FONDAZIONE CRISTOFORO COLOMBO PER LE LIBERTA’ Poesia nuvole e cavalieri jedi Alessandro Rivali Agosto 2012 Gli abstract di Caravella.eu Poesia nuvole e cavalieri jedi 2012 Poesia & speranza Eppure la poesia ha dato prova di estrema vitalità proprio in tempi difficili. E non solo quando pazienti monaci ricopiavano codici nell’Europa dilaniata dal ferro. Prendendo a prestito un’intuizione di Henry Miller, si potrebbe dire che sì, è vero che la poesia è totalmente inutile, però, come la religione, serve forse a spiegare il senso della vita. I poeti non possono abdicare alla propria vocazione, neppure quando lo scenario è soffocante e l’assedio non è quello delle cotte di maglia, ma della superficialità. La poesia, per la vita dei poeti, è un marchio a fuoco come ricordava il visionario (e oggi forse trascurato) Dylan Thomas: «Non puoi abbandonare la poesia. Può darsi che lei rinunci a te, ma tu non la puoi abbandonare. Ti insegue sempre, senza posa...» (Per chi volesse sapere qualcosa della sua sregolatissima vita è imperdibile la monografia di Paul Ferris: Dylan Thomas ‐ Essere un poeta e vivere di astuzia e di birra, Mattioli 1885, Fidenza 2006). Alcuni anni fa Roberto Galaverni pubblicò un delizioso libretto in cui paragonava il poeta al «cavaliere Jedi» di Star Wars. Era un’immagine audace, provocatoria, ma per molti aspetti calzante: «Anche il poeta quando si trova nel pieno della sua azione creativa, conduce una battaglia contro quella cosa che nella serie cinematografica viene chiamata Impero, ma a cui si potrebbero dare anche nomi diversi. Soprattutto, ogni poeta autenticamente impegnato conosce assai bene per esperienza – un’esperienza che può essere intesa anche come immaginazione, come sogno o come speranza – l’idea di qualcosa da difendere. E appunto questo “qualcosa” costituisce più di ogni altro orizzonte primo e ultimo della poesia, a cui tante volte i poeti hanno dato anche il nome di memoria. Di questo orizzonte di giustizia, di questa promessa di salvezza la poesia è sempre in qualche misura la testimonianza e la dichiarazione; da lì deriva la sua forza, che è di critica e di cambiamento proprio perché, ancor prima, di presenza vitale e di realtà. La forza poetica difende sempre. Per questo la realtà della poesia è affermativa: passa attraverso la via dell’essere, di quello che prima di tutto è. Non diversamente, il poeta è un cavaliere Jedi perché combatte contro l’Impero, vale a dire contro tutto quello che ha a che vedere con il male, con la morte e con l’irrealtà». La poesia è territorio di libertà. Una città del sogno, insegna Ezra Pound nei Pisan Cantos. La poesia è una città che svetta dopo una lunga traversata nei deserti, come Lhasa, il «trono di Dio», la città tibetana a 3.650 metri di altitudine nella valle del Kyi Chu, per secoli meta desiderata e inviolabile per i viaggiatori europei. Nel secolo scorso, definito dallo sfortunato Mandelstam il secolo «cane lupo», ci sono stati innumerevoli poeti diventati alfieri della libertà con la propria ricerca. E in palio c’era qualcosa di ben più pericoloso della mancanza di visibilità o di un’audience ristretta. In questo senso basterebbe rileggere gli scritti di Joseph Brodskij, poeta dell’esilio per eccellenza, o almeno le sue risposte al tribunale che, dopo avergli chiesto chi gli avesse dato la patente di poeta e dopo la farsa del processo, lo condannò a quell’ospedale psichiatrico che gli minò la salute per sempre. La poetessa russa Olga Sedakova (Mosca 1949) ha ricordato che sotto il regime sovietico la poesia 1 Poesia nuvole e cavalieri jedi 2012 placava la sete di verità delle persone. Si cercava in modo spasmodico la poesia «autentica», non quella ufficiale. Il suo caso ebbe minore risonanza mediatica rispetto a Brodskij, ma anche lei ebbe in sorte il manicomio e le scosse dell’elettroshock. Ecco come ha descritto la sua vita da poetessa clandestina e da ex enfant prodige della letteratura russa: «Le mie poesie iniziarono a circolare in samizdat. Si facevano centinaia e centinaia di copie in clandestinità. Non ero io che le facevo circolare, ma i miei lettori. Ogni lettore faceva cinque copie con la macchina per scrivere e la carta carbone. Erano migliaia di libri che si diffondevano in quella che chiamavamo la “tiratura proibita”. Un altro modo per far conoscere il mio lavoro era quello di leggere in pubblico. Si trattava di letture in case private e in atelier di artisti. Non c’era la minima forma di promozione, eppure c’era molta gente che veniva ad ascoltare. C’erano anche delle spie che s’infiltravano, era pericoloso, ma noi cercavamo di non pensarci. Tutto questo movimento di autori “inediti” era stato ribattezzato “Seconda cultura”, in opposizione a quella ufficiale». Una potente metafora del rapporto tra poesia e libertà è offerto dalla splendida pellicola tedesca Le vite degli altri (2006) scritta e diretta da Florian Henckel von Donnersmarck e vincitrice dell’Oscar per il miglior film straniero. Siamo a Berlino nell’autunno del 1984. La capitale tedesca vive in un’asfissiante carenza di libertà e sotto l’incubo della Stasi, la temuta polizia del Ministero per la sicurezza di Stato. A uno dei suoi «migliori» aguzzini (un torturatore freddo e implacabile) viene assegnato il compito di controllare un drammaturgo considerato «pericoloso» dal punto di vista ideologico, anche per i numerosi contatti con l’Europa occidentale. Nel corso del film il poliziotto subirà una profonda trasformazione. Dopo aver «auscultato» (con cimici e altre apparecchiature tipiche dello spionaggio) per giorni e giorni la vita dello scrittore, il poliziotto inizierà a chiedersi il senso della propria vita. Assisterà a un vero e proprio risveglio della coscienza. In una delle scene più toccanti, quell’uomo glaciale si introdurrà in casa dello scrittore per sottrargli le poesie di Berthold Brecht. Questa può essere la forza della poesia: un carceriere che «immagazzinava» gli odori dei prigionieri per farli scovare dai cani in futuro, si lascia fessurare l’anima dalla bellezza e a tal punto che, alla fine, sarà capace di sacrificare la propria vita al posto della vittima designata. Certo, si tratta di un film, ma si potrebbero ricordare anche le verissime lettere di Varlam Salamov che a Boris Pasternak confidava di resistere agli orrori della ghiacciaia della Kolyma, «dove lo sputo si ghiaccia prima di arrivare a terra», per la speranza di poter riprendere anche solo una matita per scrivere dei versi. In questo meraviglioso (e straziante) carteggio scriveva tra l’altro: «Il compito della poesia è il perfezionamento morale dell’uomo. [...] Dagli scrittori si impara a vivere. Essi ci mostrano che cosa è bene, che cosa è male, ci spaventano, impediscono alla nostra anima di impantanarsi negli angoli oscuri della vita». I Racconti della Kolyma sono una cartografia del dolore, un viaggio nell’abisso e nella rabbia. Eppure, in quei brevi racconti si tocca il miracolo della catarsi. L’orrore lascia spazio alla misericordia. Chi chiude le pagine dei racconti formula un proposito immediato e forse inconsapevole: 2 Poesia nuvole e cavalieri jedi 2012 «Mai più tanta crudeltà, mai più...». La grande poesia è ancorata alla vita. Dicono che nell’estate del 1945 Ezra Pound chiuso nella gabbia di Pisa, accecato dai riflettori e cotto dal sole estivo abbia meditato il suicidio, magari strisciando i polsi sul filo spinato che circondava la sua prigione. Eppure per lui fu più forte la bellezza. L’incanto della natura. Poterne scrivere. Poterla cantare. Poterla inserire nel suo grande poema incompiuto. La contemplazione vinse sulla seduzione della morte: «E c’era odore di menta fra i lembi pendenti della tenda / specie dopo la pioggia / e un bue bianco sulla strada di Pisa / quasi volto verso la torre, / pecore nere nella piazza d’armi e nei giorni piovosi eran nubi / nelle montagne come sotto i posti di guardia. / Una lucertola mi sostenne / gli uccelli selvatici non mangiavano il pane bianco / da M. Taishan fino al tramonto / Dalla pietra di Carrara fino alla torre / e in questo giorno l’aria si aprì / al Kuanon di tutte le delizie... ». E chissà che l’Ungaretti che tutti conoscono (quello di «m’illumino d’immenso» amato dagli studenti per la poesia più breve del mondo...) non sia stato animato da un sentimento simile di amore alla vita. Anche lui scriveva su scampoli di carta. Il suo inferno era il San Michele: la montagna butterata dai mortai. Il suo inferno era la carneficina della Prima guerra mondiale. In quel buio accecante continuava ad agitarsi la fiamma della poesia: «Un’intera nottata / Buttato vicino / A un compagno / Massacrato / Con la bocca / Digrignata / Volta al plenilunio / Con la congestione / Delle sue mani / Penetrata / Nel mio silenzio / Ho scritto / Lettere piene d’amore / Non sono mai stato / Tanto / Attaccato alla vita». Sulla Cima Quattro era l’antivigilia di Natale del 1915. Poesia & verità Al poeta è chiesto di essere autentico, di porsi di fronte ai nodi dell’esistenza con la stessa radicalità con cui Gilgamesh, dopo la morte del fraterno Enkidu, interrogava Utnapishtim sopravvissuto al Diluvio, o di avere l’arsura di Giobbe che seduto sulla cenere interrogava il cielo per cercare un senso al dolore del giusto. Il poeta autentico, come Gilgamesh, ha mangiato le foglie dell’albero dell’inquietudine. È il viaggiatore che non vuole morire. I versi dell’epopea babilonese incisi su screpolate tavolette d’argilla hanno migliaia di anni e sembrano scritte ieri: «L’umanità è recisa come canne in un canneto. / Sia il giovane nobile, come la giovane nobile / Sono preda della morte. / Eppure nessuno vede la morte, / nessuno vede la faccia della morte » (a proposito di canneti: sarebbe fruttuoso tor‐nare a scoprire la prosa arsa delle Canne al vento della Deledda...). Il poeta non si accontenta di «leggere» il mondo: vuole interpretarlo; come Gilgamesh vuole «vedere ogni cosa rendendosi esperto di tutto», vuole «percorrere vie lontane» e «incidere le sue fatiche su una stele di pietra». In un tempo di svalutazione e ipertrofia della parola, al poeta è chiesta una parola che sia segno di verità. Il poeta deve credere alla potenza della parola. Nella liturgia cattolica la celebrazione della 3 Poesia nuvole e cavalieri jedi 2012 Veglia di Pasqua è introdotta dall’Exultet, un suggestivo componimento antecedente al IV secolo in cui si racconta il trionfo della grazia sulle tenebre: «Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno, / e sarà fonte di luce per la mia delizia. / Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, / lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, / la gioia agli afflitti. / Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, / promuove la concordia e la pace...». Ecco, con i dovuti distinguo, la vera poesia è fonte di luce, che può risplendere nelle tenebre siano queste le lande congestionate della Kolyma o i deserti relazionali dell’uomo digitale. E verrebbe da aggiungere la vera poesia «piega la durezza dei potenti», basterebbe pensare alla forza del teatro rapsodico di Karol Wojtyla o alla drammaturgia di Václav Havel. Naturalmente non esiste solo la dimensione «eroica» della poesia. È solo una lettura possibile e senz’altro non esaustiva. La poesia passa anche e naturalmente per l’infinitamente piccolo e quotidiano. Il poeta sa fermare il tempo raccontando un’epica battaglia come la tenerezza di una scena famigliare e il piccolo Astianatte che si spaventa per il cimiero di Ettore. Poesia & contemplazione Lo sguardo del poeta è un obiettivo di ultimissima generazione che mette a fuoco i dettagli con una precisione fuori dell’ordinario. Ha le chiavi della macchina del tempo per scrutare il passato più remoto e il futuro più lontano. Lo sguardo del poeta è un sonar che perlustra i fondali del cuore. Sa parlare in prima persona, perché il 90% della grande poesia è scritto in prima persona, almeno secondo Pound, oppure sa estraniarsi del tutto da sé, diventando un altro, come insegnava Rimbaud a Georges Izambard nella nota lettera E.O. Hoppé del 13 maggio 1871: «Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente... io mi sono riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia. È falso dire: Io penso: si dovrebbe dire io sono pensato... Io è un altro». Dal poeta Giampiero Neri (Erba 1927)12 ho imparato quanta verità ci possa essere in un brevissimo cammeo, in un’immagine, in una tessera di memoria. Dante sapeva chiudere l’avventura umana e spirituale di un uomo in un pugno di versi. Gli esempi sono infiniti, qui basti citare quelli che sigillano l’attività dell’eremita Pier Damiani, «spirito contemplativo» del Paradiso, che in vita si chiuse nell’abbazia di Fonte Avellana: «Quivi al servigio di Dio mi fe’ sì fermo, che pur con cibi di liquor d’ulivi lievemente passava caldi e geli, contento ne’ pensier contemplativi». Poesia è anche contemplazione dell’infinitamente piccolo. In questa prospettiva è stata felice quest’anno la scelta dell’Accademia di Svezia di assegnare il Nobel a un poeta (dopo 16 di lunghissima assenza): Tomas Tranströmer (Stoccolma 1931) è uomo dalla scrittura paziente, esatta, trasparente, come un codice miniato, un «oscuro cristallo» che s’innesta nella tradizione della poesia europea con un forte debito nei confronti del correlativo oggettivo di T.S. Eliot. La poesia è anche questione di sguardo. Di recente ho assistito a un emozionante spettacolo al Planetario di Milano, il più importante «teatro stellare» italiano. 4 Poesia nuvole e cavalieri jedi 2012 La conferenza era sulla Via Lattea, «dal mito alla realtà». Il relatore ha raccomandato, fino all’esasperazione, di non accendere nessun tipo di luce, in particolare dei cellulari, per evitare «inquinamenti luminosi». Solo al buio completo lo spettacolo si sarebbe apprezzato nella sua magnificenza. Un favoloso arazzo di astri senza numero. E, in mezzo, la scia nebulosa della Via Lattea. Hanno poi proiettato una fotografia strepitosa. Il fotografo si era collocato con una canoa al centro di un lago tra i bo‐schi. Poteva essere uno scenario canadese. Era riuscito a catturare la Via Lattea che si specchiava sulle trasparenze dell’acqua. Sembrava di poter toccare i suoi fumi, i suoi addensamenti e, addirittura, i suoi colori. Per guardare con nitidezza le stelle bisogna sfuggire dall’accecamento luminoso. Cercare silenzi e solitudini, strade meno battute. Succede così anche ai poeti. In un mondo così esasperatamente funzionale, che insegue la prestazione dell’always on, il poeta cerca l’avventura del silenzio (e non solo quello esterno) e quella, rubando un’espressione ad Antonio Riccardi, della «veglia interna». Il poeta è un contemplativo. Se chi scrive saprà allontanarsi dal continuo surfing dell’anima, da quell’accidia che rende incostanti a tutto, potrà guardare il cielo in modo più nitido. Saprà contare le stelle, scoprirne di nuove, nominarle, e inventare magiche geometrie. Ammirare, per esempio, la Via Lattea, sognare che questa sia un fiume combusto dal fuoco causato dall’imperizia di Fetonte a guidare il carro di suo padre Zeus, oppure un lento corso d’acqua che trasporta i morti verso casa (secondo un’antica leggenda delle tribù indiane dell’America del Nord, ma anche della Polinesia), o che separi due giovani amanti (secondo una parallela leggenda cinese)13. In questa via di contemplazione possono aiutare i classici (forse non c’è mai stata una tale urgenza di leggere i classici...) o quei «maestri di vita» che alzano i cuori alle stelle. L’amicizia con i poeti è un bene relazionale raro e intenso. La storia della letteratura è stata anche storia di amicizie intrecciate. Di giganti appoggiati sulle spalle di altri giganti. Pound andò a scuola (facendo da segretario) da Yeats. E a sua volta diventò miglior fabbro di Eliot, Hemingway, Joyce, William Carlos Williams e di una moltitudine di altri, che a loro volta fecero (chi più, chi meno) scuola (più o meno buona). È vero che oggi il mercato editoriale è disattento nei confronti della poesia. Sembra che sia impossibile che ci sia stato un tempo, gli anni Settanta del secolo scorso, il cui le grandi case editrici investivano sui giovani e scommettevano sugli esordienti (molto ambiti invece per la narrativa young adult). Eppure sotto questo aspetto indubbiamente negativo, si può rilevare che ai poeti è concessa la massima libertà d’espressione. È vero che c’è poco mercato, ma è anche vero che il mercato non condiziona la poetica. Agli autori di fiction spesso, tacitamente o no, vengono imposti criteri di «produzione». Romanzi che non superino le 200 pagine, con trama semplice, possibilmente drogata da action, e un uncino emozionale che faccia presa non alla prima pagina, ma alla prima riga. Chissà, forse Tolstoj e Dostoevskij sarebbero stati presi a pedate. La poesia, con il suo alto tasso «calorico», come ricorda Ludmila Ulitskaja, va per altri sentieri. Ferrate d’alta montagna dove si possano contemplare le 5 Poesia nuvole e cavalieri jedi 2012 stelle, «interminati spazi», «sovrumani silenzi» e «profondissima quiete». In questo senso è interessante notare in Italia alcuni esperimenti di ritorno all’epica o al tentativo di racconto in poesia sotto la forma del poemetto (che parola orribile). Era una strada abbandonata da tempo. Si potrebbero segnalare le ricerche di Roberto Mussapi (Antartide, ma anche la più recente Veneziana contenuta ne La stoffa dell’ombra e delle cose), Federico Italiano (L’invasione dei granchi giganti), Vincenzo Frungillo (Ogni cinque bracciate); Davide Brullo (Annali), Italo Testa (La divisione della gioia), mentre sul versante straniero si possono ricordare Derek Walcott (Omeros, ma anche Prima luce, il poema dedicato alla madre scomparsa), Les Murray (Freddy Nettuno), e lo statunitense (e innamorato dell’Italia) Charles Wright (Crepuscolo americano). In apertura ci si chiedeva: «È ancora possibile scrivere poesia oggi?». La risposta è: sì, l’avventura, il viaggio è possibile, ma non certo facile. Ci sono secche, scogli affioranti e nuove rotte da tracciare. E c’è bisogno di molta audacia, la stessa degli antichi naviganti. Del resto Lawrence Ferlinghetti ci ha insegnato che il poeta «è un barbaro sovversivo alle porte della città». È lo stesso Ferlinghetti che nel poema Americus ci ha lasciato delle bellissime definizioni di poesia. Ci aiutano a intuirne la bellezza e il richiamo, anche se forse ci sfuggirà sempre la sua essenza: perché la poesia «è la luce in fondo al tunnel e il buio dentro il tunnel», «è ciò che esclameremmo se ci risvegliassimo in una selva oscura nel mezzo del cammino di nostra vita», è «un parafulmine che trasmette epifanie...». Tratto da «Studi Cattolici», agosto 2012 6 
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