la Voce del popolo la Voce del popolo untesto eunregista palcoscenico www.edit.hr/lavoce Anno 9 • n. 74 martedì, 7 maggio 2013 TONI CAFIERO E DRAMMA ITALIANO: PER DIRE DI 8 (COMPLICATE)DONNE E UN (RISOLVIBILE) MISTERO UN CAFFÈ CON DRAMMA ITALIANO MAGGIO UDINESE RECENSIONI Toni Cafiero 8 donne e un mistero Da Marte per far ridere Sinceramente bugiardi 2|3 Attore, regista teatrale, scenografo, docente, giramondo, europeo ed europeista 4 Una commedia noire grottesca con un pizzico di farsa e cinema Fiona 5 6|7 Lezione del professore Paolo Migone Gipsy Nascosto dove c’è più luce CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese 8 2 martedì, 7 maggio 2013 UN CAFFÈ CON... palcoscenico di Bruno Bontempo TONICAFIERO A bbiamo incontrato Toni Cafiero alla vigilia della sua terza collaborazione con il Dramma Italiano di Fiume: dopo Goldoni Terminus del 2007 e Brutta del 2009, in aprile ha curato la regia dell’accattivante commedia noir 8 donne e un mistero, del francese Robert Thomas. Attore, regista teatrale, scenografo, docente, giramondo europeo ed europeista, per nascita e per orientamento, le origini di Cafiero sono a metà veneziane (di padre) e metà svedesi (di madre): nato nel Paese scandinavo, è cresciuto a Venezia, si è formato a Parigi, ha seguito i corsi di Scenografia all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Dopo una breve carriera di attore si è dedicato alla regia e all’insegnamento, vive e lavora soprattutto in Spagna e Francia, non ama lavorare in Italia, per il semplice fatto che non condivide il modo italiano d’intendere il teatro. È presente invece sulla scena di Romania, Estonia, Russia, Portogallo, Austria, Norvegia, Croazia nonché Usa, Marocco e Algeria fuori dai confini d’Europa. Nella veste di docente lo troviamo all’Institut del Teatre di Barcellona, allo Stabile di Torino, all’Accademia “Nico Pepe” di Udine, all’Ecole du Théâtre National de Chaillot a Parigi, alla New York University, alla Real Escuela de Madrid... Di fronte a così tanti incroci, ti consideri un apolide o semplicemente un cittadino del mondo, anzi, meglio ancora, d’Europa? Sì, mi sento un po’ come dovrebbe essere l’Europa adesso, l’Europa di tutti, insomma, dove la gente possa condivide speranze e conoscenze, e non sia solo un’Unione economica. L’edificio dell’UE, oggi, scricchiola pericolosamente... Il problema è che per superare la crisi ci vuole più Europa, non meno Europa. Finora siamo arrivati solo a fare un’organizzazione economica, e non l’abbiamo neanche finita. La gente non lo capisce e ce l’ha con l’UE. Ma il sogno dei padri fondatori delle nostre repubbliche, anche di quella ex comunista qua da voi, era il sogno di un’Europa diversa, non certo questa che abbiamo oggi. Non sono contrario all’allargamento dell’Unione, però certi Paesi sono entrati solo perché a qualcuno faceva comodo, non perché erano maturi. Poi c’è il modello della Germania, che è riuscita a integrare tutti quelli che lavoravano dall’altra parte eppure è ancora la maggiore potenza economica continentale. Ciò vuol dire che integrare i più deboli è possibile, ma la Voce del popolo chi ha di più deve togliersi dei privilegi. Bisogna trovare il modo di arrivare a un’Europa più equa e solidale... Dalla politica alla cultura, dalla cultura alla politica. Come hanno inciso, nelle varie realtà teatrali del Vecchio continente che tu frequenti, questi anni di crisi? In Germania la crisi non ha toccato il settore cultura, in particolare i teatri, in Francia per ora li ha solo sfiorati, la Spagna invece già ne risente un po’. Prima di venire a Fiume ho lavorato a Bucarest. In Romania, per ora, i teatri resistono, forse perché il potere non si è ancora organizzato e la televisione al momento non ha un ruolo strategico, in termini di modello culturale, con il quale poter sostituire il teatro. Forse è solo questione di tempo, ma spero che nel frattempo ci sia questo rinnovamento che non vedo ancora ma che auspico da tempo. Oltre che in Romania, recentemente hai lavorato pure in Norvegia, due Paesi che in Europa sono agli antipodi nella classifica delle nazioni più ricche. Come si colloca la cultura nelle diverse realtà che conosci più da vicino? In Norvegia non si pongono il problema perché il problema non sussiste. Quello scandinavo è il paese più ricco al mondo, dove la cultura, il teatro, sono la normalità e i tagli a questo settore non vengono neanche presi in considerazione. Le risorse ci sono e quindi tutto è più facile. Però è stupido ridurre la questione della cultura a un discorso di denaro. I finanziamenti destinati all’offerta culturale dovrebbero essere considerati come un investimento, non denaro speso. La Romania è in una posizione diametralmente opposta ma la cultura è ancora un valore. Anche perché se gli cominci a tagliare il teatro, a parte che ci sono dei registi bravissimi, non è che gli rimane proprio un gran che, voglio dire... In Croazia è un po’ come in Italia. L’economia cavalca l’onda del turismo e la cultura è una spesa che esula dalle scelte di ogni governo. E poi d’estate, in qualche campeggio, in qualche spiaggia, basta mettere un’orchestrina, uno zumba zumba e i turisti sono contenti... Chiude il teatro, non l’affare Quando eri venuto a fare la prima regia al DI, nel 2007, lamentavi il fatto che nel teatro italiano non c’era spazio per il rinnovamento. A distanza di qualche anno, è cambiato qualcosa nel rapporto della società con il teatro, con la cultura italiana nella sua globalità? L’impatto è peggiorato, evidentemente. Quando si comincia a tagliare, non si torna più indietro. Non ho mai visto un teatro chiudere e riaprire, una volta chiuso, è chiuso per sempre. Ho visto, invece, costruire supermercati nei teatri, ma non ho mai visto un teatro costruito in un ex supermercato. Oggi, in Italia, il dialogo è difficile anche sui più cruciali temi politici, economici, sociali, immaginarsi su quelli che riguardano la cultura... Come e quando credi che l’Italia potrà uscire da questa impasse? Guarda, se mi avessi fatto questa domanda due mesi fa, mi avresti trovato entusiasta di questo nuovo movimento dei grillini. Beh, adesso non lo sono già più. Penso a cosa ne è venuto fuori da queste ultime elezioni italiane, penso al centrodestra capeggiato da Berlusconi e da tutti i suoi avvocati, perché alla fin fine tutti i parlamentari italiani del centrodestra sono avvocati e non c’è un economista, non c’è gente della società civile. No, sono avvocati pagati dai contribuenti italiani per trovare gli escamotage con cui salvare Berlusconi. Quindi la parentesi si chiude. Anche nel centrosinistra, sicuramente, c’è una serie di personaggi ambigui, non è quello il punto. Il punto è che però alla testa del centrosinistra c’è un signore che si chiama Bersani, con una squadra di persone oneste, anzi, persone per bene (l’intervista è stata fatta prima delle vicende legate all’elezione del presidente e al mandato per il nuovo governo di larghe intese affidato a Letta, nda). Qual’è la grande scoperta? Che essere persone per bene e oneste non è più un valore. E allora la tua domanda mi mette molto in crisi perché questi valori, che dovrebbero essere tenuti sempre davanti a tutti, dalla gente normale, dalla gente che va a votare, non vengono riconosciuti. Nessuno dice che Bersani e il centrosinistra non sono onesti, dicono sì, è una persona brava e onesta, ma non lo votano. E allora già ti posso dire che Berlusconi, il quale due mesi e mezzo la Voce del popolo fa poteva sparire dalla faccia della politica, tra 4-5 mesi sarà lì e vincerà ancora le elezioni... Tu mi parli di speranza, ma sinceramente non la vedo, perché questi nuovi arrivati, i grillini, con tutta la loro freschezza, la loro onestà, non hanno capito che la politica è una cosa molto più complicata e complessa e non basta il cuore. Tu sei a Fiume per la terza volta negli ultimi sei anni. Quali cambiamenti hai notato in questo arco di tempo? Non ho visto dei fondamentali cambiamenti, e dico per fortuna, perché in questi tempi negli altri Paesi cambiamenti ci sono stati, ma in peggio. In questi momenti non cambiare può essere una forma di resistenza, deve essere visto come un merito. Ma adesso davanti alle porte dell’Europa, per la Croazia ci sono nuove possibilità. La prima è di vedere l’adesione all’UE come un trampolino, come un’occasione. E non si può più pensare in termini Fiume, Trieste, Roma, ma Fiume, Trieste, Roma, Parigi, Amsterdam, cioè in termini di Europa. Quindi, se le minoranze ci sono, sono minoranze europee, e Fiume vale quanto un altro gruppo minoritario che sta dall’altra parte del Mediterraneo. Questa è la grande possibilità, la grande sfida, quella dell’apertura, del discorso tra persone diverse, di culture diverse. Ma se invece si vuole restare in disparte, isolati, si perde tutto. E il Dramma Italiano? C’è un grande passo da fare, anche di mentalità, di concezione artistica, e sono d’accordo con Laura Marchig. Non si può pensare che la compagnia della minoranza italiana debba fare solo testi italiani. L’Italia è grande e io che sono veneziano ho ben poco da spartire con un siciliano. Sento molto più vicine le persone che vivono in Istria o in alcune parti della Croazia e della Slovenia. Che poi pure l’Italia è fatta di tante minoranze, questa è la realtà. Minoranze o maggioranze, sempre nell’espressione positiva del termine. Quindi, in prospettiva credo che Fiume, e soprattutto l’Istria, con tutte le sue bellezze del territorio, architettoniche e storiche, che non sono da poco, potrebbe diventare veramente una capitale all’interno dell’Europa. E in questo contesto, la Comunità Nazionale Italiana dovrebbe venir usata come spinta verso l’Europa. Se invece sarà ridotta a riserva, saranno guai. Perché per le riserve a poco a poco i recinti te li fanno sempre più piccoli, non c’è niente da fare. Il teatro vive al presente Voltiamo pagina. Nelle note di intenzione di “8 donne e un mistero” scrivi che “Il tempo del teatro è il presente, inutile cercare nuove chiavi di lettura, non c’è nessuna porta da aprire”. Eppure l’idea di trovare una nuova chiave di lettura dei classici oggi è assai diffusa tra i registi. Tu, i classici, come li preferisci? Non so come dovrebbero andare messi in scena, ma la questione è un’altra. Il teatro è l’unica arte che si sviluppa nel presente, mentre tutte le altre, per alcuni versi, si dispiegano nel passato o nel futuro. Dimenticare questo significa dimenticare lo specifico dell’arte teatrale, con il rischio di perdere di vista quella che è la più autentica forma d’arte drammatica, e l’unica rimasta, la recitazione. Nel cinema, come abbiamo potuto ben vedere, abbiamo grandi registi, come Fellini stesso, che hanno lavorato, e molti continuano a lavorare, con dilettanti o amateur. Perché nel film puoi fare il montaggio, che nel teatro non c’è, sul palcoscenico tutto succede in live, errori, grazie, pene, gioie... Nel tuo teatro la fisicità, il gesto e la ricerca svolgono un ruolo fondamentale. È stato così anche per “8 donne e un mistero”. Assolutamente sì. Con una stilizzazione dei personaggi, intanto, vedendoli più come forma di maschera o archetipica, ben lontano dal naturalismo, dal realismo. Anche tu, come l’autore del pezzo, Robert Thomas, ti sei divertito a mettere alla berlina le piccole ipocrisie della nostra “rispettabile” società. Ma questa piéce va vista come un condensato dell’universo femminile oppure riproduce meramente questa situazione molto particolare in cui vengono a trovarsi i personaggi di 8 donne e un mistero? Non mi permetterei mai di andare a sondare un tipo di materia come può palcoscenico essere l’assassinio di un uomo. No, 8 donne e un mistero è una commedia, quindi non c’è un’indagine sulla psicologia femminile. C’è invece quello sui motori della nostra società, del potere, che molto spesso fanno leva sulla paura. E per paura, come ci ha insegnato anche Michael Moore, la gente consuma, va nei supermercati, compera in abbondanza, cibo soprattutto. Abbiamo la crisi economica in tutta Europa, eppure i centri commerciali fioriscono. Posso anche capire che siano dei soldi sporchi che vengono investiti in queste strutture, ma la gente ci va, con un atteggiamento, un comportamento che corrisponde al desiderio di dimenticare la paura che viene seminata intorno a noi. La paura di perdere il lavoro, la paura di chi il lavoro l’ha già perso e quindi ne deve cercare un altro, la paura di non essere all’altezza, di essere impotente e quindi di perdere certi attributi. C’è poi la paura delle donne di non essere sufficientemente belle, magre, alte. E siamo di fronte a un vissuto fenomenico, generale, della paura, che è insita nell’animo umano, ma quando il potere ne fa uso, i risultati si traducono in commercio. Denaro, quindi. E questa commedia non può che parlare con un denominatore che lega queste donne, un discorso di interesse, quindi un discorso di soldi. In questo caso sono donne, ma il motore di ricerca visualizza risultati che sono uguali per tutti. Ci vogliono le doti, ma vince la via più facile Tu lavori pure come docente. Quanto e come è cambiato l’atteggiamento dei giovani aspiranti attori oggi, rispetto a dieci o vent’anni fa? È cambiato molto perché adesso la televisione e il cinema, ma soprattutto la televisione, danno molte opportunità di lavoro. Ma cinema e tv non richiedono grande professionalità, anzi, prediligono una buona dose di amatorismo, nel senso buono del termine. E quindi una certa spontaneità, che è molto più ricercata e premiata che non le doti dell’attore professionale, indispensabili invece a teatro. Però c’è un problema. A parte che facendo teatro in genere non diventi ricco, in questi tempi rischi proprio di non arrivare a fine mese. Il problema dei giovani, per chiunque voglia fare il medico o l’attore, sono le scelte in funzione di dove potranno poi sviluppare la loro vita lavorativa, farsi una famiglia e continuare un discorso professionale. Così il teatro perde peso e quando gli aspiranti attori devono scegliere, preferiscono le vie più facili e più corte ed è difficile convincerli che il palcoscenico promuove anche altri e più alti valori. Lo sentono, ma poi, come dire, c’è la pagnotta a cui pensare... Hai fatto molte regie nel campo dell’opera lirica, Stravinsky, Rossini, Mozart, Gluck, Donizzetti, Hans Krasa, ma nessuna di Verdi... Non l’ho fatto perché non me l’hanno offerto, sto aspettando... E se ti venisse offerto, sceglieresti un allestimento tradizionale oppure, seguendo i mutamenti dei gusti, ti sentiresti autorizzato a promuovere una rilettura registica? Non lo so, ma penso che ogni opera abbia il suo messaggio e la sua sincerità. Quindi devi individuare quello che l’autore voleva trasmettere e seguire quella traccia, non sostituirti all’opera. Rispetto al teatro, dove il senso deve essere portato alla luce, quando lavori con la lirica hai un vantaggio, la musica. Che è l’arte per eccellenza, alla quale tutte le altre forme d’arte cercano di assomigliare. E quindi basta mettersi all’ascolto di cosa sta dicendo l’autore con la partitura, non certo con il libretto, e mettere questi valori in correlatività con la singola opera. Dunque, io non ho una chiave di lettura per il signor Verdi, che ha scritto più cose, in epoche diverse, con messaggi diversi. Che ogni volta vanno affrontate in maniera diversa. Poi tutto deve essere al servizio del pensiero di fondo che l’autore voleva trasmettere. Se ci vuole un rinnovamento, ci vuole. Non è più possibile affrontare un testo del teatro musicale come un oggetto del passato, non si può certo presentare una cosa come se fosse di un’altra epoca, la regia deve sempre essere in linea col tempo, con l’opera, con il teatro di oggi. Rivisitare senza paura Dunque, tu non sei contrario alle rivisitazioni registiche innovative, in martedì, 7 maggio 2013 3 chiave contemporanea? Non bisogna avere troppe paure, anche perché è cosa nota che all’epoca, metà delle opere hanno subito cambiamenti e tagli dell’ultima ora al momento dell’esordio, con arie che venivano sostituite a pochi giorni dalla prima, in funzione di chi era il cantante prescelto. Gli autori dell’epoca manipolavano il testo come fanno i drammaturghi adesso, non è mica un mistero. Lo stesso Verdi ha cambiato delle arie dipendentemente da chi avrebbe cantato alla prima, quindi adeguava lo spettacolo all’individualità del personaggio che il pubblico veniva a vedere. E allora, se l’autore stesso faceva questi interventi, non vedo perché non si possa fare la stessa cosa noi oggi. Il problema non è tanto cambiare per cambiare, ma è cambiare seguendo il segno dell’opera, il segno della musica. E sappiamo benissimo che molte volte i libretti sono solo dei pretesti. All’interno si trovano spesso delle contraddizioni, escono lettere che non ricompaiono più, non si capisce come un personaggio abbia avuto quell’informazione là e simili. Ne è pieno Rossini, dal Barbiere di Siviglia a Cenerentola. L’arte dell’opera è un’arte musicale, l’arte del canto, è quello che domina. Tutto il resto viene in secondo piano, regia, scene, costumi e libretto. È musica e bisogna seguire la logica della musica. Parlando di trucco, scene e costumi, dicevi di aver trovato un’altissima professionalità nelle maestranza e nei laboratori del Teatro Zajc di Fiume. Hanno un artigianato, un savoir-faire, che sono autentiche ricchezze, di cui alla volte ci si dimentica. Se questi mestieri, queste esperienze non verranno trasmesse opportunamente ai giovani, in futuro per le produzioni teatrali saranno guai seri. Capisco che qui, come in tantissimi altri teatri stabili, è difficile mantenere queste strutture mastodontiche. Che però andrebbero considerate alla stregua dei servizi pubblici, come gli ospedali, le farmacie. È sbagliato paragonarle al turismo, all’archeologia. No, la cultura dovrebbero metterla nello stesso ministero della sanità. Così ci si ricorderebbe che ha una funzione altrettanto salutare, anche se cura altre cose, che non sono dei corpi. 4 lalaVoce Voce del popolo del popolo martedì, 7 maggio 2013 DRAMMA ITALIANO di Carla Rotta 8DONNE EUNMISTERO la commedia noire di Robert thomas condita di grottesco, farsa, musical/balletto e cinema. particolarmente suggestive le scene: una casa armadio prigioniera di ragnatele U na commedia noire per il Dramma Italiano. “8 Donne e un mistero” di Robert Thomas, testo diventato anche (celebre) film musicale per la regia di Françoise Ozon e un cast très important: Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert, Virginie Ledoyen, Emmanuelle Beart e così magnificando. La regia teatrale porta invece la firma di Toni Cafiero. Sul palco tutto comincia come da copione (è il caso di dirlo), in un ambiente noire fin da subito. Siamo in una decadente villa di campagna, isolata, scricchiolante, sommersa dalla neve. Abitata da otto donne e un uomo, che in essa, e nel momento nel quale si assiste alla commedia, ha finito la sua vita terrena. Morto assassinato nel suo letto. Chiamare la polizia è la prima cosa da fare, ma non si può: i fili del telefono sono tagliati. Uscire dalla villa e andare personalmente al commissariato? Sì, sarebbe la seconda cosa da fare. Ma non si può nemmeno questo: il cancello è bloccato. Le cose si complicano. Restano così isolate, ostaggi di una situazione insostenibile, otto donne: figlie, madri, mogli, cognate, suocere, amanti... insomma, sono incatenate con catene multiple e incrociate, pesanti e ingombranti. Ma la situazione insostenibile non è solo quella del non poter comunicare con l’esterno, è quella della comunicazione interna. Somma, sottrai, dividi, moltiplica, la conclusione è univoca: l’assassina è una di loro. Ed allora, rifacendo i conti, ci si ritrova sì con otto donne, ma anche con un’assassina. L’atmosfera si fa pesante di sospetti, male parole, rinfacci. Gaby è rimasta vedova. Ma tanto, prima che il marito passasse a miglior vita (e per come è Gaby, sul fatto che la vita sarebbe stata migliore non nutriamo dubbio alcun), voleva andarsene con l’amante. Socio del marito, peraltro. Suzon, la figlia, in effetti non è sua figlia, pur essendo nata nel matrimonio (complimenti Gaby!). Non bastasse, è incinta del presunto padre, fresco di accoltellamento. Augustine, sorella racchia di Gaby, ha sognato e sospirato l’amore con e per il defunto cognato, dopo aver tarpato le ali per assistere la madre (Mamy, donna impersonata da un attore: Giuseppe Nicodemo). C’è la domestica Chanel, invaghita della sorella del defunto, Pierrette. Una tipa che raccomandiamo. E c’è Luoise, la cameriera, amante dell’assassinato. Ed infine Catherine, la figlia fragile, che nessuno vede ma che tutto vede e sente. Insomma, dopo un sacco e una sporta di veleno sparso a fuoco incrociato, tutto crolla sulle spalle di Catherine, che ha sentito tutte le storie di amantinaggio, soldi, illeciti, tresche ed altro e che in accordo con il padre vuole fare confessare a quel po’ po’ di donne per niente gentili. Inscena l’omicidio, così il padre potrà sentire quello che le abitanti della casa, sdoganate dalla sua presenza si diranno senza freni. Il mistero della prima morte diventa così un’ecatombe: il morto, vivo e nauseato dalla verità, ucciderà tutte. Svelato il mistero, restano otto donne. Ma in quali condizioni! Un noire noire? No. Un pezzo giocato su stratificazioni, tanto che c’è il teatro teatro, il grottesco, la farsa, il musical/ balletto, il cinema con il video finale, da film muto, con le scene... velocizzate (e graffiate) e i fumetti. Le scene sono semplicemente ottime: una casa/armadio con porte e porticine disturbate da fitte ragnatele con la coda lunga. Stanze nelle quali da tempo nessuno mette(va) piede, come facciamo noi con i cassetti dell’anima, quelli che lasciamo chiusi perché affrontare quello che vi abbiamo riposto chiede fatica e forse qualche lacrima. I personaggi sono forse un po’ troppo caratterizzati. La cameriera si scopre bugiarda, ma forse non serviva il naso lungo. Catherine ascolta e origlia, ma lo avevamo capito anche senza le orecchie che la fanno assomigliare più alla cugina di Topolino... Forse eccessivi, ma vabbé che grottesco è grottesco anche quel paio di fondoschiena... grotteschi. Enormi. deformi. Forse c’erano troppe cose da leggere. Come dire, troppa carne sul fuoco e qualche bordo allora può bruciacchiare. In effetti, la cosa è un po’ strana. In ogni singolo elemento la messinscena è da lode. Nell’insieme (opinione personale personalissima) a lasciare un po’ così non è un qualcosa che manca, ma un qualcosa di troppo. Con tutti i complimenti del caso al regista, Toni Cafiero, a Giuseppe Nicodemo (Mamy), Elvia Nacinovich (Gaby), Miriam Monica (Catherine), Elena Brumini (Suzon), Anastazija Balaž Lečić (Augustine), Alida Delcaro (Chanel), Sabina Salamon (Louise) e Rosanna Bubola (Pierrette). E a Stefano Katunar (scene), Sandra Dekanić (costumi), Vlaho Prohaska (musiche), Martino Sesnić (video) la Voce palcoscenico del popolo martedì, 7 maggio 2013 5 MAGGIO UDINESE «MI VEN DI RIDI» DAMARTEPERFARRIDERE gli uomini sono infantili, pigri, abitudinari e sequenziali. le donne sono multitasking, multifunzionali, in continua evoluzione, piÙ sensibili, curiose. quando leggono un libro portano a termine la lettura. gli uomini preferiscono fermarsi alla prefazione Paolo Migone, comico e cabarettista, si è fatto conoscere dal vasto pubblico grazie agli sketch nello show di Canale 5 “Zelig”, a partire dal 2000. È lo scienziato pazzo dall’occhio nero, quello che mette in scena la quotidianità, estremizzandola, ma non troppo. Nato a San Paolo del Brasile il 23 giugno 1958, da madre piemontese e padre genovese, è cresciuto a Livorno; ha svolto svariati corsi di teatro. Ha frequentato la scuola di Philippe Blancher e di Yves Lebreton. Ha creato un personaggio dal tipico occhio nero e dalla visione pessimistica delle cose che vanno dalla vita di coppia alla frenetica vita della metropoli milanese, alle ingiustizie della società italiana. Nel 2012 ha vinto il Delfino d’oro alla carriera come miglior cabarettista dell’anno (Festival nazionale adriatica cabaret). “L a donna è il cubo di Rubik; l’uomo le mani che lo maneggiano e non ci capiscono nulla.” Questa la battuta finale dello show, una frase enigmatica (ma non troppo) per sintetizzare lo spettacolo proposto giorni fa da Paolo Migone al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, primo appuntamento della Rassegna comica del Maggio udinese “Mi ven di ridi”. “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, adattamento teatrale del best seller di John Gray, lo possiamo catalogare come cento minuti di one man show oppure – e sicuramente – come cento minuti di risate. Di quelle sincere, esplosive, che sgorgano dal profondo del nostro essere. Sarà perché le situazioni proposte ci toccano da vicino, perché in tutto quello che il comico livornese ha messo in scena ci ritroviamo pienamente. Un mondo, dunque, che ci è noto eccome; situazioni che nella maggior parte dei casi abbiamo vissuto un po’ tutti e continuiamo ancora a cozzarci contro: è la vita di coppia, una quotidianità illustrata attraverso le principali differenze di funzionamento tra uomo e donna, tenendo presente pure il confronto generazionale. La scena è semplice, per non dire scarna. Quanto basta. Una cattedra universitaria, una sedia, uno sgabello… e lui, lo scienziato con il camice bianco, da professore sapientone, con il keynote e il telecomando che avvia immagini sulla lavagna luminosa, per una lezione universitaria. “Ma la cosa buona è che non interrogo. Spiego e basta”, puntualizza il “professore”. Si muove in sintonia con le luci, con i suoni, non a caso, anche se a volte sembra che vada improvvisando. Oltre a mutare accento e parlata, sembra danzare sulla scena. Ma... a fare che cosa? A imitare e a mimare le varie situazioni coniugali che descrive, estrapolate, appunto, dal best seller dello psicoterapeuta americano, che ha venduto oltre 50 milioni di copie ed è stato tradotto in quaranta lingue. Sfoggiando il suo solito muso lungo, un po’ stralunato, gli occhi pesti (non risalta l’occhio nero, come siamo abituati a vederlo a “Zelig”). A tratti si muove quasi come un cartone animato. Migone traduce lo psicologo a modo suo, immergendo le verità in tanta comicità e raccontandole con quello spirito ironico e, a volte, anche un po’ amaro. E racconta del rapporto tra uomo e donna - argomento sempre attuale che non sembra debba avere scadenze - e di come, nonostante i tempi, non sia cambiato di una virgola, ambedue sempre arroccati nelle loro posizioni. Giuste! E mette in luce gli aspetti assurdi e gli errori commessi da entrambi i sessi nel corso del loro “viaggio insieme”. Lo spettacolo illustra tanti momenti che dovrebbero far comprendere l’altro sesso, in modo scherzoso e ironico, con situazioni che spesso diventano fonte di discordia; errori che vengono illustrati secondo le teorie di Grey, ma sempre in modo esilarante e spassoso. E nessuna verità è assoluta. Il risultato è un’incomunicabilità che non vede sbocco, ma non perché vogliamo che sia così: tutto ciò deriva dalle irrimediabili differenze fra i due sessi. Perché l’uomo arriva da Marte e la donna da Venere! Da parte sua, il comico offre nel suo spettacolo buoni consigli alle coppie per aiutarle a superare le avversità, comprendersi senza irritarsi, a rapportarsi a vicenda, evitando di fare battaglie inutili. In poche parole, a comprendere l’incomprensibile! Ma... per quale dei due sessi tifa veramente? Nella maggior parte dei casi presenta l’uomo come “vittima”. “Noi siamo molto infantili, molto pigri, abitudinari, sequenziali – afferma Migone -. Se dici all’uomo di mettere a scaldare l’acqua sul fuoco, lui lo farà: metterà la pentola con l’acqua sul gas e aspetterà immobile davanti al fornello, finché vedrà l’acqua bollire! La donna, in quel tempo, farà altre dieci cose. E si dimenticherà dell’acqua! La donna è… multitasking, multifunzionale, in continua evoluzione. Le donne sono esseri più evoluti, più sensibili; curiose. Loro portano a termine la lettura del libro che leggono. Noi ci fermiamo alla prefazione…” Non per niente Migone, lo scienziato, ci tiene a ricordare: “L’87 per cento della persona che ami è acqua. Dunque, quando ci litighi è comi se litighi con due taniche di 25 litri. È tempo perso!”. Soluzione: ridi che ti passa? Non passa, ma almeno finché ridi ti ricarichi. E con Paolo Migone è stato un divertimento puro! Ardea Stanišić 6 palcoscenico martedì, 7 maggio 2013 RECENSIONE la Voce del popolo di Emanuela Masseria SINCERAMENTE BUGIARDI E rano gli anni ‘60 di una disinvolta Inghilterra, sulle soglie di un cambiamento epocale, quelli di “Relatively speaking” di Alan Ayckbourn, ed oggi sono gli anni 10’ di una confusa Italia, quelli di “Sinceramente bugiardi” di Piergiorgio Piccoli. Il che si può accordare perfettamente, visto che ormai i costumi potrebbero essere ampiamente parificati in entrambe le nazioni. Sul palco del Kulturni dom di Gorizia è andata in scena una versione moderna e ancora attuale di una tipica e famosa commedia degli equivoci, incentrata su tradimenti, bugie e finti conformismi che diventano luogo ideale dove seppellire varie virtù. Lo spettacolo è un classico del teatro contemporaneo, opera di uno dei migliori autori nel suo genere, Alan Ayckbourn, drammaturgo contemporaneo inglese. Per questa nuova versione ha lavorato la compagnia NAUTILUS di Vicenza. I protagonisti sono i componenti di due coppie – una matura e disincantata, l’altra giovane e acerba – le cui vicende si intersecano in un frizzante crescendo di esili bugie, involontarie verità, malintesi, scappatelle e colpi di scena, sempre contenuti nei limiti di una satira che non diviene mai caricaturale. A fare la differenza è la declinazione inglese dell’essere in bilico tra rigidità borghese e ammissione plateale del vizio, tra distacco ironico e accessi di follia, pur di riportare i vari intrecci ad un ipotetico equilibrio. Emergerà alla fine il quadro contraddittorio di una borghesia che in privato si accontenta, che sceglie il male minore, sia agli inizi che nel proseguire della vita di coppia, quasi sempre piena di compromessi e funzionante solo attraverso particolari stratagemmi. Buona la sinergia degli attori in scena, che tuttavia riescono meglio nella parte comica in alcuni casi, a volte meno nella parti dove è richiesta una verve tagliente e introspettiva. Nel complesso, alcuni picchi sono innegabili, a partire dell’esordire sulle scene di Ginny (Daniela Padovan), vestito giallo e capello biondo liscio, giovane ma già professionista nell’elaborazione di tresche. L’ambientazione è allegra, carica di quella energia colorata degli anni ‘60, tra forme geometriche e nuance acide e plastificate. L’aspirante marito di Ginny, Greg (Daniele Berardi) è un tipo geloso, non troppo avvenente, insicuro e sulle tracce di una misteriosa presenza maschile che proprio non gli torna. D’altronde, Ginny fin dal primo incontro aveva capito che Greg non era esattamente un Adone, ma, carica di disincanto, si era lasciata sedurre da questo giovane un po’ goffo e dalle doti mediocri. In apertura i due giovani discutono animatamente nel loro salotto. Lei si sta preparando ad un weekend fuori casa, cercando di ignorare le lamentele del compagno. La scusa ufficiale è che Ginny deve andare a trovare i suoi, poco lontano da Londra, ma è chiaro fin da subito che vuole tenere lontano Greg da questo progetto, nonostante siano prossimi al matrimonio (dopo tre settimane di relazione) e non ci sia stata nessuna presentazione ufficiale con i genitori di lei. Qui si insedia un piccola dramma, che alla fine chiuderà anche lo spettacolo, attraverso l’entrata in scena di un paio di ciabatte di origine sconosciuta. Queste vengono trovate sotto il letto da Greg, che proprio non si motiva queste calzature numero 44, visto che lui porta il 40. Facendo le valigie e tergiversando annoiata, Ginny non darà una vera e propria spiegazione. Quel che è peggio è che nel mentre suona per l’ennesima volta il telefono. La risposta di Ginny non convince per niente Greg, che trova che la fidanzata risponde sempre con strani monosillabi alle numerose telefonate di quel periodo. La tensione va poi in crescendo quando salta fuori un bigliettino con un indirizzo: “Villa dei Salici - Pendon di Sotto Buckinghamshire”. Ginny si affretta ad attribuire l’appunto all’imminente visita alla casa dei propri genitori, pur mangiandosi di nascosto poco dopo il foglietto incriminato. La faccenda inizierà a complicarsi molto di più alla partenza di Ginny. Lo scenario intanto cambia, siamo in un esterno giorno tipicamente inglese, dove spunta la coppia agèe formata da Sheila (Gigliola Zoroni) e Philip (Carlo Properzi Curti). La relazione matrimoniale, disincantata e vissuta, tra due dei protagonisti, costituisce il contraltare di quella che unisce gli altri due personaggi, Greg e Ginny, giovani fidanzati alle prese con le scaramucce di un rapporto ancora acerbo. Hanno però una cosa in comune: anche Philip è geloso della moglie e delle numerose lettere che riceve “anche al sabato e alla domenica”. Ma ormai gli anni sono passati, e nei momenti di tensione Philip ricorre all’orto e alla ricerca del suo annaffiatoio, più interessato a far dire alla moglie la verità per puntiglio che per reale passionalità. In questo Sheila è determinante, con quella sua aria fredda e insieme svagata, un gran punto forte dello spettacolo insieme allo stesso Philip, che è comunque un’ottima spalla per tutti i personaggi “sinceramente bugiardi”per l’occasione. Il suo ruolo è determinante anche perché pian piano si scopre che lui in realtà è l’amante di Ginny, ignaro di quel che sta RECENSIONE FIONA T rieste. Politeama Rossetti. Sala Bartoli. Sulla scena c’è Sandro, un uomo che ha realizzato un reality show di grande successo. Lo spettacolo televisivo porta i suoi partecipanti a gesti estremi; tra questi sesso tra la belloccia del programma e un paraplegico in sedia a rotelle. Sandro è sposato con Lena, che conosce sin dai tempi dell’università. Lei insegna Storia Bizantina, è una donna tosta, impegnata. I due hanno adottato una bimba, Fiona, scoprendo poi che è autistica. Disagio e disperazione provocano in Sandro una lacerazione così grande da farlo diventare un pazzo criminale: confezionare una bomba leggendo le istruzioni da un manuale tratto da Internet, tanto è così che tutti i terroristi del mondo lavorano, metterla in un panciotto della bambina, posizionarla poi in un supermercato e attendere che esploda da qualche parte, come accadde veramente con l’Unabomber di qualche anno fa, che per un lungo periodo sparse devastazioni in una certa area del Nordest. Di quest’ultima scena scorrono le immagini su un video e il regista lascia allo spettatore di intendere se la bomba verrà veramente lasciata lì, se lo scoppio avverrà, se è tutta una finzione Commedia degli equivoci, UN CLASSICO DEL TEATRO CONTEMPORANEO, per mettere a nudo tradimenti, bugie e finti conformismi: costumi ampliamente parificati in tutte le geografie per succedere. Mentre è tranquillo nel suo orto, si presenta sulla porta di casa Greg e trova Sheila, che con grande cortesia lo fa entrare, pur non sapendo chi sia in realtà. Greg si presenta a Villa dei salici pensando di fare una gradita sorpresa a Ginny. Scambiandolo per un amico di Philip, fa le dovute presentazioni al marito e poi li lascia soli per andare a preparare il pranzo. A quel punto Greg penserà di fare una proposta di matrimonio ufficiale a quello che pensa sia il padre di Ginny, il quale, del tutto all’oscuro della situazione, crede che il giovane sia l’amante segreto della moglie. Con grande contegno, Philip spiegherà di non aver niente in contrario a cedere la moglie per una convivenza, ma mette in chiaro che un matrimonio è fuori discussione, anche per via delle ristrettezza economiche di Greg. Ma se questo primo equivoco lentamente si dipana, irrompe poi nel terzetto Ginny, intenzionata a svelare a Sheila la sua relazione con Philip. Si può solo immaginare la sua reazione quando invece si troverà di fronte Greg. Tra battute e situazioni paradossali, Philip riuscirà a fingersi il padre di lei, mentre gli altri due si trovano via via in una serie di dialoghi sempre più assurdi e al limite della ragionevolezza. Lo spettacolo si chiude con Sheila e Philip che rimangono soli con la valigia dimenticata di Ginny. Aprendola si rovesceranno a terra un gran numero di ciabatte, come ultimo indizio rivelatorio sulla natura della proprietaria e di come andranno a finire certe relazioni. Divertente insomma, ma probabilmente solo per gli attori, i registi e gli spettatori. di Rossana Poletti mentale o se nel teatro è realtà. Voi penserete che questa storia così drammatica, così condensata di tante disastrose situazioni attuali, che Mauro Covacich ha ben descritto nel suo romanzo edito da Einaudi, sia chiaramente visibile e comprensibile nello spettacolo allestito in sala Bartoli, produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia per la regia di Andrea Liberovici. Non è così. Ci si mettono quaranta minuti per comprendere almeno in parte la storia che Orlando Cinque cerca faticosamente di raccontare. Infatti Cinque è il protagonista Sandro, che racconta di sé, del suo programma, della sua famiglia, di Fiona: spezzoni di libro, pezzi di narrazione, incastonati da apparizioni della moglie, interpretata da Irene Serine, che compare in riquadri sulle pareti laterali, che si illuminano e permettono di vedere le figure in trasparenza. Altre volte si odono voci e dialoghi: la belloccia che viene istigata a fare sesso col ragazzo infermo. “Dai sarà la tua fortuna per un bel pezzo, potrai fare altre cose ben pagate, avrai visibilità e ti chiameranno per spettacoli più importanti, sarà il tuo trampolino di lancio” e altre cose così. Altri colleghi di Sandro discutono sull’opportunità di mandare in video sempre la stessa scena estrema: chi dissente, chi conferma l’importanza, la validità, chi semplicemente predice il successo dell’operazione. E ancora appare anche lei in trasparenza: la belloccia, la giovane attrice Caterina Luciani, con i suoi bei seni e le sue fattezze, che mostrerà anche davanti alla scena, ben visibile non mediata da scure trasparenze delle quinte. D’altronde si suppone abbia fatto sesso con un paraplegico, cosa volete che sia un po’ di nudo qua e là, è la logica dell’oggi, della donna che si fa strada vendendo un po’ così e un po’ colì il proprio corpo. Andrea Liberovici si sarà probabilmente innamorato dell’idea di biomeccanica teatrale di Mejerchol’d, dell’attore marionetta che agisce rigorosamente sotto “dettatura”, svuotato di ogni personale sensibilità e interpretazione, dedito solo alla riproduzione della volontà di chi dirige. Assistiamo così ad uno spettacolo frantumato, per troppo tempo incomprensibile, che ingenera fastidio. Innegabile che potesse essere proprio questa la volontà di Liberovici, infastidire per meglio far sentire il “fastidio”, scusate il bisticcio di parole, del vivere d’oggi, la pesantezza di un mondo troppo complesso che, sotto le apparenze di successo e rispettabilità, nasconde disagio e devianza. Chissà! Le scene sono di Irene Novello, un tavolo abbastanza sfasciato, una luce sovrastante, un pentolino d’alluminio sul quale cade una goccia d’acqua, una tortura cinese. Gli arnesi del mestiere del terrorista. Tutto attorno nero e buio: le luci sono di Paolo Giovannazzi e il suono di Carlo Turretta, ogni tanto un aereo ci sorvola, col rombo assordante dei caccia americani che stazionano alla base di Aviano, un rumore assordante che ti entra dentro e ti squarcia orecchie e petto. la Voce del popolo RECENSIONE palcoscenico GIPSY rieste. Politeama Rossetti. Vaudeville, chi è costui? Genere teatrale nato in Francia a fine Settecento, nel quale alla commedia leggera in prosa si alternano strofe cantate su arie conosciute. Dall’Europa crebbe di popolarità, diffondendosi anche nel Nord America a cavallo tra ‘800 e ‘900, finché l’avvento del film sonoro e della radio ne obliarono la fama. Così recitano in sintesi più o meno le enciclopedie. Loretta Goggi, nella sua ultima impresa teatrale, racconta di Gypsy, artista americana realmente esistita, che visse ed operò nell’epoca in cui il vaudeville era appunto alla fine. La Goggi interpreta l’ingombrante figura di Rose, madre di due giovani, che istruisce fin da piccole affinchè diventino grandi artiste. Lo fa con cipiglio fiero ed un’invadenza proverbiale, che la farà cacciare spesso e volentieri dai palcoscenici di mezza America, convinta di essere l’unica in grado di far fare grande teatro alle figlie, riuscendo invece a produrre mediocri spettacoli per modesti teatri di periferia. È una donna, Rose, che avrebbe voluto essere una diva, aveva enormi ambizioni, che in realtà non è mai riuscita a soddisfare, riversando sulle bambine tutto il furore possibile. Delle due sorelle, June, la prima, abbandonerà la madre molto presto, allettata dall’offerta di un importate produttore che la farà realmente diventare una brava attrice. La seconda, Louise, non è mai stata particolarmente al centro dell’attenzione di Rose. Non le sembra sufficientemente glamour, non vede il talento che cela sotto gli abiti maschili e un atteggiamento remissivo. In difficoltà con il loro spettacolo, la combriccola, composta da Rose e Herbie, un manager perennemente innamorato di lei, la piccola Louise e pochi altri giovani, approda in teatri sempre più malfamati; fino all’ultimo dove, per alcuni fortuiti motivi, Louise scoprirà di avere talento per il burlesque, diventando così la famosa Gypsy Rose Lee, la regina dello spogliarello. Gypsy come gli zingari, girovagando da un teatro all’altro alla ricerca dell’applauso, portando musica e divertimento al pubblico. Loretta Goggi è come e più del solito grandissima sul palcoscenico, forse troppo ampio per una scenografia alquanto contenuta, proprio da vaudeville. Sfoggia una splendida forma e propone una voce lievemente arrochita che aggiunge sostanza al personaggio in cui è calata, circondata da un nutrito cast giovane. Della commedia musicale ciò che brilla di meno in realtà sono le musiche. Stephen Sondheim, compositore e commediografo americano è ricordato per RECENSIONE 7 di Rossana Poletti in giro per teatri sulle ali dell’ambizione alla ricerca dell’applauso T martedì, 7 maggio 2013 i suoi memorabili successi, come Sweeney Todd, per aver scritto i versi di West Side Story, per le musiche di innumerevoli film, tra cui Tempo d’estate, trasformato in musical poi con il titolo Do I hear a Waltz?, per le musiche della farsa Dolci vizi al foro, e ancora per tanti musical di grande successo a Broadway, che però non sono mai approdati in Italia. Un grande musicista che però in questo titolo non riesce, a mio avviso, ad esprimere appieno il suo grande talento, o forse e anche scrivendo una tipologia musicale, tipica degli States, che incontra relativamente il nostro gusto italico. Potrebbe essere questo il motivo per cui una buona fioritura di suoi successi non è mai approdata dalle nostre parti, limitando la nostra conoscenza di Sondheim ai motivi di successo più che alle estese colonne sonore. L’impegno di Loretta Goggi resta comunque meritevole per lo sforzo di portare sulle scene un musical che, contrariamente a quanto si pensa generalmente, affronta tematiche complesse e non divertenti, se non per qualche spunto, e per la qualità del suo impegno e lavoro. di Emanuela Masseria NASCOSTODOVEC’ÈPIÙLUCE L ’ultimo lavoro, comico e biografico, di Gioele Dix, ti conquista facilmente sul piano emozionale, ma riesce a solleticare anche la mente senza che questa sia la sua primaria ambizione. Ed è un grande pregio, perché sulla scena l’autore è capace di divertire la platea e poi di farla pensare a grandi temi senza sforzi né forzature. Queste le prime impressioni raccolte dopo “Nascosto dove c’è più luce”, testo scritto e interpretato da Gioele Dix e andato in scena a Gorizia come unica data regionale. Tanti i registri toccati da un personaggio che si guarda indietro e che a 57 anni può permettersi di raccontare le proprie idiosincrasie, includendo quello che ama e quello che proprio non sopporta più. Un diario di annotazioni e memorie, in bilico fra verità romanzate e bugie più che plausibili. Cronache esilaranti e amare, in perenne altalena fra riso e pianto, fra minuzie e massimi sistemi. “Nascosto dove c’è più luce” è uno spettacolo in cui il flusso ininterrotto dei pensieri del protagonista si trasforma a vista nel copione di una commedia, perché “è il frastuono dell’esistenza a generare sempre le battute migliori”. Sulla scena concretamente astratta di Francesca Pedrotti, le musiche e i suoni a volte celestiali, a volte metallici di Savino Cesario e l’elegante disegno di luci di Carlo Signorini contribuiscono al nuovo progetto teatrale di Gioele Dix. Il palco è un luogo abbastanza scarno, che sembra tornar utile come schermo introspettivo dal quale escono vari personaggi che Dix interpreta, costruiti e decostruiti nella sua storia personale. In questo ci potrebbe essere la prospettiva di vita di ognuno di noi, se si pensa alle personalità che abbiamo vissuto nelle diverse stagioni della vita o a quelle che abbiamo solo tratteggiato in certi periodi, sfumate o abbandonate magari per circostanze esterne, individuali, collettive. Quindi di Gioele Dix possiamo riconoscere il tipico esempio di milanese, nato e cresciuto con “le radici nel cemento”, ma anche il bambino allevato in una famiglia ebraica, che deve averlo abituato a pensare in un certo modo, con quel brio ironico, un po’ psicoanalitico e un po’ religioso, e quindi ricco di contrasti e di garbata intelligenza. Un’origine singolare da trasformare in mezzosangue urbano, di corsa tra orride famiglie con Suv e labrador, e amici che decantano le virtù del vivere in campagna (ovvero dove in navigatore non potrebbe mai arrivare, secondo Dix). Continuando a ricordare la sua performance emerge poi l’uomo di mezza età, che deve aver spesso combattuto con le taglie dei suoi abiti, mai troppo stabili. Tuttavia, Gioele fin da quando era piccolo veniva probabilmente considerato un bel bambino, divenuto poi un uomo sicuro di sé, (ad eccezione forse di quelle sue piccole questioni di vestibilità delle giacche). E sempre pensando alla sua infanzia, si comprende, nel suo monologo, che la sua passione per il teatro deve essergli anche venuta da quella nonna che tanto amava l’America con i suoi attori, di cui spesso narrava le gesta artistiche, i nomi e i cognomi. Una nonna che, a quanto pare, credeva in lui, come attore e come persona, fin dalla più tenera età. Ci sono poi le interpretazioni dell’attore inesperto, nella prima giovinezza, ma anche dell’attore in generale, da cui parte il concetto di “Nascosto dove c’è più luce”, cioè un modo per dipingere qualcuno che sembra un amante del pubblico e del palco, ma che invece in fondo si autotutela, scomparendo nei panni di un altro. Infine, rimane la traccia tipica di chi racconta la nostra vita a due, con i due opposti dell’uomo che lascia e che viene lasciato. Un ruolo che, qualche decennio alle spalle, è abbastanza probabile che ognuno di noi abbia interpretato. Qui, dove si ride un po’ meno, almeno in natura, vengono in soccorso le battute più ciniche e mature, di cui in fondo se ne sente il bisogno, in un contesto velato da saggezza e esperienza, romantiche vette e meno ispirate cadute. Certo che l’amore, una volta digerito e divenuto ricordo lontano, diventa proprio un posto sicuro dove sdrammatizzare. Rimane però da descrivere la parte più importante, il rapporto con il suo angelo custode. Questo perché, non troppo oltre l’inizio, sulla scena spunta un’eccelsa quanto giovanissima Cecilia Delle Fratte, eterea bellezza dai capelli di un biondo rinascimentale. Il suo ruolo è quello incerto del dire e non dire, con argentina freschezza, al suo “protetto”, come mai si trovi a parlare proprio con lei, che ha dell’impertinente e dell’ingenuo. Lo strano essere soprannaturale ha in ogni caso lo scopo di raccogliere dati e fargli fare un percorso a ritroso nell’esistenza. Qui la spalla del protagonista se la cava egregiamente, da esordiente, nel suo personaggio, che brilla con una certa mancanza di umorismo che potrebbe applicarsi con efficacia agli angeli, nel caso esistessero. 8 palcoscenico martedì, 7 maggio 2013 la Voce del popolo CARNET PALCOSCENICO CROAZIA di Carla Rotta e Daniela R. Stoiljković ITALIA TRIESTE Politeama Rossetti Eventi speciali • 7 e 9 maggio ore 21 Chiamatemi Italo. Italo Svevo di e regia Lino Marrazzo. Interpreti Sara Alzetta, Lorenzo Acquaviva Musical & grandi eventi Liverić, Denis Brižić, Andreja Blagojević, Biljana Torić, Giuseppe Nicodemo • 10, 11, 12, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 21, 22, 23, 24 e 25 maggio ore 20.30; 11, • 25 maggio ore 19.30 La tempesta di Aleksander Nikolajevič Ostrovski. Regia FIUME Teatro Nazionale Ivan de Zajc • 8, 9, 19 maggio ore 19.30 Il violinista sul tetto di J. Bock. Regia Ozren Prohić. Interpreti Bojan Šober, Olivera Baljak, Andreja Blagojević, Leonora Surian, Vivien Galletta, Elena Brumini, Miriam Monica, Arija Rizvić, Lara Grdinić, Biljana Torić, Dario Bercich, Saša Matovina, Voljen Grbac, Nenad Vukelić, Anton T. Plešić, Marijan Padavić, Zdenko Botić, Mensur Puhovac, Anđelka Rušin, Marijana Prohaska, Bruno Nacinovich, Sergej Kiselev, Dmitri Andrejčuk, Krunoslav Marić Dominguez, Thomas Signorelli, Marco Di Palma e Claudia Dell’Utri Jernej Lorenci. Interpreti Jožica Avbeli, Matej Puc, Nika Rozman, Barbara Ribnikar, Boris Ostan, Primož Pirnat, Jaka Lah, Janez Starina, Jette Ostan Vejrup, Maja Boh Hočevar, Boris Kerč • 29 e 31 maggio ore 19.30 Nabucco di Giuseppe Verdi. Regia Ozren Prohić. Interpreti Yury Nechaev, Voljen Grbac, Ivica Čikeš, Gabriela Georgieva, Kristina Kolar, Siniša Štork, Sergej Kiselev, Milica Marelja Teatro lirico Giuseppe Verdi • 10, 14, 17 e 21 maggio ore 20.30; 11 e 19 maggio ore 15.30 Tosca di Giacomo Puccini. Direttore Renato Renzetti. lnterpreti Alexia Voulgaridou, Alisa Zinovjeva, Roberto Frontali, Alberto Mastromarino, Alejandro Roy, Mario Malagnini, Gabriele Sagona, Paolo Rumez, Nicola Pamio, Christian Starinieri, Giuliano Pelizon, Giovanni Palumbo, Emma Orsini, Erica Benedetti POLA Teatro cittadino • 9 maggio ore 20.30 Nozze piccolo borghesi di Bertolt Brecht. Regia Dražen Ferenčina. Interpreti Oriana Kunčić, Žarko Potočnjak, Franka Klarić, Janko Popović- Volarić, Antonio Franić, Vinko Štefanac, Helena Minić, Mirna Medaković, Robert Ugrina • 28, 29, 30 e 31 maggio ore 20.30; 31 maggio ore 15 Apollo balletto su musica di Igor Stravinski. Direttore Diego Dino Ciacci La tragedia di Salomé balletto su musica di Florent Schmitt (in collaborazione con il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo) • 14 e 15 maggio ore 19.30 La moscheta di Angelo Beolco – Ruzante. Regia Davor Mojaš • 17 maggio ore 19.30 Turbofolk di e regia Oliver Frljić. Interpreti Anastazija Balaž Lečić, Olivera Baljak, Andreja Blagojević, Alen Liverić Jelena Lopatić Jasmin Mekić, Dražen Mikulić, Damir Orlić, Tanja Smoje Teatro Orazio Bobbio Stagione conclusa • 18, 20, 21 e 22 maggio ore 19.30 12, 18, 19, 25 e 26 maggio ore 16 Shakespeare. Regia Josip Torbarina. Interpreti Damir Orlić, Tanja Smoje, Zdenko Botić, Igor Kovač, Jasmin Mekić, Jelena Lopatić, Aleksandra Stojaković, Nika Mišković, Dražen Mikulić, Alen tratto dal “The Adventures of Priscilla Queen of the Desert” di Stephan Elliott e Allan Scott. Regia Simon Phillips. Interpreti Simone Leonardi, Antonello Angiolillo, Mirko Ranù, Nicola Ciulla, Elena Nieri, Loredana Fadda, Martina Pezzoli, Giada D’Auria, Elisa Musso, Andrea Rossi, Valeria Belleudi, Pedro Antonio Batista Gonzalez, Luca Buttiglieri, Gianluca Briganti, Giuseppe Galizia, Salvatore Maione, Diego Capitani, Matteo Faieta, José Antonio Sogno di una notte di mezza estate di W. Priscilla la regina del deserto • 13 maggio ore 20 Le nozze di Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais. Regia Róbert Alföldi. Interpreti Alen Liverić, Tanja Smoje, Jasmin Mekić, Anastazija Balaž Lečić, Igor Kovać, Olivera Baljak, Denis Brizić, Davor Jureško, Aleksandra Stojaković, Andreja Blagojević, Damir Orlić • 17 maggio ore 20.30 Mistero buffo di Dario Fo. Interprete Valter Roša • 24, 25 e 28 maggio ore 20.30; maggio ore 20.30 e 27 e 28 maggio ore 12.30 La locandiera di Carlo Goldoni. Regia Jasminko Balenović. Interpreti Robert Ugrina, Teodor Tiani, Denis Brizić, Lana Gojak, Luka Juričić, Franjo Tončinić, Elena Orlić, Romina Vitasović GIUGNO SLOVENIA CAPODISTRIA Teatro Cittadino • 15, 16, 17, 18, 22, 23 e 25 maggio ore 21 Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Regia Kokan Mladenović. Interpreti Gorazd Žilavec, Maruša Kink, Danijel Malalan, Gregor Geč, Ajda Toman, Rok Matek, Mojca Fatur, Igor Štamulak, Blaž Popovski QQ Teatro cittadino - Pola • 6 giugno ore 20.30 Lo spazzacamino di Mirko Kelek. Regia e interprete la Voce del popolo Anno 9 /n. 74 / martedì, 7 maggio 2013 IN PIÙ Supplementi è a cura di Errol Superina [email protected] Edizione Progetto editoriale Caporedattore responsabile Errol Superina PALCOSCENICO Silvio Forza Redattore esecutivo Carla Rotta Impaginazione Željka Kovačić Collaboratori Bruno Bontempo, Emanuela Masseria, Rossana Poletti, Daniela Rotta Stoiljković, Ardea Stanišić Foto: Dražen Šokčević, Patrizia Chiepolo Mihočić, Siti teatro Ljubomir Kerekeš QQ Politeama Rossetti - Trieste Ciclo: Eventi speciali • 12 giugno ore 21 Pinkover the wall show di Pinkover. Interpreti • 14 giugno ore 21 Steve Vai e Evolution Tempo Orchestra. Interpreti Steve Vai & Evolution Tempo Orchestra