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L’OSSERVATORE ROMANO
POLITICO RELIGIOSO
GIORNALE QUOTIDIANO
Non praevalebunt
Unicuique suum
Anno CLV n. 261 (47.099)
Città del Vaticano
sabato 14 novembre 2015
.
Papa Francesco alla Romano Guardini Stiftung
Critiche di Juncker ai Paesi membri
L’Europa ricca accolga
i fratelli affamati
Sui profughi
Unione troppo lenta
«Dio ha inviato nell’Europa ricca
l’affamato perché gli diamo da mangiare, l’assetato perché gli diamo da
bere, il forestiero perché lo accogliamo e l’ignudo perché lo vestiamo».
Lo ha sottolineato Papa Francesco,
applicando al nostro tempo le riflessioni di Romano Guardini. Ricevendo venerdì mattina, 13 novembre, la
fondazione intitolata al noto teologo, il Pontefice ha evidenziato come
dal suo insegnamento sia possibile
cercare «di scoprire la mano di Dio
negli eventi attuali», per esempio in
materia di migrazioni. Perché anche
chi lascia la propria terra in cerca di
un presente e di un avvenire migliore è un nostro fratello. «La storia —
ha commentato — lo dimostrerà: se
siamo un popolo, certamente lo accoglieremo»; ma, ha avvertito con
parole forti, «se siamo solamente un
gruppo di individui più o meno organizzati, saremo tentati di salvare
innanzitutto la nostra pelle, ma non
avremo continuità». Da qui l’auspicio conclusivo che «l’opera di Guardini faccia sempre più comprendere
il valore dei fondamenti cristiani della cultura e della società».
Nel suo discorso il Pontefice ha
salutato i partecipanti al convegno
promosso dall’università Gregoriana
in occasione del 130° anniversario
della nascita di Guardini, e ha ringraziato il presidente della fondazione berlinese, von Pufendorf, «per
aver annunciato l’imminente pubblicazione di un testo inedito» di
Guardini. Da qui l’incoraggiamento
a far entrare il suo pensiero «in un
dialogo polifonico con gli ambiti
della politica, della cultura e della
scienza». Successivamente il Papa ha
commentato un passo del libro Il
mondo religioso di Dostoevskij, in cui
l’autore tra l’altro riprende un episodio da I fratelli Karamazov: quello
«dove la gente va dallo starec Zosima per presentargli le proprie preoc-
cupazioni e difficoltà». Si avvicina
anche una contadina che dice di
aver ucciso il marito malato, il quale
l’aveva maltrattata molto. Lo starec
vede che la donna è convinta di essere condannata, per questo «le mostra una via d’uscita: la sua esistenza
ha un senso — ha spiegato — perché
Dio la accoglie nel pentimento». E
lei «viene trasformata e riceve di
nuovo speranza». Da tali premesse
si ricava la lezione che sono proprio
le persone più semplici a comprendere «cosa significhi un’esistenza
vissuta nella fede, capace di vedere
che Dio è vicino agli uomini». È
quella che Guardini chiama “unità
vivente” con Dio e «consiste nella
relazione concreta delle persone con
il mondo e con gli altri».
PAGINA 8
Santi Buglioni, «Dar da mangiare agli affamati» (1528, Pistoia, Ospedale del Ceppo)
Oltre quaranta morti per un duplice attentato a Beirut contro le sedi di Hezbollah
Libano nel mirino dell’Is
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BEIRUT, 13. È salito ad almeno 43
morti e 240 feriti il bilancio, ancora
provvisorio, del duplice attentato
suicida rivendicato dai jihadisti del
cosiddetto Stato islamico (Is) a Beirut. L’attacco è avvenuto in una zona controllata dagli sciiti libanesi di
Hezbollah. «I soldati del califfato —
si legge in una nota diffusa dai miliziani — hanno collocato una motocicletta con esplosivo in via Huseiniyah, dove gli Hezbollah hanno la
loro sede. Non ci fermeremo fino alla vittoria». Uno degli attentatori è
sopravvissuto e, interrogato dagli investigatori, ha confermato di far parte dell’Is; alla polizia ha detto di essere arrivato in Libano, insieme ad
altri tre attentatori, dalla Siria due
giorni fa. Il «Site», sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul
web, ha confermato la rivendicazione dell’Is.
Netta condanna degli attacchi è
stata espressa da Washington.
Nell’esprimere cordoglio per le famiglie delle vittime, la Casa Bianca ha
ribadito il proprio sostegno al Go-
verno del Libano per portare i responsabili alla giustizia. «Tali atti di
terrore rafforzano il nostro impegno
a sostenere le istituzioni libanesi per
garantire la sicurezza nel Paese» ha
dichiarato Ned Price, portavoce per
la sicurezza nazionale.
Condanna
è
giunta
anche
dall’Unione europea. «Tutta la nostra solidarietà al popolo e alle autorità libanesi. L’Europa è con voi» ha
dichiarato l’Alto rappresentante per
la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini. «Indignazione e orrore» sono stati espressi invece dal presidente francese,
François Hollande. Il ministro degli
Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha
confermato il sostegno del proprio
Paese alla stabilità del Libano.
È stata intanto diffusa la notizia
della morte di “Jihadi John”, definito il boia dell’Is. Il terrorista è stato
colpito a morte da un drone americano in un raid avvenuto nella città
siriana di Raqqa. La notizia — resa
nota da funzionari citati dal «Washington Post» — è stata confermata
questa mattina. Le fonti hanno aggiunto che l’aereo senza pilota ha
colpito un’automobile sulla quale
viaggiavano il terrorista insieme ad
altri tre membri dell’Is. “Jihadi
John” era nato in Kuwait ma cresciuto in Gran Bretagna. Era diventato uno degli uomini più ricercati al
mondo dopo il video della decapitazione del giornalista americano, James Foley, nell’agosto dello scorso
anno, primo di una serie di filmati,
diffusi attraverso internet, che lo
hanno visto come macabro protagonista.
Intanto, alla vigilia del vertice di
Vienna, che si terrà domani, sabato,
per discutere della crisi siriana, Washington ha confermato la volontà
di intensificare la propria presenza
nello scacchiere mediorientale. «Stiamo intensificando la nostra strategia
contro i terroristi dell’Is in tutti i
suoi aspetti. E questi sforzi stanno
dando i frutti» ha detto il segretario
di Stato americano, John Kerry, durante un intervento per aggiornare
sulla strategia statunitense in Siria.
Kerry ha ribadito i tre obiettivi di
Washington: sconfiggere l’Is, intensificare lo sforzo diplomatico per
porre fine alla guerra in Siria e sostenere gli alleati nella regione. Oggi
il segretario di Stato è a Tunisi per
una serie di incontri volti a rafforzare la cooperazione antiterrorismo in
Africa settentrionale.
BRUXELLES, 13. «Se si
va avanti con questo
ritmo e con queste cifre ridicole, i rifugiati
arrivati in Italia e in
Grecia finiranno di essere distribuiti nei diversi Paesi europei nel
2101». Sono parole improntate a un duro
realismo quelle pronunciate ieri da JeanClaude Juncker alla fine dell’ennesimo vertice europeo dedicato
all’emergenza
immigrazione. Parole che
lasciano trasparire una
rabbia, quella del presidente della Commissione europea, del tutto comprensibile a
fronte degli ultimi dati
diffusi dalla stessa
commissione: i rifugiati effettivamente ricollocati finora sono soltanto 155, su un totale
di 160.000. Specchio
Migranti appena sbarcati sull’isola greca di Lesbo (Afp)
di un’Europa sempre
più divisa, litigiosa e
incapace di decidere. Tuttavia — ha vernance economica, competitività,
ricordato Juncker — la pressione «è sovranità e immigrazione.
crescente e non abbiamo molto
L’ultima questione sul tavolo ritempo».
guarda l’Africa. I risultati del vertiLo scenario politico, nel com- ce della Valletta, che doveva sulla
plesso, è estremamente difficile. La carta rilanciare la cooperazione con
Svezia ha annunciato l’introduzio- il continente nero, sono stati delune di controlli temporanei alle denti. A esprimere tale giudizio sofrontiere. E mentre la Slovenia no stati soprattutto i leader africani
continua a costruire una barriera che hanno partecipato. Secondo il
con filo spinato per impedire nuovi capo di Stato del Senegal, Macky
accessi — è accusata dalla Croazia Sall, l’impegno finanziario è «indi aver sconfinato sul suo territorio sufficiente per tutta l’Africa» ed è
— l’Ungheria attacca Berlino e la stato adottato per altro «mettendo
sua decisione di bloccare i profughi troppa enfasi sui rimpatri».
siriani. «Se li respingerete, li rimanderemo in Germania» ha detto
il ministro degli Esteri ungherese,
Péter Szijjártó. Nello stesso Esecutivo tedesco iniziano a crearsi spaccature, distanze che minano la
maggioranza del cancelliere Merkel. E che potrebbero avere effetti
a diversi livelli, indebolendone la
leadership continentale.
C’è poi il dossier britannico.
Il Santo Padre ha ricevuto
Juncker ha detto ieri che i colloqui
questa mattina in udienza
con il premier Cameron sulle proSua Eccellenza il Signor
poste presentate da Londra pochi
Claude-Joël Giordan, Ambagiorni fa «inizieranno la prossima
sciatore del Principato di
settimana». Cameron ha promesso
Monaco, per la presentazione
un referendum sulla Brexit (l’uscita
delle Lettere Credenziali.
della Gran Bretagna dall’Ue) entro
il 2017, ma la consultazione potrebbe già svolgersi l’anno prossimo.
Il Santo Padre ha ricevuto
Downing Street ha chiesto maggioquesta mattina in udienza:
re flessibilità in quattro settori: go-
Le credenziali dell’ambasciatore
del Principato di Monaco
La polizia sul luogo dell’attentato a Beirut (Reuters)
GIOVANNI BATTISTA MONTINI
A PAGINA
5
l’Eminentissimo Cardinale
Fernando Filoni, Prefetto
della
Congregazione
per
l’Evangelizzazione dei Popoli;
Sua Eccellenza Monsignor
Ivan Jurkovič, Arcivescovo titolare di Corbavia, Nunzio
Apostolico in Russia e in
Uzbekistan.
Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza
Sua Eccellenza il Signor Luis
Leonardo Almagro, Segretario Generale dell’O rganizzazione degli Stati Americani.
Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in
Ucraina
Sua
Eccellenza
Monsignor Claudio Gugerotti, Arcivescovo titolare di Ravello, finora Nunzio Apostolico in Bielorussia.
Sull’ascetica dell’uomo d’azione
Il manuale da consultare
è la coscienza
NOSTRE
INFORMAZIONI
Nella mattina di venerdì 13 novembre il Papa ha ricevuto in udienza Sua Eccellenza il signor
Claude-Joël Giordan, nuovo ambasciatore del Principato di Monaco,
per la presentazione delle lettere con cui viene accreditato presso la Santa Sede
Il Santo Padre ha nominato Delegato Apostolico nelle
Isole Comore, con funzioni
di Delegato Apostolico in La
Riunione, Sua Eccellenza
Monsignor
Paolo
Rocco
Gualtieri, Arcivescovo titolare di Sagona, Nunzio Apostolico in Madagascar, in
Maurizio e nelle Seychelles.
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pagina 2
sabato 14 novembre 2015
Display con l’andamento
dei titoli alla Borsa di Seoul (Ap)
Barack Obama al
G20
chiede di avviare politiche a favore dello sviluppo e della classe media
Svolta per la ripresa
Cruciale il rapporto con Pechino in vista di un’economia più centrata sui consumi
WASHINGTON, 13. «Dobbiamo agire
di più per rafforzare la crescita».
Questo il monito espresso dal presidente statunitense, Barack Obama,
alla vigilia del summit del G20 che si
terrà domani ad Antalya, in Turchia.
In un editoriale sul «Financial Times», il capo della Casa Bianca sottolinea come l’economia globale sta
crescendo, ma lo sta facendo «troppo lentamente». Dal G20 si attende
quindi un cambio di passo.
A pesare è soprattutto il brusco
rallentamento delle economie emergenti, che da qualche tempo hanno
smesso di essere la locomotiva della
ripresa mondiale dopo gli anni della
grande crisi, della profonda recessione seguita ai fatti del 2008. «L’America non può essere l’unico motore
della crescita globale» ammonisce
Obama, riferendosi alle recenti performance positive dell’economia statunitense, certamente migliori rispetto a quelle di tanti altri Paesi, a partire da quelli europei.
Da Washington, insomma, arriva
la richiesta di non essere lasciati soli:
«la voce dell’America», che ha raf-
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama (Apf)
Il premier
indiano
a Londra
LONDRA, 13. «Non solo storica visita, ma soprattutto una storica opportunità». Così il primo ministro
britannico, David Cameron, ha salutato l’arrivo ieri in Gran Bretagna
del capo del Governo indiano,
Narendra Modi, spiegando che entrambi «vogliono afferrare questa
opportunità a piene mani per rendere i nostri due Paesi ancora più
grandi». Le due parti, riferisce l’ufficio di Cameron, intendono firmare
una serie di accordi commerciali per
oltre dieci miliardi di sterline.
All’arrivo, Modi ha sottolineato
«l’amicizia» tra India e Gran Bretagna e ha evocato un nuovo, ulteriore
«impeto alle amplissime relazioni»
fra i due Paesi. Cameron è poi entrato nel merito, annunciando accordi bilaterali fra aziende e istituzioni,
citando, fra l’altro, grandi iniziative
infrastrutturali e di sviluppo in India
(a cominciare da tre nuove smart cities sostenibili e dotate di servizi
all’avanguardia grazie alle tecnologie
informatiche), forniture di armi da
guerra, progetti energetici a basso
costo, cooperazione nel campo
dell’energia nucleare e nella ricerca
scientifica. In particolare, Cameron e
Modi si sono detti concordi nel raggiungere un’intesa per fare di Londra una piazza per i bond in rupie
offshore. Si è parlato pure di cooperazione politica e di sicurezza, e Cameron ha insistito sul sostegno della
Gran Bretagna all’ambizione di New
Delhi di diventare membro permanente del Consiglio di sicurezza
dell’Onu. Inoltre, è possibile la firma di un accordo nel campo della
difesa, dato l’interesse di New Delhi
per l’acquisto di venti aerei da addestramento Bae Systems Hawk.
Intervenendo a Westminster davanti alle Camere riunite, Modi ha
detto che «questo è un grande momento per le nostre due grandi Nazioni». Oggi il premier indiano incontrerà a pranzo la regina Elisabetta II, mentre in serata — dopo una
tappa nello stabilimento britannico
del miliardario indiano Tata, in cui
si producono marchi storici automobilistici britannici quali Jaguar o Rover — parlerà davanti a una folla di
oltre sessantamila persone allo stadio
di Wembley, durante una manifestazione con canti e danze organizzato
in coincidenza con la festività indiana di Diwali.
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forzato ripresa e occupazione, «non
deve restare isolata». Tutti devono
fare la loro parte, a partire dalla Cina. Con questa convinzione, Obama
chiede innanzitutto ai leader del G20
di attuare politiche di bilancio che
siano a sostegno della domanda e
degli investimenti. Dunque, ancora
una volta, un secco “no” a politiche
di austerity. In secondo luogo, il
presidente americano chiede di varare misure che facciano arrivare più
soldi nelle tasche delle famiglie della
classe media: è la via maestra, questa, per aumentare i consumi e rilanciare la crescita.
Rivolgendosi a Pechino, infine,
Obama chiede il varo di politiche
più orientate verso la classe media
cinese, liberandone le potenzialità e
accelerando la transizione verso
un’economia più guidata dai consumi. Una necessità — aggiunge — che
lo stesso presidente Xi Jinping riconosce, «di fronte a un’economia cinese trainata troppo dall’export e
dall’edilizia, e che sta diventando insostenibile».
Secondo l’Fmi
Crescita globale
in bilico
WASHINGTON, 13. Crescita globale
tra speranze e timori, nel quadro
delineato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) nel rapporto
preparato in vista del G20 in Turchia. Dopo una dinamica «modesta» quest’anno, con un più 3,1 per
cento del pil (prodotto interno lordo) mondiale, la crescita dovrebbe
accelerare nel 2016 al più 3,6 per
cento, riportandosi ai massimi dal
2011. Se tutto va bene però, perché
se le grandi manovre di politica
economica e monetaria in atto
«non dovessero essere pilotate con
successo — avverte l’Fmi — la crescita potrebbe deragliare». Tre
grandi transizioni pesano sull’economia globale: la normalizzazione
della politica monetaria della Federal Reserve, che sta studiando un
primo rialzo dei tassi di interesse;
in secondo luogo, il rallentamento
della Cina, che sta ripensando il
suo modello; infine, l’andamento
del mercato delle materie prime.
Il nuovo
ambasciatore
del Principato
di Monaco
Scontri di piazza ad Atene nella prima manifestazione sindacale contro l’Esecutivo guidato da Tsipras
Sciopero generale in Grecia
ATENE, 13. È degenerato in scontri
di piazza il primo sciopero generale
convocato dai sindacati greci contro
le politiche del Governo del primo
ministro Alexis Tsipras. Nella manifestazione che ha raccolto circa ventimila persone davanti alla sede del
Parlamento, in piazza Syntagma ad
Atene, si sono infiltrati alcune deci-
ne di incappucciati — secondo la
polizia appartenenti a gruppi anarchici — che hanno lanciato bottiglie
incendiarie e sassi contro le forze di
sicurezza. Queste ultime hanno reagito facendo uso di gas lacrimogeni
e gli scontri si sono poi estesi ad altre strade del centro di Atene, con
negozi danneggiati e automobili in
sosta date alle fiamme.
Incidenti di minore entità si sono
registrati anche durante le manifestazioni sindacali in altre città del
Paese, in particolare a Salonicco.
Lo sciopero generale di ventiquattr’ore era tato proclamato congiuntamente dalla Adedy, la princi-
Un momento degli scontri a piazza Syntagma (Reuters)
Monito del re di Spagna
contro le spinte secessioniste
MADRID, 13. Il re di Spagna, Filippo VI, si è pronunciato ieri contro
le spinte secessionistiche della Catalogna. Secondo il sovrano, il popolo spagnolo «non vuole che si
metta in questione la sua unità, alla base della convivenza in pace e
libertà». La Costituzione spagnola, ha aggiunto Filippo VI, «prevarrà, che nessuno ne dubiti».
Come ricordano gli analisti, la
Costituzione del 1978, adottata durante la fase di transizione fra la
dittatura franchista e la democrazia, non consente l’uscita dallo
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
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caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
Consultazioni per la formazione
del Governo portoghese
Stato spagnolo di una sua componente territoriale. Su questa base,
nei giorni scorsi la Corte costituzionale ha accettato il ricorso presentato dal Governo del presidente Rajoy contro la mozione con
cui, lunedì scorso, il Parlamento di
Barcellona aveva dichiarato aperto
il processo di secessione.
E sempre ieri il presidente catalano, Artur Mas, non ha ottenuto,
per la seconda volta, dall’Assemblea di Barcellona i voti necessari
per una nuova investitura per governare.
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pale organizzazione dei lavoratori
del settore pubblico, e dalla Gsee,
la maggiore del settore privato. La
partecipazione è stata massiccia e
per tutta la giornata sono stati praticamente paralizzati uffici e trasporti pubblici, compresi i traghetti
per le isole, mentre negli ospedali ci
si è occupati solo delle urgenze.
I sindacati, protestano contro le
le previste riforme sulla previdenza
e le nuove regole della contrattazione. La Gsee ha parlato di un «nuovo massacro che degrada le condizioni di vita della società greca» accusando il Governo di aver violato
le promesse elettorali e di continuare «le politiche di austerità punitiva, applicando un nuovo, duro memorandum, passando leggi che
aboliscono ogni indennità e sicurezza sociale». Secondo l’Adedy, «lo
sforzo per distruggere la sicurezza
sociale non passerà. Con le nostre
lotte noi annulleremo le politiche di
austerità, disoccupazione, furto fiscale e la svendita dei beni dello
Stato». Anche esponenti di Syriza,
il partito del premier, avevano invitato i lavoratori alla mobilitazione
contro il Governo, suscitando non
poche polemiche.
Lo sciopero è stato indetto mentre la Commissione europea, la
Banca centrale europea e il Fondo
monetario internazionale stanno revisionando l’attuazione delle riforme previste nel piano di salvataggio.
LISBONA, 13. Il presidente della Repubblica portoghese, Aníbal Cavaco Silva, ha cominciato ieri le consultazioni per decidere a chi affidare l’incarico di formare il Governo,
dopo la bocciatura da parte del
Parlamento di quello dell’ex premier e leader conservatore Passos
Coelho. Con 123 voti contrari su
230, era stata negata la fiducia al
Governo sostenuto dalla coalizione
tra socialdemocratici e popolari,
che aveva vinto a ottobre le elezioni
senza ottenere però la maggioranza
assoluta nelle urne e in Parlamento.
Segreteria di redazione
telefono 06 698 83461, 06 698 84442
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Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
Tale maggioranza avrebbero invece, se uniti, i socialisti, i comunisti
e verdi e il Blocco di sinistra. Il leader socialista, Antonio Costa, si dice pronto a formare un Esecutivo in
grado di garantire «stabilità e governabilità» per i prossimi quattro
anni. Peraltro, le posizioni dei tre
partiti divergono su punti cruciali. I
socialisti sono favorevoli a un’attenuazione moderata dell’austerità,
mentre gli altri vogliono un rovesciamento della politica economica
e la rinegoziazione del debito.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
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America Nord, Oceania: € 500; $ 740
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Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
Sua Eccellenza il signor ClaudeJoël Giordan, nuovo ambasciatore
del Principato di Monaco presso
la Santa Sede, è nato il 27 dicembre 1949 a Monaco. È sposato e
ha due figli. Laureato in diritto
(facoltà di diritto e scienze economiche) ha conseguito un diploma
di studi superiori di scienze politiche all’università di Nizza. Inoltre, ha frequentato l’Istituto di
studi politici, nonché l’Ecole nationale d’Administration a Parigi.
Entrato
nell’amministrazione
del Principato nel giugno 1975, ha
ricoperto, tra gli altri, i seguenti
incarichi: redattore presso la direzione del Lavoro e degli Affari sociali (1975-1977); assistente dell’amministratore del Demanio, dipartimento delle Finanze e dell’Economia (1977-1982); incaricato presso
il dipartimento delle Finanze e
dell’Economia (1982-1990); amministratore del Demanio, dipartimento delle Finanze e dell’Economia (1990-1995); primo consigliere
di Ambasciata in Francia (19952001); segretario generale della direzione per le Relazioni estere
(2001-2004). Dal 2005 è ambasciatore presso la Repubblica Federale
di Germania, nonché rappresentante permanente presso le Organizzazioni internazionali a Vienna
(Osce, Aeia) e ambasciatore non
residente in Austria, Polonia e
nella Federazione Russa.
A Sua Eccellenza il signor
Claude-Joël Giordan, nuovo ambasciatore del Principato di Monaco presso la Santa Sede, nel
momento in cui si accinge a ricoprire l’alto incarico, giungano le
felicitazioni del nostro giornale.
Concessionaria di pubblicità
Aziende promotrici della diffusione
Il Sole 24 Ore S.p.A.
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Sede legale
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telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214
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Credito Valtellinese
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pagina 3
Un’area alluvionata nelle Filippine
dove a fine ottobre
ci sono stati decine di morti (Afp)
Scontri a Hebron
Non conoscono
tregua
le violenze
in Cisgiordania
TEL AVIV, 13. Sempre più tesa la
situazione in Cisgiordania. È durata otto minuti l’operazione di
un’unità speciale israeliana che è
penetrata questa notte in un ospedale di Hebron, in Cisgiordania,
per prelevare un ricercato palestinese. Diversi i feriti nell’azione,
uno dei quali è successivamente
morto. Il ricercato era accusato di
aver aggredito un israeliano.
Preoccupazione è stata espressa
anche dalle autorità palestinesi,
dato che l’incursione nell’ospedale
di Hebron segue un blitz avvenuto circa un mese fa in un ospedale
di Nablus e a ciò si aggiungono
perquisizioni ricorrenti dei militari
israeliani in ospedali di Gerusalemme est, alla ricerca di dimostranti feriti.
Sul fronte diplomatico, Washington sta cercando di rilanciare
i negoziati tra israeliani e palestinesi. Il segretario di Stato americano, John Kerry, si è recato ieri
all’Onu per ribadire il sostegno
alla sicurezza israeliana. Dopo
aver incontrato il premier Benjamin Netanyahu a Washington,
Kerry ha partecipato a un evento
al palazzo di Vetro dedicato ai
rapporti tra le Nazioni Unite e
Israele. «Siamo qui — ha detto
Kerry — e faremo tutto quanto è
in nostro potere per impedire il
dirottamento dell’Onu con intenti
malevoli». La verità «deve unirci
nella lotta all’estremismo violento» ha spiegato il capo della diplomazia statunitense.
Kerry ha quindi sottolineato la
centralità per Washington della
soluzione dei due Stati, che prevede la costituzione di uno Stato
palestinese autonomo che viva in
sicurezza e libertà accanto allo
Stato israeliano. Il dialogo diretto
tra israeliani e palestinesi è in stallo da almeno due anni.
A rischio
il turismo
egiziano
IL CAIRO, 13. «Le perdite economiche previste dall’Egitto nel turismo, dopo lo stop dei voli da parte di alcuni Paesi a seguito della
tragedia dell’aereo russo in Sinai,
potrebbero arrivare a 800 milioni
di dollari se questa decisione di
fermare i voli si prolungasse per
tre mesi». Questa la previsione
espressa ieri dal ministro del Turismo egiziano, Hisham Zaazou.
E Il Cairo, intanto, corre ai ripari con speciali campagne ad hoc
per rilanciare il settore che rappresenta una delle voci più importanti dell’economia del Paese. Ma la
fuga dei vacanzieri appare sempre
più certa: secondo il responsabile
della Camera del turismo del Sud
del Sinai, del dipartimento di
Sharm El Sheik, Yasser Ouf, «si
sono registrate cancellazioni nelle
prenotazioni», ma sarebbero state
«limitate». Sulle percentuali però,
ha ammesso, «nessuno è in grado
di fornirle al momento», aggiungendo che «conteranno le prenotazioni per Natale e Capodanno,
nel pieno cioè della stagione balneare». E stando alla Bbc on line
la maggior parte dei turisti sarebbe andata via dalla nota località
sul Mar Rosso.
Intanto, l’allerta resta altissima.
In un nuovo video diffuso ieri, i
miliziani dello Stato islamico (Is),
questa volta in lingua russa, hanno minacciato di condurre attacchi «presto, molto presto», in
Russia. A darne notizia è stato il
Site, il sito americano che monitora il terrorismo in rete. Nel video
si afferma che «il sangue scorrerà
a fiumi». Non è la prima volta
che l’Is minaccia la Russia. Il ramo dell’organizzazione attivo in
Sinai ha rivendicato due settimane
fa l’abbattimento dell’aereo russo,
con 224 persone a bordo.
In Myanmar
l’opposizione
conquista
la maggioranza
assoluta
Più serrato il confronto sugli obiettivi della Conferenza mondiale sul clima
Allarme inondazioni in Asia
BANGKOK, 13. Allarme inondazioni per molte metropoli asiatiche. Gli ultimi dati forniti dal centro
studi statunitense Climate Central — e diffusi come contributo alla Conferenza mondiale sul clima
Cop21 di Parigi, che riunirà dal 30 novembre
all’11 dicembre rappresentanti di 195 Paesi — evidenziano che, anche contenendo entro i due gradi l’aumento della temperatura globale rispetto ai
livelli pre-industriali, la situazione per diverse
grandi metropoli dell’Asia-Pacifico potrebbe essere molto grave. L’Asia, infatti, comprende attualmente il 75 per cento delle aree che in futuro potrebbero finire sott’acqua a livello planetario.
Un incremento entro i due gradi, livello massimo per cui la comunità internazionale si sta mobilitando, provocherebbe ‘'innalzamento del mare, mettendo a rischio quasi trecento milioni di
persone, che salirebbero a oltre seicento milioni
se i gradi di aumento dovessero essere quattro.
Eventualità comunque non immediate, ma che,
affiancate ad altre emergenze ambientali contri-
buiranno a rendere instabile o a rischio la vita di
un gran numero di individui.
Lo studio del Climate Central evidenzia che il
Paese più colpito potrebbe essere la Cina, con 145
milioni di persone che vivono in aree costiere.
Delle dieci megalopoli più esposte nel continente
asiatico, quattro sono cinesi (Shanghai, Tianjin,
Hong Kong e Taizhou). Successivi in ordine di
rischio, sono il Bangladesh, l’India, compresa la
megalopoli di Mumbai, e il Vietnam. In pericolo
anche decine di milioni di abitanti di Giappone e
Filippine. Fuori dall’Asia sono minacciate anche
New York, Miami e New Orleans, nei soli Stati
Uniti, assieme ad aree del Brasile e dell’Egitto.
Intanto, polemiche politiche anche di alto livello si registrano in vista della trattativa per arrivare a un nuovo accordo mondiale sulla riduzione dei gas serra. A due settimane dall’apertura a
Parigi della Cop21, dal presidente francese, François Hollande, è arrivata una dura replica alle dichiarazione del segretario di Stato americano,
John Kerry. Intervistato dal «Financial Times»,
Kerry aveva detto che l’accordo al quale può ambire la Cop21 «non sarà in ogni caso vincolante».
E Holland ha replicato che «se l’accordo non è
giuridicamente vincolante l’intesa non ci sarà,
perché vorrebbe dire che non è possibile verificare o controllare gli impegni assunti». Il presidente francese ha aggiunto di essere consapevole di
«quanto sia difficile, capisco i problemi col Congresso, sono legittimi, ma dobbiamo dare all’accordo di Parigi, se accordo ci sarà, un carattere
vincolante, nel senso che gli impegni dovranno
essere mantenuti e rispettati». A reagire alle parole di Kerry è stato anche il ministro degli Esteri
francese, Laurent Fabius. «Penso che la formulazione avrebbe potuto essere più felice. Ho parlato
con Kerry e dobbiamo fare in modo che le cose
siano ben chiare. Possiamo discutere della natura
giuridica dell’accordo, però è un’evidenza il fatto
che un certo numero di disposizioni debbano
avere un effetto pratico».
Due settimane per decidere sull’invio di una missione
L’Onu prende tempo sul Burundi
NEW YORK, 13. Con la risoluzione
approvata ieri sulla crisi in Burundi
il Consiglio di sicurezza dell’O nu
ha preso ancora due settimane di
tempo. Il testo, in quindici punti,
non contiene sanzioni nei confronti
dei responsabili delle violenze, ma
solo un appello al dialogo nel Paese
africano. Tuttavia, ne emerge l’ipotesi — comunque da verificare — del
dispiegamento di una forza dell’Onu. Il Consiglio dà infatti 15
giorni di tempo al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e al suo
inviato in Burundi, Jamal Benomar,
per esprimere un parere sulla possibilità dell’invio nel Paese africano di
una forza militare e di polizia sotto
bandiera Onu. Per un’eventuale decisione in questo senso servirebbe
comunque una nuova risoluzione o
un’autorizzazione, allo stato delle
cose improbabile, da parte del Governo del presidente Pierre Nkurunziza.
Dallo scorso aprile si è via via aggravato lo scontro in Burundi innescato dalla candidatura prima e dalla rielezione poi di Nkurunziza a un
terzo mandato presidenziale, giudicato incostituzionale dall’opposizione e sono già diverse centinaia le
persone uccise nella repressione delle proteste da parte delle forze di sicurezza governative, ma anche in attacchi a poliziotti e militari.
Un invito alle parti a incontrarsi
«con urgenza» per far cessare le
violenze e trovare una soluzione politica alla crisi era stato rivolto ieri
congiuntamente dal segretario generale aggiunto dell’Onu, Jan Elias-
son, dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Nkosazana Dlamini Zuma, e dall’alto rappresentante per la Politica estera e
di sicurezza comune dell’Unione europea, Federica Mogherini. In un
comunicato diffuso dopo un incontro tenuto in margine al vertice a
Malta tra Paesi europei e africani
sulla questione dei flussi di profughi
e migranti, Eliasson, Dlamini Zuma
e Mogherini, sottolineano l’intenzione di «lavorare in stretta collaborazione e di mobilitare tutti i mezzi e
gli strumenti per impedire un più
ampio deterioramento della situazione».
Washington revoca
le sanzioni
alla Liberia
WASHINGTON, 13. Il presidente
degli Stati Uniti, Barack Obama,
ha firmato ieri un ordine esecutivo con cui dispone la revoca delle sanzioni economiche applicate
alla Liberia nel 2004, dopo la fine della guerra civile nel Paese
africano, ma quando erano ancora forti i timori che i gruppi armati rimanessero in grado di
comprometterne la pace e lo sviluppo. Il documento di Obama
sottolinea i progressi compiuti
dalla Liberia e il suo impegno
per la democrazia.
Poliziotti burundesi durante scontri a Bujumbura (Reuters)
Liberati
ostaggi
di Boko Haram
ABUJA, 13. Altri sessantuno ostaggi
di Boko Haram, soprattutto donne e bambini, sono stati liberati
ieri dall’esercito nigeriano durante
un’operazione condotta contro
una base del gruppo jihadista tra
le località di Bitta e Damboa, nello Stato nordorientale del Borno.
Nel darne notizia, l’esercito nigeriano ha riferito che le truppe
hanno ucciso quattro miliziani
jihadisti e ha specificato che l’operazione è stata condotta con il sostegno dell’aviazione.
Negli ultimi mesi, diverse centinaia di persone sequestrate da Boko Haram sono state liberate in
analoghe operazioni militari nel
Borno, lo Stato dove il gruppo
jihadista si è costituito, ha perpetrato da sei anni a questa parte il
maggior numero di attacchi armati e attentati, e mantiene le proprie basi principali.
In particolare, lo scorso 28 ottobre, l’esercito aveva liberato 338,
compresi 192 bambini e 138 donne, tenute in prigionia da Boko
Haram, in alcuni casi da anni, in
una operazione condotta nella località ai margini della foresta di
Sambisa, dove il gruppo mantiene
rifugi nascosti dai quali partono i
suoi miliziani per incursioni non
solo in territorio nigeriano, ma anche oltre confine, soprattutto in
Camerun, ma anche in Ciad e in
Niger. Altre 178 persone, anche in
questo caso soprattutto donne e
bambini, erano state liberate pochi giorni dopo nei pressi della località di Aulari, settanta chilometri
a sud di Maiduguri, la capitale
del Borno.
Proprio a Maiduguri, teatro ancora nelle ultime settimane di sanguinosi attentati suicidi, è stato di
recente spostato il comando generale dell’esercito dalla capitale federale Abuja.
NAYPYIDAW, 13. Svolta politica in
Myanmar. Nelle attese elezioni legislative di domenica scorsa, la
Lega nazionale per la democrazia
(Lnd),
il
principale
partito
dell’opposizione guidato dal premio Nobel per la pace, Aung San
Suu Kyi, ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. L’annuncio ufficiale è
stato fatto oggi dalla Commissione elettorale. L’Lnd ha ottenuto
238 seggi su 298 alla Camera bassa e 110 su 113 in quella alta.
Ora Suu Kyi — che a causa di
alcune disposizioni della Costituzione non potrà salire alla presidenza — potrà scegliere il nuovo
capo dello Stato e formare il Governo. Nonostante i risultati delle
legislative, gli analisti sostengono
che i militari — per legge dispongono del 25 per cento dei deputati
— manterranno comunque un’influenza notevole nella prossima
amministrazione del Paese. I generali, infatti, nomineranno i ministri dell’Interno, della Difesa e
della Sicurezza ai confini: tre dicasteri potenti e fondamentali.
Sull’esito del voto — il primo libero dopo un quarto di secolo — è
intervenuto ieri anche Barack
Obama. Il presidente degli Stati
Uniti ha infatti chiamato entrambi
i protagonisti di una fase politica
che dovrebbe segnare una svolta
nella storia di Myanmar, e che
completerebbe il percorso avviato
nel 2011, quando l’allora giunta
militare lasciò il posto a un Governo semi-civile. Con il capo dello Stato asiatico, Thein Sein,
Obama si è congratulato per l’organizzazione della tornata elettorale, mentre a Suu Kyi ha espresso gli auguri per la vittoria.
Obama e Sein, ha spiegato una
nota della Casa Bianca, hanno discusso tra loro dell’importanza
che tutte le parti rispettino il risultato elettorale e che ci sia un lavoro comune per la formazione di
un Governo inclusivo e rappresentativo, in grado di riflettere la volontà popolare. E un appello dello stesso tenore il presidente statunitense lo ha rivolto al premio
Nobel per la pace, elogiandola
per «gli sforzi infaticabili e i molti
anni sacrificati per un Paese inclusivo, pacifico e democratico».
Blocco commerciale
tra India
e Nepal
KATHMANDU, 13. Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione
per il blocco commerciale tra India e Nepal che continua da alcune settimane a causa della protesta
dei madhes, l’etnia che abita la fascia meridionale del Paese himalayano e che si oppone alla nuova
Costituzione nepalese. In un incontro con i giornalisti, il portavoce dell’Onu, Stéphane Dujarric,
ha detto che il segretario generale,
Ban Ki-moon, ha rivolto un appello a entrambe le parti affinché
sospendano il blocco della circolazione di generi di prima necessità.
È la prima volta, sottolineano gli
analisti, che il leader del palazzo
di Vetro interviene nella crisi
scoppiata dopo il varo della Costituzione il 20 settembre scorso.
Crisi che sta provocando una grave carenza di carburante, medicine
e altre merci essenziali mettendo
la popolazione a rischio di una
grave crisi umanitaria.
Di recente, anche altre organizzazioni umanitarie internazionali
hanno chiesto la fine della protesta e la ripresa di rifornimenti da
parte dell’India. A causa della
mancanza di carburante, le compagnie aeree interne hanno cancellato diversi voli da e verso la capitale, Kathmandu, causando notevoli disagi ai passeggeri.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
sabato 14 novembre 2015
Un’immagine tratta dal film di animazione
«Matilde, una donna oltre il suo tempo» (2015)
di Pasquale Celano e Monica Fornaciari
Quella visita annullata a una mostra di Firenze
Chagall
non c’entra
di MARCELLO FILOTEI
bilità di fare cassa con i capolavori
presenti in Vaticano, ma segnala il
valore universale della cultura cristiana. Il compito di un insegnante
allora è quello di spiegare cosa significa quell’opera, e l’influenza
che ha avuto e ha nella storia e nella vita di ognuno.
I capolavori parlano a noi oggi,
per questo vanno ammirati e per
questo non si possono vendere: non
esistono cifre che possano acquistare un messaggio universale. Il con-
l fatto che al Papa piaccia
particolarmente la Crocifissione bianca di Marc Chagall è
ininfluente. La decisione di
una scuola fiorentina di cancellare la visita dei ragazzi delle
medie alla mostra intitolata «Bellezza divina» per «venire incontro
alla sensibilità delle famiglie non
cattoliche» sarebbe stata discutibile
anche se fossero state esposte opere
di Teomondo Scrofalo, l’immaginario
pittore kitsch su cui
era incentrato un
fortunato sketch comico degli anni Ottanta.
Invece in mostra
a Firenze, oltre al
celebre dipinto ispirato alla persecuzione
degli
ebrei
nell’Europa centrale
e orientale, c’erano
opere di Fontana,
Picasso, Matisse e
Van Gogh. Capolavori inseriti in un filone artistico che ha
segnato e segna il
pensiero culturale di
un’intera civiltà.
La notizia della
mancata
visita,
smentita in parte
dal preside della
scuola, riapre una
questione di carattere generale legata
alla difficoltà che
Marc Chagall, «Crocifissione bianca» (1938)
spesso si riscontra
nella
promozione
dei valori costitutivi
della tradizione occidentale.
cetto, ovviamente, è chiaro all’imam
Se i simboli di un patrimonio Izzedin Elzir, capo della comunità
culturale radicato indissolubilmente islamica fiorentina e presidente
nella tradizione ebraico-cristiana dell’Ucoii, che si è affrettato a diturbano le sensibilità dei «non cri- chiarare la sua intenzione di visitastiani», qual è il compito della re, con i figli, la mostra «perché la
scuola? Quello di indagare questo bellezza e l’arte sono uno strumenturbamento o di evitare la questio- to per capire la diversità».
ne evitando che alcuni allievi entriLa questione, però, non riguarda
no in contatto con i simboli cristia- solo la spesso invocata reciprocità,
ni? E poi, anche volendo, chi vive a cioè la richiesta ai credenti in altre
Firenze o più in generale in Italia e
fedi di dimostrare la stessa disponiin Europa, potrà evitare di inconbilità ad accettare l’altro che carattrare chiese, battisteri, statue che
rappresentano santi, crocifissi che terizza i cristiani, ma anche la capadominano piazze e città, o sempli- cità di rivendicare, nel bene e nel
cemente un’edicola votiva di nessun male, il valore di una cultura.
Evitando di generare la fobia del
valore artistico piazzata in un angolo qualsiasi di una strada qualun- fortino assediato, atteggiamento che
nega in radice i valori che si pretenque?
Del resto non sarebbe nemmeno de di difendere, e puntando sulla
particolarmente utile. Quando il forza di una visione del mondo riPapa dichiara che la Pietà di Mi- voluzionaria, fatta anche di simboli
chelangelo non si può vendere per- che hanno generato opere d’arte in
ché «è patrimonio dell’umanità», grado di parlare a donne e uomini
non sta lamentandosi sull’impossi- di qualsiasi religione.
I
di GIOVANNI CERRO
novecento anni dalla
morte di Matilde di
Canossa viene pubblicato il volume L’ancella di san Pietro.
Matilde di Canossa e la Chiesa
(Milano, Jaca Book, 2015, pagine
288, euro 22) di Paolo Golinelli,
professore di Storia medievale
all’università di Verona e tra i
massimi esperti di studi matildici
a livello internazionale.
Nel libro, frutto della revisione
e dell’aggiornamento di articoli
apparsi su riviste scientifiche e di
interventi a convegni in Italia e
all’estero, Golinelli si confronta
con una delle protagoniste della
storia italiana dell’ultimo quarto
del XI secolo per ricostruirne in
modo attento e documentato le
vicende personali, il rapporto con
il papato, con l’impero e con le
chiese e i monasteri dei territori
posti sotto la sua signoria.
L’intento dell’autore è offrire
una lettura demitizzante della figura di Matilde attraverso la sua
contestualizzazione storica e lo
smascheramento di alcuni luoghi
comuni ormai consolidati anche a
livello storiografico. Ne risulta il
ritratto di una donna fedelmente
devota alla Chiesa persino nelle
circostanze più difficili, come dopo la maternità infelice e il fallimento del primo matrimonio.
Con Gregorio VII Matilde seppe stringere un legame umano,
religioso e politico al tempo stesso, i cui tratti fondamentali emergono dalle lettere che questi le
inviò e dai numerosi riferimenti
alla contessa presenti nell’epistolario papale. Se è vero che Matilde sfruttò la relazione privilegiata
con il papato per consolidare il
proprio potere, è altrettanto indubitabile che fu tra le principali e
A
Non fu la virago
di cui parlano le fonti coeve
ma una donna
pienamente inserita
nella società del suo tempo
sincere sostenitrici degli ideali
della riforma gregoriana. Fu proprio il Papa a definirla Ancilla
sancti Petri ed è questo secondo
Golinelli «l’attributo che più le si
confà, e che ella gradì maggiormente».
Matilde non fu dunque la virago di cui parlano le fonti a lei
contemporanee, ma una donna di
estrazione nobiliare pienamente
inserita nella società del suo tempo. Avviata fin da bambina alla
conoscenza delle lingue, fu amante dei libri e della musica; in un
La granduchessa di Canossa tra storia e leggenda
L’altra
Matilde
mondo dominato dagli uomini,
fu amica di donne potenti come
Adelaide di Susa e le due mogli
di Enrico IV, Berta e Prassede.
Tra i principali luoghi comuni
legati a Matilde vi è, secondo
Golinelli, l’eccessiva importanza
attribuita dalla storiografia all’incontro di Canossa tra il Papa e
l’imperatore, che già nel 1904
Gioacchino Volpe definiva un
«comodo arnese di guerra per
tanti fantasiosi scrittori della storia medievale». Ancora in anni
recenti, la ricerca storica ha parlato di quel celebre incontro come
di uno sconvolgimento del mondo — come recita il titolo di una
mostra organizzata a Paderborn
nel 2006 — o come dell’inizio
dell’epoca del disincanto e quindi
della modernità, per
riprendere la tesi sostenuta
da
Stefan
Weinfurter in un saggio recentemente tradotto in Italia.
Dal canto suo, Golinelli sostiene che Canossa non coincise
con una rivoluzione
nei rapporti tra il papato e l’impero, ma fu
solo la penitenza pubblica di un peccatore
pubblico, quale era
l’imperatore Enrico IV,
che chiedeva di essere
assolto dal Papa secondo le regole allora
in uso. Probabilmente
fino all’ultimo Enrico
utilizzò le sue truppe
per fare pressione sul
Papa e solo dopo il
colloquio con Matilde
e Ugo di Cluny nella
cappella di San Nicola
del castello di Montezane, sulla via verso
Canossa, si decise a
vestire l’abito penitenziale, sicuro che Gre-
gorio non avrebbe potuto negargli l’assoluzione. A Canossa quindi Enrico fu solennemente riammesso nella comunione della
Chiesa, ma non reintegrato nelle
sue funzioni di sovrano.
In quell’occasione, infatti, il
Papa non revocò la decisione presa nel febbraio 1076 di deporre
l’imperatore della sua autorità e
di sciogliere i sudditi dal vincolo
di obbedienza verso di lui. È
questo il punto centrale dell’argomentazione di Golinelli, che riprende esplicitamente la tesi
esposta dal suo maestro, il medievista Ovidio Capitani, durante il
convegno che si tenne nel dicembre 1977 proprio a Canossa.
Già allora Capitani sosteneva
che fosse necessario ridimensiona-
re il valore dell’avvenimento perché soltanto in questo modo si
sarebbe potuto recuperare il suo
«significato reale suscettibile —
per quanto possa mai esserlo la
storia — di darci una lezione».
Durante quell’incontro ognuno
dei protagonisti si era limitato a
svolgere un ruolo ben preciso,
strettamente legato alle proprie
funzioni: il Papa si era comportato come il padre che riaccoglie il
figliol prodigo, l’imperatore come
un cristiano penitente e Matilde
come una mediatrice.
Di fatto Canossa aveva rappresentato soltanto una «pausa oggettiva» nello scontro tra Enrico
IV e Gregorio VII. Golinelli sottoscrive in pieno quest’interpretazione, notando come il riconoscimento dell’importanza di Canossa sia avvenuta solo tardivamente.
L’incontro, infatti, è passato sotto
silenzio nelle fonti bassomedievali, prime fra tutte Dante, ed è stato trascurato in quelle della prima età moderna.
Solo con la Riforma protestante si ha una svolta decisiva: nel
1521 viene pubblicato il fortunato
libello Passional Christi und Antichristi, in cui una delle xilografie
di Lucas Cranach il Vecchio istituisce un parallelo tra l’episodio
del bacio dell’alluce del Papa da
parte dell’imperatore e la lavanda
dei piedi di Gesù durante l’ultima cena. Da quel momento il rito penitenziale che aveva avuto
luogo a Canossa perde i suoi
contorni storici per sfumare nel
mito e nella leggenda.
Quel mito e quella leggenda
che sembrano ancora avvolgere
anche l’immagine di Matilde.
Enrico IV chiede l’intercessione di Matilde di Canossa
Accanto a lui l’abate Ugo di Cluny (miniatura del XII secolo, particolare)
Un libro biografico sull’attore che ha impersonato «Don Camillo»
di SILVIA GUIDI
«Tutto comincia con il Don Camillo di
Giovannino Guareschi», scrive Fulvio
Fulvi in Il vero volto di don Camillo. Vita
& storie di Fernandel (Milano, Edizioni
Ares, 2015, pagine 200, euro 15). «Perché sono le sue storie che hanno disegnato il personaggio nella nostra imma-
Quando Fernandel morì
sul set del sesto film della serie
Gino Cervi che interpretava Peppone
si rifiutò di continuare le riprese
ginazione, ma è un solo attore che in
cinque memorabili film l’ha reso vivo,
teatrale, carnale, e anche simbolico come una moderna maschera della commedia dell’arte: Fernand Joseph Désiré
Contandin, in arte Fernandel».
La promessa del piccolo Fernand
Attore dalla verve comica eccezionale,
amato dal pubblico e dalla critica, dotato dalla natura di una maschera mobilissima e straordinariamente espressiva e
di un irresistibile sorriso a trentadue
denti («Sono nato sotto il segno del Toro. E del cavallo», amava dire scherzando sul suo buffo physique du rôle) ma
perché fu scelto proprio lui per quel
ruolo di prete schietto, che ama il suo
gregge, fuma il sigaro, mena le mani e,
soprattutto, dialoga costantemente con
Gesù crocifisso?
I più anziani se lo ricordano, oltre
che nei panni del parroco della bassa
padana, in uno spot di Carosello in cui
pubblicizzava con l’amico Gino Cervi
un brandy «che crea l’atmosfera». Ma
pochi sanno della sua lunga carriera in
Francia — più di centoventi film all’attivo — della famiglia, a cui era molto legato, dei luoghi della Provenza che
amava, dell’impegno politico controcorrente — nel 1939 aveva registrato un disco, Francine, che rappresentava una sottile critica alla propaganda hitleriana —
della fede cattolica che aveva nutrito,
con la semplicità propria del popolo,
sin da piccolo nella sua parrocchia nel
cuore di Marsiglia.
Nonostante il suo carattere vivace e
insofferente di ogni disciplina — scrive
sempre Fulvi — il piccolo Fernand accetta di buon grado di andare a messa
la domenica e ama molto frequentare il
catechismo nel centro Timon David della Congregazione del Sacro Cuore di
Gesù, che dal 1852 a Marsiglia si occupa dell’educazione dei giovani.
Di quegli anni parlerà nell’incontro
con Pio XII, quando sarà già famoso per
aver interpretato don Camillo. Il 21
maggio 1911, a otto anni, Fernand scrive
una tenerissima lettera a padre Sardou,
del centro pastorale di Boulevard de la
Libération: «Io, Fernand Contandin, attraverso il sacerdote della mia parrocchia mi rivolgo a Voi, Dio onnipotente,
e mi consacro oggi e sempre al Vostro
servizio. Vi prometto la mia vita per
onorare un culto speciale, il catechismo,
diffuso soprattutto tra i giovani, e di essere sempre il figlio fedele di questa
congregazione a Voi dedicata».
Una lettera che, a tanti anni di distanza, suona quasi profetica, perché
proprio facendo il suo mestiere Fernand
Contandin avrebbe contribuito a dar vita a un catechismo sui generis: poetico e
senza tempo, fatto di immagini che non
si dimenticano, diviso in cinque capitoli,
i cinque film della saga di Brescello.
D ell’eccezionale (e irripetibile) fusione
con il personaggio del prete di campagna nato dalla penna di Guareschi si
accorsero anche i colleghi: il sodalizio
artistico e personale tra gli attori fu così
profondo che quando Fernandel morì,
sul set del sesto film della serie, Gino
Cervi si rifiutò di continuare le riprese.
L’OSSERVATORE ROMANO
sabato 14 novembre 2015
pagina 5
Occorre una disciplina di pensiero
e di sentimento
Come pure un’onestà di giudizio e di proposito
Al tempo stesso si rende necessario uno sforzo
che culmini nel dolore e nella preghiera
di GIOVANNI BATTISTA MONTINI
hi ha gusto e amore per
le esperienze spirituali
autentiche del nostro
tempo leggerà volentieri
queste pagine. Non le
respingerà, scorgendo ch’esse contengono solo pochi frammenti d’una
storia interiore, troppo priva di riferimenti biografici ed esteriori per essere a sufficienza ricostruita e compresa; non le classificherà frettoloso
fra le pubblicazioni di circostanza,
dovute alla pietà di chi piange la
morte
dell’Autore
precocemente
scomparso; non pretenderà ricavare
da essa una visione compiuta né
d’un’anima, né d’un sistema di pensiero, né d’un momento storico, non
sufficientemente elaborate come sono, né fra di loro abbastanza collegate; ma l’intenditore di documenti
spirituali, il collezionista di parole
vere e vive, l’amatore di testimonianze genuine del mondo nuovo, che
intorno a noi si evolve e si afferma,
scoprirà subito che questo libretto è
prezioso, e lo avrà caro.
Lo avrà caro, perché sgorgato da
una sincerità assoluta: sono pagine
estratte da un diario e da una corrispondenza che riflettono con perfetta fedeltà il sentimento interiore
d’un uomo, ormai maturo per età,
per esperienza, per studi a decifrare
e a esprimere i più segreti e i più
complessi movimenti dello spirito; lo
avrà caro, perché tutto rivolto a una
laboriosa introspezione, non tanto
sollecita di registrare le confuse e
inutili fantasticherie soggettive del
subcosciente, come sembra spesso
C
Si può essere meditativi
nel mondo tumultuoso
delle università
e della vita politica di Roma?
intenta a fare certa letteratura e certa
arte contemporanea, quanto piuttosto avida di scoprire le sorgenti interiori di quello stupendo, eterno, misterioso fenomeno che si chiama la
verità, qua albeggiante in timide e
ancor incerte figurazioni, là abbagliante in lucide, feconde, impegnative certezze; lo avrà caro, infine,
perché noterà che questo ardito
esploratore di se stesso, mentre risveglia nel breve corso della conversazione che il suo scritto, furtivamente
strappato al silenzio, ci concede le
più varie reminiscenze dei classici
dell’analisi autobiografica, non sosta
mai in un morbido e sterile narcisismo, non si arresta egoisticamente a
se stesso, non si loda, non s’ammira,
non si compiange, non si disprezza,
non ferma cioè lo sguardo sul quadro puramente soggettivo per con-
Sull’ascetica dell’uomo d’azione
Il manuale da consultare
è la coscienza
Partigiani italiani durante la Resistenza
templare, statico e rassegnato, o vanitoso, le proprie fattezze spirituali,
e per cadere con ciò stesso nella
noia e nel buio; ma studia, analizza,
viviseziona sempre cercando, quasi
d’istinto, una trascendenza, un riferimento che supera i confini dell’io,
una origine, una ragione e un termine che danno alla luce interiore un
panorama ben più vasto, quello
dell’universo e di Dio.
Partire da sé per arrivare al tutto:
eterno itinerario che avrà sempre la
fortuna d’incantare, d’istruire, di
consolare i viandanti dell’umano
cammino. E in Sergio Paronetto il
noto paradigma — dall’Uomo a Dio
— assume qualche peculiare caratteristica che rileveremo con benefica
gioia, noi che abbiamo condiviso la
sorte d’un’analoga esperienza e d’un
eguale travaglio.
Paronetto è, in queste sue pagine
segrete, un solitario, un meditativo.
Si può essere solitari e meditativi nel
mondo tumultuoso delle università e
della vita economica, intellettuale e
politica d’una città come Roma? Fra
cento amici e cento impegni? Con
l’ansia nel cuore d’un focoso lavoro
professionale e d’un più vasto disegno di riforma nazionale e sociale?
Sì, si può essere, egli ci risponde,
e ci dimostra come. Lungi dal costituire una distrazione, un’assenza, un
ostacolo al colloquio dello spirito,
l’esperienza più varia e più intensa
della vita moderna per lui presenta
materia di riflessione e d’indagine,
gli apre davanti le pagine per il suo
studio e per la sua preghiera. Assistere a questo ricupero delle facoltà
di giudicare, di collegare e definire,
di confrontare ed esplorare, di godere infine e quasi purificare e offrire
alla suprema celebrazione dell’Essere
e dello Spirito, compiuto da un uomo sovraccarico di lavoro, com’era
Sergio Paronetto al tempo di questi
suoi scritti, può essere assai interessante e istruttivo per il moderno uomo d’azione.
Il quale uomo d’azione potrà desumere anche un’altra ottima lezione
dalle confidenze di queste pagine.
Egli sa che la comune tendenza
dell’attività moderna è la specializzazione, divisione cioè della realtà su
cui si opera da quella circostante, e
l’avvertenza della realtà totale, e la
gerarchia dei fini.
Noi parliamo di problemi economici, di problemi tecnici, di problemi scientifici, di problemi artistici, di
problemi sanitari, di problemi giuridici, di problemi politici, e così via,
come se ciascuno di questi settori
del sapere e dell’agire umano fosse
bastevole a se stesso, e potesse essere
conosciuto e posseduto senza considerare quale sia, alla fine, il settore
supremo, a cui tutti, nell’ordine
umano, debbono tendere, e da cui
tutti derivare certe norme supreme,
che insieme li limitano, li collegano,
li chiarificano, li sublimano.
Il problema morale è il sommo,
che insieme pone e, sotto certo
aspetto, contiene anche il problema
religioso. Il problema morale soltanto definisce l’uomo per quello
Il libro
Pubblichiamo due estratti tratti dal libro Ascetica dell’uomo
d’azione a cura di Michele Dau (Roma, Castelvecchi, 2015,
pagine 134, euro 16,50). Pubblicato per la prima volta
nel 1948 su iniziativa di Montini, il volume raccoglie
le riflessioni di Sergio Paronetto (1911-1945).
Il primo estratto è la prefazione scritta dallo stesso
Montini il 24 agosto 1948, il secondo è una parte
dell’introduzione alla nuova edizione.
applicazione ad essa dei metodi propri per conoscerla, per utilizzarla: ad
essa è legato il nostro progresso
scientifico e materiale.
Ma tale tendenza, nell’ordine spirituale, contiene un grave pericolo,
che alla fine minaccia di rivolgere a
cattive conseguenze e fors’anche a
fatale rovina i risultati del progresso
stesso; quello cioè di togliere al nostro sguardo la visione d’insieme,
ch’egli veramente è; e se tale problema sfocia nell’infinito, segno è che
all’infinito l’uomo è faticante pellegrino.
L’azione dunque ha da essere, innanzitutto e immancabilmente, buona. Dev’essere guidata da moralità
positiva. Se no, che vale? Non è forse nulla o nociva? Ma come rendere
morale, anzi buona, la nostra febbrile, complicata, tecnicizzata azione
moderna? Dove sono i manuali che rico rilievo. Abbiamo qui un saggio,
catalogano la casistica del nostro quanto mai rapido e significativo,
operare e ne rispecchiano la sensibi- che ci introduce in una doviziosa rilità estremamente varia e mutevole?
serva spirituale, ci lascia intravedere
I manuali non esistono, almeno la cerchia d’un fervoroso cenacolo, ci
quali reclamerebbe certa nostra in- stimola a riprendere metodo e didolenza, che tutto vorrebbe da altri scorso, dove Sergio Paronetto li ha
già studiato, risolto, spiegato. Il ma- lasciati.
nuale da consultare è quello che ciaE qui nascerebbe il desiderio, anscuno compone da sé; o meglio, che cor più affettuoso che curioso, di far
da sé scruta e registra: la propria co- la conoscenza della sua vita, quando
scienza. Pochi scritti, come queste egli stesso, inconsapevolmente, ci ha
scarse pagine di Sergio Paronetto, ci procurato quella parziale della sua
sanno parlare della coscienza con anima. Il desiderio sarebbe legittipari interesse. Dall’esperienza este- mo, e il soddisfarlo benefico; ma qui
riore alla coscienza psicologica; dalla basterà al lettore, affinché riverenza
coscienza psicologica a quella mora- e amicizia lo accompagnino nella
le: ecco lo schema prezioso che que- lettura, il sapere che una veglia, una
sto pensoso uomo d’azione prefigge lunga veglia di rinuncia e di soffea se stesso e offre ora agli amici, i renze, quella che preparò Sergio anquali sapranno valutare nel tormen- cor tanto giovane, alla morte, affinò
tato rovello di questo osservatore del questo spirito e dettò queste pagine.
proprio mondo interiore
l’ammonimento e il dono
d’una spiritualità quanto
mai ambita e moderna. A
tanto non si giunge senza una disciplina di pensiero e di sentimento,
senza un’onestà di giudizio e di proposito, senza
uno sforzo che culmina
nel dolore e nella preghiera, senza insomma
un’ascetica, che qui palesa non solo il suo assiduo tormento, ma subito
la sua serenità, la sua forza, la sua attitudine a
temprare sguardo e muscoli a più vigoroso operare.
È stato rilevato come
l’immenso dramma della
guerra e del dopoguerra
non abbia generato una
sufficiente letteratura di
questo tipo intellettuale e
morale: forse questo breve documento vivo e insospettato può contribuiRené Magritte, «Le visage du génie» (1927)
re a correggere il catego-
Scelta e firmata dal Papa per la Treccani
La parola è misericordia
Referto
di un’anima pensante
di MICHELE DAU
A una lettura odierna, gli scritti di
Paronetto sono come un tracciato
ecografico, un referto sensibilissimo e infallibile di un sismografo
che registra, giorno dopo giorno,
settimana dopo settimana, il crollo
del fascismo, di quel regime che
aveva illuso milioni di italiani, privandoli di libertà fondamentali e
trascinandoli in un abisso di dolore, di disperazione, nella tragedia
della guerra, nella sofferenza delle
persecuzioni di tanti e della umiliante sconfitta della patria.
È un monitoraggio originalissimo dell’animo e dell’intelligenza
di un antifascista radicale, che pure occupava con altri posizioni
cruciali, nel più completo silenzio
pubblico, per il bene della nazione. È come un referto continuo di
un’anima pensante, di una coscienza consapevole di tutte le sue
sfide e responsabilità, che senza
bussole
certe
era
proiettata
nell’azione necessaria e irrinunciabile. «Non si può aspettare ad
agire solo quando si è ben convinti che lì sta veramente il bene, e il
vero e il giusto (...); non si può
applicare alla vita una psicologia
da burocrati: voler sempre la pez-
za d’appoggio, essere a posto con
la responsabilità, avere magari
sempre pronto nel cassetto “il parere tecnico” del direttore spirituale (...), il chiedere alla coscienza
agente una puntuale certezza di
verità momento per momento possedute, è uccidere la vita, è fermare l’azione, è rinunziare alla nostra
vocazione nel mondo».
Non c’è separazione astratta, né
fuga nel misticismo supremo ed
eroico, né alcuna ricerca di un distacco forzato. Anzi, più gli avvenimenti saranno tragici e duri, più
Paronetto, sempre in un agire forte e silenzioso, si impegnerà contro ciò che restava del regime e
per la Resistenza. È ampiamente
documentata, durante la lunga
notte dell’occupazione nazista
dell’Italia, la sua azione per evitare la distruzione delle grandi fabbriche e degli impianti produttivi
del Paese, lo stesso finanziamento
con fondi riservati di nuclei della
Resistenza a Roma, l’impegno per
la tutela della proprietà pubblica
dell’Iri al fine di assicurare che
tutti gli asset strategici potessero
essere consegnati al nuovo ordinamento libero e democratico per il
quale si stava sperando e lottando.
di GABRIELE NICOLÒ
Sentenziava lo scrittore francese Anatole
France: «Non esiste una magia come quella delle parole». Affermazione destinata a
essere ancor più incisiva se alle parole non
si conferisce solo una funzione estetica o
blandamente esornativa, ma si affida loro
Rembrandt, «Il padre misericordioso» (1666)
anche e soprattutto il compito di trasmettere messaggi di alto valore morale. Ecco
allora che quando Papa Francesco — aderendo all’iniziativa della Treccani, rivolta a
una cinquantina di personaggi, di indicare
la parola che ha «cambiato la propria vita» — ha scritto sul sito dell’enciclopedia
italiana «Per me, lo dico umilmente, è il
messaggio più forte del Signore:
la misericordia», ben si comprende la forza dirompente contenuta anche in un’unica parola.
Del resto è proprio nella sola
parola «misericordia» che si manifesta in pienezza la sintesi del
pontificato
di
Francesco.
Nell’accettare l’elezione, il Pontefice ha detto: «Sono peccatore, ma accetto in spirito di penitenza e confidando sulla misericordia e sull’infinita pazienza
del Signore nostro Gesù Cristo». Francesco ha quindi indetto l’ormai imminente giubileo
della misericordia e la bolla
d’indizione è intitolata «Il volto
della misericordia». Nelle sue
omelie e nei suoi discorsi ricorre
costantemente il concetto che
quello attuale è «il tempo della
misericordia» e che Dio è «tutto
e solo misericordia». E per citare un riferimento di questi ultimi giorni, il Papa, durante la visita di martedì scorso a Firenze,
indicando il Cristo del Giudizio
universale dipinto all’interno del-
la cupola di Brunelleschi, lo ha definito
«giudice della misericordia».
Certo è che in un mondo sempre più
minacciato dalla logica perversa della violenza e della vendetta, la parola «misericordia» suona come una vera e propria
sfida ad andare controcorrente: in essa vibra l’esortazione a cambiare mentalità, così da privilegiare la carità e il perdono.
E in questo scenario ben s’inserisce
l’iniziativa promossa dalla Treccani, che
nel voler fotografare «le trasformazioni
È una sfida ad andare controcorrente
in un mondo sempre più minacciato
dalla perversa logica
della violenza e della vendetta
della lingua e della società» in Italia, mira
a rivalutare la parola come momento di
pausa propizio per fermarsi e pensare in
un mondo che, al contrario, è sempre più
dominato dalla velocità e dalla fretta.
E come è fondamentale pronunciare e
diffondere certe parole, è altrettanto importante che esse siano adeguatamente recepite e valorizzate, affinché non rimangano lettera morta. Non a caso soleva ripetere Michel de Montaigne che «la parola è
per metà di colui che parla e per metà di
colui che l’ascolta».
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
sabato 14 novembre 2015
Concluso il convegno ecclesiale italiano
di GIOVANNI ZAVATTA
In Francia rappresentano ormai più
del 10 per cento dei sacerdoti, ovvero circa millesettecento su (quasi)
sedicimila, dei quali un migliaio
africani, i più numerosi davanti a
vietnamiti e polacchi. In alcune diocesi superano il 40 per cento dei
presbiteri in attività. Sono i prêtres
venus d’ailleurs, i preti stranieri, molti di essi fidei donum, ai quali la
Conferenza episcopale francese ha
da tempo dedicato uno specifico
gruppo di lavoro presieduto dall’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun.
La recente assemblea plenaria a
Lourdes è stata l’occasione per fare
il punto della situazione, soprattutto
per sentire il vescovo di Mbujimayi,
Bernard-Emmanuel Kasanda Mulenga, che dalla Repubblica Democratica del Congo invia ogni anno
in Europa una cinquantina di sacerdoti (sui duecentoventicinque complessivi), di cui dodici attualmente
in Francia. Sono il volto missionario
della Chiesa cattolica, e dunque universale: «In colui che parte c’è l’entusiasmo di aprirsi al mondo,
dell’arricchimento morale e psicologico», ha detto monsignor Kasanda
Mulenga, ma non mancano «lacerazioni» e «disillusioni» per il fatto di
ritrovarsi in un mondo secolarizzato.
Uno “choc culturale”, lo definisce
monsignor Lebrun. C’è da lavorare
molto sull’accoglienza dei sacerdoti
nelle comunità, nel primo anno del
loro soggiorno, anche attraverso corsi sulla realtà che troveranno. Al riguardo l’arcivescovo sta preparando
delle specifiche raccomandazioni, affinché una Chiesa povera di vocazioni come quella francese (circa la
metà dei sacerdoti ha più di 75 anni)
faccia fruttare al meglio i doni di fede venuti dall’Africa.
«Inviare dei preti per una ragione
pastorale — ha affermato il vescovo
di Mbujimayi — è un impegno missionario normale per le Chiese africane davanti a un’altra Chiesa che
ha penuria di sacerdoti, come la
Francia, poiché una Chiesa particolare diviene sterile se non dà nulla
alle Chiese sorelle. La Chiesa che si
ripiega su di sé muore. Sarebbe con-
L’episcopato francese e l’accoglienza dei sacerdoti stranieri
Un dono
benvenuto
tro la sua stessa natura. La crisi di
vocazioni sacerdotali in Francia crea
inquietudine, i cristiani praticanti si
domandano come il popolo di Dio
sarà nutrito nei decenni a venire».
In tale contesto, «il prete fidei donum è una risposta, al tempo stesso
temporanea e permanente, all’angoscia che attraversa gran parte dei fedeli francesi. Poiché, anche se un
giorno, quella Chiesa oggi interessata dalla carenza di presbiteri arriverà
ad averne molti, avrà sempre bisogno di questa étrangeté che rivela la
cattolicità della nostra Chiesa». Tuttavia, secondo Kasanda Mulenga,
affinché questo “scambio” si realizzi
nel migliore dei modi sono necessarie alcune condizioni. La prima, la
più importante, è la qualità dell’accoglienza da cui dipendono l’efficacia dell’esperienza di fede e la sua
completa realizzazione, dando per
scontato l’autentico spirito missionario del candidato prescelto: «Il vescovo che invia si aspetta che il suo
sacerdote sia ricevuto bene, che l’ac-
coglienza gli permetta in seguito
uno sviluppo personale, umano, intellettuale; così un prete che torna
nella sua diocesi sarà in possesso di
una grande esperienza vissuta
all’estero». Ma una buona integrazione dipende da molti fattori: da
una parte l’atteggiamento, i sentimenti di chi accoglie (è sempre in
agguato il rischio di un certo scetticismo, di un complesso di superiorità, della coscienza di appartenere
sociologicamente al gruppo dominante),
dall’altra
l’apprensione
dell’inviato di fronte allo sconosciuto, all’imprevedibile. A Lourdes il
vescovo africano ha proposto un
percorso: un primo periodo durante
il quale un sacerdote della diocesi di
accoglienza affiancherà il fidei donum come guida e tutor, mentre,
contemporaneamente, un’équipe di
religiosi lo informerà periodicamente sulla vita sociale e pastorale della
diocesi e della parrocchia di destinazione; una seconda fase in cui verrà
organizzato un vero e proprio corso
di formazione su tutte le materie legate allo Stato, alla società, alla
Chiesa in Francia, dalla storia al
magistero, alla liturgia. Prima e dopo «occorrerà che il vescovo incontri i sacerdoti a lui affidati e definisca chiaramente la missione». Da
tempo, comunque, il Servizio nazionale per la missione universale della
Chiesa dedica una delle sue iniziative, Session Welcome, proprio a rendere familiare la realtà francese a
presbiteri e religiosi venuti dall’estero in servizio pastorale.
E c’è chi, come padre Frédéric
Hounkponou, 33 anni, dell’arcidiocesi di Cotonou, in Benin, ha scelto
l’estate scorsa di visitare la Francia e
di scoprire la Chiesa locale, in particolare quella di Digione. Un’iniziativa personale, sostenuta dal suo vescovo, per conoscere proposte pastorali nuove. Una “visitazione” da
Chiesa a Chiesa.
Dal canto loro i presuli francesi
hanno fatto emergere, durante la
plenaria, luci e ombre. Se il vescovo
di Chartres, Michel Pansard, si rallegra di vedere riuniti ogni due mesi i
sacerdoti stranieri della sua diocesi
(«hanno una reale capacità di aiutarsi a vicenda quando sorgono delle
difficoltà»), il vescovo di Evry-Corbeil-Essonnes, Michel Dubost, lamenta casi di preti senza protezione
sociale nel loro Paese di origine
(«alcuni arrivano malati e non ce lo
dicono») e auspica di trovare una
soluzione anche alla questione dei
soldi che molti cercano di inviare alla loro famiglia o alla loro diocesi.
Chiede consigli il vescovo ausiliare
di Rennes, Nicolas Souchu: «Davanti all’autorità, quando si domanda loro come va, va sempre bene,
anche quando sappiamo che così
non è. Sono molto a disagio, perché
non sempre so cosa fare». E non
mancano situazioni caratterizzate da
mancanza di comunicazione con il
prêtre venu d’ailleurs o con il vescovo
che l’ha inviato, e, nell’ondata migratoria in corso, addirittura casi di
sacerdoti sans papier. Monsignor Lebrun e il suo gruppo di lavoro,
giunto alla fine del mandato, forniranno presto risposte e indicazioni
precise.
Chiamati
a un nuovo inizio
FIRENZE, 13. La Chiesa in Italia è
chiamata a un nuovo inizio. È
quanto ha detto il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco,
presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), che questa mattina ha concluso a Firenze il quinto
convegno ecclesiale nazionale. Cinque giorni di lavori, con 2.200 delegati diocesani e oltre duecento vescovi, sul tema «In Gesù il nuovo
umanesimo». Giornate segnate in
maniera indelebile dalla visita compiuta martedì 10 da Papa Francesco. E proprio alle parole pronunciate in quella occasione dal Pontefice ha fatto più di una volta riferimento il presidente della Cei. «Il
Santo Padre, nel discorso programmatico che ci ha rivolto martedì
scorso nella cattedrale di Firenze, ci
ha mostrato lo spirito e le coordinate fondamentali che si attende dalla
nostra Chiesa. Ci ha chiesto autenticità e gratuità, spirito di servizio,
attenzione ai poveri, capacità di
dialogo e di accoglienza; ci ha esortati a prendere il largo con coraggio
e a innovare con creatività, nella
compagnia di tutti coloro che sono
animati da buona volontà», ha sintetizzato Bagnasco, il quale ha poi
sottolineato che «il testo del Santo
Padre andrà meditato con attenzione, quale premessa per riprendere,
su suo invito, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium nelle nostre
comunità e nei gruppi di fedeli, fino a trarre da essa criteri pratici
con cui attuarne le disposizioni».
Per il porporato, l’assise fiorentina ha rappresentato qualcosa di innovativo nella tradizione ecclesiale
italiana del post-concilio. Il convegno costituisce, infatti, «un nuovo
punto di partenza per il cammino
delle nostre comunità e dei singoli
credenti». In questo senso, ha aggiunto, «sarebbe parziale affermare
che la Chiesa italiana ha celebrato
in questi giorni il suo quinto convegno ecclesiale; ben di più, essa ha
Appello della Chiesa evangelica luterana in Italia per la conferenza di Parigi sul clima
Il Papa dona a Lampedusa il crocifisso ricevuto a Cuba
Accordo che serve al mondo
Faro e speranza
ROMA, 13. Un appello alle istituzioni della Repubblica affinché l’Italia
reciti un ruolo attivo e deciso a Parigi nell’ambito della prossima Conferenza delle Parti (Cop21) sui cambiamenti climatici è stato diffuso
dalla «Chiesa evangelica luterana in
Italia» (Celi). L’Italia, secondo la
comunità protestante, ha la possibilità di diventare leader morale nel
difendere l’ambiente in modo che
possa essere una risorsa per tutti. E
ha il dovere di farlo — si legge in un
comunicato — «sia agendo all’interno del nostro Paese sia spingendo
affinché vengano assunti impegni
audaci nel corso di un evento mondiale in cui le delibere e le misure
prese dagli Stati partecipanti saranno decisive per l’esistenza delle generazioni attuali e future».
Come evidenziato in un passaggio della lettera, «siccità disastrose,
inondazioni massive e forti tempeste
distruggono sempre più spesso vite,
proprietà e mezzi di sussistenza.
Gruppi già svantaggiati come donne, bambini e popolazioni indigene
sono quelli più colpiti. È giunto il
momento di concludere un accordo
ambizioso ed equo».
L’appello della Celi nasce in risposta all’invito della Federazione
luterana mondiale (Flm) di sensibilizzare le autorità nazionali sull’urgenza di un accordo globale ed
equilibrato sul clima in grado di superare gli interessi dei singoli Stati.
In particolare, la Chiesa evangelica
luterana in Italia — già impegnata,
come le altre Chiese luterane nel
mondo, ad attuare concretamente la
transizione verso uno stile di vita
sempre più rispettoso dell’ambiente
— invita il Governo italiano a considerare, nel corso delle negoziazioni
di Parigi, la necessità di determinare
un quadro di iniziative che siano in
grado di contenere, dopo il 2020,
l’incremento medio del riscaldamento della superficie terrestre ben al di
sotto di 2° centigradi; di agire, da
oggi e fino al 2020, per mitigare i
rischi climatici con la contestuale assunzione — da parte dell’Italia e degli altri Paesi sviluppati — di un visibile ruolo guida in conformità a
quanto stabilito nel corso di Cop17
(Durban 2011); focalizzarsi fortemente sulle politiche di adattamento
e resilienza ai mutamenti climatici,
con speciale riguardo alla tutela delle popolazioni povere e vulnerabili;
includere, in un accordo per il periodo successivo al 2020, forme di
tutela per le perdite e i danni derivanti dai cambiamenti climatici; pianificare in modo trasparente, sia a
breve sia a medio-lungo termine, le
misure (anche finanziarie) necessarie
alla realizzazione degli interventi
climatici urgenti nei Paesi in via di
sviluppo. Pertanto, la Chiesa evangelica luterana in Italia, le sue comunità e tutti i suoi membri pregano affinché Cop21 «possa davvero
condurre all’accordo di cui il mondo ha bisogno».
FIRENZE, 13. Papa Francesco ha
deciso di donare a Lampedusa il
crocifisso ricevuto in dono, in occasione della sua visita a Cuba, dal
presidente Raúl Castro. Lo ha annunciato, giovedì, in occasione del
Convegno ecclesiale di Firenze, il
cardinale Francesco Montenegro,
arcivescovo di Agrigento.
«Il Papa mi ha fermato — ha
raccontato il porporato — e mi ha
detto che voleva donare un crocifisso a Lampedusa. È un crocifisso
la cui croce è formata da remi di
barche, quindi ricorda la realtà degli immigrati». Un gesto che è segno «dell’amore che il Papa ha per
l’arcidiocesi di Agrigento e per
Lampedusa e se il Papa ci stima
così e ci vuol bene così, per noi —
ha proseguito il porporato — diventa una responsabilità ancora
più grande. Questo “Cristo del
Mediterraneo”,
queste
braccia
aperte che dalla chiesa di Lampedusa guarderanno il mare, diventano faro e speranza per tutti».
Il crocifisso (alto 340 centimetri
e largo 275) è opera dell’artista
Alexis Leyva Machado, noto come
“Kcho”. Sarà esposto domenica 11
dicembre nella chiesa Santa Croce
di Agrigento, per l’apertura diocesana del Giubileo della misericordia.
Successivamente verrà portato in
pellegrinaggio nel territorio dell’arcidiocesi, prima di essere collocato
nella parrocchia di San Gerlando a
Lampedusa.
scelto di assumere il percorso del
convegno e di mettersi in gioco, in
un impegno di conversione finalizzato a individuare le parole più efficaci, le categorie più consone e i
gesti più autentici attraverso i quali
portare il Vangelo nel nostro tempo
agli uomini di oggi».
Lo stile intrapreso è quello del
«cammino sinodale», che «ci fa
sentire responsabili gli uni degli altri», attraverso una dinamica «che
si estende anche oltre la comunità
cristiana e raggiunge tutte le persone, fino alle più lontane, ben sapendo — ha detto Bagnasco citando
il discorso del Pontefice a Prato —
che “non esistono lontani che siano
troppo distanti, ma soltanto prossimi da raggiungere”». In altri termini, la «ricostruzione dell’umano»,
ha rimarcato il presidente della Cei
con riferimento al tema del convegno, «passa da un’attenta conoscenza delle dinamiche e dei bisogni del nostro mondo, quindi
dall’impegno a un’inclusione sociale che ha a cuore innanzitutto i poveri. Tale impegno operoso muove
da un costante riferimento alla persona di Gesù Cristo, modello e
maestro di umanità, che dell’uomo
è il prototipo e il compimento».
Sulla scorta ancora delle parole del
Pontefice a Firenze — «Possiamo
parlare di umanesimo solamente a
partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo» — Bagnasco sottolinea come spetti alla comunità
cristiana «mostrare a tutti l’infinito
tesoro racchiuso» nella persona di
Gesù. «Lasciamoci guardare da
Lui, misericordiae vultus, consapevoli
che la condizione primaria di ogni
riforma della Chiesa richiede di essere radicati in Cristo». Anche perché, nel mondo attuale «spesso così
esposto al rischio dell’autosufficienza o alla tentazione di ridurre Dio
ad astratta ideologia, l’esistenza di
Gesù, fattasi dono perfetto, rappresenta l’antidoto più efficace».
L’indicazione, e dunque il cuore
delle «prospettive» delineate dal
presidente della Cei, è quella di
una Chiesa chiamata «a vivere in
uno stato di continua missione» e
che «vuole riaffermare affettuosa vicinanza e operosa dedizione» al
Pontefice. Di qui, anche alcune
«sottolineature» che riassumono i
risultati del convegno attraverso
l’analisi delle cinque “vie” congressuali (uscire, annunciare, abitare,
educare, trasfigurare). In primo
luogo, «non basta essere accoglienti: dobbiamo per primi muoverci
verso l’altro, perché il prossimo da
amare non è colui che ci chiede
aiuto, ma colui del quale ci siamo
fatti prossimi. Dobbiamo uscire e
creare condivisione e fraternità: le
nostre comunità e associazioni, i
gruppi e i singoli cristiani, vivano
sempre con questo spirito missionario». Il passaggio successivo consiste «nell’annunciare la persona e le
parole del Signore, secondo le modalità più adatte perché, senza l’annuncio esplicito, l’incontro e la testimonianza rimangono sterili o
quantomeno incompleti». La terza
tappa della missione «consiste
nell’abitare, termine con il quale ci
richiamiamo a una presenza dei credenti sul territorio e nella società,
secondo un impegno concreto di
cittadinanza», che non riguarda soltanto l’attività politica e amministrativa in senso stretto, ma anche
un attivo interessamento alle diverse problematiche sociali. A tale proposito, «anche alla luce di recenti
fatti di cronaca», il porporato ha ribadito che «l’impegno del cattolico
nella sfera pubblica deve testimoniare coerenza e trasparenza». A
ciò si aggiunge il compito di educare, «per rendere gli atti buoni non
un elemento sporadico, ma virtù,
abitudini della persona, modi di
agire e di pensare stabili, patrimonio in cui la persona si riconosce».
Tutti questi passaggi sono poi tesi a «trasfigurare le persone e le relazioni, interpersonali e sociali». Infatti, «il messaggio evangelico, se
accolto e fatto proprio dalle diverse
realtà umane, trasfigura, scardinando le strutture di peccato e di oppressione, facendo sì che l’umanesimo appreso da Cristo diventi concreto e vita delle persone».
L’OSSERVATORE ROMANO
sabato 14 novembre 2015
pagina 7
In Brasile la beatificazione di Francisco de Paula Victor
ABUJA, 13. «La gente del Delta del
Niger, sempre più provata e preoccupata, si identifica in Ken SaroWiwa e nella sua lotta per la
giustizia»: è quanto ha sottolineato
monsignor Hyacinth Oroko Egbebo, vicario apostolico di Bomadi
(Nigeria), all’agenzia Misna, in
occasione del ventesimo anniversario dell’uccisione dello scrittore e
attivista nigeriano che si batté fino
all’ultimo per denunciare i danni al
territorio
e
alle
popolazioni
provocati dalle multinazionali del
petrolio.
Martedì scorso, cortei e manifestazioni si sono svolti a Port Harcourt, il capoluogo del Delta, e
nell’Ogoniland, regione della quale
Saro-Wiwa era originario. Monsignor Egbebo dice di sperare che le
commemorazioni in corso in questi
giorni non siano turbate da violenze
o incidenti e che, soprattutto, il ricordo di Saro-Wiwa possa essere occasione «per far capire meglio le
sofferenze» dei popoli del Delta.
Che le condizioni ambientali e
sociali della Nigeria restino drammatiche lo hanno confermato pochi
giorni fa anche gli esperti di organizzazioni umanitarie, come il Centre for Environment, Human Rights
and Development.
Un recente rapporto sulle condizioni dell’ambiente nel Paese ha rivelato come una nota compagnia
petrolifera, nonostante le promesse
fatte, non abbia ancora rimediato
agli sversamenti di greggio bonificando terreni e corsi d’acqua che
per decenni sono stati avvelenati.
Lo studio rappresenta una prima verifica dopo la denuncia delle Nazioni Unite che aveva stimato in poco
più di trent’anni il tempo necessario
per rimediare ai danni ambientali e
sociali provocati dalla stessa multinazionale. «Avevamo riposto molte
speranze nel presidente Goodluck
Jonathan, originario del Delta, in
carica dal 2010 al maggio scorso»,
ha proseguito il vicario apostolico.
Tuttavia, i risultati non sono stati
quelli che si aspettavano. Ora, con
la vittoria dell’opposizione alle elezioni nazionali il clima politico è
cambiato, «ma i motivi di preocupazione non sono diminuiti». Il presule si augura che si riescano a taglia-
Da schiavo a prete
di PAOLO VILOTTA*
La denuncia di monsignor Egbebo
Contro lo sfruttamento
della Nigeria
re i legami esistenti fra la politica, le
forze armate e le industrie petrolifere. Alcuni fatti accaduti recentemente hanno alimentato le preoccupazioni, come le violenze politiche nel
Bayelsa, lo Stato del quale è originario l’ex presidente Jonathan, dove
il prossimo dicembre sono in programma le elezioni locali. O, in vista dell’anniversario della morte di
Saro-Wiwa, la confisca nel porto di
Lagos di una scultura in onore dello
scrittore e attivista. L’opera sarebbe
stata sequestrata perché ritenuta
strumento di propaganda politica.
Inoltre ha suscitato polemiche e indignazione la nomina a un impor-
tante carica pubblica del colonnello
Hamid Ali, uno dei giudici militari
che venti anni fa condannò a morte
per impiccagione Saro-Wiwa e otto
suoi compagni. Nei giorni scorsi, i
vescovi nigeriani, nel sottolineare
come la corruzione abbia «arrecato
danni enormi alla nazione e compromesso la vita della maggior parte
dei nigeriani» hanno auspicato che
il presidente Buhari vinca la guerra
«contro la corruzione come sta facendo con il terrorismo», ma, precisano i presuli, «questo può avvenire
solo se tutti noi ci impegniamo a essere individualmente liberi dalla
corruzione».
Francisco de Paula Victor aveva un
sogno: diventare prete. Un sogno
difficile da realizzare per il figlio di
una schiava afro-americana nella società brasiliana degli inizi del diciannovesimo secolo. Ma quello che
è impossibile agli uomini è possibile
a Dio: non solo fu ordinato sacerdote, ma sabato 14 novembre viene
proclamato beato. Nell’ex aeroporto
di Três Pontas, nello stato di Minas
Gerais, il cardinale Angelo Amato,
prefetto della Congregazione delle
Cause dei Santi, presiederà il rito in
rappresentanza del Papa.
Nato il 12 aprile del 1827 nella Vila da Campanha da Princesa, nello
Stato sudorientale del Brasile, il Minas Gerais, era il figlio naturale della schiava nera Lourença Justiniana
de Jesus. Ebbe come madrina di
battesimo la padrona, Marianna de
Santa Barbara Ferreira, e fu avviato
al mestiere di sarto. All’epoca si era
in pieno regime schiavista e agli
schiavi non solo era proibito accedere a qualsiasi incarico pubblico sia
civile sia ecclesiastico, ma persino di
studiare. L’aspirazione alla vita sacerdotale di Victor ebbe una felice
congiuntura nell’aiuto della madri-
na-padrona e nella determinazione
del venerabile Antonio Ferreira Viçoso, vescovo di Mariana, convinto
abolizionista.
Iniziato agli studi dal vecchio
parroco di Campanha, don Antonio
Felipe de Araujo, il giovane fu ammesso al seminario di Mariana, dove sopportò con pazienza l’ostilità e
le discriminazioni degli altri compagni di studio, al punto da diventare
loro servitore. Con la sua umiltà e
determinazione alla fine li conquistò
tutti. Superati con dispensa gli impedimenti canonici, il 14 giugno
1851 fu ordinato presbitero. Gran
parte dei bianchi, tuttavia, non accettava che un ex schiavo nero potesse essere un prete, e rifiutava persino di ricevere da lui la comunione.
Così quando il 18 giugno dell’anno
successivo fu mandato a Três Pontas
con l’incarico di vice-parroco, ci furono grande sconcerto e riserve tra
la popolazione.
L’umiltà e la pazienza con il sostegno vigoroso di uno sconfinato amore a Gesù Cristo portarono Victor
non solo a essere accettato ma addirittura a essere venerato dai suoi parrocchiani. Alla cura e guida delle
anime aggiunse la costruzione del
collegio Sacra Famiglia, in cui fu an-
Udienza al segretario generale
dell’Organizzazione degli Stati Americani
*Postulatore della causa
Incontro tra vescovi e presidente
Lavoro coordinato
per il bene
del Paraguay
Nella Repubblica Democratica del Congo la Chiesa investe nella pace
Alle radici della violenza
KINSHASA, 13. «Investissons dans la
paix» (Investiamo nella pace) è il
motto della campagna lanciata dalla
Chiesa nella Repubblica Democratica del Congo assieme a numerose
altre confessioni religiose. «Se i fedeli non si parleranno, se non
avranno un progetto comune —
spiega al Sir l’abbé Leonard Sante-
di, segretario generale della Conferenza episcopale — allora finiranno
con l’odiarsi, con l’alimentare i semi
della guerra».
Da un ventennio le regioni
dell’est del Paese sono attraversate
da una moltitudine di gruppi armati, con scontri e violenze, che hanno
avuto il loro picco nella cosiddetta
Leader religiosi per gli sfollati del Sud Sudan
Obiettivo sopravvivenza
JUBA, 13. Un appello per la sospensione immediata delle operazioni militari, in modo da consentire l’assistenza di circa 80.000
sfollati che da due mesi sopravvivono a stento nelle boscaglie e nelle giungle della regione di Mundri, è stato lanciato dai leader religiosi del Sud Sudan.
Una delegazione del Consiglio
interreligioso per la pace dello Stato di Western Equatoria, secondo
quanto riferisce l’agenzia Fides, ha
infatti effettuato nei giorni scorsi
una visita nella regione del Greater
Mundri, dove è ancora in corso la
guerra civile, nonostante l’accordo
di pace firmato nell’agosto scorso.
I più colpiti, secondo la testimonianza fornita da monsignor
Edward Hiiboro Kussala, vescovo
di Tombura Yambo, sono donne,
bambini e anziani esposti a diverse
malattie, in modo particolare alla
malaria.
I leader religiosi lanciano un appello per la sospensione immediata delle operazioni militari che vedono contrapposti l’esercito regolare e i cosiddetti “Arrow Boys”
per «permettere l’assistenza in piena regola da parte delle organizzazioni umanitarie agli sfollati e alle
famiglie che vivono nei villaggi».
Si chiede, inoltre, di rendere sicure
le vie d’accesso alla regione, si
esortano i media a riportare notizie sulla situazione umanitaria
dell’area e alle parti in conflitto
viene chiesto di valutare il dialogo
come la migliore opzione per risolvere il conflitto.
Nel denunciare ogni forma di
violenza, i leader religiosi ricordano anche che «sentirsi protetti e sicuri è importante per lo sviluppo
di ogni bambino. Un posto sicuro
dove dormire, acqua potabile da
bere, cibo sufficiente da mangiare,
cure mediche e accesso all’educazione, aiutano i bambini a crescere
per diventare adulti sani, maturi e
produttivi».
L’appello si aggiunge a quello
lanciato nelle stesse ore dall’organizzazione Medici con l’Africa
Cuamm che dal 2009 gestisce
l’unico ospedale presente nel Western Equatoria. «In Sud Sudan si
sta consumando la ripresa di una
guerra civile che fa paura e mina
alla radice il travagliato percorso
verso lo sviluppo del Paese», ha
detto il suo direttore don Dante
Carraro.
“Grande guerra africana”. «Come
testimoni del grido del popolo che
arriva dai campi dei rifugiati e dalle
famiglie sfollate a causa del conflitto — continua Santedi — abbiamo
deciso di lanciare questa campagna». In uno scenario dove le questioni di politica internazionale hanno bloccato gli sforzi per arrivare
alla fine delle ostilità, “investire nella pace” significa provare a partire
da un altro livello. Quello delle comunità locali, dove verranno inviati
mediatori, che aiutino a risolvere le
dispute attraverso un’azione di prevenzione e l’indicazione di alternative pacifiche.
«L’approccio fondato sull’educazione e sul dialogo — spiega l’abbé
Leonard Santedi — è un laboratorio
che ci permette di avanzare sulla
strada giusta, perché la pace deriva
da questo: andare oltre il conflitto,
non rispondere a esso con le armi».
Placare i contrasti a livello locale,
per evitare che degenerino in una
guerra in cui si muovono forze ben
più grandi e pericolose è un compito essenziale. «Le popolazioni locali
— aggiunge — sono già coinvolte in
quel che accade e soprattutto i giovani vengono arruolati dai gruppi
armati che li portano a commettere
abusi: ecco che nasce il risentimento
e la spinta a identificare le milizie
con l’una o l’altra comunità». Una
volta che questo accade, l’identità
etnica diventa un’ulteriore arma da
usare contro il nemico. «Si sa per
sommi capi a quale comunità appartengono i componenti di una certa
forza, o chi sfrutta le risorse naturali
— conclude Santedi — e allora facilmente tutte le persone di quella comunità, anche quelle pacifiche, sono
considerate responsabili, ed escluse
o respinte. Così, si smette di parlare
e di lavorare assieme e si creano
quei germi che forse, domani, dei
politici o dei gruppi armati sfrutteranno, accendendo il fuoco del conflitto».
che professore, per avviare agli studi
poveri e ricchi, bianchi e neri. La carità lo contraddistinse in modo particolare, vivendo personalmente una
povertà assoluta. Era di esempio non
solo ai cittadini, ma soprattutto ai
sacerdoti. L’amore di Dio che si
esprimeva nell’amore del prossimo fu
l’elemento centrale della sua vita.
L’eredità spirituale e culturale lasciata da Victor costituisce la peculiarità
di Três Pontas e dei territori limitrofi: sono tantissimi i fedeli che hanno
una grande venerazione per lui, che
è da molto tempo riconosciuto come
il «santo delle cose impossibili».
Dopo oltre un cinquantennio come parroco di Três Pontas, Victor
morì il 23 settembre del 1905. Ai funerali parteciparono migliaia di fedeli. Venne tumulato nella sua chiesa parrocchiale di Três Pontas, ancora oggi meta di pellegrinaggi.
Nella tarda mattinata di venerdì 13 novembre
Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano Sua eccellenza il signor Luis Leonardo Almagro
segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani
Dal 18 al 21 novembre
Il congresso mondiale
sull’educazione cattolica
Duemiladuecento partecipanti, sessanta vescovi e settantotto rettori
di ateneo, in rappresentanza delle
oltre duecentomila istituzioni educative cattoliche sparse nel mondo.
Sono i numeri del congresso mondiale che si svolgerà a Roma dal
18 al 21 novembre, sul tema «Educare oggi e domani. Una passione
che si rinnova».
L’iniziativa,
promossa
dalla
Congregazione per l’Educazione
cattolica, è stata presentata nella
Sala stampa della Santa Sede venerdì 13 dal cardinale prefetto Versaldi, dall’arcivescovo segretario
Zani e da Italo Fiorin, direttore
della scuola di alta formazione
della Libera università degli studi
Maria Santissima Assunta.
Il cardinale prefetto ha ricordato
che il congresso si inserisce tra due
anniversari: il cinquantesimo della
dichiarazione conciliare sull’educazione cristiana, Gravissimum educationis (28 ottobre 1965) e il venticinquesimo della costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae sulle università cattoliche (15 agosto 1990).
In proposito il cardinale ha anche
fatto notare come la Congregazione in questo cinquantennio abbia
«approfondito alcuni temi che poi
hanno trovato espressione nei documenti pubblicati, e offerti alle
Chiese locali, alle congregazioni
religiose dal carisma educativo,
agli organismi e alle associazioni
del settore».
L’arcivescovo segretario ha illustrato il programma del congresso,
che si articola in diverse sessioni e
luoghi. Quella inaugurale si terrà,
nel pomeriggio di mercoledì 18,
nell’Aula Paolo VI e avrà tre momenti per ricordare i documenti
del magistero: la proiezione di un
dvd e la testimonianza di Étienne
Verhack, segretario emerito del
Comité europeen pour l’education
catholique, e Pierre Hurtubise, che
è stato vice-presidente della Fédération International des universités
catholiques al momento della preparazione della Ex corde Ecclesiae.
Seguirà la descrizione — affidata a
Fiorin — dei nuovi scenari
dell’educazione emersi dalle risposte all’Instrumentum laboris, con i
commenti di Anne Cummins, vicerettore dell’Australian catholic university, e di Philippe Boillat, direttore della divisione diritti umani
del Consiglio d’Europa. La sessione conclusiva di sabato 21 sarà divisa in due parti: nella prima la
sintesi dei lavori è affidata al superiore generale degli scolopi Pedro
Aguado, con alcuni commenti da
parte dell’argentina Nieves Tapia,
del gesuita Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», e
di Jan de Groof, docente di diritto
internazionale a Bruxelles e a Tilburg. La seconda sarà articolata in
brevi testimonianze da scuole e
università cattoliche del mondo
con le risposte e l’intervento conclusivo del Papa.
ASUNCIÓN, 13. La Conferenza episcopale del Paraguay ha espresso
soddisfazione per la posizione assunta dal presidente della Repubblica Horacío Cartes contro la depenalizzazione dell’aborto. I presuli hanno incontrato giovedì il capo dello
Stato per analizzare diversi temi legati alla situazione sociale del Paese. Riguardo alle norme relative
all’interruzione di gravidanza, il segretario generale, il vescovo di Carapeguá Joaquín Hermes Robledo
Romero, ha spiegato che i vescovi
«sono contenti per tutto quello che
sta facendo il presidente a favore
della vita e della famiglia. Questo è
molto importante».
Al capo dello Stato i presuli hanno anche chiesto un ulteriore sforzo
per migliorare la situazione economica generale e risolvere alcuni problemi che stanno rallentando la crescita del Paese. Durante l’incontro
sono stati trattati i rapporti fra
Chiesa e Stato e si sono analizzate
le azioni da intraprendere insieme in
modo coordinato. I presuli hanno
chiesto misure più efficaci nel settore delle infrastrutture, incentivi alle
politiche agricole, aiuti alle famiglie
e sostegno agli immigrati. Nel campo dell’istruzione hanno poi chiesto
un intervento del Governo a favore
delle comunità indigene e hanno
sollevato il problema del sovraffollamento delle carceri e della mancanza di forniture negli ospedali del
Paese.
Il segretario generale della Conferenza episcopale ha espresso soddisfazione anche per il risultato generale dell’incontro e ha spiegato che
è stata «avviata e stabilita con le autorità governative una metodologia
di lavoro. Ogni sei mesi ci incontreremo con il presidente Cartes», ha
detto il segretario generale, «per fare il punto della situazione e individuare le criticità che interessano il
Paraguay».
Domenica prossima nel Paese sudamericano si terranno le elezioni
per il rinnovo delle cariche municipali.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
sabato 14 novembre 2015
Una madre siriana appena giunta
con i figli
sulle coste della Grecia (Reuters)
Messa a Santa Marta
Piccola e grande
bellezza
«Non cadere mai nell’idolatria delle
immanenze e nell’idolatria delle
abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare
la trascendenza e dalle abitudini
guardare l’abitudine finale, che sarà
la contemplazione della gloria di
Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà
tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa
Santa Marta.
Francesco ha preso le mosse dal
salmo 18, proposto dalla liturgia. In
quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua
senza pensare al tramonto di questo
modo di vivere».
Ma «anche questa è un’idolatria:
essere attaccato alle abitudini, senza
pensare che questo finirà». E «la
Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come
dèi». Così «l’idolatria» consiste nel
pensare che «la vita è così» tanto
da andare avanti per abitudine. E
«come la bellezza finirà in un’altra
bellezza, l’abitudine nostra finirà in
un’eternità, in un’altra abitudine.
Ma c’è Dio!».
Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in
questa settimana, alla fine dell’anno
liturgico e ci fa pensare proprio alla
fine delle cose create». Sì, «saranno
trasformate, ma c’è un consiglio —
Papa Francesco sul pensiero di Romano Guardini
L’Europa ricca accolga
i fratelli affamati
«Dio ha inviato a noi, nell’Europa ricca,
l’affamato perché gli diamo da mangiare, il
forestiero perché lo accogliamo». Lo ha detto il
Papa ai partecipanti alla conferenza promossa
dalla Romano Guardini Stiftung di Berlino,
ricevuti nella mattina di venerdì 13 novembre
nella Sala Clementina.
Signore e Signori,
cari amici,
Emily Kame Kngwarreye, «La creazione della terra» (1994)
bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre».
Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9),
sia quella del Vangelo (Luca 17, 2637) — ci parlano di glorie umane,
anzi di idolatrie». In particolare, ha
fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose
belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che,
in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla
trascendenza». Sì, certamente sono
cose «belle in se stesse, hanno la
loro autonomia di bellezza in questo caso», ma quegli uomini «non
hanno riconosciuto che questa bellezza è un segno di un’altra bellezza più grande che ci aspetta». Proprio «quella bellezza» a cui si riferisce il salmo 18: «I cieli narrano la
gloria di Dio». È «la bellezza di
D io».
Invece, si legge nel libro della
Sapienza, questi uomini «affascinati» dalla bellezza delle «cose create
da Dio» hanno finito per prenderli
per «dèi». È proprio «l’idolatria
dell’immanenza». In pratica hanno
pensato che «queste cose sono senza oltre e sono tanto belle che sono
dèi», appunto. Ma così «si sono attaccati a questa idolatria; sono colpiti da stupore per la loro potenza
ed energia». Senza pensare, invece,
a «quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati Colui che è
principio e autore della bellezza».
«È un’idolatria guardare le tante
bellezze senza pensare che ci sarà
un tramonto» ha rimarcato il Pontefice, rilevando però che «anche il
tramonto ha la sua bellezza». E ce
l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la
trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il
tramonto».
«L’altra idolatria è quella delle
abitudini» ha quindi affermato
Francesco. Nel passo evangelico
odierno «Gesù, parlando dell’ultimo giorno, proprio del tramonto,
dice: “Come avvenne nei giorni di
Noè, così sarà nei giorni del figlio
dell’uomo: mangiavano, bevevano,
prendevano moglie, prendevano
marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca”». Insomma «tutto è
abituale, la vita è così: viviamo così,
ha aggiunto il Papa — che Gesù ci
dà in questo Vangelo di oggi: “Non
tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della
moglie di Lot».
Anche «l’autore della lettera agli
Ebrei», ha fatto infine notare il
Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non
siamo gente che torna indietro, che
cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a
sua volta, il consiglio di «andare
sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza
divinizzarle» perché «finiranno».
Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono
la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio».
sono molto lieto di poter salutare voi membri
della Fondazione Romano Guardini, venuti a
Roma per partecipare al convegno promosso
dall’Università Gregoriana in occasione del
130° anniversario della nascita di Guardini.
Ringrazio il Prof. von Pufendorf per le gentili
parole di saluto, e per aver annunciato l’imminente pubblicazione di un testo inedito.
Sono convinto che Guardini sia un pensatore
che ha molto da dire agli uomini del nostro
tempo, e non solo ai cristiani. Con la vostra
Fondazione voi state realizzando questo progetto, facendo entrare il pensiero di Guardini
in un dialogo polifonico con gli ambiti della
politica, della cultura e della scienza di oggigiorno. Auspico vivamente che questo impegno abbia buon successo.
Nel suo libro Il mondo religioso di Dostoevskij, Guardini riprende, tra l’altro, un episodio
dal romanzo I fratelli Karamazov (Il mondo religioso di Dostoevskij, Morcelliana, Brescia, pp.
24ss). Si tratta del passo dove la gente va dallo starec Zosima per presentargli le proprie
preoccupazioni e difficoltà, chiedendo la sua
preghiera e benedizione. Si avvicina anche
una contadina macilenta per confessarsi. Con
un bisbiglio sommesso dice di aver ucciso il
marito malato il quale in passato l’aveva maltrattata molto. Lo starec vede che la donna,
nella disperata consapevolezza della propria
colpa, è totalmente chiusa in sé stessa, e che
qualsiasi riflessione, qualsiasi conforto o consiglio urterebbe contro questo muro. La donna è convinta di essere condannata. Il sacerdote, però, le mostra una via d’uscita: la sua
esistenza ha un senso, perché Dio la accoglie
nel momento del pentimento. «Non temere
nulla, non temere mai, e non angosciarti — dice lo starec —, purché il pentimento non s’indebolisca in te, e poi Dio perdonerà tutto.
Del resto, non c’è, e non ci può essere, su tutta la terra un peccato che Dio non perdoni a
chi si pente sinceramente. Né l’uomo può
commettere un peccato così grande che esaurisca l’infinito amore di Dio» (ibid., p. 25).
Nella confessione la donna viene trasformata
e riceve di nuovo speranza.
Proprio le persone più
semplici comprendono di
che cosa si tratta qui. Vengono prese dalla grandezza
che risplende nella sapienza
e nella forza di amore dello
starec. Comprendono che
cosa significhi santità, cioè
un’esistenza vissuta nella fede, capace di vedere che
Dio è vicino agli uomini,
tiene la loro vita tra le sue
mani. Al riguardo, Guardini
dice: «Accettando con semplicità l’esistenza dalla mano
di Dio, la volontà personale
si trasforma in volontà divina e così, senza che la creatura cessi di esser unicamente creatura e Dio veramente
Dio, si attua la loro unità vivente» (ibid., p. 32). Questa
è la visione profonda di
Guardini. Forse ha il fondamento nel suo primo libro metafisico Der Gegensatz.
Per Guardini, tale “unità vivente” con Dio
consiste nella relazione concreta delle persone
con il mondo e con gli altri intorno a sé. Il
singolo si sente intessuto in un popolo, cioè
in una «unione originaria degli uomini che
per specie, paese, ed evoluzione storica nella
vita e nei destini sono un tutto unico» (Il senso della Chiesa, Morcelliana, Brescia, 2007, p.
21-22). Guardini intende il concetto di “popolo” distinguendolo nettamente da un raziona-
Al congresso degli ex alunni della Compagnia di Gesù latinoamericani
Per mantenere vivo il «virus gesuitico»
«Assistenza sanitaria, alimentazione, educazione»: sono i tre campi di azione che
devono impegnare gli ex alunni gesuiti in
America latina. Li ha indicati Papa Francesco nel videomessaggio inviato loro in
occasione del sedicesimo congresso continentale svoltosi a Guayaquil, in Ecuador,
dall’11 al 13 novembre. Il Papa ha chiesto
in particolare di pensare alle “tragedie
umane”, le quali sono ben più che “tragedie sociali” «perché — ha spiegato — ogni
persona è tempio della Trinità».
Raccomandando di pensare «alle tragedie umane che stanno accadendo in
America latina», Francesco — come accade di consueto in circostanze simili — ha
attinto all’esperienza pastorale di arcivescovo nella capitale argentina. «Mi ha
sempre colpito molto — ha ricordato —
una zona di Buenos Aires, sulla riva del
Rio, dove c’erano 36 ristoranti, uno dietro l’altro. A chi andava a cenare lì lo
spennavano, gli presentavano un conto
salatissimo. Erano generalmente pieni.
Accanto, c’era una stazione ferroviaria e
iniziava subito una “villa miseria”, una
“baraccopoli”, una “favela”. Che questa
immagine — ha esortato — vi faccia vedere la tragedia che comporta oggi la mancanza di giustizia, la mancanza di equità». Anche perché, ha fatto notare, «molte persone che stavano mangiando lì erano cristiane, molte credevano in Gesù
Cristo e si professavano cattoliche, e forse
avevano studiato in scuole cattoliche».
Tutta la lunga e articolata riflessione
del Pontefice ha preso spunto dalla considerazione che chiunque abbia studiato
presso collegi, università o scuole della
Compagnia di Gesù, dovrebbe conservare
dentro di sé un “virus”, quello di essere
sempre «in tensione tra il cielo, la terra e
se stesso». È un convincimento che il Papa, come ha rivelato nel videomessaggio,
ha maturato studiando sant’Ignazio di
Loyola e in particolare «la contemplazione dell’incarnazione», che si ritrova dal
numero 101 in poi degli Esercizi.
Ne consegue che «chi ha studiato con
i gesuiti non può nascondere la testa, come fa lo struzzo, dalla realtà della terra.
Non può crearsi un mondo isolato con
una religiosità “light” di fronte alla realtà.
E non può vendere la sua coscienza alla
mondanità». Si tratta dunque di un invito a non riporre la formazione ricevuta
«in un armadio. Bisogna tirarla fuori; sarebbe molto triste se già non ve ne ricordaste più». E così facendo, ha proseguito, ci si pone «in tensione in tre cose»: il
cielo, «le tre persone divine»; la terra, «la
gente, gli uomini, i Paesi, le situazioni»;
e Maria, «la casa di Nazaret».
Perché, «la Chiesa vi vuole, ex alunni
gesuiti, in tensione tra la fede che professate e questa fede in tensione con ciò che
sta accadendo ora nel mondo». «Che cosa sta accadendo — occorrerebbe domandarsi — in America Latina? Quanti bambini non vanno a scuola? Perché non
possono? Quanti bambini non hanno cibo a sufficienza? Quanti bambini non
hanno la salute?».
E la risposta di Francesco è stata una
dichiarazione di intenti. «Se hai dentro
di te il “virus gesuitico” — ha commenta-
to — devi guardare che cosa dici a Dio
quando vedi questa disuguaglianza, che
cosa dici a Dio quando vedi lo sfruttamento dei bambini che lavorano, lo sfruttamento della gente, che cosa dici a Dio
quando vedi che non ci si prende cura
della terra e che per seminare e seminare
si deforesta la terra e questo danneggia la
gente; che cosa dici a Dio quando compagnie minerarie usano il cianuro e l’arsenico per estrarre il minerale e questo mina la salute di tanta gente, di tanti bambini, di tanti adulti».
Da qui la rinnovata consegna a essere
«in tensione. E la verità salta fuori sempre nella tensione», perché «la verità non
è quieta, non è cristallizzata, porta ad
agire, porta a cambiare, porta a fare, porta a imitare Dio creatore, porta a essere
umani»; e di conseguenza a non stare
“tranquilli, comodi”, senza problemi, disinteressandosi dell’umanità che ci circonda: un’umanità fatta di «tanta diversità,
sia di abiti sia di gesti», di tante persone
differenti «alcune bianche e altre nere, alcune in pace e altre in guerra, alcune che
piangono, altre che ridono, alcune sane e
altre malate, alcune che nascono e altre
che muoiono».
Al termine del videomessaggio il Papa
ha infine ricordato il viaggio compiuto a
luglio in Ecuador: «Guayaquil è bella, è
una città che amo», ha detto, chiedendo
di far abbracciare da parte sua «padre
Paquito», il gesuita novantunenne Francisco Cortés, cui è legato da antica amicizia.
lismo illuministico che considera reale soltanto ciò che può essere colto dalla ragione (cfr.
Il mondo religioso in Dostoevskij, p. 321) e che
tende a isolare l’uomo strappandolo dalle relazioni vitali naturali. Il popolo, invece, significa «il compendio di ciò che nell’uomo è genuino, profondo, sostanziale» (ibid., p. 12).
Possiamo riconoscere nel popolo, come in
uno specchio, il «campo di forze dell’azione
divina». Il popolo — continua Guardini —
«sente questa dappertutto operante e ne intuisce il mistero, l’inquietante presenza» (ibid.,
p. 15). Per questo a me piace dire — ma ne sono convinto — che “popolo” non è una categoria logica, è una categoria mistica. Per questo motivo che Guardini dice.
Forse possiamo applicare le riflessioni di
Guardini al nostro tempo, cercando di scoprire la mano di Dio negli eventi attuali. Così
potremmo forse riconoscere che Dio, nella
Sua sapienza, ha inviato a noi, nell’Europa
ricca, l’affamato perché gli diamo da mangiare, l’assetato perché gli diamo da bere, il forestiero perché lo accogliamo, e l’ignudo perché
lo vestiamo. La storia poi lo dimostrerà: se
siamo un popolo, certamente lo accoglieremo
come un nostro fratello; se siamo solamente
un gruppo di individui più o meno organizzati, saremo tentati di salvare innanzitutto la
nostra pelle, ma non avremo continuità.
Ringrazio ancora una volta tutti voi per la
vostra presenza. Lavorare con l’opera di
Guardini vi faccia sempre più comprendere il
significato e il valore dei fondamenti cristiani
della cultura e della società. Di cuore vi benedico, e vi chiedo per favore di pregare per
me.
[Benedizione...]
Nomina episcopale
Tra le nomine di oggi una riguarda la rappresentanza
pontificia in Ucraina.
Claudio Gugerotti
nunzio apostolico in Ucraina
Nato a Verona il 7 ottobre 1955, è stato ordinato sacerdote il 29 maggio 1982. Laureato in lingue e letterature
orientali e licenziato in sacra liturgia, ha insegnato nella
città scaligera dal 1981 al 1984 patrologia nell’istituto teologico San Zeno e dal 1982 al 1985 teologia e liturgia
orientali nell’istituto di Studi ecumenici. Entrato nel servizio della Santa Sede presso la Congregazione per le
Chiese orientali nel 1985, ne è divenuto sotto-segretario il
17 dicembre 1997. Docente di patrologia, lingua e letteratura armena al Pontificio istituto Orientale è autore di
pubblicazioni e conosce diverse lingue antiche e moderne, tra le quali l’armeno e il curdo. Eletto alla sede titolare di Ravello con dignità di arcivescovo e nominato nunzio in Georgia, in Armenia e in Azerbaigian il 7 dicembre
2001, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 6 gennaio
2002. E il 15 luglio 2011 è stato destinato alla rappresentanza pontificia in Bielorussia.
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