Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004 Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00 L’OSSERVATORE ROMANO POLITICO RELIGIOSO GIORNALE QUOTIDIANO Non praevalebunt Unicuique suum Anno CLV n. 261 (47.099) Città del Vaticano sabato 14 novembre 2015 . Papa Francesco alla Romano Guardini Stiftung Critiche di Juncker ai Paesi membri L’Europa ricca accolga i fratelli affamati Sui profughi Unione troppo lenta «Dio ha inviato nell’Europa ricca l’affamato perché gli diamo da mangiare, l’assetato perché gli diamo da bere, il forestiero perché lo accogliamo e l’ignudo perché lo vestiamo». Lo ha sottolineato Papa Francesco, applicando al nostro tempo le riflessioni di Romano Guardini. Ricevendo venerdì mattina, 13 novembre, la fondazione intitolata al noto teologo, il Pontefice ha evidenziato come dal suo insegnamento sia possibile cercare «di scoprire la mano di Dio negli eventi attuali», per esempio in materia di migrazioni. Perché anche chi lascia la propria terra in cerca di un presente e di un avvenire migliore è un nostro fratello. «La storia — ha commentato — lo dimostrerà: se siamo un popolo, certamente lo accoglieremo»; ma, ha avvertito con parole forti, «se siamo solamente un gruppo di individui più o meno organizzati, saremo tentati di salvare innanzitutto la nostra pelle, ma non avremo continuità». Da qui l’auspicio conclusivo che «l’opera di Guardini faccia sempre più comprendere il valore dei fondamenti cristiani della cultura e della società». Nel suo discorso il Pontefice ha salutato i partecipanti al convegno promosso dall’università Gregoriana in occasione del 130° anniversario della nascita di Guardini, e ha ringraziato il presidente della fondazione berlinese, von Pufendorf, «per aver annunciato l’imminente pubblicazione di un testo inedito» di Guardini. Da qui l’incoraggiamento a far entrare il suo pensiero «in un dialogo polifonico con gli ambiti della politica, della cultura e della scienza». Successivamente il Papa ha commentato un passo del libro Il mondo religioso di Dostoevskij, in cui l’autore tra l’altro riprende un episodio da I fratelli Karamazov: quello «dove la gente va dallo starec Zosima per presentargli le proprie preoc- cupazioni e difficoltà». Si avvicina anche una contadina che dice di aver ucciso il marito malato, il quale l’aveva maltrattata molto. Lo starec vede che la donna è convinta di essere condannata, per questo «le mostra una via d’uscita: la sua esistenza ha un senso — ha spiegato — perché Dio la accoglie nel pentimento». E lei «viene trasformata e riceve di nuovo speranza». Da tali premesse si ricava la lezione che sono proprio le persone più semplici a comprendere «cosa significhi un’esistenza vissuta nella fede, capace di vedere che Dio è vicino agli uomini». È quella che Guardini chiama “unità vivente” con Dio e «consiste nella relazione concreta delle persone con il mondo e con gli altri». PAGINA 8 Santi Buglioni, «Dar da mangiare agli affamati» (1528, Pistoia, Ospedale del Ceppo) Oltre quaranta morti per un duplice attentato a Beirut contro le sedi di Hezbollah Libano nel mirino dell’Is y(7HA3J1*QSSKKM( +,!=!#!#![! BEIRUT, 13. È salito ad almeno 43 morti e 240 feriti il bilancio, ancora provvisorio, del duplice attentato suicida rivendicato dai jihadisti del cosiddetto Stato islamico (Is) a Beirut. L’attacco è avvenuto in una zona controllata dagli sciiti libanesi di Hezbollah. «I soldati del califfato — si legge in una nota diffusa dai miliziani — hanno collocato una motocicletta con esplosivo in via Huseiniyah, dove gli Hezbollah hanno la loro sede. Non ci fermeremo fino alla vittoria». Uno degli attentatori è sopravvissuto e, interrogato dagli investigatori, ha confermato di far parte dell’Is; alla polizia ha detto di essere arrivato in Libano, insieme ad altri tre attentatori, dalla Siria due giorni fa. Il «Site», sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web, ha confermato la rivendicazione dell’Is. Netta condanna degli attacchi è stata espressa da Washington. Nell’esprimere cordoglio per le famiglie delle vittime, la Casa Bianca ha ribadito il proprio sostegno al Go- verno del Libano per portare i responsabili alla giustizia. «Tali atti di terrore rafforzano il nostro impegno a sostenere le istituzioni libanesi per garantire la sicurezza nel Paese» ha dichiarato Ned Price, portavoce per la sicurezza nazionale. Condanna è giunta anche dall’Unione europea. «Tutta la nostra solidarietà al popolo e alle autorità libanesi. L’Europa è con voi» ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini. «Indignazione e orrore» sono stati espressi invece dal presidente francese, François Hollande. Il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha confermato il sostegno del proprio Paese alla stabilità del Libano. È stata intanto diffusa la notizia della morte di “Jihadi John”, definito il boia dell’Is. Il terrorista è stato colpito a morte da un drone americano in un raid avvenuto nella città siriana di Raqqa. La notizia — resa nota da funzionari citati dal «Washington Post» — è stata confermata questa mattina. Le fonti hanno aggiunto che l’aereo senza pilota ha colpito un’automobile sulla quale viaggiavano il terrorista insieme ad altri tre membri dell’Is. “Jihadi John” era nato in Kuwait ma cresciuto in Gran Bretagna. Era diventato uno degli uomini più ricercati al mondo dopo il video della decapitazione del giornalista americano, James Foley, nell’agosto dello scorso anno, primo di una serie di filmati, diffusi attraverso internet, che lo hanno visto come macabro protagonista. Intanto, alla vigilia del vertice di Vienna, che si terrà domani, sabato, per discutere della crisi siriana, Washington ha confermato la volontà di intensificare la propria presenza nello scacchiere mediorientale. «Stiamo intensificando la nostra strategia contro i terroristi dell’Is in tutti i suoi aspetti. E questi sforzi stanno dando i frutti» ha detto il segretario di Stato americano, John Kerry, durante un intervento per aggiornare sulla strategia statunitense in Siria. Kerry ha ribadito i tre obiettivi di Washington: sconfiggere l’Is, intensificare lo sforzo diplomatico per porre fine alla guerra in Siria e sostenere gli alleati nella regione. Oggi il segretario di Stato è a Tunisi per una serie di incontri volti a rafforzare la cooperazione antiterrorismo in Africa settentrionale. BRUXELLES, 13. «Se si va avanti con questo ritmo e con queste cifre ridicole, i rifugiati arrivati in Italia e in Grecia finiranno di essere distribuiti nei diversi Paesi europei nel 2101». Sono parole improntate a un duro realismo quelle pronunciate ieri da JeanClaude Juncker alla fine dell’ennesimo vertice europeo dedicato all’emergenza immigrazione. Parole che lasciano trasparire una rabbia, quella del presidente della Commissione europea, del tutto comprensibile a fronte degli ultimi dati diffusi dalla stessa commissione: i rifugiati effettivamente ricollocati finora sono soltanto 155, su un totale di 160.000. Specchio Migranti appena sbarcati sull’isola greca di Lesbo (Afp) di un’Europa sempre più divisa, litigiosa e incapace di decidere. Tuttavia — ha vernance economica, competitività, ricordato Juncker — la pressione «è sovranità e immigrazione. crescente e non abbiamo molto L’ultima questione sul tavolo ritempo». guarda l’Africa. I risultati del vertiLo scenario politico, nel com- ce della Valletta, che doveva sulla plesso, è estremamente difficile. La carta rilanciare la cooperazione con Svezia ha annunciato l’introduzio- il continente nero, sono stati delune di controlli temporanei alle denti. A esprimere tale giudizio sofrontiere. E mentre la Slovenia no stati soprattutto i leader africani continua a costruire una barriera che hanno partecipato. Secondo il con filo spinato per impedire nuovi capo di Stato del Senegal, Macky accessi — è accusata dalla Croazia Sall, l’impegno finanziario è «indi aver sconfinato sul suo territorio sufficiente per tutta l’Africa» ed è — l’Ungheria attacca Berlino e la stato adottato per altro «mettendo sua decisione di bloccare i profughi troppa enfasi sui rimpatri». siriani. «Se li respingerete, li rimanderemo in Germania» ha detto il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó. Nello stesso Esecutivo tedesco iniziano a crearsi spaccature, distanze che minano la maggioranza del cancelliere Merkel. E che potrebbero avere effetti a diversi livelli, indebolendone la leadership continentale. C’è poi il dossier britannico. Il Santo Padre ha ricevuto Juncker ha detto ieri che i colloqui questa mattina in udienza con il premier Cameron sulle proSua Eccellenza il Signor poste presentate da Londra pochi Claude-Joël Giordan, Ambagiorni fa «inizieranno la prossima sciatore del Principato di settimana». Cameron ha promesso Monaco, per la presentazione un referendum sulla Brexit (l’uscita delle Lettere Credenziali. della Gran Bretagna dall’Ue) entro il 2017, ma la consultazione potrebbe già svolgersi l’anno prossimo. Il Santo Padre ha ricevuto Downing Street ha chiesto maggioquesta mattina in udienza: re flessibilità in quattro settori: go- Le credenziali dell’ambasciatore del Principato di Monaco La polizia sul luogo dell’attentato a Beirut (Reuters) GIOVANNI BATTISTA MONTINI A PAGINA 5 l’Eminentissimo Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli; Sua Eccellenza Monsignor Ivan Jurkovič, Arcivescovo titolare di Corbavia, Nunzio Apostolico in Russia e in Uzbekistan. Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Luis Leonardo Almagro, Segretario Generale dell’O rganizzazione degli Stati Americani. Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Ucraina Sua Eccellenza Monsignor Claudio Gugerotti, Arcivescovo titolare di Ravello, finora Nunzio Apostolico in Bielorussia. Sull’ascetica dell’uomo d’azione Il manuale da consultare è la coscienza NOSTRE INFORMAZIONI Nella mattina di venerdì 13 novembre il Papa ha ricevuto in udienza Sua Eccellenza il signor Claude-Joël Giordan, nuovo ambasciatore del Principato di Monaco, per la presentazione delle lettere con cui viene accreditato presso la Santa Sede Il Santo Padre ha nominato Delegato Apostolico nelle Isole Comore, con funzioni di Delegato Apostolico in La Riunione, Sua Eccellenza Monsignor Paolo Rocco Gualtieri, Arcivescovo titolare di Sagona, Nunzio Apostolico in Madagascar, in Maurizio e nelle Seychelles. L’OSSERVATORE ROMANO pagina 2 sabato 14 novembre 2015 Display con l’andamento dei titoli alla Borsa di Seoul (Ap) Barack Obama al G20 chiede di avviare politiche a favore dello sviluppo e della classe media Svolta per la ripresa Cruciale il rapporto con Pechino in vista di un’economia più centrata sui consumi WASHINGTON, 13. «Dobbiamo agire di più per rafforzare la crescita». Questo il monito espresso dal presidente statunitense, Barack Obama, alla vigilia del summit del G20 che si terrà domani ad Antalya, in Turchia. In un editoriale sul «Financial Times», il capo della Casa Bianca sottolinea come l’economia globale sta crescendo, ma lo sta facendo «troppo lentamente». Dal G20 si attende quindi un cambio di passo. A pesare è soprattutto il brusco rallentamento delle economie emergenti, che da qualche tempo hanno smesso di essere la locomotiva della ripresa mondiale dopo gli anni della grande crisi, della profonda recessione seguita ai fatti del 2008. «L’America non può essere l’unico motore della crescita globale» ammonisce Obama, riferendosi alle recenti performance positive dell’economia statunitense, certamente migliori rispetto a quelle di tanti altri Paesi, a partire da quelli europei. Da Washington, insomma, arriva la richiesta di non essere lasciati soli: «la voce dell’America», che ha raf- Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama (Apf) Il premier indiano a Londra LONDRA, 13. «Non solo storica visita, ma soprattutto una storica opportunità». Così il primo ministro britannico, David Cameron, ha salutato l’arrivo ieri in Gran Bretagna del capo del Governo indiano, Narendra Modi, spiegando che entrambi «vogliono afferrare questa opportunità a piene mani per rendere i nostri due Paesi ancora più grandi». Le due parti, riferisce l’ufficio di Cameron, intendono firmare una serie di accordi commerciali per oltre dieci miliardi di sterline. All’arrivo, Modi ha sottolineato «l’amicizia» tra India e Gran Bretagna e ha evocato un nuovo, ulteriore «impeto alle amplissime relazioni» fra i due Paesi. Cameron è poi entrato nel merito, annunciando accordi bilaterali fra aziende e istituzioni, citando, fra l’altro, grandi iniziative infrastrutturali e di sviluppo in India (a cominciare da tre nuove smart cities sostenibili e dotate di servizi all’avanguardia grazie alle tecnologie informatiche), forniture di armi da guerra, progetti energetici a basso costo, cooperazione nel campo dell’energia nucleare e nella ricerca scientifica. In particolare, Cameron e Modi si sono detti concordi nel raggiungere un’intesa per fare di Londra una piazza per i bond in rupie offshore. Si è parlato pure di cooperazione politica e di sicurezza, e Cameron ha insistito sul sostegno della Gran Bretagna all’ambizione di New Delhi di diventare membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Inoltre, è possibile la firma di un accordo nel campo della difesa, dato l’interesse di New Delhi per l’acquisto di venti aerei da addestramento Bae Systems Hawk. Intervenendo a Westminster davanti alle Camere riunite, Modi ha detto che «questo è un grande momento per le nostre due grandi Nazioni». Oggi il premier indiano incontrerà a pranzo la regina Elisabetta II, mentre in serata — dopo una tappa nello stabilimento britannico del miliardario indiano Tata, in cui si producono marchi storici automobilistici britannici quali Jaguar o Rover — parlerà davanti a una folla di oltre sessantamila persone allo stadio di Wembley, durante una manifestazione con canti e danze organizzato in coincidenza con la festività indiana di Diwali. L’OSSERVATORE ROMANO GIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt Città del Vaticano [email protected] www.osservatoreromano.va forzato ripresa e occupazione, «non deve restare isolata». Tutti devono fare la loro parte, a partire dalla Cina. Con questa convinzione, Obama chiede innanzitutto ai leader del G20 di attuare politiche di bilancio che siano a sostegno della domanda e degli investimenti. Dunque, ancora una volta, un secco “no” a politiche di austerity. In secondo luogo, il presidente americano chiede di varare misure che facciano arrivare più soldi nelle tasche delle famiglie della classe media: è la via maestra, questa, per aumentare i consumi e rilanciare la crescita. Rivolgendosi a Pechino, infine, Obama chiede il varo di politiche più orientate verso la classe media cinese, liberandone le potenzialità e accelerando la transizione verso un’economia più guidata dai consumi. Una necessità — aggiunge — che lo stesso presidente Xi Jinping riconosce, «di fronte a un’economia cinese trainata troppo dall’export e dall’edilizia, e che sta diventando insostenibile». Secondo l’Fmi Crescita globale in bilico WASHINGTON, 13. Crescita globale tra speranze e timori, nel quadro delineato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) nel rapporto preparato in vista del G20 in Turchia. Dopo una dinamica «modesta» quest’anno, con un più 3,1 per cento del pil (prodotto interno lordo) mondiale, la crescita dovrebbe accelerare nel 2016 al più 3,6 per cento, riportandosi ai massimi dal 2011. Se tutto va bene però, perché se le grandi manovre di politica economica e monetaria in atto «non dovessero essere pilotate con successo — avverte l’Fmi — la crescita potrebbe deragliare». Tre grandi transizioni pesano sull’economia globale: la normalizzazione della politica monetaria della Federal Reserve, che sta studiando un primo rialzo dei tassi di interesse; in secondo luogo, il rallentamento della Cina, che sta ripensando il suo modello; infine, l’andamento del mercato delle materie prime. Il nuovo ambasciatore del Principato di Monaco Scontri di piazza ad Atene nella prima manifestazione sindacale contro l’Esecutivo guidato da Tsipras Sciopero generale in Grecia ATENE, 13. È degenerato in scontri di piazza il primo sciopero generale convocato dai sindacati greci contro le politiche del Governo del primo ministro Alexis Tsipras. Nella manifestazione che ha raccolto circa ventimila persone davanti alla sede del Parlamento, in piazza Syntagma ad Atene, si sono infiltrati alcune deci- ne di incappucciati — secondo la polizia appartenenti a gruppi anarchici — che hanno lanciato bottiglie incendiarie e sassi contro le forze di sicurezza. Queste ultime hanno reagito facendo uso di gas lacrimogeni e gli scontri si sono poi estesi ad altre strade del centro di Atene, con negozi danneggiati e automobili in sosta date alle fiamme. Incidenti di minore entità si sono registrati anche durante le manifestazioni sindacali in altre città del Paese, in particolare a Salonicco. Lo sciopero generale di ventiquattr’ore era tato proclamato congiuntamente dalla Adedy, la princi- Un momento degli scontri a piazza Syntagma (Reuters) Monito del re di Spagna contro le spinte secessioniste MADRID, 13. Il re di Spagna, Filippo VI, si è pronunciato ieri contro le spinte secessionistiche della Catalogna. Secondo il sovrano, il popolo spagnolo «non vuole che si metta in questione la sua unità, alla base della convivenza in pace e libertà». La Costituzione spagnola, ha aggiunto Filippo VI, «prevarrà, che nessuno ne dubiti». Come ricordano gli analisti, la Costituzione del 1978, adottata durante la fase di transizione fra la dittatura franchista e la democrazia, non consente l’uscita dallo GIOVANNI MARIA VIAN direttore responsabile Giuseppe Fiorentino vicedirettore Piero Di Domenicantonio Servizio internazionale: [email protected] Servizio culturale: [email protected] Servizio religioso: [email protected] caporedattore Gaetano Vallini segretario di redazione Consultazioni per la formazione del Governo portoghese Stato spagnolo di una sua componente territoriale. Su questa base, nei giorni scorsi la Corte costituzionale ha accettato il ricorso presentato dal Governo del presidente Rajoy contro la mozione con cui, lunedì scorso, il Parlamento di Barcellona aveva dichiarato aperto il processo di secessione. E sempre ieri il presidente catalano, Artur Mas, non ha ottenuto, per la seconda volta, dall’Assemblea di Barcellona i voti necessari per una nuova investitura per governare. Servizio vaticano: [email protected] Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998 [email protected] www.photo.va pale organizzazione dei lavoratori del settore pubblico, e dalla Gsee, la maggiore del settore privato. La partecipazione è stata massiccia e per tutta la giornata sono stati praticamente paralizzati uffici e trasporti pubblici, compresi i traghetti per le isole, mentre negli ospedali ci si è occupati solo delle urgenze. I sindacati, protestano contro le le previste riforme sulla previdenza e le nuove regole della contrattazione. La Gsee ha parlato di un «nuovo massacro che degrada le condizioni di vita della società greca» accusando il Governo di aver violato le promesse elettorali e di continuare «le politiche di austerità punitiva, applicando un nuovo, duro memorandum, passando leggi che aboliscono ogni indennità e sicurezza sociale». Secondo l’Adedy, «lo sforzo per distruggere la sicurezza sociale non passerà. Con le nostre lotte noi annulleremo le politiche di austerità, disoccupazione, furto fiscale e la svendita dei beni dello Stato». Anche esponenti di Syriza, il partito del premier, avevano invitato i lavoratori alla mobilitazione contro il Governo, suscitando non poche polemiche. Lo sciopero è stato indetto mentre la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale stanno revisionando l’attuazione delle riforme previste nel piano di salvataggio. LISBONA, 13. Il presidente della Repubblica portoghese, Aníbal Cavaco Silva, ha cominciato ieri le consultazioni per decidere a chi affidare l’incarico di formare il Governo, dopo la bocciatura da parte del Parlamento di quello dell’ex premier e leader conservatore Passos Coelho. Con 123 voti contrari su 230, era stata negata la fiducia al Governo sostenuto dalla coalizione tra socialdemocratici e popolari, che aveva vinto a ottobre le elezioni senza ottenere però la maggioranza assoluta nelle urne e in Parlamento. Segreteria di redazione telefono 06 698 83461, 06 698 84442 fax 06 698 83675 [email protected] Tipografia Vaticana Editrice L’Osservatore Romano don Sergio Pellini S.D.B. direttore generale Tale maggioranza avrebbero invece, se uniti, i socialisti, i comunisti e verdi e il Blocco di sinistra. Il leader socialista, Antonio Costa, si dice pronto a formare un Esecutivo in grado di garantire «stabilità e governabilità» per i prossimi quattro anni. Peraltro, le posizioni dei tre partiti divergono su punti cruciali. I socialisti sono favorevoli a un’attenuazione moderata dell’austerità, mentre gli altri vogliono un rovesciamento della politica economica e la rinegoziazione del debito. Tariffe di abbonamento Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198 Europa: € 410; $ 605 Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665 America Nord, Oceania: € 500; $ 740 Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30): telefono 06 698 99480, 06 698 99483 fax 06 69885164, 06 698 82818, [email protected] [email protected] Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675 Sua Eccellenza il signor ClaudeJoël Giordan, nuovo ambasciatore del Principato di Monaco presso la Santa Sede, è nato il 27 dicembre 1949 a Monaco. È sposato e ha due figli. Laureato in diritto (facoltà di diritto e scienze economiche) ha conseguito un diploma di studi superiori di scienze politiche all’università di Nizza. Inoltre, ha frequentato l’Istituto di studi politici, nonché l’Ecole nationale d’Administration a Parigi. Entrato nell’amministrazione del Principato nel giugno 1975, ha ricoperto, tra gli altri, i seguenti incarichi: redattore presso la direzione del Lavoro e degli Affari sociali (1975-1977); assistente dell’amministratore del Demanio, dipartimento delle Finanze e dell’Economia (1977-1982); incaricato presso il dipartimento delle Finanze e dell’Economia (1982-1990); amministratore del Demanio, dipartimento delle Finanze e dell’Economia (1990-1995); primo consigliere di Ambasciata in Francia (19952001); segretario generale della direzione per le Relazioni estere (2001-2004). Dal 2005 è ambasciatore presso la Repubblica Federale di Germania, nonché rappresentante permanente presso le Organizzazioni internazionali a Vienna (Osce, Aeia) e ambasciatore non residente in Austria, Polonia e nella Federazione Russa. A Sua Eccellenza il signor Claude-Joël Giordan, nuovo ambasciatore del Principato di Monaco presso la Santa Sede, nel momento in cui si accinge a ricoprire l’alto incarico, giungano le felicitazioni del nostro giornale. Concessionaria di pubblicità Aziende promotrici della diffusione Il Sole 24 Ore S.p.A. System Comunicazione Pubblicitaria Ivan Ranza, direttore generale Sede legale Via Monte Rosa 91, 20149 Milano telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214 [email protected] Intesa San Paolo Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Banca Carige Società Cattolica di Assicurazione Credito Valtellinese L’OSSERVATORE ROMANO sabato 14 novembre 2015 pagina 3 Un’area alluvionata nelle Filippine dove a fine ottobre ci sono stati decine di morti (Afp) Scontri a Hebron Non conoscono tregua le violenze in Cisgiordania TEL AVIV, 13. Sempre più tesa la situazione in Cisgiordania. È durata otto minuti l’operazione di un’unità speciale israeliana che è penetrata questa notte in un ospedale di Hebron, in Cisgiordania, per prelevare un ricercato palestinese. Diversi i feriti nell’azione, uno dei quali è successivamente morto. Il ricercato era accusato di aver aggredito un israeliano. Preoccupazione è stata espressa anche dalle autorità palestinesi, dato che l’incursione nell’ospedale di Hebron segue un blitz avvenuto circa un mese fa in un ospedale di Nablus e a ciò si aggiungono perquisizioni ricorrenti dei militari israeliani in ospedali di Gerusalemme est, alla ricerca di dimostranti feriti. Sul fronte diplomatico, Washington sta cercando di rilanciare i negoziati tra israeliani e palestinesi. Il segretario di Stato americano, John Kerry, si è recato ieri all’Onu per ribadire il sostegno alla sicurezza israeliana. Dopo aver incontrato il premier Benjamin Netanyahu a Washington, Kerry ha partecipato a un evento al palazzo di Vetro dedicato ai rapporti tra le Nazioni Unite e Israele. «Siamo qui — ha detto Kerry — e faremo tutto quanto è in nostro potere per impedire il dirottamento dell’Onu con intenti malevoli». La verità «deve unirci nella lotta all’estremismo violento» ha spiegato il capo della diplomazia statunitense. Kerry ha quindi sottolineato la centralità per Washington della soluzione dei due Stati, che prevede la costituzione di uno Stato palestinese autonomo che viva in sicurezza e libertà accanto allo Stato israeliano. Il dialogo diretto tra israeliani e palestinesi è in stallo da almeno due anni. A rischio il turismo egiziano IL CAIRO, 13. «Le perdite economiche previste dall’Egitto nel turismo, dopo lo stop dei voli da parte di alcuni Paesi a seguito della tragedia dell’aereo russo in Sinai, potrebbero arrivare a 800 milioni di dollari se questa decisione di fermare i voli si prolungasse per tre mesi». Questa la previsione espressa ieri dal ministro del Turismo egiziano, Hisham Zaazou. E Il Cairo, intanto, corre ai ripari con speciali campagne ad hoc per rilanciare il settore che rappresenta una delle voci più importanti dell’economia del Paese. Ma la fuga dei vacanzieri appare sempre più certa: secondo il responsabile della Camera del turismo del Sud del Sinai, del dipartimento di Sharm El Sheik, Yasser Ouf, «si sono registrate cancellazioni nelle prenotazioni», ma sarebbero state «limitate». Sulle percentuali però, ha ammesso, «nessuno è in grado di fornirle al momento», aggiungendo che «conteranno le prenotazioni per Natale e Capodanno, nel pieno cioè della stagione balneare». E stando alla Bbc on line la maggior parte dei turisti sarebbe andata via dalla nota località sul Mar Rosso. Intanto, l’allerta resta altissima. In un nuovo video diffuso ieri, i miliziani dello Stato islamico (Is), questa volta in lingua russa, hanno minacciato di condurre attacchi «presto, molto presto», in Russia. A darne notizia è stato il Site, il sito americano che monitora il terrorismo in rete. Nel video si afferma che «il sangue scorrerà a fiumi». Non è la prima volta che l’Is minaccia la Russia. Il ramo dell’organizzazione attivo in Sinai ha rivendicato due settimane fa l’abbattimento dell’aereo russo, con 224 persone a bordo. In Myanmar l’opposizione conquista la maggioranza assoluta Più serrato il confronto sugli obiettivi della Conferenza mondiale sul clima Allarme inondazioni in Asia BANGKOK, 13. Allarme inondazioni per molte metropoli asiatiche. Gli ultimi dati forniti dal centro studi statunitense Climate Central — e diffusi come contributo alla Conferenza mondiale sul clima Cop21 di Parigi, che riunirà dal 30 novembre all’11 dicembre rappresentanti di 195 Paesi — evidenziano che, anche contenendo entro i due gradi l’aumento della temperatura globale rispetto ai livelli pre-industriali, la situazione per diverse grandi metropoli dell’Asia-Pacifico potrebbe essere molto grave. L’Asia, infatti, comprende attualmente il 75 per cento delle aree che in futuro potrebbero finire sott’acqua a livello planetario. Un incremento entro i due gradi, livello massimo per cui la comunità internazionale si sta mobilitando, provocherebbe ‘'innalzamento del mare, mettendo a rischio quasi trecento milioni di persone, che salirebbero a oltre seicento milioni se i gradi di aumento dovessero essere quattro. Eventualità comunque non immediate, ma che, affiancate ad altre emergenze ambientali contri- buiranno a rendere instabile o a rischio la vita di un gran numero di individui. Lo studio del Climate Central evidenzia che il Paese più colpito potrebbe essere la Cina, con 145 milioni di persone che vivono in aree costiere. Delle dieci megalopoli più esposte nel continente asiatico, quattro sono cinesi (Shanghai, Tianjin, Hong Kong e Taizhou). Successivi in ordine di rischio, sono il Bangladesh, l’India, compresa la megalopoli di Mumbai, e il Vietnam. In pericolo anche decine di milioni di abitanti di Giappone e Filippine. Fuori dall’Asia sono minacciate anche New York, Miami e New Orleans, nei soli Stati Uniti, assieme ad aree del Brasile e dell’Egitto. Intanto, polemiche politiche anche di alto livello si registrano in vista della trattativa per arrivare a un nuovo accordo mondiale sulla riduzione dei gas serra. A due settimane dall’apertura a Parigi della Cop21, dal presidente francese, François Hollande, è arrivata una dura replica alle dichiarazione del segretario di Stato americano, John Kerry. Intervistato dal «Financial Times», Kerry aveva detto che l’accordo al quale può ambire la Cop21 «non sarà in ogni caso vincolante». E Holland ha replicato che «se l’accordo non è giuridicamente vincolante l’intesa non ci sarà, perché vorrebbe dire che non è possibile verificare o controllare gli impegni assunti». Il presidente francese ha aggiunto di essere consapevole di «quanto sia difficile, capisco i problemi col Congresso, sono legittimi, ma dobbiamo dare all’accordo di Parigi, se accordo ci sarà, un carattere vincolante, nel senso che gli impegni dovranno essere mantenuti e rispettati». A reagire alle parole di Kerry è stato anche il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. «Penso che la formulazione avrebbe potuto essere più felice. Ho parlato con Kerry e dobbiamo fare in modo che le cose siano ben chiare. Possiamo discutere della natura giuridica dell’accordo, però è un’evidenza il fatto che un certo numero di disposizioni debbano avere un effetto pratico». Due settimane per decidere sull’invio di una missione L’Onu prende tempo sul Burundi NEW YORK, 13. Con la risoluzione approvata ieri sulla crisi in Burundi il Consiglio di sicurezza dell’O nu ha preso ancora due settimane di tempo. Il testo, in quindici punti, non contiene sanzioni nei confronti dei responsabili delle violenze, ma solo un appello al dialogo nel Paese africano. Tuttavia, ne emerge l’ipotesi — comunque da verificare — del dispiegamento di una forza dell’Onu. Il Consiglio dà infatti 15 giorni di tempo al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e al suo inviato in Burundi, Jamal Benomar, per esprimere un parere sulla possibilità dell’invio nel Paese africano di una forza militare e di polizia sotto bandiera Onu. Per un’eventuale decisione in questo senso servirebbe comunque una nuova risoluzione o un’autorizzazione, allo stato delle cose improbabile, da parte del Governo del presidente Pierre Nkurunziza. Dallo scorso aprile si è via via aggravato lo scontro in Burundi innescato dalla candidatura prima e dalla rielezione poi di Nkurunziza a un terzo mandato presidenziale, giudicato incostituzionale dall’opposizione e sono già diverse centinaia le persone uccise nella repressione delle proteste da parte delle forze di sicurezza governative, ma anche in attacchi a poliziotti e militari. Un invito alle parti a incontrarsi «con urgenza» per far cessare le violenze e trovare una soluzione politica alla crisi era stato rivolto ieri congiuntamente dal segretario generale aggiunto dell’Onu, Jan Elias- son, dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Nkosazana Dlamini Zuma, e dall’alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Federica Mogherini. In un comunicato diffuso dopo un incontro tenuto in margine al vertice a Malta tra Paesi europei e africani sulla questione dei flussi di profughi e migranti, Eliasson, Dlamini Zuma e Mogherini, sottolineano l’intenzione di «lavorare in stretta collaborazione e di mobilitare tutti i mezzi e gli strumenti per impedire un più ampio deterioramento della situazione». Washington revoca le sanzioni alla Liberia WASHINGTON, 13. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato ieri un ordine esecutivo con cui dispone la revoca delle sanzioni economiche applicate alla Liberia nel 2004, dopo la fine della guerra civile nel Paese africano, ma quando erano ancora forti i timori che i gruppi armati rimanessero in grado di comprometterne la pace e lo sviluppo. Il documento di Obama sottolinea i progressi compiuti dalla Liberia e il suo impegno per la democrazia. Poliziotti burundesi durante scontri a Bujumbura (Reuters) Liberati ostaggi di Boko Haram ABUJA, 13. Altri sessantuno ostaggi di Boko Haram, soprattutto donne e bambini, sono stati liberati ieri dall’esercito nigeriano durante un’operazione condotta contro una base del gruppo jihadista tra le località di Bitta e Damboa, nello Stato nordorientale del Borno. Nel darne notizia, l’esercito nigeriano ha riferito che le truppe hanno ucciso quattro miliziani jihadisti e ha specificato che l’operazione è stata condotta con il sostegno dell’aviazione. Negli ultimi mesi, diverse centinaia di persone sequestrate da Boko Haram sono state liberate in analoghe operazioni militari nel Borno, lo Stato dove il gruppo jihadista si è costituito, ha perpetrato da sei anni a questa parte il maggior numero di attacchi armati e attentati, e mantiene le proprie basi principali. In particolare, lo scorso 28 ottobre, l’esercito aveva liberato 338, compresi 192 bambini e 138 donne, tenute in prigionia da Boko Haram, in alcuni casi da anni, in una operazione condotta nella località ai margini della foresta di Sambisa, dove il gruppo mantiene rifugi nascosti dai quali partono i suoi miliziani per incursioni non solo in territorio nigeriano, ma anche oltre confine, soprattutto in Camerun, ma anche in Ciad e in Niger. Altre 178 persone, anche in questo caso soprattutto donne e bambini, erano state liberate pochi giorni dopo nei pressi della località di Aulari, settanta chilometri a sud di Maiduguri, la capitale del Borno. Proprio a Maiduguri, teatro ancora nelle ultime settimane di sanguinosi attentati suicidi, è stato di recente spostato il comando generale dell’esercito dalla capitale federale Abuja. NAYPYIDAW, 13. Svolta politica in Myanmar. Nelle attese elezioni legislative di domenica scorsa, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il principale partito dell’opposizione guidato dal premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. L’annuncio ufficiale è stato fatto oggi dalla Commissione elettorale. L’Lnd ha ottenuto 238 seggi su 298 alla Camera bassa e 110 su 113 in quella alta. Ora Suu Kyi — che a causa di alcune disposizioni della Costituzione non potrà salire alla presidenza — potrà scegliere il nuovo capo dello Stato e formare il Governo. Nonostante i risultati delle legislative, gli analisti sostengono che i militari — per legge dispongono del 25 per cento dei deputati — manterranno comunque un’influenza notevole nella prossima amministrazione del Paese. I generali, infatti, nomineranno i ministri dell’Interno, della Difesa e della Sicurezza ai confini: tre dicasteri potenti e fondamentali. Sull’esito del voto — il primo libero dopo un quarto di secolo — è intervenuto ieri anche Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti chiamato entrambi i protagonisti di una fase politica che dovrebbe segnare una svolta nella storia di Myanmar, e che completerebbe il percorso avviato nel 2011, quando l’allora giunta militare lasciò il posto a un Governo semi-civile. Con il capo dello Stato asiatico, Thein Sein, Obama si è congratulato per l’organizzazione della tornata elettorale, mentre a Suu Kyi ha espresso gli auguri per la vittoria. Obama e Sein, ha spiegato una nota della Casa Bianca, hanno discusso tra loro dell’importanza che tutte le parti rispettino il risultato elettorale e che ci sia un lavoro comune per la formazione di un Governo inclusivo e rappresentativo, in grado di riflettere la volontà popolare. E un appello dello stesso tenore il presidente statunitense lo ha rivolto al premio Nobel per la pace, elogiandola per «gli sforzi infaticabili e i molti anni sacrificati per un Paese inclusivo, pacifico e democratico». Blocco commerciale tra India e Nepal KATHMANDU, 13. Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per il blocco commerciale tra India e Nepal che continua da alcune settimane a causa della protesta dei madhes, l’etnia che abita la fascia meridionale del Paese himalayano e che si oppone alla nuova Costituzione nepalese. In un incontro con i giornalisti, il portavoce dell’Onu, Stéphane Dujarric, ha detto che il segretario generale, Ban Ki-moon, ha rivolto un appello a entrambe le parti affinché sospendano il blocco della circolazione di generi di prima necessità. È la prima volta, sottolineano gli analisti, che il leader del palazzo di Vetro interviene nella crisi scoppiata dopo il varo della Costituzione il 20 settembre scorso. Crisi che sta provocando una grave carenza di carburante, medicine e altre merci essenziali mettendo la popolazione a rischio di una grave crisi umanitaria. Di recente, anche altre organizzazioni umanitarie internazionali hanno chiesto la fine della protesta e la ripresa di rifornimenti da parte dell’India. A causa della mancanza di carburante, le compagnie aeree interne hanno cancellato diversi voli da e verso la capitale, Kathmandu, causando notevoli disagi ai passeggeri. L’OSSERVATORE ROMANO pagina 4 sabato 14 novembre 2015 Un’immagine tratta dal film di animazione «Matilde, una donna oltre il suo tempo» (2015) di Pasquale Celano e Monica Fornaciari Quella visita annullata a una mostra di Firenze Chagall non c’entra di MARCELLO FILOTEI bilità di fare cassa con i capolavori presenti in Vaticano, ma segnala il valore universale della cultura cristiana. Il compito di un insegnante allora è quello di spiegare cosa significa quell’opera, e l’influenza che ha avuto e ha nella storia e nella vita di ognuno. I capolavori parlano a noi oggi, per questo vanno ammirati e per questo non si possono vendere: non esistono cifre che possano acquistare un messaggio universale. Il con- l fatto che al Papa piaccia particolarmente la Crocifissione bianca di Marc Chagall è ininfluente. La decisione di una scuola fiorentina di cancellare la visita dei ragazzi delle medie alla mostra intitolata «Bellezza divina» per «venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche» sarebbe stata discutibile anche se fossero state esposte opere di Teomondo Scrofalo, l’immaginario pittore kitsch su cui era incentrato un fortunato sketch comico degli anni Ottanta. Invece in mostra a Firenze, oltre al celebre dipinto ispirato alla persecuzione degli ebrei nell’Europa centrale e orientale, c’erano opere di Fontana, Picasso, Matisse e Van Gogh. Capolavori inseriti in un filone artistico che ha segnato e segna il pensiero culturale di un’intera civiltà. La notizia della mancata visita, smentita in parte dal preside della scuola, riapre una questione di carattere generale legata alla difficoltà che Marc Chagall, «Crocifissione bianca» (1938) spesso si riscontra nella promozione dei valori costitutivi della tradizione occidentale. cetto, ovviamente, è chiaro all’imam Se i simboli di un patrimonio Izzedin Elzir, capo della comunità culturale radicato indissolubilmente islamica fiorentina e presidente nella tradizione ebraico-cristiana dell’Ucoii, che si è affrettato a diturbano le sensibilità dei «non cri- chiarare la sua intenzione di visitastiani», qual è il compito della re, con i figli, la mostra «perché la scuola? Quello di indagare questo bellezza e l’arte sono uno strumenturbamento o di evitare la questio- to per capire la diversità». ne evitando che alcuni allievi entriLa questione, però, non riguarda no in contatto con i simboli cristia- solo la spesso invocata reciprocità, ni? E poi, anche volendo, chi vive a cioè la richiesta ai credenti in altre Firenze o più in generale in Italia e fedi di dimostrare la stessa disponiin Europa, potrà evitare di inconbilità ad accettare l’altro che carattrare chiese, battisteri, statue che rappresentano santi, crocifissi che terizza i cristiani, ma anche la capadominano piazze e città, o sempli- cità di rivendicare, nel bene e nel cemente un’edicola votiva di nessun male, il valore di una cultura. Evitando di generare la fobia del valore artistico piazzata in un angolo qualsiasi di una strada qualun- fortino assediato, atteggiamento che nega in radice i valori che si pretenque? Del resto non sarebbe nemmeno de di difendere, e puntando sulla particolarmente utile. Quando il forza di una visione del mondo riPapa dichiara che la Pietà di Mi- voluzionaria, fatta anche di simboli chelangelo non si può vendere per- che hanno generato opere d’arte in ché «è patrimonio dell’umanità», grado di parlare a donne e uomini non sta lamentandosi sull’impossi- di qualsiasi religione. I di GIOVANNI CERRO novecento anni dalla morte di Matilde di Canossa viene pubblicato il volume L’ancella di san Pietro. Matilde di Canossa e la Chiesa (Milano, Jaca Book, 2015, pagine 288, euro 22) di Paolo Golinelli, professore di Storia medievale all’università di Verona e tra i massimi esperti di studi matildici a livello internazionale. Nel libro, frutto della revisione e dell’aggiornamento di articoli apparsi su riviste scientifiche e di interventi a convegni in Italia e all’estero, Golinelli si confronta con una delle protagoniste della storia italiana dell’ultimo quarto del XI secolo per ricostruirne in modo attento e documentato le vicende personali, il rapporto con il papato, con l’impero e con le chiese e i monasteri dei territori posti sotto la sua signoria. L’intento dell’autore è offrire una lettura demitizzante della figura di Matilde attraverso la sua contestualizzazione storica e lo smascheramento di alcuni luoghi comuni ormai consolidati anche a livello storiografico. Ne risulta il ritratto di una donna fedelmente devota alla Chiesa persino nelle circostanze più difficili, come dopo la maternità infelice e il fallimento del primo matrimonio. Con Gregorio VII Matilde seppe stringere un legame umano, religioso e politico al tempo stesso, i cui tratti fondamentali emergono dalle lettere che questi le inviò e dai numerosi riferimenti alla contessa presenti nell’epistolario papale. Se è vero che Matilde sfruttò la relazione privilegiata con il papato per consolidare il proprio potere, è altrettanto indubitabile che fu tra le principali e A Non fu la virago di cui parlano le fonti coeve ma una donna pienamente inserita nella società del suo tempo sincere sostenitrici degli ideali della riforma gregoriana. Fu proprio il Papa a definirla Ancilla sancti Petri ed è questo secondo Golinelli «l’attributo che più le si confà, e che ella gradì maggiormente». Matilde non fu dunque la virago di cui parlano le fonti a lei contemporanee, ma una donna di estrazione nobiliare pienamente inserita nella società del suo tempo. Avviata fin da bambina alla conoscenza delle lingue, fu amante dei libri e della musica; in un La granduchessa di Canossa tra storia e leggenda L’altra Matilde mondo dominato dagli uomini, fu amica di donne potenti come Adelaide di Susa e le due mogli di Enrico IV, Berta e Prassede. Tra i principali luoghi comuni legati a Matilde vi è, secondo Golinelli, l’eccessiva importanza attribuita dalla storiografia all’incontro di Canossa tra il Papa e l’imperatore, che già nel 1904 Gioacchino Volpe definiva un «comodo arnese di guerra per tanti fantasiosi scrittori della storia medievale». Ancora in anni recenti, la ricerca storica ha parlato di quel celebre incontro come di uno sconvolgimento del mondo — come recita il titolo di una mostra organizzata a Paderborn nel 2006 — o come dell’inizio dell’epoca del disincanto e quindi della modernità, per riprendere la tesi sostenuta da Stefan Weinfurter in un saggio recentemente tradotto in Italia. Dal canto suo, Golinelli sostiene che Canossa non coincise con una rivoluzione nei rapporti tra il papato e l’impero, ma fu solo la penitenza pubblica di un peccatore pubblico, quale era l’imperatore Enrico IV, che chiedeva di essere assolto dal Papa secondo le regole allora in uso. Probabilmente fino all’ultimo Enrico utilizzò le sue truppe per fare pressione sul Papa e solo dopo il colloquio con Matilde e Ugo di Cluny nella cappella di San Nicola del castello di Montezane, sulla via verso Canossa, si decise a vestire l’abito penitenziale, sicuro che Gre- gorio non avrebbe potuto negargli l’assoluzione. A Canossa quindi Enrico fu solennemente riammesso nella comunione della Chiesa, ma non reintegrato nelle sue funzioni di sovrano. In quell’occasione, infatti, il Papa non revocò la decisione presa nel febbraio 1076 di deporre l’imperatore della sua autorità e di sciogliere i sudditi dal vincolo di obbedienza verso di lui. È questo il punto centrale dell’argomentazione di Golinelli, che riprende esplicitamente la tesi esposta dal suo maestro, il medievista Ovidio Capitani, durante il convegno che si tenne nel dicembre 1977 proprio a Canossa. Già allora Capitani sosteneva che fosse necessario ridimensiona- re il valore dell’avvenimento perché soltanto in questo modo si sarebbe potuto recuperare il suo «significato reale suscettibile — per quanto possa mai esserlo la storia — di darci una lezione». Durante quell’incontro ognuno dei protagonisti si era limitato a svolgere un ruolo ben preciso, strettamente legato alle proprie funzioni: il Papa si era comportato come il padre che riaccoglie il figliol prodigo, l’imperatore come un cristiano penitente e Matilde come una mediatrice. Di fatto Canossa aveva rappresentato soltanto una «pausa oggettiva» nello scontro tra Enrico IV e Gregorio VII. Golinelli sottoscrive in pieno quest’interpretazione, notando come il riconoscimento dell’importanza di Canossa sia avvenuta solo tardivamente. L’incontro, infatti, è passato sotto silenzio nelle fonti bassomedievali, prime fra tutte Dante, ed è stato trascurato in quelle della prima età moderna. Solo con la Riforma protestante si ha una svolta decisiva: nel 1521 viene pubblicato il fortunato libello Passional Christi und Antichristi, in cui una delle xilografie di Lucas Cranach il Vecchio istituisce un parallelo tra l’episodio del bacio dell’alluce del Papa da parte dell’imperatore e la lavanda dei piedi di Gesù durante l’ultima cena. Da quel momento il rito penitenziale che aveva avuto luogo a Canossa perde i suoi contorni storici per sfumare nel mito e nella leggenda. Quel mito e quella leggenda che sembrano ancora avvolgere anche l’immagine di Matilde. Enrico IV chiede l’intercessione di Matilde di Canossa Accanto a lui l’abate Ugo di Cluny (miniatura del XII secolo, particolare) Un libro biografico sull’attore che ha impersonato «Don Camillo» di SILVIA GUIDI «Tutto comincia con il Don Camillo di Giovannino Guareschi», scrive Fulvio Fulvi in Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel (Milano, Edizioni Ares, 2015, pagine 200, euro 15). «Perché sono le sue storie che hanno disegnato il personaggio nella nostra imma- Quando Fernandel morì sul set del sesto film della serie Gino Cervi che interpretava Peppone si rifiutò di continuare le riprese ginazione, ma è un solo attore che in cinque memorabili film l’ha reso vivo, teatrale, carnale, e anche simbolico come una moderna maschera della commedia dell’arte: Fernand Joseph Désiré Contandin, in arte Fernandel». La promessa del piccolo Fernand Attore dalla verve comica eccezionale, amato dal pubblico e dalla critica, dotato dalla natura di una maschera mobilissima e straordinariamente espressiva e di un irresistibile sorriso a trentadue denti («Sono nato sotto il segno del Toro. E del cavallo», amava dire scherzando sul suo buffo physique du rôle) ma perché fu scelto proprio lui per quel ruolo di prete schietto, che ama il suo gregge, fuma il sigaro, mena le mani e, soprattutto, dialoga costantemente con Gesù crocifisso? I più anziani se lo ricordano, oltre che nei panni del parroco della bassa padana, in uno spot di Carosello in cui pubblicizzava con l’amico Gino Cervi un brandy «che crea l’atmosfera». Ma pochi sanno della sua lunga carriera in Francia — più di centoventi film all’attivo — della famiglia, a cui era molto legato, dei luoghi della Provenza che amava, dell’impegno politico controcorrente — nel 1939 aveva registrato un disco, Francine, che rappresentava una sottile critica alla propaganda hitleriana — della fede cattolica che aveva nutrito, con la semplicità propria del popolo, sin da piccolo nella sua parrocchia nel cuore di Marsiglia. Nonostante il suo carattere vivace e insofferente di ogni disciplina — scrive sempre Fulvi — il piccolo Fernand accetta di buon grado di andare a messa la domenica e ama molto frequentare il catechismo nel centro Timon David della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù, che dal 1852 a Marsiglia si occupa dell’educazione dei giovani. Di quegli anni parlerà nell’incontro con Pio XII, quando sarà già famoso per aver interpretato don Camillo. Il 21 maggio 1911, a otto anni, Fernand scrive una tenerissima lettera a padre Sardou, del centro pastorale di Boulevard de la Libération: «Io, Fernand Contandin, attraverso il sacerdote della mia parrocchia mi rivolgo a Voi, Dio onnipotente, e mi consacro oggi e sempre al Vostro servizio. Vi prometto la mia vita per onorare un culto speciale, il catechismo, diffuso soprattutto tra i giovani, e di essere sempre il figlio fedele di questa congregazione a Voi dedicata». Una lettera che, a tanti anni di distanza, suona quasi profetica, perché proprio facendo il suo mestiere Fernand Contandin avrebbe contribuito a dar vita a un catechismo sui generis: poetico e senza tempo, fatto di immagini che non si dimenticano, diviso in cinque capitoli, i cinque film della saga di Brescello. D ell’eccezionale (e irripetibile) fusione con il personaggio del prete di campagna nato dalla penna di Guareschi si accorsero anche i colleghi: il sodalizio artistico e personale tra gli attori fu così profondo che quando Fernandel morì, sul set del sesto film della serie, Gino Cervi si rifiutò di continuare le riprese. L’OSSERVATORE ROMANO sabato 14 novembre 2015 pagina 5 Occorre una disciplina di pensiero e di sentimento Come pure un’onestà di giudizio e di proposito Al tempo stesso si rende necessario uno sforzo che culmini nel dolore e nella preghiera di GIOVANNI BATTISTA MONTINI hi ha gusto e amore per le esperienze spirituali autentiche del nostro tempo leggerà volentieri queste pagine. Non le respingerà, scorgendo ch’esse contengono solo pochi frammenti d’una storia interiore, troppo priva di riferimenti biografici ed esteriori per essere a sufficienza ricostruita e compresa; non le classificherà frettoloso fra le pubblicazioni di circostanza, dovute alla pietà di chi piange la morte dell’Autore precocemente scomparso; non pretenderà ricavare da essa una visione compiuta né d’un’anima, né d’un sistema di pensiero, né d’un momento storico, non sufficientemente elaborate come sono, né fra di loro abbastanza collegate; ma l’intenditore di documenti spirituali, il collezionista di parole vere e vive, l’amatore di testimonianze genuine del mondo nuovo, che intorno a noi si evolve e si afferma, scoprirà subito che questo libretto è prezioso, e lo avrà caro. Lo avrà caro, perché sgorgato da una sincerità assoluta: sono pagine estratte da un diario e da una corrispondenza che riflettono con perfetta fedeltà il sentimento interiore d’un uomo, ormai maturo per età, per esperienza, per studi a decifrare e a esprimere i più segreti e i più complessi movimenti dello spirito; lo avrà caro, perché tutto rivolto a una laboriosa introspezione, non tanto sollecita di registrare le confuse e inutili fantasticherie soggettive del subcosciente, come sembra spesso C Si può essere meditativi nel mondo tumultuoso delle università e della vita politica di Roma? intenta a fare certa letteratura e certa arte contemporanea, quanto piuttosto avida di scoprire le sorgenti interiori di quello stupendo, eterno, misterioso fenomeno che si chiama la verità, qua albeggiante in timide e ancor incerte figurazioni, là abbagliante in lucide, feconde, impegnative certezze; lo avrà caro, infine, perché noterà che questo ardito esploratore di se stesso, mentre risveglia nel breve corso della conversazione che il suo scritto, furtivamente strappato al silenzio, ci concede le più varie reminiscenze dei classici dell’analisi autobiografica, non sosta mai in un morbido e sterile narcisismo, non si arresta egoisticamente a se stesso, non si loda, non s’ammira, non si compiange, non si disprezza, non ferma cioè lo sguardo sul quadro puramente soggettivo per con- Sull’ascetica dell’uomo d’azione Il manuale da consultare è la coscienza Partigiani italiani durante la Resistenza templare, statico e rassegnato, o vanitoso, le proprie fattezze spirituali, e per cadere con ciò stesso nella noia e nel buio; ma studia, analizza, viviseziona sempre cercando, quasi d’istinto, una trascendenza, un riferimento che supera i confini dell’io, una origine, una ragione e un termine che danno alla luce interiore un panorama ben più vasto, quello dell’universo e di Dio. Partire da sé per arrivare al tutto: eterno itinerario che avrà sempre la fortuna d’incantare, d’istruire, di consolare i viandanti dell’umano cammino. E in Sergio Paronetto il noto paradigma — dall’Uomo a Dio — assume qualche peculiare caratteristica che rileveremo con benefica gioia, noi che abbiamo condiviso la sorte d’un’analoga esperienza e d’un eguale travaglio. Paronetto è, in queste sue pagine segrete, un solitario, un meditativo. Si può essere solitari e meditativi nel mondo tumultuoso delle università e della vita economica, intellettuale e politica d’una città come Roma? Fra cento amici e cento impegni? Con l’ansia nel cuore d’un focoso lavoro professionale e d’un più vasto disegno di riforma nazionale e sociale? Sì, si può essere, egli ci risponde, e ci dimostra come. Lungi dal costituire una distrazione, un’assenza, un ostacolo al colloquio dello spirito, l’esperienza più varia e più intensa della vita moderna per lui presenta materia di riflessione e d’indagine, gli apre davanti le pagine per il suo studio e per la sua preghiera. Assistere a questo ricupero delle facoltà di giudicare, di collegare e definire, di confrontare ed esplorare, di godere infine e quasi purificare e offrire alla suprema celebrazione dell’Essere e dello Spirito, compiuto da un uomo sovraccarico di lavoro, com’era Sergio Paronetto al tempo di questi suoi scritti, può essere assai interessante e istruttivo per il moderno uomo d’azione. Il quale uomo d’azione potrà desumere anche un’altra ottima lezione dalle confidenze di queste pagine. Egli sa che la comune tendenza dell’attività moderna è la specializzazione, divisione cioè della realtà su cui si opera da quella circostante, e l’avvertenza della realtà totale, e la gerarchia dei fini. Noi parliamo di problemi economici, di problemi tecnici, di problemi scientifici, di problemi artistici, di problemi sanitari, di problemi giuridici, di problemi politici, e così via, come se ciascuno di questi settori del sapere e dell’agire umano fosse bastevole a se stesso, e potesse essere conosciuto e posseduto senza considerare quale sia, alla fine, il settore supremo, a cui tutti, nell’ordine umano, debbono tendere, e da cui tutti derivare certe norme supreme, che insieme li limitano, li collegano, li chiarificano, li sublimano. Il problema morale è il sommo, che insieme pone e, sotto certo aspetto, contiene anche il problema religioso. Il problema morale soltanto definisce l’uomo per quello Il libro Pubblichiamo due estratti tratti dal libro Ascetica dell’uomo d’azione a cura di Michele Dau (Roma, Castelvecchi, 2015, pagine 134, euro 16,50). Pubblicato per la prima volta nel 1948 su iniziativa di Montini, il volume raccoglie le riflessioni di Sergio Paronetto (1911-1945). Il primo estratto è la prefazione scritta dallo stesso Montini il 24 agosto 1948, il secondo è una parte dell’introduzione alla nuova edizione. applicazione ad essa dei metodi propri per conoscerla, per utilizzarla: ad essa è legato il nostro progresso scientifico e materiale. Ma tale tendenza, nell’ordine spirituale, contiene un grave pericolo, che alla fine minaccia di rivolgere a cattive conseguenze e fors’anche a fatale rovina i risultati del progresso stesso; quello cioè di togliere al nostro sguardo la visione d’insieme, ch’egli veramente è; e se tale problema sfocia nell’infinito, segno è che all’infinito l’uomo è faticante pellegrino. L’azione dunque ha da essere, innanzitutto e immancabilmente, buona. Dev’essere guidata da moralità positiva. Se no, che vale? Non è forse nulla o nociva? Ma come rendere morale, anzi buona, la nostra febbrile, complicata, tecnicizzata azione moderna? Dove sono i manuali che rico rilievo. Abbiamo qui un saggio, catalogano la casistica del nostro quanto mai rapido e significativo, operare e ne rispecchiano la sensibi- che ci introduce in una doviziosa rilità estremamente varia e mutevole? serva spirituale, ci lascia intravedere I manuali non esistono, almeno la cerchia d’un fervoroso cenacolo, ci quali reclamerebbe certa nostra in- stimola a riprendere metodo e didolenza, che tutto vorrebbe da altri scorso, dove Sergio Paronetto li ha già studiato, risolto, spiegato. Il ma- lasciati. nuale da consultare è quello che ciaE qui nascerebbe il desiderio, anscuno compone da sé; o meglio, che cor più affettuoso che curioso, di far da sé scruta e registra: la propria co- la conoscenza della sua vita, quando scienza. Pochi scritti, come queste egli stesso, inconsapevolmente, ci ha scarse pagine di Sergio Paronetto, ci procurato quella parziale della sua sanno parlare della coscienza con anima. Il desiderio sarebbe legittipari interesse. Dall’esperienza este- mo, e il soddisfarlo benefico; ma qui riore alla coscienza psicologica; dalla basterà al lettore, affinché riverenza coscienza psicologica a quella mora- e amicizia lo accompagnino nella le: ecco lo schema prezioso che que- lettura, il sapere che una veglia, una sto pensoso uomo d’azione prefigge lunga veglia di rinuncia e di soffea se stesso e offre ora agli amici, i renze, quella che preparò Sergio anquali sapranno valutare nel tormen- cor tanto giovane, alla morte, affinò tato rovello di questo osservatore del questo spirito e dettò queste pagine. proprio mondo interiore l’ammonimento e il dono d’una spiritualità quanto mai ambita e moderna. A tanto non si giunge senza una disciplina di pensiero e di sentimento, senza un’onestà di giudizio e di proposito, senza uno sforzo che culmina nel dolore e nella preghiera, senza insomma un’ascetica, che qui palesa non solo il suo assiduo tormento, ma subito la sua serenità, la sua forza, la sua attitudine a temprare sguardo e muscoli a più vigoroso operare. È stato rilevato come l’immenso dramma della guerra e del dopoguerra non abbia generato una sufficiente letteratura di questo tipo intellettuale e morale: forse questo breve documento vivo e insospettato può contribuiRené Magritte, «Le visage du génie» (1927) re a correggere il catego- Scelta e firmata dal Papa per la Treccani La parola è misericordia Referto di un’anima pensante di MICHELE DAU A una lettura odierna, gli scritti di Paronetto sono come un tracciato ecografico, un referto sensibilissimo e infallibile di un sismografo che registra, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, il crollo del fascismo, di quel regime che aveva illuso milioni di italiani, privandoli di libertà fondamentali e trascinandoli in un abisso di dolore, di disperazione, nella tragedia della guerra, nella sofferenza delle persecuzioni di tanti e della umiliante sconfitta della patria. È un monitoraggio originalissimo dell’animo e dell’intelligenza di un antifascista radicale, che pure occupava con altri posizioni cruciali, nel più completo silenzio pubblico, per il bene della nazione. È come un referto continuo di un’anima pensante, di una coscienza consapevole di tutte le sue sfide e responsabilità, che senza bussole certe era proiettata nell’azione necessaria e irrinunciabile. «Non si può aspettare ad agire solo quando si è ben convinti che lì sta veramente il bene, e il vero e il giusto (...); non si può applicare alla vita una psicologia da burocrati: voler sempre la pez- za d’appoggio, essere a posto con la responsabilità, avere magari sempre pronto nel cassetto “il parere tecnico” del direttore spirituale (...), il chiedere alla coscienza agente una puntuale certezza di verità momento per momento possedute, è uccidere la vita, è fermare l’azione, è rinunziare alla nostra vocazione nel mondo». Non c’è separazione astratta, né fuga nel misticismo supremo ed eroico, né alcuna ricerca di un distacco forzato. Anzi, più gli avvenimenti saranno tragici e duri, più Paronetto, sempre in un agire forte e silenzioso, si impegnerà contro ciò che restava del regime e per la Resistenza. È ampiamente documentata, durante la lunga notte dell’occupazione nazista dell’Italia, la sua azione per evitare la distruzione delle grandi fabbriche e degli impianti produttivi del Paese, lo stesso finanziamento con fondi riservati di nuclei della Resistenza a Roma, l’impegno per la tutela della proprietà pubblica dell’Iri al fine di assicurare che tutti gli asset strategici potessero essere consegnati al nuovo ordinamento libero e democratico per il quale si stava sperando e lottando. di GABRIELE NICOLÒ Sentenziava lo scrittore francese Anatole France: «Non esiste una magia come quella delle parole». Affermazione destinata a essere ancor più incisiva se alle parole non si conferisce solo una funzione estetica o blandamente esornativa, ma si affida loro Rembrandt, «Il padre misericordioso» (1666) anche e soprattutto il compito di trasmettere messaggi di alto valore morale. Ecco allora che quando Papa Francesco — aderendo all’iniziativa della Treccani, rivolta a una cinquantina di personaggi, di indicare la parola che ha «cambiato la propria vita» — ha scritto sul sito dell’enciclopedia italiana «Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore: la misericordia», ben si comprende la forza dirompente contenuta anche in un’unica parola. Del resto è proprio nella sola parola «misericordia» che si manifesta in pienezza la sintesi del pontificato di Francesco. Nell’accettare l’elezione, il Pontefice ha detto: «Sono peccatore, ma accetto in spirito di penitenza e confidando sulla misericordia e sull’infinita pazienza del Signore nostro Gesù Cristo». Francesco ha quindi indetto l’ormai imminente giubileo della misericordia e la bolla d’indizione è intitolata «Il volto della misericordia». Nelle sue omelie e nei suoi discorsi ricorre costantemente il concetto che quello attuale è «il tempo della misericordia» e che Dio è «tutto e solo misericordia». E per citare un riferimento di questi ultimi giorni, il Papa, durante la visita di martedì scorso a Firenze, indicando il Cristo del Giudizio universale dipinto all’interno del- la cupola di Brunelleschi, lo ha definito «giudice della misericordia». Certo è che in un mondo sempre più minacciato dalla logica perversa della violenza e della vendetta, la parola «misericordia» suona come una vera e propria sfida ad andare controcorrente: in essa vibra l’esortazione a cambiare mentalità, così da privilegiare la carità e il perdono. E in questo scenario ben s’inserisce l’iniziativa promossa dalla Treccani, che nel voler fotografare «le trasformazioni È una sfida ad andare controcorrente in un mondo sempre più minacciato dalla perversa logica della violenza e della vendetta della lingua e della società» in Italia, mira a rivalutare la parola come momento di pausa propizio per fermarsi e pensare in un mondo che, al contrario, è sempre più dominato dalla velocità e dalla fretta. E come è fondamentale pronunciare e diffondere certe parole, è altrettanto importante che esse siano adeguatamente recepite e valorizzate, affinché non rimangano lettera morta. Non a caso soleva ripetere Michel de Montaigne che «la parola è per metà di colui che parla e per metà di colui che l’ascolta». L’OSSERVATORE ROMANO pagina 6 sabato 14 novembre 2015 Concluso il convegno ecclesiale italiano di GIOVANNI ZAVATTA In Francia rappresentano ormai più del 10 per cento dei sacerdoti, ovvero circa millesettecento su (quasi) sedicimila, dei quali un migliaio africani, i più numerosi davanti a vietnamiti e polacchi. In alcune diocesi superano il 40 per cento dei presbiteri in attività. Sono i prêtres venus d’ailleurs, i preti stranieri, molti di essi fidei donum, ai quali la Conferenza episcopale francese ha da tempo dedicato uno specifico gruppo di lavoro presieduto dall’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun. La recente assemblea plenaria a Lourdes è stata l’occasione per fare il punto della situazione, soprattutto per sentire il vescovo di Mbujimayi, Bernard-Emmanuel Kasanda Mulenga, che dalla Repubblica Democratica del Congo invia ogni anno in Europa una cinquantina di sacerdoti (sui duecentoventicinque complessivi), di cui dodici attualmente in Francia. Sono il volto missionario della Chiesa cattolica, e dunque universale: «In colui che parte c’è l’entusiasmo di aprirsi al mondo, dell’arricchimento morale e psicologico», ha detto monsignor Kasanda Mulenga, ma non mancano «lacerazioni» e «disillusioni» per il fatto di ritrovarsi in un mondo secolarizzato. Uno “choc culturale”, lo definisce monsignor Lebrun. C’è da lavorare molto sull’accoglienza dei sacerdoti nelle comunità, nel primo anno del loro soggiorno, anche attraverso corsi sulla realtà che troveranno. Al riguardo l’arcivescovo sta preparando delle specifiche raccomandazioni, affinché una Chiesa povera di vocazioni come quella francese (circa la metà dei sacerdoti ha più di 75 anni) faccia fruttare al meglio i doni di fede venuti dall’Africa. «Inviare dei preti per una ragione pastorale — ha affermato il vescovo di Mbujimayi — è un impegno missionario normale per le Chiese africane davanti a un’altra Chiesa che ha penuria di sacerdoti, come la Francia, poiché una Chiesa particolare diviene sterile se non dà nulla alle Chiese sorelle. La Chiesa che si ripiega su di sé muore. Sarebbe con- L’episcopato francese e l’accoglienza dei sacerdoti stranieri Un dono benvenuto tro la sua stessa natura. La crisi di vocazioni sacerdotali in Francia crea inquietudine, i cristiani praticanti si domandano come il popolo di Dio sarà nutrito nei decenni a venire». In tale contesto, «il prete fidei donum è una risposta, al tempo stesso temporanea e permanente, all’angoscia che attraversa gran parte dei fedeli francesi. Poiché, anche se un giorno, quella Chiesa oggi interessata dalla carenza di presbiteri arriverà ad averne molti, avrà sempre bisogno di questa étrangeté che rivela la cattolicità della nostra Chiesa». Tuttavia, secondo Kasanda Mulenga, affinché questo “scambio” si realizzi nel migliore dei modi sono necessarie alcune condizioni. La prima, la più importante, è la qualità dell’accoglienza da cui dipendono l’efficacia dell’esperienza di fede e la sua completa realizzazione, dando per scontato l’autentico spirito missionario del candidato prescelto: «Il vescovo che invia si aspetta che il suo sacerdote sia ricevuto bene, che l’ac- coglienza gli permetta in seguito uno sviluppo personale, umano, intellettuale; così un prete che torna nella sua diocesi sarà in possesso di una grande esperienza vissuta all’estero». Ma una buona integrazione dipende da molti fattori: da una parte l’atteggiamento, i sentimenti di chi accoglie (è sempre in agguato il rischio di un certo scetticismo, di un complesso di superiorità, della coscienza di appartenere sociologicamente al gruppo dominante), dall’altra l’apprensione dell’inviato di fronte allo sconosciuto, all’imprevedibile. A Lourdes il vescovo africano ha proposto un percorso: un primo periodo durante il quale un sacerdote della diocesi di accoglienza affiancherà il fidei donum come guida e tutor, mentre, contemporaneamente, un’équipe di religiosi lo informerà periodicamente sulla vita sociale e pastorale della diocesi e della parrocchia di destinazione; una seconda fase in cui verrà organizzato un vero e proprio corso di formazione su tutte le materie legate allo Stato, alla società, alla Chiesa in Francia, dalla storia al magistero, alla liturgia. Prima e dopo «occorrerà che il vescovo incontri i sacerdoti a lui affidati e definisca chiaramente la missione». Da tempo, comunque, il Servizio nazionale per la missione universale della Chiesa dedica una delle sue iniziative, Session Welcome, proprio a rendere familiare la realtà francese a presbiteri e religiosi venuti dall’estero in servizio pastorale. E c’è chi, come padre Frédéric Hounkponou, 33 anni, dell’arcidiocesi di Cotonou, in Benin, ha scelto l’estate scorsa di visitare la Francia e di scoprire la Chiesa locale, in particolare quella di Digione. Un’iniziativa personale, sostenuta dal suo vescovo, per conoscere proposte pastorali nuove. Una “visitazione” da Chiesa a Chiesa. Dal canto loro i presuli francesi hanno fatto emergere, durante la plenaria, luci e ombre. Se il vescovo di Chartres, Michel Pansard, si rallegra di vedere riuniti ogni due mesi i sacerdoti stranieri della sua diocesi («hanno una reale capacità di aiutarsi a vicenda quando sorgono delle difficoltà»), il vescovo di Evry-Corbeil-Essonnes, Michel Dubost, lamenta casi di preti senza protezione sociale nel loro Paese di origine («alcuni arrivano malati e non ce lo dicono») e auspica di trovare una soluzione anche alla questione dei soldi che molti cercano di inviare alla loro famiglia o alla loro diocesi. Chiede consigli il vescovo ausiliare di Rennes, Nicolas Souchu: «Davanti all’autorità, quando si domanda loro come va, va sempre bene, anche quando sappiamo che così non è. Sono molto a disagio, perché non sempre so cosa fare». E non mancano situazioni caratterizzate da mancanza di comunicazione con il prêtre venu d’ailleurs o con il vescovo che l’ha inviato, e, nell’ondata migratoria in corso, addirittura casi di sacerdoti sans papier. Monsignor Lebrun e il suo gruppo di lavoro, giunto alla fine del mandato, forniranno presto risposte e indicazioni precise. Chiamati a un nuovo inizio FIRENZE, 13. La Chiesa in Italia è chiamata a un nuovo inizio. È quanto ha detto il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), che questa mattina ha concluso a Firenze il quinto convegno ecclesiale nazionale. Cinque giorni di lavori, con 2.200 delegati diocesani e oltre duecento vescovi, sul tema «In Gesù il nuovo umanesimo». Giornate segnate in maniera indelebile dalla visita compiuta martedì 10 da Papa Francesco. E proprio alle parole pronunciate in quella occasione dal Pontefice ha fatto più di una volta riferimento il presidente della Cei. «Il Santo Padre, nel discorso programmatico che ci ha rivolto martedì scorso nella cattedrale di Firenze, ci ha mostrato lo spirito e le coordinate fondamentali che si attende dalla nostra Chiesa. Ci ha chiesto autenticità e gratuità, spirito di servizio, attenzione ai poveri, capacità di dialogo e di accoglienza; ci ha esortati a prendere il largo con coraggio e a innovare con creatività, nella compagnia di tutti coloro che sono animati da buona volontà», ha sintetizzato Bagnasco, il quale ha poi sottolineato che «il testo del Santo Padre andrà meditato con attenzione, quale premessa per riprendere, su suo invito, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium nelle nostre comunità e nei gruppi di fedeli, fino a trarre da essa criteri pratici con cui attuarne le disposizioni». Per il porporato, l’assise fiorentina ha rappresentato qualcosa di innovativo nella tradizione ecclesiale italiana del post-concilio. Il convegno costituisce, infatti, «un nuovo punto di partenza per il cammino delle nostre comunità e dei singoli credenti». In questo senso, ha aggiunto, «sarebbe parziale affermare che la Chiesa italiana ha celebrato in questi giorni il suo quinto convegno ecclesiale; ben di più, essa ha Appello della Chiesa evangelica luterana in Italia per la conferenza di Parigi sul clima Il Papa dona a Lampedusa il crocifisso ricevuto a Cuba Accordo che serve al mondo Faro e speranza ROMA, 13. Un appello alle istituzioni della Repubblica affinché l’Italia reciti un ruolo attivo e deciso a Parigi nell’ambito della prossima Conferenza delle Parti (Cop21) sui cambiamenti climatici è stato diffuso dalla «Chiesa evangelica luterana in Italia» (Celi). L’Italia, secondo la comunità protestante, ha la possibilità di diventare leader morale nel difendere l’ambiente in modo che possa essere una risorsa per tutti. E ha il dovere di farlo — si legge in un comunicato — «sia agendo all’interno del nostro Paese sia spingendo affinché vengano assunti impegni audaci nel corso di un evento mondiale in cui le delibere e le misure prese dagli Stati partecipanti saranno decisive per l’esistenza delle generazioni attuali e future». Come evidenziato in un passaggio della lettera, «siccità disastrose, inondazioni massive e forti tempeste distruggono sempre più spesso vite, proprietà e mezzi di sussistenza. Gruppi già svantaggiati come donne, bambini e popolazioni indigene sono quelli più colpiti. È giunto il momento di concludere un accordo ambizioso ed equo». L’appello della Celi nasce in risposta all’invito della Federazione luterana mondiale (Flm) di sensibilizzare le autorità nazionali sull’urgenza di un accordo globale ed equilibrato sul clima in grado di superare gli interessi dei singoli Stati. In particolare, la Chiesa evangelica luterana in Italia — già impegnata, come le altre Chiese luterane nel mondo, ad attuare concretamente la transizione verso uno stile di vita sempre più rispettoso dell’ambiente — invita il Governo italiano a considerare, nel corso delle negoziazioni di Parigi, la necessità di determinare un quadro di iniziative che siano in grado di contenere, dopo il 2020, l’incremento medio del riscaldamento della superficie terrestre ben al di sotto di 2° centigradi; di agire, da oggi e fino al 2020, per mitigare i rischi climatici con la contestuale assunzione — da parte dell’Italia e degli altri Paesi sviluppati — di un visibile ruolo guida in conformità a quanto stabilito nel corso di Cop17 (Durban 2011); focalizzarsi fortemente sulle politiche di adattamento e resilienza ai mutamenti climatici, con speciale riguardo alla tutela delle popolazioni povere e vulnerabili; includere, in un accordo per il periodo successivo al 2020, forme di tutela per le perdite e i danni derivanti dai cambiamenti climatici; pianificare in modo trasparente, sia a breve sia a medio-lungo termine, le misure (anche finanziarie) necessarie alla realizzazione degli interventi climatici urgenti nei Paesi in via di sviluppo. Pertanto, la Chiesa evangelica luterana in Italia, le sue comunità e tutti i suoi membri pregano affinché Cop21 «possa davvero condurre all’accordo di cui il mondo ha bisogno». FIRENZE, 13. Papa Francesco ha deciso di donare a Lampedusa il crocifisso ricevuto in dono, in occasione della sua visita a Cuba, dal presidente Raúl Castro. Lo ha annunciato, giovedì, in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze, il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. «Il Papa mi ha fermato — ha raccontato il porporato — e mi ha detto che voleva donare un crocifisso a Lampedusa. È un crocifisso la cui croce è formata da remi di barche, quindi ricorda la realtà degli immigrati». Un gesto che è segno «dell’amore che il Papa ha per l’arcidiocesi di Agrigento e per Lampedusa e se il Papa ci stima così e ci vuol bene così, per noi — ha proseguito il porporato — diventa una responsabilità ancora più grande. Questo “Cristo del Mediterraneo”, queste braccia aperte che dalla chiesa di Lampedusa guarderanno il mare, diventano faro e speranza per tutti». Il crocifisso (alto 340 centimetri e largo 275) è opera dell’artista Alexis Leyva Machado, noto come “Kcho”. Sarà esposto domenica 11 dicembre nella chiesa Santa Croce di Agrigento, per l’apertura diocesana del Giubileo della misericordia. Successivamente verrà portato in pellegrinaggio nel territorio dell’arcidiocesi, prima di essere collocato nella parrocchia di San Gerlando a Lampedusa. scelto di assumere il percorso del convegno e di mettersi in gioco, in un impegno di conversione finalizzato a individuare le parole più efficaci, le categorie più consone e i gesti più autentici attraverso i quali portare il Vangelo nel nostro tempo agli uomini di oggi». Lo stile intrapreso è quello del «cammino sinodale», che «ci fa sentire responsabili gli uni degli altri», attraverso una dinamica «che si estende anche oltre la comunità cristiana e raggiunge tutte le persone, fino alle più lontane, ben sapendo — ha detto Bagnasco citando il discorso del Pontefice a Prato — che “non esistono lontani che siano troppo distanti, ma soltanto prossimi da raggiungere”». In altri termini, la «ricostruzione dell’umano», ha rimarcato il presidente della Cei con riferimento al tema del convegno, «passa da un’attenta conoscenza delle dinamiche e dei bisogni del nostro mondo, quindi dall’impegno a un’inclusione sociale che ha a cuore innanzitutto i poveri. Tale impegno operoso muove da un costante riferimento alla persona di Gesù Cristo, modello e maestro di umanità, che dell’uomo è il prototipo e il compimento». Sulla scorta ancora delle parole del Pontefice a Firenze — «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo» — Bagnasco sottolinea come spetti alla comunità cristiana «mostrare a tutti l’infinito tesoro racchiuso» nella persona di Gesù. «Lasciamoci guardare da Lui, misericordiae vultus, consapevoli che la condizione primaria di ogni riforma della Chiesa richiede di essere radicati in Cristo». Anche perché, nel mondo attuale «spesso così esposto al rischio dell’autosufficienza o alla tentazione di ridurre Dio ad astratta ideologia, l’esistenza di Gesù, fattasi dono perfetto, rappresenta l’antidoto più efficace». L’indicazione, e dunque il cuore delle «prospettive» delineate dal presidente della Cei, è quella di una Chiesa chiamata «a vivere in uno stato di continua missione» e che «vuole riaffermare affettuosa vicinanza e operosa dedizione» al Pontefice. Di qui, anche alcune «sottolineature» che riassumono i risultati del convegno attraverso l’analisi delle cinque “vie” congressuali (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare). In primo luogo, «non basta essere accoglienti: dobbiamo per primi muoverci verso l’altro, perché il prossimo da amare non è colui che ci chiede aiuto, ma colui del quale ci siamo fatti prossimi. Dobbiamo uscire e creare condivisione e fraternità: le nostre comunità e associazioni, i gruppi e i singoli cristiani, vivano sempre con questo spirito missionario». Il passaggio successivo consiste «nell’annunciare la persona e le parole del Signore, secondo le modalità più adatte perché, senza l’annuncio esplicito, l’incontro e la testimonianza rimangono sterili o quantomeno incompleti». La terza tappa della missione «consiste nell’abitare, termine con il quale ci richiamiamo a una presenza dei credenti sul territorio e nella società, secondo un impegno concreto di cittadinanza», che non riguarda soltanto l’attività politica e amministrativa in senso stretto, ma anche un attivo interessamento alle diverse problematiche sociali. A tale proposito, «anche alla luce di recenti fatti di cronaca», il porporato ha ribadito che «l’impegno del cattolico nella sfera pubblica deve testimoniare coerenza e trasparenza». A ciò si aggiunge il compito di educare, «per rendere gli atti buoni non un elemento sporadico, ma virtù, abitudini della persona, modi di agire e di pensare stabili, patrimonio in cui la persona si riconosce». Tutti questi passaggi sono poi tesi a «trasfigurare le persone e le relazioni, interpersonali e sociali». Infatti, «il messaggio evangelico, se accolto e fatto proprio dalle diverse realtà umane, trasfigura, scardinando le strutture di peccato e di oppressione, facendo sì che l’umanesimo appreso da Cristo diventi concreto e vita delle persone». L’OSSERVATORE ROMANO sabato 14 novembre 2015 pagina 7 In Brasile la beatificazione di Francisco de Paula Victor ABUJA, 13. «La gente del Delta del Niger, sempre più provata e preoccupata, si identifica in Ken SaroWiwa e nella sua lotta per la giustizia»: è quanto ha sottolineato monsignor Hyacinth Oroko Egbebo, vicario apostolico di Bomadi (Nigeria), all’agenzia Misna, in occasione del ventesimo anniversario dell’uccisione dello scrittore e attivista nigeriano che si batté fino all’ultimo per denunciare i danni al territorio e alle popolazioni provocati dalle multinazionali del petrolio. Martedì scorso, cortei e manifestazioni si sono svolti a Port Harcourt, il capoluogo del Delta, e nell’Ogoniland, regione della quale Saro-Wiwa era originario. Monsignor Egbebo dice di sperare che le commemorazioni in corso in questi giorni non siano turbate da violenze o incidenti e che, soprattutto, il ricordo di Saro-Wiwa possa essere occasione «per far capire meglio le sofferenze» dei popoli del Delta. Che le condizioni ambientali e sociali della Nigeria restino drammatiche lo hanno confermato pochi giorni fa anche gli esperti di organizzazioni umanitarie, come il Centre for Environment, Human Rights and Development. Un recente rapporto sulle condizioni dell’ambiente nel Paese ha rivelato come una nota compagnia petrolifera, nonostante le promesse fatte, non abbia ancora rimediato agli sversamenti di greggio bonificando terreni e corsi d’acqua che per decenni sono stati avvelenati. Lo studio rappresenta una prima verifica dopo la denuncia delle Nazioni Unite che aveva stimato in poco più di trent’anni il tempo necessario per rimediare ai danni ambientali e sociali provocati dalla stessa multinazionale. «Avevamo riposto molte speranze nel presidente Goodluck Jonathan, originario del Delta, in carica dal 2010 al maggio scorso», ha proseguito il vicario apostolico. Tuttavia, i risultati non sono stati quelli che si aspettavano. Ora, con la vittoria dell’opposizione alle elezioni nazionali il clima politico è cambiato, «ma i motivi di preocupazione non sono diminuiti». Il presule si augura che si riescano a taglia- Da schiavo a prete di PAOLO VILOTTA* La denuncia di monsignor Egbebo Contro lo sfruttamento della Nigeria re i legami esistenti fra la politica, le forze armate e le industrie petrolifere. Alcuni fatti accaduti recentemente hanno alimentato le preoccupazioni, come le violenze politiche nel Bayelsa, lo Stato del quale è originario l’ex presidente Jonathan, dove il prossimo dicembre sono in programma le elezioni locali. O, in vista dell’anniversario della morte di Saro-Wiwa, la confisca nel porto di Lagos di una scultura in onore dello scrittore e attivista. L’opera sarebbe stata sequestrata perché ritenuta strumento di propaganda politica. Inoltre ha suscitato polemiche e indignazione la nomina a un impor- tante carica pubblica del colonnello Hamid Ali, uno dei giudici militari che venti anni fa condannò a morte per impiccagione Saro-Wiwa e otto suoi compagni. Nei giorni scorsi, i vescovi nigeriani, nel sottolineare come la corruzione abbia «arrecato danni enormi alla nazione e compromesso la vita della maggior parte dei nigeriani» hanno auspicato che il presidente Buhari vinca la guerra «contro la corruzione come sta facendo con il terrorismo», ma, precisano i presuli, «questo può avvenire solo se tutti noi ci impegniamo a essere individualmente liberi dalla corruzione». Francisco de Paula Victor aveva un sogno: diventare prete. Un sogno difficile da realizzare per il figlio di una schiava afro-americana nella società brasiliana degli inizi del diciannovesimo secolo. Ma quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio: non solo fu ordinato sacerdote, ma sabato 14 novembre viene proclamato beato. Nell’ex aeroporto di Três Pontas, nello stato di Minas Gerais, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, presiederà il rito in rappresentanza del Papa. Nato il 12 aprile del 1827 nella Vila da Campanha da Princesa, nello Stato sudorientale del Brasile, il Minas Gerais, era il figlio naturale della schiava nera Lourença Justiniana de Jesus. Ebbe come madrina di battesimo la padrona, Marianna de Santa Barbara Ferreira, e fu avviato al mestiere di sarto. All’epoca si era in pieno regime schiavista e agli schiavi non solo era proibito accedere a qualsiasi incarico pubblico sia civile sia ecclesiastico, ma persino di studiare. L’aspirazione alla vita sacerdotale di Victor ebbe una felice congiuntura nell’aiuto della madri- na-padrona e nella determinazione del venerabile Antonio Ferreira Viçoso, vescovo di Mariana, convinto abolizionista. Iniziato agli studi dal vecchio parroco di Campanha, don Antonio Felipe de Araujo, il giovane fu ammesso al seminario di Mariana, dove sopportò con pazienza l’ostilità e le discriminazioni degli altri compagni di studio, al punto da diventare loro servitore. Con la sua umiltà e determinazione alla fine li conquistò tutti. Superati con dispensa gli impedimenti canonici, il 14 giugno 1851 fu ordinato presbitero. Gran parte dei bianchi, tuttavia, non accettava che un ex schiavo nero potesse essere un prete, e rifiutava persino di ricevere da lui la comunione. Così quando il 18 giugno dell’anno successivo fu mandato a Três Pontas con l’incarico di vice-parroco, ci furono grande sconcerto e riserve tra la popolazione. L’umiltà e la pazienza con il sostegno vigoroso di uno sconfinato amore a Gesù Cristo portarono Victor non solo a essere accettato ma addirittura a essere venerato dai suoi parrocchiani. Alla cura e guida delle anime aggiunse la costruzione del collegio Sacra Famiglia, in cui fu an- Udienza al segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani *Postulatore della causa Incontro tra vescovi e presidente Lavoro coordinato per il bene del Paraguay Nella Repubblica Democratica del Congo la Chiesa investe nella pace Alle radici della violenza KINSHASA, 13. «Investissons dans la paix» (Investiamo nella pace) è il motto della campagna lanciata dalla Chiesa nella Repubblica Democratica del Congo assieme a numerose altre confessioni religiose. «Se i fedeli non si parleranno, se non avranno un progetto comune — spiega al Sir l’abbé Leonard Sante- di, segretario generale della Conferenza episcopale — allora finiranno con l’odiarsi, con l’alimentare i semi della guerra». Da un ventennio le regioni dell’est del Paese sono attraversate da una moltitudine di gruppi armati, con scontri e violenze, che hanno avuto il loro picco nella cosiddetta Leader religiosi per gli sfollati del Sud Sudan Obiettivo sopravvivenza JUBA, 13. Un appello per la sospensione immediata delle operazioni militari, in modo da consentire l’assistenza di circa 80.000 sfollati che da due mesi sopravvivono a stento nelle boscaglie e nelle giungle della regione di Mundri, è stato lanciato dai leader religiosi del Sud Sudan. Una delegazione del Consiglio interreligioso per la pace dello Stato di Western Equatoria, secondo quanto riferisce l’agenzia Fides, ha infatti effettuato nei giorni scorsi una visita nella regione del Greater Mundri, dove è ancora in corso la guerra civile, nonostante l’accordo di pace firmato nell’agosto scorso. I più colpiti, secondo la testimonianza fornita da monsignor Edward Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura Yambo, sono donne, bambini e anziani esposti a diverse malattie, in modo particolare alla malaria. I leader religiosi lanciano un appello per la sospensione immediata delle operazioni militari che vedono contrapposti l’esercito regolare e i cosiddetti “Arrow Boys” per «permettere l’assistenza in piena regola da parte delle organizzazioni umanitarie agli sfollati e alle famiglie che vivono nei villaggi». Si chiede, inoltre, di rendere sicure le vie d’accesso alla regione, si esortano i media a riportare notizie sulla situazione umanitaria dell’area e alle parti in conflitto viene chiesto di valutare il dialogo come la migliore opzione per risolvere il conflitto. Nel denunciare ogni forma di violenza, i leader religiosi ricordano anche che «sentirsi protetti e sicuri è importante per lo sviluppo di ogni bambino. Un posto sicuro dove dormire, acqua potabile da bere, cibo sufficiente da mangiare, cure mediche e accesso all’educazione, aiutano i bambini a crescere per diventare adulti sani, maturi e produttivi». L’appello si aggiunge a quello lanciato nelle stesse ore dall’organizzazione Medici con l’Africa Cuamm che dal 2009 gestisce l’unico ospedale presente nel Western Equatoria. «In Sud Sudan si sta consumando la ripresa di una guerra civile che fa paura e mina alla radice il travagliato percorso verso lo sviluppo del Paese», ha detto il suo direttore don Dante Carraro. “Grande guerra africana”. «Come testimoni del grido del popolo che arriva dai campi dei rifugiati e dalle famiglie sfollate a causa del conflitto — continua Santedi — abbiamo deciso di lanciare questa campagna». In uno scenario dove le questioni di politica internazionale hanno bloccato gli sforzi per arrivare alla fine delle ostilità, “investire nella pace” significa provare a partire da un altro livello. Quello delle comunità locali, dove verranno inviati mediatori, che aiutino a risolvere le dispute attraverso un’azione di prevenzione e l’indicazione di alternative pacifiche. «L’approccio fondato sull’educazione e sul dialogo — spiega l’abbé Leonard Santedi — è un laboratorio che ci permette di avanzare sulla strada giusta, perché la pace deriva da questo: andare oltre il conflitto, non rispondere a esso con le armi». Placare i contrasti a livello locale, per evitare che degenerino in una guerra in cui si muovono forze ben più grandi e pericolose è un compito essenziale. «Le popolazioni locali — aggiunge — sono già coinvolte in quel che accade e soprattutto i giovani vengono arruolati dai gruppi armati che li portano a commettere abusi: ecco che nasce il risentimento e la spinta a identificare le milizie con l’una o l’altra comunità». Una volta che questo accade, l’identità etnica diventa un’ulteriore arma da usare contro il nemico. «Si sa per sommi capi a quale comunità appartengono i componenti di una certa forza, o chi sfrutta le risorse naturali — conclude Santedi — e allora facilmente tutte le persone di quella comunità, anche quelle pacifiche, sono considerate responsabili, ed escluse o respinte. Così, si smette di parlare e di lavorare assieme e si creano quei germi che forse, domani, dei politici o dei gruppi armati sfrutteranno, accendendo il fuoco del conflitto». che professore, per avviare agli studi poveri e ricchi, bianchi e neri. La carità lo contraddistinse in modo particolare, vivendo personalmente una povertà assoluta. Era di esempio non solo ai cittadini, ma soprattutto ai sacerdoti. L’amore di Dio che si esprimeva nell’amore del prossimo fu l’elemento centrale della sua vita. L’eredità spirituale e culturale lasciata da Victor costituisce la peculiarità di Três Pontas e dei territori limitrofi: sono tantissimi i fedeli che hanno una grande venerazione per lui, che è da molto tempo riconosciuto come il «santo delle cose impossibili». Dopo oltre un cinquantennio come parroco di Três Pontas, Victor morì il 23 settembre del 1905. Ai funerali parteciparono migliaia di fedeli. Venne tumulato nella sua chiesa parrocchiale di Três Pontas, ancora oggi meta di pellegrinaggi. Nella tarda mattinata di venerdì 13 novembre Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano Sua eccellenza il signor Luis Leonardo Almagro segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani Dal 18 al 21 novembre Il congresso mondiale sull’educazione cattolica Duemiladuecento partecipanti, sessanta vescovi e settantotto rettori di ateneo, in rappresentanza delle oltre duecentomila istituzioni educative cattoliche sparse nel mondo. Sono i numeri del congresso mondiale che si svolgerà a Roma dal 18 al 21 novembre, sul tema «Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova». L’iniziativa, promossa dalla Congregazione per l’Educazione cattolica, è stata presentata nella Sala stampa della Santa Sede venerdì 13 dal cardinale prefetto Versaldi, dall’arcivescovo segretario Zani e da Italo Fiorin, direttore della scuola di alta formazione della Libera università degli studi Maria Santissima Assunta. Il cardinale prefetto ha ricordato che il congresso si inserisce tra due anniversari: il cinquantesimo della dichiarazione conciliare sull’educazione cristiana, Gravissimum educationis (28 ottobre 1965) e il venticinquesimo della costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae sulle università cattoliche (15 agosto 1990). In proposito il cardinale ha anche fatto notare come la Congregazione in questo cinquantennio abbia «approfondito alcuni temi che poi hanno trovato espressione nei documenti pubblicati, e offerti alle Chiese locali, alle congregazioni religiose dal carisma educativo, agli organismi e alle associazioni del settore». L’arcivescovo segretario ha illustrato il programma del congresso, che si articola in diverse sessioni e luoghi. Quella inaugurale si terrà, nel pomeriggio di mercoledì 18, nell’Aula Paolo VI e avrà tre momenti per ricordare i documenti del magistero: la proiezione di un dvd e la testimonianza di Étienne Verhack, segretario emerito del Comité europeen pour l’education catholique, e Pierre Hurtubise, che è stato vice-presidente della Fédération International des universités catholiques al momento della preparazione della Ex corde Ecclesiae. Seguirà la descrizione — affidata a Fiorin — dei nuovi scenari dell’educazione emersi dalle risposte all’Instrumentum laboris, con i commenti di Anne Cummins, vicerettore dell’Australian catholic university, e di Philippe Boillat, direttore della divisione diritti umani del Consiglio d’Europa. La sessione conclusiva di sabato 21 sarà divisa in due parti: nella prima la sintesi dei lavori è affidata al superiore generale degli scolopi Pedro Aguado, con alcuni commenti da parte dell’argentina Nieves Tapia, del gesuita Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», e di Jan de Groof, docente di diritto internazionale a Bruxelles e a Tilburg. La seconda sarà articolata in brevi testimonianze da scuole e università cattoliche del mondo con le risposte e l’intervento conclusivo del Papa. ASUNCIÓN, 13. La Conferenza episcopale del Paraguay ha espresso soddisfazione per la posizione assunta dal presidente della Repubblica Horacío Cartes contro la depenalizzazione dell’aborto. I presuli hanno incontrato giovedì il capo dello Stato per analizzare diversi temi legati alla situazione sociale del Paese. Riguardo alle norme relative all’interruzione di gravidanza, il segretario generale, il vescovo di Carapeguá Joaquín Hermes Robledo Romero, ha spiegato che i vescovi «sono contenti per tutto quello che sta facendo il presidente a favore della vita e della famiglia. Questo è molto importante». Al capo dello Stato i presuli hanno anche chiesto un ulteriore sforzo per migliorare la situazione economica generale e risolvere alcuni problemi che stanno rallentando la crescita del Paese. Durante l’incontro sono stati trattati i rapporti fra Chiesa e Stato e si sono analizzate le azioni da intraprendere insieme in modo coordinato. I presuli hanno chiesto misure più efficaci nel settore delle infrastrutture, incentivi alle politiche agricole, aiuti alle famiglie e sostegno agli immigrati. Nel campo dell’istruzione hanno poi chiesto un intervento del Governo a favore delle comunità indigene e hanno sollevato il problema del sovraffollamento delle carceri e della mancanza di forniture negli ospedali del Paese. Il segretario generale della Conferenza episcopale ha espresso soddisfazione anche per il risultato generale dell’incontro e ha spiegato che è stata «avviata e stabilita con le autorità governative una metodologia di lavoro. Ogni sei mesi ci incontreremo con il presidente Cartes», ha detto il segretario generale, «per fare il punto della situazione e individuare le criticità che interessano il Paraguay». Domenica prossima nel Paese sudamericano si terranno le elezioni per il rinnovo delle cariche municipali. L’OSSERVATORE ROMANO pagina 8 sabato 14 novembre 2015 Una madre siriana appena giunta con i figli sulle coste della Grecia (Reuters) Messa a Santa Marta Piccola e grande bellezza «Non cadere mai nell’idolatria delle immanenze e nell’idolatria delle abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare la trascendenza e dalle abitudini guardare l’abitudine finale, che sarà la contemplazione della gloria di Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta. Francesco ha preso le mosse dal salmo 18, proposto dalla liturgia. In quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua senza pensare al tramonto di questo modo di vivere». Ma «anche questa è un’idolatria: essere attaccato alle abitudini, senza pensare che questo finirà». E «la Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come dèi». Così «l’idolatria» consiste nel pensare che «la vita è così» tanto da andare avanti per abitudine. E «come la bellezza finirà in un’altra bellezza, l’abitudine nostra finirà in un’eternità, in un’altra abitudine. Ma c’è Dio!». Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in questa settimana, alla fine dell’anno liturgico e ci fa pensare proprio alla fine delle cose create». Sì, «saranno trasformate, ma c’è un consiglio — Papa Francesco sul pensiero di Romano Guardini L’Europa ricca accolga i fratelli affamati «Dio ha inviato a noi, nell’Europa ricca, l’affamato perché gli diamo da mangiare, il forestiero perché lo accogliamo». Lo ha detto il Papa ai partecipanti alla conferenza promossa dalla Romano Guardini Stiftung di Berlino, ricevuti nella mattina di venerdì 13 novembre nella Sala Clementina. Signore e Signori, cari amici, Emily Kame Kngwarreye, «La creazione della terra» (1994) bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre». Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9), sia quella del Vangelo (Luca 17, 2637) — ci parlano di glorie umane, anzi di idolatrie». In particolare, ha fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che, in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla trascendenza». Sì, certamente sono cose «belle in se stesse, hanno la loro autonomia di bellezza in questo caso», ma quegli uomini «non hanno riconosciuto che questa bellezza è un segno di un’altra bellezza più grande che ci aspetta». Proprio «quella bellezza» a cui si riferisce il salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio». È «la bellezza di D io». Invece, si legge nel libro della Sapienza, questi uomini «affascinati» dalla bellezza delle «cose create da Dio» hanno finito per prenderli per «dèi». È proprio «l’idolatria dell’immanenza». In pratica hanno pensato che «queste cose sono senza oltre e sono tanto belle che sono dèi», appunto. Ma così «si sono attaccati a questa idolatria; sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia». Senza pensare, invece, a «quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati Colui che è principio e autore della bellezza». «È un’idolatria guardare le tante bellezze senza pensare che ci sarà un tramonto» ha rimarcato il Pontefice, rilevando però che «anche il tramonto ha la sua bellezza». E ce l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il tramonto». «L’altra idolatria è quella delle abitudini» ha quindi affermato Francesco. Nel passo evangelico odierno «Gesù, parlando dell’ultimo giorno, proprio del tramonto, dice: “Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca”». Insomma «tutto è abituale, la vita è così: viviamo così, ha aggiunto il Papa — che Gesù ci dà in questo Vangelo di oggi: “Non tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della moglie di Lot». Anche «l’autore della lettera agli Ebrei», ha fatto infine notare il Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non siamo gente che torna indietro, che cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a sua volta, il consiglio di «andare sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza divinizzarle» perché «finiranno». Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio». sono molto lieto di poter salutare voi membri della Fondazione Romano Guardini, venuti a Roma per partecipare al convegno promosso dall’Università Gregoriana in occasione del 130° anniversario della nascita di Guardini. Ringrazio il Prof. von Pufendorf per le gentili parole di saluto, e per aver annunciato l’imminente pubblicazione di un testo inedito. Sono convinto che Guardini sia un pensatore che ha molto da dire agli uomini del nostro tempo, e non solo ai cristiani. Con la vostra Fondazione voi state realizzando questo progetto, facendo entrare il pensiero di Guardini in un dialogo polifonico con gli ambiti della politica, della cultura e della scienza di oggigiorno. Auspico vivamente che questo impegno abbia buon successo. Nel suo libro Il mondo religioso di Dostoevskij, Guardini riprende, tra l’altro, un episodio dal romanzo I fratelli Karamazov (Il mondo religioso di Dostoevskij, Morcelliana, Brescia, pp. 24ss). Si tratta del passo dove la gente va dallo starec Zosima per presentargli le proprie preoccupazioni e difficoltà, chiedendo la sua preghiera e benedizione. Si avvicina anche una contadina macilenta per confessarsi. Con un bisbiglio sommesso dice di aver ucciso il marito malato il quale in passato l’aveva maltrattata molto. Lo starec vede che la donna, nella disperata consapevolezza della propria colpa, è totalmente chiusa in sé stessa, e che qualsiasi riflessione, qualsiasi conforto o consiglio urterebbe contro questo muro. La donna è convinta di essere condannata. Il sacerdote, però, le mostra una via d’uscita: la sua esistenza ha un senso, perché Dio la accoglie nel momento del pentimento. «Non temere nulla, non temere mai, e non angosciarti — dice lo starec —, purché il pentimento non s’indebolisca in te, e poi Dio perdonerà tutto. Del resto, non c’è, e non ci può essere, su tutta la terra un peccato che Dio non perdoni a chi si pente sinceramente. Né l’uomo può commettere un peccato così grande che esaurisca l’infinito amore di Dio» (ibid., p. 25). Nella confessione la donna viene trasformata e riceve di nuovo speranza. Proprio le persone più semplici comprendono di che cosa si tratta qui. Vengono prese dalla grandezza che risplende nella sapienza e nella forza di amore dello starec. Comprendono che cosa significhi santità, cioè un’esistenza vissuta nella fede, capace di vedere che Dio è vicino agli uomini, tiene la loro vita tra le sue mani. Al riguardo, Guardini dice: «Accettando con semplicità l’esistenza dalla mano di Dio, la volontà personale si trasforma in volontà divina e così, senza che la creatura cessi di esser unicamente creatura e Dio veramente Dio, si attua la loro unità vivente» (ibid., p. 32). Questa è la visione profonda di Guardini. Forse ha il fondamento nel suo primo libro metafisico Der Gegensatz. Per Guardini, tale “unità vivente” con Dio consiste nella relazione concreta delle persone con il mondo e con gli altri intorno a sé. Il singolo si sente intessuto in un popolo, cioè in una «unione originaria degli uomini che per specie, paese, ed evoluzione storica nella vita e nei destini sono un tutto unico» (Il senso della Chiesa, Morcelliana, Brescia, 2007, p. 21-22). Guardini intende il concetto di “popolo” distinguendolo nettamente da un raziona- Al congresso degli ex alunni della Compagnia di Gesù latinoamericani Per mantenere vivo il «virus gesuitico» «Assistenza sanitaria, alimentazione, educazione»: sono i tre campi di azione che devono impegnare gli ex alunni gesuiti in America latina. Li ha indicati Papa Francesco nel videomessaggio inviato loro in occasione del sedicesimo congresso continentale svoltosi a Guayaquil, in Ecuador, dall’11 al 13 novembre. Il Papa ha chiesto in particolare di pensare alle “tragedie umane”, le quali sono ben più che “tragedie sociali” «perché — ha spiegato — ogni persona è tempio della Trinità». Raccomandando di pensare «alle tragedie umane che stanno accadendo in America latina», Francesco — come accade di consueto in circostanze simili — ha attinto all’esperienza pastorale di arcivescovo nella capitale argentina. «Mi ha sempre colpito molto — ha ricordato — una zona di Buenos Aires, sulla riva del Rio, dove c’erano 36 ristoranti, uno dietro l’altro. A chi andava a cenare lì lo spennavano, gli presentavano un conto salatissimo. Erano generalmente pieni. Accanto, c’era una stazione ferroviaria e iniziava subito una “villa miseria”, una “baraccopoli”, una “favela”. Che questa immagine — ha esortato — vi faccia vedere la tragedia che comporta oggi la mancanza di giustizia, la mancanza di equità». Anche perché, ha fatto notare, «molte persone che stavano mangiando lì erano cristiane, molte credevano in Gesù Cristo e si professavano cattoliche, e forse avevano studiato in scuole cattoliche». Tutta la lunga e articolata riflessione del Pontefice ha preso spunto dalla considerazione che chiunque abbia studiato presso collegi, università o scuole della Compagnia di Gesù, dovrebbe conservare dentro di sé un “virus”, quello di essere sempre «in tensione tra il cielo, la terra e se stesso». È un convincimento che il Papa, come ha rivelato nel videomessaggio, ha maturato studiando sant’Ignazio di Loyola e in particolare «la contemplazione dell’incarnazione», che si ritrova dal numero 101 in poi degli Esercizi. Ne consegue che «chi ha studiato con i gesuiti non può nascondere la testa, come fa lo struzzo, dalla realtà della terra. Non può crearsi un mondo isolato con una religiosità “light” di fronte alla realtà. E non può vendere la sua coscienza alla mondanità». Si tratta dunque di un invito a non riporre la formazione ricevuta «in un armadio. Bisogna tirarla fuori; sarebbe molto triste se già non ve ne ricordaste più». E così facendo, ha proseguito, ci si pone «in tensione in tre cose»: il cielo, «le tre persone divine»; la terra, «la gente, gli uomini, i Paesi, le situazioni»; e Maria, «la casa di Nazaret». Perché, «la Chiesa vi vuole, ex alunni gesuiti, in tensione tra la fede che professate e questa fede in tensione con ciò che sta accadendo ora nel mondo». «Che cosa sta accadendo — occorrerebbe domandarsi — in America Latina? Quanti bambini non vanno a scuola? Perché non possono? Quanti bambini non hanno cibo a sufficienza? Quanti bambini non hanno la salute?». E la risposta di Francesco è stata una dichiarazione di intenti. «Se hai dentro di te il “virus gesuitico” — ha commenta- to — devi guardare che cosa dici a Dio quando vedi questa disuguaglianza, che cosa dici a Dio quando vedi lo sfruttamento dei bambini che lavorano, lo sfruttamento della gente, che cosa dici a Dio quando vedi che non ci si prende cura della terra e che per seminare e seminare si deforesta la terra e questo danneggia la gente; che cosa dici a Dio quando compagnie minerarie usano il cianuro e l’arsenico per estrarre il minerale e questo mina la salute di tanta gente, di tanti bambini, di tanti adulti». Da qui la rinnovata consegna a essere «in tensione. E la verità salta fuori sempre nella tensione», perché «la verità non è quieta, non è cristallizzata, porta ad agire, porta a cambiare, porta a fare, porta a imitare Dio creatore, porta a essere umani»; e di conseguenza a non stare “tranquilli, comodi”, senza problemi, disinteressandosi dell’umanità che ci circonda: un’umanità fatta di «tanta diversità, sia di abiti sia di gesti», di tante persone differenti «alcune bianche e altre nere, alcune in pace e altre in guerra, alcune che piangono, altre che ridono, alcune sane e altre malate, alcune che nascono e altre che muoiono». Al termine del videomessaggio il Papa ha infine ricordato il viaggio compiuto a luglio in Ecuador: «Guayaquil è bella, è una città che amo», ha detto, chiedendo di far abbracciare da parte sua «padre Paquito», il gesuita novantunenne Francisco Cortés, cui è legato da antica amicizia. lismo illuministico che considera reale soltanto ciò che può essere colto dalla ragione (cfr. Il mondo religioso in Dostoevskij, p. 321) e che tende a isolare l’uomo strappandolo dalle relazioni vitali naturali. Il popolo, invece, significa «il compendio di ciò che nell’uomo è genuino, profondo, sostanziale» (ibid., p. 12). Possiamo riconoscere nel popolo, come in uno specchio, il «campo di forze dell’azione divina». Il popolo — continua Guardini — «sente questa dappertutto operante e ne intuisce il mistero, l’inquietante presenza» (ibid., p. 15). Per questo a me piace dire — ma ne sono convinto — che “popolo” non è una categoria logica, è una categoria mistica. Per questo motivo che Guardini dice. Forse possiamo applicare le riflessioni di Guardini al nostro tempo, cercando di scoprire la mano di Dio negli eventi attuali. Così potremmo forse riconoscere che Dio, nella Sua sapienza, ha inviato a noi, nell’Europa ricca, l’affamato perché gli diamo da mangiare, l’assetato perché gli diamo da bere, il forestiero perché lo accogliamo, e l’ignudo perché lo vestiamo. La storia poi lo dimostrerà: se siamo un popolo, certamente lo accoglieremo come un nostro fratello; se siamo solamente un gruppo di individui più o meno organizzati, saremo tentati di salvare innanzitutto la nostra pelle, ma non avremo continuità. Ringrazio ancora una volta tutti voi per la vostra presenza. Lavorare con l’opera di Guardini vi faccia sempre più comprendere il significato e il valore dei fondamenti cristiani della cultura e della società. Di cuore vi benedico, e vi chiedo per favore di pregare per me. [Benedizione...] Nomina episcopale Tra le nomine di oggi una riguarda la rappresentanza pontificia in Ucraina. Claudio Gugerotti nunzio apostolico in Ucraina Nato a Verona il 7 ottobre 1955, è stato ordinato sacerdote il 29 maggio 1982. Laureato in lingue e letterature orientali e licenziato in sacra liturgia, ha insegnato nella città scaligera dal 1981 al 1984 patrologia nell’istituto teologico San Zeno e dal 1982 al 1985 teologia e liturgia orientali nell’istituto di Studi ecumenici. Entrato nel servizio della Santa Sede presso la Congregazione per le Chiese orientali nel 1985, ne è divenuto sotto-segretario il 17 dicembre 1997. Docente di patrologia, lingua e letteratura armena al Pontificio istituto Orientale è autore di pubblicazioni e conosce diverse lingue antiche e moderne, tra le quali l’armeno e il curdo. Eletto alla sede titolare di Ravello con dignità di arcivescovo e nominato nunzio in Georgia, in Armenia e in Azerbaigian il 7 dicembre 2001, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 6 gennaio 2002. E il 15 luglio 2011 è stato destinato alla rappresentanza pontificia in Bielorussia.