la Voce
del popolo
la Voce
del popolo
untesto
eunregista
palcoscenico
www.edit.hr/lavoce
Anno 9 • n. 74
martedì, 7 maggio 2013
TONI CAFIERO E DRAMMA ITALIANO:
PER DIRE DI 8 (COMPLICATE)DONNE E UN
(RISOLVIBILE) MISTERO
UN CAFFÈ CON
DRAMMA ITALIANO
MAGGIO UDINESE
RECENSIONI
Toni Cafiero
8 donne e un mistero
Da Marte
per far ridere
Sinceramente bugiardi
2|3
Attore, regista teatrale,
scenografo, docente,
giramondo, europeo ed
europeista
4
Una commedia noire grottesca
con un pizzico di farsa e cinema
Fiona
5 6|7
Lezione del professore Paolo
Migone
Gipsy
Nascosto dove c’è più
luce
CARNET PALCOSCENICO
Il cartellone del mese
8
2
martedì, 7 maggio 2013
UN CAFFÈ CON...
palcoscenico
di Bruno Bontempo
TONICAFIERO
A
bbiamo incontrato Toni Cafiero alla vigilia della sua terza collaborazione con il
Dramma Italiano di Fiume: dopo Goldoni Terminus del 2007 e Brutta del 2009, in
aprile ha curato la regia dell’accattivante commedia noir 8 donne e un mistero, del
francese Robert Thomas. Attore, regista teatrale, scenografo, docente, giramondo europeo
ed europeista, per nascita e per orientamento, le origini di Cafiero sono a metà veneziane
(di padre) e metà svedesi (di madre): nato nel Paese scandinavo, è cresciuto a Venezia,
si è formato a Parigi, ha seguito i corsi di Scenografia all’Accademia delle Belle Arti di
Bologna. Dopo una breve carriera di attore si è dedicato alla regia e all’insegnamento, vive
e lavora soprattutto in Spagna e Francia, non ama lavorare in Italia, per il semplice fatto
che non condivide il modo italiano d’intendere il teatro. È presente invece sulla scena di
Romania, Estonia, Russia, Portogallo, Austria, Norvegia, Croazia nonché Usa, Marocco
e Algeria fuori dai confini d’Europa. Nella veste di docente lo troviamo all’Institut del
Teatre di Barcellona, allo Stabile di Torino, all’Accademia “Nico Pepe” di Udine, all’Ecole
du Théâtre National de Chaillot a Parigi, alla New York University, alla Real Escuela de
Madrid...
Di fronte a così tanti incroci, ti
consideri un apolide o semplicemente
un cittadino del mondo, anzi, meglio
ancora, d’Europa?
Sì, mi sento un po’ come dovrebbe
essere l’Europa adesso, l’Europa di tutti,
insomma, dove la gente possa condivide
speranze e conoscenze, e non sia solo
un’Unione economica.
L’edificio dell’UE, oggi, scricchiola
pericolosamente...
Il problema è che per superare la
crisi ci vuole più Europa, non meno
Europa. Finora siamo arrivati solo a fare
un’organizzazione economica, e non
l’abbiamo neanche finita. La gente non lo
capisce e ce l’ha con l’UE. Ma il sogno dei
padri fondatori delle nostre repubbliche,
anche di quella ex comunista qua da voi,
era il sogno di un’Europa diversa, non
certo questa che abbiamo oggi. Non sono
contrario all’allargamento dell’Unione,
però certi Paesi sono entrati solo perché
a qualcuno faceva comodo, non perché
erano maturi. Poi c’è il modello della
Germania, che è riuscita a integrare tutti
quelli che lavoravano dall’altra parte
eppure è ancora la maggiore potenza
economica continentale. Ciò vuol dire
che integrare i più deboli è possibile, ma
la Voce
del popolo
chi ha di più deve togliersi dei privilegi.
Bisogna trovare il modo di arrivare a
un’Europa più equa e solidale...
Dalla politica alla cultura, dalla cultura
alla politica. Come hanno inciso,
nelle varie realtà teatrali del Vecchio
continente che tu frequenti, questi anni
di crisi?
In Germania la crisi non ha toccato il
settore cultura, in particolare i teatri,
in Francia per ora li ha solo sfiorati, la
Spagna invece già ne risente un po’. Prima
di venire a Fiume ho lavorato a Bucarest.
In Romania, per ora, i teatri resistono,
forse perché il potere non si è ancora
organizzato e la televisione al momento
non ha un ruolo strategico, in termini
di modello culturale, con il quale poter
sostituire il teatro. Forse è solo questione
di tempo, ma spero che nel frattempo ci
sia questo rinnovamento che non vedo
ancora ma che auspico da tempo.
Oltre che in Romania, recentemente hai
lavorato pure in Norvegia, due Paesi
che in Europa sono agli antipodi nella
classifica delle nazioni più ricche. Come
si colloca la cultura nelle diverse realtà
che conosci più da vicino?
In Norvegia non si pongono il problema
perché il problema non sussiste. Quello
scandinavo è il paese più ricco al mondo,
dove la cultura, il teatro, sono la normalità
e i tagli a questo settore non vengono
neanche presi in considerazione. Le risorse
ci sono e quindi tutto è più facile. Però è
stupido ridurre la questione della cultura
a un discorso di denaro. I finanziamenti
destinati all’offerta culturale dovrebbero
essere considerati come un investimento,
non denaro speso. La Romania è in una
posizione diametralmente opposta ma la
cultura è ancora un valore. Anche perché
se gli cominci a tagliare il teatro, a parte
che ci sono dei registi bravissimi, non è
che gli rimane proprio un gran che, voglio
dire... In Croazia è un po’ come in Italia.
L’economia cavalca l’onda del turismo e la
cultura è una spesa che esula dalle scelte
di ogni governo. E poi d’estate, in qualche
campeggio, in qualche spiaggia, basta
mettere un’orchestrina, uno zumba zumba
e i turisti sono contenti...
Chiude il teatro, non l’affare
Quando eri venuto a fare la prima regia
al DI, nel 2007, lamentavi il fatto che
nel teatro italiano non c’era spazio per
il rinnovamento. A distanza di qualche
anno, è cambiato qualcosa nel rapporto
della società con il teatro, con la
cultura italiana nella sua globalità?
L’impatto è peggiorato, evidentemente.
Quando si comincia a tagliare, non si
torna più indietro. Non ho mai visto
un teatro chiudere e riaprire, una volta
chiuso, è chiuso per sempre. Ho visto,
invece, costruire supermercati nei teatri,
ma non ho mai visto un teatro costruito in
un ex supermercato.
Oggi, in Italia, il dialogo è difficile
anche sui più cruciali temi politici,
economici, sociali, immaginarsi su
quelli che riguardano la cultura... Come
e quando credi che l’Italia potrà uscire
da questa impasse?
Guarda, se mi avessi fatto questa domanda
due mesi fa, mi avresti trovato entusiasta
di questo nuovo movimento dei grillini.
Beh, adesso non lo sono già più. Penso a
cosa ne è venuto fuori da queste ultime
elezioni italiane, penso al centrodestra
capeggiato da Berlusconi e da tutti i
suoi avvocati, perché alla fin fine tutti
i parlamentari italiani del centrodestra
sono avvocati e non c’è un economista,
non c’è gente della società civile. No, sono
avvocati pagati dai contribuenti italiani
per trovare gli escamotage con cui salvare
Berlusconi. Quindi la parentesi si chiude.
Anche nel centrosinistra, sicuramente,
c’è una serie di personaggi ambigui, non
è quello il punto. Il punto è che però alla
testa del centrosinistra c’è un signore che
si chiama Bersani, con una squadra di
persone oneste, anzi, persone per bene
(l’intervista è stata fatta prima delle
vicende legate all’elezione del presidente e
al mandato per il nuovo governo di larghe
intese affidato a Letta, nda). Qual’è la
grande scoperta? Che essere persone per
bene e oneste non è più un valore. E allora
la tua domanda mi mette molto in crisi
perché questi valori, che dovrebbero essere
tenuti sempre davanti a tutti, dalla gente
normale, dalla gente che va a votare, non
vengono riconosciuti. Nessuno dice che
Bersani e il centrosinistra non sono onesti,
dicono sì, è una persona brava e onesta, ma
non lo votano. E allora già ti posso dire
che Berlusconi, il quale due mesi e mezzo
la Voce
del popolo
fa poteva sparire dalla faccia della politica,
tra 4-5 mesi sarà lì e vincerà ancora le
elezioni... Tu mi parli di speranza, ma
sinceramente non la vedo, perché questi
nuovi arrivati, i grillini, con tutta la loro
freschezza, la loro onestà, non hanno
capito che la politica è una cosa molto
più complicata e complessa e non basta il
cuore.
Tu sei a Fiume per la terza volta negli
ultimi sei anni. Quali cambiamenti hai
notato in questo arco di tempo?
Non ho visto dei fondamentali
cambiamenti, e dico per fortuna,
perché in questi tempi negli altri Paesi
cambiamenti ci sono stati, ma in peggio.
In questi momenti non cambiare può
essere una forma di resistenza, deve
essere visto come un merito. Ma adesso
davanti alle porte dell’Europa, per la
Croazia ci sono nuove possibilità. La
prima è di vedere l’adesione all’UE come
un trampolino, come un’occasione. E
non si può più pensare in termini Fiume,
Trieste, Roma, ma Fiume, Trieste, Roma,
Parigi, Amsterdam, cioè in termini di
Europa. Quindi, se le minoranze ci sono,
sono minoranze europee, e Fiume vale
quanto un altro gruppo minoritario che
sta dall’altra parte del Mediterraneo.
Questa è la grande possibilità, la grande
sfida, quella dell’apertura, del discorso tra
persone diverse, di culture diverse. Ma se
invece si vuole restare in disparte, isolati,
si perde tutto.
E il Dramma Italiano?
C’è un grande passo da fare, anche di
mentalità, di concezione artistica, e sono
d’accordo con Laura Marchig. Non si può
pensare che la compagnia della minoranza
italiana debba fare solo testi italiani.
L’Italia è grande e io che sono veneziano
ho ben poco da spartire con un siciliano.
Sento molto più vicine le persone che
vivono in Istria o in alcune parti della
Croazia e della Slovenia. Che poi pure
l’Italia è fatta di tante minoranze, questa
è la realtà. Minoranze o maggioranze,
sempre nell’espressione positiva del
termine. Quindi, in prospettiva credo
che Fiume, e soprattutto l’Istria, con
tutte le sue bellezze del territorio,
architettoniche e storiche, che non sono
da poco, potrebbe diventare veramente
una capitale all’interno dell’Europa. E in
questo contesto, la Comunità Nazionale
Italiana dovrebbe venir usata come spinta
verso l’Europa. Se invece sarà ridotta a
riserva, saranno guai. Perché per le riserve
a poco a poco i recinti te li fanno sempre
più piccoli, non c’è niente da fare.
Il teatro vive al presente
Voltiamo pagina. Nelle note di
intenzione di “8 donne e un mistero”
scrivi che “Il tempo del teatro è il
presente, inutile cercare nuove chiavi
di lettura, non c’è nessuna porta da
aprire”. Eppure l’idea di trovare una
nuova chiave di lettura dei classici oggi
è assai diffusa tra i registi. Tu, i classici,
come li preferisci?
Non so come dovrebbero andare messi in
scena, ma la questione è un’altra. Il teatro
è l’unica arte che si sviluppa nel presente,
mentre tutte le altre, per alcuni versi,
si dispiegano nel passato o nel futuro.
Dimenticare questo significa dimenticare
lo specifico dell’arte teatrale, con il
rischio di perdere di vista quella che è la
più autentica forma d’arte drammatica,
e l’unica rimasta, la recitazione. Nel
cinema, come abbiamo potuto ben
vedere, abbiamo grandi registi, come
Fellini stesso, che hanno lavorato, e molti
continuano a lavorare, con dilettanti
o amateur. Perché nel film puoi fare il
montaggio, che nel teatro non c’è, sul
palcoscenico tutto succede in live, errori,
grazie, pene, gioie...
Nel tuo teatro la fisicità, il gesto
e la ricerca svolgono un ruolo
fondamentale. È stato così anche per “8
donne e un mistero”.
Assolutamente sì. Con una stilizzazione
dei personaggi, intanto, vedendoli più
come forma di maschera o archetipica,
ben lontano dal naturalismo, dal realismo.
Anche tu, come l’autore del pezzo,
Robert Thomas, ti sei divertito a
mettere alla berlina le piccole ipocrisie
della nostra “rispettabile” società.
Ma questa piéce va vista come un
condensato dell’universo femminile
oppure riproduce meramente questa
situazione molto particolare in cui
vengono a trovarsi i personaggi di 8
donne e un mistero?
Non mi permetterei mai di andare a
sondare un tipo di materia come può
palcoscenico
essere l’assassinio di un uomo. No, 8
donne e un mistero è una commedia,
quindi non c’è un’indagine sulla psicologia
femminile. C’è invece quello sui motori
della nostra società, del potere, che
molto spesso fanno leva sulla paura. E
per paura, come ci ha insegnato anche
Michael Moore, la gente consuma, va nei
supermercati, compera in abbondanza,
cibo soprattutto. Abbiamo la crisi
economica in tutta Europa, eppure i
centri commerciali fioriscono. Posso
anche capire che siano dei soldi sporchi
che vengono investiti in queste strutture,
ma la gente ci va, con un atteggiamento,
un comportamento che corrisponde al
desiderio di dimenticare la paura che
viene seminata intorno a noi. La paura di
perdere il lavoro, la paura di chi il lavoro
l’ha già perso e quindi ne deve cercare un
altro, la paura di non essere all’altezza,
di essere impotente e quindi di perdere
certi attributi. C’è poi la paura delle donne
di non essere sufficientemente belle,
magre, alte. E siamo di fronte a un vissuto
fenomenico, generale, della paura, che
è insita nell’animo umano, ma quando il
potere ne fa uso, i risultati si traducono
in commercio. Denaro, quindi. E questa
commedia non può che parlare con un
denominatore che lega queste donne, un
discorso di interesse, quindi un discorso
di soldi. In questo caso sono donne, ma il
motore di ricerca visualizza risultati che
sono uguali per tutti.
Ci vogliono le doti, ma vince la via più
facile
Tu lavori pure come docente. Quanto
e come è cambiato l’atteggiamento dei
giovani aspiranti attori oggi, rispetto a
dieci o vent’anni fa?
È cambiato molto perché adesso la
televisione e il cinema, ma soprattutto la
televisione, danno molte opportunità di
lavoro. Ma cinema e tv non richiedono
grande professionalità, anzi, prediligono
una buona dose di amatorismo, nel senso
buono del termine. E quindi una certa
spontaneità, che è molto più ricercata
e premiata che non le doti dell’attore
professionale, indispensabili invece a
teatro. Però c’è un problema. A parte
che facendo teatro in genere non diventi
ricco, in questi tempi rischi proprio di
non arrivare a fine mese. Il problema dei
giovani, per chiunque voglia fare il medico
o l’attore, sono le scelte in funzione di
dove potranno poi sviluppare la loro vita
lavorativa, farsi una famiglia e continuare
un discorso professionale. Così il teatro
perde peso e quando gli aspiranti attori
devono scegliere, preferiscono le vie più
facili e più corte ed è difficile convincerli
che il palcoscenico promuove anche altri
e più alti valori. Lo sentono, ma poi, come
dire, c’è la pagnotta a cui pensare...
Hai fatto molte regie nel campo
dell’opera lirica, Stravinsky, Rossini,
Mozart, Gluck, Donizzetti, Hans Krasa,
ma nessuna di Verdi...
Non l’ho fatto perché non me l’hanno
offerto, sto aspettando...
E se ti venisse offerto, sceglieresti
un allestimento tradizionale oppure,
seguendo i mutamenti dei gusti, ti
sentiresti autorizzato a promuovere
una rilettura registica?
Non lo so, ma penso che ogni opera abbia
il suo messaggio e la sua sincerità. Quindi
devi individuare quello che l’autore voleva
trasmettere e seguire quella traccia, non
sostituirti all’opera. Rispetto al teatro,
dove il senso deve essere portato alla
luce, quando lavori con la lirica hai un
vantaggio, la musica. Che è l’arte per
eccellenza, alla quale tutte le altre forme
d’arte cercano di assomigliare. E quindi
basta mettersi all’ascolto di cosa sta
dicendo l’autore con la partitura, non
certo con il libretto, e mettere questi
valori in correlatività con la singola
opera. Dunque, io non ho una chiave di
lettura per il signor Verdi, che ha scritto
più cose, in epoche diverse, con messaggi
diversi. Che ogni volta vanno affrontate
in maniera diversa. Poi tutto deve essere
al servizio del pensiero di fondo che
l’autore voleva trasmettere. Se ci vuole
un rinnovamento, ci vuole. Non è più
possibile affrontare un testo del teatro
musicale come un oggetto del passato,
non si può certo presentare una cosa come
se fosse di un’altra epoca, la regia deve
sempre essere in linea col tempo, con
l’opera, con il teatro di oggi.
Rivisitare senza paura
Dunque, tu non sei contrario alle
rivisitazioni registiche innovative, in
martedì, 7 maggio 2013
3
chiave contemporanea?
Non bisogna avere troppe paure, anche
perché è cosa nota che all’epoca, metà
delle opere hanno subito cambiamenti
e tagli dell’ultima ora al momento
dell’esordio, con arie che venivano
sostituite a pochi giorni dalla prima, in
funzione di chi era il cantante prescelto.
Gli autori dell’epoca manipolavano il
testo come fanno i drammaturghi adesso,
non è mica un mistero. Lo stesso Verdi
ha cambiato delle arie dipendentemente
da chi avrebbe cantato alla prima, quindi
adeguava lo spettacolo all’individualità
del personaggio che il pubblico veniva a
vedere. E allora, se l’autore stesso faceva
questi interventi, non vedo perché non
si possa fare la stessa cosa noi oggi.
Il problema non è tanto cambiare per
cambiare, ma è cambiare seguendo il
segno dell’opera, il segno della musica.
E sappiamo benissimo che molte volte i
libretti sono solo dei pretesti. All’interno
si trovano spesso delle contraddizioni,
escono lettere che non ricompaiono più,
non si capisce come un personaggio abbia
avuto quell’informazione là e simili. Ne
è pieno Rossini, dal Barbiere di Siviglia
a Cenerentola. L’arte dell’opera è un’arte
musicale, l’arte del canto, è quello che
domina. Tutto il resto viene in secondo
piano, regia, scene, costumi e libretto. È
musica e bisogna seguire la logica della
musica.
Parlando di trucco, scene e costumi,
dicevi di aver trovato un’altissima
professionalità nelle maestranza e nei
laboratori del Teatro Zajc di Fiume.
Hanno un artigianato, un savoir-faire,
che sono autentiche ricchezze, di cui alla
volte ci si dimentica. Se questi mestieri,
queste esperienze non verranno trasmesse
opportunamente ai giovani, in futuro
per le produzioni teatrali saranno guai
seri. Capisco che qui, come in tantissimi
altri teatri stabili, è difficile mantenere
queste strutture mastodontiche. Che
però andrebbero considerate alla stregua
dei servizi pubblici, come gli ospedali,
le farmacie. È sbagliato paragonarle al
turismo, all’archeologia. No, la cultura
dovrebbero metterla nello stesso ministero
della sanità. Così ci si ricorderebbe che ha
una funzione altrettanto salutare, anche
se cura altre cose, che non sono dei corpi.
4
lalaVoce
Voce
del popolo
del popolo
martedì, 7 maggio 2013
DRAMMA ITALIANO
di Carla Rotta
8DONNE
EUNMISTERO
la commedia noire di Robert thomas condita di
grottesco, farsa, musical/balletto e cinema.
particolarmente suggestive le scene: una casa
armadio prigioniera di ragnatele
U
na commedia noire per il Dramma
Italiano. “8 Donne e un mistero”
di Robert Thomas, testo diventato
anche (celebre) film musicale per la
regia di Françoise Ozon e un cast très
important: Catherine Deneuve, Fanny
Ardant, Isabelle Huppert, Virginie
Ledoyen, Emmanuelle Beart e così
magnificando. La regia teatrale porta
invece la firma di Toni Cafiero.
Sul palco tutto comincia come da copione
(è il caso di dirlo), in un ambiente noire
fin da subito. Siamo in una decadente
villa di campagna, isolata, scricchiolante,
sommersa dalla neve. Abitata da otto
donne e un uomo, che in essa, e nel
momento nel quale si assiste alla
commedia, ha finito la sua vita terrena.
Morto assassinato nel suo letto. Chiamare
la polizia è la prima cosa da fare, ma non
si può: i fili del telefono sono tagliati.
Uscire dalla villa e andare personalmente
al commissariato? Sì, sarebbe la seconda
cosa da fare. Ma non si può nemmeno
questo: il cancello è bloccato. Le cose si
complicano.
Restano così isolate, ostaggi di una
situazione insostenibile, otto donne:
figlie, madri, mogli, cognate, suocere,
amanti... insomma, sono incatenate con
catene multiple e incrociate, pesanti e
ingombranti. Ma la situazione insostenibile
non è solo quella del non poter comunicare
con l’esterno, è quella della comunicazione
interna. Somma, sottrai, dividi, moltiplica,
la conclusione è univoca: l’assassina è una
di loro. Ed allora, rifacendo i conti, ci si
ritrova sì con otto donne, ma anche con
un’assassina. L’atmosfera si fa pesante di
sospetti, male parole, rinfacci.
Gaby è rimasta vedova. Ma tanto, prima
che il marito passasse a miglior vita (e
per come è Gaby, sul fatto che la vita
sarebbe stata migliore non nutriamo
dubbio alcun), voleva andarsene con
l’amante. Socio del marito, peraltro.
Suzon, la figlia, in effetti non è sua
figlia, pur essendo nata nel matrimonio
(complimenti Gaby!). Non bastasse,
è incinta del presunto padre, fresco
di accoltellamento. Augustine, sorella
racchia di Gaby, ha sognato e sospirato
l’amore con e per il defunto cognato, dopo
aver tarpato le ali per assistere la madre
(Mamy, donna impersonata da un attore:
Giuseppe Nicodemo). C’è la domestica
Chanel, invaghita della sorella del defunto,
Pierrette. Una tipa che raccomandiamo.
E c’è Luoise, la cameriera, amante
dell’assassinato. Ed infine Catherine, la
figlia fragile, che nessuno vede ma che
tutto vede e sente.
Insomma, dopo un sacco e una sporta di
veleno sparso a fuoco incrociato, tutto
crolla sulle spalle di Catherine, che ha
sentito tutte le storie di amantinaggio,
soldi, illeciti, tresche ed altro e che in
accordo con il padre vuole fare confessare
a quel po’ po’ di donne per niente gentili.
Inscena l’omicidio, così il padre potrà
sentire quello che le abitanti della casa,
sdoganate dalla sua presenza si diranno
senza freni. Il mistero della prima morte
diventa così un’ecatombe: il morto, vivo
e nauseato dalla verità, ucciderà tutte.
Svelato il mistero, restano otto donne. Ma
in quali condizioni!
Un noire noire? No. Un pezzo giocato
su stratificazioni, tanto che c’è il teatro
teatro, il grottesco, la farsa, il musical/
balletto, il cinema con il video finale, da
film muto, con le scene... velocizzate (e
graffiate) e i fumetti.
Le scene sono semplicemente ottime:
una casa/armadio con porte e porticine
disturbate da fitte ragnatele con la coda
lunga. Stanze nelle quali da tempo
nessuno mette(va) piede, come facciamo
noi con i cassetti dell’anima, quelli che
lasciamo chiusi perché affrontare quello
che vi abbiamo riposto chiede fatica e forse
qualche lacrima.
I personaggi sono forse un po’ troppo
caratterizzati. La cameriera si scopre
bugiarda, ma forse non serviva il naso
lungo. Catherine ascolta e origlia, ma lo
avevamo capito anche senza le orecchie
che la fanno assomigliare più alla cugina
di Topolino... Forse eccessivi, ma vabbé
che grottesco è grottesco anche quel paio
di fondoschiena... grotteschi. Enormi.
deformi. Forse c’erano troppe cose da
leggere. Come dire, troppa carne sul fuoco
e qualche bordo allora può bruciacchiare.
In effetti, la cosa è un po’ strana. In ogni
singolo elemento la messinscena è da
lode. Nell’insieme (opinione personale
personalissima) a lasciare un po’ così non
è un qualcosa che manca, ma un qualcosa
di troppo. Con tutti i complimenti del
caso al regista, Toni Cafiero, a Giuseppe
Nicodemo (Mamy), Elvia Nacinovich
(Gaby), Miriam Monica (Catherine), Elena
Brumini (Suzon), Anastazija Balaž Lečić
(Augustine), Alida Delcaro (Chanel),
Sabina Salamon (Louise) e Rosanna
Bubola (Pierrette). E a Stefano Katunar
(scene), Sandra Dekanić (costumi), Vlaho
Prohaska (musiche), Martino Sesnić
(video)
la Voce
palcoscenico
del popolo
martedì, 7 maggio 2013
5
MAGGIO UDINESE «MI VEN DI RIDI»
DAMARTEPERFARRIDERE
gli uomini sono infantili, pigri, abitudinari
e sequenziali. le donne sono multitasking,
multifunzionali, in continua evoluzione,
piÙ sensibili, curiose.
quando leggono un libro portano a termine
la lettura. gli uomini preferiscono fermarsi
alla prefazione
Paolo Migone, comico e cabarettista, si è fatto conoscere dal vasto
pubblico grazie agli sketch nello show di Canale 5 “Zelig”, a partire
dal 2000. È lo scienziato pazzo dall’occhio nero, quello che mette in
scena la quotidianità, estremizzandola, ma non troppo. Nato a San
Paolo del Brasile il 23 giugno 1958, da madre piemontese e padre
genovese, è cresciuto a Livorno; ha svolto svariati corsi di teatro.
Ha frequentato la scuola di Philippe Blancher e di Yves Lebreton.
Ha creato un personaggio dal tipico occhio nero e dalla visione
pessimistica delle cose che vanno dalla vita di coppia alla frenetica
vita della metropoli milanese, alle ingiustizie della società italiana.
Nel 2012 ha vinto il Delfino d’oro alla carriera come miglior
cabarettista dell’anno (Festival nazionale adriatica cabaret).
“L
a donna è il cubo di
Rubik; l’uomo le mani che
lo maneggiano e non ci
capiscono nulla.”
Questa la battuta finale dello show,
una frase enigmatica (ma non troppo)
per sintetizzare lo spettacolo proposto
giorni fa da Paolo Migone al Teatro
Nuovo Giovanni da Udine, primo
appuntamento della Rassegna comica
del Maggio udinese “Mi ven di ridi”.
“Gli uomini vengono da Marte, le donne
da Venere”, adattamento teatrale del
best seller di John Gray, lo possiamo
catalogare come cento minuti di one
man show oppure – e sicuramente –
come cento minuti di risate. Di quelle
sincere, esplosive, che sgorgano dal
profondo del nostro essere. Sarà
perché le situazioni proposte ci toccano
da vicino, perché in tutto quello
che il comico livornese ha messo in
scena ci ritroviamo pienamente. Un
mondo, dunque, che ci è noto eccome;
situazioni che nella maggior parte dei
casi abbiamo vissuto un po’ tutti e
continuiamo ancora a cozzarci contro:
è la vita di coppia, una quotidianità
illustrata attraverso le principali
differenze di funzionamento tra uomo
e donna, tenendo presente pure il
confronto generazionale.
La scena è semplice, per non dire
scarna. Quanto basta. Una cattedra
universitaria, una sedia, uno sgabello…
e lui, lo scienziato con il camice bianco,
da professore sapientone, con il keynote
e il telecomando che avvia immagini
sulla lavagna luminosa, per una lezione
universitaria.
“Ma la cosa buona è che non interrogo.
Spiego e basta”, puntualizza il
“professore”. Si muove in sintonia
con le luci, con i suoni, non a caso,
anche se a volte sembra che vada
improvvisando. Oltre a mutare accento
e parlata, sembra danzare sulla scena.
Ma... a fare che cosa? A imitare e a
mimare le varie situazioni coniugali che
descrive, estrapolate, appunto, dal best
seller dello psicoterapeuta americano,
che ha venduto oltre 50 milioni di
copie ed è stato tradotto in quaranta
lingue. Sfoggiando il suo solito muso
lungo, un po’ stralunato, gli occhi pesti
(non risalta l’occhio nero, come siamo
abituati a vederlo a “Zelig”). A tratti si
muove quasi come un cartone animato.
Migone traduce lo psicologo a modo
suo, immergendo le verità in tanta
comicità e raccontandole con quello
spirito ironico e, a volte, anche un po’
amaro. E racconta del rapporto tra
uomo e donna - argomento sempre
attuale che non sembra debba avere
scadenze - e di come, nonostante i
tempi, non sia cambiato di una virgola,
ambedue sempre arroccati nelle loro
posizioni. Giuste! E mette in luce gli
aspetti assurdi e gli errori commessi
da entrambi i sessi nel corso del loro
“viaggio insieme”.
Lo spettacolo illustra tanti momenti
che dovrebbero far comprendere l’altro
sesso, in modo scherzoso e ironico,
con situazioni che spesso diventano
fonte di discordia; errori che vengono
illustrati secondo le teorie di Grey, ma
sempre in modo esilarante e spassoso.
E nessuna verità è assoluta. Il risultato
è un’incomunicabilità che non vede
sbocco, ma non perché vogliamo che sia
così: tutto ciò deriva dalle irrimediabili
differenze fra i due sessi. Perché l’uomo
arriva da Marte e la donna da Venere!
Da parte sua, il comico offre nel suo
spettacolo buoni consigli alle coppie
per aiutarle a superare le avversità,
comprendersi senza irritarsi, a
rapportarsi a vicenda, evitando di fare
battaglie inutili. In poche parole, a
comprendere l’incomprensibile!
Ma... per quale dei due sessi tifa
veramente? Nella maggior parte dei
casi presenta l’uomo come “vittima”.
“Noi siamo molto infantili, molto pigri,
abitudinari, sequenziali – afferma
Migone -. Se dici all’uomo di mettere a
scaldare l’acqua sul fuoco, lui lo farà:
metterà la pentola con l’acqua sul gas e
aspetterà immobile davanti al fornello,
finché vedrà l’acqua bollire! La donna,
in quel tempo, farà altre dieci cose. E
si dimenticherà dell’acqua! La donna
è… multitasking, multifunzionale, in
continua evoluzione. Le donne sono
esseri più evoluti, più sensibili; curiose.
Loro portano a termine la lettura del
libro che leggono. Noi ci fermiamo alla
prefazione…”
Non per niente Migone, lo scienziato,
ci tiene a ricordare: “L’87 per cento
della persona che ami è acqua. Dunque,
quando ci litighi è comi se litighi con
due taniche di 25 litri. È tempo perso!”.
Soluzione: ridi che ti passa? Non passa,
ma almeno finché ridi ti ricarichi. E con
Paolo Migone è stato un divertimento
puro!
Ardea Stanišić
6
palcoscenico
martedì, 7 maggio 2013
RECENSIONE
la Voce
del popolo
di Emanuela Masseria
SINCERAMENTE
BUGIARDI
E
rano gli anni ‘60 di una disinvolta
Inghilterra, sulle soglie di un
cambiamento epocale, quelli di
“Relatively speaking” di Alan Ayckbourn,
ed oggi sono gli anni 10’ di una confusa
Italia, quelli di “Sinceramente bugiardi” di
Piergiorgio Piccoli. Il che si può accordare
perfettamente, visto che ormai i costumi
potrebbero essere ampiamente parificati
in entrambe le nazioni. Sul palco del
Kulturni dom di Gorizia è andata in
scena una versione moderna e ancora
attuale di una tipica e famosa commedia
degli equivoci, incentrata su tradimenti,
bugie e finti conformismi che diventano
luogo ideale dove seppellire varie virtù.
Lo spettacolo è un classico del teatro
contemporaneo, opera di uno dei migliori
autori nel suo genere, Alan Ayckbourn,
drammaturgo contemporaneo inglese.
Per questa nuova versione ha lavorato
la compagnia NAUTILUS di Vicenza. I
protagonisti sono i componenti di due
coppie – una matura e disincantata,
l’altra giovane e acerba – le cui vicende
si intersecano in un frizzante crescendo
di esili bugie, involontarie verità,
malintesi, scappatelle e colpi di scena,
sempre contenuti nei limiti di una satira
che non diviene mai caricaturale. A fare
la differenza è la declinazione inglese
dell’essere in bilico tra rigidità borghese
e ammissione plateale del vizio, tra
distacco ironico e accessi di follia, pur di
riportare i vari intrecci ad un ipotetico
equilibrio. Emergerà alla fine il quadro
contraddittorio di una borghesia che in
privato si accontenta, che sceglie il male
minore, sia agli inizi che nel proseguire
della vita di coppia, quasi sempre piena
di compromessi e funzionante solo
attraverso particolari stratagemmi.
Buona la sinergia degli attori in scena,
che tuttavia riescono meglio nella parte
comica in alcuni casi, a volte meno
nella parti dove è richiesta una verve
tagliente e introspettiva. Nel complesso,
alcuni picchi sono innegabili, a partire
dell’esordire sulle scene di Ginny
(Daniela Padovan), vestito giallo e
capello biondo liscio, giovane ma già
professionista nell’elaborazione di tresche.
L’ambientazione è allegra, carica di quella
energia colorata degli anni ‘60, tra forme
geometriche e nuance acide e plastificate.
L’aspirante marito di Ginny, Greg (Daniele
Berardi) è un tipo geloso, non troppo
avvenente, insicuro e sulle tracce di
una misteriosa presenza maschile che
proprio non gli torna. D’altronde, Ginny
fin dal primo incontro aveva capito che
Greg non era esattamente un Adone,
ma, carica di disincanto, si era lasciata
sedurre da questo giovane un po’ goffo
e dalle doti mediocri. In apertura i due
giovani discutono animatamente nel
loro salotto. Lei si sta preparando ad
un weekend fuori casa, cercando di
ignorare le lamentele del compagno. La
scusa ufficiale è che Ginny deve andare
a trovare i suoi, poco lontano da Londra,
ma è chiaro fin da subito che vuole
tenere lontano Greg da questo progetto,
nonostante siano prossimi al matrimonio
(dopo tre settimane di relazione) e non ci
sia stata nessuna presentazione ufficiale
con i genitori di lei. Qui si insedia un
piccola dramma, che alla fine chiuderà
anche lo spettacolo, attraverso l’entrata
in scena di un paio di ciabatte di origine
sconosciuta. Queste vengono trovate
sotto il letto da Greg, che proprio non
si motiva queste calzature numero 44,
visto che lui porta il 40. Facendo le
valigie e tergiversando annoiata, Ginny
non darà una vera e propria spiegazione.
Quel che è peggio è che nel mentre
suona per l’ennesima volta il telefono.
La risposta di Ginny non convince per
niente Greg, che trova che la fidanzata
risponde sempre con strani monosillabi
alle numerose telefonate di quel periodo.
La tensione va poi in crescendo quando
salta fuori un bigliettino con un indirizzo:
“Villa dei Salici - Pendon di Sotto Buckinghamshire”. Ginny si affretta
ad attribuire l’appunto all’imminente
visita alla casa dei propri genitori, pur
mangiandosi di nascosto poco dopo il
foglietto incriminato. La faccenda inizierà
a complicarsi molto di più alla partenza
di Ginny.
Lo scenario intanto cambia, siamo in
un esterno giorno tipicamente inglese,
dove spunta la coppia agèe formata
da Sheila (Gigliola Zoroni) e Philip
(Carlo Properzi Curti). La relazione
matrimoniale, disincantata e vissuta,
tra due dei protagonisti, costituisce il
contraltare di quella che unisce gli altri
due personaggi, Greg e Ginny, giovani
fidanzati alle prese con le scaramucce di
un rapporto ancora acerbo. Hanno però
una cosa in comune: anche Philip è geloso
della moglie e delle numerose lettere che
riceve “anche al sabato e alla domenica”.
Ma ormai gli anni sono passati, e nei
momenti di tensione Philip ricorre all’orto
e alla ricerca del suo annaffiatoio, più
interessato a far dire alla moglie la verità
per puntiglio che per reale passionalità.
In questo Sheila è determinante, con
quella sua aria fredda e insieme svagata,
un gran punto forte dello spettacolo
insieme allo stesso Philip, che è comunque
un’ottima spalla per tutti i personaggi
“sinceramente bugiardi”per l’occasione.
Il suo ruolo è determinante anche perché
pian piano si scopre che lui in realtà è
l’amante di Ginny, ignaro di quel che sta
RECENSIONE
FIONA
T
rieste. Politeama Rossetti. Sala
Bartoli. Sulla scena c’è Sandro,
un uomo che ha realizzato
un reality show di grande successo.
Lo spettacolo televisivo porta i suoi
partecipanti a gesti estremi; tra questi
sesso tra la belloccia del programma
e un paraplegico in sedia a rotelle.
Sandro è sposato con Lena, che conosce
sin dai tempi dell’università. Lei
insegna Storia Bizantina, è una donna
tosta, impegnata. I due hanno adottato
una bimba, Fiona, scoprendo poi che
è autistica. Disagio e disperazione
provocano in Sandro una lacerazione
così grande da farlo diventare un pazzo
criminale: confezionare una bomba
leggendo le istruzioni da un manuale
tratto da Internet, tanto è così che
tutti i terroristi del mondo lavorano,
metterla in un panciotto della bambina,
posizionarla poi in un supermercato
e attendere che esploda da qualche
parte, come accadde veramente
con l’Unabomber di qualche anno
fa, che per un lungo periodo sparse
devastazioni in una certa area del
Nordest. Di quest’ultima scena scorrono
le immagini su un video e il regista
lascia allo spettatore di intendere se la
bomba verrà veramente lasciata lì, se lo
scoppio avverrà, se è tutta una finzione
Commedia degli equivoci, UN CLASSICO DEL TEATRO
CONTEMPORANEO, per mettere a nudo tradimenti,
bugie e finti conformismi: costumi ampliamente
parificati in tutte le geografie
per succedere. Mentre è tranquillo nel suo
orto, si presenta sulla porta di casa Greg
e trova Sheila, che con grande cortesia
lo fa entrare, pur non sapendo chi sia in
realtà. Greg si presenta a Villa dei salici
pensando di fare una gradita sorpresa
a Ginny. Scambiandolo per un amico di
Philip, fa le dovute presentazioni al marito
e poi li lascia soli per andare a preparare
il pranzo. A quel punto Greg penserà di
fare una proposta di matrimonio ufficiale
a quello che pensa sia il padre di Ginny, il
quale, del tutto all’oscuro della situazione,
crede che il giovane sia l’amante segreto
della moglie. Con grande contegno,
Philip spiegherà di non aver niente in
contrario a cedere la moglie per una
convivenza, ma mette in chiaro che un
matrimonio è fuori discussione, anche
per via delle ristrettezza economiche
di Greg. Ma se questo primo equivoco
lentamente si dipana, irrompe poi nel
terzetto Ginny, intenzionata a svelare a
Sheila la sua relazione con Philip. Si può
solo immaginare la sua reazione quando
invece si troverà di fronte Greg. Tra
battute e situazioni paradossali, Philip
riuscirà a fingersi il padre di lei, mentre
gli altri due si trovano via via in una serie
di dialoghi sempre più assurdi e al limite
della ragionevolezza. Lo spettacolo si
chiude con Sheila e Philip che rimangono
soli con la valigia dimenticata di Ginny.
Aprendola si rovesceranno a terra un
gran numero di ciabatte, come ultimo
indizio rivelatorio sulla natura della
proprietaria e di come andranno a finire
certe relazioni. Divertente insomma, ma
probabilmente solo per gli attori, i registi
e gli spettatori.
di Rossana Poletti
mentale o se nel teatro è realtà.
Voi penserete che questa storia
così drammatica, così condensata
di tante disastrose situazioni
attuali, che Mauro Covacich ha ben
descritto nel suo romanzo edito da
Einaudi, sia chiaramente visibile e
comprensibile nello spettacolo allestito
in sala Bartoli, produzione del Teatro
Stabile del Friuli Venezia Giulia
per la regia di Andrea Liberovici.
Non è così. Ci si mettono quaranta
minuti per comprendere almeno in
parte la storia che Orlando Cinque
cerca faticosamente di raccontare.
Infatti Cinque è il protagonista
Sandro, che racconta di sé, del suo
programma, della sua famiglia, di
Fiona: spezzoni di libro, pezzi di
narrazione, incastonati da apparizioni
della moglie, interpretata da Irene
Serine, che compare in riquadri sulle
pareti laterali, che si illuminano e
permettono di vedere le figure in
trasparenza. Altre volte si odono voci e
dialoghi: la belloccia che viene istigata
a fare sesso col ragazzo infermo. “Dai
sarà la tua fortuna per un bel pezzo,
potrai fare altre cose ben pagate,
avrai visibilità e ti chiameranno per
spettacoli più importanti, sarà il tuo
trampolino di lancio” e altre cose così.
Altri colleghi di Sandro discutono
sull’opportunità di mandare in video
sempre la stessa scena estrema: chi
dissente, chi conferma l’importanza,
la validità, chi semplicemente predice
il successo dell’operazione. E ancora
appare anche lei in trasparenza: la
belloccia, la giovane attrice Caterina
Luciani, con i suoi bei seni e le sue
fattezze, che mostrerà anche davanti
alla scena, ben visibile non mediata
da scure trasparenze delle quinte.
D’altronde si suppone abbia fatto sesso
con un paraplegico, cosa volete che
sia un po’ di nudo qua e là, è la logica
dell’oggi, della donna che si fa strada
vendendo un po’ così e un po’ colì il
proprio corpo.
Andrea Liberovici si sarà
probabilmente innamorato dell’idea di
biomeccanica teatrale di Mejerchol’d,
dell’attore marionetta che agisce
rigorosamente sotto “dettatura”,
svuotato di ogni personale sensibilità
e interpretazione, dedito solo alla
riproduzione della volontà di chi
dirige. Assistiamo così ad uno
spettacolo frantumato, per troppo
tempo incomprensibile, che ingenera
fastidio. Innegabile che potesse essere
proprio questa la volontà di Liberovici,
infastidire per meglio far sentire il
“fastidio”, scusate il bisticcio di parole,
del vivere d’oggi, la pesantezza di un
mondo troppo complesso che, sotto le
apparenze di successo e rispettabilità,
nasconde disagio e devianza. Chissà!
Le scene sono di Irene Novello, un
tavolo abbastanza sfasciato, una luce
sovrastante, un pentolino d’alluminio
sul quale cade una goccia d’acqua, una
tortura cinese. Gli arnesi del mestiere
del terrorista. Tutto attorno nero e buio:
le luci sono di Paolo Giovannazzi e il
suono di Carlo Turretta, ogni tanto un
aereo ci sorvola, col rombo assordante
dei caccia americani che stazionano alla
base di Aviano, un rumore assordante
che ti entra dentro e ti squarcia
orecchie e petto.
la Voce
del popolo
RECENSIONE
palcoscenico
GIPSY
rieste. Politeama Rossetti. Vaudeville,
chi è costui? Genere teatrale nato
in Francia a fine Settecento, nel
quale alla commedia leggera in prosa si
alternano strofe cantate su arie conosciute.
Dall’Europa crebbe di popolarità,
diffondendosi anche nel Nord America a
cavallo tra ‘800 e ‘900, finché l’avvento
del film sonoro e della radio ne obliarono
la fama. Così recitano in sintesi più o
meno le enciclopedie. Loretta Goggi, nella
sua ultima impresa teatrale, racconta di
Gypsy, artista americana realmente esistita,
che visse ed operò nell’epoca in cui il
vaudeville era appunto alla fine. La Goggi
interpreta l’ingombrante figura di Rose,
madre di due giovani, che istruisce fin da
piccole affinchè diventino grandi artiste.
Lo fa con cipiglio fiero ed un’invadenza
proverbiale, che la farà cacciare spesso
e volentieri dai palcoscenici di mezza
America, convinta di essere l’unica in
grado di far fare grande teatro alle figlie,
riuscendo invece a produrre mediocri
spettacoli per modesti teatri di periferia.
È una donna, Rose, che avrebbe voluto
essere una diva, aveva enormi ambizioni,
che in realtà non è mai riuscita a
soddisfare, riversando sulle bambine tutto
il furore possibile. Delle due sorelle, June,
la prima, abbandonerà la madre molto
presto, allettata dall’offerta di un importate
produttore che la farà realmente diventare
una brava attrice. La seconda, Louise,
non è mai stata particolarmente al centro
dell’attenzione di Rose. Non le sembra
sufficientemente glamour, non vede il
talento che cela sotto gli abiti maschili e
un atteggiamento remissivo. In difficoltà
con il loro spettacolo, la combriccola,
composta da Rose e Herbie, un manager
perennemente innamorato di lei, la piccola
Louise e pochi altri giovani, approda in
teatri sempre più malfamati; fino all’ultimo
dove, per alcuni fortuiti motivi, Louise
scoprirà di avere talento per il burlesque,
diventando così la famosa Gypsy Rose Lee,
la regina dello spogliarello. Gypsy come gli
zingari, girovagando da un teatro all’altro
alla ricerca dell’applauso, portando musica
e divertimento al pubblico. Loretta Goggi
è come e più del solito grandissima sul
palcoscenico, forse troppo ampio per una
scenografia alquanto contenuta, proprio da
vaudeville. Sfoggia una splendida forma
e propone una voce lievemente arrochita
che aggiunge sostanza al personaggio in
cui è calata, circondata da un nutrito cast
giovane. Della commedia musicale ciò che
brilla di meno in realtà sono le musiche.
Stephen Sondheim, compositore e
commediografo americano è ricordato per
RECENSIONE
7
di Rossana Poletti
in giro per
teatri sulle ali
dell’ambizione alla
ricerca dell’applauso
T
martedì, 7 maggio 2013
i suoi memorabili successi, come Sweeney
Todd, per aver scritto i versi di West Side
Story, per le musiche di innumerevoli
film, tra cui Tempo d’estate, trasformato
in musical poi con il titolo Do I hear a
Waltz?, per le musiche della farsa Dolci
vizi al foro, e ancora per tanti musical di
grande successo a Broadway, che però non
sono mai approdati in Italia. Un grande
musicista che però in questo titolo non
riesce, a mio avviso, ad esprimere appieno
il suo grande talento, o forse e anche
scrivendo una tipologia musicale, tipica
degli States, che incontra relativamente
il nostro gusto italico. Potrebbe essere
questo il motivo per cui una buona
fioritura di suoi successi non è mai
approdata dalle nostre parti, limitando la
nostra conoscenza di Sondheim ai motivi
di successo più che alle estese colonne
sonore.
L’impegno di Loretta Goggi resta comunque
meritevole per lo sforzo di portare sulle
scene un musical che, contrariamente a
quanto si pensa generalmente, affronta
tematiche complesse e non divertenti, se
non per qualche spunto, e per la qualità del
suo impegno e lavoro.
di Emanuela Masseria
NASCOSTODOVEC’ÈPIÙLUCE
L
’ultimo lavoro, comico e biografico,
di Gioele Dix, ti conquista facilmente
sul piano emozionale, ma riesce
a solleticare anche la mente senza che
questa sia la sua primaria ambizione. Ed
è un grande pregio, perché sulla scena
l’autore è capace di divertire la platea e poi
di farla pensare a grandi temi senza sforzi
né forzature. Queste le prime impressioni
raccolte dopo “Nascosto dove c’è più luce”,
testo scritto e interpretato da Gioele Dix
e andato in scena a Gorizia come unica
data regionale. Tanti i registri toccati da un
personaggio che si guarda indietro e che
a 57 anni può permettersi di raccontare
le proprie idiosincrasie, includendo quello
che ama e quello che proprio non sopporta
più. Un diario di annotazioni e memorie,
in bilico fra verità romanzate e bugie più
che plausibili. Cronache esilaranti e amare,
in perenne altalena fra riso e pianto, fra
minuzie e massimi sistemi.
“Nascosto dove c’è più luce” è uno
spettacolo in cui il flusso ininterrotto dei
pensieri del protagonista si trasforma
a vista nel copione di una commedia,
perché “è il frastuono dell’esistenza a
generare sempre le battute migliori”.
Sulla scena concretamente astratta di
Francesca Pedrotti, le musiche e i suoni a
volte celestiali, a volte metallici di Savino
Cesario e l’elegante disegno di luci di
Carlo Signorini contribuiscono al nuovo
progetto teatrale di Gioele Dix. Il palco è
un luogo abbastanza scarno, che sembra
tornar utile come schermo introspettivo
dal quale escono vari personaggi che Dix
interpreta, costruiti e decostruiti nella sua
storia personale. In questo ci potrebbe
essere la prospettiva di vita di ognuno
di noi, se si pensa alle personalità che
abbiamo vissuto nelle diverse stagioni
della vita o a quelle che abbiamo solo
tratteggiato in certi periodi, sfumate o
abbandonate magari per circostanze
esterne, individuali, collettive. Quindi di
Gioele Dix possiamo riconoscere il tipico
esempio di milanese, nato e cresciuto
con “le radici nel cemento”, ma anche il
bambino allevato in una famiglia ebraica,
che deve averlo abituato a pensare in un
certo modo, con quel brio ironico, un po’
psicoanalitico e un po’ religioso, e quindi
ricco di contrasti e di garbata intelligenza.
Un’origine singolare da trasformare in
mezzosangue urbano, di corsa tra orride
famiglie con Suv e labrador, e amici che
decantano le virtù del vivere in campagna
(ovvero dove in navigatore non potrebbe
mai arrivare, secondo Dix). Continuando
a ricordare la sua performance emerge poi
l’uomo di mezza età, che deve aver spesso
combattuto con le taglie dei suoi abiti,
mai troppo stabili. Tuttavia, Gioele fin da
quando era piccolo veniva probabilmente
considerato un bel bambino, divenuto
poi un uomo sicuro di sé, (ad eccezione
forse di quelle sue piccole questioni
di vestibilità delle giacche). E sempre
pensando alla sua infanzia, si comprende,
nel suo monologo, che la sua passione per
il teatro deve essergli anche venuta da
quella nonna che tanto amava l’America
con i suoi attori, di cui spesso narrava
le gesta artistiche, i nomi e i cognomi.
Una nonna che, a quanto pare, credeva
in lui, come attore e come persona,
fin dalla più tenera età. Ci sono poi le
interpretazioni dell’attore inesperto, nella
prima giovinezza, ma anche dell’attore
in generale, da cui parte il concetto di
“Nascosto dove c’è più luce”, cioè un modo
per dipingere qualcuno che sembra un
amante del pubblico e del palco, ma che
invece in fondo si autotutela, scomparendo
nei panni di un altro. Infine, rimane la
traccia tipica di chi racconta la nostra
vita a due, con i due opposti dell’uomo
che lascia e che viene lasciato. Un ruolo
che, qualche decennio alle spalle, è
abbastanza probabile che ognuno di noi
abbia interpretato. Qui, dove si ride un
po’ meno, almeno in natura, vengono in
soccorso le battute più ciniche e mature, di
cui in fondo se ne sente il bisogno, in un
contesto velato da saggezza e esperienza,
romantiche vette e meno ispirate cadute.
Certo che l’amore, una volta digerito e
divenuto ricordo lontano, diventa proprio
un posto sicuro dove sdrammatizzare.
Rimane però da descrivere la parte più
importante, il rapporto con il suo angelo
custode. Questo perché, non troppo oltre
l’inizio, sulla scena spunta un’eccelsa
quanto giovanissima Cecilia Delle Fratte,
eterea bellezza dai capelli di un biondo
rinascimentale. Il suo ruolo è quello
incerto del dire e non dire, con argentina
freschezza, al suo “protetto”, come mai
si trovi a parlare proprio con lei, che
ha dell’impertinente e dell’ingenuo. Lo
strano essere soprannaturale ha in ogni
caso lo scopo di raccogliere dati e fargli
fare un percorso a ritroso nell’esistenza.
Qui la spalla del protagonista se la cava
egregiamente, da esordiente, nel suo
personaggio, che brilla con una certa
mancanza di umorismo che potrebbe
applicarsi con efficacia agli angeli, nel caso
esistessero.
8
palcoscenico
martedì, 7 maggio 2013
la Voce
del popolo
CARNET PALCOSCENICO
CROAZIA
di Carla Rotta e Daniela R. Stoiljković
ITALIA
TRIESTE
Politeama Rossetti
Eventi speciali
• 7 e 9 maggio ore 21
Chiamatemi Italo. Italo Svevo
di e regia Lino Marrazzo. Interpreti Sara
Alzetta, Lorenzo Acquaviva
Musical & grandi eventi
Liverić, Denis Brižić, Andreja Blagojević, Biljana Torić, Giuseppe
Nicodemo
• 10, 11, 12, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 21,
22, 23, 24 e 25 maggio ore 20.30; 11,
• 25 maggio ore 19.30
La tempesta di Aleksander Nikolajevič Ostrovski. Regia
FIUME
Teatro Nazionale Ivan de Zajc
• 8, 9, 19 maggio ore 19.30
Il violinista sul tetto di J. Bock. Regia Ozren Prohić.
Interpreti Bojan Šober, Olivera Baljak, Andreja Blagojević,
Leonora Surian, Vivien Galletta, Elena Brumini, Miriam Monica,
Arija Rizvić, Lara Grdinić, Biljana Torić, Dario Bercich, Saša
Matovina, Voljen Grbac, Nenad Vukelić, Anton T. Plešić, Marijan
Padavić, Zdenko Botić, Mensur Puhovac, Anđelka Rušin,
Marijana Prohaska, Bruno Nacinovich, Sergej Kiselev, Dmitri
Andrejčuk, Krunoslav Marić
Dominguez, Thomas Signorelli, Marco
Di Palma e Claudia Dell’Utri
Jernej Lorenci. Interpreti Jožica Avbeli, Matej Puc, Nika
Rozman, Barbara Ribnikar, Boris Ostan, Primož Pirnat, Jaka
Lah, Janez Starina, Jette Ostan Vejrup, Maja Boh Hočevar,
Boris Kerč
• 29 e 31 maggio ore 19.30
Nabucco di Giuseppe Verdi. Regia Ozren Prohić. Interpreti
Yury Nechaev,
Voljen Grbac, Ivica Čikeš, Gabriela
Georgieva, Kristina Kolar, Siniša Štork, Sergej Kiselev, Milica
Marelja
Teatro lirico
Giuseppe Verdi
• 10, 14, 17 e 21 maggio ore 20.30; 11 e
19 maggio ore 15.30
Tosca di Giacomo Puccini. Direttore
Renato Renzetti. lnterpreti Alexia
Voulgaridou, Alisa Zinovjeva, Roberto
Frontali, Alberto Mastromarino,
Alejandro Roy, Mario Malagnini,
Gabriele Sagona, Paolo Rumez, Nicola
Pamio, Christian Starinieri, Giuliano
Pelizon, Giovanni Palumbo, Emma
Orsini, Erica Benedetti
POLA
Teatro cittadino
• 9 maggio ore 20.30
Nozze piccolo borghesi di Bertolt Brecht. Regia Dražen
Ferenčina. Interpreti Oriana Kunčić, Žarko Potočnjak, Franka
Klarić, Janko Popović- Volarić, Antonio Franić, Vinko Štefanac,
Helena Minić, Mirna Medaković, Robert Ugrina
• 28, 29, 30 e 31 maggio ore 20.30; 31
maggio ore 15
Apollo balletto su musica di Igor
Stravinski. Direttore Diego Dino Ciacci
La tragedia di Salomé balletto
su musica di Florent Schmitt (in
collaborazione con il Teatro Mariinskij di
San Pietroburgo)
• 14 e 15 maggio ore 19.30
La moscheta di Angelo Beolco – Ruzante. Regia Davor
Mojaš
• 17 maggio ore 19.30
Turbofolk di e regia Oliver Frljić. Interpreti Anastazija Balaž
Lečić, Olivera Baljak, Andreja Blagojević, Alen Liverić
Jelena Lopatić Jasmin Mekić, Dražen Mikulić, Damir Orlić, Tanja
Smoje
Teatro Orazio Bobbio
Stagione conclusa
• 18, 20, 21 e 22 maggio ore 19.30
12, 18, 19, 25 e 26 maggio ore 16
Shakespeare. Regia Josip Torbarina. Interpreti Damir Orlić, Tanja
Smoje, Zdenko Botić, Igor Kovač, Jasmin Mekić, Jelena Lopatić,
Aleksandra Stojaković, Nika Mišković, Dražen Mikulić, Alen
tratto dal “The Adventures of Priscilla
Queen of the Desert” di Stephan Elliott
e Allan Scott. Regia Simon Phillips.
Interpreti Simone Leonardi, Antonello
Angiolillo, Mirko Ranù, Nicola Ciulla,
Elena Nieri, Loredana Fadda, Martina
Pezzoli, Giada D’Auria, Elisa Musso,
Andrea Rossi, Valeria Belleudi, Pedro
Antonio Batista Gonzalez, Luca
Buttiglieri, Gianluca Briganti, Giuseppe
Galizia, Salvatore Maione, Diego
Capitani, Matteo Faieta, José Antonio
Sogno di una notte di mezza estate di W.
Priscilla la regina del deserto
• 13 maggio ore 20
Le nozze di Figaro di Pierre-Augustin Caron de
Beaumarchais. Regia Róbert Alföldi. Interpreti Alen Liverić,
Tanja Smoje, Jasmin Mekić, Anastazija Balaž Lečić, Igor Kovać,
Olivera Baljak,
Denis Brizić, Davor Jureško, Aleksandra Stojaković, Andreja
Blagojević, Damir Orlić
• 17 maggio ore 20.30
Mistero buffo di Dario Fo. Interprete Valter Roša
• 24, 25 e 28 maggio ore 20.30; maggio ore 20.30 e 27 e 28
maggio ore 12.30
La locandiera di Carlo Goldoni. Regia Jasminko Balenović.
Interpreti Robert Ugrina, Teodor Tiani, Denis Brizić, Lana Gojak,
Luka Juričić, Franjo Tončinić, Elena Orlić, Romina Vitasović
GIUGNO
SLOVENIA
CAPODISTRIA
Teatro Cittadino
• 15, 16, 17, 18, 22, 23 e 25 maggio ore 21
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Regia
Kokan Mladenović. Interpreti Gorazd Žilavec, Maruša Kink,
Danijel Malalan, Gregor Geč, Ajda Toman, Rok Matek, Mojca
Fatur, Igor Štamulak, Blaž Popovski
QQ Teatro
cittadino - Pola
• 6 giugno ore 20.30
Lo spazzacamino di Mirko Kelek. Regia e interprete
la Voce
del popolo
Anno 9 /n. 74 / martedì, 7 maggio 2013
IN PIÙ Supplementi è a cura di Errol Superina
[email protected]
Edizione
Progetto editoriale
Caporedattore responsabile
Errol Superina
PALCOSCENICO
Silvio Forza
Redattore esecutivo
Carla Rotta
Impaginazione
Željka Kovačić
Collaboratori
Bruno Bontempo, Emanuela Masseria, Rossana Poletti, Daniela Rotta
Stoiljković, Ardea Stanišić
Foto: Dražen Šokčević, Patrizia Chiepolo Mihočić, Siti teatro
Ljubomir Kerekeš
QQ Politeama Rossetti - Trieste
Ciclo: Eventi speciali
• 12 giugno ore 21
Pinkover the wall show di Pinkover. Interpreti
• 14 giugno ore 21
Steve Vai e Evolution Tempo Orchestra.
Interpreti Steve Vai & Evolution Tempo Orchestra
Scarica

la Voce - EDIT Edizioni italiane