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© 2013 Fandango Libri s.r.l.
Viale Gorizia 19
00198 Roma
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ISBN 978-88-6044-305-2
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progetto grafico: ***
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Gilda Policastro
Sotto
Ci sono persone – ed era stato, sin dalla giovinezza,
il mio caso – per le quali tutto ciò che ha un valore
fisso, verificabile da altri, la fortuna, il successo, le
posizioni brillanti, non contano; ciò di cui hanno
bisogno sono i fantasmi.
(MP)
Cammina fino al bordo del letto con le braccia che penzolano, marionetta senza burattinaio, non si tiene, s’inginocchia, rilascia gli arti, rovina giù. Cosa fare non è più in
questione, bisogna solo aspettare. Che arrivi la calma, che
quella mollezza produca torpore, e s’assopisca.
Non squilla il telefono, non bussano alla porta, non
suonano al citofono, non viene nessuno. Adesso apre la
finestra, ci mette una sedia accanto, adesso sale, ecco che
guarda di sotto, misura, valuta. I passi, o come si dirà,
quando si compiono in volo. La volta che lo fece la studentessa di fronte, di buttarsi. O l’uomo che ha perduto il
posto, la donna col figlio in braccio.
Ritorna indietro col passo pesante di prima.
Non si muove niente, non capita di nuovo, non succede più.
Andiamo a vestirci adesso, e cominciamo.
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Parte prima
I
“Il tema si fa da soli, per l’orale invece si telefona.”
La prima volta che Alba sente parlare della segnalazione
è con queste parole. Apprendendo, contestualmente, che
il dottorato costituisce titolo preferenziale, ma non è indispensabile affatto a conseguire la docenza, e, anzi, non è
decisivo, visto che dopo l’istituzione dei contratti nazionali il singolo ateneo tende ad affidare incarichi provvisori ai
cosiddetti esperti (motivati, ma senza pretese), piuttosto
che al cupo personale in via di incardinamento: ambizioso,
frustrato e ostinatamente fedele ai modi tradizionali della
formazione universitaria (il dottorato, appunto), non più
al passo coi tempi.
Alba il tema l’ha fatto da sola (ovvero senza alcuna soffiata: si presume che fosse questo il senso recondito dell’ammonimento preliminare); la traccia non era difficile, e
sembrava invece particolarmente indicata per chi, come
lei, avesse inclinazioni teoriche ma meno passione per il
commento dei testi: Il rapporto tra pensiero ed opera in un
autore a scelta del Novecento italiano. La sua, di scelta, ricade su Pavese, che, come Leopardi, ha tenuto un diario,
una specie di Zibaldone in minore, e del rapporto tra questi pur non illuminati appunti con le opere c’è così tanto
da dire che ha riempito quasi cinque fogli.
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“Quand’è l’orale? Mi faccia sapere.”
“C’è già stato.”
Alba ha vinto il primo posto senza borsa: ciò a dire che se
uno dei vincitori con stipendio dovesse mai rinunciarvi,
spetterebbe a lei subentrargli. Ma perché dovrebbe rinunciare a una borsa di quasi mille euro al mese, garantiti in
virtù del solo obbligo di condurre una propria ricerca e
scrivere una tesi in tre anni, uno che l’abbia vinta? Magari perché la vince subito dopo in una città più vicina a
quella in cui vive, o più lontana, a seconda delle esigenze
del momento, o in una che gli piace di più.
No, non rinuncia nessuno dei due (e perché avrebbero
dovuto: appunto), così il dottorato, se Alba vuol continuarlo, è senza. I suoi la incoraggiano: dà diritto a un titolo comunque e, se ce n’è bisogno, l’aiuteranno loro, finché
ci saranno.
Finché.
I seminari si tengono attorno a un tavolo rotondo, Ludwig, il responsabile, siede dalla parte opposta ai relatori: il
dottorato è retroattivo, ma Alba è ugualmente chiamata a
sottoporre il progetto di ricerca, pur in quella fase aurorale, ai colleghi di tutti i cicli, che sono almeno tre in contemporanea, senza contare le proroghe. La ascoltano interessati e curiosi, o almeno così le pare di inferire dalla frenesia degli appunti (peraltro tipica), le alzate di mano per
la replica o rettifica del tal titolo, del tal riferimento: le
argomentazioni della tesi (progetto di tesi) incassano cenni
unanimi di approvazione, sguardi compartecipi o aperti
assensi, e, alla fine dell’esposizione (sicura, senza intoppi,
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intonsi i fogli disposti sul tavolo a sostegno di eventuali
défaillance della memoria, che non si erano poi date), sorrisi compiaciuti, vigorose strette di mano. È Ludwig a
rompere quel clima inopinatamente familiare (a quanto
intuisce già da sé).
“Non mi pare che ci siamo, fin qua. Si prospetta, nel
migliore dei casi, un buon lavoro erudito, ma bisognerà
trovare una linea, un inquadramento critico.” E, a scanso
di equivoci, ripete: “Non ci siamo”. Gli assensi di poco
prima sembrarono riconvertirsi in un sol oh! destituito
della necessità di inveramento sonoro, tanto più che Ludwig aveva preventivamente inibito qualsivoglia reazione
ulteriore chiosando l’arringa con una delle sue più tipiche
(Alba lo avrebbe appreso poco più avanti) formule liquidatorie:
“Questa, cari colleghi, è un’altra scuola”.
Ne rimane l’eco nelle aule del dipartimento per anni, di
quelle sentenze, tramando identici episodi della sterminata aneddotica universitaria. In quell’occasione, ne derivarono cinque minuti buoni di silenzio integrale, laddove di
solito, in circostanze similari, s’infittivano e spesseggiavano osservazioni o rimandi: suggerimenti bibliografici da
parte del coordinatore, richieste di chiarimenti di altri colleghi e dei dottorandi. Ma nulla si può correggere, nulla si
può diversamente orientare, una volta compiuto il corso
degli eventi: non a caso Ludwig si riserva solitamente la
chiusa, per non troncare la discussione sul nascere, come
la volta di Alba inaspettatamente accade. Non è riuscito a
trattenersi, e a lei non resta che raccattare i fogli con gli
schemi esposti al dettaglio senza la minima fallacia espositiva (che gran fortuna), potendo solo scegliere se allontanarsi (id est fuggire) platealmente o furtiva. Se viceversa
s’abbandonasse al pianto riuscirebbe probabilmente a
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muovere Ludwig a pietà, inducendolo a correggere-rettificare, come pare succeda, ogni tanto (che qualche aneddoto in positivo l’ha raccolto pure, tra un’indiscrezione e l’altra). E poi invece ridisponendo i fogli Alba registra mentalmente più di un passaggio, nel discorso di Ludwig, da
correggere e rettificare lei. Lei, lei quoque. E la lingua si
muove da sola, e snocciola le falle della reprimenda ostile,
addirittura articolando in punti. Il primo è metodologico,
come ha già imparato a dire: che si giudichi una tesi anzi,
un progetto di tesi alla stregua di un lavoro fatto e finito, le
pare arbitrario almeno quanto al prof la sua ricerca, che
nel merito ha poi, nel prosieguo della sua requisitoria, così
superficialmente (ha detto proprio così, superficialmente?)
valutato. E dunque entrando nel suo specifico... ma non ci
sarà bisogno di proseguire: nessuno l’ascolta più, ha già
violato l’interdetto, infrangendo la regola gerarchica primaria, che è ascoltare, ossia tacere, incassare e portarsi
addosso l’umiliazione fino a trasformarla, di giorno in
giorno, in sorda smania di rivalsa con annesso piano parricida o altrimenti, addio carriera. Alba però non se l’è
tenuta: pugni puntati, piglio convinto, serbatoio asciutto.
Finché.
Il viaggio era pesante, durava più di due ore, e a coprire
il tragitto c’erano solo i pullman. Avrebbe più avanti sperimentato il sistema per vincere la nausea delle prime
volte: leggere solo a percorso parecchio inoltrato, quando
il sussulto dei sedili che s’intensificava in corrispondenza
degli scossoni della strada, delle buche, dei sorpassi rientrati, si fosse riconvertito in un più mite dondolio di sottofondo, tollerabile quanto meno. Qualche volta finiva
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comunque a far compagnia all’autista nel sedile occupato dai suoi effetti personali, quello più prossimo alla strada: solo recuperando la visuale diretta quella nausea violentissima si placava, ma non tanto da consentirle di leggere ancora, o ancora un po’. Nondimeno, non aveva più
pensato alla possibilità di trasferirsi: tra un viaggio e l’altro restava un tempo sufficiente a smaltirne i disagi, compreso quella sorta di fuso che doveva sobbarcarsi all’indomani di quasi sei ore di trapasso, tra andata e ritorno,
nella stessa giornata. Rimaneva a letto rintronata, con la
sensazione di poterselo concedere senza patirne di
coscienza in modo eccessivo, e di fatto poi puntuali arrivavano le rassicurazioni:
“Dopo la fatica di ieri, ci credo che sei stanca”.
Fin quando ci saremo.
Francisco non arrivò subito, ma quando vinse il posto ad
Alba sembrò ci fosse invece sempre stato, e proprio non
riusciva a ricordarselo, il dottorato prima di Francisco.
L’accordo era che la prelevasse alla stazione dei pullman
(arrivava con mezzo proprio, lui, da appena una quarantina di chilometri di distanza). La abbracciava ogni volta
come non si vedessero da mesi, e ogni volta le chiedeva:
“Com’è andato il viaggio, Lisa?”.
No che non si chiamava Lisa, ma Francisco aveva deciso così, dal primo giorno. L’altra delibera (stavolta comune) era il ventalogo, un elenco di regole (quante, indoviniamo), allo scopo di arginare tanto il rigore punitivo (e
preventivo) di Francisco quanto la spiccata propensione
centrifuga di Alba, oltre che a moderare, se non evitare, le
scene madri di cui avevano, nei mesi, animato i bar, le
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strade, i corridoi, i cessi e persino le aule di lezione. Scene
che andavano dai capelli tirati (in democratica alternanza,
lui o lei) fino a impattare la metà destra (o sinistra, a
seconda) della faccia con la leva del cambio alla strepitante, stridula richiesta di nascondere (con annesso rifiuto, al
pari stridulo e strepitante, opposto alla richiesta medesima) quell’accenno di perizoma che occhieggiava dal bordo
dei jeans in pieno seminario, con la scusa che, no, non te
ne avvedi, che, toh, fuoriesce per caso:
“E poi quell’affare è l’unica cosa che puoi permetterti
di indossare proprio per non apparire una poco di buono,
sotto un paio di pantaloni aderenti”.
Dunque ci furono queste regole scritte in base alle quali
il telefono non si doveva mai e poi mai spegnere in certi
orari, e forse mai e poi mai in assoluto (specialmente lei).
Se ci si trovava per accidente in un posto sguarnito del
cosiddetto campo o ricezione, bisognava averne perentoriamente avvertito l’altro: il caso contrario avrebbe costituito un’implicita ammissione di reato.
“Franci, diobono, ci stavo solo parlando.”
La volta in cui Alba ci stava solo parlando riguarda il
dottorando Emile. Il quadro della scena prevede un’edizione La Spiga della Commedia dantesca (le tre cantiche in
unico volume) scaraventata dal cruscotto in cui riposava in
pace dopo il seminario all’indirizzo del polpastrello, uno
solo, con tale slancio che Alba ne porta la cicatrice ancora
o almeno, se la ricorda.
“E cosa pensava di fare, luilà.”
Poi nel ventalogo c’era quell’altra regola di non scaraventare i telefoni (oltre che i libri) in aria o in terra, poiché la pratica impervia di riesumarli da ogni deflagrante
impatto comportava quell’attesa tormentosa di due o tre
giorni minimo per le procedure standard di ripristino e
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connessione (recarsi al punto vendita, scegliere, acquistare, dar seguito all’attivazione tariffa-agevolata-you&me), e
ciò finiva con l’interrompere (con quale reciproco danno,
chi indovina) la sequenza oraria delle informazioni rispettive (ma non equivalenti), e la conseguenza ancor più
asfissiante dei pomeriggi, delle sere, delle notti a ricomporre tasselli mancanti (e dalle otto alle undici? e nel frattempo? e dopo? e prima?). I tasselli mancanti a Francisco,
logicamente. A lei si dovevano meno risposte, o una.
“Io? Io sempre in casa, Lisa. Me ne sto tanto da me.”
Io.
La mattina che perse il pullman, cercò in grande affanno
una soluzione alternativa coi treni, anche se sapeva fin dal
principio che non ce n’erano di perfettamente equivalenti.
In affanno non risponde poi del tutto alla realtà dei fatti:
si portava con fatica da una stanza all’altra come stordita
dal sonno, quando ne aveva incamerate tre ore scarse. Il
sogno del chewing-gum che si attaccava al palato senza
che riuscisse a districarne, coi polpastrelli retroflessi fin
quasi alla giugulare, la massa in espansione a incollare
completamente bocca, dita e tutto l’ambaradan. L’unica
soluzione plausibile era prendere un autobus per F*** e
poi da lì portarsi a R*** in treno: avrebbe raggiunto la
facoltà con mezz’ora di ritardo, ma meglio che non andarci affatto. O meglio non andare. Fra due sole opzioni era
impossibile risolversi, la perfezione sarebbe stata averne
sempre tante, e, di scarto in scarto, arrivare per esclusione
alla migliore. In questo riusciva bene. Ma quando i casi
erano due (due cibi tra cui scegliere a cena, due gusti del
gelato in vaschetta, due paia di scarpe identiche ma di un
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diverso colore, due amiche cui raccontare di Francisco e
delle ultime prodezze, due uomini uno bello uno gentile,
e via così), e, soprattutto, quando bisognava farlo di corsa
come adesso, era l’impasse irredimibile. Al pullman ci arrivò spettinata e senza trucco, la nascondevano gli occhiali:
si sarebbe ricomposta una faccia sui sedili, come avveniva
quasi sempre, che qualche volta si era portata dietro pure
il solvente e lo smalto, con sconcerto (o mera ripulsa olfattiva) degli altri passeggeri. Il problema, con Francisco, era
quella benedetta epifania iniziale. Certi giorni le capitava
di sentirsi meglio del solito, capelli in ordine, un vestito
nuovo. Ma Francisco non capiva che l’epifania è per definizione un momento singolo, la vita non può consistere in
sequenze ripetute senza soluzione, ed è tutto al contrario:
uno scialo di immagini scialbe, una fiumana di apparizioni insignificanti, col solo attimo che riscatta il susseguirsi
dei triti fatti. E sì che leggevano Montale, quell’anno. Ma
niente da fare: lui la voleva sempre a posto-a postosa, se non
fulgida apparizione in assetto mai meno che deiforme, e
questo le imponeva una cura estenuante, dei preparativi
tormentosi ogni qual volta s’incontravano, che era poi,
prevalentemente, alle lezioni di dottorato. L’effetto imprevisto era stato che quelle studiate e ripetute irradiazioni
avevano cominciato a colpire tutti coloro che ne fossero
stati anche solo accidentalmente coinvolti (dai passanti
per strada al nuovo dei dottorandi, l’Emile di cui sopra).
Dal momento che, se Alba non poteva dirsi bella, non in
modo solito, comunque, conforme a un ideale fissato e
secolare di forme armoniche distribuite nella serie topica
del volto-capelli-incarnato-mani (tratti in lei minimamente
atipici e piuttosto, a dire il vero, comuni e regolari), era però
una donna non ancora completamente risolta come tale, e
questo la teneva dentro un potenziale di oscillazioni da un
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minimo di presenza a un massimo di emanazione. In altre
parole, se certi giorni non si voltava a guardarla nemmeno
il giornalaio che le doveva il resto, talvolta doveva abbassare
lo sguardo per non sentirsi complice di un palese desiderio
altrui che avrebbe potuto agevolmente sconfinare nel tradimento, stando al ventalogo. Tanto più allettante, peraltro,
quanto meno possibilità si sarebbero date, nella contingenza specifica, di consumarlo.
“Ti si sarebbe fatta in piedi in autobus.”
Ma quella mattina era in treno, anzi, ci si stava recando.
“Romeo!”, gli gridò vedendolo correre di spalle, ma
avendo già potuto identificarlo senza tema di smentita
dalla chierica. Si erano trovati spesso a studiare insieme in
biblioteca, e lui le aveva dato qualche dritta su come svoltare la tesi perché si trasformasse da erudizione in critica,
che agli stessi problemi formali lavorava da anni, e qualcosa aveva anche risolto, lui, in un esile libretto di una
qualche fortuna editoriale. Romualdo, detto Romeo, si
voltò ansimando, senza rallentare di un passo.
“Ma dove corri, aspettami! Il treno ancora non parte.”
“Devo proprio andare”, riansimava, “ci sentiamo poi,
un’altra volta.”
Alba non riusciva a capire: si trovavano entrambi in coda
presso lo stesso binario, alla partenza mancavano dieci
minuti buoni e lui trottava superando tutti in preda a
un’ansia che avrebbe avuto una qualche ragione ove si fosse
ancora trovato, a quell’ora, costipato nei vagoni della metropolitana, oppure imbottigliato nel traffico di punta di una
via extraurbana. Di più: Romeo, come le fu presto evidente, provava a seminarla, come se non gli fosse consentito
parlarle o, peggio ancora, come se proprio non volesse farsi
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vedere. Ma se l’aveva già visto. C’erano dei sospesi lavorativi o sentimentali tra di loro? Non ricordava. Ricordava invece qualche pomeriggio di caldo torrido, in Sala Lettura, il
suo sguardo rivolto al braccio peloso o alla chierica, se ce l’aveva accanto o davanti, il fiato sul collo, se viceversa era lui
a starle dietro. E poi, qualche volta, un caffè insieme, tante
chiacchiere, una spinta leggera contro la parete, ma si presagiva poco o niente di significativo, nel laggiuso. Una sera,
una sola volta, rimase da lui a dormire, avendo perso l’autobus, o finto a bella posta. Ci furono dei baci virulenti,
quasi selvaggi. Romualdo, detto Romeo, la mordeva addirittura, le faceva male. Quando iniziò ad accarezzarla in
altro modo, Alba si predispose a riceverne tante, di carezze,
come le era necessario per potersi agitare, avrebbe detto
Francisco, ma lui, dopo un po’, smise. Del tutto.
“Per questo genere di cose, dovresti trovarti un fidanzato.”
Il senso di quella (si chiamava?) dromomania febbrile le
rimase oscuro pure quando si ritrovarono faccia a faccia,
nel corridoio del treno. Certo, se la stava evitando la sorte
non gli era benevola, visto ch’erano poi finiti nella stessa carrozza, ad appena qualche posto di distanza. Romy (per gli
amici) era sudato oltre ogni ragionevolezza, ancor più irragionevolmente se si considerava la corsa del tutto innecessaria che si era inflitto. Ecco che il braccio peloso, anzi,
entrambe le braccia pelose, pelose e magre at the point of
unbelievable, issano i bagagli nell’apposito vano, non senza
un supplemento atroce di sforzo, a considerare tutto quel
correre a perdifiato: sembrano bagagli pesanti e, incredibilmente, sono bagagli rosa. Ecco che si avvicina, a quanto
pare deve scendere, la saluta di nuovo con lo stesso giro di
frase di prima (“vado di corsa, ciao”), e schizza via senza mai
più voltarsi. Alba ancora non capisce: di chi sono, dunque,
quei bagagli. Forse li ha sistemati sul treno per qualcuno che
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arriverà dopo, la sua fidanzata, chi. O magari qualcun altro,
giunti a destinazione, s’incaricherà di ritirarli. Il treno parte,
la telefonata di Francisco tarda, Alba guarda ossessivamente
il display, quasi non riesce a fare altro. Il telefono squilla
continuamente, il telefono degli altri. Il suo non squilla mai,
di solito, se non per Francisco.
“Scusi, signorina, sarebbe così gentile da darmi una
mano con i bagagli?”
La sveglia una voce chioccia, già prossimi alla stazione
di arrivo per tutti, capolinea del treno.
“Non so perché, ma chi mi accompagnava ha avuto la
sventatezza di sistemarli costì.”
Dovresti trovare un lacchè, per questo genere di cose.
Professoressa.1
Certe sere c’erano di queste cene a cui bisognava andare,
perché vi si potevano conoscere persone, o carpire occasioni di lavoro, che il dottorato non dura per sempre e
bisogna premunirsi. I contributi, il futuro, la pensione, i
figli, l’Alzheimer, l’ospizio, le spese del funerale. Alle cene
c’era Gionatan (con la G, proprio), che una volta aveva
invitato Alba a casa sua per un tè, e le aveva mostrato la
biblioteca di famiglia: una immensa libreria che occupava
l’intero parallelepipedo di una stanza gigante, anzi di ciascuna delle stanze dello smisurato appartamento.
“Sono, direi, ventimila: volume più, volume meno.”
Quella sera a cena Gionatan disse che non si poteva,
oggidì, leggere Emme Elle, perché era pessimo. I giudizi di
queste cene constavano di un unico aggettivo, e gli scrit1. “E nelle famose egemonie culturali, anche senza frugare nei ‘faldoni’, correntemente si potrebbe constatare che ‘intellettuale’ diventa sinonimo di travet mezzamanica o leccapiedi, per ottenere piccoli poteri più o meno piccoloborghesi.” (AA)
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tori si nominavano in codice o per perifrasi condivise che
Alba non capiva mai. Quando si usavano i nomi, finalmente, erano quasi sempre di sconosciuti totali, e dunque
Alba seguitò a non capire longtempes. Ma Emme Elle lei
l’aveva letto (quando alla fine capì chi fosse, lo appurò), e
l’aveva trovato bello. Prova a dirlo, ma non ha iniziato ad
argomentare che il Gionatan finisce col rovesciarle una
mezza caraffa d’acqua tra testa, spalle e décolleté. Nessuno
sembra farci caso, il vicino di posto di Alba la rassicura:
sicuramente non è stato intenzionale, ma Gionatan è fatto
così, un po’ maldestro. Un po’.
Dopo, la cena proseguiva senza ulteriori incidenti, tranne che avrebbe voluto cambiarsi il vestito, tanto più che in
corrispondenza del seno si erano resi piuttosto visibili i
capezzoli per via dell’acqua, e chissà cosa ne avrebbe detto
Francisco, che sbavavano, che ammiccavano e la verità nuda
e cruda era che a lei nessuno badava più da un pezzo, capezzoli in rilievo o meno. Insieme a questo Gionatan di solito
c’era anche Ago, che parlava ininterrotto, alle cene, e però
non parlava, a differenza degli altri, con frasi singole o lapidarie ma teneva dei veri e propri comizi che Alba smetteva
di seguire alla seconda parentesi tonda. Tutti, viceversa, lo
ascoltavano intenti e compiaciuti, questo Ago, come il figlio
di primina che sa le tabelline e ti fa fare bella figura ai ritrovi scout. Pure, non si capiva di chi fosse figlio, Ago. Si diceva, di un padre ricco e vessatorio, oppure assente ma ingombrante, come tutti i padri finiti chissà dove, che lasciano trafitture da ogni parte. Di sicuro aveva l’ossessione dei soldi e
del cibo, che prima s’ingozzava come tutta la tavolata, poi,
con la calcolatrice del telefonino, divideva il conto per il
numero esatto dei commensali, inclusa Alba, che essendo in
fase post-anoressica, centellinava le foglie d’insalata.
“Ma perché non metti i due euro che mancano, tu?”
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L’età di Ago può essere all’incirca cinquanta, anche se poi
ne dimostra almeno dieci o venti di più, per la quantità di
esperienze che racconta, di conoscenze di scrittori che vanta:
scrittori vivi, morti, non ancora nati, che a volte partorisce lui
con acclamate epifanie, altre ricaccia nel primordiale nulla
col suo improvviso ignorarli, figli abortiti, oppure deformi, o
solo non conformi alle aspettative dei padri. Altre volte è solo
perché di figli ne sono nati altri inattesi, non da lui, e però
comunque Ago se ne occupa, almeno fino a quando non si
stanca. Ago si stanca presto, a quanto pare, e questi figli reietti o ripudiati lo tampinano poi come segugi, accattoni, disperati. Ha tanti di quei committenti, Ago, che lavora, lavora,
lavora sempre, così non ha tempo per l’amore, e dovrà
ammazzarsi di seghe, probabilmente (ehm, autopiacere-piacerosissimo). In effetti si narrava di una sua fidanzata remota:
pare fosse esistita in carne e ossa (più carne che ossa, stando
alle leggende circolanti). Ma poi, a un certo punto, sempre a
quanto si narrava, quella fidanzata s’era stufata. Ago ha confidato a qualcuno, il quale poi si era evidentemente incaricato di riferirne agli altri, che sob, tutt’a un tratto lei non lo
amava, aggiungendo che gli pareva di non amarla più neppure lui, a quel punto, come se la quantità disponibile d’amore si fosse esaurita del tutto, e non ci fosse motivo di controbilanciarne il niente (o non più) col residuale. Piuttosto,
ne aveva sempre apprezzato la compagnia, in casa e fuori.
Ancora secondo la narrazione vigente, la coccolava (e gu-gugu-gù) di ritorno da una cena a cui la fidanzata non era andata perché non ne conosceva i commensali (o, al contrario,
proprio perché li conosceva già tutti, e che palle). Che poi,
quando invece ci andava, si presentava proprio così, vuole la
leggenda di cui sopra: sono la Fidanzata. Difatti, dopo che
s’erano lasciati, nessuno l’aveva mai più rammentato, il nome
della Fidanzata, che anche Ago ne faceva a meno, e piutto-
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sto, tra i superstiti sospiri, balbettava gù.
La pazza che grida in autobus, l’autista le risponde con
calma. A volte succede, a R***, negli auti (che li chiamano
così, le signore, o le pazze). Glielo domanda ripetutamente,
e lui, il conducente a cui secondo norma non ci si dovrebbe rivolgere durante il servizio, tutte le volte glielo spiega da
capo, alla vecchia, qual è l’auto. Alba il giorno che lo chiede
a lei, aa stazione come s’annava, e come s’annava aa stazione e due, e aa stazione dov’era, la terza poi la mandò da
un’altra parte. I pazzi, da Alba ci capitano spesso. Il primo
era il vicino di casa, quando era studentessa a S***.
“Ci avete mica il sale, ci avete l’elenco del telefono, ci
avete per caso una pentola bassa.”
Una sera ad Alba toccò andare a richiedere indietro a
questo vicino l’elenco del telefono, che serviva proprio,
quando ancora internet c’era di meno e non si usava di frequente come oggi, che vale pure a cercarti i malanni (infarto-sintomi, guglando di notte tra i sudori, che dal formicolio al braccio si susseguono o si presentano in simultanea
pressoché tutti della serie, a partire dalla prima fitta intercostale). Il vicino fece dire che non c’era, e lo fece dire proprio come qualche volta il padre di Alba dal suo studio,
perfettamente udibile dall’altro capo: “Se è per me, non ci
sono”, lasciando nel medesimo imbarazzo l’incolpevole
ambasciatore e il malcapitato destinatario. Poi, dopo qualche ora, all’elenco Alba non ci aveva più pensato, che era
stato il puntiglio di un momento, perché non poteva essere che a casa di Saul mancasse sempre tutto, e quel che c’era
in casa loro, che pure non era tanto, ne venisse quotidianamente risucchiato. Qualcosa doveva pur tornare ogni
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tanto: e difatti tornò, l’elenco, tra le mani enormi ed esitanti di Bingo Bongo, come chiamavano il vu cumprà di
stanza a pochi metri dal palazzo, con le finte Vuitton.
“Detto me di dare te questo.”
“Ma ti ha pagato?!”
Alba aveva maturato una fissazione per Basaglia, che
malediceva ogni giorno per non aver lasciato a della gente
malata la possibilità di tenersi fuori dalle palle.
“Tu non hai cuore.”
“No, mamma, è che non mi devono rompere i coglioni a me.”
“Tu sei volgare.”
Poi, dopo anni, si erano rivisti, con Saul, e ci avevano
anche riso sopra, del vu cumprà di quella volta. Pazzo, era
ancora pazzo, ma una sera era comunque capitato di stare
un po’ insieme in macchina a pomiciare, più che altro per
ritorsione nei confronti di Francisco, che in barba al ventalogo e a tutte le epifanie della misericordia era di nuovo
sparito, né si dava il modo di capire dove si fosse bontà sua
rintanato.
“Me ne sto tanto da me.”
“E stacci, sta’.”
Alba si riprometteva di non rispondergli più, o di fargli
udire distintamente dal corridoio “digli che non sono in
casa”, come ai tempi del babbo, ma rivolta poi a chi, che
la coinquilina del pied-à-terre preso a R*** per potersi fermare a lavorare indisturbata ogni tanto viveva pressoché in
pianta stabile in casa del fidanzato Stamatis. I greci lo
fanno, di aggregarsi in colonie di almeno tre quattro per
quartiere. O sette otto. O tutti. E però, invece, a ogni
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nuova telefonata lo riaccoglieva, quel Francisco benedetto,
se non altro perché il solo squillo del telefono bastava a
spezzare come d’incanto quella morsa d’ansia che per giorni le aveva mozzato il respiro, impedendole qualunque
attività diversa dal ripetersi in loop dov’è, ma dov’è andato,
ma dove cazzo è andato, o di chiederlo ossessivamente al
suo amico Michael. Che poi, l’amico Michael era proprio
l’ultimo a cui avrebbe potuto chiederlo, perché l’aveva
respinto una o più volte, e perché non è mai elegante il
riciclo dell’ex innamorato in amichetto. Non si fa.
“Digli che non deve più richiamarti, se prima non ti
dice dov’è.”
“Qui sotto, Lisina. Apri.”
Quando Francisco leccava in mezzo alle sue gambe, Alba
non sentiva nulla di nulla. Doveva inventarsi dei pensieri,
uno dei soliti un po’ annacquati nel tempo dalla frequenza e dallo scarto temporale: quello in cui Pamela e Bobby
di Dallas, ad esempio, si baciavano umidi, le lingue ciondoloni, e però sempre di fretta, andandosene altrove o
facendone mostra, uno di quei baci a labbra prese e lasciate che hanno dentro tutto un background di volte in cui è
già stato così, oh, sì, così, oltre alla promessa praticamente certa di quante altre potrà essere ancora, oh… e pensa
che ti ripensa, a quel bacio, mentre la faccia di Francisco
ogni tanto riemerge dal basso del suo posto con l’aria estatica di chi delibi l’agognata leccornia invece che districarsi in uno gliommero di meandri del maleodore, finalmente, ecco. Ecco era una delle parole consentite, come il posto
o il sapore o anche agitata agitosa agitosissima, di quando la
fregola le montava, che certo l’idealtipo rarefatto, scorporato e verbalmente sorvegliatissimo dell’eros effesco non
avrebbe tollerato la si dicesse pane al pane, e poi anche
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amore amore amore invece di quell’abusata formula che
tutti i maschi del mondo a tutte le latitudini della terra da
quando l’umanità si è disincagliata dal Big Bang probabilmente scopando (ops, agitandosi) hanno adottato per sciogliere la tensione erotica, il percussivo vengo vengo vengoooo in ascesa mai meno che stridula, e più o meno contornata di uh-ah (i più audaci cambiando occasionalmente in sborro l’occorrenza standardizzata). Una volta avevano provato il cosiddetto numero (indoviniamo quale) che
però si doveva chiamare agitosi in sincrono: niente, una
roba veramente fatta male, che non aveva prodotto pressoché nulla, in termini di agitosa agitosità.
“Lisini-lisini, ma quanto ci amiamo.”
Che la Lisa era una sola e tante, come le Marie, le madri
e le puttane.
E c’era poi quest’altra dottoranda, che piaceva a Francisco. Si chiamava Susa, e veniva qualche volta insieme a lui
a R***. Se la portava pure in stazione quando andava a
prelevare lei, ma Alba nemmeno la salutava e le parlò solo
una volta, quando fu costretta a interpellarla perché il telefono di Francisco era finito giù da chissà quale ponte e in
spregio al solito inutile ventalogo rispondeva glu glu. Lei
fu educata, gentile, non tradì il minimo imbarazzo, se
pure ne aveva provato. Forse per Francisco ci sarebbe voluta una donna come quella: pacata. D’estate indossava due
canotte, una sull’altra, e con la pelle scura la si sarebbe
potuta dire carina. Non fosse che per il vizio di viaggiare
sempre in macchina con Francisco. Vizio: certo a lei veniva comodo risparmiare sul treno, arrivare in orari ragionevoli a R***. E in circostanze diverse forse Alba l’avrebbe
dovuto trovare normale.
La prima volta che a rispondere glu glu fu la sua, di
scheda del telefono, era perché Alba s’era rifiutata di riser-
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varla al solo Francisco, che la noiava terribilmente doverla
sostituire con l’altra, quella ufficiale, destinata viceversa a
tutti.
“Benissimo”, urlava lui con la faccia violacciocche, “a lei
la scheda dedicata non serve, non la vuole”, e lanciava. Si
osserverà che sotto la finestra di Alba non c’è il fiume, ma
una via trafficata. Il bello è che Francisco va a riprenderla
giù scapezzandosi per la suddetta via nell’ora di punta,
l’indesiderata scheda (no, amore, non mi serve, te l’ho
detto già), rischiando l’appiattimento sull’asfalto di lui
medesimo e della scheda altrettale (animaccia sua), ma
quando poi la ricolloca in forza di ripetute pressioni-contusioni dei polpastrelli, a farli diventare neri proprio, nel
telefono della Lisa, e lei continua imperterrita a ribadire
(grembiulino dei piatti, guantoni per lavare) che tanto, no,
amore, non l’avrebbe usata, o poco, o qualche volta, ecco
allora Francisco che la rilancia: nel water, però, stavolta, e
tirando.
“È sicura di volerla disattivare, signora? Non è che poi
la ritrova?”
“No.”
“Tu fallo divertire, che poi ti ritrovi con un pugno di
mosche.”
“E non è contemplato che a divertirmi possa essere
anch’io? Mammina.
“No.”
Le donne belle servono ai mariti stanchi, che hanno sposato le ex belle. Passeggiarono fianco a fianco senza mai
guardarsi in faccia fino al monumento. Ludwig stava
andando piuttosto di fretta a un colloquio col suo psicanalista. Ne parlavano sempre, dell’analisi, che era impor-
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tante, nella vita, ma anche come percorso formativo, culturale. C’erano dei registi che i film li sceneggiavano insieme all’analista. Autori che avevano cominciato a scrivere
dopo un lutto, e conseguente analisi. Anche Ludwig aveva
iniziato l’analisi dopo la morte della madre. Ma Ludwig
aveva un sacco di altri morti intorno. Sembrava un sopravvissuto allo sterminio, aveva conosciuto tutti quelli che ora
non c’erano più. Di alcuni era stato anche al capezzale, ma
non ne parlava volentieri. Piuttosto, della sua depressione:
Alba non riusciva proprio a capirne il motivo. Aveva una
moglie, diverse donne da quel che ne sapeva, e poi dei
figli, due o tre, e una casa stracolma di libri poco distante
da R***, su una collinetta vista mare, con gli uccelletti e
un cane zoppo e sordo, ma di compagnia. E aveva amici,
la stima dei colleghi, un numero imprecisato di allievi e
studenti e adesso, azzardò nel pensiero, aveva lei. Ludwig
le fece una carezza sul volto guardandola all’improvviso
con due occhi che non poteva sostenere, un’espressione di
dolcezza arresa e timida che manco il cane zoppo.
“Ma tu te lo ricordi come mi hai trattato, la prima
volta?” Ludwig taceva, e sorrideva. Non voleva essere Ludwig, in quel momento. Erano solo, le disse appena dopo,
un uomo e una donna, anzi un uomo molto sensibile al
fascino di quella donna. Alba era ancora convinta di dover
comunicare agli altri le proprie impressioni così come il
pensiero gliele formulava, senza filtri. Che poi nemmeno
sospettava, a quell’altezza, che le cose si potessero interpretare in modo diverso o opposto. I fatti andavano considerati nella loro evidenza, in quell’assetto che le pareva
non modificabile, oggettivo. O forse non aveva altro da
dire, quando rispose: “Ma io continuerò sempre a vederti
come il mio professore!”.
Anche se non era del tutto vero. Quando la posta di
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Ludwig tardava, Alba era sulla spine, refreshava nel suo
blog alla ricerca di un post nuovo, una risposta ai commenti, un segnale. Ad Alba piacciono i vecchi: è più forte
di lei, li guarda ai tavoli delle biblioteche chini su dei libri
mai diversi da gialli nelle pagine e marroni in copertina,
coi timbri di qualche sparuta collezione antica. Hanno
odori di pelli che sudano male, pelli morbide di pieghe da
inattività, bucate dagli aghi dell’insulina, sempre piene di
butteri o di macchie. Hanno camice cilestrine ben stirate
(e da chi), qualche volta a righe, abbinate a pantaloni dai
colori moderatamente audaci, rosso ruggine ecru. Hanno
gli occhiali spessi che si tolgono ogni tanto per asciugarsi
il volto coi fazzoletti di stoffa, e prendono appunti a
mano. Oppure li scruta al supermercato, con chi ci vanno,
il nipotino, la badante. Ma ad Alba i vecchi piacciono così
come sono, da lontano.
Nel tabù del primo passo c’è insito un pericolo. Il primo
passo, si sa, lo deve fare il maschio, a maggior ragione
quando è suo, il torto. Il problema è che non si può nemmeno dare l’impressione di esser sempre lì ponti ad accogliere, o a perdonare. E allora si può rendere necessario
respingere anche duramente l’altrui primo passo, mostrarsi comunque decisi, ho detto di no no no e poi no. Così
tra il primo e il secondo passo finisce col trascorrere un
tempo irragionevole, entro il quale un’eventuale reazione
non sarebbe più una risposta al primo passo effettivo, ma
un vero e proprio primo passo autonomo, dunque sbagliato. Quando arriva il secondo passo, se arriva (ma nel
frattempo si sono patite pene indicibili, calcolando le ore
di attesa, i giorni, quando non le settimane e i mesi, morsi
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