Editoriale
Janusz Malski
Moderatore Generale dei SOdC
AMORE
PER LA VERITÀ
Pasqua, tempo forte dell’anno
liturgico. Tempo propizio per riflettere su quanto, tutta la vita
pubblica di Gesù, fu improntata
nel testimoniare sempre la verità,
lottando a viso aperto contro ogni
forma di menzogna e di finzione.
“Io sono la verità” (Gv 18, 37);
“sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Ma, spesso, il
cuore degli uomini dimentica che è proprio la
verità che ci assicura una speciale amicizia con
Cristo Gesù.
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di
Pasqua, meditando sulla splendida verità della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo,
preghiamo anche affinché l’amore alla veridicità, che fa da sfondo all’ambito della giustizia,
possa divenire una base sicura sulla quale andare avanti nel nostro apostolato, con amore
e determinazione, così come ha fatto per tutta
la sua vita il beato Luigi Novarese.
Vorrei rassicurarvi circa gli articoli pubblicati
da certi quotidiani nazionali nel mese di febbraio che hanno coinvolto la nostra Associazione a proposito della Casa di via dei Bresciani a Roma: le notizie in essi contenute si sono
dimostrate prive di ogni fondamento. Ricordiamo che proprio a via dei Bresciani, insieme
alla Comunità dei Silenziosi Operai della Croce, hanno vissuto il beato Luigi Novarese (dal
1966 al 1984) e sorella Elvira Myriam Psorulla
che ha instancabilmente portato avanti l’apostolato dei malati sino al 2009, anno della sua
salita al Cielo.
Il beato Luigi Novarese, nel 1983,
ha voluto coinvolgere tutto l’apostolato nel vivere la devozione alla Divina Misericordia e sono lieto che,
tutt’oggi, tanti di voi pregano la coroncina della misericordia e cercano
di accogliere tutti i fratelli bisognosi.
Mentre stiamo andando in stampa
con questo numero della Rivista, apprendiamo del prossimo Anno Santo straordinario,
un Giubileo della Misericordia, indetto a sorpresa da papa Francesco, a 15 anni dall’Anno
Santo del 2000. L’Annuncio del Santo Padre è
arrivato al termine dell’intensa omelia pronunciata nella liturgia penitenziale celebrata nella
Basilica Vaticana il 13 marzo 2015. L’Anno Santo prenderà il via l’8 dicembre 2015, solennità
dell’Immacolata Concezione, con l’apertura della Porta Santa di San Pietro e si concluderà
domenica 20 novembre 2016, nel giorno di
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo.
Il tempo di Pasqua esprime l’attributo di Dio
ricco di misericordia. San Giovanni Paolo II,
seguendo i messaggi di Gesù Misericordioso a
santa Faustina Kowalska, ha sensibilizzato il
mondo intero ad avere fiducia.
Nel tempo di Pasqua sentiamo pressante l’invito di Gesù alla pace. Per questo dobbiamo
pregare affinché la pace possa regnare nei
nostri cuori e nel mondo intero.
Santa e serena Pasqua a tutti. ■
Vorrei ringraziarvi per tutto ciò che fate in
favore delle attività associative con la preghiera e gesti concreti. Vi ricordo, a tal proposito, che lo Stato italiano dà la possibilità
di sostenere le Associazioni senza fini di lucro
attraverso il 5 per mille da devolvere attraverso la dichiarazione dei redditi. In questo modo
potete aiutarci. Quanto raccolto servirà per
dare una mano concreta per la missione dei Silenziosi Opera della Croce nell’estremo nord
del Camerun, nella Fondazione Betlemme di
Mouda, dove assistiamo i bambini neonati orfani di madre, nonché ragazzi che presentano
handicap fisici e mentali.
1
L’ancora 4 2015
SOMMARIO
Fondatore: Mons. Luigi Novarese
Direttore responsabile: Filippo Di Giacomo
Legale rappresentante: Giovan Giuseppe Torre
Redazione:
Samar Al Nameh, Mauro Anselmo,
Armando Aufiero, Mara Strazzacappa
Segretario di redazione: Carmine Di Pinto
Progetto grafico e Art direction:
Nevio De Zolt
Hanno collaborato:
Alessandro Anselmo, Ilaria Barigazzi, Marisa Basello, Giovanna Bettiol, Angelo Corvo, Felice Di Giandomenico, Leonardo
Di Taranto, Cristiana Dobner, Maurizio Faggioni, Letizia
Ferraris, Remigio Fusi, Antonio Giorgini,
Janusz Malski, Walter Mazzoni, Italo Monticelli,
Mario Morigi, Mauro Orsatti, Franco Pepe, Angela Petitti,
Izabela Rutkowska, Mara Strazzacappa
Aprile
2015
Foto: Antonio Pastucci: pp. 4, 28;
Agenzia Sir: pp. 6, 10, 11, 20, 21, 22, 29, 34, 35, 41;
Erminio Cruciani: p. 47; Marisa Basello: pp. 18, 19
4
Ai sensi dell’art. 13, legge 675/96,
gli abbonati alla rivista potranno esercitare
i relativi diritti, fra cui consultare,
modificare o cancellare i propri dati,
rivolgendovi alla Redazione dell’Ancora
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RIVISTA
MENSILE DEL
CENTRO
VOLONTARI
DELLA
SOFFERENZA
L’
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del 8/9/1986 nuova serie già registrata
al Tribunale di Roma n°1516 del 19/4/1950
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Associazione Silenziosi Operai della Croce Centro Volontari della Sofferenza
Via di Monte del Gallo, 105 - 00165 Roma
ANCORA
Disegno di copertina: Nevio De Zolt
6 1
18 2
32
38
“Santa Mari
donna del terzo g
donaci la certezz
nonostante tu
la morte non avrà p
su di noi.
Che le ingiustizie d
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che le sofferenze de
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BUON
PASQU
DALLA REDAZIONE DEL
editoriale
1 Amore per la verità
Janusz Malski
una guida che continua
4 Un cuore apostolico
6 Che significa fare Pasqua?
Remigio Fusi
6 16
18 23
8 “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”
Mario Morigi
10 La parrocchia come generatrice di fede
Angelo Corvo
12 La malattia non ci rende inutili
Mara Strazzacappa
14 L’apostolato dell’impotenza
informazione
Angela Petitti
Italo Monticelli
16 Il beato Novarese e Giovanni Paolo I
Antonio Giorgini
18 La fede illumina, conforta, conduce...
Marisa Basello
20 La gioia del Vangelo nella stagione della sofferenza
Leonardo Di Taranto
lectio
27 Un soffio è la mia vita
32
38
“Santa Maria,
donna del terzo giorno,
donaci la certezza che,
nonostante tutto,
la morte non avrà più presa
su di noi.
Che le ingiustizie dei popoli
hanno i giorni contati,
che le sofferenze dei poveri
sono giunte agli ultimi rantoli”.
(don Tonino Bello)
Mauro Orsatti
celebrazione
29 Per una speranza viva
Giovanna Bettiol
31 Grazie... su Grazie
a cura di Felice Di Giandomenico
32 Confederati significa forti
Izabela Rutkowska
34 Eutanasia per scoop
Maurizio Faggioni
36 Gli Esercizi spirituali di papa Francesco
Alessandro Anselmo
38 Donne umiliate
Cristiana Dobner
noicvs
40 Una corsa verso il Cielo
BUONA
PASQUA
DALLA REDAZIONE DELL’ANCORA
Franco Pepe
42 Giosy Cento per il beato Novarese
44 Auguri, don Ennio!
Grazie mons. Lanfranchi
45 “Tutti vorrei abbracciare con amore”
46 Weekend di spiritualità per famiglie e fidanzati
47 64° Pellegrinaggio a Lourdes
indialogo inascolto
l’Ancora dei piccoli
23 Vi raccontiamo Luigi
una guida che continua
UN CUORE APOSTOLICO
Angela Petitti
Lontani dal rischio di chiusura su se stessi e sulla propria insensatezza, possiamo aprirci “ad orizzonti
di fraterna solidarietà impensati”, con vero cuore apostolico, con Maria “gioiosa annunciatrice
del piano misericordioso di Dio”.
Che
cosa c’è nel cuore di una persona
profondamente coinvolta nei progetti di Dio? Per monsignor Novarese
non c’è nessun dubbio: “L’anelito profondo di
ogni cuore apostolico è portare la società a Dio,
accogliendo il Suo invito; essere suoi testimoni
e collaboratori di salvezza, ciascuno secondo la
propria vocazione”.
È molto intensa questa definizione: un cuore
apostolico, per designare un cuore in cammino.
Di fatti, il significato del sostantivo indica la
realtà di una persona che procede allontanandosi dal suo punto di origine per raggiungere
un’altra meta, su indicazione di un altro.
Così gli apostoli sono andati nel mondo, mandati
da Cristo, sotto un suo preciso comandamento e
seguendo il suo esempio di apostolo del Padre:
“Gesù disse loro: Pace a voi! Come il Padre ha
mandato me, anche io mando voi” (Gv 20, 21).
Proseguendo nella sua riflessione, pubblicata
sul L’Ancora di marzo/aprile 1970, il beato Novarese afferma che solo chi ha il cuore apostolico è in grado di comprendere il “disegno grande
di perfezione e di felicità perenne, che continua a persistere nonostante la cattiva volontà
di tanti uomini, e di inserirsi in esso”.
Troviamo a questo punto un’affascinante serie
di definizioni di ciò che significa questo inserimento: “Inserirsi in tale disegno significa:
– accogliere l’invito di Dio, che non ha voluto
lasciarsi sopraffare dall’egoismo dell’umanità;
– vuol dire scoprire il suo disegno di misericordia, che mira a ridarci la dignità di figli di Dio;
accoglierlo con la festosità di chi riacquista la
luce, farlo proprio e viverlo con tutte le forze.
– Significa guardare verso l’alto e comprendere
che la terra, sia pure con tutte
le sue bellezze, non può appagare i nostri intimi e profondi
ga
desideri, che cercano l’Assoluto;
de
– significa entrare nella sua
bellezza,
nel suo ordine, nella
be
sua
su carità.
Soprattutto,
comprendere il diSo
segno
di Dio, significa gioia di
se
scoperta
della perla più presc
ziosa
che mai avremmo potuto
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trovare
e proposito di tenertr
la a qualunque costo, senza
compromessi
e confronti.
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Scoprire
il disegno di Dio siSc
gnifi
gn ca comprendere che Dio
ci ama, ci vuole felici, ci vuole
protesi
come Lui, nella carità”.
pr
4
L’ancora 4 2015
FOTO STORICA
Quante conseguenze luminose! Si riacquista la
luce, si è raggiunti dalla gioia, si comprende
il vero significato della felicità e il modo di
realizzarla, si aspira ad una bellezza duratura.
Come ci si situa lontani dal peccato, dalle brutture, da ogni forma di malinconia e angoscia.
Procedendo, ormai slanciato, nelle sue considerazioni, mons. Novarese assicura che a tutti
è consegnata questa scoperta: “Non è difficile
scoprire tale disegno, altrimenti l’invito ad ogni
anima rivolto da Nostro Signore Gesù Cristo sarebbe un invito per pochi, per un’élite e non un
invito rivolto in piano universale. Lui, invece, da
quel terribile venerdì santo, in cui ci ha manifestato il suo amore continua a chiamare tutti al
suo Cuore adorabile e a presentare la sua parola
e la sua vita con i segni inconfondibili della realtà di tutte le cose belle, di tutte le scoperte più
sublimi ed ardite che incontriamo e constatiamo
nel corso della storia dell’umanità”.
Non c’è dunque preclusione per nessuno, anzi
l’incondizionato offrirsi di Dio che diventa il
modello e la via per la nostra risposta.
Infine, la risposta di Maria, “creatura che in maniera eminente ha dimostrato di comprendere
i disegni di Dio e di farli propri, inserendocisi
pienamente in essi. La risposta però della Vergine Santa sorpassa i confini di una risposta
strettamente personale; Ella ha altresì risposto
per tutti noi, come il Cristo non è figura a sé
stante solo, ma essenzialmente relativo a noi,
perché Capo del Corpo Mistico. La Madonna
pronunciando il suo “Sì” è diventata la Madre
dei viventi ci ha fatto comprendere come la creatura debba essere sempre rivolta al cielo”.
La condizione che ci fa partecipi del disegno di
Dio è la “conoscenza della sua volontà, con ogni
sapienza e intelligenza spirituale” (Col 1, 9).
Conoscenza non certo intellettuale e astratta
ma spirituale, imparando a “saper leggere nel
grande libro delle cose create”, dove agiamo
non come uno “spettatore impotente di fronte
alla divina volontà, ma un invitato a parteciparvi per divenire, con Cristo, suo cooperatore
per la salvezza degli altri fratelli”.
Monsignor Novarese con il card. Opilio Rossi,
nunzio apostolico in Austria, durante il Congresso
Internazionale degli ammalati tenutosi a Mariazell
dal 2 al 7 giugno 1973.
Anche da parte del Papa riceviamo l’invito a
continuare l’impegno apostolico con perseveranza, speranza e sapienza, a “saper aspettare i
frutti sicuri della salvezza, confidando nel senso
profondo della vita e della storia: le prove e le
difficoltà fanno parte di un disegno più grande;
il Signore, padrone della storia, conduce tutto
al suo compimento. Nonostante i disordini e
le sciagure che turbano il mondo, il disegno
di bontà e di misericordia di Dio si compirà!
E questa è la nostra speranza: andare così, in
questa strada, nel disegno di Dio che si compirà. Questo messaggio di Gesù ci fa riflettere
sul nostro presente e ci dà la forza di affrontarlo con coraggio e speranza, in compagnia
della Madonna, che sempre cammina con noi”
(Francesco, Angelus, 17 novembre 2013). ■
5
L’ancora 4 2015
informazione
CHE SIGNIFICA FARE PASQUA?
Remigio Fusi
Vogliamo insieme riflettere su questo grande avvenimento, punto focale della nostra vita cristiana,
per prepararci a viverlo come si conviene.
La
Pasqua avviene
vviene nel
cuore. Il punto naontro con
turale d’incontro
Dio è nel cuore dell’uomo.
onomia ci
Tutto ciò che l’economia
offre d’esteriore è mezzo, è
via, è sacramento per condurci a quella realtàà soprannaturale, che si celebra al
rito umacontatto dello spirito
no con lo Spirito divino.
ero con il
L’appuntamento vero
Signore che passaa (Pasqua
gio) è nel
vuol dire passaggio)
oso della
cenacolo silenzioso
nostra persona. Dio non
vuole un culto esteriore,
senz’anima, ma vuole un
culto consumato nel cuore.
Per qu
questo ha dato all’uomo “un cuore nuovo”. Egli
guarda dentro.
La Pas
Pasqua, quindi, avviene
nel cu
cuore. Se non cambia il
cuore, non c’è Pasqua; se
non cr
cresce la carità, non
c’è Pa
Pasqua; se non facciamo ges
gesti di riconciliazione,
non c’
c’è Pasqua; se non accoglia
cogliamo Cristo nella nostra vvita, non c’è Pasqua.
l’impegno che la qualifica come
cristiana e attingere da Cristo
stesso la Grazia per renderla
tale. Occorre fare una grande
pulizia come si fa per la casa
in occasioni di feste solenni:
perlustrare la casa interiore,
il cuore, per distruggere tutto
ciò che appartiene al vecchio
regime del peccato; pulizia del
cuore e della vita se vogliamo
entrare nella Pasqua.
Siamo pronti dentro di noi a questo appuntamento: nella chiarezChe si
significa,
za della nostra coscienza, cioè
dunq
dunque, fare Pasqua?
nella sincerità, nell’apertura, nel
Fare Pasqua significa con- coraggio? Siamo pronti nell’imfronta
frontare la nostra vita con petuosità della nostra umiltà,
6
L’an
ancora 4 2015
vale a dire nella riconoscenza di
ciò che siamo, nella esperienza
ineffabile della nostra comunione con Lui, vale a dire decisi ad
assaporare la dolcezza della sua
infinita Misericordia?
Pasqua, infatti, consiste nel
l’incontro di due entità: la Misericordia di Dio e la miseria
dell’uomo. È un invito ad essere
cristiani e ad avere un concetto
soprannaturale della vita. È un
tempo liturgico in cui è più che
mai urgente rinnovare il nostro
cuore; vale a dire sradicare dal
nostro cuore gli idoli per fare
spazio a Dio in un cuore nuovo,
ossia: la ricerca di noi stessi; la
ricerca dei primi posti; il considerarsi migliori degli altri, per
cui ci sentiamo autorizzati a
giudicare; il volere tutto per sé,
che mette in evidenza il nostro
egoismo; l’incomprensione, che
non concede posto agli altri; i
compromessi morali che fanno
preferire i piaceri alle virtù, la
comodità al sacrificio; l’indifferenza religiosa, che fa trascurare i propri doveri cristiani, il
ricorso alla preghiera perché ci
si sente autosufficienti.
E per noi del CVS
La Pasqua ha un invito speciale anche per noi. Vivere la Pasqua,
infatti, significa comprendere e vivere lo spirito della Croce,
della sofferenza, perché non vi può essere Pasqua senza la sofferenza.
La gioia del mistero pasquale dà la prima spiegazione del paradosso cristiano tra gioia e sofferenza. La croce e la sofferenza
sono solo un momento, un passaggio alla Risurrezione. S. Paolo
sottolinea più volte il carattere pasquale della vita cristiana,
affermando che è partecipazione reale alla vita di Cristo risorto.
Il beato Luigi Novarese scrive: “Il Cristo ha sempre parlato del
dolore non come un problema a sé stante, ma tutte le volte ha
abbinato al pensiero della propria passione e morte, la certezza
della Risurrezione”.
Il fine dell’uomo, infatti, è l’assimilazione nella gloria con il
suo Signore. Le difficoltà, le sofferenze non hanno il potere di
intaccare questo destino, legato una volta per sempre al Fratello, Cristo, morto e risorto per loro. La sofferenza dell’uomo, se
unita a quella di Cristo, diventa potente come è potente quella
di Cristo.
Ne consegue che il sofferente, sempre per l’identità della sua
vocazione con Cristo dolorante sulla Croce, deve essere impegnato a vivere il suo momento storico-ecclesiale, riflesso luminoso dell’Amore infinito di Dio, perché a molte anime sia dato
di entrare a far parte della gloria eterna, acquistata appunto dal
dolore di Cristo totale: Cristo storico e cristo mistico.
Ancora monsignor Novarese ci dice: “Ecco il grande compito del
sofferente: aiutare Gesù a salvare le anime! Infatti, il sofferente,
vivendo unito a Cristo non può non avere le stesse dimensioni
del Cristo; non può non avere i sentimenti del Cristo”.
Noi “Volontari della Sofferenza” abbiamo
scel
scelto,
per rendere preziosa questa nostra collaborazione, Maria Santissima e
qu
quindi:
“Ascoltare quello che la Vergine
Sa
Santa
ci dice è conseguenza logica del
no
nostro
essere di redenti, in cui siamo costit
stituiti
quali Suoi figli”.
Ci ripete Monsignore: “Accettiamo le croci
po
e portiamole
con Cristo. Con le croci soppo
portate
con Cristo purifichiamo le nostre
an
anime”,
e poi “Il modo di rendere utile
il dolore non soltanto in noi ma anche
pe gli altri, è unico: la Grazia, ossia non
per
es
essere
in peccato mortale!”. ■
7
L’ancora 4 2015
informazione
Riflettori sul V Convegno ecclesiale di Firenze (9/13 novembre 2015)
“IN GESÙ CRISTO
IL NUOVO UMANESIMO”
Mario Morigi
“In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”: il tema apre un orizzonte di grande interesse. Unanime il
consenso con entusiasmo. C’è urgenza di progettare un nuovo umanesimo. Sono tanti gli sfregi,
tanti i crolli, i rigurgiti di disumanità, che devastano i cuori e che profanano di violenza i popoli.
bene che insorga
e si diffonda una
sommersa protesta
e una «resistenza» a
difesa dell’uomo e della donna, splendenti di
dignità, di slancio solidale
le e di
arcane sembianze divine.
Una cosa fa dispiacere, ma è da
dire con franchezza. Non per
accusare. Si avanza una denuncia aperta a tutti. Si dice che
le culture rese massmediaticamente patrimonio dominante,
hanno oscurato l’evidenza del
«punto fermo», indiscusso, affascinante. Il centro unico è
È
stato distrutto. Sono vari e si
avvicendano, effimeri, presuntuosi, caduchi, idoli di menzogna, a cui con abbaglio molti
accorrono. Questo, non perché
il centro non c’è. Ma perché
l’uomo si rifiuta di diventare
quella meraviglia, in terra e
in cielo, alla quale Dio mai si
stanca di invitarlo.
L’uomo e la donna sfigurati, sna-
8
L’ancora 4 2015
tura
turati sono grave offesa a
Lui e a se stessi. “L’uomo
proviene
prov
dall’intimo di
Dio”,
Dio” scriveva un autore
cristiano
cris
del secondo secolo (dalla Traccia, p. 19).
L’indicibile meraviglia dell’autenticamente umano si sprigiona quando si sovrappone ogni volto umano
su quello di Cristo. Da Lui fiorisce
il volto autentico dell’uomo e
scompaiono le ferite deturpanti.
Senza un Salvatore
non c’è salvezza
La Chiesa che vive in Italia riconosce questa grave necessità.
Desidera dire a tutti, credenti e
non, una parola piena di verità e
di rispetto. Bisogna fare il punto.
Ritrovare «il centro». Riaccendere la luce. Cristo è “la luce vera,
quella che illumina ogni uomo”
che viene in questo mondo. Lui
è la verità su l’uomo. In balìa del
«nulla», assolutizzando «il relativo», l’uomo va a picco. E si nega
il respiro alle nuove generazioni.
Uno scatto! Un sussulto ideale
che capovolga ipocrisie patogene
e rimetta in strada l’uomo. Se no,
cresce declino, corruzione, peccato, decadenza ad ogni livello.
Il Papa lo dice a tutti: con coraggio e umiltà riprendere in mano il
Vangelo. Alla paura di Cristo, subentri la sorpresa felice di aprirgli
la vita. Allora molti ammetteranno che erano stati ripetutamente
anticipati da Cristo, con molti
suoi tentativi, mandati a vuoto.
La Traccia (p. 21) che guida la riflessione verso il Convegno chiarisce: “L’annuncio evangelico è
lievito di un umanesimo rinnovato in Cristo Gesù”. Messaggio che
viene a risvegliare e a fecondare
la vita.
Stampelle e sedie a rotelle
L’uomo vive pienamente se si
lascia configurare al Cristo pasquale. Respinge il male e respira a fondo la vita divina. È l’umanità «umanizzata», salvata
perché «divinizzata». Così si ritrova e si onora l’umanità dei disabili: situazione che ci costringe a riflettere. L’umanità di chi
è affetto da demenza, che ci fa
ricuperare la categoria di dono.
L’umanità delle persone anziane
ci sollecita ad affrettare i ritmi
esistenziali. Anche un’umanità
travolta da gravi abbagli di prospettiva manda messaggi. Si distrae, ma forse aspetta qualcuno. Stampelle, sedie a rotelle,
letto sanitario: c’è un’umanità
bisognosa di amore e di aiuto.
Tutti hanno diritto a Cristo, che
rianimi ogni vita umana. Quando spunta e cresce la luce della
fede cadono le squame dal cuore. Si ravviva la fiammella della
speranza. Non di rado i nostri
silenzi dinanzi ad una persona
vinta dalla sofferenza diventano preghiera e gli occhi si bagnano dalla commozione.
“In Gesù Cristo
il nuovo umanesimo”
Cristo splende sul volto dei
santi e delle sante. In loro
spicca un umanesimo vero,
sempre nuovo, vissuto nel quotidiano. L’umanità che rifulge
nei santi ci affascina. Desta
nostalgia. Ci mostra al vivo
Cristo che, di epoca in epoca,
rigenera un umanesimo bello.
Ora siamo noi, sani e malati,
tesi alla fioritura di umanesimo
bello, da proporre a tutti. C’è
da lasciarci rifare il cuore, i criteri per le scelte di fondo e un
amore che ha le vibrazioni del
suo. Spunterà il mattino di un
nuovo umanesimo, una nuova
umanità stampata su Cristo.
È un grande dono per tutti. È
un impegno a trasmetterlo con
gratuità e fedeltà alla società e
alla comunità cristiana. ■
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L’ancora 4 2015
Il logo del Convegno
Un’immagine che evoca movimento, slancio, apertura, al centro della
quale spicca una croce che è punto di arrivo e insieme origine di un
dinamismo di trasparente lettura: il
segno cristiano non chiude o esaurisce, ma spinge e provoca, anche
con la sua evidente incompiutezza,
quasi rimandando a un lavoro ancora tutto da compiere, rimandando al mondo fuori da quello spazio.
Nell’idea con la quale Zeno Pacciani, Francesco Minari e Andrea
Tasso hanno tradotto graficamente
il tema dell’assemblea in programma a novembre, c’è un’intuizione
che ha colpito il «popolo del Web»,
chiamato a contribuire in modo
decisivo alla scelta, prima ancora
degli organizzatori dell’appuntamento ecclesiale. Il logo, nel quale
è leggibile la citazione della cupola del Brunelleschi simbolo della
grandezza cristiana e umanistica
di Firenze, è infatti uno degli oltre
200 pervenuti nelle otto settimane
del bando di concorso, firmati da
studenti e pensionati, professionisti e istituti d’arte di tutta Italia.
informazione
LA PARROCCHIA COME
GENERATRICE DI FEDE
La parrocchia è una comunità di fede, di preghiera e di amore illuminata e sorretta dalla Parola
di Dio. Questo è il punto di partenza, di convergenza e di arrivo di tutte le nostre esperienze.
Tratto dalla conferenza tenuta da
don Angelo Corvo in occasione
del Convegno Sacerdotale della
Lega Sacerdotale Mariana svoltosi a Roma lo scorso gennaio.
apa Francesco sottolinea
l’importanza che ha la parrocchia anche per le associazioni e i movimenti che devono averla sempre come punto
P
di riferimento. Perché se c’è un
luogo in cui si è sicuri di incontrare Dio, è proprio lì, dove
la Parola del Padre è presente.
È vero che Dio è ovunque, in
cielo, in terra e in ogni luogo.
È vero che si manifesta in mille
modi e attraverso mille segni,
ma mentre gli altri segni hanno bisogno del discernimento
per essere certi che lì ci sia
Dio, in parrocchia andiamo sul
10
L’ancora 4 2015
sicuro perché c’è la Sua Parola
e perché ci sono i sacramenti.
Non c’è quindi bisogno di una
mediazione umana che possa
condizionare la certezza della
presenza di Dio.
La parrocchia dunque come
comunità di fede ma, proprio
perché c’è Dio, deve essere
anche comunità di preghiera.
Qualunque nostra azione pastorale deve partire e portare
necessariamente all’Eucaristia
domenicale. Tante volte spiego ai ragazzi del catechismo,
e soprattutto ai genitori, che è
meglio perdere mille lezioni di
catechismo piuttosto che perdere la Messa.
Perciò è importante in
una parrocchia curare
la Celebrazione Eucaristica e finalizzarla al
tipo di uditorio che si
ha davanti.
Se tutto parte dall’Eucaristia, la simpatia verso
la nostra vita pastorale
cambia di prospettiva.
Che cos’è la parrocchia? Comunità di fede, comunità di preghiera, comunità d’amore. Cioè
una comunione vissuta nel servizio, nell’aiuto e nella testimonianza. Tutti noi sappiamo
bene quanto sia complicata la
dimensione del servizio. A volte, infatti, camuffiamo il nostro comando con un servizio
e addirittura lo imponiamo agli
altri. Dobbiamo stare attenti però che dietro al servizio rischia di nascondersi una forma
di ricerca di compensazione.
Espressione di vicinanza
La parrocchia deve essere una
comunità, espressione di una
vicinanza. Già il suo nome lo
dice: parrocchia viene da paroikìa – vicino a chi è lontano
– un luogo attaccato alle case
degli uomini. Questo ci porta per esempio a sottolineare
(quello che anche il Papa fa) la
situazione peregrinante della
Roma, 8 marzo:
visita pastorale
di papa Francesco
alla parrocchia
di Santa Maria
Madre del
Redentore
a Tor Bella
Monaca
Chiesa.
Chiesa Questo famoso “uscite, andate, uscite” – lo dice
spesso papa Francesco – andare verso le periferie, è ciò che
teologicamente e ontologicamente definisce la parrocchia.
Io amo sempre ricordare che
quando Gesù parla del gregge
e del pastore, è vero che dice
che il pastore è colui che guida
il gregge, lo conduce nell’ovi-
le, lo fa stare al sicuro, ma la
mattina dopo, il pastore apre
ma
l’ovile e porta fuori il gregge.
l’ov
Non si rimane chiusi nell’ovile.
No
Perché? Perché questa staticità
Perc
della comunità porta a consude
mare se stessi.
ma
Teologicamente la parrocchia è
una comunità che deve camminare in continuazione, deve
essere in continuazione pellegrina. Pellegrina verso dove?
Verso le case degli uomini, lì
dove la gente vive.
Dice la Christifideles laici che la
parrocchia è l’ultima localizzazione della Chiesa.
La diocesi è in mezzo alle case.
■
L’ODORE DEL GREGGE
Squarci di misericordia
sul far della sera
Marco Pozza
Pa
Parole
con addosso «l’odore del gregge»
(papa Francesco). Queste pagine sono
(p
umilissime fotografie. E dentro ogni
um
fotografia, l’amabilità di una Sua parola.
fo
Pagine che pungono e rasserenano, che
spingono e consolano, che accendono e
divampano, che allargano e ridimensionano.
pp. 166 - € 12,00
ISBN 978-88-8407-205-4
11
L’ancora 4 2015
Edizioni Centro Volontari della Sofferenza
00165 Roma - Via di Monte del Gallo 105
informazione
LA MALATTIA
NON CI RENDE INUTILI
Mara Strazzacappa
La persona sofferente, come la persona sana, ha l’impegno di vivere ricercando sempre la Grazia
di Dio. La possibilità di fare qualcosa, qualunque cosa, diventa imperativo ad agire con responsabilità cristiana.
affermazione importante
da cui partiamo è stata
scritta dal beato Luigi Novarese nel 1952: “Non è sufficiente essere ammalati per essere strumenti adatti in mano
alla Madonna”.
In un’epoca in cui gli ammalati
venivano tenuti in poca considerazione, quasi nascosti in
casa anche per la convinzione
che una persona in balia della
malattia, della disabilità non
portava fare nulla e, quindi,
tantomeno, peccare. Una visione in cui la persona viene
completamente annullata dalla
disabilità che diventa l’unica
cifra distintiva e caratterizzante, l’essere umano con le sue
capacità, i suoi pregi, i suoi
difetti scompare e la cultura
del “poverino” e della “carezzina al malato” lo trasformano in
una bambola senza sentimenti
e possibilità. Per i benpensanti, l’ammalato diventa quasi
una creatura eterea, evanescente, soprannaturale, naturalmente affidato alle mani di
Dio e quindi molto al di fuori
dei problemi, dei complessi, in
fondo della vita stessa.
L’
Il beato Luigi Novarese non
vede affatto nelle persone malate degli esseri angelicati,
anzi, tutt’altro: vede persone
vere che necessitano di comprendere la loro vocazione e la
loro missione, che sono chiamate a vivere in pienezza il
tempo, il luogo e la condizione
che è data loro senza
piagnistei e commiserazioni sterili. Quindi
non è sufficiente essere malati per sentirsi a posto come se la
condizione di malattia
esentasse dall’impegno, dalla responsabilità, dalla ricerca e
dall’azione.
La persona sofferente, come la persona sana, ha
l’impegno di vivere in Grazia
di Dio, ricercando la sua volontà e la sua luce per arrivare
a vivere l’integrità della fede.
Sempre nel 1952 il beato Novarese aggiungeva: “È assolutamente necessario essere
in Grazia di Dio, ossia avere il
cuore distaccato da ogni affetto peccaminoso, sia per quanto
riguarda i costumi, sia per quel-
12
L’ancora 4 2015
lo che riguarda l’osservanza dei
precetti della Chiesa, sia ancora
per quanto si riferisce all’integrità della fede”.
Cosa si deve fare, quindi per essere persone vere, reali, con se
stessi e con gli altri? Il cammino da fare non è semplice. Non
è così per il sano, non è così
per il malato. È un cammino capace di portarci in fondo a noi
stessi, che ci mette di fronte
le difficoltà, i limiti, ma che ci
conduce non a fermarci imprecando su quanto ci manca, ma
a scoprire la meravigliosa via
dell’amore che Dio ci schiude
davanti. Il beato Luigi insiste
nel consigliare di vivere lungo
questa strada insieme a Maria, la Vergine Immacolata che
tanto amore ci dona, sia come
presenza, accompagnamento,
tenerezza sia come esempio di
fortezza, decisione, prontezza.
“Ci sono tanti sofferenti che imprecano alla propria sorte, che
chiudono il proprio cuore ad
una vita di corredenzione col
Cristo e con la Vergine Immacolata, questi sono tralci separati dalla vite, questi sofferenti
sono inutili a sé e alla società.
Non è la malattia che ci rende
inutili.
È la nostra volontaria inoperosità nella malattia stessa che ci
rende tali.
L’ammalato acquista ed aumenta la propria produttività
soprannaturale, vivendo la vita
della Grazia ed aumentandola
con le opere buone.
La Grazia aumenta con le opere buone. Impariamo a vivere
quando smettiamo di vivacchiare facendoci condurre dalla
corrente ed iniziamo ad impegnarci, impariamo ad amare quando, concretamente,
operiamo gesti di amore per
i fratelli, in un crescendo di
consapevolezza, di gioia e capacità di donazione che rende
la persona libera dagli impedimenti della malattia. Non è
più la malattia che nasconde la
persona, ma la persona, capace
di amare e di impegnarsi, che
oscura la malattia e la rende
secondaria.
Così la persona diventa capace di attività, di azione ed è
sempre il beato Novarese che
descrive questo passaggio dal
sentirsi inutile al divenire per-
13
L’ancora 4 2015
sona attiva e responsabile, soprattutto con l’impegno all’interno del Centro Volontari della
Sofferenza: “Se per l’ammalato
l’isolamento e la inazione sono
più pesanti della stessa malattia, l’ingresso tra i Volontari
della Sofferenza deve segnare
l’inizio consapevole di una vita
di vera attività”.
E nel 1959 aggiungeva: “Il dolore, la malattia, purtroppo, tendono, ed anche troppo, a farci
ripiegare su noi stessi, senza più
curarci di quanto ci circonda. Ma
questo è un solenne errore! Uno
sbaglio fenomenale!
È ciò una conseguenza della
scarsa considerazione con cui
teniamo il tesoro che abbiamo
in mano: la sofferenza vissuta
in Grazia di Dio. Se noi considerassimo il dolore come «vera
realtà» di cui possiamo disporre a nostro piacere, per
gli interessi della Chiesa e della
società, non ci sentiremmo dei
falliti o degli esseri inutili.
Dobbiamo essere pervasi da
questo carattere di necessaria
attività, come i sani lo sono per
i loro affari.
Smettiamo di considerarci come
degli esseri che devono vivere
alla mercé degli altri: noi possiamo fare qualcosa, quindi
dobbiamo agire”.
La possibilità di fare qualcosa,
qualunque cosa, diventa imperativo ad agire. La persona non
resta ripiegata su se stessa, ma
scopre, con responsabilità, la
propria libertà di persona e di
cristiano. ■
informazione
La testimonianza di un vescovo
L’APOSTOLATO
DELL’IMPOTENZA
Italo Monticelli
Don Tonino Bello ci ha fatto capire più con il suo esempio che tare cristianamente il dolore?”.
con le parole che il mondo d’oggi non ha tanto bisogno di maestri Don Tonino risponde portando
la sua personale testimonianza:
saccenti, ma di umili e semplici testimoni.
Don
Tonino Bello, vescovo di Molfetta dal
1982 al 1993, è stato un vero testimone di Cristo
nel tempo. Egli ha indicato
con la parola, con lo scritto e
la testimonianza un sentiero di
autentico rinnovamento della
vita cristiana in ogni campo:
nella pastorale, nell’apostolato,
nell’impegno per la pace e per la
giustizia. Anche nella sofferenza
è stato un vero esempio di fedeltà alla volontà di Dio.
Colpito dal cancro, non solo non ha
abbandonato le sue attività, ma ha
intensificato la sua dedizione verso gli altri, specie verso i poveri.
In un’intervista apparsa sull’Avvenire, il giornalista gli pone
varie domande. Ne ricordo due.
“Spesso per i malati – dice il
giornalista – è molto difficile
accettare la loro condizione”.
Così risponde don Tonino: “Le
cose che dico e predico, le ho
imparate proprio dai sofferenti,
ricevendo sempre un grandissimo conforto. A chi ricalcitra di
fronte al dolore vorrei suggerire:
affidati al Signore, digli ‘fai di
me quello che vuoi’ e troverai
la pace. Alternative non ce ne
sono: eccetto la disperazione”.
Il giornalista gli pone un interrogativo: “Come è possibile accet-
14
L’ancora 4 2015
“Sono momentaneamente in esilio nel mio paese natale per curarmi un po’. Ma il ricordo della
mia Chiesa mi accompagna sempre. Ripenso alle riunioni, alle
iniziative, alle persone. Seguo
tutto mentalmente e offro al Signore la mia sofferenza, perché
so che gioverà senz’altro a tutta
la diocesi. Non c’è solo l’apostolato della prassi (del fare), ma
anche quello dell’impotenza,
dell’onnidebolezza di Dio, come
diceva Bonhoeffer: Gesù ha procurato più grazie agli uomini con
le mani inchiodate sul legno, rispetto a quando le stendeva libere sul mare in tempesta”.
Si potrebbe dire: con le mani
distese sul mare in tempesta ha
salvato la barca su cui si trovavano alcuni uomini, ma con le
mani inchiodate sulla croce ha
salvato la barca dell’umanità.
In una lettera scritta agli ammalati nella Giornata Mondiale
dei Malati, dice alcune parole
piene di fede e di conforto. Richiamo alcune espressioni.
“Celebriamo la Giornata dell’Ammalato per vivere non un
momento di mestizia, non un
momento di tristezza sia pur
sublimata, non una liturgia consolatoria. No! Non siamo qui a
lamentarci. Non stiamo facendo
la mostra delle nostre disavventure di salute.
Siamo venuti per esprimere una
grande solidarietà. Prima di tutto con Gesù Cristo, il Risorto, l’Amante della vita. Egli è il capo
del nostro sindacato. Sì, è il
capo del sindacato degli ammalati, dei sofferenti...”.
E poi con molta chiarezza: “Se
noi dovessimo lasciare la croce,
su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare
l’ossigeno nell’aria, il sangue
nelle vene, il sonno nella notte.
La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Gesù è
il nostro capo. Bellissimo sentircelo al centro. Lui confitto su un
versante della croce e noi confitti sull’altro versante della croce, sul retro. Quando abbiamo
bisogno di Lui, non è necessario
urlare: basta chiamarlo, perché
sta appena dietro di noi”.
Ancora don Tonino dice: “Non
dobbiamo vergognarci della malattia. Non è qualcosa da tener
nascosta. Non è un tabù. È quel-
la parte della nostra carta di
identità che ci fa assomigliare
di più a Gesù Cristo.
Dobbiamo lottare contro la malattia. Mai rassegnarsi come non si è
mai rassegnato Gesù. Gesù, Maria,
non sono mai state delle persone
rassegnate. Hanno sempre combattuto fino all’ultimo. E anche
per noi ci deve essere lo stesso
coraggio. Se sappiamo lottare in
piedi, dobbiamo saper lottare in
ginocchio, con le preghiere, perché il Signore Gesù è con noi”.
La sua lettera agli ammalati
termina parlando dell’abbandono al fratello come segno
dell’abbandono in Dio.
“Con la malattia sto facendo
l’esperienza dell’umiltà, dell’ab-
bandono, dell’affido.
Chi è abituato a una certa fierezza, ha pudore a lasciarsi
servire dagli altri. Teme di dar
fastidio ai parenti e agli amici.
Soffre quando vede che gli altri
si trovano in disagio per lui. Non
sperimenta quell’abbandono disteso nelle braccia dell’amico,
cioè di chi ti vuol bene.
Nelle braccia del Signore Gesù sì,
ma nelle braccia dell’amico no.
Allora dobbiamo fare esperienza
dell’abbandono. Questa esperienza dell’abbandono nelle braccia di chi ti vuol bene è segno.
Segno e forse anche strumento dell’abbandono totale nelle
braccia di Dio”. ■
don Tonino Bello
Il suo ministero episcopale fu caratterizzato dalla rinuncia a quelli che
considerava segni di potere (per
questa ragione si faceva chiamare
semplicemente don Tonino) e da
una costante attenzione agli ultimi:
promosse la costituzione di gruppi
Caritas in tutte le parrocchie della
diocesi, fondò una comunità per la
cura delle tossicodipendenze, lasciò sempre aperti gli uffici dell’episcopio per chiunque volesse parlargli e spesso anche per i bisognosi Don Tonino Bello (al centro) tra don Luigi Gache chiedevano di passarvi la notte. rosio e don Vittorio Borracci (fine anni ‘80)
Da Presidente di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per
la pace, fu promotore di diversi importanti interventi: tra i più significativi
quelli contro il potenziamento dei poli militari di Crotone e Gioia del Colle, e contro l’intervento bellico nella Guerra del Golfo, quando manifestò
un’opposizione così radicale da attirarsi l’accusa di istigare alla diserzione.
Benché già operato di tumore allo stomaco, il 7 dicembre 1992, morì a
Molfetta il 20 aprile dell’anno successivo. Il 25 aprile 2014 il presidente
della CEI Angelo Bagnasco ha inaugurato ad Alessano la “Casa della
Convivialità” a lui dedicata.
15
L’ancora 4 2015
informazione
IL BEATO NOVARESE
E GIOVANNI PAOLO I
Antonio Giorgini
Il Papa dei 33 giorni: dal 26 agosto 1978 al 29 settembre dello stesso anno. Sorpresa fu la sua
elezione e ancor più la sua morte prematura.
quel conclave vi furono due posizioni forti:
quella più “conservatrice”
che sosteneva l’arcivescovo di
Genova il card. Giuseppe Siri e
quella più “conciliare” che sosteneva il card. di Firenze Giovanni Benelli.
Ma da subito ci fu un orientamento
deciso sul card. Albino Luciani che
nel secondo giorno del conclave
fu proclamato Papa. Fu vista come
profezia il gesto di Paolo VI che,
andando a Venezia qualche tempo
prima, si tolse la “stola” e la pose
sulle spalle del card. Luciani.
Il beato Luigi Novarese, quando mons. Luciani era ancora
vescovo di Vittorio Veneto, lo
invitò a presiedere il Pellegrinaggio della Lega Sacerdotale
Mariana a Lourdes (in considerazione della sua attenzione a
In
1964. Albino Luciani durante il pellegrinaggio dei sacerdoti ammalati a Lourdes
tutti i sacerdoti) e in occasione
poi del 2° Convegno Sacerdotale Internazionale (svoltosi a
Pompei dal 21 al 28 settembre
1977 nel quale il numero dei
sacerdoti raggiunse il punto
più alto) lo invitò a partecipare
per tenere una relazione.
Tema del convegno era “Cor ad cor
loquitur: La Catechesi del Cuore
di Cristo”. Luciani svolse la prima
relazione del convegno sul tema:
Albino Luciani
(1912-1978)
Nasce a Forno di Canale (oggi Canale d’Agordo,
Belluno) e a dodici anni
entra nel seminario minore di Feltre. Nel 1935 viene
ordinato sacerdote e nel
1947 si laurea in teologia a
Roma presso la Pontificia
16
L’ancora 4 2015
Il 26 agosto 1978 Albino Luciani,
appena eletto papa, si affaccia
su Piazza San Pietro
“Il Cuore di Gesù nel dolore e nella
gioia” che svolse in 15 punti, brevi ma molto molto sentiti.
Nel primo punto ad esempio ricorda le parole di Gesù a santa
Margherita Maria Alacoque: “Ecco
quel Cuore che ha tanto amato gli
uomini e che niente ha risparmiato fino a consumarsi per dimostrare loro quanto li amava. E come
riconoscenza non ha ricevuto dalla
maggior parte di essi che ingratitudini... (specialmente) dai cuori
a me consacrati”. Parla poi – nei
punti seguenti – del dolore che
non gli può essere evitato e che
Gesù stesso assume per fare la
volontà del Padre; ma la gente
pensa che debba essere sempre
possibile evitare con mezzi umani. Una parola contro il dolorismo
sempre di moda, ma porta l’esempio di tanti santi e soprattutto commentando le “beatitudini
evangeliche” e di tutti i sussidi
che ci possono venire anche dalla psicologia, dalla teologia (san
Tommaso) e dall’esempio di tanti
santi, anche di santa Teresa del
Bambino Gesù che dice: “Io provo veramente gioia a vedermi distrutta così” per l’uragano di grazie che le sofferenze provocano.
I soli 33 giorni di pontificato gli
Università Gregoriana. Nel
1958 è nominato vescovo
di Vittorio Veneto, nel 1969
patriarca di Venezia e nel
1973 viene creato cardinale. Il 26 agosto 1978 è eletto papa e sceglie il nome di
Giovanni Paolo I.
Poco più di un mese dopo,
nella tarda sera del 28 settembre, muore improvvisamente.
Qu
Questo
fantasioso epistolario raccoglie le
lettere del patriarca di Venezia a personaggi
lett
storici e mitici di tutti i tempi, pubblicate
stor
mensilmente dal 1971 al 1974 sulla rivista
me
«Messaggero di Sant’Antonio) Lo stile gra«M
devole, la sottile ironia che pervade ogni
devo
pagina, l’abilità di trasferire vicende e perpa
sone, problemi e soluzioni, da ieri a oggi
so
e viceversa, danno forma a un’analisi attenta di quegli anni difficili. Con una spictent
cata curiosità per i personaggi incontrati,
ca
così diversi tra loro: da Penelope a Mark
co
Twain, da Maria Teresa d’Austria a Figaro,
Tw
Péguy a Trilussa, da Scott a Ippocrate, da
da Pinocchio a un... orso, da Pé
Quintiliano a Marconi, da Hofer a Goldoni, da santa Teresa a Goethe,
da san Bernardino a Marlowe e Chesterton. Per finire con il più importante di tutti, Gesù, al quale l’autore scrive trepidando.
hanno procurato il titolo di “Papa
del sorriso”.
Indimenticabili le sue Udienze quando chiamava vicino una
bambino per essere suo interlocutore nel dialogo che intendeva
fare con tutti i suoi uditori perché, parlando e interrogando il
piccolo, tutti potessero ben capire il messaggio che voleva trasmettere a quanti si affollavano
alle sue Udienze. Era il suo stile
che lo aveva spinto da cardinale,
a scrivere quel meraviglioso volume “Illustrissimi” che contiene
tante lettere a “personaggi” immaginari di vari ceti sociali che
nella loro condizione civile, familiare, umana e politica avevano
bisogno di un indirizzo preciso,
Albino Luciani
in una foto
dei primi anni ‘50
Giovane vescovo
di Vittorio Veneto
(1958)
umano e sociale (e cristiano).
Fu il primo a scegliere il doppio nome (Giovanni Paolo) per
segnare la sua continuità con i
due santi Papi che hanno dato
vita e concluso il Concilio Ecumenico Vaticano II: san Giovanni XXIII e il beato Paolo VI.
Questi ultimi hanno offerto alla
Chiesa, con il Concilio, il dono
più grande per il suo rinnovamento attraverso i secoli che
lui stesso, Giovanni Paolo I, incominciò ad applicare nel suo
breve pontificato offrendolo al
suo successore, san Giovanni
Paolo II. La figura splendida di
Giovanni Paolo I, rimane quasi
nascosta nella storia, ma più si
considera più è luminosa. ■
Papa Paolo VI
impone la berretta cardinalizia
ad Albino Luciani (1973)
informazione
LA FEDE ILLUMINA,
CONFORTA,
CONDUCE...
Marisa Basello
Grazia e fede furono per il beato Novarese la base
della sua esistenza. Fondamentale l’esempio ricevuto
dalla mamma, Teresa Sassone, nel creare un’atmosfera familiare per una crescita sana del piccolo Luigi.
ons. Novarese sperimentò,
durante la permanenza
negli ospedali, la carenza
di una presenza e di un pensiero spirituale. Lo Spirito Santo, attraverso le richieste della
Vergine a Lourdes e a Fatima,
gli ispirò il CVS, una vocazione che unisce alla Passione
di Cristo per santificarci e per
M
rispondere alle richieste della
Vergine Santa di preghiere e
penitenza per la conversione
delle anime.
Furono ancora Grazia e Fede a
spingerlo ad indire un corso di
Esercizi spirituali nel settembre
1952 ad Oropa (Biella), idea
giudicata fuori dal comune anche dal clero, ma non per gli
18
L’ancora 4 2015
1952.
I primi
Esercizi
spirituali
a Oropa
(Biella)
e all’Ospizio
Barbieri
di Re
(Vb)
ammalati che vi parteciparono:
erano i primi del CVS e dei Silenziosi Operai della Croce.
Il salutare effetto all’anima dei
48 partecipanti, li indusse a
chiedere subito un luogo più
idoneo per gli Esercizi spirituali per persone con marcati limiti fisici... con tanto di colletta,
in quel momento di 9.200 lire,
e scelta anche del nome della
costruzione: Casa “Cuore Immacolato di Maria”.
Tutto ciò è più che noto... ma
è bello ricordare assieme l’antefatto... che ci fa ripercorrere
ricordi e avvenimenti importanti
e fondamentali per consolidarci
nella volontà e nella consapevole gratitudine al Signore. L’oggi:
sessantaquattro stagioni degli
Esercizi alla Casa “Cuore Immacolato di Maria”... aggiungendo i
quattro anni all’Ospizio Barbieri
di Re (Vb) perché lì si svolsero
mentre si erigeva la Casa.
L’8 dicembre 1952 mons. Novarese
aveva convocato a Roma alcune
persone per capire dove costruire la Casa di Esercizi spirituali:
un benefattore di Novara, comm.
Vaccarino, suggerì Re, in Val Vigezzo, con il suo bellissimo santuario dedicato alla Madonna del
Sangue, ancora in costruzione.
Monsignor Novarese la sera del
26 dicembre 1952 era già a Re.
Prese ospitalità all’Ospizio Barbieri. Da Novara era giunto anche il benefattore. Il beato Novarese dal corridoio del secondo
piano si affacciò alla finestra e
vide un ampio spiazzo innevato e illuminato dalla luna. “Il
posto è bello e accogliente...
a ridosso della Svizzera... un’apertura verso l’Europa!”, pensò.
Così nacque questa grande struttura che si presenta oggi all’ingresso del paese, una costruzione con nove piani e 134 camere,
capace di ospitare tante persone ammalate e disabili.
Tutto opera della Vergine Santa
e dei pionieri “seminatori di speranza” che diffusero l’apostolato
e il risultato oggi, sommando le
presenze dal 1960 al 2014, è di
duecentocinquemila partecipanti ai corsi di Esercizi spirituali.
La capienza attuale della Casa
oggi si è ridotta, in quanto
sono state realizzate opere di
ammodernamento ed è stata
iniziata un’attività di Residenza Sanitaria Assistenziale, che
si svolge al quinto piano: venticinque ospiti.
Anche questo è un vissuto carismatico che si realizza nell’Associazione con la Lega Sacerdotale Mariana e il CVS. Un
ausilio alle varie prove della
vita terrena, nel corpo e nello
spirito; un unico e indissolubile connubio che fa della persona fatta a immagine di Dio,
una realtà di Corpo mistico e
di Chiesa.
Chi viene a Re percepisce subito,
come un approdo dalla tempesta
e dal mondo che fugge e sfugge, il richiamo dell’anima: si sale
quassù per alimentare la fede,
la speranza, la carità. ■
‘‘
‘‘
1953. L’atto di
consacrazione
e la posa della
prima pietra
della Casa di Re.
Il comm.
Vaccarino
firma l’atto.
Accanto a lui
mons. Gilla
Gremigni, allora
vescovo di Novara
La Casa di Re, è un segno tangibile con cui l’Immacolata vuole gli Esercizi spirituali degli ammalati,
vuole che siano gli annunciatori del piano della Croce, che siano apostoli...
La Casa “Cuore Immacolato di Maria” è sorta per
essere fucina di formazione spirituale degli ammalati,
provenienti da qualsiasi parte del mondo, allo scopo
di renderli strumenti efficienti nelle mani dell’Immacolata...
un cantiere di formazione e specializzazione per i sofferenti, affinché siano dei “buoni” continuatori della
Passione di Nostro Signore Gesù Cristo...
Gli Esercizi spirituali per ammalati sono la formula
migliore che più di qualsiasi altra va in profondità per
la formazione degli ammalati .
(beato Luigi Novarese)
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L’ancora 4 2015
informazione
LA GIOIA DEL VANGELO
NELLA STAGIONE DELLA SOFFERENZA
Leonardo Di Taranto
L’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di papa Francesco provoca anche i sofferenti
e gli operatori della pastorale della salute a rileggere il proprio impegno di evangelizzazione nel
mondo attuale.
L’
evangelizzazione non può
non interessare anche il
mondo della pastorale della salute: essa costituisce la
missione principale per coloro
che sono mandati ad annunciare Cristo Gesù nei luoghi della
sofferenza e a testimoniarlo
con una vita evangelica di tenerezza e di comunione.
Nel capitolo quarto dell’Esortazione apostolica vi sono interessanti provocazioni per gli operatori pastorali dei luoghi sanitari
e del territorio.
• “Evangelizzare è rendere presente nel mondo il Vangelo”
(n.176): dove c’è un uomo che
soffre, lì “deve” essere presente la Chiesa per annunciare il
mistero pasquale della morte e
della nuova vita di Cristo Gesù,
per rendere credibile l’amore
paterno e materno di Dio per
gli uomini, per illuminare il
mistero della sofferenza e
della malattia con la luce
della Risurrezione.
• “Lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita,
propria della mente divina,
che sa provvedere e sciogliere i nodi delle vicende umane
anche più complesse e impe-
netrabili” (n.178): nell’ultima
cena Gesù aggiunge un compito
“originale” che spesso in questi
ultimi tempi sono affidati alla
Madonna: Maria che scioglie
i nodi e di cui è molto devoto
papa Francesco. Lo Spirito Santo è l’attore principale cui possiamo rivolgerci nei momenti
delicati della nostra vita per essere aiutati a “sciogliere i nodi
delle vicende umane ancora più
complesse e impenetrabili”.
• “Il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una
promozione integrale di ogni
essere umano. Non si può più
affermare che la religione deve
limitarsi all’ambito privato e che
esiste solo per preparare le anime per il cielo” (n.182). La re-
ligione non può rinunziare alla
sua dimensione sociale, perché
l’uomo è un essere in relazione,
una persona che si rapporta con
l’altro: una fede vissuta a livello
personale che non allarga i suoi
orizzonti a quelli della società e
della comunità ecclesiale non è
autentica, va messa in discussione per la mancanza di reali
ricadute nella vita quotidiana.
• “Amiamo questo magnifico
pianeta dove Dio ci ha posto, e
amiamo l’umanità che lo abita,
con tutti i suoi drammi e le sue
stanchezze, con i suoi aneliti e le
sue speranze, con i suoi valori e
le sue fragilità” (n.183). Il problema dell’ecologia da alcuni
anni si va imponendo all’attenzione della Chiesa come realtà
della creazione fatta da Dio.
Anche la pastorale della salu-
te lo considera come un nuovo settore del proprio servizio,
perché è chiamata ad educare
la comunità cristiana al rispetto e all’uso saggio della Terra.
• “Ci scandalizza il fatto di sapere che esiste cibo sufficiente per
tutti e che la fame si deve alla
cattiva distribuzione dei beni e
del reddito. Il problema si aggrava con la pratica generalizzata
dello spreco” (n.191). Il Papa
fa suo il grido di dolore dei vescovi brasiliani che denunciano
la realtà assurda di un mondo
diviso tra chi soffre per malattie derivanti dal troppo cibo e
chi mette in pericolo la sua esistenza per la mancanza di cibo
sufficiente per la sua sopravvivenza. Perciò la Chiesa non può
rimanere inerte dinanzi a questo
enorme scandalo e deve sollecitare i capi delle Nazioni a superare l’orizzonte del nazionalismo
delle proprie preoccupazioni e
ad allargare gli interessi a quei
popoli che soffrono ancora la
fame e sono colpiti da numerose
malattie derivanti dalla denutrizione dei suoi abitanti.
• “L’imperativo di ascoltare il
grido dei poveri si fa carne in
noi quando ci commuoviamo nel
più intimo di fronte al dolore
altrui” (n.193). La prima fase
della risposta allo scandalo della fame è quella di far arrivare
al “nostro cuore” il grido di chi
soffre; dopo segue la successiva, di trasformarlo in progetto
e proposta concreti per aiutare
fattivamente chi soffre la povertà in tutti i sensi. L’individualismo edonistico pagano dei primi
secoli del cristianesimo – affer-
ma il Papa – ha spinto i Padri
della Chiesa ad esercitare “una
resistenza profetica, come alternativa culturale”. Anche oggi i
cristiani hanno il dovere morale
di proporre ed attuare politiche
alternative di solidarietà, di
condivisione e di cambiamento
della realtà problematica odierna. Gli operatori della pastorale
della salute hanno la missione
di educare i malati ed i sani ai
valori della comunione.
• “Il criterio-chiave di autenticità
che (gli Apostoli) gli (a Paolo)
indicarono, fu che non si dimenticasse dei poveri (cfr. Gal
3,10). Questo grande criterio...
ha una notevole attualità nel
contesto presente, dove tende
a svilupparsi un nuovo paganesimo individualista” (n.195).
Nella categoria dei poveri oggi
si inseriscono a ragion veduta
anche i malati; quindi anche la
cura di essi diventa uno dei criteri-chiave per definire la verità
della sequela del Vangelo. Prendersi cura dei malati, dei loro
familiari e dell’intera comunità
parrocchiale o ospedaliera appartiene ad un settore trasversale della pastorale della Chiesa:
tutti i battezzati sono chiamati
21
L’ancora 4 2015
a curare le membra sofferenti
del corpo mistico di Cristo.
• I poveri “hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del
sensus fidei, con le loro sofferenze conoscono il Cristo sofferente.
È necessario che tutti ci lasciamo
evangelizzare da loro” (n.198).
Da anni la Chiesa italiana afferma che i malati sono, oltre
che oggetto, anche soggetto dell’evangelizzazione. Papa
Francesco, tra gli altri motivi
per legittimare il loro ruolo nella comunità cristiana, aggiunge
anche quello di poter diventare
nostri maestri delle lezioni apprese alla scuola del dolore e del
Crocifisso, perché “conoscono
il Cristo sofferente”. È risaputa
l’affermazione della prima Nota
della CEI sulla pastorale della
salute: i malati non potranno
evangelizzare se prima non sono
stati fatti oggetto dell’amore.
• “La peggiore discriminazione
di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale.
L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di
Dio e non possiamo tralasciare
di offrire loro la sua amicizia, la
sua benedizione, la sua Parola,
informazione
la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione
nella fede” (n.200). Se come
credenti non lo facciamo, li offendiamo doppiamente, perché
oltre ad essere privati dei beni
economici, li lasciamo anche
senza gli aiuti spirituali. È un
discorso da fare anche in ambito ospedaliero: la mancanza di
salute e di certezze del futuro
non può essere accompagnata
anche e soprattutto dalla privazione dell’accompagnamento
pastorale e dalla proposta dei
sacramenti della Grazia divina.
• La “difesa della vita nascente è
intimamente legata alla difesa di
qualsiasi diritto umano. Suppone
la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile,
in qualunque situazione e in ogni
fase del suo sviluppo” (n.212).
È la ripetizione della condanna
dell’aborto che la Chiesa rinnova continuamente. Questo atto
è utile, ma insufficiente se non
viene accompagnato da progetti
di presenza affettuosa e di accompagnamento spirituale della donna interessata. Sappiamo
bene che alla base di tale scelta
dolorosa può esserci una varietà
di motivazioni, anche quelle
della solitudine, della condanna, della disperazione. Perciò i
cristiani sono chiamati a distinguersi nella lotta all’aborto proprio nelle proposte concrete di
difesa della vita concreta e della
persona interessata e coinvolta
nel dramma.
• “Anche il dialogo tra
scienza e fede è parte dell’azione evangelizzatrice che favorisce
la pace” (n.242). Nel
mondo della medicina
e delle istituzioni sanitarie, dove si coltivano
la ricerca, la diagnosi e
la cura dei pazienti,
si propone il dialogo tra scienza e fede
(n.242), che non
sono assolutamente
incompatibili tra loro,
22
L’ancora 4 2015
ma possono confrontarsi nel rispetto reciproco e nella riconoscenza dell’importanza dell’una
e dell’altra. L’assistenza spirituale e il servizio religioso nella Chiesa si collocano nell’ottica dei contributi specifici che
questa può offrire al processo
terapeutico dei pazienti. ■
(scritto tratto dal libro “La “gioia
del Vangelo” nella stagione della
sofferenza di Leonardo Di Taranto,
Edizioni CVS, Roma 2014)
LECTIO
inascolto
UN SOFFIO
È LA MIA VITA
Mauro Orsatti
L’uomo non
compie forse un
duro servizio sulla
terra e i suoi giorni
non sono come quelli
di un mercenario? Come
lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il
suo salario, così a me sono toccati
mesi d’illusione e notti di affanno mi
sono state assegnate. Se mi corico dico:
“Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga
e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. [...]
Ricòrdati che un soffio è la mia vita (Giobbe 7, 1-4.7).
Se
«
mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono
stanco di rigirarmi fino all’alba». Il dramma di Giobbe si
concentra in questo stato di
prostrazione, senza la chiara
prospettiva di una mano amica
che si allunghi verso di lui per
invitarlo a sollevarsi. Gli mancano anche le piccole consolazioni che danno un attimo di
tregua e una boccata di ossigeno nel grigiore della vita, come
la conclusione della fatica per
lo schiavo che a sera può ave-
re un momento di riposo o la
paga che rende tollerabile il
mestiere del mercenario. L’esistenza di Giobbe assomiglia a
un affresco giottesco, privo di
“Non leggete il libro di Giobbe... prospettiva e completamente
piatto sulla parete. Manca la
se subito dopo intendete
possibilità di aprirsi a un futornare alle vostre mode.
turo che laceri la cortina del
Lasciatelo piuttosto al futuro
oppure al silenzio delle biblioteche”. tempo e gli apra uno squarcio
sull’eternità.
Vladimir Ul’janov Lenin Buio, incertezza, inquietudine
27
L’ancora 4 2015
inascolto
mette in discussione l’uomo,
ma ancora più mette in discusCi vuole debolezza per le
sione Dio.
ragioni del cuore.
Alla fine del libro, Giobbe riÈ necessario un punto sguarnito
solverà il suo problema rimetdel potere, dove possa insinuarsi,
tendosi a Dio, buttandosi nelle
perlomeno, la nostalgia.
sue braccia. Abbandonarsi a
Vi è una breccia infinita nel cuore
Lui nel momento di dolore non
di Dio, mentre troppo piccola
è una via di fuga, ma sapienza
è l’apertura da cui scorre il tuo amore.
del cuore che insegue le tracce
Molesto è il ragionare di colui che può, lieto il gedi Dio nella storia. Per il momento Giobbe rimane il portasto di chi è presente nella debolezza: fragilità onnivoce di tutti gli afflitti della
potente dell’amore .
terra, di tutti coloro che non
Tratto da “Il dolore fa male (l’amore invece no)”,
sembrano trovare risposta o siRoma, Edizioni CVS, 2013.
gnificato al loro dolore.
Quel grido lacerante che attraversa la storia, troverà eco
sono stati d’animo che tutti, che solo può sollevare l’uomo e accoglienza nella mano tesa
prima o poi, sperimentiamo. dalla sua prostrazione. Giobbe da Gesù a tutta l’umanità sofA volte hanno la durata del è convinto che Dio c’entra con ferente. ■
lampo, altre volte permangono la sua sofferenza –
come una bassa pressione che se non altro perché
non accenna a cambiare.
la permette – ma
La cupa situazione trova uno è altrettanto conspiraglio di speranza in quel vinto che solo Lui
supplice «ricòrdati» rivolto a rimane l’unica via
Dio. Una parola semplice, quo- di uscita. Dire che
tidiana, eppure grondante di Dio non guarda la
tutta la forza della supplica sofferenza è uguale
che, se non altro, ha il meri- a negare l’esistenza
to di essere indirizzata a Colui di Dio. La sofferenza
‘‘
‘‘
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
NALE E DI GRUPPO
1. Imparo da Giobbe a rivolgermi a Dio con una preghiera varia, che in alcuni momenti diventa anche sfogo, pone domande, manifesta dubbi? Il colloquio amoroso con Dio non disdegna anche
questi stati d’animo. Esattamente come quando si parla tra amici. Ne sono convinto?
2. Sono capace di accendere una luce di speranza anche in situazioni tenebrose? Lo faccio per me?
Aiuto pure gli altri? Quando l’ultima volta?
3. Quando sono in gruppo o parlo con gli altri, sono attento al positivo, sono cantore del bello e
del buono, oppure suono sempre la musica del lamento e del negativo?
4. Quanto mi sono di aiuto i momenti belli e sereni della mia vita? Li richiamo nelle situazioni
difficili e dolorose, quasi fossero un deposito di energia, cui attingere nei momenti di bisogno?
28
L’ancora 4 2015
CELEBRAZIONE
inascolto
PER UNA
SPERANZA
VIVA
Giovanna Bettiol
Celebrazione
penitenziale
o Adorazione
Eucaristica
Canto e introduzione del celebrante.
I momento: La beata Speranza
Lettore: L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di
un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me
sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando
mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. [...] Ricòrdati che un soffio è
la mia vita (Giobbe 7, 1-4.7)
Celebrante: Tanta gente è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce
cosa le è accaduto. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza, l’invito è quello di prepararsi, per
quando verrà il buio: esso verrà, forse non come a Giobbe, tanto duro, ma avremo un tempo di buio
tutti. Perciò occorre preparare il cuore per quel momento (papa Francesco).
Lettore: Un aspetto fondamentale nella spiritualità associativa, la beata speranza! La conclusione
della Croce non è il venerdì santo, ma la Pasqua di Risurrezione. Insistiamo sul ritornello finale: “Ma
il terzo giorno risorgerà”.
La consolazione dello Spirito, che spinge il sofferente a testimoniare la gioia della sua vocazione e
missione, e la promessa della Madonna a Lourdes e a Fatima ai piccoli veggenti, cioè la sicurezza del
Cielo, anche se avrebbero avuto tribolazioni nel mondo, portano a questa prospettiva di speranza.
(beato Luigi Novarese)
Momento di riflessione silenziosa, preceduta da alcuni segni che vengono portati all’altare: un cuore, un
mattone e un grande pacco, e viene letto quanto segue.
Lettore: È questa la caratteristica dei Volontari della Sofferenza e di tutti i cristiani che testimoniano
in tal modo il loro amore alla vita, la voglia di vivere, di realizzarsi, di operare per la costruzione del
Regno, la coscienza dei propri doni.
Celebrante: Insieme preghiamo il Salmo 125.
Tutti: Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”.
Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia.
Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange,
portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni.
29
L’ancora 4 2015
CELEBRAZIONE
inascolto
Canto.
Se pensiamo di fare un’Adorazione Eucaristica, in questo momento viene esposto Gesù Eucarestia, e
segue il II momento (altrimenti dopo il canto si passa subito al II momento).
II momento: per una nuova Speranza
Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che risvegli i nostri cuori distratti e ci aiuti a
fissare la nostra attenzione su ciò che è essenziale nella vita.
Celebrante: Cosa è essenziale per noi?
Momento di riflessione silenziosa e personale.
Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che continui a scomodarci. Spesso, fare il bene
è possibile solo se usciamo da questi posti caldi e comodi che ci siamo costruiti e in cui ci troviamo
bene. La presenza di Dio ci faccia mettere in cammino, alla ricerca della sua volontà. E sappiamo già
dove trovarlo: in chiesa, nella preghiera, ma non sempre basta se non riusciamo a trovarlo nelle persone che ci vivono accanto.
Celebrante: Siamo in cammino? Stiamo cercando Dio?
Momento di riflessione silenziosa e personale.
Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che cambi i nostri progetti, i nostri itinerari
che portano solo a trovare noi stessi e le nostre soddisfazioni. Il centro non siamo noi con le nostre
esigenze, il centro è Lui. Ci aiuti a riporre la nostra fiducia non in ciò che possiamo e sappiamo fare,
ma nelle grandi cose che Lui realizza in noi.
Celebrante: Abbiamo più fiducia in Dio o in noi stessi? Quanto ci abbandoniamo alla sua azione?
Momento di riflessione silenziosa e personale.
Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che metta in crisi le nostre certezze e ci tolga
ogni nostra abitudine. La fede può diventare un’abitudine, anche la preghiera, la carità, l’amore.
Celebrante: Rinnoviamo e manteniamo viva e forte la nostra fede?
Momento di riflessione silenziosa e personale.
Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che si ricordi di noi, come il grido di Giobbe.
Anche le nostre piccole storie nascono da Dio e contengono il seme dell’amore di Dio. Siamo chiamati
a viverle con i loro momenti di buio e di incertezza.
Celebrante: Siamo convinti che solo Dio rimane la più importante via da seguire per superare ogni
nostra difficoltà, sofferenza?
Momento di riflessione silenziosa e personale.
Padre nostro.
Celebrante: Ci rivolgiamo a te Maria, diventata Madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio
del sabato santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della
risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare
famiglia di Gesù mediante la fede. Tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre
della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con
te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!
(Spe Salvi, Benedetto XVI)
Benedizione eucaristica e canto finale (o semplicemente il canto finale).
30
L’ancora 4 2015
■
indialogo
La rubrica intende offrire preziose testimonianze dei nostri lettori
circa le grazie ricevute attraverso l’intercessione del beato Luigi
Novarese e dei nostri “seminatori
di speranza”: autentici apostoli
dei sofferenti, cuori aperti verso
Dio e verso i fratelli, anime protese ad evangelizzare il mondo
dell’umano
ll’umano patire.
Grazie...
SU GRAZIE
a cura di Felice Di Giandomenico
Te
Testimonianza
di grazia
ricevuta dalla
Serva di Dio
Anna Fulgida
Bartolacelli,
Silenziosa
Operaia
della Croce,
Montagnana
(Modena),
6 marzo 1987.
Gentili lettori,
se volete scriverci:
Silenziosi Operai della Croce
Direzione Generale
Via di Monte del Gallo 105
00163 Roma
[email protected]
indialogo
CONFEDERATI
SIGNIFICA FORTI
Izabela Rutkowska
Il beato Luigi Novarese e san Giovanni Paolo II volevano che il Centro Volontari della Sofferenza
sorgesse ed estendesse il suo apostolato in Polonia. Oggi, possiamo dire che il loro sogno si è
concretizzato, divenendo un’Associazione rivolta a tutti gli ammalati e ai disabili di questa nazione.
Polonia è un fertile terreno per il CVS:
la sua spiritualità mariana, l’insegnamento di papa Wojtyła, l’amore per Cristo e la sua croce continuano a rappresentare
salde fondamenta gettate per la promozione
dell’Opera di monsignor Luigi Novarese e di
sorella Elvira Myriam Psorulla.
Ben dieci diocesi hanno aperto la loro porta
al CVS, accogliendo oltre 50 Gruppi d’Avanguardia con più di 1500 iscritti che incarnano il carisma del beato Novarese e con
entusiasmo svolgono l’apostolato a favore delle persone sofferenti.
Dal 20 al 22 febbraio scorso, presso la
Casa dei Silenziosi Operai della Croce a Głogów, si è svolta l’Assemblea
nazionale del CVS polacco. Questa è
stata l’occasione per condividere le
La
varie esperienze dell’attività realizzata e
presentare le modalità specifiche di lavoro,
mettendo in comune non solo le buoni prassi ma anche le problematiche che emergono
negli incontri diocesani e durante l’agire di
tutti i giorni.
Tra gli altri ai lavori hanno partecipato il Moderatore Generale dei Silenziosi Operai della
Croce don Janusz Malski, il Presidente della Confederazione CVS Internazionale, don
Armando Aufiero, il vescovo della diocesi
Zielonogórsko-Gorzowska, Sua Eccellenza
Stefan Regmunt. Quanto hanno trasmesso con le loro relazioni e durante gli interventi ha teso a sottolineare come la
Chiesa in Polonia rappresenta una cellula viva della Chiesa Universale.
Un momento importante è stato quel-
3322
L’an
ancora
anco
cora
co
ra 4 2015
2015
lo dedicato alle elezioni del Consiglio Nazionale del CVS polacco. Sono stati eletti: Responsabile nazionale Zdzisław Waszkiewicz di
Gdan’sk; Rappresentante dei Silenziosi Operai
della Croce sorella Ewa Figura; Assistente spirituale don Radosław Horbatowski.
Durante l’Assemblea tutti i membri convenuti hanno partecipato alle ore di
preghiera comune, alle adorazioni
eucaristiche, alle Sante Messe e ai
ricchi momenti di dibattito. Questa
esperienza di condivisione ha indicato la necessità di essere confederati.
Anche i Responsabili dei CVS di alcune diocesi non ancora confederate
hanno espresso la volontà di volerlo
fare al più presto. “E facile rompere un fiammifero – ha affermato fratel Roman Płatek, SOdC di “vita in
famiglia” –. Ma per romperne dieci
tutt’insieme, allora è più difficile.
Ecco perché essere confederati significa essere forti”.
Durante la tre-giorni a Głogów si è avvertito
un grande spirito di fraternità e amicizia, consapevoli di lavorare tutti nella vigna del Signore. Infatti ancora troppi fratelli e sorelle brancolano nel buio del dolore e della disperazione
e aspettano il nostro aiuto, il nostro conforto,
una parola nuova di Resurrezione. ■
La Casa di Głogów
Nella casa “Salute degli Infermi” a Głogów in Polonia si organizzano soggiorni di due
settimane per le persone che vogliono recuperare le forze fisiche e spirituali. Oltre ai
numerosi trattamenti fisioterapici e massaggi, la Casa mette a disposizione una palestra,
una grotta di sale e l’ippoterapia.
I partecipanti possono vivere durante il soggiorno gli Esercizi spirituali che aiutano a
scoprire il senso della propria vita segnata dalla disabilità o dalla malattia. L’Eucaristia,
l’Adorazione del Santissimo Sacramento, i pellegrinaggi, la condivisione in gruppi e le
lezioni sulla spiritualità permettono di arricchire la propria vita spirituale. Serate divertenti,
con balli, falò, gite, proiezioni di film, ecc. danno la possibilità di allacciare nuove amicizie
e trascorrere del tempo in allegria.
33
L’ancora 4 2015
indialogo
EUTANASIA PER SCOOP
Maurizio Faggioni
La vicenda “confessata” da un Caposala a “Repubblica” sembra piuttosto rientrare nella semplice, legittima e moralmente ineccepibile, strategia di rifiuto concordato dell’accanimento da parte dei
sanitari in perfetto accordo con i familiari. Resta il dubbio: perché insinuare una pratica eutanasica?
se fosse così, se questa fosse la realtà degli
ospedali italiani, sarebbe uno scenario terrificante.
Nascosto dall’anonimato, un
Caposala dell’ospedale fiorentino di Careggi, o almeno uno che
si dichiara tale, ha confessato a
“Repubblica” di essere stato testimone di ripetuti episodi che
lui chiama, indistintamente, di
eutanasia. Immediata la reazione di Luigi Marroni, assessore
regionale per il diritto alla salute: “In Toscana si rispettano
le leggi... Di eutanasia nelle
nostre strutture non se ne parla
neppure”. Non abbiamo elementi per verificare la fondatezza
delle rivelazioni del sedicen-
Ma
te Caposala, ma possiamo fare
qualche valutazione sulle sue
dichiarazioni come sono state
riferite dalla stampa. Secondo
il Caposala alcuni medici di Careggi, sollecitati dai familiari,
e con il consenso o il silenzio
dei colleghi e del personale infermieristico, compirebbero atti
contro la legge sopprimendo i
malati in modo nascosto, con
una “eutanasia silenziosa”. Gli
esempi che vengono portati, in
effetti, equivocano su che cosa
sia davvero eutanasia e su quali
terapie un medico sia obbligato
per legge a prestare.
Da quello che dice si potrebbe
pensare che egli lavori in una
terapia intensiva. Un uomo di
34
L’ancora 4 2015
54 anni cardiopatico arriva al
reparto con un grave edema.
Dopo due giorni di tentativi
terapeutici è chiaro che “non
ci sono spiragli”. Se si insiste
con le terapie iniziate andrà
avanti per qualche giorno, al
massimo due settimane. I medici, d’accordo con i familiari,
decidono di non insistere. Se le
cose stanno così questa non è
eutanasia, neppure eutanasia
passiva.
La sospensione di una terapia
o di un sostegno tecnico che
si rivelassero inutili di fronte al precipitare del malato
verso una morte inevitabile,
così come la decisione di non
iniziarli affatto, quando la si-
tuazione fosse da subito chiaramente senza speranza, non
sono forme di eutanasia. L’insegnamento cattolico su questo punto è esplicito (basti vedere il Catechismo al n. 2278).
Il Codice di deontologia medica del 2014 all’art. 16 afferma
che un medico che si astiene
da trattamenti non proporzionati non pone in essere di per
sé “un comportamento finalizzato a provocare la morte”,
espressione con cui viene indicata l’eutanasia.
Insomma i medici che si accorgono di scivolare nell’accanimento devono fermarsi. La legge vigente in Italia non obbliga
certo i medici ad accanirsi. Una
buona medicina non si ostina
in atti inefficaci o, peggio, destinati soltanto a prolungare,
spesso penosamente, la fase
terminale di una malattia. Far
credere alla gente che i medici
siano obbligati all’accanimento
o a praticare ogni terapia disponibile, significa creare allarme e timori infondati e serve a
manipolare l’opinione pubblica
per renderla incline ad accetta-
re l’introduzione dell’eutanasia,
quella vera, in Italia. Far credere che per essere sicuri di essere lasciati morire con dignità
occorra fare il cosiddetto testamento biologico non corrisponde a verità. Il soggetto ultimo
delle decisioni, se è consapevole, è il paziente stesso e, quando egli non potesse decidere, le
dichiarazioni anticipate di trattamento potrebbero essere utili
per orientare i medici e familiari o altri incaricati di prendere
decisioni, ma il punto è se una
persona possa ragionevolmente
decidere di darsi la morte. Lasciar morire quando non c’è più
niente da fare è atto di umanità autentica, dare direttamente
la morte, anche se richiesti, è
atto contro la persona e il rispetto della persona è fondamento del convivere civile.
Il capitolo del dolore è, senza
dubbio, il capitolo più inquietante per tutti noi. Il dolore
si può forse sopportare con
35
L’ancora 4 2015
grande forza d’animo. Si può
dare senso al dolore in una
prospettiva di fede. Resta il
dramma del dolore che supera
l’umana capacità di sopportazione e che deve essere tolto
o attenuato in modo sensibile, dispiegando ogni mezzo
terapeutico a disposizione: le
cure palliative contribuiscono
alla umanizzazione della morte
e – aggiunge il Catechismo al
n. 2279 – sono atti di carità
disinteressata. Occorre forse
un impegno ancora più deciso,
dal punto di vista delle risorse
impiegate e della cultura medica, nell’ambito della medicina
palliativa. Le cure palliative rispettano la vita e considerano
il morire un processo naturale:
il loro scopo non è, pertanto, quello né di accelerare né
quello di differire la morte, ma
quello di preservare la migliore qualità di vita possibile nel
momento in cui la vita declina
sino alla fine. ■
indialogo
GLI ESERCIZI SPIRITUALI
DI PAPA FRANCESCO
Alessandro Anselmo
Il Santo Padre ha praticato gli Esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio come ogni anno fanno gli aderenti al Centro
Volontari della Sofferenza.
P
apa Francesco insieme ai
cardinali e ai vescovi della
Curia romana ha partecipato
agli Esercizi spirituali per la Quaresima che si sono svolti dal 22
al 27 febbraio ad Ariccia, in provincia di Roma, nella Casa Divin
Maestro gestita dai Paolini.
“Servitori e profeti del Dio vivente” è il tema delle meditazioni che quest’anno sono state
tenute dal carmelitano padre
Bruno Secondin, docente ordinario emerito di Spiritualità
moderna e Fondamenti di Vita
spirituale alla Gregoriana.
Come spiegato dallo stesso Secondin alla Radio Vaticana, le
meditazioni hanno presentato
una lettura pastorale del profeta Elia, una delle più grandi
figure dell’Antico Testamento,
difensore della fedeltà a Dio
contro gli idoli. Seguendo il
Valleluogo di
Ariano Irpino.
Don Luciano
Ruga con
un gruppo di
bambini durante
gli Esercizi
spirituali (2006)
cammino del profeta, il carmelitano ha riflettuto sull’autenticità della fede, sulla necessità
di “ritornare alle radici” e avere
il coraggio di “dire no all’ambiguità”, passando “dagli idoli vani alla pietà vera”, “dalla
fuga al pellegrinaggio”.
Gli Esercizi spirituali li conosceva bene anche il beato Luigi
Novarese che per primo ha dato
inizio a un’esperienza che nessuno aveva mai tentato prima:
organizzare corsi di Esercizi
spirituali per i disabili.
Aiutare i sofferenti, significa
prendersi cura anche della loro
dimensione spirituale. Monsignore aveva capito l’enorme
importanza che riveste il mondo
interiore dell’ammalato nel determinare il suo atteggiamento
nei confronti della malattia. Per
questo ha deciso di occuparsene
delineando nei suoi scritti l’itinerario di una pedagogia rivolta
alla formazione spirituale degli
infermi secondo il metodo tradizionale degli Esercizi spirituali
di sant’Ignazio di Loyola (14911556), spagnolo, il quale fondò
nel 1534 la Compagnia di Gesù
e fu proclamato santo nel 1622.
Spiega lo stesso sant’Ignazio
nell’introduzione al suo volume “Esercizi spirituali”: “Con
Esercizi spirituali si intende ogni
modo di esaminare la coscienza,
meditare, contemplare, pregare
vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Come,
infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così
si chiamano Esercizi spirituali
tutti i modi di disporre l’anima
a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati,
a cercare e trovare la volontà
divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza
dell’anima”.
Il beato Novarese racconta sul
numero dell’Ancora di maggiogiugno 1956 la prima esperienza di Esercizi spirituali del CVS:
“Una scoperta: gli Esercizi spirituali per ammalati erano una
necessità forse più impellente
che non per i sani. Nel 1952 si
decide di fare il primo corso con
un numero limitato di ammalati:
con tutte le prediche proprie degli Esercizi. Si va ad Oropa con
48 infermi, di cui 18 barellati. Si
fanno i primi Esercizi per ammalati, trasportati in località isolata. L’esito è stato sorprendente.
Sono gli ammalati che insistono
a chiedere di continuare gli Esercizi. E hanno ragione. Essi vivono
isolati, non hanno le comodità
come i sani di accostarsi ai sacramenti: è quindi una iniziativa
da continuarsi. Da Oropa si passa
a Re nel 1953”.
Da Oropa inizia così un faticoso
impegno da parte di Monsignore, sorella Myriam e l’Associazione per garantire ogni anno agli
ammalati e ai sani gli Esercizi
spirituali: dal 1960 a Re, (VB)
presso la casa “Cuore Immacolato di Maria”, dal 1988 nella
Casa “Mons. Luigi Novarese” di
Valleluogo (Ariano Irpino) e dal
1994 presso il centro “Francesco e Giacinta Marto” a Fatima,
in Portogallo.
Scrive Novarese sull’Ancora di
agosto-settembre 1955: “Gli Esercizi spirituali agli ammalati sono necessari, più forse
che non ai sani. Sono necessari perché soltanto nella visione
chiara della fede è
possibile rispondere agli angosciosi
interrogativi del dolore, perché soltanrazia santito nel piano della Grazia
ficante l’ammalato acquista la
propria perfetta funzionalità.
Sono necessari perché i sofferenti non hanno la libertà che
hanno i sani di poter accedere
ai sacerdoti quando lo desiderano, oppure quando ne sentono il bisogno. Per essi la libertà
della scelta dello strumento della Grazia di Dio è molto difficoltosa. Ed ecco allora la grande
necessità di far evadere gli ammalati dal proprio ambiente, la
necessità di istruirli sulle grandi verità eterne per rimandarli
poi alle proprie abitazioni con
il cuore sereno, gioioso perché
hanno finalmente compreso che
la malattia non è poi una grande disgrazia, non solo non paralizza l’attività delle persone, ma
può costituire anche una vera
vocazione”.
Il beato Luigi Novarese ha avuto questa intuizione negli anni
Cinquanta, in un periodo in cui
il coinvolgimento ecclesiale e
pastorale del malato era prati-
37
L’ancora 4 2015
Mons. Novarese
e sorella Elvira
nel parco della Casa
“Cuore Immacolato
di Maria” di Re
P
camente nullo. “Il nostro Padre
Fondatore – spiega don Remigio
Fusi nel libro “Gli Esercizi spirituali per i sofferenti” Edizioni CVS) – ha avuto il merito di
aprire nella Chiesa il cammino di
coinvolgimento della persona del
malato, aiutandolo a valorizzare
la propria sofferenza per il bene
della Chiesa e della Società. Egli
vedeva nel malato non ciò che
poteva ricevere dagli altri per i
propri bisogni, ma le potenzialità
e quindi ciò che poteva dare lui
stesso per i bisogni della Chiesa
e per la costruzione del Regno di
Dio, a cui partecipa attivamente
ogni cristiano. È questo l’impegno
fondamentale di ogni credente.
Perché escludere e fare degli sconti speciali per i sofferenti?”.
Alla luce del suo insegnamento,
possiamo definire gli Esercizi spirituali per gli ammalati un tempo
“in cui prendere decisioni importanti che mettano ordine alla propria vita, vincendo i condizionamenti del mondo e uscendo dagli
affetti disordinati”. ■
indialogo
DONNE UMILIATE
Cristiana Dobner
Una donna occidentale che
guarda le donne dell’Isis, quale
reazione può avere in se stessa?
Un impeto di sdegno è la prima
reazione, forse incontrollata ma
reale, uno sdegno colmo di dolore e, quasi, di incredulità.
realtà storica, che ogni
giorno ci interpella e
sconvolge, inquieta e
costringe ad una riflessione
che, se non deve passare per i
canali dell’emotività, tuttavia
non può dimenticare o annullare quelli della sensibilità. A
maggior ragione quando è in
gioco una sensibilità femminile che posa il suo sguardo sulle
donne, con cui condivide il percorso esistenziale anche se in
nazioni diverse, appartenenti a
mentalità differenti.
Una donna occidentale che
guarda le donne dell’Isis, quale
reazione può avere in se stessa?
Un impeto di sdegno è la prima
reazione, forse incontrollata
ma reale, uno sdegno colmo di dolore e, quasi, di
incredulità. Pare quasi
impossibile che degli
uomini, dove si intenda dei maschi,
si dimostrino tanto poco persone e
così barbari con
le donne. Resta
da vedere se il denominatore cambia:
La
Malala
Yousafzai
se si trattasse delle loro madri,
sorelle o spose, si comporterebbero allo stesso modo?
Non ho modo di verificare e, siccome la speranza è proprio l’ultima ad essere sconfitta, un filo
forse rimane ancora intatto.
I maschi Isis adottano le loro
tecniche bellicose con le donne
nemiche?
Sono nemiche delle piccole bambine che contano sette o otto
anni e vengono consegnate ad
un uomo che passa la trentina o
la quarantina ad uso... moglie?
Oppure imbottite di esplosivo e
fatte saltare in aria?
Se così è, il confine dell’umano
ormai è valicato.
Sono nemiche delle inermi
studentesse, che non chiedono altro che di poter
uscire da un’ignoranza
secolare e stare al mondo
da persone che sappiano
pensare e comunicare?
Una volta rapite dove si
trovano? Quale il loro
quotidiano, gravido
di dolore e di figli
né voluti né attesi
con gioia? Donne
violate e conside-
38
L’ancora 4 2015
rate solo fattrici, umiliate nella
loro femminilità per far prevaricare una forza ideologica che si
rivela violenza allo stato puro.
Donne che sono costrette a
condividere la loro esistenza
con altre donne, dette mogli, in
uno stato di poligamia che non
può donare stabilità affettiva,
amore, senso e progetto alla
vita di coppia.
Lo sguardo di me donna si posa
però anche su altre donne musulmane: Malala che, giovanissima, ha saputo cogliere il centro
motore di ogni evoluzione della
donna e ha combattuto pagando di persona. L’ignoranza, in cui
viene mantenuta la donna, costituisce la vera prigione da cui non
potrà mai uscire perché gliene
mancheranno gli strumenti. Malala è una giovane donna, insieme fragile e di acciaio, che non
ha deposto le sue armi silenti e
costruttive quando è stata assalita da armi fragorose e dilanianti. Una testimone che contagerà
e aiuterà le sue connazionali a
ribellarsi e a forgiare una nuova
generazione.
E poi, la regina Rania, di elevata classe sociale indubbiamente
MILIATE
e con un altro bacino di ascolto, che sa imporsi sulla scena
musulmana non solo per la sua
bellezza e la sua classe ma per
l’intelligenza delle sue proposte
e la sua evidente emancipazione
legata al suo mondo musulmano.
Queste donne, insieme ad altre
emergono.
Che dire del sottobosco? Di tutte le donne anonime che mai
conosceremo e sferrano la loro
battaglia con mani nude per
difendere la loro dignità e per
poter progredire? L’eco risuona
e non può non proporre una
novità che sarà dirompente e
vincerà la furia di chi, crudele e
dissennato, si lascia avvincere
da bandiere sventolate e cortei
pseudo trionfali.
Nel mondo musulmano vivono
anche tante donne cristiane
che vengono calpestate continuamente.
E infine, Asia Bibi la cui voce
diventa sempre più flebile,
quanto più si allunga un’ingiusta prigionia.
Donne cui non viene riconosciuta la più elementare libertà: quella della fede.
I diritti per cui ci si è battuti in
nome della dignità della libertà del pensiero vengono irrisi e
soffocati nel sangue.
Le brutalità di cui veniamo a
conoscenza, spavalda diffusione, perché costantemente
ostentata, sono raccapriccianti. Tuttavia, sembrano cadere
nel vuoto perché continuano a
ripetersi, senza sosta.
Donne e piccole bambine costrette ad abiurare per salvare
la vita e ritrovarsi nei mercati
e vendute come bestiame per
pochi dollari.
Quale la loro vita in mano a chi
le ha comprate?
Non sono interrogativi retorici, senza fondamento o solo
possibilisti. Sono interrogativi
laceranti: è sufficiente scorrere qualche immagine e vedere
le lunghe colonne delle donne
velate di nero, incatenate ed
esposte al ludibrio di un’asta.
Il foro boario è più serio e controllato.
Se la dignità della donna è cancellata, dove si trova quella del com-
Asia Bibi
La regina
Rania di Giordania
Foto a sinistra:
Donne condotte
al mercato per
essere vendute
e bambine/schiave
soldato
pratore? Il gesto si qualifica da sé.
Totalitarismo, fondamentalismo,
non portano che a questi eccessi, dove i confini della decenza
e del rispetto ormai sono stati
cassati e al loro posto è stata
imposta una pseudo etica.
L’orrore che coglie non è generico o generale, ogni volta che
una donna viene umiliata, tutte
le donne vengono umiliate, indipendentemente dal colore della
loro pelle, della loro nazionalità,
della loro fede religiosa. ■
Perché distrugge
la propria storia?
Prima le statue e i manufatti del
museo di Mosul, poi il prezioso
sito archeologico di Nimrud, a poche decine di chilometri dall’attuale
roccaforte in Iraq del Califfato islamico di Abubakr al Baghdadi.
Continua a scatenarsi la cieca furia distruttrice dell’Isis, talmente insensata da diventare in questi casi “autodistruttrice”. Perché accanirsi contro le proprie radici e la propria storia significa in qualche
modo negare se stessi.
La storia dell’umanità infatti ci insegna che non c’è alcuna possibilità
di futuro senza accettazione e preservazione della memoria. Persino
quando questa comportasse il peso di “cicatrici” incancellabili e imbarazzanti, come mostra la recente storia europea. Non ci può essere futuro senza custodire ed interpretare le orme dei padri, lasciate durante
secoli di civiltà, tradizioni ed arte, ispirati anche dalla fede religiosa.
noicvsNOIcvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvsNo
Bertilla Antoniazzi
(1944-1964),
venne colpita a otto anni
da un’endocardite reumatica,
che la costrinse a numerosi
ricoveri in ospedale.
Maturò un intenso spirito
di preghiera d’intercessione,
cercando di offrire ogni momento
della sua vita a Dio
UNA CORSA VERSO IL CIELO
Franco Pepe
Si è chiuso nella diocesi di Vicenza la prima fase del processo di canonizzazione della Serva di
Dio Bertilla Antoniazzi, iscritta al Centro Volontari della Sofferenza, distintasi per carità e virtù
evangeliche. Il vescovo Beniamino Pizziol lo ha annunciato in Duomo il 25 marzo 2015 nel corso
di una Messa solenne.
volo di Bertilla verso gli altari procede leggero. Le sue
ali profumano di santità. Il suo
sorriso è un’idea di Paradiso. La
sua vita resta come messaggio
divino da portare sulla Terra per
insegnare a donarci agli altri. Il
tribunale ecclesiastico ha concluso i lavori iniziati l’8 febbraio
dello scorso anno nell’ospedale
di Vicenza dove si compì la sua
epopea cristiana, nella ricorrenza della Giornata Mondiale del
Malato.
IL
Ora la bambina diventata donna
con l’innocenza del cuore potrà
coronare in Cielo il sogno cullato in una breve vita diventata
rosario di sacrificio e missione
d’amore. Il Tribunale ha ascoltato 27 testimoni e esaminato
30 testimonianze scritte pochi
mesi dopo la morte di Bertilla
da persone che avevano condiviso con lei i giorni del ricovero
nell’ospedale di Vicenza, conoscendone da vicino lo sguardo
radioso, la parola ispirata, il
40
L’ancora 4 2015
pensiero rivolto al tabernacolo,
il sostegno morale come energia
carpita alla sofferenza. Nel processo sono state inserite anche
testimonianze molto più recenti
di grazie ricevute nel Nord e al
Sud d’Italia, che si riferiscono
in particolare a bambini nati
in situazioni cliniche ritenute
impossibili, proibitive, dopo le
preghiere di intercessione elevate verso Bertilla da giovani
genitori che hanno avuto fiducia in lei. Ora tutti i documenti
snoicvsNOIcvsnoicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs
‘‘
La mia vocazione è
di fare l’ammalata e
non ho tempo di pensare
ad altre cose!
‘‘
verranno trasmessi in Vaticano a
Roma, alla Congregazione delle
Cause dei Santi, per i passi successivi.
Tutti i testimoni sono stati concordi nell’affermare che Bertilla,
oltre essere un fulgido modello
di virtù cristiane, non si lamentò
mai per il suo stato di perenne
malata, che sapeva trasmettere
a tutti serenità, gioia, vicinanza, che aveva un’anima colma
di fede, che amava pregare facendo della preghiera una dolce
violenza verso il Cielo perché
ricadessero sugli altri le grazie
e la protezione di Dio, che per
gli altri malati fu straordinaria
ancella del Signore, singolare figura di carità, giovane e fragile
come era ma in fondo così forte,
in grado di offrire aiuto e consolazione, coraggio e speranza.
La lezione di Bertilla resta alta
e solenne. Nella semplicità della
vita riesce a dimostrare come la
sofferenza vissuta attraverso la
fede acquisti il senso più alto in
quanto diventa contributo per
partecipare con Gesù alla salvezza dell’umanità.
La sua santità nasce da un’educazione profondamente cristiana, appresa dai genitori e maturata con grande convinzione
attraverso le prove del dolore
di fronte a difficoltà sempre più
impervie affrontate con eccezionale spirito di accettazione,
nella visione di un piano di Dio
che non si può conoscere ma è
dettato dall’amore senza limiti,
sperimentando ogni istante la
verità che Gesù è sempre più
vicino a chi soffre, anzi predilige chi soffre. Un sacerdote che
la confessò negli ultimi mesi di
vita racconta come Bertilla fosse una ragazza veramente felice.
Per lei Gesù era praticamente la
felicità. Per questo sapeva riconoscerlo in lei e negli altri. Per
questo aiutava gli altri, soprattutto i malati, a trovarlo nelle
piaghe del loro corpo, nei misteri di una pur difficile e tormentata esistenza. La sua felicità di
vivere era attesa di felicità futura nella dimensione celeste, era
attesa della vita futura in Dio.
Bertilla lo sapeva, lo aveva capito, e cercava di spiegarlo agli
altri con la gioia di essere e di
partecipare ai drammi, anche
alla disperazione di chi le stava vicino. Quella ragazzina, nata
in mezzo alla guerra più feroce,
battezzata in quella chiesa di
San Pietro Mussolino bruciata
nel 1944 assieme al suo parroco
dalla barbarie di soldati in fuga,
era venuta al mondo per predicare la pace. A chi le stava vicino sussurrava che la sofferenza
è il lavoro dell’ammalato.
Proprio al san Bortolo, l’ospedale di Vicenza, dove trascorse
gran parte della fugace esistenza per una grave malattia cardiaca che l’aveva colpita da bambina posandosi come una farfalla
sul fiore della santità, è iniziato
il processo di beatificazione di
questa giovane scomparsa a 20
anni con la gioia di portare sul
Calvario il peso della Croce senza avvertire la morsa delle spi-
41
L’ancora 4 2015
ne. Bertilla Antoniazzi moriva il
22 ottobre del 1964, lasciando
il ricordo di un volto candido,
di un entusiasmo inarrestabile,
di una dolcezza che incantava.
Era nata a San Pietro Mussolino
il 10 novembre del 1944, in una
famiglia di 8 tra fratelli e sorelle,
e i genitori, per curarla meglio,
avevano deciso di prendere casa
a Vicenza. Un’infanzia e, poi,
una giovinezza difficili, in compagnia sempre di una perfida
malattia. Per Bertilla sarebbero
stati 12 anni vissuti fra la sua
cameretta e l’ospedale, senza
che venisse mai meno in lei un
progetto interiore che vedeva al
centro Gesù. Nella grande camerata del reparto di medicina
dell’ospedale di Vicenza Bertilla
occupava sempre il primo letto a
destra dopo la porta. Soffriva di
uno scompenso che le causava
forti dolori, un respiro affannoso. Aveva bisogno continuamente di assistenza, di ossigeno,
soffriva molto, ma il suo aspetto
non tradiva alcuna pena.
Non si lamentava mai. Gli occhi
erano luminosi. Guardavano verso l’alto.
C’era qualcosa in lei di soprannaturale, come una fiamma divina
che la trasfigurava, rendendola
eroica testimone della sofferenza da accettare fino in fondo
e fino all’ultimo. Una storia di
santità, la sua, che, come detto,
ha trovato suggello proprio al
San Bortolo dove il dolore come
dono divenne la sua stimmate
cristiana e che ora, a 70 anni
dalla nascita e a 50 dalla morte,
diventa la sua aureola distintiva per entrare nel consesso dei
santi. ■
noicvsNOIcvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvsNo
GIOSY CENTO PER IL BEATO NOVARESE
Concerto dal vivo al Gruppo Abele
di Torino per la presentazione
del nuovo libro “Guarire a Lourdes.
La via del beato Luigi Novarese”.
sono un diverso, la
“Io non
mia anima è grande. Ho
tanti amici e te, Mamma del
Cielo, che sussurri nel cuore le
risposte più eterne e che Cristo è risorto soprattutto per
me”. Don Giosy Cento ha voluto iniziare con la canzone “Due
stampelle” sabato 14 febbraio,
presso la sede del Gruppo Abele di Torino, in occasione della
presentazione del libro “Guarire a Lourdes. La via del beato
Luigi Novarese”, il nuovo volume che ha come protagonista
il sacerdote piemontese, nato
a Casale Monferrato, Alessandria, il 29 luglio 1914 e definito da san Giovanni Paolo II
“l’apostolo degli ammalati”.
L’evento è stato organizzato
dal Centro Volontari della Sofferenza di Torino e ha visto
la partecipazione di oltre 150
persone arrivate da tutto il
Piemonte.
Prima dell’esibizione del sacerdote viterbese definito “cantautore di Dio”, ha preso la
parola don Armando Aufiero,
Responsabile per l’apostolato
del CVS, che ha presentato il
libro “Guarire a Lourdes. La Via
del beato Luigi Novarese”, (13
euro, 220 pagine, 21 capitoli,
pubblicato dalle Edizioni CVS),
scritto da Mauro Anselmo,
giornalista di Torino e biografo
del beato Novarese.
“Questo è un libro scritto dal
punto di vista degli ammalati
– spiega Aufiero. Cioè di coloro
che, affetti da una grave infermità, vivono il dolore nella
propria carne giorno per giorno, posano il loro mite sguardo
sul mondo con il capo reclinato sul poggiatesta di una carrozzina o pregano davanti alla
grotta di Massabielle adagiati
su una barella. I malati e il
loro dolore innocente. Lo scandalo ignobile che non ha mai
cessato di straziare il mondo e
interrogare la fede”.
È in questo contesto che si
inserisce l’insegnamento spirituale del beato Novarese. Egli
sapeva che cos’era la sofferenza. Non per sentito dire, ma
perché l’aveva vissuta durante
la giovinezza. Malato di tuber-
42
L’ancora 4 2015
colosi ossea, dato per spacciato dai medici perché nella prima metà del Novecento
non esistevano cure efficaci,
sopravvisse alla malattia grazie a una guarigione avvenuta
per grazia divina che i dottori
definirono “scientificamente
inspiegabile”. E nell’infermità
trovò la strada.
“Guarire a Lourdes. La via del
beato Novarese”, si affianca
alla biografia “Luigi Novarese.
Lo spirito che cura il corpo”
ed è nato con questo preciso
obiettivo: raccontare, come
si legge nell’introduzione “il
modo con il quale gli ammalati affrontano il dolore alla luce
della fede. Come lo pensano
e lo vivono. I malati visti nel
ruolo di testimoni nella nostra
società che il dolore nasconde
o ignora, attraverso i messaggi
di una cultura ipocrita, diffusa
apposta dai media per evitare
le domande essenziali della
vita”.
“Il libro – prosegue don Au-
snoicvsNOIcvsnoicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs
Sabato 14 febbraio alla
«Fabbrica delle E» del Gruppo
Abele. Sono da poco passate
le tredici e stiamo sistemando
locandine libri e CD sui tavoli dell’accoglienza nel grande
salone di don Ciotti...
Don Giosy arriva con Giovannina e Giuseppe, ... Ciao, benvenuto! È il suo sorriso che ti
apre il cuore e ti fa pensare
che oggi, il suo carisma nel
cantare la vita, sarà un momento di comunione fraterna
e spirituale indimenticabile.
Un grande dono, don Giosy,
specialmente per i giovani,
ai quali dedica molto del suo
tempo.
Mentre esegue i sui brani,
scorrono alle sue spalle le immagini della gente, della natura, della gioia e del dolore. Ci
accorgiamo che Dio ci parla
attraverso il canto e la musica,
così ogni canto è meditazione
e preghiera. A volte gli occhi
di don Giosy si chiudono verso il cielo e la melodia vocale
diventa passione e amore per
la vita, per i valori umani; una
sensibilità che lo fa entrare nel
cuore della gente.
Parla del CVS, quando nel
1997 esce il CD “C’è ancora
mare”. Poi partono le note di
“Salve Regina Sorella” e tutti
cantiamo pensando al beato Luigi Novarese che a suo
tempo fece della musica uno
strumento di comunicazione
verso i fratelli sofferenti...
Nell’ultimo brano, ci coinvolge con una gestualità festosa
che termina mano nella mano
come quando recitiamo il Padre Nostro. Ci restano in mente tanti spunti arricchenti e nel
nostro cuore c’è un senso di
piacevole serenità. Grazie don
Giosy.
BEATO NOVARESE
fiero – racconta i pellegrinaggi pasquali del
CVS di Brescia dal 2011
al 2013. Inizia presentandoci le testimonianze degli ammalati a
Lourdes. E ci conduce,
il sabato santo, nella basilica
sotterranea di san Pio X dove
– com’è tradizione del pellegrinaggio del CVS – sono i malati
a raccontare, davanti alla platea, la loro esperienza di
fede nella malattia.
Dopo la presentazione di
don Armando Aufiero, è
venuto il momento del
concerto. Amico del CVS,
da quasi quarant’anni don
Giosy si dedica all’evangelizzazione attraverso
le sue canzoni. Ha composto più di 800 brani
musicali e si è esibito in
oltre 3 mila concerti. Sabato ha anche cantato alcuni
brani dal suo nuovo album
“Ho fatto un sogno”, ispirato al sogno di fratellanza di Martin Luther King.
“Lui gridò il suo sogno
di libertà, di giustizia, di
uguaglianza, di democrazia – ha spiegato il sacerdote. Ho riflettuto che,
ancora oggi, non abbiamo
realizzato quel sogno. Per
questo ho dedicato la mia
riflessione e la mia musica
a tematiche quanto mai attuali”. ■
(Mauro M.)
43
L’ancora 4 2015
noicvsNOIcvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvsNo
!
DIOCESI DI GORIZIA
AUGURI, DON ENNIO
Domenica 1 febbraio in molti ci siamo ritrovati nella chiesa di Campolongo (Gorizia) per ringraziare il Signore del grande dono del ministero
sacerdotale di don Ennio Tuni che da ben 65 anni porta frutti copiosi nella
nostra diocesi. Una Celebrazione semplice, sobria, molto partecipata; non
solo tanti fedeli amici e parrocchiani, ma anche tanti confratelli sacerdoti.
Già dall’inizio l’emozione ha conquistato il cuore di molti, in primis don
Ennio che sembrava quasi incredulo che tutto ciò potesse essere vero.
Poi le parole di don Giorgio Giordani che partendo dalla Parola ha sottolineato il valore del “dire con autorità” e dell’essere testimoni credibili così come ha saputo dire
ed essere don Ennio nelle sue tante esperienze ecclesiali alle quali ha donato sempre tutto se stesso
senza abbattersi neanche quando situazioni difficili lo hanno messo alla prova.
Alla fine della liturgia poi, molte sono state le parole di riconoscenza e gratitudine al Signore ed a
don Ennio da parte del vescovo Carlo, di don Giorgio che in questi ultimi anni ha coadiuvato e dato
voce nel momento del bisogno a don Ennio, da parte del sindaco e di un parrocchiano di Campolongo,
nonché dal Vice Responsabile dei Silenziosi Operai della Croce, don Luigi Garosio, con un messaggio
– letto dal diacono giunto direttamente da Roma per l’occasione – che si chiudeva con queste parole:
“[...] La Chiesa della terra e del cielo dunque partecipa al tuo “grazie” e prega per il tuo sacerdozio.
Molto ancora puoi donarci e noi vogliamo fare tesoro del tuo esempio e del tuo ministero segnato dal
dolore e contrassegnato dall’amore.
Un forte abbraccio con gli auguri più belli da tutta la famiglia spirituale del beato Luigi Novarese che
hai conosciuto, stimato e amato”.
CVS DI MODENA
GRAZIE Mons. Lanfranchi
Il 19 febbraio 2015,
015, in Duomo, a Modena, una
profonda emozionee ha commosso i partecipanti
imonia funebre per l’arcivescovo
alla solenne cerimonia
monsignor Antonioo Lanfranchi, che si è spento
due giorni prima, stroncato da una leucemia
corsa estate.
diagnosticata la scorsa
Migliaia di fedeli, giunti non solo dal modeito la Messa nella cattedrale
nese, hanno seguito
gremita e davanti ai maxischermi allestiti in
umerose le autorità prepiazza Grande. Numerose
senti. A presiedere la Celebrazioinale Carlo
ne è stato il cardinale
ovo metroCaffarra, arcivescovo
polita di Bologna, Presidente della Conferenzaa episcomagnola,
pale emiliano romagnola,
covi e
insieme a 23 vescovi
acerquasi duecento sacerdoti, di cui 50 della
Piacenza-Bobb (terra di origine di
diocesi di Piacenza-Bobbio
monsignor Lanfranchi) e 30 della diocesi di Cesena-Sarsina che il presule aveva guidato, approfonl’apost
dendo il carisma e l’apostolato
del CVS, prima di
essere designato a Modena.
Molti ricordi, ppervasi di amicizia e gratitudine, legano la nostra Associazione
a mons. Lanfra
Lanfranchi, come la chiusura
della fase dio
diocesana del processo di
Canonizzazio
Canonizzazione della Serva di Dio
Anna Ful
Fulgida Bartolacelli avvenuta iil 4 dicembre 2010 e la
sua pr
presenza, in più occasioni, a Re, nella Casa “Cuore
Imma
Immacolato di Maria” per la
pred
predicazione degli Esercizi
sp
spirituali degli ammalati e
ai Silenziosi Operai della
Croce.
44
L’ancora 4 2015
snoicvsNOIcvsnoicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs
“TUTTI VORREI ABBRACCIARE CON AMORE”
Il testamento spirituale dell’arcivescovo, scritto di suo pugno nel settembre 2014
Accingendomi a stendere il mio testamento, che
vorrei essere “essenziale”, parto dal Salmo 84:
“Beato chi trova in Te la sua forza e decide nel
suo cuore il santo viaggio” (Sal 84, 6). Grazie
al dono della fede ho percorso il cammino della
vita come un viaggio “santo” diretto verso una
meta certa, che ha sostenuto la speranza.
Ora, giunto al termine di questo viaggio, giunto davanti alla Maestà Divina, alla Gloria
della Trinità, parafrasando le parole di S.
Agostino, prego: “Davanti a Te, o Signore, è la
mia debolezza, la mia fragilità, il mio peccato; davanti a Te è la mia forza, quello che per
tua grazia mi hai dato di realizzare di bene.
Questo prendilo, quello perdonalo”.
Con verità devo confessare che il filo d’oro che
ha unito la mia vita è l’amore misericordioso
di Dio e solo quello; amore che si è manifestato
nel dono della vita, della vocazione al sacerdozio, nel dono dell’episcopato, nella grazia di
essere vissuto nella Chiesa, nei vari presbiteri,
nelle Comunità. Quante grazie!
Tante volte mi sono chiesto: “Dove potresti essere ora se il Signore non ti avesse chiamato?
Quale sarebbe stato il tuo destino?”. Ringrazio
il Signore di non avermi mai abbandonato con il suo amore. Ringrazio la Dolcissima
Mamma del Cielo, Maria, di avermi avvolto
sempre nel manto del suo grembo.
Ho avuto la grazia di nascere e di crescere in
una famiglia di montagna, povera ma dignitosa
a cui non è mancato l’essenziale, sostenuta dal
dono della fede, dove valori umani e cristiani si
fondevano, dove parrocchia, scuola e famiglia
trasmettevano una visione unitaria di vita.
Ringrazio per la testimonianza che mi hanno
offerto e per i sacrifici compiuti per me i miei
genitori e i miei fratelli e gli altri familiari;
ringrazio gli insegnanti, gli educatori, i parroci. Attraverso la loro testimonianza ho imparato a vivere nell’essenziale delle cose semplici della vita, ad apprezzare la ricchezza e
la bellezza della vita in sé, affrontandola nel
suo realismo.
Grazia del Signore è stato il Seminario Urbano,
grazia è stato il Collegio Alberoni; grazia sono
stati gli studi a Roma e le esperienze pastorali
che mi hanno permesso di amare e apprezzare tutte le vocazioni, vivendo nella Chiesa la
corresponsabilità, la compresenza e la complementarietà dei doni dello Spirito.
Ringrazio il Signore del dono grande della
Chiesa che mi richiama la presenza storica di
Gesù Cristo.
Quello che ho ricordato è ben poco rispetto a
quello che avrei dovuto dire.
Chiedo perdono se ho offeso qualcuno; ho cercato di non mantenere rancore o odio con nessuno e se qualcuno si è sentito escluso, chiedo
umilmente perdono.
Tutti vorrei abbracciare con amore.
✠ Antonio Lanfranchi
Modena 14.9.2014
45
L’ancora 4 2015
noicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs
WEEKEND DI SPIRITUALITÀ
per famiglie e fidanzati
26 luglio
VALLELUOGO (Av),
8-10 maggio 2015
Guiderà l’incontro don Armando Aufiero
Ogni famiglia provvederà a dare l’adesione al proprio Responsabile diocesano o telefonando direttamente a Casa “Beato Luigi Novarese” - Valleluogo:
0825827650 / 0825871417
Per qualsiasi informazione, chiamate allo 0805797185 / 3406632860 o scrivete a
[email protected]
È disponibile un servizio di babysitter per i più piccoli e di attività ludiche per i più grandi.
SI!
O
R
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M
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N
O
M
A
VI ASPETTI
OIcvsnoicvs
LITÀ
LEGA SACERDOTALE MARIANA • SILENZIOSI OPERAI DELLA CROCE
64° Pellegrinaggio
a LOURDES
Presieduto da Sua Em.za
card. Giuseppe Versaldi
5
1
0
2
sto
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g
a
1
26 luglio -
✂
NUMEROSI!
La gioia della
missione
Le meditazioni ai sacerdoti saranno tenute dal
IN TRENO:
cardinale Giuseppe Versaldi
da Reggio Calabria,
Lamezia, Battipaglia, Napoli,
Aversa, Roma Ost., Grosseto, Livorno,
Pisa, Massa Centro, La Spezia, Chiavari,
Genova Brignole, Savona, Arma di Taggio, Ventimiglia.
Le catechesi ai pellegrini saranno proposte dal
MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE
vescovo Domenico Cancian
✂
Quota di partecipazione (da tutti i luoghi di partenza):
ACCUEIL NOTRE DAME (sacerdoti e pellegrini disabili) € 580
• per bambini fino a 2 anni, gratuito
• da 2 a 12 anni € 480
HOTEL*** (camere a 2 letti) € 720
• per bambini fino a 2 anni, gratuito
• da 2 a 12 anni € 620
La quota comprende: l’iscrizione, il viaggio in treno (in cuccetta di seconda classe
con 6 passeggeri); la pensione completa, escluso il vino, dal pranzo di domenica 26
a quello di sabato 1 agosto; i trasferimenti dalla stazione di Lourdes
isi
l
a
agli alloggi e viceversa; il distintivo, il libretto del pellegrinaggio,
Di
o
l’assicurazione contro gli infortuni.
izi Si ricorda che il Centro
v
Supplemento camera singola: € 160 in albergo.
er Dialisi UNITÈ D’AUTODIALYSE
S
PAU NAVARRE dista circa 40 km
da Lourdes. Tutti possono usufruirne. Le richieste in merito
siano comunicate quanto prima (45 giorni prima della partenza)
per la prenotazione e lʼinvio della documentazione necessaria.
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interno - Opera Beato Luigi Novarese