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Anno 112
n.
DOMENICA
1 MARZO 2009
N
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€ 1,10
Cala la fiducia nella Chiesa
U
n dato, un campanello d’allarme, da non disattendere, ma che invece va diligentemente
analizzato per individuarne le cause di fondo
e trovarne possibilmente gli opportuni rimedi. Si tratta di indagini demoscopiche più
che attendibili, che quindi danno un avallo
scientifico a quanto da tempo si sta notando anche a occhio nudo. Si tratta di un calo
sensibile di fiducia, anzi di un vero e proprio crollo,
se vogliamo usare il termine preciso con cui amano
esprimersi i ricercatori. Un calo o un crollo che coinvolge l’intera chiesa, ma che a noi interessa soprattutto per quanto ci riguarda direttamente.
Si è cominciato col denunciare la contrazione
di un milione di fedeli in due anni agli incontri del
Papa, si è continuato nel rilevare la diminuzione
della somma delle offerte destinate alla santa Sede
e dell’otto per mille in favore della chiesa italiana,
si è concluso con l’indagine dell’Eurispes, secondo la
quale la fiducia degli italiani nella chiesa è passata
dal 49,7% di un anno fa al 38,8% di oggi. La sfiducia
trova maggiore consistenza nei giovani, come sempre la parte più sensibile e più esposta ai mutamenti
di mentalità e di sensibilità. Non sono tanto Gesù
Cristo o il suo Vangelo a essere messi in questione,
quanto piuttosto la vita e il comportamento degli
uomini di chiesa, intendendo soprattutto con questa
parola (come, del resto, purtroppo, intende ancora
comunemente la gente) la sua parte dirigenziale, la
cosiddetta gerarchia. “Cristo sì, la chiesa no”: uno
slogan forse vecchio quanto il cristianesimo, che
però faremmo molto male a non prendere in seria
considerazione per la gravità con cui oggi si manifesta.
Uomini di chiesa che hanno preso parte al dibattito di questi giorni hanno messo in luce soprattutto l’incapacità della chiesa stessa di parlare agli
uomini del nostro tempo. Su questo tema aveva già
detto parole di fuoco l’ultimo Sinodo dei Vescovi,
dedicato appunto alla Parola di Dio, parlando di
omelie noiose, astratte, generiche, senza mordente,
“estranee” all’uditorio, insofferente e impaziente di
fronte a quello che pure dovrebbe essere il suo nutrimento fondamentale. Vero, ma forse bisogna scendere
ancora più a fondo.
Gli insegnanti di religione riferiscono i giudizi
negativi dei loro alunni nei riguardi anzitutto dei
propri parroci, quelli con cui essi hanno avuto il
primo contatto e la prima esperienza. Ma di lì si va
facilmente anche più su, arrivando fino al Papa, alla
sua corte considerata anacronistica e poco evangelica e mettendo in questione le stesse strutture tra-
All ’interno
Il teologo Severino Dianich descrive
con chiarezza e profondità il cammino
della Chiesa sulla scia
del Concilio Vaticano II
DIANICH A PAGINA
2
dizionali della chiesa. Nessuno vuol dire che queste
critiche siano del tutto giuste, ma nessuno forse può
nemmeno dire che esse siano del tutto false.
Proprio in questi giorni è uscito un volume di un
noto vaticanista italiano intitolato La chiesa del no.
Si tratta di una critica spietata a un’organizzazione
che, a giudizio dell’autore, si è specializzata nel dire
no a tutte le richieste che vengono dalla base e che
veicolano fino alle sue porte le esigenze fondamentali nella cultura moderna, cominciando da quella
della libertà. Una tesi certamente inaccettabile nel
suo complesso, ma che ci costringe a riflettere seriamente sui nostri comportamenti. Nell’attuale cultura
radicale la chiesa non può non dire anche più di un
no. Ma dovrebbe poter dire anche non pochi sì. Anzi,
anche i no che deve dire con coraggio in nome della
verità potrebbero essere presentati nel loro aspetto
positivo e come un aiuto fraterno (mai come un’imposizione) per una vita più umana e una società
più giusta e solidale. Solo un laicismo testardo ed
esasperato può negare questo diritto, riconosciuto a
tutti, alla chiesa.
Per la verità, una risposta già pronta, almeno nella sua sostanza, alle domande degli uomini di oggi,
la chiesa ce l’ha già: è la risposta onnicomprensiva
maturata nei giorni fortunati del concilio Vaticano
II. Una risposta esemplare nei suoi contenuti e nelle
sue modalità. C’è la riforma interiore, la riforma delle strutture, l’appello alla povertà evangelica, la solidarietà con l’intero genere umano, l’impegno per un
aggiornamento continuato, anzi per una conversione
sempre rinnovata.
Rimasta a mezza strada, la chiesa post-conciliare
ha bisogno di ritrovare la parte migliore di se stessa,
lasciando morire ciò che è già morto e tenendo alto
quel messaggio di speranza che costituisce la sua
stessa ragione di esistere. Al di sotto delle critiche
rimane ancora udibile la voce dello Spirito Santo.
Forse come non mai, questa à l’ora del cambiamento
e del rinnovamento. Un’urgenza assoluta che interpella indistintamente tutti.
Giordano Frosini
VIOLENZA GIOVANILE
CUBA ALLA RICERCA DI UN
SOCIALISMO ALTERNATIVO
Cosa succede ai nostri giovani sempre
più immischiati in bravate e criminalità?
E chi deve sentirsi, almeno in parte,
responsabile di quanto sta accadendo?
RIFLESSIONI
SULLA LAICITÀ
Se è ben intesa,
essa può indicare
un lavoro comune
fra credenti
e non credenti
DOLDI
A PAGINA
PRESENTE E FUTURO
DELLA CHIESA
5
SERVIZI A PAGINA
13
Sempre di più si fa sentire l’aspirazione
a una democrazia partecipativa, assieme
a un
miglioramento
delle
condizioni
di
vita
CARUSONE
A PAGINA
15
2 in primo piano
Come vede la Chiesa
del futuro uno dei
maggiori ecclesiologi
contemporanei
di Severino Dianich
LA CHIESA
ORMAI IMPOSSIBILE
Almeno in tempi di facile prevedibilità, al di là di svolte epocali
assolutamente imprevedibili, ad ogni
pensatore sensato apparirà impossibile una reviviscenza di quella forma
storica di chiesa che ha contrassegnato
in Europa il millennio della societas
christiana incontestata.
La tesi appare di chiara evidenza
se solo si confronta la situazione della
chiesa odierna nella società moderna
avanzata con le ultime, ma vigorose,
resistenze al cambiamento dell’Ottocento e del primo Novecento.
Il Sillabo di Pio IX ci dà un’idea
chiara della concezione premoderna,
prima pacificamente condivisa, dominata dal concetto che l’unica fonte di
legittimazione della elaborazione del
pensiero, dello sviluppo dei costumi
e della stessa legislazione dello stato
fosse la chiesa.
n. 8
1 marzo 2009
Una Chiesa possibile
fu più congeniale passare dalla strenua
difesa della situazione premoderna,
pur protrattasi troppo a lungo all’accoglienza del regime di democrazia,
avvenuta per la prima volta con il
radiomessaggio natalizio di Pio XII del
1944 e il riconoscimento che solo la democrazia avrebbe evitato all’Europa la
guerra mondiale. E poi in forma matura
con la DH e la GS del Vaticano II.
LE PROSPETTIVE APERTE
DAL VATICANO II
Il Vaticano II si è assunto il compito
di riposizionare la chiesa nel mondo
contemporaneo, per riproporgli il
messaggio evangelico in maniera più
adeguata.
Il suo percorso va dalla Dei Verbum
nel richiamo al principio della Parola
di Dio alla Lumen Gentium per la ridefinizione del rapporto con il mondo
contemporaneo.
La sua riflessione si è fortemente
concentrata sulla chiesa, ma non tanto
a partire da Adamo, «dal giusto Abele
fino all’ultimo eletto», saranno riuniti
presso il Padre nella Chiesa universale”
(Lumen Gentim).
Può sembrare strano, ma è proprio
questa immersione della chiesa nell’oceano dell’azione del Padre e dello
Spirito, la quale non sta dentro alcun
confine storico come quella del Figlio
incarnato, che modifica il rapporto
strutturale della chiesa con la società
e la storia.
Ne deriva un rapporto diverso con
il mondo, per cui essa non pretende di
essere il centro del mondo e l’istituzione sulla quale ogni altra dovrebbe
convergere per essere veramente
legittimata.
In LG 1 si definisce come fosse un
sacramento, cioè “segno e strumento”,
quindi totalmente relativa e strumentale ad un fine più grande di lei: la
comunione degli uomini con Dio e
l’unità del genere umano.
E una forma di chiesa estroversa,
Mirari vos di Gregorio XVI)
Solo il concilio Vaticano II realizza
una svolta chiara e decisa GS 17. “…
l’uomo può volgersi al bene soltanto
nella libertà. I nostri contemporanei
stimano grandemente e perseguono con
ardore tale libertà, e a ragione…. Dio
volle, infatti, lasciare l’uomo «in mano
al suo consiglio» (20) che cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga
liberamente, aderendo a lui, alla piena
e beata perfezione. Perciò la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo
scelte consapevoli e libere, mosso cioè e
determinato da convinzioni personali,
e non per un cieco impulso istintivo o
per mera coazione esterna.
Oggi registriamo una nuova forza
dell’appello alla personalizzazione
della posizione del credente a cui si
aggiunge una tendenza a forme comunitarie di chiesa fortemente personalizzate e alternative a quelle istituzionali
territoriali.
È indubbio che vi si raggiungono
che si riconosce esistente anche fuori di
se stessa, ed esistente solo in funzione
dell’altro da sé nella prospettiva del
veniente regno di Dio.
livelli dell’esperienza credente di maggior valore che nel cosidetto cristianesimo sociologico ancora presente nella
pratica sacramentale delle parrocchie.
La mira da non perdere di vista è
però la esclusione di forme di chiesa di
tipo “settario” (in senso strettamente
sociologico) e la preservazione della
integrazione della missione della chiesa
nello sviluppo della società
LEONE XIII,
NELL’IMMORTALE DEI
DEL 1885
Vi fu un tempo in cui la filosofia del
Vangelo governava la società: allora
la forza della sapienza cristiana e lo
spirito divino erano penetrati nelle
leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei
popoli, in ogni ordine e settore dello
Stato, quando la religione fondata da
Gesù Cristo, collocata stabilmente a
livello di dignità che le competeva,
ovunque prosperava, col favore dei
Principi e sotto la legittima tutela dei
magistrati… E certamente tutti quei
benefìci sarebbero durati, se fosse
durata la concordia tra i due poteri:
e a ragione se ne sarebbero potuti
aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse
inchinati all’autorità, al magistero, ai
disegni della Chiesa.
Anche la Rerum novarum del 1891
con la quale la chiesa si assumeva
sue precise responsabilità in ordine a
problemi tipici della società moderna
proponeva in fondo la via del ritorno
al quadro medievale
I grandi movimenti di emancipazione sfociati nella rivoluzione francese con l’affermazione, fra l’altro, della
laicità dello stato e della libertà di religione avevano rotto irrimediabilmente
il sistema sociale premoderno.
Anche la rottura dell’unità della
chiesa con le conseguenti guerre di
religione ha reso inevitabile affidare
ad una visione laica dello stato la pace
sociale, che non poteva più contare su
di un unico magistero morale e su di
un’unica fonte di legittimazione.
Le chiese, dato che ormai non c’è
una sola chiesa, diventano sottosistemi
(Luhmann) rispetto allo stato.
È paradossale osservare che la
chiesa cattolica, grazie al papato, ha
potuto muoversi nel frangente meglio
delle chiese protestanti inevitabilmente diventate chiese di stato, e della
stessa chiesa ortodossa frammentatasi
nelle autocefalie nazionali. La Chiesa
Luterana tedesca cessò di essere chiesa
di stato solo nel 1918 e quella di Svezia
solo nel 2000.
Al percorso della chiesa cattolica
per ripensare la dottrina ecclesiologica,
anche se il concilio lo ha fatto, quanto
per delineare i rapporti della chiesa
con l’uomo d’oggi al quale essa intende
servire.
Se ne deve derivare l’idea che il
rapporto con il mondo, che è come dire
la missione della chiesa, è elemento
determinante per la stessa concezione
della sua natura e per la soluzione
anche dei problemi interni alla sua
struttura.
Il passaggio da una ecclesiologia di
pura fondazione cristologica ad una caratterizzata dalla fondazione trinitaria
ha significato apertura di spazi nuovi
e nuovi orizzonti.
Dalla considerazione esclusiva di
una istituzione della chiesa da parte
di Gesù, accompagnata da una visione
storica nella quale la cristianizzazione
strutturale del mondo era l’unica prospettiva della sua salvezza, la visione si
allarga agli spazi più ampi del disegno
universale di salvezza del Padre e all’opera inconfinabile dello Spirito.
In tal modo la chiesa si riconosce,
nella sua ben definita struttura fondata
da Gesù, come la punta di un iceberg, la
cui parte sommersa è immensa, la chiesa nascosta di tutti coloro che vivono di
fatto nella comunione con Dio.
La sua vicenda storica, quindi, sta
dentro un flusso più grande di lei che
punta al momento in cui “tutti i giusti,
LIBERTÀ DELLA FEDE
E INTEGRAZIONE DELLA
CHIESA NELLA STORIA
Nel cuore della svolta religiosa e insieme socio-politica dalla quale partire
per considerare una “chiesa possibile”
sta senza dubbio il tema della libertà di
coscienza e quindi dei fondamenti e dei
criteri dell’appartenenza alla chiesa.
L’idea che l’accesso a Dio non possa
avvenire che per la libera decisione
della persona viene dalle fonti cristiane:
la tesi paolina della salvezza dalla fede
e non dalla legge.
Il riconoscimento però dell’origine
cristiana del principio della libertà di
coscienza, identificato con l’indifferentismo, è stato assai tardivo.
La resistenza alla svolta moderna ha
avuto al centro della sua preoccupazione la “sorgente trabocchevole dei mali,
da cui piangiamo afflitta presentemente
la Chiesa: vogliamo dire l’indifferentismo, ossia quella perversa opinione che
per fraudolenta opera degl’increduli si
dilatò in ogni parte, e secondo la quale
si possa in qualunque professione
di Fede conseguire l’eterna salvezza
dell’anima se i costumi si conformano
alla norma del retto e dell’onesto” (1832
LA CHIESA POSSIBILE
DEL FUTURO
È pensabile come sempre più libera
da legami strutturali con la società
civile e con gli stati, e allo stesso tempo
profondamente coinvolta nel cammino
storico dell’umanità.
È che il rapporto della chiesa con la
società non può né deve più muoversi
sul piano di residui giuridico-politici,
debitori a quell’antica posizione di
egemonia che il ME aveva teorizzato
nella sua visione di una società perfettamente ordinata, ma deve ritrovare la
via della missione come proposta del
vangelo a tutti cercando di conservarsi
aperte le vie per farlo e di ricavarne
una capacità di dono per una generosa
cooperazione al bene comune.
GS 41 Infatti, la forza che la Chiesa
riesce a immettere nella società umana
contemporanea consiste in quella fede
e carità effettivamente vissute, e non in
una qualche sovranità esteriore eserci-
Vita
La
tata con mezzi puramente umani.
Quindi “fede e carità effettivamente vissute” costituiscono la rete di
rapporti attraverso la quale “la Chiesa
riesce a immettere nella società umana
contemporanea” la sua forza.
È proprio su questo problema
che la chiesa in Italia si sta avvitando,
quando pur in favore di una autentica
difesa della dignità della persona umana e pur nella corretta accettazione del
sistema democratico, cerca di imporsi
con una sua propria forza politica.
In questo quadro si rischia che la
strada dell’evangelizzazione venga di
fatto sbarrata, in un quadro di confronto competitivo che non è quello
proprio del vangelo.
In realtà il concilio suggeriva la via
giusta per evitare l’isolamento spiritualistico della chiesa dai grandi problemi
del mondo e allo stesso tempo una sua
pretesa di autorità e la ricerca di una
sua presenza egemonica nella società
civile, puntando sull’azione autonoma
dei laici in politica
Così era possibile tendere ad una
qualificazione dell’azione dei pastori
della chiesa più nettamente caratterizzata in maniera evangelica GS 76 “(i
predicatori del vangelo) si appoggiano
sulla potenza di Dio, che molto spesso
manifesta la forza del Vangelo nella
debolezza dei testimoni. Bisogna che
tutti quelli che si dedicano al ministero
della parola di Dio, utilizzino le vie
e i mezzi propri del Vangelo, i quali
differiscono in molti punti dai mezzi
propri della città terrestre”.
L’animus diverso deve esserci
ed essere manifesto con sufficiente
evidenza, perché il servizio reso dalla
chiesa al bene comune non sia e non
venga inteso come ricerca di un potere
sulla società, distinguendo decisamente lo stile e gli strumenti della chiesa da
quelli propri di un partito politico o di
una lobby di pressione, e quindi non
venga ostruita la strada della comunicazione della fede in Gesù.
Il concilio, proclamando il diritto
per chiunque alla libertà religiosa,
accogliendo come legittima la figura
dello stato laico e abbandonando la
tesi di un “diritto” della chiesa a porsi
come l’unica legittimazione etica della
legislazione di fatto è lì a propiziare
una felice ripresa della evangelizzazione.
È vero che l’atto dell’evangelizzazione, anche se posto in un rapporto
esclusivamente interpersonale, si
risolve alla fine in un evento pubblico
nel quale in qualche modo la società
intera viene coinvolta, fin nelle sue
dimensioni propriamente politiche.
Ne deriva per l’azione della chiesa
l’esito obbligato di porsi al servizio del
bene comune.
Proprio per questo l’evangelizzazione ha bisogno di purificare continuamente se stessa, paradossalmente,
per essere davvero evangelica, cioè un
puro atto di servizio che vale perché è
posto come atto di amore al mondo, e
non mira all’acquisizione di nessuna
eminenza della struttura ecclesiastica
nella società.
Su questo piano penso che la perdita di potenza della grande struttura ecclesiastica in Europa e la crisi di molti
aspetti dell’ apparato ecclesiastico, può
costituire nel provvidenziale disegno
di Dio una purificazione della chiesa
stessa e un ritrovamento dell’audacia
del vangelo da offrire all’uomo d’oggi
in un nuovo spirito di libertà.
Questa, per il futuro del mondo, è
la chiesa possibile.
Vita
La
1 marzo 2009
cultura
n. 8
Racconto
Il Pievano e la sociologia
I
n precedenza
questo settimanale ha
ospitato alcuni miei racconti in cui erano raccolte
alcune testimonianze di
Sacerdoti che hanno partecipato al dolore, alla
carità, alla dedizione delle
comunità affidate alle loro
cure pastorali.
In questo racconto invece è riportato anche
il primato sociale della
Chiesa nell’esercizio del
sacerdozio nelle cure parrocchiali.
La comunità parrocchiale del paese montano
a metà del secolo scorso
era pressoché formata
da famiglie con altissimo
tasso di occupazione, stagionale e non, all’estero.
La distanza dalla famiglia ed il necessario
adeguamento alla società
del luogo di emigrazione
avevano, con il tempo,
logorato le sane regole
della società locale, per
non dire dei dissidi, dei
conflitti anche su piani
riguardanti le scelte di
vita.
I sacerdoti di queste
comunità montane avevano seguito attentamente
lo sviluppo delle nuove
teorie sociali per l’appunto condivise dagli emigranti e si domandavano
se era il caso d’intervenire, anche perché in questi
casi era facile alimentare
discordie.
In genere le comunità
montane sono fiere delle
loro tradizioni e delle loro
consuetudini preordinate alle libertà civili; era
quindi da comprendere
la cautela e la riservatezza
di Mario Agnoli
dei pievani che tenevano
a limitare i loro interventi,
le loro prediche ai soli argomenti di religione.
Ma questa situazione
richiedeva una diversa
presenza della Chiesa.
Veniva al riguardo posta
la domanda a più livelli
di gerarchia ecclesiastica
a partire dalla Foranìa, se
era dovere del pievano
intervenire anche sulle
nuove idee sociali che
per più versi portavano
a scostarsi dalla dottrina
della Chiesa.
La domanda aveva
avuto riscontro favorevole, per cui il pievano, alla
prima occasione, interveniva per condannare
quelle nuove idee sociali
che nettamente andavano
contro la dottrina della
Chiesa.
In seguito si erano
venute a formare due
correnti tra gli abitanti
del luogo: quelle favorevoli agli insegnamenti del
pievano e quelle, invece,
contrarie a codesti insegnamenti.
Vigevano da tempi
lontani alcune regole che
disciplinavano le utenze
civiche locali: il diritto
comune al taglio dell’erba,
alla fruizione dei pascoli
e al focatico derivante
dalla diramazione delle
piante d’alto fusto. All’assemblea degli aventi
titolo ed alla commissione
amministratrice erano
demandati compiti di
direzione e di gestione
Rifugiati in Laterano
L
o storico A. Riccardi,
fondatore della Comunità di
S. Egidio, ha pubblicato un
volume dal titolo: L’inverno più
lungo. 1943-44: Pio XII, gli ebrei
e i nazisti a Roma, Roma-Bari,
Laterza, 2008 che mette in
evidenza l’opera umanitaria,
voluta da Pio XII, a favore di
persone di varia estrazione
sociale, politica, religiosa.
Siamo nei nove mesi in cui
Roma, dall’8 settembre 1943
al 5 giugno 1944, in seguito
all’armistizio firmato dal governo Badoglio con gli angloamericani e alla rottura con l’ex
“alleato di ferro” nazista, fu
occupata dai tedeschi. Secondo
le direttive inviate da Berlino,
l’occupazione della “città del
Papa” doveva essere condotta
con moderazione e possibilmente con la collaborazione
delle autorità vaticane.
Ciò nonostante, aveva in
mente di invadere il Vaticano
e prendere prigioniero il Papa,
trasferendolo in un luogo sottoposto al controllo del Reich.
Queste, infatti, era convinto che
il Pontefice fosse uno dei maggiori responsabili dei voltafaccia dell’Italia nei confronti della
Germania, dopo la caduta di
Mussolini. Hitler sapeva bene
che Pio XII non gli era amico e
che sperava nella sconfitta del
nazismo.
Doveva essere il gen. K.
Wolf ad eseguire la delicata
missione. Il rischio però dell’operazione per le ripercussioni nel mondo fece rinviare in
data da destinarsi il progetto.
Pio XII, definito a guerra
ultimata, defensor Civitatis,
aveva dato chiare disposizioni
per l’accoglienza e l’assistenza
di quanti volevano sottrarsi
alle retate naziste: ebrei, antifascisti, renitenti alla leva.
Perciò si preoccupò di garantire
ai rifugiati cibo sufficiente e
accoglienza sicura presso numerose case religiose, conventi
e parrocchie.
Tale fatto è molto importante e non sempre gli storici
lo sottolineano: senza cibo non
sarebbe stato possibile ospitare
nei conventi e nelle parrocchie
della città migliaia di persone
che vi erano nascoste. La situazione era di assoluta emergenza e la Chiesa non poteva non
farsi carico di tanti casi pietosi
che si presentavano. Dopo il
rastrellamento del 16 ottobre
1943 che aveva portato all’arresto di migliaia di ebrei, avviati
poi ai campi di concentramento
di Auschwitz, il Papa fece
giungere, attraverso i canali
diplomatici, la sua protesta. In
dei relativi beni, in modo
da garantire un’equa distribuzione tra gli utenti
civici dell’esercizio dei
relativi diritti.
La scelta dei rappresentanti, nell’assemblea e
nella commissione amministratrice, aveva luogo a
suffragio universale, cioè
di tutti gli aventi titolo
d’uso civico: di regola,
le scelte cadevano sui
soggetti che per età e per
esperienza erano ritenuti
maggiormente idonei.
Le nuove idee sociali,
sopra ricordate, avevano
tuttavia rimosso l’antico
metodo di scelta degli
amministratori al punto da introdurre nuovi
elementi di preferenza,
anche in previsione d’introdurre nelle antiche regole nuove norme e altre
estensioni soggettive.
Queste estensioni, per
l’appunto, erano conformi
alle nuove idee, che, per
molti versi, riguardavano
la posizione dei soggetti
negli ambiti familiari.
Il pievano era intervenuto anche a questo
ultimo riguardo, sostenendo la piena validità delle antiche laudi o
regole ispirate ai sani
criteri dell’amore, della
solidarietà, delle fede.
Infatti la ricognizione di
esse evidenziava questi
criteri, passati indenni nonostante le traversie delle
lustrazioni secolari.
Il pievano aveva notato anche la diminuzione
di fedeli alla Santa Messa
ed il conseguente riempimento contemporaneo
delle due osterie in piazza
Grande, proprio dall’altro
seguito i tedeschi non effettuarono più alcuna retata.
Chi teneva in mano i fili
dell’accoglienza e provvedeva
ai rifugiati era monsignor
Roberto Ronca, rettore del Seminario lateranense, che aveva
accolti quasi tutti i componenti
il Comitato di liberazione nazionale (Cin) (esclusi i comunisti e gli azionisti): Bonomi, De
Gaspari, Ruini, Nenni, Saragat,
Ricci.
La Santa Sede, a guerra finita, volle premiare monsignor
Ronca per il delicato lavoro
e lo nominò, a soli 47 anni,
Arcivescovo titolare di Lepanto e prelato del Santuario di
Pompei.
Resta però fermo e chiaro
che l’azione condotta nei mesi
dell’occupazione tedesca di
Roma dal Papa Pio XII salvò
migliaia di vite umane. La sua
azione continuò anche dopo
presso i belligeranti per salvare
la città di Roma dalla devastazione e dalla distruzione.
lato della Chiesa.
Nel suddetto contesto,
mette conto considerare
il sommesso movimento
turistico estivo che utilizzava spazi abitabili disponibili, anche da mettere in
relazione alle ferie estive,
maggiormente interessate
dall’ emigrazione.
Frequentava nei mesi
di luglio ed agosto, ormai da alcuni anni, un
professore esperto in sociologia.
Gli incontri del pievano con questo professore
avevano luogo con cadenza domenicale, subito
dopo la Santa Messa delle
undici, che chiudeva le
Sante Messe festive.
Da notare che nei piani di studio di teologia
adottati dal seminario
diocesano non era previsto l’insegnamento della
sociologia, per cui essa
figurava in assetto monografico in altre materie
d’insegnamento.
L’esperienze del pievano avevano superato i
limiti della valle, sino al
punto da sollecitare alcuni
interventi del vescovo:
sul piano studi di teologia mediante l’inclusione
dell’insegnamento della
sociologia e sull’apertura
di uno spazio editoriale
dedicato ai problemi so-
3
ciali della Chiesa nel periodico interdiocesano.
Il pievano, compatibilmente agli impegni
pastorali, veniva incaricato dell’insegnamento
della sociologia e della
direzione del periodico
interdiocesano, con la
piena approvazione degli
altri ordinari diocesani
interessati al periodico.
Nel tempo il pievano
aveva sviluppato alcune
sue teorie sociali, all’interno delle quali erano
privilegiati i problemi
delle classi meno abbienti,
del grave squilibrio tra i
ricchi e i poveri, delle scelte delle amministrazioni
pubbliche, della corruzione, della ingiustizia
sociale, della crisi dei credenti, della violazione dei
principi dell’etica e della
morale cristiana.
In alcuni parrocchiani
era venuta avanti l’idea
di un cambiamento del
pensiero sociale del pievano, così, a loro dire, da
attribuire al medesimo
posizioni al di fuori del
magistero della Chiesa.
Ma il tempo fu galantuomo e l’insegnamento
del pievano fu poi tenuto
in alta considerazione,
perché era così vicino dal
Vangelo da sembrare una
esatta proiezione di esso.
Poeti Contemporanei
UN TEMPO DICEVO…
Un tempo dicevo:
Dov’è la mia terra,
la mia bella terra del sud
dove sempre abitava il sole,
dove sono le solitarie
onde dello Ionio,
dove le mie rocce selvagge
che parlavano col mare.
Dove sono i fichi neri
messi a seccare sui poveri
davanzali del mio paese,
e dove è andato
il passo del mulo
che sentivo all’alba
sotto le finestrine della nonna…
Ma ora dico:
non importa se non posso tornare,
la mia terra è qui
è dappertutto,
dovunque ci siano
bambini che corrono,
e uccelli che cantano,
dove posso parlare
con qualsiasi creatura
e con quel ciuffo d’erba
che si sporge dal muro.
Ora devo andare per queste strade
ormai familiari,
passo dal libraio
all’angolo di via del T
dove scelgo i miei libri,
devo andare sulle colline
da dove mi saluta il monte Albano,
regalo del mattino
sotto il sole
o sotto la pioggia
amico ogni giorno
dei miei sogni
e delle mie fantasie.
Anna Tassitano
4 attualità ecclesiale
Un dibattito
“laico” sulla vita
non può escludere
i cattolici
di Francesco Bonini
CHIESA E BIOPOLITICA
A pieno titolo
Nancy Pelosi
C
on felice sintesi il
breve comunicato della
sala stampa vaticana
dopo l’incontro tra il
Papa e la speaker della
Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi
fa il punto sui grandi
temi caldi della cosiddetta “biopolitica”. Rileggiamolo: “Sua Santità
– vi si afferma - ha colto
l’occasione per illustrare
che la legge morale naturale e il costante insegnamento della Chiesa sulla
dignità della vita umana
dal concepimento alla
morte naturale impongono a tutti i cattolici, e
specialmente ai legislatori, ai giuristi e ai responsabili del bene comune
della società, di coope-
È nelle librerie la
nuova edizione con
i commenti
dell’École biblique
n. 8
rare con tutti gli uomini
e le donne di buona vo-
lontà per promuovere un
ordinamento giuridico
questi due presupposti. Ma non c’è solo la
denuncia: quel che più
conta è la completa, radicale disponibilità della
Chiesa, a partire proprio
dal Papa, e dai cattolici
a partecipare a pieno
titolo al grande dibattito
contemporaneo sul futuro, sugli sviluppi delle
civiltà, alla radice del
quale c’è la “questione
antropologica”.
Si tratta di costruire
un dibattito “laico”,
quella laicità “sana”,
“positiva”, affermata da
Benedetto XVI in molti
contesti. E’ la convinzione, in particolare di fronte alle tante emergenze
di oggi e di domani, che
l’affermazione dell’autonomia della persona e
dell’indipendenza dello
Stato non siano incompatibili con le fondamentali
istanze etiche del “senso
religioso”. Può essere
questa anzi la risorsa di
speranza e di senso, di
cui tanti giustamente
sono alla ricerca.
Pensata per approfondire
il terreno degli studi
biblici in ambito cattolico e ha messo a frutto
quest’approfondimento,
studiando il modo migliore per trasmettere a
un largo pubblico quanto
elaborato, dando vita a
un prodotto corale. Ma,
mentre il commento è
condotto sui testi originali con una preoccupazione scientifica e spirituale, la traduzione ha
primariamente un’intenzione liturgica. La «Bibbia di Gerusalemme»,
nell’edizione italiana, è
dunque pensata sia per
un pubblico che la legge
in Chiesa, all’interno della liturgia, sia per quanti,
nella scuola o nella lettura personale, intendono
approfondire i temi, la
teologia e la conoscenza
scientifica del testo biblico”.
È
“La comprensione
è, come pure qualcuno
vorrebbe con intenti
ideologici, una somma di
“no”, non è una semplice
chiusura alla “modernità”, vera o presunta. Ormai superata l’idea che il
destino della modernità
sia la secolarizzazione, la
linea della Chiesa muove
appunto dalla grande
questione della modernità, che è la questione
dell’uomo, che poi è,
come ha ridetto il Concilio e rilanciato Giovanni
Paolo II, “la via della
Chiesa”. Ora, ancora una
volta, l’uomo, la persona
è in discussione. Da un
lato si tenta di affermare
la convinzione che “l’uomo sia integralmente
riconducibile all’universo fisico”, dall’altro, sul
piano giuridico ed etico,
l’assunto fondamentale
è quello della “libertà individuale”, per cui “tutto
è relativo al soggetto”.
Benedetto XVI ha più
volte denunciato la “dittatura del relativismo”,
che poggia appunto su
LA BIBBIA DI GERUSALEMME
di Francesco Rossi
da pochi giorni in libreria la nuova
edizione della “Bibbia
di Gerusalemme”, pubblicata dalle Edizioni
Dehoniane di Bologna
(Edb), che alla nuova traduzione del testo sacro
approvata dalla Cei (e
applicata nella liturgia a
partire dall’Avvento del
2007) unisce commenti
e note tematiche curati
dalla Scuola biblica e
archeologica (École biblique), che a sede a Gerusalemme, poco fuori
dalla porta di Damasco,
gestita con una forte
impronta internazionale dai frati domenicani
francesi. “La comunità
dell’École biblique - la
definisce p. Paolo Garuti,
che lì insegna Nuovo
Testamento - non è solo
il convento domenicano
che la ospita e la anima:
è una sorta di scuola socratica o di convivenza
temporanea fra donne e
uomini, religiosi e laici,
credenti o non credenti
delle più varie fedi e
idealità, che si ritrovano
per capire un luogo e
un testo”. Sulle caratteristiche e sull’utilità
pastorale della “Bibbia di
Gerusalemme” abbiamo
incontrato padre Alfio
Filippi, biblista e direttore editoriale Edb.
giusto, inteso a proteggere la vita umana in
ogni suo momento”.
Poche righe per affermare un principio di
identità e nello stesso
tempo di apertura, per
ribadire chiarezza di
riferimenti e nello stesso
tempo disponibilità alla
collaborazione e al dialogo: la posta in gioco
è cruciale. Le decisioni
legislative sulla biopolitica infatti avranno delle
implicazioni essenziali
nei prossimi decenni
qui in Occidente e nelle
relazioni dell’Occidente
con il resto del mondo.
Il rischio è non avere la
consapevolezza piena
delle implicazioni delle
scelte, che peraltro già in
diversi Paesi sono state
fatte. Ecco allora la linea
della Chiesa, che non
Vita
La
1 marzo 2009
della Parola di Dio è
simile a una conquista”,
scrive mons. Gianfranco
Ravasi nella presentazione della “Bibbia
di Gerusalemme”, che
vede a fianco del testo
sacro i commenti dell’École Biblique. Qual è
il valore proprio di questi contributi?
“Nella «Bibbia di
Gerusalemme» confluisce l’insieme degli studi
biblici della prima metà
del secolo scorso, già
presenti nell’edizione del
1973 (la prima tradotta
in italiano, ndr), assieme
all’arricchimento che
questi hanno conosciuto
negli ultimi cinquant’anni. L’affermazione di
Ravasi ben si addice alla
situazione: autore del
commento che affianca
il testo biblico non è una
singola persona, ma
un’intera istituzione, la
Scuola biblica e archeologica francese di Gerusalemme, che ha dissodato
Questa edizione è
apprezzata anche da chi
non è cattolico o credente. Perché?
“La Bibbia è un libro
religioso, ma fondamentalmente è anche un
grande codice che ha segnato la cultura dell’Occidente: basti pensare
alla pittura, alla scultura
e alla letteratura, che vi
si sono ispirate per commentarla, ri-trascriverla
e interpretare il presente.
Il commento serio e rigoroso, unendo il rigore
scientifico con la facile
accessibilità, si pone
come uno strumento per
quanti vogliano decodificare la ricchezza della
Bibbia, mostrandone l’articolazione interna, fatta
di 73 libri composti in
un arco di tempo di circa
800 anni”.
rievocano i temi presenti
nel racconto. Il risultato
è la messa in luce di un
ordito unitario, e chi
legge può recuperare le
similitudini, assonanze e
reminiscenze che quelle
righe richiamano in tutto
il testo biblico”.
Quali caratteristiche
determinano l’unicità
della “Bibbia di Gerusalemme”?
“Innanzitutto il
commento, che mette a
confronto diretto i testi
originali con l’attuale
traduzione della Cei.
Esso fa vedere quali
interpretazioni hanno
avuto, nelle diverse traduzioni (dall’aramaico
e dall’ebraico al greco
per l’Antico Testamento,
dal greco al latino per
il Nuovo Testamento),
quei passi difficili o particolarmente controversi.
Abbiamo cioè un quadro
delle quattro tradizioni,
appaiate per far capire
come la Bibbia sia stata
interpretata dai traduttori lungo i secoli. La
seconda caratteristica
sono le cosiddette «note
chiave», che danno una
visione sintetica unitaria
di tutto il testo affrontando temi portanti che
ricorrono all’interno del
pensiero biblico. Terza
caratteristica sono i rimandi laterali: a lato di
ogni pagina vengono
indicati i passi biblici che
Che modo di accostarsi al testo sacro ci
suggerisce la “Bibbia di
Gerusalemme”?
“Essa richiama due
attenzioni. Una è quella
di un certo rigore scientifico: come Dante non lo
si capisce senza studiarlo, così è per la Bibbia,
intesa come grande testo
letterario. In tal senso,
la «Bibbia di Gerusalemme» è uno strumento
di divulgazione molto
serio, ma al tempo stesso
comprensibile per un lettore di cultura media. In
secondo luogo la Bibbia,
per i cristiani, è un libro
religioso, scritto «per la
nostra salvezza», come
dice il Concilio Vaticano
II, da leggere in un contesto credente, religioso
e spirituale. Ecco perché
la Cei si è preoccupata
di offrire una traduzione
per la liturgia. Per questi motivi la «Bibbia di
Gerusalemme» è la più
utilizzata nelle facoltà
teologiche e nei seminari,
come pure nei gruppi
biblici presenti nelle parrocchie e nel cosiddetto
apostolato biblico”.
Vita
La
1 marzo 2009
attualità ecclesiale
n. 8
LAICITÀ E BENE COMUNE
La Parola e le parole
Idee non ideologie
Né contro gli altri, né a
prescindere dagli altri
di Marco Doldi
I
l concetto di bene comune appartiene alla più genuina morale cristiana, alla
dottrina sociale della Chiesa. Si tratta - parafrasando il Concilio - dell’insieme di quelle
condizioni della vita sociale che permettono
tanto ai singoli, quanto ai gruppi di raggiungere la propria perfezione (cfr “Gaudium et
spes” 26). Detto questo, occorre precisare che
il metro per stabilire che cosa sia la realizzazione-perfezione non risiede nella somma
dei desideri personali o collettivi.
Se le cose stessero così, sarebbe impossibile da realizzare perché, talvolta, i desideri
di uno sono incompatibili con quelli di un
altro. Lo Stato stesso si troverebbe in una
situazione surreale: come garantire a tutti
la realizzazione di quello che desiderano?
Questo deve essere chiarito, perché oggi
molti invocano il bene comune, ma non tutti
lo intendono correttamente.
Allora, di che cosa si tratta? Per rispondere bisogna guardare alla persona e al
significato che essa porta in sé. C’è qualcosa
che è comune a tutti gli uomini, a qualunque latitudine del pianeta si trovino e in
qualunque epoca vivano. E questo qualcosa
lo indichiamo con un termine desunto dalla
filosofia e dalla morale: si tratta della legge
naturale. Essa racchiude e promuove il
significato stesso della persona e, quindi, la
sua realizzazione.
Rilasciate le due religiose
rapite tre mesi fa in Kenya
L
e campane di Cuneo hanno
suonato a festa mentre la comunità era
riunita a pregare. E tutti, una cinquantina
di persone, hanno festeggiato la liberazione delle due consorelle, che si trovano
attualmente a Nairobi. C’è stato un grande
clima di gioia ed euforia nella sede della
Comunità del movimento contemplativo
missionario “Charles de Foucauld” di
Cuneo, appena appresa la notizia del rilascio, il 19 febbraio, delle due suore italiane
rapite al confine tra il Kenya e la Somalia il
9 novembre scorso. Suor Caterina Giraudo
e suor Maria Teresa Oliviero, religiose del
Movimento contemplativo missionario padre Charles de Foucauld di Cuneo, erano
state sequestrate da un comando composto
da circa 200 uomini armati nella città di
El Wak, nel nordest del Kenya, al confine
con la Somalia. “Eravamo radunati tutti in
cappella in preghiera ed è arrivata questa
notizia bellissima ed inaspettata, come
un fulmine a ciel sereno - racconta fratel
Giovanni Marinchino -. Le campane hanno
iniziato a suonare e ora stiamo facendo
un po’ di festa, c’è un momento di grande
euforia”. Ad avvertire la comunità è stata
l’unità di crisi della Farnesina, con cui erano in costante contatto. Il religioso spera
che le due suore torneranno in Italia tra
qualche giorno: “Le aspettiamo”.
Un “grazie” al Papa. “Abbiamo avuto
paura, ma anche tanta speranza. Voglio
ringraziare il Santo Padre che ci è stato
tanto vicino, lo abbiamo sentito. Grazie,
grazie, grazie!” Queste le parole di suor
La persona, in questa prospettiva, ha
caratteristiche spirituali e fisiche, è portatrice
di un disegno, che la conduce a realizzarsi
mediante il dono di ssé. Lo ha bene indicato
il Concilio, quando ha insegnato che “l’uomo,
il quale in terra è la sola creatura che Iddio
abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono
sincero di sé” (“Gaudium et spes” 24).
Già questo aiuta a capire come il bene
comune non vada nella logica degli interessi
individuali, ma, al contrario, comporti l’uscita da sé verso gli altri; la capacità di dono
va nella direzione opposta della ricerca del
proprio utile.
Affinché la persona realizzi la propria vocazione, il significato inscritto nel suo intimo,
occorre che le siano garantiti alcuni diritti fondamentali: il diritto ad essere accolta, il diritto
ad essere curata, il diritto ad essere istruita, il
diritto al lavoro, il diritto ad essere assistita,
etc. Tutti questi diritti sono la garanzia, perché la persona possa realizzare se stessa nel
dono di sé e migliorare la società.
Si capisce bene, dunque, come il bene
comune sia il bene della persona. E come
su questo livello debbano lavorare insieme
credenti e non-credenti in modo “laico”,
senza rinunciare alle proprie idee di fondo.
Partiamo proprio da queste: oggi sembra
che, davanti a scelte da compiere o davanti
a valori, si debba mantenere una sorta di
riserbo, cioè una posizione neutra. Tutto il
contrario: si può costruire qualcosa se tutti
ragionano a partire dalla propria visione della
vita; soltanto così può esserci un confronto e
può nascere uno sforzo comune per trovare
nelle diverse situazioni le forme concrete del
bene comune.
La laicità non è mai neutralità nei
confronti dei valori. Chiedere a ciascuno di
rinunciare al proprio pensiero è profonda
intolleranza: è autentico laicismo! In questo
senso il dibattito deve essere sereno, ma
anche chiaro: occorre togliere quella nube
tossica che da tempo avvelena i luoghi di
dibattito: si tratta della libertà impazzita.
L’unica cosa importante sarebbe la capacità di scelta: ma se non si è maturata una
posizione nei confronti del vivere umano, in
base a che cosa si sceglie? Prima della libertà
ci sono i valori, come il rispetto assoluto della
persona e la ricerca dei significati ultimi.
Che senso ha vivere? Da dove veniamo?
Che significato ha impegnarsi, lottare, soffrire? Domande di fondo, perché, a seconda
di come si risponde si compiono scelte, che
sono fondamentali. Se si è pronti a confrontarsi su questi punti, si può cercare insieme il
bene comune, perché si desidera contribuire
davvero al bene della persona.
Naturalmente, il dialogo presuppone anche il rivedere, quando necessario, le proprie
convinzioni di partenza; questo è naturale,
perché nessuno possiede tutta la verità ed anche perché tante questioni odierne richiedono
molto sforzo. Non di rado, infatti, ci si trova
davanti a problemi etici inediti. Ai credenti
è chiesto di ritrovare la forza argomentativa,
che nasce dalla plausibilità razionale della
fede: la fede è alleata della ragione. A tutti è
chiesto di andare oltre l’individualismo libertario per cercare di elaborare un personalismo
solidale, perché il bene comune si realizza
insieme a quello degli altri: né contro gli altri,
né a prescindere dagli altri.
SUORE LIBERATE
Campane a festa
Una delle due suore liberate
Caterina Giraudo, al microfono di Radio
Vaticana, raggiunta al telefono a Nairobi
subito dopo la liberazione. “Sto bene, sono
felice, sono immensamente felice di essere
con i piedi sulla terra libera in Kenya, con
tanto affetto attorno a noi. Ci stanno facendo tanta festa, siamo molto contente”, ha
detto suor Caterina, che ha raccontato alla
Radio Vaticana qualche particolare degli
oltre 100 giorni di prigionia. “Ho cercato
di non pensare troppo perché se pensavo a
5
qualcuno o a qualcosa il cuore scoppiava ha ricordato suor Caterina -. Allora cercavo
di vivere serena quello che avevo davanti
a me. Ma abbiamo avuto tanta angoscia.
Tanti giorni senza notizie, il tempo era
tanto lungo. Ci siamo fatte coraggio fra di
noi: suor Caterina sa un po’ di somalo e abbiamo instaurato una bella amicizia con chi
ci ha rapito”. E ha concluso: “La fede ci ha
aiutato al cento per cento: se non era per la
fede io penso che non ce l’avremmo fatta”.
I domenica
di Quaresima - anno B
Gen 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15
“Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e ogni essere
vivente che è con voi... Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”
La promessa a Noè è l’impegno da parte di Dio in un’alleanza che
coinvolge l’umanità prima del dono della legge e dell’alleanza
del Sinai. Noè non appartiene al popolo d’Israele, è presentato
come ‘un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei, che
camminava con Dio’ (Gen 6,9). Questa pagina, scritta in un
tempo in cui Israele si confrontava con i popoli pagani, vedendo
la presenza di persone giuste, una ricerca sincera di Dio, il senso
della vita come ‘cammino con Dio’, apre ad una considerazione
nuova dell’alleanza per tutti i popoli, aperta ad un orizzonte
universale. Noè diviene così figura simbolo dell’umanità che
si è confrontata con il dramma del male, espresso con il grande
mito del diluvio, ed ha sperimentato la salvezza come dono. Dio
fa alleanza non solo con un popolo, ma con l’umanità, e il senso
stesso dell’elezione di Israele sarà testimoniare questo disegno che
ha orizzonti universali. C’è un secondo tratto proprio di questa
pagina: Dio, presentato in modi umani, come un guerriero che
dopo la battaglia appende il suo arco, fa alleanza non solo con
Noè ma con tutti gli esseri viventi che sono con lui, e con la terra
stessa. E’ un tratto della storia dell’alleanza che spesso è rimasto
trascurato. Nella narrazione della creazione di Genesi compare
una profonda consapevoelzza del legame che unisce l’uomo, la
donna e la realtà - il giardino - in cui essi sono stati posti. Animali, piante, la terra tutta è affidata all’umantà che è chiamata
ad un compito di guida e custodia, ma anche di valorizzazione e
accompagnamento della fecondità del creato: “pose l’uomo nel
giardino di Eden perché lo coltivasse e custodisse”. Il compito di
essere pastore e custode della natura, vista come creato - realtà
bella uscita dalle mani del Creatore ed affidata all’uomo - è stato
interpretato, anche con l’aiuto di traduzioni inesatte e ideologiche
di questi testi, come la giustificazione a comportarsi da padrone
quando non da devastatore della natura percepita non come
creazione ma come realtà insignificante, da sfruttare e da piegare
a qualsiasi desiderio o progetto. Quanto poco è ancora diffusa in
ambienti che si rifanno alla tradizione cristiana la sensibilità di
rispetto e custodia nei confronti del creato. La pagina dell’alleanza
con Noè è ancora un testo che parla di un superamento della
violenza: l’arco appoggiato sulle nubi, l’arcobaleno è segno di
una storia nuova che si apre. Gli strumenti di guerra sono ormai
strumenti inservibili, da non usare, da lasciare ‘appesi al chiodo’.
E’ una grande visione che esprime un progetto di alleanza di Dio
con tutta l’umanità secondo un orizzonte di pace e nel coinvolgimento di tutto il creato in questa relazione.
“In quel tempo lo spirito sospinse Gesù nel deserto... Stava con le
bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”
Il brano di Marco può essere diviso in due parti, la prima presenta
il momento della prova, della tentazione ed è in continuità con
la narrazione del momento del battesimo al Giordano. Segue il
primo annuncio di Gesù che si presenta pubblicamente invitando
a convertirsi e credere al vangelo. Dopo il battesimo, il cammino di
Gesù è una vicenda che vede l’opposizione la prova e il confronto
con satana. Nel vangelo di Marco non si dice nulla di più: da un
lato la dimensione del desero, dall’altro l’esperienza della vicinanza di Dio perché anche nel luogo della prova i messaggeri di
Dio sono vicini e lo servivano. Paradossalmente il deserto, luogo
inospitale per eccellenza, luogo dell’aridità e della prova, è anche
luogo della solitudine davanti a Dio, dell’alleanza, nuovo giardino
della creazione, Gesù è presentato come nuovo Adamo che vive
in una sintonia nuova con la natura e il mondo animale. Qualcosa
di nuovo sta iniziando con la sua vita e coinvolge tutto il cosmo.
Marco intende presentare questa scena quasi come una nota che
caratterizza l’intero cammino di Gesù, la prova fondamentale
della sua vita sta nel modo di intendere la chiamata ricevuta
e accolta nel battesimo: essere il messia in ascolto del Padre o
seguire i progetti di dominio, di prepotenza e di successo. Il
primo annuncio di Gesù si articola come presentazione della bella
notizia del regno di Dio che si è fatto vicino. E’ un annuncio che
dice la solidarietà di Dio con noi, con la storia. Da qui il richiamo,
l’imperativo a convertirsi e a credere. La bella notizia che Gesù
reca è anche appello ad un’accoglienza e ad un affidamento.
“Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli
ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo ma reso vivo
nello spirito”.
I quaranta giorni della Quaresima sono un richiamo a rivedere
la nostra vita, a ripensare la vita come cammino, come percorso
nel deserto, come luogo di incontro, con Gesù, con gli altri, con
la creazione, per lasciarsi ricondurre a Dio.
Alessandro Cortesi op
6
n. 8
1 marzo 2009
Vita
La
Gli infiniti approcci alla Sacra Scrittura
L
a Sacra Scrittura cresce con chi la legge: passano i
secoli, ma il principio patristico continua a trovare sempre
nuove conferme. E come dal
sacro Libro si irradiano insegnamenti, suggestioni, consigli buoni per ogni tipo di lettore, così verso quelle pagine
convergono ininterrottamente
nuovi studi di settore, ad
approfondire ora questo ora
quell’aspetto in modo sempre
più particolare.
Viene adesso ad arricchire la serie l’approfondimento
compiuto da Mario Livi,
dell’Ordine dei dottori agronomi, che, mettendo le sue
competenze specifiche al servizio della teologia, propone
un’interessante e originalissima ricerca su “L’agricoltura
nei quattro Vangeli” che egli
concepisce, con molta deferenza, come «un modestissimo
contributo alla conoscenza di
quel mondo agro-pastorale
che caratterizzava la Palestina
all’epoca di Gesù». Così, su
tutti i riferimenti che, generosamente, si trovano nel Vangelo in relazione agli aspetti
agricoli, l’autore allarga la
Una tragedia
che deve servire
a qualcuno
G
entile direzione
Un dramma non solo familiare.
Eluana Englaro ha trovato
la pace. Quella vera, che la vita
terrena non le aveva concesso.
Con la sua morte ci auguriamo
si spengano quelle controversie
inadeguate alla tragedia e che
hanno infiammato con diverse
valutazioni l’interesse politico e
sociale in questi giorni.
Il motivo? Una domanda: è
lecito per un padre intervenire
perché ad una figlia in stato
comatoso da ben diciassette
anni le sia permesso spegnersi
attraverso un intervento comunque provocato con l’apporto medico? Il suo non è certo il
primo caso, anche se diversa è
la risonanza.
Il padre di Eluana ha motivato la sua dffficile decisione
appellandosi al fatto che la figlia
precedentemente aveva più volte espresso la sua netta contrarieta ad un’ipotetica situazione
di inguaribile invalidità. Ecco
perché una legge che stabilisca
la piena validità di una scelta
personale dovrà essere presa in
seria considerazione.
Nel caso di Eluana un dubbio sorge: la ragazza, più o meno
ventenne all’epoca dell’incidente, era nella sua piena vitalità;
non si trattava di un’ammalata
già cosciente della sua prema-
Un particolarissimo studio di Mario Livi
evidenzia gli aspetti agro-pastorali del mondo
del Vangelo
di Andrea Vaccaro
prospettiva con osservazioni
tecniche che riescono nell’intento di aiutare il lettore ad
immaginare con maggior autenticità e ricchezza il contesto
in cui Gesù viveva e il senso
di quelle sue parole che, sotto
forma di parabola o di insegnamento diretto, additano
a riferimenti del mondo agricolo. Nell’ambito della cerealicoltura, ad esempio, Livi si
sofferma utilmente a spiegare
la forma e la funzione di quel
“ventilabro” che compare nei
versetti dei Vangeli di Marco
(3,12) e Luca (3,17) e che Gesù
richiama come immagine del
Giudizio di Dio e che si configura come una pala di legno
con cui, nell’aia, i contadini
gettavano in aria le spighe
sgranate per far sì che il vento
separasse il grano dalla pula.
Parimenti, l’autore, con parole
chiare ed accessibili, illustra e
contestualizza molte note che
possono incuriosire ogni genere di lettore.
La ricerca è sviluppata
dettagliatamente e articolata
nei capitoli delle coltivazioni
erbacee, di quelle legnose,
arbustive e arboree da frutto,
dell’assetto fondiario, dell’allevamento del bestiame e dei
prodotti agro-alimentari. Lo
studio, senza dubbio ricco
di evocazioni, si rivela come
un duplice omaggio da parte
dell’autore. Un omaggio al
Vangelo, perché ad una sua
più attenta analisi e comprensione è finalizzata l’indagine,
e un omaggio, al contempo,
al mondo dell’agricoltura, «la
più antica attività produttiva
dell’uomo che, dalla citazione
e descrizione di molti suoi
aspetti che compaiono nel
Vangelo, viene anche a trovare
motivo di particolare prestigio
e di nobilitazione».
Lettere in Redazione
tura fine. Come dunque si può
considerare valida e maturata
una simile dichiarazione? A
vent’anni la morte è qualcosa
che può provocare angoscia e
dolore se colpisce un familiare,
un amico o altro, ma non per
averne una consapevolezza
così profonda da poter sostenere la propria convinzione in
avvenire.
In parole semplici: qualcosa
di troppo lontano per analizzarne in anticipo la complessità e le
personali intenzioni.
Mentre tutti, credo, siamo
vicini ad un padre che umanamente cerca nella fine “reale”
di una figlia l’epilogo di un
insostenibile tormento giornaliero, appare superfluo e
quindi inutile il volersi appellare ripetutamente da parte sua
all’espressa volontà della figlia
stessa. Come se avvertisse la
necessità di un movente valido
di fronte al giudizio del mondo
e forse a se stesso.
Una tragedia che deve servire a qualcosa. E ripeto: provvedendo a legalizzare attraverso
un “testamento biologico” per
cui ognuno in piena libertà
possa decidere come gestire il
proprio trapasso per arrivare al
cospetto di Dio; con particolare
attenzione all’età e alle condizioni di chi si appresta a farlo.
La parola “eutanasia” che
Mietitori di grano in Palestina
in questi giorni ha colpito i nostri orecchi, nel nostro mondo
attuale e cosiddetto “civile”
non dovrebbe mai trovare motivo d’interpretazione, sia per
i credenti, sia per chi credente
non lo è.
Tina Tecchi
Razzisti
pestano
quattro Rom.
Due sono gravi
L
e associazioni per i
diritti umani hanno ricevuto
numerose segnalazioni di atti di
intolleranza e violenza razziale
contro Rom, in seguito alla campagna mediatica improntata
all’odio razziale lanciata dalle
Istituzioni romane -in particolare politici destra- e da numerosi
media. L’episodio più grave si
è verificato a Roma, dove quattro Rom sono stati feriti, due
gravemente, in un negozio di
kebab. Alcuni giovani hanno
fatto irruzione a volto coperto,
nell’esercizio, armati di mazze
di legno, mandando in frantumi
le vetrine e pestando i quattro
Rom romeni. Il pestaggio si è
verificato nella nella zona di
Porta Furba, vicino al parco
della Caffarella, dove è stata
violentata una ragazzina di 14
anni. Poco prima della spedizione punitiva, nel quartiere si
era svolta una manifestazione
di Forza Nuova.
Roberto Malini
Gruppo EveryOne
Lo sviluppo
dei mezzi di
comunicazione
C
aro direttore
Con la Rai “diventata adulta
sul web” (Tg l del 10.2.09) il
gran menù mediatico si fa più
appetitoso per nativi elettronici
e digitali.
Per tutti, comunque la tecnologia ha cambiato strumenti
e tempi della comunicazione.
Nell’ecosistema dell’innovazione è cambiato il ruolo dei media
e del giornalismo. L’uomo tipografico, e l’uomo elettronico
sono “fusi” in un blob di blog,
social network, telefonini, televisioni, pubbliche o private,
“appartenenti ad una unica
categoria di comunicatori professionali”.
Molto prima che la recente
tecnologia accelerata consentisse l’attuale mangiatoia elettronica e digitale di contenuti,
(…senza “semafori etici”) anche
attraverso i cellulari, la comunicazione “istantanea” la facevano i piccioni viaggiatori.
Conta cinque o sei millenni
la storia della civiltà dell’uomo
sotto il profilo del comunicare:
la storia dei mass media e delle
importanti conseguenze che i
più considerevoli mutamenti
della comunicazione hanno
avuto nello sviluppo della civiltà occidentale.
Il 2009 segna rilevanti ricorrenze nello sviluppo degli strumenti e nel modo di comunicare
dell’uomo.
Citiamone alcune, incominciando dalla meno incerta data
di nascita (1399) dell’inventore
della stampa a caratteri mobili,
Johann Gutemberg.
A Strasburgo, 400 anni orsono, compare il primo giornale a
stampa nel senso odierno della
parola: è il settimanale “AvisoRelation oder Zeitung”.
Nel 1709 il “Copyright Act”
inglese poneva argine al dilegare delle riproduzioni non
autorizzate. La “Domenica del
Corriere”, nel 1899, stampa contemporaneamente 16 pagine,
otto delle quali in quadricomia
con la nuova rotativa Hoe, alla
velocità di 3.600 copie orarie
Cento anni orsono, quando
il piroscafo inglese “Republic”
entrò in collisione con il “Florida”, la radio consentì l’allarme
in pochi minuti ed i soccorritori
salvarono tutti i passeggeri .
B.P.Barni
Pistoia
Sette
N.
8
1 MARZO 2009
Percorso formativo per operatori di Caritas parrocchiali
Parrocchia, luogo di carità
S
ono già aperte, presso ogni
parrocchia della diocesi, le iscrizioni al
corso base di formazione rivolto agli
animatori della carità, promosso dalla
Caritas diocesana di Pistoia. Il corso,
articolato in cinque incontri con cadenza settimanale, avrà inizio mercoledì
4 marzo per concludersi mercoledì 1
aprile. La formazione offerta dalla
Caritas è indirizzata a quanti svolgono,
o intendono iniziare a svolgere, un
servizio nelle Caritas parrocchiali e nei
centri operativi (centri di ascolto, centri
di distribuzione) di tutta la diocesi.
Gli obiettivi di questo percorso sono
il poter offrire ai volontari le basi per
comprendere il cammino della Caritas
in Italia nei suoi snodi più significativi,
la base teologica e il Magistero su cui
si fonda questo organismo pastorale, la
sua funzione pedagogica e animativa.
Inoltre far conoscere i metodi e gli strumenti (Centri di Ascolto, Osservatorio
delle Povertà e delle Risorse, Laboratorio delle Caritas parrocchiali) attraverso
i quali porta avanti la propria missione,
abilitando così gli animatori alla pratica
del metodo pastorale Caritas (ascoltare,
osservare, discernere per animare),
come stile di servizio specifico e come
apporto originale alla pastorale delle
parrocchie.
Il programma del corso sarà il
seguente:
il primo incontro (4 marzo) sarà
tenuto dal vescovo con il tema: “Basi
teologiche della Carità, la dimensione
caritativa nel Vecchio e Nuovo Testamento.”
Nel secondo incontro (11 marzo)
operatori della Caritas diocesana esporranno: “La Caritas: dallo strumento
caritativo all’organismo pastorale. Il
metodo pastorale “ascoltare, osservare,
discernere per animare”. La Carta pastorale “Lo riconobbero nello spezzare
il pane”. La “Deus Caritas est”, prima
enciclica di papa Benedetto XVI.”
Al terzo incontro (18 marzo) sarà
affrontata la tematica de: “La Parrocchia
luogo di carità. La Caritas parrocchiale.
Il documento sulla caritas parrocchiale
‘Da questo vi riconosceranno…’.”
Nel quarto incontro (25 marzo) la
serata avrà come oggetto: “Gli strumenti della Caritas per sollecitare la
comunità cristiana alla condivisione e
al discernimento. I Centri di ascolto.
L’osservatorio delle povertà e delle
risorse. Il laboratorio per la formazione
e l’accompagnamento delle Caritas
parrocchiali.”
Nel quinto ed ultimo incontro (1
aprile) il tema “La pastorale d’insieme:
liturgia e catechesi. Alla ricerca di
un’osmosi tra le tre essenziali dimensioni del ministero e della missione della
Chiesa” verrà affrontato da rappresentanti delle tre realtà pastorali della
nostra diocesi.
Le lezioni comprendono sia approfondimenti teorici che lavori di gruppo.
Tutti gli incontri si svolgeranno nell’Aula magna del seminario, dalle ore 21 alle
ore 23. Le iscrizioni sono aperte fino alla
fine di febbraio.
INFO: contattare il proprio parroco
o rivolgersi all’Ufficio Caritas diocesana
in Via Puccini 36, a Pistoia o tel. 0573
976133 dal lunedì al sabato dalle 9/12.
Diocesi di Pistoia
Fondo solidarietà famiglia lavoro
L
a diocesi sta dalla parte delle
famiglie colpite dalla crisi economica e
lavorativa e lo farà attivando a breve
il “Fondo solidarietà famiglia lavoro”.
Si tratta di una rete di aiuti concreti,
che si muoveranno su due direttrici: il
sostegno economico e il sostegno per chi
ha perso il posto di lavoro per potersi
reinserire nel mondo produttivo, attraverso adeguati corsi di formazione.
Il progetto del “Fondo” sta molto a
cuore a monsignor Mansueto Bianchi e
sta già riscuotendo consensi da parte
di privati cittadini, che si sono resi
disponibili, in forma del tutto anonima,
a fornire risorse per costituire il fondo.
Il servizio parte dalla diocesi pistoiese
attraverso Caritas e pastorale sociale e
del lavoro, insieme a Misericordia, Acli
locali ed Enaip Toscana. Una sinergia
operativa che avrà come interlocutori anche le istituzioni locali, con le
quali sarà avviata una collaborazione
costante.
“Stiamo mettendo a punto il sistema
operativo e un regolamento affinché ci
sia una collaborazione con le altre istituzioni impegnate nell’aiuto alle famiglie
in difficoltà, in cui almeno uno dei due
abbia perso il posto di lavoro, e perché
non si creino sovrapposizioni di servizi
con dispersione di aiuti –spiega Maurizio Gori, direttore dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro della diocesi-.
Il bacino di utenza della nostra diocesi,
che si estende su tre province, conta
ben 70.000 famiglie; dovremo vedere il
tipo di richieste che ci perverranno. Da
un punto di vista operativo, le strutture
in cui saranno attivati i servizi saranno
messe a disposizione dalla Misericordia
e dalle Acli del territorio. In questo
modo intendiamo garantire a quanti
avranno bisogno di rivolgersi al fondo
di poter mantenere la propria privacy. Si
tratterà di un percorso di sostegno temporaneo, affinché il servizio non assuma
le caratteristiche di assistenzialismo, ma
sia una spinta concreta per far risollevare le famiglie dalle difficoltà oggettive
legate alla perdita del lavoro. A questo
proposito si inserisce anche il contributo
dell’Enaip con l’organizzazione di corsi
per la riqualificazione professionale per
l’inserimento occupazionale”.
Cattedrale
Al via il restauro
della «Resurrezione»
dell’Allori
L’intervento sarà finanziato dalla Fondazione
Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia
e avrà la durata di circa due anni
È
ai nastri di partenza l’intervento di
recupero della «Resurrezione», il dipinto olio
su tavola del 1600, che sovrasta l’abside della
cattedrale di San Zeno, attribuito all’artista
fiorentino Cristoforo Allori. A finanziare
l’intervento, per una spesa di 300mila euro,
sarà la Fondazione Cassa di Risparmio di
Pistoia e Pescia.
L’opera di restauro servirà soprattutto a
recuperare la luce che è una delle caratteristiche principali del dipinto dell’Allori, come
spiegano Alfio Del Serra e Sandra Freschi,
responsabili del progetto di intervento. La
luce che squarcia le tenebre e che avvolge
il Cristo al centro del dipinto è il simbolo stesso della resurrezione, mistero della
salvezza.
«Dall’inizio del mio viaggio come vescovo di Pistoia - spiega monsignor Mansueto Bianchi - ho assistito a un’opera continua di recupero dei gioielli della città.
Dagli interventi sugli angeli del Vasari a quello sul Cristo di Coppo di Marcovaldo.
Il dipinto dell’Allori è l’ultima tappa di questo percorso di rinascita».
I lavori saranno diretti soprattutto al recupero della cromatura originale.
«L’essenziale sarà restituire al quadro la sua leggibilità - spiega Alfio Del Serra
- Oggi i contorni delle figure risultano offuscati, tanto che non si riescono più a
distinguere».
Il danno maggiore sull’opera è stato arrecato, come spiegano i responsabili
del restauro, non tanto dall’usura e dal tempo, quanto dagli interventi eseguiti
negli anni, che hanno praticamente cancellato l’originaria cromatura, oltretutto
ricoprendo il dipinto di misture che hanno creato un incredibile spessore.
«La spesa dell’intervento è importante - spiega Ivano Paci, presidente della
Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia - ma è anche proporzionata
all’estensione del dipinto, che ha la metratura di una casa».
Il restauro avverrà in loco, cioè lasciando il dipinto nell’attuale collocazione,
grazie ad un sistema di ponteggi per intervenire su tutta l’altezza dello stesso.
«Il legno - spiega Alfio Del Serra - è una materia viva, per questo non chiuderemo
del tutto le fenditure del tavolato, come era stato fatto con stuccature nei precedenti
interventi». I lavori di restauro dureranno circa due anni. P.C.
Cattedrale di Pistoia
Incontri quaresimali
con il vescovo 2009
A
nche quest’anno, per il periodo quaresimale, sono previsti
4 incontri con il vescovo Mansueto Bianchi in Cattedrale.
Il tema di quest’anno è: “Paolo testimone del Signore risorto”.
Questo il programma:
Giovedì 5 marzo ore 21
“Saulo Saulo, perché mi perseguiti?”
(At 9,1-31)
Giovedì 12 marzo ore 21
“Svuotò se stesso assumendo
la condizione di Servo” (Fil 2,1-11)
Giovedì 19 marzo ore 21
“La Carità non avrà mai fine”
(1Cor 12,31-13,13)
Giovedì 26 marzo ore 21
“Mentre eravamo ancora peccatori
Cristo è morto per noi” (Rm 5,1-11).
Cattedrale
Vespro d’organo
con Mitsuru Azuma
M
itsuru Azuma (Giappone) è l’interprete del Vespro d’organo in
programma domenica 1 marzo (ore 17) in Cattedrale (organo Tronci, 1793).
L’iniziativa è promossa dall’Accademia d’organo Gherardeschi, in collaborazione
con il Capitolo della Cattedrale.
P.C.
8 chiesa pistoiese
n. 8
La giornata del malato
L
listiche, psicologi, tecnici e infermieri,
tutti disponibili ad una reperibilità 24
ore su 24. Girardi ha poi presentato
Fabrizio, trapiantato di cuore da sette
anni, che ha raccontato simpaticamente
la sua esperienza dalla malattia alla guarigione fino alla completa riabilitazione
ed alla ripresa della consueta attività
fino alle gite in montagna di cui era ed
è appassionato.
I pur buoni risultati ottenuti fino
ad oggi non devono farci sentire soddisfatti, se è vero, com’è vero, che, ancor
oggi, ogni giorno, un paziente in attesa
di trapianto muore perché non è stato
trovato un donatore compatibile. Da qui
il pressante invito a tutti a collaborare
perché cresca il numero di donatori,
seguendo anche l’esempio del papa
Benedetto XVI, che porta sempre con
sé i documenti che attestano il suo
consenso alla donazione degli organi.
Tutti siamo nella duplice condizione di
poter essere donatori, da una parte, ma
anche di poter essere inseriti in qualche
lista d’attesa.
Domenica 15 la giornata è cominciata con l’adorazione continua, dalle
11 alle 16, sempre nella chiesa della
Madonna del Letto, che ha visto un afflusso continuo di persone. Poi, la Messa
in Cattedrale, celebrata dal vescovo, che
ha visto la partecipazione dell’Unitalsi,
dell’Amci, della Misericordia, e della
Croce Rossa e di numerosi malati in
carrozzella. Il vescovo, all’omelia, ha
parlato della novità portata da Gesù,
che, col lasciarsi avvicinare, tendere la
mano e toccare il lebbroso, eppoi guarirlo, è andato contro corrente rispetto alla
legge di Mosè, secondo la quale i lebbro-
si erano considerati immondi e perciò
emarginati dalla società, abbandonati,
come tanti nostri malati. Monsignor
Bianchi ha invitato i presenti, numerosissimi, a ritagliare questo gesto di Gesù
e a deporlo nel nostro cuore, perché
da quel gesto nasce per i cristiani una
nuova umanità. Quel gesto si chiama
Betlemme, Calvario, Croce di Cristo
e perdono per noi tutti, tutt’altro che
puri ed innocenti. Il Vescovo ha salutato
i malati che, nel portare in giro la loro
sofferenza, vissuta spesso con la serenità
e il sorriso che invece, il più delle volte,
mancano sui nostri volti, rappresentano
per noi la mano tesa di Gesù. E un
messaggio è stato inviato anche a chi
sta vicino ai sofferenti, familiari, medici,
infermieri, volontari, con l’invito a che
la loro assistenza sia sempre improntata
alla mano di Dio tesa al bisogno delle
persone, piuttosto che al loro merito e
alla cosiddetta importanza sociale.
La cerimonia si è quindi conclusa
con la processione dalla Cattedrale alla
chiesa della Madonna del Letto, e con
la recita del Rosario, omaggio significativo a Maria Immacolata, Vergine di
Lourdes.
Marco Tamburini
Una grande speranza per l’Europa
post-cristiana
N
el palazzo dei vescovi il
14 febbraio si è svolto l’incontro sul
tema “Laici, lavoro e santità nella sfida
dell’Europa post-cristiana”; organizzato
dalla comunità di San Paolo di Pistoia
in occasione dell’anno paolino. I relatori
sono stati Giorgio Petracchi, ordinario
di storia delle relazioni internazionali
presso l’università di Udine, Fortunato Tito Arecchi, ordinario di fisica
superiore all’università di Firenze e
Pippo Corigliano, direttore dell’ufficio
informazioni dell’Opus Dei. Durante
l’incontro è stato presentato il libro di
Corigliano “Un lavoro soprannaturale”.
Moderatore dell’incontro, Piero Ceccatelli de “La Nazione”.
Ceccatelli ha ricordato che il tema
ha preso spunto da una sollecitazione
del vescovo, monsignor Mansueto
Bianchi, che nel programma pastorale
diocesano ha indicato il ruolo decisivo
che i laici dovranno avere nella rievangelizzazione dell’Europa post-cristiana. Petracchi ha delineato le ragioni
storiche che hanno portato all’attuale
situazione dell’Europa dal punto di vista spirituale e culturale, identificando
l’origine remota della crisi nel “terzo
scisma” cristiano avvenuto nel periodo
illuminista, che portò progressivamente
all’emarginazione del pensiero cattolico
e alla forzata separazione scientista tra
la ragione e la fede.
Petracchi ha individuato come
risultato ultimo di questa parabola
culturale il rifiuto di riconoscere le innegabili radici cristiane nella costituzione
europea e i paradossi di intolleranza
laicista.
Arecchi ha illustrato la sua esperienza di scienziato e l’assoluta compatibilità e complementarità fra fede
e ragione.
Pippo Corigliano, “un mistico con
la cravatta giusta”, come lo definì il
giornalista Giorgio Torelli, ha parlato
a tutto tondo della risposta che tutti
i cattolici laici possono dare a questa
sfida di rievangelizzazione dell’Europa
e del mondo, rimanendo nel mondo ma
“senza essere mondani”. Un ritorno alle
origini del cristianesimo, quando i primi
cristiani diffusero gli insegnamenti
rivoluzionari di Gesù con naturalezza
e straordinaria efficacia.
Corigliano ha raccontato come un
giovane napoletano spensierato, la
cui massima aspirazione era di avere
una Mg verde con bionda “indistinta”
accanto, si innamora di Gesù, diventa
numerario dell’Opus Dei e quindi
portavoce ufficiale dell’organizzazione
Vita
La
Associazione “Oltre l’Orizzonte”
Con una larga partecipazione
a giornata del malato si è svolta, quest’anno, in due tappe. La prima,
mercoledì 11 febbraio, la seconda domenica 15. La diocesi, in collaborazione
con la Cappellania dell’ospedale, con
l’Unitalsi e con l’Associazione medici
cattolici ha organizzato mercoledì sera,
nella chiesa della Madonna del Letto,
la celebrazione dei Vespri e, a seguire,
una interessante conferenza di Eufrasio
Girardi, coordinatore del centro coordinamento trapianti della Asl, che ha
illustrato le modalità e l’organizzazione
che la Regione Toscana ha voluto in ogni
Asl e che in pochi anni ha portato l’attività a risultati del tutto comparabili con
i migliori standard europei, partendo
dalle posizioni di cenerentola che caratterizzavano il nostro paese poco più di
dieci anni orsono; tanto che il modello
toscano è diventato poi il modello nazionale. Girardi ha spiegato in maniera
chiara ed esauriente tutto quanto viene
fatto nelle varie situazioni passibili di
espianto d’organi, sia nei malati cronici, sia nei casi “acuti” di infortunio
della strada o del lavoro, sia quando si
verifica un “accidente” cardiovascolare.
Ed ha fatto percepire, il dottore, quanto
delicato sia l’intervento degli operatori
che, in un momento di disperazione e
di lutto, devono cercare in ogni modo
di convincere i parenti, magari ancora
increduli d’aver perso o di stare per
perdere un loro caro, a donare gli organi
dello stesso. Un impegno molto delicato
e critico, che richiede non solo competenza tecnica, ma anche motivazione,
dedizione e spirito di squadra di tutta
un’equipe multidisciplinare, composta
da medici delle varie branche specia-
1 marzo 2009
cattolica; incontrando tanti personaggi
della storia recente.
Al termine dell’incontro Corigliano
ha sollecitato domande sull’Opus Dei.
Alla domanda sul motivo della cattiva
fama giornalistica dell’Opus Dei ha
risposto che è il cattolicesimo ad avere
“cattiva stampa” in un mondo di egemonia culturale anglosassone-laicista,
soprattutto quando promuove fede
operativa.
A un’altra domanda circa la segretezza che circonda le attività dell’Opus
Dei ha risposto che in questa organizzazione si formano cristiani che cercano i
motivi di incontro con Dio nella loro vita
quotidiana; non si portano elementi di
distinzione e questo, secondo la mentalità tradizionale del cattolico “ufficiale”,
sembra ad alcuni segretezza. “Tutto è
assolutamente trasparente nell’Opera
–continua il relatore-. L’Opera è come
un distributore di benzina “soprannaturale”: fatto il pieno, sta ad ogni cristiano
utilizzarne l’energia liberamente e
responsabilmente per “umanizzare” e
“professionalizzare” il mondo.”
Susanna Daniele
Iniziativa sulla legge 180
Un comitato per sensibilizzare istituzioni e cittadini
della provincia di Pistoia sull’impatto delle proposte
riguardo ai trattamenti sanitari obbligatori
L’
associazione Oltre l’Orizzonte ha costituito un comitato per organizzare un evento di sensibilizzazione della popolazione riguardo alle proposte
di legge, in particolare la proposta Ciccioli, per la riforma della legge180, sulla
modifica dei trattamenti sanitari obbligatori. Vogliamo coinvolgere tutti gli
schieramenti politici, tutte le istituzioni locali e il numero maggiore possibile di
cittadini. Intendiamo organizzare l’evento a livello provinciale nella settimana
dopo Pasqua, prima della campagna elettorale. Prima di allora abbiamo bisogno
di sensibilizzare più persone possibili. Chi fosse interessato a darci una mano,
individualmente o attraverso il proprio gruppo di appartenenza, è pregato di
contattarci al 328/9081569 o allo 0573-380475. Pensiamo che questa proposta
rappresenti un passo indietro non solo dal punto di vista culturale ed etico
perché si basa sul pregiudizio sbagliato della pericolosità e dell’inguaribilità
delle persone affette da disturbi psichici ma anche da quello riabilitativo. Siamo
convinti che concentrare l’attenzione solo sull’ampliamento del trattamento
sanitario obbligatorio e non sulla riabilitazione e sull’inserimento sociale delle
persone faccia arretrare il percorso faticoso e ancora in salita avviato per il riconoscimento dei pieni diritti di cittadinanza delle persone affette da sofferenza
psichica. Nella nostra ricerca di buone pratiche, nel nostro tentativo sempre
rinnovato per capire quali sono gli elementi che fanno star meglio le persone,
abbiamo avuto prova che ciò che è deleterio è il periodo in cui sono privati della
propria libertà e che ciò che è utile è un percorso individuale personalizzato
fondato sull’autostima, sul recupero di abilità personali, relazionali e sociali
finalizzati all’autonomia e all’autodeterminazione.
INFO: e-mail: [email protected] - 0573/23382 cell. 328-9081569 .
Ricordarsi di ricordare
M
i sono imbattuta per caso in un piccolo volume dal titolo ”Che le loro
vite siano raccontate” (Editrice Emi). Mi ci sono soffermata in più momenti e penso
di poterlo definire “Piccolo e prezioso scrigno di vite donate in semplicità e nella
consapevolezza di aver agito e vissuto per contraccambiare il grande amore di Cristo
che li aveva chiamati alla sua sequela”. Sono tutti nativi dell’Africa.
Maodjou Michel, originario del Ciad, con la sua espressione “Non me ne andrò
finché non sarò sicuro che i cristiani siano tutti partiti; partirò solo con l’ultimo”,
mi ha fatto ricollegare alla storia delle mie quattro consorelle Minime del S. Cuore
presenti per 17 anni nella missione di Funing (Cina). Siamo nella tremenda epoca
della rivoluzione maoista. Le suore avevano raccolto decine e decine di bambine
appena nate nei luoghi più disparati. Alcune, col passare degli anni, erano diventate
grandicelle, altre già sposate. Una delle tante terribili serate arriva nella missione
una banda inferocita di soldati. Saccheggiano, si impossessano di tutto e poi entrano
nella stanza dove si erano riunite suore e bambine per infondersi forza e coraggio
a vicenda. Quelle soldataglie volevano impossessarsi delle bambine più grandi.
Le suore si imposero con estrema determinazione e su di loro cominciarono a piovere bastonate in ogni parte del loro corpo. Il sangue colava abbondantemente, le
bambine strillavano impaurite, ma tutte, alla fine, poterono rimanere lì con le loro
suore. Arrivò l’ordine di espulsione per tutti i missionari, e le autorità ecclesiali ci
sollecitarono a partire. Suor Giacomina, responsabile della Missione, affermò che
avrebbe aderito a tale richiesta ad una condizione: ogni bambina doveva essere messa al sicuro presso una famiglia cristiana. Ciò, con sua grande gioia, avvenne.
Monsignor Labrador si congratula con noi e ringrazia Dio d’averci così mirabilmente salvate. Tra l’altro ci dice: “Voi non avete mancato il martirio, ma il martirio
è mancato a voi”. Suor Giacomina rientra in Italia, provata duramente nel fisico
per un ictus che la renderà inabile per la durata della sua esistenza, ma felice però
come le altre consorelle per aver donato molti anni al Signore in quel contesto che
ormai tutte consideravano casa propria.
suor Sandra Matulli
Vangelo e segni dei tempi
I
l volume degli editoriali di monsignor Giordano
Frosini pubblicati negli ultimi
cinque anni, in omaggio a chi
ha rinnovato o rinnoverà l’abbonamento al settimanale “La
Vita” per il 2009, è arrivato.
Il volume sarà spedito nelle
prossime settimane, ma può
anche essere ritirato direttamente presso lo studio
“Graficamente”
(via Puccini, 46 – Pistoia).
Per i non abbonati il costo
del volume è di 8,00 euro.
Vita
La
M
olto spesso quando
si scrive in ricordo di una persona si scrive un po’ per se stessi,
per cercare di riflettere, di ripercorrere ciò che abbiamo vissuto
insieme alla persona scomparsa, per trovare un significato a
cose e momenti che vanno altre
il tempo contingente.
Non mi perdo a raccontare
che ho conosciuto Nesti quando
ero ancora un ragazzino e che
se volevo trovare verso le sette
della sera mio padre sapevo
che era insieme a Florio nel suo
retrobottega; oppure di come
io rappresentai per lui il primo
cliente-paziente che necessitava
di lenti a contatto rigide a causa
del mio difficile cheratocono: la
seconda cartella dell’archivio
delle lenti a contatto era la mia,
amava ricordare.
No, non mi voglio dilungare a parlare di momenti e
argomenti su cui altri hanno
più competenza ed esperienza
della mia; il fatto però è che ho
vissuto con lui un po’ tutte le
fasi della sua malattia.
Ricordo di quando aveva cominciato ad avvertire un certo
fastidio, prima alla mano sinistra, mi pare, e poi alla destra,
che lo aveva indotto ad operarsi
di tunnel carpale. Ma l’impaccio
alle mani non passava, anzi
aumentava e nel frattempo i
contatti tra noi aumentavano
a causa del suo ruolo di presidente di Confcommercio e del
mio all’interno della Banca di
Pistoia.
In quel periodo mi chiamava
spesso per parlare di banca e di
salute; fece tac, risonanze, doppler; mi portò anche a Firenze
una o due volte perché un piccolissimo vaso venoso del cervello
era messo un po’ più storto del
normale e questo poteva essere
la causa dei suoi disturbi. Ma
non era quella la causa del suo
male. I suoi disturbi mi diven-
S
iamo una coppia di Pistoia
e facciamo parte della “Commissione
diocesana per la pastorale con la
famiglia”. In questo ambito ci è stato
proposto di impegnarci in particolare
a seguire le problematiche delle coppie
in difficoltà.
E’ per questo che ci siamo avvicinati
all’esperienza di Retrouvaille. Volendo
formarci come operatori di pastorale, ci
è stato chiesto di seguire l’intero cammino che l’associazione propone, come
se fossimo una coppia in difficoltà alla
ricerca della strada per ricostruire il nostro matrimonio. Ci siamo, così, trovati,
insieme ad altre coppie profondamente
sofferenti ed abbiamo vissuto insieme
a loro un fine settimana e quindici
successivi incontri.
Il week end al quale abbiamo partecipato si è tenuto a Folgaria(Tn) il 3-4-5
ottobre 2008.
Siamo arrivati a Folgaria nel pomeriggio del venerdì e siamo stati ospitati
in un’accogliente struttura alberghiera,
dentro la quale siamo rimasti praticamente chiusi fino alla domenica
pomeriggio.
Erano presenti diciotto coppie
provenienti da tutte le parti d’Italia;
ma un comune aspetto ci univa: la
1 marzo 2009
chiesa pistoiese
n. 8
ANCORA UN RICORDO DI VINICIO NESTI
Ci ha insegnato
a vivere e a morire
tarono più chiari quando nel
suo nuovissimo retrobottega gli
guardai i riflessi delle braccia e
delle gambe. Erano troppo iper,
una risposta esagerata! Lui in
quel momento sorrise anzi rise
di gusto, era contento, perché
i riflessi c’erano... eccome se
c’erano! Io rimasi stordito, cominciai a picchiare con un dito
sui suoi muscoli come se stessi
giocando a biglie, per evocare
qualche fascicolazione. Durante
un attimo di sua distrazione,
perché entrò una cliente, dissi
a Deanna: “… speriamo non
sia quel che sembra. La lasciai
di pietra, povera Deanna, ma
forse lì per lì non comprese, non
poteva comprendere di che si
trattava! Per combattere la mia
ansia gli dicevo sempre “vai da
Bartolini, vai di qua vai di là”,
così come si fa perché non sai
come fare a dire ad un amico
che sospetti una diagnosi del
genere e speri che sia un altro a
svelargliela.
Col passare dei mesi venne
varie volte a trovarmi a casa
guidando la sua macchina,
dicendomi che non riusciva a
“comandare” le gambe come
voleva e quindi il guidare cominciava ad essere difficile e
pericoloso. E voleva in tutti
i modi che guardassi come
camminava: aveva un bellissimo paio di scarpe nuove che
però gli davano fastidio, non
l’accontentavano; si metteva a
camminare, ridendo, su e giù
sotto il porticato di casa mia,
ma invece della sua marcia in
quel periodo mi colpì una certa
untuosità che era iniziata sulla
cute del suo volto.
Si ricoverò a Pisa e fu emessa
la diagnosi definitiva, strumentale, certa: Sla. Col passare del
tempo cambiò le scarpe e mise
quelle da ginnastica. Sapeva di
che si trattava. Appoggiato al
muro esterno del suo negozio,
una volta mi chiese: “ma è vero
che ci sarà bisogno di fare una
tracheotomia?”; gli risposi di sì,
ma fare una tracheo oggi è molto
semplice, anzi, gli dissi, “con i
metodi che esistono ci penso io
Vinicio, ne facciamo tante e in
dieci minuti ai nostri pazienti”.
Era un modo per sdrammatizzare, rideva lui (?) e ridevo, di
forza, io. Ma lui sempre, sempre
anche quando era fermo in casa
sulla sedia a rotelle e gli portavi
il gelato perché lo inghiottiva
meglio, quando gli prospettavo
l’ipotesi della tracheo mi faceva
sempre il gesto dell’ombrello.
Non voleva, voleva una fine
senza la tracheotomia e senza
la Peg (il sondino che dalla cute
dell’addome passa direttamente
nello stomaco per permettere
l’alimentazione dei pazienti
neurologici che hanno difficoltà con la deglutizione). Ma da
ultimo, forse condizionato dai
media o forse perché “ubbidiente” a certi proclami optò per la
Peg. Ma la tracheo no!!
E questo riconosciamolo, è
stato il suo testamento: lo volete
chiamare biologico? O volete
con un giro di parole parlare di
indicazioni di fine vita?
Ma perché opporvisi?
Qui sta il centro di tutta la
sua storia e della sua malattia.
Può essere stato un bravissimo
ottico (per me soprattutto), un
bravissimo politico, un bravissimo commerciante, banchiere,
ma per me è stato colui che ha
accettato di andarsene in modo
semplice senza cure che non
hanno senso.
L’unica cosa di cui ha avuto
bisogno, dopo aver ripetuto
anche in fase terminale che
non voleva la tracheo, è stata
la sedazione. A chi mi chiedeva
perché, dicevo: guarda, Vinicio
ora respira male, è come si vede
nei film quando il torturatore
mette la testa della vittima sotto
l’acqua e, quando quello è lì che
sta per finire, te la ritira su, e
questo due, tre, quattro, cinque,
dieci volte il giorno; senti che
ti manca il respiro, e non puoi
neanche agitarti come di solito
fai quando una nocciolina ti è
andata di traverso; no, lui non
poteva perché paralizzato e lucidissimo! In quei momenti l’ansia
lo opprimeva, lo sconvolgeva, lo
assediava; lo vedevi nel volto di
Vinicio che era terrorizzato da
quei sintomi.
Altri hanno fatto nelle sue
condizioni scelte diverse in base
a riflessioni, motivazioni ed
esperienze diverse, comprensibili, rispettabili, forse anche più
coraggiose.
Hanno scelto!!
Nel mio lavoro sono sempre
a contatto con la morte.
Talvolta con i colleghi non
sappiamo neanche cosa produrranno i nostri sforzi, altre
volte lavoriamo sapendo che
9
non otterremo alcun risultato
eppure facciamo, facciamo,
facciamo… non ci fermiamo là
dove forse dovremmo arrestarci
per rispetto di “nostra cara sorella morte”.
In questo clima c’è come la
paura che fermarsi ci condanni
ad essere “procuratori di morte”. Troppi dicono cosa è giusto
fare e cosa non è giusto fare,
troppi inneggiano alla vita in
modo ossessivo, alcuni hanno
fatto carriera politica inneggiando alla vita, ma hanno dimenticato la morte e sembra che
abbiano paura della morte.
Ma ci sarà qualcuno che parla
della morte, della fine? Che non
ha paura della morte, di nostra
sorella morte? Che accetta che
ai medici si possa dire “dottore
fermati, fallo per rispetto mio e
delle mie convinzioni e lasciami, lasciami pregare, lasciami
preparare all’incontro con Dio
prima che sia troppo tardi e mi
trovi impreparato”.
È vero, Nesti ha avuto una
famiglia diversa; penso alla
moglie che capiva le sue necessità anche dall’emissione di
suoni irriconoscibili che solo
lei riusciva a decifrare, diversa
dalle mogli che la televisione ci
ha presentato (che prima hanno
fatto di tutto perché al marito
fosse eseguita la tracheotomia
ben sapendo che non era temporanea ma definitiva, poi hanno avuto bisogno di un medico
per staccarlo dal respiratore
come se la morte necessitasse
per forza di un medico, come se
fosse un atto medico e non un
elemento della nostra vita).
Allora grazie Vinicio perché ci hai ricordato che si può
ancora morire con semplicità,
lasciando stare i fili, i bip-bip
e gli allarmi accesi delle rianimazioni anche quando non c’è
più speranza! È bello ritornare
al Padre passando da casa nostra!
Andrea Amadori
Retrouvaille: testimonianze
Un aiuto per i matrimoni
in
diffi
coltà
Giovanni e Vanna: 4 mesi di formazione per essere pronti
al servizio e aiutare a far capire che ricostruire un matrimonio
in difficoltà è una “missione possibile”
sofferenza che si leggeva sul volto di
tutti, l’aria che si respirava era carica
di tensione. Una sensazione strana ci
attanagliava: non ci era mai capitato di
partecipare a incontri dove tutti, proprio
tutti, nessuno escluso, avevano volti così
tesi, arrabbiati, delusi, sfiniti. Anche noi
che non vivevamo quelle situazioni di
sofferenza ci siamo da subito sentiti
coinvolti e abbiamo condiviso con loro
il cammino, con loro abbiamo lavorato e
pianto. Non era, però, un cammino senza una meta, perché il prete e le coppie
guida che ci hanno accompagnati quasi
per mano ci facevano vedere alcuni
bagliori di speranza, alcune luci in un
futuro buio. E’ stato un lavoro intenso,
forte, profondo, quasi senza respiro:
nessuno di noi ha dovuto raccontare
la propria storia, nessuno si è sentito
giudicato, ma possiamo affermare che
tutti si sono sentiti accolti con calore e
comprensione.
Non ci sono parole per descrivere
il vissuto di quei tre giorni, cosa sia
realmente accaduto, ma una cosa è
certa: domenica pomeriggio nessuno
dei presenti, noi compresi, era più la
stessa persona!
La gioia più bella che ci siamo
portati a casa è la consapevolezza che
qualcosa di grande era accaduto e che
per molte delle coppie presenti si era
aperta una prospettiva nuova. I problemi non erano magicamente svaniti ma in
quel fine settimana era scattato qualcosa
di nuovo: si era iniziato a gettare le fondamenta su cui lavorare negli incontri
successivi al week end di Folgaria.
Prima di partire, molti si sono
sentiti di condividere alcuni pensieri
e tutti erano d’accordo nel dire che
ripartivano con la consapevolezza di
potercela fare.
Una coppia ha detto: siamo sempre noi, con i nostri difetti e le nostre
difficoltà, ma abbiamo scoperto una
prospettiva nuova, abbiamo finalmente
visto una luce in fondo al tunnel ed ora
abbiamo voglia di rialzarci per riprendere il nostro cammino, tirando la fune
non l’uno contro l’altro, ma nella stessa
direzione.
Successivamente abbiamo vissuto
la parte del cammino post week end:
15 domeniche passate a fare luce fino
in fondo nel rapporto di coppia, fino
a trovare anche il più piccolo neo
che potesse inficiare le basi della vita
familiare. Questa parte del cammino è
stata vissuta in un gruppo più ristretto:
eravamo 4 coppie e ci incontravamo
presso la parrocchia di Cavriglia, vicino
a san Giovanni Valdarno.
Questa esperienza ci è servita a
capire bene, avendolo vissuto, il metodo
di lavoro di Retrouvaille, in modo da
poter essere pronti a metterci al servizio
delle coppie che ne sentano il bisogno.
Ma questa esperienza è servita
anche a noi , coppia “sana”: nessuno è
perfetto al punto di non aver bisogno
di migliorare e certamente noi non
pensiamo che nella nostra costruzione
familiare non esista qualche mattone
fuori posto.
Quello che possiamo dire con sicurezza, affermare, gridare è che chi vive
nella coppia situazioni di difficoltà non
può non provare questo cammino.
Ricostruire il vostro matrimonio in
difficoltà è una missione possibile, e ce
la potete fare!
Retrouvaille vi aiuta a ritrovare in
modo responsabile e intimo una relazione d’amore autentica, è un valido
strumento per il dialogo, l’ascolto, il
perdono, la costruzione della vostra
relazione di coppia.
Commissione Diocesana
Pastorale con la Famiglia
10 comunità e territorio
n. 8
INNOVAZIONE
Nasce a Pistoia il primo
laboratorio toscano di ricerca
sull’ingegneria dei trasporti
H
a sede a Pistoia
(all’Itis Fedi di viale Adua)
ed è stato inaugurato pochi
giorni fa l’unico laboratorio
toscano di ricerca sull’ingegneria dei trasporti. Il laboratorio di modellazione
dinamica e meccatronica
(Mdm Lab) ha finalità di
alta formazione, ricerca e
trasferimento tecnologico
ed è nato grazie all’impegno e a specifici accordi tra
diversi partner (Università
di Firenze, Uniser-Polo
universitario di Pistoia,
Regione Toscana, Itis Fedi,
e Ansaldo Breda), che hanno accolto la proposta della
Provincia di fare di Pistoia
la sede toscana della ricerca in ingegneria dei
trasporti.
Il laboratorio consiste in
un ampio locale all’interno
dell’istituto Fedi, ristrutturato dalla Provincia, dove
l’Università di Firenze ha
trasferito proprio personale e strumentazione. Il
dipartimento universitario svolge nel laboratorio
attività di ricerca nel settore della meccanica del
veicolo ferroviario e della
meccatronica, direttamente
su un territorio dove è presente il massimo comparto
produttivo del settore, mettendone a disposizione i
risultati.
«Il laboratorio – spiega
Ambrogio Brenna, assessore regionale allo sviluppo
economico – si integra in
Verso le elezioni
Il comitato contro l’inceneritore
scende in campo
I
l comitato contro l’inceneritore di Montale scende in
politica. Alle prossime elezioni
comunali di Agliana e Montale,
previste a giugno, in corsa ci sarà
anche una lista civica formata
da componenti del comitato che
da anni lotta contro l’impianto
di incenerimento dei rifiuti di
Montale. Si tratta della lista «Decidi anche tu!», che appunto si
presenterà alle prossime elezioni
nei due comuni della piana.
«Il nostro – spiega Luigi Co-
Due liste civiche degli ambientalisti
si presentano ad Agliana e Montale
langelo, presidente del comitato
contro l’inceneritore di Montale
- è sicuramente un progetto
ambizioso. L’obiettivo è di diventare un punto di riferimento
per tutti i cittadini che non si
sentono più rappresentati dagli
attuali schieramenti politici, sia
di destra che di sinistra».
Le due liste civiche sono
state presentate, nel corso di una
conferenza stampa che si è svolta
ad Agliana.
«I comuni – ha detto Colangelo - decidono della vita quotidiana di ognuno di noi. Possono
avvelenarci con un inceneritore o
avviare la raccolta differenziata
porta a porta, installare antenne
o costruire asili, privatizzare
Le conseguenze del maltempo
Gli interventi previsti
T
erminata per il
momento la fase di piogge e
maltempo l’amministrazione
comunale pistoiese fa il punto
della situazione degli interventi
previsti e quelli di criticità
emersi sul territorio fino già
dallo scorso novembre. Fra i
punti critici emergono le zone
attorno al fosso Acqualunga a
Chiazzano, Tazzera e Tazzerino
dalla località Bargi fino allo
sfocio , quella del torrente Stella
in località Ponte di Cencino fino
alla località Pontassio, i fossi
Quadrelli e Filimortula, la zona
di Montalbano da Barberoni
fino al Torrente Stella a Masotti;
la zona del torrente Brana da
Ferruccia fino al ponte Armacani
e quella del Brusigliano. Numerose anche le frane e i movimenti
franosi che hanno interessato
molte zone della nostra provincia
in particolare la parte montana e
quella collinare come Saturnana
duramente colpita da una frana
nel mese di novembre, per non
parlare poi di altri smottamenti
più o meno intensi verificatesi
nelle zone di Via Marcianina, Via
Vecchia Pipigliana, Le Piagge di
Cireglio e quella nella zona di via
del Poggiale a Campiglio.
“L’amministrazione comunale ha investito e sta investendo
molte risorse nell’ambito del
rischio idrogeologico –ha detto
l’assessore alla protezione civile
Mario Tuci– inoltre riteniamo
che con gli interventi già effettuati e quelli da effettuare possiamo dare risposte importanti
alle zone interessate ai disastri
grazie anche alla preziosa collaborazione da parte degli altri
Enti preposti alla salvaguardia
e tutela del territorio.”
Venendo al dettaglio gli
interventi per prevenire il rischio
idrogeologico riguardano molte
strade (per un totale di circa
2milioni e 390euro) fra ci parte
della Via Vecchia Pratese, Via del
un sistema di sviluppo
delle competenze, in questo caso sul trasporto ferroviario, che può dare un
grande contributo all’intero territorio regionale, per
costruire una filiera e una
catena produttiva estremamente importante».
«Questo laboratorio
– aggiunge l’ingegner
Salvatore Bianconi, amministratore delegato di
AnsaldoBreda – ci può
aiutare, in quanto noi possiamo creare qui un punto
di certificazione dei nostri
prodotti, senza doverci più
rivolgere ad altre strutture.
Inoltre, potrà permetterci
di effettuare qui tutta una
serie di prove, per le quali
finora era necessario rivolgersi all’estero».
I ‘ritorni’ per il territol’acqua o gestirla a vantaggio di
un uso pubblico. Dai comuni si
deve ripartire a fare politica con
le liste civiche. Noi oggi, con le
nostre scelte, siamo gli artefici di
buona parte di ciò che le generazioni future troveranno».
Le due liste sono state fondate da membri del comitato
contro l’inceneritore di Montale,
simpatizzanti e cittadini che fino
ad oggi non hanno fatto parte di
forze politiche o partiti.
«Quindi – conclude Colangelo – ci sentiamo liberi dai soliti
condizionamenti e aperti a tutti
coloro che vogliono condividere
questo progetto».
Tra gli obiettivi, anche il
rilancio dell’economia, ma con
un’attenzione particolare allo
sviluppo sostenibile.
P.C.
Leone, Via del Bollacchione, via
di Canapale, via dello Sparito,
Via Nazario Sauro, Via Vergine
dei Bracciolini in località Piuvica, via di Garcigliana in località
Le Querci, via Castel di Bovani,
Via Sestini, Via Seiarcole, Via
Bure Vecchia e al torrente Acqualunga.
Tuttavia a seguito dei recenti
eventi calamitosi sono stati
eseguiti numerosi interventi
urgenti per i quali il Comune ha
inviato una specifica richiesta di
finanziamento alla Regione e al
Ministero; è stato chiesto anche
un contributo straordinario
di 40mila euro alla provincia
necessario per ripristinare gli
attraversamenti stradali sui corsi
d’acqua che appartenenti alla
gestione demaniale.
Edoardo Baroncelli
1 marzo 2009
Vita
La
La struttura è stata inaugurata pochi
giorni fa all’Itis Fedi e vi collaborano
diversi partner, tra cui l’Università
di Firenze e Ansaldo Breda
rio pistoiese appaiono dunque evidenti. Le attività che
saranno svolte all’interno
della struttura pistoiese
vanno dalla progettazione
alla simulazione e controllo
di sistemi, dalla progettazione di banchi prova
specifici per componenti e
sottosistemi ferroviari alla
simulazione di marcia, dalla omologazione virtuale e
valutazione delle prestazioni di veicoli e componenti
ferroviari alla simulazione
di sistemi frenanti.
Patrizio Ceccarelli
Quarrata
A cena
con la solidarietà
L’evento fa parte degli incontri
di educazione alimentare promossi
da Saperedaisapori.com
con il patrocinio di Asl e Provincia
R
iscoperta delle antiche tradizioni culinarie toscane, nel
segno della solidarietà. È l’obiettivo dell’evento in programma domenica 1 marzo (a partire dalle ore 19.45) a Villa Zaccanti di Quarrata,
promosso dal sito www.saperedaisapori.com, che presenterà «Bentornata Pentolaccia». L’iniziativa fa parte degli incontri culturali sul
cibo promossi con il patrocinio di Asl e Provincia di Pistoia.
Il programma prevede la cena a Villa Zaccanti, in via Bel Riposo
a Quarrata e, durante la serata, giochi (tra cui la ben nota pentolaccia)
e premi, oltre alla possibilità di conoscere meglio erbe, spezie e arbusti, spesso utilizzati per accompagnare le pietanze. Ospite l’esperto
Giordano Mazzolini, ispettore capo del Corpo Forestale dello Stato,
che spiegherà le varie possibilità di utilizzo delle erbe aromatiche
per dare maggiore fragranza ai cibi, ma che vengono utilizzate
anche per la nostra bellezza, salute e tranquillità. Il menù: antipasto
con pagliaccetti di sformatino al pecorino a latte crudo pistoiese,
con vellutata di verdure di stagione e timo; strozzapreti al germe di
grano alla borragine e tagliatelle al limone e pepe con ragù di cernia
e nepitella, polpette di carnevale al prezzemolo, insalata di erbette
di campo e verdurine colorate in padella; cenci e berlingozzi. Vini
della Cooperativa vinicola Chianti Montalbano di Larciano e olio
dell’Oleificio cooperativo di Lamporecchio. A presentare la serata
sarà Maria Stefania Bardi Tesi, esperta in programmi di educazione
agro-alimentare. L’iniziativa ha anche una finalità legata alla solidarietà, infatti, parte dei proventi verranno devoluti al progetto «Il
cuore si scioglie» della sezione soci Coop di Pistoia, e serviranno a
finanziare iniziative benefiche in Africa. Info: 0573-734252 oppure
3394539291.
Patrizio Ceccarelli
PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE
Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633
- [email protected] - [email protected]
SEDE PISTOIA
Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected]
FILIALI
CHIAZZANO
Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected]
PISTOIA
Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected]
MONTALE
Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected]
MONTEMURLO
Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected]
SPAZZAVENTO
Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected]
LA COLONNA
Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected]
PRATO
Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected]
S. AGOSTINO
Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected]
CAMPI BISENZIO
Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected]
BOTTEGONE
Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected]
Vita
La
1 marzo 2009
ALL’OSPEDALE DEL CEPPO
Un benvenuto ai nuovi nati
«I
nsieme per
una campagna di benvenuto ai nuovi nati». È il
titolo dell’iniziativa che
sarà operativa per sei mesi
a partire dal 1° marzo,
lanciata da Farcom in collaborazione con Comune
di Pistoia, Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e
l’azienda «Amore al cubo»
(nella foto i rappresentanti
degli enti promotori).
Farcom offrirà ai neogenitori un kit di benvenuto formato da tre body,
tre paia di calzini e tre
bavaglini: il corredino
necessario per entrare nel
reparto maternità. La Cassa di Risparmio di Pistoia
e Pescia donerà invece
100 euro ad ogni neonato
attraverso l’apertura di un
libretto di risparmio.
In occasione del controllo pre-parto effettuato
dalle mamme, verranno
consegnati due tagliandi.
Con il primo sarà possibile presentarsi alla filiale
Caripit, all’interno del-
V
iene presentato in
questi giorni presso le frazioni del Comune di Agliana
un consuntivo dei 10 anni
di amministrazione guidata
da Paolo Magnanensi. Nel
prossimo giugno, infatti, con
le elezioni cambierà il primo
cittadino e, il centro-sinistra,
ha già individuato, tramite le
primarie, il proprio candidato: si tratta dell’assessore ai
lavori pubblici e alla persona
Eleanna Ciampolini.
Per racchiudere quanto
portato avanti dalla giunta
comunale dal 1999, la coalizione che ha sostenuto il
sindaco ha realizzato un’interessante pubblicazione.
“Sono stati dieci anni molto
intensi –spiega il sindaco Magnanensi– in cui il contesto
generale, fatto di finanziarie
molto pesanti per gli enti
L
a kermesse si è svolta
recentemente in uno splendido
salone dell’ente morale-onlusassociazione non governativa
dell’Onu insediato nel borgo
ferrucciano ed ha visto protagonisti la soprano –nonché
insegnante, poetessa e pittricepistoiese Sidonia ‘Isi’ Simoni
la quale, presentata da Vittoriano ‘Vit’ Innocenti, dirigente
d’azienda e tecnico che è rientrato nella ‘sua’ Pistoia dopo
decenni trascorsi a Roma per
motivi professionali. ‘Isi’ Simoni, applauditissima dal folto
pubblico composto da anziani
e giovani rispettivamente ospiti
di Residenza sanitaria assistita
e Centro di recupero per cerebrolesi insediati nella struttura
del sodalizio presieduto dall’onorevole Antonio Cariglia,
Un corredino e un libretto di risparmio
ai bambini che nasceranno da marzo
ad agosto. È l’iniziativa di Farcom,
Caripit e Amore al cubo
l’ospedale, per ricevere il
libretto di risparmio con
un versamento di 100 euro.
Il secondo servirà a ritirare
il corredino in una delle
sette farmacie comunali
presenti sul territorio.
«Vogliamo essere vicini
ai bimbi pistoiesi – dice il
sindaco Renzo Berti - fin
dal primo vagito. Questa iniziativa è un segno
dell’attenzione che la città rivolge ai suoi piccoli
concittadini e ai neo-genitori. Il nostro intento è
di dare risalto all’evento
della nascita di un nuovo
bambino o bambina nella
convinzione che una vita
appena arrivata arricchisce non solo la famiglia
ma tutto il tessuto sociale
cittadino».
Comune di Agliana
Bilancio
di dieci anni
locali, non ci ha certo aiutato.
Ma attraverso azioni concrete
e decise siamo riusciti a fornire molte risposte ai bisogni
dei cittadini”. Da sottolineare
vari interventi messi a punto.
Per gli anziani è stato creato
il bocciodromo presso il giardino Il Sarcio di Ferruccia e al
parco Pertini. Per l’edilizia residenziale sono stati assegnati
24 alloggi di edilizia pubblica,
24 per le forze dell’ordine e
sono in fase di progettazione
ulteriori 12 unità abitative.
Per quanto riguarda i disabili
è stato attivato il progetto
Skacciapensieri e aperto il
centro diurno di Ferruccia,
Panta Rei in collaborazione
con l’associazione Insieme.
Molti i lavori pubblici, dal cinema teatro alla sala consiliare, dalle case popolari ai vari
giardini, dall’ampliamento
delle scuole elementari e materne di Spedalino a vari parcheggi e marciapiedi. Grande
attenzione è stata rivolta anche alle attrezzature sportive,
a fluidificare il traffico con la
realizzazione delle rotatorie,
favorendo la sicurezza di
ciclisti e pedoni. Per quanto
riguarda l’urbanistica l’impegno dell’Amministrazione
Gavinana
Concerto per anziani
Spettacolo di grande musica per anziani e
giovani ospiti della Fondazione Turati
di Alessandro Tonarelli
Un momento del concerto
dirigenti e personale dello stesso nonché da molte personalità
che erano state invitate per
11
n. 8
l’occasione –tra cui il generale
di Corpo d’armata degli Alpini
Enrico Borgenni- si è esibita
«Con questa idea – sottolineano il presidente e
l’amministratore delegato
di Farcom, Roberto Barontini e Luciano Del Santo
- abbiamo voluto che la
città desse il benvenuto
ad ogni neonato attraverso
un dono simpatico in cui si
uniscono la gradevolezza
e l’assoluta igienicità del
prodotto con una tangibile
espressione di solidarietà
e di partecipazione, valori
questi che rappresentano
colonne portanti dell’attività di Farcom spa».
«L’apertura del libretto
di risparmio con il deposito gratuito di 100 euro
a nome del nuovo nato
– affermano il presidente
e il direttore generale di
Caripit, Gabriele Zollo
e Luca Severini – vuole
essere una testimonianza
del legame che da sempre
la nostra banca ha con il
territorio. E’ infatti nostra
ferma intenzione rafforzare tale legame anche
con tutte le iniziative, che
possano sostenere, in questa difficile congiuntura, la
nostra zona di competenza
e questo sia per le imprese
che per le famiglie».
Patrizio Ceccarelli
è stato rivolto, tra l’altro, al
recupero di aree dismesse e
alle ristrutturazioni, oltre che
al dotare tutte le frazioni del
territorio di una propria autonomia spaziale e culturale.
Importante anche aver potenziato i laboratori culturali e
migliorato le manifestazione
del “Giugno aglianese” e di
AgliaNatale.
Il sindaco Paolo Magnanensi e la giunta concludono
ricordando gli interventi in
favore dell’ambiente con
l’obiettivo di lasciarne alle generazioni future uno davvero
vivibile attraverso progetti
come quelli delle compostiere, l’ampliamento del parco
Pertini e la realizzazione
dell’area verde attrezzata
nella zona industriale di
Spedalino.
Marco Benesperi
con la sua splendida voce in
personali, eleganti interpretazioni di brani musicali ‘classici’
italiani e stranieri, quali Core
‘ngrato, Chitarra romana, Firenze Sogna, Granada, La vie
en rose, Les feuilles mortes a
vari altri, ciascuno dei quali è
stato presentato e illustrato con
altrettanta eleganza da Vittoriano ‘Vit’ Innocenti. In due ore
di splendido intrattenimento
musicale, tra l’entusiasmo del
folto pubblico che ha tributato autentiche ovazioni alla
davvero bravissima cantante
e al suo non meno bravo presentatore, nell’ambito di una
delle tante belle manifestazioni
che vengono organizzate nella
bella, grande ed elegantemente
ospitale struttura di Gavinana
della Fondazione Turati.
TERRAZZA SULLA CITTÀ
Il bersagliere
dei tre secoli
D
elfino Borroni va avanti, la sua è la lunga marcia di un
bersagliere di 110 anni che ha attraversato tre secoli, l’ultimo soldato
della Grande Guerra, l’ultimo testimone di Caporetto. Nato a Turago
Bordone (Pavia), il 23 agosto 1898, era coetaneo di Giuseppe Saragat.
Adesso è infermo su una carrozzina, alloggiato in una casa di riposo,
e di pensione quale reduce di guerra riceve solo 42 euro al mese.
«Per noi che abbiamo fatto la guerra non c’è stata riconoscenza.
Negli altri Paesi sono stati più generosi con i reduci» afferma. Gli
scrivono o lo vanno a trovare in tanti, però. Borroni apparteneva al 6°
Battaglione, 14° Reggimento, mentre in tempo di pace era macchinista
sul Gamba dé legn, mitico trenino della linea Milano-Magenta. La sua
memoria oggi è sempre indelebile, prodigiosa. Ha quattro figli, sette
nipoti e tredici pronipoti. Ma qual è il segreto della sua longevità?
«A quei tempi si mangiava poco, però quello che veniva dall’orto e
dalla campagna era tutto genuino.
E poi tanto latte, bevuto fresco, appena munto» risponde lui. Il
presidente della Repubblica Napolitano gli ha scritto nel giorno del
suo compleanno, un passaggio della missiva così recita: «A lei, ultimo
dei Cavalieri di Vittorio Veneto, giungano l’affetto e la gratitudine
di tutti gli italiani. La sua storia personale (…) continua a offrire alle
giovani generazioni un esempio di abnegazione, di alto senso del
dovere, di dignità». Diversi giornalisti di tutto il mondo lo hanno
intervistato sui suoi ricordi di guerra. Col grado di Caporale ha
combattuto sul Pasubio ed a Caporetto.
Dove viene catturato il 28 ottobre 1917. Campo di concentramento a Cividale e poi in Austria, a Pordenone, sul Tagliamento
a costruire ponti, a Vittorio Veneto, a Pianzano ed a San Felice. Ha
tentato più volte la fuga con il suo amico Luigi Turati milanese di
Precotto, prima da Vittorio Veneto e poi da Conegliano, subito dietro
le linee nemiche, riuscendo a raggiungere il Friuli. La fuga da un
campo di Spilimbergo riesce. «Siamo arrivati in una casetta dove
c’erano due donne. «Putei, state attenti, i tedeschi portano via i prigionieri sui treni e li fucilano» ci dicevano. A mezzogiorno abbiamo
visto tre cavalleggeri uscire da un sottopassaggio. Un sergente ci ha
quasi rimproverati: «A momenti vi sparavamo». «Ma non vedete,
ho risposto, che siamo italiani, italiani come voi».
Leonardo Soldati
Prataccio
Fosco e Onorio Andreotti
fondatori del gruppo
sciistico “Alberto Tomba”
I
due fratelli di Prataccio sono i fondatori del gruppo sciistico
“Alberto Tomba”. Gli sciatori sono già sulle piste di mezza Europa per
fare a livello amatoriale gli apri pista, riguardare gli impianti battere
la neve, riguardare le porte per le gare di slalom. Però nel giro eterno
delle stagioni qualcuno manca sempre all’appello. Uno dei fondatori,
Fosco Andreotti, è deceduto pochi mesi fa, stroncato, dopo una lunga
malattia, da un male incurabile. La morte lascia sempre rimpianto
e sconforto, poi con la forza della ragione la vita deve continuare.
Un’esistenza dedicata allo sci, quella di questi autentici sportivi,
centinaia di chilometri percorsi su terreni coperti di neve, un feeling
perfetto con i fiocchi bianchi. Gli sciatori di Prataccio iniziarono
quest’attività nel 1960. Questo mini circo bianco opera in particolare
in Francia, Svizzera, le Dolomiti. All’Abetone sono di casa, della
vicina stazione sciistica conoscono ogni segreto: qui hanno numerosi
amici; in un recente passato fraternizzarono con i mitici Zeno Colò
Celina Seghi, il falco di Oslo, ed il topolino delle nevi. Sono trascorsi
quasi cinquanta anni dalle prime, timide discesa. Onorio fratello del
defunto Fosco, fu autista del Copit; il deceduto prestò l’opera lavorativa alle dipendenze delle ferrovie dello stato; fu consigliere per una
legislatura al comune di Piteglio. Ha sempre amato questi versi: “Il
mio viaggio mi porterà
là nell’ultimo sorriso,
nell’ultimo attimo dove
sentirò la vita ridere.
Allora non sorriderò, riderò con lei e con lei me
ne andrò là dove sono
nato, proprio là, dove
ridendo rinascerò.
Giorgio Ducceschi
I due fratelli in una foto
con Celina Seghi
12 spazio aperto
n. 8
Vita
La
1 marzo 2009
Un corso per volontari
su “Accoglienza e comunicazione”
U
n corso con una programmazione con tematiche di grande
attualità che ha ottenuto risultati
positivi.
Promosso da Cesvot e Auser
Montale, il corso è iniziato nel mese di
ottobre e si è concluso il 24 febbraio.
Con Paolo Mazzei, docente del corso,
e la tutor Gabriella Pacini sono stati
evidenziati le finalità e gli obiettivi.
Paolo Mazzei è esperto in comunicazione e psicologia sociale ed è
stato chiamato ad affrontare tematiche
legate al settore della comunicazione
e dell’accoglienza.
Perché esistono oggi problematiche a livello psicologico che le
persone hanno nel relazionarsi nelle
varie realtà, si è parlato tra le varie
tematiche affrontate di “Portamento
comunicativo”.
Le prime lezioni del corso si sono
incentrate su temi come l’estetica e
l’immagine. A questo proposito Paolo
Mazzei afferma: ”vi è stato uno studio
a 360° sull’immagine d’approccio
verso l’utente a seconda della realtà
che gli si presenta davanti. Questo
corso è stata una scommessa vinta:
c’era perplessità ma i risultati sono
stati positivi”.
A proposito dell’accoglienza e del-
Il corso è stato promosso da Cesvot e Auser con la
collaborazione del comune di Montale, Asl3,
Croce d’Oro Montale, Consorzio Astir,
Misericordia di Montale, Tvl,
lega Spi Cgil Agliana-Quarrata-Montale
la comunicazione Mazzei sottolinea che
“è importante l’approccio diretto con la
persona a seconda dell’età e della sua
condizione culturale, la comunicazione
diventa differente nei casi e luoghi in
cui siamo impegnati ad operare. Con
le persone anziane bisogna instaurare
un rapporto di amicizia”.
Il volontario è impegnato nel
rapporto con gli anziani, ma anche
con gli extracomunitari con i quali è
importante l’accettazione e il reciproco
rispetto delle proprie realtà di vita.
In questa società legata all’immagine, Mazzei sottolinea che è importante indossare il proprio abito per-
sport pistoiese
VOLLEY
Quarrata campione
provinciale under 18
U
sonale che è fatto della propria natura
di individuo, l’abito non fa il monaco,
ma in questa realtà di volontariato è
piuttosto il monaco che fa l’abito.
Nello svolgimento della programmazione sono stati svolti percorsi di
verifica e simulazione con l’apporto
di riprese televisive, l’appuntamento
conclusivo del corso si è tenuto il 24
febbraio. Erano presenti Paolo Mazzei,
Paola Mazzei, Tania Martinelli, Francesco Rotelli e Federica Mabellini.
La tutor del corso Gabriella Pacini
ribadisce l’importanza di aver realizzato questo corso che è stato molto
partecipato: le volontarie che lo hanno
seguito (20 in tutto) saranno destinate
a strutture d’accoglienza assistenza
domiciliare, ecc.
n altro titolo giovanile. Il Blu Volley Quarrata, allenato dal tandem Andrea
Gori (capo coach) e Davide Torracchi (assistent coach), si è laureato campione provinciale
under 18 superando 3-2 (22-25, 23-25, 25-21, 25-19, 19-17) in finale il Volley Aglianese,
guidato da Meri Malucchi, al termine di una gara durata oltre 2 ore di gioco. Dopo aver
conquistato il titolo under 16, il team quarratino, con merito e un po’ di buona sorte,
che non guasta mai, può fare ancora festa. Gara per cuori forti, con continui colpi di
scena. A iniziare forte sono le portacolori aglianesi che, sfruttando la prestazione non
brillante delle quarratine, sono riuscite a far proprio il primo set. Nel secondo, complice
un infortunio a Cecilia Torracchi, una tra le più positive tra le aglianesi, qualcosa per
capitan Ostento e compagne è migliorato. Avanti 2-0, Agliana sembrava avviata a una
facile vittoria, mentre Quarrata pronta ad archiviare il campionato. Ma con un pizzico
di grinta, e appunto la pesante assenza nelle file avversarie, ecco la strepitosa rimonta.
Complimenti dunque ai tecnici e alle atlete Sheila Ostento, Martina Di Gregorio, Fabiola
Ulivi, Giulia Tomasino, Samantha Biondi, Silvia Gradi, Silvia Cappellini, Laura Buo,
Noemi Terrazzano, Alice Fiorentini, Rosangela Tarantino, Ilenia Mancuso, Silvia Zepponi, Amanda Maraghelli e Martina Martini e al dirigente accompagnatore Giuseppe
Tarantino. Tabellino: Ostento 18, Fiorentini 10, Di Gregorio 8, Gradi 4, Biondi 3, Ulivi
3, Martini 2, Tomasino (libero) 0, Terrazzano 0, Cappellini 0, n.e. Mancuso, Tarantino,
Zepponi. “Hanno iniziato meglio le giocatrici aglianesi -racconta il vice presidente
‘mobiliero Fabiano Pretelli-, che forse sentivano meno delle nostre ragazze la pressione
della finale. Certo, l’uscita di scena della loro miglior atleta -riconosce sportivamente- ha
influito molto sull’andamento dell’incontro. Qualche piccolo screzio tra le pallavoliste
delle due squadre, dovuto all’importanza della posta in palio, ha
ravvivato la partita e svegliato le
quarratine, che hanno pian piano
rosicchiato il vantaggio alle neroverdi, allungando il match al tie
break. Quinto set combattutissimo
con entrambe le squadre desiderose
di vincere, ma alla fine, per fortuna,
l’abbiamo spuntata noi. Un successo che ci rende soddisfatti”.
Gianluca Barni
Gli obiettivi del progetto erano
quelli di far acquisire le conoscenze
che consentano di facilitare la relazione e la comunicazione in rapporti
individuali e di gruppo in situazioni
diverse, colmare una carenza diffusa
sul nostro territorio per la maggior
parte dei volontari che operano nel
sociale. Infatti il corso aveva lo scopo
di suggerire atteggiamenti e comportamenti che potessero essere in sintonia
con la situazione affettiva e il vissuto
dell’ interlocutore.
Non solo quindi un modo di porsi
in grado di intuire il variare delle
situazioni, ma anche una capacità di
interloquire che superi il disagio e
faciliti la comunicazione.
Daniela Raspollini
contropiede
di Enzo Cabella
L
a Carmatic è riuscita a fare il
pieno nel doppio impegno casalingo
contro Scafati e Soresina. Era temuta
soprattutto questa seconda partita, in
quanto la squadra lombarda si trovava
al secondo posto in classifica. Occorreva una prestazione super per vincere
e la Carmatic non ha tradito le attese,
dimostrando di aver superato la fase
critica e di avere le potenzialità per salire ancora posizioni in classifica.
Infatti, è necessario sottolineare che
le due vittorie casalinghe sono venute
senza il play titolare (Mc Cullough)
e quindi acquistano un valore che va
oltre i quattro punti. Con il successo
squillante su Soresina, la squadra di
Moretti non è più ultima (ha lasciato a
Imola il fanalino di coda), ha agganciato altre due formazioni a quota 18 ed
è a soli due punti da altra due squadre,
Scafati e Brindisi. Il prossimo impegno
è a Venezia, contro un avversario che
ha gli stessi punti dei biancorossi di
Moretti: è uno spareggio in piena regola. Dovesse superare questo ostacolo,
la Carmatic ‘vedrebbe’ quei playoff
che, fino ad oggi, sono un traguardo
lontanissimo. Un riscatto, dunque, in
piena regola, studiato da coach Moretti e realizzato sul parquet da tutti i giocatori, ma in particolar modo da capitan Toppo, Rabaglietti (ottimo sostituto
del play americano), Rosselli e Bryan.
Ma sarebbe ingeneroso dimenticare gli
altri, a cominciare da Tyler che rappresenta sempre il punto di riferimento
sotto i tabelloni. Ora il campionato osserva un turno di riposo per consentire le «final four» di coppa Italia.
La Pistoiese tira un sospiro di
sollievo. Il cambio dell’allenatore,
Torricelli per Polverino, ha fruttato un
prezioso pareggio, che ha posto fine
alla serie delle cinque sconfitte. Non
era facile fare punti a Foggia, contro
una squadra in zona playoff, avversario ostico anche per l’ambiente. Torricelli non ha avuto la bacchetta magica
e non ha stravolto la formazione che
Polverino, pur con qualche modifica
(spesso determinata da squalifiche e
infortuni), schierava. L’ex difensore
di Juve e Fiorentina ha solo apportato alcuni accorgimenti che si sono
rivelati giusti: intanto ha cambiato
modulo, giocando col 4-4-2 (quattro
difensori, quattro centrocampisti e
due punte), ha rispolverato Muwana e
Breschi e poi ha conferito alla squadra
quella serenità che negli ultimi tempi
aveva perso. Tutti, dai più esperti ai
giovani, si sono sentiti partecipi di
un progetto: lo spogliatoio, che aveva
denotato qualche crepa, si è ricompattato e questo lascia sperare in un quel
processo di miglioramento che tutti
si augurano e che ha come traguardo
l’abbandono dell’ultimo posto. Una
verifica di questo nuovo corso si avrà
contro l’Arezzo, unico derby toscano
di Prima Divisione.
Vita
“U
La
1 marzo 2009
n buon punto di partenza perché da un lato ribadisce l’indisponibilità della vita e, dall’altro,
stabilisce che le direttive anticipate
debbano avere per oggetto trattamenti terapeutici, non scelte di vita o di
morte. Il rifiuto delle terapie non va
infatti mai confuso con una richiesta
di eutanasia passiva”. È complessivamente positivo il giudizio del
presidente dei Giuristi cattolici, Francesco D’Agostino, interpellato sul
disegno di legge Calabrò in materia
di direttive anticipate di trattamento;
schema di testo unificato di undici
disegni di legge in dieci articoli che,
è stato reso noto ieri, approderà in
Aula al Senato il prossimo 5 marzo.
Pur non nascondendosi che il testo
attuale “dovrà subire non poche
modifiche”, a preoccupare il giurista
è il “clima” politico: “Sentire parlare
di ‘legge truffa’ o di necessità di un
referendum abrogativo in caso di
approvazione fa comprendere l’inasprimento delle posizioni e sembra
voler chiudere un dialogo viceversa
indispensabile per dare vita ad una
legge in materia che risponda a rigorosi requisiti di giustizia”.
dall’Italia
n. 8
LEGGE SUL “FINE VITA”
e non di tipo palliativo, ma esplicitamente sedativo. Lo stesso Defanti
(il neurologo che per anni ha seguito
Eluana Englaro, ndr) ha dichiarato di
avere sedato la donna e di non avere
elementi scientifici rigorosi per stabilire quale effetto reale potrebbe avere
avuto sul suo organismo la sedazione
somministratale”.
iolenze contro le donne, ronde contro i romeni:
nella capitale e in altre città
italiane il clima di insicurezza comincia a farsi pesante,
e spesso a farne le spese non
sono i reali colpevoli dei reati. Ne abbiamo parlato con il
responsabile dell’area immigrati della Caritas di Roma.
Ronde contro i romeni: perché e quali responsabilità?
“Sicuramente l’aumento
rilevante di cittadini romeni
negli ultimi due anni li
espone, ed espone anche la
società italiana, ad una realtà
diversa. Le ronde indicano
una reazione esasperata ad
un vuoto: se ci fosse una
maggiore presenza dello
Stato sul territorio, forse non
ci sarebbero. E non credo che
l’uso dell’esercito nelle vie
del centro serva a granché.
Ci sono interi territori dello
Stato abitati da soli cittadini
italiani dove le persone
non si sentono al sicuro. Se
le situazioni non vengono
comprese nel loro insieme e
anticipate, rischiamo di avere
un giorno una ronda, un altro giorno qualcosa di nuovo
e diverso. Il territorio deve
essere vissuto e presidiato.
Invece ci sono intere zone
senza luce, senza servizi.
E quindi?
“Dopo il caso Englaro dobbiamo
prendere atto che un certo modo
di rispettare la pretesa volontà del
paziente si trasforma inevitabilmente
nella legittimazione di una pratica
eutanasica e che, più in generale, qualunque forma di autodeterminazione
potrebbe costituire un modo indiretto
per introdurre l’eutanasia volontaria
nel nostro ordinamento. Preferirei che
questo lo si dicesse apertamente e non
in maniera surrettizia come avvenuto
fino ad oggi. Proprio per evitare queste forme di deriva, il ddl ribadisce
esplicitamente l’indisponibilità della
vita umana, e soprattutto mette in
evidenza che tale indisponibilità è
un principio fondamentale del nostro
ordinamento giuridico”.
Lei insiste sull’importanza di
criteri rigorosi per accertare la volontà del paziente...
“Insieme a diversi giuristi ritengo
che nel caso Englaro le prove di questa volontà fossero molto incerte, a
differenza dei magistrati che le hanno
ritenute adeguate. Al riguardo si è
assistito ad una palese scissione fra
una pronuncia giurisprudenziale
pubblica e vincolante, e un’opinione
che, espressa magari da autorevoli giuristi, rimane semplicemente
un’opinione privata: ecco perché
occorre una legge che intervenga
a sottrarre ai giudici questa competenza e introduca criteri rigorosi
per accertare l’effettiva volontà del
soggetto. E nel ddl questi criteri per
ora ci sono”.
Al centro del dibattito sembra
essere soprattutto il principio di
autodeterminazione…
“Non c’è dubbio. Il dibattito
ideologico più acceso riguarda proprio questo principio che viene
riconosciuto dal ddl, ma non fino al
punto di vincolare il medico a praticare interventi che a suo giudizio
andrebbero contro il bene del malato.
Dall’altra parte si sostiene invece
che non vincolando il medico si
trufferebbe il malato, promettendogli
il riconoscimento di un diritto all’autodeterminazione ma, nella sostanza,
negandoglielo”.
V
Si riaffermi
l’indisponibilità
della vita umana
Con parole chiare
Quale insegnamento trarre dalla
vicenda di Eluana Englaro?
“Quello che il caso Englaro ci
ha insegnato è che, riconosciuta la
necessità di rispettare la volontà del
paziente - in quella vicenda la pretesa
volontà orale di Eluana riferita dal
padre - si è resa evidente la necessità
di attivare comunque un trattamento
medico a carico del paziente stesso,
di Giovanna P. Traversa
Quali i requisiti più importanti
stabiliti al riguardo dall’attuale testo
unificato?
“La necessità che le dichiarazioni anticipate debbano essere
redatte per iscritto, avere data certa
e certezza della sottoscrizione del
soggetto dichiarante; l’aspetto più
determinante è tuttavia che questi
deve poter agire in piena libertà
e consapevolezza, e quindi essere
adeguatamente e preventivamente
informato dal medico. È importante
anche la prevista istituzione di un
registro delle dichiarazioni anticipate
nell’ambito di un archivio nazionale
informatico. Ritengo positiva la non
obbligatorietà per tutti i cittadini di
tali dichiarazioni, e assolutamente indispensabile la loro non vincolatività
per il medico”.
Deve essere sempre il medico ad
avere l’ultima parola?
“Sì, e ciò non costituisce un
oltraggio all’autodeterminazione,
ma una sapiente presa d’atto che in
campo sanitario l’autodeterminazione ha inevitabilmente dei limiti che
vanno valutati dal medico in scienza
e coscienza. Qualora il medico ritenga
che le dichiarazioni anticipate vadano
contro quel bene del malato che egli
si è impegnato con un giuramento a
tutelare sempre e comunque, è giusto
che gli sia riconosciuto per legge il diritto di disattenderle, pur motivando
la propria decisione per iscritto nella
cartella clinica del paziente”.
IMMIGRAZIONE
Né ronde, né slogan
Questo malessere diffuso è
da prendere in considerazione. Quello che accade è
grave, ma non è con le ronde
che si risolve”.
Roma è diventata davvero
una città meno sicura?
“Non credo che Roma sia
una città particolarmente insicura se comparata ad altre
capitali straniere. Certo, gli
ultimi atti di violenza colpiscono molto, e giustamente.
Colpisce il modo in cui queste violenze avvengono, con
un livello di bestialità che
può spaventare e portare delle reazioni. Questi elementi
non vanno assolutamente
minimizzati. Quando ci sono
atti di questo tipo si risveglia
anche un istinto protettivo
dei maschi nei confronti
delle loro donne. Sono atti
di imbarbarimento che avvengono purtroppo anche
contro le straniere. È chiaro
che se aumentano le persone
senza lavoro e senza una vita
sociale e affettiva stabile si
possono creare degli squilibri
che portano a questo. Ma
Il parere della Caritas di Roma
sugli episodi di violenza
contro le donne e gli immigrati
di Patrizia Caiffa
Roma aveva problemi prima,
e ce li ha ancora. Come altre
città, non è in grado di assorbire bene le varie componenti
che approdano”.
Cosa fare, concretamente?
“Non giustificare la violazione della legge e la violenza
ma fare attenzione a quando
una comunità si allarga, lavorando di più sui processi che
connettono piuttosto che su
quelli che dividono. Quattro
milioni di stranieri in Italia
sono un dato di fatto: bisogna
trovare per forza dei sistemi
per poterli inserire al meglio.
Bisogna uscire da questa situazione di falsa enfasi sulla
sicurezza. Intorno a Roma il
ministro dell’Interno ha finanziato l’apertura di 7 centri
che ospitano centinaia e centinaia di persone. Si danno
posti letto ma senza preoccuparsi di fare un discorso
con il territorio, che fa una
enorme fatica a recepirli, anche perché non ci sono state
prime delle risposte concordate. È normale che centinaia
di persone nuove vengano
vissute come una minaccia
e non come una possibilità
di incontro. Posto che la
situazione è difficile, che c’è
una crisi economica forte, che
gli arrivi sono aumentati, a
maggior ragione bisogna cercare di lavorare insieme in un
clima positivo, consapevoli
di tutti i problemi”.
Però pare che si vada avanti
solo a colpi di slogan...
“Se ciascuno di noi si chiude
dietro le proprie convinzioni
e slogan non c’è dialogo. Bisogna confrontarsi sui fatti. È
13
essenziale trovarsi d’accordo
sull’analisi di una realtà e
cooperare. Se la comunità
si sfalda è finita. Noi, come
realtà che operiamo nel sociale, possiamo fungere da
ponti per facilitare il contatto
tra straniero e comunità di
accoglienza. Ma le misure
finora non sono mai state
concordate. Non esiste una
interlocuzione regolare e
strutturata con il governo o
con l’amministrazione capitolina. Solo incontri saltuari e
senza seguito. Per arrivare a
fare qualcosa bisogna lavorare insieme. Non basta essere
chiamati solo quando ci sono
le emergenze. Più siamo concreti, più la gente è disposta
a farsi sentire. Ma il clima è
molto pesante”.
Impauriti gli italiani, impauriti i romeni e gli immigrati in genere...
“Sì nella comunità romena
c’è paura, soprattutto da
parte delle famiglie. Temono
che questa situazione possa
ripercuotersi sui loro figli. A
scuola i bambini a volte non
vengono chiamati più per
nome ma per nazionalità.
E questo è il primo passo
verso la deriva. Soprattutto il
provvedimento che riguarda
i medici e la possibilità di
denunciare gli irregolari avrà
gravi ripercussioni dal punto
di vista culturale: finora era
normale dare cure ad un immigrato irregolare. Ora verrà
considerata una concessione.
Conseguenza concreta: gli
immigrati avranno più paura
e si recheranno meno negli
ospedali, con tutti i rischi del
caso. Ma pensiamo davvero
che questo aiuti la sicurezza?
Non è meglio andarsela
a prendere con quelli che
violentano le donne piuttosto che con gli irregolari
che vanno a farsi curare? La
sicurezza dei cittadini non
viene messa in pericolo dalla
persona malata che va a farsi
curare, bensì dal violento
che, con o senza permesso di
soggiorno, non si contiene
e non si riconosce in una
comunità, per cui l’aggredisce. Bisogna assolutamente
distinguere e far capire ai
cittadini: o si riesce a vivere
in una comunità non chiusa
solo in un piccolo cerchio
familiare o amicale, oppure
situazioni di questo tipo possono scoppiare”.
14 dall’Italia
Una domanda sempre
più insistente
di Giacomo Ruggeri
A
dolescenti: che
vi succede? È la domanda
che non posso non farmi da
qualche settimana a questa
parte. Vi vedo “protagonisti”
stonati sui titoli dei Tg e nelle
pagine nazionali e locali più
che sapervi studenti, innamorati, con la voglia di giocare,
crescere, fare belle scelte. Vi
chiedo: queste parole sono per
voi cosa sconosciuta o pensate
che vi appartengono? Io credo
di si.
L’adolescenza non è ne
è un periodo brutto e né un
periodo bello: è un tempo di
maturazione e come tale porta
con sé aspetti di gioia ed altri
di dolore. Ecco perché dico
che non c’è solo negatività o
solo positività nell’adolescenza.
Ma questo periodo ben
preciso dell’adolescenza non è
una marmellata dove tutto si
confonde con il suo contrario,
sino a divenire niente. Non
voglio abituarmi alle notizie
che vi sbattono in prima pagina con la magra consolazione,
poi, di sentir parlare di voi il
Tra crisi della famiglia e
abbandono educativo
di Luigi Crimella
A
ccanto alle violenze sessuali compiute da
immigrati, la cronaca registra
altrettanti episodi analoghi ad
opera di giovanissimi, questa
volta italiani, con forme preoccupanti di spettacolarizzazione fino al rischio della vita.
Abbiamo interpellato Paola
Soave, vicepresidente del Forum delle associazioni familiari, ex-insegnante, animatrice
dell’associazionismo di base
delle famiglie e - sottolinea
- “nonna con otto nipoti alle
prese coi problemi tipici della
gioventù odierna”.
L’opinione pubblica appare
molto colpita dal diffondersi
di casi di violenza sessuale,
non solo ad opera di immigrati irregolari, ma anche di
minorenni italiani verso coetanee giovanissime. Inoltre si
registrano casi impressionanti
di violenze gratuite di altro genere, anche autolesionistiche,
come il filmarsi in auto a folle
velocità, oppure dare o darsi
fuoco, oppure compiere azioni
spericolate al limite del suicidio, per pubblicare i filmati su
YouTube. Cosa ci dicono questi episodi?
“Intanto occorre notare che
l’opinione pubblica resta molto colpita al momento, ma poi
il giorno dopo sembra quasi
dimenticarsene. Se ci si lasciasse interrogare veramente da
questi episodi, forse qualcosa
n. 8
1 marzo 2009
RAGAZZI E VIOLENZA
Cosa vi succede?
giorno dopo a scuola. Che vi
succede, adolescenti? Vi riconosco nei vostri volti quando
siete nella vostra unicità, nella
vostra cristallina personalità.
Non siete cattivi, ma infelici
forse. Ma di che cosa? Da chi
resi tali? Che cosa si scatena
quando vi ritrovate in gruppo
e da amici che escono insieme
si trasforma in branco di violenza.
Branco è un termine che
non mi è mai piaciuto perché
lo si eguaglia agli animali e voi
non siete tali nel vostro cuore;
lo si diviene quando l’adrena-
lina dello stare insieme si trasforma in violenza cieca dove
ognuno aiuta l’altro a divenire
ancor più cieco e solo.
Cosa vi succede, adolescenti, quando per paura di rimanere soli ed estromessi vi fate
forza con il gruppo e la debolezza di uno diviene la “falsa
forza” di tanti? Non prendete
il gruppo di amici, o quello
con il quale uscite, come scudo
per le proprie pochezze e povertà. Nella vita non si diviene
forti con e sulle debolezze
degli altri, ma facendosi giorno per giorno lavoratori della
propria vita grazie al lavoro di
tanti.
Andare a scuola ed accoltellare un insegnante, riprendere con il video fonino lo
stupro di una vostra coetanea,
cospargersi di benzina reciprocamente dandosi poi fuoco
per il gusto di vedersi on line
su Youtube, vi chiedo: che
cosa ci state dicendo-gridando
e che noi, forse, non comprendiamo? Che mano viene tesa,
ma poi subito ritratta perché
quella dell’adulto, del professore, del genitore, del sacerdote è esigente? Anche voi vivre-
Vita
La
te il vostro essere adulti, ma
sappiate che non lo si improvvisa: lo si tesse da mattina a
sera, giorno per giorno. Ma se
la quotidianità vi spaventa e
per vincere la noia ci si inventa un gesto eclatante alle spese
degli altri, specie più deboli,
vi ricordo che la vita, al di là
della fede, ha una sua verità e
un suo ritorno. Si raccoglie ciò
che si semina.
Adolescenti, che vi succede? Nel tempo di Facebook e
di Msn, di Skipe e Iphone vi
chiedo di guardarci in faccia,
non tramite un monitor. Sia
nel bene che nel male, sia nel
bene compiuto che nel male
fatto non voltiamo mai la
faccia dall’altra parte, ma lo
sguardo sia occhio nell’occhio
e mai occhio per occhio. La
vendetta ha generato sempre e
solo altro male.
Adolescenti: so bene che
avete un vostro nome e che
questo aggettivo non vi piace.
Giusto. Ma vi chiedo, pertanto, di non perdere il nome
che i vostri genitori vi hanno
donato nel momento del concepimento. Vi hanno chiamato
figli! E quando si sbaglia, sia
figli che genitori, si dica che si
è sbagliato e non si giustifichi
con altre parole di copertura.
Nella verità di se stessa la
persona non è mai morta. Ha
sempre ritrovato vita. Vera.
VIOLENZA GIOVANILE
Chi si sente responsabile?
potrebbe iniziare a cambiare.
Detto questo, c’è un altro rilievo importante: ultimamente
sembra che l’opinione pubblica non si senta responsabile
di questa generazione, che è
sostanzialmente senza veri
testimoni e veri maestri. Il
problema dei giovani prima
di tutto consiste nell’assenza
degli adulti come persone che
possano mostrare una vita
realizzata e anche alternativa
ai modelli proposti: quelli basati su fattori quali il successo,
la fama, il denaro, il sesso, la
bella vita. I gesti estremi che i
giovani compiono indicano la
loro non accettazione dei limiti
che la condizione umana ha,
ma anche che tendono a cercare la notorietà attraverso azioni pericolose per sé e per gli
altri. Senza adulti significativi,
il punto di riferimento spesso
diviene il branco con le sue logiche a volte estreme”.
La mancanza di educazione
sessuale indica anche mancanza di educazione ai valori
del rispetto del proprio e dell’altrui corpo, oltre che della
dignità della persona: cosa
manca nella proposta educativa odierna?
“Più in generale si potrebbe
dire che manca una proposta
di senso vero della vita, che
comprenda tutti i suoi aspetti,
quindi anche la sessualità.
Assistiamo a una sovraesposizione in questo campo, così
che il sesso, insieme ai soldi,
viene presentato come la cosa
più necessaria. In realtà siamo
di fronte a una specie di ossessione del sesso, del successo in
questo campo come negli altri
dell’apparire, dell’avere. Manca invece a livello educativo la
proposta di un significato da
attribuire alle tappe che la vita
impone, quindi l’importanza
dello studio, della preparazio-
ne, dell’amicizia, dell’ingresso
graduale nel mondo degli
adulti. Senza questi contenuti, i giovani sono sollecitati a
ossessive ripetizioni di comportamenti stereotipati e degradanti”.
A chi attribuire la “colpa”
di tutto ciò: alla famiglia, alla
“crisi dei valori”, a una pornografia dilagante e a portata dei
giovanissimi?
“Sicuramente uno dei
grandi problemi consiste nella
crisi della famiglia, non tanto
perché essa abbia la colpa,
ma perché nei fatti è stata
delegittimata, non ha più la
funzione che aveva un tempo
di introdurre le nuove generazioni alle virtù sociali che
sono alla base di una società a
misura d’uomo. Essendo stata
- come dice il sociologo Donati
- privatizzata, la famiglia è
divenuta una cosa considerata
non più rilevante dal punto di
vista sociale. Ne consegue poi
che non sia più rilevante che
sia fondata sul matrimonio,
quale impegno stabile basato
sulla dedizione e il sacrificio,
ma viene accettato qualunque
tipo di convivenza, chiamando
famiglia quello che ognuno
pensa, vuole o gli fa comodo
che sia. Anzi, la famiglia vera
non solo non è promossa, ma
è divenuta quasi un soggetto
negativo, fastidioso, salvo poi
accusarla di assenza quando
qualcosa non va. Il risultato
di tutto ciò è che i ragazzi alla
fine sono abbandonati a se
stessi e prevale così la logica
del branco. L’emergenza educativa che viviamo è quindi
insieme culturale e di affidamento: sono generazioni delle
quali in pochi vogliono farsi
carico. Laddove ciò avviene,
come scuole gestite da genitori, oratori, centri educativi, i
ragazzi rispondono”.
Vita
La
1 marzo 2009
dall’estero
n. 8
Cuba alla ricerca
di un socialismo alternativo
A
ssenza di dibattito,
sclerosi delle istituzioni, economia allo
sfascio. Mezzo secolo
dopo l’arrivo al potere di Fidel Castro
e compagni, Cuba si
trova di nuovo a un
momento cruciale della
sua storia. Si tratta, dice il
sociologo Aurelio Alonso,
di “uscire dal caos senza
finire in preda della legge
della giungla”.
L’omogeneità sociale e
l’uguaglianza conquistata
all’inizio della rivoluzione sono regredite, anche
se restano valori radicati
nella società: “prima della
crisi -nota Janette Habell’universalismo dei diritti
sociali garantiva una copertura totale dell’ alimentazione di base, dell’educazione, della salute,
della previdenza sociale,
dell’impiego e dell’accesso ai beni culturali; la
società aveva raggiunto livelli di uguaglianza
relativamente elevati, e
l’integrazione razziale
era aumentata”. Ora però,
la crisi ha minato quelle
conquiste e aumentato la
tensione.
Lo scorso anno, al
momento della nomima,
Raul Castro chiese all’Assemblea Nazionale, che
approvò all’unanimita, il
permesso di consultare il
fratello Fidel sulle grandi
questioni strategiche, la
difesa, la politica internazionale, lo sviluppo
socio-economico. E, secondo alcuni osservatori,
il voto ha dato a Fidel
Castro una sorta di diritto
di veto, che spiegherebbe
la lentezza delle rifome. È
pur vero però che i margi-
V
olendo scomodare un’espressione iperborica, il mondo intero
aspetta Obama al varco
di un radicale cambiamento. Gli basta poco
per marcare la differenza
con i detti e gli atti di un
predecessore aggressivo
e, per sua stessa ammissione, bugiardo, come
George W Bush. Assai
meno agevole è rendere
visibile una discontinuità positiva in un contesto
in cui tutti i centri di
potere (il “complesso
militar-industriale”, di
cui parlò a suo tempo Eisenhower) si apprestano,
per consolidata abitudine, ad approfittare della
oggettiva inesperienza
del neopresidente, pre-
Sempre di più si fa sentire l’aspirazione a
una democrazia partecipativa, assieme a
un miglioramento delle condizioni di vita
di Angela Carusone
ni finanziari per condurre
a buon fine i cambiamenti
annunciati due anni fa,
con l’obiettivo di modernizzare l’apparato produttivo, sono limitati.
Basata principalmente sull’agricoltura (caffè,
tabacco e zucchero soprattutto), l’economia cubana
è ancora una delle più
arretrate dell’area americana: le riforme di mercato degli anni ‘90, poi,
hanno destabilizzato la
popolazione e provocato
una nuova stratificazione
sociale.
R i c o rd a l a s t o r i c a
Mayra Espina: “la popolazione urbana in situazioni
di povertà, i cui bisogni di
base non sono soddisfatti,
è passata dal 6,3 per cento
del 1988 al 20 per cento del
2000”. Riconoscendo pubblicamente che il sistema
non funziona bene, che i
salari sono insufficienti,
che c’è bisogno di “cambiamenti strutturali”, Raul
Castro ha suscitato molte
speranze: la popolazione,
dal canto suo, e in primo luogo gli oppositori,
chiedono innanzitutto il
miglioramento delle condizioni di vita.
“Raul Castro, da uomo
pragmatico, mette l’accento sulla necessità di
far uscire l’economia dagli schemi, migliorare le
rese in agricoltura, raccomandando al contempo
un funzionamento più
organizzato e più rispettoso dell’ordinamento
istituzionale”, afferma
Habel, secondo la quale,
attraverso le sue riforme
economiche, Raul Castro
intende perpetuare il sistema politico.
Da qui -viene ricordato- l’interesse per esperienza vietnamita, che
sembra confermare come
si possa prendere dal capitalismo l’economia di
mercato senza rimettere
in questione il sistema politico e il partito unico. Più
critici, invece, per i rischi
insiti nel suo formidabile
sviluppo, nei confronti
della Cina, messa di fronte a una “distribuzione
ineguale dei redditi, alla
miseria, a una marcata differenza tra città e
campagna, e al degrado
dell’ambiente”.
L’aspirazione a una
democrazia partecipativa,
a un socialismo autogestito si fa sentire: “la
popolazione critica le istituzioni troppo burocratiche, chiede una maggiore
partecipazione della base
sociale”, spiega il politologo Juan Valdès Paz, che
parla della necessità di
riconoscere che a Cuba è
stato costruito un progetto “troppo statuale, molto
burocratizzato, con un
livello molto limitato di
L’Avana
L’opportunità di Barak
interessa tutto il mondo
sentandogli opzioni... di
vecchio conio.
I più perfidi ricordano che a Kennedy,
appena insediato, venne sottoposto un piano
della Cia per invadere
Cuba, elaborato sotto
la precedente amministrazione: e fu il disastro
militare e politico della
Baia dei Porci. Gli esperti
assicurano che Obama
si è messo al riparo da
rischi simili anche con
la composizione di un
team maturo, affidabile e bipartizan. E gli si
fa credito sulla parola
quando afferma di voler
aumentare il numero
degli amici degli Usa
e diminuire quello dei
nemici. Così, smobiliterà
l’orrore di Guantanamo,
uscirà (gradualmente)
dall’Iraq: ma poi?
«Questa vittoria non
è il cambiamento che
desideriamo. È soltanto
l’opportunità per realizzarlo»: il presidente
Obama non si offenderà
se gli si fa sapere che i
cittadini del mondo, non
solo quelli del suo paese,
sono interessati a scoprire quanto dell’opportunità si tradurrà nei fatti.
E che sarà sollecitato proprio sulla base dei valori
e dei sentimenti che ha
sprigionato, attivando
le risorse profonde del
sistema americano: una
democrazia che funziona con poteri stabili e
bilanciati e il forte patriottismo costituzionale
che garantisce, al di là di
ogni divisione, l’unità
del grande paese.
Nella sua travolgente
epifania, Barack Obama
partecipazione popolare
nel sistema decisionale”.
Così Pedro Campos,
un ex diplomatico che in
passato ha lavorato per il
ministero dell’Interno, ha
lanciato “tredici proposte”, attorno alle quali si
sta coagulando l’interesse
di molti cubani. Secondo
Campos, occorre creare
dei consigli operai che
controllino le decisioni
nei luoghi di lavoro, modificare il sistema elettorale nel senso di una
democrazia più partecipativa, rivedere le norme
del codice penale che
giustificano le condanne
per ragioni politiche, dichiarare illegale l’aiuto
dei governi stranieri, per
fini destabilizzanti, e legalizzare al tempo stesso
la libertà di associazione
e di espressione.
Di fronte al cambiamento d’epoca che si
profila, i comportamenti a Cuba evolvono in
modo impercettibile. Le
resistenze, in ogni modo,
non vengono dalle Forze
armate rivoluzionarie,
che controllano direttamente o indirettamente i
due terzi dell’economia:
le loro imprese sono il
vettore di numerose trasformazioni, i militari
che le dirigono hanno
sperimentato metodi di
gestione capitalistica. Si
può pensare, insomma,
che esse peseranno a favore delle riforme. Non si sa,
invece, se la generazione
storica che ancora occupa
i posti chiave può riformare ciò che ha essa stessa
costruito o se, spaventata
dai cambiamenti, sceglierà l’immobilismo.
si è richiamato con convinzione a tali principi
fondativi. Ma i principi
contano soprattutto perché si può far leva su di
essi quando sono violati.
Pare lo abbia detto una
volta Luigi Sturzo. È
stato proprio Obama a
chiedere il consenso su
un terreno così arduo e
impegnativo. Non dovrà
sorprendersi se a lui si
rivolgerà una domanda
esigente di coerenza:
che pur nelle strette della concretezza storica,
sappia dimostrare che
è davvero possibile coniugare la flessibilità
delle opzioni politiche
con il rigore di un’etica
condivisa.
Domenico Rosati
15
Dal
mondo
SCHINDLER
Il tedesco Oskar Schindler, colui che grazie alla
“lista” di operai ebrei inseriti nelle sue fabbriche
salvò centinaia di persone dal lager, non era
apprezzato dai marxisti
cecoslovacchi che nel
1946 lo processarono in
contumacia come spia
nonostante in suo favore fosse intervenuto il
“cacciatore di criminali”
Simon Wiesenthal. È
una vicenda narrata da
Angelo Bonaguro su
“La Nuova Europa” di
novembre scorso, a un
secolo dalla nascita del
salvatore Oskar. Sconosciuto fino al ‘93 nella
sua città natale di Svitavy, Schindler fu presentato dalla storiografia
comunista come “ex-imprenditore sfruttatore di
prigionieri”.
VISTA E UDITO
Alcuni scienziati della Chonnam national
university della Corea
del Sud sono riusciti a
fare tornare l’udito a
dei porcellini d’India (ai
quali l’udito era stato
distrutto con sostanze
chimiche), grazie alle
staminali mesenchimali
prelevate dal midollo
osseo umano; altri ricercatori della Sunny
upstate medical university di Syracuse, negli
Stati Uniti, hanno reso la
vista ad alcune rane, in
virtù delle staminali della pelle impiantate negli
embrioni. Sono esperimenti che hanno avuto
successo sugli animali e
che, grazie a ciò, creano
possibilità concrete per
le future applicazioni
sugli esseri umani.
COPERNICO
Il paragone fra il Dna
di un cranio venuto a
luce nella cattedrale di
Frombock, in Polonia,
e quello di due capelli
scoperti in un manuale
di astronomia consultato da Niccolò Copernico
(1473-1543) ha permesso
agli studiosi di determinare che il cranio è dell’astronomo. Copernico
fu il primo a comprendere che la Terra orbita
attorno al Sole, e non
viceversa; sul finire dei
suoi anni di vita, egli fu
canonico nella cattedrale
e a lui fu affidato l’altare
di Sant’Andrea dove gli
storici hanno congetturato che il suo corpo
fosse inumato: proprio lì
è stato ritrovato il cranio
di un settantenne, quale
era Copernico.
16 musica e spettacolo
n. 8
Vita
La
1 MARZO 2009
Il 1° e il 2 marzo su Rai Uno una fiction sul musicista con Alessio Boni
Puccini, l’arte del melodramma
di Francesco Sgarano
C
ome direbbe Manzoni,
non me ne vorranno i
miei venticinque lettori
se prendo spunto, per
parlare di Puccini, dal
bagaglio dei ricordi
personali: credo di essere stato uno dei pochi
fortunati ad aver ascoltato le
melodie pucciniane da viva
voce, senza alcun accompagnamento orchestrale. La voce era
quella splendidamente tenorile
di mio nonno che, nonostante
fosse in là con l’età, non aveva
smarrito lo splendido timbro che
in gioventù, da quanto mi hanno
sempre raccontato, non solo gli
aveva procurato ammiratrici
incantate ma che addirittura gli
fece sfiorare la carriera musicale
quando, durante un viaggio
negli Stati Uniti nel 1952, da cui
ritornò tuttavia per metter su
famiglia, un manager piuttosto
influente si accorse delle sue innate doti canore. I pezzi favoriti
di mio nonno, intonati ora in
bagno radendosi, ora seduto
comodamente nella poltrona
dello studio, erano indiscutibilmente “Che gelida manina” e il
“Nessun dorma”, quest’ultimo
brano tratto dalla “Turandot” e
che culmina con quel “Vincerò”
che resta ancor oggi il terreno
più impervio per il do di petto
di qualsiasi tenore.
Proprio dalla “Turandot” è
bene partire per capire il fenomeno-Puccini: sua ultima opera
e incompiuta, data la morte per
un cancro mal curato nel 1924, e
terminata da Franco Alfano, vanta un aneddoto da appassionati:
Toscanini, alla prima scaligera,
nel momento esatto in cui il
compositore aveva abbandonato
lo spartito, bloccò l’esecuzione,
scese dal palco e, visibilmente
commosso, disse al pubblico:
-Qui Puccini è morto.
Altra osservazione interessante, per comprendere l’influenza e il primato musicale
pucciniano in quegli anni, è
questa: la “Turandot” di Puccini
ha immediatamente offuscato
l’altra “Turandot”, quella di
Ferruccio Busoni, musicista insigne, composta precedentemente
ma di cui si sono irrimediabilmente perse le tracce. Stessa
cosa -ventotto anni prima- era
accaduta con “La Bohème”,
dianzi citata con la cavatina di
Rodolfo “Che gelida manina”,
replicata a ridosso di quella della
protagonista “Sì, mi chiamano
Mimì”: pochissimi sanno, per
colpa di un oblio ingiusto -a
quanto dicono gli esperti- che
quando Puccini licenziava quello
che può esser ritenuto a buon
diritto il suo capolavoro, anche
l’illustre Leoncavallo metteva
il sigillo sulla sua “Bohème”:
coraggioso ma imprudente,
ha visto il suo lavoro cadere
miseramente nel dimenticatoio,
offuscato dall’ombra gigantesca
di Puccini. Non ho mai ascoltato
il lavoro di Leoncavallo ma mi
sono commosso molte volte
ascoltando quello pucciniano:
l’aria più bella, quella che mi
provoca sempre un nodo alla
gola insolubile, è tuttavia per me
quella cantata dalla civettuola
Musetta, “Quando men’ vo”, il
cui tema viene replicato dall’orchestra più volte.
Ma Puccini aveva già dato
segni di estrema grandezza nelle
prime opere: a parte “Edgar”,
recentemente rieditato dalla
Decca in una versione con Domingo, originali pagine orchestrali sono alcune da “Le Villi”
e dalla “Manon Lescaut”, tratta
da Prevost e musicata qualche
anno prima nientemeno che da
DENTRO LA TV
Eccoci accontentati
P
iaccia o non piaccia, il
Festival di Sanremo è l’avvenimento televisivo dell’anno. Soprattutto, è il cavallo di battaglia
della Rai, che investe nella manifestazione e non bada a spese
per conduttori, artisti stranieri
e ospiti famosi. Dato che la tv
pubblica è un’azienda, ogni
investimento economico deve
essere redditizio e la kermesse
sanremese non sottrae certo a
questa regola commerciale. C’è
un solo modo per far sì che i conti tornino: garantire al Festival
un’audience alto che renda contente case discografiche, investitori pubblicitari ed anche gli
spettatori. La legge degli ascolti
non va tanto per il sottile. Se la
qualità della musica non è sufficiente a catturare l’attenzione
del pubblico, bisogna ricorrere
ad altri ingredienti. La scelta del
conduttore, innanzitutto. Piaccia
o non piaccia, Paolo Bonolis è un
bravo presentatore: sa gestire
la propria presenza sul palco e
quella altrui, sa far fronte a imprevisti, sa cambiare rapidamente registro espressivo, sa cogliere
le occasioni per fare battute fuori
copione e sa anche cantare. Sul
palco dell’Ariston anche stavolta, ha vestito con disinvoltura i
panni del padrone di casa. Oggi,
abituati a passare dal registro
tragico a quello divertente, dal
dramma allo spettacolo leggero,
non possiamo stupirci se anche
sul palco dell’Ariston accade lo
stesso. In questi cambiamenti di
tono e di atmosfera, Bonolis è un
maestro. Sa mascherare con una
presenza scenica apparentemente ironica e sarcastica anche le
cadute di gusto che non riesce a
evitare quando si lascia andare
ad ammiccamenti e doppi sensi
da caserma, rivolgendosi direttamente alla pancia del pubblico
di bocca buona e agli spettatori
con meno pretese.
Un esempio, fra i molti che
si potrebbero citare: durante
una delle cinque serate il presentatore è passato con assoluta disinvoltura dalla “tirata”
sulla latitanza delle istituzioni
sanitarie di fronte alle migliaia
di casi di bambini che hanno
bisogno di assistenza continua,
alla chiacchierata salottiera con
l’inventore di Playboy circondato dalle sue tre (tre!) “fidanzate
ufficiali”. Questo stile soltanto
apparentemente schizofrenico
si è diffuso a tutto il Festival e
ha investito anche la parte più
spettacolare, quella delle immagini: le telecamere che cercavano
di evitare i primi piani sul “nude
look” della solita provocatrice
Patty Pravo erano le stesse che
hanno indugiato senza esitazioni sul body painting di un’attrice
porno, vestita soltanto della
vernice colorata che ricopriva
le sue forme.
Lo stile trash che Bonolis ha
scelto ha riguardato sia i modi
che i contenuti. Anche la musica
è passata dal classico al popolare, dal sublime al dozzinale.
Bonolis e il suo staff hanno scelto
di mescolare le carte, cercando
di confezionare un prodotto
che soddisfacesse un po’ tutti.
E, a quanto pare, il successo di
ascolti gli ha dato ragione. Questo, si badi bene, non vuol certo
dire che il Festiva di Sanremo
andato in onda quest’anno sia
stato apprezzabile. Le cadute di
stile ci sono state e anche piuttosto gravi. Ma, piaccia o non
piaccia, il Festival di Sanremo
è questa roba qua. Dal punto di
vista della critica, il giudizio su
un simile programma dipende
Massenet. In molti ricordano
“Donna non vidi mai” o “In
quelle trine morbide”, oltre al
malioso intermezzo sinfonico
che portò Verdi, che ammirava
Puccini, tuttavia a rimproverarlo
perché si lasciava troppo spesso
prendere dalla voglia di “far
ballare l’orchestra”. “Le Villi”,
che sono creature misteriose
che, morte per il dolore di esser
state tradite, si vendicano sui
fedifraghi portandoli alla morte,
costringendoli a danzare fino
all’estenuazione, rivela un chiaro
influsso wagneriano (quello del
“Nibelungo” e del “Parsifal”
soprattutto) per la scelta di ricorrere a leggende nordiche, mentre
al volgere del diciannovesimo
secolo il musicista lucchese
(come Catalani) firma “Tosca”,
corredata da un libretto -scritto
dai fidi Giacosa e Illica, ma rivisto parola per parola, come sempre, da Puccini- fitto di recitativi
ma impreziosito da due arie
immortali che dipingono sensazionalmente il tragico amore di
Floria e di Cavaradossi, alla fine
fucilato da un plotone di esecuzione: “Vissi d’arte” e “E lucevan
le stelle” (chissà, forse un’eco
pascoliana de “L’assiuolo”?; e, in
aggiunta, un’aria che sembra sia
Sanremo,
l’intoccabile
Festival
di Homo Videns
molto dal tipo di sguardo con
cui lo si vede. Se ci si aspetta
una rassegna musicale di alto
livello in cui vincono le voci o le
canzoni migliori, l’attenzione si
deve rivolgere verso altre competizioni canore, meno famose
ma molto più raffinate. Se ci
si aspetta un rituale televisivo
guidato dalle regole del bon ton,
allora è meglio andare a cercare
altrove. Se, però, lo si guarda per
ritrovare concentrati lì dentro
buona parte dei costumi e dei
comportamenti sociali abituali,
beh, allora eccoci accontentati. Il
Festival rappresenta l’italianità
media. Non è né meglio né peggio della gente che lo guarda.
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Abbonamento 2009
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Amico
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stata plagiata -con tanto di causa
giudiziaria persa- dagli autori
di un brano jazz, “Avalon”). Il
1904 è l’anno di “Madama Butterfly”, giustamente considerata
con le quasi coeve “Salome” di
Richard Strauss e il “Pelleas e
Melisand” di Debussy, l’opera
incoativa del teatro musicale novecentesco. Puccini lavora molto
sulle note per riuscire a rendere
l’atmosfera estremorientale così
come farà qualche anno dopo
-stavolta con nenie, canti popolari, accompagnamenti roboanti
che influenzeranno non poco i
commenti musicali dei western
muti e non- con “La fanciulla
del West”. Puccini, a questo
punto, ha sfondato anche negli
States: d’ora in poi le prime sono
spesso al Metropolitan, anche
quella del cosiddetto “Trittico”,
un unicum nella storia della
lirica, dove si susseggu no in
tre atti unici, un’opera tragica,
una drammatica e una buffa. La
meno famosa è “Il tabarro”, la
più straziante “Suor Angelica”,
la cui aria “Senza mamma”, intonata dalla novizia che ripensa
al bambino morto avuto fuori
dal matrimonio, viene ritenuta
unanimemente uno dei vertici
della musica dell’autore, la più
famosa è certamente il “Gianni
Schicchi” che, seppur opera
comica, annovera la romanza di
Lauretta “O mio babbino caro”,
che è intrisa di un lirismo che
porta dritto al pianto.
Un’aria di quest’opera viene
gridata a squarciagola in auto
dal barbuto Al Pacino di “Serpico”, la “Bohème” riveste molte
scene di “Stregata dalla luna”,
il “Vincerò” è protagonista di
una scena commoventissima
in “Mare dentro”. Tanto per
dire che anche al cinema Puccini ha contato non poco, senza
rammentare il biopic un po’
sbiadito dell’abituale regista di
opera-movies Carmine Gallone
del 1952, cui si spera che questa
fiction di Raiuno aggiunga un
po’ del suo.
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n. 8 1 marzo