la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno I n.2 – maggio 2009 Ettore Cozzani e quell’Eroica epopea grafica anna modena Il vecchio libro che resiste alla sfida del web guglielmo cavallo Malaparte, un fondo tutto da scoprire matteo noja Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Direttore responsabile Angelo Crespi Segretario Generale Angelo De Tomasi Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Chiara Bonfatti sala Campanella Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Matteo Noja conservatore della Biblioteca Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del Fondo Antico Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2009 – Biblioteca di via Senato Edizioni Tutti i diritti riservati Ufficio di redazione Matteo Tosi e Gianluca Montinaro Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA Sommario 5 Ritratto di un editore L’ALTROVE DELLA POESIA E “L’EROICA” DI COZZANI di Anna Modena 21 Il futuro dell’editoria IL PIACERE DELLA CARTA di Guglielmo Cavallo 25 inSEDICESIMO – Le rubriche APPUNTAMENTI, CATALOGHI, RECENSIONI, ASTE E RISTAMPE 41 Chicche in collezione CHE FARÒ SENZA EURIDICE? di Chiara Bonfatti 42 Il nuovo ospite MALAPARTE È QUI di Matteo Noja 44 I libri illustrati LA PAROLA PASSA ALLE FIGURE di Chiara Nicolini 47 Storie d’azienda CELEBRAZIONE GRIFFATA di Matteo Noja 50 Acquisizioni recenti UNA COLLEZIONE SEMPRE PIÙ RICCA, MESE DOPO MESE di Chiara Bonfatti e Giacomo Corvaglia 52 Chicche da bibliomane CERTO, UNA LIBRERIA! di R. Obredi 54 L’intervista d’autore CANTAMESSA, CHE FA LE CARTE AL DIAVOLO di Luigi Mascheroni – ANNO I – N.2 – MILANO, MAGGIO 2009 Editoriale DI MATTEO NOJA na scossa ha trasformato parte dell'Abruzzo in un cumulo di macerie e morte. Ma il luogo della tragedia si è mutato in breve anche nel luogo dove si incontrano la speranza e la forza di chi lotta contro il tempo per portare soccorso, continuare a vivere. Durante le numerose dirette televisive da L’Aquila, tra le tante testimonianze drammatiche, una ci ha colpito. Una signora anziana racconta di aver perso tutto. Con dignità, senza scomporsi. “Tutto, ho perso tutto. Il mio appartamento… Tutto. I miei libri, ne avevo tanti, sa, tutti persi… I miei libri… non potrò più leggere i miei libri”. I libri sono testimoni, diretti o indiretti, della vita di una società come di quella di un uomo solo. Ne subiscono la sorte e le ingiurie, ne godono le ricchezze e le fortune; dopo la morte vengono dispersi come cenere al vento, quasi fossero un’ingombrante testimonianza di chi ci ha lasciato. Vi è nella vita dei libri qualcosa che li apparenta alle vicende umane; la crudeltà della natura e degli uomini si esercita su di loro come su di noi: dai terremoti alle alluvioni, dagli incendi alle guerre, il destino di uomini e libri è comune. Parafrasando Heinrich Heine – quando ammoniva che là dove si bruciano i libri, si bruciano anche gli uomini – potremmo dire che là dove scompaiono gli uomini, scompaiono anche i libri. U maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 Ritratto di un “editore” L’ALTROVE DELLA POESIA E L’EROICA DI COZZANI La coraggiosa epopea di un uomo e della sua rivista ANNA MODENA ttore Cozzani ha fatto della sua esistenza un Fin da giugno, Cozzani si era affrettato a scrivere al percorso di ricerca della poesia: l’ha cercata, in old’Annunzio, per invitarlo a collaborare, in termini molto tre trent’anni di lavoro, come direttore di rivista espliciti, delineando una battaglia e un programma: ed editore, fuori dai circuiti canonici, dalle scuole, dai movimenti, e oltre i mondi letterari; l’ha trovata nello «Maestro!/ Contro l’indegna baraonda dei critici che scorrere di un secolo che talora pare non averlo sfiorato, hanno invasi i predii della poesia, spargendo per ogni dose non per porsi “contro”, solitario, spesso incompreso. ve la loro sozzura, si leva una rivista l’Eroica, che si propoPer Cozzani e Franco Oliva, architetto e incisore ne di annunciare, divulgare esaltare la Poesia, comunque spezzino, la poesia è necessità vitale, all’atto di fondazioe dovunque essa si manifesti, nelle cinque arti belle cioè, e ne della loro rivista. nella vita. / La rivista pubblicherà opere originali di poeIn quel luglio del 1911, quando con gli unici mezzi sia, pittura, scultura, musica e architettura, altissime; e della fede e di ununo stipendio da insegnante di 130 lire, avrà anche una sua parte critica, ma intesa più a codificare Cozzani fonda la rivista, la pagina proemiale è un atto di cha a distruggere, più a comprendere che a limitare./ L’eribellione: contro l’ipercritica «l’età dizione sarà magnifica: ogni scritto ed nostra è della critica» (specialmente ogni riproduzione o gruppo di riproduCroce e Papini) ovviamente contro il A. Wildt, copertina per “L’Eroica”, zioni avrà il suo frontespizio decorato di futurismo, che comunque – scriverà n. 77-80 xilografie originali; il formato sarà molto più avanti – «aveva già superati i suoi grande, le tavole fuori testo d’una delicascopi di ribellione dall’antiaccadetezza unica. Ovunque il respiro e il sospimismo» e andava a perdersi, quindi ro della Poesia.» annullava la sua funzione primaria, A questa richiesta, e a questo contro «l’espressione di un’Italia stanca e ondeggiante fra la malincomessaggio traboccante di quel «vania e la noia delle vecchie cose», cioè lor dell’entusiasmo e della fede nella contro la poesia crepuscolare. E non gioventù nuova, che non è tutta inapoteva essere altrimenti se la spiegaridita e inebetita, e spersa negli sterzione del nome “L’Eroica”, un nome peti della critica», d’Annunzio, dalin totale controtendenza con i tempi l’esilio francese, rispondeva con un nuovi, che già guardavano più all’usemplice telegramma di “consentimano che all’eroico, all’io più che al mento” e fiducia nei “compagni di super io, sta in quel «Eroica invero è volontà e di speranza”, orgogliosala poesia: unica espressione del divimente citato nel fascicolo 4 della rivino nella vita umana». sta (p. 196). E 6 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 Una ricerca nell’archivio di Castelvecchio a opera di Umberto Sereni, ha messo in luce che il mito del rapporto con Pascoli è una specie di enfatizzazione della memoria, ingigantito dal tempo e da un’attenzione ritenuta esclusiva, mentre, dal 1905 al ’12, gli ultimi anni della vita del poeta, un esiguo carteggio documenta più un tentativo di amicizia che una sua vera realizzazione. Probabilmente non fece presa sul professore l’eccesso di passione che animava il giovane studioso e non fu bene accolto il suo lavoro sui Conviviali. Certo è che Cozzani esce quasi immediatamente dall’orbita pascoliana, in cui era un po’ a forza entrato, e non ha più udienza a Castelvecchio. A. Discovolo, Ettore Cozzani, 1912 Ma chi era nel 1911 Ettore Cozzani che in provincia tentava un’impresa non facile da nessun punto di vista? Nato a La Spezia nel 1884 da famiglia di modesta condizione, ma che vantava ascendenze nobiliari, in gioventù è immediatamente affascinato dalle imprese eroiche come la spedizione dell’ammiraglio Umberto Cagni in Alasca con la Stella polare, aderisce al partito anarchico e collabora al settimanale spezzino “Il Libertario”, dove si celebra Carducci rivoluzionario e agitatore, si propone La nave di d’Annunzio come modello di un sogno che porta all’altra terra, l’Atlantide sognata. Il foglio osa molto, e arriva, contro ogni regola del movimento libertario, a indicare nella guerra la via più breve per la rivoluzione. Compie gli studi letterari a Pisa dove ha come maestri Vittorio Cian, e Gioacchino Volpe, ma ammira specialmente Giovanni Pascoli, che ritrae, nei suoi Ricordi, timido, riservato, solitario tra il colonnato dell’Università, quasi preveggente la fine non lontana. Del professore insegue “il modo di rivelare i testi classici, e il modo di esprimersi”, del poeta, quasi ogni filone, classico e patriottico; è abbastanza intrinseco, se dalle sue mani riceve i Poemi conviviali con dedica e l’auspicio, molto impegnativo, di un commento: «Sia la chiosa migliore del testo!». Fin dal 1908 è attratto dalle potenzialità della giovane rivista fiorentina “La Voce”; ne percepisce immediatamente valore e ruolo nel risveglio della coscienza nazionale. Quando la rivista inizia una serie di corrispondenze da varie città italiane, chiede a Prezzolini di affidagli quella su La Spezia e la descrive come città militare, fuori dal movimento nazionale. Ne nasce una specie di rivoluzione degli intellettuali cittadini, che gli dettano una risposta, stampata a proprie spese e divulgata in città, singolare anticipo di un destino di operatore solitario. La breve collaborazione alla “Voce” si esaurisce in questo unico articolo; nel ricordo del direttore resta: «Una brava persona, tutto sommato, fatta di entusiasmi e di esaltazioni, che venne a sfarfallonare anche intorno a “La Voce”, senza rendersi conto che la sua retorica ci si sarebbe bruciata inevitabilmente le mani». Poco dopo conosce il poeta e commediografo Sem Benelli, già aureolato dal successo della Cena delle beffe, stabilitosi sulla costa orientale del Golfo, e lo elegge suo nume tutelare. Nei ricordi sottolineerà come questa amicizia gli abbia da una parte giovato perché gli sottopose da vicino «l’esperienza di vita di un poeta… che aveva anche sofferto la sua arte», cioè un modello atteggiato in forme dannunziane, dove l’arte è missione e destino, e il repertorio di una «fantasia ricca di immagini e di musiche» che gli resterà sempre come punto di riferimento per la propria scrittura creativa, specie in versi. E, dall’altra gli abbia nuociuto, sia per le gelosie che provocò, sia perché lo catapultò nell’orbita delle Stroncature di Papini che, passando al vaglio della sua penna acuminata il carme L’altare, lo etichettò in modo sferzante, prendendolo considerandolo solo come satellite del commediografo: «Quando un uomo ha vinto un terno teatrale come la Cena delle maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano beffe ed è conclamato da quei Golia della critica che sono, per cattivo esempio, Domenico Oliva ed Ettore Cozzani, non è lecito discorrerne sotto gamba, come al tempo del Figlio dei Tempi [il primo poema del Benelli del 1905]». Giudizio solo in parte attenuato, dopo oltre trent’anni e un colloquio, da un appunto del maggio ’46: «Conosco Ettore Cozzani, il direttore dell’Eroica… Non l’avevo mai visto e avevo poca simpatia per lui, vecchio dannunziano enfatico. Mi dice che il poeta del suo cuore è invece il Pascoli, sul quale ha scritto libri che hanno avuto grande fortuna. Mi racconta le atrocità commesse in Alta Italia lo scorso anno, dovute in parte a precise istruzioni straniere agli operai e a delinquenti liberati dalle carceri». Non ci sono elementi per confermare il dato che si legge in una lettera di Federigo Tozzi (che certamente non amava Benelli) a Domenico Giuliotti del 30 maggio 1912: «Il Cappa [Innocenzo] credeva (e forse lo crede ancora) che l’Eroica sia stipendiata dal Benelli. E, quel che è assai peggio, ci crede suoi seguaci. Egli me lo disse francamente; ed io, mostrandomene offeso, dissi recisamente che non era vero». Forse l’idea era dovuta più ad atmosfera di cultura e di scelte, per le quali Sem Benelli esercitò sempre un’influenza non piccola né breve. In verità Cozzani ha sempre affermato di aver pagato la rivista col suo modesto stipen- 7 dio di professore; e aggiungeva che, volendo fondare una rassegna adatta a soddisfare le sue aspirazioni, si era rivolto all’editore Bemporad, che gli aveva risposto che senza centomila lire a fondo perso era impossibile cominciare. Tuttavia iniziò le pubblicazioni, con la collaborazione dell’architetto Oliva e del tipografo che credette nella sua onestà; della rivista era direttore amministratore, fattorino… in perenne stato di mobilitazione. Fu veramente L’Eroica «la più antivociana possibile delle riviste… ultimo rifugio di peccatori dannunziani» come disse Debenedetti analizzando gli esordi di Tozzi? Se lo è stata, è solo per sottrazione, per scelte altre: nel momento in cui dichiarano tutta la loro attenzione alle “cinque arti belle”, i direttori della rivista si defilano da ogni discussione e si votano alla causa dell’artista artefice solitario, da proporre al mondo, togliendolo appena al suo fervore creativo. Quasi impossibile il dibattito, scarso il confronto, se i modelli sono ritenuti universali. Il nuovo può essere sfiorato e lasciato sfuggire, o saldamente evitato, o magari, imprevedibilmente insinuarsi nelle pieghe di esercizi anonimi senza essere compreso. Fin dal secondo numero della rivista, dove la letteratura fa il suo ingresso quasi in sordina accanto al messaggio più sicuro dell’incisione, la novella Tregua di Federigo Tozzi (un racconto a tutti gli effetti, non una prosa o un “non racconto” come l’ha definita Cozzani) mostra tutte le sue dissonanze, per forza dirompente di linguag- E. Mantelli, xilografia per il titolo di Impulsi ed altri aforismi di F. Tozzi, n. 3, settembre 1911; C. Luperini, xilografia per la lirica A Dio di F. Tozzi, n. 5-6, novembre 1911; F. Nonni, xilografia per la lirica Lamento sopra la sorellina morta di A. S. Novaro, n.9-11, 1912 maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 gio e struttura narrativa, sia dal pacato realismo provinciale del racconto di Antonio Beltramelli, sia dal bozzettismo di Ferdinando Paolieri. La presenza dello scrittore toscano costituisce nella rivista un capitolo non secondario, che vale la pena ricostruire alla luce degli studi più recenti, per i meccanismi altalenanti che innesca nel suo animo e per il cambiamento di rotta che stava per apportare alla vita del periodico. In una lettera del 1931, scritta a Paolo Cesarini che si accingeva a diventare biografo di Tozzi, Ettore Cozzani ricordava che, volendo scovare «forze nuove, perché di forze nuove e nascoste era piena l’Italia – ignorate o misconosciute o tenute volontariamente fuori dalla critica» si rivolse a Domenico Giuliotti di cui aveva letto “bellissimi versi” (la raccolta di poesie Ombre di un’ombra, piene della presenza del divino, anche in forma mistica e severa). Giuliotti estese subito l’invito a Tozzi e a Ferdinando Paolieri. Il 17 luglio del 1911 scriveva a Tozzi: «La rivista del Cozzani potrebbe essere, anzi sarà, cosa bellissima. Hai fatto bene a mandargli subito qualche cosa. Io gli parlai di te come ti meriti. Perciò vorrei che tu gli avessi inviato una delle tue cose più Tozzesche. E cerca pure di diffondere, costà, L’Eroica come ho intenzione di fare io». Tozzi e Paolieri furono tempestivi nelle collaborazioni e presenti fin dal secondo numero, l’uno con la novella Tregua, l’altro con Il grano. Forse l’invito dell’amico Giuliotti per un invio di materiali più personali tendeva a escludere i racconti per privilegiare poesie (Tozzi pubblica nell’autunno dal Puccini di Ancona La zampogna verde) e aforismi, che non mancherà poco dopo di lodare: «Il terzo numero dell’Eroica è stupendo. Belle (pare impossibile!), d’una bellezza sui generis, le tre liriche dl Benelli; belle le tue Barche Capovolte; bello il seguito degli Amanti di Morgana del buon Cozzani; bellissimi i mobili del Gavino e il resto, se pur minore, non stona. Per quest’altro numero, manda all’Eroica le tue ultime poesie (quelle che tu mi leggesti qui a Greve il giorno dei Santi) ma mandale, mi capisci? E nota che se ti dico così mi do la zappa sui piedi; perché comparendo esse nello stesso numero che conterrà le mie “Canne di Pane” queste resteranno, al confronto, stritolate. Ma tant’è non posso fare a meno, brutto maiale!, di volerti bene». A. Discovolo, E. Cozzani, disegno, 1906 L.Viani, L’esodo, “L’Eroica”, n. 29, agosto 1914 Tozzi e Giuliotti fanno parte del comitato di direzione della rivista e vi ripongono molte speranze, soprattutto per quanto riguarda la pubblicazione di loro libri: Giuliotti ha ripreso a scrivere poesie: «Dopo cinque anni di vergognoso silenzio, sto scrivendo, ora, una bella poesia dedicata a te, che sei stato il mio liberatore. M’accorgo d’esser più robusto e ricco e spedito di prima. Ormai, nulla dies sine linea; e t’accerto che, fra qualche mese, avrò pronto un bel volume di versi per la collana del Cozzani». Tozzi in bicicletta si spinge fino a La Spezia e il Iº dicembre del 1911, appena tornato, scrive all’amico questo promettente resoconto: «dopo un giorno di affaticamento ho goduto la mirabile amicizia che Cozzani Oliva Mantelli Luperini hanno per noi. A pena tu avrai fatto il nuovo volume, è certo che non dovrai avere schifosi contatti e contratti e contrazioni editoriali; ma il buon gruppo dell’Eroica ti accoglierà come ti meriti e ti farà conoscere nel miglior modo! Cozzani mi incarica di dirti che alla fine del mese vuol riunirci a Firenze (anche il Paolieri e qualche altro) per consigliarsi 10 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 Ghirlanda del n. 5-6 (datato al novembre 1911, ma, pare, ancora in lavorazione nel gennaio successivo) interpreti di un gusto tardo romantico, languido e talora sentimentale, che popola le pagine della rivista. L’amarezza è evidente, condensata nell’astio contro il direttore e contemporaneamente nella chiusa di alcune speranze: «Pensa che con questo lavativo l’Eroica nostra è finita. Pare impossibile che le cose belle siano sempre corte». F. Casorati, Visione, “L’Eroica”, n. 34-35-36, marzo 1915 circa un definitivo e più forte indirizzo della Rivista, da cui dipende molto di noi, praticamente». L’incontro, con Cozzani e Mantelli, avverrà a Firenze e a Siena. Intanto Tozzi continuava non senza difficoltà la diffusione della rivista in Toscana e incontrava alcuni collaboratori come Eugenio Coselschi, tenuto in alta considerazione da Cozzani che lo considerava una promessa della poesia, una specie di lirico di impronta filosofica. L’atteggiamento nei confronti del direttore cambia fulmineamente: Federigo Tozzi si mostra duramente risentito il 29 gennaio 1912: «Con mia sorpresa, t’avverto che il Cozzani mi scrive che pubblicherà non so quale corona di poeti minori, come egli dice. Perciò sono costretto a scrivergli che io con “L’Eroica” non ho più niente a che vedere. Tanto per tua regola….». Non sappiamo quali fossero state le parole del Cozzani, perché nessuna delle sue lettere è rimasta nell’archivio Tozzi. Lo scrittore senese, già poco sensibile al tema eroico, certamente non poteva accettare che si pubblicassero poeti come Giuseppe Toffanin, Corrado Martinetti, Vittorio Bravetta, Ugo Ghiron, Francesco Sapori, quelli che compaiono nella Giuliotti è più possibilista e il Iº febbraio ribadisce all’amico la lealtà del Cozzani e la stima per il suo lavoro: «avendoti profondamente compreso, ti ha difeso contro molti imbecilli che disorientati dalla tua originalità ti credono ( per i tuoi aforismi) un pazzo… Stava preparando, su te, un medaglione per l’“Eroica”. Fra qualche mese, tu sai sarebbero usciti, in magnifica veste, per merito suo , i tuoi aforismi. Te li avrebbe lanciati come riesce a lui». Attribuisce poi a “ragioni di opportunità e di convenienza” la pubblicazione, ogni quattro mesi, di “passabili poesie” di gente che ha qualche qualità di “versificatori non vergognosi”. E riprova la precipitosa decisione di ritirare immediatamente i manoscritti; anzi consiglia di lasciare la Preghiera a Dio per cui sono state già fatte le incisioni. E Tozzi lo ascolta: la lirica A Dio uscirà accompa- UNA FIGURA EROICA, CONTRO LA “CRITICA” a rivista L’Eroica è, con la casa editrice omonima, l’immagine fedele del percorso morale e intellettuale di Ettore Cozzani alla ricerca della Poesia, intesa soprattutto come ragione di vita e di ogni forma artistica, ricerca condotta fuori dai circuiti canonici e dai vari salotti culturali, al di là di ogni scuola e movimento letterario; ricerca che, per la sua dedizione e fiducia incrollabile nella gioventù, lo ha relegato in un posto solitario nella storia L delle nostre lettere, quasi ai margini dell’ufficialità, spesso incompreso. Nato il 3 gennaio1884 a La Spezia da famiglia di modeste condizioni, grazie a una borsa di studi frequenta la Scuola Normale di Pisa dove si laurea con una tesi sulla poesia sanscrita. Studia con Gioacchino Volpe e Vittorio Cian, ma subisce l’influenza della figura di Giovanni Pascoli, di cui è allievo devoto e a cui dedicha, nel tempo, numerose pagine di approfon- dimento. Il Poeta gli invierà i Poemi conviviali con un’affettuosa dedica: “A Ettore Cozzani, sia la chiosa migliore del testo”. Ben presto comincia a insegnare nella Scuola complementare pareggiata a La Spezia. Nel 1911 assieme all’architetto Franco Oliva – che ben presto lo lascerà – fonda la rivista “L’Eroica”. Nel 1917 si trasferisce a Milano, dove continua la sua attività di scrittore ed editore. All’indomani della Seconda guerra mondiale, viene in- maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano gnata dalle xilografie di Cafiero Luperini, seguita da In Chordis et organo di Giuliotti, dedicata a Tozzi. Ma la lettera di Giuliotti tocca il nervo scoperto della presenza dello scrittore senese sulla rivista spezzina, specie con quelle due serie di aforismi La fiamma e Impulsi, anticipi di un libro progettato e sperato, Barche capovolte (pubblicato nel 1981 dal figlio Glauco), che solo recentemente sono state valutate nella loro importanza, da Baldacci a Marco Marchi, a Delia Garofano. Oggi si pensa che il “libro d’aforismi” sia cresciuto negli anni su se stesso «quale miscellanea di brani concepiti senza precise finalità, semplice “resoconto liricizzato” di un apprendistato insieme esistenziale e culturale». Forse Tozzi ne sperava la pubblicazione fin dal 1910 come “piccolo libro di psicologia” al quale teneva più di ogni altra cosa, come accennava al Giuliotti. Nulla di eroico nei suoi aforismi, nemmeno quell’aura di peccato dannunziano che Debenedetti annetteva alla rivista, ma una ricerca di sé attraverso nuovi mezzi espressivi. Il libro è da considerare opera fondamentale nella ricerca delle radici dell’esistenza, che riconferma lo spessore psicologico del suo lavoro, già nutrito delle letture del pragmatista americano William James. È ancora l’opera che mostra l’accostamento tra vita e scrittura. ternato a Bresso ma presto rilasciato perché innocente. Morirà il 22 giugno 1971. Giornalista, editore e oratore (notabili alcune sue Lecturae Dantis), Cozzani è anche scrittore (suoi i romanzi La siepe di smeraldo, 1920; I racconti delle Cinque Terre, 1921; Le strade nascoste, 1921; Il Regno Perduto, 1927; Poema del mare, 1928). Tra i miti e modelli di poesia e di vita, oltre Pascoli, è d’Annunzio, che peraltro non collaborerà mai con “L’Eroica”. Cozza- 11 C. Luperini, xilografia per il racconto L’emigrante di G. Deledda, n. 7, marzo 1912 Sembra verosimile che questa materia così moderna non abbia trovato grande udienza nella rivista: «Talvolta io sento la mia anima piena di occhi chiusi (Gli occhi dell’anima in La fiamma, n. 3) Non adoperate troppo in fretta la vostra coscienza, la quale è come una spada che taglia ovunque la volgiate. Onde non fate che le aperture troppo grandi siano prodotte in voi. Bisogna che anima cammini sopra il suo infinito con molta avvedutezza. Poi che l’anima è come se fosse attaccata a qualche cosa. Non fate che si rompa questo legame. (Contentezza di sé in Impulsi, n. 4) Sempre c’è nel nostro interno una via che ci convince di più. E finalmente ci affidiamo a essa. Ma quante esitazioni innanzi. Poi che quasi tutte le vie sembrano da seguirsi. / E queste vie sono aperte al nostro passato. L’uomo vive sempre una buona parte di sé stesso, cioè di quel che si accumulato nell’anima (Le vie in Impulsi, n. 4)». Tozzi rimane nella rivista con la speranza di pubblicare Barche capovolte, ma anche il libro di poesie, che leggiamo nel suo archivio: Specchi d’acqua di cui Cozzani aveva già fatto predisporre le bozze delle prime 60 liriche. ni, dopo molte peripezie, riesce solo a coinvolgerlo nell’inaugurazione del monumento per l’impresa dei Mille, a Genova, il 5 maggio 1915. Durante la cerimonia il Vate, giunto appositamente dalla Francia, ha modo di pronunciare un famoso discorso, decisivo per la fervente campagna interventista. A ricordo dell’evento, d’Annunzio dona al giovane editore il manoscritto della Crociata degli Innocenti (mistero drammatico in quattro atti, in origi- ne tentativo incompiuto di soggetto cinematografico), che, illustrato dalle xilografie di Emilio Mantelli, viene subito stampato in due versioni. Nella prima pagina del primo numero della rivista, Cozzani scrive: «Nasce a Spezia, oggi, 30 luglio 1911, una rivista che si propone di annunciare, propagare, esaltare la poesia, comunque e dovunque nobilmente essa si manifesti: in ciascuna arte e nella vita. Si occuperà con uguale ar- 12 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 L’ombra del salcio cade sopra il pane; ma il pane è bianco. E il forno che lo cosse il suo lievito puro tutto smosse. Sul pane le tue lacrime son vane. E, se lo metti al cuore, non ti pare quasi un fratello che non può parlare? Quando fu fatto c’era un usignolo sopra un albero innanzi alla finestra della cucina; il qual parea un’orchestra sonora e grande. In vece c’era solo. I. Mestrovich, Deposizione, “L’Eroica”, n. 30-31, 1914 Al direttore dell’Eroica Tozzi aveva dedicato una lirica che stava per inviargli prima che i rapporti si interrompessero e che è stata ritrovata dal figlio tra le sue carte: A Ettore Cozzani Oggi mi pare buono e sacro il pane, e mi pare che l’anima lo mangi. Fammi sapere tu ch’oggi non piangi: sul pane le tue lacrime son vane. E mangialo anche tu. Ti farà bene. Di qualche salcio chiaro l’amicizia Ti parrà piena quasi di letizia. E il pane sarà dolce nelle vene. dore d’ogni figura aspetto od evento della vita, e di letteratura, pittura, architettura, musica; ma soltanto in quanto siano espressioni dell’unica Poesia […]. Il titolo è “L’Eroica”. Eroica invero è la Poesia: unica espressione del divino nella vita umana» Se in campo letterario, il principale fine di Cozzani e dell’“Eroica” è appunto quello di “annunciare, propagare, esaltare la poesia”, cercando di coglierla nei giovani, nel loro sperimentare il difficile sentie- Ma l’udì bene chi faceva il pane, ed il canto rimase nel suo petto. Ed il pane gli venne bello e schietto. Piglialo tu di quello che rimane. È pane e canto; ed ogni cosa insieme. Il pane è tuo fratello; non ci credi? E per l’anima sola te lo diedi Ora che è caldo, come il cuore freme. E, se lo metti al cuore, non ti pare Quasi un fratello che non può parlare? Con la lirica, come informa il curatore, era anche un messaggio per l’editore, una nota relativa al testo: «Dopo la lettera…m’è venuta questa poesia. Mettila nel volume, accanto a quelle per il Giuliotti, o dove ti pare meglio per la sua tecnica, e per il suo contenuto. Se non ti piace, non ce la mettere. Se ti piace fammelo sapere presto. Addio». ro della scrittura, salvaguardandone la creatività da ogni invasione della esasperante critica del tempo, la sua sensibilità si è manifestata meglio nelle arti visive. Uno dei meriti riconosciuti della rivista è il proporre con successo, dopo anni di silenzio, la silografia italiana. L’incisione su legno, infatti, è per Cozzani la forma grafica più adatta alla “poesia”, come nel Rinascimento, come nei primi libri a stampa. In brevissimo tempo raduna attorno alla sua rivista una nutrita schiera di incisori: De Carolis prima di tutto, che condivide il suo stesso entusiasmo, e poi Mantelli, Nonni, Luperini, Guido Marussig, Baroni, Gino Barbieri, Moroni, Porcella, Nincheri e molti altri. «È vero che gli xilografi, quando la rassegna nacque […] avevano tutti smesso di incidere: è vero che tutti, nessuno escluso, si rimisero a lavorare di bulino e di sgorbia per gli incitamenti de “L’Eroica”» dirà Cozzani con qualche enfa- maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Cozzani non ricevette dunque mai queste parole. Se le avesse avute, forse avrebbe potuto ricordarsene per il numero 117 del maggio del ’28, tutto dedicato al pane, in ottemperanza alla cultura del tempo e del regime, e aperto da una libera traduzione di Cesare Angelini da Virgilio, Il poemetto del pane. La speranza di due libri da pubblicare e delle poesie che lentamente, troppo per il suo carattere, escono sulla rivista trattiene Tozzi a “L’Eroica”. Il 4 agosto partecipa con Giuliotti all’inaugurazione della Prima Esposizione Internazionale di Xilografia; ma si fa sempre più palese il suo dissenso anche da un artista come Emilio Mantelli. Qualche speranza in più ripone nell’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini che dalla fine del 1911 si è trasferito a Genova, e, pensando «di farsi promotore del rinnovamento anche editoriale della città», cura per alcuni anni la distribuzione de L’Eroica. Su Formiggini, Tozzi attua un pressante intervento, con aiuto di Giuliotti, perché assuma la responsabilità del periodico. Il Tozzi in particolare evidenzia all’editore alcune riserve sulle capacità di Cozzani e Oliva di fare i direttori editori di una rivista di quel genere, nonché i molti errori commessi nell’accettare «certi poeti che hanno definitivamente il sigillo dell’imbecillità», non nasconde le sue illusioni: «E pensare che avevo intraveduto l’Eroica come un nodo, del quale le cordicelle fossero le anime che devono subentrare su la bassura letteraria d’oggi!» Ma l’editore, conscio di non avere energie da buttare e che Cozzani difficilmente avrebbe rinunciato «all’e- si ma, forse, a ragione. Organizza importanti mostre e partecipa col suo gruppo a varie manifestazioni in Italia e all’estero; edita raffinati cataloghi illustrati, non solo d’arte ma anche di aziende ed è tra i primi a illustrare i prodotti industriali con immagini artisticamente degne; scova e propone nuovi e originali talenti, tanto che quando, De Carolis abbandona la rivista, Cozzani presenta un sorprendente incisore come Felice Casorati. V. Grubicy de Dragon, Quando gli uccelletti vanno a dormire, “L’Eroica” n. 73-76,1921 dificio che si è costruito col suo giovanile ardore» pone fine alle speranze di un progetto diverso di rivista. L’abbandono dell’“Eroica” per il “San Giorgio” è accolto inizialmente con riserva da Tozzi, che ritiene la rivista bolognese dei Giorgiani mediocre «da non compararsi niente affatto al libero soffio della bella Eroica» che avrebbe potuto essere quello che non sarà nessun Santo. Vent’anni dopo, Cozzani è ancora rancoroso: «Fui a Siena a parlare, fui in casa di Tozzi andammo in Chianti a Greve a trovare Giuliotti – vennero loro alla Spezia – si progettavano edizioni pubblicazioni; e io già con estratti dall’Eroica stavo per lanciare un primo volume d’aforismi di Tozzi, quando scoppiò tra noi il dramma. M’ero accorto di due cose; essi non potevano soffrire che Nella pittura non ha le stesse felici intuizioni e guarda senza interesse quanto gli accade intorno in quegli anni: rifuggendo da ogni complicazione intellettuale, ignora futurismo, metafisica, Novecento italiano e resta fedele alle sue passioni di gioventù, Grubicy, Previati, Costetti. Nella scultura, invece, pur non seguendo quella che dagli storici e dai critici viene definita la linea maestra (Arturo Martini, Messina, Marino, Manzù, Fonta- na o Melotti), riesce a seguire una serie di artisti che quella stessa storiografia ha a torto emarginato: Bistolfi, Wildt, Andreotti soprattutto, ma anche Mestrovich, Zanelli, Viterbo, Minerbi, Baroni e molti altri. La Biblioteca di via Senato conserva la collezione completa de “L’Eroica”, donata nel 2004 dai coniugi Agostino e Carla Pagano di Milano; in quell’occasione fu organizzata una mostra in ricordo della rivista e dell’attività di Ettore Cozzani. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano io difendessi Benelli – dicevano che l’Eroica era sottomessa a lui; non capivano; io difendevo lui come tutti i combattenti travagliati dell’arte; – inoltre avevano, Tozzi specialmente una febbre, un’ansia di arrivare che li faceva intollerantissimi; volevano che la rivista uscisse più rapidamente e più fitta senza pensare che io la pagavo togliendomi il pane di bocca e spesso non avevo per pagare il tipografo che minacciava – A un certo punto convocarono i miei xilografi i miei autori a Siena e tentarono di mettere su una rivista con gli elementi dell’Eroica escludendo l’Eroica; lo seppi; tagliai nettamente; essi fondarono il San Giorgio, poi la Torre mi attaccarono, mi difesi duramente. Da allora andammo per le nostre strade; io perdonai». In realtà, dopo il tentativo di carattere editoriale con Formiggini, Tozzi e Giuliotti avevano preso contatto con un’altra rivista e partecipato a un convegno a Siena dove erano presenti anche i pittori Gino Barbieri e Ferruccio Pasqui; ma il loro distacco non sarà senza conseguenze per la vita della rivista spezzina, a giudicare dal tono con cui Oliva si rivolge al Discovolo in una lettera del gennaio 1913, bollandolo in sostanza di tradimento. Su “L’Eroica” resta la prosa nitida del ticinese Francesco Chiesa, stilisticamente meditata come il suo sguardo sul mondo, il racconto di emigrazione di Grazia Deledda, l’elogio dei buon sentimenti di Angiolo Silvio Novaro, il canto lieve di Diego Valeri. Nulla a che fare con il mondo degli eroi. La “battaglia di Legnano” decreta la sua vittoria sulla scrittura. Ma Ettore Cozzani si sente votato a grandi imprese, e dal febbraio 1912 scrive a d’Annunzio inviti traboccanti di passione per la poesia e l’“anima italica”; si fa lettore delle Canzoni, aspira ad anticipare brani della Parisina appena composta e l’annuncia; si rende conto della gaffe e fa una rapida retromarcia; nel ’13 chiede un pezzo su Pascoli. Nulla. Finché la commemorazione dei Mille a Quarto, con l’inaugurazione del monumento di Eugenio Baroni, di cui il Cozzani gli ha inviato le fotografie offre al vate l’occasione per il rientro in Italia: un rientro da salvatore della patria in guerra. Nei taccuini del 7 marzo annota: «Cerco le fotografie del monumento di Eugenio Baroni P. Nomellini, manifesto a colori per il Monumento ai Mille, n. 37-38, 1915 15 inviatemi da Ettore Cozzani. È un monumento marino, modellato dal flutto decumano. Gli eroi risorgono con un ritmo di marea. Mi ricordo di non aver ancora aperta la lettera che l’accompagna. La cerco l’apro, la leggo. E tutto, ecco si rischiara! / v’è certo una provvidenza apollinea. Quel che mi è offerto, è tal cosa che risolve tutti i dubbi e tutte le perplessità, ci salva da ogni errore, da ogni deformazione, dal pericolo dei contrattempi dei dissensi, dei moti intempestivi.» Il 9 marzo risponde a Cozzani che accetta l’invito, e L’Eroica si trova coinvolta nella chiamata di una generazione alla guerra. Il progetto di rinascita della poesia si trasforma in un coinvolgimento politico. Cozzani era solito dichiarare di aver commesso il primo peccato editoriale per pubblicare la sua Orazione ai giovani nel ’17 e di avere creato a questo scopo la collana “I gioielli dell’Eroica”, che sul finire della guerra farà ampiamente conoscere il poeta Vittorio Locchi. Era stato Sem Benelli nel 1914, a segnalare a Cozzani un libretto di versi, stampato alla macchia con pochi soldi da un gruppo di giovani di Figline Valdarno: Le canzoni del Giacchio di Vittorio Locchi, impiegato postale a Venezia, che riecheggiavano la tradizione popolare toscana e i modi della lirica giocosa da Burchiello a Giustinian. Cozzani segnala il libro sul n. 30-31 della rivista e apprezza l’istinto del “cantore vagabondo”. Locchi diventa corrispondente da Venezia della rivista e uno degli autori di punta, specie dopo l’entrata in guerra: si vedano i cinque sonetti, di incitamento alla battaglia, di La sveglia, scritti sull’Isonzo, pubblicati nel ’16, con cui incarna la figura del poeta-soldato e del forte poeta civile. Quando muore, al largo di capo Matapan, sul piroscafo Minas, a inizio ’17, Cozzani pubblica e divulga la sua ultima opera, La sagra di Santa Gorizia, che il poeta aveva affidato ad Ada Negri, figura molto cara alla rivista e al suo direttore, ma che non aveva trovato accoglienza presso gli editori milanesi. Ottenuto un finanziamento dall’amico spezzino Ettore Diana, stampa l’opera come seconda de “I gioielli dell’Eroica”, con xilografie di Francesco Gamba. Egli stesso lo legge al Carlo Felice di Genova, nell’intervallo della rappresentazione di Romanticismo di Gerolamo Rovetta, con altissimo consenso di pubblico. Il poemetto in versi liberi racconta in toni semplici la dura epopea dei fanti fino alla presa di Gorizia nell’agosto 1916, sul Calvario, sul San Michele, nelle trincee piene di fango; una lotta senza tregua, tra “rulli di fucileria,/ vampe di bombe”, e qualcuno che ogni sera non torna nella baracca. Si motiva nel grande desiderio di combat- 16 tere che era nella giovane generazione interventista, e guarda al dolore quotidiano della guerra con toni quasi ungarettiani, che vengono come riscattatati dal desiderio di battaglia e dal successo della liberazione della città. Letto tra i militari, anche tra i fanti che tenevano Gorizia, per volere del generale Cattaneo, diventa quasi opera di propaganda bellica, e resta uno degli esempi più noti di poesia popolare legata alla Grande guerra. Nello stesso ambito si inserisce, nel 1927, La rapsodia di Caporetto di Francesco Perry (scritta nell’aprile del 1918). Ne discende, per quell’interesse alla poesia delle realtà settoriali, anche l’attenzione per Rodolfo Fumagalli, presto etichettato “il poeta aviatore”, di cui nel ’19 “L’Eroica” pubblica le prose Ali e alati, racconti di rapaci, di falconeria, e di imprese umane, delle possibilità dell’aviazione. Per questo mondo l’interesse di Cozzani era stato immediato e già nel 1910 aveva subìto il fascino dell’impresa dello sfortunato trasvolatore delle Alpi Geo Chavez, finita tragicamente: nel numero 186-87 de “L’Eroica” del 1934, dedicato a Eugenio Baroni, non mancava di pubblicare fotografia del monumento che lo scultore gli aveva dedicato nella piazza principale di Lima. Non poesia, ma documento di vita e di sincero amore di patria, le lettere di Fulcieri Paolucci di Calboli alla fidanzata Alessandra Porro, crocerossina e legionaria fiumana, pubblicate nel ’20 dall’amico Ludovico Toeplitz de Grand Ry, figlio del fondatore della Banca Commerciale. Nei primi anni Venti l’arrivo a Milano comporta non poche difficoltà per l’intraprendente direttore che, dopo il numero 77-80 del ’21 è costretto a far tacere la rivista per un paio d’anni; in questo periodo è intensa l’attività editoriale con alcune scoperte: il poeta garfagnino Olinto Dini, di cui pubblica Vita e sogno, uno degli esponenti della vena tardo-pascoliana portata avanti dalla rivista che avrà l’interprete di punta in Renzo Pezzani. Notevole importanza ha nel 1923 il varo della collana “Montagna” dovuta anche all’iniziativa di uno scrittore piovuto nella sede dell’Eroica dal Canton Ticino, Giuseppe Zoppi, che la inaugura con Il libro dell’Alpe, con incisioni di Francesco Gamba. E continuata da opere italiane come La conquista dei ghiacciai di Alfredo Patroni del 1925, Scarponate di Ubaldo Riva, L’epopea del Monte Rosa di Eugenio Fasana, e dalle opere di Giuseppe Mazzotti: Grandi imprese sul Cervino del ’34, La montagna presa in giro del ’36 e La grande parete del 1944. Da segnalare, la prosa moderna di Dalla vita di un alpinista del giuliano di lingua tedesca Julius Kugy, pre- la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 sentato da Ervino Pocar, l’alpinismo come lotta solitaria di Fontana di giovinezza dell’elvetico Eugenio Guido Lammer e il realismo di Carlo Ferdinando Ramuz, svizzero francofono di La separazione delle razze, tradotto nel ’32 e due anni dopo pubblicato da Grasset a Parigi. Già nel ’22 Cozzani cerca un rapporto con le Istituzioni editoriale milanesi e ne trova uno con la rivista “Il Risorgimento Grafico”, per la quale prepara il testo di un volume dedicato ad Armando Cermignani, terzo di “Gli artisti italiani del libro” la collana di profili dei più noti decoratori e illustratori (dopo Guido Marussig e Primo Sinopico) che la rivista aveva promosso. Molto insistito il tentativo di una collaborazione con la rivista “Il Convegno” che si è stabilita in una sede centrale e prestigiosa e svolge un’intensa attività culturale di incontri e conferenze. Al suo direttore Enzo Ferrieri, il 23 settembre 1923 scrive da Bonassola: «Tutta l’estate m’è trascorsa in una disperata battaglia: ho lavorato, con una integrità che non avevo più ritrovata dalla guerra in poi, al mio “poema del mare” che spero possa diventare un giorno la voce di questo nostro vitale elemento non ancora compreso ed esaltato dalla poesia italiana. Ora devo raccogliere le vele per tornare in città, e di qui, prendo accordi per sistemare la mia operosità nel 1923-24. Vuole accogliermi nel “Convegno” per una serie di mie espressioni? Se non ha mai voluto tentare con me: forse le sarò un marinaio pericoloso in una navigazione rischiosa com’è quella del suo bel naviglio tra una folla di non facili gusti. Ma io credo che non le farei disonore. Provi. E mi assegni, se crede d’invitarmi, un compenso non indegno».. Negate le richieste, il 15 ottobre ribadisce: «Ho insistito perché mi sarebbe piaciuta qualche ora di comunione con voi e con i vostri seguaci; ma non insisto più adesso, perché comprendo le ragioni d’una “singolarità” di atteggiamento e di intenti. Io non sono stato mai lontano dal Convegno, se non corporalmente, sia perché le sei o sette volte ch’io son venuto nella sua bella officina ideale Lei non c’era - sia perché io lavoro come uno schiavo (d’una gioviale schiavitù) dalla mattina alla sera: e quando un giorno avrò fatto almeno una parte di quello che sogno di fare – e mostrerò questa scatola di quattro metri quadrati che è tutto (stabilimento grafico, maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano E. Prampolini, Primavera, “L’Eroica”, n. 41-42, 1915-1916 redazione, direzione, e via via) la gente si domanderà dove e come un uomo solo in così poco spazio ha potuto trovar modo di far tanto. Io avevo già pensato a Lei per esposizioni; e m’era anche balenata un’idea: la mia saletta di Monza, che ha avuto il diploma d’onore, adesso si scompone: non si potrebbe ricomporre in una vostra sala e io mi impegnerei a cambiare il contenuto delle cornici e delle vetrine ogni 15 o 20 giorni, in una serie di mostre di xilografi e d’altri artisti di arte minima, che a volte è massima? Vede che se Lei non aveva l’idea di … licenziarmi, io non avevo quella di disertare, e perciò una fraterna stretta di mano… e avanti». La proposta di un gruppo di 12 mostre bellissime di xilografia (6 italiane e 6 straniere) sarà ribadita il 15 novembre; l’unica accolta e realizzata nel giugno del 1924 sarà quella dedicata all’incisione in legno polacca. Alla ripresa del ’24 l’indirizzo lirico della rivista pare ben attento a rivolgersi, al di là del patriottismo, a quel pascolismo largamente praticato, specialmente da imitatori dilettanti che fanno prove sulla rivista, palestra e meta. Non sono mai trascurati i nomi di Ada Negri e Sem Benelli, difeso dagli attacchi di Silvio D’Amico. 17 Nella seconda metà degli anni Venti è presenza quasi fissa della rivista il toscano Delfino Cinelli, con pagine dedicate alla cultura americana, a Walt Whitman, anticipi dei saggi Raffiche sui grattacieli (Milano-Roma, Treves, Treccani Tunmmi-nelli, 1932) e America d’oggi (Firenze, Vallecchi, 1938) e con letture proustiane. Cinelli, autore del romanzo La trappola, storia di un oste ingannato da un giovane e ricco signore che gli insidia la moglie, collocabile nel filone del naturalismo campagnolo tra Pratesi e Fucini, offre a Cozzani un altro successo, dopo la Sagra di Locchi Al secondo romanzo Castiglion che Dio sol sa, sulle vicende di un cittadino alle prese con un’azienda agricola, edito sempre nel ’28, l’anno dopo viene assegnato il Premio Borletti dell’Accademia Mondadori. È inoltre autore che ispira il cinema: da La trappola sarà tratto Tragica notte di Soldati e da Calafuria nel ’42, poco dopo la sua morte, il film omonimo di Flavio Calzavara con Doris Duranti e scene Art Nouveau di Italo Cremona. Fatta eccezione per questa e poche altre figure cui arride un consenso popolare, quella che domina le pagine della rivista, è una narrativa appartata, che va dal bozzetto di Fabio Tombari alla prosa di Guido Pusinich. Anche per la sua unicità, e per apparire insolito, risulta di sicuro interesse la pubblicazione di un saggio del regista Anton Giulio Bragaglia, il fondatore del Teatro degli Indipendenti, dedicato all’evoluzione della danza: Scultura vivente, corredato da numerose xilografie o clichés al tratto di personalità non legate all’orbita della rivista, e più vicine al mondo futurista come Prampolini, (presente sull’Eroica già nel ’16), Gino Severini, Fortunato Depero fino al giovane Leo Longanesi. Bragaglia era in ottimi rapporti con i circoli e le riviste milanesi degli anni Venti, dal “Convegno” di Ferrieri all’ “Esame” di Somaré, dove figura come collaboratore; poco si sa invece della sua conoscenza con Cozzani, forse mediata da Giulio Aristide Sartorio. Suddiviso in vari capitoli, il saggio dedica ampio spazio alla danza antimusicale, mettendo in rilievo, tra l’altro, i contributi dell’americana Isabella d’Etchessary, e dell’amata Jia Ruskaia che proprio agli Indipendenti aveva presentato azioni mimoplastiche, e che danzerà al Convegno nel ’32, su suggerimento di Bragaglia stesso. Non viene dimenticata, nel capitolo finale, l’opera di Cia Fornaroli, allora ancora direttrice della scuola di ballo della Scala, e il suo saggio L’arte della danza pubblicato da Bottega di Poesia nel 1923. 18 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 Negli anni Trenta la scoperta più significativa della rivista è Giorgio Cicogna, il poeta scienziato, di cui “L’Eroica” pubblica nel marzo del ’31 Inno alla matematica, dove, richiamando Pitagora, scopritore dell’armonia dei numeri, la evoca come disciplina che permette di vedere dal di fuori del cosmo le leggi che lo governano; e nell’ottobre la lirica I sepolti, gli eroi per i quali è impossibile evadere dal quotidiano. Cicogna, ingegnere, ufficiale di marina, giovane combattente in guerra, come ragazzo del ’99, a difesa della città di Venezia, abbandona l’esercito per gli studi e gli esperimenti. Aveva già inventato uno scandaglio acustico in grado di rilevare la presenza di eventuali sommergibili. “L’Eroica” gli pubblica due raccolte, una di racconti I ciechi e le stelle, l’altra di liriche Canti per nostri giorni dove è celebrato il denaro come mezzo di progresso e l’officina come luogo di sperimentazione di processi vitali. I racconti, a torto scambiati come anticipatori di una fantascienza italiana, toccano invece i mondi della scienza e delle sue possibilità, spesso nel contrasto con la realtà e con la volontà dell’uomo a non cambiare il corso della propria esistenza. Cicogna muore tragicamente nel ’32, mentre stava compiendo ricerche sperimentali destinate all’astronautica per uno scoppio del motore a reazione che costruiva. Viene celebrato come l’eroe moderno che tenta nuove vie nella ricerca e nella poesia. In suo ricordo pubblica anche una breve lirica, intitolata Grido dell’allodola, Elsa Morante, il cui nome appare sull’Eroica già nel ’31 (settembre e ottobre) con due poesie Tutto e La Gioia; vi ritornerà poi l’anno successivo (genn.-febbr. 1933) con la lirica Saluto alla sera. La giovane Elsa (qui neppure ventenne) era precocissima nella scrittura: «A quell’epoca, per guadagnare, dava lezioni private di italiano e di latino, aiutava gli studenti a scrivere le loro tesi di laurea, e pubblicava poesie (non pagate) e racconti (pagati) su qualche rara rivista. Nel tempo stesso, però, aveva incominciato a lavorare a racconti di assai maggiore impegno, scritti senza alcun fine pratico e per la sola necessità di esprimersi». A “L’Eroica” potrebbe essere arrivata di sua iniziativa, o grazie alla mediazione di Bragaglia, di cui era amica. Non si sa se la Morante abbia conosciuto Giorgio Cicogna. Forse fu impressionata dalla sua morte violen- A. Wildt, S. Francesco, 1926, “L’Eroica”, n. 93-94, 1925 [ma 1926] ta. Ma è singolare che in uno degli Aneddoti infantili pubblicati tra i Racconti dimenticati38, Lettere d’amore, sia dichiarata una passione per l’aviatore Lindbergh, al quale veniva indirizzata anche una poesia Grido d’allodola che terminava con i due versi qui affidati al rimpianto dello scienziato: «O terra, o cielo, gettate a quest’attimo / la vostra stupida eternità». Forse dall’originaria destinazione al trasvolatore solitario, i versi infantili erano passati a un altro eroe, più vicino e umano, sconfitto dalla macchina, che tentava di vincere. Se le poesie restano consegnate alla preistoria della raccolta longanesiana Alibi, si dimostra molto interessante il successivo racconto Il bambino ebreo del novembre-dicembre 1937, da annettere al clima della prima raccolta Il gioco segreto pubblicata da Garzanti nel 1941 (dove forse difficilmente dato il momento un racconto con questo titolo poteva essere incluso. Si sa che molti racconti di questa serie finirono esclusi dal recupero per la nuova raccolta einaudiana del 1963 Lo scialle andaluso; la scrittrice, a distanza di anni li trovava “decisamente brutti” e aggiungeva: «Le mie immaginazioni giovanili – riconoscibili nei racconti del Gioco segreto – furono stravolte dalla guerra, sopravvenuta in quel tempo. Il passaggio dalla fantasia alla coscienza (dalla giovinezza maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano alla maturità) significa per tutti un’esperienza tragica e fondamentale. Per me quest’esperienza è stata anticipata dalla guerra: è lì che, precocemente, e con violenza rovinosa, io ho incontrato la maturità.» Dimenticato subito e senza riserve, Il bambino ebreo sembra nutrirsi delle immaginazioni a sfondo religioso della giovinezza, ma portare in sé temi esistenziali destinati a importanti sviluppi come la maternità non negata. Il tono lirico sembra appena velare quella che è storia di distacco, quindi di paure e di ombre, come comporta l’uscita dal ghetto, nel mondo sconosciuto, visto, in forma trasognata attraverso il filtro dei racconti, di un sapere che è possesso sicuro, anche nell’esordio: «Sapeva che c’erano altre strade, fuori dal suo vicolo, e anche piazze con grandi chiese così splendenti che le colonne parevano di luce. Da quelle chiese uscivano suoni dolci e profondi, che davano come un brivido. Ma egli aveva paura di quella luce, di quella strana gioia; preferiva riportare nell’ombra le sue gambe malate, la sua faccina tutta divorata dalla povertà, la sua bruttezza sudicia.». Ma il dato particolare di quel mondo altro, di cui il bambino procede alla scoperta, è quello dell’apprendimento del grande mistero della natività, attraverso il racconto, appena accennato, di una vecchia cristiana, che trasfigura la storia di un incontro (come spesso nel Gioco), di riconoscimento anche momentaneo e in fondo di intesa, di miracolo sognato. «Quando le vie si vuotarono, egli ebbe freddo. Nessuno si accorse di lui e non gli impedirono di infilarsi zoppicando in una straduccia, dove c’era una dura pietra, alta, che riparava un po’ dal vento. Gli dolevano la gola e piedi, la notte gli trapassava le piccole palme immote con un ago di ghiaccio. Passò un cane senza guardarlo; il vento ululava e gli scompigliava i capelli, e tute le ombre parevano irrompere su di lui per bere le sue lacrime gelate. Un’ombra più alta passò; era sola, e passò come tutte le sere vicino alla pietra, dove forse sarebbe venuto qualcuno ignoto, col fiato che odora d’alcool, per darle dieci lire. Ma quella notte non veniva nessuno. Era piccola, sciupata, con la bocca livida, e non aveva un manto, ma uno scialletto azzurro. Forse anch’ella si chiamava Maria, e tremava per il freddo. E dentro il suo cuore soli- 19 tario piangeva una piccola voce non udita mai. Il suo bambino non dormiva tra le sue braccia, sotto lo scialle, ma in cielo, dove sua madre lo aveva mandato prima che fosse vivo. Il battito delle piccole membra già nate s’era fermato d’improvviso; e forse egli era felice. Ma quaggiù c’era una donna a cui nessuno aveva detto mamma e che aveva ucciso in sé questo nome. Ora tutto il suo corpo in uno spasimo si tendeva alla creatura che dormiva lontano. E nessuno avrebbe voluto averla con sé, nella culla, che era una culla così povera e fredda, mentre quella del cielo era fatta di stelle. Presto sarebbe andata lei a rifargliela, con quelle sue mani, e qualcuno l’avrebbe chiamata, qualcuno che era suo. Ora la notte la respingeva coi soffi gelati del vento e le urlava nella gola. Ella si arrestò, premendosi lo scialle sul petto. Il fanciullo accovacciato presso la pietra non l’aveva ancora vista. Ma la donna lo guardò coi suoi grandi occhi celesti; guardò le spalle aguzze, e la testa infossata e gambe malate e livide, e le piccole mani ferme. E allora, piano piano, quasi avesse paura o dolcezza, gli accarezzò la testa, mentre qualcuno la guardava dal Paradiso.» Nella donna di strada dai ricci rossi con lo scialletto azzurro che lo accarezza il bambino intravede Maria la madre, “la beata, la più bella”, (che per lui è figura di favola). L’incontro è la storia di due compensazioni: la madre mancata (l’allusione all’aborto pare sofferta nella rapidità) accarezza nel bambino il figlio che la guarda dal Paradiso; il bambino forse trovatello prova per la prima volta l’emozione di essere figlio, ha una madre celeste che il cielo incornicia di stelle. Nel bambino smunto che esce curioso del mondo sembra di intravedere un fratello maggiore di Useppe, in cerca di un posto nel mondo, e di quella Ida, a cui non verrà nemmeno la fantasia “di procurarsi l’aborto”. La giovane Elsa sa guardare presto nelle pieghe della storia, anche tra i trovatelli del ghetto, mentre si profilano gli anni neri. Cozzani non valutò in particolar modo il racconto della Morante e non segnalò la sua presenza sulla rivista; forse si accorse appena di lei. Ma anche per l’esordiente scrittrice, dall’inarrestabile vocazione, forse “L’Eroica” rappresentò per un breve attimo il tempo della speranza. INFORMAZIONE PUBBLICITARIA Contro il rischio carie chewing gum allo xilitolo. Priorità Prevenzione. Con un’incidenza del 22% nei bambini a 4 anni e di circa il 44% a 12 anni, la carie è ancora fonte di preoccupazione e di aggravio economico per molti genitori italiani. Prevenire è il metodo più efficace e meno costoso per risolvere il problema e arrivare, come chiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2010 con il 90% di bambini a 5-6 anni senza carie e lo 0% a 18 anni per perdite di denti per carie o malattie parodontali. Xilitolo. Oltre agli strumenti più semplici e generalmente raccomandati, quali dentifricio, spazzolino, sana alimentazione e controlli periodici dal dentista, masticare chewing gum allo xilitolo è un valido aiuto per la prevenzione. Lo xilitolo è un edulcorante naturale ipocalorico utilizzato nel chewing gum quale sostituto dello zucchero. Il chewing gum allo xilitolo, stimolando la produzione di saliva, incrementa i meccanismi di difesa nei confronti della carie, come riportato nelle recenti Linee Guida per la promozione della salute orale varate dal Ministero della Salute. Chewing gum e xilitolo: efficacia provata scientificamente. Lo studio* realizzato recentemente dall’Università degli Studi di Milano ha sperimentato l’efficacia del chewing gum allo xilitolo rispetto a un chewing edulcorato con altre sostanze, su un campione di 153 bambini di 7-9 anni con elevato rischio di carie per un periodo di sei mesi. I risultati dimostrano che masticando quotidianamente chewing gum allo xilitolo si riducono significativamente le concentrazioni di Streptococcus mutans, la principale specie batterica responsabile della carie. Non solo: lo xilitolo ha un effetto positivo anche sul pH della placca che risulta meno acido e quindi più sicuro per l’integrità dello smalto dentale. Oltre alle normali pratiche di prevenzione, masticare chewing gum allo xilitolo è un modo semplice ed efficace per curare la propria igiene orale e prevenire il rischio carie. *Centro di Collaborazione OMS per l’Epidemiologia e l’Odontoiatria di Comunità, Università degli Studi di Milano; Istituto di Clinica Odontoiatrica, Università degli Studi di Sassari. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Il futuro dell’editoria In un mondo di schermi, rimarrà il piacere della carta e-book e libri on line non sono vere alternative GUGLIELMO CAVALLO esta forse qualche sorpresa venire a sapere che William (detto Bill) Gates, corifeo della Microsoft, qualche anno fa confessava di preferire la carta stampata allo schermo del computer quando aveva da leggere qualcosa di non estremamente breve: «La lettura di un testo sullo schermo è ancora immensamente inferiore alla lettura di un testo sulla carta. Persino io che ho schermi sontuosi e mi credo un pioniere dello stile di vita del Web, quando si tratta di qualcosa di più di quattro o cinque pagine, lo stampo e mi piace portarlo con me e scrivervi annotazioni. Deve fare una bella corsa a ostacoli la tecnologia per riuscire a uguagliare questo livello di semplicità di uso». D La sorpresa diminuirà se guardiamo in noi stessi, e più largamente in quanti hanno o hanno sempre avuto confidenza con l’oggetto che rappresenta l’espressione più compiuta di un testo su carta in età moderna, ma anche su papiro, pergamena o carta primitiva in tempi più lontani: il libro. Il quale, in un mondo che si avvia sempre più a diventare un mondo di schermi, continua a vivere anche nel nuovo millennio in cui siamo entrati evocando una serie di atmosfere, luoghi, abitudini, gesti, ricordi, fantasticherie, relazioni, storie, incontri, che a esso sono legati o che intorno a un libro si possono intrecciare. Il futuro del libro si lega strettamente al suo passato. Ripercorriamo dunque per episodi e momenti questo passato, per cogliere meglio il ruolo che il libro può rivestire nel nostro mondo tumultuoso di schermi che sembra volerne decretare la scomparsa. Non è un caso che in un congresso dell’Associazione internazionale degli editori tenutosi a Barcellona nel 1996, di fronte al dispiegar- si della nuova editoria multimediale, gli editori “tradizionali”, alcuni anche di gran peso, manifestavano inquietudine: l’angoscia di chi sa di essere su una linea di confine tra un passato che par giungere al termine e un futuro misterioso, che intravede invaso dall’elettronica. Scrisse Marshall McLuhan: «Quando una nuova tecnologia penetra in un ambito sociale non può cessare di permearlo finché non ne ha saturato ogni istituzione». In questa maniera McLuhan profetizzava in pratica l’estinzione del mondo della carta stampata. Ma è proprio così? Istituiamo un confronto con il passato, con l’epoca tardoantica, quando si passò dal libro in forma di rotolo a quello in forma di codice, l’antenato dell’odierno libro, e con l’età moderna, quando dal manoscritto si è passati al libro a stampa. Dopo queste due rivoluzioni, la terza, quella odierna e multimediale, sembra cogente debba portare, al pari delle precedenti, a un esito definitivo, vale a dire alla totale sostituzione del ‘libro digitale’ (libri in rete, cd-rom, e-books...) al libro a stampa. Si deve riflettere su un fatto. Le due rivoluzioni precedenti – pur profondamente diverse tra loro – significarono un cambiamento nella tecnologia della produzione libraria, ma entrambe incisero solo parzialmente sull’universo mentale, sulle funzioni dello scritto, sulle concrete pratiche di lettura e di studio inerenti alla cultura del libro. Venne a instaurarsi insomma una dialettica tra discontinuità e continuità. Si prenda il debutto sulla scena, tra I e II secolo d.C., del libro-codice come vettore di testi letterari, e la sua irresistibile diffusione tra III e IV, fino al suo finale trionfo sul libro-rotolo. Diversamente da quanto era avvenuto fino a quel momento, il 22 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 È lecito domandarsi perciò se alla discontinuità determinata dal libro digitale vi possano essere delle continuità legate al libro a stampa, le sole che possono garantirne la sopravvivenza. Occorre introdurre, anzitutto, una distinzione: rotolo o codice, scritto a mano o prodotto a stampa, il libro è stato sempre un oggetto fornito di tutta una serie di caratteri fisici, che sono di volta in volta entrati nel rapporto con il possessore o lettore. Il libro digitale è una scrittura che può interagire con l’immagine e con il suono sullo schermo, ma che segna una discontinuità totale con l’oggetto fisico che è sempre stato il libro. E proprio qui risiede la maggior forza di quest’ultimo. Antonello da Messina, San Gerolamo nello studio, tavola, cm.45,7x36,2, Londra, National Gallery codice consentiva di ritrovare rapidamente un passo, una frase; di forma più maneggevole, si adattava meglio alla lettura e, se di dimensioni ridotte, poteva esser letto con una sola mano; avendo una capacità di contenuto assai più ampia di quella del rotolo, vi si potevano riversare per intero un’opera in più rotoli, o tutti gli scritti noti di un singolo autore, o una selezione di opere di autori diversi o di parti di queste in forma antologica. Questa rivoluzione creò nuove tipologie di testi, nuove fasce di lettori, nuove pratiche di lettura. Lo stesso avvenne per l’altra rivoluzione, quella dal libro-manoscritto al libro a stampa. La tecnica tipografica rese possibile una produzione in esemplari ripetibili, introdusse nuovi dispositivi editoriali, ampliò gerarchie, generi e tipi di libri: tutto questo creò nuovi lettori, determinò nuovi atteggiamenti mentali, portò a nuovi modi di ricevere messaggi e di reagirvi, indusse nuove maniere di leggere. Ma se molte furono nell’uno e nell’altro caso le discontinuità, molte pratiche invece, al di là delle rivoluzioni nelle tecniche del libro, ebbero una continuità nella lunga durata, legate come erano ad alcune costanti. Una costante è la compagnia, che un libro può offrire, di un rapporto intimo e silenzioso, ma di cui siamo noi a scegliere i modi, i luoghi e i tempi perché avvenga; un’altra è il condividere con altri impressioni ed emozioni di lettura; e un’altra ancora il piacere del collezionismo. Il sogno di una biblioteca universale in cui riunire tutti i libri scritti sembra ormai a portata di mano, ridotto alle dimensioni di uno schermo, giacché la tecnologia elettronica annulla la distinzione tra luogo del testo e luogo del lettore. Da qualsiasi angolo della terra, questo schermo può portare al lettore quel che in un libro è scritto, ma lo priva del piacere e dell’ansia di andare verso il libro, di trovarlo tra gli scaffali di una libreria o nella bottega di un antiquario, di leggerlo o di consultarlo magari a un banco in una biblioteca antica, silenziosa, quasi una cattedrale, dove tra il libro polveroso e una lampada si inserisce il fantastico, e dove perciò, ha scritto Michel Foucault, «il chimerico [...] nasce dalla superficie nera e bianca dei segni stampati». Non sembra, insomma, che nell’era dell’informatica le grandi biblioteche di conservazione possano diventare soltanto dei musei. E ancora: attraverso lo schermo, il lettore comunica con una biblioteca universale, ma perde il contatto con il contesto sociale che gli è intorno e che ogni libro sottende: incontri, doni, prestiti, scambi, dediche, messaggi che un libro può provocare. Tutti fattori di sociabilità, cui viene sottratto il lettore chiuso come in un cerchio nell’isolamento della sua postazione davanti a un computer. E che dire della libertà del lettore che sceglie le situazioni, le positure fisiche, i gesti della lettura, e il modo stesso di appropriarsi del testo attraverso il libro? Si pensi – pur nella diversità delle situazioni di lettura – all’‘ordine del leggere’ che ha caratterizzato tutta l’età moderna: il leggere del dotto o dell’umanista nello studiolo, circondato da libri e scaffali, o il leggere un po’ distratto, in piedi o fugacemente poggiato a un tavolo, dell’aristocratico nella luminosità di una stanza tutta per sé, o il leggere ora attento ora languido di fanciulle e dame. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Questo ‘ordine del leggere’ resiste ancora oggi. Da un’inchiesta sulle abitudini di lettura degli italiani è emerso che il luogo preferito è la casa, in particolare la propria stanza, in poltrona o a letto, ma anche al tavolo o alla scrivania. Il treno, quando capita, può costituire una valida alternativa; non molti sono quelli adusi a leggere all’aperto; solo qualcuno ricorda la biblioteca (tuttavia nel resto d’Europa la lettura in biblioteca è assai più diffusa che in Italia). Ma quando si considerano i giovani, i loro modi di leggere si dimostrano anarchici, svincolati da regole, schemi e valori sociali precostituiti: si legge distesi per terra, con i piedi poggiati sul tavolo e in una serie di posizioni fisiche improprie e diverse. Il libro stesso è manipolato, rivoltato, portato addosso e scarabocchiato come segno di uso individualistico di consumo. Ha scritto H. Magnus Enzensberger sulla libertà del lettore: «Il lettore ha sempre ragione e nessuno può togliergli la libertà di fare di un testo l’uso che più gli piace, [...] arrabbiarsi e rallegrarsi con lui, dimenticarlo, plagiarlo, e ad un certo punto gettare il libro in un angolo». Infine, va ricordato chi, in questo mondo massificato di schermi, costruisce la rarità: il bibliofilo. Essere bibliofilo significa cercare e acquisire un originale unico, arricchire o completare una collezione mirata di libri di una certa epoca, di un autore, di un’opera, riunire una serie di pezzi preziosi per antichità, edizioni sommerse, esemplari scarsi, annotazioni di mani passate; ma essere bibliofilo significa anche sentire il piacere egoista di sfogliare libri rari in una biblioteca privata, gustare la qualità di una scrittura a mano o di caratteri tipografici squisiti, fermare gli occhi sull’incanto di decori e incisioni, avvertire sotto le dita il fremito di una pergamena ben lavorata o di una carta fine, carezzare la pelle o il velluto di una legatura. «Au temps des écrains, le monde de la collection a encore de beaux jours devant lui», ha scritto ultimamente Roger Chartier. Il libro digitale potrà mai soddisfare passioni, riti, gusti legati al libro tradizionale? Da una parte, lo schermo rappresenta una rottura totale con la tradizione, rendendo difficile un trionfo definitivo del libro digitale; ma dall’altra numerose iniziative sono volte a creare prodotti sempre più sofisticati e atti a dischiudere nuovi spazi multimediali all’ampliamento sia della lettura di evasio- Hans Heyerdahl, Sguardo su Vinduet, 1881, olio su tavola, cm.46x37, Oslo, Nasjonalgalleriet ne sia dei modi di apprendimento del sapere, magari mediante gerarchie, generi, tipi di libro digitale in grado di coinvolgere fasce diverse di lettori, tanto più che molti di questi si acculturano mediante audiovisivi e messaggi in movimento. Si sente già dire di e-book che fanno sentire il fruscio del voltar pagina o che permettono di sottolineare il testo. Ma attualmente l’unico settore nel quale il libro digitale ha avuto e potrà continuare ad avere successo è quello delle enciclopedie: un prodotto senza precisa anagrafe, che si consulta per voci, nel quale ogni voce rimanda ad altre, che richiede un ampio corredo di immagini di riferimento. Nel settore delle enciclopedie, e forse dei manuali, il cd-rom è destinato al trionfo definitivo, potendo soddisfare tutte queste esigenze insieme e per di più occupando limitato spazio “fisico”. Una vera e propria civiltà del libro in rete o dell’ebook resta comunque su uno sfondo piuttosto lontano, anche perché vanno messi in conto problemi come il diritto d’autore, la salvaguardia dell’autenticità del testo, la possibilità di successive letture pur con il variare assai rapido delle tecnologie, la durata dei supporti magnetici. A parte il dovere di preservare libri, collezioni, biblioteche quali sono stati per centinaia di generazioni, il libro può avere nell’immediato e in futuro un ruolo, un significato e un futuro: in ultima analisi, il libro digitale «integrerà ma non sostituirà la grandiosa macchina di Gutenberg». maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 inSEDICESIMO LA MOSTRA DEL LIBRO ANTICO, CATALOGHI DI BIBLIOFILIA, RECENSIONI, MUSEI DEL LIBRO, ASTE, ESPOSIZIONI, APPUNTAMENTI, ANASTATICHE IL LIBRO ANTICO SI FECE MOSTRA Cosa si è perso chi si è perso l’edizione XX di annette popel pozzo Milano, la XX edizione della Mostra del Libro Antico si è svolta dal 13 al 15 marzo nel bel Palazzo della Permanente di via Turati. “Must” bibliofilo per appassionati e collezionisti del libro italiano antico e di pregio moderno, la mostra è anche luogo d’incontro per alcuni dei più rinomati librai internazionali. Quest’anno la lista comprendeva oltre 50 antiquari provenienti da tutta Italia, Austria, Germania, Inghilterra e Spagna. Tra le opere più preziose erano alcuni frammenti di musica medievale, presentati dallo Studio Bibliografico Solmi, e manoscritti miniati quali la Expositio in epistolas Pauli di Haymo di Auxerre, di ambito francese quattrocentesco e di celebre provenienza (copia di Budé-Barrois-AshburnhamFoyle-Kraus), presentati da Sokol, Londra. In occasione dei 450 anni della princeps dell’Index Librorum Prohibitorum nel 1559 si sono viste tre rarità quali la prima edizione veneziana del cosiddetto “indice tridentino”, stampata da Paolo Manuzio nel 1564 (presso Il Polifilo), la prima edizione dell’indice in Germania, stampata sempre nel 1564 a Dillingen (presso Sermoneta Studio Bibliografico) e una rara edizione del più famoso manuale A per inquisitori, il Malleus Maleficarum (il Martello delle Streghe), del 1494 (presso Paolo Rambaldi). Sempre à propos di eventi commemorativi, la Libreria Biggio di Torino, ha presentato per il Centenario della conquista del Polo Nord il catalogo 1909-2009 Il traguardo del Polo Nord, con opere di molti esploratori che hanno contribuito alla conquista dell’Artico. Lo Studio Bibliografico Lex Antiqua ha ammaliato i visitatori con otto rare edizioni uscite dai torchi del più noto tipografo ebreo, Gershom Soncino (attivo dal 1502 al 1527). Davvero mozzafiato, un testo di astronomia di Gherardo da Sabbioneta Tehorice planetarum (Pisa, Soncino, 1508) e il religioso Opus toti christiane reipublice di Pietro Galatino, primo libro stampato a Ortona a Mare (Soncino, 1518). Due edizioni sonciniane notano inoltre la provenienza di Giacomo Manzoni (1816-1889), bibliografo dei prestigiosi Annali tipografici dei Soncino. Rispettivamente da Pettini e da Pregliasco si potevano ammirare due rare edizioni del De architectura di Vitruvio: sia la princeps illustrata del 1511 (Venezia, Giovanni Tacuino) a cura del noto architetto fra’ Giovanni Giocondo, che dopo la morte di Bramante portò avanti i lavori di San Pietro a Roma insieme a Raffaello e Antonio da Sangallo, sia la prima assoluta in volgare del 1521, con le illustrazioni del Cesariano che dimostrano chiaramente l’influenza di Leonardo da Vinci (Como, Gottardo da Ponte). L’inglese Sims Reed convinceva con 50 libri rari tra i quali spiccavano la prima edizione delle poesie di John Donne in pergamena coeva (Poems, Londra, 1633) e la prima edizione in prima tiratura dell’importantissimo Leviathan di Thomas Hobbes (Londra, Andrew Crooke, 1651). Wolfgang Kaiser della libreria Tusculum portò in mostra un raro post-incunabolo spagnolo (Pandit Aragonie di Lucio Marineo, Saragossa, 1509), appartenuto al noto bibliofilo ottocentesco Gomez de la Martina e all’artista inglese William Morris, di cui è noto l’interesse per libri graficamente e artisticamente composti. Lo Studio Wunderkammer di Luca Cableri aveva un nuovo tipo di catalogo “meraviglioso”. Invece della descrizione classica del tomo in offerta, un’insolita scheda: un invito alla scoperta del libro attraverso un bramo curioso. Ancora, non si possono tralasciare le librerie antiquarie specializzate in stampe: Ai Tre Torchi, Il Bulino, Morra Lella e Gianni Stampe Giapponesi e Stanza del Borgo, che esponevano bulini di Albrecht Dürer (Piccola Passione), Agostino Carracci (Omnia Vincit Amor, appartenuto a Füssli) o l’acquaforte Il mercato nuovo di Dresda di Canaletto. La XX edizione è stata una tappa importante, a conferma di un impegno bidecennale, ma già oggi aspettiamo con entusiasmo la XXI edizione della Mostra del Libro Antico, che si terrà, sempre a Milano, dal 12 al 14 marzo 2010. 26 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo BELLE VEDUTE D’ITALIA E STORIA DEL NORD-EST LIBRI PROIBITI E INQUISIZIONE A 450 ANNI DALL’INDICE Libreria Editrice Goriziana LEG Catalogo n. 57: Libri antichi e rari, disegni seicenteschi di città italiane Studio Bibliografico Paolo Rambaldi Note storiche attorno a una collezione Nel catalogo, preparato per la Mostra del Libro Antico a Milano, si segnala una particolare raccolta di disegni anonimi, databili attorno alla seconda metà del ’600, che rappresenta una collezione di vedute di città italiane. Probabilmente ispirati a un’opera a stampa del periodo, i disegni, eseguiti a china e a colori sui toni del verde, rosa e arancio, vengono offerti individualmente con prezzi dai 1.500 ai 3.500 euro. Nella sezione di libri antichi e rari, particolore interesse viene dato a titoli che riguardano la storia locale di Venezia, Friuli, Slovenia e Dalmazia: Venezia e le sue lagune [Venezia, Antonelli, 1847, ¤9.500], una rara edizione del Virgilio in dialetto friulano a cura di Bosizio, La Eneide di Virgili tradotta in viars furlans [Gorizia, Giuseppe Tommasini, 1775, ¤6.500], Amadeno di Castro, Genesis historica nobilis Janesiorum familiae [manoscritto cartaceo, 1704-1731, che riguarda la famiglia Janesi di Tolmezzo con relativi documenti, ¤24.000], e Johann Ludwig Schönleben, Carniolia antiqua et nova, che tratta le vicende in Slovenia [Labaci, Mayr, 1681, ¤12.000]. Libreria Editrice Goriziana Corso Giuseppe Verdi, 67, Gorizia www.leg.it/ - [email protected] In occasione dei 450 anni del primo Indice dei libri proibiti, 85 diverse edizioni di “indici”, alcuni titoli relativi all’Inquisizione, testi censurati, trattatistica e giurisprudenza. Su tutti, una rara prima edizione veneziana del cosiddetto “indice tridentino” [Venezia, Paolo Manuzio, 1564], una prima dell’indice di Plantin stampato per i Paesi Bassi [Anversa, Christophe Plantin, 1570], una prima edizione veneziana dell’indice clementino con le Dechiarationi [Venezia, Niccolò Moretti, 1596], un’edizione del primo e unico indice espurgatorio edito in Italia [Roma, Stamperia Camerale, 1607] e l’importante edizione dell’ultimo indice del 1948 [Città del Vaticano], che elenca illuministi francesi, Beccaria, Kant, e autori più recenti come Leopardi o Croce. [Brescia, Marchetti, 1572, prima ed., ¤5.800]; Ottone Calderari, Disegni e scritti d’architettura [Vicenza, Paroni, 1808, prima ed., ¤5.900], Leonardo da Vinci, Trattato della pittura [Parigi, Langlois, 1651, prima ed., ¤10.000], Buonaiuto Lorini, Delle fortificazioni, libri cinque [Venezia, Rampazetto, 1597 (1596), prima ed. in seconda tiratura, ¤7.000], Marco Moro e Giuseppe Zanetti, Album di gemme architettoniche ossia gli edifizj rimarchevoli di Vicenza [Venezia, Brizeghel, 1847, ¤15.000], Torello Saraina, De origine et amplitudine civitatis Veronae [Verona, Putelletto, 1540, prima ed., ¤5.000], Marcus Vitruvius Pollio, De architectura libri dece [Como, Gottardo Da Ponte, prima ed. volgare, ¤P.a.R.]. Libreria Antiquaria Perini s.a.s. Via A. Sciesa 11, Verona [email protected] CENTO TITOLI DA MANGIARE, DIRETTAMENTE DAGLI STATES Ben Kinmont Bookseller Catalogue 12: Gastronomy Libreria Antiquaria Perini Catalogo 24: L’arte attraverso i secoli Cento titoli “gastronomici” dal libraio californiano come Il caffè. Canti due di Lorenzo Barotti, [Parma, Stamperia Reale, 1781, prima ed., $4.000], unico titolo culinario edito dal Bodoni. Gradevole l’invito a passare alla pratica con un menu di 10 ricette trovate negli stessi libri: un’elegante preparazione per tartufi “truffes cuites sous la cendre” da Jules Rémy, Champignons et truffes [Parigi, 1861, prima ed., $1.000] o un “gâteau à l’Italienne frit” da Le Cuisinier Gascon [Amsterdam, 1740, prima ed., $6.500], opera, si dice, scritta dal nipote di Louis XIV e Madame de Montespan. Una serie di trattati di arte e architettura tra cui si segnalano Martino Bassi, Dispareri in materia d’architettura Ben Kinmont, Bookseller 1160 Pleasant Hill Road, Sebastopol, CA [email protected] Studio Bibliografico Paolo Rambaldi Via Provinciale Superiore 34, Molinella (Bo) www.rambaldirarebooks.com DA LEONARDO A VITRUVIO, TRA ARTE E ARCHITETTURA maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja 152 LIBRI PER METTERSI SULLE TRACCE DELLA FELICITÀ L’Arengario Studio Bibliografico “La fantasia e la passione”. Per una storia bibliografica della felicità. Stampato in 120 esemplari ad personam in occasione della XX Mostra del Libro Antico a Milano. «Non c’è libro che non abbia a che fare con la felicità…»: così il Libraio prova a compilare un catalogo che è un vero e proprio viaggio in 152 libri alla ricerca della felicità. Quel che si può arguire, sfogliando le pagine di questo catalogo è che, in ogni libro, depositata dalla fantasia, soprattutto quando è coniugata alla passione, si trova traccia dell’umana pre-occupazione di conoscere il mondo in nome di una sincera felicità, alla ricerca dell’appagamento dei propri desideri. Dalle satire di Persio [Persius cum duobus commentis… stampato a Venezia “per Petrum Io. de Quarengis Pergomensem” il 13 aprile del 1495, ¤4.500] al libretto di Giampiero Mughini La Collezione [Torino, Einaudi 2009, ¤16] passando da Scipione Maffei [Dell’impiego del denaro. Libri tre…, Verona, Giannalberto Tumermani, 1744, ¤2.800] e dal libro di Bruno Munari Teoremi sull’arte [Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, 1961, ¤250], senza perdersi Svevo e Freud, D.H. Lawrence e Montale, Alain Delon e Brigitte Bardot e molti altri. L’Arengario Studio Bibliografico Via Pratolungo 192, Gussago BS www.arengario.it PIERO GOBETTI, L’ANTOLOGIA DEI SAGGI E DELLE RIVISTE Libreria Antiquaria Soave Catalogo stampato in occasione della XX Mostra del Libro Antico «Penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria: il giro degli affari che garantisce la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante. […] Basta che egli sia stato logico; non abbia fatto transazioni coi suoi principi di uomo colto, che pubblico e scrittori siano sicuri di lui.» [P. Gobetti, L’editore ideale, Milano, Vanni Scheiwiller editore, 1966, p. 72-73]. Nella pagina del catalogo generale a lei dedicata, la Libreria Antiquaria Soave – fondata nel 1937 dall’avvocato-scultore Alessandro Soave – propone una interessante raccolta pressoché completa delle edizioni di Piero Gobetti. Si tratta di 109 titoli su 114 (anche se sappiamo che, nel frattempo, ne hanno raccolti altri due) e delle due collezioni quasi complete delle riviste “La Rivoluzione liberale” e “Il Baratti”. Nel raccogliere tanti volumi, non tutti facili da reperire, c’è voluta una passione e una costanza che rendono merito alla libreria; costituisce infatti una testimonianza solida e inconfutabile della forza ideale di questo grande personaggio che in una brevissima vita seppe condensare capacità e potenzialità 27 tali da far impallidire molte altre esperienze intellettuali e morali. La si segnala nella speranza di poterla ospitare presto presso la nostra Biblioteca. Libreria Antiquaria Soave Via Po, 48, Milano www.libsoave.com FUTURISMO 1909-2009, NONOSTANTE LA FESTA Libreria Antiquaria Pontremoli Futurismo 1909-2009 con “Collaudo” di Pablo Echaurren Nell’orgia di celebrazioni futuriste per un centenario senz’altro tempestivo ma nella sostanza fuori posto, ché il “Filippo Tommaso”, come lo chiama Echaurren nel Collaudo che serve da premessa al catalogo, l’avrebbe schifato e se ne sarebbe tenuto alla larga, questo bel catalogo, che viene a completare il precedente [pubblicato sempre per la Mostra del Libro Antico, nel 2008], si staglia come uno dei contributi più utili e importanti. Compilato da una delle poche librerie italiane che con dedizione e passione ha curato sin dal principio della sua attività il Novecento [qualcuno, non a torto, sostiene che la Libreria “ha costruito” questo mercato in Italia, come per l’Ottocento fece il buon Parenti con le sue “rarità”], il catalogo si divide in quattro parti: manifesti, cataloghi, periodici e libri. Con quasi 800 schede [cui si sommano le 300 del primo] veloci ma esaurienti e con accattivanti illustrazioni, questa pubblicazione si appresta a diventare uno strumento indispensabile per chi è interessato al movimento artistico creato da Marinetti. Libreria Antiquaria Pontremoli Via Vigevano, 15, Milano www.libreriapontremoli.it 28 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 LIBRI CHE PARLANO DI LIBRI Omaggi d’autore alle pagine scritte e storie dovo i volumi prendono vita di gianluca montinaro, matteo noja e matteo tosi I SEGRETI DELLA LEGATURA SECENTESCA, CITTÀ PER CITTÀ Dopo il successo del Dizionario illustrato della legatura, «un’opera scrisse Luigi Crocetti - che lascia a molte lunghezze tutte le altre pubblicate su questa materia», Federico e Livio Macchi presentano un magnifico ed eruditissimo Atlante della legatura italiana. Questo tomo prende in esame, in modo sistematico, il censimento, l’illustrazione, la descrizione (dividendo la materia per città e relative aree geografiche) e le principali tipologie di legature d’arte in Italia nel periodo del nostro maggior splendore artistico e culturale: il XV e XVI secolo. I maestri, le botteghe, i ferri caratteristici di un luogo o di una scuola vengono descritti in oltre cento tipologie, con schede illustrate ed esemplari, anche inediti, di legature dell’epoca. Completano l’opera appendici sui ferri, su dorsi e tagli, sui falsi. Un’opera scientifica di grande bellezza e suggestione, ma anche un autentico Atlante in grado di guidare il collezionista, l’antiquario, lo studioso in un mare magnum ancora in parte inesplorato e perciò ricco di scoperte. Federico e Livio Macchi, Atlante della legatura italiana, Sylvestre Bonnard, Milano 2009, pp.296, ¤90,00 LE ITALICHE PENNE DEL ’900, EDIZIONE PER EDIZIONE Le raccolte delle prime edizioni della letteratura italiana del Novecento rappresentano ormai un settore “forte” del collezionismo librario. Fondi come quello di Sergio Reggi (da poco acquisito dall’Università degli Studi di Milano) sono state giustamente elevate a paradigmi di questo specifico ambito bibliofilo, spesso primo gradino per chi si avvicina al bibliocollezionismo. Ciò che unisce tutti coloro che si interessano al nostro ’900 letterario è “il” Gambetti-Vezzosi: citato, consultato, preso a esempio. In questo Rarità bibliografiche del Novecento italiano, non una nuova edizione ma una nuova opera, Lucio Gambetti e Franco Vezzosi offrono il più esauriente strumento d’indagine delle edizioni italiane del XX secolo: 277 scrittori catalogati, da Accrocca a Zavattin. Migliaia di titoli descritti attraverso i dati tecnici di ogni edizione e le indicazioni del valore di mercato. Completa il tutto un’appendice dedicata a singole edizioni di opere d’autori esclusi dall’elenco principale. Lucio Gambetti - Franco Vezzosi, Rarità bibliografiche del Novecento italiano, Sylvestre Bonnard, Milano 2008, pp.1064, ¤75,00 QUANDO “ARIA D’ITALIA” ERA SINONIMO DI ITALIAN STYLE Daria Guarnati arrivò a Milano da Parigi nel 1936, dopo la morte del marito Giacomo Francesco. Raffinata intenditrice d’arte e collezionista, amica di scrittori e pittori, era figlia del conservatore del Petit Palais di Parigi, Henry Lapauze. L’incontro immediato con Giò Ponti diede corpo a una rivista forse tra le più belle mai stampate in Italia, “Aria d’Italia”, che uscì in anni turbolenti, tra il 1939 e il 1941, in sette fascicoli, a cadenza trimestrale. “Aria d’Italia” cercava di combinare la tradizione classica dell’arte italiana con il nuovo stile che, proprio in quegli anni, stava prendendo forma tanto nell’arte che nell’architettura e anche nella letteratura. Accorte finezze d’avanguardia e di tecnica grafica e tipografica fondevano testi e immagini che apparentemente potevano sembrare tra loro eterogenei, accomunati in un tentativo di dotta divulgazione che risultava innovativo. La sua rivista fu un esperimento originale, felicissimo anche se breve, di quello che allora si andava formulando e che fu poi definito “italian style”, che Ponti cercava di proporre già con le sue riviste “Domus” e “Stile”. Ai sette fascicoli di quegli anni, nel 1954 se ne aggiunse un ottavo dal titolo “Espressione di Gio Ponti”, interamente dedicato al lavoro dell’architetto. Negli anni Cinquanta, Daria Guarnati, pubblicò presso la sua casa editrice – Aria d’Italia – le opere complete di Curzio Malaparte. Silvia Bignami (a cura di), Aria d’Italia di Daria Guarnati. L’arte della rivista intorno al 1940, Skira (Quaderni di Apice 2), Milano 2008, ¤24,00 SAGGI LUMI SULL’INCONTRO TRA TESTO E LETTORE «Ben lungi dall’essere scrittori, fondatori di un luogo proprio, eredi, sul terreno del linguaggio, dei contadini del passato, scavatori di pozzi e costruttori di maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano dimore, i lettori sono viaggiatori: circolano sulle terre altrui, come nomadi che cacciano di frodo attraverso i campi che non hanno scritto, razziando i beni d’Egitto per trarne godimento. La scrittura accumula, immagazzina, resiste al tempo stabilendo un luogo e moltiplica la sua produzione mediante l’espansionismo della riproduzione. La lettura non si garantisce contro l’usura del tempo (ci si dimentica e la si dimentica), non conserva o conserva male quanto ha acquisito e ciascuno dei luoghi ove passa è ripetizione del paradiso perduto». Questa citazione, tratta da L’invention du quotidien di Michel de Certeau [Paris, Gallimard 1990; trad. it.: Roma, edizioni Lavoro, 2001], è posta all’inizio dell’Introduzione di questa antologia di saggi perché definisce le idee fondamentali su cui si basa: la prima che la lettura non è già prevista o iscritta nel testo, la seconda che il testo è tale solo in virtù del fatto che esiste un lettore che gli attribuisce un significato. I vari saggi (a firma di R. Bonfil, G. Cavallo, R. Chartier, J.-F. Gilmont, A. Grafton, J. Hamesse, D. Julia, M. Lyons, M. Parkes, A. Petrucci, P. Saenger, J. Svenbro, R. Wittmann) hanno come scopo quello di evidenziare i vari modi in cui nei secoli è avvenuto l’incontro tra il “mondo del testo” e il “mondo del lettore”. Tenendo conto che i significati dei testi dipendono dalle forme e dalle modalità in cui i lettori li accolgono e se ne appropriano, ogni autore ha cercato di ricostruire in che maniera, dall’antica Grecia sino alla rivoluzione elettronica del XX secolo, l’uomo si sia posto di fronte agli oggetti, quali che fossero, che gli trasmettevano un testo. Guglielmo Cavallo e Roger Chartier (a cura di), Storia della letteratura nel mondo occidentale, Editori Laterza (prima edizione 1995, ristampa con aggiornamento bibliografico 1998), Roma-Bari 2009, pp.524, ¤20,00 29 ERAN CINQUECENTO, ERAN GIOVANI E FUTURISTI... QUEI MAESTRI SCELTI PER I 700 DELL’ATENEO PERUGINO Con un totale di 3270 schede per 500 scrittori, un panorama esaustivo della produzione tipografica del movimento futurista. Cammarota completa il lavoro di mappatura dei libri, delle riviste e dei manifesti futuristi iniziato con il volume Filippo Tommaso Marinetti. Bibliografia nel 2002 sempre per Skira. Selezionati con criterio – tralasciando coloro che pur vantando una militanza nel Futurismo non avevano mai prodotto testi “futuristi” oppure quelli che pur cercando di proporre dei testi vicini al movimento non ne fecero mai parte effettivamente – questi 500 nomi, indicati anche con sommarie note biografiche e l’eventuale pseudonimo, costituiscono un repertorio ormai definitivo della bibliografia futurista. Domenico Cammarota, Futurismo. Bibliografia di 500 scrittori italiani. Mart di Trento e Rovereto – Centro Internazionale Studi Futurismo. Skira, Milano 2009. (Documenti, 10), pp.304, ¤25,00 Un ciclo di grandi mostre è stato avviato lo scorso anno dalla città di Perugia per celebrare i settecento anni di storia della propria nobile Università. L’inizio dei festeggiamenti è stato affidato a “Scienza e scienziati”, esponendo i pezzi più interessanti delle collezioni scientifiche dell’ateneo, ma allo scoccare dell’anno nuovo si è passati a “Maestri, insegnamenti e libri”, una vera e propria indagine bibliografica sui primi quattro secoli di storia dell’antica istituzione. Appena conclusa, la mostra lascia in dote al presente uno splendido catalogo con alcune riproduzioni di antichi manoscritti, grandi tomi e codici miniati – con relativi dottissimi saggi – dedicati all’iconografia del “maestro” e del libro come somma forma di insegnamento. E ancora, i testi più prestigiosi prodotti dall’antico ateneo. Carla Frova, Ferdinando Treggiari, Maria Alessandra Panzanelli Fratoni (a cura di), Maestri, insegnamenti e libri a Perugia, Skira, Milano 2008, pp.262, ¤45,00 L’OPERA PRIMA: UN’AFFASCINANTE VAMPIRE-STORY PRAGHESE SULLE TRACCE DI UN DIABOLICO LIBRO ata in provincia di Firentze solo 22 anni fa, Alessandra Raddi è da sempre lettrice di horror e fantasy. Ora varca la barricata con questo suo “Il libro che non voleva morire” (Sarnus, Firenze 2009, pp.228, ¤12,00), un romanzo che dice di aver tenuto nel cassetto fin dall’età di 16 anni. Sua anche l’illustrazione di copertina. N Il tutto si svolge in una Praga (misteriosa come le compete, ma invasa dai turisti) la cui calma è rotta da un’inquietante scia di delitti che sembra ricondurre a un malefico volume “sfuggito alla sua prigione” per mano di Goran, un sanguinario vampiro boemo. Sui loro passi, un’altra vampira, Mina, e i suoi cugini, Francis e Alice, esperti di paranormale, aiutati poi da Dimitri, goffo ladro a tempo perso. Peripezie, agguati e disavventure si susseguono, guidandoci attraverso l’intera città. Abbiamo un latte per ognuno di voi. Parmalat ha dedicato al latte tanta energia, migliorandolo con l’esperienza ed il lavoro. E per dare a ciascuno di noi la possibilità di scegliere, ne ha creato uno per ogni esigenza, mantenendolo sicuro, garantito, di assoluta qualità e fiducia. Esaudendo i gusti e le necessità di tutti. Nutre la vita. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano DOVE I VOLUMI SONO DI CASA 31 MUSEO BODONIANO, PARMA, PALAZZO DELLA PILOTTA, STRADA DELLA PILOTTA 3 INFO: TEL. 0521/220411-449 E-MAIL: [email protected] WWW.MB-MUSEOBODONIANO.IT I musei del libro e le biblioteche più belle di matteo tosi IN CENTRO A PARMA, NEL TEMPIO DI BODONI, LA CARTA E LE SUE STORIE SI FANNO “ESPOSIZIONI” onostante l’alto livello di eccellenza scientifica raggiunta dal centro espositivo dell’Istituto centrale di patologia del libro, gestito a Roma dal Ministero dei Beni culturali, e nonostante l’incredibile proliferare di biblioteche anche straordinarie e raffinatissime lungo tutto lo Stivale, in Italia sembra mancare ancora quella cultura del libro come oggetto da mostrare in tutto il suo splendore, anche solo per la gioia degli occhi altrui. L’unico vero caso di un “museo del libro” italiano in grado di competere con quelli sorti già da qualche lustro tra Germania, Francia e Gran Bretagna, infatti, si appoggia all’omaggio che Parma e la sua Biblioteca Palatina dedicano all’opera celebratissima di Gaimbattista Bodoni, il grande tipografo, stampatore ed editore piemontese che nel 1768 giunse nella “Città dorata”, su invito del Duca, come responsabile della Stamperia reale. E che, da qui, conquistò il mondo delle lettere e delle arti calcografiche legando il proprio nome all’invenzione di un nuovo stile di caratteri da stampa, presto definito neoclassico, e all’ideazione di un canone d’impaginazione rinnovato e interamente ispirato a una sobrietà grafica fatta di grazie dritte e molto fini, accompagnate da vasto bianco ai margini così come negli spazi e negli interlinea. N Il museo parmense ripercorre quindi le tappe della vita e delle opere di Bodoni, analizzandone l’attività insieme alla storia tutta del manoscritto e della stampa, della scrittura in genere e dei caratteri tipografici nello specifico. Circa un migliaio sono le edizioni bodoniane di proprietà del museo (ossia i tre quarti dell’intera produzione “tirata” dal maestro e poi dalla sua vedova), un patrimonio unico, ulteriormente impreziosito dalla quasi totalità dei suoi strumenti “tipografico-fusori”: un’infinità di punteruoli, lame, spatole e pinze per l’incisione dei singoli caratteri, cinquanta forme per fusione, oltre 35mila punzoni individuali e quasi 45mila matrici oltre a un torchio ligneo ricostruito nel 1940 su modello dell’originale. Il meglio di questa sterminata raccolta è esposto su una teoria di vecchi mobili-libreria e, soprattutto, in una serie di semplici vetrine che raccolgono i grandi capolavori editi da Giambattista Bodoni, quasi tutti nelle loro tradizionali legature editoriali in carta color ocra e molti con le pagine interne stampate su quel papier vélin caro ai francesi per candore e morbidezza al tatto. Qualità qui sublimate dal grande formato e dalla “corposità” scelta per fermare i testi fondanti la cultura europea, daOmero ai maggiori poeti latini e da Dante e Tasso a Racine e La Fontaine. Tornando a parlare di Francia, poi, da sottolineare che il museo parmense, oltre alle suddette perle del “suo” maestro, conserva anche una notevole quantità di volumi stampati dalla famiglia parigina dei Didot, colleghi e “rivali” di Bodoni, come si evince dagli elogi e dai reciproci “rimbrotti” scoperti in un raro carteggio anch’esso in mostra. Ma se questo, in sintesi, è il ritratto della migliore “arte del libro” europea a cavallo dell’Ottocento, il museo conserva anche una serie di manoscritti e codici di età medievale, e una selezione di veri e propri capolavori tipografici “composti” lungo cinque secoli, anch’essi provenienti dalla biblioteca personale del duca di Parma, come la collezione esposta di trattati sulla scrittura. Il busto bronzeo di Giambattista Bodoni (opera di Carlo Corvi) e una teca di punzoni da stampa LE COSE SUCCEDONO. QUEL CHE CONTA È AVERE LE IDEE CHIARE Sostieni le tue idee, abbonati a www.ildomenicale.it infoline: 02 36560007 maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano ASTE LIBRARIE Maggio e poi giugno incanto per incanto di annette popel pozzo IL 10 MAGGIO, MILANO Mostra mercato - “Vecchi libri in piazza”. Mostra mercato di libri antichi, vecchi ed esauriti Info: tel. 02/804607 IL 12 MAGGIO, PARIGI Asta - “Livres Anciens et Modernes”. Info: www.piasa.fr IL 30 APRILE, PARIGI IL 13 MAGGIO, PARIGI Asta - “Estampes Anciennes et Modernes”. Si segnala Gravures di Marino Marini (1970, 23 tavole), uno di 65 esemplari su carta vélin de Rives. Info: www.piasa.fr Asta - “Livres et souvenirs historiques”. Info: www.beaussant-lefevre.com DAL 1° AL 3 MAGGIO, BOLOGNA Mostra mercato - “Antiche pagine” – XV Mostra mercato del libro e della stampa antica e del ‘900 da Collezione Info: www.antichepagine.com DAL 4 AL 6 MAGGIO, MONACO DI BAVIERA Asta - All’incanto, una biblioteca di un castello della Germania del Sud e la Chronica mundi di Schedel in una edizione latina e tedesca. Info: www.hartung-hartung.com DAL 6 ALL’8 MAGGIO, MONACO DI BAVIERA Asta - All’incanto numerosi incunaboli, fra cui una Biblia latina rubricata (Strasburgo, Rusch, 1480, 4 volumi) e una copia delle Decretales di Gregorio IX miniata (Magonza, Schöffer, 1473). Info: www.zisska.de IL 7 MAGGIO, LONDRA Asta - Da segnalare, Peintures de vases antiques vulgairement appelés étrusques di Aubin Louis Millin de Grandmaison (Parigi, Didot, 1808-1810, prima ed.) e una rara prima edizione in arabo degli Elementi di Euclide, (Roma, 1594) Info: www.sothebys.com IL 14 MAGGIO, PARIGI Asta - “Antique and Modern Books”. Info: www.artcurial.com IL 14 MAGGIO, LONDRA Asta - “Important books and manuscripts”. Info: www.bloomsburyauctions.com DAL 14 AL 18 MAGGIO, TORINO Fiera - “Libri Antichi e Rari” - XXII Fiera Internazionale del Libro di Torino Info: www.fieralibro.it IL 15 MAGGIO, PARIGI Asta - “An Amateur’s Library”. Info: www.artcurial.com 33 IL 18 E 19 MAGGIO, AMBURGO Asta - “Wertvolle Bücher mit Maritime und Norddeutsche Kunst”. Da segnalare, De istoria stirpium di Leonhart Fuchs (1542, prima ed. latina), ma anche Over de voorteeling en wonderbaerlyke veranderingen der Surinaamschen insecten di Maria Sibylla Merian (1730, 256 tavole incise). Info: www.kettererkunst.de IL 19 MAGGIO, OXFORD Asta - “Printed Books and Maps”. Info: www.bonhams.com IL 19 E 20 MAGGIO, AMBURGO Asta - “Wertvolle Bücher und Autographen”. Info: www.hauswedell-nolte.de IL 28 MAGGIO, LONDRA Asta - “Vintage posters and printed books”. Info: www.bloomsburyauctions.com IL 28 MAGGIO, PARIGI Asta - “Livres Anciens et Modernes”. Info: www.alde.fr IL 29 MAGGIO, PARIGI Asta - “Livres Anciens et Modernes”. Info: www.lafon.auction.fr/cp/lafon/ IL 1° GIUGNO, LONDRA Asta - “Fine printed books et manuscripts including the Works of Charles Dickens”. Info: www.christies.com IL 3 GIUGNO, LONDRA Asta - “Valuable Printed Books and Manuscripts, including Fine Plate books from an Historic Continental Library”. Info: www.christies.com IL 3 GIUGNO, PARIGI Asta - “Prints and Illustrated Books”. Info: www.artcurial.com 34 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 ANDANDO PER MOSTRE Quando la stampa si fa d’arte e quando l’arte guarda ai libri di matteo tosi LE “FORME” DEL SOL LEVANTE PER MANO DI UN SAMURAI ogli sciolti a stampa, illustrati con le vedute dei luoghi (“umani” e naturali) fondanti la cultura nipponica o le meraviglie della flora e della fauna di tutto il mondo, e loro raccolte sotto forma di preziosissimi album, quasi dei veri e propri “atlanti” del Sol Levante: ecco la raffinatissima prodizione incisoria che ha regalato fama subitanea e immortale a un giovane samurai di basso rango che, per coltivare il proprio talento nell’arte del disegno, ha abbandonato tutto, compreso l’incarico di comandante dei vigili del fuoco lasciatogli in eredità dal padre, precocemente scomparso. F Hiroshige fu il nome assegnatogli dal maestro Utagawa Toyohiro, il primo che lo prese a bottega e ne comprese il talento, ed è con questo nome che si presentò al “suo” Giappone quasi 200 anni fa e che, già prima dell’avvento del Novecento, fu chiamato lui stesso “maestro” anche al di fuori della sua terra, a partire dalla nostra Europa. Dove Vincent van Gogh e diversi altri impressionisti esercitavano la sensibilità della loro pittura en plein air, copiando alcuni dei suoi splendidi paesaggi. Vedute e panorami che divennero il fulcro portante dell’opera di Hiroshige fin quasi da subito, giusto il tempo di prendere confidenza con i ferri del mestiere ritraendo attori di teatro kabuki, guerrieri del passato e belle donne per i clienti del suo maestro, e appena dopo essere rimasto folgorato dalle Trentasei vedute del monte Fuji dipinte nel 1830 dal già celebratissimo Hokusai, che poi diverrà suo rivale. Già l’anno seguente, infatti, di ritorno da un viaggio che lo portò dalla sua Edo (Tokyo) a Miyako (Kyoto), per scortare i cavalli consacrati che lo Shogun donava all’Imperatore, Hiroshige inaugurò la propria vena naturalistica con alcune serie che presto furono veri e propri successi editoriali, stampati a più riprese per venire incontro alla voglia dei giapponesi di scoprire il loro splendido Paese: una dedicata ai Luoghi celebri della Capitale Orientale, una alle Otto vedute di luoghi celebri di Edo, e ancora Le cinquantatré stazioni di posta del Tokaido, solo alcuni dei 200 capolavori che oggi sono a Roma, in arrivo dall’Honolulu Academy of Arts, sede della splendida collezione di oltre tremila fogli a stampa del maestro nipponico che appartenne allo scrittore James Michener. HIROSHIGE. IL MAESTRO DELLA NATURA ROMA, MUSEO FONDAZIONE ROMA, FINO AL 7 GIUGNO – INFO: 899/666805 WWW.FONDAZIONEROMA.IT CATALOGO: SKIRA maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano CARTE, CODICI E MESSALI DELL’ETIOPIA CRISTIANA igra sum sed formosa, sono scura ma bella, dice di sé una Sposa nel Cantico dei Cantici. Bibbia, Vangeli, Corano e anche il Kebra nagast – il “poema nazionale” etiopico – sembrano concordare sul fatto che quella donna sia la regina di Saba e il suo sposo il saggio Salomone, facendo discendere dall’incontro tra la sovrana africana e il leggendario Re d'Israele addirittura la casa reale etiope. Di certo è impossibile liberare la storia dalla leggenda, ma non si può negare la millenaria esistenza di un impero cristiano a sud dell'Egitto e del N 35 PUBBLICAZIONI D’EPOCA RIVISTE DA UN GIOVANE PITTORE ittore giovanissimo di madre inglese e padre greco, Thomas Gillespie approda a Firenze per la sua prima personale (Poggiali e Forconi, dal 17 maggio al 21 luglio; tel. 055/287748) dopo essersi fatto notare sia ad ArtFirst sia a MiArt. Alle grandi tele di scorci P urbani e pompe di benzina, questa volta affianca 20 curiose tecniche miste eseguite sulle pagine di alcuni libri d’epoca, rielaborandone le rasserenanti illustrazioni con incursioni che turbano l’immagine di quell’Occidente ideale, così tipico dei Ladybird books degli anni ’60. Sudan, un regno che a partire dal 1270 ebbe anche una sua nuova Gerusalemme nella città di Lâlibalâ, un vero e proprio capolavoro di architettura rupestre, con undici grandi edifici scavati nella roccia di tufo e collegati fra loro da cunicoli. Proprio Lâlibalâ, grazie a nove splendide acqueforti che il trevigiano Lino Bianchi Barriviera incise dopo il suo viaggio africano del 1938-39, apre la sensazionale mostra veneziana (Ca’ Foscari, fino al 10 maggio, info: tel. 041/ TUTTO IL FASCINO E L’INQUIETUDINE DI FRANCISCO GOYA, MAESTRO DELL’INCISIONE NELLE TERRE DEI BORBONE a Galleria Civica d’Arte di Cava de’ Tirreni ha da poco inaugurato il suo 2009 con Il segno di Goya (fino al 6 settembre; tel. 089/682303), una mostra di rara intensità che riunisce ben ottanta incisioni appartenenti al ciclo “I disastri della Guerra”. Una prova inconfutabile della maestrìa tecnica del genio spagnolo che, ultrasessantenne, recuperò il maggior numero possibile di lastre L per gridare la sua condanna di ogni guerra, strumento che egli considerava l’epilogo della follia umana. Le truppe napoleoniche che invadono la sua Spagna sono qui metafora di ogni aggressione e dell’indifferenza dei “grandi” verso la popolazione civile, sempre vittima di contrasti che poco le interessano. Precisi rimandi storici, infatti, si sublimano e si velano in quei continui ri- corsi al fantastico e al deforme che sono la cifra distintiva dell’arte di Goya, sia grafica sia pittorica. 2346947) che da quel verso del Cantico prende il nome e che racconta “sacro e bellezza dell’Etiopia cristiana” attraverso ottocento anni di arte e spiritualità, sublimate da mitiche leggende e racconti ufficiali. Come quello del pittore Nikolaus Brancaleon, detto Mercurio, che, proprio al servizio del Doge, sul finire del XV secolo giunse nelle terre dell’Impero del Leone e con le sue raffinate icone influenzò quattro secoli di arte locale, come dimostrano i numerosi libri illustrati esposti nelle due sale che chiudono la mostra, tutti coloratissimi e fittamente istoriati. Ma la carta, oltre al legno di diversi dittici e pale da cerimonia, la fa da padrona anche lungo tutto il percorso espositivo, tra incisioni, codici miniati e suggestivi “rotoli magici” provenienti dalle più rinomate collezioni pubbliche e private del mondo. E in tema di capolavori non si può non citare lo splendido “Mappamondo di Fra Mauro (normalmente conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana), gioiello cartografico databile intorno al 1450, un quadrato di oltre due metri di lato al cui interno è iscritto tutto il mondo allora conosciuto, in forma circolare e insolitamente orientato a sud, corredato da oltre 4.000 “didascalie”. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano LIBRI DA INCONTRARE E NOBILI PENNE CON CUI CONFRONTARSI Una serie di grandi letture attoriali a Roma, un tour di poesia contemporanea a Vicenza di gianluca montinaro e matteo tosi UN OMAGGIO AL DE SANCTIS E ALLA NOSTRA LETTERATURA l ciclo di incontri “L’eredità di Francesco de Sanctis”, promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nasce dalla volontà di valorizzare l’inestimabile tradizione letteraria italiana, delle biblioteche storiche e dell’immenso patrimonio librario, attraverso una serie di “serateevento” che ne rivitalizzino – attraverso linguaggi nuovi e creativi – l’importanza culturale per il nostro Paese. L’idea originaria del progetto, nonché il filo conduttore sotteso all’evento, rimanda alla Storia della Letteratura Italiana di Francesco De Sanctis (1817-1883), il più importante storico e critico della nostra letteratura, oltre che intellettuale di importanza internazionale. Tutto nasce, infatti, da un’iniziativa dell’erede del critico, Francesco De Sanctis jr., che ha deciso di mettere a disposizione della ricerca decine di manoscritti, lettere e testi autografi, documenti fino a oggi rimasti inaccessibili, aprendo l’archivio personale e la biblioteca del suo antenato. Con la scoperta di alcuni inediti, attraverso la rilettura delle più belle pagine della Storia della Letteratura Italiana, ha preso forma questo ampio progetto che ha coinvolto un comitato scientifico di professori, ricercatori, critici letterari e d’arte di tutta Europa e un comitato organizzativo di professionisti della comunicazione culturale. I Grandi attori di teatro, cinema e televisione, si stanno misurando con i capolavori recensiti dal De Sanctis, attraverso la formula della lettura ad alta voce, per avvicinare il pubblico alle pagine più belle della nostra letteratura e raccontarne la storia. Gli autori e i testi selezionati sono quelli a cui De Sanctis dedica maggior rilievo: Dante, Petraca, Machiavelli, Tasso, Alfieri e Leopardi. Ogni evento prende forma in una sala simbolo dell’Istituzione che ospita la serata e ogni lettura è preceduta da una breve illustrazione di autore e opera in relazione alla critica desanctisiana. I prossimi appuntamenti sono lunedì 4 maggio, alle ore 17, a Palazzo Chigi, con Laura Morante che legge Niccolò Machiavelli, e lunedì 11 maggio, sempre alle ore 17, a Villa Madama, con Fabrizio Bentivoglio che interpreta alcuni passi di Giacomo Leopardi. Info: www.fondazionedesanctis.it 37 DIRE POESIA. CIOÈ FARNE UNA FESTA DEL DIRE E DELL’UDIRE i intitola “Dire Poesia” ed è una nuova rassegna di “Incontri con poeti contemporanei in luoghi d’arte” che sta attraversando Vicenza, tentando l’ardua impresa di trasportare il bel “canto” al di fuori e al di là della pagina scritta per farne esperienza collettiva, emozione condivisa. A facilitare il tutto, diversi intermezzi musicali affidati giovani promesse di archi e tastiere, ma soprattutto gli affascinanti scenari dei palazzi, delle gallerie e dei musei (spazi molto diversi tra loro, sia per il contesto sia per l’arte esposta) che ospitano ciascuno dei dieci appuntamenti in programma. Dieci declinazioni diverse della parola poetica secondo dieci diversi “sentire”, ma tutti assolutamente contemporanei. Nulla di paludato, noioso e ingessato, quindi, ma occasioni in cui, per dirla sempre con Mariangela Gualtieri, “la poesia vuol diventare musica” perché “la poesia vuole essere detta, vuole respiro, saliva, corpo, voce. Vuole uscire dalla polvere della pagina scritta, dalla letterarietà dalla camera chiusa del pensiero, sbavarsi in una bocca che porta bene impressa la terra in cui è nata, il pane che ha mangiato, il vino che ha bevuto”. Un progetto coraggioso, quindi, che per il mese di maggio ha ancora in serbo l’incontro con Yves Bonnefoy (venerdì 22 alle 18, Palazzo Chiericati), Paolo Lanaro (lunedì 25 alle 18, Palazzo Leoni Montanari), Mariangela Gualtieri (martedì 26 alle 18, Palazzo Leoni Montanari) e Valerio Magrelli (mercoledì 27 alle 18, Palazzo Leoni Montanari). Autori locali, quindi, ma anche italiani e internazionali, vista l’intenzione del Comune di non dare vita a un mero festival, ma a un’occasione di “diversità”. Info: tel. 0444/222116 S 38 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 CAPOLAVORI DA SOGNARE Anastatiche preziose, esemplari unici e suggestivi fac-simili da collezione di gianluca montinaro L’ITALIANO COME CRUSCA COMANDA, ANCHE SU CD ealizzando la ristampa anastatica del celebre Vocabolario degli Accademici della Crusca nella prima “impressione” del 1612, l’Accademia della Crusca fa tornare in circolazione, nella sua corposa visibilità, quell’opera che nella storia della lingua italiana ha costituito un evento decisivo, paragonabile all’apparire dei capolavori letterari del Trecento, delle fondamentali opere grammaticali cinquecentesche e del romanzo manzoniano. Racchiusa in un cofanetto, la riproduzione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (fedele anche per formato e colore della carta e degli inchiostri) è accompagnata da un cd-rom con la versione elettronica del Vocabolario integralmente consultabile e da un volume di presentazione storicolinguistica (Una lingua, una civiltà, il «Vocabolario»), corredato da numerose immagini, spesso inedite, provenienti dagli archivi e dalle collezioni dell’Accademia. Impressionanti i numeri: 25.056 lemmi, 299 opere citate, 62.870 citazioni (cifre eccezionali per quell’epoca, se si pensa che un vocabolario monovolume dell’italiano oggi conta 80.000 lemmi, comprensivi di straripante terminologia tecnico-scientifica). La pubblicazione, preparata in cinque anni, mira a scopi sia scientifici sia di alta divulgazione, perché costituisce una fonte di conoscenze ancora da R esplorare, soprattutto attraverso il mezzo elettronico. Mentre per la scelta dei materiali e la cura con cui è stata realizzata, l’opera si rivolge anche agli appassionati delle edizioni di pregio. Attorno al 1590, gli Accademici della Crusca, ispirati dal filologo e linguista Leonardo Salviati, concepirono il progetto di uno strumento che, in un’Italia smembrata tra le potenze europee e priva di un vero centro politico, nonché linguistico-culturale, unificatore, normalizzasse l’uso della lingua; definirono così un modello linguistico basato sui testi del Trecento fiorentino, considerato il secolo d’oro della lingua per i grandi capolavori di Dante, Petrarca e Boccaccio, DE BATINES E IL SUO DANTE Personaggio dai diversi interessi, il visconte Colomb de Batines visse assediato da guai finanziari e giudiziari, cui si sottrasse con vari “esili”. Nel 1844 è a Firenze e si dedica a una Bibliografia dantesca ossia catalogo delle edizioni, traduzioni, manoscritti e commenti della Commedia e delle opere minori (Prato, 1845), opera rarissima (500 copie e una per il Granduca di Toscana) che Salerno Editrice riedita in 2 tomi più uno con l’Indice generale e le Giunte e correzioni, una postfazione di Stefano Zamponi e un Indice dei manoscritti (Roma 2009, pp. 1808, ¤260). ma ampliarono il canone ai testi di vari autori successivi anche non toscani. Nel 1612, dopo anni di intensa preparazione, vide la luce il Vocabolario, stampato a Venezia sotto la guida dell’Accademico segretario Bastiano de’ Rossi, per i tipi di Giovanni Alberti. Il Vocabolario degli Accademici della Crusca non occupa solo un posto primario nella storia dell’italiano, ma segnò anche un traguardo nella scienza lessicografica e nella coscienza linguistica degli altri popoli, divenendo capostipite dei grandi dizionari europei. Ampliato nelle successive edizioni (1623; 1691; 1729-38; 1863-1923, incompleta), il blasonato Vocabolario fu modello e riferimento insostituibile, e dichiarato, per il Dictionnaire de l’Académie Françoise (1694), il Diccionario de la lengua castellana, della Real Academia Española (17261739) e più tardi per il Dictionary of the English Language di Samuel Johnson (1786) e il Deutsches Wörterbuch dei fratelli Grimm (1° vol. 1854). Vocabolario degli Accademici della Crusca 1612 (con volume di commento e cd-rom), Castelseprio, Era edizioni, 2008, 590 euro. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano L’ERBARIO CINQUECENTESCO CHE REINVENTÒ LA BOTANICA Pochi libri sono affascinanti come gli erbari, titanici (e fallimentari) monumenti alla furia catalogatoria degli uomini. Uno fra i più belli è il De Historia Stirpium di Leonhart Fuchs, pubblicato a Basilea dall’Officina Isingriniana nel 1542, di cui ora la Aboca Museum presenta una magnifica anastatica. Il volume, rilegato con una copertina in cartone fasciato in similpelle, si presenta in un cofanetto rigido stampato in oro con disegni in rilievo a secco. LA “LEGENDA MAIOR” IN UN FACSIMILE DI GRANDE PREGIO Correva l’anno 1209, e il 16 aprile Papa Innocenzo III approvò la regula vitae, adottata (fino a quel momento, come di prassi, ad experimentum) dai poveri frati raccolti attorno a sé da Giovanni di Pietro di Bernardone (1181 ca.-1226), in religione Francesco, frate mendicante di Assisi. Ne sarebbe 39 Corredato da un esauriente fascicolo introduttivo sulla vita e sull’opera dell’autore, il De Historia Stirpium è l’erbario più completo e innovativo della scuola botanica tedesca, in quanto contiene un’approfondita descrizione delle piante medicinali con un nuovo taglio scientifico: ogni scheda è seguita dalle nomenclature, dalla descrizione dell’aspetto, dal luogo di origine, e soprattutto dalle virtù curative di ogni erba, con continui rimandi a Galeno e Ippocrate. Il testo in latino è corredato da 517 tavole xilografiche (stampate con incisioni su legno) colorate ad acquarello. Dal punto di vista fitografico, viene privilegiato l’aspetto generale della pianta con radici, steli, foglie, fiori e frutti al fine di permettere una più sicura identificazione della stessa. immediatamente nato un grande ordine predicatore ed evangelizzatore, da subito impegnato outremer e oltre la Manica a portare la buona novella e la carità di Cristo Signore. E ne sarebbe persino sorta l’Italia, l’Italia autentica, se è vero com’è vero che da Francesco origina il vernacolo italico, che dalla soave e cenciosa compagnia del santo stigmatizzato e canonizzato a tempo record (e appunto creato, ai tempi nostri, patrono d’Italia) sgorga una nostra prima “letteratura nazionale”, che in ambito francescano sorse persino un teatro distintamente italico. Ebbene, per celebrare e sottolineare questo importante anniversario, di valore mondiale a tutto gustosamente italiano, l’editore fiorentino Vallecchi (non nuovo a raffinate operazioni di alto valore culturale) offre agli amatori il facsimile del Codice Vittorio Emanuele 411, conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, il quale, risalente al secolo XIV, contiene il testo della Legenda maior sancti Francisci. Scritta circa un secolo dopo la morte del santo di Assisi da un altro santo, Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.- 1274), su commissione dell’Ordine dei frati minori e approvata dal suo Capitolo generale a Pisa nel 1263, La Legenda maior è la biografia di san Francesco nella sua versione più fulgida e famosa, ma anche l’occasione per un elogio della santità quale dimensione ultima e piena della condizione umana. Ora, la versione tramandata dal “Vittorio Emanuele 411” è una vera rarità giacché propone la Legenda (scritta in littera textualis) nella versione completa, ma soprattutto arricchita da capolettera e da miniature su fondo oro (illustranti la vita di Francesco) come poco frequentemente avviene per le redazioni coeve del testo. A un santo scritto contenutisticamente così importante ed esteticamente tanto bello, l’edizione facsimile rende oggi giustizia perfetta. (Marco Respinti) Fuchs Leonhart, De Historia Stirpium, Sansepolcro, Aboca Museum, 2008, pp.928, 480 euro San Francesco, Legenda maior, Vallecchi, Firenze 2009, pp.188, 25 x 34,5 cm, stampa su carta pergamenata e applicazioni in oro a caldo antichizzato, legatura artigianale in pelle con impressioni in nero e in oro, cofanetto rivestito in carta marmorizzata, tiratura di 980 esemplari numerati maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 CHICCHE IN COLLEZIONE Che farò senza Euridice? Musica e teatro in una delle primissime edizioni bodoniane di Chiara Bonfatti Gluck, Christoph Willibald; Frugoni, Carlo Innocenzo; Calzabigi, Ranieri de, Le feste d’Apollo, celebrate sul teatro di corte nell’agosto del 1769 per le auguste seguite nozze tra il Reale Infante Don Ferdinando e la R. arciduchessa Infanta Maria Amalia. Parma, Stamperia Reale; Giambattista Bodoni, 1769 In 4to; 15, [1], 20, 27, [1], 28 p. Antiporta e 4 tavole calcografiche all’inizio di ogni atto, incisioni di Jean Charles Baquoy e Isidor Stanislas Helman su disegni di Pietro Antonio Martini. Vignetta calcografica al frontespizio, 4 vignette, una testatina e 3 culs-de-lamp calcografici. raziosa edizione, una delle prime bodoniane, composta di quattro atti teatrali, ciascuno con la propria paginazione: Le feste d’Apollo. Prologo; Atto di Bauci, e Filemone; Atto d’Aristeo; Atto d’Orfeo. Il piano di quest’opera era stato ideato da Carlo Innocenzo Frugoni e prevedeva tre atti di poeti diversi: Bauci e Filemone di G.M. Pagnini, Aristeo di G. Pezzana, Orfeo di Ranieri de’ Calzabigi. Frugoni, che aveva scritto solo i versi del Prologo, morì a fine 1768, ma il lavoro fu portato a termine. Le partiture furono allestite in grande fretta, cosicché circa la metà dei numeri musicali delle Feste d’Apollo deriva da opere di Gluck già rappresentate. La musica si deve a Christoph Willibald Gluck, operista e primo grande classicista. G Una rappresentazione di grande interesse anche per la storia della musica, collocandosi tra la prima e la seconda versione d’una delle più celebri opere in assoluto, ovvero Orfeo e Euridice. L’Atto di Orfeo è infatti la prima realizzazione italiana, se pur rimaneggiata. Orfeo ed Euridice (libretto di Ranieri de’ Calzabigi) si vide per la prima volta a Vienna nel 1761, quando Calzabigi fu spinto a lavorare con Gluck dal conte Giacomo Durazzo, Direttore generale degli spettacoli della corte imperiale. Quando l’Orfeo arrivò a Parma nell’estate del 1769, diventò parte del trittico Le feste d’Apollo, su testo di Carlo Innocenzo Frugoni, allestito da Gluck per celebrare le nozze del duca Ferdinando con la figlia di Maria Teresa d’Austria. Nella terza parte della festa, l’Atto d’Orfeo originale fu eseguito senza intervalli e con la parte del protagonista riscritta per un soprano castrato, Giuseppe Millico, che fu anche Anfrisio nel Prologo. Poi l’opera approdò a Londra (con aggiunte di J.C. Bach e Pietro Guglielmi), Bologna, Firenze, Napoli. Nell’Avvertimento si rivela: “Si è creduto che la separazione degli Atti, oltre il lasciar luogo alla Corte d’abbreviare a suo talento lo spettacolo... potesse anche tentar variamente l’indole fantastica della Poesia, della Musica, e della Pittura... Si seppe appena che l’Atto d’Orfeo, applaudito, anni sono, sul Teatro Imperiale di Vienna, avrebbe incontrato sul nostro l’aggradimento dell’Augusta Persona, a cui queste Feste sono sacre in gran parte”. L’Avvertimento è seguito da indicazioni inerenti la musica, le mutazioni di scene, gli inventori delle scene, i balli, i cori e gli abiti. Le scenografie furono affidate ai fratelli Galliari e al parmigiano Francesco Grassi, architetto, ingegnere teatrale e accademico professore di Prospettiva della Real Accademia di Belle Arti di Parma. Direttore dei balli fu Giuseppe Bianchi e i balli erano eseguiti da 32 attori e attrici di cui 24 figuranti. I cori venivano eseguiti a loro volta da 24 attori e attrici cantanti. Gli abiti furono realizzati da Giovanni Betti. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 Il nuovo atteso “ospite” della nostra Biblioteca Signore e signori, Curzio Malaparte è qui un fondo di scritti e carteggi tutti da scoprire di Matteo Noja archivio di Curzio Malaparte (al secolo Kurt Erich Suckert, 1898-1957) è arrivato alla Biblioteca di via Senato. La Biblioteca lo ha acquistato direttamente dagli eredi, rappresentati dal nipote, l’avvocato Niccolò Rositani Suckert. Si tratta di un archivio corposo, ricco di circa 300 faldoni di documenti: manoscritti, dattiloscritti, copie di articoli di giornali, recensioni, corrispondenza, molte fotografie e, infine, documenti personali e familiari. È ancora presto per poter dire cosa contengono effettivamente tutti i faldoni: ancora non abbiamo potuto fare una ricognizione completa. Sicuramente vi sono alcuni inediti, alcune versioni di scritti conosciuti con ripensamenti e correzioni, e abbozzi mai finiti, soprattutto di opere teatrali cominciate e poi lasciate perdere perché agli occhi dello scrittore superate. L’ Vi sono le poesie scritte ad Avignone, quando appena sedicenne scappò dal Liceo Cicognini di Prato (lo stesso dove studiò anche d’Annunzio) e si arruolò volontario nelle brigate Garibaldi, prima di partire ufficialmente come soldato, l’anno seguente. E altri scritti dal fronte sono ancora nei quaderni originali, usati forse sul fronte francese, sulle Ardenne, quando al comando di una squadra di lanciafiamme sostenne numerosi assalti austriaci e fu insignito della medaglia di bronzo italiana e di quella d’honneur francese (in quella sanguinosa battaglia, dove morirono numerosissimi italiani, si espose alle esalazioni di iprite che ne condizioneranno la salute per tutta la vita). Vi sono raccolti gli articoli di quando collaborava alle riviste di Maccari, o del poco noto giornale da lui fondato, “La Conquista dello Stato”, o del periodo in cui, ancora giovane, nel 1929 divene direttore della “Stampa” di Torino. Vi sono i documenti del suo confino a Lipari, compresi i testi letterari che andava abbozzando. Vi sono le pagine di un diario, il Libro segreto, nel quale annotava pensieri e impressioni durante le sue missioni all’estero all’inizio della Seconda guerra mondiale. La parte che più si nota, a un primo e superficiale esame, è però quella della corrispondenza. Per comodità andrebbe divisa in due grossi gruppi: uno relativo alle lettere ricevute come direttore della “Stampa” e poi come editorialista di “Tempo” e l’altro relativo invece a lettere di amici, conoscenti, editori e scrittori ricevute in quasi cinquant’anni di attività intellettuale. Il primo gruppo, molto consistente, rispecchia la società italiana di due momenti ben precisi – gli anni Trenta di quando dirige il quotidiano torinese e gli anni Cinquanta di quando “battibecca” sulle colonne del rotocalco allora molto in voga – fornendo due ritratti che paiono distanti anni luce tra di loro e che restituiscono un’immagine del tutto ine- maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 dita del nostro Paese, oltre che indicare il gradimento che ebbe sempre, come pensatore e come giornalista presso i suoi lettori. Il secondo gruppo, altrettanto cospicuo, ci testimonia la posizione centrale di Malaparte nel mondo intellettuale e culturale di allora. Un fiume di lettere che accompagna la sua carriera politica e culturale: pochissimi sono gli uomini politici, industriali e di cultura che si sono sottratti alla sua amicizia o al suo fascino. Ciò che si è potuto intravedere è solamente la punta di un iceberg che, crediamo, permetterà di valorizzare pienamente lo scrittore e il politico, potendo valutare le sue presunte contraddizioni come adeguamenti ai mutamenti storici e sociali di cui fu testimone partecipe. Desta commozione lo scambio con Piero Gobetti, la stima e l’ironia che pervade le lettere tra i due, pure su barricate intellettuali e politiche del tutto opposte: talmente grande era il rispetto tra i due che faceva passare in secondo piano tutte le loro diversità. Letto con gli occhi di oggi questo scambio epistolare ci restituisce due giganti della nostra cultura, al cui cospetto molti intellettuali odierni scomparirebbero. Interessanti sono anche le numerosissime lettere che intercorrono tra lui e Prezzolini, scritte in un periodo particolare per quest’ultimo, quando, dopo essere divenuto segretario di un istituto culturale della Società delle Nazioni a Parigi, si trasferì negli Stati Uniti alla Columbia University di New York. Infine tra quei pochi carteggi che a oggi abbiamo potuto sorvolare, ci preme ricordare quello con Daria Guarnati, ideatrice della bella rivista “Aria d’Italia”, di cui parliamo nel Sedicesimo di questo numero, e della casa editrice che stamperà le opere di Malaparte negli anni Cinquanta. È un epistolario affettuoso, in cui la raffinata e colta editrice sembra farsi condurre per mano nelle opere dello scrittore-amico, frequentatore come lei di molti pittori e collaboratore della rivista, chiedendogli conto di ogni cambiamento o ripensamento, delle parole che non capiva, del senso di alcuni brani che non le parevano chiari. Ma non è la sola editrice che dialoga assiduamente con lui: cospicui sono gli epistolari con Vallecchi, Bompiani, Mondadori per non parlare dei suoi editori stranieri, soprattutto francesi, che finirono per diventare suoi amici prima ancora che stampatori dei suoi lavori. Un insolito Malaparte ciclista e fotografo (nell’altra pagina) Il lavoro di sistemazione e di una prima catalogazione si annuncia lungo e non dei più facili, anche se sicuramente agevolato dal grande lavoro effettuato una ventina d’anni fa dalla sorella di Malaparte, Edda Suckert Ronchi. L’obiettivo è quello di mettere in rete la maggior parte dell’archivio in un tempo abbastanza breve onde poter valorizzare al più presto la figura di questo straordinario intellettuale a tutto tondo, tipicamente italiano e al tempo stesso prepotentemente internazionale: uomo politico, scrittore, giornalista, fotografo, designer e architetto, regista teatrale e cinematografico, fine conoscitore delle arti e degli artisti. E quindi, testimone privilegiato di un mondo in eterno divenire. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 I libri illustrati QUANDO LA PAROLA PASSA ALLE FIGURE Due secoli di grafica d’autore in oltre duemila volumi di Chiara Nicolini a collezione di libri illustrati della Biblioteca di via Senato raccoglie tesori di ogni epoca, soprattutto in italiano e in francese. Ho avuto la fortuna di catalogare quelli pubblicati dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, all’incirca 2000 titoli, alcuni dei quali decisamente importanti nella storia dell’illustrazione. Selezionarne poco più di una decina per dare un assaggio di ciò che la collezione custodisce è stata un’impresa, anche perché molti volumi hanno legature pregiate e quindi non si prestano a essere “spalancati” per scannerizzarne o fotografarne le immagini. I livres d’artiste pubblicati dall’antiquario e collezionista d’arte Ambrose Vollard (1867-1939) tra il 1895 e l’anno della sua morte (27 in tutto, più altri 24 che erano in preparazione) sono tra i libri più celebrati del XX secolo. Vollard inaugurò la moda francese delle edizioni sontuose a tiratura limitata illustrate da famosi artisti: così Parallelement di Verlaine (1900), decorato dalle morbide litografie rosate di Pierre Bonnard. Forse troppo all’avanguardia, né Parallelement né i libri che Vollard pubblicò poco dopo sembrarono suscitare l’interesse di bibliofili e collezionisti. Tuttavia egli continuò a commissionare illustrazioni a grandi pittori dell’epoca quali Chagall e Picasso (che lo ritrasse nel 1910 nel noto dipinto cubista a lui intitolato). Tra gli artisti che collaborarono con Vollard va ricordato Maurice Denis (1870-1945), uno dei maggiori rappresentanti dei Nabis, gruppo simbolista che, sotto L l’influenza di Gauguin, sviluppò uno stile pittorico caratterizzato da forti colori piatti, racchiusi entro decise linee nere. Il primo libro illustrato da Denis per Vollard fu un’edizione de L’Imitation de Jésus-Christ (1903) limitata a 401 esemplari – il numero “1” stampato “ad personam” per papa Leone XIII. Per questo grande volume di 416 pagine Denis disegnò 216 illustrazioni (un’ampia testina e un finalino per ciascun capitolo) che vennero incise su legno da membri del Syndicat des Graveurs sur Bois e im5 presse con inchiostro nero brillante. La tonalità sfumata e quasi litografica che ne risultò si addice perfettamente alla decoratività naif e al simbolismo delle immagini di Denis. Nella collezione della BvS figura anche l’ultimo libro illustrato da Denis, i Poèmes di Ronsard (Paris, 1944), che contiene numerose xilografie a colori (cornici floreali, scene pastorali, e figure monocrome ). Un altro artista-illustratore francese che qui merita rammentare fu Raoul Dufy (1877-1953). Dufy apparteneva al gruppo dei Fauves, noto per il potere espressivo basato sull’uso di intensi colori puri. Le 30 xilografie che Dufy creò per Le Bestiaire, ou Cotège D’Orphée (Paris, Deplanche, 1911) di Apollinaire sono una variante in bianco e nero della potente espressività Fauve. Il Bestiaire è ora considerato un capolavoro del XX secolo, ma l’edizione originale, limitata a 122 copie, ebbe debole successo. Il libro fu comunque ristampato nel 1919 dalle Éditions de la maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano Sirène e nel 1956 dalle Éditions du Cap di Monte Carlo. La BvS possiede l’edizione del 1919, un volumetto in brossura gialla nel quale ogni pagina è quasi interamente occupata da una xilografia e i versi di Apollinaire sono ridotti a didascalie. Le immagini di Dufy hanno un aspetto scultoreo, effetto al quale contribuisce la forza dell’impressione sulla morbida carta delle pagine (fig.1). Molti altri artisti francesi hanno illustrato il Bestiaire. Tavy Notton, artista prolifico ma poco conosciuto, ne pubblicò a proprie spese una versione nel 1962. Limitata a 200 copie stampate su fogli sciolti, questa edizione contiene 32 ampie incisioni al bulino, 8 delle quali a doppia pagina. La finissima resa di animali e piante di Notton è al tempo stesso naturalistica e decorativa (fig .2). Un altro capolavoro letterario che ha attratto molti illustratori è i Fleurs du Mal di Baudelaire. Oltre alla prima edizione del 1857, la BvS possiede un’edizione pubblicata a Parigi dal Cercle Grolier nel 1923, decorata da 42 acqueforti/acquetinte di Alméry Lobel-Riche (nato nel 1880). Questa versione dei Fleurs si distingue da altre che ho visto per il numero e la varietà delle immagini. Lobel-Riche eccelleva nel nudo femminile, uno dei suoi soggetti preferiti , ma interpretò con grande abilità anche poesie che non cantano donne sensuali e “maledette”, come Les Litanies de Satan (fig.3) Tra gli illustrati della BvS vi è una sezione dedicata alle opere pubblicate da Leon Pichon, altro tipografo/editore francese attivo agli inizi del XX secolo. 1 45 Convinto che nella composizione grafica dei libri dell’epoca fosse venuta a mancare quella unitarietà di concezione che è alla base di un prodotto editoriale esteticamente ineccepibile, Pichon fece dell’armoniosa combinazione di testo e illustrazioni il proprio obiettivo. Dal momento che ciò è possibile solo stampando contemporaneamente il testo e le immagini, egli commissionò l’illustrazione dei suoi libri a xilografi come Charles-Émile Carlègle (1877-1937) e René Georges Hermann-Paul (1864-1949). Lo svizzero Carlègle contribuì a numerose opera classiche quali Les plus jolies Roses de l’Anthologie Grècque (1921), in cui i finalini rivelano una predilezione per nudi stilizzati. Hermann-Paul decorò, tra l’altro, un’edizione dei poemi di François Villons (1922) e una della Comédie di Dante (1924). Ogni pagina del Villon reca una sezione di testo racchiusa entro uno stretto rettangolo che sembra applicato sopra la xilografia corrispondente, mentre Dante è illustrato con immagini non convenzionali (fig.4). Albert Dubout (1905-1976) fu un illustratore francese attivo a partire dagli anni Trenta: lo apprezzo particolarmente perché le sue illustrazioni sono piene di umorismo e splendidamente colorate al pochoir. Questa tecnica, sviluppata in Francia a partire dagli inizi del Novecento, consiste nell’applicazione manuale di colori, attraverso una mascherina diversa per ciascuna tonalità, a una stampa al tratto (cioè una stampa che riproduce in nero i soli contorni di una illustrazione). La BvS ha una decina di libri illustrati da Dubout, tra cui alcuni dei migliori, co- 2 3 46 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 4 me i Contes Drolatiques di Balzac (Parigi, Gilbert Jeune, 1939), Tartarin de Tarascon (Parigi, A l’Émbème du Sécretaire, 1939), Cyrano de Bergerac (Orléans, Maurice Rouam, 1947) con suite delle tavole, e L’Éloge de la Folie (Pargi, Gibert Jeune, 1951). Le impertinenti immagini, spesso caratterizzate da angolazioni sorprendenti (fig.5), che popolano questi volumi offrono una panoramica sullo stile di Dubout e ne spiegano la costante popolarità (è infatti uno dei pochi illustratori del passato ad avere un ottimo sito interamente dedicato a lui, www.dubout.fr, provvisto di bibliografia completa e illustrata). Nella prima metà del XX secolo la moda del livre d’artiste si diffuse anche in Italia. La monografia di Ralph Jentsch The Artist and the Book in Twentieth Century Italy (Allemandi, 1993) contiene un’ampia e ben illustrata visione d’insieme del soggetto. Artisti di fama internazionale come De Chirico, Massimo Campigli, e Lucio Fontana hanno contribuito a straordinarie edizioni limitate di opere letterarie sia classiche sia moderne. La BvS possiede, tra l’altro, una copia de L’Apocalisse di De Chirico (Milano, Edizioni della Chimera, 1941), de Il Milione di Marco Polo con litografie di Campigli (Milano, Hoepli, 1942), e una selezione delle poesie di Ungaretti illustrate da Fontana (Bucciarelli, 1965). L’opera di Mino Maccari (1898-1989) include più di 2000 immagini riprodotte con ogni tipo di tecnica. Maccari iniziò nel 1924 con il periodico satirico “Il Selvaggio”, che illustrò e diresse fino al 1942; durante la sua vita collaborò con parecchi altri periodici, prese parte a molte esposizioni e nel 1948 vinse il Premio Internazionale per l’In- 6 7 cisione alla Biennale di Venezia. La BvS ha due copie di Bestie del 900 di Palazzeschi (Firenze, Vallecchi, 1951), illustrato da Maccari con 34 vividi linoleum a colori e 16 in bianco e nero che ben si adattano alle strampalate storie di animali antropomorfici scritte da Palazzeschi (fig.6). Concludo con un cenno a due pubblicazioni italiane contemporanee: l’Alice nel Pese delle Meraviglie illustrata da Giovanni Grasso Fravega (Silvio Berlusconi Editore, 1993) e Api di Mario Luzi con 3 acqueforti di Walter Valentini (San Benedetto del Tronto, Stamperia Comunale d’Arte Riviera delle Palme, 2001). Nell’Alice di Fravega ogni pagina è incorniciata da motivi floreali che l’artista utilizza anche come sfondo delle illustrazioni a piena pagina. Alice e i vari personaggi della storia sono ritratti in modo apparentemente realistico, ma poi si stagliano monocromi contro fondali densamente colorati (fig.7), o vi fluttuano sopra: è uno stilema tipico di Fravega che conferisce al libro un’atmosfera surreale molto adeguata al capolavoro di Carroll. Walter Valentini (1928) è un noto artista astratto contemporaneo le cui illustrazioni possiedono meravigliose qualità tattili grazie alle parti in rilievo e ai dettagli resi ruvidi dall’applicazione di oro. Caratteristica da non sottovalutare. Tra carte pregiate, legature da accarezzare, profumo di antico o di stampa fresca, pagine che, quando sfogliate, fanno “croc” o “flap”, e opere grafiche nascoste fra un capitolo e l’altro, i tesori di via Senato coinvolgono molti più sensi di quanti uno possa immaginare. © Copyright Illustration www.illustration-mag.com maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 STORIE D’AZIENDA Celebrazione griffata Giani Stuparich in omaggio ai 75 della tipografia Smolars di Matteo Noja Un libro ritrovato: L. Smolars & Nipote. 1872-1947 Trieste : [Arti Grafiche L. Smolars & Nipote], 1947 48 p. più [11] c. di tav. : ill. ; 25 cm Testo di Giani Stuparich. el Fondo dei libri sulla storia delle imprese italiane dall’Unità ai nostri giorni, vi è una cospicua sezione dedicata ai libri giubilari, quei libri che vengono stampati dalle aziende, in occasione di particolari eventi o importanti anniversari. Tra questi, e tra i molti curiosi, ve n’è uno che vogliamo segnalare. Si tratta di un opuscolo grigio legato in brossura, stampato su carta a mano; 27 riproduzioni fotografiche, nel testo e fuori, arricchiscono con sobrietà l’austera veste. Vi si narrano i 75 anni d’attività della cartoleria e tipografia fondata nel 1872 da Lodovico Smolars in pieno centro a Trieste, città che in quel momento conta più di 120.000 abitanti e poco prima ha ospitato una grande Esposizione industriale e di belle arti: in breve tempo l’azienda con la sua dinamica operosità diviene una vera e propria istituzione nel panorama del commercio locale. Ancora oggi l’insegna Smolars, all’ombra del campanile di San Giusto, significa N penne stilografiche, matite, carte e cartoline d’ogni tipo, quaderni, diari e cartelle. Nel 1895 la direzione dell’azienda viene assunta dal cognato di Lodovico, Luigi Carniel, marito di Costanza Smolars (che nel 1906 fece costruire uno dei più bei palazzi della città, quella “casa Smolars” dell’architetto Romeo Depaoli, suta tra via Mazzini e via Dante, notevole esempio del liberty italiano). Col tempo, subentrano nella direzione i figli di Luigi, Antonio, Icio e Dante, sportivi affermati in Italia e all’estero: scherma, canottaggio, montagna e automobilismo li vedono protagonisti. A loro, in seguito, si affiancha la sorella Luisa. Nel 1947, quando si festeggiano i settantacinque anni d’attività e viene stampata la pubblicazione, la gestione è condotta da Dante e Luisa. Fin qui la normale descrizione di un fascicolo che illustra la storia di una ditta, come ce ne sono tanti. Ma alla prima carta di risguardo una dedica manoscritta in inchiostro blu, recita: «Al nostro amico Giani con molto affettuosa riconoscenza le prime copie uscite dalla tipografia. Gigetta e Dante. Trieste, ultimi ottobre 1947». Giani è, ovviamente, Giani Stuparich, autore del testo, da sempre amico di famiglia; Dante è il fi- glio di Luigi e Costanza, già olimpionico di fioretto e canottaggio; Gigetta è Luisa, sorella di Dante, che nel 1914 sposò il grande scrittore Scipio Slataper. Gigetta è infatti una delle “tre amiche” – forse la più mite e gentile – cui l’autore de Il mio Carso dedica un corposo e amoroso epistolario, pubblicato postumo a cura dell’amico Giani [Torino, Fratelli Buratti editori, 1931]. Le altre amiche si chiamano Elody Oblath, la più intellettuale del trio, che diviene poi la moglie di Giani Stuparich, e Anna Pulitzer (la prima amata, la Gioietta del romanzo), che nel 1910 si suicida con un colpo di pistola sparato in piedi, davanti allo specchio, “in un atto vibrante di folle esaltazione eroica”. A Gigetta, durante gli anni dello studio, dei viaggi e poi dal fronte, Slataper invierà molte appassionate lettere, compresa l’ultima del 3 dicembre 1915 che termina: «Ti do uno, due e tanti baci. Saluta e bacia i cari e saluta tutti. E il Secondo Scipio [il figlio appena nato, n.d.r.], come sta? P.S. Ci offriamo volontari con Guido e Martelli. Sono sicuro che tutto andrà bene. Un bacio a Scipio Secondo». Di lì a poche ore cadrà nell’azione di guerra, colpito mortalmente alla gola. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 Acquisizioni recenti Una raccolta sempre più ricca, mese dopo mese dalla sicilia di pagano all’europa di molinari di Chiara Bonfatti e Giacomo Corvaglia Alighieri, Dante; Vernon, G. J. Warren. L’Inferno di Dante Alighieri disposto in ordine grammaticale e corredato di brevi dichiarazioni da G. G. Warren Lord Vernon accademico corrispondente della Crusca. Londra (Firenze), Thomas & William Boone (T. Baracchi e figlio), 1858 – 1865. Edizione in 3 volumi, il primo contiene il testo con le note, la Serie delle Ediz. pubblicate sino al 1850, il Repertorio dei Tipografi, librai, traduttori, commentatori, ecc...; il secondo la Vita di Dante, un saggio storico, Armi e notizie storico-araldiche delle Famiglie Toscane che son nominate nella Commedia; il terzo l’album di 112 tavv. con spiegazioni: Ritratti, monumenti e vedute dei luoghi ricorrenti nel Poema. De Rossi, Giovanni Bernardo (1742-1831). Apparatus Hebraeo-biblicus seu mss. editique codices sacri textus quos possidet novaeque var. lectionum collationi destinat Joh. Bern. DeRossi publi. in R. Parmensi Acad. Or. Litt. Prof. ac Theol. Facul. vice-praeses. Parma, Stamperia reale; Giambattista Bodoni, 1782. Il De Rossi, descrivendo 413 manoscritti e 159 edizioni del Vecchio Testamento in suo possesso, stampò a Parma. (Brooks, 213). Muret, Marc Antoine; François de Neufchateau, Nicolas Louis. Conseils d’un pere a son fils imités des vers que Muret a écrtis en latin pour l’usage de son neveu par N. François (de Neufchateau.) Parma, Giambattista Bodoni, 1801. Bella raccolta di 46 versi latini di Muret, uno dei rari esempi di edizioni bodoniane in cui è usato il carattere tedesco. Ogni pagina contiene un distico latino in carattere corsivo, colla versione francese, italiana e tedesca in carattere tondo sempre più grande. Copia appartenuta a Ercole Viscontini, banchiere e membro della nota famiglia milanese. Maistre, Joseph de. Plan d’un nouvel équilibre politique en Europe ouvrage publiée en 1798 sous le voile de l’anonyme par Joseph de Maistre[.] Nouvelle édition précédée d’une introduction par M. R. de Chantelauze. Parigi; Lione, Charles Douniol; Girard et Josserand, 1859. Prima edizione con tale titolo e con il saggio di Régis De Chantelauze, è la ristampa del reazionario Antidote au Congrès de Rastadt uscito anonimo a Londra [forse Amburgo] nel 1798, per mano di De Pradt, ma attribuito per tutto l’800 al controrivoluzionario De Maistre. [Manin, Daniele (1804-1857)]. Carte segrete e atti ufficiali della polizia austriaca in Italia dal 4 giugno 1814 al 22 marzo 1848. Vol. I° [- III°]. Capolago (Torino), Tipografia Elvetica (Tip. di Luigi Arnaldi), 1851 – 1852. Giovio, Giovanni Battista (1748-1814). Della vita e degli scritti del Cav. gerosolimitano fra Carlo Castone conte della Torre di Rezzonico memorie di Giambattista Giovio socio dell’Instituto di Bologna, e delle accademie di Parma, Mantova, S. Luca, veneta delle Belle Arti, ed italiana. Como, Pasquale Ostinelli, [dopo il 1802]. Condorcet, Jean Antoine Nicolas de Caritat, marquis de. Analisi ragionata di Condorcet sopra le istituzioni politiche di Bielfeld tradotta dal francese in italiano da Raffaele Conserva. Milano, Carlo Tamburini, [1802]. Mongitore, Antonino; Folengo, Teofilo; Licco, Gaspare; Sirillo, Bartolo; Bonaiuto, Bernardo. Drammatiche rappresentazioni in Sicilia e poesie di autori siciliani dal secolo XVI al XVIII pubblicate per cura di Gioacchino Di Marzo vol. I [- II]. Palermo, Luigi Pedone Lauriel (Tipografia del Giornale di Sicilia), 1876. maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano Alongi, Giuseppe (18581939). La maffia nei suoi fattori e nelle sue manifestazioni. Studio sulle classi pericolose della Sicilia per Alongi Giuseppe. Roma; Torino; Firenze (Torino), Fratelli Bocca (Tip. e Lit. Camilla e Bertolero), 1886 (1887). Edizione originale molto rara del primo saggio assoluto sulla Mafia, «eccellente e ancora valido». 1847. 1848. Al supremo Tribunale della Sagra Consulta romana di cospirazione pee la curia e fisco contro Severino del fu Ercole De Giorgi Bertola romano di anni 46. Vincenzo del fu Giovanni Micucci da Sinigallia di anni 53 pittore. Giovanni del fu Vincenzo Minardi da Faenza di anni 50 agente di affari... Carcerati Virginio Alpi e altri contumaci. Roma, Clemente Puccinelli, 1848. Pecchio, Giuseppe (17851835). Sino a qual punto le produzioni scientifiche e letterarie seguano le leggi economiche della produzione in genrale[.] Dissertazione di Giuseppe Pecchio. Lugano, Gius. Ruggia e C., 1832. Prima edizione. Giuseppe Pecchio, economista e patriota esule a Londra, è antesignano della moderna sociologia della letteratura. Si tratta dunque del primo saggio di sociologia della letteratura apparso in Italia nella prima metà dell’800. Saffi, Aurelio (1819-1890). Mazzini nel 1848. Conferenza tenuta da Aurelio Saffi al Teatro Castelli il 15 maggio 1885. Milano, Fratellanza Repubblicana Patria e Umanità (Tip. Flli. Bietti e G. Minacca), 1885. [Spannagel, Gottfried Philipp von]. Notizia della vera libertà fiorentina considerata ne’ suoi giusti limiti, per l’ordine de’ secoli. Con la sincera disamina, e confutazione delle scritture, e tesi, che in varj tempi ed a’ nostri dì sono state pubblicate per negare, ed impugnare i sovrani diritti degli augustissimi imperadori, e del Sacro romano impero, sovra la città, e lo stato di Firenze, e il Gran ducato di Toscana. Parte I. [-III.] Milano, no editore, 1724 – 26. Rara “prima”. [Cuoco, Vincenzo (17701823)]. Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli seconda edizione con aggiunte dell’autore. Milano, Francesco Sonzogno, 1806. Prima tiratura della seconda edizione. Stato pontificio. Tribunale criminale supremo della Consulta. Torraca, Michele (1840-1906). I meridionali alla Camera. Napoli, G. De Angelis e figlio, 1879. “Estratto dal Bollettino Napoletano, per cura dell’Associazione Nazionale”. Milesi Ferretti, Antonio. Assentismo in Italia. Firenze; Prato, ufficio della «Rassegna Nazionale»; Tip. Succ. Vestri, 1899. Pagano, Giacomo. Le presenti condizioni della Sicilia e i mezzi per migliorarle. Firenze, G. Barbèra, 1875. Prima edizione. Sismondi, Jean Charles Leonard Simonde de. Histoire de la renaissance de la liberté en Italie, de ses progrès, de sa décadence et de sa chute; par J.C.L. Simonde de Sismondi, correspondant de l’Institut de France, de l’Académie impériale de Saint-Pétersbourg, de l’Académie royale des Sciences de Prusse, membre honoraire de l’Université de Wilna, de l’Académie et de la Société des Arts de Genève, de l’Académie italienne, de celles des Georgofili, de Cagliari, de Pistoia; de l’Académie romaine d’ar- 51 chéologie, et de la Société Pontiana de Naples. Tome premier [-second]. Parigi; Strasburgo; Londra, Jean Georges Treuttel&J. Godefroy Wurtz (Charles Crapelet), 1832. Prima edizione. Bonald, Louis Gabriel Ambroise, vicomte de (1754-1840). Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale ossia del potere, del ministro, e del suddito nella società. Opera del signor visconte De Bonald, Pari di Francia. Traduzione dal francese, eseguita sulla 2. edizione di Parigi del 1827. Per Adriano Leclerc; riveduta dall’autore. Napoli, Biblioteca cattolica, 1827. Bonald, Louis Gabriel Ambroise, vicomte de. Sull’indissolubilità del matrimonio considerata relativamente allo stato domestico e allo stato pubblico di società. Opera del Sig. Visconte de Bonald prima traduzione dal francese. Napoli, Biblioteca cattolica, 1827. Scudery, Georges de (16011667). Discorsi politici de i re, del signore di Scudery. Trasportati dal linguaggio francese nell’italiano dal signor Girolamo Brusoni, e dedicato all’illustriss. sign. la Signora Elena Cornara Piscopia dell’eccellentiss. signor Gio. Battista procuratore di San Marco. Venezia, eredi di Francesco Storti & Giovanni Maria Pancirutti, 1669. Prima ed. italiana. Molinari, Gustave de. Les soirées de la rue Saint-Lazare. Entretiens sur les lois économiques et défense de la propriété par M.G.Molinari membre de la Société d’économie politique de Paris. Parigi, Guillaumin (Gustave Gratiot), 1849. Prima edizione di una delle migliori opere dell’insigne ultra-liberista e anti-statalista belga che auspicò una società integralmente di mercato. 52 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 Chicche da bibliomane CERTO, UNA LIBRERIA! Urge conservare i propri libri, a costo di cambiare le donne Piccole raccolte e librerie, di R. Obredi La Fiera del Bibliofilo, da la Fiera Letteraria del 19 dicembre 1926, p. 7 uanti che possono spendere e che posseggono appartamenti di un certo lusso, annoverano da noi, tra i mobili di casa anche una libreria? Forse esagero dicendo il quattro o cinque per cento. In Italia si legge discretamente, ma in generale un libro non lo si conserva, né lo si acquista col preconcetto di doverlo conservare, cioè con una certa cura di scelta, sia per la materia come per la veste. Non si pensa a priori che debba far parte di un corpus degno del nome di piccola raccolta o di libreria. Entra in casa a sorte, secondo la moda, il grido dell’ora che passa, la molteplice esposizione in vetrina, a suggestione del titolo o dell’illustrazione sulla copertina, ballonzola un poco sui tavoli o sulle poltrone, e va a finire tra i giornali e le riviste spaiate di rifiuto, o emigra per benevoli prestiti senza ritorno. Se qualcuno resta, almeno in ricordo del prezzo, non lo si fa rilegare così che dopo un po’di tempo si sfascia, si sciupa e si disperde come gli altri. Per la rilegatura c’è una vera e propria avversione. Costa cara, e non avendo il libro un posto di conservazione e costituendo quasi un ingombro, la si ritiene inutile. E coì per mancanza di una scelta clientela, scarseggiano anche i buoni rilegato- Q ri. I bibliofili e gli amatori lo sanno per prova. E tutto questo perché il libro non lo si ama per sé, per la sua anima e per il suo corpo, non lo si sente come un lumen cordis et speculum corporis, come direbbe Luca De Penna, e non si giunge neanche a considerarlo come un bel decoro della casa, un testimonio, se pur non sempre veritiero, del buon gusto e dell’intelligenza di chi la abita. Quante volte noi raccoglitori ci siam sentito dire, specialmente dalle signore: «Ma come?! Non si brontola in casa sua per tanto ingombro di carta attirapolvere? La sua povera signora, non dice niente? Glielo permette?» E ci guardano con schietto, UNA RUBRICA AD HOC a Fiera Letteraria, rivista di lettere, scienze e arti, venne fondata nel 1925 da Umberto Fracchia e continuò le sue pubblicazioni fino al 1977. Fra i suoi più illustri direttori, Gian Battista Angioletti, Curzio Malaparte, Vincenzo Cardarelli e Manlio Cancogni. Fra le sue rubriche fisse, questa “Fiera del bibliofilo” che, di numero in numero, proponeva svariate notizie letterarie ed editoriali sul variegato mondo delle edizioni antiche, illustrate, d’autore. L infantile compatimento come strambi originali sciupatori di soldi per creare l’infelicità coniugale e il disordine domestico. Cosa strana! Le donne che oggi in Italia sono le più numerose clienti dei librai, sono, in generale, anche le più accanite avversarie di raccolte e librerie. Per molte una raccolta non suscita che l’idea dell’ingombro, dell’invadenza, del disordine e dell’odiata polvere. Gli appartamenti sono piccoli; per il libro non c’è posto. Comprarne qualcuno a spizzico, senza metodo, per curiosità o per essere un po’ al corrente secondo le conversazioni del giorno, sì. Custodirlo, farlo rilegare, dargli un posto duraturo nella casa, no. E pure è dalla conservazione e dalla raccolta, che deriva la scelta ponderata, la costanza metodica di acquisto, il profitto culturale e, pure, economico. Economico non tanto per il lapalissiano assioma che ciò che non si sciupa è un guadagno, ma perché una raccoltina ben fatta con cura e discernimento può serbare delle gradite sorprese e acquistare un plus-valore che aumenta invece di diminuire col tempo. Oggi, per esempio, in Francia, in Inghilterra fiorisce, e da noi è sulla buona via, la ricerca della valorizzazione delle prime edizioni, dei numerati e dei libri di lusso tipografico, o di carta, o di formato, anche di autori viventi o scomparsi da non mol- maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano to. E si pagano prezzi di vera affezione. Chi negli ultimi decenni si è formata una collezione d’opere elette con amore e buon gusto può avere il compiacimento di vedersela decuplicata e anche centuplicata di prezzo. Cosa che non guasta, anche se il raccoglitore, come il buon Agricola di Catone, è emace e non vendace; appartiene, cioè, alla categoria degli amatori non negozianti o avari che ama il libro e lo stima con criteri più duraturi e certi che resistono all’aura mutevole del giorno. Abbiamo voluto, però accennare anche al vantaggio dei rialzi, quasi sempre sicuri per gli esperti, perché non è trascurabile e può anch’esso avere il suo valore di propaganda e persuasione. Date al libro il posto d’onore che si merita, secondo la vostra agiatezza e la vostra condizione sociale. Imparate a conoscerlo ne’ suoi meriti intrinseci ed estrinseci; sceglietelo con accurato e cauto esame e acquistatelo con metodo e costanza. Avrete così presto il nucleo che dovrà raggruppare intorno a sé la futura libreria. Ai primi compiacimenti ne seguiranno altri maggiori e un giorno ci sarete grati dell’inoculamento del bibliofilo e lo trasmetterete ad altri con grande beneficio della coltura e della diffusione del buono e bel libro nel paese. Il libro conservato lo si rivede, lo si rilegge o, almeno, si torna a consultarlo, si modificano e si riformano giudizi, si ordinano idee e conoscenze, su una stessa linea di unità culturale, si dà corpo con membra più armonicamente rispondenti a quel tanto che si sa, si facilita la memoria colla localizzazione e con minor fatica e quasi inavvertitamente, si riesce a dare alle proprie cognizioni una fisionomia e un disegno più preciso e sicuro, un legame che diversamente non avrebbero e che è materialmente rappresentato dai diversi libri della vostra raccolta che riflettono i diversi gusti e le diverse predilezioni e vi rappresentano come la vostra cultura li rappresenta. In queste brevi note insisteremo sull’argomento. Consiglieremo; daremo schemi succinti di armoniche collezioni; indici di stampatori antichi e moderni più pregiati e delle loro edizioni migliori, nomenclature e spiegazioni bibliografiche, suggerimenti sulla scelta, legatura e conservazione del bel libro, tutte, insomma quelle elementari ma, purtroppo, tanto ignorate condizioni che concorrono a formare il piccolo bibliofilo, il fondatore dell’auspicata raccolta. Sarà bibliografia spicciola, lo sappiamo. Centesimi della vasta e grande scienza, ma con la loro utile missione. I bibliofili in grande non hanno bisogno di noi. Hanno a loro disposizione ben altro e sanno dove pescare quello che ignorano. Noi ci accontenteremo di ripetere con Te- 53 mant de Latour: «Io non faccio bibliografia né per i bibliofili di professione e neppure per i bibliofili di una certa forza, ma per qualcuno che sa pressappoco un po’ in meno, e perciò più disposto a essermi indulgente». Per de Latour era modestia; per noi è sincerità. La più gran parte dei lettori preferirà, ne siamo certi, questa bibliologia alla mano a quella più profonda e complessa che lasceremo ai bibliotecari, ai grandi raccoglitori, agli studiosi specializzati e ai negozianti hors-ligne. Né noi, né la maggioranza dei nostri lettori abbiamo l’illusione, o la vana speranza di trovare tanto facilmente sul nostro cammino dei codici miniati, dei volumi quattrocenteschi su pergamena o silografici, degli esemplari unici o quasi, che han già il loro asilo noto e sicuro e non lo cambiano che a suon di dollari o sterline. Noi ci accontentiamo del libro bello e anche raro che sappiamo di poter raggiungere colle nostre ricerche e coi nostri mezzi. Siamo i cadetti della famiglia bibliofila, ma non per questo abbiamo soddisfazioni e gioie minori. Chi ama il libro lo sa e quelli che impareranno ad amarlo lo conosceranno e solo allora allora ci sapranno dire quale e quanto gradevole acquisto abbiano fatto per la loro vita. Un mobiletto apposito, una cinquantina di volumi ben scelti e ben vestiti bastano per incominciare. Il resto vien da sé. Chi ha bevuto berrà. Le piccole raccolte si moltiplicheranno. La libreria sarà quello che deve essere: «L’unico e vero indice della distinzione e della superiorità di chi la abita.» Ma… e le signore?…Speriamo di poterle convertire. Se ci si metton loro…! 54 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2009 L’INTERVISTA D’AUTORE CANTAMESSA, CHE FA LE CARTE AL DIAVOLO L’avvocato del Milan e la sua biblioteca astrologica DI LUIGI MASCHERONI Nel 2007 ha pubblicato una bibliografia in due volumi per recensire tutte le opere di astologia edite al mondo (e in tutte le lingue) tra Quattro e Novecento. E pare che oggi sia pronto alla seconda edizione. La sua biblioteca sul tema, del resto, non teme nessuna concorrenza se non quella di un’altra sua collezione. Tutte e settanta le annate dell’Almanacco del Calcio e tutte le edizioni dei regolamenti della Federazione italiana gioco calcio, dal primo del 1902 ra le molte collezioni cui ha dedicato vita e passioni quadri dell’avanguardia russa, ceramiche Art Deco francesi e l’amore per le belle belle donne - i libri sono forse la più preziosa. Rigoroso e fedele avvocato del Milan, ma bibliofilo anomalo e disordinato – “mi sono innamorato della lettura molto giovane, ma la bibliomania è arrivata tardi, e pur amando molto i libri come oggetto, li acquisto per leggerli: quindi solo quelli che mi interessano” - Leandro Cantamessa ha ereditato i nomi di battesimo (e le biblioteche) del nonno Leandro Arpinati, gerarca che poi ruppe con Mussolini e tra F gli anni ’20 e ’30 fu presidente del Coni e della Figc; dello zio paterno Torquato, fondatore della prima società teosofica in Italia; e di Antonio Spazzoli, eroe della resistenza fucilato nel ’44. L’“ossessione” dei libri gliel’ha passata però la madre. Da ragazzo, a causa di una rara malattia alle ossa, rimane ingessato per due anni dalle ginocchia al collo, potendo rimanere solo sdraiato o in piedi. E in piedi curiosa alle spalle della madre che passa ore a leggere “strani” libri destinati a segnare la sua vita: da lì spicca il folle volo verso le stelle. È lì che inizia tutto: a 17-18 anni, per uscire assieme alla ragazza che sarebbe diventata mia moglie, di nascosto vendetti alla Libreria Nanni di Bologna i suoi libri di fantascienza. Ma già a 20-22 anni, in preda ai sensi di colpa, mi misi a battere bancarelle e rigattieri per ricomprali. Così nasce la mia collezione completa di Urania, compreso il rarissimo numero 323 bis uscito nel 1963 con le strisce di B.C. di Johnny Hart. Libri che ho letto tutti, fino al 1978. Poi è passato all’astrologia. Scelta bizzarra. No, consequenziale semmai. Se esistono due discipline simili nel loro maggio 2009 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 essere straordinari attivatori della fantasia, una dal punto di vista della letteratura l’altra da quello del pensiero, queste sono proprio la fantascienza e l’astrologia. Sempre di stelle e di cieli si tratta. E dai Sumeri in avanti, nulla come il cielo e le stelle ha mosso la fantasia dell’uomo. E quando ha iniziato la collezione di astrologia? Una decina di anni fa entrai alla libreria Mediolanum di Luca Pozzi, a Milano. La mia compagna mi disse: “L’astrologia è la tua passione. Compra un libro”. E acquistai un testo di Giovanni Pontano, umanista che in polemica con Pico della Mirandola difese l’astrologia con il poema “Urania” del 1476, e che poi scrisse anche il “Meteororum liber”e il “De rebus coelestibus”. Comunque, da allora, seguendo il consiglio di Pozzi di concentrarmi solo sui miei interessi, non mi sono più fermato. Tanto che è diventato il massimo esperto e il più grande collezionista di libri astrologici del mondo: due anni fa Lei ha curato per Olschki una bibliografia in due volumi dedicata alle opere di astrologia pubblicate in tutte le lingue e in tutti i Paesi dal ’400 al ’900. Oltre 5mila titoli censiti, più altre 3mila schede già pronte per una seconda edizione che coprirà altri 30 anni, per i quali ho spulciato i cataloghi delle biblioteche di carta o online dell’intero pianeta. E alcuni li ho anche comprati… Quanti ne ha? Ottocento, acquistati ovunque, da Londra all’Australia. Soprattutto a Milano e Bologna, poi Los Angeles. Saggi e trattati, ma soprattutto testi popolari, discorsi e previsioni. Hanno costi mostruosi, mi creda. Ma non riesco a trattenermi. Adesso sto dando la caccia alla produzione di opere che seguì il nefasto annuncio, sulla base di una nefasta interpretazione di una straordinaria congiunzione di pianeti nel segno dei Pesci, nel 1524, di un secondo diluvio universale. In Europa si scatenò il panico e sull’argomento si pubblicarono una cinquantina di testi. La sua professione di avvocato di una grande squadra di calcio è la causa, o forse la conseguenza, di un’altra collezione particolare. Possiedo la raccolta completa dell’Almanacco del calcio dal 1939 al 2009, agli inizi pubblicato da Rizzoli e poi da Panini. E credo di essere l’unico a possedere tutte le edizioni dei regolamenti della Federazione italiana gioco calcio, a partire da un librettino del 1902. Immagino lasciatole dal nonno, Leandro Arpinati, presidente di Coni e Figc. No, trovato per caso su una bancarella. Del resto, sono testi difficilissimi da trovare, perché non venivano messi in commercio, a volte erano pubblicati dalle compagnie di assicurazioni. Se ti va bene li trovi in qualche mercatino. A proposito, quale è stato il “colpo” della sua carriera? Su una bancarella di piazza Diaz, qui a Milano. In mezzo a testi dell’Otto e del Novecento, che peraltro non sono il mio primo interesse, spuntò fuori un libro di medicina del Seicento, con le pagine divise in due colonne: da una parte un trattato di ginecologia, dall’altra di astrologia. Era il “Geneanthropeiae siue De Hominis Generatione Decatevchon” di Giovanni Benedetto Sinibaldi, stampato a Roma da Caballi nel 1642. Un libro del quale neppure immaginavo l’esistenza. Al libraio chiesi solo: “Quanto vuole?” 3A DI COP CHIEDERE SE DORSO BIANCO +1/2 MM PER LATO