza arrivarci
troppo presto. Semmai, troppo tardi.
Nel ‘94, Ronaldo aveva pianto perché
escluso dalla sua stessa gioventù. Nel
‘98, a Parigi, aveva rischiato di morire il
giorno della finale contro la Francia: il
grande mistero mai chiarito, la crisi
convulsiva per eccesso di farmaci, o
reazione allergica o chissà che. Il suo
compagno di stanza, oggi compagno
anche al Real Madrid, il difensore Roberto Carlos, lo vede stramazzare con la
bava alla bocca e comincia a urlare «Ronie sta male, Ronie muore!». Accorrono
il medico, l’allenatore, i compagni. Lo
salvano tirandogli fuori la lingua dalla
gola. Gioca, non gioca, sul primo foglio
delle formazioni di Francia-Brasile il
suo nome non c’è. «Ha preso una me-
dicina, è stato male» racconterà Ronaldinha in tribuna, poi arriva un secondo
foglio e stavolta in attacco si legge Ronaldo e non Edmundo. Ma Ronie vaga
come un ebete, non tocca palla e il Brasile perde. Ancora lacrime. E quando
rientra in patria, scende la scaletta dell’aereo con passo di zombie. Ora Ronaldo tornerà a Parigi per sposarsi in un
castello, il 14 febbraio 2005. Lei si chiama Daniella Ciccarelli, ha 25 anni, è
brasiliana, fa la modella. Morire, sposarsi. Laggiù. Alla faccia della scaramanzia. «Nel ‘98 mi presi una paura
enorme, ancora adesso non so cosa sia
accaduto. Ma non sono superstizioso,
e poi Parigi è bellissima».
Il terzo mondiale, dunque. Corea e
Giappone. Luiz Ronaldo corre, ma
chissà se dentro l’involucro c’è davvero
lui. I gol arrivano, il centrattacco sembra proprio guarito. Non ha paura di
scattare, né di colpire o essere colpito.
«Gli avversari non mi trattavano con
cautela, segno che anche per loro c’ero
di nuovo, e non meritavo compassione.
Fui felice quando me ne accorsi». Ronaldo gioca benissimo, sembra di nuovo intoccabile dal male. In finale segna
due gol ai tedeschi, piange ma stavolta
sono lacrime belle. «Vincere la Coppa è
meglio che fare sesso, perché quello
può succedere sempre, questo no», dice in conferenza stampa. Cambia donna, e squadra. L’Inter lo cede al Real Madrid, i medici spagnoli lo trovano un po’
“gordo”, grasso, e gli preparano una
dieta speciale. Si fa dell’ironia sul ciccione più forte al mondo, ma chi ha conosciuto le tenaglie del fisioterapista
non può temere le tabelle del dietologo.
I chili vanno, i gol restano. «In Spagna
sto bene, il Real è una squadra di campioni, io sono come gli altri, mi chiedono quello che so fare, non i miracoli ma
le reti». Non deve più essere il bambino
perduto, e neppure l’adulto sofferente.
Non può più dire di non conoscere il dolore, ma è così proprio perché l’ha conosciuto. Ne ha sostenuto lo sguardo.
‘‘
MAURIZIO CROSETTI
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