VITA DI
BENIAMINO
GIGLI
(recensione di Eugenio Rossi dal libro
“IL CANTORE DEL POPOLO” di R.De Rensis. Soc.Edit. NOVISSIMA 1935 e da
“Primavera del tenore” di F. Foschi – Micheloni Editore )
Impaginazione e grafica Ortenzi G.B.
Stampato a cura della Redazione de “ il ciavarro “ foglio gratuito interno per soli soci dell’
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IL CANARINO DEL CAMPANILE
Beniamino Gigli nacque a Recanati il 20 Marzo 1890 da
famiglia di modestissime condizioni; suo padre sagrista del
Duomo, faceva anche il venditore ambulante e il calzolaio
al fine di nutrire e vestire nel migliore dei modi i suoi sei
figli, quattro maschi e due femmine.
L’autore De Rensis inizia il suo libro scrivendo “ C’è chi
nasce con una stella sulla fronte: egli nacque con un
usignolo nella gola. Bambino prima che sapesse ben
parlare, cantava ritornelli, arie di chiesa e canzonette.
Spesso la sera lo attorniavano donne, fanciulli e vecchi per
Recanati
farlo cantare, in piazza, sotto la statua del Poeta. La
vocetta tremula e melodiosa si spandeva nel silenzio”.
Il padre lo mandava spesso dal falegname Umberto Brugia – detto Parò – per fare tacchi per le scarpe
chiodate dei contadini; anche Parò si inebriava sentendolo cantare e prima di mandarlo a casa lo sollevava di
peso per metterlo su un cassettone dicendogli: canta qualche cosa, se no non ti mando a casa.
Di solito era molto sollecito a tornare a casa, ma una sera tardò. Aveva incontrato degli amichetti e si era
messo a giocare a piastrella; era un campione e faceva diroccare uno sull’altro, i castellucci di nocciole. E
tornò a casa solo quando ebbe riempito le tasche di nocciole.
Intanto era sopraggiunta la sera e i fratelli lo cercarono inutilmente per il paese; solo alla mamma venne in
mente di guardare sotto il letto e presolo in braccio lo sistemò sul letto.
Frequentò le scuole elementari, ma prima e dopo le ore di scuola faceva il chierichetto in Cattedrale
percependo il lauto compenso quotidiano di due soldi, che egli consegnava puntualmente alla mamma.
S’adoperava in tutti i modi per alleviare le fatiche dei genitori e in particolare seguiva suo padre per aiutarlo a
spingere il carrettino, di mercanzia varia, nelle fiere dandogli un po’ della sua forza che era più di cuore che di
muscoli.
Il babbo e la mamma , nella stagione del raccolto, percorrevano con un carretto trainato da un asinello i poderi
intorno a Recanati per riscuotere il tributo, a cui, per antica tradizione, aveva diritto il sagrista; Beniamino li
accompagnava volentieri per cercare di essere in qualche modo d’aiuto.
Egli amò sempre quei poderi che conosceva molto bene e negli anni dopo la grande guerra, quando i piccoli
proprietari furono colpiti da una grave crisi, egli riscatterà quei terreni, lasciandoli in cura ai buoni coltivatori, a
condizioni vantaggiose; la mamma gli diceva sempre che per cantare bene bisogna voler bene, tanto bene a
tutti.
A sette anni venne ammesso alla Schola Cantorum (a cui già appartenevano i fratelli maggiori) sorta per
iniziativa del maestro Quirino Lazzarini, compositore e organista, con lo scopo di allevare giovani cantori.
Naturalmente il Lazzarini si accorse subito delle qualità canore del piccolo Beniamino dotato di una vocina un
po’ femminea e dolcissima che si espandeva distinta e sovrastante tutte le altre. Anche i fedeli la
riconoscevano e dicevano: “è il canarino del campanile”.
Senza mai trascurare né la scuola, né la chiesa né l’aiuto ai genitori il fanciullo, trovò il tempo per aggregarsi
alla banda cittadina, riuscendo in breve a suonare alquanto bene il sassofono tenore.
Per qualche anno fu garzone di falegname, poi allievo sarto ed infine commesso di farmacia.
Era divenuto abile a preparar cartine, a pestare droghe nel mortaio, a distribuire spezie e a vendere bottiglie di
gazzosa che il proprietario produceva con una sua personale ricetta. Rimaneva in farmacia fino alla chiusura
alle dieci di sera; chiusa la farmacia si metteva le chiavi in tasca e si avviava a casa cantando ora a mezza
voce, ora a voce spiegata. La gente si affacciava alle porte e alle finestre per ascoltare e regolare l’orologio.
Frattanto la reputazione di quella voce aveva oltrepassato il colle natio e a Macerata, nel 1907, alcuni
intraprendenti goliardi universitari avevano pensato di organizzare uno spettacolo d’arte a loro totale
beneficio. Il Maestro Alessandro Billi compose allo scopo una operina dal titolo “ La fuga di Angelica” ; il
protagonista del libretto doveva essere necessariamente una bella donna. Ora una signorina che si prestasse
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a fare la parte di ragazza casta e pura sì, ma di una che si lascia rapire, per capriccio d’amore, da un allievo
della scuola non si riusciva a trovarla. Per effetto di questa difficoltà che sembrava insormontabile, gli studenti
furono sul punto di abbandonare l’idea di questa rappresentazione, quando uno di loro si ricordò di aver
sentito, alcuni giorni prima nel Duomo di Recanati dedicato a San Flaviano, una vocina bianca, melodiosa, di
uomo o di donna che avrebbe fatto al caso loro.
Recatesi a Recanati rintracciarono facilmente Beniamino a cui proposero la parte; sia i genitori che il Maestro
Lazzarini all’inizio non accolsero bene la proposta ma alla fine accettarono.
Il cantore di chiesa si fornì del corpetto, della gonna, dei cosmetici e con una gioia che lo sorprendeva si
apprestava a camuffarsi da graziosa e paffuta damigella per divenire una Angelica ideale. E pensare che
questa esperienza probabilmente gli servì, qualche anno dopo nel 1932, a trasformarsi in una
provoncantissima Carmen a New York per una festa benefica.
La sera dello spettacolo tutta la Macerata intellettuale e mondana si riversò nel locale teatro Lauro Rossi e fu
un pienone.
La commediola però, non sembrava suscitare in un primo momento quell’interesse e quella ilarità che si
attendevano gli organizzatori; e quando si incominciava a delineare un vero insuccesso, l’apparizione della
protagonista ed il suo cantare ingenuo e soavissimo mutò la situazione e divenne un successo clamoroso.
Questo aneddoto è stato scritto e detto, in ripetute circostanze, dall’On Serafino Mazzolini, amico di infanzia di
Beniamino e suo affettuoso ammiratore e divulgatore.
A questo punto anche il Maestro Lazzarini ha riconosciuto onestamente che non sarebbe stato più all’altezza
di sviluppare le indubbie doti di Beniamino e che sarebbe stato necessario trasferirlo in altro ambiente più
adatto allo sviluppo di una tecnica di artista. Il giovinetto sarebbe stato trasferito a Roma dove regnavano le
grandi tradizioni della Chiesa e del Teatro.
Alla decisione non fu estranea nientemeno che la pressione di un cuoco! Giovanni Zerri , da Cesena, ardente
musicofilo, cuoco nel Seminario romano dei Portoghesi, veniva ogni anno a trascorrere le vacanze estive a
Recanati, insieme con i seminaristi; ebbe occasione di sentir parlare del piccolo cantore, di conoscerlo e di
ascoltarlo. Allora prese a parlargli di Roma, dei teatri, degli spettacoli, dei cantanti che deliziavano le folle,
delle scuole e di un celebre musicista che educava i fanciulli al canto; in poche parole lo ha entusiasmato
prospettandogli un proficuo trasferimento a Roma.
DAL LICEO DI S. CECILIA AL CONCORSO DI PARMA
Accompagnato da un fratello, Beniamino, ricchissimo di propositi e
poverissimo di mezzi ha lasciato il natìo borgo non selvaggio per lui, ma
gentile e caro, per trasferirsi appunto a Roma.
La sua viva aspirazione era quella di essere accolto nella Schola
Cantorum di Piazza Pia; egli sicuramente non può sfigurare perché legge
con facilità la musica, specie quella di chiesa, ha voce bella e intonata,
può dar prova di buona condotta e di schietto sentimento religioso.
Il celebre musicista, titolare della Schola Cantorum di Piazza Pia, era
appunto Don Lorenzo Perosi che poco prima, rivolgendosi ai suoi fanciulli
cantori, scrisse una tenerissima lettera dove diceva:
“Lavoro dalla mattina alla sera, cosa che grazie a Dio, non mi è nuova. Il
pane guadagnato col sudore della fronte si mangia più volentieri ed a
questa cosa vi auguro che ci pensiate presto per poter presto portare un
Don Lorenzo Perosi con Toscanini
aiuto alle vostre famiglie”. Guarda caso anche il fanciullo recanatese di
appena 16 anni, si riconosce in questa lettera del Perosi.
Beniamino ebbe però una delusione cocente; il regolamento per essere ammesso alla Schola Cantorum
prevedeva l’età massima di 15 anni e pertanto il grande sogno non si poté avverare; rimase scosso e avvilito e
per di più una forte nostalgia del suo mare e dei suoi monti lo invase e lo turbò. Ma era destino che rimanesse
nella capitale e si adattò a fare svariati mestieri, non esclusi i più umili; migliorò la sua situazione, almeno
moralmente, quando poté rientrare in una farmacia per fare cartine e miscele e poi, nell’Ufficio fotografico del
Ministero della Pubblica Istruzione.
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Così si era reso economicamente indipendente dai genitori e fratelli; d’altronde le sue esigenze erano
modestissime, abitava con il fratello Catervo, allievo del corso di scultura dell’Istituto di Belle Arti (che fu
professore di disegno di chi scrive), in una piccola camera alla Passeggiata di Ripetta n.25 dove la sera
mangiava pochi soldi di “pezzetti” che è una specialità romanesca costituita da fritto misto di polenta, baccalà
e trigliette.
Spesso era il cuoco Zerri, quello che lo aveva consigliato di venire a Roma, che
gli forniva la cenetta lasciandola cadere, bene involtata, dall’alto della tromba
delle scale del seminario. Una sera accadde che l’involto piombò a terra ed il
mangiare non poté essere recuperato; quella sera non si sentì di cantare l’Ave
Maria di Gounod come soleva per ringraziare la Provvidenza!
Ma la sua grande e sicura fede gli impedì di imprecare, finì con il riderci sopra
ed esclamò: “Beh, per questa volta la frittata l’ho fatta io! E’ stato un
controtempo indegno di un musicista. D’ora innanzi non mi accadrà più!”
Di giorno e di sera quand’egli cantava aveva, sovente, due illustri ascoltatori
suoi inquilini: Leonida Bissolati e lo scultore Zanelli, l’autore dell’Altare della
Patria. Entrambi incontrandolo si intrattenevano con lui per compiacersi
predicendogli un grande avvenire.
Charles Gounod
“Per aspera ad astra” gli dirà il grande Cotogni a mo’ di incoraggiamento.
Un grande avvenire glielo prediceva anche la sua maestra di canto Agnese Bonucci, che gli impartiva lezioni
gratuitamente o meglio a compenso di là da venire. Questa specie di singolare contratto era una pratica
abbastanza frequente fra insegnanti di canto ed allievi poveri e paradossalmente tanto più alto era il debito
tanto più il maestro lasciava intendere di avere la massima fiducia nell’affermazione dell’allievo.
La maestra, essendo convinta delle doti di Beniamino, voleva avere la soddisfazione di far emergere una
celebrità che avrebbe portato lustro a sé e alla sua scuola. Senonché essendosi aperto, nel 1911, il concorso
per una borsa nella classe di canto nel Conservatorio di S.Cecilia, allora Liceo Musicale, Beniamino, volle
presentarsi e, su 26 candidati, riuscì il vincitore.
La povera maestra s’inquietò, si offese, si indispettì e volle vendicarsi trascinando l’infedele allievo dinanzi al
Pretore , citandolo per duemila lire di onorario per lezioni a lui impartite. Beniamino che nel frattempo, con un
anno di anticipo assolveva agli obblighi militari, si presentò in divisa di fronte al Pretore e poiché non fu
sufficiente che riconoscesse il debito da pagare appena fosse stato in grado di farlo, disse di cedere
integralmente la sua cinquina (paga da militare) fino alla completa copertura del debito: due soldi al giorno!
In seguito i rapporti con la maestra divennero cordiali e affettuosi.
Al Liceo musicale di S.Cecilia, fiorisce in quel tempo la scuola di canto gestita da Antonio Cotogni che dopo
una carriera europea delle più gloriose si dedica appunto interamente alla nuova missione.
Agli allievi elargisce con giovanile ardore tutti gli insegnamenti dell’arte sua e, il più delle volte, consente loro
di poter esercitare decorosamente la professione se non addirittura raggiungere il successo. Cotogni ai suoi
allievi prodiga inoltre ogni possibile aiuto come ore supplementari di lezioni, saggi consigli, musica, libri e abiti
in dono oltre che danaro. Dicevano di Cotogni che “il suo cuore è tanto grande che ha bisogno di versare
l’affetto in una famiglia immensa: in tutti i discepoli”.
Gigli che non ignorava tutto ciò, entra nella scuola di Cotogni con l’animo pieno di gioia e di entusiasmo. Il
dover poi lasciare la guida di Cotogni costituì altro momento di scoramento in Beniamino; ma per fortuna durò
poco grazie all’arrivo, dal Conservatorio di Palermo, del Prof Enrico Rosati che riuscì a stabilire da subito, con
lui, un rapporto di reciproca fiducia e simpatia.
Anche questa circostanza , inizialmente ritenuta negativa, si è sviluppata positivamente in quanto, soprattutto
il Prof Rosati aveva capito che madre natura aveva dato in dono a Gigli un’ugola sanissima, preziosissima
che principalmente non bisognava guastare. Beniamino in altre parole non aveva bisogno di essere educato al
canto quanto al modo di cantare con arte; non era il caso di fabbricare una voce ma impostarla
fisiologicamente ed artisticamente.
Pertanto si deve riconoscere al Rosati di aver messo a punto, in poco tempo, una delle più deliziose voci di
tenore che la natura abbia creato.
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Gigli era in buone ed affettuose mani ma continuava a combattere con le ristrettezze economiche; concorse
pertanto ad un posto di scrivano municipale ma non vi riuscì in quanto non è stato in grado di risolvere un
problema di aritmetica. Allora convinto dell’inutilità dei suoi sforzi, tracciò su un foglio bianco un lungo
pentagramma e vi stese le note della romanza di Cavaradossi variandone il testo: “svanì per sempre il sogno
mio…..d’impiego!” Per fortuna il Maestro Rosati gli fu sempre affettuosamente vicino e soleva ripetergli che “
non svanirà, non svanirà il tuo sogno d’arte”.
Ed era convincimento unanime che la promessa sarebbe diventata presto magnifica realtà.
Ha incominciato a frequentare ambienti intellettuali romani dove la sua arte ed il suo contegno incontrarono la
simpatia generale.
Nella seconda quindicina del luglio 1914, venne organizzato dal Maestro Campanini, presso il conservatorio di
Parma, un concorso per giovani cantanti italiani e stranieri per la scelta dei più meritevoli; si presentarono 32
tenori, 19 baritoni, 6 bassi, 40 soprani, 6 mezzo soprani e 2 contralti pervenuti dall’Italia e dall’estero.
nonostante l’enorme impegno dei candidati i risultati non furono esaltanti, ma uno solo costituì quella che si
dice “la rivelazione”: Beniamino Gigli.
La scheda della “rivelazione” è stata così compilata:
Nome: Gigli Beniamino, Recanati.
Età: 24, allievo del Maestro Rosati di Roma.
Figura: Bella.
Intensità della voce: Forte di tenore, lirico spinto.
Timbro: Simpatico, caldo.
Intonazione: Ottima.
Estensione: completa.
Interpretazione: Calda, espressiva, efficacissima.
Pezzi eseguiti: Sigurd di Reyer; O paradiso dell’Africana; scena ultima di
Traviata.
Punto massimo: Nove (in lapis azzurro).
B.Gigli da giovane
In fondo, a grandi lettere, la postilla: “ Abbiamo finalmente trovato il Tenore!!”
L’ESORDIO DI ROVIGO E QUELLO DELLA SPAGNA
Il concorso di cantanti a Parma non potè ripetersi dopo quel fortunato 1914 a causa della grande guerra e
anche dopo non ebbe seguito in quanto era venuto a mancare improvvisamente il maestro Campanini, uomo
ed artista di forte tempra e di audaci visioni che era riuscito a istituire quel concorso reperendo anche i fondi
necessari facendo ricorso al mecenatismo musicale della signora americana Elisabetta Mac Cormik.
Comunque questo primo ed ultimo concorso aveva portato alla scoperta di quell’araba fenice che si chiama “il
tenore”.
Sul nome di Beniamino Gigli si appuntarono subito le mire degli agenti, degli impresari, dei teatri, dei direttori
di orchestra. Ritengo opportuno riportare integralmente quanto scrisse l’autore De Rensis per sottolineare il
grosso impatto su Beniamino di questa tanto attesa notorietà: “ ebbe piena coscienza della svolta decisiva
della sua vita, cercò ausilio e incoraggiamento nella carezza materna, si riconcentrò in se stesso, finché poté
rientrare nel dominio del suo spirito, nella serenità, nel sorriso,nella fede, che erano gli attributi primi della sua
natura”.
Al Teatro Sociale di Rovigo toccò finalmente la sorte di spruzzargli sul capo l’acqua lustrale del primissimo di
una lunga serie di battesimi; e il pubblico poté ammirare la sua disinvoltura, la melodiosità del suo canto
intercalata da impeti drammatici.
Era il 14 ottobre 1914 e il “Corriere del Polesine” scriveva il giorno dopo: egli cantò con la sicurezza dell’artista
maturo; la voce fresca, cristallina, la dizione perfetta, la scena corretta e tutto ciò ne fa un artista completo.
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E così iniziò una serie di concerti passando dal Verdi di Ferrara al Carlo Felice di Genova, al Massimo di
Palermo sempre con giudizi lusinghieri da parte del pubblico e della critica: “rare volte si è udita una voce così
agile, duttile e ben modulata” oppure “voce piena, risonante, sale con molta facilità nel registro acuto,
mantenendo la forza, il calore la sostanza dei suoni”.
Gigli viveva a Roma dove era stato raggiunto dalla moglie e dalla figlioletta nata nel frattempo a Napoli. Era
scoppiata anche per l’Italia la guerra; Gigli per motivi di costituzione fisica rimase poco tempo nelle file
dell’esercito, e i suoi concerti con il ricavato a favore dei danneggiati dalla guerra lo avevano sempre più
circondato di una aureola di simpatia e popolarità.
Approda anche al Teatro Reale di Madrid ed ecco il giudizio degli spagnoli:”artista di buoni mezzi e che canta
bastante bien: se studia, poiché è giovane, potrà percorrere una eccellente carriera”.
TEATRI DEL VECCHIO E NUOVO MONDO
Nel 1917-1918 Gigli passa di successo in successo come interprete di
Lodoletta di Pietro Mascagni a Livorno, la Gioconda e Mefistofele e la
Rondine di Puccini a Roma e poi ancora la Lodoletta al Politeama genovese,
al Donizzetti di Bergamo, al Chiarella di Torino, al San Carlo di Napoli e
prima ancora al Lirico di Milano.
Nei pochi giorni di permanenza a Milano toccarono a Gigli altre
soddisfazioni: la prima onorificenza, la Croce di cavaliere della Corona
d’Italia; un contratto per un buon numero di dischi da incidersi entro alcuni
anni presso la “Grammphone Company”; una conveniente scrittura per il
Teatro Colon di Buones-Aires.
Gigli al S.Carlo (NA) nei “Pagliacci”
Tutto bene, ma nulla che scomponesse la sua linea di modestia, di bontà,
di ingenuità. Procedeva in mezzo a tanti applausi, con il sorriso sulle labbra, con lo sguardo apparentemente
ironico, senza mai dimenticare la sua umile origine.
La serenità è una sua virtù naturale, che lo guida e lo tutela nella vita e nell’arte.
Frattanto un grave lutto colpisce l’Italia con la morte, il 10 giugno 1918 di Arrigo Boito, poeta e musicista,
librettista di Ponchielli e Verdi, fautore e collaboratore della rinascita musicale italiana, compose egli stesso
un’opera di successo, Mefistofele.
Arturo Toscanini si accinse a rendere omaggio alla memoria di Boito inaugurando la stagione scaligera il 26
dicembre 1918 con una rappresentazione appunto di Mefistofele; e Gigli fece seguire ad una trepida attesa
una frenetica gioia per la convocazione di Toscanini.
La gioia della vittoria delle armi, che Boito attendeva, auspicava e non conobbe, non tolse alla cerimonia il suo
carattere solenne e composto..
L’esecuzione dell’opera, preparata ed animata da Toscanini, riuscì così perfetta, che molti la giudicarono
senza precedenti. Nazzareno De Angelis, la Canneti e Gigli hanno costituito una triade impareggiabile e Gigli
capì che questa era, ormai, la sua nuova, vera ed indubitabile consacrazione alla gloria. Anche la critica fu
decisamente positiva segnalando tra l’altro che “sembra che nella sua voce vi sia quella tal lacrima che si
riscontra solo nella voce di Caruso”.
Il critico Giannotto Bastianelli, scriveva: “Ogni tanto sorge un nuovo miracolo, un nuovo dono che la natura
offre all’artista, una nuova divina voce che noi non possiamo non udire senza vibrare di piacere purissimo..
Uno di questi miracoli è la voce di Beniamino Gigli. La sua voce che è maschia e potente, sotto il nobilissimo
freno di una tecnica che ha per pregio maggiore di essere dettata, oltre che dalla sapienza di una scuola
ottima, da un gusto estetico innato, può divenire incredibilmente fievole e leggera.”.
Nel luglio del 1919 Gigli va, per la prima volta, in Sud America e precisamente in Argentina, tra gli emigrati
italiani e lì sente più forte e solidale quest’amore per la folla.
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SULLA VETTA
Dal 1908 l’Ing Giulio Gatti-Casazza mantiene la carica di Direttore Generale
del Metropolitan di New York; la tiene così a lungo, succedendo ad un
direttore tedesco soprattutto grazie ai suoi principi amministrativi quali
massimo ordine, contabilità scrupolosa, rigida, oculata e disciplina perfetta
del personale. Il tutto coniugato con eclettismo, varietà, grande insieme dei
particolari, sia musicali, vocali e scenici, nel campo artistico; senza
dimenticare il rispetto per le esigenze e per i gusti del pubblico in quanto è
per esso che si danno spettacoli e che la forza del Teatro deriva appunto
dalla soddisfazione del pubblico. Ogni anno al Metropolitan si
rappresentano da trentasei a quaranta opere in quattro lingue: italiana,
francese, tedesca e inglese con una compagnia di circa 100 artisti e con un
numero di recite e concerti che varia da duecentodieci a duecentoventi. Già
prima dell’insediamento di Gatti-Casarza, il direttore tedesco Heinrich
Beniamino Gigli
Conried, nel 1904 dovette scritturare Caruso, che era divenuto l’idolo dei
salotti e delle folle, e venne anche proclamato dagli americani cittadino
onorario. Dicono che fosse commovente vedere nel gran cerchio del Metropolitan la folla di umili operai e
piccoli borghesi che avevano pagato il loro dollaro per applaudire il loro idolo che in quel momento li
rappresentava tutti.
Il Gatti-Casazza attento ed informato di quanto accadeva negli ambienti internazionali del teatro, non potè
ignorare l’ascesa rapidissima di un altro artista italiano, Beniamino Gigli ma quasi a titolo di prova lo scritturò
per soli due mesi e mezzo. Gigli fa il suo ingresso al Metropolitan il 26 Novembre del 1920 con il Mefistofele;
fu un successo ed il direttore del Teatro gli prolungò la scrittura, prima per altri due mesi poi per 4 anni.
Caruso in persona, generoso qual’era, espresse al nuovo e giovane fratello d’armi nella battaglia per l’italianità
la sua ammirazione ed il suo incoraggiamento. Gigli avrebbe potuto godere di una felicità senza limiti se, non
fosse stato rattristato, nel 1921, dalla morte del padre Domenico.
Caruso nel frattempo (ultimi mesi del 1920) ebbe una serie di guai; uno scenario gli cade sulle spalle
producendogli una forte contusione, inciampa in un tappeto riportando una distorsione ad un piede, ebbe due
emorragie alla gola ed infine una pleurite.
Nel febbraio del 1921, Caruso, preoccupato per il suo stato di salute, pensò di tornare al Metropolitan per
salutare i suoi compagni; e l’incontro fu straziante.
Gigli continuava a passare di successo in successo ed il suo cruccio più grande era quello di non aver avuto la
possibilità di tornare a casa e visitare la tomba di suo padre.
LA SUCCESSIONE DI CARUSO
Dopo che Caruso rientrò nella sua Napoli con la moglie e la figlia Gloria, riprese i contatti con gli estimatori
locali , ma purtroppo muore il 2 agosto 1921.
Si scatenò così la successione e restarono nell’agone del Metropolitan tre tenori italiani: Giovanni Martinelli
ospite del teatro da sette anni, Giulio Crimi dal 1918 e l’ultimo arrivato Beniamino Gigli.
Ma Gigli fece una dichiarazione nobilissima al “Musical America”:
“Parlare del successore di Caruso è sacrilegio, è profanare la sua memoria, è violare
una tomba sacra all’Italia e al mondo intero. Gli sforzi di ogni artista debbono mirare,
oggi, a raccogliere e conservare l‘eredità artistica del Grande Scomparso, non con
vanitose esibizioni, ma con tenace studio per il trionfo del puro e del bello. Egli così
lottò, e noi per la gloria dell’Arte, dobbiamo con dignità seguirne l’esempio”.
La stagione al Metropolitan, che per 18 anni era stata inaugurata da Caruso, il 14
Novembre 1921 è dunque inaugurata da Gigli; opera prescelta e da moltissimi anni
assente da quelle scene, la Traviata. E Gigli certamente non deluse.
Il direttore del Metropolitan Gatti-Casazza lo impiegò senza tregua, in quante più
opere è possibile; e lo spedisce anche a Brooklin, a Washington, a Cleveland, a
Filadelfia, a Baltimora, ad Atlanta.
Enrico Caruso
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Ritorna in Italia, visita Napoli e quasi chiede scusa ai napoletani per aver, senza volerlo, osato contendere la
gloria del loro Don Enrico. Ma gli amici lo hanno ritrovato sempre umile e buono; partecipa a ricevimenti a
Roma, Recanati, Potenza Picena. Ha il compito di consegnare a Gabriele D’Annunzio un busto di Dante
offerto dalla Dante Alighieri di laggiù. D’Annunzio lo riceve molto cordialmente nella sua villa e gli dona una
sua recente fotografia con la dedica: “Al messaggero canoro”.
PURA VOCE, GRANDE ANIMA
Gigli raccoglie negli Stati Uniti giudizi entusiastici anche dalla critica che così commenta:
“il suo canto si può paragonare certamente a quello di Caruso nei primi tempi della celebrità. La voce di Gigli
oggi ha acquistato più corpo di prima, è più ricca senza aver perduto la soavità e la personalità. Il suo canto è
opulento nel tono ed è artistico nella frase, l’azione e la dizione sono correttissime”. Troppa grazia! Esclama
l’artista con la sua consueta modestia.
Più tardi, luglio 1923, Gigli è comodamente adagiato in una lussuosa cabina del “Colombo” per rimpatriare:
quasi ad ogni viaggio cambia piroscafo, per non far torto a nessuna delle Compagnie di navigazione, che si
disputavano il cliente di rango.
Questa volta, presso la banchina, l’amico Enright, Commissario di Polizia, non era solo a rendergli il saluto
dell’arrivederci; ma aveva con sé una regolare pattuglia in alta tenuta, per presentare l’omaggio al Capitano
onorario della Guardia metropolitana con un potente urrah!
Il Capitano onorario era proprio Gigli che anche in questo era succeduto a Caruso! E Gigli ricambiò la
gentilezza cantando “O sole mio” e i rigidi custodi dell’ordine portarono la mano non più alla visiera, ma sugli
occhi, commossi e rapiti.
Quindi ritorna in patria; accoglienze calorosissime a Napoli, ovviamente a Recanati con una rappresentazione
della Tosca al Teatro Persiani, a Rimini e a Roma.
Continuarono anche in Italia giudizi entusiasti come” una voce potente, una scuola perfetta, una lunghezza di
fiato impressionante, una fine arte nel disporre il colore della voce” e poi “voce dolcissima, piena di sostanza
canora, mossa con una pieghevolezza di inflessioni, con una nitidezza di articolazioni e di fregi mirabili,
naturalezza di respiro e di fraseggio, slancio e sicurezza di acuti.
Trovandosi Gigli nella Roma rinnovata da Mussolini, aveva ardentissimo desiderio di poterlo
incontrare; ciò non risultò difficile dal momento che Mussolini amava molto la musica ed
aveva già concesso udienza a moltissimi artisti. Ricevette Gigli con moltissima cordialità,
riconoscendo di lui il valore, la generosità e il forte spirito di italianità. Gigli fu molto onorato
di ricevere da Mussolini una sua foto con la dedica: “A Beniamino Gigli, pura voce, grande
anima.”
L’ULTIMO DESIDERIO DI PUCCINI
Nel settembre 1923, Gigli va per la prima volta a San Francisco e incontra il cuoco del
seminario romano, Giovanni Zerri; era stato lui a convincerlo ad andare a Roma e quindi era
sempre lui che la sera gli passava qualche cosa da mangiare.
Durante la permanenza a San Francisco riceve un telegramma dall’Italia da parte di
Giacomo Puccini ” desidererei avervi primo interprete di Turandot, che sarà data alla Scala
in aprile. Sicuro che farete ammirabile creazione, confido nella vostra preziosa
collaborazione. Telegrafatemi alla Scala sulla possibilità . Saluti.”
Gigli, in verità, credeva di dover interpretare la nuova opera di Puccini nella imminente
stagione al Metropolitan, ma evidentemente l’Autore preferiva Milano, la Scala e Toscanini.
Comunque dispostissimo rispose: “ Terminando miei impegni in aprile potrò essere a Milano
ai primi di maggio per interpretare Turandot. Grato intanto per preferenza ed onore altissimo
affidatomi , saluto.”
In quei giorni di settembre, Puccini stava soffrendo di un forte mal di gola; dopo una visita
specialistica a Firenze, fu ricoverato a Bruxelles, ma dopo 20 giorni di strazio, fu operato e morì.
G.Puccini
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GRANDEZZE E MISERIE DEL PALCOSCENICO
La notizia della morte del popolare maestro italiano fece il giro del mondo e il Metropolitan, con esemplare
prontezza organizza, il 24 dicembre 1924, una memorabile serata in suo onore.
Gigli, nel duetto del primo atto di Tosca con Maria Jeritza e nella romanza Manon Lescaut, ha effuso la
dolcezza ed il sussurro della sua voce comunicando irresistibilmente, alla folla straripante, attonita e muta, la
sua stessa commozione.
Proprio in quei giorni, si costituisce un comitato, di cui Gigli viene eletto presidente alla unanimità, per erigere
a New York un monumento di un'altra gloria italiana: Eleonora Duse, che nella terra americana aveva
compiuto il suo eroico pellegrinaggio terreno.
La sera del 25 febbraio, va in scena al Metropolitan Fedora; tutto procede regolarmente fino all’ultima scena
quando la Jeritza o per aver scivolato e perché sospinta da Gigli, va a finire contro le luci della ribalta. Gigli
mantiene la calma mentre la Jeritza si avvia al camerino urlando e incolpando Gigli.
Dopo essere tornato in Italia, va a Roma per informare Mussolini della sua missione nel decimo anniversario
della carriera e Mussolini lo onora del suo alto compiacimento e del motto augurale: “Camminare, camminare,
sempre.” Era il 1° luglio 1925; al mattino è ricevuto dal Papa e nel pomeriggio da Mussolini. Nell’agosto 1925
è stato promosso Grande Ufficiale della Corona d’Italia.
INTIMITA’ FAMILIARE
La famiglia Gigli era costituita dalla moglie Costanza, ex operaia nella tipografia del grande quotidiano di
Roma “ L a Tribuna” e dai figli Enzo e Rina. Beniamino e sua moglie si erano conosciuti casualmente quando
Gigli passeggiando, vestito da militare, di fronte alla sede del giornale notò quella ragazza che ricambiò
volentieri i suoi sguardi. Questa scena si ripeté diverse volte fino a che una sera, Gigli comparve all’angolo
della strada con i fratelli di lei e fu fatto il fidanzamento con tutte le regole. Ora Gigli desiderava ardentemente
sposare Costanza il più presto possibile, compatibilmente con le sue disponibilità economiche, in quanto era
sua ferma convinzione che non avrebbe raggiunto la meta d’arte senza la donna del suo cuore.
Quindi sposatosi ebbe, come detto due figli, Rina ed Enzo; Rina, bella, bruna, valente accompagnatrice al
pianoforte ha anche affiancato suo padre come cantante nei celebri duetti della Traviata. Enzo di tre anni
inferiore, segue studi regolari e coltiva più che altro due passioni: la pittura e la meccanica.
Gigli, nei momenti liberi, amava circondarsi di amici di qualsiasi ceto, chiacchierare amabilmente con tutti
e fare partite a scopone e a bocce; a proposito di bocce si racconta che il recanatese Prof Patrizi, illustre
patologo della Università di Bologna, fosse un suo feroce avversario ed erano talmente accaniti che l’unico
risultato possibile era il pareggio. Chi scrive, appassionato di bocce, andava, nei pomeriggi d’estate, tutti i
giorni, a vedere giocare Gigli in un’area di pertinenza della palestra S.Vito; un giorno mancando uno dei
giocatori (si giocava tre contro tre) , fu chiamato a far parte della squadra di Gigli. Gli disse proprio Gigli:
giovinetto vieni a giocare! Accettò con emozione e avendo contribuito a fare punti, Gigli gli fece i rallegramenti
dandogli la mano!
Nel settembre 1930 venne a mancare anche sua mamma; i suoi defunti, babbo, mamma e sorella riposano in
una tomba consistente in una imponente piramide di travertino di Ascoli con i bassorilievi e ferro battuto opera
del fratello Catervo . L’altro fratello Abramo era sacerdote integerrimo.
DAL POPOLO PER IL POPOLO
“Fui povero e debbo cantare per i poveri!” amava ripetere Gigli. Inizia proprio dal suo paese, Recanati, quella
portentosa, instancabile attività umanitaria che non conoscerà limiti di popoli e di nazioni.
A Recanati promosse l’incremento della Croce Rossa locale, organizzò concerti per i poveri e per l’Ospedale;
a New York ricavò dai concerti trentatrè mila dollari che furono devoluti per creare un nuovo Ospedale italiano.
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Diceva “ non voglio la solitudine intorno al mio cuore, voglio sentire la fiamma dei fratelli scaldarmi l’anima”.
Sempre a New York andava a visitare con i figli le case dei poveri italiani portando indumenti, danaro e dolci:
era il dicembre 1929. Si recava presso le carceri e gli ospedali e con il suo canto cercava di alleviare le pene
di tutti.
Si racconta che, nell’agosto del 1926 fu organizzato per beneficenza un concerto alla Fenice di Venezia; il
costo dei biglietti era stato fissato in 200 lire per ogni poltrona e 2000 lire ogni palco.
I meno abbienti furono costretti a rimanere fuori dal Teatro, ma Gigli, tenuto conto di questo, finito il concerto,
andò a cantare per loro in Piazza S. Marco. Elargisce fondi per consentire ai bambini non abbienti di andare
d’estate nelle stazioni climatiche di mare o montagna. “ niente ringraziamenti – diceva Gigli - sono figlio del
popolo e a questo mi è caro parlare con la voce che Natura mi diede, con l’anima che è l’anima della nostra
Madre Italia, con l’entusiasmo che è caratteristico della nostra
razza.
Gigli continua incessantemente le sue tournées nel mondo e
ancora vengono formulati paragoni con Caruso. Ai tempi si
commentava così: “Caruso era un fenomeno di natura, Gigli è
un fenomeno di musicalità istintiva. Questa è la differenza. Ad
entrambi è comune il fascino di una voce meravigliosa,
incessantemente fluida e piena, altamente disciplinata”.
Gigli aveva un gran rispetto del pubblico ed una volta, negli
Stati Uniti successe che cantò anche senza aver avuto dal
suo impresario il compenso di tremila cinquecento dollari
come pattuito; Gigli si presentò al pubblico dicendo che
avrebbe ugualmente cantato proprio per deferenza verso tutti
coloro che erano andati ad ascoltarlo.
Piastrella firmata da Gigli per il muretto di Alassio
IL SEMICERCHIO DEI DIAMANTI
La crisi economica che da anni infuriava sui teatri europei, aggredisce anche quella superba roccaforte che
era il Metropolitan di New York che era stato inaugurato il 23 ottobre 1883 con il Faust di Gounod. Siamo negli
anni 1928-29. Molti direttori si sono succeduti; alcuni si ritirarono dopo l’infortunio di una stagione, alcuni si
avvilirono e resistettero poco tempo, altri dichiararono bancarotta. Quando Giulio Gatti-Casazza, lasciata la
direzione della Scala di Milano, fu chiamato dal banchiere Otto Kahn a prendere le redini del massimo teatro
americano, si trovò dinanzi alla necessità di una radicale riorganizzazione in tutti i settori. E, come già
accennato, ha imposto e seguito un programma di equilibrio artistico tra le nazioni, italiana, francese, tedesca
e anglo-americana, di saggia amministrazione, di perfetta disciplina.
In tal modo, il tenace ferrarese, è riuscito a reggere la direzione artistica di quel prestigioso teatro per ben 24
anni, con una media annua di duecento cinquanta spettacoli.
E’ curioso osservare che proprio la stagione 1928-1929, alle soglie della crisi, sia stata la più ricca di
manifestazioni e più alta per incassi. E’ assai confortante che in questa nobile e gloriosa palestra, nella quale
sono chiamati gli artisti maggiori, gli italiani, autori ed esecutori, abbiano sempre mantenuto il primato; tra essi
ricordiamo Caruso, Toscanini, Gigli, Martinelli, Giacomo Lauri-Volpi, Titta Ruffo ed altri.
Il Metropolitan potè chiudere degnamente la stagione 1931-1932, ma in cassa non era rimasto niente. Si
imponeva pertanto un sacrificio collettivo riguardante il personale e gli artisti; infatti i benestanti proprietari
della lunga fila dei palchi, chiamata “semicerchio dei diamanti” avevano risposto picche.
Nel frattempo si ha notizia del fallimento dell’Opera di Chicago, nulla si sa della stagione del Covent Garden di
Londra mentre la stagione del Colon di Buenos Aires sarà brevissima e a prezzi di crisi. Soltanto in Italia i
maggiori teatri hanno più o meno ben funzionato grazie a sovvenzioni governative.
Tornando al Metropolitan, Gigli sarebbe stato disponibile a rinunciare a buona parte dei suoi ingaggi, ma
quando alle sue offerte sono state contrapposte condizioni ed imposizioni che avrebbero intaccato il suo
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decoro di artista, preferì abbandonare il Teatro perché, disse, la propria dignità non si contratta, rinunciando
così alla ragguardevole somma di 265 mila dollari.
Dichiarò “lascio il Metropolitan con la coscienza tranquilla ma con il cuore affranto in quanto al pubblico del
Metropolitan non ho dato solo la mia voce ma tutta la mia anima”.
La decisione di Gigli, come si poteva prevedere, ha lasciato uno strascico polemico soprattutto per il suo
dissenso con il direttore Gatti-Casazza.
Torna pertanto in patria e si rifugia a Roma nella palazzina di via Serchio o a Recanati nella sontuosa villa di
Montarice. Riprende i concerti soprattutto per beneficenza.
VARIE TOURNEE
Gigli riprende con più regolarità i concerti in tutta Europa e si fa ammirare per la graduazione di mille vibrazioni
e sfumature della voce tra il piano ed il forte, privilegio di una gola meravigliosa.
Dopo un paio d’anni di successi in Europa, ritorna in America con un altra croce addosso, quella di Grande
Ufficiale dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro conferitagli dal governo.
Ritorna quindi in Europa per tutta un’altra serie di concerti soprattutto per beneficenza.
LA CRITICA
Continua a raccogliere consensi entusiastici e il critico americano Henderson dice che Gigli come cantante di
concerto abbia virtù che Caruso non aveva, cioè maggiore finezza vocale. E’ unanime, del resto, il
riconoscimento che egli sia un eccezionale concertista, modello di fraseggio, di dizione, di melodiosità, di
classica semplicità.
Su di un articolo comparso il 20 gennaio 1933 sul “Popolo di Roma” un critico scriveva: “Tutta voce è
quest’uomo, sembra che sia impastato di canto e non possa che cantare. Il suo canto opera la trasfigurazione
del suono, lo depura, lo libera da ogni scoria; diventa una entità astratta, a sé, capace perciò di ogni
suggestione. Il canto di Gigli non è soltanto bella voce, è studio, accortezza, arte di dizione e di
interpretazione; ma il risultato, e qui sta la sua grandezza, è che tutto ciò non si avverte, tanto è la
padronanza, la completa assimilazione, in una parola : il superamento della tecnica”.
COMMENTO
Come detto in apertura, ho attinto dal “Cantore del Popolo” di Raffaello De Rensis edito dalla Società Editrice
di “Novissima” – Roma nel 1935.
Certamente da un punto di vista temporale è molto parziale rispetto alla vita artistica di Gigli che termina nel
1955 con una registrazione, da casa propria a Roma, per la televisione londinese, il 12 dicembre; in realtà il
suo ultimo concerto fu a Washington il 25 maggio del 1955.
Sono comunque contento di aver fatto questa recensione da quel libro perché è molto ricco di aneddoti che
mette bene in luce la personalità artistica ed umana di Gigli.
DALLA “PRIMAVERA DEL TENORE” DI FRANCO FOSCHI
A completamento di questo mio lavoro, ho consultato anche il libro “Primavera del Tenore” scritto da Franco
Foschi negli anni ’70.
Appunto in questo libro si segnala che presso il Museo Gigli, al Comune di Recanati, sono gelosamente
custoditi, tra l’altro, 106 grossi volumi, oltre 10.000 pagine di eleganti scrapbook; è la raccolta di ritagli di
stampa ed altri documenti, che fu curata, giorno dopo giorno, per oltre 40 anni, dalla Signora Barbara Grossi,
umile e silenziosa moglie di Amedeo Grossi che fu il prezioso segretario di Gigli, nei primi anni, finchè morì. La
Signora Grossi , compilò tra l’altro, per ogni volume, un indice dei principali spettacoli, dall’esordio di Rovigo
nel 1914, recensiti nella raccolta, con la data e la località in cui si svolgono.
Sempre dallo stesso libro di Foschi riporto quasi integralmente le biografia di Gigli; per maggior chiarezza
riporto cronologicamente alcune notizie anche se già citate.
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BIOGRAFIA
Nacque a Recanati il 20 marzo 1890, da famiglia di
modestissime condizioni; suo padre era ciabattino e
campanaro del Duomo.
Ultimogenito, già all’età di otto anni cercava di
guadagnarsi la vita, era “il canarino della Cattedrale”. A
17 anni, con l’aiuto del cuoco Zerri e sollecitato dai
fratelli Abramo (sacerdote) e Catervo (studente di belle
arti a Roma) riuscì ad andare a Roma per studiare
canto.
Lavorò a bottega di falegname, al banco di farmacia, a
sviluppare lastre fotografiche, a fare l’aiuto cuoco e lo
scrivano. Presentato al maestro Cotogni, entrò nel
Casa natale di Beniamino . Gigli
Conservatorio di S.Cecilia a Roma sotto la guida del
maestro Rotondi; cantava la sera con lo pseudonimo di Mino Rosa.
A 24 anni vinse il concorso di Parma e subito esordì a Rovigo (15 ottobre 1914) con la Gioconda; la carriera fu
rapida tanto che il 26 novembre 1920 esordiva già al Metropolitan di New York, presso il quale restò fino al
1932.
In Europa e nelle Americhe e poi in Africa le sue tournées non si contano e appunto nelle sue memorie
ricorda che qualcuno lo soprannominò il tenore del moto perpetuo.
Recite e concerti, incisioni, radio, films, costituiscono un record difficilmente superabile; cantò in varie lingue e
fu uno dei maggiori interpreti della canzone napoletana. Da notare che cantò ininterrottamente per 41 anni!
Nel 1955, il 25 maggio, dette l’addio a Washington; apparve in pubblico l’ultima volta a Fabriano il 22
settembre 1957 e morì a Roma il 30 novembre dello stesso anno. E’ sepolto a Recanati nella sua cappella di
famiglia.
Fu molto amato dalle folle e lo si può considerare l’ultimo dei grandi del passato, il primo dei nostri tempi. Non
sono mancate nella sua vita amarezze e gelosie; a conferma della sua grande umanità, le cronache
segnalano che circa la metà dei suoi spettacoli furono per beneficenza.
Possiamo sinteticamente dire di lui che fu sereno,magnanimo, umile e benefico, ebbe gli onori dei re ma fu
sempre uomo del popolo; certamente non per calcolo, ma perché non avrebbe saputo fare diversamente.
Infatti nelle sue memorie scriveva: “un giorno la mia voce tacerà per sempre; che resterà ancora di me se non
lasciassi il segno della mia umanità?”. In questa frase è racchiuso forse il segreto dei suoi successi, ma più
ancora il motivo della crescente simpatia che ne vivifica il ricordo.
Ricorda Foschi, che la nostra gente ama Beniamino perché ciascuno sa che nella sua vita sono sintetizzate le
qualità migliori della nostra tradizione umana: la generosità, l’umiltà, le abitudini semplici, l’immediata e
spontanea capacità di partecipare affettivamente agli eventi e ai problemi degli uomini del suo tempo.
Così attraverso la sua grande voce, riuscì a parlare al cuore degli uomini di tutto il mondo.
Chiunque ebbe la fortuna di conoscerlo, è rimasto colpito da un episodio riferito nelle sue “Memorie”, che
rappresenta una sintesi della personalità di Beniamino. Si riferisce ai primi tempi della sua ascesa, quando,
come del resto fece per tutta la vita, attraverso i suoi viaggi scopriva i vari aspetti del mondo riferendo ogni
cosa a Recanati.
Essendo per la prima volta a Palermo, si avvicinò a dei ragazzi curioso di capire se essi usavano divertirsi con
gli stessi giochi dei ragazzi di Recanati; ma quei ragazzi, tracomatosi e affamati, si contendevano un sudicio
pezzo di carne cruda, coperto di polvere e di mosche. E appunto ricordando quell’episodio Gigli scrisse di aver
conosciuto la povertà e la fame nella sua infanzia, ma né lui né nessun altro a Recanati avevano mai
conosciuto quella miseria e quella fame.
Quell’episodio lo segnò per tutta la vita ed è per questo che fu sempre prodigo e generoso con i più bisognosi.
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ALCUNI COMMENTI DAI GIORNALI MARCHIGIANI
Da l’ appennino camerte
• Nel settembre scorso il giornale “l’appennino camerte” riportava un articolo del bravo giornalista
marchigiano Maurizio Verdenelli riguardante Gigli e Pavarotti. L’articolo era intitolato: “Quelle due voci
poco fa”, e le loro vite erano definite parallele. L’articolista aggiungeva anche: se il Big Luciano fosse
stato in vita, sicuramente sarebbe stato della partita il 30 novembre a Recanati. Per la circostanza è
stato anche inaugurato un nuovo museo presso il Teatro Persiani di Recanati.
Dal Corriere Adriatico.
• Il momento centrale dell’anno di commemorazioni è stato il 30 Novembre, quando sono saliti sul palco
del Teatro Persiani, per rendere omaggio al grande tenore tre artisti di fama internazionale: il soprano
Daniela Dessì, il tenore Fabio Armilato ed il basso-baritono Simone Alaimo. Ad accompagnarli ha
provveduto una formazione musicale di assoluto prestigio: l’Orchestra internazionale d’Italia diretta dal
Maestro Enrico Reggioli.
• Nei giorni scorsi, in occasione di una udienza generale in Vaticano, il Sindaco di Recanati ,Corvetta, il
Vescovo Giuliodori, il maestro Luigi Vincenzoni, nipote di Gigli, sono stati ricevuti dal Papa Benedetto
XVI e gli hanno donato un CD musicale nel quale sono stati raccolti canti sacri eseguiti in varie
circostanze e un vassoio d’argento realizzato dalla ditta recanatese Valenti.Il CD donato al Papa, è il
primo numero di una serie ideata per ricordare il grande tenore. E quale segno di gratitudine,
Benedetto XVI, ha donato al sindaco la medaglia pontificia, che ricorda il terzo anno di pontificato del
Papa.
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Vita di Beniamino Gigli