PRATO, 22 MAGGIO 1987 Pare proprio che tocchi a me. Finalmente, è arrivato il momento di proseguire questa lettera che Ubaldo, per primo, scrisse al suo futuro figlio. Inizio a scriverla una settimana dopo che il mio primo figlio Jonnino (non l'ho chiamerò mai col proprio 1 nome Jonathan, nome molto trash "imposto" da mia moglie Donatella) ha compiuto un anno. Di conseguenza, per la prima volta, questo mio testimone, a differenza di quelli precedenti, ha già il suo destinatario! Prato. Quanto amo questa città! Anche se sono tutto tranne che un provincialista convinto. In giro per il mondo non mi sono mai spacciato per fiorentino, non ho mai detto:<< abito vicino a… >> e neppure uno sguaiato:<< Son di Praho >>. Semplicemente, mi son sempre presentato così:<< Sono di Prato, la città più importante al mondo per i tessuti e per i cantuccini col vin santo. È in provincia di Firenze, ma tra noi e i fiorentini c'è come mangiare e stare a guardare >>. Quando c'è stato bisogno, l'ho ripetuta anche in un simpatico e maccheronico inglese. A Firenze invidio 2 soltanto la Fiorentina, intesa come bistecca e ancor di più come squadra di calcio, della quale sono profondamente innamorato perso da quando avevo cinque anni. Un amore trasmesso da mio babbo e che sicuramente tramanderò anche a te, Jonnino. Non hai scampo! Non hai alternative! Sono nato il 19 maggio del 1962 nella clinica di Villa Fiorita, sulle colline del Monteferrato, la stessa clinica che ha sentito i primi vagiti di Jonnino lo scorso 12 maggio, e per i primi mesi di vita, da quel che mi è stato detto, ho vissuto con i miei genitori nella casa di Figline, assieme ai nonni paterni Felice e Armida. Dopo pochi mesi, ci trasferimmo a Santa Lucia, per la precisione nel "Voto", un quartiere tranquillo nella periferia nord di Prato, dove pochi anni prima furono costruite tantissime casine a schiera per gli operai. 3 Questa nuova area era perimetrata da una lunghissima striscia di oliveti, proprio sull'argine del Bisenzio, dove d'estate il brusio delle cicale era assordante, mentre la sera l'incessante canto dei grilli accompagnava l'attraente luce a intermittenza delle lucciole; sull'altro lato, invece, dominava, e domina anche oggi, l'immensa struttura della Socit, il classico fabbricone pratese dove arrivavano vere e proprie montagne di stracci da tutto il mondo, e da dove uscivano ogni giorno chilometri e chilometri di tessuto rifinito pronto per essere trasformato ancora in nuovi abiti. In questa fabbrica, almeno l'80% delle famiglie del circondario aveva un familiare che ci lavorava, direttamente o indirettamente. Questo è uno dei principali ricordi che porto con me, odori e sapori di quella Prato di metà anni ‘60, quasi incantata, già da diversi anni presa d'assalto da cicliche migrazioni 4 di lavoratori provenienti dal sud, che proprio qui si sono costruiti un ottimo avvenire, grazie alla tanta offerta di lavoro che caratterizzava e caratterizza anche oggi la nostra industria tessile. Ti vorrei fare una rapida carrellata della mia infanzia, trascorsa tra Santa Lucia e Figline, tra il fiume Bisenzio e il torrente Bardena, tra i monti della Calvana e il Monteferrato... Che ricordi! Fin da quando avevo sei anni trascorrevo le giornate in Bisenzio, dai primi di aprile fino alla fine di settembre, a pescare in tutti i modi possibili: con le mani, con la canna, con la bilancia, a "rintrono", a seccare i bozzi e chi più ne ha più ne metta! Interminabili erano le partite a pallone nel campino vicino a casa che iniziavano a mattina presto e finivano a buio inoltrato. Le guerre tra Santa Lucia e 5 Voto erano qualcosa di epico: lance fatte con le canne, cerbottane che sparavano olive verdi (che pesti sulle gambe e sulle braccia!), fionde, carabine a aria compressa e altre armi, fino alla sera, quando ci lanciavamo gavettoni di acqua gelida. Naturalmente per le ragazzine della nostra zona, non c'era sera che non venissero bagnate! Nelle serate di primavera, una volta deposte le armi, ci si alleava per andare a "vuotare" i ciliegi di là dal Bisenzio: quante scorpacciate, quante fughe con i contadini alle calcagna! Era l'Italia dei primi anni ‘70, di Italia Brasile 1-4. Era l'Italia dell'austerity, della crisi del petrolio, delle domeniche in bicicletta. Era comunque la Prato dove si lavorava almeno dodici ore al giorno in due turni, domenica inclusa, del brulicare dei barrocci con le pezze e con le tele, dei grossi camion pieni di colli di stracci, delle ciminiere che fumavano 6 ininterrottamente, della lupa affamata di stracci da sbrindellare con l'allupino sempre attento, dell'odore inconfondibile di "crostata" emanata dai carbonizzi, dovuto al mix di acido solforico e soda. Tutto questo era Prato durante quei primi anni ‘70. Ovviamente andavo anche a scuola. Gli Abatoni, vicino casa, furono la mia scuola elementare per tutti i cinque anni. Alle medie invece, mi segnarono alla prima scuola sperimentale a tempo pieno a Prato. Potevo non esserci io? Certo che no! Era in via Fabio Filzi, angolo via Marini. Di giugno e luglio, durante le vacanze, andavo a lavorare nella bottega di alimentari dello zio Marcello a Figline, a fare, come si usa dire, il “garzone”. Anche questo è stato un periodo di cui serbo dei ricordi indelebili, che mi porterò dentro per tutta la vita, 7 senza dimenticare i profumi e i sapori che i supermercati stanno cancellando. Quante volte mi sono incantato a vedere lo zio Marcello "spaccare" in due una forma di parmigiano senza fare una briciola, oppure disossare un prosciutto con l'abilità di un chirurgo consumato, marinare le acciughe con dei battuti di odori inebrianti. Sono passati appena dodici o tredici anni, eppure sembrano secoli. Adesso, nel 1987, nei supermarket, queste tipologie di cibo te le servono pronte in vassoi di plastica chiusi con una velina di nylon molto aderente. Dov’è la poesia di allora? Il capitolo studi si chiuse con una parentesi di due anni presso L' I.T.T., Istituto Tecnico per il Turismo a Firenze. Giunto alla metà del secondo anno, decisi di interrompere gli studi e, nel giro di pochi giorni, come 8 prassi, feci il Libretto di Lavoro mettendomi in cerca di un’occupazione. Nella metà degli anni ‘70, a Prato, con un po’ di buona volontà, non era difficile trovare un lavoro. Infatti, dopo una settimana di prova in un’aspatura, uno dei vari passaggi della lavorazione dei filati, con soddisfazione da entrambi le parti, trovai la mia prima vera occupazione presso una rifinizione di tessuti. Era il 16 marzo 1978. Non avevo compiuto ancora sedici anni e per me era il primo giorno di lavoro. In contemporanea, a Roma in via Fani, le Brigate Rosse rapivano Aldo Moro. Appena appresa la notizia, i sindacati indissero uno sciopero istantaneo. Il mio primo giorno di lavoro durò solamente quattro ore. Quei primi anni di adolescenza furono belli e allo stesso tempo complicati. In particolare, molto 9 dolorosa fu la separazione dei miei genitori. Scelsi di rimanere col babbo, che in quel periodo lavorava come autista di autotreni in giro per l'Italia. Senza dubbio dovetti crescere velocemente, anche se sedicenne ero già indipendente. La scelta di rimanere col babbo la rifarei altre cento volte. Erano gli anni delle vespe truccate e delle prime cotte, ma io m’innamorai perdutamente di una "Fiorentina". Vestiva sempre di viola e ci vedevamo tutte le domeniche, una volta in Curva Fiesole a Firenze, luogo per me molto speciale, e l'altra sempre in giro per l’Italia. Dovessi raccontarti questo periodo, non basterebbero dieci lettere come questa. La “Fiesole” era una realtà unica e invidiata, voluta e fatta da un gruppo di 10 ragazzi appena maggiorenni. Considero un privilegio aver avuto la fortuna di conoscere Stefano Biagini da Narnali, per molti “Il Pompa”, per me semplicemente Stefano. Potrei dilungarmi e parlarti di molti altri ragazzi unici come Stefano con i quali ho passato domeniche indimenticabili. Ultras Viola si è per sempre! L’Aprile del caratterizzato 1981 da fu una un anno serie di importante, eventi che condizioneranno in maniera totale la mia vita. Era un venerdì. Diciannovenne già patentato da quasi un anno, con una splendida Renault Diane 6 rossa sotto al sedere, ricevetti una chiamata da Stefano:<< Ale, ho un impegno importante. Domani non posso venire a Catanzaro a vedere la Fiore >>. << Senza Stefano non si parte >> pensai tra me e me. Decisi che 11 anche il sottoscritto, per la seconda volta in questo campionato, non avrebbe seguito la Viola in trasferta. La domenica pomeriggio al circolo di Santa Lucia, Roberto, un caro amico, mi invitò ad andare con lui a ballare al circolo di Vaiano, un paesino sopra Prato. Appena montati in macchina, mi disse di passare davanti alla fermata dell’autobus perché ad aspettarci c’erano tre sue amiche che aveva conosciuto da poco: Tatiana, Donatella e la terza, di cui non ricordo il nome. Tre “montanine” di Montepiano trapiantate a Prato. Quella Donatella adesso è la tua mamma! Un mese dopo, maggio 1981, fu il turno della temuta e purtroppo attesa lettera verde. La cartolina di precetto in cui c’era scritto chiaramente, nero su bianco:<< La recluta Alessandro Targetti deve 12 presentarsi presso la caserma Gonzaga di Foligno entro e non oltre il giorno 01/09/1981 >>. Qui cominciò la storia del fante Alessandro Targetti, unico Targetti finora menzionato ad essere arruolato militare. Per un verso o per un altro, i vari Ubaldo, Felice, Marcello e Mauro non hanno mai servito il Regio Esercito prima e l’Esercito Italiano poi. Nel frattempo, dal punto di vista lavorativo, riuscii a trovare una buona dimensione. Una delle mie migliori caratteristiche è stata sempre quella di non accontentarmi e di cercare sempre di migliorarmi. Da apprendista, nel contesto del finissaggio di tessuti, ho girato un po’ per tutti i macchinari, fino a fermarmi in “follatura”. Il “follatore” uno dei più vecchi mestieri pratesi: lava le pezze. Pensa: lavoravo dodici 13 ore al giorno e quando uscivo alle 18 andavo a fare altre due ore di “esperienza” in “San Fabiano”, dietro “Sant’Agostino”, in una delle più vecchie e conosciute follature di Prato. L’ambiente, di primo impatto, sembrava un girone infernale della Divina Commedia. In questo periodo, come per altri settori del finissaggio di tessuti, erano in atto grandi cambiamenti, dovuti alla costante ricerca tecnologica che aveva l’obiettivo di incrementare la produzione. In follatura passammo da macchinari dove si trattavano una o due pezze al massimo, a dei “mostri” che “mangiavano” fino a ventiquattro pezze per volta. Fu una rivoluzione: aumentava in maniera impressionante la produzione ma, quando qualcosa andava storto, aumentavano in maniera impressionante anche i danni. Mi applicai molto alla conoscenza di questi nuovi macchinari e sistemi di 14 lavorazione. Cavalcai l’onda e a diciannove anni ero caporeparto con quindici persone sotto la mia responsabilità. Erano tutte più vecchie di me e non fu una situazione facile da gestire. Nell’agosto del 1981, trascorsi la mia prima settimana di vacanza con i soliti amici d’infanzia a Rimini, in una storica pensione in via Lagomaggio. Un bel giorno salutai tutti e, con la mia fedele Renault Diane scappottata, guidai per quattro ore filate per un coast to coast Rimini-Versilia che ancora oggi ricordo come fosse ieri, inclusa la colonna sonora, canzone dopo canzone. Tutto questo per stare vicino alla Donatella. Un mese dopo eccomi già a Foligno per il C.A.R., “Centro Addestramento Reclute”. Di questo primo 15 mese di militare ho un sacco di ricordi. Il primo è il bel clima che si respirava a Foligno dovuto alla “Quintana”, giostra medievale che si svolgeva proprio in settembre. Per quest’occasione il paese si trasformava in un’enorme grigliata: fuochi e bracieri pronti a cuocere le ghiotte “norcinerie” provenienti da tutte le parti. Un altro ricordo indelebile per il resto della mia vita, è il giuramento alla Repubblica che precederà di qualche giorno il trasferimento al Corpo. Per la verità, il giorno prima che annunciassero le destinazioni, vidi con i miei occhi su un tabulato, grazie ad un furiere compiacente, che sarei rimasto a Foligno con la qualifica di Caporale Istruttore. Ero felice: Foligno e Prato distavano solo un’ora e mezzo di autostrada l’una dall’altra. Il problema fu che non feci i conti con il lapis e con le raccomandazioni e, 16 come per magia, il giorno dopo anziché rimanere in Umbria fui catapultato a Elvas, sperduto paesino “bilingue” situato sul cucuzzolo di una montagna che faceva da sentinella alla Val Pusteria. Dominavamo dall’alto Bressanone e il confine con l’Austria distava praticamente 15-20 chilometri. In pratica mi ritrovai dal piangere per la partenza militare al piangere, un anno dopo, per il congedo. Fu un anno fantastico, grazie soprattutto alla macchina e ad una sufficiente disponibilità di soldini che mi ero messo da parte lavorando gli anni precedenti. Questo mi permise di non farmi mai mancare niente, e di “regalarmi” un anno senza pensieri in sud Tirolo. Quello del militare era l’anno in cui potevi partire astemio e tornare alcolizzato, partire salutista e 17 tornare “fattone” tossico, ma era anche l’anno in cui partivi ragazzotto e tornavi ometto! Finito il servizio militare, ripresi il mio posto di lavoro con le medesime mansioni. Erano gli anni in cui a Montemurlo, per percorrere via Scarpettini in orario di punta, ci volevano minimo trenta minuti. Ordini su ordini, migliaia e centinaia di migliaia di metri di stoffa esportati ogni giorno in tutto il mondo, lettere di credito aperte, navi pronte a salpare, promesse di pagamento, la Germania, l’America, centomila metri, due milioni di metri, pezze, pezze, pezze e ancora pezze… che confusione! La Prato dei primi anni ‘80 a volte sembrava più Stoccarda che Prato, con il centro pieno di Mercedes 18 impreziosite da impronunciabili sigle extra-lusso tipo CKL, SL, SSL, ZTL e con cilindrate sempre più vicine a jet supersonici. Su modelli nuovi ed esclusivi sedevano nuovi industriali arricchitisi in poco tempo, mentre su vetture usate ma pur sempre Mercedes, viaggiavano qualificati, assistenti, chimici e capi, i capetti, filatori ricercatissimi “addetti all’assortimento”. Era il 1982. L’anno dei mondiali in Spagna e del grido di Tardelli, dello scudetto rubato dalla Juventus all’ultima giornata a Catanzaro, dell’addio a Gilles Villeneuve e dell’uscita nei cinema di tutto il mondo di Blade Runner. Faceva un caldo terribile quell’estate. 19 Prato era una città che si è affacciata a questo decennio con l’entusiasmo spinto da un’industria che dà lavoro a un pratese su tre. Gli industriali, che dagli anni ‘50 in poi si sono fatti largo nel mondo come l’eccellenza dell’industria laniera, durante questi anni hanno iniziato senza ombra di dubbio a raccogliere i frutti del loro successo e dei sacrifici di chi li aveva preceduti. Abbiamo la convinzione di vivere in prima persona una specie di conquista del mondo, con i pratesi che stanno comprando enormi case al Forte e ville immerse nella pineta della giovane Punta Ala mentre d’inverno si divertono sulle piste innevate di Cortina e Saint Moritz. Insomma, a Prato ci sentiamo un po’ tutti dei Giovanni Agnelli in erba. 20 L’Avvocato lo ignora di sicuro, ma nella mia città cerchiamo un po’ tutti di emularlo. Anche chi come me si trova nella posizione di dipendente, ha la sensazione di poter cambiare la sua condizione sociale. Questo è anche il motivo per cui a Prato, stranamente, anche se la geografia direbbe il contrario, tutti tifano Juventus. Un po’ per contrapposizione alla vicina e tanto odiata Firenze, un po’ perché è la squadra dell’Avvocato. È la squadra dell’imprenditore più importante d’Italia. Questo benessere è un fenomeno che ha migliorato il livello di vita di tutti i cittadini in tutti gli strati sociali. Si sta davvero bene un po’ tutti, non solo alla Castellina. Si sta bene a Narnali, a Galciana, a Coiano e, soprattutto, alla Castellina. Questo quartiere, abbraccia le colline della Calvana tra gli ulivi di Filettole fino a sposarsi con La Pietà, quasi al ridosso 21 del centro storico. È il quartiere in cui tutti gli imprenditori di successo stanno costruendo le proprie ville. Se vogliamo, è un po’ la Beverly Hills in salsa pratese. Prato va in vacanza almeno tre volte l’anno e finisce col portare ovunque la sua pratesità. A Pasqua, andiamo quasi tutti a visitare una capitale europea. Parigi e Londra sono le più gettonate. Chi può ci va in aereo per conto suo, chi non può ci va con l’autobus della CAP. A maggio, finite le scuole, le mamme si trasferiscono in massa con i bambini nell’amata Versilia fino a Settembre, lasciando il marito imprenditore al caldo della città. Infinite le storie di corna e tradimenti che caratterizzano le estati versiliesi dagli anni ‘60, quando il bagnino fortemarmino diventava l’oggetto dei sogni erotici delle mogli pratesi in trasferta. 22 Ad agosto poi, c’è sempre il tempo per fare una scappatina a Saint Tropez a trovare gli amici di sempre o, perché no, al fresco di Cortina. A Natale è il turno delle Maldive o del giretto alla scoperta dell’America. Spesso si torna direttamente dopo Befana. Il pratese detta legge nelle località migliori del mondo. Ha case dappertutto. E’ ovunque. Questo periodo florido ha spinto molti imprenditori ad aprire uffici di rappresentanza oltre oceano, anche nella quinta strada a New York. Il pratese ricco è il padrone del mondo, mentre quelli come me, la manodopera, mandano avanti la baracca in città. L’esercito del padrone siamo noi dipendenti. Migliaia di operai impiegati nel distretto. Mentre i nostri titolari sono continuamente in giro per il mondo a 23 esporre i nostri tessuti e a mostrare le differenti lavorazioni, noi ce ne stiamo qua. Milano. Parigi. New York. È questo il triangolo d’oro degli anni ‘80. Ero solo un ragazzone di venti anni in quell’autunno dell’82. Riuscii a diventare responsabile di un reparto di trenta operai, tutti più grandi di me. Erano periodi in cui, se meritavi, emergevi. I giovani più interessanti erano contesi dalle aziende più importanti. Queste, investivano molto nella crescita di noi giovani perché eravamo il futuro del distretto, quel futuro che stava passando da Prato e dalle sue pezze di lana rigenerata. Tutto iniziò secoli fa quando i fiorentini venivano a Prato a tingere i loro tessuti, quasi sempre lane pregiate, con i coloranti naturali ottenuti dalla lavorazione di pietre provenienti dal Monteferrato. 24 Una sera di fine luglio, quando la mia testa si stava già preparando alle tanto desiderate vacanze estive, il titolare del lanificio in cui lavoravo mi chiamò nel suo ufficio. << Abbiamo venduto una ventina di macchinari vecchi ad una ditta cinese. Nel contratto, c’è scritto che dobbiamo mandare insieme alle macchine anche un tecnico giovane per istruire gli operai cinesi. Hai tutto il mese per pensarci. Prenderai più del doppio di quanto prendi qua, avrai una casa con due donne che provvederanno a pulire e a cucinare. E anche una macchina sportiva. Tutto pagato ovviamente. Ci dovrai stare almeno cinque anni. Poi, se vorrai tornare a Prato, potrai farlo qui da noi >>. Figuriamoci se un ragazzo di Santa Lucia, che folava le pezze dalla mattina alla sera, potesse sapere dove si trovasse Canton. Onestamente non sapevo bene dove 25 fosse quella città. Mi ricordava solo il riso alla “Cantonese” che mi fece scoprire babbo Mauro, che nella vita non si è mai fatto mancare niente, portandomi a mangiare in quel ristorante cinese che avevano aperto a Firenze. Era ed è ancora una cucina lontana fatta di sapori stranissimi, fino a quel momento sconosciuti. Tornato a casa dal lavoro riuscii a trovare solo la mia futura moglie che, una volta raccontata la proposta, si impuntò talmente tanto da convincere anche me che quella che mi era stata fatta era una proposta che dovevo rifiutare. Anche lei, giovane pratese appena maggiorenne, lavorava da qualche anno in una filatura in vallata. Una settimana di giorno, quella dopo di notte. Si. Perché, a Prato, si lavora anche di notte. 26 Eravamo troppo giovani per prendere e partire alla volta di un mondo così lontano. In linea d’area, tra Prato e Canton c’è quanto tra la Terra e la Luna. Un’infinità. Avremmo dovuto lasciare le nostre famiglie, il lavoro e il Bisenzio (fiume che bagna la città di Prato e che scorre proprio dietro casa dei miei genitori). Ci sarebbe voluto coraggio, o forse un pizzico di follia. Inoltre, piccolo particolare ma forse il più importante, adoravamo il futuro che ci stavamo costruendo con enormi sacrifici ma anche con enormi soddisfazioni. Amavamo quell’energia che solamente la Prato di inizio anni 80’ riusciva a darci. Una città dove ci conoscevamo tutti, dove lo straniero era al massimo il pugliese o il calabrese, venuto anch’esso a lavorare nelle fabbriche. Una città dove si guadagnava tanto. Una città che era la padrona del mondo. 27 Quella città dove sai che il giorno dopo, sarà meglio di quello prima. Erano però anche anni in cui il più importante istituto di credito della nostra area distribuiva soldi, sogni e illusioni a go go, con garanzie ridicole e, addirittura, nel maggior dei casi, inesistenti. Oggi, nel 1987, si comincia a vedere il risultato, lo scempio e il danno fatti alla città da questi vergognosi banchieri pratesi. Nel frattempo, con la mia Donatella, iniziammo a pianificare le tappe successive della nostra vita. Eravamo poco più che bambini quando, senza né obblighi né impedimenti, ci sposammo nella chiesetta di Filettole. Era il 14 luglio 1984. Di quel giorno abbastanza recente ricordo l’allegria dei partecipanti alla nostra festa, in maniera particolare le sonore risate di mia suocera Natalina. Chissà che pasticche le 28 aveva prescritto il dottore per superare lo stress di quella giornata! Andammo in viaggio di nozze alle Canarie. Fu la prima volta che salii su un aereo. Il primo anno di matrimonio filò liscio e in agosto andammo in vacanza con degli amici in Tunisia. A fine settembre del 1985 la più dolce delle notizie: Donatella aspettava un bambino! Quest’ultimo periodo è caratterizzato anche da un’altra importante novità: ho cambiato ditta e mi sono spostato in vallata, vicino a casa. Lavoro con le stesse mansioni in una storica azienda di tradizione e, a differenza della precedente, qua siamo totalmente improntati sulla qualità dei tessuti che lavoriamo: cachemire (quello vero al 100%, non quello ottenuto in maniera truffaldina con specifici ammorbidenti), alpaca, lana pettinata, cammello, vero loden 29 “Steinbock” e altre fibre pregiatissime. Lavoriamo per ditte rinomatissime in tutto il mondo. Quando ormai ero convinto che saresti nato il mio stesso giorno, la mattina del 12 maggio del 1986 portai Donatella, con chiare avvisaglie pre parto, alla clinica di Villa Fiorita. Non feci neppure in tempo a rendermi conto di quello che stava succedendo, che mentre da una cabina telefonica dell’atrio stavo chiamando in ditta per dire che non sarei andato al lavoro, il portiere della clinica m’interruppe:<< È lei Targetti? Complimenti, è andato tutto bene: è un bel maschietto! >>. Ero al settimo cielo. 30 Il ricordo di quel primo viaggio fatto insieme in ascensore mi accompagnerà per tutta la vita: misi il mio dito indice nella tua manina e tu me lo stringesti. Forse fu proprio in quel momento che siglammo il nostro primo patto di sangue. È passato un anno da quando sei nato ed io, al compimento dei miei venticinque anni, ecco che rispondo alla volontà del mio bisnonno Ubaldo. Tra l’altro, “Ubaldo” è il mio terzo nome, presente anche sul certificato di battesimo in chiesa a Coiano. Mi raccomando, fai lo stesso quando anche tu avrai compiuto venticinque anni, o giù di lì! Il babbo Sandro. 31