Maria Ausiliatrice d e l l a b a s i l i c a d i t o r i n o v a l d o c c o m arz r i v i s t a o- a p ril e 214 1,70 Euro IT Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in Legge 27-02-2004 n. 46) art. 1, comma 2 e 3 – CB-NO/TORINO #P asqua Gioia e Vita sempre! 4 «Don Bosco è qui!» Anche per me. Parola di Ispettore 8 Giovanni Paolo II Sa nto subito. Perché? 16 L a sconosciuta r agazzina di Nazaret ISSN 2283-320x Gesù non è un morto, è risorto, è il Vivente! Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, Gesù è l’«oggi» eterno di Dio. Così la novità di Dio si presenta davanti agli occhi delle donne, dei discepoli, di tutti noi: la vittoria sul peccato, sul male, sulla morte, su tutto ciò che opprime la vita e le dà un volto meno umano. (papa Francesco) Il saluto del Rettore Pasqua fondamento della nostra fede Carissimi lettori, a tutti voi giungano i nostri auguri foto di Mario Notario Buona Pasqua agendiaria 2014 Agenda-diario 14 mensilità formato tascabile, calendario liturgico arricchito con le festività proprie della Famiglia Salesiana, ogni mese “don Bosco” ci racconta la sua storia. Per info e prenotazione: tel. 011 52 24 203 [email protected] Acquista on-line: www.donboscotorino.posteecommerce.it 1 2 Le pagine di questa rivista sono state arricchite con Layar e hanno contenuti digitali che è possibile visualizzare utilizzando il tuo smartphone o tablet. ECCO COME FUNZIONA: 3 4 Scan Scaricare l'app gratuita Layar per Apple o Android Cerca le pagine con il logo Layar sulla rivista Aprire l'app Layar, tenere il dispositivo sopra la pagina e toccare per lo scan Tenere il dispositivo sopra la pagina per visualizzare il contenuto interattivo Cari amici, le celebrazioni della Quaresima e della Pasqua ci accompagneranno in questi due mesi di marzo e aprile. Esse sono una realtà che ogni anno puntuale si ripresenta, mentre uno dei nostri rischi è quello dell’abitudine: non sono state le prime e non sono le ultime volte che ci troviamo di fronte a questi tempi privilegiati nel cammino cristiano ed essi non possono trovarci distratti, dormienti. Insieme alla superficialità, che è una delle malattie del nostro tempo, ci si lascia spesso andare all’abitudine, al «già visto». Essa porta a dare per scontato ciò che sperimentiamo e che si succede nel tempo, così da passare non dico inosservato, ma certamente senza quella profondità e senso di novità che sempre porta con sé. La Pasqua è il fondamento della nostra fede: san Paolo ci ammonisce “Ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,17). È proprio l’esperienza della Pasqua che trasforma i discepoli da dubbiosi in credenti! Abbiamo smesso di stupirci, tutto è dato per scontato: un raggio di sole, il sorriso di un bambino, l’amore di due sposi, la bellezza della natura, la nascita di una vita… Tutto ciò non desta più meraviglia, è normale o, al contrario, non ci interessa perché non fa notizia. Così rischiamo di non avere più la capacità di entrare nel mistero che tutto ciò racchiude: la presenza di un amore, la ricchezza di un progetto, l’amore di un Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). «È lo stupore che conosce» ci ricorda san Giovanni Nazianzeno. In una lettera a san Francesco, santa Chiara scrive: «Mi hanno detto che sei diventato matto perché canti come gli uccelli del cielo e stai per delle ore a guardare un fiore. Per me eri matto prima, non adesso!». Poteva nascere il Cantico delle creature se Francesco avesse dato tutto per scontato? Don Bosco si sarebbe gettato nella mischia, se non avesse riconosciuto i raggi di luce presenti nel cuore dei giovani, anche i più disgraziati, segni di una presenza di Dio in loro? Probabilmente anche noi abbiamo bisogno di diventare “un po’ matti” alla san Francesco e più coraggiosi come don Bosco e riscoprire una presenza, che è l’unica che dà senso al tutto e che dà forza a noi di camminare per le strade di questo mondo, guardare al domani con fiducia e speranza, e spendere la nostra vita al servizio dei nostri fratelli. «Svégliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14) è il grido della Pasqua; non restiamo indifferenti, meravigliamoci! Con un ricordo per tutti alla nostra Vergine Ausiliatrice e a don Bosco in Basilica, un saluto e un augurio di tanta serenità. Don Franco Lotto, rettore [email protected] Sommario 36 42 10 il saluto del rettore 1 pasqua fondamento della nostra fede accogliamoci 18 p oligamia successiva e scelte di civiltà a tutto campo 4 mendicanti d’amore giovani in cammino 20 una quaresima “da godere” chiesa viva 7 c’erano una volta... i rosarianti 8 giovanni paolo II, perché santo subito? 10n ati per essere liberi 12 m aria, un ponte dal perù a torino amici di dio 22t utto per Cristo, mio bello leggiamo i vangeli 14 fonti della vita mamme sulle orme di maria 26e same di... maturità in cammino con maria 16 L’incredibile avventura sempre con noi 28missionario liturgista rischi di perdere il lavoro sfide educative 36educatori e ideologia di genere Direttore responsabile: Sergio Giordani Registrazione: Tribunale di Torino n. 2954 del 21-4-v80 Corrispondenza: Rivista Maria Ausiliatrice Via Maria Ausiliatrice 32 10152 Torino Centralino 011.52.24.822 Diffusione 011.52.24.203 Fax 011.52.24.677 [email protected] http://rivista.ausiliatrice.net Collaboratori: Federica Bello, Lorenzo Bortolin, Ottavio Davico, Giancarlo Isoardi, Marina Lomunno, Luca Mazzardis, Lara Reale, Carlo Tagliani Abbonamento: Foto di copertina: Ricardo Verde Costa Ccp n. 21059100 Archivio Rivista: http://it.donbosco-torino.org/ intestato a: archiviomariaausiliatrice Santuario Maria Ausiliatrice Via Maria Ausiliatrice 32 – 10152 Torino Progetto Grafico: at Studio Grafico – Torino Stampa: Higraf – Mappano (TO) 2 56 XXIX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ oggi è anche digitale 52v isitiamo la “tipografia Salesiana di don bosco Per Bonifici: BancoPosta n. 21059100 IBAN: IT15J076 0101 0000 0002 1059 100 PayPal: [email protected] e seguite il vostro sogno don bosco oggi 46don bosco e la sindone 48m a quanti soldi hanno i salesiani? 50il cortile di don bosco? della Francesca Direzione: Livio Demarie (Coordinamento) Mario Scudu (Archivio e Sito internet) Luca Desserafino (Diffusione e Amministrazione) festa di don bosco s ognate in grande anche all’estero 42Una cascata d’entusiasmo per vincere la noia 44una storia importante maria nei secoli 30m aria ci guida attraverso i secoli 32l a madonna della misericordia di Piero 18 54p uri ed umili di cuore 56 torta ‘d pom esperienze 38IO,exallieva cooperante 40rita pavone, ho incontrato don bosco la parola qui e ora 24 una persona speciale: il risorto di una sconosciuta ragazzina ebrea inserto l’avvocato risponde 34bevi e ti metti al volante? Occhio, 13 aprile 2014 RivMaAus Foto FOTOLIA: Monkey Business (10); Genialbaron (39); FLICKR: oshita946 (16); DEPOSIPHOTOS:. MarianKadlec311 (7); Dabrowa GÛrnicza (10); Valuavitaly (11); Ramat-Yishai (17); Chris Willemsen (17); Hermin Utomo (18); Konradbak (19); Olga Khoroshunova (20); Sabphoto (21); Alenka (24-25); Alexander Shalamov (26); Vadim Ponomarenko (27); Mihajlo Maricic (34); Viktoriya Malova (36-37); Michaeljung (38); Iarygin Andrii (44); Kasto (47); Claudio Divizia (50-51); SYNC-STUDIO: Paolo Siccardi (8); ALTRI: Paolo Inguaggiato (4-6); Archivio RMA (9); Renzo Bussio (12); Alberto Mocci (30-31); Romano Borrelli (45); Luigi Zonta (48); Mario Notario (52-53); rivista.ausiliatrice Abbonamento annuo: ................................................ Amico ................................................... Sostenitore .......................................... Europa . . ................................................ Extraeuropei .. ...................................... Un numero .. ......................................... E13,00 E20,00 E50,00 E15,00 E18,00 E3,00 3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 3) MARZO-APRILE 2014 a tutto campo di farne “onesti cittadini e buoni cristiani”. Oggi “Don Bosco è qui”, in quest’urna. Lui è tornato nelle nostre città per sollecitare tutti noi ad essere testimoni, per invitarci ad uscire dai “recinti” per diventare, sul suo esempio, protagonisti del progetto d’amore di Dio. La gioia di essere Chiesa Mendicanti d’amore La peregrinazione dell’urna di don Bosco, ormai conclusa, ci sollecita alla testimonianza cristiana e ad uscire dai “recinti” per diventare protagonisti del progetto di Dio. “Don Bosco è qui”. E io non sto più nella pelle dalla gioia. Certo, vivo a Valdocco, sono l’Ispettore della prima e più vecchia Ispettoria Salesiana, mi bastano pochi passi per entrare in Basilica e sostare davanti all’urna del “mio” Santo, quello che mi ha “preso” la vita. Eppure, lo confesso, questa volta l’emozione è davvero forte, anzi unica. Davanti a me c’è l’urna con la reliquia del braccio destro di don Bosco. L’urna che in tre anni ha fatto il giro del mondo. Quella che ha richiamato milioni di pellegri- ni. Quella che è stata accarezzata dalle mani di tante persone, per ringraziarlo o chiedergli un’intercessione. Quella davanti alla quale hanno pianto di gioia tanti giovani (e non solo). Ebbene, quell’urna ora è qui, davanti a me e accanto ad essa, anzi accanto a don Bosco, vedo i volti, i sogni, i desideri, le preghiere di tutte quelle persone, di voi e se permettete, anche i miei. Perché anch’io, alla scuola di don Bosco, sono un “mendicante” dell’amore di Dio. “Don Bosco è qui”. E ripenso al suo braccio: quello che lui ha 4 usato per benedire, assolvere, scrivere, accarezzare, in una parola per far capire a tutti quant’è grande l’amore di Dio. Tutti: senza distinzione di età, di cultura o di status sociale. Duecento anni fa era don Bosco in persona a uscire per le strade, a recarsi sui luoghi di lavoro e nelle piazze per incontrare (soprattutto) i giovani (e mi torna alla mente la parabola del padrone buono che a tutte le ore del giorno va a cercare operai per la sua vigna). Due secoli fa, appunto, lui ha amato quei ragazzi e li ha fatti sentire amati, ha cercato Poche altre volte nella mia vita ho visto e vissuto tanta festa, tanta gioia di “essere Chiesa” come nei giorni in cui, accanto all’urna, ho attraversato il Piemonte, la Valle d’Aosta e Lituania, Paese che fa parte della mia Ispettoria. Questa peregrinazione è stata – ma oserei dire: continua ad essere, visto il fiorire di tante iniziative – un percorso pastorale che ruota attorno a due grandi poli di bene: la missione popolare e la logica da pellegrinaggio. Cioè l’”andare a” don Bosco, ripercorrendo quanto avvenuto nella storia: la gente accorreva quando lui, spesso con i suoi ragazzi, passava per predicare, per esercizi, per missioni, per chiedere aiuto. E alla fine, lui tornava al suo (e nostro) Valdocco. Così, anche noi dell’Ispettoria Piemontese siamo stati la chiusura del cerchio: l’urna era partita da qui, ha peregrinato in tutto il mondo e qui è tornata. Ho ancora negli occhi e nel cuore le emozioni provate ascoltando le tante omelie di vescovi, i discorsi di sindaci, le esperienze di cui sono stato testimone. Tutto questo conferma che don Bosco è nel cuore di tutti e in particolare nel cuore dei credenti, e che la sua esperienza religiosa, so- 5 ciale, umana continua ad essere il punto di riferimento per milioni di persone. Don Bosco è il rappresentante più significativo dei “santi sociali” che hanno operato a Torino tra l’Ottocento e il Novecento. Anni in cui Torino è stata motore dell’unità nazionale e della prima grande industrializzazione del Paese. Anni in cui quei santi – e don Bosco in particolare – hanno saputo unire la fede alla vita quotidiana, contribuendo allo sviluppo sociale ed economico di Torino, dell’Italia e di tanti MARZO-APRILE 2014 a tutto campo CHIESA VIVA C’erano una volta... i rosarianti altri Paesi. Perché come già scriveva l’apostolo Giacomo, la fede «se non ha le opere, è morta in se stessa» (2,17). Prepararsi al bicentenario Ora a noi tocca seguirne l’esempio. E qui non posso non ricordare alcune parole di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino: ha richiamato l’esempio di don Bosco per ricordare che la Chiesa «deve aprire le porte a tutti: quelle del suo cuore, anzitutto, e della sua maternità spirituale e umana. Forse allora si scoprirà che nei giovani anche considerati più lontani ed estranei c’è più campo di quello che si pensa: campo di ascolto e di sintonia con il messaggio e la testimonianza del Vangelo». E rivolgendosi ai giovani ha concluso: «Don Bosco vi aiuti a credere in voi stessi e a puntare in alto nella vostra vita verso i traguardi inesplorati delle vette della fede e dell’amore». Insomma, come aveva detto tempo fa il nostro Rettor Maggiore, don Pascual Chávez Villanueva, la peregrinazione dell’urna è un’eccezionale opportunità per prepararsi ai 200 anni della nascita del nostro Fondatore, che si celebrerà il 16 agosto 2015. Questa ricorrenza è, infatti, «un grande avvenimento per noi, per tutta la Famiglia Salesiana e per l’intero Movimento salesiano, che richiede un intenso e profondo cammino di preparazione, perché risulti fruttuoso per tutti noi, per la Chiesa, per i giovani, per la società». Pro- prio per quell’occasione, Torino avrà anche la gioia della visita di Papa Francesco e di una nuova Ostensione della Sindone. E se ad accogliere il Pontefice non ci sarà più don Chávez, ma un nuovo Rettor Maggiore (non è previsto il terzo reincarico), né ci sarò io come Ispettore, ma, dal prossimo agosto e per sei anni, don Enrico Stasi, ebbene, è proprio don Bosco che invita me e tutti voi a guardare avanti con coraggio e serenità. Perché, al di là dei nostri ruoli, dell’età, dell’attività quotidiana, per tutti noi quello che conta è essere testimoni della misericordia di Dio, parte della Chiesa e della Famiglia Salesiana. In una parola, come diceva don Bosco, «Da mihi animas, caetera tolle». Don Stefano Martoglio Ispettore Salesiani Piemonte, Val d’Aosta e Lituania [email protected] La corona del rosario non è una collana! E il rosario non è una pianta di rose... «Roba da donne!» esclama con sussiego Stefano davanti alla corona del rosario posta sul suo tavolino, nell’aula di catechismo. «È per le vostre mamme, ma serve a tutta la famiglia!». «Mia mamma non porta collane perché ha paura di strozzarsi» ribatte Stefano. Spiego che non si tratta di una collana, ma di una corona del rosario, che all’inizio di ogni ciclo di catechismo regalo alle mamme per la festa dell’Immacolata. «Ah, sì, mia nonna ha un rosario davanti a casa, in montagna. A maggio fa delle rose gialle..» interviene Matteo. Che pazienza!! Illustro allora la differenza fra un roseto e il rosario, preghiera prediletta da Maria. Apriamo insieme il libretto che accompagna la coroncina, leggendo la preghiera mariana nei suoi misteri. Occorre precisare che il vocabolo mistero qui non indica una cosa segreta o di difficile comprensione, ma momenti particolari della vita di Maria e di Cristo, raccontati dai Vangeli, chiamati così perché riferiti al mistero della storia della salvezza. Senza troppe complicazioni i bambini trovano, nel racconto del rosario i capitoli della vita di Cristo. Approfitto del loro entusiasmo per proporre la pratica dei Rosarianti, in voga nei lontani Anni Cinquanta in qualche oratorio salesiano. I Rosarianti erano gruppi di quindici bambini /ragazzi invitati a recitare ogni giorno una decina del rosario. Ad ognuno di loro veniva assegnata la meditazione di un mistero, in modo che nell’arco della giornata la Madonna fosse onorata con la recita del rosario intero. «Ma noi siamo dieci!» obietta Chiara... È l’inizio delle proteste. Dieci Ave Maria sembrano troppe; le riduciamo a tre. Ma Diego, immigrato da poco dal Perù, si preoccupa. «Maestra, non posso imparare quella preghiera lunga e difficile!». La solita Monica lo rassicura: «Beh, tu recitala in spagnolo: la Madonna parla tutte le lingue!». Anna Maria Musso Freni [email protected] 6 7 MARZO-APRILE 2014 CHIESA VIVA l’attentato di alì. il grande giubileo La scritta apparsa su un cartello in piazza san Pietro nel giorno del suo funerale – «Santo subito!» – diventa realtà il 27 aprile 2014. Era questo il vivo desiderio dei fedeli, e nasceva da tutto ciò che Papa Wojtyla è stato e ha realizzato nei quasi 27 anni di pontificato. Cioè... Giovanni Paolo II, perché santo subito? Ecco dunque in rassegna le iniziative che hanno fatto di Papa Wojtyla, come è stato definito, l’ultimo grande del Ventesimo Secolo. alla finestra della camera, contempla la metropoli fasciata dalle sue luci nella notte, poi con un largo segno di croce benedice la sua diocesi. Suscita fiducia e coraggio. Da subito. Nell’omelia all’inizio del pontificato, il 22 ottobre 1978, dice e quasi grida: «Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!». Aggiunge: «Aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà e di sviluppo...». Parla come successore di Pietro e coinvolge persone e nazioni in quella storia lunga duemila anni che ancora continua. È amico dei giovani. Per loro inventa le Giornate Mondiali della Gioventù. Durante il pontificato partecipa a venti di queste Giornate, nei cinque continenti. Ed è ripagato oltre le attese: nel 1995 a Manila (Filippine) i giovani che accorrono a lui sono quasi cinque milioni. Ha una fede massiccia, con ricaduta anche sugli assetti politici. Nel 1978 compie la prima visita in Polonia sua patria, per affetto e gratitudine. Con disappunto di Gromiko, capo del Cremlino. Ottiene effetti imprevedibili. Due anni dopo, c’è sciopero nei cantieri di Danzica. Il regime di stato aveva intitolato i cantieri a Lenin, ma gli operai organizzati dal sindacato cristiano Solidarnosc issano sulla facciata l’icona della Madonna di Cze˛stochowa. E il loro sciopero, imponente, risulta il primo che le autorità asservite a Mosca non osano stroncare con la violenza. Una picconata nel Muro di Berlino? Poi verrà il 1989, e la caduta del Muro. È Papa missionario itinerante. Compie 250 viaggi apostolici nei cinque continenti. Secondo una battuta: «Che differenza c’è tra Dio e Papa Wojtyla? Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo. E Papa Wojtyla c’è già stato». Come Primate d’Italia dedica alla penisola 129 dei suoi viaggi apostolici. Come Vescovo di Roma, solo una ventina delle 333 parrocchie della diocesi non riesce a visitare almeno una volta. E in Vaticano ogni sera prima di andare a dormire, si affaccia 8 Prende chiara posizione anche sul caso Darwin, per un sereno orientamento dei cristiani. Si pronuncia in senso positivo sulla teoria scientifica dell’evoluzione. E incoraggia il dialogo tra fede e ragione. Osserva che alla scienza spetta il compito di spiegare COME si è formato il mondo e in esso l’uomo; alla teologia spetta di spiegare PERCHé Dio l’ha creato: perché Dio è amore, ama le sue creature, e ama gli uomini come figli. Alì Agca, il killer dei servizi segreti, in piazza san Pietro da pochi metri di distanza esplode contro il Papa due proiettili calibro 9. Uno lo colpisce gravemente, portandolo in punto di morte. Alì non riesce a capire come la sua mano infallibile abbia potuto fallire. Era il 13 maggio, e Wojtyla attribuirà la sua salvezza alla Madonna di Fatima: «Una mano ha sparato, un’altra mano ha deviato il colpo». Alì in carcere, per la prima volta sente parlare della Madonna di Fatima, e è disorientato: lui musulmano sa di una Fatima sorella di Maometto, ma gli è sconosciuta quest’altra Fatima così potente da deviare i suoi proiettili. Il Papa perdona subito il suo killer, ma lui non chiederà mai perdono. Il proiettile che poteva uccidere il Papa ora è a Fatima, incastonato nella corona sul capo della Madonna. Il card. Ratzinger, a Fatima con Papa Wojtyla, è da lui autorizzato a esprimere un giudizio sugli avvenimenti, e parla di rivelazione privata. «SEDOTTO DA DIO» Proclama tantissimi santi nuovi, per l’imitazione dei cristiani di oggi. E poi accade che la Chiesa – quasi per un’affettuosa vendetta – aggiunge alla lunga lista di quei santi anche Papa Wojtyla. Un grande? È uno degli aggettivi usati per definire Papa Wojtyla. Un vaticanista ha titolato la sua biografia Karol il grande. Il settimanale americano Time nel 1994 lo ha dichiarato Uomo dell’anno, e ha motivato: «Le sue idee sono molto diverse da quelle della maggior parte degli uomini. Sono più grandi». E non stupisce quella definizione: Wojtyla sarebbe «l’ultimo grande del Secolo Ventesimo». Il Grande Giubileo dell’anno 2000. Papa Wojtyla con una serie impressionante di iniziative, che è impossibile anche solo elencare qui, traghetta la Chiesa nel Terzo Millennio. Tra l’altro compie in Medio Oriente tre Pellegrinaggi del Giubileo «sulle orme di Mosè, di Gesù e di Paolo», in cui incontra i capi religiosi ma soprattutto i credenti, per progettare insieme un nuovo futuro per la fede. «Sedotto da Dio». C’è chi ha detto che Papa Wojtyla, come Geremia, è stato sedotto da Dio. L’antico profeta in un momento di sconforto lamentava: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre... Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa» (Ger 20,7.9). È poesia, ma più ancora realtà. i nodi al pettine di papa Wojtyla Sono tanti: i casi si ammucchiano ogni giorno sul suo tavolo. Subito rinnova l’immagine anche esteriore della Chiesa, eliminando il trionfale copricapo detto triregno, e – con dispiacere dei cerimonieri – la sedia gestatoria. Si rivela uomo di comunicazione e di dialogo, utilizzando con efficacia i moderni media della comunicazione. Appena può evita quel linguaggio teologico per iniziati che i linguisti bocciano come ecclesialese. E condensa il pensiero in forme brevi, massime e aforismi, che la gente memorizza con facilità. Chiede perdono per gli errori commessi dalla Chiesa nei secoli passati, in particolare per il caso Galileo. Santo subito pare la logica conseguenza di quanto si è detto fin qui. Enzo Bianco [email protected] 9 e il pane dei poveri MARZO-APRILE 2014 CHIESA VIVA Nati per essere liberi Mettersi in gioco per vivere da protagonisti il viaggio tortuoso ed esaltante che conduce verso la maturità e l’armonia. Ogni giorno ci troviamo a scegliere, tra varie possibilità, quella che ci appare sul momento più vantaggiosa. E anche solo decidere di sfogliare la Rivista Maria Ausiliatrice e di leggere fino in fondo questo articolo significa, automaticamente, rinunciare a una serie di alternative possibili: concedersi una passeggiata al parco o in riva al mare, prepararsi un panino al salame o regalarsi un bel film in tv. Scelte che aiutano a crescere Chi sceglie di compiere un’azione piuttosto che un’altra si trova a dover fare i conti con una lista più o meno lunga di “pro” e di “contro”. È inevitabile – infatti – che scegliere porti sempre con sé gli uni e gli altri perché ci fossero tutti i vantaggi da una parte e gli svantaggi dall’altra la scelta 10 sarebbe obbligata e non si correrebbe il rischio di sbagliare. Le scelte buone sono – in linea di massima – quelle che aiutano a crescere, a migliorare e a stabilire rapporti di apertura e di solidarietà con gli altri; quelle cattive, invece, tendono a erodere l’autostima, a inaridire il cuore e a distruggere le relazioni interpersonali. Per non correre il rischio di sorprendersi – magari dopo anni di sforzi e di sacrifici – a cercare la felicità là dove essa non è, è fondamentale abituarsi a valutare ogni scelta alla luce del proprio ideale di felicità. Chi, per esempio, è pronto a giurare che una vita di successo dipenda dal numero di zeri del conto in banca e si affanna ad ammassare ricchezze e ogget- ti da sfoggiare o chi è disposto a scommettere che il segreto per Patria e dellasia Chiesa. “vivere alla grande” accumulare potere per decidere della propria esistenza e di quella degli altri può andare incontro a delusioni cocenti. Perché il cammino della libertà è fatto di tappe progresdurante la guerra civileportano spagnola. sive che si capisce dove man mano che si percorre. cate daleGiovanni Paolo II. Solo camminando ci si rende conto di zione dei Fioretti dove conduca il cammino e se valga la pena affrontarlo. Il “navigatore satellitare” che può contribuire a orientare la rotta è il grado di felicità provato: chi, nonostante gli inevitabili momenti bui che caratterizzano ogni esigradi per trenta minuti. stenza, passa idealmente di gioia in gioia ha buone probabilità di viaggiare verso la libertà; chi, al contrario, passa di delusione in delusione ha forse bisogno di rivedere le tappe del proprio cammino. La forza travolgente dell’amore Vivere alla luce del proprio ideale di libertà è possibile in ogni occasione, anche la più disumana ed estrema. Come testimonia la vita di padre Massimiliano Kolbe. Francescano, ricco di fede e di ta- www.ssfrebaudengo.it Tel. 011 2340083 [email protected] lenti, padre Kolbe fondò conventi, diresse riviste e si spese per i poveri schiacciati dall’avanzare dei totalitarismi. Nel 1941, arrestato per la seconda volta dalle truppe tedesche che avevano occupato la Polonia, venne internato nel Blocco 14 del campo di concentramento di Auschwitz e “marchiato” con il numero 16670. Tra tanti orrori Auschwitz divenne tristemente famoso perché lì vigeva la regola che se un prigioniero scappava ne venivano prelevati dieci a caso per essere fatti morire di stenti nel “bunker della fame”. Un prigioniero del Blocco 14 riuscì a eludere la sorveglianza e si diede alla fuga, i tedeschi ne scel- sero dieci per condannarli a morire di fame. Quando uno di essi, al pensiero di non rivedere più i famigliari, scoppiò in lacrime e invocò di essere risparmiato, padre Kolbe si fece avanti e propose ai soldati tedeschi di offrire la proPAROLA QUI E ORA 33 pria vita in cambio di LAquella del prescelto. Pur prigioniero e circondato dal dolore, padre Kolbe ad Auschwitz raggiunse il proprio ideale di libertà: amare gli altri fino al sacrificio della propria vita. Al tenente medico nazista che il 14 agosto 1941 – dopo aver trascorso due settimane senza acqua e senza cibo – gli fece l’iniezione mortale nel braccio, padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente. Solo l’amore crea». Ezio Risatti Preside della Scuola Superiore di Formazione [email protected] 11 MARZO-APRILE 2014 CHIESA VIVA San Francesco, non lontana dalla Basilica di Maria Ausiliatrice. In udienza da Francesco Maria, un ponte dal Perù a Torino Migliaia di peruviani immigrati a Torino a partire da Maria Ausiliatrice hanno riscoperto la spiritualità mariana della loro patria: così è nata sotto la Mole la confraternita della “Virgen de la Puerta de Otuzco”. Una devozione che ha attraversato l’oceano ed è approdata qualche anno fa a Torino: così la spiritualità mariana della Virgen de la Puerta de Otuzco venerata in Perù è arrivata a Valdocco. La statua della Vergine peruviana fu incoronata nel 1943 da papa Pio XII e successivamente venerata da Giovanni Paolo II nel 1985 durante un viaggio apostolico in America Latina, che l’ha nominata «Patrona del nord del Perù e Regina della pace universale». «Da tempo – spiega Giovanny Calderon – con numerosi connazionali peruviani ci trovavamo a Messa o a pregare in Basilica a Valdocco accolti dalla effigie di Maria Ausiliatrice. In quel volto trovavamo il volto della nostra Virgen de la Puerta, perché la Madonna è una sola anche se venerata con molti titoli. Poi abbiamo pensato di fondare una confraternita intitolata alla Vergine venerata in Perù in modo che tra connazionali potessimo trovarci a pregare in sintonia con il nostro Paese d’origine, per respirare un po’ di aria di casa nostra anche sotto la Mole, invitando gli amici torinesi che ci hanno accolto nella loro città». Dunque nel settembre 2011 è 12 nata la Hermandad (confraternita in spagnolo) Virgen de la Puerta de Otuzco che è stata legalmente riconosciuta nel marzo 2012. La confraternita, presieduta da Giovanny Calderon, ha anche come obiettivo di intregrare gli oltre 11 mila cattolici peruviani presenti a Torino ai fedeli italiani, tramite la devozione per la Vergine Maria. Senza fini di lucro, l’associazione anima momenti di preghiera, sostiene chi è in difficoltà e propone la partecipazione alla celebrazione della Messa comunitaria il 15 di ogni mese, presso la parrocchia torinese delle Stimmate di E poiché i devoti della Madonna peruviana a Torino sono davvero numerosi, con l’autorizzazione dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei Migranti, è stata portata dal Perù una copia fedele della statua alta 1.20 metri. Il 1° maggio 2013 la fraternità con la statua “torinese” della Virgen è stata ricevuta in udienza in Vaticano da papa Francesco. Tornata a Torino, don Giuseppe Sibona, parroco della parrocchia delle Stimmate e la sua comunità hanno accolto la statua “solennemente” in occasione del 70° anniversario dell’incoronazione della Vergine della Porta di Otuzco. Domenica 27 ottobre la Messa festiva alle Stimmate è stata “invasa” da un pezzo di Perù che ha colorato la chiesa con la divisa della Fratenidad: casacche di tela di juta bordate in tricolore, sombreri indossati su volti dipinti di nero, tuniche viola, drappi colorati e vesti azzurre, «simbolo della pace e i colori della nuvola su cui è apparsa la Madonna: indossarli significa portarla sempre con noi», hanno spiegato i membri della Fraternidad che hanno animato la liturgia. La partecipatissima celebrazione è stata officiata in spagnolo da mons. Luigi Bambaren Gastelumendi, gesuita, Vescovo della diocesi di Chimbote, in Perù, alla presenza delle autorità peruviane del Consolato generale peruviano del Piemonte. Sulle note dell’inno alla Virgen de la Puerta, alla fine della Messa, mons. Bambaren ha benedetto la portantina che il 15 dicembre ha sostenuto la statua portata in processione, accompagnato dai lanci di sombreri e dai passi di danza al suono dei tamburi della comunità peruviana. Al termine, la festa con i parrocchiani nel teatro adiacente la chiesa, dove è stato offerto a tutti i partecipanti un buffet. La Virgen in processione «L’appuntamento di ottobre è stato molto importante per la nostra comunità – ha commentato Giovanny Calderon – perché è stata la prima tappa verso la processione di dicembre, che abbiamo preparato con una novena attorno alla statua della Vergine a cui hanno partecipato 13 anche molti amici italiani. È stata la prima volta che la statua della Virgen sfilava per le strade della città in cui migliaia di peruviani sono emigrati per cercare un futuro migliore: è stata una grande esperienza di fede che speriamo di poter ripetere anche negli anni a venire così come continueremo a partecipare come facciamo da anni alle processioni cittadine di Maria Ausiliatrice o della Consolata. La devozione alla Madonna unisce tutti, italiani e peruviani e la nostra confraternita vuole essere come una “cerniera” tra Italia e Perù anche perché la presenza di latino-americani sul territorio torinese è massiccia e i matrimoni “misti” sono in crescita». Marina Lomunno [email protected] MARZO-APRILE 2014 leggiamo i vangeli Fonti della vita Particolari inediti L’Evangelista Giovanni ci fa conoscere particolari inediti delle vicende accadute sul Golgota. La sua narrazione della passione, nello scrivere della crocifissione, della scritta posta sulla croce, della tunica indivisa del Signore e della sua morte segue la tradizione testimoniata da Marco, Matteo e Luca, ma la comprende però in modo diverso e soprattutto la arricchisce di ricordi. Mi riferisco sia alla scena del dialogo tra Gesù, la Madre ed il «Discepolo Amato», sia al racconto della morte di Cristo che – ecco la novità – coincide con la prima effusione dello Spirito Santo. A questo punto il racconto si impreziosisce di un’altra vicenda di cui ancora una volta gli altri Evangelisti non narrano. Particolari inediti che, se ben compresi, rivelano nel racconto una straordinaria catechesi perfettamente intessuta nei fatti della morte di Cristo. Giovanni non smette di stupirci e ci sfida a capire quale sia per noi l’insegnamento nascosto nella bellezza e nella profondità del suo scrivere. Dare la vita La preparazione per la Pasqua impone che i corpi di eventuali crocifissi siano tolti dal luogo del supplizio. Anche i Romani devono sottostare alle leggi rituali dei Giudei: forti sono infatti le loro preoccupazioni perché i grandi riti della Pasqua siano celebrati così come è prescritto. Ai due giustiziati crocifissi al fianco di Gesù vengono spezzate le gambe: un “colpo di grazia” che serve a velocizzarne la morte. Al sopraggiungere del drappello dei soldati, Gesù è però già trovato morto. La notizia non è affatto irrilevante. Gesù non viene finito, la sua morte non dipende in alcun modo dall’agire di un altro: è unicamente Lui che decide di dare la vita! La sua morte rientra nell’ambito della sua scelta di Figlio fedele ed obbediente al Padre. Proprio perché Gesù offre liberamente se stesso, noi siamo liberi e salvi! Essendo già stato trovato morto, al Nazareno non vengono pertanto spezzate le gambe, con una lancia gli però viene colpito il torace: «e subito ne uscì sangue e acqua». ferita di un corpo stremato, è un fenomeno abbastanza normale. Non lo è però evidentemente per Giovanni, il quale a questo punto, in un commento personale, certifica la veridicità della sua testimonianza: il sangue e l’acqua sono usciti realmente dal corpo morto di Gesù. Alla luce di questa affermazione, vien giustamente da pensare che quel sangue e quell’acqua debbano significare qualcosa per noi. Stando a tutto il racconto evangelico giovanneo, essi sono incontrastato simbolo di vita spirituale. Il fatto che ora vengano così collegati a Colui che è innalzato sulla Croce, ne conferma maggiormente il loro valore simbolico. Per approfondire ulteriormente il significato, dobbiamo cogliere fino in fondo la sfida che Giovanni ci lancia. È allora necessario rileggere con attenzione la parte conclusiva del suo racconto della passione (19,16-37). Solo così potremo fare nostra la catechesi che l’Evangelista ci ha preparato. Ebbene: l’indugiare Marco Rossetti [email protected] La Vita che ci vivifica La fuoriuscita di quei liquidi dalla 14 sui particolari della tabella posta alla sommità della Croce con la scritta «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei», è voluto per farci capire che Gesù innalzato sulla croce è da riconoscere come il vero Re. Da lui vengono a noi doni di impareggiabile valore: la tunica non divisa dai soldati perché ritenuta preziosa, essendo «senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo», è il simbolo del dono dell’unità della fede dei discepoli; la consegna reciproca della Madre al «Discepolo Amato» segna la nascita della nuova famiglia dei credenti; su di essa subito viene effuso lo Spirito Santo, senza il quale la Pasqua non può essere capita. A questa comunità vengono infine offerti i doni dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, significati nel sangue e nell’acqua: per mezzo di essi Cristo continua a rendere vivi tutti quelli che credono in Lui. Particolari inediti che ci mettono in contatto con le fonti della vita. 15 MARZO-APRILE 2014 IN CAMMINO CON MARIA L’incredibile avventura di una sconosciuta ragazzina ebrea Nazareth: dove si trova? interrogativo: «Da Nazareth può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). Nazareth è un piccolissimo, sperduto ed isolato villaggio della Galilea. È così insignificante da non essere mai nominato dalla Bibbia. I suoi pochi abitanti non sfuggono alla descrizione dei galilei che l’opinione pubblica del tempo ci regala: ladri, bugiardi, attaccabrighe, traditori, violenti e scansafatiche. Parlano un dialetto con delle cadenze ed inflessioni che li rendono riconoscibili facilmente da tutti. I nazaretani sono soprattutto dei poveri contadini e degli umili artigiani. Più che vivere sopravvivono. Sono tagliati fuori dal benessere economico che gravita attorno al lago di Genezaret ed al Tempio di Gerusalemme. Le case sono poco più che tuguri addossati ad una collina di tufo in cui sono state scavate, nel tempo, piccole caverne usate come abitazione, magazzino e stalla. La vita è così povera ed insignificante che anche gli zelanti, ed odiati, esattori delle tasse raramente si presentano a spremere tributi. L’apostolo Natanaele, con concretezza ed invidiabile capacità di sintesi, condensa la fama di cui il villaggio gode in un semplice La storia della piccola Myriam È proprio su questo nulla geografico, antropologico e sociale che Dio posa il suo sguardo. Una adolescente, che il menarca rende prematuramente donna, attira l’attenzione divina. Di lei non sappiamo assolutamente nulla. I vangeli canonici tacciono. Da essi non possiamo ricavare nessuna informazione sulla sua famiglia. Non conosciamo il nome dei suoi genitori. Non sappiamo se ha dei fratelli o delle sorelle. Solo i vangeli apocrifi parlano del padre Gioachino e della mamma Anna. Ma gli apocrifi brillano più per la loro incontenibile fantasia che per la loro oggettività storica. Nonostante questo loro grandissimo limite, nel tempo, si sono trasformati in una inesauribile sorgente di devozioni e tradizioni che punteggiano la devozione mariana popolare. Per cercare di ricostruire un identikit adolescenziale della Vergine dobbiamo attingere da quanto gli esperti in materia ci dicono. 16 «C’è un rapporto fra Dio e noi piccoli: Dio, il grande, e noi piccoli. Dio, quando deve scegliere le persone, anche il suo popolo, sempre sceglie i piccoli». L’unica certezza che abbiamo è che Myriam, come persona, è così bella, limpida, trasparente e piena di fede da non passare inosservata agli occhi di Dio. È una splendida fanciulla. La sua vita, nella società del tempo, non è per nulla facile. In una mentalità pervasa dal più bieco maschilismo, l’essere donna si trasforma in emarginazione sociale. Lo storico Flavio Giuseppe scrive: «La donna, dice la Legge, è inferiore all’uomo in tutte le cose. Essa deve obbedire perché è all’uomo che Dio ha dato il potere». Myriam obbedisce al padre, alla madre, agli anziani, ai fratelli, ai parenti maschi. Obbedisce in casa, caricandosi di tutti i lavori domestici, e fuori casa occupandosi del bestiame e dei lavori in una campagna gonfia di fatica ed avara di frutti. Non sa leggere e scrivere in quanto per lei la scuola annessa alla sinagoga ha le porte sbarrate. Per il semplice motivo di essere donna non è tenuta alla preghiera quotidiana nella sua forma ufficiale. In casi di controversia la sua testimonianza non ha alcun valore. Sulle sue spalle, come per le sue coetanee, gravano i pregiudizi misogini alimentati dalla Scrittura stessa. «Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo» (25,24); «È meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna» (42,14); «Se non cammina al cenno della tua mano, toglila dalla tua presenza» (25,26) pontifica il Siracide. Il Talmud, a sua volta, ci ricorda che gli Omelia di Papa Francesco in S. Marta, 21 gennaio 2014 uomini tre volte al giorno devono ringraziare Dio, tra le altre cose, «perché non mi hai fatto donna». Inoltre precisa che un padre «non è tenuto a nutrire sua figlia» e la può lasciare morire di stenti. Ancora il Siracide avverte che «una figlia è per il padre un’inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno: nella sua giovinezza, perché non sfiorisca; una volta accasata, perché non sia ripudiata. Finché è ragazza si teme che sia sedotta e che resti incinta nella casa paterna; quando è con un marito, che cada in colpa, o che sia sterile» (42,9-10). Myriam è nulla davanti agli uomini, è molto, invece, agli occhi del Padre celeste. Così, un giorno, Gabriele bussa alle porte del suo cuore con una proposta demenziale e sacrilega per ogni moralista benpensante: diventare madre del tanto atteso Messia. Bernardina Do Nascimento [email protected] 17 MARZO-APRILE 2014 accogliamoci La cultura di oggi, proclamando “i diritti individuali” favorisce, come ha detto papa Francesco ad Assisi il 4 ottobre 2013, «le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà, e per questo a volte parla di rapporto di coppia, di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco. Basterebbe guardare certi programmi televisivi!». intenzioni, pur lodevoli, dei protagonisti di queste scelte: non siamo stati in grado di adattare quello schema alla complessità e alle sofferenza della realtà matrimoniale. Abbiamo perseverato lungo il tracciato di una strada maestra senza renderci conto – almeno in parte – che il mondo degli affetti e dei legami aveva imboccato vie secondarie, sentieri tortuosi, percorsi considerati eticamente inaccessibili. In troppi casi abbiamo proclamato molta verità e poca carità. Profezia da compiere Poligamia successiva e scelte di civiltà Da un paio di decenni, anche il nostro Paese, ha di fatto mutuato dal mondo anglosassone una sorta di “poligamia successiva”, quella consuetudine ormai largamente diffusa e che non incontra più né riprovazioni sociali né remore etiche, per cui si convive prima del matrimonio per alcuni anni, ci si sposa sempre più tardi, talvolta con un altro partner, e infine nella piena maturità arriva spesso un nuovo rapporto, non necessariamente sancito dalla separazione e da una nuova unione civile. Il quadro è evidente: una situazione di incertezza affettiva, conseguenza di una deriva culturale in cui tutto appare provvisorio e instabile – dal lavoro all’abitazione – diffonde la sua precarietà anche nel quadro sociale, contribuendo a rendere ogni rapporto segnato da una vaghezza di fondo, da una insoddisfazione latente, da un clima in cui nulla appare più assodato e accettato per sempre. L’analisi – più volte tracciata – purtroppo è inconfutabile. do “biennale” sulla famiglia, preceduto da un questionario diffuso in tutto il mondo per raccogliere informazioni e dare voce ai tanti disagi in formato familiare, ha deciso che è giunto il momento di tracciare con chiarezza una prospettiva diversa che contribuisca a quel passo in avanti auspicato da tutti coloro che guardano al “caso serio” del matrimonio e della famiglia. Forse, per cominciare a riflettere con efficacia su questo aspetto fondativo della nostra civiltà, occorre avere il coraggio di partire da una premessa, che è allo stesso tempo un grave interrogativo. Se oggi tanti uomini e donne vivono in una situazione di cosiddetta precarietà affettiva – e cioè convivono, si separano, divorziano, si risposano – non sarà perché il modello di matrimonio monogamico, segnato da fedeltà, unicità e indissolubilità, è stato “promosso” e “tradotto” in modo non del tutto efficace negli ultimi trent’anni? Forse certa teologia e, di conseguenza, alcuni ambiti della pastorale, hanno a lungo tratteggiato un paradigma nuziale un po’ troppo idealizzato. Il risultato è stato inversamente proporzionale alle Il questionario e un Sinodo Fermarsi alla presa d’atto non basta più. E la Chiesa l’ha pienamente compreso. Proponendo un Sino- 18 La Chiesa, da almeno 15 anni, auspica un “gesto profetico” (Lettera alle nostre famiglie, Conferenza episcopale lombarda, 2001). Ma nel frattempo le cifre delle dissolvenze affettive sono cresciute in modo esponenziale. E quel “gesto profetico”, che voleva richiamare la necessità di un atteggiamento profondamente diverso da parte della Chiesa nei confronti delle persone che vivono il fallimento del proprio progetto affettivo, nessuno ancora l’ha veramente compiuto. Così la maggior parte dei separati ha ancora oggi la sensazione di vivere ai margini della Chiesa, come corpo estraneo, appena tollerato. Una contraddizione difficilmente componibile. Da una parte non ci stanchiamo di proclamare lo stupore di una teologia nuziale secondo cui è giusto l’accostamento tra amore nuziale e amore trinitario. Ma, d’altra parte, quando scendiamo dall’empireo di categorie così elevate all’antropologia della quotidianità e facciamo i conti con le lacerazioni che si palesano nella normalità del rapporto di coppia, vediamo come quelle idealizzazioni siano lontane anni luce dal sentire e dai bisogni di tanta gente. Nuovi linguaggi e misericordia Forse, per rendere di nuovo comprensibile e accattivante la proposta dell’amore cristiano, c’è anche tutto un linguaggio da semplificare, tutto un apparato di rimandi e di suggestioni da depurare e attualizzare, tutto un atteggiamento di spiritualità elitaria da passare al setaccio dell’umiltà e del dialogo. E forse, dovremmo anche preparaci al tentativo di comprendere come queste nuove modalità di leggere lo sviluppo, la crescita e le trasformazioni dell’affettività all’interno della coppia, possano essere convogliate in una prospettiva accettabile di accoglienza e di misericordia, fornendo risposte credibili alle esigenze concrete di tante donne e di tanti uomini che, nonostante tutto, vogliono continuare a credere nel Vangelo dell’amore. Luciano Moia, caporedattore Noi genitori&figli – Avvenire [email protected] 19 MARZO-APRILE 2014 Giovani in cammino di parole e come attenzione inutile a ciò che è secondario. Come il servo che sentendo “lontano” il ritorno del padrone ozia e si divaga. Esteriormente appare affaccendato, ma in realtà il cuore dorme e l’amore si è assopito». Prenditi un tempo per coltivare la tua vita spirituale con l’ascolto costante della Parola. Il tono spirituale mediocre Una quaresima “da godere” «Il termine ascetismo deriva da “ascesi”, una parola che in origine significava esercizio, allenamento di un atleta per il superamento di una prova... Avviene solo quando una cosa la si ritiene importante non solo oggettivamente ma soprattutto soggettivamente e ce ne facciamo una ragione» (Wikipedia). Allenarsi per vincere Quaresima, un tempo per... Non si cresce senza fatica, senza dire dei no. «Chi dice sì a tutte le cose lecite presto dirà sì anche alle cose illecite» (Cirillo di Alessandria). Non possiamo permetterci tutto e sempre, semplicemente perché è lecito, anche se non ne abbiamo bisogno. Dire di no alle cose facili e lecite rende forti per dire poi di sì alle cose che ci costano o che non sono lecite perché la coscienza ce le rimprovera. Ma occorre soprattutto «che una cosa la si ritenga importante non solo oggettivamente ma soprattutto soggettivamente». Ciò che non è importante ai miei occhi non spinge all’impegno e a quell’orgoglio sano per riuscire. Dice una ballata: «Prendi il tempo per riflettere: è una fonte di pace. Trova un tempo per svagarti: è il segreto della giovinezza. Scegli un tempo per leggere: è la fonte della saggezza. Prendi il tempo per amare ed essere amato: è un dono di Dio. Trova il tempo per la tenerezza: è la strada della felicità. Scegli il tempo per sorridere: è una musica per l’anima. Prendi il tempo per dare: è la porta della fraternità. Trova un tempo per lavorare: è il prezzo del successo. Scegli il tempo per essere solidale: è la chiave del cielo. Prendi il tempo per pregare: è la forza della tua debolezza». 20 Scrive A. Bozzolo: «Quando in noi l’ascolto della Parola si indebolisce, la coscienza si annebbia e diventiamo spiritualmente sedentari. Inizia quel ripiegamento nella routine che rende le giornate monotone, la volontà fiacca, il tono spirituale mediocre. La libertà si rattrappisce in se stessa: spende le sue energie per fare tante cose, ma mette poco amore in ciò che fa. Ne nasce quella tristezza interiore nel servizio di Dio, quella pesantezza spirituale che i maestri di spirito chiamano accidia. San Tommaso ne descrive i sintomi. I primi due richiamano il rallentamento nel servizio di Dio. Si tratta infatti della otiositas e della somnolentia che non riguardano l’attività esteriore, che può essere anche frenetica, ma l’osservanza della Parola divina». Una allegra quaresima? La quaresima non è un tempo per piangere, per fare penitenze, per essere tristi. Non è neanche un tempo per dire dei no, perché i no bisogna dirli anche in altri periodi dell’anno. È un momento per fare spazio a ciò che difficilmente riusciamo a goderci perché spinti da tanti altri idoletti che sgomitano. È un tempo per “svegliarsi dal sonno”, per assaporare la gioia di camminare insieme al nostro Dio, per scoprire la sua presenza tenera e affettuosa. Potremo farlo solo se gli daremo il posto che si merita per lasciarci invadere dalla sua tenerezza senza elemosinarla troppo dalle cose e dalle persone o scimmiottando riti e costumi imposti dalla cultura dominante. Un tempo per godersi l’effetto che fa “essere padroni di se stessi”, non gregari di nessuno, né conformisti di stagione. La quaresima è respirare l’aria della Risurrezione che presto riempirà la nostra camera con il profumo della “bella notizia”: Dio è vivo! Frenesia esteriore e inerzia spirituale «Anzi a volte proprio la frenesia esteriore del fare maschera l’inerzia spirituale, la mancanza di fecondità, il blocco nella maturazione interiore. Gli altri sintomi descrivono gli atteggiamenti che compensano la carenza di interiorità e si esprimono nel divagarsi dell’anima. Esso appare come dissipazione della mente, come irrequietezza fisica, come instabilità nei luoghi e nei propositi, come eccesso Giuliano Palizzi [email protected] 21 MARZO-APRILE 2014 AMICI DI DIO Tutto per Cristo, mio bello Tratto in forma ridotta da: Mario Scudu Anche Dio ha i suoi campioni Elledici 2011 pagine 936, euro 29,00 Santa Caterina da Bologna (1413-1463), monaca clarissa. la città: un personaggio insomma. Quando lei aveva nove anni la famiglia si trasferì a Ferrara. E così la piccola entrò a corte come damigella di Margherita d’Este. La ragazza era di buona intelligenza, di pronta memoria e di facilità nell’apprendere, ma aveva anche un forte desiderio di conoscere. Perciò il padre, premuroso quanto assente, volle per lei un’educazione completa. E Caterina così studiò musica, pittura, danza, l’arte poetica, la miniatura e la copiatura. Ed anche il latino: si considerava una privilegiata e lo era. Ma questo bagaglio culturale lei lo mise sempre al servizio delle consorelle e solo per la gloria di Dio, non per nutrire il proprio narcisismo. Dalla corte al monastero Per i bolognesi è semplicemente la santa; per i ferraresi invece è una donna illustre vissuta a Ferrara e che la Chiesa venera come santa Caterina da Bologna. Caterina Vigri è infatti nata proprio in questa città nel 1413 da Giovanni e Benvenuta Mommolini. Suo padre, un nobile patrizio, dottore in legge e Lettore all’Università di Padova era in servizio presso la corte degli Estensi, i signori del- 22 A quattordici anni ecco la prima svolta: Caterina decise di fare comunità con un gruppo di ragazze, per lo più nobili e ben posizionate socialmente, intenzionate a vivere da religiose. Qualcuno si meraviglierà: passare dalla bella vita di corte, con tutta la coreografia mondana fatta di sfarzo e di lusso, di bei vestiti e di feste... a quella di un monastero? Molto perplessi. È possibile? Sì è stato possibile, e lo è ancora oggi. Non dimentichiamoci che all’origine di tutto (la vocazione) c’è lo Spirito di Dio con la sua metodologia originale, Lui crea- tività assoluta anche nel muovere i cuori ed nell’illuminare le menti. Qualche volta (raramente) con modalità radicali (vedi san Paolo). Normalmente con metodi più soft, più suadenti e dolci, con illuminazioni e ispirazioni, con piccoli segni o semplici incontri... “Vero sussurro di Dio” lo Spirito agisce in mille modi. Seconda svolta nel 1432: Caterina con le compagne professò la regola di santa Chiara, nel monastero del Corpus Domini. Era monaca. Caterina, tutta umiltà e flessibilità Un particolare. Il monastero del Corpus Domini di Ferrara era famoso perché ospitava giovani donne, di nobile famiglia, che avevano scelto la povertà e la penitenza. Caterina, nobile e ricca, non disdegnava affatto anzi accettava volentieri le più umili mansioni. Uno dei punti fermi della sua vita spirituale fu infatti l’umiltà e l’obbedienza: «Tutto per amore del Cristo mio bello», così affermava. E così fu portinaia, fornaia, lavandaia; lavorò in cucina, insegnò musica e mise a disposizione le sue conoscenze nella miniatura e copiatura. Fu anche maestra delle novizie. Un vero esempio di santa flessibilità. Terza svolta. Nel 1456 Caterina e diciotto consorelle arrivarono a Bologna, su invito delle auto- S. Caterina da Bologna si serve della metafora del “viaggio” di tre giorni attraverso 12 “giardini”, in ognuno dei quali l’Anima-Sposa esprime nel canto il suo incontro sempre più intimo e gioioso con l’Amato. rità, per fondarvi un monastero: si chiamerà del Corpus Domini (ancora oggi). Lei fu nominata badessa. Come superiora Caterina continuò nel suo amore radicale alla povertà e nel continuo esercizio dell’umiltà e carità. L’amore di Dio: dono e molta fatica Ma fu specialmente come maestra delle novizie dove rifulse la sua santità e anche la sua abilità di educatrice alla fede. Il suo insegnamento suscitava fiducia ed entusiasmo nelle allieve, tutte affascinate dalla grazia e dalle sue parole. Proprio per loro scrisse Le armi necessarie per vincere le battaglie spirituali che ebbe larga diffusione in Italia e all’estero. L’esempio e la continua vicinanza, fisica e spirituale, con Caterina era per loro un continuo invito alla santità. Un giorno le chiesero: «Quanto saremmo felici se potessimo amare Dio come l’amate voi». E Caterina: «Cercate, cercate con 23 ogni studio di conoscere voi medesime, e che siete fattura di Dio; di conoscere li difetti vostri e la brevità del tempo con quale si può acquistare o perdere la vita eterna a nostro volere... Però, sorelle mie, né croce né chiodi sarebbero stati sufficienti a tenere confitto in croce il Verbo divino, se non vi fosse stato l’amore». Cristo fu e rimase sempre al centro dei suoi pensieri, nella preghiera in chiesa, nel lavoro al forno, lavando i piatti, in lavanderia, come maestra della novizie o come badessa. Una sua consorella affermò: «Per Caterina tutto el suo portamento è stato per amare». Esclamava infatti: «Piacere e dispiacere sia uguagliato, purché io ami e piaccia a Cristo mio bello». La morte arrivò il 9 marzo del 1463. Il suo culto subito si estese ben oltre Bologna, anche per numerosi prodigi che le si attribuirono. Mario Scudu [email protected] MARZO-APRILE 2014 la parola qui e ora Una persona speciale: il Risorto consiste nel cercare di conoscere le caratteristiche dell’oltretomba, di stabilire, con criteri nostri umani, significati e valori. Ma non è questo che viene ad insegnare la risurrezione di Cristo: piuttosto, viene a chiudere l’incompletezza della condizione umana nostra, così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede ma che si consolida poi su un impianto di ragione. Dalla promessa di Cristo alla “scommessa” di Pascal il passo non è lungo. La sua risurrezione chiude l’incompletezza della condizione umana così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede, ma che si consolida poi su un impianto di ragione. Il suo fascino va oltre la ragione Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. «Doveva risuscitare dai morti». Quel che per noi, da venti secoli a questa parte, è diventata idea comune, la risurrezione dei morti, era nel mondo antico poco più che una stravaganza, una moda nuova che comincia a circolare a partire dal III secolo a.C. Tra i Greci e i Romani, la morte è la fine di tutto; nella stessa cultura ebraica, Dio è il Dio dei vivi, e non dei morti. C’è spazio per il culto, la memoria, la celebrazione del ricordo: ma i morti sono morti e basta, stanno in quella dimensione indefinita che è lo Sheol, in cui si patisce l’assenza della vita come l’assenza di Dio. Quando san Paolo va ad Atene per annunciare il Vangelo alla gente più sofisticata dell’Impero, viene preso in giro: «Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”». (Atti 17,32). Ma il cristianesimo non si fonda su una certa evoluzione, una svolta nella storia delle idee che ad un certo punto ha portato in evidenza, in Occidente, l’eventualità di una qualche forma di continuazione della vita oltre la morte biologica. (Gv 20,1-9) Il fascino del Risorto, poi, va ben oltre la ragione, e anche la ragionevolezza. Dostoevski lo dice così: «Anch’io sono figlio di questo secolo, un figlio dell’incredulità e del dubbio, fino ad oggi e forse fino alla tomba. Quali spaventose torture mi è costata e mi costa anche ora questa sete di credere, tanto più forte nella mia anima quanto ci sono argomenti contrari. E tuttavia Dio mi invia dei momenti in cui tutto mi è chiaro e sacro. È in quei momenti che ho composto un credo: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più amabile, di più ragionevole e di più perfetto che Cristo, e che non solo non c’è niente, ma – e me lo dico con amore geloso – non si può avere niente. E più ancora, se qualcuno mi avesse dimostrato che Cristo è fuori della verità, avrei preferito senza esitare restare con Cristo che con la verità». Nel Vangelo che leggiamo nel giorno di Pasqua, questo fascino del Cristo sembra aleggiare in ogni cosa. I discepoli arrivano al sepolcro di corsa, affannati dall’idea che sia stato portato via il cadavere di quel maestro che aveva cambiato le loro vite. Maddalena stessa è in confusione, non riconoscerà Gesù quando le appare nel giardino. Oggi è la pubblicità dei deodoranti o di altri oggetti a imporci di pensare che ciascuno di noi è una “persona speciale”, che si compiace delle cure particolari, dell’atmosfera che le si crea intorno, creata artificialmente con uno spray. Ma le persone speciali vere, non quelle “pompate”, sono poche. Anzi, forse ce n’è, appunto, una sola. Il “salto” di credere o no a un fatto unico Il “salto” cui siamo obbligati è nel decidere di credere o meno a un fatto: che Gesù crocifisso è morto; e che dal sepolcro è tornato alla vita così come noi la conosciamo. Non zombi, né fantasma, non spettro o ectoplasma, ma uomo vero, sulla cui pelle si possono toccare le ferite (Gv 20,27), che mangia con i suoi discepoli le stesse cose che mangiano loro (Gv 21,12). Come in tutto il resto della storia sacra, la vicenda della fede si innesta sulla cultura del tempo, ma va oltre, propriamente la “trascende” per indicare che il cammino è un altro, l’obiettivo è diverso. Cristo è la somma e la conclusione di tutte le promesse di Dio. La sua risurrezione dai morti, nella linea della promessa ad Abramo, e del passaggio del Mar Rosso, significa la nostra risurrezione, la fine di questa condizione umana in vista di una “vita in Dio” diversa da questa. La tentazione “magica”, su tutto quanto sta al di là della morte, Marco Bonatti responsabile della comunicazione per la Commissione diocesana Sindone [email protected] 24 25 MARZO-APRILE 2014 mamme sulle orme di maria Esame di... maturità La storia di una madre che pensava di conoscere la figlia, o meglio l’idea di figlia che preferiva per sé. Poi arriva una gravidanza inattesa e la Madonna arriva in soccorso. L’accettazione amorevole del mistero di una nuova vita dà una svolta ad un rapporto che sembrava incrinarsi. Silvia era solita dire riferendosi alla sua unica figlia Barbara: «È la luce dei miei occhi», un’ espressione un po’ retorica e démodé che poteva far sorridere, ma se si conosceva bene questa mamma “innamorata”, si capiva che per lei era l’assoluta verità! Era rimasta incinta non più giovane, dopo anni di attesa, quando forse si era messa il cuore in pace e fin da quando la sua piccola era nata ne era stata orgogliosissima ed in cuor suo mille volte aveva ringraziato Dio di essere stato così generoso da concedere a lei ed a suo marito una fortuna tanto grande. Effettivamente Barbara era stata una bimba adorabile, intelligente, aperta di carattere ed affettuosa. A scuola era sempre andata bene e per le superiori aveva scelto un prestigioso liceo della sua città, un ciclo di studi impegnativo che Barbara aveva intrapreso e portato avanti senza risparmiarsi. Silvia aveva seguito anno dopo anno la sua liceale, aveva cercato di supportarla in tutto ciò che poteva finché era arrivato l’ultimo anno con il fatidico e temuto esame di Maturità. 26 Pensavo di conoscerla... Nella classe di sua figlia c’era sempre stato un ottimo clima di collaborazione, i ragazzi erano abituati a studiare a gruppi riunendosi ora a casa di uno ora a quella dell’altro e anche Silvia molte volte aveva accolto compagne e compagni della figlia e li aveva rifocillati con gustose merende. Verso la fine del mese di aprile Silvia notò dei cambiamenti in Barbara: era pallida, silenziosa, distratta ma non si preoccupò più di tanto pensando che fosse l’effetto esame. Cercò di rassicurarla, fece ancora più attenzione ai cibi che le preparava e richiese persino in farmacia un integratore adatto! Lei conosceva bene sua figlia, si sarebbe presto ripresa per lo sprint finale, se non la conosceva lei che era sua madre. Invece non andò così: Barbara non migliorò e rallentò il ritmo dello studio. Cosa stava succedendo? Si era forse ammalata o come si dice con un termine eccessivamente inflazionato, era “stressata”? Dopo inutili tentativi un giorno Silvia mise alle strette la figli e Barbara scoppiò in lacrime, forse un pianto liberatorio per lei ma non così per la madre che ad ogni parola di spiegazione sentiva crollare sotto i piedi il suo mondo, le sue certezze e la convinzione che la figlia fosse un libro aperto: Barbara era incinta di due mesi di un compagno di scuola, Luca. Come era possibile che la sua Barbara fosse stata così irresponsabile ed immatura? Mille domande le salivano alle labbra pur sapendo che era troppo tardi anche per le risposte. Cosa doveva fare, dove avrebbe trovato la forza per aiutare sua figlia che l’aveva profondamente delusa? Poi... sulla sua strada incrociò la Madonna che le tese una mano. Maria, aiuto! Nella sua vita di madre Maria si era trovata in situazioni difficili e dolorose ma aveva rialzato la testa, non si era scoraggiata, aveva continuato a lottare per amore del Figlio perché il progetto del Cristo Salvatore era più importante delle sue sofferenze. Così avrebbe fatto anche lei, nonostante le fosse difficile ammettere che la sua amata figlia, non era solo la persona che conosceva ma aveva debolezze ed immaturità; comunque l’avrebbe sostenuta a terminare il suo progetto di studi... la maturità e l’università, nonostante il bambino, perché questo bambino aveva il diritto di nascere ed essere amato. Barbara superò l’esame di maturità e a dicembre nacque la sua bimba Quando Silvia la strinse fra le braccia e la sentì tenera, calda e morbida pensò che anche la Madonna aveva provato la stessa intensa emozione davanti al mistero della nascita: la nipotina sarebbe stata per lei un novello Gesù 27 Maria in situazioni difficili e dolorose non si era scoraggiata, perché il progetto del Cristo Salvatore era più importante delle sue sofferenze. Bambino e avrebbe aiutato sua figlia a crescerla perché il giovane padre Luca non aveva voluto accettarla, lui non aveva superato l’esame di maturità più importante: quello della vita! Ora Barbara frequenta l’Università e Silvia le porta la bimba ad allattare fra una lezione e l’altra, proseguendo nella realizzazione di quel progetto che uno sbaglio non può vanificare, se c’è amore. Francesca Zanetti [email protected] sempre con noi Missionario liturgista La famiglia Salesiana e la diocesi di Torino ricorda con riconoscenza don Giuseppe Sobrero, che sulle orme di tanti suoi confratelli ha lavorato a lungo perchè si attuasse la riforma liturgica in Italia e poi da missionario in Messico. La Famiglia Salesiana e i liturgisti italiani lo scorso 9 gennaio hanno perso uno straordinario compagno di strada. Ci ha lasciati don Giuseppe Sobrero, salesiano, collaboratore dell’attuazione della Riforma liturgica in Italia. Dopo il dottorato all’Institut Supérieur de Liturgie di Parigi, lavorò, a Torino, alla redazione dei nuovi libri liturgici e come membro dell’Ufficio liturgico della diocesi di Torino. Salesiani liturgisti Nei primi anni ’80 fu inviato in Messico, dove svolse, fino a quando le forze glielo permisero, un’intensa azione pastorale presso le popolazioni locali nella regione di Oaxaca, estremo sud del Paese. La passione per il canto liturgico di don Sobrero discende da una lunga tradizione salesiana: don Bosco sapeva suonare vari strumenti e, come riportano i suoi biografi, amava il canto che inse- gnava ai suoi ragazzi con passione. Aveva una spiccata sensibilità liturgica e si preoccupava che le celebrazioni fossero cantate per lodare degnamente il Signore e per permettere all’assemblea, e soprattutto ai giovani, di partecipare con più attenzione ai riti. Di qui l’attenzione per l’animazione liturgica dei suoi successori, a partire da don Michele Rua e giù giù fino ad autori di canti liturgici tra cui il cardinale Giovanni Cagliero, don Giovanni Pagella, don Luigi Lasagna, don Dusan Stefani, don Stefano Manente, don Antonio Fant e don Massimo Palombella, attuale direttore della cappella Sistina. In questa lunga lista, certamente incompleta, ha un posto di riguardo anche don Sobrero. Era nato a Envie, in provincia di Cuneo, il 1 giugno 1930, e dalle sue montagne aveva imparato l’amore per tutto ciò che è autentico. «La passione per gli spazi aperti, le camminate in montagna con il passo regolare e costante, l’hanno accompagnato per tutti gli anni trascorsi nella regione di Oaxaca, quando per il suo ministero si spostava da una piccola comunità all’altra percorrendo chilometri su sentieri disagiati» – ricordano gli amici dell’Ufficio liturgico torinese – «Ne scriveva con passione nelle lettere che ci inviava, ormai perfettamente integrato nella cultura e nella lingua. Missionario ‘fino al midollo’, aveva cura di formare al meglio i catechisti locali e più tardi, chiamato dal Vescovo, gli aspiranti sacerdoti, sempre attento al rispetto delle specificità culturali e delle tradizioni locali. Neanche l’ictus che lo colpì nel 2002 riuscì a fermarlo». Tornato in Italia per curarsi, fu poi inviato ancora nella regione di Oaxaca. L’ultima visita a Valdocco fu per il suo 50° di ordinazione presbiterale. Chi partecipò alla celebrazione eucaristica lo ricorda all’altare, in paramenti bianchi e in piedi, aiutato soltanto dal suo ormai inseparabile bastone: una figura biblica, maestro di vita e di fede. Salesiano in Messico «Si è affacciato nella nostra diocesi» – ricorda padre Eugenio Costa, gesuita, liturgista che con don Sobrero collaborò per molti anni all’Ufficio liturgico della diocesi di Torino – «con gentilezza e discrezione, nei primi anni del post-Concilio, laureato di fresco a (continua a pagina 29) 28 Festa di Don Bosco 31 gennaio 2014 Foto di Renzo Bussio, Dario Prodan, Mario Notario, Giuseppe Verde Sognate in grande e seguite il vostro sogno Messaggio ai giovani del MGS 2014 Amatissimi giovani, non vi nascondo la mia emozione nel rivolgervi l’ultimo messaggio come Rettor Maggiore. Vorrei che queste mie parole giungessero al vostro cuore per dirvi che sempre vi ho amati e vi amerò sempre. Voi siete al centro della mia vita, della mia preghiera e del mio lavoro. Siete la mia gioia e la sorgente d’ispirazione e di speranza per il presente e per il futuro che il Signore mi riserva. Grazie per l’amore che mi avete sempre dimostrato, per le vostre preghiere che mi hanno sostenuto nei momenti difficili del mio delicato servizio. In questo momento vedo i vostri volti illuminati dalla gioia di vivere e di credere, ma anche preoccupati per un futuro incerto. Ho condiviso le speranze e le sofferenze che leggevo nei vostri occhi. Durante questi 12 anni del mio bel mestiere di successore di don Bosco abbiamo vissuto insieme momenti indimenticabili come le Giornate Mondiali della Gioventù a Sydney, Madrid, Rio de Janeiro; i diversi Incontri MGS delle Ispettorie; Confronti e CampoBosco al Colle Don Bosco o altrove. Sono stati tempi forti dello Spirito, esperienze di comunione e di spiritualità salesiana, momenti di condivisione e fraternità che ci hanno fatto crescere nell’amore a Gesù, alla Chiesa e a don Bosco. Grazie, cari giovani, per la vostra presenza rivelatrice dell’amore di Dio, per la freschezza e l’entusiasmo che avete comunicato in questi incontri, per la gioia che avete dato al mio cuore. Con cuore di padre continuerò ad amarvi e per questo voglio invitarvi a guardare con speranza al vostro futuro. Dio non ci abbandona e ci sta dando segni grandi del suo amore. Altre fotografie si trovano sul sito www.donbosco-torino.it II III Papa Francesco, segno dell’amore di Dio per la sua Chiesa È con grande gioia e stupore di molti che assistiamo oggi all’annuncio di una nuova primavera per la Chiesa e per il mondo stesso. I profeti di sventura che decretavano l’inverno della Chiesa, ancora una volta, devono ricredersi. Questo nuovo soffio di primavera, dono dello Spirito Santo, ha un volto ed un cuore, quelli di Papa Francesco. Il suo presentarsi umile, semplice e sorridente rivela la sua vita interiore. È un uomo intensamente unificato con un punto focale attorno al quale si concentrano gesti, atteggiamenti e pensiero: il Signore Gesù, percepito sempre come Parola di un Dio della bontà, della tenerezza, della misericordia. Ci colpisce fortemente la figura di questo Papa tanto dolce e, al tempo stesso, uomo-roccia, solidamente ancorato a un punto di radicamento dove converge tutta la sua forza morale, la libertà di agire e parlare, insieme a un profetismo illuminante. Il punto unificante attorno al quale si concentra tutta la sua persona è, al tempo stesso, un grande sogno e un progetto di vasto respiro. Quale è questo sogno che ha sedotto Papa Francesco e che contagia e affascina tanti giovani? È una Chiesa libera dalla mondanità spirituale, libera dalla tentazione di chiudersi nel suo quadro istituzionale, libera dalla tendenza all’imborghesimento e dalla chiusura in se stessa, libera soprattutto dal clericalismo e del maschilismo. Una Chiesa incarnata in questo mondo, risplendente nei più poveri e nei sofferenti. Una casa aperta per tutta l’umanità. Nel suo cuore c’è il grande desiderio di una Chiesa accogliente verso tutti, al di là delle diversità delle culture, delle razze, delle tradizioni, delle confessioni religiose. Una Chiesa che esca sulle strade per evangelizzare e servire, raggiungendo le periferie geografiche, culturali ed esistenziali. Una Chiesa povera, che privilegi i poveri, diventando la loro voce, per superare l’indifferenza egoista di coloro che hanno di più e non sanno condividere. Una Chiesa che dia una giusta attenzione e rilevanza alle donne, senza le quali, essa stessa, corre il rischio della sterilità. Papa Francesco vive con autentica passione la dedizione a questo sogno che si porta nel cuore e vuole che tutti i credenti, ma specialmente i giovani, vivano con altrettanta intensità il suo slancio mis- IV V sionario. Voi giovani siete i protagonisti irrinunciabili e determinanti di questa nuova primavera. Per uscire da una cultura dello “scarto” che vi emargina e vi paralizza lasciandovi senza futuro, dovete accendere nel vostro cuore il “fuoco” di una nuova passione per investire le vostre energie e la vostra stessa vita; si tratta di impegnarsi per cause nobili, positive e di grande valore morale, per le quali valga la pena di spendere la vita. Ve lo chiede Papa Francesco, ve lo chiede don Bosco, ve lo chiedo io in questo ultimo messaggio, come un testamento spirituale da custodire gelosamente nel vostro cuore e da realizzare nella vita. come missione, come dedizione fedele e disponibilità totale verso gli altri. Ascoltate l’accorato appello di Papa Francesco a tutta la Chiesa: «Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo!». Come resistere a questa chiamata? È un appello che ha tutta l’intensità e la passione del «Da mihi animas!» di don Bosco. La vostra generosità giovanile non può che sussultare e lasciarsi scuotere da questo grido, abbandonando una fede timida, rattrappita dalla paura e poco incline a testimoniare. Voi siete chiamati a vivere una fede che si manifesta come profezia, come certezza di essere amati da Dio fino a mettere in lui la vostra unica sicurezza. Nel suo nome potete rischiare tutto, senza lasciarvi intimorire da niente e da nessuno, senza lasciarvi condizionare da altre visioni del mondo, senza accontentarvi di una vita mediocre. L’invito di Papa Francesco per voi giovani è di partire senza paura per servire il mondo, arricchirlo del dono di Cristo e del Vangelo. A voi affida la convinzione della reale possibilità di cambiare il mondo, perché Gesù Risorto è con noi, tutti i giorni, fino alla fine dei tempi, e fa nuove tutte le cose: «Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra» (EG n. 183). La vostra giovinezza, dono per consegnare agli altri In questi anni vi ho invitato ad accogliere la vostra giovinezza come il dono più prezioso e a orientare la vostra vita secondo un progetto vocazionale. Ho letto nei molti volti che ho incontrato la ricerca e il desiderio grande di felicità che si esprimeva nella gioia e nella festa. La fede cristiana è la risposta a questo vostro desiderio perché è annuncio di felicità radicale, promessa e conferimento di «vita eterna». Attingere alla spiritualità salesiana è penetrare nel cuore stesso di don Bosco, dove impegno e gioia vanno insieme, santità e allegria sono un binomio inseparabile. Fin dall’inizio del mio ministero vi ho proposto un cammino di santità semplice, allegra e serena. La spiritualità giovanile salesiana vuole portarvi all’incontro con Gesù Cristo per stringere con Lui una relazione di amicizia e di fiducia. Vi ho indicato sempre la Chiesa come il luogo scelto e offerto da Cristo per incontrarlo e ascoltare la sua Parola. Solo la sua presenza discreta stimola la vostra libertà a educare la mente, il cuore e la volontà. A Lui basta un piccolo segno di fiducia per dirvi con tanta tenerezza: «Venite e state con me, voi che siete assetati di felicità e affamati di cose belle e vere che fanno crescere la vita. Venite, voi che siete stanchi, scoraggiati, depressi. Voi che soffrite nel vostro corpo, nel vostro spirito, nel profondo del vostro cuore». Ascoltate, cari giovani, le sue parole che scendono lentamente, consolanti dentro di voi. Esse diventano nell’Eucaristia sangue che vi dà vita nuova, carne della vostra carne. È una nuova vita che si nutre di preghiera, di comunione e di servizio. È una nuova vita percepita e vissuta come vocazione, Amatissimi giovani. Congedandomi da voi vi affido queste parole che sgorgano dal mio cuore di padre. Vi ho sempre amati e continuerò ad amarvi ricordandovi tutti i giorni al mio e vostro amico Gesù. Perciò mi sento di fare mie le parole del nostro amato don Bosco: «Fino all’ultimo respiro della mia vita sarà per voi, miei cari giovani». Chiedo anche a voi il dono della vostra preghiera perché continui a servire la Chiesa e la Famiglia Salesiana con fedeltà e amore. Vi affido a Maria, nostro aiuto, modello di santità vissuta con coerenza e totalità, stella della nuova evangelizzazione. Vi accompagni sempre con tenerezza di Madre in tutti i momenti della vostra vita. Vi aiuti a dare bella testimonianza di comunione, di servizio, di fede ardente e generosa, di giustizia e di amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo arrivi a tutti i giovani e nessuna periferia sia priva della sua luce. Sempre vostro, don Pascual Chávez Villanueva, SDB Rettor Maggiore VI VII MARZO-APRILE 2014 Festa di Don Bosco 31 gennaio 2014 Parigi, per 20 anni è stato con noi a sostenere il gran lavoro della Riforma liturgica. Con la sua preparazione, e con la sua grande ricchezza umana, don Giuseppe fu chiamato a collaborare a diverse imprese, volte a raggiungere, con l’entusiasmo che l’epoca infondeva, importanti tappe del rinnovamento della liturgia, a Torino e in Italia: vari documenti pastorali, le successive edizioni di Nella Casa del Padre, la redazione di Rivista Liturgica e de Il canto dell’assemblea, l’edizione di libri liturgici della Chiesa italiana – in particolare della Liturgia delle Ore e molto altro. Dopo aver insegnato qualche tempo Liturgia alla Facoltà Teologica della Crocetta, fece il grande balzo in Messico. Fu come una seconda vita, in cui si gettò a capofitto con la generosità che gli anni torinesi ci avevano lasciato intuire: chi ha potuto fargli visita se ne è reso conto. La diocesi di Torino e tutta la Chiesa italiana – riconoscenti alla Famiglia Salesiana per avercelo donato, ricco di tante doti e capace, sereno e garbato, ne custodiscono la memoria e ne rendono grazie a Dio». Marina Lomunno Membro Commissione Liturgica della diocesi di Torino [email protected] Salesiani di don Bosco casa madre via Maria Ausiliatrice 32, 10152 TORINO tel. 011/52.24.822 - fax 011/52.24.690 www.donbosco-torino.it http://accoglienza.valdocco.it [email protected] VIII 29 MARZO-APRILE 2014 maria nei secoli Maria ci guida attraverso i secoli Sappiano tutti che sei la nostra Madre, nostra speranza, rifugio e conforto; dona a tutti giorni sereni. Signora nostra di Bonaria, ora pro nobis! Ave Maria. La Madonna di Bonaria di Loceri. (Ave Maria del monte Cuccu di Tonino Loddo) I festeggiamenti per l’inaugurazione della Cappella si sono protratti per tre giorni dal 2 al 4 di agosto del 2013 ed hanno visto il giorno 2 la prima processione verso il Monte Cuccu del simulacro della Madonna di Bonaria. Io vi sono passato alcuni giorni dopo e devo dire di aver avvertito nell’intimo quel senso di sacralità che il luogo promana non solo per la splendida vista tra cielo e mare ma per quel segno di provvidente protezione che da Loceri e dal Monte Cuccu si stende su tutto il mondo. Pietro Mellano [email protected] Siamo verso la fine dell’Ottocento e sul Monte Cuccu che sovrasta l’abitato di Loceri nella provincia dell’Ogliastra ad un’umile serva di famiglia “sa Serbidora” non si sa se in sogno o in realtà appare la Madonna di Bonaria. Nel dialogo intrattenuto con la donna la Vergine le chiede esplicitamente di costruire in cima a questa collina una cappella dove poter recitare la preghiera del Santo rosario. Passano i decenni e nell’Anno Santo del 1900 l’allora parroco di Loceri, don Vincenzo Maria Carta, pur nutrendo un’autentica devozione alla Santa Vergine, non credeva affatto al sogno di “sa Serbidora”, del quale, in paese si faceva ancora un gran parlare, pur essendo passati diversi anni dalla sua morte. Santa Vergine, presentandosi sotto le sembianze della Madonna di Bonaria. Quel giorno, il religioso si persuase che anche il sogno di “sa Serbidora” era vero e che bisognava prestarvi attenzione. La Madonna aveva confermato a “Nonnu Carta” la richiesta di una piccola Cappella. La domenica seguente, don Carta sprizzava di gioia da tutti i pori e, nel parlare ai fedeli presenti alla santa Messa, indisse subito una questua per acquistare il Simulacro della Madonna di Bonaria. I loceresi furono generosi, nonostante la povertà di quei tempi. Solo nel 1908, nella prima settimana di agosto, la statua della Madonna di Bonaria arrivò in paese. Sembrava un inizio promettente per instaurare nei parrocchiani di Loceri un’autentica devozione alla Madonna di Bonaria, un buon auspicio per poter costruire quanto prima la Cappella sulla cima del Monte Cuccu. Ma così non fu: l’entusiasmo dei primi anni non ebbe un seguito. La statua rimase in attesa nella prima cappella a destra della chiesa parrocchiale di san Pietro Apostolo per più di un secolo! La Vergine appare a don Carta Venne il giorno 8 di dicembre, giorno di “Sa Gloriosa”, festa solenne dell’Immacolata. Il parroco dopo pranzo stanco si addormentò su una comoda poltrona e si immerse in un sonno profondo. Ed ecco che a don Carta apparve nel sogno la 30 Il sogno diventa realtà Arriviamo quindi ai nostri giorni. “S’ortali e Monte Cuccu” viene suddiviso in due parti ereditate dal padre di don Alessandro Loi e dal padre di don Igino Loi. Dalla volontà di queste due famiglie e grazie alla tenacia dell’attuale parroco don Elio Mameli si avvera il sogno: una Cappella alla Madonna di Bonaria a Loceri sul Monte Cuccu. La realizzazione di questo luogo di preghiera ha visto il concorso di tutti gli uomini e le donne di buona volontà di Loceri. Ognuno ha messo a disposizione quanto poteva: risorse materiali, risorse economiche, tempo, ingegno, strumenti, mezzi, compresa l’amministrazione comunale. Possiamo dire che l’opera è veramente il frutto di un grande concorso di popolo suscitato dalla grande devozione alla Protettrice di questa terra, la Sardegna. Dopo Cagliari e Buenos Aires, dopo la chiesa di santa Maria del Monte nei pressi del Golfo Aranci, dopo un’altra chiesetta nella diocesi di Ales, anche Loceri, ora, ha un’area sacra riservata alla venerazione della Gran Madre di Dio, Nostra Signora di Bonaria, Patrona Massima della Sardegna e dei Naviganti. 31 MARZO-APRILE 2014 maria nei secoli La Madonna della misericordia za distinzione tutti e le persone raffigurate sono la muta rappresentanza di quanti bisognosi ricorrono a lei. Il gesto deriva dalla consuetudine medioevale che attribuiva alle nobildonne la facoltà di accogliere e proteggere sotto il loro mantello i perseguitati e i bisognosi di soccorso. Maria è rivestita con una tunica rossa raccolta ai fianchi da una semplice cintura, la copre un mantello azzurro foderato di bianco, fermato sul petto da una spilla a forma di mandorla, riferimento questo ad un simbolo, molto in uso anche in Italia ma di derivazione orientale, che significa la sua maternità verginale. Il viso è ieratico e di una compostezza assoluta; sul capo una semplice corona tiene fermo un velo leggero. di Piero della Francesca Nato a Borgo Sansepolcro tra il 1416 e il 1417, Piero da Borgo detto della Francesca, fu uno dei pittori più significativi del Rinascimento italiano. Il momento formativo più intenso lo ebbe a Firenze. Durante la sua permanenza in città, nel 1439 si tenne il Concilio alla fine del quale fu sancita l’unione (sconfessata subito dopo) tra la Chiesa Latina e l’Ortodossa. La presenza della corte bizantina diede modo a Piero di conoscere costumi nuovi che saranno in seguito utilizzati nelle sue opere. Lavorò molto tra Arezzo e Urbino con puntate a Rimini e a Roma. Rimase sempre molto legato alla sua terra e molti dei suoi dipinti presentano il dolce paesaggio della Valle Tiberina. Produsse capolavori anche per la sua città: la tavola con il Battesimo di Gesù, oggi alla National Gallery di Londra, l’affresco del Cristo Risorto della Pinacoteca comunale di Borgo e il polittico della Misericordia, anche questo nella Pinacoteca Comunale. Suo capolavoro è la serie di affreschi nell’abside della chiesa aretina di san Francesco dove visualizzò le vicende della vera croce tratte dalla Legenda Aurea, opera letteraria composta verso la metà del 1200 dal frate francescano Jacopo da Varagine (Varazze). Piero fu uno dei primi ad mettere in pratica le regole della prospettiva nei suoi dipinti. In vecchiaia tipo di gerarchizzazione immediatamente comprensibile che diversifica chi protegge da coloro che sono protetti. I personaggi sotto il manto vestono gli abiti tipici dell’epoca di Piero: compare un membro della confraternita cha ha commissionato il dipinto e forse anche un autoritratto, figure maschili e femminili ordinarie, tutte però con lo sguardo rivolto al volto di Maria, con il sembiante segnati dal desiderio della sua protezione. I pannelli di contorno hanno come denominatore comune il riferimento alla storia della salvezza. In posizione preminente è collocata la crocifissione, che ha nella predella il suo complemento scritturistico: l’orazione nell’orto, Tutti contemplano il volto di Maria I fedeli sotto la sua protezione sono di dimensioni minori, è un scrisse anche un trattato sull’argomento significativamente intitolato De prospectiva pingendi. Morì a Borgo Sansepolcro il 12 ottobre 1492. Maria con il suo manto copre tutti senza distinzione Il Polittico della Misericordia è un’opera complessa, purtroppo non conserva la cornice originaria andata dispersa nel XVII secolo, quando fu smontato e le diverse componenti disperse. È dipinto su tavola con tecnica mista e fu rea- 32 la flagellazione la deposizione nel sepolcro e l’apparizione a Maria Maddalena e alle donne. Subito sotto il crocifisso Piero ha collocato l’Annunciazione, contrapponendo e separando i due personaggi; il contorno è occupato da santi, di dimensioni maggiori quelli accanto allo scomparto centrale, raffiguranti i due Giovanni, il battista e l’evangelista, san Sebastiano, protettore dalla peste e il toscano san Bernardino da Siena. Sul coronamento e sui pilastrini sono raffigurati santi più venerati, da Francesco ad Antonio, da Agostino a Girolamo da Domenico a Nicola da Tolentino. È stato osservato come le figure sono investite della solidità delle opere di Masaccio, immersi nel colore insegnato da Domenico Veneziano e fanno tutte da contorno al gesto della Madonna, scolpito dalla prospettiva appresa dagli studi di Filippo Brunelleschi. Natale Maffioli [email protected] lizzata tra il 1444 e il 1464. Doveva essere tutta di mano del Maestro e realizzata nel giro di tre anni, ma gli impegni di Piero prolungarono i tempi per la consegna e si avvalse anche di un aiuto. L’iconografia dello scomparto centrale è tradizionale: la Madonna misericordiosa copre con il suo manto un gruppo di fedeli che si assiepano attorno a lei. Sono rigorosamente divisi, i maschi alla destra di Maria e le donne alla sua sinistra. La figura della Vergine è maestosa, apre con gesto deciso il manto e copre sen- 33 MARZO-APRILE 2014 L’AVVOCATO RISPONDE Bevi e ti metti al volante? Occhio, rischi di perdere il lavoro Chi desiderasse porre domande all’avvocato Marco Castellarin del Foro di Torino può segnalarlo a: [email protected] non può permettersi di avere, se pur fuori servizio, una condotta incompatibile con il predetto ruolo. Per tutti gli altri casi – sia ben chiaro – non vi è una stretta correlazione tra reato di guida in stato di ebbrezza e rapporto di lavoro con conseguente legittimo licenziamento. Vi è anche da dire che alcuni contratti collettivi di lavoro prevedono il licenziamento per l’ipotesi di condanna per un reato. Al riguardo la giurisprudenza considera nulle simili clausole che fanno riferimento a qualunque tipo di reato ma ha più volte precisato che il licenziamento potrà essere giustificato, invece, in considerazione di quel reato che abbia una certa connessione con il rapporto di lavoro. insieme da così facciamo nuovo il cortile di don Bosco Al lavoro non si beve! Proseguiamo la nostra rubrica curata dal nostro avvocato di fiducia sul tema dei rischi causati dall’uso irresponsabile delle bevande alcoliche. Tornando sul tema già trattato nello scorso numero, cercherò di porre l’attenzione su alcune delle varie conseguenze giuridiche legate all’uso irresponsabile di bevande alcoliche. lavoro sono chiamati a condurre autobus o autocarri di peso superiore a 3,5 t, per i quali è previsto il divieto assoluto di un tasso alcolemico durante l’esercizio dell’attività lavorativa. Pur tuttavia, l’autista di un autobus che, nella sua vita privata, guidi in stato di ebbrezza, il licenziamento potrebbe essere legittimo perché il reato, pur commesso al di fuori dell’attività lavorativa, fa cadere il vincolo fiduciario che deve sussistere tra datore e prestatore di lavoro. La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 11537/12 conferma quanto già deciso in primo grado e in appello. L’autista di linea, in ragione della delicatezza del ruolo che svolge, Alcool e posto di lavoro Chi guida in stato di ebbrezza, se gli viene accertato un tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l, oltre a dover rispondere di quanto previsto dall’art. 186 del codice della strada, trattandosi di fattispecie costituente reato penale potrebbe in astratto subire alcune conseguenze legate anche al posto di lavoro. Una particolare attenzione va a tutti coloro che per 34 Non è da escludersi, dunque, che chi viene fermato alla guida con grado alcolemico superiore a 0,8 g/l, un eventuale licenziamento possa essere ritenuto legittimo per la fattispecie di reato commessa, ancorché al di fuori dell’azienda e dell’orario di lavoro, laddove risulti però attinente e in stretta correlazione con il rapporto di lavoro stesso, tenuto conto delle circostanze concrete del caso e del contesto dell’accaduto. Pacifico, invece, che il mero abuso di bevande alcoliche sul posto di lavoro legittima sempre con grande probabilità il licenziamento. if i d Perché la culla della Congregazione Salesiana torni ad essere simbolo di accoglienza, di gioia e di raccoglimento per tutti i pellegrini. La realizzazione è impegnativa e il momento difficile. Per questo ci permettiamo di chiedere l’aiuto concreto di tutti. Tutti possono partecipare. Ricordando che ogni contributo piccolo o grande è ugualmente prezioso. Se bere è reato Infine non è da sottovalutare che la guida in stato di ebbrezza, nella fattispecie grave e gravissima costituente reato, potrebbe essere anche una causa di esclusione da un’eventuale candidatura di lavoro, e mi riferisco soprattuto ai quei giovani che ambiscono a certe professioni o a dei contratti di lavoro per i quali viene richiesto il certificato penale del Casellario Giudiziale e il certificato dei carichi pendenti. Per informazioni: [email protected] Per i contributi: Banca Intesa Sanpaolo, fil. 00505 - TO IBAN: IT94 N030 6901 0051 0000 0016 221 BIC: BCITITMM Intestato a: Oratorio San Francesco di Sales - Il cortile di don Bosco Avv. Marco Castellarin [email protected] 35 c MARZO-APRILE 2014 sfide educative Educatori Aiutiamo i nostri giovani a non omologarsi, a non coltivare un pensiero unico ed allineato. Formiamoli autentici, intelligenti e liberi. e ideologia di genere È in atto, mediante un’enorme pressione culturale, supportata da un appoggio finanziario senza precedenti, il tentativo di perseguire la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale che mira ad imporre l’ideologia di genere. Essa ha come unico fine quello di azzerare ogni identità sociale, religiosa o culturale. Qualsiasi educatore, che sia un attento osservatore delle mutazioni in atto nella società civile moderna, non può non essere seriamente impressionato dal diffondersi dell’ideologia omosessuale. Spontaneo sorge l’interrogativo su quali siano gli interessi economici e politici presenti dietro al tentativo di distruggere la famiglia naturale basata sul concepimento in seguito a un rapporto tra un maschio ed una femmina in età fertile. La dilagante teoria del genere sostiene che la persona sia nient’altro che il prodotto dei modelli e dei ruoli in cui è costretta a vivere ed operare. Il termine genere (gender) è stato coniato, intorno al 1950, da endocrinologi e psicanalisti americani. Essi parlano di gender role e di gender identity in cui si propone la distinzione fra sesso e genere. Nell’individuo sarebbero presenti un sesso biologico, un sesso sociale (gender) e l’identità sessuale fondata su orientamenti sessuali dipendenti solamente da una libera scelta individuale. Eterosessualità, omosessualità e transessua- lismo hanno pari dignità. Sesso biologico, sesso psicologico e sesso sociale sono realtà separate. I teorici del genere auspicano la decostruzione di tutti i quadri sociali e morali che obbligano a essere uomo o donna per aprirsi a relazioni paritarie qualunque sia la scelta e l’orientamento sessuale degli individui. L’identità di genere è solo sociale. Il sesso biologico è una semplice caratteristica del corpo. L’orientamento sessuale non è altro che l’identità che un soggetto attribuisce a se stesso. Posso tranquillamente sentirmi donna anche in un corpo maschile. I capisaldi dell’ideologia gender La teoria del genere sostiene che non esiste una natura umana perché ogni individuo è solo il ri- 36 abolito le espressioni “padre” e “madre” dal libretto delle giustificazioni, per imporre le diciture “primo genitore” e “secondo genitore”. L’industriale Guido Barilla, presidente della omonima multinazionale alimentare di Parma, è stato sottoposto alla gogna pubblica e costretto ad un autentico autodafé, per aver fatto, durante una trasmissione radiofonica, la banale affermazione: «Sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay». In un processo universale di crescente omologazione e conformismo culturale, un educatore salesiano potrà ancora leggere ad alta voce, e commentare in ambito educativo, il versetto biblico riportato nel libro del Levitico (18,22) che dice: «Con un uomo non avrai rapporti come si hanno con una donna: è un abominio»? Noi educatori salesiani abbiamo l’obbligo morale di educare al rispetto ed all’accettazione di ogni persona e di tutelarne i diritti. Nello stesso tempo, però, dobbiamo aiutare la moderna gioventù a non essere fagocitata nell’enorme buco nero, che si profila all’orizzonte, dell’omologazione assoluta ed irreversibile di un pensiero unico ed allineato, in cui pochi apparati economici ed ideologici decidono come devono pensare tutti, pena la gogna e l’emarginazione sociale. Onestamente, di fronte a questo immane compito, dobbiamo chiederci se siamo in grado, soprattutto a livello culturale, di far fronte a questo compito senza cadere in sterili moralismi o in bigottismi inconcludenti. sultato della cultura. La mascolinità e la femminilità sono semplici costruzioni sociali che mutano con il variare del tempo. La paternità e la maternità non dipendono dall’identità maschile o femminile, bensì da funzioni sociali intercambiabili. La differenza sessuale non ha alcuna importanza nella coppia, nella famiglia e nell’educazione dei bambini. Su queste basi le persone omosessuali rivendicano il diritto al matrimonio e all’adozione dei bambini. Già molti paesi occidentali, segnatamente Argentina, Olanda, Belgio, Canada, Spagna, Norvegia, Svezia, Portogallo, Sud Africa e Islanda, hanno recepito nelle loro legislazioni questa richiesta. Recentemente alcuni fatti accaduti in ambito scolastico hanno suscitato scalpore in Italia e ne dimostrano la capillare diffusione. Ad esempio, al liceo Mamiani di Roma le autorità scolastiche hanno Ermete Tessore [email protected] 37 MARZO-APRILE 2014 esperienze uffici dell’Ong in un ambiente squallido e sporco, che ospitava un centinaio di bambini. Da loro ho imparato le prime parole di arabo, insegnando in cambio qualche vocabolo di inglese. Sono diventati la mia famiglia, ed io la loro. ciata ricchezza convive con la miseria più nera. Ho lavorato in progetti di microcredito finalizzati al miglioramento di qualità della vita delle donne: prima alfabetizzazione, formazione professionale per avviarle al piccolo commercio e all’artigianato. Attualmente dirigo un progetto di recupero di ragazzi di strada e ragazze madri. Il lavoro si svolge con mille difficoltà: si deve lottare contro una mentalità ostile al cambiamento, il boicottaggio politico, i tentativi di corruzione, la lentezza della burocrazia. Ma si è ampiamente ripagati dal sorriso dei bambini strappati al traffico di armi, di droga e di organi, dalla serenità delle ragazze che hanno potuto far nascere i loro figli in una struttura protetta. All’inizio del mio “soggiorno” in Egitto dubitavo di poter resistere in quella realtà per i tre mesi previsti dalla durata del tirocinio. Ci sono rimasta più di sei anni. Il mio sogno è quello di riuscire a incidere sulla legislazione, facendo inserire nella nuova Costituzione egiziana almeno un articolo che riconosca qualche diritto alle donne e ai bambini. Insomma, non ho ancora cambiato il mondo, ma continuo a provarci. Il mondo, però, non è riuscito a cambiare me. Elisa Freni Exallieva di Torino, “Madre Mazzarello” e “Liceo Valsalice” Ma io esisto! Io, exallieva cooperante Elisa ci racconta la lotta delle ONG laiche per la difesa dei diritti umani nel Sud del mondo. Contro la volontà dei miei genitori, ho lasciato la mia città il 4 novembre 2007 per iniziare un tirocinio come cooperante nel favoloso Egitto dei Faraoni e delle Piramidi. Avevo appena concluso un Master in cooperazione allo sviluppo ed ero certa che avrei potuto cambiare il mondo con il mio lavoro. Ma il primo impatto con la società egiziana (quella reale, sconosciuta ai turisti), non è stato facile. All’aeroporto del Cairo mi aspettavano i due autisti dell’Ong per cui avrei lavorato. Parlavano solo arabo. Mi fecero indossare una lunga sciarpa nera, a mo’ di velo, che lasciava scoperti solo gli occhi e, a cenni, mi invitarono a salire su un’auto scassata che per puro miracolo, arrancando per 700 km nel deserto, riuscì a raggiungere Sohag, una cittadina di 200 mila abitanti, sporca, ai margini della Valle dei Re e della civiltà ed esclusa dagli itinerari turistici. Mi sentii subito come una formichina in una giungla, e per puro orgoglio non saltai sul primo aereo disponibile per scappare in Italia. Dovetti sottomettermi alle infinite regole del mondo arabo: non guardare mai in faccia gli uomini, non camminare al centro della strada, non ridere, non nominare nulla che riguardasse la religione, evitare i luoghi (bar e ristoranti) dove alla donna è vietato entrare, non scoprire nessuna parte del corpo, non vestire con abiti sgargianti o attillati, non portare i capelli sciolti. Naturalmente questo vale solo per le donne; agli uomini tutto è concesso. Senza identità Così le donne si abituano a vivere senza ambizioni, senza progetti, senza identità. Per me, cresciuta nella cultura dell’identità, è stato uno shock. Ho creduto di non farcela. Fortunatamente ho conosciuto un gruppo di focolarine di varia provenienza, con mentalità molto aperta: da loro ho capito che si può vivere in Egitto senza annullarsi, continuando a ragionare secondo schemi occidentali. Frequentandole e condividendone gli ideali mi sono convinta sempre più della validità del progetto per cui stavo lavorando: la graduale eliminazione della pratica dell’infibulazione, ancora molto diffusa nel continente africano, soprattutto al Nord. Ho incominciato a dedicare il tempo libero ad attività di volontariato in un orfanotrofio adiacente agli 38 Ad un mese dal mio arrivo in Egitto riuscivo a parlare arabo come uno scolaretto di prima elementare, quanto bastava per farmi capire dai contadini. Incominciai a provare una soddisfazione impagabile andando nei villaggi e parlando direttamente con donne e bambini del posto, senza l’aiuto dell’interprete. Quando, dopo sei mesi organizzai una grande festa in un villaggio per distribuire alle donne duecento carte di identità, compresi che quello era il mio lavoro e non lo avrei cambiato per nessun motivo. Era la prima volta che quelle donne nel 2008 vedevano il proprio viso impresso su un documento cartaceo e ne comprendevano l’importanza: da quel momento, per il loro paese, incominciavano ad esistere. Prima non erano nemmeno registrate all’anagrafe. Poiché erano analfabete, firmarono con l’impronta digitale. Con la carta di identità, il nostro progetto offriva alle donne un piccolo aiuto finanziario attraverso un programma di microcredito, per intraprendere una modesta attività, e la possibilità di frequentare un corso di prima alfabetizzazione. [email protected] L’obolo della vedova Una vecchietta, rimasta sola al mondo dopo la morte del marito e del figlio, non sapendo come ringraziarmi per essere stata inserita nel programma, mi invitò ad entrare nella sua poverissima casa condivisa con gli animali domestici. Volle a tutti i costi farmi un regalo: era un onore ricevere in casa per la prima volta nella sua vita un’occidentale. Frugando tra le poche suppellettili, non trovò altro che un uovo, che mi offrì insieme alla benedizione di Allah. Lo accettai commossa, pensando all’obolo della vedova citato nel Vangelo. Dopo un anno incominciai a lavorare in un’organizzazione più grande, al Cairo, dove la più sfac- 39 MARZO-APRILE 2014 esperienze Rita Pavone ho incontrato don Bosco anche all’estero Ha ricoperto tutti i ruoli dello spettacolo: cantante, attrice, presentatrice. Un gigante bonsai, Rita Pavone. E nella sua storia, quanto carisma di don Bosco. A cominciare proprio dall’infanzia, dalle colonie Fiat di Marina di Massa gestite per la parte educativa dalle Figlie di Maria Ausiliatrice: «Un mese al mare, carne tutti i giorni, cioccolata la domenica. E quanto mi piaceva la divisa, era così elegante, calzoncini cachi, t-shirt bianca e maglioncino blu. Ci sentivamo delle signorine. Mio padre era operaio, tornitore a Mirafiori e io il mare, prima della colonia, non l’avevo visto mai». Le suore salesiane erano chiamate a garantire quell’equilibrio di autorità e di “allegria” che fa parte del manifesto pedagogico del santo dei giovani: «Andavamo a Marina di Massa, un mese i maschi, uno le femmine, separati. Età dai 6 ai 12 anni e che rito era partire; dovevamo tagliarci i capelli corti 40 perché i pidocchi erano ancora un pericolo reale. Il giorno stabilito ci si riuniva alla palestra di via Magenta, da lì a Porta Nuova a piedi e poi si partiva su un treno speciale e cominciava l’avventura. Fin dalla prima volta quel periodo al mare diventò per me un appuntamento imperdibile, agognato. Mi regalava un senso di benessere, di sicurezza e insieme di evasione che è rimasto dentro di me. Quei principi e quei valori ho voluto farli rivivere al mio primogenito iscrivendolo all’Istituto salesiano di Muggia, in provincia di Trieste». Gli inizi «Ho iniziato a cantare a 16 anni – ricorda –. Il mio “stra” papà ha sempre creduto in me, mi diceva che non sarei passata inosservata». E nella Torino degli inizi degli anni Sessanta che cresceva a ritmo forsennato, con il lavoro per tutti e una certa fiducia nel futuro, quella bambina prodigio di Borgo San Paolo riempì da sola la scena. «Gli inizi furono al Teatro Alcione che oggi non c’è più: era nei pressi di Porta Palazzo, da lì vedevo da lontano la Basilica di Maria Ausiliatrice, la statua in cima alla cupola, e chiedevo a lei di proteggermi in un’avventura di cui non conoscevo ancora i contorni». Faceva l’avanspettacolo, si cantavano canzoni americane, quanta gavetta. «Vivevo una favola – ricorda –. Ma ho rincorso questo sogno fino a stremarlo». Arriveranno la tv con il “Gianburrasca” di Lina Wertmuller, infinite edizioni del Cantagiro, i duetti con Mina. Masters Rita Pavone Sony Music, 2013 n. 2 CD Audio, euro 19,50 senza mai sbavature, colpi bassi. A 60 anni l’addio alle scene con una vera frase simbolo: «Ho fatto il mestiere che ho amato, adesso basta». È tutta qui la ragazzina che metteva le monetine nei juke boxe della Torino operaia per ascoltare Paul Anka, Elvis o Gene Vincent, ed è arrivata a vendere 32 milioni di dischi in tutto il mondo. Cinquant’anni e più di onorata carriera e un rimpianto: «Aver rinuncia- to all’America. Sono stata cinque volte all’Ed Sullivan show, lui era fortissimo... ma allora si diventava maggiorenni a 21 anni e mio padre si oppose. Oggi dico ai giovani, su cui punto molto insieme a mio marito Teddy Reno, di cantare in inglese, di impararlo, per avere più opportunità». Andrea Caglieris, giornalista Rai Segretario Ordine Giornalisti Piemonte [email protected] Il successo Gli anni Sessanta, ecco cosa bisognerebbe ricordare di Rita Pavone. Canzoni semplici come Sul cucuzzolo o Il ballo del mattone, o più intense come Alla mia età, Cuore, Non è facile avere diciott’anni, realizzate con un gusto dell’artigianato che non si finirà mai di rimpiangere: dietro c’erano la perizia, la cura di grandi artisti che potevano essere Phil Spector, Ennio Morricone, Luis Bacalov, Pete Seeger. «Don Bosco l’ho incontrato anche lontano da Torino, all’estero: nelle tournèe, specie in Sudamerica, mi è capitato spesso di vedere le opere dei missionari salesiani per la gioventù povera». Una vita ai cento all’ora 41 MARZO-APRILE 2014 esperienze Una cascata d’entusiasmo per vincere la noia Alla scoperta dell’associazione “Non m’annoio”, che s’ispira al sistema preventivo di don Bosco. diverse esperienze di volontariato accanto ai poveri in Italia e all’estero, sentivamo il desiderio di dedicare le nostre vite a un progetto comune che potesse essere d’aiuto anche agli altri. Rosanna è laureata in Scienze politiche, io insegnante di materie tecnico-professionali: unendo i nostri saperi – lei occupandosi soprattutto di pratiche burocratiche, io dei lavori manuali – abbiamo cominciato a dar forma al nostro sogno». «Non m’annoio... perché la vita è un’avventura meravigliosa da vivere con gioia!» non è solo uno slogan per Edoardo Ciaccia e la moglie Rosanna Gregoratto. Da qualche mese, infatti, hanno aperto a Torino, in via Foligno 14, l’Associazione culturale che si propone come punto di riferimento per giovani – e non solo – offrendo loro la possibilità di sviluppare interessi, coltivare amicizie e valutare in modo consapevole e informato le offerte di occupazione e di lavoro. Abbiamo incontrato Edoardo, 37 anni, per saperne qualcosa di più. Chi sono stati i vostri primi compagni di strada? «Quando abbiamo varcato la porta di quella che sarebbe diventata la nostra sede abbiamo sentito il peso della responsabilità che ci siamo assunti davanti a noi stessi e alle persone cui intendiamo renderci utili e ci siamo buttati a capofitto per trasformare quelle stanze sporche e abbandonate in un luogo caldo e accogliente. Per mesi, con l’aiuto di mio padre e di alcuni colleghi ed ex allievi, abbiamo pulito, sistemato, arredato senza sosta... Poco alla volta altre persone si sono unite e hanno donato con generosa semplicità il proprio contributo senza chiedere nulla in cambio». Chi desiderasse contattare l’Associazione “Non m’annoio” può farlo attraverso i numeri telefonici 338/69.33.705 e 338/85.11.052, la casella e-mail: [email protected] vittime della noia, della depressione e del mito illusorio dello “sballo” per sentirsi vivi». Don Bosco, un modello da imitare Come operate concretamente? A chi si rivolge l’Associazione? «Con la riscoperta e la trasmissione di antichi saperi attraverso laboratori di piccola manutenzione, traforo, sartoria e costruzione di “puppet” in gommapiuma. Avvicinando giovani e disoccupati al mondo del lavoro attraverso lo “Sportello di orientamento”, che permette di consultare e valutare inserzioni, redigere curricula, simulare colloqui e conoscere le normative vigenti. Mettendo a disposizione lo “Sportello legale”, che offre una prima consulenza gratuita. Proponendo lezioni d’inglese e spagnolo per adulti e bambini, italiano per stranieri, corsi di canto, chitarra, fotografia, pittura a olio, disegno, grafica, magia, ginnastica dolce, hatha yoga, e attività per bambini da 0 a 3 anni e da 3 a 6 anni». «Innanzitutto ai giovani che vivono ai margini della società. E il nome stesso dell’Associazione s’ispira a uno dei tormentoni di punta di Jovanotti, amato dai ragazzi per l’entusiasmo e la gioiosa semplicità che sa comunicare. Torino è ricca di associazioni che si prendono cura di giovani che vivono nel disagio; noi vorremmo intervenire prima che esso si manifesti, ispirandoci alla “ricetta” inventata da Don Bosco poco meno di due secoli fa: trasmettere amicizia, entusiasmo e passione, per battere insieme la solitudine che non di rado rappresenta l’anticamera del male di vivere e può sfociare in esperienze nocive per il corpo e per l’anima. Vogliamo, insomma, creare occasioni d’interesse e di condivisione per stimolare i giovani a spendere il tempo libero in modo creativo per non cadere Carlo Tagliani [email protected] Quali sono stati i primi passi? «Innanzi tutto abbiamo cercato un luogo che potesse diventare la sede dell’Associazione. Individuata la zona della città nella quale avremmo voluto operare – il quartiere Madonna di Campagna – abbiamo incontrato i responsabili della Circoscrizione V per illustrare loro i nostri progetti e valutare la possibilità di ottenere l’uso di locali dismessi. Ci hanno dato fiducia e abbiamo cominciato a lavorare». Dare forma a un sogno Come è nato il desiderio di dar vita all’Associazione? «L’idea ha cominciato a farsi largo in Rosanna e in me un paio di anni fa. Entrambi, dopo aver vissuto 42 43 MARZO-APRILE 2014 esperienze Il blogger Romano Borrelli incontra Antonio Corapi. Nella sua vita ha sempre saputo, grazie al proprio estro, che per ogni problema esiste anche una soluzione. Ha fatto della sua vita il punto di congiunzione fra passato e avvenire. Una storia importante Treni, gallerie, stazioni illuminate, città, attese, partenze. Anche se inflazionati, è proprio coi treni e dai treni che si è scritta e continua a scriversi la storia. E forse, fin dal principio, è nel sogno di tutti i bambini lavorare nelle stazioni. In molti, da piccoli, almeno una volta, hanno immaginato di fare i facchini alla stazione e sognare, di partire, di vivere le storie altrui. Oppure, il capotreno, a controllare biglietti e scambiare qualche parola, almeno fino all’arrivo della stazione. Fazzoletto verde in mano, fischietto e cipolla nel taschino. E quante volte nella vita, da bambini, con i trenini, non abbiamo immaginato di vivere quelle situazioni? Partire. E arrivare. Nelle stazioni è possibile raccogliere una umanità che in altri luoghi non trovi. Dai treni, “scivola” via anche gente che “sale” per cercare lavoro e che con questo ha contribuito a scrivere pagine di storia. Onorando la terra natia e quella di adozione. Gallerie. Luce. Vegetazione che cambia. Il ritorno d’estate, qualche giorno al mare. L’uscita dalla Fiat, l’ultimo giorno di luglio. La 850 carica. Poi la 127 e per chi poteva, la 128. La fine del primo turno. Le ferie. Poi Natale, per chi poteva. Lavoro. Torino negli anni ’70, l’arrivo dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Calabria. Gente che ha fatto la storia, proveniente da cittadine lontanissime. Così ho cominciato a ricordare alcuni amici, provenienti da lì, come Domenico, l’ingegnere cimentatosi con la scrittura, rendendo omaggio ad una piccola cittadina della Calabria, o ancora, Greg, con il suo ”amico serpentello”, Mimmo Calopresti, il regista, e l’incontro al Circolo dei Lettori, sul tema Tyssen, e altri, più recenti, in un “sali e scendi” Calabria, Torino. Qui, invece, siamo dalle parti di Soverato. «È una città importante perché ha contribuito a dare i natali ad un personaggio versatile: pittore, compositore, sarto». Antonio, approdato durante i mondiali, Mexico ’70. O forse, qualche mese dopo. In treno. Tanto per cambiare. Dopo aver fatto tappa a Milano, per un po’. Prima ancora, il militare, 44 a Pesaro. «Per un po’». Come sarto. Un lavoro che, prima delle delocalizzazioni e del made in china, andava. Poi, Torino. Un archivio. Tanti documenti. Per 35 lunghissimi anni. Quando i computer non si sapeva ancora cosa fossero. E tanti colori. Gallerie di vita illuminanti. Anche Gallerie simili ad ex voti, come il quadro raffigurante il terremoto e le sensazioni che provoca. E ancora tanti testi. Con “Testa”. «Come Presidente. Dell’Enel». Brani, scritti, divenuti canzoni. Alla Mamma, a Maria, (forse aveva già in mente qualcosa di Santo), ai fidanzati che cercano ma non trovano... Girando e rigirando in questo microcosmo, scopro, tra i tanti quadri, che due sono dedicati a san Giovanni Bosco e san Domenico Savio. «Tutte le domeniche mattine vado a messa», a Maria Ausiliatrice, racconta. Da qui, vicino il Rondò, la Basilica è a due passi. Col dito, li indica, i quadri. Tutti suoi. Poi, indica le mani, da buon calabrese quale è che non dimentica mai le radici. La sua terra. Mani che cuciono, rammendano, riparano, suonano. Pare di sentire il rumore della macchina da cucire, gli aghi, i manichini, pezzi di stoffe. I «ginsi» (jeans). Da lì, gli occhi muovono lentamente su altri quadri: a tratti sembrano exvoti, di quelli che si possono ammirare alla Consolata, per qualche grazia ricevuta. Il mio intento, senza presunzione, è di fare una “pubblicità”. Della sua storia. Un giro, lo merita. Davvero. Forse non ci saranno fotografie che lo ritraggono il giorno del suo arrivo, in bianco e nero, ma, merita davvero un riflettore, il signor Antonio. E anche gli occhi, meritano di vedere tanta bellezza su tela. Portare alla luce insomma, una storia, importante. Dalle parti di Maria Ausiliatrice. Romano Borrelli [email protected] 45 MARZO-APRILE 2014 DON BOSCO OGGI Don Bosco e la Sindone Nella primavera 2015 la Cattedrale di Torino ospiterà un’ostensione straordinaria della Sindone nell’ambito del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco (1815-16 agosto-2015): 45 giorni tra il tempo pasquale (metà aprile) e la chiusura del bicentenario. Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e custode pontificio, confida che Papa Francesco «possa venire a pregare davanti al sacro Lino e a onorare san Giovanni Bosco». Come nelle ostensioni del XX-XXI secolo – 1931 e 1933, 1978, 1998 e 2000, 2010 – si farà riferimento alla morte e risurrezione del Signore: «La Sindone, lenzuolo della morte, diventa una testimonianza che richiama la vittoria del Signore della vita perché ci conduce nel buio del sepolcro di Cristo, ma lascia intravedere la luce della risurrezione». 46 Ostensione e Bicentenario: distinti ma in reciproca collaborazione L’ostensione straordinaria si collega al Giubileo salesiano, «una ricorrenza che per Torino e il territorio significano moltissimo poiché sono qui le radici della santità e dell’esperienza di don Bosco e dei suoi figli e figlie». Sarà evento distinto dal bicentenario ma «procederemo in reciproca e fraterna collaborazione con la Famiglia Salesiana». Con la città e Regione ci si augura «stretta collaborazione nella situazione difficile che stiamo vivendo». Il custode chiede «ai fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane di unirsi alla nostra preghiera affinché questo evento favorisca un comune sentire di fede nella morte e risurrezione del Signore» e rivolge «rispettoso invito ai fedeli delle altre religioni ad accompa- gnare con amicizia e benevolenza l’ostensione: vogliamo scoprire quali risorse possiamo mettere in comune per la riuscita di un evento che è diventato importante occasione per promuovere e offrire grandi valori di accoglienza, rispetto, solidarietà e amore». Nosiglia si augura che l’ostensione «eccella per rigore, sobrietà ed essenzialità». Non è la risposta alla crisi economica, sociale, etica e culturale ma dalla crisi «intendiamo uscire mettendo in gioco le nostre risorse: sarà un’opportunità per provare che siamo capaci di lavorare intorno a un progetto che sul piano delle risorse offra un esempio di povertà cui ci richiama Papa Francesco. I poveri, i malati, i disabili, le persone in difficoltà, gli anziani, le famiglie avranno il primo posto». I ragazzi con don Bosco alle ostensioni Don Bosco partecipò con i suoi ragazzi alle due ostensioni che si svolsero durante la sua vita come raccontano le «Memorie Biografiche» scritte da don Giovanni Battista Lemoyne. Per il matrimonio di Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide nel 1842 «mentre sempre più si diffondeva la devozione a Maria Immacolata, un altro religioso avvenimento rinfocolava in Piemonte l’amore a Gesù e alla sua passione. In Torino esponevasi dalle logge di Palazzo Madama allo sguardo e alla venerazione dei popoli la Sindone. L’immensa piazza e le vie erano riboccanti di gente di ogni condizione, età e paese, che a mostrare la propria fede recavansi con giubilo a ve- nerare la reliquia e a contemplare in essa la faccia divina e le piaghe delle mani, dei piedi e del costato del Salvatore. Don Bosco vi accorse con tutti i giovani dell’Oratorio. Egli di questo commovente spettacolo si valse per destare nei suoi giovanetti odio implacabile al peccato e amore ardentissimo a Gesù redentore». Nel 1868, per il matrimonio di Umberto I con Margherita, si mostra la Sindone «con l’antica pompa lasciandola per tre giorni esposta nella Metropolitana. I giovani dell’Oratorio vi furono condotti». Tra i salesiani sacerdoti ci sono valenti sindonologi: Noël Nouguier de Malijay, Antonio Tonelli, Alberto Caviglia, Antonio Cojazzi, Giovanni Calova, Eugenio Valentini, Eugenio Vismara, Pietro Scotti, Luigi Fossati, Geremia Dalla Nora, Peter Maria Rinaldi, JoséLuis Carreño Etxeandia, Giuseppe Terzuolo. L’acerrimo nemico della Sindone Ulysse Chevalier bollava «i Salesiani si sono fatti, malgrado la mia dissuasione, i propagatori della Sindone nei due mondi». Pier Giuseppe Accornero [email protected] 47 La Sindone, per le caratteristiche della sua impronta, rappresenta un rimando diretto e immediato che aiuta a comprendere e meditare la drammatica realtà della Passione di Gesù. Per questo Giovanni Paolo I’ha definita “specchio del Vangelo”. MARZO-APRILE 2014 DON BOSCO OGGI Ma quanti soldi hanno i Salesiani? DB Se in buona fede potrebbe solo dire che abbiamo grandi strutture. Bene: eh non le usiamo di certo per farci dei centri benessere. Sono tutte opere orientate ad aiutare la società, a renderla migliore e in molti casi, come gli oratori, a sostituirsi agli altri soggetti sociali ed educativi... Cento ragazzi non li tieni mica dentro uno stanzino, hai bisogno di strutture accoglienti... Ti sei mai chiesto come mai alcuni ragazzi stiano più in oratorio che non a casa loro? Perché la trovano più bella, accogliente, e non solo in termini di personale... Ma anche di locali, riscaldati, puliti... Così volevo che fossero, così sono contento che i miei figli li mantengono... Devono essere belli. DG Però, l’idea che si vede al di fuori è di una potenza... Poi capitano alcuni scandali di affari economici... Socchiude gli occhi e mi risponde, pratico: DB Dimmi dove esiste l’uomo senza l’errore. Certo queste cose non appartengono al nostro spirito... Ma tu li hai visti... Hai vissuto con i miei figli... Sai cosa vuol dire... – è lui alla fine a incalzarmi. E io annuisco e ricordo. Ricordo un anziano salesiano andare come un bambino a chiedere 10mila lire d’allora dall’economo della Casa per avere dei calzini nuovi, che proprio non riusciva più a sistemare quelli vecchi. Ricordo un giovane tirocinante che mi mostrava la sua stanza: tutta la sua roba avrebbe potuto stare in un zaino, che non gli serviva altro per avere le mani libere ed occuparsi dei suoi ragazzi in cortile. Ricordo un bravo prete salesiano che con gli attrezzi aveva imparato a fare di tutto, anche se lui era insegnante di vocazione, e non buttava mai via nulla, perché tutto diceva se volevi lo aggiustavi. Confermo, Padre. Li ho sempre visti poveri, anche DG Appunto dal nostro Papa Grande e Nuovo volevo riprendere... Il Santo dei giovani da un leggero colpo di tosse: DB Sto aspettando... – mi incoraggia –. DG Ecco... Papa Francesco insiste molto su una chiesa povera per i poveri... Sai cosa si dice, come luogo, comune dei Salesiani e dei soldi... Per la prima volta da quando questo nostro discorso è iniziato la straordinaria allegria che sempre abita i suoi occhi si ritira quasi del tutto. DB Questo è un argomento che mi fa molto soffrire, sai? DG Se vuoi possiamo evitare... DB No, no – si riprende subito – ho detto che avrei risposto ad ogni domanda e questa la voglio proprio affrontare, in difesa dei miei figli. DG In difesa... – sottolineo. Il suo tono di voce è forte, parla dal cuore più del solito: DB La storia dei soldi dei salesiani e frutto di tanta cattiveria e di tanta invidia. Voglio dirlo chiaro e tondo, i miei figli sono poveri davvero, vivono da poveri anche se non gli mancherebbero di certo i mezzi perché la Provvidenza non smette mai di accompagnarci... DG Oso interromperlo – Attento, Padre, che oggi con tutta la crisi e la fame che ci sono in giro a leggere queste cose qualcuno potrebbe avere qualcosa da ridire pensando ai grandi collegi... agli uffici tecnologizzati... 48 Si agita sulla sedia come un bambino felice. Per molti il nome di don Bosco è sinonimo di tutto quello che di bello hanno ricevuto dalla vita: l’oratorio, la scuola, la possibilità di farsi un lavoro, la Famiglia Salesiana. Cose che senza i miei figli non sarebbero arrivate. È stata ovunque una grande festa che mi ha davvero riempito il cuore. Anche se... (si mette le mani alla bocca, facendo il misterioso...) DG Anche se... DB Anche se non era certo la prima volta che ci andavo in quei posti. Ogni giorno giro tutte le nostre case e mi consola che su ognuna di esse vedo sempre il manto di Maria Ausiliatrice sopra. DG Come festeggerai il compleanno qui in cielo? DB Con Michele Rua, il mio migliore amico. Mamma Margherita ci farà un buon pasticcio di noci e lo mangeremo insieme: sai... Noi due abbiamo sempre fatto a metà... E continuiamo anche qui... DG Sono pronto per l’ultima domanda... DB Siamo in due... (Continua) se circondati da belle strutture, ma mai per loro. Oggi però ci siamo un poco imborghesiti tutti... don Bosco ride: – Tu di certo. Hai almeno tre chili di ferro addosso con tutti quegli strumenti che ti porti dietro... un giorno voi moderni vi accorgerete che nulla è però efficace come una buona memoria... Io conoscevo tutti i nomi dei miei ragazzi, sai... Non avevo bisogno di schedari o archivi... Il cuore umano ne può ospitare per una vita e mezza di nomi e contatti... Evito di finire mangiato dalla mia stessa domanda e la butto avanti: DG Hai qualche consiglio per non sederci troppo in poltrona? Risponde sicuro: DB La cosa mi fa scaldare perché non ho mai sopportato l’ignoranza. Avevo, come sai, un fratello più grande che sui preti e sulla Chiesa pensava di sapere tutto. E anche su ogni altra cosa dell’umano scibile in verità. Era dura dover sentire le calunnie che lanciava sui bravi preti che mi aiutavano, aiutavano la nostra stessa famiglia, solo perché nelle osterie lui andava a crearsi delle idee sbagliate... Il consiglio è sempre lo stesso: non si va in paradiso in carrozza. Se una cosa non serve per le anime, allora non serve a nulla. Occupiamoci delle anime e lasciamo stare tutto il resto. DG Rileggo i miei appunti contento per questo viaggio. Mi rimane un’ultima domanda che tengo per il finale. Mi permetto di aprire solo una parentesi che credo gli faccia piacere... Hai raggiunto l’età dei 200 anni... DB Già... E proprio non li sento – annuisce soddisfatto –. DG La tua urna ha girato per mezzo mondo e poi è tornata nella tua Valdocco. DB Un giro emozionante. Mi sono divertito moltissimo, sai... E ho anche... pianto... DG Di gioia immagino. DB Di gioia per vedere ogni opera salesiana, quanto bene ha fatto e sta facendo nel mondo. Di tristezza per la vista di situazioni terribili di sofferenza che schiacciano i ragazzi e i bimbi di tante popolazioni ancora in miseria. C’è davvero tanto da fare. Bisogna che crediamo tutti nella forza dell’educazione. DG Per tutte quelle persone, ricevere il dono della tua visita... in urna e ossa.. deve essere stata davvero una grossa sorpresa. DB Diego Goso [email protected] 49 MARZO-APRILE 2014 DON BOSCO OGGI Il cortile di don Bosco? Oggi è anche digitale Inaugurati a Torino, presso il liceo salesiano Valsalice, i nuovi locali che ospitano le redazioni del quotidiano on line “Il Salice”, della web radio e della web tv “ValsOnAir”. Come sarebbe oggi il “cortile” su cui don Bosco ha fondato la sua pedagogia oratoriana per cui è famoso nel mondo come il santo dei giovani? Non ha dubbi don Moreno Filipetto, salesiano, ideatore e responsabilile della web radio e della web tv ValsOnAir che ogni giorno trasmette dal liceo Valsalice di Torino, lo storico Istituto che ha ospitato le spoglie di don Bosco dalla sua morte fino al 1929, quando vennero trasferite nella basilila di Maria Ausiliatrice. «Se oggi don Bosco fosse qui – dice don Moreno – che è anche direttore di rete del network salesiano Primaradio e insegnante a Valsalice – il suo cortile sarebbe anche digitale perché fatte le debite differenze i ragazzi di ieri vivono le stesse problematiche di quelli di oggi. All’oratorio ai tempi di don Bosco si andava per crescere in una comunità, per pensare il futu- ro, per scoprire il buono che c’è in noi e metterlo a disposizione. Oggi ci sono strumenti nuovi tra cui il web, che non è né buono né cattivo, dipende come lo usi, come ci ha detto recentemente anche papa Francesco. E noi vogliamo cogliere questa sfida per essere, come diceva don Bosco da cristiani al passo con i tempi». Nel segno di San Francesco di Sales E così venerdì 24 gennaio, non a caso nella festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, al Liceo Valsalice si è inaugurato il “Cortile digitale” a suggellare la conclusione dei lavori di ammodernamento dell’area dedicata alle redazioni de Il Salice il giornale on line della scuola aggiornato quotidianamente e coordinato dal professor Paolo Accossato, della web radio e della web tv ValsOnAir, i media che da diversi anni animano la comunicazione del Liceo. Alla festa, con l’inaugurazione dei locali, la Messa e la consegna dei diplomi ai ragazzi coinvolti nelle redazioni, hanno partecipato allievi, insegnanti, genitori, giornalisti delle testate torinesi che danno una mano al “Cortile digitale” ed ex allievi. Tra questi il magistrato Giancarlo Caselli che, intervistato dai ragazzi, ha sottolineato come sia importante anche sui banchi di scuola educare alla legalità, partendo dai piccoli gesti quotidiani. Ricordando poi gli anni trascorsi a Valsalice, Caselli ha detto di essere riconoscente ai salesiani per aver aiutato la sua famiglia, non abbiente, a sostenere le spese per gli studi presso il Liceo salesiano. «A Valsalice ho imparato ed essere un credente, e soprattutto un uomo libero. Una libertà che, nel- 50 la professione e nella vita, continua ad essere per me uno dei valori e dei doni più importanti» – ha detto il magistrato. Impariamo un mestiere quindi ad un lavoro e ormai imparare le tecniche della comunicazione nell’ambito del mondo digitale è necessario per qualsiasi mestiere. Inoltre siamo consapevoli che il linguaggio della scuola non può non adattarsi a quello dei giovani diventando rapido e fruibile pur mantenendo la profondità del contenuto e che il web è uno strumento privilegiato per raccontare e raccontarsi “cose buone” per dirla con don Bosco». Marina Lomunno «Il Salice, la web radio e la web Tv con due studi che trasmettono in diretta dalla scuola per tre ore al giorno – ci ha illustrato Marco Montersino, docente di lettere che segue gli allievi nell’avventura digitale – coinvolgono per ora un centinaio di allievi, alcuni insegnanti ed ex allievi. Oltre alle trasmissioni quotidiane, grazie alla collaborazione con Primaradio, i ragazzi saranno cronisti dal Salone del Libro e per altre manifestazioni legate alla scuola. Attraverso il “Cortile digitale” stanno imparando a studiare un palinsesto radiofonico, la scaletta di un programma, a ideare e realizzare uno spot, a saper parlare in radio, a montare un servizio... Così dalla passione generica per la musica e gli strumenti digitali per qualcuno sta nascendo l’acquisizione di strumenti che un domani potranno essere utili anche nella vita». «Non sappiamo se tra i nostri studenti c’è qualche futuro giornalista o conduttore radio-tv – conclude don Filipetto – quello che è certo, come ci ha insegnato don Bosco che aveva un occhio per il futuro lavorativo dei suoi ragazzi è che nei nostri ambienti ci si prepara anche ad orientarsi alla vita adulta e [email protected] 51 MARZO-APRILE 2014 DON BOSCO OGGI «Nell’ambiente occupato dalla tipografia, abbiamo pensato di fare un’esposizione di macchinari dell’epoca di don Bosco e degli anni successivi per ricordare, proprio in questo salone costruito da lui nel 1883, la sua prodigiosa attività di editore e di tipografo. È facile intuire la scelta dell’anno. Iniziando il prossimo agosto l’anno del Bicentenario si è pensato pure con questa Mostra di partecipare agli eventi che saranno celebrati». Quali sono “i pezzi forti” di questa Tipografia Salesiana di don Bosco? C’è qualcosa che ci riconduce direttamente a don Bosco, vero? 23 febbraio 2014: inaugurazione della “Tipografia Salesiana di don Bosco” alla presenza di don Pascual Chávez e del Consiglio Generale. Un altro tassello per conoscere la prodigiosa attività di don Bosco: il suo grande impegno per la buona stampa. Visitiamo la “Tipografia Salesiana di don Bosco”. Ricostruzione della tipografia nel suo ambiente. Il 16 agosto 2014 con una solenne cerimonia al Colle Don Bosco inizierà ufficialmente l’anno Bicentenario della nascita del Santo. Inutile dire che in tutto il mondo salesiano fervet opus come dicevano i latini. Si lavora e ci si prepara per il grande appuntamento. Don Pascual Chávez Villanueva, ha dato ai salesiani, in questi tre anni di preparazione, i “compiti” da fare: conoscere la storia, la pedagogia e la spiritualità del padre fondatore. Lo stiamo facendo. Insieme a questi sono in cantiere altre iniziative. Per esempio a Valdocco, la Casa Madre dei salesiani, dove don Bosco ha lavorato e vissuto dal 1846 al 1888, sono in atto lavori di sistemazione del cortile per offrire una migliore accoglienza ai pellegrini e amici di don Bosco per il 2015. Ma c’è anche dell’altro, qualcosa che riguarda una delle attività molto amate da don Bosco: “la diffusione della buona stampa”. È stata allestita la Tipografia Salesiana di don Bosco che vuol far conoscere questa sua attività. Sono visibili, tra l’altro, alcune macchine per la stampa usate lui vivente. Il tutto sistemato in un’ampia sala in funzione già ai suoi tempi e nella quale si recava per incontrare quei ragazzi impegnati nella lavorazione dei libri. La Tipografia Salesiana di don Bosco è stata allestita da Luigi Bacchin e Antonio Saglia, salesiani coadiutori con il forte impegno di Emanuele Mensa, insegnante grafico. Luigi, perché questa Mostra dal titolo “Tipografia Salesiana di Don Bosco” e perché nel 2014? 52 «Ci sono macchinari risalenti all’epoca del Santo, per esempio una Koenig & Bauer uguale alle 9 che aveva don Bosco. Poi altre macchine del tempo e del primo ‘900 che sono tutt’oggi funzionanti». Lei è stato per anni impegnato nella tipografia Salesiana di Valdocco. Ci racconti che cosa prova davanti a queste macchine legate al ricordo di don Bosco. «La mia prima emozione è stata quella di vedere l’ambiente, così carico di memoria del Santo, totalmente vuoto e senza macchine. Poi con questo progetto abbiamo ricollocato alcuni macchinari e attrezzature dell’epoca per le varie tecniche di stampa. Mi sono rivisto ragazzo impegnato a imparare l’arte tipografica su quelle macchine. Mi sono reso conto di quale sia stata l’evoluzione e il progresso in questo campo». Per chi è stata preparata la Tipografia Salesiana di don Bosco? «In primo luogo l’esposizione di queste macchine ed attrezzature è stata voluta per ricordare la prima Tipografia di don Bosco. In secondo luogo per offrirla al pubblico, specialmente ai giovani, che in occasione del Bicentenario verranno a visitare i luoghi salesiani. Il terzo luogo è nostro intento offrire la possibilità di utilizzare queste macchine, ancora funzionanti, per scopi didattici». Grazie a lei e ai collaboratori per questa Tipografia Salesiana di don Bosco che farà conoscere don Bosco e il suo grande amore per la “buona stampa”. Mario Scudu [email protected] 53 MARZO-APRILE 2014 DON BOSCO OGGI Puri ed umili di cuore Maria ci aiuta a formarci un cuore aperto al dono di Dio, alla grazia della redenzione e all’azione dello Spirito. Solo chi è puro ed umile di cuore può incontrare il Signore. «Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11,29). Gesù era umile. Questa è la strada di Gesù Cristo: l’abbassamento, l’umiltà, l’umiliazione pure. Maria è stata scelta per la sua umiltà: Dio «ha guardato all’umiltà della sua serva» (Lc 1,48). L’umiltà è la regina di tutte le virtù, è il fondamento della vita spirituale. Il cristiano è un uomo o una donna che sa vigilare il suo cuore. Dobbiamo sapere chi facciamo entrare nel nostro cuore, chi veramente è il padrone. Il nostro cuore, come ci ricorda sant’Agostino, è fatto per Dio e se non è abitato da Lui, se Lui non vi dimora, è un cuore in fibrillazione, è un cuore malato. Maria ci educa alla vigilanza del cuore: un cuore puro, non diviso, non corrotto dal male. Occorre vagliare se un pensiero, se un desiderio porta sulla strada dell’umiltà, del servizio agli altri, è da Dio; ma se porta sulla strada della sufficienza, della vanità, dell’orgoglio, è dal maligno. Aprire il cuore al Signore richiede una preghiera fiduciosa e sincera come ci suggerisce il salmo 50: «crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito fermo». Pregare affinché i cuori si aprano ai progetti di Maria significa, infatti, mettere Dio al primo posto, fare spazio a Lui nel nostro cuore. Fare spesso questa preghiera, ci porta a fare quello che hanno fatto Gesù e Maria: in ogni decisione concreta seguiamo, quasi senza accorgerci, il percorso che Dio ci indica. Questo modo di pregare plasma in noi, giorno dopo giorno, un cuore umile. Succede così che, una scelta dopo l’altra, facciamo spazio a Dio nel nostro cuore e Lui può operare in noi e attraverso di noi le sue meraviglie. Dal cuore aperto di Cristo trafitto dalla lancia del soldato uscì sangue ed acqua. Solo un cuore aperto può accogliere questo sangue e questa acqua che ci rigenerano e redimono la nostra libertà ferita e caparbia nel male. Questa esperienza di grazia ci abilita ad essere portatori dell’amore di Dio e riflettere sul nostro volto la luce della sua grazia e della sua presenza. Solo chi vede può aiutare chi non vede, solo chi ha incontrato la luce, può donare luce. ASSOCIAZIONE DI MARIA AUSILIATRICE www.admadonbosco.org ADMA Primaria: Nuovo Consiglio (2014-2017) In seguito alle elezioni svoltesi il 15 dicembre 2013 è stato costituito il nuovo consiglio dell’ADMA Primaria di Torino-Valdocco per il quadriennio 20142017, che risulta così composto: Walter Gambarotto, consigliere e coordinatore commissione giovani; Andrea Damiani, tesoriere; don Pierluigi Cameroni, animatore spirituale; Tullio Lucca, Presidente e coordinatore commissione comunicazioni; sr Marilena Balcet, animatrice spirituale FMA; Rosanna Marchisio, segretaria; Giovanni Scavino, Vice presidente e coordinatore commissione famiglia; Rocco Biondino, consigliere e coordinatore commissione senior. L’evento che caratterizza il prossimo quadriennio sono le ricorrenze, nel 2015, del bicentenario della nascita di don Bosco e dell’istituzione della festa di Maria Ausiliatrice da parte del papa Pio VII. Sarà anche l’anno nel quale si svolgerà il VII Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice a Torino Valdocco e al Colle don Bosco. Le linee di azione principali di questo quadriennio: Impegno per le Famiglie, in particolare le più giovani, in sintonia con le indicazioni del Rettor Maggiore e il cammino della Chiesa (Cfr. i prossimi due sinodi dedicati alla famiglia). Impegno per la Pastorale ADMA Senior, come risposta concreta alle domande e alle opportunità legate alla terza età. Impegno per i Giovani, in fedeltà al carisma di don Bosco. Promozione della formazione dei soci e dei gruppi nella conoscenza e nella condivisione delle buone pratiche del Regolamento Don Pierluigi Cameroni, Assistente spirituale [email protected] 54 55 e dello spirito proprio dell’Associazione. Si rivela decisivo il ruolo e l’esercizio di governo e di animazione dei Consigli locali. MARZO-APRILE 2014 DON BOSCO OGGI Torta ‘d pom Estate 1838. I seminaristi Luigi Comollo e Giovanni Bosco trascorrono insieme una piacevole giornata di vacanza ai Becchi. I parenti di Giovanni sono nei campi, occupati nella mietitura. I due studenti, soli in casa, compongono discorsi da tenere in chiesa durante le feste paesane e si esercitano nella recitazione. Si avvicinano infatti due grandi ricorrenze: quella dell’Assunta, sempre celebrata dalla Chiesa, anche se il dogma sarà proclamato solo nel 1950 da Pio XII , e quella di San Rocco, protettore degli animali e particolarmente venerato sui colli astigiani. All’ora di pranzo, poiché nessuna cuoca è rientrata dalla campagna, si accingono a cucinare. Luigi accende il fuoco, Giovanni ha il compito di trovare qualche cosa da cuocere. Pensando di interpretare la volontà di mamma Margherita, acciuffa un galletto intento a razzolare nell’aia. Nessuno dei due però ha il coraggio di ucciderlo. Di comune accordo decidono di dividere la responsabilità: uno terrà fermo il collo del volatile, l’altro provvederà a... ghigliottinarlo. Compiuto il misfatto, i due scappano terrorizzati, piangendo. Ben presto il Comollo, che morirà in fama di santità l’anno successivo, si riprende e convince Giovanni che non c’è nulla di male a cuocere il galletto e a cibarsene, dal momento che il buon Dio ha disposto che animali e frutti della terra servano di nutrimento agli uomini. Fatte queste considerazioni, i due seminaristi pranzano tranquillamente, continuando, nel caldo pomeriggio, le loro dotte esercitazioni. L’episodio, raccontato da don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, forse non piacerà agli animalisti e ai vegetariani. Per consolarli, offriamo la ricetta di una povera e gustosissima torta di mele contadina, i cui ingredienti sono i seguenti: 1 Kg di mele, 100 g di zucchero, 2 cucchiai di cacao amaro in polvere, 100 g di amaretti sbriciolati, 50 g di biscotti secchi sbriciolati, 2 uova, un bicchierino di marsala. Cuocere le mele a pezzi, quindi ridurle in purè schiacciandole col passaverdure. Aggiungere le uova, i biscotti e gli amaretti sbriciolati, zucchero, cacao, marsala. Versare il composto in una teglia imburrata e cospargere la superficie con riccioli di burro. Cuocere in forno a 180° per un’ora circa. Anna Maria Musso Freni [email protected] Se non sei ancora abbonato/a a questa rivista e desideri riceverla in saggio gratuito per un numero o sei già abbonato/a e desideri farla scoprire ad altri che conosci fotocopia o ritaglia il box, spediscilo in busta chiusa e affrancata a: Rivista Maria Ausiliatrice – Via Maria Ausiliatrice 32 – 10152 Torino Fax: 011.5224677 – email: [email protected] Per Bonifici: BancoPosta n. 21059100 – IBAN: IT 15 J 076 0101 0000 0002 1059 100 PayPal: [email protected] Cognome e nome _________________________________________________________________________________________________________ Via ____________________________________________________________ Fraz. ___________________________________ n. _______________ CAP _________________ Città _____________________________________________________________________________ Prov. ___________ • 1 kg di mele • 10 gr di zucchero • 2 cucchiai di cacao amaro • 100 gr di amaretti • 50 gr di biscotti secchi • 2 uova • 1 bicchierino di marsala 56 E-mail ____________________________________________ Telefono ____________________________ Data di nascita __________________ Grazie. Firma __________________________________________________________________ I dati forniti dal Cliente saranno inseriti negli archivi elettronici e cartacei della Rivista Maria Ausiliatrice e sono obbligatori per adempiere all’ordine. I dati non verranno diffusi né comunicati a terzi, salvo gli adempimenti di legge, e saranno utilizzati esclusivamente dalla rivista, anche per finalità di promozione della stessa. Il Cliente può esercitare i diritti di cui all’art. 7 D. Lgs 196/03 “Codice della Privacy” rivolgendosi al titolare del trattamento: Parrocchia Maria Ausiliatrice – Rivista Maria Ausiliatrice, con sede in Torino, Piazza Maria Ausiliatrice 9 – 10152. Al medesimo soggetto vanno proposti gli eventuali reclami ai sensi del D. Lgs. 185/99. C LibreriaTorino Elledici – Valdocco ANTONIO BOLLIN FRANCESCA CUCCHINI Scritto nella carne è l’Amore, come bisogno e come dono. Luce che incide la dura crosta dei giorni, seme che germoglia, vita che non muore. Antonio Bollin (1954) è presbitero della Diocesi di Vicenza, dottorato in Scienze dell’educazione con specializzazione in Pastorale giovanile e Catechetica presso l’Università Pontificia Salesiana; è stato docente alla Pontificia Università Urbaniana, attualmente insegna Catechetica e Didattica dell’IR presso l’ISSR e l’Istituto Teologico del Seminario di Vicenza affiliato alla Facoltà Teologica del Triveneto. Svolge inoltre il servizio di direttore degli Uffici per l’Insegnamento della Religione Cattolica, per l’Evangelizzazione e la Catechesi. È assistente ecclesiastico dell’AIMC e consulente dell’UCIIM. Francesca Gasparotto Cucchini (1944) è nata a Bassano del Grappa. Si è laureata in Materie letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Ha insegnato Italiano e Storia presso l’Istituto Commerciale Luigi Einaudi di Bassano. In seguito è stata preside dell’Istituto Magistrale Sacro Cuore di Bassano e successivamente preside della Scuola Media dell’Istituto Vescovile Antonio Graziani di Bassano. È sposata con Bruno Cucchini e ha cinque figli. Oggi è catechista nella parrocchia di San Giuseppe di Cassola, dove risiede dedicandosi alla famiglia e ai nipoti. È collaboratrice dell’Ufficio diocesano per l’Evangelizzazione e la Catechesi di Vicenza. Il segno della Croce Giancarla Barbon, Rinaldo Paganelli Editore Elledici, 2013 pagine 32, euro 2,50 ISBN 978-88-01-05338-8 E 4,50 Una Parola per tutti. Lectio divina per i nostri tempi Scognamiglio Edoardo Elledici, 2013 pagine 216, euro 20,00 (Mt 26,41) Veglie di Quaresima Vegliate e pregate. Vol. 2: Veglie di Quaresima. Bollin Antonio; Cucchini Francesca Elledici, 2013 pagine 72, euro 4,50 Via crucis con Don Bosco e Nino Baglieri Pappalardo Marco Elledici, 2013 pagine 64, euro 4,00 LIBRERIA ELLEDICI acquistabile presso questa libreria Via Maria Ausiliatrice 10/A – TORINO 10152 Tel. 011 52 16 159 – Cell. 335 67 20 802 [email protected] PARCHEGGIO Via Maria Ausiliatrice 36 In caso di MANCATO RECAPITO inviare a: TORINO CMP NORD per la restituzione al mittente: C.M.S. Via Maria Ausiliatrice 32 – 10152 Torino, il quale si impegna a pagare la relativa tassa.