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D emocratico
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Attilio Tonelli Libertà è Partecipazione
Pensiero Democratico
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Pensiero Democratico
E-book
SOMMARIO
Reportage Turchia
di Fabio Colasanti
Riforma vitale ignorata
Selezione di articoli, discussioni, pagine,
del circolo online Libertà è Partecipazione
di Roberto Vacca
20 giugno 2013
L’organizzazione del fattore lavoro
Il partito delle riforme
di Giuseppe Ardizzone
di Giuseppe Ardizzone
Il PD e l’alternativa diabolica
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di Alberto Rotondi
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La strana storia del grano Creso
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I giochi della mente
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di Giorgio Mauri
Oscar Giannino e l’enigma della competenza
La grandezza e la bellezza
di Salvatore Venuleo
Sport di massa al tempo della Belle Epoque
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di Giuseppe Picciolo
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Albert Edefelt (Porvoo, 21 luglio 1854 – Porvoo, 18 agosto
1905, pittore finlandese)
Idyll (1878)
Quest'opera è nel pubblico dominio in tutti i Paesi nei
quali il copyright ha una durata di 75 anni dopo la morte
dell'autore o meno.
2 Pensiero Democratico
Reportage Turchia
di Fabio Colasanti
Che pensare della Turchia e del suo ruolo in Europa?
Da Istanbul Fabio Colasanti
deciso che era forse più opportuno rientrare in albergo. Rientrando mi sono reso conto che questa è una
protesta della classe media e degli intellettuali. La mag1. Istanbul, martedì 11 giugno, 21.50
gioranza dei dimostranti sono studenti universitari, ma
Sono in un albergo al centro di Istanbul. L'istituto che si vedono anche molte persone di mezza età che devono essere di tutto (da insegnanti a
presiedo organizza una conferenza a
professionisti). Non ho visto quasi
Istanbul con il supporto della socieLETTERE
DAL
CARCERE
nessuno che mi facesse pensare
tà telefonica turca, Türk TeleA
MUNEVVER
ad un operaio o a un rappresenkom. Questa ci ha messo a dispo(Prigione di Bursa, Anatolia) 1942
tante del popolo povero (questi
sizione una sala di riunione nell'alpurtroppo sostengono Erdogan).
bergo Divan, dall'altra parte del
Il
più
bello
dei
mari
parco Gezi, la cui sostituzione con
Ho mangiato un'insalata nel ristoè quello che non navigammo.
un centro commerciale ed una morante dell'albergo dove ho trovato
schea ha scatenato le proteste in
Il più bello dei nostri figli
già molte giovani coppie con le
corso. Ho prenotato una camera
non è ancora cresciuto.
mascherine bianche (anti-nulla). Il
nello stesso albergo dove si doveva
ristorante e l'albergo non sono a
I più belli dei nostri giorni
tenere la conferenza per ovvi motinon li abbiamo ancora vissuti. buon mercato. La situazione è
vi pratici.
Sabato scorso però,
diventata surreale, ma anche simTürk Telekom ha preferito spostare
E quello
patica, quando al tavolo accanto al
la conferenza in un albergo dalle
che vorrei dirti di più bello
mio è venuta a sedersi una coppia
parti dell'aeroporto. Io ho però
non
te
l'ho
ancora
detto.
dall'aria molto distinta tra i cindeciso di rimanere nello stesso
quanta e i sessanta. Hanno depoalbergo visto che poi resterò fino a
sto sulla sedia libera tra di loro due
domenica a Istanbul da turista.
grossi caschi da cantiere bianchi e due vere e grosse maSono arrivato oggi verso le cinque. Il taxi mi ha lasciato schere a gas !
ai piedi di una grossa barricata di oggetti di metallo a
cinquanta metri dall'albergo. Ho attraversato una piazza e la larga strada lungo il parco che erano piene di 2. Istanbul, giovedì 13 giugno, 23.50
gente. L'aria era da festa popolare. Molti però si pavoneggiavano sui resti di un veicolo conquistato – un ca- Nuovo "rapporto" da Taksim giovedì sera. In questi due
mion parzialmente bruciato. C'era perfino un venditore giorni, durante le pause, la cena e i due pranzi ho parlaambulante che ne approfittava per proporre grosse ban- to a lungo con vari partecipanti turchi alla conferenza:
dirigenti di imprese telefoniche, analisti, avvocati e una
diere con il ritratto di Ataturk.
professoressa universitaria. Ieri sera ho anche parlato
Sono entrato in albergo e ho fatto il check-in. Come con un giovane dimostrante. Tutte le persone con cui
richiesto ho avuto una camera su di un lato dell'albergo, ho parlato erano contro Erdogan e penso che non abbialontano dai cori e dalla musica. Mentre stavo firmando no mai votato per lui, anche nel passato. Mi hanno
il modulo di registrazione sono entrate tre o quattro detto che l'Europa si è fatta illudere dai successi econopersone che avevano respirato gas lacrimogeni. Il per- mici della Turchia (che sono reali) e non ha prestato
sonale dell'hotel mi è sembrato considerare la cosa nor- sufficiente attenzione alle restrizioni delle libertà fondamale, vicino alla porta avevano già pronti secchi d'ac- mentali che Erdogan e i tre partiti che lo sostengono
qua, spruzzatori e asciugamani. Le persone sono state hanno introdotto. Qualche anno fa la polizia è stata risoccorse rapidamente anche se uno si è dovuto sedere strutturata. Le si è affidato come compito principale "la
per riprendersi.
difesa del governo" e ha ricevuto anche armi pesanti. La
cosa si spiega con la paura dell'esercito che hanno i parVerso le otto sono uscito, anche per cercare un posto titi islamisti e i partiti democratici. Il governo ha voluto
dove mangiare qualcosa. Nelle strade vicine tutti i loca- creare un possibile contrappeso all'esercito in caso di
li erano chiusi e tutte le strade che portano alla piazza nuovi tentativi di colpo di stato (ce ne sono stati tanti,
erano bloccate da barricate. Avvicinandomi alla piazza l'ultimo qualche anno fa contro Erdogan). Anche se si
Taksim lungo il parco Gezi, ho sentito lo scoppio dei la- può capire le ragioni di questa riforma, rimane il fatto
crimogeni e ho visto una nuvola di gas alzarsi altissima che la polizia non è al servizio della magistratura o
alla fine della strada. Il volume del brusio della gente si dell'ordine pubblico, ma del governo.
è anche trasformato in vere e proprie urla. Ho quindi
Pensiero Democratico 3
Reportage Turchia
di Fabio Colasanti
La magistratura sarebbe anche in pratica sotto il controllo del governo (i partiti islamici hanno i ministeri della
giustizia e degli interni), così come il grosso della stampa
e della televisione. Quando ci sono stati i primi scontri
con feriti a piazza Taksim, la televisione di stato ha ignorato la notizia per tutta la serata. Per fortuna, una piccola televisione privata ha avuto il coraggio di mandare
un giornalista e un cameraman sul posto e ha dato informazioni in diretta. La stampa governativa avrebbe
inventato notizie su presunte violazioni e oscenità commesse dai manifestanti (un iman ha effettivamente
aperto le porte della sua moschea a dimostranti feriti
dalla polizia, uomini e donne; questi sono stati poi medicati all'interno della moschea ed erano vestiti come possono esserlo persone ferite e medicate) Erdogan ha
ripetuto alla televisione la storia delle oscenità varie
volte. Per lui i dimostranti sono dei vandali. Ieri sono
stati arrestati 72 avvocati colpevoli di aver voluto entrare nella sede del tribunale di Istanbul per assistere al
processo di un avvocato arrestato nei primi giorni di
rivolta!
Erdogan avrebbe oggi un patrimonio personale di circa
ottocento milioni di dollari accumulato in venti anni di
vita politica La sua famiglia sarebbe presente in tanti
gruppi industriali. Ho avuto conferma di una storia che
mi avevano raccontato l'ultima volta che sono stato qui
nel 2010: la costruzione dell'hotel Ritz-Carlton. Piazza
Taksim è su una collina dalla quale si ha bella vista sul
Bosforo. Qualche anno fa qualcuno ha chiesto di costruire un grattacielo di una trentina di piani sotto piazza
Taksim, tagliando la vista a tutti i palazzi esistenti. Il comune di Beyoglu, dove si voleva costruire, si è rifiutato
di concedere la licenza edilizia visto che questa sarebbe
stata contraria al piano regolatore. Il governo nazionale
ha ridisegnato le frontiere tra due comuni di Istanbul e
ha spostato il terreno dove si doveva costruire il grattacielo da Beyoglu al comune limitrofo, Sisli, che ha immediatamente concesso la licenza. Perché lo si noti meglio, il grattacielo è oggi rivestito di pietra rossa e nera!
Avevo già notato l'atteggiamento molto amichevole del
personale del mio albergo nei confronti dei manifestanti. Oggi ne ho saputo di più. L'albergo appartiene alla
famiglia Koç, una delle famiglie più ricche del paese. Il
patriarca Koç ha preso pubblicamente posizione contro
Erdogan nella storia di Gezi Park; il fisco avrebbe già annunciato una serie di controlli amministrativi e fiscali su
tutte le imprese del gruppo Koç. Nello spazio dove di
solito sono i tavolini del bar dell'albergo stasera c'era
una vera e propria infermeria da campo con flebo, tendine, materiale vario e un'ambulanza privata è ferma di
fronte all'ingresso principale dell'albergo.
4 Pensiero Democratico
Ieri c'è stato un incontro tra Erdogan e un gruppo di intellettuali che i dimostranti non considerano i loro rappresentanti. Dopo l'incontro qualcuno ha parlato della
possibilità di un referendum tra i cittadini di Istanbul sul
progetto Gezi. Ho chiesto ieri sera al giovane manifestante cosa ne pensava e mi ha risposto che il problema
oggi non è più la costruzione del centro commerciale sul
parco. Le cose sono andate troppo in la. Purtroppo
Erdogan, come Giovanni l'ha indicato, viene da una cultura che considera negoziati e trattative come un segno
di debolezza. I turchi con i quali ho parlato mi hanno
detto che effettivamente il più grosso problema è che i
politici turchi sembrano pensare che la vittoria elettorale da loro un mandato completo e senza limiti che rende
le consultazioni popolari inutili.
Erdogan ha dato ai manifestanti 24 ore per lasciare il
parco, la sua pazienza sarebbe al limite. Stasera, scadenza dell'ultimato, ci sono moltissime persone nel parco e nella zona attorno. Quello che mi ha un po' preoccupato è stato il fatto di rendermi conto che il personale
della reception del mio albergo – stasera rientrando ci
sono andato per chiedere un'informazione – ha una maschera a gas per ogni postazione in bella vista sul tavolo
accanto alla tastiera del computer !
3. Istanbul, venerdì 14 giugno, 22.30
È un fatto, che la maggioranza della popolazione turca
sia con Erdogan. Ma è anche un fatto che ognuno di
noi, specialmente le persone di sinistra, se confrontati
con i problemi di cui si discute oggi in Turchia sarebbe
con i dimostranti e non con Erdogan.
Non si puo dimenticare che la Turchia è un paese dove
sono attualmente detenuti una cinquantina di giornalisti
per quelli che noi chiameremo "delitti d'opinione". Esiste un articolo della costituzione che punisce ogni
espressione critica dell'identità turca (altro che il nostro
vilipendio), che nella pratica magistratura ee stampa
sono in gran parte sotto l'influsso del governo altro che
la concentrazione che conosciamo noi in Italia. La Turchia è certo una democrazia se paragonata all'Egitto,
alla Tunisia o ad altri paesi arabi, ma è ancora abbastanza lontana dal concetto di democrazia che abbiamo tutti
in questo circolo.
In ogni caso, la crisi attuale ha cambiato completamente
la percezione interna e esterna di Erdogan. Finora si
presentava - ed era anche percepito - come il paladino
della "modernità". Oggi appare come un sultano che si
aggrappa ai suoi poteri ereditati da passato. L'immagine internazionale della Turchia ne ha sofferto enrmemente. I rapporti tra Unione europea e Turchia non
Reportage Turchia
di Fabio Colasanti
sono mai stati cosi tesi. Ieri il Parlamento europeo ha
condannato l'azione della polizia a Taksim Square e Erdogan ed i suoi ministri hanno reagito furiosi con termini molto poco diplomatici. Condanne della Turchia sono
venute anche da Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.
Il turismo verso la Turchia ha preso una botta enorme. Sembra che le prenotazioni siano crollate. Il settore spera che il Ramadan ad agosto gli porti un po' di turisti arabi altrimenti la situazione è nera. Posso testimoniare che la cosa è assolutamente ingiustificata visto che
io sto facendo il turista senza nessun problema con un
albergo sul parco Gezi. Oggi sono stato al Gran Bazar e
al bazar delle spezie senza aver mai la sensazione di un
problema o di una difficoltà qualsiasi (a parte il casino e
la confusione soliti di Istanbul).
4. Istanbul, sabato 15 giugno, 10.00
Un altro "rapporto" da piazza Taksim basato sulla lettura
quotidiana della versione in lingua inglese di Hurriyet e
altre conversazioni con cittadini turchi. Ieri sera eravamo a cena a Bebek, sulla riva del Bosforo. La coppia al
tavolo accanto ci ha sentito parlare in tedesco e si è rivolta a noi in tedesco. Lei aveva studiato alla scuola
tedesca di Istanbul e lui a quella austriaca. Abbiamo
finito la serata seduti ad un solo tavolo con scambio di
fotografie e indirizzi. Naturalmente si trattava di turchi
della classe alta, feroci oppositori di Erdogan. Ma i
commenti che aggiungo vengono dal giornale.
Erdogan dopo dieci anni al potere, con molto successo,
si sente onnipotente e interviene in ogni minima decisione. Secondo un commento di Hurriyet, è "il sole
attorno al quale tutto ruota in Turchia". Ha deciso personalmente il tipo di illuminazione sul primo ponte sul
Bosforo e ha deciso personalmente molti dettagli del
progetto per piazza Taksim. Strano che un primo ministro si occupi dei dettagli di un progetto immobiliare di
competenza delle autorità comunali, anche se si tratta
della piazza centrale della città più importante del paese.
Un po' di storia del progetto e dei disordini. Alcune
persone hanno fatto ricorso contro la licenza edilizia per
il progetti Taksim/Gezi.
Un tribunale ha ordinato il
blocco dei lavori in attesa di una decisione sul merito del
ricorso. Non ostante questa decisione le demolizioni di
alcuni negozi e di una galleria d'arte lungo il parco sono
riprese. Il 31 maggio un gruppo di manifestanti piuttosto piccolo - sembra circa cinquecento persone – ha dimostrato contro le demolizioni in corso. La polizia - che
a rigor di logica avrebbe dovuto intervenire per bloccare
i lavori come ordinato dal tribunale - ha invece attaccato
i dimostranti da tre lati lasciando loro poche possibilità
di fuga. Questo ha portato all'alto numero di feriti e ai
morti che si sono registrati nei primi giorni. La brutalità dell'intervento della polizia, inizialmente negata dal
governo e ignorata dai media più allineati con il potere,
ha portato alla reazione che si vede attualmente.
Il giornale stamattina presentava i risultati di un sondaggio condotto - non so come - tra i dimostranti del parco
Gezi. Solo il quindici percento ha dichiarato di essere li
perché contrario alle demolizioni e alla sparizione del
parco. La stragrande maggiorana ha detto di dimostrare
contro l'autoritarismo di Erdogan, la brutalità della polizia e gli arresti degli avvocati.
PS. Ho sentito anch'io i dimostranti cantare "Bella ciao"
ieri sera dopo la mezzanotte. Ci stavamo prendendo
una birra seduti ad un tavolino del nostro albergo (nel
luogo dove fino al giorno prima c'era l'infermeria d'emergenza) e l'ho fatto notare a mia moglie. Più che
segno di libertà (cosa quasi ovvia), la cosa mi ha colpito
per quello che rivela sul grado di informazione dei giovani manifestanti. "Bella ciao" non è qualcosa che si sente comunemente sulle radio FM che i giovani di solito
ascoltano. Se l'hanno potuta cantare in decine di persone significa che tra i partecipanti ce ne sono tantissimi
che hanno viaggiato, che conoscono la storia e che conoscono gli altri paesi.
5. Istanbul, sabato 15 giugno, 23.40
Un quinto rapporto da Taksim, un po' più drammatico
dei precedenti. Erdogan, fedele alla cultura che Giovanni aveva già denunciato, ha deciso di mostrare chi
comanda e ha fatto intervenire la polizia per liberare il
parco Gezi. Oggi pomeriggio avevamo fatto una passeggiata nel parco. L'aria era di festa, il parco era diventato un'attrazione turistica, c'erano molte famiglie
con i bambini. Erano apparsi anche venditori ambulanti,
non solo di bevande e cibo, ma anche di portafogli, cappelli e altro. La situazione era anche ferma dal punto di
vista del progetto. Erdogan aveva annunciato di voler
aspettare la sentenza del tribunale sul ricorso presentato qualche settimana fa da alcune associazioni. Non
c'era quindi nessun pericolo immediato e nessuna ragione oggettiva di intervenire a parte l'ego di Erdogan. Purtroppo nello stadio di sviluppo nel quale si trova la Turchia, questo atteggiamento da uomo forte rischia di portargli voti.
Il comportamento della polizia è stato ancora una volta
indegno. L'ho visto alla televisione e l'ho sperimentato
Pensiero Democratico 5
Reportage Turchia
di Fabio Colasanti
di persona. I dimostranti non hanno fatto grande resistenza nell'evacuazione del parco Gezi, del resto la polizia l'aveva riempito subito di gas lacrimogeno. Molti
dimostranti si sono rifugiati negli alberghi e la polizia li
ha attaccati, in particolare il Divan dove siamo. Lungo la
Istiklal Caddesi, la strada principale di Istanbul, la polizia
anziché contenere i dimostranti li ha letteralmente
attaccati.
Vengo alla parte personale che ha avuto aspetti piacevoli e alcuni molto meno. Eravano a cena nello stesso
ristorante di Bebek dove siamo stati ieri sera, un posto
con una vista incantevole sul Bosforo. Poco dopo le
nove, il cameriere, con il quale avevamo scambiato
qualche parola, ci ha chiesto in quale albergo eravamo e
ci ha detto dell'attacco della polizia. Avevamo finito di
cenare, ma i camerieri ci hanno pregato di restare. Hanno chiamato per noi l'albergo e mi hanno passato la reception dove una persona mi ha detto che la situazione
era "molto seria" e di non rientrare subito. Moltissime
auto hanno cominciato a suonare il clackson in maniera
ritmata, altri battevano le mani, altri battevano qualunque cosa avessero, una sorta di "cacerolazo". L'impressione era di un larghissimo supporto ai manifestanti, ma
eravano a Bebek una zona bella e ricca di Istanbul.
Verso le dieci e venti abbiamo deciso di tentare il rientro, il proprietario del ristorante ci ha trovato un taxi e
ha spiegato all'autista la nostra situazione: avrebbe cercato di portarci il più vicino possibile all'albergo. Lungo
il tragitto non si sentivano che i clackson ritmati e il
battito di oggetti. A metà strada, a vari chilometri da
Taksim, ci siamo trovati con la strada bloccata, si era
formata una manifestazione in una piazza e la polizia
era intervenuta con cannoni ad acqua e aveva bloccato
le strade. Nuovo tentativo via il lungomare, ma a un
chilometro da Taksim abbiamo trovato la strada di nuovo sbarrata. Il tassista ha fatto un ultimo tentativo e ha
chiesto informazioni a dei giovani manifestanti. Questi
si sono offerti di aiutarci loro. Il primo consiglio è stato
quello di indirizzarci verso altri hotel dove passare la
notte, poi un gruppo di tre giovani, saputo che eravamo
al Divan, si sono offerti di accompagnarci loro. Lungo il
tragitto ci hanno confessato che volevano anche loro
andar al Divan, che era diventato un punto di riferimento, e che la scusa di aiutare dei clienti dell'albergo
avrebbe permesso anche a loro di arrivarci.
Ci siamo arrampicati lungo una strada ripidissima e siamo arrivati a Istiklal Caddesi dove abbiamo trovato il
primo sbarramento di polizia. Mostrando il mio cartoncino dell'albergo (quello che danno con la chiave), i tre
turchi hanno ottenuto di poter passare. Abbiamo attra-
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versato piazza Taksim arrivando alle spalle di una fila di
poliziotti che ginocchio a terra erano pronti a sparare
altri lacrimogeni.
Davanti al nostro albergo non si vedeva nessuno, ma
solo quattro o cinque veicoli di polizia e due o tre ambulanze. Abbiamo aspettato un po' all'esterno, con noi
c'erano solo dei fotografi e forse qualche giornalista. Visto che non si vedeva nessun movimento, anche
se si vedeva ancora una nuvola di gas lacrimogeno, abbiamo deciso di raggiungere la porta dell'albergo, la salvezza, che era a pochi metri e siamo entrati di corsa
nell'albergo.
Quello che non ci aspettavamo è che la situazione all'interno dell'albergo fosse più grave che per strada. Quello che non potevamo immaginare è che la polizia fosse
entrata nell'albergo qualche minuto prima sparando gas
a destra e a manca e che la concentrazione di gas, che
all'esterno era bassa e tollerabile, all'interno fosse tremenda. L'intervento della polizia è stato una lezione
mafiosa data al signor Koç da Erdogan e i suoi sgherri; è
stato punito per aver aiutato i dimostranti e aver preso
pubblicamente posizione contro Erdogan.
L'esperienza del gas lacrimogeno non è piacevole - manca il respiro - e in più c'è stato l'elemento di sorpresa;
mia moglie aveva appena rimesso in tasca il fazzoletto
che aveva utilizzato per proteggersi quando eravamo
per strada. Abbiamo attraversato la hall e siamo andati
agli ascensori. Non dobbiamo aver fatto più di quindici
metri dalla porta di ingresso, ma è stata dura. Mi sono
dovuto sedere su di una sedia aspettando l'ascensore e
Marianne si è seduta per terra. Era pieno di dimostranti
che soffrivano con noi. Uno mi ha invitato a respirare
lentamente, un altro – per verificare che fossi coscente
– mi ha chiesto la mia età e un terzo mi ha offerto la sua
maschera a gas!
Quando è arrivato l'ascensore la situazione è diventata
più difficile; era pieno di giovani dimostranti che vi si
erano rifugiati per sfuggire al gas. Siamo riusciti ad entrare, noi avevamo la carta che permetteva di azionare i
pulsanti loro no, abbiamo cercato di farlo partire, ma
non si riusciva a far chiudere la porta perché tanti cercavano disperatamente di entrare impedendone la chiusura e la partenza. Alla fine siamo riusciti ad arrivare al
secondo piano dove li ho invitati ad uscire - noi eravamo
al settimo - dicendo loro che li dovevano essere al sicuro. Sono usciti scusandosi per il disturbo che ci avevano
dato! Dopo un istante eravamo sotto la doccia e tutto
è passato. Il momento spiacevole non è durato forse
più di dieci-quindici minuti, ma è certo stato molto spiacevole.
Reportage Turchia
di Fabio Colasanti
Stiamo a vedere come evolveranno le cose adesso. Lo
scontro in corso è tra la parte colta e sviluppata della
Turchi che vuole vivere nel 21esimo secolo (questa parte avrebbe tutto il diritto di essere nell'Unione europea)
e la parte che vuole i valori del diciannovesimo secolo. Purtroppo numericamente questa seconda parte è
fortemente maggioritaria e sostiene Erdogan. Il capitolo dell'adesione della Turchia all'Unione europea era già
chiuso da tempo. Dopo la crisi di Taksim non se parlerà
più fino a quando non ci sarà un cambio – molto improbabile –di governo.
6. Bruxelles, domenica 16 giugno, 19.30
Sono a casa a Bruxelles. Questa mattina abbiamo però
avuto una piccola sorpresa. Avevamo un aereo alle tre
del pomeriggio e pensavamo di lasciare l'albergo verso
mezzoggiorno. Alle nove, andando a fare colazione, ho
chiesto alla reception quanto tempo bisognava prevedere per il tragitto in taxi fino all'aeroporto verso mezzoggiorno, di domenica. Ci hanno invitati caldamente ad
andare via dall'albergo subito, visto che la situazione
stava peggiorando e temevamo una nuova irruzione
della polizia nell'albergo !
Abbiamo fatto le valigie in qualche minuto, rinunciato
alla colazione, preso un taxi - con l'aiuto del personale
dell'albergo - e passato cinque ore all'aeroporto.
Qualche considerazione personale sulla Turchia
Premetto di non conoscere la Turchia, ma di conoscere
abbastanza bene Istanbul dove sono stato quattro volte
e sulla quale ho letto parecchio, incluso il bel libro autobiografico di Orhan Pamuk. Tutte le visite ad Istanbul
sono state dovute a conferenze professionali alle quali
ho sempre potuto aggiungere qualche giorno da turista. Le conferenze sono state importanti perché mi
hanno offerto moltissime occasioni di parlare della città
e del paese con tanti cittadini turchi o persone che conoscono la Turchia meglio di me. Ho anche molti amici
turchi.
La Turchia è chiaramente un paese dualistico. Da una
parte esiste un'elite, specie a Istanbul, estremamente
colta e raffinata (nel 2001 sono stato a cena con il vicepresidente della Confindustria turca, Tusiad. Aveva un
cognome polacco e parlava un italiano perfetto, avendo
fatto l'università a Venezia). Dall'altro, esiste una grossa maggioranza che sta emergendo solo oggi dalla povertà rurale.
Il problema dell'adesione della Turchia all'Unione europea è imbarazzante. L'adesione all'Unione europea è
stata promessa alla Turchia la prima volta nel 1963,
quando il paese era una pedina fondamentale nella
guerra fredda. L'Italia, la Farnesina, ha sempre sostenuto l'idea dell'adesione della Turchia. Ma cinquanta
anni dopo, anche prima della crisi attuale, le possibilità
di adesione erano praticamente nulle, la Germania e
soprattutto la Francia non sono in grado di accettarla. Sulla base dei trends attuali, tra pochissimi anni la
Turchia, se fosse membro della UE, ne sarebbe il paese
più grande, con il più alto numero di deputati al Parlamento europeo e il più alto numero di voti al Consiglio. Tutti sanno che i negoziati non vanno da nessuna
parte, ma finora la Turchia non ha fatto il favore all'Unione europea di ritirare la sua domanda di adesione
che rimane sempre sul tavolo.
Eppure l'adesione sarebbe proprio quello di cui l'elite
avrebbe bisogno per accelerare e consolidare il processo di modernizzazione del paese. Rifiutare l'adesione
della Turchia mi sembra quasi un "tradimento" nei confronti della parte più moderna del paese. La povertà
relativa del paese non può essere invocata come argomento, il PIL pro capite della Turchia è superiore a quello di Bulgaria e Romania. Molte infrastrutture turche
sono di ottima qualità. L'aeroporto Ataturk di Istanbul
(che Erdogan vorrebbe sostituire con uno nuovo e più
grande) è mille volte meglio di Fiumicino o Malpensa. Nel 2011 Turkish Airlines ha vinto il premio della
migliore compagnia aerea europea ed è oggi una delle
più grandi compagnie aeree al mondo.
Al tempo stesso, mi sembra impossibile immaginare il
paese nell'Unione europea. Le differenze sono enormi. Se la Turchia dovesse applicare le regole europee, il
Grand Bazar di Istanbul dovrebbe chiudere; le migliaia di
negozi di stoffe e altri prodotti tessili tra il Grand Bazar e
la Nuova Moschea, uno degli spettacoli più affascinanti
di Istanbul, dovrebbero scomparire. Il dibattito su cosa
è l'Europa e quali ne sono i confini è complicatissimo e
senza una risposta chiara, ma quando si è in un taxi nel
traffico di Istanbul è difficile pensare di essere in Europa,
comunque la si voglia definire. All'interno dell'Unione
europea abbiamo un riconoscimento reciproco delle
decisioni amministrative prese degli altri paesi, perfino
delle decisioni giudiziarie sull'arresto di una persona. È
possibile immaginare che la polizia di Malmoe arresti
qualcuno, forse un giornalista, sulla base di un mandato
emesso da un tribunale di Izmir (quello che ha fatto arrestare qualche giorno fa 29 persone per quello che
hanno scritto su Twitter)?
E poi c'è l'Islam ...
Pensiero Democratico 7
Riforma vitale ignorata - e risparmi di centesimi!
di Roberto Vacca
L
’Italia diventa povera perché non fa abbastanza
ricerca. Si piange sulla disoccupazione che sale
tragicamente, ma non si dice che l’occupazione è
più alta ove i livelli di innovazione sono più elevati. La
Commissione Europea pubblica i dati 2012 la classifica al
2012 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e
1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica,
investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti, etc.) –
vedi istogramma seguente e tavole alla fine della presente nota.
In Italia gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo
sono lo 0,53 (nel 2011 erano 0,54) del PIL (0,71 della
media europea) e quelli privati sono lo 0,68 (nel 2011
erano 0,71 %) del PIL (0,54 della media europea). Questo divario dura da 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. La percentuale della
popolazione che ha completato l’educazione terziaria è
in Italia il 20,3%. La media europea è 34,6 %, Danimarca,
Norvegia, Svezia e Finlandia 47%, Francia 43,4%, UK
45,8 %, Irlanda 49,4 %. A livello più basso dell’Italia c’è
solo la Turchia.
L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli
investimenti in R&D particolarmente nel settore privato.
Diminuire gli investimenti e le spese (che creano lavoro),
aumentare le imposte e i tassi di interesse – sono politiche di austerità inopportune: non favoriscono la ripresa
e aggravano la depressione.
La tavola seguente mostra, insieme al livello di innovazione, il tasso di crescita relativo. Per l’Italia è poco meno del 3% - più basso di quello di Slovacchia, Malta e
delle Repubbliche Baltiche.
In Italia mass media e dibattiti politici non menzionano
questi dati. Sarebbe urgente la riforma vitale che portasse l’industria a triplicare gli investimenti in Ricerca e
Sviluppo spinta a farlo dal Governo. Invece non se ne
parla nemmeno. Si discute di riforme formali, come l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Si commentano con favore piccoli risparmi: un milione per
aver reso sobria la parata del 2 Giugno e 500 milioni di
finanziamenti pubblici ai partiti – da ridurre gradualmente [ma già il referendum del 1993 li aveva aboliti,
per vederli tornare un anno dopo].
I 4 Paesi europei più innovatori (Svezia, Germania, Finlandia, Danimarca) hanno un PIL pro capite del 25% più
alto del nostro e il loro PIL cresce ogni anno di 4 punti
percentuali più del nostro. Se innovassimo come loro
ogni anno il PIL crescerebbe di 60 miliardi di Euro, rispetto ai quali i risparmi citati – pure opportuni – appaiono trascurabili. Il baratro di cui parlava il Presidente
della Confindustria, dipende non solo da imposte alte e
da ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione,
ma anche dalla critica e triste situazione che ho descritto. Smettiamo di scavare baratri.
Figura 1: European Countries’ innovation performance. Finlandia, Danimarca, Germania e Svezia sono i
paesi con il più alto tasso di innovazione (Leader dell’innovazione). All’estremo opposto Bulgaria, Romania,
Polonia e Lettonia. L’Italia è uno dei paesi innovatori moderati con prestazioni sotto la media (EU).
8 Pensiero Democratico
Riforma vitale ignorata - e risparmi di centesimi!
di Roberto Vacca
Figura 2: Crescita della resa innovativa nel periodo 2008-2012. La crescita della resa innovativa è stata
calcolata per ciascun paese e per l'UE-27 sulla base dei dati relativi ad un periodo di cinque anni. Si osserva
che i paesi leader dell'innovazione e quelli che tengono il passo (Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Regno
Unito, Austria, Irlanda, Francia, Slovenia, Cipro ed Estonia) sono riusciti ad incrementare la crescita
dell'innovazione nel periodo di crisi 2008-2012, mentre l'indice è crollato nei gruppi degli innovatori
moderati (Italia, Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Malta e Lituania) e nei
paesi in ritardo (Polonia, Lettonia, Romania e Bulgaria).
I principali innovatori sono sempre più forti mentre gli innovatori moderati e i paesi in ritardo non riescono a
recuperare terreno.
La tabella nella pagina seguente presenta alcuni parametri significativi per lo studio del legame tra ricerca e innovazione: l'italia è messa a confronto con la media dei paesi europei.
Tabelle e grafici da: COMMISSIONE EUROPEA MEMO Bruxelles, 26 marzo 2013
Pensiero Democratico 9
Riforma vitale ignorata - e risparmi di centesimi!
di Roberto Vacca
Annex B: Current performance
10 Pensiero Democratico
Il partito delle riforme
di Giuseppe Ardizzone
G
li ultimi dati sulla disoccupazione giovanile che
ha superato il 40%, le preoccupate dichiarazioni
prima del Presidente di Confindustria Squinzi e
dopo del Governatore della Banca d’Italia Visco impongono a tutti un momento di riflessione e la disponibilità a
mettere da parte ogni eventuale pregiudizio ed ogni difesa dei propri privilegi per renderci tutti disponibili e compartecipi del cambiamento del nostro Paese.
molto simile a quello della Cina e di altri mercati emergenti che possono beneficiare di manodopera a basso
costo”.
Secondo quanto riportato nel recente Documento
di lavoro dei servizi della Commissione Europea-Esame
approfondito per l'Italia-a norma dell'articolo 5 del regolamento (UE) n. 1176/2011 sulla prevenzione e la
correzione degli squilibri macroeconomici, del
10/4/2013
prendere con la dovuta efficacia il ruolo di finanziamento
del sistema delle imprese che oggi non è soddisfacente.
“ La quota del valore aggiunto manifatturiero nei settori
a basso o medio-basso contenuto tecnologico ammontava al 62% nel 2009, rispetto al 44% della Germania, il
59% della Francia e il 64% della Spagna… Negli ultimi
vent’anni inoltre la specializzazione settoriale dell’Italia è
rimasta sostanzialmente stabile (il settore ad alta tecnologia rappresentava il 6,7% del valore aggiunto lordo totale del settore manifatturiero nel 2011, rispetto al 6,5%
nel 1992)” si conclude quindi che “Il modello di specializzazione dell’Italia ha esposto l’economia all’accesa concorrenza delle economie emergenti. La specializzazione
dell’Italia nei prodotti a basso e medio-basso contenuto
tecnologico implica un mix di prodotti per l’esportazione
E’ stata utile a questo scopo l’azione del Fondo Centrale
di garanzia e della Cassa Depositi e Prestiti che fra il 2009
e il 2012 hanno permesso quasi 60 miliardi d’intervento
a favore delle piccole e medie imprese fra nuovi finanziamenti e moratorie.
Se a tutto questo aggiungiamo un costo dell’energia mediamente superiore del 30% a quello sostenuto dai nostri
competitors europei, la difficoltà del credito ed il suo
costo elevato, le eccessive incombenze burocratiche,
l’insufficienza delle infrastrutture, l’inefficienza dell’amSenza di questo, rischiamo tutti di perdere il contatto con ministrazione pubblica, l’incompleta liberalizzazione del
i paesi più sviluppati e con la stessa Europa.
mercato ed una lentezza della giustizia che rende difficile
La conseguenza è sotto i nostri occhi: un bilancio dello la certezza del credito possiamo renderci conto delle ulStato pericolante, una disoccupazione a livelli insoppor- teriori difficoltà che gravano in Italia sul “ fare impresa”.
tabili un livello inaudito di corruzione, di delinquenza
organizzata e di rendita che pesano come macigni sul L’elevato costo e le difficoltà di accesso al credito sono
mondo produttivo, un progressivo impoverimento delle poi uno dei problemi più importanti che occupano la vita
famiglie, la perdita di competitività delle nostre imprese, delle aziende italiane. Il costo del denaro è inevitabilun rischio di vera e propria deindustrializzazione del no- mente influenzato sia dall’aumento delle sofferenze sia
stro sistema economico con modeste prospettive di dal rendimento dei titoli del debito pubblico.
crescita.
Secondo quanto espresso dal Governatore Visco nella
E’ nostro dovere reagire operando su due livelli, quello sua recente relazione annuale “Alla fine del 2012 la coninterno e quello europeo.
sistenza dei prestiti in sofferenza è salita al 7,2 per cento
Sul piano interno è necessario recuperare il divario di degli impieghi complessivi, dal 3,4 del 2007; quella degli
competitività crescente con i paesi europei più avanzati altri crediti deteriorati al 6,3 per cento, dall’1,9. Per le
agendo sia sulla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro sia imprese, il flusso delle nuove sofferenze in rapporto agli
dando un serio impulso ai progetti di ricerca e sviluppo. impieghi ha recentemente superato, su base annua e al
La limitata innovazione delle imprese italiane negli ultimi netto di fattori stagionali, il 4 per cento, un livello non
anni ha determinato, infatti, una progressiva perdita di toccato da venti anni. “
produttività orientando la specializzazione del nostro L’aumentato livello delle sofferenze, le perdite realizzate
settore manifatturiero (che copre ca. il 16,7% del valore sul valore dei titoli in portafoglio ed i nuovi criteri di Basiaggiunto lordo dell’Italia, dati 2011) verso prodotti a bas- lea tre comportano per il sistema bancario italiano la
sa intensità tecnologica.
necessità di una maggiore patrimonializzazione per ri-
D’altra parte, la maggior parte delle imprese italiane,
anche a causa della piccola dimensione, attinge con difficoltà ad altre forme di finanziamento della propria attività che non siano quelle bancarie.
Il sistema bancario italiano ha superato bene l’esame
della crisi finanziaria del 2008 e gli interventi dello Stato
a suo favore sono stati ben inferiori da quelli sostenuti
dagli altri paesi europei. Basti pensare che, come ci spiega il Governatore Vinco nella sua relazione: “Lo scorso
dicembre il sostegno dello Stato alle banche ammontava
all’1,8 per cento del PIL in Germania, al 4,3 in Belgio, al
5,1 nei Paesi Bassi, al 5,5 in Spagna, al 40 in Irlanda. In
Pensiero Democratico 11
Il partito delle riforme
di Giuseppe Ardizzone
Italia l’analoga quota è pari allo 0,3 per cento includendo gli interventi per il Monte dei Paschi di Siena.”
Bisogna tuttavia fare di più perseguendo due obiettivi:
a)
separare il legame esistente oggi fra l’andamento
del settore bancario e quello del debito pubblico
b)
Ripristinare il ruolo di finanziatore del sistema delle imprese.
Sul secondo punto bisogna che sia rafforzata la patrimonializzazione delle aziende bancarie sia capitalizzando gli
utili prodotti sia aprendo la loro composizione sociale a
nuovi investitori italiani ed esteri e riducendo il ruolo
delle fondazioni. Un’altra strada da percorrere è rappresentata dal potenziamento del ruolo del Fondo Centrale
di Garanzia e della cassa depositi e Prestiti che con il
loro credito di firma possono decisamente sbloccare
l’attuale pericolosa situazione di stretta creditizia impegnando in misura limitata le finanze dello Stato e consentendo un effetto moltiplicativo dei fondi stanziati.
Per quanto riguarda invece il primo punto il risultato è
conseguibile solo grazie ad un’azione concertata a livello
europeo. Si ritiene utile a questo fine riportare ancora
dei brani del testo della recente relazione del Governatore Visco: ” Il progetto di unione bancaria mira a spezzare la spirale tra debito sovrano e condizioni delle banche e del credito……………………………….
La creazione di un supervisore unico, imperniato nella
BCE e nelle autorità nazionali, è il primo passo; va rapidamente completato da uno schema comune di risoluzione delle crisi bancarie e da un’assicurazione comune
dei depositi. Vanno precisati i contorni, definiti i tempi di
attuazione, del progetto di un bilancio pubblico comune
dell’area dell’euro. ……………..
L’istituzione di meccanismi di sostegno finanziario comuni per le riforme strutturali nei singoli paesi può fornire l’occasione per avviare il progetto ed intraprendere,
in via sperimentale, l’emissione di titoli di debito congiunti.”
Queste ultime considerazioni del Governatore Visco,
unite ai suoi richiami indirizzati alle forze politiche italiane perché non pensino di poter ottenere in sede europea una deroga al tetto del deficit del 3% (, dato il continuo e previsto incremento del rapporto debito /PIL al di
fuori delle condizioni del “Fiscal Compact”), pongono
alla nostra attenzione il ruolo delle istituzioni europee
nei confronti del processo di crescita economica del continente. Timidamente Visco parla di “ emissione, in via
sperimentale, di titoli di debito congiunti” per finanziare
le riforme strutturali dei singoli paesi.In realtà l’unico
12 Pensiero Democratico
modo di affrontare definitivamente la questione sarebbe quello di fotografare l’attuale situazione del debito
dei singoli paesi europei, la cui possibile evoluzione è già
definita dalle regole del fiscal compact; e presentarsi
come unica entità di fronte ai mercati con la garanzia
della BCE e di tutti i governi europei : Successivamente,
la BCE dovrebbe a sua volta finanziare il debito dei singoli stati membri, internamente a tassi differenti
( spread all’interno di un ventaglio di oscillazione prestabilito) in base a criteri di valutazione ( rating) comunemente accettati e condivisi.
Questa misura permetterebbe di separare definitivamente il destino delle singole banche di un paese da
quello delle finanze pubbliche dello steso. Permetterebbe inoltre di rendere efficace la politica monetaria europea e di muoversi verso una parità di condizioni del credito nei confronti delle imprese di tutti i paesi membri.
Il cammino verso una maggiore integrazione europea di
tipo federale non può che realizzarsi a patto di ridurre le
differenze ed i vincoli rispetto all’utilizzo dei principali
fattori di produzione: capitale, lavoro e tecnologia. Muoversi verso una riduzione delle differenze sul costo del
denaro, sulla facilità di credito e sulla garanzia universale dei depositanti costituirebbe un passo avanti nel senso dell’integrazione. Avere la capacità di porre un limite
minimo europeo ai salari ed ai diritti dei lavoratori sarebbe un altro punto importante. Incrementare il bilancio europeo, anche con il ricorso all’emissione di titoli di
debito, per finanziare centri di ricerca comuni di eccellenza, per delineare un programma di approvvigionamento comune delle fonti energetiche al fine di equipararne i costi, per realizzare una politica militare ed internazionale comune, per realizzare le più importanti infrastrutture comuni, porrebbe le basi per un governo politico federale.
Se non si faranno passi in questo senso. su quali altre
basi si potrà procedere?
Le forze politiche del nostro paese si trovano impegnate
su due fronti quello nazionale e quello europeo. Entrambi sono essenziali per il futuro del paese e richiedono un
progetto di riforme difficili e radicali. Avremmo bisogno
di un grande partito delle riforme più che di tanti movimenti di protesta e/o di protezione dei privilegi acquisiti.
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L’organizzazione del fattore lavoro
di Giuseppe Ardizzone
L
a velocità con cui, nel mondo attuale, il capitale
finanziario si muove, cercando le occasioni più
interessanti di guadagno, costringe a rivedere le
categorie mentali con cui siamo soliti osservare l’evoluzione della società.
Vengono finanziate le combinazioni più vantaggiose di
capitale e lavoro ovunque trovano un ambiente favorevole e disponibile, anche a scapito di quelle conquiste
salariali e del welfare, patrimonio dei paesi occidentali.
Vi è una capacità organizzativa mondiale del fattore produttivo “capitale”, di fronte a cui appare evidente la
difficoltà organizzativa e la frammentazione del mondo
del lavoro. La gestione dei capitali può contare su di un
sistema finanziario mondiale, che supera la dimensione
nazionale, l’influenza ed il peso degli stessi Stati. Esistono poi, accanto alle situazioni ufficiali, tutta una serie di
paradisi fiscali e zone franche dove si sviluppano e crescono i rapporti fra capitali rivenienti da attività illegali e
legali. La maggiore capacità di guadagno, ottenuta dai
capitali produttivi, grazie alla disorganizzazione, frammentazione e sfruttamento mondiale del lavoro, consente poi alla finanza ed alla rendita di chiedere una
fetta sempre più grossa della ricchezza prodotta.
Certo, in qualche modo, questo processo ha permesso
una crescita quantitativa del prodotto mondiale; ma, se
guardiamo, nelle pieghe dello sviluppo, qual è la qualità
della vita delle diverse popolazioni, ci accorgiamo che la
crescita è spesso fondata su aspetti contraddittori e,
come sempre è successo in passato, urge procedere
verso un miglioramento generalizzato delle condizioni di
lavoro e di vita, un maggior rispetto per l’ambiente che
ci circonda, una maggiore attenzione per un orientamento dello sviluppo.
Quello che appare evidente è che, al contrario del capitale, il lavoro si presenta come un fattore produttivo
non sufficientemente organizzato e le cui condizioni or-
“Il quarto stato” (1898) di Giuseppe Pelizza da Volpedo
simboleggia l’affermazione di una nuova classe sociale, il
proletariato, che diventa consapevole dei propri diritti nei
confronti della società industriale.
L'intérieur d'un lavoir parisien . Illustration, 7 mars 1891,
numéro 2506.
ganizzative e di reddito variano in maniera significativa
fra una nazione e l’altra e all’interno dello stesso Paese.
Certo l’emigrazione consente ad un singolo lavoratore di
cercare le condizioni migliori in un altro paese; ma, questo processo è personalmente molto più impegnativo
rispetto a quello di un capitalista, che cerca nel mondo
la maggiore redditività per il proprio investimento finanziario.
All’interno degli stessi Paesi occidentali, il mondo del
lavoro risulta frammentato e disunito. La necessaria
flessibilità produttiva, richiesta dalle aziende per competere all’interno di una globalizzazione sempre più vincolante, impone di poter disporre dell’utilizzo del fattore
lavoro con duttilità sia in ingresso sia in uscita. È poi richiesta la possibilità del passaggio dei lavoratori da
settori o aziende in crisi a quelle più produttive, dal
pubblico al privato e viceversa., da un territorio all’altro.
Pierre Carniti (CISL), Luciano Lama (CGIL), Giorgio
Benvenuto (UIL) leader sindacali degli anni 70 e 80 del
secolo scorso a colloquio con il Presidente della Repubblica
Sandro Pertini.
Pensiero Democratico 13
L’organizzazione del fattore lavoro
di Giuseppe Ardizzone
Primo Congresso Internazionale dei Sindacalisti.
Londra 1913.
Il problema che ci troviamo ad affrontare oggi ha una
portata storica:
Come assicurare la necessaria flessibilità e duttilità del fattore produttivo lavoro, mantenendo nel
frattempo la continuità del lavoro, dei diritti e del welfare del singolo lavoratore?
Chi assicurerà e gestirà la libera circolazione del
lavoro secondo le esigenze del mercato senza prevaricare i diritti del lavoratore e senza marginalizzarlo?
È preferibile una gestione centralizzata dei processi o è sufficiente un sistema articolato di ammortizzatori
sociali e di welfare?
La prima questione da risolvere è quella di assicurare
alle persone la continuità del lavoro anche se non nello
stesso posto di lavoro. Quando la disoccupazione e la
precarizzazione assumono livelli tali, come in Italia e nel
Sud d’Europa, da costituire un problema complessivo di
tenuta delle nostre società, è necessario capire che il
fattore lavoro deve essere gestito nella sua interezza per garantire alla singola persona una continuità di
Campagna comunicativa dei Giovani Democratici Bergamo.
Lavoro, Diritti, Sapere.
condizioni di vita accettabili .
Nello stesso modo in cui all’inizio del Novecento il movimento operaio e sindacale si posero l’obiettivo di creare un fondo per le pensioni di vecchiaia e di porre un
limite concordato all’orario di lavoro settimanale; oggi,
con la stessa determinazione va sottolineato il concetto
del diritto alla continuità del lavoro, alla formazione permanente e ad una possibile crescita della mansione e
della professionalità. Il singolo lavoratore deve essere
seguito durante tutta la sua vita lavorativa, potendo
contare su adeguati sussidi di disoccupazione e di adeguati centri per l’impiego che consentano il suo reinserimento. Un obiettivo di questo tipo è di natura strategica
per le nostre società e pretende un contributo di solidarietà dei singoli lavoratori , delle imprese e della fiscalità
generale per la costituzione di un fondo adeguato a sostenere i costi di quest’organizzazione.
È da riflettere se, in quest’ipotesi, non possa modificarsi
il ruolo e la stessa natura giuridica del sistema sindacale. C’è da chiedersi se non sia proprio il mondo sindacale
a dover costituire l’ossatura dell’organizzazione della
gestione del fattore produttivo del lavoro che non contratterà solo le condizioni del salario e del lavoro ma
organizzerà anche tutta la vita lavorativa del singolo lavoratore nel suo passaggio fra periodi di occupazione,
disoccupazione, formazione e reinserimento in una nuova esperienza lavorativa.
Per avere un senso ed un futuro. un progetto del genere
dovrebbe avere poi un respiro almeno europeo e costituire la saldatura del mondo del lavoro e dei produttori
attorno a cui potrebbe crescere in maniera significativa
l’esperienza comunitaria.
Susanna Camusso, segretario generale della CGIL in
carica. CGIL Bergamo su Facebook.
14 Pensiero Democratico
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Il PD e l’alternativa diabolica
di Alberto Rotondi
I
n politica o anche nelle operazioni militari, si usa
definire “alternativa diabolica” (o del diavolo)
quella situazione in cui ci si può trovare quando si
è obbligati a scegliere tra due opzioni sfavorevoli e non
esiste alternativa. Scegliere il male minore sembra in
questi casi l’unica scelta ragionevole, anche se reca danno.
Appena dopo le elezioni, il PD si è trovato ad affrontare
una serie micidiale di alternative diaboliche.
La prima è costituita dallo stesso risultato elettorale: il
PD primo partito, ma costretto a fare una alleanza col
movimento di Grillo o col PDL di Berlusconi. Un alleanza
con Grillo implicava una trattativa umiliante, il sentirsi
dire “noi abbiamo un progetto trentennale e voi non ne
fate parte” e la condivisione del programma del Movimento5Stelle, in realtà appena abbozzato e tutto da
costruire. L’alleanza con Berlusconi, poi realizzata, si sta
rivelando una trappola senza via di uscita, con Berlusconi che più che salvare l’Italia cerca di salvare se stesso e i
suoi utilizzando la stabilità del governo come ricatto. Il
governo col PDL ha
spaccato il PD, ma
anche l’alleanza con
Grillo avrebbe fatto
lo stesso.
Altre alternative diaboliche
nascono
ogni giorno: se il PD
mandasse avanti la
ineleggibilità di Berlusconi per conflitto
di interessi verrebbe
accusato di supplire
con atti formali alla
mancanza di una sua
linea politica; se non
la mandasse avanti
verrebbe accusato di
ignavia e connivenza. Lo stesso vale per la interdizione
ai pubblici uffici, sempre di Berlusconi. Qui, per la verità,
ci sarebbe il fatto nuovo delle recenti sentenze, che potrebbero offrire al PD una giustificazione per fare una
prova di forza proprio adesso, dopo 20 anni.
Quei furboni del PDL si sono accorti di questa situazione
e, a loro volta, stanno attuando una strategia volta a
disseminare, sul percorso politico del PD, una quantità
impressionante di scelte diaboliche. In sintesi questa
strategia, descritta in dettaglio in
si può così riassumere:
1. fai una proposta di legge che non deve spaventare il
tuo elettorato di riferimento ma deve fare schifo all’elettorato potenziale del PD;
2. dopo poche ore di indignazione contro il PDL, l’elettorato di centrosinistra inizierà (anche grazie all’aiuto di
Grillo) a chiedersi: perché siamo alleati di questa gente?
3. una parte di elettori del centrosinistra penserà di
cambiare partito o addirittura deciderà di non andare a
votare più;
4. il PD proverà a replicare con una controproposta rivolta al suo elettorato, per provare a motivarlo;
5. il PDL, ascoltata la proposta del PD, dirà: “se passa
questa proposta cade il governo”.
6. nel frattempo il Movimento5Stelle prenderà alla
lettera la proposta del PD e annuncerà di voler discutere
la legge in Parlamento. Il PD, però, sarà già tornato sui
suoi passi dopo la minaccia del PDL di far cadere il governo;
7. il PD si trova ora davanti alla scelta diabolica: se appoggio la legge cade il governo che ho costituito e perdo
parte del mio elettorato, se non la appoggio perdo
un’altra parte del mio elettorato
8. si torna al punto 1., con il PDL che guadagna qualche
punto in più nei sondaggi.
Come mai il PD è giunto a questa situazione? Non dobbiamo dimenticare la causa esterna e imprevista, cioè
voto degli italiani. Però dalla parte del PD pesa l’accumulo di scelte sbagliate, il rinvio perenne di decisioni da
prendere sulla linea politica da seguire (centro, centro
sinistra, centro-sinistra col trattino, ecc), la divisione tra
i dirigenti provenienti dalle diverse anime che compongono il partito.
Ora però e venuto il momento delle scelte importanti
(non diaboliche). Il PD, pur continuando nel governo di
emergenza, deve darsi un assetto completamente nuovo: invece di dividersi in due nuovi partitini, guidati dai
vecchi dirigenti, è forse meglio che rimanga un partito
unico ma con nuovi dirigenti. Si dia una linea politica
chiara per il futuro, da attuarsi col governo che verrà
dopo le prossime elezioni, e faccia finalmente delle scelte chiare prima del voto.
http://www.valigiablu.it/come-fregare-il-proprio-alleato
-di-governo-in-pochi-semplici-passi/
Pensiero Democratico 15
Le foto di Emilia
Dove si nasconde il sole
16 Pensiero Democratico
Oscar Giannino e l’enigma della competenza
di Salvatore Venuleo
I talentuosi imbroglioni
Succedono fatti che dovrebbero indurci in riflessioni radicali o in autentiche rivoluzioni nei modi di pensare.
Invece. Invece i commenti si sprecano nella periferia del
fatto. Un esempio per me è lo “scandalo” Giannino. Preferisco parlarne ora proprio perché è ormai inattuale ciò
che ha scandalizzato. Una forse promettente carriera
politica stroncata dalla rivelazione di una bugia. Il professor Zingales, economista prestigioso e titolato, nonché membro autorevole di Fermare il declino, il movimento promosso da Giannino, scopre e senza indugi
rivela che il plurilodato giornalista economico ha mentito. Ha vantato nel proprio curriculum un master nella
prestigiosa Università Chigaco Booth in cui, disgraziatamente per Giannino, insegna proprio Zingales. Il master
in realtà non è stato mai conseguito. Le bugie si scoprono come si mangiano le ciliegie. Una dietro l’altra. Sicché si scopre che anche le due lauree (giurisprudenza ed
economia) vantate sono una bugia. Giannino si vergogna – immagino – come un bambino colto a rubare la
marmellata e si dimette.
Un’altra carriera politica troncata da una bugia, come
per Fini, Di Pietro, etc. Che dire? Non è una storia nuova. Qua e là nel mondo ministri e politici si dimettono
per analoghe bugie (anche più lievi): una tesi scopiazzata, ad esempio. Ma appunto a me non interessa il dato
etico. Giustissimo dimettersi. Censurabile l’imbroglio. A
me interessa il fatto che nessuno sospettasse la verità.
Né i lettori, né i dotti conferenzieri cui si accompagnava
Giannino, né i prestigiosi economisti come Zingales. Per
tutti – economisti compresi – Giannino era un grande
esperto di cose economiche e nessuno si sarebbe stupito se i master fossero stati due invece che uno e le lauree tre invece che due. Non somiglia ad altre storie questa storia? I ragazzi universitari che il giorno prima della
laurea confessano che non danno esami da anni, ad
esempio. Conclusione tragica qualche volta. Oppure le
migliaia di dentisti mai laureati e giustamente perseguiti
per esercizio abusivo della professione. Qualche differenza con Giannino, ma lieve a mio parere. La professione di giornalista economico non è tutelata da norma
alcuna. E – si può dire – non si rischia di ammazzare nessuno, fingendosi laureati ad Harvard. Però, nella maggior parte dei casi neanche i falsi dentisti hanno ammazzato qualcuno. Non riesco ad escludere che alcuni imbroglioni abbiano acquisito la competenza odontoiatrica per vie diverse dall’università. È probabile, non
certo, che gli abusatori del titolo siano praticoni che,
posti di fronte a un problema imprevisto, metterebbero
a rischio la salute (o la vita) del cliente. Beh, la stessa
cosa può succedere al chirurgo laureatissimo e brillantissimo che soffre di depressione o di alcolismo o di inson-
nia. In questo caso la vittima potrà tranquillamente dire
di essere stato assassinato da un dotto e certificato laureato. E non da un imbroglione. Non da un imbroglione? Non direi: la personalità e i disturbi della personalità
sono parte integrale della competenza.
Doris Day/Zingales, Clark Gable/Giannino
La vicenda Giannino mi ha fatto ricordare un vecchio
film, una commedia americana di un certo successo del
1958: Dieci in amore (Teacher’s pet). La citai a suo
tempo nella mia tesi di laurea sul tema della formazione
professionale. La cito di nuovo perché il tema resta
attualissimo, come un nodo irrisolto. Nel film Doris Day
è una docente universitaria di giornalismo, figlia di un
famoso direttore di un rinomato giornale. Clark Gable è
un giornalista valente che non ha dedicato molto tempo
allo studio nelle aule, ma che sa tutto del suo mestiere.
Brevemente, Gable si finge studente frequentando i corsi della professoressa Day. Ne diventa l’alunno prediletto. Poi la scoperta dell’inganno. Ma, infine, la scoperta che le tesi sul buon giornalismo della professoressa e del “praticone” coincidono. Insomma, il buon apprendimento teorico e il buon apprendimento esperienziale conducono allo stesso risultato.
Bene. Noi abbiamo separato da tempo i percorsi di apprendimento formale da quelli dell’apprendimento informale (sul campo). E, dopo averli separati, cerchiamo
ponti per collegarli, da qualche tempo. Dopo la scuola o
l’università uno stage (il famigerato stage che è diventato tutt’altra cosa dall’apprendimento guidato sul campo), il tirocinio oppure – anche in Italia – l’apprendistato. Apprendistato con un intreccio aula/lavoro che non
casualmente è nell’agenda degli ultimi governi nazionali.
Anzi ha smesso di essere un dispositivo pensato per i
mestieri di medio-basso livello, guardando anche alle
competenze più alte (formazione superiore). Importiamo dalla Germania del cosiddetto sistema duale (scuola/
azienda) il favore al dispositivo.
Le competenze invisibili
Ma cos’è la competenza di cui parliamo?. Secondo la
definizione di Guy Le Boterf, da cui peraltro altre definizioni non sono distanti, “La competenza è un insieme,
riconosciuto e provato, delle rappresentazioni, conoscenze, capacità e comportamenti mobilizzati e combinati in
maniera pertinente in un contesto dato”. Nella definizione è assente – giustamente – ogni riferimento alla
fonte della competenza ovvero ai canali formali
(scolastici, universitari), non formali (corsi e attività frequentate a scopo di apprendimento) e informali
Pensiero Democratico 17
Oscar Giannino e l’enigma della competenza
di Salvatore Venuleo
(l’apprendimento non intenzionale o risultante da attività culturali, lavorative, etc.).
Secondo i teorici della descolarizzazione, in prospettiva
tutti apprenderemmo in modo informale o non formale. Intanto però l’informale stenta a ricevere quel riconoscimento che può certificare la competenza. O meglio, in diversi paesi europei e in Scandinavia e Danimarca soprattutto, si affermano procedure di riconoscimento. In Italia siamo fermi a qualche sperimentazione. Su
questo e sul libretto formativo che dovrebbe raccogliere
le competenze maturate dal cittadino. E le sperimentazioni riguardano essenzialmente la certificazione di competenze di mestiere cui non concorre la scuola, ma al
più il sistema di formazione professionale. Così per il
mestiere di badante, ad esempio. Al più ragioniamo di
crediti derivanti da esperienze anche di volontariato
(così a scuola) che consentirebbero un punteggio aggiuntivo o (università) una riduzione dei tempi del corso.
Tutto questo col frequente sospetto di attivare un meccanismo di favore. Insomma è ragionevole pensare che
Lucas Van Leyden (Leida, 1494 – 1533) . Dentista
medioevale in azione.
Lucas Van Leyden (Leida, 1494 – 1533) . Chirurgo all’opera
sul capo del paziente. 1512.
18 Pensiero Democratico
Giannino (e qualcuno dei dentisti imbroglioni) abbia
non solo dovuto fare a meno dell’università, ma anche
che abbia potuto farne a meno. Costruendo la propria
competenza con i propri ritmi, pause di mesi o di anni,
immersioni in convegni e biblioteche, ricerca, confronto, lavoro. Perché mai Giannino non avrebbe dovuto
ricevere una certificazione equipollente al titolo di laurea o al master? O, meglio, quale giustificazione hanno
due distinti e non dialoganti certificazioni, una del sistema formale, l’altra proveniente dalla vita, dal lavoro e
dalla validazione continua ricevuta dai pari? Aspettiamo
pure il giorno in cui ci occuperemo di questo. Dell’immane spreco costituto dalle competenze che
ci passano accanto, non riconosciute e irriconoscibili
quando cerchiamo una badante o un manager. Al contempo siamo assediati da titoli cartacei che nulla dicono
sulle competenze possedute. E sappiamo che se dietro
quei titoli c’erano un giorno competenze, quelle competenze oggi potrebbero essere evaporate. Già è un altro
tema mai all’ordine del giorno: chi verifica se oggi merito ancora il titolo di ragioniere o quello di ingegnere che
meritai trenta anni fa? Immagino che chiedere di replicare periodicamente esami e abilitazioni sarebbe una
proposta di riforma senza largo consenso.
La strana storia del grano Creso
di Alberto Rotondi
T
utti sanno che la pasta e molti alimenti mediterranei sono basati sul grano duro, un cereale tipico della cultura del Nordafrica e del Medio
Oriente ed oggi diffuso anche al di là delle zone di origine. Però pochi sanno che la varietà Creso, una di quelle
maggiormente utilizzate negli ultimi trenta anni nelle
coltivazioni italiane, fu ottenuta nel Centro di studi nucleari del CNEN della Casaccia (Roma) nel 1974. Il grano
duro Creso è infatti un incrocio tra la varietà messicana
Cymmit e l'italiana Cp B144, mutante della Cappelli ottenuta sottoponendo quest'ultima a bombardamento con
raggi gamma.
L’azione mutagenica dei raggi X e gamma era stata scoperta già negli anni 1927 e 1928 e una folta schiera di
genetisti aveva studiato la possibilità di indurre, anche
in molte piante superiori, modificazioni ereditarie del
patrimonio genetico e di ottenere in tal modo un ampliamento talvolta prezioso della variabilità già esistente
in natura. Va ricordato che ci sono anche numerosi mutageni chimici che vengono utilizzati in alternativa alle
radiazioni e che oggi sono migliaia le specie alimentari
selezionate con mutazioni genetiche (una delle più note
è il pompelmo rosa, anche lui frutto di un irraggiamento
nucleare avvenuto negli USA negli anni 70).
Nel caso del Creso, il trattamento all’intera pianta veniva eseguito nel Campo Gamma, una vasta area circolare, circondata da un argine di protezione, con al centro
una sorgente di Cobalto 60 normalmente interrata. Per
effettuare gli irraggiamenti la sorgente veniva alzata,
ovviamente a distanza, e le radiazioni si diffondevano
orizzontalmente su tutto il campo gamma, nel quale
erano collocate le varie piante da irraggiare, con dosi di
radiazioni programmate sulla base della distanza dalla
sorgente e del tempo di irraggiamento. I raggi gamma
rompono i legami chimici e biologici, ma non inducono,
a differenza dei neutroni, alcuna radioattività nelle so-
Il Campo Gamma della Casaccia dove fu irraggiato il grano
(da Luigi Rossi, rivista ENEA, ENERGIA, AMBIENTE E
INNOVAZIONE n. 6/2010)
stanze che incontrano.
Fino agli anni 60 tutte le varietà di grano duro erano
caratterizzate da una taglia molto alta, 140-180 cm, che
le rendeva soggette al ripiegamento della pianta fino a
terra, il che arrecava gravissimi danni alla resa delle colture. Con la mutagenesi fu possibile selezionare molti
mutanti a taglia bassa, resistenti al ripiegamento e
adatti a ricevere le concimazioni azotate. Furono questi i
primi grani duri ad essere coltivati anche nei terreni fertili.
Per migliorare le caratteristiche dei mutanti e per trasferire i “caratteri mutati” in nuove varietà, fu poi realizzato un ampio programma di incroci biologici, con successive selezioni genetiche per caratteristiche di interesse
agroalimentare.
Tra le nuove linee fu selezionata una specie con piante
basse e vigorose, spighe molto fertili, resistente alle malattie e in particolare alle ruggini. Essa fu iscritta nel1974
nel Registro Nazionale delle varietà di grano duro con il
nome Creso. Questa varietà era il frutto di un incrocio
fra un grano mutante (B144), ottenuto irraggiando la
varietà Cappelli, e una pianta di origine messicana. In
pochi anni la varietà Creso diventò quella più coltivata
in Italia (già nel 1982 rappresentava il 60% della semente di grano duro certificata) facendo raddoppiare la produzione italiana di grano duro a parità di superficie.
Pensiero Democratico 19
La strana storia del grano Creso
di Alberto Rotondi
Ancora oggi, dopo oltre 30 anni dalla sua registrazione,
il Creso è coltivato nel nostro Paese su un’area superiore al 20% della superficie totale a grano duro, ed ha contribuito a fare dell’industria molitoria e pastaria italiana
la prima al mondo. Il Creso è stato utilizzato nei programmi di miglioramento genetico del grano duro anche
in molti paesi esteri, dalla Cina al Canada; è certo ormai
che buona parte della relativa produzione mondiale è
ottenuta con varietà da esso derivate.
Questa è la storia, che ho ripreso da un esaustivo e interessante articolo di Luigi Rossi, apparso nel numero 6
della rivista ENEA del 2010: http://www.sede.enea.it/
produzione_scientifica/pdf_EAI/2010/6/CasoCreso.pdf.
La mutazione genetica indotta da radiazioni è in realtà
un fenomeno che avviene anche in natura. Tutti gli esseri viventi sono colpiti da radiazione: noi siamo costantemente attraversati dai raggi cosmici, che sono particelle
nucleari di alta energia provenienti dal Sole e dallo spazio extraterrestre. Queste particelle attraversano il nostro corpo con una frequenza di circa 100 al secondo.
Inoltre siamo anche costantemente bombardati da particelle nucleari provenienti dal decadimento radioattivo
dei molti radioisotopi (la maggior parte naturali) presenti nell’ambiente. A causa del Potassio 40, isotopo radioattivo naturale, nel corpo umano avvengono circa
8000 disintegrazioni nucleari al secondo. Tutto questo
bombardamento nucleare a volte colpisce le molecole
del DNA degli esseri viventi, provocando mutazioni genetiche che alterano il fenotipo, cioè le caratteristiche di
una certa specie. Queste sono mutazioni casuali, perché
non si controlla quale parte del DNA o del materiale genetico è stata modificata. Una azione simile è svolta
naturalmente anche da molti virus e da alcune sostanze
chimiche. Dopo la mutazione casuale, la pressione evolutiva dell’ambiente seleziona gli organismi che si
20 Pensiero Democratico
adattano meglio. Mutazione casuale e pressione evolutiva dell’ambiente sono i meccanismi principali che, secondo la maggior parte degli scienziati, regolano l’evoluzione delle specie viventi. Alla Casaccia si è semplicemente accelerato e pilotato questo processo naturale
utilizzando le radiazioni del Cobalto 60. Diversa è l’ingegneria genetica, dove pezzi di DNA o di altro materiale
genetico vengono sostituiti o alterati n modo mirato e
non casuale, per ottenere mutazioni. Con l’ingegneria
genetica è anche possibile mischiare materiale genetico
di specie diverse, il che non avviene invece nella mutazione da radiazioni nucleari.
Mi chiedo se oggi si potrebbe ripetere questa vicenda,
allora passata del tutto inosservata al grande pubblico,
senza un forte dibattito sociale e politico, come quello
che oggi sta avvenendo intorno all’uso degli OGM. Non
sono un biologo ma un fisico, quindi non posso discutere con cognizione di causa le implicazione sull’uso degli
OGM. Ricordo solo che qualche anno fa un giornale tedesco, forse con l’intento di colpire l’industria alimentare italiana, riportò nei dettagli (ma in modo assolutamente corretto) la storia del grano Creso. Apriti cielo!
L’allora ministro dell’ambiente, Pecoraro Scanio, minacciò sfracelli, ed Ermete Realacci, attuale responsabile
della green economy per il PD dichiarò: “L’ingegneria
genetica permette di saltare i confini tra una specie e
l’altra, e perfino tra regno vegetale e regno animale.
Invece trattando con i raggi un seme si accelera la produzione di individui mutanti: è un processo naturale“.
C’è del vero nelle parole di Realacci, anche se in realtà
molte mutazioni e incroci saltano i confini tra le specie;
tuttavia, le ultime parole sono significative (e sbagliate):
tutto ciò che è naturale fa bene all’uomo, o almeno non
è pericoloso. Si mangerebbe Realacci una insalata di
Ammanite Falloidi? Oppure farebbe resuscitare il virus
del Vaiolo? Più naturale di così!
Occorre quindi un nuovo atteggiamento culturale, e anche politico, nei confronti del progresso scientifico. La
pseudo cultura, di tipo commerciale e pubblicitario, che
afferma la superiorità dei prodotti naturali, andrebbe
sostituita con dei principi etici che definiscano le azioni
e le pratiche, naturali o meno, rivolte al benessere
dell’uomo, delle altre specie animali ed alla integrità
dell’ambiente che ci circonda. Insomma, dobbiamo agire sapendo cosa si può fare, cosa non si può fare ed in
nome di che cosa. Per arrivare a questo abbiamo bisogno del metodo obiettivo e imparziale della scienza, ma
anche di una buona politica, che sappia trovare la strada
migliore (etica e pratica) per il progresso delle società
umane e la conservazione del pianeta.
I giochi della mente
di Giorgio Mauri
T
utti i cuccioli, a qualsiasi specie appartengano,
amano “giocare”. Siamo quindi di fronte ad un
comportamento universale, e non ad una peculiarità dell’uomo o, stando ad alcune accezioni comuni,
ad un suo vizio.
Il gioco è il comportamento con cui il giovane animale
impara le arti per poter affrontare la vita da adulto. Per
l’uomo è particolarmente importante lo sviluppo dell’intelligenza, intesa come il complesso delle abilità di ragionamento e osservazione con cui cogliere significati,
relazioni, analogie, logiche.
Credo che qualsiasi maschio abbia giocato alla guerra,
come qualsiasi femmina abbia giocato con le bambole.
In questo caso il “gioco” ha una valenza pratica dominante.
Ma nella storia delle civiltà abbiamo assistito allo sviluppo di giochi più astratti, e anche se in ogni cultura essi
hanno assunto forme diverse, sono maggiori gli elementi in comune delle differenze. Di sicuro sono identici, in
ogni gioco, le finalità: affinare le capacità di analisi per
capire quale sia, in ogni momento, l’azione più vantaggiosa da prendere.
E così si assiste a qualcosa che solo nella seconda metà
del secolo scorso ha preso forma: la teoria dei giochi, la
quale non è che la scienza delle decisioni, cioè l’arte di
individuare quale sia la “mossa giusta” da fare, soppesando con grande capacità di giudizio tutti i pro e i contro di ogni possibile scelta.
L’atteggiamento molto diffuso tra le menti matematiche
che hanno creato tale teoria (il più famoso è stato certamente John von Neumann) è stato quello di sottolineare
i “limiti” dei giochi comuni (scacchi, go, carte) rispetto
Un uomo ed un donna coreani giocano a Go nei primi anni
del XX secolo.
Divisione Stampe e Fotografie della Biblioteca del Congresso sotto
l'ID digitale cph.3b26994.
alla realtà. Se devo fare una scelta bellica gli elementi da
valutare sono certamente imponderabili, non posso
avere nessuna certezza, come invece può avvenire, per
esempio, in una partita di scacchi. Se devo scegliere il
titolo dell’ articolo di fondo del mio giornale fra le migliaia possibili, non ho nessun oggettivo (matematico)
criterio di scelta.
Per questi motivi la “teoria dei giochi” è scienza, è
“nobile”, laddove un gioco resta una palestra più o meno valida per sviluppare le doti intellettuali per affinare
le proprie capacità di decisione, ma comunque all’interno di processi dialettici matematici, quindi non aderenti
alla realtà, la quale propone sempre degli imprevisti.
Purtroppo non ho il cervello di John von Neumann, ma
ho le sue passioni: l’informatica, la matematica, la filosofia. Diversamente da lui, in maniera forse più simile a
Emanuel Lasker, mi sono ritrovato fin da giovanissimo a
dover racimolare qualche “denaro”, e il gioco, negli anni
in cui lo studio pretendeva quasi un impegno a tempo
pieno, è stato il mezzo.
Esattamente come accadde a Lasker lo scopo, vincere,
era ciò che regolava le mie scelte. Cioè la “realtà del
gioco” è ben diversa dalla sterile matematica visione di
Neumann! Non è assolutamente vero che in ogni posizione di una partita di scacchi la mossa “migliore” sia
una. Lo è se diamo in pasto ad un automa perfetto la
continuazione della partita, ma, come accade nella realtà, l’avversario è un uomo, con le sue caratteristiche, e
quindi altrettanto imprevedibile quanto la realtà.
Sofonisba Anguisola. Lucia, Minerva and Europa Anguissola
Playing Chess, 1555.
Muzeum Narodowe Poznań, Poland
Le partite di Lasker sono un esempio fulgido di questo
principio. Lui faceva la mossa più adatta contro quell’avversario specifico, non la mossa più forte! Personalmen-
Pensiero Democratico 21
I giochi della mente
di Giorgio Mauri
versario si trova a disagio.
Ma come si fa a capire quale sia il terreno da preparare ?
Ecco un altro aspetto della “teoria delle decisioni” identico alla sua essenza: capire l’avversario (qui un uomo,
nella teoria delle decisioni invece può essere una popolazione, un continente, etc.) dalle sue decisioni, dal suo
atteggiamento, dal suo aspetto, dalle informazioni del
suo linguaggio non verbale! Quindi siamo esattamente
dentro a una situazione reale, nonostante ci si trovi di
fronte ad una scacchiera, o ad un goban (la tavola da
gioco del GO), o al tavolo verde con sipari del bridge.
Emanuel Lasker (a destra) e Steinitz nel match del 1894.
Emanuel Lasker (Barlinek, 24 dicembre 1868 – New York,
11 gennaio 1941) è stato uno scacchista e matematico
tedesco. Fu campione del mondo di scacchi dal 1894 al
1921. Era anche un fortissimo giocatore di Bridge e di Go.
te, pur avendo giocato a scacchi pochi tornei nel corso
della mia vita, ho sempre applicato questo criterio, per
la semplice ragione che se avessi giocato le mosse
“giuste” (parlo della fase iniziale della partita) il mio avversario, anche se fosse stato più debole di me, avrebbe
potuto rispondere in maniera perfetta qualora avesse
“studiato” bene quell’apertura. Cioè avrei ridotto la fase
iniziale della partita ad un esercizio di memoria!
Quindi, nella realtà del gioco, gli elementi
“imponderabili” esistono, ed esistono perché qualsiasi
gioco richiede due persone, quindi diventa fondamentale “capire” chi si ha di fronte, intuirne le debolezze, la
forza, le inclinazioni. Normalmente si vince se si riesce,
in una partita, a creare uno scenario di lotta in cui l’av-
Una ultima considerazione. Quando dobbiamo stabilire
se e come lanciare un prodotto su un mercato ci troviamo di fronte ad un problema di valutazione molto complesso. Chi sa svolgere bene un compito del genere è un
esperto di settore, non nasce dal nulla, ma ha affinato la
sua professionalità con studi appropriati e anni di pratica. La sua abilità maggiore consiste nel saper individuare
gli elementi fondamentali, quelli da tenere presenti,
distinguendoli da quelli poco influenti. E’ esattamente
quello che distingue un grande maestro di scacchi da un
ottimo giocatore di scacchi ! La loro capacità di analisi è
pressoché identica, quello che cambia è proprio la capacità di saper scegliere cosa analizzare e cosa ignorare.
Idem per un giocatore di GO, idem per un giocatore di
bridge.
Estendendo questo concetto emerge il fatto più importante: capacità di cogliere tutto ciò che si ha di fronte,
che non si riduce alla semplice disposizione dei pezzi,
delle pedine, o delle carte, ma ad un insieme infinito di
elementi di giudizio, in cui gioca un ruolo decisivo anche
il l’intervallo temporale dei vari eventi.
Tralascio di parlare di albero delle decisioni, di giochi a
somma zero, e di altri elementi della teoria dei giochi,
rimandando chi è curioso alla vasta letteratura disponibile in ogni lingua in tutto il mondo.
Una mano a Bridge
22 Pensiero Democratico
arte, musica, spettacolo
A cura dei gruppi “Cinema e TV” e “Arte, Musica, Cultura”
La grandezza e la bellezza
di Salvatore Venuleo
Se troviamo affinità e rimandi fra due film lontani, difficile decidere quanto ciò dipenda dai nostri filtri personali o -oggettivamente - dallo spirito del tempo che li
ispira e avvolge entrambi. Mi riferisco a due film caratterizzanti questo 2013: l’americano Il grande Gatsby
di Luhrmann e l’italiano La grande bellezza di Sorrentino. Io sono portato a sospettare che il comune riferimento alla grandezza non sia un mero caso. E penso
anche che la bellezza sia il dominante leit motiv che li
apparenta.
Il grande Gatsby è stato giudicato film di belle immagine e belle suggestioni musicali. Meno felice nella descrizione dei caratteri, non all'altezza del romanzo di Fitzgerald. Giudizio condivisibile. Anch’io sono stato attratto
dalle immagini e dai suoni. Molto attratto dalla bellezza
degli abiti e in particolare dal fazzoletto annodato alla
testa di Daisy. Daisy è la donna amata in gioventù da
Gatsby, quella per cui il protagonista si è fatto ricchissimo. Per meritarla e per offrirle lo sfarzo degno di
lei. Non riuscirà però la strategia della conquista. Nel
calcolo delle convenienze che contiene e orienta anche
l’amore, Daisy sceglierà il conformismo. Non così Gatsby
che concluderà nell’incontro imprevisto con la morte la
propria ossessione d’amore. Un amore che esclude ogni
altro interesse. Daisy e Gatsby – che scopriremo tanto
diversi – almeno in ciò sono simili. Non identici. Nella
bulimia di bellezza e di lusso. Assoluta in lei che non
possiede altri interessi. Strumentale in lui, per arrivare
a lei. Il grande Gatsby è anche un film sull'esibizione
del lusso. C'è un giudizio del regista su quella esibizione
sfrenata? Credo di sì. Nugoli di camerieri. Nelle cene un
cameriere dietro ogni commensale. E poi quel domestico ( mi ha provocato quasi un tic, un "no, questo no")
che stende un tappeto davanti a Daisy mentre scende
Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan in una scena del film
“Il grandeGatsby”
Il grande Gatsby
dall'auto affinché le sue scarpe non ricevano l'oltraggio
della polvere. Ho sentito (è la mia lettura o tutti lo hanno sentito?) l'inaccettabile normalità del lusso, l'inaccettabile, "normale" classismo nelle decine di servitori
per un uomo solo. Decine di vite consumate servendo
cocktail e stendendo tappetini sotto i piedi dell'upper
class. Ma anche le vite degli abitanti del lusso sprecate, infine. L'arte è ambigua e noi siamo irrimediabilmente ambigui. Ho ammirato - dicevo- il fazzoletto annodato attorno alla pettinatura di Daisy. La bellezza
cioè. Quella bellezza resta bellezza, pur nella consapevolezza indignata che essa è generata dal lavoro oscuro
di uomini, operai e servitori al servizio del lusso di parassiti e criminali. Questo è un esempio di assoluta ambiguità. Che ci accompagna e ci accompagnerà sempre.
A meno che… Perché anche il Battistero di Firenze e
Piazza del Campo e il Colosseo e la Gioconda ci sono
perché il lavoro degli ignoti manovali produceva ricchezza mal distribuita che finiva nell'imbuto della domanda
dei ricchi e delle remunerazioni di architetti e artisti. E
però l'ambiguità fra giudizio estetico e giudizio etico qui
si ferma. Perché resto convinto che senza lo sfruttamento e l'ingiustizia endemica, non avremmo avuto né
Piazza Del Campo, né la Gioconda, né la bellezza di Daisy. Altrettanto convinto sono però che avremmo avuto
altra bellezza, forse un minor numero di capolavori, ma
una bellezza più continua e diffusa in ogni angolo del
mondo.
La grande bellezza di Sorrentino è la storia di una bellezza diversa, di una città dalla bellezza che acceca e uccide
(letteralmente nel film, nel turista stroncato da infarto
alla vista di Roma dal Gianicolo). Anche in Sorrentino, come in Luhrmann, c’è la bellezza struggente di un
ricordo giovanile. Il “quello che poteva essere e non è
stato”. Esempio “fra gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza” cui segue la normalità dello “squallore disgrazia-
Pensiero Democratico 23
arte, musica, spettacolo
A cura dei gruppi “Cinema e TV” e “Arte, Musica, Cultura”
to e l’uomo miserabile”. Jepp Gambardella (Toni Servillo) è il protagonista della nuova dolce vita romana. Autore di un solo romanzo, quanto basta per definirsi
“romanziere”. Anche lui, non dissimilmente da Gabtsy,
autore di un progetto di grandezza sulla propria esistenza. Un po’ in scala minore. La capacità di far fallire qualunque festa sarà la cartina di tornasole con cui misurerà la propria grandezza. Sullo sfondo quel ricordo giovanile che ferisce come una lama. La giovane fidanzata che
gli offre lo sprazzo di bellezza della camicetta d’improvviso slacciata per mostrare i seni acerbi. Dopo quella
apparizione solo “lo squallore disgraziato”. La bellezza
degli eventi straordinari e irripetibili della vita quotidiana. Più intensi del contatto con la Gioconda e che però
non si può tornare ad ammirare, assolutamente non
replicabili.
Alice che ha due anni e mezzo, aspetta con la mamma
sulla porta di casa. Vede arrivare in fila prima il papà,
poi la nonna e infine il nonno. Ci conta e ci nomina man
mano e quando arrivo io dice: “tuttiii”, facendo un gesto inclusivo con le braccine. E io sono felice di sentirmi
incluso, parte del suo tutti . Non replicabile. Le chiedo il
bis ogni tanto. Ma non è la stessa cosa. La sua voce, il
contesto, tutto cambiato. La bellezza degli eventi irripetibili della vita quotidiana.
In entrambi i film la festa è la cornice dominante. Il
jazz degli anni 20 e la disco music di uno scorcio di anni
2000. In entrambi un ballare fino allo sfinimento. Con la
felicità orgastica di un’epoca, quella degli anni 20, che
ha incontrato uno sviluppo impetuoso e l’ascensore
sociale. Per quei pochi ovviamente che comunque ci
lasceranno i colori di un’epoca. In Sorrentino un danzare compulsivo nella bruttezza dei volti rifatti, in una catena di montaggio che assicura prezzi standard e bellezza standard (ovvero bruttezza). La bellezza della città
(cioè del passato) e la bruttezza estetica e morale degli
abitanti delle feste. La cocainomane che sniffa in cucina
Una Serena Grandi (coraggiosa o masochista) mostrata
ora, tanti anni dopo l’aver incarnato l’immaginario erotico degli italiani. O la figura capolavoro del cardinale
(Herlitzca) indifferente a fede e speranza e però autentico culture di raffinata gastronomia. Perché non è la fede
(l’abito cardinalizio e la gastronomia sì) che può introdurre nel giro che conta. O, quando è la fede, è la fede teatrale della suora ultracentenaria).
Sorrentino rinuncia a mostrare i cittadini normali, il lavoro, la fatica, la vita. Li mostra per un attimo nello sguardo perplesso, rassegnato e quietamente severo
della domestica che viene da lontano ad assistere alle
sniffate della padrona. Nel Verdone, giornalista di chiaro
insuccesso, che annuncia il ritorno nella sua provincia.
Sorrentino nasconde tutto nella Roma bellissima e ad-
24 Pensiero Democratico
Una scena del film “La grande bellezza”
dormentata delle albe e delle notti. Nel Grande Gatsby
la bruttezza appartiene alla periferia e ai suoi abitanti,
nella Grande bellezza la bruttezza è prerogativa della
classe dirigente e dei parassiti che la circondano. Condivido l’interpretazione della Grande bellezza
come un seguito della Dolce Vita. Un seguito appunto,
non un remake. Direi che La dolce vita è invece assimilabile al Grande Gatsby. Nell’uno e nell’altro i fortunati e
inquieti gaudenti hanno anima, speranza, progetti, gioia
e inquietudine. Sono gli esponenti di una classe invidiata e invidiabile. Ma mentre Fellini avvolgeva col suo
sguardo pietoso i suoi protagonisti, nella Grande bellezza i personaggi sbiadiscono in una poltiglia di non senso. Il seguito della Dolce vita è quindi una vita vuota e
amara. Estetica del privilegio quindi, implacabilmente
critica nella Grande bellezza che è più un saggio sulla
bruttezza, ambigua nel Grande Gatsby. Anni luce di distanza ovviamente dalla scoperta degli uomini normali,
quelli che non fanno né storia né cronaca, anni luce dalla lezione del neorealismo.
Il grande Gatsby: Film del 2013. Regia, sceneggiatura, produzione: Baz Luhrman. Soggetto: Francis Scott Fitzgerald. Distribuzione: Warner Bros.
La grande bellezza: Film del 2013. Regia e soggetto: Paolo
Sorrentino. Sceneggiatura: Paolo Sorrentino e Umberto Contarello. Produzione: Indigo Film, Medusa Film, Babe Film, Pathé, France 2 Cinéma. Distribuzione: Medusa Film.
uno sguardo al passato
A cura di Giuseppe Picciolo
Sport di massa al tempo della Belle Epoque
Nella Belle Epoque si affermava lo sport di massa così
come lo intendiamo oggi, cioè un insieme di attività agonistiche praticate e seguite da un elevato numero di
persone. Lo sport acquistava una importanza educativa,
culturale e sociale anche attraverso la codifica di regole
che riflettevano lo spirito dell’epoca tendendo a creare
un’etica dello sport, una morale pubblica che valesse
anche nella vita di ogni giorno. A questo intento contribuivano la stampa attraverso l’amplificazione degli
eventi agonistici, la letteratura e l’arte che ne nobilitavano il significato. La sponsorizzazione degli eventi e dei
protagonisti delle imprese sportive aggiungeva allo
sport di massa una rilevanza economica. Per gli sport
motoristici era importante anche il contributo che davano al progresso tecnologico e alla diffusione dei nuovi
mezzi di trasporto.
La pratica sportiva si diffondeva anche tra le donne che
cominciavano a cimentarsi anche nelle stesse discipline
degli uomini e lo sport diventava un importante veicolo
per l’emancipazione femminile.
La passione per il ciclismo si diffondeva tra tutti i ceti
così come l’uso della bicicletta per gli spostamenti e le
passeggiate all’aria aperta. Fino dagli anni sessanta si
svolgevano gare in pista e nell'ultimo decennio
dell'Ottocento cominciarono a essere corse gare su strada: competizioni spesso massacranti, per distanza percorsa e condizione delle strade, che poi sarebbero state
denominate "classiche”. Nei primi anni del novecento si
organizzavano le prime grandi corse a tappe: il Tour de
France esordì nel 1903 con la vittoria di Maurice Garin,
Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d’Italia.
The Ladies of the Wheel, 1896 (Brown University Library )
un valdostano naturalizzato francese che in precedenza
aveva vinto per due volte la “classica” Parigi-Rubaix.
Nel 1909 fu organizzato il primo Giro d'Italia per iniziativa del giornale sportivo milanese La Gazzetta dello Sport
diretto da Armando Cougnet. Partito il 13 maggio da
Milano si concluse ancora a Milano dopo 8 tappe con la
vittoria di Luigi Ganna. Vi parteciparono 127 corridori di
sei squadre e solo in 49 riuscirono ad arrivare alla fine.
La seconda edizione si svolse in dieci tappe dal 18 maggio al 5 giugno 1910, e fu vinta da Carlo Galetti che si
affermò anche nell'edizione del 1911. Il Giro d'Italia del
1912 fu disputato a squadre in nove tappe: venne vinto
dall'Atala, composta da Luigi Ganna, Carlo Galetti, Eberardo Pavesi e Giovanni Micheletto. Nel 1913 vinse Carlo Oriani e nel 1914 Alfonso Calzolari.
Il calcio moderno era nato a Londra nel 1863 quando i
rappresentanti di undici club e associazioni sportive londinesi crearono la prima federazione calcistica nazionale, che prese il nome di Football Association. Nel 1871
nasceva la federazione scozzese, nel 1875 quella gallese
e nel 1880 la federazione irlandese. In quegli stessi anni
Pensiero Democratico 25
uno sguardo al passato
A cura di Giuseppe Picciolo
Genoa Cricket and Athletic Club campione d’Italia di calcio
1898
venivano codificate le regole del gioco. Nel 1886, ad
opera delle quattro federazioni veniva fondato l'International Football Association Board (IFAB), con il compito
di far rispettare le regole e se necessario di apportarvi
modifiche.
La Federazione Italiana di Football fu fondata a Torino il
16 marzo 1898, e lo stesso anno fu disputato il primo
campionato italiano che fu vinto dal Genoa.
I primi tornei erano strutturati su un sistema ad eliminazione diretta. Il Genoa fu la prima Grande del calcio italiano, aggiudicandosi i primi tre tornei. La serie dei genovesi fu interrotta dal Milan che si aggiudicò il titolo
nel 1901. I genoani vinsero i successivi tre tornei. Nel
1905 vinse la Juventus. L'ultimo torneo disputato prima
della Grande Guerra nel 1914 fu vinto dal Casale.
Si organizzavano le prime corse automobilistiche che
presto divennero un importante richiamo mondano. La
prima gara automobilistica, o meglio “concorso per
vetture senza cavalli” ,fu la Parigi-Rouen nel 1894.
Poiché la gara era aperta a tutte le vetture capaci di
muoversi senza cavalli, quindi azionate da sistemi propulsivi meccanici e in grado di muoversi autonomamente, furono iscritti veicoli che adottavano le più svariate
soluzioni tecniche. Il primo premio sarebbe stato assegnato al veicolo che avendo completato il percorso della
prova finale corrispondesse meglio ai seguenti requisiti:
essere non pericoloso, essere maneggevole con facilità
e costare il meno possibile nell'impiego su strada.
Dopo le prove preliminari rimasero in gara 21 macchine.
Le Marche che si presentavano al via con le maggiori
probabilità di successo erano quattro: la tedesca Benz e
le francesi De Dion-Bouton, Panhard & Levassor e Peugeot. Le Panhard e le Peugeot montavano un propulsore
della tedesca Daimler. Si trattava quindi delle industrie
motoristiche che vantavano la maggiore esperienza a
livello mondiale.
La gara si svolse tra la grande curiosità del pubblico pre-
26 Pensiero Democratico
sente lungo tutto il percorso e il primo premio fu assegnato a pari merito a Panhard & Levassor di Ivry e a
Peugeot di Valentigny; il secondo premio a De DionBouton & Cie “per il loro interessante trattore a vapore
che tira una carrozza come un cavallo”.
Nel giugno 1901 si disputò la prima corsa internazionale
su strada, la Parigi-Berlino. La gara era divisa in tre parti: Paris-Aachen di 285 miglia (1Km equivale a 0.6214
miglia), Aachen-Hanover di 278 miglia, Hanover-Berlino
di 186 miglia. Furono ammesse 100 vetture. Vinse il
francese Henry Fournier con una Mors 60HP. Henry
Fournier nel 1902 stabilì il record mondiale sul miglio
(47,4 secondi) e sul chilometro (29,2 secondi).
Nel 1902 si corse a Bastogne, in Belgio, il Circuito delle
Ardenne, la prima corsa in circuito chiuso, vinta dall'inglese Charles Jarrot su una Panhard di sessanta cavalli
alla velocità di circa 54 km/h.
Il 31 gennaio 1907 apparve sul quotidiano francese Le
Matin un annuncio che ben sintetizzava il clima culturale dell’epoca: «Quello che dobbiamo dimostrare oggi è
che dal momento che l'uomo ha l'automobile, egli può
fare qualunque cosa ed andare dovunque. C'è qualcuno
che accetti di andare, nell'estate prossima, da Pechino a
Parigi in automobile?»
L'Itala spinta dai coolies fra le rocce della Lian-ya-miao, in
Cina.
Project Gutenberg etext 17432
uno sguardo al passato
A cura di Giuseppe Picciolo
Targa Florio 1908. Jean Porporato su "Berliet" all’arrivo.
Questa foto è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie
della Biblioteca del Congresso sotto l'ID digitale ggbain.01900
La sfida fu raccolta da una quarantina di equipaggi. A
Pechino, però, si presentarono solo in cinque, uno dei
quali era italiano e si sarebbe cimentato nell’impresa su
un auto marca Itala. Le altre vetture erano una Spyker
olandese, un triciclo Contal e due De Dion-Bouton francesi. L'equipaggio italiano era composto dal principe
Scipione Borghese dal suo meccanico Ettore Guizzardi e
dall’inviato speciale del Corriere della Sera, Luigi Barzini.
Partirono il 10 giugno alle ore 8. Alle quattro e un quarto
del 10 agosto 1907 l'equipaggio dell'Itala, dopo aver
superato insidie naturali e ostacoli di ogni genere lungo i
16.000 chilometri del percorso, faceva il suo ingresso
trionfale a Parigi accolto da uno stuolo di giornalisti e
cineoperatori e da una folla festante. La macchina italiana precedette le altre di ben 20 giorni. Appositamente
attrezzata per la gara con due grossi serbatoi per la benzina, la Itala era azionata da un motore di oltre 7 litri di
cilindrata con un cambio a 4 marce. L’evento ebbe enorme risonanza tra la gente comune e i nobili dell’ epoca.
Il ricco palermitano Vincenzo Florio Jr, fratello e socio
dell’imprenditore e armatore Ignazio Florio, era un grande appassionato di automobili e di sport. Nel 1889, all’età di 17 anni aveva organizzato nel parco della Favorita
di Palermo una singolare gara tra una bicicletta, un cavallo e un triciclo a motore De Dion Buton da lui guidato. Vinse il cavallo forse a causa di una uscita fuori strada del triciclo. Vincenzo continuò a gareggiare e ad organizzare eventi sportivi. Nel 1905 organizzò la Coppa
Florio, una corsa automobilistica in quel di Brescia. Nella
gara bresciana vinse il marchese Giovanni Battista Raggio con una media di oltre 105 km/h pilotando una Itala
100 HP. Fu la soddisfazione per l’esito della corsa a portarlo a discutere poco tempo dopo con l’amico Henry
Desgrange, direttore del quotidiano parigino «L'Auto» e
ideatore del giro ciclistico di Francia, della possibilità di
organizzare un trofeo automobilistico nella sua Sicilia.
Henry Desgrange coinvolse due tra i suoi più stretti collaboratori, Faroux e Meurisse, e i quattro cominciarono
a cercare su una carta geografica della Sicilia il percorso
della prima Targa Florio. Fu scelto un circuito di quasi
147 chilometri che si snodava fra i tornanti delle Madonie e che doveva essere percorso tre volte. L’organizzazione e la stesura del regolamento furono affidati al Comitato Panormitan Feste e Riunioni Automobilistiche di
Palermo formato da alcuni aristocratici e facoltosi borghesi siciliani.
Vincenzo contribuì alle spese di trasferimento per uomini e mezzi mettendo a disposizione la compagnia di navigazione di famiglia, inoltre avviò una poderosa campagna pubblicitaria.
Qualche giorno prima della gara il circuito fu visitato in
automobile da parecchie signore della buona società
siciliana, accompagnate da Donna Franca Florio, aristocratica e bellissima moglie di Ignazio Florio e grande animatrice della Belle Epoque palermitana.
Alle sei del mattino del 6 maggio 1906 il cronometrista
Gilberto Marley dava il via alla Fiat di Vincenzo Lancia.
Iniziava così l'avventura della Targa Florio. Alla competizione partecipava anche una donna, Madame Le Blon,
che affiancava in veste di "meccanico” il marito Hubert
Le Blon.
Partenza ed arrivo erano posti in località Buonfornello.
Le tribune per gli spettatori si estendevano per una lunghezza di 200 metri e ospitavano migliaia di spettatori
giunti in treno da tutta la Sicilia. Nelle vicinanze si trovavano ristoranti con i tavoli in legno e le sedie impagliate
e chioschi per rinfreschi e bibite e per la vendita di giornali e oggetti intonati con la manifestazione. Sul percor-
Il drammatico arrivo di Dorando Pietri nella maratona di
Londra 1908.
Pensiero Democratico 27
uno sguardo al passato
A cura di Giuseppe Picciolo
Londra 1908. Ingresso degli atleti britannici durante la
cerimonia di apertura.
so erano stati stabiliti posti di ricambio gestiti dalle fabbriche di automobili e dalle ditte di pneumatici partecipanti. I paesi attraversati dalla corsa erano addobbati a
festa con fiori, bandiere e stemmi gentilizi delle nobili
famiglie del luogo.
Quel giorno vinse Alessandro Cagno su Itala distanziando di oltre mezzora il secondo classificato alla media di
46 kmh. Fu proprio Donna Franca a consegnare al vincitore della corsa la Targa creata dall’orafo parigino Renè
Lalique nello stile dell’Art Nouveau.
Nel 1907 alla Targa Florio parteciparono 43 equipaggi e
vinse Nazzaro su Fiat alla media di Kmh 54.086, secondo
arrivò Vincenzo Lancia su Fiat. Parteciparono anche Cagno, Fritz, Opel, Wagner, e altri. Le case costruttrici erano La Fiat, l’Itala, la Lorianne Dietrich e l’Isotta Fraschini.
La targa Florio in pochi anni divenne non soltanto un
evento sportivo di rilevanza internazionale ma anche
una occasione mondana di grande attrazione.
Vincenzo Florio Jr in quegli anni organizzò anche il giro
ciclistico di Sicilia a tappe. La prima edizione si svolse dal
2 al 13 ottobre del 1907 e venne vinta da Carlo Galetti
seguito da Ganna e Zoffoli.
Dopo la guerra franco-prussiana del 1870-71 il francese
barone Pierre De Coubertin, fautore dell’educazione
attraverso lo sport, voleva trovare un modo di avvicinare le nazioni, permettendo ai giovani del mondo di confrontarsi lealmente in una competizione sportiva dove
“l’importante è partecipare, non vincere”, piuttosto che
in guerra. De Coubertin presentò le sue idee nel giugno
1894 durante un congresso presso l'università della Sorbona a Parigi. Alla fine del congresso venne deciso di
riportare in vita le Olimpiadi dell’antica Grecia. I primi
Giochi Olimpici dell'era moderna si sarebbero svolti nel
1896 ad Atene. Fu fondato il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per organizzare l'evento, sotto la presiden-
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za del greco Demétrios Vikélas. Le Olimpiadi di Atene si
svolsero dal 6 al 15 aprile 1896 e furono un enorme successo; per l'epoca fu il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato. L'Italia rinunciò a partecipare
per ragioni economiche, ma è documentato che un atleta italiano, Giuseppe Rivabella partecipò a titolo personale alla gara di tiro a segno con carabina militare.
In seguito si decise che i giochi si sarebbero svolti ogni
quattro anni sempre in una città diversa. Le due edizioni
successive si svolsero a Parigi ed a St Luois negli USA.
Già l’edizione di Parigi non fu un grande successo, offuscata dalla grande esposizione internazionale, ma a St
Louis andò peggio anche a causa della scarsa presenza
di atleti europei scoraggiati dal lungo e costoso viaggio e
dell’inadeguatezza di molti impianti. Qui nel corso dei
giochi vennero organizzate le cosiddette Giornate Antropologiche, competizioni separate da quelle ufficiali in
cui venivano fatti gareggiare atleti di razze considerate
inferiori a quella dei bianchi, come pigmei, nativi americani, eschimesi e mongoli: gare pensate con intenti
scientifici ma presentate come numeri da circo e con
forti connotati razzisti. Peraltro, quasi tutti gli uomini
che parteciparono a quelle "gare" erano stati reclutati e
pagati dagli organizzatori. In compenso due atleti neri
Barone Pierre De Coubertin
uno sguardo al passato
A cura di Giuseppe Picciolo
americani vinsero tre medaglie di bronzo e una d’argento nei giochi ufficiali.
Nel 1908 fu Londra ad ospitare la quarta edizione dei
giochi olimpici e gli inglesi diedero un saggio della loro
cultura sportiva mettendo in campo un'organizzazione
tale da risollevare le sorti dei giochi. Fu realizzato il White City Stadium, un'arena che ospitava la pista per il ciclismo, quella per l'atletica e la piscina; aveva 66.000
posti a sedere dei quali circa 20.000 erano coperti. Gli
atleti che gareggiavano erano oltre 2000, tra cui 37 donne, in rappresentanza di 22 paesi.
A Londra il maratoneta italiano Dorando Pietri fu protagonista di un drammatico e storico episodio: tagliò per
primo il traguardo, ma fu squalificato perché venne sorretto negli ultimi metri da un giudice di gara che l'aveva
visto barcollare più volte, stremato dalla fatica. Il dramma di Dorando Pietri commosse tutti gli spettatori dello
stadio. Per compensarlo della mancata medaglia olimpica, la regina Alessandra, moglie di re Edoardo VII, lo premiò con una coppa d'argento dorato.
Si gareggiava anche nel cielo. Dai primi tentativi dei fratelli Wright effettuati dal 1903 al 1905, già nel 1909 si
arrivò alla grande impresa di Louis Bleriot, che attraversò la Manica.
Tra il 1909 e il 1911 la popolarità del volo esplose: si
moltiplicarono i meeting aeronautici, i premi (come
quelli per la trasvolata della Manica e delle Alpi) e le
L’impresa di Bleriot in un manifesto commemorativo.
De Nittis. Le corse a Longchamps dalla tribuna, 1883.
corse. I temerari sulle macchine volanti s'incontravano e
si sfidavano in raduni aviatori nelle principali città d’Europa e d’America. Louis Paulhan nell’aprile del 1910 volò per quasi trecento chilometri da Londra a Manchester. Il 23 settembre 1910 l'aviatore peruviano Geo Chávez fu il primo a eseguire la trasvolata delle Alpi; partito
da Briga, in Svizzera, sorvolò il passo del Sempione a
oltre 2 000 metri d'altezza e giunse a Domodossola dopo 41 minuti di volo; tuttavia perse il controllo dell'aereo in atterraggio e precipitò. Morì quattro giorni dopo
l'incidente per le ferite riportate.
Una settimana aviatoria si svolse a Palermo tra l'1 e il 7
maggio del 1910, organizzata dal solito Vincenzo Florio e
inclusa nel programma delle celebrazioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia. A Palermo giunsero alcuni aviatori francesi con apparecchi di varia foggia e l’italiano
Clemente Ravetto, piemontese di nascita e palermitano
di adozione, con un aereo Voisin da lui stesso acquistato
in Francia per l’occasione.
Pure in mezzo al frastuono dei motori delle carrozze
senza cavalli, aristocratici e ricchi borghesi non rinunciavano ai pomeriggi all’ippodromo per incontrarsi, farsi
ammirare, corteggiarsi, seguire le corse dei cavalli e
scommettere. Ma ormai anche le corse diventavano un
evento sportivo capace di attirare un gran numero di
spettatori e scommettitori, quasi un fenomeno di massa.
L’ippodromo accoglieva tutte le classi sociali mantenendo però ben visibili le differenze di status. Vi erano luoghi il cui accesso era riservato a specifiche tipologie di
spettatori distinti in base alla classe di appartenenza. E
allevare cavalli di razza per le corse diventava per i ricchi
borghesi un piacevole passatempo di lusso e un’altra
occasione di confronto con l’aristocrazia.
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