Poste Italiane SpA – Spedizione in abbonamento postale 70% – CN/BO – Bimestrale n. 1/2015 – anno XXIV/BO - € 2,00
gennaio/febbraio 2015
Kavakos, Gutman,
Hagen Quartett:
grandi maestri
salutano il 2015
MICO inaugura
la X edizione
fra Resistenza
e avanguardia
Il Quartetto Prometeo fra i classici
e una prima assoluta di D’Amico
SOMMARIO n. 1 gennaio - febbraio 2015
Musica a Bologna - I programmi di Musica Insieme
Editoriale
Grazie dei fior… di Fabrizio Festa
Note d’ascolto: la parola all’abbonato
Gli amici di Invito alla Musica
Baudelaire: I Fiori del male
Il trionfo della cultura di Fulvia de Colle
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Musica Insieme in Ateneo
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MICO
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In viaggio nel tempo di Elisabetta Collina
Musica resistente di Vania Pedrotto
Interviste
Enrico Pace di Valentina De Ieso
Natalia Gutman di Alessandro Di Marco
Quartetto Prometeo di Cristina Fossati
22
24
26
Il profilo
28
I luoghi della musica
Dediche brahmsiane di Maria Pace Marzocchi
30
Il calendario
33
Per leggere
50
Igor’ Fëdorovič Stravinskij di Anastasia Miro
I concerti gennaio / febbraio 2015
I punti di vista di Brunello, Griffiths e Sabbadini
di Chiara Sirk
Da ascoltare
Note italiane: Perrotta, Chiesa e gli Astrusi
di Piero Mioli
52
In copertina: Quartetto Prometeo (foto di RibaltaLuce Studio)
8
MI
MUSICA INSIEME
EDITORIALE
GRAZIE DEI FIOR…
Alexander Romanovsky al
piano in un momento di
Baudelaire: I fiori del male
Che leggendo Baudelaire si potesse fare il
tutto esaurito era davvero un risultato imprevedibile. Eppure è andata proprio così.
Nicola Muschitiello e Alexander Romanovsky hanno non solo ottenuto un meritatissimo successo, ma hanno dimostrato che
arte e cultura sono un patrimonio ampiamente condiviso. Condiviso tra le generazioni (tutte presenti nell’Unipol Auditorium); condiviso indipendentemente dal
proprio percorso di studi e di formazione;
condiviso soprattutto perché non si vive di
solo pane. Che sia così lo testimonia il fatto che a condividere questo progetto è stato anche uno sponsor, Gruppo Unipol appunto, dimostratosi a sua volta sensibilissimo
verso una tematica culturale ed un progetto artistico fuori dal comune e che a Bologna non aveva precedenti. Musica Insieme
– così com’era accaduto quest’estate con il
Varignana Music Festival – non ha scommesso. Non si tratta di un tiro di dadi. E
neppure di una sfida: non è in corso una singolar tenzone o una qualsivoglia competizione. Al contrario, l’impegno dell’operatore
culturale si misura anche dal grado di sensibilità che dimostra nell’intuire in quale direzione può spingersi, quale itinerario prendere, sempre senza derogare dalle sue convinzioni. Pensiero strategico e coerenza
vanno di pari passo. E il pubblico anche in
queste occasioni ha dimostrato quanto fosse non solo disponibile ad affrontare iniziative del tutto nuove, ma anche quanto
gradisse che tali novità fossero proiettate per
così dire in avanti. C’è voglia di fare nuove scoperte, di guardarsi attorno, e, dicia-
molo pure, d’imparare, di apprendere, di capire: un percorso questo che pubblico ed
operatore culturale fanno camminando insieme. Così eccoci ora all’inizio del 2015 con
la decima edizione di MICO – Musica Insieme COntemporanea. La nostra rassegna,
tre appuntamenti della quale vanno ad arricchire il programma di “Resistenza Illuminata”, il progetto dedicato a Luigi Nono
nei settant’anni dalla Resistenza, segue il filo
proprio di quella memoria. Non per caso si
apre col Quatuor di Messiaen, pagina composta nel lager di Görlitz, e si chiude con Un
sopravvissuto di Varsavia di Schoenberg, la
musica dei nostri giorni legata, come nelle
scorse edizioni, a quella del passato in un affascinante scambio tra rami e radici. Poi ci
sono i nostri concerti, quelli della stagione
principale, concerti che, per programmi ed
interpreti, s’inseriscono coerentemente nel
percorso che abbiamo poc’anzi delineato.
Dal 19 di gennaio riprenderanno al Manzoni: primi sotto i riflettori il violinista Leonidas Kavakos con il suo fidato compagno
di strada, il pianista Enrico Pace. Il 26 ecco
l’attesissimo ritorno di Natalia Gutman, la
grande violoncellista russa dedicando il suo
concerto alla memoria di Svjatoslav Richter,
dedica per noi tanto più gradita, ché Richter
lo avemmo ospite in stagione per due indimenticabili recital. Il 9 febbraio un debutto: quello del nuovo lavoro di Matteo
D’Amico, su un testo di Sandro Cappelletto
ispirato al Vangelo secondo Gesù di José Saramago. Infine, il 23 in scena ci sarà il Quartetto Hagen, per il quale non ci sono più
aggettivi che possano definirlo.
Fabrizio Festa
NOTE D’ASCOLTO: LA PAROLA ALL’ABBONATO
PATRIZIA COCCHI - DARIO LODI - SILVANO LODI
Un Invito lungo 12 anni
Ci parlano del loro legame con la rassegna Invito alla Musica tre amici di Musica Insieme,
professionisti da sempre attivi nella promozione culturale, e con noi fin dall’inizio
di quella che si è rivelata un’avventura pionieristica e di successo
T
re amici di lunga data per Musica
Insieme, tre professionisti assai
attivi nella promozione culturale
come nel tessuto civile: Patrizia Cocchi,
un impiego pubblico a San Lazzaro e un
forte impegno per il volontariato sociale;
Dario Lodi, residente a San Pietro in
Casale ma da sempre attivo a Bologna,
per vent’anni dirigente nel settore privato, e poi nel mondo cooperativo e nel
pubblico; Silvano Lodi, la cui lunga esperienza professionale lo ha visto fra l’altro
alla guida per una decina d’anni del Teatro “Borgatti” di Cento. Il polso del territorio, la capacità di coinvolgere, unire
e comunicare hanno fatto di loro (come
di altri amici che per limiti di spazio non
citiamo, ma la cui collaborazione non è
meno preziosa) degli alleati speciali per
“Invito alla Musica”, la rassegna che da
ormai dodici anni porta a concerto circa
trecento abbonati, con un servizio pullman gratuito che si snoda su ben sette linee. Con noi sin dal principio di questa
avventura, abbiamo chiesto loro di raccontarci questa esperienza.
Come ha conosciuto Musica Insieme
e com’è nato il suo impegno per
“Invito alla Musica”?
Patrizia Cocchi: «Quando Musica Insieme mi espose il suo progetto e mi propose di seguire l’area in cui sono più radicata (San Lazzaro, Ozzano, Castel San
Pietro Terme) ne fui molto lusingata e
pensai fosse una grande opportunità che
veniva offerta a chi ama la musica classica. Vivere in provincia presenta tanti
aspetti positivi ma, se si vuole partecipare
ad un evento in città, tutto diventa più
difficile. L’inverno, il buio e la difficoltà
di parcheggio possono diventare ostacoli
insormontabili. Eludendo questi problemi molte persone hanno potuto par14
MI
MUSICA INSIEME
tecipare con entusiasmo alle stagioni di
Musica Insieme».
Dario Lodi: «Posso far risalire la mia frequentazione concertistica a molti decenni addietro, quando ancora il Teatro
Comunale rappresentava il principale
operatore musicale cittadino, occupandosi della lirica come della sinfonica e
della cameristica (ricordo i concerti ‘storici’ di Rubinstein, Michelangeli, Cortot,
Menuhin, Milstein). Quando poi, quasi
30 anni fa, Musica Insieme ha intrapreso
la sua attività, gradualmente si è sostituita
al Teatro nella programmazione cameristica cittadina. Da sempre ho promosso
Musica Insieme presso gli amici come
presso le aziende dove operavo, e nel caso
di “Invito alla Musica” si è trattato di un
processo ancor più spontaneo».
Silvano Lodi: «Propormi di parlare di “Invito alla Musica”, direbbe qualcuno, è
come invitare un’oca a bere: lo faccio volentieri in quanto condivido l’operato di
Musica Insieme con questa proposta.
Non a caso sono presente dal primo
anno, fin da quando le telecamere RAI
documentavano l’arrivo dei pullman per
il primo concerto di “Invito alla Musica”.
La mia formazione musicale, basata come
quella di tanti sull’ascolto dei dischi, si intona benissimo con la programmazione
portata avanti in questi dodici anni. In
più, nelle mie valutazioni sul versante organizzativo ha un peso anche l’esperienza
di gestione del Teatro “Borgatti” di
Cento, che mi fa comprendere particolarmente bene le difficoltà insite in una
tale attività, peraltro messa in campo in
un modo del tutto innovativo».
La proposta di “Invito alla Musica”
è stata pionieristica: ricorda le reazioni dei suoi interlocutori al primo
‘lancio’ dell’idea di Musica Insieme?
Patrizia Cocchi: «Quando cominciai a
divulgare questa brillante iniziativa subito colsi notevole interesse e fin dall’inizio vi furono parecchie adesioni. La
maggior parte di queste persone sono
tutt’ora abbonate. Ad Ozzano dell’Emilia vi è anche una Scuola di musica e
questo ha permesso di trovare un’area
fertile per il tipo di musica proposta».
Dario Lodi: «La provincia ha sempre seguito le attività culturali del centro cittadino, e dare al pubblico la possibilità di venire a concerto con le agevolazioni che
propone Musica Insieme è stato tanto più
apprezzato. Difficilmente il pubblico di
“Invito alla Musica” potrebbe partecipare
ai concerti senza il servizio pullman,
quindi la reazione è stata più che positiva».
Silvano Lodi: «Curiosità per l’iniziativa
del tutto originale, che coinvolgeva una
platea ampia come non mai, e per il tipo
di risposta del pubblico, sia come numeri
che come tipologia. Il giudizio fu positivo per entrambi gli aspetti. Ricordo
gente soddisfatta e senza pregiudizi, che
sottolineava anzi gli aspetti positivi dell’iniziativa, dalla qualità artistica della
proposta alla comodità del servizio».
Se dovesse fare un’istantanea,
come descriverebbe il pubblico di
“Invito alla Musica” che accompagna a concerto da oltre dieci anni?
Patrizia Cocchi: «Chi segue “Invito alla
Musica” fa parte di un pubblico affezionato. Poi, com’è naturale, ogni anno vi è
qualche defezione, ma in compenso vi
sono sempre più nuove persone interessate. Ne è prova che da almeno tre anni si
è reso necessario potenziare il trasporto
con un secondo mezzo sulla nostra linea».
Dario Lodi: «I concerti sono come una
scuola, e chi partecipa a mio avviso vede
ampliare non solo le proprie conoscenze,
ma anche la propria sensibilità e capacità
di ascolto. Al ritorno dai concerti accade
perciò di scambiarsi impressioni e commenti; tuttavia sottolineo una mancanza
fondamentale, quella delle recensioni
sulla stampa locale, come ce n’erano una
volta. L’arricchimento che ne conseguirebbe secondo me è prezioso».
Silvano Lodi: «Mi ritrovo in una compagnia di persone che sento molto vicine al
mio modo di approcciare la musica, a
volte più disponibile a volte più critico.
Sempre comunque portato a preferire la
musica del Sette-Ottocento».
A sinistra: 25 giugno
2012, Lang Lang ringrazia
il pubblico dopo un
applauditissimo recital
al Manzoni. Sopra:
i pullman raccolgono i
passeggeri all’uscita di
un concerto di “Invito alla
Musica” (foto di Maurizio
Guermandi)
Ritiene inoltre che in questi anni il
pubblico di “Invito alla Musica” sia
cambiato, e magari in qualche
modo ‘cresciuto’?
Patrizia Cocchi: «Direi che il pubblico sia
cresciuto soprattutto per le aspettative
d’ascolto. Negli anni è diventato più
colto, raffinato ed esigente. A fine stagione gli abbonati attendono con curiosità le proposte per la stagione successiva
e sempre colgo grande approvazione».
Dario Lodi: «Negli anni siamo aumentati
di numero ed è avvenuta di certo qualche
selezione, con l’avvicinamento di un
pubblico più giovane, tutte persone che
grazie alla proposta di Musica Insieme
possono assistere ai concerti dei principali protagonisti del panorama internazionale. È innegabile infatti che l’ascolto
di musica riprodotta non sia nemmeno
lontanamente paragonabile all’esperienza
d’ascolto di un concerto dal vivo».
Silvano Lodi: «Cresciuto, certamente:
nella consapevolezza di quello che va cercando, nell’approccio a un’offerta che richiede un’attenzione e una documentazione che qualche volta può andare oltre
la presentazione prima dell’esecuzione».
L’accostamento ai concerti da parte
di chi deve ‘guadagnarseli’ affrontando diverse decine di chilometri
per raggiungere il teatro è diverso
da chi abita nel centro del capoluogo: come vede la situazione di
“domanda e offerta musicale” nel
territorio bolognese?
Patrizia Cocchi: «Storicamente Bologna
ha da sempre avuto un rapporto privilegiato con le sette note, tanto da essere
stata eletta dall’Unesco “Città creativa
della Musica”. Bologna è città cosmopolita e provinciale, ma pronta ad acco-
gliere tutto quanto abbia sapore di vera
innovazione. In questa città ovunque vi
è musica: da ascoltare e da suonare. Di
qualsiasi genere. Oltre alle stagioni di
musica da camera, classica e lirica sono
presenti diverse associazioni, circoli,
scuole di musica, cori… Come non ricordare il Conservatorio intitolato a Padre Martini. La folta schiera di cantautori
che hanno fatto scuola. Senza togliere
niente a nessuno, ne ricordo solo uno:
Lucio Dalla. La musica è di casa a Bologna, ed è naturale vi sia una variegata e
sofisticata domanda musicale a cui corrisponde un’adeguata offerta».
Dario Lodi: «Come ho sottolineato poc’anzi, il Comunale per diversi decenni
ha ‘coperto’ l’offerta musicale cittadina e
non solo, richiamando dalla provincia il
pubblico, ovvero diffondendo la musica
nel territorio, come accadeva negli anni
Sessanta e Settanta con l’Orchestra che
‘circuitava’ nei comuni della provincia.
Con “Invito alla Musica” si è svolto in un
certo senso il processo inverso, facendo
invece venire in centro la provincia, il che
a mio avviso è ancora più naturale».
Silvano Lodi: «Ritengo che chi vive fuori
dal capoluogo sia svantaggiato nell’approccio a proposte che hanno bisogno di
chiavi di lettura un po’ più articolate del
solito. Crisi permettendo ci sarebbe una
maggiore tendenza a valorizzare un qualche tipo di musica, anche se in questo
senso la musica classica non è sempre
privilegiata. Il problema è che la classica
sarebbe quella che richiederebbe una
maggiore continuità di frequentazione».
C’è un concerto o una serata che ha
lasciato in lei un ricordo speciale?
Patrizia Cocchi: «Per quanto mi riguarda,
la musica è il termometro del mio benessere: quando ascolto musica vuol dire
che sto bene, quando la vita presenta
aspetti un po’ grigi o neri tutto tace. Se
poi si ha l’occasione di assistere ad un
concerto con la levatura degli interpreti
proposti da Musica Insieme e si è in sintonia con se stessi, allora diventa una serata stupenda».
Dario Lodi: «Ne potrei ricordare persino
troppi! Sicuramente il leggendario doppio concerto di Kissin, che dopo aver
concluso il suo recital ne ha fatto un altro solo di bis… e poi i ‘nostri’ violoncellisti Brunello e Sollima».
Silvano Lodi: «Il concerto di Lang Lang
di alcuni anni fa mi porta a ricordare
l’esternazione di uno spettatore che, al
culmine dell’entusiasmo per quanto stava
ascoltando, mentre il pianista stava
dando fondo a una lunga serie di bis,
disse ad alta voce: “Anche se suona Fra’
Martino campanaro io resto qui!”».
MI
MUSICA INSIEME
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BAUDELAIRE: I FIORI DEL MALE
Il trionfo della cultura
Ha registrato il tutto esaurito la rassegna realizzata da Musica Insieme e Gruppo Unipol, 5
concerti di poesia e musica accolti da un pubblico con il fiato sospeso di Fulvia de Colle
Q
uando il 28 novembre scorso le
luci si sono spente sulle parole
finali della “Morte degli artisti”, che Baudelaire pose emblematicamente quale ultima poesia dei Fiori del
male, il silenzio quasi palpabile della sala
ha lasciato impressa indelebile in chi c’era
una sensazione: forse c’è davvero bisogno
di sprofondare a volte, in questa nostra
esistenza affrettata e censurata, in pensieri
e sentimenti contrastanti, che possono
incantare ma anche far male, incatenandoci nell’ascolto di versi, come quelli di
Baudelaire, che ci ricordano la grandezza
e la sofferenza dell’essere umani.
La formula era semplice, ovvero asciugata sino all’essenziale: la lettura, non da
parte di un attore ‘di grido’ ma da parte
del poeta e traduttore italiano oggi più accreditato di Baudelaire, e la musica – il
pianoforte solo sul palco accanto al ritratto di Baudelaire – affidata a un interprete che ha fatto dell’approfondita conoscenza e di un’accurata, mai banale
scelta del repertorio, le proprie cifre stilistiche, arrivando ad appena trent’anni ad
essere considerato uno dei più acclamati
pianisti dell’oggi. Alexander Romanovsky e Nicola Muschitiello, l’idea di Bruno
Borsari di proporre per la prima volta nel
panorama europeo la lettura integrale dei
Fiori del male accostata alle musiche più
affini al loro Autore, l’hanno accolta con
l’umiltà e la professionalità di chi – citando le parole dello stesso Romanovsky
– «fa ciò che sa far meglio: leggere o suonare, una cosa molto naturale».
Dar vita ai versi di Baudelaire è per Muschitiello una questione quasi viscerale,
per un intellettuale come lui, che ha consacrato per anni le proprie notti alla traduzione del capolavoro dell’autore francese, tanto da offrirne la prima edizione
mai pubblicata in Italia (e in oltre 150
anni) che restituisce all’originale la sua
struttura originaria in cento poesie più
16
MI
MUSICA INSIEME
un proemio, ricollocando nella posizione
voluta dal loro autore anche le sei poesie
che un tribunale parigino aveva condannato all’espunzione. Non a caso, la sua
nuova versione dei Fiori del male, per i tipi
di BUR Rizzoli, è stata salutata da Enzo
Bianchi, Priore della comunità di Bose,
come una versione che «dà ai Fiori di Baudelaire una lucentezza straordinaria, come
se li rigenerasse nella lingua italiana». E li
rende attuali anche per il lettore del XXI
secolo, con una colloquialità che nasconde
peraltro un lavoro intensissimo, grazie al
quale Muschitiello è riuscito in un’impresa mai abbastanza decantata: restituire
una raccolta poetica alla lettura (o all’ascolto) diretto, senza note esplicative,
quelle note a piè di pagina, spesso necessarie, ma che sempre interrompono forzatamente l’incanto della poesia.
Dar vita alle note di quegli autori, a loro
volta pilastri della musica occidentale
quali sono Beethoven, Chopin, Wagner,
Liszt, Debussy e Skrjabin, che alle parole
di Baudelaire sono legate da un’intima e
mai banale corrispondenza, è stato invece
il compito di un pianista come Romanovsky, che alle note non ha mai concesso la fretta della ricerca di un facile
consenso, concentrando i propri studi,
anche dopo la consacrazione internazionale che lo ha colto quasi bambino con
la vittoria al “Busoni” del 2001, sull’approfondimento e la maturazione tecnica,
stilistica, culturale. E lo ha fatto ben sapendo – come pochi a quell’età sanno capire – che un fuoco d’artificio avrebbe lasciato soltanto terra bruciata dopo di sé.
«È la musica che deve parlare per me. Lei
deve esplodere, non io – ha raccontato lo
stesso Romanovsky in una recente intervista di Luca Baccolini per Repubblica.
«All’Accademia di Imola ho studiato con
Leonid Margarius, che viene dalla scuola
di Horowitz. Stile asciutto, nel suonare e
nel muoversi. Niente teatralità, ho imparato così. Pianisti come Rachmaninov
e Horowitz li sento quasi parenti».
Da parte sua, Nicola Muschitiello, voce
carezzevole di chi Baudelaire lo sente a
sua volta affine come un ‘parente’, mai la
Sopra: l’Unipol Auditorium gremito
per Baudelaire: I fiori del male.
A fianco: Alexander Romanovsky
al pianoforte durante la rassegna.
A destra: Nicola Muschitiello in un momento
della lettura del capolavoro di Baudelaire
(foto di Luca Bolognese)
voce tonitruante e impostata dell’attore,
ha fatto propria quella che egli stesso
non ha esitato a definire una “liturgia”:
Baudelaire, il poeta più umano secondo
la celebre definizione di Marcel Proust,
ha saputo secondo Muschitiello estrarre
la bellezza dal male, ed è per questo che
la sua opera poetica sa ancora incantare,
a tutte le età. Ecco perché, forse, un’operazione assai poco ‘popolare’ sulla carta
come Baudelaire: I fiori del male ha riscosso una popolarità di proporzioni
inattese anche dai suoi stessi organizzatori, richiamando per ciascuna delle cinque serate nel nuovo Unipol Auditorium
un pubblico che la pur capiente sala (oltre 500 posti) recentemente inaugurata
dal Gruppo Unipol non bastava ad accontentare. Decine di persone per ciascuna serata erano costrette a rinunciare,
a fronte di un’affluenza che sin dall’apertura delle porte riversava in sala un
pubblico di giovani e giovanissimi, orecchie aperte e cervelli pronti ad apprendere, con un’umiltà che forse molti di noi
adulti abbiamo perso – o forse non siamo
disposti a fermare per qualche ora il
tempo per perderci nell’ascolto.
Tutto questo non sarebbe stato possibile,
d’altronde, senza un alleato fondamentale qual è stato il Gruppo Unipol per
Musica Insieme, nella cui proposta ha
saputo scommettere, mosso dall’intento
di offrire alla città un momento dove
fosse la cultura, e l’emozione che essa sa
dare, ad essere protagonista. Grazie a
Gruppo Unipol, cui si sono aggiunti il
patrocinio del Comune di Bologna e dell’Università cittadina, la collaborazione di
Alliance Française e di librerie Coop e il
contributo della Provincia di Bologna, la
città si è vista presentare una nuova e stimolante occasione culturale: e i risultati
dimostrano che ha saputo coglierla.
Riandando con la mente ad alcuni dei
momenti più intensi ed emozionanti di
questi cinque concerti di musica e poesia,
ecco che in due serate la «musica lieve e
appassionata» di Chopin, paragonata da
Baudelaire «a un brillante uccello che
volteggia sugli orrori d’un abisso», accompagnava ad esempio la lettura delle
poesie appartenenti alla sezione “Spleen
e Ideale” con le note della celebre Marche funèbre della Seconda Sonata. O ancora, la famosa poesia “L’invito al viaggio” (musicata già nel 1870, appena tre
anni dopo la morte di Baudelaire, da
Duparc e da Chabrier) dava il ‘la’ all’estatico Chiaro di luna di Beethoven, altro autore amatissimo dal Poeta, che lo
considerava il primo ad aver fatto «vibrare i mondi di malinconia e disperazione insanabile come cumuli di nubi
nel cielo interiore dell’uomo», riconoscendogli con ciò un’innegabile affinità
elettiva con la propria opera. L’incanto
della parola e quello della musica – un incanto che si richiedeva al pubblico di
non interrompere con gli applausi, fino
al termine di ciascuna serata – si è rinnovato infine per l’ultimo concerto, lo
scorso 28 novembre, quando un crescendo ‘demoniaco’ che culminava con il
Mephisto-Walzer di Liszt e le sconvolgenti “Litanie di Satana” di Baudelaire si
placava nel Clair de lune di Debussy, il
tempo e il respiro magicamente sospesi,
per condurre poi gli spettatori nel progressivo stordimento di sensi delle poesie
dedicate al “Vino”, e concludere con il
combattimento fondamentale e primigenio, nella vita come nell’arte: quello fra
Amore e Morte, dove il filtro che lega indissolubilmente i protagonisti del Tristano e Isotta wagneriano, e la “morte
d’amore” che ne consegue, sembrano rievocare proprio il vino e la morte degli
amanti baudelairiani.
MI
MUSICA INSIEME
17
MUSICA INSIEME IN ATENEO
In viaggio nel tempo
La XVIII edizione della rassegna organizzata in collaborazione con l’Ateneo bolognese
conferma il proprio ruolo divulgativo, offrendo agli studenti universitari una panoramica
delle epoche e dei protagonisti dell’arte dei suoni di Elisabetta Collina
C
Foto Roberta Tancredi
on l’edizione 2014/15 Musica
Insieme in Ateneo ha raggiunto la
‘maggiore età’, accompagnando
da 18 anni l’esplorazione musicale degli
studenti dell’Università cittadina con
programmi che rendono conto delle diverse epoche e dei principali generi dell’arte dei suoni, tutti introdotti da conversazioni divulgative tenute da docenti
e musicologi, e dagli stessi artisti.
Dopo lo straordinario recital d’apertura
che ha visto protagonista, lo scorso 25
novembre, il Quartetto di Cremona e
Lawrence Dutton, giovedì 22 gennaio
ecco l’appuntamento con un’artista di
rara intensità interpretativa e brillantezza
tecnica come Maria Perrotta, impegnata
in un monumento quali sono le celebri
Variazioni Goldberg di Johann Sebastian
Bach. Paragonata dalla critica a Glenn
Gould proprio per la perfezione stilistica nell’esecuzione delle opere del compositore tedesco, la Perrotta ha inciso
ben due volte le Goldberg, ottenendo 5
Stelle dalle riviste Amadeus e Musica.
Nel repertorio per archi e fiati si cimenterà poi giovedì 12 febbraio l’Orche-
Maria Perrotta
18
MI
MUSICA INSIEME
stra da Camera del Collegium Musicum Almae Matris, compagine ufficiale
dell’Università, e simbolo essa stessa del
far musica in Ateneo, diretta nei decenni
da Peskó, Polastri, Renzetti, Tenan, e per
l’occasione sotto la guida di Roberto
Pischedda, che ne è oggi maestro preparatore e direttore. Il concerto, un momento ormai tradizionale nel nostro cartellone, si svolgerà sotto il segno della
serenata per archi e fiati, da Richard
Strauss a Wagner ed Elgar.
Giovedì 12 marzo sarà l’occasione per il
debutto bolognese di un giovanissimo
astro nascente del pianismo, il cinese
Zhi Chao Julian Jia, aggiudicatosi nientemeno che Primo Premio, Premio della
Critica e Premio del Pubblico al Concorso “Casagrande” 2014, competizione
della quale Musica Insieme in Ateneo
ospita da diversi anni i vincitori. Per lui
un’antologia che va dal 1786 del Rondò
di Mozart al 1905 della Sonatina di Ravel, in un programma che unisce virtuosismo e poesia.
Il concerto finale, in collaborazione com’è ormai consuetudine con il Centro
La Soffitta - Dipartimento delle Arti
dell’Università di Bologna, presenterà
giovedì 16 aprile un inedito quartetto
di viole da gamba e violini, sulle note di
Henry Purcell e Matthew Locke come
del popolarissimo Michael Nyman.
Dalle Fantazias seicentesche, ancora oggi
modernissime, alle ‘fantasie’ che Nyman
ambienta nell’Inghilterra del 1694 per la
pellicola di Greenaway I misteri del giardino di Compton House, sul palco salirà
il quartetto composto da Luca Giardini, Ayako Matsunaga, Francesca
Chiocci e Rosita Ippolito, solisti impegnati nelle principali compagini di
musica antica, dall’Accademia Bizantina
al Giardino Armonico.
Musica Insieme in Ateneo si realizza grazie al fondamentale contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ra-
CALENDARIO 2015
Laboratori delle Arti /Auditorium
(Piazzetta Pier Paolo Pasolini 5/b) ore 20,30
2015 giovedì
22 gennaio
Maria Perrotta pianoforte
2015 giovedì
12 febbraio
Orchestra da Camera del
Musiche di Bach
Collegium Musicum Almae Matris
Roberto Pischedda direttore
Musiche di R. Strauss, Wagner, Hindemith, Elgar
2015 giovedì
12 marzo
Zhi Chao Julian Jia pianoforte
Musiche di Mozart, Schubert, Chopin, Ravel, Liszt
2015 giovedì
16 aprile
Luca Giardini,
Ayako Matsunaga violino
Francesca Chiocci,
Rosita Ippolito viola da braccio e da gamba
Musiche di Purcell, Nyman, Locke
in collaborazione con
Centro La Soffitta – Dipartimento delle Arti
venna, cui si aggiunge la partnership
tecnica di SOS Graphics, e il sostegno di
Cassa di Risparmio in Bologna, Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, Confcommercio Ascom Bologna
e Unicredit SpA.
L’ingresso a tutti i concerti della rassegna è gratuito per gli studenti e
il personale docente e tecnico amministrativo dell’Università di Bologna; gli inviti possono essere
ritirati presso la sede dell’URP in
Largo Trombetti n. 1 la settimana precedente ciascun concerto
(Lunedì, Martedì, Mercoledì e Venerdì dalle 9 alle 12,30; Martedì e
Giovedì dalle 14,30 alle16,30). Il
giorno del concerto, tutti i cittadini potranno ritirare gli inviti ancora
disponibili, recandosi all’URP negli
orari di apertura.
MICO - Musica Insieme COntemporanea 2015
Con sei concerti da gennaio ad aprile, la X edizione di MICO si riconferma vetrina
della musica d’oggi, contribuendo inoltre al cartellone Resistenza illuminata, omaggio
a Luigi Nono nel 70° anniversario della Liberazione di Vania Pedrotto
L
Musica resistente
’edizione 2015 di Musica Insieme
COntemporanea corre sul filo della
memoria, inserendosi coerentemente nella rassegna “Resistenza Illuminata”, omaggio a Luigi Nono nel settantesimo anniversario della Resistenza, che
vede riuniti sotto il segno del Teatro Comunale di Bologna i principali operatori musicali bolognesi. Per essere esatti:
della memoria condivisa, legata alla tragedia della seconda guerra mondiale e
dell’Olocausto. Un tema questo con il
quale le arti hanno cominciato a confrontarsi di fatto quando gli eventi erano
ancora in corso, gli artisti stessi spesso
coinvolti personalmente in quegli accadimenti. È il caso di Olivier Messiaen e
del suo Quatuor pour la fin du Temps, pagina giustamente celebre, che domina il
programma del primo dei concerti in
cartellone, il 27 gennaio, affidato ai solisti di quello che è oggi ufficialmente
l’ensemble in residenza di MICO, il
FontanaMIXensemble. Scoppia la
Andrea Bacchetti
guerra e Messiaen è al fronte. Nel maggio del 1940 viene preso prigioniero e internato nel campo di concentramento
di Görlitz, nella zona sud-ovest della Polonia. L’ufficiale che governa il campo ha
la passione della musica, e non tarda a
scoprire che tra i suoi prigionieri c’è un
musicista del talento e della capacità di
Messiaen. Si decide di organizzare un
concerto. La data è quella del 15 gennaio
1941. A Messiaen viene chiesto di comporre un brano per l’occasione. Può contare su tre prigionieri, musicisti dilettanti: il clarinettista Henri Akoka, il
violinista Jean le Boulaire ed il violoncellista Étienne Pasquier. A loro si aggiungerà lo stesso compositore seduto
dietro un pianoforte di fortuna, malandato e vecchio, così come il violoncello,
che di corde ne ha solo tre. Il concerto si
tiene all’aperto, sotto la neve, nel gelo
dell’inverno polacco. Nasce in questo
modo e per queste ragioni uno dei più
grandi capolavori dell’intera storia della
musica. Un brano nel quale dolore ed
eroismo (l’eroismo degli umili, dei giusti,
dei credenti) costituiscono la linfa che
alimenta un raro caso di epica musicale
moderna, nella quale l’elemento sacro
(il riferimento all’Apocalisse di San Giovanni cui allude il titolo) fornisce la struttura filosofica. Solo sette anni dopo, Arnold Schoenberg, che era stato costretto
nel 1933 a lasciare Berlino a causa delle
persecuzioni contro gli ebrei, compone A
Survivor from Warsaw. L’intento è ben diverso da quello che aveva mosso Messiaen prigioniero a Görlitz. Schoenberg
vuole descrivere quanto accadeva nel
Ghetto di Varsavia, e lo fa affidandosi alla
voce narrante di un sopravvissuto, di
uno che c’era, ha visto e sentito. E ora
racconta. Racconta di come venivano
svegliati in piena notte gli abitanti del
Ghetto. Di come venivano condotti a
forza e con le percosse ai punti di raccolta. Di come venivano obbligati a contarsi per poter sapere quanti sarebbero
andati a finire nelle camere a gas. Lo fa in
inglese. Schoenberg ormai vive in California, e questo breve, ma intenso oratorio, debutterà il 4 novembre del 1948
ad Albuquerque nel Nuovo Messico. In
tedesco soltanto le urla del sergente nazista, che guida la truppa in quell’infame
compito. A quelle urla, nell’emozionante
finale, risponde il canto in ebraico delle
vittime, che intonano un celebre passo
FontanaMIXensemble
del Deuteronomio: «Shema Israel, Ascolta,
o Signore, il Signore è uno. E amerai il
Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima e con tutte le tue
forze. E metterai queste parole che Io ti
comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole
quando riposi in casa, quando cammini
per la strada, quando ti addormenti e
quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa
e sulle porte (delle città)». Questa straordinaria pagina schoenberghiana chiuderà il 20 aprile prossimo l’ultimo appuntamento di MICO, altro capo di
quel filo della memoria che avevamo cominciato a seguire col Quatuor di Messiaen. Del resto, il titolo del concerto
…and they began singing è una citazione
dal libretto dell’oratorio schoenberghiano, sono le ultime parole del narratore prima che cominci il coro finale.
Un filo composito, ovviamente. Un filo
che nasce dall’intreccio di molti fili diversi, come d’altronde si addice a una
rassegna che vuol dare della contemporaneità una visione ampia e diversificata.
Ecco l’ordito greco del secondo appuntamento, quello del 10 febbraio, anche
questo sottolineato da un titolo fortemente significativo: anima. Francesco
La Licata, animatore e co-fondatore del
FontanaMIXensemble, dirigerà il DissonArt Ensemble, compagine con base
a Salonicco. Un programma tutto focalizzato su pagine di compositori greci,
nel quale spiccano i nomi di Iannis Xenakis e Georges Aperghis, e che permetterà al pubblico di scoprire una produzione tra le più interessanti nel contesto
della nostra modernità. Sul tema della
memoria, questa volta però quella intima, personale, persino privata, tornerà
il flautista e performer siciliano Manuel
Zurria per il terzo concerto della rassegna, il 9 marzo. Il titolo del suo recital,
Landscape with tears, allude alle celebri
pavane che John Dowland, uno dei protagonisti della scena musicale elisabettiana, nel 1604 riunì nella raccolta intitolata appunto Lachrimae. Le sette
pavane del compositore inglese fanno
parte integrante del programma e sa-
Musica Insieme COntemporanea 2015
X EDIZIONE
Oratorio di San Filippo Neri
(Via Manzoni 5) ore 20,30
2015 martedì
27 gennaio
FONTANAMIXENSEMBLE
⁄ LA FIN DU TEMPS
Musiche di Olivero, Messiaen
2015 martedì
10 febbraio
DISSONART ENSEMBLE
FRANCESCO LA LICATA direttore
ANIMA
Musiche di Kokoras, Nikolaou,
Lapidakis, Xenakis, Aperghis
2015 lunedì
9 marzo
MANUEL ZURRIA
flauto e video
LANDSCAPE WITH TEARS
Musiche di Dowland, Mazulis, Kurtág,
Leach, Eötvös, Basinski, Janulyté, Shlomowitz
2015 mercoledì
18 marzo
ANDREA BACCHETTI
pianoforte
IN MEMORIAM SILVIO OMIZZOLO
E GUIDO ALBERTO FANO
Musiche di Bach, Fano,
Omizzolo, Hasse, Scarlatti
30 FONTANAMIXENSEMBLE
marzo 2015 lunedì
PSALMS AND NIGHT PRAYERS
Musiche di Kancheli, Janulyté
20 FONTANAMIXENSEMBLE
aprile 2015 lunedì
VOCI DELLA SCUOLA
DI TEATRO “ALESSANDRA
GALANTE GARRONE”
FRANCESCO LA LICATA direttore
⁄ AND THEY BEGAN SINGING
Musiche di Nono, Olivero,
Agostini, Schoenberg
ranno interpolate da pagine contemporanee, nelle quali troverà posto l’elettronica sia dal punto di vista sonoro e musicale, sia dal punto di vista
dell’immagine riprodotta.
Il filo della memoria riprende il 18 marzo
con il recital di Andrea Bacchetti, pianista che ha saputo ritagliarsi un suo spazio
grazie ad un’attenta ricerca ai bordi e
spesso al di là dei confini del repertorio.
Tant’è che anche questo suo recital sarà
un’interessante occasione per ascoltare pa-
gine davvero rare. Bacchetti dedica il suo
concerto In memoriam Silvio Omizzolo e
Guido Alberto Fano, due autori i cui destini sono diversamente legati alla Resistenza e all’Olocausto: il primo vide infatti
la moglie Maria Rosa Crico imprigionata
per essersi pronunciata pubblicamente
contro la guerra, e il di lei fratello Carlo
morire a Mauthausen ai primi di gennaio
del 1945. Fano, a sua volta stimatissimo
insegnante di pianoforte al Conservatorio
di Milano, fu licenziato nel 1938 per le
sue origini ebraiche, per poi rifugiarsi nel
’43 con la famiglia a Fossombrone e ad
Assisi per sfuggire alle deportazioni naziste. Ma i nomi di Fano e Omizzolo ci rimandano anche alla storia della grande
scuola pianistica italiana, nella quale sovente interprete e compositore erano due
facce della medesima medaglia. Bacchetti
inserisce coerentemente i loro lavori in
una cornice delimitata dalle opere di Bach
e Scarlatti, musicisti verso i quali proprio
la scuola pianistica italiana ha mostrato
una significativa predilezione.
Al quartetto d’archi sarà dedicato, poi, il
quinto dei sei concerti in cartellone (30
marzo). Psalms and Night Prayers, questo
il titolo. Un titolo che fonde insieme le
due prime pagine in programma: Night
Prayers di Giya Kancheli e Psalms di Justé Janulyté, compositrice lituana della
quale in chiusura verrà presentata la
prima esecuzione di una nuova versione
del suo Sandglasses.
MICO si realizza con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione
Emilia-Romagna e con il contributo
della Cassa di Risparmio di Bologna,
della Fondazione del Monte di Bologna
e Ravenna e di SOS Graphics.
ACQUISTO BIGLIETTI
I biglietti saranno in vendita
presso l’ORATORIO DI SAN
FILIPPO NERI (Via Manzoni,
5 Bologna), il giorno del concerto
a partire dalle ore 19.
PREZZI: Posto unico € 10
Abbonati Musica Insieme, studenti
Università e Conservatorio, possessori
“Resistenza Illuminata Card” € 7
MI
MUSICA INSIEME
21
L’INTERVISTA
ENRICO PACE
Immediate armonie
Il pianista Enrico Pace, ospite di Musica Insieme il 19 gennaio con Leonidas Kavakos,
parla della duratura e feconda collaborazione con il violinista greco di Valentina De Ieso
P
ianista italiano oggi tra i più apprezzati della sua generazione,
Enrico Pace ha ormai all’attivo
oltre venticinque anni di una brillantissima carriera internazionale che, a partire
dalla vittoria del primo premio al Concorso “Franz Liszt” di Utrecht nel 1989, lo
ha portato ad esibirsi nelle sale da concerto
più prestigiose del mondo, al fianco dei direttori e delle orchestre più rinomati. In
veste di camerista è corteggiato dai principali solisti del panorama internazionale,
ma un posto speciale è occupato dal lungo
e fruttuoso sodalizio con Leonidas Kavakos, con cui si esibirà nel cartellone di
Musica Insieme. Insieme al violinista
greco, Pace ha fra l’altro inciso l’integrale
delle sonate per violino e pianoforte di
Beethoven per l’etichetta Decca, con cui
entrambi si sono aggiudicati il Premio
Abbiati della critica italiana. Nella sua intervista ci parla proprio del rapporto con
Kavakos e dell’immediata sintonia che si
è creata tra loro già quindici anni fa. Pace
ci rivela poi come si è accesa la prima
scintilla della grande passione che lo lega
alla musica, e al pianoforte in particolare,
e ci racconta quali sono state le figure di riferimento più significative che lo hanno
accompagnato durante tutta la carriera,
dai primi insegnanti ai luminosi esempi
dei grandi artisti da cui ha tratto ispirazione. Costantemente impegnato in tournée concertistiche internazionali, si è fatto
un’idea precisa delle platee dei diversi
paesi, e di come gli spettatori si accostino
alla musica in maniera assai variabile.
Da artista italiano che calca le
scene di tutto il mondo, come definirebbe, o come percepisce il pubblico del nostro paese?
«Quello che ho constatato è che esiste
una differenza nel tipo di predisposizione
all’ascolto del pubblico, a seconda del22
MI
MUSICA INSIEME
l’area geografica o del paese in cui ci si
trova: in genere ciò è legato all’apertura
mentale e all’assenza di pregiudizi o di sovrastrutture intellettuali nel recepire un
brano, per cui a volte si percepisce una
certa diffidenza iniziale, e bisogna conquistare a poco a poco la fiducia degli
astanti, mentre in altri casi, specie al Sud,
l’ascolto è più immediato e mette subito
l’interprete più a proprio agio».
Come presenterebbe il suo partner
in questo concerto? Ci racconta come
nasce la vostra collaborazione?
«Con Leonidas Kavakos ci siamo incontrati quindici anni fa ad un festival in
Norvegia, dove suonammo assieme il
Doppio Concerto di Mendelssohn per
pianoforte, violino e archi. Da allora,
avendo trovato immediatamente un
buon affiatamento, abbiamo cercato occasioni per poter suonare più spesso insieme, occasioni che si sono concretizzate
dopo qualche anno nei primi concerti in
Italia, poi in alcune tournée internazionali, fino ad arrivare nel 2012 a registrare insieme l’integrale delle sonate di
Beethoven per violino e pianoforte. Per
me è un onore e un privilegio fare musica
con Leonidas Kavakos: la sua visione
molto personale dei brani e la sua tenacia nel perseguire l’interpretazione ottimale sono sempre un grande stimolo di
crescita musicale. Il suo assoluto impegno
in ogni concerto, che sia in una grande
ed importante sala o in una più piccola e
remota, è per me un luminoso esempio
di coerenza e dedizione».
Quali sono i suoi primi ricordi legati
alla musica?
«Ricordo un pianoforte, a casa di uno
zio, che volevo assolutamente suonare
facendo i primi infantili tentativi sonori
e poi i tanti dischi (allora LP) di musica
classica che ascoltavo avidamente. Mi è
rimasto impresso il momento in cui trovai, da bambino, in un negozio sul lungomare a Rimini una registrazione dei
concerti di Liszt che volli assolutamente
comprare. Ho avuto la fortuna di essere
stato assecondato nella mia passione dai
miei genitori, che acquistarono un pianoforte quando avevo circa sette anni e
incoraggiarono sempre le mie scelte».
Quali sono stati (o sono ancor oggi)
i suoi punti di riferimento in campo
pianistico, ma anche in campo musicale in genere?
«Per primo il Maestro Franco Scala, che
mi ha dato la fiducia ed i mezzi pianistici
per poter sviluppare la mia passione in
un’attività professionale: con la sua intuizione di dare la possibilità ai suoi allievi di frequentare master class con i migliori pianisti sulla scena, sfociati nella
creazione dell’Accademia Pianistica “Incontri col Maestro” di Imola, ci ha insegnato ad essere aperti a tante scuole e
tanti modi differenti di pensare la musica. Fra gli esecutori sono stato molto influenzato da Michelangeli, con la sua
ascetica ricerca dell’equilibrio interpretativo e sonoro, da Horowitz e Rachmaninov per la fantasia e la flessibilità interpretativa, e da Lazar Berman, pianista
immenso, soprattutto in Liszt, con cui ho
avuto la fortuna di studiare per qualche
anno a Imola. Anche Jorge Bolet, per la
nobiltà dell’eloquio, e Rubinstein, per la
naturalezza esecutiva ed interpretativa,
sono stati significativi. Recentemente ho
scoperto una pianista che ebbe una vita
tragica ed ha lasciato pochi documenti in
disco, ma che mi ha sbalordito nell’esecuzione di Chopin: Maryla Jonas. Fra i
direttori Celibidache, per l’attenzione al
rapporto fra spazio e tempo esecutivo e
alla ricerca del filo rosso del discorso musicale, dando sempre il giusto rilievo alla
“topografia espressiva” di ogni frase. Oggi
si è un po’ persa l’arte di suonare in modo
diverso a seconda delle dimensioni della
sala, cercando un’utopica oggettività dell’interpretazione che può funzionare solo
in una registrazione».
Tra i premi e i riconoscimenti (anche
verbali) che ha ricevuto, quali sono
per Lei i più significativi?
«Sono i consigli (e le critiche) sinceri e disinteressati delle persone che mi hanno
aiutato a crescere ed influenzato di più,
come il didatta belga Jacques de Tiège, i
Maestri con i quali ho fatto master class,
come Alexander Lonquich e Sergio Fiorentino. Importante è anche la soddisfazione di poter fare qualcosa di utile per i
miei allievi, con i quali, cercando assieme
la soluzione alle infinite possibilità interpretative di un brano, imparo sempre
molto».
Un compositore del passato o del
presente da (ri)scoprire?
«Per me Hindemith, spesso mal compreso o ingiustamente mal considerato.
Sono stato a Blonay, sul Lago di Ginevra, nella villa dove il compositore passò
gli ultimi anni della sua vita, e ho potuto
apprezzare l’umanità e l’ironia di chi dedicò alla moglie una versione del Ludus
Tonalis (che è fra i miei progetti attuali)
istoriato con caricature di Leoni (segno
zodiacale della moglie) in varie pose a seconda del contenuto musicale. Hindemith addirittura raccoglieva in un simpatico quadernetto i bigliettini o le
lettere nelle quali il suo cognome era
stato storpiato!»
Poulenc, Fauré, Stravinskij e Schubert: 4 compositori per quattro differenti universi musicali. Come
avete ideato il programma per il
vostro concerto a Musica Insieme? E
come descriverebbe la Sonata per
violino di Poulenc, composta in memoria di García Lorca, ucciso durante la Guerra Civile Spagnola?
«Ci sono due fili conduttori: la Francia
nella prima parte e la danza e il folklore
nella seconda. Nella prima parte c’è la
“
Sonata di Fauré, che era stata accolta entusiasticamente da Saint-Saëns per le
sue caratteristiche innovative e originali, e che già utilizza le lunghe frasi melodiche tipiche di questo compositore:
alla liricità del primo movimento si contrappongono il dramma velato del secondo e la leggerezza dello Scherzo, con
un finale dai forti contrasti. La Sonata
di Poulenc, intrisa invece di drammaticità nei movimenti estremi, trova il suo
centro espressivo nel secondo movimento, dove la citazione del poeta
scomparso «la chitarra fa piangere i so-
gni» ci introduce in un’atmosfera sognante e melanconica. Nella seconda
parte si inizierà con la Suite dal balletto
Le baiser de la fée, trascritta da Stravinskij per violino e pianoforte in collaborazione con Samuel Dushkin, nella
quale assieme alla graffiante ironia ci
sono chiari richiami popolari, come
nelle Danses suisses. Richiami che ci riportano a Schubert, il quale con il Gran
Duo – sonata pubblicata postuma con
cui si chiude il programma – nobilita invece il folklore popolare e lo eleva a sublime fragranza espressiva».
Nel programma del nostro concerto ci sono due fili conduttori:
la Francia nella prima parte, la danza e il folklore nella seconda
MI
“
MUSICA INSIEME
23
L’INTERVISTA
NATALIA GUTMAN
L’onestà dell’arte
L
Il 26 gennaio si esibirà per Musica Insieme la grande violoncellista russa formatasi
con Rostropovič, alle spalle una carriera straordinaria che l’ha vista al fianco
di Svjatoslav Richter di Alessandro Di Marco
i separano molti anni: lui nasce
nel 1915, lei nel ’42. Generazioni
diverse certamente, ma con in
comune una straordinaria passione per la
musica, e soprattutto per la musica da camera. Lui è Svjatoslav Richter, che il
pubblico di Musica Insieme ricorderà nei
due indimenticabili recital che lo hanno
visto protagonista sotto i riflettori del
Teatro Comunale. Lei è Natalia Gutman, la grande violoncellista, che una
volta entrata al Conservatorio di Mosca
avrà come insegnante Mstislav Rostropovič. Quel Rostropovič che avrà a sua
volta un importante sodalizio artistico
con Richter, condividendo con il pianista peraltro l’essere tra gli artisti prediletti
dei compositori sovietici di quegli anni
(primi fra tutti Prokof ’ev e Šostakovič),
ma non solo. Dunque, sotto il cielo di
Mosca s’incrociano i destini musicali di
artisti che hanno dato un contributo essenziale alla storia dell’interpretazione e
più in generale della musica, proponendosi attivamente come interpreti di
quanto di nuovo si andava componendo.
Elementi che fanno parte integrante della
biografia di Natalia Gutman e di Svjatoslav Richter, la cui collaborazione peraltro aveva trovato in Oleg Kagan, eccellente violinista e marito della Gutman,
un partner altrettanto sensibile e di altrettanto talento. Andiamo, però, per ordine e cominciamo a ricostruire, grazie
anche alle parole della celebre artista
russa, questa affascinante vicenda.
Con Mstislav Rostropovič Natalia Gut-
“
24
MI
man studia quattro anni. «Di lui – racconta la grande violoncellista – ho una
collezione di ricordi, tutti vividi e molto
presenti. Ricordi che attingono sia al lato
umano della nostra relazione, sia a quello
più strettamente professionale. Tant’è che
da molto tempo coltivo un sogno nel
cassetto: quello di scrivere un libro su di
lui. D’altronde, non posso che riconfermare quanto sia stata fortunata nell’incontrare, oltre a Rostropovič, sempre
maestri straordinari, da Ansim Berlin a
Galina Kozolupova [il primo era il nonno
della Gutman, violinista che era stato a sua
volta allievo di Leopold Auer, la seconda è
stata fra i migliori docenti della Scuola
Gnessin di Mosca, ndr]. Elencarli tutti sarebbe troppo lungo, ma non posso certo
tacere proprio di Svjatoslav Richter e
dello stesso Rostropovič».
Che il sodalizio con Richter fosse particolarmente profondo lo rivela una celebre dichiarazione dello stesso pianista.
Richter ebbe, infatti, ad affermare, parlando di Natalia Gutman, che ella rappresentava l’incarnazione dell’onestà nell’arte. «Che cosa volesse davvero dire – si
schermisce la violoncellista – confesso di
non averlo mai effettivamente compreso.
Al contrario posso dire cosa penso fosse
davvero caratteristico in lui. Molto probabilmente si tratta proprio di ciò che separa il genio dalla gente comune. Un
tratto che potrei così sintetizzare: la capacità di esprimere qualsiasi pensiero,
qualsiasi idea nel modo più conciso ed
insieme più preciso possibile».
Nel ricostruire l’ordito di questa vicenda,
dove i nodi hanno i nomi di Richter,
Rostropovič, Kagan, ci siamo trovati di
fronte ad una galleria di personalità, che
vede raccolte molte tra le migliori del
ventesimo secolo. La carriera di Natalia
Gutman, però, non si è fermata. La violoncellista russa, al contrario, è non solo
attivissima sulle scene musicali di tutto il
mondo, ma dedica una parte rilevante
del suo tempo anche alla formazione
delle nuove generazioni di musicisti, esercitando infaticabilmente il suo magistero
in molta parte del pianeta. Di conseguenza, tanto per la sua storia, quanto
per il suo impegno oggi, Natalia Gutman
è davvero un osservatore privilegiato del
contesto musicale mondiale: «È mia
ferma opinione che anche oggi siano attivi numerosi musicisti di talento, musicisti che sanno trasmettere al pubblico
emozioni e suggestioni, e che quindi meritano il massimo interesse. Certo, rispetto al passato, agli anni in cui mi sono
formata io, gli anni in cui ho cominciato
e si è sviluppata la mia carriera, molte
cose sono cambiate. È fuor di questione
che viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è certamente molto più facile.
Sono questi nostri anni, gli anni dell’informazione, tanto dal punto di vista della
domanda, quanto di quello dell’offerta.
Una facilità nella comunicazione e nell’informazione che ci ha spinto a convincerci che tutto debba essere sempre a
portata di mano, che tutto debba essere
disponibile all’istante. La conseguenza
Richter aveva la capacità del genio di esprimere qualsiasi pensiero,
qualsiasi idea nel modo più conciso e insieme più preciso possibile
MUSICA INSIEME
“
di tutto questo è facilmente intuibile: in
questo totale diluvio d’informazioni
sempre disponibili, qualsiasi cosa non
ci attragga immediatamente non ha in
pratica alcuna possibilità di sopravvivere, di essere notata e conseguentemente ricordata, memorizzata. Perciò, i
criteri su cui si fondano sia il concetto di
successo, sia quello di leadership sono
cambiati. Forse non è un caso, che i musicisti il cui talento mi colpisce, dai quali
sono attratta, raramente sono tra i protagonisti della scena principale. E probabilmente vale anche il contrario».
Come dicevamo in principio, un aspetto
essenziale della vicenda artistica di Natalia Gutman, così come quella dei suoi
straordinari compagni di viaggio, Richter
incluso ovviamente, è l’interesse mai sopito per la musica contemporanea. Tanto
nel passato quanto adesso, molti sono i
compositori che hanno dedicato e dedicano i loro lavori alla Gutman, affidando
così le loro composizioni alla sua acutissima sensibilità e alla sua più che consolidata maestria. «Se mi guardo intorno,
pensando a chi compone musica ai nostri
giorni, posso dire di essere circondata
ancora oggi da un gruppo di ottimi
amici. Certo alcuni sono scomparsi non
troppi anni fa, come Alfred Schnittke e
Edison Denisov [quest’ultimo tra gli allievi prediletti di Šostakovič, tanto per annodare altri fili della trama su questo medesimo affascinante ordito, ndr]. Altri,
come Sofia Gubaidulina, un nome celebre, ma che sta fra i moltissimi che potrei
citare, continuano a darci splendide
prove della loro arte. Ovviamente, con alcuni di loro m’incontro molto spesso,
con altri, invece, piuttosto raramente.
Ma non posso non sottolineare il fatto
che il conoscersi bene l’uno con l’altro è
in certo qual senso una maniera d’intendersi altrettanto bene gli uni con gli altri.
È il nostro modo di comprenderci. Questo spiega perché ciascuna delle partiture
che sono state dedicate a me, oppure a
me e Oleg Kagan assieme, o anche quelle
che sono state dedicate solo a lui, sono il
frutto di questo speciale legame che unisce noi come interpreti ai compositori.
D’altronde, a nostra volta noi abbiamo
cercato sempre di realizzare questa speciale connessione, il cui esito apparisse
appunto nelle nuove opere che ci sono
state dedicate, o che ancora oggi mi vengono dedicate. Diciamo, che è divenuta
una sorta di richiesta preliminare. Solo
dopo che si è realizzata, che l’abbiamo individuata, solo allora sentiamo e sento
che questi lavori erano nostri e sono miei.
Solo in quel momento posso dire che
sono diventati una parte di noi e di me».
Sempre restando in tema di consolidati
sodalizi artistici, quello col pianista Viacheslav Poprugin dura ormai dal 1999.
Poprugin, che a sua volta ha studiato con
Svjatoslav Richter, è lui pure un appassionato camerista, senza disdegnare però
l’attività solistica. Insomma, un musicista che s’inserisce appieno nel grande
solco della scuola russa. «Viacheslav – ci
conferma Natalia Gutman – è sia uno
straordinario solista, sia un eccellente
musicista da camera. Dopo tanti anni
trascorsi insieme, oramai ci comprendiamo con uno sguardo: non c’è più bisogno delle parole. E credo anche che gli
ascoltatori, soprattutto quelli più attenti,
avranno la medesima sensazione e comprenderanno lo speciale legame che ci
unisce».
MI
MUSICA INSIEME
25
L’INTERVISTA
QUARTETTO PROMETEO
Nuove risonanze
L’ormai consolidata compagine, a cui nel 2012 è stato assegnato il Leone d’Argento
a Venezia, ci racconta il suo modo di fare musica, tra grandi incontri artistici
e collaborazioni eccellenti di Cristina Fossati
N
el 2010, per la stagione dedicata ai Maestri d’Italia, lo avevamo ascoltato in quintetto
con Mario Brunello e, sotto la sua guida,
insieme a Maurizio Ben Omar e Carlo
Rebeschini nella emozionante esecuzione
di Spasimo, di Giovanni Sollima. Lo abbiamo incontrato nuovamente due anni
fa con quel toccante ritratto musicale del
Messico che era il Canzoniere di Stefano
Scodanibbio, omaggio ad un Paese a cui
era particolarmente legato il compositore
prematuramente scomparso nel 2012, a
cui lo stesso Quartetto era legato da un
profondo sentimento di amicizia. Nel
frattempo, la Biennale Musica di Venezia
gli ha assegnato il “Leone d’Argento”, riconoscimento destinato alle più interessanti realtà emergenti della musica contemporanea. Oggi lo ritroviamo sul
26
MI
MUSICA INSIEME
palcoscenico della ventottesima edizione
dei nostri Concerti, alle prese con una
prima assoluta di Matteo D’Amico, nata
dalla collaborazione con Sandro Cappelletto, che li accompagna in qualità di
voce recitante in questa nuova sfida. Francesco Dillon, violoncellista della compagine, risponde alle nostre domande e ci
aiuta a conoscere meglio quello che è
stato definito dalla critica come il più valido erede del Quartetto Italiano.
Come nasce il Quartetto Prometeo,
e perché la scelta di questo nome
‘mitico’?
«La scelta del nome è sempre un passaggio complicato nella vita di un gruppo da
camera. Il quartetto nacque in origine in
seno all’Orchestra Giovanile Italiana del
1993. Piero Farulli, il nostro primo maestro, un giorno ci volle premiare, battez-
zandoci come Quartetto dell’Orchestra
Giovanile Italiana 1993; col senno di poi
possiamo dire che si trattava del nome più
lungo e ingestibile immaginabile, così
presto lo sintetizzammo in Quartetto
OGI. Dopo la prima tournée in Giappone, scoprimmo che anche questo nome
era difficoltoso per una carriera professionale. Nella loro lingua il termine Ogi
significa infatti “zio”… Ecco che al termine di riunioni e dibattiti infuocati, diventammo finalmente Quartetto Prometeo. Un nome che vuole evocare l’antico
mito; un mito di rivolta e di ribellione rispetto all’autorità, e dunque di rinnovamento della tradizione. Un secondo riferimento importante era al lavoro teatrale
di Luigi Nono (Prometeo per l’appunto),
compositore che abbiamo sempre ammirato per idealismo e impegno sociale».
Quali sono i segreti per far durare
una convivenza artistica? Si tratta
davvero di una ‘fragile armonia’?
«Naturalmente l’equilibrio di quattro voci
paritarie è il raggiungimento di un lavoro d’insieme capillare, a volte entusiasmante, altre volte faticoso. Noi intendiamo il quartetto come una forma
veramente ‘democratica’, dove ogni voce
e personalità si possa trovare realizzata.
Non un cammino facile dunque. Perché
ciò si realizzi, ognuno deve rinunciare a
qualcosa di sé e mettere i propri desideri
musicali al centro del dibattito e del processo di prove. Il miracolo è che, se talvolta si fa fatica a ‘digerire’ un’idea musicale altrui, dopo qualche tempo che si
suona un pezzo si dimentica magari di chi
fosse in origine una scelta che ci era sembrata tanto ‘innaturale’… Per concludere,
i nostri segreti per una felice convivenza
artistica si possono riassumere in: fiducia
reciproca, apertura e tolleranza».
Oltre alla musica, quali altre forti
passioni vi accomunano?
«La musica è sicuramente il denominatore comune dei quattro! Poi ci sono
molte altre passioni, interessi, forti curiosità, che di volta in volta ci coinvolgono in varie combinazioni come viaggi,
letture di vario tipo, calcio (rigorosamente per squadre rivali… e c’è anche un
fiero sostenitore del Bologna!), astronomia, tennis (più guardato che giocato,
causa scarsa compatibilità con il suonare
uno strumento ad arco!) e cinema (chi i
blockbusters, chi le rarità indipendenti…)».
Le collaborazioni che ricordate con
più affetto e quelle che sognate per
il futuro?
«Ce ne sono state moltissime! Sia quando
ci siamo allargati ad un quintetto o sestetto, sia quando abbiamo creato nuove
opere collaborando con grandi compositori. Nel primo caso i quintetti con due
ex-insegnanti che hanno contribuito alla
crescita del gruppo: ricordiamo bene un
Secondo Quintetto di Mendelssohn con
Piero Farulli e un preziosissimo Rondò di
Schubert con Rainer Schmidt del Quartetto Hagen. Ancora le collaborazioni
con pianisti quali Alexander Lonquich,
Andrea Lucchesini e soprattutto quella
più continuativa negli anni con l’amico
Enrico Pace con cui abbiamo esplorato
anche pagine più desuete (basti pensare al
meraviglioso Quintetto op. 1 di Dohnanyi). Come dimenticare poi i bei progetti, da Schubert a Purcell, passando per
la contemporanea di Knaifel e Sollima,
con Mario Brunello, dalle Dolomiti al
Teatro Manzoni? Anche con i compositori gli incontri e le collaborazioni memorabili sono molte. Dal lavoro di anni
accanto a Salvatore Sciarrino, Ivan Fedele e Stefano Scodanibbio all’ultimo progetto discografico in uscita per Sony, che
ci vede impegnati in trascrizioni dall’antico, oltre ai tre citati, anche Giorgio Battistelli, Francesco Filidei e Stefano Gervasoni. Per non dimenticare due nostri
“idoli” quali Steve Reich e György Kurtág,
in brevi collaborazioni per noi memorabili. Sogniamo dunque di continuare dialogando con artisti che stimiamo (e sono
molti!) e continuando ad aprire il nostro
quartetto a dialoghi che ci ispirino e ci sorprendano di volta in volta».
Nel programma che presenterete a
Bologna, si distribuiscono in perfetta simmetria il primo quartetto
pubblicato da Haydn, l’ultimo di
Schubert, e una prima assoluta di
Matteo D’Amico. Sono tre opere a
loro modo emblematiche, sia per il
repertorio che per il vostro approccio ad epoche e stili così differenti.
Come ce le descrivereste, e come
avete deciso questo accostamento?
«Non sempre per un concerto il criterio
dell’affinità totale e della coerenza assoluta è il più efficace. Spesso il contrasto e
la distanza (apparente) sono fonte di ‘risonanze’ stimolanti. Talvolta si trovano
connessioni e temi espliciti, in altri casi e
magari con ancora maggior successo, ci si
affida all’intuizione. Crediamo che sarà
sicuramente stimolante percorrere l’arco
storico stilistico che c’è tra il primissimo
Haydn e l’ultimo Schubert; una sorta di
viaggio dagli albori alla fine del mondo
classico, la storia di una trasformazione
formale, e vedere come questi due diversi capolavori si rifletteranno nel nuovo
lavoro di Matteo D’Amico».
Riscontrate molte differenze tra il
pubblico italiano e quello di altri
paesi?
«Sicuramente ci sono differenze che corrispondono sia alla condizione che vive il
paese, sia alle tradizioni radicate di un
luogo. In Italia, se da un lato ci sono radici culturali ben profonde, per contro
c’è molto da ‘ricostruire’ in quanto a
contatto con il pubblico e a ‘pazienza’
dell’ascolto. In questo senso ci sono comunque molte differenze fra le varie
città, e sicuramente Musica Insieme a
Bologna (detto senza alcuna piaggeria…)
rappresenta una delle realtà italiane fra le
più vitali e vivaci. Siamo tornati da non
molto da un’entusiasmante tournée giapponese. Lì il pubblico ha un rispetto profondo di chi suona e se il concerto è apprezzato, l’artista diventa oggetto di vera
e propria adorazione. Interessante e sorprendente è spesso il caso di paesi più ‘periferici’, dove si riscontra spesso una fame
di cultura e di arte che danno un senso
profondo all’esser musicista. In Europa è
notevole la vitalità dei paesi dell’Est (Russia, Polonia, Praga…) che vedono spesso
un pubblico dall’età media molto bassa.
L’America Latina, penso al Messico, al
Cile e all’Argentina in particolare (paese
nel quale siamo spesso invitati), è un altro estremo geografico dove si trova davvero una passione e partecipazione e
un’apertura entusiasmante».
Cosa fareste per promuovere maggiormente l’ascolto della musica
classica tra i giovani?
«Naturalmente la prima cosa che viene in
mente è l’educazione all’ascolto… dunque il lavoro nella scuola è fondamentale.
Inoltre può essere importante la ricerca di
programmi più ‘aperti’, dove si accostino
musiche diverse stimolando l’ascoltatore
ad un ruolo attivo; anche, se è il caso, con
il supporto di nuove tecnologie (video,
elettronica). Poi si può, si deve talvolta,
uscire dai luoghi deputati della musica
(teatri e auditori) per raggiungere i più
giovani in ambienti meno formali. Capita spesso, quando si suona all’estero
(penso a Londra, a Berlino…), di trovarsi
in luoghi ‘alternativi’ e moderni quali
ex-fabbriche, gallerie d’arte, addirittura
clubs. Mantenute intatte qualità essenziali
quali l’acustica e il silenzio, si possono
creare situazioni molto stimolanti. In una
parola, pur mantenendo intatta la nobile
tradizione della musica classica, si dovrebbero cercare percorsi complementari
più innovativi, riconsiderando quelli che
possono essere gli aspetti più rigidi del nostro amato ‘rituale’».
MI
MUSICA INSIEME
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IL PROFILO
IGOR’ FËDOROVIČ STRAVINSKIJ
L’attualità del genio
«I
La vita del compositore russo attraversa la storia della musica novecentesca,
con una capacità di interpretare il gusto del tempo pari solo
al suo talento artistico di Anastasia Miro
o non scrivo musica moderna,
scrivo solo buona musica».
Emblematica la celebre affermazione di Stravinskij, compositore che
forse più di ogni altro ha saputo cavalcare
i tempi (il che significava a volte precorrerli, a volte recuperarli…), trovandosi
inoltre, per volontà o per caso, sempre al
posto giusto nel momento giusto. Stravinskij è immerso nella musica sin dall’infanzia (il padre cantava come primo
basso all’Opera Imperiale di Pietroburgo).
Sceglie però di consacrarsi alla musica
solo intorno ai vent’anni, quando, svogliato studente di diritto all’Università
pietroburghese, conosce Rimskij-Korsakov. Quest’ultimo diverrà suo mentore
dal 1903 al 1908, istruendolo in particolar modo nell’analisi formale e nell’orchestrazione. Stravinskij si avvicina in
quel periodo ai circoli avanguardistici del
“Mir isskustva” (“Il mondo dell’arte”), rivista fondata da Djaghilev nel 1898, ed
alle Serate di musica contemporanea,
dove può ascoltare fra gli altri i lavori di
Igor’ Stravinskij (1882-1971). Fotografia
di George G. Bain risalente ai primi anni Trenta
28
MI
MUSICA INSIEME
Ravel, Debussy, Dukas. Proprio grazie all’interesse di Djaghilev per le sue composizioni ha inizio la collaborazione con i
Ballets Russes, la storica compagnia che
l’impresario russo guida alla conquista di
Parigi, e che con la complicità di Stravinskij elettrizza la capitale con titoli quali
L’oiseau de feu (1910), Petruška (1911) o
Le sacre du printemps (1912-13), scatenando nell’ultimo caso uno degli scandali
più clamorosi della storia della musica. La
dirompente aggressività ritmica e sonora,
che nel Sacre assume una violenza quasi
tellurica, l’originalità ‘barbara’ del linguaggio armonico e il recupero arcaicizzante del folklore russo caratterizzano
quello che è stato etichettato come il periodo “fauve” o, appunto, “russo” del
compositore. In quegli anni Stravinskij
entra inoltre in contatto con l’intellighenzia artistica della capitale francese,
stringendo amicizia con i colleghi Ravel, Debussy, Satie, o con letterati quali
Proust, Gide e Cocteau. Allo scoppio
della prima guerra mondiale Stravinskij
si stabilisce in Svizzera, e con la Rivoluzione del 1917 perde le sue proprietà in
Russia: non vi farà più ritorno fino al suo
ottantesimo compleanno, quando ad invitarlo per una trionfale tournée sarà
Kruščëv in persona. Durante l’esilio svizzero – ed in un periodo di ristrettezze
come quello bellico – Stravinskij cuce ai
suoi personaggi abiti più dimessi: sono gli
anni del teatro da camera dell’Histoire du
soldat, del Rag-Time per 11 strumenti
(entrambi del 1918), dei balletti Renard
e Les noces. Dal 1920 al ’39 ha inizio per
lui un nuovo periodo parigino, e una
nuova fase creativa, quella “neoclassica”
dell’elaborazione di materiali o stilemi
desunti dal passato: nascono balletti
come Pulcinella (su musiche attribuite a
Pergolesi), Apollon Musagète (“ballet
blanc” con il timbro dei soli archi), Le
baiser de la fée (su temi di Čajkovskij),
opere come Mavra e Oedipus rex, o brani
strumentali quali l’Ottetto per fiati e il
Concerto per pianoforte e fiati. È proprio
dal Baiser de la fée che Stravinskij trae il
Divertimento per violino e pianoforte,
parte di una serie di lavori che egli stesso
esegue accanto al violinista Samuel Dushkin, non da ultimo per ovviare alle difficoltà economiche che la Grande Depressione ha esacerbato. Ancora una volta
insomma Stravinskij rivela un talento
non solo per la musica, ma anche per gli
affari, adattando da un lato le proprie
note alle condizioni economiche, e proporzionalmente risollevando le proprie
condizioni economiche grazie alle note.
Sempre più corteggiato dagli Stati Uniti
(con committenze come la Sinfonia di
salmi per la Boston Symphony, Jeu de
cartes per l’American Ballet o il concerto
Dumbarton Oaks per la facoltosa famiglia Bliss di Washington), Stravinskij vi
si trasferisce nel 1939, e nel 1945 ottiene
la cittadinanza americana. È un periodo
assai produttivo, che lo vede dare alle
stampe la Sinfonia in tre movimenti, il
balletto Orpheus e The Rake’s Progress,
estremo frutto neoclassico dove risuona
l’intera storia dell’opera da Monteverdi
a Mozart, a Verdi. Intorno al 1952 –
con l’eterna curiosità del genio – uno
Stravinskij settantenne si accosta alla
musica seriale, adottandone le tecniche
in lavori di ispirazione liturgica come
Canticum Sacrum e Threni, o in brani
scritti in memoria di amici scomparsi,
come le Variazioni orchestrali dedicate
nel 1964 ad Aldous Huxley. Spentosi
nella sua casa di New York nel 1971, riposa nel campo degli ortodossi del cimitero di San Michele a Venezia, accanto all’amico Djaghilev.
I LUOGHI DELLA MUSICA
Dediche brahmsiane
Tra le incisioni di Klinger esposte a Palazzo Fava, spiccano quelle dedicate a Brahms, eseguite
da un artista che dalla musica traeva la sua maggiore ispirazione di Maria Pace Marzocchi
M
ax Klinger (Lipsia 1857 –
Grossjen 1920), pittore, scultore, decoratore, e soprattutto
straordinario incisore, fu anche appassionato di musica e ottimo musicista dilettante, così che spesso musica e musicisti
furono protagonisti della sua opera.
Scolpì le immagini di Wagner e di
Brahms, e realizzò il Monumento a Beethoven (ora a Lipsia, Museo delle Sculture), in quella sorta di “opera d’arte totale” (secondo la poetica wagneriana) che
ebbe luogo a Vienna nel 1902 per la VII
mostra della Secessione: nel palazzo di
Joseph Olbrich, con l’allestimento di Joseph Hoffman, circondato dal Fregio di
Beethoven di Klimt. E il giorno dell’inaugurazione Gustav Mahler, allora alla
guida dell’Opera di Vienna, diresse il
quarto movimento della IX Sinfonia.
Della musica Klinger indaga anche la
struttura interna, così da organizzare i
suoi cicli grafici come composizioni e sequenze musicali, come indica anche la
terminologia OPUS riferita ai quindici
portfolio pubblicati tra il 1879 e il 1915,
usando gli Intermezzi (non sempre in
mezzo) come scansione del racconto.
L’Opus II è dedicato a Robert Schumann:
«Amo appassionatamente la sua musica e
credo di essere molto influenzato dal suo
modo di comporre – scrive Klinger – ma
in una forma libera che mi è difficile spiegare». Dedicati a Johannes Brahms sono
l’Opus V e l’Opus XII Brahmsphantasie
(Lipsia 1894): 37 fogli con 41 incisioni, e
spesso immagini e spartiti sulla stessa pagina, in una sorta di antologia dei pezzi
musicali preferiti dall’artista. Quando
Brahms vide l’Opus finito scrisse a Klinger: «Vedo la musica, le belle parole che
l’accompagnano – e ora a mia insaputa i
vostri disegni mi coinvolgono; contemplandoli mi sembra che la musica continui
a risuonare nell’infinito ed esprima così
tutto ciò che avrei voluto dire, più chiaramente di quello che avrebbe potuto la
musica e allo stesso tempo con altrettanto
senso di mistero e di anticipazione. Qualche volta vi invidio per come siete chiaro
con la vostra matita. Qualche volta mi
rallegro di non doverlo essere. Ma alla
Due fogli della Brahmsphantasie di Max Klinger,
opere della Collezione Paola Giovanardi Rossi,
date in comodato alla Fondazione Cassa
di Risparmio in Bologna e custodite a Palazzo Fava
30
MI
MUSICA INSIEME
fine devo pensare che ogni arte è la stessa
cosa e si esprime con lo stesso linguaggio».
Sette dei fogli della Brahmsphantasie sono
esposti fino all’11 gennaio in Palazzo Fava,
in occasione della mostra MAX KLINGER. L’inconscio della realtà, che ha presentato le 116 incisioni del maestro tedesco della collezione di Paola Giovanardi
Rossi, la quale ha concesso nel 2011 in comodato alla Fondazione Cassa di Risparmio, e quindi a Genus Bononiae - Musei
nella città, la sua collezione grafica dell’artista di Lipsia.
Ora è ancora in mostra una parte della
collezione, anche perché per motivi di
conservazione le raccolte di disegni e di
stampe non possono restare esposti per
lungo tempo. Ma, come è consuetudine
per le raccolte museali di grafica, le opere
possono essere visionate e consultate per
motivi di studio.
I CONCERTI gennaio/febbraio 2015
Lunedì 19 gennaio 2015
AUDITORIUM MANZONI ore 20.30
LEONIDAS KAVAKOS.............................violino
ENRICO PACE................................................pianoforte
Musiche di Poulenc, Fauré, Stravinskij, Schubert
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme”
e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna
Lunedì 26 gennaio 2015
AUDITORIUM MANZONI ore 20.30
NATALIA GUTMAN....................................violoncello
VIACHESLAV POPRUGIN...................pianoforte
Musiche di Mendelssohn, Grieg, Rachmaninov
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme”
e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna
Lunedì 9 febbraio 2015
AUDITORIUM MANZONI ore 20.30
QUARTETTO PROMETEO...................pianoforte
SANDRO CAPPELLETTO.....................voce recitante
Musiche di Haydn, D’Amico, Schubert
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme” e “Musica per le Scuole”
Lunedì 23 febbraio 2015
AUDITORIUM MANZONI ore 20.30
HAGEN QUARTETT
Musiche di Mozart, Brahms
Il concerto fa parte degli abbonamenti: “I Concerti di Musica Insieme”
e “Invito alla Musica” – per i Comuni della provincia di Bologna
Per ulteriori informazioni rivolgersi alla Segreteria di Musica Insieme:
Galleria Cavour, 2 - 40124 Bologna - tel. 051.271932 - fax 051.279278
[email protected] - www.musicainsiemebologna.it
Lunedì 19 gennaio 2015
Dimenticare Berlino
Con un programma di capolavori ‘fuori dal coro’, in equilibrio fra la sonata e la danza,
l’affiatato duo vincitore del Premio Abbiati inaugura il 2015 di Musica Insieme
di Maria Chiara Mazzi
D
Foto Marco Borggreve
imenticare Berlino (ma anche
Bonn, Lipsia, Dresda, Mannheim, Monaco…): questo è il
problema, o il compito, dei musicisti che
si dedicano alla musica strumentale in Europa da inizio Ottocento in poi. Il primo
ad accorgersi del peso di questa sudditanza
psicologica è addirittura Schumann, che
scrive: «Sembra che le nazioni confinanti con la Germania vogliano emanciparsi dal dominio della musica tedesca: ciò
forse potrà dispiacere a un teutomane, ma
al pensatore con occhio acuto e al conoscitore dell’umanità parrà invece una
34
MI
MUSICA INSIEME
cosa naturale e da rallegrarsene». Insomma: cosa stava accadendo? Semplicemente che, da Beethoven in poi, scrivere musica sinfonica o solistica o, come nel
caso del nostro programma, da camera per
violino e pianoforte era diventato un problema. Non solo e non tanto perché lo
stesso Beethoven aveva ‘dimenticato’ la tradizione operando rivoluzioni formali
inimmaginabili, ma anche, e soprattutto,
perché le grandi forme (come la sonata)
si erano poco per volta cristallizzate nei
loro parametri fondamentali e chiunque
le affrontasse non poteva non tenerne con-
to per essere giudicato un ‘grande compositore’. Insomma, per farla breve, bisognava utilizzare la sonata, ma fatta
proprio come poi era stata descritta dai
teorici della composizione (tedeschi) e dai
musicologi (tedeschi) che avevano costruito la storia delle forme vedendo nella ‘perfezione’ della struttura tripartita e
bitematica il punto di arrivo di secoli di
evoluzione musicale, consacrandola così
anche a un placet storico. Era un problema, un problema per tutti, russi, italiani,
francesi… I quali, sempre secondo i critici e i musicologi dell’epoca, passano in-
Foto Marco Borggreve
vece gran parte del loro tempo a scrivere
‘cose inutili’ (divertimenti, bagatelle, capricci, anziché sonate) o in maniera non
conforme a quelle regole di forma e di armonia che avrebbero loro consentito di
entrare nell’Olimpo della storia della
musica.
Prendiamo ad esempio i francesi. Quasi
totalmente dediti nella prima parte dell’Ottocento alla loro particolare forma di
opera in musica, si accorgono di essere rimasti un po’ indietro nei confronti della
musica strumentale. Così, quando a metà
secolo decidono di ‘rinnovare’ la musica
(“renouveau” appunto viene chiamato
quel movimento) e allargare l’orizzonte anche al genere strumentale, inevitabilmente prendono a modello le forme tedesche. E poi… poi la Francia di Napoleone III viene sconfitta a Sedan proprio
da quei prussiani alle cui leggi musicali
avevano fatto tanta fatica ad adeguarsi…
E allora, in un impeto di autoconsapevolezza e in un attacco di nazionalismo
(sempre musicali, intendiamoci bene)
eccoli finalmente decidere di lavorare
per conto proprio. Complice anche una
corrente estetica sempre più forte che comincia a guardare al passato come modello
(neogotico, neorinascimento, neobarocco…), ecco che i francesi decidono di cominciare a utilizzare modelli musicali
– formali, costruttivi e armonici – legati
alla propria storia e alla propria cultura.
E mentre Viollet-le Duc restaura Notre
Dame e i monaci di Solesmes recuperano il gregoriano, l’antica lingua diviene la
base per una nuova concezione armonica ‘modale’, che nella sua mancanza di tensioni sembra non solo la più vaga ed affascinante realizzazione sonora delle correnti letterarie ed estetiche degli ultimi
trent’anni dell’Ottocento francese, ma costituirà anche la contrapposizione più agguerrita e convincente alle inenarrabili tensioni wagneriane. Ed ecco, a questo punto, Fauré, con la sua musica da camera e
in particolare con la sua Sonata per violino e pianoforte (1878), definita nel 1914
da una recensione (non francese): «Musica amabile, graziosa, deliziosa come un
paesaggio all’acquerello, un ritratto in miniatura, una porcellana di Sèvres, tutti oggetti da salotto ma che possono essere preziosi». Una sonata nella quale si intravedono non le severe ed austere sale da concerto del centro Europa, ma i salotti e i circoli culturali parigini, nella loro vaga, elegante e dolcissima sensualità. Certo, nel
primo tempo l’autore sembra ricadere nelle tentazioni della ‘grande forma’, ma la
rivede a modo suo, facendone prevalere
LUNEDÌ 19 GENNAIO 2015
AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30
LEONIDAS KAVAKOS violino
ENRICO PACE pianoforte
Francis Poulenc
Sonata op. 119
Gabriel Fauré
Sonata in la maggiore op. 13
Igor’ Stravinskij
Divertimento
Franz Schubert
Sonata in la maggiore D 574
Introduce Nicola Sani. Compositore
e musicologo, è consulente artistico
e direttore artistico designato
del Teatro Comunale di Bologna
la inquieta scorrevolezza e un gusto dell’intarsio che ricorda più le delicate ornamentazioni preraffaellite piuttosto che
l’intreccio contrappuntistico dei romantici tedeschi. Brillantezza e malinconia si
alternano poi negli altri tre movimenti, dai
quali sembra intravvedersi, in lontananza, quella libertà assoluta nei confronti dei
modelli che ispirerà, nemmeno dieci
anni dopo, la Sonata di Franck.
I musicisti francesi continuano poi ine-
Leonidas Kavakos
Giunge alla consacrazione internazionale quando, non ancora ventunenne, si
aggiudica importanti riconoscimenti come il “Concorso Sibelius” nel 1985, e il
“Premio Paganini” tre anni dopo; la sua carriera lo ha portato a stringere collaborazioni con orchestre quali la Filarmonica di Berlino e Sir Simon Rattle, l’Orchestra del Concertgebouw e Mariss Jansons, l’Orchestra Sinfonica di Londra e
Valery Gergiev, l’Orchestra della Gewandhaus di Lipsia e la Filarmonica di Vienna dirette da Riccardo Chailly. Per 15 anni ha curato gli eventi di musica da camera della Megaron Concert Hall della natia Atene, e la sua intensa attività cameristica lo ha visto al fianco di Emmanuel Ax come di Yuja Wang. Di recente è
divenuto un apprezzato direttore d’orchestra.
Enrico Pace
Perfezionatosi all’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di
Imola, dopo la vittoria nel 1989 del primo premio al Concorso Internazionale
“Franz Liszt” di Utrecht, Enrico Pace si è esibito in tutta Europa nelle più rinomate sale da concerto, come solista e con orchestre quali Royal Orchestra del Concertgebouw, Filarmonica di Monaco, BBC Philharmonic Orchestra, Orchestra Nazionale di Santa Cecilia di Roma, oltre a essere invitato a suonare in numerosi festival internazionali, tra cui quelli di Lucerna, Salisburgo, Edimburgo, Stresa. In
ambito cameristico ha collaborato con artisti come Frank Peter Zimmermann, il
Quartetto Prometeo e il Quartetto Keller.
MI
MUSICA INSIEME
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Lunedì 19 gennaio 2015
sorabilmente non solo nel loro proposito di ‘dimenticare Berlino’ (e anche Vienna, a quel punto della storia), ma persino quell’art nouveau a cui avevano dato
forma musicale a fine secolo quando, dopo
la prima guerra mondiale, Jean Cocteau
scrive: «Basta con nuvole, onde, acquari,
ondine, profumi di notte… abbiamo
bisogno di una musica con i piedi per terra, una musica di tutti i giorni». E musica per tutti i giorni fu! Con “Les Six”, negli anni Venti, la musica si rinnova in una
direzione diametralmente opposta a quella dei coevi viennesi, proprio grazie alla
‘musica di tutti i giorni’ (cafè chantant, circo, music hall e via discorrendo) dissociata
dal contesto di partenza, esattamente
come era accaduto in arte col ready-made
di Duchamp. E tra i Six, Francis Poulenc,
che nella Sonata per violino (1943) non
solo recupera la tradizione della ‘sonata alla
francese’, nell’interazione fra gli strumenti costruita grazie al fascino melodico, ma vi aggiunge, nell’irruenza del primo tempo e nella scorrevolezza dell’ultimo, quel disincanto tipico del suo stile.
Oltre ad una valenza extramusicale di
grande suggestione, come la dedica del lavoro alla memoria del poeta Federico García Lorca, ucciso nella Guerra di Spagna
nel 1936. L’opposizione agli ‘imperi centrali’ della musica avviene non solo da parte dei francesi, ma anche da parte di un
non francese al quale però proprio la ricchezza della cultura parigina di inizio secolo aveva consentito una delle svolte più
significative della musica del nostro tempo. Stravinskij prende anche lui dopo la
guerra una strada che non è quella di Vienna: il suo neoclassicismo non solo gira le
spalle alle nuove teorie compositive, ma
tenta di saltare d’un balzo anche la corrente più tedesca della storia, cioè il romanticismo. “Musica al quadrato”, cioè
musica sulla musica, è definita la rilettura stravinskiana della musica del passato
che lascia intatte le melodie e stravolge orchestrazione, ritmo e armonie, che si rigenerano proprio attraverso lo specchio
deformante costruito dal compositore
russo. L’elaborazione avviene inizialmen-
DA ASCOLTARE
La loro più recente fatica discografica data 2013. L’ha stampata la Decca. Leonidas Kavakos e Enrico Pace hanno inciso in 3 CD l’integrale delle Sonate di
Ludwig van Beethoven, incisione che si è subito affermata tra le più interessanti
tra quelle recenti. Sempre difficile fare il confronto quando si tratta di pagine
così note, e così spesso incise e re-incise (rimasterizzazioni incluse), ma il duo
vanta un così importante sodalizio artistico da far pensare che possano davvero dire la loro anche su un tema tanto trattato. Del resto, Leonidas Kavakos,
dal punto di vista discografico, ha un catalogo vastissimo, che di fatto attraversa quasi tutto il repertorio. Basti dire che nel 2014 ha inciso le Sonate di
Johannes Brahms, partner al pianoforte questa volta la brillante Yuja Wang.
A Brahms aveva dedicato l’anno precedente un altro CD, contenente il Concerto per violino. Sul podio Riccardo Chailly alla testa dell’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia. Tornando, infine, indietro nel tempo troviamo Stravinskij
e Bach, Mendelssohn e Sibelius, il violinista greco dimostrando così, anche sotto il profilo del suo impegno in sala d’incisione, quell’insaziabile curiosità d’interprete che gli riconosciamo anche in sala da concerto.
te sul passato settecentesco (il Pergolesi del
Pulcinella), ma poi il musicista non può
non rivolgere il suo occhio dissacrante proprio contro quel romanticismo che tanto aborriva. E quale romantico più romantico del conterraneo Čajkovskij e della sua romanticissima musica (in particolare alcuni brani per pianoforte, ‘riletti’ da Stravinskij nel balletto Le baiser de
la fée, del 1928) per ribadire ancora una
volta il proprio antiromanticismo e la propria ripulsa a considerare l’arte lo specchio
della vita e dell’esistenza? È proprio dal Bacio della fata che nel 1932 egli trae, dietro invito del violinista polacco Samuel
Dushkin, il Divertimento per violino e
pianoforte che, per concludere con l’algebra e non con la musica, potremmo anche definire “musica al cubo”, trattandosi di “musica sulla musica sulla musica”…
E se era stato complicato rinunciare a
Vienna e a Berlino per i non centro europei, immaginatevi quanto deve essere
stato terribile allontanarsi da questi ‘modelli vincenti’ per chi non solo viveva a
Vienna, ma era quasi vicino di casa del
monstrum Beethoven! Inutile quasi dire
che stiamo parlando di Schubert, che pagò
la propria indipendenza dalla moda musicale corrente con l’ostracismo editoriale e con la damnatio memoriae, e che dovrà attendere decenni per essere ‘scoper-
to’ (proprio dallo Schumann che abbiamo citato all’inizio del nostro discorso),
edito ed eseguito pubblicamente. Nel
1816 Beethoven aveva pubblicato la Sonata per violino e pianoforte op. 96 (la
Kreutzer era addirittura del 1805!), e tra
1816 e 1817 Schubert osa comporre le sue
sonate per violino e pianoforte, che vanno da tutt’altra parte. Incauto, come
minimo. Il modello della ‘nuova sonata integrata’ era ormai stato depositato, così
come era ormai chiaro anche il modello
della ‘sonatina facile per dilettanti’ tanto
di moda negli anni della Restaurazione.
Ma Schubert, invece, con le sue sonate va
da un’altra parte. Amabilità e piacevolezza
senza sentimentalismo, nostalgia elegantemente settecentesca, gusto popolare
ma lontanissimo dal facile popolarismo
alla moda, virtuosismo musicale e non plateale come quello dei virtuosi che giravano
le sale da concerto. Insomma le sonate,
come questa in la maggiore, sono scritte,
come diceva lo stesso autore, per chi «intende la musica, oltre che le note». Certo, non manca la ‘dialettica tematica’, ma
il modello è Mozart, non l’ingombrante
tedesco che abitava a Vienna… Nessuno
stupore, quindi, che la sonata sia stata pubblicamente ignorata alla sua epoca e sia divenuta di pubblico dominio solo nel
1851, grazie all’Editore Diabelli.
Lo sapevate che...
Leonidas Kavakos, che ha una grande passione per l’arte della liuteria, ha avuto l’onore
di suonare il celebre violino “Il Cannone” di Guarneri del Gesù appartenuto a Paganini
36
MI
MUSICA INSIEME
Lunedì 26 gennaio 2015
Natalia Gutman e Viacheslav
Poprughin omaggiano
la memoria di Richter,
proponendo un programma
che ripercorre la storia della
sonata per violoncello
di Francesco Corasaniti
Caro
fratello
LUNEDÌ 26 GENNAIO 2015
AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30
NATALIA GUTMAN violoncello
VIACHESLAV POPRUGIN pianoforte
Felix Mendelssohn
Sonata in si bemolle maggiore op. 45
Edvard Grieg
Sonata in la minore op. 36
Sergej Rachmaninov
Sonata in sol minore op. 19
Introduce Fulvia de Colle. Da quindici anni a
Musica Insieme, collabora alla direzione artistica,
scrive di musica e traduce per Einaudi Editore
38
MI
MUSICA INSIEME
«
Voglio scriverti presto una sonata
per violoncello e piano». Con queste
parole, affidate ad una lettera scritta alla
fine dell’ottobre 1837, Felix Mendelssohn
annuncia da Lipsia la volontà di comporre
una sonata e dedicarla al fratello Paul, destinatario della missiva. Egli, banchiere di
professione e artefice della fortuna finanziaria della famiglia, era infatti anche un
abile violoncellista. L’anno dopo il compositore, all’epoca ventinovenne, dà alla
luce la sua prima Sonata in si bemolle
maggiore per violoncello e pianoforte,
l’opera 45. È questo un periodo di fervida
attività per Mendelssohn, che da anni ormai, soprattutto dopo la ‘riscoperta’ e direzione della Passione secondo Matteo di
Johann Sebastian Bach nel 1829, gode di
una notevole fama in patria. Dal 1835 è
infatti Direttore Stabile dell’Orchestra del
Gewandhaus di Lipsia, ma l’attività concertistica lo porta a partecipare ai numerosi e celebri festival delle altre città tedesche. Non meno significativo è il periodo
per la vita personale del compositore: la
perdita del padre, un momento di grande
sconforto, rafforza però il legame con i fratelli, Paul appunto, il minore, Fanny e
Rebecka. A risollevare il compositore è
l’incontro con Cécile Charlotte Sophia
Jeanrenaud, che diverrà presto sua moglie.
Ne segue un momento di rinnovata creatività che, complice la prestigiosa nomina
imperiale, lo porta a comporre opere per
i più svariati organici, tra cui spiccano le
sue più importanti composizioni vocali sacre. Insolita, dunque, fra le opere del periodo, destinate naturalmente all’attività
pubblica di direttore e concertista, sembra
la Sonata op. 45, che ha invece una dimensione diversa, raccolta, familiare. Destinata forse solo a esecuzioni private,
venne invece successivamente pubblicata,
anche in una trascrizione per violino e
pianoforte. L’aspetto intimo è colto in
pieno da Robert Schumann, a cui la Sonata pareva essere stata composta espressamente per una serata in famiglia, dopo
la lettura di un brano di Goethe o Lord
Byron. Il repertorio per violoncello e pianoforte occupa uno spazio esiguo nel vasto catalogo di Mendelssohn, tanto che
fino a questo momento ha scritto solo le
Variazioni concertanti op. 17 (1829) e un
Assai Tranquillo in si minore (1835); ancora lontani da venire sono la Sonata n. 2
in re maggiore op. 58 e il celeberrimo
Lied ohne Worte (1845). Il primo movimento della sonata, Allegro vivace, si caratterizza per un tema rapido e deciso, in
cui si assiste a un dialogo serrato tra i due
strumenti, i quali vicendevolmente affio-
Natalia Gutman
Allieva prediletta di Rostropovič, si è imposta sulla scena internazionale a partire
dalla vittoria del prestigioso Concorso della ARD di Monaco nel 1967, per divenire una delle più celebrate soliste degli ultimi 40 anni. Si esibisce con le orchestre
piùimportanti,tracuiBerlinereWienerPhilharmoniker,LondonSymphonyOrchestra,
Filarmonica di San Pietroburgo, ed è stata diretta da Abbado, Muti, Temirkanov.
Nella sua intensa attività cameristica ha collaborato con Stern, Argerich, Bashmet,
Virsaladze, oltre che con il marito Oleg Kagan e con Svjatoslav Richter. Tiene masterclass in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi. Apprezzatissima tanto nel
repertorio classico quanto nella promozione della musica contemporanea, importanti compositori, fra cui Alfred Schnittke, le hanno dedicato le loro opere.
Viacheslav Poprugin
Richiesto dai solisti più importanti al mondo, collabora con Natalia Gutman dal
1999, esibendosi in tour internazionali che riscuotono unanimi consensi. Affianca
l’attività cameristica con quella di solista, in recital e al fianco delle principali orchestre, diretto fra gli altri da Jurowski e Verbitskij. Collabora inoltre con i principali compositori russi contemporanei, tra cui Denisov e Berinskij. Dal 1999 è docente del Conservatorio di Mosca, dove ricopre le cattedre di Musica da camera
e Pianoforte. Artista eclettico, ama sperimentare diversi stili e generi musicali, ed
è, inoltre, uno dei più autorevoli ed esperti tecnici del suono in Russia.
rano e si immergono nell’impasto sonoro.
Inizialmente il pianoforte appare quasi
protagonista, per lasciare poi il ruolo alla
veemenza del violoncello, che si abbandona talvolta a brevi, ma intensi, momenti lirici. L’incontro/scontro tra le due
voci prosegue per l’intero movimento fra
inseguimenti, imitazioni, veri e propri
duelli. Nell’edizione originale del brano, la
parità di importanza degli strumenti viene
evidenziata tra l’altro sin dal frontespizio,
che reca la dicitura “Sonate Duo”. Il lento
movimento intermedio, Andante, si sviluppa a partire da un breve motivo ritmicamente pregnante. L’inizio, quasi lezioso,
introduce poi ad un’atmosfera serena e
sognante, caratterizzata da una melodia
cantabile, quasi vocale, sostenuta dal violoncello. Successivamente il pianoforte,
con leggere note ribattute, riporta il clima
del brano su un piano di placida leggerezza. Il terzo e ultimo movimento, Allegro assai, inizia con un suadente tema
esposto dal violoncello, che è prontamente
incalzato dai rapidi accordi del pianoforte.
Solo in prossimità del finale il ritmo si
placa. Mendelssohn tornerà sulla Sonata
alcuni anni dopo, citandola in due lettere
indirizzate rispettivamente al fratello Paul
e all’amico Ferdinand Hiller. In entrambe
annuncia l’intenzione di revisionarla poiché non ne è del tutto soddisfatto, ma il
progetto rimarrà in sospeso. Come Mendelssohn, anche Edvard Grieg aveva un
fratello violoncellista, ed a lui fu dedicata
la Sonata in la minore op. 36 per violoncello e pianoforte, vero gioiello della sua
esigua, ma notevole, produzione cameristica. Al pari della famiglia Mendelssohn,
le floride condizioni economiche consentirono anche ai Grieg di dare ai figli un’ottima educazione musicale. La madre, Gesine Judit Hagerup, valente cantante e
pianista, e il maestro, il violinista Ole
Bull, molto noto all’epoca, intravidero
presto le doti non comuni di Edvard, e decisero di trasferirlo al Conservatorio di
Lipsia. Egli compose la Sonata nel 1882,
dopo un periodo d’inattività dettato dalle
pessime condizioni fisiche (soffriva infatti
di una grave malattia polmonare) e dagli
impegni come direttore con l’Orchestra
Sinfonica di Bergen. Era infatti ormai un
compositore e direttore affermato e apprezzato, e il recente accordo con l’editore
MI
MUSICA INSIEME
39
Lunedì 26 gennaio 2015
Peters di Lipsia gli aveva fornito la tranquillità economica per dedicarsi alla composizione a tempo pieno, abbandonando
la regolare attività concertistica. La dedica appare certamente come un tentativo
di riconciliazione, visti i rapporti tesi che
da tempo legavano i fratelli Grieg. La
prima assoluta del brano, che consta di tre
movimenti, avvenne il 22 ottobre 1883 a
Dresda, con al pianoforte lo stesso compositore e al violoncello Friedrich Wilhelm Ludwig Gruztmacher. Nell’Allegro
agitato iniziale, il primo tema concitato si
abbandona al secondo, più sereno e sognante, ma ritorna ossessivamente ad imporsi lungo tutto il movimento, in cui si
riconosce un’autocitazione: il tema del
Concerto op. 16 per pianoforte. Il secondo movimento, Andante molto tranquillo, ha invece un andamento placido,
che si lascia perturbare solo nella parte
centrale da un breve episodio più agitato,
fino all’intervento del violoncello, con
morbidi arpeggi pizzicati. Chiude la Sonata l’Allegro molto, che si apre con un’introduzione per violoncello solo, a cui si
unisce il pianoforte in una danza popolare
norvegese, che riaffiora più volte, facendosi spazio tra gli interludi più lirici. Mentre il violoncello conclude con lunghe
note acute, il pianoforte tratteggia la celebre melodia della “Canzone di Solveig”
dal Peer Gynt. La perfezione stilistica, il respiro quasi orchestrale e i colori etnici
fanno di questa sonata una delle opere
più esemplificative della figura di Grieg,
benché appartenente ad un repertorio da
lui così poco esplorato. All’alba del nuovo
secolo, Rachmaninov componeva la Sonata in sol minore per violoncello e pianoforte, l’opera 19. Il dedicatario era il famoso virtuoso Anatolij Andreevič
Brandukov. Entrambi, nel dicembre del
1901, eseguirono la prima assoluta. Come
Mendelssohn, all’epoca della composizione della sua Sonata Rachmaninov era
alla soglia dei trent’anni, ma con una solida carriera già alle spalle. La sua fama era
dovuta alle interpretazioni come pianista,
mentre faticava ad imporsi come compositore, tanto che il fallimento della Sinfo-
DA ASCOLTARE
Gutman, Kagan, Richter. Un trio di stelle, delle quali oggi è possibile purtroppo
ascoltare dal vivo soltanto la prima: ma con Richter e con il marito violinista Oleg
Kagan, scomparso nel 1990, la Gutman ha lasciato incisioni memorabili, tanto
da dare adito, lo scorso agosto 2014, ad una ristampa su vinile per i 50 anni della russo-sovietica Melodiya, una limited edition dove si ascolta il Trio di Ravel eseguito dal vivo alla Sala Grande del Conservatorio di Mosca nel 1983. Quanto
alle mille altre declinazioni della Gutman, la discografia è sterminata: come solista con la Royal Philharmonic e Temirkanov ha inciso i due Concerti di Šostakovič per RCA/BMG Ariola, con la Philadelphia Orchestra e Sawallisch ha inciso
il Concerto di Dvořák e con la London Philharmonic diretta da Masur i Concerti
per violoncello di Schumann e di Schnittke, entrambi su etichetta EMI. Sempre per
la EMI ha inciso le composizioni cameristiche di Schumann con partners come Argerich e Maisky. Filtrando a doppia maglia, nel repertorio cameristico e con il partner del suo concerto per Musica Insieme, troviamo anche il cd Live Classics del
2013, che la vede in duo con Poprugin nelle sonate di Britten, Poulenc, Mjaskovskij,
come quinto volume delle “Natalia Gutman Portrait Series”. E nel caso della Gutman, la Live Classics non è solo un’etichetta, è la sua etichetta, nata in memoria
di Kagan, per celebrare l’arte dei maggiori artisti russi del Novecento.
nia in re minore op. 13 lo aveva gettato in
un profondo momento di fragilità emotiva. L’intervento del suo terapeuta, il Dottor Dahl, riuscì a scuoterlo dall’inattività,
e nel 1899 aveva ripreso a comporre. A
questo momento di nuova linfa creativa
appartiene la Sonata. Come in quella di
Mendelssohn, anche qui i due strumenti
sono da considerarsi alla pari. Nel primo
movimento, Lento. Allegro moderato, il
violoncello, la cui voce dal profilo quasi
umano viene trattata con intensa partecipazione emotiva, alterna sezioni lente e
quasi sofferte a parti più cantabili, fino ad
arrivare a incisi agitati e pizzicati. Per
quanto concerne il pianoforte, vi troviamo
un atteggiamento in un certo senso ambiguo, ma sempre perfettamente in equilibrio, dovuto dall’avvicendarsi di atmo-
sfere sognanti e ovattate e di bruschi risvegli. Il risultato è una perfetta armonia
di straordinaria bellezza, tra potenza ben
controllata e lirica leggerezza. Vi è un dialogo tra le parti che sembrano capirsi e
unirsi in una mistica consonanza, in cui
convergono le due anime del brano, fino
al concitato finale. L’Allegro scherzando,
secondo movimento, si apre in perfetta
sintonia con il primo: in esso troviamo
vari episodi dialogici, con i fraseggi pizzicati del violoncello e gli accordi veloci del
pianoforte, fino ad una sorta di tregua finale, data dalla fusione dei due timbri. A
metà del movimento si ha un interessante
climax espressivo del violoncello in cui si
ascolta contemporaneamente il pianoforte, suadente quanto aggraziato. Anche
qui si intravede l’ambivalenza tra parti di
cupa malinconia e intensa agitazione. Segue il terzo movimento, Andante, con il
pianoforte solo che viene poi raggiunto
dal violoncello che lentamente si accoda e
assurge a co-protagonista, proseguendo
verso il finale in un commovente dialogo
tra gli strumenti. L’Allegro mosso conclusivo
si contraddistingue invece per un’eterna
rincorsa fra il ritmo incessante del pianoforte e l’esuberanza del violoncello.
Lo sapevate che...
Nel 1990 la Gutman fonda l’Internationaler Musikfest di Kreuth in Baviera, con il
marito Oleg Kagan, scomparso quello stesso anno dopo la prima edizione del Festival
40
MI
MUSICA INSIEME
Lunedì 9 febbraio 2015
Ispirazioni classiche
Il primo quartetto di Haydn e l’ultimo di Schubert incorniciano la prima assoluta
di Matteo D’Amico tratta dal Vangelo di Saramago. Il Prometeo incontra Sandro
Cappelletto sul palco del Teatro Manzoni di Fabrizio Festa
C
orreva l’anno 1757. Haydn ha
all’incirca venticinque anni
quando compone il Quartetto
in si bemolle maggiore op. 1 n. 1 La
Caccia. Nel 1740, ancora bambino, con
la famiglia si era trasferito nella capitale
dalla natia Rohrau – allora come oggi un
piccolo villaggio situato nella Bassa Austria, dove si può visitare la casa natale
del compositore e imbattersi nel monumento a lui dedicato. Il 1740 segna un
momento particolarmente importante
per l’Impero: sale al trono Maria Teresa,
il cui regno durerà per quarant’anni. Tra
i suoi sedici figli, ricordiamo qui Giuseppe II e Leopoldo II, che nelle vicende
artistiche viennesi (incluse quelle musicali, vedi Mozart), proprio come la madre, avranno un ruolo importante. Maria Teresa, del resto, passerà alla storia
come un “sovrano illuminato”, patrocinatrice delle arti, riformatrice in senso
laico di uno Stato voluto efficiente e ben
organizzato, sia sotto il profilo amministrativo, sia dal punto di vista finanziario.
Sarà lei ad introdurre l’istruzione primaria obbligatoria. Che durante il suo
regno Vienna divenga uno dei più attivi
centri culturali europei, dunque, non
può certo sorprendere. Nella capitale
asburgica trovano accoglienza molti tra
gli intellettuali più in vista, numerosi
LUNEDÌ 9 FEBBRAIO 2015
AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30
QUARTETTO PROMETEO
SANDRO CAPPELLETTO
voce recitante
Franz Joseph Haydn
Quartetto in si bemolle maggiore
op.1 n. 1 – La Chasse
Matteo D’Amico
Umana Passione
per voce recitante e quartetto
Drammaturgia di Sandro Cappelletto
PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA
Franz Schubert
Quartetto in sol maggiore D 887
Introduce Sandro Cappelletto
42
MI
MUSICA INSIEME
Foto RibaltaLuce Studio
GIULIO ROVIGHI violino
ALDO CAMPAGNARI violino
MASSIMO PIVA viola
FRANCESCO DILLON violoncello
dei quali sono italiani. Tra i tanti, basterebbe ricordare Pietro Metastasio, che
nel 1729 aveva ricevuto l’incarico di
poeta di corte presso gli Asburgo e che
dal 1730 a Vienna vivrà la sua splendida
carriera e a Vienna morrà nel 1782, due
anni dopo Maria Teresa. È in questa
Vienna che Haydn diventa, ancora fanciullo, cantore solista, ruolo che perderà
a causa della muta di voce; è in questa
Vienna che Haydn comunica alla famiglia, che lo voleva indirizzare verso la
carriera ecclesiastica, la sua decisione di
fare il musicista. Ottimista per carattere,
determinato quant’altri mai, studia e lavora con mirabile impegno. Da autodidatta impara armonia e contrappunto, si
forma sulla musica all’epoca di moda,
quello stile galante che stava conquistando l’Europa tutta, e intanto si guadagna da vivere facendo il copista. Intraprendente, Haydn comincia a
frequentare proprio Metastasio, il quale
a sua volta gli presenta Niccolò Porpora
(siamo nel 1752), il grande musicista
napoletano che fu tra i pochi a dare al
giovane Haydn lezioni di composizione,
e lo prese con sé nel ruolo di accompa-
DA ASCOLTARE
Il catalogo del Prometeo sintetizza l’anima eclettica di uno degli ensemble più
interessanti del panorama italiano e non solo. Dopo le prime incisioni, Schnittke, Stuppert e Di Scipio, il Prometeo si è dedicato ai grandi classici del repertorio,
dando alla luce, nei soli 2011-12, tre CD: l’integrale dei Quartetti di Schumann
(Amadeus), il CD per Brilliant dedicato a Hugo Wolf e l’incisione per Limen del
Quartetto serioso di Beethoven e della Morte e la fanciulla di Schubert, impreziosita da due contenuti speciali: i commenti di Accardo e Sciarrino. Dopo
la parentesi “classico-romantica”, sono tornati, nel 2013, ad occuparsi di contemporanea con tre importanti monografie. Dall’intensa collaborazione con
Sciarrino ha preso vita un nuovo CD per Kairos, premiato con 5 Diapason, con
il suo Quartetto n. 8, dedicato proprio al Prometeo. Dall’affettuoso sodalizio
con Stefano Scodanibbio, contrabbassista e compositore prematuramente scomparso, è scaturito Reinventions (ECM) con rielaborazioni dell’Arte della Fuga
e del folklore messicano e spagnolo. Suggestioni liturgiche, atmosfere salentine e canti di lotta risuonano nell’ultima fatica, Palimpsest, musiche di Ivan Fedele (Limen), realizzato insieme alla soprano Valentina Coladonato.
gnatore di cantanti. Insomma, Haydn è
un giovane d’ingegno e di talento, che
apprende velocemente non solo i segreti
dell’arte musicale, ma anche come affrontare con successo la carriera del musicista. Una carriera che, dopo un breve
impiego presso i conti Morzin, dal 1760
in poi sarà segnata dall’incarico affidatogli dal principe Paul Anton Esterházy,
Quartetto Prometeo
Vincitore di prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia, il Premio Speciale “Bärenreiter” per la migliore esecuzione fedele al testo originale del Quartetto KV 590 di Mozart e il Premio “Città di Praga” come migliore quartetto, il Prometeo si esibisce nelle più prestigiose
sale e festival del mondo, tra cui Concertgebouw di Amsterdam, Wigmore Hall di
Londra, Accademia di Santa Cecilia di Roma, Società del Quartetto di Milano. Dal
2012è“Quartettoinresidenza”all’AccademiaFilarmonicaRomana.Hacollaborato
con artisti quali Mario Brunello, Alexander Lonquich, Enrico Pace e Stefano Scodanibbio. Particolarmente intenso è il rapporto artistico con Salvatore Sciarrino e
Ivan Fedele, che gli hanno dedicato diverse nuove composizioni.
Sandro Cappelletto
Scrittore e storico della musica, Sandro Cappelletto ha all’attivo numerosi programmi televisivi e radiofonici per la RAI, tra cui il recente Inventare il tempo. Tra
i suoi libri più noti si segnalano Farinelli - La voce perduta e Mozart - La notte delle dissonanze. È autore di libretti per il teatro musicale, tra cui Messiaen - l’angelo del Tempo, Che Verdi viva! e La padrona di casa, ispirato alla relazione tra
Chopin e George Sand. Scrive per il quotidiano La Stampa ed è stato invitato da
Giuseppe Sinopoli a dirigere il settore drammaturgia e didattica del Teatro dell’Opera di Roma. Accademico dell’Accademia Filarmonica Romana, di cui è stato direttore artistico dal 2009 al 2013, dal 2001 è membro della commissione
artistica della Scuola di Musica di Fiesole.
famiglia che servirà per trent’anni. In
questo quadro, non stupisce che tutta la
prima produzione haydniana, di cui
fanno parte anche i sei Quartetti op. 1,
sia improntata sugli stilemi caratteristici
della musica da intrattenimento tipica di
quegli anni. Del resto, il termine “quartetto”, nell’accezione formale che oggi gli
riconosciamo, Haydn lo utilizzerà solo a
Lunedì 9 febbraio 2015
Prima esecuzione assoluta
UMANA PASSIONE
L’idea di Umana Passione nasce sulle tracce delle celebri Sette ultime parole del
nostro Redentore sulla croce, capolavoro scritto da Haydn in tre differenti versioni: per quartetto d’archi, per orchestra e per soli, coro e orchestra. Sublime meditazione sul dolente e salvifico mistero della Passione di Cristo, la composizione haydniana, nelle sue due versioni puramente strumentali, si articola in nove quadri, tutti in tempo lento, salvo il Terremoto finale, la successione dei quali è scandita solitamente dalla lettura di ciascuna delle sette frasi pronunciate da Cristo durante
la sua agonia in croce, commentate a piacere, a seconda delle circostanze dell’esecuzione. Subendo il fascino della versione più intima e intensa, quella per quartetto d’archi, quale può essere oggi il punto di partenza per una nuova riflessione
su questo cruciale momento della vicenda di Cristo? Fra le più alte e inquietanti
testimonianze in quest’ambito, c’è senz’altro il Vangelo secondo Gesù di José Saramago, scrittore fra i massimi dei nostri tempi. Egli non era credente, si diceva ateo.
Nel suo Vangelo, il Cristo è una figura pienamente, ‘umanamente’ sofferente. Pur
assumendo come base narrativa la versione classica della vita di Gesù, Saramago la riscrive, ristrutturandola ed umanizzandola: dal concepimento naturale, alle
comuni problematiche adolescenziali e famigliari, all’amore carnale nei confronti della donna che gli starà accanto fino alla morte, Maria di Magdala; fino al rapporto equivoco e contraddittorio con un Dio Padre che lo costringe ad accettare
una morte atroce, predicendogli, allo stesso tempo, le stragi che in suo nome e per
secoli avverranno al fine di assicurare il proprio potere. Illuminante, in questo senso, l’ultima immagine del libro: «Allora Gesù capì di essere stato portato all’inganno
come si conduce l’agnello al sacrificio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo,
dove Dio sorrideva: “Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto”».
All’interno dell’ultima parte del testo di Saramago, quella dedicata alla Passione,
Sandro Cappelletto ha individuato sette ‘quadri’ che colgono i momenti più significativi
di quel percorso, sostituendosi idealmente alle sette, evangeliche frasi di Gesù. Come
avviene in Haydn, anche qui la musica, attraverso i propri, astratti mezzi d’espressione poetica e il suo costante anelito alla costruzione d’una forma, si propone
come autonomo ripensamento dei contenuti delle letture. Diversi, questi ultimi, dalle canoniche citazioni evangeliche, diversa la temperatura di questa nuova musica, che non può prescindere dalla drammaticità, dalla crudezza e finanche dalla violenza del suo riferimento letterario. L’andamento inquieto, la dinamica incessante delle figure, la frequente asprezza delle soluzioni timbriche innervano di
sé la trama musicale del brano, che però, pur nell’urgenza dell’emozione, non rinuncia all’intima elaborazione, al cesello raffinato della scrittura, accettando l’eredità della secolare tradizione quartettistica. Matteo D’Amico
partire dal 1781, cioè dai Quartetti op.
33. I primi, invece, appartengono ancora
a quel vario genere che include “notturni”, “serenate”, “cassazioni”, “divertimenti”; che include cioè musica composta per il diletto, tanto degli esecutori,
spesso amatori, quanto del pubblico. Nel
vasto gruppo degli amatori sta pure il barone Carl Josef Fürnberg, committente
per il suo quartetto d’archi (che annove-
rava accanto a Haydn, nel ruolo di maestro di cappella e primo violino, il parroco e il sovrintendente dello stesso barone) dei sei Quartetti op. 1, il primo dei
quali fu probabilmente composto tra il
1757 ed il 1758. Che formalmente fossero ancora dei “divertimenti” lo dimostra sia la struttura compositiva, sia il titolo con il quale i primi quattro furono
pubblicati a Parigi: Six Symphonies ou
Quatuors Dialogués. Titoli dal sapore barocco, stile cui, pur aggiornati alle galanterie del momento, questi lavori attingono. Si tratta, comunque, di lavori
importanti, che conobbero già all’epoca
un notevole successo, grazie al quale la
fama di Haydn cominciò a percorrere
l’Europa intera.
Tutt’altra Vienna è quella nella quale
Schubert vivrà non troppi anni dopo.
Siamo nel 1826. Napoleone si è spento
in quel di Sant’Elena cinque anni prima,
l’Europa è quella della Restaurazione.
Sul trono asburgico c’è il figlio di Leopoldo II, Francesco I. Cancelliere di
Stato è Klemens von Metternich. È un
altro mondo, nel senso pieno di tale locuzione. Un mondo che è stato attraversato, musicalmente parlando, dall’astro beethoveniano, e nel quale
Schubert ha cercato di trovare una sua
collocazione. In dieci giorni, dal 20 al 30
luglio del ’26 appunto, compone l’ultimo e il più lungo dei suoi quindici
quartetti, un’opera che, come scrive Sergio Sablich, è l’unica «in grado di stare
accanto al monumento per eccellenza
dell’arte quartettistica, l’op. 131 di Beethoven, che non a caso Schubert considerava il vertice della musica del suo
tempo». Nell’unico concerto tutto incentrato sulla sua musica cui Schubert
poté assistere, il 26 marzo del 1828 al
Musikverein, il Quartetto Schuppanzig
ne eseguì il primo movimento. Per ascoltare la prima esecuzione integrale bisognerà aspettare il 1850, e l’anno dopo il
Quartetto sarà finalmente dato alle
stampe. Che abbia tardato ad ottenere il
meritato riconoscimento non sorprende.
Citando ancora le illuminanti parole di
Sablich, se da un lato il Quartetto in sol
maggiore «non presenta… quei tratti
che siamo abituati a considerare tipici di
Schubert» e «sembra voler prendere di
petto il problema della grande forma»,
dall’altro appare come «un’opera che si
scuota di dosso i sogni del passato e si
volga risolutamente a prefigurare un
nuovo inizio».
Lo sapevate che...
Il Quartetto vanta frequenti collaborazioni sia con Enrico Pace che con Rainer Schmidt
del Quartetto Hagen, entrambi presenti nel cartellone di Musica Insieme 2015
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MI
MUSICA INSIEME
Lunedì 23 febbraio 2015
Il Quartetto formatosi a
Salisburgo, da trent’anni
acclamato da critica e
pubblico sulle scene di
tutto il mondo, torna
a Musica Insieme con
due autori fondamentali
del repertorio
di Luca Baccolini
Foto Harald Hoffmann
Omaggio
all’amicizia
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MI
MUSICA INSIEME
P
ur non essendo presente nel programma proposto dal Quartetto
Hagen, Franz Joseph Haydn
sarà il convitato di pietra con cui bisognerà necessariamente fare i conti, ascoltando il KV 458 e il KV 465 di Mozart,
assieme al Terzo Quartetto op. 67 di
Brahms. Haydn, il vecchio patriarca di
questo genere, è lo spirito tutelare che soffia benigno sui suoi successori, sopravvissuto al trascolorare delle epoche, rafforzato, anziché sminuito, al passare delle mode. Negli ultimi due secoli e mezzo di musica occidentale, la formazione
a quattro archi è infatti pressoché l’unica a transitare indenne in mezzo alla decimazione delle forme più diverse. Se la
sinfonia del XX secolo, salvo le ovvie eccezioni, dopo Mahler non ha mai più vissuto stagioni fulgide, il quartetto ha miracolosamente mantenuto, ritrovato e poi
sviluppato una forza espressiva potentissima. Alla sua essenzialità primordiale
sono stati attirati irresistibilmente i padri fondatori della musica moderna (Debussy, Janáček, Schoenberg, Berg, Webern, Ravel, Bartók), i grandi prima e
dopo la seconda guerra (Šostakovič, Ligeti, Messiaen, Boulez, Scelsi, Britten), i
geni viventi di oggi (Gubaidulina, Penderecki, Kancheli, Maxwell-Davies). Il
quartetto è passato dai salotti delle parrucche incipriate al luogo eletto che il musicologo francese Dominique Jameux
ha definito “laboratorio delle forme”, restituendo al meglio l’idea di uno spazio
Hagen Quartett
di ricerca libero e ancora fertile, nonostante l’immensa mole di letteratura accumulata, spesso ancora ignorata (chi ha
ascoltato, per esempio, tutti i 17 quartetti
di Villa-Lobos o i 16 di Milhaud?). Di
tutto questo il maggior donatore genomico è ovviamente Franz Joseph Haydn
(che il nostro legittimo patriottismo
musicale vorrebbe issato sul podio dei pionieri assieme a Boccherini). Lo sapevano
ancor meglio di noi sia Brahms che
Mozart, grato il primo e quasi in atteggiamento venerante il secondo, nei confronti del comune maestro.
Rimanendo ora alle sorti del Salisburghese, il KV 458 (conosciuto con l’aneddotico soprannome La caccia forse per l’allegro tema d’apertura) e il KV 465 (Dissonanze) fanno parte di un ciclo di sei
quartetti scritti tra il 1782 e il 1785, pensati espressamente come omaggio disinteressato all’Amico Haydn (si vedrà presto il motivo della maiuscola). Ciò è noto
anche per la famosa lettera di accompagnamento che Mozart gli inviò, assieme
agli spartiti, e che qui ci concediamo il lusso di rileggere quasi per intero, per assaporare la rapita devozione del mittente:
«Al mio caro Amico Haydn – scriveva da
Vienna il genio ventinovenne, aumentando al grado maiuscolo la “a” – Un padre, avendo risolto di mandare i suoi figli nel gran Mondo, stimò doverli affidare
alla protezione e condotta d’un Uomo
molto celebre di allora, il quale per buona sorte era il suo miglior Amico. Ecco-
Fondato a Salisburgo dai quattro fratelli Hagen (Angelika Hagen è stata sostituita da Annette Bik, a sua volta poi sostituita da Rainer Schmidt nel 1987), nel
1981 lo Hagen Quartett raggiunge la notorietà con la partecipazione al festival
di musica da camera di Lockenhaus, vincendo il Premio della giuria e del pubblico, per poi ottenere l’anno seguente il Primo Premio alla International String
Quartet Competition di Portsmouth, seguita da un concerto alla Wigmore Hall
di Londra. Nel corso della sua trentennale carriera, ha tenuto concerti in tutto il
mondo e ha collaborato e collabora con musicisti di primo piano come Maurizio
Pollini, Mitsuko Uchida, Sabine Meyer, Krystian Zimerman. Gidon Kremer li ha
spessocoinvoltineisuoiprogetti,comeilfestivaldimusicadacameradiLockenhaus,
e numerosi autori contemporanei, tra cui Widmann, dedicano al Quartetto i propri lavori. Per le sue registrazioni lo Hagen ha ottenuto due volte il Grand Prix du
Disque e nel 1996 il premio dell’Accademia Musicale Chigiana. Nel 2011 ha ricevuto il prestigioso premio ECHO Klassik come Ensemble dell’Anno e nel 2012
è stato nominato Membro onorario del Konzerthaus di Vienna.
LUNEDÌ 23 FEBBRAIO 2015
AUDITORIUM MANZONI ORE 20.30
HAGEN QUARTETT
LUKAS HAGEN violino
RAINER SCHMIDT violino
VERONIKA HAGEN viola
CLEMENS HAGEN violoncello
Wolfgang Amadeus Mozart
Quartetto in si bemolle maggiore
KV 458 – La caccia
Johannes Brahms
Quartetto in si bemolle maggiore op. 67
Wolfgang Amadeus Mozart
Quartetto in la maggiore KV 465
Dissonanze
Introduce Giordano Montecchi. Saggista e
critico musicale per quotidiani e riviste, insegna
Storia della musica al Conservatorio di Parma
ti dunque del pari, Uom celebre, ed Amico mio carissimo i miei sei figli [i quartetti, ndr]. Essi sono, è vero, il frutto di
una lunga e laboriosa fatica. Eppure la
speranza fattami da più Amici di vederla almeno in parte compensata m’incoraggia e mi lusinga [...]. Tu stesso Amico carissimo, nell’ultimo tuo Soggiorno
in questa Capitale, me ne dimostrasti la
tua soddisfazione. Questo tuo suffragio
mi anima sopra tutto perché io te li raccomandi, e mi fa sperare che non ti sembreranno del tutto indegni del tuo favore. Piacciati dunque accoglierli benignamente; ed esser loro Padre, Guida ed Amico! Da questo momento, io ti cedo i miei
diritti sopra di essi; ti supplico però di
guardare con indulgenza i difetti, che l’occhio parziale di Padre mi può aver celati, e di continuar loro malgrado la generosa tua Amicizia a chi tanto l’apprezza,
mentre sono di tutto Cuore, il tuo Sincerissimo Amico, W.A. Mozart». Trascurando il profluvio di maiuscole, inchini
e piroette lessicali, dalla risposta di
Haydn in una lettera a Leopold Mozart,
s’intuisce che l’apprezzamento dovette essere autentico: «Io dico, da uomo sincero, che Suo figlio è il più gran compositore che io conosca personalmente o di
nome: possiede la più alta scienza nel
comporre». Tale entusiastico consenso, al
di là dell’amicizia, non era scontato. SoMI
MUSICA INSIEME
47
Lunedì 23 febbraio 2015
DA ASCOLTARE
Impossibile riassumere in poche righe la discografia, tutta marcata DGG, realizzata dal Quartetto Hagen. Dall’integrale mozartiana alla musica per quartetto
d’archi di Ligeti, lo Hagen ha voluto dire la sua su tutto il repertorio, sottolineando una predilezione per il classicismo viennese e per la produzione beethoveniana. Ad alcuni fra i quartetti del compositore tedesco è dedicata anche una
delle sue più recenti fatiche discografiche (2013), tassello che si aggiunge ad un
articolato mosaico, che vede la compagine proporre e riproporre in sala di registrazione gli amati itinerari viennesi. Ad esempio, eccola nel 2009 mettere assieme l’op. 135 di Beethoven con i due più celebri quintetti per clarinetto, solista Sabine Meyer: quelli di Wolfgang Amadeus Mozart e di Carl Maria von Weber. A volte però si concedono qualche eccentricità. Nel medesimo anno sugli
scaffali arriva un CD, nel quale il Quartetto Hagen avvicina La Morte e la Fanciulla, l’amatissimo capolavoro schubertiano, al chiaroscurale Quartetto in fa maggiore di Maurice Ravel. Ovviamente, non si tratta di una casuale incursione nella modernità. Il Quartetto Hagen, lo abbiamo detto, il repertorio lo affronta tutto. Tant’è che nella sua discografia spicca ad esempio Šostakovič. C’è Kodály.
E c’è Webern, le cui pagine non possono certo mancare nel catalogo di un quartetto che, come lo Hagen, aspira a passare alla storia dell’interpretazione.
prattutto nel KV 465 Mozart segnalava
l’incontenibile esigenza di abbattere gli
equilibri della tradizione: note dissonanti in avvio (da cui il sottotitolo), un
lungo adagio introduttivo dall’atmosfera indefinibile, un clima di attesa risolto
solo con il sopraggiungere di un Allegro
che deve sicuramente aver tolto dall’apnea la platea viennese dell’epoca. Si trattava di un inquieto albeggiare romantico? Qualche critico vi ha scorto addirittura l’annuncio di Schubert, specie nel finale. Ma certamente la sensibilità del secolo successivo, che Mozart non vide mai
se non nella presentita fama del giovanissimo Beethoven, stava trovando un solco in cui defluire da chissà quali sorgenti segrete. Non sarà sfuggito infatti che la
composizione successiva alle Dissonanze
è il Concerto per pianoforte e orchestra
in re minore KV 466, in cui l’approfondimento psicologico, l’alternanza dialettica tra solo e tutti e la debordante
drammaticità non possono che dirsi interpreti profeti del futuro romanticismo, se non già testimoni di un protoromanticismo. Ci si potrebbe chiedere se
sia un caso che la porta sul nuovo mondo sia stata aperta con la maniglia di un
quartetto. Forse non è stata una coincidenza, se è vero che chi compone in questa forma non può mai banalizzare il materiale musicale a disposizione, costretto
com’è a raffrontarsi subito con un contenuto nudo, senza l’alibi di farciture orchestrali. Il Mozart dei sei Quartetti
con dedica a Haydn sembra aver preso,
per così dire, una rincorsa: chiusa la stagione del 1784, comincia il decollo sinfonico dei concerti per pianoforte più maturi (KV 466, 467, 482, 488, 491 e via
fino al 595) e delle sinfonie, dalla “Praga”, la numero 38, in poi, come se la consacrazione ottenuta nel quartetto e l’approvazione dell’Amico Franz Joseph avessero stappato e legittimato ulteriormente la miglior vena sinfonica.
Il processo è sorprendentemente analogo in Brahms. Il suo Terzo Quartetto in
si bemolle maggiore vede la luce nel 1876,
lo stesso anno in cui avviene il doloroso
parto della Prima Sinfonia. Nulla sembra
comunicare in modo solidale tra il clima
caldo, gioviale e quasi popolaresco del
Quartetto con i toni perentori, eruttivi,
debordanti della Sinfonia, la “Decima”,
come la definì Hans von Bülow in preda a un’estasi beethoveniana. Anche
Brahms, come Mozart, sembra preparare il terreno per una rincorsa che l’avrebbe poi portato a diradare drasticamente
la musica cameristica in favore delle vette sinfoniche conquistate con le altre tre
sinfonie, il Secondo Concerto per pianoforte, quello per violino, il Doppio
Concerto e le due ouvertures. Per arrivare così in alto, però, fino a quarant’anni
inoltrati Brahms lavorò quasi esclusivamente sulle singole voci e su gruppi ristrettissimi di strumenti, su cui testare severamente l’austero e antico genere della Variazione, che riaffiora, guarda caso,
anche nell’ultimo tempo del Terzo Quartetto. Eccolo dunque, l’ancora glabro Johannes cimentarsi con le Händel e le Paganini-Variationen, palestra e laboratorio
di una raffinazione suprema del suo
pensiero musicale. E perché il sinfonismo
s’aprisse (o meglio, parafrasando lo stesso Brahms, gli desse il permesso di accedervi), l’Amburghese doveva passare ancora attraverso la prova di altre Variazioni:
l’esame decisivo erano quelle per orchestra su un tema di Haydn. Solo qui si
compie la svolta che autorizza Brahms a
passare dall’organico ridotto all’orchestra,
grazie a un processo di maturazione
consapevole di tutto ciò che era accaduto fin lì nella storia della musica: il
Franz Joseph Haydn beatamente vezzeggiato da Mozart, in Brahms, grazie al
sedimentato storico di novant’anni dopo,
diventa materiale coscientemente metabolizzato, con un uso consapevole degli
stili del passato per produrre arte nuova.
Bene o male che sia, a noi resta solo da
contemplare il risultato dell’uno e dell’altro genio: la freschezza vergine di un
Mozart ancora immune alle stratificazioni
e alle sovrastrutture accumulate dalla storia, e la dolente presa di coscienza di un
Brahms che non poté fare a meno di sintetizzare un passato già troppo carico per
essere ignorato. Il suo lento incedere, trasmessoci dalla celebre silhouette con le
braccia incrociate dietro la schiena, ci ricorda ogni volta quanta musica dovette
distillare quella mente poderosa.
Lo sapevate che...
Nel 2011 il Quartetto Hagen ha celebrato i suoi trent’anni di attività con una tournée
mondiale dedicata all’integrale dei quartetti per archi di Ludwig van Beethoven
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MI
MUSICA INSIEME
PER LEGGERE
Paul Griffiths
La musica del Novecento
(Einaudi, 2014)
Paul Griffiths era già noto ai
lettori italiani per la sua Breve storia della musica occidentale (Einaudi 2007), in
cui, in 365 pagine, proponeva un excursus tra vari secoli di musica. Ora
torna in libreria con La musica del Novecento,
dedicato al tempo più recente, con un centinaio
di pagine in più (470, stesso editore). Il libro,
tradotto da Fulvia de Colle e Massimiliano Morini, cerca di rendere conto della complessità di
un secolo che sarà pur stato “breve”, ma ha registrato movimenti tellurici nella musica come
nelle altre arti, con brusche sterzate dalla strada tracciata in precedenza, lasciando un pubblico
attonito, pieno di domande. Se l’opera non può
risolvere tutti i dubbi, però offre alcune chiavi
per meglio comprendere come si è arrivati alla
scena musicale contemporanea. Lo stile – Griffiths è un critico musicale e autore di romanzi –
è agevole, i riferimenti alla storia e alle situazioni sono frequenti, i tecnicismi inesistenti. L’ultima parte del volume è dedicata ad un canone
di cento opere rappresentative, da Estampes di
Claude Debussy a Unfolding di Francesca Veronelli. Un buon punto di partenza per orientarsi in un secolo di “vertiginosa creatività”.
Francesco Sabbadini
Sinfonia fantastica,
raccolta di testi, saggi,
interventi, recensioni
(Conservatorio “Giovan
Battista Martini”, 2014)
Sinfonia fantastica, raccolta di
testi, saggi, interventi, recensioni: così s’intitola un volume dedicato a Francesco Sabbadini, docente di Storia della musica al Conservatorio “Giovan Battista Martini”
di Bologna, fino al 2010, anno della sua scomparsa. Un bel titolo per una pubblicazione importante, che esprime affetto, nel ricordo della
moglie Patrizia Pavarini, e stima, nelle pagine di
Piero Mioli. Un libro che passa dall’omaggiomemoria alla testimonianza della capacità di quel
docente, essendo la maggior parte delle 547 pagine che lo compongono occupate da scritti dello stesso Sabbadini. Saggi, interventi, studi brevi, scritti per diverse occasioni e pubblicazioni,
ormai difficilmente rintracciabili, si trovano
qui raccolti. Riuniti con amore e competenza,
offrono il quadro di una capacità di ricerca e di
riflessione che meritava quest’attenzione. Nel libro si trovano pagine su Berlioz (compositore
molto seguito dall’autore), su musica ed estetica, sulla musica a Bologna, programmi di sala e
tanto altro. Il libro inaugura la serie de I Quaderni del Conservatorio Giovan Battista Martini.
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MI
MUSICA INSIEME
di Chiara Sirk
PUNTI
DI VISTA
Tre sguardi diversi su uno
stesso enigmatico oggetto:
la musica, ora osservata
attraverso l’esperienza di un
interprete, ora sintetizzata
nella sua storia recente da
un critico, e infine illustrata
con sapienza da un
docente di Conservatorio
Silenzio e musica: due opposti. Allora,
cosa fa scrivere a Mario Brunello, acclamato violoncellista di bella carriera
e memorabile intraprendenza, artefice
di molteplici iniziative (la più famosa
delle quali, “Suoni delle Dolomiti”, ha
visto lui e tanti suoi colleghi, e un pubblico numeroso, salire i sentieri di
montagna per ascoltare, in luoghi unici, memorabili esecuzioni musicali),
cosa fa scrivere a questo protagonista
della scena musicale: «Più penso al silenzio e più la musica mi parla» nella
quarta di copertina del suo ultimo libro? Libro interamente dedicato al Silenzio, questo anche il titolo, uscito quest’anno per i tipi de Il Mulino. Non è
la prima volta che il Maestro si misura con la scrittura, ma gli altri volumi
erano di comprensione più immediata. Se scrive Fuori con la musica o Per
zaino un violoncello, capiamo tutto, se
scrive Silenzio è più difficile. Sembra
una contraddizione: se suoni non puoi
occuparti del silenzio. In realtà non è
così. Proprio chi costantemente gestisce un flusso sonoro s’accorge ben
presto che dall’altra parte ha un’assenzapresenza con cui fare costantemente i
conti. Il musicista può subire il silenzio, può illudersi di governarlo, può cercare di venire a patti con lui, in ogni
caso deve fare i conti. Non solo, spiega Brunello, non esiste un solo silenzio, ma tanti tipi, con diverse qualità.
«L’arte musicale degli ultimi due tre secoli, quella più complessa che più è stata elaborata, la musica cosiddetta “classica”, ha fatto del silenzio un elemento espressivo, di equilibrio formale, addirittura un elemento principale entro
il quale distillare i suoni. Da Johann Sebastian Bach a John Cage è stato fatto un percorso che ha portato a ribaltare l’importanza dei ruoli tra suono e
silenzio». La musica esce dal silenzio e
lì ritorna, continuando a tessere un dialogo con lui nel suo divenire. Così si
recupera anche la radice originaria
del fare musica, un esercizio ascetico,
che richiede dedizione e concentrazione. Solo dopo questo cammino,
come in montagna quando si è camminato per tutta la notte, arriva l’alba
della pienezza. Il musicista stesso, scopriamo, deve fare silenzio dentro di sé,
per ascoltare la musica, che va e torna
a lui, e per sentire il pubblico. Il libro
di Brunello è un breve (119 pagine)
saggio-testimonianza, prezioso in
un’epoca di frastuono costante. Eppure
l’autore conclude: «Amo il silenzio, ma
mi piace ascoltare i rumori. Odio la
musica di sottofondo. […] Ogni rumore ha la sua ragione di esistere e molte volte, attraverso il rumore, anche le
cose si esprimono».
Mario Brunello
Silenzio
(Il Mulino, 2014)
DA ASCOLTARE
di Piero Mioli
DUE ACQUERELLI E UN OLIO
L’Accademia degli Astrusi ci offre un viaggio tra barocco
e preromanticismo, la Perrotta incanta il pubblico con
le sue Variazioni Goldberg, mentre il violoncello della
Chiesa dialoga affiatato con l’Orchestra della Rai
Anna Bonitatibus, Accademia degli Astrusi,
La Stagione Armonica, Federico Ferri
Semiramide. La Signora Regale
(Sony Music, 2014)
Novanta minuti, ma che partita! È un’ora e mezza che percorre un secolo di opera italiana (d’anagrafe o di stile). Il nobile pretesto è la figura di Semiramide, ormai senza Dante e senza Voltaire ma presso molti dei moltissimi compositori che l’hanno intonata, con Metastasio o no, in aura di
tragedia o quasi di commedia. La scelta, oculatissima, spazia fra lo strumentale
delle sinfonie o delle introduzioni ai passi di bravura, dai recitativi misurati ai cantabili, dal solismo alla dialettica con altra voce o coro. Voce di mezzosoprano per personaggi che allora si sarebbero detti di primadonna e basta, Anna De Bonitatibus qualche volta cade nell’artificio (alla maniera, si
direbbe, bartoliana), ma in genere pronuncia, lega, abbellisce, sveltisce adeguatamente, passando dallo sdegno di Jommelli e Händel all’intimismo di
Paisiello e García. Delle 14 scene, solo una (Meyerbeer) è déja vue, ben 12
sono in “world premiere recording” (ad esempio Caldara, Porpora, Traetta, oltre ai citati) e una in “world historical premiere”: è “Bel raggio lusinghier”, la famosa cavatina di Rossini in altra, precedente versione.
Silvia Chiesa, violoncello. Orchestra Sinfonica
Nazionale della RAI, Corrado Rovaris
The Italian Modernism
Casella, Pizzetti, Cello concertos
Respighi, Adagio with violoncello
(Sony Classical, 2014)
Di recente l’Orchestra della RAI ha alzato il vessillo dello strumentalismo italiano moderno, con un paio di sinfonie di Martucci e Casella, belle, robuste, degnissime di confronti d’oltralpe. Ed è la stessa Orchestra che ora raccomanda il concertismo di quella tradizione postromantica, con due solisti di tutto rispetto come la violoncellista Silvia Chiesa e il suo violoncello Grancino del 1697. Tre autori limitrofi, si ascoltano,
ma certo non si confondono. In Casella la Chiesa e il direttore Rovaris hanno da dialogare fitti fitti, anzi proprio da correre nei percorsi dello humour
più neoclassico: il violoncello che sembra un violino, i trilletti del Largo, un
sentore di Hindemith assicurano appieno della novità del brano. Respighi
no, Ottorino è sempre un bel po’ evocativo: altra, più sfumata e romanticheggiante forma di affiatamento, per gli esecutori. Anche Pizzetti ama il
dialogo, ma lo vuole forte, divaricato, magari alla Brahms. Diceva Casella
che il suo finale era un volo del calabrone: bene, il finale di Pizzetti, sotto
le mani di Chiesa e Rovaris, sembra il volo di un simpatico calabrone che
ha in mente non solo Rimskij-Korsakov ma anche Haydn e Schubert.
È stato più svelto Beethoven, per lei, che Bach:
le opere 109, 110 e 111 Maria Perrotta le ha registrate nel 2013 e la Decca le ha pubblicate pochi mesi dopo; invece le Goldberg le aveva registrate prima, nel ’12, e se le è viste sul mercato nel
’14. Quanto basta perché l’eletta concertista, 40
anni il novembre scorso, cominci a dire che ora
potrebbe eseguirle diversamente. Bene, lo saprà
chi la sentirà, come va facendo, in giro pel mondo, e a Bologna il 22 gennaio per Musica Insieme in Ateneo. Al mondo del disco resta questa mirabile registrazione del 12 gennaio 2012, al
“Rossini” di Lugo, con un grancoda Steinway &
Sons del 1989, davanti a un pubblico letteralmente
sorpreso. Pianoforte e non clavicembalo, come invece si dovrebbe. Più attenzione per Gould che
per Leonhardt, come non si dovrebbe proprio. Tuttavia il risultato è straordinario: tecnica perfetta,
tenuta sbalorditiva, dinamica equilibrata, abbellimenti più scivolati che sgranati, assoluta mancanza di languore ma notevole dose di sorvegliato lirismo, e soprattutto senso della forma, di una
forma, come dire? ad arco, di un’arcata che non
si permette la minima deflessione fra un avvio,
un’ascesa, un’acme, una discesa, una fin che sembra lo stesso commencement. Di “vitrea trasparenza” ha favellato la critica dopo il concerto, e certo con ogni fidente plausibilità: ma la durezza del
vetro non fa giustizia del suono della Perrotta, che
afferma di non praticare il cembalo e non deve avere simpatie viscerali per il pianismo fenomenale di
Liszt e Rachmaninov. Il CD beethoveniano, difatti,
lo chiude con uno studio di Skrjabin: molto pianistico, s’intende, ma anche niente vistoso. L’Arietta dell’op. 111? Nessun languore nemmeno qui,
a riprova della costanza della sua musicalità.
Macché, ha detto in un’intervista: mi piace e mi
sento cambiare, ho passioni musicali in fieri, amo
fare delle scoperte. E allora si scateni la fantasia di
chi ascolta questo Bach in pura filigrana: la prossima passione sarà Scarlatti o Albéniz? Comunque
sarebbe Spagna: al condizionale.
Maria Perrotta
Johann Sebastian Bach, Goldberg Variationen
(Decca, 2014)
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MUSICA INSIEME
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