Maria Ausiliatrice
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Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in Legge 27-02-2004 n. 46) art. 1, comma 2 e 3 – CB-NO/TORINO
#P
asqua
Gioia e Vita sempre!
4 «Don Bosco è qui!»
Anche per me.
Parola di Ispettore
8 Giovanni Paolo II
Sa nto subito. Perché?
16 L
a sconosciuta
r agazzina
di Nazaret
ISSN 2283-320x
Gesù non è un morto, è risorto, è il Vivente! Gesù non è più nel
passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, Gesù
è l’«oggi» eterno di Dio. Così la novità di Dio si presenta davanti agli occhi delle donne, dei discepoli, di tutti noi: la vittoria sul
peccato, sul male, sulla morte, su tutto ciò che opprime la vita e le
dà un volto meno umano.
(papa Francesco)
Il saluto del Rettore
Pasqua
fondamento della nostra fede
Carissimi lettori, a tutti voi giungano i nostri auguri
foto di Mario Notario
Buona Pasqua
agendiaria 2014
Agenda-diario 14 mensilità
formato tascabile,
calendario liturgico
arricchito con le festività proprie
della Famiglia Salesiana,
ogni mese “don Bosco”
ci racconta la sua storia.
Per info e prenotazione:
tel. 011 52 24 203
[email protected]
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Cari amici,
le celebrazioni della Quaresima e della Pasqua ci accompagneranno in
questi due mesi di marzo e aprile. Esse sono una realtà che ogni anno
puntuale si ripresenta, mentre uno dei nostri rischi è quello dell’abitudine: non sono state le prime e non sono le ultime volte che ci troviamo di
fronte a questi tempi privilegiati nel cammino cristiano ed essi non possono trovarci distratti, dormienti.
Insieme alla superficialità, che è una delle malattie del nostro tempo, ci
si lascia spesso andare all’abitudine, al «già visto». Essa porta a dare per
scontato ciò che sperimentiamo e che si succede nel tempo, così da passare non dico inosservato, ma certamente senza quella profondità e senso di novità che sempre porta con sé. La Pasqua è il fondamento della
nostra fede: san Paolo ci ammonisce “Ma se Cristo non è risorto, vana è
la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,17). È proprio
l’esperienza della Pasqua che trasforma i discepoli da dubbiosi in credenti!
Abbiamo smesso di stupirci, tutto è dato per scontato: un raggio di sole,
il sorriso di un bambino, l’amore di due sposi, la bellezza della natura, la
nascita di una vita… Tutto ciò non desta più meraviglia, è normale o, al
contrario, non ci interessa perché non fa notizia. Così rischiamo di non
avere più la capacità di entrare nel mistero che tutto ciò racchiude: la presenza di un amore, la ricchezza di un progetto, l’amore di un Dio che «ha
tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede
in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
«È lo stupore che conosce» ci ricorda san Giovanni Nazianzeno. In una
lettera a san Francesco, santa Chiara scrive: «Mi hanno detto che sei diventato matto perché canti come gli uccelli del cielo e stai per delle ore a
guardare un fiore. Per me eri matto prima, non adesso!». Poteva nascere
il Cantico delle creature se Francesco avesse dato tutto per scontato? Don
Bosco si sarebbe gettato nella mischia, se non avesse riconosciuto i raggi di luce presenti nel cuore dei giovani, anche i più disgraziati, segni di
una presenza di Dio in loro? Probabilmente anche noi abbiamo bisogno
di diventare “un po’ matti” alla san Francesco e più coraggiosi come don
Bosco e riscoprire una presenza, che è l’unica che dà senso al tutto e che
dà forza a noi di camminare per le strade di questo mondo, guardare al
domani con fiducia e speranza, e spendere la nostra vita al servizio dei
nostri fratelli.
«Svégliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14)
è il grido della Pasqua; non restiamo indifferenti, meravigliamoci!
Con un ricordo per tutti alla nostra Vergine Ausiliatrice e a don Bosco in
Basilica, un saluto e un augurio di tanta serenità.
Don Franco Lotto, rettore
[email protected]
Sommario
36
42
10
il saluto del rettore
1 pasqua fondamento della nostra fede
accogliamoci
18
p oligamia successiva e scelte di civiltà
a tutto campo
4
mendicanti d’amore
giovani in cammino
20 una quaresima “da godere”
chiesa viva
7
c’erano una volta... i rosarianti
8
giovanni paolo II, perché santo subito?
10n ati per essere liberi
12
m aria, un ponte dal perù a torino
amici di dio
22t utto per Cristo, mio bello
leggiamo i vangeli
14
fonti della vita
mamme sulle orme di maria
26e same di... maturità
in cammino con maria
16
L’incredibile avventura
sempre con noi
28missionario liturgista
rischi di perdere il lavoro
sfide educative
36educatori e ideologia di genere
Direttore responsabile:
Sergio Giordani
Registrazione:
Tribunale di Torino n. 2954
del 21-4-v80
Corrispondenza:
Rivista Maria Ausiliatrice
Via Maria Ausiliatrice 32
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Centralino 011.52.24.822
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Santuario Maria Ausiliatrice
Via Maria Ausiliatrice 32 – 10152 Torino
Progetto Grafico:
at Studio Grafico – Torino
Stampa:
Higraf – Mappano (TO)
2
56
XXIX GIORNATA MONDIALE
DELLA GIOVENTÙ
oggi è anche digitale
52v isitiamo la “tipografia
Salesiana di don bosco
Per Bonifici:
BancoPosta n. 21059100
IBAN: IT15J076 0101 0000 0002 1059 100
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e seguite il vostro sogno
don bosco oggi
46don bosco e la sindone
48m a quanti soldi hanno i salesiani?
50il cortile di don bosco?
della Francesca
Direzione:
Livio Demarie (Coordinamento)
Mario Scudu (Archivio e Sito internet)
Luca Desserafino (Diffusione e Amministrazione)
festa di don bosco
s ognate in grande
anche all’estero
42Una cascata d’entusiasmo
per vincere la noia
44una storia importante
maria nei secoli
30m aria ci guida attraverso i secoli
32l a madonna della misericordia di Piero
18
54p uri ed umili di cuore
56 torta ‘d pom
esperienze
38IO,exallieva cooperante
40rita pavone, ho incontrato don bosco
la parola qui e ora
24 una persona speciale: il risorto
di una sconosciuta
ragazzina ebrea
inserto
l’avvocato risponde
34bevi e ti metti al volante? Occhio,
13 aprile 2014
RivMaAus
Foto
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Utomo (18); Konradbak (19); Olga Khoroshunova (20); Sabphoto (21);
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3
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli»
(Mt 5, 3)
MARZO-APRILE 2014
a tutto campo
di farne “onesti cittadini e buoni
cristiani”. Oggi “Don Bosco è qui”,
in quest’urna. Lui è tornato nelle
nostre città per sollecitare tutti noi
ad essere testimoni, per invitarci
ad uscire dai “recinti” per diventare, sul suo esempio, protagonisti
del progetto d’amore di Dio.
La gioia
di essere Chiesa
Mendicanti d’amore
La peregrinazione dell’urna di don Bosco, ormai conclusa, ci sollecita
alla testimonianza cristiana e ad uscire dai “recinti” per diventare
protagonisti del progetto di Dio.
“Don Bosco è qui”. E io non sto
più nella pelle dalla gioia. Certo,
vivo a Valdocco, sono l’Ispettore
della prima e più vecchia Ispettoria Salesiana, mi bastano pochi passi per entrare in Basilica e
sostare davanti all’urna del “mio”
Santo, quello che mi ha “preso” la
vita. Eppure, lo confesso, questa
volta l’emozione è davvero forte,
anzi unica.
Davanti a me c’è l’urna con la reliquia del braccio destro di don
Bosco. L’urna che in tre anni ha
fatto il giro del mondo. Quella che
ha richiamato milioni di pellegri-
ni. Quella che è stata accarezzata
dalle mani di tante persone, per
ringraziarlo o chiedergli un’intercessione. Quella davanti alla quale
hanno pianto di gioia tanti giovani (e non solo). Ebbene, quell’urna
ora è qui, davanti a me e accanto
ad essa, anzi accanto a don Bosco, vedo i volti, i sogni, i desideri,
le preghiere di tutte quelle persone, di voi e se permettete, anche i
miei. Perché anch’io, alla scuola di
don Bosco, sono un “mendicante”
dell’amore di Dio.
“Don Bosco è qui”. E ripenso al
suo braccio: quello che lui ha
4
usato per benedire, assolvere,
scrivere, accarezzare, in una parola per far capire a tutti quant’è
grande l’amore di Dio. Tutti: senza
distinzione di età, di cultura o di
status sociale. Duecento anni fa
era don Bosco in persona a uscire
per le strade, a recarsi sui luoghi
di lavoro e nelle piazze per incontrare (soprattutto) i giovani (e mi
torna alla mente la parabola del
padrone buono che a tutte le ore
del giorno va a cercare operai per
la sua vigna). Due secoli fa, appunto, lui ha amato quei ragazzi e
li ha fatti sentire amati, ha cercato
Poche altre volte nella mia vita ho
visto e vissuto tanta festa, tanta
gioia di “essere Chiesa” come nei
giorni in cui, accanto all’urna, ho
attraversato il Piemonte, la Valle
d’Aosta e Lituania, Paese che fa
parte della mia Ispettoria. Questa
peregrinazione è stata – ma oserei dire: continua ad essere, visto il
fiorire di tante iniziative – un percorso pastorale che ruota attorno a due grandi poli di bene: la
missione popolare e la logica da
pellegrinaggio. Cioè l’”andare a”
don Bosco, ripercorrendo quanto avvenuto nella storia: la gente
accorreva quando lui, spesso con
i suoi ragazzi, passava per predicare, per esercizi, per missioni,
per chiedere aiuto. E alla fine, lui
tornava al suo (e nostro) Valdocco. Così, anche noi dell’Ispettoria
Piemontese siamo stati la chiusura del cerchio: l’urna era partita
da qui, ha peregrinato in tutto il
mondo e qui è tornata.
Ho ancora negli occhi e nel cuore
le emozioni provate ascoltando le
tante omelie di vescovi, i discorsi di sindaci, le esperienze di cui
sono stato testimone. Tutto questo conferma che don Bosco è
nel cuore di tutti e in particolare nel cuore dei credenti, e che
la sua esperienza religiosa, so-
5
ciale, umana continua ad essere
il punto di riferimento per milioni
di persone. Don Bosco è il rappresentante più significativo dei
“santi sociali” che hanno operato
a Torino tra l’Ottocento e il Novecento. Anni in cui Torino è stata motore dell’unità nazionale e
della prima grande industrializzazione del Paese. Anni in cui quei
santi – e don Bosco in particolare – hanno saputo unire la fede
alla vita quotidiana, contribuendo
allo sviluppo sociale ed economico di Torino, dell’Italia e di tanti
MARZO-APRILE 2014
a tutto campo
CHIESA VIVA
C’erano una volta...
i rosarianti
altri Paesi. Perché come già scriveva l’apostolo Giacomo, la fede
«se non ha le opere, è morta in se
stessa» (2,17).
Prepararsi al
bicentenario
Ora a noi tocca seguirne l’esempio. E qui non posso non ricordare alcune parole di mons. Cesare
Nosiglia, arcivescovo di Torino:
ha richiamato l’esempio di don
Bosco per ricordare che la Chiesa «deve aprire le porte a tutti:
quelle del suo cuore, anzitutto,
e della sua maternità spirituale
e umana. Forse allora si scoprirà che nei giovani anche considerati più lontani ed estranei c’è
più campo di quello che si pensa: campo di ascolto e di sintonia
con il messaggio e la testimonianza del Vangelo». E rivolgendosi ai
giovani ha concluso: «Don Bosco
vi aiuti a credere in voi stessi e a
puntare in alto nella vostra vita
verso i traguardi inesplorati delle
vette della fede e dell’amore».
Insomma, come aveva detto tempo fa il nostro Rettor Maggiore,
don Pascual Chávez Villanueva, la
peregrinazione dell’urna è un’eccezionale opportunità per prepararsi ai 200 anni della nascita del
nostro Fondatore, che si celebrerà
il 16 agosto 2015. Questa ricorrenza è, infatti, «un grande avvenimento per noi, per tutta la Famiglia Salesiana e per l’intero Movimento salesiano, che richiede un
intenso e profondo cammino di
preparazione, perché risulti fruttuoso per tutti noi, per la Chiesa,
per i giovani, per la società». Pro-
prio per quell’occasione, Torino
avrà anche la gioia della visita di
Papa Francesco e di una nuova
Ostensione della Sindone. E se ad
accogliere il Pontefice non ci sarà
più don Chávez, ma un nuovo
Rettor Maggiore (non è previsto
il terzo reincarico), né ci sarò io
come Ispettore, ma, dal prossimo
agosto e per sei anni, don Enrico Stasi, ebbene, è proprio don
Bosco che invita me e tutti voi a
guardare avanti con coraggio e
serenità. Perché, al di là dei nostri
ruoli, dell’età, dell’attività quotidiana, per tutti noi quello che conta è essere testimoni della misericordia di Dio, parte della Chiesa
e della Famiglia Salesiana. In una
parola, come diceva don Bosco,
«Da mihi animas, caetera tolle».
Don Stefano Martoglio
Ispettore Salesiani Piemonte,
Val d’Aosta e Lituania
[email protected]
La corona del rosario non è una collana!
E il rosario non è una pianta di rose...
«Roba da donne!» esclama con sussiego Stefano
davanti alla corona del rosario posta sul suo tavolino, nell’aula di catechismo. «È per le vostre mamme, ma serve a tutta la famiglia!». «Mia mamma
non porta collane perché ha paura di strozzarsi»
ribatte Stefano. Spiego che non si tratta di una collana, ma di una corona del rosario, che all’inizio di
ogni ciclo di catechismo regalo alle mamme per
la festa dell’Immacolata. «Ah, sì, mia nonna ha un
rosario davanti a casa, in montagna. A maggio fa
delle rose gialle..» interviene Matteo. Che pazienza!!
Illustro allora la differenza fra un roseto e il rosario,
preghiera prediletta da Maria. Apriamo insieme
il libretto che accompagna la coroncina, leggendo la preghiera mariana nei suoi misteri. Occorre
precisare che il vocabolo mistero qui non indica
una cosa segreta o di difficile comprensione, ma
momenti particolari della vita di Maria e di Cristo,
raccontati dai Vangeli, chiamati così perché riferiti
al mistero della storia della salvezza. Senza troppe
complicazioni i bambini trovano, nel racconto del
rosario i capitoli della vita di Cristo. Approfitto del
loro entusiasmo per proporre la pratica dei Rosarianti, in voga nei lontani Anni Cinquanta in qualche oratorio salesiano. I Rosarianti erano gruppi
di quindici bambini /ragazzi invitati a recitare ogni
giorno una decina del rosario. Ad ognuno di loro
veniva assegnata la meditazione di un mistero, in
modo che nell’arco della giornata la Madonna fosse onorata con la recita del rosario intero.
«Ma noi siamo dieci!» obietta Chiara... È l’inizio delle
proteste. Dieci Ave Maria sembrano troppe; le riduciamo a tre. Ma Diego, immigrato da poco dal
Perù, si preoccupa. «Maestra, non posso imparare
quella preghiera lunga e difficile!». La solita Monica lo rassicura: «Beh, tu recitala in spagnolo: la
Madonna parla tutte le lingue!».
Anna Maria Musso Freni
[email protected]
6
7
MARZO-APRILE 2014
CHIESA VIVA
l’attentato di alì.
il grande giubileo
La scritta apparsa su un cartello in
piazza san Pietro nel giorno del suo
funerale – «Santo subito!» – diventa
realtà il 27 aprile 2014. Era questo il vivo
desiderio dei fedeli, e nasceva da tutto ciò
che Papa Wojtyla è stato e ha realizzato
nei quasi 27 anni di pontificato. Cioè...
Giovanni Paolo II,
perché santo subito?
Ecco dunque in rassegna le iniziative che hanno
fatto di Papa Wojtyla, come è stato definito, l’ultimo
grande del Ventesimo Secolo.
alla finestra della camera, contempla la metropoli
fasciata dalle sue luci nella notte, poi con un largo
segno di croce benedice la sua diocesi.
Suscita fiducia e coraggio. Da subito. Nell’omelia all’inizio del pontificato, il 22 ottobre 1978,
dice e quasi grida: «Non abbiate paura! Aprite, anzi
spalancate le porte a Cristo!». Aggiunge: «Aprite i
confini degli stati, i sistemi economici come quelli
politici, i vasti campi di cultura, di civiltà e di sviluppo...». Parla come successore di Pietro e coinvolge
persone e nazioni in quella storia lunga duemila
anni che ancora continua.
È amico dei giovani. Per loro inventa le Giornate Mondiali della Gioventù. Durante il pontificato
partecipa a venti di queste Giornate, nei cinque
continenti. Ed è ripagato oltre le attese: nel 1995
a Manila (Filippine) i giovani che accorrono a lui
sono quasi cinque milioni.
Ha una fede massiccia, con ricaduta anche sugli assetti politici. Nel 1978 compie la prima visita
in Polonia sua patria, per affetto e gratitudine. Con
disappunto di Gromiko, capo del Cremlino. Ottiene effetti imprevedibili. Due anni dopo, c’è sciopero
nei cantieri di Danzica. Il regime di stato aveva intitolato i cantieri a Lenin, ma gli operai organizzati dal sindacato cristiano Solidarnosc issano sulla
facciata l’icona della Madonna di Cze˛stochowa. E
il loro sciopero, imponente, risulta il primo che le
autorità asservite a Mosca non osano stroncare
con la violenza. Una picconata nel Muro di Berlino?
Poi verrà il 1989, e la caduta del Muro.
È Papa missionario itinerante. Compie 250 viaggi apostolici nei cinque continenti. Secondo una
battuta: «Che differenza c’è tra Dio e Papa Wojtyla? Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo. E Papa
Wojtyla c’è già stato».
Come Primate d’Italia dedica alla penisola 129 dei
suoi viaggi apostolici. Come Vescovo di Roma, solo
una ventina delle 333 parrocchie della diocesi non
riesce a visitare almeno una volta. E in Vaticano
ogni sera prima di andare a dormire, si affaccia
8
Prende chiara posizione anche sul caso Darwin,
per un sereno orientamento dei cristiani. Si pronuncia in senso positivo sulla teoria scientifica
dell’evoluzione. E incoraggia il dialogo tra fede e
ragione. Osserva che alla scienza spetta il compito
di spiegare COME si è formato il mondo e in esso
l’uomo; alla teologia spetta di spiegare PERCHé
Dio l’ha creato: perché Dio è amore, ama le sue
creature, e ama gli uomini come figli.
Alì Agca, il killer dei servizi segreti, in piazza san
Pietro da pochi metri di distanza esplode contro il
Papa due proiettili calibro 9. Uno lo colpisce gravemente, portandolo in punto di morte.
Alì non riesce a capire come la sua mano infallibile abbia potuto fallire. Era il 13 maggio, e Wojtyla
attribuirà la sua salvezza alla Madonna di Fatima:
«Una mano ha sparato, un’altra mano ha deviato il
colpo». Alì in carcere, per la prima volta sente parlare della Madonna di Fatima, e è disorientato: lui
musulmano sa di una Fatima sorella di Maometto,
ma gli è sconosciuta quest’altra Fatima così potente
da deviare i suoi proiettili. Il Papa perdona subito il
suo killer, ma lui non chiederà mai perdono.
Il proiettile che poteva uccidere il Papa ora è a Fatima, incastonato nella corona sul capo della Madonna. Il card. Ratzinger, a Fatima con Papa Wojtyla, è da lui autorizzato a esprimere un giudizio sugli
avvenimenti, e parla di rivelazione privata.
«SEDOTTO DA DIO»
Proclama tantissimi santi nuovi, per l’imitazione
dei cristiani di oggi. E poi accade che la Chiesa –
quasi per un’affettuosa vendetta – aggiunge alla
lunga lista di quei santi anche Papa Wojtyla.
Un grande? È uno degli aggettivi usati per definire Papa Wojtyla. Un vaticanista ha titolato la sua
biografia Karol il grande. Il settimanale americano
Time nel 1994 lo ha dichiarato Uomo dell’anno, e
ha motivato: «Le sue idee sono molto diverse da
quelle della maggior parte degli uomini. Sono più
grandi». E non stupisce quella definizione: Wojtyla
sarebbe «l’ultimo grande del Secolo Ventesimo».
Il Grande Giubileo dell’anno 2000. Papa Wojtyla con una serie impressionante di iniziative, che
è impossibile anche solo elencare qui, traghetta la
Chiesa nel Terzo Millennio. Tra l’altro compie in
Medio Oriente tre Pellegrinaggi del Giubileo «sulle
orme di Mosè, di Gesù e di Paolo», in cui incontra i
capi religiosi ma soprattutto i credenti, per progettare insieme un nuovo futuro per la fede.
«Sedotto da Dio». C’è chi ha detto che Papa
Wojtyla, come Geremia, è stato sedotto da Dio.
L’antico profeta in un momento di sconforto lamentava: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre... Mi dicevo: “Non penserò più a lui,
non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore
c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie
ossa» (Ger 20,7.9). È poesia, ma più ancora realtà.
i nodi al pettine di papa Wojtyla
Sono tanti: i casi si ammucchiano ogni giorno sul
suo tavolo.
Subito rinnova l’immagine anche esteriore della Chiesa, eliminando il trionfale copricapo detto
triregno, e – con dispiacere dei cerimonieri – la
sedia gestatoria.
Si rivela uomo di comunicazione e di dialogo,
utilizzando con efficacia i moderni media della comunicazione. Appena può evita quel linguaggio
teologico per iniziati che i linguisti bocciano come
ecclesialese. E condensa il pensiero in forme brevi,
massime e aforismi, che la gente memorizza con
facilità.
Chiede perdono per gli errori commessi dalla
Chiesa nei secoli passati, in particolare per il caso
Galileo.
Santo subito pare la logica conseguenza di quanto si è detto fin qui.
Enzo Bianco
[email protected]
9
e il pane dei poveri
MARZO-APRILE 2014
CHIESA VIVA
Nati per essere
liberi
Mettersi in gioco per vivere da protagonisti il viaggio tortuoso
ed esaltante che conduce verso la maturità e l’armonia.
Ogni giorno ci troviamo a scegliere, tra varie possibilità, quella che
ci appare sul momento più vantaggiosa. E anche solo decidere
di sfogliare la Rivista Maria Ausiliatrice e di leggere fino in fondo
questo articolo significa, automaticamente, rinunciare a una serie
di alternative possibili: concedersi
una passeggiata al parco o in riva
al mare, prepararsi un panino al
salame o regalarsi un bel film in tv.
Scelte che aiutano
a crescere
Chi sceglie di compiere un’azione piuttosto che un’altra si trova a dover fare i conti con una
lista più o meno lunga di “pro” e
di “contro”. È inevitabile – infatti
– che scegliere porti sempre con
sé gli uni e gli altri perché ci fossero tutti i vantaggi da una parte
e gli svantaggi dall’altra la scelta
10
sarebbe obbligata e non si correrebbe il rischio di sbagliare.
Le scelte buone sono – in linea di
massima – quelle che aiutano a
crescere, a migliorare e a stabilire
rapporti di apertura e di solidarietà con gli altri; quelle cattive, invece, tendono a erodere l’autostima,
a inaridire il cuore e a distruggere
le relazioni interpersonali. Per non
correre il rischio di sorprendersi
– magari dopo anni di sforzi e di
sacrifici – a cercare la felicità là
dove essa non è, è fondamentale abituarsi a valutare ogni scelta alla luce del proprio ideale di
felicità.
Chi, per esempio, è pronto a giurare che una vita di successo dipenda dal numero di zeri del
conto in banca e si affanna ad
ammassare ricchezze e ogget-
ti da sfoggiare o chi è disposto
a scommettere che il segreto per
Patria e dellasia
Chiesa.
“vivere alla grande”
accumulare potere per decidere della propria esistenza e di quella degli altri
può andare incontro a delusioni
cocenti. Perché il cammino della
libertà è fatto di tappe progresdurante la guerra
civileportano
spagnola.
sive che si capisce
dove
man mano che
si percorre.
cate daleGiovanni
Paolo II. Solo
camminando
ci
si
rende
conto di
zione dei Fioretti
dove conduca il cammino e se
valga la pena affrontarlo.
Il “navigatore satellitare” che può
contribuire a orientare la rotta è il
grado di felicità provato: chi, nonostante gli inevitabili momenti
bui che caratterizzano ogni esigradi per trenta minuti.
stenza, passa idealmente di gioia
in gioia ha buone probabilità di
viaggiare verso la libertà; chi, al
contrario, passa di delusione in
delusione ha forse bisogno di rivedere le tappe del proprio cammino.
La forza travolgente
dell’amore
Vivere alla luce del proprio ideale
di libertà è possibile in ogni occasione, anche la più disumana
ed estrema. Come testimonia la
vita di padre Massimiliano Kolbe.
Francescano, ricco di fede e di ta-
www.ssfrebaudengo.it
Tel. 011 2340083
[email protected]
lenti, padre Kolbe fondò conventi,
diresse riviste e si spese per i poveri schiacciati dall’avanzare dei
totalitarismi.
Nel 1941, arrestato per la seconda volta dalle truppe tedesche
che avevano occupato la Polonia, venne internato nel Blocco
14 del campo di concentramento
di Auschwitz e “marchiato” con il
numero 16670.
Tra tanti orrori Auschwitz divenne
tristemente famoso perché lì vigeva la regola che se un prigioniero scappava ne venivano prelevati
dieci a caso per essere fatti morire
di stenti nel “bunker della fame”.
Un prigioniero del Blocco 14 riuscì a eludere la sorveglianza e si
diede alla fuga, i tedeschi ne scel-
sero dieci per condannarli a morire di fame. Quando uno di essi,
al pensiero di non rivedere più i
famigliari, scoppiò in lacrime e invocò di essere risparmiato, padre
Kolbe si fece avanti e propose ai
soldati tedeschi di offrire la proPAROLA QUI E ORA 33
pria vita in cambio di LAquella
del
prescelto.
Pur prigioniero e circondato dal
dolore, padre Kolbe ad Auschwitz
raggiunse il proprio ideale di libertà: amare gli altri fino al sacrificio della propria vita.
Al tenente medico nazista che il
14 agosto 1941 – dopo aver trascorso due settimane senza acqua e senza cibo – gli fece l’iniezione mortale nel braccio, padre
Kolbe disse: «Lei non ha capito
nulla della vita. L’odio non serve
a niente. Solo l’amore crea».
Ezio Risatti
Preside della Scuola
Superiore di Formazione
[email protected]
11
MARZO-APRILE 2014
CHIESA VIVA
San Francesco, non lontana dalla
Basilica di Maria Ausiliatrice.
In udienza
da Francesco
Maria,
un ponte dal Perù a Torino
Migliaia di peruviani immigrati a Torino a partire da Maria
Ausiliatrice hanno riscoperto la spiritualità mariana della loro
patria: così è nata sotto la Mole la confraternita della “Virgen de la
Puerta de Otuzco”.
Una devozione che ha attraversato l’oceano ed è approdata
qualche anno fa a Torino: così la
spiritualità mariana della Virgen
de la Puerta de Otuzco venerata
in Perù è arrivata a Valdocco. La
statua della Vergine peruviana fu
incoronata nel 1943 da papa Pio
XII e successivamente venerata da Giovanni Paolo II nel 1985
durante un viaggio apostolico in
America Latina, che l’ha nominata «Patrona del nord del Perù e
Regina della pace universale». «Da
tempo – spiega Giovanny Calderon – con numerosi connazionali
peruviani ci trovavamo a Messa o
a pregare in Basilica a Valdocco
accolti dalla effigie di Maria Ausiliatrice. In quel volto trovavamo
il volto della nostra Virgen de la
Puerta, perché la Madonna è una
sola anche se venerata con molti titoli. Poi abbiamo pensato di
fondare una confraternita intitolata alla Vergine venerata in Perù
in modo che tra connazionali potessimo trovarci a pregare in sintonia con il nostro Paese d’origine, per respirare un po’ di aria di
casa nostra anche sotto la Mole,
invitando gli amici torinesi che
ci hanno accolto nella loro città». Dunque nel settembre 2011 è
12
nata la Hermandad (confraternita
in spagnolo) Virgen de la Puerta
de Otuzco che è stata legalmente
riconosciuta nel marzo 2012. La
confraternita, presieduta da Giovanny Calderon, ha anche come
obiettivo di intregrare gli oltre 11
mila cattolici peruviani presenti a
Torino ai fedeli italiani, tramite la
devozione per la Vergine Maria.
Senza fini di lucro, l’associazione
anima momenti di preghiera, sostiene chi è in difficoltà e propone
la partecipazione alla celebrazione della Messa comunitaria il 15
di ogni mese, presso la parrocchia torinese delle Stimmate di
E poiché i devoti della Madonna
peruviana a Torino sono davvero numerosi, con l’autorizzazione
dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei Migranti, è stata portata dal Perù una copia fedele della
statua alta 1.20 metri.
Il 1° maggio 2013 la fraternità con
la statua “torinese” della Virgen è
stata ricevuta in udienza in Vaticano da papa Francesco. Tornata a Torino, don Giuseppe Sibona, parroco della parrocchia delle
Stimmate e la sua comunità hanno accolto la statua “solennemente” in occasione del 70° anniversario dell’incoronazione della Vergine della Porta di Otuzco. Domenica 27 ottobre la Messa festiva
alle Stimmate è stata “invasa” da
un pezzo di Perù che ha colorato
la chiesa con la divisa della Fratenidad: casacche di tela di juta bordate in tricolore, sombreri indossati su volti dipinti di nero, tuniche
viola, drappi colorati e vesti azzurre, «simbolo della pace e i colori della nuvola su cui è apparsa
la Madonna: indossarli significa
portarla sempre con noi», hanno
spiegato i membri della Fraternidad che hanno animato la liturgia.
La partecipatissima celebrazione è stata officiata in spagnolo
da mons. Luigi Bambaren Gastelumendi, gesuita, Vescovo della
diocesi di Chimbote, in Perù, alla
presenza delle autorità peruviane
del Consolato generale peruviano
del Piemonte. Sulle note dell’inno
alla Virgen de la Puerta, alla fine
della Messa, mons. Bambaren ha
benedetto la portantina che il 15
dicembre ha sostenuto la statua
portata in processione, accompagnato dai lanci di sombreri e dai
passi di danza al suono dei tamburi della comunità peruviana. Al
termine, la festa con i parrocchiani nel teatro adiacente la chiesa,
dove è stato offerto a tutti i partecipanti un buffet.
La Virgen in
processione
«L’appuntamento di ottobre è
stato molto importante per la
nostra comunità – ha commentato Giovanny Calderon – perché è stata la prima tappa verso la processione di dicembre,
che abbiamo preparato con una
novena attorno alla statua della
Vergine a cui hanno partecipato
13
anche molti amici italiani. È stata
la prima volta che la statua della
Virgen sfilava per le strade della
città in cui migliaia di peruviani
sono emigrati per cercare un futuro migliore: è stata una grande
esperienza di fede che speriamo
di poter ripetere anche negli anni
a venire così come continueremo
a partecipare come facciamo da
anni alle processioni cittadine di
Maria Ausiliatrice o della Consolata. La devozione alla Madonna
unisce tutti, italiani e peruviani e
la nostra confraternita vuole essere come una “cerniera” tra Italia
e Perù anche perché la presenza
di latino-americani sul territorio
torinese è massiccia e i matrimoni
“misti” sono in crescita».
Marina Lomunno
[email protected]
MARZO-APRILE 2014
leggiamo i vangeli
Fonti
della vita
Particolari inediti
L’Evangelista Giovanni ci fa conoscere particolari inediti delle vicende accadute sul Golgota. La
sua narrazione della passione, nello scrivere della
crocifissione, della scritta posta sulla croce, della
tunica indivisa del Signore e della sua morte segue la tradizione testimoniata da Marco, Matteo
e Luca, ma la comprende però in modo diverso e
soprattutto la arricchisce di ricordi. Mi riferisco
sia alla scena del dialogo tra Gesù, la Madre ed il «Discepolo Amato», sia al racconto
della morte di Cristo che – ecco la novità
– coincide con la prima effusione dello
Spirito Santo. A questo punto il racconto
si impreziosisce
di un’altra vicenda di cui ancora
una volta gli altri Evangelisti non
narrano. Particolari inediti che, se
ben compresi, rivelano nel racconto una straordinaria catechesi perfettamente intessuta nei fatti della morte di Cristo. Giovanni
non smette di stupirci e ci sfida a
capire quale sia per noi l’insegnamento nascosto nella bellezza e
nella profondità del suo scrivere.
Dare la vita
La preparazione per la Pasqua
impone che i corpi di eventuali crocifissi siano tolti dal luogo
del supplizio. Anche i Romani
devono sottostare alle leggi rituali dei Giudei: forti sono infatti le loro preoccupazioni perché i
grandi riti della Pasqua siano celebrati così come è prescritto. Ai
due giustiziati crocifissi al fianco di Gesù vengono spezzate le
gambe: un “colpo di grazia” che
serve a velocizzarne la morte. Al
sopraggiungere del drappello dei
soldati, Gesù è però già trovato
morto. La notizia non è affatto irrilevante. Gesù non viene finito, la
sua morte non dipende in alcun
modo dall’agire di un altro: è unicamente Lui che decide di dare la
vita! La sua morte rientra nell’ambito della sua scelta di Figlio fedele ed obbediente al Padre. Proprio
perché Gesù offre liberamente se
stesso, noi siamo liberi e salvi! Essendo già stato trovato morto, al
Nazareno non vengono pertanto
spezzate le gambe, con una lancia
gli però viene colpito il torace: «e
subito ne uscì sangue e acqua».
ferita di un corpo stremato, è un
fenomeno abbastanza normale.
Non lo è però evidentemente per
Giovanni, il quale a questo punto, in un commento personale,
certifica la veridicità della sua testimonianza: il sangue e l’acqua
sono usciti realmente dal corpo
morto di Gesù. Alla luce di questa affermazione, vien giustamente da pensare che quel sangue e
quell’acqua debbano significare
qualcosa per noi. Stando a tutto
il racconto evangelico giovanneo,
essi sono incontrastato simbolo
di vita spirituale. Il fatto che ora
vengano così collegati a Colui che
è innalzato sulla Croce, ne conferma maggiormente il loro valore
simbolico. Per approfondire ulteriormente il significato, dobbiamo cogliere fino in fondo la sfida
che Giovanni ci lancia. È allora necessario rileggere con attenzione
la parte conclusiva del suo racconto della passione (19,16-37).
Solo così potremo fare nostra la
catechesi che l’Evangelista ci ha
preparato. Ebbene: l’indugiare
Marco Rossetti
[email protected]
La Vita che ci vivifica
La fuoriuscita di quei liquidi dalla
14
sui particolari della tabella posta
alla sommità della Croce con la
scritta «Gesù il Nazareno, il re dei
Giudei», è voluto per farci capire che Gesù innalzato sulla croce è da riconoscere come il vero
Re. Da lui vengono a noi doni di
impareggiabile valore: la tunica
non divisa dai soldati perché ritenuta preziosa, essendo «senza
cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo», è il simbolo
del dono dell’unità della fede dei
discepoli; la consegna reciproca
della Madre al «Discepolo Amato» segna la nascita della nuova
famiglia dei credenti; su di essa
subito viene effuso lo Spirito Santo, senza il quale la Pasqua non
può essere capita. A questa comunità vengono infine offerti i
doni dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, significati nel
sangue e nell’acqua: per mezzo
di essi Cristo continua a rendere
vivi tutti quelli che credono in Lui.
Particolari inediti che ci mettono
in contatto con le fonti della vita.
15
MARZO-APRILE 2014
IN CAMMINO CON MARIA
L’incredibile avventura
di una sconosciuta ragazzina ebrea
Nazareth: dove si trova?
interrogativo: «Da Nazareth può venire qualcosa
di buono?» (Gv 1,46).
Nazareth è un piccolissimo, sperduto ed isolato
villaggio della Galilea. È così insignificante da non
essere mai nominato dalla Bibbia. I suoi pochi abitanti non sfuggono alla descrizione dei galilei che
l’opinione pubblica del tempo ci regala: ladri, bugiardi, attaccabrighe, traditori, violenti e scansafatiche. Parlano un dialetto con delle cadenze ed
inflessioni che li rendono riconoscibili facilmente
da tutti. I nazaretani sono soprattutto dei poveri
contadini e degli umili artigiani. Più che vivere sopravvivono. Sono tagliati fuori dal benessere economico che gravita attorno al lago di Genezaret
ed al Tempio di Gerusalemme. Le case sono poco
più che tuguri addossati ad una collina di tufo in
cui sono state scavate, nel tempo, piccole caverne
usate come abitazione, magazzino e stalla. La vita
è così povera ed insignificante che anche gli zelanti,
ed odiati, esattori delle tasse raramente si presentano a spremere tributi. L’apostolo Natanaele, con
concretezza ed invidiabile capacità di sintesi, condensa la fama di cui il villaggio gode in un semplice
La storia della piccola Myriam
È proprio su questo nulla geografico, antropologico e sociale che Dio posa il suo sguardo. Una
adolescente, che il menarca rende prematuramente donna, attira l’attenzione divina. Di lei non
sappiamo assolutamente nulla. I vangeli canonici
tacciono. Da essi non possiamo ricavare nessuna
informazione sulla sua famiglia. Non conosciamo
il nome dei suoi genitori. Non sappiamo se ha dei
fratelli o delle sorelle. Solo i vangeli apocrifi parlano del padre Gioachino e della mamma Anna.
Ma gli apocrifi brillano più per la loro incontenibile
fantasia che per la loro oggettività storica. Nonostante questo loro grandissimo limite, nel tempo,
si sono trasformati in una inesauribile sorgente di
devozioni e tradizioni che punteggiano la devozione mariana popolare. Per cercare di ricostruire
un identikit adolescenziale della Vergine dobbiamo
attingere da quanto gli esperti in materia ci dicono.
16
«C’è un rapporto fra Dio e noi
piccoli: Dio, il grande, e noi piccoli.
Dio, quando deve scegliere le
persone, anche il suo popolo,
sempre sceglie i piccoli».
L’unica certezza che abbiamo è che Myriam, come
persona, è così bella, limpida, trasparente e piena di
fede da non passare inosservata agli occhi di Dio.
È una splendida fanciulla. La sua vita, nella società
del tempo, non è per nulla facile. In una mentalità
pervasa dal più bieco maschilismo, l’essere donna
si trasforma in emarginazione sociale. Lo storico
Flavio Giuseppe scrive: «La donna, dice la Legge,
è inferiore all’uomo in tutte le cose. Essa deve obbedire perché è all’uomo che Dio ha dato il potere». Myriam obbedisce al padre, alla madre, agli
anziani, ai fratelli, ai parenti maschi. Obbedisce in
casa, caricandosi di tutti i lavori domestici, e fuori
casa occupandosi del bestiame e dei lavori in una
campagna gonfia di fatica ed avara di frutti. Non
sa leggere e scrivere in quanto per lei la scuola annessa alla sinagoga ha le porte sbarrate. Per
il semplice motivo di essere donna non è tenuta
alla preghiera quotidiana nella sua forma ufficiale.
In casi di controversia la sua testimonianza non
ha alcun valore. Sulle sue spalle, come per le sue
coetanee, gravano i pregiudizi misogini alimentati
dalla Scrittura stessa. «Dalla donna ha avuto inizio
il peccato, per causa sua tutti moriamo» (25,24); «È
meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una
donna» (42,14); «Se non cammina al cenno della tua
mano, toglila dalla tua presenza» (25,26) pontifica
il Siracide. Il Talmud, a sua volta, ci ricorda che gli
Omelia di Papa Francesco in S. Marta,
21 gennaio 2014
uomini tre volte al giorno devono ringraziare Dio,
tra le altre cose, «perché non mi hai fatto donna».
Inoltre precisa che un padre «non è tenuto a nutrire
sua figlia» e la può lasciare morire di stenti. Ancora il Siracide avverte che «una figlia è per il padre
un’inquietudine segreta, la preoccupazione per lei
allontana il sonno: nella sua giovinezza, perché
non sfiorisca; una volta accasata, perché non sia
ripudiata. Finché è ragazza si teme che sia sedotta e che resti incinta nella casa paterna; quando è
con un marito, che cada in colpa, o che sia sterile» (42,9-10). Myriam è nulla davanti agli uomini,
è molto, invece, agli occhi del Padre celeste. Così,
un giorno, Gabriele bussa alle porte del suo cuore
con una proposta demenziale e sacrilega per ogni
moralista benpensante: diventare madre del tanto
atteso Messia.
Bernardina Do Nascimento
[email protected]
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MARZO-APRILE 2014
accogliamoci
La cultura di oggi, proclamando
“i diritti individuali” favorisce, come
ha detto papa Francesco ad Assisi
il 4 ottobre 2013, «le relazioni
che durano finché non sorgono
difficoltà, e per questo a volte parla
di rapporto di coppia, di famiglia e di
matrimonio in modo superficiale ed
equivoco. Basterebbe guardare certi
programmi televisivi!».
intenzioni, pur lodevoli, dei protagonisti di queste
scelte: non siamo stati in grado di adattare quello schema alla complessità e alle sofferenza della
realtà matrimoniale. Abbiamo perseverato lungo
il tracciato di una strada maestra senza renderci
conto – almeno in parte – che il mondo degli affetti e dei legami aveva imboccato vie secondarie,
sentieri tortuosi, percorsi considerati eticamente
inaccessibili. In troppi casi abbiamo proclamato
molta verità e poca carità.
Profezia da compiere
Poligamia
successiva e scelte di civiltà
Da un paio di decenni, anche il nostro Paese, ha di
fatto mutuato dal mondo anglosassone una sorta di “poligamia successiva”, quella consuetudine
ormai largamente diffusa e che non incontra più
né riprovazioni sociali né remore etiche, per cui
si convive prima del matrimonio per alcuni anni,
ci si sposa sempre più tardi, talvolta con un altro
partner, e infine nella piena maturità arriva spesso
un nuovo rapporto, non necessariamente sancito
dalla separazione e da una nuova unione civile. Il
quadro è evidente: una situazione di incertezza affettiva, conseguenza di una deriva culturale in cui
tutto appare provvisorio e instabile – dal lavoro
all’abitazione – diffonde la sua precarietà anche nel
quadro sociale, contribuendo a rendere ogni rapporto segnato da una vaghezza di fondo, da una
insoddisfazione latente, da un clima in cui nulla appare più assodato e accettato per sempre. L’analisi
– più volte tracciata – purtroppo è inconfutabile.
do “biennale” sulla famiglia, preceduto da un questionario diffuso in tutto il mondo per raccogliere
informazioni e dare voce ai tanti disagi in formato
familiare, ha deciso che è giunto il momento di
tracciare con chiarezza una prospettiva diversa che
contribuisca a quel passo in avanti auspicato da
tutti coloro che guardano al “caso serio” del matrimonio e della famiglia. Forse, per cominciare a
riflettere con efficacia su questo aspetto fondativo
della nostra civiltà, occorre avere il coraggio di partire da una premessa, che è allo stesso tempo un
grave interrogativo. Se oggi tanti uomini e donne
vivono in una situazione di cosiddetta precarietà
affettiva – e cioè convivono, si separano, divorziano, si risposano – non sarà perché il modello
di matrimonio monogamico, segnato da fedeltà,
unicità e indissolubilità, è stato “promosso” e “tradotto” in modo non del tutto efficace negli ultimi
trent’anni? Forse certa teologia e, di conseguenza, alcuni ambiti della pastorale, hanno a lungo
tratteggiato un paradigma nuziale un po’ troppo
idealizzato.
Il risultato è stato inversamente proporzionale alle
Il questionario e un Sinodo
Fermarsi alla presa d’atto non basta più. E la Chiesa
l’ha pienamente compreso. Proponendo un Sino-
18
La Chiesa, da almeno 15 anni, auspica un “gesto
profetico” (Lettera alle nostre famiglie, Conferenza
episcopale lombarda, 2001). Ma nel frattempo le
cifre delle dissolvenze affettive sono cresciute in
modo esponenziale. E quel “gesto profetico”, che
voleva richiamare la necessità di un atteggiamento profondamente diverso da parte della Chiesa
nei confronti delle persone che vivono il fallimento del proprio progetto affettivo, nessuno ancora
l’ha veramente compiuto. Così la maggior parte dei
separati ha ancora oggi la sensazione di vivere ai
margini della Chiesa, come corpo estraneo, appena
tollerato. Una contraddizione difficilmente componibile. Da una parte non ci stanchiamo di proclamare lo stupore di una teologia nuziale secondo
cui è giusto l’accostamento tra amore nuziale e
amore trinitario. Ma, d’altra parte, quando scendiamo dall’empireo di categorie così elevate all’antropologia della quotidianità e facciamo i conti con
le lacerazioni che si palesano nella normalità del
rapporto di coppia, vediamo come quelle idealizzazioni siano lontane anni luce dal sentire e dai
bisogni di tanta gente.
Nuovi linguaggi e misericordia
Forse, per rendere di nuovo comprensibile e accattivante la proposta dell’amore cristiano, c’è anche
tutto un linguaggio da semplificare, tutto un apparato di rimandi e di suggestioni da depurare e
attualizzare, tutto un atteggiamento di spiritualità
elitaria da passare al setaccio dell’umiltà e del dialogo. E forse, dovremmo anche preparaci al tentativo di comprendere come queste nuove modalità
di leggere lo sviluppo, la crescita e le trasformazioni dell’affettività all’interno della coppia, possano
essere convogliate in una prospettiva accettabile
di accoglienza e di misericordia, fornendo risposte
credibili alle esigenze concrete di tante donne e di
tanti uomini che, nonostante tutto, vogliono continuare a credere nel Vangelo dell’amore.
Luciano Moia, caporedattore
Noi genitori&figli – Avvenire
[email protected]
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MARZO-APRILE 2014
Giovani in cammino
di parole e come attenzione inutile a ciò che è secondario. Come il servo che sentendo “lontano” il
ritorno del padrone ozia e si divaga. Esteriormente
appare affaccendato, ma in realtà il cuore dorme e
l’amore si è assopito».
Prenditi un tempo per coltivare la tua vita spirituale
con l’ascolto costante della Parola.
Il tono spirituale mediocre
Una quaresima
“da godere”
«Il termine ascetismo deriva da “ascesi”, una parola che in origine
significava esercizio, allenamento di un atleta per il superamento di una
prova... Avviene solo quando una cosa la si ritiene importante non solo
oggettivamente ma soprattutto soggettivamente e ce ne facciamo una
ragione» (Wikipedia).
Allenarsi per vincere
Quaresima, un tempo per...
Non si cresce senza fatica, senza dire dei no. «Chi
dice sì a tutte le cose lecite presto dirà sì anche alle
cose illecite» (Cirillo di Alessandria). Non possiamo
permetterci tutto e sempre, semplicemente perché è
lecito, anche se non ne abbiamo bisogno. Dire di no
alle cose facili e lecite rende forti per dire poi di sì alle
cose che ci costano o che non sono lecite perché la
coscienza ce le rimprovera. Ma occorre soprattutto «che una cosa la si ritenga importante non solo
oggettivamente ma soprattutto soggettivamente».
Ciò che non è importante ai miei occhi non spinge all’impegno e a quell’orgoglio sano per riuscire.
Dice una ballata: «Prendi il tempo per riflettere: è
una fonte di pace. Trova un tempo per svagarti: è il
segreto della giovinezza. Scegli un tempo per leggere: è la fonte della saggezza. Prendi il tempo per
amare ed essere amato: è un dono di Dio. Trova
il tempo per la tenerezza: è la strada della felicità. Scegli il tempo per sorridere: è una musica per
l’anima. Prendi il tempo per dare: è la porta della
fraternità. Trova un tempo per lavorare: è il prezzo
del successo. Scegli il tempo per essere solidale: è
la chiave del cielo. Prendi il tempo per pregare: è
la forza della tua debolezza».
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Scrive A. Bozzolo: «Quando in noi l’ascolto della
Parola si indebolisce, la coscienza si annebbia e diventiamo spiritualmente sedentari. Inizia quel ripiegamento nella routine che rende le giornate monotone, la volontà fiacca, il tono spirituale mediocre.
La libertà si rattrappisce in se stessa: spende le sue
energie per fare tante cose, ma mette poco amore
in ciò che fa. Ne nasce quella tristezza interiore nel
servizio di Dio, quella pesantezza spirituale che i
maestri di spirito chiamano accidia. San Tommaso
ne descrive i sintomi. I primi due richiamano il rallentamento nel servizio di Dio. Si tratta infatti della
otiositas e della somnolentia che non riguardano
l’attività esteriore, che può essere anche frenetica,
ma l’osservanza della Parola divina».
Una allegra quaresima?
La quaresima non è un tempo per piangere, per
fare penitenze, per essere tristi. Non è neanche un
tempo per dire dei no, perché i no bisogna dirli anche in altri periodi dell’anno. È un momento
per fare spazio a ciò che difficilmente riusciamo a
goderci perché spinti da tanti altri idoletti che sgomitano. È un tempo per “svegliarsi dal sonno”, per
assaporare la gioia di camminare insieme al nostro
Dio, per scoprire la sua presenza tenera e affettuosa. Potremo farlo solo se gli daremo il posto che
si merita per lasciarci invadere dalla sua tenerezza
senza elemosinarla troppo dalle cose e dalle persone o scimmiottando riti e costumi imposti dalla
cultura dominante. Un tempo per godersi l’effetto
che fa “essere padroni di se stessi”, non gregari di
nessuno, né conformisti di stagione. La quaresima
è respirare l’aria della Risurrezione che presto riempirà la nostra camera con il profumo della “bella
notizia”: Dio è vivo!
Frenesia esteriore
e inerzia spirituale
«Anzi a volte proprio la frenesia esteriore del fare
maschera l’inerzia spirituale, la mancanza di fecondità, il blocco nella maturazione interiore. Gli altri
sintomi descrivono gli atteggiamenti che compensano la carenza di interiorità e si esprimono nel
divagarsi dell’anima. Esso appare come dissipazione della mente, come irrequietezza fisica, come
instabilità nei luoghi e nei propositi, come eccesso
Giuliano Palizzi
[email protected]
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MARZO-APRILE 2014
AMICI DI DIO
Tutto per Cristo, mio bello
Tratto in forma ridotta da:
Mario Scudu
Anche Dio ha i suoi campioni
Elledici 2011
pagine 936, euro 29,00
Santa Caterina da Bologna (1413-1463), monaca clarissa.
la città: un personaggio insomma. Quando lei aveva nove anni
la famiglia si trasferì a Ferrara. E
così la piccola entrò a corte come
damigella di Margherita d’Este. La
ragazza era di buona intelligenza, di pronta memoria e di facilità
nell’apprendere, ma aveva anche
un forte desiderio di conoscere.
Perciò il padre, premuroso quanto
assente, volle per lei un’educazione completa. E Caterina così studiò musica, pittura, danza, l’arte
poetica, la miniatura e la copiatura. Ed anche il latino: si considerava una privilegiata e lo era.
Ma questo bagaglio culturale lei
lo mise sempre al servizio delle consorelle e solo per la gloria
di Dio, non per nutrire il proprio
narcisismo.
Dalla corte
al monastero
Per i bolognesi è semplicemente
la santa; per i ferraresi invece è
una donna illustre vissuta a Ferrara e che la Chiesa venera come
santa Caterina da Bologna. Caterina Vigri è infatti nata proprio in
questa città nel 1413 da Giovanni e Benvenuta Mommolini. Suo
padre, un nobile patrizio, dottore
in legge e Lettore all’Università di
Padova era in servizio presso la
corte degli Estensi, i signori del-
22
A quattordici anni ecco la prima
svolta: Caterina decise di fare comunità con un gruppo di ragazze,
per lo più nobili e ben posizionate
socialmente, intenzionate a vivere
da religiose.
Qualcuno si meraviglierà: passare
dalla bella vita di corte, con tutta
la coreografia mondana fatta di
sfarzo e di lusso, di bei vestiti e
di feste... a quella di un monastero? Molto perplessi. È possibile?
Sì è stato possibile, e lo è ancora
oggi. Non dimentichiamoci che
all’origine di tutto (la vocazione)
c’è lo Spirito di Dio con la sua
metodologia originale, Lui crea-
tività assoluta anche nel muovere
i cuori ed nell’illuminare le menti. Qualche volta (raramente) con
modalità radicali (vedi san Paolo).
Normalmente con metodi più soft,
più suadenti e dolci, con illuminazioni e ispirazioni, con piccoli
segni o semplici incontri... “Vero
sussurro di Dio” lo Spirito agisce
in mille modi.
Seconda svolta nel 1432: Caterina con le compagne professò la
regola di santa Chiara, nel monastero del Corpus Domini. Era
monaca.
Caterina, tutta
umiltà e flessibilità
Un particolare. Il monastero del
Corpus Domini di Ferrara era
famoso perché ospitava giovani donne, di nobile famiglia, che
avevano scelto la povertà e la penitenza.
Caterina, nobile e ricca, non disdegnava affatto anzi accettava
volentieri le più umili mansioni.
Uno dei punti fermi della sua vita
spirituale fu infatti l’umiltà e l’obbedienza: «Tutto per amore del
Cristo mio bello», così affermava. E così fu portinaia, fornaia, lavandaia; lavorò in cucina, insegnò
musica e mise a disposizione le
sue conoscenze nella miniatura e
copiatura. Fu anche maestra delle
novizie. Un vero esempio di santa
flessibilità.
Terza svolta. Nel 1456 Caterina
e diciotto consorelle arrivarono
a Bologna, su invito delle auto-
S. Caterina da Bologna si serve della
metafora del “viaggio” di tre giorni
attraverso 12 “giardini”, in ognuno dei
quali l’Anima-Sposa esprime nel canto il
suo incontro sempre più intimo e gioioso
con l’Amato.
rità, per fondarvi un monastero:
si chiamerà del Corpus Domini
(ancora oggi). Lei fu nominata
badessa.
Come superiora Caterina continuò nel suo amore radicale alla
povertà e nel continuo esercizio
dell’umiltà e carità.
L’amore di Dio:
dono e molta fatica
Ma fu specialmente come maestra delle novizie dove rifulse la
sua santità e anche la sua abilità
di educatrice alla fede. Il suo insegnamento suscitava fiducia ed
entusiasmo nelle allieve, tutte affascinate dalla grazia e dalle sue
parole. Proprio per loro scrisse
Le armi necessarie per vincere le
battaglie spirituali che ebbe larga diffusione in Italia e all’estero.
L’esempio e la continua vicinanza,
fisica e spirituale, con Caterina era
per loro un continuo invito alla
santità.
Un giorno le chiesero: «Quanto saremmo felici se potessimo
amare Dio come l’amate voi». E
Caterina: «Cercate, cercate con
23
ogni studio di conoscere voi medesime, e che siete fattura di Dio;
di conoscere li difetti vostri e la
brevità del tempo con quale si
può acquistare o perdere la vita
eterna a nostro volere... Però, sorelle mie, né croce né chiodi sarebbero stati sufficienti a tenere
confitto in croce il Verbo divino,
se non vi fosse stato l’amore».
Cristo fu e rimase sempre al centro dei suoi pensieri, nella preghiera in chiesa, nel lavoro al
forno, lavando i piatti, in lavanderia, come maestra della novizie
o come badessa. Una sua consorella affermò: «Per Caterina tutto el suo portamento è stato per
amare». Esclamava infatti: «Piacere
e dispiacere sia uguagliato, purché io ami e piaccia a Cristo mio
bello».
La morte arrivò il 9 marzo del
1463. Il suo culto subito si estese ben oltre Bologna, anche per
numerosi prodigi che le si attribuirono.
Mario Scudu
[email protected]
MARZO-APRILE 2014
la parola qui e ora
Una persona speciale:
il Risorto
consiste nel cercare di conoscere le caratteristiche
dell’oltretomba, di stabilire, con criteri nostri umani,
significati e valori. Ma non è questo che viene ad
insegnare la risurrezione di Cristo: piuttosto, viene
a chiudere l’incompletezza della condizione umana
nostra, così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede ma che si consolida poi su
un impianto di ragione. Dalla promessa di Cristo
alla “scommessa” di Pascal il passo non è lungo.
La sua risurrezione chiude
l’incompletezza della condizione
umana così come la conosciamo,
con una promessa che nasce
dalla fede, ma che si consolida
poi su un impianto di ragione.
Il suo fascino
va oltre la ragione
Il primo giorno della settimana,
Maria di Màgdala si recò al sepolcro
di mattino, quando era ancora buio,
e vide che la pietra era stata tolta
dal sepolcro. Corse allora e andò da
Simon Pietro e dall’altro discepolo,
quello che Gesù amava, e disse loro:
«Hanno portato via il Signore dal
sepolcro e non sappiamo dove l’hanno
posto!». Pietro allora uscì insieme
all’altro discepolo e si recarono al
sepolcro. Correvano insieme tutti e
due, ma l’altro discepolo corse più
veloce di Pietro e giunse per primo al
sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là,
ma non entrò. Giunse intanto anche
Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò
nel sepolcro e osservò i teli posati là,
e il sudario – che era stato sul suo
capo – non posato là con i teli, ma
avvolto in un luogo a parte. Allora
entrò anche l’altro discepolo, che era
giunto per primo al sepolcro, e vide e
credette. Infatti non avevano ancora
compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti.
«Doveva risuscitare dai morti». Quel che per noi, da
venti secoli a questa parte, è diventata idea comune, la risurrezione dei morti, era nel mondo antico
poco più che una stravaganza, una moda nuova
che comincia a circolare a partire dal III secolo a.C.
Tra i Greci e i Romani, la morte è la fine di tutto;
nella stessa cultura ebraica, Dio è il Dio dei vivi, e
non dei morti. C’è spazio per il culto, la memoria,
la celebrazione del ricordo: ma i morti sono morti e basta, stanno in quella dimensione indefinita
che è lo Sheol, in cui si patisce l’assenza della vita
come l’assenza di Dio. Quando san Paolo va ad
Atene per annunciare il Vangelo alla gente più sofisticata dell’Impero, viene preso in giro: «Quando
sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni
lo deridevano, altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”». (Atti 17,32). Ma il cristianesimo
non si fonda su una certa evoluzione, una svolta
nella storia delle idee che ad un certo punto ha
portato in evidenza, in Occidente, l’eventualità di
una qualche forma di continuazione della vita oltre
la morte biologica.
(Gv 20,1-9)
Il fascino del Risorto, poi, va ben oltre la ragione, e anche la ragionevolezza. Dostoevski lo dice
così: «Anch’io sono figlio di questo secolo, un figlio dell’incredulità e del dubbio, fino ad oggi e
forse fino alla tomba. Quali spaventose torture mi
è costata e mi costa anche ora questa sete di credere, tanto più forte nella mia anima quanto ci
sono argomenti contrari. E tuttavia Dio mi invia dei
momenti in cui tutto mi è chiaro e sacro. È in quei
momenti che ho composto un credo: credere che
non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più
amabile, di più ragionevole e di più perfetto che
Cristo, e che non solo non c’è niente, ma – e me lo
dico con amore geloso – non si può avere niente.
E più ancora, se qualcuno mi avesse dimostrato
che Cristo è fuori della verità, avrei preferito senza
esitare restare con Cristo che con la verità».
Nel Vangelo che leggiamo nel giorno di Pasqua,
questo fascino del Cristo sembra aleggiare in ogni
cosa. I discepoli arrivano al sepolcro di corsa, affannati dall’idea che sia stato portato via il cadavere di quel maestro che aveva cambiato le loro
vite. Maddalena stessa è in confusione, non riconoscerà Gesù quando le appare nel giardino. Oggi
è la pubblicità dei deodoranti o di altri oggetti a
imporci di pensare che ciascuno di noi è una “persona speciale”, che si compiace delle cure particolari, dell’atmosfera che le si crea intorno, creata
artificialmente con uno spray. Ma le persone speciali vere, non quelle “pompate”, sono poche. Anzi,
forse ce n’è, appunto, una sola.
Il “salto” di credere
o no a un fatto unico
Il “salto” cui siamo obbligati è nel decidere di credere o meno a un fatto: che Gesù crocifisso è morto;
e che dal sepolcro è tornato alla vita così come noi
la conosciamo. Non zombi, né fantasma, non spettro o ectoplasma, ma uomo vero, sulla cui pelle si
possono toccare le ferite (Gv 20,27), che mangia
con i suoi discepoli le stesse cose che mangiano
loro (Gv 21,12). Come in tutto il resto della storia
sacra, la vicenda della fede si innesta sulla cultura
del tempo, ma va oltre, propriamente la “trascende”
per indicare che il cammino è un altro, l’obiettivo
è diverso.
Cristo è la somma e la conclusione di tutte le promesse di Dio. La sua risurrezione dai morti, nella
linea della promessa ad Abramo, e del passaggio del Mar Rosso, significa la nostra risurrezione, la fine di questa condizione umana in vista di
una “vita in Dio” diversa da questa. La tentazione
“magica”, su tutto quanto sta al di là della morte,
Marco Bonatti
responsabile della comunicazione
per la Commissione diocesana Sindone
[email protected]
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25
MARZO-APRILE 2014
mamme sulle orme di maria
Esame di... maturità
La storia di una madre che pensava
di conoscere la figlia, o meglio
l’idea di figlia che preferiva per sé.
Poi arriva una gravidanza inattesa
e la Madonna arriva in soccorso.
L’accettazione amorevole del mistero
di una nuova vita dà una svolta ad un
rapporto che sembrava incrinarsi.
Silvia era solita dire riferendosi alla sua
unica figlia Barbara: «È la luce dei miei
occhi», un’ espressione un po’ retorica
e démodé che poteva far sorridere, ma
se si conosceva bene questa mamma
“innamorata”, si capiva che per lei era
l’assoluta verità!
Era rimasta incinta non più giovane,
dopo anni di attesa, quando forse si era
messa il cuore in pace e fin da quando
la sua piccola era nata ne era stata orgogliosissima ed in cuor suo mille volte aveva ringraziato Dio di essere stato
così generoso da concedere a lei ed a
suo marito una fortuna tanto grande.
Effettivamente Barbara era stata una
bimba adorabile, intelligente, aperta di
carattere ed affettuosa.
A scuola era sempre andata bene e per
le superiori aveva scelto un prestigioso
liceo della sua città, un ciclo di studi impegnativo che Barbara aveva intrapreso e portato avanti senza risparmiarsi.
Silvia aveva seguito anno dopo anno
la sua liceale, aveva cercato di supportarla in tutto ciò che poteva finché era
arrivato l’ultimo anno con il fatidico e
temuto esame di Maturità.
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Pensavo di
conoscerla...
Nella classe di sua figlia c’era sempre stato un ottimo clima di collaborazione, i ragazzi erano abituati
a studiare a gruppi riunendosi ora
a casa di uno ora a quella dell’altro e anche Silvia molte volte aveva accolto compagne e compagni
della figlia e li aveva rifocillati con
gustose merende.
Verso la fine del mese di aprile Silvia notò dei cambiamenti in Barbara: era pallida, silenziosa, distratta ma non si preoccupò più
di tanto pensando che fosse l’effetto esame.
Cercò di rassicurarla, fece ancora
più attenzione ai cibi che le preparava e richiese persino in farmacia un integratore adatto! Lei
conosceva bene sua figlia, si sarebbe presto ripresa per lo sprint
finale, se non la conosceva lei che
era sua madre. Invece non andò
così: Barbara non migliorò e rallentò il ritmo dello studio. Cosa
stava succedendo? Si era forse
ammalata o come si dice con un
termine eccessivamente inflazionato, era “stressata”?
Dopo inutili tentativi un giorno
Silvia mise alle strette la figli e Barbara scoppiò in lacrime, forse un
pianto liberatorio per lei ma non
così per la madre che ad ogni parola di spiegazione sentiva crollare sotto i piedi il suo mondo, le
sue certezze e la convinzione che
la figlia fosse un libro aperto: Barbara era incinta di due mesi di un
compagno di scuola, Luca.
Come era possibile che la sua
Barbara fosse stata così irresponsabile ed immatura?
Mille domande le salivano alle
labbra pur sapendo che era troppo tardi anche per le risposte.
Cosa doveva fare, dove avrebbe
trovato la forza per aiutare sua
figlia che l’aveva profondamente delusa? Poi... sulla sua strada
incrociò la Madonna che le tese
una mano.
Maria, aiuto!
Nella sua vita di madre Maria si
era trovata in situazioni difficili e
dolorose ma aveva rialzato la testa, non si era scoraggiata, aveva
continuato a lottare per amore del
Figlio perché il progetto del Cristo
Salvatore era più importante delle
sue sofferenze.
Così avrebbe fatto anche lei, nonostante le fosse difficile ammettere che la sua amata figlia, non
era solo la persona che conosceva ma aveva debolezze ed immaturità; comunque l’avrebbe sostenuta a terminare il suo progetto
di studi... la maturità e l’università, nonostante il bambino, perché
questo bambino aveva il diritto di
nascere ed essere amato.
Barbara superò l’esame di maturità e a dicembre nacque la sua
bimba
Quando Silvia la strinse fra le
braccia e la sentì tenera, calda e
morbida pensò che anche la Madonna aveva provato la stessa intensa emozione davanti al mistero della nascita: la nipotina sarebbe stata per lei un novello Gesù
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Maria in situazioni difficili
e dolorose non si era
scoraggiata, perché
il progetto del Cristo
Salvatore era più importante
delle sue sofferenze.
Bambino e avrebbe aiutato sua
figlia a crescerla perché il giovane padre Luca non aveva voluto
accettarla, lui non aveva superato
l’esame di maturità più importante: quello della vita!
Ora Barbara frequenta l’Università e Silvia le porta la bimba ad
allattare fra una lezione e l’altra,
proseguendo nella realizzazione
di quel progetto che uno sbaglio
non può vanificare, se c’è amore.
Francesca Zanetti
[email protected]
sempre con noi
Missionario liturgista
La famiglia Salesiana e la diocesi di Torino
ricorda con riconoscenza don Giuseppe Sobrero,
che sulle orme di tanti suoi confratelli ha
lavorato a lungo perchè si attuasse la riforma
liturgica in Italia e poi da missionario in
Messico.
La Famiglia Salesiana e i liturgisti
italiani lo scorso 9 gennaio hanno
perso uno straordinario compagno di strada. Ci ha lasciati don
Giuseppe Sobrero, salesiano, collaboratore dell’attuazione della
Riforma liturgica in Italia. Dopo il
dottorato all’Institut Supérieur de
Liturgie di Parigi, lavorò, a Torino,
alla redazione dei nuovi libri liturgici e come membro dell’Ufficio
liturgico della diocesi di Torino.
Salesiani liturgisti
Nei primi anni ’80 fu inviato in
Messico, dove svolse, fino a
quando le forze glielo permisero, un’intensa azione pastorale
presso le popolazioni locali nella
regione di Oaxaca, estremo sud
del Paese. La passione per il canto
liturgico di don Sobrero discende
da una lunga tradizione salesiana:
don Bosco sapeva suonare vari
strumenti e, come riportano i suoi
biografi, amava il canto che inse-
gnava ai suoi ragazzi con passione. Aveva una spiccata sensibilità
liturgica e si preoccupava che le
celebrazioni fossero cantate per
lodare degnamente il Signore e
per permettere all’assemblea, e
soprattutto ai giovani, di partecipare con più attenzione ai riti.
Di qui l’attenzione per l’animazione liturgica dei suoi successori, a
partire da don Michele Rua e giù
giù fino ad autori di canti liturgici
tra cui il cardinale Giovanni Cagliero, don Giovanni Pagella, don
Luigi Lasagna, don Dusan Stefani,
don Stefano Manente, don Antonio Fant e don Massimo Palombella, attuale direttore della cappella Sistina. In questa lunga lista,
certamente incompleta, ha un posto di riguardo anche don Sobrero. Era nato a Envie, in provincia
di Cuneo, il 1 giugno 1930, e dalle
sue montagne aveva imparato l’amore per tutto ciò che è autentico.
«La passione per gli spazi aperti,
le camminate in montagna con il
passo regolare e costante, l’hanno
accompagnato per tutti gli anni
trascorsi nella regione di Oaxaca, quando per il suo ministero si
spostava da una piccola comunità
all’altra percorrendo chilometri su
sentieri disagiati» – ricordano gli
amici dell’Ufficio liturgico torinese
– «Ne scriveva con passione nelle
lettere che ci inviava, ormai perfettamente integrato nella cultura
e nella lingua. Missionario ‘fino al
midollo’, aveva cura di formare al
meglio i catechisti locali e più tardi, chiamato dal Vescovo, gli aspiranti sacerdoti, sempre attento al
rispetto delle specificità culturali
e delle tradizioni locali. Neanche
l’ictus che lo colpì nel 2002 riuscì
a fermarlo».
Tornato in Italia per curarsi, fu poi
inviato ancora nella regione di
Oaxaca. L’ultima visita a Valdocco fu per il suo 50° di ordinazione presbiterale. Chi partecipò alla
celebrazione eucaristica lo ricorda
all’altare, in paramenti bianchi e
in piedi, aiutato soltanto dal suo
ormai inseparabile bastone: una
figura biblica, maestro di vita e di
fede.
Salesiano in Messico
«Si è affacciato nella nostra diocesi» – ricorda padre Eugenio
Costa, gesuita, liturgista che con
don Sobrero collaborò per molti
anni all’Ufficio liturgico della diocesi di Torino – «con gentilezza
e discrezione, nei primi anni del
post-Concilio, laureato di fresco a
(continua a pagina 29)
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Festa di Don Bosco
31 gennaio 2014
Foto di Renzo Bussio, Dario Prodan, Mario Notario, Giuseppe Verde
Sognate in grande
e seguite il vostro sogno
Messaggio ai giovani del MGS 2014
Amatissimi giovani,
non vi nascondo la mia emozione nel rivolgervi
l’ultimo messaggio come Rettor Maggiore. Vorrei che queste mie parole giungessero al vostro
cuore per dirvi che sempre vi ho amati e vi amerò
sempre. Voi siete al centro della mia vita, della mia
preghiera e del mio lavoro. Siete la mia gioia e la
sorgente d’ispirazione e di speranza per il presente
e per il futuro che il Signore mi riserva.
Grazie per l’amore che mi avete sempre dimostrato, per le vostre preghiere che mi hanno sostenuto
nei momenti difficili del mio delicato servizio. In
questo momento vedo i vostri volti illuminati dalla
gioia di vivere e di credere, ma anche preoccupati
per un futuro incerto. Ho condiviso le speranze e
le sofferenze che leggevo nei vostri occhi. Durante
questi 12 anni del mio bel mestiere di successore
di don Bosco abbiamo vissuto insieme momenti indimenticabili come le Giornate Mondiali della
Gioventù a Sydney, Madrid, Rio de Janeiro; i diversi
Incontri MGS delle Ispettorie; Confronti e CampoBosco al Colle Don Bosco o altrove. Sono stati
tempi forti dello Spirito, esperienze di comunione
e di spiritualità salesiana, momenti di condivisione
e fraternità che ci hanno fatto crescere nell’amore
a Gesù, alla Chiesa e a don Bosco.
Grazie, cari giovani, per la vostra presenza rivelatrice dell’amore di Dio, per la freschezza e l’entusiasmo che avete comunicato in questi incontri, per
la gioia che avete dato al mio cuore. Con cuore di
padre continuerò ad amarvi e per questo voglio
invitarvi a guardare con speranza al vostro futuro.
Dio non ci abbandona e ci sta dando segni grandi
del suo amore.
Altre fotografie
si trovano sul sito
www.donbosco-torino.it
II
III
Papa Francesco,
segno dell’amore di Dio
per la sua Chiesa
È con grande gioia e stupore di molti che assistiamo oggi all’annuncio di una nuova primavera
per la Chiesa e per il mondo stesso. I profeti di
sventura che decretavano l’inverno della Chiesa,
ancora una volta, devono ricredersi. Questo nuovo soffio di primavera, dono dello Spirito Santo,
ha un volto ed un cuore, quelli di Papa Francesco.
Il suo presentarsi umile, semplice e sorridente rivela la sua vita interiore. È un uomo intensamente
unificato con un punto focale attorno al quale si
concentrano gesti, atteggiamenti e pensiero: il Signore Gesù, percepito sempre come Parola di un
Dio della bontà, della tenerezza, della misericordia.
Ci colpisce fortemente la figura di questo Papa
tanto dolce e, al tempo stesso, uomo-roccia, solidamente ancorato a un punto di radicamento
dove converge tutta la sua forza morale, la libertà di agire e parlare, insieme a un profetismo illuminante. Il punto unificante attorno al quale si
concentra tutta la sua persona è, al tempo stesso,
un grande sogno e un progetto di vasto respiro.
Quale è questo sogno che ha sedotto Papa Francesco e che contagia e affascina tanti giovani? È
una Chiesa libera dalla mondanità spirituale, libera
dalla tentazione di chiudersi nel suo quadro istituzionale, libera dalla tendenza all’imborghesimento
e dalla chiusura in se stessa, libera soprattutto dal
clericalismo e del maschilismo. Una Chiesa incarnata in questo mondo, risplendente nei più poveri
e nei sofferenti. Una casa aperta per tutta l’umanità. Nel suo cuore c’è il grande desiderio di una
Chiesa accogliente verso tutti, al di là delle diversità delle culture, delle razze, delle tradizioni, delle
confessioni religiose. Una Chiesa che esca sulle
strade per evangelizzare e servire, raggiungendo le
periferie geografiche, culturali ed esistenziali. Una
Chiesa povera, che privilegi i poveri, diventando
la loro voce, per superare l’indifferenza egoista di
coloro che hanno di più e non sanno condividere.
Una Chiesa che dia una giusta attenzione e rilevanza alle donne, senza le quali, essa stessa, corre
il rischio della sterilità.
Papa Francesco vive con autentica passione la dedizione a questo sogno che si porta nel cuore e
vuole che tutti i credenti, ma specialmente i giovani,
vivano con altrettanta intensità il suo slancio mis-
IV
V
sionario. Voi giovani siete i protagonisti irrinunciabili e determinanti di questa nuova primavera. Per
uscire da una cultura dello “scarto” che vi emargina e vi paralizza lasciandovi senza futuro, dovete
accendere nel vostro cuore il “fuoco” di una nuova
passione per investire le vostre energie e la vostra
stessa vita; si tratta di impegnarsi per cause nobili, positive e di grande valore morale, per le quali
valga la pena di spendere la vita. Ve lo chiede Papa
Francesco, ve lo chiede don Bosco, ve lo chiedo io
in questo ultimo messaggio, come un testamento spirituale da custodire gelosamente nel vostro
cuore e da realizzare nella vita.
come missione, come dedizione fedele e disponibilità totale verso gli altri. Ascoltate l’accorato appello di Papa Francesco a tutta la Chiesa: «Usciamo,
usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo!».
Come resistere a questa chiamata? È un appello
che ha tutta l’intensità e la passione del «Da mihi
animas!» di don Bosco. La vostra generosità giovanile non può che sussultare e lasciarsi scuotere da
questo grido, abbandonando una fede timida, rattrappita dalla paura e poco incline a testimoniare.
Voi siete chiamati a vivere una fede che si manifesta come profezia, come certezza di essere amati
da Dio fino a mettere in lui la vostra unica sicurezza. Nel suo nome potete rischiare tutto, senza
lasciarvi intimorire da niente e da nessuno, senza
lasciarvi condizionare da altre visioni del mondo,
senza accontentarvi di una vita mediocre.
L’invito di Papa Francesco per voi giovani è di partire senza paura per servire il mondo, arricchirlo
del dono di Cristo e del Vangelo. A voi affida la
convinzione della reale possibilità di cambiare il
mondo, perché Gesù Risorto è con noi, tutti i giorni, fino alla fine dei tempi, e fa nuove tutte le cose:
«Una fede autentica implica sempre un profondo
desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro
passaggio sulla terra» (EG n. 183).
La vostra giovinezza, dono per
consegnare agli altri
In questi anni vi ho invitato ad accogliere la vostra
giovinezza come il dono più prezioso e a orientare
la vostra vita secondo un progetto vocazionale. Ho
letto nei molti volti che ho incontrato la ricerca e il
desiderio grande di felicità che si esprimeva nella
gioia e nella festa. La fede cristiana è la risposta a
questo vostro desiderio perché è annuncio di felicità
radicale, promessa e conferimento di «vita eterna».
Attingere alla spiritualità salesiana è penetrare nel
cuore stesso di don Bosco, dove impegno e gioia
vanno insieme, santità e allegria sono un binomio
inseparabile. Fin dall’inizio del mio ministero vi ho
proposto un cammino di santità semplice, allegra
e serena. La spiritualità giovanile salesiana vuole
portarvi all’incontro con Gesù Cristo per stringere
con Lui una relazione di amicizia e di fiducia. Vi
ho indicato sempre la Chiesa come il luogo scelto
e offerto da Cristo per incontrarlo e ascoltare la
sua Parola. Solo la sua presenza discreta stimola
la vostra libertà a educare la mente, il cuore e la
volontà. A Lui basta un piccolo segno di fiducia
per dirvi con tanta tenerezza: «Venite e state con
me, voi che siete assetati di felicità e affamati di
cose belle e vere che fanno crescere la vita. Venite, voi che siete stanchi, scoraggiati, depressi. Voi
che soffrite nel vostro corpo, nel vostro spirito, nel
profondo del vostro cuore».
Ascoltate, cari giovani, le sue parole che scendono
lentamente, consolanti dentro di voi. Esse diventano nell’Eucaristia sangue che vi dà vita nuova,
carne della vostra carne. È una nuova vita che si
nutre di preghiera, di comunione e di servizio. È
una nuova vita percepita e vissuta come vocazione,
Amatissimi giovani.
Congedandomi da voi vi affido queste parole che
sgorgano dal mio cuore di padre. Vi ho sempre
amati e continuerò ad amarvi ricordandovi tutti i
giorni al mio e vostro amico Gesù. Perciò mi sento
di fare mie le parole del nostro amato don Bosco:
«Fino all’ultimo respiro della mia vita sarà per voi,
miei cari giovani». Chiedo anche a voi il dono della
vostra preghiera perché continui a servire la Chiesa
e la Famiglia Salesiana con fedeltà e amore.
Vi affido a Maria, nostro aiuto, modello di santità
vissuta con coerenza e totalità, stella della nuova
evangelizzazione. Vi accompagni sempre con tenerezza di Madre in tutti i momenti della vostra vita.
Vi aiuti a dare bella testimonianza di comunione,
di servizio, di fede ardente e generosa, di giustizia
e di amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo arrivi a tutti i giovani e nessuna periferia sia
priva della sua luce. Sempre vostro,
don Pascual Chávez Villanueva, SDB
Rettor Maggiore
VI
VII
MARZO-APRILE 2014
Festa di Don Bosco 31 gennaio 2014
Parigi, per 20 anni è stato con noi
a sostenere il gran lavoro della Riforma liturgica. Con la sua preparazione, e con la sua grande ricchezza umana, don Giuseppe fu
chiamato a collaborare a diverse
imprese, volte a raggiungere, con
l’entusiasmo che l’epoca infondeva, importanti tappe del rinnovamento della liturgia, a Torino e in
Italia: vari documenti pastorali, le
successive edizioni di Nella Casa
del Padre, la redazione di Rivista
Liturgica e de Il canto dell’assemblea, l’edizione di libri liturgici della Chiesa italiana – in particolare
della Liturgia delle Ore e molto altro. Dopo aver insegnato qualche
tempo Liturgia alla Facoltà Teologica della Crocetta, fece il grande
balzo in Messico. Fu come una
seconda vita, in cui si gettò a capofitto con la generosità che gli
anni torinesi ci avevano lasciato
intuire: chi ha potuto fargli visita
se ne è reso conto. La diocesi di
Torino e tutta la Chiesa italiana
– riconoscenti alla Famiglia Salesiana per avercelo donato, ricco
di tante doti e capace, sereno e
garbato, ne custodiscono la memoria e ne rendono grazie a Dio».
Marina Lomunno
Membro Commissione Liturgica
della diocesi di Torino
[email protected]
Salesiani di don Bosco
casa madre
via Maria Ausiliatrice 32, 10152 TORINO
tel. 011/52.24.822 - fax 011/52.24.690
www.donbosco-torino.it
http://accoglienza.valdocco.it
[email protected]
VIII
29
MARZO-APRILE 2014
maria nei secoli
Maria ci guida
attraverso i secoli
Sappiano tutti che sei la nostra
Madre, nostra speranza, rifugio e
conforto; dona a tutti giorni
sereni. Signora nostra di Bonaria,
ora pro nobis! Ave Maria.
La Madonna di Bonaria di Loceri.
(Ave Maria del monte Cuccu
di Tonino Loddo)
I festeggiamenti per l’inaugurazione della Cappella
si sono protratti per tre giorni dal 2 al 4 di agosto
del 2013 ed hanno visto il giorno 2 la prima processione verso il Monte Cuccu del simulacro della
Madonna di Bonaria. Io vi sono passato alcuni
giorni dopo e devo dire di aver avvertito nell’intimo
quel senso di sacralità che il luogo promana non
solo per la splendida vista tra cielo e mare ma per
quel segno di provvidente protezione che da Loceri e dal Monte Cuccu si stende su tutto il mondo.
Pietro Mellano
[email protected]
Siamo verso la fine dell’Ottocento e sul Monte Cuccu che sovrasta l’abitato di Loceri nella provincia
dell’Ogliastra ad un’umile serva di famiglia “sa Serbidora” non si sa se in sogno o in realtà appare
la Madonna di Bonaria. Nel dialogo intrattenuto
con la donna la Vergine le chiede esplicitamente
di costruire in cima a questa collina una cappella
dove poter recitare la preghiera del Santo rosario.
Passano i decenni e nell’Anno Santo del 1900 l’allora parroco di Loceri, don Vincenzo Maria Carta,
pur nutrendo un’autentica devozione alla Santa
Vergine, non credeva affatto al sogno di “sa Serbidora”, del quale, in paese si faceva ancora un
gran parlare, pur essendo passati diversi anni dalla
sua morte.
Santa Vergine, presentandosi sotto le sembianze
della Madonna di Bonaria. Quel giorno, il religioso
si persuase che anche il sogno di “sa Serbidora”
era vero e che bisognava prestarvi attenzione. La
Madonna aveva confermato a “Nonnu Carta” la
richiesta di una piccola Cappella. La domenica seguente, don Carta sprizzava di gioia da tutti i pori
e, nel parlare ai fedeli presenti alla santa Messa,
indisse subito una questua per acquistare il Simulacro della Madonna di Bonaria. I loceresi furono generosi, nonostante la povertà di quei tempi.
Solo nel 1908, nella prima settimana di agosto, la
statua della Madonna di Bonaria arrivò in paese.
Sembrava un inizio promettente per instaurare nei
parrocchiani di Loceri un’autentica devozione alla
Madonna di Bonaria, un buon auspicio per poter
costruire quanto prima la Cappella sulla cima del
Monte Cuccu. Ma così non fu: l’entusiasmo dei
primi anni non ebbe un seguito. La statua rimase
in attesa nella prima cappella a destra della chiesa parrocchiale di san Pietro Apostolo per più di
un secolo!
La Vergine appare a don Carta
Venne il giorno 8 di dicembre, giorno di “Sa Gloriosa”, festa solenne dell’Immacolata. Il parroco
dopo pranzo stanco si addormentò su una comoda poltrona e si immerse in un sonno profondo. Ed ecco che a don Carta apparve nel sogno la
30
Il sogno diventa realtà
Arriviamo quindi ai nostri giorni. “S’ortali e Monte
Cuccu” viene suddiviso in due parti ereditate dal
padre di don Alessandro Loi e dal padre di don Igino Loi. Dalla volontà di queste due famiglie e grazie alla tenacia dell’attuale parroco don Elio Mameli
si avvera il sogno: una Cappella alla Madonna di
Bonaria a Loceri sul Monte Cuccu. La realizzazione
di questo luogo di preghiera ha visto il concorso
di tutti gli uomini e le donne di buona volontà di
Loceri. Ognuno ha messo a disposizione quanto
poteva: risorse materiali, risorse economiche, tempo, ingegno, strumenti, mezzi, compresa l’amministrazione comunale. Possiamo dire che l’opera è
veramente il frutto di un grande concorso di popolo suscitato dalla grande devozione alla Protettrice di questa terra, la Sardegna. Dopo Cagliari e
Buenos Aires, dopo la chiesa di santa Maria del
Monte nei pressi del Golfo Aranci, dopo un’altra
chiesetta nella diocesi di Ales, anche Loceri, ora, ha
un’area sacra riservata alla venerazione della Gran
Madre di Dio, Nostra Signora di Bonaria, Patrona
Massima della Sardegna e dei Naviganti.
31
MARZO-APRILE 2014
maria nei secoli
La Madonna
della misericordia
za distinzione tutti e le persone
raffigurate sono la muta rappresentanza di quanti bisognosi ricorrono a lei. Il gesto deriva dalla
consuetudine medioevale che attribuiva alle nobildonne la facoltà
di accogliere e proteggere sotto
il loro mantello i perseguitati e i
bisognosi di soccorso.
Maria è rivestita con una tunica rossa raccolta ai fianchi da
una semplice cintura, la copre
un mantello azzurro foderato di
bianco, fermato sul petto da una
spilla a forma di mandorla, riferimento questo ad un simbolo,
molto in uso anche in Italia ma
di derivazione orientale, che significa la sua maternità verginale. Il viso è ieratico e di una compostezza assoluta; sul capo una
semplice corona tiene fermo un
velo leggero.
di Piero della Francesca
Nato a Borgo Sansepolcro tra
il 1416 e il 1417, Piero da Borgo
detto della Francesca, fu uno dei
pittori più significativi del Rinascimento italiano. Il momento
formativo più intenso lo ebbe a
Firenze. Durante la sua permanenza in città, nel 1439 si tenne
il Concilio alla fine del quale fu
sancita l’unione (sconfessata subito dopo) tra la Chiesa Latina
e l’Ortodossa. La presenza della corte bizantina diede modo a
Piero di conoscere costumi nuovi
che saranno in seguito utilizzati
nelle sue opere. Lavorò molto tra
Arezzo e Urbino con puntate a
Rimini e a Roma. Rimase sempre
molto legato alla sua terra e molti
dei suoi dipinti presentano il dolce paesaggio della Valle Tiberina.
Produsse capolavori anche per la
sua città: la tavola con il Battesimo
di Gesù, oggi alla National Gallery
di Londra, l’affresco del Cristo Risorto della Pinacoteca comunale
di Borgo e il polittico della Misericordia, anche questo nella Pinacoteca Comunale.
Suo capolavoro è la serie di affreschi nell’abside della chiesa aretina di san Francesco dove visualizzò le vicende della vera croce
tratte dalla Legenda Aurea, opera
letteraria composta verso la metà
del 1200 dal frate francescano Jacopo da Varagine (Varazze). Piero fu uno dei primi ad mettere in
pratica le regole della prospettiva nei suoi dipinti. In vecchiaia
tipo di gerarchizzazione immediatamente comprensibile che
diversifica chi protegge da coloro che sono protetti. I personaggi sotto il manto vestono gli abiti
tipici dell’epoca di Piero: compare un membro della confraternita
cha ha commissionato il dipinto e
forse anche un autoritratto, figure maschili e femminili ordinarie,
tutte però con lo sguardo rivolto
al volto di Maria, con il sembiante segnati dal desiderio della sua
protezione.
I pannelli di contorno hanno
come denominatore comune il
riferimento alla storia della salvezza. In posizione preminente è
collocata la crocifissione, che ha
nella predella il suo complemento
scritturistico: l’orazione nell’orto,
Tutti contemplano
il volto di Maria
I fedeli sotto la sua protezione
sono di dimensioni minori, è un
scrisse anche un trattato sull’argomento significativamente intitolato De prospectiva pingendi.
Morì a Borgo Sansepolcro il 12
ottobre 1492.
Maria con il suo
manto copre tutti
senza distinzione
Il Polittico della Misericordia è
un’opera complessa, purtroppo
non conserva la cornice originaria
andata dispersa nel XVII secolo,
quando fu smontato e le diverse
componenti disperse. È dipinto su
tavola con tecnica mista e fu rea-
32
la flagellazione la deposizione nel
sepolcro e l’apparizione a Maria
Maddalena e alle donne. Subito
sotto il crocifisso Piero ha collocato l’Annunciazione, contrapponendo e separando i due personaggi; il contorno è occupato
da santi, di dimensioni maggiori quelli accanto allo scomparto
centrale, raffiguranti i due Giovanni, il battista e l’evangelista,
san Sebastiano, protettore dalla
peste e il toscano san Bernardino da Siena. Sul coronamento e
sui pilastrini sono raffigurati santi
più venerati, da Francesco ad Antonio, da Agostino a Girolamo da
Domenico a Nicola da Tolentino.
È stato osservato come le figure
sono investite della solidità delle
opere di Masaccio, immersi nel
colore insegnato da Domenico
Veneziano e fanno tutte da contorno al gesto della Madonna,
scolpito dalla prospettiva appresa
dagli studi di Filippo Brunelleschi.
Natale Maffioli
[email protected]
lizzata tra il 1444 e il 1464. Doveva
essere tutta di mano del Maestro
e realizzata nel giro di tre anni, ma
gli impegni di Piero prolungarono
i tempi per la consegna e si avvalse anche di un aiuto.
L’iconografia dello scomparto
centrale è tradizionale: la Madonna misericordiosa copre con
il suo manto un gruppo di fedeli che si assiepano attorno a lei.
Sono rigorosamente divisi, i maschi alla destra di Maria e le donne alla sua sinistra. La figura della
Vergine è maestosa, apre con gesto deciso il manto e copre sen-
33
MARZO-APRILE 2014
L’AVVOCATO RISPONDE
Bevi e ti metti al volante?
Occhio, rischi di perdere il lavoro
Chi desiderasse porre domande
all’avvocato Marco Castellarin del
Foro di Torino può segnalarlo a:
[email protected]
non può permettersi di avere, se pur fuori servizio,
una condotta incompatibile con il predetto ruolo.
Per tutti gli altri casi – sia ben chiaro – non vi è
una stretta correlazione tra reato di guida in stato
di ebbrezza e rapporto di lavoro con conseguente
legittimo licenziamento.
Vi è anche da dire che alcuni contratti collettivi di
lavoro prevedono il licenziamento per l’ipotesi di
condanna per un reato. Al riguardo la giurisprudenza considera nulle simili clausole che fanno
riferimento a qualunque tipo di reato ma ha più
volte precisato che il licenziamento potrà essere
giustificato, invece, in considerazione di quel reato
che abbia una certa connessione con il rapporto
di lavoro.
insieme
da così
facciamo nuovo
il cortile di
don Bosco
Al lavoro non si beve!
Proseguiamo la nostra rubrica curata dal nostro avvocato di fiducia
sul tema dei rischi causati dall’uso irresponsabile delle bevande
alcoliche.
Tornando sul tema già trattato nello scorso numero, cercherò di porre l’attenzione su alcune delle
varie conseguenze giuridiche legate all’uso irresponsabile di bevande alcoliche.
lavoro sono chiamati a condurre autobus o autocarri di peso superiore a 3,5 t, per i quali è previsto
il divieto assoluto di un tasso alcolemico durante
l’esercizio dell’attività lavorativa. Pur tuttavia, l’autista di un autobus che, nella sua vita privata, guidi in
stato di ebbrezza, il licenziamento potrebbe essere
legittimo perché il reato, pur commesso al di fuori
dell’attività lavorativa, fa cadere il vincolo fiduciario che deve sussistere tra datore e prestatore di
lavoro. La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con
la sentenza n. 11537/12 conferma quanto già deciso in primo grado e in appello. L’autista di linea,
in ragione della delicatezza del ruolo che svolge,
Alcool e posto di lavoro
Chi guida in stato di ebbrezza, se gli viene accertato
un tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l, oltre a dover rispondere di quanto previsto dall’art. 186 del
codice della strada, trattandosi di fattispecie costituente reato penale potrebbe in astratto subire alcune conseguenze legate anche al posto di lavoro.
Una particolare attenzione va a tutti coloro che per
34
Non è da escludersi, dunque, che chi viene fermato
alla guida con grado alcolemico superiore a 0,8 g/l,
un eventuale licenziamento possa essere ritenuto legittimo per la fattispecie di reato commessa,
ancorché al di fuori dell’azienda e dell’orario di
lavoro, laddove risulti però attinente e in stretta
correlazione con il rapporto di lavoro stesso, tenuto conto delle circostanze concrete del caso e
del contesto dell’accaduto.
Pacifico, invece, che il mero abuso di bevande alcoliche sul posto di lavoro legittima sempre con
grande probabilità il licenziamento.
if
i
d
Perché la culla della Congregazione
Salesiana torni ad essere simbolo di
accoglienza, di gioia e di raccoglimento per tutti i pellegrini.
La realizzazione è impegnativa e il
momento difficile. Per questo ci permettiamo di chiedere l’aiuto concreto
di tutti. Tutti possono partecipare. Ricordando che ogni contributo piccolo
o grande è ugualmente prezioso.
Se bere è reato
Infine non è da sottovalutare che la guida in stato di ebbrezza, nella fattispecie grave e gravissima costituente reato, potrebbe essere anche una
causa di esclusione da un’eventuale candidatura
di lavoro, e mi riferisco soprattuto ai quei giovani
che ambiscono a certe professioni o a dei contratti di lavoro per i quali viene richiesto il certificato
penale del Casellario Giudiziale e il certificato dei
carichi pendenti.
Per informazioni: [email protected]
Per i contributi:
Banca Intesa Sanpaolo, fil. 00505 - TO
IBAN:
IT94 N030 6901 0051 0000 0016 221
BIC: BCITITMM
Intestato a: Oratorio San Francesco
di Sales - Il cortile di don Bosco
Avv. Marco Castellarin
[email protected]
35
c
MARZO-APRILE 2014
sfide educative
Educatori
Aiutiamo i nostri giovani
a non omologarsi, a non
coltivare un pensiero unico
ed allineato. Formiamoli
autentici, intelligenti e liberi.
e ideologia di genere
È in atto, mediante un’enorme pressione culturale,
supportata da un appoggio finanziario senza precedenti, il tentativo di perseguire la creazione di un
Nuovo Ordine Mondiale che mira ad imporre l’ideologia di genere. Essa ha come unico fine quello di
azzerare ogni identità sociale, religiosa o culturale.
Qualsiasi educatore, che sia un attento osservatore
delle mutazioni in atto nella società civile moderna, non può non essere seriamente impressionato
dal diffondersi dell’ideologia omosessuale. Spontaneo sorge l’interrogativo su quali siano gli interessi
economici e politici presenti dietro al tentativo di
distruggere la famiglia naturale basata sul concepimento in seguito a un rapporto tra un maschio ed
una femmina in età fertile. La dilagante teoria del
genere sostiene che la persona sia nient’altro che
il prodotto dei modelli e dei ruoli in cui è costretta
a vivere ed operare. Il termine genere (gender) è
stato coniato, intorno al 1950, da endocrinologi e
psicanalisti americani. Essi parlano di gender role e
di gender identity in cui si propone la distinzione fra
sesso e genere. Nell’individuo sarebbero presenti
un sesso biologico, un sesso sociale (gender) e l’identità sessuale fondata su orientamenti sessuali
dipendenti solamente da una libera scelta individuale. Eterosessualità, omosessualità e transessua-
lismo hanno pari dignità. Sesso biologico, sesso
psicologico e sesso sociale sono realtà separate.
I teorici del genere auspicano la decostruzione di
tutti i quadri sociali e morali che obbligano a essere uomo o donna per aprirsi a relazioni paritarie
qualunque sia la scelta e l’orientamento sessuale
degli individui. L’identità di genere è solo sociale.
Il sesso biologico è una semplice caratteristica del
corpo. L’orientamento sessuale non è altro che l’identità che un soggetto attribuisce a se stesso.
Posso tranquillamente sentirmi donna anche in un
corpo maschile.
I capisaldi
dell’ideologia gender
La teoria del genere sostiene che non esiste una
natura umana perché ogni individuo è solo il ri-
36
abolito le espressioni “padre” e “madre” dal libretto
delle giustificazioni, per imporre le diciture “primo
genitore” e “secondo genitore”. L’industriale Guido
Barilla, presidente della omonima multinazionale
alimentare di Parma, è stato sottoposto alla gogna
pubblica e costretto ad un autentico autodafé, per
aver fatto, durante una trasmissione radiofonica, la
banale affermazione: «Sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay». In
un processo universale di crescente omologazione
e conformismo culturale, un educatore salesiano
potrà ancora leggere ad alta voce, e commentare in ambito educativo, il versetto biblico riportato nel libro del Levitico (18,22) che dice: «Con un
uomo non avrai rapporti come si hanno con una
donna: è un abominio»? Noi educatori salesiani
abbiamo l’obbligo morale di educare al rispetto
ed all’accettazione di ogni persona e di tutelarne
i diritti. Nello stesso tempo, però, dobbiamo aiutare la moderna gioventù a non essere fagocitata
nell’enorme buco nero, che si profila all’orizzonte,
dell’omologazione assoluta ed irreversibile di un
pensiero unico ed allineato, in cui pochi apparati economici ed ideologici decidono come devono pensare tutti, pena la gogna e l’emarginazione
sociale. Onestamente, di fronte a questo immane
compito, dobbiamo chiederci se siamo in grado,
soprattutto a livello culturale, di far fronte a questo compito senza cadere in sterili moralismi o in
bigottismi inconcludenti.
sultato della cultura. La mascolinità e la femminilità
sono semplici costruzioni sociali che mutano con il
variare del tempo. La paternità e la maternità non
dipendono dall’identità maschile o femminile, bensì da funzioni sociali intercambiabili. La differenza
sessuale non ha alcuna importanza nella coppia,
nella famiglia e nell’educazione dei bambini. Su
queste basi le persone omosessuali rivendicano il
diritto al matrimonio e all’adozione dei bambini.
Già molti paesi occidentali, segnatamente Argentina, Olanda, Belgio, Canada, Spagna, Norvegia,
Svezia, Portogallo, Sud Africa e Islanda, hanno recepito nelle loro legislazioni questa richiesta. Recentemente alcuni fatti accaduti in ambito scolastico hanno suscitato scalpore in Italia e ne dimostrano la capillare diffusione. Ad esempio, al liceo
Mamiani di Roma le autorità scolastiche hanno
Ermete Tessore
[email protected]
37
MARZO-APRILE 2014
esperienze
uffici dell’Ong in un ambiente squallido e sporco,
che ospitava un centinaio di bambini. Da loro ho
imparato le prime parole di arabo, insegnando in
cambio qualche vocabolo di inglese. Sono diventati
la mia famiglia, ed io la loro.
ciata ricchezza convive con la miseria più nera.
Ho lavorato in progetti di microcredito finalizzati
al miglioramento di qualità della vita delle donne:
prima alfabetizzazione, formazione professionale
per avviarle al piccolo commercio e all’artigianato.
Attualmente dirigo un progetto di recupero di ragazzi di strada e ragazze madri. Il lavoro si svolge
con mille difficoltà: si deve lottare contro una mentalità ostile al cambiamento, il boicottaggio politico,
i tentativi di corruzione, la lentezza della burocrazia. Ma si è ampiamente ripagati dal sorriso dei
bambini strappati al traffico di armi, di droga e di
organi, dalla serenità delle ragazze che hanno potuto far nascere i loro figli in una struttura protetta.
All’inizio del mio “soggiorno” in Egitto dubitavo di
poter resistere in quella realtà per i tre mesi previsti dalla durata del tirocinio. Ci sono rimasta più
di sei anni. Il mio sogno è quello di riuscire a incidere sulla legislazione, facendo inserire nella nuova Costituzione egiziana almeno un articolo che
riconosca qualche diritto alle donne e ai bambini.
Insomma, non ho ancora cambiato il mondo, ma
continuo a provarci. Il mondo, però, non è riuscito
a cambiare me.
Elisa Freni
Exallieva di Torino, “Madre Mazzarello”
e “Liceo Valsalice”
Ma io esisto!
Io, exallieva
cooperante
Elisa ci racconta la lotta delle ONG laiche per la difesa dei diritti
umani nel Sud del mondo.
Contro la volontà dei miei genitori, ho lasciato la
mia città il 4 novembre 2007 per iniziare un tirocinio come cooperante nel favoloso Egitto dei Faraoni e delle Piramidi. Avevo appena concluso un
Master in cooperazione allo sviluppo ed ero certa
che avrei potuto cambiare il mondo con il mio lavoro. Ma il primo impatto con la società egiziana
(quella reale, sconosciuta ai turisti), non è stato facile. All’aeroporto del Cairo mi aspettavano i due
autisti dell’Ong per cui avrei lavorato. Parlavano
solo arabo. Mi fecero indossare una lunga sciarpa
nera, a mo’ di velo, che lasciava scoperti solo gli
occhi e, a cenni, mi invitarono a salire su un’auto
scassata che per puro miracolo, arrancando per
700 km nel deserto, riuscì a raggiungere Sohag,
una cittadina di 200 mila abitanti, sporca, ai margini della Valle dei Re e della civiltà ed esclusa dagli
itinerari turistici. Mi sentii subito come una formichina in una giungla, e per puro orgoglio non saltai
sul primo aereo disponibile per scappare in Italia.
Dovetti sottomettermi alle infinite regole del mondo arabo: non guardare mai in faccia gli uomini,
non camminare al centro della strada, non ridere,
non nominare nulla che riguardasse la religione,
evitare i luoghi (bar e ristoranti) dove alla donna è
vietato entrare, non scoprire nessuna parte del corpo, non vestire con abiti sgargianti o attillati, non
portare i capelli sciolti. Naturalmente questo vale
solo per le donne; agli uomini tutto è concesso.
Senza identità
Così le donne si abituano a vivere senza ambizioni,
senza progetti, senza identità. Per me, cresciuta nella cultura dell’identità, è stato uno shock. Ho creduto di non farcela. Fortunatamente ho conosciuto
un gruppo di focolarine di varia provenienza, con
mentalità molto aperta: da loro ho capito che si
può vivere in Egitto senza annullarsi, continuando a ragionare secondo schemi occidentali. Frequentandole e condividendone gli ideali mi sono
convinta sempre più della validità del progetto per
cui stavo lavorando: la graduale eliminazione della pratica dell’infibulazione, ancora molto diffusa
nel continente africano, soprattutto al Nord. Ho
incominciato a dedicare il tempo libero ad attività
di volontariato in un orfanotrofio adiacente agli
38
Ad un mese dal mio arrivo in Egitto riuscivo a parlare arabo come uno scolaretto di prima elementare, quanto bastava per farmi capire dai contadini.
Incominciai a provare una soddisfazione impagabile andando nei villaggi e parlando direttamente con donne e bambini del posto, senza l’aiuto
dell’interprete. Quando, dopo sei mesi organizzai una grande festa in un villaggio per distribuire
alle donne duecento carte di identità, compresi che
quello era il mio lavoro e non lo avrei cambiato
per nessun motivo. Era la prima volta che quelle
donne nel 2008 vedevano il proprio viso impresso
su un documento cartaceo e ne comprendevano
l’importanza: da quel momento, per il loro paese,
incominciavano ad esistere. Prima non erano nemmeno registrate all’anagrafe.
Poiché erano analfabete, firmarono con l’impronta
digitale. Con la carta di identità, il nostro progetto offriva alle donne un piccolo aiuto finanziario
attraverso un programma di microcredito, per intraprendere una modesta attività, e la possibilità
di frequentare un corso di prima alfabetizzazione.
[email protected]
L’obolo della vedova
Una vecchietta, rimasta sola al mondo dopo la
morte del marito e del figlio, non sapendo come
ringraziarmi per essere stata inserita nel programma, mi invitò ad entrare nella sua poverissima casa
condivisa con gli animali domestici. Volle a tutti i
costi farmi un regalo: era un onore ricevere in casa
per la prima volta nella sua vita un’occidentale. Frugando tra le poche suppellettili, non trovò altro che
un uovo, che mi offrì insieme alla benedizione di
Allah. Lo accettai commossa, pensando all’obolo
della vedova citato nel Vangelo.
Dopo un anno incominciai a lavorare in un’organizzazione più grande, al Cairo, dove la più sfac-
39
MARZO-APRILE 2014
esperienze
Rita Pavone
ho incontrato don Bosco
anche all’estero
Ha ricoperto tutti i ruoli dello
spettacolo: cantante, attrice, presentatrice. Un gigante bonsai, Rita
Pavone. E nella sua storia, quanto
carisma di don Bosco. A cominciare proprio dall’infanzia, dalle
colonie Fiat di Marina di Massa
gestite per la parte educativa dalle Figlie di Maria Ausiliatrice: «Un
mese al mare, carne tutti i giorni,
cioccolata la domenica. E quanto mi piaceva la divisa, era così
elegante, calzoncini cachi, t-shirt
bianca e maglioncino blu. Ci sentivamo delle signorine. Mio padre
era operaio, tornitore a Mirafiori
e io il mare, prima della colonia,
non l’avevo visto mai». Le suore
salesiane erano chiamate a garantire quell’equilibrio di autorità e di “allegria” che fa parte del
manifesto pedagogico del santo
dei giovani: «Andavamo a Marina di Massa, un mese i maschi,
uno le femmine, separati. Età dai
6 ai 12 anni e che rito era partire;
dovevamo tagliarci i capelli corti
40
perché i pidocchi erano ancora un
pericolo reale. Il giorno stabilito ci
si riuniva alla palestra di via Magenta, da lì a Porta Nuova a piedi
e poi si partiva su un treno speciale e cominciava l’avventura. Fin
dalla prima volta quel periodo al
mare diventò per me un appuntamento imperdibile, agognato. Mi
regalava un senso di benessere,
di sicurezza e insieme di evasione
che è rimasto dentro di me. Quei
principi e quei valori ho voluto
farli rivivere al mio primogenito
iscrivendolo all’Istituto salesiano
di Muggia, in provincia di Trieste».
Gli inizi
«Ho iniziato a cantare a 16 anni
– ricorda –. Il mio “stra” papà ha
sempre creduto in me, mi diceva
che non sarei passata inosservata». E nella Torino degli inizi degli
anni Sessanta che cresceva a ritmo forsennato, con il lavoro per
tutti e una certa fiducia nel futuro,
quella bambina prodigio di Borgo
San Paolo riempì da sola la scena.
«Gli inizi furono al Teatro Alcione che oggi non c’è più: era nei
pressi di Porta Palazzo, da lì vedevo da lontano la Basilica di Maria
Ausiliatrice, la statua in cima alla
cupola, e chiedevo a lei di proteggermi in un’avventura di cui non
conoscevo ancora i contorni». Faceva l’avanspettacolo, si cantavano canzoni americane, quanta gavetta. «Vivevo una favola – ricorda
–. Ma ho rincorso questo sogno
fino a stremarlo». Arriveranno la
tv con il “Gianburrasca” di Lina
Wertmuller, infinite edizioni del
Cantagiro, i duetti con Mina.
Masters
Rita Pavone
Sony Music, 2013
n. 2 CD Audio, euro 19,50
senza mai sbavature, colpi bassi.
A 60 anni l’addio alle scene con
una vera frase simbolo: «Ho fatto
il mestiere che ho amato, adesso
basta». È tutta qui la ragazzina che
metteva le monetine nei juke boxe
della Torino operaia per ascoltare
Paul Anka, Elvis o Gene Vincent,
ed è arrivata a vendere 32 milioni
di dischi in tutto il mondo. Cinquant’anni e più di onorata carriera e un rimpianto: «Aver rinuncia-
to all’America. Sono stata cinque
volte all’Ed Sullivan show, lui era
fortissimo... ma allora si diventava maggiorenni a 21 anni e mio
padre si oppose. Oggi dico ai giovani, su cui punto molto insieme a
mio marito Teddy Reno, di cantare
in inglese, di impararlo, per avere
più opportunità».
Andrea Caglieris,
giornalista Rai
Segretario Ordine Giornalisti
Piemonte
[email protected]
Il successo
Gli anni Sessanta, ecco cosa bisognerebbe ricordare di Rita Pavone. Canzoni semplici come Sul
cucuzzolo o Il ballo del mattone, o più intense come Alla mia
età, Cuore, Non è facile avere diciott’anni, realizzate con un gusto
dell’artigianato che non si finirà
mai di rimpiangere: dietro c’erano
la perizia, la cura di grandi artisti
che potevano essere Phil Spector, Ennio Morricone, Luis Bacalov, Pete Seeger. «Don Bosco l’ho
incontrato anche lontano da Torino, all’estero: nelle tournèe, specie in Sudamerica, mi è capitato
spesso di vedere le opere dei missionari salesiani per la gioventù
povera». Una vita ai cento all’ora
41
MARZO-APRILE 2014
esperienze
Una cascata d’entusiasmo
per vincere la noia
Alla scoperta dell’associazione “Non m’annoio”,
che s’ispira al sistema preventivo di don Bosco.
diverse esperienze di volontariato accanto ai poveri in Italia e all’estero, sentivamo il desiderio di
dedicare le nostre vite a un progetto comune che
potesse essere d’aiuto anche agli altri. Rosanna è
laureata in Scienze politiche, io insegnante di materie tecnico-professionali: unendo i nostri saperi
– lei occupandosi soprattutto di pratiche burocratiche, io dei lavori manuali – abbiamo cominciato
a dar forma al nostro sogno».
«Non m’annoio... perché la vita è un’avventura meravigliosa da vivere con gioia!» non è solo uno
slogan per Edoardo Ciaccia e la moglie Rosanna
Gregoratto. Da qualche mese, infatti, hanno aperto
a Torino, in via Foligno 14, l’Associazione culturale che si propone come punto di riferimento per
giovani – e non solo – offrendo loro la possibilità
di sviluppare interessi, coltivare amicizie e valutare in modo consapevole e informato le offerte di
occupazione e di lavoro.
Abbiamo incontrato Edoardo, 37 anni, per saperne
qualcosa di più.
Chi sono stati i vostri primi compagni di strada?
«Quando abbiamo varcato la porta di quella che
sarebbe diventata la nostra sede abbiamo sentito
il peso della responsabilità che ci siamo assunti
davanti a noi stessi e alle persone cui intendiamo
renderci utili e ci siamo buttati a capofitto per trasformare quelle stanze sporche e abbandonate in
un luogo caldo e accogliente. Per mesi, con l’aiuto di mio padre e di alcuni colleghi ed ex allievi,
abbiamo pulito, sistemato, arredato senza sosta...
Poco alla volta altre persone si sono unite e hanno
donato con generosa semplicità il proprio contributo senza chiedere nulla in cambio».
Chi desiderasse contattare
l’Associazione “Non m’annoio”
può farlo attraverso i numeri
telefonici 338/69.33.705 e
338/85.11.052, la casella e-mail:
[email protected]
vittime della noia, della depressione e del mito illusorio dello “sballo” per sentirsi vivi».
Don Bosco, un modello da imitare
Come operate concretamente?
A chi si rivolge l’Associazione?
«Con la riscoperta e la trasmissione di antichi saperi attraverso laboratori di piccola manutenzione, traforo, sartoria e costruzione di “puppet” in
gommapiuma. Avvicinando giovani e disoccupati al mondo del lavoro attraverso lo “Sportello di
orientamento”, che permette di consultare e valutare inserzioni, redigere curricula, simulare colloqui e conoscere le normative vigenti. Mettendo
a disposizione lo “Sportello legale”, che offre una
prima consulenza gratuita. Proponendo lezioni
d’inglese e spagnolo per adulti e bambini, italiano per stranieri, corsi di canto, chitarra, fotografia,
pittura a olio, disegno, grafica, magia, ginnastica
dolce, hatha yoga, e attività per bambini da 0 a 3
anni e da 3 a 6 anni».
«Innanzitutto ai giovani che vivono ai margini della
società. E il nome stesso dell’Associazione s’ispira
a uno dei tormentoni di punta di Jovanotti, amato
dai ragazzi per l’entusiasmo e la gioiosa semplicità
che sa comunicare. Torino è ricca di associazioni
che si prendono cura di giovani che vivono nel
disagio; noi vorremmo intervenire prima che esso
si manifesti, ispirandoci alla “ricetta” inventata da
Don Bosco poco meno di due secoli fa: trasmettere amicizia, entusiasmo e passione, per battere
insieme la solitudine che non di rado rappresenta
l’anticamera del male di vivere e può sfociare in
esperienze nocive per il corpo e per l’anima. Vogliamo, insomma, creare occasioni d’interesse e
di condivisione per stimolare i giovani a spendere
il tempo libero in modo creativo per non cadere
Carlo Tagliani
[email protected]
Quali sono stati i primi passi?
«Innanzi tutto abbiamo cercato un luogo che potesse diventare la sede dell’Associazione. Individuata la zona della città nella quale avremmo
voluto operare – il quartiere Madonna di Campagna – abbiamo incontrato i responsabili della
Circoscrizione V per illustrare loro i nostri progetti
e valutare la possibilità di ottenere l’uso di locali
dismessi. Ci hanno dato fiducia e abbiamo cominciato a lavorare».
Dare forma a un sogno
Come è nato il desiderio di dar vita all’Associazione?
«L’idea ha cominciato a farsi largo in Rosanna e in
me un paio di anni fa. Entrambi, dopo aver vissuto
42
43
MARZO-APRILE 2014
esperienze
Il blogger Romano Borrelli incontra
Antonio Corapi. Nella sua vita ha
sempre saputo, grazie al proprio
estro, che per ogni problema esiste
anche una soluzione. Ha fatto della
sua vita il punto di congiunzione fra
passato e avvenire.
Una storia
importante
Treni, gallerie, stazioni illuminate, città, attese, partenze. Anche se inflazionati, è proprio coi treni e
dai treni che si è scritta e continua a scriversi la
storia. E forse, fin dal principio, è nel sogno di tutti
i bambini lavorare nelle stazioni. In molti, da piccoli, almeno una volta, hanno immaginato di fare i
facchini alla stazione e sognare, di partire, di vivere
le storie altrui. Oppure, il capotreno, a controllare
biglietti e scambiare qualche parola, almeno fino
all’arrivo della stazione. Fazzoletto verde in mano,
fischietto e cipolla nel taschino. E quante volte nella
vita, da bambini, con i trenini, non abbiamo immaginato di vivere quelle situazioni? Partire. E arrivare.
Nelle stazioni è possibile raccogliere una umanità
che in altri luoghi non trovi. Dai treni, “scivola” via
anche gente che “sale” per cercare lavoro e che
con questo ha contribuito a scrivere pagine di storia. Onorando la terra natia e quella di adozione.
Gallerie. Luce. Vegetazione che cambia. Il ritorno
d’estate, qualche giorno al mare. L’uscita dalla Fiat,
l’ultimo giorno di luglio. La 850 carica. Poi la 127
e per chi poteva, la 128. La fine del primo turno.
Le ferie. Poi Natale, per chi poteva. Lavoro. Torino
negli anni ’70, l’arrivo dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla
Calabria. Gente che ha fatto la storia, proveniente da cittadine lontanissime. Così ho cominciato
a ricordare alcuni amici, provenienti da lì, come
Domenico, l’ingegnere cimentatosi con la scrittura,
rendendo omaggio ad una piccola cittadina della
Calabria, o ancora, Greg, con il suo ”amico serpentello”, Mimmo Calopresti, il regista, e l’incontro
al Circolo dei Lettori, sul tema Tyssen, e altri, più
recenti, in un “sali e scendi” Calabria, Torino. Qui,
invece, siamo dalle parti di Soverato.
«È una città importante perché ha contribuito a
dare i natali ad un personaggio versatile: pittore,
compositore, sarto». Antonio, approdato durante i
mondiali, Mexico ’70. O forse, qualche mese dopo.
In treno. Tanto per cambiare. Dopo aver fatto tappa a Milano, per un po’. Prima ancora, il militare,
44
a Pesaro. «Per un po’». Come sarto. Un lavoro che,
prima delle delocalizzazioni e del made in china,
andava. Poi, Torino. Un archivio. Tanti documenti.
Per 35 lunghissimi anni. Quando i computer non
si sapeva ancora cosa fossero. E tanti colori. Gallerie di vita illuminanti. Anche Gallerie simili ad ex
voti, come il quadro raffigurante il terremoto e le
sensazioni che provoca. E ancora tanti testi. Con
“Testa”. «Come Presidente. Dell’Enel». Brani, scritti, divenuti canzoni. Alla Mamma, a Maria, (forse
aveva già in mente qualcosa di Santo), ai fidanzati
che cercano ma non trovano... Girando e rigirando
in questo microcosmo, scopro, tra i tanti quadri,
che due sono dedicati a san Giovanni Bosco e san
Domenico Savio. «Tutte le domeniche mattine vado
a messa», a Maria Ausiliatrice, racconta. Da qui,
vicino il Rondò, la Basilica è a due passi. Col dito,
li indica, i quadri. Tutti suoi. Poi, indica le mani, da
buon calabrese quale è che non dimentica mai le
radici. La sua terra. Mani che cuciono, rammendano, riparano, suonano. Pare di sentire il rumore
della macchina da cucire, gli aghi, i manichini, pezzi
di stoffe. I «ginsi» (jeans). Da lì, gli occhi muovono
lentamente su altri quadri: a tratti sembrano exvoti, di quelli che si possono ammirare alla Consolata, per qualche grazia ricevuta. Il mio intento,
senza presunzione, è di fare una “pubblicità”. Della
sua storia. Un giro, lo merita. Davvero. Forse non ci
saranno fotografie che lo ritraggono il giorno del
suo arrivo, in bianco e nero, ma, merita davvero
un riflettore, il signor Antonio. E anche gli occhi,
meritano di vedere tanta bellezza su tela. Portare
alla luce insomma, una storia, importante. Dalle
parti di Maria Ausiliatrice.
Romano Borrelli
[email protected]
45
MARZO-APRILE 2014
DON BOSCO OGGI
Don Bosco
e la Sindone
Nella primavera 2015 la Cattedrale di Torino ospiterà un’ostensione straordinaria della Sindone
nell’ambito del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco
(1815-16 agosto-2015): 45 giorni
tra il tempo pasquale (metà aprile) e la chiusura del bicentenario.
Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo
di Torino e custode pontificio, confida che Papa Francesco «possa venire a pregare davanti al sacro Lino
e a onorare san Giovanni Bosco».
Come nelle ostensioni del XX-XXI
secolo – 1931 e 1933, 1978, 1998 e
2000, 2010 – si farà riferimento alla
morte e risurrezione del Signore:
«La Sindone, lenzuolo della morte,
diventa una testimonianza che richiama la vittoria del Signore della
vita perché ci conduce nel buio del
sepolcro di Cristo, ma lascia intravedere la luce della risurrezione».
46
Ostensione e
Bicentenario:
distinti ma
in reciproca
collaborazione
L’ostensione straordinaria si collega al Giubileo salesiano, «una
ricorrenza che per Torino e il territorio significano moltissimo poiché sono qui le radici della santità
e dell’esperienza di don Bosco e
dei suoi figli e figlie». Sarà evento
distinto dal bicentenario ma «procederemo in reciproca e fraterna
collaborazione con la Famiglia
Salesiana». Con la città e Regione ci si augura «stretta collaborazione nella situazione difficile che
stiamo vivendo».
Il custode chiede «ai fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane
di unirsi alla nostra preghiera affinché questo evento favorisca un
comune sentire di fede nella morte e risurrezione del Signore» e rivolge «rispettoso invito ai fedeli
delle altre religioni ad accompa-
gnare con amicizia e benevolenza l’ostensione: vogliamo scoprire quali risorse possiamo mettere in comune per la riuscita di un
evento che è diventato importante
occasione per promuovere e offrire grandi valori di accoglienza,
rispetto, solidarietà e amore». Nosiglia si augura che l’ostensione
«eccella per rigore, sobrietà ed essenzialità». Non è la risposta alla
crisi economica, sociale, etica e
culturale ma dalla crisi «intendiamo uscire mettendo in gioco le
nostre risorse: sarà un’opportunità per provare che siamo capaci
di lavorare intorno a un progetto
che sul piano delle risorse offra
un esempio di povertà cui ci richiama Papa Francesco. I poveri,
i malati, i disabili, le persone in
difficoltà, gli anziani, le famiglie
avranno il primo posto».
I ragazzi con
don Bosco alle
ostensioni
Don Bosco partecipò con i suoi
ragazzi alle due ostensioni che si
svolsero durante la sua vita come
raccontano le «Memorie Biografiche» scritte da don Giovanni Battista Lemoyne. Per il matrimonio di
Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide nel 1842 «mentre sempre più
si diffondeva la devozione a Maria Immacolata, un altro religioso
avvenimento rinfocolava in Piemonte l’amore a Gesù e alla sua
passione. In Torino esponevasi
dalle logge di Palazzo Madama
allo sguardo e alla venerazione
dei popoli la Sindone. L’immensa piazza e le vie erano riboccanti
di gente di ogni condizione, età e
paese, che a mostrare la propria
fede recavansi con giubilo a ve-
nerare la reliquia e a contemplare
in essa la faccia divina e le piaghe
delle mani, dei piedi e del costato
del Salvatore. Don Bosco vi accorse con tutti i giovani dell’Oratorio. Egli di questo commovente
spettacolo si valse per destare nei
suoi giovanetti odio implacabile
al peccato e amore ardentissimo
a Gesù redentore». Nel 1868, per
il matrimonio di Umberto I con
Margherita, si mostra la Sindone
«con l’antica pompa lasciandola
per tre giorni esposta nella Metropolitana. I giovani dell’Oratorio
vi furono condotti».
Tra i salesiani sacerdoti ci sono
valenti sindonologi: Noël Nouguier de Malijay, Antonio Tonelli,
Alberto Caviglia, Antonio Cojazzi,
Giovanni Calova, Eugenio Valentini, Eugenio Vismara, Pietro Scotti, Luigi Fossati, Geremia Dalla
Nora, Peter Maria Rinaldi, JoséLuis Carreño Etxeandia, Giuseppe
Terzuolo. L’acerrimo nemico della
Sindone Ulysse Chevalier bollava
«i Salesiani si sono fatti, malgrado
la mia dissuasione, i propagatori della Sindone nei due mondi».
Pier Giuseppe Accornero
[email protected]
47
La Sindone, per le
caratteristiche della sua
impronta, rappresenta
un rimando diretto e
immediato che aiuta a
comprendere e meditare
la drammatica realtà
della Passione di Gesù.
Per questo Giovanni Paolo
I’ha definita “specchio del
Vangelo”.
MARZO-APRILE 2014
DON BOSCO OGGI
Ma quanti
soldi hanno
i Salesiani?
DB
Se in buona fede potrebbe solo dire che abbiamo grandi strutture. Bene: eh non le usiamo di certo per farci dei centri benessere. Sono tutte opere
orientate ad aiutare la società, a renderla migliore
e in molti casi, come gli oratori, a sostituirsi agli
altri soggetti sociali ed educativi...
Cento ragazzi non li tieni mica dentro uno stanzino, hai bisogno di strutture accoglienti... Ti sei
mai chiesto come mai alcuni ragazzi stiano più in
oratorio che non a casa loro? Perché la trovano
più bella, accogliente, e non solo in termini di personale... Ma anche di locali, riscaldati, puliti... Così
volevo che fossero, così sono contento che i miei
figli li mantengono... Devono essere belli.
DG Però, l’idea che si vede al di fuori è di una potenza... Poi capitano alcuni scandali di affari economici...
Socchiude gli occhi e mi risponde, pratico:
DB Dimmi dove esiste l’uomo senza l’errore. Certo
queste cose non appartengono al nostro spirito...
Ma tu li hai visti... Hai vissuto con i miei figli... Sai
cosa vuol dire... – è lui alla fine a incalzarmi. E io
annuisco e ricordo.
Ricordo un anziano salesiano andare come un
bambino a chiedere 10mila lire d’allora dall’economo della Casa per avere dei calzini nuovi, che
proprio non riusciva più a sistemare quelli vecchi.
Ricordo un giovane tirocinante che mi mostrava la
sua stanza: tutta la sua roba avrebbe potuto stare
in un zaino, che non gli serviva altro per avere le
mani libere ed occuparsi dei suoi ragazzi in cortile.
Ricordo un bravo prete salesiano che con gli attrezzi aveva imparato a fare di tutto, anche se lui
era insegnante di vocazione, e non buttava mai via
nulla, perché tutto diceva se volevi lo aggiustavi.
Confermo, Padre. Li ho sempre visti poveri, anche
DG
Appunto dal nostro Papa Grande e Nuovo volevo riprendere...
Il Santo dei giovani da un leggero colpo di tosse:
DB Sto aspettando... – mi incoraggia –.
DG Ecco... Papa Francesco insiste molto su una
chiesa povera per i poveri... Sai cosa si dice, come
luogo, comune dei Salesiani e dei soldi...
Per la prima volta da quando questo nostro discorso è iniziato la straordinaria allegria che sempre
abita i suoi occhi si ritira quasi del tutto.
DB Questo è un argomento che mi fa molto soffrire, sai?
DG Se vuoi possiamo evitare...
DB No, no – si riprende subito – ho detto che avrei
risposto ad ogni domanda e questa la voglio proprio affrontare, in difesa dei miei figli.
DG In difesa... – sottolineo.
Il suo tono di voce è forte, parla dal cuore più del
solito:
DB La storia dei soldi dei salesiani e frutto di tanta cattiveria e di tanta invidia. Voglio dirlo chiaro e
tondo, i miei figli sono poveri davvero, vivono da
poveri anche se non gli mancherebbero di certo
i mezzi perché la Provvidenza non smette mai di
accompagnarci...
DG Oso interromperlo – Attento, Padre, che oggi
con tutta la crisi e la fame che ci sono in giro a leggere queste cose qualcuno potrebbe avere qualcosa da ridire pensando ai grandi collegi... agli uffici
tecnologizzati...
48
Si agita sulla sedia come un bambino felice.
Per molti il nome di don Bosco è sinonimo di
tutto quello che di bello hanno ricevuto dalla vita:
l’oratorio, la scuola, la possibilità di farsi un lavoro, la Famiglia Salesiana. Cose che senza i miei
figli non sarebbero arrivate. È stata ovunque una
grande festa che mi ha davvero riempito il cuore.
Anche se... (si mette le mani alla bocca, facendo il
misterioso...)
DG Anche se...
DB Anche se non era certo la prima volta che ci
andavo in quei posti. Ogni giorno giro tutte le nostre case e mi consola che su ognuna di esse vedo
sempre il manto di Maria Ausiliatrice sopra.
DG Come festeggerai il compleanno qui in cielo?
DB Con Michele Rua, il mio migliore amico. Mamma Margherita ci farà un buon pasticcio di noci
e lo mangeremo insieme: sai... Noi due abbiamo
sempre fatto a metà... E continuiamo anche qui...
DG Sono pronto per l’ultima domanda...
DB Siamo in due...
(Continua)
se circondati da belle strutture, ma mai per loro.
Oggi però ci siamo un poco imborghesiti tutti...
don Bosco ride: – Tu di certo. Hai almeno tre chili
di ferro addosso con tutti quegli strumenti che ti
porti dietro... un giorno voi moderni vi accorgerete
che nulla è però efficace come una buona memoria... Io conoscevo tutti i nomi dei miei ragazzi, sai...
Non avevo bisogno di schedari o archivi... Il cuore
umano ne può ospitare per una vita e mezza di
nomi e contatti...
Evito di finire mangiato dalla mia stessa domanda
e la butto avanti:
DG Hai qualche consiglio per non sederci troppo
in poltrona?
Risponde sicuro:
DB La cosa mi fa scaldare perché non ho mai sopportato l’ignoranza. Avevo, come sai, un fratello
più grande che sui preti e sulla Chiesa pensava di
sapere tutto. E anche su ogni altra cosa dell’umano
scibile in verità. Era dura dover sentire le calunnie
che lanciava sui bravi preti che mi aiutavano, aiutavano la nostra stessa famiglia, solo perché nelle
osterie lui andava a crearsi delle idee sbagliate... Il
consiglio è sempre lo stesso: non si va in paradiso
in carrozza. Se una cosa non serve per le anime,
allora non serve a nulla. Occupiamoci delle anime
e lasciamo stare tutto il resto.
DG Rileggo i miei appunti contento per questo viaggio. Mi rimane un’ultima domanda che
tengo per il finale. Mi permetto di aprire solo
una parentesi che credo gli faccia piacere...
Hai raggiunto l’età dei 200 anni...
DB Già... E proprio non li sento – annuisce soddisfatto –.
DG La tua urna ha girato per mezzo mondo e poi
è tornata nella tua Valdocco.
DB Un giro emozionante. Mi sono divertito moltissimo, sai... E ho anche... pianto...
DG Di gioia immagino.
DB Di gioia per vedere ogni opera salesiana, quanto bene ha fatto e sta facendo nel mondo. Di tristezza per la vista di situazioni terribili di sofferenza che
schiacciano i ragazzi e i bimbi di tante popolazioni
ancora in miseria. C’è davvero tanto da fare. Bisogna che crediamo tutti nella forza dell’educazione.
DG Per tutte quelle persone, ricevere il dono della
tua visita... in urna e ossa.. deve essere stata davvero una grossa sorpresa.
DB
Diego Goso
[email protected]
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MARZO-APRILE 2014
DON BOSCO OGGI
Il cortile di don Bosco?
Oggi è anche digitale
Inaugurati a Torino, presso il liceo salesiano Valsalice, i nuovi locali che
ospitano le redazioni del quotidiano on line “Il Salice”, della web radio e
della web tv “ValsOnAir”.
Come sarebbe oggi il “cortile” su cui don Bosco
ha fondato la sua pedagogia oratoriana per cui
è famoso nel mondo come il santo dei giovani?
Non ha dubbi don Moreno Filipetto, salesiano,
ideatore e responsabilile della web radio e della
web tv ValsOnAir che ogni giorno trasmette dal
liceo Valsalice di Torino, lo storico Istituto che ha
ospitato le spoglie di don Bosco dalla sua morte
fino al 1929, quando vennero trasferite nella basilila di Maria Ausiliatrice. «Se oggi don Bosco fosse
qui – dice don Moreno – che è anche direttore
di rete del network salesiano Primaradio e insegnante a Valsalice – il suo cortile sarebbe anche
digitale perché fatte le debite differenze i ragazzi
di ieri vivono le stesse problematiche di quelli di
oggi. All’oratorio ai tempi di don Bosco si andava
per crescere in una comunità, per pensare il futu-
ro, per scoprire il buono che c’è in noi e metterlo
a disposizione. Oggi ci sono strumenti nuovi tra
cui il web, che non è né buono né cattivo, dipende
come lo usi, come ci ha detto recentemente anche
papa Francesco. E noi vogliamo cogliere questa sfida per essere, come diceva don Bosco da cristiani
al passo con i tempi».
Nel segno
di San Francesco di Sales
E così venerdì 24 gennaio, non a caso nella festa
di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, al
Liceo Valsalice si è inaugurato il “Cortile digitale” a
suggellare la conclusione dei lavori di ammodernamento dell’area dedicata alle redazioni de Il Salice
il giornale on line della scuola aggiornato quotidianamente e coordinato dal professor Paolo Accossato, della web radio e della web tv ValsOnAir,
i media che da diversi anni animano la comunicazione del Liceo. Alla festa, con l’inaugurazione dei
locali, la Messa e la consegna dei diplomi ai ragazzi
coinvolti nelle redazioni, hanno partecipato allievi,
insegnanti, genitori, giornalisti delle testate torinesi
che danno una mano al “Cortile digitale” ed ex allievi. Tra questi il magistrato Giancarlo Caselli che,
intervistato dai ragazzi, ha sottolineato come sia
importante anche sui banchi di scuola educare alla
legalità, partendo dai piccoli gesti quotidiani. Ricordando poi gli anni trascorsi a Valsalice, Caselli ha
detto di essere riconoscente ai salesiani per aver
aiutato la sua famiglia, non abbiente, a sostenere le spese per gli studi presso il Liceo salesiano.
«A Valsalice ho imparato ed essere un credente, e
soprattutto un uomo libero. Una libertà che, nel-
50
la professione e nella vita, continua ad essere per
me uno dei valori e dei doni più importanti» – ha
detto il magistrato.
Impariamo un mestiere
quindi ad un lavoro e ormai imparare le tecniche
della comunicazione nell’ambito del mondo digitale è necessario per qualsiasi mestiere. Inoltre siamo consapevoli che il linguaggio della scuola non
può non adattarsi a quello dei giovani diventando
rapido e fruibile pur mantenendo la profondità del
contenuto e che il web è uno strumento privilegiato
per raccontare e raccontarsi “cose buone” per dirla
con don Bosco».
Marina Lomunno
«Il Salice, la web radio e la web Tv con due studi che trasmettono in diretta dalla scuola per tre
ore al giorno – ci ha illustrato Marco Montersino,
docente di lettere che segue gli allievi nell’avventura digitale – coinvolgono per ora un centinaio
di allievi, alcuni insegnanti ed ex allievi. Oltre alle
trasmissioni quotidiane, grazie alla collaborazione con Primaradio, i ragazzi saranno cronisti dal
Salone del Libro e per altre manifestazioni legate
alla scuola. Attraverso il “Cortile digitale” stanno
imparando a studiare un palinsesto radiofonico,
la scaletta di un programma, a ideare e realizzare
uno spot, a saper parlare in radio, a montare un
servizio... Così dalla passione generica per la musica e gli strumenti digitali per qualcuno sta nascendo l’acquisizione di strumenti che un domani
potranno essere utili anche nella vita».
«Non sappiamo se tra i nostri studenti c’è qualche
futuro giornalista o conduttore radio-tv – conclude
don Filipetto – quello che è certo, come ci ha insegnato don Bosco che aveva un occhio per il futuro
lavorativo dei suoi ragazzi è che nei nostri ambienti
ci si prepara anche ad orientarsi alla vita adulta e
[email protected]
51
MARZO-APRILE 2014
DON BOSCO OGGI
«Nell’ambiente occupato dalla tipografia, abbiamo pensato di fare un’esposizione di macchinari
dell’epoca di don Bosco e degli anni successivi per
ricordare, proprio in questo salone costruito da lui
nel 1883, la sua prodigiosa attività di editore e di
tipografo. È facile intuire la scelta dell’anno. Iniziando il prossimo agosto l’anno del Bicentenario si
è pensato pure con questa Mostra di partecipare
agli eventi che saranno celebrati».
Quali sono “i pezzi forti” di questa Tipografia Salesiana di don Bosco? C’è qualcosa che
ci riconduce direttamente a don Bosco, vero?
23 febbraio 2014: inaugurazione della “Tipografia
Salesiana di don Bosco” alla presenza di don Pascual
Chávez e del Consiglio Generale. Un altro tassello per
conoscere la prodigiosa attività di don Bosco: il suo grande
impegno per la buona stampa.
Visitiamo la “Tipografia
Salesiana di don Bosco”.
Ricostruzione della tipografia nel suo ambiente.
Il 16 agosto 2014 con una solenne cerimonia al
Colle Don Bosco inizierà ufficialmente l’anno Bicentenario della nascita del Santo. Inutile dire che
in tutto il mondo salesiano fervet opus come dicevano i latini. Si lavora e ci si prepara per il grande
appuntamento. Don Pascual Chávez Villanueva, ha
dato ai salesiani, in questi tre anni di preparazione,
i “compiti” da fare: conoscere la storia, la pedagogia e la spiritualità del padre fondatore. Lo stiamo
facendo. Insieme a questi sono in cantiere altre iniziative. Per esempio a Valdocco, la Casa Madre dei
salesiani, dove don Bosco ha lavorato e vissuto dal
1846 al 1888, sono in atto lavori di sistemazione
del cortile per offrire una migliore accoglienza ai
pellegrini e amici di don Bosco per il 2015. Ma c’è
anche dell’altro, qualcosa che riguarda una delle
attività molto amate da don Bosco: “la diffusione
della buona stampa”. È stata allestita la Tipografia Salesiana di don Bosco che vuol far conoscere
questa sua attività. Sono visibili, tra l’altro, alcune
macchine per la stampa usate lui vivente. Il tutto
sistemato in un’ampia sala in funzione già ai suoi
tempi e nella quale si recava per incontrare quei
ragazzi impegnati nella lavorazione dei libri.
La Tipografia Salesiana di don Bosco è stata allestita
da Luigi Bacchin e Antonio Saglia, salesiani coadiutori con il forte impegno di Emanuele Mensa,
insegnante grafico.
Luigi, perché questa Mostra dal titolo “Tipografia Salesiana di Don Bosco” e perché nel
2014?
52
«Ci sono macchinari risalenti all’epoca del Santo,
per esempio una Koenig & Bauer uguale alle 9 che
aveva don Bosco. Poi altre macchine del tempo
e del primo ‘900 che sono tutt’oggi funzionanti».
Lei è stato per anni impegnato nella tipografia Salesiana di Valdocco. Ci racconti che cosa
prova davanti a queste macchine legate al ricordo di don Bosco.
«La mia prima emozione è stata quella di vedere
l’ambiente, così carico di memoria del Santo, totalmente vuoto e senza macchine. Poi con questo progetto abbiamo ricollocato alcuni macchinari e attrezzature dell’epoca per le varie tecniche
di stampa. Mi sono rivisto ragazzo impegnato a
imparare l’arte tipografica su quelle macchine. Mi
sono reso conto di quale sia stata l’evoluzione e il
progresso in questo campo».
Per chi è stata preparata la Tipografia Salesiana di don Bosco?
«In primo luogo l’esposizione di queste macchine ed attrezzature è stata voluta per ricordare la
prima Tipografia di don Bosco. In secondo luogo
per offrirla al pubblico, specialmente ai giovani, che
in occasione del Bicentenario verranno a visitare
i luoghi salesiani. Il terzo luogo è nostro intento
offrire la possibilità di utilizzare queste macchine,
ancora funzionanti, per scopi didattici».
Grazie a lei e ai collaboratori per questa Tipografia
Salesiana di don Bosco che farà conoscere don Bosco e il suo grande amore per la “buona stampa”.
Mario Scudu
[email protected]
53
MARZO-APRILE 2014
DON BOSCO OGGI
Puri ed umili di cuore
Maria ci aiuta a formarci un cuore aperto al dono di
Dio, alla grazia della redenzione e all’azione dello Spirito. Solo chi è puro ed umile di cuore può incontrare
il Signore.
«Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11,29). Gesù era umile. Questa è
la strada di Gesù Cristo: l’abbassamento, l’umiltà, l’umiliazione
pure. Maria è stata scelta per la sua umiltà: Dio «ha guardato
all’umiltà della sua serva» (Lc 1,48). L’umiltà è la regina di tutte
le virtù, è il fondamento della vita spirituale. Il cristiano è un
uomo o una donna che sa vigilare il suo cuore. Dobbiamo
sapere chi facciamo entrare nel nostro cuore, chi veramente
è il padrone. Il nostro cuore, come ci ricorda sant’Agostino, è
fatto per Dio e se non è abitato da Lui, se Lui non vi dimora,
è un cuore in fibrillazione, è un cuore malato.
Maria ci educa alla vigilanza del cuore: un cuore puro, non
diviso, non corrotto dal male. Occorre vagliare se un pensiero, se un desiderio porta sulla strada dell’umiltà, del servizio
agli altri, è da Dio; ma se porta sulla strada della sufficienza,
della vanità, dell’orgoglio, è dal maligno.
Aprire il cuore al Signore richiede una preghiera fiduciosa e sincera come ci suggerisce il salmo 50: «crea
in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito
fermo». Pregare affinché i cuori si aprano ai progetti di Maria significa, infatti, mettere Dio al primo posto, fare spazio a
Lui nel nostro cuore. Fare spesso questa preghiera, ci porta a
fare quello che hanno fatto Gesù e Maria: in ogni decisione
concreta seguiamo, quasi senza accorgerci, il percorso che
Dio ci indica. Questo modo di pregare plasma in noi, giorno
dopo giorno, un cuore umile. Succede così che, una scelta
dopo l’altra, facciamo spazio a Dio nel nostro cuore e Lui può
operare in noi e attraverso di noi le sue meraviglie.
Dal cuore aperto di Cristo trafitto dalla lancia del soldato uscì sangue ed acqua. Solo un cuore aperto può
accogliere questo sangue e questa acqua che ci rigenerano e redimono la nostra libertà ferita e caparbia nel
male. Questa esperienza di grazia ci abilita ad essere
portatori dell’amore di Dio e riflettere sul nostro volto
la luce della sua grazia e della sua presenza. Solo chi
vede può aiutare chi non vede, solo chi ha incontrato la
luce, può donare luce.
ASSOCIAZIONE DI MARIA AUSILIATRICE
www.admadonbosco.org
ADMA Primaria: Nuovo
Consiglio (2014-2017)
In seguito alle elezioni svoltesi il 15 dicembre 2013 è stato costituito il nuovo
consiglio dell’ADMA Primaria di Torino-Valdocco per il quadriennio 20142017, che risulta così composto: Walter
Gambarotto, consigliere e coordinatore
commissione giovani; Andrea Damiani,
tesoriere; don Pierluigi Cameroni, animatore spirituale; Tullio Lucca, Presidente e coordinatore commissione comunicazioni; sr Marilena Balcet, animatrice spirituale FMA; Rosanna Marchisio, segretaria; Giovanni Scavino, Vice
presidente e coordinatore commissione
famiglia; Rocco Biondino, consigliere e
coordinatore commissione senior.
L’evento che caratterizza il prossimo
quadriennio sono le ricorrenze, nel
2015, del bicentenario della nascita di don Bosco e dell’istituzione
della festa di Maria Ausiliatrice da
parte del papa Pio VII. Sarà anche
l’anno nel quale si svolgerà il VII
Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice a Torino Valdocco
e al Colle don Bosco.
Le linee di azione principali di
questo quadriennio:
Impegno per le Famiglie, in particolare le più giovani, in sintonia
con le indicazioni del Rettor Maggiore e il cammino della Chiesa
(Cfr. i prossimi due sinodi dedicati
alla famiglia).
Impegno per la Pastorale ADMA
Senior, come risposta concreta
alle domande e alle opportunità
legate alla terza età.
Impegno per i Giovani, in fedeltà
al carisma di don Bosco.
Promozione della formazione
dei soci e dei gruppi nella conoscenza e nella condivisione delle
buone pratiche del Regolamento
Don Pierluigi Cameroni, Assistente spirituale
[email protected]
54
55
e dello spirito proprio dell’Associazione. Si rivela decisivo il ruolo
e l’esercizio di governo e di animazione dei Consigli locali.
MARZO-APRILE 2014
DON BOSCO OGGI
Torta ‘d pom
Estate 1838. I seminaristi Luigi Comollo e Giovanni
Bosco trascorrono insieme una piacevole giornata
di vacanza ai Becchi. I parenti di Giovanni sono nei
campi, occupati nella mietitura. I due studenti, soli
in casa, compongono discorsi da tenere in chiesa durante le feste paesane e si esercitano nella
recitazione. Si avvicinano infatti due grandi ricorrenze: quella dell’Assunta, sempre celebrata dalla
Chiesa, anche se il dogma sarà proclamato solo
nel 1950 da Pio XII , e quella di San Rocco, protettore degli animali e particolarmente venerato sui
colli astigiani.
All’ora di pranzo, poiché nessuna cuoca è rientrata dalla campagna, si accingono a cucinare. Luigi
accende il fuoco, Giovanni ha il compito di trovare
qualche cosa da cuocere. Pensando di interpretare la volontà di mamma Margherita, acciuffa un
galletto intento a razzolare nell’aia. Nessuno dei
due però ha il coraggio di ucciderlo. Di comune
accordo decidono di dividere la responsabilità: uno
terrà fermo il collo del volatile, l’altro provvederà
a... ghigliottinarlo.
Compiuto il misfatto, i due scappano terrorizzati, piangendo. Ben presto il Comollo, che morirà
in fama di santità l’anno successivo, si riprende
e convince Giovanni che non c’è nulla di male a
cuocere il galletto e a cibarsene, dal momento che
il buon Dio ha disposto che animali e frutti della
terra servano di nutrimento agli uomini.
Fatte queste considerazioni, i due seminaristi pranzano tranquillamente, continuando, nel caldo pomeriggio, le loro dotte esercitazioni.
L’episodio, raccontato da don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, forse non piacerà agli animalisti
e ai vegetariani.
Per consolarli, offriamo la ricetta di una povera e
gustosissima torta di mele contadina, i cui ingredienti sono i seguenti: 1 Kg di mele, 100 g di zucchero, 2 cucchiai di cacao amaro in polvere, 100 g
di amaretti sbriciolati, 50 g di biscotti secchi sbriciolati, 2 uova, un bicchierino di marsala.
Cuocere le mele a pezzi, quindi ridurle in purè
schiacciandole col passaverdure. Aggiungere le
uova, i biscotti e gli amaretti sbriciolati, zucchero,
cacao, marsala. Versare il composto in una teglia
imburrata e cospargere la superficie con riccioli di
burro. Cuocere in forno a 180° per un’ora circa.
Anna Maria Musso Freni
[email protected]
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Cognome e nome _________________________________________________________________________________________________________
Via ____________________________________________________________ Fraz. ___________________________________ n. _______________
CAP _________________ Città _____________________________________________________________________________ Prov. ___________
• 1 kg di mele
• 10 gr di zucchero
• 2 cucchiai di cacao amaro
• 100 gr di amaretti
• 50 gr di biscotti secchi
• 2 uova
• 1 bicchierino di marsala
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E-mail ____________________________________________ Telefono ____________________________ Data di nascita __________________
Grazie.
Firma __________________________________________________________________
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ANTONIO BOLLIN
FRANCESCA CUCCHINI
Scritto nella carne è l’Amore,
come bisogno e come dono.
Luce che incide
la dura crosta dei giorni,
seme che germoglia,
vita che non muore.
Antonio Bollin (1954) è presbitero della Diocesi di Vicenza, dottorato in Scienze dell’educazione con specializzazione in Pastorale giovanile e Catechetica presso l’Università Pontificia Salesiana; è stato docente alla Pontificia Università Urbaniana, attualmente insegna Catechetica e Didattica dell’IR presso l’ISSR e
l’Istituto Teologico del Seminario di Vicenza affiliato alla Facoltà
Teologica del Triveneto. Svolge inoltre il servizio di direttore degli Uffici per l’Insegnamento della Religione Cattolica, per l’Evangelizzazione e la Catechesi. È assistente ecclesiastico dell’AIMC
e consulente dell’UCIIM.
Francesca Gasparotto Cucchini (1944) è nata a Bassano del
Grappa. Si è laureata in Materie letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Ha insegnato Italiano e Storia presso l’Istituto Commerciale Luigi Einaudi di Bassano. In seguito è stata preside dell’Istituto Magistrale Sacro Cuore di Bassano e successivamente preside della Scuola Media dell’Istituto Vescovile Antonio
Graziani di Bassano. È sposata con Bruno Cucchini e ha cinque
figli. Oggi è catechista nella parrocchia di San Giuseppe di Cassola, dove risiede dedicandosi alla famiglia e ai nipoti. È collaboratrice dell’Ufficio diocesano per l’Evangelizzazione e la Catechesi di Vicenza.
Il segno della Croce
Giancarla Barbon, Rinaldo Paganelli
Editore Elledici, 2013
pagine 32, euro 2,50
ISBN 978-88-01-05338-8
E 4,50
Una Parola per tutti. Lectio divina
per i nostri tempi
Scognamiglio Edoardo
Elledici, 2013
pagine 216, euro 20,00
(Mt 26,41)
Veglie
di Quaresima
Vegliate e pregate.
Vol. 2: Veglie di Quaresima.
Bollin Antonio; Cucchini Francesca
Elledici, 2013
pagine 72, euro 4,50
Via crucis con Don Bosco e Nino
Baglieri
Pappalardo Marco
Elledici, 2013
pagine 64, euro 4,00
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