la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno I
n.2 – maggio 2009
Ettore Cozzani
e quell’Eroica
epopea grafica
anna modena
Il vecchio libro
che resiste alla
sfida del web
guglielmo cavallo
Malaparte,
un fondo tutto
da scoprire
matteo noja
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11/03/2009
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE
DI
BIBLIOFILIA
Sommario
5 Ritratto di un editore
L’ALTROVE DELLA POESIA
E “L’EROICA” DI COZZANI
di Anna Modena
21 Il futuro dell’editoria
IL PIACERE DELLA CARTA
di Guglielmo Cavallo
25 inSEDICESIMO – Le rubriche
APPUNTAMENTI, CATALOGHI,
RECENSIONI, ASTE E RISTAMPE
41 Chicche in collezione
CHE FARÒ SENZA EURIDICE?
di Chiara Bonfatti
42 Il nuovo ospite
MALAPARTE È QUI
di Matteo Noja
44 I libri illustrati
LA PAROLA PASSA ALLE FIGURE
di Chiara Nicolini
47 Storie d’azienda
CELEBRAZIONE GRIFFATA
di Matteo Noja
50 Acquisizioni recenti
UNA COLLEZIONE SEMPRE
PIÙ RICCA, MESE DOPO MESE
di Chiara Bonfatti e Giacomo Corvaglia
52 Chicche da bibliomane
CERTO, UNA LIBRERIA!
di R. Obredi
54 L’intervista d’autore
CANTAMESSA, CHE FA
LE CARTE AL DIAVOLO
di Luigi Mascheroni
–
ANNO
I
–
N.2
–
MILANO,
MAGGIO
2009
Editoriale
DI MATTEO NOJA
na scossa ha trasformato parte dell'Abruzzo
in un cumulo di macerie e morte.
Ma il luogo della tragedia si è mutato
in breve anche nel luogo dove si incontrano
la speranza e la forza di chi lotta contro il tempo
per portare soccorso, continuare a vivere.
Durante le numerose dirette televisive
da L’Aquila, tra le tante testimonianze drammatiche,
una ci ha colpito. Una signora anziana racconta di
aver perso tutto. Con dignità, senza scomporsi.
“Tutto, ho perso tutto. Il mio appartamento…
Tutto. I miei libri, ne avevo tanti, sa, tutti persi…
I miei libri… non potrò più leggere i miei libri”.
I libri sono testimoni, diretti o indiretti, della
vita di una società come di quella di un uomo solo.
Ne subiscono la sorte e le ingiurie, ne godono
le ricchezze e le fortune; dopo la morte vengono
dispersi come cenere al vento, quasi fossero
un’ingombrante testimonianza di chi ci ha lasciato.
Vi è nella vita dei libri qualcosa che li
apparenta alle vicende umane; la crudeltà della
natura e degli uomini si esercita su di loro come su
di noi: dai terremoti alle alluvioni, dagli incendi alle
guerre, il destino di uomini e libri è comune.
Parafrasando Heinrich Heine – quando ammoniva
che là dove si bruciano i libri, si bruciano anche
gli uomini – potremmo dire che là dove
scompaiono gli uomini, scompaiono anche i libri.
U
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
Ritratto di un “editore”
L’ALTROVE DELLA POESIA
E L’EROICA DI COZZANI
La coraggiosa epopea di un uomo e della sua rivista
ANNA MODENA
ttore Cozzani ha fatto della sua esistenza un
Fin da giugno, Cozzani si era affrettato a scrivere al
percorso di ricerca della poesia: l’ha cercata, in old’Annunzio, per invitarlo a collaborare, in termini molto
tre trent’anni di lavoro, come direttore di rivista
espliciti, delineando una battaglia e un programma:
ed editore, fuori dai circuiti canonici, dalle scuole, dai
movimenti, e oltre i mondi letterari; l’ha trovata nello
«Maestro!/ Contro l’indegna baraonda dei critici che
scorrere di un secolo che talora pare non averlo sfiorato,
hanno invasi i predii della poesia, spargendo per ogni dose non per porsi “contro”, solitario, spesso incompreso.
ve la loro sozzura, si leva una rivista l’Eroica, che si propoPer Cozzani e Franco Oliva, architetto e incisore
ne di annunciare, divulgare esaltare la Poesia, comunque
spezzino, la poesia è necessità vitale, all’atto di fondazioe dovunque essa si manifesti, nelle cinque arti belle cioè, e
ne della loro rivista.
nella vita. / La rivista pubblicherà opere originali di poeIn quel luglio del 1911, quando con gli unici mezzi
sia, pittura, scultura, musica e architettura, altissime; e
della fede e di ununo stipendio da insegnante di 130 lire,
avrà anche una sua parte critica, ma intesa più a codificare
Cozzani fonda la rivista, la pagina proemiale è un atto di
cha a distruggere, più a comprendere che a limitare./ L’eribellione: contro l’ipercritica «l’età
dizione sarà magnifica: ogni scritto ed
nostra è della critica» (specialmente
ogni riproduzione o gruppo di riproduCroce e Papini) ovviamente contro il
A. Wildt, copertina per “L’Eroica”,
zioni avrà il suo frontespizio decorato di
futurismo, che comunque – scriverà
n. 77-80
xilografie originali; il formato sarà molto
più avanti – «aveva già superati i suoi
grande, le tavole fuori testo d’una delicascopi di ribellione dall’antiaccadetezza unica. Ovunque il respiro e il sospimismo» e andava a perdersi, quindi
ro della Poesia.»
annullava la sua funzione primaria,
A questa richiesta, e a questo
contro «l’espressione di un’Italia
stanca e ondeggiante fra la malincomessaggio traboccante di quel «vania e la noia delle vecchie cose», cioè
lor dell’entusiasmo e della fede nella
contro la poesia crepuscolare. E non
gioventù nuova, che non è tutta inapoteva essere altrimenti se la spiegaridita e inebetita, e spersa negli sterzione del nome “L’Eroica”, un nome
peti della critica», d’Annunzio, dalin totale controtendenza con i tempi
l’esilio francese, rispondeva con un
nuovi, che già guardavano più all’usemplice telegramma di “consentimano che all’eroico, all’io più che al
mento” e fiducia nei “compagni di
super io, sta in quel «Eroica invero è
volontà e di speranza”, orgogliosala poesia: unica espressione del divimente citato nel fascicolo 4 della rivino nella vita umana».
sta (p. 196).
E
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
Una ricerca nell’archivio di Castelvecchio a opera
di Umberto Sereni, ha messo in luce che il mito del rapporto con Pascoli è una specie di enfatizzazione della memoria, ingigantito dal tempo e da un’attenzione ritenuta
esclusiva, mentre, dal 1905 al ’12, gli ultimi anni della vita
del poeta, un esiguo carteggio documenta più un tentativo di amicizia che una sua vera realizzazione. Probabilmente non fece presa sul professore l’eccesso di passione
che animava il giovane studioso e non fu bene accolto il
suo lavoro sui Conviviali. Certo è che Cozzani esce quasi
immediatamente dall’orbita pascoliana, in cui era un po’
a forza entrato, e non ha più udienza a Castelvecchio.
A. Discovolo, Ettore Cozzani, 1912
Ma chi era nel 1911 Ettore Cozzani che in provincia
tentava un’impresa non facile da nessun punto di vista?
Nato a La Spezia nel 1884 da famiglia di modesta
condizione, ma che vantava ascendenze nobiliari, in gioventù è immediatamente affascinato dalle imprese eroiche come la spedizione dell’ammiraglio Umberto Cagni
in Alasca con la Stella polare, aderisce al partito anarchico
e collabora al settimanale spezzino “Il Libertario”, dove
si celebra Carducci rivoluzionario e agitatore, si propone
La nave di d’Annunzio come modello di un sogno che
porta all’altra terra, l’Atlantide sognata. Il foglio osa molto, e arriva, contro ogni regola del movimento libertario,
a indicare nella guerra la via più breve per la rivoluzione.
Compie gli studi letterari a Pisa dove ha come maestri Vittorio Cian, e Gioacchino Volpe, ma ammira specialmente Giovanni Pascoli, che ritrae, nei suoi Ricordi,
timido, riservato, solitario tra il colonnato dell’Università, quasi preveggente la fine non lontana. Del professore
insegue “il modo di rivelare i testi classici, e il modo di
esprimersi”, del poeta, quasi ogni filone, classico e patriottico; è abbastanza intrinseco, se dalle sue mani riceve
i Poemi conviviali con dedica e l’auspicio, molto impegnativo, di un commento: «Sia la chiosa migliore del testo!».
Fin dal 1908 è attratto dalle potenzialità della giovane rivista fiorentina “La Voce”; ne percepisce immediatamente valore e ruolo nel risveglio della coscienza nazionale. Quando la rivista inizia una serie di corrispondenze
da varie città italiane, chiede a Prezzolini di affidagli quella su La Spezia e la descrive come città militare, fuori dal
movimento nazionale. Ne nasce una specie di rivoluzione degli intellettuali cittadini, che gli dettano una risposta, stampata a proprie spese e divulgata in città, singolare
anticipo di un destino di operatore solitario.
La breve collaborazione alla “Voce” si esaurisce in
questo unico articolo; nel ricordo del direttore resta:
«Una brava persona, tutto sommato, fatta di entusiasmi e
di esaltazioni, che venne a sfarfallonare anche intorno a
“La Voce”, senza rendersi conto che la sua retorica ci si sarebbe bruciata inevitabilmente le mani».
Poco dopo conosce il poeta e commediografo Sem
Benelli, già aureolato dal successo della Cena delle beffe,
stabilitosi sulla costa orientale del Golfo, e lo elegge suo
nume tutelare. Nei ricordi sottolineerà come questa amicizia gli abbia da una parte giovato perché gli sottopose da
vicino «l’esperienza di vita di un poeta… che aveva anche
sofferto la sua arte», cioè un modello atteggiato in forme
dannunziane, dove l’arte è missione e destino, e il repertorio di una «fantasia ricca di immagini e di musiche» che
gli resterà sempre come punto di riferimento per la propria scrittura creativa, specie in versi. E, dall’altra gli abbia nuociuto, sia per le gelosie che provocò, sia perché lo
catapultò nell’orbita delle Stroncature di Papini che, passando al vaglio della sua penna acuminata il carme L’altare, lo etichettò in modo sferzante, prendendolo considerandolo solo come satellite del commediografo: «Quando un uomo ha vinto un terno teatrale come la Cena delle
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
beffe ed è conclamato da quei Golia della critica che sono,
per cattivo esempio, Domenico Oliva ed Ettore Cozzani,
non è lecito discorrerne sotto gamba, come al tempo del
Figlio dei Tempi [il primo poema del Benelli del 1905]».
Giudizio solo in parte attenuato, dopo oltre trent’anni e
un colloquio, da un appunto del maggio ’46: «Conosco
Ettore Cozzani, il direttore dell’Eroica… Non l’avevo
mai visto e avevo poca simpatia per lui, vecchio dannunziano enfatico. Mi dice che il poeta del suo cuore è invece
il Pascoli, sul quale ha scritto libri che hanno avuto grande
fortuna. Mi racconta le atrocità commesse in Alta Italia lo
scorso anno, dovute in parte a precise istruzioni straniere
agli operai e a delinquenti liberati dalle carceri».
Non ci sono elementi per confermare il dato che si
legge in una lettera di Federigo Tozzi (che certamente
non amava Benelli) a Domenico Giuliotti del 30 maggio
1912: «Il Cappa [Innocenzo] credeva (e forse lo crede ancora) che l’Eroica sia stipendiata dal Benelli. E, quel che è
assai peggio, ci crede suoi seguaci. Egli me lo disse francamente; ed io, mostrandomene offeso, dissi recisamente
che non era vero».
Forse l’idea era dovuta più ad atmosfera di cultura e
di scelte, per le quali Sem Benelli esercitò sempre un’influenza non piccola né breve. In verità Cozzani ha sempre
affermato di aver pagato la rivista col suo modesto stipen-
7
dio di professore; e aggiungeva che, volendo fondare una
rassegna adatta a soddisfare le sue aspirazioni, si era rivolto all’editore Bemporad, che gli aveva risposto che senza
centomila lire a fondo perso era impossibile cominciare.
Tuttavia iniziò le pubblicazioni, con la collaborazione dell’architetto Oliva e del tipografo che credette
nella sua onestà; della rivista era direttore amministratore, fattorino… in perenne stato di mobilitazione.
Fu veramente L’Eroica «la più antivociana possibile
delle riviste… ultimo rifugio di peccatori dannunziani»
come disse Debenedetti analizzando gli esordi di Tozzi?
Se lo è stata, è solo per sottrazione, per scelte altre:
nel momento in cui dichiarano tutta la loro attenzione alle “cinque arti belle”, i direttori della rivista si defilano da
ogni discussione e si votano alla causa dell’artista artefice
solitario, da proporre al mondo, togliendolo appena al
suo fervore creativo. Quasi impossibile il dibattito, scarso
il confronto, se i modelli sono ritenuti universali. Il nuovo
può essere sfiorato e lasciato sfuggire, o saldamente evitato, o magari, imprevedibilmente insinuarsi nelle pieghe
di esercizi anonimi senza essere compreso.
Fin dal secondo numero della rivista, dove la letteratura fa il suo ingresso quasi in sordina accanto al messaggio più sicuro dell’incisione, la novella Tregua di Federigo Tozzi (un racconto a tutti gli effetti, non una prosa o
un “non racconto” come l’ha definita Cozzani) mostra
tutte le sue dissonanze, per forza dirompente di linguag-
E. Mantelli, xilografia per il titolo di Impulsi ed altri aforismi di F. Tozzi, n. 3, settembre 1911; C. Luperini, xilografia per
la lirica A Dio di F. Tozzi, n. 5-6, novembre 1911; F. Nonni, xilografia per la lirica Lamento sopra la sorellina morta di
A. S. Novaro, n.9-11, 1912
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
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gio e struttura narrativa, sia dal pacato realismo provinciale del racconto di Antonio Beltramelli, sia dal bozzettismo di Ferdinando Paolieri.
La presenza dello scrittore toscano costituisce nella
rivista un capitolo non secondario, che vale la pena ricostruire alla luce degli studi più recenti, per i meccanismi
altalenanti che innesca nel suo animo e per il cambiamento di rotta che stava per apportare alla vita del periodico.
In una lettera del 1931, scritta a Paolo Cesarini che
si accingeva a diventare biografo di Tozzi, Ettore Cozzani
ricordava che, volendo scovare «forze nuove, perché di
forze nuove e nascoste era piena l’Italia – ignorate o misconosciute o tenute volontariamente fuori dalla critica»
si rivolse a Domenico Giuliotti di cui aveva letto “bellissimi versi” (la raccolta di poesie Ombre di un’ombra, piene
della presenza del divino, anche in forma mistica e severa). Giuliotti estese subito l’invito a Tozzi e a Ferdinando
Paolieri. Il 17 luglio del 1911 scriveva a Tozzi: «La rivista
del Cozzani potrebbe essere, anzi sarà, cosa bellissima.
Hai fatto bene a mandargli subito qualche cosa. Io gli parlai di te come ti meriti. Perciò vorrei che tu gli avessi inviato una delle tue cose più Tozzesche. E cerca pure di diffondere, costà, L’Eroica come ho intenzione di fare io».
Tozzi e Paolieri furono tempestivi nelle collaborazioni e presenti fin dal secondo numero, l’uno con la novella Tregua, l’altro con Il grano. Forse l’invito dell’amico
Giuliotti per un invio di materiali più personali tendeva a
escludere i racconti per privilegiare poesie (Tozzi pubblica nell’autunno dal Puccini di Ancona La zampogna verde)
e aforismi, che non mancherà poco dopo di lodare:
«Il terzo numero dell’Eroica è stupendo. Belle (pare impossibile!), d’una bellezza sui generis, le tre liriche dl Benelli; belle le tue Barche Capovolte; bello il seguito degli
Amanti di Morgana del buon Cozzani; bellissimi i mobili
del Gavino e il resto, se pur minore, non stona.
Per quest’altro numero, manda all’Eroica le tue ultime
poesie (quelle che tu mi leggesti qui a Greve il giorno dei
Santi) ma mandale, mi capisci? E nota che se ti dico così
mi do la zappa sui piedi; perché comparendo esse nello
stesso numero che conterrà le mie “Canne di Pane” queste resteranno, al confronto, stritolate. Ma tant’è non
posso fare a meno, brutto maiale!, di volerti bene».
A. Discovolo, E. Cozzani, disegno, 1906
L.Viani, L’esodo, “L’Eroica”, n. 29, agosto 1914
Tozzi e Giuliotti fanno parte del comitato di direzione della rivista e vi ripongono molte speranze, soprattutto per quanto riguarda la pubblicazione di loro libri:
Giuliotti ha ripreso a scrivere poesie: «Dopo cinque anni
di vergognoso silenzio, sto scrivendo, ora, una bella poesia dedicata a te, che sei stato il mio liberatore. M’accorgo
d’esser più robusto e ricco e spedito di prima. Ormai, nulla dies sine linea; e t’accerto che, fra qualche mese, avrò
pronto un bel volume di versi per la collana del Cozzani».
Tozzi in bicicletta si spinge fino a La Spezia e il Iº dicembre del 1911, appena tornato, scrive all’amico questo
promettente resoconto:
«dopo un giorno di affaticamento ho goduto la mirabile
amicizia che Cozzani Oliva Mantelli Luperini hanno per
noi. A pena tu avrai fatto il nuovo volume, è certo che non
dovrai avere schifosi contatti e contratti e contrazioni
editoriali; ma il buon gruppo dell’Eroica ti accoglierà come ti meriti e ti farà conoscere nel miglior modo! Cozzani
mi incarica di dirti che alla fine del mese vuol riunirci a Firenze (anche il Paolieri e qualche altro) per consigliarsi
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
Ghirlanda del n. 5-6 (datato al novembre 1911, ma, pare, ancora in lavorazione nel gennaio successivo)
interpreti di un gusto tardo romantico, languido e talora sentimentale,
che popola le pagine della rivista.
L’amarezza è evidente, condensata nell’astio contro il direttore
e contemporaneamente nella chiusa
di alcune speranze: «Pensa che con
questo lavativo l’Eroica nostra è finita. Pare impossibile che le cose belle
siano sempre corte».
F. Casorati, Visione, “L’Eroica”, n.
34-35-36, marzo 1915
circa un definitivo e più forte indirizzo della Rivista, da cui dipende
molto di noi, praticamente».
L’incontro, con Cozzani e
Mantelli, avverrà a Firenze e a Siena.
Intanto Tozzi continuava non
senza difficoltà la diffusione della rivista in Toscana e incontrava alcuni
collaboratori come Eugenio Coselschi, tenuto in alta considerazione da
Cozzani che lo considerava una promessa della poesia, una specie di lirico di impronta filosofica.
L’atteggiamento nei confronti del direttore cambia
fulmineamente: Federigo Tozzi si mostra duramente risentito il 29 gennaio 1912: «Con mia sorpresa, t’avverto
che il Cozzani mi scrive che pubblicherà non so quale corona di poeti minori, come egli dice. Perciò sono costretto a scrivergli che io con “L’Eroica” non ho più niente a
che vedere. Tanto per tua regola….». Non sappiamo
quali fossero state le parole del Cozzani, perché nessuna
delle sue lettere è rimasta nell’archivio Tozzi. Lo scrittore
senese, già poco sensibile al tema eroico, certamente non
poteva accettare che si pubblicassero poeti come Giuseppe Toffanin, Corrado Martinetti, Vittorio Bravetta, Ugo
Ghiron, Francesco Sapori, quelli che compaiono nella
Giuliotti è più possibilista e il Iº
febbraio ribadisce all’amico la lealtà
del Cozzani e la stima per il suo lavoro: «avendoti profondamente compreso, ti ha difeso contro molti imbecilli che disorientati dalla tua originalità ti
credono ( per i tuoi aforismi) un pazzo… Stava preparando, su te, un medaglione per l’“Eroica”. Fra qualche mese, tu sai sarebbero usciti, in magnifica veste, per merito
suo , i tuoi aforismi. Te li avrebbe lanciati come riesce a
lui». Attribuisce poi a “ragioni di opportunità e di convenienza” la pubblicazione, ogni quattro mesi, di “passabili
poesie” di gente che ha qualche qualità di “versificatori
non vergognosi”. E riprova la precipitosa decisione di ritirare immediatamente i manoscritti; anzi consiglia di lasciare la Preghiera a Dio per cui sono state già fatte le incisioni. E Tozzi lo ascolta: la lirica A Dio uscirà accompa-
UNA FIGURA EROICA, CONTRO LA “CRITICA”
a rivista L’Eroica è, con la casa editrice omonima, l’immagine fedele del
percorso morale e intellettuale di
Ettore Cozzani alla ricerca della Poesia, intesa soprattutto come ragione di vita e di
ogni forma artistica, ricerca condotta fuori dai circuiti canonici e dai vari salotti culturali, al di là di ogni scuola e movimento
letterario; ricerca che, per la sua dedizione
e fiducia incrollabile nella gioventù, lo ha
relegato in un posto solitario nella storia
L
delle nostre lettere, quasi ai margini dell’ufficialità, spesso incompreso.
Nato il 3 gennaio1884 a La Spezia
da famiglia di modeste condizioni, grazie
a una borsa di studi frequenta la Scuola
Normale di Pisa dove si laurea con una tesi
sulla poesia sanscrita. Studia con Gioacchino Volpe e Vittorio Cian, ma subisce
l’influenza della figura di Giovanni Pascoli, di cui è allievo devoto e a cui dedicha,
nel tempo, numerose pagine di approfon-
dimento. Il Poeta gli invierà i Poemi conviviali con un’affettuosa dedica: “A Ettore
Cozzani, sia la chiosa migliore del testo”.
Ben presto comincia a insegnare
nella Scuola complementare pareggiata a
La Spezia. Nel 1911 assieme all’architetto
Franco Oliva – che ben presto lo lascerà –
fonda la rivista “L’Eroica”. Nel 1917 si trasferisce a Milano, dove continua la sua attività di scrittore ed editore. All’indomani
della Seconda guerra mondiale, viene in-
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
gnata dalle xilografie di Cafiero Luperini, seguita da In Chordis et organo
di Giuliotti, dedicata a Tozzi.
Ma la lettera di Giuliotti tocca
il nervo scoperto della presenza dello
scrittore senese sulla rivista spezzina,
specie con quelle due serie di aforismi La fiamma e Impulsi, anticipi di
un libro progettato e sperato, Barche
capovolte (pubblicato nel 1981 dal figlio Glauco), che solo recentemente
sono state valutate nella loro importanza, da Baldacci a Marco Marchi, a
Delia Garofano.
Oggi si pensa che il “libro d’aforismi” sia cresciuto negli anni su se
stesso «quale miscellanea di brani
concepiti senza precise finalità, semplice “resoconto liricizzato” di un apprendistato insieme
esistenziale e culturale».
Forse Tozzi ne sperava la pubblicazione fin dal 1910
come “piccolo libro di psicologia” al quale teneva più di
ogni altra cosa, come accennava al Giuliotti. Nulla di
eroico nei suoi aforismi, nemmeno quell’aura di peccato
dannunziano che Debenedetti annetteva alla rivista, ma
una ricerca di sé attraverso nuovi mezzi espressivi.
Il libro è da considerare opera fondamentale nella
ricerca delle radici dell’esistenza, che riconferma lo spessore psicologico del suo lavoro, già nutrito delle letture
del pragmatista americano William James. È ancora l’opera che mostra l’accostamento tra vita e scrittura.
ternato a Bresso ma presto rilasciato perché innocente. Morirà il 22 giugno 1971.
Giornalista, editore e oratore (notabili alcune sue Lecturae Dantis), Cozzani è
anche scrittore (suoi i romanzi La siepe di
smeraldo, 1920; I racconti delle Cinque Terre, 1921; Le strade nascoste, 1921; Il Regno
Perduto, 1927; Poema del mare, 1928).
Tra i miti e modelli di poesia e di vita,
oltre Pascoli, è d’Annunzio, che peraltro
non collaborerà mai con “L’Eroica”. Cozza-
11
C. Luperini, xilografia per il racconto
L’emigrante di G. Deledda, n. 7,
marzo 1912
Sembra verosimile che questa
materia così moderna non abbia trovato grande udienza nella rivista:
«Talvolta io sento la mia anima piena di
occhi chiusi (Gli occhi dell’anima in La
fiamma, n. 3)
Non adoperate troppo in fretta la vostra
coscienza, la quale è come una spada che
taglia ovunque la volgiate. Onde non fate
che le aperture troppo grandi siano prodotte in voi. Bisogna che anima cammini
sopra il suo infinito con molta avvedutezza. Poi che l’anima è come se fosse attaccata a qualche cosa. Non fate che si rompa questo legame. (Contentezza di sé in Impulsi, n. 4)
Sempre c’è nel nostro interno una via che ci convince di
più. E finalmente ci affidiamo a essa. Ma quante esitazioni
innanzi. Poi che quasi tutte le vie sembrano da seguirsi. /
E queste vie sono aperte al nostro passato. L’uomo vive
sempre una buona parte di sé stesso, cioè di quel che si accumulato nell’anima (Le vie in Impulsi, n. 4)».
Tozzi rimane nella rivista con la speranza di pubblicare Barche capovolte, ma anche il libro di poesie, che leggiamo nel suo archivio: Specchi d’acqua di cui Cozzani aveva già fatto predisporre le bozze delle prime 60 liriche.
ni, dopo molte peripezie, riesce solo a coinvolgerlo nell’inaugurazione del monumento per l’impresa dei Mille, a Genova, il
5 maggio 1915. Durante la cerimonia il
Vate, giunto appositamente dalla Francia,
ha modo di pronunciare un famoso discorso, decisivo per la fervente campagna interventista. A ricordo dell’evento, d’Annunzio dona al giovane editore il manoscritto della Crociata degli Innocenti (mistero drammatico in quattro atti, in origi-
ne tentativo incompiuto di soggetto cinematografico), che, illustrato dalle xilografie di Emilio Mantelli, viene subito stampato in due versioni.
Nella prima pagina del primo numero della rivista, Cozzani scrive: «Nasce a
Spezia, oggi, 30 luglio 1911, una rivista che
si propone di annunciare, propagare, esaltare la poesia, comunque e dovunque nobilmente essa si manifesti: in ciascuna arte e nella vita. Si occuperà con uguale ar-
12
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
L’ombra del salcio cade sopra il pane;
ma il pane è bianco. E il forno che lo cosse
il suo lievito puro tutto smosse.
Sul pane le tue lacrime son vane.
E, se lo metti al cuore, non ti pare
quasi un fratello che non può parlare?
Quando fu fatto c’era un usignolo
sopra un albero innanzi alla finestra
della cucina; il qual parea un’orchestra
sonora e grande. In vece c’era solo.
I. Mestrovich, Deposizione, “L’Eroica”, n. 30-31, 1914
Al direttore dell’Eroica Tozzi aveva dedicato una lirica che stava per inviargli prima che i rapporti si interrompessero e che è stata ritrovata dal figlio tra le sue carte:
A Ettore Cozzani
Oggi mi pare buono e sacro il pane,
e mi pare che l’anima lo mangi.
Fammi sapere tu ch’oggi non piangi:
sul pane le tue lacrime son vane.
E mangialo anche tu. Ti farà bene.
Di qualche salcio chiaro l’amicizia
Ti parrà piena quasi di letizia.
E il pane sarà dolce nelle vene.
dore d’ogni figura aspetto od evento della
vita, e di letteratura, pittura, architettura,
musica; ma soltanto in quanto siano
espressioni dell’unica Poesia […]. Il titolo è
“L’Eroica”. Eroica invero è la Poesia: unica
espressione del divino nella vita umana»
Se in campo letterario, il principale
fine di Cozzani e dell’“Eroica” è appunto
quello di “annunciare, propagare, esaltare
la poesia”, cercando di coglierla nei giovani, nel loro sperimentare il difficile sentie-
Ma l’udì bene chi faceva il pane,
ed il canto rimase nel suo petto.
Ed il pane gli venne bello e schietto.
Piglialo tu di quello che rimane.
È pane e canto; ed ogni cosa insieme.
Il pane è tuo fratello; non ci credi?
E per l’anima sola te lo diedi
Ora che è caldo, come il cuore freme.
E, se lo metti al cuore, non ti pare
Quasi un fratello che non può parlare?
Con la lirica, come informa il curatore, era anche un
messaggio per l’editore, una nota relativa al testo: «Dopo
la lettera…m’è venuta questa poesia. Mettila nel volume,
accanto a quelle per il Giuliotti, o dove ti pare meglio per
la sua tecnica, e per il suo contenuto. Se non ti piace, non
ce la mettere. Se ti piace fammelo sapere presto. Addio».
ro della scrittura, salvaguardandone la
creatività da ogni invasione della esasperante critica del tempo, la sua sensibilità si
è manifestata meglio nelle arti visive.
Uno dei meriti riconosciuti della rivista è il proporre con successo, dopo anni
di silenzio, la silografia italiana. L’incisione su legno, infatti, è per Cozzani la forma
grafica più adatta alla “poesia”, come nel
Rinascimento, come nei primi libri a stampa. In brevissimo tempo raduna attorno
alla sua rivista una nutrita schiera di incisori: De Carolis prima di tutto, che condivide il suo stesso entusiasmo, e poi Mantelli, Nonni, Luperini, Guido Marussig, Baroni, Gino Barbieri, Moroni, Porcella, Nincheri e molti altri. «È vero che gli xilografi,
quando la rassegna nacque […] avevano
tutti smesso di incidere: è vero che tutti,
nessuno escluso, si rimisero a lavorare di
bulino e di sgorbia per gli incitamenti de
“L’Eroica”» dirà Cozzani con qualche enfa-
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
13
Cozzani non ricevette dunque mai queste parole.
Se le avesse avute, forse avrebbe potuto ricordarsene per
il numero 117 del maggio del ’28, tutto dedicato al pane,
in ottemperanza alla cultura del tempo e del regime, e
aperto da una libera traduzione di Cesare Angelini da
Virgilio, Il poemetto del pane.
La speranza di due libri da pubblicare e delle poesie
che lentamente, troppo per il suo carattere, escono sulla
rivista trattiene Tozzi a “L’Eroica”. Il 4 agosto partecipa
con Giuliotti all’inaugurazione della Prima Esposizione
Internazionale di Xilografia; ma si fa sempre più palese il
suo dissenso anche da un artista come Emilio Mantelli.
Qualche speranza in più ripone nell’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini che dalla fine del
1911 si è trasferito a Genova, e, pensando «di farsi promotore del rinnovamento anche editoriale della città»,
cura per alcuni anni la distribuzione de L’Eroica.
Su Formiggini, Tozzi attua un pressante intervento, con aiuto di Giuliotti, perché assuma la responsabilità
del periodico.
Il Tozzi in particolare evidenzia all’editore alcune
riserve sulle capacità di Cozzani e Oliva di fare i direttori
editori di una rivista di quel genere, nonché i molti errori
commessi nell’accettare «certi poeti che hanno definitivamente il sigillo dell’imbecillità», non nasconde le sue
illusioni: «E pensare che avevo intraveduto l’Eroica come un nodo, del quale le cordicelle fossero le anime che
devono subentrare su la bassura letteraria d’oggi!»
Ma l’editore, conscio di non avere energie da buttare e che Cozzani difficilmente avrebbe rinunciato «all’e-
si ma, forse, a ragione. Organizza importanti mostre e partecipa col suo gruppo a
varie manifestazioni in Italia e all’estero;
edita raffinati cataloghi illustrati, non solo d’arte ma anche di aziende ed è tra i primi a illustrare i prodotti industriali con immagini artisticamente degne; scova e propone nuovi e originali talenti, tanto che
quando, De Carolis abbandona la rivista,
Cozzani presenta un sorprendente incisore come Felice Casorati.
V. Grubicy de Dragon, Quando gli uccelletti vanno a
dormire, “L’Eroica” n. 73-76,1921
dificio che si è costruito col suo giovanile ardore» pone fine alle speranze di un progetto diverso di rivista.
L’abbandono dell’“Eroica” per il “San Giorgio” è
accolto inizialmente con riserva da Tozzi, che ritiene la rivista bolognese dei Giorgiani mediocre «da non compararsi niente affatto al libero soffio della bella Eroica» che
avrebbe potuto essere quello che non sarà nessun Santo.
Vent’anni dopo, Cozzani è ancora rancoroso:
«Fui a Siena a parlare, fui in casa di Tozzi andammo in
Chianti a Greve a trovare Giuliotti – vennero loro alla
Spezia – si progettavano edizioni pubblicazioni; e io già
con estratti dall’Eroica stavo per lanciare un primo volume d’aforismi di Tozzi, quando scoppiò tra noi il dramma.
M’ero accorto di due cose; essi non potevano soffrire che
Nella pittura non ha le stesse felici
intuizioni e guarda senza interesse quanto
gli accade intorno in quegli anni: rifuggendo da ogni complicazione intellettuale, ignora futurismo, metafisica, Novecento italiano e resta fedele alle sue passioni
di gioventù, Grubicy, Previati, Costetti.
Nella scultura, invece, pur non seguendo quella che dagli storici e dai critici
viene definita la linea maestra (Arturo
Martini, Messina, Marino, Manzù, Fonta-
na o Melotti), riesce a seguire una serie di
artisti che quella stessa storiografia ha a
torto emarginato: Bistolfi, Wildt, Andreotti soprattutto, ma anche Mestrovich, Zanelli, Viterbo, Minerbi, Baroni e molti altri.
La Biblioteca di via Senato conserva
la collezione completa de “L’Eroica”, donata nel 2004 dai coniugi Agostino e Carla
Pagano di Milano; in quell’occasione fu
organizzata una mostra in ricordo della rivista e dell’attività di Ettore Cozzani.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
io difendessi Benelli – dicevano che l’Eroica era sottomessa a lui; non capivano; io difendevo lui come tutti i
combattenti travagliati dell’arte; – inoltre avevano, Tozzi
specialmente una febbre, un’ansia di arrivare che li faceva
intollerantissimi; volevano che la rivista uscisse più rapidamente e più fitta senza pensare che io la pagavo togliendomi il pane di bocca e spesso non avevo per pagare il tipografo che minacciava – A un certo punto convocarono
i miei xilografi i miei autori a Siena e tentarono di mettere
su una rivista con gli elementi dell’Eroica escludendo l’Eroica; lo seppi; tagliai nettamente; essi fondarono il San
Giorgio, poi la Torre mi attaccarono, mi difesi duramente. Da allora andammo per le nostre strade; io perdonai».
In realtà, dopo il tentativo di carattere editoriale
con Formiggini, Tozzi e Giuliotti avevano preso contatto
con un’altra rivista e partecipato a un convegno a Siena
dove erano presenti anche i pittori Gino Barbieri e Ferruccio Pasqui; ma il loro distacco non sarà senza conseguenze per la vita della rivista spezzina, a giudicare dal tono con cui Oliva si rivolge al Discovolo in una lettera del
gennaio 1913, bollandolo in sostanza di tradimento.
Su “L’Eroica” resta la prosa nitida del ticinese Francesco Chiesa, stilisticamente meditata come il suo sguardo sul mondo, il racconto di emigrazione di Grazia Deledda, l’elogio dei buon sentimenti di Angiolo Silvio Novaro, il canto lieve di Diego Valeri. Nulla a che fare con il
mondo degli eroi. La “battaglia di Legnano” decreta la
sua vittoria sulla scrittura.
Ma Ettore Cozzani si sente votato a grandi imprese,
e dal febbraio 1912 scrive a d’Annunzio inviti traboccanti
di passione per la poesia e l’“anima italica”; si fa lettore
delle Canzoni, aspira ad anticipare brani della Parisina appena composta e l’annuncia; si rende conto della gaffe e fa
una rapida retromarcia; nel ’13 chiede un pezzo su Pascoli. Nulla. Finché la commemorazione dei Mille a Quarto,
con l’inaugurazione del monumento di Eugenio Baroni,
di cui il Cozzani gli ha inviato le fotografie offre al vate
l’occasione per il rientro in Italia: un rientro da salvatore
della patria in guerra. Nei taccuini del 7 marzo annota:
«Cerco le fotografie del monumento di Eugenio Baroni
P. Nomellini, manifesto a colori per il Monumento ai
Mille, n. 37-38, 1915
15
inviatemi da Ettore Cozzani. È un monumento marino,
modellato dal flutto decumano. Gli eroi risorgono con un
ritmo di marea. Mi ricordo di non aver ancora aperta la
lettera che l’accompagna. La cerco l’apro, la leggo. E tutto, ecco si rischiara! / v’è certo una provvidenza apollinea.
Quel che mi è offerto, è tal cosa che risolve tutti i dubbi e
tutte le perplessità, ci salva da ogni errore, da ogni deformazione, dal pericolo dei contrattempi dei dissensi, dei
moti intempestivi.» Il 9 marzo risponde a Cozzani che accetta l’invito, e L’Eroica si trova coinvolta nella chiamata
di una generazione alla guerra. Il progetto di rinascita
della poesia si trasforma in un coinvolgimento politico.
Cozzani era solito dichiarare di aver commesso il
primo peccato editoriale per pubblicare la sua Orazione ai
giovani nel ’17 e di avere creato a questo scopo la collana “I
gioielli dell’Eroica”, che sul finire della guerra farà ampiamente conoscere il poeta Vittorio Locchi.
Era stato Sem Benelli nel 1914, a segnalare a Cozzani un libretto di versi, stampato alla macchia con pochi
soldi da un gruppo di giovani di Figline Valdarno: Le canzoni del Giacchio di Vittorio Locchi, impiegato postale a
Venezia, che riecheggiavano la tradizione popolare toscana e i modi della lirica giocosa da Burchiello a Giustinian. Cozzani segnala il libro sul n. 30-31 della rivista e
apprezza l’istinto del “cantore vagabondo”. Locchi diventa corrispondente da Venezia della rivista e uno degli
autori di punta, specie dopo l’entrata in guerra: si vedano i
cinque sonetti, di incitamento alla battaglia, di La sveglia,
scritti sull’Isonzo, pubblicati nel ’16, con cui incarna la figura del poeta-soldato e del forte poeta civile.
Quando muore, al largo di capo Matapan, sul piroscafo Minas, a inizio ’17, Cozzani pubblica e divulga la sua
ultima opera, La sagra di Santa Gorizia, che il poeta aveva
affidato ad Ada Negri, figura molto cara alla rivista e al
suo direttore, ma che non aveva trovato accoglienza presso gli editori milanesi. Ottenuto un finanziamento dall’amico spezzino Ettore Diana, stampa l’opera come seconda de “I gioielli dell’Eroica”, con xilografie di Francesco
Gamba. Egli stesso lo legge al Carlo Felice di Genova,
nell’intervallo della rappresentazione di Romanticismo di
Gerolamo Rovetta, con altissimo consenso di pubblico.
Il poemetto in versi liberi racconta in toni semplici
la dura epopea dei fanti fino alla presa di Gorizia nell’agosto 1916, sul Calvario, sul San Michele, nelle trincee piene di fango; una lotta senza tregua, tra “rulli di fucileria,/
vampe di bombe”, e qualcuno che ogni sera non torna
nella baracca. Si motiva nel grande desiderio di combat-
16
tere che era nella giovane generazione interventista, e
guarda al dolore quotidiano della guerra con toni quasi
ungarettiani, che vengono come riscattatati dal desiderio
di battaglia e dal successo della liberazione della città.
Letto tra i militari, anche tra i fanti che tenevano
Gorizia, per volere del generale Cattaneo, diventa quasi
opera di propaganda bellica, e resta uno degli esempi più
noti di poesia popolare legata alla Grande guerra.
Nello stesso ambito si inserisce, nel 1927, La rapsodia di Caporetto di Francesco Perry (scritta nell’aprile del
1918). Ne discende, per quell’interesse alla poesia delle
realtà settoriali, anche l’attenzione per Rodolfo Fumagalli, presto etichettato “il poeta aviatore”, di cui nel ’19
“L’Eroica” pubblica le prose Ali e alati, racconti di rapaci, di
falconeria, e di imprese umane, delle possibilità dell’aviazione.
Per questo mondo l’interesse di Cozzani era stato immediato e già nel 1910 aveva subìto il fascino dell’impresa
dello sfortunato trasvolatore delle Alpi Geo Chavez, finita tragicamente: nel numero 186-87 de “L’Eroica” del
1934, dedicato a Eugenio Baroni, non mancava di pubblicare fotografia del monumento che lo scultore gli aveva
dedicato nella piazza principale di Lima.
Non poesia, ma documento di vita e di sincero amore di patria, le lettere di Fulcieri Paolucci di Calboli alla fidanzata Alessandra Porro, crocerossina e legionaria fiumana, pubblicate nel ’20 dall’amico Ludovico Toeplitz de
Grand Ry, figlio del fondatore della Banca Commerciale.
Nei primi anni Venti l’arrivo a Milano comporta
non poche difficoltà per l’intraprendente direttore che,
dopo il numero 77-80 del ’21 è costretto a far tacere la
rivista per un paio d’anni; in questo periodo è intensa
l’attività editoriale con alcune scoperte: il poeta garfagnino Olinto Dini, di cui pubblica Vita e sogno, uno degli
esponenti della vena tardo-pascoliana portata avanti dalla rivista che avrà l’interprete di punta in Renzo Pezzani.
Notevole importanza ha nel 1923 il varo della collana “Montagna” dovuta anche all’iniziativa di uno scrittore piovuto nella sede dell’Eroica dal Canton Ticino,
Giuseppe Zoppi, che la inaugura con Il libro dell’Alpe,
con incisioni di Francesco Gamba. E continuata da opere italiane come La conquista dei ghiacciai di Alfredo
Patroni del 1925, Scarponate di Ubaldo Riva, L’epopea del
Monte Rosa di Eugenio Fasana, e dalle opere di Giuseppe
Mazzotti: Grandi imprese sul Cervino del ’34, La montagna presa in giro del ’36 e La grande parete del 1944.
Da segnalare, la prosa moderna di Dalla vita di un
alpinista del giuliano di lingua tedesca Julius Kugy, pre-
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
sentato da Ervino Pocar, l’alpinismo come lotta solitaria
di Fontana di giovinezza dell’elvetico Eugenio Guido
Lammer e il realismo di Carlo Ferdinando Ramuz, svizzero francofono di La separazione delle razze, tradotto nel
’32 e due anni dopo pubblicato da Grasset a Parigi.
Già nel ’22 Cozzani cerca un rapporto con le
Istituzioni editoriale milanesi e ne trova uno con la rivista “Il Risorgimento Grafico”, per la quale prepara il testo di un volume dedicato ad Armando Cermignani, terzo di “Gli artisti italiani del libro” la collana di profili dei
più noti decoratori e illustratori (dopo Guido Marussig e
Primo Sinopico) che la rivista aveva promosso.
Molto insistito il tentativo di una collaborazione
con la rivista “Il Convegno” che si è stabilita in una sede
centrale e prestigiosa e svolge un’intensa attività culturale di incontri e conferenze. Al suo direttore Enzo
Ferrieri, il 23 settembre 1923 scrive da Bonassola:
«Tutta l’estate m’è trascorsa in una disperata battaglia:
ho lavorato, con una integrità che non avevo più ritrovata dalla guerra in poi, al mio “poema del mare” che spero
possa diventare un giorno la voce di questo nostro vitale
elemento non ancora compreso ed esaltato dalla poesia
italiana. Ora devo raccogliere le vele per tornare in città,
e di qui, prendo accordi per sistemare la mia operosità
nel 1923-24. Vuole accogliermi nel “Convegno” per una
serie di mie espressioni?
Se non ha mai voluto tentare con me: forse le sarò un
marinaio pericoloso in una navigazione rischiosa com’è
quella del suo bel naviglio tra una folla di non facili gusti.
Ma io credo che non le farei disonore. Provi. E mi assegni, se crede d’invitarmi, un compenso non indegno»..
Negate le richieste, il 15 ottobre ribadisce:
«Ho insistito perché mi sarebbe piaciuta qualche ora di
comunione con voi e con i vostri seguaci; ma non insisto
più adesso, perché comprendo le ragioni d’una “singolarità” di atteggiamento e di intenti. Io non sono stato mai
lontano dal Convegno, se non corporalmente, sia perché le sei o sette volte ch’io son venuto nella sua bella officina ideale Lei non c’era - sia perché io lavoro come
uno schiavo (d’una gioviale schiavitù) dalla mattina alla
sera: e quando un giorno avrò fatto almeno una parte di
quello che sogno di fare – e mostrerò questa scatola di
quattro metri quadrati che è tutto (stabilimento grafico,
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
E. Prampolini, Primavera, “L’Eroica”, n. 41-42, 1915-1916
redazione, direzione, e via via) la gente si domanderà dove e come un uomo solo in così poco spazio ha potuto
trovar modo di far tanto.
Io avevo già pensato a Lei per esposizioni; e m’era anche
balenata un’idea: la mia saletta di Monza, che ha avuto il
diploma d’onore, adesso si scompone: non si potrebbe
ricomporre in una vostra sala e io mi impegnerei a cambiare il contenuto delle cornici e delle vetrine ogni 15 o
20 giorni, in una serie di mostre di xilografi e d’altri artisti di arte minima, che a volte è massima?
Vede che se Lei non aveva l’idea di … licenziarmi, io non
avevo quella di disertare, e perciò una fraterna stretta di
mano… e avanti».
La proposta di un gruppo di 12 mostre bellissime
di xilografia (6 italiane e 6 straniere) sarà ribadita il 15
novembre; l’unica accolta e realizzata nel giugno del
1924 sarà quella dedicata all’incisione in legno polacca.
Alla ripresa del ’24 l’indirizzo lirico della rivista pare ben attento a rivolgersi, al di là del patriottismo, a quel
pascolismo largamente praticato, specialmente da imitatori dilettanti che fanno prove sulla rivista, palestra e
meta. Non sono mai trascurati i nomi di Ada Negri e
Sem Benelli, difeso dagli attacchi di Silvio D’Amico.
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Nella seconda metà degli anni Venti è presenza
quasi fissa della rivista il toscano Delfino Cinelli, con pagine dedicate alla cultura americana, a Walt Whitman,
anticipi dei saggi Raffiche sui grattacieli (Milano-Roma,
Treves, Treccani Tunmmi-nelli, 1932) e America d’oggi
(Firenze, Vallecchi, 1938) e con letture proustiane.
Cinelli, autore del romanzo La trappola, storia di
un oste ingannato da un giovane e ricco signore che gli
insidia la moglie, collocabile nel filone del naturalismo
campagnolo tra Pratesi e Fucini, offre a Cozzani un altro
successo, dopo la Sagra di Locchi
Al secondo romanzo Castiglion che Dio sol sa, sulle
vicende di un cittadino alle prese con un’azienda agricola, edito sempre nel ’28, l’anno dopo viene assegnato il
Premio Borletti dell’Accademia Mondadori. È inoltre
autore che ispira il cinema: da La trappola sarà tratto
Tragica notte di Soldati e da Calafuria nel ’42, poco dopo
la sua morte, il film omonimo di Flavio Calzavara con
Doris Duranti e scene Art Nouveau di Italo Cremona.
Fatta eccezione per questa e poche altre figure cui
arride un consenso popolare, quella che domina le pagine della rivista, è una narrativa appartata, che va dal bozzetto di Fabio Tombari alla prosa di Guido Pusinich.
Anche per la sua unicità, e per apparire insolito, risulta di sicuro interesse la pubblicazione di un saggio del
regista Anton Giulio Bragaglia, il fondatore del Teatro
degli Indipendenti, dedicato all’evoluzione della danza:
Scultura vivente, corredato da numerose xilografie o clichés al tratto di personalità non legate all’orbita della rivista, e più vicine al mondo futurista come Prampolini,
(presente sull’Eroica già nel ’16), Gino Severini,
Fortunato Depero fino al giovane Leo Longanesi.
Bragaglia era in ottimi rapporti con i circoli e le riviste milanesi degli anni Venti, dal “Convegno” di
Ferrieri all’ “Esame” di Somaré, dove figura come collaboratore; poco si sa invece della sua conoscenza con
Cozzani, forse mediata da Giulio Aristide Sartorio.
Suddiviso in vari capitoli, il saggio dedica ampio spazio
alla danza antimusicale, mettendo in rilievo, tra l’altro, i
contributi dell’americana Isabella d’Etchessary, e dell’amata Jia Ruskaia che proprio agli Indipendenti aveva
presentato azioni mimoplastiche, e che danzerà al
Convegno nel ’32, su suggerimento di Bragaglia stesso.
Non viene dimenticata, nel capitolo finale, l’opera
di Cia Fornaroli, allora ancora direttrice della scuola di
ballo della Scala, e il suo saggio L’arte della danza pubblicato da Bottega di Poesia nel 1923.
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
Negli anni Trenta la scoperta più significativa della
rivista è Giorgio Cicogna, il poeta scienziato, di cui
“L’Eroica” pubblica nel marzo del ’31 Inno alla matematica, dove, richiamando Pitagora, scopritore dell’armonia dei numeri, la evoca come disciplina che permette di
vedere dal di fuori del cosmo le leggi che lo governano; e
nell’ottobre la lirica I sepolti, gli eroi per i quali è impossibile evadere dal quotidiano.
Cicogna, ingegnere, ufficiale di marina, giovane
combattente in guerra, come ragazzo del ’99, a difesa
della città di Venezia, abbandona l’esercito per gli studi e
gli esperimenti. Aveva già inventato uno scandaglio acustico in grado di rilevare la presenza di eventuali sommergibili.
“L’Eroica” gli pubblica due raccolte, una di racconti I ciechi e le stelle, l’altra di liriche Canti per nostri giorni dove è celebrato il denaro come mezzo di progresso e
l’officina come luogo di sperimentazione di processi vitali. I racconti, a torto scambiati come anticipatori di una
fantascienza italiana, toccano invece i mondi della scienza e delle sue possibilità, spesso nel contrasto con la realtà e con la volontà dell’uomo a non cambiare il corso
della propria esistenza.
Cicogna muore tragicamente nel ’32, mentre stava
compiendo ricerche sperimentali destinate all’astronautica per uno scoppio del motore a reazione che costruiva.
Viene celebrato come l’eroe moderno che tenta
nuove vie nella ricerca e nella poesia.
In suo ricordo pubblica anche una breve lirica, intitolata Grido dell’allodola, Elsa Morante, il cui nome appare sull’Eroica già nel ’31 (settembre e ottobre) con due
poesie Tutto e La Gioia; vi ritornerà poi l’anno successivo
(genn.-febbr. 1933) con la lirica Saluto alla sera.
La giovane Elsa (qui neppure ventenne) era precocissima nella scrittura: «A quell’epoca, per guadagnare,
dava lezioni private di italiano e di latino, aiutava gli studenti a scrivere le loro tesi di laurea, e pubblicava poesie
(non pagate) e racconti (pagati) su qualche rara rivista.
Nel tempo stesso, però, aveva incominciato a lavorare a
racconti di assai maggiore impegno, scritti senza alcun
fine pratico e per la sola necessità di esprimersi». A
“L’Eroica” potrebbe essere arrivata di sua iniziativa, o
grazie alla mediazione di Bragaglia, di cui era amica.
Non si sa se la Morante abbia conosciuto Giorgio
Cicogna. Forse fu impressionata dalla sua morte violen-
A. Wildt, S. Francesco, 1926, “L’Eroica”, n. 93-94, 1925
[ma 1926]
ta. Ma è singolare che in uno degli Aneddoti infantili pubblicati tra i Racconti dimenticati38, Lettere d’amore, sia dichiarata una passione per l’aviatore Lindbergh, al quale
veniva indirizzata anche una poesia Grido d’allodola che
terminava con i due versi qui affidati al rimpianto dello
scienziato: «O terra, o cielo, gettate a quest’attimo / la
vostra stupida eternità». Forse dall’originaria destinazione al trasvolatore solitario, i versi infantili erano passati a un altro eroe, più vicino e umano, sconfitto dalla
macchina, che tentava di vincere.
Se le poesie restano consegnate alla preistoria della
raccolta longanesiana Alibi, si dimostra molto interessante il successivo racconto Il bambino ebreo del novembre-dicembre 1937, da annettere al clima della prima
raccolta Il gioco segreto pubblicata da Garzanti nel 1941
(dove forse difficilmente dato il momento un racconto
con questo titolo poteva essere incluso. Si sa che molti
racconti di questa serie finirono esclusi dal recupero per
la nuova raccolta einaudiana del 1963 Lo scialle andaluso;
la scrittrice, a distanza di anni li trovava “decisamente
brutti” e aggiungeva: «Le mie immaginazioni giovanili
– riconoscibili nei racconti del Gioco segreto – furono
stravolte dalla guerra, sopravvenuta in quel tempo. Il
passaggio dalla fantasia alla coscienza (dalla giovinezza
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
alla maturità) significa per tutti un’esperienza tragica e
fondamentale. Per me quest’esperienza è stata anticipata dalla guerra: è lì che, precocemente, e con violenza rovinosa, io ho incontrato la maturità.»
Dimenticato subito e senza riserve, Il bambino ebreo
sembra nutrirsi delle immaginazioni a sfondo religioso
della giovinezza, ma portare in sé temi esistenziali destinati a importanti sviluppi come la maternità non negata.
Il tono lirico sembra appena velare quella che è storia di
distacco, quindi di paure e di ombre, come comporta l’uscita dal ghetto, nel mondo sconosciuto, visto, in forma
trasognata attraverso il filtro dei racconti, di un sapere
che è possesso sicuro, anche nell’esordio:
«Sapeva che c’erano altre strade, fuori dal suo vicolo, e
anche piazze con grandi chiese così splendenti che le colonne parevano di luce. Da quelle chiese uscivano suoni
dolci e profondi, che davano come un brivido. Ma egli
aveva paura di quella luce, di quella strana gioia; preferiva riportare nell’ombra le sue gambe malate, la sua faccina tutta divorata dalla povertà, la sua bruttezza sudicia.».
Ma il dato particolare di quel mondo altro, di cui il
bambino procede alla scoperta, è quello dell’apprendimento del grande mistero della natività, attraverso il
racconto, appena accennato, di una vecchia cristiana,
che trasfigura la storia di un incontro (come spesso nel
Gioco), di riconoscimento anche momentaneo e in fondo
di intesa, di miracolo sognato.
«Quando le vie si vuotarono, egli ebbe freddo. Nessuno
si accorse di lui e non gli impedirono di infilarsi zoppicando in una straduccia, dove c’era una dura pietra, alta,
che riparava un po’ dal vento. Gli dolevano la gola e piedi, la notte gli trapassava le piccole palme immote con un
ago di ghiaccio. Passò un cane senza guardarlo; il vento
ululava e gli scompigliava i capelli, e tute le ombre parevano irrompere su di lui per bere le sue lacrime gelate.
Un’ombra più alta passò; era sola, e passò come tutte le
sere vicino alla pietra, dove forse sarebbe venuto qualcuno ignoto, col fiato che odora d’alcool, per darle dieci lire. Ma quella notte non veniva nessuno. Era piccola,
sciupata, con la bocca livida, e non aveva un manto, ma
uno scialletto azzurro. Forse anch’ella si chiamava
Maria, e tremava per il freddo. E dentro il suo cuore soli-
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tario piangeva una piccola voce non udita mai. Il suo
bambino non dormiva tra le sue braccia, sotto lo scialle,
ma in cielo, dove sua madre lo aveva mandato prima che
fosse vivo. Il battito delle piccole membra già nate s’era
fermato d’improvviso; e forse egli era felice. Ma quaggiù
c’era una donna a cui nessuno aveva detto mamma e che
aveva ucciso in sé questo nome. Ora tutto il suo corpo in
uno spasimo si tendeva alla creatura che dormiva lontano. E nessuno avrebbe voluto averla con sé, nella culla,
che era una culla così povera e fredda, mentre quella del
cielo era fatta di stelle. Presto sarebbe andata lei a rifargliela, con quelle sue mani, e qualcuno l’avrebbe chiamata, qualcuno che era suo. Ora la notte la respingeva
coi soffi gelati del vento e le urlava nella gola. Ella si arrestò, premendosi lo scialle sul petto. Il fanciullo accovacciato presso la pietra non l’aveva ancora vista.
Ma la donna lo guardò coi suoi grandi occhi celesti;
guardò le spalle aguzze, e la testa infossata e gambe malate e livide, e le piccole mani ferme. E allora, piano piano, quasi avesse paura o dolcezza, gli accarezzò la testa,
mentre qualcuno la guardava dal Paradiso.»
Nella donna di strada dai ricci rossi con lo scialletto azzurro che lo accarezza il bambino intravede
Maria la madre, “la beata, la più bella”, (che per lui è figura di favola).
L’incontro è la storia di due compensazioni: la madre mancata (l’allusione all’aborto pare sofferta nella rapidità) accarezza nel bambino il figlio che la guarda dal
Paradiso; il bambino forse trovatello prova per la prima
volta l’emozione di essere figlio, ha una madre celeste
che il cielo incornicia di stelle.
Nel bambino smunto che esce curioso del mondo
sembra di intravedere un fratello maggiore di Useppe,
in cerca di un posto nel mondo, e di quella Ida, a cui
non verrà nemmeno la fantasia “di procurarsi l’aborto”. La giovane Elsa sa guardare presto nelle pieghe
della storia, anche tra i trovatelli del ghetto, mentre si
profilano gli anni neri.
Cozzani non valutò in particolar modo il racconto
della Morante e non segnalò la sua presenza sulla rivista;
forse si accorse appena di lei. Ma anche per l’esordiente
scrittrice, dall’inarrestabile vocazione, forse “L’Eroica”
rappresentò per un breve attimo il tempo della speranza.
INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
Contro il rischio carie
chewing gum allo xilitolo.
Priorità Prevenzione. Con un’incidenza del 22% nei bambini a 4 anni e di circa il 44%
a 12 anni, la carie è ancora fonte di preoccupazione e di aggravio economico per molti
genitori italiani. Prevenire è il metodo più efficace e meno costoso per risolvere il problema e arrivare, come chiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2010 con
il 90% di bambini a 5-6 anni senza carie e lo 0% a 18 anni per perdite di denti per carie
o malattie parodontali.
Xilitolo. Oltre agli strumenti più semplici
e generalmente raccomandati, quali dentifricio, spazzolino, sana alimentazione e
controlli periodici dal dentista, masticare
chewing gum allo xilitolo è un valido
aiuto per la prevenzione. Lo xilitolo è un
edulcorante naturale ipocalorico utilizzato
nel chewing gum quale sostituto dello
zucchero.
Il chewing gum allo xilitolo, stimolando la
produzione di saliva, incrementa i meccanismi di difesa nei confronti della carie,
come riportato nelle recenti Linee Guida
per la promozione della salute orale varate
dal Ministero della Salute.
Chewing gum e xilitolo: efficacia provata
scientificamente. Lo studio* realizzato
recentemente dall’Università degli Studi
di Milano ha sperimentato l’efficacia del
chewing gum allo xilitolo rispetto a un
chewing edulcorato con altre sostanze, su
un campione di 153 bambini di 7-9 anni
con elevato rischio di carie per un periodo
di sei mesi.
I risultati dimostrano che masticando quotidianamente chewing gum allo xilitolo si
riducono significativamente le concentrazioni di Streptococcus mutans, la principale
specie batterica responsabile della carie.
Non solo: lo xilitolo ha un effetto positivo
anche sul pH della placca che risulta meno
acido e quindi più sicuro per l’integrità
dello smalto dentale.
Oltre alle normali pratiche di prevenzione,
masticare chewing gum allo xilitolo è un
modo semplice ed efficace per curare la propria igiene orale e prevenire il rischio carie.
*Centro di Collaborazione OMS per l’Epidemiologia e l’Odontoiatria di Comunità, Università degli Studi di Milano; Istituto di Clinica Odontoiatrica, Università degli Studi di Sassari.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
21
Il futuro dell’editoria
In un mondo di schermi,
rimarrà il piacere della carta
e-book e libri on line non sono vere alternative
GUGLIELMO CAVALLO
esta forse qualche sorpresa venire a sapere
che William (detto Bill) Gates, corifeo della Microsoft, qualche anno fa confessava di preferire
la carta stampata allo schermo del computer quando aveva da leggere qualcosa di non estremamente breve:
«La lettura di un testo sullo schermo è ancora immensamente inferiore alla lettura di un testo sulla carta.
Persino io che ho schermi sontuosi e mi credo un pioniere dello stile di vita del Web, quando si tratta di qualcosa
di più di quattro o cinque pagine, lo stampo e mi piace
portarlo con me e scrivervi annotazioni. Deve fare una
bella corsa a ostacoli la tecnologia per riuscire a uguagliare questo livello di semplicità di uso».
D
La sorpresa diminuirà se guardiamo in noi stessi, e
più largamente in quanti hanno o hanno sempre avuto
confidenza con l’oggetto che rappresenta l’espressione
più compiuta di un testo su carta in età moderna, ma anche su papiro, pergamena o carta primitiva in tempi più
lontani: il libro. Il quale, in un mondo che si avvia sempre
più a diventare un mondo di schermi, continua a vivere
anche nel nuovo millennio in cui siamo entrati evocando
una serie di atmosfere, luoghi, abitudini, gesti, ricordi,
fantasticherie, relazioni, storie, incontri, che a esso sono
legati o che intorno a un libro si possono intrecciare.
Il futuro del libro si lega strettamente al suo passato. Ripercorriamo dunque per episodi e momenti questo
passato, per cogliere meglio il ruolo che il libro può rivestire nel nostro mondo tumultuoso di schermi che sembra volerne decretare la scomparsa. Non è un caso che in
un congresso dell’Associazione internazionale degli editori tenutosi a Barcellona nel 1996, di fronte al dispiegar-
si della nuova editoria multimediale, gli editori “tradizionali”, alcuni anche di gran peso, manifestavano inquietudine: l’angoscia di chi sa di essere su una linea di
confine tra un passato che par giungere al termine e un
futuro misterioso, che intravede invaso dall’elettronica.
Scrisse Marshall McLuhan: «Quando una nuova
tecnologia penetra in un ambito sociale non può cessare
di permearlo finché non ne ha saturato ogni istituzione».
In questa maniera McLuhan profetizzava in pratica l’estinzione del mondo della carta stampata. Ma è proprio così? Istituiamo un confronto con il passato, con l’epoca tardoantica, quando si passò dal libro in forma di
rotolo a quello in forma di codice, l’antenato dell’odierno libro, e con l’età moderna, quando dal manoscritto si
è passati al libro a stampa. Dopo queste due rivoluzioni,
la terza, quella odierna e multimediale, sembra cogente
debba portare, al pari delle precedenti, a un esito definitivo, vale a dire alla totale sostituzione del ‘libro digitale’
(libri in rete, cd-rom, e-books...) al libro a stampa.
Si deve riflettere su un fatto. Le due rivoluzioni
precedenti – pur profondamente diverse tra loro – significarono un cambiamento nella tecnologia della produzione libraria, ma entrambe incisero solo parzialmente
sull’universo mentale, sulle funzioni dello scritto, sulle
concrete pratiche di lettura e di studio inerenti alla cultura del libro. Venne a instaurarsi insomma una dialettica
tra discontinuità e continuità. Si prenda il debutto sulla
scena, tra I e II secolo d.C., del libro-codice come vettore
di testi letterari, e la sua irresistibile diffusione tra III e
IV, fino al suo finale trionfo sul libro-rotolo. Diversamente da quanto era avvenuto fino a quel momento, il
22
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
È lecito domandarsi perciò se alla discontinuità determinata dal libro digitale vi possano essere delle continuità legate al libro a stampa, le sole che possono garantirne la sopravvivenza. Occorre introdurre, anzitutto,
una distinzione: rotolo o codice, scritto a mano o prodotto a stampa, il libro è stato sempre un oggetto fornito di
tutta una serie di caratteri fisici, che sono di volta in volta
entrati nel rapporto con il possessore o lettore. Il libro digitale è una scrittura che può interagire con l’immagine e
con il suono sullo schermo, ma che segna una discontinuità totale con l’oggetto fisico che è sempre stato il libro.
E proprio qui risiede la maggior forza di quest’ultimo.
Antonello da Messina, San Gerolamo nello studio, tavola,
cm.45,7x36,2, Londra, National Gallery
codice consentiva di ritrovare rapidamente un passo, una
frase; di forma più maneggevole, si adattava meglio alla
lettura e, se di dimensioni ridotte, poteva esser letto con
una sola mano; avendo una capacità di contenuto assai
più ampia di quella del rotolo, vi si potevano riversare per
intero un’opera in più rotoli, o tutti gli scritti noti di un
singolo autore, o una selezione di opere di autori diversi
o di parti di queste in forma antologica.
Questa rivoluzione creò nuove tipologie di testi,
nuove fasce di lettori, nuove pratiche di lettura. Lo stesso
avvenne per l’altra rivoluzione, quella dal libro-manoscritto al libro a stampa. La tecnica tipografica rese possibile una produzione in esemplari ripetibili, introdusse
nuovi dispositivi editoriali, ampliò gerarchie, generi e tipi di libri: tutto questo creò nuovi lettori, determinò
nuovi atteggiamenti mentali, portò a nuovi modi di ricevere messaggi e di reagirvi, indusse nuove maniere di
leggere. Ma se molte furono nell’uno e nell’altro caso le
discontinuità, molte pratiche invece, al di là delle rivoluzioni nelle tecniche del libro, ebbero una continuità nella lunga durata, legate come erano ad alcune costanti.
Una costante è la compagnia, che un libro può offrire, di
un rapporto intimo e silenzioso, ma di cui siamo noi a
scegliere i modi, i luoghi e i tempi perché avvenga; un’altra è il condividere con altri impressioni ed emozioni di
lettura; e un’altra ancora il piacere del collezionismo.
Il sogno di una biblioteca universale in cui riunire
tutti i libri scritti sembra ormai a portata di mano, ridotto
alle dimensioni di uno schermo, giacché la tecnologia
elettronica annulla la distinzione tra luogo del testo e
luogo del lettore. Da qualsiasi angolo della terra, questo
schermo può portare al lettore quel che in un libro è
scritto, ma lo priva del piacere e dell’ansia di andare verso
il libro, di trovarlo tra gli scaffali di una libreria o nella
bottega di un antiquario, di leggerlo o di consultarlo magari a un banco in una biblioteca antica, silenziosa, quasi
una cattedrale, dove tra il libro polveroso e una lampada
si inserisce il fantastico, e dove perciò, ha scritto Michel
Foucault, «il chimerico [...] nasce dalla superficie nera e
bianca dei segni stampati». Non sembra, insomma, che
nell’era dell’informatica le grandi biblioteche di conservazione possano diventare soltanto dei musei.
E ancora: attraverso lo schermo, il lettore comunica
con una biblioteca universale, ma perde il contatto con il
contesto sociale che gli è intorno e che ogni libro sottende: incontri, doni, prestiti, scambi, dediche, messaggi che
un libro può provocare. Tutti fattori di sociabilità, cui viene sottratto il lettore chiuso come in un cerchio nell’isolamento della sua postazione davanti a un computer.
E che dire della libertà del lettore che sceglie le situazioni, le positure fisiche, i gesti della lettura, e il modo
stesso di appropriarsi del testo attraverso il libro? Si pensi – pur nella diversità delle situazioni di lettura – all’‘ordine del leggere’ che ha caratterizzato tutta l’età moderna: il leggere del dotto o dell’umanista nello studiolo,
circondato da libri e scaffali, o il leggere un po’ distratto,
in piedi o fugacemente poggiato a un tavolo, dell’aristocratico nella luminosità di una stanza tutta per sé, o il leggere ora attento ora languido di fanciulle e dame.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
23
Questo ‘ordine del leggere’ resiste ancora oggi. Da
un’inchiesta sulle abitudini di lettura degli italiani è
emerso che il luogo preferito è la casa, in particolare la
propria stanza, in poltrona o a letto, ma anche al tavolo o
alla scrivania. Il treno, quando capita, può costituire una
valida alternativa; non molti sono quelli adusi a leggere
all’aperto; solo qualcuno ricorda la biblioteca (tuttavia
nel resto d’Europa la lettura in biblioteca è assai più diffusa che in Italia). Ma quando si considerano i giovani, i
loro modi di leggere si dimostrano anarchici, svincolati
da regole, schemi e valori sociali precostituiti: si legge
distesi per terra, con i piedi poggiati sul tavolo e in una serie di posizioni fisiche improprie e diverse. Il libro stesso
è manipolato, rivoltato, portato addosso e scarabocchiato come segno di uso individualistico di consumo.
Ha scritto H. Magnus Enzensberger sulla libertà
del lettore: «Il lettore ha sempre ragione e nessuno può
togliergli la libertà di fare di un testo l’uso che più gli piace, [...] arrabbiarsi e rallegrarsi con lui, dimenticarlo, plagiarlo, e ad un certo punto gettare il libro in un angolo».
Infine, va ricordato chi, in questo mondo massificato di schermi, costruisce la rarità: il bibliofilo. Essere
bibliofilo significa cercare e acquisire un originale unico,
arricchire o completare una collezione mirata di libri di
una certa epoca, di un autore, di un’opera, riunire una serie di pezzi preziosi per antichità, edizioni sommerse,
esemplari scarsi, annotazioni di mani passate; ma essere
bibliofilo significa anche sentire il piacere egoista di sfogliare libri rari in una biblioteca privata, gustare la qualità di una scrittura a mano o di caratteri tipografici squisiti, fermare gli occhi sull’incanto di decori e incisioni, avvertire sotto le dita il fremito di una pergamena ben lavorata o di una carta fine, carezzare la pelle o il velluto di
una legatura. «Au temps des écrains, le monde de la collection a encore de beaux jours devant lui», ha scritto ultimamente Roger Chartier.
Il libro digitale potrà mai soddisfare passioni, riti,
gusti legati al libro tradizionale? Da una parte, lo schermo rappresenta una rottura totale con la tradizione, rendendo difficile un trionfo definitivo del libro digitale; ma
dall’altra numerose iniziative sono volte a creare prodotti sempre più sofisticati e atti a dischiudere nuovi spazi
multimediali all’ampliamento sia della lettura di evasio-
Hans Heyerdahl, Sguardo su Vinduet, 1881, olio su tavola,
cm.46x37, Oslo, Nasjonalgalleriet
ne sia dei modi di apprendimento del sapere, magari mediante gerarchie, generi, tipi di libro digitale in grado di
coinvolgere fasce diverse di lettori, tanto più che molti di
questi si acculturano mediante audiovisivi e messaggi in
movimento. Si sente già dire di e-book che fanno sentire
il fruscio del voltar pagina o che permettono di sottolineare il testo. Ma attualmente l’unico settore nel quale il
libro digitale ha avuto e potrà continuare ad avere successo è quello delle enciclopedie: un prodotto senza precisa anagrafe, che si consulta per voci, nel quale ogni voce
rimanda ad altre, che richiede un ampio corredo di immagini di riferimento. Nel settore delle enciclopedie, e
forse dei manuali, il cd-rom è destinato al trionfo definitivo, potendo soddisfare tutte queste esigenze insieme e
per di più occupando limitato spazio “fisico”.
Una vera e propria civiltà del libro in rete o dell’ebook resta comunque su uno sfondo piuttosto lontano,
anche perché vanno messi in conto problemi come il diritto d’autore, la salvaguardia dell’autenticità del testo, la
possibilità di successive letture pur con il variare assai rapido delle tecnologie, la durata dei supporti magnetici. A
parte il dovere di preservare libri, collezioni, biblioteche
quali sono stati per centinaia di generazioni, il libro può
avere nell’immediato e in futuro un ruolo, un significato e
un futuro: in ultima analisi, il libro digitale «integrerà ma
non sostituirà la grandiosa macchina di Gutenberg».
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
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inSEDICESIMO
LA MOSTRA DEL LIBRO ANTICO, CATALOGHI DI BIBLIOFILIA, RECENSIONI,
MUSEI DEL LIBRO, ASTE, ESPOSIZIONI, APPUNTAMENTI, ANASTATICHE
IL LIBRO ANTICO
SI FECE MOSTRA
Cosa si è perso chi si
è perso l’edizione XX
di annette popel pozzo
Milano, la XX edizione della
Mostra del Libro Antico si è
svolta dal 13 al 15 marzo nel bel
Palazzo della Permanente di via Turati.
“Must” bibliofilo per appassionati e
collezionisti del libro italiano antico e di
pregio moderno, la mostra è anche luogo
d’incontro per alcuni dei più rinomati
librai internazionali. Quest’anno la lista
comprendeva oltre 50 antiquari
provenienti da tutta Italia, Austria,
Germania, Inghilterra e Spagna.
Tra le opere più preziose erano
alcuni frammenti di musica medievale,
presentati dallo Studio Bibliografico
Solmi, e manoscritti miniati quali la
Expositio in epistolas Pauli di Haymo di
Auxerre, di ambito francese
quattrocentesco e di celebre provenienza
(copia di Budé-Barrois-AshburnhamFoyle-Kraus), presentati da Sokol, Londra.
In occasione dei 450 anni della
princeps dell’Index Librorum Prohibitorum
nel 1559 si sono viste tre rarità quali la
prima edizione veneziana del cosiddetto
“indice tridentino”, stampata da Paolo
Manuzio nel 1564 (presso Il Polifilo), la
prima edizione dell’indice in Germania,
stampata sempre nel 1564 a Dillingen
(presso Sermoneta Studio Bibliografico) e
una rara edizione del più famoso manuale
A
per inquisitori, il Malleus Maleficarum (il
Martello delle Streghe), del 1494 (presso
Paolo Rambaldi). Sempre à propos di
eventi commemorativi, la Libreria Biggio
di Torino, ha presentato per il Centenario
della conquista del Polo Nord il catalogo
1909-2009 Il traguardo del Polo Nord, con
opere di molti esploratori che hanno
contribuito alla conquista dell’Artico.
Lo Studio Bibliografico Lex Antiqua
ha ammaliato i visitatori con otto rare
edizioni uscite dai torchi del più noto
tipografo ebreo, Gershom Soncino (attivo
dal 1502 al 1527). Davvero mozzafiato,
un testo di astronomia di Gherardo
da Sabbioneta Tehorice planetarum (Pisa,
Soncino, 1508) e il religioso Opus toti
christiane reipublice di Pietro Galatino,
primo libro stampato a Ortona a Mare
(Soncino, 1518). Due edizioni sonciniane
notano inoltre la provenienza di Giacomo
Manzoni (1816-1889), bibliografo dei
prestigiosi Annali tipografici dei Soncino.
Rispettivamente da Pettini e da
Pregliasco si potevano ammirare due rare
edizioni del De architectura di Vitruvio:
sia la princeps illustrata del 1511 (Venezia,
Giovanni Tacuino) a cura del noto
architetto fra’ Giovanni Giocondo, che
dopo la morte di Bramante portò avanti
i lavori di San Pietro a Roma insieme a
Raffaello e Antonio da Sangallo, sia la
prima assoluta in volgare del 1521, con le
illustrazioni del Cesariano che dimostrano
chiaramente l’influenza di Leonardo da
Vinci (Como, Gottardo da Ponte).
L’inglese Sims Reed convinceva con
50 libri rari tra i quali spiccavano la prima
edizione delle poesie di John Donne in
pergamena coeva (Poems, Londra, 1633)
e la prima edizione in prima tiratura
dell’importantissimo Leviathan di Thomas
Hobbes (Londra, Andrew Crooke, 1651).
Wolfgang Kaiser della libreria Tusculum
portò in mostra un raro post-incunabolo
spagnolo (Pandit Aragonie di Lucio
Marineo, Saragossa, 1509), appartenuto
al noto bibliofilo ottocentesco Gomez de
la Martina e all’artista inglese William
Morris, di cui è noto l’interesse per libri
graficamente e artisticamente composti.
Lo Studio Wunderkammer di Luca
Cableri aveva un nuovo tipo di catalogo
“meraviglioso”. Invece della descrizione
classica del tomo in offerta, un’insolita
scheda: un invito alla scoperta del libro
attraverso un bramo curioso.
Ancora, non si possono tralasciare
le librerie antiquarie specializzate in
stampe: Ai Tre Torchi, Il Bulino, Morra
Lella e Gianni Stampe Giapponesi e
Stanza del Borgo, che esponevano bulini
di Albrecht Dürer (Piccola Passione),
Agostino Carracci (Omnia Vincit Amor,
appartenuto a Füssli) o l’acquaforte Il
mercato nuovo di Dresda di Canaletto.
La XX edizione è stata una tappa
importante, a conferma di un impegno
bidecennale, ma già oggi aspettiamo con
entusiasmo la XXI edizione della Mostra
del Libro Antico, che si terrà, sempre
a Milano, dal 12 al 14 marzo 2010.
26
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
BELLE VEDUTE D’ITALIA
E STORIA DEL NORD-EST
LIBRI PROIBITI E INQUISIZIONE
A 450 ANNI DALL’INDICE
Libreria Editrice Goriziana LEG
Catalogo n. 57: Libri antichi e rari, disegni
seicenteschi di città italiane
Studio Bibliografico Paolo Rambaldi
Note storiche attorno a una collezione
Nel catalogo, preparato
per la Mostra del Libro Antico a Milano,
si segnala una particolare raccolta
di disegni anonimi, databili attorno alla
seconda metà del ’600, che rappresenta
una collezione di vedute di città italiane.
Probabilmente ispirati a un’opera a
stampa del periodo, i disegni, eseguiti a
china e a colori sui toni del verde, rosa e
arancio, vengono offerti individualmente
con prezzi dai 1.500 ai 3.500 euro.
Nella sezione di libri antichi e rari,
particolore interesse viene dato a titoli
che riguardano la storia locale di Venezia,
Friuli, Slovenia e Dalmazia: Venezia e le
sue lagune [Venezia, Antonelli, 1847,
¤9.500], una rara edizione del Virgilio in
dialetto friulano a cura di Bosizio, La
Eneide di Virgili tradotta in viars furlans
[Gorizia, Giuseppe Tommasini, 1775,
¤6.500], Amadeno di Castro, Genesis
historica nobilis Janesiorum familiae
[manoscritto cartaceo, 1704-1731, che
riguarda la famiglia Janesi di Tolmezzo
con relativi documenti, ¤24.000],
e Johann Ludwig Schönleben, Carniolia
antiqua et nova, che tratta le vicende in
Slovenia [Labaci, Mayr, 1681, ¤12.000].
Libreria Editrice Goriziana
Corso Giuseppe Verdi, 67, Gorizia
www.leg.it/ - [email protected]
In occasione dei 450 anni del
primo Indice dei libri proibiti, 85 diverse
edizioni di “indici”, alcuni titoli relativi
all’Inquisizione, testi censurati, trattatistica
e giurisprudenza. Su tutti, una rara prima
edizione veneziana del cosiddetto “indice
tridentino” [Venezia, Paolo Manuzio,
1564], una prima dell’indice di Plantin
stampato per i Paesi Bassi [Anversa,
Christophe Plantin, 1570], una prima
edizione veneziana dell’indice clementino
con le Dechiarationi [Venezia, Niccolò
Moretti, 1596], un’edizione del primo e
unico indice espurgatorio edito in Italia
[Roma, Stamperia Camerale, 1607] e
l’importante edizione dell’ultimo indice
del 1948 [Città del Vaticano], che elenca
illuministi francesi, Beccaria, Kant, e
autori più recenti come Leopardi o Croce.
[Brescia, Marchetti, 1572, prima ed.,
¤5.800]; Ottone Calderari, Disegni e scritti
d’architettura [Vicenza, Paroni, 1808,
prima ed., ¤5.900], Leonardo da Vinci,
Trattato della pittura [Parigi, Langlois,
1651, prima ed., ¤10.000], Buonaiuto
Lorini, Delle fortificazioni, libri cinque
[Venezia, Rampazetto, 1597 (1596), prima
ed. in seconda tiratura, ¤7.000], Marco
Moro e Giuseppe Zanetti, Album di
gemme architettoniche ossia gli edifizj
rimarchevoli di Vicenza [Venezia,
Brizeghel, 1847, ¤15.000], Torello
Saraina, De origine et amplitudine civitatis
Veronae [Verona, Putelletto, 1540, prima
ed., ¤5.000], Marcus Vitruvius Pollio, De
architectura libri dece [Como, Gottardo
Da Ponte, prima ed. volgare, ¤P.a.R.].
Libreria Antiquaria Perini s.a.s.
Via A. Sciesa 11, Verona
[email protected]
CENTO TITOLI DA MANGIARE,
DIRETTAMENTE DAGLI STATES
Ben Kinmont Bookseller
Catalogue 12: Gastronomy
Libreria Antiquaria Perini
Catalogo 24: L’arte attraverso i secoli
Cento titoli “gastronomici” dal
libraio californiano come Il caffè. Canti
due di Lorenzo Barotti, [Parma, Stamperia
Reale, 1781, prima ed., $4.000], unico
titolo culinario edito dal Bodoni.
Gradevole l’invito a passare alla
pratica con un menu di 10 ricette trovate
negli stessi libri: un’elegante preparazione
per tartufi “truffes cuites sous la cendre”
da Jules Rémy, Champignons et truffes
[Parigi, 1861, prima ed., $1.000] o un
“gâteau à l’Italienne frit” da Le Cuisinier
Gascon [Amsterdam, 1740, prima ed.,
$6.500], opera, si dice, scritta dal nipote
di Louis XIV e Madame de Montespan.
Una serie di trattati di arte e
architettura tra cui si segnalano Martino
Bassi, Dispareri in materia d’architettura
Ben Kinmont, Bookseller
1160 Pleasant Hill Road, Sebastopol, CA
[email protected]
Studio Bibliografico Paolo Rambaldi
Via Provinciale Superiore 34, Molinella (Bo)
www.rambaldirarebooks.com
DA LEONARDO A VITRUVIO,
TRA ARTE E ARCHITETTURA
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
152 LIBRI PER METTERSI
SULLE TRACCE DELLA FELICITÀ
L’Arengario Studio Bibliografico
“La fantasia e la passione”. Per una storia
bibliografica della felicità. Stampato in
120 esemplari ad personam in occasione
della XX Mostra del Libro Antico a Milano.
«Non c’è libro che non abbia a che
fare con la felicità…»: così il Libraio prova
a compilare un catalogo che è un vero
e proprio viaggio in 152 libri alla ricerca
della felicità. Quel che si può arguire,
sfogliando le pagine di questo catalogo è
che, in ogni libro, depositata dalla
fantasia, soprattutto quando è coniugata
alla passione, si trova traccia dell’umana
pre-occupazione di conoscere il mondo in
nome di una sincera felicità, alla ricerca
dell’appagamento dei propri desideri.
Dalle satire di Persio [Persius cum
duobus commentis… stampato a Venezia
“per Petrum Io. de Quarengis
Pergomensem” il 13 aprile del 1495,
¤4.500] al libretto di Giampiero Mughini
La Collezione [Torino, Einaudi 2009, ¤16]
passando da Scipione Maffei
[Dell’impiego del denaro. Libri tre…,
Verona, Giannalberto Tumermani, 1744,
¤2.800] e dal libro di Bruno Munari
Teoremi sull’arte [Milano, All’insegna del
Pesce d’Oro, 1961, ¤250], senza perdersi
Svevo e Freud, D.H. Lawrence e Montale,
Alain Delon e Brigitte Bardot e molti altri.
L’Arengario Studio Bibliografico
Via Pratolungo 192, Gussago BS
www.arengario.it
PIERO GOBETTI, L’ANTOLOGIA
DEI SAGGI E DELLE RIVISTE
Libreria Antiquaria Soave
Catalogo stampato in occasione della XX
Mostra del Libro Antico
«Penso un editore come un
creatore. Creatore dal nulla se egli è
riuscito a dominare il problema
fondamentale di qualunque industria: il
giro degli affari che garantisce la
moltiplicazione infinita di una sia pur
piccola quantità di circolante. […] Basta
che egli sia stato logico; non abbia fatto
transazioni coi suoi principi di uomo
colto, che pubblico e scrittori siano sicuri
di lui.» [P. Gobetti, L’editore ideale, Milano,
Vanni Scheiwiller editore, 1966, p. 72-73].
Nella pagina del catalogo generale a lei
dedicata, la Libreria Antiquaria Soave –
fondata nel 1937 dall’avvocato-scultore
Alessandro Soave – propone una
interessante raccolta pressoché completa
delle edizioni di Piero Gobetti. Si tratta di
109 titoli su 114 (anche se sappiamo che,
nel frattempo, ne hanno raccolti altri due)
e delle due collezioni quasi complete delle
riviste “La Rivoluzione liberale” e “Il
Baratti”. Nel raccogliere tanti volumi, non
tutti facili da reperire, c’è voluta una
passione e una costanza che rendono
merito alla libreria; costituisce infatti una
testimonianza solida e inconfutabile della
forza ideale di questo grande
personaggio che in una brevissima vita
seppe condensare capacità e potenzialità
27
tali da far impallidire molte altre
esperienze intellettuali e morali. La si
segnala nella speranza di poterla ospitare
presto presso la nostra Biblioteca.
Libreria Antiquaria Soave
Via Po, 48, Milano
www.libsoave.com
FUTURISMO 1909-2009,
NONOSTANTE LA FESTA
Libreria Antiquaria Pontremoli
Futurismo 1909-2009 con “Collaudo”
di Pablo Echaurren
Nell’orgia di celebrazioni futuriste
per un centenario senz’altro tempestivo
ma nella sostanza fuori posto, ché il
“Filippo Tommaso”, come lo chiama
Echaurren nel Collaudo che serve da
premessa al catalogo, l’avrebbe schifato e
se ne sarebbe tenuto alla larga, questo
bel catalogo, che viene a completare il
precedente [pubblicato sempre per la
Mostra del Libro Antico, nel 2008], si
staglia come uno dei contributi più utili e
importanti. Compilato da una delle poche
librerie italiane che con dedizione e
passione ha curato sin dal principio della
sua attività il Novecento [qualcuno, non a
torto, sostiene che la Libreria “ha
costruito” questo mercato in Italia, come
per l’Ottocento fece il buon Parenti con le
sue “rarità”], il catalogo si divide in
quattro parti: manifesti, cataloghi,
periodici e libri.
Con quasi 800 schede [cui si sommano le
300 del primo] veloci ma esaurienti e con
accattivanti illustrazioni, questa
pubblicazione si appresta a diventare uno
strumento indispensabile per chi è
interessato al movimento artistico creato
da Marinetti.
Libreria Antiquaria Pontremoli
Via Vigevano, 15, Milano
www.libreriapontremoli.it
28
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
LIBRI CHE PARLANO DI LIBRI
Omaggi d’autore alle pagine scritte
e storie dovo i volumi prendono vita
di gianluca montinaro, matteo noja e matteo tosi
I SEGRETI DELLA LEGATURA
SECENTESCA, CITTÀ PER CITTÀ
Dopo il successo del Dizionario
illustrato della legatura, «un’opera scrisse Luigi Crocetti - che lascia a
molte lunghezze tutte le altre
pubblicate su questa materia», Federico
e Livio Macchi presentano un magnifico
ed eruditissimo Atlante della legatura
italiana. Questo tomo prende in esame,
in modo sistematico, il censimento,
l’illustrazione, la descrizione (dividendo
la materia per città e relative aree
geografiche) e le principali tipologie
di legature d’arte in Italia nel periodo
del nostro maggior splendore artistico e
culturale: il XV e XVI secolo.
I maestri, le botteghe, i ferri
caratteristici di un luogo o di una
scuola vengono descritti in oltre cento
tipologie, con schede illustrate
ed esemplari, anche inediti, di legature
dell’epoca. Completano l’opera
appendici sui ferri, su dorsi e tagli, sui
falsi. Un’opera scientifica di grande
bellezza e suggestione, ma anche un
autentico Atlante in grado di guidare
il collezionista, l’antiquario, lo studioso
in un mare magnum ancora in parte
inesplorato e perciò ricco di scoperte.
Federico e Livio Macchi, Atlante della
legatura italiana, Sylvestre Bonnard,
Milano 2009, pp.296, ¤90,00
LE ITALICHE PENNE DEL ’900,
EDIZIONE PER EDIZIONE
Le raccolte delle prime edizioni
della letteratura italiana del Novecento
rappresentano ormai un settore “forte”
del collezionismo librario. Fondi come
quello di Sergio Reggi (da poco acquisito
dall’Università degli Studi di Milano)
sono state giustamente elevate a
paradigmi di questo specifico ambito
bibliofilo, spesso primo gradino per chi
si avvicina al bibliocollezionismo.
Ciò che unisce tutti coloro che si
interessano al nostro ’900 letterario è
“il” Gambetti-Vezzosi: citato, consultato,
preso a esempio. In questo Rarità
bibliografiche del Novecento italiano,
non una nuova edizione ma una nuova
opera, Lucio Gambetti e Franco Vezzosi
offrono il più esauriente strumento
d’indagine delle edizioni italiane del XX
secolo: 277 scrittori catalogati, da
Accrocca a Zavattin. Migliaia di titoli
descritti attraverso i dati tecnici di ogni
edizione e le indicazioni del valore di
mercato. Completa il tutto un’appendice
dedicata a singole edizioni di opere
d’autori esclusi dall’elenco principale.
Lucio Gambetti - Franco Vezzosi,
Rarità bibliografiche del Novecento
italiano, Sylvestre Bonnard, Milano
2008, pp.1064, ¤75,00
QUANDO “ARIA D’ITALIA” ERA
SINONIMO DI ITALIAN STYLE
Daria Guarnati arrivò a Milano da
Parigi nel 1936, dopo la morte del marito
Giacomo Francesco. Raffinata intenditrice
d’arte e collezionista, amica di scrittori
e pittori, era figlia del conservatore del
Petit Palais di Parigi, Henry Lapauze.
L’incontro immediato con Giò Ponti diede
corpo a una rivista forse tra le più belle
mai stampate in Italia, “Aria d’Italia”, che
uscì in anni turbolenti, tra il 1939
e il 1941, in sette fascicoli, a cadenza
trimestrale. “Aria d’Italia” cercava
di combinare la tradizione classica
dell’arte italiana con il nuovo stile che,
proprio in quegli anni, stava prendendo
forma tanto nell’arte che nell’architettura
e anche nella letteratura. Accorte finezze
d’avanguardia e di tecnica grafica
e tipografica fondevano testi e immagini
che apparentemente potevano sembrare
tra loro eterogenei, accomunati in un
tentativo di dotta divulgazione che
risultava innovativo. La sua rivista fu un
esperimento originale, felicissimo anche
se breve, di quello che allora si andava
formulando e che fu poi definito “italian
style”, che Ponti cercava di proporre già
con le sue riviste “Domus” e “Stile”.
Ai sette fascicoli di quegli anni, nel 1954
se ne aggiunse un ottavo dal titolo
“Espressione di Gio Ponti”, interamente
dedicato al lavoro dell’architetto. Negli
anni Cinquanta, Daria Guarnati, pubblicò
presso la sua casa editrice – Aria d’Italia –
le opere complete di Curzio Malaparte.
Silvia Bignami (a cura di), Aria d’Italia
di Daria Guarnati. L’arte della rivista
intorno al 1940, Skira (Quaderni di
Apice 2), Milano 2008, ¤24,00
SAGGI LUMI SULL’INCONTRO
TRA TESTO E LETTORE
«Ben lungi dall’essere scrittori,
fondatori di un luogo proprio, eredi, sul
terreno del linguaggio, dei contadini del
passato, scavatori di pozzi e costruttori di
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
dimore, i lettori sono viaggiatori:
circolano sulle terre altrui, come nomadi
che cacciano di frodo attraverso i campi
che non hanno scritto, razziando i beni
d’Egitto per trarne godimento.
La scrittura accumula, immagazzina,
resiste al tempo stabilendo un luogo e
moltiplica la sua produzione mediante
l’espansionismo della riproduzione. La
lettura non si garantisce contro l’usura
del tempo (ci si dimentica e la si
dimentica), non conserva o conserva male
quanto ha acquisito e ciascuno dei luoghi
ove passa è ripetizione del paradiso
perduto». Questa citazione, tratta da
L’invention du quotidien di Michel de
Certeau [Paris, Gallimard 1990; trad. it.:
Roma, edizioni Lavoro, 2001], è posta
all’inizio dell’Introduzione di questa
antologia di saggi perché definisce le idee
fondamentali su cui si basa: la prima che
la lettura non è già prevista o iscritta nel
testo, la seconda che il testo è tale solo
in virtù del fatto che esiste un lettore che
gli attribuisce un significato. I vari saggi
(a firma di R. Bonfil, G. Cavallo,
R. Chartier, J.-F. Gilmont, A. Grafton,
J. Hamesse, D. Julia, M. Lyons, M. Parkes,
A. Petrucci, P. Saenger, J. Svenbro,
R. Wittmann) hanno come scopo quello
di evidenziare i vari modi in cui nei secoli
è avvenuto l’incontro tra il “mondo del
testo” e il “mondo del lettore”. Tenendo
conto che i significati dei testi dipendono
dalle forme e dalle modalità in cui i lettori
li accolgono e se ne appropriano, ogni
autore ha cercato di ricostruire in che
maniera, dall’antica Grecia sino alla
rivoluzione elettronica del XX secolo,
l’uomo si sia posto di fronte agli oggetti,
quali che fossero, che gli trasmettevano
un testo.
Guglielmo Cavallo e Roger Chartier (a
cura di), Storia della letteratura nel
mondo occidentale, Editori Laterza
(prima edizione 1995, ristampa con
aggiornamento bibliografico 1998),
Roma-Bari 2009, pp.524, ¤20,00
29
ERAN CINQUECENTO, ERAN
GIOVANI E FUTURISTI...
QUEI MAESTRI SCELTI PER I
700 DELL’ATENEO PERUGINO
Con un totale di 3270 schede per
500 scrittori, un panorama esaustivo
della produzione tipografica del
movimento futurista. Cammarota
completa il lavoro di mappatura dei libri,
delle riviste e dei manifesti futuristi
iniziato con il volume Filippo Tommaso
Marinetti. Bibliografia nel 2002 sempre
per Skira. Selezionati con criterio –
tralasciando coloro che pur vantando una
militanza nel Futurismo non avevano mai
prodotto testi “futuristi” oppure quelli che
pur cercando di proporre dei testi vicini
al movimento non ne fecero mai parte
effettivamente – questi 500 nomi,
indicati anche con sommarie note
biografiche e l’eventuale pseudonimo,
costituiscono un repertorio ormai
definitivo della bibliografia futurista.
Domenico Cammarota, Futurismo.
Bibliografia di 500 scrittori italiani.
Mart di Trento e Rovereto – Centro
Internazionale Studi Futurismo. Skira,
Milano 2009. (Documenti, 10),
pp.304, ¤25,00
Un ciclo di grandi mostre è stato
avviato lo scorso anno dalla città di
Perugia per celebrare i settecento anni di
storia della propria nobile Università.
L’inizio dei festeggiamenti è stato affidato
a “Scienza e scienziati”, esponendo i pezzi
più interessanti delle collezioni
scientifiche dell’ateneo, ma allo scoccare
dell’anno nuovo si è passati a “Maestri,
insegnamenti e libri”, una vera e propria
indagine bibliografica sui primi quattro
secoli di storia dell’antica istituzione.
Appena conclusa, la mostra lascia in dote
al presente uno splendido catalogo con
alcune riproduzioni di antichi manoscritti,
grandi tomi e codici miniati – con relativi
dottissimi saggi – dedicati all’iconografia
del “maestro” e del libro come somma
forma di insegnamento. E ancora, i testi
più prestigiosi prodotti dall’antico ateneo.
Carla Frova, Ferdinando Treggiari,
Maria Alessandra Panzanelli Fratoni (a
cura di), Maestri, insegnamenti e libri
a Perugia, Skira, Milano 2008,
pp.262, ¤45,00
L’OPERA PRIMA: UN’AFFASCINANTE VAMPIRE-STORY
PRAGHESE SULLE TRACCE DI UN DIABOLICO LIBRO
ata in provincia
di Firentze solo
22 anni fa,
Alessandra Raddi è da
sempre lettrice di horror
e fantasy. Ora varca la
barricata con questo suo
“Il libro che non voleva
morire” (Sarnus, Firenze
2009, pp.228, ¤12,00),
un romanzo che dice di
aver tenuto nel cassetto
fin dall’età di 16 anni.
Sua anche l’illustrazione
di copertina.
N
Il tutto si svolge in una
Praga (misteriosa come
le compete, ma invasa
dai turisti) la cui calma
è rotta da un’inquietante
scia di delitti che sembra
ricondurre a un malefico
volume “sfuggito alla
sua prigione” per mano
di Goran, un sanguinario
vampiro boemo. Sui loro
passi, un’altra vampira,
Mina, e i suoi cugini,
Francis e Alice, esperti di
paranormale, aiutati poi
da Dimitri, goffo ladro a
tempo perso. Peripezie,
agguati e disavventure si
susseguono, guidandoci
attraverso l’intera città.
Abbiamo un latte per ognuno di voi.
Parmalat ha dedicato al latte tanta energia, migliorandolo con l’esperienza
ed il lavoro. E per dare a ciascuno di noi la possibilità di scegliere, ne ha
creato uno per ogni esigenza, mantenendolo sicuro, garantito, di assoluta
qualità e fiducia. Esaudendo i gusti e le necessità di tutti.
Nutre la vita.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
DOVE I VOLUMI
SONO DI CASA
31
MUSEO BODONIANO,
PARMA, PALAZZO DELLA PILOTTA,
STRADA DELLA PILOTTA 3
INFO: TEL. 0521/220411-449
E-MAIL: [email protected]
WWW.MB-MUSEOBODONIANO.IT
I musei del libro e le
biblioteche più belle
di matteo tosi
IN CENTRO A PARMA,
NEL TEMPIO DI BODONI,
LA CARTA E LE SUE STORIE
SI FANNO “ESPOSIZIONI”
onostante l’alto livello
di eccellenza scientifica raggiunta
dal centro espositivo dell’Istituto
centrale di patologia del libro, gestito
a Roma dal Ministero dei Beni culturali,
e nonostante l’incredibile proliferare
di biblioteche anche straordinarie
e raffinatissime lungo tutto lo Stivale,
in Italia sembra mancare ancora quella
cultura del libro come oggetto
da mostrare in tutto il suo splendore,
anche solo per la gioia degli occhi altrui.
L’unico vero caso di un “museo
del libro” italiano in grado di competere
con quelli sorti già da qualche lustro
tra Germania, Francia e Gran Bretagna,
infatti, si appoggia all’omaggio che Parma
e la sua Biblioteca Palatina dedicano
all’opera celebratissima di Gaimbattista
Bodoni, il grande tipografo, stampatore
ed editore piemontese che nel 1768
giunse nella “Città dorata”, su invito del
Duca, come responsabile della Stamperia
reale. E che, da qui, conquistò il mondo
delle lettere e delle arti calcografiche
legando il proprio nome all’invenzione
di un nuovo stile di caratteri da stampa,
presto definito neoclassico, e all’ideazione
di un canone d’impaginazione rinnovato
e interamente ispirato a una sobrietà
grafica fatta di grazie dritte e molto fini,
accompagnate da vasto bianco ai margini
così come negli spazi e negli interlinea.
N
Il museo parmense ripercorre
quindi le tappe della vita e delle opere
di Bodoni, analizzandone l’attività insieme
alla storia tutta del manoscritto e della
stampa, della scrittura in genere
e dei caratteri tipografici nello specifico.
Circa un migliaio sono le edizioni
bodoniane di proprietà del museo (ossia
i tre quarti dell’intera produzione “tirata”
dal maestro e poi dalla sua vedova),
un patrimonio unico, ulteriormente
impreziosito dalla quasi totalità dei suoi
strumenti “tipografico-fusori”: un’infinità
di punteruoli, lame, spatole e pinze
per l’incisione dei singoli caratteri,
cinquanta forme per fusione, oltre 35mila
punzoni individuali e quasi 45mila matrici
oltre a un torchio ligneo ricostruito
nel 1940 su modello dell’originale.
Il meglio di questa sterminata
raccolta è esposto su una teoria di vecchi
mobili-libreria e, soprattutto, in una serie
di semplici vetrine che raccolgono
i grandi capolavori editi da Giambattista
Bodoni, quasi tutti nelle loro tradizionali
legature editoriali in carta color ocra
e molti con le pagine interne stampate
su quel papier vélin caro ai francesi
per candore e morbidezza al tatto. Qualità
qui sublimate dal grande formato e dalla
“corposità” scelta per fermare i testi
fondanti la cultura europea, daOmero
ai maggiori poeti latini e da Dante e Tasso
a Racine e La Fontaine.
Tornando a parlare di Francia, poi,
da sottolineare che il museo parmense,
oltre alle suddette perle del “suo”
maestro, conserva anche una notevole
quantità di volumi stampati dalla famiglia
parigina dei Didot, colleghi e “rivali”
di Bodoni, come si evince dagli elogi e dai
reciproci “rimbrotti” scoperti in un raro
carteggio anch’esso in mostra.
Ma se questo, in sintesi, è il ritratto
della migliore “arte del libro” europea
a cavallo dell’Ottocento, il museo
conserva anche una serie di manoscritti e
codici di età medievale, e una selezione di
veri e propri capolavori tipografici
“composti” lungo cinque secoli, anch’essi
provenienti dalla biblioteca personale del
duca di Parma, come la collezione esposta
di trattati sulla scrittura.
Il busto bronzeo di Giambattista
Bodoni (opera di Carlo Corvi) e una
teca di punzoni da stampa
LE COSE SUCCEDONO.
QUEL CHE CONTA
È AVERE
LE IDEE CHIARE
Sostieni le tue idee,
abbonati a
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maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
ASTE LIBRARIE
Maggio e poi giugno
incanto per incanto
di annette popel pozzo
IL 10 MAGGIO, MILANO
Mostra mercato - “Vecchi libri in
piazza”. Mostra mercato di libri antichi,
vecchi ed esauriti Info: tel. 02/804607
IL 12 MAGGIO, PARIGI
Asta - “Livres Anciens et Modernes”.
Info: www.piasa.fr
IL 30 APRILE, PARIGI
IL 13 MAGGIO, PARIGI
Asta - “Estampes Anciennes
et Modernes”. Si segnala Gravures
di Marino Marini (1970, 23 tavole), uno
di 65 esemplari su carta vélin de Rives.
Info: www.piasa.fr
Asta - “Livres et souvenirs historiques”.
Info: www.beaussant-lefevre.com
DAL 1° AL 3 MAGGIO,
BOLOGNA
Mostra mercato - “Antiche pagine” –
XV Mostra mercato del libro e della
stampa antica e del ‘900 da Collezione
Info: www.antichepagine.com
DAL 4 AL 6 MAGGIO,
MONACO DI BAVIERA
Asta - All’incanto, una biblioteca di
un castello della Germania del Sud e
la Chronica mundi di Schedel
in una edizione latina e tedesca.
Info: www.hartung-hartung.com
DAL 6 ALL’8 MAGGIO,
MONACO DI BAVIERA
Asta - All’incanto numerosi incunaboli,
fra cui una Biblia latina rubricata
(Strasburgo, Rusch, 1480, 4 volumi) e
una copia delle Decretales di Gregorio IX
miniata (Magonza, Schöffer, 1473).
Info: www.zisska.de
IL 7 MAGGIO, LONDRA
Asta - Da segnalare, Peintures de vases
antiques vulgairement appelés étrusques
di Aubin Louis Millin de Grandmaison
(Parigi, Didot, 1808-1810, prima ed.) e
una rara prima edizione in arabo degli
Elementi di Euclide, (Roma, 1594)
Info: www.sothebys.com
IL 14 MAGGIO, PARIGI
Asta - “Antique and Modern Books”.
Info: www.artcurial.com
IL 14 MAGGIO, LONDRA
Asta - “Important books and manuscripts”.
Info: www.bloomsburyauctions.com
DAL 14 AL 18 MAGGIO,
TORINO
Fiera - “Libri Antichi e Rari” - XXII Fiera
Internazionale del Libro di Torino
Info: www.fieralibro.it
IL 15 MAGGIO, PARIGI
Asta - “An Amateur’s Library”.
Info: www.artcurial.com
33
IL 18 E 19 MAGGIO,
AMBURGO
Asta - “Wertvolle Bücher mit Maritime
und Norddeutsche Kunst”. Da segnalare,
De istoria stirpium di Leonhart Fuchs
(1542, prima ed. latina), ma anche
Over de voorteeling en wonderbaerlyke
veranderingen der Surinaamschen
insecten di Maria Sibylla Merian (1730,
256 tavole incise).
Info: www.kettererkunst.de
IL 19 MAGGIO, OXFORD
Asta - “Printed Books and Maps”.
Info: www.bonhams.com
IL 19 E 20 MAGGIO,
AMBURGO
Asta - “Wertvolle Bücher
und Autographen”.
Info: www.hauswedell-nolte.de
IL 28 MAGGIO, LONDRA
Asta - “Vintage posters and printed books”.
Info: www.bloomsburyauctions.com
IL 28 MAGGIO, PARIGI
Asta - “Livres Anciens et Modernes”.
Info: www.alde.fr
IL 29 MAGGIO, PARIGI
Asta - “Livres Anciens et Modernes”.
Info: www.lafon.auction.fr/cp/lafon/
IL 1° GIUGNO, LONDRA
Asta - “Fine printed books et manuscripts
including the Works of Charles Dickens”.
Info: www.christies.com
IL 3 GIUGNO, LONDRA
Asta - “Valuable Printed Books and
Manuscripts, including Fine Plate books
from an Historic Continental Library”.
Info: www.christies.com
IL 3 GIUGNO, PARIGI
Asta - “Prints and Illustrated Books”.
Info: www.artcurial.com
34
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
ANDANDO PER MOSTRE
Quando la stampa si fa d’arte
e quando l’arte guarda ai libri
di matteo tosi
LE “FORME” DEL SOL LEVANTE
PER MANO DI UN SAMURAI
ogli sciolti a stampa, illustrati con
le vedute dei luoghi (“umani” e
naturali) fondanti la cultura
nipponica o le meraviglie della flora e
della fauna di tutto il mondo, e loro
raccolte sotto forma di preziosissimi
album, quasi dei veri e propri “atlanti”
del Sol Levante: ecco la raffinatissima
prodizione incisoria che ha regalato
fama subitanea e immortale a un
giovane samurai di basso rango che,
per coltivare il proprio talento nell’arte
del disegno, ha abbandonato tutto,
compreso l’incarico di comandante dei
vigili del fuoco lasciatogli in eredità
dal padre, precocemente scomparso.
F
Hiroshige fu il nome assegnatogli
dal maestro Utagawa Toyohiro, il primo
che lo prese a bottega e ne comprese il
talento, ed è con questo nome che si
presentò al “suo” Giappone quasi 200
anni fa e che, già prima dell’avvento del
Novecento, fu chiamato lui stesso
“maestro” anche al di fuori della sua
terra, a partire dalla nostra Europa.
Dove Vincent van Gogh e diversi altri
impressionisti esercitavano la sensibilità
della loro pittura en plein air, copiando
alcuni dei suoi splendidi paesaggi.
Vedute e panorami che divennero
il fulcro portante dell’opera di Hiroshige
fin quasi da subito, giusto il tempo
di prendere confidenza con i ferri
del mestiere ritraendo attori di teatro
kabuki, guerrieri del passato e belle
donne per i clienti del suo maestro, e
appena dopo essere rimasto folgorato
dalle Trentasei vedute del monte Fuji
dipinte nel 1830 dal già celebratissimo
Hokusai, che poi diverrà suo rivale.
Già l’anno seguente, infatti,
di ritorno da un viaggio che lo portò
dalla sua Edo (Tokyo) a Miyako (Kyoto),
per scortare i cavalli consacrati che lo
Shogun donava all’Imperatore,
Hiroshige inaugurò la propria vena
naturalistica con alcune serie che presto
furono veri e propri successi editoriali,
stampati a più riprese per venire
incontro alla voglia dei giapponesi di
scoprire il loro splendido Paese: una
dedicata ai Luoghi celebri della Capitale
Orientale, una alle Otto vedute di luoghi
celebri di Edo, e ancora Le cinquantatré
stazioni di posta del Tokaido, solo alcuni
dei 200 capolavori che oggi sono a
Roma, in arrivo dall’Honolulu Academy
of Arts, sede della splendida collezione
di oltre tremila fogli a stampa del
maestro nipponico che appartenne
allo scrittore James Michener.
HIROSHIGE.
IL MAESTRO DELLA NATURA
ROMA, MUSEO FONDAZIONE ROMA,
FINO AL 7 GIUGNO – INFO: 899/666805
WWW.FONDAZIONEROMA.IT
CATALOGO: SKIRA
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
CARTE, CODICI E MESSALI
DELL’ETIOPIA CRISTIANA
igra sum sed formosa, sono
scura ma bella, dice di sé una
Sposa nel Cantico dei Cantici.
Bibbia, Vangeli, Corano e anche il Kebra
nagast – il “poema nazionale” etiopico –
sembrano concordare sul fatto che
quella donna sia la regina di Saba e il
suo sposo il saggio Salomone, facendo
discendere dall’incontro tra la sovrana
africana e il leggendario Re d'Israele
addirittura la casa reale etiope.
Di certo è impossibile liberare
la storia dalla leggenda, ma non si può
negare la millenaria esistenza di un
impero cristiano a sud dell'Egitto e del
N
35
PUBBLICAZIONI D’EPOCA RIVISTE DA UN GIOVANE PITTORE
ittore giovanissimo
di madre inglese e
padre greco, Thomas Gillespie approda a
Firenze per la sua prima
personale (Poggiali e Forconi, dal 17 maggio al 21
luglio; tel. 055/287748)
dopo essersi fatto notare
sia ad ArtFirst sia a MiArt.
Alle grandi tele di scorci
P
urbani e pompe di benzina, questa volta affianca
20 curiose tecniche miste
eseguite sulle pagine di
alcuni libri d’epoca, rielaborandone le rasserenanti
illustrazioni con incursioni che turbano l’immagine di quell’Occidente ideale, così tipico dei Ladybird books degli anni ’60.
Sudan, un regno che a partire dal 1270
ebbe anche una sua nuova Gerusalemme
nella città di Lâlibalâ, un vero e proprio
capolavoro di architettura rupestre, con
undici grandi edifici scavati nella roccia
di tufo e collegati fra loro da cunicoli.
Proprio Lâlibalâ, grazie a nove
splendide acqueforti che il trevigiano
Lino Bianchi Barriviera incise dopo il suo
viaggio africano del 1938-39, apre la
sensazionale mostra veneziana (Ca’
Foscari, fino al 10 maggio, info: tel. 041/
TUTTO IL FASCINO E L’INQUIETUDINE DI FRANCISCO GOYA,
MAESTRO DELL’INCISIONE NELLE TERRE DEI BORBONE
a Galleria Civica d’Arte di Cava de’ Tirreni
ha da poco inaugurato il suo 2009 con Il segno di
Goya (fino al 6 settembre;
tel. 089/682303), una mostra di rara intensità che riunisce ben ottanta incisioni appartenenti al ciclo “I
disastri della Guerra”. Una
prova inconfutabile della
maestrìa tecnica del genio
spagnolo che, ultrasessantenne, recuperò il maggior
numero possibile di lastre
L
per gridare la sua condanna di ogni guerra, strumento che egli considerava l’epilogo della follia umana.
Le truppe napoleoniche che invadono la sua
Spagna sono qui metafora
di ogni aggressione e dell’indifferenza dei “grandi”
verso la popolazione civile,
sempre vittima di contrasti
che poco le interessano.
Precisi rimandi storici, infatti, si sublimano e si
velano in quei continui ri-
corsi al fantastico e al deforme che sono la cifra distintiva dell’arte di Goya,
sia grafica sia pittorica.
2346947) che da quel verso del Cantico
prende il nome e che racconta “sacro e
bellezza dell’Etiopia cristiana” attraverso
ottocento anni di arte e spiritualità,
sublimate da mitiche leggende
e racconti ufficiali.
Come quello del pittore Nikolaus
Brancaleon, detto Mercurio, che, proprio
al servizio del Doge, sul finire del XV
secolo giunse nelle terre dell’Impero del
Leone e con le sue raffinate icone
influenzò quattro secoli di arte locale,
come dimostrano i numerosi libri
illustrati esposti nelle due sale che
chiudono la mostra, tutti coloratissimi e
fittamente istoriati.
Ma la carta, oltre al legno di
diversi dittici e pale da cerimonia, la fa
da padrona anche lungo tutto il
percorso espositivo, tra incisioni, codici
miniati e suggestivi “rotoli magici”
provenienti dalle più rinomate collezioni
pubbliche e private del mondo.
E in tema di capolavori non si può
non citare lo splendido “Mappamondo di
Fra Mauro (normalmente conservato
presso la Biblioteca Nazionale Marciana),
gioiello cartografico databile intorno al
1450, un quadrato di oltre due metri di
lato al cui interno è iscritto tutto il
mondo allora conosciuto, in forma
circolare e insolitamente orientato a sud,
corredato da oltre 4.000 “didascalie”.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
LIBRI DA INCONTRARE E NOBILI
PENNE CON CUI CONFRONTARSI
Una serie di grandi letture attoriali a Roma,
un tour di poesia contemporanea a Vicenza
di gianluca montinaro e matteo tosi
UN OMAGGIO AL DE SANCTIS
E ALLA NOSTRA LETTERATURA
l ciclo di incontri “L’eredità di
Francesco de Sanctis”, promosso
dal Ministero per i Beni e le Attività
Culturali, nasce dalla volontà
di valorizzare l’inestimabile tradizione
letteraria italiana, delle biblioteche
storiche e dell’immenso patrimonio
librario, attraverso una serie di “serateevento” che ne rivitalizzino – attraverso
linguaggi nuovi e creativi – l’importanza
culturale per il nostro Paese.
L’idea originaria del progetto,
nonché il filo conduttore sotteso
all’evento, rimanda alla Storia della
Letteratura Italiana di Francesco De
Sanctis (1817-1883), il più importante
storico e critico della nostra letteratura,
oltre che intellettuale di importanza
internazionale. Tutto nasce, infatti, da
un’iniziativa dell’erede del critico,
Francesco De Sanctis jr., che ha deciso
di mettere a disposizione della ricerca
decine di manoscritti, lettere e testi
autografi, documenti fino a oggi rimasti
inaccessibili, aprendo l’archivio personale
e la biblioteca del suo antenato.
Con la scoperta di alcuni inediti,
attraverso la rilettura delle più belle
pagine della Storia della Letteratura
Italiana, ha preso forma questo ampio
progetto che ha coinvolto un comitato
scientifico di professori, ricercatori, critici
letterari e d’arte di tutta Europa e un
comitato organizzativo di professionisti
della comunicazione culturale.
I
Grandi attori di teatro, cinema
e televisione, si stanno misurando
con i capolavori recensiti dal De Sanctis,
attraverso la formula della lettura ad alta
voce, per avvicinare il pubblico alle
pagine più belle della nostra letteratura
e raccontarne la storia. Gli autori e i testi
selezionati sono quelli a cui De Sanctis
dedica maggior rilievo: Dante, Petraca,
Machiavelli, Tasso, Alfieri e Leopardi.
Ogni evento prende forma in una
sala simbolo dell’Istituzione che ospita la
serata e ogni lettura è preceduta da una
breve illustrazione di autore e opera
in relazione alla critica desanctisiana.
I prossimi appuntamenti sono lunedì 4
maggio, alle ore 17, a Palazzo Chigi,
con Laura Morante che legge Niccolò
Machiavelli, e lunedì 11 maggio, sempre
alle ore 17, a Villa Madama, con Fabrizio
Bentivoglio che interpreta alcuni passi
di Giacomo Leopardi.
Info: www.fondazionedesanctis.it
37
DIRE POESIA. CIOÈ FARNE UNA
FESTA DEL DIRE E DELL’UDIRE
i intitola “Dire Poesia” ed è una
nuova rassegna di “Incontri
con poeti contemporanei in luoghi
d’arte” che sta attraversando Vicenza,
tentando l’ardua impresa di trasportare
il bel “canto” al di fuori e al di là della
pagina scritta per farne esperienza
collettiva, emozione condivisa.
A facilitare il tutto, diversi intermezzi
musicali affidati giovani promesse
di archi e tastiere, ma soprattutto
gli affascinanti scenari dei palazzi, delle
gallerie e dei musei (spazi molto diversi
tra loro, sia per il contesto sia per l’arte
esposta) che ospitano ciascuno dei dieci
appuntamenti in programma.
Dieci declinazioni diverse della parola
poetica secondo dieci diversi “sentire”,
ma tutti assolutamente contemporanei.
Nulla di paludato, noioso e ingessato,
quindi, ma occasioni in cui, per dirla
sempre con Mariangela Gualtieri, “la
poesia vuol diventare musica” perché “la
poesia vuole essere detta, vuole respiro,
saliva, corpo, voce. Vuole uscire dalla
polvere della pagina scritta, dalla
letterarietà dalla camera chiusa
del pensiero, sbavarsi in una bocca
che porta bene impressa la terra in cui è
nata, il pane che ha mangiato, il vino che
ha bevuto”.
Un progetto coraggioso, quindi,
che per il mese di maggio ha ancora in
serbo l’incontro con Yves Bonnefoy
(venerdì 22 alle 18, Palazzo Chiericati),
Paolo Lanaro (lunedì 25 alle 18, Palazzo
Leoni Montanari), Mariangela Gualtieri
(martedì 26 alle 18, Palazzo Leoni
Montanari) e Valerio Magrelli (mercoledì
27 alle 18, Palazzo Leoni Montanari).
Autori locali, quindi, ma anche
italiani e internazionali, vista l’intenzione
del Comune di non dare vita a un mero
festival, ma a un’occasione di “diversità”.
Info: tel. 0444/222116
S
38
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
CAPOLAVORI DA SOGNARE
Anastatiche preziose, esemplari unici
e suggestivi fac-simili da collezione
di gianluca montinaro
L’ITALIANO COME CRUSCA
COMANDA, ANCHE SU CD
ealizzando la ristampa anastatica
del celebre Vocabolario degli
Accademici della Crusca nella
prima “impressione” del 1612,
l’Accademia della Crusca fa tornare in
circolazione, nella sua corposa visibilità,
quell’opera che nella storia della lingua
italiana ha costituito un evento decisivo,
paragonabile all’apparire dei capolavori
letterari del Trecento, delle fondamentali
opere grammaticali cinquecentesche e
del romanzo manzoniano.
Racchiusa in un cofanetto,
la riproduzione del Vocabolario
degli Accademici della Crusca (fedele
anche per formato e colore della carta
e degli inchiostri) è accompagnata da un
cd-rom con la versione elettronica del
Vocabolario integralmente consultabile e
da un volume di presentazione storicolinguistica (Una lingua, una civiltà,
il «Vocabolario»), corredato da numerose
immagini, spesso inedite, provenienti
dagli archivi e dalle collezioni
dell’Accademia.
Impressionanti i numeri: 25.056
lemmi, 299 opere citate, 62.870 citazioni
(cifre eccezionali per quell’epoca, se si
pensa che un vocabolario monovolume
dell’italiano oggi conta 80.000 lemmi,
comprensivi di straripante terminologia
tecnico-scientifica).
La pubblicazione, preparata in cinque
anni, mira a scopi sia scientifici sia
di alta divulgazione, perché costituisce
una fonte di conoscenze ancora da
R
esplorare, soprattutto attraverso
il mezzo elettronico. Mentre per la
scelta dei materiali e la cura con cui è
stata realizzata, l’opera si rivolge anche
agli appassionati delle edizioni di pregio.
Attorno al 1590, gli Accademici
della Crusca, ispirati dal filologo e
linguista Leonardo Salviati, concepirono
il progetto di uno strumento che,
in un’Italia smembrata tra le potenze
europee e priva di un vero centro
politico, nonché linguistico-culturale,
unificatore, normalizzasse l’uso della
lingua; definirono così un modello
linguistico basato sui testi del Trecento
fiorentino, considerato il secolo d’oro
della lingua per i grandi capolavori di
Dante, Petrarca e Boccaccio,
DE BATINES E IL SUO DANTE
Personaggio dai diversi interessi,
il visconte Colomb de Batines
visse assediato da guai finanziari
e giudiziari, cui si sottrasse con
vari “esili”. Nel 1844 è a Firenze
e si dedica a una Bibliografia
dantesca ossia catalogo delle
edizioni, traduzioni, manoscritti
e commenti della Commedia e
delle opere minori (Prato, 1845),
opera rarissima (500 copie e una
per il Granduca di Toscana) che
Salerno Editrice riedita in 2 tomi
più uno con l’Indice generale e
le Giunte e correzioni, una
postfazione di Stefano Zamponi
e un Indice dei manoscritti
(Roma 2009, pp. 1808, ¤260).
ma ampliarono il canone ai testi di vari
autori successivi anche non toscani.
Nel 1612, dopo anni di intensa
preparazione, vide la luce il Vocabolario,
stampato a Venezia sotto la guida
dell’Accademico segretario Bastiano
de’ Rossi, per i tipi di Giovanni Alberti.
Il Vocabolario degli Accademici
della Crusca non occupa solo un posto
primario nella storia dell’italiano, ma
segnò anche un traguardo nella scienza
lessicografica e nella coscienza
linguistica degli altri popoli, divenendo
capostipite dei grandi dizionari europei.
Ampliato nelle successive edizioni
(1623; 1691; 1729-38; 1863-1923,
incompleta), il blasonato Vocabolario
fu modello e riferimento insostituibile,
e dichiarato, per il Dictionnaire
de l’Académie Françoise (1694),
il Diccionario de la lengua castellana,
della Real Academia Española (17261739) e più tardi per il Dictionary of the
English Language di Samuel Johnson
(1786) e il Deutsches Wörterbuch
dei fratelli Grimm (1° vol. 1854).
Vocabolario degli Accademici della
Crusca 1612 (con volume di
commento e cd-rom), Castelseprio,
Era edizioni, 2008, 590 euro.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
L’ERBARIO CINQUECENTESCO
CHE REINVENTÒ LA BOTANICA
Pochi libri sono affascinanti come
gli erbari, titanici (e fallimentari) monumenti alla furia catalogatoria degli uomini.
Uno fra i più belli è il De Historia Stirpium di
Leonhart Fuchs, pubblicato a Basilea dall’Officina Isingriniana nel 1542, di cui ora la
Aboca Museum presenta una magnifica
anastatica. Il volume, rilegato con una copertina in cartone fasciato in similpelle, si
presenta in un cofanetto rigido stampato
in oro con disegni in rilievo a secco.
LA “LEGENDA MAIOR” IN UN
FACSIMILE DI GRANDE PREGIO
Correva l’anno 1209, e il 16 aprile
Papa Innocenzo III approvò la regula
vitae, adottata (fino a quel momento,
come di prassi, ad experimentum)
dai poveri frati raccolti attorno
a sé da Giovanni di Pietro di Bernardone
(1181 ca.-1226), in religione Francesco,
frate mendicante di Assisi. Ne sarebbe
39
Corredato da un esauriente fascicolo introduttivo
sulla vita e sull’opera dell’autore, il De Historia Stirpium è
l’erbario più completo e innovativo della scuola botanica
tedesca, in quanto contiene
un’approfondita descrizione
delle piante medicinali con un
nuovo taglio scientifico: ogni scheda è seguita dalle nomenclature, dalla descrizione dell’aspetto, dal luogo di origine, e soprattutto dalle virtù curative di ogni erba,
con continui rimandi a Galeno e Ippocrate.
Il testo in latino è corredato da 517 tavole xilografiche (stampate con incisioni su
legno) colorate ad acquarello.
Dal punto di vista fitografico,
viene privilegiato l’aspetto
generale della pianta con radici, steli, foglie, fiori e frutti al
fine di permettere una più sicura identificazione della stessa.
immediatamente nato un grande ordine
predicatore ed evangelizzatore,
da subito impegnato outremer e oltre
la Manica a portare la buona novella
e la carità di Cristo Signore. E ne
sarebbe persino sorta l’Italia, l’Italia
autentica, se è vero com’è vero che
da Francesco origina il vernacolo italico,
che dalla soave e cenciosa compagnia
del santo stigmatizzato e canonizzato
a tempo record (e appunto creato,
ai tempi nostri, patrono d’Italia) sgorga
una nostra prima “letteratura
nazionale”, che in ambito francescano
sorse persino un teatro distintamente
italico.
Ebbene, per celebrare
e sottolineare questo importante
anniversario, di valore mondiale
a tutto gustosamente italiano, l’editore
fiorentino Vallecchi (non nuovo
a raffinate operazioni di alto valore
culturale) offre agli amatori il facsimile
del Codice Vittorio Emanuele 411,
conservato nella Biblioteca Nazionale
Centrale di Roma, il quale, risalente
al secolo XIV, contiene il testo della
Legenda maior sancti Francisci.
Scritta circa un secolo dopo la morte
del santo di Assisi da un altro santo,
Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-
1274), su commissione dell’Ordine
dei frati minori e approvata dal suo
Capitolo generale a Pisa nel 1263,
La Legenda maior è la biografia di san
Francesco nella sua versione più fulgida
e famosa, ma anche l’occasione per un
elogio della santità quale dimensione
ultima e piena della condizione umana.
Ora, la versione tramandata dal “Vittorio
Emanuele 411” è una vera rarità giacché
propone la Legenda (scritta in littera
textualis) nella versione completa,
ma soprattutto arricchita da capolettera
e da miniature su fondo oro (illustranti
la vita di Francesco) come poco
frequentemente avviene per le redazioni
coeve del testo. A un santo scritto
contenutisticamente così importante
ed esteticamente tanto bello, l’edizione
facsimile rende oggi giustizia perfetta.
(Marco Respinti)
Fuchs Leonhart, De Historia Stirpium,
Sansepolcro, Aboca Museum, 2008,
pp.928, 480 euro
San Francesco, Legenda maior,
Vallecchi, Firenze 2009, pp.188,
25 x 34,5 cm, stampa su carta
pergamenata e applicazioni in oro
a caldo antichizzato, legatura
artigianale in pelle con impressioni
in nero e in oro, cofanetto rivestito
in carta marmorizzata, tiratura
di 980 esemplari numerati
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
41
CHICCHE IN COLLEZIONE
Che farò senza Euridice?
Musica e teatro in una delle primissime edizioni bodoniane
di Chiara Bonfatti
Gluck, Christoph Willibald; Frugoni, Carlo Innocenzo; Calzabigi, Ranieri de, Le feste d’Apollo, celebrate sul
teatro di corte nell’agosto del 1769 per le
auguste seguite nozze tra il Reale Infante
Don Ferdinando e la R. arciduchessa Infanta Maria Amalia. Parma, Stamperia Reale; Giambattista Bodoni, 1769
In 4to; 15, [1], 20, 27, [1], 28 p.
Antiporta e 4 tavole calcografiche all’inizio di ogni atto, incisioni di Jean
Charles Baquoy e Isidor Stanislas
Helman su disegni di Pietro Antonio
Martini. Vignetta calcografica al
frontespizio, 4 vignette, una testatina e 3 culs-de-lamp calcografici.
raziosa edizione, una delle
prime bodoniane, composta di quattro atti teatrali,
ciascuno con la propria paginazione:
Le feste d’Apollo. Prologo; Atto di Bauci,
e Filemone; Atto d’Aristeo; Atto d’Orfeo. Il piano di quest’opera era stato
ideato da Carlo Innocenzo Frugoni
e prevedeva tre atti di poeti diversi:
Bauci e Filemone di G.M. Pagnini,
Aristeo di G. Pezzana, Orfeo di Ranieri de’ Calzabigi. Frugoni, che aveva
scritto solo i versi del Prologo, morì a
fine 1768, ma il lavoro fu portato a
termine. Le partiture furono allestite in grande fretta, cosicché circa la
metà dei numeri musicali delle Feste
d’Apollo deriva da opere di Gluck già
rappresentate. La musica si deve a
Christoph Willibald Gluck, operista
e primo grande classicista.
G
Una rappresentazione di grande interesse anche per la storia della
musica, collocandosi tra la prima e la
seconda versione d’una delle più celebri opere in assoluto, ovvero Orfeo
e Euridice. L’Atto di Orfeo è infatti la
prima realizzazione italiana, se pur
rimaneggiata. Orfeo ed Euridice (libretto di Ranieri de’ Calzabigi) si vide per la prima volta a Vienna nel
1761, quando Calzabigi fu spinto a
lavorare con Gluck dal conte Giacomo Durazzo, Direttore generale degli spettacoli della corte imperiale.
Quando l’Orfeo arrivò a Parma
nell’estate del 1769, diventò parte
del trittico Le feste d’Apollo, su testo di
Carlo Innocenzo Frugoni, allestito
da Gluck per celebrare le nozze del
duca Ferdinando con la figlia di Maria Teresa d’Austria. Nella terza parte della festa, l’Atto d’Orfeo originale
fu eseguito senza intervalli e con la
parte del protagonista riscritta per
un soprano castrato, Giuseppe Millico, che fu anche Anfrisio nel Prologo.
Poi l’opera approdò a Londra (con
aggiunte di J.C. Bach e Pietro Guglielmi), Bologna, Firenze, Napoli.
Nell’Avvertimento si rivela: “Si
è creduto che la separazione degli
Atti, oltre il lasciar luogo alla Corte
d’abbreviare a suo talento lo spettacolo... potesse anche tentar variamente l’indole fantastica della Poesia, della Musica, e della Pittura... Si
seppe appena che l’Atto d’Orfeo, applaudito, anni sono, sul Teatro Imperiale di Vienna, avrebbe incontrato sul nostro l’aggradimento dell’Augusta Persona, a cui queste Feste
sono sacre in gran parte”.
L’Avvertimento è seguito da indicazioni inerenti la musica, le mutazioni di scene, gli inventori delle scene, i balli, i cori e gli abiti. Le scenografie furono affidate ai fratelli Galliari e al parmigiano Francesco Grassi, architetto, ingegnere teatrale e accademico professore di Prospettiva
della Real Accademia di Belle Arti di
Parma. Direttore dei balli fu Giuseppe Bianchi e i balli erano eseguiti da
32 attori e attrici di cui 24 figuranti. I
cori venivano eseguiti a loro volta da
24 attori e attrici cantanti. Gli abiti
furono realizzati da Giovanni Betti.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
Il nuovo atteso “ospite” della nostra Biblioteca
Signore e signori,
Curzio Malaparte è qui
un fondo di scritti e carteggi tutti da scoprire
di Matteo Noja
archivio di Curzio Malaparte (al secolo
Kurt Erich Suckert, 1898-1957) è arrivato alla
Biblioteca di via Senato. La Biblioteca lo ha acquistato direttamente dagli eredi, rappresentati dal nipote, l’avvocato Niccolò Rositani Suckert.
Si tratta di un archivio corposo, ricco di circa 300
faldoni di documenti: manoscritti, dattiloscritti, copie
di articoli di giornali, recensioni, corrispondenza, molte fotografie e, infine, documenti personali e familiari.
È ancora presto per poter dire cosa contengono
effettivamente tutti i faldoni: ancora non abbiamo potuto fare una ricognizione completa. Sicuramente vi
sono alcuni inediti, alcune versioni di scritti conosciuti
con ripensamenti e correzioni, e abbozzi mai finiti, soprattutto di opere teatrali cominciate e poi lasciate perdere perché agli occhi dello scrittore superate.
L’
Vi sono le poesie scritte ad Avignone, quando appena sedicenne
scappò dal Liceo Cicognini di Prato
(lo stesso dove studiò anche d’Annunzio) e si arruolò volontario nelle
brigate Garibaldi, prima di partire
ufficialmente come soldato, l’anno
seguente. E altri scritti dal fronte sono ancora nei quaderni originali,
usati forse sul fronte francese, sulle
Ardenne, quando al comando di una
squadra di lanciafiamme sostenne
numerosi assalti austriaci e fu insignito della medaglia di bronzo italiana e di quella d’honneur francese
(in quella sanguinosa battaglia, dove morirono numerosissimi italiani, si espose alle esalazioni di iprite che
ne condizioneranno la salute per tutta la vita).
Vi sono raccolti gli articoli di quando collaborava
alle riviste di Maccari, o del poco noto giornale da lui
fondato, “La Conquista dello Stato”, o del periodo in
cui, ancora giovane, nel 1929 divene direttore della
“Stampa” di Torino.
Vi sono i documenti del suo confino a Lipari,
compresi i testi letterari che andava abbozzando. Vi sono le pagine di un diario, il Libro segreto, nel quale annotava pensieri e impressioni durante le sue missioni all’estero all’inizio della Seconda guerra mondiale.
La parte che più si nota, a un primo e superficiale
esame, è però quella della corrispondenza. Per comodità andrebbe divisa in due grossi gruppi: uno relativo alle
lettere ricevute come direttore della “Stampa” e poi come editorialista di “Tempo” e l’altro relativo invece a
lettere di amici, conoscenti, editori e
scrittori ricevute in quasi cinquant’anni di attività intellettuale.
Il primo gruppo, molto consistente, rispecchia la società italiana
di due momenti ben precisi – gli anni
Trenta di quando dirige il quotidiano torinese e gli anni Cinquanta di
quando “battibecca” sulle colonne
del rotocalco allora molto in voga –
fornendo due ritratti che paiono distanti anni luce tra di loro e che restituiscono un’immagine del tutto ine-
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
dita del nostro Paese, oltre che indicare il gradimento
che ebbe sempre, come pensatore e come giornalista
presso i suoi lettori.
Il secondo gruppo, altrettanto cospicuo, ci testimonia la posizione centrale di Malaparte nel mondo intellettuale e culturale di allora. Un fiume di lettere che
accompagna la sua carriera politica e culturale: pochissimi sono gli uomini politici, industriali e di cultura che
si sono sottratti alla sua amicizia o al suo fascino.
Ciò che si è potuto intravedere è solamente la punta di un iceberg che, crediamo, permetterà di valorizzare
pienamente lo scrittore e il politico, potendo valutare le
sue presunte contraddizioni come adeguamenti ai mutamenti storici e sociali di cui fu testimone partecipe.
Desta commozione lo scambio con Piero Gobetti, la stima e l’ironia che pervade le lettere tra i due, pure
su barricate intellettuali e politiche del tutto opposte:
talmente grande era il rispetto tra i due che faceva passare in secondo piano tutte le loro diversità. Letto con
gli occhi di oggi questo scambio epistolare ci restituisce
due giganti della nostra cultura, al cui cospetto molti
intellettuali odierni scomparirebbero.
Interessanti sono anche le numerosissime lettere
che intercorrono tra lui e Prezzolini, scritte in un periodo particolare per quest’ultimo, quando, dopo essere divenuto segretario di un istituto culturale della Società delle Nazioni a Parigi, si trasferì negli Stati Uniti
alla Columbia University di New York.
Infine tra quei pochi carteggi che a oggi abbiamo
potuto sorvolare, ci preme ricordare quello con Daria
Guarnati, ideatrice della bella rivista “Aria d’Italia”, di
cui parliamo nel Sedicesimo di questo numero, e della
casa editrice che stamperà le opere di Malaparte negli
anni Cinquanta. È un epistolario affettuoso, in cui la
raffinata e colta editrice sembra farsi condurre per mano nelle opere dello scrittore-amico, frequentatore come lei di molti pittori e collaboratore della rivista, chiedendogli conto di ogni cambiamento o ripensamento,
delle parole che non capiva, del senso di alcuni brani
che non le parevano chiari. Ma non è la sola editrice che
dialoga assiduamente con lui: cospicui sono gli epistolari con Vallecchi, Bompiani, Mondadori per non parlare dei suoi editori stranieri, soprattutto francesi, che
finirono per diventare suoi amici prima ancora che
stampatori dei suoi lavori.
Un insolito Malaparte ciclista e fotografo (nell’altra pagina)
Il lavoro di sistemazione e di una prima catalogazione si annuncia lungo e non dei più facili, anche se sicuramente agevolato dal grande lavoro effettuato una
ventina d’anni fa dalla sorella di Malaparte, Edda Suckert Ronchi.
L’obiettivo è quello di mettere in rete la maggior
parte dell’archivio in un tempo abbastanza breve onde
poter valorizzare al più presto la figura di questo straordinario intellettuale a tutto tondo, tipicamente italiano
e al tempo stesso prepotentemente internazionale: uomo politico, scrittore, giornalista, fotografo, designer e
architetto, regista teatrale e cinematografico, fine conoscitore delle arti e degli artisti. E quindi, testimone
privilegiato di un mondo in eterno divenire.
44
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
I libri illustrati
QUANDO LA PAROLA
PASSA ALLE FIGURE
Due secoli di grafica d’autore in oltre duemila volumi
di Chiara Nicolini
a collezione di libri illustrati della Biblioteca di via
Senato raccoglie tesori di ogni
epoca, soprattutto in italiano e in
francese. Ho avuto la fortuna di catalogare quelli pubblicati dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, all’incirca 2000 titoli, alcuni dei quali
decisamente importanti nella storia
dell’illustrazione. Selezionarne poco
più di una decina per dare un assaggio
di ciò che la collezione custodisce è
stata un’impresa, anche perché molti
volumi hanno legature pregiate e
quindi non si prestano a essere “spalancati” per scannerizzarne o fotografarne le immagini.
I livres d’artiste pubblicati dall’antiquario e collezionista d’arte Ambrose Vollard (1867-1939) tra il 1895 e
l’anno della sua morte (27 in tutto, più altri 24 che erano
in preparazione) sono tra i libri più celebrati del XX secolo. Vollard inaugurò la moda francese delle edizioni sontuose a tiratura limitata illustrate da famosi artisti: così
Parallelement di Verlaine (1900), decorato dalle morbide
litografie rosate di Pierre Bonnard. Forse troppo all’avanguardia, né Parallelement né i libri che Vollard pubblicò poco dopo sembrarono suscitare l’interesse di bibliofili e collezionisti. Tuttavia egli continuò a commissionare
illustrazioni a grandi pittori dell’epoca quali Chagall e Picasso (che lo ritrasse nel 1910 nel noto dipinto cubista a
lui intitolato).
Tra gli artisti che collaborarono con Vollard va ricordato Maurice Denis (1870-1945), uno dei maggiori
rappresentanti dei Nabis, gruppo simbolista che, sotto
L
l’influenza di Gauguin, sviluppò uno
stile pittorico caratterizzato da forti
colori piatti, racchiusi entro decise linee nere. Il primo libro illustrato da
Denis per Vollard fu un’edizione de
L’Imitation de Jésus-Christ (1903) limitata a 401 esemplari – il numero
“1” stampato “ad personam” per papa
Leone XIII. Per questo grande volume di 416 pagine Denis disegnò 216
illustrazioni (un’ampia testina e un finalino per ciascun capitolo) che vennero incise su legno da membri del
Syndicat des Graveurs sur Bois e im5
presse con inchiostro nero brillante.
La tonalità sfumata e quasi litografica che ne risultò si addice perfettamente alla decoratività naif e al simbolismo
delle immagini di Denis. Nella collezione della BvS figura anche l’ultimo libro illustrato da Denis, i Poèmes di
Ronsard (Paris, 1944), che contiene numerose xilografie
a colori (cornici floreali, scene pastorali, e figure monocrome ).
Un altro artista-illustratore francese che qui merita
rammentare fu Raoul Dufy (1877-1953). Dufy apparteneva al gruppo dei Fauves, noto per il potere espressivo
basato sull’uso di intensi colori puri. Le 30 xilografie che
Dufy creò per Le Bestiaire, ou Cotège D’Orphée (Paris, Deplanche, 1911) di Apollinaire sono una variante in bianco
e nero della potente espressività Fauve. Il Bestiaire è ora
considerato un capolavoro del XX secolo, ma l’edizione
originale, limitata a 122 copie, ebbe debole successo. Il libro fu comunque ristampato nel 1919 dalle Éditions de la
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sirène e nel 1956 dalle Éditions du Cap di Monte Carlo.
La BvS possiede l’edizione del 1919, un volumetto in
brossura gialla nel quale ogni pagina è quasi interamente
occupata da una xilografia e i versi di Apollinaire sono ridotti a didascalie. Le immagini di Dufy hanno un aspetto
scultoreo, effetto al quale contribuisce la forza dell’impressione sulla morbida carta delle pagine (fig.1). Molti
altri artisti francesi hanno illustrato il Bestiaire. Tavy Notton, artista prolifico ma poco conosciuto, ne pubblicò a
proprie spese una versione nel 1962. Limitata a 200 copie
stampate su fogli sciolti, questa edizione contiene 32 ampie incisioni al bulino, 8 delle quali a doppia pagina. La finissima resa di animali e piante di Notton è al tempo stesso naturalistica e decorativa (fig .2).
Un altro capolavoro letterario che ha attratto molti
illustratori è i Fleurs du Mal di Baudelaire. Oltre alla prima edizione del 1857, la BvS possiede un’edizione pubblicata a Parigi dal Cercle Grolier nel 1923, decorata da
42 acqueforti/acquetinte di Alméry Lobel-Riche (nato
nel 1880). Questa versione dei Fleurs si distingue da altre
che ho visto per il numero e la varietà delle immagini. Lobel-Riche eccelleva nel nudo femminile, uno dei suoi
soggetti preferiti , ma interpretò con grande abilità anche
poesie che non cantano donne sensuali e “maledette”, come Les Litanies de Satan (fig.3)
Tra gli illustrati della BvS vi è una sezione dedicata
alle opere pubblicate da Leon Pichon, altro
tipografo/editore francese attivo agli inizi del XX secolo.
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45
Convinto che nella composizione grafica dei libri dell’epoca fosse venuta a mancare quella unitarietà di concezione che è alla base di un prodotto editoriale esteticamente ineccepibile, Pichon fece dell’armoniosa combinazione di testo e illustrazioni il proprio obiettivo. Dal
momento che ciò è possibile solo stampando contemporaneamente il testo e le immagini, egli commissionò l’illustrazione dei suoi libri a xilografi come Charles-Émile
Carlègle (1877-1937) e René Georges Hermann-Paul
(1864-1949). Lo svizzero Carlègle contribuì a numerose
opera classiche quali Les plus jolies Roses de l’Anthologie
Grècque (1921), in cui i finalini rivelano una predilezione
per nudi stilizzati. Hermann-Paul decorò, tra l’altro,
un’edizione dei poemi di François Villons (1922) e una
della Comédie di Dante (1924). Ogni pagina del Villon reca una sezione di testo racchiusa entro uno stretto rettangolo che sembra applicato sopra la xilografia corrispondente, mentre Dante è illustrato con immagini non convenzionali (fig.4).
Albert Dubout (1905-1976) fu un illustratore francese attivo a partire dagli anni Trenta: lo apprezzo particolarmente perché le sue illustrazioni sono piene di umorismo e splendidamente colorate al pochoir. Questa tecnica, sviluppata in Francia a partire dagli inizi del Novecento, consiste nell’applicazione manuale di colori, attraverso una mascherina diversa per ciascuna tonalità, a una
stampa al tratto (cioè una stampa che riproduce in nero i
soli contorni di una illustrazione). La BvS ha una decina
di libri illustrati da Dubout, tra cui alcuni dei migliori, co-
2
3
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
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me i Contes Drolatiques di Balzac (Parigi, Gilbert Jeune,
1939), Tartarin de Tarascon (Parigi, A l’Émbème du Sécretaire, 1939), Cyrano de Bergerac (Orléans, Maurice
Rouam, 1947) con suite delle tavole, e L’Éloge de la Folie
(Pargi, Gibert Jeune, 1951). Le impertinenti immagini,
spesso caratterizzate da angolazioni sorprendenti (fig.5),
che popolano questi volumi offrono una panoramica sullo stile di Dubout e ne spiegano la costante popolarità (è
infatti uno dei pochi illustratori del passato ad avere un
ottimo sito interamente dedicato a lui, www.dubout.fr,
provvisto di bibliografia completa e illustrata).
Nella prima metà del XX secolo la moda del livre
d’artiste si diffuse anche in Italia. La monografia di Ralph
Jentsch The Artist and the Book in Twentieth Century Italy
(Allemandi, 1993) contiene un’ampia e ben illustrata visione d’insieme del soggetto. Artisti di fama internazionale come De Chirico, Massimo Campigli, e Lucio Fontana hanno contribuito a straordinarie edizioni limitate
di opere letterarie sia classiche sia moderne. La BvS possiede, tra l’altro, una copia de L’Apocalisse di De Chirico
(Milano, Edizioni della Chimera, 1941), de Il Milione di
Marco Polo con litografie di Campigli (Milano, Hoepli,
1942), e una selezione delle poesie di Ungaretti illustrate
da Fontana (Bucciarelli, 1965).
L’opera di Mino Maccari (1898-1989) include più di
2000 immagini riprodotte con ogni tipo di tecnica. Maccari iniziò nel 1924 con il periodico satirico “Il Selvaggio”,
che illustrò e diresse fino al 1942; durante la sua vita collaborò con parecchi altri periodici, prese parte a molte esposizioni e nel 1948 vinse il Premio Internazionale per l’In-
6
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cisione alla Biennale di Venezia. La BvS ha due copie di Bestie del 900 di Palazzeschi (Firenze, Vallecchi, 1951), illustrato da Maccari con 34 vividi linoleum a colori e 16 in
bianco e nero che ben si adattano alle strampalate storie di
animali antropomorfici scritte da Palazzeschi (fig.6).
Concludo con un cenno a due pubblicazioni italiane contemporanee: l’Alice nel Pese delle Meraviglie illustrata da Giovanni Grasso Fravega (Silvio Berlusconi Editore, 1993) e Api di Mario Luzi con 3 acqueforti di Walter
Valentini (San Benedetto del Tronto, Stamperia Comunale d’Arte Riviera delle Palme, 2001). Nell’Alice di Fravega ogni pagina è incorniciata da motivi floreali che l’artista utilizza anche come sfondo delle illustrazioni a piena
pagina. Alice e i vari personaggi della storia sono ritratti
in modo apparentemente realistico, ma poi si stagliano
monocromi contro fondali densamente colorati (fig.7), o
vi fluttuano sopra: è uno stilema tipico di Fravega che
conferisce al libro un’atmosfera surreale molto adeguata
al capolavoro di Carroll. Walter Valentini (1928) è un noto artista astratto contemporaneo le cui illustrazioni possiedono meravigliose qualità tattili grazie alle parti in rilievo e ai dettagli resi ruvidi dall’applicazione di oro. Caratteristica da non sottovalutare. Tra carte pregiate, legature da accarezzare, profumo di antico o di stampa fresca,
pagine che, quando sfogliate, fanno “croc” o “flap”, e
opere grafiche nascoste fra un capitolo e l’altro, i tesori di
via Senato coinvolgono molti più sensi di quanti uno possa immaginare.
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maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
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STORIE D’AZIENDA
Celebrazione griffata
Giani Stuparich in omaggio ai 75 della tipografia Smolars
di Matteo Noja
Un libro ritrovato:
L. Smolars & Nipote. 1872-1947
Trieste : [Arti Grafiche L. Smolars
& Nipote], 1947
48 p. più [11] c. di tav. : ill. ; 25 cm
Testo di Giani Stuparich.
el Fondo dei libri sulla storia delle imprese italiane
dall’Unità ai nostri giorni,
vi è una cospicua sezione dedicata ai
libri giubilari, quei libri che vengono stampati dalle aziende, in occasione di particolari eventi o importanti anniversari.
Tra questi, e tra i molti curiosi, ve n’è uno che vogliamo segnalare. Si tratta di un opuscolo grigio
legato in brossura, stampato su carta a mano; 27 riproduzioni fotografiche, nel testo e fuori, arricchiscono con sobrietà l’austera veste.
Vi si narrano i 75 anni d’attività della cartoleria e tipografia fondata nel 1872 da Lodovico Smolars
in pieno centro a Trieste, città che
in quel momento conta più di
120.000 abitanti e poco prima ha
ospitato una grande Esposizione
industriale e di belle arti: in breve
tempo l’azienda con la sua dinamica operosità diviene una vera e propria istituzione nel panorama del
commercio locale. Ancora oggi
l’insegna Smolars, all’ombra del
campanile di San Giusto, significa
N
penne stilografiche, matite, carte e
cartoline d’ogni tipo, quaderni,
diari e cartelle.
Nel 1895 la direzione dell’azienda viene assunta dal cognato di
Lodovico, Luigi Carniel, marito di
Costanza Smolars (che nel 1906 fece costruire uno dei più bei palazzi
della città, quella “casa Smolars”
dell’architetto Romeo Depaoli, suta tra via Mazzini e via Dante, notevole esempio del liberty italiano).
Col tempo, subentrano nella
direzione i figli di Luigi, Antonio,
Icio e Dante, sportivi affermati in
Italia e all’estero: scherma, canottaggio, montagna e automobilismo
li vedono protagonisti. A loro, in
seguito, si affiancha la sorella Luisa.
Nel 1947, quando si festeggiano i
settantacinque anni d’attività e viene stampata la pubblicazione, la gestione è condotta da Dante e Luisa.
Fin qui la normale descrizione di un fascicolo che illustra la storia di una ditta, come ce ne sono
tanti. Ma alla prima carta di risguardo una dedica manoscritta in
inchiostro blu, recita: «Al nostro
amico Giani con molto affettuosa
riconoscenza le prime copie uscite
dalla tipografia. Gigetta e Dante.
Trieste, ultimi ottobre 1947».
Giani è, ovviamente, Giani
Stuparich, autore del testo, da sempre amico di famiglia; Dante è il fi-
glio di Luigi e Costanza, già olimpionico di fioretto e canottaggio;
Gigetta è Luisa, sorella di Dante,
che nel 1914 sposò il grande scrittore Scipio Slataper.
Gigetta è infatti una delle “tre
amiche” – forse la più mite e gentile
– cui l’autore de Il mio Carso dedica
un corposo e amoroso epistolario,
pubblicato postumo a cura dell’amico Giani [Torino, Fratelli Buratti editori, 1931]. Le altre amiche si
chiamano Elody Oblath, la più intellettuale del trio, che diviene poi
la moglie di Giani Stuparich, e Anna Pulitzer (la prima amata, la
Gioietta del romanzo), che nel
1910 si suicida con un colpo di pistola sparato in piedi, davanti allo
specchio, “in un atto vibrante di
folle esaltazione eroica”.
A Gigetta, durante gli anni
dello studio, dei viaggi e poi dal
fronte, Slataper invierà molte appassionate lettere, compresa l’ultima del 3 dicembre 1915 che termina: «Ti do uno, due e tanti baci. Saluta e bacia i cari e saluta tutti. E il
Secondo Scipio [il figlio appena nato, n.d.r.], come sta?
P.S. Ci offriamo volontari con
Guido e Martelli. Sono sicuro che
tutto andrà bene. Un bacio a Scipio
Secondo». Di lì a poche ore cadrà
nell’azione di guerra, colpito mortalmente alla gola.
50
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
Acquisizioni recenti
Una raccolta sempre più
ricca, mese dopo mese
dalla sicilia di pagano all’europa di molinari
di Chiara Bonfatti e Giacomo Corvaglia
Alighieri, Dante; Vernon, G. J.
Warren. L’Inferno di Dante Alighieri
disposto in ordine grammaticale e corredato di brevi dichiarazioni da G. G.
Warren Lord Vernon accademico corrispondente della Crusca. Londra (Firenze), Thomas & William Boone
(T. Baracchi e figlio), 1858 – 1865.
Edizione in 3 volumi, il primo
contiene il testo con le note, la Serie
delle Ediz. pubblicate sino al 1850, il
Repertorio dei Tipografi, librai, traduttori, commentatori, ecc...; il secondo la Vita di Dante, un saggio
storico, Armi e notizie storico-araldiche delle Famiglie Toscane che
son nominate nella Commedia; il
terzo l’album di 112 tavv. con spiegazioni: Ritratti, monumenti e vedute
dei luoghi ricorrenti nel Poema.
De Rossi, Giovanni Bernardo
(1742-1831). Apparatus Hebraeo-biblicus seu mss. editique codices sacri textus quos possidet novaeque var. lectionum collationi destinat Joh. Bern. DeRossi publi. in R. Parmensi Acad. Or.
Litt. Prof. ac Theol. Facul. vice-praeses.
Parma, Stamperia reale; Giambattista Bodoni, 1782. Il De Rossi, descrivendo 413 manoscritti e 159 edizioni
del Vecchio Testamento in suo possesso, stampò a Parma. (Brooks, 213).
Muret, Marc Antoine; François de Neufchateau, Nicolas Louis.
Conseils d’un pere a son fils imités des
vers que Muret a écrtis en latin pour l’usage de son neveu par N. François (de
Neufchateau.) Parma, Giambattista
Bodoni, 1801.
Bella raccolta di 46 versi latini
di Muret, uno dei rari esempi di edizioni bodoniane in cui è usato il carattere tedesco. Ogni pagina contiene un distico latino in carattere corsivo, colla versione francese, italiana e
tedesca in carattere tondo sempre
più grande. Copia appartenuta a Ercole Viscontini, banchiere e membro
della nota famiglia milanese.
Maistre, Joseph de. Plan d’un
nouvel équilibre politique en Europe ouvrage publiée en 1798 sous le voile de l’anonyme par Joseph de Maistre[.] Nouvelle édition précédée d’une introduction
par M. R. de Chantelauze. Parigi; Lione, Charles Douniol; Girard et Josserand, 1859. Prima edizione con tale titolo e con il saggio di Régis De
Chantelauze, è la ristampa del reazionario Antidote au Congrès de Rastadt uscito anonimo a Londra [forse
Amburgo] nel 1798, per mano di De
Pradt, ma attribuito per tutto l’800 al
controrivoluzionario De Maistre.
[Manin, Daniele (1804-1857)].
Carte segrete e atti ufficiali della polizia
austriaca in Italia dal 4 giugno 1814 al
22 marzo 1848. Vol. I° [- III°]. Capolago (Torino), Tipografia Elvetica
(Tip. di Luigi Arnaldi), 1851 – 1852.
Giovio, Giovanni Battista
(1748-1814). Della vita e degli scritti
del Cav. gerosolimitano fra Carlo Castone conte della Torre di Rezzonico memorie di Giambattista Giovio socio dell’Instituto di Bologna, e delle accademie
di Parma, Mantova, S. Luca, veneta
delle Belle Arti, ed italiana. Como,
Pasquale Ostinelli, [dopo il 1802].
Condorcet, Jean Antoine Nicolas de Caritat, marquis de. Analisi
ragionata di Condorcet sopra le istituzioni politiche di Bielfeld tradotta dal
francese in italiano da Raffaele Conserva. Milano, Carlo Tamburini, [1802].
Mongitore, Antonino; Folengo, Teofilo; Licco, Gaspare; Sirillo,
Bartolo; Bonaiuto, Bernardo. Drammatiche rappresentazioni in Sicilia e
poesie di autori siciliani dal secolo XVI al
XVIII pubblicate per cura di Gioacchino
Di Marzo vol. I [- II]. Palermo, Luigi
Pedone Lauriel (Tipografia del
Giornale di Sicilia), 1876.
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
Alongi, Giuseppe (18581939). La maffia nei suoi fattori e nelle
sue manifestazioni. Studio sulle classi
pericolose della Sicilia per Alongi Giuseppe. Roma; Torino; Firenze (Torino), Fratelli Bocca (Tip. e Lit. Camilla e Bertolero), 1886 (1887).
Edizione originale molto rara
del primo saggio assoluto sulla Mafia, «eccellente e ancora valido».
1847. 1848. Al supremo Tribunale della Sagra Consulta romana di cospirazione pee la curia e fisco contro Severino del
fu Ercole De Giorgi Bertola romano di
anni 46. Vincenzo del fu Giovanni Micucci da Sinigallia di anni 53 pittore.
Giovanni del fu Vincenzo Minardi da
Faenza di anni 50 agente di affari...
Carcerati Virginio Alpi e altri contumaci. Roma, Clemente Puccinelli, 1848.
Pecchio, Giuseppe (17851835). Sino a qual punto le produzioni
scientifiche e letterarie seguano le leggi
economiche della produzione in genrale[.] Dissertazione di Giuseppe Pecchio.
Lugano, Gius. Ruggia e C., 1832.
Prima edizione. Giuseppe
Pecchio, economista e patriota esule
a Londra, è antesignano della moderna sociologia della letteratura. Si
tratta dunque del primo saggio di sociologia della letteratura apparso in
Italia nella prima metà dell’800.
Saffi, Aurelio (1819-1890).
Mazzini nel 1848. Conferenza tenuta
da Aurelio Saffi al Teatro Castelli il 15
maggio 1885. Milano, Fratellanza
Repubblicana Patria e Umanità
(Tip. Flli. Bietti e G. Minacca), 1885.
[Spannagel, Gottfried Philipp
von]. Notizia della vera libertà fiorentina considerata ne’ suoi giusti limiti, per
l’ordine de’ secoli. Con la sincera disamina, e confutazione delle scritture, e tesi,
che in varj tempi ed a’ nostri dì sono state
pubblicate per negare, ed impugnare i sovrani diritti degli augustissimi imperadori, e del Sacro romano impero, sovra la
città, e lo stato di Firenze, e il Gran ducato di Toscana. Parte I. [-III.] Milano, no
editore, 1724 – 26. Rara “prima”.
[Cuoco, Vincenzo (17701823)]. Saggio storico sulla rivoluzione
di Napoli seconda edizione con aggiunte
dell’autore. Milano, Francesco Sonzogno, 1806. Prima tiratura della seconda edizione.
Stato pontificio. Tribunale criminale supremo della Consulta.
Torraca, Michele (1840-1906).
I meridionali alla Camera. Napoli, G.
De Angelis e figlio, 1879. “Estratto
dal Bollettino Napoletano, per cura
dell’Associazione Nazionale”.
Milesi Ferretti, Antonio. Assentismo in Italia. Firenze; Prato, ufficio della «Rassegna Nazionale»;
Tip. Succ. Vestri, 1899.
Pagano, Giacomo. Le presenti
condizioni della Sicilia e i mezzi per migliorarle. Firenze, G. Barbèra, 1875.
Prima edizione.
Sismondi, Jean Charles Leonard Simonde de. Histoire de la renaissance de la liberté en Italie, de ses progrès, de sa décadence et de sa chute; par
J.C.L. Simonde de Sismondi, correspondant de l’Institut de France, de l’Académie impériale de Saint-Pétersbourg, de
l’Académie royale des Sciences de Prusse,
membre honoraire de l’Université de
Wilna, de l’Académie et de la Société des
Arts de Genève, de l’Académie italienne,
de celles des Georgofili, de Cagliari, de
Pistoia; de l’Académie romaine d’ar-
51
chéologie, et de la Société Pontiana de
Naples. Tome premier [-second]. Parigi;
Strasburgo; Londra, Jean Georges
Treuttel&J. Godefroy Wurtz (Charles Crapelet), 1832. Prima edizione.
Bonald, Louis Gabriel Ambroise, vicomte de (1754-1840). Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale ossia del potere, del ministro,
e del suddito nella società. Opera del signor visconte De Bonald, Pari di Francia. Traduzione dal francese, eseguita
sulla 2. edizione di Parigi del 1827. Per
Adriano Leclerc; riveduta dall’autore.
Napoli, Biblioteca cattolica, 1827.
Bonald, Louis Gabriel Ambroise, vicomte de. Sull’indissolubilità
del matrimonio considerata relativamente allo stato domestico e allo stato pubblico di società. Opera del Sig. Visconte de
Bonald prima traduzione dal francese.
Napoli, Biblioteca cattolica, 1827.
Scudery, Georges de (16011667). Discorsi politici de i re, del signore
di Scudery. Trasportati dal linguaggio
francese nell’italiano dal signor Girolamo Brusoni, e dedicato all’illustriss. sign.
la Signora Elena Cornara Piscopia dell’eccellentiss. signor Gio. Battista procuratore di San Marco. Venezia, eredi di
Francesco Storti & Giovanni Maria
Pancirutti, 1669. Prima ed. italiana.
Molinari, Gustave de. Les soirées de la rue Saint-Lazare. Entretiens
sur les lois économiques et défense de la
propriété par M.G.Molinari membre
de la Société d’économie politique de Paris. Parigi, Guillaumin (Gustave
Gratiot), 1849. Prima edizione di
una delle migliori opere dell’insigne
ultra-liberista e anti-statalista belga
che auspicò una società integralmente di mercato.
52
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
Chicche da bibliomane
CERTO, UNA LIBRERIA!
Urge conservare i propri libri, a costo di cambiare le donne
Piccole raccolte e librerie, di R. Obredi
La Fiera del Bibliofilo, da la Fiera Letteraria del 19 dicembre 1926, p. 7
uanti che possono spendere
e che posseggono appartamenti di un certo lusso, annoverano da noi, tra i mobili di casa
anche una libreria? Forse esagero dicendo il quattro o cinque per cento.
In Italia si legge discretamente,
ma in generale un libro non lo si conserva, né lo si acquista col preconcetto di doverlo conservare, cioè con
una certa cura di scelta, sia per la materia come per la veste. Non si pensa
a priori che debba far parte di un corpus degno del nome di piccola raccolta o di libreria. Entra in casa a sorte, secondo la moda, il grido dell’ora
che passa, la molteplice esposizione
in vetrina, a suggestione del titolo o
dell’illustrazione sulla copertina,
ballonzola un poco sui tavoli o sulle
poltrone, e va a finire tra i giornali e
le riviste spaiate di rifiuto, o emigra
per benevoli prestiti senza ritorno.
Se qualcuno resta, almeno in
ricordo del prezzo, non lo si fa rilegare così che dopo un po’di tempo si
sfascia, si sciupa e si disperde come
gli altri. Per la rilegatura c’è una vera
e propria avversione. Costa cara, e
non avendo il libro un posto di conservazione e costituendo quasi un ingombro, la si ritiene inutile. E coì per
mancanza di una scelta clientela,
scarseggiano anche i buoni rilegato-
Q
ri. I bibliofili e gli amatori lo sanno
per prova. E tutto questo perché il libro non lo si ama per sé, per la sua
anima e per il suo corpo, non lo si
sente come un lumen cordis et speculum corporis, come direbbe Luca De
Penna, e non si giunge neanche a
considerarlo come un bel decoro
della casa, un testimonio, se pur non
sempre veritiero, del buon gusto e
dell’intelligenza di chi la abita.
Quante volte noi raccoglitori ci siam
sentito dire, specialmente dalle signore: «Ma come?! Non si brontola
in casa sua per tanto ingombro di
carta attirapolvere? La sua povera signora, non dice niente? Glielo permette?» E ci guardano con schietto,
UNA RUBRICA AD HOC
a Fiera Letteraria, rivista
di lettere, scienze e arti,
venne fondata nel 1925
da Umberto Fracchia e continuò
le sue pubblicazioni fino al 1977.
Fra i suoi più illustri direttori,
Gian Battista Angioletti,
Curzio Malaparte, Vincenzo
Cardarelli e Manlio Cancogni.
Fra le sue rubriche fisse, questa
“Fiera del bibliofilo” che,
di numero in numero, proponeva
svariate notizie letterarie
ed editoriali sul variegato mondo
delle edizioni antiche,
illustrate, d’autore.
L
infantile compatimento come
strambi originali sciupatori di soldi
per creare l’infelicità coniugale e il
disordine domestico. Cosa strana!
Le donne che oggi in Italia sono le
più numerose clienti dei librai, sono,
in generale, anche le più accanite avversarie di raccolte e librerie.
Per molte una raccolta non suscita che l’idea dell’ingombro, dell’invadenza, del disordine e dell’odiata polvere. Gli appartamenti sono piccoli; per il libro non c’è posto.
Comprarne qualcuno a spizzico,
senza metodo, per curiosità o per essere un po’ al corrente secondo le
conversazioni del giorno, sì. Custodirlo, farlo rilegare, dargli un posto
duraturo nella casa, no.
E pure è dalla conservazione e
dalla raccolta, che deriva la scelta
ponderata, la costanza metodica di
acquisto, il profitto culturale e, pure, economico. Economico non tanto per il lapalissiano assioma che ciò
che non si sciupa è un guadagno, ma
perché una raccoltina ben fatta con
cura e discernimento può serbare
delle gradite sorprese e acquistare
un plus-valore che aumenta invece
di diminuire col tempo.
Oggi, per esempio, in Francia,
in Inghilterra fiorisce, e da noi è sulla buona via, la ricerca della valorizzazione delle prime edizioni, dei numerati e dei libri di lusso tipografico,
o di carta, o di formato, anche di autori viventi o scomparsi da non mol-
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
to. E si pagano prezzi di vera affezione. Chi negli ultimi decenni si è formata una collezione d’opere elette
con amore e buon gusto può avere il
compiacimento di vedersela decuplicata e anche centuplicata di prezzo. Cosa che non guasta, anche se il
raccoglitore, come il buon Agricola
di Catone, è emace e non vendace;
appartiene, cioè, alla categoria degli
amatori non negozianti o avari che
ama il libro e lo stima con criteri più
duraturi e certi che resistono all’aura mutevole del giorno. Abbiamo
voluto, però accennare anche al vantaggio dei rialzi, quasi sempre sicuri
per gli esperti, perché non è trascurabile e può anch’esso avere il suo
valore di propaganda e persuasione.
Date al libro il posto d’onore
che si merita, secondo la vostra agiatezza e la vostra condizione sociale.
Imparate a conoscerlo ne’ suoi meriti intrinseci ed estrinseci; sceglietelo con accurato e cauto esame e acquistatelo con metodo e costanza.
Avrete così presto il nucleo che dovrà raggruppare intorno a sé la futura libreria. Ai primi compiacimenti
ne seguiranno altri maggiori e un
giorno ci sarete grati dell’inoculamento del bibliofilo e lo trasmetterete ad altri con grande beneficio
della coltura e della diffusione del
buono e bel libro nel paese.
Il libro conservato lo si rivede,
lo si rilegge o, almeno, si torna a
consultarlo, si modificano e si riformano giudizi, si ordinano idee e conoscenze, su una stessa linea di unità
culturale, si dà corpo con membra
più armonicamente rispondenti a
quel tanto che si sa, si facilita la memoria colla localizzazione e con minor fatica e quasi inavvertitamente,
si riesce a dare alle proprie cognizioni una fisionomia e un disegno più
preciso e sicuro, un legame che diversamente non avrebbero e che è
materialmente rappresentato dai diversi libri della vostra raccolta che
riflettono i diversi gusti e le diverse
predilezioni e vi rappresentano come la vostra cultura li rappresenta.
In queste brevi note insisteremo sull’argomento. Consiglieremo;
daremo schemi succinti di armoniche collezioni; indici di stampatori
antichi e moderni più pregiati e delle loro edizioni migliori, nomenclature e spiegazioni bibliografiche,
suggerimenti sulla scelta, legatura e
conservazione del bel libro, tutte,
insomma quelle elementari ma,
purtroppo, tanto ignorate condizioni che concorrono a formare il piccolo bibliofilo, il fondatore dell’auspicata raccolta.
Sarà bibliografia spicciola, lo
sappiamo. Centesimi della vasta e
grande scienza, ma con la loro utile
missione.
I bibliofili in grande non hanno
bisogno di noi. Hanno a loro disposizione ben altro e sanno dove pescare quello che ignorano. Noi ci accontenteremo di ripetere con Te-
53
mant de Latour: «Io non faccio bibliografia né per i bibliofili di professione e neppure per i bibliofili di una
certa forza, ma per qualcuno che sa
pressappoco un po’ in meno, e perciò
più disposto a essermi indulgente».
Per de Latour era modestia;
per noi è sincerità. La più gran parte
dei lettori preferirà, ne siamo certi,
questa bibliologia alla mano a quella
più profonda e complessa che lasceremo ai bibliotecari, ai grandi raccoglitori, agli studiosi specializzati e ai
negozianti hors-ligne.
Né noi, né la maggioranza dei
nostri lettori abbiamo l’illusione, o
la vana speranza di trovare tanto facilmente sul nostro cammino dei codici miniati, dei volumi quattrocenteschi su pergamena o silografici,
degli esemplari unici o quasi, che
han già il loro asilo noto e sicuro e
non lo cambiano che a suon di dollari o sterline. Noi ci accontentiamo
del libro bello e anche raro che sappiamo di poter raggiungere colle
nostre ricerche e coi nostri mezzi.
Siamo i cadetti della famiglia
bibliofila, ma non per questo abbiamo soddisfazioni e gioie minori. Chi
ama il libro lo sa e quelli che impareranno ad amarlo lo conosceranno e
solo allora allora ci sapranno dire
quale e quanto gradevole acquisto
abbiano fatto per la loro vita.
Un mobiletto apposito, una
cinquantina di volumi ben scelti e
ben vestiti bastano per incominciare. Il resto vien da sé. Chi ha bevuto
berrà. Le piccole raccolte si moltiplicheranno. La libreria sarà quello
che deve essere: «L’unico e vero indice della distinzione e della superiorità di chi la abita.»
Ma… e le signore?…Speriamo di poterle convertire. Se ci si
metton loro…!
54
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009
L’INTERVISTA D’AUTORE
CANTAMESSA, CHE FA
LE CARTE AL DIAVOLO
L’avvocato del Milan e la sua biblioteca astrologica
DI LUIGI MASCHERONI
Nel 2007 ha pubblicato una bibliografia
in due volumi per recensire tutte le opere
di astologia edite al mondo (e in tutte
le lingue) tra Quattro e Novecento. E pare
che oggi sia pronto alla seconda edizione.
La sua biblioteca sul tema, del resto,
non teme nessuna concorrenza se non quella
di un’altra sua collezione. Tutte e settanta
le annate dell’Almanacco del Calcio e tutte le
edizioni dei regolamenti della Federazione
italiana gioco calcio, dal primo del 1902
ra le molte collezioni cui ha
dedicato vita e passioni quadri dell’avanguardia
russa, ceramiche Art Deco francesi
e l’amore per le belle belle donne
- i libri sono forse la più preziosa.
Rigoroso e fedele avvocato del
Milan, ma bibliofilo anomalo e
disordinato – “mi sono
innamorato della lettura molto
giovane, ma la bibliomania è
arrivata tardi, e pur amando molto
i libri come oggetto, li acquisto
per leggerli: quindi solo quelli che
mi interessano” - Leandro
Cantamessa ha ereditato i nomi di
battesimo (e le biblioteche) del
nonno Leandro Arpinati, gerarca
che poi ruppe con Mussolini e tra
F
gli anni ’20 e ’30 fu presidente del Coni e della Figc;
dello zio paterno Torquato, fondatore della prima
società teosofica in Italia; e di Antonio Spazzoli, eroe
della resistenza fucilato nel ’44. L’“ossessione” dei
libri gliel’ha passata però la madre. Da ragazzo, a
causa di una rara malattia alle ossa, rimane ingessato
per due anni dalle ginocchia al collo, potendo
rimanere solo sdraiato o in piedi. E in piedi curiosa
alle spalle della madre che passa ore a leggere “strani”
libri destinati a segnare la sua vita: da lì spicca il folle
volo verso le stelle.
È lì che inizia tutto: a 17-18
anni, per uscire assieme alla ragazza
che sarebbe diventata mia moglie, di
nascosto vendetti alla Libreria Nanni
di Bologna i suoi libri di fantascienza.
Ma già a 20-22 anni, in preda ai
sensi di colpa, mi misi a battere
bancarelle e rigattieri per ricomprali.
Così nasce la mia collezione completa
di Urania, compreso il rarissimo
numero 323 bis uscito nel 1963 con
le strisce di B.C. di Johnny Hart.
Libri che ho letto tutti, fino al 1978.
Poi è passato all’astrologia.
Scelta bizzarra.
No, consequenziale semmai. Se
esistono due discipline simili nel loro
maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
essere straordinari attivatori della
fantasia, una dal punto di vista della
letteratura l’altra da quello
del pensiero, queste sono proprio la
fantascienza e l’astrologia. Sempre di
stelle e di cieli si tratta. E dai Sumeri
in avanti, nulla come il cielo e le
stelle ha mosso la fantasia dell’uomo.
E quando ha iniziato la
collezione di astrologia?
Una decina di anni fa entrai
alla libreria Mediolanum di Luca
Pozzi, a Milano. La mia compagna
mi disse: “L’astrologia è la tua
passione. Compra un libro”. E
acquistai un testo di Giovanni
Pontano, umanista che in polemica
con Pico della Mirandola difese
l’astrologia con il poema “Urania”
del 1476, e che poi scrisse anche
il “Meteororum liber”e il “De rebus
coelestibus”. Comunque, da allora,
seguendo il consiglio di Pozzi di
concentrarmi solo sui miei interessi,
non mi sono più fermato.
Tanto che è diventato il
massimo esperto e il più grande
collezionista di libri astrologici
del mondo: due anni fa Lei
ha curato per Olschki una
bibliografia in due volumi
dedicata alle opere di astrologia
pubblicate in tutte le lingue e
in tutti i Paesi dal ’400 al ’900.
Oltre 5mila titoli censiti, più
altre 3mila schede già pronte per una
seconda edizione che coprirà altri 30
anni, per i quali ho spulciato i
cataloghi delle biblioteche di carta o
online dell’intero pianeta. E alcuni li
ho anche comprati…
Quanti ne ha?
Ottocento, acquistati ovunque,
da Londra all’Australia. Soprattutto
a Milano e Bologna, poi Los Angeles.
Saggi e trattati, ma soprattutto testi
popolari, discorsi e previsioni. Hanno
costi mostruosi, mi creda. Ma non
riesco a trattenermi. Adesso sto dando
la caccia alla produzione di opere che
seguì il nefasto annuncio, sulla base di
una nefasta interpretazione di una
straordinaria congiunzione di pianeti
nel segno dei Pesci, nel 1524, di un
secondo diluvio universale. In Europa
si scatenò il panico e sull’argomento si
pubblicarono una cinquantina di testi.
La sua professione di
avvocato di una grande squadra
di calcio è la causa, o forse
la conseguenza, di un’altra
collezione particolare.
Possiedo la raccolta completa
dell’Almanacco del calcio dal 1939 al
2009, agli inizi pubblicato da Rizzoli
e poi da Panini. E credo di essere
l’unico a possedere tutte le edizioni dei
regolamenti della Federazione
italiana gioco calcio, a partire da un
librettino del 1902.
Immagino lasciatole
dal nonno, Leandro Arpinati,
presidente di Coni e Figc.
No, trovato per caso su una
bancarella. Del resto, sono testi
difficilissimi da trovare, perché non
venivano messi in commercio, a volte
erano pubblicati dalle compagnie
di assicurazioni. Se ti va bene li trovi
in qualche mercatino.
A proposito, quale è stato
il “colpo” della sua carriera?
Su una bancarella di piazza
Diaz, qui a Milano. In mezzo a testi
dell’Otto e del Novecento, che peraltro
non sono il mio primo interesse,
spuntò fuori un libro di medicina del
Seicento, con le pagine divise in due
colonne: da una parte un trattato di
ginecologia, dall’altra di astrologia.
Era il “Geneanthropeiae siue De
Hominis Generatione Decatevchon”
di Giovanni Benedetto Sinibaldi,
stampato a Roma da Caballi nel
1642. Un libro del quale neppure
immaginavo l’esistenza. Al libraio
chiesi solo: “Quanto vuole?”
3A DI COP
CHIEDERE SE
DORSO BIANCO
+1/2 MM PER LATO
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