S. IGNAZIO DI LOYOLA
fondatore (1491-1556)
Iñigo López de Loyola nacque nell'antichissimo castello della famiglia
Loyola, non lontano dalla cittadina di Azpeitia nella provincia basca di
Guipúzcoa. Ci sono stati dubbi sulla data di nascita, ma la maggior parte degli
studiosi più autorevoli ora afferma che avvenne nel 1491. I genitori, Beltrán
Yanez de Onaz y Loyola e Marina Sáenz de Licona y Balda, appartenevano a uno
dei casati più nobili e stimati di quella zona. Il nome Inigo era comune tra i baschi,
e fu solo quando si recò a Parigi e a Roma che Inigo de Loyola cominciò a usare il
nome Ignacio, o Ignazio, con cui ora è noto, più facilmente identificabile al di
fuori della regione basca. Nel 1506, Ignazio lasciò la sua casa per diventare paggio
presso Juan Velásquez de Cuéllar, tesoriere del re di Castiglia e membro
promll1ente della nobiltà castigliana, che viveva ad Arévalo, tra Avila e
Valladolid. Presso di lui, Ignazio ricevette l'istruzione di corte del tempo,
accompagnando il padrone nei suoi viaggi insieme alla corte, e senza dubbio fece
tutto il possibile per farsi notare dal re e dai suoi uomini e assicurarsi una carriera
che gli avrebbe garantito una buona rendita finanziaria.
Scriverà in seguito il suo segretario: «Sebbene fosse devoto, non viveva in
modo conforme alla fede, né si teneva lontano dai peccati; allora era
particolarmente assorto nei giochi e nelle questioni di donne e nelle risse e cose
d'armi» (Caraman). Ignazio stesso, più tardi, affermò che fu in quel periodo che
cominciò a leggere avidamente la letteratura cavalleresca e romanzesca che
iniziava a' circolare in Spagna: racconti di conquista e di gloria conseguita con gesta valorose e con sacrificio, di cavalieri coraggiosi e leali, devoti, soprattutto,
all'amore per le loro donne; l'ideale cavalleresco comprendeva sempre una
componente fortemente erotica (Caraman).
È spesso citato un incidente avvenuto nel 1515 per illustrare il suo
comportamento senza regole durante questi anni: in occasione di una visita a
Loyola, fu coinvolto in una violenta rissa in seguito al1'attacco sferrato, insieme a
suo fratello Pedro López, sacerdote, contro alcuni membri del clero; il caso finì in
tribunale ed emerge dagli atti che non si trattava di una momentanea rissa di
strada, ma di un agguato notturno premeditato, poiché Ignazio indossava
l'armatura e portava spada, pugnale e pistola. Pur accettando alcune esagerazioni
in questi resoconti e nelle reminiscenze di un santo che guarda al suo passato di
giovane non devoto, Ignazio era ovviamente un esempio abbastanza tipico della
gioventù del tempo: si godeva la vita, era fiero, e tentava di diventare famoso.
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I suoi progetti improvvisamente sembrarono messi in pericolo nel 1516,
alla morte di re Ferdinando, quando gli successe suo nipote, il lontano Carlo di
Borgogna. Velásquez perse la sua posizione e influenza a corte e dovette ritirarsi,
pesantemente indebitato, per morire 1'anno seguente. Ignazio, che sembrava stanco
della vita di corte, partì per Pamplona, la capitale della Navarra, e ottenne un posto
nell’esercito di Antonio Manrique de Lara, duca di Nájera e viceré di Navarra, con
cui era imparentato. Intraprese la sua prima azione militare nel 1520, partecipando
alla repressione di una rivolta scoppiata nella stessa Nájera, e la seconda nel 1521
allorché i francesi invasero la Navarra e assediarono Pamplona, partecipando alla
difesa della fortezza cittadina. Il consiglio cittadino, temendo la rovina che le
truppe francesi, più numerose, avrebbero causato, in caso di un assedio prolungato,
voleva la pace, ma Ignazio decise di resistere (atto di gran coraggio o solo una
sciocchezza avventata?). Durante 1'assedio fu colpito da una palla di cannone, che
gli spezzò una gamba e ferì 1'altra; la città fu vinta, le guarnigioni si arresero e
Ignazio fatto prigioniero dai francesi. La gamba fu curata con i metodi del tempo e
dopo circa due settimane Ignazio poté far ritorno a Loyola; quando vi giunse la
gamba gli doleva molto, e s'ammalò gravemente.
Si confessò e implorò l'aiuto di S. Pietro, promettendo di dedicargli la vita
di cavaliere, nel caso fosse guarito. Ignazio guarì, ma la gamba si deformò come
risultato del secondo intervento, perciò chiese che un osso prominente gli venisse
amputato; desiderava anche provocare un intenso dolore principalmente per
vanagloria, a quanto pare. Gradualmente la salute migliorò, anche se fu necessario
un periodo di convalescenza di nove mesi prima di poter tornare a essere attivo.
È importante capire che tipo di persona era Ignazio prima di questo
periodo di inattività, poiché la convalescenza causò un profondo cambiamento in
lui e rappresentò l'inizio della sua conversione, che, ovviamente, non lo trasformò
totalmente in un altro individuo; all'inizio, infatti, poteva sembrare che avesse solo
trasferito le sue doti di cavaliere al servizio di un altro padrone, conservando il suo
desiderio di avventura, con lo stesso coraggio e determinazione che aveva avuto in
precedenza. È ironico che la conversione di un uomo così attivo fosse stata causata
dalla lettura: mentre era in convalescenza, chiese alcuni racconti romanzeschi per
passare il tempo, ma poiché non se ne trovavano, gli fu data una copia della Vita
di Cristo di Lodolfo di Sassonia e una traduzione spagnola della Legenda aurea.
\ All'inizio si stancò di leggere racconti di punizioni corporali e di
abnegazione, ma lentamente fu colpito da alcuni dei "cavalieri di Dio", come
erano chiamati nell'edizione spagnola. S. Francesco (4 ott.) aveva condotto una
giovinezza dissoluta simile alla sua, amava danzare e cantare, ma poi dimostrò
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coraggio quando incontrò il sultano e scambiò i suoi bei vestiti con gli stracci di
un mendicante; inoltre era diventato la guida di uomini e donne a lui devoti.
S. Domenico proveniva dalla zona vicino ad Arévalo e, ancora una volta, aveva
usato le sue doti per istituire un grande ordine (nonostante Ignazio fosse disgustato
del modo in cui si castigava con una catena, ogni notte).
Un altro santo che lo attraeva era S. Onofrio, un principe persiano che
aveva poi trascorso molti anni nel deserto come eremita (la sua dedizione totale a
ciò in cui credeva era l'aspetto che lo colpiva maggiormente). La conversione non
avvenne subito: quando era stanco di leggere le vite dei santi, sognava, come
affermò, «tutto ciò che avrebbe ottenuto ponendosi al servizio di una certa signora
[...] e le gesta militari che avrebbe intrapreso per lei». Era così attratto da queste
"vanità" che non prendeva in considerazione l'impossibilità della loro
realizzazione, poiché la dama era di altissimo lignaggio e probabilmente non lo
avrebbe voluto come corteggiatore. Gradualmente si accorse che le sue fantasie di
seguire la via della santità lo. soddisfacevano più a lungo di quelle della vita di
corte e cominciò a pensare alla necessità di pentirsi per i peccati commessi; forse
un pellegrinaggio a Gerusalemme sarebbe stato un primo passo (non esistevano
mezze misure per Ignazio, e Gerusalemme gli avrebbe portato sia il brivido
dell’avventura che la pace del pentimento).
Una notte in cui non riusciva a dormire, gli apparve la Madonna, che lo
riempì di un'immensa gioia per diverse ore e gli fece provare vergogna e totale
repulsione per il modo in cui aveva vissuto fino allora, di conseguenza decise di
cambiare stile di vita. Molto tempo dopo, scrisse che dopo aver avuto questa
visione, non subì più le tentazioni della carne. Appena ristabilito, partì per
Barcellona (con 1'aiuto del duca di Nájera, che gli offrì un impiego importante),
per imbarcarsi per Gerusalemme come un umile pellegrino.
Mentre era in viaggio, si fermò al santuario di Monserrat per una veglia
davanti alla cappella della Madonna, dove scambiò i suoi abiti cavallereschi con
quelli di un pellegrino. Non si sa cosa successe a Monserrat, ma è possibile che gli
incontri con i monaci e la confessione generale che fece lo convinsero a rimandare
il pellegrinaggio finché non avesse fatto ulteriori progressi nel suo nuovo modo di
vivere, perciò si ritirò nella vicina Manresa, in eremitaggio. Uno dei monaci gli
donò una copia di un'opera scritta dal riformatore monastico García Jiménez de
Cisneros, 1'Exercitatorio de la Vida Espiritual (Manuale della vita spirituale).
Trascorse a Manresa dieci mesi, vivendo all'inizio in un ospizio
malridotto, chiedendo cibo nelle strade, ritirandosi talvolta in un luogo tranquillo
vicino al fiume (ma non visse mai in una caverna, come affermarono successive
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leggende), in generale pregando e studiando il modo di progredire nella vita
spirituale che aveva scelto. Anche se non fu totalmente solo, poiché conobbe degli
amici e un gruppo di donne benestanti che si prendevano cura di lui, fu un periodo
molto intimo per lui. Fece esperienza della gioia della conversione e della
profonda depressione che colpisce chi è scrupoloso, quest'ultima certamente
favorita dal severo regime di digiuno e di penitenza corporale. Durante alcuni
attacchi di febbre, dovette essere assistito e gradualmente la sua confusione interiore si attenuò; cominciò a provare quella pace fondamentale che godette per il
resto della vita, basata sulla consapevolezza di agire secondo il volere di Dio. I
santi furono sostituiti dalla Trinità nelle sue meditazioni e nelle motivazioni delle
sue azioni, ed egli successivamente definì 1'inizio della sua vita mistica a Manresa
come la sua "Chiesa primitiva".
Manresa fu anche fondamentalmente importante nello sviluppo dei suoi
Esercizi spirituali, destinati a diventare il contributo personale più ricco alla
spiritualità occidentale. Prima di arrivare a Manresa aveva già iniziato a prendere
appunti su ciò che leggeva e sulle sue esperienze personali mentre intraprendeva il
cammino della conversione, e mantenne quest'abitudine durante i dieci mesi del
suo "eremitaggio". Per la prima volta lesse l’Imitazione di Cristo, opera
importante della devotio moderna dell'Europa settentrionale, che gli offrì un
«modello d'interiorità coltivato intensamente» (Evennet). Non importa quanto
possa essere stato influenzato dalle sue letture, a ogni modo. Ignazio produsse
qualcosa che era «tanto originale nell’espressione come nel concetto e nel progetto
generale» (ibid.). Gli Esercizi spirituali. - risultato dei suoi appunti, delle
preghiere, delle sofferenze e delle esperienze mistiche -, un manuale per guidare le
persone alla perfezione nella vita spirituale, un concentrato realistico delle sue
esperienze, assai diverso dagli scritti mistici tradizionali poiché era destinato
all'uso pratico, rappresentò uno stadio nel progresso spirituale di Ignazio alla
ricerca del suo ruolo.
Per un periodo aveva pensato di entrare a far parte di un ordine di clausura
per condurre una vita di preghiera e di penitenza (prese in considerazione un
vicino monastero cistercense), ma il suo temperamento lo portava a essere attivo e
fu contatto con gli altri.
Dopo la sua prima conversione, durante la convalescenza, amava parlare
con gli altri delle sue esperienze e scoprì che li influenzava spiritualmente; è
chiaro che a Manresa cominciò a svolgere questo apostolato, specialmente in
favore delle donne che si prendevano cura di lui e gli Esercizi erano anche intesi
ad aiutare gli altri a trarre un insegnamento dalle sue esperienze.
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Gli Esercizi spirituali contengono due elementi centrali: un esame
sistematico della coscienza, inflessibile nel porre in rilievo la condanna dei vizi
inveterati, e un approccio preciso alla meditazione come forma di preghiera intesa
a fissare 1'attenzione della mente in modo intenso su un particolare episodio della
Bibbia o su qualche concetto dottrinale, e a ottenere risultati pratici nella vita individuale. Chi segue gli Esercizi spirituali è costretto a scegliere tra i "due modelli":
Cristo o il mondo, oppure a persistere in un debole "non so".
Tutto ciò non era stato elaborato completamente, al momento in cui
Ignazio lasciò Manresa nel 1523; furono necessarie alcune modifiche allorché
cominciò ad attrarre i suoi primi compagni grazie agli Esercizi spirituali, e quando
l'Inquisizione, nel 1526, li esaminò per controllare che non contenessero eresie;
alcuni anni dopo fu intrapresa a Parigi una revisione generale. Ad ogni modo, egli
aveva già stabilito che la conversione personale e la santificazione individuale
erano i punti centrali della riforma, e che dovevano continuare a rappresentare il
fine della sua vita apostolica: nessuna grande strategia per ricostruire la Chiesa
avrebbe potuto avere significato senza questi due principi fondamentali.
Ignazio alla fine raggiunse Gerusalemme nel settembre del 1523, dove
trascorse circa tre settimane, abbastanza a lungo perché la Terra Santa
soddisfacesse le sue necessità spirituali, e sufficienti anche a fargli scoprire che il
suo progetto segreto di convertire i musulmani, durante il pellegrinaggio, era
impraticabile. I francescani gli ordinarono di partire per evitare la cattura e persino
la morte per mano dei turchi. Ritornato in Spagna decise di aver bisogno di una
certa istruzione formale, se voleva che la sua attività missionaria avesse successo
(al momento non conosceva il latino e non aveva mai studiato teologia).
All'età di trent'anni intraprese lo studio del latino e delle materie
umanistiche, e sviluppò anche la sua vocazione condividendo le sue vedute
spirituali con altri e introducendo alcuni di loro al primo stadio degli Esercizi.
Cominciò a parlare della moderazione che mancava nella sua vita spirituale a
Manresa: bisognava praticare solo penitenze moderate, come consigliò in una
lettera: «Il Signore non ti comanda di fare cose difficili e dannose alla tua salute,
ma solo di vivere con gioia in Lui, dando al tuo corpo ciò che è dovuto»
(Caraman).
In seguito sviluppò questo concetto di moderazione in un principio più
ampio da usare nella guida delle anime: successivamente come confessore
1'applicò all'interpretazione della teologia morale, e spinse i suoi seguaci ad
accettare usi e costumi locali. Dopo la sua morte, i membri della Compagnia
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furono frequentemente accusati di essere «confessori indulgenti».
Dopo aver studiato latino per due anni, Ignazio lasciò Barcellona per
iniziare gli studi universitari ad Alcalá. Con lui partirono tre giovani e nella città
universitaria radunò un gruppo molto vario di discepoli (il domestico di un
sacerdote, mogli di artigiani, un vignaiolo, uno o due apprendisti e alcune
prostitute). Iniziò a indossare l'abito clericale (aveva ricevuto la tonsura da
giovane); non molto tempo dopo le autorità della Chiesa cominciarono a
sospettare questo nuovo gruppo, credendo che fosse un’altra setta di "illuminati",
o alumbrados, che affermavano di aver avuto rivelazioni speciali da Dio e che si
credevano superiori agli altri cristiani. Ignazio fu chiamato a comparire davanti
all'Inquisizione, ma fu rilasciato a condizione che i suoi seguaci non si vestissero
come se fossero membri di un ordine. L’anno seguente seguirono altri interrogatori più severi sulle sue azioni e sui suoi insegnamenti, in particolare sulle
lezioni o gli esercizi che faceva fare alla gente semplice, che includevano la
raccomandazione di ricevere la santa comunione ogni quindici giorni.
Gli inquisitori non trovarono niente che non fosse ortodosso, sia nel suo
insegnamento che nelle sue azioni, anche se gli fu ordinato di vestirsi come un
semplice studente e di non organizzare più incontri prima di aver compiuto altri
quattro anni di studio. Contrario ad accettare questa limitazione allo svolgimento
del suo ministero, decise di trasferirsi a Salamanca per continuare gli studi, ma
presto dovette affrontare nuovi problemi: trascorse tre settimane in prigione,
mentre il suo libro di Esercizi era sotto esame. Il verdetto fu uguale al precedente.
Ignazio capì che non aveva altra scelta: avrebbe dovuto lasciare la Spagna, poiché
aveva bisogno di studiare, ma nel frattempo non voleva porre fine al suo
apostolato, perciò decise di trasferirsi a Parigi, dove giunse all'inizio del 1528.
L’impatto che il suo sviluppo spirituale ricevette nei sei anni che trascorse
a Parigi fu totale: entrò in contatto con il mondo più vasto dell'umanesimo
cristiano, della riforma basata sulla Scrittura e del dibattito intellettuale generale;
studiò arte, filosofia e si laureò. In termini accademici fu l'archetipo di un tardo
divulgatore, e la sua Compagnia era destinata a distinguersi per la sua erudizione e
il suo ruolo nello sviluppo di una più elevata istruzione cattolica; i più alti
incarichi della Compagnia erano riservati solo ai più eruditi. A Parigi si unirono a
lui alcuni seguaci che sarebbero diventati il nucleo della Compagnia: Francesco
Saverio (3 dic.), Alfonso Salmarón, Diego Laínez, Simon Rodrigues, Nicolás
Bobadilla del Camino e Pietro Favre (1 ago.), con i quali nella cappella di Montmartre fece voto di condurre una vita di povertà e di castità e di recarsi a
Gerusalemme per convertire i musulmani o dovunque il papa avesse loro chiesto.
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Si convinse della necessità dell'organizzazione per rendere efficace il
processo di riforma; perfezionò gli Esercizi, presentandoli ai suoi compagni. Un
certo numero di spedizioni efficaci nelle Fiandre e a Londra, per ottenere
donazioni, gli diede un po' di sicurezza sul piano finanziario, ma la sua salute era
stata permanentemente danneggiata dai suoi eccessi penitenziali giovanili, e
quando lasciò Parigi nel 1535, dovette tornare in Spagna per tre mesi per
ristabilirsi, durante i quali persuase le autorità a effettuare un progetto urbano in
aiuto dei poveri, come aveva visto fare in alcune città delle Fiandre. I compagni
promisero di rincontrarsi a Venezia nel giro di due anni e poi di partire per
Gerusalemme.
Ignazio si recò a Venezia prima degli altri, dove studiò teologia
privatamente e incontrò alcuni importanti riformatori con cui discusse lo stato
della Chiesa, due dei quali successivamente entrarono nella Compagnia. Ignazio
continuava a usare gli Esercizi, e ad accrescere la sua abilità come guida spirituale
tramite corrispondenza. Quando il gruppo di Parigi (a quel tempo formato da nove
membri, e che comprendeva Claudio Le Jay, Pascasio Broët e Giovanni Codure,
due dei quali avevano eseguito gli Esercizi guidati da Favre) lo raggiunse, lavorò
con lui in quella città per alcuni mesi nell’ospizio degli incurabili, svolgendo
compiti umili e assistendo quelli che morivano di tifo o sifilide. Dovettero rinviare
il progetto di recarsi a Gerusalemme, perché i turchi controllavano il Mediterraneo
orientale; approfittarono del ritardo per farsi ordinare sacerdoti e svolgere un
lungo ritiro spirituale insieme (Ignazio lo chiamò la sua "seconda Manresa"), poi
si divisero in gruppi di due o tre per lavorare in città diverse.
Prima di lasciare Venezia decisero di chiamarsi Compagnia di Gesù, in
linea con le congregazioni e le confraternite che erano esistite per anni in varie
zone dell'Europa settentrionale e con la Compagnia del Divino Amore che era
stata fondata a Brescia da S. Caterina da Genova (15 set.). In nessun senso la
parola "compagnia" aveva sfumature militari in questo contesto, e Ignazio non si
basava sulla sua esperienza di soldato, nell'organizzare i suoi seguaci in questo
modo (anzi, "organizzazione" è probabilmente una parola troppo forte per definire
il gruppo di confratelli a questo punto della loro storia, il cui legame più intenso
era il loro desiderio comune di conversione e santità personale).
Ignazio, Laínez e Favre partirono per Roma verso la fine del 1537; a La
Storta, circa venti chilometri dalla città, Ignazio ebbe una importante esperienza
spirituale: mentre stava pregando la Madonna di «porlo accanto a suo Figlio», fece
esperienza di «un tale cambiamento nella sua anima e vide così chiaramente che
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Dio Padre lo aveva posto vicino a suo figlio Cristo, che la sua mente non poté
dubitare che Dio Padre lo avesse davvero accolto vicino a suo Figlio»
(Autobiografia). Per Ignazio questo fu il segno che stava aspettando: il lavoro che
stava svolgendo insieme ai suoi compagni aveva l'approvazione divina; non è
chiaro se avesse pensato, prima di quest' esperienza, di organizzare il gruppo in un
ordine o in una congregazione formale e non si sa neanche se avesse quest'intenzione persino dopo l'episodio avvenuto a La Storta, ma di una cosa era
certo: il nome Compagnia di Gesù era giusto perché esprimeva il loro rapporto di
servizio a Cristo.
A Roma i tre iniziarono a insegnare catechismo ai bambini, a confessare e
a predicare; la loro ortodossia fu tuttavia messa in dubbio di nuovo, ma
un'indagine giudiziaria li prosciolse da tutte le accuse. Furono raggiunti dal resto
del gruppo e nell'inverno 1538-1539 ebbero l'opportunità di svolgere il loro
apostolato di carità, poiché la città fu colpita da carestia, nell’assistere centinaia di
malati e affamati. Avevano già offerto i loro servizi a papa Paolo III (1534-1549),
che era diventato un tenace sostenitore del loro stile di vita e voleva inviarli in
luoghi differenti (le città dove avevano già svolto la loro attività chiedevano il loro
ritorno e il re del Portogallo chiese loro persino di recarsi nelle Indie). Erano certi
che questi incarichi sarebbero diventati sempre più frequenti, e si trovarono ad
affrontare la questione di come poter mantenere la loro unità in tali circostanze; se
si fossero organizzati in un ordine, avrebbero dovuto obbedire a due superiori, il
papa e il responsabile eletto a capo dell'ordine. Mentre la Compagnia s'ingrandiva,
tuttavia, non ci si poteva aspettare che il papa stesso discutesse con loro ogni
dettaglio. Nel giugno del 1539 i compagni, dopo aver pregato e discusso a lungo,
decisero di eleggere un superiore al quale avrebbero pronunciato il loro voto di
obbedienza e a Ignazio fu chiesto di redigere lo schema di una costituzione per
loro. Scrisse ciò che egli stesso definì una "formula", o stile di vita, piuttosto che
una regola, ma che conteneva già dei suggerimenti per le costituzioni successive:
il dovere della Compagnia era di insegnare il catechismo, predicare, confessare,
tenere conferenze, assistere malati e carcerati. Un superiore eletto avrebbe dovuto
esercitare la sua autorità con un consiglio e ogni membro dipendeva direttamente
dal papa «senza esitazioni, indecisioni o scuse».
Non si parlava di recitare l'Ufficio insieme, né di osservare precise ore di
preghiera o penitenze prescritte (tutte caratteristiche delle regole tradizionali la cui
assenza, insieme al voto speciale d'obbedienza al papa, provocò obiezioni quando
fu presentata la formula per l'approvazione). Ignazio fu irremovibile sulla
questione dell’'Ufficio; la soluzione per lui era la flessibilità, e la capacità dei
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compagni di recarsi ovunque fosse necessario in qualsiasi momento (come disse in
un'altra occasione, avrebbero sempre dovuto avere «un piede nella strada, pronti
ad affrettarsi da un luogo al l'altro»). Ci volle più di un anno per ottenere
l'approvazione del papa, che fu garantita in una bolla del settembre 1540, in cui
qualificava il nuovo ordine con il nome Compagnia di Gesù. Ignazio fu eletto
superiore nel 1541 e il 22 aprile i sei compagni che si trovavano a Roma
pronunciarono i voti. È interessante notare, alla luce dell’attività successiva della
Compagnia in seno alla Riforma cattolica, che la formula non faceva nessun
riferimento al protestantesimo o a nessun altro compito speciale che i suoi membri
potessero svolgere nel combatterlo: Ignazio non si considerava un paladino contro
l'eresia e non elaborò mai nessuna strategia per controbatterla; era più interessato a
convertire i musulmani e a evangelizzare i pagani dei paesi lontani.
Ignazio trascorse il resto della sua vita a Roma, guidando la Compagnia e
svolgendo il suo apostolato presso i poveri, le prostitute, gli ebrei, i malati e gli
orfani della città, per i quali aprì una casa e organizzò una confraternita che la
gestisse. Istituì anche una casa per prostitute che cercavo di redimersi, la casa di
Santa Marta. Si tenne in contatto con i membri della Compagnia per lettera:
avrebbero dovuto mandargli trimestralmente dei rapporti sulle loro attività e lui
avrebbe inviato loro un resoconto del lavoro che gli altri stavano svolgendo.
Sfruttò questi rapporti per propagandare il loro apostolato e per reclutare nuovi
membri per la Compagnia (furono particolarmente utili, in questo caso, le lettere
di Francesco Saverio, che era partito per l'India, primo missionario gesuita). Oltre
alle lettere burocratiche usuali, Ignazio scrisse a re e regine, a nobildonne di gran
fama, a coloro che gli chiedevano consiglio spirituale, a quelli che avrebbero
potuto sostenere le sue opere di carità a Roma: nel complesso queste lettere
«rivelano la sua umanità quasi con la stessa intimità degli Esercizi spirituali, e
riflettono l'intera gamma delle sue idee e come si svilupparono negli ultimi sedici
anni della sua vita» (Caraman).
Sono state tramandate circa settemila di queste lettere, non tutte, per
ammissione, scritte direttamente da lui, che, nonostante il loro stile formale (e
Ignazio rivedeva almeno una volta ogni lettera che scriveva, stando molto attento
a come esprimeva il suo pensiero) sono cariche di umanità e amicizia, sebbene
non contengano parole confidenziali, né aspetti propri della natura umana o
discorsi frivoli; paragonate alle lettere intense di S. Teresa d'Avila (15 ott.), sono
scritti prosaici di un uomo che controlla totalmente le sue emozioni, che non
dimentica mai se stesso o l'importanza di ciò che sta scrivendo (Rahner).
Il suo costante carteggio non significava che Ignazio interferisse nel
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lavoro dei suoi membri; anzi una delle caratteristiche della Compagnia era che egli
concedeva e incoraggiava molto l'iniziativa personale. La sua libertà nel dirigere
la Compagnia era molto, diversa da qualsiasi stile di governo autocratico; insisteva
che i membri prendessero le decisioni senza rivolgersi a lui: «Lascio ogni cosa al
tuo giudizio», scrisse a Rodrigues in Portogallo nel 1542 «e considererò migliore
qualunque tua decisione» (Caraman). Guidò la Compagnia, piuttosto che
governarla, poiché tutti i suoi membri avevano fatto gli Esercizi spirituali e questa
era l'unica garanzia di cui aveva bisogno: un individuo totalmente libero di agire
avrebbe servito meglio Dio, e pochi superiori religiosi possono aver detto così
fermamente ai membri del loro ordine di dimenticare le regole e fare ciò che
avessero ritenuto più opportuno (Bossy).
Esisteva un ovvio contrasto tra questa flessibilità e l'importanza che
Ignazio attribuiva all'obbedienza totale come virtù fondamentale per i membri
della Compagnia, ma nella maggior parte dei casi si trattava di uno stato di
conflitto creativo, ed egli riuscì a concedere all'individuo la massima libertà
d'azione sul posto, insistendo contemporaneamente sulla totale subordinazione del
volere individuale al superiore. Gli studiosi hanno visto in questo un modello
tipicamente militare di comando e delega; senza forzare troppo l'analogia,
funzionava perché l'esercito di Ignazio era composto interamente di ufficiali. Non
si può mettere in dubbio l'alto valore che attribuiva all’obbedienza, e le sue opere
su quest’argomento abbondano del linguaggio tradizionale tipico di questo tema: il
religioso avrebbe dovuto essere quasi cadaver (simile a un cadavere), totalmente a
disposizione del suo superiore; avrebbe dovuto obbedire "ciecamente" ed essere
uno strumento nelle mani di qualcun altro, mentre i superiori avrebbero dovuto
allontanare quelli che disobbedivano. Non si trattava di una questione teoretica per
Ignazio, poiché era molto preoccupato per ciò che stava accadendo in Portogallo,
dove la condotta rilassata di Bobadilla stava causando seri problemi,
comportamento che secondo Ignazio era dovuto a una mancanza basilare di
disciplina. La lunga lettera che scrisse su quest'argomento nel 1553, e le sezioni
che incluse nelle Costituzioni mostrano chiaramente il suo pensiero: «Il terzo
modo di sistemare la questione (di accettare l'obbedienza) [...] è presupporre e
credere, in modo molto simile a come siamo soliti fare nelle questioni di fede, che
ciò che il superiore esige corrisponde al comando di Dio, nostro Signore, e al suo
santo volere. Poi procedere ciecamente, senza domande di nessun tipo [...] con la
volontà pronta a obbedire» (lettera del 1553). L'obbedienza era per Ignazio allo
stesso tempo la miglior forma d'abnegazione e il segno più sicuro del suo
raggiungimento, un sacrificio volontario degli individui che si offrono a Dio, il
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quale crea una condizione d'amore e di gioia spirituale, non di timore. Il modello,
qui, come sempre per Ignazio, è Gesù, la cui «obbedienza fino alla morte» ha
dimostrato la sua totale accettazione della volontà del Padre. Quest'insistenza
sull'importanza dell'obbedienza riguarda anche il superiore: i subalterni devono
aver fiducia in lui in quanto guida e tramite con Cristo, ed egli deve tenere in
considerazione il loro talento personale e valutare l'opportunità di affidare loro
compiti particolari nella Compagnia, cosa che anche Ignazio faceva.
La posizione e il ruolo del superiore furono definiti più chiaramente
quando Ignazio lavorò alle Costituzioni tra il 1544 e il 1550, aiutato dal suo
segretario, Giovanni de Polanco, che leggeva e commentava tutte le bozze. Questi
scritti furono arricchiti dalle problematiche suggerite dai membri della Compagnia
che interpretavano la formula originale, interrogativi che riguardavano la povertà,
l'obbedienza, i voti e l'autorità dei superiori locali. Girolamo Nadal viaggiò per
tutta l'Europa per raccogliere le varie opinioni sulle bozze, e in un incontro
speciale a Roma i membri professi approvarono una versione che Ignazio poi
promulgò, benché continuasse ad apportare revisioni per il resto della sua vita. In
essa erano conservati gli elementi basilari della formula: l'assenza dell'Ufficio in
coro; nessun tempo fissato per la preghiera e il digiuno, nessun abito speciale o
penitenza prefissata. Il noviziato era esteso a due anni invece di uno, come
avveniva di solito, ed era seguito da un periodo di studio, detto scolasticato, da un
altro anno di probazione; la professione dei voti avveniva solo dopo questo lungo
processo di preparazione.
Il superiore generale era eletto a vita (con un sistema di tipo monarchico,
fortemente centralizzato, senza strutture elettorali, né. capitoli generali convocati
regolarmente, ma delegando i superiori). Non tutti questi elementi erano originali
della Compagnia, ma nel complesso generarono un nuovo tipo di ordine, adatto sia
alle necessità esterne della Chiesa che alla perfezione interiore dei membri della
Compagnia.
La quantità di studi imposti ai giovani membri durante il tirocinio era
molto maggiore che in altri ordini, e i voti solenni erano differiti finché fosse stata
dimostrata l'idoneità dei candidati a tali studi. Ignazio credeva nella necessità di un
clero istruito, proprio come si era convinto, a suo tempo, di dover studiare prima
di portare il Vangelo agli altri. I primi collegi della Compagnia furono aperti a
Padova nel 1542, Bologna nel 1546 e Messina nel 1548, ma Ignazio desiderava
istituirne soprattutto a Roma. Il primo fu aperto nel 1551: s'insegnavano la
grammatica, le materie umanistiche e la dottrina cristiana; nel 1553 furono
aggiunti corsi di filosofia e teologia in vista dell'ordinazione presbiterale, così
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nacque la famosa università gregoriana.
Ignazio istituì anche un collegio tedesco a Roma nel 1552, per preparare i
giovani al sacerdozio, che così avrebbero potuto lavorare per la riforma della
Chiesa nel loro paese. Nei dieci anni successivi alla sua morte furono aperti
collegi in Spagna, Portogallo, Francia, Germania, India, Brasile e Giappone.
L'impatto a lungo termine sull'istruzione del clero e sullo sviluppo generale dell'istruzione secondaria in tutta Europa fu inestimabile. Oltre a ciò . che rivelano le
lettere che Ignazio scrisse da Roma, alcune componenti della sua vita spirituale
sono rivelate in due opere, l'Autobiografia, o Reminiscenze, che dettò nel 1553 e
nel 1555, e il Diario spirituale del 1544-1545.
L'Autobiografia riguarda gli anni dal 1521, dal periodo di Pamplona fino
al suo arrivo a Roma nel 1538, i suoi "anni di pellegrinaggio"; come li chiamava, e
descrive la sua conversione che è unica, anche se i lettori devono ricordare che
questo racconto era il risultato di una serie di reminiscenze, e non si sa quanto
fosse stato alterato dai segretari che lo trascrissero sotto dettatura.
Il Diario, d'altro canto, è un racconto personale delle sue esperienze
mistiche e del suo progresso spirituale, sotto forma di appunti giornalieri, difficili
da interpretare, ma che rivelano le sue esperienze di unione mistica con Dio e
mostrano che il suo misticismo era totalmente incentrato sulla Trinità. Ignazio
descrisse un’esperienza in cui si sentì «sopraffatto da una grande devozione alla
SS. Trinità, provando un eccesso d'amore e versando abbondanti lacrime, senza
vedere distintamente le persone [...] ma percependo in una splendente luminosità
una singola essenza» (Caraman). Faceva queste esperienze principalmente mentre
si preparava a celebrare la Messa, o durante la celebrazione stessa, e il segno
esteriore era di solito un pianto incontrollato (sembra che abbia provato
pochissimi altri fenomeni fisici mistici), tuttavia le lacrime divennero un tale
problema che dovette chiedere al papa di commutargli il dovere di celebrare
l'Ufficio con la recita del rosario. Ignazio era sempre diffidente verso i racconti di
fenomeni mistici (con cui Satana, secondo lui, poteva facilmente ingannare gli
individui) e sconsigliava fortemente ai membri della Compagnia di puntare ai
livelli più alti della preghiera contemplativa, che spesso distraevano l'individuo
dall'azione e lo illudevano.
Ignazio morì improvvisamente il 31 luglio 1556, dopo ripetute malattie
durante i tre anni precedenti; fu sepolto accanto all'altare maggiore in Santa Maria
della Strada, chiesa successivamente abbattuta e sostituita da quella del Gesù,
dove sono conservate le spoglie.
Una citazione dalla sua ultima lettera, scritta poco prima della morte,
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sembra riassumere la sua vita: «Possa Egli con la sua infinita e suprema bontà
degnarsi di concederci la sua grazia abbondante, così da farci conoscere il suo
santissimo volere per poterlo compiere in modo perfetto». Ignazio fu canonizzato
nel 1622, insieme a S. Teresa d'Avila, S. Filippo Neri (26 mag.), S. Francesco
Saverio, e all'umile contadino S. Isidoro (15 mag.).
Al tempo della morte d'Ignazio, la Compagnia aveva già intrapreso una
varietà sorprendente di attività apostoliche oltre a lavorare in mezzo agli
emarginati della società, predicando e insegnando il catechismo in ogni occasione
possibile.
Erano al servizio della Santa Sede per ogni richiesta: nel 1542 due membri
della Compagnia, Salmarón e Broët, furono inviati dal papa in Irlanda per
un'inchiesta; alcuni teologi di gran fama del Concilio di Trento erano gesuiti;
Francesco Saverio era partito per l'India e paesi più lontani nel 1541; S. Pietro
Canisio (21 dic.) e altri svolgevano la loro attività in Germania, Austria, e Polonia.
Nel 1555, un gruppo di loro fu mandato missionario in Etiopia, con istruzioni
scritte da Ignazio, «uno dei documenti missionari più illuminati di ogni epoca»
(Caraman).
In Italia la Compagnia possedeva ventidue case o collegi, in Spagna e
Portogallo diciannove, e in Giappone cinque. Sebbene un’espansione così rapida
incontrasse le sue difficoltà, avvalora il giudizio di Evennett che la Compagnia
sarebbe diventata «la forza più potente, attiva, modernizzante, umanistica, e
flessibile della Controriforma».
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SANT'IGNAZIO DI LOYOLA
1491-1556
Nel 1555 tutti i professori dell'università di Barcellona scrissero a Ignazio
di Loyola - già celebre fondatore della Compagnia di Gesù - la seguente lettera:
«Reverendo Padre, quando consideriamo le tue opere e le confrontiamo con quelle
dell’antichità, tu ci appari davvero beatissimo, perché Cristo ti ha eletto (...) per
sostenere con vigore i vecchi edifici ecclesiastici che minacciano di rovinare per
vecchiezza e per incuria dei loro architetti, e per costruirne di nuovi.
È quanto han fatto in altri tempi Antonio e Basilio, Benedetto, Bernardo,
Francesco e Domenico e molti altri illustri personaggi che veneriamo come santi e
nominiamo con onore. Verrà un tempo - lo speriamo e lo desideriamo - nel quale tu
sarai invocato nello stesso modo per le tue grandi opere, e la tua memoria sarà
sacrosanta in tutto il mondo».
Ignazio aveva allora sessantaquattro anni; sarebbe morto l'anno dopo.
Proprio nello Studium Generale di Barcellona egli, a trentatré anni, era
tornato sui banchi di scuola, lasciati ai tempi dell’adolescenza.
La difficoltà più grande nel riprendere in mano la grammatica latina non
era l'età piuttosto avanzata, ma il fatto che aveva la mente tutta assorbita dal
pensiero di Dio.
A una scelta così difficile e ostinata, l'aveva spinto un solo motivo che
Ignazio, nella sua Autobiografia, spiega semplicemente con queste parole: «Il
pellegrino pensava tra sé che cosa avrebbe fatto. Finì per risolversi a studiare per
un certo tempo, per poter aiutare le anime». «Pellegrino» era il nome che egli s'era
dato da quando il Signore l'aveva attratto a Sé.
E da quel coraggio - di riprendere a studiare come un ragazzo, a trentatré
anni -dipendeva (tale è il mistero della storia cristiana) l'avvenire stesso del
cattolicesimo: tutta quella immensa rete «missionaria» di collegi, scuole,
università, attività culturale, umanistica, scientifica e teologica, con cui i gesuiti
avrebbero risollevato le sorti della Chiesa dopo la crisi protestante e avrebbero
predicato il Vangelo «fino agli estremi confini della terra», quei confini che allora
apparivano per la prima volta in tutta la loro impensata vastità.
Fino a trent' anni Ignazio era stato un tipico gentiluomo spagnolo. Era nato
a Loyola, in terra basca, nel 1491.
A sedici anni era stato mandato a vivere dalle parti di Avila, presso un
nobile parente che aveva una posizione di prestigio alla corte dei Re Cattolici.
Divenne così «un giovane brillante e raffinato, molto amante degli abiti
sfarzosi».
Ignazio stesso-raccontando la sua vita - inizia con queste parole: «Fino a
ventisei anni, fu un uomo dedito alle vanità del mondo. Suo diletto preferito era il
maneggio delle armi, con un grande e vano desiderio di procacciarsi fama»
(Autobiografia, 1).
A venticinque anni era passato al servizio del viceré di Navarra, proprio
quando Francesco I di Francia si preparava ad attaccare quel regno.
Venne posto l'assedio a Pamplona. La città era divisa e pronta a cedere,
tanto che i rinforzi rinunciarono a entrare nella città che avrebbero dovuto
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difendere.
Inigo (questo era il suo vero nome), invece, si rifiutò di tornare indietro,
reputandola cosa disonorevole.
Alla testa di pochi uomini, riuscì ad entrare in città e ad asserragliarsi nella
fortezza. "Ma i francesi ebbero presto il sopravvento e diedero l'attacco al castello.
Fu Inigo a imporre la resistenza e tutti «furono trascinati dal suo coraggio e dalla
intrepidezza».
I bombardamenti francesi durarono sei ore. Poi si giunse all’assalto di
spada. Fu allora che un proiettile colpì Inigo ferendolo a una gamba. Finita la
battaglia, fu riportato a casa, ma la ferita era così grave e le prime cure furono così
disastrose che l'eroe si trovò in fin di vita, tanto che gli fu amministrata l'estrema
Unzione. Lo stesso Ignazio racconta che le sue ossa, «o perché mal ricomposte la
prima volta, o perché mosse durante il viaggio, impedivano la cicatrizzazione. Si
ricominciò allora quella carneficina. Ma il malato, come durante gli strazi subiti
precedentemente, e che avrebbe dovuto subire in seguito, non disse parola né diede
altro segno di dolore, se non stringendo forte i pugni» (Autobiografia, 2).
Contro l'aspettativa di tutti, guarì; ma gli era rimasto un osso sporgente e
zoppicava nel camminare.
Ignazio voleva poter cavalcare, voleva poter indossare ancora «i suoi
stivali molto attillati ed eleganti».
Benché le ossa si fossero ormai saldate, decise di farsi operare
nuovamente. Leggiamo ancora il racconto: «Non si dava pace, perché voleva
continuare la vita mondana e pensava che ciò lo rendeva deforme.
Chiese ai medici se si potesse nuovamente tagliare. Essi risposero che
certamente si poteva tagliare, ma che i dolori sarebbero stati più atroci di quelli già
sofferti perché l'osso era già sano e l'operazione era lunga. Ciò nonostante egli
decise di sottoporsi a quel martirio per il proprio capriccio. Suo fratello maggiore
era assai preoccupato e diceva che egli non avrebbe potuto sopportare un simile
dolore. Il ferito invece lo sopportò con la solita forza d'animo. Si incise la carne, si
segò l'osso sporgente, poi si usarono vari rimedi perché la gamba non restasse così
corta: si applicarono unguenti e apparecchi che la tenessero in trazione. Un vero
martirio. Ma Nostro Signore gli ridiede salute a poco a poco» (Autobiografia, 4-5).
Abbiamo insistito - come fece lo stesso Ignazio - su questo racconto perché
esso delinea le qualità dell'uomo e la sua tempra: una forza d'animo incredibile
posta al servizio di valori così fragili!
A dire il vero, non era solo vanità: nel cuore di Inigo c'era un segreto che
spiegava tutto, anche se ancora oggi non è stato pienamente svelato.
Lui stesso racconta che, durante la convalescenza, c'era un pensiero che
«talmente gli aveva rapito il cuore da tenerlo occupato sognando per tre o quattro
ore di seguito, senza nemmeno accorgersene. Immaginava le imprese che avrebbe
voluto compiere in onore di una signora, i mezzi che avrebbe usato per raggiungere
il paese dove abitava, le parole che avrebbe detto, i fatti d'arme che avrebbe compiuto in suo onore. Era talmente perduto in simili progetti che non s'accorgeva
quanto fosse impossibile realizzarli; perché quella dama non era di nobiltà
ordinaria: non era né contessa né duchessa, ma di rango assai più elevato»
(Autobiografia, 6).
Sembra che si trattasse della infelice principessina Catalina, sorella di
Carlo v, che sarebbe poi andata sposa a Giovanni III, re del Portogallo.
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Fu durante la forzata immobilità della convalescenza che il Signore Gesù
decise di impadronirsi del cuore di Ignazio e di finalizzare al bene della sua Chiesa
tanta energia e capacità di dedizione.
Fin dalla giovinezza Inigo s'era appassionato ai romanzi di cavalleria:
chiese che gliene portassero alcuni, per aiutarsi a passare il tempo, ma nel Castello
di Loyola non si riuscì a trovarne: gli portarono la Vita di Cristo di Ludolfo di
Sassonia e l'incantevole Legenda aurea (Flos Sanctorum) di Jacopo da Varagine.
La prima cosa che il malato scoprì era che esisteva un altro mondo (quello
di san Francesco, san Domenico e di molti altri santi) dove ugualmente si amava, si
combatteva, si soffriva e si acquistava gloria: ma per un altro Signore, e per un
altro Amore.
E questo «nuovo mondo» si imponeva in tutta la sua urgenza e serietà con
questa domanda che gli martellava dentro: «E se io facessi ciò che ha fatto san
Francesco, o quello che ha fatto san Domenico?» (n. 7).
Nota l'Autobiografia: «Tutto il suo ragionamento si riduceva a questo: san
Domenico ha fatto questo, ebbene devo farlo anch'io; san Francesco ha fatto
quest'altro, ebbene devo farlo anch'io».
Ma poi veniva ripreso dalle antiche immaginazioni e dagli antichi amori.
Tuttavia Ignazio ebbe la fortuna di sapersi guardare dentro, e osservò una
sorta di «legge» che regola la vita dello spirito. Osservò che, quando pensava a Dio
e ai santi, dapprima faceva fatica, ma poi restava pieno di gioia. Viceversa, quando
pensava agli eroismi mondani e alle passioni cavalleresche, dapprima provava
immediato piacere e soddisfazione, ma alla fine restava triste e inquieto.
Senza ancora saperlo Inigo s'era inoltrato negli spazi dell’anima, in quella
avventura interiore nella quale sarebbe poi diventato maestro.
Decise dunque di attuare la sua nuova vocazione: appena guarì, divenne
«il. pellegrino», deciso a giungere fino alla culla dell’avvenimento cristiano, in
Terra Santa.
La prima tappa fu il Santuario di Monserrat dove preparò per iscritto la sua
confessione generale: ci impiegò tre giorni.
Alla sera del 24 marzo 1522, vigilia dell’Annunciazione «in tutta
segretezza se ne andò da un povero, si spogliò dei suoi vestiti, di cui gli fece dono,
e indossò una tunica di sacco mal tessuto e assai ruvido» (n. 18 e 16); poi iniziò,
davanti all'altare della Madonna, la sua «veglia d'armi»: una intera notte di
preghiera, sempre in piedi o in ginocchio, per diventare cavaliere di Dio e della
Vergine Santa.
Si recò quindi a Manresa, una città che Ignazio definì poi «la mia chiesa
primitiva». Qui gli accaddero le cinque visioni che lo plasmarono dal punto di vista
cristiano.
È un momento importante. Prima della conversione Inigo si riteneva, tutto
sommato, un buon cristiano - nonostante le sue debolezze - ed era fiero della sua
fede. Ma, dopo la conversione, egli diventa cristiano: la luce della rivelazione lo
afferra e dilaga nel suo cuore e nella sua intelligenza; la pretesa e la novità
dell’avvenimento cristiano lo afferrano e lo dominano.
Parliamo di «visioni», ma Ignazio insisterà sempre che non si trattò di
immagini o di forme distinte (nemmeno quando vide Cristo o Maria), ma piuttosto
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di illuminazioni interiori. La sua formula è questa: «Vide con gli occhi interiori».
La prima «visione» riguardò la Trinità: il mistero vivo, caldo, delle tre
Persone divine lo penetrò con una tale forza e un tale struggimento di cuore che
egli pianse a lungo, e ciò gli capiterà poi spesso nella vita (cfr. n. 28).
La seconda «visione» riguardò la Creazione: «Gli si rappresentò
nell'intelletto, accompagnato da grande allegria spirituale, il modo con cui Dio
aveva creato il mondo» (n. 29).
La terza «visione» riguardò «come nostro Signore stava nel Sacramento
dell'altare» (n. 29).
La quarta «visione» riguardò «l'umanità di Cristo e la figura di Maria» (n.
29).
La quinta «visione» riguardò il significato di tutta l'esistenza, e fu così
importante che «in tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue anni suonati,
sommando tutti gli aiuti di Dio e tutto ciò che ha imparato, anche riunito tutto
assieme, non gli pare di aver appreso tanto come in quella sola volta».
Essa accadde lungo le rive del fiume Cardoner.
Ascoltiamone il racconto, sempre dall’Autobiografia: «Camminando così
assorto nelle sue devozioni, egli si sedette un momento, rivolto verso l'acqua che
scorreva in basso, e stando lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi
dell'intelletto. Non già che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose della
vita spirituale, della fede, e delle Scritture, con una tale luce che tutte le cose gli
parevano nuove» (n. 30).
Un confidente di Ignazio lo udì dire che gli sembrò allora «d'essere un altro
uomo e che l'intelletto fosse diverso da quello di prima».
Trinità, Creazione, Eucaristia, Umanità di Cristo e di Maria, il significato
unitario di tutto (oggi diremmo: «una cultura nuova»): furono le basi dogmatiche e
spirituali su cui Ignazio poté iniziare la sua costruzione.
Notiamo di passaggio un tema che meriterebbe di essere lungamente
approfondito: sono esattamente i punti cardinali su cui è entrato invece in crisi il
pensiero teologico di Lutero.
Il Riformatore protestante fu così preoccupato del problema della sua
salvezza» (della salvezza individuale del credente) che ridusse tutto il cristianesimo
a un esclusivo faccia a faccia tra l'uomo e Dio: faccia a faccia che accade - per così
dire - in Cristo (e perciò Lutero parlava di sola fede), ma con una tale angosciosa
preoccupazione di sé che a Lutero sfuggì l’«interezza» del dono di Dio.
Amò Cristo, ma non «tutto ciò che è di Cristo»: il mondo vivo, caldo,
amoroso di Dio (la vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo) quasi
gli sfuggì; il mondo vivo caldo, amoroso di Cristo (la sua Chiesa, ricca di grazie e
di doni, nonostante le sue debolezze) ugualmente gli sfuggì.
Ignazio invece si lascerà assorbire dal «mondo di Dio» e diverrà il Santo
della Trinità (nel suo Diario egli ha addirittura segnato quante lacrime
accompagnassero ogni giorno la sua preghiera, i suoi colloqui con le tre divine
Persone - tanto da temere di perdere la vista).
Allo stesso modo Ignazio si lascerà assorbire dal mondo di Cristo, fino a
diventare «il Santo della Chiesa», il Santo della costruzione ecclesiale bella, ben
organizzata e attiva, nella quale ognuno deve saper versare il sangue vivo della sua
totale disponibilità a servire.
Ma torniamo a quei primi passi.
Il suo immediato progetto restava comunque quello di recarsi in Terra
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Santa e di restarvi per sempre.
Vi si recò infatti, ma pur cogliendo l'essenziale del viaggio, la decisione di
restare si rivelò irrealizzabile (venne addirittura minacciato di scomunica, se non
ripartiva). Ci era andato per respirare la stessa aria che aveva respirato Cristo,
vedere gli stessi luoghi, le stesse città, percorrere gli stessi sentieri.
Meditava e ricostruiva nel suo intimo paesaggi, suoni, immagini, odori:
tutto ciò che serviva a tener desto il realismo dell'Incarnazione.
Addirittura, quando tornò aveva imparato a esprimersi come pensava che
avesse fatto Gesù (ad esempio: usando il «voi» nel rivolgersi alle persone!).
Su questa esperienza di «immersione» nell’ambiente vivo di Cristo
incarnato egli fondò la sua pedagogia: il mistero di Cristo va accostato «come se
fossimo presenti e partecipando alla totalità del suo mistero».
Il nostro Papini giustamente ha commentato: «Ignazio ha ricondotto i
cristiani alla familiarità visiva, uditiva, quasi tattile e spirante, di Cristo figlio del
Dio vero; il suo metodo sopprime l'illusione dei secoli e fa di tutti i cristiani
obbedienti i contemporanei di Pilato e di san Giovanni».
Poiché egli non poteva più fermarsi nella terra di Gesù, gli restava una sola
conclusione: obbedire alla Parola con cui Cristo ha inviato i suoi discepoli nel
mondo.
Ignazio volle restare sempre con Cristo «lasciandosi inviare missionariamente», secondo la promessa evangelica: «andate in tutto il mondo... Io
sarò con voi».
Tornò dunque indietro e decise di prepararsi per la «missione», pagando
tutto il prezzo necessario.
Si iscrisse - nonostante l'età - all’università di Alcalà, poi a Salamanca, poi
a Parigi, e dovunque radunava attorno a sé dei compagni e li educava al suo
metodo: capacità di «esercitarsi» a guardare dentro il proprio spirito, poi di offrirsi
totalmente a Cristo, poi di acquisire una disponibilità assoluta a qualunque
missione.
Portava con sé un libretto, da lui stesso composto, che ampliava e
sistemava man mano che passavano gli anni e cresceva la sua esperienza: gli
Esercizi Spirituali, «Esercizi perché l'uomo vinca se stesso e ordini la sua vita...».
Un mese di meditazioni e di lavoro interiore: quattro settimane per
imparare-sotto la guida di un maestro - ad orientarsi verso un fine degno dell'uomo,
per decidere il proprio «arruolamento» come soldati di Cristo, il grande e vivo Re
(Ignazio non rinnega la sua origine e la sua funzione!), per conformarsi al Signore
Gesù, ai misteri della sua vita, ai suoi sentimenti.
Ignazio guidava egli stesso i suoi amici, uno per uno, in questo duro ed
esaltante lavoro degli Esercizi da cui uscivano rinnovati.
Subì alcuni processi da parte dell'Inquisizione, dato che pretendeva
insegnare cose spirituali senza aver studiato e senza essere prete. Ma non trovarono
nulla da rimproverargli.
A Salamanca, a una signora che lo commiserava per esser finito nelle celle
dell'Inquisizione, rispose con umile certezza e fierezza: «Salamanca non ha tanti
ceppi e catene quante io ne desidero per amore di Dio».
D'altra parte Ignazio insisteva sul suo buon diritto: «Noi non predichiamo,
ma con alcuni parliamo familiarmente delle cose di Dio, come facciamo dopo
mangiato con alcuni che ci invitano».
A Parigi riuscì a radunare un gruppetto stabile di «amici del Signore», tutti
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giovani di particolare valore: il più difficile da conquistare fu Francesco Saverio
che Ignazio «perseguitò» a lungo, ripetendogli le parole del Vangelo: «Che giova
all'uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde se stesso?».
L'accusa che gli rivolsero nell’ambiente dell'Università fu la seguente:
«Seduttore degli studenti» (n. 78).
Nel 1537 Ignazio e i primi compagni poterono finalmente essere ordinati
sacerdoti e poco dopo assunsero il nome di «compagni di Gesù».
Il senso ultimo di questo appellativo risultò però dalla visione che Ignazio
ebbe mentre viaggiava verso Roma.
Aveva deciso che, per un anno intero dopo l'ordinazione sacerdotale, non
avrebbe celebrato la Messa in modo da potervisi preparare degnamente. E la
preparazione consisteva in una preghiera ripetuta ininterrottamente nella quale
chiedeva alla Santa Vergine «di volerlo mettere col Suo Figliolo».
Ed ecco che, giunto a una cappella in località detta «La Storta», vicino a
Isola Farnese, «facendo orazione, ha sentito tale mutazione nell’anima sua e ha
visto tanto chiaramente che Iddio Padre lo metteva con Christo Suo Figliolo, che
non gli basterebbe l'animo di dubitare di questo: che Dio Padre lo metteva col suo
Figliolo».
Dobbiamo comprendere bene questa particolare «mistica ignaziana». In
un’altra versione di questo stesso episodio, Ignazio precisò che Dio Padre «lo
metteva con Cristo» e poi gli diceva: «Voglio che tu ci serva».
«Servire» fu la grande parola di Ignazio: Cristo è un Re venuto nel nostro
misero mondo per conquistarlo e arricchirlo, per ricondurlo al Suo Dio e Creatore;
ma la sua opera non è ancora compiuta: Egli ha bisogno di amici fidati e di
cooperatori generosi.
Per questo Ignazio inventò un modo nuovo di consacrarsi a Dio: pur
stimandoli moltissimo, non volle per i suoi né le lunghe preghiere corali, né le
penitenze e gli usi monastici, ma una sola cosa: una obbedienza assoluta come
disponibilità a lasciarsi inviare e utilizzare dovunque la Gloria di Cristo lo esigesse.
Perinde ac cadaver, come un cadavere nelle mani di chi ti rappresenta
Cristo e ti indica la sua volontà.
Formula dura e urtante se non si capisce che essa indica l'abbandono totale,
a corpo morto, nel più ardente, generoso e attivo amore.
A Roma i nuovi «compagni di Gesù» cominciarono contestando un celebre
predicatore quaresimalista, dell’ordine agostiniano, che insegnava dal pulpito
dottrine luterane. In cambio furono essi stessi accusati d'essere eretici, e processati:
ne uscirono con fama di santità.
Solo quando tutto fu finito si presentarono al Papa, mettendosi a sua totale
disposizione, secondo il voto che avevano fatto.
Anche questa fu una scelta di ferrea consequenzialità: se Ignazio non
poteva stare là dove Cristo era vissuto in terra, doveva stare là dove c'era il suo
Vicario: con la stessa dedizione, con la stessa obbedienza, con la stessa disponibile
energia, con lo stesso amore.
La prima messa Ignazio la celebrò la notte di Natale del 1538 a Santa
Maria Maggiore, all’altare del presepio: così si ricongiungeva, misticamente ma
realmente, a quella «origine» presso la quale voleva sempre restare.
Da allora la storia di Ignazio diventa la storia della «Compagnia di Gesù».
Egli non si muoverà più da Roma, e da lì - dal cuore della cristianità e dalla
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prossimità fisica e spirituale al Vicario di Cristo - i suoi figli muoveranno alla
conquista del mondo, mentre il Santo li seguirà con la sua autorità forte e dolce.
Ignazio era un organizzatore nato: l'apostolato veniva organizzato col
sistema delle «opere» e delle «confraternite», secondo i diversi bisogni in cui egli
decideva di impegnare i suoi figli e fratelli.
La loro selezione era severa, sulla base del principio che «chi non era
buono per il mondo non era buono nemmeno per la Compagnia», e che «per la
Compagnia era buono soltanto chi sapeva vivere e farsi valere anche nel mondo».
Dovevano essere in prima linea, dovevano riconquistare le posizioni
perdute (nell'Europa protestantizzata) e quelle non ancora conquistate, nei vasti
spazi delle missioni in India, Congo, Etiopia, Giappone.
Ritorna qui prepotente il nome e il ricordo di san Francesco Saverio che, in
Ignazio, aveva trovato «il suo vero e unico padre, nel cuore di Cristo».
In quel 1540 Ignazio era a letto malato quando chiamò Francesco per dirgli
che il re del Portogallo chiedeva quattro «compagni»per i suoi domini nelle Indie.
Egli ne aveva promessi due, e uno di quelli designati era venuto meno per malattia.
«Benissimo, eccomi pronto!», aveva risposto Francesco: era così iniziato
quel suo leggendario viaggio in terra di missione, che sarebbe durato undici anni.
Non possiamo raccontare ora la sua straordinaria avventura (si dice che
quando la flotta d'Oriente sbarcava a Lisbona, si dava al re questo resoconto della
lontana situazione: «L'India è in pace, perché là c'è Padre Francesco»), ma
possiamo percepire - come di riflesso un aspetto essenziale dell’opera di Ignazio.
Si tratta della passione con cui Francesco Saverio visse la sua appartenenza
alla «compagnia».
Anche se solitario nelle lande più sperdute, egli si sentiva legato ai suoi
fratelli, più che a una famiglia di sangue: «Noi, stando quiscriveva nelle sue letteresiamo opera di voi tutti».
E, della Compagnia, voleva conoscere tutto: chiedeva che gli inviassero
dall'Europa «lettere sì lunghe che bisognassero otto giorni per leggerle»; e
anch'egli non avrebbe mai smesso di scrivere:
«Quando incomincio a parlare della Compagnia non so più come uscire
dall'argomento, non so più come finire la mia lettera..., ma bisogna terminare, mio
malgrado, perché i vascelli devono partire. Non trovo migliore conclusione che
giurare a tutti della Compagnia che se io dovessi dimenticarla, che si dissecchi
prima la mia mano destra!».
«Compagnia di Gesù, compagnia d'Amore», questa era la bella definizione
che ne dava, e non temeva di apparire sentimentale, quando narrava:
«Vi faccio sapere, fratelli carissimi, che dalle lettere che mi avete scritto ho
ritagliato i vostri nomi, scritti dalla vostra stessa mano e, assieme alla formula della
mia professione, li porto sempre con me, per la consolazione che ne ricevo»: infatti
teneva tutto in una piccola custodia che portava sul petto.
Come è ovvio, egli sentiva soprattutto, con indicibile fede e passione, la
«compagnia» di Ignazio.
Conclude così una lettera che gli invia: «Termino pregando la santa carità
vostra, venerando Padre dell’anima mia, mentre vi scrivo, in ginocchio per terra,
come se foste davanti a me, di raccomandarmi molto a Dio Nostro Signore...
perché mi doni la grazia di conoscere in questa vita la Sua santissima volontà, e la
forza di compierla fedelmente. Amen. La stessa preghiera faccio a tutti quelli della
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Compagnia. Vostro minimo e inutile figlio, Francesco».
La tenerezza del «Padre» non era minore: «Tutto tuo, senza poterti mai
dimenticare. Ignazio», così gli scriveva...
E Francesco: «Con le lacrime ho letto queste parole e con le lacrime le
trascrivo ricordandomi del tempo passato e del molto amore che sempre avete
avuto e avete per me... Mi scrivete di quale grande desiderio abbiate di vedermi,
prima di terminare questa vita. Dio sa quale emozione hanno suscitato nell'anima
mia queste parole...».
Non sono espressioni estenuate di un nostalgico sentimentale: sono
1'attaccamento forte e invincibile di un credente che si inoltrava, per Cristo, là dove
nessuno era ancora giunto, rischiando continuamente torture e morte.
Forse 1'espressione che meglio unisce il Maestro al Discepolo, nella stessa
passione per la stessa obbedienza, è in queste parole di Francesco:
«È peggio della morte il vivere lasciando Cristo, dopo averlo conosciuto
per seguire le proprie opinioni o inclinazioni... Non vi è al mondo una pena simile
a questa».
Ma torniamo a Ignazio, che sarà canonizzato lo stesso giorno di questo suo
figlio prediletto.
Alla passione missionaria egli legava, in forma ugualmente stringente,
quella educativa.
Perciò volle che i suoi figli diventassero gli educatori delle nuove
generazioni cristiane: nelle corti dei re e dei nobili, come nelle più prestigiose
università, come nei più piccoli villaggi.
Uno dei loro più celebri educatori - Juan Bonifacio - quand' era ancora
giovanissimo insegnava lettere umanistiche a Medina del Campo, verso la metà del
secolo XVI.
Usava dire che «formare i bambini significa rinnovare il mondo!».
E non sapeva quanta ragione avesse: tra quei ragazzi della sua scuola c'era
il piccolo Juan de Yepes, il futuro Dottore mistico, san Giovanni della Croce.
I primi collegi gesuiti in Italia furono fondati a Padova nel 1542,
a
Bologna nel 1546, a Messina nel 1548.
In particolare - per l'enorme prestigio e influenza che acquisterà in
brevissimo tempo - ricordiamo quel «Collegio Romano» aperto nel 1551: «Schola
de grammatica, d'humanità e dottrina cristiana gratis», si leggeva simpaticamente
sul cartello posto sulla prima casa affittata allo scopo.
Cinque anni dopo questo collegio sarà già riconosciuto come Università (è
l'attuale «Gregoriana»).
Prima che Ignazio muoia, e dunque in poco più di un decennio oltre alle
normali case per la formazione e la vita dei suoi membri - la Compagnia avrà
aperto ventun collegi in Italia, diciotto in Spagna, quattro in Portogallo, due in
Francia, cinque in Germania, cinque in India, tre in Brasile, uno in Giappone.
E l'intero Istituto conterà già undici Province religiose, con un migliaio di
membri.
Quando le preoccupazioni, soprattutto quelle economiche, si facevano
assillanti, Ignazio esclamava: «In confronto al tesoro di speranze che possediamo,
tutto è poca cosa. Dio che ce le dà, non le deluderà» .
Intanto il Fondatore viveva a Roma, nel centro della cristianità, desideroso
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che tale città diventasse «l'esempio e non lo scandalo del mondo».
Guidava la vita della sua «Compagnia» con una sola parola d'ordine nella
quale compendiava tutta la sua spiritualità: «Ad maiorem Dei Gloriam»: cercava
sempre e in ogni modo di accrescere la Gloria di Dio.
Servire Cristo, servire la Chiesa: e raggiungere in questa assoluta dedizione
le più alte vette della contemplazione.
Assomigliare ai più grandi mistici, ma dentro la più obbediente dedizione a
Cristo nella concretezza della sua Chiesa.
Coniarono per lui una nuova formula: «In actione contemplativus»:
contemplativo nell’azione.
Celebri sono rimaste le sue Regole per sentire con la Chiesa, che
scandalizzano tutti i ben pensanti perché le può capire solo chi è preda di un grande
amore e di una grande fede.
Annotava dunque Ignazio:
«Per non sbagliare, dobbiamo sempre ritenere che quello che vediamo
bianco sia nero, se lo dice la Chiesa gerarchica. Perché crediamo che quello Spirito
che ci governa e ci sorregge, per la salvezza delle nostre anime, sia lo stesso in
Cristo Nostro Signore, che è lo Sposo, e nella Chiesa, che è la sua sposa. Infatti la
nostra Santa Madre Chiesa è retta e governata dallo stesso Spirito e Signore Nostro
il quale dettò i dieci Comandamenti» (Per il vero criterio che dobbiamo avere nella
Chiesa militante, XIII Regola).
«Lodare più che criticare. Costruire più che demolire»: questo era il suo
motto, rivelatore della sua particolare sensibilità ecclesiale.
Era l'alba de131luglio 1556 quando a Roma si sparse velocemente la voce:
«È morto il Santo!».
Era accaduto quello che Ignazio attendeva ormai da cinque anni, da quando
s'era ammalato gravemente.
«Allora - scrisse egli nell’Autobiografia - pensando alla morte egli provava
una tale allegria e una consolazione spirituale così grande, perché stava per morire,
che si scioglieva in lacrime. Questo stato gli divenne talmente continuo che molte
volte lasciava di pensare alla morte per non provare tanta consolazione» (n. 33).
Una delle descrizioni più simpatiche che ci restano di lui è quella di un
padovano che lo conobbe e lo descrisse così: «Un espannoleto, picolo, un poco
zopo, che ha l’ochi alegri».
I santi - anche quando sono grandi e geniali - attraversano il nostro mondo
con semplicità e familiarità. Ma seguendoli, incontriamo Dio.
Tratto da: “Il grande libro dei RITRATTI DEI SANTI” di Antonio Maria SICARI - Ed. Jaca Book
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Ignazio di Loyola
Spagnolo di nascita e di educazione, il fondatore della Compagnia di Gesù fu uno dei
protagonisti della riforma cattolica nel XVI secolo e il maestro di una nuova spiritualità
di cui sono testimonianza i celebri Esercizi spirituali
Inigo Lòpez de Loyola era nato nell'estate del 1491 nella casa della famiglia vicino ad Azpeita, un paesino in una verde vallata del Paese Basco. I
Loyola erano uno dei casati più potenti della provincia di Guipúzcoa: possedevano
una fortezza padronale circondata da vasti campi, prati, ferriere. Inigo, che aveva
perso la madre subito dopo la nascita, era destinato alla carriera sacerdotale, tant'è
vero che aveva ricevuto la tonsura durante l'infanzia. Ma lui era affascinato dalla
vita cavalleresca alla quale si erano già dedicati due fratelli. Sicché il padre poco
prima di morire, nel 1506, lo mandò ad Arévalo, in Castiglia, nel palazzo di don
Juan Velázquez de Cuellar, che era il ministro dei Beni del re Ferdinando il
Cattolico, perché ricevesse un’educazione cavalleresca. Accompagnando spesso
come paggio Juan Velázquez nelle cittadine dove si trasferiva la corte, che era
allora itinerante, Inigo acquisì quelle buone maniere che saranno un suo tratto e
influiranno sullo stile della Compagnia di Gesù.
Viveva secondo il costume dei cavalieri di corte leggendo poemi,
corteggiando dame. Pare avesse un temperamento esuberante e che un giorno
avesse commesso, durante un carnevale ad Azpeita, un qualche eccesso, forse una
bastonatura o un'insidia notturna andata a vuoto, tant' è vero che subì un processo
penale insieme con il fratello, don Piero, che non si concluse mai con una sentenza
grazie probabilmente a un intervento dall'alto.
Morto Juan Velázquez nel 1517, il giovane si trasferì presso don Antonio
Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al servizio del quale si trovò persino
a combattere durante la rivoluzione dei Comuneros, che si opponevano agli abusi
dei funzionari di Carlo V, e poi nella difesa del castello di Pamplona assediato dai
francesi, dove fu ferito il 20 maggio 1521 da una palla di cannone. Trasportato
nella sua casa a Loyola dovette subire due dolorose operazioni alla gamba che
rimase leggermente più corta dell'altra obbligandolo a zoppicare per tutta la vita.
Durante la convalescenza gli capitarono fra le mani due libri, la Leggenda
Aurea di Jacopo da Varagine e la Vita del Cristo di Lodolfo Cartusiano, che a poco
a poco lo convinsero che l'unico vero Signore al quale si poteva consacrare la
fedeltà cavalleresca era Gesù stesso. Per cominciare, sentiva il bisogno di andare a
pregare a Gerusalemme: quel pellegrinaggio lo avrebbe illuminato sul suo futuro.
Nel febbraio 1522 partiva da Loyola dirigendosi verso Barcellona dove si sarebbe
imbarcato per l'Italia, prima tappa del viaggio. E siccome sulla strada si trovava il
santuario di Montserrat, vi salì per pregare la Vergine. Prima di arrivarci fece un
voto di castità perpetua: era il primo passo verso una vita religiosa. A Montserrat
Inigo si trattenne qualche giorno, facendo un'ampia confessione e scambiando le
sue vesti lussuose con quelle di un povero.
Ora era pronto a scendere nella vicina Barcellona: ma un’epidemia di peste
che aveva colpito la città catalana lo obbligò a fermarsi nella cittadina di Manresa
dove per una serie di circostanze rimase circa un anno. Fu proprio a Manresa che,
vivendo poveramente in un profondo raccoglimento interiore, ebbe la prima
illuminazione sulla futura Compagnia e cominciò a scrivere, nell'isolamento di una
grotta dei dintorni, una serie di meditazioni e di norme che, rielaborate
successivamente, formarono i celebri Esercizi spirituali i quali ancora oggi sono la
vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi perché insegnano tramite un
direttore spirituale a compiere un itinerario di tre o quattro settimane trascorse in
preghiera e in silenzio, nell'allontanamento totale dal mondo, in meditazioni
ordinate e in un esame di coscienza per tendere al dominio delle passioni e alla
comunione con il Signore.
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Dopo un breve soggiorno a Barcellona Inigo s'imbarcò per l'Italia e, dopo
aver ottenuto la benedizione del papa, approdò in Terrasanta dove avrebbe voluto
restare se il superiore dei Francescani, che aveva autorità apostolica, non glielo
avesse proibito. Al ritorno capì che il primo passo da fare sulla strada
dell'apostolato era di approfondire le sue scarse conoscenze teologiche; sicché a
trentatré anni decise di cominciare dalle fondamenta, studiando dapprima
grammatica latina a Barcellona e poi dedicandosi agli studi universitari ad Alcalá e
infine a Salamanca: ma non era destino che li completasse in Spagna dove per una
serie di equivoci gli impedirono più volte di predicare o di parlare su materie
dogmatiche sospettando che facesse parte di una setta eretica. Decise allora di
proseguire gli studi a Parigi dove giunse nel 1528.
Fu proprio a Parigi che, studiando filosofia e teologia, conobbe i suoi primi
compagni con i quali il 15 agosto' 1534 fece il voto di vivere in povertà,
predicando e servendo negli ospedali; di recarsi a Gerusalemme e restarvi per
aiutare fedeli e infedeli; e qualora non fossero riusciti ad andare in Terrasanta, di
tornare dal papa e obbedire ai suoi ordini. E a Parigi, nel 1535, decise di latinizzare
il suo nome in Ignatius, che non aveva alcun rapporto con Inigo, ma ricordava
l'omonimo martire di Antiochia di cui egli apprezzava l'amore per il Cristo e
l'obbedienza alla Chiesa, i due cardini della Compagnia di Gesù che stava
nascendo.
Il progetto di recarsi in Terrasanta sfumò a causa della guerra tra Venezia e
i Turchi, sicché Ignazio si presentò con i suoi compagni al papa, il quale disse loro:
«Perché desiderate tanto andare a Gerusalemme? Per portare frutto nella Chiesa di
Dio l'Italia è una buona Gerusalemme». Tre anni dopo Paolo III dava
l'approvazione canonica alla Compagnia di Gesù e cominciava a inviare in tutta
l'Europa e successivamente in Asia e in altri continenti quelli che inizialmente
venivano chiamati Preti Pellegrini o Preti Riformati e poi furono detti Gesuiti. Si
realizzava cosi la vocazione 'missionaria di Ignazio e della sua Compagnia che da
Roma si irradiava in tutto il mondo cominciando nella povertà, nella carità e nell'
obbedienza totale alla volontà del pontefice quella riforma della Chiesa che sarebbe
stata coronata dal concilio di Trento.
Ignazio, che nel 1536 era stato ordinato sacerdote, aveva creato un ordine
dalla struttura monarchica; basato su un centro motore, il padre generale eletto a
vita e capace di mantenere l'unità e l'efficienza in tutta la Compagnia; e aveva
fissato criteri di prudenza nell'accettazione di nuovi religiosi con un lungo
noviziato e un secondo periodo di preparazione in modo da saggiare bene le
disposizioni del candidato. «Lo scopo della Compagnia» scriveva «non è solo
attendere con la 'grazia divina alla salvezza e perfezione dell'anima propria, ma con
la stessa grazia cercare intensamente di essere d'aiuto alla salvezza e alla
perfezione di quella del prossimo.»
Siccome uno dei gravi problemi della Chiesa da riformare era, oltre alla
restaurazione di una vita autenticamente evangelica fra i sacerdoti e i religiosi,
l'esigenza di preparare teologicamente e culturalmente la gioventù, sia laica che
clericale, per ovviare alla grave decadenza culturale fra i cattolici, Ignazio fu spinto
a poco a poco dalle circostanze a trasformare la Compagnia anche in un ordine
docente con i celebri collegi che si sono caratterizzati fino ad oggi per l'alto livello
letterario e scientifico, l'approfondimento della tradizione classica in una
prospettiva cristiana e un programma razionale di studi che è diventato un modello
anche per le scuole non religiose.
Mentre i suoi compagni si sparpagliavano in tutto il mondo, Ignazio
secondo la volontà del papa rimaneva a Roma dove non solo coordinava l'attività
dell'ordine ma si adoperava per creare patronati per poveri, malati e bisognosi, per
proteggere con appositi istituti le giovani che volevano redimersi o erano in
pericolo e per aiutare i bambini orfani: per questo motivo venne soprannominato
l'apostolo di Roma. Nonostante i dolori lancinanti allo stomaco, dovuti a una
calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, si limitava a quattro ore di sonno
per avere il tempo per tutti i suoi impegni e per non trascurare la preghiera e la
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celebrazione della messa. Quando il male si aggravò, dovette rinunciare alla
direzione della Compagnia: era il 1551. Cinque anni dopo, il 31 luglio 1556, sua
festa liturgica, moriva in una modestissima cameretta che si conserva ancora
adesso nel palazzo accanto alla chiesa del Gesù dove è sepolto nell'altare situato
nel braccio sinistro del transetto. L'urna in bronzo che ne contiene le reliquie è
adorna di rilievi dell'Algardi dove Ignazio appare accanto alle figure più
rappresentative della Compagnia di Gesù. L'altare è coronato dalla statua che, fusa
in argento da Pierre Le Gros nel 1697 e poi distrutta, venne rifatta nel 1804 in
stucco argentato da Antonio Canova. Tutta la chiesa è ricca di testimonianze
iconografiche sul santo, fra le quali l'affresco del Baciccia che rappresenta la sua
gloria, e quelli di Andrea Del Pozzo.
Il ritratto più fedele di sant'Ignazio, custodito attualmente nella Casa
generalizia dell'Ordine, fu dipinto da Jacopino del Ponte, allievo di Andrea del
Sarto, nello stesso giorno della morte. Da questo dipinto e da altri, che si ispirarono
alle maschere funebri, Ignazio appariva originariamente con tonaca e mantello neri,
talvolta con la berretta quadrata, il volto severo ed emaciato. Successivamente nella
celebrazione barocca la sua figura fu arricchita da sontuosi paramenti sacerdotali,
da dorature e pietre preziose mentre corone di raggi circondavano i suoi attributi
più frequenti, dal cuore ardente al libro delle Costituzioni dell'ordine, dalla sigla
della Compagnia di Gesù al motto A.M.D.G., «Ad maiorem Dei gloriam».
Tratto da: “SANTI D’ITALIA” di Alfredo CATTABIANI - Ed. BUR
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s. ignazio di loyola - Diocesi di Porto