NON C’È CRISTO SENZA CHIESA
D ON P IERLUIGI L IA – 3 FEBBRAIO 2013
(Testo non rivisto dal relatore)
Don Paolo
Ben trovati per questa terza tappa del nostro cammino nell’anno della fede dal titolo “non c’è Cristo
senza Chiesa”.
Vorrei introdurre con alcune sollecitazioni, provocazioni. La prima provocazione vuole essere il titolo,
un titolo che può apparire decisamente ambiguo, perché un conto è dire “non c’è Chiesa senza Cristo”,
su questo penso siamo tutti d’accordo, ma dire “non c’è Cristo senza Chiesa” non è un diminuire Cristo?
Un subordinarlo alla realtà della Chiesa?
L’idea, quando con il Consiglio Pastorale abbiamo pensato questo cammino, era di indicare che Cristo
oggi si può incontrare nella Chiesa, che la Chiesa non è un’associazione, non è un’organizzazione religiosa, come Benedetto XVI ha detto nel suo ultimo discorso, ma è, appunto, la presenza di Cristo oggi.
La seconda provocazione è questa: Chiesa, oggi se ne parla tanto, ma può essere ancora credibile questa Chiesa? Vatileaks, la curia romana divisa, lo I.O.R., i preti pedofili... E’ ancora credibile questa Chiesa? E’ ancora il luogo di Cristo vivo? Come conciliare santità e peccato nell’esperienza della vita della
Chiesa?
Terza provocazione: si dice spesso “Cristo si, Chiesa no”... Si può incontrare Cristo senza Chiesa? C’è chi
ci riesce? Ma perché proprio nella Chiesa Cattolica?
Ecco, non chiediamo a don Pierluigi, in un’ora di rispondere a questo ma certamente, terrà presenti,
sullo sfondo, queste realtà, queste sensazioni, questa esperienza di Chiesa che tutti, dentro questo
mondo, stiamo vivendo e che ci porta ad essere qui oggi per un amore a Cristo e alla Chiesa.
Perché don Pierluigi quest’oggi? Lo incontrai per la prima volta nel 1977 quando, nel mese di ottobre,
iniziai i primi incontri per entrare in seminario. Anche lui veniva ed era vestito come oggi: doppio petto, giacca e cravatta. Era, allora, l’organista del Duomo di Varese. Poi abbiamo studiato insieme, abbiamo fatto tanti incontri insieme, dopo di ché lui ha fatto carriera e io no... Capirete, anche ascoltandolo,
il perché di questo passaggio. Lui è docente di teologia all’Università Cattolica, ha fondato anche una
comunità di laici vicino a Lodi. E’ un personaggio certamente un po’ speciale e, oserei dire, anche un
po’ carismatico. Lo ringraziamo di avere accettato di venire con noi e ho contrattato la sua presenza
mandando nella sua parrocchia don Giustino a dire la messa... Oggi e fra due mesi quando ci aiuterà
ancora a riflettere sull’ultimo tema “Non c’è Chiesa senza mondo”
Don Pierluigi
non credetegli, lui era più intelligente e rimane tale, per questo riesce a dire queste cose.
Forse deluderò le vostre attese riguardo a questo tema. Quando l’ho preso in mano io sono rimasto
molto impressionato dalla qualità dell’articolo di don Luigi sul “S. Protaso informa”. Mi sembrava che
fosse abbastanza preciso nel porre i temi, le domande. Mi sono domandato se non valesse la pena provare a spingere un po’ oltre la domanda. Siccome ci sarà un secondo incontro fra due mesi posso permettermi di giocare con i pannelli di un dittico e mi sono detto che, visto che le domande sono state
messe a fuoco in modo abbastanza preciso, puntuale e lucido, forse, vedere se c’è uno spessore dietro
su cui si può andare ulteriormente ad indagare. Dopo Cristo e Chiesa, a catena, ne vengono necessariamente delle altre che devono essere messe qui: Cristo, Chiesa, la fede. Per quello che sappiamo noi,
per incontrare Cristo, anche nella Chiesa o dovunque, la fede dovrebbe essere... La parola salvezza, per
esempio. Perché se non c’è Cristo senza Chiesa e Chiesa senza Cristo, uno può dire: “chi se ne frega”.
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Se noi non riusciamo a percepire che è chiamata in causa una questione più radicale, la salvezza. Se c’è
in campo una questione di salvezza, magari mi interessa, posto che sia interessato a salvarmi. Cosa significa salvarsi? Se uno sta affogando grida aiuto, ma qui non c’è nessuno che sta affogando. Che tipo
di salvezza ci aspettiamo? Certo, in una situazione disastrosa come quella in cui siamo adesso la prima
cosa che mi viene in mente è che qualcuno ci salvi, però su questo sappiamo con una notevole certezza
che non sarà Cristo. E certamente non la Chiesa. Rispetto a questo, se non ci salva da quella cosa lì da
che cosa dovremmo essere salvati? Oltretutto non ci salva neanche dalla sciatica o dal mal di denti:.. Da
che cosa dobbiamo essere salvati? Non è così scontato. Qualcuno può dire: “Va bene, ma c’è il Paradiso”. Ora, qui oggi il pubblico non è composto certamente da ragazzi, e tutti abbiamo in mente il celeberrimo proverbio milanese: “Mej de chì pruvisori che de là per semper”, vuol dire che non aspettiamo
soltanto di andare in Paradiso, ce ne corre. Quindi non è soltanto Cristo o la Chiesa... Però, dopo che hai
richiamato la Chiesa e la salvezza, ti viene in mente che hai fatto il catechismo tempo fa e c’era una cosa che si diceva in latino: “Extra Ecclesia nulla salus” (fuori dalla Chiesa non c’è salvezza). Di per sè
questo dovrebbe far quadrare il cerchio. Se fuori dalla Chiesa non c’è salvezza quindi, dato che la salvezza è di nuovo Cristo e vi si accede soltanto attraverso la fede, tutto torna. Se questo è vero sembrerebbe che gli elementi siano li tutti e forse bisognerebbe soltanto girarci dentro a questi elementi mettendo a fuoco i vari aspetti, In realtà ci accorgiamo che, come lo tocchi veramente questo tema, ti
ustioni. Non va così.
Provate a pensare a tutti i cinesi, che per adesso possiamo ancora pensarli perché fra qualche anno si
tratterà di farci i conti. A parte questo problema squisitamente sociale, ma tutti questi miliardi di cinesi
che, evidentemente non conoscono né Cristo né la Chiesa sono perduti? Tutti all’inferno o tutti al limbo... Se fuori dalla Chiesa non c’è salvezza, mi sembra che una volta fatta l’equazione.... E gli indiani? I
buddisti del Tibet? Meno male che gli Esquimesi sono pochi. E tutti i musulmani? Per quanto, dovendoci fare i conti da circa 1400 anni e ci abbiamo fatto pure le guerre sante, ma noi riusciamo ad immaginare che tutti questi qui, lasciando perdere quelli che si fanno esplodere con la cintura... Però non
sono tutti dinamitardi. Noi riusciamo a leggere delle pagine di filosofi musulmani stupende. Quel genio
di Dante, quando parla di “Averrois che il gran commento fè”, ci fa tirar giù tanto di cappello. Poi è costretto a metterlo al limbo ma non aveva nulla da invidiare... I nostri meravigliosi Papi del ‘500 o ‘600,
rispetto a questi qui, erano tremendi... Proprio quanto alla devozione, al senso di Dio, alla religione...
Per questo dico che lo scenario si allarga e la domanda sembra quindi un po’ meno scontata si quello
che abbiamo immaginato. Posto che l’equazione all’inizio sembrava che funzionasse, se cominci a butarla lì così non funziona mica tanto bene. Perché non posso immaginare che, per quel poco che capisco della paternità di Dio possa guardare con disprezzo ai cinesi, agli indiani ecc. (questi non sono del
mio partito...). Si fa così negli uffici della Regione, della Provincia o del Comune, che quelli che non sono
del tuo partito non hanno neanche le briciole, se invece per qualcuno può essere così, benissimo, magari siamo di un’altra religione, vado via io. Guardate che cosa c’è scritto sulle pagine della Sacra Scrittura: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi”. Bè, allora devono proprio venire in ritardo; e tutti
quelli che sono venuti prima dell’anno 0 della nostra era? Miliardi. Il mondo era meno sovrappopolato
di oggi ma comunque sono miliardi. Dal primo pitecantropo sino all’homo sapiens; mi potete dire che
quelli in fondo non contavano tanto, ma dalla comparsa dell’uomo sapiens-sapiens fino a Maria di Nazareth? Tutti quelli lì sono da buttar via? Allora, se teniamo per buono Cristo, la Chiesa, la salvezza e il
loro legame, a questo punto è inevitabile domandarci che cosa significa Cristo, che cosa significa Chiesa, che cosa significa Salvezza? Probabilmente, rimettere a tema queste parole e nella loro implicazione reciproca potrebbe essere interessante. In questo senso volevo provare ad aprire ulteriormente la
questione piuttosto che provare a portarla subito a casa facendo finta di sapere cosa significano queste
parole. Perché non è per niente evidente che cosa diciamo con ciascuna di queste parole. Provate ad
immaginare quando compare Gesù agli apostoli dopo la Pasqua. Compare e non lo riconoscono. Spero
che nessuno stia per dire: “Bè, certo, era morto...” Perché, come tutti sapete, succede il contrario.
Quando ti muore la zia, dopo ti sembra di vederla anche quando non c’è. Soprattutto se si tratta di una
persona cara, come avete sperimentato quasi tutti voi, succede il contrario, che in qualche modo si
percepisce la sua presenza. Poi si è costretti a dire : “No, è morta”, ma questo ti produce una stretta al
cuore. Questo era morto da tre giorni, ricompare e non lo riconoscono. Passi per la prima volta, ma poi
c’è la seconda, la terza, la quarta, fate passare il Vangelo. Tutte le volte non lo riconoscono. Gli chiede:
“Avete qualcosa da mangiare?” E tutti stanno lì inebetiti, Lui chiede il pesce. Però questo ci sta dicendo
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una cosa molto importante, che la nostra assimilazione immediata, Gesù il Cristo, chiede per lo meno
di essere inquadrata e interpretata per come lì ci viene detto, come ha dovuto fare Lui, del resto. Per
non parlare della Chiesa, che ci arriviamo fra un attimo, però lo capite subito al volo; per esempio,
c’erano i dieci lebbrosi. Arriva Gesù di Nazaret e loro gli dicono: “Gesù di Nazareth, abbi pietà di noi”.
Lui cosa fa? Gli toglie la lebbra, come fa anche col cieco: “Vai, la tua fede ti ha salvato”: Come, ti ha salvato? Certamente, almeno di primo acchito, la figura della Chiesa che abbiamo in mente noi, soprattutto quella che abbiamo in mente noi (sono appena passato dalla vostra trionfale messa delle 10), certamente allora non era quella cosa lì. Eppure Lui gli dice che la sua fede l’ha salvato. Oltretutto con delle sfumature abbastanza interessanti perché di dieci lebbrosi ne torna uno e Gesù gli chiede: “Ma j alter
duv’ein?” “I gh’è no”. Come, non ci sono? Sono stati sanati tutti e dieci ma ne è tornato uno solo... A
questo punto, se fossi stato io Gesù, agli altri gli sarebbe tornata la lebbra... Però, al di là del mio spirito
vendicativo alla lontana, se senza Chiesa non c’è salvezza, questi non sono neanche tornati a ringraziare... Certamente non avrebbero potuto accedere produttivamente alla Grazia di Dio che sana. E la fede?
La tua fede ti ha salvato? Ma quelli erano anche peggio dei nostri ragazzotti e non sapevano mica il
Credo, ma neanche il Padre nostro, non gliel’aveva ancora insegnato. Ma non sapevano neanche che
Gesù era Dio, mica andava in giro con il cartellino “Io sono Dio”. Provate a figurarvi la scena. Gesù
compare a Gerusalemme, quel fazzoletto di terra che tutti abbiamo in mente, lungo come la Calabria, si
aggira e ci sono gli ebrei da quelle parti, che erano più o meno come quelli che conosciamo adesso.
C’erano quelli più attaccati alla tradizione, quelli un po’ meno, quelli proprio attaccati attaccati, quelli
dalle parti della Galilea che erano un po’ più sciolti, insomma, quelli della Galilea assomigliavano un po’
a noi. Non si mettevano il cilicio... In ogni caso Lui compare e comincia a dire delle cose. Immaginatevi
se venisse qui uno e cominciasse a dire delle cose; l’ultima cosa che a noi verrebbe in mente è che è Dio
eh? E non c’è nessun motivo di immaginarsi che quelli facessero diversamente (anche oggi la cosa non
gli piace). Erano come noi, si trovavano sabato, domenica dopo la Messa e Lui andava sul pulpito ed incominciava a parlare ma non diceva: “Ragazzi, finalmente è arrivato Dio”. A parte che se l’avesse detto
l’avrebbero portato fuori e l’avrebbero preso a calci, avrebbero per lo meno chiamato l’ambulanza. Ma
anche quando Lui dice che la tua fede ti ha salvato non sta individuando quella cosa che noi associamo
alla devozione e alla religione di questi, per cui dopo c’è Dio e ti rivolgi a Dio chiedendo la grazia e la
ottieni. A noi viene spontaneamente in mente questo ma in realtà non andò così. Ho semplicemente
messo lì dei punzoni. Questa figura di Gesù merita di essere scavata, questa figura della fede merita di
essere scavata e questa figura della salvezza merita di essere scavata. Poi se le mettiamo insieme e
shakeriamo, la frase da cui siamo partiti che senza Cristo non c’è salvezza, ad un certo punto, anche se
è giusta, tutti i termini della frase sono talmente imprecisi che non sappiamo cosa stiamo dicendo.
Noi abbiamo in certo modo assunto e data per scontata una visione massimalista ed esclusivista della
fede che agisce e funziona fintanto che non siamo costretti a metterci sotto verifica, appunto , facendoci delle domande così, che, d’altro canto, costituisce una barriera insormontabile per chi non ce l’ha da
sempre. Provate a pensare che la maggioranza di voi c’è cresciuta dentro. Famiglia cattolica, sono andato all’oratorio, sono cresciuto, vado in Chiesa... Noi associamo istintivamente questo alla fede e Gesù
a quella figura che si compone in questo quadro. Provate ad immaginare ad uno che non è cresciuto in
una famiglia cristiana, che compare qui e incontra te, che sei credente, e ti domanda che cos’è la fede,
chi è il Cristo, che cosa si offre in casa vostra? Perché deve venire qui? Paradossalmente, questa nostra
visione compatta costituisce un ostacolo insuperabile che la gente ai tempi di Gesù non pativa. “Gesù di
Nazareth, abbi pietà di me”. Ci hanno provato gli apostoli a mettersi di mezzo dicendogli che non era
dei loro, ma oggi è sempre così, perché la nostra visione che è il minimo e il massimo nello stesso tempo, sta lì in mezzo, e quando tu provi a fare il confronto con uno che arriva dall’esterno e non ha motivi
per entrare in questa nostra società (una persona normale del 2000 potremmo invitarlo a prendere
l’aperitivo ma non a Messa)... Oltretutto mediamente le nostre messe sono indecorose (non le vostre
che ho visto stamattina) e uno che non è già del partito non ci va. Immediatamente associamo alla fede
quello che abitualmente viene chiamato il cristiano impegnato e questo ce l’hanno in mente tutti anche
in negativo. Quanti sono quelli che abbiamo incontrato e dicono: “Io ci credo in Dio pur non essendo di
quelli che vanno in Parrocchia”. Questa cosa è interessante perché da un lato c’è una percezione che le
due cose non si sovrappongono ma dall’altro lato c’è un moto difensivo, perché ti senti un po’ in difetto: “Non sono di quelli ma...”. Vuol dire che in fondo non sei di quelli lì ma, a quel punto, non sai più chi
sei perché il modello continua ad essere quello lì. Ora io credo che noi dobbiamo lasciare che il Vangelo
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problematizzi questa figura perché non è la prima che esce da lì e se noi teniamo insieme
l’assimilazione Chiesa – Cristo è una assimilazione forzosa. Appunto, Gesù che dice “Vai, la tua fede ti
ha salvato” evidentemente non ha in mente la stessa fede nostra. Che non vuol dire che lo esclude, ma
almeno non va da sé che non è univocamente quella. Allora? Io credo che sia indispensabile per evitare
di confonderci. Del resto è difficile non constatare che gli apostoli, fino alla Pasqua (e anche dopo), non
potevano essere inquadrati nel nostro stesso modello di fede, perché non c’era la Chiesa. C’era Gesù
che andava in giro con loro, parlavano insieme, lo trovavano estremamente interessante, affascinante
ma fino a quel giorno là, Pietro, fino all’ultimo giorno (anche fin dall’ottavo capitolo di Marco “Vai lontano da me satana perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini) e fino all’ultima sera Gesù che
sta parlando della sua morte e gli apostoli che si dileguano. Poi Gesù ricompare dopo ed evidentemente questi non hanno ancora capito. Ma capiamo che la loro esperienza con Gesù di Nazareth è stata salvifica. Santo cielo se è stata salvifica! Ha cambiato la storia del mondo. Voi direte: “ Dopo la Pasqua”. Sì,
ma dopo la Pasqua Gesù rimanda a quella esperienza. Quella esperienza è rimasta come un fondamento saldissimo della loro identità e di quello che lì doveva succedere.
Questo noi dobbiamo tenerlo stretto, anzi dobbiamo andare a scavare lì per riempire di sostanza le parole. Le parole che diciamo e che riguardano la nostra salvezza, la nostra vita, Dio, la Chiesa.
Probabilmente il nostro modello di schema parrocchiale deve essere ampiamente ripensato, non per
toglierlo ma per riuscire a recuperare uno spettro più vasto, per l’edificazione della Chiesa, della fede,
del rapporto con il Signore Gesù.
Del resto poi ce ne accorgiamo perché la cosa è fatale, perché che cosa succede? Che noi preti continuiamo a proporre un modello parrocchiale che è quello del cristiano impegnato, ma poi, a fronte di
questo, poi dobbiamo continuamente metterci le pezze. Dopo che abbiamo professato qualcosa che ha
a che fare con i campioni della fede (mediamente i nostri adepti sono dei martiri delle parrocchie), oggi
poi che il numero si è ridotto sono sempre in prima fila: Consiglio pastorale, affari economici, la Caritas, i chierichetti, il coro, la catechesi, la catechesi della domenica, al lunedì, al martedì, al mercoledì.
Perché ce n’è per tutti i gruppi ma, dato che poi il gruppo è uno solo, uno è sempre lì. Poi ci sono un
sacco di donne e alla fine una guarda il parroco e dice: “Vorrai mica lasciarlo lì da solo...”. C’è anche
un’attività promozionale nei confronti del parroco.
Va bene senz’altro ma poi si finisce che si dicono le cose ma senza crederci troppo, perché bisogna tenere conto che la gente... Per cui facciamo dei proclami da armiamoci e partiamo per poi cominciare a
dire che però il lucignolo che fumiga e quello che vag adré, noi facciamo fuori la sostanza stessa
dell’estema varietà della ricchezza del discepolo di Gesù, del testimone del Vangelo, del martire e mettiamo sempre quell’altro nella condizione di sentirsi un verme. Salvo poi che, in questa società, nessuno vuole sentirsi verme e che dice di avere il diritto di fare quello ... Così noi diventiamo una società di
diritti. Salvo poi mandare la gente all’inferno perché, quando nel secolo scorso Charles Peguy scriveva
contro i preti francesi accusandoli di mandare con troppa facilità la gente all’inferno. Lui aveva in mente la Francia dello sviluppo economico della fine dell’ottocento, dove la gente non andava a messa alla
domenica perché lavoravano tutti i giorni, anche i bambini e vivevano in otto in un locale, i preti li
mandavano all’inferno e Peguy diceva che quelli all’inferno c’erano già. Lui sosteneva che si doveva far
risuonare una parola di speranza e di salvezza. Non si può dire: “O vieni a catechismo o niente”. Non
può essere questo perché questa gente ha bisogno di essere un uomo innanzitutto. Ora, che il Vangelo
abbia questa possibilità è vero ma come si debba fare, probabilmente è meno ovvio e meno scontato di
quanto si pensi. Lui in qualche modo ci ha provato, a modo suo. Dietro alla polemica di Peguy però noi
troviamo la polemica di Gesù: “Guai a foi scribi e farisei ipocriti! Che caricate sul popolo dei pesi che
voi non portate” .Certo, per questo dicevo che l’ipotesi è un’ipotesi di lavoro. Immagino che siamo qui
per questo, per pensare. Certamente io pecco di intellettualismo quando penso che il lavoro sia innanzitutto qualcosa che ci stimola a pensare, anche quello più manuale. Ma un’ipotesi di lavoro che si dovrebbe provare ad articolare in modo più ampio ma non per concessione (dato che la gente è così stupida, allora...) no, è il contrario, per necessità. L’idea che abbiamo di fede e quindi del nostro rapporto
con Gesù di Nazareth, con il Cristo di Dio e la Chiesa, con tutto questo meccanismo, con l’aspirazione
alla salvezza che in realtà c’è in ogni uomo, che tiene insieme il bisogno che abbiamo di una società più
giusta e di una vita più lieta. Poi vuoi chiamarlo Paradiso? Chiamalo Paradiso. Ma il Paradiso, in qualche modo, o è il compimento della nostra aspirazione di vita oppure non funziona. Ciascuno di noi perPag. 4
cepisce che ciò che riempie di letizia la sua vita ha bisogno di una destinazione eterna. Quando ti innamori per una volta di uno, quando guardi tuo figlio o tuo nipote, tu capisci che non hai bisogno di
niente di meno dell’eternità e che tutto quello che si frappone lì è quello che noi chiamiamo male. Ora,
quando noi chiediamo la salvezza non chiediamo un’altra vita ma chiediamo una vita eterna. Il dogma
cristiano della risurrezione dei corpi dice questo: che i nostri affetti più cari sono chiamati, destinati
all’eternità. Dante, sale là sopra, nel Paradiso, e poi si trova con tutte le anime beate in attesa del giudizio universale, della resurrezione dei corpi. Lui gli domanda: “Com’è la vostra gioia?” gli rispondono
“Perfetta” e ancora gli chiede “Ma alla resurrezione dei corpi sarete più contenti?” e le anime si entusiasmano e risponde per loro Salomone che dice “Certo che saremo più contente, perché là ci sarà la
resurrezione dei corpi. E lo spiega “Forse non soltanto per loro, ma per i padri, per le madri e per tutti
coloro che furono cari prima che ci fossero le sempiterne fiamme”. Quindi, non solo perché ritroveranno il loro corpo ma perché, ritrovare il corpo significa la pienezza degli affetti, i padri, le madri e tutti
quelli che gli sono stati cari prima di andare in Paradiso. I nostri affetti sono il nostro corpo, ora la salvezza eterna deve avere a che fare con questo. Ma se ha a che fare con questo allora ha a che fare con
una radice dell’umano che noi possiamo riconoscere. Quando il povero cieco chiede di vedere sta chiedendo qualcosa di molto prossimo, di sostanzialmente prossimo al desiderio di una vita eterna, che
questa vita sia lieta e sia eterna. E Gesù lo vede e riconosce questa cosa che c’è dentro, che questo uomo sul quale la vita si è accanita deve in qualche modo essere riscattato. La Chiesa, o ha a che fare anche con questo oppure interessa molto poco.
Gesù affascina per questo: “Tu hai parole di vita eterna”. Nell’uomo, ci dice il Vangelo, c’è un sensorio
che permette di riconoscere questa consonanza che probabilmente noi non siamo riusciti a passare ai
nostri figli. Nel nostro meccanismo ecclesiastico non siamo riusciti a mostrare loro che per noi la vita è
entusiasmante perché abbiamo incontrato Lui. Non perché andiamo in Chiesa.
Gesù, quando incontra questo desiderio dell’uomo, questo lampo nello sguardo degli uomini che incontra, rimane entusiasta, si ferma lì e dice “La tua fede ti ha salvato”. Ancor a di più, nel Vangelo, ricordate, quando incontra qualcuno che non è neanche del suo popolo. Perché lì magari erano un po’ più addestrati dalla Bibbia, ma quando la cananea... Ma quando la donna sirofenicia lo incontra. Vi ricordate
la scena meravigliosa nella quale Lui la provoca e le dice “Non si può prendere il cibo dalla tavola dei
figli per darlo ai cagnolini” e questa che va avanti e dice “Si, ma anche i cagnolini possono chiedere delle briciole dalla tavola dei loro padroni”. In tutto questo oltretutto c’è un atto di estrema gentilezza da
parte di Gesù perché usa il termine cagnolini. E voi direste “Ecco, gli dà del cane”. No, tutti gli davano
del cane, questa era un cane per gli ebrei. E Lui invece dice cagnolini, le suggerisce questa attenzione
tenera, così lei va avanti coraggiosamente pensando “Non mi ha tirato il piatto in testa, la scodella, come quando il cane abbaia”. Lui allora le dice “Vai, la tua fede ti ha salvata”. Gesù si entusiasma per questa roba. Capisci che con un Gesù che si entusiasma per questa roba tu non puoi tranquillamente fare
fuori i cinesi e gli indiani, evidentemente siamo su un altro registro. Allora per noi diventa estremamente interessante domandarci che cosa significa. Almeno abbiamo messo lì la questione.
In questo quadro la domanda sull’identità della Chiesa cristiana può forse trovare una giusta collocazione che sia totalmente dipendente dall’ immagine cristiana di Dio che Gesù è venuto a proporci. Allora sì, magari riusciamo a capire, se l’idea di Chiesa dipende dall’immagine di Gesù del Vangelo, allora
riusciamo a capire che è possibile avere un nesso stretto tra il Gesù del Vangelo e questa cosa, che non
ha la forma della mediazione, del biglietto da pagare ma di qualche cosa che lega profondamente il Gesù del Vangelo e poi questa cosa che noi chiamiamo Chiesa e che ha avuto poi tutta la sua vicenda nei
secoli. Riusciamo, rispetto a questo, anche a dire delle parole di giudizio, perché no? Il Vangelo ci giudica, ci genera, prospetta il compimento della nostra esistenza e quindi ci giudica. Si, certo, lo I.O.R., la
Chiesa di Roma, per questo basta meno del Vangelo, ma noi, le nostre parrocchie, il nostro senso di appartenenza a... , le nostre cose, perché poi sembra molto facile sparare sul pianista, certo. Immortale, in
ogni caso.
Il nostro modello quindi merita ampiamente di essere ripensato e se oggi riusciamo ad andare via da
qui avendo guadagnato almeno questa idea. Non bisogna mai buttare via niente, non vuol dire che domenica prossima non andate a messa; sto dicendo che prima di fare funzionare questi schemi come se
fossero semplicemente ovvi, forse è meglio se li mettiamo in discussione, allora ci accorgiamo che ne
traiamo un vantaggio, per la nostra stessa pulizia di visione, di ascolto di Dio, per tornare al Vangelo.
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Per chiudere questa prima parte, quindi, il meccanismo Niente Chiesa niente Cristo, l’abbiamo messo
in discussione. Fondamentale è andare alla scena originale del Vangelo. Ritengo che questo sia in compito storico, per noi tutti. Di noi preti, innanzitutto di chi parla, di chi predica. C’è il Vangelo, noi dobbiamo tornare a leggere lì, proprio lì, per riuscire a scoprire proprio da dove si genera questa cosa impressionante che è la vita cristiana, non sulla teologia, lo dico a dispetto del lavoro che faccio. Noi dobbiamo tornare al Vangelo e guardare a Gesù di Nazareth e i suoi, Gesù di Nazareth che incontra la gente. Tutto quello che succede dopo si radica lì. Il Gesù della Pasqua torna a dire: “Guardate là dentro”.
Giovanni, quando incomincia a scrivere: “Quello che abbiamo visto e udito, quello che le nostre mani
hanno toccato, cioè il Verbo della Vita, perché la Vita si è fatta carne... Noi l’abbiamo visto. Quello annunciamo a voi”. Su quello poi noi possiamo farci le nostre teologie ma innanzitutto tornando rigorosamente là. Quindi non partendo da chissà dove. Io dico sempre ai miei studenti che il cristiano non è
uno che crede in Dio. Il cristiano è uno che crede che Gesù di Nazareth è Dio, ed e è tutta un’altra cosa.
Perché se tu sei uno che crede in Dio parti con alcune idee su Dio. Anche quelli che dicono di non crederci hanno delle idee su Dio. Si dice: “Se c’è Dio, è così: onnipotente, onnisciente...” Ma se tu dici, leggendo il Vangelo, che Gesù di Nazareth è Dio... E’ stata la scoperta dei dodici, nel Vangelo c’è scritto che
cosa hanno scoperto questi qui, che uno che si Chiamava Gesù che veniva da un buco nel mondo che si
chiama Nazareth... Ma avete visto Nazareth? Quattro capanne in croce, una grotta... Non è citata una sola volta nella Bibbia. “Può mai venire qualche cosa di buono da Nazareth?” Dicono i sapienti di Israele.
Lui è Dio, una cosa impressionante. Tu devi immaginarti questa scena: guarda tuo nipote ed immagina
che la mamma di Maria vedeva Gesù così. Adesso prova ad immaginare che quello lì, che è tuo nipote,
tu devi scoprire che è Dio. Andò così, c’è scritto quello. E’ chiaro che tutte le cose che tu hai in mente su
Dio vanno a pezzi. L’Essere perfettissimo creatore e signore del cielo e della terra. O impari da Lui come si fanno a tenere insieme i pezzi o non ci riuscirai mai. Questa è la scoperta dei dodici. Tornare al
Vangelo e ricostruire quello che ci interessa di questa cosa che noi chiamiamo cristianesimo. Quindi
che cos’è questa cosa che viene dall’incontro con Gesù che noi chiamiamo l’esperienza della salvezza e
che poco per volta vediamo configurarsi come Chiesa. “Dove due o più sono insieme nel mio nome, lì ci
sono io” E’ questa cosa qui all’inizio. Poi possiamo andare a vedere che cosa c’entra il Vaticano con
questo e magari c’entra, però incominciamo da lì innanzitutto: “Dove due o più sono insieme nel mio
nome. Lì ci sono io”. L’esperienza della salvezza è l’esperienza che lì c’è Lui, ecco perché non puoi farne
a meno di trovarti per la messa della domenica, forse. Dentro a questa esperienza la testimonianza del
Risorto si forma un poco per volta. Innanzitutto l’hai incontrato tu e ad un certo punto qualcuno capisce che deve andare in giro a dirlo anche agli altri, probabilmente a tutti in modo diverso. Certo che
dovrebbero essere spazzate via le catechiste. Santo cielo, se io che ho questo bambino, luce dei miei
occhi, ed io sono preoccupato che abbia la vita più bella del mondo, e io sono cristiano, ho bisogno che
la signora Maria gli spieghi chi è Gesù? Se non glielo spiego io che cosa gli dico io a questo figlio? Che
deve diventare bello, forte, sapere l’inglese, usare il computer (ormai lo sanno già dalla pancia della
mamma, ci sono delle nuove app apposta da usare dentro). Questo è stranissimo, che il genitore cristiano non ha più niente da trasmettere. Ma noi la Chiesa dovremmo riconoscerla lì, dove degli adulti
cristiani che vivono di questa fede hanno dei figli e cosa vuoi che facciano? Li educano alla fede, non “li
battezzano”. Cioè li battezzano anche ma... Capisci come si rovescia tutto quanto? Allora quando parli
della Chiesa non stai più parlando di quelle robe lì ma di questo sapere di Gesù, questo sentire di Lui,
di non potere più vivere senza, certo con tutte le nostra fatiche, però...
Ecco, tornare alla scena originale del Vangelo, questo è il secondo segnale, il primo era: cerchiamo di
mettere le mani su questo materiale ma non si tratta di metterle su a caso ma di metterci le mani tornando lì, alla scena originale del Vangelo. Noi lì potremmo, dovremmo trovare tutto quello che ci serve: Gesù, il Risorto, i suoi, l’esperienza della fede, c’è praticamente tutto e c’è in una forma che non è
quella dove noi le abbiamo già incasellate ed immaginiamo di potere spadroneggiare.
In questo senso io credo che abbiamo proprio bisogno di fare una bella pulizia generale delle idee che
noi ci portiamo dietro dal catechismo, dalla nostra pratica ecclesiastica, immaginare che non sia scontata e vedere dove si radica, dove andare a riprenderla. Ecco, io credo che questa sia la cosa fondamentale. E lì scoprire che l’esperienza salvifica, questo Gesù che realizza la propria esistenza, la verità di sè
dentro le relazioni che compone. Noi possiamo immaginare che innanzitutto questa è per loro
l’esperienza della salvezza, del bene della vita, della conoscenza di Lui e del sorgere della comunità dei
suoi che diventerà quello che poi noi chiameremo la Chiesa. Che c’è, certo, dall’inizio. E’ vero che non
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c’è Cristo senza Chiesa. Se guardi lì, cancella un attimo le parole, non so se avete presente ma l’Islam,
con tutti gli aspetti interessanti che ha, ad un certo punto Allah prende in mano la roba, gliela dà giù a
Maometto e dice “Qui c’è tutto”. Gesù non fa così, il Gesù del... non fa così. L’incarnazione dice che questo comincia a vivere in mezzo a della gente. Pensa a te, non è che sei nato ed avevi già un destino
(queste sono frottole romane), tu sei quello che sei perché sei nato in un posto, hai avuto una famiglia,
hai imparato a parlare quella lingua lì e dentro a questi rapporti hai fatto le tue scelte e queste scelte
sono dipendenti da quello che tu vuoi ma, alcune scelte sono state anticipate dagli altri dai tuoi genitori che ti hanno chiamato in un modo anziché in un altro, che ti hanno insegnato una determinata lingua. Certo poi hai dovuto scegliere tu la tua lingua, però anzitutto l’hai accolta. Poi il fatto che tu abbia
frequentato certe compagnie piuttosto che altre ha fatto la differenza. Gesù è così. E’ stato per
trent’anni a Nazareth e lì ha parlato la lingua di quel posto, ha visto la gente del posto, povera, poverissima gente, eppure è riuscito a vivere, come il grandissimo maestro che era Charles de Foucauld. Era
Dio anche lì. E’ un Dio che impara come si fa a camminare, a mettere insieme i pezzi di un mobile, come
si fa il manico di una vanga. Quello lì. Essere potentissimo... Adagio, quello lì. La verità di Gesù fa
tutt’uno con le sue relazioni, esattamente come la tua fa tutt’uno con tuo marito o tua moglie o i tuoi
figli. Tu non sei già tu e poi sei anche sposato, tu sei tu così come sei sposato, con i figli che hai, con le
cose che dici, col fatto che vieni capito o che non vieni capito. Se quando eri piccolo ti hanno sempre
detto “Taci, cretino”, tu hai un bel dire che saresti un genio ma ti hanno sempre detto “Taci cretino”,
viene fuori una roba che passa tutta la vita a scoprire come prendere a cazzotti il mondo, chiaro? Le relazioni con cui Gesù vive sono la verità di Gesù, e cioè sono la verità di Dio. Se tu hai fatto un attimo pulizia e non cominci dall’Essere perfettissimo, che poi capita giù e sa già tutto quello che deve fare. Gesù
non sapeva che cosa doveva fare: “Padre, che cosa faccio adesso?” E’ scritto nel Vangelo. Mia mamma
diceva che tanto lui sapeva già tutto ma invece non è vero, Gesù sapeva che doveva obbedire al Padre
(questa è una cosa incommensurabile) ma, proprio perché doveva obbedire al Padre era lì a chiederglielo.
Quando gli viene incontro il lebbroso lì stabilisce che cosa deve fare perché lo ascolta. Se questo è vero
allora Gesù è indissolubile da questa trama di relazioni che lo lega ai suoi, che lo tiene stretto questi
qui, e dimostra che Dio è uno che si appassiona alle relazioni con gli uomini che ha di fronte, questo
sta dicendoci il Vangelo, Dio è appassionato agli uomini. Dio non può fare a meno di cercare relazioni
di amicizia e di amore con gli uomini, questo leggiamo certamente lì. Addirittura con quelli che gli tirano la pietre.
Per cui gli dice, come nel Vangelo di oggi, “Siete delle figli di buona donna”, avete letto, e ugualmente
non si stanca di tampinarli.
Chi è Dio? Ti viene da dire: “E’ l’essere perfettissimo...” Lascia stare. Chi è Dio? E’ uno che è così appassionato agli uomini che non può fare a meno di noi. Dal Vangelo leggiamo questo, non dai manuali di
filosofia. Ti accorgi subito che Gesù e i suoi sono in qualche modo indissolubili, al punto che quando si
metteranno a scrivere il Vangelo, scriveranno anche questo. Perché l’hanno scritto il Vangelo? L’avete
in mente? Quando hanno scritto i Vangeli, Paolo aveva già scritto tutti i suoi trattati, praticamente tutti,
certamente le lettere principali erano già state scritte.
Ma nelle lettere di Paolo che cosa c’è? C’è una teologia su Gesù, ma tutti quelli che c’erano lì avevano
capito, che non finisce lì. Certo, dovremo fare la teologia su Gesù, ma dobbiamo tornare a dire che il
Vangelo, alla radice, è Gesù con i suoi. Questo legame originario indissolubile, con questi suoi che non
capiscono eppure ci stanno. La fede non è credere in chissà che cosa, nell’Essere perfettissimo, che già
ci credevano, ma è credere che si può stare con Lui e con Lui si può vivere, che questa è la vita che merita di essere vissuta. E Lui sta a questo gioco e stanno insieme indissolubili, non c’è Gesù senza i suoi.
Quando ai ragazzi a scuola io chiedo che cosa c’è scritto nel Vangelo, c’è sempre quello che ha fatto catechismo (perché ci sono ancora) che dice che c’è la storia di Gesù, io rispondo che non c’è la storia di
Gesù, non è vero. Basta prenderlo in mano. E’ un libretto piccolo, c’è una scorsa su tre anni di vita e
l’altra metà è sui tre giorni prima della morte. Ma una cosa c’è di sicuro, c’è la relazione che lega Gesù
agli uomini, ai suoi e a quelli che non lo vogliono. A quelli che stanno con Lui e agli altri. Quelli che
stanno con Lui progressivamente capiscono, scoprono chi è e Lui si lascia conoscere, si dà a conoscere
perché è questa relazione, e gli altri che reagiscono, e Lui che si lascia mettere in croce, questo noi leggiamo nel Vangelo. Allora lì si che possiamo tornare a parlare di Gesù e della Chiesa e della esperienza
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della salvezza e arrivare così alla radice di tutto quello che potremo mettere lì dopo. Possiamo metterlo, certo, perché una volta imparato a tenerlo stretto possiamo benissimo dire la messa coi paramenti
rossi, verdi, bianchi, c’entra, perché nella vita noi non viviamo solo dell’essenziale. Però una volta che
abbiamo intuito l’essenziale, tutto quello che ci mettiamo sopra è... altrimenti è come metterlo su dei
manichini vuoti.
Grazie.
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non c`è cristo senza chiesa