LE ST AGIO NI 2015 • 2016 CONSERVATORIO TEATRO VITTORIA +SPAZIOQUATTRO QUADRI DOMENICA 20 MARZO MARTEDÌ 22 +SpazioQuattro ORE 10.30-13.30 PROVE APERTE Conservatorio G. Verdi ORE 21 MARZO QUADRI Gli Archi dell’Orchestra Filarmonica di Torino Sergio Lamberto maestro concertatore Un delicato paesaggio cinese, la memoria di un viaggio in Svizzera, una mostra di quadri: tre immagini trasformate in musica per un concerto da guardare con le orecchie. Chen Yi (1953) Shuo (Initiate) per orchestra d’archi prima esecuzione italiana Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) Sinfonia n. 9 in do maggiore per archi “Schweizer” Grave Andante Scherzo con trio Allegro vivace Modest Musorgskij (1839 - 1881) Quadri da un’esposizione (trascrizione per archi di Robert G. Patterson) Promenade I. Lo gnomo Promenade II. Il vecchio castello Promenade III. Tuileries (litigio di fanciulli dopo il gioco) IV. Bydło Promenade V. Balletto dei pulcini nei loro gusci VI. Samuel Goldberg e Schmuyle VII. Limoges, il mercato (la grande notizia) VIII. Catacombe (sepolcro romano) - Con i morti in una lingua morta IX. La capanna sulle zampe di gallina (Baba Jaga) X. La grande porta di Kiev Chen Yi è nata nel 1953 a Canton, la terza città della Cina. Figlia di due fisici che coltivavano la passione per la musica classica occidentale, può essere considerata un caso esemplare della generazione cresciuta con il Libretto Rosso di Mao, giunta all’epoca della massima apertura verso il resto del mondo senza mai staccarsi del tutto dalle proprie tradizioni. Quando nel 1966 venne avviato il programma della Rivoluzione Culturale e la pratica della musica occidentale fu violentemente osteggiata, Chen Yi dovette continuare a studiare violino e pianoforte di nascosto, prima di essere inviata per due anni di “rieducazione” a lavorare come contadina. Riuscì però a mettere a frutto musicalmente anche quell’esperienza dedicandosi alla musica della tradizione cinese, così che al ritorno nella sua città venne ingaggiata da una compagnia dell’Opera di Pechino. Aveva solo 17 anni e alla riapertura dei Conservatori venne ammessa in quello di Pechino, dove fu la prima donna a diplomarsi in composizione, nel 1977. La formazione del Conservatorio era di tipo occidentale, ma includeva anche la musica di tradizione: «gli studenti di composizione» - ha raccontato Chen Yi - «dovevano seguire una quarantina di corsi nei quali imparavano a memoria le canzoni popolari di tutto il paese: provincie differenti, stili differenti, anche di gruppi minoritari. Bisognava saper cantare almeno due strofe in ciascun dialetto. E poi c’era l’opera, che includeva canto, recitazione, lavoro attoriale, trucco, maschere, costumi. Senza dimenticare gli strumenti cinesi a corda, a fiato o a percussione, che ci aspettava fossero sempre inseriti nelle nostre composizioni». Dopo il Conservatorio, e dopo altri due anni in campagna questa volta come ricercatrice etnomusicologica, Chen Yi ebbe il permesso di trasferirsi negli Stati Uniti, dove nel 1993 avrebbe ottenuto il titolo di dottorato in Musica presso la Columbia University. Con questa doppia esperienza alle spalle, Chen Yi ha creato una musica che inevitabilmente unisce due mondi. L’uso degli strumenti cinesi non è per lei una regola fissa o una ricetta alla quale si ricollega sistematicamente: «ho scritto musica per strumenti cinesi solisti, riuniti in piccoli gruppi e in formazioni orchestrali più grandi. Ho scritto per ensemble misti, per esempio per un quartetto composto da pipa, erhu, violoncello e percussioni. Ho anche composto concerti con strumenti cinesi solisti e orchestra occidentale, anche se più spesso uso l’orchestra classica per scrivere in stile cinese, per esempio indicando ai violinisti una diteggiatura diversa, che risale all’ehru, e che dà un suono differente». Shuo, brano del 1994, appartiene a quest’ultima categoria. È scritto infatti per orchestra d’archi ma fraseggio e armonia sono di colore inequivocabilmente diverso, con uno stile dichiaratamente paesaggistico influenzato dal linguaggio delle canzoni popolari delle regioni di montagna. Sebbene fin dal suo arrivo negli Stati Uniti avesse già visto eseguire una quindicina di sue opere, il termine scelto per tradurre la parola cinese “shuo”, Initiate, mostra come Chen Yi concepisse quest’opera come una sorta di nuovo inizio, il primo lavoro realizzato dopo il completamento degli studi e quindi, si potrebbe dire, la presa di possesso di una voce nuova. La stessa che Chen Yi ha continuato a sviluppare da allora, con tenacia, inventando un linguaggio che unisce le storie di civiltà lontane. Una vocazione paesaggistica si può trovare anche al fondo di molte composizioni di Felix Mendelssohn, autore che per raccontare in musica le sue impressioni di viaggio ha cercato di elaborare un linguaggio descrittivo e narrativo senza dover ricorrere, però, a effetti di maniera. Basterebbe pensare alla Sinfonia n. 3, detta Scozzese, i cui primi abbozzi risalgono al 1829, oppure all’Ouverture Le Ebridi, del 1830, o ancora alla Sinfonia n. 4, detta Italiana, la prima versione della quale fu terminata nel 1833. Già tempo prima, quando era ancora un ragazzo, Mendelssohn aveva riportato da un viaggio Svizzera compiuto insieme alla sua famiglia un bagaglio di impressioni visive e sonore sufficienti per il materiale di una Sinfonia in do maggiore, la n. 9 all’interno di un gruppi di dodici sinfonie per orchestra d’archi scritte fra gli undici e i quattordici anni d’età, cioè fra il 1821 e il 1823. È in particolare nel terzo movimento, lo Scherzo con Trio da lui stesso intitolato Suisse, che si può riconoscere l’eco del canto popolare delle valli e delle montagne svizzere, collocato da Mendelssohn in un organismo sinfonico equilibratissimo tanto dal punto di vista formale quanto da quello della ricerca sonora. Fin da un lavoro così precoce, che impressiona per la ricchezza dell’inventiva e la grazia dell’equilibrio sonoro, la musica di Mendelssohn cerca nell’esperienza del viaggio un’apertura verso il “fuori” del mondo e una sorta di prova per la formazione dell’anima, come si potrebbe dire usando un motto di Robert Browning, lo scrittore e drammaturgo inglese che di Mendelssohn era quasi coetaneo: I go to prove my soul. La mostra dei disegni e degli acquerelli dell’architetto russo Victor Hartmann che diede origine ai Quadri da un’esposizione di Modest Musorgskij conteneva, a sua volta, paesaggi reali e immaginari, epici e fiabeschi, evocati dalla musica lungo il percorso ideale di un visitatore che li collega con i passi delle sue promenades. Musorsgkij li compose nel 1874, cioè a ridosso della mostra organizzata a San Pietroburgo in memoria di Hartmann, la cui morte improvvisa, l’anno prima, aveva colpito tutto l’ambiente degli artisti della corrente nazionalista. L’originaria versione per pianoforte, d’altra parte, vanta il singolare primato di essere stata arrangiata in quasi 150 versioni diverse, una trentina delle quali per orchestra. Trascrizioni, orchestrazioni e riusi spaziano dalla fedeltà alla libertà più disinvolta. L’orchestrazione di Maurice Ravel, meravigliosa, realizzata nel 1922, non è stata la prima, anticipata da quelle del georgiano Mikhail Tushmalov nel 1886 e di Henry Wood, storico direttore dei Proms londinesi, nel 1915. E la versione rock del gruppo inglese Emerson Lake & Palmer, incisa nel 1971, era stata anche anticipata in un terreno non classico da quelle per orchestra jazz di due autori americani noti per le colonne sonore cinematografiche e televisive: Ralhp Burns e Allyn Ferguson. I Quadri da un’esposizione sono perciò diventati qualcosa di differente da un “testo” da rispettare alla lettera, come accade di solito nell’interpretazione del repertorio classico, ma sono la matrice generativa di un campo di esperienze musicali differenti di cui fa parte anche la versione per orchestra d’archi del compositore americano Robert G. Patterson, originario del Tennessee, nato nel 1970 e influenzato, nella sua musica, da una forma di paesaggismo musicale che egli stesso definisce «ecologico». Stefano Catucci Frutto del lavoro appassionato e costante di Sergio Lamberto, primo violino dell’Oft e animatore indiscusso della formazione, gli Archi dell’Orchestra Filarmonica di Torino hanno ormai raggiunto una meritata autonomia, pur senza venir meno al loro ruolo di cuore pulsante dell’intera orchestra. I solisti con i quali hanno collaborato, il pubblico e la critica riconoscono nelle loro esecuzioni la fondamentale attenzione al dettaglio, ma anche l’allegria e la partecipazione emotiva che caratterizza ogni concerto, segno tangibile del piacere che ogni membro del gruppo prova nel fare musica. Gli Archi dell’Orchestra Filarmonica hanno suonato, oltre che a Torino, in numerosi centri italiani ed esteri, insieme a solisti come Anna Kravtchenko, Giampaolo Pretto, Chloë Hanslip, Leticia Moreno, Liza Ferschtman, Mihaela Martin, David Geringas, Isabelle van Keulen, Robert Cohen, Filipp Kopachevsky, Filippo Gamba, Emanuele Arciuli, Enrico Bronzi, Simonide Braconi, Giuseppe Albanese, Andrea Rebaudengo, Philippe Graffin, Ula Ulijona Zebriunaite, Ivano Battiston, Francesca Dego, Francesca Leonardi, Suyoen Kim, Gilad Harel, Alexander Chaushian, Vincent Beer-Demander, Paolo Grazia. Sergio Lamberto è stato primo violino solista dell’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano, dell’Orchestra da Camera di Torino, dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese e dal 1991 ricopre lo stesso ruolo nell’Orchestra Filarmonica di Torino. È il violinista del Trio di Torino, con cui ha vinto il primo premio di musica da camera al Concorso Internazionale “Viotti” di Vercelli nel 1990, il secondo premio all’International Chamber Music Competition di Osaka e al Concorso Internazionale di Trapani. È primo violino concertatore de Gli Archi dell’Orchestra Filarmonica di Torino, formazione con la quale ha tenuto concerti nelle più prestigiose sedi concertistiche italiane, collaborando con solisti di fama internazionale. Dal 1982 è docente di violino presso il Conservatorio di Torino. Ricopre il ruolo di preparatore dei primi violini presso l’Orchestra Giovanile Italiana a Fiesole e dal settembre 2013, su invito di Enrico Dindo, collabora con I Solisti di Pavia nel ruolo di primo violino. Devolvi il 5xMille dell’Irpef all’Orchestra Filarmonica di Torino: ora puoi! La Legge finanziaria 296/06 ha previsto la possibilità per il contribuente di devolvere il 5xMille dell’IRPEF anche a beneficio dei teatri e delle istituzioni culturali come l’Associazione Orchestra Filarmonica di Torino. L’Oft è infatti adesso un’Associazione riconosciuta senza scopo di lucro iscritta in data 19.03.14 al n. 1152 del Registro Regionale centralizzato provvisorio delle Persone Giuridiche, di cui alla DGR n. 39-2648 del 02.04.2001. È semplice! Basta riportare la propria firma nell’apposito riquadro dei modelli di dichiarazione dei redditi indicando CODICE FISCALE 97591360017 La destinazione del 5xMille non è alternativa a quella dell’8xMille e non ha alcun costo per il contribuente. PROSSIMO CONCERTO martedì 19 aprile 2016 Torino, Conservatorio “G. Verdi” ore 21 Orchestra Filarmonica di Torino Micha Hamel direttore Ronald Brautigam pianoforte Musiche di Haydn, Beamish, Mozart Il concerto sarà preceduto alle ore 18.00 da una ”conversazione a quattro“ tra Sally Beamish, Nicola Campogrande, Andrea Malvano e Alberto Rizzuti. mood-design.it Stampa: Agit Mariogros Industrie Grafiche S.r.l. Con il patrocinio di Con il sostegno di Con il contributo di Fornitori ufficiali www.oft.it L’INIZIATIVA SI SVOLGE IN SEDI PRIVE DI BARRIERE ARCHITETTONICHE