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Antonella De Vito
Donne
e
Professionalità
Provincia di Livorno
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Grafica di copertina e impaginazione: Margherita Dalle Vacche
Stampa: Centro Stampa della Provincia di Livorno
Distribuzione gratuita a cura dalla Commissione Pari Opportunità
della Provincia di Livorno
Piazza del Municipio 4
57100 Livorno
Telefono: 0586 257223
E-mail: [email protected]
Sito Web: http://www.provincia.livorno.it/new/modules.php?name=
Content&pa=showpage&pid=688
In collaborazione tra wwww.manidistrega.it e
Commissione Pari Opportunità della Provincia di Livorno
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Riflessione
L’idea di valorizzare e diffondere questo lavoro così importante è nata all’interno
del gruppo di lavoro “Ben-essere della persona: empowerment personale, ambiente, servizi, salute, sport” della Commissione Pari Opportunità quando, essendo
venute a conoscenza della sua esistenza, è stato individuato come un’ottimo strumento per “parlare” delle capacità, delle professionalità e dei ruoli lavorativi di
prestigio che molte donne hanno raggiunto nonostante nell’opinione pubblica e
negli stereotipi diffusi si continui a pensarla come una cosa inconsueta, insolita e
molto difficile.
Certo, è vero che purtroppo nei ruoli di vertice la percentuale di donne è sempre
troppo bassa, osteggiata e resa estremamente difficile, ma proprio per questo crediamo sia importante ed utile far conoscere le storie di chi li ricopre, il valore del
lavoro svolto, la grande professionalità messa in campo, le ricadute positive sia in
termini di sviluppo economico che sociale per la nostra collettività.
Dare valore all’impegno, al lavoro ed al contributo delle donne; questo il nostro
impegno ed il nostro obiettivo, e questa pubblicazione rappresenta uno dei tanti
modi in cui lo si può fare, non certo l’unico.
E’ bene infatti ricordare che non ci sono traguardi unici di riferimento, persone
che vi arrivano o non arrivano e che solo in virtù di quanto lontano o vicino esse
siano, possano essere valutate.
La nostra collettività necessita di svariate e molteplici professionalità e prestazioni,
tutte egualmente importanti e fondamentali nelle quali la differenza di valore e
di risultato non è data dalla qualifica o dal livello sociale, ma dalle caratteristiche
della persona stessa, ossia da quali siano i propri valori di riferimento, dal grado
di consapevolezza e autostima personale, dalla capacità critica ed intellettuale
così come dalla propria libertà da pregiudizi e stereotipi; ossia dal proprio BENEESSERE.
Ciò che nella vita è importante è la ricerca dello “star bene con sé stessi” e per far
questo non tutti dobbiamo tendere agli stessi traguardi. Ognuno di noi ha i suoi
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“traguardi” personali o pubblici, ciò che conta è perseguirli senza arrendersi davanti alle difficoltà. La commissione cerca di svolgere un lavoro che possa accompagnare. aiutare e incoraggiare gli individui in tale ricerca, con la consapevolezza
che è solo attraverso il bene-essere individuale che si può arricchire e migliorare la
società alla ricerca di un benessere collettivo.
Rossella Lupi
Presidente Commissione Pari Opportunità
della Provincia di Livorno
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Abbiamo deciso di essere ottimiste!
E così il nostro viaggio nell’universo lavorativo al femminile ha puntato in alto,
andando a cercare donne che hanno raggiunto ottimi risultati professionali.
La vogliamo considerare come una dimostrazione del fatto che la donna, portando
con sé le sue caratteristiche e le sue specificità di genere può arrivare ovunque!
Certo, deve faticare almeno il doppio rispetto ai colleghi uomini, ma le sue caratteristiche intellettuali e caratteriali non precludono niente, anzi forse possono
aggiungere qualcosa in più.
Nonostante tutto restano penalizzate a livello di visibilità, anche quando, come
nei casi che abbiamo deciso di raccontavi, hanno raggiunto risultati veramente
importanti.
In questo libretto troverete storie di donne che svolgono attività lavorative e professionali in vari campi; le abbiamo incontrate per raccontarne la storia, evidenziarne le capacità, i successi, le difficoltà che hanno incontrato, e anche il modo
di andare avanti con competenze specifiche nel loro campo ma anche di genere,
mettendo in luce l’importanza di portare il proprio “femminile” anche in campi
tradizionalmente maschili.
Antonella De Vito ha intervistato nell’arco di alcuni anni (dal 2008 al 2012)
molte donne, e le loro parole sono state pubblicate sulla rivista internet www.manidistrega.it (di cui è Direttora Responsabile) nella sezione Parliamodi – Persone,
e oggi, grazie al sostegno e all’interesse della Commissione Pari Opportunità della
Provincia di Livorno, ed in collaborazione con essa, anche su carta, in queste poche pagine, a distribuzione gratuita.
Ci piacerebbe che queste testimonianze fossero un’iniezione di fiducia per tutte
quelle donne che hanno poca stima in se stesse ed invece hanno bisogno di essere
incoraggiate.
Il nostro lavoro vuole essere proprio questo: donne che incoraggiano altre donne.
Perché io non posso farlo?
Ogni donna dovrebbe porsi questa domanda e trovare l’energia necessaria ad andare avanti nella risposta derivata anche dalle testimonianze di altre donne.
Margherita Dalle Vacche
ideatrice di www.manidistrega.it
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Prefazione dell’Autrice
Aver avuto l’opportunità di conoscere tante donne, che hanno ricevuto dal mondo
del lavoro le soddisfazioni e l’affermazione che desideravano, è stata per me un’occasione per fare alcune brevi riflessioni.
La prima differenza che ho notato è quella relativa alle donne giovani e a quelle più
mature. Quest’ultime avendo vissuto direttamente il ’68 e gli anni settanta hanno
intercettato subito le domande sul femminismo e le pari opportunità, mettendole
a fuoco, e senza alcuna remora ci hanno regalato il racconto delle loro battaglie e
l’impegno profuso per conquistare all’interno del campo professionale quello spazio che per competenza e professionalità spettava loro, ma che non sempre è stato
concesso facilmente. Le giovani donne sono restate invece più stupite davanti a
domande relative alle pari opportunità, non ne hanno colto subito il significato e
talvolta mi hanno guardata come un’extraterrestre in missione speciale. Sì, a livello
teorico si sono difese, ma nella pratica non hanno saputo sviscerare la questione
attraverso la loro storia di vita. Le giovani donne si sono concentrate molto di
più sulla difficoltà di trovare un lavoro, problema che coinvolge entrambi i sessi,
accomunando uomini e donne allo stesso destino spesso drammatico. Problema
questo che invece le donne più mature non hanno vissuto, lo conoscono nella teoria, ma non appartiene al loro Dna. Del tutto naturale questa differenza storica,
perché la realtà in soli vent’anni è cambiata profondamente, ma tutto questo porta
con sé una preoccupazione: il timore che i valori del femminismo acquisiti dopo
tanti anni di lotte finiscano per dissolversi nella crisi economica e nella difficoltà
di trovare un lavoro. Sarebbe veramente un peccato, uno spreco di tante energie,
ecco perché credo che le donne delle diverse generazioni debbano incontrasi per
scambiarsi i loro rispettivi vissuti, in modo che non vi sia dispersione della storia
dell’una o dell’altra, ma vi possa essere invece una trasmissione di valori, una specie di eredità da conservare con cura.
L’altra riflessione alla quale sono stata indotta è quella relativa al linguaggio di genere. Su questo non vi sono molte differenze generazionali, un po’ tutte le donne
sono state restie a quella che non dovrebbe essere più una novità, ma che invece
purtroppo è ancora piuttosto lontana dall’applicazione pratica. Devo confessare
che in queste interviste ho un po’ “forzato” le espressioni delle protagoniste, in-
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ducendole ad usare alcuni femminili che non avrebbero mai utilizzato spontaneamente. Spero non me ne vogliano, ma sono fermamente convinta che bisogna
un po’ spingere le donne su questa strada, perché se non saremo per prime noi a
mutare il linguaggio, capace di trascinare con sé anche gli aspetti pratici della vita,
non possiamo certo aspettarcelo dalla parte maschile del mondo.
Antonella De Vito
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Cristina Vannini,
una scienziata con la passione per la Biodanza
30/04/08
“Ci sono stati anche episodi simpatici legati al mio essere una scienziata, che
mi hanno fatto ridere e nello stesso tempo mi hanno dato delle soddisfazioni
come donna. Qualche anno fa mi trovavo alla NASA e stavo aspettando il
mio turno per presentare un progetto italiano, quando si avvicina un mio
collega americano, mi porge dei fogli, e mi chiede se posso fargli velocemente
delle fotocopie. Ho sorriso e gli ho risposto che forse era meglio se le faceva
da solo perché a breve sarebbe stato il mio turno per parlare”.
Mi sarebbe piaciuto assistere alla scena, un po’ riesco ad immaginarla: un uomo
che vede una donna a Cape Kennedy, (il vecchio Cape Canaveral) e neanche si
pone il problema di chi sia e cosa stia facendo, per lui è sicuramente una segretaria, per forza, è una donna, che altro potrebbe fare in mezzo ai migliori cervelli
della terra!
“Il fatto è che in altre occasioni sono state anche le donne a fare lo stesso
tipo di ragionamento. Una volta mi è capitato di lavorare per un periodo
a SLAC, il laboratorio dell’Università di Stanford in California; un giorno
una segretaria mi fermò nel corridoio e con fare molto curioso mi chiese, ‘…
scusami, ma tu, così ben vestita, devi certamente essere la segretaria di uno
molto importante, non è vero?’ Anche lei non si era posta il problema!”.
Mentre il precedente episodio mi fa sorridere, questo mi appare già meno simpatico da raccontare, anzi, provenendo da un’altra donna, ti confesso che mi fa
un po’ arrabbiare. Comunque vuol dire che, anche in ambienti che ti aspetteresti
culturalmente elevati, si incontrano ancora un sacco di stereotipi. Ma partiamo
dalla tua scelta di diventare una scienziata nel campo della Fisica.
“Fin da giovane ho sempre avuto una grande curiosità e anche delle buone
capacità: a scuola andavo bene praticamente in tutte le materie, e, quando
approfondivo qualcosa, lo trovavo sempre bello e interessante. Così non è
stato semplice decidere cosa fare all’università: Filosofia mi affascinava, ma
offriva poche possibilità lavorative, Architettura mi attraeva, ma eravamo nel
’69, e in quegli anni di lotte studentesche questa facoltà a Firenze non garantiva il clima giusto per studiare. Così ho scelto di fare Fisica a Pisa, un corso
di studi che aveva, perfino in quegli anni, una indubbia serietà”.
Una strada non semplice, oltre che indubbia serietà, la facoltà di Fisica di Pisa
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ha anche la fama di essere piuttosto impegnativa…
“È vero, ma devi sapere che ho avuto un padre molto esigente, direi addirittura squalificante, quello che facevo non era mai abbastanza, non mi lodava
né gratificava mai, qualunque cosa facessi. Anche se poi a mia insaputa era
orgoglioso di me, non me lo manifestava mai apertamente; così io ho sempre sentito l’esigenza di dimostrare a lui, ma più che altro a me stessa, che
qualcosa in fondo valevo: ecco perché ho scelto sempre le cose più difficili.
La mia vita è stata tutta una sfida, nello studio, nello sport e nel lavoro. E in
questo campo sono partita con le idee precise, non ho mai pensato di fare
l’insegnante: ero determinata nel voler fare la scienziata”.
La vita di una studentessa di quegli anni non doveva essere facile, in un ambiente tipicamente maschile.
“A quel tempo le studentesse a Fisica erano poco più del 10%, mentre oggi
sono circa il 50%, tuttavia devo riconoscere di non essermi mai sentita discriminata durante gli studi. Anzi sono sempre stata lodata molto per i risultati che ottenevo e questo mi gratificava”.
Ho quasi paura di chiedertelo, perché temo di avventurarmi in un campo dove
potrei avere difficoltà a seguirti; ma vorrei che tu provassi a spiegarmi di cosa ti
occupi come scienziata.
“Il campo in cui lavoro si chiama Fisica delle Particelle Elementari, fra le
quali ci sono, tanto per fare un esempio, l’elettrone e il protone. Poiché tutto
l’Universo è costituito da queste particelle (sono proprio i mattoncini Lego
con cui è fatta ogni cosa) è importante conoscerle: sapere quanti tipi diversi
ne esistono e che proprietà hanno, studiarne i comportamenti e da questi
comprendere meglio le leggi che governano le interazioni fra di loro. Si tratta
di Fisica pura, che non ha una applicazione diretta immediata, ma è da questi studi che si sono finora fatti i maggiori passi avanti nella comprensione di
come è fatto il mondo. Un modo per studiare le proprietà di queste particelle
è quello di farle collidere fra loro ad altissima velocità usando acceleratori di
particelle come quelli che si trovano al CERN di Ginevra. Si costruisce un
complesso apparato che chiamiamo Rivelatore e lo piazziamo dentro l’acceleratore proprio nella zona dove avverranno le collisioni. Quando l’acceleratore è in funzione gli urti ad altissima energia fra queste particelle ne generano moltissime altre, fra le quali anche alcune di cui ancora non conosciamo
l’esistenza e il Rivelatore ne misura la massa, la carica elettrica e molti altri
parametri che ci permettono di capire le loro caratteristiche. È così che è
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stata scoperta da Rubbia la particella che gli ha valso il Nobel.
Inoltre, queste particelle costituiscono anche quelli che noi chiamiamo raggi
cosmici, cioè particelle emesse dalle stelle nella loro normale attività, durante
la loro nascita e morte, o addirittura derivanti dal famoso Big Bang e che
ancora stanno viaggiando per il cosmo. Per studiare i raggi cosmici vengono
posti rivelatori sotto alte montagne, come il Gran Sasso, ad esempio, in miniere sotterranee o nelle profondità del mare. Ma in questo campo la novità
consiste nell’andare a studiarli direttamente nel vuoto dello spazio, in assenza dell’atmosfera terrestre che, interagendo con le particelle, genera segnali
molto difficili da interpretare. È per questo motivo che dopo aver lavorato
per molti anni agli acceleratori del CERN e di Stanford, ho cominciato a
partecipare, all’interno di una collaborazione internazionale, alla costruzione
di un rivelatore che sarà montato sulla Stazione Orbitale Spaziale.
Sto per questo collaborando con la NASA e mi reco con una certa frequenza
al Johnson Space Center di Houston e a Cape Kennedy. Un rivelatore che
deve funzionare nel vuoto dello spazio è una sfida che pone problemi tecnologici grandissimi: deve essere trasportato nella stiva dello Shuttle, completamente pilotato da terra e con una manutenzione da ridurre al minimo
possibile per alcuni anni.
Una volta messo in funzione il Rivelatore, da terra potremo registrare le
caratteristiche dei raggi cosmici che lo attraversano. Sono studi che ci permetteranno di capire meglio come è fatto l’universo. Ad esempio, si potrà
scoprire anche se esistono da qualche parte galassie di antimateria, cercare
evidenze dell’esistenza della cosiddetta materia oscura e approfondire la dinamica del Big Bang”.
Preferisco fermarti qui prima di perdermi io nel cosmo... Ti riporto su un campo
che conosco meglio, quello della donna nel suo mondo lavorativo e più concretamente sulle difficoltà che ti sono derivate dal fatto di essere donna.
“Inizialmente ci sono stati molti ostacoli, perché essere donna fa diventare
il tuo precariato più lungo rispetto a quello dei colleghi uomini. Infatti, da
neolaureati le borse e i finanziamenti vengono dati più volentieri a loro. Solo
dopo 7 anni di precariato sono riuscita ad avere il posto che desideravo. Lo so
oggi è diventato quasi normale, ma a quei tempi la media era un periodo di
quattro-cinque anni, e per me aspettare tutto quel tempo nella più completa
incertezza non è stato semplice. E quando finalmente ho vinto il mio concorso mi è stato anche raccontato che un membro della commissione si era
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permesso di commentare ‘ma perché dare il posto ad una donna, che appena
lo ha ottenuto si mette a fare figli!’. Fortunatamente gli altri membri erano
più illuminati, ma purtroppo questi stereotipi sono ancora presenti ovunque
e vanno combattuti. Potrebbe sembrare che le cose non siano poi cambiate
molto col passare degli anni: non è diverso il commento che un amico di
famiglia fece a mia madre quando, nel 1950, si laureò in Economia e Commercio “…e adesso che sei laureata le sbucci meglio le patate?”. Chissà se poi
è rimasto senza parole quando un po’ di anni dopo lei è diventata preside
dell’Istituto Calamandrei, la prima preside donna a Livorno!
Ma, in effetti, il cambiamento è stato grandissimo: nel 1950 la percentuale di donne che si laureava era del 2-3% mentre oggi ha superato il 50%.
Purtroppo però nell’inserimento nel mondo del lavoro, e più che altro nella
possibilità di far carriera, l’essere donna costituisce ancora oggi un grosso
svantaggio.
Per quanto mi riguarda, una volta inserita nell’ambito lavorativo è stato tutto
più facile e mi sono sempre sentita valutata e stimata per quello che veramente ho fatto”.
Ci sono dei riconoscimenti ricevuti ai quali tieni particolarmente?
“Quello che mi ha dato più soddisfazione è stata la stima e l’apprezzamento
per il mio lavoro che mi hanno più volte dimostrato scienziati che io ritengo
di gran valore, come ad esempio Jack Steinberger (premio Nobel nel 1988)
col quale ho partecipato ad un esperimento importante al CERN e Samuel
Ting (premio Nobel nel 1976 per la scoperta dei quark) col quale ho fatto i
miei primi passi da neolaureata e con cui adesso collaboro di nuovo, essendo
il capo dell’esperimento sulla Stazione Spaziale. Ho avuto molte soddisfazioni personali e ne sono contenta. Certo nell’andare avanti si sono posti
ostacoli legati alla cura della famiglia.
È capitato ad esempio che si è presentata contemporaneamente per me e per
mio marito, che lavora nel mio stesso campo, l’occasione di fare un bel passo
avanti nella carriera che avrebbe però implicato il trasferimento in un’altra
città, ma non la stessa per entrambe. A quel punto, poiché avevamo una
figlia piccola e qualcuno doveva essere sicuro di rimanere a Pisa, ho scelto
di farmi da parte e mandare avanti lui, ma la mia carriera ne è stata danneggiata”.
Non ti è comunque mancata la determinazione.
“La determinazione è assolutamente necessaria. Secondo me non esistono
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ruoli o posizioni che oggi la donna non può raggiungere ma, come dicevo
prima, per farlo la donna deve faticare il doppio e quindi avere molta, ma
molta, determinazione”.
Nel mio immaginario lo scienziato è quello che sta rinchiuso in un laboratorio
fra strane apparecchiature e formule incomprensibili. Raccontami cosa ti piace
del tuo lavoro e cosa invece non ami.
“È un lavoro interessante a livello intellettuale, perché ti permette di fare
sempre un passo avanti. Non è soltanto la fisica in se stessa, quanto proprio
la sfida intellettuale ad affascinarmi. Invece, la caratteristica che mi è sempre
pesata è l’essere un lavoro che non ti mette in contatto con le persone; quello
che tu immagini in parte è vero, lo stare rinchiusi in un laboratorio ti porta
ad avere interscambi sempre e solo con le solite persone della tua equipe”.
Ovviamente lo scienziato non ha fra i suoi obiettivi quello di creare rapporti
umani e questo con il tempo ti è andato sempre più stretto. Sei riuscita a trovare
una via di uscita?
“Sì, in questi ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi alla Biodanza, che
definirei come un percorso di crescita personale che ti porta ad entrare in
contatto profondo con te stesso, con i tuoi simili e con le tue emozioni.
È una metodologia che è stata creata sul finire degli anni sessanta dallo psicologo e antropologo cileno Rolando Toro. Si è subito affermata in parecchi
paesi del Sud-America. Nella seconda metà degli anni ottanta è arrivata in
Italia e da lì in tutta l’Europa. Il termine nasce dal prefisso greco “Bios” che
vuol dire Vita e dalla parola “Danza” nel senso di movimento naturale pieno
di significato, di emozione. Dall’incontro di queste due parole nasce il termine Biodanza cioè “Danza della vita”. È un’attività di gruppo e di relazione divertente, creativa e profonda, che invita a muoversi con allegria e sensibilità,
ad esprimersi creativamente, ad entrare in contatto con gli altri. È un insieme
di arte, scienza e amore che usa tre strumenti: la musica, la danza e il contatto
con il gruppo. Questo percorso che porta alla connessione profonda con se
stessi è caratterizzato da un lavoro carico di affettività che viene condivisa
con gli altri. Non si può fare Biodanza da soli”.
Come ti sei avvicinata alla Biodanza?
“Per caso. Un amico mi portò ad una serata di presentazione e ne rimasi
affascinata. Da allora ho cominciato a frequentare un corso settimanale e
poi, dopo tre anni, ho deciso che volevo approfondire ancora e diventare un
conduttore di Biodanza, così mi sono iscritta alla scuola di formazione di
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Bologna, che dura quattro anni più un anno di tirocinio”.
Da chi è praticata la Biodanza?
“Generalmente i gruppi sono formati da adulti dai 30 ai 50 anni. Nel centro
Italia ci sono un po’ più donne che uomini, perché queste riconoscono maggiormente il loro stato di disagio e sono più intenzionate a voler cambiare.
Ma c’è anche la Biodanza per bambini che è praticata in alcune scuole materne e elementari anche dalle nostre parti, quella per persone con disabilità
fisiche o mentali, quella per anziani. Insomma tutti possono fare Biodanza,
non vi sono limiti di età o di capacità, solo una certa variazione nel modo di
applicarla perchè si adatti meglio alle particolarità del gruppo in questione”.
Dalla luce dei tuoi occhi si capisce che sei molto coinvolta e credi profondamente
nella Biodanza.
“Sì, amo la Biodanza perché credo che possa fare del bene alle persone, creando serenità, gioia e comunità di persone felici. Il mio sogno sarebbe quello
di portare anche a Livorno la Biodanza negli asili, nelle scuole materne, per
creare subito sensibilizzazione verso i valori che contano veramente, primo
fra tutti il rispetto della vita in tutti i suoi aspetti: rispetto per gli uomini, gli
animali, l’ambiente … ”.
Inutile chiederti se la consiglieresti a tutti.
“Il consiglio che mi sento di dare è quello di guardare dentro se stessi per
capire quali sono le cose che desideriamo e seguirle con convinzione, perché
possono essere realizzate e perchè ce le meritiamo. Tutte le persone hanno
qualcosa di bello da dare. C’è una grande ricchezza dentro di noi mentre oggi
purtroppo ci concentriamo solo sui limiti, sulle diversità vedendole come
cose negative. Questo ci impedisce di sviluppare a pieno le nostre potenzialità, la nostra bellezza. La Biodanza è una pratica che favorisce in forma dolce
e progressiva lo sviluppo armonioso della nostra personalità. Èun percorso di
crescita personale che permette a ciascuno di scoprire nuovi orizzonti nella
propria vita, ci porta a prendere coscienza delle nostre potenzialità inespresse
e ad agire espandendo la fiducia in noi stessi, stimolandoci a concretizzare i
nostri sogni e a vivere con pienezza il nostro progetto di vita”.
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Ilaria Tonazzini, Beatrice Chelli, Eleonora Da Pozzo,
e la ricerca sulle bio-nanotecnologie
01/06/08
È stato un articolo di giornale, sulle pagina di cronaca locale, a parlarmi per la
prima volta di Ilaria Tonazzini, Beatrice Chelli e Eleonora Da Pozzo, tre giovani donne che, insieme ad altre 3 ricercatrici del Cnr di Bologna (Eva Bystrenova,
Adina Lazar e Antonietta Rizzo), hanno vinto il concorso Mind the Bridge con
il loro progetto sulle nano-biotecnologie. Il concorso, organizzato dall’ambasciata
americana in Italia, le ha portate a presentare agli imprenditori della Silicon
Valley il loro lavoro. Decidiamo così di includerle nel nostro progetto e di intervistarle come donne che hanno raggiunto un buon successo nel campo professionale.
Loro sono molto disponibili e mi danno appuntamento alla Facoltà di Farmacia,
dell’Università di Pisa. Mentre le aspetto nell’atrio passo il tempo a guardare gli
avvisi nelle bacheche, dove sono riportati gli appelli degli esami, le sessioni di laurea ecc. e scopro con piacere che la percentuale delle donne è molto predominante.
Pensate che in una lista con venti nomi riportati, con i risultati di un esame parziale sostenuto, c’è un solo ragazzo. La predominanza femminile mi viene confermata quando arrivo nel laboratorio dove Ilaria, Beatrice e Eleonora svolgono le
loro ricerche: infatti, anche in questo caso vedo solo donne e loro mi spiegano che,
a partire dalla professoressa che guida il gruppo, sono effettivamente tutte donne,
tranne un unico ragazzo. Mentre entro, mi chiedo se non sia il caso di intervistare lui per sapere se si sente discriminato, se le pari opportunità nel suo caso sono
rispettate. Decido di non distrarmi dal mio scopo e inizio a conversare con le tre
simpatiche ricercatrici. Le buone notizie finiscono subito e mi viene confermato
quello che ho ipotizzato: sì, le donne sono le più brave in termini di voti, sono la
maggioranza quando si considera il sottogruppo di studenti, dottorandi, borsisti
ed assegnisti, ma il rapporto non rimane a loro favore se analizziamo il corpo
docente o il mondo del lavoro; anche se le speranze di modificare la situazione
sono tante e l’energia di queste donne lascia ben sperare.
Il problema vero, che si tocca concretamente con mano fra queste mura di laboratorio universitario, non è la discriminazione di genere, che qui non sembra
esistere, ma la penalizzazione che l’Italia spesso opera contro la ricerca, contro i
buoni cervelli che per produrre grandi risultati sono “invitati” ad andare fuori
frontiera (“una specie di confino al contrario” precisa Eleonora), contro i giovani
che sentono di essere prevaricati nel partecipare al futuro del loro paese.
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I racconti delle tre ricercatrici ci danno un’immagine precisa di quello che sta
avvenendo in questo settore e quanto sia pesante la situazione nel campo della
ricerca. Lasciamo spazio alle loro storie professionali.
Ilaria Tonazzi ha 29 anni ed è nata a Carrara: “Ho conseguito il dottorato di
ricerca a Pisa, ho lavorato 4 mesi in Svezia e 3 in Norvegia, adesso ho avuto
un assegno per la ricerca dal Cnr di Bologna dove ho iniziato a lavorare ad
un progetto sulle bio-nanotecnologie. Mi è sempre piaciuto questo campo
perché la biologia e la chimica offrono un ampio approccio alla ricerca”.
Beatrice Chelli ha 37 anni ed è di San Miniato: “Ho fatto l’università a Pisa e
sono stata affascinata dalla chimica e nello stesso tempo dalla biologia; sono
sempre stata decisa nel voler percorrere questa strada, così mi sono indirizzata subito sulla biochimica con la tesi di laurea, dopo ho avuto l’occasione e
mi sono specializzata in biochimica e chimica clinica e ho conseguito poi il
dottorato in neurobiologia. Adesso ho un contratto a progetto con il Cnr di
Bologna sulle bionanotecnologie anche se continuo in parte la ricerca a Pisa,
dividendomi fra questi due centri”.
Eleonora Da Pozzo ha 31 anni è nata a La Spezia, ma è pisana d’adozione:
“Ho iniziato Chimica Farmaceutica, perché mi piaceva l’idea di conoscere
la chimica della vita e qui ho trovato l’unione fra questa e l’uomo. Il mondo
universitario mi ha dato anche l’opportunità di avere e gestire i rapporti con
gli studenti, che è sempre importante perché il miglior modo per imparare
qualcosa è quello di spiegarla. Ho fatto il dottorato di neurobiologia clinica e
ora sono al secondo anno della specializzazione in biochimica clinica”.
Cosa sono le nanotecnologie?
“Le tecnologie applicate alle misure infinitamente piccole. Nel nostro caso
le applichiamo al campo biologico costruendo nuovi supporti per la coltura
cellulare usata dall’industria farmaceutica o negli ospedali per la ricerca, la
diagnostica e la clinica. Le nanoteconologie applicate a questo settore sono
in forte crescita, si può ancora sviluppare molto questo campo di ricerca”.
L’applicazione delle nanotecnologie quali vantaggi permette?
“Semplifica le metodiche e permette la riproduzione di alcune cellule che
oggi non possono essere coltivate. Inoltre, consente di essere più veloci nella
ricerca e di soddisfare maggiormente le esigenze del ricercatore”.
Com’è formato il vostro gruppo di ricerca al Cnr di Bologna?
“Ci sono altre tre ragazze con la formazione chimico-fisica e di ingegneria dei
materiali. Fra queste una è slovacca e una rumena”.
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Vi sentite discriminate in quanto donne?
“Per ora no. In Facoltà ed anche nel mondo della ricerca c’è un alto numero
di donne e questo non ci fa certo sentire discriminate, il nostro team è quasi
tutto al femminile. Forse nel mondo del lavoro, nelle imprese c’è discriminazione, ma è un settore che per ora non conosciamo. Il vero problema è la
precarietà, che pesa veramente tanto. Le donne comunque sono più determinate e disposte a fare sacrifici. La passione è veramente tanta, ma i soldi
sono pochi”.
Quali sono le vostre aspettative per il futuro?
“Continuare a fare ricerca, ma con uno stipendio che possa permetterci di
vivere senza dover fare i salti a fine mese e con delle garanzie. Il sogno più
grande è quello di poter lasciare qualcosa di importante ed utile a chi verrà
dopo di noi”.
Com’è andato il viaggio alla Silicon Valley?
“Abbiamo preso dei contatti con potenziali investitori, ma la strada non è
certo facile né veloce… noi cercheremo di fare del nostro meglio!”.
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Anna Mura:
mamma, cancelliera, presidente del Soroptimist
22/06/08
Quello che si percepisce dalle sue parole, ma anche dal suo sorriso spontaneo e
naturale è una grande serenità per essere riuscita a conciliare la carriera professionale con l’essere madre, ruoli portati avanti entrambi con grandi soddisfazioni.
A Livorno è nota come Anna Mura, perché prima che si inserisse nell’attività
lavorativa, conquistando un suo ruolo professionale, era conosciuta come la moglie del magistrato Mura, ma il suo nome è Anna Maria Lena Martini ed oggi
è affermata per il suo ruolo professionale di Cancelliere al Tribunale di Livorno,
alla direzione della Sezione Civile di via De Larderel e per la sua funzione di
Presidenta del Soroptimist Club di Livorno.
Come ha scelto la sua carriera?
“Sono nata a Sassari nel 1957 e qui ho fatto i miei studi: il liceo classico Azuni, famoso per aver avuto fra i suoi studenti i due Presidenti della Repubblica
Antonio Segni e Francesco Cossiga ma anche Palmiro Togliatti ed Enrico
Berlinguer, e poi la facoltà di Giurisprudenza dove mi sono laureata con lode
nel 1981. Poco dopo la laurea uscì il concorso per Cancelliera e decisi di parteciparvi, lo vinsi, ma prima che mi fosse assegnato il posto di lavoro trascorse un po’ di tempo. In questo periodo mi sposai e mi trasferii a Livorno, dove
mio marito era sostituto Procuratore della Repubblica: non me la sentii di
ritornare in Sardegna per seguire la carriera e così rinunciai. Fortunatamente
uscì un nuovo concorso al quale partecipai arrivando prima e fui assegnata
alla Corte d’Appello di Firenze. Mentre aspettavo il nuovo concorso lavorai
per sei mesi al Banco di Sardegna, dove mi trovai molto bene.
A Firenze sono rimasta dal ’86 al ’88 e poi sono stata trasferita alla Pretura di
Livorno dove ho diretto la Sezione Penale. Nel 2000 c’è stata l’unificazione
fra Pretura e Tribunale e fino al 2002 ho continuato a dirigere la sezione Penale, per poi passare alla Sezione Civile dove sono ancora oggi. Attualmente
sono anche referente amministrativo informatico. Ho lavorato in passato
all’informatizzazione del settore penale e ora a quello civile. Il Presidente del
Tribunale è il dottor Solarino che si è dimostrato sempre molto interessato al
processo di informatizzazione e con il suo aiuto siamo riusciti a fare un buon
lavoro e anche a svecchiare l’idea del tribunale che solitamente nell’immaginario comune è sempre avvolto in scartoffie polverose. Anche se i fascicoli
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cartacei per ora continuano ad esistere, oggi si lavora in tutt’altro modo,
molto più moderno e veloce. Basti pensare che gli avvocati, stando tranquillamente nel loro studio, possono collegarsi con il tribunale per sapere tutte le
notizie che riguardano le cause civili da loro patrocinate”.
Nella sua carriera si è mai sentita discriminata perché donna?
“No, anche se inizialmente sono stata coinvolta in episodi anche simpatici.
Ad esempio, mi è capitato più volte di essere vicino ad un commesso uomo
e vedere i cittadini che senza indugi e alcun dubbio si riferivano a lui credendolo il cancelliere e considerando me la segretaria. Per il resto non ho mai
avuto problemi; c’è però anche da dire che nel nostro ambiente ci sono sempre state molte donne, quindi probabilmente c’è una certa abitudine. Ho lavorato con magistrati uomini e non ho mai percepito che il mio essere donna
abbia influenzato negativamente i rapporti. In magistratura le donne stanno
sorpassando numericamente gli uomini, anche se ho l’impressione che abbiano maggiori difficoltà a fare carriera, probabilmente per motivi legati alla
famiglia e ai figli. Un magistrato se vuol far carriera deve spostarsi molto e
le donne, soprattutto se hanno bambini piccoli, non sempre possono farlo”.
Lavora più volentieri con gli uomini o con le donne?
“Lavoro sempre ottimamente con chi manifesta impegno e soddisfazione
nella propria attività”.
Cosa le ha dato maggiormente soddisfazione nel suo lavoro?
“La stima che ho saputo conquistare grazie all’impegno profuso nel lavoro.
Questo mi permette di essere ascoltata, di avere una certa autorità”.
L’esperienza più brutta?
“In passato ho avuto un rapporto professionale difficile, ma fortunatamente
è durato solo un anno. Per questo credo sia fondamentale avere una buona
relazione con le persone che ti circondano, basata sul rispetto, sulla fiducia,
sulla stima.”
Cosa consiglierebbe ad una giovane donna che desidera intraprendere la sua carriera?
“Vincere il concorso non è un punto di arrivo, ma solo di partenza. Non si
può cominciare a lavorare pensando di essere ‘un capo’ e di voler comandare.
Bisogna, invece, conquistare la fiducia degli altri, farsi stimare, in qualche
modo iniziare con una buona dose di modestia”.
Come è riuscita a conciliare il lavoro con l’essere madre?
“Direi bene. Inizialmente mia madre mi ha molto aiutata, purtroppo però
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è morta quando ancora mia figlia era piccola. Ho sempre avuto una tata e
ho cercato di tenere separato il lavoro dalla famiglia. Durante le ore d’ufficio
pensavo solo al mio ruolo professionale, ma alle 16 quando mia figlia usciva
da scuola mi dedicavo completamente a lei mettendo da parte il lavoro. Ed
infatti, sono sempre riuscita ad avere un bellissimo rapporto con Angelica”.
Che cosa l’ha gratificata di più: l’essere madre o l’essere cancelliere?
“Indubbiamente la carriera di mamma è stata molto più gratificante, i figli
hanno sempre la priorità.
Fortunatamente ho saputo e ho potuto conciliare i due ruoli, ma se avessi
dovuto scegliere non avrei avuto dubbi: mia figlia è sempre stata al primo
posto”.
Ci racconti il suo impegno nel Soroptimist.
“Sono entrata nel club circa 8 anni fa e nell’ottobre 2007 sono stata eletta
presidenta. Il Soroptimist International, di cui il mio club è una diramazione, è un’organizzazione di donne impegnate nelle professioni e negli affari,
che lavora, attraverso progetti di servizio, per promuovere i diritti umani e
migliorare la condizione femminile. La nostra missione essenziale consiste
nel creare opportunità di progresso nella vita delle donne e dei ragazzi, anche
attraverso la cooperazione internazionale che realizziamo mediante la rete
mondiale delle nostre associate. Il nostro è, quindi, un club di servizio, nel
senso che per noi l’obiettivo non è la beneficenza, ma quello di creare servizi per aiutare le persone – in particolare le donne ed i ragazzi - ad andare
avanti con le proprie gambe. Ad esempio, per il quarantennale del nostro
club stiamo organizzando un servizio per i bambini che devono affrontare i
tribunali. Grazie al mio lavoro mi sono accorta che nelle cause di separazioni
fra coniugi i figli sono quelli che subiscono più di tutti l’atmosfera del tribunale: è una violenza ulteriore alla quale sono sottoposti ingiustamente. Così
abbiamo pensato di realizzare in Tribunale due stanze collegate fra loro da
una telecamera: una, arredata come stanza-giochi, sarà occupata dal bambino e dal magistrato, mentre una telecamera nascosta riprenderà le immagini
per trasmetterle nell’altra stanza dove tutti quelli che hanno diritto potranno
assistere, ma senza che il bambino se ne accorga e ne subisca gli sguardi e la
presenza”.
La vita del club le dà molta soddisfazione?
“Sì. È un’attività molto bella, svolta con donne che lavorano, dove ogni settore professionale ha una sua rappresentanza al femminile e proprio questa
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possibilità di vedere tutte le problematiche da diversi angoli visuali ci consente di cercare soluzioni ai problemi in modo più eclettico”.
Quali sono i suoi hobby?
“Sono un’appassionata di cucina e, pur fra mille impegni, riesco sempre a
trovare il tempo per preparare cenette speciali per mio marito, mia figlia e
per gli amici che molto spesso si riuniscono a casa mia”.
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Maria Gloria Giani,
una vita per il mare
03/10/08
La sua storia professionale appartiene a quella della sua famiglia, ma in lei c’è
stato uno sviluppo nuovo, una specie di svolta: Maria Gloria Giani, infatti, è la
prima donna ad entrare in azienda e a diventare agente marittimo, dopo una
tradizione tutta al maschile iniziata con il bisnonno Pilade nel 1870.
Un’attività ultracentenaria, fra le più antiche del territorio livornese.
“All’epoca i miei parenti erano commercianti e vivevano a Firenze. Pilade
ebbe l’idea di spostarsi su Livorno ed organizzarsi per andare a prendere direttamente le merci di cui avevano bisogno i commercianti fiorentini, invece
di restare ad aspettare che fossero portate da altri. Possiamo considerarlo un
precursore della logistica”.
A Livorno c’è una lunga storia legata al commercio e al porto, ed ogni professione
che ruota intorno a questo mondo ha una sua tradizione affascinate da raccontare:
“Nell’ottocento gli agenti marittimi che si occupavano di far entrare in porto
i bastimenti, si procuravano il lavoro a suon di remate. Infatti, quando all’ingresso del porto si presentava una nave, gli uomini si lanciavano in mare con
le loro imbarcazioni e chi arrivava prima a toccare la prua diventava l’agente
di quell’imbarcazione”.
Da quando Pilade iniziò il suo lavoro, di cose ne sono cambiate. Com’è proseguita la storia della tua famiglia?
“L’azienda è passata di padre in figlio, sempre in linea maschile e così dopo
Pilade, c’è stato Angelo, mio nonno e poi Sergio, mio padre, ed infine, sono
arrivata io, mia sorella Elisabetta, e mio fratello Federico, ma io sono stata la
prima donna della famiglia a lavorare nell’azienda”.
Com’è iniziata la tua carriera?
“Da giovane pensavo a tutt’altre cose, mi sono laureata in Lettere ad indirizzo linguistico, frequentando un anno accademico negli Stati Uniti dove,
fra l’altro ho fatto anche teatro all’Actor Studio. Quando avevo 24 anni mio
nonno morì e mio padre mi propose di entrare in azienda ed io accolsi il
suo invito con l’intento di vedere se “ero adatta a quel mestiere”. Ed eccomi
ancora qua”.
Così hai iniziato e non hai mai più smesso?
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“Esatto. All’inizio comunque sono partita dal basso, mandando telefax e rispondendo al telefono. È stato molto importante fare la gavetta, perché non
conoscevo proprio niente di questo mondo, dovevo imparare tutto. Però è
stato amore a prima vista, il “mestiere” mi è piaciuto e ancora mi diverte,
certo è impegnativo, ma stimolante. La nostra è una società di servizi che si
occupa di navi e di trasporti; in un mondo globale come quello di oggi si gestiscono da un punto all’altro del mondo senza neanche mai vedere il vettore
e questo è assolutamente usuale”.
Ci sono anche compiti che devi svolgere fuori dall’ufficio?
“Certo, quando arriva una nave nel porto di Livorno devo presentarmi al
comandante e mettermi a sua disposizione per risolvere eventuali problemi
ed esigenze dell’equipaggio. Ci sono le navi merci che hanno l’equipaggio limitato, ma ci sono anche quelle da crociera con migliaia di persone a bordo,
ed è facile che ci siano necessità, anche urgenti, da affrontare”.
Un notevole impegno.
“Senz’altro. E ci vuole molta pazienza, professionalità ma soprattutto passione”.
Come donna hai avuto difficoltà a svolgere questo lavoro?
“Essendo una ditta familiare, con una storia alle spalle, non mi è certo mancata la credibilità. Piuttosto, inizialmente, ai tavoli di lavoro o nelle trattative
commerciali, di prassi con maggioranza di uomini, leggevo qualche dubbio
nei loro occhi. Probabilmente qualcuno avrà pensato che occupassi quel posto solo perché ereditato e si preoccupava delle mie competenze, altri saranno stati convinti che le bionde sono carine, ma un po’ stupide e che bastava
farmi parlare, tanto… alla fine, le decisioni importanti le avrebbero prese
loro, in quanto uomini. Questi sguardi ‘espressivi’ mi hanno colpito solo
nei primi tempi, poi ho avuto modo di farmi conoscere e dimostrare il mio
valore, allora nessuno ha più fatto caso alla differenza di sesso”.
E le donne che lavorano in questo settore, ma non hanno alle spalle un’azienda
di famiglia?
“Indubbiamente devono faticare molto per conquistarsi una credibilità. Per
tutte è un lavoro molto duro, le navi in porto arrivano in ogni momento,
anche a Natale, la domenica, quando vorresti fare le vacanze e così diventa
difficile armonizzare il tutto con la famiglia e molte hanno anche rinunciato
ad avere figli”.
Tu come hai conciliato il lavoro con la maternità?
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“Non è stato facilissimo neanche per me. Intanto non ho mai usufruito dei
mesi di maternità, fino a poco prima del parto e subito dopo sono rimasta
in ufficio. Però mi sono sempre tenuta libera due pomeriggi alla settimana
e i periodi di vacanze per stare con le mie figlie, credendo che il rapporto di
qualità fosse meglio di quello di quantità. Devo dire che non mi pento della
mia scelta, ho sempre avuto un buon rapporto con loro, che continua ancora
oggi che sono grandi”.
Dunque incoraggi le donne a lavorare?
“Sicuramente, intanto perché oggi non se ne può più fare a meno e poi
perché è comunque stimolante lavorare, apre nuovi orizzonti e conoscenze”.
Quali sono le tue passioni?
“Mi piace molto il teatro e l’arte, così quando posso vado anche fuori Livorno per vedere mostre e rappresentazioni. A luglio mi sono sposata e questo
ha sicuramente cambiato la mia vita. Mio marito è il Comandante Generale
delle Capitanerie di Porto Guardia Costiera e il suo incarico è a Roma e
quindi è lì che vive, ma a me l’idea di essere una donna con la valigia piace,
appena posso mi sposto nella capitale dove ci sono molte occasioni, anche
per coltivare i miei hobby. Inoltre, il ruolo di mio marito ci porta ad andare
anche all’estero e tutto questo, anche se un po’ faticoso, è molto bello. Innamorarsi a 50 anni è stupendo, sei libero dalle responsabilità e dalle fatiche
che hai quando sei più giovane, a quest’età puoi prendere tutti i benefici del
matrimonio, della condivisione della vita”.
La soddisfazione più bella che ti ha dato la tua professione?
“Riuscire a vincere delle gare d’appalto molto interessanti, che mi hanno
portato a confrontarmi con i ‘big’ di questo settore, in competizione con la
nostra azienda”.
Con quale merce preferisci caricare una nave?
“Con quella che noi chiamiamo ‘merce povera’ perché non avendo un lungo
ciclo di lavorazione ha un costo basso ed è necessario organizzare un trasporto concorrenziale, perché non venga a costare più della materia stessa.
Queste sono sfide interessanti, che mi stimolano molto”.
Un sogno nel cassetto?
“Lasciare la continuità dell’azienda alle mie due figlie, così da avere una
quinta generazione tutta al femminile”.
Parlaci della tua attività in Wista.
“Ho preso la passione di mio padre, come lui mi è sempre piaciuto il mondo
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dell’associazionismo. Fin da giovane ho fatto parte del Propeller, un club
service degli agenti marittimi, e del Soroptimist, di cui sono stata Presidente
nel biennio 1999/2001. Dal 1996 faccio parte del Wista (Women’s International Shipping & Trading Association) che nel 2003 mi ha eletta presidente.
Wista è nata in Italia nel ’94 e fa parte di Wista International che ha circa
1000 socie in 34 paesi del mondo.
Wista è un’associazione tutta femminile e specifica del settore, nata a Genova, la città simbolo della portualità. In questi anni abbiamo lavorato molto
bene in team, una delle nostre filosofie è quella di collaborare anche nel
lavoro, ed infatti, ci aiutiamo con le navi, sapendo che fra noi ci sarà sempre
un comportamento corretto. Organizziamo anche la nostra partecipazione
ad alcuni eventi culturali e collaboriamo alla formazione dei giovani che vogliono entrare in questo mondo. Personalmente sono chiamata molto spesso
a fare lezioni. Nel ’96 eravamo circa 20 socie, oggi siamo 70. Lo considero un
successo ed è una grande soddisfazione aver raggiunto questo obiettivo. In
questi ultimi tempi sono entrate anche socie molto giovani e questo è molto
importante, il ricambio generazionale è fondamentale”.
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Rossella Passavanti,
una carriera nella Pubblica Amministrazione
13/10/08
Lo studio e la preparazione sono alla base della sua vita. Quando le chiediamo il
suo percorso universitario ci dice che in gioventù si è laureata in Giurisprudenza, e poi, più avanti nel tempo ha conseguito la laurea breve in Consulenza del
Lavoro e la laurea magistrale in Scienze della Pubblica Amministrazione, ma in
realtà, continuando la conversazione, ci accorgiamo che le sue specializzazioni, i
corsi, i master, anche in settori extra lavorativi, sono molti di più.
Rossella Passavanti è vicedirettora della Direzione Provinciale del Lavoro con la
qualifica di Responsabile del Servizio Politiche del Lavoro, dell’Ufficio Legale,
e del Contenzioso Amministrativo. Una qualifica lunghissima ed impegnativa,
che però non scoraggia Rossella, che alla nostra sorpresa sottolinea con semplicità:
“Non è così difficile come sembra, l’importante è essere preparati e continuamente aggiornati”.
Rossella nasce in Calabria, compie i suoi studi a Siena e per lavoro ha vissuto in
diverse città.
“Mio padre era avvocato, ed ho seguito un po’ le sue tracce. Ho scelto Siena
per studiare perché l’università era di ottimo livello e la città era piccola, ed
offriva ai miei genitori una certa tranquillità”.
Come si è trovata a Siena?
“Molto bene. Mi sono attenuta alle regole di questa città e non ho avuto
difficoltà ad inserirmi. Ho sempre cercato di vivere con positività quello che
era diverso da me, come può esserlo un ambiente nuovo”.
Durante gli studi universitari si è mai sentita discriminata come donna?
“No, nessuna discriminazione, eravamo molte donne e non ho avuto nessun
problema”.
Come ha iniziato la sua professione?
“La mia primaria vocazione era quella di Consulente del Lavoro e così dopo
la laurea ho conseguito subito l’abilitazione, sia come consulente che come
avvocata. Però per seguire il mio ex marito ho intrapreso la strada della scuola, sono sempre stata di ruolo ed ho insegnato materie giuridiche, spostandomi molto tra la provincia di Livorno, Nuoro e Taranto”.
Come è avvenuto il cambio di carriera?
“Mi sono sposata molto giovane, avevo 24 anni e rinunciai alla mia vocazio-
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ne per la famiglia, ma verso i 35 anni, con un matrimonio che cominciava
ad essere in crisi, ho pensato che dovevo intraprendere quello per cui mi
sentivo portata. Ho così cominciato a studiare nuovamente per aggiornarmi
e ho partecipato al primo concorso disponibile come funzionario del lavoro.
Il mio scopo non era quello di arrivare ad occupare un ruolo professionale di
rilievo, ma quello di cercare un mio spazio per stare bene con me stessa, ciò
mi ha poi portato ad occupare un posto dirigenziale, ma è stata una conseguenza della mia ricerca”.
In campo lavorativo si è mai sentita discriminata in quanto donna?
“Devo distinguere il mio rapporto lavorativo con gli uomini, infatti, ho notato che è più difficile interagire con colleghi che hanno superato una certa
età e che non sono abituati a vedere la donna pienamente inserita professionalmente. Con i giovani invece questi problemi non ci sono”.
Come lavora con le donne?
“Molto bene con quelle motivate e consapevoli. Fermo restando che si lavora
bene con i giovani in generale, devo dire che le donne hanno una marcia in
più, in termini organizzativi sono più efficienti”.
Che cosa vorrebbe migliorare nel suo lavoro?
“Sul piano interno dobbiamo lavorare di più sul controllo di gestione, che
già facciamo dal 2000 mettendo in atto verifiche su ciascun dipendente.
Dobbiamo, inoltre, cercare di indirizzare le relazioni fra i lavoratori verso
l’apertura e la solidarietà. In modo particolare mi piacerebbe portare avanti
questi due aspetti, e mi sto impegnando molto per realizzarli”.
E sul piano esterno?
“In questo caso ci sarebbe da fare una educazione della popolazione, affinché i cittadini sappiano con esattezza quali sono i loro diritti e i loro doveri.
Bisogna spiegare con chiarezza che vi sono delle regole da rispettare, perché
la società possa funzionare al meglio e l’individuo vivere bene. E questo lo si
comprende a pieno solo quando si è consapevoli di ciò che si può dare e di
ciò che si deve avere. Normalmente quando le cose vengono spiegate bene,
la gente è disposta a comprendere”.
Il rapporto pubblico con il cittadino non sempre è facile.
“Non sempre lo è, ma le donne sono molto più adatte a gestirlo nel migliore
dei modi, perché hanno più pazienza e sono disposte ad ascoltare maggiormente”.
Indubbiamente il suo è un lavoro molto impegnativo.
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“È necessario capire cosa vuol dire operare con uno spirito di servizio trovandosi in un posto di responsabilità, che comporta ovviamente un impegno
maggiore. Ricopriamo un ruolo pubblico molto importante del quale dobbiamo essere consapevoli”.
Come si trova a Livorno?
“Sono a Livorno da 10 anni, ed ho potuto verificare come sia diversa da tutte
le altre città toscane. Il livornese è più simile al meridionale, ma poi ci sono
degli eccessi. Spesso i cittadini labronici pretendono troppo dalla pubblica
amministrazione, più di quello che può dare. Per questo mi sto attivando per
mettere in atto il discorso educativo del quale abbiamo già parlato”.
In quali altre città ha lavorato?
“Sondrio, Alessandria, Torino, Nuoro, Taranto, Roma”.
Le sono mai pesati questi trasferimenti?
“No, sono molto curiosa, ed ogni spostamento l’ho sempre vissuto piacevolmente”.
In quale di queste città si vive meglio?
“Sondrio ha la migliore qualità della vita, ma il clima è troppo rigido per
me”.
Che consiglio darebbe ad una giovane donna?
“Prima di tutto la preparazione, solo con la competenza si può operare.
È poi importante l’atteggiamento psicologico, sapere che cosa si vuol fare da
grandi, avere chiara la meta, capire qual è l’ambito nel quale possiamo dare il
meglio, perché la gratificazione personale è molto importante”.
Qual è la cosa più brutta del suo lavoro?
“Quando non si riesce a risolvere un problema posto da una persona”.
E la cosa più bella?
“Quando si riesce a dare un servizio valido e la persona lo riconosce”.
Ci racconti la Rossella Passavanti fuori dall’ufficio.
“Da 20 anni mi occupo di psicologia, ho fatto corsi di counselling aziendale
e seguo un metodo junghiano che si chiama psicosintesi e si rivolge alle
persone sane, a quelle che vogliono migliorare il loro standard di vita. Mi
occupo di diffondere questo metodo e lo faccio come volontariato”.
Proviamo a spiegare sinteticamente di che cosa si tratta.
“La psicosintesi è un’attività tipicamente formativa della persona nella sua
interiorità e nella sua consapevolezza. Ci accorgiamo, infatti, che la formazione specifica di tipo squisitamente tecnico è rivolta solo all’aumento delle
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conoscenze meramente scientifiche e disciplinari, seppur di grandissima utilità, non è più sufficiente a migliorare la qualità della vita degli esseri umani. Le richieste della gente nella quotidianità sono altre e guardano ‘oltre’,
implicano la ricerca di persistenti motivazioni interiori, l’osservazione del
proprio sé in rapporto a quello degli altri, la valutazione di una solitudine
sempre più diffusa”.
In modo particolare a chi si rivolge la psicosintesi?
“La psicosintesi cerca di fornire delle risposte a questi interrogativi rivolgendosi a persone in crisi, perché disoccupate a cinquant’anni o a giovani disillusi e demotivati o ancora, a quelle persone che sono consapevoli di avere delle
enormi potenzialità interiori e non sanno come indirizzare le loro energie, a
quelle famiglie o alle coppie con difficoltà relazionali”.
Forse è questa sua passione e il suo interesse per la psicosintesi che la rendono così
serena e tranquilla nei modi di fare, ma lei salutandoci scherza dicendo:
“Non sono affatto così tranquilla come sembra!”.
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Naouel Chaoui,
una vita ricca di esperienze in molti paesi del mondo
17/01/09
Conoscere Naouel Chaoui è stata una grande emozione, perché avere rapporti
con una donna che proviene da una cultura diversa da quella italiana è un importante arricchimento. Con Naouel, inoltre, ci si può confrontare non solo con
tutto quello che proviene dall’Algeria, suo paese natale, ma anche su molti altri
aspetti, perché la sua esperienza è molto vasta e l’ha portata a vivere in numerosi
paesi. Per me poi l’incontro con Naouel ha un valore in più perché sono sempre
stata attratta dal mondo arabo e così considero la sua conoscenza come una grande occasione per apprendere, in modo più diretto e più vero, questa affascinante
realtà.
Naouel è nata nel ’65 dopo la guerra d’indipendenza, quando l’Algeria finalmente si libera dal colonialismo e guarda al futuro con nuove speranze.
Raccontaci gli anni della tua giovinezza trascorsa in Algeria.
“Ho cominciato gli studi a 5 anni, perché una legge del mio paese permette
a chi ha un familiare all’interno della scuola, di iniziare prima la frequenza,
ed io avevo mia sorella che faceva l’insegnante. Questo anticipo scolastico
non mi ha mai causato problemi, sono sempre stata molto brava, a 17 anni
avevo già conseguito la maturità, a 21 ero laureata in geologia marina, e a 23
avevo finito anche il master. Essendo molto giovane, non mi sentivo ancora
pronta per entrare nel mondo del lavoro, così decisi di iscrivermi al corso
di laurea in lingue. Conoscevo già il francese e naturalmente l’arabo, e mi
orientai verso l’inglese. Così ho conseguito un’altra laurea e un altro master
in questa lingua, ed ho cominciato ad insegnare nella stessa facoltà presso cui
mi ero laureata”.
Come e quando hai deciso di lasciare l’Algeria?
“Ogni estate andavo in America per frequentare corsi di lingua e perfezionare il mio inglese, ma nell’estate del 1991 decisi di fare tappa a Roma per
salutare una mia amica che lavorava all’Onu, così venni a sapere che cercavano una persona esperta nel settore della formazione e delle lingue. Proprio
in quel periodo la situazione in Algeria stava peggiorando, con una grande
escalation di violenza: già da un anno ero costretta ad usare un autista per gli
spostamenti e mi limitavo ad uscire solo per le cose necessarie. Così decisi di
accettare il lavoro all’Onu e non sono tornata neanche per fare le valigie: i
bagagli me li ha spediti mia madre”.
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Quindi la tua nuova vita è partita dall’Italia?
“Sì, ma è stata solo una tappa, il lavoro con l’Onu mi ha portata a viaggiare
molto. L’ultima destinazione importante è stata l’Iraq dove sono rimasta dal
’97 al 2000 come Direttrice dell’osservatorio per il progetto dell’Onu ‘Oil
for Food’. È stato un periodo molto duro, ma anche molto bello per la mia
carriera. In quegli anni il capo del governo iracheno era Saddam Hussein e
per le strade c’era molta polizia. Gli iracheni erano un popolo molto ricco,
che non avrebbe avuto bisogno del nostro aiuto se non ci fosse stato l’embargo deciso dagli Stati Uniti. Così si venne a creare la paradossale situazione
di un paese dove la gente aveva soldi da spendere, ma non c’era niente da
comprare, perché non arrivava niente dall’estero e la popolazione moriva di
fame. L’Onu portò il suo aiuto con questo programma che ci permetteva di
distribuire cibo: un programma finanziato con i soldi provenienti dalla vendita del petrolio. Insomma, l’occidente con una mano toglieva e con l’altra
dava, vantandosi di essere generoso, ma in realtà stava umiliando un popolo
che subiva un embargo ingiusto. Questa esperienza per me è stata deludente.
Prima giudicavo l’Onu come un organismo interamente positivo, che aiutava chi aveva fame, dopo la permanenza in Iraq questa idea è crollata. Ecco
perché non ho avuto rimpianti quando, per motivi personali, ho deciso di
lasciare l’Onu e la mia carriera”.
Come hai maturato questa decisione?
“Quando mi trasferii a Roma frequentai un master in economia e poi nel
’97 andai in Toscana a fare uno stage in un’azienda locale dove incontrai
Stefano, diventato poi mio marito. Nel 2000 per motivi di lavoro lui dovette
trasferirsi a Dubai e vedersi diventava sempre più difficile. Mi si presentò così
la scelta fra la carriera all’interno dell’Onu o raggiungere Stefano e formare
con lui una famiglia”.
Così la tua vita è cambiata nuovamente?
“Sì. Mi trasferii a Dubai ed il passaggio inizialmente fu scioccante. Qui tutto
è improntato sul lusso estremo e sull’esteriorità. Fortunatamente riuscii ad
insegnare nell’Università Americana. Dopo due anni però dovetti smettere
perché nacque il mio primo figlio e in questo mondo di extra lusso non vi è
alcuna tutela della maternità: chi ha un figlio è costretto ad interrompere il
lavoro”.
Quanti figli hai?
“Tre. Il secondo è nato nel 2003 e l’ultimo nel 2006, anno durante il quale
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sono tornata in Italia ed ho lavorato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa,
all’ufficio internazionale, con il compito di trovare rapporti con le università
arabe per realizzare progetti di ricerca comuni. Questo lavoro mi ha portato
nuovamente a viaggiare molto”.
Come ti organizzi con i figli?
“Ho sempre avuto una tata che da Dubai mi ha seguita anche in Italia. È una
donna di 50 anni molto onesta e ammirevole, è Filippina e lavora per poter
far studiare i suoi figli”.
Come ti poni nei suoi confronti, che ha dovuto lasciare i suoi figli per poter lavorare?
“Nelle Filippine è una condizione diffusa, perché le donne hanno più possibilità di lavorare rispetto agli uomini, in quanto possono fare le badanti,
così affidano i figli ai mariti e loro si dedicano al mantenimento economico
della famiglia. Sono considerate delle eroine, perché rinunciano a vedere i
loro figli per poter garantire loro un futuro e rappresentano anche una ricchezza per lo stesso paese. Lei è consapevole del fatto che se fosse rimasta a
casa insieme a loro, non avrebbe avuto di che sfamarli e certo non avrebbe
potuto farli studiare. Fra poco andrà in pensione e sta pensando alla meritata
vecchiaia da trascorrere in famiglia”.
Come vivono i bambini i trasferimenti?
“Molto bene. Sono cresciuti a Dubai dove ci sono tantissime razze e sono
abituati a frequentare bambini provenienti da molti paesi. Inoltre, spesso
vado in Algeria a trovare la mia famiglia e molte volte porto anche loro con
me”.
Come ti sei trovata a lavorare in Italia?
“Bene, anche se il sistema pubblico italiano ha una visione un po’ limitata,
si potrebbero fare molte più cose. Comunque adesso ho con il Sant’Anna
un rapporto di consulenza e posso lavorare da casa e da qualsiasi città. Mio
marito si è trasferito a Lussemburgo e stiamo aspettando che si liberino dei
posti nella scuola internazionale per poterlo raggiungere”.
Cosa pensi dell’attuale situazione algerina?
“Mi fa molto male vedere la chiusura di oggi. Le donne sono molto forti e
combattono una legge che è contro di loro, come il diritto all’eredità che si
riduce per loro ad un ottavo. Le donne in Algeria hanno combattuto a fianco degli uomini per liberare il paese dalla colonizzazione, sono state molto
coraggiose, ma i loro diritti sono stati messi da parte. Oggi molte donne
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usano il velo perché hanno paura di essere ammazzate, ma non si arrendono,
continuano a lottare per la parità”.
La tua educazione è stata religiosa?
“Io sono nata in una famiglia non particolarmente religiosa, mio padre lo è
stato poco, mentre mia madre è molto più praticante, ma è una donna aperta
e non mi ha mai obbligata a seguirla su questa strada. Conosco la religione
islamica, ma non mi ha mai convinta, come nessun’altra fede. Credo che
ci sia un Dio, ma non ho bisogno di un prete o di un imam per entrare in
relazione con lui. Anche ai miei figli lascio la libertà di scegliere la loro fede,
attraverso la conoscenza”.
In quale paese le donne sono più libere?
“Indubbiamente in Europa, ma qui si tratta di una libertà data per scontata e
forse anche poco difesa. Mentre le libertà che hanno le donne algerine sono
state conquistate con molta fatica e sono fortemente sentite come conquiste
e fanno di tutto per difenderle. Mi stupisco molto quando donne abituate ad
essere libere sposano uomini di paesi con mentalità più ristrette ed accettano
tutte le limitazioni che le impongono. Quello che veramente non sopporto
di alcune donne occidentali è il mantenersi in una situazione di ignoranza
quando hanno tutti gli strumenti e le possibilità per non esserlo. Anche la
rassegnazione è una cosa che mi fa molta rabbia, si può fare veramente molto
per cambiare il mondo”.
Che rapporto hai con i tuoi figli?
“Ho scelto un rapporto di qualità più che di quantità. Li ho voluti tardi per
poterli godere in pieno. Ho avuto la fortuna di non essere obbligata a lavorare per mantenere la famiglia, ed ho sempre potuto conciliare gli orari del
mio lavoro con quelli dei miei figli”.
Secondo te è possibile avere una famiglia e una carriera contemporaneamente?
“Naturalmente dipende dal tipo di lavoro e di carriera che si vuol fare. Per
me sarebbe stato impossibile continuare la mia professione all’Onu e avere
una famiglia. Personalmente sto bene così, mi trovo in equilibrio, non ho
bisogno di fare carriera per affermarmi, non mi sento sminuita o meno importante di mio marito. Ho avuto tempo di fare le cose che mi piacevano e
adesso posso conciliare un altro tipo di lavoro con la mia famiglia”.
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Alessandra Dezzi,
una vita da pianista
21/02/09
Visto che parliamo di una pianista, questo incontro lo potremo definire “un’intervista
a quattro mani”. L’intervista, infatti, è con una donna che ha portato con sé la sua
giovane e simpatica figlia di 11 anni, come spesso devono fare le mamme che lavorano. Durante la nostra chiacchierata mi è sembrato naturale fare un paio di domande
anche a lei, per scoprire come vive il rapporto con una madre artista. È la prima volta
che mi capita, solitamente sono io che mi porto dietro mio figlio alle interviste, che
ascolta sempre con curiosità. Quindi nessuna remora fra due donne che hanno gli stessi
problemi organizzativi, ed anzi, il nostro incontro è stata un’esperienza piacevole,
anche perché Alessandra Dezzi è una donna molto simpatica ed anche sua figlia non
poteva essere da meno.
Raccontaci come hai iniziato a suonare il pianoforte.
“Ho iniziato per caso. Quando ero una bambina, mio padre lavorava da Pietro
Napoli e così ebbe l’idea di mandare me e mia sorella al Mascagni. Io ero troppo
piccola, avevo otto anni e mezzo e fui ammessa solo al solfeggio; prima di avvicinarmi ad un pianoforte dovetti aspettare un anno e mezzo. Mia sorella invece,
più grande di un anno e mezzo, cominciò subito a studiare piano, ed io amavo
molto andarla a vedere e a casa provavo ad imitarla. Lei poi ha smesso, mentre io
ho scoperto una grande passione. Trascuravo un po’ anche la scuola pur di studiare
pianoforte, ho sempre provato una grande attrazione per la musica”.
Una strada molto impegnativa.
“Sicuramente. Sono arrivata a studiare pianoforte anche dieci ore al giorno e poi
sono andata molto fuori Livorno per confrontarmi con altri e specializzarmi sempre più”.
Dopo il diploma in pianoforte conseguito al Mascagni come hai continuato la tua
preparazione?
“Dal 1987 al 1989 ho compiuto il tirocinio nella classe del professor Francesco
Cipriano e contemporaneamente ho svolto attività di pianista accompagnatore
per gli allievi dell’Istituto Mascagni. Mi sono poi perfezionata con i Maestri Daniel Rivera, Alessandro Specchi, Hector Moreno, Norberto Capelli, Dario De
Rosa, Pier Narciso Masi e Bruno Canino, ed ho frequentato il Master di Musica
da Camera con il Trio di Trieste alla scuola di Musica di Fiesole”.
Ed il lavoro come pianista dove lo svolgi?
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“In molte forme. Dal 1982 collaboro con diverse scuole di danza di Livorno, Cecina, Grosseto, Viterbo, Civitavecchia, Poggibonsi, Certaldo, Capannori, La Spezia,
Padova e Fano e sono pianista stabile della Royal Academy of Dancing di Londra,
nella sua sede italiana a Trento. Ho insegnato in diverse scuole e da 13 anni ne ho
aperto una mia insieme ad Erika Guerrini, al Circolo Musicale Domenico Scarlatti a Coteto, in via Campania. Inoltre, spesso collaboro come pianista nell’accompagnare i ragazzi durante i concorsi e gli esami ai conservatori di Livorno, Lucca,
La Spezia, Siena e Firenze. Ho svolto anche attività di Maestro Collaboratore per
la Società Filarmonica Pisana, l’Associazione Clara Schumann di Collesalvetti,
l’Orchestra Sinfonica di Massa e Carrara e il Cel Teatro di Livorno”.
Ti sei mai sentita discriminata in quanto donna?
“Spesso si sente dire che gli uomini suonano meglio. È un luogo comune, infatti,
potrei citare la grande violinista Mullova, la grande pianista Argerich, le due grandi pianiste sorelle Labeque, che indubbiamente reggono molto bene il confronto
con gli uomini. Personalmente non ho mai avuto problemi, credo che questo sia
dovuto anche al fatto che mi sono sempre impegnata al massimo, sono molto severa con me stessa, quando prendo un impegno lo porto a termine senza indugio.
Ad esempio, una volta in seguito ad una distorsione mi hanno steccato il dito
pollice, ma il giorno dopo avevo un concerto a Milano e non mi sono arresa. Ho
preso il treno, mi sono sfasciata e ho suonato, soffrendo molto per il dolore, ma la
flautista che era con me non si accorse di niente. Dopo ho dovuto tenere la stecca
per venti giorni, ma avevo rispettato il mio impegno”.
Molta della tua attività professionale è rivolta ai bambini?
“Sì, e mi diverto molto con loro. Ho cercato di creare una scuola che sia anche
una specie di famiglia, con un ambiente sereno, privo di competizioni. Organizzo
saggi e pizzate proprio per sviluppare e rafforzare l’amicizia”.
Nei tuoi concerti spesso suoni con altri musicisti.
“Con Erika Guerrini suoniamo il piano a quattro mano ormai da 20 anni, mentre
con la flautista Lucia Neri suono da 18 anni e da 7 anni con il violinista Marco
Fornaciari”.
Cosa ti è pesato di più nella tua carriera?
“Dover suonare uno strumento che non potevo portarmi fuori all’aria aperta, ed
essere costretta a stare sempre nella stessa stanza. Ma oggi posso dire che quei sacrifici sono stati ampiamente ricompensati, perché faccio un lavoro che mi piace
molto”.
Qual è stata la soddisfazione più grande?
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“Mia figlia Veronica”.
Sì, non ho dubbi, ma io volevo sapere la tua soddisfazione in campo professionale…
“Non saprei, ce ne sono state tante, ad esempio, aver vinto un concorso internazionale subito dopo il diploma, oppure l’aver suonato al Goldoni, che è il teatro
della mia città, ma anche l’aver suonato con Fornaciari che è una persona meravigliosa, insomma, le soddisfazioni sono tante”.
Come hai conciliato il tuo essere mamma con una professione così impegnativa?
“Veronica per i primi 18 mesi non dormiva mai, era buona, ma la notte non
chiudeva occhio. Così mi comprai il pianoforte con le cuffie per non disturbare e
la notte approfittavo per studiare e tenerla vicino a me. Adesso mi alzo anche alle
5 del mattino per studiare, perché poi durante la giornata non voglio rinunciare
a seguirla, ad accompagnarla a scuola e a fare tutte le cose che fa una mamma”.
Cerchi di trasmetterle il tuo interesse per la musica?
“Veronica è nata con la musica, quindi è naturale che sia interessata, ma l’ho sconsigliata di intraprendere lo studio del pianoforte, perché non voglio starle troppo
addosso, se suonassimo lo stesso strumento inevitabilmente finirei per darle consigli e rischierei di diventare noiosa”.
“Da sei anni –ci racconta Veronica- studio invece il flauto. Uno strumento che amo
molto, ma non voglio fare come la mamma e dedicare tutta la vita a questo. Ho
anche altri interessi e hobby, ad esempio, mi sto dedicando con passione anche
alla pallavolo”.
A Veronica chiediamo cosa le piace di più della professione della madre.
“Mi piace seguirla durante i concerti, ma in modo particolare mi piace quando
suona insieme ad Erika. È molto bello vedere l’intesa che si è creata fra loro,
durante i concerti si scambiano delle occhiate e dei sorrisi per comunicare in un
linguaggio tutto loro, che hanno elaborato nel corso degli anni”.
Torniamo ad Alessandra. Un sogno nel cassetto?
“Poter realizzare una scuola di musica molto più bella per poter offrire di più agli
studenti. Semplicemente mi piacerebbe avere più soldi per poter organizzare anche corsi gratuiti per i bambini e non dover sempre dipendere dalle sovvenzioni”.
Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono costruire il loro futuro nel campo della
musica?
“Essere molto modesti ed avere rispetto per le persone che hanno più esperienza.
Cercare di capire subito per cosa sono portati per evitare di perdere tempo, e poi
aver fiducia nelle proprie capacità”.
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Paola Meschini,
dalla direzione dell’acquario alla dirigenza in Comune
14/03/09
Il suo nome per anni è stato legato all’Acquario comunale di Livorno, quando ancora
esisteva, ed il suo volto è noto per l’impegno speso, con molto amore, nel recupero e nella
cura delle tartarughe marine. Paola Meschini oggi è dirigente dell’Unità Organizzativa Servizi Bibliotecari, Museali e Culturali del Comune di Livorno. La sua storia professionale l’ha vista impegnata in molti ruoli ad incominciare dall’Università di Pisa,
dove dopo la laurea in Scienze Biologiche, ha lavorato come ricercatrice volontaria.
“Avrei voluto fare la ricercatrice in America, mentre mio padre mi consigliava di
fare il medico, ma io scelsi biologia perché a quel tempo era una facoltà che apriva
la strada alla ricerca, che amavo molto. Così dopo la laurea mi specializzai in Igiene e Sanità, che poi fu consentita solo ai laureati in medicina e dopo cominciai a
fare la ricercatrice volontaria. Il mio professore mi prospettò la possibilità di una
borsa di studio, che però non ho mai fatto in tempo ad usufruire perché ho iniziato a lavorare al Comune di Livorno”.
Come sei arrivata a questa scelta?
“Dopo poco fu indetto un concorso del Comune per un posto di biologo, dove
si richiedevano caratteristiche molto vicine al mio percorso di studi. Fui piuttosto
indecisa se partecipare o meno, ma tutti mi spingevano a provare, perché un posto
fisso è molto più sicuro del ruolo di borsista. Effettivamente vedendo la cosa a
distanza di tempo posso confermare che molti miei compagni di università non
ce l’hanno fatta a continuare nell’ambito della ricerca, ed hanno dovuto ripiegare
su altre professioni”.
Come hai iniziato questo nuovo lavoro?
“Mi chiesero di occuparmi dell’acquario che a quel tempo, era il 1981, era piuttosto trascurato ed aveva poco personale a disposizione. L’incarico mi piacque
subito, anche se non c’erano fondi disponibili, ma è un lavoro che ho fatto sempre
con molta passione, anche fra le mille difficoltà che si sono presentate”.
Hai avuto problemi in quanto donna?
“Ero molto giovane, ero appena laureata e mi chiamavano ‘la bimba’. Ero l’unica
donna in un gruppo di uomini, anche anziani che avevano più difficoltà ad accettarmi”.
E nell’ambiente universitario hai incontrato discriminazioni?
“No, all’università non ho mai avuto questi problemi, già a quel tempo c’erano
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tante donne e la Facoltà di Biologia era molto femminile. L’impatto c’è stato con
l’ingresso nel mondo del lavoro, dove ho dovuto cercare di essere molto collaborativa per conquistarmi la fiducia ed il rispetto di tutti. Portavo le persone che
lavoravano con me, a capire le cose tramite il ragionamento e a coinvolgerli il più
possibile nelle attività che programmavamo. Certo con qualcuno c’è voluto un po’
più di fatica, ma per carattere sono una persona mite, non credo di aver mai alzato
la voce. Non ho mai pensato che adeguarsi allo standard maschile fosse una cosa
positiva, le donne hanno capacità proprie per affrontare le cose, sicuramente in
modo diverso rispetto agli uomini, ma non per questo peggiori”.
Come hai conciliato il lavoro con la famiglia?
“Con grande fatica. Ho due figli, uno di 25 anni e una di 21, adesso grandi, ma
quando erano piccoli è stata molto dura. Non ho mai usufruito dei giorni di
astensione dal lavoro riservato alle madri quando hanno i figli malati, nonostante
ne avessi diritto e bisogno, infatti, il primo figlio dovetti addirittura ritirarlo dal
nido per una ripetuta serie di bronchiti. Ho sempre avuto babysitter, anche perché
i miei genitori non vivevano più a Livorno. Mio padre era originario dell’Argentario, venne a Livorno per lavoro quando io avevo due anni, quindi mi sono sempre
sentita labronica, ma lui appena è andato in pensione è voluto ritornare a Porto
Santo Stefano”.
In base alla tua esperienza pensi sia possibile per una donna conciliare lavoro e professione?
“Sì, anche se naturalmente bisogna essere disposte a fare molti sacrifici e bisogna
avere anche la fortuna di trovare una buona babysitter che ti permetta di stare
tranquilla”.
Quali sono state le tue soddisfazioni professionali più grandi?
“Per adesso sono legate al periodo in cui ho diretto l’acquario, da quando sono diventata dirigente dell’Unità Organizzativa Servizi Bibliotecari, Museali e Culturali
è iniziata una nuova fase della mia carriera, ma è ancora troppo presto per parlare
delle soddisfazioni, è poco tempo che mi trovo a ricoprire questo ruolo”.
Raccontaci allora del periodo trascorso all’acquario.
“La soddisfazione maggiore in questo campo l’ho avuta nell’essere riuscita a mantenere l’acquario all’interno del circuito nazionale degli acquari, nonostante il livello nel quale lo trovai. I riconoscimenti più belli mi sono venuti dalle scuole, dagli insegnati, dagli studenti, ma anche dai cittadini, che spesso mi hanno fermato
per strada per farmi i complimenti per il lavoro svolto con le tartarughe marine.
Nel 1990 siamo entrati nel circuito nazionale del recupero animali marini e questo
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è stato molto apprezzato dalla gente”.
La cosa che ti pesa di più nello svolgere il tuo lavoro?
“Il lavoro all’acquario era molto specifico e settoriale, mentre adesso con l’avanzamento di carriera devo gestire più settori e per ora ho un po’ di difficoltà nel ricordarmi tutto: biblioteca, cultura, musei, spettacoli, ricerca, rapporti con l’università
ed altre mille cose. La difficoltà più grande sta nel salto di modalità lavorativa, il
settore è molto grande, io ho una buona memoria, ma in questo periodo è messa
a dura prova”.
Un consiglio per le giovani donne?
“Non darei consigli, ognuno ha il suo carattere, le sue attitudini e le sue predisposizioni. L’unica cosa che posso dire è che come donna non mi metterei né in contrapposizione né in condizioni di scimmiottare l’uomo, perché le donne hanno capacità diverse ed è importante che mantengano il proprio valore. Purtroppo molto
spesso le prime nemiche delle donne sono le donne stesse, perché non riescono
ad essere solidali fra loro. Quelle che ricoprono ruoli di responsabilità spesso sono
criticate dalle stesse donne, ed invece, sono proprio loro che potrebbero capire i
problemi delle donne, ed aiutarle”.
Sei soddisfatta delle scelte lavorative che hai fatto?
“Sì, credo di aver dato molto al lavoro e senza trascurare la famiglia e i figli, due
aspetti molto importanti per le donne”.
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Giorgia Mariani,
dalla moda alla scrittura sempre con molta creatività
08/11/09
Bastano poche parole per richiamare l’interesse di una persona e a Giorgia Mariani,
romana, madre di ben 4 figli e sceneggiatrice per la televisione, ne sono bastate poche
per farmi capire che una chiacchierata con lei sarebbe stata piacevole e interessante da
inserire nel gruppo delle professioniste che possono trasmettere messaggi positivi a tutte
le donne e non solo.
L’ho ascoltata alla Fiera del Libro di Pontedera dove ha presentato il suo lavoro e ha
spiegato cosa vuol dire per lei scrivere. L’immagine che trasmette è quella di una donna
determinata, positiva e disponibile, infatti, ha accettato subito di entrare a far parte
del gruppo delle professioniste intervistate e ci siamo risentite telefonicamente per approfondire ulteriormente la sua esperienza di donna che con un lavoro impegnativo
non ha rinunciato ad essere 4 volte madre.
Torniamo indietro negli anni, fino al momento in cui comprendi che ti piace scrivere.
“Non c’è una data precisa da ricordare, mio padre faceva il giornalista, da piccola
ho sempre visto il suo studio come un luogo magico ed il ticchettio della macchina
da scrivere che usciva dalla stanza era per me una specie di sinfonia. Dall’altro lato
della casa c’era mia madre che lavorava con una macchina per la maglieria che
emetteva un altro ritmo. Mi piace ripensare alla mia infanzia fra questi suoni, che
catturavano la mia attenzione e la mia fantasia, inducendomi a pensare alle scelte
future. Alla fine ho attinto da entrambe le esperienze professionali dei miei genitori, ma sono sempre stata attratta più dal mondo della scrittura rappresentato da
mio padre. Ricordo ancora quando mi regalarono la prima Olivetti, era tutta rossa
e bellissima. Il regalo più bello che abbia mai avuto”.
Come hai assorbito e messo in pratica la professione di tua madre?
“A 18 anni avevo una grande voglia di essere autonoma, così per due anni sono
stata in Inghilterra a studiare e una volta tornata in Italia ho voluto vivere da sola
ed ho iniziato subito un’attività lavorativa creando maglioni molto particolari e
fantasiosi. Mio padre aveva un’agenzia di comunicazione, avrei potuto lavorare
con lui, ma in quel momento ho preferito diventare una piccola imprenditrice,
creare una mia collezione e girare per le fiere. Ricordo ancora la gioia di quando
mi ordinarono i primi 1000 maglioni”.
Ma evidentemente questa non era la tua strada.
“Sentivo che era un mondo troppo superficiale che non mi realizzava e poi non
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avevo le capacità del commerciante. Ci vogliono delle caratteristiche particolari, anche solo per farsi pagare quando si realizza un lavoro. In questi anni sono
nacquero i miei primi due figli, il primo nel ’84 e il secondo nel ’88 e spesso mi
muovevo con loro, portandomeli dietro agli appuntamenti”.
Quando hai deciso di cambiare strada?
“Quando offrirono a mio marito un lavoro come regista a Milano. Abbiamo lasciato Roma e questa è stata la svolta della mia vita. Ho sempre letto e scritto molto, anche se solo per me stessa, così decisi che potevo tentare di utilizzare questa
mia passione, sentivo che c’era qualcosa di diverso per me, che potevo fare altre
cose. Comincia a frequentare il mondo della televisione quando Canale 5 stava
crescendo e mi colpì molto vedere che c’erano molti giovani entusiasti, creativi,
dinamici e pieni di iniziative. Mio marito si occupava dei primi film di produzione italiana con Cristina d’Avena tratti dai cartoni animati giapponesi, mentre
io, insieme ad altri sceneggiatori, cominciai a lavorare proprio in questo settore,
nella trasposizione dei fumetti alla fiction per ragazzi. Fra le altre cose alcuni erano
molto hard e dovevano essere modificati. In quel tempo scrissi tantissimo e fu una
buona esperienza”.
Quando hai scritto la tua prima sceneggiatura?
“Cominciai in questo periodo. Il primo lavoro lo feci leggere al capo sceneggiatore
che mi disse che non era male, ma che se ne avessi scritte altre venticinque avrei
raggiunto un livello migliore. Senza scoraggiarmi continuai a studiare e a scrivere
fino a quando è stata accettata la mia prima sceneggiatura”.
Che cosa ti è servito di più per imparare questo mestiere?
“Sicuramente il poter stare sul set. Qui mi sono resa conta che si deve usare un
linguaggio nel quale la gente si ritrova, certo non deve essere sgrammaticato, ma
deve avere un’immediatezza, la gente si deve identificare. Un’altra cosa che mi ha
aiutato molto è stato l’aver capito subito che il lavoro dello sceneggiatore è molto
concreto. Non dobbiamo pensare alla figura romantica dello scrittore che cerca
ispirazione fra i fiori o davanti ad un tramonto, per scrivere una sceneggiatura si
usa un metodo che potremo definire ‘industriale’, nel senso che ci si rinchiude in
una stanza, si lavora con altri, ci si confronta apertamente, accettando anche le
critiche e soprattutto si rispettano i tempi che sono stati prestabiliti per terminare
il lavoro. Quando ho sceneggiato una fiction sapevo che ogni settimana doveva
essere pronta una puntata e dovevo necessariamente tenere questo ritmo”.
Qual è l’aspetto più bello di questo lavoro?
“Far parte di un gruppo, essere disponibili alle opinioni degli altri, smussare i
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propri lati negativi”.
Potresti definire la tua carriera una bella avventura?
“Sì, sicuramente, anche se mi rendo conto che oggi non è più così. All’epoca
eravamo in pochi e stava nascendo la televisione commerciale che rappresentava
un nuovo polo dove molta creatività affluiva. Nel ‘87 – ‘88 mi fu affidata la Tv
dei ragazzi di Canale 5 con Bim Bum Bam. Era la prima volta che facevamo una
trasmissione in diretta ed eravamo molto entusiasti. Certo avevamo lo sponsor e
quindi c’era anche la parte commerciale, ma non mancava certo la creatività, era
una trasmissione molto aperta. È stato un periodo di grandi soddisfazioni”.
Ed il tuo ruolo di mamma?
“Con due figli riuscivo ancora a gestirmi abbastanza bene, poi quando sono nati
gli altri due ho dovuto cambiare alcune cose. Nel frattempo mi ero trasferita fuori
Milano, in campagna ed era diventato indispensabile guadagnare di più, perché
altrimenti non mi sarebbe convenuto pagare babysitter e tata, sarebbe stato più
economico rimanere a casa. Così anche se quel tipo di lavoro mi appassionava
decisi di lasciare e di passare alle trasmissioni finanziarie dove si guadagnava meglio e avevo la possibilità di lavorare da casa. Anche questa è stata un’esperienza
importante che mi ha aiutato nella mia formazione”.
C’è poi stata un’altra svolta nella tua vita.
“Sì, nel 2000 siamo tornati a Roma e ho ricominciato da zero. All’epoca avevo
39 anni, ma non mi sono arresa, ho fatto i test per entrare nel gruppo di scrittura
della soap-opera Vivere e fui accettata come editor. Mi sono così trovata in un
gruppo di lavoro con tanti giovani ragazzi, e con umiltà mi sono messa al lavoro.
Mi ha aiutato molto la lunga esperienza di scrittura che avevo alle spalle e la capacità di gestire i rapporti. Dopo tre anni sono diventata head write (capo progetto)
e ho portato avanti questo ruolo per altri tre anni. Si tratta di un lavoro molto
usurante perché hai molte pressioni e responsabilità, hai dei ritmi frenetici, ogni
settimana devi necessariamente completare una puntata, qualsiasi cosa ti accada,
però è qui che ti crei il nome, che ti fai conoscere nell’ambiente. In questo periodo
ho affrontato diverse sceneggiature come quella di Cento Vetrine e sono successe
tante cose, anche molto tristi, nella mia vita privata, ma il lavoro mi ha aiutato a
superare tutto, è stato un’ancora di salvezza, più della famiglia e dei figli”.
Come si resiste ad un lavoro così impegnativo?
“Non si resiste, si tratta di un ruolo molto faticoso e non lo si può svolgere a lungo,
infatti, nel 2006 ho deciso di lasciare. Adesso scrivo sceneggiature mie, ma insieme
ad altre persone. Bisogna essere sempre pronti a lavorare con tutti”.
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Dai molta importanza alle relazioni con i colleghi?
“Sì, sono fondamentali. In un gruppo di lavoro bisogna avere l’umiltà di mettersi
sempre in discussione, di veder criticate le proprie idee. Solo così si riesce a portare
a termine una sceneggiatura”.
Tu sei anche autrice di Camici Bianchi. Come è andata questa fiction?
“È andata male, ma come professionista devo dire che non è stato un insuccesso.
C’è stato un forte boicottaggio da parte dell’ambiente medico e politico, sono
arrivate interpellanze ministeriali e la categoria dei medici è stata molto compatta
nell’ostacolare la messa in onda. Nella fiction abbiamo raccontato alcuni errori che
i medici fanno negli ospedali, gli sprechi, ma era presente anche la buona sanità.
Devo anche riconoscere però che il pubblico vuole essere distratto e una fiction
che affronta problemi reali non può essere molto amata. Dal punto di vista professionale è stata comunque una bella esperienza, abbiamo fatto un buon lavoro e
ne siamo soddisfatti”.
Ed i tuoi figli? Vogliono seguire le tue orme?
“I due maschi no, uno lavora nella cooperazione internazionale e l’altro vuole fare
l’astrofisico, ma le femmine sono rimaste nell’ambiente, la grande fa l’attrice e la
piccola sta seguendo le orme materne e ha già terminato di scrivere il suo primo
romanzo dal quale vuole trarre una sceneggiatura”.
Un consiglio per i giovani che guardano alla sceneggiatura come ad un possibile sbocco
professionale?
“Mi rendo conto che oggi non è facile entrare in questo ambiente. Prima di tutto
direi che è importante imparare a scrivere correttamente, attualmente alle selezioni per la scuola di sceneggiatura l’80% non viene accettato perché fa errori di ortografia. Inoltre, chi vuole diventare uno sceneggiatore deve conoscere la televisione,
e non avere un atteggiamento snobistico, come spesso ho incontrato”.
Ti sei mai sentita discriminata come donna in questo lavoro?
“No, se non con qualche personaggio particolare, ma niente di rilevante. Personalmente lavoro meglio con gli uomini perché sono più pragmatici, le donne sono
più cervellotiche, almeno in questo settore”.
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Una donna nel regno della natura,
Anna Roselli alla direzione del museo di Villa Henderson
14/11/09
La scenografia è stupenda. La villa Henderson di Livorno accoglie il Museo di Storia
Naturale del Mediterraneo con tutti gli onori e le strutture adeguate. Una storia che
viene da lontano, che la sua direttrice Anna Roselli ci racconta con passione, perché
il suo amore per le scienze naturali e la sua professione sono profondamente legate a
questo museo, così tanto che talvolta sembrano quasi confondersi fra loro.
Quando è avvenuto il primo incontro con le Scienze Naturali?
“Durante il periodo del liceo avevo già l’interesse per le materie scientifiche, ma
il primo contatto con un museo di storia naturale l’ho avuto quando il museo
labronico si trasferì dai locali dell’acquario agli scantinati del liceo, allora in via
Crispi. In quegli anni l’unico dipendente della Provincia assegnato al museo era
Gianfranco Barsotti, ma intorno a lui c’era un bel gruppo di volontari appassionati che organizzavano incontri, seminari e progetti di ricerca, tutti aperti alla città.
Così in quinta liceo mi avvicinai al museo per scoprire cosa facevano e non l’ho
più lasciato. Ma il mio vero mentore, colei che ha saputo indirizzare la mia passione, è stata soprattutto l’insegnante di scienze del liceo, la professoressa Dietrich,
molto brava ed esigente, che seppe trasmettermi l’amore per le scienze naturali”.
Una passione che ha indirizzato la scelta universitaria.
“Sì, infatti, mi iscrissi subito a Scienze Naturali, una facoltà che all’epoca frequentavano in pochi perché era molto pesante, con un piano di studi obbligatorio che
tendeva a formare naturalisti un po’ vecchio stampo, del tipo ottocentesco, che
dovevano sapere un po’ di tutto dalla zoologia, alla geologia, alla botanica. Il primo anno eravamo 35 studenti e questo ci permetteva di avere un buon rapporto
con i professori e di poter organizzare e partecipare ad esperienze da vero naturalista sul campo. In quegli anni poi all’università c’erano grandi nomi come Floriano
Papi, un’autorità sull’orientamento degli uccelli. E proprio con lui ho svolto la mia
tesi di laurea”.
Su quale argomento?
“Il professore dava tesi sull’orientamento dei colombi, ma io non ero tanto interessata agli animali domestici, preferivo occuparmi di quelli selvatici, così insistetti
con lui per avere una tesi sulla capacità di ritornare nei luoghi di svernamento dei
passeriformi, cioè quel fenomeno che chiamiamo di homing. Così per due inverni
ho inanellato passeriformi nei boschi di San Piero a Grado dove la facoltà aveva
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una struttura di appoggio”.
Contemporaneamente continuava a frequentare il museo di storia naturale?
“Sì. Nel frattempo il museo si era trasferito a villa Henderson, ma l’edificio doveva
essere ancora ristrutturato, non c’erano spazi espositivi, però il gruppo di volontari
continuava la sua attività ed io con loro”.
Dopo la laurea è stato difficile inserirsi nel mondo del lavoro?
“Inizialmente sono stata impegnata a strutturare progetti per il museo sulla didattica. All’epoca non potevamo portare i ragazzi in villa perché non ancora adeguata
e quindi andavamo noi nelle scuole. Questa è stata un’attività che mi ha permesso
di rimanere al museo, che nel frattempo cresceva con i primi restauri. Nel ’88 la
persona che affiancava Barsotti andò in pensione e questo fu un caso fortunato
per me, perché mi permise di partecipare al concorso indetto dalla provincia e
di vincerlo. Iniziai così la mia carriera, ero dipendente, giovane laureata e molto
entusiasta e mi buttai nella professione seguendo diversi aspetti, oltre a quello
museale, anche quello della ricerca scientifica”.
Con la ristrutturazione di villa Henderson il museo cominciava a risolvere i suoi decennali problemi.
“Solo parzialmente, infatti, cominciavamo ad avere la struttura, però era prevalentemente vuota. Così aderii subito alla chiamata che in quegli anni fece il museo
di Storia Naturale di Milano per la messa in rete di musei, università e centri di
ricerca nel progetto sui cetacei spiaggiati sulle nostre coste. Iniziò così nel 1988
una nuova avventura che ci vide diventare unità operativa per il recupero dei
cetacei spiaggiati, per il loro campionamento, per la misurazione e la pesatura, la
conservazione della parte scheletrica, insomma per raccogliere tutti quei dati utili
alla ricerca scientifica”.
Quali vantaggi ha portato al museo questo progetto?
“Da allora il museo passò dall’avere un solo esemplare intero di cetaceo a possederne circa una trentina. Il caso più importante fu la balenottera del ’90, che
rappresenta oggi, con i sui 19 metri e 60 centimetri, lo scheletro più grande in
esposizione”.
Come si recupera un cetaceo così grande?
“Non è stato semplice. La balenottera si arenò nel ’90 a Calambrone ancora viva,
così il nostro impegno iniziale fu quello di riportarla in mare aperto con la speranza che potesse sopravvivere. Nel giro di 24 ore grazie ai mezzi dei Vigili del Fuoco,
della Marina, della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e con i rimorchiatori del
Neri riuscimmo a riportarla a largo e la seguimmo nei suoi spostamenti, ma le
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speranze si infransero otto giorni dopo quando si spiaggiò, questa volta morta,
nel porto di Piombino. Iniziò un lavoro molto faticoso perché pur essendo stata
portata alla discarica, l’asl e le autorità locali ci dicevano che puzzava e dovevamo
fare presto. Così per sei giorni, in modo continuativo, aiutati dalle fotoelettriche
nella notte, provvedemmo a campionarla, fotografarla, misurarla e eseguimmo
una prima scarnificazione. A quel punto fu portata alla discarica di Livorno dove
fu lasciata per un mese in un’apposita vasca per far marcire le ultime parti rimaste
attaccate allo scheletro e poterla poi ripulire perfettamente”.
Oggi lo scheletro troneggia imperioso nella sala del mare e dà prestigio al museo.
“Anche la sala del mare fu una bella avventura. Avevamo lo scheletro che fu studiato e divenne oggetto di diverse pubblicazioni, ma non avevamo un luogo adatto
alla sua esposizione, infatti, le sale del museo arrivavano al massimo a 18 metri di
lunghezza. Avevamo due soluzioni: smontare e immagazzinare lo scheletro oppure
attivarsi per cercare finanziamenti e costruire una nuova struttura adeguata ad accogliere la balenottera. Ci muovemmo in questa seconda direzione. Così è nato il
nostro museo, pezzo dopo pezzo, con l’impegno e l’entusiasmo di molti”.
Si è mai sentita discriminata in quanto donna?
“No, non ho mai avuto problemi, neanche nelle attività sul campo. In questo
settore ho lavorato prevalentemente con gruppi al maschile, ma senza difficoltà,
neanche quando ho dovuto affrontare situazioni particolari come il doversi arrampicare su una scogliera o fare il censimento degli uccelli anche da sola su strade
isolate. Non mi sono mai posta problemi e non ho mai avuto difficoltà”.
E conciliare il lavoro con la famiglia?
“Questa è una cosa più difficile. Io ho un figlio, ma per fortuna ho anche avuto
molto aiuto dai nonni”.
Un consiglio per le giovani donne?
“Oggi è difficile dare consigli. Io sono ancorata ad un’esperienza molto positiva,
anche se dubito che oggi ci siano le stesse basi e le stesse opportunità che ho avuto
io. Le persone della mia generazione non hanno una reale visione degli effettivi
cambiamenti che invece i giovani stanno vivendo. L’unica cosa che mi sento di
consigliare è l’importanza di scegliere una strada che abbia almeno qualcosa che
appassioni. Capisco che bisogna scegliere anche sulla base delle prospettive di lavoro futuro, ma bisogna cercare di conservare almeno in parte le proprie passioni”.
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Darya Majidi,
conoscere se stesse e credere nell’innovazione tecnologica
24/01/10
Si è trasferita dall’Iran quando era ancora una ragazzina, senza conoscere l’italiano,
ma con determinazione ha intrapreso una carriera scolastica eccellente. Incontriamo
Darya Majidi nel suo nuovo ufficio di assessora all’innovazione tecnologia e di sistema
del Comune di Livorno, dove le chiediamo di raccontarci la sua storia.
“Nasco a Teheran nel 1968, ma durante la rivoluzione iraniana con tutta la mia
famiglia ci siamo trasferiti in Italia. Mia madre è per metà italiana e per metà
austriaca, mentre mio padre è iraniano. Il Farsi è la mia lingua madre e quando a
12 anni arrivai a Livorno non conoscevo bene l’italiano. Ricordo che mia mamma
mi portò ad un colloquio con gli insegnanti, che io sostenni in inglese, durante il
quale si doveva decidere se avrei potuto inserirmi in seconda media, in base alla
mia età o avrei dovuto ripetere un anno per avere il tempo di imparare la lingua.
Gli insegnanti di matematica e di inglese dissero che non avevano problemi ad
ammettermi alla seconda perché ero più avanti rispetto al programma da loro
seguito, ed anche la professoressa d’italiano, donna eccezionale, si espresse a favore, perché sostenne che avrei recuperato durante l’anno. E così feci. Ero molto
più avanti in matematica e in inglese, rispetto ai miei compagni e mi capitava di
uscire durante queste lezioni per recuperare con l’italiano, la storia e la geografia.
Grazie a questa insegnante non persi l’anno e mi sono sempre trovato bene nella
mia carriera scolastica”.
Come hai proseguito gli studi?
“Con il liceo scientifico, dove andavo bene nelle materie scientifiche, ed avevo
qualche problema a latino, ma comunque sono riuscita a diplomarmi con 60/60.
Ci fu poi il problema di scegliere cosa fare all’università. Io dico sempre che coloro che fin da piccoli hanno ‘il fuoco dentro’, sanno cioè cosa faranno da grandi,
hanno una passione che li spinge sin da piccoli in una direzione, sono molto fortunati. Io non lo avevo questo fuoco e per di più andando bene un po’ in tutte le
materie, non era facile prendere una decisione. La mia professoressa mi consigliava
matematica, ma io vidi in informatica una facoltà più moderna e trasversale, nel
senso che poteva applicarsi a diverse discipline. Una scelta di cui non mi sono mai
pentita. La mia tesi di laurea fu sull’intelligenza artificiale applicata alla medicina.
Era un sistema che aiutava i medici a fare le diagnosi in campo neurologico, in
pratica si trattava di un computer che emulava il processo diagnostico di un clini-
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co con algoritmi e reti neurali. Il lavoro andò molto bene e mi chiesero se volevo
restare all’università per il dottorato. Fare ricerca mi piaceva, ma non ero convinta
di rimanere nell’ambiente universitario, comunque fra un’incertezza e l’altra dedicai alla ricerca e ai progetti europei tre anni. Contemporaneamente però feci
delle consulenze e mi specializzai nell’informatica medica, dalla quale ero appunto
partita con la tesi e che mi portò nel ’96, quando avevo 28 anni a fondare la mia
prima azienda, la Synapsis, specializzata in sistemi informativi sanitari, quindi
destinati ai medici e agli ospedali”.
Com’è andata questa prima esperienza lavorativa?
“Molto bene. Siamo partiti in tre soci e ben presto abbiamo raggiunto una trentina di dipendenti, ed abbiamo lavorato con importanti imprese come la Siemens.
Nel 2002 ci siamo trovati a competere nelle gare pubbliche con i big del settore
dove lo scontro spesso avveniva non solo sulle competenze e l’innovazione, ma la
dimensione aziendale era fondamentale. Così nacque l’idea di far entrare un fondo
d’investimento in azienda, e in questa occasione ho frequentato diversi corsi di
formazione cosiddetta finanza innovativa ed il mondo dell’equity. Il 2003 fu un
anno difficile, perché fu dato un approccio molto finanziario e poco industriale
all’azienda e io non ero d’accordo. All’epoca ero presidente del consiglio di Amministrazione e decisi che nel 2004 avrei avuto la responsabilità diretta di un budget
importante, sul quale avrei lavorato per portare dei risultati. Fu una bella sfida,
a febbraio però scoprii di essere incinta, a marzo mi nominarono presidente dei
giovani di Confindustria! Nel frattempo erano partite le trattative per l’acquisto
della Synapsis da parte di una azienda leader del settore, cosa che poi è andata a
buon fine, ed oggi l’azienda fa parte di una holding di cui sono socia”.
Un anno importante per molti aspetti.
“Sì, nacque mia figlia e io mi impegnai molto in Confindustria facendo attività
con i giovani, con le scuole, realizzando molti progetti di orientamento per i ragazzi, simulazioni d’impresa, viste nelle aziende, svolgemmo un lavoro molto intenso
per diffondere la cultura del lavoro nelle scuole. Un impegno che è stato apprezzato, perché nel 2006 sono stata eletta vice presidente di Confindustria con delega
alle innovazioni. Nel 2006 però ho anche fondato la mia secondo azienda, la Daxo
che si occupa di informatica nel settore mobile: diamo la possibilità agli operatori
delle aziende industriali in ambiti quali la logistica, la nautica, il manifatturiero di
accedere a dati aziendali in tempo reale con palmari industriali”.
Come ti è nato questo nuovo interesse?
“Gli ultimi progetti che avevo curato con la Synapsis si erano orientati verso la
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telemedicina, per consentire ai medici di avere i dati del paziente su un palmare
trasportabile direttamente nelle case degli ammalati e continuare a dialogare con
altri medici e con l’ospedale. In questa esperienza ho capito l’importanza del palmare, dell’avere dati e informazioni fruibili anche da postazioni non fisse. La Daxo
sta andando molto bene, siamo una ventina di persone ed abbiamo aperto una
sede anche a Dubai. Nel frattempo sono partite delle collaborazioni con alcune
università, perché nel 2005 ho preso un master di strategia di governance aziendale al dipartimento di Economia di Pisa”.
Uno studio continuo.
“Credo molto nella formazione, nell’essere sempre aggiornati non solo sulla tecnologica, ma anche nella parte gestionale, nel mio mestiere forse è la cosa più
importante e così ogni tanto mi regalo un corso. Un’esperienza molto bella è stata
quando la Comunità Europea, di sua spontanea volontà, scelse 20 giovani imprenditori e ci invitò a fare un master di una settimana dal titolo “From technology to business” e ci dettero gli strumenti per trasformare la tecnologia in impresa.
A quel tempo avevo già la mia azienda, ma quello che ho imparato in quel corso
sul marketing, la parte commerciale, le pubbliche relazioni e altri aspetti è stato
importantissimo. Ed infatti, decisi di organizzare un corso in Camera di Commercio per ridare le cose importanti che io avevo avuto in questa formazione, ad
altre donne. Facemmo un corso molto interessante con 20 ragazze, dove spiegavamo l’informatica come modello di business, con il commercio elettronico, con la
creazione di reti fra persone, fra aziende. La tecnologia spesso è vista dalle donne
come un problema, ed invece è importante far capire che può essere amica e ci può
aiutare. Ad esempio, quando sono stata in maternità i miei clienti non se ne sono
accorti, perché avendoli sempre seguiti per e-mail ho potuto continuare anche in
quel periodo da casa. La tecnologia può essere amica, negli Stati Uniti 400 mila
persone vivono solo di e-bay, comprano e vendono stando a casa e riescono così a
conciliare vita professionale e famiglia, anche se devo dire che personalmente vivere solo di telelavoro non mi piace, perché toglie una parte importante, che è quella
sociale, con i rapporti e le amicizie che si creano sul posto di lavoro”.
Ti sei mai sentita discriminata come donne?
“Nella scuola assolutamente no, e neanche all’università dove su circa 600 matricole eravamo solo una cinquantina di donne, infatti, ci conoscevamo tutte fra noi
ragazze e forse i maschi ci coccolavano anche un po’, essendo poche.
Nel mondo del lavoro le donne inizialmente non sono discriminate, solo in seguito, quando si pongono il problema se fare o meno figli arrivano i problemi: nelle
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aziende gli uomini vivono questa fase come un problema, perché pensano che le
donne con la maternità e i bambini piccoli non potranno più dedicarsi al lavoro
come prima. Nella mia azienda cerco di dare il massimo alle donne per poter far
conciliare le due cose, nel nostro settore si lavora ad obiettivo e non ad ore, quindi se una donna arriva un po’ in ritardo perché deve andare dal pediatra non ha
importanza se poi l’obiettivo è stato portato avanti. I dati ci dicono che in Italia
solo il 46% delle donne lavorano, contro il 70% delle donne negli Usa o nei paesi
del nord Europa, ma nello stesso tempo fanno anche meno figli. Sono due dati
apparentemente contrastanti, in realtà credo che in Italia le donne lavorino molto
in nero, con tutte le conseguenze che questo comporta”.
Come concili la famiglia con la tua attività lavorativa?
“Le donne italiane hanno spesso un atteggiamento particolare verso il loro ruolo
di madre, considerandolo il vero lavoro. Mi è capitato di vedere sguardi di rimproveri quando non posso partecipare ad una riunione al nido frequentato da mia
figlia, fissata nel primo pomeriggio. Ognuna di noi ha delle priorità, certo se ci
sono dei problemi la mia bambina ha la precedenza e mi organizzo per partecipare, altrimenti mando chi può sostituirmi. Nella nostra azienda il weekend è sacro,
perché è giusto che ognuno di noi durante la settimana dia il massimo, ma il fine
settimana si dedica interamente alla famiglia. Non è facile conciliare le due cose,
ma credo che alle donne manchi un po’ di grinta, e purtroppo sono condizionate dalla cultura che hanno intorno, dalle persone del proprio ambito familiare.
Le donne devono acquistare la consapevolezza delle loro priorità, mentre molte
accettano che siano gli altri a stabilire cosa devono fare, ad esempio la madre a
tempo pieno, e poi si ritrovano a 40 anni con i figli grandi, e nient’altro per loro.
L’altra faccia della medaglia sono le donne che hanno completamente rinunciato
alla parte affettiva, e anche questo non va bene, l’ideale sta nel mezzo, cercando di
conciliare gli orari. Personalmente riesco a portare avanti tutto grazie ad una rete
di donne che ho intorno a me, formata dalla nonna, la zia, la babysitter, ma anche
la lavanderia, la signora che fa le lasagne ecc., però la domenica il dolce lo facciamo
insieme in famiglia”.
Qual è il tuo nuovo ruolo di assessora?
“Uno dei compiti è di snellire la burocrazia e portare i servizi della pubblica amministrazione al cittadino rendendoli tutti accessibili on-line. Stiamo facendo delle
connessioni con la banda larga fra il Comune e le scuole per dare la possibilità
ai ragazzi di poter usufruire dei servizi di internet, cerchiamo di avvicinare gli
anziani alle tecnologie con dei punti assistiti chiamati PASS, stiamo realizzando
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gli sportelli unici per semplificare la burocrazie delle imprese. Ma innovazione
ovviamente non è solo informatizzazione, ma è competitività del territorio. Questo aspetto lo stiamo affrontando con un tavolo delle innovazioni che lavora sulle
linee strategiche per il futuro della città, ad esempio con la creazione di laboratori
di ricerca per permettere ai cosiddetti ‘cervelli’ di rimanere nella nostra città e non
scappare. A questo proposito vorrei fare un appello alle donne, invitandole a non
temere la tecnologia e ad indirizzare i loro studi in discipline tecnologiche dove
il lavoro c’è e soprattutto frequentare l’università con convinzione e non viverla
negativamente come un parcheggio sociale”.
Come vedi oggi il ruolo delle donne iraniane?
“Quando vivevo in Iran le donne non erano obbligate a portare il velo e godevano
di più libertà. L’errore che però ha fatto lo Scià è stato quello di voler occidentalizzare troppo velocemente l’Iran. Si racconta di militari che strappavano il velo alle
donne con la forza, ma il velo per molte, soprattutto quelle più anziane, era segno
di protezione, di dignità. Un conto sono le giovani donne che consapevolmente
se lo tolgono altro è strapparlo a donne cinquantenni che orami lo hanno nel loro
dna. C’è poi stato il mito della rivoluzione, del bene sociale, della democrazia,
cosa che poi di fatto non c’è stata, perché dopo la venuta di Khomeini le donne
hanno perso molti diritti civili. Dall’altro canto però il numero delle donne che
ora sta andando all’università è aumentato, abbiamo professoresse universitarie,
una donna ministra, la scolarizzazione è molto elevata, su internet dopo l’inglese
e il cinese la terza lingua è il persiano, questo perché tantissime persone che sono
uscite dall’Iran dopo la rivoluzione erano parte della società colta, ed hanno creato delle comunità molto vive nel resto del mondo. L’immagine che si vuole dare
del paese retrogrado è assolutamente falsa, nella realtà l’Iran ha una tecnologia
molto elevata. Purtroppo sono la libertà, i diritti civili che in questo momento
non ci sono, ma non c’erano neanche ai tempi dello Scià. L’occidente non può
continuare a pensare di poter esportare la democrazia, perché questa deve nascere
dall’interno. In questo momento in Iran ci sono le donne e i giovani che stanno
facendo una rivoluzione culturale lenta, lasciamo che la facciano, sarà lenta, ma se
viene dal popolo sarà stabile. Non nascondiamo con ideologie di libertà interessi
economici”.
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Maria Giovanna Trivella,
la difficile e appassionante carriera della ricercatrice
05/05/12
Per diventare ricercatrice o ricercatore scientifico occorre un’energia vulcanica che nasce
dal profondo, ed abbia la capacità di travolgere tutto ciò che si incontra sul percorso,
compreso gli ostacoli, che come è ben noto in Italia non mancano. Sì, la vita del ricercatore è affascinate, interessante, ricca di emozioni, ma faticosa da percorrere proprio
per le sue “condizioni ambientali”. Maria Giovanna Trivella è Prima Ricercatrice Cnr
in ambito medico Cardiologa e il suo amore per la ricerca scaturisce subito dalle sue parole, con quell’intensità che solo un’eruzione può avere. Ma Maria Giovanna Trivella
è nota non solo in campo scientifico, ma anche per il suo impegno sociale e politico che
l’ha vista negli ultimi anni combattere battaglie altrettanto importanti.
Ma andiamo per ordine e chiediamo a Maria Giovanna come è iniziata la sua passione per la medicina e per la ricerca.
“Da bambina amavo molto le materie letterarie, la filosofia, la poesia ed anche la
geografia. Il ’68 con tutta la sua ventata di ribellione e innovazione mi ha trovata
mentre frequentavo il Liceo Classico, quando già la voglia di raggiungere la parità
fra uomo e donna era grande”.
Tempi difficili per le pari opportunità…
“Sì, mi ricordo che non riuscivo a capire perché dovevo essere diversa dai ragazzi e
fin da piccola quando volevo andare in bicicletta prendevo quella di mio zio, non
accettavo il fatto che dovevamo distinguerci anche pedalando. Mia madre era molto severa, da giovane praticavo atletica con tanta passione, ma lei veniva sempre
ad assistere agli allenamenti e quando in quinta Ginnasio ebbi la media migliore
della scuola e vinsi un viaggio in Grecia, lei non mi mandò. Sentivo dentro che il
rapporto fra uomini e donne doveva cambiare, che non potevamo continuare ad
essere diverse, a non avere le stesse opportunità”.
E la passione per la medicina?
“Mio padre era un medico e sicuramente è riuscito a trasmettere a me, ma anche
a mio fratello e mia sorella, entrambi medici, la passione per questa professione.
Mio padre non era un medico qualsiasi, ma ‘il’ medico di tutti: la gente ancora
oggi mi racconta che quando arrivava lo chiamavano professore, ma quando andava via era diventato Piero, perché in lui vedevano una persona di cui fidarsi, su cui
contare. Ci fu anche un episodio molto doloroso, ero ancora al liceo quando morì
un caro amico di famiglia di leucemia a soli 18 anni, da allora cominciai a pensare
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che non fosse giusto morire così e questo portò ad indirizzarmi verso la ricerca”.
Nelle sue parole si coglie un grande amore e una grande stima per suo padre.
“Indubbiamente. Mio padre è stato prima cardiologo e poi primario di pneumologia, una volta andato in pensione ha fondato un’associazione per la cura oncologica ed è riuscito a far realizzare in Toscana la prima Unità di Oncologia. Mi ha
fatto molto piacere quando alla sua memoria sono stati dedicati i giardini sul lago
Trasimeno, dove era nato, e una strada a Cisanello. Qualcuno voleva che fosse una
via più grande e importante, ma io ho voluto che rimanesse questa, vicina all’ospedale, perché si adattava al suo carattere semplice e di uomo di scienza”.
Torniamo a lei e al suo percorso universitario e all’ingresso nel mondo della ricerca.
“Mi sono laureata in medicina nel 1976, nell’ottobre del 6° anno, con una tesi
sull’infarto con il professor Claudio Giorgetti come relatore. Quell’anno a maggio
mi ero sposata, il 28 ottobre discussi la tesi ed il 7 novembre ero a colloquio con il
professor Donato del Cnr, che mi chiese quando sarei stata disponibile a cominciare a fare ricerca; io gli risposi che avevo portato con me il camice. Così iniziai e
da allora non ho mai lasciato il Cnr. Nel ’78 sono diventata mamma, nel ’83 dopo
sette anni di precariato, entrai di ruolo e nel ’86 vinsi una borsa di studio per gli
Stati Uniti a Seattle”.
Ha potuto dire il doppio sì: alla carriera e alla vita familiare.
“È stato faticoso, ma devo dire che è stato possibile perché ho condiviso queste
scelte con mio marito. Ricordo che quando facevo le guardie mediche restavo
fuori casa un giorno e mezzo, così lui mi portava a vedere il bambino. Quando
andai in America, dove sono rimasta 13 mesi, mi fece una sorpresa, prese sei mesi
di aspettativa dal suo lavoro d’ingegnere e mi raggiunse con nostro figlio. Certo, il
doppio sì non è stato completo, mi sarebbe piaciuto avere altri figli, ma delle scelte
vanno comunque fatte”.
Com’è andato il rientro dall’America?
“Avrei potuto rimanere a Seattle, ma la famiglia era in Italia, così rientrai in Fisiologia Clinica continuando la ricerca e nel 1989 sono diventata responsabile del
laboratorio. In quegli anni cominciò anche a nascere l’impegno politico e sociale”.
Qual è stata la molla che ha fatto scattare l’impegno politico?
“Le vicende del fenomeno che chiamiamo Tangentopoli. Mi colpirono molto e
mi spinsero a decidere di impegnarmi a livello circoscrizionale per cercare di riformare la politica, interessandomi soprattutto del settore sociale, con l’incarico di
presidenta della commissione dedicata a questo settore, avuto per ben due mandati. Questo ruolo mi ha permesso di dedicarmi agli anziani, agli adolescenti, ai rap-
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porti dei servizi con il territorio ecc… Ho cominciato con il movimento Sinistra
Oltre, poi sono passata ai Democratici di Sinistra, poi alla Margherita, ed infine, al
Partito Democratico, con il quale mi sono candidata alle ultime elezioni politiche.
Attualmente sono Presidenta del Consiglio Cittadino per le Pari Opportunità del
Comune di Pisa”.
Ritorniamo alla carriera professionale. Come è proseguita?
“Sin dagli anni 90, quando l’IFC (Istituto di Fisiologia Clinica) si è aperto all’attività sanitaria d’urgenza e territoriale, mi sono dedicata alla cura di pazienti cardiopatici e alla valutazione cardiologica di coloro che dovevano essere inseriti in lista
per trapianto di fegato. Ho maturato competenze nei percorsi di validazione dei
dispositivi biomedicali e nelle nuove tecnologie. Sono, inoltre, membro del Direttivo dell’Associazione Oncologica Pisana dal 1998 e successivamente sono entrata
a far parte anche del Comitato Tecnico Scientifico dell’Istituto Toscano Tumori,
che mi ha portato ad occuparmi delle problematiche di pazienti in ambito oncologico. In base a tale esperienza ho sviluppato e proposto un percorso di riflessione
contro la frammentazione della medicina, che mi è valso, insieme con Giuseppe
Rainaldi dell’IFC, il premio dell’European Science Foundation per l’Exploratory
Workshop “Molecular signaling in cardiovascular and oncological disease: similar
and shared pathways”. Ho partecipato a numerosi progetti nazionali e internazionali e sono attualmente coordinatrice di un progetto europeo sulla sensorizzazione
del cuore artificiale”.
Quanti tetti di cristallo ha incontrato?
“Molti, sia in campo professionale che politico, anzi, devo dire che forse in politica ce ne sono di più. Sono sempre andata avanti con determinazione, non
lasciandomi scoraggiare dalle difficoltà. Molti mi dicevano che la professione della
ricercatrice non era adatta per una donna, ma io volevo fare questo e sono andata
avanti senza titubanze. E così in politica, ho subìto anche episodi di mobbing, ma
non vi ho mai dato molto peso perché ho sempre messo avanti l’obiettivo al quale
volevo arrivare e non mi sono mai sentita frustrata”.
Qual è oggi secondo lei il problema maggiore delle donne?
“Ce ne sono molti, ma ciò che mi viene in mente per primo è quello relativo alla
forbice salariale fra i generi. In questo periodo di crisi economica per le donne è
sempre più difficile trovare un lavoro e quando lo si ha è difficoltoso farsi pagare
allo stesso modo di un uomo. Questo riguarda soprattutto le giovani donne e
rischia di creare l’impossibilità di avere un’indipendenza economica che è invece
indispensabile, perché permette alle donne di uscire dalle violenze familiari, che
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purtroppo l’attualità ci mostra sempre più pressanti, ed essere libere di scegliere il
loro futuro esclusivamente sulla base di ciò che desiderano”.
Cosa si sente di consigliare alle giovani donne?
“Di non lasciarsi mortificare da questa società e difendere la propria professionalità e le proprie aspirazioni con tutte le forze, anche se mi rendo conto che bisogna
accettare dei compromessi per sopravvivere”.
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Alessandra Tortora e Elisa Carrubba,
fisica e ingegnera per professioni sempre più al femminile
30/05/12
Sono due giovani donne e si sono inserite nel mondo del lavoro esclusivamente grazie
alle loro competenze. Hanno studiato molto, ed hanno avuto il privilegio di trovarsi al
posto giusto al momento giusto. Fortunatamente queste cose ancora accadono e loro ne
sono la testimonianza. Le incontriamo alla Kayser, azienda di ingegneria aerospaziale,
dove sono assunte a tempo indeterminato.
Alessandra Tortora è nata a Napoli nel ‘76 dove si è laureata in Fisica, mentre ha
conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Firenze. È alla Kayser dal 2006 con
la qualifica di progettista e in alcuni casi di project manager di piccoli e medi progetti.
Elisa Carrubba è nata a Livorno nell’81, è laureata in ingegneria delle comunicazioni all’Università di Pisa dove ha conseguito anche il dottorato in elettromagnetismo
applicato. Dal 2010 è alla Kayser, ed è stata assunta a tempo indeterminato a partire
dal 2012. È project engineer relativamente agli aspetti di radiofrequenza e project
manager per piccole e medie commesse.
Durante il percorso di studio avete avuto difficoltà in quanto donne?
Alessandra Tortora: “Io non ho avuto alcun problema, al primo anno eravamo il
50% degli iscritti totali, così come alla facoltà di matematica e di scienze naturali.
Sono materie che piacciono alle donne e le fanno volentieri. Anche rispetto agli
insegnanti non ho incontrato alcuna difficoltà in questo senso, molti docenti erano donne”.
Elisa Carrubba: “Quando mi sono iscritta nel 2000 non c’erano molte donne,
circa 30 su un totale di 200 studenti, probabilmente le telecomunicazioni risultavano meno interessanti alle ragazze rispetto ad altre ingegnerie come la gestionale,
la civile ecc. Andando avanti negli anni il numero degli studenti si è complessivamente ridotto e le donne sono quelle che hanno resistito maggiormente, così alla
fine c’è stato un bilanciamento fra i due sessi. Nel dottorato di ricerca invece ho
visto sempre più donne che uomini, ed il professore che mi ha seguito in questa
fase non ha mai fatto alcuna discriminazione, con lui ho sempre avuto un ottimo
rapporto. Ingegneria resta comunque una materia più maschile, oggi le iscrizioni
sono globalmente calate, l’accesso al lavoro è difficile e questo è demotivante,
soprattutto per chi è meno determinato. Perché uno dovrebbe fare tanta fatica se
poi ha le stesse probabilità o addirittura meno, rispetto a chi ha un diploma tecnico o una laurea generica? Durante l’università ho incontrato solo due professori
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misogini: una donna che propendeva più per gli uomini e un insegnante molto
anziano. È stato più difficile affrontare l’esame, ma alla fine con una buona preparazione non era impossibile superare l’ostacolo”.
La vostra strada verso l’inserimento lavorativo è stata veloce. A cosa lo attribuite?
Alessandra Tortora: “Io non la definirei una strada veloce, perché dopo l’università
ci sono stati gli anni di dottorato, che sono tre e sono lunghi e non ti danno nessuna certezza per il futuro. Il dottorato è un periodo di completamento, ma sempre
a livello di studio. Dopo questo dobbiamo aggiungere ancora qualche altro mese
di precarietà con qualche assegno di ricerca. Da quando ho iniziato l’università a
quando sono entrata nel mondo del lavoro sono passati circa 8-9 anni. Un processo di formazione lungo, che poi però ha dato i suoi frutti perché c’è stato l’ingresso
in un’azienda di alto livello”.
Elisa Carrubba: “Sì, concordo, il processo che ci ha portato al mondo del lavoro è
stato lungo, anche perché in Italia il dottorando non è conosciuto e non è riconosciuto come dovrebbe. È inteso solitamente come un parcheggio, mentre è un’occasione unica e impegnativa per acquisire nuove conoscenze. Possiamo dire che
siamo state fortunate nel panorama attuale, ma è brutto usare la parola ‘fortuna’,
perché il lavoro è un diritto di tutti e non una fortuna solo per alcuni”.
Il dottorato è stato determinante? Non sareste arrivate alla Kayser senza?
“Non è detto. Fra tutti i dipendenti della Kayser, circa una quarantina, siamo solo
in quattro ad averlo, quindi non vi è uno sbarramento legato al dottorato”.
Lo rifareste?
Alessandra Tortora “Sì. È stata una bella esperienza di vita, compreso l’anno che
ho trascorso a Parigi”. Elisa Carrubba: “La stessa cosa vale anche per me. Io sono
stata un anno in Olanda all’Agenzia Spaziale Europea, dove ho avuto anche un’opportunità di lavoro, ma ero sposata ed ho fatto delle scelte diverse, decidendo di
tornare in Italia”.
Che lavoro fanno i vostri mariti?
Alessandra Tortora: “È ingegnere elettronico e lavora alla Kayser”.
Elisa Carrubba: “Anche lui è ingegnere nel settore delle telecomunicazioni, ha un
assegno di ricerca a Pisa e vorrebbe restare nell’ambiente universitario”.
Quante donne ci sono alla Kayser?
“In amministrazione ci sono altre donne, ma nel settore tecnico siamo solo noi
due”.
Come vi trovate con i colleghi di pari livello?
“Non c’è nessun problema, neanche con quelli di livelli inferiore. Non esiste una
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gerarchia precisa, il nostro lavoro è improntato molto sulla collaborazione e il rapportarsi gli uni con gli altri. Naturalmente sopra di noi ci sono delle persone che
ci dicono cosa dobbiamo fare, ma ci chiedono sempre la nostra opinione, anche
sulla base delle esperienze che abbiamo avuto. Allo stesso modo quando tocca a
noi coordinare, ci interfacciamo sempre con gli altri colleghi”.
Qual è la soddisfazione più bella che vi ha dato lo studio e poi questa professione?
Alessandra Tortora: “Del periodo di studio ricordo molto bene l’anno passato
a Parigi, è stata una bella esperienza di formazione, ma anche di vita. In campo
lavorativo invece mi piace il fatto di poter affrontare sempre nuovi argomenti, la
nostra non è una professione ripetitiva. Ma devo dire che un’altra soddisfazione
molto bella me la dà il fatto che il mio lavoro mi permette di sfruttare le conoscenze apprese durante l’università, cosa oggi non sempre scontata, perché molti
pur di avere un’occupazione si trovano a doversi orientare in altri settori, rispetto
agli studi svolti”.
Elisa Carrubba: “Mi associo totalmente alla risposta di Alessandra, anche per me
valgono le stesse cose. Alla Kayser il lavoro è sempre diverso e questo ti permette
di acquisire nuove conoscenze: ciò è sicuramente il punto di forza dell’azienda”.
Un sogno nel cassetto?
“Andare a vedere un lancio in America o in Russia di un nostro esperimento oppure vedere l’esperimento tramite il collegamento con la stazione spaziale. Sono
esperienze emozionanti perché vedi materializzarsi quello che hai fatto”.
Pur non avendo incontrato difficoltà nel vostro percorso, come vedete le problematiche
delle pari opportunità?
Alessandra Tortora: “Riconosco di aver avuto un percorso privilegiato, però vedo
dalle mie amiche le difficoltà esistenti. Eravamo un gruppo di sei studentesse e
solo in due oggi lavoriamo, le altre hanno avuto esperienze precarie e poi hanno
lasciato il mondo del lavoro dopo aver avuto un figlio. In questo senso non ci sono
pari opportunità in Italia”.
Elisa Carrubba: “Anch’io posso vedere le difficoltà attraverso le mie amiche. La
donna spesso si trova ad un bivio e comunque è sempre più impegnata rispetto ad
un uomo. I ruoli che c’erano un tempo rimangono anche oggi, sì, certo con più
collaborazione, ma l’organizzazione è ancora della donna e per lei è sempre molto
faticoso pianificare lavoro e famiglia, ruolo che accetta perché avendo studiato
non vuole giustamente rinunciare, ma diventa un giocoliere che cerca di tenere
tutto in equilibrio”.
Un consiglio per le giovani ragazze che si trovano a dover scegliere un percorso di
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studio.
Alessandra Tortora: “Io consiglierei loro di fare quello che sentono nella propria
indole, senza pensare al lavoro e senza farsi scoraggiare. È brutto avere un rimorso
che ti accompagna per la vita, non è bello rinunciare ai sogni a vent’anni. Magari
dovranno mettere in conto di andare all’estero, ma non di reprimere le loro aspettative in partenza”.
Elisa Carrubba: “Anch’io consiglio di non fermarsi alla città dove si è nati. In
questo le donne sono più coraggiose e disposte ad andare via di casa per rincorrere
i loro sogni e la loro realizzazione, mentre l’uomo è più restio a queste scelte, ho
visto alcuni colleghi maschi non cogliere importanti opportunità perché comunque andare fuori casa è faticoso e dispiace lasciare la famiglia”.
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Elisabetta Coltelli,
architetta e presidente dell’Ordine labronico racconta la sua
passione
18/06/12
“L’architettura offre la possibilità di fare il più bel lavoro del mondo”, così Elisabetta Coltelli architetta e presidenta dell’Ordine labronico, introduce la nostra conversazione. È impossibile dubitare della sua affermazione non solo da quello che ci
racconta, ma da come lo fa, esprimendo anche con lo sguardo la gioia di praticare
questa professione.
“Fin da piccola ho amato questo lavoro, mi piacevano i cantieri, le costruzioni e
soprattutto la progettazione”.
Cosa vuol dire progettare?
“Vuol dire migliorare gli spazi dove vivono le persone. Nella mia vita non avrei
mai potuto fare altro. Ho conosciuto numerosi colleghi e colleghe, ed ognuno di
noi la pensa in questo modo. Credo che gli architetti oltre ad una preparazione
importante e continua abbiano qualcosa di speciale, una grande passione per questa professione, difficile, ma entusiasmante: difficile perché è un percorso complicato, irto di ostacoli, ma comunque bellissimo. Progettare e poi vedere realizzato
quello che abbiamo immaginato e pensare che rimarrà per molto tempo è una
sensazione stupenda”.
Qual è la soddisfazione più bella che le offre questa professione?
“Quando l’opera progettata migliora la qualità della vita delle persone”.
Ha trovato delle difficoltà ad intraprendere questa professione come donna?
“La mia famiglia mi ha sempre sconsigliata, mi dicevano che non era un lavoro
adatto per una donna, ma questa passione è sempre stata più forte di me e non
avrei mai potuto fare altro”.
All’università quale era il rapporto numerico fra uomini e donne?
“Ho fatto l’università a Firenze e il rapporto era drammatico, nel senso che io ero
fra le pochissime donne che frequentavano la Facoltà di Architettura. Fortunatamente oggi non è più così, ed a livello nazionale le donne sono in numero maggiore e spesso sono anche molto più brave dei colleghi. Purtroppo gli impegni della
vita familiare continuano a gravare sulle spalle femminili e ciò ne limita sovente
la carriera, anche in campo politico e questo è un male, perché vi sono donne
straordinarie che potrebbero dare tantissimo”.
Durante gli esami universitari ha mai incontrato difficoltà in quanto donna?
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“No, i miei professori non avevano nessun pregiudizio, non mi hanno mai creato
problemi. Però in molti continuavano a ripetermi che non era una professione per
donne”.
Discriminazioni da parte degli altri studenti?
“No, mai nessuna”.
Ci racconti cosa ha voluto dire iniziare questa professione come donna.
“Le prime volte andare sui cantieri era dura, soprattutto quando dovevo confrontarmi con responsabili di cantiere più anziani che non riconoscevano in nessun
modo il mio ruolo, proprio perché donna. Ricordo in particolare un operaio che
appena arrivavo si metteva le mani sui fianchi e mi chiedeva cosa volevo. Ed io
dovevo ogni volta ricordargli che ero la direttrice e responsabile dei lavori”.
Per quanto tempo è successo questo?
“Fortunatamente non per molto. La situazione l’ho superata bene, anche perché
i rapporti maggiori, alla fine, li avevo con i committenti che avevano fiducia nel
mio lavoro al di là del sesso. Lentamente poi la situazione è mutata anche rispetto
ai responsabili di cantiere, i tempi sono cambiati e anche con loro si è istaurato un
rapporto di stima reciproca”.
Ha usato qualche strategia per superare questa iniziale diffidenza con gli operai?
“La competenza. Non ho mai pensato che contasse l’appartenenza ad un genere,
ho sempre creduto che fosse determinate la preparazione per affrontare e risolvere
un problema, avere delle idee e delle proposte. Una volta innescato questo meccanismo poi nessuno fa più caso se sei una donna”.
La soddisfazione più bella ottenuta nella sua carriera?
“Fra i tanti aspetti dell’architettura e dell’urbanistica mi occupo anche di restauro,
e da questo settore è venuta la soddisfazione più bella grazie ai lavori di restauro
del complesso monumentale del Forte Falcone a Portoferraio. A causa del grave
stato di abbandono subito negli anni questo importante esempio di architettura
militare medicea risultava in precario stato di conservazione al punto di rischiare
in alcune parti il crollo. Purtroppo i piccoli comuni spesso non hanno le capacità
finanziarie per intervenire in proprio, ma in questo caso un’Amministrazione lungimirante è riuscita a capire le potenzialità ed il ritorno economico per il territorio derivante dal restauro del monumento, attivando pubblici finanziamenti che
hanno permesso di restituire alla città un monumento che rappresenta l’identità
dei luoghi. Per aver consentito, grazie all’opera di restauro, la fruibilità del monumento, e la conservazione dell’importante patrimonio storico ed architettonico
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della città, ho ricevuto il ringraziamento di molti cittadini”.
Secondo lei oggi le architette sono discriminate?
“Credo che non sia tanto importante la carriera in sé, quanto le idee, le proposte,
i programmi. Oggi le donne non sono eccessivamente discriminate, spesso non
hanno sufficiente tempo per potersi impegnare al pari dei colleghi e finiscono
così escluse. Non sono contraria alle quote rosa, perché comunque ci sono delle
situazioni da scardinare e se questa è l’unica possibilità, ben venga. Io ho voluto
più donne possibili nel consiglio dell’ordine che presiedo”.
Quante sono le donne nel vostro consiglio?
“Sei su un totale di nove consiglieri. Devo dire che le donne in generale sono più
concrete e tendono a risolvere subito i problemi”.
Un consiglio per le giovani donne?
“Credo che questa carriera vada intrapresa solo se vi è una grande passione, perché
i sacrifici sono molti e senza non sarebbe possibile sostenerli. Inoltre, consiglio alle
giovani di credere sempre nella forza delle proprie idee, quelle capaci di superare
ogni cosa. Ed infine, una formazione continua, infatti, non ci si può fermare alla
preparazione universitaria perché tutto cambia ed anche molto rapidamente, bisogna quindi essere sempre disposti a studiare per essere preparati e competenti.
Pensiamo, ad esempio, a quando si disegnava con il tecnigrafo, sostituito oggi dal
computer oppure alle leggi in campo edilizio o urbanistico che cambiano continuamente”.
A livello economico le donne e gli uomini nella vostra professioni sono pagati in modo
egualitario?
“A livello nazionale è stato fatto uno studio che ha messo in evidenza proprio questo aspetto, dimostrando quanto le donne siano meno pagate rispetto agli uomini.
Mentre a livello personale non posso dire di averlo constatato”.
Qual è il tetto di cristallo che le donne incontrano in questa professione?
“Credo che nello svolgere la professione basti lavorare e impegnarsi seriamente,
mentre in rappresentanza della categoria al Consiglio Nazionale degli Architetti
con rammarico non posso evitare di constatare che l’unica donna presente è una
junior”.
Cosa vuol dire essere junior?
“Gli junior conseguono la laurea breve e possono fare solo modeste costruzioni
o progetti meno importanti. Io cerco sempre di convincere i nuovi iscritti a continuare a studiare e fare gli altri due anni per completare il percorso di studio.
Secondo me il nuovo ordinamento universitario penalizza i giovani, oggi il lavoro
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è sempre più difficile da trovare e non dare la possibilità ai nuovi laureati di proporsi in tutti i settori della nostra professione è un grosso limite, vuol dire mettere
ulteriori difficoltà alla ricerca di un lavoro”.
Oltre a lei, quante sono le donne presidenti di un ordine provinciale?
“Non conosco questo dato, ma posso dire che sono pochissime, anche se negli ultimi anni stanno leggermente aumentando. Ed invece dobbiamo sempre ricordare
l’importanza della presenza femminile in questa professione. L’ho notato anche
durante le assemblee nazionali degli Architetti, quando interviene una donna si
sente subito la sua concretezza, parla poco per non far perdere tempo all’assemblea
e va subito al punto. Le donne generalmente sono determinate, quando decidono
di fare una cosa la portano a termine”.
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Indice
Riflessione pag
7
Abbiamo deciso di essere ottimiste!
pag
9
Prefazione dell’Autrice
pag
10
Cristina Vannini
pag
13
Ilaria Tonazzini, Beatrice Chelli e Eleonora Dal Pozzo
pag
19
Anna Mura
pag
22
Maria Gloria Giani
pag
26
Rossella Passavanti
pag
30
Naouel Chaoui
pag
34
Alessandra Dezzi
pag
38
Paola Meschini
pag
41
Giorgia Mariani
pag
44
Anna Roselli
pag
48
Darya Majidi
pag
51
Maria Giovanna Trivella
pag
56
Alessandra Tortora e Elisa Carrubba
pag
60
Elisabetta Coltelli
pag
64
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Finito di stampare nel mese di ottobre 2012
dal Centro Stampa della Provincia di Livorno
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