UNIVERSITÀ
DELLE TRE ETÀ
COMUNE DI
ALBENGA
COMUNE DI
BORGHETTO
COMUNE DI
CERIALE
INGAUNI3
UNITRE COMPRENSORIALE
INGAUNA
anno accademico 2011-2012
CIRCOLARE DI INFORMAZIONE DELL’UNITRE COMPRENSORIALE INGAUNA - N. 3 - FEBBRAIO 2012
SEMEL IN ANNO... LICET INSANIRE
A
rmandino era il calzolaio di fiducia
della mia famiglia. Un ometto di
piccola statura, Armandino, ma di
grande intelligenza. I calzolai dei miei
tempi (anni 20) già non fabbricavano più
scarpe; rimettevano “a nuovo” scarpe consunte dall’uso. Dell’antica professione calzaturiera rimanevano, nei loro laboratori,
le forme di legno dei piedi (verniciate di
un giallo tenerino), disseminate con negligenza sul pavimento... Destavano un poco
di melanconia.... Dell’antica professione
era rimasto il deschetto e quel pezzo di
tronco cilindrico, appartenuto ad un albero, simile ad una gamba robusta di tavolino che il calzolaio sorreggeva verticalmente, tenuto fermo fra le sue gambe. Tale
tronco terminava con un ferro nero, lucido dall’uso che, simile ad una lingua,
veniva introdotto nella scarpa da risanare
favorendo le eventuali battiture, forature,
passate di spaghi, cuciture, lucidature. Era
un attrezzo “micidiale” che procurava ai
calzolai, a lungo andare, la distorsione del
ginocchio; distorsione chiamata, appunto,
la “sindrome del calzolaio”, che costringeva il soggetto ad una andatura, diremo,
ondeggiante. Fortunatamente il mestiere
non comportava lo stare in piedi e neppure troppi spostamenti, infatti, l’Armandino stava di norma sempre seduto su una
seggiolina (alla quale egli stesso aveva
accorciato, segandole, le gambe), davanti
al suo deschetto: un tavolinetto col ripiano che gli arrivava giusto-giusto all’altezza
dello stomaco. Il ripiano era in realtà un
vassoio di legno, diviso a scomparti.
Scomparto per le “brochette” (i chiodi),
per la colla, per un lumino “a spirito” che
l’Armandino accendeva quando gli neces-
sitava scaldare un ferro a forma di ancorotto atto a stendere la cera. Poi vi era lo
scomparto per i “trincetti” affilatissimi
come gli strumenti del chirurgo, lo scomparto per la pece, gli spaghi, un martelletto speciale e le tenaglie; incombente sul
deschetto pendeva una lampada quasi
sempre accesa. Una lampada col suo
bravo… piatto di metallo smaltato bianco
che concentrava la luce sulle mani del calzolaio; una curiosità: una mezza mascherina di cartoncino appesa al predetto piatto,
impediva che la luce battesse sul suo viso,
soprattutto sui suoi occhi… Il deschetto,
poi, aveva un cassettino appena sotto al
predetto ripiano; era la “banca” contenente gli “spiccioli” che Armandino teneva
ben divisi in due ciotole di legno. Sul
pavimento, sotto al deschetto, teneva una
bacinella piena di acqua nera: forse serviva per una lavatura della scarpa prima di
“operarla” con trincetto ed altro… Non è
finita: un chiodo piantato di fianco al
tavolino sorreggeva fogli di giornale perché l’Armandino, quando ti consegnava la
merce rimessa “a nuovo”, te la incartava
per bene e te la porgeva con gentilezza.
Il suo laboratorio aveva pareti annerite
che odoravano di cuoi. Cuoi che, arrotolati, riposavano appoggiati ai muri in attesa di essere trasformati in suole e tacchi.
Cuoi che guardavi con indifferenza, senza
chiederti da dove potessero “saltar fuori”;
erano cuoi e... basta. Non pensavi che
erano pezzi anatomici appartenuti ad esseri viventi: buoi, vitelli, vacche le cui carni
erano finite sui piatti e le cui pelli a confezionare scarpe. Pelli “conciate” con prodotti tannici che davano garanzia di tenuta d’acqua e che nello stesso tempo lasciavano respirare il piede. Armandino era il
chirurgo della scarpa; sapeva scucire e
ricucire, risuolare e rifare i tacchi.
Solitario? Nel lavoro, sì: non voleva
nessun aiutante. Ma nel laboratorio aveva
quasi sempre un amico con cui chiacchierare: Lavorava e chiacchierava: tutti gli
argomenti erano buoni. Perché Armandino, la sera, a letto, prima di spegnere la
luce, leggeva tutti i fogli di giornale che gli
arrivavano a tiro e una pagina della “Imitazione di Cristo” o dei “Fioretti di San
Francesco” lasciatigli dalla mamma. Viveva in casa di una sua sorella che aveva sposato un ferroviere. La sera, dopo cena,
ascoltavano la radio ma, Armandino,
spesso si addormentava appoggiando la
testa sulle braccia intrecciate sul tavolo di
cucina. Venuta una cert’ora, lo dovevano
svegliare. -Armandino, vai a letto!- E
Armandino apriva gli occhi, alzava la
testa, si guardava attorno smarrito, poi si
alzava, sorrideva e: -Buona notte!- ... - e se
ne andava trascinando un poco la sua
gamba “sinfulina”.
Ma la sera antecedente il “Giovedì
grasso” Armandino chiudeva il laboratorio verso le sedici. Spenta la luce sopra il
suo deschetto, abbassava la saracinesca e si
incamminava, più svelto che poteva, verso
casa. Diceva a sua sorella: -Stasera non
mangio!- -Lo sappiamo!- rispondevano
sorella e cognato. Armandino, raggiunta
la sua cameretta, si toglieva il grembiule
da lavoro, si spogliava del tutto e, avvolto
in un asciugamano, se ne andava, svelto,
al gabinetto a farsi una doccia. Una doccia
sana, abbondante tale da portar via tutti
gli afrori del cuoio, delle colle e delle vernici. Si asciugava per bene, poi allungava
la mano all’armadio e, quasi con devozione, tirava fuori il suo frak col quale, molti
anni addietro aveva festeggiato il suo
primo “Giovedì di carnevale”. Camicia,
polsini, papillon, Armandino, impomatati i capelli, dato il fard rosa alle guance, il
rossetto alle labbra, afferrava il bastone dal
pomo d’argento, calzava il cilindro, salutava: -Ciarea!- ed usciva. -Armandino va al
veglione!- commentavano in casa. Armandino va al veglione!- dicevano gli
inquilini delle scale. -Salve, Armandino!dicevano i passanti. -Tutti gli anni, per carnevale, Armandino esce di casa!-... Le scarpe nere dalle suole risuolate, risuonavano
sul selciato.
Giorgio
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CERVELLO TEMPESTOSO: “Brain storming”
ovvero: PENSIERI DI UN MALPENSANTE
A “fine guerra 1945” apparve un libro di Virgilio Lilli;
titolo: “Americanizzarci o morire?”. Il libro presentava il
dilemma: Se non americanizziamo il nostro sistema di lavoro,
siamo proprio destinati a morire, oppure “moriremo di fame”
se ci americanizzeremo?... Dobbiamo, dunque, ricorrere alla
“catena di montaggio” per produrre il nostro “pezzo” per poi,
liberi, volare verso i nostri “minuti piaceri”? Oppure essere
costretti a lavorare “giorno e notte” (come il ciabattino sul suo
lavoro che deve ad ogni costo terminare per darlo finito?)
MA NON C’È PIÙ L’AMORE PER IL LAVORO?
Dice una massima del “Santo Saggio di turno” che
“L’uomo è trasformatore di materia e creatore di forme”;
mio padre, nato agli sgoccioli dell’800, artigiano falegname, aveva il piacere di scegliere e acquistare un’asse di legno
grezzo (la materia venuta al mondo per essere soltanto
“albero”), e di saperla trasformare in una sedia (la trasformazione in una forma utile). La “sognava” progettandola;
poi la segnava col matitone sul legno stesso (portava il
matitone sospeso sull’orecchio sinistro e il metro a stecche
articolate nella tasca di dietro della tuta). Poi la sezionava,
quindi la piallava, poi passava a segnare gli incastri da eseguire regolarmente “a coda di rondine”. Eseguiti, con colpetti di mazzuolo di legno, assiemava i pezzi: ne veniva
fuori una sorta di traliccio talmente robusto che la colla
(quella puzzolente di una volta, disfatta a caldo a bagnomaria) era un di più: soltanto una sicurezza. Passava al sedile, alla spalliera, rifiniva il tutto con la carta vetrata; metteva il manufatto sul banco e se lo ammirava. Se di legno pregiato, passava alla sua lucidatura a tampone di gommalacca e spirito; se di legno meno nobile, alla verniciatura con
pittura ad olio. Asciugata, delicatamente metteva la sedia
finita a terra: ora, contento la ammirava… quindi, si metteva ad attendere il cliente.
Posso dire che si distaccava dalla sua sedia con un po’ di
rimpianto: era la sua creatura.
Tutto il lavoro dell’Uomo, fino ai primi del ‘900, procedeva pressappoco così: (falegname, fabbro, muratore,
sarto, calzolaio…)
Mia madre, nata agli sgoccioli dell’800, era classificata
all’“Anagrafe”: atta a casa-casalinga. Di professione faceva la
moglie di mio padre e la madre di me e di mio fratello. Era
“di cucina” e, quindi, preparava continuamente colazioni,
pranzi di mezzogiorno e le cene. Teneva alle pulizie e ai rifacimenti dei letti, in più aveva l’abilità di cucirsi i vestiti per
sé e la biancheria per tutti noi di casa. All’uopo possedeva
una macchina per cucire “Singer” mossa da un pedale. (Da
giovanetta, durante la prima guerra mondiale, la mamma
cuciva bandiere di segnalazione per le regie navi; possedeva
ancora un cartellone, che custodiva gelosamente, con le
bandierine disegnate e le lettere dell’alfabeto corrispondenti). Per i suoi vestiti ricorreva a certi giornalini (figurini,
erano chiamati), che presentavano le seste da copiare sulle
veline e da riportare a loro volta, spillandole, sulla stoffa
nuova, acquistata dalla merceria. Terminata questa prima
operazione di “vera trigonometria sferica”, prima di dare il
primo taglio, chiamava una sua cugina per tenere con la
stessa una specie di consulto. Terminato il quale, segnava la
stoffa con un gesso piatto, da sarti, quindi poneva mano
alle forbici. I pezzi tagliati venivano “imbastiti” con punti
a mano molto lunghi e, quando il vestito era montato, procedeva alla “prima misura”. Altro consulto: -Qui va tirato
su; qui lo riprenderei; mi pare che, da questa parte, penda un
pochino...- Altri segni di gesso; riprese, attaccatura delle
maniche, del colletto, del bavero eccetera. Finale per il
taglio e rifinitura delle asole e per la scelta e l’attaccatura dei
bottoni: ora il vestito era pronto. La mamma se lo ammirava davanti allo specchio grande; lo avrebbe indossato per
andare alla Messa la Domenica e ai colloqui con i Professori
di Scuola che, a quel tempo, si chiamavano “udienze”
(come nei tribunali). Poi, il vestito, spazzolato e stirato,
veniva riposto nell’armadio, pronto per la prossima occasione.
Tutto il lavoro dell’Uomo, fino a circa metà del ‘900
procedeva pressappoco così: artigianalmente, dove il far da
te era d’uso comune.
Ma, purtroppo, era già comparso sulla Terra (verso il
1910) il Diavolo nelle vesti di un certo Henry Ford con la
sua “illuminante” invenzione: la catena di montaggio; da
allora il falegname del villaggio, solitario nel suo laboratorio profumato dalle essenze forti emanate dal legname, non
avrebbe più costruito sedie, né le donne avrebbero cucito
più i loro vestiti, preferendo sia il falegname quanto la casalinga acquistare bell’e pronti, e a scelta, l’uno la sedia, l’altra il vestito.
Tutti: uomini e donne in fabbrica, trasformati in robot
intenti ad eseguire, in serie, movimenti ripetitivi al fine di
farsi “sfornare” dalle macchine “pezzi” dei quali si ignora la
funzione e la destinazione. “Costruivo armi da guerra, senza
saperlo”. Da qui: avvilimento, rancore, rabbia, lotta (di
classe).
Fermare la “catena di montaggio”? Utopia. Sarebbe
come voler fermare la Scienza. Fermeremo la “robotica”?
No di, certo; anche se paventiamo addirittura che succeda
quel che Dukas predice nell’“Apprendista stregone”: il moltiplicarsi senza limite delle scope. Dicono gli “esperti” che
stiamo andando incontro ad un tempo in cui tutti gli
uomini dovranno assoggettarsi a cambiar genere di lavoro,
per lo meno, tre volte nella vita. Saper fare di tutto attraverso una ferrea cultura di base data da una “Scuola” e più
“Avviamenti Professionali”. Bene: per ora apriamo subito
tante “Oasi di Lavoro promozionale”.
All’“Università delle tre età” si frequenta volontariamente per aggiornarsi e ricuperare parte di quelle “arti” che
avremmo voluto coltivare in altri tempi. “Non è mai troppo tardi” recitava il buon Maestro Manzi. L’offerta è allettante: tornare a quel lavoro fabbrile (fatto dalle mani),
nato, seguito e visto finito, diritto e capitale proprio dell’uomo. - Impara l’arte e mettila da parte Oggi tutto è già pronto e inscatolato. Esiste ancora chi
sa confezionare un pacco?
Charles Chaplin nel 1936 diede alle sale cinematografiche la splendida “parabola antifordista” in cui il meccanico Charlot è vittima
della “società dello sfruttamento” e della meccanizzazione” che
fonda il proprio interesse sulla parcellizzazione del lavoro, riducendo l’uomo mera protesi di una macchina.
Giorgio Malpensante
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LE MURA DEL SAN DOMENICO
C
redo nelle “mura di pietra” e nelle
facoltà che loro hanno di impregnarsi di “visioni” e, in particolare
di “voci”. “Visioni e voci” che, si dice, le
mura vadano restituendo a piccole dosi.
Credo che un vetusto edificio abbia titolo
di parlare di cultura con la saggezza che egli
sviluppa nel tempo. È per questo che mi
sono ritrovato felice quando ho saputo che
il “San Domenico” ci attendeva una seconda volta per accogliere la nostra università
ingauna delle tre età. Anche la cultura
vuole il suo scrigno… Nel prezioso volumetto che costituì sigillo accademico per
l’anno 2000/1, trovo informazioni dovute
alla ricerca eseguita dal corso “esegesi delle
fonti”; gruppo coordinato dal grande Gerry
Delfino, poeta e libraio in Albenga. Si dice,
nel volumetto, che chiesa e convento sarebbero stati fondati dallo stesso san
Domenico (morto a Bologna nel 1221) e
che a testimonianza dell’avvenimento, il
Santo avesse piantato un cipresso tenuto in
grande venerazione e abbattuto per vetustà
nel 1705. - I documenti parlano dell’arrivo
dei frati domenicani soltanto alla fine del
1200. Non si sa il perché di questa lunga
attesa, come non si sa del loro abbandono.
Fatto sta che i sai bianchi e neri dei
“Domenicani dell’Ordine dei Predicatori”
sono spariti da molto tempo ma che, nelle
antiche mura, nelle antiche scale, nelle
stanze divise da ampi corridoi, pare... si
senta, talora, come un fruscio di lane, uno
scalpiccio di sandali, una specie di mormorii... come di preghiera... strane eco. E che
le “lezioni” che si tengono prendano una
svolta gratificante avvolta in un silenzio
surreale. Che sia la scuola dell’eloquenza e
dell’ascolto che vuole “spazi antichi”?
Il primo San Domenico.- Ora mi trovo
qui, ma per una misteriosa coincidenza, nel
‘47 mi trovai giovanissimo in Bologna (era
il primo “convegno” dei “teatrini d’oratorio”) e fu in “San Domenico” che (ignorante e sprovveduto), mi trovai con altri attorno alla tomba del Santo che i frati vollero
progettata ed ornata di statue di piccola
dimensione scolpite da Michelangelo.
Meraviglia. Ma in me, la meraviglia fu ingigantita dalle lezioni di scenografia tenute
nei sotterranei e dalla presenza di un “pezzo
unico” che illuminò il viso del regista-coreografo Anton Giulio Bragaglia: una sediainginocchiatoio. -Quella sedia, disse, collocata in scena è già di per sé stessa un Personaggio-. Fui così iniziato al Teatro; iniziato
anche se poi, mi perdetti... per un po’.
Perché, poi, mi ritrovai con l’antica arte alle
prese con un Gruppo universitario di giovani dilettanti. E con essi un giovane volenteroso, pieno di eloquio e di gestualità. Gli
affidai la parte di Firts nel “Giardino dei
ciliegi”; sostenne la parte compenetrandosi
nel vecchio servitore che si curava con cartine di ceralacca tritata. Lo perdetti di vista
per qualche anno; lo ritrovai alla stazione
ferroviaria: indossava il saio bianco e nero
dei Domenicani: coincidenze.
Il secondo San Domenico,- Negli anni
2004/ 5/6 fui in “San Domenico” di
Albenga, e qui ebbi la sensazione di operare
tra mura già conosciute. Nell’Aula magna si
svolsero importanti incontri e la pedana alla
quale accedemmo ci diede la possibilità di
rappresentare inediti concerti di pagine
poetiche riunite per argomenti.
“Balthazar, ti piace. il presepio?”, “Io
sono un istrione”. Nelle sale attigue fiorì,
assieme alle altre arti, il “giornalino” documento di un prodotto artigianale gestito e
impaginato con mezzi nostrani, ad opera di
un gruppo di tecnici valorosi.
Sarà l’ultimo San Domenico?- Dopo
un ennesimo trasferimento nella Scuola di
Via degli Orti, siamo di nuovo in San
Domenico. Le antiche mura ci osservano
con una certa diffidenza. Ridacchiano e
sussurrano: -Ecco i Sor Pampurio sempre in
cerca di nuovi appartamenti.....G. S.
Nella cornice dell’ultimo San Domenico, si è svolta la Festa del Natale. C’erano
quasi tutti gli Iscritti, i Docenti, il
Direttivo. Ci ha onorato della sua visita il
Signor Sindaco, gli Assessori e ci siamo
scambiati gli Auguri. Ci hanno voluto assicurare la permanenza definitiva e promesso
l’uso dell’Aula Magna...
DALLA SEZIONE
DI BORGHETTO S.S.
DALLA SEZIONE
DI CERIALE
Siamo giunti al tredicesimo anno di attività per l’Unitre di
Borghetto S. Spirito, aperto ufficialmente giovedì 27 ottobre 2011
in occasione dalla presentazione dello splendido libro del Prof.
Giorgio Genta, «L’ ultimo viaggio del “Nostra Signora”: Storia di
un naufragio in famiglia». Il libro, che narra le vicende familiari
dell’Autore, è finalizzato alla raccolta di fondi per il sostegno del
progetto dell’Associazione “Dopodomani onlus”, attiva da anni
nel sostegno dei disabili gravi.
I Docenti hanno illustrato i programmi dei corsi e hanno fornito informazioni agli studenti, che quest’anno hanno l’opportunità di frequentare ben 16 tra corsi e laboratori, con un importante numero di materie e discipline a disposizione, alcune delle
quali introdotte per la prima volta. Come sempre il Comune di
Borghetto sostiene le attività dell’Unitre mettendo a disposizione
numerosi locali e convenzionandosi con le scuole ed altre associazioni locali per poter concedere l’utilizzo gratuito di altri spazi.
Molte dunque le attività che si possono svolgere a costo zero per
la nostra associazione anche presso strutture private (Ginnastica e
tango) o comunque concesse al Comune (informatica, cucina).
Accanto ai corsi anche un intenso programma di conferenze ed
incontri aperti al pubblico, che offrono momenti di incontro ed
approfondimento sui temi più vari: storia, religione, alimentazione, medicina alternativa, proiezione diapositive.
Un ringraziamento dunque a tutti coloro che come Docenti,
Conferenzieri o Assistenti si mettono a disposizione per permettere alla nostra sede di proseguire il proprio cammino.
Sede di Borghetto S. Spirito
È tornato il “Giornalino Unitre” che, anche se non ha raggiunto il suo massimo potenziale, è sempre un’occasione per
incontrarci.
Il nostro Presidente mi ha chiesto di scrivere due parole sulla
sezione di Ceriale. Purtroppo due parole non bastano per descrivere i giorni in cui mi sono sentita orgogliosa dell’incarico di
responsabile a Ceriale.
Ne cito uno per tutti: Il giorno in cui abbiamo presentato il
programma per l’apertura dei corsi e laboratori nella nuova sede
dataci in uso dal Comune ho visto l’aula piena di nostri iscritti,
sempre molto assidui, altri venuti da Albenga e Borghetto e molti
cerialesi.
Le sedie pur essendo molte non bastavano, ma tutti sono
rimasti comunque malgrado il disagio, interessati ed attenti; allora ho capito che l’Unitre Comprensoriale Ingauna aveva raggiunto lo scopo per cui è nata: la diffusione sul territorio. Infatti la sua
crescita è stata lenta ma costante.
Qualcuno ha definito la sezione cerialese dell’Unitre una “nicchia di cultura” ma io che la vivo ogni giorno, so che è molto,
molto di più. È l’Associazione in cui, Docenti, e Allievi credono,
riuscendo a trasformare la solidarietà in amicizia, dando collaborazione attiva e partecipe.
Questa è l’Unitre che mi piace e sono certa che con l’aiuto di
tutti, prendendoci per mano, continueremo il cammino iniziato
tanti anni fa perché molti ancora imparino a conoscerla ed
apprezzarla.
Noi a Ceriale ci stiamo provando.
Barbara Faccini
Evelina Lampugnani
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PROPOSTE DAI COMITATI
COMITATO GITE
COMITATO FESTEGGIAMENTI
Il Comitato “Gite” ha individuato due gite che ha presentato al
Consiglio Direttivo ottenendone il parere favorevole.
Si propongono, ora, all’attenzione dei soci i quali sono pregati
di fare sapere a questa Segreteria o al Comitato stesso le loro
eventuali adesioni.
Domenica 18 marzo: Port Grimaud e Saint Tropez.
(Gita – viaggio di istruzione voluta dal corso di Francese e di Arte)
Come ormai d’abitudine il giorno 8 marzo,
Festa della donna, si festeggia con un bel
pranzo che non solo è riservato a tutte le
donne, ma anche a tutti gli iscritti della
nostra Unitre che vogliono unirsi per trascorrere una giornata in compagnia e allegria.
Quest’anno si è deciso di ritrovarci alle ore 13
presso il “Ristorante Sport” di Cisano sul
Neva dove ci aspettano i nostri docenti del
corso di “Cucina Teorica” che siamo certi, ci
prepareranno un menù con i fiocchi.
Non occorre raccomandarvi di partecipare
numerosi, sarà una giornata allegra e spensierata.
Qui di seguito pubblichiamo il menù proposto con il relativo prezzo concordato.
Non rimane che aderire perché vi aspettiamo numerosi!!!
Il Comitato Festeggiamenti
Data da precisare (tra il 24 maggio e il 2 giugno)
Candelo in fiore e aurofodine romane
Gita sociale al Ricetto di Candelo (Biella), risalente al 1300,
costituito come deposito agricolo e rifugio in caso di guerra. La
visita, interessante in sé, si arricchisce in questi giorni per la
manifestazione “Candelo in fiore”
Nel pomeriggio, visita alle aurofodine romane, enorme pietraia,
residuo di lavatura di sabbie aurifere nella Bessa, vera e propria
miniera a cielo aperto e al connesso Museo dell’oro di Vermogno.
Il Comitato Gite
8 marzo: Festa della donna
L’8 marzo non è, come si
può pensare, una festa frivola,
ma una ricorrenza che ha un
forte significato “storico”.
Ricorda infatti il tragico episodio dell’incendio (Triangle
Factory Fire) di Boston del
1911, dove 146 operaie tessili
morirono intrappolate nell’interno della fabbrica. Quindi,
proprio perchè l’8 marzo non è
un giorno qualunque ma ci
riporta a questo tragico episodio e ci evidenzia il sacrificio e
lo sfruttamento di tante
donne, avvenuto ieri come
purtroppo avviene anche oggi,
voglio rivolgermi a tutte le
donne della nostra Associazione per un breve pensiero di
gratitudine più che per fare
scontati auguri.
Vi sono grato per l’infinità
di valori che sapete esprimere:
essere femminili ma anche
determinate, dolci e coraggiose, sognatrici e pratiche, comunque sempre fantastiche
ogni giorno dell’anno.
Ancora auguri e tanta gratitudine.
Un uomo non maschilista
Il Presidente
Gustavo Ravera
Siamo al 2° incontro con l’inserto che se vorrete
potrete raccogliere, così da poter realizzare un libro
sulla memoria storica dell’Unitre
Stanno arrivando molte comunicazioni
Ricordiamo i riferimenti:
tel. 339 8004283
mail: [email protected]
Aperitivo di vino:
Bianco Rustico di Cantina
Antipasti misti della casa
Primi Piatti:
Ravioli (prod. Propria)
ripieni di verdura e ricotta,
al burro salvia e pinoli
Tegame di melanzane
al pesto e formaggi
Secondi piatti:
Coniglio al forno con olive
Noce di vitello con crema di verdure
Contorni:
Carote e piselli
Dolce:
Tiramisù al caffè
Vini:
Dolcetto di Ovada
Bonarda Oltrepò Pavese
Acqua
Caffè
€ 20,00
… e dopo il PROLOGO
I° CAPITOLO
Iniziamo il primo capitolo con la poesia di Beppe Cameirana
(eletto rappresentante degli studenti 1994/97) perché ci trasmette il
vero significato e gli scopi principali della nostra Associazione:
Avrei potuto imparare molte cose nuove
ma non lo sapevo.
Avrei potuto salutare molte persone che incontravo
ma non lo sapevo.
Avrei potuto ridere e scherzare
ma non lo sapevo.
Avrei potuto tornare ragazzo
ma non lo sapevo.
Avrei potuto trovare nuovi entusiasmi
ma non lo sapevo.
Avrei potuto avere conforto nei momenti tristi
ma non lo sapevo.
Avrei potuto avere tanti veri amici
ma non lo sapevo.
Non lo sapevo.
Ora lo so:
Vado all’UNITRE
(dal libretto verde 1996/97)
Come detto nel prologo non terremo un ordine cronologico delle
cose, le nostre memorie saranno per argomenti; parliamo di quello
che l’Accademia di Umanità ha organizzato negli anni:
Le feste
Nel corso degli anni i vari membri dell’Accademia di Umanità
hanno organizzato le feste più svariate: non solo gli auguri di Natale
o la festa di chiusura dell’Anno Accademico ma anche la festa di
carnevale, la “festa della Donna” ed in date diverse l’inaugurazione delle varie sedi in cui via via ci spostavamo (ne parleremo più
avanti); e poi le gare di cucina con premi ai piatti più apprezzati, le
tombolissime etc. con tanta partecipazione e grande divertimento
per i soci.
“Ma non finiva tutto a tarallucci e vino” come scherzosamente
dicevamo perché ogni festa aveva uno scopo sociale “raccogliere
fondi per chi più aveva bisogno”.
L’amico Verrazzani, che tutti ricordiamo con tanto affetto, oltre a
collaborare per la buona riuscita della Festa degli Auguri prese contatto con l’Associazione Medici senza Frontiere e quell’anno il
ricavato della lotteria, i cui premi ci erano stati donati dalle varie
attività commerciali, contattate ed invogliate dagli organizzatori
dell’evento, andò a sostegno del volontariato in campo medico.
Per l’8 marzo, festa della donna, non ci potevamo limitare alla
mimosa, ad un pranzo sociale o ad un ballo quindi portiamo
l’esempio dell’anno in cui nel salone di Piazza S. Domenico, dopo i
brindisi e gli auguri, le Suorine indiane che alloggiavano presso
il Seminario di Albenga ci proiettarono alcune immagini delle
Missioni francescane in India e così, seguito dal cuore di tutti noi,
il contributo di quella festa raggiunse i bimbi Indiani bisognosi di
assistenza e cure.
Per l’ultimo anno del 20° secolo cosa si inventarono i “Nostri”
dell’Accademia di Umanità? “Il saluto di benvenuto alla Befana”
ultima del millennio: una festa di “saluto” al Nuovo Millennio.
A tutti venne regalato il segnalibro con la Befana sulla scopa realizzato da Pino Camoirano in esclusiva per l’UNITRE Ingauna.
Tra i presenti vi erano molti volontari dell’Unitre che si erano
alternati per tre giorni al banchetto per la vendita delle stelle di
Natale e durante la festa furono gratificati dalla presenza del
Presidente Nazionale dell’AIL Avvocato Sergio Bianchi di Genova
che venne per ritirare il tangibile incasso a favore dell’Associazione
Italiana Leucemie e per ringraziare calorosamente l’UNITRE tutta.
Le manifestazioni e gli spettacoli
Ricordiamo due importanti iniziative di apertura al sociale con
divertimento finalizzato alla raccolta fondi:
– Il concerto lirico del soprano Anna Maria Ottazzi presso il
Cinema Teatro Ambra di Albenga che con le generose offerte dei
presenti (iscritti e simpatizzanti UNITRE) ci permise di contribuire al viaggio della speranza di Matteo e Chiara: due fratellini
non vedenti che accompagnati dai genitori si sono recati in
America per un consulto di medici altamente specializzati in
campo oculistico.
– La presentazione da parte del Dott. Folco del libro di memorie su
“la Storia del Santa Corona”.
Il ricavato dei libri venduti si aggiunse al già raccolto per la realizzazione, in Santa Corona, di locali e di assistenza riservati ai
Parenti degli ammalati ricoverati che arrivavano a Pietra Ligure
da ogni parte d’Italia ed anche dall’estero.
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Circolare febbraio 2012