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novembre 2012 ANNO 9 N 10
periodico dei terremotati o di resistenza umana
€ 1,00
terremoto anno undicesimo
Foto Massimo Di Nonno: La nuova scuola di San Giuliano di Puglia
chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…
Foto Massimo Di Nonno: Il villaggio dei terremotati di Bonefro
casacalenda
piazza mercato
Gentile redazione
tornando a Casacalenda ho visto che in
questi giorni, finalmente, è stato dato inizio
ai lavori di
demolizione
di un gruppo
di abitazioni
fatiscenti,
insistenti
nella Piazza
Mercato.
Dopo tanti
anni di paure
per gli scricchiolii provocati dal
cedimento di
questi vecchi
ruderi
in
continuo movimento, nel paese dove da
oltre mezzo secolo si combatte contro un
inarrestabile fenomeno franoso che interessa tutta la parte centrale dell’abitato, invece
di cogliere l’occasione per abbattere tutti
gli edifici già compromessi e mettere in
sicurezza l’intero abitato, ci si accinge
anche a ricostruirli.
Le abitazioni in questione, in verità, avevano subito danni ancor prima del sisma
del 2002 e basterebbe dare un’occhiata al
voluminoso fascicolo conservato in comune per conoscere quanto siano costati allo
stato gli interventi di contenimento del
fenomeno e quanto sia pericoloso perseverare nella folle idea di ricostruire le abitazioni danneggiate dal movimento franoso
proprio dove erano prima. Andrebbe tolto
anche l’altro grappolo di case e naturalmente tutti i proprietari risarciti.
A testimone della pericolosità in cui versa
la piazza si ergono tre pilastri in cemento
armato, edificati anche questi con soldi
pubblici, al solo scopo di evitare che i detti
immobili crollassero; pare che gli stessi
debbano fungere da sostegno anche per le
future abitazioni e siccome a nessuno è
venuto in mente di ricercare le carte della
frana, oltre che demolire quelle case pericolanti, si procederà alla ricostruzione nello stesso identico posto dov’erano, riproponendo per intero l’atavico problema che da
anni impegna risorse
umane ed
economiche,
tanto paga lo
Stato.
Vi
scrivo
perché non
si possa dire
un giorno: io
non sapevo,
perché chi
deve controllare, e
non lo fa,
possa continuare a vivere per tanti anni con
il rimorso greve per non averlo fatto, perché quei tre pilastri non diventino un calvario.
Marco G.
cratere in cifre
Ricostruzione privata fascia A:
stima dei danni € 513 milioni;
abitazioni danneggiate: 5078 unità immobiliari di cui 3600 ricomprese nell’area del
cratere; 1266 sottoprogetti di cui 865 nell’area del cratere;
finanziati progetti per 167 milioni di euro
nei 13 paesi del cratere (per San Giuliano
spesi già oltre 250 milioni);
progetti cantierabili, 410 per € 174 milioni
di euro (ma il denaro è ancora da vedere);
progetti non cantierabili, 581 per 172 milioni di euro (il denaro forse lo vedranno i
posteri);
restano ancora fuori casa circa 1000 persone quasi tutte anziane.
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Direttore responsabile
Antonio Di Lalla
Tel/fax 0874732749
Redazione
Dario Carlone
Domenico D’Adamo
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Segreteria
Marialucia Carlone
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Pino Di Lalla
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E-mail
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87
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21/10/12
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86040 Ripabottoni (CB)
nuovi terremoti
Antonio Di Lalla
Il vescovo di Campobasso GianCarlo Bregantini se avesse trascorso un
periodo, anche breve, in un fatiscente chalet
abitato dai nostri terremotati, avrebbe rimbrottato la trasmissione Report del 14 ottobre che ha avuto il torto di documentare
alcune spese scellerate del presidente della
giunta regionale Michele Iorio a favore di
aziende già decotte? Il suo intervento fa
riproporre comunque delle domande fondamentali: l’informazione deve servire sempre
e comunque la verità o questa va raccontata
secondo la convenienza del momento? È
cane da guardia della democrazia o cane da
riporto al servizio del potente di turno? La
violenza sulle donne non esisteva semplicemente perché erano costrette a tacere, gli handicappati non c’erano perché
venivano tenuti nascosti in casa, la vita
comune era tranquilla perché chi la turbava veniva rinchiuso in manicomio. E
allora non solo non può essere taciuto
niente di quello che accade, ma bisogna
grattare la patina di apparenza e scegliere anche l’angolo di visuale per raccontare i fatti. Il leggendario vescovo del
Chiapas, Samuel Ruiz, certamente caro
e modello per il presule molisano, soleva
ricordare spesso: la domanda che Dio ci
farà alla fine della nostra esistenza sarà: da
quale parte siamo stati? Chi abbiamo difeso?
In occasione del decimo anniversario - valore dei numeri e delle ricorrenze,
come se non ci vivessimo 365 giorni all’anno - torneranno ad accendersi, forse per
l’ultima volta, i riflettori sui paesi colpiti dal
terremoto del 31 ottobre 2002. Naturalmente i cronisti che non vanno troppo per il
sottile punteranno direttamente su San Giuliano di Puglia, il luogo dove il dramma è
diventato tragedia per la morte di trenta
persone, bambini la stragrande maggioranza. Qui troveranno il villaggio provvisorio
ormai deserto, segno che la ricostruzione è
finita, il paese irriconoscibile ma rimesso
talmente a nuovo che il kitsch, per usare un
eufemismo, la fa da padrone a tal punto che
gli stessi indigeni si sentono forestieri nelle
loro abitazioni. Barbara Spinelli, con rara
efficacia, parla di urbanicidio. Documente-
ranno la generosità, se non oseranno raccontare, per rispetto del luogo e della fatidica
data, di uno stato che ha sborsato intorno ai
250 milioni di euro per poco più di mille
abitanti. Qualche scatto alle opere faraoniche e via. Degli altri 13 paesi del cosiddetto
cratere solo vaghi accenni, per non rovinare
la cartolina e lo struggente buonismo. Poche
righe per dire che la ricostruzione è ancora
in alto mare per la lentezza atavica del popolo; che in molti hanno prosperato sulla disgrazia in quanto il clientelismo è ben radicato; il territorio ha inghiottito i fondi già
stanziati per la ricostruzione, per l’alluvione
e per la ripresa produttiva perché da bravi
meridionali succhiano alle tette dello stato
senza alcun ritegno fino allo sfinimento. Se
stanno ancora così è perché se lo sono voluto e ci stanno bene. “10 anni per ricostruire
la speranza” è il manifesto-insulto del comune di San Giuliano per i bambini morti e
per gli altri paesi in difficoltà, della serie: chi
ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato,
ha dato, ha dato.
Noi non ci stiamo e speriamo di
non essere i soli a rifiutare una simile lettura.
Può il vescovo Bregantini essere veramente
convinto che gettiamo fango sulla gestione
commissariale se mettiamo in discussione il
famigerato Modello Molise, inventato da
Michele Iorio ed i suoi accoliti? Se molte
persone non ancora rientrano nelle proprie
abitazioni ci sarà pure un responsabile o è
frutto della cattiva stella? L’attuale fu presidente della giunta regionale - comunque si
pronunci il Consiglio di Stato - per noi è
delegittimato irrimediabilmente, ormai pugile suonato e rintronato, checché ne pensi il
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centrosinistra
che già si adopera per tenergli in caldo il trono. Con otto
capi di imputazione già collezionati è stato
indagato per aver allargato il cratere a tutta
la provincia di Campobasso ed elargito 134
milioni di euro ai comuni e circa 9 milioni
agli istituti religiosi. Con questa operazione,
dice il procuratore della repubblica di Campobasso, ha danneggiato e ritardato la ricostruzione dei paesi del cratere, che vengono
indicati come parte lesa. Gli amministratori
a questo punto non hanno scampo: o si costituiscono parte civile dimostrando di fare
gli interessi dei cittadini che li hanno eletti o
faranno scadere i termini, magari per
distrazione, professandosi con ciò stesso
compari del già commissario, sempre
pronto in caso di tentennamento di qualcuno ad elencare i benefici profusi a
seguito di suppliche. Nemici del popolo
che rappresentano o rinnegatori di colui
per il quale alle scorse elezioni hanno
fatto da portaacqua? Ciò che li attende è
quasi peggio del terremoto.
L’arcivescovo mi perdonerà, se
anche solo lontanamente potrà apparire
insolenza, ma ho una domanda scaturitami a seguito del suo intervento, che mi ha
lasciato inquieto, turbato, perplesso: se a
Report si fosse parlato della voragine creata
nella sanità con la possibile - catastrofica per
la comunità - chiusura della Cattolica, avrebbe reagito allo stesso modo, con le stesse parole e a favore degli stessi? Solo pochi
anni fa ho sognato, ne fanno fede queste
pagine, un vescovo che si faceva popolo,
non attraverso una televisione locale foraggiata dal potere, un Quotidiano al servizio
del potere, il suo stesso periodico diretto da
un dipendente del medesimo potere. Ho
sognato un vescovo capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di sentirsi
insieme, di piangere insieme, di ridere insieme, di amare insieme; senza risposte prefabbricate, senza domande puramente retoriche, senza parole vuote, senza la falsa sicurezza dei bugiardi. Oggi ho timore di svegliarmi; se fosse stato solo un sogno, altro
che terremoto!☺
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spiritualità
fine di un mondo
Michele Tartaglia
“Tremino tutti gli abitanti della
regione perché viene il giorno del Signore,
perché è vicino, giorno di tenebra e di oscurità, giorno di nube e di caligine” (Gl 2,1b2a). Le parole minacciose del profeta Gioele
ci introducono ad una riflessione su questo
ultimo scorcio del 2012, anno fatidico secondo antichi calendari che parlerebbero di
fine del mondo. A dire il vero, la crisi economica che sta attraversando il mondo fa
impallidire i funesti presagi connessi al calendario maya facendo dimenticare un mito
a favore di crisi ben più reali e che non necessitano di cataclismi, visto che ci pensa
già l’egoismo umano a mandare tutto in
malora. Quando Gioele parlava di fine,
stava vivendo in un periodo di profonda
crisi economica e politica, attribuita, come
accade spesso nella bibbia, non a cause
esterne, quanto piuttosto all’allontanamento
del popolo dal Signore. La crisi scuote il
popolo dalle fondamenta e vengono a mancare i beni essenziali: “Devastata è la campagna, è in lutto la terra, perché il grano è
devastato, è venuto a mancare il vino nuovo, è esaurito l’olio. Restate confusi, contadini, alzate lamenti vignaioli, per il grano e
per l’orzo perché il raccolto dei campi è
perduto…è venuta a mancare la gioia tra i
figli dell’uomo” (1,10-12). Tutto questo è
avvenuto a causa di una invasione di cavallette, metafora di ben altri divoratori:
“Quello che ha lasciato la cavalletta l’ha
divorato la locusta; quello che ha lasciato
la locusta l’ha divorato il bruco; quello che
ha lasciato il bruco l’ha divorato il grillo” (1,4).
Non è difficile leggervi la nostra
situazione attuale, sia sul piano mondiale
che nazionale, dove i vari livelli della pub-
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blica amministrazione si sono divisi il bottino delle entrate, rastrellate spremendo le
diverse categorie sociali. Potremmo parafrasare dicendo: quello che non ha divorato il
politico nazionale lo ha fatto quello regionale e via via scendendo a tutti i livelli in cui si
gode di risorse non sudate (vale anche per la
chiesa), ma elargite come fossimo in uno
sciagurato paese dei balocchi. La saggezza
del profeta ci dice, comunque, che il vero
male non è dato dalle cavallette che divorano, ma dall’inerzia e dalla distrazione di un
popolo intero che ha dimenticato di vigilare
e di stroncare gli stili corrotti sul nascere, ha
chiuso gli occhi illudendosi di poter ricevere
benefici e privilegi, non sapendo che tutto
ciò che si otteneva erano solo le briciole di
una torta divorata da pochi. Di fronte a questo disastro, anziché rimanere in una immobilità fatalistica, il profeta esorta il popolo a
scuotersi, a rimettersi sulla strada dell’obbedienza a comandamenti che parlano di giustizia e solidarietà, non di appropriazione
indebita: “Or dunque, oracolo del Signore,
ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore
e non le vesti, ritornate al Signore, vostro
Dio, perché egli è misericordioso e pietoso,
lento all’ira, di grande amore, pronto a
ravvedersi riguardo al male” (2,12-13).
Questa esortazione che invita apparentemente a fare un rito religioso, traccia la via
d’uscita dalla crisi epocale: lacerarsi il cuore
e non le vesti significa non fare delle scelte
solo superficiali o apparenti, che non scalfiscono in profondità la causa del male. Lacerarsi il cuore significa cambiare modo di
pensare, stili di vita, scelte economiche e
politiche improntate all’etica della responsabilità, prendendo coscienza che siamo un
unico corpo a livello
mondiale e, come ci
ricordano san Paolo e
le analisi economiche
globali, quando sta
male un membro, tutto
il corpo ne risente e
prima o poi ne resta
contagiato.
Nelle parole di Gioele
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si nota una consapevolezza: se si vuole, il
cambiamento avverrà, perché il mondo e la
società hanno la capacità di risollevarsi,
quando mettono in campo la parte migliore
dell’umanità, come ha già dimostrato l’Europa dopo la II guerra mondiale. In realtà,
quando i profeti parlano della fine del mondo, parlano della fine di un mondo, in quanto il mondo in sé è solo nelle mani di Dio.
Quando l’uomo invece vuole diventare dio
a se stesso, pensando di affrontare le cose
senza riferirsi a quelle leggi che Dio ha scritto nel suo cuore (l’amore, il servizio, l’accoglienza, la solidarietà), produce danni che
mettono in crisi il sistema e creano molte
vittime. L’annuncio della fine non è quindi
da leggere come una condanna, ma piuttosto come la riappropriazione da parte di Dio,
e dell’uomo, delle scelte che portano all’umanità nuova, che si mette in ascolto del
bene che porta iscritto in se stessa: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;
i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e
sulle schiave in quei giorni effonderò il mio
spirito” (3,1-2).
La vera svolta, che non è la fine
ma un nuovo inizio, è che tutti, anche coloro
che si sono resi schiavi docili del sistema,
prendano consapevolezza che non si può
lasciare il mondo nelle mani di poche voraci
cavallette, ma è necessario mettersi insieme
per sognare e progettare una società fondata
sulla giustizia, che è l’altro nome dell’amore
di Dio.☺
[email protected]
glossario
Rapidità, innovazione, successo:
tre parole, tre caratteristiche attribuibili alle
moderne attività imprenditoriali in campo
telematico che vengono pubblicizzate con il
nome di start-up [pronuncia: start-ap].
Il verbo inglese start, per effetto di
un uso consolidato nella lingua italiana,
appare di facile ed immediata comprensione; nel linguaggio dello sport start corrisponde al “via”, alla “partenza”, mentre in
un’automobile lo starter identifica il dispositivo di avviamento, la cosiddetta “aria”!
La locuzione che prendiamo in
esame affianca al verbo la preposizione
semplice up [pronuncia: ap] che di per sé ha
il significato di “su, in alto”, ma che nella
costruzione dei verbi denominati “frasali”
non rispetta la medesima valenza semantica.
L’intero termine start-up, sia come sostantivo che come verbo, traduce l’azione di avviamento, fondazione, costituzione di qualcosa.
In realtà il vocabolo ha fatto la sua
comparsa nel campo dell’informatica, denotando il momento di accensione ed avvio di
un programma; da qui è poi passato a indicare le fasi di avviamento di una impresa, il
periodo iniziale dell’attività, i momenti di
programmazione e ricerca funzionali al
lavoro successivo. Come accaduto per molte altre delle denominazioni coniate per
indicare agevolmente un oggetto, start-up è
ora diventato, quasi per antonomasia, il
nome delle imprese attive sul fronte del
Web, quelle che offrono servizi informatici,
quelle per le quali lo strumento principale di
lavoro e di relazione è il computer collegato
mancata partenza
Dario Carlone
in rete. E proprio perché l’ambiente di lavoro diventa il Web la velocità diventa la peculiarità ed anche il grande merito di imprese
del genere, capaci di mantenersi al passo coi
tempi, di inseguire le aspettative dei potenziali clienti, di raggiungere notorietà, ma
soprattutto conseguire i dovuti e “meritati”
profitti.
Lentezza, ritardi, fallimento: tre
parole per dieci lunghi anni di promesse non
mantenute; tre parole che riassumono le
migliaia di “vuote” parole che in tutto questo tempo si sono sprecate, insieme a tanto
denaro dirottato arbitrariamente verso altri
obiettivi; la fotografia impietosa di una ricostruzione che non c’è - (c’è mai stata?).
Nei dieci anni dal terremoto che
ha interessato l’area del cratere, il Molise
non è stato un’impresa innovativa, non si è
configurato come una start-up. Eppure le
premesse c’erano tutte: la tragedia - come
successivamente la cronaca ci ha mostrato
relativamente ad altre regioni italiane - poteva essere superata attraverso la consapevolezza di un avvio, di un nuovo inizio, come
una start-up che pianifica attraverso ricerche
ed indagini, che mette in conto rischi e pericoli, che si affida alla maturità e alla responsabilità dei suoi componenti, che verifica fin
dalle prime battute l’andamento e la positività della direzione presa.
[email protected]
mi abbono perché
se pinocchio avesse letto
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non avrebbe fatto società
col gatto e la volpe
Scatto d’autore di Guerino Trivisonno
Non c’è più trippa per gatti
Ha mai abitato la parola
“ricostruzione” in questa nostra terra? Abbiamo noi molisani avuto la percezione che
tutto quanto fosse necessario per la sicurezza e la vivibilità dei nostri paesi è stato fatto?
Non abbiamo forse abdicato alla nostra
autonomia di giudizio e perpetuato l’esercizio della delega anche quando ciò riguardava i nostri bisogni primari?
Quella che avrebbe dovuto essere,
e non soltanto in senso metaforico, la nostra
start-up si è ormai arenata, riconducendoci
ad uno stile di vita che non sembra avere
risentito delle spinte della modernità; sono
riemersi infatti, in questi ultimi anni soprattutto, clientele e favoritismi, promesse ed
illusioni, taciute ma sempre più evidenti
ingiustizie.
A decennio concluso sembra
essersi aperta la porta della disperazione.☺
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san giuliano di puglia
mai più!
Michele Petraroia
Riaffiorano pensieri tristi e tornano
alla mente le emozioni, i pianti e la concitazione di quella notte di dieci anni fa, quando
correvo senza meta, intorno a quella scuola
che stava crollando, invocando aiuti celesti ed
umani, che stentarono a materializzarsi. Un
ignoto paesino del meridione d’Italia venne
assediato dalle TV di tutto il mondo che in
mille idiomi diversi raccontavano la morte in
diretta di bimbi innocenti. Con Matteo, unico
assessore a non avere figli o nipoti sotto le
macerie, litigavamo per procurare acqua,
vestiario e cibo per le persone assembrate in
piazza dalle 11.32 ed abbandonate a se stesse.
A San Giuliano regnava il caos con militari
ed agenti senza ordini, i volontari che scavavano con le mani e i vigili del fuoco che mettevano a rischio la propria incolumità per
tirare in salvo i bambini. Gli applausi dei
familiari per gli estratti vivi dalle macerie
lasciarono il passo alle urla di dolore e alle
lacrime senza pianto, con scene che non potrò mai cancellare dalla mia mente. Conoscevo i luoghi, le persone e la scuola. A giugno
da segretario generale CGIL con i Maestri del
Lavoro avevo premiato quei ragazzini che si
erano cimentati nel ricordo della strage di
Marcinelle dove morì un minatore di San
Giuliano di cui non si è mai ritrovato il corpo.
Ad agosto avevo tenuto un comizio in difesa
dell’art. 18 in piazza incontrando e salutando
compagni e amici che mi ospitarono a casa
loro. E a distanza di due mesi ero nello stesso
luogo a tentare di rendermi utile sentendomi
in colpa al solo incrociare lo sguardo con i
genitori, i nonni e gli zii dei bambini.
La tensione mi ammutoliva e gli
occhi sostituivano le parole. Chi chiedeva
rassicurazioni, chi invocava speranza, chi
pregava e chi inveiva. Commisi l’errore di
abbracciare un compagno e dirgli di avere
fiducia. Ma la mattina successiva lo trovai
seduto innanzi il Palazzetto dello Sport in cui
venne aperta la più amara camera mortuaria
della storia molisana. Mi fermai a due metri
da lui, alzò lo sguardo e mi disse con voce
fredda che avevo avuto torto. Un pugno in
faccia mi avrebbe fatto meno male. Non
proseguii oltre e non entrai più in quel Palazzetto. Guglielmo Epifani da Roma chiamò
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più volte durante quella notte, e le sue telefonate si accavallarono a quelle di tante persone
che chiedevano notizie che nessuno poteva
dare. Il giorno successivo col paese in lutto ci
fu una seconda scossa che obbligò all’evacuazione totale della popolazione e accompagnai chi per nulla al mondo voleva allontanarsi da casa sua sulle terre arate che fian-
il manifesto del comune di San Giuliano di Puglia insulto ai paesi terremotati che sperano sì, ma la ricostruzione ha da venire
cheggiavano un campo sportivo troppo piccolo per ospitare tutte le tende. I volontari
toscani erano eccezionali, sensibili e premurosi, ma la gestione della situazione era problematica perché da subito si cominciò a
speculare sulla disgrazia. Si sollevarono dubbi e polemiche su tutto e tutti. Chi aveva da
ridire sulla toccata e fuga di Berlusconi, che
giunse la notte sulle macerie della scuola,
fece un collegamento in mondovisione con
Bruno Vespa e scappò via senza nemmeno
esprimere il cordoglio all’amministrazione
comunale. Chi chiedeva coperte, tende più
grandi, una sistemazione più confortevole e si
lamentava del rumore dei generatori elettrici
di fortuna collocati vicino alla tendopoli.
Il giorno dei funerali con quelle
bare bianche che ammonivano la coscienza
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degli adulti, Carlo Azeglio Ciampi ascoltò
con compostezza il “mai più” detto con voce
rotta da Nunziatina facendo scorrere un brivido lungo la schiena a tutti i genitori italiani.
E oggi, dopo dieci anni, dovremmo ripartire
da quel grido d’allarme per fare un bilancio
su cosa abbia insegnato il crollo di quella
scuola allo Stato, alle istituzioni locali e a tutta
la società. Purtroppo dopo quel lutto, l’Italia
si è smarrita nelle Ordinanze Commissariali,
nei Grandi Eventi e nel rincorrere investimenti pubblici, incarichi, consulenze, appalti
e direzioni di lavori, adottando un’interpretazione della calamità quale opportunità per
evadere gli obblighi di legge e derogare alle
norme in nome dell’emergenza. Quella lezione non ha indotto ogni adulto a proteggere
meglio i propri figli come ammonì il Capo
dello Stato il giorno dei funerali. Al contrario
si è innescata una gigantesca fuga dalla realtà
con una lotta rancorosa di tutti contro tutti e
una scarsa vigilanza democratica sul miglioramento della legislazione e sul rispetto delle
regole in ogni ambito istituzionale, amministrativo, scolastico, pubblico e privato.
Lo Stato sapeva da anni che quel
territorio era sismico ma lo ha riclassificato
tale solo nel 2003, dopo il terremoto. La Regione aveva una legge sulla protezione civile
da 30 mesi rimasta nel cassetto ma nessuno
ne ha chiesto conto. Come spesso accade in
questi casi ci si è costituiti e accaniti contro gli
ultimi anelli della catena, rinunciando a fare
una battaglia di civiltà in un’Italia che a dieci
anni dal crollo della scuola di San Giuliano di
Puglia ha ancora metà degli edifici scolastici
privi di tutte le certificazioni di agibilità e
sicurezza.
È amaro ammetterlo ma non siamo
stati capaci di far assurgere a priorità nazionale il “mai più” di Nunziatina e lo sanno bene
le mamme di Isernia che hanno pianto i figli
morti a L’Aquila nella Casa dello Studente.☺
[email protected]
mi abbono perché
se cappuccetto rosso
avesse letto la fonte
al lupo gli avrebbe fatto
un culo così!
san giuliano di puglia
Dieci anni sono passati. Importante anniversario per il Molise ma, soprattutto, per San Giuliano di Puglia,
piccolo paese dell’entroterra che, fino al
31 ottobre 2002, era pressoché sconosciuto a tutti. Anniversario, allora, che
induce a fare un’analisi della situazione
attuale.
Innanzitutto facciamo rientrare
nella memoria quell’evento luttuoso,
unico e gravissimo, del crollo della scuola, a causa del terremoto, e costato la vita
a ventisette bambini e a una delle loro
maestre. È proprio per i sentimenti di
solidarietà per tale tragedia che, oggi, in
questo paesino, sono state realizzate
opere edilizie mai nemmeno immaginate
prima.
Molto è stato scritto a proposito
e, a suo tempo, numerose persone vennero, personalmente, ad abbracciare gli
abitanti, a testimoniare la propria solidarietà e dichiarare la propria disponibilità
come a degli amici (e, molti, lo fecero
con sincerità). Purtroppo invece di conservare sentimenti di gratitudine, ricordando la situazione precedente e confrontandola con quella attuale (qualità
abitativa e, per molti, anche e soprattutto
posizione lavorativa ed economica),
come spesso umanamente accade, c’è
chi tende, oggi, ad affermare e vantare,
piuttosto, i propri meriti personali e le
proprie capacità.
A San Giuliano, ormai, nulla è
come prima, a cominciare dalla sua identità architettonica, estranea alla sua eredità storico-geografica. È cambiata la
vita di chi vi abita e questo non è un
fatto nuovo, ma, comunque, non irreversibile. A San Giuliano ci sono cartelli
con su scritto “VENDESI” già esposti ai
balconi di queste nuove case costruite
dove mai nessuno dimorerà e questo
conferma le perplessità di chi sosteneva
la necessità di una ricostruzione più attenta ed oculata. In fondo, anche il sindaco aveva paventato il rischio di una
“liquidazione totale” se non fosse stata
risolta la questione delle provvisionali da
pagare ai familiari delle vittime.
Nell’atroce dubbio che i fondi
non ci siano, nel susseguirsi di accuse
reciproche tra le varie istituzioni, tra
lettere accomodanti mandate ai familiari
delle vittime, nulla è successo. E non si
dopo il 31 ottobre 2002
capisce, così, nemmeno il perché il Comitato delle Vittime o quel che ne resta,
si rivolga soltanto alla regione o altre
istituzioni e non anche, innanzitutto, al
sindaco del paese, visto che in qualità di
rappresentante dell’ente condannato in
solido con gli altri imputati, dovrebbe
essere uno dei primi a sborsare quanto
dovuto.
A San Giuliano sono state realizzate opere mai viste prima, a cominciare dall’Insediamento temporaneo
abitativo che pian piano sta cadendo a
pezzi. E così il sindaco e i suoi accompagnatori si offrono di risolvere qualsiasi
problema che ritarda il rientro a casa a
quei pochi abitanti che ancora vi dimorano, sperando che tutti, entro il 31 ottobre
del decimo anno, possano tornare a casa.
A proposito di questo villaggio
temporaneo, ricordiamo ancora molto
vivamente le promesse fatte dal nostro
europarlamentare che accompagnava
l’allora candidato alla regione, Barbieri.
Si parlava, allora, di una futura destinazione a luogo di relax e di disintossicazione per i “poveri” terremotati di Fukushima, dimenticandosi che forse il veleno gli abitanti di San Giuliano lo hanno
ancora in casa. Ad oggi infatti molti non
sanno ancora come è andata a finire la
brutta storia dell’arsenico o qualche altra
porcheria che sarebbero stati sotterrati
nel sottosuolo sangiulianese.
Qui è stata collaudata la protezione civile italiana, gestione Bertolaso.
Oggi, ricordiamolo, l’ex capo, già da
parecchio tempo cittadino onorario, è
indagato anche per la gestione del postterremoto.
Qui è stato battezzato il Modello Molise da parte dell’attuale presidente
della regione, Iorio, anch’egli indagato
per la ricostruzione post-sisma.
Qui ha agito il dottor Magrone
per aver portato a termine un’indagine la
quale ha dimostrato anche la scelleratezza umana, oggi vezzeggiato da qualche
politico per una sua candidatura alle
prossime elezioni. Chissà quanti voti
prenderebbe a San Giuliano!
Qui si è costituito un comitato
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febbraio
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fontegennaio
marzo 2005
per far sì che non venga mai dimenticato
quello che è successo e per fare sì che
mai più si verifichi un evento del genere,
per vigilare anche che non possa mai
esserci la nascita della corruzione e del
perseguimento di interessi personali da
parte dei detentori del potere in seguito
al raggiungimento del medesimo.
Qui si vorrebbe realizzare anche un parco eolico a ridosso del feudo
di Sant’Elena, dove da pochi anni è stata
restaurata l’abbazia e contro la cui realizzazione il sindaco sta portando avanti
la sua personale “battaglia silenziosa”.
Qui l’attuale amministrazione
ha di fatto gestito tutta la ricostruzione,
con tutto ciò che ne consegue, perdendo
anche qualche elemento di spicco come
l’ex assessore Di Stefano il quale, vedendo già “il dischiudersi di percorsi bui e
forieri di eventi gravidi di responsabilità
e di inevitabili negative ripercussioni sui
cittadini”, ha abbandonato la nave dal
lontano 2007, senza mai nessuna replica
chiarificatrice e tranquillizzatrice da
parte del sindaco e della sua giunta, pur
fatti oggetto negli anni, di sospetti di
interesse personale.
È inusuale il fatto che ci sia
malumore diffuso nell’opinione pubblica
sulla gestione post-terremoto, su come
sia stata assunta certa gente che avrebbe
strette correlazioni con l’attuale sindaco
e la sua giunta ma non ci sia nessuno
strascico giudiziario.
Bisogna pensare che tutto sia
stato fatto nel pieno rispetto della legge
ma anche della morale, tanto cara all’allora consigliere di opposizione Barbieri?
Tutto questo ed altro è successo
a San Giuliano a partire dal 31 ottobre
2002.☺
Anonimus
Nell'equilibrio tra i due fondamentali principi di libertà e di eguaglianza la sinistra sceglie l'eguaglianza nella libertà e la destra sceglie la libertà senza l'eguaglianza.
Questa è la differenza e non è cosa
da poco. Eugenio Scalfari
7
sisma
per non dimenticare
All’indomani del sisma noi insegnanti non
potevamo tornare a svolgere il nostro programma didattico come se nulla fosse successo. Supportati dagli psicologi accorsi numerosi, dovevamo operare in situazioni nuove,
di precarietà anche logistica e favorire l’espressione di un vissuto doloroso per facilita-
re l’elaborazione di angosce, ansie, paure… I
bambini hanno rievocato, raccontato, pianto,
scritto, disegnato, fotografato. Abbiamo raccolto i loro lavori su grandi cartelloni e piccoli
libri, contributo alla memoria storica di que-
8
sto tragico evento, affinché si ricordi e non si
getti una spugna su
luoghi e sofferenze destinati a restare una
ferita.
Prima
Se chiudo gli occhi
rivedo la mia scuola di
un bell’arancione, con i
disegni attaccati alle
finestre, con la palestra e
il giardino pieno di rose
a primavera e di foglie
colorate in autunno… Risento le voci allegre
dei bambini e quella, ora dolce, ora stridula
della maestra che spiegava, si arrabbiava,
raccontava storielle… Ricordo il corridoio
dove correvo con i miei compagni e dove,
quella mattina, con le tapparelle abbassate,
splendevano le zucche illuminate di Halloween e poi… il terremoto! Ricordo le facce
smarrite delle maestre, gli strilli, la paura,
l’urlo delle sirene… I visi bianchi dei genitori, i muri crepati, i calcinacci…
Durante
Ora si fa lezione nelle tende, tende
azzurre, di plastica dove entra poca
luce, dove non ci sono lavagne né
scaffali; a me piace stare nella
tenda, si sta stretti ma sicuri e poi,
non sapremmo dove andare…
Quando penso alle tende penso al
freddo, alla pioggia che penetra
dentro, fa pozzanghere nel pavimento di terra, bagna i quaderni;
penso alla stufetta elettrica per riscaldarci così pericolosa sul pavimento bagnato!… In fondo non è male qui, viene
molta gente a trovarci, tutti ci interrogano, ci coccolano, ci portano tanti regali:
giochi,
dolci,
colori… E ogni giorno, a ricreazione, viene
Massimino col suo
Fiorino a portarci la
merenda…
Dopo
Finalmente
siamo
nella scuola prefabbricata, dono dell’Università Cattolica di
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Milano! Come è bella! Sembra una baita col
soffitto a travi di legno e profuma di pino; ha
un atrio grande con la luce che viene dall’alto…Tra poco sarà circondata da un giardino
dove coltiveremo fiori e ortaggi… Il vento
tira forte, urla, sibila fa tremare le mura, ma
non abbiamo paura, qui non ci accadrà nulla
di male… Prendiamo il pullman ogni giorno
per venire a scuola, incontriamo tutti i bambini del paese, facciamo amicizia, ridiamo,
litighiamo!…
Ma adesso!
Si sta da dieci anni nella scuola prefabbricata;
quella che ai bambini del terremoto sembrava una “nave” sicura ora fa acqua da tutte le
parti e non è una metafora. Quando piove
entra acqua dalle fessure delle finestre e dalle
pareti di “cartone” bucate in più punti. Nel
bagno il bidello deve mettere dei recipienti
per raccogliere l’acqua e poi, non c’è la palestra. Quando facciamo il salto o la corsa,
capita che si cade perché il pavimento è scivoloso; la maestra si spaventa e minaccia che
non ci fa fare più ginnastica. Ma che colpa
abbiamo noi se non abbiamo una palestra?
Spero che presto andremo nella scuola che
stanno ristrutturando dove avremo tutti gli
spazi che ci servono.
Bonefro - Gli alunni della
scuola primaria del 2002-2012
sisma
udite udite
insieme alla sua giunta, ha approvato la
Pianificazione Regionale Attuativa che
consente di avviare la procedura attuativa
dell’Accordo di Programma Quadro. Quanto ai soldi, per quelli ci vuole ancora tempo.☺
zare in ogni caso i tecnici delle comunità
montane che sono già stabilizzati?☺
al… sisma
U B’nifr è nu bell pe_e_s… canticchia
nostalgicamente sul finale Nicolina che,
ormai stanca, gravata dal peso degli anni e
sfiduciata, giammai rassegnata, attende da
sempre il ritorno a casa sua.
Con lei gli altri protagonisti, interpreti di
loro stessi, sono gli abitanti il villaggio
(provvisorio) Toscana in questo filmreportage realizzato a più riprese da Alessandro e Massimo. Il cortometraggio narra
frammenti di vita e quotidianità di chi, terremotato nel lontano 2002, ha scelto allora di
vivere nelle casette di Barbie confidando in
una ricostruzione ragionevolmente veloce e
di chi, venuto al mondo dopo, ha il privilegio, a differenza dei paesani che
“viaggiano” da un decennio, di andare a
piedi a scuola; tutti insieme aspettano una
casa che, come il nemico nel Deserto dei
Tartari di Buzzati, mai arriva. Con la
“partecipazione straordinaria” di don Antonio, parroco di due chiese per poter mantenere unita una comunità divisa, allo spettatore vengono forniti dati relativi alla ricostruzione accompagnati da osservazioni e
considerazioni circa il “Modello Molise”.
Dopo dieci anni, terminata sia l’emergenza
che la criticità mentre altri terremoti hanno
devastato nuovi territori, la situazione per i
nostri terremotati rimane immutata.
Intitolato Aspettando casa mia è presentato
dagli autori (A. Tosatto - M. di Nonno) e
proiettato il 29 ottobre presso il centro S.
Giuseppe.
aspettando
casa mia
per un posto
Dopo dieci anni stiamo nella situazione che segue:
Il Ministro dello Sviluppo economico nel corrente anno ha sollecitato Iorio
per ben due volte, ad aprile e a maggio, a
fornire documentazione necessaria per l’attuazione della delibera 62/2011 e in data
11/09/2012 ha messo in mora il nostro amato Governatore imponendogli di trasmettere
Con la fine dello stato di criticità, dopo aver
entro il 25/09/2012, termine già scaduto, lo
speso circa 72 milioni di euro per tutti i
stato di cantierabilità degli interventi infracomuni legati alla ricostruzione, i tecnici
strutturali strategici finanziati con la predetvengono tutti rimandati a casa eccetto quelli
ta delibera. Strumento che ha consentito al
afferenti alla struttura commissariale centracandidato Iorio di promettere agli elettori
le.
molisani mare e monti in campagna elettoPoiché il
rale. Dopo oltre un
terremoto è
anno non è Iorio a
sempre e
sollecitare il Gosolo
un
verno perché provpretesto per
veda alla attuaziomangiare,
ne della delibera
parte
la
ma il Ministero
lotta
per
la
dello
Sviluppo
loro
stabieconomico a sollelizzazione.
citare l’invio dei
Solo per il
dati sulla cantieramese
di
Foto
Massimo
Di
Nonno
bilità degli interaprile
torventi. Scopriamo
nano in servizio, poi gli incarichi vengono
così, dopo dieci anni dal terremoto che dei
affidati provvisoriamente a tecnici di fiducia
346 milioni di euro di finanziamento per
dell’ex commissario e gregari. Con il bando
metà sono cantierabili e per l’altra metà non
di concorso, a tempo determinato per due
lo sono ancora.
anni prorogabili, aperto a tutti, per privileCi verrebbe da chiederci, ma cosa
giare quelli che hanno già lavorato, viene
hanno fatto in questi dieci anni? Non lo
inserito un punteggio aggiuntivo.
facciamo per non urtare la sensibilità di chi
All’Agenzia di Protezione Civile occorrono
ci accusa di buttare fango sulla regione.
218
tecnici su sette bandi di concorso diverDi una cosa ci possiamo rallegrasi. Oltre cinquemila le domande.
re, dopo dieci anni di gestione improntata al
C’è chi ritiene che il bando sarà sicuramente
contingente - chi prima arriva prima allogimpugnato per le irregolarità presenti e che
gia - Iorio è costretto dal Governo nazionale
torneranno a lavorare per chiamata diretta i
a cambiare idea: niente programmazione,
soliti noti. Una domanda: perché non utilizniente soldi. A tale proposito il 2 ottobre,
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Rosario
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da che parte stiamo?
“Se non sai avvicinarti ad un territorio con rispetto, evitando la presunzione di
poterlo possedere senza tanti complimenti, è
facile che questo ti respinga pungendoti”.
Questa frase, tratta dal libro di Mons. GianCarlo Bregantini, dovrebbe far riflettere i tanti
che, a qualsiasi titolo, stanno devastando i
territori. Vale per quelli che hanno inquinato
l’ambiente, per quelli che hanno pensato di
mettere nelle mani delle mafie l’acqua, per
quelli che hanno rubato in politica, per quelli
che hanno distrutto il territorio molisano con
un’insensata politica di insediamenti che non
hanno dato nulla alle popolazioni, ma hanno
solo arricchito le tasche del politico di turno.
Hanno avuto la presunzione di poter possedere tutto, di poter cambiare in oro tutto quello
che toccavano, ma ora c’è la debita e giusta
reazione.
L’inquinamento morale prodotto
dal ventennio di Berlusconi, che fa pensare
tristemente ad un precedente ventennio che
ha scosso l’Italia, non si ripulisce facilmente,
tenuto conto che molti squallidi personaggi
sono ai vertici dell’apparato burocraticoamminitrativo dello stato e degli enti locali.
Serve non solo uno scatto d’orgoglio, ma va
posta in tutte le agende politiche la questione
morale che, tristemente, non è neanche accennata nell’accordo stipulato qualche settimana fa tra PD-SEL-PSI. Così come stride
con le regole della democrazia l’ostinarsi a
negare ai cittadini l’opportunità di scegliere i
propri rappresentanti con il sistema delle
preferenze o, per evitare infiltrazioni mafiose,
con elezioni primarie nelle quali i cittadini
indicano i loro migliori possibili candidati.
Oggi per i continui scandali della
politica, i cittadini sono sotto choc: da una
parte il governo moltiplica le misure di rigore,
dall’altro gli episodi di corruzione si moltipli-
La forza della Chiesa sta nella parola di Dio,
nella predilezione per i poveri, non nel favore
dei ricchi e dei potenti di turno e nella protezione dei poteri forti.
Dobbiamo essere noi a dettare le
agende politiche e non viceversa: famiglia,
lavoro e scuola sono tre punti prioritari che
non possono essere barattati con qualsivoglia
altro provvedimento; un giusto salario per i
lavoratori giovani che oggi sono sfruttati
soprattutto dagli Enti Pubblici che con contratti a tempo determinato non solo li sottopagano ma li ricattano sul piano politico e psicologico.
Contro queste nuove mafie non
possiamo tacere. Ad alta voce dobbiamo
imporre una rinnovata questione morale
perché non possiamo stare dalla parte dell’oppressore (spesso politico di turno che si
arricchisce a spese del territorio), dalla parte
di chi vuole occupare tutti i posti a disposizione per poterli poi “gestire” con i pizzini. Dobbiamo stare dalla parte di chi è disposto a
pagare di persona per l’affermazione della
giustizia e della libertà.☺
cano e coinvolgono tutti i partiti, che provano
a dare giustificazioni, ma evitano di affrontare il vero male che ha portato alla degenerazione del sistema. Il decreto anticorruzione (e
già questo è allarmante se bisogna adottare un
provvedimento di legge per impedire a corrotti e condannati di poter essere candidati ed
eletti) sarebbe dovuto essere approvato in
pochi minuti, ma la piovra ha tentato in tutti i
modi di ritardarne l’approvazione, modificando e limitando gli effetti.
Altro elemento allarmante: il mercato finanziario dove conta solo ed esclusivamente il profitto sia dei manager sia degli
azionisti, passando sulla testa dei lavoratori e
dei cittadini.
In una realtà confusa e in stato
confusionale, la Chiesa avrebbe dovuto fare
di più. Avrebbe dovuto alzare la voce anziché
essere accondiscendente, silenziosa. Nel
cinquantennio dall’apertura del concilio è
[email protected]
sensazione diffusa che il rinnovamento si sia
interrotto.
Troppi,
lotta e contemplazione
soprattutto nel periodo berlusconiano,
hanno pensato agli
otri vecchi anziché ai
nuovi. Se la politica
Rosalba Manes
ha dimenticato la
questione morale non “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicipuò farlo la Chiesa.
narono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
È tempo di dicendo: Beati…” (Mt 5,1-3).
abbandonare le sacre- Era un fresco pomeriggio d’estate quando decisi di fare una passtie e uscire per le seggiata fuori dall’abitato. Soffiava un vento leggero quando a un
strade per far sentire tratto fui raggiunta da una calca di gente che seguiva un uomo. Mi
la voce della giustizia, affrettai a raggiungerli. L’uomo si pose nel luogo più alto e prese a
della
correttezza, parlare. Ci fu silenzio, quello che infastidisce perché costringe a
della moralità e della stare soli con se stessi, a guardarsi dentro. Poi la parola, come una
spiritualità,
della gemma esplosa dal silenzio. L’espressione seria, il volto attraversagiusta paga e del to da un sorriso disarmante da bambini. Parlava, ma era come se
rispetto delle persone. cantasse… c’era musicalità, ritmo, calore, pausa. Il ritornello di
quel motivo era beati! In una terra oppressa dal dominatore, egli
parlava di felicità e ne additava la via: l’impegno per la pace, la
libertà del cuore, il distacco dai possessi, lo zelo per la giustizia.
Nessuno avrebbe voluto sentire quelle parole che piegavano ogni
lamento. Ma impregnarono l’aria e il vento della sera le spinse fino
alle dimore dei potenti per piantarle come spine nelle loro coscienze, come promemoria della loro infelicità e tormento che non lascia
via di scampo… nemmeno ai prepotenti di questo nostro oggi che
possono “sfregiare” la terra dei miti, ma non spegnere il fuoco delle
parole roventi dei profeti.☺
parole roventi
[email protected]
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xx regione
Il 17 Ottobre si è tenuta a Termoli una buona iniziativa con la presidente
nazionale di Libertà e Giustizia Sandra
Bonsanti. Buona, perché non si è discusso
di organigrammi, di liste e alleanze elettorali, di posti di governo e di sottogoverno.
Buona, perché si sono affrontati con serietà
le ragioni della crisi di legittimità dei partiti, delle istituzioni e del ceto politico. Infine
buona, perché riflessioni, confronti e comunità pensanti come quella che abbiamo
visto a Termoli sono semi preziosi, se
vogliamo sperare in un futuro migliore.
Lo stato delle cose presenti è
molto preoccupante, non solo perché i
cittadini, i lavoratori, la gente normale
soffre di una grave crisi sociale, ma in
primo luogo perché il nostro è un paese
senza classe dirigente, e ciò che resta
della politica è in gran parte profondamente malato. La malattia ha da tempo
varcato il campo berlusconiano, si è
diffusa a 360 gradi e non risparmia proprio nessuno, compresi quei partiti e
organizzazioni che della legalità e della
moralità avevano fatto la loro bandiera.
Il sen. De Gregorio, l’on. Scilipoti, il
consigliere regionale del Lazio Vincenzo Mariuccio e diversi altri rappresentano la schiera degli indagati e dei saltimbanchi della politica che vengono non dalle
file berlusconiane o dalle zone grigie del
partito democratico, ma dall’Italia dei
Valori di Antonio Di Pietro. La mia non
vuole essere una polemica, né un’accusa
gratuita, è solo una riflessione, una considerazione amara. L’ex pubblico ministero
del Pool di Mani pulite ha fatto della questione morale e della lotta al malcostume la
bandiera del suo partito: se anche dal suo
partito vengono inquisiti, corrotti e trasformisti, questo può significare solo due cose:
la malattia è profondissima e le terapie
inventate si sono rivelate inutili, se non
dannose.
una rivoluzione democratica
Famiano Crucianelli
nella lotta di liberazione dal fascismo. In
quegli anni si sono formati partiti veri, ha
preso consistenza e solidità una società
civile organizzata, si sono imposti ideali e
pensieri forti, il conflitto e la dialettica
sociale hanno nutrito istituzioni, politica e
democrazia. Una stagione tanto feconda
Ho visto la luce e l’ho spenta!
quanto breve. Come il Battista nel deserto, Berlinguer nei primi anni ‘80 ha tentato di avvertire che la nostra casa stava
bruciando, ma in pochissimi lo ascoltarono e la mala pianta del degrado morale
e della corruzione è cresciuta rigogliosa.
Poi in questi ultimi venti anni sotto le
bandiere del nuovismo a destra come a
sinistra siamo tornati ai vizi antichissimi
della tradizione italiana: il gattopardismo
e il trasformismo.
Senza una vera, nuova e radicale
rivoluzione democratica il destino morale, politico e materiale del nostro paese è
segnato. Per questo è vitale un rinnovamento alla radice della classe dirigente e
un nuovo e potente protagonismo dei
cittadini. Per questo è decisiva la ricostrulegge elettorale in discussione al Senato
zione di un tessuto politico democraticatorneremmo alla prima Repubblica, siamo
mente organizzato. Per questo è fondamenad un macabro gioco dell’oca. Macabro
tale un progetto, un programma politicoperché alla fine di questa storia rischiamo
ideale che renda concreta agli occhi di
di avere solo macerie della politica, delle
milioni di uomini e donne la possibilità di
istituzioni e della democrazia.
un altro mondo. Per questo è importante
Perché siamo arrivati a questo
che il governo Monti volga al tramonto,
punto? Perché tanti innovatori o presunti
non solo perché i ceti più deboli pagano il
tali hanno finito per portare legna al fuoco
prezzo più salato in questa crisi economiche sta divorando la credibilità della politico-finanziaria, ma, anche, perché cessi
ca? Perché la politica si è ridotta a un bazar
questo zibaldone, questo frullato politico
dove si compra e si vende di tutto? Le
che mescola tutto e tutti.☺
ragioni della miseria politica dell’oggi
[email protected]
vengono da molto lontano, noi abbiamo
una breve stagione della democrazia che
ha trovato la sua genesi, il suo nutrimento
Alla fine degli anni ‘80 si è consumata la prima Repubblica, negli anni ’90
è sfiorita la seconda Repubblica, nei primi
anni 2000 si è sperimentata la fantomatica
terza Repubblica. Se in questi ultimi mesi
della legislatura si dovesse approvare la
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caciocavalli e manette
Gianni Mancino
I simpatici Fabio e Mingo di Striscia la Notizia hanno tentato di consegnare il “Premio caciocavallo” al presidente della giunta
regionale, dott. sen. Michele Iorio, il quale per sfuggire al meritato
premio ha precipitosamente abbandonato la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università, cui stava partecipando, per
infilarsi in auto e partire di corsa. Presidente, auto e autista: solo qualcuna tra le infinite spese (7 milioni di euro per il Molise, record italiano) che noi molisani ci sobbarchiamo. Il formaggio è solo un promemoria ironico che dovrebbe appendere in ufficio, a ricordo del fatto
che non solo lascia sul nostro groppone di cittadini un enorme debito,
problemi irrisolti, anzi aggravati, ed ora anche la ventilata possibilità
che non solo la provincia di Isernia, ma l’intera regione venga riaccorpata ad altre.
Questa scena me ne ha amaramente riportato alla mente un’altra, quando sempre lui, in una delle passate trionfali interviste,
affermava con grande emotività: “Io amo il
Molise, amo questa regione!”. Dunque, ci
ama? Io direi il contrario: è questa regione (e
questa Italia) che ama questi politici. Colpa
del governo regionale? Colpa anche dell’opposizione? In passato forse si giustificava
l’inganno perpetrato da un’intera classe dirigente ai cittadini, ma se ora continuerà questo
andazzo sarà nostra responsabilità, di noi
cittadini, o meglio di quelli che si beano della
crassa ignoranza, affidandosi all’emoti- vità,
non informandosi a dovere riguardo alle
persone cui affidano il futuro.
Bisogna però comprendere che fare ciò costa attenzione.
Noi molisani, noi italiani, abbiamo da pensare alle nostre piccole cose
quotidiane, invece. Tanto ci fidiamo di “mamma TV” che fa tutto per
noi: raccoglie i fatti (per modo di dire), li frulla e ci serve un pappone
informe, che - a seconda del potentato di turno - ti racconta quanto è
bello e quanto è bravo un politico oggi, o invece un altro domani.
Pierpaolo Pasolini sosteneva che gli italiani sono un popolo indifferente al proprio destino. Abbiamo pagato, e continueremo a pagare, con
una finta e corrotta democrazia che ha rubato il futuro ai nostri figli,
basterà questo per farci svegliare? Un Paese dove circa un centinaio
tra deputati e senatori pregiudicati, o perseguiti a norma di legge, do-
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vrebbero oggi votare a favore della legge anticorruzione (!). Che se ne
può pensare?
Il Pdl in testa, seguito a ruota da tanti altri, si sta sfaldando
sotto il peso di corruzioni e ruberie, ma i nostri politici locali non hanno nulla da dire in merito. Forse dovrebbero lamentarsi del fatto che
quello che sta facendo scomparire questo o quel partito non è stato
mica qualche politico pentito, o un’indagine partita da forze dell’ordine o magistratura, macché! Lo sfascio nasce da faide interne: non
sussulti di coscienze, ma invidie, gelosie, lotte per il potere, sfociate in
delazioni, pur di abbattere “l'amico” di partito. Ma che brava gente!
Pensate un po', da qualche parte ho letto, invece, che le figure più
vicine a Dio non sono quelle dei religiosi, come si potrebbe pensare,
bensì i politici, cioè quelli che più strettamente dovrebbero collaborare
all’opera del creato, migliorandolo, perché gliene è stato dato potere,
per aumentarne armonia e benessere generale.
Abbiamo mai potuto sentire questo tipo di informazioni, di
considerazioni in TV? Alla radio? Sui giornali? Lo fa una piccola
testata come la nostra, un gruppetto di semplici cittadini diretti da un
prete, per tentare di raggiungere qualche coscienza e riflettere, e dialogare insieme su
certe cose. Che ne facciamo di questi media
allora?
Credo che questa Nazione ce la farà ancora in
qualche modo, ma ci sarà bisogno di nuovi
eroi? Altri Falcone e Borsellino da sacrificare,
per poterci risollevare? No, invece, basta così!
Non più eroi e caduti; non più nuovi nomi da
scrivere sulle targhe di monumenti, strade e
piazze. È tempo che queste persone restino tra
noi, invece, perché ne abbiamo bisogno, per
poter vivere meglio. Al posto dei morti, invece, tanta semplice, comune buona gente, che
opera facendo semplicemente il proprio dovere.
Se, poi, ci sono ancora persone in questa regione, in questo
paese, che vogliono continuare a essere ignoranti e inconsapevoli, o
peggio, che invidiano certi soggetti al potere, e aspirano a prenderne il
posto per poter fare lo stesso, sta a noi mandarle a casa loro, nelle loro
fogne.☺
[email protected]
mi abbono perché se biancaneve
avesse letto la fonte avrebbe saputo
che la mela era una fregatura
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male amministrati
il baratro e i cittadini
Giulia D’Ambrosio
In questa Italia, che ha danzato pericolosamente sull'orlo del baratro e
che non riesce ancora a mettersi in salvo, si manifestano due tentazioni principali:
provare a dare fiducia ad una coalizione politica meno indecente di quella berlusconiana o far saltare il banco con una valanga di consensi al grillismo.
Persino nell'animo apparentemente tranquillo e pacioso dei nostri corregionali si va insinuando un dubbio pungente e potenzialmente esplosivo: ma il
Molise che abbiamo conosciuto, e che da molte parti viene criticato, è compatibile
con la nuova situazione economica e finanziaria generale?
Finora era tutto abbastanza chiaro: un tessuto produttivo debole, ma con
tratti di creatività, originalità e genuino attaccamento al lavoro, una fetta importante di economia alimentata dai trasferimenti statali, una classe dirigente - non solo
politica - impegnata a privilegiare le attività vocate all'assorbimento di danaro
pubblico rispetto a quelle orientate alla produzione di ricchezza. Ci avevano detto
che bastava sostenere i fautori della spesa facile per poter continuare a sopravvivere, magari rinunciando a prosperare. Quando era già chiaro che il flusso di danaro
statale verso il Molise non era più sufficiente ad alimentare la poderosa macchina
clientelare nostrana, i governanti regionali si sono recati a Londra per comprare
bond, facendoci credere che stavamo facendo un affare e sollecitando perfino la
nostra gratitudine. In realtà ci stavano riempiendo di debiti e ponevano le basi per il
dissesto attuale che paghiamo con aggravi fiscali e tagli di servizi, ma soprattutto con
crescente povertà, disoccupazione e mancanza di ogni prospettiva per i giovani.
La caduta del governo Berlusconi, compare e complice dei nostri amministratori regionali, che prima del crollo aveva svuotato le casse fino a farci correre
il rischio di non poter più riscuotere stipendi e pensioni, ha disvelato la pericolosità
della politica molisana fatta di clientele e sprechi alimentati con azzardate pratiche
di indebitamento.
Le certezze dei molisani, in questo difficile contesto nazionale, europeo
e mondiale, si stanno sgretolando velocemente e, tra le macerie fumanti di un
sistema collassato, i cittadini cercano una via d'uscita. Le pratiche consociative di
questi ultimi anni, il cinismo che ha fatto anteporre i destini personali agli interessi
pubblici, l'assenza di un progetto sostenibile di rafforzamento della coesione sociale e di rilancio dell'economia regionale, non consentono di dire, in questa fase,
che basta votare a sinistra per risolvere i problemi incombenti.
Il grillismo, per i molisani prima ancora che per gli italiani, diventa una
tentazione forte anche se piena di incognite e le incognite, per una regione che di
fregature ne ha subito tante, possono avere il sapore di un azzardo.
In questo quadro, per uscire dall'incubo nel quale siamo precipitati, resta
una sola via d'uscita, quella di esercitare fino in fondo la sovranità, e le connesse
responsabilità, che la Costituzione riconosce ai cittadini. Per andare in tale direzione, i cittadini devono scegliere con maggiore cura sia le coalizioni e i programmi,
sia i propri rappresentanti istituzionali.
Se, con riferimento a questi ultimi, gli elettori si rifiuteranno di votare i
candidati imposti dall'alto, gli specialisti della transumanza politica, quelli che
hanno causato il disastro attuale, quelli che hanno una scarsa propensione a rispettare la legge e l'etica pubblica, quelli che facendo politica si sono arricchiti a dismisura, quelli che dimostrano un eccessivo attaccamento al potere e quelli che fanno
della politica un vero affare di famiglia, la politica sarà più presentabile, le istituzioni più efficaci e il futuro meno buio.
Scipio
Avevo il desiderio di parlare d’altro in questo
numero di novembre, ma i miei pensieri cadono inesorabilmente sulla questione del destino di questa regione e del
come e perché si è arrivati a trasmissioni di inchiesta come
Report per portare alla luce un sistema politico incapace di
riformarsi e di fare il bene del suo territorio. Certo che si
parli di Molise come terra di malfattori non ci piace, anche
perché a pagare il fio della pena siamo sempre noi cittadini
normali, ad essere colpite sempre le fasce più deboli della
società civile. Ma neppure si può pretendere che si sia disposti a subire quando ormai della parte produttiva di questa regione è rimasto ben poco. Si è sempre alla ricerca di
un colpevole in simili frangenti, ma io dico con rabbia e
indignazione che volendo si potevano sciacquare i panni
sporchi a casa nostra se tutta la pletora dei politici regionali
fosse stata capace di uscire dalla mediocrità e dagli interessi
personali. La realtà è che troppa gente impegnata in politica, senza politica resta disoccupata, quindi si cede a compromessi pur di conservare reddito e poltrona.
Siamo sicuri di avere veramente scelto chi doveva amministrare questa regione? A forza di turarci il naso e
scegliere il male minore siamo finiti in mutande. A forza di
dire che la politica fa schifo, a fare politica restano gli stessi
soggetti ormai consunti ed incapaci di cambiare metodo. Il
popolo non sceglie, non viene reso consapevole, la stampa
locale è serva ob torto collo del potere ed il cittadino non
viene mai incitato dai nostri politici a non ricevere favori
ma a pretendere diritti. Il Molise, regione a bassa reattività
sociale, non interagisce e subisce torti infiniti. Troppi sono
vittime del “sistema” ed hanno la bocca cucita, pena la
perdita del posto di lavoro. Se i muri potessero parlare si
capirebbe finalmente da dove viene la vocazione all’autodistruzione. Siamo arrivati al capolinea: violato il diritto alla
salute, violata la sopravvivenza delle famiglie, oberati da
una burocrazia esasperante, delusi da una giustizia che non
decide, indignati per tutta l’illegalità tollerata, per le logiche
spartitorie senza democrazia. Tristi, molto tristi per tutti
coloro che, costretti, lasciano ogni giorno questa terra in
cerca di realizzazione, in cerca di lavoro. Sono i nostri figli,
coloro ai quali pensiamo e che vorremmo continuassero ad
essere figli della terra dei padri. Vorremmo veder crescere i
loro figli, abbracciarli, essere loro vicini perché sentano che
è l’amore che muove il mondo e che la rinascita conta sulla
gioventù conquistata e non perduta, sulle nuove idee, sulla
crescita di un mondo che cambia con la vita nuova. ☺
[email protected]
Grazie a chi usa il conto corrente allegato senza parsimonia. E’ l’unica fonte che abbiamo
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cultura
l’intervallo
Cristina Muccilli
L'intervallo, di Leonardo Di Costanzo, è uno di quei piccoli eventi che provocano emozioni tali da modificare la struttura del nostro sistema di percezione. Il
film, nel nostro caso, in generale l'arte, che cambia il corso delle cose, l'umanesimo che promuove la crescita collettiva.
Hanno detto che il film va al di là dei propri intenti ed è vero. Tutto nasce dalla
volontà di spiegare le modalità del controllo e la costruzione della cultura mafiosa. Il prodotto finale è una sorta di distillato di bellezza, innocenza e cruda lucidità.
Due ragazzi chiusi in una struttura fatiscente e abbandonata, lui involontario
carceriere, lei incolpevole prigioniera in attesa del giudizio del boss di quartiere,
entrambi ostaggi. Un segmento della loro vita in una città lontana dal momento,
città che quasi non esiste. Non esiste altro che il luogo della loro reclusione e
l'ombra e il buio.
Ma da questa stasi claustrofobica, dal dato incontrovertibile del condizionamento del potere criminale, ha origine dapprima un movimento cieco, nevrotico, di
seguito la comunicazione; inizialmente aggressiva, schietta e complice, poi.
La resa alla reciproca fiducia permette a Veronica e a Salvatore la scoperta e
l'esplorazione di un mondo incantato che fino ad allora era solo prigione. Qui
avviene un cambio netto di tonalità visive cosicché i vari gradi del buio si trasformano in luce piena, filtrata solo dal fitto della vegetazione.
È un cammino a ritroso quello che percorrono nel parco incolto e nei sotterranei
della struttura in disuso. Un cammino che li riporta al gioco, al candore dei loro
anni, all'ingenuo fascino del mistero che precede la scoperta.
Costretti in uno spazio, fisico e temporale, dilatato, i due protagonisti conquistano la libertà riappropriandosi di ciò che la miseria, il crimine, l'ingiustizia sociale
hanno sottratto loro.
Sperimentano, in cattività - e nella finzione -, ciò che giornalmente - e nella
realtà - viene loro negato, vivere la propria età.
Una lucidità spietata riporta Veronica sui suoi passi, dopo aver trovato una breccia che le avrebbe permesso la fuga. È la lucidità di analisi di fronte ad un potere
che schiaccia o è la paura e il senso di solitudine ad inibirle il movimento? E
ancora, è pavida ottusità, quella dei ragazzi, che li porta ad accettare prassi e
logica del potere che abusa o finzione che guarda solo a determinata volontà di
salvezza? Domande aperte.
Mirabile la sequenza del boss che, nel buio quasi totale, esercita il potere minacciando prima, con suadente persuasione poi, e corrompe.
A monte di questo piccolo gioiello c'è una concezione nuova di film che scaturisce non dalla diretta creatività di chi gira ma da un progetto corale. I due attori
sono, infatti, ragazzi di una Napoli di strada che hanno affinato creatività e consapevolezza all'interno di laboratori teatrali. Il regista li riprende quindi, quale
semplice e attento osservatore, quasi li insegue; il suo è uno sguardo lieve, uno
scrutare attento ai minimi dettagli. È in questa sorta di leggerezza che io vedo la
differenza dal racconto neorealista con cui viene spontaneo paragonare l'opera.
La distanza tra i due ragazzi e la macchina da presa non è però la stessa che
intercorre tra loro e il regista. Se infatti, Veronica e Salvatore rimangono autonomi protagonisti del film è perché Di Costanzo ha regalato loro uno spazio libero,
una possibilità di scelta, una pausa, un intervallo, appunto, con infinita dedizione.☺
È uscito in
estate, per i tipi
di Mimesis, un
libretto
dal
titolo
“Ascoltare il
dissenso”, a
firma di Ester
Tanasso, avvocato molisano,
e Alessandro
Tessari, docente di filosofia
ed ex parlamentare radicale, che si son
trovati d’accordo nel suggerire un’idea:
quella di dare
efficacia democratica al voto di protesta, attraverso le schede
bianche.
Individuando, infatti, in questo tipo di voto l’indicazione di
un dissenso esplicito da parte degli elettori nei confronti dei
candidati, propongono di dargli efficacia nei risultati elettorali, riducendo il numero degli eletti in proporzione al numero di schede bianche.
Dopo aver chiarito, nella prima parte del saggio, il significato essenziale del voto come mezzo di convalida di una democrazia rappresentativa, ma anche giudizio ineludibile
degli elettori sui candidati, gli autori sottolineano l’importanza dell’inclusione di tutti nel gioco democratico e ritengono,
quindi, che il nostro ordinamento debba farsi carico di rappresentare anche il dissenso.
Infatti, a fronte degli scandali di questi anni, il forte astensionismo che viene oggi registrato parla di una disaffezione dei
cittadini che non trova altra via di manifestarsi se non nel
rifiuto del voto. In questo modo, però, fasce sempre più
ampie di popolazione, spesso una cittadinanza critica che
alza il tiro del confronto politico e una marginalità sociale
che in maniera sempre più impellente necessita di risposte,
vengono estromesse dal gioco democratico, avviando in tal
modo un meccanismo di grave degenerazione della democrazia.
Il senso di questa proposta, allora, sta nel riportare il più
ampio numero di cittadini al voto, con un monito forte ed
efficace ai partiti di presentabilità dei candidati, di cui c’è
quanto mai bisogno. ☺
[email protected]
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Il Senato approva
la legge anticorruzione.
Polemiche sull’ultimo articolo:
“Esclusi i presenti”
www. spinoza. it
il calabrone
il pensiero laico
Roberto Roversi
1. Il laico pensiero è il pensiero che ha mille
problemi, nessuna paura. È travolto, mai
sommerso, da dubbi di ogni genere ma mai
dalla disperazione. È l’albero posto al confine
di un bosco infuocato, ma per sé non ha confine.
2. Il pensiero laico crede al buon inesausto
pensare, al buon e inesausto fare, al buon
dialogare e a una libertà del fare pensare dialogare che non si arresta ai limiti delle convinzioni.
3. Il pensiero laico è quello che pensa (che
crede) che le cose parlano sorgendo dalla
terra, non precipitando paurose, ammonenti
dall’alto dei cieli. E inoltre è quello che pensa,
e ascolta, che gli oggetti intorno (il rassicurante beneficio della compagnia), le mille viventi
realtà del creato, continuamente lo richiamano al suo leggendario dovere: “Qua siamo,
con te; non ignorarci; non dimenticarci. Ascolta, ascolta, ascolta”.
4. Il pensiero laico è anche quello, dunque,
che rifiuta il silenzio; e ha sempre come sottofondo lo scorrere dell’acqua del pensiero
(tumultuoso rifluire di un fiume che fuoriesce
da una caverna). Come un invito stressante a
non assopirsi, a non stupirsi; ad essere sempre
inquieti. Ad essere sempre pronti alla vivificante, aspra schermaglia delle idee. Sicché il
pensiero laico è un camminatore imperterrito
fra gli sterpi (intriganti) del pensiero.
5. Il pensiero laico ha lo sguardo basso, striscia anche per terra, ed è impietoso; perché
procede sui sassi a piedi nudi.
6. Il pensiero laico non ha, sul momento,
illusioni (potremmo anche scrivere speranze)
ma, nonostante gli aspri sentieri, è sempre
pungolato ad avanzare; ha sempre lo stimolo
di potersi accasare tra fratelli (compagni di
viaggio, di vita). Non ha mai la luminosa
sazietà di chi, nonostante le tempeste, è sempre convinto di essere prossimo alle porte del
cielo e di potere, alla fine, partecipare alla
gloria di un dio sovrano.
7. Nel pensiero laico non ci sono visioni ma
eccitanti contraddizioni; rumore di vetri infranti; stridere sui cardini di finestre mezzo
aperte. C’è insistente il rumore di un passo
dietro a un altro passo, tanto che sembra di
camminare fra i pensieri.
8. Il laico pensiero non dà emozioni, ma induce sempre a ricominciare, avendo fastidio
dei nodi. L’altro diverso pensiero invece
turba e spesso sconvolge, e disanima e trascina a fatica, e commuove ed esalta, puntando
al porto di finali consolazioni. Almeno così
sembra.
9. Il pensiero laico è il bue che ara la terra.
10. Il laico pensiero è quello che non ha paura
di oltrepassare le Cicladi per andare a pescare. In cerca di balene.☺
Roberto Roversi aveva promesso di spedire qualcosa di suo al nostro
giornale. Non ha fatto in tempo. In ogni numero, io che non sono depositaria di nulla,
né di grandi libri né di grandi azioni, che
obbedisco sempre alle parole che avevo
inserito nel logo del teatro del guerriero di
Ingeborg Bachmann “verrà il giorno in cui
gli uomini avranno gli occhi di oro nero,
vedranno la bellezza, saranno liberi dalla
sporcizia e da ogni peso, si solleveranno
nell’aria, andranno sott’acqua, dimenticheranno i calli e le miserie. Saranno liberi, tutti
saranno liberi anche della libertà che volevano. Sarà una libertà più grande, sarà oltre
ogni limite, sarà per una vita intera”, vi spedirò qualcosa di suo con occhi e cuore puro
come lui mi ha sempre insegnato.☺
o qoèlet!
Sarà questo cielo argenteo, questa luce scialba d’autunno inoltrato o il
ciliegio che inesorabilmente si sfoglia sotto
ai miei occhi a farmi tornare in mente i
versi: “Piove e la notte è cupa Qoèlet…”,
me li ripetevo nelle notti insonni mentre,
da dietro ai vetri, guardavo il livido baluginio di un lampione in attesa di un’altra
chiamata. “Amico della verità suprema,/ io
lo so perché non ti sei ucciso,/ vano era
anche morire…”.
O Qoelèt, figlio di re, enigmatico,
controverso e bruciante, davanti a questo
letto dove agonizza il mio amore, dove
misuro distanze e vicinanze e scandaglio
l’esperienza del dolore, penso con te che il
senso profondo di tutte le cose sia il nulla:
vita e gioia, dolore e morte, una fame di
vento; e fatico a capire Dio. Dov’è Jahwe?
Non compare mai nel tuo testo il tetragramma di fuoco. Anch’io lo sento assente, lontanissima sponda e faccio mio l’incipit che ritorna incalzante, ossessivo nel tuo
dire, che sfonda ogni certezza, distrugge
ogni speranza e dispera ogni sapienza:
“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Ma
non voglio cedere al tuo Nulla. Così è sotto
il sole. Ma oltre? O Qoèlet!…
Magdala
[email protected]
Via Marconi, 62/64
CAMPOBASSO
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arte
il mistico nel barocco
Gaetano Jacobucci
Parlare di “esperienze mistiche” è riferirsi ad emozioni che rasentano l’assimilazione totale all’oggetto
contemplato, in tal modo l’uomo si
avvicina alla trascendenza, si trova
inspiegabilmente cambiato e non può
che sentirsi un “uomo nuovo”, violentemente attirato da Dio come da una
calamita interiore tanto da divenire
ebbro, pazzo d’amore.
Tutto ciò non fa ricorso a
intermediari, non fa uso di immagini, di prese di coscienza, di ricordi memorizzati nel corso degli
anni. Cosa avviene allora quando
Dio si comunica “direttamente”
all’uomo?
La scultura e la pittura
barocca tentano di dare una risposta visiva a questo interrogativo
interiore assolutamente nuovo ed
il mistico, colui o colei che riceve
la autodonazione divina, vede svanire, scomparire tutti gli archetipi
psicologici, non può descrivere
tale realtà interiore con linguaggio
umano, perché la parola non si
adatta al divino. La descrizione
letteraria o semplicemente verbale
viene descritta dopo, quando l’esperienza dell’unione con lo Sposo
è terminata. Allora si andrà a cercare espressioni linguistiche per
descriverle.
Il Barocco con la sua espressione figurativa ha una vera e
propria folgorazione, invasione di emozioni, per i quali non si può rivendicare nessun merito, in quanto Dio,
nella sua sovrana libertà, la dà a chi
vuole, quando vuole, e come vuole.
Riversa doni a quanti devono compiere
una data missione utile a tutta l’umanità. I grandi riformatori della vita religiosa di questo periodo diventano segni visibili della presenza divina della
grazia donata gratuitamente.
La Riforma Spagnola ebbe
grande eco all’interno del bacino me-
diterraneo permettendo una variegata
fioritura di forme artistiche e letterarie
sulla scia di San Giovanni della Croce
(Cantico spirituale e Fiamma d’Amor
viva) e S. Teresa d’Avila (Il Castello
interiore).
L’antropologia e la spiritualità dell’animo barocco si fonda sul concetto che l’uomo è il luogo della presenza di Dio e Dio non sta stretto dentro l’uomo. Di questo i mistici sono gli
araldi di annuncio più convincenti.
Le estasi
L’uomo è un essere in perenne
“ex-stasìs” cioè fuori di sé, rivolto verso
l’oggetto del suo amore che è l’uomo.
Poiché Egli, che è Amore, ama perfettamente, allora si può dire senza timore di
esagerare, che Dio è più in noi che in se
stesso, ama più noi che se stesso.
La Santa Teresa d’Avila del Colombo (museo Diocesano di BitontoBari) è interpretata con le allocuzioni
interiori: fenomeni secondari, marginali, in cui è possibile l’intervento divino,
cui si aggiunge il concorso dell’uomo.
La natura vi partecipa considerevolmente. La rivelazione -incontro con il
divino è espressa in modo drammatico
e in deliquio ascetico attira l’astante
alla medesima eccitazione interiore. Se
Giacomo Colombo e la sua scuola
descrivono questa espansione nell’abisso inaccessibile dell’Essenza Divina, allora scopriamo il Puro Amore,
che acceca ogni nostra capacità sensoriale che non può oscurare la volontà
di lasciarci attrarre, di uniformarci a
lui. Il lume soprannaturale si può scorgere nella torsione della mano che
mostra il fuoco, che dà fuoco, avvampa e non consuma. Là Egli sarà luce
abbagliante, che acceca ogni nostra
capacità sensoriale, oscurerà l’emozione per schiudere l’amore umano e
dilatarlo a rivestirsi della grazia, secondo la dimensione dell’amore che tutto trasforma… ☺
[email protected]
CAMPOBASSO
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mondoscuola
una scelta immorale
Gabriella de Lisio
Non è una delusione. Si era già
capito che il governo Monti non intendeva
imboccare alcun nuovo corso rispetto alla
scuola, e che il trattamento da carne da macello riservatole dalle ultime legislature non
lo aveva per nulla indignato. Eppure desta
sconcerto e rabbia l’ultima novità partorita
dal Ministero all’Istruzione: il progetto di
legge in base al quale, dal 1 settembre 2013,
l’orario di cattedra degli insegnanti verrebbe
innalzato a 24 ore settimanali (a fronte delle
attuali 18) a parità di retribuzione. Anzi, con
retribuzione bloccata alle fasce del 2009.
Se L’Europa non prevede l’innalzamento del monte-ore di cattedra (anzi,
viaggia attualmente in direzione opposta), la
nostra Costituzione addirittura non prevede di
lavorare gratis. Ma questo forse il
ministro Profumo non lo sa. Come forse dimentica o non tiene
conto - allineandosi perfettamente,
in questo, a tutti coloro che nella
scuola non ci lavorano - che le 18
o le 24 ore di cattedra sono quelle
di insegnamento puramente frontale, in aula: è solo una porzione,
bisognerebbe ricordare al Ministro, del carico di lavoro settimanale (per lo più non quantificabile)
di un docente che prepara quotidianamente le sue lezioni, segue
corsi di aggiornamento o si aggiorna da sé, corregge verifiche, partecipa a
riunioni pomeridiane, progetta attività extracurricolari, elabora materiali didattici, approfondisce ciò che il mattino dopo spezzerà in
classe come il pane.
Impegni mai riconosciuti dal qualunquismo di chi ci rimprovera sempre di
avere i tre famigerati mesi di ferie, che non
sono tre ma due, e che sono un privilegio che
poi ci strangola durante tutto il resto dell’anno, visto che i permessi concessi sono ristrettissimi, e che se ci ammaliamo veniamo trattati come dei truffatori della sanità pubblica.
In attesa dello sciopero generale
indetto per il prossimo 24 novembre dai sindacati della scuola, e mentre aumentano le
firme e i "mi piace" in calce alla petizione
online lanciata da un docente palermitano su
facebook, vediamo di capire bene cosa dice
esattamente il famigerato, e scellerato, decreto.
"A decorrere dal 1° settembre
2013, l'orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di
primo e di secondo grado, incluso quello di
sostegno, è di 24 ore settimanali", recita l'articolo 3. E prosegue: "Nelle sei ore eccedenti
l'orario di cattedra il personale docente non
di sostegno della scuola secondaria titolare
su posto comune è utilizzato per la copertura
di spezzoni orario disponibili nell'istituzione
scolastica di titolarità e per l'attribuzione di
supplenze temporanee per tutte le classi di
concorso per cui abbia titolo nonché per
posti di sostegno, purché in possesso del
relativo diploma di specializzazione". In altre
parole, i docenti di ruolo occuperanno le ore
destinate alle supplenze destinate a migliaia
di precari, che potrebbero dire addio a stipendio ed assunzione per i prossimi anni.
Innalzare a 24 le ore di lezione,
secondo i sindacati, determinerebbe l'immediata cancellazione di 28/30 mila supplenze e
la moltiplicazione, ben oltre il 25 per cento in
più sull'orario attuale, del lavoro che gli insegnanti si porterebbero a casa. Inoltre, con
8/12 classi per alcuni insegnanti la composizione dell'orario delle lezioni assomiglierebbe
ad un cubo di Rubik irrisolvibile. E la maggior parte di essi, tra lezioni e ore di "buco",
sarebbe costretta a rimanere a scuola anche
per 28/30 ore a settimana.
La spacciano per riorganizzazione,
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flessibilità, razionalizzazione: in realtà è l'ennesimo, brutale programma di tagli fatto sulla
pelle di chi lavora nella scuola e di chi ne
fruisce come servizio: gli alunni, appunto.
Del cui futuro sembra non interessare più
nulla a nessuna classe dirigente delle ultime.
Che porti il loden o la bandana.
Spremere ancora la scuola come
un limone da cui tirar fuori le ultime gocce,
quando ha già dato tutto quello che poteva
dare negli ultimi anni (e da sempre), è stato
uno schiaffo morale, che dovrebbe spingere
gli insegnanti a svegliarsi, a reagire finalmente con rabbiosa dignità, e a paralizzare il paese: altro che lo sciopero generale, di un giorno, dopo il quale nulla cambia. Vorremmo
più tempo per aggiornarci, per far bene il
nostro lavoro, in modo accurato, ricco. Vorremmo più figure professionali, stipendi più
decorosi, attrezzature adeguate, classi più
piccole, fondi per il recupero e per l’arricchimento dell’offerta formativa. Vorremmo
essere formati e aggiornati come Dio comanda, senza dover mandar giù a
forza sequenze di slides banali e
scontate, propinate da dubbie
figure professionali che spesso ci
ripetono quello che già sappiamo.
Ministro Profumo, si svegli anche lei: oltre ad aver azzardato un
progetto di legge anticostituzionale (perché ad un aumento del
carico di lavoro deve corrispondere un aumento della retribuzione), lei ha fatto una scelta immorale. Verso i precari, che si vedranno chiudere ogni possibilità
di lavoro. Verso gli alunni, che avranno docenti più stressati e malpagati. Verso i docenti
tutti, che lavoreranno di più e peggio, e gratis.
La scuola non può essere trattata e
bistrattata così. La collera dei poveri potrebbe
congiungersi con quella degli insegnanti: non
l’aspetti impassibile, faccia un passo indietro.
Salvi i precari dalla paura di essere
privati del loro futuro. Salvi gli insegnanti,
tutti, dalla sgradevole sensazione di essere
stati ancora una volta offesi nella loro professionalità. E salvi soprattutto i nostri giovani
dal fondato timore che di loro, della loro
formazione e del loro futuro, allo Stato non
importi nulla.☺
[email protected]
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spazio giovani
il grido degli studenti
Mara Mancini
12 ottobre 2012: è solo l’inizio!
Tante volte ho sentito dire che i giovani pensano solo a divertirsi, studiano poco, non si
interessano né alla vita politica né a quella
sociale. È vero: alcuni giovani sono questo,
altri anche peggio, ma non sono tutti così. Ci
sono anche quei giovani che si interessano
dei problemi, ma che poi pretendono soluzioni che non ottengono e che forse non avranno
mai. Ci sono anche quei giovani che guardano avanti, cercano l’orizzonte, e molti lo
vedono sfocato. Ci sono quei giovani che
credono, o forse sperano, in un futuro migliore, lontano dalla crisi che oggi investe l’Italia.
Ci sono anche quei giovani che lottano per i
loro diritti, che scendono in piazza, che gridano per le strade, che cercano di farsi sentire. E
tra quei giovani, il 12 ottobre, a Campobasso,
c’eravamo anche noi studenti del liceo scientifico di S. Croce di Magliano.
Il sindacato studentesco, l’UDS
(unione degli studenti) ha elaborato un disegno di legge: l’Altra-Riforma della scuola,
un’altra-scuola fondata su democrazia, diritti,
libertà di accesso ai saperi e alla cultura. La
scuola italiana di oggi seleziona gli studenti e
anche i percorsi: licei (serie A), tecnici e professionali (serie B), formazione professionale
in cui lo studente, che ottiene una formazione
di avviamento al lavoro presso un’azienda,
può diplomarsi a 16 anni (serie Z). è quello
che si ricollega alla riforma Gentile (1925);
poi ci sono i criteri di Moratti (2001-2006) e
della Gelmini: il familismo, in base al quale
lo studente è legato alla famiglia di provenienza e alle scelte di essa. E ora c’è Profumo. Oggi molte scuole italiane, selettive,
stanno diventando private, e sono pochi gli
investimenti e gli aiuti che vengono fatti a
quelle pubbliche (tagli di 8 miliardi in tre
18
anni); gli studenti sono costretti a cambiare
docenti ogni anno; le ore di laboratorio vengono ridotte. Oggi in molte scuole italiane la
situazione è precaria: il 50% delle scuole
sono state costruite prima del 1965 (e quindi
non sono a norma), una scuola su 5 è costruita in zone a rischio sismico (dove ci sono
crepe, avvengono piccoli crolli), il 90% delle
scuole non possiede strutture autorizzate per
studenti con handicap, un edificio su 3 non ha
le scale di sicurezza, in molte scuole mancano spazi, strutture, laboratori, attrezzature,
materiale didattico. Nelle scuole italiane manca anche il rinnovamento delle tecnologie
didattiche (di cui in corsi di aggiornamento
obbligatori e gratuiti i docenti dovrebbero
venire a conoscenza), e poiché la lezione
funge da semplice trasmissione di nozioni, gli
studenti italiani sono ultimi nelle classifiche
europee e hanno difficoltà nel mondo universitario e del lavoro.
È fondamentale mettere ogni singolo studente al centro dei processi di apprendimento, è necessario coinvolgerlo realmente, superare questo nozionismo, anche usando
nuove metodologie didattiche oltre la classica
lezione frontale (o cattedratica) che porta ad
un apprendimento passivo: lettura dei testi,
lezione dialogata, circle time (lezione in cerchio), tempesta di idee, discussione tra gli
studenti, uso laboratori, istruzione programmata (slide, ricerche...). Noi studenti il 12
ottobre siamo scesi in piazza anche per farci
ridare tutto quello che ci hanno tolto e che
continuano a toglierci, per avere mense e
alloggi pubblici, aree per le attività studentesche, auditorium, per avere scuole in possesso dei tre tipi di agibilità (statica, igienicosanitaria, prevenzione incendi), palestre, impianti sportivi, per decidere le attività comple-
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mentari (da svolgere nel pomeriggio), per
non essere sottoposti a verifiche a sorpresa
(bisogna permettere a tutti di organizzarsi lo
studio ed esprimere le proprie potenzialità),
per le casi editrici che modulano di poco le
grafiche ma di fatto lasciano intatti i contenuti
(quest’anno abbiamo speso 44 euro in più!),
per farci educare alla cittadinanza attiva e alla
“regola delle tre I” (Imparare a imparare,
Interpretare, Indirizzarsi).
Noi studenti il 12 ottobre abbiamo
urlato a gran voce dicendo “no” alla legge
Aprea, l’ennesima negazione dei nostri diritti,
abbiamo urlato chiedendo l’istituzione di una
legge nazionale sul diritto allo studio, e quindi
per borse di studio per chi ha disagi socioeconomici, comodato d’uso per libri di testo,
diritto alla mobilità, accesso gratuito o agevolato a iniziative culturali e ai consumi, sportelli d’orientamento, sostegno agli studenti portatori di handicap, integrazione per gli studenti immigrati.
E non eravamo da soli! Il 12 ottobre sono scesi in piazza con noi insegnanti e
genitori, anche per affermare i nostri diritti,
perché i giovani sono il futuro, e un futuro
senza istruzione, senza lavoro, non è un futuro, ma un intravederne la fine. Con le nuove
riforme non va disgregandosi soltanto la
scuola, ma anche i giovani. E questo non
possiamo permetterlo, questo l’Italia non se
lo può permettere. Ecco perchè siamo scesi in
piazza: ed è solo l’inizio!☺
[email protected]
libera molise
Torino, 23 Novembre 1968, dalla
rivista “Tempo” alla quale in quel periodo P. P.
Pasolini collaborava: “Non comprendo bene
questo lottare degli studenti per avere il diritto
all’assemblea dentro la scuola. Perché dentro?
Perché non tengono le loro assemblee nelle
piazze, nei giardini, nelle soffitte? Perché pretendere e ottenere dai “superiori”questa libertà?
E attuarla nelle sedi che non sono certamente,
per loro natura, luoghi di libertà? Io so questo:
che chi pretende la libertà, poi non sa cosa
farsene. Penso, perciò, che gli studenti dovrebbero lottare non per pretendere dall’autorità
attuazioni di diritti: o perlomeno, non solo per
questo. Ma per pretendere, da se stessi, di essere la parte più importante e reale dell’opinione
pubblica” (Il Caos a cura di Gian Carlo Ferretti, Edizioni l’Unità/Editori Riuniti, Roma,
1981, pag. 77).
È sicuramente provocatoria la riflessione di Pasolini - in particolare, il rilievo sulla
scuola come luogo di “non libertà” -, né più né
meno di quelle che egli in precedenza aveva
scritto in “Il PCI e i giovani”, in cui contestava
fortemente non le ragioni delle lotte studentesche ma chi le attuava, in buona parte giovani
della borghesia benpensante italiana, e il modo
con cui quelli le portavano avanti. Per lui da un
lato c’erano i proletari contestati - ossia le forze
dell’ordine - e dall’altro i giovani di una borghesia protestataria e ribellistica ma ricca. Su
questo non ci soffermeremo, in quanto ci porterebbe lontano da quello che è invece il senso
delle riflessioni di questo intervento. La citazione pasoliniana non è casuale: ci siamo trovati
nei giorni scorsi in un istituto secondario e
come siamo entrati siamo stati assaliti letteralmente da un silenzio assordante e abnorme per
una scuola. Abbiamo chiesto il motivo: c’era
stata un’assemblea studentesca, alla quale avevano preso parte poche decine di studenti e un
numero molto modesto di docenti. Ecco allora
che ha di nuovo un senso la riflessione provocatoria di Pasolini che indicava come luogo
adatto per un incontro assembleare di giovani la
piazza del paese, dove parlare e tentare di coinvolgere le altre componenti della società, gli
adulti, i lavoratori, le donne. Ora ci chiediamo
se abbia ancora un senso questo ragionamento
alla luce della dilagante incultura, della superficialità e dell’indifferenza che gli adulti hanno
“insegnato” alle giovani generazioni, che in
questo modo e per queste ragioni si dimostrano
sempre più lontane da qualsiasi impegno culturale o politico (è chiaro che parliamo per grandi
linee, convinti che ci siano tanti giovani che da
persone mature e consapevoli si impegnano
nell’ambito delle giovani organizzazioni partitiche, nel volontariato, nelle parrocchie anche,
etc.).
Ma vogliamo soffermarci anche su
quale cultura oggi?
Franco Novelli
un’altra esperienza che dentro di noi ha lasciato
un segno di sconforto: siamo stati invitati come
Libera contro le mafie ad un incontro a Mafalda dall’assessore all’ambiente di questo bel
centro del basso Molise con all’ordine del giorno la costruzione di una centrale a biomasse
che ovviamente l’amministrazione di Mafalda
non vuole che si costruisca sul suo territorio.
Infatti, l’impatto ambientale sarebbe
molto negativo, sia perché la centrale a biomasse non porterebbe lavoro per i giovani del posto, sia perché essa potrebbe risultare utile per
una comunità numericamente più piccola: in
effetti, la produzione di energia di una centrale
a biomasse è supposta solo per poche famiglie
o per insediamenti produttivi di modesta entità.
Quello che ci ha lasciato perplessi e
sconcertati sono state le argomentazioni esposte
da alcuni esponenti politici della destra molisana alla quale oggi piace l’ambiente pulito, le
energie rinnovabili, la difesa del territorio molisano. Di qui, la sensazione precisa che ci troviamo di fronte ad un revisionismo sfacciato e
ad un atteggiamento squisitamente propagandistico, pre-elettorale, che ritiene il cittadino
inconsapevole ed incurante delle malefatte
della destra molisana e dei preoccupanti livelli
del grigiore etico che essa esprime.
Pertanto, a noi presenti è sopraggiunta spontanea una riflessione - che, appena concluso l’incontro, ci siamo reciprocamente comunicato -: esiste ancora un minimo di dignità
civile e possiamo parlare di cultura, come bagaglio essenziale per chiunque voglia rapportarsi
dignitosamente e con coerenza con gli altri?
Noi abbiamo molte perplessità che comunque
non ci spingono a fare di “ogni erba un fascio!”; tuttavia, ci pare legittimo chiedercelo.
Qualche anno fa, supponiamo nel
2003, Manuel Vàzquez Montalbàn, prima di
morire, in uno scritto in cui parlava di cultura e
di politica della sinistra radicale e comunista,
ricordava quanto fosse per Lev Trotzskij importante la cultura in un momento rivoluzionario come la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, e come si
contrapponesse a quanti intendevano
distruggere le tradizioni popolari sulle
quali la cultura russa poggiava le sue
radicate origini. Trotzskij, infatti, riteneva che la cultura “borghese” nella fase
rivoluzionaria e violenta cessava di
essere la portavoce di una sola classe
sociale, divenendo di fatto la cultura di
tutto il popolo con al centro l’uomo.
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Oggi dinanzi alla vittoria del capitalismo e del liberismo, all’incedere sicuro della
globalizzazione della finanza e dell’economia,
in Italia come nel resto del mondo, si fa fatica
ad individuare un intellettuale (forse è più facile
indicare un movimento) che consideri essenziale non disperdere né distruggere la cultura
civile, politica, etica propria delle tradizioni
democratiche di ciascun popolo o di ciascuna
nazione.
Oggi il liberismo sta vincendo la sua
guerra e non si vede ancora all’orizzonte chi
con determinata energia possa contrastarlo
prospetticamente, proponendo una diversa
cultura o un differente sistema sociale con al
centro non le merci o il dio-danaro, ma l’uomo,
come dicevamo poco sopra. Dobbiamo ripartire dal lavoro, come diritto inalienabile e non
come dichiarazione di intenti opzionali; dal
concetto di democrazia partecipata, dalla difesa
del territorio come bene comune, dalla salute,
dalla scuola come strumento essenziale di civiltà e di educazione culturale, dal concetto di
solidarietà condivisa e operante, dal processo
naturale di integrazione culturale e di osmosi
multietnica, oggi, che, al contrario, si dà all’untore, quando si parla di clandestino o di immigrato.
Deve, dunque, tornare ad esserci una
condizione essenziale per ripartire: il sogno di
una cosa, l’utopia verso cui tendere collettivamente. Accanto a P. P. Pasolini, vorremmo
ricordare Paulo Coelho e un suo testo,
“Manuale del guerriero della luce”, alter ego
dell’intellettuale capace di indicare il sogno di
una cosa. “Il guerriero della luce è colui che è
in grado di comprendere il miracolo della vita,
di lottare fino alla fine per qualcosa in cui
crede e di sentire allora le campane che il
mare fa rintoccare nel suo letto”.☺
[email protected]
19
terzo settore
oltre il dirupo
Leo Leone
Viviamo una congiuntura storica
inquinata in molti punti della nostra società e
alla quale siamo ormai come rassegnati. I più
recenti movimenti di resistenza provengono
dai giovani e dagli operai che si vedono sottratto il diritto al lavoro per assicurare la sopravvivenza della famiglia. Chi sembra invece rassegnato alla lamentazione di antica
marca improduttiva è la società adulta. Non si
accorge ancora che i mali che attraversiamo
ce li siamo in qualche modo procurati noi
stessi.
In un recente libro una donna determinata, vogliosa di un mondo diverso,
Julia Kristeva, denuncia che “tutte le nazioni
europee sono diventate popoli paria, sono
tutte costrette ad accettare con nuove spese
la lotta per la libertà e l’uguaglianza dei
diritti”. L’autrice riporta l’idea di un’altra
donna, Hannah Arendt, grande talento e testimone delle angustie che pagano i popoli a
causa di chi li governa, per poi chiedersi “se
la politica abbia finalmente ancora un senso”.
In Italia viviamo una stagione che
ci riporta a tempi passati, ma ricorrenti, di
vassallaggio, feudalità, brigantaggio, basso
impero… e giù a seguire. Ma tardiamo a
compiere una onesta analisi delle cause che ci
hanno portato a quella che un prete di frontiera, Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione
“Libera”, etichetta come una società che
attraversa una “fase di coma etico”. Da essa
non se ne esce se ciascuno non si assume le
proprie responsabilità. Ma dov’era il popolo
quando la classe politica portava avanti programmi e azioni centrati sui propri interessi
più che a sostegno del popolo, a partire dalle
categorie più fragili e disagiate? Ma l’essere
giunti ad un punto di crisi che oggi reclude a
20
margine la scuola, la sanità, l’associazionismo e quanti promuovono cultura e azioni
per sostenere i deboli e garantirne i diritti ben
presenti nella Carta Costituzionale richiede
che la società stessa, la cittadinanza attiva si
faccia carico di assumersi responsabilità e
adottare strategie per andare oltre il presente.
Perché non denunciare apertamente che questa società, facendo un esplicito
riferimento al mondo degli adulti, deve farsi
carico di responsabilità per quel che concerne
i mali in cui la politica è incorsa? Perché non
decidersi ad espellere dalla nostra vita di
cittadini, genitori, educatori, gestori di negozi
e di aziende i responsabili di comportamenti
diffusamente cedevoli alla prassi del clientelismo dilagante, e non da oggi, per poi, magari,
dichiararsi maestri di comportamenti etici con
i figli e bofonchiare nei confronti dei giovani?
Se li abbiamo cresciuti in questa cultura di
assonanza con l’illegalità non possiamo prendercela con chi, in politica, se ne fa fruitore in
prima persona, per poi ricavarne per primo
sostanziosi interessi di cui si va cianciando
oggi in tutte le strade, piazze e TV. Ma non lo
ha favorito un popolo dormiente o ben coinvolto questo regime di cui oggi pagano prezzi tanto elevati soprattutto i più deboli?
E poi occorre anche rilevare che un
lungo silenzio di decenni ha consentito a
questa classe politica di persistere in una
logica in cui l’articolo primo della Costituzione viene da sempre calpestato. Ma dove mai
si registra che “la sovranità appartiene al
popolo…”; oggi anzi siamo al punto estremo
per cui negli ultimi anni il governo in Italia ha
ancor più accantonato in un reclusorio privo
di ascolto l’associazionismo di terzo settore
che resta l’unico testimone che si affanna
ancora, e con determinazione, a promuovere
progetti e cultura della
solidarietà e della
sussidiarietà.
A proposito della
sussidiarietà veniamo
a scoprire che siamo
tutti delusi oggi del
sistema di articolazione del paese Italia in
una serie di organismi
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ed enti che a partire dalle regioni si moltiplicano nelle tantissime agenzie che da esse
dipendono e sono disseminate su tutto il territorio. E solo oggi ci si accorge che lo spreco
di risorse di ogni tipo ha contribuito ad ottenere il raggiungimento dello stato di malessere diffuso che tutti ci investe di fronte alla
indefinita serie di malefatte di politici che ci
hanno addirittura portati a scoprire la loro
connessione con le cosche della criminalità
organizzata e la infinita serie di prebende e
ruberie allo stato da cui hanno ricavato capitali e opportunità di sprechi vacanzieri che i
nostri figli a scuola scoprono nelle storie di
tempi andati da Nerone, Caligola che nominava senatore il proprio cavallo…
Per riprendere il messaggio della
donna già citata che rilancia il bisogno di
credere in un mondo cosparso di religioni
che prefigurano la morte di Dio che si traduce
in logiche di perfide persecuzioni tra di loro
che a tutt’oggi dilagano in tanti continenti e
che presentano “l’abisso più profondo della
scissione”, è tempo di adoperarsi per ricostruire l’unione e la cooperazione volta alla
semina di programmi volti al bene comune.
Spetta al popolo farsi carico per recuperare la
cultura di unità che portò nel dopoguerra le
molteplici ed anche contrapposte ideologie
che si tradussero nell’intesa tra diversi che
ebbe il merito di stendere la Costituzione nel
nostro Paese ma che ad oggi resta un ricordo
nostalgico che non si traduce in concrete
prassi per porre fine alla frammentazione
diffusa che in Italia contrassegna l’intero
mondo della politica ripiegato sull’interesse
di soggetti e di caste che hanno fornito negli
ultimi tempi chiari segni di ripiegamento su
strategie e programmi volti all’utile proprio.
La società adulta si converta e
recuperi una storia che in altri tempi ha fornito testimonianze di generazioni giovanili che
suscitarono fermenti rivoluzionari e anche
pacifica rivoluzione culturale. Occorre ora
ricostituire l’unione e fornire modelli di comportamenti fondati sull’etica e la legalità.☺
[email protected]
Tutto ciò di cui ho bisogno
è l'amore,
ma un po' di cioccolata
ogni tanto non fa male...
società
o la borsa o la vita!
O la Borsa o la vita!
La crisi economica, ambientale,
etica avanza strisciante senza tregua e costringe ad una riflessione profonda ed inedita. Come Pax Christi ci siamo lasciati
Antonio De Lellis
commuovere dalla moltitudine affamata e
assessori vengono regolati in modo che
zione. La Finanza non è più una curiosità
bisognosa di giustizia e pane. La stessa che
non eccedano il livello di retribuzione ricointellettuale, ma necessaria conoscenza per
nella prima moltiplicazione dei pani si
nosciuto dalla regione più virtuosa. In pracomprendere l’oggi. Ma anche il lavoro, i
aspetta da Gesù qualcosa. “Quanti pani
tica le indennità allineate al livello più
beni comuni e la democrazia devono esseavete?” chiede il Maestro ai discepoli. E
basso tra quelle oggi in essere. Il provvedire considerati necessarie sponde con cui
subito dopo: “date loro voi da mangiare!”.
mento vieta il cumulo di indennità ed emocorrelarsi per avviare campagne di mobiliE così ci siamo messi in cammino, come
lumenti. Ci saranno anche controlli pretazioni.
tenda di Dio in mezzo agli uomini, compaventivi sui piani di spesa delle regioni.
L’altra grande questione è la crisi
gni di viaggio di una umanità che resiste,
Dovranno essere svolti dalla Corte dei
ambientale, economica ed energetica. L’elotta e solidarizza senza confini e senza
Conti, con l'ausilio della guardia di finanza
nergia è un tema centrale, si pensi al radpregiudizi. Non possiamo solo raccogliere
e della ragioneria generale dello stato. Predoppio delle trivellazioni in Italia ed alle
l’acqua che ha allagato la nostra casa se il
visto un taglio dei trasferimenti fino all'80180 nuove licenze di perforazioni, quando
rubinetto resta aperto!
% alle regioni che non introdurranno i
l’Eni ha già dichiarato che nel bel Paese ci
È arrivato il momento di capire
controlli stabiliti. Che ne sarà della nostra
sono riserve di petrolio di pessima qualità e
come possiamo chiudere il rubinetto e chi
regione se non voteremo politici capaci ed
solo per 20 anni. Il governo attuale ha dice l’ha in mano. Per questo cercheremo a
onesti?
Campobasso i prossimi martedì (13, 20,
questo quadro in movimento
27 novembre) di capirlo con gli amici:
O LA BORSA O LA VITA! in cui siInlegifera
sotto l’onda dell’urgenMarco Bersani, Danilo Corradi, Antonio
Scuola popolare di Economia
za anche sospinta da un’opinione pubbliTricarico. Con essi parleremo di Finanza
ca arrabbiata e schifata, l’attenzione deve
mondiale, Debito pubblico e Cassa Dee di Resistenza Umana
essere al massimo perché rischiano di
positi e Prestiti (di cui si è parlato nella Con Marco Bersani, Danilo Corradi, Antopassare sotto mentite spoglie vere e propuntata di Report del 14 ottobre). Il dia- nio Tricarico parleremo di:
prie emergenze del domani. In questo
logo, l’approfondimento e la conoscenza
Finanza mondiale
contesto occorre anche dire che la propodemocratica sono i nostri pani ed i nostri
Debito pubblico
sta variazione del Titolo V della Costitupesci, che vogliamo mettere a disposiCassa Depositi e Prestiti
zione prevede che la materia energia ed
zione per contribuire a cambiare un si- martedì 13, 20, 27 novembre 2012
altre tornino ad essere di esclusiva comstema che ci ha impoverito, soprattutto ore 18.30
petenza dello stato e non più materia
di democrazia.
Sala Celestino V - Curia Arcivescovile
concorrente con le regioni e questo siNovembre è un mese denso di
Via Mazzini - Campobasso
gnifica che viene annullata la partecipaavvenimenti anche a livello nazionale. I
zione dei cittadini alle scelte strategiche,
chiarato l’era del gas, ma non doveva essemovimenti si preparano per quella che
per esempio, energetiche. È necessario
re l’era del sole? La questione delle quepossiamo definire la fase costituente civile
allearsi e non restare avulsi dalle realtà e
stioni sta anche nei costi della politica che
italiana. Dall’8 all’11 novembre a Firenze
dai movimenti nazionali, europei e globali.
vengono abbassati, ma anche a discapito
ci sarà il Forum sociale, 10 anni dopo il
La Chiesa locale ha una grande occasione:
della rappresentanza: meno consiglieri non
Forum che, all’indomani di Genova, dimoquella di non tacere! Occorre muoversi,
significa meno partecipazione? La bozza
strò che i movimenti erano tutt’altro che
conoscere ed agire anche come cristiani.
del decreto legge sulla riduzione dei costi
violenti. A Firenze ci si vedrà per preparare
della politica stabilisce anche (e forse queuna nuova stagione di convergenze e di
☺
[email protected]
sta è una buona prevenzione) che i sindaci
azioni comuni per la terra e per i popoli. A
e i presidenti di provincia che saranno ricoRoma il 24 e 25 novembre l’assemblea
nosciuti responsabili dalla Corte dei Conti
annuale del forum dei movimenti per l’acmi abbono perché se
del dissesto finanziario degli enti amminiqua quest’anno si interrogherà, su cosa e
strati (squilibri finanziari ripetuti che portasu come gestire la crisi. La ripubblicizzaalìbabà avesse letto
no a deficit strutturali che non consentono
zione è l’obiettivo fondamentale ed oggi
più ai comuni di garantire i servizi essendopo i referendum, e soprattutto dopo la
ziali) non potranno candidarsi a nuovi insentenza della Corte costituzionale, si deve
non se li sarebbe filati i
carichi pubblici, dai municipi fino al parladire che chi privatizza lo fa per scelta polimento, per la durata di 10 anni. Niente
tica e non per obbligo di legge. In particoquaranta guardoni
incarichi nemmeno nelle società partecipalare a Roma si cercherà di fare un grande
te. Inoltre i compensi dei consiglieri e degli
salto di qualità per allargare il raggio d’a-
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lavoro
stato di crisi
acciaierie dell’ilva
Antonello Miccoli
Da alcuni mesi diverse categorie
di lavoratori, anche nella nostra regione,
prestano la propria opera senza percepire il
salario. Il fenomeno sta coinvolgendo un
gran numero di settori: dall'agroalimentare
al metalmeccanico, dai trasporti alla cooperazione. I ritardi, in alcuni casi, raggiungono
anche i cinque mesi: la cronaca, di solito,
pone all'attenzione dell'opinione pubblica la
sorte di chi presta servizio in aziende di
grandi o di medie dimensioni. In realtà,
società come la Solagrital o l'Atm, costituiscono solo la punta di un iceberg: dietro di
esse si contano innumerevoli imprese che
non pagano gli stipendi. Vale la pena ricordare le difficoltà delle Cooperative e di tutto
il Terzo Settore: cittadini che, già nella normalità, percepiscono basse retribuzioni, in
quanto l'affidamento dei servizi è spesso
inferiore ai minimi tabellari stabiliti dal
ministero del Lavoro. A tutto questo si è
aggiunto il taglio alle risorse assegnate ai
comuni: di conseguenza in quasi tutti gli
ambiti territoriali si è avuta una nuova e più
ampia riduzione delle ore di assistenza.
Un processo che, nella sua essenza, ha determinato una diminuzione delle
cure rivolte agli anziani, ai disabili e ai minori. Solo in questo settore, entro il 2013, si
rischia di perdere oltre 1000 posti di lavoro;
nel contempo centinaia di operatori sono già
senza salario, mentre i cittadini più bisognosi vivono una condizione di abbandono.
Dietro questi numeri si coglie il fallimento
di un sistema economico che prometteva
più benessere e felicità; al contrario, come
ogni sistema che assolutizza la propria ricetta, ha condotto migliaia di persone verso la
disperazione. La stessa classe dirigente è
rimasta sorda a chi, da anni, nell'interesse
del bene comune, chiedeva interventi correttivi in grado di sostenere le classi sociali più
deboli. Le stesse imprese che operano nella
legalità e nel rispetto dei propri collaboratori, hanno subito un indebolimento dovuto,
in molti casi, al ritardo dei pagamenti da
parte dell'amministrazione pubblica.
Oggi si è giunti al paradosso che
gli anziani, con pensioni talvolta al minimo,
stanno svolgendo una funzione impropria,
22
in quanto sono costretti a sostenere figli e
nipoti in difficoltà. Tale fenomeno si accentuerà nel corso degli anni quando, a partire
dal 2014, la durata dell'indennità di mobilità
comincerà a diminuire per lasciare spazio
all'Aspi. Questa nuova assicurazione sociale
per l'impiego, che farà la sua comparsa l'anno prossimo ed andrà a regime nel 2016,
avrà una durata nettamente inferiore alla
mobilità: 10 mesi fino a 50 anni; 12 mesi tra
i 50 e i 54 anni; 18 mesi per coloro che hanno un'età superiore ai 55 anni. Meno lavoro,
meno ammortizzatori sociali e meno assistenza rischiano di determinare un'implosione sociale dagli esiti incerti. La parte più
vulnerabile, i giovani cresciuti nella società
del benessere, fanno i conti con un mondo
che non offre più alcuna certezza.
Uno stato di crisi che, nella sua
durezza, può comunque rappresentare un'opportunità di rinascita: i giovani possono
infatti dar vita, con il sostegno della parte
adulta più impegnata e sana della società, ad
una sorta di rinascimento della coscienza
civile. Dinanzi a noi non vi è altra strada:
l'unico percorso in grado di ricostruire le
fondamenta di una comunità solidale e virtuosa. Lo stesso mondo cattolico, nel ricordare il Concilio Vaticano II, è chiamato ad
assumere nuove responsabilità ed a vivere
con più coraggio il messaggio evangelico.
Troppi silenzi sulla qualità della vita che
caratterizza l'esistenza di milioni di cittadini:
uomini e donne che vanno tutelati e rispettati durante l'intera vita (dai confini della
nascita ai confini della morte). Soprattutto
in questo frangente storico, ognuno nel luogo ove si trova, deve chiedere a se stesso se
il proprio tempo è speso bene e in funzione
di quali interessi. Urge una pedagogia della
responsabilità che rigetti, una volta per tutte,
il modello di una società costruita sulla superficialità e l'arricchimento facile. Si pone
insomma l'esigenza di far comprendere, che
il sacrificio profuso per vivere in una comunità sana, non costituisce una perdita di
tempo, ma l'unico modo per riconoscere la
centralità e il valore dell'uomo.☺
[email protected]
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In quella bolgia di fuoco,
di fumo e veleni,
in quel magma incandescente
c’è la matrice
del mondo tecnologico
segno del Progresso
ma anche della Babele.
Il gran colosso agonizza
sulla costa di Taranto:
esile il respiro delle ciminiere,
si estinguono le fiamme
degli altiforni.
C’è crisi all’impianto Ilva.
La grande macchina dell’acciaio
è obsoleta, nociva.
Ma la sua chiusura è un dramma.
Gli operai estromessi
sostano presso i cancelli
urlano la loro rabbia
lottano disperati.
Loro, operai militanti,
api operose in quell’alveare nero
dove hanno trovato dignità e vita.
I padroni nelle stanze di sicurezza
occupati ai profitti,
fuori un numero indefinito
di poveri diavoli.
Non c’è pace
nella terra degli ulivi.
Due forze in contrasto:
lavoro e inquinamento,
difficile da conciliare.
Ma in mezzo c’è la forza
provvida risanatrice della vita.
Come vento salubre di mare
sgombrerà la coltre d’angoscia
che sulla città incombe.
Lina D’Incecco
islam
I recenti episodi legati al film blasfemo su Maometto e le conseguenti violenze contro le ambasciate americane in vari
paesi arabi e islamici hanno riportato alla
ribalta sui nostri media il dibattito, se così si
può chiamare, sul binomio 'Islam e violenza',
e insieme ad esso, come sempre, una enorme
confusione su “chi è cosa”: musulmani, islamici, islamisti, islamisti radicali, estremisti,
fondamentalisti, salafiti, terroristi islamici,
sono tutte espressioni che sentiamo in continuazione ma che vengono quasi sempre
usate senza spiegazioni, in modo superficiale,
spesso come se fossero sinonimi o quasi.
Bisogna distinguere, e fare chiarezza, e quello che oggi ci interessa di più è secondo me capire, al di là di episodi di violenza comunque spregevoli, cosa sta succedendo dall'altra parte del Mediterraneo, liberando
il campo da alcuni preconcetti. Tra i maggiori
protagonisti dello scenario post-primavere
arabe oggi ci sono i movimenti e i partiti
islamisti. Mentre le parole “musulmano” o
“islamico” fanno riferimento solo alla religione (come “cristiano”), islamista propriamente
definisce quei gruppi organizzati politicamente (quindi in partiti o movimenti sociali)
con lo scopo di costruire uno stato islamico, o
ispirato a principi islamici (non necessariamente con la violenza!). La loro nascita è
legata alle esigenze di riforma e modernizzazione largamente percepite nel mondo islamico ai primi del '900, quando la presenza coloniale europea metteva profondamente in
economia e libertà
Francesco De Lellis
discussione i fondamenti stessi della religione, con le sue idee di sviluppo, progresso,
scientificità, razionalità. Il loro obiettivo,
semplificando molto, era respingere la modernità imposta dall'Occidente, vista come
forma di colonialismo culturale e strumento
di dominio, e promuovere dall'interno una
rinascita culturale, economica e politica a
partire da valori propri, declinando la modernità in termini islamici; non quindi in contrasto con il progresso economico e tecnologico,
ma contro i valori materialistici insiti nel
capitalismo e la condizione di dipendenza
che questo imponeva ai paesi del terzo mondo, e tra essi molti paesi musulmani.
Dopo decenni di repressione, le
cosiddette primavere arabe e la destituzione
dei regimi in carica, hanno aperto uno spazio
di pluralismo inimmaginabile prima di allora
(ma questo non è vero in tutti i casi!), e alcuni
di questi movimenti, dopo anni di attività
semi-clandestina, si sono ritrovati ad essere i
più organizzati e attrezzati ad affrontare elezioni democratiche, e a vincerle, come nei
casi di Tunisia ed Egitto. Anche se è in parte
vero che le forze e gli ideali che hanno animato le rivolte dell'anno scorso avevano poco
di islamico nelle loro richieste, sta di fatto che
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oggi questi movimenti si trovano al governo
(Fratelli Musulmani in Egitto, e al-Nahda, “la
Rinascita”, in Tunisia) e devono rispondere
alle aspirazioni di libertà, dignità e giustizia
sociale di quelle piazze, sulla cui onda sono
andati al potere. E continuare a urlare lo slogan “l'Islam è la soluzione” può avere davvero poco senso per le masse di poveri e impoveriti che in buona parte li hanno votati, e che
si aspettano da loro un cambiamento radicale
soprattutto per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza e l'efficienza dello stato.☺
Spett.le Redazione,
dopo aver letto il vostro quaderno n° 88,
vorrei esprimere alcune considerazioni.
Ci sono state personalità religiose che nella
storia hanno lasciato un nome che tutta l’umanità non può che apprezzare: non potrebbero essere esempi di buona e rispettosa
amministrazione?...
Beati coloro che sono dotati di quella grazia
che il Signore gli ha dato! Sono i più grandi,
e senza peccato; padroni del mondo in senso
pacato…. Con la gioia di vivere in un mondo
d’insidie, quale elogio visibile dell’amore
raggiungibile.
Distinti saluti per tutti,
Alfonso D’Onofrio, Colletorto
23
storie di vita
il testamento biologico
Giovanni Anziani
Nel mese di aprile del 2010 la Chiesa
valdese e il Centro Culturale Protestante di
Campobasso organizzarono una conferenza del
tutto particolare perché riguardava una tematica
di non facile approccio. Il titolo era: Libertà di
vivere e libertà di morire. Il testamento biologico. Nel presentare i due relatori, Beppino Englaro e la Moderatora della Tavola valdese (la
pastora Maria Bonafede), credemmo opportuno
fare le seguenti precisazioni.
Il titolo della conferenza ruota intorno alla parola libertà: perché? Ai valdesi preme
molto questa idea di “libertà” perché rende
possibile la maturazione di precise scelte responsabili di cittadini e credenti adulti nell’incontro-scontro con le tematiche riguardanti la
vita e la morte. Non l’obbedienza a principi
assoluti, né rassegnazione riguardo alle fatalità
del vivere, ma decisione per assumere con
responsabilità decisioni che siano utili per ogni
persona.
La prima parola che incontriamo nel
nostro titolo è “vita”. La Moderatora della
Tavola valdese in una trasmissione radiofonica
durante le drammatiche giornate che hanno
coinvolto la famiglia Englaro (era il febbraio
2009) affermava: La vita umana non è solo e
anzitutto biologia, la vita umana è biografia, e
quindi relazione, incontro, pensiero, gioia o
pianto, o sospiro. Adoperarsi in ogni modo per
la sopravvivenza dei corpi quando la vita non
c’è più è un atto di presuntuosa onnipotenza.
Biblicamente è un peccato. Come, evangelicamente, è un peccato l’idolatria della vita come
principio astratto. L’Evangelo di Gesù Cristo
non è mai un principio astratto; è sempre un
incontro compassionevole, una parola che
libera e che rimette in gioco.
La seconda parola che incontriamo è
“morire”. Tante volte in questi ultimi anni di
fronte a decisioni estreme si è ventilata con
terrore la parola eutanasia. Il filosofo Giovanni
Reale in una raccolta di saggi sul tema del
24
morire, ha scritto (si tratta di un brano della sua
lettera a Mina Welby, moglie di Piergiorgio):
L’eutanasia è morte provocata con mezzi o con
sostanze su un malato terminale, … la terapia
imposta a suo marito e la nutrizione artificiale
imposta per diciassette anni alla Englaro rientrano in forme di accanimento terapeutico.
Chiedere la loro sospensione non ha nulla a
che vedere con l’eutanasia, ma rientra in quella libertà che non può essere negata a nessuno
uomo che chiede che la sua sorte sia riconsegnata alla natura stessa.
A seguito di quell’evento la Chiesa
valdese, e su richiesta di molti, decise di aprire
uno sportello per la libera raccolta delle dichiarazioni di fine vita da parte dei cittadini. Per
alcuni mesi lo sportello funzionò bene, ma più
volte ci è stata rivolta questa domanda: perché
Lo sportello è aperto
tutti i sabati nei mesi di
ottobre e novembre
dalle ore 10.00 alle ore 12.00
la chiesa valdese promuove il testamento biologico/le direttive anticipate di fine vita, e perchè
può servire firmarlo, anche in assenza di una
legge - o in vista di una legge che probabilmente tenderà a limitarne la validità?
Come risposta è necessario ricordare
cosa ha deciso il Sinodo della Chiesa Valdese,
Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste, nel
2007 quale organo di governo di tali chiese: Il
Sinodo ritiene che debba essere mantenuta alta
e costante l’attenzione sulle conseguenze etiche
poste dagli incessanti sviluppi delle scienze e
delle tecniche nonché delle loro applicazioni.
In particolare ritiene che vi sia ormai una
priorità nell’approvazione di una legge sulle
direttive anticipate di fine vita, anche conosciute come “testamento biologico”. La sempre
maggiore efficacia della medicina - unitamente
a molteplici altri fattori permette infatti di prolungare sensibilmente il
corso
dell’esistenza
umana senza però garantire, al tempo stesso,
la piena conservazione
delle capacità di intendere e di volere della
persona. Poiché la cura
del malato, in ogni suo
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aspetto, deve sempre presupporre il suo consenso - fatta eccezione per le situazioni di necessità e di urgenza - nessuno, neppure i parenti, è abilitato a esprimere la volontà del
paziente in vece sua. È principio di civiltà dare
voce, attraverso una legge, alle scelte della
persona compiute con coscienza e volontà e in
previsione di una futura incapacità nell’esprimere validamente il suo pensiero. L’approvazione di una legge sulle direttive anticipate
costituirebbe, tra l’altro, semplice adempimento della Convenzione di Oviedo del 1997, già
ratificata dallo Stato italiano, e in particolare
dell’art. 9 laddove si afferma che “i desideri
precedentemente espressi a proposito di un
intervento medico da parte del paziente che, al
momento dell’intervento, non è in grado di
esprimere la sua volontà, saranno tenuti in
considerazione”.
A tutt’oggi una legge che regolamenti
le direttive anticipate di fine vita non è stata
ancora approvata dal Parlamento. Non è mancato, però, un vivace dibattito, suscitato soprattutto dal caso di Eluana Englaro. Nonostante i
toni siano stati spesso violenti, la condizione di
Eluana ci ha interpellato e stimolato ad una
riflessione personale conducendoci a prendere
in considerazione la possibilità che la perdita di
capacità sia una condizione che potrebbe accadere ad ognuno di noi.
Per tutti coloro che a seguito di questa
riflessione desiderano esprimere il loro desiderio in merito ai trattamenti sanitari e nominare
una persona di fiducia cui affidare il corretto
adempimento di tali direttive, la Chiesa Valdese di Campobasso offre nuovamente la possibilità di farlo tramite la compilazione di un modulo preparato appositamente. Tali direttive
verranno raccolte, firmate in presenza di testimoni, e conservate presso gli uffici della Chiesa.
Per tutti coloro che si pongono la domanda sull’utilità di rilasciare tali direttive in
vista dell’approvazione di una legge che potrebbe limitarle, ricordiamo l’articolo 32 della
nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la
salute come fondamentale diritto dell'individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure
gratuite agli indigenti. Nessuno può essere
obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge
non può in nessun caso violare i limiti imposti
dal rispetto della persona umana”.
Presso i locali della Chiesa valdese
(traversa via Cavour 40 a Campobasso) riapre
lo sportello per la raccolta delle dichiarazioni
anticipate fine vita (testamento biologico). Tutti
i cittadini possono presentarsi accompagnati da
una persona di propria fiducia come testimone
e con un valido documento d’identità. ☺
[email protected]
le nostre erbe
Originaria del centro-sud America, in particolare del Perù, dove era già diffusa più di tremila anni fa, la zucca ha trovato un’area molto adatta alla sua coltivazione
in diversi Paesi del bacino del Mediterraneo,
e anche in Italia, dove è presente in tutti gli
orti familiari, arricchiti dallo straordinario
assortimento delle tante varietà. Di zucche
(appartenenti al genere Cucurbita della
famiglia delle Cucurbitacee) vi sono infatti
infinite specie, dalle forme diverse e spesso
bizzarre.
Ma la più celebre zucca del mondo occidentale è quella di “Cenerentola”. La
famosa fiaba di Charles Perrault riflette la
credenza, diffusa sin dall’antichità, che la
zucca con i suoi numerosi semi, sia simbolo
della resurrezione dei morti. Non a caso,
nella festa di Halloween, che si celebra nei
paesi anglosassoni (e da alcuni anni anche
in Italia) nella notte fra il 31 ottobre e il 1°
novembre, si svuotano le zucche e, dopo
averle trasformate in mostruose teste illuminate da un lumino acceso al loro interno, si
sistemano sui davanzali o agli angoli delle
vie per accogliere l’arrivo dei morti. La
zucca simboleggia anche abbondanza e
fecondità, prosperità e buona salute.
In passato le zucche svuotate
venivano usate per trasportare vino, acqua o
sale. Da questa antica
usanza, tipica delle famiglie contadine e più
povere, che trasportavano o conservavano il
sale in una zucca svuotata, sono scaturiti i divertenti modi di dire “aver
poco sale in zucca”,
“non è cattivo ma è una
zucca vuota”, per indicare una persona con poco
senno. Al contrario, “aver sale in zucca”
significava aver senno.
La sua forma tondeggiante, poi,
ha evocato la testa umana. Di qui i detti:
“copriti la zucca”, “grattarsi la zucca”, “farsi
un bernoccolo sulla zucca”, “zucca pelata”,
“è proprio una zucca!” - quest’ultimo riferito a una persona tarda di mente, sciocca o
testarda.
Anche nel nostro dialetto sono
tanti i detti e i proverbi negativi sulla zucca:
si’ vecande cumme e ’na ch’cócce! Oppure:
cocce che n’n parle / ze chiame ch’cócce. Il
primo dei due detti si può tradurre con “hai
non solo halloween
Gildo Giannotti
una testa vuota”. L’altro si dice di uno taciturno che non si esprime mai.
Si parla poco delle qualità della
zucca, eppure è un ortaggio
sul quale
l’uomo ha sempre fatto
affidamento per le sue
necessità nutrizionali. A fronte di un
modestissimo
apporto calorico (solo 18
Kcal per 100
grammi), questo
vegetale è una fonte
privilegiata di principi
nutritivi che proteggono e
riparano le cellule dell’organismo. Contiene
vitamine A e C e numerosi oligoelementi; è
così ricca di caroteni che soli 100 grammi
coprono per intero il fabbisogno giornaliero
di vitamina A. Fa parte dei cosiddetti alimenti “rinfrescanti”: assieme a carote, coste,
zucchine e rape, aiuta a risolvere alcuni
problemi intestinali generati soprattutto da
un regime di vita sedentario, tipico degli
studenti e di chi svolge
un lavoro intellettuale.
La colite e la stitichezza hanno bisogno del
consumo regolare di
questo vegetale. È un
alimento molto digeribile in purea oppure in
risotti e nelle minestre;
si può utilizzare cotto
al vapore; al forno, ma
anche grattugiato crudo, come una carota,
per arricchire una insalata mista. Della zucca non si butta niente: i fiori, dopo essere
stati immersi in una pastella di uova e farina
e fritti, forniscono un’ottima vivanda; i semi, tossici per alcune specie di vermi come
la tenia e gli ascaridi, sono innocui per l’uomo, tanto che vengono mangiati abbrustoliti
e salati, i cosiddetti bruscolini. Crudi o leggermente tostati, i semi costituiscono uno
spuntino sano e nutriente: sono ricchi di
acidi grassi polinsaturi e di zinco che migliorano l’efficienza del sistema immunitario.
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La zucca, dal caldo e allegro colore aranciato, conservabile per lunghi mesi,
contribuisce a riportare sulla tavola un po’ di
quell’energia solare che scarseggia nei mesi
dell’autunno e dell’inverno. Se ne
possono poi ricavare ricette gustose e appetitose, dall’antipasto ai
primi piatti (tanto famosi i
tortelli di zucca mantovani),
dai contorni ai dolci, per
valorizzare ancora di più
la polpa di questo ortaggio.
Un piatto che piace moltissimo a chi apprezza la zucca è il
risotto con la pancetta (o
con la salsiccia).
Ingredienti per 4 persone: 400 g di riso, un
bel pezzo di zucca, brodo vegetale, pancetta
a cubetti (o salsiccia), cipolla o scalogno,
due cucchiai di parmigiano grattugiato, 30 g
di burro, un bicchiere di vino bianco.
Preparazione: in una pentola mettere un filo
d’olio e far dorare la cipolla con la pancetta.
Unire la zucca a cubetti. Aggiungere il riso
facendolo tostare versando prima il vino e
poi, di tanto in tanto, il brodo lasciandolo
evaporare. Rigirare con un cucchiaio di
legno. A fine cottura aggiungere il burro e il
parmigiano e lasciare mantecare. Servire
caldissimo. Per stupire gli ospiti è molto
originale l’idea di servire il risotto in una
zucca svuotata.☺
[email protected]
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un film, un libro, una canzone ...
sull’integrazione sociale
Alessia Mendozzi
Un film: Almanya – La mia
famiglia va in Germania
regia: Yasemin
Samdereli, titolo
originale: Almanya - Willkommen
in
Deutschland,
con: Vedat Erincin,
anno:
2011, origine:
Germania
Dopo una vita
passata a lavorare in Germania, Hüseyin
Yilmaz annuncia alla sua famiglia di voler
fare un viaggio tutti insieme nella terra
natia, la Turchia. La famiglia, inizialmente
riluttante, decide di assecondarlo. Il viaggio sarà un'occasione per chiarire il dubbio
che affligge il più piccolo della famiglia, il
nipotino di Hüseyin, il quale si domanda
confuso se la sua famiglia debba considerarsi turca o tedesca. Tra ricordi e aneddoti,
difficoltà e fatiche, luoghi comuni e senso
di appartenenza, integrazione sociale e
nostalgie, la commedia racconta la storia di
un emigrante e della sua famiglia con piacevole leggerezza e irresistibile ironia.
Un libro: Il mondo in una regione.
Storie di migranti nelle Marche
di: Angelo Ferracuti - Daniele
Maurizi, anno:
2009, casa editrice: Ediesse
Il libro racconta la
realtà dell’integrazione sociale nelle
Marche, grazie
agli incontri degli
autori con le varie comunità di migranti
nella regione. Attraverso i racconti e le
fotografie, si ha la possibilità di entrare in
un mondo solo apparentemente marginale.
Tra vita di quartiere, al lavoro nei ristoranti
e nei cantieri, tra la scuola e le feste religio-
se e laiche, tra i momenti di preghiera e
l’utilizzo del dialetto locale nelle conversazioni, il libro fa una panoramica delle varie
realtà di immigrazione nella regione.
Un gruppo musicale: L'Orchestra
di Piazza Vittorio
Questa volta, al posto della canzone, consiglio un gruppo
musicale che, a
mio avviso, è
l'emblema dell'integrazione
sociale: l'Orchestra di Piazza Vittorio.
Nata a Roma
nel 2002, l’Orchestra di Piazza Vittorio
rappresenta una formazione musicale volutamente multietnica, con l’obiettivo di
fondere suoni dai diversi continenti. Un
film documentario narra la storia di questo
gruppo che, grazie anche a una ricerca
musicale curata, e a centinaia di concerti in
giro per il mondo, rappresenta un eccellente risultato non solo musicale, ma soprattutto culturale .
[email protected]
i sogni non hanno confini
Alla presenza di diverse comunità di migranti, degli
abitanti del quartiere, di numerose associazioni e della
stampa locale, è stata inaugurata sabato 20 ottobre, in
Vico Carnaio, nel centro storico di Campobasso, la Casa delle Culture.
La Casa delle Culture è promossa e gestita dall’Associazione Primo Marzo Molise che si ispira ai principi
della pace, della nonviolenza, della tutela dei diritti umani, dei diritti di cittadinanza, della solidarietà fra le persone, i gruppi e i popoli. Intende operare, con tutta la
collettività, per favorire l’incontro e l’interazione fra
persone, attraverso la conoscenza ed il riconoscimento
di più identità culturali, compreso il confronto di genere,
per arrivare alla creazione, insieme, di una nuova e più
ricca cultura:
per rafforzare le capacità progettuali e gestionali delle associazioni
straniere e valorizzarne i contenuti culturali;
per attivare percorsi di collaborazione e sinergie positive con tutti i
soggetti che sul territorio perseguono le stesse finalità;
per favorire la diffusione di una nuova cultura dello stare insieme;
per costruire una cultura del rispetto dando vita a reti di sostegno tra
famiglie immigrate e italiane, che compensino il vuoto creato dalla
lontananza dal proprio mondo, e rendendo visibile il ruolo della
donna nel processo migratorio;
26
per conoscere e approfondire le nuove identità, le nuove relazioni
così come le contraddizioni vissute dalle nuove generazioni in rapporto alle loro radici culturali e tradizionali;
per combattere ogni forma di razzismo attuando e valorizzando
positivi modelli di convivenza, affermando e ampliando il concetto
di cittadinanza, perseguendo obiettivi di conquista dei diritti sociali,
civili e politici.
Araceli Sanchez
Presidente Associazione Primo Marzo Molise
[email protected]
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etica
promesse e realtà
Silvio Malic
“Non è il crollo delle case e di monumenti
perciò il mondo degli uomini ossia l'intera
famiglia umana nel contesto di tutte quelle
d’arte che fa morire,
realtà entro le quali essa vive; il mondo,
ma il crollo dei valori che ne custodiscono
l’anima”.
che è teatro della storia del genere umano
Come in un brano musicale dove
e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue
un tema é ripreso da un altro strumento, in
sconfitte e delle sue vittorie, il mondo che i
un fraseggio dialogante, immaginiamo un
cristiani credono creato e conservato nelconcerto nel “cratere” del terremoto in
l'esistenza dall'amore del Creatore, mondo
Molise del 31 ottobre 2002, ad opera della
certamente posto sotto la schiavitù del
chiesa diocesana appena uscita dal proprio
peccato, ma dal Cristo crocifisso e risorto,
Sinodo. Il fraseggio lo costruiamo con
con la sconfitta del maligno, liberato e
brani tratti dalla Gaudium et Spes, del Vatidestinato, secondo il proposito divino, a
cano II (al suo 50°) e dal primo
documento di attuazione del Sinodo, titolato “Rinnovare la fedeltà al
Vangelo” del 2 febbraio 2003.
[Il Concilio] “Le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce
degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze,
le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore” (n.1).
“La nostra diocesi di TermoliFoto Massimo di Nonno
Larino, alla luce dell’evento sinodale e interpellata dal dramma del
terremoto e dalle fatiche che attendono
trasformarsi e a giungere al suo compimento” (n. 2).
risposte di edificazione e di ricostruzione
materiale e spirituale, sceglie di essere
“Sarà una Chiesa [quella di Termoliinnanzitutto una Chiesa della parresia. Ciò
Larino] che “riparte dagli ultimi”. I poveri,
significa avere il coraggio di essere coi sofferenti, gli emarginati devono essere scienza critica di fronte al problema della
come per la Chiesa di Gerusalemme - al
ricostruzione, di saper denunciare le cose
centro, nel cuore della diocesi. Siamo
che vanno contro la giustizia o contro la
chiamati, per mandato di Cristo, a dare
verità. Assumere il compito dell’informarisposte alle molteplici e variegate povertà
zione e, quando occorre, anche il compito
presenti nelle nostre comunità. Ai poveri di
della denuncia, disposti anche noi sempre
cose, ai poveri di voce, ai poveri di speranad accettare la critica... I luoghi in cui maza, ai poveri di futuro dobbiamo far giunturare questa consapevolezza restano gli
gere la nostra attenzione e il nostro accomorganismi di partecipazione e di corresponpagnamento” (p.7).
sabilità… Nei luoghi colpiti dal terremoto i
“[…] il conConsigli, più che altrove, sono chiamati ad
cilio, testimoniando e
essere luoghi di formazione all’acquisizioproponendo la fede di
ne di quella coscienza critica che appartietutto intero il popolo
ne al cristiano come al cittadino…Il discerdi Dio, riunito da
nimento comunitario…è il metodo da utiCristo, non può dare
lizzare e sperimentare” (p.4.5).
dimostrazione
più
“Esso [Il concilio] ha presente
eloquente della soli-
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darietà, del rispetto e dell'amore di esso
nei riguardi della intera famiglia umana,
dentro la quale è inserito, che instaurando
con questa un dialogo sui vari problemi
sopra accennati, arrecando la luce che
viene dal vangelo e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che
la chiesa, sotto la guida dello Spirito santo, riceve dal suo fondatore. Si tratta di
salvare la persona umana, si tratta di edificare l'umana società” (n.3).
Un concilio, cinquant’anni fa; un
terremoto, dieci anni fa; una chiesa, la
nostra, uscita dal Sinodo di dieci anni fa:
incrocio di voci e di immagini, di promesse
e di impegni scanditi in modo pubblico e
solenne per manifestare il volto e i propositi di fronte al mondo contemporaneo, nel
caso specifico, di fronte alle
sofferenze provocate dal sisma.
Si ha la sensazione di parole
lontane, non per il tempo trascorso, ma per quel “crollo di
valori che ne custodiscono il
cuore”.
Memori del monito
evangelico a non giudicare ma,
parimenti, a vigilare ed essere
pronti, quale sensazione profonda avvertiamo e possiamo
trasmetterci su quelle parole
pronunciate dalla nostra chiesa
per come essa le ha custodite
ed incarnate, generando risposte a quel
drammatico evento? È risultata coscienza
pronta, fresca e credibile per aver alimentato la speranza, sostenuto il cammino, sorretto i fragili, dato voce ai senza parola,
accompagnato le attese degli ultimi? Il
Cardinal Martini, in uno sguardo prospettico sugli anni intercorsi dal concilio ad
oggi, ebbe a dire: “Ho sognato una chiesa;
ora, prego per la chiesa”.☺
27
sisma
campano sui morti
Domenico D’Adamo
Finalmente ci siamo, il terremoto,
che in questi dieci anni ha segnato un po’
tutti, è solo un brutto ricordo, la vita ricomincia a scorrere, i ragazzi vanno a scuola,
gli adulti lavorano, gli anziani, più temprati
di prima, ritornano alle loro abitudini, il
peggio è passato. Questo avremmo voluto
scrivere sul nostro giornale. Da allora ci
sono stati altri due terremoti che hanno messo in ginocchio intere regioni e, nonostante
tutto ciò, l’Italia era e continua ad essere
impreparata a far fronte ai tanti problemi
che queste catastrofi producono. Nel Molise
sono crollate le scuole mentre i bambini
studiavano, in Emilia i capannoni dove gli
operai lavoravano, in Abruzzo è toccato ai
giovani universitari. Dal 1992 i politici,
indaffarati ad occuparsi di leggi ad personam, non hanno avuto un attimo di tempo
per proporre ed approvare una legge che si
prefiggesse di affrontare e risolvere i problemi che in genere si verificano dopo ogni
calamità, oltre che ad impedire ai politici e
agli imprenditori di arricchirsi a scapito dei
disastrati. Basti pensare che prima della
tragedia di San Giuliano di Puglia, ci sono
voluti quindici anni di inutili discussioni per
stabilire quali fossero le zone a rischio sismico. Solo in seguito alla morte dei 27
bambini, in poco meno di tre mesi, i nostri
governanti sono giunti, in preda al panico,
alla classificazione sismica di tutto il territorio nazionale.
Fu solo negligenza? A sentire le
intercettazioni telefoniche dei compari della
cricca i quali sorridevano mentre l’Aquila
crollava, sembrerebbe di no. Dalle nostre
parti, un antico adagio recita: “sui morti ci
campano i vivi”. Ora, a parte la naturale
economia che si genera a seguito di questo
evento, la morte, che resta pur sempre un
fenomeno naturale, di frequente, per promuoverne la crescita, si ricorre a pratiche
incentivanti - i conflitti bellici instaurati sul
collaudato principio che meno siamo meglio
stiamo ne sono un esempio eclatante - quando invece nulla possiamo fare per evitare,
prevenire o almeno contenere fenomeni
naturali devastanti, come quelli che ci hanno
interessato, non tentiamo neanche di arginarli, tanto si sa che gli stessi diventeranno,
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per il popolo dei faccendieri, un’occasione
di arricchimento. Anche se può sembrare
cinico il metodo usato per trovare spiegazione alla mancata prevenzione dei problemi
causati delle calamità naturali, pare questa
sia l’unica strada percorribile. In realtà non
vi è verità più vera di quella indicata dai
nostri avi quando ci chiediamo: cosa è stato
fatto nel nostro Paese perché i ragazzi non
rischino ancora di morire sotto le macerie
delle loro scuole? Dalle Alpi alle Piramidi
assolutamente nulla, non una sola legge,
non un solo investimento per mettere in
sicurezza le scuole italiane di ogni ordine e
grado.
Qualcuno potrebbe contestarci
che in Molise è stato realizzato il Piano
Scuola e che a San Giuliano è stata edificata
la scuola più sicura al mondo, al costo di
soli 13 milioni di euro per meno di cento
bambini diciamo noi. Ma quante San Giuliano ci sono ancora in Italia e nel Molise?
Quanti bambini continuano a rischiare?
Veramente si pensa di aver risarcito quei
bambini con queste schifezze: la scuola, la
piscina, le fontane? O invece, chi ci governa
pensa di farlo con quei quattro soldi promessi ai familiari delle vittime in campagna
elettorale? Oggi quei bambini non sanno più
che farsene di quei soldi; avrebbero voluto
soltanto vivere e se ora non ci sono più è
perché chi doveva proteggerli non lo ha
fatto allora e non lo fa oggi. I conti tornano
ancora una volta: “sui morti ci campano i vivi”.
È passato tanto tempo da
quel giorno. Dieci anni sono veramente troppi per quei bambini che
sono cresciuti nella provvisorietà,
un’eternità per gli anziani che avrebbero dato la loro vita in cambio di
una sola giornata trascorsa nella loro
casa. Forse è il caso che qualcuno si
decida e chieda scusa a chi ancora
aspetta di tornare a vivere un’esistenza fatta di normalità. È vero, a
San Giuliano di Puglia, tranne qualche famiglia, sono rientrati quasi tutti
nelle loro nuove case. Hanno fatto
fatica a riconoscere il loro paese ma
meglio che nelle baracche ora ci
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stanno i “paisani”. Sono stati spesi quasi
trecento milioni di euro per ricostruire edifici pubblici e abitazioni private, purtroppo
ciò che manca è un’anima. Stanno nel loro
paese ma è come se vivessero altrove; non
ritrovano la loro storia in quel paese stravolto dalle idee folli di dare spettacolo piuttosto
che conferire rispetto per la loro tragedia.
Neanche la sconfitta li ha tenuti insieme;
ognuno di loro invidia la tragedia altrui, il
fardello portato dagli altri è sempre meno
pesante del proprio. Chi oggi specula su
quella vicenda per costruirsi un futuro politico avrebbe dovuto preoccuparsi di ricostruire una comunità fatta di cose semplici e di
grandi valori, cose che non hanno prezzo e
non si comprano con il danaro, non preoccuparsi solo di abitazioni fatte di interessi
pesanti. Quello che è accaduto a questa
gente è veramente troppo ed anche in questo
caso i conti tornano.
Nell’area di quello che chiamano
cratere sismico solo un terzo dei terremotati
veri è riuscito a risistemare la casa, gli altri,
o sono emigrati o sono arrabbiati oppure
sono morti; cosa ne è stato di quel miliardo
e 200 milioni di euro speso per l’occasione?
Quanti posti di lavoro sono stati creati con
altri 600 milioni di euro destinati alla ripresa
produttiva delle zone colpite dal terremoto e
dall’alluvione? Con tutti questi soldi pompati nell’economia molisana, di quanto è
cresciuto il PIL regionale e quanto è migliorata la qualità della vita dei nostri corregionali? Nel libro bianco di Iorio non ci sono
risposte a queste domande ed anche in questo caso i conti tornano.☺
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