Editoriale Janusz Malski Moderatore Generale dei SOdC AMORE PER LA VERITÀ Pasqua, tempo forte dell’anno liturgico. Tempo propizio per riflettere su quanto, tutta la vita pubblica di Gesù, fu improntata nel testimoniare sempre la verità, lottando a viso aperto contro ogni forma di menzogna e di finzione. “Io sono la verità” (Gv 18, 37); “sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Ma, spesso, il cuore degli uomini dimentica che è proprio la verità che ci assicura una speciale amicizia con Cristo Gesù. Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Pasqua, meditando sulla splendida verità della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, preghiamo anche affinché l’amore alla veridicità, che fa da sfondo all’ambito della giustizia, possa divenire una base sicura sulla quale andare avanti nel nostro apostolato, con amore e determinazione, così come ha fatto per tutta la sua vita il beato Luigi Novarese. Vorrei rassicurarvi circa gli articoli pubblicati da certi quotidiani nazionali nel mese di febbraio che hanno coinvolto la nostra Associazione a proposito della Casa di via dei Bresciani a Roma: le notizie in essi contenute si sono dimostrate prive di ogni fondamento. Ricordiamo che proprio a via dei Bresciani, insieme alla Comunità dei Silenziosi Operai della Croce, hanno vissuto il beato Luigi Novarese (dal 1966 al 1984) e sorella Elvira Myriam Psorulla che ha instancabilmente portato avanti l’apostolato dei malati sino al 2009, anno della sua salita al Cielo. Il beato Luigi Novarese, nel 1983, ha voluto coinvolgere tutto l’apostolato nel vivere la devozione alla Divina Misericordia e sono lieto che, tutt’oggi, tanti di voi pregano la coroncina della misericordia e cercano di accogliere tutti i fratelli bisognosi. Mentre stiamo andando in stampa con questo numero della Rivista, apprendiamo del prossimo Anno Santo straordinario, un Giubileo della Misericordia, indetto a sorpresa da papa Francesco, a 15 anni dall’Anno Santo del 2000. L’Annuncio del Santo Padre è arrivato al termine dell’intensa omelia pronunciata nella liturgia penitenziale celebrata nella Basilica Vaticana il 13 marzo 2015. L’Anno Santo prenderà il via l’8 dicembre 2015, solennità dell’Immacolata Concezione, con l’apertura della Porta Santa di San Pietro e si concluderà domenica 20 novembre 2016, nel giorno di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Il tempo di Pasqua esprime l’attributo di Dio ricco di misericordia. San Giovanni Paolo II, seguendo i messaggi di Gesù Misericordioso a santa Faustina Kowalska, ha sensibilizzato il mondo intero ad avere fiducia. Nel tempo di Pasqua sentiamo pressante l’invito di Gesù alla pace. Per questo dobbiamo pregare affinché la pace possa regnare nei nostri cuori e nel mondo intero. Santa e serena Pasqua a tutti. ■ Vorrei ringraziarvi per tutto ciò che fate in favore delle attività associative con la preghiera e gesti concreti. Vi ricordo, a tal proposito, che lo Stato italiano dà la possibilità di sostenere le Associazioni senza fini di lucro attraverso il 5 per mille da devolvere attraverso la dichiarazione dei redditi. In questo modo potete aiutarci. Quanto raccolto servirà per dare una mano concreta per la missione dei Silenziosi Opera della Croce nell’estremo nord del Camerun, nella Fondazione Betlemme di Mouda, dove assistiamo i bambini neonati orfani di madre, nonché ragazzi che presentano handicap fisici e mentali. 1 L’ancora 4 2015 SOMMARIO Fondatore: Mons. Luigi Novarese Direttore responsabile: Filippo Di Giacomo Legale rappresentante: Giovan Giuseppe Torre Redazione: Samar Al Nameh, Mauro Anselmo, Armando Aufiero, Mara Strazzacappa Segretario di redazione: Carmine Di Pinto Progetto grafico e Art direction: Nevio De Zolt Hanno collaborato: Alessandro Anselmo, Ilaria Barigazzi, Marisa Basello, Giovanna Bettiol, Angelo Corvo, Felice Di Giandomenico, Leonardo Di Taranto, Cristiana Dobner, Maurizio Faggioni, Letizia Ferraris, Remigio Fusi, Antonio Giorgini, Janusz Malski, Walter Mazzoni, Italo Monticelli, Mario Morigi, Mauro Orsatti, Franco Pepe, Angela Petitti, Izabela Rutkowska, Mara Strazzacappa Aprile 2015 Foto: Antonio Pastucci: pp. 4, 28; Agenzia Sir: pp. 6, 10, 11, 20, 21, 22, 29, 34, 35, 41; Erminio Cruciani: p. 47; Marisa Basello: pp. 18, 19 4 Ai sensi dell’art. 13, legge 675/96, gli abbonati alla rivista potranno esercitare i relativi diritti, fra cui consultare, modificare o cancellare i propri dati, rivolgendovi alla Redazione dell’Ancora I dati forniti dai sottoscrittori degli abbonamenti vengono utilizzati esclusivamente per l’invio della pubblicazione e non vengono ceduti a terzi per alcun motivo Il materiale inviato non viene restituito e la pubblicazione degli articoli non prevede nessuna forma di retribuzione Con permissione ecclesiastica Periodico associato all’Unione Stampa Periodica Italiana Tipolitografia Istituto Salesiano Pio XI Via Umbertide, 11 - 00181 Roma Tel. 067827819 - [email protected] Finito di stampare: Aprile 2015 RIVISTA MENSILE DEL CENTRO VOLONTARI DELLA SOFFERENZA L’ Direzione e amministrazione: Via dei Bresciani, 2 - 00186 Roma [email protected] www.luiginovarese.org REDAZIONE e UFFICIO ABBONAMENTI: Via di Monte del Gallo, 105/111 - 00165 Roma Tel. 0639674243 - 0645437764 - Fax 0639637828 [email protected] www.luiginovarese.org Pubblicazione iscritta al n°418 del 8/9/1986 nuova serie già registrata al Tribunale di Roma n°1516 del 19/4/1950 Per ricevere la rivista: Italia ed estero - Annuale €18,00 C/c p. n° 718007 intestato a Associazione Silenziosi Operai della Croce Centro Volontari della Sofferenza Via di Monte del Gallo, 105 - 00165 Roma ANCORA Disegno di copertina: Nevio De Zolt 6 1 18 2 32 38 “Santa Mari donna del terzo g donaci la certezz nonostante tu la morte non avrà p su di noi. Che le ingiustizie d hanno i giorni co che le sofferenze de sono giunte agli ultim (don Tonino Be BUON PASQU DALLA REDAZIONE DEL editoriale 1 Amore per la verità Janusz Malski una guida che continua 4 Un cuore apostolico 6 Che significa fare Pasqua? Remigio Fusi 6 16 18 23 8 “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” Mario Morigi 10 La parrocchia come generatrice di fede Angelo Corvo 12 La malattia non ci rende inutili Mara Strazzacappa 14 L’apostolato dell’impotenza informazione Angela Petitti Italo Monticelli 16 Il beato Novarese e Giovanni Paolo I Antonio Giorgini 18 La fede illumina, conforta, conduce... Marisa Basello 20 La gioia del Vangelo nella stagione della sofferenza Leonardo Di Taranto lectio 27 Un soffio è la mia vita 32 38 “Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati, che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli”. (don Tonino Bello) Mauro Orsatti celebrazione 29 Per una speranza viva Giovanna Bettiol 31 Grazie... su Grazie a cura di Felice Di Giandomenico 32 Confederati significa forti Izabela Rutkowska 34 Eutanasia per scoop Maurizio Faggioni 36 Gli Esercizi spirituali di papa Francesco Alessandro Anselmo 38 Donne umiliate Cristiana Dobner noicvs 40 Una corsa verso il Cielo BUONA PASQUA DALLA REDAZIONE DELL’ANCORA Franco Pepe 42 Giosy Cento per il beato Novarese 44 Auguri, don Ennio! Grazie mons. Lanfranchi 45 “Tutti vorrei abbracciare con amore” 46 Weekend di spiritualità per famiglie e fidanzati 47 64° Pellegrinaggio a Lourdes indialogo inascolto l’Ancora dei piccoli 23 Vi raccontiamo Luigi una guida che continua UN CUORE APOSTOLICO Angela Petitti Lontani dal rischio di chiusura su se stessi e sulla propria insensatezza, possiamo aprirci “ad orizzonti di fraterna solidarietà impensati”, con vero cuore apostolico, con Maria “gioiosa annunciatrice del piano misericordioso di Dio”. Che cosa c’è nel cuore di una persona profondamente coinvolta nei progetti di Dio? Per monsignor Novarese non c’è nessun dubbio: “L’anelito profondo di ogni cuore apostolico è portare la società a Dio, accogliendo il Suo invito; essere suoi testimoni e collaboratori di salvezza, ciascuno secondo la propria vocazione”. È molto intensa questa definizione: un cuore apostolico, per designare un cuore in cammino. Di fatti, il significato del sostantivo indica la realtà di una persona che procede allontanandosi dal suo punto di origine per raggiungere un’altra meta, su indicazione di un altro. Così gli apostoli sono andati nel mondo, mandati da Cristo, sotto un suo preciso comandamento e seguendo il suo esempio di apostolo del Padre: “Gesù disse loro: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20, 21). Proseguendo nella sua riflessione, pubblicata sul L’Ancora di marzo/aprile 1970, il beato Novarese afferma che solo chi ha il cuore apostolico è in grado di comprendere il “disegno grande di perfezione e di felicità perenne, che continua a persistere nonostante la cattiva volontà di tanti uomini, e di inserirsi in esso”. Troviamo a questo punto un’affascinante serie di definizioni di ciò che significa questo inserimento: “Inserirsi in tale disegno significa: – accogliere l’invito di Dio, che non ha voluto lasciarsi sopraffare dall’egoismo dell’umanità; – vuol dire scoprire il suo disegno di misericordia, che mira a ridarci la dignità di figli di Dio; accoglierlo con la festosità di chi riacquista la luce, farlo proprio e viverlo con tutte le forze. – Significa guardare verso l’alto e comprendere che la terra, sia pure con tutte le sue bellezze, non può appagare i nostri intimi e profondi ga desideri, che cercano l’Assoluto; de – significa entrare nella sua bellezza, nel suo ordine, nella be sua su carità. Soprattutto, comprendere il diSo segno di Dio, significa gioia di se scoperta della perla più presc ziosa che mai avremmo potuto zi trovare e proposito di tenertr la a qualunque costo, senza compromessi e confronti. co Scoprire il disegno di Dio siSc gnifi gn ca comprendere che Dio ci ama, ci vuole felici, ci vuole protesi come Lui, nella carità”. pr 4 L’ancora 4 2015 FOTO STORICA Quante conseguenze luminose! Si riacquista la luce, si è raggiunti dalla gioia, si comprende il vero significato della felicità e il modo di realizzarla, si aspira ad una bellezza duratura. Come ci si situa lontani dal peccato, dalle brutture, da ogni forma di malinconia e angoscia. Procedendo, ormai slanciato, nelle sue considerazioni, mons. Novarese assicura che a tutti è consegnata questa scoperta: “Non è difficile scoprire tale disegno, altrimenti l’invito ad ogni anima rivolto da Nostro Signore Gesù Cristo sarebbe un invito per pochi, per un’élite e non un invito rivolto in piano universale. Lui, invece, da quel terribile venerdì santo, in cui ci ha manifestato il suo amore continua a chiamare tutti al suo Cuore adorabile e a presentare la sua parola e la sua vita con i segni inconfondibili della realtà di tutte le cose belle, di tutte le scoperte più sublimi ed ardite che incontriamo e constatiamo nel corso della storia dell’umanità”. Non c’è dunque preclusione per nessuno, anzi l’incondizionato offrirsi di Dio che diventa il modello e la via per la nostra risposta. Infine, la risposta di Maria, “creatura che in maniera eminente ha dimostrato di comprendere i disegni di Dio e di farli propri, inserendocisi pienamente in essi. La risposta però della Vergine Santa sorpassa i confini di una risposta strettamente personale; Ella ha altresì risposto per tutti noi, come il Cristo non è figura a sé stante solo, ma essenzialmente relativo a noi, perché Capo del Corpo Mistico. La Madonna pronunciando il suo “Sì” è diventata la Madre dei viventi ci ha fatto comprendere come la creatura debba essere sempre rivolta al cielo”. La condizione che ci fa partecipi del disegno di Dio è la “conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (Col 1, 9). Conoscenza non certo intellettuale e astratta ma spirituale, imparando a “saper leggere nel grande libro delle cose create”, dove agiamo non come uno “spettatore impotente di fronte alla divina volontà, ma un invitato a parteciparvi per divenire, con Cristo, suo cooperatore per la salvezza degli altri fratelli”. Monsignor Novarese con il card. Opilio Rossi, nunzio apostolico in Austria, durante il Congresso Internazionale degli ammalati tenutosi a Mariazell dal 2 al 7 giugno 1973. Anche da parte del Papa riceviamo l’invito a continuare l’impegno apostolico con perseveranza, speranza e sapienza, a “saper aspettare i frutti sicuri della salvezza, confidando nel senso profondo della vita e della storia: le prove e le difficoltà fanno parte di un disegno più grande; il Signore, padrone della storia, conduce tutto al suo compimento. Nonostante i disordini e le sciagure che turbano il mondo, il disegno di bontà e di misericordia di Dio si compirà! E questa è la nostra speranza: andare così, in questa strada, nel disegno di Dio che si compirà. Questo messaggio di Gesù ci fa riflettere sul nostro presente e ci dà la forza di affrontarlo con coraggio e speranza, in compagnia della Madonna, che sempre cammina con noi” (Francesco, Angelus, 17 novembre 2013). ■ 5 L’ancora 4 2015 informazione CHE SIGNIFICA FARE PASQUA? Remigio Fusi Vogliamo insieme riflettere su questo grande avvenimento, punto focale della nostra vita cristiana, per prepararci a viverlo come si conviene. La Pasqua avviene vviene nel cuore. Il punto naontro con turale d’incontro Dio è nel cuore dell’uomo. onomia ci Tutto ciò che l’economia offre d’esteriore è mezzo, è via, è sacramento per condurci a quella realtàà soprannaturale, che si celebra al rito umacontatto dello spirito no con lo Spirito divino. ero con il L’appuntamento vero Signore che passaa (Pasqua gio) è nel vuol dire passaggio) oso della cenacolo silenzioso nostra persona. Dio non vuole un culto esteriore, senz’anima, ma vuole un culto consumato nel cuore. Per qu questo ha dato all’uomo “un cuore nuovo”. Egli guarda dentro. La Pas Pasqua, quindi, avviene nel cu cuore. Se non cambia il cuore, non c’è Pasqua; se non cr cresce la carità, non c’è Pa Pasqua; se non facciamo ges gesti di riconciliazione, non c’ c’è Pasqua; se non accoglia cogliamo Cristo nella nostra vvita, non c’è Pasqua. l’impegno che la qualifica come cristiana e attingere da Cristo stesso la Grazia per renderla tale. Occorre fare una grande pulizia come si fa per la casa in occasioni di feste solenni: perlustrare la casa interiore, il cuore, per distruggere tutto ciò che appartiene al vecchio regime del peccato; pulizia del cuore e della vita se vogliamo entrare nella Pasqua. Siamo pronti dentro di noi a questo appuntamento: nella chiarezChe si significa, za della nostra coscienza, cioè dunq dunque, fare Pasqua? nella sincerità, nell’apertura, nel Fare Pasqua significa con- coraggio? Siamo pronti nell’imfronta frontare la nostra vita con petuosità della nostra umiltà, 6 L’an ancora 4 2015 vale a dire nella riconoscenza di ciò che siamo, nella esperienza ineffabile della nostra comunione con Lui, vale a dire decisi ad assaporare la dolcezza della sua infinita Misericordia? Pasqua, infatti, consiste nel l’incontro di due entità: la Misericordia di Dio e la miseria dell’uomo. È un invito ad essere cristiani e ad avere un concetto soprannaturale della vita. È un tempo liturgico in cui è più che mai urgente rinnovare il nostro cuore; vale a dire sradicare dal nostro cuore gli idoli per fare spazio a Dio in un cuore nuovo, ossia: la ricerca di noi stessi; la ricerca dei primi posti; il considerarsi migliori degli altri, per cui ci sentiamo autorizzati a giudicare; il volere tutto per sé, che mette in evidenza il nostro egoismo; l’incomprensione, che non concede posto agli altri; i compromessi morali che fanno preferire i piaceri alle virtù, la comodità al sacrificio; l’indifferenza religiosa, che fa trascurare i propri doveri cristiani, il ricorso alla preghiera perché ci si sente autosufficienti. E per noi del CVS La Pasqua ha un invito speciale anche per noi. Vivere la Pasqua, infatti, significa comprendere e vivere lo spirito della Croce, della sofferenza, perché non vi può essere Pasqua senza la sofferenza. La gioia del mistero pasquale dà la prima spiegazione del paradosso cristiano tra gioia e sofferenza. La croce e la sofferenza sono solo un momento, un passaggio alla Risurrezione. S. Paolo sottolinea più volte il carattere pasquale della vita cristiana, affermando che è partecipazione reale alla vita di Cristo risorto. Il beato Luigi Novarese scrive: “Il Cristo ha sempre parlato del dolore non come un problema a sé stante, ma tutte le volte ha abbinato al pensiero della propria passione e morte, la certezza della Risurrezione”. Il fine dell’uomo, infatti, è l’assimilazione nella gloria con il suo Signore. Le difficoltà, le sofferenze non hanno il potere di intaccare questo destino, legato una volta per sempre al Fratello, Cristo, morto e risorto per loro. La sofferenza dell’uomo, se unita a quella di Cristo, diventa potente come è potente quella di Cristo. Ne consegue che il sofferente, sempre per l’identità della sua vocazione con Cristo dolorante sulla Croce, deve essere impegnato a vivere il suo momento storico-ecclesiale, riflesso luminoso dell’Amore infinito di Dio, perché a molte anime sia dato di entrare a far parte della gloria eterna, acquistata appunto dal dolore di Cristo totale: Cristo storico e cristo mistico. Ancora monsignor Novarese ci dice: “Ecco il grande compito del sofferente: aiutare Gesù a salvare le anime! Infatti, il sofferente, vivendo unito a Cristo non può non avere le stesse dimensioni del Cristo; non può non avere i sentimenti del Cristo”. Noi “Volontari della Sofferenza” abbiamo scel scelto, per rendere preziosa questa nostra collaborazione, Maria Santissima e qu quindi: “Ascoltare quello che la Vergine Sa Santa ci dice è conseguenza logica del no nostro essere di redenti, in cui siamo costit stituiti quali Suoi figli”. Ci ripete Monsignore: “Accettiamo le croci po e portiamole con Cristo. Con le croci soppo portate con Cristo purifichiamo le nostre an anime”, e poi “Il modo di rendere utile il dolore non soltanto in noi ma anche pe gli altri, è unico: la Grazia, ossia non per es essere in peccato mortale!”. ■ 7 L’ancora 4 2015 informazione Riflettori sul V Convegno ecclesiale di Firenze (9/13 novembre 2015) “IN GESÙ CRISTO IL NUOVO UMANESIMO” Mario Morigi “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”: il tema apre un orizzonte di grande interesse. Unanime il consenso con entusiasmo. C’è urgenza di progettare un nuovo umanesimo. Sono tanti gli sfregi, tanti i crolli, i rigurgiti di disumanità, che devastano i cuori e che profanano di violenza i popoli. bene che insorga e si diffonda una sommersa protesta e una «resistenza» a difesa dell’uomo e della donna, splendenti di dignità, di slancio solidale le e di arcane sembianze divine. Una cosa fa dispiacere, ma è da dire con franchezza. Non per accusare. Si avanza una denuncia aperta a tutti. Si dice che le culture rese massmediaticamente patrimonio dominante, hanno oscurato l’evidenza del «punto fermo», indiscusso, affascinante. Il centro unico è È stato distrutto. Sono vari e si avvicendano, effimeri, presuntuosi, caduchi, idoli di menzogna, a cui con abbaglio molti accorrono. Questo, non perché il centro non c’è. Ma perché l’uomo si rifiuta di diventare quella meraviglia, in terra e in cielo, alla quale Dio mai si stanca di invitarlo. L’uomo e la donna sfigurati, sna- 8 L’ancora 4 2015 tura turati sono grave offesa a Lui e a se stessi. “L’uomo proviene prov dall’intimo di Dio”, Dio” scriveva un autore cristiano cris del secondo secolo (dalla Traccia, p. 19). L’indicibile meraviglia dell’autenticamente umano si sprigiona quando si sovrappone ogni volto umano su quello di Cristo. Da Lui fiorisce il volto autentico dell’uomo e scompaiono le ferite deturpanti. Senza un Salvatore non c’è salvezza La Chiesa che vive in Italia riconosce questa grave necessità. Desidera dire a tutti, credenti e non, una parola piena di verità e di rispetto. Bisogna fare il punto. Ritrovare «il centro». Riaccendere la luce. Cristo è “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” che viene in questo mondo. Lui è la verità su l’uomo. In balìa del «nulla», assolutizzando «il relativo», l’uomo va a picco. E si nega il respiro alle nuove generazioni. Uno scatto! Un sussulto ideale che capovolga ipocrisie patogene e rimetta in strada l’uomo. Se no, cresce declino, corruzione, peccato, decadenza ad ogni livello. Il Papa lo dice a tutti: con coraggio e umiltà riprendere in mano il Vangelo. Alla paura di Cristo, subentri la sorpresa felice di aprirgli la vita. Allora molti ammetteranno che erano stati ripetutamente anticipati da Cristo, con molti suoi tentativi, mandati a vuoto. La Traccia (p. 21) che guida la riflessione verso il Convegno chiarisce: “L’annuncio evangelico è lievito di un umanesimo rinnovato in Cristo Gesù”. Messaggio che viene a risvegliare e a fecondare la vita. Stampelle e sedie a rotelle L’uomo vive pienamente se si lascia configurare al Cristo pasquale. Respinge il male e respira a fondo la vita divina. È l’umanità «umanizzata», salvata perché «divinizzata». Così si ritrova e si onora l’umanità dei disabili: situazione che ci costringe a riflettere. L’umanità di chi è affetto da demenza, che ci fa ricuperare la categoria di dono. L’umanità delle persone anziane ci sollecita ad affrettare i ritmi esistenziali. Anche un’umanità travolta da gravi abbagli di prospettiva manda messaggi. Si distrae, ma forse aspetta qualcuno. Stampelle, sedie a rotelle, letto sanitario: c’è un’umanità bisognosa di amore e di aiuto. Tutti hanno diritto a Cristo, che rianimi ogni vita umana. Quando spunta e cresce la luce della fede cadono le squame dal cuore. Si ravviva la fiammella della speranza. Non di rado i nostri silenzi dinanzi ad una persona vinta dalla sofferenza diventano preghiera e gli occhi si bagnano dalla commozione. “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” Cristo splende sul volto dei santi e delle sante. In loro spicca un umanesimo vero, sempre nuovo, vissuto nel quotidiano. L’umanità che rifulge nei santi ci affascina. Desta nostalgia. Ci mostra al vivo Cristo che, di epoca in epoca, rigenera un umanesimo bello. Ora siamo noi, sani e malati, tesi alla fioritura di umanesimo bello, da proporre a tutti. C’è da lasciarci rifare il cuore, i criteri per le scelte di fondo e un amore che ha le vibrazioni del suo. Spunterà il mattino di un nuovo umanesimo, una nuova umanità stampata su Cristo. È un grande dono per tutti. È un impegno a trasmetterlo con gratuità e fedeltà alla società e alla comunità cristiana. ■ 9 L’ancora 4 2015 Il logo del Convegno Un’immagine che evoca movimento, slancio, apertura, al centro della quale spicca una croce che è punto di arrivo e insieme origine di un dinamismo di trasparente lettura: il segno cristiano non chiude o esaurisce, ma spinge e provoca, anche con la sua evidente incompiutezza, quasi rimandando a un lavoro ancora tutto da compiere, rimandando al mondo fuori da quello spazio. Nell’idea con la quale Zeno Pacciani, Francesco Minari e Andrea Tasso hanno tradotto graficamente il tema dell’assemblea in programma a novembre, c’è un’intuizione che ha colpito il «popolo del Web», chiamato a contribuire in modo decisivo alla scelta, prima ancora degli organizzatori dell’appuntamento ecclesiale. Il logo, nel quale è leggibile la citazione della cupola del Brunelleschi simbolo della grandezza cristiana e umanistica di Firenze, è infatti uno degli oltre 200 pervenuti nelle otto settimane del bando di concorso, firmati da studenti e pensionati, professionisti e istituti d’arte di tutta Italia. informazione LA PARROCCHIA COME GENERATRICE DI FEDE La parrocchia è una comunità di fede, di preghiera e di amore illuminata e sorretta dalla Parola di Dio. Questo è il punto di partenza, di convergenza e di arrivo di tutte le nostre esperienze. Tratto dalla conferenza tenuta da don Angelo Corvo in occasione del Convegno Sacerdotale della Lega Sacerdotale Mariana svoltosi a Roma lo scorso gennaio. apa Francesco sottolinea l’importanza che ha la parrocchia anche per le associazioni e i movimenti che devono averla sempre come punto P di riferimento. Perché se c’è un luogo in cui si è sicuri di incontrare Dio, è proprio lì, dove la Parola del Padre è presente. È vero che Dio è ovunque, in cielo, in terra e in ogni luogo. È vero che si manifesta in mille modi e attraverso mille segni, ma mentre gli altri segni hanno bisogno del discernimento per essere certi che lì ci sia Dio, in parrocchia andiamo sul 10 L’ancora 4 2015 sicuro perché c’è la Sua Parola e perché ci sono i sacramenti. Non c’è quindi bisogno di una mediazione umana che possa condizionare la certezza della presenza di Dio. La parrocchia dunque come comunità di fede ma, proprio perché c’è Dio, deve essere anche comunità di preghiera. Qualunque nostra azione pastorale deve partire e portare necessariamente all’Eucaristia domenicale. Tante volte spiego ai ragazzi del catechismo, e soprattutto ai genitori, che è meglio perdere mille lezioni di catechismo piuttosto che perdere la Messa. Perciò è importante in una parrocchia curare la Celebrazione Eucaristica e finalizzarla al tipo di uditorio che si ha davanti. Se tutto parte dall’Eucaristia, la simpatia verso la nostra vita pastorale cambia di prospettiva. Che cos’è la parrocchia? Comunità di fede, comunità di preghiera, comunità d’amore. Cioè una comunione vissuta nel servizio, nell’aiuto e nella testimonianza. Tutti noi sappiamo bene quanto sia complicata la dimensione del servizio. A volte, infatti, camuffiamo il nostro comando con un servizio e addirittura lo imponiamo agli altri. Dobbiamo stare attenti però che dietro al servizio rischia di nascondersi una forma di ricerca di compensazione. Espressione di vicinanza La parrocchia deve essere una comunità, espressione di una vicinanza. Già il suo nome lo dice: parrocchia viene da paroikìa – vicino a chi è lontano – un luogo attaccato alle case degli uomini. Questo ci porta per esempio a sottolineare (quello che anche il Papa fa) la situazione peregrinante della Roma, 8 marzo: visita pastorale di papa Francesco alla parrocchia di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca Chiesa. Chiesa Questo famoso “uscite, andate, uscite” – lo dice spesso papa Francesco – andare verso le periferie, è ciò che teologicamente e ontologicamente definisce la parrocchia. Io amo sempre ricordare che quando Gesù parla del gregge e del pastore, è vero che dice che il pastore è colui che guida il gregge, lo conduce nell’ovi- le, lo fa stare al sicuro, ma la mattina dopo, il pastore apre ma l’ovile e porta fuori il gregge. l’ov Non si rimane chiusi nell’ovile. No Perché? Perché questa staticità Perc della comunità porta a consude mare se stessi. ma Teologicamente la parrocchia è una comunità che deve camminare in continuazione, deve essere in continuazione pellegrina. Pellegrina verso dove? Verso le case degli uomini, lì dove la gente vive. Dice la Christifideles laici che la parrocchia è l’ultima localizzazione della Chiesa. La diocesi è in mezzo alle case. ■ L’ODORE DEL GREGGE Squarci di misericordia sul far della sera Marco Pozza Pa Parole con addosso «l’odore del gregge» (papa Francesco). Queste pagine sono (p umilissime fotografie. E dentro ogni um fotografia, l’amabilità di una Sua parola. fo Pagine che pungono e rasserenano, che spingono e consolano, che accendono e divampano, che allargano e ridimensionano. pp. 166 - € 12,00 ISBN 978-88-8407-205-4 11 L’ancora 4 2015 Edizioni Centro Volontari della Sofferenza 00165 Roma - Via di Monte del Gallo 105 informazione LA MALATTIA NON CI RENDE INUTILI Mara Strazzacappa La persona sofferente, come la persona sana, ha l’impegno di vivere ricercando sempre la Grazia di Dio. La possibilità di fare qualcosa, qualunque cosa, diventa imperativo ad agire con responsabilità cristiana. affermazione importante da cui partiamo è stata scritta dal beato Luigi Novarese nel 1952: “Non è sufficiente essere ammalati per essere strumenti adatti in mano alla Madonna”. In un’epoca in cui gli ammalati venivano tenuti in poca considerazione, quasi nascosti in casa anche per la convinzione che una persona in balia della malattia, della disabilità non portava fare nulla e, quindi, tantomeno, peccare. Una visione in cui la persona viene completamente annullata dalla disabilità che diventa l’unica cifra distintiva e caratterizzante, l’essere umano con le sue capacità, i suoi pregi, i suoi difetti scompare e la cultura del “poverino” e della “carezzina al malato” lo trasformano in una bambola senza sentimenti e possibilità. Per i benpensanti, l’ammalato diventa quasi una creatura eterea, evanescente, soprannaturale, naturalmente affidato alle mani di Dio e quindi molto al di fuori dei problemi, dei complessi, in fondo della vita stessa. L’ Il beato Luigi Novarese non vede affatto nelle persone malate degli esseri angelicati, anzi, tutt’altro: vede persone vere che necessitano di comprendere la loro vocazione e la loro missione, che sono chiamate a vivere in pienezza il tempo, il luogo e la condizione che è data loro senza piagnistei e commiserazioni sterili. Quindi non è sufficiente essere malati per sentirsi a posto come se la condizione di malattia esentasse dall’impegno, dalla responsabilità, dalla ricerca e dall’azione. La persona sofferente, come la persona sana, ha l’impegno di vivere in Grazia di Dio, ricercando la sua volontà e la sua luce per arrivare a vivere l’integrità della fede. Sempre nel 1952 il beato Novarese aggiungeva: “È assolutamente necessario essere in Grazia di Dio, ossia avere il cuore distaccato da ogni affetto peccaminoso, sia per quanto riguarda i costumi, sia per quel- 12 L’ancora 4 2015 lo che riguarda l’osservanza dei precetti della Chiesa, sia ancora per quanto si riferisce all’integrità della fede”. Cosa si deve fare, quindi per essere persone vere, reali, con se stessi e con gli altri? Il cammino da fare non è semplice. Non è così per il sano, non è così per il malato. È un cammino capace di portarci in fondo a noi stessi, che ci mette di fronte le difficoltà, i limiti, ma che ci conduce non a fermarci imprecando su quanto ci manca, ma a scoprire la meravigliosa via dell’amore che Dio ci schiude davanti. Il beato Luigi insiste nel consigliare di vivere lungo questa strada insieme a Maria, la Vergine Immacolata che tanto amore ci dona, sia come presenza, accompagnamento, tenerezza sia come esempio di fortezza, decisione, prontezza. “Ci sono tanti sofferenti che imprecano alla propria sorte, che chiudono il proprio cuore ad una vita di corredenzione col Cristo e con la Vergine Immacolata, questi sono tralci separati dalla vite, questi sofferenti sono inutili a sé e alla società. Non è la malattia che ci rende inutili. È la nostra volontaria inoperosità nella malattia stessa che ci rende tali. L’ammalato acquista ed aumenta la propria produttività soprannaturale, vivendo la vita della Grazia ed aumentandola con le opere buone. La Grazia aumenta con le opere buone. Impariamo a vivere quando smettiamo di vivacchiare facendoci condurre dalla corrente ed iniziamo ad impegnarci, impariamo ad amare quando, concretamente, operiamo gesti di amore per i fratelli, in un crescendo di consapevolezza, di gioia e capacità di donazione che rende la persona libera dagli impedimenti della malattia. Non è più la malattia che nasconde la persona, ma la persona, capace di amare e di impegnarsi, che oscura la malattia e la rende secondaria. Così la persona diventa capace di attività, di azione ed è sempre il beato Novarese che descrive questo passaggio dal sentirsi inutile al divenire per- 13 L’ancora 4 2015 sona attiva e responsabile, soprattutto con l’impegno all’interno del Centro Volontari della Sofferenza: “Se per l’ammalato l’isolamento e la inazione sono più pesanti della stessa malattia, l’ingresso tra i Volontari della Sofferenza deve segnare l’inizio consapevole di una vita di vera attività”. E nel 1959 aggiungeva: “Il dolore, la malattia, purtroppo, tendono, ed anche troppo, a farci ripiegare su noi stessi, senza più curarci di quanto ci circonda. Ma questo è un solenne errore! Uno sbaglio fenomenale! È ciò una conseguenza della scarsa considerazione con cui teniamo il tesoro che abbiamo in mano: la sofferenza vissuta in Grazia di Dio. Se noi considerassimo il dolore come «vera realtà» di cui possiamo disporre a nostro piacere, per gli interessi della Chiesa e della società, non ci sentiremmo dei falliti o degli esseri inutili. Dobbiamo essere pervasi da questo carattere di necessaria attività, come i sani lo sono per i loro affari. Smettiamo di considerarci come degli esseri che devono vivere alla mercé degli altri: noi possiamo fare qualcosa, quindi dobbiamo agire”. La possibilità di fare qualcosa, qualunque cosa, diventa imperativo ad agire. La persona non resta ripiegata su se stessa, ma scopre, con responsabilità, la propria libertà di persona e di cristiano. ■ informazione La testimonianza di un vescovo L’APOSTOLATO DELL’IMPOTENZA Italo Monticelli Don Tonino Bello ci ha fatto capire più con il suo esempio che tare cristianamente il dolore?”. con le parole che il mondo d’oggi non ha tanto bisogno di maestri Don Tonino risponde portando la sua personale testimonianza: saccenti, ma di umili e semplici testimoni. Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta dal 1982 al 1993, è stato un vero testimone di Cristo nel tempo. Egli ha indicato con la parola, con lo scritto e la testimonianza un sentiero di autentico rinnovamento della vita cristiana in ogni campo: nella pastorale, nell’apostolato, nell’impegno per la pace e per la giustizia. Anche nella sofferenza è stato un vero esempio di fedeltà alla volontà di Dio. Colpito dal cancro, non solo non ha abbandonato le sue attività, ma ha intensificato la sua dedizione verso gli altri, specie verso i poveri. In un’intervista apparsa sull’Avvenire, il giornalista gli pone varie domande. Ne ricordo due. “Spesso per i malati – dice il giornalista – è molto difficile accettare la loro condizione”. Così risponde don Tonino: “Le cose che dico e predico, le ho imparate proprio dai sofferenti, ricevendo sempre un grandissimo conforto. A chi ricalcitra di fronte al dolore vorrei suggerire: affidati al Signore, digli ‘fai di me quello che vuoi’ e troverai la pace. Alternative non ce ne sono: eccetto la disperazione”. Il giornalista gli pone un interrogativo: “Come è possibile accet- 14 L’ancora 4 2015 “Sono momentaneamente in esilio nel mio paese natale per curarmi un po’. Ma il ricordo della mia Chiesa mi accompagna sempre. Ripenso alle riunioni, alle iniziative, alle persone. Seguo tutto mentalmente e offro al Signore la mia sofferenza, perché so che gioverà senz’altro a tutta la diocesi. Non c’è solo l’apostolato della prassi (del fare), ma anche quello dell’impotenza, dell’onnidebolezza di Dio, come diceva Bonhoeffer: Gesù ha procurato più grazie agli uomini con le mani inchiodate sul legno, rispetto a quando le stendeva libere sul mare in tempesta”. Si potrebbe dire: con le mani distese sul mare in tempesta ha salvato la barca su cui si trovavano alcuni uomini, ma con le mani inchiodate sulla croce ha salvato la barca dell’umanità. In una lettera scritta agli ammalati nella Giornata Mondiale dei Malati, dice alcune parole piene di fede e di conforto. Richiamo alcune espressioni. “Celebriamo la Giornata dell’Ammalato per vivere non un momento di mestizia, non un momento di tristezza sia pur sublimata, non una liturgia consolatoria. No! Non siamo qui a lamentarci. Non stiamo facendo la mostra delle nostre disavventure di salute. Siamo venuti per esprimere una grande solidarietà. Prima di tutto con Gesù Cristo, il Risorto, l’Amante della vita. Egli è il capo del nostro sindacato. Sì, è il capo del sindacato degli ammalati, dei sofferenti...”. E poi con molta chiarezza: “Se noi dovessimo lasciare la croce, su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Gesù è il nostro capo. Bellissimo sentircelo al centro. Lui confitto su un versante della croce e noi confitti sull’altro versante della croce, sul retro. Quando abbiamo bisogno di Lui, non è necessario urlare: basta chiamarlo, perché sta appena dietro di noi”. Ancora don Tonino dice: “Non dobbiamo vergognarci della malattia. Non è qualcosa da tener nascosta. Non è un tabù. È quel- la parte della nostra carta di identità che ci fa assomigliare di più a Gesù Cristo. Dobbiamo lottare contro la malattia. Mai rassegnarsi come non si è mai rassegnato Gesù. Gesù, Maria, non sono mai state delle persone rassegnate. Hanno sempre combattuto fino all’ultimo. E anche per noi ci deve essere lo stesso coraggio. Se sappiamo lottare in piedi, dobbiamo saper lottare in ginocchio, con le preghiere, perché il Signore Gesù è con noi”. La sua lettera agli ammalati termina parlando dell’abbandono al fratello come segno dell’abbandono in Dio. “Con la malattia sto facendo l’esperienza dell’umiltà, dell’ab- bandono, dell’affido. Chi è abituato a una certa fierezza, ha pudore a lasciarsi servire dagli altri. Teme di dar fastidio ai parenti e agli amici. Soffre quando vede che gli altri si trovano in disagio per lui. Non sperimenta quell’abbandono disteso nelle braccia dell’amico, cioè di chi ti vuol bene. Nelle braccia del Signore Gesù sì, ma nelle braccia dell’amico no. Allora dobbiamo fare esperienza dell’abbandono. Questa esperienza dell’abbandono nelle braccia di chi ti vuol bene è segno. Segno e forse anche strumento dell’abbandono totale nelle braccia di Dio”. ■ don Tonino Bello Il suo ministero episcopale fu caratterizzato dalla rinuncia a quelli che considerava segni di potere (per questa ragione si faceva chiamare semplicemente don Tonino) e da una costante attenzione agli ultimi: promosse la costituzione di gruppi Caritas in tutte le parrocchie della diocesi, fondò una comunità per la cura delle tossicodipendenze, lasciò sempre aperti gli uffici dell’episcopio per chiunque volesse parlargli e spesso anche per i bisognosi Don Tonino Bello (al centro) tra don Luigi Gache chiedevano di passarvi la notte. rosio e don Vittorio Borracci (fine anni ‘80) Da Presidente di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, fu promotore di diversi importanti interventi: tra i più significativi quelli contro il potenziamento dei poli militari di Crotone e Gioia del Colle, e contro l’intervento bellico nella Guerra del Golfo, quando manifestò un’opposizione così radicale da attirarsi l’accusa di istigare alla diserzione. Benché già operato di tumore allo stomaco, il 7 dicembre 1992, morì a Molfetta il 20 aprile dell’anno successivo. Il 25 aprile 2014 il presidente della CEI Angelo Bagnasco ha inaugurato ad Alessano la “Casa della Convivialità” a lui dedicata. 15 L’ancora 4 2015 informazione IL BEATO NOVARESE E GIOVANNI PAOLO I Antonio Giorgini Il Papa dei 33 giorni: dal 26 agosto 1978 al 29 settembre dello stesso anno. Sorpresa fu la sua elezione e ancor più la sua morte prematura. quel conclave vi furono due posizioni forti: quella più “conservatrice” che sosteneva l’arcivescovo di Genova il card. Giuseppe Siri e quella più “conciliare” che sosteneva il card. di Firenze Giovanni Benelli. Ma da subito ci fu un orientamento deciso sul card. Albino Luciani che nel secondo giorno del conclave fu proclamato Papa. Fu vista come profezia il gesto di Paolo VI che, andando a Venezia qualche tempo prima, si tolse la “stola” e la pose sulle spalle del card. Luciani. Il beato Luigi Novarese, quando mons. Luciani era ancora vescovo di Vittorio Veneto, lo invitò a presiedere il Pellegrinaggio della Lega Sacerdotale Mariana a Lourdes (in considerazione della sua attenzione a In 1964. Albino Luciani durante il pellegrinaggio dei sacerdoti ammalati a Lourdes tutti i sacerdoti) e in occasione poi del 2° Convegno Sacerdotale Internazionale (svoltosi a Pompei dal 21 al 28 settembre 1977 nel quale il numero dei sacerdoti raggiunse il punto più alto) lo invitò a partecipare per tenere una relazione. Tema del convegno era “Cor ad cor loquitur: La Catechesi del Cuore di Cristo”. Luciani svolse la prima relazione del convegno sul tema: Albino Luciani (1912-1978) Nasce a Forno di Canale (oggi Canale d’Agordo, Belluno) e a dodici anni entra nel seminario minore di Feltre. Nel 1935 viene ordinato sacerdote e nel 1947 si laurea in teologia a Roma presso la Pontificia 16 L’ancora 4 2015 Il 26 agosto 1978 Albino Luciani, appena eletto papa, si affaccia su Piazza San Pietro “Il Cuore di Gesù nel dolore e nella gioia” che svolse in 15 punti, brevi ma molto molto sentiti. Nel primo punto ad esempio ricorda le parole di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e che niente ha risparmiato fino a consumarsi per dimostrare loro quanto li amava. E come riconoscenza non ha ricevuto dalla maggior parte di essi che ingratitudini... (specialmente) dai cuori a me consacrati”. Parla poi – nei punti seguenti – del dolore che non gli può essere evitato e che Gesù stesso assume per fare la volontà del Padre; ma la gente pensa che debba essere sempre possibile evitare con mezzi umani. Una parola contro il dolorismo sempre di moda, ma porta l’esempio di tanti santi e soprattutto commentando le “beatitudini evangeliche” e di tutti i sussidi che ci possono venire anche dalla psicologia, dalla teologia (san Tommaso) e dall’esempio di tanti santi, anche di santa Teresa del Bambino Gesù che dice: “Io provo veramente gioia a vedermi distrutta così” per l’uragano di grazie che le sofferenze provocano. I soli 33 giorni di pontificato gli Università Gregoriana. Nel 1958 è nominato vescovo di Vittorio Veneto, nel 1969 patriarca di Venezia e nel 1973 viene creato cardinale. Il 26 agosto 1978 è eletto papa e sceglie il nome di Giovanni Paolo I. Poco più di un mese dopo, nella tarda sera del 28 settembre, muore improvvisamente. Qu Questo fantasioso epistolario raccoglie le lettere del patriarca di Venezia a personaggi lett storici e mitici di tutti i tempi, pubblicate stor mensilmente dal 1971 al 1974 sulla rivista me «Messaggero di Sant’Antonio) Lo stile gra«M devole, la sottile ironia che pervade ogni devo pagina, l’abilità di trasferire vicende e perpa sone, problemi e soluzioni, da ieri a oggi so e viceversa, danno forma a un’analisi attenta di quegli anni difficili. Con una spictent cata curiosità per i personaggi incontrati, ca così diversi tra loro: da Penelope a Mark co Twain, da Maria Teresa d’Austria a Figaro, Tw Péguy a Trilussa, da Scott a Ippocrate, da da Pinocchio a un... orso, da Pé Quintiliano a Marconi, da Hofer a Goldoni, da santa Teresa a Goethe, da san Bernardino a Marlowe e Chesterton. Per finire con il più importante di tutti, Gesù, al quale l’autore scrive trepidando. hanno procurato il titolo di “Papa del sorriso”. Indimenticabili le sue Udienze quando chiamava vicino una bambino per essere suo interlocutore nel dialogo che intendeva fare con tutti i suoi uditori perché, parlando e interrogando il piccolo, tutti potessero ben capire il messaggio che voleva trasmettere a quanti si affollavano alle sue Udienze. Era il suo stile che lo aveva spinto da cardinale, a scrivere quel meraviglioso volume “Illustrissimi” che contiene tante lettere a “personaggi” immaginari di vari ceti sociali che nella loro condizione civile, familiare, umana e politica avevano bisogno di un indirizzo preciso, Albino Luciani in una foto dei primi anni ‘50 Giovane vescovo di Vittorio Veneto (1958) umano e sociale (e cristiano). Fu il primo a scegliere il doppio nome (Giovanni Paolo) per segnare la sua continuità con i due santi Papi che hanno dato vita e concluso il Concilio Ecumenico Vaticano II: san Giovanni XXIII e il beato Paolo VI. Questi ultimi hanno offerto alla Chiesa, con il Concilio, il dono più grande per il suo rinnovamento attraverso i secoli che lui stesso, Giovanni Paolo I, incominciò ad applicare nel suo breve pontificato offrendolo al suo successore, san Giovanni Paolo II. La figura splendida di Giovanni Paolo I, rimane quasi nascosta nella storia, ma più si considera più è luminosa. ■ Papa Paolo VI impone la berretta cardinalizia ad Albino Luciani (1973) informazione LA FEDE ILLUMINA, CONFORTA, CONDUCE... Marisa Basello Grazia e fede furono per il beato Novarese la base della sua esistenza. Fondamentale l’esempio ricevuto dalla mamma, Teresa Sassone, nel creare un’atmosfera familiare per una crescita sana del piccolo Luigi. ons. Novarese sperimentò, durante la permanenza negli ospedali, la carenza di una presenza e di un pensiero spirituale. Lo Spirito Santo, attraverso le richieste della Vergine a Lourdes e a Fatima, gli ispirò il CVS, una vocazione che unisce alla Passione di Cristo per santificarci e per M rispondere alle richieste della Vergine Santa di preghiere e penitenza per la conversione delle anime. Furono ancora Grazia e Fede a spingerlo ad indire un corso di Esercizi spirituali nel settembre 1952 ad Oropa (Biella), idea giudicata fuori dal comune anche dal clero, ma non per gli 18 L’ancora 4 2015 1952. I primi Esercizi spirituali a Oropa (Biella) e all’Ospizio Barbieri di Re (Vb) ammalati che vi parteciparono: erano i primi del CVS e dei Silenziosi Operai della Croce. Il salutare effetto all’anima dei 48 partecipanti, li indusse a chiedere subito un luogo più idoneo per gli Esercizi spirituali per persone con marcati limiti fisici... con tanto di colletta, in quel momento di 9.200 lire, e scelta anche del nome della costruzione: Casa “Cuore Immacolato di Maria”. Tutto ciò è più che noto... ma è bello ricordare assieme l’antefatto... che ci fa ripercorrere ricordi e avvenimenti importanti e fondamentali per consolidarci nella volontà e nella consapevole gratitudine al Signore. L’oggi: sessantaquattro stagioni degli Esercizi alla Casa “Cuore Immacolato di Maria”... aggiungendo i quattro anni all’Ospizio Barbieri di Re (Vb) perché lì si svolsero mentre si erigeva la Casa. L’8 dicembre 1952 mons. Novarese aveva convocato a Roma alcune persone per capire dove costruire la Casa di Esercizi spirituali: un benefattore di Novara, comm. Vaccarino, suggerì Re, in Val Vigezzo, con il suo bellissimo santuario dedicato alla Madonna del Sangue, ancora in costruzione. Monsignor Novarese la sera del 26 dicembre 1952 era già a Re. Prese ospitalità all’Ospizio Barbieri. Da Novara era giunto anche il benefattore. Il beato Novarese dal corridoio del secondo piano si affacciò alla finestra e vide un ampio spiazzo innevato e illuminato dalla luna. “Il posto è bello e accogliente... a ridosso della Svizzera... un’apertura verso l’Europa!”, pensò. Così nacque questa grande struttura che si presenta oggi all’ingresso del paese, una costruzione con nove piani e 134 camere, capace di ospitare tante persone ammalate e disabili. Tutto opera della Vergine Santa e dei pionieri “seminatori di speranza” che diffusero l’apostolato e il risultato oggi, sommando le presenze dal 1960 al 2014, è di duecentocinquemila partecipanti ai corsi di Esercizi spirituali. La capienza attuale della Casa oggi si è ridotta, in quanto sono state realizzate opere di ammodernamento ed è stata iniziata un’attività di Residenza Sanitaria Assistenziale, che si svolge al quinto piano: venticinque ospiti. Anche questo è un vissuto carismatico che si realizza nell’Associazione con la Lega Sacerdotale Mariana e il CVS. Un ausilio alle varie prove della vita terrena, nel corpo e nello spirito; un unico e indissolubile connubio che fa della persona fatta a immagine di Dio, una realtà di Corpo mistico e di Chiesa. Chi viene a Re percepisce subito, come un approdo dalla tempesta e dal mondo che fugge e sfugge, il richiamo dell’anima: si sale quassù per alimentare la fede, la speranza, la carità. ■ ‘‘ ‘‘ 1953. L’atto di consacrazione e la posa della prima pietra della Casa di Re. Il comm. Vaccarino firma l’atto. Accanto a lui mons. Gilla Gremigni, allora vescovo di Novara La Casa di Re, è un segno tangibile con cui l’Immacolata vuole gli Esercizi spirituali degli ammalati, vuole che siano gli annunciatori del piano della Croce, che siano apostoli... La Casa “Cuore Immacolato di Maria” è sorta per essere fucina di formazione spirituale degli ammalati, provenienti da qualsiasi parte del mondo, allo scopo di renderli strumenti efficienti nelle mani dell’Immacolata... un cantiere di formazione e specializzazione per i sofferenti, affinché siano dei “buoni” continuatori della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo... Gli Esercizi spirituali per ammalati sono la formula migliore che più di qualsiasi altra va in profondità per la formazione degli ammalati . (beato Luigi Novarese) 19 L’ancora 4 2015 informazione LA GIOIA DEL VANGELO NELLA STAGIONE DELLA SOFFERENZA Leonardo Di Taranto L’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di papa Francesco provoca anche i sofferenti e gli operatori della pastorale della salute a rileggere il proprio impegno di evangelizzazione nel mondo attuale. L’ evangelizzazione non può non interessare anche il mondo della pastorale della salute: essa costituisce la missione principale per coloro che sono mandati ad annunciare Cristo Gesù nei luoghi della sofferenza e a testimoniarlo con una vita evangelica di tenerezza e di comunione. Nel capitolo quarto dell’Esortazione apostolica vi sono interessanti provocazioni per gli operatori pastorali dei luoghi sanitari e del territorio. • “Evangelizzare è rendere presente nel mondo il Vangelo” (n.176): dove c’è un uomo che soffre, lì “deve” essere presente la Chiesa per annunciare il mistero pasquale della morte e della nuova vita di Cristo Gesù, per rendere credibile l’amore paterno e materno di Dio per gli uomini, per illuminare il mistero della sofferenza e della malattia con la luce della Risurrezione. • “Lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere e sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impe- netrabili” (n.178): nell’ultima cena Gesù aggiunge un compito “originale” che spesso in questi ultimi tempi sono affidati alla Madonna: Maria che scioglie i nodi e di cui è molto devoto papa Francesco. Lo Spirito Santo è l’attore principale cui possiamo rivolgerci nei momenti delicati della nostra vita per essere aiutati a “sciogliere i nodi delle vicende umane ancora più complesse e impenetrabili”. • “Il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo” (n.182). La re- ligione non può rinunziare alla sua dimensione sociale, perché l’uomo è un essere in relazione, una persona che si rapporta con l’altro: una fede vissuta a livello personale che non allarga i suoi orizzonti a quelli della società e della comunità ecclesiale non è autentica, va messa in discussione per la mancanza di reali ricadute nella vita quotidiana. • “Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità” (n.183). Il problema dell’ecologia da alcuni anni si va imponendo all’attenzione della Chiesa come realtà della creazione fatta da Dio. Anche la pastorale della salu- te lo considera come un nuovo settore del proprio servizio, perché è chiamata ad educare la comunità cristiana al rispetto e all’uso saggio della Terra. • “Ci scandalizza il fatto di sapere che esiste cibo sufficiente per tutti e che la fame si deve alla cattiva distribuzione dei beni e del reddito. Il problema si aggrava con la pratica generalizzata dello spreco” (n.191). Il Papa fa suo il grido di dolore dei vescovi brasiliani che denunciano la realtà assurda di un mondo diviso tra chi soffre per malattie derivanti dal troppo cibo e chi mette in pericolo la sua esistenza per la mancanza di cibo sufficiente per la sua sopravvivenza. Perciò la Chiesa non può rimanere inerte dinanzi a questo enorme scandalo e deve sollecitare i capi delle Nazioni a superare l’orizzonte del nazionalismo delle proprie preoccupazioni e ad allargare gli interessi a quei popoli che soffrono ancora la fame e sono colpiti da numerose malattie derivanti dalla denutrizione dei suoi abitanti. • “L’imperativo di ascoltare il grido dei poveri si fa carne in noi quando ci commuoviamo nel più intimo di fronte al dolore altrui” (n.193). La prima fase della risposta allo scandalo della fame è quella di far arrivare al “nostro cuore” il grido di chi soffre; dopo segue la successiva, di trasformarlo in progetto e proposta concreti per aiutare fattivamente chi soffre la povertà in tutti i sensi. L’individualismo edonistico pagano dei primi secoli del cristianesimo – affer- ma il Papa – ha spinto i Padri della Chiesa ad esercitare “una resistenza profetica, come alternativa culturale”. Anche oggi i cristiani hanno il dovere morale di proporre ed attuare politiche alternative di solidarietà, di condivisione e di cambiamento della realtà problematica odierna. Gli operatori della pastorale della salute hanno la missione di educare i malati ed i sani ai valori della comunione. • “Il criterio-chiave di autenticità che (gli Apostoli) gli (a Paolo) indicarono, fu che non si dimenticasse dei poveri (cfr. Gal 3,10). Questo grande criterio... ha una notevole attualità nel contesto presente, dove tende a svilupparsi un nuovo paganesimo individualista” (n.195). Nella categoria dei poveri oggi si inseriscono a ragion veduta anche i malati; quindi anche la cura di essi diventa uno dei criteri-chiave per definire la verità della sequela del Vangelo. Prendersi cura dei malati, dei loro familiari e dell’intera comunità parrocchiale o ospedaliera appartiene ad un settore trasversale della pastorale della Chiesa: tutti i battezzati sono chiamati 21 L’ancora 4 2015 a curare le membra sofferenti del corpo mistico di Cristo. • I poveri “hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le loro sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” (n.198). Da anni la Chiesa italiana afferma che i malati sono, oltre che oggetto, anche soggetto dell’evangelizzazione. Papa Francesco, tra gli altri motivi per legittimare il loro ruolo nella comunità cristiana, aggiunge anche quello di poter diventare nostri maestri delle lezioni apprese alla scuola del dolore e del Crocifisso, perché “conoscono il Cristo sofferente”. È risaputa l’affermazione della prima Nota della CEI sulla pastorale della salute: i malati non potranno evangelizzare se prima non sono stati fatti oggetto dell’amore. • “La peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, informazione la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede” (n.200). Se come credenti non lo facciamo, li offendiamo doppiamente, perché oltre ad essere privati dei beni economici, li lasciamo anche senza gli aiuti spirituali. È un discorso da fare anche in ambito ospedaliero: la mancanza di salute e di certezze del futuro non può essere accompagnata anche e soprattutto dalla privazione dell’accompagnamento pastorale e dalla proposta dei sacramenti della Grazia divina. • La “difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo” (n.212). È la ripetizione della condanna dell’aborto che la Chiesa rinnova continuamente. Questo atto è utile, ma insufficiente se non viene accompagnato da progetti di presenza affettuosa e di accompagnamento spirituale della donna interessata. Sappiamo bene che alla base di tale scelta dolorosa può esserci una varietà di motivazioni, anche quelle della solitudine, della condanna, della disperazione. Perciò i cristiani sono chiamati a distinguersi nella lotta all’aborto proprio nelle proposte concrete di difesa della vita concreta e della persona interessata e coinvolta nel dramma. • “Anche il dialogo tra scienza e fede è parte dell’azione evangelizzatrice che favorisce la pace” (n.242). Nel mondo della medicina e delle istituzioni sanitarie, dove si coltivano la ricerca, la diagnosi e la cura dei pazienti, si propone il dialogo tra scienza e fede (n.242), che non sono assolutamente incompatibili tra loro, 22 L’ancora 4 2015 ma possono confrontarsi nel rispetto reciproco e nella riconoscenza dell’importanza dell’una e dell’altra. L’assistenza spirituale e il servizio religioso nella Chiesa si collocano nell’ottica dei contributi specifici che questa può offrire al processo terapeutico dei pazienti. ■ (scritto tratto dal libro “La “gioia del Vangelo” nella stagione della sofferenza di Leonardo Di Taranto, Edizioni CVS, Roma 2014) LECTIO inascolto UN SOFFIO È LA MIA VITA Mauro Orsatti L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. [...] Ricòrdati che un soffio è la mia vita (Giobbe 7, 1-4.7). Se « mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba». Il dramma di Giobbe si concentra in questo stato di prostrazione, senza la chiara prospettiva di una mano amica che si allunghi verso di lui per invitarlo a sollevarsi. Gli mancano anche le piccole consolazioni che danno un attimo di tregua e una boccata di ossigeno nel grigiore della vita, come la conclusione della fatica per lo schiavo che a sera può ave- re un momento di riposo o la paga che rende tollerabile il mestiere del mercenario. L’esistenza di Giobbe assomiglia a un affresco giottesco, privo di “Non leggete il libro di Giobbe... prospettiva e completamente piatto sulla parete. Manca la se subito dopo intendete possibilità di aprirsi a un futornare alle vostre mode. turo che laceri la cortina del Lasciatelo piuttosto al futuro oppure al silenzio delle biblioteche”. tempo e gli apra uno squarcio sull’eternità. Vladimir Ul’janov Lenin Buio, incertezza, inquietudine 27 L’ancora 4 2015 inascolto mette in discussione l’uomo, ma ancora più mette in discusCi vuole debolezza per le sione Dio. ragioni del cuore. Alla fine del libro, Giobbe riÈ necessario un punto sguarnito solverà il suo problema rimetdel potere, dove possa insinuarsi, tendosi a Dio, buttandosi nelle perlomeno, la nostalgia. sue braccia. Abbandonarsi a Vi è una breccia infinita nel cuore Lui nel momento di dolore non di Dio, mentre troppo piccola è una via di fuga, ma sapienza è l’apertura da cui scorre il tuo amore. del cuore che insegue le tracce Molesto è il ragionare di colui che può, lieto il gedi Dio nella storia. Per il momento Giobbe rimane il portasto di chi è presente nella debolezza: fragilità onnivoce di tutti gli afflitti della potente dell’amore . terra, di tutti coloro che non Tratto da “Il dolore fa male (l’amore invece no)”, sembrano trovare risposta o siRoma, Edizioni CVS, 2013. gnificato al loro dolore. Quel grido lacerante che attraversa la storia, troverà eco sono stati d’animo che tutti, che solo può sollevare l’uomo e accoglienza nella mano tesa prima o poi, sperimentiamo. dalla sua prostrazione. Giobbe da Gesù a tutta l’umanità sofA volte hanno la durata del è convinto che Dio c’entra con ferente. ■ lampo, altre volte permangono la sua sofferenza – come una bassa pressione che se non altro perché non accenna a cambiare. la permette – ma La cupa situazione trova uno è altrettanto conspiraglio di speranza in quel vinto che solo Lui supplice «ricòrdati» rivolto a rimane l’unica via Dio. Una parola semplice, quo- di uscita. Dire che tidiana, eppure grondante di Dio non guarda la tutta la forza della supplica sofferenza è uguale che, se non altro, ha il meri- a negare l’esistenza to di essere indirizzata a Colui di Dio. La sofferenza ‘‘ ‘‘ PER LA RIFLESSIONE PERSONALE NALE E DI GRUPPO 1. Imparo da Giobbe a rivolgermi a Dio con una preghiera varia, che in alcuni momenti diventa anche sfogo, pone domande, manifesta dubbi? Il colloquio amoroso con Dio non disdegna anche questi stati d’animo. Esattamente come quando si parla tra amici. Ne sono convinto? 2. Sono capace di accendere una luce di speranza anche in situazioni tenebrose? Lo faccio per me? Aiuto pure gli altri? Quando l’ultima volta? 3. Quando sono in gruppo o parlo con gli altri, sono attento al positivo, sono cantore del bello e del buono, oppure suono sempre la musica del lamento e del negativo? 4. Quanto mi sono di aiuto i momenti belli e sereni della mia vita? Li richiamo nelle situazioni difficili e dolorose, quasi fossero un deposito di energia, cui attingere nei momenti di bisogno? 28 L’ancora 4 2015 CELEBRAZIONE inascolto PER UNA SPERANZA VIVA Giovanna Bettiol Celebrazione penitenziale o Adorazione Eucaristica Canto e introduzione del celebrante. I momento: La beata Speranza Lettore: L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. [...] Ricòrdati che un soffio è la mia vita (Giobbe 7, 1-4.7) Celebrante: Tanta gente è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza, l’invito è quello di prepararsi, per quando verrà il buio: esso verrà, forse non come a Giobbe, tanto duro, ma avremo un tempo di buio tutti. Perciò occorre preparare il cuore per quel momento (papa Francesco). Lettore: Un aspetto fondamentale nella spiritualità associativa, la beata speranza! La conclusione della Croce non è il venerdì santo, ma la Pasqua di Risurrezione. Insistiamo sul ritornello finale: “Ma il terzo giorno risorgerà”. La consolazione dello Spirito, che spinge il sofferente a testimoniare la gioia della sua vocazione e missione, e la promessa della Madonna a Lourdes e a Fatima ai piccoli veggenti, cioè la sicurezza del Cielo, anche se avrebbero avuto tribolazioni nel mondo, portano a questa prospettiva di speranza. (beato Luigi Novarese) Momento di riflessione silenziosa, preceduta da alcuni segni che vengono portati all’altare: un cuore, un mattone e un grande pacco, e viene letto quanto segue. Lettore: È questa la caratteristica dei Volontari della Sofferenza e di tutti i cristiani che testimoniano in tal modo il loro amore alla vita, la voglia di vivere, di realizzarsi, di operare per la costruzione del Regno, la coscienza dei propri doni. Celebrante: Insieme preghiamo il Salmo 125. Tutti: Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. Allora si diceva tra i popoli: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni. 29 L’ancora 4 2015 CELEBRAZIONE inascolto Canto. Se pensiamo di fare un’Adorazione Eucaristica, in questo momento viene esposto Gesù Eucarestia, e segue il II momento (altrimenti dopo il canto si passa subito al II momento). II momento: per una nuova Speranza Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che risvegli i nostri cuori distratti e ci aiuti a fissare la nostra attenzione su ciò che è essenziale nella vita. Celebrante: Cosa è essenziale per noi? Momento di riflessione silenziosa e personale. Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che continui a scomodarci. Spesso, fare il bene è possibile solo se usciamo da questi posti caldi e comodi che ci siamo costruiti e in cui ci troviamo bene. La presenza di Dio ci faccia mettere in cammino, alla ricerca della sua volontà. E sappiamo già dove trovarlo: in chiesa, nella preghiera, ma non sempre basta se non riusciamo a trovarlo nelle persone che ci vivono accanto. Celebrante: Siamo in cammino? Stiamo cercando Dio? Momento di riflessione silenziosa e personale. Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che cambi i nostri progetti, i nostri itinerari che portano solo a trovare noi stessi e le nostre soddisfazioni. Il centro non siamo noi con le nostre esigenze, il centro è Lui. Ci aiuti a riporre la nostra fiducia non in ciò che possiamo e sappiamo fare, ma nelle grandi cose che Lui realizza in noi. Celebrante: Abbiamo più fiducia in Dio o in noi stessi? Quanto ci abbandoniamo alla sua azione? Momento di riflessione silenziosa e personale. Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che metta in crisi le nostre certezze e ci tolga ogni nostra abitudine. La fede può diventare un’abitudine, anche la preghiera, la carità, l’amore. Celebrante: Rinnoviamo e manteniamo viva e forte la nostra fede? Momento di riflessione silenziosa e personale. Lettore: In questo tempo di Pasqua domandiamo a Dio che si ricordi di noi, come il grido di Giobbe. Anche le nostre piccole storie nascono da Dio e contengono il seme dell’amore di Dio. Siamo chiamati a viverle con i loro momenti di buio e di incertezza. Celebrante: Siamo convinti che solo Dio rimane la più importante via da seguire per superare ogni nostra difficoltà, sofferenza? Momento di riflessione silenziosa e personale. Padre nostro. Celebrante: Ci rivolgiamo a te Maria, diventata Madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio del sabato santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino! (Spe Salvi, Benedetto XVI) Benedizione eucaristica e canto finale (o semplicemente il canto finale). 30 L’ancora 4 2015 ■ indialogo La rubrica intende offrire preziose testimonianze dei nostri lettori circa le grazie ricevute attraverso l’intercessione del beato Luigi Novarese e dei nostri “seminatori di speranza”: autentici apostoli dei sofferenti, cuori aperti verso Dio e verso i fratelli, anime protese ad evangelizzare il mondo dell’umano ll’umano patire. Grazie... SU GRAZIE a cura di Felice Di Giandomenico Te Testimonianza di grazia ricevuta dalla Serva di Dio Anna Fulgida Bartolacelli, Silenziosa Operaia della Croce, Montagnana (Modena), 6 marzo 1987. Gentili lettori, se volete scriverci: Silenziosi Operai della Croce Direzione Generale Via di Monte del Gallo 105 00163 Roma [email protected] indialogo CONFEDERATI SIGNIFICA FORTI Izabela Rutkowska Il beato Luigi Novarese e san Giovanni Paolo II volevano che il Centro Volontari della Sofferenza sorgesse ed estendesse il suo apostolato in Polonia. Oggi, possiamo dire che il loro sogno si è concretizzato, divenendo un’Associazione rivolta a tutti gli ammalati e ai disabili di questa nazione. Polonia è un fertile terreno per il CVS: la sua spiritualità mariana, l’insegnamento di papa Wojtyła, l’amore per Cristo e la sua croce continuano a rappresentare salde fondamenta gettate per la promozione dell’Opera di monsignor Luigi Novarese e di sorella Elvira Myriam Psorulla. Ben dieci diocesi hanno aperto la loro porta al CVS, accogliendo oltre 50 Gruppi d’Avanguardia con più di 1500 iscritti che incarnano il carisma del beato Novarese e con entusiasmo svolgono l’apostolato a favore delle persone sofferenti. Dal 20 al 22 febbraio scorso, presso la Casa dei Silenziosi Operai della Croce a Głogów, si è svolta l’Assemblea nazionale del CVS polacco. Questa è stata l’occasione per condividere le La varie esperienze dell’attività realizzata e presentare le modalità specifiche di lavoro, mettendo in comune non solo le buoni prassi ma anche le problematiche che emergono negli incontri diocesani e durante l’agire di tutti i giorni. Tra gli altri ai lavori hanno partecipato il Moderatore Generale dei Silenziosi Operai della Croce don Janusz Malski, il Presidente della Confederazione CVS Internazionale, don Armando Aufiero, il vescovo della diocesi Zielonogórsko-Gorzowska, Sua Eccellenza Stefan Regmunt. Quanto hanno trasmesso con le loro relazioni e durante gli interventi ha teso a sottolineare come la Chiesa in Polonia rappresenta una cellula viva della Chiesa Universale. Un momento importante è stato quel- 3322 L’an ancora anco cora co ra 4 2015 2015 lo dedicato alle elezioni del Consiglio Nazionale del CVS polacco. Sono stati eletti: Responsabile nazionale Zdzisław Waszkiewicz di Gdan’sk; Rappresentante dei Silenziosi Operai della Croce sorella Ewa Figura; Assistente spirituale don Radosław Horbatowski. Durante l’Assemblea tutti i membri convenuti hanno partecipato alle ore di preghiera comune, alle adorazioni eucaristiche, alle Sante Messe e ai ricchi momenti di dibattito. Questa esperienza di condivisione ha indicato la necessità di essere confederati. Anche i Responsabili dei CVS di alcune diocesi non ancora confederate hanno espresso la volontà di volerlo fare al più presto. “E facile rompere un fiammifero – ha affermato fratel Roman Płatek, SOdC di “vita in famiglia” –. Ma per romperne dieci tutt’insieme, allora è più difficile. Ecco perché essere confederati significa essere forti”. Durante la tre-giorni a Głogów si è avvertito un grande spirito di fraternità e amicizia, consapevoli di lavorare tutti nella vigna del Signore. Infatti ancora troppi fratelli e sorelle brancolano nel buio del dolore e della disperazione e aspettano il nostro aiuto, il nostro conforto, una parola nuova di Resurrezione. ■ La Casa di Głogów Nella casa “Salute degli Infermi” a Głogów in Polonia si organizzano soggiorni di due settimane per le persone che vogliono recuperare le forze fisiche e spirituali. Oltre ai numerosi trattamenti fisioterapici e massaggi, la Casa mette a disposizione una palestra, una grotta di sale e l’ippoterapia. I partecipanti possono vivere durante il soggiorno gli Esercizi spirituali che aiutano a scoprire il senso della propria vita segnata dalla disabilità o dalla malattia. L’Eucaristia, l’Adorazione del Santissimo Sacramento, i pellegrinaggi, la condivisione in gruppi e le lezioni sulla spiritualità permettono di arricchire la propria vita spirituale. Serate divertenti, con balli, falò, gite, proiezioni di film, ecc. danno la possibilità di allacciare nuove amicizie e trascorrere del tempo in allegria. 33 L’ancora 4 2015 indialogo EUTANASIA PER SCOOP Maurizio Faggioni La vicenda “confessata” da un Caposala a “Repubblica” sembra piuttosto rientrare nella semplice, legittima e moralmente ineccepibile, strategia di rifiuto concordato dell’accanimento da parte dei sanitari in perfetto accordo con i familiari. Resta il dubbio: perché insinuare una pratica eutanasica? se fosse così, se questa fosse la realtà degli ospedali italiani, sarebbe uno scenario terrificante. Nascosto dall’anonimato, un Caposala dell’ospedale fiorentino di Careggi, o almeno uno che si dichiara tale, ha confessato a “Repubblica” di essere stato testimone di ripetuti episodi che lui chiama, indistintamente, di eutanasia. Immediata la reazione di Luigi Marroni, assessore regionale per il diritto alla salute: “In Toscana si rispettano le leggi... Di eutanasia nelle nostre strutture non se ne parla neppure”. Non abbiamo elementi per verificare la fondatezza delle rivelazioni del sedicen- Ma te Caposala, ma possiamo fare qualche valutazione sulle sue dichiarazioni come sono state riferite dalla stampa. Secondo il Caposala alcuni medici di Careggi, sollecitati dai familiari, e con il consenso o il silenzio dei colleghi e del personale infermieristico, compirebbero atti contro la legge sopprimendo i malati in modo nascosto, con una “eutanasia silenziosa”. Gli esempi che vengono portati, in effetti, equivocano su che cosa sia davvero eutanasia e su quali terapie un medico sia obbligato per legge a prestare. Da quello che dice si potrebbe pensare che egli lavori in una terapia intensiva. Un uomo di 34 L’ancora 4 2015 54 anni cardiopatico arriva al reparto con un grave edema. Dopo due giorni di tentativi terapeutici è chiaro che “non ci sono spiragli”. Se si insiste con le terapie iniziate andrà avanti per qualche giorno, al massimo due settimane. I medici, d’accordo con i familiari, decidono di non insistere. Se le cose stanno così questa non è eutanasia, neppure eutanasia passiva. La sospensione di una terapia o di un sostegno tecnico che si rivelassero inutili di fronte al precipitare del malato verso una morte inevitabile, così come la decisione di non iniziarli affatto, quando la si- tuazione fosse da subito chiaramente senza speranza, non sono forme di eutanasia. L’insegnamento cattolico su questo punto è esplicito (basti vedere il Catechismo al n. 2278). Il Codice di deontologia medica del 2014 all’art. 16 afferma che un medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere di per sé “un comportamento finalizzato a provocare la morte”, espressione con cui viene indicata l’eutanasia. Insomma i medici che si accorgono di scivolare nell’accanimento devono fermarsi. La legge vigente in Italia non obbliga certo i medici ad accanirsi. Una buona medicina non si ostina in atti inefficaci o, peggio, destinati soltanto a prolungare, spesso penosamente, la fase terminale di una malattia. Far credere alla gente che i medici siano obbligati all’accanimento o a praticare ogni terapia disponibile, significa creare allarme e timori infondati e serve a manipolare l’opinione pubblica per renderla incline ad accetta- re l’introduzione dell’eutanasia, quella vera, in Italia. Far credere che per essere sicuri di essere lasciati morire con dignità occorra fare il cosiddetto testamento biologico non corrisponde a verità. Il soggetto ultimo delle decisioni, se è consapevole, è il paziente stesso e, quando egli non potesse decidere, le dichiarazioni anticipate di trattamento potrebbero essere utili per orientare i medici e familiari o altri incaricati di prendere decisioni, ma il punto è se una persona possa ragionevolmente decidere di darsi la morte. Lasciar morire quando non c’è più niente da fare è atto di umanità autentica, dare direttamente la morte, anche se richiesti, è atto contro la persona e il rispetto della persona è fondamento del convivere civile. Il capitolo del dolore è, senza dubbio, il capitolo più inquietante per tutti noi. Il dolore si può forse sopportare con 35 L’ancora 4 2015 grande forza d’animo. Si può dare senso al dolore in una prospettiva di fede. Resta il dramma del dolore che supera l’umana capacità di sopportazione e che deve essere tolto o attenuato in modo sensibile, dispiegando ogni mezzo terapeutico a disposizione: le cure palliative contribuiscono alla umanizzazione della morte e – aggiunge il Catechismo al n. 2279 – sono atti di carità disinteressata. Occorre forse un impegno ancora più deciso, dal punto di vista delle risorse impiegate e della cultura medica, nell’ambito della medicina palliativa. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire un processo naturale: il loro scopo non è, pertanto, quello né di accelerare né quello di differire la morte, ma quello di preservare la migliore qualità di vita possibile nel momento in cui la vita declina sino alla fine. ■ indialogo GLI ESERCIZI SPIRITUALI DI PAPA FRANCESCO Alessandro Anselmo Il Santo Padre ha praticato gli Esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio come ogni anno fanno gli aderenti al Centro Volontari della Sofferenza. P apa Francesco insieme ai cardinali e ai vescovi della Curia romana ha partecipato agli Esercizi spirituali per la Quaresima che si sono svolti dal 22 al 27 febbraio ad Ariccia, in provincia di Roma, nella Casa Divin Maestro gestita dai Paolini. “Servitori e profeti del Dio vivente” è il tema delle meditazioni che quest’anno sono state tenute dal carmelitano padre Bruno Secondin, docente ordinario emerito di Spiritualità moderna e Fondamenti di Vita spirituale alla Gregoriana. Come spiegato dallo stesso Secondin alla Radio Vaticana, le meditazioni hanno presentato una lettura pastorale del profeta Elia, una delle più grandi figure dell’Antico Testamento, difensore della fedeltà a Dio contro gli idoli. Seguendo il Valleluogo di Ariano Irpino. Don Luciano Ruga con un gruppo di bambini durante gli Esercizi spirituali (2006) cammino del profeta, il carmelitano ha riflettuto sull’autenticità della fede, sulla necessità di “ritornare alle radici” e avere il coraggio di “dire no all’ambiguità”, passando “dagli idoli vani alla pietà vera”, “dalla fuga al pellegrinaggio”. Gli Esercizi spirituali li conosceva bene anche il beato Luigi Novarese che per primo ha dato inizio a un’esperienza che nessuno aveva mai tentato prima: organizzare corsi di Esercizi spirituali per i disabili. Aiutare i sofferenti, significa prendersi cura anche della loro dimensione spirituale. Monsignore aveva capito l’enorme importanza che riveste il mondo interiore dell’ammalato nel determinare il suo atteggiamento nei confronti della malattia. Per questo ha deciso di occuparsene delineando nei suoi scritti l’itinerario di una pedagogia rivolta alla formazione spirituale degli infermi secondo il metodo tradizionale degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola (14911556), spagnolo, il quale fondò nel 1534 la Compagnia di Gesù e fu proclamato santo nel 1622. Spiega lo stesso sant’Ignazio nell’introduzione al suo volume “Esercizi spirituali”: “Con Esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Come, infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano Esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”. Il beato Novarese racconta sul numero dell’Ancora di maggiogiugno 1956 la prima esperienza di Esercizi spirituali del CVS: “Una scoperta: gli Esercizi spirituali per ammalati erano una necessità forse più impellente che non per i sani. Nel 1952 si decide di fare il primo corso con un numero limitato di ammalati: con tutte le prediche proprie degli Esercizi. Si va ad Oropa con 48 infermi, di cui 18 barellati. Si fanno i primi Esercizi per ammalati, trasportati in località isolata. L’esito è stato sorprendente. Sono gli ammalati che insistono a chiedere di continuare gli Esercizi. E hanno ragione. Essi vivono isolati, non hanno le comodità come i sani di accostarsi ai sacramenti: è quindi una iniziativa da continuarsi. Da Oropa si passa a Re nel 1953”. Da Oropa inizia così un faticoso impegno da parte di Monsignore, sorella Myriam e l’Associazione per garantire ogni anno agli ammalati e ai sani gli Esercizi spirituali: dal 1960 a Re, (VB) presso la casa “Cuore Immacolato di Maria”, dal 1988 nella Casa “Mons. Luigi Novarese” di Valleluogo (Ariano Irpino) e dal 1994 presso il centro “Francesco e Giacinta Marto” a Fatima, in Portogallo. Scrive Novarese sull’Ancora di agosto-settembre 1955: “Gli Esercizi spirituali agli ammalati sono necessari, più forse che non ai sani. Sono necessari perché soltanto nella visione chiara della fede è possibile rispondere agli angosciosi interrogativi del dolore, perché soltanrazia santito nel piano della Grazia ficante l’ammalato acquista la propria perfetta funzionalità. Sono necessari perché i sofferenti non hanno la libertà che hanno i sani di poter accedere ai sacerdoti quando lo desiderano, oppure quando ne sentono il bisogno. Per essi la libertà della scelta dello strumento della Grazia di Dio è molto difficoltosa. Ed ecco allora la grande necessità di far evadere gli ammalati dal proprio ambiente, la necessità di istruirli sulle grandi verità eterne per rimandarli poi alle proprie abitazioni con il cuore sereno, gioioso perché hanno finalmente compreso che la malattia non è poi una grande disgrazia, non solo non paralizza l’attività delle persone, ma può costituire anche una vera vocazione”. Il beato Luigi Novarese ha avuto questa intuizione negli anni Cinquanta, in un periodo in cui il coinvolgimento ecclesiale e pastorale del malato era prati- 37 L’ancora 4 2015 Mons. Novarese e sorella Elvira nel parco della Casa “Cuore Immacolato di Maria” di Re P camente nullo. “Il nostro Padre Fondatore – spiega don Remigio Fusi nel libro “Gli Esercizi spirituali per i sofferenti” Edizioni CVS) – ha avuto il merito di aprire nella Chiesa il cammino di coinvolgimento della persona del malato, aiutandolo a valorizzare la propria sofferenza per il bene della Chiesa e della Società. Egli vedeva nel malato non ciò che poteva ricevere dagli altri per i propri bisogni, ma le potenzialità e quindi ciò che poteva dare lui stesso per i bisogni della Chiesa e per la costruzione del Regno di Dio, a cui partecipa attivamente ogni cristiano. È questo l’impegno fondamentale di ogni credente. Perché escludere e fare degli sconti speciali per i sofferenti?”. Alla luce del suo insegnamento, possiamo definire gli Esercizi spirituali per gli ammalati un tempo “in cui prendere decisioni importanti che mettano ordine alla propria vita, vincendo i condizionamenti del mondo e uscendo dagli affetti disordinati”. ■ indialogo DONNE UMILIATE Cristiana Dobner Una donna occidentale che guarda le donne dell’Isis, quale reazione può avere in se stessa? Un impeto di sdegno è la prima reazione, forse incontrollata ma reale, uno sdegno colmo di dolore e, quasi, di incredulità. realtà storica, che ogni giorno ci interpella e sconvolge, inquieta e costringe ad una riflessione che, se non deve passare per i canali dell’emotività, tuttavia non può dimenticare o annullare quelli della sensibilità. A maggior ragione quando è in gioco una sensibilità femminile che posa il suo sguardo sulle donne, con cui condivide il percorso esistenziale anche se in nazioni diverse, appartenenti a mentalità differenti. Una donna occidentale che guarda le donne dell’Isis, quale reazione può avere in se stessa? Un impeto di sdegno è la prima reazione, forse incontrollata ma reale, uno sdegno colmo di dolore e, quasi, di incredulità. Pare quasi impossibile che degli uomini, dove si intenda dei maschi, si dimostrino tanto poco persone e così barbari con le donne. Resta da vedere se il denominatore cambia: La Malala Yousafzai se si trattasse delle loro madri, sorelle o spose, si comporterebbero allo stesso modo? Non ho modo di verificare e, siccome la speranza è proprio l’ultima ad essere sconfitta, un filo forse rimane ancora intatto. I maschi Isis adottano le loro tecniche bellicose con le donne nemiche? Sono nemiche delle piccole bambine che contano sette o otto anni e vengono consegnate ad un uomo che passa la trentina o la quarantina ad uso... moglie? Oppure imbottite di esplosivo e fatte saltare in aria? Se così è, il confine dell’umano ormai è valicato. Sono nemiche delle inermi studentesse, che non chiedono altro che di poter uscire da un’ignoranza secolare e stare al mondo da persone che sappiano pensare e comunicare? Una volta rapite dove si trovano? Quale il loro quotidiano, gravido di dolore e di figli né voluti né attesi con gioia? Donne violate e conside- 38 L’ancora 4 2015 rate solo fattrici, umiliate nella loro femminilità per far prevaricare una forza ideologica che si rivela violenza allo stato puro. Donne che sono costrette a condividere la loro esistenza con altre donne, dette mogli, in uno stato di poligamia che non può donare stabilità affettiva, amore, senso e progetto alla vita di coppia. Lo sguardo di me donna si posa però anche su altre donne musulmane: Malala che, giovanissima, ha saputo cogliere il centro motore di ogni evoluzione della donna e ha combattuto pagando di persona. L’ignoranza, in cui viene mantenuta la donna, costituisce la vera prigione da cui non potrà mai uscire perché gliene mancheranno gli strumenti. Malala è una giovane donna, insieme fragile e di acciaio, che non ha deposto le sue armi silenti e costruttive quando è stata assalita da armi fragorose e dilanianti. Una testimone che contagerà e aiuterà le sue connazionali a ribellarsi e a forgiare una nuova generazione. E poi, la regina Rania, di elevata classe sociale indubbiamente MILIATE e con un altro bacino di ascolto, che sa imporsi sulla scena musulmana non solo per la sua bellezza e la sua classe ma per l’intelligenza delle sue proposte e la sua evidente emancipazione legata al suo mondo musulmano. Queste donne, insieme ad altre emergono. Che dire del sottobosco? Di tutte le donne anonime che mai conosceremo e sferrano la loro battaglia con mani nude per difendere la loro dignità e per poter progredire? L’eco risuona e non può non proporre una novità che sarà dirompente e vincerà la furia di chi, crudele e dissennato, si lascia avvincere da bandiere sventolate e cortei pseudo trionfali. Nel mondo musulmano vivono anche tante donne cristiane che vengono calpestate continuamente. E infine, Asia Bibi la cui voce diventa sempre più flebile, quanto più si allunga un’ingiusta prigionia. Donne cui non viene riconosciuta la più elementare libertà: quella della fede. I diritti per cui ci si è battuti in nome della dignità della libertà del pensiero vengono irrisi e soffocati nel sangue. Le brutalità di cui veniamo a conoscenza, spavalda diffusione, perché costantemente ostentata, sono raccapriccianti. Tuttavia, sembrano cadere nel vuoto perché continuano a ripetersi, senza sosta. Donne e piccole bambine costrette ad abiurare per salvare la vita e ritrovarsi nei mercati e vendute come bestiame per pochi dollari. Quale la loro vita in mano a chi le ha comprate? Non sono interrogativi retorici, senza fondamento o solo possibilisti. Sono interrogativi laceranti: è sufficiente scorrere qualche immagine e vedere le lunghe colonne delle donne velate di nero, incatenate ed esposte al ludibrio di un’asta. Il foro boario è più serio e controllato. Se la dignità della donna è cancellata, dove si trova quella del com- Asia Bibi La regina Rania di Giordania Foto a sinistra: Donne condotte al mercato per essere vendute e bambine/schiave soldato pratore? Il gesto si qualifica da sé. Totalitarismo, fondamentalismo, non portano che a questi eccessi, dove i confini della decenza e del rispetto ormai sono stati cassati e al loro posto è stata imposta una pseudo etica. L’orrore che coglie non è generico o generale, ogni volta che una donna viene umiliata, tutte le donne vengono umiliate, indipendentemente dal colore della loro pelle, della loro nazionalità, della loro fede religiosa. ■ Perché distrugge la propria storia? Prima le statue e i manufatti del museo di Mosul, poi il prezioso sito archeologico di Nimrud, a poche decine di chilometri dall’attuale roccaforte in Iraq del Califfato islamico di Abubakr al Baghdadi. Continua a scatenarsi la cieca furia distruttrice dell’Isis, talmente insensata da diventare in questi casi “autodistruttrice”. Perché accanirsi contro le proprie radici e la propria storia significa in qualche modo negare se stessi. La storia dell’umanità infatti ci insegna che non c’è alcuna possibilità di futuro senza accettazione e preservazione della memoria. Persino quando questa comportasse il peso di “cicatrici” incancellabili e imbarazzanti, come mostra la recente storia europea. Non ci può essere futuro senza custodire ed interpretare le orme dei padri, lasciate durante secoli di civiltà, tradizioni ed arte, ispirati anche dalla fede religiosa. noicvsNOIcvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvsNo Bertilla Antoniazzi (1944-1964), venne colpita a otto anni da un’endocardite reumatica, che la costrinse a numerosi ricoveri in ospedale. Maturò un intenso spirito di preghiera d’intercessione, cercando di offrire ogni momento della sua vita a Dio UNA CORSA VERSO IL CIELO Franco Pepe Si è chiuso nella diocesi di Vicenza la prima fase del processo di canonizzazione della Serva di Dio Bertilla Antoniazzi, iscritta al Centro Volontari della Sofferenza, distintasi per carità e virtù evangeliche. Il vescovo Beniamino Pizziol lo ha annunciato in Duomo il 25 marzo 2015 nel corso di una Messa solenne. volo di Bertilla verso gli altari procede leggero. Le sue ali profumano di santità. Il suo sorriso è un’idea di Paradiso. La sua vita resta come messaggio divino da portare sulla Terra per insegnare a donarci agli altri. Il tribunale ecclesiastico ha concluso i lavori iniziati l’8 febbraio dello scorso anno nell’ospedale di Vicenza dove si compì la sua epopea cristiana, nella ricorrenza della Giornata Mondiale del Malato. IL Ora la bambina diventata donna con l’innocenza del cuore potrà coronare in Cielo il sogno cullato in una breve vita diventata rosario di sacrificio e missione d’amore. Il Tribunale ha ascoltato 27 testimoni e esaminato 30 testimonianze scritte pochi mesi dopo la morte di Bertilla da persone che avevano condiviso con lei i giorni del ricovero nell’ospedale di Vicenza, conoscendone da vicino lo sguardo radioso, la parola ispirata, il 40 L’ancora 4 2015 pensiero rivolto al tabernacolo, il sostegno morale come energia carpita alla sofferenza. Nel processo sono state inserite anche testimonianze molto più recenti di grazie ricevute nel Nord e al Sud d’Italia, che si riferiscono in particolare a bambini nati in situazioni cliniche ritenute impossibili, proibitive, dopo le preghiere di intercessione elevate verso Bertilla da giovani genitori che hanno avuto fiducia in lei. Ora tutti i documenti snoicvsNOIcvsnoicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs ‘‘ La mia vocazione è di fare l’ammalata e non ho tempo di pensare ad altre cose! ‘‘ verranno trasmessi in Vaticano a Roma, alla Congregazione delle Cause dei Santi, per i passi successivi. Tutti i testimoni sono stati concordi nell’affermare che Bertilla, oltre essere un fulgido modello di virtù cristiane, non si lamentò mai per il suo stato di perenne malata, che sapeva trasmettere a tutti serenità, gioia, vicinanza, che aveva un’anima colma di fede, che amava pregare facendo della preghiera una dolce violenza verso il Cielo perché ricadessero sugli altri le grazie e la protezione di Dio, che per gli altri malati fu straordinaria ancella del Signore, singolare figura di carità, giovane e fragile come era ma in fondo così forte, in grado di offrire aiuto e consolazione, coraggio e speranza. La lezione di Bertilla resta alta e solenne. Nella semplicità della vita riesce a dimostrare come la sofferenza vissuta attraverso la fede acquisti il senso più alto in quanto diventa contributo per partecipare con Gesù alla salvezza dell’umanità. La sua santità nasce da un’educazione profondamente cristiana, appresa dai genitori e maturata con grande convinzione attraverso le prove del dolore di fronte a difficoltà sempre più impervie affrontate con eccezionale spirito di accettazione, nella visione di un piano di Dio che non si può conoscere ma è dettato dall’amore senza limiti, sperimentando ogni istante la verità che Gesù è sempre più vicino a chi soffre, anzi predilige chi soffre. Un sacerdote che la confessò negli ultimi mesi di vita racconta come Bertilla fosse una ragazza veramente felice. Per lei Gesù era praticamente la felicità. Per questo sapeva riconoscerlo in lei e negli altri. Per questo aiutava gli altri, soprattutto i malati, a trovarlo nelle piaghe del loro corpo, nei misteri di una pur difficile e tormentata esistenza. La sua felicità di vivere era attesa di felicità futura nella dimensione celeste, era attesa della vita futura in Dio. Bertilla lo sapeva, lo aveva capito, e cercava di spiegarlo agli altri con la gioia di essere e di partecipare ai drammi, anche alla disperazione di chi le stava vicino. Quella ragazzina, nata in mezzo alla guerra più feroce, battezzata in quella chiesa di San Pietro Mussolino bruciata nel 1944 assieme al suo parroco dalla barbarie di soldati in fuga, era venuta al mondo per predicare la pace. A chi le stava vicino sussurrava che la sofferenza è il lavoro dell’ammalato. Proprio al san Bortolo, l’ospedale di Vicenza, dove trascorse gran parte della fugace esistenza per una grave malattia cardiaca che l’aveva colpita da bambina posandosi come una farfalla sul fiore della santità, è iniziato il processo di beatificazione di questa giovane scomparsa a 20 anni con la gioia di portare sul Calvario il peso della Croce senza avvertire la morsa delle spi- 41 L’ancora 4 2015 ne. Bertilla Antoniazzi moriva il 22 ottobre del 1964, lasciando il ricordo di un volto candido, di un entusiasmo inarrestabile, di una dolcezza che incantava. Era nata a San Pietro Mussolino il 10 novembre del 1944, in una famiglia di 8 tra fratelli e sorelle, e i genitori, per curarla meglio, avevano deciso di prendere casa a Vicenza. Un’infanzia e, poi, una giovinezza difficili, in compagnia sempre di una perfida malattia. Per Bertilla sarebbero stati 12 anni vissuti fra la sua cameretta e l’ospedale, senza che venisse mai meno in lei un progetto interiore che vedeva al centro Gesù. Nella grande camerata del reparto di medicina dell’ospedale di Vicenza Bertilla occupava sempre il primo letto a destra dopo la porta. Soffriva di uno scompenso che le causava forti dolori, un respiro affannoso. Aveva bisogno continuamente di assistenza, di ossigeno, soffriva molto, ma il suo aspetto non tradiva alcuna pena. Non si lamentava mai. Gli occhi erano luminosi. Guardavano verso l’alto. C’era qualcosa in lei di soprannaturale, come una fiamma divina che la trasfigurava, rendendola eroica testimone della sofferenza da accettare fino in fondo e fino all’ultimo. Una storia di santità, la sua, che, come detto, ha trovato suggello proprio al San Bortolo dove il dolore come dono divenne la sua stimmate cristiana e che ora, a 70 anni dalla nascita e a 50 dalla morte, diventa la sua aureola distintiva per entrare nel consesso dei santi. ■ noicvsNOIcvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvsNo GIOSY CENTO PER IL BEATO NOVARESE Concerto dal vivo al Gruppo Abele di Torino per la presentazione del nuovo libro “Guarire a Lourdes. La via del beato Luigi Novarese”. sono un diverso, la “Io non mia anima è grande. Ho tanti amici e te, Mamma del Cielo, che sussurri nel cuore le risposte più eterne e che Cristo è risorto soprattutto per me”. Don Giosy Cento ha voluto iniziare con la canzone “Due stampelle” sabato 14 febbraio, presso la sede del Gruppo Abele di Torino, in occasione della presentazione del libro “Guarire a Lourdes. La via del beato Luigi Novarese”, il nuovo volume che ha come protagonista il sacerdote piemontese, nato a Casale Monferrato, Alessandria, il 29 luglio 1914 e definito da san Giovanni Paolo II “l’apostolo degli ammalati”. L’evento è stato organizzato dal Centro Volontari della Sofferenza di Torino e ha visto la partecipazione di oltre 150 persone arrivate da tutto il Piemonte. Prima dell’esibizione del sacerdote viterbese definito “cantautore di Dio”, ha preso la parola don Armando Aufiero, Responsabile per l’apostolato del CVS, che ha presentato il libro “Guarire a Lourdes. La Via del beato Luigi Novarese”, (13 euro, 220 pagine, 21 capitoli, pubblicato dalle Edizioni CVS), scritto da Mauro Anselmo, giornalista di Torino e biografo del beato Novarese. “Questo è un libro scritto dal punto di vista degli ammalati – spiega Aufiero. Cioè di coloro che, affetti da una grave infermità, vivono il dolore nella propria carne giorno per giorno, posano il loro mite sguardo sul mondo con il capo reclinato sul poggiatesta di una carrozzina o pregano davanti alla grotta di Massabielle adagiati su una barella. I malati e il loro dolore innocente. Lo scandalo ignobile che non ha mai cessato di straziare il mondo e interrogare la fede”. È in questo contesto che si inserisce l’insegnamento spirituale del beato Novarese. Egli sapeva che cos’era la sofferenza. Non per sentito dire, ma perché l’aveva vissuta durante la giovinezza. Malato di tuber- 42 L’ancora 4 2015 colosi ossea, dato per spacciato dai medici perché nella prima metà del Novecento non esistevano cure efficaci, sopravvisse alla malattia grazie a una guarigione avvenuta per grazia divina che i dottori definirono “scientificamente inspiegabile”. E nell’infermità trovò la strada. “Guarire a Lourdes. La via del beato Novarese”, si affianca alla biografia “Luigi Novarese. Lo spirito che cura il corpo” ed è nato con questo preciso obiettivo: raccontare, come si legge nell’introduzione “il modo con il quale gli ammalati affrontano il dolore alla luce della fede. Come lo pensano e lo vivono. I malati visti nel ruolo di testimoni nella nostra società che il dolore nasconde o ignora, attraverso i messaggi di una cultura ipocrita, diffusa apposta dai media per evitare le domande essenziali della vita”. “Il libro – prosegue don Au- snoicvsNOIcvsnoicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs Sabato 14 febbraio alla «Fabbrica delle E» del Gruppo Abele. Sono da poco passate le tredici e stiamo sistemando locandine libri e CD sui tavoli dell’accoglienza nel grande salone di don Ciotti... Don Giosy arriva con Giovannina e Giuseppe, ... Ciao, benvenuto! È il suo sorriso che ti apre il cuore e ti fa pensare che oggi, il suo carisma nel cantare la vita, sarà un momento di comunione fraterna e spirituale indimenticabile. Un grande dono, don Giosy, specialmente per i giovani, ai quali dedica molto del suo tempo. Mentre esegue i sui brani, scorrono alle sue spalle le immagini della gente, della natura, della gioia e del dolore. Ci accorgiamo che Dio ci parla attraverso il canto e la musica, così ogni canto è meditazione e preghiera. A volte gli occhi di don Giosy si chiudono verso il cielo e la melodia vocale diventa passione e amore per la vita, per i valori umani; una sensibilità che lo fa entrare nel cuore della gente. Parla del CVS, quando nel 1997 esce il CD “C’è ancora mare”. Poi partono le note di “Salve Regina Sorella” e tutti cantiamo pensando al beato Luigi Novarese che a suo tempo fece della musica uno strumento di comunicazione verso i fratelli sofferenti... Nell’ultimo brano, ci coinvolge con una gestualità festosa che termina mano nella mano come quando recitiamo il Padre Nostro. Ci restano in mente tanti spunti arricchenti e nel nostro cuore c’è un senso di piacevole serenità. Grazie don Giosy. BEATO NOVARESE fiero – racconta i pellegrinaggi pasquali del CVS di Brescia dal 2011 al 2013. Inizia presentandoci le testimonianze degli ammalati a Lourdes. E ci conduce, il sabato santo, nella basilica sotterranea di san Pio X dove – com’è tradizione del pellegrinaggio del CVS – sono i malati a raccontare, davanti alla platea, la loro esperienza di fede nella malattia. Dopo la presentazione di don Armando Aufiero, è venuto il momento del concerto. Amico del CVS, da quasi quarant’anni don Giosy si dedica all’evangelizzazione attraverso le sue canzoni. Ha composto più di 800 brani musicali e si è esibito in oltre 3 mila concerti. Sabato ha anche cantato alcuni brani dal suo nuovo album “Ho fatto un sogno”, ispirato al sogno di fratellanza di Martin Luther King. “Lui gridò il suo sogno di libertà, di giustizia, di uguaglianza, di democrazia – ha spiegato il sacerdote. Ho riflettuto che, ancora oggi, non abbiamo realizzato quel sogno. Per questo ho dedicato la mia riflessione e la mia musica a tematiche quanto mai attuali”. ■ (Mauro M.) 43 L’ancora 4 2015 noicvsNOIcvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvsNo ! DIOCESI DI GORIZIA AUGURI, DON ENNIO Domenica 1 febbraio in molti ci siamo ritrovati nella chiesa di Campolongo (Gorizia) per ringraziare il Signore del grande dono del ministero sacerdotale di don Ennio Tuni che da ben 65 anni porta frutti copiosi nella nostra diocesi. Una Celebrazione semplice, sobria, molto partecipata; non solo tanti fedeli amici e parrocchiani, ma anche tanti confratelli sacerdoti. Già dall’inizio l’emozione ha conquistato il cuore di molti, in primis don Ennio che sembrava quasi incredulo che tutto ciò potesse essere vero. Poi le parole di don Giorgio Giordani che partendo dalla Parola ha sottolineato il valore del “dire con autorità” e dell’essere testimoni credibili così come ha saputo dire ed essere don Ennio nelle sue tante esperienze ecclesiali alle quali ha donato sempre tutto se stesso senza abbattersi neanche quando situazioni difficili lo hanno messo alla prova. Alla fine della liturgia poi, molte sono state le parole di riconoscenza e gratitudine al Signore ed a don Ennio da parte del vescovo Carlo, di don Giorgio che in questi ultimi anni ha coadiuvato e dato voce nel momento del bisogno a don Ennio, da parte del sindaco e di un parrocchiano di Campolongo, nonché dal Vice Responsabile dei Silenziosi Operai della Croce, don Luigi Garosio, con un messaggio – letto dal diacono giunto direttamente da Roma per l’occasione – che si chiudeva con queste parole: “[...] La Chiesa della terra e del cielo dunque partecipa al tuo “grazie” e prega per il tuo sacerdozio. Molto ancora puoi donarci e noi vogliamo fare tesoro del tuo esempio e del tuo ministero segnato dal dolore e contrassegnato dall’amore. Un forte abbraccio con gli auguri più belli da tutta la famiglia spirituale del beato Luigi Novarese che hai conosciuto, stimato e amato”. CVS DI MODENA GRAZIE Mons. Lanfranchi Il 19 febbraio 2015, 015, in Duomo, a Modena, una profonda emozionee ha commosso i partecipanti imonia funebre per l’arcivescovo alla solenne cerimonia monsignor Antonioo Lanfranchi, che si è spento due giorni prima, stroncato da una leucemia corsa estate. diagnosticata la scorsa Migliaia di fedeli, giunti non solo dal modeito la Messa nella cattedrale nese, hanno seguito gremita e davanti ai maxischermi allestiti in umerose le autorità prepiazza Grande. Numerose senti. A presiedere la Celebrazioinale Carlo ne è stato il cardinale ovo metroCaffarra, arcivescovo polita di Bologna, Presidente della Conferenzaa episcomagnola, pale emiliano romagnola, covi e insieme a 23 vescovi acerquasi duecento sacerdoti, di cui 50 della Piacenza-Bobb (terra di origine di diocesi di Piacenza-Bobbio monsignor Lanfranchi) e 30 della diocesi di Cesena-Sarsina che il presule aveva guidato, approfonl’apost dendo il carisma e l’apostolato del CVS, prima di essere designato a Modena. Molti ricordi, ppervasi di amicizia e gratitudine, legano la nostra Associazione a mons. Lanfra Lanfranchi, come la chiusura della fase dio diocesana del processo di Canonizzazio Canonizzazione della Serva di Dio Anna Ful Fulgida Bartolacelli avvenuta iil 4 dicembre 2010 e la sua pr presenza, in più occasioni, a Re, nella Casa “Cuore Imma Immacolato di Maria” per la pred predicazione degli Esercizi sp spirituali degli ammalati e ai Silenziosi Operai della Croce. 44 L’ancora 4 2015 snoicvsNOIcvsnoicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs “TUTTI VORREI ABBRACCIARE CON AMORE” Il testamento spirituale dell’arcivescovo, scritto di suo pugno nel settembre 2014 Accingendomi a stendere il mio testamento, che vorrei essere “essenziale”, parto dal Salmo 84: “Beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Sal 84, 6). Grazie al dono della fede ho percorso il cammino della vita come un viaggio “santo” diretto verso una meta certa, che ha sostenuto la speranza. Ora, giunto al termine di questo viaggio, giunto davanti alla Maestà Divina, alla Gloria della Trinità, parafrasando le parole di S. Agostino, prego: “Davanti a Te, o Signore, è la mia debolezza, la mia fragilità, il mio peccato; davanti a Te è la mia forza, quello che per tua grazia mi hai dato di realizzare di bene. Questo prendilo, quello perdonalo”. Con verità devo confessare che il filo d’oro che ha unito la mia vita è l’amore misericordioso di Dio e solo quello; amore che si è manifestato nel dono della vita, della vocazione al sacerdozio, nel dono dell’episcopato, nella grazia di essere vissuto nella Chiesa, nei vari presbiteri, nelle Comunità. Quante grazie! Tante volte mi sono chiesto: “Dove potresti essere ora se il Signore non ti avesse chiamato? Quale sarebbe stato il tuo destino?”. Ringrazio il Signore di non avermi mai abbandonato con il suo amore. Ringrazio la Dolcissima Mamma del Cielo, Maria, di avermi avvolto sempre nel manto del suo grembo. Ho avuto la grazia di nascere e di crescere in una famiglia di montagna, povera ma dignitosa a cui non è mancato l’essenziale, sostenuta dal dono della fede, dove valori umani e cristiani si fondevano, dove parrocchia, scuola e famiglia trasmettevano una visione unitaria di vita. Ringrazio per la testimonianza che mi hanno offerto e per i sacrifici compiuti per me i miei genitori e i miei fratelli e gli altri familiari; ringrazio gli insegnanti, gli educatori, i parroci. Attraverso la loro testimonianza ho imparato a vivere nell’essenziale delle cose semplici della vita, ad apprezzare la ricchezza e la bellezza della vita in sé, affrontandola nel suo realismo. Grazia del Signore è stato il Seminario Urbano, grazia è stato il Collegio Alberoni; grazia sono stati gli studi a Roma e le esperienze pastorali che mi hanno permesso di amare e apprezzare tutte le vocazioni, vivendo nella Chiesa la corresponsabilità, la compresenza e la complementarietà dei doni dello Spirito. Ringrazio il Signore del dono grande della Chiesa che mi richiama la presenza storica di Gesù Cristo. Quello che ho ricordato è ben poco rispetto a quello che avrei dovuto dire. Chiedo perdono se ho offeso qualcuno; ho cercato di non mantenere rancore o odio con nessuno e se qualcuno si è sentito escluso, chiedo umilmente perdono. Tutti vorrei abbracciare con amore. ✠ Antonio Lanfranchi Modena 14.9.2014 45 L’ancora 4 2015 noicvsNoiCVSnoicvsnoicvsNOIcvsnoicvs WEEKEND DI SPIRITUALITÀ per famiglie e fidanzati 26 luglio VALLELUOGO (Av), 8-10 maggio 2015 Guiderà l’incontro don Armando Aufiero Ogni famiglia provvederà a dare l’adesione al proprio Responsabile diocesano o telefonando direttamente a Casa “Beato Luigi Novarese” - Valleluogo: 0825827650 / 0825871417 Per qualsiasi informazione, chiamate allo 0805797185 / 3406632860 o scrivete a [email protected] È disponibile un servizio di babysitter per i più piccoli e di attività ludiche per i più grandi. SI! O R E M U N O M A VI ASPETTI OIcvsnoicvs LITÀ LEGA SACERDOTALE MARIANA • SILENZIOSI OPERAI DELLA CROCE 64° Pellegrinaggio a LOURDES Presieduto da Sua Em.za card. Giuseppe Versaldi 5 1 0 2 sto o g a 1 26 luglio - ✂ NUMEROSI! La gioia della missione Le meditazioni ai sacerdoti saranno tenute dal IN TRENO: cardinale Giuseppe Versaldi da Reggio Calabria, Lamezia, Battipaglia, Napoli, Aversa, Roma Ost., Grosseto, Livorno, Pisa, Massa Centro, La Spezia, Chiavari, Genova Brignole, Savona, Arma di Taggio, Ventimiglia. Le catechesi ai pellegrini saranno proposte dal MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE vescovo Domenico Cancian ✂ Quota di partecipazione (da tutti i luoghi di partenza): ACCUEIL NOTRE DAME (sacerdoti e pellegrini disabili) € 580 • per bambini fino a 2 anni, gratuito • da 2 a 12 anni € 480 HOTEL*** (camere a 2 letti) € 720 • per bambini fino a 2 anni, gratuito • da 2 a 12 anni € 620 La quota comprende: l’iscrizione, il viaggio in treno (in cuccetta di seconda classe con 6 passeggeri); la pensione completa, escluso il vino, dal pranzo di domenica 26 a quello di sabato 1 agosto; i trasferimenti dalla stazione di Lourdes isi l a agli alloggi e viceversa; il distintivo, il libretto del pellegrinaggio, Di o l’assicurazione contro gli infortuni. izi Si ricorda che il Centro v Supplemento camera singola: € 160 in albergo. er Dialisi UNITÈ D’AUTODIALYSE S PAU NAVARRE dista circa 40 km da Lourdes. Tutti possono usufruirne. Le richieste in merito siano comunicate quanto prima (45 giorni prima della partenza) per la prenotazione e lʼinvio della documentazione necessaria.