PRATO, 22 MAGGIO 1987
Pare proprio che tocchi a me. Finalmente, è arrivato il
momento di proseguire questa lettera che Ubaldo, per
primo, scrisse al suo futuro figlio.
Inizio a scriverla una settimana dopo che il mio primo
figlio Jonnino (non l'ho chiamerò mai col proprio
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nome Jonathan, nome molto trash "imposto" da mia
moglie
Donatella)
ha
compiuto un
anno.
Di
conseguenza, per la prima volta, questo mio
testimone, a differenza di quelli precedenti, ha già il
suo destinatario!
Prato. Quanto amo questa città! Anche se sono tutto
tranne che un provincialista convinto. In giro per il
mondo non mi sono mai spacciato per fiorentino, non
ho mai detto:<< abito vicino a… >> e neppure uno
sguaiato:<< Son di Praho >>. Semplicemente, mi son
sempre presentato così:<< Sono di Prato, la città più
importante al mondo per i tessuti e per i cantuccini col
vin santo. È in provincia di Firenze, ma tra noi e i
fiorentini c'è come mangiare e stare a guardare >>.
Quando c'è stato bisogno, l'ho ripetuta anche in un
simpatico e maccheronico inglese. A Firenze invidio
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soltanto la Fiorentina, intesa come bistecca e ancor di
più come squadra di calcio, della quale sono
profondamente innamorato perso da quando avevo
cinque anni. Un amore trasmesso da mio babbo e che
sicuramente tramanderò anche a te, Jonnino. Non hai
scampo! Non hai alternative!
Sono nato il 19 maggio del 1962 nella clinica di Villa
Fiorita, sulle colline del Monteferrato, la stessa clinica
che ha sentito i primi vagiti di Jonnino lo scorso 12
maggio, e per i primi mesi di vita, da quel che mi è
stato detto, ho vissuto con i miei genitori nella casa di
Figline, assieme ai nonni paterni Felice e Armida.
Dopo pochi mesi, ci trasferimmo a Santa Lucia, per la
precisione nel "Voto", un quartiere tranquillo nella
periferia nord di Prato, dove pochi anni prima furono
costruite tantissime casine a schiera per gli operai.
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Questa nuova area era perimetrata da una lunghissima
striscia di oliveti, proprio sull'argine del Bisenzio,
dove d'estate il brusio delle cicale era assordante,
mentre
la
sera
l'incessante
canto
dei
grilli
accompagnava l'attraente luce a intermittenza delle
lucciole; sull'altro lato, invece, dominava, e domina
anche oggi, l'immensa struttura della Socit, il classico
fabbricone
pratese dove
arrivavano
vere
e
proprie montagne di stracci da tutto il mondo, e da
dove uscivano ogni giorno chilometri e chilometri di
tessuto rifinito pronto per essere trasformato ancora in
nuovi abiti. In questa fabbrica, almeno l'80% delle
famiglie del circondario aveva un familiare che ci
lavorava, direttamente o indirettamente. Questo è uno
dei principali ricordi che porto con me, odori e sapori
di quella Prato di metà anni ‘60, quasi incantata, già
da diversi anni presa d'assalto da cicliche migrazioni
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di lavoratori provenienti dal sud, che proprio qui si
sono costruiti un ottimo avvenire, grazie alla tanta
offerta di lavoro che caratterizzava e caratterizza
anche oggi la nostra industria tessile.
Ti vorrei fare una rapida carrellata della mia infanzia,
trascorsa tra Santa Lucia e Figline, tra il fiume
Bisenzio e il torrente Bardena, tra i monti della
Calvana e il Monteferrato... Che ricordi! Fin da
quando avevo sei anni trascorrevo le giornate in
Bisenzio, dai primi di aprile fino alla fine di
settembre, a pescare in tutti i modi possibili: con le
mani, con la canna, con la bilancia, a "rintrono", a
seccare i bozzi e chi più ne ha più ne metta!
Interminabili erano le partite a pallone nel campino
vicino a casa che iniziavano a mattina presto e
finivano a buio inoltrato. Le guerre tra Santa Lucia e
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Voto erano qualcosa di epico: lance fatte con le
canne, cerbottane che sparavano olive verdi (che pesti
sulle gambe e sulle braccia!), fionde, carabine a aria
compressa e altre armi, fino alla sera, quando ci
lanciavamo gavettoni di acqua gelida. Naturalmente
per le ragazzine della nostra zona, non c'era sera che
non venissero bagnate! Nelle serate di primavera, una
volta deposte le armi, ci si alleava per andare a
"vuotare" i ciliegi di là dal Bisenzio: quante
scorpacciate, quante fughe con i contadini alle
calcagna! Era l'Italia dei primi anni ‘70, di Italia Brasile 1-4. Era l'Italia dell'austerity, della crisi del
petrolio, delle domeniche in bicicletta. Era comunque
la Prato dove si lavorava almeno dodici ore al giorno
in due turni, domenica inclusa, del brulicare dei
barrocci con le pezze e con le tele, dei grossi camion
pieni di colli di stracci, delle ciminiere che fumavano
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ininterrottamente, della lupa affamata di stracci da
sbrindellare con l'allupino sempre attento, dell'odore
inconfondibile di "crostata" emanata dai carbonizzi,
dovuto al mix di acido solforico e soda. Tutto questo
era Prato durante quei primi anni ‘70. Ovviamente
andavo anche a scuola. Gli Abatoni, vicino casa,
furono la mia scuola elementare per tutti i cinque
anni. Alle medie invece, mi segnarono alla prima
scuola sperimentale a tempo pieno a Prato. Potevo
non esserci io? Certo che no! Era in via Fabio Filzi,
angolo via Marini.
Di giugno e luglio, durante le vacanze, andavo a
lavorare nella bottega di alimentari dello zio Marcello
a Figline, a fare, come si usa dire, il “garzone”. Anche
questo è stato un periodo di cui serbo dei ricordi
indelebili, che mi porterò dentro per tutta la vita,
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senza dimenticare i profumi e i sapori che i
supermercati stanno cancellando. Quante volte mi
sono incantato a vedere lo zio Marcello "spaccare" in
due una forma di parmigiano senza fare una briciola,
oppure disossare un prosciutto con l'abilità di un
chirurgo consumato, marinare le acciughe con dei
battuti di odori inebrianti. Sono passati appena dodici
o tredici anni, eppure sembrano secoli. Adesso, nel
1987, nei supermarket, queste tipologie di cibo te le
servono pronte in vassoi di plastica chiusi con una
velina di nylon molto aderente. Dov’è la poesia di
allora?
Il capitolo studi si chiuse con una parentesi di due
anni presso L' I.T.T., Istituto Tecnico per il Turismo a
Firenze. Giunto alla metà del secondo anno, decisi di
interrompere gli studi e, nel giro di pochi giorni, come
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prassi, feci il Libretto di Lavoro mettendomi in cerca
di un’occupazione. Nella metà degli anni ‘70, a Prato,
con un po’ di buona volontà, non era difficile trovare
un lavoro. Infatti, dopo una settimana di prova in
un’aspatura, uno dei vari passaggi della lavorazione
dei filati, con soddisfazione da entrambi le parti,
trovai la mia prima vera occupazione presso una
rifinizione di tessuti. Era il 16 marzo 1978. Non avevo
compiuto ancora sedici anni e per me era il primo
giorno di lavoro. In contemporanea, a Roma in via
Fani, le Brigate Rosse rapivano Aldo Moro. Appena
appresa la notizia, i sindacati indissero uno sciopero
istantaneo. Il mio primo giorno di lavoro durò
solamente quattro ore.
Quei primi anni di adolescenza furono belli e allo
stesso tempo complicati. In particolare, molto
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dolorosa fu la separazione dei miei genitori. Scelsi di
rimanere col babbo, che in quel periodo lavorava
come autista di autotreni in giro per l'Italia. Senza
dubbio dovetti crescere velocemente, anche se
sedicenne ero già indipendente. La scelta di rimanere
col babbo la rifarei altre cento volte.
Erano gli anni delle vespe truccate e delle prime cotte,
ma io m’innamorai perdutamente di una "Fiorentina".
Vestiva sempre di viola e ci vedevamo tutte le
domeniche, una volta in Curva Fiesole a Firenze,
luogo per me molto speciale, e l'altra sempre in giro
per l’Italia.
Dovessi raccontarti questo periodo, non basterebbero
dieci lettere come questa. La “Fiesole” era una
realtà unica e invidiata, voluta e fatta da un gruppo di
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ragazzi appena maggiorenni. Considero un privilegio
aver avuto la fortuna di conoscere Stefano Biagini da
Narnali, per molti “Il Pompa”, per me semplicemente
Stefano. Potrei dilungarmi e parlarti di molti altri
ragazzi unici come Stefano con i quali ho passato
domeniche indimenticabili. Ultras Viola si è per
sempre!
L’Aprile
del
caratterizzato
1981
da
fu
una
un
anno
serie
di
importante,
eventi
che
condizioneranno in maniera totale la mia vita.
Era un venerdì. Diciannovenne già patentato da quasi
un anno, con una splendida Renault Diane 6 rossa
sotto al sedere, ricevetti una chiamata da Stefano:<<
Ale, ho un impegno importante. Domani non posso
venire a Catanzaro a vedere la Fiore >>. << Senza
Stefano non si parte >> pensai tra me e me. Decisi che
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anche il sottoscritto, per la seconda volta in questo
campionato, non avrebbe seguito la Viola in trasferta.
La domenica pomeriggio al circolo di Santa Lucia,
Roberto, un caro amico, mi invitò ad andare con lui a
ballare al circolo di Vaiano, un paesino sopra Prato.
Appena montati in macchina, mi disse di passare
davanti alla fermata dell’autobus perché ad aspettarci
c’erano tre sue amiche che aveva conosciuto da poco:
Tatiana, Donatella e la terza, di cui non ricordo il
nome. Tre “montanine” di Montepiano trapiantate a
Prato. Quella Donatella adesso è la tua mamma!
Un mese dopo, maggio 1981, fu il turno della temuta
e purtroppo attesa lettera verde. La cartolina di
precetto in cui c’era scritto chiaramente, nero su
bianco:<< La recluta Alessandro Targetti deve
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presentarsi presso la caserma Gonzaga di Foligno
entro e non oltre il giorno 01/09/1981 >>.
Qui cominciò la storia del fante Alessandro Targetti,
unico Targetti finora menzionato ad essere arruolato
militare. Per un verso o per un altro, i vari Ubaldo,
Felice, Marcello e Mauro non hanno mai servito il
Regio Esercito prima e l’Esercito Italiano poi.
Nel frattempo, dal punto di vista lavorativo, riuscii a
trovare una buona dimensione. Una delle mie migliori
caratteristiche
è
stata
sempre
quella
di
non
accontentarmi e di cercare sempre di migliorarmi. Da
apprendista, nel contesto del finissaggio di tessuti, ho
girato un po’ per tutti i macchinari, fino a fermarmi
in “follatura”. Il “follatore” uno dei più vecchi
mestieri pratesi: lava le pezze. Pensa: lavoravo dodici
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ore al giorno e quando uscivo alle 18 andavo a fare
altre due ore di “esperienza” in “San Fabiano”, dietro
“Sant’Agostino”,
in
una
delle
più
vecchie
e
conosciute follature di Prato. L’ambiente, di primo
impatto, sembrava un girone infernale della Divina
Commedia. In questo periodo, come per altri settori
del finissaggio di tessuti, erano in atto grandi
cambiamenti, dovuti alla costante ricerca tecnologica
che aveva l’obiettivo di incrementare la produzione.
In follatura passammo da macchinari dove si
trattavano una o due pezze al massimo, a dei “mostri”
che “mangiavano” fino a ventiquattro pezze per volta.
Fu
una
rivoluzione:
aumentava
in
maniera
impressionante la produzione ma, quando qualcosa
andava
storto,
aumentavano
in
maniera
impressionante anche i danni. Mi applicai molto alla
conoscenza di questi nuovi macchinari e sistemi di
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lavorazione. Cavalcai l’onda e a diciannove anni ero
caporeparto con quindici persone sotto la mia
responsabilità. Erano tutte più vecchie di me e non fu
una situazione facile da gestire.
Nell’agosto del 1981, trascorsi la mia prima settimana
di vacanza con i soliti amici d’infanzia a Rimini, in
una storica pensione in via Lagomaggio.
Un bel giorno salutai tutti e, con la mia fedele Renault
Diane scappottata, guidai per quattro ore filate per un
coast to coast Rimini-Versilia che ancora oggi ricordo
come fosse ieri, inclusa la colonna sonora, canzone
dopo canzone. Tutto questo per stare vicino alla
Donatella.
Un mese dopo eccomi già a Foligno per il C.A.R.,
“Centro Addestramento Reclute”. Di questo primo
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mese di militare ho un sacco di ricordi. Il primo è il
bel clima che si respirava a Foligno dovuto alla
“Quintana”, giostra medievale che si svolgeva proprio
in settembre.
Per quest’occasione il paese si trasformava in
un’enorme grigliata: fuochi e bracieri pronti a cuocere
le ghiotte “norcinerie” provenienti da tutte le parti. Un
altro ricordo indelebile per il resto della mia vita, è il
giuramento alla Repubblica che precederà di qualche
giorno il trasferimento al Corpo.
Per la verità, il giorno prima che annunciassero le
destinazioni, vidi con i miei occhi su un tabulato,
grazie ad un furiere compiacente, che sarei rimasto a
Foligno con la qualifica di Caporale Istruttore. Ero
felice: Foligno e Prato distavano solo un’ora e mezzo
di autostrada l’una dall’altra. Il problema fu che non
feci i conti con il lapis e con le raccomandazioni e,
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come per magia, il giorno dopo anziché rimanere in
Umbria fui catapultato a Elvas, sperduto paesino
“bilingue” situato sul cucuzzolo di una montagna che
faceva da sentinella alla Val Pusteria. Dominavamo
dall’alto Bressanone e il confine con l’Austria distava
praticamente 15-20 chilometri. In pratica mi ritrovai
dal piangere per la partenza militare al piangere, un
anno dopo, per il congedo. Fu un anno fantastico,
grazie soprattutto alla macchina e ad una sufficiente
disponibilità di soldini che mi ero messo da parte
lavorando gli anni precedenti. Questo mi permise di
non farmi mai mancare niente, e di “regalarmi” un
anno senza pensieri in sud Tirolo.
Quello del militare era l’anno in cui potevi partire
astemio e tornare alcolizzato, partire salutista e
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tornare “fattone” tossico, ma era anche l’anno in cui
partivi ragazzotto e tornavi ometto!
Finito il servizio militare, ripresi il mio posto di
lavoro con le medesime mansioni.
Erano gli anni in cui a Montemurlo, per percorrere via
Scarpettini in orario di punta, ci volevano minimo
trenta minuti. Ordini su ordini, migliaia e centinaia di
migliaia di metri di stoffa esportati ogni giorno in
tutto il mondo, lettere di credito aperte, navi pronte a
salpare, promesse di pagamento, la Germania,
l’America, centomila metri, due milioni di metri,
pezze, pezze, pezze e ancora pezze… che confusione!
La Prato dei primi anni ‘80 a volte sembrava più
Stoccarda che Prato, con il centro pieno di Mercedes
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impreziosite da impronunciabili sigle extra-lusso tipo
CKL, SL, SSL, ZTL e con cilindrate sempre più
vicine a jet supersonici. Su modelli nuovi ed esclusivi
sedevano nuovi industriali arricchitisi in poco tempo,
mentre su vetture usate ma pur sempre Mercedes,
viaggiavano
qualificati,
assistenti,
chimici
e
capi,
i
capetti,
filatori
ricercatissimi
“addetti
all’assortimento”.
Era il 1982. L’anno dei mondiali in Spagna e del
grido di Tardelli, dello scudetto rubato dalla Juventus
all’ultima giornata a Catanzaro, dell’addio a Gilles
Villeneuve e dell’uscita nei cinema di tutto il mondo
di
Blade
Runner.
Faceva
un
caldo
terribile
quell’estate.
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Prato era una città che si è affacciata a questo
decennio con l’entusiasmo spinto da un’industria che
dà lavoro a un pratese su tre.
Gli industriali, che dagli anni ‘50 in poi si sono fatti
largo nel mondo come l’eccellenza dell’industria
laniera, durante questi anni hanno iniziato senza
ombra di dubbio a raccogliere i frutti del loro
successo e dei sacrifici di chi li aveva preceduti.
Abbiamo la convinzione di vivere in prima persona
una specie di conquista del mondo, con i pratesi che
stanno comprando enormi case al Forte e ville
immerse nella pineta della giovane Punta Ala mentre
d’inverno si divertono sulle piste innevate di Cortina e
Saint Moritz.
Insomma, a Prato ci sentiamo un po’ tutti dei
Giovanni Agnelli in erba.
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L’Avvocato lo ignora di sicuro, ma nella mia città
cerchiamo un po’ tutti di emularlo. Anche chi come
me si trova nella posizione di dipendente, ha la
sensazione di poter cambiare la sua condizione
sociale. Questo è anche il motivo per cui a Prato,
stranamente, anche se la geografia direbbe il
contrario,
tutti
tifano
Juventus.
Un
po’
per
contrapposizione alla vicina e tanto odiata Firenze, un
po’ perché è la squadra dell’Avvocato. È la squadra
dell’imprenditore più importante d’Italia.
Questo benessere è un fenomeno che ha migliorato il
livello di vita di tutti i cittadini in tutti gli strati
sociali. Si sta davvero bene un po’ tutti, non solo alla
Castellina. Si sta bene a Narnali, a Galciana, a Coiano
e, soprattutto, alla Castellina. Questo quartiere,
abbraccia le colline della Calvana tra gli ulivi di
Filettole fino a sposarsi con La Pietà, quasi al ridosso
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del centro storico. È il quartiere in cui tutti gli
imprenditori di successo stanno costruendo le proprie
ville. Se vogliamo, è un po’ la Beverly Hills in salsa
pratese.
Prato va in vacanza almeno tre volte l’anno e finisce
col portare ovunque la sua pratesità. A Pasqua,
andiamo quasi tutti a visitare una capitale europea.
Parigi e Londra sono le più gettonate. Chi può ci va in
aereo per conto suo, chi non può ci va con l’autobus
della CAP. A maggio, finite le scuole, le mamme si
trasferiscono in massa con i bambini nell’amata
Versilia fino a Settembre, lasciando il marito
imprenditore al caldo della città. Infinite le storie di
corna e tradimenti che caratterizzano le estati
versiliesi
dagli
anni
‘60,
quando
il
bagnino
fortemarmino diventava l’oggetto dei sogni erotici
delle mogli pratesi in trasferta.
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Ad agosto poi, c’è sempre il tempo per fare una
scappatina a Saint Tropez a trovare gli amici di
sempre o, perché no, al fresco di Cortina.
A Natale è il turno delle Maldive o del giretto alla
scoperta dell’America. Spesso si torna direttamente
dopo Befana. Il pratese detta legge nelle località
migliori del mondo. Ha case dappertutto. E’ ovunque.
Questo periodo florido ha spinto molti imprenditori ad
aprire uffici di rappresentanza oltre oceano, anche
nella quinta strada a New York. Il pratese ricco è il
padrone del mondo, mentre quelli come me, la
manodopera, mandano avanti la baracca in città.
L’esercito del padrone siamo noi dipendenti. Migliaia
di operai impiegati nel distretto. Mentre i nostri
titolari sono continuamente in giro per il mondo a
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esporre i nostri tessuti e a mostrare le differenti
lavorazioni, noi ce ne stiamo qua.
Milano. Parigi. New York. È questo il triangolo d’oro
degli anni ‘80.
Ero solo un ragazzone di venti anni in quell’autunno
dell’82. Riuscii a diventare responsabile di un reparto
di trenta operai, tutti più grandi di me. Erano periodi
in cui, se meritavi, emergevi. I giovani più interessanti
erano contesi dalle aziende più importanti. Queste,
investivano molto nella crescita di noi giovani perché
eravamo il futuro del distretto, quel futuro che stava
passando da Prato e dalle sue pezze di lana rigenerata.
Tutto iniziò secoli fa quando i fiorentini venivano a
Prato a tingere i loro tessuti, quasi sempre lane
pregiate, con i coloranti naturali ottenuti dalla
lavorazione di pietre provenienti dal Monteferrato.
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Una sera di fine luglio, quando la mia testa si stava
già preparando alle tanto desiderate vacanze estive, il
titolare del lanificio in cui lavoravo mi chiamò nel suo
ufficio. << Abbiamo venduto una ventina di
macchinari vecchi ad una ditta cinese. Nel contratto,
c’è scritto che dobbiamo mandare insieme alle
macchine anche un tecnico giovane per istruire gli
operai cinesi. Hai tutto il mese per pensarci. Prenderai
più del doppio di quanto prendi qua, avrai una casa
con due donne che provvederanno a pulire e a
cucinare. E anche una macchina sportiva. Tutto
pagato ovviamente. Ci dovrai stare almeno cinque
anni. Poi, se vorrai tornare a Prato, potrai farlo qui da
noi >>.
Figuriamoci se un ragazzo di Santa Lucia, che folava
le pezze dalla mattina alla sera, potesse sapere dove si
trovasse Canton. Onestamente non sapevo bene dove
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fosse quella città. Mi ricordava solo il riso alla
“Cantonese” che mi fece scoprire babbo Mauro, che
nella vita non si è mai fatto mancare niente,
portandomi a mangiare in quel ristorante cinese che
avevano aperto a Firenze. Era ed è ancora una cucina
lontana fatta di sapori stranissimi, fino a quel
momento sconosciuti.
Tornato a casa dal lavoro riuscii a trovare solo la mia
futura moglie che, una volta raccontata la proposta, si
impuntò talmente tanto da convincere anche me che
quella che mi era stata fatta era una proposta che
dovevo rifiutare. Anche lei, giovane pratese appena
maggiorenne, lavorava da qualche anno in una filatura
in vallata. Una settimana di giorno, quella dopo di
notte. Si. Perché, a Prato, si lavora anche di notte.
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Eravamo troppo giovani per prendere e partire alla
volta di un mondo così lontano.
In linea d’area, tra Prato e Canton c’è quanto tra la
Terra e la Luna. Un’infinità. Avremmo dovuto
lasciare le nostre famiglie, il lavoro e il Bisenzio
(fiume che bagna la città di Prato e che scorre proprio
dietro casa dei miei genitori). Ci sarebbe voluto
coraggio, o forse un pizzico di follia. Inoltre, piccolo
particolare ma forse il più importante, adoravamo il
futuro che ci stavamo costruendo con enormi sacrifici
ma anche con enormi soddisfazioni. Amavamo
quell’energia che solamente la Prato di inizio anni 80’
riusciva a darci. Una città dove ci conoscevamo tutti,
dove lo straniero era al massimo il pugliese o il
calabrese,
venuto
anch’esso
a
lavorare
nelle
fabbriche. Una città dove si guadagnava tanto. Una
città che era la padrona del mondo.
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Quella città dove sai che il giorno dopo, sarà meglio
di quello prima.
Erano però anche anni in cui il più importante istituto
di credito della nostra area distribuiva soldi, sogni e
illusioni a go go, con garanzie ridicole e, addirittura,
nel maggior dei casi, inesistenti. Oggi, nel 1987, si
comincia a vedere il risultato, lo scempio e il danno
fatti alla città da questi vergognosi banchieri pratesi.
Nel frattempo, con la mia Donatella, iniziammo a
pianificare le tappe successive della nostra vita.
Eravamo poco più che bambini quando, senza né
obblighi né impedimenti, ci sposammo nella chiesetta
di Filettole. Era il 14 luglio 1984. Di quel giorno
abbastanza recente ricordo l’allegria dei partecipanti
alla nostra festa, in maniera particolare le sonore
risate di mia suocera Natalina. Chissà che pasticche le
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aveva prescritto il dottore per superare lo stress di
quella giornata! Andammo in viaggio di nozze alle
Canarie. Fu la prima volta che salii su un aereo. Il
primo anno di matrimonio filò liscio e in agosto
andammo in vacanza con degli amici in Tunisia. A
fine settembre del 1985 la più dolce delle notizie:
Donatella aspettava un bambino!
Quest’ultimo periodo è caratterizzato anche da
un’altra importante novità: ho cambiato ditta e mi
sono spostato in vallata, vicino a casa. Lavoro con le
stesse mansioni in una storica azienda di tradizione e,
a differenza della precedente, qua siamo totalmente
improntati sulla qualità dei tessuti che lavoriamo:
cachemire (quello vero al 100%, non quello ottenuto
in maniera truffaldina con specifici ammorbidenti),
alpaca,
lana
pettinata,
cammello,
vero
loden
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“Steinbock” e altre fibre pregiatissime. Lavoriamo per
ditte rinomatissime in tutto il mondo.
Quando ormai ero convinto che saresti nato il mio
stesso giorno, la mattina del 12 maggio del 1986
portai Donatella, con chiare avvisaglie pre parto, alla
clinica di Villa Fiorita.
Non feci neppure in tempo a rendermi conto di quello
che stava succedendo, che mentre da una cabina
telefonica dell’atrio stavo chiamando in ditta per dire
che non sarei andato al lavoro, il portiere della clinica
m’interruppe:<< È lei Targetti? Complimenti, è
andato tutto bene: è un bel maschietto! >>.
Ero al settimo cielo.
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Il ricordo di quel primo viaggio fatto insieme in
ascensore mi accompagnerà per tutta la vita: misi il
mio dito indice nella tua manina e tu me lo stringesti.
Forse fu proprio in quel momento che siglammo il
nostro primo patto di sangue.
È passato un anno da quando sei nato ed io, al
compimento dei miei venticinque anni, ecco che
rispondo alla volontà del mio bisnonno Ubaldo. Tra
l’altro, “Ubaldo” è il mio terzo nome, presente anche
sul certificato di battesimo in chiesa a Coiano.
Mi raccomando, fai lo stesso quando anche tu avrai
compiuto venticinque anni, o giù di lì!
Il babbo Sandro.
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PRATO, 22 MAGGIO 1987 Pare proprio che tocchi a me. Finalmente