VIII CONGRESSO DI LEGAMBIENTE LAZIO
UN AMBIENTALISMO NUOVO, PER UN FUTURO MIGLIORE
Vent'anni di Legambiente Lazio, con le persone, costruendo un mondo
diverso
BOZZA Relazione introduttiva del Presidente Regionale, Lorenzo Parlati
Care amiche e cari amici, sono molto contento e onorato di introdurre questi
due giorni di lavoro del nostro VIII Congresso di Legambiente Lazio, un
appuntamento importante, che giunge dopo quattro anni di attività intensa e
appassionante, ancora più importante perché Legambiente Lazio quest’anno
compie vent’anni, anni di tante mobilitazioni e iniziative, di vertenze, di
proposte, di successi.
Abbiamo voluto aprire il nostro fine settimana congressuale a Via dei Fori
Imperiali, un luogo meraviglioso della nostra Italia, un successo nostro e dei
cittadini per la decennale pedonalizzazione domenicale che porta già ogni
settimana decine di migliaia di persone a percorrerla, come era ieri, con tanta
pioggia ma senza auto, occupata dalle persone in un giorno feriale, dai nostri
circoli, dai comitati, dalle scuole, da imprese e istituzioni, dai tanti dei
soggetti con cui in questi anni abbiamo fatto percorsi comuni, portando in
questa novella “vetrina delle qualità” i pannelli solari e le mini pale eoliche, i
mezzi elettrici e le biciclette, gli oggetti del riuso e della differenziata, i
prodotti dell’agricoltura di qualità ed i piccoli comuni, i parchi e la legalità
rendendola un po’ il simbolo della regione diversa che vogliamo, che in
questi anni l’associazione ha cercato di contribuire a costruire, partecipando
ai processi di cambiamento, influenzando le scelte delle nostre istituzioni,
ottenendo risultati nella direzione della sostenibilità che hanno migliorato la
qualità della vita dei cittadini. Per questo Legambiente Lazio oggi torna a
chiedere che presto, prestissimo, il Colosseo sia liberato dal ruolo di
spartitraffico per riconquistare il valore di monumento più famoso del
mondo, attraverso la pedonalizzazione di Via dei Fori Imperiali ed il
collegamento con il Parco dell’Appia Antica e fino ai Castelli romani. Quella
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di ieri è stata una giornata di festa per i nostri vent’anni, con cui abbiamo
voluto anche riunire tanta gente che nel Lazio lavora ogni giorno per
costruire una regione diversa, con una precisa volontà, iniziare a costruire
una nuova alleanza per fermare i cambiamenti climatici, per modernizzare il
Lazio, per vivere meglio.
E’ un’iniziativa emblematica, e anche per questa due giorni abbiamo scelto
con convinzione la neonata Città dell’Altraeconomia, il luogo romano
dell’equo e solidale e del biologico, del riuso e delle rinnovabili, per mettere
in evidenza alcuni tratti del nostro ambientalismo, che vede nella
partecipazione delle persone e delle comunità sul fronte ambientale, la chiave
per costruire un mondo diverso. In questi anni abbiamo pensato e agito per la
sostenibilità del Lazio, con i nostri documenti e appuntamenti di riflessione e
proposta, con le nostre campagne che ci hanno portato in decine e decine di
luoghi del Lazio, a piantare alberi, a ripulire aree dal degrado, a restaurare
beni culturali minori.
Un’attività compiuta grazie alla passione e all’impegno di tante donne e tanti
uomini che hanno dato forza alla Legambiente Lazio, portando le proprie
competenze, le proprie idee ed i propri interessi e facendoli diventare un
patrimonio di noi tutti. Voglio dirlo con le parole della nostra cara Lidia,
Lidia Serenari, nostra amata vice presidente regionale che ci ha lasciato
poche settimane fa e che ci manca tanto per la sua intelligenza sempre vivace
e la passione di ambientalista vera, tutti i giorni impegnata dando un
contributo tenace, umile e concreto all’associazione, animando il “Tavolo
pace” e la “Casa della pace” o con le iniziative per la chiusura del manicomio
e l’uso pubblico dell’area del Santa Maria della Pietà a Monte Mario o,
ancora, seguendo e alimentando il lavoro del circolo di Legambiente nel
carcere di Rebibbia. Nelle sue annotazioni per l’intervento al nostro
Congresso di quattro anni fa scriveva “…quando ci ritroviamo in tanti, in
occasioni come la Perugia–Assisi ci sembra di farne già parte di questo
mondo diverso.”
In questi anni abbiamo affermato più volte l’emergenza ambientale del nostro
territorio e proposto strade nuove verso la sostenibilità, per ridurre gli impatti
ambientali, per modernizzare la nostra regione.
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Se quanto abbiamo denunciato sul fronte ambientale locale, lo smog, il
traffico impazzito, i nostri fiumi e laghi inquinati, l’abusivismo e le
discariche… non è bastato a far fare quello scatto in avanti alle politiche
ambientali, ora non possiamo più rimandare le scelte. In questi anni si è
affermata una novità eclatante, i cambiamenti climatici hanno iniziato a
dispiegare i propri effetti in tutta la loro drammaticità. 2500 scienziati
dell’ONU hanno confermato il fenomeno, è stato assegnato il Premio Nobel
per la pace ad Al Gore su questo. Il cambiamento è più accelerato di quanto
si prevedesse fino a qualche anno fa, con livelli di gas serra nell’atmosfera
mai così alti come negli ultimi 650mila anni, ed è legato indissolubilmente
all’azione dell’uomo, ai consumi crescenti di petrolio, carbone e altre fonti
fossili. Una realtà che sta già producendo effetti drammatici, più evidenti nei
luoghi dove il clima è più estremo, all’equatore con periodi di siccità e
alluvioni in entrambe i casi estremi, o ai poli con lo scioglimento dei
ghiacciai. E’ di queste ore il dramma causato dal ciclone Sidr in Bangladesh
con almeno 1500 morti e 150.000 sfollati, profughi ambientali. Ma anche
nella nostra Europa, dove la settimana scorsa ad esempio per la prima volta è
stato necessario chiudere le barriere del porto di Rotterdam durante una
tempesta per evitare che la città rischiasse di andare sott’acqua, e in Italia
sulle Alpi e gli Appennini senza neve, a Roma dove la temperatura media dei
primi sei mesi di quest’anno è stata di 1,3°C superiore a quella dell’ultimo
trentennio, in Provincia di Frosinone, dove da mesi l’acqua è razionata
durante la giornata, pare proprio perché l’acquifero non si è ricaricato.
La risposta a questo dramma deve venire da noi, dai cittadini, dalle
istituzioni. C’è un impegno personale che ognuno deve assumersi nelle
proprie scelte quotidiane e ci sono impegni, invece, che devono essere presi
dalle istituzioni, che devono facilitare, sostenere scelte di sostenibilità,
renderle centrali nelle politiche di governo. Le fonti di emissioni di gas serra
sono le stesse che causano lo smog che conosciamo bene. Dobbiamo darci
allora obiettivi locali nelle nostre campagne, nei paesi, nei condomini, nelle
città… per raggiungere con il contributo di tutti l’ambizioso obiettivo di
battere i cambiamenti climatici. Il Lazio ha una grande responsabilità in
questo senso in Italia, sia perché quasi il 10% delle emissioni di gas serra si
producono nel nostro territorio, 42 milioni di tonnellate all’anno, sia perché
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siamo tra le Regioni più importanti, ospitiamo la Capitale, le sedi del
Governo, abbiamo grandi flussi turistici.
Risparmio ed efficienza sono le parole chiave che debbono riformare nel
complesso le politiche e l’azione di governo nella nostra regione. Gli
interventi prioritari riguardano energia e trasporti, quasi l’80% delle
emissioni viene da questi settori. Non si tratta però di fare solo degli
aggiustamenti, non è il momento di attuare un po’ di interventi di
“mitigazione”, serve un cambiamento profondo, radicale, dei nostri stili di
vita e delle politiche, bisogna abbandonare il vecchio e puntare alla
modernità, serve una vera e propria rivoluzione. In questi anni, noi
ambientalisti di questo abbiamo parlato, di cambiare quei modelli che nel
tempo, nemmeno troppo governati, sono divenuti strutturanti della nostra
società, di abbandonare il vecchio e puntare sulla modernità.
Nel Lazio solo negli ultimi cinque anni il parco veicolare è aumentato di
240.000 unità, ormai abbiamo un’auto per ogni abitante, compresi neonati e
ultraottantenni. A Roma ogni giorno entrano almeno 500.000 auto
dall’hinterland. E’ possibile che siamo stati così stupidi da costruire un
modello di mobilità che in realtà porta all’immobilità? Voglio leggervi
qualche riga di una storia di Rodari che forse conoscerete:
C’era, questa volta, una città invasa dalle automobili. Ce n’erano nelle
strade, sui marciapiedi, nelle piazze, sotto i portoni. C’erano automobili
dappertutto: piccoline come scatolette, lunghe come bastimenti, con il
rimorchio, con la roulotte. C’erano automobili, autotreni, furgoni,
furgoncini. Ce n’erano tante che si muovevano a fatica, urtandosi,
fracassandosi i parafanghi, schiacciandosi i paraurti, strappandosi le
marmitte. E finalmente ce ne furono tante che non ebbero più lo spazio per
muoversi e rimasero ferme. Così la gente doveva andare a piedi. Ma non era
tanto facile, con le macchine che occupavano tutto il posto disponibile.
Bisognava aggirarle, scavalcarle, passarci sotto. E dalla mattina alla sera si
sentiva: ahi! Questo era un pedone che aveva sbattuto la testa contro il
cofano. -Ahio! Ahia Questi erano due pedoni che si erano scontrati
strisciando sotto un camion. La gente, si capisce, diventa matta dalla rabbia.
E’ ora di finirla!... (G. Rodari, Il pifferaio e le automobili)
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Eppure sembra così, non si riesce più a spostarsi, a sentirsi, le città ed i paesi
sono enormi garage, lo smog è fuorilegge un giorno su tre in tredici su sedici
delle centraline di monitoraggio a Roma come a Frosinone, a Colleferro
come a Guidonia, fino ad Anagni, Latina e persino Rieti, con studi che
dicono che ogni anno a Roma ci sono 600 morti in più a causa dello smog,
che 1/3 dei bambini soffre di malattie respiratorie. Come dice la “gente di
Rodari”, allora: è ora di finirla! Per affrontare lo smog e ridurre le emissioni
di gas serra, la mobilità delle persone e delle merci deve passare dal modello
dell’automobile individuale a quello del trasporto collettivo, la “cura del
ferro” deve riprendere fiato. Roma ha fatto una scelta molto importante, ha
investito praticamente tutto il bilancio disponibile per la nuova metro C ed il
prolungamento della B1, trainando un percorso che si è ben avviato. Ora
bisogna continuare, e ben vengano le proposte su questo specifico tema da
parte dei costruttori, facendo la stessa cosa sulla scala regionale, strutturando
la mobilità su ferro, con nuovi investimenti per mettere sulle rotaie più treni.
I cittadini, i pendolari, non possono accontentarsi di avere delle ferrovie
metropolitane che nel migliore dei casi passano ogni quarto d’ora e nel
peggiore nemmeno una volta all’ora, non sono ferrovie metropolitane. Lo
proponiamo: lavoriamo sin dalla prossima finanziaria regionale per arrivare
alle frequenze della RER di Parigi che ha treni ogni tre-quattro minuti nelle
ore di punta. Servono anche più binari, a tal fine, va rimessa mano
all’infrastruttura, a quel 39% ancora a binario unico, verso i castelli romani,
Guidonia e Tivoli, Bracciano e Viterbo, Nettuno, chiudendo finalmente
l’anello ferroviario a Roma che ormai dopo vent’anni che se ne parla e si
annuncia sta diventando una barzelletta, prevedendo anche nuovi passanti
ferroviari in città. E’ intorno a questa infrastutturazione del territorio con il
ferro, una sorta di colonna vertebrale del sistema, di asse portante, che si deve
costruire l’integrazione con il trasporto collettivo tranviario, filobus, elettrico,
poi su gomma, con le biciclette, con la mobilità sostenibile dell’auto
condivisa del car sharing o l’auto collettiva del car pooling. Bisogna dare un
calcio al vecchio e puntare sulla modernità, sull’innovazione. Per la
sostenibilità serve l’innovazione: è moderno avere una carta magnetica e
andare in un parcheggio a prendere una bicicletta o un’automobile quando
serve, perché il trasporto collettivo non arriva ovunque, ed è vecchio
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piuttosto avere un’auto sotto casa da mantenere, lasciare ferma parcheggiata
chissà dove.
Anche per la produzione di energia è il modello dei grandi impianti,
inquinanti ed inefficienti che va abbandonato. Cosa succede oggi nel Lazio?
C’è il grande polo energetico di Civitavecchia e Montalto, uno dei più grandi
d’Europa, dove si producono oltre 7.000 MW all’anno di energia, 7miliardi
di kW. Si brucia petrolio, gas, forse sciaguratamente presto anche carbone,
con un processo che trasforma in energia elettrica circa il 40% di quello che
si brucia, mentre il 60% diventa calore che, visto che le centrali si
raffreddano con l’acqua del mare, va a scaldare i pesci del mare. E’ un
processo inefficiente, impattante, vecchio. La generazione distribuita è il
nuovo modello, con impianti piccoli e piccolissimi: ogni paese, ogni
quartiere, ogni casa può avere una propria centrale di produzione di energia,
calore e anche di freddo; è la cogenerazione, un processo con un’efficienza
fino al 90%. Va lanciato un grande programma per avere 1.000 condomini
nel Lazio che passino entro un anno a questo sistema, per almeno 50 MW di
produzione elettrica. In questo modo anche le fonti rinnovabili possono farsi
spazio, portando il solare in tutte le abitazioni, l’eolico ovunque possibile e il
mini-eolico nelle nostre campagne, le biomasse, il mini-idroelettrico, il
geotermico e tutto quanto altro sarà possibile, facendo uscire le rinnovabili
dalla residualità delle buone intenzioni. Troviamo spazio a queste ipotesi al
piano energetico regionale che a giorni sarà presentato alle parti sociali. E’
questo il contesto in cui è insensata la riconversione a carbone a
Civitavecchia il combustibile più inquinante per il nostro pianeta -e ancora
oggi si parla di soldi dati al Comune di Civitavecchia che non saranno spesi
per minimizzare quel grave impatto ambientale-, in cui è assurdo il
dispiegarsi di troppi nuovi impianti, ad Aprilia, forse Malagrotta e Pontinia, i
primi a vedere arrivate fino in fondo le procedure del decreto sbloccacentrali, che nel Lazio ha visto ben dodici domande presentate. Dal Lazio è
anche molto chiaro che non bisogna inseguire lo sporco e costoso nucleare: è
pesante l’eredità delle due centrali di Borgo Sabotino e del Garigliano nel sud
della nostra regione, con migliaia di tonnellate di scorie di cui ancora non si
sa bene cosa fare, a venti anni dalla loro chiusura, grazie al referendum che si
tenne proprio pochi giorni fa nel Novembre del 1987 e in cui il popolo
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italiano decretò con determinazione l’addio alla produzione di energia
elettronucleare nel nostro paese.
Anche in questo caso a noi pare assai chiaro che il nucleare è il vecchio, i
grandi ed inefficienti impianti rappresentano il passato, mentre la generazione
distribuita, le rinnovabili… rappresentano la modernità. Vorremmo vedere
realizzata l’idea affascinante di Jeremy Rifkin, una rete dell’energia, con la
logica della rete internet, in cui l’idrogeno prodotto anche nelle case con le
fonti rinnovabili sia poi utilizzato per produrre di nuovo energia nelle celle a
combustibile.
E’ un tema generale quello che si evidenzia. Il mercato da solo non è stato in
grado di regolarsi, sul fronte della mobilità l’assoluto liberismo ha portato ad
un sistema che non funziona. Certo, sul fronte dell’energia però è stato invece
proprio il vecchio statalismo a portare ai grandi impianti. Serve allora uno
Stato nuovo che programmi utilizzando le migliori competenze e poi governi
davvero i processi, che dia possibilità alle persone di crescere e vivere bene,
ma serve anche un mercato nuovo, che non cerchi solo il proprio tornaconto.
Nella nostra società per vincere queste sfide c’è bisogno di meno
individualismo e di più collettività.
E’ la nostra economia che va ripensata nel complesso, rompendo con il
ventennio del liberismo sfrenato, ed indirizzata sulla strada della qualità,
dell’innovazione, della modernità. La questione ambientale è una grande
occasione per invertire la rotta di un’economia troppo spesso basata ancora
sullo spreco delle risorse, lontana da quell’idea di soft economy che incarna
la propria anima nella ricerca, nel legame con il territorio, anche
nell’innovazione di processo e di prodotto, nel basso impatto, nella
smaterializzazione, nell’efficienza, frutto dell’ingegno italiano. Symbola
nello studio sul Prodotto Interno di Qualità, un indicatore che va oltre il PIL
analizzando la qualità delle economie, ha evidenziato che il 26% delle
imprese italiane ha già imboccato questa strada, con scelte che vanno
assecondate e sostenute. Un’occasione nel Lazio anche per allargare la
crescita alle altre province, troppo schiacciate su Roma, individuandone e
valorizzandone le vocazioni diverse. Un’occasione anche per diffondere quel
benessere che non si misura solo col PIL.
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Bob Kennedy, da giovane politico, invitava ad "addomesticare l'istinto
selvaggio dell'uomo e rendere dolce la vita sulla terra". Sostenne, prima di
essere assassinato nel 1968 durante una campagna presidenziale, che forse
avrebbe vinto, in uno straordinario discorso attraversato dalle nascenti
sensibilità ambientaliste, che il Prodotto Interno Lordo "non tiene conto
dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione
e della gioia dei loro giochi. E' indifferente alla decenza delle nostre
fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la
bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l'intelligenza
delle nostre discussioni o l'onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene
conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti
tra noi. Il Prodotto Interno Lordo non misura né la nostra arguzia né il
nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la
compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto
ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta, e può dirci tutto
sull'America, eccetto se siamo orgogliosi di essere americani".
Un’occasione per migliorare l’occupazione e la qualità del lavoro, per
colmare la crescente distanza tra coloro che faticano ad arrivare a fine mese e
tutti gli altri, per far sì che una giusta flessibilità non significhi costante
precariato: secondo il rapporto “Sbilanciamoci!” la nostra regione è terza in
Italia considerando il reddito pro-capite, ma è diciassettesima per l’indice di
economia e lavoro, con un tasso di disoccupazione benché in diminuzione
ancora all’8% (il più alto del centro nord), ed un indice che valuta ben il 26%
del lavoro come precario, tra parasubordinato e interinale (11%) e sommerso
(15% secondo l’Istat).
Bisogna invertire la rotta di quest’economia che corre ancora troppo grazie al
mattone, alla rendita fondiaria ed al consumo di suolo. Nel Lazio, sommando
le previsioni edificatorie dei Piani Regolatori dei Comuni si disegna un
insensato raddoppio secco degli abitanti, quando già negli ultimi dieci anni
abbiamo perso ben 127mila ettari di superficie agricola utile, con un processo
non governato in cui le città si svuotano di abitanti, mentre le campagne si
riempiono di cemento, crescono gli insediamenti in area sparsa e gli abitati si
congiungono tra loro. E’ un modo vecchio di spremere una risorsa finita
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come il territorio, che distrugge il nostro meraviglioso paesaggio e deturpa le
nostre bellezze naturali. Per questo abbiamo sostenuto con determinazione la
necessità di avere regole certe con il PRG a Roma e con il Piano Territoriale
Paesistico nel Lazio, finalmente approvati. E sempre per questo crediamo
siano però sbagliate scelte come quelle di Tor Pagnotta e Bufalotta a Roma,
che rischiano di portare i cittadini in una landa desolata di case e scintillanti
centri commerciali, oppure su una scala più piccola come piazza dei
Navigatori sempre a Roma, così come crediamo vada interrotta la
conurbazione tra Roma e i castelli, attraverso le splendide aree di Marino
inserite nel giusto ampliamento del Parco dell’Appia Antica, con Pomezia,
preservando la sughereta, con Cerveteri e Ladispoli, nelle aree di Torre
Flavia, verso Grottaferrata, nelle aree della Molara e del Tuscolo, lungo
l’asse della Flaminia verso Castelnuovo di Porto, verso Fiumicino, nella
Riserva Statale del Litorale, piuttosto che il proliferare di case sparse nella
tuscia viterbese. Sulle coste il modello non può essere Sperlonga, dove
affianco al meraviglioso centro storico è cresciuto un quartiere di villette
nella prima fascia costiera. E nemmeno si può pensare di realizzare 10.000
nuovi posti barca, più che raddoppiando quelli esistenti. Dobbiamo trovare un
nostro modo, che tenga conto delle specificità laziali, per realizzare una legge
“salva campagne”, “salva coste”, “salva territorio”, utilizzando il lavoro già
fatto per il PTP, individuando degli ambiti contigui di paesaggio da tutelare,
sulla scorta dei principi della legge salva coste della Sardegna, o utilizzando
quel “patto per il paesaggio” proposto in Toscana, ma anche tenendo conto
del lavoro che sta avviando il primo Ministro spagnolo che ha annunciato
pochi giorni fa di voler abbattere quartieri scempio realizzati nel passato sulla
Costa del Sol in riva al mare. In questo ragionamento i parchi possono
acquisire un nuovo ruolo, non solo per la giusta tutela, ma anche come motori
di questo sviluppo sostenibile al di là dei propri stretti confini, riconquistando
la fiducia delle comunità locali dopo gli anni in cui si è parlato solo di taglio
dei perimetri e dopo troppi mesi di commissariamenti. Ora è il momento di
chiudere la fase dei piani d’assetto per molte aree di RomaNatura così come
per Veio o il Parco Nazionale del Circeo, rendendo produttive queste realtà,
puntando a rivitalizzare i paesi presenti, le attività economiche già esistenti,
l’agricoltura. Realizzando finalmente anche i nuovi parchi, il Tevere, i
Lepini, la Tolfa, gli Ausoni, ma anche i Monumenti naturali della Selva di
Paliano e di Pirgy. Puntando sui 259 piccoli paesi sotto i 5.000 abitanti che
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rappresentano oltre la metà dei Comuni del Lazio, da secoli culla di un
patrimonio straordinario fatto di beni culturali e ambientali, di tradizioni e
abilità manifatturiere; quell’Italia nell’Italia chiave di volta per uno sviluppo
diverso, non imitabile né delocalizzabile, sano antidoto alla globalizzazione
senza regole e omologante, ma che rischiano però una progressiva
marginalizzazione dovuta alla perdita di servizi (presidi medici, scuole,
poste…) e conseguentemente di abitanti. Da questo punto di vista, la
scommessa del bando delle idee per i piccoli Comuni della Provincia di
Roma si è rivelata una importante intuizione, perché è stato capace di tenere
insieme idealità e protagonismi delle amministrazioni e dei soggetti attivi sul
territorio, delle associazioni, dei circoli di Legambiente, delle pro-loco, con la
concretezza della realizzazione dei progetti presentati, dando ascolto ai
bisogni veri delle persone.
E’ questo il contesto in cui la discussione su alcuni progetti deve a nostro
avviso svilupparsi. Pensiamo alla Roma-Latina, troppo spesso fabbrica di
morte, dove si sono rincorse le ipotesi più strampalate, con l’iniziale progetto
di corridoio tirrenico che avrebbe rischiato di non risolvere nemmeno il
problema dell’incidentalità, con delle insicure complanari per i pendolari,
creando pesanti danni al territorio, oltretutto con un pedaggio, che non teneva
conto di una domanda di mobilità per oltre il 60% di natura pendolare. Passi
avanti sono stati fatti proprio ascoltando quanto dicevamo, e in questi giorni
si avvia la consultazione sul nuovo progetto, su cui vigileremo con
attenzione. Oppure agli aeroporti. E’ a causa della mancanza di regolazione
del sistema che è nato il disastro Roma-Ciampino, con rumore e smog
sempre fuorilegge secondo le misurazioni che proprio Legambiente Lazio
con il comitato per prima ha fatto, lungo le rotte di atterraggio e decollo tra
Roma, Ciampino e Marino. Per risolvere questo problema tavoli istituzionali
e tecnici hanno studiato lo spostamento su Roma-Fiumicino, dove dal 2005
c’è un Terminal inaugurato proprio per i low cost, e dove proprio in queste
ore ai cittadini si chiede di sacrificare una pineta di 480 alberi nella Riserva
del Litorale per utilizzare appieno la pista 2. Alcune compagnie hanno
iniziato anche a spostare i voli, poi, come dimenticandosi di tutto ciò, è
iniziata una lotta tra campanili per accaparrarsi un terzo scalo nel Lazio,
anche in questo caso senza una pianificazione che faccia comprendere di cosa
si stia discutendo, se un terzo scalo nel Lazio serva o meno, e quasi
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eliminando dal dibattito proprio la questione ambientale, da cui il dibattito
stesso ha preso avvio, o relegandola ad una successiva valutazione, magari
per fare un po’ di opere di mitigazione. Per questo nei giorni scorsi abbiamo
scritto al Ministro dei Trasporti ed agli enti competenti chiedendo di tornare a
verificare l’ipotesi Roma-Fiumicino che ci sembra la meno impattante, visti i
sacrifici ambientali già fatti e richiesti, e la più rapida e credibile.
Affianco alle sfide su energia e trasporti e ad una visione nuova del territorio,
sono gli stili di vita ed i modi di consumo delle persone e delle popolazioni
del Lazio, l’altro aspetto fondamentale su cui è necessario fare dei
giganteschi passi in avanti verso la modernità. Anche in questo caso affianco
a modernità, le parole chiave rimangono risparmio ed efficienza.
A partire dalla gestione dei nostri rifiuti, che oggi ancora per oltre l’80%
vanno a finire nelle discariche che in questi anni sono state tutte allargate.
Malagrotta, Guidonia –dove nel nuovo piano si prevede addirittura una nuova
discarica-, Albano, Civitavecchia, Viterbo, Latina, Roccasecca. Va imboccata
in tutti i quartieri e in tutti i Comuni la strada tracciata dai nostri “Comuni
ricicloni”, -finalmente ce ne sono anche nel Lazio, Sermoneta (Lt) al 67,82%,
Lenola (Lt) al 59,68%, Monterosi (Vt) al 56,82% e Castelforte (Lt) al
41,33%-, quella della raccolta differenziata domiciliare “porta a porta”, che
facilita i cittadini. Con obiettivi del 45%-55%, lavorando anche su
prevenzione e riduzione della produzione dei rifiuti con un obiettivo del 10%
entro il 2015, attuando ad esempio le iniziative già realizzate in altre parti del
paese e raccolte come buone pratiche da Federambiente –i distributori
automatici per il latte fresco, la vendita dei prodotti alla spina, ad esempio-.
Servono investimenti seri, economici ma soprattutto politici: secondo una
nostra stima, con 37 milioni di Euro per quattro anni si potrebbe far cambiare
sistema di gestione dei rifiuti a tutti i Comuni del Lazio. Con una nuova
responsabilità delle istituzioni locali e dei cittadini, creando buona
occupazione, con un sistema di raccolta domiciliare che prevede un
incremento del personale nei centri medio-piccoli, per mettere la parola fine
allo smaltimento nelle discariche, riducendo decisamente gli impatti
ambientali, sanitari ed anche economici della gestione dell’immondizia,
contribuendo a far lievitare l’economia del mercato del riciclaggio.
Rendendo, in questo modo, residuale il ricorso alla termovalorizzazione dei
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rifiuti, come previsto dalla legge, utilizzando gli impianti già esistenti che
secondo le nostre stime sarebbero sufficienti al fabbisogno per la necessaria
chiusura del ciclo. Questa è la strada da percorrere senza tentennamenti, per
uscire dalla lunga fallimentare stagione commissariale.
Un ragionamento che parte dai rifiuti, e che potrebbe contribuire a modificare
gli stili di vita, è quello circa l’utilizzazione dell’imposizione fiscale legata ai
consumi ambientali: l’eco-tassa, ad esempio, potrebbe essere una ottima leva
fiscale con incentivi e disincentivi, ma allo stesso tempo andrebbe
individuata una forma di tassazione legata alle emissioni di CO2, una sorta di
carbon tax regionale da attuarsi a vari livelli, secondo le competenze fiscali
regionali, per finanziare per primi il trasporto su ferro ed un piano per Kyoto,
ad esempio attraverso un aumento della tassa automobilistica, penalizzando i
veicoli più inquinanti, oppure attraverso un’imposta sull’utilizzo dei
carburanti, ma anche una tassa sui gipponi, verificando anche la possibilità di
una tassazione sulle produzioni energetiche. Continuando pure il riordino dei
canoni per lo sfruttamento delle risorse del Lazio, oggi decisamente
sottodimensionati, a partire da quelli delle concessioni demaniali, per le cave,
per lo sfruttamento delle sorgenti delle acque.
Sempre sul fronte degli stili di vita va concentrata l’attenzione anche
sull’acqua, una risorsa limitata troppo spesso maltrattata o sprecata. In questi
anni i cittadini hanno sperimentato la gestione privata del servizio idrico,
trovandosi di fronte a consistenti aumenti delle tariffe, ai quali quasi mai è
corrisposto un incremento della qualità del servizio, con piani e progetti
continuamente disattesi, rimandati nel tempo. Con un concreto rischio di uso
privatistico del bene, con le captazioni delle sorgenti dell’Aniene o le folli
idee di vendita di quelle del Peschiera. Le perdite di rete sono secondo i dati
di Ecosistema urbano al 66% in provincia di Latina, al 58% in provincia di
Rieti e al 35% in provincia di Roma, mentre i consumi hanno sfondato i 240
litri per abitante al giorno in provincia di Viterbo, i 228 in provincia di Roma
e i 168 in provincia di Frosinone. Nel Lazio il 21% degli scarichi civili non è
allacciato alla rete fognaria, mentre il 29,5% non è sottoposto a depurazione:
sono ben 265.376, cioè il 9% della popolazione regionale, i residenti non
allacciati solo nei capoluoghi di Provincia, l’equivalente di una città grande
come Venezia. Scaricano nei nostri fiumi, a volte ancora nei nostri laghi: il
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Sacco, avvelenato illegalmente compiendo uno dei più gravi disastri
ambientali della nostra regione, ma anche troppo sotto pressione per gli
scarichi industriali; il Tevere e l’Aniene sotto la pressione di 700.000 abitanti
equivalenti ancora da depurare; il Garigliano, in un sito di interesse
comunitario con un mediocre stato ecologico; il Marta, dove l’inquinamento
organico supera di dieci volte i limiti di legge; il Velino, dove la buona
qualità è messa a rischio da scarichi malfunzionanti o fuorilegge, ma anche il
Gari a Cassino o il Cosa a Frosinone. Ecco, in questi anni le conferenze delle
Province e dei Sindaci spesso si sono limitate ad approvare i bilanci piuttosto
che a verificare queste situazioni, a pianificare, le consulte dei cittadini non
sono ancora nemmeno tutte istituite, il garante regionale del servizio ha
lavorato bene ma è stato messo poco in condizione di incidere: sono tutti
fondamentali aspetti della Legge Galli, che dal nostro punto di vista di
ambientalisti vanno pienamente attuati, mentre si discute di una riforma, in
cui il ruolo di controllo del pubblico, la qualità del servizio, gli aspetti legati
alla depurazione, il risparmio idrico devono essere punti concreti e centrali,
abbandonando discussioni che rischiano di contrapporre solo teoricamente
gestione pubblica e privata. E’ certo che può essere utile una legislazione
anche regionale per tutelare l’acqua come bene comune di tutti, vincolando
ad obiettivi definitivi lo stanziamento di 350 milioni di euro deciso con il
piano di tutela delle acque, e anche per questo, con il nostro specifico
ambientalista, vi propongo di aderire alla Manifestazione del prossimo 1
Dicembre sul tema.
Certamente in questo percorso è fondamentale il ruolo dei nostri
amministratori, dei Sindaci, delle Province, della Regione Lazio. Ancora
citando il nostro ultimo Ecosistema urbano, risulta che tutti e cinque i
capoluoghi del Lazio sono nella parte medio bassa della classifica nazionale,
due su cinque sono appena sopra la media nazionale, gli altri tre fra il
peggioramento e l’immobilismo: Frosinone (101a) è a fondo classifica nella
nostra regione, preceduta da Latina (93a), Viterbo (83a), Roma (55a) e Rieti
(47a). L’era di Kyoto richiede di scompaginare l’insieme dei modelli di
organizzazione della nostre città, obbligandoci a ripensare l’intero organismo
urbano, in tutte le sue parti.
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Roma in questi anni delle giunte di centro-sinistra sta certamente
migliorando, sui nostri temi anche grazie all’incessante incalzare di
Legambiente, ma indubbiamente di tutto ciò di cui ho parlato fino ad ora c’è
ancora troppo poco, le politiche ambientali non hanno la centralità che pure
culturalmente questa giunta potrebbe dare loro, per fare di Roma la Capitale
della vivibilità e della sostenibilità. Ho già ricordato le nuove metropolitane;
il Piano regolatore, la Città dell’Altraeconomia dove siamo, ma non possiamo
dimenticare le zone a traffico limitato a San Lorenzo e Trastevere, le
pedonalizzazioni di piazza Capranica o piazza San Lorenzo in Lucina,
l’ordinanza solare che ha reso obbligatori gli interventi di risparmio
energetico e di uso del solare nelle costruzioni, i nuovi importanti percorsi
ciclabili, i 150.000 metri cubi abusivi abbattuti, la navigabilità del fiume
Tevere dei "Battelli di Roma", ma anche la Notte Bianca o la ricca attività
dell’Auditorium o le centinaia di iniziative culturali che hanno fatto
riacquistare valore a luoghi e momenti “comunitari” o gli eccezionali numeri
sul turismo, con oltre 18milioni di presenze, la capacità di proiettare
l’immagine di Roma come Capitale globale del dialogo. Un risultato che
aiuta a spiegare la larghissima fiducia di cui il Sindaco di Roma gode, sul
quale si deve fondare una rinnovata attività, aggredendo fino in fondo le
radici più profonde dei mali ambientali della città, cambiando alcune scelte
troppo timide o inappropriate. Sogniamo una città più moderna e vivibile, che
vinca contro lo smog e le emissioni di anidride carbonica cresciute di circa il
20% negli ultimi dieci anni, dove il trasporto pubblico faccia il salto di
qualità necessario con molte nuove ulteriori corsie preferenziali protette, con
spazi più belli e liberi dalle macchine allargando ed estendendo ancora le
ZTL, da girare in tram, con l’ottimo “8” che finalmente veda il
prolungamento a Termini, a piedi o in bicicletta con corsie e piste ciclabili in
rete tra loro; in cui si moltiplichino i quartieri a priorità di pedone, le “zone a
30 km/h”, con interventi di moderazione e rallentamento del traffico; più
pulita, aperta e accogliente, pulita e attenta a recuperare e riciclare i propri
rifiuti; a risparmiare energia e a produrla attraverso fonti rinnovabili. Una
città che pensi, piuttosto che a case sparse in campagna, a progetti urbani di
riqualificazione, in cui davvero le centralità pubbliche servano a dare nuova
qualità alle periferie, è per questo che seguiamo con attenzione i casi di
Alitalia Magliana –dove si rischia che questo venga meno- e del Santa Maria
della Pietà, che smetta di costruire nuove “periferie”, che fondi le proprie
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strategie sull’incomparabile patrimonio storico e ambientale, sulla cultura,
sull'accoglienza, dove per creare nuovo lavoro e nuova economia e fare
impresa si punti sulla ricerca, sull’innovazione, sul turismo di qualità, sulla
cultura.
Per affrontare questo percorso di innovazione e modernità il ruolo della
Regione Lazio è fondamentale. Dopo gli anni in cui ci fu un gran fermento
attorno all’istituzione dei nuovi parchi regionali, le politiche regionali del
governo di centrodestra avevano segnato, soprattutto sui temi a noi
particolarmente cari, danni non indifferenti, rispetto ai quali sinora il governo
del centrosinistra non ha dato quegli elementi di discontinuità profonda che ci
aspettavamo. Intendiamoci, scelte positive ci sono state, pensiamo ai piani e
agli investimenti sulle acque a cui sono stati destinati 350 milioni di Euro o al
Piano Territoriale Paesistico finalmente approvato, ai prossimi 80 milioni
sulle rinnovabili o al Piano di Sviluppo Rurale da oltre 700 milioni di euro,
agli investimenti per la raccolta differenziata con 30 milioni di Euro…, tutti
atti che mettono mano al sistema regionale, collegando le politiche
ambientali e territoriali con quelle sociali. Questi interventi sono rimasti a
nostro avviso un episodio, fiore all’occhiello degli Assessori che ci hanno
lavorato, ma non sono stati raccolti come punti centrali dell’azione di
governo, che continua a rimanere spesso in balia degli accadimenti, per
troppo tempo incapace di decidere su scelte importanti a partire proprio da
quelle sull’energia e i rifiuti. Il Lazio vede anche un uso eccessivo dei
commissariamenti, per dieci anni sui rifiuti, per mesi e mesi sui parchi,
mentre si profila anche quello per la Sanità; commissariamenti che invece di
far superare l’emergenza hanno immobilizzato e peggiorato le diverse
situazioni.
E’ questo il contesto in cui si allarga la distanza tra la politica e la società
civile, con una politica che sembra spesso distratta, fatta di auto blu e
privilegi, ed una società civile delusa, che esprime voglia di partecipare, di
collaborare, a volte con mobilitazioni anche limitate che andrebbero
incoraggiate, nelle quali andrebbe letta la volontà di vivere la propria
comunità, il proprio territorio, e che invece viene respinta o coinvolta in finti
processi di partecipazione in cui è già tutto deciso o non si decide niente,
rischiando così di perdere fiducia e di “incattivirsi”. Una politica che deve
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fino in fondo fare il proprio mestiere, deve amministrare bene, scegliendo e
chiudendo le partite importanti, in modo coraggioso e trasparente, facendo
incrociare le trasformazioni con il locale, rompendo gli schemi e non
rimanendo ostaggio del ritorno di partiti vecchi e nuovi, superando gli
incomprensibili veti incrociati reciproci, spesso al centro delle discussioni, e
vincendo l’indecisionismo.
Un caso piccolo, ma esemplificativo, sta nello scambio di lettere tra il nostro
amico Gerardo Ferrante di Malagrotta ed il responsabile unico del
procedimento della struttura commissariale per l’emergenza rifiuti. A due
lettere di Ferrante, che si firma presidente del comitato pisana 64 e chiede di
accedere agli atti relativi “all’indagine ambientale in corso”, viene risposto
con altrettante due lettere in cui ci si barrica dietro al formalismo,
testualmente “dalla nota non è dato evincere in alcun modo le motivazioni
che dovrebbero indurre (…) a riconoscere (…) una posizione giuridicamente
rilevante che lo possa legittimare ad ottenere il riconoscimento del diritto
all’accesso richiesto.”
Mi sembra che si commenti da solo. In questo modo non ci si può
sorprendere dell’antipolitica e di tutto il resto. La politica deve riaprire il
“palazzo”, recuperare respiro, riconoscere il diritto di parola alla società
civile, che rappresenta quell’importante capitale sociale fondamentale per la
crescita delle comunità, ed eliminare il timore del confronto con la gente,
facilitando anche il semplice accesso agli atti, passando dalle “consultazioni
partecipate” alle “decisioni partecipate”. Serve un rinnovato dialogo, un
maggiore coordinamento tra le politiche dei vari livelli istituzionali, convinti
che la “ecopolis” per la quale ci battiamo non è la città o la regione
dell’utopia, né tanto meno una città qualsiasi con “qualche aiuola e
giardinetto in più”, ma il luogo dove l’ambiente si affermi nelle politiche
come elemento decisivo per portare più benessere, più socialità, più salute.
Cogliamo, in tal senso, la grande opportunità dei fondi strutturali per la nostra
Regione: 2 miliardi di Euro, nei diversi strumenti di programmazione, che
vanno utilizzati bene per raggiungere obiettivi concreti. Mai come oggi
questa città e questa regione sono sembrate pronta e fiduciose verso il futuro,
il nostro sforzo è perché il futuro cominci subito.
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Voglio richiudere il cerchio. Tutto questo è il modo per affrontare dalla
nostra scala locale il problema globale del nostro mondo, dei cambiamenti
climatici, ma anche per invertire la rotta della globalizzazione governata
dall’economia e dal mercato sulla strada verso la sostenibilità, per
abbandonare il paradigma esclusivo del profitto e della crescita economica
indiscriminata, per rovesciare le storture e le drammaticità di un modello di
sviluppo che ha dato sinora risposte del tutto inadeguate, che ha allargato la
distanza tra ricchi e poveri con un consumismo esasperato, un modello che
porta ancora oggi il 20% scarso della popolazione mondiale, nel quale anche
noi siamo, ad utilizzare e sfruttare oltre l’80% delle risorse dell’intero
pianeta, con 135 milioni di persone che già oggi rischiano l'esodo forzato dai
luoghi in cui abitano per cause ambientali, gli eco-profughi, la nuova
emergenza del millennio. Per questo vanno colti gli imponenti obiettivi della
nostra Europa, il 20% di riduzione delle emissioni climalteranti, di risparmio
energetico, di energia da fonti rinnovabili, per costruire una globalizzazione
diversa anche a livello istituzionale. Un ambientalismo nuovo può essere la
risposta, il progetto, la speranza per il futuro, la chiave per mitigare gli effetti
nefasti del riscaldamento globale, può permettere di ridurre le emissioni dei
gas serra salvando il nostro mondo, dando un futuro vivibile e sereno a
miliardi di persone, può portare a frenare anche i conflitti attorno all’uso
delle risorse, contribuendo a “liberare la pace”, ad interrompere l’escalation
di conflitti infiniti, come quello in Iraq, per la conquista del petrolio.
Legambiente Lazio compie vent’anni, la nostra associazione è molto
cresciuta, nelle cose che fa, nel numero sconfinato di temi di cui si occupa,
nel numero dei progetti che realizza, è cresciuto il numero di persone e realtà
che la conoscono, le campagne regionali sono state uno strumento utile sia
per affrontare le nostre tematiche a livello territoriale locale e regionale, ma
anche per far crescere e creare nuova associazione. E’ ben tratteggiata
l’azione di questi vent’anni di associazione nelle due pagine all’inizio del
libretto del documento congressuale, che abbiamo chiesto di scrivere a
Maurizio Gubbiotti, che l’ha guidata per tanti anni, essendo il principale
artefice di questa crescita: dalla nascita sul nucleare a Montalto, ai successi
come gli orari degli autobus ai capolinea, ai tanti parchi realizzati, alla
chiusura domenicale di Via dei Fori, al confronto con la politica o con realtà
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e categorie, con la passione del volontariato e la convinzione della pace per
un mondo diverso.
E’ così che facciamo politica come associazione, siamo convinti che serva
farla così, non siamo un partito e non vogliamo esserlo, se alcuni di noi fanno
politica anche nei partiti ne siamo contenti e non ci facciamo condizionare,
siamo autonomi dalla politica e non ci sentiamo inferiori ad essa, il nostro
agire politico e la nostra organizzazione hanno trovato altre forme, non
codificate, fondate sui circoli e sui regionali. Questo nostro modo di agire è
l’unico motivo per cui possiamo rivendicare un nostro diritto di parola in
quanto associazione, movimento organizzato in forma associativa,
rappresenta la nostra originalità. Per questo con trasparenza, lo stesso giorno
in cui Roberto Della Seta è stato nominato, con Ermete Realacci,
nell’esecutivo del PD, la segreteria nazionale ha avviato il percorso che ci
dovrà portare alla nomina di un nuovo Presidente Nazionale: la nomina è un
segno tangibile di autorevolezza per la nostra associazione, ne siamo
contenti, ma è allo stesso tempo incompatibile con il modo di agire della
Legambiente e per questo va risolta al più presto, anche con il
coinvolgimento dei regionali.
Solo negli ultimi quattro anni, ad esempio, con la Festa dell’Albero, che avrà
una nuova edizione la settimana prossima, abbiamo piantato ben 4.500 alberi
con bambini, ragazze, cittadini; sono 800 le aree ripulite dai 150mila
volontari di Puliamo il Mondo con edizioni arrivate fino in Ghana grazie al
progetto di cooperazione “Acqua Axim”; oltre 500 tra segnalazioni, esposti,
denunce, realizzate dal nostro centro di Azione Giuridica e ora anche grazie
all’Osservatorio regionale sull’illegalità ambientale realizzato con
l’Assessorato all’Ambiente e alla Cooperazione tra i Popoli della Regione
Lazio, a seguito del quale ne è nato anche uno provinciale a Viterbo, con
importanti iniziative che stanno coinvolgendo Prefetti, Procuratori, forze
dell’ordine e parti sociali, portando a sequestri, ma anche stimolando nuove
proposte di legge come quella contro l’abusivismo edilizio -e siamo molto
contenti perché entro 30 giorni finalmente, dopo 30 anni, l’ecomostro
dell’Isola dei Ciurli a Fondi sarà abbattuto, facendo ripartire le ruspe nel
Lazio per combattere illegalità e scacciare le Ecomafie-. E poi ci sono i
31mila ragazzi ed insegnanti di 1.300 classi che hanno partecipato all’ultima
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edizione di Nontiscordardimé-Operazione Scuole Pulite, le decine di
chilometri di corsie preferenziali protette realizzate anche grazie a noi che
siamo scesi a difenderle con cordoli umani; le carovane contro la guerra, per
la pace, con gli artisti; i mutui agevolati per le fonti rinnovabili concordati
con le Banche di Credito Cooperativo; la raccolta differenziata che coinvolge
una popolazione di oltre 1500 persone nel carcere di Rebibbia; le iniziative di
Salvalarte che hanno visto restaurate alcune formelle medievali a Cori e
realizzate significative attività come quelle con la Cooperativa sociale Cotrad
a Roma; le campagne regionali sui fiumi con discese in canoa realizzate con
gli amici della Uisp per monitorare l’Aniene e il Sacco; le decine e decine di
Comuni che con nuovo orgoglio sono l’anima della Festa della Piccola
Grande Italia; la nuova iniziativa regionale che sta riportando all’attenzione i
nostri bellissimi laghi, il Lago del Salto, di Vico, Bolsena, Canterno, che
versano nella situazione di inquinamento e criticità degli ecosistemi in cui si
trovavano venti anni fa i fiumi e i mari; i mille ragazzi e ragazze delle scuole
che hanno preso parte alle attività di educazione alla legalità, per creare una
cultura di giustizia.
E ancora le 15.000 lampadine a basso consumo e i 5.000 economizzatori
idrici distribuiti gratuitamente in poche ore a Roma con le Giornate del Sole
che stanno facendo risparmiare 1.340.000 kilowattora, il consumo annuale di
quasi 500 famiglie, e circa 1.000 tonnellate di anidride carbonica; le due
edizioni regionali della nostra Goletta verde sul mare, con decine di tappe,
iniziative, blitz, centinaia di classi in attività; l’Equocioccolato di San
Lorenzo per affrontare i temi dei diritti e del commercio equo, le 35 auto
condivise del “car sharing” di Roma che abbiamo contribuito ad avviare, il
lavoro per l’abbattimento dell’Ecomostro dell’Isola dei Ciurli a Fondi (Lt), le
Biodomeniche organizzate con AIAB e Coldiretti o le edizioni del Treno dei
Sapori o il nostro Atlante dei prodotti tipici per rendere più sicura e migliore
l’alimentazione dei nostri bambini e dei cittadini; le decine e decine di
appuntamenti fissati per Spiagge pulite ogni anno; le iniziative di
Legambiente turismo per migliorare la qualità dell’offerta turistica degli
alberghi, stabilimenti e campeggi, partite da Gaeta; l’ordinanza solare
approvata a Roma che ha reso obbligatori interventi di risparmio energetico e
di uso del solare nelle costruzioni, fino ad arrivare alla discesa della Befana
dalla Rocca Pia di Tivoli.
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Ecco perché non ci riconosciamo nella raffigurazione con cui qualcuno
nell’ultimo periodo, a volte, ha voluto dipingere gli ambientalisti: bloccano lo
sviluppo, impediscono la realizzazione delle opere. Sono centinaia e
centinaia le iniziative e le proposte che rendono chiara la nostra idea di
futuro, centinaia di migliaia i cittadini, tra bambini, studenti, agricoltori,
casalinghe, operai, insegnanti… che testimoniano il nostro impegno per
l’avvenire, che evidenziano la progettualità del nostro ambientalismo.
Impegno e progettualità che ci porta anche a rivendicare i nostri no, che non
sono mai frutto di un ambientalismo che si oppone a tutto per principio,
ideologicamente, che sono distanti da posizioni dannose per l’intero
movimento ambientalista come quelle contro l’eolico, o su scala locale,
contro la Metro C di Roma, ma sono invece dei no motivati dal danno alla
salute dei cittadini, dal fatto che ci sono opere utili, opere inutili e opere
dannose, che quei progetti accelererebbero gli effetti negativi dei
cambiamenti climatici, sarebbero dannosi per la qualità della vita dei
cittadini, per l’economia stessa e per le generazioni future.
L’associazione è cresciuta, in questi anni abbiamo un po’ cambiato pelle, c’è
stato un forte e positivo rinnovamento, ma questo non ci deve bastare, per
essere all’altezza dell’immensa sfida che abbiamo delineato dobbiamo
migliorare ovunque, costruendo più associazione, più circoli, più soci e
potenziando la capacità di mobilitazione oltre che di elaborazione e
progettazione. I circoli continuano ad essere la vera forza della nostra
associazione e oggi devono essere ancora di più un luogo di incontro e di
aggregazione, svolgendo anche una funzione di socialità, contro
l’individualismo, essendo di più un luogo dove passare un po’ del proprio
tempo realizzando iniziative concrete, con la soddisfazione di aver
contribuito a qualcosa di utile per la società e per l’ambiente. Dobbiamo
continuare ad affinare la dimensione regionale di Legambiente, continuando
a proporre, organizzare e pianificare campagne e iniziative tarate sulla
dimensione regionale, rafforzando ancora meglio la capacità territoriale del
regionale, che dobbiamo costruire sempre più tutti insieme, condividendo e
promuovendo comuni obiettivi associativi, perché il regionale rappresenta il
livello territoriale indispensabile per garantire elaborazione, linea politica,
visibilità, capacità di risposte complesse.
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Negli ultimi quattro anni è stata molto bella l’attività in associazione, grazie
all’ottima, attenta ed entusiasta, direzione di Cristiana Avenali abbiamo
creato una squadra che si è allargata, in cui molti hanno giocato. Si parla
tanto di dare spazio a giovani e donne, noi siamo riusciti a farlo, lo
dimostrano sia l’età media che il numero di donne presenti nella struttura del
regionale di Legambiente Lazio. Li voglio ringraziare tutte e tutti per il gran
lavoro che compiono ogni giorno ed in particolare per lo sforzo di ieri e di
questi giorni. Dobbiamo continuare a investire sul servizio civile volontario,
su cui abbiamo puntato fin dall’inizio, è una bella e grande opportunità per
far crescere la nostra associazione, raccogliendo competenze e idee nuove,
facendo spendere un’esperienza positiva alle persone che vi partecipano, che
a volte continua poi nel tempo, dando un contributo alla crescita della
Legambiente e della nostra società. Dobbiamo continuare ad allargare lo
spazio dato ai giovani, affidando loro anche responsabilità politico
organizzative in associazione, cercando il loro impegno, per costruire
l’associazione, aumentando il numero di coloro che si impegnano sui diversi
temi, riprendendo il lavoro sui parchi ad esempio, ma anche continuando a
riformulare alcune responsabilità, senza mai cadere nella paura di perdere
spazio.
Chiudo, tornando ad uno dei temi che avevo lanciato all’inizio, quello della
alleanze. E’ una delle questioni più importanti per vincere le sfide che ci
attendono. Noi da soli non bastiamo, dobbiamo allargarci, contaminare e
contaminarci, fare cultura e cambiare la cultura. L’associazionismo, non solo
ambientale, ma anche nel termine più ampio, di terzo settore, deve
migliorare, e cioè credere davvero in una sua titolarità e autonomia e
rivendicarla. Sin dalle prossime settimane lavoreremo per costruire quella
nuova alleanza per fermare i cambiamenti climatici, per modernizzare il
Lazio, per vivere meglio, fondamentale per riuscire a raggiungere risultati
importanti.
Voglio chiudere con un brano di Fabrizio Giovenale, un grande ambientalista
della nostra associazione, da poco scomparso, tratto dal suo bel libro “Nipoti
miei. Discorso sui futuri possibili”: “Pier Paolo Pasolini scrisse trent’anni fa
che da noi le rondini a primavera non arrivavano più. Non era vero per
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fortuna. Arrivano ancora, anche se ogni anno di meno. Perché ogni anno, s’è
visto, il deserto che devono attraversare si fa più largo. E perché quando
arrivano trovano meno insetti da mangiare per via degli insetticidi, e meno
tetti adatti ad attaccare i nidi sotto le loro falde, e un’aria sempre più
affumicata…
Certo, i cieli solcati da voli e stridìi della Roma di quando avevo la vostra
età sono soltanto un ricordo. Qualcosa lontanamente somigliante capita di
ritrovarlo ancora in certi paesetti fuorimano… Però sul Tevere, e sui laghetti
delle ville romane, la presenza di quelle piccole frecce bianco-nere
bellissime si ripete ancora ogni primavera. Tutti gli anni sto col fiato sospeso
finché non le vedo.
Chissà se a voi fa lo stesso effetto. Forse no perché non avete nella memoria
i voli di tanto tempo fa. A me però quella sensazione nessuno me la leva: la
paura che, l’anno in cui le rondini non tornassero, quello sarebbe veramente
il tramonto del mio vecchio mondo. (…)
E se cominciassimo dal riprogettare i tetti delle nostre case in modo da riinvitarle a farci il nido sotto, le rondini? Se ripulissimo l’aria pensando
anche a loro, ai loro voli? Se le nostre città, per essere riportate a misura
d’uomo dovessero prima essere riportate a misura di rondini?
L’ho pensato tante volte. Se me lo chiedessero all’improvviso risponderei
sempre lo stesso: che la cosa decisiva quella con più significato di tutte è
proprio questa: che, ad ogni fine-marzo, le rondini tornino ancora.
Insomma, anche se ho parlato tanto l’augurio di buon lavoro per tutti noi per
questi due giorni di Congresso è semplice: nei prossimi anni dobbiamo essere
ancora di più, più radicati, con più idee per essere più forti, per rispondere di
più ai bisogni e alle aspirazioni delle persone e vincere le sfide che ci
attendono, aggregando e scaldando i cuori della gente, costruendo tutti
insieme un ambientalismo nuovo ed un futuro migliore. Buon lavoro.
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VIII CONGRESSO DI LEGAMBIENTE LAZIO UN AMBIENTALISMO