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direttore
simone siliani
redazione
gianni biagi, sara chiarello, aldo
frangioni, rosaclelia ganzerli,
michele morrocchi, barbara setti
progetto grafico
emiliano bacci
Con la cultura
non si mangia
N° 10
Per noi la sinistra è storia e valori,
certo, è Berlinguer e Mandela,
Dossetti e Langer, La Pira e
Kennedy, Calamandrei e Gandhi
1
Io credo che a questo mondo
esista solo una grande chiesa che
passa da Che Guevara e arriva
fino a madre Teresa, passando da
Malcom X attraverso Gandhi e San
Patrignano arriva da un prete in
periferia che va avanti nonostante
il Vaticano
Jovanottismo malattia infantile del renzismo
editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012
Da non
saltare
Gianni Biagi
g,[email protected]
di
M
29
novembre
2014
pag. 2
Campana
eil paesaggio
atteo Meschiari, antropologo e scrittore. Scrittore
militante per la difesa
dell’ambiente, traduttore e divulgatore culturale, autore di poesia
e narrativa, ha insegnato nelle
Università di Lione, Avignone
e Lille in Francia e dal 2008
insegna Antropologia culturale e
Antropologia del paesaggio all’Università di Palermo. Dal 1990
svolge ricerche sul paesaggio in
arte, letteratura, etnologia e geografia. Ha contribuito allo studio
del concetto di paesaggio nella
storia delle idee, nell’antropologia
culturale, nelle scienze cognitive
e in filosofia. E’ in particolare
impegnato nella divulgazione in
Italia della Landscape Anthropology anglosassone.
Caro professore lei ha tenuto recentemente una conferenza sul lavoro
di Dino Campana. La conferenza
si è svolta nell’ambito delle iniziative organizzate da Teatro Studio
Krypton di Scandicci per il centenario della pubblicazione dei Canti
Orfici. Il titolo della sua conferenza, che si è tenuta alla chiesa di
Santa Verdiana in collaborazione
con il Dipartimento di Architettura
dell’Università di Firenze, era Una
nuova melodia selvaggia con il sottotitolo Geografie Campaniane. Lei
ha scritto, alcuni anni fa, per i tipi
di Liguori un libro importante su
Dino Campana: Dino Campana.
Formazione del paesaggio. La tesi
di fondo del libro è che il paesaggio
e la sua descrizione sono la struttura
portante del libro unico di Campana, i Canti Orfici appunto. Nella
sua premessa lei scrive: «Pochi libri
sono così vasti, così geograficamente
vasti nello spazio e nel movimento
da essere una dichiarazione non
poetica, ma di paesaggio». In questa
frase c’è credo il senso del libro. Si
parla di spazio, di movimento, di
vastità.
Quale è stato l’avvio di questa sua
riflessione su Campana?
Da vari anni riflettevo sul paesaggio ed ero attratto in modo
particolare da quegli autori che
non si limitano a inserire frammenti di paesaggio nei loro testi,
un po’ come intarsi contemplativi
distribuiti qua e là nell’opera,
ma che, come diceva Calvino,
cercano di “tradurre il paesaggio
in ragionamento”. Presto mi sono
reso conto che esistono testi con
paesaggio, testi di paesaggio e
“testi-paesaggio”. Gli ultimi sono
quelli che m’interessano, perché
usano il paesaggio come matrice
strutturante, come funzione letteraria. Nella mia interpretazione
i Canti Orfici sono uno di quei
testi, paesaggistico a tutti i livelli,
nella struttura, negli enunciati,
perfino nella sintassi che, secondo
me, riproduce una fenomenologia
dello sguardo, un modo di vedere
che è proprio di chi i paesaggi li
ha frequentati veramente. Non
panorami estatici collocati sullo
sfondo, in secondo piano, ma
spazi complessi, attraversati con il
corpo, vissuti in prima persona.
Campana è un viaggiatore, anzi,
un camminatore. Lui parla del
paesaggio che vede chi cammina.
C’è un rapporto diretto fra il movi-
mento del cammino e quello dello
sguardo? Fra il piede e l’occhio?
Un modo di percezione diverso?
È questa la singolarità del testo di
Campana e del suo racconto del
paesaggio?
Il problema fondamentale nella
nostra percezione del paesaggio è
che siamo portatori di una temporalità troppo umana, se messa
a confronto con i tempi geologici della Terra. In altre parole,
vediamo immobile ciò che di
fatto si muove: i ghiacciai in lenta
discesa, le migrazioni vegetali, l’orogenesi. Un po’ come nel dilemma geografico che accompagna
la storia culturale dell’Occidente,
pensare una terra rotonda che
invece ci sembra piatta, allo stesso
modo percepiamo e rappresentiamo i paesaggi come immobili
quando invece si muovono. Ora,
un uomo che cammina, che vede
le cose in movimento perché sta
camminando, è come se prestasse
al paesaggio un supplemento di
vita, gli trasmette un impulso,
imprime ad alberi rocce terreni
il proprio dinamismo. Molti
autori descrivono paesaggi statici,
cristallizzati, imbalsamati, altri
cercano di rendere la complessità
dinamica della percezione propria
di uno sguardo in movimento,
e questo muove dall’interno i
luoghi scritti. Campana è uno di
questi autori-camminanti.
Chi cammina condivide necessariamente il paesaggio. Lo condivide nel
senso che lo attraversa anche. Non è
lo sguardo da altrove. È lo sguardo da dentro. Condividere e non
contemplare. Anche uno sguardo
al di dentro del proprio io. C’è in
Campana una lettura del paesaggio
interno oltre che di quello esterno?
Passeggiare per costruire paesaggi
interiori?
Il concetto di “paesaggio dell’anima” accompagna la riflessione
sul paesaggio dal tempo in cui i
pittori del Quattro e Cinquecento hanno cominciato a usare e
a diffondere la parola (landskip,
landscape, paysage, paesaggio) in
un’accezione puramente estetica.
Già allora il paesaggio non era più
un terreno sotto i piedi ma una
mera immagine, e le immagini,
lo sappiamo bene, sono contenitori che possiamo riempire come
ci pare. La mente dell’uomo è
fatta così: ipotizza sempre un
messaggio nascosto, interroga le
cose senza sosta, cerca la polpa
dietro la buccia. Ma non sempre
la polpa c’è, e non tutti sono
interessati a portarla in luce. Dino
Campana, ad esempio, è attratto
dal mistero, ma non vuole esplicitarlo, vuole che agisca nella vita
dell’uomo con la sua forza not-
Da non
saltare
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turna, prelogica, prelinguistica.
Se Campana costruisce paesaggi
interiori è forse in questo senso:
non paesaggi che aiutano a chiarire una visione del mondo, non
paesaggi-risposta, ma paesaggi che
approfondiscono le domande, che
le rendono più oscure e risonanti.
Quello che mi ha sempre stupito
di Campana è che è uno dei
pochissimi autori italiani, forse
l’unico, che ha abbozzato una
riflessione intuitiva sulla selvatichezza, quella che gli Americani
chiamano wilderness: luoghi dove
il senso non si svela, dove l’uomo
culturale è messo in crisi, e dove
l’accesso è consentito solo a chi è
disposto a perdersi, a spogliarsi di
una natura troppo umana.
Nella presentazione del film su
Dino Campana, girato in “super8”
nel 1974 da Marco Moretti, l’autore ha detto che Campana introduce
«i colori nella poesia». Nel senso,
credo, che Campana racconta un
paesaggio totale, fatto di sensazioni,
di emozioni e non solo d’immagini.
È anche una sua sensazione?
Certo. Si potrebbe parlare in questo senso di paesaggio dinamico,
multisensoriale, sinestesico. La
lingua di Campana non si accontenta di registrare il fenomeno,
vuole riprodurlo, e la visione è
un elemento portante ma non
esclusivo. Pensiamo al lavoro
fonostilistico, alla parola-suono, o
alla sintassi, che con riprese, salti,
vuoti, tagli, ellissi, avvicinamenti
asintotici, montaggi bruschi o
morbidi tenta di ricreare un’esperienza cognitiva, diventa una
strategia per fare entrare il lettore
in un flusso dinamico, narrativo.
Campana conosceva il cinema.
Certamente introduce «i colori
nella poesia», ma io direi anche
che ci ha messo movimento,
tensione muscolare, rumore, e
l’universo tattile, la grana sotto
le dita.
I percorsi di Campana per l’Appennino, verso la Verna ad esempio,
sono oggetto di attenzione da parte
delle amministrazioni pubbli-
Intervista
a Matteo Meschiari
Una mostra per i 100 anni
dei Canti Orfici
Attorno al manoscritto proto-orfico “Il più lungo giorno”, si è
inaugurata, giovedì 27 novembre, la mostra “Dino Campana.
Canti Orfici 1914-2014”, nella
più campaniano delle biblioteche
fiorentine, la Marucelliuana.
Manoscritti, documenti, libri
(tutti quelli di Dino e alcune,
preziosissime, copie dell’edizione del 1914, come quella che
Dino regalò a Sibilla Aleramo
nel 1916), immagini curata con
che quasi a voler ipotizzare un
“Appenino campaniano”. Percorsi
che portano a ripercorrere la strada
di Campana con gli occhi di oggi,
con occhi diversi, per comprendere
anche l’opera. Sarà utile?
I parchi letterari, i percorsi
reperiti e ridisegnati nei luoghi
reali fissati dallo sguardo di un
autore, dalle pagine di un libro,
sono un’esperienza suggestiva e
al tempo stesso fragile, in balìa di
maestria da Francesca Castellano.
La parte editoriale è senz’altro
quella più completa e interessante:
appunto, le edizioni dei Canti
Orfici dal 1914 ad oggi, gli scritti
su Campana e le monografie suil
poeta marradese. E il manoscritto
“Il più lunghi giorno”, con la sua
storia di spargimenti, ritrovamenti, dolore, rabbia, è il “pezzo” più
emozionante. Il catalogo della mostra è stato curato e realizzato dal
Comune di Firenze ed è disponi-
bile in rete. Franco Contorbia ha
introdotto e presentato la mostra.
La mostra, ad ingresso libero, è visitabile dal lunedì al giovedì 9-13
e il venerdì 8,30-13,30, fino al
31 dicembre. Sempre all’interno
del centenario della pubblicazione dei Canti Orfici, va in scena
presso il Teatro Studio Krypton di
Scandicci oggi sabato 29 novembre alle ore 16, la piece teatrale
“Sibilla Aleramo. Così bella come
un sogno” di Lorenzo Bertolani.
interpretazioni dall’alto, di commercializzazioni turistiche e, forse
peggio, di traduzioni museali en
plein air che riducono la poesia
a un prodotto-spettacolo. Ma ci
sono anche esempi virtuosi, come
quello su Jean Giono in Francia
o quello che si sta progettando su
Francesco Biamonti in Liguria.
Personalmente sento di entrare
in connessione con un autore
visitando i suoi luoghi da solo,
senza itinerari predisposti, cartelli o scritte che mi dicano cosa
guardare e cosa pensare. Ma se il
paesaggio non viene sovrascritto,
se viene rispettato al massimo,
se tutto questo può avvicinare
alla poesia del corpo e della terra,
allora mi trova d’accordo.
Il paesaggio è oggi un bene collettivo. La stessa Costituzione lo tutela
come matrice fondamentale della
identità nazionale. In Campana il
paesaggio è intimo, personale. C’è
quindi la possibilità di condividere
il paesaggio? Di avere una visione
collettiva del paesaggio? C’è un
paesaggio condiviso? Oppure ci
sono infiniti paesaggi personali la
cui sommatoria è un immaginario
paesaggio collettivo?
Credo entrambe le cose. La
Convenzione Europea del paesaggio
ha chiarito e sancito una cosa
importante, che un paesaggio non
è soltanto un territorio condiviso, inscritto in una memoria
collettiva, non è solo un ambiente
di qualche pregio, pieno di storia
con la maiuscola o universalmente bello come le Dolomiti o certi
tratti d’Appennino. Il paesaggio
è anche il modo in cui un luogo
concreto viene percepito dalle
comunità locali e, aggiungerei io,
dai singoli individui. In questa
prospettiva anche un paesaggio
“brutto” ha senso, ha un valore identitario per chi lo vive: è
“casa”, è l’“aperto”, è una storia
minore inscritta nelle cose. Il
paesaggio è un luogo reale da tutelare, ma è anche un bene culturale immateriale depositato nella
mente di chi lo abita da sempre o
di chi lo sta attraversando per la
prima volta. I paesaggi sono depositi d’immaginario. Quando li
si tocca, li si altera o li si riorienta,
è la capacità di immaginare della
gente che si sta ineluttabilmente
modificando.
riunione
di
famiglia
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Le Sorelle Marx
Nicoletta Mantovani, presentata
assessore al Comune di Firenze in
quanto vedova Pavarotti e grazie
alle mille miglia Alitalia acquisite negli anni, non è scomparsa.
Questo intanto ci fa fare un sospiro
di sollievo. Dalle elezioni infatti
se ne erano perse completamente
le tracce, il suo ruolo di ambasciatrice per portare a giro il nome
di Firenze doveva averla spinta
in ogni angolo del mondo. Ecco
quindi che quando l’abbiamo vista
spuntare sul palco del candidato
del PD alla presidenza dell’Emilia
Romagna, Bonaccini, la scorsa
settimana che l’ha presentata come
ambasciatrice dell’Emilia Romagna nel mondo (si parla anche di
un possibile posto in giunta per
Lei) ci siamo sentite tradite. Ma
non doveva farlo per Firenze? Per
cui, quando il sindaco Nardella ha
twittato del suo incontro con l’ambasciatore del Kuwait propiziato
proprio dalla Mantovani, ci siamo
sentite riavere. Ora che il Kuwait
conosce Firenze, la città è a posto.
Ci rimane solo un dubbio, l’ambasciatrice mica avrà detto al collega
che la cultura è il nostro petrolio?
I Cugini Engels
Cambiare
idea
Dopo aver cantato l’ira funesta
della acidula Acidini contro la
riforma del Ministero dei Beni
Culturali, che è stata causa delle
sue dimissioni dalla direzione del
Polo Museale Fiorentino, di tutto
ci immaginavamo meno che di
dover registrare i peana acidiniani sulla medesima riforma.
Ricordate il 23 settembre? Alla
domanda sulle motivazioni delle
sue dimissioni, con la compostezza di sempre, ma con una
certa punta di acidità, l’Acidini
rispondeva: “Proprio in previsione degli esiti della riforma, del
futuro assetto dei musei, fiorentini e non solo, che la riforma
configurerà, e del nuovo impianto
dell’organizzazione dirigenziale,
all’interno del quale io non credo
che una condizione come la mia
attuale si possa più identificare”.
Ma dopo meno di 2 mesi ecco la
signora dei musei che se ne esce
con questa frase, nel suo discorso
di congedo: “Vedo nella riforma
Un’ambasciatrice
per due
giunte
Bobo
La Geopolitica di Eugenio
che si annuncia un effetto positivo. Accanto a quello, ovvio, di
conferire maggiore autonomia e
visibilità ai musei individuati, c’è
altro – che forse percepisco meglio
di chiunque altro – di suddividere questo smisurato carico di
responsabilità tra posizioni apicali diverse, rendendolo per ognuno
umanamente sostenibile”. Ora,
il parla come mangia tradurrebbe così la frase: “Solo io, che
sono sovrumana, potevo sostenere
tutto quel potere concentrato su
di una sola persona; siccome non
c’è nessuno come me, sminuzzino
pure il potere e se ne vadano al
diavolo tutti!”. Ce la immaginiamo l’Acidini, spettinata come
Francesca Neri nella pubblicità di
Salvini, mentre cerca l’abito adatto da indossare per andare alla
sua ultima uscita pubblica da Sovrintentende, che prova davanti
allo specchio il discorso, sconvolta,
furiosa, con i capelli indomabili
nonostante l’estintore di lacca, che
come l’attrice esclama:
“Odio le donne che piangono.
Ma non porto rancore... Niente è
per sempre. Odio i trucchi. Non
voglio più legami. Odio farmi
notare....Ho cambiato idea”
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Classico, anticlassico
e il senso della geometria di Nardi
di John
U
Stammer
no dei capitoli del libro di
Bruno Zevi “Il linguaggio
moderno dell’architettura” (Einaudi 1973) si intitola
“Sintassi della scomposizione
quadridimensionale”. Il libro di
Zevi era la risposta ad un altro
libro, edito nel 1964 da John
Summerson, dal titolo “The
classical language of Architecture”, dopo che lo stesso Zevi,
come racconta nella premessa al suo libro, aveva invano
atteso la pubblicazione di un
libro di Summerson riguardo
all’ “Anti-classical language of
Architecture”.
Il capitolo è preceduto da altri
con titoli ugualmente espliciti
come “Asimmetria e dissonanze”
e “Tridimensionalità antiprospettica”. Il libro di fatto si
configura come un insieme di
regole, di idee, di suggerimenti
per la costruzione di un’architettura contemporanea., e anti
– classica. Regole anti - classiche
in contrapposizione alle regole
del classicismo invocate da
Summerson.
Queste riflessioni vengono in
mente guardando il nuovo lavoro di Claudio Nardi a Novoli.
Nardi ha progettato un edificio,
anzi due edifici collegati fra loro
da un ponte aereo e una quinta,
in due lotti del Piano di Recupero redatto da Roberto Gabetti
e Aimaro Oreglia d’Isola, sulla
base del piano guida di Leon
Krier.
Edifici per residenze che si
collocano a fianco, e di lato, a
opere di Isola, e a lato dell’edificio che ospita la biblioteca
universitaria di Scienze Sociali
di Adolfo Natalini.
Edifici “classici” tutti questi
ultimi, anche se con licenze
stilistiche e formali importanti,
licenze che si manifestano in
particolare nel grande edificio
per attività commerciali e sale
cinematografiche di Isola.
Gli edifici di Nardi parlano un
linguaggio architettonico, sia
nella sintassi sia nella grammatica, sostanzialmente diverso da
quelli contermini. Il progetto è
pensato con due diverse tipologie edilizie per i due edifici che
sono uniti dalla piazza, caratterizzata dalla ricercata mancanza di omogeneità delle due
facciate che si fronteggiano, e
dalla quinta che la separa dalla
strada di scorrimento esterna al
lotto. Un linguaggio moderno
che utilizza parole classiche in
un contesto contemporaneo.
Parole classiche come copertura
e parete qui sono rappresentate
da un unica struttura, che raccoglie tre dei cinque lati esterni
dell’edificio più grande, e forma
un grandissimo trilite che, come
un grande foglio rigido, sembra
appoggiato su di esso.
Parole classiche come loggia e
finestra qui sono declinate in
modi e forme diverse a seconda
degli usi e delle esigenze degli
spazi interni, e costituiscono un
abaco da utilizzare in modi diversi nei due edifici, contribuendo a differenziarli anche ad una
vista esteriore, e non solo per le
due diverse tipologie utilizzate
(edificio in linea quello più
piccolo e edificio a corte quello
più grande).
Il risultato è un unico grande
edificio, complesso e articolato,
che offre diverse modalità di
lettura, che utilizza colori scuri
delle terre delle crete e finiture
delle facciate dei piani terra
che ricordano il grassello. Un
edificio costruito secondo le
regole del risparmio energetico
(l’edificio rispetta i parametri
della classe A) attraverso la
realizzazione di un rivestimento isolante a “cappotto”, che
rimane invisibile all’esterno, e
con materiali innovativi,come il
“legno tecnico”, per le finiture
esterne delle pareti rivolte verso
la strada principale.
Un edificio che dimostra come
le regole del piano di recupero
dell’area ex Fiat a Novoli siano
capaci di essere lette, interpretate ed agite, sia per la realizzazione di edifici di impianto e
caratteristiche “classiche” come
quelli adiacenti, sia per edifici di
impianto “anti-classico” come
quello di Nardi, contribuendo a
garantire quella diversità formale e funzionale che è la condizione del buon funzionamento
urbano; a maggior ragione in
un nuovo pezzo di città come
quello in via di realizzazione
nell’area di Novoli.
L’edificio ospita 51 appartamenti di piccola dimensione,
in linea con le esigenze del
mercato attuale, e 6 negozi al
piano terra, ed è stato realizzato
in due anni dalla fine 2012 alla
fine del 2014, dopo che sullo
stesso lotto lo stesso progettista
aveva redatto altri progetti per
funzioni universitarie.
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pag. 6
Laura Monaldi
[email protected]
di
I
l mondo dell’Arte Contemporanea saluta con stima e affetto
uno dei creatori della Poesia
Sonora e della Poesia Azione: un
uomo che ha creato, con la passione
per la poesia, l’Arte e la performance, un’energia espressiva, teatrale
ed esaustiva in grado di abbracciare
suono e visualità in un’estetica del
Totale priva di limiti e di limitazioni;
un artista che ha lasciato un segno
indelebile nello sperimentalismo
poetico.
Nelle sue opere la scrittura incontra
la visualità, ponendosi su un unico
piano di azione e comunicazione,
connettendosi con i linguaggi interdisciplinari e intermediali propri
della sperimentazione neoavanguardista. A partire dagli anni Sessanta
e Settanta le forme visive, gestuali e
musicali hanno operato all’insegna
dell’intersezione, della contaminazione e della percezione multisensoriale, sino a giungere alla dimensione
profonda e aperta della performance.
Bernard Heidsieck ha agito, in tal
senso, nello spazio acustico e figurale
dell’Arte Contemporanea, attuando
un progetto poetico complesso e
articolato, nella consapevolezza che
la poesia poteva e doveva uscire dallo
spazio privato e passivo della lettura
per divenire attiva, aprendosi allo
spazio pubblico e coinvolgendo il
fruitore nell’Azione poetica, stimolandolo sensorialmente, senza però
perdere la poeticità e la letterarietà
insita nella parola. La Poesia Sonora
dell’artista è un genere al limite tra
arte e spettacolo che unisce saperi,
tecniche e tecnologie innovatrici, al
fine di rivoluzionare l’idea di poesia
e far rivivere la scrittura poetica e la
visualità del verso. Un neoumanismo inedito, capace di cavalcare le
spinte del moderno, compiendo una
parabola storica sull’idea di Arte e
Scrittura; un modo e un tentativo
di interpretare la parola poetica,
attraverso l’azione, il gesto artistico
e la spinta espressiva che ha distinto
l’artista nel vasto panorama della
Neoavanguardia, con la sua doppia
vita di banchiere di stato e artista:
due vite apparentemente inconciliabili, ma che gli hanno permesso
un’immersione assoluta e passionale
nell’attualità. Quella di Bernard
Heidsieck è stata una totalità
estetica che ha abbracciato tecniche
e discipline tendendo alla presa di
coscienza e alla messa in luce che
tutto è Arte che la parola ha ancora
molto da donare sotto ogni punto
di vista.
Heidsieck, arte da sentire
Dall’alo in senso orario Leonardo a bien dû inventer quelques couleurs … ! Créditons-le, en tous cas, de celles-çi … !, 1997
Scrittura e collage su cartoncino, cm. 32x24, Leonardo a certainement inventé le boogie woogie, 1997, Scrittura e collage su
cartoncino, cm. 32x24, Leonardo a certainement inventé le champ de Basf professional, 1997, Scrittura e collage su cartoncino
cm. 24x32, Leonardo a certainement inventé le vert espérance, 1997, Scrittura e collage su cartoncino, cm. 24x32, Leonardo a
certainement inventé le tissus écossais, 1997, Scrittura e collage su cartoncino, cm. 32x24
Tutte courtesy Collezione Carlo Palli, Prato
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pag. 7
Simonetta Zanuncoli
[email protected]
di
A
Parigi, nel immenso parco
della Villette progettato
nel 1983 dall’architetto svizzero Bernard Tschumi
sui 35 ettari dell’ex mattatoio
della città, è sorta nel corso
degli anni una sorta di Babele
della musica, una città nella
città dalle mille lingue dove
però le note sono al posto delle
parole. E’ composta da Zenith,
una grande arena coperta, che
ospita manifestazioni di musica
di vario genere con 700.000
spettatori all’anno, e da due
bellissimi edifici, la Citè de la
Musique, progettata dal architetto Christian de Portzamparc
(ideatore anche della Cidade da
Musica a Rio de Janeiro), e la
Philarmonie de Paris. del più
famoso archistar francese, Jean
Nouvel.
La Citè de la Musique, è
un grande museo “sonoro”,
inaugurato nel 1995. Fu pensato come un luogo dedicato
esclusivamente alla musica, un
progetto innovativo, ripreso in
seguito in molte altre parti del
mondo, con sale di altissima
qualità acustica. Nei suoi 2000
mq. espone i 4500 strumenti,
alcuni appartenuti a musicisti
importanti come il pianoforte di
Chopin, collezionati dal Conservatorio Nazionale di Musica
fin dal XVIII secolo. Un piacere
per gli occhi e una delizia per
gli orecchi. La visita a suon di
musica con l’audioguida, che
via via fa sentire i più bei brani
realizzati con lo strumento che
si sta guardando, si snoda in
due percorsi, uno di musica
occidentale dal 1600 ai giorni
d’oggi e l’altro etnico con le
tradizioni dell’Asia, dell’Africa,
dell’Oceania e del mondo arabo.
Completano questa immersione
totale nel mondo delle note i
concerti gratuiti organizzati tutti
i giorni nella sala di 1200 posti,
la libreria Harmonia Mundi,
la medioteca con un vastissimo
catalogo sonoro, una biblioteca, un laboratorio di restauro e
conservazione degli strumenti e
un centro di studio della danza
e della musica moderna collegato al Conservatorio Nazionale
Superiore che incoraggia giovani
artisti con premi e coproduzioni.
Nel 2007, vicino alla Citè de la
La Babele
della musica
Musique, come sua integrazione
iniziarono i lavori della Philharmonie de Paris progettata da
Jean Nouvel, uno dei protagonisti della nuova Parigi (suoi sono
l’Istituto del Mondo Arabo, il
museo Quai Branly e la Fondation Cartier), premiato con il
Pritzker, il nobel dell’architettura. Nouvel ritiene il progetto
il suo capolavoro e in effetti è
magnifico: i 2400 posti della
sala grande, con un acustica tra
le migliori del mondo, “avvolgono” letteralmente la scena.
Gli spettatori seduti attorno
all’orchestra ne hanno un contatto diretto e ravvicinato. Un
arco alto 52 metri che sormonta
l’intera struttura consentirà di
proiettare all’esterno in tempo
reale i filmati. Da anni però il
progetto e poi la realizzazione
della Philharmonie sono soggetti a critiche sempre più feroci
da parte dell’opinione pubblica
e della stampa. Il suo costo è
lievitato dai 177 milioni di euro
previsti ai 386 finora spesi. L’architetto più amato dai francesi è
ora criticato per la sua ambizione che lo porta a “disprezzare
il denaro pubblico per il suo
ideale di estetica”. Il governo e
la città di Parigi che finanziano
in parti uguali vengono accusati
di aver voluto un progetto faraonico in un periodo di crisi. Le
2 sale prova per 140 musicisti e
200 spettatori, la biblioteca per
gli spartiti, la sala conferenza
con 200 posti, le 12 sale studio
per gli allievi del conservatorio
e il ristorante con vista mozzafiato vengono giudicati come
un’inutile ripetizione degli spazi
già a disposizione nella Citè de
la Musique. Ma Parigi è una
metropoli globale e nonostante
che i frettolosi turisti si fermino
a rimirare la sua immagine più
stereotipata, attraverso le opere
dei più famosi architetti, alcune
delle quali brevemente descritte
in questa rubrica, è una città che
negli ultimi decenni si sta completamente reinventando. Per
rispondere alle critiche al governo Hollande è stato costretto a
prendere in prestito lo slogan di
Sarkozy quando era alle prese
con lo stesso problema: chi può
sostenere che in questo momento di crisi non abbiamo bisogno
di una nuova musica?
La Philharmonie dovrebbe
aprire, con 2 anni di ritardo, il
prossimo 14 gennaio 2015.
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novembre
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pag. 8
Matteo Rimi
[email protected]
di
ché è il suo animo a imporglielo
ma solo per vederla poi ingiallire sull’ennesima mensola.
Chi, non sapendo a chi chiedere
se è o non è un vero poeta, si
ritrova a credere che sarà un
libro a incensarlo infine.
Chi ti riempie di poesia, di gioia
e di speranza in una qualche sala
semivuota ed alla fine ti indirizza verso il banchino là in fondo
per lasciare qualche obolo.
Chi non andrebbe mai a leggere
davanti ad un pubblico senza
conoscere i numeri del suo
H
o visto le migliori penne
di questa degenerazione
distrutte dalla smania,
morir di fame impoverite, mute,
trascinarsi per i corridoi freddi
dei festival cercando una dose
affamata di fan ed acquirenti,
poeti sconosciuti veder bruciare
copie su copie della loro invisibile pubblicazione nell’infinito
macero di un’editoria fatta
moloch divoratore, digerente
libri - evacuante soldi.
Sul pubblicar poesie
Chi inizia un’alta conversazione
con gli ormai pochi interessati
alla poesia per poi finire affibbiando ai malcapitati l’ennesima
silloge come se essa fosse la massima espressione e conclusione
di ogni ragionamento sull’arte.
Chi intasa i cataloghi on line di
copertine e descrizioni telegrafiche credendo ancora ai prezzolati tentatori che gli promisero
massima esposizione nel mondo
della cultura.
Chi, finiti parenti ed amici ai
quali regalare copie per ogni
occasione e festività, terminata la lista di critici e poeti dai
quali aspettarsi non spontanei
commenti, usa gli scatoloni di
libri in propria dotazione per
contratto per stipare librerie e
aggiustare gambe di mobili.
Chi sfoggia una bibliografia da
Massimo cavezzali
[email protected]
di
Indimenticabile
Diurno e notturno. sempre gestirsi.
Farsi orologio.
e lancettarsi.
E disconoscersi.
E andare avanti. Non tutto spingersi.
Non appassirsi.
Si, coltivarsi.
Provare estasi.
Un po’ esaltarsi.
Poi un segnaposto. Dove sedersi.
Pellegrinare.
Ginnasticarsi.
far paura, titoli improponibili
o finto-aulici uno dietro l’altro
come coppe polverose sugli
scaffali, confondendo uscite con
passi evolutivi.
Chi va in giro dicendo che
come il proprio editore non ce
n’è e poi finisce ammettendo
che è giorni che cerca di parlarci
ma il telefono squilla a vuoto.
Chi, come ad un appuntamento al buio, si ritrova alla presentazione della propria fatica al
fianco di un qualunque critico
(o, forse, sempre lo stesso),
chiamato dall’editore, il quale
trova nei suoi scritti analogie
alle quali non aveva mai pensato! (Magari perché non esistono
affatto...)
Chi neanche ti conosce e prorompe sulla rete con un “Ciao!
Vuoi acquistare il mio libro?” e
se gli chiedi perché invece non
organizza letture in bar o piazze
ti risponde perché così fa i soldi,
ignorando che l’unico modo per
far soldi per noi sconosciuti è
lavorare.
Chi pubblica per la propria
soddisfazione consapevole di
non apportare niente di nuovo
ma ben deciso a piazzarsi là in
mezzo a prendersi gli applausi.
Chi scambia raccolte eterogenee
di scritti risalenti a periodi anche molto diversi tra loro per un
lavoro compiuto fregandosene
se il libro che tanto brama poi
sembrerà un’accozzaglia senza
capo né coda.
Chi vince i concorsi per opere
edite indetti, nascosti tra gli
altri, dai suoi stessi editori non
cogliendone affatto il paradosso.
Chi non ultima una poesia per-
Mettere ordine.
Bibliografarsi.
Provare il suono.
E poi accordarsi.
Trovare un bilico
Dove appoggiarsi
E declinare
Un po’ sfogarsi
Avere un dubbio
Per rinnovarsi
E poi ogni tanto
sottolinearsi
un po’e un pò
per romanticarsi
Né prima né dopo
Per sognarsi
Essere paghi
Ma non pagarsi
Farsi rugiada
Un po’ bagnarsi
Essere uva
avvinazzarsi
Nel chiaroscuro
Inginocchiarsi
Fare l’acrobata
Quasi cascarsi
Così indimenticabile
da non ricordarsi.
Scavezzacollo
conto in banca.
Chi non crede alla diffusione
libera, svincolata, della poesia
come forma di comunicazione
o manifestazione, di comunione
tra esseri senzienti e predisposti
ma riconduce il tutto a quel
prezzo in quarta di copertina.
Chi non indietreggerebbe di un
sol passo di fronte anche alla
critica più accorta ed empatica
perché tanto il numero delle copie vendute vale più di qualsiasi
spontaneo apprezzamento.
Non mi si è visto ancora su
pubblicazioni a mio nome, ma
aleggiare tra strade e byte in
cerca di inchiostro, andando
incontro alle persone prima che
ai poeti, comunque in attesa,
fremente ed ingenua, di finire
in una qualsiasi delle categorie
summenzionate.
29
novembre
2014
pag. 9
Danilo Cecchi
[email protected]
di
N
elle arti figurative lo sguardo
assume da sempre una
importanza notevole, tale da
condizionare la fruizione dell’opera, e questo è tanto più vero
in fotografia, dove lo sguardo del
fotografo, incarnato nello sguardo
registrato e reso indelebile dalla
fotocamera, poi replicato nello
sguardo dell’osservatore dell’immagine, si incrocia fatalmente con
lo sguardo della persona o delle
persone raffigurate nell’immagine
stessa. Roland Barthes, osservando una fotografia del fratello
minore di Napoleone, esclamava
con una certa meraviglia “Osservo gli occhi che hanno visto
l’Imperatore!”. Sicuramente non
avrebbe mai esclamato qualcosa
del genere davanti ad un semplice ritratto dipinto, perché lo
sguardo fotografato ha una forza
ed un impatto che sono impensabili nella pittura. In fotografia lo
sguardo, al pari della luce, assume
infatti la valenza di un vettore, e si
caratterizza per la direzione, l’intensità ed il verso. Lo sguardo dei
personaggi raffigurati può essere
rivolto verso il fotografo, ovvero
verso l’osservatore dell’immagine,
ed incrociare così lo sguardo di chi
guarda. Mentre lo sguardo del fotografo è di solito caratterizzato da
una curiosità più o meno intensa
(quando non patologica), quello
dell’osservatore dell’immagine
oscilla fra i diversi gradini che separano l’interesse dal disinteresse,
l’approfondimento dalla superficialità. Lo sguardo del personaggio
raffigurato si articola invece in
un numero di possibilità molto
più esteso, può essere complice o
infastidito, interrogativo o irritato,
stupito o compiaciuto, umile o
altezzoso, secondo una gradazione
di emozioni che comprende tutte
le sfumature dell’animo umano.
Lo stesso sguardo può essere
dritto e deciso, oppure può essere
lanciato di sghembo, ruotando
leggermente la testa, ma non gli
occhi, o indirizzato dal basso
verso l’alto abbassando la fronte.
Talvolta lo sguardo rivolto verso
il fotografo sembra attraversarlo
senza vederlo, senza percepirne la
presenza, concentrato su qualcosa
che si trova alle sue spalle, verso
qualche punto dell’orizzonte o
dell’infinito. Ma lo sguardo del
personaggio raffigurato può essere
rivolto anche altrove, verso oggetti
Fenomenologia
dello sguardo
o persone posti al di fuori dell’inquadratura, e di cui l’osservatore
intuisce la presenza, immaginandola ma senza poterla verificare.
Talvolta invece lo sguardo è
rivolto verso qualcosa o qualcuno
posto all’interno dell’inquadratura, con un effetto di corto
circuito visivo, in cui l’osservatore
dell’immagine vede il personaggio
che guarda qualcosa che anche
lui riesce a vedere. Se i personaggi
raffigurati sono più di uno, nasce
fra di essi un rapporto di sguardi
che può essere semplice (nessuno
dei personaggi guarda nessun altro
personaggio) o variamente complesso. Tutti i personaggi possono
guardare nella stessa direzione,
diventando una cosa sola in base
alle leggi della Gestalt, oppure
guardano in direzioni diverse,
dividendosi in due o più gruppi di
cui uno generalmente prevale numericamente sugli altri, a meno di
una perfetta simmetria di sguardi
opposti. Se i personaggi incrociano gli sguardi si realizzano situazioni estremamente variabili, uno
guarda l’altro essendo riguardato,
oppure senza essere riguardato,
oppure ambedue guardano uno
terzo personaggio che guarda altrove, e lo fanno da punti di vista
simili o diametralmente opposti,
mentre il personaggio che guarda
altrove può rivolgere, direttamente
o indirettamente, lo sguardo verso
uno solo degli altri, innescando
dei rapporti complicati e tessendo
una vera e propria rete di sguardi
che l’osservatore dell’immagine
sarà chiamato a decifrare e ad
interpretare. Spesso lo sguardo è
accompagnato da un gesto della
mano che lo rende ancora più
esplicito, ma vi sono anche degli
sguardi nascosti. Come quello di
chi indossa degli occhiali scuri,
che rendono lo sguardo impenetrabile, alimentando così l’ambiguità della visione.
29
novembre
2014
pag. 10
Letizia Magnolfi
[email protected]
di
P
arlare delle origini di Prato e della Val di Bisenzio
significa anche parlare della famiglia Forti. È stato questo
il tema portante dell’incontro –
curato dalla Fondazione CDSE
– che si è tenuto sabato 15
novembre alla villa del Mulinaccio dal titolo “La storia della
famiglia ebrea Forti e il tesoro
della Sinagoga”. A parlarne sono
stati studiosi e eredi della famiglia, soffermandosi sugli aspetti
principali che hanno legato i
Forti a questo territorio a Nord
di Prato. Silvia Sorri, storica
dell’età contemporanea, ha presentato la storia della famiglia a
partire dalle origini. Nel 1882 i
Forti, di origine ebrea, si trasferirono da Prato nella bassa Val
di Bisenzio, e, da commercianti
di tessuti, divennero proprietari
di un lanificio a ciclo completo.
Fu Beniamino Forti in particolare il creatore di uno stabilimento moderno che contava
centinaia di operai provenienti
da tutta la vallata. Intorno al
1890 nacque quella che si può
definire una città-fabbrica: furono costruiti palazzi abitativi per
gli operai, un asilo, una scuola,
una biblioteca e altre strutture a
carattere ricreativo e solidaristico. Promosse inoltre numerose
attività formative per i suoi
operai. La figura di Beniamino
Forti e dei suoi successori si lega
anche all’intensa attività politica
e culturale della prima parte
del ‘900. Nel 1912 infatti
il lanificio Forti partecipò
alla formazione dell’Unione Industriali; Beniamino
Forti inoltre fu assessore
alle finanze del Comune di
Prato. Ma il ruolo che forse
conosciamo meno della famiglia è quello di mecenate, una passione che vide i
Forti stringere una profonda amicizia con Giorgio De
Chirico. Come ci racconta
Attilio Tori, è nella figura
di Giorgio Castelfranco,
marito di Matilde Forti,
storico, critico dell’arte
e anch’egli da parte di
madre appartenente alla
famiglia Forti, a cui si deve
la cosiddetta collezione
Forti – Castelfranco. Prima
degli anni ’30 Castelfranco
aveva raccolto più di 30
La famiglia Forti
tra mecenatismo
e solidarietà
opere del padre della metafisica. Come si evince da alcune
corrispondenze De Chirico
chiamava Castelfranco proprio
mecenate. Il pittore era molto
affezionato al critico d’arte (dal
1936 direttore di Palazzo Pitti)
e non disdegnava di chiedere
molto spesso dritte lavorative,
quando gli affari andavano
male. La presenza in archivio di
numerosi dattiloscritti testimonia lo stretto rapporto tra i due
e l’interesse che Castelfranco
nutriva per la pittura metafisica già dal 1918. È l’opera “Le
muse inquietanti”, proprio del
’17-’18, senz’altro il dipinto
più importante della collezione.
Si tratta di uno spazio aperto
sul quale sono situate in primo
piano due statue classiche con
la testa di un manichino da
sartoria e circondate da diversi oggetti. Il critico Eugenio
Borgna definisce le figure come
intrise di angoscia e disperazione per l’anonimità dei volti,
quasi a dare l’impressione di “un
silenzio stupefatto e lacerante”.
La forte relazione instaurata con
i Forti è inoltre testimoniata da
un dipinto, “Ritratto di Matilde
Forti”. È un quadro del 1921,
che dimostra l’interesse che De
Chirico nutrì per l’arte Rinasci-
mentale. Il volto ovale e l’espressione nostalgica della signora
ricordano l’arte di Raffaello, che
il pittore metafisico ammirava
moltissimo. Il ritratto fu regalato da Matide Forti a Rodolfo
Siviero, agente segreto e storico
dell’arte, noto per la sua importante attività di recupero delle
opere d’arte trafugate dall’Italia
nel corso della seconda guerra
mondiale. Altro dipinto facente
parte della collezione Forti-Castefranco che però il pittore
volle disconoscere, è “Autoritratto con colonna”. È con ogni
probabilità il ritratto del 1919
che Siviero cita in un dattiloscritto dei primi anni ’40,
ma che da De Chirico fu
dichiarato come un falso.
Siviero rispose prontamente, difendendo l’autenticità
dell’opera. Anche questo
dipinto fu donato a Siviero
da parte di Matilde Forti
nel 1943. Studi recenti
hanno dimostrato che il
dipinto è stato più volte rimaneggiato, con particolare riferimento alla colonna,
al volto e alla capigliatura
dell’artista. Queste e altre
opere d’arte furono, come
già detto, tutte vendute
dopo il 1939. Castelfranco
fu infatti licenziato da Palazzo Pitti per effetto delle
leggi razziali e costretto a
vendere le opere d’arte che
servirono a pagare il viaggio in America dei figli.
29
novembre
2014
pag. 11
Alessandro Michelucci
[email protected]
di
tiva lo affianca da
Giovanni De Zorzi,
ricercatore di Etnomusicologia all’Università “Ca’ Foscari”
della città lagunare.
De Zorzi è il più
autorevole esperto
italiano della materia, alla quale ha
dedicato un bel libro
intitolato Musiche
di Turchia (EDT,
Torino 2010). Ciascun seminario viene
documentato da un
disco.
Il primo, Compositori alla corte ottomana
L
a repubblica turca che
Kemal Atatürk fonda nel
1923 nasce con l’intento
di cancellare il retaggio multietnico dell’impero ottomano per
creare un paese con un solo popolo, una sola lingua, una sola
cultura. Naturalmente questa
omogeneizzazione spietata colpisce anche la musica. La furia
giacobina del nuovo regime
non vieta soltanto le espressioni
musicali delle minoranze, ma
anche le esibizioni pubbliche
dei dervisci rotanti, manifestazione plurisecolare del sufismo
islamico. Viene bandita dalla
radio la musica classica ottomana, che secondo Atatürk “non
riflette i veri valori della cultura
musicale turca”. Ma una volta
che la musica ottomana è stata
“depurata” dalle influenze arabe,
bizantine e persiane non rimane
molto. Per sopravvivere, quindi,
questa entità mutilata si ispira
alla musica europea: il fondatore
della Turchia è convinto che
sia possibile costruire un paese
moderno soltanto attraverso
l’europeizzazione. In realtà si
tratta di un etnocidio.
Negli ultimi 15-20 anni molti
artisti hanno lavorato intensamente per ricomporre questo
Fabrizio Pettinelli
[email protected]
di
Fra il 1833 e il 1846 il geografo
carrarese Emanuele Repetti pubblicò un’opera di grande interesse,
il monumentale “Dizionario
Geografico Fisico Storico della
Toscana”. In quel testo fondamentale, a proposito del termine
“Affrico” scriveva: “Nome comune
a molti rivi probabilmente derivato dal loro andamento verso la
direzione del vento Affrico. Tali
sono i piccoli torrenti (fra i quali)
Affrico nel subborgo orientale di
Firenze”
Ora, con tutto il rispetto dovuto al
Repetti, occorre dire che, almeno
nel caso dell’Affrico “fiorentino”,
ha preso un clamoroso abbaglio:
l’origine del nome ce la spiega
infatti nel “Ninfale fiesolano”,
con dovizia di particolari e quindi
senza tema di smentite, Giovanni
Boccaccio, che si preoccupa anche, una volta per tutte, di chiarire
l’etimologia degli altri principali
corsi d’acqua fiorentini (fatta
eccezione per l’Arno).
(2013), proponeva opere di
compositori provenienti dalle
numerose comunità linguistiche
e religiose dell’impero ottomano: armeni, greci, ebrei, turchi.
Il secondo, Compositori armeni
nella musica classica ottomana (2014), si concentra sul
patrimonio musicale di questa
minoranza. Se si eccettuano Erguner e De Zorzi la formazione
dell’Ensemble Bîrûn è diversa,
ma gli strumenti sono in gran
parte gli stessi: def (tamburo
a cornice), kanun (cetra su
tavola), ney (il flauto suonato da
Erguner), percussioni, tanbûr
(liuto a manico lungo), ‘ûd (liuto a manico corto) e viella.
Buona parte dei ventuno brani
è stata scritta da compositori
armeni attivi alla corte ottomana. La perizia tecnica e l’attenta
scelta del materiale fanno del
CD un’opera indispensabile per
chiunque voglia conoscere la
ricchezza musicale dell’impero
ottomano. Le ampie note del
libretto, scritte da Erguner,
forniscono un complemento
indispensabile all’ascolto. Bella e
curata come sempre la confezione, che conferma la validità
dell’etichetta udinese. Sarebbe
bello se tutti facessero i dischi
così. Analogamente a quanto fa
la valenciana Mara Aranda con
la musica sefardita, questi artisti
ci danno la possibilità di conoscere un patrimonio musicale
che rischiava di andare perduto.
Lo stesso che Atatürk voleva
cancellare. Col tempo, fortunatamente, l’effetto di questa politica sciagurata è diminuito fino
a scomparire: oggi la Turchia risuona di mille musiche diverse,
antiche e moderne, accogliendo
le influenze straniere ma senza
rinnegare il ricco patrimonio dei
secoli passati.
menti), che evidentemente aveva
ereditato i cromosomi del nonno:
infatti, non appena raggiunta l’età
della ragione, pensò bene di insidiare una bella ninfa fino a farla
capitolare con l’aiuto di Venere
che, come noto, aveva in uggia
Diana e non perdeva occasione
per farle qualche sgarbo; dall’amore con la ninfa (il cui nome è a sua
volta tutto un programma: Mensola) nasce un figlio che, infrattato
fra i cespugli per sfuggire alla
vigilanza di Diana, viene chiamato
Pruneo (da “prunaio”). La tragedia
incombe: credendosi abbandonato
dalla ninfa, Africo si taglia le vene
lungo un fiume che,
arrossato dal suo
sangue, prende il
suo nome; l’occhiuta Diana non
perdona Mensola e
la trasforma in un
corso d’acqua. Anni
dopo, su consiglio
di Apollo, capita da
quelle parti Atlante
che fonda una città
che, con grande modestia, chiama
“Tu fies sola” e, non si sa bene
in forza di quale autorità, dona a
Pruneo tutta la fascia di territorio compresa fra la Mensola e il
Mugnone, con l’Affrico al centro:
così Pruneo diventa signore di una
terra delimitata da nonno e madre
e attraversata dal padre.
Il Comune di Firenze, nel 1956,
confermò implicitamente l’etimologia del nome, contrassegnando
la confluenza fra l’Affrico e l’Arno
con una colonna, la cui iscrizione
recita: “Il torrente Affrico, cantato
da Giovanni Boccaccio, dalla sorgiva Fiesole qui si getta nell’Arno”.
Suoni redenti
mosaico infranto. Uno dei più
attivi è stato Kudsi Erguner,
musicista e musicologo turco.
Nato a Diyarbakır nel 1952,
Erguner ha studiato la tradizione sufi
e si è imposto come uno dei
massimi esperti di musica classica ottomana. Nessuno meglio
di lui, quindi, potrebbe dirigere
i seminari che la Fondazione
Giorgio Cini di Venezia sta
dedicando a questo patrimonio.
In questa importante inizia-
Via Lungo l’Affrico
Fra la Mensola
e il Mugnone
Andiamo con ordine: Mugnone,
nel poema citato, è un cacciatore
che, vagando nei boschi della
valle Faentina, “ad una bella fonte
trovò una ninfa star tutta soletta”; neanche fosse re Carlo che
tornava dalla guerra comincia ad
inseguirla, e, quando la agguanta,
lei gli cede senza troppo resistenza.
Grave errore, perché Diana, signora delle ninfe, “di sul soprastante
monte abbracciati li vide fronte a
fronte” e, mentre scaglia un’unica
freccia che inchioda insieme i
due amanti, grida: “i vostri nomi
faranno dimora nel fiume dove
siete in sempiterno!”.
Mugnone aveva un figlio, Girafone, a sua volta padre del pastore
Africo (fra l’altro ai fiorentini
suonava male la “f” singola, così la
raddoppiarono senza tanti compli-
29
novembre
2014
pag. 12
Paolo Marini
[email protected]
di
così-come-è: l’arte deve comunque supplire all’insufficienza
della natura, senza l’aiuto dell’arte
raramente essa è tollerabile.
Così, uno dei più bei capitoli del
libro è dedicato alla contrapposizione tra giardino all’italiana – con
le aiuole dai contorni lineari, i
parterres fioriti, i viali di ghiaia, le
piante scolpite dall’arte topiaria e
le fontane - e giardino all’inglese
- con le libere ondulazioni del terreno, i prati verdi, gli alberi casualmente raggruppati, i liberi corsi
d’acqua e i laghetti - nato come
reazione, sì, “alle forme geometriche, regolari, architettonicamente
pianificate, proprie del giardino
all’italiana o alla francese”, ma
questo giardino informale non
S
imulare ciò che non si è, dissimulare ciò che si è: voglio
cominciare da qui a parlare
di “Ars est celare artem” del filosofo Paolo D’Angelo (Quodlibet,
pp. 176, € 13,50), un libro che
ho letto tutto d’un fiato, poiché
semplice ed elegante nel linguaggio ma prima di tutto accattivante
nella ricostruzione storica dello
sviluppo dell’argomento: dalla
filosofia greca, dall’ars oratoria
di Cicerone fino all’orinatoio, ai
ready-made di Marcel Duchamp.
Se l’argomento è il “nasconder
l’arte”, l’Autore rievoca all’uopo il concetto di “sprezzatura”,
neologismo coniato da Baldassarre
Castiglione nel suo “Il Cortegiano”: “per dir forse una nova
parola, usar in ogni cosa una certa
sprezzatura, che nasconda l’arte e
dimostri ciò che si fa e dice venir
fatto senza fatica e quasi senza
pensarvi”. E’ gustoso, il Castiglione, quando ‘applica’ la sprezzatura, per esempio, all’impiego di
cosmetici: “Non vi accorgete voi,
quanto più di grazia tegna una
donna, la qual, se pur si acconcia,
lo fa così parcamente e così poco,
che chi la vede sta in dubbio s’ella
è concia o no, che un’altra, empiastrata tanto, che paia aversi posto
alla faccia una maschera, e non osi
ridere per non farsela crepare?”
“Pars est eloquentiae eloquentiam
abscondere” - diceva Seneca.
Anche nell’oratoria forense è
essenziale la capacità di nasconder
l’arte, di occultare le capacità retoriche, facendo credere di parlare
in modo semplice e non studiato.
Ha scritto Flavio Filostrato nella
“Vita di Apollonio di Tiana”: “nei
giudizi l’eccesso di abilità, quando
è palese, rischia di riuscire dannoso, quasi che congiurasse ai danni
di chi dovrà emettere il verdetto; e
solo se si dissimula può ottenere il
successo, giacché l’autentica abilità
sta nel nascondere ai giudici che si
è abili”. Del resto, chi proverebbe
mai compassione per le disgrazie
di chi, in un momento di pericolo, vedesse enfatico, tronfio e
intrigante venditore di eloquenza?
Si dice “sprezzatura” ma anche,
con qualche variazione semantica,
“grazia”, “nonchalance” e quel
certo “non-so-che” che include un’aura di mistero, di non
spiegabile: il tutto però, si badi
bene, non ha nulla a che vedere
con la spontaneità, con la natura
La più
grande
perfezione
deve sembrare
imperfetta
Michele Morrocchi
twitter @michemorr
di
Può un libro metterti una gran
voglia di finirlo e contemporaneamente metterti una gran
fame di ciccia? Può senz’altro se
a scriverlo, insieme ad Alessandro Rossi già nostro direttore
ai tempi del Nuovo Corriere,
è Dario Cecchini, macellaio in
Panzano, ristoratore, declamatore di versi, istrione. Il libro
di cui parliamo è Aprilante,
pensato, scritto e pubblicato
dallo stesso Cecchini in quella
che promette essere una collana
da nome Nero di Ciccia, ça va
sans dire. Aprilante è un giallo,
un noir, una storia ingarbugliata
che ha per protagonisti gli stessi
autori, un bel po’ di abitanti
di Panzano e dintorni (veri e
verosimili) e che ruota su alcune
morti misteriose e sulla bottega
nasce certo da sé. Non di assenza,
dunque, bensì di dissimulazione
dell’ornamento, dell’artificio, si
tratta. Perché, come dice il Tao:
“la più grande perfezione deve
sembrare imperfetta, e allora sarà
infinita nel suo effetto; la più
grande abbondanza deve sembrare
vuota, e allora sarà inesauribile nel
suo effetto”.
Nasconder l’arte, anche nella
moda. Di un dandy del Novecento, Drieu La Rochelle, François
Mauriac soleva dire: “Era più che
ben vestito: era ben malvestito”.
La perfezione del vestire – così
ha detto Baudelaire del dandy –
consiste nella semplicità assoluta,
che è poi il modo migliore per
distinguersi.
Ecco, volendo inverare e non
già - come potrebbesi pensare –
banalizzare quanto fin qui detto,
voglio citare - fuori dal testo – il
personaggio del Tenente Colombo; si, proprio lui, quello della
felicissima serie televisiva che molti (me incluso) da sempre amano;
quel suo mescolare una bonomia
reverenziale, talora adulatoria, con
una straordinaria trasandatezza,
quante volte è servito a rassicurare,
quante volte ha spinto il sospetto
assassino a sottovalutare chi aveva
di fronte ed ha, con ciò, spianato
la strada al disvelamento dei fatti
realmente accaduti? Quale impressionante capacità di interpretarli
è riuscito a nascondere, il ‘povero’
tenente? Non è un fulgido, popolarissimo esempio di nascondere
l’arte?
I delitti
del Chianti
metton fame
del cecchini, calamita di affamati di ciccia e verità. Così sempre
in bilico tra la storia di paese,
l’autocelebrazione e l’intreccio
misterioso il libro scorre facile
e avvincente tra un sushi del
chianti, una caccia al cinghiale,
un po’ di morti ammazzati e
se alla fine rimani con un po’
dubbi e una sensazione di una
troppa fretta nel chiudere la
vicenda, ti sei intanto appassionato ai personaggi coloriti
e colorati e chiudi il libro con
la voglia di ritrovarli presto ad
indagare. Il libro non è di facile
reperibilità, lo trovate natural-
mente a bottega dal Cecchini,
all’edicola di Panzano, alla via
dei Libri in via Martelli a Firenze oppure scrivendo una mail a
[email protected]
29
novembre
2014
pag. 13
Valentina Monaco
[email protected]
di
4
minuti e 45 secondi. È il
tempo necessario per leggere
questo pezzo. Se non disponi
di questo tempo non cominciarlo
neanche. Perderesti tempo e il
tempo è denaro, il tempo è tiranno, c’è tempo per ogni cosa e chi
ha tempo non aspetti tempo.
No, non sto collezionando frasi sul
tempo per puro esercizio di stile, è
solo che oggi come ieri, e come il
resto della settimana, mentre scendo da un vagone e vengo spinta a
pressione per entrare nel successivo, mi domando dove andiamo
tutti così di fretta e perché. Dove,
non sono fatti miei, ma il perché
è lo stesso per tutti: non abbiamo
tempo e quindi corriamo.
A Madrid, Bogotà, Londra, Catania, Honk Kong o Teheran non
abbiamo tempo e lo ripetiamo in
tutte le lingue possibili, continuamente, come fosse un mantra. E
allora mentre probabilmente a
Nuova Delhi in metro si fa yoga o
si levita – il che, a pensarci bene,
sarebbe molto utile per ridistribuire in maniera più ottimale ogni
metro quadro del vagone – e a
Tokyo si sfogliano fumetti – evviva
gli stereotipi – a Madrid, per non
perdere neanche un minuto di
tempo, in metro ci si trucca, si
leggono 4 righe tra una fermata e
l’altra fin quando qualcuno non
ci costringe a mettere il libro elettronico o cartaceo sotto il mento,
stile bavaglino, e poi si fa la maglia
– eh sì, anche quello, visto che
riscoprire gli antichi mestieri è cosi
di moda ultimamente – si ripassa
la lezione di storia o di musica e
poi naturalmente si prendono appuntamenti o si flirta su whatsapp,
digitando alla velocità della luce,
si aggiorna l’agenda e si mandano
milioni di email. Perché la Metro
di Madrid non è solo colorata,
moderna, veloce, pulita, grande,
semplice, ma anche iperconnessa. Su qualche linea, nonostante
la lenta discesa agli inferi sulle
chilometriche scale mobili ci faccia
sentire paurosamente vicini al nucleo della terra e la temperatura sia
da foresta equatoriale, si continua
a tenere la testa bassa e a digitare
quasi ossessivamente PERCHÈ
NON C’È TEMPO DA PERDERE! Certo, tutto ciò con il rischio
di infilarsi in un vagone che va
nella direzione opposta (la sottoscritta ha un master in questo tipo
di perdite di tempo) o di saltare la
Tempus Fugit
propria fermata nonostante la voce
metallica de doña MetroMadrid
abbia dato l’avviso a tempo debito
e ripetutamente.
È tutto inutile, il tempo ci insegue
e non c’è modo di fermarlo o di
sdoppiarsi per fare più cose allo
stesso tempo. Il tempo non si può
prestare, scambiare né comprare,
mmm, forse questo però si può
fare... In effetti qualcuno ci ha già
pensato e con il business del tempo ha creato un piccolo impero.
Il motto dell’azienda madrilena di
vendita del tempo è “Déjamelo a
mi” che suona come un rassicurante invito ad affidarsi. Mi sembra
quasi di vederlo il virile Direttore
Marketing che fa l’occhiolino
mentre dice “Niña, lascia fare a
me, ci penso io”. È proprio questo
quello che mi dice quando lo chiamo e inizio a spiegargli svogliatamente gli impegni dei prossimi
giorni che prevedo di non riuscire
A cura di Cristina Pucci
[email protected]
Cartello pubblicitario in latta serigrafata risalente alla prima metà
del 1900. Vi si legge il nome del
sapone ADRIA e della ditta che lo
fabbricava, Pollitzer, Trieste.
Augusto Pollitzer divenne proprietario dell’omonima fabbrica di
sapone nel 1860, essa per molto
tempo aveva prodotto solo il classico sapone bianco di olio di oliva,
oggi detto di Marsiglia, e Augusto
fu il primo ad impiegare la soda al
posto della consueta cenere e ad
ampliare e variare la produzione.
Dopo un inizio difficile la fabbrica
si espanse molto arrivando ad
esportare i suoi saponi prima in
tutto l’Impero Austro Ungarico e
poi, con Alfred in tutto il mondo.
Nel corso della prima guerra mondiale gli austriaci impiantarono a
Lubjana una propria fabbrica di
sapone usando materie prime e
macchinari trafugati alla fabbrica Pollitzer. Rimessa in piedi
alla fine del conflitto, raggiunse velocemente il successo di
a portare a termine per ragioni
di… guess what? Tempo!
E così mi va sciorinando tutti gli
obblighi e le commissioni di cui la
sua azienda si farà carico al posto
mio alleggerendo la mia to do list,
nonché la coscienza. Potranno
prenotarmi il volo per tornare in
Italia a Natale cercando prima la
migliore combinazione di prezzi e
orari, assoldare una nuova donna
delle pulizie che non mi inseguirà
perché le ricompri i prodotti per
la pulizia finiti da tempo, andranno in Ambasciata per recuperare
il passaporto che ho rinnovato
e abbandonato lì da settimane,
ritireranno il cappotto in tintoria
prima che arrivi l’estate e sulla base
di precise indicazioni mi riempiranno il frigorifero ogni 3 giorni,
cambieranno in profumeria un
regalo non proprio gradito ecc.
ecc…
Mentre lo ascolto fantastico su
tutte le cose che potrei fare se lo
assumessi per i prossimi mesi:
potrei andare a yoga 2 volte a
settimana, iscrivermi al corso di
photoshop, riprendere le lezioni
di chitarra, recuperare la vecchia
e sana abitudine dell’aperitivo il
giovedì sera, il mercoledì andare
al cinema in bianco e nero, andare
in piscina in pausa pranzo... Ma
con questa nuova agenda quando
troverei il tempo di scrivere il
pezzo della prossima settimana per
CUCO, andare dall’allergologo,
provare il menù per la cena di fine
anno con i colleghi, fare la lista dei
regali di Natale, andare a vedere
il Re Leone a teatro e finire gli
esercizi di portoghese che il mio
prof ancora ottimista si ostina a
darmi per casa?
Ecco, siamo punto e daccapo.
Così facendo non avrei più tempo, dovrei correre da un punto
all’altro della città, dalla palestra
al teatro, dalla piscina all’ufficio...
Ma non sarà che il tempo di cui
disponiamo in fondo è troppo e
lo riempiamo come una valigia
pensando che sia come quella di
Mary Poppins?
“Senta, mi scusi se la interrompo,
la sua idea di comprare il tempo
mi piace, è geniale, ma io non ho
tempo di starla a sentire, per cortesia mi mandi un email e quando
ho un po’ tempo la leggo”.
Dalla collezione di Rossano
Bizzarria
degli oggetti
prima. Nel 1938 si costituì come
“Antiche Ditte Riunite Industrie
Adriatiche”, ADRIA appunto,
come si legge nella nostra placca
pubblicitaria, che risale quindi a
questo periodo. Le guerre, come
tutti sanno o dovrebbero sapere,
portano distruzione e morte, nel
1943, Direttore e maestranze della
ADRIA furono imprigionati e
materiali, prodotti e macchinari,
di nuovo trafugati e confiscati con
il beneplacito di un Commissario
nominato dal Comando Tedesco e
che, a guerra finita, fuggì impunito e, ritiratosi a Klagenfurt, suo
paese natale, visse felice e contento
dei suoi illegali proventi. Indennizzi di guerra non ve ne furono
mai. Ultimo erede e capo di
questa meritoria Ditta fu Andrea,
personaggio poliedrico e cosmo-
polita, organizzatore di spedizioni
nel Caucaso, in Marocco e in
Islanda e grande fotografo, fu
proprio lui che nel 1962, visto il
decadere dell’uso di saponi e il diffondersi delle lavatrici, ne decise
con dolore, prima la chiusura e
poi l’ abbattimento. Ed è proprio
a lui che Trieste ha intitolato una
strada e un Concorso Fotografico
Internazionale.
Tanti auguri
il Portolano
29
novembre
2014
pag. 14
Periodico trimestrale di letteratura Fondato da Piergiovanni
Permoli, Arnaldo Pini, Francesco Gurrieri
Direzione: Francesco Gurrieri
(Responsabile), Maria Fancelli,
Ernestina Pellegrini
Si pubblica a Firenze con
l’Editore “Polistampa”
“il Portolano” vede la luce a
Firenze nel dicembre 1994 /
gennaio 1995 .
Nacque dalla convergenza di
amicizia, amore per la scrittura
e la critica letteraria, maturata
inizialmente con Alessandro
Bonsanti (in anni precedenti) da parte di Arnaldo Pini,
Ferruccio Masini, Piergiovanni
Permoli, Francesco Gurrieri;
quest’ultimo coagulò, con
impegno pragmatico, quelle
potenzialità, facendovi convergere gran parte della cultura
fiorentina, attivando la rivista.
Fra i collaboratori vi sono
stati o vi sono Sergio Givone,
Giuseppe Bevilacqua, Claudio Magris, Ferruccio Masini,
Enzo Siciliano, Alessandro
Parronchi, Sandro Veronesi,
Giorgio Luti, Mario Luzi,
Sauro Albisani, Luigi Baldacci,
Enrico Ghidetti, Marco Marchi, Maria Fancelli, Ernestina
Pellegrini, Giuseppe Nicoletti,
Anna Dolfi, Renzo Gherardini,
Marco Fagioli, Mario Materassi, Stefano Lanuzza, Giovanna
Mochi, Gloria Manghetti ed
altri.
“il Portolano” ha curato numeri monografici su Gadda, Vittorini, Hemingway, Malaparte,
Saba, Pound, Betocchi, Luzi,
Quasimodo, Baldacci, Parronchi, Quinto Martini, Bonsanti,
20 anni
di
lettere
e letterati
Sartre, Strati, Cases , Magris.
Numerose sono le presentazioni e le incursioni critiche sulla
letteratura in Europa. Sono
stati dedicati interi numeri agli
scrittori della “giovane Germania” e a quelli della “Globish
Literature” inglese.
Due numeri monografici
(2008) sono stati dedicati alla
poesia in Italia. Nel 2010 si
sono raccolti contributi sulla
“narrativa sociale” nel secondo
Novecento, con particolare
attenzione a Pasolini.
Vi è particolarmente curata anche la redazione grafica, bandite le fotografie e ammessi solo
il disegno e l’incisione , così da
farne, a giudizio di molti, “una
delle riviste più raffinate degli
ultimi decenni”.
“il Portolano” si è progressivamente consolidato nel tempo,
come periodico di letteratura
di area fiorentina, toscana e del
centro Italia ed è giunto oggi al
suo ventesimo anno di vita, col
n. 76-77.
Può ormai essere considerata
come la rivista erede di quelle
novecentesche , quali “La
Voce”, “Campo di Marte”, “Il
Frontespizio”; pertinace testimonianza letteraria cartacea a
fronte dell’irreversibile avanzare informatico della “pagina
on line”.
Del “Portolano” c’è la consolidata consuetudine della
presentazione alla sua uscita,
effettuata in luoghi pubblici
come i palazzi comunali, il
Gabinetto Vieusseux, le grandi
librerie.
in
giro
29
novembre
2014
pag. 15
Catherine de Zagon
Immagini del Vietnam, realizzate nel 2007:
persone, mercati, cibi, stili di vita di un
paese esotico provato negli anni sessanta e
settanta da una guerra lunga e devastante.
Tutto può essere reso interessante dall’occhio fotografico, il più banale oggetto
quotidiano, ogni forma persino inconsistente come quella di un’ombra o di una piega
può rivelare aspetti inconsueti e misteriosi
ignoti allo sguardo comune. Con un procedimento inverso la fotografia rende familiare l’esotico e nessuno tra i fotografi si sottrae
all’attrazione di testimoniare le realtà osservate durante un viaggio. Cartier-Bresson
dalla Cina riporta foto di cinesi, un’ovvietà
all’apparenza, in realtà l’immagine fotografica constata, ferma cioè il momento che è
destinato a essere velocemente sostituito dal
Teatro solare
Presentazione di Teoria, 1976,
Mancamenti, 1978, Timparmonico, 1971: tre opere presentate
a Villa Romana - dove Renato
Ranaldi nel 1984 ha già esposto
una serie di disegni raccolti nel
volume Angherie - sono nuclei
cellulari di un atteggiamento
artistico che si realizza in un ricco
dispiegamento di concetti e linguaggi adottati nell’arco di tempo
di oltre cinquanta anni.
Sabato 29 novembre ore 18.00
Renato Ranaldi
The quick brown fox jumps over
the lazy dog non è un ambigramma, non è un anagramma,
non è un cronogramma,non
è un lipogramma, non è un
metanagramma, non è un paragramma, non è un tautogramma; non è una mostra in cui i
media tracciano forme in grado
di dialogare a livello estetico e
metaforico; non è una mostra
che comprende dodici disegni
a carboncino di celebri dipinti
dell’espressionismo astratto;
non è una mostra su una lettura
occulta del post strutturalismo,
legata principalmente agli ultimi scritti di Roland Barthes; non è il nostro primo solo show
istituzionale in Svizzera; non è una critica rigorosa al capitalismo contemporaneo; non è una
mostra che mette in luce le connessioni tra una
cosa e un’altra; non è una mostra che rivaluta la
figura di un artista non famosissimo; non è una
mostra collettiva che dovrebbe invece essere intesa come una “situazione” collettiva; the quick
brown fox jumps over the lazy dog non è una
nuova retrospettiva sull’arte povera; non ha a
che fare con la new media art; non è una mostra di Art Brut; non è una soluzione plausibile
tempo che tutto trasforma. Nelle realtà osservate in Vietnam da Catherine de Zagon è
escluso ogni elemento turistico o puramente
estetico come quello degli antichi edifici.
Catherine de Zagon, nata a New York, è
cresciuta a Firenze dove ha frequentato
l’Istituto d’Arte. Ha vissuto in seguito a
Parigi, Los Angeles, New York, Bruxelles.
Di formazione internazionale è restata
molto legata all’ambiente e alla cultura
fiorentina e toscana. Tra i suoi interessi oltre
alla fotografia ci sono la cucina e la moda.
Attualmente vive in Abruzzo dove lavora
nella moda
Catherine de Zagon dal Vietnam al Caffè
Letterario Gallery Le Murate Firenze
1- 29 dicembre 2014
Foto&Foto a cura di Elda Torres
al senso di solitudine cosmica
della specie umana; non è una
speculazione aprioristica sulle
falle e sui favoritismi del sistema
arte; non è il final show degli
studenti de la Ecole Cantonale
d’art de Lausanne; non è il
desideratissimo sequel di Final
Fantasy VII; non è un nuovo
film di Cristopher Nolan; non
è un’antologica di pittura, the
quick brown fox jumps over the
lazy dog non è l’evento collaterale di “Shit and Die”; non
include statement di Ludwig
Wittgenstein, Gilles Deleuze o
Giorgio Agamben; non è un percorso processuale per superare l’ansia da prestazione.
Fino al 20 dicembre 2014 Galleria Pananti,
viale del Poggio Imperiale 32, Firenze
orari apertura: da lunedì al sabato 15.00 - 19.00
e su appuntamento (ones.officeproject@gmail.
com)
The Quick Brown Fox
Jumps Over the Lazy
Dog
Dopo il successo della prima edizione, il
Teatro Solare presenta la seconda edizione de Il Sole d’Inverno, la breve stagione
teatrale
presso
il Teatro di
Caldine. In
questa
occasione
verrà presentato Cinquanta! Epopea di un
faticoso entusiasmo. Lo spettacolo (come
già Farruscad e Cherestanì nel 2013) è stato
realizzato in collaborazione con la compagnia fiorentina Teatro dell’Elce e nasce dalla
raccolta di interviste a uomini e donne nati
tra il ‘30 e il ‘40, che formano la base della
drammaturgia.
Cinquanta! Epopea di un faticoso entusiasmo*
Cinquanta! Epopea di un faticoso entusiasmo è stato realizzato dalla Compagnia
Teatro dell’Elce nel 2008 ed è presentato
ora con un cast rinnovato di giovani attori.
Lo spettacolo, selezionato per il Premio
Scenario 2007, è stato distribuito sul
territorio nazionale ed ha rappresentato
l’Italia al Festival de Teatro por la Paz 2011
a Barrancabermeja (Colombia).
Spettacolo non verbale, Cinquanta! narra
l’epopea di un vivere quotidiano allo stesso
tempo difficile e luminoso, l’avventura
di quattro personaggi negli anni in cui la
fatica necessaria a guadagnarsi da vivere era
accompagnata dall’entusiasmo di un’epoca
ricca di speranze. Il lavoro è il risultato di
un processo di improvvisazione e scrittura
scenica basato su fonti storiche, letterarie e
cinematografiche, sulla consultazione degli
archivi RAI e su interviste a donne e uomini nati tra gli anni ‘30 e gli anni ‘40.
1-2-3-4-5 dicembre 2014 ore 20:45
Teatro di Caldine
horror
vacui
29
novembre
2014
pag. 16
Disegni di Pam
Testi di Aldo Frangioni
Non meravigliatevi,
i mostri che vedete,
e vedrete nel futuro,
sono immagini al
microscopio: la realtà
è molto, molto più
piccola. Eliminate la
meraviglia e cominciate ad essere fortemente preoccupati.
29
novembre
2014
pag. 17
Scottex
L’
del riciclo
arte
Dopo la fortunosa
serie di ben 100
Finzionari, recensioni
di libri inesistenti,
che a dire il vero, eran
venute a noia anche
a chi li faceva, inizia,
con Culturacommestibile 101, l’analisi
critica delle originali
sculture in Scottex
di Paolo della Bella
noto artista poliedrico, polimorfico e
polimaterico. Egli, da
un po’ di tempo, si
sta cimentando nella
“scultura leggera”.
L’opera “Raffreddore
invernale” composta
da centinaia di Kleenex usati è stata battuta alla recente asta
d’arte varia di Baku in
Azerbaigian per 152
Manat. Le recenti
sculture, plasmate in
purissimo Scottex,
occupano tutta l’ala
nord della Cartoteca
di Romagnano Sesia.
Nel catalogo del
museo (che abbiamo curato insieme)
spicca un lavoro, che
la spirituale manipolazione dell’artista,
richiama il linguaggio
del primo Michelangiolo, o, se vogliamo,
anche grazie ai pochi
tratti di spiegazzatura
espressionista, riesce
a produrre un pathos
paragonabile all’Urlo
di Edvard Munch.
29
novembre
2014
pag. 18
L’Aquila
5 anni dopo
di Davide Virdis per confotografia
La città
interrotta
Frammenti
di una
ricerca
di
normalità
www.davidevirdis.it www.confotografia.net
L
immagine
ultima
29
novembre
2014
pag. 19
Dall’archivio
di Maurizio Berlincioni
[email protected]
I
l massacro di My Lai rimarrà per sempre nella storia dell’umanità come una delle stragi più assurde e orrende della guerra del Vietnam. A fine
autunno del 1969, un numero imprecisato di civili vietnamiti disarmati, una cifra compresa fra le 350 e le 500 persone, uomini donne e bambini,
furono sterminati a sangue freddo dalla compagnia C del primo Battaglione di Fanteria dell’esercito americano agli ordini del luogotenente William Calley Jr. Condannato in un primo momento all’ergastolo fu rilasciato solo dopo tre anni e mezzo di arresti domiciliari! Questo episodio è rimasto
nella memoria collettiva mondiale come un insulto alle persone ragionevoli di ogni paese civile. In questo caso l’accostamento tra La Posada (la fattoria
per cui stavano lavorando a cottimo questi raccoglitori, principalmente messicani, ma non solo) e My Lai vuole identificare nel capitalismo violento a
stelle e strisce, i nemici giurati della classe operaia in genere e, in questo caso, dei lavoranti agricoli stagionali. Erano quasi tutti poveri migranti messicani, costretti a vivere con le loro famiglie in modo molto precario ai bordi di strade come queste, in attesa di essere chiamati per una giornata di lavoro
da qualche altro “caporale” di turno.
Gilroy, California, 1972
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N° 101 - Cultura Commestibile