Rassegna del 01/02/2013
INDICE RASSEGNA STAMPA
Rassegna del 01/02/2013
MONDO UNIVERSITARIO
Corriere Fiorentino
01/02/13 P. 15
Anche l'università ha il suo bollino doc
Leonardo Testai
1
Nuovo Corriere Di Firenze
01/02/13 P. 4
Grande fuga dall'università Quasi 60mila iscritti in meno
Rossana De
Francesco
2
Qn
01/02/13 P. 18
Allarme atenei, matricole a picco «Scomparsa» un'intera università
Beatrice Bertuccioli
3
Tirreno
01/02/13 P. 1
Università 58mila studenti persi in 10 anni
Avvenire
01/02/13 P. 11
Allarme università: in dieci anni cinquantamila matricole in meno
Avvenire
01/02/13 P. 11
«Troppi laureati non riescono a trovare lavoro»
Corriere Della Sera
01/02/13 P. 2
I cinquantottomila studenti persi dagli atenei italiani
Federica Cavadini
8
Corriere Della Sera
01/02/13 P. 2
Come aiutare i giovani di talento
Andrea Ichino,
Daniele Terlizzese
10
Corriere Della Sera
01/02/13 P. 2
«Tutta colpa di modelli negativi come Corona»
Enrico Marro
11
Corriere Della Sera
01/02/13 P. 2
«Da noi aumentano Anche oggi i dottori sono più competitivi»
Corriere Della Sera
01/02/13 P. 37
E gli atenei adesso incubano le giovani aziende Parte Speed Mi Up, ideato da Bocconi e
Comune di Milano
Irene Consigliere
13
Espresso
07/02/13 P. 90
La scimmia dal volto umano
Giovanni Sabato
14
Giornale
01/02/13 P. 1
Atenei, scappano in 60mila Era ora: meglio pochi e buoni
Giuseppe De Bellis
16
Giornale
01/02/13 P. 16
«Scomparsi» 60mila studenti è come cancellare un ateneo
Giuliana De Vivo
18
Il Fatto Quotidiano
01/02/13 P. 1
Fuga dall'università fuga dalla speranza
Marco Politi
Il Fatto Quotidiano
01/02/13 P. 11
Il rettore di Bologna: "È una Caporetto Per anni ignorato il diritto allo studio"
21
Il Fatto Quotidiano
01/02/13 P. 11
2012, deserto università: persi 58 mila studenti
22
Italia Oggi
01/02/13 P. 30
Docenti al minimo storico
24
Libero
01/02/13 P. 1
Università devastata
Davide Giacalone
25
Libero
01/02/13 P. 19
Fuga dall'Università: 60mila iscritti in meno
Chiara Pellegrini
27
Libero
01/02/13 P. 19
Due concorsi in due mesi: aiutino del governo ai professori
Enrico Paoli
28
Manifesto
01/02/13 P. 4
Requiem per l'università riformata
Roberto Ciccarelli
29
Manifesto
01/02/13 P. 4
Il paese è sempre più povero 1 cervelli scappano all'estero
Giorgio Salvetti
31
Manifesto
01/02/13 P. 10
Le relazioni pericolose degli organismi
Benedetto Vecchi
32
Manifesto
01/02/13 P. 16
L'ape operai va in paradiso
Luca Fazio
35
Mattino
01/02/13 P. 13
«Anche Salerno piace ai ragazzi iscrizioni in costante crescita»
Ivana Infantino
37
Mattino
01/02/13 P. 13
«Orientale in controtendenza in aumento la platea delle triennali»
Luisa Maradei
38
Mattino
01/02/13 P. 13
Il crollo dell'università: 58mila iscritti in meno
Daniela Limoncelli
39
Messaggero
01/02/13 P. 13
Fuga dalle università 50mila iscritti in meno
Messaggero
01/02/13 P. 13
Stretta sugli atenei, arriva l'esame di qualità
Alessia Camplone
42
Mondo
08/02/13 P. 35
Un test per aggirare le trappole emotive
Fabio Sottocornola
44
Mondo
08/02/13 P. 48
Che barba quell'ordine
Franco Stefanoni
45
Mondo
08/02/13 P. 52
Cilea lombardo, addio con mancia
47
Mondo
08/02/13 P. 62
Meno teoria e più problem solving
48
Padania
01/02/13 P. 10
Si svuotano le aule, governo assente all'appello
Massimiliano
Capitanio
49
Repubblica
01/02/13 P. 1
Fuga dalle università 60 mila studenti in meno
Tito Boeri
50
Repubblica
01/02/13 P. 22
"Mancano idee e investimenti siamo un Paese in decadenza"
Gregorio Romeo
52
Repubblica
01/02/13 P. 22
"Tanti sacrifici e niente lavoro è una espulsione di massa"
Repubblica
01/02/13 P. 22
Università addio, persi 60mila studenti in 10 anni
Indice Rassegna Stampa
4
Enrico Lenzi
6
7
12
20
41
53
Corrado Zunino
54
Pagina I
INDICE RASSEGNA STAMPA
Rassegna del 01/02/2013
Sette
01/02/13 P. 8
Università, nepotismi e L'eco della tagliatella Le deroghe alle leggi sono un vizietto
nazionale. L'ultimo esempio? La nota interpretativa dei "nuovi" concorsi
Gian Antonio Stella
55
Sole 24 Ore
01/02/13 P. 8
Crollo di iscritti negli atenei
Eugenio Bruno
56
Stampa
01/02/13 P. 1
Come si può fermare l'emorragia
Walter Passerini
58
Stampa
01/02/13 P. 12
Fuga dagli atenei Persi in dieci anni 58 mila studenti
Flavia Amabile
60
Tempo
01/02/13 P. 11
Le università perdono studenti
Natalia Poggi
62
Tempo
01/02/13 P. 11
Lo Storto: «Più corsi di laurea legati al mondo del lavoro»
Unita`
01/02/13 P. 11
A dare i voti ad atenei e corsi la strana agenzia di Gelmini
Mario Castagna
65
Unita`
01/02/13 P. 11
Università, in dieci anni 58mila studenti in meno
Luciana Cimino
66
Unita`
01/02/13 P. 1-11 Giovani derubati della fiducia
Giuseppe
Provenzano
68
Indice Rassegna Stampa
64
Pagina II
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ANCHE L' NIVERSIrI,A
IL Su o BB OLLIN O
io, che l'ho fatta
studiare a Detroit...», si lamenta
Johnny Stecchino quando capisce che la sua amata Maria
lo ha tradito. Perché per le
persone che si amano si vuole
sempre il meglio, e gli studi
non fanno eccezione. La mobilità territoriale delle matricole italiane è un fenomeno di
dimensioni piuttosto contenute: secondo l'ultimo rapporto di AlmaLaurea, tre universitari su quattro scelgono l'ateneo della propria provincia o
di una provincia limitrofa,
mentre solo il 12% è migrato
dal Sud verso le università
del Centro-Nord. Del resto il
Ministero oggi riconosce 95
atenei, cifra che sale a 280
considerando anche le sedi distaccate.
Una proliferazione, quella
verificatasi negli ultimi anni,
che secondo molti osservatori non ha giovato alla qualità
del sistema dell'istruzione
universitaria in Italia. Anche
per questo due giorni fa il ministro Francesco Profumo ha
firmato un decreto ministeriale che introduce una sorta di
«bollino di qualità» per gli
atenei da rinnovare ogni cinque anni per le sedi universitarie e almeno ogni tre anni
per i corsi di studio: nella va-
Mondo Universitario
C
lutazione periodica saranno
presi in considerazione i risultati conseguiti dalle singole
università nell'ambito della
didattica e della ricerca. Ê anche il presupposto per una
maggiore selezione nell'assegnazione dei fondi statali,
sempre più scarsi per le difficoltà della finanza pubblica,
secondo un criterio meritocratico. Un futuro con meno atenei «sotto casa» potrebbe vedere una maggiore mobilità
degli studenti in Italia. In realtà ci sono anche centinaia di
studenti che, dopo il diploma, optano per andare a studiare all'estero. La classifica
annuale 2012-13 delle università del mondo stilata dalla rivista Times Higher Education
aiuta a spiegare il perché: la
top ten è appannaggio di atenei anglosassoni, e fin qui tutto normale. Ma che non ci sia
nessun ateneo italiano fra i
primi 250 al mondo, questo
può far riflettere: anche se laurearsi all'estero non è tutto rose e fiori, come vedremo.
Dieci borse di studio alla
Luiss Summer School per
l'orientamento
all'Università, informazioni
su
www. corriereflorentino.it
U RIPRODUZIONE R1sERVarA
Pagina 1
L'Italia fanalino di coda in Europa per immatricolazioni di studenti. Eliminati 1200 corsi di laurea
Grande fuga dall ' università
i rn meno
Quasi 6Omla i
di Rossana De Francesco
La crisi miete "vittime" in tutti i
campi e anche per ciò che riguarda l'istruzione l'Italia è un Paese
in piena recessione. In dieci anni
ci sono ben 58mila studenti universitari in meno. Praticamente è
come se fosse scomparso un intero
ateneo. Dal 2003 ad oggi, infatti, le
immatricolazioni nelle università
sono scese da 338.482 a 280.144.
Per chi è amante della statistica diremo che la flessione è pari al 17%,
ma per parlare in termini pratici e
concreti è doveroso evidenziare
come questa emorragia di iscrizioni rappresenti un vero e proprio
dato allarmante per la nazione.
La politica, che in questi giorni si
sta affannando ad accaparrarsi la
fiducia degli italiani promettendo
di tutto e di più, non può e non
deve far finta di non vedere questo malessere che imperversa tra i
più giovani. Stato d'animo creato
anche da una situazione economica difficile, che vede costrette
molte famiglie a fare i salti mortali
per arrivare a fine mese. Certo, i
costi dell'istruzione non sono certo bassi ma anche il programma
formativo, probabilmente, ha le
sue colpe e deve essere necessariamente rivisto. Percorsi d'istruzione, talvolta troppo distanti dalle
esigenze del mondo lavoro, hanno creato quell'enorme "esercito"
di disoccupati con la laurea. Inevi-
tabile, quindi, che
molti ragazzi preferiscano trovare una
sistemazione professionale
invece
che proseguire con
gli studi. Questa
reazione a catena
ha portato anche
al drastico calo del
numero dei docenti
che, negli ultimi sei
anni, è diminuito
del 22%.
Anche
l'offerta dei vari
atenei è crollata.
In sei anni, infatti,
sono stati eliminati 1.195 corsi di
laurea.
Quest'anno sono scomparsi
84 corsi triennali
e 28 corsi specialistici/magistrali.
Quanto a laureati l'Italia è largamente al di sotto della media
Ocse: 34esimo posto su 36 Paesi.
Solo il 19% dei 30-34enni ha una
laurea, contro una media europea
del 30%.1133,6 % degli iscritti, infine, è fuori corso mentre il 17,3%
non fa esami. Rispetto alla media
Ue, in Italia abbiamo 6.000 dottorandi in meno che si iscrivono
ai corsi di dottorato . Dal 2001 al
2009 il Fondo di finanziamento
ordinario (Ffo), calcolato in termini reali aggiustati sull'inflazione, è rimasto quasi stabile, per
poi scendere del 5 % ogni anno,
con un calo complessivo che per
il 2013 si annuncia prossimo al
20%. Su queste basi e in assenza
di un qualsiasi piano pluriennale di finanziamento moltissime
università, a rischio di dissesto osserva il Cun- non possono programmare né didattica né ricerca.
Insomma, la situazione è pesante,
mancano le risorse economiche,
i percorsi di studi sono troppo
spesso "antiquati" e distanti dalle
qualifiche che il mondo del lavoro richiede. Fatto sta che oggi l'Italia rischia di diventare il fanalino di coda in Europa in termini di
nuovi laureati.
Grande fuga dai università
Quasi 60mi1a isentii "n meno
Mondo Universitario
Pagina 2
11
atenei, matncole a pacco
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ieci anní 58ai iscritti in meno: quanfl ne ha la Statale di Mano
Beatrice ertuccioti
ROMA
S EMPR E meno giovani, in Italia,
frequentano le università. Oggi
mancano all'appello, rispetto a dieci anni fa, 58mila studenti. Come
dire che è scomparsa la Statale di
Milano, ovvero un intero ateneo
di grandi dimensioni. Meno iscritti, dunque, ma anche meno laureati, meno corsi di laurea, meno docenti. Tutti dati con il segno negativo, a cominciare dai fondi. Per
trovare il segno più, bisogna guardare alla voce `tasse universitarie':
quelle sì, sono aumentate (di ben
283 milioni negli ultimi cinque
anni).
Più che un allarme è un grido di
Dati sempre più preoccupanti
Fuoricorso il 33,6 per cento
e il 17,3 non sostiene es ami
dolore quello lanciato ieri dal
Cun, il Centro universitario nazionale, a fronte «della costante, progressiva e irrazionale riduzione
delle risorse finanziarie e umane
destinate al sistema universitario
che ne ledono irrimediabilmente
la capacità di svolgere le sue funzioni di base, formazione e ricerca».
Dai 338.482 immatricolati dell'anno accademico 2003-2004, siamo
scesi ai 280.144 del 2011-2012, pari al 17 per cento in meno. Un calo
delle immatricolazioni registrato
un po' in tutto il Paese e nella maggior parte degli atenei. Tra i pochi
in controtendenza c'è Bologna,
con un incremento delle matricole dell'1% nell'arco del triennio e
del 6% negli ultimi cinque anni.
L'Italia, per numero di laureati, è
largamente al di sotto della media
Ocse: siamo 34esimi su 36 paesi
(nel 2012) e solo il 19 per cento dei
30-34enni ha una laurea, contro
una media europea (rilevazione
del 2009) del 30 per cento. Tra gli
iscritti, il 33,6 per cento è fuori corso e il 17,3 per cento non fa esami.
E nei prossimi anni il numero dei
Mondo Universitario
laureati è destinato a diminuire,
anche perché, negli ultimi tre anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto. Nel 2009 i fondi erano sufficienti per l'84 per cento degli studenti aventi diritto, mentre nel
2011 si è scesi al 75 per cento. E
l'Europa rimane lontana anche
per il numero dei dottorati.
DIMIN UITA drasticamente anche
l'offerta formativa: in sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di
laurea. «E se questa diminuzione
è stata inizialmente dovuta ad
azioni di razionalizzazione - sottolinea il documento del Cun ora dipende, invece, in larghissima misura dalla pesante riduzione del personale docente». In sei
anni, dal 2006 al 2012, il numero
dei docenti si è ridotto del 22 per
cento. E nei prossimi anni, per effetto delle mancate assunzioni e
delle limitazioni imposte agli atenei nello stipulare contratti,
l'emorragia di professori proseguirà. Al punto che, nonostante il ca-
LE CIFRE
17%
IN MENO
Gli immatricolati sono
passati dai 338.482
dell'anno accademico
200312004 a 280.144
(anno 201112012)
22%
IDOCENTI
Tanto sono calati gli
insegnanti degli atenei
italiani rispetto al 2006
secondo i dati elaborati
dal Cun
In un quinquennio
la contribuzione è salita
di 283 m ilioni di euro
lo degli iscritti, contro una media
Ocse di 15,5 studenti per docente,
in Italia la media è di 18,7. Tagliati i fondi per la ricerca libera di base e il Cnr (da una media di 50 milioni l'anno ai 13 milioni per il
2012) e ridotto anche il Ffo, il Fondo di finanziamento ordinario,
dal 2009 sceso ogni anno del 5 per
cento, con un calo complessivo
che, per il 2013, si annuncia vicino al 20 per cento.
«È una vera e propria emergenza
nazionale. L'università italiana si
sta sgretolando e con lei il futuro
della nostra generazione», denuncia Michele Orezzi, coordinatore
dell'Unione degli Universitari.
«Studiare in Italia - gli fa eco il
portavoce di Link Coordinamento Universitario, Luca Spadon sta diventando sempre più un privilegio per piccole élite».
19 %
30-34ENNI LAUREATI
La media europea è del
30%. Siamo al 34° posto
su 36 paesi europei per
numero dei laureati (dati
riferiti al 2012)
1.195
CORSI ELIMINATI
In sei anni. Quest'anno,
in particolare, sono
scomparsi 84 corsi
di laurea triennali
e 28 biennali
Pagina 3
LA GRANDE FUGA
Uffiver sità
a studenti
p e rsi in anni
Studenti universitari a lezione
A lanciare l'allarme è il Consiglio
universitario nazionale: gli atenei italiani si stanno svuotando,
dai docenti ai dottorati. Ma il caso più eclatante sono gli studenti, 58mila in meno in dieci anni.
CONTINUAAPAGINA9
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1I 1 1 I
11
Mondo Universitario
'
1 1' 1 1
Pagina 4
Umversita, in dieci anni persi 58m11a studenti
Una ricerca del Cun testimoniala "grande fuga": è un calo del 17%. II crollo riguarda tutto il territorio
® ROMA
È grande fuga dall'università
italiana, svuotata di ogni sua
componente: studenti, docenti, dottorati, borse di studio (quindi fondi) e perfino
corsi di studio. A lanciare l'allarme è il Consiglio universitario nazionale che ieri ha diffuso un documento sullo stato di salute delle nostre facoltà. Negli ultimi dieci anni le
iscrizioni sono passate da
338.482 (anno accademico
a
280.144
2003-2004)
(2011-2012), con un calo di
58mila studenti (-17 per cento). Il Cun spiega che è come
se in un decennio fosse scomparso un intero ateneo di
grandi dimensioni, ad esempio la Statale di Milano.
Questa volta non c'è la solita Italia a due velocità, perché il crollo delle immatricolazioni riguarda tutto il territorio. Il documento inoltre
denuncia poi il calo del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) che per il 2013 si annuncia prossimo al 20 per
cento. In sostanza molte uni-
versità sono «a rischio di dissesto - denuncia il Cun - e
non possono programmare
la didattica, figuriamoci la ricerca».
Ma a diminuire è anche il
numero dei professori: -22
per cento negli ultimi sei anni e nei prossimi tre scenderanno ancora, perché i docenti non vengono assunti e
perché le facoltà sono molto
limitate nella possibilità di
stipulare contratti di insegnamento. Fuori dall'Italia le cifre cambiano: la media Ocse
è di 15,5 studenti per docente, contro i nostri 18,7. Siamo
sotto la media europea anche per il numero di laureati,
occupiamo il 34mo posto su
Mondo Universitario
36 paesi. E solo il 19 per cento
dei 30-34enni ha una laurea,
contro il 30 per cento della
media europea. 11 33,6 per
cento degli iscritti è fuori corso e il 17,3 non fa esami. Segno negativo anche per borse
di studio, corsi e dottorati.
Nel 2009 i fondi nazionali per
finanziare le borse di studio
coprivano 1'84 per cento degli studenti aventi diritto, nel
2011 il 75. Dal 2006 al 2012 sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/
magistrali, all'inizio per una
razionalizzazione delle lezioni, poi per i tagli al personale
docente. E ancora, nel confronto con la media Ue in Italia abbiamo 6mila dottorandi
in meno che si iscrivono ai
corsi. La riforma del dottorato di ricerca inserita dalla Gelmini non è mai partita e il 50
per cento dei laureati segue i
corsi di dottorato senza borse di studio.
A rischio anche il funzionamento dei laboratori: il taglio
ai finanziamenti Prin (i fondi
destinati alla ricerca libera di
base per università e Cnr),
passati dai 50 milioni l'anno
ai 13 milioni per il 2012, compromette il ricambio delle attrezzature. Preoccupato per
lo stato delle cose, Andrea
Lenzi, presidente Cun, ha
detto che proprio in questo
rnornento di crisi bisognerebbe investire nella cultura.
(a.d a.)
Pagina 5
Allarme università: in dieci anni
cinquantamila matricole in meno
Il Consiglio
universitario: tagli
irrazionali. Manca
il patrimonio umano
e finanziario,
diminuiscono
fondi, iscrizioni
e docenti. Crisi alle porte
DA MILANO ENRICO LENII
Università italiana è in
piena crisi e lancia un grido d'aiuto alle autorità e
al mondo della politica impegnato nella campagna elettorale. Negli ultimi dieci anni vi sono state
58mila immatricolati in meno (l'equivalente di un ateneo come l'Università agli Studi di Milano, sottolinea la denuncia). Ma anche il
numero del personale docente e
quello tecnico-amministrativo
hanno subito una flessione consistente, rispettivamente del 27%
e del 7,4%. E a completare questo
drammatico scenario vi è la riduzione del 20% (pari a circa 400 milioni di euro) per il solo 2013 del
Fondo di funzionamento ordinario (Ffo), che si aggiunge al progressivo abbassamento del fondo
stesso a colpi del 5% negli ultimi
tre anni.
sistema universitario - denuncia il
presidente del Cun Andrea Lenzi
- ledono irrimediabilmente la capacità di svolgere le sue funzioni
di base, di formazione e ricerca».
Insomma il sistema universitario
italiano «rischia - secondo il documento del Cun - la paralisi in
tempi stretti». E in effetti i dati diffusi mostrano un sistema in affanno, soprattutto nel confronto
con l'Europa: attualmente l'Italia
investe nell'Università e ricerca
l'l% del Pil, contro l'1,3% della
Germania e della Gran Bretagna,
l'1,4% della Spagna e l'1,5% della
media Ue. «La riduzione del contributo pubblico - denuncia il do-
A dare voce all'allarme è il Consiglio universitario nazionale (Cun),
che ha elaborato una dichiarazione proprio sulle «emergenze del
sistema». «La progressiva e irrazionale riduzione delle risorse finanziarie ed umane destinate al
Università in affanno
IMMATRICOLATI
2003-2004 INEEMEMENEEM 338 . 482
2011-2012 REEMEMEMEM 280.144
-58.000
(-17%)
LAUREATI (su totale 30-34enni)
19%
30%
cumento approvato dal Cun - è
aggravata dalla difficoltà degli atenei di attingere a finanziamenti
esterni in un periodo di crisi economica». Un problema che già negli scorsi mesi era stato sollevato
dalla Conferenza dei rettori (Crui)
Meno iscritti, ma anche meno laureati, anche se, dato positivo, con
una percentuale crescente di percorsi di studio nei tempi regolari.
Al contrario restano sostanzialmente stabili i corsi di studio attivati, che nell'anno accademico
2012/2013 sono complessivamente 4.324, di cui 2.062 triennali, 1.962 specialistica e 300 corsi di
laurea magistrale a ciclo unico.
Note dolenti anche per i dottorati di ricerca che, dal 2007, denuncia ancora il Cun, «è diminuito
progressivamente nel numero
delle borse di studio per il dottorato».
Eppure, commenta il presidente
del Cun, «la ricerca scientifica è
l'unico motore universalmente riconosciuto per l'innovazione e lo
sviluppo, tanto che il resto del
mondo sta investendo in ricerca
nonostante il periodo di profonda
crisi». Preoccupazione per lo stato in cui versa l'Università è espresso anche dalle associazioni
degli studenti universitari, di tutti gli schieramenti, parlando in alcuni casi di «scelta di esclusione
per una parte della società che
non può permettersi di pagare tasse universitarie sempre più alte».
Denunce e proteste, quelle sollevate dalle associazioni universitarie che chiamano a un maggior
impegno proprio al mondo della
politica.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Italia
Media Ue
PROFESSORI
-22% di docenti in sei anni (2006-2012)
Numero studenti per docente
Italia
Media
Ocse
18,7
15,5 t
OFFERTA FORMATIVA
-1.195 corsi di laurea in sei anni (2006-2012)
-6.000 iscritti ai corsi di dottorato rispetto alla media Ue
BORSE DI STUDIO
(aventi diritto coperti dai fondi)
84%
2009
Fonte: Consiglio universitario nazionale
Mondo Universitario
2011
ANSA-CENTIMETRI
Pagina 6
«Troppi laureati non riescono a trovare lavoro»
DA MILANO
La cresciuta difficoltà
dei laureati a inserirsi
nel mondo del lavoro
ha certamente contribuito
alla fuga degli studenti
dall'università. Secondo
Giovanni Lo Storto, vice
direttore generale della
Luiss, alla base del calo
delle immatricolazioni
denunciato ieri dal Cun c'è
un ventaglio di cause e il
tema delle risorse «assolutamente
importante» - non è però
l'unico che andrebbe
affrontato e risolto.
«Le università purtroppo, e
questo è un problema
molto grave, hanno
incrementato a dismisura
negli anni passati, e senza
alcun collegamento con il
mondo del lavoro, l'offerta
di corsi di laurea. Negli
ultimi tempi si è proceduto
a una loro
razionalizzazione, ma resta
il fatto - spiega Lo Storto che nel frattempo sono stati
sfornati migliaia di laureati
in scienza della
comunicazione mentre
resta, per esempio, un
deficit di odontoiatri.
Purtroppo sono tanti i
ragazzi che una volta messa
in tasca la laurea poi non
riescono a trovare lavoro e
dal 2008, con la crisi
Mondo Universitario
II vice direttore della
Luiss : corsi scollegati
dal mondo delle
imprese . E ci vuole
più attenzione
all'orientamento
economica, è aumentato il
numero delle famiglie che
hanno rinunciato a far
proseguire gli studi ai
propri figli vista la carenza
di prospettive».
Cosa fare? Oltre ovviamente
a modellare i corsi di laurea
sulle esigenze del mondo
del lavoro e delle imprese,
Lo Storto ritiene che un
ruolo cruciale potrebbe
svolgerlo l'orientamento.
«Ma non quello che fanno
tanti atenei andando nelle
scuole superiori a
promuovere i loro corsi
come fossero un detersivo,
con operazioni di mero
marketing. Bisogna
informare i ragazzi sugli
sbocchi professionali, su
cosa studieranno,
consentendo loro di fare
scelte davvero consapevoli.
E questo andrebbe fatto
non a ridosso della
Maturità, ma magari al
terzo, quarto anno delle
superiori e non lasciando
che siano soltanto i
dirigenti scolastici a darsi
da fare in questo senso. Si
muovono in questa logica ha osservato Lo Storto - le
nostre Summer school in
cui facciamo frequentare ai
liceali lezioni universitarie,
anche di ingegneria e
medicina».
Sul banco degli imputati il
vice direttore generale della
Luiss mette anche una
sorta di «tappo
generazionale». «Non
esistono soltanto i medici
che fanno un lavoro diverso
da quello per cui hanno
studiato, in Italia è
frequente, soprattutto in
alcuni settori, che siano i
diplomati, entrati nel
mondo del lavoro tanti anni
fa, a svolgere lavori da
laureati bloccando così
l'ingresso di giovani».
Ma quel che servirebbe
davvero al Belpaese, per Lo
Storto, è «una rivoluzione
culturale». «Uno tra i temi
che manca di più in questa
campagna elettorale è
quello dei giovani. Ebbene
bisognerebbe avere il
coraggio di alzare lo
sguardo oltre la siepe
cominciando a mettere i
bambini al centro del
progetto formativo. Solo
così si potrà consegnare
alle nuove generazioni un
futuro migliore».
Pagina 7
s :'in1,e:
11
11
«Meno 17% in 10 anni, come tutta la Statale di Milano»
Spiegato dagli studenti:
«Un'espulsione di massa». Presentato dai professori del Consiglio universitario nazionale
(Cun): «Come fosse scomparso
un ateneo grande quanto la Statale di Milano».
Il dato è che nelle nostre università mancano all'appello cïnquantottomila studenti rispetto a dieci anni fa. E molto altro:
a partire dai finanziamenti. Poi
è in calo il numero dei docenti,
che non vengono più assunti.
Sono pochi i laureati e i dottori
di ricerca. Non soltanto matricole in fuga, l'intero sistema è
al collasso. Il Cun ha raccolto i
numeri della crisi voce per voce
e ieri ha presentato i conti a governo, Parlamento e alle forze
politiche in campagna elettorale.
Si parte dagli iscritti, scesi in
dieci anni da 338 mila a 280 mila, con situazioni diverse a seconda di corsi e atenei. Ma i diciannovenni che rinunciano alla laurea sono sempre di più visto che le iscrizioni sono calate
del 4 per cento in tre anni. E siamo sotto la media europea per
Mondo Universitario
numero di laureati: nella fascia
di età fra i 3o e i 34 anni da noi
hanno il titolo il 19% dei giovani, in Europa il 3o. E continua a
scendere il numero dei professori. Negli ultimi sei anni sono
il 22% in meno. Così, nonostante il calo degli iscritti, il numero medio di studenti per docente in Italia resta alto: 18,7, mentre la media Ocse è 15,5.
Il presidente del Cun, Andrea
Lenzi, presentando il dossier
ha parlato di «progressiva e irrazionale riduzione delle risorse
finanziarie e umane», poi ha
snocciolato i numeri, tutti con
segno meno. Il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) è sceso del 20%: «Moltissimi atenei
a rischio dissesto non possono
programmare né didattica né ricerca, tanti hanno appena i soldi per pagare gli stipendi. E la
crisi colpisce tutti, anche i grandi atenei. Anche se poi cambia
la capacità di attrarre finanziamenti dall'esterno e dall'estero,
ma su alta formazione e ricerca
il Paese deve investire».
Poi il dato sulle borse di studio, ancora tagliate. Se nel 2009
era l'84% degli aventi diritto a
ricevere l'aiuto, nel 2011 la copertura c'è stata soltanto per il
75%. Il commento di Marco Lezzi, nel Consiglio nazionale studenti universitari: «Il sistema
del diritto allo studio è inefficace, soltanto il 1o% degli studenti riceve il sostegno, è per pochi, sempre meno, ed è insufficiente. La borsa di studio arriva
al massimo a cinquemila euro,
e in una città come Milano non
bastano. Ecco perché molti rinunciano». Per la Cgil «in Italia
studiare è sempre più costoso e
non paga. I laureati sono disoccupati quanto i diplomati».
Ma c'è anche una valutazione meno negativa. Arriva dal coordinatore del rapporto Stella
sull'occupazione dei laureati,
Nello Scarabottolo. «Il calo generale degli iscritti è certo ma
bisogna considerare che dieci
anni fa erano appena state introdotte le lauree triennali e
c'era stato un boom di immatricolazioni, ecco perché il calo appare più pesante».
Federica Cavadini
0 RI PRODZI ONE RI SERVITE
Pagina 8
Il confronto
li numero degli stc 'enti immatricolati negli ultimi dieci anni
COSÌ
NELLE REGIONI
2003-2004
338:42
Sardegnr,
Sicilia
Ca'r:bn.
Basilicata
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2011-2012
Puglia
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Marche
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di laurea.
La media Ue
è dei 30%
Friuli Venezia ï;' lia
Veneto
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Mondo Universitario
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Gli immatricolati
persi in 10 anni:
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2008 -2009
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2009 2U 10,
Pagina 9
COME Ait''l:-vzE
I Gi OVANI DI TALENTO
di ANDREA ICIIINO e DANIELE TERLIZZESE
Nonostante il Paese non cresca da
vent'anni e da cinque sia entrato in una
profonda recessione, laurearsi in Italia
ancora conviene rispetto all'alternativa di fermarsi al diploma. Secondo l'Istat, i maschi tra i
3o e i 64 anni guadagnavano il 26% in più dei
diplomati nel 2008 e addirittura il 2906 in più
nel 2011. Per le donne la differenza è inferiore,
ma comunque rilevante (21%). Il beneficio di
una laurea si estende anche alla probabilità di
trovare lavoro: il tasso di occupazione per i laureati è stato pari a circa il gr%o in questi anni,
contro l'86% per i diplomati (le cifre corrispondenti per le donne sono 81% e 67%). Questi
vantaggi non sono solo un ricordo del passato
e valgono anche per le nuove generazioni: se
confrontiamo i giovani laureati e diplomati
che sono entrati da poco nel mondo del lavoro, il vantaggio relativo dei primi sui secondi è
analogo a quello degli adulti, sia in termini di
retribuzione sia di accesso a un lavoro. Al netto dei costi, le stime più attendibili (Cingano e
Cipollone 20og, Banca d'Italia), mostrano che
il rendimento del capitale per laurearsi è circa
pari al 1o%, molto maggiore del rendimento di
un portafoglio medio di azioni e obbligazioni
(3,6%). L'Ocse ottiene stime di poco inferiori.
Perché allora sono calati del 17% gli studenti immatricolati nelle università italiane? Forse
perché conseguire una laurea è un investimento più rischioso che fermarsi al diploma: conviene in media, ma se si è avversi al rischio,
l'incertezza frena l'investimento. Poiché tutti i
dati mostrano che l'avversione al rischio aumenta nelle recessioni, soprattutto ai livelli
più bassi di reddito, questo potrebbe spiegare,
Mondo Universitario
crediamo, il calo delle iscrizioni.
È certamente un danno per il Paese, perché
gli studi universitari oggi non intrapresi avrebbero prodotto un beneficio che invece va perso. Se potessimo ridurne il rischio, o almeno
assicurare chi non vuole correrlo, aumenterebbe il benessere dei cittadini: grazie alla laurea,
avrebbero un futuro migliore.
Sarebbe però sbagliato concludere che la soluzione sia aumentare indiscriminatamente il
numero dei laureati, con borse di studio a fondo perduto, per finanziare l'accesso di qualunque liceale agli atenei di cui oggi dispone il Paese. La nostra stessa Costituzione (art. 34) riserva il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» ai «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». E una qualificazione importante e
spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli. Servono quindi strumenti che
Servono «borse di studio
restituibili» che i migliori studenti
dovranno rendere una volta laureati
assicurino i migliori studenti contro i rischi
dell'investimento in una laurea: li possiamo
chiamare «borse di studio restituibili» che i
giovani di talento dovranno rendere, una volta
laureati, solo se avranno raggiunto un reddito
sufficientemente alto e in proporzione alla parte di reddito che ecceda una certa soglia. Senza
quindi rischi di insolvenza, a differenza di quel
che invece accade per un mutuo. Alcuni di loro
non riusciranno a restituire tutto (e non sarà
un problema), ma il successo della maggior
parte degli altri basterà a rendere l'operazione
finanziariamente sostenibile, proprio perché
la laurea è, in media, un investimento redditizio. Se uno studente grazie alla laurea diventa
un professionista ben pagato, perché non dovrebbe restituire ciò che la collettività gli ha dato per prepararsi a una brillante carriera?
Mettere i migliori studenti nelle condizioni
di scegliere l'università che preferiscono, con
poco rischio, ha anche il vantaggio di affiancare un meccanismo di mercato alle procedure
di valutazione centralizzata dell'Anvur. Può
contribuire a indirizzare maggiori risorse verso le migliori università, quelle che possono
davvero consentire i benefici maggiori. Per
questo bisogna consentire agli atenei che vogliono accogliere questi giovani di aumentare
le rette universitarie e concedere loro completa autonomia per costruire una proposta educativa davvero eccellente.
Rischia invece di essere poco produttivo ammettere oggi, in atenei che spesso arrancano,
molti studenti non adeguatamente addestrati
da una scuola che ha difficoltà a preparare il
terreno su cui l'insegnamento universitario deve seminare. Queste aree di parcheggio, in cui
studenti svogliati attendono un'offerta di lavoro, producono, nella migliore delle ipotesi, il
fenomeno della over-education: giovani che
hanno conseguito titoli di puro valore legale,
per svolgere compiti per i quali basterebbero
qualifiche inferiori. Senza contare poi che aver
aumentato il numero di studenti universitari,
assimilando gli atenei ai licei, ha richiesto la
proliferazione di master e dottorati, che svolgono oggi le funzioni di una laurea del passato, al
costo di tenere forse troppo a lungo i giovani
fuori dal sistema produttivo.
Sembra invece più efficace concentrare le risorse dove meglio possono dare buoni frutti: e
poi con la torta prodotta da quelle risorse potremo redistribuire e finanziare anche il resto.
Pagina 10
Michel Martone: abbiamo solo il 21 per cento dei laureati, mentre l'obiettivo europeo è del 40 per cento
«Tutta colpa di modelli negativi come Corona»
ROMA - Non è sorpreso del calo delle
immatricolazioni all'università (-17% in
lo anni) il viceministro del Lavoro, Michel
Martone, che spesso si è distinto per uscite controcorrente sui giovani.
Perché se l'aspettava?
«Perché da un lato c'è un calo demografico che colpisce in particolare i giovani,
dovuto al fatto che da troppo tempo non
si fanno abbastanza figli, e dunque ci sta
che la diminuzione della fascia di popolazione giovanile abbia conseguenze sul numero di coloro che si iscrivono all'università. Ma questo non basta a spiegare il fenomeno. Dall'altro lato, infatti, esso è un'altra manifestazione del disagio e della scarsa attenzione che c'è nei confronti della
condizione giovanile. É un peccato che
non se ne parli in campagna elettorale».
II governo che cosa ha fatto?
«Partiamo da una situazione strutturale
difficile, perché abbiamo il 21% dei giovaropei di Lisbona dovremmo arrivare al
4o%. Insomma, pochi si iscrivono all'università e troppi vi rimangono troppo a lungo».
E allora perché avete anche alzato le
tasse universitarie?
«Lo abbiamo fatto in particolare sui fuori corso. Chi non ha motivi di lavoro, di
salute o comunque validi per andare fuori
corso, è giusto che paghi di più, perché
con le risorse che si recuperano si possono
-
dal
finanziare più borse di studio».
Insomma il problema sono di nuovo
quelli che lei definì gli «sfigati» che a 28
anni non sono ancora laureati?
«Una parte del problema sono i fuori
corso che considerano l'università un parcheggio perché possono permetterselo.
Dobbiamo scoraggiarli, per aiutare coloro
che vogliono iscriversi e magari hanno bisogno di una borsa di studio».
Ma i fondi per le borse di studio sono
nc
."
SU
diminuiti, denuncia il Consiglio universitario nazionale.
«Per aumentarli bisogna reperire risorse, come ho detto. E comunque non c'è solo un problema economico, ma anche di
modelli culturali sbagliati».
A cosa sì riferisce?
«Si è diffusa l'idea che la laurea sia inutile. Questo non è vero, se si tratta di una
laurea presa nei tempi giusti e con competenze spendibili anche all'estero. Purtroppo si affermano modelli negativi di successo immediato quanto effimero. Mi riferisco anche alle tante copertine su personaggi come Corona».
Molti pero non vanno all'università
perché non possono permetterselo.
«Sì. Ma ci sono anche più di due milioni
di giovani che non lavorano e non studiano. E tra questi anche coloro che inseguono modelli sbagliati invece di prepararsi a
competere sul mercato globale con 4o milioni di lavoratori cinesi, indiani, brasiliani che aspirano al nostro tenore di vita».
Enrico M arro
( RI PRODIIZI ONE RISERVATA
Viceministro
Michel Martone
è professore
universitario
e viceministro
al Lavoro
La polemica
In un convegno
nel 2012 disse che
«dobbiamo dire ai
giovani che se non
sei ancora laureato
a 28 anni, sei uno
sfigato». La frase
suscitò polemiche
Professore Michel Martone,
39 anni, è al governo
dal novembre 2011 (Ansa)
Mondo Universitario
Pagina 11
Il rettore Vago
«Da noi aumentano
Anche oggi i dottori
sono più competltiMM»
«Come fosse scomparsa la Statale di Milano»,
dicono i professori del Cun , che aprono il
dossier sull'emergenza università con il dato
sul calo degli iscritti. E il rettore dell 'ateneo
milanese, per cominciare , chiarisce : «Da noi
le immatricolazioni sono in aumento e non
abbiamo conti in rosso ». Poi, sulla fuga
dall'università, posizione netta: «La laurea
conviene ancora, anche ai tempi della crisi».
Così Gianluca Vago, da tre mesi alla guida
dell'Università degli Studi, un ateneo che
conta appunto 65 mila iscritti e duemila
docenti. «Chi ha una preparazione
universitaria anche oggi ha un vantaggio
competitivo rispetto a un diplomato, la
differenza si vede negli stipendi . Poi resta il
fatto che il tessuto produttivo adesso assorbe
poco e l'investimento può apparire più
rischioso . Per questo si pu ò provare a
modificare l'offerta formativa . Ma l'obiettivo
resta sempre quello di aumentare il numero
4
di laureati e avvicinarsi
alla media europea». La
Statale quest'anno ha
superato i tredicimila
iscritti, nel 2002 erano
ti
poco più di dodicimila le
matricole . La crisi non
colpisce tutti nella stessa
misura. Il dato cambia
Gianluca Vago
per facoltà, per corso. «E
per area geografica, il
territorio incide. Gli atenei del Centro-Sud
risultano più in difficoltà». Mancano risorse a
tutti gli atenei, ma alcuni riescono più di altri
a ottenerne dall'estero e dalle imprese. «La
compressione del Fondo di finanziamento
ordinario mette tutte le università in
difficoltà, anche noi, anche se non siamo in
rosso, abbiamo un piccolo avanzo che andrà
alla ricerca. Ed è vero che noi riusciamo ad
accedere ai fondi di ricerca della Comunità
europea e abbiamo maggiori opportunità di
collaborare con partner privati, fondazioni e
imprese. Gli atenei di Milano e Lombardia
sono meno svantaggiate>. Resta il dato
negativo delle borse di studio ancora in calo.
«Per il diritto allo studio il taglio è stato
drastico. Alcuni atenei dovranno alzare le
tasse, noi quest'anno non lo abbiamo fatto.
Per adesso rimoduliamo le fasce di reddito».
f/ ,
,,
F. C.
P RIPRODUZIONE RISERVATA
Mondo Universitario
Pagina 12
E gli atenei adesso incubano le giovani aziende
Parte Speed Mi Up, ideato da Bocconi e Comune di Milano
Le Università si danno da fare per `accelerare' la
nascita di nuove imprese. Questa settimana ha
visto la luce Speed Mi Up, ideato da Bocconi,
Camera di Commercio e Comune di Milano, un
incubatore per 20 start up e 4o professionisti.
Fino al 29 marzo imprenditori under 35
potranno presentare la candidatura al bando
per cinque imprese (w.speedmiup.it). Alla
fine di febbraio partirà poi Enlabs dell'ateneo
Mondo Universitario
romano Luiss, che permetterà alle idee
innovative di trasformarsi in iniziative
economiche di successo (.luiss.it). Infine
anche la Ca' Foscari di Venezia ha dato vita
insieme a H-Farm a Contamination Lab, luogo
fisico e piattaforma digitale, a metà tra il
laboratorio universitario e l'incubatore.
Irene Consigliere
C RIPRODUZIONE RISERVATA
Pagina 13
La scimmia da volto
umano
Una nuova specie.
Che ci assomiglia
più di ogni altra.
L'ha scoperta una
scienziata Usa nel
cuore del Congo.
Ecco il suo racconto
DI GIOVANNI SABATO
Q
uando si dice una bella scoperta,
da tutti i punti di vista. È bella
Lesula, la nuova scimmia scoperta nel cuore geografico della
Repubblica Democratica del
Congo, in una delle ultime aree del pianeta
che ancora oggi possono davvero dirsi
inesplorate. La vedete qui a fianco: grandi
occhi nocciola, nasino caucasico. A dimostrare esteticamente come tutti i primati
siano la declinazione, con poche diferenze,
dello stesso genoma. Non solo: un nuovo
primate è una faccenda eccezionale. Solo
in un'area così remota, in un fazzoletto
grande come il Lazio (17 mila chilometri
quadrati) perso tra le sterminate foreste
senza strade trai fiumi Lomami eTshuapa,
poteva nascondersi sconosciuto un cugino
così vistoso, che con il suo sguardo e i suoi
colori ha conquistato le cover scientifiche
di tutto il mondo.
Ma questa è una bella scoperta anche
per il modo in cui è stata fatta. I primatologi statunitensi Terese e John Hart, che
da decenni battono il Congo per esplorare fauna e flora, non l'hanno trovata nel
corso di un'avventurosa spedizione nel
folto della foresta, ma a casa del direttore
di una scuola nella cittadina di Opala,che
con 15 mila abitantièl'affollatocapoluogo della regione. Era proprio in giardino,
a fare da animale da compagnia alla figlia
del preside: l'aveva ricevuta in dono,
ancora cucciola, da un familiare che ave-
Mondo Universitario
va ucciso la madre per venderla come
carne alimentare. «Si era affezionata alla
bimba e giocava con i cani e le capre»,
racconta Terese Hart.
La nuova specie, insomma, è stata una
scoperta per i] resto del mondo - e per gli
scienziati della Lukuru Wildlife Research
Foundation, un ente di ricerca naturalistica congolese che ha collaborato con i
primatologi americani - ma era ben nota
agli abitanti della zona. «Parlando con i
cacciatori, ci siamo resi conto che la conoscevano benissimo», ci racconta Hart. Col
senno di poi sembra difficile capire come
un animale così vistoso possa finora essere
sfuggito. «Gli abitanti sono pochi e viaggiano dirado », spiega ancorala scienziata:
«Le scimmie che escono da quest'area
sono quelle vendute dai cacciatori ai due
grandi mercati di carne della regione, Kisangani and Kindu. Ma sono lontani,
perciò le carcasse vengono affumicate e
non sono facili da distinguere dagli altri
cercopitechi». Lesula è infatti un cercopiteco, molto simile a un altro che vive nella
regione, in un'area separata però da due
grandi fiumi: Cercopithecus hamlyni.
L'incontro casuale con la scimmia dal
Pagina 14
acquistate nei villaggi, stando
bene attenti a non mostrarci
troppo interessati e non comprarle mai tutte per non incentivare la caccia. E infine abbiamo iniziato a osservarle dal
vivo in natura, mentre ci sfrecciavano fugaci davanti ogni
volta che cercavamo di avvicinarci. Sono molto timide e,
cosa insolita, si muovono per
lo più a terra», racconta Hart.
Perle analisi il team ha chiamato a raccolta esperti di ogni genere:
primatologi e genetisti della New York
University, antropologi dalla Florida,
morfologi da Yale, e un audiologo per
confrontare le esplosioni di grida che i
cercopitechi emettono in coro al sorgere
del sole. La conclusione, presentata infine
su "Plos One", non lascia dubbi: è una
specie a sé stante, che dal fiume Lomami
ha preso il nome Cercopithecus lomamiensis. Lo dice il Dna. Lo dicono i profili acustici delle grida, i dettagli del cranio
come le orbite degli occhi e alcuni denti. E,
a noi profani lo dice soprattutto l'aspetto.
TERESE HART. SOPRA: LA NUOVA SCIMMIA TANZANA
LOPHOCEBUS KIPUNJI. A SINISTRA: LESULA
(CERCOPITHECUS LOMAMIENSIS)
volto umano i coniugi Hart lo hanno
avuto nel 2007, ma solo oggi annunciano
la scoperta. Perché quella che giocava nel
giardino del preside era una giovane
femmina. «I giovani ingannano, possono
avere un aspetto diverso dagli adulti»,
spiega Hart: «E una nuova scimmia non
è cosa di tutti i giorni». Solo un'altra è
stata scoperta in Africa negli ultimi 28
anni, la Kipunji della Tanzania. E un'altra
ancora è stata trovata a Myanmar nel
2010, Rhinopithecus strykeri, anch'essa
ben nota agli autoctoni perché è facilissimo vederla quando piove: ha le narici
all'insù, e deve trascorrere le giornate
piovose rannicchiata sotto qualche pianta con la testa fra le gambe, per evitare
che l'acqua entri nel naso e la faccia
starnutire. «Per questo prima di dare la
notizia abbiamo aspettato di vederla
crescere. E abbiamo battuto la foresta per
cercarne altre e per capire diffusione e
abitudini. Abbiamo raccolto le carcasse
uccise da leopardi e aquile. Ne abbiamo
Mondo Universitario
Non è un caso che, mentre in Lesula ci
piace vedere fattezze umane, la sua simile hamlyni, di uno spento grigio-nero, sia
nota come "scimmia dalla faccia digufo".
Decisamente più vivace, Lesula ha un
mantello screziato biondo e bruno, con
chiazze e righe che vanno dal rossastro al
camoscio, dal crema al nero. I maschi di
entrambe le specie hanno genitali e natiche di un brillante azzurro. Tutto ciò negli
adulti, mentre i giovani sono molto meno
vistosi, più chiari e uniformi.
Curiosità a parte, il ritrovamento è
importante su vari fronti. «La scoperta di
un nuovo primate è rara e aiuta a capire
le relazioni tra le specie e l'evoluzione di
caratteri e comportamenti cruciali. Nel
nostro caso, nessuno si aspettava di trovare una specie sorella di Hamlyni. E il
fatto che sia terrestre farà quasi certamente riconsiderare l'origine dell'andatura a
terra in queste scimmie», spiega Hart. Ma
soprattutto Lesula è un ulteriore testimone, e un eccellente testimonial, della necessità di salvaguardare quest'area unica
che sono le foreste equatoriali africane.
Da anni si attende l'istituzione dì un
parco protetto (vedi box). Qui le scimmie
le mangiano e la loro carne costa meno di
quella bovina, soprattutto per questo sono
a rischio. Lesula è già stata classificata nella
Lista rossa delle specie minacciate, stilata
dall'Unione mondiale per la conservazione
della natura: è "vulnerabile" al terzo dei
sette gradini che vanno da "non minacciato" a "estinto". «Possiamo immaginare
10-11 mila esemplari di questa scimmia»,
spiega Hart: «La regione è remota e disabitata e per ora non è minacciata da miniere
o disboscamento. Il pericolo sono i cacciatori: stringono Lesula in una morsa da nord,
da sud, da est e da ovest, in un'area ristretta
da barriere invalicabili, i due grandi fiumi e
la savana». Le stesse barriere che probabilmente, isolandola, l'hanno fatta evolvere
come specie a se stante, potrebbero ora
decretarne la fine. ■
Un parco in attesa
Quando gli Hart , dopo anni in altre zone del Congo , hanno iniziato a lavorare qui nel
bacino detto TL2, dai fiumi Tshuapa , Lomami and Lualaba , questa era l'area più ignota
del Paese. Una parte non era mai stata esplorata biologicamente . Dal 2007 a oggi sono
state osservate molte specie rarissime , parecchie della quali endemiche : il bonobo (il
cugino congolese dello scimpanzé ), la giraffa della foresta pluviale , l'okapi ( un parente
della giraffa di aspetto simile a una zebra) e il raro pavone del Congo . Sono state
scoperte nuove piante . E l'ipotesi è che ci siano diversi nuovi primati . Anche se gli
scienziati chiariscono che, una volta avvistati , serve molto lavoro per chiarire se siano
nuove specie , varietà di specie già note , o ibridi.
Grazie agli sforzi dei coniugi Hart , della Lukuru Foundation congolese , e di altri team
come la Canadian Ape Alliance , che hanno rivelato lo straordinario patrimonio di
biodiversità nascosto tra queste foreste , sono partite le iniziative per dichiarare la zona
parco nazionale . A fine 2011 i governatori delle due province interessate ne hanno
approvato l'istituzione , e ora si attende la decisione finale del presidente . « Il mondo
ha la rara occasione di salvaguardare e proteggere dallo sviluppo un habitat naturale
che è ancora oggi pressoché intatto », ha dichiarato il fondatore della Canadian Ape
Alliance , Kerry Bowman.
Pagina 15
MENO ISCRITTI, PIO QUALI TA
Atenei, scappano in 60 míla
Era ora: meglio poch i ebuoni
d i Giuseppe De Bellis
Cala il numero degli iscritti all'università. Finalmente.
Forse avete già sentito ipianti di un sacco di gente, dipolitici, professori, studenti che dicono no, questa è tutt'altro
che una buona notizia. L'hanno chiamato (...)
segue a pagina 16
ilv
-Ticrna,lz ;v
'
Mondo Universitario
T R1ILAONTI E ScRSwNI
lIT€ SUIBOTTINO
Pagina 16
®
I
l commento
ERA ORA, VINCE LA L.CA. -,-- «POCHI MA B UO I»
dalla prima pŒina
(...) allarme, emergenza, paura, disastro. È lo strabismo dell'educazione, la
depravazione dell'egualitarismo, è il
pianto dei fanatici dell'università per
tutti e l'università a tutti: quasi 60mila
iscritti in meno negli ultimi anni
possono voler dire un mucchio di cose.
Una di queste è quella che tutti coloro i
quali piangono non vogliono vedere:
l'anomalia dell'università italiana era
(ed è ancora) il sovrannumero degli
studenti. Troppi giovani iscritti solo
perché non sanno che fare. Gli
atenei-parcheggio, abbiamo imparato
a chiamarli. Posti nei quali passare
quattro, cinque, a volte dieci anni
senza magari arrivare neppure alla
laurea. Lo dice un dato elementare: le
iscrizioni calano, ma i ragazzi che
arrivano alla fine in tempo aumentano.
Nel 2001 erano il 10%, oggi sono il 39%.
Niente niente che a rinunciare a
iscriversi siano quelli che non sono
motivati?
sminuire il valore dell'intera università
italiana. È esattamente quello che è
successo. L'egualitarismo ha distrutto
la qualità. Ora che hanno tagliato
centinaia di corsi inutili, cala anche il
numero degli studenti inutili.
Prenderanno questi numeri per dire
che è la sconfitta dell'Italia: è il
contrario. Un Paese perde di più se
ingolfa le proprie università di gente
che non sa che cosa fare e quindi fa
finta di studiare. Il resto viene dopo:
chiedete a un laureato che finisce a
lavorare in un call center se si ricorda
delle centinaia di amici e conoscenti
che vedeva di sfuggita in ateneo a far
nulla. Poi chiedetegli se è felice o no
che le università si svuotino di
scansafatiche.
Questi dati non sono preoccupanti,
no. Sono confortanti. Ci spingono più
vicini agli altri Paesi civili. Così come il
fatto che alcune facoltà perdono più di
altre. Per esempio: Lettere e Filosofia
ha avuto un'emorragia di 25mila
studenti. È il mercato: se offri meno
sbocchi professionali sei meno
appetibile. Finalmente. Invece no:
anche qui un sacco di allarmi. I numeri
che ci devono spaventare sono altri: le
lauree che sono sempre troppo poche
rispetto agli iscritti (nonostante il
calo), la scarsa considerazione che la
nostra istruzione universitaria ha nel
mondo. Ecco, per migliorare ci sono
molte strade e una è pregare che
continui quello per cui tutti piangono:
il calo degli iscritti. A non andare
all'università saranno quelli meno
motivati. Così chiuderanno altri corsi
inutili, così andranno a casa molti
professori inutili. E l'università sarà
per chi la vuole davvero, chi la merita
davvero, chi la sopporta davvero.
L'evoluzione della specie, l'evoluzione
dello studio, l'evoluzione della società,
l'evoluzione di un Paese.
Giuseppe De Bellis
Il diritto allo studio è una cosa
meravigliosa, ma è quanto di più
demagogico ci sia. L'università per
tutti è un ossimoro. Non esiste in alcun
Paese civile. Perché dovrebbe esserci
da noi? Soprattutto: perché c'è stata?
Abbiamo moltiplicato gli atenei perché
diventavano l'ennesimo luogo per
alimentare le clientele pubbliche e
private, abbiamo aumentato a
dismisura i corsi cosicché si
aumentassero anche i posti per i
professori.
Il risultato è stato l'impoverimento
della preparazione di docenti e
studenti. Ci sono eccellenze che
faticano a imporsi, e sapete perché?
Perché ci sono troppe università. Che
senso ha avere un ateneo in ogni
provincia? Serve solo a disincentivare i
migliori a scegliere le università
migliori e, quindi, alla lunga, a
Mondo Universitario
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_"_-t ..'
In dieci anni crollo delle matricole
«Scomparsi» 6Omila studenti
è come cancellare un ateneo
Il «pezzo di carta» perde attrattiva. 4 crollare soprattutto le facoltà
umanistiche, più affollate da eterni fuori corso: Lettere e Filosofia e Legge
l'inchiesta
di Giuliana De Vivo
n tempo la si attaccava
alla parete a fare bella
mostra di sé, magari dietro una promettente scrivania.
Oggi è chiaro che di scrivanie
ne sono rimaste poche, le promesse sembrano destinate arimanere tali, e alvalore della laurea non ci crede più nessuno.
Passi per quelle conseguite al
termine di uno deinumerosissimicorsi, magaritriennali, ideati negli ultimi anni e sulla cui
dubbia spendibilitànelmondo
del lavoro si è spesso discusso:
ilpunto vero è che a perdere appeal sono anche e soprattutto
quelle facoltà da sempre circon-
Anche chi studia pensa
che non sia sufficiente
a trovare un impiego
date daun' aura diprestigio. Lettere e filosofia, matematica, architettura,
giurisprudenza,
scienze politiche: nel calo generale degli iscritti alle università
italiane sono proprio queste a
registrare una vera e propria
emorragia di studenti. Addio sogni di carriera nelle case editri-
Mondo Universitario
ci, scoperte da premio Nobel,
progetti di grattacieli con le archistar. Niente grandi studi legali internazionali né vite consumate viaggiando da un'ambasciata all'altra: il «pezzo di
carta», per nobile che sia, non
serve comunque, non è più un
ticket con accesso diretto a stipendio e pensione.
La sfiducia la raccontano i numeri: guardando agli ultimi
quattro anni accademici, dal
2008 ad oggi il totale degli studenti negli atenei italiani è passato da 1.812261 a 1.751192 (dati Miur): un calo di oltre 61mila
persone, più dell'equivalente
di un intero ateneo. Ci si iscrive
epoco dopo simolla, nella consap evolezza chela laurea da sola non sia più sufficiente a trovare unimpiego (lo ritiene, secondo un'indagine del gruppo San
Pellegrino, il 56 per cento degli
intervistati) e che le università
italiane siano poco incisive nel
favorire l'incontro tra domanda e offerta (come dichiara il 19
per cento del campione di studenti). Oppure i chiostri accademici si evita proprio di varcarli: in dieci anni, ha denunciato
ieri il Consiglio universitario nazionale, gli immatricolati sono
scesi del 17 per cento, passando dagli oltre 338mila dell'anno 2003/2004 ai circa 280rnila
del 2011/2012. Meno 58mila
nuovi iscritti, come l'intero ateneo Statale di Milano. La tendenzaè consolidata, confermata da uno studio di Almalaurea
dello scorso anno secondo cui
meno di un 19enne su tre comincia un corso universitario,
mentre aumenta, tra coloro
che ancora ci provano, la percentuale dei «poco motivati»,
che passa dal 10 per cento del
2004 al 14 per cento di oggi.
Il primato spetta a lettere e filosofia che registra oltre 25rnila
studenti in meno in quattro anni: quasi la metà della perdita
complessiva. Crolla pure il mito dell'avvocato: gli aspiranti
principi del foro sono 7965 in
meno del2008. Evanno male altre due facoltà fino a un decennio fa frequentatissime: scienze politiche perde oltre 8mila
studenti, architetturap oco meno di 7mila. Resistono quelle
che ancora assicurano guadagni, come medicina e ingegneria, ma tra le scientifiche persi-
no a matematica e fisica, che
certo nell'immaginario comune non è proprio il covo dei
«bamboccioni», gli studenti di
oggi sono 3812 in meno che
quattro anni fa.
Il tutto in un Paese, il nostro, già
ben al di sotto della media Ocse
dilaureati: siamo al34esimo posto su 36. Le percentuali si alzano invece su fuori corso e «parcheggiati» all'università: il 33,6
percento non arriva a discutere
la tesi entro i tempi prefissati,
mentre il 17,3 per cento pur pagando letasse ha sempre lo stesso numero di esami sostenuti
sul libretto.
Pur essendo calato il numero
dei discenti, il rapporto tra questi e i docenti è sempre di 18,7 a
uno, contro la media Ocse è di
15,5. Scendono anchei dottoratidiricerca, lametà dei quali sono senzaborsa di studio.Insomma, l'Università italiana fa acqua da tutte le parti, con buona
pace del «bollino di qualità» del
ministro Profumo per valutare
atenei, sedi e corsi.
Pagina 18
Lettere
e Filosofia
---------------------------------
Giurisprudenza
Architettura
-
-•------------------
:
--
--
r
scienze
politiche
---------------
•
•
mm
L
i.
rM E
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I soli corsi a tenere sono
Medicina e Ingegneria
In crescita Chimica
Mondo Universitario
Pagina 19
FUGA DALL'UNIVERSITÀ
FUGA DALLA SPERANZA
di Marco Politi
mplode l'università nella nazione che ha
Iinventato
gli atenei. Cinquantottomila stu-
denti, quasi un quinto della popolazione universitaria italiana, sono "spariti" nell'ultimo
decennio. In sei anni è scomparso anche il 22
per cento dei professori. E come se l'Italia
scoprisse che non c'è più la Statale di Milano.
Non ci facciamo nessuna illusione. La notizia
non durerà più di ventiquattr'ore, sepolta dalle buffonerie di Berlusconi, gli oracoli sussiegosi di Monti, i borbottii di Bersani su chi
deve apparire in Tv, le farneticazioni di Maroni sul bottino fiscale, le urla di Grillo, le
sparate di Ingroia. È come se la classe dirigente
- ma cosa dirige? - di questo Paese avesse
deciso di chiudere gli occhi dinanzi alla desertificazione sistematica delle prospettive per
le sue nuove generazioni. L'ascensore sociale
si è rotto. Ne parla qualcuno in campagna
elettorale? Il precariato spietato taglia le prospettive di un futuro lavorativo, che abbia respiro. E ora la fuga crescente dalle università
rivela che decine di migliaia di giovani non
credono nemmeno allo studio come strumento per procurarsi
lavoro, promozione sociale, felicità
individuale. Fuggono questi giovani e hanno ragione.
Una volta laureati
non trovano sbocco e se vogliono accettare
qualsiasi
mestiere, le aziende li rifiutano perché "al di sopra"
dei requisiti richiesti. L'Italia dei giovani è in un tunnel e sulla
scena politica affollata di discussioni vacue
non c'è nessuno con il coraggio di indicare un
New Deal, una nuova frontiera, un programma che rovesci le tavole del declino strutturale. È indubbio che l'università italiana - ingolfata da troppe sedi nate per ambizioni locali, troppi corsi di laurea fantasiosi e aspiranti
docenti - avesse bisogno di una razionalizzazione. Ma qui è in corso un fenomeno diverso. L'impoverirsi culturale di un intero
Paese e la perdita di energie intellettuali, che
sono vitali anche per la produzione e l'innovazione. Un collasso catastrofico. Già oggi l'Italia è sotto la media dell'Ocse per numero di
laureati (al 34esimo posto su 36 paesi!) e i
dottorati sono sotto la media dell'Unione europea. Povertà materiale più povertà intellettuale: una recessione perfetta.
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Mondo Universitario
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IVANO D I O NI G I
II rettore di Bologna : " É una Caporetto
Per anni ignorato il diritto allo studio"
a caporetto dell'università italiana.
LA commentare le statistiche pubblicate ieri e che vogliono un calo di 58
mila iscritti in meno in dieci anni, per un
calo complessivo del 17%, è Ivano Dionigi, rettore dell'antica Università di Bologna, il primo Ateneo del mondo Occidentale dice la storia. Il dato è allarmante e spaventa primo fra tutti le istituzioni. A calare sono i professori e gli
immatricolati, ma anche il numero dei
dottorandi insieme alle borse di studio
che vengono erogate: "Il documento spiega Dionigi - non coinvolge l'Alma
Mater, ma questo non attenua la preoccupazione e l'allarme per lo scenario nazionale. Il rilevante calo complessivo degli studenti ha una causa e un effetto". Ci
sono responsabilità ricorda il rettore, e
questo è il momento per dare un nome
cognome ai problemi che hanno fatto sì
che l'Italia degli studenti si riducesse in
Mondo Universitario
queste condizioni. "La causa è la
mancata politica
del diritto allo
studio e l'effetto
è il progressivo
deperimento culturale e civile del Paese".
Diminuiscono gli iscritti e i ragazzi che
decidono di iscriversi all'università per
avere una laurea, ma quella che sembra
una vera e propria disfatta dell'università coinvolge non solo le matricole, ma
anche i professori. "Quanto al calo altrettanto rilevante del numero dei docenti - ci tiene a sottolineare il rettore
Dionigi, preoccupato nei toni e nelle
considerazioni - o si toglie il vincolo del
20% del turnover imposto dalla spending review o sarà la Caporetto dell'università pubblica. Se qualcosa non cambia il problema continuerà ad aggravar-
si, noi rappresentanti istituzionali dobbiamo essere allarmati per questa situazione. È l'unico modo per avere una soluzione". Ivano Dionigi , è fermo e deciso
nelle sue dichiarazioni forte dei risultati
del suo ateneo , dove il calo invece non è
stato registrato : "L'Alma Mater registra
con soddisfazione un incremento delle
immatricolazioni dell'1% nell'arco dell'ultimo triennio e del 6 % nell'arco degli
ultimi 5 anni e addirittura l'aumento, a
carico dell' Ateneo , del 10 % dei fondi destinati al diritto allo studio". E lo stesso
vale per gli insegnanti : "Il calo del corpo
docente è stato contenuto rispetto al dato nazionale, ovvero 100 unità in meno
in 3 anni pari ad una flessione del 3,4%".
In termini assoluti si è passati da 2.942
docenti nel 2010 a 2.842 nel 2012". Buoni risultati che vengono direttamente
dall'Università di Bologna, ma che sono
una tiepida conquista se paragonati con
la tendenza generale del paese . E di fronte alla disfatta , qualcuno deve prendere
in roano la situazione perché noti la situazione non precipiti ancora.
e.liu.
Pagina 21
2012 , deserto u niversità:
persi 58 m ila studenti
CROLLANO GLI ISCRITTI NEGLI ATENEI ITALIANI: IN DIECI ANNI
Ê COME SE FOSSE SCOMPARSA L'INTERA STATALE DI MILANO
Q
uasi il 77% degli italiani si rivolge ad un
intermediario già
conosciuto per tro-
vare un lavoro: amici, parenti,
sindacati. Le tasse aumentano e
le borse di studio calano, così
come le opportunità d'impiego.
Perché allora scegliere l'università?
In dieci anni se lo sono chiesto
molti ragazzi che hanno rinunciato a salire su un'ascensore sociale basato sul merito (o alme-
Nel 2009
le borse di studio
nazionali coprivano
1'84% degli aventi
diritto, nel 2011
appena il 75%
no che dovrebbe esserlo) e l'Italia ha perso 58 mila studenti,
pari all'intero numero di iscritti
all'Università Statale di Milano.
Il dato è stato diffuso dal Consiglio universitario nazionale e
non è l'unico a far parlare di
"emergenza nazionale" visto
che il segno negativo compare
anche accanto alle voci laureati,
dottorati, docenti e, naturalmente, fondi. L'ateneo di Bologna, unico in controtendenza,
Mondo Universitario
ha registrato un incremento
delle immatricolazioni dell'l%
nell'arco dell'ultimo triennio,
del 6% nell'arco degli ultimi
cinque anni e addirittura l'aumento, a carico dell'Ateneo, del
10% dei fondi destinati al diritto
allo studio. Ma non basta a dipingere un quadro rassicurante. Il calo delle immatricolazioni riguarda la gran parte degli
atenei e la verità è che ai diciannovenni, il cui numero è rimasto stabile negli ultimi 5 anni, la
laurea interessa sempre meno:
le iscrizioni sono calate del 4%
in tre anni, passando dal 51%
nel 2007-2008 al 47% nel
2010-2011. Non va meglio sul
fronte dei laureati: l'Italia è largamente al di sotto della media
Ocse (34° posto su 36 Paesi) e
soltanto il 19% dei trentenni
possiede una laurea contro il
30% in Europa. Il 33,6 % degli
iscritti è fuori corso e il 17,3%
non fa esami. Al calo dei laureati
contribuisce anche la diminuzione delle risorse per finanziare le borse di studio: nel 2009 i
fondi
nazionali
coprivano
l'84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%.
MA L'EMORRAGIA non è solo
di studenti. In soli sei anni
(2006-2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%. Nei
prossimi tre si prevede un ulteriore calo degli insegnanti di
ruolo. Contro una media Ocse
di 15,5 studenti per docente, in
Italia la media è di 18,7 (inclu-
dendo sia gli strutturati che
quelli a contratto). Per non parlare dei soldi: dal 2001 al 2009 il
Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) è rimasto stabile, per
poi scendere del 5%o ogni anno,
con un calo complessivo che per
il 2013 si annuncia prossimo al
20%. La tagliola Gelmini-Tremonti ha colpito orizzontalmente l'università pubblica con
la Finanziaria del 2008. E su
queste basi, in assenza di un
qualsiasi piano pluriennale di finanziamento, moltissimi atenei
a rischio dissesto non possono
programmare la didattica nè le
capacità di ricerca.
ALLARME lanciato anche dai
rettori: "Il taglio di 400 milioni
di euro al Fondo di finanziamento ordinario per l'anno
2013 provocherà - avevano avvertito a dicembre - una situazione di crisi gravissima e irreversibile per il sistema universitario italiano".
La denuncia del Cun ha trovato
una sponda nelle associazioni
studentesche. "Vogliamo ricordare che le tasse universitarie
sono raddoppiate in appena
dieci anni e sia il sistema universitario sia il diritto allo studio
pesano sempre più sulle spalle
degli studenti" ha osservato l'Udu e Link ha denunciato la "totale assenza di soluzioni ai problemi dell'Università italiana all'interno del dibattito elettorale
attualmente in corso". Il Partito
democratico è l'unico ad aver
promesso che il primo provvedimento al governo riguarderà
il diritto allo studio, ma per ora
resta il fatto, conce ha sottolineato il presidente del Cun, Andrea
Lenzi, che "la costante, progressiva e irrazionale riduzione delle
risorse finanziarie e umane destinate al sistema universitario
ne lede irrimediabilmente la capacità di svolgere le funzioni di
base, di formazione e ricerca".
C.P.
La statale di Milano . In basso, il rettore Ivano Dionigi Ansa
Pagina 22
GLI IMMATRICOLATI in dieci anni sono
scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144
(2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Ma a rischio non è solo l'università, anche la ricerca: a forte rischio
obsolescenza le attrezzature dei laboratori
perla decurtazione dei fondi: anche i finanziamenti Prin, cioè i fondi destinati alla ri-
cerca libera di base perle università e il Cnr,
subiscono tagli costanti: si è passati da una
media di 50 milioni all'anno ai 13 milioni
per il 2012. Dai 100 milioni assegnati nel
2008-2009 a progetti biennali si è passati
a 170 milioni per il biennio 2010-2011 ma
per progetti triennali, per giungere a meno
di 40 milioni nel 2012.
Il blocco del turn
over ha causato
il 22% di docenti
in meno
Mondo Universitario
Pagina 23
RAPPORTO CUN
Docenfl
al minimo
storico
Docenti universitari verso il minimo storico. Tra i
tagli dei finanziamenti che
arrivano da Roma (Ffo), le
assunzioni bloccate e i vincoli legislativi sul reclutamento, per il personale
docente si parla di un vera
emorragia. Negli ultimi sei
anni, come rileva uno studio del Consiglio universitario nazionale (Cun) su
quelle che definisce «le
emergenze del sistema»,
il numero complessivo
dei prof si è ridotto di oltre il 20%. E le cose non
sono destinate a migliorare nell'immediato futuro,
seppure attualmente in
corso le prime selezioni
per la nuova abilitazione
nazionale stabilita dalla
riforma universitaria. Terminate quest'ultime (non
prima di luglio), spetterà
infatti ai singoli atenei effettuare le selezioni sugli
idonei non prima di avere
calcolato i recenti vincoli normativi stabiliti dal
decreto legislativo 49112
che ha fissato un tetto
alla spesa per il personale e all'indebitamento in
percentuale alle entrate,
rispettivamente all'80 e al
10%. A subirne le dirette
conseguenze sono stati
anche i corsi di laurea,
diminuiti di oltre 1.000
sempre negli ultimi sei
Mondo Universitario
anni. E se tale riduzione
inizialmente è stata dovuta ad azioni di razionalizzazione adottate dagli
atenei e indicate dal Cun,
ora è invece imputata proprio alla pesante riduzione numerica del personale
docente. Ancora di segno
costantemente negativo
dal 2001 al 2009, poi, il
Fondo di finanziamento
ordinario (Ffo) che il Cun
ha calcolato in termini reali aggiustati sull'inflazione. L'Ffo infatti è rimasto
quasi stabile dal 2001 sino
al 2009, per poi scendere
del 5% ogni anno, con un
calo complessivo che per
il 2013 si annuncia prossimo al 20%. Su queste
basi e in assenza di un
qualsiasi piano pluriennale di finanziamento
moltissime università, a
rischio di dissesto, non
possono programmare
la didattica né le capacità di ricerca. Insomma,
denuncia Andrea Lenzi
presidente del Cun, questa «costante, progressiva
ed irrazionale riduzione
delle risorse finanziarie
ed umane destinate al
sistema universitario ne
ledono irrimediabilmente
la capacità di svolgere le
sue funzioni di base, di
formazione e ricerca».
Pagina 24
Università devastata
di DAVIDE GIACALONE
L'università italiana viaggia in retromarcia, registrando un continuo calo
delle immatricolazioni (...)
segue a pagina 19
I
Mondo Universitario
IL G!ALLO DELLA SANCA
COMPRATA TRE VOLTE
Pagina 25
Per ripartire serve più meritocrazia
Atenei pessimi e del tutto inutili
Solo la sinistra riesce a difenderli
segue dalla prima
DAVIDE GIACALONE
(...) (-17%a in dieci anni, 50.000 studenti in meno).
Colpa del calo demografico? Niente affatto: colpa
della dequalificazione degli studi e della loro percepita inutilità. Da qui un apparente paradosso:
abbiamo l'università meno selettiva, diamo la
promozione anche a chi considera il congiuntivo
una malattia oculare, ma abbiamo un numero
bassissimo di laureati (19% fra i 30 e i 34 anni,
contro il 30% della media europea, siamo al posto 34 su36 paesi Ocse). Capita perché se la laurea
non consente l'accesso al mondo del lavoro e
non promette di guadagnare assai più degli altri,
finisce con l'essere un pezzo di carta, ed è ragionevole che i feticisti del titolo non siano numerosi.
Le cattedre sono feudi i cui signorotti non producono cultura (ne abbiamo di bravissimi, ma
sono osteggiata minoranza). La spesa è quasi
tutta corrente.
L'opacità totale. Molte università, nel mondo,
pubblicano i risultati ottenuti da ciascun professore e i redditi poi raggiunti dai loro studenti.
Noi: zero. Non solo il calo demografico non
c'entra nulla, ma dovrebbe essere largamente
compensato dall'afflusso di studenti dall'estero,
se solo trovassero qualità. Invece ciò accade solo
in pochi atenei. Semmai il flusso è opposto: i nostri giovani più premettenti prendono la valigia,
cosi riproducendo una selezione per censo. Dato
che l'istruzione costa, nel mondo. Da noi no, le
tasse sono basse e per il resto si prendono i soldi
dalla fiscali tà generale, sicché i poveri finanziano
i ricchi. Così perdiamo terreno non solo sulla
Mondo Universitario
frontiera tecnologica, ma anche in arti dove dovremmo dominare.
Per spezzare il maleficio ci vogliono iniezioni
massicce di meritocrazia. Perché funzionino fra i
banchi è necessario che partano dalle cattedre.
Molti di quelli che le occupano dicono: abbiamo vinto un concorso. Risposte:
a. non sempre è vero; b. chi se ne frega.
Brutale? Può darsi, ma l'interesse da tutelare è
quello degli studenti, non quello di chi pretende
la sicurezza del posto in un mondo che può funzionare solo a condizione di non dare sicurezza a
nessuno. Se sei bravo produci scientificamente e
sai forviare chi frequentai tuoi corsi. Non devi dimostrarlo una volta nella vita, ma ogni giorno.
Troppo faticoso? Avanti un altro.
Stesso discorso per i finanziamenti: i soldi vadano dove rendono. Una cattedra, un ateneo,
una sede distaccata che non producono cultura
sono un doppio spreco, che non va finanziato.
Basta dire queste cose e trovi una pletora di dipendenti universitari che salgono sul tetto e occupano le sedi.
Ricordo ancora il ghigno soddisfatto di un Bersani che li raggiungeva, arrampicandosi su una
scaletta e morsicando il sigaro. Sono scesi, hanno ottenuto quello che volevano, non è cambiato
nulla ed ecco il risultato: gli studenti se ne vanno.
La prima università italiana compare dopo il
centesimo posto del ranking mondiale. Abbiamo reagito con orgoglio, chiamando i professori
che le animano a governare l'Italia. Loro hanno
aumentato le tasse per comprimere il debito
pubblico, che è cresciuto. Gli studenti che possono si sono iscritti altrove.
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Italia al 34esimo posto in Europa
Fuga dall'Università: 6Omila iscritti in meno
La laurea non offre più il pass per trovare lavoro e così interessa sempre meno ai giovani: in dieci anni calati del 17%
::: CHIARAPELLEGRINI
ENE Gli iscritti alle università in
dieci anni sono diminuiti del 17%,
passando dal 338.482 immatricolati (anno accademico 2003-2004)
a 280.144 (anno accademico
2011-2012), un calo di 58.000 studenti. In pratica, denuncia il Cun
(Consiglio universitario nazionale) che ha diffuso i dati, «è come se
in un decennio fosse scomparso
un in Cero ateneo di grandi dimensioni come la Statale di Milano».
La laurea in Italia interessa
sempre meno. Le iscrizioni sono
calate del4% in tre amni, passando
dal 51% nel 2007-2008 al 47% nel
2010-2011. Come se non bastasse
facciamo una pessima figura an che in Europa. Siamo al di sotto
della media Ocse dei laureati: al
34° posto su 36 Paesi (anno 2012).
Mondo Universitario
Solo il 19% dei30-34enni possiede
una laurea, contro una media europea del 30% (rilevazione al
2009).1133,6 % degli iscritti ai corsi
di laurea, infine, è fuori corso
mentre il 17,3% non fa esami.
Non solo. Il numero dei laureati
nel nostro Paese è destinato a calare ancora anche perchè, negli
ultimi 3 anni, il fondo nazionale
per finanziare le borse di studio è
stato ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano 1'84%n degli studenti aventi diritto, nel 2011 il
75%. Calano gli studenti e calano
anche i docenti. In sei anni
(2006/2012) il numero dei professori si è ridotto del22%o. Nei prossimi 3 anni si prevede un ulteriore
calo dei docenti di ruolo. Contro
una media Ocse di 15,5 studenti
per docente, in Italia la media è di
18,7 (includendo sia i docenti
strutturati che quelli a contratto).
Pochi iscritti, laureati con il
contagocce che inseguono dottorati senza borse di studio, morale:
universi Là vuote.Tutta colpa della
crisi? Solo in parte. I recenti dati
Istat confermano che i giovani italiani preferiscono il diploma alla
laurea, perché crea più rapidamente occupazione. Ma è purvero che i numeri del Cun si riferiscono agli ultimi dieci armi, quando la recessione era ancora lontana. E dunque perché tanta disaffezione? Maggiore attenzione forse
andrebbe posta nelle annuali
"hitparade" delle migliori università del mondo. Nella "Times High
Education World Universi ty Rankings", classifica che mette in fila
le migliori 400 università del pianeta, puntualmente gli atenei italiani non si piazzano mai prima
del 200esimo posto. Nell'ultimo
ranking (2011) bisogna scendere
nella fascia tra 226° e 250° posto
per trovare atenei come Università di Bologna, Statale di Milano,
Università Bicocca Milano e Università di Padova. Un disastro. E
pensare che le tasse italiane sono
le terze più care d'Europa, conuna
media che supera i 1100 euro. A
pagare più di noi solo nel Regno
Unito e i Paesi Bassi. Nell'anno
2011- stando ai numeri forniti dalla banca dati economica del Miur
(Ministero dell'istruzione, università e ricerca) - un professore ordinario a tempo pieno è costato
90.970 euro. Dividendo la somma
per 13 mensilità si ottiene la retribuzione mensile: 7 mila euro lordi, circa4.021 euro netti. Conlasinistra che sale anche sui tetti a difendere questa università.
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Bando per creare
ï docentì
Due concorsi in
ENRICO PAOLI
1010 10 E mentre le aule si svuotano, con gli
studenti in fuga, le sale dei professori rischiano di riempirsi di altri docenti. Perché il governo dei tecnici, quello che ha
creato gli esodati, non ha saputo rinunciare alla tentazione, tipica dei baroni, di
confezionare un nuovo concorso per docenti universitari, per giunta a camere
sciolte e a meno di un mese dal voto. Che
c'è di male, si dirà, in fondo dopo anni in
cui l'università italiana non apriva alla
possibilità di new entrynei quadri docenti. E invece no.
Perché questo nuovo concorso giunge
appena due mesi dopo la chiusura dei termini di partecipazione alla identica procedura banditail 20 luglio 2012. Il concorso si chiama «procedura per il conseguimento dell'abilitazione nazionale per
professori universitari di 1 e II fascia» (cioè
ordinari e associati). Applicando la riforma Gelmini la procedura era stata banditaappunto J120 luglio 2012, potevano partecipare strutturati (ovvero ricercatori e
associati) enonstrutturati (cioè chiunque
in possesso dei requisiti richiesti) che presentassero titoli e pubblicazioni degli ultimi 10 anni, fino al 20 novembre. La legge
dà alle commissioni nazionali cinque
mesi, più due in caso di necessità, per
completare i lavori di esame delle candidature e chi non ottiene l'abilitazione non
Mondo Universitario
mesi: aiutino
governo ai professori
può partecipare a concorsi per due anni,
l'abilitazione duraper4 anni, se in questo
lasso di tempo nessuno chiama l'abilitato, occorre rifare tutto.
E allora che senso ha bandire il 28 gennaio una nuova procedura di abilitazione
a soli sei mesi di distanza dallaprecedente
concedendo ai candidati ben 8 mesi per
presentarsi (si chiude il 31 ottobre 2013)
contro i 4 concessi nel bando precedente?
Non si sono liberate nuove cattedre e i
candidati che avranno inseguito l'idoneità potranno essere chiamati su posti che
si aprano fino all'ultimo giorno primadella validità della loro abilitazione. E allora?
Facile. Per diventare ordinari occorrono
fra le 20 e le 18 pubblicazioni (dipende dal
settore concorsuale) e fra 14 e 12 per diventare associati, i partecipanti alla procedura del20luglio sono stati un numero
spropositato, quindi le valutazioni saranno fatte fra coloro che hanno almeno il
numero di pubblicazioni richieste. Il dubbio, legittimo, è che tutto ciò possa servire
a sistemare chi era rimasto fuori alla data
del 20 novembre. Magari perché non ave va il minimo richiesto per essere preso in
considerazione nella folla strabocchevole
di candidati. Altro dubbio legittimo.
Così, nell'incertezza della data del
prossimo concorso - il proposito sarebbe
di farne uno all'anno, ma non è un obbligo - ecco subito una nuova opportunità
per il "protetto" di turno che rischiava di
non essere abilitato perché la sua pubbli cazione era in ritardo, magari di pochi
mesi. Visto che ci siamo approfittiamone,
devono essersi detti i tecnici-professori,
ed ecco il nuovo inatteso e inutile concorso che moltiplicherà a dismisura la quantità di inutili abilitati. Altro dubbio legittimo.
Ultimo dettaglio. Il nuovo bando è
uscito immediatamente dopo la nomina
delle commissioni giudicatrici, magari ci
è finito dentro qualche amico che non
trascurerebbe l'allievo di qualche "tecnico". Ovviamente nel rispetto dei requisiti
minimi. Non siamai...
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STUDENTI • Il Cun denuncia 50 mila studenti iscritti in meno negli ultimi 10 anni e il calo del 22% dei docenti dal 2006
Requiem [email protected] l' unamob iversità riformata
Roberto Ciccarelli
I
1 Consiglio Universitario Nazionale (Cun) celebra il requiem
delle riforme che hanno stravol-
to l'università italiana negli ultimi
vent'anni. II documento licenziato
ieri dall'organo di consulenza del ministero dell'Istruzione composto da
58 membri ha denunciato il calo di
58 mila studenti tra il 2003 e il 2012,
pari al 17%. In dieci anni i nuovi immatricolati sono scesi da 338.482 a
280.144. Per il Cun «è come se fosse
scomparso un ateneo grande come
la Statale di Milano». Un crollo che
non è stato compensato dall'ingresso degli studenti stranieri che hanno
registrato una crescita da 8.252 a
11.510. A cascata, diminuisce la percentuale dei diplomati che si iscrivono all'università. Dal 68% del 2007-8
al 61% del 2011-2. Per il Cun queste
flessioni sono dovute «all'andamento negativo del ciclo economico» e
alla «diminuizione delle opportunità occupazionali per i laureati». Il titolo di laurea non garantisce l'accesso ad un lavoro perché il «mercato
del lavoro pubblico e privato non
sempre riconoscono il valore di
un'elevata qualificazione scientifica
e professionale». Lo ha confermato
un rapporto sulle economie regionali di Bankitalia che ha illustrato il «disallineamento» tra le competenze acquisite nel corso di studio e le mansioni svolte sul luogo del lavoro. Circa il 40% dei laureati tra i 24 e i 35 anni svolge un lavoro a bassa o nessuna qualifica. In compenso Coldiretti
ha rivelato ieri che il 6,2% dei capi
azienda nel settore agricolo ha frequentato facoltà diverse da agraria.
I taglio dei fondi
voluto da
WID rl
oni e Monti
provocherà il
default di 20 atenei
nio, ce ne sono altri che seppelliscono l'ultima, quella Gelmini, che ha
agito sulla riduzione dell'offerta formativa e sulla rimodulazione dei dipartimenti e dei corsi di laurea. La
battaglia contro la proliferazione dei
corsi di laurea e delle sedi decentrate degli atenei, per l'allora «meritocratico» ministro al governo fonti di
«sprechi» e specchio del desiderio
della classe accademica di moltiplicare i pani e le cattedre, ha conseguito dei risultati. In sei armi ne sono
stati tagliati 1.195, sono scomparsi
84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali.
Il taglio di almeno 960 milioni al
fondo degli atenei voluto da Tremonti e Gelmini tra il 2010 e il 2012,
quello di 300 milioni della legge di
stabilità di Monti e Profumo nel
2013 provocherà, con ogni probabilità, il default di 20 atenei. Quest'anno
il totale del finanziamento statale
erogato ogni anno sarà inferiore alla
somma delle spese fisse a carico dei
singoli atenei.
Al deliberato progetto di ridimensionare l'università pubblica si è aggiunto il blocco del turn-over che ha
ridotto il numero dei docenti del
22%. E nei prossimi 3 amni il Cun prevede un ulteriore calo. In questo modo aumenterà la media del rapporto
tra docenti e studenti al 18,7% con-
tro una media Ocse del 15,5. Come
hanno più volte denunciato gli studenti, e i ricercatori, che sino che
hanno manifestato il loro dissenso
dal 2008 fino allo scorso autunno,
quello in atto è un vero testacoda. Alla crisi del «mercato» del lavoro qualificato, lo Stato reagisce tagliando le
risorse strategiche.
In questo scenario di precarizzazione indiscriminata bisogna inserire anche le nonne contenute nel decreto sulla programmazione triennale dove il Miur annuncia che proseguirà con la fusione tra due o più
università, eliminando i corsi di laurea «non sorretti da adeguati standard di sostenibilità».
Il presidente del Cun Andrea Lenzi chiede alla «politica» di rifinanziare l'università. Stessa richiesta
giunge da Domenico Pantaleo, segretario F1o-Cgil, secondo il quale i
dati del Cun «danno la misura dell'impoverimento culturale del paese». Il Pd attribuisce il fallimento
solo al governo Berlusconi e a quello Monti che ha sostenuto. Promette una legge a sostegno del diritto
allo studio, annientato in questi anni. Lo chiamerà «Programma nazionale per il merito» con 500 milioni
e vogliono riportare i «giovani in
cattedra». A queste soluzioni non
credono gli studenti del coordinamento Link che denunciano anche
l'aumento delle tasse di 283 milioni in cinque anni: «Siamo indignati
dalla totale assenza di soluzioni ai
Di
problemi
dell'Università».
«emergenza nazionale» parlano i
ragazzi dell'Udu.
In ventuno pagine il Cun illustra
le conseguenze della frattura tra il
mondo universitario e quello del lavoro. E traccia il profilo del fallimento delle riforme universitarie che,
dal 2000 con la «Berlinguer-Zecchino» fino alla Gelmini, hanno cercato
di tamponare un problema al quale
nessuno fino ad oggi è riuscito a dare una risposta.
A pochi anni dalla riforma del centro-sinistra l'Italia aveva già registrato una riduzione della quota di occupati tra i laureati, in controtendenza
rispetto al complesso dei paesi dell'Unione Europea. In più, come oggi
conferma il Cun, il numero dei laureati non è cresciuto a sufficienza per
schiodare il paese dal 34° posto (su
36) della classifica dei paesi Ocse.
Oggi tra chi ha trai 30 e i 34 anni solo il 19% possiede un diploma di laurea, contro una media europea del
30%. Se questi dati registrano il fallimento della riforma ad inizio decen-
Mondo Universitario
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UNA LEZIONE AL POLITECNICO DI MILANO / FOTO EMBLEMA
CONCORSON E • II Tar ammette 400 ricorrenti
II ricorso al Tar dei Lazio dei sindacato
della scuola Anief è andato a buon
fine. Alla seconda prova scritta del
«concorsone», in programma tra l'11 e
il 21 febbraio, potranno partecipare
altri 400 ricorrenti che alle prove preselettive del 17 e 18 dicembre scorsi
hanno registrato un punteggio tra 30 e
34,5 punti. 1400 ricorrenti che hanno
ottenuto il permesso, con riserva, di
partecipare alla prossima prova non saranno gli unici. Non è infatti
escluso che, oltre gli 88 mila candidati che hanno totalizzato almeno
35 punti su 50, saranno ammessi altre 100 mila persone. Questa è
la cifra prospettata dagli esperti dell'Anief dopo la sentenza del Tar.
II Miur ha fatto sapere negli ultimi giorni che è pronto a gestire un
afflusso di 10 mila candidati in più rispetto a quanto stabilito. I candidati vincitori del concorso potranno presentarsi nelle scuole dove
si effettuerà la prova esibendo il testo della sentenza del Tar.
Mondo Universitario
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Eurispes/IL IWPW2M FOT AF 4 I E A tIB[ L'iT 4L1 ;11 FI;EI RIS1,
Il
I
paese è sempre piu povero
cervelli scappano all'estero
Giorgio Salvetti
MILANO
S empre più poveri e più vecchi. Costretti a indebitarsi e a risparmiare su
tutto. E' questa la fotografia scattata
dall'ultimo rapporto dell'Eurispes presentato ieri. Come sempre si tratta di uno
spaccato che indaga la società italiana sotto molti punti di vista diversi, quello economico innanzi tutto, ma anche quello delle
abitudini e degli orientamenti che cambiano in tempo di crisi. Una situazione esplosiva che, secondo il presidente di Eurispes,
Gian Maria Fara, può comportare addirittura «un rischio di derive eversive» e «una
stagione di conflitti la cui ampiezza, profondità e i possibili esiti non sono oggi valutabili».
Fuga di cervelli
Mentre la spesa per la ricerca rimane invariata all'1,26% del Pil, sono sempre di più i
ricercatori che emigrano all'estero. Eurispes riprende i dati dell'Istat: tra coloro
che hanno conseguito il dottorato di ricerca tra il 2004 e il 2006, il 7% nel 2010 ha lasciato l'Italia e il 13% ha intenzione di farlo
entro un anno. Dal 2002 al 2011 i «cervelli
in fuga» sono triplicati, soprattutto verso la
Germania, il Regno Unito, la Francia, gli
Stati uniti e il Brasile. Intanto il numero
dei ricercatori che riesce a lavorare senza
lasciare il paese continua a diminuire, in
tutto sono 225.632 con un calo dello 0,4%
rispetto al 2009. Eurispes, inoltre, cita anche uno studio del Boureau of ecouomic resarch che prende in considerazione il saldo nei vari paesi tra ricercatori in entrata e
in uscita. I1 16,2% degli italiani cerca fortuna all'estero contro il 3% di stranieri che
trovano lavoro nei nostri centri di ricerca.
Totalmente opposta la situazione in Ger-
Mondo Universitario
Triplicati i ricercatori che
vanno all'estero, mentre a
casa un cittadino su due
dichiara di non riuscire a
sostenere la famiglia
mania, Svizzera e Svezia, che registrano
un saldo attivo, come anche la Francia
(+4,1%) e la Gran Bretagna (+ 7,8%).
Italiani low cost
Chi rimane in patria, invece, è sempre più
costretto a stringere la cinghia. I160,5% degli italiani per vivere deve intaccare i propri risparmi. L'80% dichiara che la situazione economica è peggiorata e per il 52,8%
continuerà a peggiorare. Due terzi della popolazione pensa di non riuscire a mettere
da parte nulla nel prossimo anno. 11 53,3%
dice di non riuscire più a sostenere adeguatamente la propria famiglia. Il 35,7% della
popolazione negli ultimi tre anni ha dovu-
to chiedere un prestito (+9,5% rispetto allo
scorso anno). Tra questi, il 62,3% è servito
per pagare debiti precedenti. Nel 27,8%
dei casi si ricorre a un prestito per la casa,
ma nel 22,6% lo si fa per riuscire a pagare
le spese mediche. Raddoppia e sale al
14,4% il numero di coloro che si indebitano con privati e che quindi rischiano di cadere vittima dell'usura. Inoltre si registra
un boom dei «Compro oro», i negozi a cui
si rivendono letteralmente i gioielli di famiglia, a loro si è rivolto il28,1% dei cittadini
contro l'8,5% dell'anno passato.
I163,4% degli italiani denuncia che il proprio potere d'acquisto è diminuito. Per
questo si taglia su tutto, dai regali (90%) ai
ristoranti (86,7%), alle uscite in generale
(91,4% contro il 73,1 del 2012). Crescono
coloro che devono ri corre a lavoretti saltuari (26,8%), mentre il 69,2% denuncia di soffrire la pressione fiscale e il 75% considera
l'Imu una tassa ingiusta. I121% dei lavoratori per trovare occupazione ha chiesto
una raccomandazione. E il 30%, anche se
ha un impiego, deve continuare a chiedere
aiuto alla famiglia.
Famiglie a pezzi
La crisi impatta sulle famiglie che sono
sempre più in difficoltà. Da diversi anni i
matrimoni diminuiscono e le separazioni
aumentano al ritmo del 2-3% all'anno. La
separazione comporta l'impoverimento di
entrambi i partner e di conseguenza dei
100 mila figli che ogni anno vedono i genitori separarsi. Ma a pagare il prezzo più alto sono gli uomini. I padri separati sono
circa 4 milioni e fra questi 800 mila rasentano la soglia di povertà.
Temi etici
Ma il rapporto Eurispes riserva anche una
sorpresa. Sui temi etici gli italiani sembrano molto più liberali e progressisti della politica. Sono sempre di più i cittadini favorevoli al divorzio, alla tutela giuridica delle
coppie di fatto e alla pillola abortiva. Ma
anche al testamento biologico (77%), all'eutanasia (64,6%) e alla fecondazione assistita (79,4%).
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Le relazioni Dericolose
degli organismi
Benedetto Vecchi
L
a modernità è una costruzione culturale che non coincide con il fatto che «noi non
siamo stati niai moderni». E questa la ricezione del saggio che ha
fatto conoscere Bruno Latour, storico della scienza, antropologo e
attento etnografo della vita nei laboratori scientifici. Docente alla
«Science Po Paris», Latour è una figura eccentrica nello statico panorama dei teorici della conoscenza
francesi. Non nasconde di ispirar
si a Gabriel Tarde, l'antagonista
Emile Durkheim, il padre della sociologia francese che, negli ultimi
anni, è stato riscoperto come l'anticipatore delle critiche al neoliherismo, in nome di una soggettività
irriducibile alle forme di controllo
sociale esercitate dallo stato o dalle imprese. E non fa mistero di essere uno dei fondatori della teoria
sull'azione sociale che mette al
centro il concetto di rete (Reasselnbling the social: an introduction to
Actor-network theory, Oxford University Press).
Autore di moltissimi saggi, alcuni dei quali tradotti in Italia - Non
siamo mai stati moderni (Eleuthera), La scienza in azione (Comunità) - è ritenuto uno dei maggiori
analisti della produzione scientifica in epoca moderna. II testo, scritto con Steve Woolgar, Laboratory
Life: the Social Construction of
Scientific Facts può considerarsi
un vademecum per capire come
l'industrializzazione della ricerca
scientifica provochi una sorta di
conformismo che inibisce la ricerca stessa. Recentemente, Latour
non nasconde il suo interesse per
il metodo olistico per «decrittare»
la realtà, a partire dalla centralità
della questione ecologica.
Ospite dell'HangarBicocca, è
stato relatore in un incontro sull'opera dell'artista Tomás Saraceno.
Mondo Universitario
In molti dei suoi libri , lei ha respinto con forza l'idea dello
scienziato che, chiuso nel suo laboratorio , giunge a scoprire una
qualche verità sul mondo. Ha
spesso scritto che nell'era della
produzione di massa , anche tra
gli scienziati ci siano gerarchie
e divisioni del lavoro . Da alcuni
anni a questa parte , ci sono studiosi che sottolineano come la
cooperazione , la condivisione
delle informazioni , la flessibilità
delle mansioni presenti , tipiche
della ricerca scientifica siano le
stesse del modo di produzione
capitalistico contemporaneo.
Cosa ne pensa di questa tesi?
Non credo che ci sia un solo modo di lavorare nella ricerca scientifica e nelle imprese capitalistiche.
Ce ne sono molti, e diversificati
tra loro. È sempre stato così sia
per l'attività scientifica che per la
produzione di merci. Per quanto
riguarda la scienza, segnalo che il
lavoro dei ricercatori che studiano
i movimenti degli iceberg che si
staccano dall'Artico non ha nulla
a che vedere con quanto può fare
un vulcanologo in un'altra parte
del mondo. E non c'è similitudine
tra il vulcanologo e quanto fa un
etnografo in Sicilia. Non mi convince in nulla invece la tesi che si
possa comparare il funzionamento del Cem con quello di una fabbrica. La ricerca scientifica ha logiche diverse da quelle che presiedono la produzione di merci. Più interessante, invece, è quanto argomenta il movimento della «slow
science». Da anni, molti studiosi
affermano che la tendenza a standardizzare il lavoro dei ricercatori
nuoce alla scienza. Far funzionare
un laboratorio come una fabbrica
è semplicemente assurdo.
La proprietà intellettuale è un tema che ha occupato la scena
nella discussione pubblica. Da
una parte ci sono i suoi sostenitori, dall 'altra il movimento dell'open source ha come obiettivo
la condivisione delle informazioni e della conoscenza . Cosa ne
pensa del conflitto tra queste
due visioni nella produzione e
circolazione della conoscenza?
Per quanto riguarda la proprietà
intellettuale, non sono così convinto della sua centralità nella discussione pubblica. Certo, tra industrie discografiche, cinematografiche, del software e open source ci sono conflitti. Ma non così determinanti da condizionare quei
settori. Ë invece scandalosa l'appropriazione da parte dell'industria editoriale della conoscenza
prodotta grazie agli investimenti
pubblici. Spesso accade che un articolo su una scoperta scientifica,
finanziata con le tasse dei cittadini, venga pubblicato da una rivista e che per leggerlo si debba pagare. E accade spesso poi che quella rivista venga acquistata da una
biblioteca pubbli ca. Il movimento
della slow science, a cui partecipo
come ricercatore sociale, studioso, docente di una università pagata con i soldi dei contribuenti, ha
fatto proposte affinché sia impossibile questa appropriazione privata di conoscenza scientifica, prodotta con denaro pubblico.
La scienza è una particolare forma di arte , sostengono alcuni
studiosi . L'arte è una particolare forma di scienza , rispondono
altri. Cosa ne pensa?
In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un errore. Chi alimenta la confusione tra arte e scienza ha la mente
disturbata. Potrei dire che è un folle.
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Eppure ci sono stati autori - ad
esempio Pierre Bourdieu - che
hanno sostenuto che il procedimento cognitivo per produrre
un'opera d 'arte non sia molto diverso da quello manifestato da
chi si occupa di ricerca scientifica. E Bourdieu non era certo un
folle.....
Questa è un'altra questione. Possiamo dire che sono due estetiche
- nel significato originario del termine di «sensazione», di «percepire la realtà attraverso i sensi» - che
hanno punti in comune. Solo questo però autorizza a stabilire confronti, omologie, similitudini tra
scienza e arte. E solo questa accezione originaria del termine può
dunque stabilire un rapporto. Ad
esempio, gli scienziati discutono
spesso dell'estetica degli strumenti usata; oppure di artisti che parlano della loro pratica come un lavoro di investigazione e scoperta del
mondo. Sono convinto, però, che
non ci siano altri punti di contatto
tra queste due forme di attività.
Sono invece convinto che tanto la
scienza che l'arte possano contribuire a promuovere una sensibilità politica attorno al tema dell'ecologia. Per questo ritengo che le
opere di Tomás Saraceno, oggetto
dell'incontro in corso a Milano,
nell'HangarBicocca, siano importanti proprio per stimolare questa
attenzione. Detto questo, va respinta ogni confusione tra scienza e arte.
La metropoli è la più importante
forma di abitare nelle società
contemporanee . Ma anche in
questo caso ci troviamo di fronte a diffusi processi di enclosures degli spazi pubblici . Le «comunità recintate » per ricchi sono una presenza ormai costante
tanto nel Nord che nel Sud del
pianeta . Allo stesso tempo anche il corpo e il Dna conoscono
processi di enclosures. Come
nella scienza , la privatizzazione
dello spazio ( o della conoscenza) è la manifestazione di una
inedita e rinnovata accumulazio-
Mondo Universitario
ne originaria del capitale . Nel futuro, dunque, la privatizzazione
di ogni aspetto della nostra vita, anche di quella biologica, sarà la regola dominante?
Non prevedo il futuro. Sono però
convinto anche io che il trend dominante sia l'appropriazione privata di ogni aspetto della vita sociale e biologica. Vedo però manifestarsi una reazione altrettanto
forte che va in direzione contraria. Propongo, assieme ad altri, un
differente approccio, che definisco ecologico. Per capire il funzionamento di un organismo non
puoi isolarlo dall'ambiente in cui
vive, né separarlo dalle connessioni che ha con altri organismi simili o diversi. Sono questi legami a
svolgere un ruolo fondamentale
nel suo sviluppo. Potremmo
estendere questo concetto alla società, dove il singolo è immerso in
una rete di relazioni sociali, affetti ve che costituiscono, appunto, un
insieme unitario. E che per spiegare i comportamenti sociali devi comunque partire da questo approccio unitario. Il fatto che ci siano
forze che puntano a «recintare»,
«privatizzare» la vita non può can-
Recintare il sapere
é una pratica
scandalosa che può
essere fermata
dagli stessi scienziati
dallo scranno la televisione. Ma
la Rete , più che una forma di organizzazione «liquida» si caratterizza per essere una forma di organizzazione molto rigida, perché centralizza il coordinamento e decentralizza le operazioni.
È forse la rete una più sofisticata forma di controllo sociale?
Su questo sono d'accordo con lei,
anche se io preferisco usare il termine in maniera più limitata di
quello che lei fa quando allude al
conflitto tra pratiche reticolari, il
mercato e la gerarchia. E indubbio che il concetto di rete catturi
l'attenzione. Per me, è un concetto che può spiegare cosa accade
quando un singolo o una associazione si pongono un obiettivo da
raggiungere, riuscendo ad aggregare un numero tendenzialmente
illimitato di altri individui o associazioni, che aderiscono a quella
campagna, condividendone le motivazioni e, tuttavia, mantenendo
un'ampia autonomia operativa e
di elaborazione.
Sulla possibilità che il modello
del network possa diventare una
nuova forma di controllo sociale,
concordo con quanto ha scritto
Luc Boltanski, quando ha segnalato che la rete è una gradevole forma di organizzazione che può rivelare anche un suo lato distruttivo.
Sono rischi che non possono essere ignorati.
cellare un altro fatto, altrettanto
importante: la crescita di un inedito «comunismo» che entra in
scena attraverso la porta di servizio rappresentata dalla proliferazione delle istanze ecologiche. E.
il conflitto tra la logica economica e la visione ecologica che occupa il centro della scena nella
tarda modernità.
La rete è una fascinosa forma di
organizzazione - economica, politica. Tutti ne scrivono e ne parlano. I movimenti sociali indicano nella Rete le forme di organizzazione da sviluppare per le loro
mobilitazioni ; le imprese parlano di organizzazione reticolare;
il web, cioè una rete di computer, è ritenuto il nuovo medium
universale dopo aver scalzato
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VISUALIZZAZIONE
VIRTUALE DI ALCUNE MOLECOLE
MAS SARACENO
Meglio le città volant
di quelle asfaltate
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V
La scienza
è una attività
irriducibile
all'economia.
Un'intervista
al teorico
francese,
in Italia
per un incontro
con l'artista
Tomás
Saraceno
Mondo Universitario
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Bruno Latour è stato invitato
dawHangarßicocca ad un
incontro/conversazione, aper
to al pubblico, con Tomás
Saraceno (insieme a Andrea
Lissoni, curatore, Joseph Gri.
ma-, direttore Domus, Molly
Nesbit, storica dell'arte), pei
un approfondimento sul tema proposto dalle installazio
ni spettacolari dell'artista
argentino: l'interazione fra
individui e spazi comunitari,
tra collettività e metropoli
eccentriche. Declinato in for•
me non soltanto urbanistich+
e architettoniche, l'argomento affrontato da Saraceno anche qui, all'HangarBicocca, con la stupefacente città
volante di «On Space Time
Foani» - trasforma l'arte in
una visione utopica a tutto
tondo e coinvolge diversi am
biti culturali, dalle teorie dei
la fisica agli esperimenti di
psicologia sociale. Il mondo
sospeso ed ecosostenibile,
fuoriuscito dalla fervida fan•
tasia di Saraceno sulla scia
di architetti e intellettuali
come Buckminster Füller,
Yona Friedman, Frei Otto e
Bruno Munari , è stato molte
amato dal pubblico: fino a
oggi, sono stati centomila i
visitatori registrati all'HangarBicocca. Tanto da indurre a prorogare l'installazioni
fino al 17 febbraio. Dopo,
sarà la volta dei progetto
espositivo dell'artista e regi
sta thailandese Apichatponl
Weerasethakul. La mostra
«Primitive», a cura di Andrea Lissoni, si terrà dal 7
marzo al 28 aprile.
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VA IN PARADISO
La Commissione europea,
dopo uno studio dell'Efsa, è
costretta a vietare per due
anni l'utilizzo dei pesticidi
della Bayer che uccidono le
api. Per gli ecologisti non è
sufficiente: «Basta proroghe,
vietiamoli definitivamente».
Luca Fazio
MILANO
enza scomodare quel catastrofista
di Albert Einstein, secondo il quale
S se le api dovessero scomparire all'umanità resterebbero quattro anni di
vita, c'è qualcosa di irrituale se la Commissione europea ieri ha convocato attomo a un tavolo i rappresentanti dei 27
stati membri per parlare di insetti impollinatori. C'era una decisione non facile
da prendere: vietare i pesticidi neonicotinoidi che uccidono le api minacciando
la catena alimentare e la biodiversità del
pianeta terra. Secondo l'Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente),
l'84% delle principali colture europee dipende dall'impollinazione degli insetti.
Un colossale giro d'affari
Non è una questione che interessa solo
ecologisti sognatori o cultori del nettare divino, è un problema che tocca gli
interessi colossali di alcune tra le più
potenti multinazionali agrochimiche
del mondo, Bayer, Syngenta e Basf su
tutte. Appena due settimane fa, tanto
per dare l'idea degli interessi in gioco, i
colossi hanno licenziato un rapporto
multidisciplinare per «avvisare» gli stati europei: l'economia del vecchio continente con l'utilizzo dei neonicotinoidi trarrebbe benefici per 4,5 miliardi di
euro all'anno, e il loro abbandono costerebbe circa 50 mila posti di lavoro
nel settore agricolo. Per contro, ma questo dato non era contenuto nel rapporto, altre stime dicono che i servizi resi
dagli insetti impollinatori, se monetizzati, si aggirano attorno a 115 miliardi
di euro, all'anno.
E cosa ha deciso la Commissione europea? Di non decidere. C) meglio, ha
proposto la sospensione per due anni
Mondo Universitario
degli insetticidi killer (Clothianidin,
Thiametlroxam e Imidacloprid, il più
utilizzato al mondo) sulle colture di
mais, colza, girasole e cotone. Il regolamento con il relativo divieto verrà valutato nella prossima riunione fissata per
il 25 febbraio. Se approvato, entrerà in
vigore a luglio. Nel comitato Ue, le proposte della Commissione possono essere respinte solo a maggioranza qualificata degli stati membri. E' probabile che
nelle prossime settimane i Cda delle
multinazionali chimiche non rimarranno con le mani in mano.
L'amarezza degli ecologisti
Per Francesco Panella, presidente di
Unaapi - l'unione degli apicoltori italiani che ha lanciato una petizione on line
raccogliendo più di 250 mila firme in pochi giorni - si tratta di una non decisione
molto pericolosa. «In mancanza di una
scelta di campo comunitaria netta - spiega - l'Italia potrebbe trovarsi di fronte a
uno scenario come quello degli Stati uniti in cui oltre la metà del terreno agricolo coltivato viene trattato con queste sostanze e in cui ogni anno muore il
30-40% degli alveari». Gli apicoltori a
questo punto non accettano compromessi e chiedono l'immediato ritiro dell'autorizzazione d'uso di tutti i pesticidi.
Anche Federica Ferrario, responsabile
della Campagna Agricoltura di Greenpeace, critica la mezza proposta della Commissione europea. «E' un primo e positivo passo in avanti - dice - ma sicuramente non basta. Queste sostanze sono fonte di problemi per gli insetti impollinatori anche quando vengono utilizzati in
colture diverse da quelle menzionate
dalla proposta della Commissione». Secondo Greenpeace, «il declino delle api
è solo uno dei sintomi di un sistema agricolo basato sull'uso intensivo di prodotti chimici al servizio di multinazionali
come Bayer e Syngenta, un sistema che
ha fallito l'obiettivo di garantire una produzione abbondante tutelando al tempo stesso l'ambiente». Alessandro Triantafyllidis, presidente dell'Aiab, chiede
un intervento più coraggioso. «L'Italia
colga lo spirito dell'iniziativa della Commissione europea e decreti il divieto definitivo dell'uso dei neonicotinoidi invece
di continuare con ridicole proroghe come l'ultima di appena sei mesi. Queste
sostanze, ormai in modo evidente, rappresentano un rischio per la salute delle
api». Ermete Realacci, responsabile della Green economy del Pd, si rivolge al
ministro dell'Ambiente Catania. «Il ministro - sostiene Realacci - aveva già annunciato lo scorso settembre la proroga
del divieto dei neonicotinoidi fino al giugno 2013, ora ci sono tutte le condizioni
perché l'Italia, in continuità con gli impegni presi a livello nazionale, si esprima anche in sede europea in favore della sospensione dei pesticidi».
Un colpo durissimo per le industrie
La pericolosità di questi insetticidi, commercializzati con i nomi Gaucho, Cruiser, Poncho, Nuprid e Argento, è stata
confermata anche da tre rapporti scientifici pubblicati il 16 gennaio dall'Agenzia
europea per la sicurezza alimentare (Efsa), con sede a Parma. Questa «scoperta» è un colpo durissimoper le multinazionali proprio perché l'Efsa è sempre
stata piuttosto tenera - e per questo molto discussa - con i colossi dell'industria
agroalimentare.
La questione, negli anni, ha spaccato
la comunità scientifica, che a più riprese ha prodotto studi controversi - o
«polveroni mediatici», come li definisce il presidente di Unaapi - per evidenziare le diverse cause «multifattoriali»
che provocherebbero la moria delle api
(alcune ricerche però erano state finanziate dalla Bayer). Adesso però sarà
complicato screditare, o ignorare, questo ultimo rapporto commissionato dalla Commissione europea. «Abbiamo
identificato dei rischi per le api - ha
spiegato a le Monde Domenica Auteri,
ricercatrice dell'Efsa - in relazione a tre
principali vie d'esposizione degli insetti. Sono le polveri prodotte dai granuli
durante la semina, la contaminazione
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dal polline e dal nettare e, nel caso del
mais, dalla gocciatura delle piante impregnate di pesticida». Quanto alle sole
polveri prodotte durante la semina e
trasportate dal vento, la dose letale per
le api è stata stimata attorno a qualche
miliardesimo di grammo.
Di fatto i ricercatori dell'Efsa hanno
confutato i risultati dei test scientifici
che nei primi anni Novanta avevano
aperto la strada alla commercializzazione dei pesticidi. Non erano stati valutati
gli effetti di sinergia con altri agenti patogeni presenti in altri prodotti fitosanitari, non erano stati valutati tutti gli altri effetti non mortali per gli insetti (come il
disorientamento e la perdita della memoria delle api che non riescono più a
fare ritorno agli alveari), e non erano stati commissionati test validi su vaste superfici agricole.
Le conclusioni dell'Efsa del resto
non sono del tutto sorprendenti per la
comunità scientifica europea. Secondo
Laura Maxim, una delle ricercatrici
francesi più in vista al centro di controversie sull'utilizzo di queste sostanze
tossiche in agricoltura, «già dieci anni
fa il Comitato scientifico e tecnico dell'Cnrs era pervenuto alle stesse conclusioni a proposito dell'Imidacloprid».
Grazie a quello studio, nel 2003 la Francia aveva vietato l'utilizzo del Gaucho,
e due anni dopo un altro rapporto aveva certificato la dannosità di un altro
pesticida, il Regent.
Da buona ultima ieri è stata costretta
ad ammetterlo anche la Commissione
europea, limitandosi a suggerire due anni di moratoria, magari in attesa di altri
studi più convincenti. Di scienziati che
non stanno con le api è pieno il mondo.
Mondo Universitario
Pagina 36
«Anche Salerno piace ai ragazzi
iscrizioni in costante crescita»
Il rettore Pasquino: «Superata
quota 40mila, i nostri corsi
sono a misura di studente»
Ivana Infantino
In controtendenza rispetto alle università italiane, l'Università di Salerno continua ad attrarre studenti. Un numero,
quello degli iscritti, in costante crescita
che nell'anno accademico in corso ha superato quota 40 mila. Il segreto? Lo svela
il rettore Raimondo Pasquino che, grazie
ai corsi a numero chiuso, progetti Erasmus e formazione in azienda, ha fatto
del Campus di Fisciano un'università a
misura di studente.
Rettore, sempre meno ragazzi scelgono l'università?
«Ritengo che la responsabilità vada divisa fra i diversi attori: l'università, colpevole di far disinnamorare gli studenti, per
una didattica non sempre mirata e tempi
troppi lunghi; le famiglie, che non seguono i ragazzi perché consapevoli del fatto
che non ci sarà dopo un inserimento professionale adeguato e la disattenzione totale nei confronti dell'università dei governi che si sono succeduti negli ultimi 10
anni».
La sua università è, invece, in controtendenza.
«Non abbiamo registrato nessun calo, anzi siamo in aumento. Non rincorriamo gli
studenti, ma da tempo diamo molta attenzione alla formazione e con l'accesso
programmato ai corsi di laurea riusciamo a seguire bene i nostri iscritti che ap-
Mondo Universitario
La denuncia
Troppa
disattenzione
da parte
dei governi
che ci sono
stati negli ultimi
dieci anni»
prezzano quanto l'università fa per loro.
Naturalmente, anche noi scontiamo alcune disattenzioni. Come i fuori corso. Troppi, da noi come altrove».
E l'emorragia di docenti?
«Quella l'abbiamo registrata anche noi.
Chi ha un mestiere diverso, ovviamente,
preferisce fare altro. Con i tagli e il blocco
del turn aver, anche noi siamo in difficoltà. Per fortuna nei passati 10 anni abbiamo fatto 500 concorsi per ricercatori che
ci consentono oggi di avere giovani preparati, ma non siamo comunque in grado di
sostituire tutti i prof andati in pensione. E
poi non è solo un problema di quantità,
ma anche di qualità. Ci sono dei docenti
che non possono essere sostituiti».
Un ateneo virtuoso. Quale il segreto
del successo?
«Le soluzioni non stanno mai da una parte. Cerchiamo di ascoltare i bisogni del
territorio per proporre corsi di laurea rispondenti alle esigenze. Per favorire l'inserimento lavorativo cerchiamo di mettere insieme stage in azienda, esperienze
all'estero, finanziando ulteriormente i
progetti Erasmus, cerchiamo di mettere
in contatto il mondo del lavoro con l'università, per offrire agli studenti la possibilità di un'esperienza durante la formazione. Ma c'è la crisi del mercato del lavoro e
non solo...».
In che senso?
«Il vero problema è che questo Paese non
investe in cultura, ricerca, scuola e università da tempo. Ci auguriamo che il nuovo
Governo lo faccia. In questa campagna
elettorale ci impegneremo affinché i candidati premier inseriscano nei loro programmi un piano decennale per l' università».
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Pagina 37
«Orientale in controtendenza0
in aumento la platea delle tri ennali»
ll rettore Viganoni: rispetto all'anno
scorso siamo a più 17 per cento
le lingue danno maggiori chance
Luisa Maradei
«Rispetto allo scorso anno abbiamo registrato un incremento del 17 per cento di
immatricolazioni ai corsi di laurea triennali e, pur non avendo ancora un dato
definitivo sui corsi di laurea magistrali,
non ho motivo di credere in flessioni o
cali di iscrizioni». Lida Viganoni, rettore
della storica università «L'Orientale» di
Napoli che conta undicimila iscritti, 6
corsi di laurea triennali e 11 magistrali,
snocciola datiin controtendenza rispetto all'allarme lanciato dal Cun.
Rettore Viganoni, quasi tutte le università italiane perdono iscritti,
l'Orientale ne guadagna una quotarilevante solo nell'ultimo anno. Perché?
«Gli studenti comprendono che avere un bagaglio di lingue e culture straniere offre maggiori chance lavorative in
un mondo sempre più globale. E, forse,
hanno la piena consapevolezza che in
Italia difficilmente troveranno il lavoro
che cercano».
Quali sono icorsi di laureapiú appetibili?
«Abbiamo registrato un trend positivo in tutti i corsi di lingua e cultura orientale, ma anche in quelli di cultura occidentale, negli studi comparatistici, nelle
relazioni internazionali e nella mediazione linguistica e culturale. Ma
quest'anno abbiamo avuto più iscritti al
Mondo Universitario
La crisi
Per molte
famiglie
le rette sono
tornate
una spesa
importante
nel budget
corso di lingua tedesca, segno che la Germania resta la locomotiva d'Europa. E
abbiamo registrato un significativo incremento anche per il rosso».
Per numeri di laureati siamo lontani dalla media Ue. Come spiega questo
divario?
«Un tempo la laurea era garanzia di
ascesa sociale ed economica. Oggi l'assioma non è più automatico e molti giovani sono sempre più sfiduciati nel loro
futuro: pensano che anche con una laurea in tasca la loro condizione non migliorerà. Per molte famiglie in crisi, poi,
le rette universitarie sono tomate ad essere una spesa importante nel budget
familiare».
I dottorandi risultano in calo per carenza diborse di studio. L'Orientale come si pone rispetto a questi dati?
«Purtroppo an che noi abbiamo subito i tagli come gli altri atenei e abbiamo
dovuto ridimensionare il numero dei
dottorati e delle relative borse di studio».
Anche il suo ateneo ha subito
un'emorragia di docenti?
«Solo negli ultimi cinque anni abbiamo perso più di cento professori ordinari per pensionamenti e uscite anticipate, senza alcuna possibilità di sostituirli
perii blocco del tum-over».
Altra nota dolente: il taglio dei fondi ai finanziamenti ordinari (Ffo).
«L'Orientale nel 2008 riceveva 36 mi-
lioni di giuro dall'Ffo, oggi siamo a quota
31 milioni e, solo nell'ultimo anno, abbiamo perso due milioni di euro, che sono stati parzialmente compensati dalla
premialità riconosciuta alle nostre attività di didattica e ricerca».
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Pagina 38
«E come se fosse sparito un intero grande ateneo, in dieci anni anche meno docenti»
dell'università 58nWa iscn*ttì in ineno
:
Lenzi (Cun): «L'Italia della Montalciní rischia di produrre solo manodopera per l'estero»
Daniela Limoncelli
Fuga dalle università. Siamo rovinati.
Ci ritroveremo da qui al futuro, un Paese senza. Senza più nuove generazioni
all'altezza delle sfide globali. «L'Italia
della cultura, delle nanotecnologie, dei
Premi Nobel, come laMontalcini o Dulbecco, rischia di diventare il maggiore
produttore di manodopera all'estero.
Mi piange il cuore» afferma, tono accorato, Andrea Lenzi, presidente del Cun.
E lo fa incrociando quei dati che lanciano forte l'allarme e invita, qui e ora, tuttele forze politiche arimboccarsi le maniche in nome dei nostri ragazzi e
all'ombra del nostro Paese. «La politica
è miope: tutti devono subito mettere i
giovani come priorità nei loro programmi i giovani».
Oltre 27mila giovani italiani fuggono all'estero, ogni anno, a caccia di lavoro. Ma non è finita. Sono sempre meno,
ogni anno, i diciottenni che decidono
di seguire un percorso universitario. In
dieci anni, mette nero su bianco il Cun
in un documento , è come se fosse stata
inghiottita nel nulla una grande Uni-
L ' appello
versità. Dimensio-
ni? Statale di Milano. Ovvero, gli imattenzione
matricolati, tral'anai giovani
no
accademico
2003/2004 e quello
in tutti
2011/2012, sono
i programmi
scesi da 338.482 a
delle forze
280.144. Un calo agpolitiche»
ghiacciante: ben
58mila studenti in
meno, pari al 17
per cento. Non solo i diplomati disertano le aule universitarie, ma perfino i ragazzi già iscritti abbandonano il campo: in tre anni, le iscrizioni sono infatti
diminuite del4%, passando da151 %" del
2007/2008 al 47% del 2010-2011. Tranne qualche eccezione come Bologna
che registra un aumento delle immatricolazioni dell' 1 % negli ultimi tre anni, e
la Campania in controtendenza con
l'Orientale di Napoli che conta il 17% di
matricole in più alle triennali el'Università di Salerno che ha segnato quota
40mila. Vanno invece in picchiata, annuncia il Cun, tutte le università.
«Massima
Colpa dei bilanci sempre più in ros-
Mondo Universitario
Solo il 19% dei 30-34enni ha una
laurea, contro una media europea
che oscilla sul 30 percento. 1133, 6%
degli iscritti èfuori corso mentre il
17,3% non fa esami.
glvlft
t
«Ci chiediamo - afferma l ' Udu - cosa
altro serva per accorgersi
finalmente dell'emergenza
nazionale che è diventata
l'università italiana».
..-111
Per Mimmo Pantaleo, segretario
generale della Flc-Cgil: «50mila
matricole in meno, un dato da
incubo: siamo all'impoverimento
culturale. Bisogna cambiare rotta»
so delle famiglie italiane, colpa, forse,
anche del binomio entrato ormai a far
parte dell'immaginario giovanile laureato-disoccupato che ha fatto perdere
appeal ai nostri studi. Come afferma
Giovanni Lo Storto, vice direttore della
Luiss: «La cresciuta difficoltà dei laureati a inserirsi nel inondo del lavoro ha di
certo contribuito alla fuga degli studenti dall'università». Anche perché, nonostante la crisi, negli ultimi 3 anni, le risorse perle borse di studio sono state drasticamente tagliate: nel2009 ifondi nazionali coprivano l'84%® degli aventi diritto,
nel2011 a malapena il 75%.
Ma il calo degli studenti non è colpa,
tiene a sottolineare Lenzi a «Il Mattino»,
del calo demografico: «Ê evidente che
l'Italiaviveun periodo di crisi demografica. Ma i nati in meno non c'entrano
un bel niente con il calo delle immatricolazioni. La forbice tra diplomati e matricole si va allargando nonostante, da
cinque anni, si sia stabilizzato il numero dei diplomati in Italia. La verità è che
la crisi spinge le famiglie a cercare di
mettere subito i figli a lavorare. Non si
comprende che, invece, farli continuare a studiare non significa "uno spreco
di tempo", ma significa formarli come
"cittadini del mondo" e metterli in condizione di trovare un lavoro migliore,
più remunerato. Forse proprio nell'università: sono diminuiti i professori, dovrebbero crearsi nuovi spazi peri giovani eccellenti che hanno voglia di dedicarsi a ricerca o attività universitaria».
L'emorragia, infatti, non riguarda solo
matricole e vecchi iscritti. In soli sei anni, tra il 2006 e il 2012, infatti, il numero
dei docenti si è ridotto del22% ma si prevede un ulteriore contrazione nei prossimi tre anni. E l'Italia finisce sempre
più lontana dall'Europa. con una media di 18,7 studenti per docente contro
una media Ocse di 15,5 studenti per docente. Anche sul numero dei laureati
siamo largamente sotto la media Ocse:
appena al34esimo posto su 36 Paesi. Solo il 19% della generazione tra i 30 e i 34
anni possiede una laurea, contro una
media europea del 30%, mentre il
33,6% degli iscritti ai corsi di laurea è fuori corso e il 17,3% non fa esami. Senza
contare, poi, il taglio degli stanziamenti: dal2001 al 2009 il Ffo, Fondo di finanziamento ordinario, èrimasto quasi stabile, per poi andare giù del 5% ogni anno, e si prevede che per il 2013 il calo si
avvicinerà addirittura al 20%. AEd alzano la voce gli studenti, con l'Udu e Link
in prima fila: «Nessuno lo dice: le tasse
universitarie sono raddoppiate in appena dieci anni e il diritto allo studio pesa
sempre più sulle spalle degli studenti».
L'ínvíto
«Emorragia
di risorse
e docenti:
laureati,
troverete
lavoro
nei corsi»
Pagina 39
Università i n affanno
ININIATRI0C3LATl
-58.000
(-17%)
LAUREATI (s,
;031eoniì
338.482
280,144
19%
'02
Italia
12
30%
l'E ìe _üa 'Je
PROFESSORI
®22%
Numero studenti per docente
di docenti
in sei anni
(2006-2012)
Italia
Media
Ocse
18,7
15,5
OFFERTA FORMATIVA
-1.195 corsi di laurea
in sei anni (2006-2012)
BORSE DI STUDIO
averli dv;tto coperti dai ï,nn1i l
84%
2009
-6.000 iscritti ai corsi di dottorato
rispetto alla media Ue
75%
2011
Fonte: Consiglio universitario nazionale
Mondo Universitario
ANSA-CENTIMETRI
Università Statale di Milano
Pagina 40
Fuga dalle università
50mila iscritti in meno
IL RAPPORTO
ROMA Cinquantottomila studenti
universitari in meno negli ultimi
dieci anni. Una perdita secca come mai si era verificata. Prova
che ai diciannovenni la laurea interessa sempre meno. Prova che
in quel diploma non si crede più.
Prova che il lavoro si va a cercare
dopo la scuola superiore. Un crollo di iscrizioni alle facoltà letterarie (prevedibile) e anche in quelle
scientifiche (sorpresa).
IL CALO
A fare il bilancio è stato il Cun,
Consiglio universitario nazionale, che ha steso un documento nel
quale sono i numeri a disegnare
la realtà. Dall'anno accademico
2003-2004 a quello 2011-2012 il
numero degli iscritti è calato del
17%. Quei cinquantottomila, appunto, che mancano all'appello.
Tanti quanti sono gli studenti che
frequentano l'ateneo di Milano.
C..LLO
NEGLI ULTIMI 10 ANNI
L'ALLARME DEL CUN
«E COME SE FOSSE
SPARITA TUTTA
LA STATALE DI MILANO»
Mondo Universitario
Una fetta consistente si è dissolta
nel nulla. Per colpa dei tagli accusano i ragazzi e i professori. Per
colpa di una crisi, è il parere degli
analisti economici, che non ti permette di rinviare la ricerca del lavoro. La discesa forte, infatti, si è
avuta negli ultimi tre anni.
LE RISORSE
E il futuro prossimo venturo non
sembra avere connotati diversi.
«La costante, progressiva e irrazionale riduzione delle risorse finanziarie e umane destinate al sistema universitario ne lede irrimediabilmente la capacità di
svolgere le sue funzioni di base,
di formazione e ricerca» commenta Andrea Lenzi, presidente
del Cun.
Un taglio netto anche sulle possibilità di formazione: spariti 1.195
corsi di laurea. Una parte dei quali, con ogni probabilità, erano nati senza una necessità scientifica
vera e propria. Scomparsi 84 corsi di laurea triennali e 28 corsi
specialisti/magistrali
biennali.
Una riorganizzazione necessaria
secondo gli stessi professori vista
la riduzione numerica del personale docente. Questo vuol dire salutare l'Europa, non riuscire a stare al passo con gli altri.
L'EUROPA
Rispetto agli altri paesi della Ue
in Italia, per esempio, ci sono seimila dottorandi in meno che si
iscrivono ai corsi di dottorato. E
ancora: da noi il 50% dei laureati
segue i corsi di dottorato senza
avere una borsa di studio. Sul
fronte finanziamenti i nostri atenei fanno fatica a star dietro agli
altri europei: dal 2001 al 2009 il
Fondo di finanziamento ordinario è rimasto quasi stabile. Anzi,
ogni anno è sceso di un 5%.
C.Ma.
OO R I PROOUZI ON E RISERVATA
Pagina 41
Stretta sugli atenei, arriva l'esame di qualità
Una commissione
valuterà i requisiti
per i finanziamenti
IL L
R 0 MA Un bollino blu per l'università. Fino ad ora le credenziali delle
lauree italiane erano dipese soprattutto del mercato del lavoro,
e un 110 e lode alla Bocconi da
tempo apre le porte con facilità
anche all'estero. Anche se "classifiche" sulla base dell'attività di ricerca esistono già. Ma la novità è
nel decreto firmato due giorni fa
dal ministro dell'Istruzione Francesco Profumo che introduce parametri oggettivi a tutto campo,
dalla didattica all'organizzazione
delle sedi e dei corsi di studio; unificando, per la prima volta, una
normativa che fino ad ora era
frammentata se non assente. A
promuovere (ma anche bocciare)
gli atenei ci penserà l'Anvur,
Agenzia nazionale di valutazione
del sistema universitario e della
ricerca (voluta dal ministro Fabio
Mussi e istituita nel 2010 dal ministro Mariastella Gelmini) e che
già valuta la ricerca e assegna le
risorse. Il nuovo sistema nasce
per aiutare le aspiranti matricole
a scegliere il titolo di studio che si
crede dia più possibilità di preparazione e, di conseguenza, anche
di occupazione; ma anche e soprattutto per incentivare gli atenei a migliorarsi. Con il rischio di
chiuderli se non si sta a passo con
il merito. E di far piazza pulita di
quei corsi che non vanno incontro a reali esigenze degli studenti
e del mercato. In Italia c'è un'offerta formativa a livello universitario di circa cinquemila titoli di
studio in 89 atenei.
NUOVE REGOLE
Dal prossimo anno cambiano le
regole, da subito, per università e
corsi di studio all'esordio. Per
quelli già esistenti l'impatto sarà
graduale. Regole nuove che valgono per gli atenei statali, privati e
anche per le facoltà on line. Il
"controllo di qualità", che sarà a
più livelli (il principale, con una
Commissione che visiterà periodicamente le facoltà) dovrà essere rinnovato ogni 5 anni per le sedi universitarie e ogni 3 peri corsi. Con l'effetto che, se non ci sarà
rispondenza con i requisiti di
qualità si chiude il corso, o addirittura l'università. Nella valutazione periodica saranno presi in
considerazione oltre ai risultati
di didattica e ricerca e all'organizzazione delle sedi e dei corsi, i requisiti dei servizi per gli studenti
dalle aule alle biblioteche fino ai
laboratori. Dovrà essere rispettato il numero massimo di esami
per ogni singolo corso. «C'è in gioco una partita molto innovativa commenta Muzio Gola, docente
al Politecnico di Torino ed ex rettore - che ci vede allineati al resto
dell'Europa e che è rappresentata
dall'introduzione dell'assicurazione della qualità con i processi
educativi che debbono essere tutti sotto controllo». Con questo decreto - spiega il ministero - ci si
allinea alla maggior parte dei Paesi europei che già a partire dagli
anni '80, con l'Olanda a fare da
apripista, hanno sviluppato sistemi simili.
Avranno voce e ascolto anche gli
studenti. E non sarà un via libera
garantito neanche l'eventuale abbondanza di docenti, perché tra i
requisiti richiesti ci sarà la
sostenibilità finanziaria. «Adesso
si comincia a fare sul serio - sostiene Marco Pacetti, rettore dell'
Università politecnica delle Marche -. Il ministero deve consentire
qualità uniforme rispetto a titoli
simili». E prematuro dire quali
delle 89 università italiane sono a
rischio. Fatto è che non basterà
conquistare la "patente". Bisognerà fare un tagliando periodico.
Gli esami non finiscono mai. Una
volta tanto, anche per le Università.
Alessia Campione
O R I PROOUZI ONE RISERVATA
Mondo Universitario
Pagina 42
STUDENTI Diminuisce sempre di più il numero degli iscritti all'Università
Così in itaiia
Lascheda
La Sapienza di Roma la più premiata
G;3 ,e
1,ùnù
LP
U; ivercith ci w i
no ivu pii€ s r zi
Puro
La Sapienza Roma
Bologna
Federico il Napoli
Padova
Milano
518.806.937
390.985.654
344,383790
204,587,457
276,398.206
P t ur;Û
Gti atenei cì
s!12,
il
r i nni 2012
Puro
Torino
Firenze
Palermo
Milano
Pisa
247.125856
242.428.042
215,724.067
205192.003
204.908.331
Fonte: Ministero dell'Istruzione
Mondo Universitario
Poco meno di 6.850 milioni di
giuro. A tanto ammonta il
Fondo di finanziamento
ordinario (Ffo) stanziato dal
ministero dell'Istruzione,
dell'università e della ricerca
per il 2012 per gli atenei
statali. Le università
ricevono lo stanziamento in
base alla spesa ordinaria, ma
anche in base ad una quota
premiale che valutala
didattica offerta, i risultati
ottenuti in base a questa
didattica e la ricerca. In altre
parole le università con le
migliori performance
ricevono una sorta di
bonus-premio. Così atenei
come la Sapienza di Roma
sono in testa ai finanziamenti
anche per la quota premiale
(poco meno di 67 milioni di
giuro). Seguita dall'università
di Bologna (63.750.000 curo).
Fanalino di coda in Italia,
l'università di Teramo con
appena 2.851.000 euro di
soldi in più sulla spesa
ordinaria come premio
Pagina 43
Neuro-finanza Iniziativa di Schroders con l'università San Raffaele
Un test per aggirare
le trappole emotive
G
li inganni della mente, le trappole
delle emozioni. Tutti meccanismi
che possono indurre le persone allo
sbaglio. Anche nel momento di
scegliere dove collocare i risparmi o
come gestire il proprio portafoglio. Per
questo motivo, prima di muoversi tra
Borsa, obbligazioni o mercati valutari,
può essere utile sottoporsi al test di
Investimente. Si tratta di un'iniziativa di
finanza comportamentale, lanciata in
Italia da Schroders, società indipendente
di asset management con sede a Londra,
grazie alla collaborazione scientifica
dell'università San Raffaele di Milano.
«L'obiettivo è di aiutare i risparmiatori,
ma anche i professionisti del
settore, a smascherare quegli
errori sistematici che tutti
possiamo compiere»,
spiega Luca Tenani,
numero uno della
distribuzione di Schroders
Italia. Passi falsi che, in
genere, sono dettati da
automatismi mentali, stati
Investimente non ha nulla a che vedere
con i questionari imposti dalla legge.
Tenani sgombera il campo da possibili
equivoci. «Le domande della Mifid
cercano di capire qual è il profilo di
rischio-rendimento del risparmiatore.
Invece, il nostro progetto aiuterà i
promotori finanziari a conoscere più da
vicino i clienti. E questi ultimi a capire
meglio se stessi». Completamente
gratuito e con garanzia dell'anonimato,
il test è accessibile per chiunque
attraverso il sito dedicato
(www.investimente.it). Nel giro di 15
minuti il candidato dovrà rispondere a
una serie di domande molto semplici.
Le ha elaborate Matteo Motterlini,
avvio con alcuni quesiti per misurare il
livello di stress del soggetto. Si passa
poi all'area chiamata «Che carattere!»
cioè una fotografia scattata alla
personalità dei candidati. «Perché lo
fai?» è lo spazio delle motivazioni
Al via il sito www.investimente . it: quattro sezioni
per misurare il livello di stress dei risparmiatori,
la personalità, le motivazioni e i comportamenti errati
Barack Obama o David Cameron nei
dream team di consulenti chiamano
esperti di questo campo». L'ambizione
del professore è di «portare a terra»
e dare un'applicazione pratica a
Le perdite
pesano 2,5 volte
più dei guadagni.
Ma occhio anche
a overconfidence
ed effetto
gregge
d'animo del momento, livello di
aspettative sui guadagni.
Mondo Universitario
docente di filosofia della scienza al San
Raffaele, dove dirige anche il centro di
ricerca Cresa: «Con questa iniziativa
nasce la finanza comportamentale 2.0,
un tema trascurato in Italia, mentre in
tutto il mondo grandi leader come
Luca Tenani
Responsabile
distribuzione
di Schroders
Italia
questo argomento.
Come funziona
Investimente? Diviso in
quattro sezioni, prende
sottostanti le decisioni finanziarie:
dovrebbe servire ad allineare, in
maniera razionale, le scelte di
portafoglio con i bisogni e gli obiettivi.
Ma il piatto forte arriva nel finale: dieci
domande («Occhio alle trappole») che
servono a svelare possibili inganni del
comportamento. Motterlini fa alcuni
esempi: «Il cervello umano è avverso
alle perdite. A livello di percezione,
queste pesano 2,5 volte più di un
guadagno. C'è poi la tendenza a
investire in titoli conosciuti perché
considerati familiari e meno rischiosi.
Non vanno dimenticati l'effetto gregge,
l'overconfidence o la projection bias,
attitudine a credere che il futuro sarà
simile al presente». Con tanti saluti ai
cigni neri.
Una volta ottenute le risposte a tutte le
domande, il portale elabora un report
(che può essere ricevuto sulla propria
mail) con suggerimenti pratici per il
profilo di ciascun risparmiatore. Dal
canto suo, Motterlini avrà l'occasione di
raccogliere una grande mole di dati, utile
agli studi di frontiera sul campo della
neuro-finanza. Infatti, Tenani auspica
che il portale sia visitato dai 22 mila
promotori finanziari e allargato ai loro
clienti. Un bel moltiplicatore di accessi.
Fabio Sottocornola
Pagina 44
Il declino delle professioni : sono sempre meno i nuovi iscritti agli albi
Che b arba
J Z`
Negli ultimi cinque anni
di Stato è stato del 18 ,5%. Si è fermata la corsa
che dal 1993 ha portato gli aderenti a oltre 2,1 milioni
S
empre meno appeal per le professioni
dotate di Ordine. Crisi economica,
redditi scarsi, futuro incerto e diversa
percezione sociale nei confronti dei
professionisti sono elementi che devono
aver influito sulle scelte di molti giovani.
Un tempo correvano verso le categorie
protette, ora non più. La spinta che negli
ultimi 20 anni ha portato il totale degli
iscritti a oltre 2,1 milioni sembra aver perso
velocità. Non tanto per la selettività
all'accesso, visto che la percentuale di
promossi e bocciati in questi anni non è
cambiata molto, quanto per il decrescente
desiderio di svolgere una professione. Il
Miur (ministero dell'Università e ricerca),
ha confermato la tendenza: negli ultimi
cinque anni il calo generale di candidati
agli esami di Stato è stato del 18,5% e del
6,6% dal 2010 al 2011, mentre gli abilitati
all'iscrizione agli albi (chi supera l'esame)
sono diminuiti rispettivamente del 21,6% e
del 7,5%. Alcune categorie sono andate
peggio di altre. I commercialisti negli
ultimi cinque anni hanno visto diminuire
del 37.8% i candidati, mentre tra il 2010 e
il 2011 la discesa è stata del 17,2%. Sul
lato delle abilitazioni, la caduta è stata
rispettivamente del 44,2% e del 19%. Gli
psicologi, invece, nel quinquiennio sono
crollati del 33% riguardo ai candidati, e del
47,3% quanto agli abilitati, mentre tra il
2010 e il 2011 la diminuizione è stata del
10,7% e del 27,8%. Non tutti gli Ordini
sono uguali. Qualcuno, come quelli dei
medici e dei farmacisti, registra cali
contenuti, altri addirittura vanno
controtendenza, come nel caso dei biologi:
crescita quinquiennale dei candidati e
abilitati rispettivamente del 29.9% e 20,4%.
crescita annuale dell' 8.3% e 11.2%. Ma
sono eccezioni. Come mai tante fughe? I
commercialisti, per esempio, imputano alla
Mondo Universitario
crisi economica generale il tonfo del
numero di giovani disposti a credere nella
professione. Il business che langue ha
anche convinto, qui come in altre
professioni, alla cancellazione dall'albo di
chi in passato ha esercitato. « È vero che
1'appeal è molto sceso e ci scordiamo lo
status sociale di un tempo», argomenta
Gerardo Longobardi , a capo dell'Ordine
di Roma e candidato alla presidenza
nazionale. «Ma è soprattutto il crollo del
lavoro che incide sui giovani che sempre
meno scelgono il nostro mestiere».
Considerazioni analoghe servirebbero per
spiegare come mai vanno via via più giù i
numeri di veterinari, odontoiatri, ingegneri,
architetti, chimici, psicologi. Questi ultimi
sono da tempo tra le
categorie che piùQ
soffrono
mancanza di
, (( ñ
redditi bassi.
Su 85 mila
iscritti, la
metà non è attiva. Parte dei problemi arriva
dalla concorrenza di professioni limitrofe,
senz'albo ma in grado di sovrapporsi per
talune mansioni, com'è il caso dei
counselor o dei grafologi. Da anni ci sono
battaglie per limitare gli spazi dei
concorrenti (accusati di prendere la
scorciatoia senza le competenze dovute), i
quali rivendicano la propria dignità
professionale (una recente legge ha
accresciuto la loro forza, riconoscendo
pubblicamente le associazioni che le
rappresentano). Questo mentre per
diventare psicologi servono cinque anni di
università, uno di tirocinio e un altro per
gestire l'esame di Stato. Giuseppe Luigi
Palma, presidente dell'Ordine nazionale,
dice: «Sui dati di calo bisognerebbe fare
analisi più specifiche, ma è chiaro che c'è
una riduzione degli studenti e di chi va
verso la professione, per raggiungere la
quale ci vuole troppo tempo. Di lavoro poi
ce n'è poco, il tasso dì disoccupazione
aumenta».
Varie sono le spiegazioni per giustificare la
linea di tendenza. Per gli agronomi il
quadro appare in pesante calo: meno
36.3% e meno 35,8% i candidati e gli
abilitati negli ultimi cinque anni, anche se
più di recente la situazione sembra aver
raggiunto una stabilità. Secondo
Andrea Sisti , presidente del
Conaf, il consiglio nazionale di
categoria: «È l'effetto del crollo
degli iscritti alle facoltà di
agraria avvenuto dal 2005 al
2008, ma poi le cose sono
cambiate». L'albo degli
agronomi, ricorda il
presidente, ora cresce in
media tra il 2,5% e il 5,5%
all'anno, ovvero di 750-800
soggetti. A partire dal 2009,
in tanti hanno ripreso a
credere nei mestieri legati
all'agricoltura, con punte di
crescita del 40% nelle
facoltà di agraria di Milano,
Pagina 45
Torino o Napoli. «Il 70% della questione
dipende da questo», aggiunge Sisti,
«mentre il restante 30% è legato alle
difficoltà di mercato, anche se gli effetti
maggiori dovremmo vederli su 2012 e
2013». Il punto riguarderà 22 mila iscritti,
per il 60% liberi professionisti e per il resto
dipendenti di strutture pubbliche e private.
A nessuno piace la fotografia della propria
categoria che perde attrattività. Edda
Samory, a capo dell'Ordine nazionale
degli assistenti sociali, minimizza il calo di
candidati e iscritti che la riguardano: «Ci
può stare, per carità, vari elementi possono
aver contribuito, ma credo sia soprattutto
un problema più di tipologia di esami di
Stato e formazione». La questione ha a che
fare con la possibilità di sostenere un primo
esame già dopo tre anni di università,
oppure a conclusione dei cinque
complessivi. Secondo Samory, sarebbe
nelle pieghe della doppia possibilità che si
nasconderebbe il perché dei minori
anche perché negli ultimi anni c'è stata una
riforma che ha aumentato di colpo la
quantità di iscritti». Il riferimento è alla
normativa che anni fa ha reso obbligatoria
la laurea per esercitare da consulente del
lavoro, con inclusa sanatoria e corsa
all'immatricolazione per chi aveva il solo
diploma. Poche categorie si distinguono
per segno opposto. Qualcuna, come quella
degli avvocati, lotta invano da anni per
contenere il numero di aspiranti legali e
professionisti abilitati: crescono al ritmo di
15 mila all'anno, su una platea di 240 mila,
con il lavoro che è sempre meno e redditi
sempre più bassi. In base ai dati del Miur, è
tuttavia la categoria dei biologi a farsi
notare di più. La base conta circa 45 mila
iscritti all'albo, di cui 31 mila liberi
professionisti e il resto dipendenti pubblici.
Nel 2011 hanno affrontato la prova
d'esame 3.542 candidati, e di questi 3.123
ce l'hanno fatta, cioè 1'88%. Tanto se
confrontati con l'anno prima, quanto con il
Rassegnati A sinistra, Andrea Sisti.
Al centro, Ermanno Calcatelli.
quinquiennio precedente, gli iscritti all'albo
dei biologi continuano a crescere. Come
mai? «Il 30% è gente che ripiega dopo aver
mancato l'ingresso a medicina», riconosce
Ermanno Calcateffi, presidente
dell'Ordine nazionale di categoria, «ma il
resto sono persone che credono in una
professione rinnovata». Esiste un ventaglio
formativo che permette di scegliere tra
biologia (ambiente e nutrizione gli ambiti
più gettonati) e biotecnologia, con la
speranza di sfruttare occasioni di lavoro
all'estero. Secondo Calcatelli: «È vero che
i concorsi pubblici sono bloccati, ma nella
libera professione il lavoro si trova,
soprattutto le donne, che costituiscono il
70% di tutti noi».
Franco Stefanoni
A destra, Edda Samory
candidati e iscritti. «D'altra parte, a me
risulta che il numero di nuovi colleghi sia
aumentato, due anni fa eravamo 35 mila e
ora 40 mila». Critico verso i dati forniti dal
Miur è anche l'Ordine dei consulenti del
lavoro. Il ministero ha verificato che tra il
2009 e il 2010 gli aspiranti professionisti
sono diminuiti del 16% e gli iscritti del
29%. Rosario De Luca, consigliere
nazionale e presidente della controllata
Fondazione studi, contesta la versione
governativa: «Il ministero non sembra ben
informato, noi continuiamo a crescere,
Mondo Universitario
Pagina 46
Cilea lombardo,
addio con mancia
Anche se di poco, migliorano i conti del
Cilea, consorzio tra le università lombarde
e poche altre. Questa è la notizia buona.
Quella ancora migliore è che presto l'ente
chiuderà i battenti. Per fondersi con il
Cineca di Bologna e forse il Caspur
(Roma). Tre sigle che svolgono all'incirca le
stesse attività: supporto agli atenei come
centro di calcolo, elaborazione dati,
gestione di biblioteche. Oggi piccoli, in
futuro avranno una massa critica rilevante.
Il Cilea, guidato da Marcello Fontanesi
rettore di Milano Bicocca dal 1999, ha
chiuso i bilanci del triennio 2009-2011
sempre in avanzo. Così ha certificato di
recente la Corte dei conti promuovendo i
budget, pur con qualche riserva. Fatturato
in salita a 28,3 milioni nel 2011 (da 22,7 di
due anni prima), crescono anche i costi a
27,7 milioni. I magistrati contabili si
raccomandano però che Cilea «prosegua
nella direzione di un mantenimento
dell'equilibrio di bilancio almeno fino al
definitivo accorpamento con il Cineca».
Che scatterà in luglio. Calato il personale
fisso che passa da 140 persone del 2009 a
118 per un costo di 6,5 milioni. Ma è salito
il numero di consulenze e collaborazioni
che costano 1,5 milioni. Sul punto, la Corte
«ribadisce la necessità di attenersi al
rigoroso rispetto di principi e criteri generali
del legislatore». Tradotto, vuoi dire non
esagerare con le consulenze, motivarle
bene e farne uso solo se mancassero
professionalità interne. Con la fusione si
chiuderà una storia lunga. L'ente era nato
nel 1974 grazie a Bocconi, Cattolica,
Milano Politecnico e Statale. Solo in anni
recenti ha aperto le finestre oltre il Po,
accogliendo l'ateneo di Palermo, quello di
Urbino e il Sincrotrone di Trieste. Però, non
è mai apparsa chiara la strategia di fondo.
Quindi, la fusione pare una buona via da
percorrere. Tanto più che il governo Monti,
per incentivare «l'accorpamento di questi
consorzi» ha messo a disposizione 10,5
milioni di euro. Non male nell'epoca della
spending review.
Mondo Universitario
Ca technologies
con Fabio Fregi
Fabio Fregi è
country manager
di Computer
associates
technologies Italia
(hi-tech). Ex Oracle
e Microsoft, Fregi
in Ca technologies
prende il posto di
Mauro Solimene e
riporterà a Pierpaolo
Taliento, vice
president e general
manager nel Sud
Europa.
Pagina 47
Accademia e realtà Parla Vladimir Nanut , presidente di Asfor e direttore Mib Trieste
Meno teoria e più problem solving
Modelli di management e
operatività delle pmi hanno
sempre fatto un po' a pugni, ma
oggi accademia e imprenditori
cercano un terreno comune per
dialogare. La stessa Asfor
(Associazione italiana per la
formazione manageriale), che ha
appena raccolto in un libro la
propria esperienza (40 anni di
formazione manageriale, a cura di
Salvatore Garbellano, Franco
Angeli), inizia a occuparsi dei
bisogni delle pmi in modo più
sistematico. Con opportunità e
ostacoli in un nuovo scenario,
come spiega Vladimir Nanut,
presidente Asfor e direttore
scientifico dei Mib school of
management di Trieste. «Le
business school iniziano a
guardare con maggiore
disponibilità a questo enorme
bacino di piccole imprese,
dovendo trovare un equilibrio tra
il proprio rigore metodologico e il
loro estremo bisogno di
concretezza».
Domanda . Rispetto
all'università?
Risposta. Sono comunque
avvantaggiate perché nascono
già come risposta alle esigenze
di business delle medie e grandi
imprese. Ma con le piccole
l'approccio cambia: queste
chiedono strumenti per risolvere
problemi e, nelle faculty, devono
entrare anche consulenti e
uomini d'impresa.
D. D'altronde, le pmi sono
chiamate a crescere se
vogliono sopravvivere.
R. Si, devono avere il coraggio di
ripensare il modello di business
per restare competitive sul
mercato globale. Perciò hanno
bisogno di nuovi strumenti di
interpretazione e di azione.
D. Dalla ricerca Asfor la
domanda formativa si
concentra soprattutto su
amministrazione , controllo e
finanza. È sufficiente?
R. No, controllo dei costi e
recupero di efficienza sono stati
cruciali fin dai primi anni Duemila
con l'aumento della concorrenza.
La crisi, poi, ne ha accentuato
l'urgenza. Ma non basta
migliorare i processi interni per
restare sul mercato. Bisogna
ripensare la govemance e l'intera
strategia, come altri business,
scovando opportunità sui nuovi
mercati. Ma molti imprenditori lo
vivono come perdita di controllo.
D. La formazione come leva
per cambiare?
R. Senz'altro, la formazione
imprenditoriale e manageriale
apre nuovi orizzonti, come le
nuove dimensioni della
competizione, e
moltiplica le
opportunità. Gli
ostacoli si superano
aumentando il tasso
di competenze e professionalità,
e non ripetendo ciò che si è
sempre fatto. E chi ha deciso di
frequentare corsi in business
school sta già introducendo
l'ottica del cambiamento. Con i
figli migliori dei padri, a cercare di
decifrare la complessità.
D. Su cosa puntate con i
giovani imprenditori?
R. Sul concetto di leadership
diffusa, rispetto a quella
paternalistica legata al carisma
del fondatore. Sull'importanza
delle nuove tecnologie, che
stanno cambiando
profondamente i processi
aziendali. E anche
sull'internazionalizzazione e sul
valore strategico delle alleanze.
D. A proposito, cosa pensa
delle reti di
impresa?
R. Credo siano il
futuro delle pmi.
G.F.
Vladimir Nanut,
presidente Asfor
............................
Mondo Universitario
Pagina 48
Le immatricolazioni crollano di 58mila unità. Gli Studenti Padani: chiediamo incentivi
Si svuotano le aule,
governo asse nte all'appello
di Massimiliano
Capitanio
onti si avvia al
suo declino
politico con un
M altro record.
Dopo aver totalizzato la
percentuale di disoccupazione giovanile più alta
del ventennio (37,1%), il
Governo che ha bollato
gli studenti come "sfigati" e "choosy ", attaccati
alla sottana di mamma e
troppo affezionati al posto fisso ( che non c'è),
riesce in una drammatica
magia: far sparire d'incanto la popolazione di
un intero ateneo.
Ieri, infatti , Consiglio universitario nazionale
(Cun), ha diffuso un do-
Mondo Universitario
cumento che fotografa la
grave depressione a cui il
Governo delle tasse e
delle banche ha condannato il Paese: negli ultimi
dieci anni gli immatricolati sono scesi da
338.482 (anno accademico 2003/2004) a
2 8 0 . 1 4 4 (a n n o
2011/2012), con un calo di 58.000 studenti, pari al 17% in meno. Come
se in un decennio fosse
scomparso un intero ateneo di grandi dimensioni
come la Statale di Milano. Il calo delle immatricolazioni riguarda tutto
il territorio nazionale e la
gran parte degli atenei. E
non è riferito solo agli
studenti, ma anche ai docenti, che oggi risultano
il 22 per cento in meno
rispetto al 2006.
La situazione si è fatta
più preoccupante negli
ultimi anni, dal momento
che l'economia non è più
riuscita a stare al passo
dei tempi (nonostante
Monti dimostri che tro-
vare 4 miliardi per una
banca è un gioco da ragazzi): i finanziamenti per
le borse di studio, ad
esempio, è stato ridotto
e se nel 2009 i fondi
nazionali coprivano
l'84% degli studenti
aventi diritto, nel 2011 si
è scesi al 75%.
Quantità e qualità. Anche
sul secondo fronte il Paese va male: l'Italia è sotto la media rispetto agli
altri Paesi dell'Ocse con
un misero 19% dei 3034enni laureati, contro
una media europea del
30%.1133,6% degli iscritti, infine, è fuori corso
mentre il 17,3% non fa
esami.
«1l dato è allarmante commenta Matteo Mognaschi , coordinatore federale dei Movimento
studentesco padano-. La
crisi economica e l'aumento spropositato delle
tasse sono certamente
due fattori che possono
spiegare questo fenomeno, ma la politica non
deve stare ferma. Le università creano le classi
dirigenti del paese e soprattutto il Nord per rimanere all'avanguardia
ha bisogno di tanti giovani laureati. Ad esempio
una Regione Lombardia a
guida leghista dovrà certamente incentivare le
iscrizioni degli studenti
lombardi agli atenei con
maggiori e più efficaci
strumenti per il diritto allo studio».
Curiosa la presa di posizione del Pd che con
Maria Chiara Carrozza e
Marco Meloni scaricano
le colpe su Monti... Qualcuno gli dica che il Governo tecnico era sostenuto da Bersani. E dopo
lo scandalo Mps si è pure
scoperto perché.
Pagina 49
Fuga dalle università
60 mila studenti in meno
TITO BOERI
,
UNIVERSITÀ italiana
si sta svuotando. Proprio mentre la crisi dovrebbe stimolare, come nelresto
dei Paesi Ocse , un incremento
degli investimenti in istruzione,
dato che costa meno studiare
quando non c'è lavoro , dunque il
tempo dedicato allo studio non
viene sottratto ad attività che potrebbero generare un reddito.
L
SEGUEAPAGINA31
ROMEO EZUNINO
A PAGINA22
Mondo Universitario
Pagina 50
STUDENTI IN FUGA DALLE UNIVERSITÀ
TITO BOERI
(segue dalla prima pagina)
alano studenti e docenti, nonostante il
nostro Paese sia già il
C fanalino di coda nell'area Ocse nella percentuale di
trentenni con una laurea.
I dati diffusi ieri dal Cun (Consiglio universitario nazionale)
sulle iscrizioni alle universitàitaliane confermano che negli ultimi 10 anni l'università italiana
ha perso circa 50.000 iscritti, un
sesto di coloro che si iscrivevano
al l'universitànel2003-4. È un fenomeno che avevamo da tempo
denunciato su queste colonne e
che non può essere attribuito alla demografia. Non c'è stata, infatti, una diminuzione delle
coorti in uscita dalla scuola secondaria negli ultimi 5 anni. Al
contrario, il calo è iniziato quando il numero di diplomati stava
crescendo e non è solo il numero
assoluto di immatricolazioni,
ma anche il rapporto fra immatricolazioni e persone con 19 anni di età ad essersi fortemente ridotto negli ultimi anni, dopo essere cresciuto quasi ininterrottamente nel Dopoguerra ed essere raddoppiato dal 1980 al
2005.
Nonè neanche colpadelletasse universitarie. Le entrate contributive per studente sarebbero
addirittura diminuite in termini
reali negli ultimi anni secondo i
dati raccolti dal Comitato nazionale per la valutazione del sistemauniversitario. Epoic'èuntetto alla tasse di iscrizione che, almeno in linea di principio, non
può essere superato neanche da
atenei strangolati dai tagli dei
trasferimenti statali. Sono calate, comunque, le borse di studio.
Al Sud in molte regioni solo il lo
per cento degli aventi diritto riesce ad ottenere ifondiperil diritto allo studio. Sono statele prime
spese ad essere tagliate dopo il
calo dei trasferimenti statali ariprova del fatto che ovunque nell'amministrazione pubblica, al
centro come nellaperiferia, i giovani non contano nulla.
P un calo annunciato, per cer-
Mondo Universitario
ti aspetti attivamente perseguito. Da anni i governi investono
sempre meno nell'istruzione.
Addirittura nel piano 2020 elaborato dal governo Berlusconi
due anni fa si poneva l'obiettivo
di tenere saldamente i livelli di
istruzione terziaria del nostro
Paese, daqui al2020, al di sotto di
quelli della Romania, l'ultimo
paese dell'Unione in quanto a
percentuale di laureati sulla popolazione. È un disinvestimento
in istruzione, dunque, attivamente ricercato, pianificato. Lo
stesso governo Monti haignorato l'università italiana, abbiamo
avuto un ministro ombra, che si
è ben guardato dal decidere, rinunciando anche alle proprie
prerogative. Ad esempio, nella
gestione dei fondi perla ricerca
nell'università, si è preferito dare ancora più potere alle baronie
accademiche, abdicando al
compito di fare graduatorie dei
progetti di ricerca alivello nazionale, dove i condizionamenti di
gruppi di potere locali sono meno forti.
Il degrado dell'università italiananon è solo una questione di
risorse. È soprattutto una questione di incentivi distorti. Si
aspettano fondi ministeri ali che
non arrivano mai in tempo e su
cui comunque non si può certo
pianificare, dato che le regole
cambiano di continuo. Non si
possono alzare le tasse e competere per attrarre studenti. Non si
può neanche sperare di attrarre
una quota sensibilmente più alta dei fondi di finanziamento ordinario, potenziando e migliorando la ricerca accademica.
L'università italiana non ha
così saputo rispondere alla sfida
dei trienni, quei corsi brevi che
avevano creato in molti giovani
l'aspettativa di poter acquisire in
un arco di tempo non troppo
lungo un titolo di studio immediatamente spendibile sul mercato. Come documentato daDaniele Checchi, l'introduzione
dei trienni ha creato come una
bolla nelle iscrizioni, che è scoppiata non appena ci si è resi conto che i trienni erano solo una
tappa interme dia in un percorso
di studio più lungo, volto almeno
ad acquisirelalaureamagistrale.
Bisognerebbe allora partire
soprattutto dal progetto dei
trienni per frenare lo spopolamento dell'universitàitaliana. Si
potrebbe riformarli, soprattutto
nelle sedi periferiche, seguendo
il modello delle scuole di specializzazione tedesche. Ciascuna
università, anche sede periferica, in accordo con un certo numero di imprese locali, potrebbe
introdurre un corso di laurea
triennale caratterizzato da una
presenza simultanea in impresa
e in azienda. Metà dei creditiverrebbe acquisito in aula e metà in
azienda. Il lavoratore sarebbe
impiegato in azienda e seguito
da un tutor. Con controlli reciproci fra università e azienda
sulla qualità della formazione
conferita al lavoratore. Benché
retribuito, il lavoratore non
avrebbe alcun diritto automatico a entrare in azienda.
Inltaliavisono circa80 atenei,
troppi. Molti di questi non sono
in grado difare ricerca. Nonhanno la massa critica per farlo. Ma
possono garantire unbuonlivello di didattica. Ciascuno di questi atenei potrebbe stringere degli accordi con le associazioni di
categoria e i sindacati presenti
sul territorio. Le imprese che
aderiranno all'accordo dovranno soltanto impegnarsi a prendere nella loro forza lavoro un
certo numero di iscritti per anno.
Si potrebbe così instaurare una
specie di federalismo universitario basato sul rapporto impresa locale e università locale, tenendo conto del profilo delladomanda dilavoro nelle diverse regioni. Ad esempio, nel Mezzogiorno ci potrebbe essere una
specializzazione nell'industria
turistica mentre in alcune regioni settentrionali vi sarebbero
corsi di apprendistato universitario in meccanica e scienze biomedicali. È una riforma a costo
zero, che nonrichiede risorse aggiuntive rispetto a quelle attualmente disponibili.
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Pagina 51
Il filosofo Massimo Cacciaci: da 30 anni la formazione non è unapriorità.
"Mancano idee e investimenti
siamo un Paese in decadenza"
GREGORIO ROMEO
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ROMA - «Siamo un paese in decadenza, chiaro? Estrema
decadenza» Lo ripete più volte il filosofo e professore universitario Massimo Cacciari, commentando i dati del Cun:
l'Italia sta arretrando «dal punto di vista sociale, culturale e
politico». Un fenomeno irreversibile, in assenza di scelte
che, a questo punto, «dovranno essere rivoluzionarie».
Professore , perché sempre meno giovani si iscrivono in università?
«Perché da30 annila classe dirigente ha dimenticato del tutto il tema del-
Nessuna ,agenda mette
la formazione. La politica ha il compi-
to di definire le priorità, e l'idea dell'istruzione come priorità è stata tradita.
Oggi l'università italiana sconta una
drammatica assenza di investimenti.
si e avvi
o tutt o
Ma anche di scelte coraggiose sul tema
intorno all Imu
della didattica, della selezione di nuovi professori e sulla libertà di accesso
agli studi: in barba al'68, gli atenei sonotornatiadessereluoghi"diclasse"».
Si profilano le elezioni . Ha notato qualche proposta utile per invertire la tendenza?
«Per niente. Nessuna agenda pone il tema dell'istruzione come
priorità fra le priorità. Il dibattito si è avvitato sull'Imu. Capisce che,
in quanto a rilevanza, tra i due temi non c'è gara».
Nessun segnale di speranza dunque?
«In questi casi emerge la retorica sulla bellezza del Paese e sul valore profondo degliitaliani. Malaverità è che l'Italia è unPaese in decadenza. La speranza, poca, è rimasta. Giusto perché è l'ultima a
morire».
in cima 1istruzione
Non a caso il dibattito
tat
0 RIPRODUZIONE RISERVATA
IL DOCENTE
Massimo Cacciari,
filosofo e docente
universitario
1jn1vercitàaddio.ixrsì(iUm11asm1enóe710armi
Mondo Universitario
Pagina 52
ElenaMonticelli, laureandaalla Sapienzae leader del movimento di protesta
"Tanti sacrifici e niente lavoro
è una espulsione di massa"
ROMA - Elena Monticelli, 25 anni, fuorisede da Brindisi,
attivista del coordinamento studentesco Link, è vicina alla
laurea in Economia alla Sapienza di Roma. Dice: «Mi sono
iscritta all'università per provare a cambiare il mondo, ridurre le sue disuguaglianze, e ho resistito per dovere nei
confronti dei miei genitori. Mi hanno mantenuto agli studi,
sei anni. Anche novemila euro l'anno. Ci ho messo un po' di
più perché le manifestazioni, le piazze e le assemblee di
queste stagioni, mihanno coinvolta. Ho tenuto duro, anche
nei momenti di sconforto, e a lugliomilaureo.Unesame,poitesi
sperimentale sul welfare. Si, ora
ho gli strumenti per contribuire a
cambiare unmodello di sviluppo.
Insieme alla mia generazione».
Ho visto troppi amici
mollare ma ho tenuto
duro. E sono scesa
in piazza proprio per
cercare il cambiamento
Delusa dall'università, impaurita per il futuro?
«L'università italiana resta fra
le migliori, ma questa fase storica
è durissima: i nostri laureati sono
pochiri spetto a quelli europei eppure sono troppi per il mercato
del lavoro esistente. Una bolla formativa. E già esplosa e
portai ragazzi italiani a emigrare».
Ha mai pensato di smettere?
«Mai. L'economiami affascinae la gratitudineverso lafamiglia mi ha inchiodata ai libri. Gli amici più stretti hanno
mollato, prima l'università, poi la politica. E quel lavoro in
nero che gli serviva per studiare è diventato la loro vita. Ho
coscienza da tempo della conseguenza dei provvedimenti
della Gelmini, di Profumo: l'espulsione di massa della mia
generazione dall'università». (c. z.)
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LA STUDENTESSA
Elena Monticelli,
laureanda alla Sapienza
di Roma
Univercitàaddio.cersì(iUmilasmdenóe710armi
Mondo Universitario
Pagina 53
Università addio, persi 6Omila studenti in l0 anni
Allarme del Cun: "Comese sparisse l'intera Statale diMilano, così si taglia lo sviluppo
CORRADO ZUNINO
ROMA - L'università Statale di
Milano, in questi dieci anni, è
metaforicamente sparita: 58 mila studenti iscritti possono stipare, infatti, il glorioso ateneo meneghino. Ecco, in dieci anni quei
58 mila universitari non ci sono
più in tutto il sistema italiano: si
sono arresi prima, hanno abbandonato al secondo, al terzo anno.
Di là delle metafore, il problema
- come ha denunciato il Consiglio universitario nazionale - è
che in Italia rischiano di sparire
sul serio alcuni dei48 ateneipubblici italiani. «Molti non sono più
nelle condizioni, a causa dei tagli
subiti, di portare avanti la programmazione didattica». Non lo
si dice, ma le università di Siena e
Sassari da tempo hanno bilanci
in rosso strutturale.
Il Cun, dopo ampie discussioni, ha deciso di rendere noto un
dossier traumatico sullo stato
dell'università italiana e di stilare
l a sua no ta p iù dura da quando l' istituzione esiste (in questa composizione e con queste prerogative), dal 2006. Scrive il presidente Andrea Lenzi, e invia a tutte le
sedi istituzionali e politiche: «Le
emergenze stanno ponendo il sistema dell'istruzione e della ricerca universitaria in una condizione di crisi conclamata, che rischia di diventare irreversibile, in
conseguenza della quale gli atenei e le comunità accademiche
non saranno più in condizione di
assolvere i propri compiti istituzionali, di procedere alla formazione delle giovani generazioni,
di promuovere la ricerca scientifica e di contribuire allo sviluppo
e alla diffusione della cultura».
Ecco, le innovazioni legislative
introdotte «hanno comportato
l'adozione di modelli e di soluzioni che si sono volute, incautamente, d'immediata e generalizzata applicazione, senza alcuna
preliminare sperimentazione».
Le energie delle strutture tecniche e del personale accademico
«sono state impegnate nell'assolvimento di pesanti oneri organizzativi e funzionali, spesso di
natura fortemente burocratica».
Il dossier racconta come nelle
università italiane ci sono meno
studenti (58 mila, appunto), ma
anche meno professori e tutto
questo perché ci sono meno finanziamenti: «La ricerca scientifica è l'unico motore universalmente riconosciuto perl'innovazione elo svilupp o, tanto cheilresto del mondo sta investendo in
ricerca nonostante il periodo di
profonda crisi». L'Italia spende
solo l' i per cento del Pil nel sistema universitario (contro una
media Ue dell'1,5 per cento) e il
Fondo di finanziamento ordinario ha conosciuto una contrazione delle risorse tale da diventare,
per il 2013, inferiore all'ammontare delle spese fisse a carico dei
singoli atenei. È il crack contabile. «A fronte di tutto ciò appare
consolidarsi il rischio di un incremento dell'emigrazione intellettuale delle giovani generazioni,
rischiamo di diventare la manodopera d'Europa».
La percentuale di chi s'iscrive
all'università diminuisce costantemente: dal68percento del
2007-2008 si è arrivati al 61 per
cento del 2011-2012. Ai diciannovenni la laurea interessa sempre meno: le iscrizioni sono calate del 4 per cento in tre anni, dal
51 per cento al 47 per cento. È di-
minuita drasticamente anche
l'offerta formativa degli atenei: in
sei anni sono stati eliminati 1.195
corsi di laurea. Quest'anno sono
scomparsi 84 corsi triennali e 28
specialistici biennali. Gli studenti fuoricorso corrispondono al
33,6 per cento e il 17,3 per cento
degli iscritti sono totalmente
inattivi (zero crediti formativi). I
professori ordinari sono scesi da
un massimo storico di quasi 20
mila a fine 2006 agli attuali 14.500
(-27percento), gliassociati dai 19
mila del 2006 ai 16 mila di oggi (16 per cento). Contro una media
Ocse di 15,5 studenti per docente, in Italia la media è di 18,7. Il
dossier racconta, infine, che sono stati espulsi dal sistema «la
maggior parte degli assegnisti
anziani». Pesante la situazione
borse di studio agli "aventi diritto": nel 2009 i fondi nazionali coprivano 1'84 per cento degli studenti, nel 2011 il 75 per cento.
Silenzio del ministro dell'Istruzione Francesco Profumo,
mentre attacca il segretario Pd
Pierluigi Bersani. «C'è il classismo che ritorna, non possiamo
accettarlo».
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I numeri
280.144
gli iscritti all'università
nel 2012
338.4E
gli iscritti nel 2003
OÖ mila
(,-17 ¿ gli studenti
persi dall università
taliana in 10 anni
4%%o
il calo delle
matricole
negli ultimi
3 anni
Per illustrare il calo degli
studenti il Cun ha usato
come metafora la Statale
di Milano (a sinistra): "E
come se fosse sparita".
L'ateneo lombardo ha
infatti 58.738 iscritti
1.195
i corsi
di laurea
chiusi
in sei anni
25% il taglio delle borse
di studio in tre anni
22% la riduzione dei docenti
in 6 anni
18,7 il numero medio
di studenti per ogni docente
(15,5 la media Ocse)
Mondo Universitario
Pagina 54
Gian Antonio Stella
/Cavalli di razza
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_L_a no-t-a i-nte_rpre_t_at_lva de_1. . . . . .nuovi- - - - - - c-o-ne_orsi
a maggior parte degli atti
di governo papali», scriveva
Stendhal in Promenades
dans Rome nel 1829, «sono
una deroga a una regola, ottenuta grazie
al credito d'una giovine donna o di una
grossa somma». Insomma, quella dell'interpretazione "all'italiana" delle norme è
una storia vecchia. Al punto che, spiega
Michele Ainis in Prlvilegium, le deroghe
nel sistema di leggi nazionali e regionali
ammontavano, al momento in cui il libro
andò in stampa quattro mesi fa, a 63.194E continuano a crescere.
L'ultimo esempio lo fornisce il ministro
della Pubblica istruzione e dell'Università
Francesco Profumo, che ha firmato una
nota interpretativa dei "nuovi" concorsi
universitari.
Dice la legge che, per uscire finalmente
dal pantano di concorsi vinti da figli,
nipoti, cugine, cognati, famigli, amanti e
portaborse in possesso magari di curriculum scarsi se non ridicoli, per passare la
selezione occorre avere un certo numero
di pubblicazioni su riviste considerate più
o meno scientifiche. E già questo, come i
lettori sanno, aveva sollevato un mucchio
di perplessità data l'inclusione tra queste
riviste "scientifiche" di mensili o settimanali dedicati alla più varia umanità.
RISME DI DIS`
<w_?, Davanti al
rischio che qualcuno andasse in cattedra
ad Architettura grazie a un gran numero di
articoli su Il Corriere del Comò o a veterinaria per i suoi pezzi su La Gazzetta della
Vacca Maremmana, il ministro si è sentito
in dovere di precisare che "la valutazione
complessiva del candidato, come si è detto, deve fondarsi sull'analisi di merito della
produzione scientifica dello stesso". Ma
Mondo Universitario
Ipotesi maliziosa
Con quella nota interpretativa,
il rettore nepotista dell'università
continuerà a fare ciò che vuole.
"il superamento degli indicatori numerici
specifici non è fattore di per sé sufficiente
ai fini del conseguimento dell'abilitazione.
Di norma, infatti, l'abilitazione deve essere
attribuita dalle commissioni esclusivamente ai candidati che abbiano soddisfatto entrambe le condizioni (giudizio di
merito e superamento degli indicatori di
impatto della produzione scientifica)".
Tuttavia, prosegue la nota, "le commissioni possono discostarsi da tale regola
generale. Ciò significa che le commissioni
possono non attribuire l'abilitazione a
candidati che superano le mediane prescritte per il settore di appartenenza, ma
con un giudizio di merito negativo della
commissione, ovvero possono attribuire
l'abilitazione a candidati che, pur non
avendo superato le mediane prescritte,
siano valutati dalla commissione con un
giudizio di merito estremamente positivo".
Insomma: facciano come meglio credono.
Purché, ovvio, "ogni decisione della commissione, relativamente a quanto precede,
dovrà essere rigorosamente motivata (...)
sia in sede di predeterminazione dei criteri
che di giudizio finale".
Saputa la cosa, tra i docenti più critici
verso l'andazzo del nostro sistema si sono
levate risate di disperazione: non cambierà
mai! Spiega tuttavia Roberto Perotti, che a
quel sistema malato ha dedicato articoli,
saggi, libri, che la nota di Profumo può essere letta in realtà in due modi. La lettura
benigna è che, appunto, la scelta dei criteri
numerici e "oggettivi" fatta per arginare il
nepotismo che dilaga in vari atenei italiani
si presta a un sacco di critiche perché vale
più un solo saggio su Science che cento
su Il giornale del Cabernet o L Pco della
Tagliatella. Per capirci, spiega Perotti, "il
numero di pubblicazioni in sé non vuol
dire niente. Per quel che ne so due premi
Nobel come Maurice Allais o John Nash
ne avevano pochissime. E l'università di
Chicago ha appena dato una cattedra a un
giovane studioso che aveva una sola
pubblicazione, ma ritenuta geniale. In
realtà siamo dentro il solito circolo vizioso:
finché gli atenei continueranno a essere
finanziati a pioggia e non in base ai risultati così da esser costretti a prendere solo i
professori migliori per non fallire, non ne
usciamo". Sullo sfondo, resta la seconda
interpretazione, maliziosa: il rettore
nepotista, con quella nota, brinderà:
regole o no, può continuare a fare
quel che gli pare.
Pagina 55
Crollo di iscritti ne
atenei
Matricole in calo del 17% rispetto a dieci anni fa - Pesa il taglio ai fondi
Eugenio Bruno
ROMA
náy. Gli atenei italiani lanciano
un urlo alla Edvard Munch. A
diminuire non sono solo i fondi, ma anche gli iscritti, i laureati, i corsi di laurea e i dottorandi Come sottolinea un documento del Consiglio universitario nazionale (Cun) indirizzato al Governo che verrà.
Il valore del dossier non sta
tanto nella sua originalità, poiché contiene dati in gran parte
già noti, quanto nella sua organicità. Così da fotografare lo
stato di salute ditutte le componenti della galassia universitaria. Si parte dall'emorragia di
matricole, che nell'ultimo decennio sono diminuite di oltre
58mila, unità (-17%). Dai
338.842 dell'anno accademico
2003/2004 Si è passati a 280.144
del 2011/2012. E come se fosse
scomparso, sottolinea il Cun,
un intero ateneo delle dimensioni della Statale di Milano.
Il calo non riguarda solo i
flussi in ingresso, ma anche
quelli in uscita. Per numero di
laureati continuiamo infatti a
essere sotto la media Ocse:
nel 2012 eravamo ancora al
34esimo posto su 36. Senza
contare che nell'anno accademico 201o/2ou risultava fuori
corso il 33,6% degli studenti,
LA FOTOGRAFIA
I laureati restano al di sotto
della media Ocse e i docenti
sono diminuiti del 22%
Ne12013ilfondo
di finanziamento perde il20%
...........................................................................
mentre un altro 17,3% risultava iscritto senza avere sostenuto alcun esame.
Passando dalla domanda
all'offerta formativa, il risultatononmuta. E continua aimperare il segno meno. In diminuzione risultano siaicorsidilaurea che i docenti. Gli insegna-
Mondo Universitario
menti attivati sono passati dai
5.519 del 2007/2008 ai 4.324 del
2012/2013. Solo quest'anno sono scomparsi 84 corsi triennali
e 28 di tipo specialistico/magistrale. E ciò sia perla doverosa
opera di razionalizzazione avviata dagli atenei sia per la pesante riduzione numerica del
personale docente. Che in sei
anni si è ridotto del 22%: gli ordinari sono passati dai quasi
2omila del 2006 ai 14.500 del
2012; gli associati da 19mila a
16mila. E il trend discendente
proseguirà nei prossimi anni.
Sempre in quest'ottica degni di nota sono, da un lato, i
6.ooo iscritti in meno (nella fascia di età 25-27 anni) ai corsi di
dottorato rispetto alla media
europea e, dall'altro, il 50% di
dottorandi che non hanno una
borsa di studio. Almeno su questo punto un segnale di speranzapotrebbe arrivare dal regolamento che sta per giungere in
porto (su cui si veda il Sole 24
ore di ieri) e che istituisce la figura del dottorato industriale
così da consentire uno sbocco
in azienda acoloro che nonpossono (o vogliono) proseguire
la carriera accademica.
Il Consiglio universitario risale poi dagli effetti alle cause.
Focalizzandosi soprattutto sull'andamento decrescente del
Fondo di finanziamento ordinario (Ffo). Che è tuttora il
principale mezzo di sostentamento degli atenei e che nel
2013 subirà una sforbiciata del
20%, arrivando a quota 6,6 miliardi. Come forse si ricorderà
tutti i tentativi del ministro
Francesco Profumo di reperire altri 400 milioni durante
l'esame al Senato della legge di
stabilità si sono rivelati vani
fant'è che alla fine è riuscito a
strapparne solo loo.
Proprio sulla carenza di fondi si concentrano gran parte
delle reazioni. Apartire dairettori sparsi lungo la Penisola e
dal presidente del Cun, Andrea Lenzi, che definisce gli
atenei «vittime di un'irrazionale riduzione di risorse». A
sua volta il responsabile università del Pd, Marco Meloni,
assicura: «Come primo atto di
governo cambieremo il diritto
allo studio».
Voce fuori dafcoro Carlo Finocchietti, direttore del Centro informazioni mobilità equivalenze accademiche (Cimea). Che invita a distinguere
il calo dell'offerta formativa,
«che era stato ampiamente previsto e anche programmato»,
da quello della domanda, che è
il vero fatto nuovo. Ed è dovuto sia auna «contrazione tecnica dopo ilboom diiscrizioni seguito alla riforma del processo
di Bologna del '99» sia a un
«maggiore realismo delle famiglie e dei giovani». Che, a suo
giudizio, ci pensano su due volte prima dibuttare tempo e soldi in una scelta che di-per sé
non spalancale porte del mondo del lavoro.
Pagina 56
L'allarme degli atenei
MENO MATRICOLE
Numero di studenti immatricolati*
2003
2012:
LA STRETTA ALLE RISORSE
Evoluzione del fondo di finanziamento ordinario. Dati in miliardi di«
- Ffo
-, Ffo corretto per l'inflazione (base 1996)
350.
96 97 98 99 00 01 02 03 04 05 06 07 08 09 10 11 12 13
8,0
7,5 ì:
325
70
65;
6,0
300
.. -ào
5,
275
.
,
,
4,5
IL TREND DEI CORSI DI LAUREA
Riduzione della numerosità dei corsi di studio attivati
Corsi di laurea
Triennali
Specialistica/magistrale
(biennali)
Specialistica/magistrale
(a ciclo unico )
(*) Valori in migliaia
Mondo Universitario
2007-'08 2008-'09 2009 -'10' .2010-'11 2011-'12 2012 '13'
2.830
2.598
2.373
2.239
2.100
2.062
2.416
2.353
2.205
2.089
1.990
1.962
273
275
278
293
291
300
Fonte: Miur- Anagrafe nazionale degli studenti
Pagina 57
COME SI PUO
FLRN RE
L'ENIOR.RAGIA
WALTER PASSERINI
Giovani sull'orlo di una
crisi di fiducia nello
studio; università incapaci di attrarre le energie migliori, i talenti.
CONTI NUA A PAG. 13
LA STAMPA
N
Mondo Universitario
Pagina 58
Come
possiamo
fermare
l'emorragia
WALTER PAssrnINI
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA
E una morsa soffocante,
che rischia di delegittimare il valore del sapere, nel momento in cui la competizione globale richiede nuove e più ricche competenze.
Non ci si può consolare con
il calo demografico. È vero, come ricordano Almalaurea e Almadiploma, che in 25 anni
(1984-2009) in Italia i diciannovenni sono calati del 38%. Sono
quasi raddoppiati i diplomati (i
diciannovenni che lo hanno
conseguito sono passati dal
40% del 1984 al 73% del 2009).
Ma a partire dal 2003 il circolo
virtuoso del rapporto tra diplomati e immatricolati si è inceppato, riducendosi di quasi 10
punti (dal 72,6% al 63,3%).
Oggi i diciannovenni immatricolati rappresentano il
29% dei loro coetanei. Tra i
motivi del disamore, al di là
delle ragioni demografiche, vi
è la sfiducia nell'ascensore sociale della formazione; l'impatto negativo con un mercato del lavoro che non premia,
anzi precarizza anche i più titolati; una visione provinciale
e localistica della competizione che nel mondo si basa sulla
preparazione delle risorse
umane, sulle competenze,
sulla conoscenza. È il senso
dello studio che demoralizza,
mentre per le generazioni
precedenti era il motore della
promozione sociale.
gira a favore dello studio e del
sapere, o meglio, di tutti i saperi: saperi, saperi pratici e saperi critici, recuperando il valore
dell'imparare, come succedeva dentro le rinascimentali
botteghe artigiane; questa
campagna dovrà sfociare nella
scrematura dei troppi corsi di
laurea (oltre cinquemila), molti dei quali inutili.
La seconda è quella dell'orientamento, che ha bisogno
di orientatori professionali e
non di predicatori scalzi, anche se volonterosi; le bussole
vanno introdotte sia nelle medie inferiori sia negli ultimi anni delle superiori. La terza si
chiama valutazione: non si
possono valutare solo i giovani,
ma anche le scuole, i professori, le università; un Paese che
non premia né punisce in modo equo e responsabile uccide
la cultura dei merito.
Infine, un richiamo alle imprese, che non possono sempre e solo lamentarsi. Abbiamo bisogno di più laureati. Se
le imprese facessero monitoraggio e censimento dei fabbisogni occupazionali e formativi, mentre combattono e cambiano il motore in corsa, darebbero un essenziale contributo
a un Paese che deve ancora diventare sistema.
Ma c'è anche un'altra sfida
all'orizzonte, quella dei luoghi
in cui si produce la formazione
del futuro. Siamo così sicuri
che il sapere necessario per
stare dentro la competizione
possa venire prodotto solo dalle università? Nell'era digitale,
quali sono i nuovi santuari della conoscenza nel mondo? È
anche questo il sottotesto dei
dilemma che lacera molti giovani: resto o divento un cervello in fuga?
Tre sono le principali azioni
che possono invertire l'emorragia dall'apprendimento. La
prima è il lancio di una campa-
Mondo Universitario
Pagina 59
lega dagli atenei
Persi in dieci anni
58 mila studenti
Calano anche finanziamenti, corsi e docenti
Luniversita non garantisce più il futuro?
O
rmai è una certezza: l'Università non è più né
uno status sociale né un sogno da
realizzare a tutti i costi o un
parcheggio in attesa di idee
migliori. E una scelta effettuata sempre più da chi pensa
che valga la pena investirci
tempo e denaro perché di lì
passerà il suo futuro.
L'ennesima conferma è nel
documento del Cun (Consiglio universitario nazionale)
indirizzato all'attuale Governo e Parlamento, alle forze politiche impegnate nella competizione elettorale, «ma soprattutto a tutto il Paese».
Dal 2009 il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) è
sceso del 5% ogni anno, è
scritto nel documento. In dieci anni gli immatricolati sono
scesi da 338.482 (2003-2004)
a 280.144 (2011-2012), con un
calo di 58 mila studenti, vale a
dire del 17%. Come se in un
decennio fosse scomparso un
ateneo come la Statale di Milano, precisa il Cun. La crisi è
diffusa in tutt'Italia ed estesa
a quasi tutti gli atenei anche
se esistono eccezioni come
l'ateneo di Bologna dove negli
ultimi tre anni le iscrizioni sono aumentate dell'1%.
IMMATRICOLATI
In un decennio
sono calati
dal 17 per cento
I 19enni sono più o meno gli
stessi - in cifre - negli ultimi 5
anni, ma le loro iscrizioni sono
calate del 4% in tre anni: dal
51% nel 2007-2008 al 47% nel
2010-2011.
Né i risultati sono migliori
se si guarda al numero dei
laureati. L'Italia è molto al di
Mondo Universitario
sotto della media Ocse con il
suo 34° posto su 36 Paesi. Solo
il 19% dei 30-34enni ha una
laurea, in Europa la media è
del 30%. Il 33,6% degli iscritti
è fuori corso mentre il 17,3%
non fa esami.
Tutto lascia pensare che il
calo non si fermerà presto. Il
fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato
molto ridotto a partire dai
primi anni del governo Berlusconi. Nel 2009 i fondi nazionali
coprivano l'84% degli studenti
aventi diritto, nel 2011 il 75%.
In sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Quest'anno sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici-magistrali. All'inizio si
trattava di una necessità di razionalizzare, ora invece soprattutto di fare economia sul personale docente.
Rispetto alla media Ue, in
Italia 6.000 giovani in meno si
iscrivono ai corsi di dottorato.
L'attuazione della riforma del
dottorato di ricerca prevista
dalla riforma Gelmini è ancora
ferma e il 50% dei laureati segue i corsi di dottorato come
una forma di volontariato personale, senza borsa di studio.
In sei anni (2006-2012) il numero dei docenti si è ridotto del
22%. Nei prossimi tre si prevede
un ulteriore calo. Contro una
media Ocse di
15,5 studenti per docente, in
Italia la media è di 18,7. Pur considerando il calo di immatricolazioni, il rapporto docenti-studenti è destinato ad aumentare
ancora: i docenti sono in calo e
lo saranno ancora nei prossimi
anni e gli atenei hanno subito
forti limitazioni sui contratti di
insegnamento.
Dal 2001 al 2009 il Fondo di
finanziamento ordinario (Ffo), calcolato in termini
reali aggiustati
sull'inflazione, è
rimasto quasi stabile, per poi scendere del 5% ogni anno, con un
calo complessivo che per il 2013
si annuncia prossimo al 20%.
Impossibile, quindi, programmare la didattica o la ricerca.
Università
in affanno
OFFERTA FORMATIVA
-1.195 corsi di laurea in sei
anni (2006-2012)
-6.000 iscritti ai corsi
di dottorato rispetto
alla media Ue
BORSE DI STUDIO
(aventi dirittn (n¡berti dai fondi)
54'4,
2009
75%
2011
Fonte: Consiglio universitario nazionale
Centimetri - LA STAMPA
FtAAVIAAMABILE
IMMATRICOLATI
2003-2004
LAUREATI
(s i tntaHP 3n-34ennit
19 °%
Italia
30%
Media Ue
PROFESSORI
-22% di docenti in sei anni
(2006-2012)
Numero studenti per docente
Italia
18,7
LAU REATI
Siamo al terz'ultimo
posto nell'0cse
Solo 19% dei trentenni
Pagina 60
"È un gioco di squadra
che fa vincere i singoli"
STEFANO RIZZATO
università? È come una
squadra di calcio. Spesso, i singoli fanno la differenza». Pietro Gravino, 28
anni, ha studiato fisica all'Università La Sapienza di Roma.
Dopo i cinque anni di studi, è
rimasto in ateneo come dottorando. Ora si occupa di progetti multidisciplinari e ricerche
sociali. «L'ultima è "LaPENSOcosì - racconta - un modo di
sondare le preferenze degli
elettori con un giochino per
Facebook».
Nell'università Pietro ha
trovato il modo di assecondare, insieme agli studi scientifici, anche la passione per ambiti diversi. «Lavoro a contat-
to con antropologi, linguisti e
sociologi. In questo gli atenei
sono difficili da sostituire: consentono quella collaborazione
tra esperti di discipline diverse
che è il modo migliore per ottenere risultati».
Certo, la ricerca e la mancanza di fondi sono diventate tasti
dolenti nel panorama universitario. Ma esistono anche isole felici, spiega Pietro: «Sulla mia
strada ho trovato docenti intraprendenti, che fanno progetti interessanti e riescono a finanziarli con bandi europei. Al "dopo" per adesso non penso. Però
mi sono accorto di una cosa: all'estero un laureato in fisica alla
Sapienza può trovare lavoro
persino facilmente. Qualcosa
vorrà pur dire».
"Ma gli stimoli veri
sono fuori dalle aule"
er chi va a caccia di stimoli, le università non
sono certo il posto giusto». A dirlo è Massimo Ciociola, 35 anni e imprenditore
da quasi 15. Da fondatore di
MusiXmatch - azienda di Bologna che dà lavoro a 20 persone ed è diventata il punto di
riferimento nella Rete per i
testi delle canzoni - è l'esempio di come si possa diventare
startupper di successo senza
mai laurearsi. Un po' come
Steve Jobs.
«A 21 anni studiavo ingegneria elettronica a Bologna racconta - ma non avevo stimoli. Quando pensai a uno dei
primi servizi per il wireless,
qualcuno dei miei docenti mi
disse: "Stia zitto e continui a
Mondo Universitario
studiare". Beh, quell'idea è diventata la mia prima startup».
Quasi 15 anni e diversi viaggi dopo, Massimo resta convinto che
sia stata la scelta giusta. «Per
fortuna ho avuto una famiglia
che mi ha capito e sostenuto. La
verità è che esistono altre strade
da quelle solite. E che bisogna
imparare anche a rischiare».
Nelle università Massimo
vede solo un ambiente poco
fertile. Specie per un giovane
di talento. «Spesso sono i docenti i primi ad essere demotivati. Ecco perché credo che
un ragazzo dovrebbe iniziare
a mettersi in gioco prima
possibile. E che i talenti, oggi,
andrebbero cercati già nei licei, invece che soltanto nelle
università».
IS. RIZ.]
Pagina 61
Le università perdono studenti
In dieci anni il 17% di immatricolati in meno. In calo i laureati
Boom di fuori corso. Allarme dagli atenei: basta tagliare i fondi
Natalia Poggi
[email protected]
NE L'allarme arriva da una ricerca nazionale del Cun (Consiglio Universitario Nazionale) ed è un'emergenzanazionale. In dieci anni gli iminatricolati all'Università sono scesi
da 338.482 (anno accademico
2003/2004) a 280.144 (anno
2011/2012). Si tratta di 58.000
studenti, pari al 17% in meno.
In pratica, riferisceilCun, è come se un grande ateneo come
la Statale di Milano fosse all'improvviso scomparso. Il calo delle immatricolazioni interessa la gran parte degli atenei. E se i diciannovenni snobbano sempre più gli studi accademici, sempre di meno sono
gli studenti che si laureano.
Per numero di laureati, infatti,
siamo largamente al di sotto
dellamediaOCSE: al34° posto
su 36 Paesi (anno 2012). Solo il
19% dei 30-34enni italiani possiede una laurea, contro una
media europea de130% (rilevazione al 2009). Il 33,6% degli
iscritti ai corsi di laurea, infine,
è fuori corso mentre il 17,3%
non fa esami. In pratica ci si
iscrive all'università senza
convinzione, forse per ripiego, senza un pianificazione
precisa. Inoltre le prospettive
non sono rosee. Il numero dei
laureati nel nostro Paese è destinato a calare anche perché,
secondo il Cun, negli ultimi 3
anni il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è
stato ridotto. Nel 2009 i fondi
nazionali coprivano 1'84% degli studenti aventi diritto, nel
2011 il 75%.1125% dei ragazzi
quindi è rimasto fuori. E così le
iscrizioni sono calate del4%in
tre anni, passando dal 51% nel
2007-2008
al
47%
nel
«Più attenzione
ai giovani. La società
non deve più escluderli»
Mondo Universitario
2010-2011. Tra le cause anche
l'impoverimento dell'offerta
formativa. In sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Quest'anno sono scomparsi 84 corsi di laureatriennali e 28 corsi specialistici/ magistrali (biennali). Molti professori sono andati in pensione e
non sono stati sostituiti. In soli
sei anni (2006/2012) il numero
dei docenti si è ridotto del
22%. Nei prossimi 3 anni si prevede un ulteriore calo dei docenti di ruolo. Il calo è dovuto
alla limitazione imposta al numero dei contratti di insegnamento. ControunaunediaOCSE di 15,5 studenti per docente, in Italia la media è di 18, 7.
Rispetto alla media europea
in Italia abbiamo 6.000 dottorandi in meno che si iscrivono
ai corsi di dottorato (fascia età
25-27 anni) che rappresentano il più alto grado di istruzione universitaria. L'attuazione
della riforma del dottorato di
ricerca prevista dalla legge (30
dicembre 2010, n.240) è ancora al palo. Inoltre in Italia il
50% dei laureati segue i corsi
di dottorato senza alcuna borsa di studio. L'allarme lanciato
dal Cun è diretto al Governo, al
Parlamento e alle forze politiche impegnate nella campagna elettorale. È un tentativo
di stoppare, come sottolinea il
presidenteAndreaLenzi «lacostante, progressiva ed irrazionale riduzione delle risorse finanziarie ed umane destinate
al sistema universitario». Perché «l'università crea conoscenza diffusa e capacità di sapere critico per i giovani, è
l'unica istituzione che crea le
competenze per la classe dirigente di un Paese democratico, moderno ed evoluto, l'unica palestra che mette in evidenza le vocazioni e le eccellenze indispensabili alla competizione scientifica globale».
Emorragia
Le iscrizioni
sono calate
del 4% in tre
anni
passando dal
51% nel
2007-2008 al
47% nel
2010-2011
In sei anni
sono stati
eliminati
1 .195 corsi di
laurea.
Quest'anno
scomparsi 84
corsi di laurea
triennali e 28
corsi
specialistici
(Nella foto
aula di
Medicina alla
Sapienza)
tura, durante la presentazione
dell'assemblea plenaria annuale del dicastero vaticano
(6-9febbraio) sultema«Culture giovanili emergenti». «Se
c'è un campo di interessi che
in questa fase storica considero fondamentale è la cultura
giovanile. L'esigenza di dare
più attenzione ai giovani anche nellaChiesa, dove dovrebbero poter accedere anche aincarichi di responsabilità». Il tema riguarda la società intera:
per Ravasi «dovrebbe affiorare un esame di coscienza nei
genitori, nei maestri, nei preti,
nella classe dirigente. I giovanili abbiamo esclusi con la nostra corruzione e incoerenza,
col precariato, la disoccupazione, lamarginalità. Invece la
loro diversità non è negativa
ma contiene semi sorprendenti di fecondità e autenticità».
i
L !i
i- á w
«Solo le istituzioni
accademiche creano
il sapere critico»
I giovani e la cultura giovanile devono essere centrali. Lo
ha ribadito il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del
Pontificio consiglio per la cul-
Pagina 62
ME
Mondo Universitario
Pagina 63
i
direttore
i
Lo Storto: «Più corsi
di laurea legati
al mondo del lavoro»
Il calo fisiologico e inarrestabile di iscritti all' università è preoccupante soprattutto seinserito nel contesto attuale di crisi economica. A
sottolineare l'allarme lanciato dal Cun è il vice
direttore della Luiss Giovanni Lo Storto. «Altro
dato preoccupante è il 20% dei fuori corso che
rileva una scelta non consapevole che fa perdere tempo e ci allontana dalle medie europee. E
poi il numero elevato di abbandoni, uno su cinque. Sono tutti problemi che non si possono
più rimandare». Quali potrebbero essere gli interventi? «Bisognarendere più efficaci le offerte
formative, cioè razionalizzare l'offerta e fare in
modo che i corsi di laurea rispecchino le esigenze del mondo del lavoro. Per questo è necessario che il mondo accademico incontri e si relazioni con le aziende». In caso contrario le università continueranno ad essere fabbriche di
disoccupazione. Le scelte consapevoli e che
possono portare a
sbocchi occupazionali devono costruirsi
molto prima del momento fatidico dell'iscrizione. «Prima
di tutto va ripensato
l'orientamento - prosegue Lo Storto - peri
chéorasiètrasformatoinunamanierache
assomiglia più al
marketing dell'offerta formativa dell'ateneo in
questione. Il vero orientamento non è un'attività pubblicitaria ma di informazione sui percorsi di laurea possibili e più si anticipa, meglio è».
Non basta dunque andare nelle scuole e mettersi in vetrina parlando di cosa si fa all'università
e di quanto sono belli e interessanti i corsi di
laurea ecc. ecc? «Direi proprio di no. Ad esempio noi alla Luiss abbiamo sperimentato con
successo la formula delle settimane summer
school. A fine luglio e in agosto i ragazzi delle
superiori che vi si iscrivono possono sperimentare per sette giorni la vita universitaria. Frequentano mini lezioni, si esercitano nellalettura efficace, a parlare in pubblico, a fare solving
problem». Un approccio teorico ma soprattutto pratico? «Sì anche a spettro più ampio. Facciamo provare mini lezioni di discipline come
medicina e ingegneria che nonvengono impartite alla Luiss».Altre strategie? «L'orientamento
va fatto alle elementari e alle medie. Bisogna
divulgare presso le nuove generazioni il concetto del fare impresa».
Nat. Pog.
Mondo Universitario
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A dare i voti ad atenei e corsi
la strana agenzia di Gelmini
stema di regole e regolette che uccidono l'autonomia universitaria».
MARIO CASTAGNA
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n'uiiiversità più piccola, più
povera e sempre più stressata.
U I dati del Cun dimostrano che
il calo di studenti e di finanziamenti
ha ormai portato il nostro sistema
universitario al collasso. Su un terreno sempre più inaridito si sta abbattendo però un diluvio burocratico
che rischia di mettere ancora più in
difficoltà i professori e i ricercatori
delle università italiane.
Il ministro Profumo ha varato da
poco le linee guida per l'Ava, il sistema di Autovalutazione, Valutazione
ed Accreditamento delle università
italiane. E tutti incominciano già a
tremare, non tanto per la paura di essere valutati, ma per lo stress burocratico che il processo di valutazione
rischia di generare.
Già oggi ogni corso di laurea viene
monitorato da un nucleo di valutatori
interni che raccolgono migliaia di
questionari che registrano la soddisfazione degli studenti. Il nuovo sistema varato dal Miur complica enormemente questo sistema. Il ministro lo
ha chiamato il bollino di qualità, ma
non sono pochi coloro che si troveranno tra le mani solo qualche ramo secco invece che frutti rigogliosi.
In effetti il punto più preoccupante
è l'ultima fase dell'Ava, che è quella
dell'accreditamento. Tutto il processo sarà guidato dall'Anvur, l'agenzia
creata dalla Gelmini che dovrebbe valutare l'intero sistema dell'università
e della ricerca in Italia. Peccato che,
quella che doveva essere un'agenzia
indipendente, si è rilevata una tecnostruttura ministeriale sempre più potente. Il comitato direttivo è di nomina politica, essendo stato proposto
dalla ex ministro Gelmini nel gennaio del 2011.
I membri del consiglio direttivo rivendicano da tempo la loro indipendenza dal ministero. Ma basta controllare la loro sede per capire quanto forti
siano i legami tra l'ex numero del dicastero e l'agenzia: hanno sede nello
steso ufficio, a poche rampe di scale
di distanza. L'agenzia è talmente poco dipendente dal potere politico che
non è ancora stata accreditata come
ente autonomo di valutazione dalla
rete europea di agenzia per la qualità
della ricerca. Un ministero nel ministero che decide la vita e la morte di
dipartimenti, facoltà e corsi di studio
universitari. Un potere enorme che
rischia di limitare fortemente l'autonomia cultura dell'accademia italiana.
CURIOSE VICINANZE
Anche la conferenza dei rettori, per
bocca del suo presidente Marco Mancini, ha chiesto all'Anvur di «ripensare parzialmente le modalità di implementazione del sistema di accreditamento. Le università sono infatti ancora alle prese con l'applicazione della legge Gelmini e sono impossibilitate, non per loro volontà, a mettere in
piedi il nuovo sistema di accreditamento».
Sempre Alberto Baccini ci ricorda
che l'agenzia francese, nel funzionamento molto simile all'Anvur italiana, è stata chiusa: «non garantiva indipendenza e imparzialità. Era un delirio burocratico. Il modello italiano
sembra purtroppo molto simile al modello francese».
E tutti sperano che insieme all'acqua sporca di un'agenzia poco funzionale non venga gettato il bambino di
un sistema di valutazione dell'università italiana finalmente efficiente.
L'agenzia è stata molto criticata
negli ultimi mesi per aver gestito tutto il processo per il reclutamento dei
nuovi professori. Dopo aver dato dignità scientifica a riviste come Yatch
Capital e a Suinocultura, scatenando le
risate di buona parte del mondo culturale italiano, oggi l'agenzia si ritrova
con il potere di accreditare i corsi di
studio universitari.
Alberto Baccini, uno dei redattori
di Roars, rivista telematica che si occupa della valutazione universitaria
ormai da più di un anno, fa parte del
nucleo di valutatori dell'Università di
Siena. Ci riporta una delle preoccupazioni più frequenti nelle aule universitarie: «La valutazione diventerà un
processo molto complicato. Solo gli
studenti dovranno compilare per
ogni corso 6 questionari. Più che una
valutazione siamo di fronte ad un si-
Mondo Universitario
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Università, in dieci anni
58mila
studenti
in
meno
e
11 C onsiglio
universitario nazionale:
calano finanziamenti
e docenti. «Così si taglia
lo sviluppo del Paese»
LUCIANA CIMINO
ROMA
Non sono una sorpresa per nessuno i
nuovi dati che descrivono la lenta moria dell'Università italiana. Non per gli
studenti, che negli ultimi anni hanno
manifestato contro la loro inesorabile
espulsione dall'istruzione. Non per i ricercatori, precari a vita, e neanche per
i rettori che da mesi denunciavano l'impossibilità di gestire i propri atenei con
le esigue risorse a disposizione. Ora è il
Cun (Consiglio universitario nazionale) a mettere nero su bianco che una
gran parte di italiani comincia a percepire l'istruzione superiore come un lusso non consentito. Tanto che le immatricolazioni sono crollate. In dieci anni
sono scese da 338.482 (anno accademico 2003-2004) a 280.144 (2011-2012).
58mila studenti in meno e cioè il 17%,
come se scomparisse un ateneo grande
quanto la Statale di Milano.
Il fenomeno riguarda tutti gli atenei,
dal nord al sud (tranne Bologna). Nel
rapporto che il Cun ha rivolto all'attuale governo e Parlamento, ai partiti impegnati nelle elezioni, «ma soprattutto
a tutto il Paese», non c'è una sola voce
con il segno positivo. Non il numero
dei laureati: l'Italia è sotto la media Ocse, 34esimo posto su 36 paesi. Solo il
19% dei 30-34enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Neanche il numero di chi sceglie una carriera universitaria: rispetto alla media
Ue, in Italia ci sono 6mila dottorandi in
meno mentre l'attuazione della riforma del dottorato di ricerca prevista dal-
Mondo Universitario
la Gelmini è ancora al palo. Questo si
traduce nel fatto che il 50% dei laureati
segue il dottorato senza borsa di studio. Borse di studio che del resto sono
impossibili da ottenere anche per gli
studenti a basso reddito (come prevede la Costituzione). Spiega il Cun: «il
numero dei laureati nel nostro Paese
calerà ancora anche perché, negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per le borse di studio è stato ridotto. Nel 2009
copriva l'84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%».
Ma risulta diminuito del 22% anche
il numero professori, non vengono più
assunti. Un ulteriore calo è previsto nei
prossimi 3 anni e già, secondo l'Ocse,
1;
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110
superiamo la media europea di studenti per docente che è «destinata a divaricarsi ancora per una continua emorragia di professori per la forte limitazione imposta ai contratti di insegnamento che ciascun ateneo può stipulare».
Un calo, quello dei docenti, che incide anche sull'offerta formativa. In sei
anni sono stati eliminati 1.195 corsi di
laurea, solo questo anno sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali. «Se questa riduzione è
stata inizialmente dovuta alla razionalizzazione, ora dipende - si fa notare dalla pesante riduzione del personale
docente». I laboratori poi sono obsoleti
e quindi difficilmente concorrenziali
con quelli esteri o di ricerca privata: i
finanziamenti Prin (destinati alla ricerca libera di base per le università e il
Cnr), subiscono tagli costanti, da una
media di 50 milioni all'anno ai 13 milioni per il 2012. Infatti dai 100 milioni
assegnati nel 2008-2009 a progetti
biennali si è passati a 170 milioni ma
per progetti triennali, per giungere a
meno di 40 milioni nel 2012.
Del resto dal 2001 al 2009 il Fto
(Fondo di finanziamento ordinario)
prima è rimasto quasi stabile, ignorando l'inflazione, poi ha cominciato a
scendere del 5% ogni anno, con un calo
complessivo che per il 2013 si annuncia prossimo al 20%. «Su queste basi e
in assenza di un qualsiasi piano pluriennale di finanziamento moltissime università, a rischio di dissesto - osserva il
Cun- non possono programmare né didattica né ricerca». Andrea Lenzi, presidente del Cun, parla di «costante, progressiva e irrazionale» riduzione delle
risorse finanziarie e umane destinate
al sistema universitario che «ne lede irrimediabilmente la capacità di svolgere le sue funzioni di base, di formazione e ricerca».
Non è sorpresa di questi dati Emanuela Ghizzoni, presidente Pd della
Commissione Istruzione della Camera, «registrano una crisi che si è venuta
a creare a causa delle politiche di Gelmini-Tremonti-Berlusconi e che denunciamo dall'inizio. Monti non ha invertito la tendenza». Marco Meloni, responsabile Università del Pd, e l'ex rettore Maria Chiara Carrozza parlano di
«questione sociale gigantesca» e annunciano che il primo provvedimento
del prossimo governo sarà sul diritto
allo studio. E anche per Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgi, il rapporto del Cun «fa paura» perché «racconta di opportunità negate ai giovani
e dà la misura dell'impoverimento culturale del nostro Paese. In Italia studiare è sempre più costoso, difficilmente
accessibile e non paga».
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Sempre meno studenti nelle Università italiane
Mondo Universitario
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Giovani derubati
della fiducia
L'ANALISI
GIUSEPPE PROVENZANO
È l'Italia che si impoverisce, e nella
crisi perde pezzi di futuro. E così
intacca il suo giacimento più
prezioso , quel capitale umano che
non valorizzato.
SEGUE A PAG. 11
Mondo Universitario
Pagina 68
Giovani
derubati
della fiducia
IL COMMENTO
GIUSEPPE PROVENZANO
È ciò che non solo interrompe ma
rischia di minare ogni prospettiva
di sviluppo del nostro Paese. E di
tutto questo che ci parla il dato del
crollo delle immatricolazioni
all'Università. Non è il primo anno
che viene denunciata questa
inversione di tendenza, che
inchioda l'Italia agli ultimi posti
per numero di laureati tra i paesi
Ocse. E proprio i numeri del
decennio tracciano la sua parabola
declinante, il precipitato di
occasioni sprecate. Sprecato è il
forte investimento che dalla metà
degli anni Novanta aprì l'accesso
all'istruzione avanzata a una
massa di giovani, specialmente
donne e meridionali, con la
promessa di buona occupazione,
verso una società della conoscenza
e un'economia fortemente
competitiva. Si iscrivevano
all'Università sempre più
diplomati, fino a oltre il 70% nel
2004, soprattutto nel Sud che
colmava i divari formativi con il
resto del Paese. Da allora, è
iniziato un lento declino che la
crisi ha accelerato, e quella
percentuale è tornata ai livelli di
quindici anni fa. Crollano le
immatricolazioni non solo per un
calo demografico o per la
diminuzione degli immatricolati
adulti (fenomeno importante in
seguito alla riforma universitaria
di fine anni Novanta). Oggi pesa la
crisi, la difficoltà delle famiglie a
farsi carico del costo di mandare i
figli all'università. Tuttavia, la
ragione principale va ricercata
proprio nella promessa mancata
sul lavoro, nel tradimento alle
nuove generazioni. Anche ai
laureati, a cui l'Italia ha dato
Mondo Universitario
soltanto un'alternativa tragica tra
la precarizzazione e la
marginalizzazione, lo «spreco» (si
pensi ai Neet, alle centinaia di
migliaia di laureati inoccupati) o
peggio la «fuga» (con l'esercito dei
nuovi fuorusciti).
Al di là dei limiti interni al sistema
formativo e universitario, della
notoria mancanza di una politica
per la ricerca, del diritto allo
studio spesso vergognosamente
negato, i fattori economici e
sociali, attuali e di prospettiva,
assumono un peso decisivo nelle
scelte formative. È la forma più
grave di «scoraggiamento» sociale:
matura l'idea che investire nel
sapere, e dunque in se stessi, alla
fine non serva, altri sono i modelli
di affermazione sociale. A che
serve andare all'Università a per
un giovane che si troverebbe a
venticinque anni senza un lavoro
all'altezza delle sue competenze e
ambizioni? A che serve se a
trent'anni, senza un sistema di
protezione familiare o clientelare
alle spalle, non avrà un reddito che
garantisca una vita dignitosa?
Chissà che qualcuno oggi non si
accorga, pure in una campagna
elettorale dove fanno capolino
vecchi uomini e vecchie idee, che
questo dato sul crollo delle
immatricolazioni è un frammento
di specchio che restituisce, con
un'immagine abbastanza
inquietante, la più nitida visione
della posta in gioco: il ruolo
dell'Italia, della sua società, della
sua economia, nell'Europa e nel
mondo di domani.
Un domani per cui si sta facendo
ormai troppo tardi, e non si può
perdere altro tempo. Non si può
perdere ancora.
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