Domenica La di DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 Repubblica l’inchiesta “Noi precari, una vita contromano” MICHELE SERRA e MICHELE SMARGIASSI la memoria Märklin, il trenino che andò sulla luna PAOLO RUMIZ e ANDREA TARQUINI Il racconto di Navarro Valls, l’uomo che dal 1984 è il portavoce della rivoluzione di Karol Wojtyla FOTO AFP / GETTY IMAGES “I miei vent’anni col Papa” EDMONDO BERSELLI «S ROMA e guardo indietro, a questi vent’anni…». Mentre parla, Joaquín Navarro-Valls sembra un discepolo perfetto di Baltasar Gracián, il grande scrittore secentesco, maestro nell’arte di onestamente dissimulare. Espone e nasconde; rivela e occulta con la sapienza elegante degli uomini che conoscono segreti e poteri esclusivi. Nella voluta modestia del suo ufficio nella sala stampa vaticana, sciorina il suo stile irresistibile, tipico del “gran encantador”, come lo chiamavano gli amici dell’Opus Dei. In questi vent’anni ha creato una figura, un ruolo, una funzione. Vent’anni come portavoce del Papa, un’eternità al servizio dell’eternità. Prima di Navarro-Valls, ricorda lo storico Alberto Melloni, che ha dedicato parte del suo recente saggio Chiesa madre, chiesa matrigna al riflesso pubblico del pontificato wojtylia- no, la struttura comunicativa del Vaticano era artigianale. L’avvento di Karol Wojtyla nel 1978 prelude a una rivoluzione di metodo e di stile anche nella comunicazione. E una specie di presagio si stende su questo castigliano nato a Cartagena 68 anni fa, che ha studiato medicina all’università di Barcellona, si è laureato in patologia medica e in seguito si è specializzato in psichiatria. A Barcellona Navarro-Valls entra nell’Opus Dei, diventandone membro numerario. È un esito non del tutto prevedibile per un figlio della più classica borghesia spagnola, con il padre avvocato dello Stato, di estrazione liberale, non monarchico, anzi, favorevole alla repubblica: «Eravamo una famiglia cattolica, ma senza enfasi. E non è stata questa l’unica singolarità della mia vocazione: anche la scelta della facoltà di medicina è stata una rottura importante, in quanto infrangeva una linea di tradizione letteraria e giuridica, comunque umanistica. Ma studiare medicina derivava proprio da un intento umanistico, dalla volontà di trovare una mediazione tra fede e scienza». (segue nella pagina successiva) i luoghi A Mosca l’ultima festa mobile SANDRO VIOLA cultura Il museo globale, Guggenheim a Roma ANTONIO MONDA e PAOLO VAGHEGGI le tendenze iPod e i suoi fratelli, la vita in tasca SEBASTIANO MESSINA e RICCARDO STAGLIANÒ 26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 la copertina Navarro Valls La laurea in medicina, l’Opus Dei, la passione tardiva per il giornalismo, sino alla telefonata di Karol Wojtyla che gli ha cambiato la vita . È il 1984, la rivoluzione di Giovanni Paolo II trova il suo portavoce. Con una ricetta per superare le difficoltà: dire sempre tutto. Anche la verità. Soprattutto quando è scomoda “Il Papa mi disse: venga con me” EDMONDO BERSELLI (segue dalla copertina) a prima svolta avviene nel 1971. Navarro-Valls, che pubblica a Barcellona un saggio intitolato La manipulacion publicitaria: una antropologia del consumo, decide di prendersi un anno sabbatico. Viene a Roma e un gene clandestino si mette al lavoro nel suo Dna. Comincia a scrivere dall’Italia, per Abc, un quotidiano liberale, finché la direzione del giornale non lo interpella: diventerebbe il nostro corrispondente? È un’avventura interessante: l’Italia degli anni di piombo, il Medio Oriente, la guerra del Kippur, la restituzione del Sinai all’Egitto, «ma soprattutto la possibilità di un’immersione profonda nelle culture, l’Islam, l’ebraismo, l’ortodossia greca». Corrispondente dal Mediterraneo sud-orientale, presidente dell’Associazione della stampa estera. E a questo punto la storia affonda lietamente nel mito. Perché Navarro-Valls è un meraviglioso catalizzatore di leggende. Hanno scritto di lui che in gioventù ha fatto addirittura il torero, anche se lui smentisce con la sua bella risata, evocando testimonianze risolutive: «No, il matador, mai!». Non le crea, le leggende, lascia che sia l’interlocutore a completare il non detto. «Ero a una conferenza stampa dell’Avvocato Agnelli, quando squilla un telefono: è un invito che non si può declinare e che conduce a un quesito. Cioè come si potrebbe riorganizzare la comunicazione della Santa Sede». Il Vaticano, spiega Navarro, nei primi anni di pontificato wojtyliano aveva subito gli effetti nefasti dello scandalo Ior: una vicenda che aveva indotto i vertici della Chiesa a pensare che occorresse qualcosa di nuovo, una struttura capace di interagire con duttilità con il mondo dei media. L za pratica».Sotto questa luce, la sintesi di Wojtyla è stata originale: «Quello che apparve sulla scena europea e mondiale era un intellettuale molteplice per cultura: polacco nella poesia e nella storia; tedesco in filosofia, conoscitore di Husserl, Scheler, Heidegger, ma anche attento alla Francia, fino all’Essere e il nulla di Sartre». Un racconto emozionante Si emoziona, Navarro, quando descrive il pontefice intellettuale: «In questi vent’anni ho avuto il privilegio di essere vicino a un uomo dotato di straordinaria capacità di pensiero astratto, e allo stesso tempo di una impensabile capacità di tenerezza umana. Lo si vedeva da come baciava i bambini, nello sguardo diretto negli occhi, nella stretta delle mani, in quell’empatia che rivelava e ancora oggi, pur nella malattia, illumina il carisma. Giovanni Paolo II è un filosofo e un poeta. E la meraviglia maggiore è che questa stranissima miscela non diventa disarmonica, resta insieme con una sua coerenza…». Che cosa si trae da tutti questi anni di vicinanza al Papa? Che cosa resta come significato possibile? Wojtyla, dice Navarro, sta cercando di cambiare i punti di riferimento della nostra epoca. Indica l’amore umano come l’opportunità che consente a un “io” di scoprire un “tu” disponibile a cambiare il proprio progetto di vita. Il che implica una spregiudicatezza suprema. Una mente libera, perché per il Papa la verità è libertà. È per questo, ad esempio, che dopo la caduta del Muro, nella sorpresa generale, il pontefice ha proposto una critica del capitalismo: perché la struttura capitalistica ha bisogno di una revisione etica. Nella condivisione di questi principi, si intuisce da parte di Navarro una consuetudine, qualcosa in più, forse un’amicizia. «Vedo il Papa quando ce n’è bisogno, di solito a pranzo o a cena. È una bella conversazione, perché il Santo Padre ha un grande senso dell’umorismo, una inclinazione per la battuta, ed è dotato di un ottimismo che potremmo definire realista. Per questo non nasconde la malattia, è questo realismo che gli consente di essere ottimista: di vedere il male, ma essendo certo che il male non prevarrà». Si avverte in Navarro l’ammirazione, quasi lo stupore per l’azione del pontefice, per il suo essere un agitatore di coscienze, di culture, di visioni: «È vero, du- rante tutti questi anni, ho avuto l’impressione di vedere la storia passare da vicino, soprattutto nella sua dimensione religiosa. È una sensazione fortissima, che vale specialmente per i cambiamenti d’epoca, la rivoluzione nei paesi dell’Europa centro-orientale, trecento milioni di persone che vedono rovesciarsi il loro orizzonte. Ma pensiamo anche a Cuba, all’incontro con Fidel Castro, e alla critica al sistema cubano pronunciata con fermezza, con Fidel che ha ascoltato». Oppure si può ripercorrere con la memoria una vicenda che supera deliberatamente i confini geografici, politici, religiosi: «Nel mio ricordo c’è un Papa che va due volte all’Onu. Che è stato il primo pontefice a entrare in una moschea, a Damasco. Il primo che si reca in una sinagoga, a Roma. Una personalità che non «Non abbiate paura» Così arriva la seconda chiamata. «Venga con noi». Uno shock intellettuale. E una scelta di vita radicale. «Il primo incontro con il Papa era stato nell’anno dell’elezione, il 1978; mi aveva molto colpito il suo essere portatore di un pensiero nuovo. Quel “non abbiate paura” che significava il desiderio sincero di misurarsi con il mondo, con la modernità». Evidentemente, il «non abbiate paura» valeva anche per lui, che stava per inventarsi un mestiere quanto meno difficile. «Quando ho cominciato, occorreva soprattutto creare una mentalità. Non si trattava più di utilizzare i media, strumentalizzandoli. E nemmeno di ridurre al minimo la possibilità di danni provocati dall’attenzione particolarissima della stampa. Era venuto il momento di partecipare integralmente alla dialettica mediatica». Significava accettare «un linguaggio, una semantica, le regole intrinseche al mestiere». La sua fortuna, dice NavarroValls, è stata trovare un Papa che veniva dalla Polonia, da un contesto senza opinione pubblica, «perché ciò che veniva pubblicato non veniva creduto»; e che quindi ha concepito quasi come un dovere scrivere libri e sottomettersi al giudizio della critica. E, naturalmente, offrire se stesso ai media, come simbolo e come persona. A quel tempo Wojtyla non aveva ancora esplicato il suo ruolo globale. Andando a ritroso, Navarro-Valls sostiene che il Papa aveva maturato la consapevolezza che il cristianesimo doveva affrontare due ingenti sfide culturali: «il marxismo, ossia una pratica senza più teoria, e lo strutturalismo, una insidiosa teoria sen- 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 LA NOMINA A PORTAVOCE LA QUARTA ENCICLICA LA VISITA ALLA SINAGOGA IL VIAGGIO IN CILE IL PAPA E LE DONNE GORBACIOV IN VATICANO OMELIA CONTRO LA GUERRA LA NONA ENCICLICA RIABILITAZIONE DI GALILEO LA CONDANNA DELLA MAFIA Il 4 dicembre 1984 Joaquín Navarro-Valls viene nominato direttore della sala stampa della Santa Sede: è il primo non italiano È del 2 luglio 1985 l’enciclica “Slavorum Apostoli”, dedicata ai santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori e patroni dei popoli slavi Il 13 aprile il Papa visita la Sinagoga di Roma, dove viene accolto dal rabbino Toaff e chiama gli ebrei «fratelli maggiori» Il 31 marzo 1987 il Papa visita il Cile di Pinochet. A giugno riceve in Vaticano Kurt Waldheim, presidente austriaco dal passato nazista Il 15 agosto il Papa pubblica la lettera pastorale “Mulieris dignitatem”, in cui conferma l’impossibilità del sacerdozio per le donne Il 1 dicembre viene ricevuto per la prima volta in Vaticano l’allora segretario generale del Pcus Michail Gorbaciov Il 25 dicembre il Papa recita l’omelia di Natale contro la guerra del Golfo, che chiama «un’avventura senza ritorno» È l’anno dell’enciclica “Centesimus Annus”, dedicata al lavoro per il centenario della Rerum Novarum di Leone XIII Con l’intervento alla Pontificia Accademia delle Scienze riabilita Galileo Galilei cancellando l’antica condanna della Chiesa In visita ad Agrigento, il Papa condanna i crimini di Cosa Nostra: «Mafiosi convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!» DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27 ha mai, mai rinunciato al dialogo con l’Islam, visitando paesi “difficili” come l’Indonesia e il Sudan. Perché Wojtyla ha sempre manifestato un’opposizione chiara alla guerra di civiltà, e a tutto ciò che interpreta l’Islam nel segno dell’inimicizia». Non è stato soltanto un portavoce, Navarro-Valls. Nelle conferenze internazionali sulla popolazione e lo sviluppo, tenutesi fra il 1994 e il 1995 al Cairo, a Pechino e a Copenaghen, si è assunto il compito di rendere pubblico il dissenso esplicito della Chiesa su alcuni punti considerati non negoziabili: «No all’aborto come diritto umano, e no all’aborto come strumento per il controllo delle nascite. Ebbene, nessuna di queste posizioni è entrata negli statements di quelle conferenze». CHI È IL RUOLO Nato a Cartagena, in Spagna, il 16 novembre 1936, si è laureato prima in medicina e poi in giornalismo e scienze della comunicazione. Corrispondente dall’estero di Abc, quotidiano di Madrid, e inviato in Africa, Giappone e Filippine, in Italia è stato il primo membro del Consiglio direttivo della Stampa estera. Dal 1984 è portavoce del Papa Joaquín Navarro-Valls è portavoce del Papa e direttore della sala stampa della Santa Sede, l’ufficio che ha il compito di pubblicare e diffondere tutte le notizie che riguardano sia gli atti del pontefice sia l’attività della Santa Sede. Il direttore cura poi i rapporti con i giornalisti accreditati e con i giornalisti degli altri Paesi durante i numerosi viaggi del Santo Padre ‘‘ FOTO GRZEGORZ GALAZKA In questi anni ho avuto l’impressione di veder la storia passare da vicino In precedenza, nel 1988, era stato con il cardinale Casaroli nell’Unione Sovietica, per il Millennio del cristianesimo, in visita al patriarca ortodosso. In quell’occasione aveva portato a Michail Gorbaciov una lettera del pontefice: «Fummo ricevuti dall’uomo della perestrojka, che ci disse: “Dite al Papa che gli risponderò”. Gli rispose sei mesi dopo, con un’altra lettera. Ho incontrato Gorbaciov l’ultima volta un anno fa: “Si ricorda, Navarro?”, mi ha chiesto. “Quella lettera è stata l’inizio di tutto”. Non so che cosa era quel “tutto”, ma rendeva l’idea». Con il Papa parla in italiano. Lo chiama «Santo Padre» e Wojtyla gli si rivolge chiamandolo «dottor Navarro». Talvolta una risata del Papa è bastata per dissolvere le ombre che si addensavano sul portavoce come quando parlò della malattia «di ori- ‘‘ ‘‘ Incontro il Santo Padre quando ce n’è bisogno, di solito a pranzo o a cena. È sempre una bella conversazione perché ha senso dell’umorismo e ama la battuta SEMPRE A FIANCO DEL PAPA A sinistra Joaquín Navarro-Valls in Val d’Aosta con il Papa durante la vacanza del pontefice. A destra il portavoce con il Santo Padre durante un viaggio in aereo. Nella foto in alto un briefing con i giornalisti 1994 1995 1996 1997 1998 La nuova strategia MARCO POLITI F gine extrapiramidale» del pontefice, rendendo ufficiale la diagnosi del morbo di Parkinson. Ci sono stati molti momenti difficili? «La difficoltà c’è ogni giorno, quando sai che devi far passare un messaggio che non è politico, è di carattere etico, mentre non pochi tendono a tradurlo in politica». E come si supera questa strettoia? «Con la coerenza del linguaggio. Con il rigore. Con la verità». L’omicidio in Vaticano Anche con la freddezza, la padronanza estrema delle situazioni. «Una sera, sono le 21.30 del 4 maggio 1998, squilla il telefono rosso, quello delle crisi gravissime. Ci sono tre cadaveri in Vaticano. È la tragica notte delle guardie svizzere (il comandante Alois Estermann ucciso in Vaticano con la moglie Gladys dal suo sottoposto Cedric Tornay, poi suicidatosi, ndr). Qualcuno mi dice: “Dobbiamo pensare a qualcosa da dire domani”. Domani? Subito, ribatto io. Poco dopo facevamo il primo comunicato. Avevo fatto gli accertamenti necessari. Uno scoppio di follia. Ma per la stampa contavano i particolari. I corpi erano nudi o no? Erano vestiti. Mi hanno chiesto se era stata esaminata la pista del delitto a sfondo omosessuale, e ho risposto che era stata considerata e poi esclusa. La verità spazza via le ombre». Dire tutto è una delle risorse più raffinate di Navarro-Valls. Dire tutto significa dare la notizia che «il Papa ha un tumore al colon, va a ricoverarsi e verrà operato domattina alle sei». Oppure: «Il pontefice è caduto nel bagno e si è fratturato il femore», per poi mostrare in sala stampa la radiografia della protesi. Dire tutto è una tecnica sofisticata. Soprattutto se talvolta dire tutto equivale a non svelare niente. Difatti ride quando gli si dice che in un paese di furbacchioni a dire la verità si passa per furbi matricolati. Ed è per questo che guarda la politica di casa nostra con la curiosità e talvolta l’ammirazione di chi invidia la flessibilità italiana: «Noi spagnoli vediamo tutto in bianco e nero. Voi, una infinita sfumatura di grigi». La giornata di Navarro-Valls comincia con la lettura dei giornali italiani, come confessa con civetteria, come per farsi assolvere da un peccato veniale. Finisce di solito con l’impegno delle cene nella Roma serale e salottiera: altra veloce autoassoluzione. Seppur di rado riesce a ritagliarsi una giornata libera, e allora scappa in Abruzzo, gode della solitudine dei monti, si addormenta leggendo un libro di medicina, la vecchia passione. Altrimenti, se ha solo qualche ora di libertà… Navarro ammicca, si alza e tira fuori il suo peccato mortale, una foto su Prima Comunicazione, in cui si dice della sua passione per la pagaia: «È tutto sbagliato, a cominciare dal titolo, “In canoa sul Tevere”. Non è una canoa e non è il Tevere. È un kayak; se c’è vento vado sui laghi qui vicino, altrimenti vado in mare. Tre ore di pagaia e sono esausto al punto giusto per ricominciare a lavorare». Dopo vent’anni, il giornalista Navarro si concede un bilancio: «Quando sono arrivato, solo il 20 per cento delle notizie pubblicate era di fonte vaticana; l’80 proveniva da fonti altre. Adesso il rapporto si è rovesciato». Vuol dire che la «sua» comunicazione è attendibile. E quando questo impegno finirà? In passato si parlò di un ruolo come osservatore permanente della Santa Sede all’Onu. Adesso invece si scommette sul suo futuro come rettore del Campus biomedico, il polo universitario dell’Opus Dei che farà inevitabilmente concorrenza all’Università cattolica: «Non ci penso nemmeno. Ho imparato che il modo migliore per preparare il futuro è vivere alla giornata. Beato l’uomo perché non conosce il suo destino». 1999 2000 2001 acile dire che Navarro è lo spin doctor di Sua Santità, una specie di Alaistar Campbell col fascino dell’ex torero (ma pare che non abbia mai affrontato un toro) in grado di proiettare a piacimento l’icona di Karol Wojtyla come gli esperti fanno con Blair o Bush. Il paragone non regge. Perché se Tony o George siedono con i loro consiglieri per studiare ogni mossa, Joaquín Navarro quando ereditò venti anni fa la direzione di una placida sala stampa della Santa Sede, dovette muoversi in punta di piedi per non urtare suscettibilità, vincoli e potenti superiori. Con il Papa non ci si siede a progettare strategie di comunicazione, non si costruiscono battute, non si concorda il look. Il primo che si sogna di fare da suggeritore finisce muto nella buca. Dunque il lavoro da fare (e fu fatto) era un altro. Trasformare il ruolo di portavoce nell’estensione automatica, flessibile, moltiplicatrice delle improvvisazioni di Wojtyla, dei suoi gesti fulminei, dei segni profetici del suo pontificato. Significa anche accentrare. Se all’inizio del suo incarico le notizie su Papa e Vaticano, prodotte dalla sala stampa pontificia, erano solo il 20 per cento già dieci anni dopo erano arrivate all’83 per cento. Così Navarro è diventato l’uomo delle luci del grande spettacolo papale, ha assecondato intuitivamente (e con estrema cura professionale) l’ansia di comunicazione del pontefice nato attore. Non era scontato. Si fa presto a credere che con un maestro della comunicazione come Giovanni Paolo II fosse facile imporre la sua immagine al mondo. Di papi e Vaticano erano abituati a occuparsi regolarmente soltanto i giornali e la tv italiana e qualche esperto dell’informazione religiosa europea. Per i grandi network, internazionali, specialmente americani, il Papa di Roma era unicamente materia di grandi eventi, in un oceano di disinteresse quotidiano. Il colpo da maestro di Joaquin è stato di capire che nell’era della globalizzazione è vincente la tv e quindi bisognava impadronirsi psicologicamente dei network. Suadente come un gesuita del Seicento con il proprio monarca, il portavoce ha nutrito network e media di un flusso continuo di notizie, aneddoti, interpretazioni, si potrebbe persino dire di titoli, in certi casi. Alternando sapientemente l’esegesi dei testi con il più prudente “penso che il Papa” o con la propria visione suggerita off record. Così le televisioni sono diventate via privilegiata di questa strategia. In tv i concetti sono brevi, l’emozione esaltata. La gloria prevale sulla critica. Certo, il timing deve essere impeccabile e comprende il rischio calcolato di assumersi responsabilità personali come quando a Budapest nel 1996 ammise quasi en passant il Parkinson del Papa, presentandolo come “sindrome extrapiramidale” o quando in Kazakhstan nel 2001 legittimò tramite l’intervista un po’ clandestina alla Reuters l’attacco di Bush ai taliban in Afghanistan. A tratti il meccanismo s’inceppa. Partendo dal Guatemala, raccontò una volta in aereo l’incontro intenso tra Giovanni Paolo II e Rigoberta Manchù. Peccato che la grande donna non fosse stata ammessa all’udienza. In cambio Navarro è riuscito a incantare anche il comandante Fidel. Nel 1998, in un’interminabile seduta notturna all’Avana, lo convinse a permettere la diretta televisiva del viaggio papale. Cominciarono a parlare di preti e finirono a discettare sugli extraterrestri. 2002 2003 IL LIBRO INTERVISTA L’ENCICLICA SULL’ABORTO AUTOBIOGRAFIA DI WOJTYLA IL VIAGGIO IN LIBANO L’INCONTRO CON FIDEL SI INAUGURA L’ANNO SANTO IL VIAGGIO IN TERRASANTA SULLE ORME DI SAN PAOLO LA VISITA IN PARLAMENTO IL VIAGGIO A POMPEI La Mondadori pubblica “Varcare la soglia della speranza”, il libro intervista di Karol Wojtyla: sarà un grande bestseller È l’undicesima enciclica: “Evangelium vitae”, dove vengono condannati l’aborto, l’eutanasia e la contraccezione Il 15 novembre, in occasione del cinquantesimo anniversario di sacerdozio, il Papa pubblica l’autobiografia “Dono e mistero” Il 10 e l’11 maggio sono i giorni dello storico viaggio in Libano: a Beirut il papa celebra la messa davanti a 200 mila persone Dal 21 al 26 gennaio il Papa vola a Cuba dove viene accolto da Fidel Castro e da milioni di cubani: rimarrà uno dei viaggi storici di Karol Wojtyla Il 24 dicembre 1999 il pontefice inaugura l’anno santo del Giubileo con l’apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro Il 20 marzo il Papa arriva in Terra Santa: Giordania, Israele, Territori Palestinesi. E a Gerusalemme prega davanti al muro del pianto A maggio il Papa parte per il pellegrinaggio in Grecia, Siria e Malta sulle orme di S. Paolo. In Siria entra per la prima volta in una moschea È il 14 novembre quando il Papa visita il Parlamento italiano in seduta comune e stringe la mano al Presidente della Repubblica Il pellegrinaggio a Pompei è il 143esimo viaggio italiano di Karol Wojtyla: al santuario della Madonna chiude l’anno del Rosario 28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 l’inchiesta Luigi e Franca da più di dieci anni vivono in coppia l’odissea del lavoro “flessibile”. I sociologi li chiamano nomadi multiattivi per sintetizzare una storia di colloqui a raffica, curriculum a pacchi, città cambiate in fretta in cambio di una collana di “contrattini”. Eppure loro hanno fatto un figlio, comprato una casa col mutuo. E ora raccontano il loro azzardo e la loro ansia Paura del domani Precari, una vita contromano abriele è nato precario ma non lo sa, perché è una parola troppo difficile per un bimbo di quattro anni. Scivola come un topolino tra i mobili della sua casa nuova nuova, settanta metri pianoterra con giardinetto in fondo a via Nomentana. Due cuori, una capanna col mutuo ventennale, un figlio: nel secolo scorso, il secolo dei garantiti, sarebbe stata la normalità da baci perugina per una coppia alle soglie dei quarant’anni. Oggi, nel secolo dei lavoratori senza fissa dimora, è un azzardo impulsivo e irrazionale. Conferma Luigi: «Se ci avessimo ragionato non esisterebbero né lui», Gabriele, «né lei», la casa, «ma poi quando si cominciava a vivere? Mai, glielo dico io. Dopo dodici anni di lavoro precario non c’illudiamo più ci piova dal cielo il “posto fisso”. Però io voglio vivere. E si vive oggi, non domani». Vivere: che esagerazione, che pretesa. «Vive» forse la corrente elettrica? No, scorre. Quando serve. E quando non serve, clic!, un tocco all’interruttore e si ferma senza protestare. Il nuovo lavoro, il lavoro post-fordista è così, energia disincarnata, forza intellettuale utilizzabile a singhiozzo e a piacere, come se non appartenesse a esseri che, tra un clic e l’altro, hanno affetti, bisogni, desideri da inseguire. «Noi ci proviamo lo stesso». Aiuta aver vissuto in coppia una storia quasi identica. Luigi Bellesi e Franca Fiacco attraversano assieme l’odissea del lavoro a discount da oltre un decennio. Veterani: «Partimmo prima delle leggi Treu», il pleistocene della flessibilità, quando co.co.co era ancora il verso dell’allevatore di polli. Laureati a Siena nel ‘90, diritto internazionale, tesi sulla Cee, master, tre lingue: una bella mano di briscole a inizio partita. Poi qualcuno ha cambiato le regole. «I primi lavoretti a ritenuta d’acconto li prendemmo come tassa d’ingresso al mercato del lavoro». Ma il casello del pedaggio non finiva mai. «Colloqui su colloqui, curriculum spediti a pacchi da cento: di ritorno, solo offerte di altri contrattini». Anche alla reception di un hotel all’Elba, se proprio non c’era di meglio. «Nomadi multiattivi» li chiama la moderna sociologia del lavoro. Infatti Franca e Luigi emigrarono, a Bologna, per un’offerta che sembrava buona, in un’aziendina arrembante di consulenze messa su da ex studenti. Contrattini anche lì, ovvio, annuali, ma rinnovati cinque volte, già tanto per quel tipo di impresine; ma non durò, e allora, come Tarzan, bisognò saltare su un’altra liana per non spiaccicarsi. «Nel ‘98 ci dicono che a una società di Roma sono arrivati fondi europei, e ci precipitiamo là». È così che si naviga nei cieli della precarietà, come uccelli che inseguono le scie dei pesci grossi. Dieci giorni per traslocare e adattarsi a un altro lavoro. Con contratto di collaborazione, annuale, è sottinteso. Capitano anche i colpi di fortuna. Nel 2000, grazie al solito tam-tam, Franca acchiappa un contratto con una grande società di ricerche (che dà lavoro a 496 persone di cui solo 76 a tempo indeterminato) che per colmo d’ironia produce allarmanti indagini sul lavoro precario. Contratto a termine, ma di ben sei anni filati. Si brinda. Sembra un premio per l’audacia: Gabriele infatti è appena nato. «Scelta sofferta. Sapendo di non avere garanzie, avevamo accumulato una sommetta in un libretto vincolato. Intoccabile. Il datore di lavoro fu generoso, mi concesse la maternità. No, non pagata: mi permise di restare a casa per quattro mesi, e poi mi riprese». Generoso, adesso, è chi concede alle figlie meno di quanto era un diritto per le madri. I sei anni presto scadranno, ma allora sembravano infiniti. Ci stava dentro anche il sogno di una casa in proprietà. Col mutuo garantito dai genitori, fornitori anche di un cospicuo rabbocco in contanti. La generazione precaria vive a spese della generazione garantita (insomma, garantita… mamma casalinga, papà pensionato Enel). Ma la prossima generazione precaria, con cosa vivrà? «Al futuro di Gabriele non riesco a pensare. Non prevedo neanche il mio. Navighiamo nella nebbia, e il faro ha una portata di quattro, cinque anni: do- IN FAMIGLIA Franca Fiacco e Luigi Bellesi col piccolo Gabriele nella loro casa di Roma A destra un’altra immagine della coppia di lavoratori precari po, buio. Gabriele, lo faremo studiare, quando sarà laureato avremo finito di pagare il mutuo, avrà almeno la casa. Noi ci arrangeremo. La mia vera ansia è la salute: se uno come noi si ammala, perde tutto. Ma che alternativa c’è? Più vai avanti con gli anni, più il tuo precariato si fa permanente. Bel paradosso vero? E noi siamo fortunati». Fortunati, Luigi? «Siamo precari di prima generazione: lavoriamo come i dipendenti fissi, perché quando hai una scrivania, e sul computer le foto di tuo figlio, ti senti un impiegato, solo che il contratto ti scade ogni anno, il mio scadrà a fine dicembre, però se non litigo col capufficio, se non faccio errori, se i finanziamenti europei non finiscono, so che probabilmente me lo rinnovano…». E quelli venuti dopo di voi? «Stanno peggio. Gli fanno aprire una partita Iva. Li tengono a distanza, li usano quando servono, e poi li buttano. Stanno precarizzando la precarietà». Allora lasciamoli un attimo in salotto, Franca e Luigi, tanto hanno da fare con l’idraulico e l’operaio Telecom; e andiamo a cercare i precari dei precari. Quelli che il cognome non lo dicono, perché sono i più ricattabili del mondo. Alberto, per esempio, ha provato quasi tutte le 48 forme contrattuali ibridate della riforma Biagi. Tecnico informatico, «ho investito su me stesso, i corsi di aggiornamento me li sono pagati io», sacrificando vacanze e progetti di vita «per cosa? Per un contratto che scade il 31 dicembre e non so cosa verrà dopo. Questo non è precariato, è riciclaggio. Mi sento come un software vecchio, pronto da disinstallare quando ne arri- verà uno più economico». È il mercato, bellezza. «Ma quale mercato, ma quale concorrenza, ti offrono tutti la stessa cosa: contrattini»: a sentire Valentina, 26 anni, informatica anche lei, il mercato funziona solo in discesa: «Ho cominciato con un contratto a tempo indeterminato, «ce l’ho fatta», invece no, l’azienda va male, mi passano a giornaliera, addio ferie e malattie pagate, o così o pomì. Per fortuna l’anno scorso mi sono ammalata a capodanno. Ho chiesto almeno i buoni pasto e m’hanno risposto «se te li meriti». Adesso sono co.pro., scadenza dicembre, timbro sempre il cartellino ma prendo duecento euro in meno, sono tornata a vivere coi miei, se va avanti così dovrò pagare per lavorare». Anche Annalisa è scivolata giù: a 24 anni, laureata in scienze politiche col massimo dei voti, vendeva polizze a domicilio assunta a tempo indeterminato; a 41 anni è co.co.co nella pubblica amministrazione «al posto di uno che prendeva tre volte di più», dietro le spalle una carriera che sembra un colapasta, davanti il vuoto, «ti offrono il lavoro come un favore, poi ti mollano sorridendo, “la lascio libera”, bella la libertà». Dopo una mezza dozzina di liberazioni di questo tipo, Alfredo s’è buttato anche lui sulla partita Iva, e la sua mesata la sfanga, integrando il lavoro finto-autonomo per una ditta di software con lavoretti in proprio, «ma il problema è che non si può essere flessibili in un mondo rigido», vai a chiedere il mutuo e te ne accorgi: «Ho falsificato il 740», ammette riluttante, «io, capisce?, FOTO ALESSANDRO COSMELLI / CONTRASTO G ROMA Acquistare settanta metri quadri pianoterra in una periferia romana, alle soglie dei quarant’anni: la normalità nel secolo scorso, quello dei garantiti, oggi un rischio impulsivo e irrazionale ‘‘ Io sono fortunato: se non litigo col capoufficio, se non faccio errori, se i fondi Ue non finiscono, il contratto mi sarà rinnovato Quelli venuti dopo stanno peggio: li tengono a distanza, li usano quando serve, poi li buttano Stanno precarizzando la precarietà ‘‘ MICHELE SMARGIASSI che mi fermo alle strisce pedonali. Mio padre mi bonificava mille euro al mese per simulare un reddito fisso, e la banca c’è cascata». Con tanti saluti ai diritti del cittadino, se è costretto a difendersi coi torti. «I diritti li rivendichi se li hai», taglia corto Alfredo, «l’unico diritto del lavoro rimasto in piedi è il diritto sul lavoro: del padrone sul tuo». Voci dal sottosuolo? Ma c’è quasi il dieci per cento della forza lavoro italiana, in queste condizioni. Due milioni e mezzo di persone «somministrano» (si dice così, come una medicina cattiva) lavoro atipico, contando anche l’esercito degli interinali, che a prima vista sembrano i messi peggio, e invece scopri che chi lavora in affitto, a parità di ore lavorate, guadagna di più e ha più contributi pagati dei confratelli collaboratori. La flessibilità non è uguale per tutti. «Il problema “duro” è proprio questo», spiega un decano degli studi sindacali, Aris Accornero, «che la mobilità è inevitabile, mentre la precarietà non dovrebbe esserlo. Tornare alla certezza del lavoro fisso è un’utopia: garantire che un lavoratore continui ad essere un cittadino anche se cambia spesso mestiere è una necessità». Non sarà un’utopia anche questa, l’invocata ma ancora inesistente flexicurity, il nuovo welfare del lavoro fluttuante? Al Nidil della Cgil, che come i confederati Alai-Cisl e Cpo-Uil è un sindacato atipico anch’esso, che organizza i lavoratori non per il mestiere che fanno ma per come lo fanno, sanno bene quant’è difficile garantire ai flessibili i diritti minimi dei garantiti. «Nei 126 contratti che abbiamo firmato», racconta il segretario nazionale Davide Imola, «siamo riusciti a conquistare le ferie pagate, a patto però di chiamarle in un altro modo, “riposo psicofisico”. Per la cassa malattie siamo addirittura tornati alle società di mutuo soccorso: Una lira al mese per una lira al giorno». Come nell’Ottocento. Il «cognitariato» del terzo millennio (come lo chiama un ex ribelle ora studioso del ‘77 bolognese, Franco «Bifo» Berardi) è «umile paziente bastonato» come il proletariato dei tempi di Marx? San Precario grida di no e chiama alla ribellione i suoi frati esproprianti. Le sirene disobbedienti riusciranno a capitalizzare la rabbia compressa del popolo del sottolavoro? «Non mi aspetto aiuto da nessuno, né sindacati né disobbedienti. L’unica garanzia per il mio futuro sono io, è la qualità del mio lavoro»: siamo tornati nel salotto di Franca e Luigi. Ora di cena, ma non c’è problema a mettere in tavola. In casa Bellesi, finché lavoro c’è, entrano più di tremila euro al mese. Il problema non è un presente di angustie materiali, e neanche un lavoro alienato: «A noi piace quello che facciamo». Il problema è quell’ansia per il futuro remoto che avvelena la serenità, che blocca ogni progetto, persino quello di cambiare la vecchia Opel presa usata cinque anni fa, che ti fa sentire come Rossella O’Hara: «Il nostro motto è: “Ci penseremo domani”». «Le statistiche europee dicono che ormai si cambia posto di lavoro in media quattro volte nella vita», Franca sorride ironica, «io ho già raggiunto la quota, adesso che succede?». Succede che arriverà il quinto, il sesto… Luigi: «Se ci fosse la certezza che la catena non s’interrompe, andrebbe anche bene così, e pazienza se gli altri pensano che facciamo “lavoretti”, insomma marchette, che alla nostra età non siamo stati capaci di trovare un lavoro “vero”. Cambierà anche la mentalità della gente…». Intanto Gabriele struscia sotto il tavolino, flessibile come un gatto. «Non avrà un fratello», lo guarda la mamma, «rischiare sì, ma non esageriamo. Spero che sia l’unica rinuncia nella sua vita», sospira. Quando sarà grande Gabriele, il mondo sarà forse diverso. Ma i figli della precarietà, in altri paesi d’Europa, sono già adolescenti. E il quadro che emerge dalle ricerche più serie non è roseo. Ce lo riassume il sociologo Luciano Gallino, che ai costi sociali della flessibilità ha dedicato anni di studi: «Crescere in famiglie che vivono orizzonti temporali limitati, che vivono ogni giorno l’ansia del futuro, può allevare ragazzi che s’arrendono all’esistente, che rinunciano in partenza a cambiare in meglio la propria vita. La generazione precaria di oggi vive ancora di rendita sulle sicurezze dei genitori. La prossima è un’incognita». DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29 Nuovo sfruttamento La fluidità e il futuro rubato MICHELE SERRA a condizione precaria, a differenza della condizione operaia, non è stata ancora scritta. Non ha voce, come se la diaspora della fabbrica, e la dispersione dei salariati, fosse una specie di “soluzione finale” della gran questione dello sfruttamento. Milioni di solitudini non fanno una coscienza di classe, non formano un linguaggio comune, non fanno sindacato: colui o coloro che riusciranno nell’impresa (e forse accadrà, prima o poi) di dare identità politica ai precari, avranno cambiato la storia sociale dell’Occidente postindustriale. Anche il giornalismo, in materia, non sa bene che pesci pigliare. Una volta il cronista andava davanti ai cancelli, domandava, ascoltava, fiutava il vento e gli umori delle tute blu. Se le fonti ufficiali erano il sindacato e l’azienda, quelle ufficiose gravitavano tutte attorno al grande mondo della fabbrica o del dopolavoro. Inchieste memorabili sulla Fiat degli anni caldi sono state scritte scarpinando attorno agli immensi perimetri di Mirafiori e del Lingotto, o raggiungendo i delegati, a notte tarda, nelle birrerie torinesi dove la sinistra discuteva il da farsi. Oggi non è più attorno alla macchina, tra quei clamori, quelle durezze industriali, che si fanno e si disfano i destini del lavoro, e delle vite di chi lavora. Tutto avviene lungo itinerari individuali separati, nascosti, impalpabili, più avventurosi (quando va bene) ma anche più alienanti (quando va male) della catena. Si registrano a volte i casi anomali, i record quasi grotteschi di instabilità e indeterminatezza, il trentenne che ha già cambiato trenta lavori con maturazione professionale pari a zero, quello che in dieci anni di contratti a termine ha accumulato solo una settimana di ferie, e contributi quanti ne bastano per prepararsi a una pensione inesistente. Ma è come raccogliere le briciole per cercare di indovinare come è fatta la torta. E dire che le nuove condizioni del lavoro hanno creato, oltre a qualche nuova opportunità e qualche nuova mentalità mille miglia distante dall’ossessione del posto fisso, indicibili malesseri economici e forse soprattutto esistenziali, riassumibili in quella veridica formula, “mancanza di futuro”, che a dirla meglio e a capirla meglio è un ben fosco riassunto dello stato delle cose. “Fluidità” può voler dire tante cose, dinamismo e libertà di movimento per quei pochi che sanno fare arte della mancanza di basi solide, per la minoranza che ce la fa. Ma per gli altri, per la grande massa dei precari, fluidità vuol dire letteralmente sentire il terreno sotto i piedi che si fa inconsistente, vuol dire impossibilità di programmarsi una vita, vuol dire ansia, insicurezza, e appunto: precarietà. Forse non si è ragionato abbastanza su questa parola, che pure è spietatamente negativa (per questo si cercano e ahimé si trovano pietosi e anche ridicoli eufemismi, tra i quali il cococò rimarrà in eterno il più maldestro). Ovvio che nessuno vorrebbe una vita precaria, un lavoro precario, una casa precaria, un futuro precario. Che il mito del posto fisso arrivasse a bloccare, come una morchia collosa, la fantasia e le prospettive di un paese invecchiato, è anche verosimile. Che al posto (e all’opposto) di quella fissità rischi di nascere una società dalle identità sociali inconsistenti, dal potere d’acquisto minimo, dall’incomunicabile angoscia individuale che non diventa mai risposta collettiva, è però sotto gli occhi di tutti. L AVVENIRE NERO Più passa il tempo, più i precari vedono un futuro nero. Tra i 18 e i 34 anni, il 64% pensa che il loro tenore di vita migliorerà e il 40% che il precariato sia una condizione passeggera; dopo i 45 anni le quote crollano al 30,4% e al 17,4%. Inchiesta Unicab Italia spa per Ass.Nuovo Welfare su un campione di 1758 precari, aprile-maggio 2004 UN ANNO DOPO A un anno dalla legge 30, che trasforma i co.co.co. in contratti a progetto, solo il 30,5% dei collaboratori è stato riassunto in co.pro; il 44,2 non ha ricevuto alcuna proposta, il 5,1 è stato «lasciato in libertà», il 9,1 lavora a partita Iva. Solo il 3 è stato assunto a tempo indeterminato. Indagine Ires per Nidil-Cgil, ottobre 2004 STIPENDI E PENSIONI Non esiste un censimento ufficiale dei lavoratori a contratto in Italia. Elaborando però le cifre degli iscritti alla gestione separata Inps, Il Nidil-Cgil stima che nel 2003 i lavoratori a contratto di collaborazione fossero circa 890 mila. La retribuzione annua media lorda è di 12.500 euro; ma tra le donne la media si abbassa del 30%, e nel Meridione del 50 CONSUMI E PROGETTI I lavoratori atipici che non possono appoggiarsi alla famiglia di origine tagliano soprattutto le spese per il tempo libero e lo sport (7,8% del loro budget, rispetto al 14,5% di chi vive in famiglia) e l’abbigliamento (10,4% contro il 18,3%). Indagine campionaria Nidil-Cgil e Ass.Nuovo Welfare, maggio 2004 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le storie /1 Giallo d’epoca DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 È il 1831, a Londra un giovane mendicante viene ucciso da una banda che vende corpi agli ospedali Il delitto viene scoperto e il caso scuote l’opinione pubblica. Ora un libro svela tutti i dettagli. E racconta come questo episodio minimo di cronaca nera abbia contribuito a cambiare la società inglese L’Oliver Twist italiano e i trafficanti d’organi I ENRICO FRANCESCHINI chiato, venduto di nuovo. Fugge ancora, a Londra, dove si arrangia a sopravvivere da solo, con una gabbia di topolini bianchi e una tortora ammaestrata. Nel 1831, ha quatn una notte nebbiosa del novembre 1831, tre uotordici anni: bassa statura, occhi grigio-chiari, capelli lunmini girovagano per le vie di Londra su un carretghi e lisci, lineamenti dolci. A Oxford street, a Covent Garto trainato da un cavallo, facendo tappa in un poden, nei vicoli maleodoranti dell’East End, è una presenza stribolo, in un paio di pub, infine in due ospedali, familiare a bottegai, passanti, poliziotti, con il suo grido alla ricerca di un compratore per la loro preziosa merce mezzo in francese, mezzo in italiano, «Donnez un louis, siclandestina. Gli uomini sono predatori di tombe. La gnor», donatemi un luigi. Nelle strade di Londra, in quegli merce che trasportano è il cadavere di un ragazzo italiaanni, gli “Italian Boys” sono numerosi e ben riconoscibili. no. Il compratore dovrebbe essere una clinica medica Ci sono i “figurinai”, che lavorano la cera, fabbricando stauniversitaria. Vendere defunti agli anatomo-patologi, tuine, accompagnati da fratelli maggiori o genitori, molti che li sezionano per fare lezione agli studenti o per conprovenienti da Lucca; i burattinai, con un teatrino ambudurre esperimenti, è una pratica assai diffusa, tollerata lante di fantoccini e marionette; e all’ultimo gradino i medalle autorità del Regno Unito. I medici non fanno tropnestrelli, giocolieri, ballerini, che si esibiscono insieme a pe domande sulla provenienza dei corpi. E i predatori piccoli animali ammaestrati. Carlo Ferrari (chiamato anfanno fortuna: un cadavere in buone condizioni vale che Carlo Feriere e Charles Ferrier, alla francese, nei docudieci guinee, l’equivalente di una decina di sterline menti giudiziari), è uno di questi ultimi. Ogni tanto va a riodierne (quattordici euro), trenta volte la paga che il dofugiarsi nella Cappella Italiana di Oxenden street, all’incrodicenne Charles Dickens guadagnava in una settimana cio con Haymarket, dove gli offrono un tozin fabbrica, nel 1824, prima di diventare zo di pane e un pavimento asciutto su cui uno scrittore. Il commercio di cadaveri è dunque una dormire. Ma la sera del 4 novembre è in professione redditizia. Ma non stavolta. I un’altra zona dell’East End, a Crabtree Row. sanitari del King’s College, la facoltà di meFa freddo, piove, le case scompaiono nella dicina sullo Strand, notano che il corpo è nebbia; lui ha fame e non sa dove dormire. Il quasi caldo e che la causa del decesso è un destino lo porta ad accucciarsi sotto la tettoia violento colpo al cranio. Insospettiti, tratdi una stamberga: l’abitazione di John Bitengono gli sciacalli con una scusa e chiashop, il capo di una banda di commercianti mano Scotland Yard. I tre sono arrestati, indi cadaveri. Nel buio, un vicino sente un griI BAMBINI DI DICKENS criminati per omicidio, condannati a mordo e un tonfo. Poco dopo, i tre assassini cariQueste immagini fanno te: vengono impiccati un mese più tardi, cano la merce sul carro, dirigendosi verso il parte della collezione davanti a una folla di quarantamila persocentro. Fanno tappa in un pub per scaldarsi conservata al National ne, e i loro corpi, con macabro sarcasmo, ficon gin e rum, s’attardano con una prostituArchives di Londra. niscono al Royal College of Surgeons, affinta, bussano alla porta di un ospedale, poi al Sono le foto ché i suoi chirurghi si esercitino a piaciKing’s College. Il giorno seguente, quando la segnaletiche mento. La vicenda cattura l’attenzione di polizia perquisisce la baracca di Bishop, i di bambini arrestati tutto il Paese. Il Times dedica pagine alle insuoi bambini stanno giocando con la gabbia dagini. L’opinione pubblica si commuove di topolini del mendicante italiano. a conoscere i particolari della vittima: “The Italian Boy”, il Non è la prima volta che gli sciacalli di cimiteri, non troragazzo italiano, come lo hanno soprannominato i giorvando corpi sottoterra, ne procurano di freschi, uccidennali, un piccolo mendicante che faceva spettacolini di doli con le loro mani: a Edimburgo, tre anni prima, due strada attorno al mercato di Covent Garden, con appesa al predatori di tombe sono stati incriminati per l’omicidio di collo una gabbietta in cui corrono due topolini bianchi. tredici vagabondi. E a Londra spariscono di continuo raMa perché sia fatta piena luce sulla sua identità, e sul sigazzini, per lo più orfanelli, mendicanti o delinquenti, gnificato della sua fine, devono trascorrere due secoli. Bispesso italiani: quando la polizia annuncia il ritrovamensogna arrivare ai giorni nostri, alla ricostruzione di un’oto del corpo di Carlo Ferrari, otto famiglie di immigrati stinata cronista inglese, Sarah Wise, il cui libro, “The Itavanno all’obitorio per vedere se è il loro bambino. Da morlian boy, murder and grave robbery in 1830s London” (Il rato, Carlo diventa una celebrità. La sua storia viene rappregazzo italiano, omicidio e furti nelle tombe nella Londra sentata a teatro. La buona società, inorridita da tanta midel 1830), sostiene che la morte del piccolo italiano segnò seria e depravazione, fa autocritica: così non si può andail trapasso tra due epoche: preannunciando l’avvento delre avanti. Negli anni successivi, il parlamento approva una l’era vittoriana, a base di ordine, efficienza e moralità. legge per regolamentare il modo con cui le cliniche mediIl ragazzo si chiama Carlo Ferrari e viene dal Piemonte, che si procurano cadaveri per i loro studi scientifici. Una precisamente dalla Savoia, dove un padre con troppe bocstoria alla Oliver Twist, ma autentica e senza il lieto fine del che da sfamare lo vende a un avventuriero di passaggio. romanzo di Dickens. Perfetta per rivedere l’Inghilterra Questi lo porta con sé oltre la Manica, a Birmingham, ridell’Ottocento. E per immaginarci dentro i nostri primi vendendolo a un “padrone” di giovanissimi senza tetto e immigrati: la prossima volta che passate da Covent Garsenza famiglia, tenuti sostanzialmente in schiavitù, obbliden, chiudete gli occhi e provate a sentire la vocetta di Cargati a chiedere l’elemosina o esibirsi nelle strade. Carlo lo Ferrari, che squilla «donatemi un luigi, signor». Così erapassa da un padrone all’altro, scappa, viene ripreso, picvamo, a Londra, poco meno di due secoli fa. LONDRA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 le storie/2 Impeto è un aitante baio scuro dal corpo scattante, non ha ancora un anno eppure possiede già l’andatura di un principino del trotto. Impeto è uno dei 129 figli del Capitano, il migliore. Lui e i suoi fratelli sono la speranza degli appassionati di tutto il mondo. Il sogno nasce in una fattoria nel Torinese, ad allevarlo Aziz che da quattro generazioni insegna ai cavalli ad “andare come il vento” Saranno famosi FOTO GUGHI FASSINO Piccoli Varenne crescono I LEONARDO COEN VIGONE (TORINO) mpeto Grif ti fissa impavido. Curioso. È un giovane aitante baio scuro, la criniera leggermente lunga, il corpo armonico. Non ha ancora undici mesi. L’aspetto, però, è già da principino del trotto. Da saranno famosi degli ippodromi. L’immagine scattante. Veloce. Come il Varenne cantato da Enzo Jannacci: «Al posto del cuore monta un turbo speciale, quando corre lui vola, come corre l’amore». Cavallo arrivato dal vento e dall’ira del mare… Impeto è figlio di Varenne: anche la fantasia può correre come il vento, per uno dei 129 figli che il seme prezioso del Capitano — così lo chiamano tutti — ha generato quest’anno. Lui ed altri quindici fratelli stanno crescendo nella campagna grassa e quieta di Vigone, a quaranta chilometri da Torino. Lo spavaldo Impeto ha occhi grandi, vivaci. «E teneri», precisa con voce accorata Aziz Anbaouy, lo stalliere marocchino. Il suo è mestiere antico. Per farlo bene, ci vuole infinita passione. E tanta perizia. Questo puledro è nato il 24 gennaio: all’ombra di uno strepitoso pedigree. Impeto è infatti figlio non solo di Varenne ma anche di Meadowbranch Nan, a sua volta figlia di Peace Corp, una delle più grandi trottatrici americane, la cavalla che prima di Varenne e Mony Maker vantava il record assoluto di premi guadagnati con le corse: oltre dieci miliardi delle vecchie lire. Dunque, se le alchimie dell’accoppiamento e i dorati cromosomi daranno i frutti attesi, è destinato a correre “una lunghezza oltre il vento”. A battere record. Ad infrangere traguardi prestigiosi. Come suo padre, sino a due anni fa (sembra ieri): prima cioè di andare in pensione e trasformarsi nello stallone più caro del pianeta, 15mila euro a monta. Con una lista di prenotazioni lunghe da Vigone, Piemonte occidentale, a Filadelfia, Pennsylvania. Chissà: il nome dell’erede Varenne è di grande auspicio, per un cavallo. Più che un buon viatico: una promessa quasi certa. Impeto, per ora, dimostra carattere docile, e questo è ottimo segno. Tant’è che si lascia condurre a mano senza crear problemi: difficile trovare puledri appena svezzati che non si innervosiscano o che non abbiano paura: «Dimostra buon temperamento, proprio l’indole di papà Varenne. Come il padre, Impeto ha buona testa e devo dire che è la caratteristica comune a tutti i figli del Capitano», spiega soddisfatto Roberto Brischetto, il cinquantenne titolare dell’allevamento Grifone di Vigone che è comproprietario di Varenne e che gestisce la sua nuova carriera di riproduttore d’élite, grazie ad una struttura veterinaria di alta qualità, specializzata nella fecondazione equina assistita, diretta da Giovanna Romano. Il fisico e la mente Non basta, però, dar la vita ai purosangue. Bisogna crescerli: cioè costruirli nel fisico e nella mente, renderli coscienti della loro unicità, del loro mistero biologico. Dar sostanza alle loro potenziali, superbe qualità. Mica facile: la scienza è un aiuto, però poi ci vuole istinto, pa- zienza, conoscenza. E tradizione. Il trentacinquenne Aziz la missione di padre putativo dei cavalli ce l’ha nel sangue: quella di una famiglia berbera della regione di Casablanca. Il nonno vendeva muli all’esercito francese, il bisnonno allevava e commerciava cavalli: pregiata razza berbera, animali cresciuti in ambienti ostili, quindi forti, veloci, resistentissimi. I berberi completarono la selezione della razza prediligendo le qualità più utili alla vita nomade e alla guerriglia: «La fortuna va a cavallo», dicono gli arabi. Più è veloce il cavallo, più fortunato sei. La cultura del cavallo è radicata nel dna di Aziz: il quale sa, perché così gli è stato tramandato, che tocca sempre e solo all’uomo allevare i puledri destinati alle corse, così come sa che non sarà suo il compito di addestrarli, quando l’età e le norme lo consentiranno, a correre, a galoppare, a trottare. La filiera agonistica dell’ippica pretende specializzazioni di altissimo livello: i primi ad elaborarle furono gli arabi, poi gli inglesi ed i francesi. Perciò, niente illusioni romantiche, o suggestioni cinematografiche. Varenne non ha mai visto Impeto, e neanche gli altri quindici figlioli che si stanno scavezzando a due passi dalla sua scuderia. Si è rassegnato: è un padre genealogico. Non altro. I piccoli Varenne crescono sani e forti, senza che papà lo sappia o lo veda. Non è come nei film di Hollywood o IL MAESTRO DEI CAVALLI Nella foto in alto Impeto Grif, con la capezza, e Intrigante Grif. Qui sopra Italo Grif con Aziz, che si occupa dell’addestramento dei cavalli nei fumetti Disney, qui la Natura percorre altri viottoli. Il cielo è inquieto: grosse nuvole scure avvolgono il Monviso. Promettono neve: l’aria è fresca, non ancora gelida. Impeto Grif scalpita, vuol raggiungere gli altri. Forse ha fame. I puledri brucano tranquilli il fieno francese, il migliore. Un cavallino, addirittura, trova il modo di mangiare sdraiato. Pigro e felice. Aziz li accudisce come fossero figli suoi. Gli va bene che gliene siano toccati appena sedici, sui 129 varennini di questa prima generazione del Capitano: 96 in Italia, 12 negli Stati Uniti, il resto sparpagliati tra la Svezia, la Germania, la Finlandia e la Danimarca. Altri 200 sono in arrivo tra gennaio e giugno, la gestazione delle fattrici si aggira tra gli undici e i dodici mesi, la stagione dell’inseminazione — per legge — comincia ogni 15 febbraio e si conclude ogni 15 di luglio. E ogni anno, sempre per legge, ai puledrini viene imposto un nome che abbia la stessa iniziale. Il 2004 è l’anno della “I”: Idefix, Impeto, Incanto, Ingo, Innuendo, Intrigante, Inuit, Ioshi, Italo, Icona, Iina, Ikebana, Ingrid, Insomnia, Isolde, Ivaris, Ivonne, sono i nomi scelti per i varennini del Grifone. La madre campionessa La più popolare è Iina Grif: sua madre è Niebla Blanca, campionessa e detentri- L’antica magia degli ippodromi MARIO FOSSATI i sono luoghi d’anima dove hai vissuto intensamente e la tua vita è stata meno quotidiana: le stazioni, le caserme. Per me, una scuderia. L’allevamento dei cavalli purosangue al Mirabello, nel parco di Monza. E ancora: l’ippodromo di San Siro-galoppo. Negli anni ‘30 eravamo tanto poveri da non averne quasi coscienza. Chi non ha provato non può giudicare. Per me, i purosangue e il loro mondo fatto di gente ricca e ben vestita rappresentavano l’Europa e lo chic. Ero figlio di un sindacalista della corrente di Achille Grandi; le discussioni sull’unità sindacale e i discorsi sulla disoccupazione abbassavano il soffitto di casa: attraversavano le nostre stanze. Il cortile della scuderia del reparto stalloni nella grande villa, le sue prospettive verdi: i viali simmetrici dal fondo romantico, chiuso da una chiesetta, la cui minima navata era percorsa più dai nitriti d’amore dei cavalli che dagli angeli del Settecento, mi allietavano. Il padre del mio amico Marcello, che ci aveva introdotti nell’allevamento, rimpinzava Pilade, campione internazionale di avena e di carote: unitamente a noi, che ne eravamo fierissimi, lo passeggiava quotidianamente per distrarlo dall’accidia della poca attività. Pilade vinse il Gran Premio di Milano. Nel 1938 apparve Nearco: ci incantò. Io e Marcello approdammo finalmente a San Siro. L’insellaggio. Nel tondino Federico Tesio osservava Nearco, discosto dal cerchio degli Incisa. «È più bello dei nostri», sussurrava Marcello. I «nostri» erano gli stalloni del Mirabello di cui non possedevamo neppure un crine della coda. Nearco vinse il G. P. C di Milano. Era il 19 giugno 1938. Dodici corse, dodici vittorie. E qualcuno affacciava sottovoce il muro fatidico della tredicesima corsa, affrontata dal campionissimo. Nella mattinata un acquazzone aveva ammollato la pista. Nel pomeriggio, un’esplosione di sole e di pubblico. Il “campo” era rarefatto, si diceva, ossia bene selezionato. I proprietari di quei dì preferivano le vittorie. Non badavano ai premi di consolazione se non potevano vincere disertavano. Quel “Milano” l’ho inciso nella retina. A volte la verità storica pone una patina anche sulle più lucide apparenze. Nearco, dalle proporzioni divine, all’opposto, accentuava la qualità, la grandezza. Vinse sette giorni dopo il Gran Premio di Parigi, che nel ‘38 contava assai più dell’Arc de Triomphe. Il marchese Mario Incisa, che ha avuto ai suoi ordini tutti i crack da Donatello II a Nearco a Ribot, sosteneva che Tesio non si divertiva nemmeno più ad allenare Nearco. Eguale l’opinione delle nostre maggiori fruste, di Caprioli e di Pietro Gubellini. «In qualunque istante della corsa avessero posto il traguardo davanti alla testa di Nearco, Nearco lo avrebbe raggiunto primissimo». Forse Niccolò dell’Arca lo avrebbe potuto inquietare. Compì una carriera stalloniera inimitabile. Tutti i crack nella loro corrente hanno Nearco. Un giorno Federico Tesio venne presentato a Benito Mussolini. Il Duce, romagnolo, amava i trottatori e invitò il “senatore” ad occuparsene. Tesio, antifascista, ebbe l’ardire di risponderli... «I purosangue innestano la quinta marcia; i trottatori, al più la terza». Non mi occuperò mai di loro. ce del record della sua generazione. Iina è stata donata all’associazione dei “figli del Capitano”, ossia gli amici di Varenne: cento sfegatati fan che tempestano di telefonate il Grifone per sapere se tutto procede nel migliore dei modi, chiamate che grondano apprensione, palpiti e sentimenti: «Sono lo zio di Iina…», «sono il nonno di Iina, come sta mia nipotina?», «la piccola è ok?», «sono la mamma, la mia Iina mangia?», eccome se è ok la piccoletta, la riconosci subito perché la zampa posteriore sinistra ha una macchia bianca (quindi è una baia balzana “da uno”, secondo il lessico famigliare di questo mondo), quanto al mangiare, stiano tranquilli tutti, oltre al succulento fieno francese il Grifone ha studiato un mangime complementare da leccarsi i baffi. Più nitriti che nitrati: la ricetta elaborata dall’equogastronomo è una complessa miscela di prodotti basati su mangimi tradizionali e un pizzico di slow food (per forza, il cavallo rumina lentamente). Sveliamola: orzo fioccato e macinato; idem il granturco; avena schiacciata; fave in fiocchi; crusca al frumento; farina di estrazione di soia (prodotta da soia geneticamente modificata); soia estrusa (anch’essa prodotta da soia geneticamente modificata); fieno di erba medica; melasso di canna da zucchero; cloruro di sodio; carbonato di calcio da rocce minerali; fosfato bicalcico di origine minerale; metionina; lisina; lignosolfito; integrazione vitaminica. Una dieta…da cavallo: dieci chili di fieno più 4-6 chili di questo mix al dì. Il tutto, all’aperto. Come in un pascolo. I puledri hanno a disposizione ampi spazi, delimitati da steccati, e da aperture che li pilotano verso una sorta di pistone lungo oltre seicento metri. Si muovono, all’inizio, a piccoli branchi. Aziz li abitua a trotterellare insieme, il maniscalco Luca Spinapollici (altro nome per nulla casuale) ogni quindici giorni li vede e provvede. Uno più “elettrico” degli altri varennini è Innuendo Grif, figlio di Ciliegia Caf: «Mamma molto importante perché è stata la femmina più veloce della sua generazione», dice Roberto Brischetto, «in verità, quasi tutte le fattrici montate (artificialmente) da Varenne sono state delle campionesse. È la logica della selezione sempre più esasperata, per la ricerca di nuovi campioni». Innuendo sfoggia una stella bianca sulla testa, esatta replica di quella che esibisce papà Varenne. Mentre la vivacità e l’irrequietezza sono dovute più che altro ai suoi sette mesi, compiuti il primo dicembre. Saluto i figli, e vado finalmente dal padre, che sta alla Rondello, la cascina principale dell’allevamento Grifone, a qualche chilometro dalla Ajrale. Anche qui, l’inesplicabile coincidenza dei nomi: Rondello fu un celebre cavallo dell’Ottocento. Prima di filar via, un puledrino vorrebbe, come l’hanno avuta i suoi fratelli, un po’ di attenzione. Una carezza sul collo: Inuit Grif ce l’ha quasi a candela, come quello di papà Varenne. Sbuffa, fin quando non ottiene ciò che vuole. Appagato, scocca un’occhiata attenta, indagatrice. “È un pragmatico», sentenzia Aziz, «come Varenne». Ogni epoca è un sogno che muore e un altro che viene alla luce. Buon Natale, Varenne’s boys. 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 la memoria Modellini mitici È una svolta epocale. L’azienda simbolo del made in Germany, che ha coperto con i suoi binari una volta e mezzo la distanza tra la Terra e il suo satellite, è in crisi. Il giro d’affari è in calo del 3,5 per cento. E per abbattere i costi delle storiche locomotrici la produzione si sposta nell’area orientale del Paese e in Ungheria Märklin,il trenino che andò sulla luna ANDREA TARQUINI Nate come giocattoli le miniature si sono trasformate in costosi e ricercati oggetti da collezionismo S BERLINO i fa presto a dire Märklin. Il mondo dei giochi e del modellismo sembra fatto apposta per dare spazio a nomi che diventano un mito. Per chi ha bambini, e per chi ancora ricorda una bella infanzia, Märklin è molte emozioni insieme. Il fascino del giocattolo che cammina da solo e la seduzione della miniatura, il prestigio della precisione made in Germany e l’aria di leggenda della ferrovia, il primo mezzo di trasporto dell’era moderna. Si fa presto a dire Märklin, ma nel mondo nuovo dove elettronica e videogiochi scacciano i balocchi, il numero uno mondiale dei trenini affronta un mo- mento difficile. Il fatturato è calato del 3,5 per cento, il giro d’affari dei produttori di trenini in generale è sceso del 7,5 per cento. A mali estremi estremi rimedi. Parte dei posti di lavoro, 360 su oltre duemila, saranno o soppressi o delocalizzati. Via dalla ricca Goeppingen nel prospero sudovest tedesco: si fa rotta verso Sonneberg in Germania orientale, o Gyoer in Ungheria. Dove i locali stabilimenti Märklin avranno più lavoro. «È un momento difficile ma ce la faremo, resteremo il numero uno mondiale, un marchio-simbolo del made in Germany», promette Paul Adams, capo dell’azienda. C’è da credergli. Un tedesco su dieci possiede un trenino. E l’hobby più costoso del mondo fa proseliti nei paesi di nuova ricchezza, dalla Cina alla Corea del Sud, o nei paesi europei come la Spagna dove il ceto medio cresce più veloce che altrove. Ma nell’era globale non sarà facile rincorrere gusti e interesse della borghesia colta urbana, da sempre clientela d’eccellenza. Il trenino elettrico che è a una svolta nella sua storia di prodotto viene da lontano. Nasce appunto in Germania. Tutto cominciò nel 1859 con una ricca e bella vedova del sudovest, Caroline Märklin, che aveva fretta d’idee e successo per mantenere i figli. Il secondo marito, Theodor Friedrich Wilhelm Märklin, fondò con lei una fabbrica di bambole e casette per le bambole. Ma morì presto anche lui. Fu di Caroline l’idea di costruire un trenino-giocattolo domestico. Innamorata delle tradizioni ma anche delle “magnifiche sorti e progressive” dell’epoca moderna, la Goeppingen di allora ricordava molto le pagine in cui Robert Musil o Stefan Zweig descrissero la Marco Paolini, attore ed esperto di modellismo “Sarà la sconfitta di una passione” PAOLO RUMIZ I PLASTICI Un tedesco su dieci possiede un trenino L’hobby più costoso del mondo ha fan anche in Italia dove leader di mercato è stata per anni la Lima erede della celebre Rivarossi. La società sta per essere acquistata dagli inglesi «L a storia della Märklin ricalca la sconfitta del modellismo italiano. Parlo del fallimento recente della Lima, erede della gloriosa Rivarossi. L’hanno rilevata gli inglesi, offrendo il doppio rispetto a una cordata italiana. Ma poi che han fatto? Hanno tenuto solo marchio e stampi, cioè quello che vale. Il resto niente: macchine, personale, fabbrica, magazzino. Tutto finito, chiuso. E la produzione è volata in Cina». Marco Paolini, attore fanatico di treni e modellista in casa («Mio padre era macchinista, ho imparato da lui ad amare i nostri treni e il nostro paesaggio ferroviario»), fiuta una brutta aria. È come se l’Europa vendesse un pezzo della sua anima al “pianeta” dove macchine e operai si clonano in un lampo. «In Cina, se un articolo costa 200, le macchine, i materiali e l’ammortamento degli stampi costano undici. Ma l’inverosimile è che la manodopera costa uno! Uno su duecento! Profitti incredibili…». Ma i cinesi non hanno tradizione. «Loro se ne fregano delle nostre tradizioni! Hanno complessi grandi come città, capaci di fare trenini e asciugacapelli con la stessa disumana precisione. E di passare come niente da un prodotto all’altro». Come funziona? «Si rivolgono a un’agenzia di intermediazione che gli trova un progettista, un esperto in stampi e un mini-team che gli elabori il sistema. In un mese il progetto è fatto, in quattro mesi la produzione è avviata…». Tempi da paura. «È un’implacabile organizzazione per nuclei, che lavora sempre e riproduce perfettamente i progetti altrui fornendo il “made in China”». E la qualità com’è? «Eccellente. Arrivano cose impensabili fino a poco tempo fa, specialmente a noi italiani, che ci accontentavamo di prodotti meno sofisticati rispetto a Francia, Svizzera o Germania». Dunque roba buona. LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 IL COCCODRILLO PLATINUM Coccodrillo serie Platinum, così si chiama la versione più lussuosa del modello Märklin della celebre locomotiva elettrica di montagna svizzera. È costruita in platino. La serie limitata è stata prodotta a metà degli anni Novanta, e messa in vendita, su prenotazione, a oltre 6000 marchi tedeschi a pezzo. Se volete comprarla oggi aggiungete almeno uno zero a quella cifra e pagatela in euro BIG BOY A VAPORE Così i macchinisti americani chiamarono la più grande e potente locomotiva a vapore mai costruita. Con 8000 cavalli di potenza e 400 tonnellate di peso, trainava a 100 orari da costa a costa convogli merci di oltre cento vagoni. Nella versione Märklin la locomotiva della vittoria alleata, tutta in metallo, pesa 1,2 chili, fuma, riproduce i rumori di caldaia, stantuffi e fischio Costa 799 euro con elegante cofanetto BINARI: DALLA TERRA ALLA LUNA Dai primi trenini di fine Ottocento a oggi, la Märklin ha prodotto e venduto circa 450 mila chilometri di binari per i suoi trenini elettrici: una distanza pari a circa una volta e mezza quella tra la Terra e la Luna. Il binario Märklin, nella sua ultima versione, trasmette ogni comando digitale alle locomotive. Si distingue da quelli delle altre marche perché trasmette corrente alternata da punti di contatto centrali TORINO DELLINO: AMAR, / CONTRASTO - MO FOTO B. GHIOTTI DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LE QUOTAZIONI La ricchezza e la specificità delle riproduzioni ferroviarie è costituita dalla cura degli stampi e dei dettagli meccanici di ciascun vagone Le miniature in serie limitata possono raggiungere quotazioni di mercato superiori ai 10mila euro società borghese-illuminata del Mitteleuropa. In quel clima Eugen e Carl, due dei figli di Caroline, presentarono nel 1891, alla Fiera di Lipsia, il primo modello di trenino con motore a molla. Fu una svolta nel costume. E con la rapida diffusione dell’elettricità nelle case borghesi l’azienda, ora ribattezzata “Fratelli Märklin & C.”, offrì trenini mossi non più da molle bensì da piccoli motori elettrici. Alimentati da un trasformatore, per proteggere i bimbi dalle scosse. Il trenino nacque così come giocattolo per ricchi. S’impose come moda capace di sopravvivere alla grande catastrofe della prima guerra mondiale. E da giocattolo si trasformò in modello. È del 1935 la prima versione del Coccodrillo, la più mitica locomotiva Märklin. Si chiamava così la potentissima locomotiva elettrica svizzera, verde e snodata come il rettile, costruita dal 1919 per trainare sulle Alpi pesanti convogli merci o lussuosi espressi internazionali. I Coccodrilli-modello più rari valgono tra i 5 e i 50mila euro. «Ricordo ancora il fascino dei binari nascosti in cantina durante la guerra», racconta Wolfgang Schaeuble, ex braccio destro di Helmut Kohl. «Quando vennero i soldati americani, furono conquistati». Negli anni ruggenti del dopoguerra, col Piano Marshall e il boom economico, il trenino Märklin divenne un giocattolo di massa. Cambiò anche volto. Divenne pian piano riproduzione in scala ultraprecisa, oggetto del desiderio dei collezionisti. Tra cui anche vip come Ronald Reagan. Le locomotive Märklin in scala H0 oggi costano ognuna dai 220 agli 800 euro. Sempre in metallo, verniciate con quattro strati nei toni più fedeli. Mosse da uno o più motori, arricchite delle più pic- cole scritte spesso ammirabili solo con la lente d’ingrandimento. Camminano governate da un sistema digitale, con diverse funzioni: viaggiano fino a 80 insieme sul circuito con fari spenti o accesi, rumore del motore diesel o a vapore, fumo, “fischio”, illuminazione interna, frenata lenta o brusca, pantografi che si alzano o scendono a comando elettronico. Ma 800 euro sono troppi per un giocattolo di massa. Anche i collezionisti preferiscono spendere meno, ma non rinunciano assolutamente alla qualità: la delocalizzazione s’impone. L’esame di ogni nuovo prodotto da parte delle riviste specializzate è più spietato di una prova su strada. E i concorrenti, cioè i giapponesi di Kato, gli americani di Bachmann, gli austriaci di Roco, gli spagnoli di Electrotren, forniscono a meno prezzo modelli prodotti in Estremo Oriente. I Märklin di oggi sono riproduzioni iperdettagliate di macchine leggendarie. Troppo belli per giocarci se non sei un adulto benestante. Come il Trans Europ Express Vt-11, il rapido di lusso tedesco che dopo la storica riconciliazione tra Konrad Adenauer e il generale de Gaulle collegò Bonn a Parigi. Riproduce il rombo dei motori diesel Mercedes, fischia, l’illuminazione interna si estende persino alle abat-jour sui tavolini del vagone ristorante. Ma Märklin, che vende il 70 per cento dei prodotti sul mercato tedesco dove la congiuntura è debole, finora ha un catalogo dove i modelli di treni tedeschi sono prevalenti. I concorrenti hanno diversificato l’offerta. Ai ricchi cinesi Bachmann offre anche locomotive del Gigante rosso. Forse, Märklin coglierà presto la nuova sfida: dopo il mercato americano, dovrà puntare sulla superpotenza di domani. IL COLLEZIONISTA Un padre macchinista e un parco di modellini ferroviari invidiabile, l’attore Marco Paolini è un appassionato di trenini vecchi e nuovi «Decisamente. Oggi nessuno arriccia più il naso di fronte al made in China. Anche nel top di gamma del modellismo». Figurarsi cosa avverrà nel manifatturiero… emigrerà tutto. «Il destino del modellismo mi provoca cortocircuiti bestiali con quello che succede sulla Riviera del Brenta. Pezzi interi del distretto della calzatura fuggono a Oriente, con accelerazioni da brivido…». Dicono di non avere paura della Cina. «Il problema è la febbre speculativa che ci fa usare il Pianeta come il quartiere di una città, con le sue favelas e i suoi discount… Chiediamoci: se i nostri operai non lavorano, come terranno in piedi la domanda? Non diventeremo più poveri? Credo proprio di sì. E la domanda del superfluo salterà per prima… I trenini, per esempio. «Ovvio. Con un bene voluttuario il ragionamento vale il doppio. I trenini non costeranno di più, vero. Ma noi avremo meno soldi per comprarli. Diventeranno un giocattolo per ricchi». Evento ineluttabile? «Una settimana fa parlavo con un bravissimo artigiano fer-modellista di Catania. Mi diceva della sua lotta per resistere, per farsi i pezzi in casa. Anche lui non si rassegna...» Come difendersi? «Anni fa, quando la Lima comprò, oltre alla Rivarossi la francese Jouef e la tedesca Arnold, si fece dare dal governo di Berlino un finanziamento per il rilancio. Quando ebbe i soldi, chiuse e concentrò la produzione in Italia. Ma gli operai non restarono a guardare». Che fecero? «Presero a martellate gli stampi dei modellini, quelli cui avevano dedicato la loro vita. Distrussero il nucleo del valore aziendale e la furbizia dei nuovi padroni. Un suicidio d’amore, in piena regola. O no?». Nell’Ottocento si chiamava luddismo. «Il destino del modellismo è esemplare. Dimostra che questa concentrazione della produzione mondiale in un unico Paese può far imballare il sistema. Temo un boomerang che farà molto male». IL MERCATO Il giro d’affari del ferromodellismo, ovvero delle aziende produttrici di trenini, è in calo del 7,5 per cento La locomotiva da antico giocattolo si è trasformata tra gli europei in oggetto da collezionismo di qualità E i prezzi lievitano fino a oltre 10000 euro 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 i luoghi Uomini d’affari, russi, ma anche europei, americani e asiatici. E donne. Tante, e tutte bellissime. Sono i nuovi potenti. Viaggiano su Rolls Royce bianche, mangiano nei ristoranti alla moda, bevono Krugg d’annata divorando piramidi di caviale pregiato. Passano da un night club all’altro. Hanno un solo obbiettivo: divertirsi fino all’alba. E per riuscirci spendono una fortuna Notte in città A Mosca l’ultima festa mobile FOTO AFP L’eccitazione della notte Adesso è Mosca che sta vivendo una specie di “movida”. L’eccitazione, i locali notturni che spuntano come funghi, i discorsi politici o d’affari alle ore piccole. La scelta dei posti dove andare, basata sul classico principio spagnolo del “vedere e farsi vedere”. Molto alcol, poco sonno, il pallore dei volti al momento del rientro. E i più eccitati, i più instancabili, ma soprattutto i più prodighi, sono i russi. Perché i russi, spiega la mia guida che è qui da dieci anni e ormai li conosce bene, sono tornati ad essere gli splendidi dissipatori del romanzo russo. Tanti Dmitrij Karamazov capaci di scialacquare in una sera cifre spropositate, purché tutt’attorno ci siano musica, alcol, amici e donne. Come il maggiore dei Karamazov, appunto, nell’equivoco alberghetto di Mokroye: i suoi duemila rubli LE LUCI DELLA FESTA Finito il lavoro, quando il sole scompare, e si accendono le luci della città, il popolo del divertimento inizia a programmare la lunga festa notturna. I fasci laser delle discoteche e dei night club sono le stelle polari che portano al divertimento che se ne vanno in fumo tra vodka, vino, musica di violini e danze zingare. «Vede quello lì a fianco della ragazza coi capelli rossi?», fa la mia guida: «un paio di settimane fa ha dato una festa per un centinaio di persone, gli uomini quasi tutti italiani, ed era una festa così sfarzosa — Krugg d’annata, piramidi di caviale, schiere di camerieri, due orchestre e un gruppo di “balalaike” — che uscendo all’alba ci domandavamo quanto potesse essergli costata: quaranta, cinquantamila dollari? E lo stupore è cresciuto quando un amico ci ha detto che quell’ospite tanto generoso non è ricchissimo. È un importatore di moda italiana e francese, uno agli inizi, che al risveglio dopo la festa avrà probabilmente dovuto pensare da chi recarsi per chiedere un prestito…». Questo è certo, lo dicono le statistiche. I russi che stanno facendo soldi spendono molto di più dei loro omologhi euroamericani. Come gli spagnoli di vent’anni fa, risparmiano poco o niente. Per ora il pensiero del futuro non pesa, e preme invece la voglia di divertirsi, di profondere il danaro sino alla stravaganza, di rovesciare la situazione quo ante del russo col portafoglio vuoto in un contesto di occidentali ricchi. E infatti, benché si calcoli che a Mosca i redditi siano circa la metà della media nell’Unione Europea (a Mosca: non in Russia, dove la differenza è abissale), i cosiddetti “consumi di lusso” non fanno che aumentare. Dai 2 ai 3,5 miliardi di euro all’anno, quasi le stesse cifre di New York. E chi vende, a Mosca, sa come farlo. La Rolls Royce ha spostato il suo salone vendite proprio sulla piazza Rossa, di fronte alla mummia di Lenin, e un gruppo italiano ha appena aperto uno shopping center nel cui atrio, su un piano a coda bianco latte, suona una ragazza stupenda. Ma quanti sono, in una Mosca di quindici milioni d’abitanti, i russi che possono uscire la sera e spendere parecchio danaro? Lo chiedo alla mia guida: e lui si guarda intorno, fa un largo cenno con la mano verso un angolo del ristorante dove stiamo pranzando, e un minuto dopo un quarantenne in blu scuro, i capelli rasi, l’aria serissima, viene a sedersi al nostro tavolo. È Arkady Novikov, il re delle notti moscovite. Ex cuoco in un ristorante di Stato nell’ultima fase sovietica, poi gestore d’un ristorante in cooperativa quando Gorbaciov tentò le prime, striminzite privatizzazioni, e oggi proprietario di sessanta tra ristoranti e locali notturni in cui lavorano settemila persone. Le stazioni del divertimento Novikov mi descrive le due fasi che la sera e la notte di Mosca hanno conosciuto nei tredici anni del post-comunismo, ed è un racconto che dà un’idea piuttosto precisa sulla nascita della nuova borghesia russa. Alla metà dei Novanta, l’improvviso spuntare delle favolose fortune degli “oligarchi”, d’altri speculatori e dei boss del crimine, aveva suggerito l’apertura di ristoranti carissimi che dessero a quei “parvenus” (inconsapevoli di quanto fossero orrendi gli arredi, e pessima la cucina) l’impressione d’essere approdati ad un lusso parigino o newyorkese. Ma con il crack dell’estate 1998, la serrata delle banche e la disastrosa svalutazione del rublo, i ristoranti da 150 dollari a pasto dovettero chiudere. Novikov lanciò allora due catene di ristoranti a prezzi abbordabili, la Yolki Polki e la Kish Mash: «Questo perché», spiega, «una borghesia delle professioni, del commercio e della piccola imprenditoria (con soldi, sì, ma non moltissimi) era ormai una realtà: e dunque bisognava proporre locali all’altezza dei suoi mezzi. Ma un paio d’anni fa, mentre emergeva una nuova clientela per le catene a prezzi moderati, una parte del nucleo iniziale di borghesia era intanto divenuta più ricca ed esigente. Così, abbiamo puntato di nuovo sui ristoranti di lusso e i locali notturni. Il che vuol dire che ci sono due fasce d’avventori, una che può spendere di più e l’altra meno. Messe in- sieme, sono migliaia e migliaia di persone che la sera, almeno due volte alla settimana, escono a mangiar fuori. E sto parlando dei russi: poi c’è la comunità straniera, che è sempre più vasta e comprende altre centinaia di nottambuli…». Ripeto, vari aspetti ricordano la Madrid post-franchista. Ma se poi si volge lo sguardo dalla Mosca by night allo sfondo e alla fisionomia della Russia d’oggi, allora vengono in mente i libri e il repertorio fotografico sulla Shanghai degli anni tra le due guerre. Quante somiglianze, infatti. Il magnetismo che Mosca esercita sulla comunità internazionale degli affari, le insegne sfavillanti delle multinazionali precipitatesi a fornire un paese che ha bisogno di tutto, la dipendenza di gran parte della borghesia dalle attività economiche straniere, la folla di belle donne che circolano di notte. Oltre all’incertezza dell’identità: che caratterizzava la Cina d’allora, e caratterizza la Russia di Putin. Sì, è Shanghai che affiora dalla memoria. La Shanghai “joy, gin and jazz” di Wally Simpson e Galeazzo Ciano, dove circolavano due monete (il dollaro d’argento e il tael cinese) così come a Mosca s’usano indifferentemente il dollaro e il rublo. L’onnipresenza della polizia segreta del Kuomintang, l’insaziabile avidità della burocrazia, la fungaia di night club, cabaret e bordelli. L’enorme presenza degli occidentali, con la borghesia locale che ne scimmiottava gli usi, gli abiti e la lingua. I marmi dei grand hotel, le luci del Tower restaurant, del Venus Cafè o del Vienna Ballroom con le sue “100 charming hostesses”, mentre “il gioielliere e l’antiquario” — come scrissero Auden e Isherwood nel loro libro sulla Cina — “sono ai vostri ordini, e le loro merci vi daranno l’impressione d’essere ritornati a Fifth Avenue o a Bond street”. Ma poi, a pochi chilometri dai grattacieli sempre illuminati del Bund, una grande miseria: proprio come fuori Mosca si stende la Russia povera, flagellata dalla tubercolosi e dall’Aids, dove l’aspettativa di vita non supera, per i FOTO LISE SARFATI / MAGNUM L MOSCA a Madrid della “movida”, o la Shanghai degli anni Venti e Trenta sino all’occupazione giapponese? Me lo chiedo osservando le schiere di nottambuli che si muovono nel centro di Mosca, mentre passo tra le dieci e mezzanotte, a rimorchio d’un giovane uomo d’affari italiano che vive qui, da un ristorante alla moda a un paio di night club. Certo, quel che sto vedendo non esiste più a Londra, a Parigi o a Roma. C’era vent’anni fa, e già languiva, ma adesso è finito. Mentre la notte di Mosca è l’ultima festa mobile cui ci si possa affacciare. Migliaia di persone che escono quasi tutte le sere, e prima vanno a pranzo, poi a incontrare altri amici in un bar, quindi sciamano nei night club per uscirne alle tre del mattino. Non gli adolescenti o i giovanissimi che anche da noi si scapicollano il sabato sera, i soldi contati, sulle strade verso le discoteche: bensì trentenni, quarantenni e cinquantenni in abito scuro — abbienti o molto abbienti — che l’indomani mattina saranno in ufficio alle nove. Russi, altri europei, americani ed asiatici gli uomini. Quasi tutte russe le donne: le donne più belle, e spesso le più eleganti, che si possano vedere oggi sulla faccia della terra. Non gangster, dunque, non speculatori o prosseneti con le loro ragazze. Questa è acqua passata. La Mosca notturna è ormai quasi del tutto ripulita della teppa che la solcava negli anni caotici di Boris Eltsin. A circolare di notte è adesso, detta in grosso, la “business community”: i russi e gli stranieri che s’occupano di finanza, intermediazioni e consulenze, di petrolio, gas e altre materie prime, d’industria e progetti industriali, d’export-import. Gente che tra mattino e pomeriggio — prima delle uscite sera- li — è stata dietro ad affari consistenti, o grossi, o addirittura grossissimi. Dunque, redditi alti. Né potrebbe essere diversamente, perché Mosca è una delle città più care del mondo e per certe cose la più cara: il che vuol dire che la serata d’una coppia costerà a dir poco il doppio dei 140 euro che in Russia costituiscono il salario medio mensile. In questo — l’età dei nottambuli, i loro redditi e impegni professionali—, la somiglianza che sembra di cogliere è con la Madrid tra fine Settanta e inizi Ottanta. Lo scoppio di vitalità che gli spagnoli conobbero dopo il lungo e tetro crepuscolo franchista. Il vecchio centro madrileno sfolgorante di luci, insonne. Quei famosi banchieri e industriali di cui ci si chiedeva, vedendoli ballare ogni sera sin verso l’alba al “Pasha” o al “Portòn”, come facessero a dormire tanto poco. E che sempre, a un certo momento della notte, lasciate le loro compagne a chiacchierare per un po’ da sole, facevano crocchio al bar per scambiarsi le ultime notizie: la Borsa, il governo, la congiuntura internazionale. FOTO DAVIDE MONTELEONE/CONTRASTO SANDRO VIOLA ECCO LA MOVIDA Feste da cinquantamila dollari, l’eccitazione degli uomini d’affari che, come nella Spagna post-franchista, scoprono il fascino della notte: di politica e denaro si discute nel fumo dei locali alla moda, circondati da modelle LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 FOTO OLEG NIKISHIN / GETTY IMAGES DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 ‘‘ Mezzanotte a Mosca. Estate d’uno sfarzo buddista Le strade, dagli stretti stivali metallici, si ramificano con minuti sferragli. Se la godono gli anelli dei viali butterati di nero. A Mosca non c’è quiete nemmeno a mezzanotte. MANDEL’STAM 1931 Immagino che ormai sia chiaro che la mia carriera di cortigiana è giunta al termine. E non è soltanto un fatto di età: nell’atmosfera vischiosa e priva di dignità della Mosca di oggi, una finezza come una vera cortigiana è del tutto fuori posto LENA VOLGINA 1994 LA PARIGI DI ERNEST HEMINGWAY ...Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, ovunque tu passi il resto della tua vita essa ti accompagna perché Parigi è una “festa mobile”... Così dice lo scrittore americano che racconta gli Anni Venti della città francese: tra bistrot, oppio, le scommesse alle corse dei cavalli e i campioni del ciclismo. Le notti che non finiscono mai. E soprattutto: “la vita intesa come una fiesta” FOTO HANS-JUERGEN BURKARD /GRAZIA NERI FOTO HANS-JUERGEN BURKARD /GRAZIA NERI FOTO ANSA LA SHANGHAI DI MARLENE DIETRICH È la città “joy, gin and jazz” degli anni Venti e Trenta. Nei night della città cinese si muovono agenti segreti, nazisti, avventurieri, uomini d’affari dal dubbio passato, dal rapporto conflittuale con la legge e donne bellissime disposte a tutto. Le orchestre jazz d’America suonano la colonna sonora. È la città di Shanghai Lili, la donna fatale interpretata da Marlene Dietrich nel film Shanghai Express FOTO AFP maschi, i cinquantott’anni. Beninteso, per quante ombre possano gravare sul suo sistema politico, la Russia di Putin non è la Cina di Chang Kai-shek. Gli stranieri non vi fanno il bello e il cattivo tempo come nella Shanghai d’allora, e anzi molto spesso (specie per ciò che riguarda le contrattazioni petrolifere) approdano a Mosca da postulanti. Ma detto questo, restano i tratti in comune. La corruzione innanzitutto, quel dover deporre pingui involti di danaro nelle mani dell’alta burocrazia per ogni firma, permesso, avanzamento di trattativa. Stando alle classifiche stilate dagli organismi internazionali, la Russia è infatti appena sopra il Mozambico (ma dietro l’Uganda) in fatto di “pagamenti irregolari” estorti dall’apparato burocratico. Poi, la personalizzazione e arbitrarietà del potere. Come Chang Kai-shek, anche Putin deve usare i guanti bianchi con gli stranieri: ma con i russi può fare, allo stesso modo del capo del Kuomintang, quello che vuole. E se a Mosca non ci sono esecuzioni capitali, la legge viene tuttavia usata, lo s’è visto nel caso YukosKhodorkovskij, come una mannaia per eliminare chi non s’allinea. Né vengono mantenuti gli impegni internazionali: ecco infatti Khodorkovskij trascinato in un carcere dell’Fsb, la polizia politica, mentre gli accordi sottoscritti dalla Russia con il Consiglio d’Europa non consentono carceri “speciali”. Infine, ecco la glaciale indifferenza del potere dinanzi alle piaghe che affliggono la popolazione. Quattro anni di continui aumenti del prezzo del petrolio stanno facendo galleggiare la Banca centrale russa su un mare di danaro (le riserve sono ormai a 84 miliardi di dollari), ma nessun tentativo serio viene fatto per arginare il catastrofico aumento dell’Aids, cui una ricerca recente attribuisce dimensioni africane: cinque milioni di malati previsti per il 2020. No, certo: Mosca non è la Shanghai del Kuomintang, ma le somiglia. LA ROLLS ROYCE E LENIN A Mosca i redditi sono la metà della media europea, ma i russi che amano far tardi la notte non badano a spese. Per divertirsi spendono dai 2 ai 3 miliardi l’anno. Solo New York e Londra stanno al passo. La Rolls Royce ha spostato il suo salone vendite sulla Piazza Rossa 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 FOTO CONTRASTO / CORBIS Thomas Krens, direttore della Guggenheim Foundation, racconta il suo progetto: una macchina museale diffusa in tutto il mondo con un’attenzione particolare all’Italia. Dopo Venezia è la volta della capitale: dal primo marzo alle Scuderie del Quirinale saranno in mostra i capolavori della collezione permanente newyorkese e al PalaExpo potrebbe essere allestita la celebre “The Art of Motocycle”. Ma il sogno di Krens è di poter portare la Paolina Borghese del Canova a New York FOTO VINCENT WEST / REUTERS Guggenheim Il museo globale ANTONIO MONDA D NEW YORK a quando è diventato quindici anni fa direttore della Guggenheim Foundation, Thomas Krens ha cambiato radicalmente le scelte e le ambizioni del museo newyorkese, trasformando il Guggenheim in una istituzione globale, con sedi a Bilbao, Berlino, Venezia, Las Vegas e, in un futuro prossimo, a Rio de Janeiro e Taiwan. Il “Global Guggenheim” ha trovato recentemente anche forme di collaborazione con l’Ermitage di San Pietroburgo e, dal primo marzo prossimo, con l’Azienda Palaexpo di Roma, sia per quanto riguarda le Scuderie del Quirinale (dove verrà allestita “Masterpieces from the Guggenheim collection from Renoir to Warhol”) che il Palazzo delle Esposizioni, nel quale Krens conta di portare con scadenza annuale le principali esibizioni del suo museo. L’idea di Global Guggenheim ha visto il momento di massimo trionfo con l’apertura della sede di Bilbao, un’operazione da 250 milioni di dollari (di cui 150 destinati alla costruzione) coperta interamente dal governo locale, che ha segnato la rinascita della città basca, e la consacrazione universale del talento architettonico di Frank Gehry, a cui Krens ha assegnato immediatamente dopo il progetto della nuova sede sulla punta di Manhattan. Ora Krens volge lo sguardo altrove: dopo aver siglato un accordo con il governo di Mosca per un’altra esibizione monumentale nella quale saranno celebrati mille anni di arte russa, questo gigante di due metri che veste sempre di scuro e si vanta di andare ogni mattino in ufficio in motocicletta, conta di intensificare il rapporto con l’istituzione romana, con mostre che portranno essere “The Art of Motocycle” o le recenti esposizioni dedicate a Robert Rauschenberg e Matthew Barney. «La mostra sull’arte russa che debutterà a New York nell’autunno 2005 sarà un evento unico e straordinario», racconta nel suo ufficio dieci piani sopra la Rotunda di Frank Lloyd Wright «ma rientra nella tradizione di quello che abbiamo fatto negli ultimi anni, ad esempio con l’arte cinese. Quanto stiamo avviando a Roma è invece qualcosa di diverso, e interpreta perfettamente lo spirito del museo globale: il Guggenheim espone i suoi capolavori presso un luogo di grandissimo prestigio e tradizione, ed inizia una collaborazione con la città che rappresenta uno dei massimi templi dell’arte e della cultura». Come nasce questa collaborazione? «Per quanto riguarda il Guggenheim, dalla volontà di stringere un legame diretto con una città imprescindibile nella quale il museo può contribuire a far conoscere alcuni capolavori dell’arte moderna. Riguardo invece a Roma, dalla sensibilità culturale dimostrata dal sindaco Veltroni ed i dirigenti della Azienda Palexpo Rossana Rummo e Raffaele Ranucci. Lo scorso maggio, in occasione della presentazione della mostra su Giorgio Armani alle Terme di Diocleziano, ho avuto modo di visitare il cantiere del Palazzo delle Esposizioni e sono rimasto molto colpito non solo dall’imponenza dell’edificio, ma anche dalla potenziale molteplicità di offerta di una struttura di questo tipo». La mostra che debutta a Roma all’inizio di marzo propone una selezione della collezione. «L’immagine del Guggenheim nel mondo è legata da sempre indissolubilmente alla straordinaria invenzione architettonica di Frank Lloyd Wright, e, più recentemente, all’altrettanto suggestiva creazione di Frank Gehry a Bilbao. Le visite nei due musei, e in quelli nelle altre sedi intorno al mondo, non prescindono da un dato squisitamente architettonico, ma ovviamente cercano anche una solida realtà espositiva: i visitatori rimangono sempre sbalorditi nel trovare, insieme alle mostre, una delle più belle e importanti collezioni di arte moderna del mondo. Ci è sembrato giusto partire proprio da questa collezione, con una selezione significativa degli artisti più importanti, che nella gran parte dei casi, verranno celebrati con più di un’opera, in modo da tracciare un itinerario anali- tico della loro carriera. Mi riferisco ad esempio a Mirò, Kandinsky, Picasso, Mondrian, Pollock». Tra i progetti di cui si parla c’è la possibilità di portare a Roma anche “The Art of Motocycle”, che ha rappresentato uno dei successi più clamorosi degli ultimi anni. «Mi farebbe particolare piacere, ma voglio dirle che mi auguro di poter portare ogni anno almeno una delle nostre esibizioni, iniziando magari con la grande mostra sull’arte russa». Di cosa si tratta? «L’esibizione nasce dalla volontà di IL MUSEO NELLE FOTO SEDI E CAPOLAVORI DEL GUGGENHEIM A NEW YORK, BILBAO, VENEZIA, BERLINO, LAS VEGAS Le multinazionali dell’arte alla conquista dell’Italia PAOLO VAGHEGGI C ROMA accia al finanziamento: è ormai questo l’ordine dettato ai direttori e ai presidenti dei grandi musei internazionali. I fondi pubblici, i proventi dei biglietti d’ingresso, le donazioni, il merchandising non coprono i costi di conservazione e restauro. Quasi tutte le grandi istituzioni, comprese le più celebri come il Metropolitan di New York o la Tate di Londra, hanno i bilanci in rosso. È così che sono arrivate le “invenzioni”: dalle lotterie ai cocktail, dalle aste ai prestiti a pagamento. Oggi è difficile esporre un capolavoro gratuitamente. Sono alti i prezzi di trasporto, assicurazione, le spese per un marketing che lancia o rilancia l’artista, costruisce l’avve- nimento in grado di attrarre migliaia di visitatori. Ci sono nomi che offrono certezze di “vendita” come un profumo di marca: Caravaggio o Botticelli, tanto per citare due celebrità. Ma quando s’esce dall’antico e si entra nel moderno e nel contemporaneo, soprattutto in Italia, ci sono problemi. E così lo stivale ha cominciato a subire la lenta invasione dei musei stranieri che cercano complessi accordi — come sta facendo l’Ermitage a Mantova — , organizzano esposizioni o spediscono le loro opere dietro compenso. I casi che si possono citare sono infiniti. Nello splendore di Villa Manin, a pochi chilometri da Udine, prima hanno luccicato i Kandinsky delle collezioni Peggy e Salomon Guggenheim, e poi, sotto il titolo “Love/Hate”, le opere donate al museo d’arte moderna di Chicago nel 1967. Costo del prestito di quest’ultime: 250.000 euro. Ma è il Guggenheim, con le sue diramazioni di New York, che sogna una nuova mega sede, Venezia — dove ormai sembra sfumata l’ipotesi di ampliamento — e Bilbao, in calo di visitatori, la vera multinazionale dell’arte. In Sicilia la fondazione sta trattando con la città di Palermo per aprire un palazzo e organizzare mostre, a Modena si è raggiunto un accordo con la Cassa di risparmio della città, ed è stata appena inaugurata l’esposizione “Action Paintig 1940-1970”. E tra pochi mesi il Guggenheim sbarcherà alle Scuderie Papali al Quirinale. In questo tourbillon di quadri, sculture e installazioni, che arrivano e ripartono, s’è inserito, di diritto, anche l’Ermitage di San Pietroburgo, che dopo la caduta del comunismo ha problemi finanziari fortissimi. Non ha esitato a inviare in Italia preziose sculture di Canova e delicate tele di Malevic. DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 PEGGY, UNA VITA LEGGENDARIA Gli occhiali che sfoggia nella copertina del bellissimo volume (Anton Gill, Peggy Guggenheim, Baldini Castoldi Dalai, pagg.495, euro 25) sono firmati da Edward Melcarth. Figlia di Ben, il meno agiato dei Guggenheim, Peggy nacque nel 1898 e morì nel 1979. Aprì la prima galleria a Londra nel ’38 e la seconda dopo quattro anni a New York. A chi le chiese quanti mariti avesse avuto, rispose: «Intende i miei o quelli a Roma creare un itinerario rigoroso e spettacolare su mille anni di storia e cultura. La parte iniziale sarà dedicata alle icone, che agli inizi della loro storia avevano anche dimensioni enormi, per proseguire con il periodo di Pietro il Grande e Caterina». Non le sembra impossibile raccontare mille anni di storia attraverso una sola mostra? «Non abbiamo la pretesa di dare un quadro onnicomprensivo, ma certamente l’ambizione di realizzare un importante punto di riferimento ed aprire nuove strade. Per rimanere nel caso specifico le delle altre?». In realtà ne ebbe due, uno dei quali fu Max Ernst, due figli, numerosi aborti, un numero infinito di amanti tra i quali Duchamp, Tanguy, Brancusi, Samuel Beckett e John Cage. Ebbe anche quattordici cagnolini di razza Lhasa Apso, seppelliti accanto a lei nel giardino di palazzo Leoni a Venezia. Soprattutto è stata la collezionista d’arte moderna più famosa del Novecento. (alessandra rota) “Cominciamo una collaborazione con la città che rappresenta uno dei massimi templi dell’arte e della cultura. Esporremo i nostri capolavori in un luogo di grandissimo prestigio” cito ad esempio lo spazio che dedicheremo alle grandi acquisizioni avvenute in Russia nei diversi periodi, attraverso le quali si può delineare lo sguardo di un popolo nei confronti della grande arte internazionale. Un ruolo non meno importante lo avranno i mercanti di arte, i grandi artisti misconosciuti influenzati da quello che accadeva nel mondo dell’arte che li circondava, le avanguardie, ed i grandi sconvolgimenti politici». Una delle rivoluzioni che ha apportato nella sua gestione del museo è quella relativa all’arte che ha commissionato. «In questi ultimi anni ho intensificato il rapporto con Richard Serra, che ha realizzato 11 sculture gigantesche per la sede di Bilbao, Jeff Koons, Jim Rosenquist, Bill Viola e Gerard Richter. Credo che anche grazie alle loro opere realizzate su nostra commissione sia cambiato drasticamente il rapporto tra l’artista, l’istituzione ed il pubblico, e mi auguro che in futuro sia possibile realizzare qualcosa di simile in Italia». Da quando è nata l’idea del Global Guggenheim il numero di visitatori ha visto un incremento dai 450mila annui di 15 anni fa ai quasi tre milioni dell’anno in corso. Ma c’è chi contesta alcune scelte come ad esempio le motociclette nella Rotunda di Wright. «A chi mi dice di aver elevato a livello dell’arte ciò che è in realtà un mezzo per spostarsi da un luogo all’altro rispondo si tratta di un mezzo che assume spesso delle forme bellissime, innovative ed armoniche». La sua linea editoriale è stata sin dall’inizio antitetica a quella di altre grandi istituzioni, come ad esempio il MoMA. «Io credo che sin dalla sua fondazione il Guggenheim abbia tracciato una strada diversa, che si riflette perfino nelle scelte architettoniche. Le realizzazioni di Wri- LA FONDAZIONE THOMAS KRENS, DIRETTORE DELLA FONDAZIONE GUGGENHEIM Al contempo però sta tentando un’operazione — già realizzata a Londra, Las Vegas e Amsterdam — culturalmente assai più complessa: l’apertura di una vera e propria filiale. Un “Protocollo di intesa” è già stato firmato il 27 ottobre tra il direttore dell’Ermitage Michail Piotrovski e il sindaco di Mantova Gianfranco Burchiellaro. Il museo statale di San Pietroburgo navigherà sul Mincio sulla barca di un’apposita Fondazione che gestirà l’accordo e che avrà una sede di rappresentanza con all’interno un centro di studi e ricerche sull’arte rinascimentale italiana. Ogni due anni insieme a Palazzo Te e a un comitato scientifico organizzerà una mostra con opere provenienti dall’Ermitage. Soltanto il palazzo per ospitare la Fondazione comporterà un investimento da tre milioni di euro. Tempi previsti per rendere operativo l’accordo: dodici mesi. ght e Gehry sono antitetiche a quello che è stato proposto anche oggi nella ristrutturazione di Taniguchi». Si può dire che il MoMA è austero e conservatore quanto il Guggenheim è rivoluzionario? «Non posso certamente rispondere per il MoMA, ma le divergenze si colgono ad occhio nudo. Ho citato le differenze architettoniche perchè la scelta di Taniguchi è dichiaratamente “invisibile” rispetto ad un approccio nel quale l’edificio espositivo ha un ruolo preponderante». La sua linea editoriale sta rivoluzionando l’idea moderna di museo. «Credo debba rappresentare qualcosa di attivo: può e deve commissionare arte, e ha il diritto e il dovere di assumere un ruolo propulsivo nella vita di una città e di una società. Non solamente un posto da visitare, ma un luogo vitale che propone e cambia il volto artistico e sociale del paese in cui è situato». Ritiene che ciò sia valido anche per quanto riguarda questo inizio di collaborazione con Roma? «Siamo ancora in una fase preliminare, ma si tratta di un’ambizione inevitabile e imprescindibile. Questo scambio culturale con le istituzioni romane ed il dialogo che è iniziato su un piano artistico possono esser utili a cambiare la percezione del concetto di “globale”». Lei sta portando a Roma della grande arte esposta a New York, ma tra i progetti ancora non realizzati c’è una mostra americana dedicata a Canova. «Continua ad essere un progetto a cui tengo enormemente, per la bellezza con cui le sue opere si sposerebbero con la spirale di Frank Lloyd Wright e per un suo implicito legame con l’America: una delle sue ultime opere è una statua di George Washington. Ma il dato principale dell’arte di Canova è la sua straordinaria modernità ed il grandissimo rilievo che ha per l’arte contemporanea: per l’attenzione piena di fascino con cui curava i dettagli mi piace definirlo un Jeff Koon dei suoi tempi, ma ci sono alcuni elementi che anticipano Mapplethorpe. Ma, al di là del mio entusiasmo, devo fare i conti con il fatto che è insensato pensare ad un allestimento newyorkese che non contempli anche la Paolina Borghese. Mi rendo conto quanto sia difficile ipotizzare uno spostamento del genere e in tutta onestà confesso di aver detto a mia volta “no” ad alcuni prestiti richiesti alla nostra collezione. Ma voglio sperare: ricordo ancora l’emozione che provai quando vidi la Pietà di Michelangelo esposta a Queens nel 1962 per la Fiera Universale». 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 Nuova vita per la commedia musicale, che nei paesi anglosassoni sbanca da sempre i botteghini dei teatri. Storie spesso semplici ma presentate in confezione di lusso e capaci di incantare il mondo intero. Un genere che adesso diverte e commuove anche il pubblico italiano: gli incassi sono più che raddoppiati e i titoli in scena nelle ultime stagioni si sono moltiplicati. Fenomenologia di un successo inarrestabile Musical Il business della leggerezza C ANNA BANDETTINI osa sarebbe il mondo dello spettacolo senza la frizzante futilità del musical: storie a volte sempliciotte, spesso autentiche pizze ma in confezioni talmente irreprensibili, lussuose e sognanti da giustificare i successi planetari, magnifici cult come Chorus line, Cats, Grease. Perché il musical piace ancora tanto? Certo è meno impegnativo del melodramma, di cui forse è più nipote che figlio. È più glamour dell’operetta, di cui è sicuramente una filiazione. Eccita la fantasia come il cinema, di cui è fratello maggiore. È forse un frullato di tutti questi generi e ha New York la capacità di assimilare e piegare alle sue esigenze ogni tipo di musica: il pop, il jazz, il rock, la melodia tradizionale e i ritmi più moderni. Nei paesi anglosassoni, dove vanta una tradizione lunga e radicata, anche oggi, il musical tiene allegramente il passo, magari alleandosi col cinema con cui scambia sempre più titoli, trionfi, idee. Allora ecco “long runs” come Phantom of the Opera che resiste nelle due capitali Londra e New York e presto sarà sugli schermi, o Chicago; sempreverdi come Fame e Saturday night fever; best seller come The Lion King dal film Disney, firmato dall’accoppiata Elton John-Tim Rice; new entry come Mary Poppins (a Londra, dove ha suscitato polemiche la decisione di vietare lo spettaco- Londra lo ai bimbi con meno di tre anni e di sconsigliarlo ai minori di sette ), o il divertente The Producers di Mel Brooks tratto dal film memorabile con Zero Mostel. Se non è il cinema è la letteratura a fornire idee — Les Miserables è ancora in circolazione a Londra, e The Woman in white dal romanzo di Wilkie Collins — o la musica, Mamma mia che rifà i mitici Abba, Wonderful Town di Leonard Bernstein (a New York con Brooke Shields), Jailhouse rocks su Elvis Presley. In Italia, due o tre successi alla fine degli anni Novanta (il più eclatante, Greasedella Compagnia della Rancia che tornerà in scena a marzo: oltre un milione di spettatori dal ‘97), hanno lasciato un segno: dal 2001 al 2002 gli incassi del musical so- Dal cinema alla letteratura, tutto può essere tradotto in note Ecco gli show più attesi per queste festività natalizie no saliti del 107 per cento e le rappresentazioni del 35 per cento. Un successo in crescita. Per esempio My Fair Lady diretto da Piparo nel 2001 torna a gennaio; la Tosca riscritta da Lucio Dalla o Footloose degli “Amici” di Maria De Filippi resistono saldamente sulle scene. Tra gli hit si confermano in questa stagione Notre Dame di Cocciante (ora atteso con Piccolo principe), Rugantino della ditta Garinei&Giovannini (470mila spettatori), Vacanze romane con Autieri e Ghini, Pinocchio e Cantando sotto la pioggia della Rancia che lancia anche Tutti insieme appassionatamente dal 12 gennaio a Milano. Strategica protagonista: Michelle Hunziker. Forse per assicurare al musical lo sterminato pubblico delle telefamiglie. Parigi Roma AVENUE Q MARY POPPINS DANSE SING NOTRE DAME DE PARIS È l’ultimo successo di Broadway. Attori e pupazzi per raccontare con ironia la dura vita dei trentenni a N.Y: niente lavoro, soldi zero, sfighe varie. Princeton, fresco di college, sbarca pieno di sogni nel quartiere di Avenue Q tra squattrinati come lui. New York, John Golden Theatre, 252 W45th St. I bambini Banks continuano ad avere bisogno della loro nanny. E anche gli spettatori. Non fosse bastato il film ecco il musical sulla baby sitter più celebre del globo. E sulla più ricca. Ha già guadagnato 20milioni di sterline dalle prenotazioni. Londra, Prince Edward Theatre, dal 15 dicembre Parigi è la città dei music-hall. E c’è chi ritiene che non esiste Capodanno senza Folies Bergère. “Danse sing” è lo show che celebra 70 anni di musica pop con una troupe di cantanti e ballerini del Quebec e molta spettacolarità (450 costumi). Parigi, Folies Bergère 32 rue Richer Ha già raccolto 10milioni di spettatori nel mondo il musical di Riccardo Cocciante (musica) e Luc Plamondon (libretto). Come nel romanzo di Hugo, il gobbo brutto e buono si innamora della zingara Esmeralda. Bei balletti, scene grandiose musiche strappacuore. Roma, Granteatro, fino al 31 dicembre WICKED JAILHOUSE ROCKS Un ragazzo scopre di avere talento musicale e infatti diventerà la più grande rock star del mondo. In pratica è la storia di Elvis Presley in un musical che più spettacolare di così si muore. Alla fine, è garantito, tutto il teatro balla. Londra, Piccadilly Th. Denman Street ON ACHEVE BIEN LES CHEVAUX VACANZE ROMANE Il musical di Stephen Schwartz («The Prince of Egypt») si candida come miglior rivelazione della stagione newyorchese. È la storia di due streghe della Terra di Oz (vedi «Mago di Oz»). Non mancano ironia e gocce di veleno su Bush. Ma è anche per bambini. N.York, Gershwin Theatre 222 W 51th St. Proprio quello: «Non si uccidono così anche i cavalli?», il romanzo di Horace McCoy che il film di Sidney Pollack ha reso celeberrimo a chiunque. Antieroi che si confrontano con la vita e il dolore di vivere. Con Robert Hossein. Parigi, Palais des Congrès fino al 1 gennaio Poteva essere un rischio: fare in teatro un filmcommedia stampato nell’ immaginario collettivo: Gregory Peck che scorrazza Audrey Hepburn in vespa per le vie di Roma. Massimo Ghini e Serena Autieri si sono difesi benissimo. Musiche Porter-Trovajoli. Roma, Teatro Sistina fino al 23 gennaio DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 I MITI GREASE A CHORUS LINE CATS Gesù hippy, libertario e pacifista resta un mito anche per gli atei più incalliti. Era il 1971 quando il musical di Tim Rice (testi) e Andrew L. Webber (musiche) fece il suo debutto al Mark Hellinger Theatre di New York con Carl Anderson. Successo planetario. Tradotto in 11 lingue, visto in 22 paesi. 100 milioni di sterline di incasso Nasce il 14 febbraio del 1971 nell’Off- Broadway. Piace più al pubblico che alla critica la storia di un gruppo di ragazzotti della provincia Usa anni ’50, bulli ma buoni, con in testa (solo) grease, brillantina. Danny, protagonista, è stato recitato anche da Richard Gere. Il film con Travolta ne ha fatto leggenda. In Italia ci ha pensato la Cuccarini È il musical più visto, più osannato, più ripreso. È il musical dei record. Anno 1975: al Public Theatre di New York, off-Broadway va in scena la storia di una compagnia di ballerini. In realtà è epica del teatro: fatica individuale, solidarietà, sogni di chi fa teatro. Successo immediato. A Broadway sta in scena 15 anni Punta in alto ispirandosi a “Old Possum’s Book of practical Cats” del poeta T.S. Eliot ma raggiunge i vertici in tutto il mondo scalando premi, classifiche e record con la stessa agilità dei gatti di cui parla. Il musical di A.L.Webber dell’82 racconta l’ascesa di un gruppo di gatti verso il mistico Heavside Layer BROADWAY, NEW YORK DI MARK McMAHON. FOTO FRANKLIN McMAHON / CORBIS JESUS CHRIST SUPERSTAR Elton John:per Billy Elliot ho sacrificato il mio ego GIUSEPPE VIDETTI LAS VEGAS come Bob Dylan, sempre in tournée. Il carnet di Elton John è fitto di concerti fino al dicembre 2005. Il suo primo contratto con il Caesars’Palace di Las Vegas è agli sgoccioli. Ma The red piano, lo spettacolo concepito per la capitale del gioco d’azzardo insieme al fotografo delle star David LaChapelle, che firma la scenografia miliardaria, ha registrato dal 13 febbraio 2004 una serie impressionante di sold out. Tanto che Elton John, 57 anni, dopo un breve tour in Inghilterra, tornerà al Caesars l’8 febbraio 2005 e ci resterà fino ad aprile inoltrato. E così via, per altri tre anni. Nel frattempo ha pubblicato l’album Peachtree Road, e ha scritto due musical che andranno in scena nel 2005, Billy Elliott, a Londra dall’11 maggio, e The Vampire Lestat, a Broadway da novembre. La novità è che per la prima volta Elton ha coinvolto Bernie Taupin, il suo paroliere storico, quello di “Your song” e “Candle in the wind”, in un’avventura teatrale. Dopo lo show, nella suite postmoderna che la direzione del Caesars ha arredato per lui (e per il suo cocker spaniel Arthur), Elton John è disponibile e rilassato. Una felpa oversize ha preso il posto dell’ingombrante smoking rosso pieno di paillettes. Neanche gli occhiali hanno lustrini. Le vistose montature di un tempo sono state vendute a una delle tante aste che l’artista spendaccione allestisce da Christie’s e dove sono finiti quadri, collezioni di fotografie, abiti e oggetti di arredamento. Dopo le musiche per “Il re leone” della Disney con le quali si è aggiudicato un Oscar per la miglior canzone, e “Aida”, la commedia musicale scritta con Tim Rice ancora in scena a Broadway, sembra che il musical stia diventando il pane della sua vecchiaia. Come mai ha deciso di portare in scena “Billy Elliott”? «La mia storia d’amore con Billy Elliottè iniziata nel momento stesso in cui ho visto il film a Cannes. Ricordo che durante la proiezione non riuscii a trattenere le lacrime. La cosa che mi ha colpito di più è la relazione del piccolo Billy con suo padre e la tenacia con la quale coltiva il suo sogno. Quella stessa sera confidai a Stephen Daldry (il regista, che poi avrebbe diretto The hours, ndr) che avrei voluto farne un musical e a Sally Greene, direttore artistico del Victoria Palace, che avrei voluto farlo nel suo teatro. “Chi scriverà le parole?”, mi chiesero. “Potrebbe farlo Lee Hall, che già si è occupato della sceneggiatura”, risposi. Lee ha seguito le mie indicazioni, e ha scritto liriche memorabili, tra cui una canzone incredibile per la nonna di Billy, che nel musical ha un ruolo più importante rispetto al film. Tutto è ambientato negli anni Settanta. La cosa più difficile è stata trovare un ragazzo tra gli undici e i tredici anni che interpretasse la parte del protagonista. In una scuola di canto e ballo di Leeds ne abbiamo selezionati tre, perché dobbiamo essere pronti all’evenienza che uno si ammali o si assenti per motivi di studio, o magari che la sua voce cambi troppo radicalmente e diventi poco È adatta. Lo spettacolo sarà pronto a febbraio, ma lo presenteremo ufficialmente alla stampa a maggio. Sono riconoscente a Stephen Daldry di aver accettato di dirigerlo, perché Billy Elliottè prima di tutto una sua creatura. Lo so, è il suo primo musical e adesso è nel pallone. Ma vedrete, sarà un trionfo, il musical del 2005». A meno che l’altro musical al quale sta lavorando non gli faccia concorrenza... «Immagino che alluda a Lestat. Andrà a scena a Broadway, dall’altra parte del mondo... È un musical tratto da due romanzi di Anne Rice, Scelti dalle tenebre e Intervista col vampiro. E gli autori, questa volta, sono una coppia collaudata, Elton John e Bernie Taupin. Ci stiamo lavorando già da un anno». Uno spettacolo qui a Las Vegas, un nuovo disco e due musical. Dove trova il tempo di fare tante cose? «Ha dimenticato nove canzoni scritte per varie colonne sonore. In tutto, circa 60 canzoni. È stato l’anno più prolifico della mia carriera. Sono in forma. Da quando ho smesso con la droga e ho incontrato David Furnish (il suo compagno, ndr) ho ritrovato una straordinaria energia». Qual è la difficoltà maggiore che un autore di pop song incontra di fronte alla scrittura di una commedia musicale? «Prima di tutto, devi lasciare il tuo ego fuori dalla porta. Alcuni numeri vengono eliminati, altri esigono aggiustamenti, a volte bisogna riscrivere completamente alcune parti. Tutte regole che nel mondo del pop non esistono. Ma questa disciplina ha giovato a Bernie. Ha scritto alcune delle sue canzoni più belle». Non male neanche quelle del suo ultimo album “Peachtree Road”. «È un cd carico di ottimismo. Una sorta di reazione a quel che sta accadendo nel mondo. Alludo a canzoni come “All That I’m Allowed” e “Answer In The Sky”, piene di speranza nel futuro. All’inizio Bernie Taupin aveva scritto dei testi più pop del solito, ma poi ci abbiamo ripensato. Non potevamo, di questi tempi, incidere un album così scanzonato. Così abbiamo optatopercanzonipiùinsintoniacolclimapolitico che stiamo vivendo. La canzone “Weight Of The World”, ad esempio, esprime tutta la mia rabbia per la stupida guerra intrapresa da Bush, mentre “My Elusive Drug” parla del mio rapporto con David, di come l’ho incontrato e di come ho scoperto di amarlo. È un disco pieno di soul, di gospel. E di country». Che tipo di musica ascolta in casa? «Di tutto. Quando io e David siamo insieme ascoltiamo cose tipo Dinah Washington e Nina Simone. Secondo me Nina è una delle più grandi artiste del secolo scorso. Fra i giovani? Preferisco John Mayer e Rufus Wainwright, il miglior cantautore in circolazione. E i Killers. Ho comprato 50 copie del loro Hot fuss e le ho regalate a tutti gli amici». Quale sarà il prossimo passo? Un musical a Las Vegas stile Cirque du Soleil? «Mica male come idea». ‘‘ Le regole Qui valgono regole che nel pop non esistono. Ci vuole più disciplina DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 spettacoli Musica e palcoscenico SALVATORES ANCORA NOIR COURMAYEUR. Ancora noir per Gabriele Salvatores (nella foto). Dopo “Io non ho paura” tocca a “Quo vadis, baby?”, dal romanzo di Grazia Verasani: una detective indaga sul suicidio della sorella. Tra gli interpreti Angela Baraldi. «Sarà un piccolo film, girato in alta definizione». (r.n.) PAGNY CANTA LE TASSE PARIGI. La popstar francese Florent Pagny, condannato in primo grado per aver evaso le tasse per più di 250 mila euro, ha trasformato il processo d’appello in un caso nazionale. Il cantante ha infatti scritto una canzone, Ma liberté de penser, in cui si descrive come un martire. Muti: e ora vi presento la mia orchestra-cantiere LEONETTA BENTIVOGLIO «Q uesta non è semplicemente un’orchestra in più. È una mano tesa verso il futuro. È un modo per comunicare ai giovani la mia esperienza. È una forma di gratitudine verso il mio paese e i grandi insegnanti italiani con cui sono cresciuto, Antonino Votto e Vincenzo Vitale. È un progetto che intende affinare le qualità tecniche, interpretative e stilistiche dei giovani musicisti, puntando a farne dei professionisti. È una compagine non competitiva, che si forma e si scioglie, e che prevede, per i suoi componenti, un periodo massimo di permanenza di tre anni. È anche un anello di congiunzione col passato: in gioventù ho avuto la fortuna di lavorare con giganti della musica quali il pianista Richter e il violinista Francescatti, nomi che per i giovani di oggi rappresentano solo un mondo leggendario e lontano. Trasmettere questo patrimonio è un dovere etico e sociale e una necessità musicale». Riccardo Muti parla con trasporto della «sua» nuova creatura, la “Luigi Cherubini”, l’orchestra giovanile di cui ha ispirato e voluto fortemente la nascita. Domani sera, al Teatro Municipale di Piacenza, ne guiderà il debutto in una lezione-concerto dedicata alla Quinta di Ciaikovskij: «Niente a che vedere con eventi celebrativi», avverte il direttore, che ha appena trionfato sul podio dell’ultimo Sant’Ambrogio milanese con Europa riconosciuta di Salieri, evento, quello sì, gloriosamente celebrativo, visto che giungeva a riaprire la Scala dopo una lunga chiusura per restauri. «La serata di Piacenza sarà piuttosto una sorta di prova aperta che presenterà al pubblico i giovani strumentisti e cercherà di far comprendere, in modo istruttivo e coinvolgente, cosa significa il lavoro dell’orchestra». L’idea fondamentale della Cherubini, formata Debutta a Piacenza con una lezione-concerto la “Luigi Cherubini”, compagine di giovani fortemente voluta dal trionfatore della Scala LE PROVE Riccardo Muti durante le prove con l’orchestra “Luigi Cherubini” al Teatro Municipale di Piacenza da 78 elementi, età media 24 anni, tutti italiani («perché è importante tenere viva la consapevolezza della nostra identità culturale», dice Muti), diplomati nei Conservatori di varie regioni e selezionati tramite un lungo lavoro di audizioni, è di definire una tappa intermedia, di formazione post-accademica, tra lo studio e il mondo del lavoro. La sede stabile del nuovo complesso è Piacenza, mentre Ravenna, col suo prestigioso festival, fungerà da residenza estiva. L’aspetto gestionale tocca alle amministrazioni delle due città assieme alle Fondazioni Toscanini di Parma e Ravenna Manifestazioni: «È un asse organizzativo importante, che ancora una volta giunge a segnalare la disponibilità culturale e la ricchezza di risorse musicali dell’Emilia Romagna», commenta Muti. All’attività sinfonica sul grande repertorio la Cherubini, che conta sulla consulenza artistica di Dominique Meyer, e che sul podio ospiterà, oltre al suo sommo direttore musicale, maestri di calibro internazionale come Kurt Masur e Marek Janowski, affiancherà un intenso lavoro sulla musica da camera, perché «la pulizia e gli equilibri che si cercano nel piccolo gruppo devono riflettersi nella compagine orchestrale», spiega Muti. «E sia ben chiaro», aggiunge, «non sarà mai un’orchestra usata in sostituzione di un’altra, come un jolly. Avrà un suo cammino, un suo volto e un suo programma». Costituendosi innanzitutto come il concreto manifesto di una speranza: «Quella che finalmente, in Italia, cresca il numero delle orchestre, determinando nuovi sbocchi di lavoro per i giovani. Ogni piccolo centro dovrebbe avere una sua orchestra, un suo coro e un suo teatro attivo, proprio come accade in Germania, in Francia e negli Stati Uniti. Invece noi, pur essendo il paese che ha più teatri storici al mondo sul suo territorio, restiamo indietrissimo. È una vita che lo dico e non mi stancherò mai di ripeterlo: la cultura non è un optional, ma un preciso dovere dello Stato». Oscar del teatro, doppia nomination alla Cescon “santa e peccatrice” RODOLFO DI GIAMMARCO T ROMA rentatré anni, 53 chili (dopo essere calata fino a 45 per il film Primo amore di Matteo Garrone), trevigiana, faccia d’angelo, voce dura come il cristallo, svezzata a teatro da Luca Ronconi e in ditta col regista Valter Malosti dal ‘96, Michela Cescon “rischia” di figurare due volte nei Premi Ubu che verranno assegnati domani sera al Piccolo Teatro di Milano. Per la sua prova in Giulietta di Fellini con messinscena di Malosti compare tra le nomination per la Migliore Attrice (assieme a Elisabetta Pozzi e Fiorenza Menni), e ha condiviso sempre Michela Cescon con Malosti le sorti dello spettacolo Inverno di Jon Fosse che è tra i candidati Testi Stranieri. Un fenomeno dell’area della ricerca e, ora, anche del cinema d’autore, divisa tra la luminosità della Giulietta di Fellini e il personaggio scandinavo di Inverno. «Sono due personaggi in cui mi ritrovo», dice la Cescon, «Pensavo mi riguardasse maggiormente la nevrosi, l’animo scattante della donna ritratta da Jon Fosse, ma ho scoperto che la mia è una maschera con cui affronto il mondo». L’attrice trevigiana si è negli anni costruita un’identità teatrale forte e decisa, sostenuta da una certa spregiudicatezza nell’uso della voce, «Anche se io preferisco parlare di un misto di santità e pecca- to», aggiunge lei, «con la consapevolezza che non si deve aver paura d’essere felici. Di sicuro, comunque, con l’aiuto di Malosti ho messo a frutto l’eccessivo, la parte vitale di me». Di sicuro la sua avventura nel mondo dello spettacolo si svolge in bilico tra cinema e teatro: «Ma non c’è controindicazione», sostiene, «Più fai cinema e più hai voglia di tornare in palcoscenico. Sto bene sul set di Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana, dove faccio una madre positiva, pensando che poi a maggio lavorerò con Toni Servillo nel progetto teatrale su Il lavoro rende liberi di Vitaliano Trevisan, avendo nel frattempo con Malosti un’altra idea per il 2006». In breve MUSICA Nozze indiane per Alanis Morissette NUOVA DELHI. Non si sa ancora con chi né quando, ma Alanis Morissette è sicura che si sposerà in India, «il posto più bello del mondo». La musicista, che si trova a Bombay per partecipare agli Mtv Immies 2004, ha aggiunto: «Quando sono qui, mi sento davvero a casa. Non sto ancora per sposarmi, ma quando deciderò di convolare a nozze, sarà l'India il luogo dove farlo». CINEMA La Bellucci psichiatra in un film di Schumacher ROMA. Il prossimo film di Joel Schumacher avrà Monica Bellucci (nella foto) come protagonista. «Si intitolerà “Centricity” e sarà un’opera dark-noir in cui l’attrice interpreterà una psichiatra», ha detto il regista americano impegnato in questi giorni nella promozione del film musicale “Il fantasma dell’opera”, che uscirà venerdì prossimo. MUSICA “Jacko e bimbo molestato leggevano porno insieme” LOS ANGELES. Colpo di scena nel processo per molestie sessuali su un minore che vede come imputato Michael Jackson. Le impronte digitali della popstar e del bambino che lo accusa di molestie sessuali sono state individuate dalla polizia su un giornale pornografico sequestrato lo scorso anno all’interno del ranch Neverland. Se questa prova dovesse essere accettata dal giudice, potrebbe diventare un elemento decisivo nel procedimento penale a carico di Jacko. Il processo riprenderà il 31 gennaio. 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 i sapori Sana, gustosa, controllata, la costata torna sulle nostre tavole dopo gli anni infausti di “mucca pazza”. Crescono i consumi in casa e al ristorante. Vince la qualità: esibita giovedì alla fiera del Bue Grasso di Carrù, in Piemonte, e in vetrina nelle macellerie della Val di Chiana Menu classici Piemonte itinerari CARRU’, PORTA DELLA LANGHE Carrù è uno dei più golosi “forzieri del gusto” in Italia, tanto da poterci permettere di scegliere il percorso in base ai desideri del palato… Concentriamoci sulla carne. Siamo al confine tra la pianura di Cuneo e le colline: a dividere le due zone, il letto del Tanaro. La razza piemontese viene allevata tra Carrù a Fossano, in un susseguirsi di ampie stalle. Ma non solo qui. Se nella media Langa, infatti, la coltura della vite ha di fatto soppiantato gli allevamenti, la parte alta, intorno a Murazzano (terra di una delle migliori tome piemontesi), ospita oggi, insieme agli storici allevamenti di pecore e capre, anche alcune produzioni bovine interessanti. Tra un’incursione gastronomica e l’altra, fermatevi a Mondovì, piccolo concentrato di cultura piemontese, ricca di testimonianze barocche di pregio ( su tutte, le opere del pittore Andrea Pozzo). I RISTORANTI MARSUPINO, Via Roma 20, Briaglia (Cuneo). Telefono 0174-563888. Chiuso mercoledì e giovedì a pranzo. Menu dai 30 euro, vini esclusi. MODERNO, Via Misericordia 12, Carrù (Cuneo). Telefono 0173-75493. Chiuso martedì. Menu dai 35 euro, vini esclusi. Dario Cecchini è uno dei più famosi artigiani macellai al mondo, tanto da essere invitato a cucinare in ristoranti prestigiosi. Gestisce l’Antica Macelleria Cecchini di Panzano in Chianti. IL BUE GRASSO Stazza grande, soprattutto le cosce. Castrato, è allevato con cereali e fieno Toscana LE COLLINE DELLA VAL DI CHIANA Altro distretto gourmand con pochi rivali, se è vero che a sud di Arezzo la campagna disegna una sua personalissima geografia golosa, tra viti, olivi e allevamenti bovini. Tanta e tale, la qualità espressa, che quando si parla di chianina, prima della val di Chiana si pensa alla mucca… Il percorso si snoda tra colline e primi contrafforti, a partire dall’impianto medievale di Arezzo (dove vale la pena visitare la casa del Vasari, aretino illustre), crocevia di Casentino, Valdarno e Chiana. Procedendo in direzione sud, si arriva a Cortona, vera capitale della “fiorentina” (che qui ovviamente si chiama chianina). Gli allevamenti sono figli della bonifica della valle, quasi due secoli fa. L’offerta turistica è generosa e molto articolata, tra locande, osterie su fino ai relais con piscina e maneggio. Non dimenticate di acquistare olio, miele e i mitici fagioli zolfini del Pratomagno. I RISTORANTI IL CIPRESSO, viale De Gasperi 28, Loro Ciuffenna (Arezzo). Telefono 0559-172067. OSTERIA DEL TEATRO, via Maffei 5, Cortona (Arezzo). Telefono 0575-630556. Menu da 30 euro, vini esclusi. L’ALBERGO FORESTERIA PODERI EINAUDI, Borgata Gombe 31, Dogliani (Cuneo). Telefono 0173-70414. Camera doppia con colazione da 114 euro. L’ALBERGO CASA VOLPI, Via Martini 29, Arezzo. Telefono 0575354364. Camera doppia con prima colazione a 100 euro. I NEGOZI Macelleria MARTINI, Via Roma 7, Boves (Cuneo). Telefono 0171- 380207. Panetteria NASI, Via S. Libera 16, Val Casotto Pamparato (Cuneo). Telefono 0174-351183. I NEGOZI Macelleria ALDO IACOMONI, P.zza Gamurrini 31, Monte San Savino (Arezzo). Telefono 0575-844098. ENOTECA GUIDI (con mescita), Via Pacioli 44, San Sepolcro (Arezzo). Telefono 0575-736587. LA VACCA CHIANINA Taglia gigante, ha il mantello color latte. Da maggio a novembre vive al pascolo Carne Il riscatto del grasso LICIA GRANELLO Giorgio Bocca o chiamano grasso, ma lui non si offende. Anzi. Se a metà ‘800 un casuale incrocio genetico non avesse prodotto una razza davvero monumentale, soprattutto nei quarti posteriori, il bue piemontese si sarebbe estinto insieme all’agricoltura preindustriale. E invece, proprio come per la sorella chianina, il passaggio dal lavoro alla bistecca è stato — si può dire? — un colpo di fortuna. Certo, il destino è sempre quello, infausto. Ma almeno il bue grasso di Carrù (come quello di Moncalvo, vicino ad Asti) ci arriva dopo quattro, cinque anni di buon fieno e stalla pulita, senza gli stenti del giogo. Anzi, in tempi di lotta per il benessere animale (in questo caso a vantaggio della bontà delle carni), non c’è allevatore che non si coccoli — compatibilmente alle dimensioni — il suo campione. Da esibire giovedì, come ogni secondo giovedì di dicembre da quasi cent’anni, alla fiera del Bue Grasso, quando gli allevatori scendono in paese con cappello, mantello e “tocau” (il bastone per guidare le bestie), per con- L “....Ma sì, mi dica come si fa a Milano o a Torino a fare un buon bollito.” “Impossibile. Ci vuole un pezzo... grandissimo, da almeno quaranta persone, poca acqua, una lunga cottura a fuoco lento e che la bestia sia di Carrù. Ci venga.” Già, Carrù! Prima, in quel lontano prima, la fiera del bue grasso, le osterie che aprono alle quattro del mattino e servono minestra fumante di trippa. E bollito. Da ITALIA ANNO UNO Edizioni Garzanti trattare con i macellai in arrivo da tutta Italia. Appuntamento alle 8, per bere una scodella di brodo “corretta” col Dolcetto, rito propiziatorio alla giornata di bollito non stop: un’inesauribile sequenza di bocconi da gustare col sale e i “bagnet” (verde, a base di prezzemolo, acciughe e aglio, oppure rosso, base pomodoro, senza dimenticare la mitica Cognà —composta di mele cotogne con pere cotte nel mosto — e la salsa di cren). È la rivincita dell’agricoltura di qualità: meglio grassi che pazzi. Anche perché qui il grasso è sinonimo di carne sana e gustosa, non certo a tasso di colesterolo extra. Ed è un’agricoltura che paga: per chi ha saputo investire in qualità, e non in quantità (niente insilati, niente allevamenti intensivi, niente ormoni…). Ne sanno qualcosa i dirigenti del gruppo Ras, che accanto alle attività vinicole e alberghiere, hanno scelto di investire nell’allevamento di vacche chianine, con ben tre tenute e 1.300 capi di bestiame. Anche qui, disciplinare di allevamento severo e to- tale rintracciabilità di filiera. Per fortuna, lo scandalo di Mucca Pazza, qualcosa ci ha insegnato: lo slogan “poco ma buono” ha fatto proseliti, se è vero che i consumi sono inferiori a quelli del pre-Bse (anno 2000), ma costanti. E più direzionati verso la qualità (il consumo di carne biologica nell’ultimo anno è cresciuto del 137%), che non significa necessariamente comprare solo i tagli più pregiati. Gli artigiani e gli chef più avvertiti, infatti, lottano da tempo per dimostrare che il vitello non è solo coscia & lombata, che i cosiddetti tagli poveri possono vantare sapore e proprietà nutritive di pari dignità. Basta che la materia prima sia buona, che i tempi di frollatura siano rispettati (altrimenti la carne è dura), che molti macellai smettano di vendere solo fettine e macinato, in favore di ossibuchi e punte di petto. Se poi siete degli incontentabili della bistecca, prenotate un posto alla “scuola di ciccia”, che il supermacellaio Dario Cecchini aprirà in primavera a Panzano in Chianti. Ma attenzione: niente chianina. Cecchini da mesi vende solo carni catalane, comprese quelle per la baby-fiorentina (l’unica consentita, in attesa che finisca l’embargo), per dimostrare che l’alta qualità non ha confini. consigli Franco Cazzamali, macellaio-culto di Romanengo, in provincia di Cremona, ci guida nella scelta dei tagli di carne giusti per i nostri piatti Cazzamati fa parte del presidio Slow Food della carne piemontese FILETTO ARROSTO BOLLITO Un taglio che non prediligo. Il sistema ci ha abituato a usarlo per comodità, ma non è certo la parte più saporita... Comunque, io lo faccio saltare al sale: scaldo molto bene un’antiaderente, copro il fondo con sale grosso, quando “salta” appoggio il filetto (fette di due etti) e lo giro rapidamente dopo qualche minuto. Perfetto Se parliamo di vitello da latte, si può utilizzare tutto l’animale. A vitello cresciuto, privilegio il cappello del prete (sotto la scapola, interno spalla), oppure il tenerone (continuazione del roastbeef). Il girello consigliamo di cuocerlo con le verdure per mantenerlo morbido, anche perché la carne piemontese ha un tasso di grassi più basso Prima e dopo bisogna bere una tazza di brodo. Io lo faccio con l’acqua oligominerale a basso residuo fisso. È importante! Cuocio testina e lingua a parte. Metto a freddo le verdure, la punta di petto e il bianco costato, a bollore aggiungo il muscolo legato perché non gonfi e mantenga i succhi. Sconsiglio lo scamone perché è troppo asciutto DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 La memoria del benessere Quando il magro significò rinuncia MASSIMO MONTANARI inno al bue grasso, che ogni anno risuona a Carrù, è carico di suggestioni storiche. La memoria corre a una cultura plurimillenaria, apparentemente finita (ma forse sta solo dormendo), che assegnava al grasso valori assai lontani da quelli oggi di moda. Una cultura figlia della fame e della paura della fame, per la quale il grasso era segno di benessere, sicurezza, ricchezza. Una cultura che, nel Medioevo, poteva celebrare i fasti di una città definendola “la più opulenta e abbondante d’Italia, e quella ove più s’attende a fare che la tavola sia grassa e ben fornita”, come Matteo Bandello scrive di Milano; intanto Bologna era raffigurata come città felice proprio attraverso l’uso dell’appellativo “grassa”, coniato forse nel XIII secolo, che tuttora la identifica; mentre a Firenze la parte più ricca della borghesia cittadina si autorappresentava come “popolo grasso”. Questa cultura ha attraversato tutta la nostra storia, proiettando sul grasso (il grasso del cibo e il grasso del corpo) ogni sorta di immagini positive. Dal vitello grasso di cui racconta la Bibbia (il migliore, quello da scegliere per la grande occasione) all’editto di Diocleziano che, nel III secolo, fissando i prezzi massimi di vendita dei prodotti alimentari, li stabilisce più alti per i tagli di carne grassa, è un susseguirsi di valutazioni merceologiche con evidenti implicazioni economiche, estetiche e simboliche. La battuta di Shakespeare, secondo cui “dei magri bisogna diffidare”, sembra tradurla in termini morali. Gli uomini, come gli alimenti, piacciono grassi — o almeno, “in carne”. Bella espressione, “in carne”. Ricorda le nonne che, quando eravamo piccoli, si inorgoglivano del nipotino “bello grasso”. Ricorda, soprattutto, che la cultura di cui stiamo parlando identificava nella carne il cibo “grasso” per eccellenza. Certo, altri cibi possono essere “grassi”. “Bianco e grasso” è il formaggio squisito che un vescovo francese offre a Carlo Magno per conquistarne le grazie. Grasso può essere perfino il pesce. Ma il grasso è anzitutto e principalmente nella carne, e proprio da questa equivalenza nasce la tradizionale opposizione fra due modelli alimentari, la dieta “di grasso” e quella “di magro”, rigorosamente alternati dal calendario liturgico e caratterizzati, rispettivamente, dalla presenza o dall’assenza di carne. “Mangiare di magro” è il mangiare di Quaresima, delle vigilie, dei giorni infrasettimanali dedicati alla rinuncia. Dove “magro” è l’equivalente di “senza carne”. All’opposto, “mangiare di grasso” è la dieta carnea. Nei testi di cucina medievali, e ancora per tutta l’età moderna, la distribuzione della materia e la distinzione delle ricette segue principalmente questa opposizione di fondo. Il senso della rinuncia sta nel contenere il primo desiderio alimentare: la carne, il grasso. “Desiderio” nel doppio senso latino della parola: “voglia” e “mancanza”. Spesso la carne mancava, sulle tavole popolari. Non la voglia di carne. E di grasso: “Se fossi re, non berrei che del grasso”, sogna un contadino in un testo del Seicento francese. I signori invece ne ebbero sempre in abbondanza. La gotta, malattia circolatoria dovuta all’eccesso di cibo e in particolare di carne, in certe epoche storiche fu quasi un segno del privilegio di classe. “Mi dia una fettina di carne magra”. Una richiesta come questa, che tante volte ci capita di ascoltare nel negozio del macellaio, qualche tempo fa sarebbe apparsa bizzarra. Un incomprensibile ossimoro. Oggi che la carne si può desiderare magra, il bue grasso di Carrù par quasi il fossile di una civiltà scomparsa. L’ I tagli della carne L’autore è docente di Storia Medievale all’Università di Bologna e di Storia dell’alimentazione alla Sorbona di Parigi CRUDITÈ BISTECCA STRACOTTO La crudité è la massima espressione della carne. Dobbiamo tener presente la materia prima, a cominciare da ciò che si semina per nutrire gli animali… Faccio dei percorsi a partire dalla mousse, con la raschiatura del muscolo, poi preparo la battuta al coltello con il quarto anteriore quindi il carpaccio di coscia, fino al “sushi” con la punta del codone Per legge, si prepara da animali sotto l’anno di età. Ma perché sia decente, i bovini devono avere almeno 16 mesi di vita, meglio se 24. Con il dottor Capaldo, veterinario dell’associazione La Granda, curiamo l’allevamento di mucche fino ai 7 anni di età, nutrite col frumento cotto sulla stufa a legna. Frollo le carni per quasi due mesi. Costate memorabili Tre i tagli preferiti: il tenerone, il cappello del prete, la gallinella (pezzo del muscolo posteriore sotto lo stinco). Un quarto me lo sono inventato: lo stinco posteriore e dimezzato (osso compreso) per mettere in evidenza il midollo, che in cottura si scioglie e penetra nella polpa. Scegliete carni di animali adulti: più si va su con l’età e meglio è. Da intenditori DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 il corpo LETTINO MASSAGGIANTE A infrarossi, viene dalla lontana Corea, irradia calore, ha funzioni chiropratiche, cura il dolore grazie alle onde di bassa frequenza, stimola la circolazione, genera un benefico campo magnetico, favorisce perfino il metabolismo e l’assimilazione del calcio e del ferro. Più che un lusso Vita da spa SAUNA PORTATILE Quasi una sauna da campo, di minimo ingombro. È un vero e proprio bagno turco, la temperatura a 45 gradi e il 100% di umidità alleviano i dolori reumatici, stimolano il drenaggio linfatico, eliminano le tossine e curano l’insonnia Aromaterapia con essenze balsamiche Beauty farm, vince il fai-da-te C LAURA LAURENZI ome dedicarsi al culto del proprio benessere fra le mura di casa. Meglio: fra le mura del bagno, trasformandolo in quello che negli Stati Uniti chiamano home spa, una beauty farm domestica. Certo: i nostri bagni sono molto diversi da quelli delle riviste di arredamento. E i prezzi per installare vasche e macchinari non sono esattamente popolari, l’angolo sauna resiste come un vero e proprio status symbol, ma alla lunga — se si è vanitosi in modo costante o anche se i narcisisti in fami- glia sono numerosi — i costi possono essere ammortizzati. E poi l’idea di home spa è molto elastica. Non c’è bisogno di una vasca per idromassaggio a due piazze a comandi vocali. Già farsi la ceretta da sole, con la musica giusta, o il pedicure curativo, o l’impacco drenante alle alghe, magari con il bendaggio, o lo scrub ai sali marini rientra nel concetto di «istituto di bellezza a casa tua». «Siamo stati i primi ad anticipare la tendenza e a lanciare queste linee di trattamenti di tipo professionale, registrando un’impennata di vendite. Le donne hanno sempre meno tempo, e meno soldi, per andare dall’estetista», spiega Carla Volontè, manager della comunicazione dell’italianissima Collistar, leader di mercato nei prodotti anticellulite. Ma home spa è anche molto di più. Per quei pochi che possono permetterselo. È installare nel bagno di casa una doccia multifunzione con decine di getti, soffioni e bodyspray. A quanto pare la doccia che fa solo la doccia ormai appartiene alla preistoria. Quella che costa come quattro stipendi ha l’opzione cascata tropicale ma anche pioggerellina di primavera, si trasforma in bagno turco, emette vapore, sventaglia sciabolate di acqua gelata/bollente, è dotata di impian- to stereofonico, di radio, di telefono vivavoce, di volta con 60 lucine a fibre ottiche che con giochi cromatici simulano cieli stellati. Facendo la doccia puoi persino abbronzarti, e se ci credi abbandonarti agli effluvi dell’aromaterapia e al morbido fluire della cromoterapia, e intanto sottoporti a un massaggio plantare. Sembra facile. Ti dicono che basta un metro quadrato. Puoi sempre sacrificare lo sgabuzzino delle scope. Ti dicono: trasforma il tuo bagno in una piccola isola di relax. Il relax però è relativo, attenti all’effetto boomerang: l’impatto con le tecnologie supersofisticate e con i display elettronici può rivelarsi stressante. E poi chi comincia non si accontenta. Prima l’idromassaggio rituale, poi la meditazione sul lettino a infrarossi, il rullo magnetico per la cervicale, quello multiplo in legno per le piante dei piedi, la sauna-sarcofago, il percorso Kneipp allestito in corridoio, la poltrona che sincronizza la musica con il massaggio lombare, i sassi caldi, il carbone giapponese. E i cd, e i libri, e le videocassette con le istruzioni, i telecomandi, gli esercizi, le regole, la disciplina. Un secondo lavoro prendersi cura di sé. CARBONE GIAPPONESE DOCCIA ABBRONZANTE L’IDROMASSAGGIO Purifica l’ambiente ed elimina le tossine, arriva da Tokio: è un dono per arredare il bagno È dotata di lampada a raggi Uva, di idromassaggio e di sauna a vapore Per una home spa in terrazzo o in giardino la vasca gonfiabile pronta in pochi minuti TERAPIA KNEIPP PIETRE BENEFICHE RULLO MAGNETICO Doccia con bagno turco massaggio plantare e cascata cervicale, per la circolazione linfatica Di tre misure, in basalto, si usano calde per il massaggio Indicato per dolori muscolari al collo contiene 20 magneti e funziona a batteria CURARE I PIEDI MANI PERFETTE C’è il set per un pedicure professionale esfoliante Include anche un cd che aiuta a rilassarsi Il kit include guanti curativi, crema idratante e istruzioni per la riflessoterapia 8.316.000 Quanto gli italiani hanno speso nel settore cosmetico nel 2003 +3.8% La crescita del mercato italiano della cosmetica nell’ultimo anno +7.7% L’aumento degli acquisti di prodotti di bellezza in erboristeria +8.8% La crescita della spesa per cosmetici nei supermercati 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 le tendenze La nuova generazione di walkman, telefonini, macchine fotografiche e videocamere ha già invaso il mercato. Sono oggetti che realizzano un sogno tecnologico: archiviare canzoni, immagini, letture e conversazioni, cioè l’esistenza intera,in una scatola da tenere sempre con sé. Sarà il loro Natale LETTORI MP3 Memoria portatile BATTERIA RECORD DISCOTECA DA PASSEGGIO È il nuovo Ipod Photo: fino a 60 giga di memoria (15.000 brani musicali archiviabili) e la possibilità di conservare 25mila foto. Il modello più capiente del gioiello di Apple costa 679 euro Il lettore di Mp3 Zen Touch della Creative può funzionare fino a 24 ore di seguito. Contiene fino a 10.000 brani musicali in 20 giga di memoria. Prezzo: a partire da 240 euro È la risposta di Sony all’Ipod: il lettore Nw-Hd1 raccoglie l’equivalente di 900 cd in 20 giga. A gennaio arriverà in Italia il modello Hd3, compatibile con il formato Mp3: costerà 369 euro DALLA TV ALLA STRADA CINEMA TRA LE MANI ANCHE PER GIOCARE Con il Thomson Lyra 2860 si può registrare fino a 180 minuti di filmato direttamente dal televisore. Ma può essere gestito anche con il computer e la videocamera. Costa circa 549 euro Samsung Yepp YH-999 è una delle ultime novità tra i walkman video. Sottile (meno di 21 mm), ha uno schermo da 3,5 pollici (9 centimetri) e tiene fino a 40 film. Il prezzo: 599 euro circa Archos Gmini 400: nei suoi 20 giga di disco fisso si può archiviare di tutto: video, musica in mp3, appunti vocali e foto. All’occorrenza è anche un videogame. Costa circa 360 euro WALKMAN VIDEO NON SOLO MUSICA Hi-tech La vita in tasca RICCARDO STAGLIANÒ a musica è il meno, l’idea è portarsi la vita in tasca. E riprodurla a comando, magari con un “avanti rapido” sui momenti meno entusiasmanti. L’iPod è solo la faccia più esteticamente attraente della rivoluzione in atto, che ha nella moltiplicazione della capacità delle memorie digitali la sua premessa. L’uso istituzionale è noto: tutta una discoteca in una scatoletta 10x6, sino a 10 mila canzoni in soli 159 grammi. Ma è solo l’inizio di ciò che il lettore mp3 di Apple e l’esercito di concorrenti che per il momento non riescono a scalzarne il primato promettono. Due rapidi conti per capire cosa c’è in ballo. Un libro di 300 pagine pesa circa 600 kilobyte, poco più di un’immagine da 1 megapixel: su un lettore da 40 Giga ne entrano oltre 66 mila. La voce, infine, registrata a bassa qualità occupa mezzo Mega al minuto: assumendo di dormire 8 ore al giorno e registrando tutto il resto in una vita di 80 anni si riempirebbero 40 Giga, appunto. Che sia una cosa serissima a Microsoft se ne so- Se questa delle “memoria portatili” è di gran lunga la tendenza più importante della stagione, almeno un altro paio segneranno il 2005. Sempre più apparecchi “ibridi” invadono il mercato: telefonini che fanno le foto, agende elettroniche dalle quali si telefona e “personal entertainment center” come il Nexio della Samsung, che ha uno schermo più grande di tutti gli altri handheld dove si possono guardare video e navigare su internet senza fili ad alta velocità. Per capire quello che sta accadendo in Europa adesso, bastava leggere in controluce ciò che avveniva l’anno scorso in Giappone: «Questi telefoni hanno 2 megapixel di risoluzione» spiegavano alla Nec, con un evidente spostamento di piani. Non la durata della batteria o la qualità della ricezione, ma la ricchezza dell’immagine. E infine si procederà verso una sempre più spinta unificazione dei media, intesi come i supporti su cui registrare i dati digitali. Una vecchia fissazione di Sony, che aveva iniziato con la Mavica, la macchina fotografica che “salvava” sui floppy disk. Adesso si bissa con le videocamere che abbandonano le esoteriche cassettine mini dv per il ben più popolare dvd. Appena finito di girare si toglie il disco, ci si accomoda sul divano e lo si può rivedere sul televisore di casa. FOTOCAMERE L no accorti da tempo. E quando non si mangiano le mani per non averli prodotti loro, quei 5,7 milioni di candidi parallelepipedi venduti in tutto il mondo, lavorano alla SenseCam, che hanno battezzato “la scatola nera dell’essere umano”. Una macchina fotografica che scatterebbe in automatico circa 2000 immagini al giorno, da scaricare poi a sera sul pc di casa. Come dire: «Nessuna giornata è da dimenticare». Non a caso dopo aver sbancato con le canzoni la casa di Cupertino ci prova anche con l’iPod Photo, un album infinito e a colori, e da sempre il suo disco fisso può essere usato come archivio di scorta dei documenti che si hanno sul proprio computer. Alla Duke University, da quest’anno, ne hanno distribuito uno a tutte le matricole, caricato con dispense audio di spagnolo e altri compiti: «Adesso ogni studente può ascoltare le lezioni alla velocità più giusta per lui, fare pausa o ripetere i passaggi più difficili», ha spiegato a Newsweek un’entusiasta prof di lingua. La Sony, che aveva già preso appunti, propone il suo Nw-Hd1, la Creative ci prova con lo Zen e altri piccoli lettori crescono. Ma, se la società di ricerca Npd Group ha fatto bene i suoi calcoli, la strada è lunga, con la casa di Steve Jobs che da sola detiene il 92 per cento del mercato. IMPERMEABILE E ANTIURTO ELEGANZA DA TASCHINO SCATTI SU MISURA La Olympus Mju mini da 4 Megapixel è disponibile in sei diversi colori. Il guscio che la protegge in caso di caduta è anche impermeabile. Costa circa 360 euro Design sottile e affusolato, la Nikon Coolpix 5200 scatta immagini da 5 milioni di pixel e come quasi tutte le fotocamere della categoria gira anche brevi filmati. Da 325 euro La Canon Powershot A95 ha 21 programmi di scatto predefiniti in memoria: basta scegliere quello più adatto al soggetto da ritrarre. Il sensore è da 5 Mpixel. Da 410 euro LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 CELLULARI FOTO JEFF CHIU / AP DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 TELEFONINO TUTTOFARE FORMATO VIDEOCAMERA Il Nokia 6230 registra e riproduce videoclip, scatta fotografie, gira immagini, legge musica in formato Mp3. I prezzi di mercato partono dai 250 euro Il Panasonic X300 ha uno schermo a scatto che rende più facili le riprese di video. Video e foto possono essere spediti anche a un indirizzo di email. La rubrica contiene oltre 500 nomi. Prezzi intorno ai 300 euro MUSICA CON ALTOPARLANTI Il Motorola E398 scatta fotografie e visualizza video. Ma soprattutto permette, grazie a due altoparlanti stereo, di ascoltare musica in formato Mp3 senza auricolari. Costa circa 300 euro Confessioni di un ex tecnoentusiasta Ma che fatica tenere il passo SEBASTIANO MESSINA i arrendo. Ce l’ho messa tutta, davvero, ma da solo non ce la faccio ad affrontarli tutti. Dunque getto la spugna, alzo bandiera bianca, insomma gliela do vinta. La mia partita con i gadget hi-tech finisce qui. Non vorrei essere frainteso: non sono uno di quelli che hanno sempre guardato a questi miracoli della tecnologia con uno scetticismo snob, quelli che rifiutavano il telefonino perché era volgare, sdegnavano le agende elettroniche perché «preferisco la carta» e non volevano proprio saperne di usare le email. Quelli, insomma, che arrivavano ad accettare come estrema concessione il fax con rullo a carta termica, e si sono convertiti dopo essere rimasti fermi con l’auto guasta in una strada di campagna e hanno dovuto chiedere il cellulare al contadino, o dopo aver perso la terza agendina di pelle con i numeri privati dei clienti esteri. No, io sono stato un entusiasta della prima ora. Uno che andava all’Ifa di Berlino o al Ces di Francoforte per scoprire in anticipo quale sarebbe stato il prossimo gradino. Per provare subito il navigatore satellitare portatile, il televisore incorporato negli occhiali o il telefonino da polso. Per il piacere di assaggiare il futuro. Poi, a un certo punto, le cose si sono complicate. Dopo aver sfornato il videfonino, il Dvd, la banda larga, il computer palmare, il masterizzatore, la Playstation e il lettore di Mp3, i produttori di elettronica si sono resi conto di aver già inventato tutto quello che si poteva inventare. E hanno cominciato a intrecciare queste meraviglie, a sposarle tra loro, a dar vita a inedite combinazioni. Alcune sono una benedizione, lo riconosco. Il palmare con telefonino (o telefonino con palmare: dipende dai punti di vista) ci ha liberato una tasca della giacca e dimezzato il rischio di dimenticare uno dei due aggeggi sul sedile del taxi. Ma il telefonino che ti fa ascoltare la radio, o l’orologio che legge gli Mp3, o il walkman che scatta le foto digitali, avranno davvero una loro utilità? I videofonini, poi, hanno complicato definitamente le cose. Una volta c’erano il Tacs e il Gsm: chi aveva il primo poteva parlare col secondo, e viceversa. Anche oggi, certo, tutti possono parlare con tutti. Ma per usare il videofonino devo beccare uno che abbia un altro videofonino. Se voglio mandare un mms devo accertarmi in anticipo che il destinatario abbia un telefonino di nuova generazione. Se mi salta lo schiribizzo di spedire una foto, devo prima verificare che il mio interlocutore abbia uno schermino a colori (e non, per esempio, un vecchio glorioso Microtac). Ci sono palmari che hanno il telefono, la fotocamera, l’accesso al web, l’email, gli sms, gli mms, il word processor, Bluetooth e l’infrarosso. Funzionano dappertutto e si connettono persino con la stampante di un hotel di Bangkok, ma non riuscirete mai a collegarli con la rete wi-fi di casa vostra (così come il telefonino con l’infrarosso non stamperà mai un solo file con la stampante che usa il sistema Bluetooth). Gli oggetti si fondono, ma i linguaggi si moltiplicano. L’Ipod di Apple è il più bello di tutti, però non può leggere i file musicali del sito Microsoft (ultimo capitolo della vecchia guerra tra i due geniali giovanotti degli anni Settanta: Bill Gates, l’inventore del Dos, e Steve Jobs, il creatore del Mac). Il videofonino Umts non funziona sulla rete Gprs. Il videotelefono Isdn non si connette alla rete Adsl. La stampante con lettore Compact Flash si rifiuta di riprodurre le immagini che la vostra fotocamera digitale registra sulle schedine Memory Stick. È una babele, almeno per me. Lo direi pure a Bill Gates. Ma come faccio? Gli mando un mms su Gprs dal palmare Mp3 col Bluetooth, o gli spedisco un’email via Umts dal videofonino a infrarossi col navigatore? VIDEOCAMERE M CON DISCO FISSO DIRETTAMENTE SU DVD QUALITÀ ANCHE PER LE FOTO Jvc Gz-Mc200 è la prima videocamera con disco fisso: sui suoi 4GB si può registrare un’ora di video. In più è anche fotocamera. A partire da 1.299 euro La Sony Dcr Dvd-201E salva le immagini su mini dvd. Può registrare anche dal televisore, trasformandosi in un videoregistratore. Il prezzo: circa 1.200 euro La Hitachi Dz Mv580E può registrare direttamente su mini dvd da otto centimetri. Grazie al sensore da 0,8 Megapixel garantisce foto di buona qualità. Costa circa 900 euro 50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 12 DICEMBRE 2004 l’incontro Fenomeno ritrovato Il campione con i dentoni da coniglio e la faccia da cartoon è cresciuto. È diventato un uomo scoprendo il dolore. Il ginocchio in mille pezzi, la lunga agonia tra ospedali e palestre. La paura di morire in Francia. Poi la rinascita nel mondiale giapponese e in Spagna con il Real dove finalmente lo trattano come uno dei tanti. Il campione ora sa cos’è la sofferenza e per batterla definitivamente ha deciso di tornare a Parigi. Per sposarsi Ronaldo Qualche mese di assenza, qualche polemica sui viaggi in Brasile con ritorno ritardato, l’Inter senza di lui traballa, c’è la necessità di fare in fretta. «Ma rispettammo i tempi. Quando tornai in campo a Roma, mi sentivo guarito». Ecco la sera del dolore, anche se Ronaldo non lo sa. Qualcosa di simile al male di Eindhoven, quello del secondo incidente e del secondo bisturi, però moltiplicato dieci. Lui che cade da solo, che si rompe come un bicchiere lasciato sull’orlo di un tavolo e precipitato sul pavimento. L’urlo, terribile. Il primo piano scavato dalla telecamera, uno strazio capace di cancellare i soldi guadagnati, i privilegi, i gol catturati, le cose vinte. In quel momento, esistono solo un ragazzo e il suo colossale strazio. «Mai provata una cosa del genere, mi sembrò che dentro la gamba fosse esplosa una bomba». Era l’elastico, ancora lui. Strappato, sballato. Da ricostruire. Ci sono parecchie immagini di quell’incidente, e colpiscono le facce degli altri giocatori. Le facce di chi ha appena guardato quel ginocchio molle, di chi ha soprattutto sentito l’urlo andato a rimbalzare da una curva al- Gli ripetono che non tornerà mai quello di prima e lui si consola pensando a Garrincha, il fuoriclasse con una gamba più corta dell’altra FOTO TLP RICHIARDI / FOTOCRONACHE «I MADRID o il dolore non sapevo neanche cosa fosse». Non ha più la faccia da pupazzo, Luiz Ronaldo. A parte i dentoni da coniglio dei cartoon, si direbbe che la sua espressione abbia preso la piega dei trent’anni (ne mancano solo due), lasciando però intatto lo sguardo da bambino. La faccia di uno che se gli dici una cosa, ci crede. E se la dice lui, devi crederci. I suoi amici, e tra questi molti compagni di squadra di oggi e di ieri, ne parlano come di una persona buona. La bontà di Ronaldo è stata una paziente risorsa per reggere quel dolore che lui non sapeva cosa fosse. Adesso si muove alla “Ciudad Deportiva”, dove si allena il Real Madrid, come un faraone. L’assalto dei tifosi viene equamente diviso tra lui, Beckham, Figo, Zidane, Roberto Carlos, Owen. C’è più tempo per sé. Anche per raccontarsi. «Sono cresciuto in periferia a Bento Ribeiro, sobborgo di Rio, ma non era una favela. Ho cominciato presto a giocare, tutto è andato bene, gli infortuni non arrivavano mai». Il suo corpo, evocato dai giornali spagnoli come “manada de bufalos”, “mandria di bufali”, possiede la potenza di un carrarmato e la leggerezza di un aquilone. Non si era mai visto un brasiliano così tedesco, e neppure un tedesco così creativo. Gli cronometrarono gli scatti durante una partita, e conclusero che nessun centravanti al mondo poteva sollecitare la propria macchina atletica nello stesso modo, ricevendo simili risposte in quanto a forza, velocità e agilità. Un fenomeno di sintesi, prima che di classe. Quasi invulnerabile, come se una scocca d’acciaio proteggesse un cuore di porcellana. Ma un brutto giorno a Eindhoven, Olanda, il miracolo s’incrinò. E il delicato elastico dentro il gi- nocchio destro di Ronaldo, chiamato “tendine rotuleo”, cominciò a sgangherarsi. «All’inizio sembrava una cosa normale, un fastidio che un atleta deve mettere in conto, poi non passava. Così mi operarono». Il dolore aveva cominciato a bussare alla porta del campione, picchiando piccoli colpi timidi. Ma era arrivato. Nulla, al confronto di quello che sarebbe successo dopo. Molto, considerando quello che Ronaldo aveva conosciuto fin lì. Moltissimo, se si pensa che il ragazzone a quel tempo faceva ancora la pipì a letto, gentile rivelazione della sua ex moglie Suzana Werner, al secolo “Ronaldinha”, e non riusciva a prendere sonno senza una lucetta accesa sul comodino. Il dolore è anche la paura di quello che non si conosce, e che magari neanche esiste. I fantasmi possono fare più male di un ginocchio spaccato. «Ma le cose andarono a posto, guarii in fretta, ricominciai a segnare». Ronaldo passò a Barcellona, dove Maradona l’avevano fracassato per bene. Ronaldo ancora intatto, intangibile. Una celebre videocassetta documenta le favolose prodezze di quell’epoca, probabilmente è il miglior Ronaldo di sempre, potentissimo e lieve, magico e mai eccessivo: due tocchi e via rombando, senza compiacimenti sudamericani, senza niente di barocco nel suo scattare verso la porta e infilzarla in diagonale, sono tiri che arrivano oltre il portiere quasi allargando la parabola e la porta, colpi millimetrici e per niente eclatanti. «Nessuno riesce a terrorizzare le difese come Ronie quando scatta» dice sir Alex Ferguson, allenatore-istituzione del Manchester United, tra le vittime più illustri dell’aquilone travestito da carrarmato. «Ronaldo parte, e tutti sanno che qualcosa di importante succederà. Un brivido percorre le squadre e il pubblico. La gente sente che questo è un giocatore dell’altro mondo». Quando ancora aveva la faccia da pupazzo, Ronaldo non conosceva il vero dolore eppure piangeva. Accadde per la gioia a Pasadena, nel ‘94, quando il Brasile vinse il mondiale contro gli svirgolati rigoristi di Sacchi. Ronaldo era troppo giovane, appena diciott’anni e neanche un minuto giocato. Ma di lui già si dice, sarà il brasiliano più grande dopo Pelè. Pianse molto anche all’Inter, nel giorno dello scudetto perduto, il secondo per colpa della Juve (il primo si era sbriciolato contro un rigore non visto). Cinque maggio 2002, l’Inter crolla all’Olimpico contro la Lazio, i bianconeri passano a Udine. Ronaldo, in panchina dal minuto numero 78, frigna come una donzella. «Piansi perché mi sembrava un’ingiustizia, e perché non ero riuscito a evitare la sconfitta». Però non era ancora quella, la forma definita del dolore. Il dolore gli abitava dentro, nel solito ginocchio e di nuovo per colpa dell’elastico. «Venni operato, e pensai di avere risolto i problemi». l’altra, da cemento a cemento sulle gradinate. Anche il pubblico aveva sentito, ed era rabbrividito. Ora che ci è tornato all’Olimpico, esorcizzandolo con un gol dei suoi può finalmente ammettere: «Questo stadio mi faceva paura. Ci ho pensato a lungo prima della partita di mercoledì scorso con la Roma. Poi, una volta in campo, ho dimenticato tutto». Prima di queste parole però la strada è stata lunga. Non sarà mai più un giocatore di pallone, si disse dopo quella sera di maggio. È già tanto se non resterà un povero zoppo. Ringrazi se potrà camminare senza il bastone. «Ma io pensai che Garrincha era diventato la più grande ala destra di tutti i tempi con una gamba più corta dell’altra, e dopo una poliomielite infantile». Adesso sì che il dolore è diventato come una casa da occupare, senza neanche un istante di tregua. Un’altra operazione, il presidente Moratti che lo coccola come un figlio (poi i figli crescono e mollano i genitori, è una storia già vista), la fisioterapia che è un distillato di tortura. «Per mesi, tutti i giorni, mi piegavano la gamba nel punto esatto in cui si era guastata, non credo che si possa stare peggio di così». Il male assoluto toglie il fiato e ha un paradossale vantaggio: è talmente forte da oscurare ogni pensiero, cioè l’altro male. Ci si concentra in un punto, ci si rannicchia e si lascia fuori il resto. «Non ebbi tempo di chiedermi se sarei tornato forte come prima, ero troppo preso dal fisioterapista». Dura quasi due anni. Ronaldo smette di bagnare il materasso. Il suo volto perde la sfumatura pacioccona, i lineamenti si tirano come tendini. Niente più gossip, niente più rivelazioni di mercato, solo il silenzio della palestra, il cigolare degli arnesi per la rieducazione, un millimetro di flessione in più come conquista, come quando si trattava di rubare lo spazio di prato al terzino dell’altra squadra. Quelli erano metri, decine di metri. Questi, appunto, millimetri. «Però mi sentivo funzionare, come un meccanismo che torna a muoversi. E giurai che sarei diventato come prima, meglio di prima». C’è un’altra Coppa del Mondo ad aspettarlo, stavolta senza arrivarci troppo presto. Semmai, troppo tardi. Nel ‘94, Ronaldo aveva pianto perché escluso dalla sua stessa gioventù. Nel ‘98, a Parigi, aveva rischiato di morire il giorno della finale contro la Francia: il grande mistero mai chiarito, la crisi convulsiva per eccesso di farmaci, o reazione allergica o chissà che. Il suo compagno di stanza, oggi compagno anche al Real Madrid, il difensore Roberto Carlos, lo vede stramazzare con la bava alla bocca e comincia a urlare «Ronie sta male, Ronie muore!». Accorrono il medico, l’allenatore, i compagni. Lo salvano tirandogli fuori la lingua dalla gola. Gioca, non gioca, sul primo foglio delle formazioni di Francia-Brasile il suo nome non c’è. «Ha preso una me- dicina, è stato male» racconterà Ronaldinha in tribuna, poi arriva un secondo foglio e stavolta in attacco si legge Ronaldo e non Edmundo. Ma Ronie vaga come un ebete, non tocca palla e il Brasile perde. Ancora lacrime. E quando rientra in patria, scende la scaletta dell’aereo con passo di zombie. Ora Ronaldo tornerà a Parigi per sposarsi in un castello, il 14 febbraio 2005. Lei si chiama Daniella Ciccarelli, ha 25 anni, è brasiliana, fa la modella. Morire, sposarsi. Laggiù. Alla faccia della scaramanzia. «Nel ‘98 mi presi una paura enorme, ancora adesso non so cosa sia accaduto. Ma non sono superstizioso, e poi Parigi è bellissima». Il terzo mondiale, dunque. Corea e Giappone. Luiz Ronaldo corre, ma chissà se dentro l’involucro c’è davvero lui. I gol arrivano, il centrattacco sembra proprio guarito. Non ha paura di scattare, né di colpire o essere colpito. «Gli avversari non mi trattavano con cautela, segno che anche per loro c’ero di nuovo, e non meritavo compassione. Fui felice quando me ne accorsi». Ronaldo gioca benissimo, sembra di nuovo intoccabile dal male. In finale segna due gol ai tedeschi, piange ma stavolta sono lacrime belle. «Vincere la Coppa è meglio che fare sesso, perché quello può succedere sempre, questo no», dice in conferenza stampa. Cambia donna, e squadra. L’Inter lo cede al Real Madrid, i medici spagnoli lo trovano un po’ “gordo”, grasso, e gli preparano una dieta speciale. Si fa dell’ironia sul ciccione più forte al mondo, ma chi ha conosciuto le tenaglie del fisioterapista non può temere le tabelle del dietologo. I chili vanno, i gol restano. «In Spagna sto bene, il Real è una squadra di campioni, io sono come gli altri, mi chiedono quello che so fare, non i miracoli ma le reti». Non deve più essere il bambino perduto, e neppure l’adulto sofferente. Non può più dire di non conoscere il dolore, ma è così proprio perché l’ha conosciuto. Ne ha sostenuto lo sguardo. ‘‘ MAURIZIO CROSETTI