Associazione Culturale
Voci e Scrittura
QUADERNO PELIGNO N. 13
Rivista fondata da Vittorio Monaco
L’ABRUZZO E L’UNITÀ
a cura di
Marco Del Prete
Concettina Falcone
I componenti dell’Associazione Culturale Voci e Scrittura:
De Matteis Maria Luisa - Presidente
Cianchetta Diana
Colangelo Anna
Di Iorio Gemma
D’Orazio Di Tunno Nicolina
Falcone Concettina
Fasoli Mafalda
Gay Evandro
Giammarco Rosa
Leombruno Silvana Maria
Mampieri Licia
Mosca Gabriele
Natale Filomena
Nolfi Nicolina
Palesse Maria Pia
Paolantonio Marcello
Pasquali Rita
Ricci Evandro
Ricottilli Beatrice
Russo Raffaele
Santilli Bianca
Tuteri Rosanna
Zurlo Noemi
VOCI E SCRITTURA
Direttore responsabile: Marcello Paolantonio
Aut. Trib. Sulmona n. 127 del 15/01/2004
In copertina:
BIANCA SANTILLI, La nostra Unità.
www.vociescrittura.it
[email protected]
PRESENTAZIONE
L’Associazione Culturale Voci e Scrittura partecipa alle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia con la pubblicazione
del 13º Quaderno Peligno “L’Abruzzo e l’Unità”.
Gli anni passati consentono una visione più distaccata dell’evento,
senza dubbio positivo per aver riunito un popolo riscattandolo dalla
sottomissione allo straniero, che nel suo compiersi ha dato luogo a
sacrifici, eroismi e vittorie ma anche a ritardi colpevoli, attese deluse
sfociate in vere e proprie tragedie di cui la storia poco si è occupata,
ma che oggi vengono dibattuti anche in questo quaderno nella assoluta libertà di pensiero e opinione di chi scrive.
Naturalmente l’obiettività dell’analisi storica non intacca in alcun
modo la volontà e l’orgoglio dell’appartenenza, così faticosamente
guadagnata, all’Italia. Le tendenze separatiste non possono che amareggiarci e ci auguriamo che le celebrazioni dell’Unità costituiscano
non una circostanza retorica, ma l’occasione per un ripensamento
sereno della nostra vicenda nazionale, così da ritrovare in essa una
memoria condivisa; ricorrenza che vede la Chiesa unita al Paese nel
festeggiare l’evento, tanto è lontana ormai la “breccia di Porta Pia”.
La copertina del Quaderno è una produzione artistica della socia
pittrice Bianca Santilli alla quale va il nostro affettuoso ringraziamento.
Voci e Scrittura inoltre ha il piacere di ristampare, quale tangibile ricordo del 150° anniversario dell’Unità, il volume Italia, Italia,
Italia – Il Risorgimento nel canto dei poeti, a cura di R. Micacchi e
F. Rubbiani, pubblicato la prima volta dalla casa editrice L’«Agave»
alla fine della prima guerra mondiale, “nel dì della vittoria, novembre 1918”.
Il libro “che non vuole essere antologia, né florilegio letterario”
contiene “tutte” le poesie del Risorgimento, da quelle dei grandi quali
Leopardi, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio, (sono compresi nel volume
irredentismo, guerra d’Africa e prima guerra mondiale) a quelle dei
minori, per una precisa scelta dei curatori, che raccolsero “per i giovani d’Italia quei canti, che meglio rispecchiano i fremiti, le speranze, i
dolori delle generazioni da cui uscirono gli assertori e i vindici della
5
unità nazionale, le aspirazioni di coloro che vollero la risorta Italia
grande e rispettata e degna di esercitare nel mondo la missione di civiltà, che le è segnata da tutta la sua storia”.
Ai ragazzi di oggi risulterà obsoleto il linguaggio ed eccessiva
l’enfasi di molte strofe, che però saranno illuminanti per comprendere
lo spirito che animava i loro coetanei di quasi due secoli fa, quelli che
resero possibili il Risorgimento e l’Unità d’Italia.
L’Associazione Voci e Scrittura ringrazia sentitamente la Fondazione Carispaq, le Istituzioni, gli Istituti Bancari Bls e Carispaq e
l’Itaeli, che con il loro contributo rendono possibile la pubblicazione dei
Quaderni; l’Agenzia Regionale Promozione Culturale di Sulmona per
il sostegno alle iniziative e per l’ospitalità concessa settimanalmente; il
prof. Antonio Di Fonso per la cortese disponibilità.
Maria Luisa De Matteis
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SAGGI
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LA LETTERATURA ABRUZZESE
E L’UNITÀ D’ITALIA
di Marco Del Prete
Dopo i fermenti culturali che avevano caratterizzato l’Abruzzo tra
gli anni Trenta e gli anni Quaranta dell’Ottocento1, la repressione borbonica mette un deciso freno al lavoro dell’intellettualità, e anche la letteratura vive una sorta di sospensione.
La letteratura “risorgimentale” abruzzese trova infatti voce fuori
dall’Abruzzo, ed è comunque priva di ogni caratterizzazione regionale: i Carmi di Clemente De Caesaris, l’opera di Gabriele Rossetti e la
produzione paraletteraria di Giannina Milli sono evidentemente scollegati dal luogo di origine degli autori.
CLEMENTE DE CAESARIS (Penne 1810-1877), di famiglia liberale,
fu a capo della rivoluzione mazziniana di Penne, e nel 1848 combattè
a Napoli. Arrestato, fu rinchiuso nel Bagno Borbonico di Pescara.
Dopo l’Unità, venne nominato Pro-dittatore dei Tre Abruzzi e
Governatore di Teramo, Chieti e L’Aquila. Nel 1840 pubblicò a Napoli
la raccolta Pochi versi, e nel 1856 compose I Carmi, scritti sui fogli dei
registri carcerari. «De Caesaris ricusa i toni retorici e tribunizi ed esprime il proprio dolore con animo sdegnato ma sereno. Naturalmente la
prigione è per lui il punto di vista da cui guardare il mondo, gli affetti
familiari, il luogo da cui meditare sulla morte e sulle sventure umane:
il dato contingente così si allarga ad una visione universale.»2.
GABRIELE ROSSETTI (Vasto 1783 - Londra 1854), di umili origini,
assiduo frequentatore dell’erudito vastese Benedetto Maria Betti e arca1 Si ricordino le due riviste ‘Gran Sasso d’Italia. Periodico di scienze mediche ed economiche’ (1838-1848), nata a L’Aquila per iniziativa dell’agronomo Ignazio Rossi e di Luigi
Dragonetti, e ‘Filologia abruzzese’, diventata poi ‘Giornale Abruzzese di Scienze, Lettere
ed Arti’ (1836-1844), fondata e diretta a Chieti da Pasquale De Virgiliis. A fronte degli interessi quasi esclusivamente tecnici della prima, la rivista del De Virgiliis si occupò largamente di letteratura: cfr. C. De Matteis, Civiltà letteraria abruzzese, Textus, L’Aquila, 2001, p.
260.
2 G. Oliva, Profilo storico-critico, in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni
d’Italia. Storia e testi. Abruzzo, Editrice La Scuola, Brescia, 1986, p. 47.
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de con il nome di Filidauro Labidiense, fu personaggio dai diversi interessi culturali. Trasferitosi a Napoli per occuparsi di pittura, fu autore di
versi di vario genere (tra i quali spicca quello lirico-patriottico) e critico
letterario (molto noti i suoi commenti alla Divina Commedia3). Dopo i
moti del 1820-21 fu in esilio a Malta e poi, definitivamente, a Londra.
Un discorso a parte va fatto per GIANNINA MILLI (Teramo 1825 Firenze 1888), improvvisatrice di versi fin da bambina, che ad un certo
punto abbracciò quella causa risorgimentale che ebbe larga parte nelle
sue performances in cui declamava versi estemporanei su argomenti
dettati dal pubblico. Parlare di “letteratura” per la Milli -e più in generale per la categoria degli improvvisatori4- risulterebbe piuttosto audace. La natura sarebbe stata con lei eccessivamente benevola se oltre a
dotarla di un’eccezionale memoria e della fluidità nel verseggiare le
avesse fatto dono anche di un particolare afflato poetico. La Milli si
ricorda dunque non tanto per i suoi versi, sicuramente non memorabili,
ma per l’aver messo il suo talento di improvvisatrice, da un certo punto
in poi, al servizio della causa unitaria: e lo stato unitario non mancò di
dimostrarle riconoscenza, con l’affidamento di incarichi ministeriali.
Di questa produzione “risorgimentale” -rigorosamente in lingua,
per motivi facilmente intuibili- si legga qualche strofa da Unità e libertà di Rossetti, in cui si noterà il ritmo anapestico del decasillabo che
richiama immediatamente alla memoria -per fare gli esempi più famosi- il coro del Conte di Carmagnola e Marzo 1821 di Manzoni:
(…)
Questo fuoco che all’alme s’apprende
3 Si ricordino soprattutto: G. Rossetti, La Divina Commedia con comento analitico di
Gabriele Rossetti, John Murray, Londra, 1826-1827, II voll.; G. Rossetti, La Beatrice di
Dante, Londra, 1842; G. Rossetti, Comento analitico al «Purgatorio» di Dante Alighieri,
op. inedita a cura di P. Giannantonio, Olschki, Firenze, 1967.
4 «[La Milli] ebbe, com’è noto, tra i detrattori Benedetto Croce che, pur non discutendo le
buone intenzioni, ne rimproverava l’appartenenza alla genìa degli improvvisatori. E a dare
addosso alla categoria si era già prestato Pietro Giordani quando, coinvolto nel pieno della
temperie dialettica con la De Staël, venne guadagnato da Giuseppe Acerbi, direttore della
“Biblioteca Italiana”, alla causa di arginare il crescente entusiasmo per le esibizioni degli
estemporanei», considerate «raptus poetici forieri di pessimi versi.» (L. Pasquini, Lionardo
Vigo e Giannina Milli. Due identità culturali a confronto., in L. Giancristofaro, a cura di,
L’identità abruzzese tra tradizione e mutamento, Regione Abruzzo, 2004, p. 88).
10
E le invade le scuote le accende,
Questo fuoco, fratelli, vi sveli
Che terrestre di tempra non è:
Ah, discese dall’ara de’ cieli
La scintilla che incendio si fé!
Da quell’altar discese
Che infiamma a sante imprese,
E i cuori infervorando
Tutti sclamar ci fa
- Giuriam giuriam sul brando
O morte o libertà! –
(…)
Ci divise perfidia e sciagura,
Ma congiunti ci volle natura.
Alma diva, cui l’Alpe corona
Fra gli amplessi di duplice mar,
Se una lingua sul labbro ti suona,
Un sol culto ti sacri l’altar!
Chi in sette ti partio
Tradì l’idea di Dio
E il mostro abbominado
Il fio ne pagherà:
Giuriam giuriam sul brando
O morte o libertà! –
(…)5.
È abbondantemente dopo l’Unità che la letteratura abruzzese recupera la memoria e procede ad una riflessione su quegli anni e -soprattutto- sugli anni che tennero dietro all’unificazione.
Per quel che riguarda lo specifico della poesia dialettale, come
ricorda Haller -sulla scorta di Spagnoletti e Vivaldi6- «nonostante le
05 G. Rossetti, Poesie ordinate da Giosuè Carducci, a cura di Mario Cimini, Carabba,
Lanciano, 2004 (1ª edizione Barbera, Palermo, 1861), p. 227-228.
06 «Anche per l’Abruzzo si dovrebbe dire quel che vale per un’altra regione, la Puglia: i poeti
dialettali di entrambe le regioni, infatti, non manifestarono affatto quegli spiriti di protesta
postunitaria, che, assieme alla denunzia di penose condizioni sociali, caratterizzarono la
poesia calabrese.» (G. Spagnoletti - C. Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi,
II voll., Garzanti, Milano, 1991, pp. 783-784).
11
dure condizioni della classe popolare non si alzano voci di protesta
sociale paragonabili per forza d’impegno, per non fare che un esempio,
a quelle calabresi»7. Certo, c’è in alcuni poeti abruzzesi «la consapevolezza della scelta dialettale come mezzo alternativo al processo di
dissoluzione messo in atto contro i dialetti dalla politica post-unitaria»8, ma è in forme piuttosto mediate che emergono posizioni di qualche interesse per il nostro discorso.
In Fujj’ammësche9 di LUIGI ANELLI (Vasto 1860-1944) c’è una
coppia di sonetti, datati 1891, in cui sono chiamati ad esprimersi e a
rendere conto delle proprie idee un ‘borbonico’ e un ‘liberale’. Il
primo, nella classica laudatio temporis acti, lamenta il passaggio dall’antica abbondanza ad un presente di povertà:
Nin zi pó cambà’ cchiî, è ‘n’arruvëine!
mar’a nnî, chi cci seme capitate!
e ppinzà’ ca ci štäive li quatrëine,
e che ‘m mezz’ala grassce seme nate!10
Segue nella seconda quartina una sorta di tabella del potere d’acquisto preunitario, con precisi riferimenti alle vecchie monete, il cui
valore viene spiegato in nota dallo stesso Anelli:
A ddu’ turnëisce si vinnè lu vëine:
cinghe rane di pane ‘na palate:
mê’ nghi nu coppe vi’ chi cci cumbëine,
si t’avašte pi’ ffarte ‘na magnate!...11
07 H.W. Haller, La festa delle lingue. La letteratura dialettale in Italia., Carocci, Roma, 2002,
p. 230.
08 G. Oliva, Profilo storico-critico, in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni
d’Italia. Storia e testi. Abruzzo., op. cit., p. 51.
09 L. Anelli, Fujj’ammësche, C.Ed. Arte della Stampa, Vasto, (1892) 19402.
10 Tr.: ‘-Non si può campare più, è una rovina! / poveri noi, che ci siamo capitati!... / e pensare che ci stavano i quattrini, / e che in mezzo all’abbondanza siamo nati.’ (traduz. dell’autore, come tutte le traduzioni a seguire).
11 Tr.: ‘A due tornesi si vendeva il vino; / cinque grana di pane una palata: / ora con un coppe
vedi che ci combini, / se ti basta per farti una mangiata!’.
12
Il ‘tornese’ -scrive Anelli- era «una moneta di rame in corso prima del
1860, del valore di circa centesimi due», il ‘coppo’ un «rotolo di monete
di rame del valore di L.5.00», un grano equivaleva a due tornesi»: dove si
noterà la resa poetica dell’accostamento della moneta, il ‘grano’, al
‘pane’. Il ‘borbonico’ lamenta poi la scarsità di beni sul mercato:
Prëime, ala piazze, quälle chi vvulëive;
mê’ si l’ome strascëine vita ‘terne
a ccapammânde… chi cci vu’ truvà’?12
Infine, nella terzina conclusiva, l’attacco diretto al ‘governo’:
Li pisîure ti sîuche vive vëive,
cullî ch’arraffe tîtte è lu huverne:
chi bbella chéuse ch’è ‘ssa libbirtà!13
C’è in explicit l’antifrasi sulla ‘libertà’, e viene individuata la
causa prima dell’impoverimento diffuso, che per il ‘borbonico’ è l’oppressione fiscale dello stato unitario, con le ‘gabelle’ (li pisîure, ‘i
pesi’) che ‘ti succhiano vivo’ ed il governo rapace che ‘arraffa tutto’.
Che quello della tassazione fosse un problema effettivo, che gravò su
una popolazione meridionale abituata ad oneri molto minori sotto il
dominio borbonico, è fuor di dubbio. Basti pensare, a titolo di esempio, alle reazioni della popolazione che seguirono all’introduzione
della tassa sul macinato14.
Immediatamente dopo questo sonetto ce n’è un altro che sembra a
tutta prima fargli da contrappeso. Chi parla, in questo caso, è un
Libbirale (‘liberale’):
Ti dëiche jë, prëime chiù mmäjje jeve!
chi bbilli timbe chi mmi štè a vvandà’:
12 Tr.: ‘Prima, alla piazza, quello che volevi; / ora si trascinano vita eterna / fuori… che ci
vuoi trovare?’.
13 Tr.: ‘I pesi ti succhiano vivo vivo, / colui che arraffa tutto è il governo: / che bella cosa che
è cotesta libertà!’.
14 Il notaio Pietro De Stephanis, che non era propriamente un rivoluzionario, in un articolo
inviato a ‘La Riforma’ di Firenze in cui parlava dei tumulti avvenuti a Pettorano
13
sole si ppoche pêuch’ arifiateve
jeve ‘n galere senza mal’ a ffa’!15
E continua con la denuncia del prepotere clericale (‘dentro alla casa tua ci
comandava / il prete […]’), con il clima di sospetto e con la repressione:
(...)
e si ddu’ pëile ‘m bacce ti lasseve,
Lemme ti li purtav’ a fa’ tajjà’!16
‘Lemme’ era il gendarme borbonico, come specifica lo stesso
Anelli in nota, aggiungendo che «nel 1854 un’ordinanza della sospettosa polizia borbonica proibiva di portare la barba, ritenuta come
un segno settario»17.
Al ‘liberale’ non preme cioè confutare la teoria del ‘borbonico’
secondo la quale nel vecchio Regno si stava economicamente meglio,
ma mettere sull’altro piatto della bilancia la mancanza di libertà.
Si’ dëtte ca nijende jave care;
ma ‘n d’aricurde ca štavame nî
trumundate ‘gne ll’acche dilu mare?18
15
16
17
18
14
sul Gizio, paese della Valle Peligna, nel luglio del 1871, così scriveva: «(...) non si vuol tacere l’opportuna considerazione, che l’odiosa tassa sul macinato, con l’appendice dei sciagurati contatori, e delle vessazioni dei mugnai, onde è tolto di bocca il bisognevole ai poverelli, sia
un potente ausiliario alle mene dei tristi (...). Speriamo perciò (...) che sia al più presto abolita la mal consigliata tassa, e convertita in altra imposta meno ingiusta e vessatoria; o altrimenti e con più equo temperamento ordinata.» (P. De Stephanis, in ‘La Riforma’, Firenze, 6 agosto 1871, n. 216). La lettera è riportata integralmente nel sito dell’Associazione Culturale
Pietro De Stephanis (www.pettorano.com).
Tr.: ‘- Ti dico io che prima meglio era! / che bei tempi mi stai a vantare: / solo se poco poco
rifiatavi / andavi in galera senza mal fare!’.
Tr.: ‘(...) / e se due peli in faccia ti lasciavi, / Lemme ti portava a farli tagliare!’.
Si legga a questo proposito un passo di Colledara di Fedele Romani: «Singolare era l’odio
che i briganti avevano per i baffi: i baffi erano segno evidente di liberalismo. (…) Guai a
coloro che, all’arrivo dei briganti, non avevano avuto tempo di levarsi i baffi: c’erano di
quelli che portavano a questo scopo sempre un bel paio di forbici in tasca: solo così si sottraevano allo strazio di sentirseli svellere, tra feroci sghignazzate, pelo per pelo.» (F.
Romani, Colledara, Bemporad, Firenze, 1907; edizione da cui si cita: F. Romani,
Colledara, a cura di C. De Matteis, Textus, L’Aquila, 1996, p. 25).
Tr.: ‘Hai detto che nulla andava caro: / ma non ti ricordi come stavamo noi / tormentati
come l’acqua del mare?’.
Ma l’ultima terzina chiarisce la posizione di Anelli e lo colloca in
qualche misura, insieme ad altri autori dialettali meridionali, nel filone
della protesta antiunitaria:
Mê’, alumene, a la länghe ‘n gi fa’ tarle:
parlesse spare pure di Ggisî,
chi ti dëice cacchéuse?!... Pache… e parle!19
Con l’aprosdoketon finale (paga quello che devi pagare, e poi parla
pure quanto vuoi…) Anelli, per bocca del ‘liberale’, avalla in qualche
modo le lamentazioni del nostalgico del vecchio regime. Non solo. È
evidente che la libertà di espressione è agli occhi del poeta vastese un
lusso di nessuna fruibilità per le classi subalterne: che subalterne erano
sotto i Borboni e subalterne restano nella nuova Italia.
È una posizione, quella di Anelli, che trova esplicita conferma in
un altro sonetto, Alu ddazie, che riporta di nuovo il discorso sul terreno delle condizioni economiche disastrose in cui versano larghi strati della popolazione. Un contadino che trasporta un sacco di farina su
un mulo viene fermato da un gabelliere che gli intima senza troppe
cerimonie il pagamento del dazio: ‘quarantacinque soldi devi sborsare’. La reazione verbale del contadino è una violenta invettiva contro i
gabellieri:
- Ma quässe mê’ ‘n è ‘na vrivugnarë?!...
m’avete date forze pi’ ssumende
ca ‘ssi quatrëine v’ájja dà’ ccuscë?!...
‘M mezz’ alu passe ma ppiccä ‘n gi jate?!...
ch’almen’ aèlle, pi’ spujjé’ li ggende,
vi po’ l’ome chiavà’ ‘na šcupputtate!20
19 Tr.: ‘Ora, almeno, alla lingua non ci fanno tarli: / parlassi male pure di Gesù, / chi ti dice
qualcosa?!... Paga... e parla!’.
20 Tr.: ‘- Ma cotesto ora non è una vergogna?!... / m’avete dato forse per sementa / perché
cotesti quattrini vi debba dare così?!... // In mezzo al passo perché non ci andate?! / chè
almeno colà, per spogliare la gente, / vi possono tirare una schioppettata!’.
15
I gabellieri e lo stato commettono vigliaccamente un ladrocinio
legalizzato. Se proprio volete derubare la gente -dice il contadino di
Anelli-, abbiate il coraggio di andare al ‘passo’, cioè di appostarvi
dove di solito vengono svaligiati i viandanti, mettendo almeno in conto
-come tutti i malviventi- il rischio di beccarvi una schioppettata.
Va notato, peraltro, come la geremiade del nostalgico di Anelli sull’esosità dello stato unitario sia dello stesso tenore di quella messa in
versi alcuni decenni prima nel suo Dies illa21 dal poeta popolare
Antonio Rossetti22, che era diretta però contro il governo borbonico:
Noi paghiam gabelle tre,
Né saper possiam perché.
Il Registro, la Fondiaria,
L’Ipoteca ...ed anche l’aria.
Se vogliamo respirare,
Noi dobbiamo pur pagare.
E pagar si deve e zitto:
Se si grida è un gran delitto:
Dies illa, dies irae,
Quando, o Dio, vorrà finire?23.
Ad inizio Novecento, è ALFREDO LUCIANI (Pescosansonesco 1887
- Pescara 1969) a rievocare nei suoi versi gli anni post-unitari. Lu
ragiunamende de ‘nu cafone, in Stelle lucende24, vede squadernate le
stesse lagnanze del nostalgico anelliano:
21 La ripresa più o meno parodica dei testi sacri a fini politici non era una novità: si ricordi,
a cavallo tra Sette e Ottocento, Il «Te Deum» de’ Calabresi del 1787, composto in due
riprese e attribuito a Gianlorenzo Cardone, che è uno dei rari casi in cui il dialetto viene
utilizzato in funzione antiborbonica (Cfr. D. Scafoglio, Il Te Deum de’ Calabresi, attribuito a Cardone. Studio e testo, Athena, Napoli, 1985).
22 Antonio Rossetti (1769-1853), di mestiere barbiere, privo di istruzione, era uno dei fratelli del più famoso Gabriele. Un altro, Domenico, che ebbe una formazione giuridica, fu
anche verseggiatore estemporaneo.
23 Il testo è riportato in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni d’Italia. Storia e
testi. Abruzzo., op. cit., pp. 48-49.
24 A. Luciani, Stelle lucende. Canzoniere abruzzese, con lettera di Gabriele D’Annunzio.,
Bonanni, Ortona, 1913; poi in A. Luciani, L’opera in dialetto, a cura di Ottaviano
Giannangeli, Edizioni Textus, L’Aquila, 1996 (edizione da cui si cita).
16
Sott’a Ffrangische, se puteu’ scialá’:
lu tabbacche le déune a ttummulate!
Mo, nghe ddu’ solde, che tte ‘n’ome dá?
Vattel’a vvite’: mezza pezzecate!25
Per buona misura, viene messa in discussione anche la contropartita della “libertà”:
E cche tte crite ca tu pu’ parlá ?
Pover’a ttì : ci-abbusche ‘na zambate ;
pecché mo che cce sta la lebbertà,
se po’ fá’ tutte, pure a ddá’ mazzate.26
Una libertà, quella recentemente acquisita, che non serve a migliorare le condizioni di vita del ‘cafone’: ai ‘signori’ l’imposta indiretta
sul macinato -scrive Luciani- ne’ jé fa niende! (‘non gli fa nulla’), perché gire ca tte ggire, / magnene sembre (‘gira che ti gira, mangiano
sempre’), mentre il cafone si riduce a mmagnarse l’ardiche! (‘a mangiare l’ortica’). Perciò
(…)
ched’è ‘sta lebbertà, famme capì’?!
‘Nu zappavame prime, e mmo… zappéme;
pizze prime, e mmo… pizze: pu’ cambà’?
Ma nu’ ‘sta lebbertà ne’ lla vulème!27
Sia pure con tutte le prudenze del caso, e con la registrazione di
una sorta di distanziamento praticato dagli autori attraverso l’impiego
25 Tr.: ‘Sotto a (re) Francesco, si poteva scialare: / il tabacco lo davano a tomoli (a iosa)! /
Ora, con due soldi, che ti si dà? / Vattelo a vedere: mezza pizzicata!’ (traduz. di O.
Giannangeli, come oltre).
26 Tr.: ‘E cosa credi, che tu puoi parlare? / Povero te: ci buschi un calcio; / perché ora che c’è
la libertà, / si può far di tutto, anche dar mazzate.’
27 Tr.: ‘cosa è questa libertà, fammi capire?! // Noi zappavamo prima, e ora… zappiamo; /
focaccia gialla prima, ed ora… focaccia gialla: puoi vivere? / Ma noi questa libertà non la
vogliamo!’.
17
mimetico del dialetto, siamo dunque, anche in Abruzzo, in linea con lo
schema generale delineato da Franco Brevini: «(…) la più tipica letteratura romantico-risorgimentale è di solito in lingua. (…) Dei grandi
sommovimenti che investirono il nostro paese tra la fine del Settecento
e la prima metà dell’Ottocento i testi dialettali offrono di solito una
testimonianza diversa. I risultati più interessanti si registrano fra le
pagine ispirate a posizioni reazionarie. In esse, non solo si affermano
le ragioni della parte sconfitta, ma, sia pure mediata, si fa sentire la
voce delle masse popolari, che, escluse da ogni partecipazione politica, furono nella maggioranza dei casi antigiacobine e conservatrici.»28.
Tranne qualche eccezione29, dunque, letteratura risorgimentale in lingua, testimonianze più o meno anti-unitarie in dialetto: emblematico in
questo senso -e ci spostiamo per un momento nella capitale del regnoil poemetto in ottava rima ‘O luciano d’ ‘o Rre30 di Ferdinando Russo,
pubblicato tra l’altro dal noto editore abruzzese Carabba.
‘A libbertà! Chesta Mmalora nera
ca nce ha arredutte senza pelle ‘ncuolle!...
‘A libbertà!... Sta fàuza puntunera
ca te fa tanta cìcere e nnammuolle!...
Po’ quanno t’ha spugliato, bonasera!
(…)
‘A libbertà. Mannaggia chi v’è nato!
‘A chiammàsteve tanto, ca venette!
(…)
Ah! Ah! Me vene a ridere, me vene!
Ogneruno sperava ‘avé na Zecca,
tanta renare quanto so’ ll’arene,
‘a gallenella janca, ‘a Lecca e ‘a Mecca!
28 F. Brevini (a cura di), La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento., III
voll., Mondadori, Milano, 1999, p. 2617.
29 Lo stesso Brevini cita ed antologizza, tra i dialettali «giacobini», Edoardo Calvo,
Gianlorenzo Cardone e Francesco Ignazio Mannu.
30 F. Russo, ‘O luciano d’ ‘o Rre, Carabba, Lanciano, 1910. Si legga anche, dello stesso F.
Russo, ‘O surdato ‘e Gaeta, Giannini, Napoli, 1919.
18
Faciteme ‘e beré, sti ppanze chiene!
Seh, seh! Quanno se ngrassa ‘a ficusecca!
Comme scialammo bello, dint’a st’oro!
Sciù pe’ la faccia vosta! A vuie e a lloro!
Ccà stammo tuttuquante int’ ‘o spitale!
Tenimmo tutte ‘a stessa malatia!
Simmo rummase tutte mmiezo ‘e scale,
fora ‘a lucanna d’ ‘a Pezzentaria!
Che me vuò di’? Ca simmo libberale?
E addò l’appuoie, sta sbafantaria?
Quanne figlieto chiagne e vo’ magnà,
cerca int’ ‘a sacca… e dalle ‘a libbertà!31
Non sfuggirà la sostanziale sovrapponibilità di questi versi con
quelli abruzzesi riportati in precedenza.
Ma torniamo ad Alfredo Luciani, che non manca di rievocare in
una coppia di sonetti la figura del brigante, che tanta parte ebbe nell’immaginario collettivo abruzzese negli anni a cavallo dell’Unità. Qui
Luciani pare limitarsi alla descrizione dei fatti, senza addentrarsi in
problematiche politico-sociali. Nel primo sonetto vengono infatti richiamati semplicemente la determinazione e la spietatezza dei briganti, che entravano in casa di notte forzando serrature e non davano il
tempo di difendersi:
E cche vvulive fá’, nghe llu fucile?
Lu piomme ti’ lu rabbattéune ‘m mane;
ma tu vedive luccecà’ li stile,
31 Tr.: ‘La libertà! Questa Malora nera / che ci ha ridotti senza pelle addosso!... / La libertà!...
Questa falsa prostituta / che ci fa tanti ceci in ammollo!... / Poi quando ti ha spogliato, buonasera! / (…) / La libertà. Mannaggia chi vi è nato! / La invocaste così tanto, che venne! /
(…) / Ah ah, mi vien da ridere, mi viene! / Ognuno sperava di avere una Zecca, / tanti denari quanti i granelli di sabbia, / la gallinella bianca, Lecca e Mecca! / Fatemele vedere, queste pance piene! / Sì sì! Quando si ingrassa il fico secco! / Come scialiamo bene, in questo oro! / Sciù, alla faccia vostra! A voi e a loro! / Qua stiamo tutti dentro un ospedale! /
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che tte facéune raggrezzà’ la pelle.
E, cacce piastre! sennò, la dumane,
‘n derre le retruvéune le cervelle!32
Nel secondo sonetto si parla della cattura di una banda di briganti,
rappresentazione icastica dell’epilogo del brigantaggio: ‘era gente che
sta muori e non muori, / e non vuole rassegnarsi ai funerali’. Ma alla
fine, non prima di uno scontro cruento,
Alli brejande casche l’arme ‘m mane,
e sse mìttene tutte ‘ngenucchiune!33
Una descrizione quasi asettica, dunque, quella di Luciani, che non
gli impedisce però di tirare un sospiro di sollievo per la ritrovata pace:
(…)
La pacia me’, tu ne’ lla tié’ l’uhuale:
e ppropie ‘n ze vedeve menì’ l’ore
de repusá’ e ‘n ze sendì’ cchiù mmale.34
Siamo alla prosa. Oltre ad un paio di novelle di DOMENICO CIAM(Atessa 1852 - Roma 1929) che hanno ad oggetto il brigantaggio
(Primi versi e La casa bruciata35), pagine di qualche interesse sulla
situazione politica negli anni che seguirono l’unità si rinvengono in un
romanzo di GIUSEPPE MEZZANOTTE (Chieti, 1855-1935), La tragedia di
Senarica, che ha come scenario la città natale, Chieti, e da cui emerge
POLI
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Abbiamo tutti la stessa malattia! / Siamo rimasti tutti in mezzo alle scale, / fuori alla locanda della Pezzenteria! / Che vuoi dirmi? Che siamo liberali? / Dove l’appoggi, questa spacconeria? / quando tuo figlio piange e vuol mangiare, / cerca in tasca… e dagli la libertà!’
(traduz. nostra).
Tr.: ‘E che volevi fare, col fucile? / Il piombo “lo raccoglievano (illesi) nelle mani”
[Luciani]; / ma tu vedevi lampeggiare gli stiletti, // che ti facevano raggrinzare la pelle. /
E, cava piastre! altrimenti, l’indomani, / per terra le ritrovavano le cervella!’.
Tr.: ‘Ai briganti cade l’arma in mano, / e si pongono tutti ginocchioni!’.
Tr.: ‘O pace mia, tu non hai l’uguale: / e proprio non si vedeva venir l’ora / di riposare e
non sentirsi più male’.
D. Ciampoli, Fiori di monte, Carluccio, Napoli, 1878.
il quadro tutt’altro che limpido degli assetti politici che in periferia
seguirono all’unificazione. Esempio emblematico, i membri della
potente famiglia Pinti, che erano sempre stati di fede borbonica, e che
dopo il 1861 «scavalcano a “sinistra” i vecchi liberali di destra»36.
I tre fratelli Pinti erano liberali di sinistra (...). I fratelli Pinti
avevano ereditato da don Clementino Pinti l’influenza pubblica
insieme alla clientela politica, che essi facevano ogni arte per
mantenere ed accrescere. Don Clementino Pinti era in sua vita
borbonico e clericale; e gran merito suo era stato non far mistero ad alcuno dei suoi principii, quando ognuno si celava sotto
una veste liberale. Dopo le novità del sessanta, allorché, svaniti
gli entusiasmi e le turbolenze, gli fu dato riprendere il sopravvento su ogni classe della cittadinanza senza pericolo e senza
timore di offendere lo spirito pubblico, egli fu sollecito a mettersi tra gli eccessivi nel gruppo di sinistra, perché i liberali e i
novatori erano nella più gran parte schierati sotto la bandiera di
destra. Tale condotta era ispirata da uno spirito di opposizione
(...): epperò, fu visto il nuovo fenomeno di un’opposizione di
sinistra più conservatrice di una maggioranza moderata, avendo
don Clementino Pinti raccolto intorno a sé un buon nucleo di
possidenti, stretti a lui per sentimenti e per timore di novità, e da
lui ispirati; i quali vedevano nel nuovo regime un attentato
perenne alla loro proprietà (...). Questo, dunque, era un coro che
pigliava intonazione da don Clementino Pinti, il quale si opponeva fieramente a qualunque novità gli altri pensassero e proponessero, nell’intento di fare che Senarica rimanesse quale era
prima del 1860: e allorché spiegava la sua opposizione, egli era
tale testa ed era talmente temuto, che riusciva a far cadere le proposte, o, approvate, a non renderle esecutive.37
Insomma, uno spaccato socio-politico di trasformismo, di opportunismo e di corruzione che non può non richiamare alla memoria il
più celebre e più recente Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
36 C. De Matteis, Civiltà letteraria abruzzese, Textus, L’Aquila, 2001, p. 281.
37 G. Mezzanotte, La tragedia di Senarica, Pierro, Napoli, 1887.
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Sempre a proposito di prosa, ma di altro genere, va ricordato FEDELE
ROMANI (Colledara 1855 - Firenze 1910) per il suo libro di memorie,
Colledara. Romani dedica molte pagine al brigantaggio38, e come
Luciani non indulge in rappresentazioni oleografiche e mitizzanti, e non
manca di mettere in rilievo la ferocia dei briganti.
(…) Essi per lo più agivano per mezzo di ricatti. Sorprendevano e portavano con sé il capo di casa: poi mandavano a chiedere alla famiglia una data somma, proporzionata alla riputazione di ricchezza che essa godeva. (…) Non sempre però i briganti si servivano di questi mezzi, atroci sì, ma incruenti. A volte,
fatti più arditi dalla paura altrui e dalla buona fortuna, assalivano le case, le saccheggiavano, le incendiavano. E oltraggiavano,
ferivano, torturavano, uccidevano le persone che cercavano di
opporsi ai loro atti nefandi, che non volevano dar denaro, o non
volevano rivelare dov’esso fosse nascosto, o che, semplicemente, si rifiutavano di gridare: - Viva Francesco II!- perché quei
manigoldi, nonostante che non fossero se non veri e proprii
ladroni e assassini, volevano innalzare e in certo modo nobilitare il loro carattere, facendo le viste di combattere per un principio politico.».39
E qui Romani opera una distinzione tra briganti, distinguendo tra i
«brigantucoli» che «infestavano» le sue «contrade» ed i «briganti di
alta reputazione», che avevano contatti con il Re di Napoli ed erano
foraggiati dai Borboni.
Per descrivere chi si piccava di combattere i briganti, Romani utilizza non di rado il registro ironico, ad attestarne la scarsa propensione
al coraggio.
38 Si ricordino, sul tema del brigantaggio, anche le pagine di A. MacDonell, In the Abruzzi.
With twelve illustrations after water-colour drawingsby Amy Atkinson., Chatto & Windus,
Londra, 1908, tradotto da Gilda Taurisani e pubblicato nel 1991 a Sulmona dal Centro
Studi “Panfilo Serafini”, con il titolo Negli Abruzzi e con nota introduttiva di Franco
Cercone.
39 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 23-24.
22
La notte, fiere pattuglie composte di borghesi sul labbro dei
quali nereggiavano i nuovi baffi rivoluzionari, uscivano in
ronda, armate fino ai denti, per dar la caccia ai briganti che s’aggirassero nei dintorni. L’impresa pareva piena di pericoli; e le
mogli, come Creusa, la notte dell’incendio di Troia, piangendo
e mostrando i figli pargoletti scongiuravano, ma inutilmente, gli
ostinati mariti a non uscire. Essi avevano cura di prendere sempre la direzione opposta a quella dove si diceva che fossero i briganti, perché questi la sanno lunga e accennano a voler ferire a
destra per poi ferire improvvisamente a sinistra. Ma, con tutto
ciò, i fieri drappelli non riuscivano mai ad abbattersi coi briganti; e, benché spesso la campagna risonasse di schioppettate che
potevano far credere ad uno scontro, esse erano sempre tirate
contro alberi e cespugli (…)40.
Erano più “fortunati” -racconta Romani- i bambini, che per emulare
le grandi gesta paterne si riunivano in «piccoli eserciti», e non di rado si
imbattevano -loro sì- in «schiere di briganti, piccoli come loro», dando
luogo a «scaramucce e battaglie, non sempre, a dir vero, incruente»41.
Non molto più tenero è Romani con le truppe dei regolari della
Guardia Nazionale, di cui sottolinea la mancanza di esperienza e -si
direbbe oggi- di professionalità, non solo nei semplici soldati, ma
sovente anche in chi era chiamato ad impartire ordini.
Né manca di sottolineare, il nostro autore, come molti “garibaldini” delle sue parti non fossero propriamente degli stinchi di santo e
degli idealisti:
Ma chi erano quelli che partivano? Se non conoscessi, per
aver letto il loro nome nella storia, o per aver studiato i loro
scritti, quali anime grandi, piene dei più nobili sentimenti e dei
più alti ideali, si raccoglievano intorno all’Eroe, dovrei credere,
giudicando da alcuni che partivano dal mio paese, che le schiere garibaldine fossero composte di gente non meno forse brigan-
40 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 18-19.
41 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 19.
23
tesca dei veri e proprii briganti. Essi partivano, non già per
impulso disinteressato d’amor di patria, ma per la speranza di
trovare il modo, nella confusione degli avvenimenti, di potersi
impadronire di ricco bottino o di essere in altra maniera lanciati
in alto dalla fortuna.42
Romani rievoca dunque gli eventi che portarono all’Unità d’Italia in
modo lucido, mettendo ordinatamente sul tavolo -al di là di ogni enfasi
patriottica, e al di là di ogni atteggiamento nostalgico- una serie di problemi connessi al processo di unificazione e agli anni immediatamente postunitari. E parla, esplicitamente, di una “rivoluzione elitaria”,
(...) eminentemente letteraria, ispirata dai libri, fatta con la
spada in una mano e con Dante e Virgilio nell’altra. Essa usciva
dalla scuola, e il popolo, e specialmente quello di certe provincie, non la capiva, né la desiderava (...). Questa è la verità, e non
bisogna aver paura di dirla.43
Riguardo agli anni che seguirono all’unificazione, Romani -come
i poeti precedentemente citati- riporta il punto di vista di un “popolo”
per nulla entusiasta dei nuovi assetti economico-sociali:
Il popolo (....) aborriva quelle novità, che riteneva fossero
tutte a vantaggio della classe odiata nel fondo del suo cuore, i
signori (...). Le tasse cresciute improvvisamente, in modo insopportabile e non proporzionato ai guadagni ed alle rendite, gli
facevano ritenere che il nuovo governo fosse composto tutto di
ladri. Il capo dei ladri, secondo lui, era lo stesso Vittorio
Emanuele, e per sfogare in qualche modo il suo rancore, lo chiamava lu cecäte (il cieco).44
42 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 22.
43 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 20.
44 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 21. Romani scrive di non sapere da che cosa derivasse
il nomignolo dato al re. Nei dialetti abruzzesi, è un dispregiativo piuttosto diffuso e generico. Nel caso specifico, fa pensare ad una mancata visione/considerazione dei problemi
del popolo.
24
Insomma, Romani dà la netta impressione di considerare l’Italia
dei suoi tempi un’Italia di transizione. Tanti e tali sono gli elementi di
provvisorietà, i malcontenti, i sommovimenti sociali, da far preconizzare allo scrittore colledarese una futura «nuova Italia» che abbia come
protagonista «quella massa grigia, che non significava nulla, ed era
come un fondo nebuloso ed uniforme del gran quadro», e che invece
ora «comincia ad avere una coscienza»45:
[Quella massa grigia] comincia qua e là ad agitarsi, come le
onde che si addestrano agl’impeti ed alle furie della vicina tempesta: essa alza il capo e si guarda intorno e non sa perché sia
accaduto quello che è accaduto, come chi si risveglia da un
lungo sonno. Essa guarda verso di noi, che leggiamo Dante e
Machiavelli, e pensa: - Voi vi siete fatta la vostra Italia: ora tocca
a me farmi la mia. – E un giorno, anch’essa se la farà; non c’è
da dubitarne. E noi, piuttosto che pensare con dolore e spavento
a questa nuova Italia, piuttosto che combatterla ed avversarla
prima che essa nasca, salutiamola fin da ora nella sua nuova
grandezza e nella sua nuova gloria.46
Quale sia la reale posizione di Romani riguardo a questa nuova
Italia da venire, in realtà, è difficile dire. Osta ad un’interpretazione
pacifica di questo passo la pluralità dei registri che percorrono la pagina del colledarese. La frase che chiude il passo sopra riportato, ad
esempio, non sembra del tutto esente da un’ironia piuttosto amara sulle
resistenze al cambiamento da una parte, e sugli entusiasmi facili e le
propensioni trasformistiche dall’altra.
45 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 20-21.
46 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 21.
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DA OTTAVIANO GIANNANGELI
Ho pensato di inviare per questo 13° Quaderno “L’Abruzzo e
l’Unità” che esce in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia
una stornellata parodistica della cantata che soleva eseguirsi in quasi
tutti i paesi del nostro Abruzzo il giorno di Sant’Antonio Abate, 17
gennaio. L’aveva raccolta il dott. Franco Farias della sede Rai di
Pescara da un vecchio di Farindola (TE) e l’aveva offerta ai Vecchi
Cantori di Raiano che la eseguirono, diretti da me, nella Quinta Serata
Canora il 18 Agosto 1979. Il canto sembra nato proprio nel SessantaSessantuno (naturalmente Ottocento), nella presenza degli eventi. Può
darsi che qualche strofa fosse aggiunta dopo, essendo ad esempio
attribuito un difetto fisico (sembra) del padre Vittorio Emanuele II al
figlio Umberto I.
Il canto è stato da me passato alla “Rivista Abruzzese” che l’ha
pubblicato sul n. 2, 2011 senza la musica trascritta dal M° Vincenzo
Polce, che qui compare per la prima volta.
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HA MINUTE LU SESSANDE
Ha minute lu Sessande,
aveme armaste a tande a tande.
Ha minute lu Sessandune,
aveme armaste senza patrune.
Come li pecure spatriate,
viva Sant’Antonie Abbate!
Ca s’ha ndese la voce pe l’arie
ca ha arsate la fundiarie,
e Umberte nghe l’uocchie cecate
ha fatte arsaje la carte bullate.
E tutte li tasse ha umentate:
Viva Sant’Antonie Abbate!
Mo che ngi sta chiù li rane
Nin si magne chiù lu pane,
mo che nin gi sta li carrine
nin si veve chiù lu vine.
E ci amanghe li ducate:
Viva Sant’Antonie Abbate!
Lu cuverne di Borbone
ca ha scritte a Pio None
ca l’avesse aiutate
na sta guerra dichiarate.
Ma lu pape nzi n’ha frecate:
Viva Sant’Antonie Abbate.
Che je pijje n’accidente
a Garibalde e Don Clemente;
dapù che Napule l’ha pijjate
a Vittorie l’ha cunzignate.
Alli puvere ngi ha pinzate:
Viva Sant’Antonie Abbate.
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Mo che nin sone lu trabbande
s’ha furmate li brihande,
mo chi sone lu trumbittire
ha finite li cannunire.
E Francische ha scappate:
Viva Sant’Antonie Abbate
Li brihande nin cerche la grazie,
Valendine, Saccocce e Ttanazie,
………………………………..
………………………………..
Li quatrine li tè arcazate:
Viva Sant’Antonie Abbate!
Oh…ché scite accise
li guardie mobbile e li Piemundise,
dapù che tutte s’ha finite
allu Piemonde si n’ha rijite.
Mmezz’alli uaie ci ha lassate:
Viva Sant’Antonie Abbate!
È VENUTO IL SESSANTA. È venuto il Sessanta, / siamo rimasti come stavamo. / È
venuto il Sessantuno, / siamo rimasti senza padroni / Come le pecore spatriate / Viva
Sant’Antonio Abate! // S’è sentita una voce per l’aria / ch’è risalita la fondiaria, / e
Umberto con l’occhio cieco / ha fatto risalir la carta bollata. / E tutte le tasse sono
aumentate; / Viva Sant’ Antonio Abate! // Or che non vi sono più le grana / non si
mangia più il pane, / or che non vi sono i carlini / non si beve più il vino. / E ci mancano i ducati: / Viva Sant’Antonio Abate! // Il governo di Borbone / (dicon) che ha
scritto a Pio Nono / che l’avesse aiutato / in questa guerra dichiarata. / Ma il papa non
se n’è importato: / Viva Sant’Antonio Abate! // Che gli pigli un accidente / a Garibaldi
e Don Clemente, / dopo che Napoli l’ha pigliata / a Vittorio l’ha consegnata. / Ai
poveri non ha pensato: / Viva sant’Antonio Abate ! // Or che non suona il soldato di
guardia / si son formati i briganti, / or che suona il trombettiere / son finiti i cannonieri. / E Francesco è scappato: Viva Sant’Antonio Abate ! // I briganti non chiedono
la grazia, / Valentino, Saccoccia e Attanasio, /……… / I quattrini li tengono sotterrati: / Viva Sant’Antonio Abate! // Oh che siate uccisi / le guardie mobili e i Piemontesi,
/ dopo che tutto si è finito / al Piemonte se ne son tornati. / In mezzo ai guai ci hanno
lasciati: / Viva Sant’ Antonio Abate!
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… MA L’IDEAL NON MUORE
di Concettina Falcone
Nel film Allonsanfan (1974) dei Fratelli Taviani un nobile lombardo, Fulvio Imbriani, incarcerato dopo la restaurazione del 1816 per la
sua appartenenza alla setta dei Fratelli Sublimi, dopo il rilascio torna a
casa e si abbandona alle piccole gioie della vita domestica. Quando è
costretto a rientrare nella carboneria, si impossessa del danaro affidatogli per la causa e tradisce i compagni. Sbarcati tutti in una spiaggia
del sud sperando nella sollevazione degli abitanti, vengono massacrati
da soldati e contadini – evidenti i riferimenti ai fratelli Bandiera e a
Pisacane –. Il traditore, che ha barattato la propria incolumità con la
delazione, incontra l’unico sopravvissuto, “Allonsanfan”, ferito alla
testa, che nel delirio gli racconta come i rivoluzionari siano stati accolti trionfalmente dalla gente del luogo. Fulvio reindossa la camicia
rossa su quella bianca, che deve distinguerlo dai patrioti e salvarlo, e
viene ucciso a sua volta.
In Senso (1954), film di Luchino Visconti da una novella di
Arrigo Boito, siamo a Venezia nel 1866 alla vigilia della battaglia di
Custoza. Livia Serpieri, avvenente nobildonna non più giovanissima
vicina agli irredentisti, si innamora perdutamente di un giovane
tenente austriaco, Franz Malher, al quale consegna i soldi destinati
ai patrioti. Livia dimentica ideali, onore, dignità pur di raggiungere
l’ufficiale, scoprendo che i denari non gli sono serviti per corrompere i medici e ottenere l’esonero dal servizio militare, ma per vivere
nel lusso e tradirla con più giovani donne. Lo denuncia al comando
austriaco condannandolo alla fucilazione per diserzione e perde la
ragione.
Nell’uno e nell’altro film l’utopia si dissolve, nel primo per il desiderio di una serena normalità e nel secondo per un inopinato innamoramento che travolge ogni ideale. Nonostante la riprovazione per il comportamento dei due protagonisti, a noi cittadini edonisti di opulente repubbliche occidentali, privi delle spinte ideali che hanno contraddistinto periodi
storici precedenti, sembra più “umano” il cedimento a fatti e sentimenti
31
contingenti che una vita trascorsa in esilio o in galera per un’idea che difficilmente si realizzerà compiutamente.
Ma “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non
è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al
quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità fa di nuovo vela”1 dice Oscar
Wilde. Paul Claudel è meno ottimista: “Chi cerca di realizzare il paradiso
in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno”. Ce lo confermano i postumi delle grandi rivoluzioni, dalla “terreur”
e dalle guerre napoleoniche al comunismo reale. Ma è anche vero che
dopo le rivoluzioni il mondo avanza, a piccoli travagliati passi.
Scrive Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte. [...] Mi avvicino di due
passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte
si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”2.
La dedizione all’utopia è assoluta quando il sogno dell’avvento
di nuove età di maggiore giustizia sociale assume i contorni certi di
una religione, giacché l’utopia “rende concreto e plastico l’anelito
antichissimo e diffuso a una vita migliore” (A. Savinio). Non ci spiegheremmo altrimenti il fervore patriottico che infiammò i ragazzi del
Risorgimento con il relativo stravolgimento di abitudini e aspirazioni, perdita della libertà, esilio e a volte la morte. L’intellettuale sulmonese Panfilo Serafini (1817-1864) per un volantino e un sonetto
contro il regime – secondo Croce scritto in effetti da Leopoldo
Dorrucci – fu condannato dalla borbonica Gran Corte Speciale di
Aquila a venti anni di carcere. Ne scontò cinque, fino all’arrivo di
Garibaldi, in condizioni disumane – prigione scavata nella roccia e
catena alla caviglia a Montefusco e nelle altrettanto brutali carceri di
Montesarchio e Procida – che minarono irrimediabilmente la sua
salute. Ebbe come compagni di pena Carlo Poerio e Sigismondo
Castromediano.
41 O. Wilde, L’anima dell’uomo sotto il socialismo, Feltrinelli, 2005
42 E. Galeano, Finestra sull’utopia, da Parole in cammino, Sperling & Kupfer, Milano 2006,
pag. 255.
32
Alcuni decenni dopo l’unità Il Martello, periodico newyorkese dell’anarchico di origini sulmonesi Carlo Tresca, pubblica in prima pagina
l’articolo Commemorando il nostro poeta Pietro Gori nell’anniversario
della morte3 della poetessa Virgilia D’Andrea, anch’essa sulmonese e
anarchica, esule negli Stati Uniti dopo esserlo già stata in Francia, la quale
descrive con cognizione di causa la vita difficile dell’idealista militante:
[…] O voi tutti, discacciati dalla terra dove forte e rigogliosa
fiorì la giovinezza vostra;
O voi tutti, che ve ne andate per le strade del mondo perché
non avete un rifugio sicuro nel paese che rendeste grande e nobile con il vostro lavoro, che rendeste glorioso e ammirevole con
le vostre lotte;
O voi, che sentite il martirio dell’incerto ed oscuro domani ed
il singhiozzo e la ruina del passato travolto;
O voi, che vi lasciate colpire per difendere la vostra bandiera;
[...] O voi che conoscete i deprimenti opifici delle immense
città straniere e superbe e che sapete l’agonia delle giornate
senza lavoro e senza pane e la freddezza della stanza vuota dove
né bimbo vi sorride e né donna vostra vi bacia;
O voi, che siete odiati perché avete molto amato, che siete stati
feriti perché avete fasciato le ferite dei fratelli, che siete stati insultati e sputacchiati perché vi siete genuflessi davanti allo strazio del
calvario, che siete stati ripudiati perché avete raccolto sulle braccia il carico delle umane miserie, che siete stati crocifissi perché
avete ostinatamente creduto, che siete stati discacciati oltre i confini perché avete sognato una più vasta e più libera patria, bussate, oggi, alla tomba del vostro cantore e riposate accanto al biancore del marmo la fronte che brucia e le mani che tremano.
Perché la primavera rifiorisca attorno al germoglio della vita
travolta.
Perché l’azzurro ritorni nel fosco grigiore dei pensieri accorati.
Perché rinascano le rose là dove magnifici sogni furono recisi. E sieno rosse, rosse e vive come il sangue che cola dal ramo
martoriato.
43 V. D’Andrea, Ricordando il nostro poeta Pietro Gori…, Il Martello, New York, 26 gennaio
1924, vol. X, n. 4, pag. 1.
33
E conclude con i versi di Gori:
Passan le glorie, muoion gli Dei, l’odio, l’amore,
Su per l’orbe vetusto: ma l’ideal non muore.
Lo stesso Tresca nell’ultimo primo maggio della sua vita, anno
1942, scrive:
Verrà.
Verrà il Primo Maggio di fiamme, di sole, di canti e di battaglie feconde.
Bisogna avere fede.
Bisogna mantenere dritta la schiena, tesa la mente, ferma la
coscienza.
Nel Risorgimento l’esempio più illustre di anima inquieta è Giuseppe
Mazzini, che Edmondo De Amicis in Cuore (1886) così descrive:
“ … Tutti pigliammo la penna. Il maestro dettò:
«Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805, morto a Pisa
nel 1872, grande anima di patriotta, grande ingegno di scrittore, ispiratore ed apostolo primo della rivoluzione italiana; il
quale per amore della patria visse quarant’anni povero, esule,
perseguitato, ramingo, eroicamente immobile nei suoi principii
e nei suoi propositi”.
Unica consolazione nella vita dell’“apostolo” il telegramma del
9 febbraio 1849 con l’invocazione di Goffredo Mameli: Roma
repubblicana, venite! Consolazione che dura qualche mese, dopodiché Mazzini si dimette con gli altri triunviri dichiarando di essere
stato eletto “a difendere non a sotterrare la repubblica”.
Esule antico, al ciel mite e severo
Leva ora il volto che giammai non rise,
«Tu sol – pensando – o idëal, sei vero».4
44 G. Carducci, Giuseppe Mazzini, Giambi ed Epodi.
34
Muore sotto falso nome ospite della famiglia Nathan-Rosselli,
che a sua volta ci evoca vite sacrificate, stavolta nell’Italia unitaria
ma sotto la dittatura fascista. Carlo e Nello Rosselli, colti rampolli
dell’agiata famiglia pisana, discepoli prediletti di Gaetano
Salvemini, anziché godersi ricchezza e posizione sociale si battono
contro la dittatura subendo persecuzione ed esilio, fino ad essere trucidati in Francia dagli estremisti di destra della “Cagoule” su mandato di Galeazzo Ciano nel 1937. Nessuno dei due aveva ancora
quarant’anni.
Chi sono i campioni dell’utopia risorgimentale? Mazzini lamenta
“la presenza perlopiù di aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi o
ufficiali dell’esercito decisi a costruire, anche dopo la vittoria, una
classe privilegiata cui avrebbe dovuto essere affidata la direzione dello
Stato”, mentre “tutti gli uomini di una nazione sono chiamati, per la
legge di Dio e dell’umanità, ad essere uguali e fratelli” e “l’istituzione
repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire”.
Dunque aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi o ufficiali dell’esercito. Anche per immaginare l’“isola che non c’è” occorre istruzione, benessere e fantasia. Il popolo delle città partecipa ad alcuni moti
– emblematiche le 5 giornate di Milano –; quello contadino invece non
è partecipe dell’utopia: è analfabeta, miserabile, risente di un’arretratezza secolare, ha ben altri problemi che sognare l’unità d’Italia e si
limita a sporadiche ribellioni spinto dall’istinto di sopravvivenza. Solo
quando Garibaldi, uno dei pochi “uomini del popolo” del
Risorgimento, sbarca a Marsala e risale dalla Sicilia verso Napoli con
le sue truppe, la gente del sud si illude, si concede la rivolta e l’occupazione delle terre e in qualche caso la vendetta, come a Bronte, dai cui
tragici fatti Verga trae la novella Libertà.
– A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi
campieri! –. Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non
puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!
– A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva
niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la
carne del prossimo per due tarì al giorno!
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E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i
cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!
Proprio un generale in camicia rossa viene a fare giustizia. Alcuni
sono fucilati subito, altri sono processati e condannati.
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi
è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era
la libertà!...
Il problema dunque è che esistono due Libertà: quella dei
patrioti che si battono per un’Italia unita, sottratta agli stranieri e a
sovrani ormai anacronistici, e quella dei poveri per i quali libertà è
possedere un pezzo di terra per riscattarsi da fame e servitù.
L’errore di molti fu illudersi che l’una avrebbe incluso necessariamente l’altra.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa cinicamente ipotizza che a muovere alcuni nobili, ricchi borghesi, ufficiali dell’esercito sia l’opportunismo mascherato da utopia. Quando ne Il Gattopardo Tancredi
annuncia allo zio che va a combattere contro “Franceschiello Dio
Guardi”, il Principe oppone un «Sei pazzo, figlio mio! Andare a metterti con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri
dev’essere con noi, per il Re». «Per il Re, certo, ma per quale Re?…
Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se
vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».
Nel romanzo l’inviato piemontese Chevalley, brav’uomo che in perfetta buona fede crede che «questo stato di cose non durerà; la nostra
amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto», è sceso da
Torino a Donnafugata per invitare un aristocratico di antico casato come
il Principe di Salina a entrare in politica, ottenendo peraltro un rifiuto.
«Principe, ma è proprio sul serio che lei si rifiuta di fare il
possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di
povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo?»
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[…] Il Principe era depresso: «Tutto questo» pensava «non
dovrebbe poter durare; pure durerà, sempre; il sempre umano,
beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».
Se un Tancredi in camicia rossa fa sorridere amaro, stupiscono le
vicende dei Panfilo Serafini di tutta Italia, da Silvio Pellico in poi, fino
ad arrivare a chi andava a morire sul campo di battaglia come i volontari che combatterono con Garibaldi contro i borbonici nella battaglia
del Volturno5. Battaglia in cui “erano state decisive la sorte amica (sic)
e le capacità tattiche e strategiche di Garibaldi, sempre presente nei
momenti cruciali dei combattimenti, trascinatore ed animatore dei suoi
uomini anche nei momenti più critici” – a detta di un’insospettabile
Associazione Culturale Neoborbonica on line – e, io aggiungerei, la
superiore motivazione dei garibaldini, l’ideale che li teneva insieme,
loro, che venivano da tutte le regioni.
La nostra storia unitaria è nota. La discrepanza tra utopia e realtà
è subito evidente.
“Aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi e ufficiali dell’esercito” costituiscono il nuovo governo, che inizia i lavori nella maniera
più efferata: soldati dell’esercito nazionale annientano, in un crescendo di violenza fratricida, la guerriglia di borbonici irriducibili, ex
militari sbandati, contadini delusi e affamati, briganti, che ha il suo
culmine nell’applicazione della famigerata legge che porta il nome
dell’aquilano Giuseppe Pica votata da tutta la destra storica nel 1863.
“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a
ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti”6.
45 Tra gli altri il sulmonese Giuseppe De Blasiis, comandante della legione del Matese con
cui riuscì a entrare a Benevento.
46 Antonio Gramsci, Ordine Nuovo, 1920.
37
Gaetano Salvemini nel saggio Le origini della reazione, pubblicato nel 1898 dopo la strage ordinata da Bava Beccaris stavolta al
nord, a danno del popolo milanese in rivolta per il caropane, “mette
in evidenza come le forze reazionarie, legate alla monarchia piemontese, abbiano prevalso sulle forze democratiche e popolari –
rappresentate da personalità quali Mazzini, Garibaldi, Ferrari e
Cattaneo – che lottavano per costruire un assetto politico realmente
nuovo. Secondo Salvemini «reazione e rivoluzione, incontratesi nel
lavoro dell’unità» hanno lottato fra loro per cinquant’anni allo scopo
di «assicurarsi il dominio dello Stato». L’esito ultimo di questa lotta
– iniziata quando Carlo Alberto «sentì il bisogno (…) di spargere un
po’ d’olio… liberale sulle onde rivoluzionarie» – è stata la sanguinosa reazione del 1898, che Salvemini ha sotto i propri occhi mentre scrive”7.
In un dibattito sul Risorgimento apertosi nel 1935 in seno alla rivista Giustizia e Libertà proprio partendo dal tema del saggio di
Salvemini, Nicola Chiaromonte afferma:
«Gridando “Italia, Italia” si dimentica di abolire il latifondo,
di occuparsi della questione sociale, di badare alle garanzie legali di una vera libertà (tribunali indipendenti, poteri di polizia,
autonomie provinciali, ecc.) e si finisce col costringere le masse
depauperate del popolo italiano a fuggire come “emigrati”
dall’“Italia libera”»8.
Del resto aveva già scritto Mazzini alla vigilia delle prime elezioni:
«Il paese è malcontento, perché ha coscienza d’essere chiamato a vivere d’una nuova vita, chiamato a compire una grande
rivoluzione, rivoluzione nazionale e politica, d’unità e di libertà,
e si trova diretto da un ministero e da una setta politica che tramano della rivoluzione, che non hanno coscienza né iniziativa
47 Caffi, Calosso, Chiaromonte, Gobetti, Gramsci, Rosselli, Salvemini, Venturi, L’Unità
d’Italia – Pro e contro il Risorgimento -, ed. e/o, Alberto Castelli, introduzione, pag. 13.
48 Ibidem, Nicola Chiaromonte, pag. 40.
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d’unità, che circondano d’ostacoli e di diffidenze la libertà, che
intendono a reggere la nuova, ampia, splendida vita della nazione colla formola e colle istituzioni della meschina, angusta, timida vita d’una frazione di quella».
E di Cavour:
«Cavour, nel fatto, nega l’Italia; egli non conosce che un
Piemonte ingrandito, ciò che costituisce nazione, l’anima, la vita
vera d’Italia, l’insieme delle tendenze, delle sue aspirazioni, la
somma e la verità de’ suoi bisogni, l’istinto della sua missione in
Europa, il pensiero collettivo che rende sacro ogni pollice del terreno posto fra l’Alpi e il mare, è arcano a Cavour. Materialista
nell’intelletto come nell’intento, ei non varca la questione del territorio. La patria italiana si riduce per lui a un certo numero di
leghe quadrate aggiunte alla terra che lo fece ministro.»9
Dunque gli antichi privilegi restano e le terre espropriate tornano a
latifondisti e ricchi borghesi con un espediente truffaldino; tra l’altro la
necessità di rafforzare l’esercito, diminuire l’analfabetismo (al 75%
con punte del 90), costruire strade, omologare lo “scartamento” ferroviario tra i territori dei precedenti stati, ecc., induce il governo a introdurre tasse pesanti e impopolari come quella sul macinato, la cosiddetta tassa progressiva sulla miseria; coi nuovi mezzi di trasporto arrivano granaglie a poco prezzo dalle Americhe, Australia, Russia generando la crisi economica europea degli anni ’70, colpendo in particolare
l’Italia che trae sostentamento quasi esclusivamente dalle campagne; i
poveri sono più poveri e comincia il grande esodo verso i paesi al di là
dell’oceano; la Chiesa avversa l’unità dai pulpiti – ancora nel 1927,
due anni prima del Concordato, l’articolista di un giornale clericale si
indigna perché
… il governo [fascista] della nazione, ormai più che sicuro
nelle sue solidissime basi cementate anche dalla divina provvi-
49 G. Mazzini, I doveri degli elettori, Il popolo d’Italia, 29 dicembre 1860.
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denza, non ha ancora deciso di distruggere tutto ciò che possa
ricordare alla mente del popolo buono e calmo per natura il passato caotico e ribelle. Per esempio: che ci fanno in Italia i monumenti di Bruno, Pisacane, Garibaldi, Mazzini, e di tanti altri rivoluzionari scomunicati e ribelli? Perché nelle scuole dello Stato si
insegna l’eroismo indiavolato con l’esempio e la venerazione di
questi indemoniati?… Le effigi dei cospiratori e dei lottatori rivoluzionari sono stati fin troppo tempo rispettati ingiustamente; è
l’ora di distruggerle, e con esse il ricordo funesto che porta alla
perdizione dell’anima e del corpo del popolo italiano.10
L’Italia comunque è fatta. L’amor patrio col tempo e l’aiuto di una
insistente agiografia si diffonde anche tra i ceti bassi e giunge alla sua
massima espressione nella prima guerra mondiale con la mobilitazione effettiva e ideale della nazione contro il nemico. Poi, l’utopia socialista e anarchica della classe operaia nel “biennio rosso” (1919-20),
scongiurata da “aristocratici, prelati, ricchi borghesi e ufficiali dell’esercito” con vent’anni di dittatura che termina grazie a un sussulto di
dignità da parte degli Italiani: la resistenza. Nella scuola pubblica il
popolo dai mille dialetti impara il linguaggio comune. Poi, negli anni
sessanta, il decollo, e l’Italia una, democratica e repubblicana siede tra
i paesi più ricchi e industrializzati del mondo.
Ciononostante oggi, a centocinquanta anni di distanza, abbiamo
dimenticato a prezzo di quanti sacrifici sia stata fatta l’unità prima e
la democrazia dopo: la questione meridionale non è risolta; il nord
considera il sud un freno al suo sviluppo e se ne risente come se all’epoca i meridionali avessero marciato su Torino; i meridionali si riscoprono un mai sopito rancore verso i “conquistatori” settentrionali e
sono assai indulgenti verso il “fatiscente” (A. Omodeo) regno borbonico; la malavita cambia pelle e dilaga grazie a connivenze nelle istituzioni e ci chiediamo in nome di quale utopia si siano immolati
Falcone e Borsellino; la politica ha un che di mendace e gretto, da
pubblicità televisiva; l’inno di Mameli è messo in discussione; i
festeggiamenti dell’anniversario, boicottati, sono stati in forse “per
10 Il Martello, La bestia nera si desta, 1927.
40
non perdere una giornata di lavoro” e salvati in extremis dal
Presidente della Repubblica.
Ci viene il sospetto che una società fondata sul capitale abbia esigenze ristrette, elementari e immediate. Duemila anni di cristianesimo, che
comunque la pensiamo ci hanno plasmato alla convinzione del primato
della carità, della solidarietà, dell’attenzione all’altro – persona, comunità, popolo – sembrano avere esaurito il loro effetto contro il muro di
gomma dell’individualismo più spietato, come del resto aveva preconizzato Pasolini. Processo involutivo a cui non sfugge la Chiesa stessa,
afflitta da un’avidità che scarsamente si confà al ruolo. I nuovi “vincenti” per dirla con Fromm non sono, hanno. E chi “non è” non necessita di
etica, cultura, utopia. È tempo del vitello d’oro e degli ideali meschini.
Il patriota e poeta Alessandro Poerio (1802-1848), napoletano
morto a Venezia per le ferite riportate in combattimento nella difesa
della città, così scriveva:
A che le leggi provvide
e ’l frequente senato,
e di suffragi gravide
l’urne, e ’l pensiero armato,
e la parola libera,
e la comun Città,
se desiderio ed ultimo
fine agl’ingegni è l’oro,
se qui l’un l’altro compera,
se non è più tesoro
Coscienza, se mancano
Virtudi a Libertà? 11
11 A. Poerio, da All’amico Gabriele Stefani.
41
E. Matania, Giuseppe Mazzini sulla via dell’esilio.
42
G. Induno, Giuseppe Garibaldi a Capua (1861), Milano, Museo
del Risorgimento.
43
Senso di Luchino Visconti (1954).
Dal loggione del teatro “La Fenice” di Venezia piovono volantini tricolori sugli
austriaci in platea durante la rappresentazione del Trovatore.
44
“ARPA D’ OR DEI FATIDICI VATI”:
SULLE NOTE DEL RISORGIMENTO.
di Sabrina Cardone
Il grande movimento ideale dell’Ottocento italiano, che va sotto il
nome di Risorgimento, fu seguito, accolto e, qualche volta, preceduto
dalla “vetrina sociale” più rappresentativa e popolare dell’epoca: il
melodramma.
Italianità e melodramma si identificarono in un connubio noto in
tutto il mondo; il fenomeno operistico che esaltava la innata musicalità della lingua italiana e con essa era identificato, assunse un ruolo
maggiore che in passato grazie al legame allacciato con elementi di
cultura nazional – popolare. Già Mazzini, in un saggio del 1836 aveva
auspicato il sorgere di una nuova musica, non più salottiera ed aristocratica, ma popolare e che esprimesse con linguaggio immediato e fresco i più nobili sentimenti della nazione e dell’amor patrio; individuando nel coro lo strumento più efficace per attingere ad una fusione ideale degli animi di migliaia di persone e spronarle ad un agire comune.
Più di ogni altra forma letteraria o drammatica (poesia, romanzo,
teatro) il melodramma, durante il Risorgimento, acquisiva efficacia
politica per la sua immediatezza sentimentale, in cui si mescolavano
amore e patria, famiglia ed esilio, ribellione e guerra: il motto Viva
V.E.R.D.I. (cioè Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia) è sintomatico dell’enorme influenza e funzione propagandistica del genere nei momenti cruciali del Risorgimento italiano.
Accantonati argomenti mitologici, arcadici e classici, i libretti d’opera proponevano trame intessute di elementi storici e politici, in cui le
immagini di popoli oppressi e riscosse nazionali velavano (ma non
troppo) il riferimento alla condizione italiana, coinvolgendo con acceso pathos il pubblico.
Il magico potere della musica, capace di commuovere ed incitare
all’azione le masse popolari, era però ben noto anche ai regimi conservatori che per questo la temevano.
45
Se i teatri lirici erano lo specchio della società ottocentesca, dalla
nobiltà alla borghesia grande e media, al basso ceto (che riempiva i teatri di provincia o quelli ove si rappresentavano opere buffe e farse), si
può ben capire quale enorme valore riponessero nella censura coloro
che erano preposti alla sorveglianza nel tentativo di tenere a freno le
manifestazioni che, in ogni momento del processo risorgimentale, spontaneamente si verificavano durante le rappresentazioni operistiche.
Manifestazioni che non furono soltanto appannaggio delle opere di
Verdi (apostolo musicale del Risorgimento), ma che interessarono
anche opere degli autori maggiori e minori dell’Ottocento italiano.
I primi impigli politici in cui incorre il melodramma forse sono
contenuti nell’innocua Italiana in Algeri di Rossini (1813), laddove
l’aria di Isabella («Pensa alla patria, e intrepido | il tuo dover adempi:
| vedi per tutta Italia | rinascere gli esempi | d’ardir e di valor») era fin
troppo esplicita per la censura napoletana che sovrintendeva alle rappresentazioni del Teatro de’ Fiorentini dove fu portata in scena nel
1815. Cinque anni dopo fu il giovane Bellini ad essere coinvolto in un
episodio “patriottico”, avendo aderito, nel 1820, alla Carboneria.
L’entusiasmo durò pochi mesi: quando il 15 maggio 1821 re
Ferdinando rioccupò il trono, il furore patriottico svanì nel nulla.
L’episodio è raccontato da Francesco Florimo, amico di Bellini e
custode della sua memoria: «Ed in quel tempo [1820], spinti un po’
dagli amici e un po’ per seguire la corrente, ci siamo iscritti alla setta
così detta dei Carbonari. Ma l’entusiasmo del momento doveva terminare coll’entrata delle truppe tedesche nel marzo del 1821. Si ritornò
all’antico ordine di cose, ed addio libertà, addio costituzione: la reazione si mostrò da per tutto e per tutto».
La platea del teatro alla Scala di Milano fu divisa in due parti: nelle
prime file prendeva posto la milizia austriaca, ai normali spettatori era
riservato il fondo sala; nonostante ciò non mancavano tafferugli.
Quando nel 1859 fu cantato il coro “Guerra guerra” dalla “Norma” di
Bellini il pubblico italiano si alzò in piedi applaudendo freneticamente mentre i soldati austriaci urlavano contro gli italiani, tanto che nelle
successive rappresentazioni il coro venne proibito. Uguale entusiasmo
suscitava il coro che conclude il secondo atto dei Puritani, altra opera
del Bellini, “Suoni la tromba e intrepido io pugnerò da forte”, risve-
46
gliando fino al parossismo il generale furore patriottico nazionale.
Cristina di Belgioioso, coi suoi deliri rivoluzionari d’élite, pensò di
invitare i musicisti che frequentavano il suo salotto a comporre alcune
variazioni sul tema: aderirono di buon grado Liszt, Thalberg, Herz,
Czerny, Chopin, che misero insieme una composizione dal titolo
Hexaméron.
In alcuni casi i musicisti avevano vita difficile, come Piero
Maroncelli, musicista di talento e di sicuro avvenire, se non fosse stato
per quel suo “vezzo” d’essere un carbonaro, la cui carriera fu stroncata dal carcere duro, dal conseguente esilio in America e da un’esistenza di stenti come maestro di canto e d’italiano.
Il Maroncelli ci riferisce di sue conversazioni, in casa degli Antonii,
con il più celebre musicista ed operista Gaetano Donizetti (insieme con
Rossini, Bellini e Verdi, emblemi del melodramma risorgimentale).
Non è chiaro se le conversazioni riguardassero tematiche musicali o politiche, di certo Donizetti rimase fondamentalmente indifferente alle istanze risorgimentali, nonostante che in Italia esista una
tradizione orale secondo cui il compositore bergamasco avrebbe partecipato ad attività politiche. Da Roma, quando Gregorio XVI fece
reprimere a fucilate i moti degli affiliati alla Giovine Italia di
Giuseppe Mazzini, scriveva al padre: «Io sono uomo che di poche
cose s’inquieta, anzi di una sola, cioè se l’opera mia va male. Del
resto non mi curo». Ma al di là degli interessi diretti o della intenzionalità dei messaggi politici o di incitazione alla ribellione contro lo
straniero, era il pubblico ad assumere frasi ed immagini del melodramma come una espressione di indipendenza dalla cultura degli
Stati dominatori, appropriandosene come di un simbolico patrimonio
comune del popolo italiano.
Un esempio: nel 1831, a Modena, la congiura scoperta in casa di
Ciro Menotti, la sera del 3 febbraio, fa sospendere le rappresentazioni
degli Esiliati in Siberia di Donizetti: una marcia dell’opera è diventata
l’inno dei rivoltosi. Nonostante l’apparente carenza di sensibilità politica del musicista bergamasco, una personalità impegnata come quella
di Mazzini avrebbe di lì a qualche anno tentato di piegare a fini politici la musica donizettiana. In uno scritto del 1836 (Filosofia della musi-
47
ca) Mazzini scrive: «Forse v’è più che presentimento e speranza lontana, forse, – se a ricostituire la musica non si richiedesse che genio, e
non costanza sovrumana ed energia per combattere disperatamente
contro i pregiudizi, e la tirannide de’ direttori venali, e la turba de’ maestri, e il gelo de’ tempi – anche tra’ viventi avremmo chi potrebbe,
volendo, levarsi all’officio di fondatore della scuola musicale Italoeuropea, e porsi a rigeneratore, dov’oggi non è che primo tra quanti
militano sotto le bandiere della scuola Rossiniana Italiana. Parlo di
Donizetti, l’unico il cui ingegno altamente progressivo riveli tendenze
rigeneratrici, l’unico ch’io mi sappia, sul quale possa in oggi riposare
con un po’ di fiducia l’animo stanco e nauseato del volgo d’imitatori
servili che brulicano in questa nostra Italia».
Nella febbrile atmosfera dei giorni che precedettero le insurrezioni del 1848, durante una rappresentazione della Gemma di Vergy
a Palermo, mentre il tenore che impersonava Tamas cantava «Mi
togliesti e core e mente, | Patria, Numi e libertà», questa fatidica
parola scatenò i sentimenti risorgimentali del pubblico, che eruppe
in grida patriottiche, costringendo la primadonna della serata, Teresa
Parodi, ad apparire in scena col tricolore. Nonostante l’indifferenza
di Donizetti verso le istanze risorgimentali, c’è da sottolineare il
fatto che a Parigi il compositore ebbe contatti con Giovanni Ruffini,
mazziniano, esule genovese, il quale scrisse il libretto per il Don
Pasquale (1843) e alcuni rimaneggiamenti e la traduzione in italiano del libretto per il Dom Sébastien (1843). A Parigi Donizetti aveva
quale agente e amico Michele Accursi, spia dello Stato Pontificio
sotto le mentite spoglie dell’esule mazziniano. Mazzini, a sua volta,
seppe utilizzare la popolarità e la fama di “conformista” acquisita
dal bergamasco (soprattutto dopo che il compositore divenne “maestro di cappella dell’imperatore d’Austria”) quando adottò il suo
recapito postale parigino come indirizzo delle missive segrete della
Giovine Italia. Approfittando della familiarità tra Donizetti, i fratelli Ruffini e Michele Accursi, i cospiratori mazziniani potevano inoltrare i loro messaggi a Parigi, inviandoli all’indirizzo del celeberrimo compositore.
Diversa la storia dell’inno nazionale italiano e del compositore
della musica.
48
Michele Novaro (1822-1885), genovese, ebbe breve carriera di
cantante, ma fu didatta e compositore di melodrammi. In gioventù
cantò in due opere di Donizetti: nella Linda di Chamounix (1842) e
nella Maria di Rohan (1843); in seguito condusse una apprezzabile
carriera di secondo tenore al regio di Torino. Ai giorni nostri è famoso per aver composto la musica dell’inno patriottico Canto degli italiani (1847), con i versi di Goffredo Mameli, meglio conosciuto
come Fratelli d’Italia. Inno nazionale “provvisorio” (dal 1946 al
2006) della Repubblica italiana (spesso fu proposto di sostituirlo
con il Va pensiero verdiano), ora riconosciuto per decreto definitivamente come nostro inno. Secondo la leggenda, una sera di settembre
del 1847, durante una riunione tra patrioti e appassionati di musica
a Torino, il pittore genovese Ulisse Borzino portò a Novaro la bozza
del Canto degli Italiani che gli mandava Mameli. Il musicista
improvvisò subito una marcia; durante la notte perfezionò l’unica
sua opera che lo renderà famoso ai posteri. In quello stesso periodo
Mameli fu il destinatario d’un breve carteggio con Mazzini, il quale
chiedeva al poeta, in una lettera del 6 giugno 1848 (allegando una
nota di Verdi), un inno patriottico che poi il maestro avrebbe musicato. Il testo fu scritto e l’inno musicato: ebbe il nome di Suona la
tromba. Verdi lo mandò al grande patriota italiano accompagnandolo con queste parole:
«Ho cercato d’essere più popolare e facile che mi sia stato
possibile. Fatene quell’uso che credete: abbruciatelo anche se lo
credete degno […] Possa quest’inno, fra la musica del cannone,
essere presto cantato nelle pianure lombarde. Ricevete un cordiale saluto di chi ha per voi tutta la venerazione».
In quello stesso periodo Verdi, da Parigi, prendeva i primi contatti con il librettista Salvatore Cammarano, da sempre sostenitore di
aspirazioni patriottiche, a Napoli, per un’opera che rispecchiasse
l’«epoca più gloriosa della storia italiana, quella della Lega
Lombarda».
Dopo vari tentativi con la censura napoletana, i due convennero
per un lavoro passato alla storia come La battaglia di Legnano, opera,
49
dal contenuto sovversivo, rappresentata durante la Repubblica romana,
la sera del 27 gennaio 1849, qualche giorno avanti la proclamazione
dell’effimera repubblica.
Verdi, che curò personalmente l’allestimento della prima, ebbe un
successo travolgente, tanto che il compositore fu investito di una onorificenza repubblicana. Questo fatto, però, nocque alla fama dell’opera
che fu sottoposta al cambiamento del titolo, dell’ambientazione e dei
personaggi.
Ma Verdi era uomo di musica e non d’armi; stando a Parigi si era
illuso di poter comporre e portare avanti opere sovversive.
La sua opera continuava, dal Nabucco (con il celebre coro Va pensiero) all’ Ernani, alla Battaglia di Legnano, ai Lombardi alla prima
crociata (coro Viva l’Italia! Un sacro patto e O Signor che dal tetto
natio) ai Vespri siciliani, al Macbeth (con il coro, forse non da tutti
conosciuto, Patria oppressa) a raccogliere consensi e a coinvolgere i
patrioti che trovavano nella sua cifra melodica e nella sua robusta
orchestrazione ispirazione e monito per le loro lotte.
Durante le cinque giornate di Milano, un osservatore straniero, J.
Alexander von Hübner, così scriveva: «In mezzo a questo caos di barricate si pigiava una folla variopinta. Preti molti col cappello a larghe
tese, fregiato di coccarda tricolore, signori in giustacuore di velluto…
borghesi portanti il cappello alla Calabrese o in onore di Verdi il cappello all’Ernani».
Nel frattempo Verdi scriveva al librettista Piave, arruolato a
Venezia nella Guardia Nazionale, una lettera dalle eccitate ed esplicite
affermazioni:
«… Sì, sì, ancora pochi anni forse pochi mesi e l’Italia sarà
libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di
musica!! Cosa ti passa in corpo?... Tu credi che io voglia ora
occuparmi di note, di suoni?... Non c’è né ci deve essere che una
musica grata alle orecchie delli Italiani nel 1848. La musica del
cannone!...».
Il film Senso, per la regia di Luchino Visconti (1954), nel quale si
narra una storia d’amore ambientata nell’Ottocento risorgimentale, si
50
apre in un teatro d’opera ove è rappresentato Il trovatore di Verdi
(1853) con una coinvolgente dimostrazione patriottica proprio durante
la famosa cabaletta Di quella pira. Ma già da tempo le tematiche storiche erano state abbandonate dallo stesso Verdi e con l’unità d’Italia
ben altri saranno i risultati dei proponimenti dei tanti che credettero nel
Risorgimento. Sconfitti i sostenitori della causa rivoluzionaria, Verdi fu
tra i sostenitori della causa monarchica:
«L’onore che i miei concittadini vollero conferirmi nominandomi loro rappresentante all’Assemblea delle Provincie parmensi mi lusinga, e mi rende gratissimo. Se i miei scarsi talenti, i
miei studi, l’arte che professo mi rendono poco atto a questa
sorta d’uffizi, valga almeno il grande amore che ho portato e
porto a questa nobile ed infelice Italia. Inutile il dire che io proclamerò in nome dei miei concittadini e mio: la caduta della
Dinastia Borbonica; l’annessione al Piemonte; la Dittatura dell’illustre italiano Luigi Carlo Farini. Nell’annessione al
Piemonte sta la futura grandezza e rigenerazione della patria
comune. Chi sente scorrere nelle proprie vene sangue italiano
deve volerla fortemente, costantemente; così sorgerà anche per
noi il giorno in cui potrem dire di appartenere ad una grande e
nobile nazione» (lettera dell’8 settembre 1859 indirizzata dal
musicista al podestà di Busseto).
Una curiosità: Verdi celebrò i tre colori della bandiera italiana con
uno stornello, Il Brigidino, su parole di Francesco Dall’Ongaro.
51
LE PAROLE IN MUSICA DEL RISORGIMENTO MUSICALE
Di seguito un breve assaggio dei testi patriottici di alcuni cori
tratti dai melodrammi citati.
Va pensiero (Giuseppe Verdi, Nabucco)
Va pensiero sull’ali dorate,
va, ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano tiepide e molli,
l’aure dolci del suolo natal.
Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate.
Oh, mia patria, sì bella e perduta,
oh membranza sì cara e fatal!
Arpa d’or dei fatidici vati,
perchè muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto riaccendi
ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati,
traggi un suono di crudo lamento:
oh t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al patire virtù.
52
Patria oppressa (Giuseppe Verdi, Macbeth)
Patria oppressa!
Patria oppressa!
Il dolce nome
no, di madre aver non puoi,
or che tutta à figli tuoi
sei conversa in un avel!
D’orfanelli e di piangenti
chi lo sposo e chi la prole
al venir del nuovo sole
s’alza un grido e fere il ciel.
A quel grido il ciel risponde
quasi voglia impietosito
propagar per l’infinito,
Patria oppressa, il tuo dolor!
Suona a morto ognor la squilla,
ma nessuno audace è tanto
che pur doni un vano pianto
a chi soffre ed a chi muor!
Nessun dona un vano pianto
a chi soffre ed a chi muor!
Partia oppressa!
Patria mia!
Oh Patria!
53
Dal tuo stellato soglio
(Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto)
Dal tuo stellato soglio,
Signor, ti volgi a noi;
pietà de’ figli tuoi,
del popol tuo pietà.
Pietà de’ figli tuoi,
del popol tuo pietà,
Se pronti al tuo potere
son elementi e sfere,
tu amico scampo addita
al dubbio errante piè.
Pietoso Dio, ne aita:
noi non viviam che in te
In questo cor dolente
deh! scendi, oh Dio clemente:
e farmaco soave
gli sia di pace almen.
Il nostro cor che pena,
Deh! tu conforta almen.
Ma se pigra l’Italia dormisse,
se ponesse nell’opra ritardo…
Qui la voce dell’esule bardo
nel sospiro gemendo spirò
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CANZONI DEL RISORGIMENTO.
L’ISPIRAZIONE POPOLARE.
Addio mia bella addio (Carlo Bosi, 1848)
Musica di autore ignoto, versi di C. A. Bosi, la canzone si diffuse
durante il Risorgimento e divenne molto popolare nel 1848. La patria
viene a identificarsi con la moglie/fidanzata ed è l’amor di patria a fornire la motivazione principale. In seguito divenne uno dei canti più diffusi
in tutte le guerre. La canzone è anche conosciuta come “Addio del volontario toscano“ o “La partenza del soldato”. Probabilmente fu la canzone
più cantata nel corso delle guerre risorgimentali tra il 1848 e il 1870.
Addio, mia bella, addio:
l’armata se ne va;
se non partissi anch’io
sarebbe una viltà!
Non pianger, mio tesoro:
forse ritornerò;
ma se in battaglia io moro
in ciel ti rivedrò.
La spada, le pistole,
lo schioppo li ho con me:
all’apparir del sole
mi partirò da te!
Il sacco preparato
sull’òmero mi sta;
son uomo e son soldato:
viva la libertà!
Non è fraterna guerra
la guerra ch’io farò;
dall’italiana terra
lo straniero caccerò.
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L’antica tirannia
grava l’Italia ancor:
io vado in Lombardia
incontro all’oppressor.
Saran tremende l’ire,
grande il morir sarà!
Si muora: è un bel morire
morir per la libertà.
Tra quanti moriranno
forse ancor io morrò:
non ti pigliare affanno,
da vile non cadrò.
Se più del tuo diletto
tu non udrai parlar,
perito di moschetto
per lui non sospirar.
Io non ti lascio sola,
ti resta un figlio ancor:
nel figlio ti consola,
nel figlio dell’amor!’
Squilla la tromba...Addio...
L’armata se ne va...
Un bacio al figlio mio!
Viva la libertà!
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LA BELLA GIGOGIN (1858)
Fu suonata per la prima volta il 31 dicembre del 1858, al teatro
Carcano di Milano, alla vigilia della seconda guerra di indipendenza
del 1859 che segnerà la riunificazione dell’Italia. Non vi sono dati certi
riguardo a questo canto che risulta composto dalla mescolanza di strofe derivanti da vari canti popolari e tradotta in musica, una polka, dal
maestro Paolo Giorza nel 1858. La tradizione orale tramanda che la
canzone venne suonata per la prima volta la sera di San Silvestro, il 31
dicembre del 1858, al teatro Carcano di Milano alla vigilia della II
guerra di indipendenza. Quando la Banda Civica, diretta dal maestro
Gustavo Rossari, cominciò a suonare la bella Gigogin, il pubblico
reagì con entusiasmo al punto che la banda dovette riperterla per 8
volte. Vi sarebbe infatti un significato allegorico che non sarebbe sfuggito ai milanesi. La bella è malata (l’Italia? La Lombardia?), bisogna
aspettare ancora e lasciare che si mariti, cioè che avvenga l’alleanza tra
Vittorio Emanuele II e Napoleone III, per poter marciare contro gli
austriaci (daghela avanti un passo).
Si narra che la notte di quel capodanno venne cantata, suonata e
applaudita continuamente, anche davanti al palazzo del vicerè austriaco, come una sfida. La Ricordi pubblicò la canzone ma il governo
austriaco ne sequestrò le copie. Secondo altre testimonianze la stessa
canzone venne cantata alla battaglia di Magenta (04/06/1859) in cui le
truppe francesi sconfissero quelle austriache guidate da Giulaj.
La Gigogin divenne in breve il canto patriottico più popolare e cantato in ogni occasione, dalle spedizioni di Garibaldi ai moti del 1859 in
centro Italia.
La leggenda intessuta attorno a questo canto ne racconta l’origine
a partire dal 1848, durante le 5 giornate di Milano, e narra di una mitica figura di ragazzina.
Era il 22 marzo del ‘48 e a Milano, da sotto le barricate a Porta Tosa,
esce una bellissima ragazzina tremante per il freddo. E’ vestita con giubbotto, stivaloni e una larga gonna. A chi le chiede il nome risponde
Gigogin (diminutivo piemontese di Teresina, Gigogin fra i cospiratori
voleva dire anche ITALIA). Fuggita dal collegio e salita sulle barricate,
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riesce ad arruolarsi fra i volontari lombardi. Un giorno Manara le affida
un messaggio urgente per La Marmora, il colonnello dei Bersaglieri. La
sua felicità poi aumenta quando riesce ad ottenere un incarico ufficiale,
vivandiera o cantiniera (addetta allo spaccio). Conosce Mameli e fra i
due scoppia un amore intenso, epico. Va in prima linea, a Goito soccorre e rifocilla le truppe. La sua fama esce dal battaglione dei lombardi di
Manara e raggiunge i paesini più piccoli della pianura. Il suo coraggio la
spinge dopo la prima sconfitta a percorrere le terre rioccupate, a cantare
un ritornello “Daghela avanti un passo” (fate un passo a est verso l’oppressore). Il suo amore per Mameli non è solo sentimento: lo salva dalla
polizia austriaca che lo pedina, inscenando in strada un happening di
improperi rivolti all’imperatore Ferdinando II (Francesco Giuseppe era
solo erede, la sua corona arriverà a fine anno). Il ritorno in collegio è inevitabile. Fugge di nuovo, ma tutti gli uomini del ‘48 sono a Roma con
Garibaldi e stanno morendo sugli spalti della Repubblica. Il suo triste
domani di fanciulla non le appartiene più.
E la bella Gigogin
col tremille-lerillellera
La va a spass col so spingin
Col tremille-relillellà.
Di quindici anni facevo all’amore
Daghela avanti un passo
Delizia del mio cuore.
A sedici anni ho preso marito
Daghela avanti un passo
Delizia del mio cuore.
A diciassette mi sono spartita
Daghela avanti un passo
Delizia del mio cuor.
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La ven, la ven, la ven a la finestra
L’è tutta, l’è tutta, l’è tutta insipriada
La dis, la dis, la dis che l’è malada
Per non, per non, per non mangiar polenta
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
Lassala, lassala, lassala maridà.
Le baciai, le baciai il bel visetto
Cium, cium, cium
La mi disse, la mi disse oh che diletto !
Cium, cium, cium
La più in basso, la più in basso c’è un boschetto
Cium, cium, cium
La ci andremo, la ci andremo a riposar.
Ta-ra-ta-ta-ta-tam.
Sabrina Cardone
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T. Patini, Autoritratto in divisa di sergente della Guardia
Nazionale Mobile, Castel di Sangro, collezione privata.
“L’ITALIA CHIAMÒ”.
PITTORI GARIBALDINI.
di Cosimo Savastano
“A vent’anni tutto si amava e soprattutto la patria, l’Italia. Inconsapevoli, si era cospiratori”, scrisse, nel suo diario, Giovanni Fattori
(Livorno, 1825-1908), che dedicò parecchie fra le sue più significative pagine pittoriche alla partecipazione di soldati e volontari alle
guerre d’Indipendenza, forse più che all’epopea garibaldina, rievocando ove qualche fase dei combattimenti e ove le attività dei cavalleggeri in marcia, in avanscoperta, in perlustrazione o in sosta, nella
distensione del breve riposo o nella tensione delle attese, e ove richiamando la quotidiana realtà degli accampamenti, che aveva avuto
modo di osservare nei suoi luoghi o nei territori da lui frequentati.
“Un solo pensiero, un solo desiderio ci univa” nel dipanarsi di quegli
anni fervidi di idealità, contrassegnati dalle convinte adesioni e dalla
partecipazione attiva, generosa soprattutto da parte dei giovani, fra i
quali non furono pochi i pittori o aspiranti pittori in qualche caso
dotati di un patrimonio intellettuale tanto poco frequente fra gli artisti quanto idoneo a caratterizzarne e differenziarne la personalità
rispetto ai loro colleghi. Erano quasi sempre del tutto ignari dell’arte
della guerra, ma non per questo inclini a esitazioni e timori. A renderli impavidi, fino a distinguersi e a eccellere fra i più decisi e i più
animosi, era quella forza interiore, che scaturiva dall’ardore delle
convinzioni fondate sulle ineludibili certezze e sulla urgente necessità, avvertita come precipuo e prioritario dovere, di contribuire alla
unificazione dell’Italia e al riscatto dalle umiliazioni che le erano
state inferte dalle prepotenze straniere. Alcuni fra loro rappresentarono in schizzi, disegni e dipinti fasi dei combattimenti, il rude affanno
delle marce, la sofferenza dei feriti, la faticosa durezza dei giorni
antecedenti o successivi agli scontri con il nemico, reporters ante litteram nei campi di battaglia o negli attendamenti, dei quali, mostrandone gli aspetti umani e militari insieme, non raramente seppero
cogliere il senso più autentico.
63
“L’arte è sempre […] amica di libertà”. Con l’arte “anzi si prepara
la libertà, come si conquista con la rivoluzione”1, dichiarava Teofilo
Patini (Castel di Sangro, 1840 - Napoli, 1906) ancora negli anni più
tardi; e l’espressione si rivela particolarmente idonea non solo a favorire
la comprensione delle finalità che si propose come pittore, attraverso la
progressiva maturazione e formulazione della sua peculiare poetica sempre decisamente impegnata e propensa a misurarsi con la realtà più viva
e palpitante del suo tempo, quanto pure, e forse soprattutto idonea a dar
conto dei suoi convincimenti di pensatore colto, approfonditi e modellati nel tempo partendo dall’esempio vivo del padre, antiborbonico e intrepido propugnatore delle idealità risorgimentali, e dietro l’influenza degli
insegnamenti ricevuti da Leopoldo Dorrucci, sacerdote e raffinato latinista, e da Panfilo Serafini, studioso e saggista perseguitato ed infine incarcerato a vita per le idee antiteocratiche e libertarie professate apertamente negli “scritti sediziosi”. Sicché, la guida e le indicazioni amorevoli dei
maestri sulmonesi, ai quali il genitore tenne ad affidarlo, equivalsero alle
tenaci radici da cui partì per indirizzare il suo pensiero verso l’approdo
delle speculazioni artistico – filosofiche che scandagliò e in cui si addentrò pure attraverso gli illustri confronti con Bertrando Spaventa e
Salvatore Tommasi. Siffatte ascendenze valsero a indirizzarne le propensioni patriottiche, umanitarie e sociali fin dalle iniziali scelte d’arte e di
vita, tant’è che a vent’anni, subito dopo avere affrontato le prime opere
nel precipuo intento «di mettere in rilievo e brutalmente la giustizia sommaria, il macello che un popolo oppresso fa del suo oppressore», Patini
fu fra quei giovani che ritennero indispensabile abbandonare colori e
pennelli per imbracciare il fucile e indossare la camicia rossa di
Garibaldi. Per la sua militanza scelse di arruolarsi fra i Cacciatori del
Gran Sasso, il corpo di volontari voluto e affidato dal mitico Generale al
comando del suo amico teramano Antonio Tripoti con la precisa consegna di espugnare la fortezza di Civitella del Tronto, posta a baluardo dei
01 È una delle espressioni raccolte dalla viva voce del Maestro che vennero riportate nel profilo dedicato a Teofilo Patini, in «L’esposizione di Aquila», N° 14-15, Aquila, 20 settembre 1888. Elaborato nell’ambito del gruppo di intellettuali aquilani in cui Patini era ben
noto e familiare, l’articolo, che non porta indicazione dell’autore, è quasi certamente
costruito su notizie fornite direttamente dal pittore.
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confini settentrionali del Reame, e quindi lo strategico Forte di Pescara
per poi avanzare, fiaccando progressivamente le strategiche posizioni
nemiche e soffocando le numerose sacche di resistenza filoborbonica
particolarmente agguerrite soprattutto in Abruzzo e di qui muovere, continuando a battersi, verso il Meridione della Penisola mentre egli la risaliva alla testa dei Cacciatori delle Alpi, noti come i Mille, in modo da
attuare una gigantesca manovra a tenaglia. E fu nel corso di tale avanzata che il giovane Patini, inviato in avanscoperta verso Castel di Sangro
nel cuor della notte del 2 ottobre 1860, toccò con mano la violenza e la
furia sanguinaria della folla esaltata, giacché, inseguito dagli “imbaldanziti villani” incitati e eccitati dagli emissari borbonici, sarebbe stato sicuramente trucidato se Margiosso, il marito della sua nutrice, benché di
fede borbonica, non lo avesse fatto sdraiare sul basto del mulo e sulle
bigonce, che era andato a riempire di letame nella stalla in cui lo sapeva
nascosto, e di qui, ricopertolo di sacchi e stracci, non lo avesse portato
fino all’aperta campagna. Fu un debito di riconoscenza che Patini saldò
tre anni dopo, quando, nuovamente volontario con il grado di sergente
fra le fila della Guardia Nazionale Mobile, appena costituita da Giovanni
Pica per la repressione del brigantaggio, riuscì a sottrarre quell’uomo e
altri contadini di fede borbonica dalla ingiusta accusa di brigantaggio, in
quegli anni duramente punita con la pena capitale, avvalendosi anche
della considerazione guadagnata per l’intrepido impegno dimostrato,
fino a essere gravemente ferito ad una mano, nel corso delle insidiose e
spesso sanguinose operazioni di quella campagna. Era stato grazie a
Margiosso, del resto, se al sorgere dell’alba di quel 3 ottobre aveva potuto ricongiungersi ai Cacciatori del Gran Sasso, i quali, sulla base del suo
rapporto, riuscirono a sedare entro le successive 24 ore i tumulti di quelle torme scalmanate in Castel di Sangro, donde il mattino seguente furono pronti a dirigersi verso la Marsica per spegnervi gli agguerriti focolai
di reazione. A dar loro man forte, sopraggiungeva intanto, ma ormai tardivamente, il nutrito drappello dei volontari molisani guidato dal campobassano don Nicola De Luca, che, perciò, ritornò sui suoi passi onde
ricongiungersi al più presto con gli altri conterranei impegnati ad affrontare la difficile situazione creata dalle masse filoborboniche nel circondario di Isernia, in scontri che si protrassero anche dopo l’arrivo dei garibaldini entrati a Napoli il 7 settembre 1860. I realisti, alla cui testa si
65
G. Toma, Luisa Sanfelice in carcere, 1874, Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di
Capodimonte.
66
erano posti il contadino Domenico Di Ciurcio e il calzolaio Senape, tennero lungamente in scacco le forze liberali ricorrendo spesso alle insidie
di imprevedibili e feroci agguati che, il 17 di quello stesso mese, determinarono una delle stragi più crudeli a Pettoranello d’Isernia2.
Fra i pochi che riuscirono miracolosamente a sfuggire alla furia
omicida di quella giornata fu Gioacchino Toma (Galatina, Lecce, 1836
– Napoli 1891), l’altro giovane pittore di formazione napoletana di
quattro anni maggiore dell’amico Teofilo Patini, divenuto ufficiale nell’esercito garibaldino. Inseguito e braccato, però, la sua breve e affannosa fuga si concluse a Isernia, dove, fino a quando i liberali riuscirono ad aver ragione delle schiere nemiche, rimase a languire, dimenticato dai suoi carcerieri nei bui recessi del vetusto sotterraneo, adibito
a prigione, in cui lo avevano rinchiuso e incatenato accanto all’agonizzante bersagliere dal cranio spaccato, più tardi rammentato in un suo
quadro. Era uno dei tanti vani che si aprivano nel labirinto formato
dalle spesse muraglie profondamente interrate, che costituivano le solide fondamenta di un seicentesco palazzo nobiliare, i cui ruderi restano
ancora ad affiorare appena discosti da Santa Maria delle Monache,
l’antico convento di clausura femminile oggi trasformato nell’importante museo archeologico di cui la Città va giustamente orgogliosa.
Anche perché di umili natali, orfano e solo fin dai sei anni, cresciuto nel Convento dei Cappuccini del suo paese e quindi nell’Ospizio dei
Poveri della vicina Giovinazzo, le inclinazioni patriottiche del Toma
non affondavano le radici in esempi di qualche pregio che non poté
ricevere né in famiglia né da particolari maestri. Gli accadde, invece,
che nel 1857, due anni dopo essere giunto a Napoli dove visse collaborando con il pittore ornamentalista Antonio Fergola, venne “erroneamente coinvolto in una retata” e, ritenuto cospiratore, fu arrestato e
condannato ad oltre un anno di confino a Piedimonte d’Alife. Qui,
alcuni esponenti dell’aristocrazia, divenuti suoi amici e committenti, lo
influenzarono a tal punto con le loro idee liberali che il giovane pittore anche dopo essere ritornato nella Capitale del Reame, dove cominciò a frequentare l’Accademia di Belle Arti grazie al generoso soste-
02 Cfr. per tutti C. Savastano, Patini, momenti d’arte e di vita, Teramo 1991, pp. 13 – 14.
67
gno del duca Laurenzana, finì con il sentire sempre più vive le inclinazioni patriottiche e con il maturare le precipue convinzioni da cui fu
indotto a prendere parte attiva al movimento ed alle operazioni garibaldine del 18603.
La schiera abbastanza nutrita dei pittori di formazione napoletana
che aderirono entusiasticamente ai moti ed alle lotte per l’unità d’Italia
comprende nomi di indiscutibile rilievo, a principiare da Filippo Palizzi
(Vasto, 1818 – Napoli, 1899), il cui apporto fu di natura esclusivamente pittorica. Sotto la spinta delle sue “profonde convinzioni morali e
civili”, evocò i principali eventi napoletani del ‘48 in “due quadri di piccole dimensioni, […] che costituiscono una testimonianza poetica e
morale tra le più alte e commosse di tutta la pittura «impegnata» dell’ottocento”. Nel primo, denominato, con annotazione di suo pugno, La
sera del dì 11 febbraio 1848 – Napoli, rappresentò “l’imbocco dell’antica strada di Toledo col popolo che festeggia la Costituzione concessa
da Ferdinando II” in tutta “la gioia incontenibile che dà la libertà conquistata” da lui “espressa con diretta emozione” attraverso “una pittura
indimenticabile per la bellezza della colorazione” e “che davvero ricorda certi impressionisti (Renoir, ad esempio) e anche il celebre «14
luglio» che sessantanni dopo avrebbe dipinto Marquet.
L’altro quadro, intitolato «15 maggio a Napoli» rappresenta invece un momento della lotta del popolo in difesa della Costituzione, tradita dal Borbone e dal Parlamento. La scena è ambientata nello stesso
luogo, quasi a sottolineare il netto contrasto fra gli opposti momenti
dello stesso evento storico”4.
03 Cfr.. G.Toma, Ricordi di un orfano, a cura di Aldo Vallone, M. Congedo Ed., Galatina
1973, pp. 76-88.
04 Oltre a questi due soggetti, che furono “dipinti con un amore e una commozione che traboccano da ogni pennellata, da ogni particolare del racconto fedele e modesto di quelle
memorabili giornate”, oltre ad almeno uno studio sulla condanna a morte di un brigante e
a qualche rara pagina dedicata ai garibaldini entrati a Napoli, il Palizzi affrontò solamente altri tre quadri di soggetto storico evocanti episodi delle guerre d’Indipendenza, Il
Principe Amedeo alla carica della Cavalchina, Il Principe Amedeo ferito e La carica dei
cavalleggeri Alessandria, che rappresentarono per lui “un modo di smontare sia la retorica che la genericità celebrativa, contribuendo così alla conoscenza del complesso dei fatti
umani, culturali e di costume che gli eventi storici contengono”. Vd. P. Ricci, I fratelli
Palizzi, Bramante Ed., Milano 1960, pp. 41 – 42 e 58.
68
Attiva fu, invece, la partecipazione di Domenico Morelli (Napoli,
1826 – 1901), che, per motivi di studio, nel 1848 si trovava a Roma,
ove prese parte ai moti rivoluzionari, nel corso dei quali venne catturato e imprigionato per un breve periodo. Benché non visse altre esperienze di questo genere, di rilievo fu il suo impegno politico specie a
seguito della nomina a Senatore del Regno d’Italia conferitagli nel
1886, durante la XVI Legislatura, da re Umberto I.
Pure Gonsalvo Carelli (Napoli, 1830 – Londra, 1900) era lontano
dall’amata città natale durante gli eventi descritti dal Palizzi.
Esponente di spicco della famiglia di apprezzati pittori a cui apparteneva, aveva appena compiuto i 18 anni, quando, nel 1848, scoppiarono
gli animosi combattimenti contro le truppe austriache delle gloriose
cinque giornate di Milano, alle quali non esitò a prendere parte distinguendosi fra le barricate. Fu durante quel soggiorno lombardo che
conobbe Massimo D’Azeglio. Con la progressiva maturazione ed evoluzione della esperienza pittorica crebbero e si rafforzarono anche i
suoi entusiasmi patriottici. Per cui fu quasi naturale per lui indossare di
nuovo la camicia rossa con la quale, nel 1860, partecipò alla battaglia
del Volturno.
Trovandosi, invece, a Napoli durante quel 1848, Francesco Saverio
Altamura (Foggia, 1822 – Napoli, 1897) prese parte ai moti antiborbonici con tale entusiasmo e tanto attivamente da venire imprigionato
nelle carceri di S. Maria Apparente, dove ebbe occasione di conoscere
uomini illustri come il Poerio, il D’Ayala, il Settembrini e l’Imbriani.
“Le sue disavventure politiche, iniziate con il quadro La morte di un
crociato (Foggia, Museo civico) lo costrinsero alla fuga, prima
all’Aquila, poi – tramite un salvacondotto del conte D’Ayala – a
Firenze, dove giunse nel 1850”. Il suo ardore per le idealità libertarie e
l’adesione alle attività finalizzate al processo unitario trovarono una
ulteriore conferma nella decisione di rientrare nuovamente a Napoli
nel 1861 allo scopo di “assumervi la carica di Consigliere Comunale
durante il Governo di Garibaldi”. Fu solo sei anni dopo però, nel 1867,
che tornò a stabilirsi definitivamente nella sua città natale.
Frattanto, era stato proprio nel suo studio fiorentino che nel 1861,
mentre era in corso la prima grande Mostra di carattere nazionale con
cui in quella Città si celebrava l’appena conseguita unità dell’Italia alla
69
F. Palizzi, La sera del 18 febbraio 1848 a Napoli, Napoli, Museo e Gallerie
Nazionali di Capodimonte.
70
F. Palizzi, Le barricate del 15 maggio 1848 a Napoli, Napoli, Museo e
Gallerie Nazionali di Capodimonte.
71
F. Palizzi, Gruppo di garibaldini, Roma, Galleria Nazione d’Arte Moderna.
F. Palizzi, Il Principe Amedeo ferito con Ufficiali e attendenti dopo la battaglia
della Cavalchina, Roma, Galleria Nazione d’Arte Moderna.
72
quale aveva deliberatamente scelto di non partecipare, Filippo Palizzi
acconsentì ad esporre i 16 suoi dipinti dai quali i giovani artisti toscani vennero fortemente colpiti e attratti per la innovativa interpretazione del “vero” e della luce, al punto da prenderne a modello le magistrali soluzioni e da derivarne i preziosi suggerimenti che si rivelarono di
fondamentale importanza per approfondire e sviluppare la visione e le
idealità pittoriche confluite infine nella pittura della macchia.
Fervido sostenitore dell’unità d’Italia e animato da profonde convinzioni democratiche, Giuseppe Abati (Napoli, 1836 – Firenze, 1868),
volle partecipare a Capua, nel 1860, alla spedizione dei Mille rimanendo gravemente ferito a un occhio dal quale, secondo alcuni storici,
avrebbe completamente perso la vista. Sotto molti aspetti decisivo, per
la sua esperienza pittorica, si rivelò l’incontro con Telemaco Signorini
che ebbe luogo a Venezia nel 1856. Dopo di che si trasferì pressoché
definitivamente a Firenze, dove la sua pittura conobbe una fase evolutiva che lo avvicinò molto ai macchiaioli nel cui ambito finì con il
distinguersi.
Nel 1866 si arruolò fra i bersaglieri che si batterono nella Terza
Guerra d’Indipendenza e prese parte, con il grado di sergente, alla
campagna del Veneto, nel corso della quale venne fatto prigioniero e
rinchiuso per vari mesi nel forte di Osijek, posto ai confini della
Croazia. Quando, nel 1868, prematuramente si spense a Firenze, l’amata città in cui da poco era definitivamente rientrato, venne tumulato
nel Cimitero di San Miniato avvolto nella tunica rossa dei garibaldini
con le decorazioni al valore che aveva guadagnato. Nel 1860 anche
Michele Cammarano (Napoli, 1835 – 1920) seguì Garibaldi, arruolandosi nella Guardia Nazionale non senza che l’esperienza influenzasse
le scelte tematiche dei dipinti poco dopo prodotti fra cui i Due martiri
della Patria, che presentò all’Esposizione nazionale di Firenze del
1861. Quasi dieci anni dopo, a seguito di un proficuo soggiorno parigino, rientrò a Roma, dove si era trasferito, in tempo per assistere al
trionfale ingresso nella Città di Re Vittorio Emanuele II, accolto e
festeggiato dal popolo lungo il percorso arricchito da grandi dipinti a
tempera evocanti episodi e gesta dell’ormai avvenuta unificazione
dell’Italia, appositamente elaborati da vari pittori, fra cui il giovane
Patini con il quale Cammarano visse una importante stagione di lavo-
73
G. Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta (1859), Firenze,
Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti.
G. Fattori, Garibaldi a Palermo (1860), collezione privata.
74
ro e di studio. Quindi immortalò la famosa breccia di Porta Pia nella
celebre Carica dei bersaglieri alle mura di Roma (Napoli, Museo di
Capodimonte), licenziato nel 1871 ed esposto con successo nel 1872 a
Milano, nel 1873 a Vienna e nel 1888 a Londra.
Destinato ad affermarsi fino ad essere tuttora considerato il maggiore e più richiesto pittore palermitano, anche Francesco Lojacono
(Palermo, 1838 – 1915) volle seguire i garibaldini, fra le cui fila militò e combatté nel 1860. Quando, nel 1862, l’amato Generale decise di
procedere alla conquista di Roma, tornò a unirsi a quei suoi fedelissimi che ne condivisero le avversità e le amarezze determinate dalle
ormai mutate condizioni politiche che indussero a schierare l’esercito
della nuova Italia in assetto di guerra con il precipuo ordine di fermarne ad ogni costo l’avanzata sull’Aspromonte. Nel corso della famosa
battaglia che ne seguì, Garibaldi fu colpito ad un piede e i suoi volontari, fra i quali si contarono alcune perdite e non pochi feriti, furono in
gran parte imprigionati. E fu insieme a Menotti che in quella circostanza anche Lojacono venne arrestato.
Ma non certo per riconoscenza ai pittori che lo avevano seguito,
bensì per quei convincimenti democratici da cui si sentiva spinto a
migliorare le condizioni delle classi subalterne offrendo ai loro figli
una possibilità di riscatto attraverso l’istruzione e l’apprendimento di
un mestiere, che Garibaldi fondò la Società Centrale Operaia
Napoletana, con sede all’Egiziaca a Pizzofalcone. Si trattava di una
scuola serale di artigianato per i figli del popolo, specializzata nell’insegnamento dell’intaglio e dell’intarsio in cui, appassionandosi inizialmente agli impegnativi e creativi virtuosismi indispensabili alla
elaborazione del cammeo, si avviò allo studio dell’arte anche
Vincenzo Migliaro (Napoli, 1858 – 1939), il quale, per essere il terzogenito della numerosissima famiglia di un povero vinaio, non avrebbe potuto mai intraprendere gli studi d’arte e affermarsi nell’espressione pittorica fino a imporsi, nel ricco panorama napoletano, fra i
maestri di primo piano.
Garibaldini furono pure altri giovani originari delle province più
meridionali della Penisola, donde si erano trasferiti a Napoli per frequentarvi il Reale Istituto d’Arte e per intraprendervi, benché nella
maggior parte dei casi solo in una fase iniziale, l’attività pittorica, nella
75
G. Della Monica, Garibaldini in battaglia contro la cavalleria borbonica,
Teramo, collezione privata.
G. Della Monica, L'incontro di Teano, 1861, Teramo, collezione privata.
76
quale, pur senza conseguire i risultati attinti dai maggiori esponenti di
quella Scuola, seppero comunque distinguersi. Un posto di rilievo, in
questo novero, spetta senz’altro ad Andrea Cefaly (Cortale, Catanzaro,
1827 – 1907), che, dopo aver militato fra i volontari in camicia rossa,
predilesse e affrontò spesso, nelle sue opere, temi desunti da quelle eroiche imprese delle quali fu fra i protagonisti più appassionati e fra i testimoni più attendibili e autorevoli. Se va senz’altro ricordata La battaglia
del Volturno, commissionatagli da Vittorio Emanuele II, è sicuramente
Bivacco di garibaldini il più celebre dei suoi numerosi quadri ispirati
alle vicende di quanti si batterono al seguito del Generale, al quale, per
altro, tenne a conferire la carica di Presidente onorario della Scuola
d’arte che, nel 1862, tentò di far sorgere in Calabria, l’amata regione
natia, di cui mise in luce i disagi e rappresentò le esigenze in numerose
opere, stroncate, però, dalla critica ufficiale. Per la soluzione dei gravissimi problemi da cui erano afflitte la sua terra e la sua gente offrì il suo
contributo anche in veste di deputato al Parlamento nazionale, carica in
cui venne confermato fino al 1880. Si mantenne, in tal modo consequenziale e fedele alle ragioni che lo avevano spinto sui campi di battaglia e alle idee dibattute in giovinezza a Napoli, quando nel suo studio,
ubicato al vicolo San Mattia, si riunivano abitualmente pittori suoi
coetanei che ne “condividevano atteggiamenti liberali e patriottici, scelte ed orientamenti pittorici, ed erano profondamente legati fra di loro
non solamente dalle comuni idealità, quanto pure, e forse soprattutto,
dall’attenzione rivolta al repertorio dei motivi garibaldini, dai più intimi significati che caratterizzarono numerose prove licenziate e proposte
nelle varie esposizioni all’indomani dell’unità d’Italia dai diversi pittori ex combattenti”, a principiare dalla prima grande mostra a carattere
nazionale che venne predisposta a Firenze nel 1861.
A far parte di tale sodalizio fu Antonio Migliaccio (Girifalco,
Catanzaro, 1830 – Catanzaro, 1902), presente all’esposizione fiorentina con due quadri: Garibaldini all’osteria e Un garibaldino ferito, che
equivale quasi certamente ad una pagina autobiografica, come aiuta a
ritenere la presenza, esplicitamente allusiva nella scena evocata, di un
cavalletto e di una tela. Allo stesso gruppo era legato anche il corregionale Achille Martelli (Catanzaro, 1829 – Avellino 1903), che con
dipinti di affine soggetto, come L’alloggio garibaldino e Il racconto
77
dell’ospite garibaldino del 1861, fu fra quanti incrementarono il cosiddetto “filone filo garibaldino, che prediligeva un tono più dimesso
rispetto a quello celebrativo dei dipinti di rappresentanza”.
Si trattò di propensioni che si diffusero sia fra maestri di prima
grandezza sia fra pittori al loro tempo affermati e ingiustamente oggi
quasi dimenticati, come i due amici corregionali del Patini, Gennaro
Della Monica (Teramo, 1837 – 1917) e Oreste Recchione (Sant’Angelo dei Lombardi, 1841 – Napoli, 1904), sia fra artisti meno noti che
avevano dimostrato e continuarono a mostrare inclinazioni più legate
alle tematiche tradizionali, come si evince, per esempio, da alcune
prove di Giovanni Ponticelli, documentato a Napoli dal 1855 al 1882
quale autore di soggetti di storia e di genere. Anche per lui, difatti,
“l’aggiornamento sui temi patriottici” si configura “sentito con l’urgenza di un nascente sentimento nazionale”, come “significativamente
si riscontra alla prima Esposizione di Firenze del 1861, dove presenta
Un garibaldino ferito racconta le sue gesta a due giovinette”.
Appartenente al gruppo di pittori ex combattenti che si incontravano nello studio napoletano di Andrea Cefaly e amico soprattutto di
Achille Martelli, Michele Tedesco (Moltierno, Potenza, 1834 –
Napoli, 1918), fin “dal 1860 si trasferì in Toscana al seguito di
Giuseppe Garibaldi, come membro volontario della Guardia
Nazionale, ma nei primi anni mantenne stretti rapporti con Napoli: nel
’61 è tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli,
assieme a Palizzi, Smargiassi” e altri già autorevoli Maestri o ancora
giovani pittori esordienti come Patini. Occorre tuttavia rilevare che la
sua “forte passione ideologica e l’attaccamento ai valori risorgimentali”, non diventano solamente “forme pittoriche in Prigionieri borbonici sulla linea del Volturno (Roma, Museo Centrale del
Risorgimento)”, ma, avendolo indotto al trasferimento in Toscana,
finirono con il determinare la sua stretta frequentazione con i
Macchiaioli e la sua determinante svolta pittorica che si rivelò tutt’altro che priva di influenze, dimostrandosi anzi rilevante al punto da
venire ritenuta addirittura “fondamentale”, nell’evoluzione della pittura partenopea. “Nonostante il poco interesse che la critica” gli ha
riservato, questo autore “fu, infatti, uno dei tramiti della cultura pittorica napoletana con lo sperimentalismo pittorico fiorentino”.
78
Ulteriore dimostrazione di come, a causa o a seguito dell’avventura garibaldina, alcuni pittori abbiano avuto modo di stabilire nuovi
contatti e di vivere nuove esperienze rilevanti non solo per la formazione e maturazione del loro linguaggio e della loro personalità artistica quanto pure, a volte, per le influenze esercitate su altri loro colleghi, lo ribadisce anche il caso di Eugenio Tano (Marzi – Cosenza
1840 – Firenze 1914), il quale, oltretutto, “compì gli studi in maniera discontinua” proprio per l’intensa attività in cui si impegnò per
seguire la sua vocazione di patriota e di combattente. “Seguì
Garibaldi a Soveria, dove ebbe un ruolo preminente nel disarmo dell’esercito borbonico comandato dal generale Ghio”. Dopo il trasferimento a Firenze abbandonò la tematica storica “per la pittura di paesaggio, nella quale sperimentò le teorie dei macchiaioli” con i quali
era entrato in contatto, non senza distinguersi anche come “attento e
sensibile ritrattista”, apprezzato al punto che “fu richiesto più volte
soprattutto dalla Casa Reale”5 e pronto a manifestare anche per questa via la sua ammirazione per le figure risorgimentali più emblematiche, quali, ad esempio, Attilio Bandiera, raffigurato nel 1864, e
Giuseppe Garibaldi, a cui dedicò due apprezzate tele, l’una nel 1865
e l’altra nel 1886.
Ad incrementare contatti fra le idee macchiaiole e le propensioni
naturalistiche della Scuola napoletana, contribuirono gli apporti di
Adriano Cecioni (Fontebuona, 1836 – Firenze, 1886), il quale, fra il
1863 e il 1867, soggiornò e operò a Portici a contatto con De Gregorio,
Rossano e De Nittis che diedero vita alla “Scuola di Resina”. Di formazione fiorentina, Cecioni era convinto propugnatore degli orientamenti dibattuti al Caffè Michelangelo dai pittori della macchia, che
cominciò a frequentare non appena fu rientrato a Firenze dal fronte
della Seconda Guerra d’Indipendenza del 1859, alla quale aveva preso
parte come volontario nell’Artiglieria Toscana e nel corso della quale
aveva conosciuto il coetaneo Telemaco Signorini (Firenze, 1835 1901), pure lui volontario nelle fila garibaldine.
05 F. C. Greco, M. Picone Petrusa, I. Valente, La pittura napoletana dell’800, op. cit., cfr. ad
vocem; e per le citazioni vd. pp. 96, 145, 142, 152, 164.
79
G. Induno, La partenza del garibaldino, (1860), collezione privata.
80
G. Induno, La discesa d’Aspromonte, part., (1863), collezione privata.
81
Fervente ammiratore di Garibaldi e di Mazzini, animato da quello stesso spirito e sentimento patriottico vivamente avvertito da quei
suoi colleghi ed amici fiorentini fra i quali finì con l’emergere e l’imporsi anche come teorico pronto a diffonderne, attraverso i suoi scritti, le aspirazioni e finalità artistiche, Signorini produsse, subito dopo
le imprese a cui aveva preso parte, diversi dipinti di soggetto militare,
ai quali, non appena vennero poi esposti presso l’Accademia fiorentina di Belle Arti, arrise largo consenso di pubblico oltreché di esperti.
Ad essi si preparò tornando, nel 1860, sui luoghi dei combattimenti
dopo un breve soggiorno di studio affrontato in Liguria con Cristiano
Banti e Vincenzo Cabianca ( Verona, 1827 – Roma, 1902) che era di
quasi dieci anni più anziano e aveva anche lui preso parte alla Seconda
Guerra d’Indipendenza, in tal modo confermando e suggellando quell’attivo impegno politico e patriottico dimostrato fin dal 1848, quando, per sfuggire alla coscrizione austriaca, da Venezia, dove aveva
intrapreso gli studi d’arte, si era trasferito a Bologna, dove si schierò
in difesa della Città finendo con l’essere arrestato e incarcerato durante le manifestazioni di protesta di Castelfranco dell’Emilia. Per cui,
solo nell’agosto dell’anno successivo poté tornare nella natia Verona,
donde nel 1853 si trasferì a Firenze e qui si unì strettamente al gruppo dei macchiaioli.
Fra gli altri pittori legati alla stessa cerchia ed agli stessi ideali
artistici che parteciparono alla Seconda Guerra d’Indipendenza va
ricordato ancora l’illustre nome di Odoardo Borrani (Pisa 1833 –
1908), il quale militò fra i volontari dell’Artiglieria Toscana, lo stesso
corpo del Cecioni, dopo essere partito in compagnia di Telemaco
Signorini, da lui conosciuto e frequentato al Caffè fiorentino
dell’Onore. Pure Ferdinando Buonamici (Firenze, 1820 – 1892) partì
insieme a Cecioni, Martelli e Signorini, il quale lo apprezzò e tenne a
rimarcarne l’insofferenza per la dominazione straniera in Italia. Non
altrettanto famoso, benché tutt’altro che trascurabile pittore, anche
Vincenzo Lami (Empoli, 1807 – Fitenze, 1892) al quale nel 1886
venne conferito il titolo di Cavaliere della Corona per meriti militari,
aveva preso parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza per il Governo
Provvisorio Toscano, nonostante che l’età relativamente avanzata lo
avvicinasse agli artisti che erano partiti per la Prima Guerra
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d’Indipendenza contro l’Austria, al termine della quale entrarono a far
parte del gruppo di quanti si riunivano al Caffè Michelangelo. Fra di
essi un posto di primo piano spetta senz’altro a Vito D’Ancona
(Pesaro, 1825 – Firenze, 1884), che più tardi abbandonò Firenze per
trasferirsi a Parigi, dove, oltre al gruppo degli artisti italiani, ebbe
modo di conoscere e frequentare Courbet e Corot con non poco vantaggio per l’evoluzione e la maturazione della sua espressione pittorica. Anche Serafino De Tivoli (Livorno, 1826 – Firenze, 1892) si batté,
nel 1848, fra i volontari toscani nella battaglia di Curtatone e
Montanara per prendere parte, l’anno successivo, alla difesa della
Repubblica Romana. Dopo una non lunga prigionia, De Tivoli, rientrato a Firenze dove espose alle Promotrici, si avvicinò al gruppo del
Caffè Michelangelo dimostrando una partecipazione straordinariamente attiva al movimento, al punto che viene tuttora additato quale il
“papà della macchia”. Dopo aver partecipato anche lui alla battaglia
di Curtatone e Montanara, Stefano Ussi (Firenze 1822 -1901) scontò,
invece, una più prolungata e sofferta detenzione nel tetro carcere di
Theresienstadt in cui ritrasse i suoi compagni di sventura.
Per difendere la Repubblica Romana, Gerolamo Induno (Milano,
1825 – 1890) si unì ai volontari che nel 1849 partirono da Firenze,
dove aveva scelto di sistemarsi al suo rientro in Italia dalla Svizzera, in
cui si era trasferito dopo aver combattuto nella Prima Guerra
d’Indipendenza. La passione con cui guardò alle imprese politiche e
militari di quegli anni lo indusse a partecipare alla Guerra di Crimea,
ancora una volta nelle vesti di pittore soldato, fra il 1864 e il 1865.
Figura di primo piano nel panorama della pittura italiana
dell’Ottocento, fu molto influenzato, nella scelta dei temi e nello stile
con cui ne affrontò le frequenti rievocazioni, dalle esperienze vissute e
dalle vicende del Risorgimento.
Di oltre sedici anni più giovane, pure Francesco Zandomenighi
(Venezia, 1841 – Parigi, 1917), dopo aver seguito Garibaldi in Sicilia
nel 1860, durante la spedizione dei Mille, si arruolò nuovamente al suo
fianco nel 1866 per battersi contro gli austriaci nella Terza Guerra
d’Indipendenza. A rinunziare al linguaggio e ai modi squisitamente
macchiaioli che ne avevano contrassegnato l’apprezzata produzione
fino agli avanzati anni Sessanta fu un viaggio a Parigi, nel corso del
83
O. Borrani, Le cucitrici di camicie rosse (1863), Torino, Palazzo
Bricherasio.
84
O. Recchione, La preparazione del tricolore, acquerello, Milano, collezione privata.
85
quale scoprì le potenti suggestioni della nascente espressione pittorica
degli Impressionisti e pienamente ne intese il senso delle nuove prospettive e intuì le possibilità verso cui apriva rimanendone affascinato
al punto da mutare completamente il suo stile per avvicinarsi sempre
più a quei Maestri, insieme ai quali espose per la prima volta nel 1879
quei suoi dipinti nei quali aveva rapidamente conseguito risultati di
indiscutibile efficacia e radicalmente diversi rispetto ai suoi pur fortunati esordi fiorentini.
Parimenti impegnato nelle lotte per il conseguimento dell’unità
nazionale fu Luigi Bechi (Firenze, 1830 – 1919), che, dopo aver partecipato in camicia rossa, nel 1859, alla Seconda Guerra d’Indipendenza,
volle prendere parte, nel 1866, anche alla Terza, tornando a seguire
Garibaldi fino in Alto Adige, dove, durante la battaglia della Bezzecca
venne fatto prigioniero. Gli impegni di combattente, però, non gli
impedirono di attendere al suo lavoro di pittore, tanto è vero che la
svolta più importante e per certi versi decisiva per la sua espressione
artistica ebbe luogo proprio a cavallo fra le due guerre, a seguito del
viaggio che nel 1861 lo portò a Parigi insieme al Cabianca, al Banti, al
Signorini e a diversi frequentatori del Caffè Michelangelo.
Fra le altre personalità di spicco operanti a Firenze che nel 1848
presero parte alla Prima Guerra d’Indipendenza va segnalato con particolare risalto Luigi Mussini (Berlino, 1813 – Siena, 1888) non fosse
altro perché la sua decisione valse da stimolo a seguirne l’esempio
per parecchi dei numerosi giovani che andavano approfondendo la
formazione nella scuola da lui fondata nel 1844 in quella città insieme all’allievo di Ingres Franz Adolph Von Sturtler. Unitamente al
Mussini, a suo fratello Carlo e al collega e compagno di studi
Gordigiani, partì anche Silvestro Lega (Modigliana, 1826 – Firenze,
1895), destinato ad imporsi fra quanti aderirono al gruppo del Caffè
Michelangelo e si espressero secondo i nuovi criteri della “macchia”,
dando luogo a pagine di indiscussa quanto soggettiva valenza pittorica. Benché non assunsero mai un ruolo centrale nella sua produzione, in cui prevalgono temi di ambientazione borghese proposti con
sensibile delicatezza di osservazione e magistrale quanto innovativo
piglio di esecuzione, le esperienze vissute in qualità di combattente
volontario, valsero ad ispirargli le scene e i soggetti di ambiente mili-
86
tare di alcuni dipinti da lui realizzati dopo il 1865, anno in cui divenne socio dell’Accademia degli Incamminati di Modigliana.
Assume significato indubbiamente emblematico e acquista valore
di esempio il criterio con cui affrontò, e non fu il solo, il complesso e
talora sofferto percorso attraverso il quale pervenne alla conquista e
alla maturazione del precipuo linguaggio dalle forme e dai modi apparentemente piani e quasi naturalmente attinti da cui prende corpo e
sostegno la sua evocazione di momenti della quotidianità resi con la
scorrevolezza di una narrazione. Fu, difatti, un cammino che non si
compì, per lui e per qualche altro, attraverso una ricerca appartata,
affrontata in solitudine o nell’isolamento dello studio, bensì attraverso
il severo impegno di un assiduo lavoro condotto spesso a stretto contatto con alcuni colleghi ed amici, secondo quella sorta di costume progressivamente diffuso per cui di frequente i macchiaioli operavano
quasi in comunità di lavoro e di intenti. Contribuiscono a ribadirlo i criteri e i modi da cui prese vita e consistenza quella sorta di “Scuola”,
detta della Piagentina dalla località prossima a Firenze in cui si incontrarono e spesso dipinsero gomito a gomito, che Silvestro Lega costituì nel 1862 insieme a Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani, Telemaco
Signorini e il più giovane Raffaello Sernesi (Firenze, 1838 - Bolzano
1866), che, al pari degli altri amici del gruppo, fu ardente patriota e,
come loro, intrepido combattente volontario per l’unità d’Italia. Lo
slancio generoso che lo indusse a entrare nelle file garibaldine per battersi contro gli austriaci nella terza Guerra d’Indipendenza del 1866
doveva, però, richiedergli un prezzo altissimo e disperato. La ferita che
riportò in battaglia, difatti, produsse la gravissima infezione che rapidamente, e senza risparmiargli la piena consapevolezza di come la sua
sorte fosse ormai definitivamente segnata, ne stroncò troppo precocemente l’esistenza a meno di trent’anni. Pure, nonostante la brevità
della vita, aveva saputo superare assai presto tutti i limiti e le pastoie
della formazione accademica inizialmente ricevuta fino a conseguire,
specialmente negli scorci paesaggistici dei luoghi a lui cari dipinti en
plein air assai spesso insieme a Lega, Cabianca e Borrani, tutto lo
slancio, tutta la disinvolta franchezza e la sorprendente carica innovativa da cui fu elevato al rango di pittore fra i più fini e significativi di
quegli anni.
87
M. Cammarano, La breccia di Porta Pia, noto anche sotto la denominazione Carica
dei bersaglieri alle mura di Roma, 1871, Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di
Capodimonte.
88
Gli sforzi, l’impegno, la dedizione assoluta di tutti quei giovani e
di quanti altri avevano creduto e operato per il Risorgimento nazionale non furono, però, ripagati con pari generosità al conseguimento dell’unità d’Italia, né le speranze che li avevano sorretti e meno che mai
le loro attese di una maggiore giustizia sociale trovarono una soddisfacente o sia pur parziale attuazione. Apparvero subito evidenti e gravi le
inadeguatezze del Parlamento postunitario, in seno al quale albergò,
esercitando una eccessiva quanto perniciosa ingerenza, quel “parlamentarismo” definito spregevole e interessato da scrittori come
Matilde Serao e dagli autori di certa acuta satira nostrana ospitata nelle
coeve riviste francesi. Il diffondersi della corruzione, le sempre più
marcate dimostrazioni di incapacità e supina inefficienza, donde la
inconsueta rapidità con cui furono varate leggi in netto contrasto con le
reali esigenze del Paese in generale e delle classi subalterne in particolare, quale fu per esempio l’improvvida decisione di sottrarre il
Tavoliere di Puglia alla transumanza stagionale dei greggi con cui
venne segnato l’irreversibile tracollo della industria armentizia tuttora
vitale e determinante risorsa per l’economia delle popolazioni appenniniche centro – meridionali, parevano rinnegare le linee programmatiche e le aspirazioni alle garanzie democratiche, che erano state alla
base dell’impegno profuso per il conseguimento dell’unità. Per cui,
soprattutto fra gli intellettuali, si diffusero presto la delusione e l’amarezza che indussero a parlare di Risorgimento tradito.
Le carenze e le inettitudini, del resto, assunsero subito dimensioni
decisamente più ampie e complessive di quanto non emerga dalla assoluta irriconoscenza riservata a quanti si erano duramente sacrificati per
l’attuazione degli ideali risorgimentali, come Patini pose in evidenza
nel Nudo patriottismo, la tela riferibile alla fine degli anni Settanta, in
cui, alludendo anche alla sorte toccata al suo antico maestro Panfilo
Serafini, mise in evidenza come al patriota, ormai completamente
abbandonato al suo destino, non venisse risparmiato neppure il
Sequestro, donde il titolo alternativo, degli ultimi beni, talora eseguito
persino mentre si congedava dalla vita. Vero è che erano stati varati
provvedimenti volti a risarcire soprattutto i feriti e gli invalidi, ma
quanti ne avanzarono richiesta vennero confusi con i profittatori e definiti dal Cavour gli “accorsi al bottino”.
89
T. Patini, La catena, ubicazione sconosciuta.
90
T. Patini, Il sequestro o Nudo patriottismo, Bari, Pinacoteca Provinciale.
91
ciali e dei soldati dell’antico esercito rimasti fedeli al sovrano detronizzato, umiliati, privati di ogni bene e di ogni avere, di ogni prospettiva e perciò decisi ad opporre una impari quanto legittima resistenza ad oltranza, la quale venne soffocata nel sangue dai ben
211.500 soldati piemontesi guidati dai migliori ufficiali sabaudi
appositamente dislocati nel Meridione. Rese esponenzialmente più
tragiche dalle incomprensioni gravissime che ebbero la loro radice
primaria nelle profonde diversità dei costumi, ma soprattutto nella
radicale difformità dei linguaggi usati, che erano i dialetti tanto da
parte dei militari considerati “invasori” quanto da parte delle popolazioni che non conoscevano forme espressive diverse da quelle praticate nelle piccole e spesso isolate comunità a cui appartenevano,
tali operazioni provocarono un milione di morti e la distruzione di
54 paesi, alcuni dei quali vennero cancellati per sempre, come si
verificò, ad esempio, per Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano, che, dopo essere stati sottoposti a saccheggi e violenze di ogni
genere seguiti dalla più brutale delle stragi perpetrata per le intere
popolazioni, vennero dati alle fiamme e rasi al suolo dal 18° battaglione dei bersaglieri. Non a torto perciò, nella nuova pagina della
storia d’Italia che si va riscrivendo sulla base dei documenti progressivamente scovati negli archivi, i risultati di siffatti interventi vengono oggi paragonati ai genocidi compiuti contro gli indiani
d’America. Se gli ex militari borbonici non ebbero scampo, perché
rinchiusi in campi di concentramento fra cui resta famoso quello di
Finestrelle, posto a 2000 mt. sulle montagne piemontesi e dal quale
non si usciva mai più, visto che i cadaveri venivano immersi e consunti nella calce viva, molti civili fuggirono all’estero, dando origine alla straordinaria emorragia dell’emigrazione di cui si può commisurare l’entità tenendo conto che i 220 mila italiani residenti all’estero nel 1861 divennero 6 milioni nel 1914.
In questo variegato e complesso alveo di crudeltà perpetrate senza
alcun rimorso, di incapacità di dialogo, di aridità delle coscienze, di
divergenze insanabili, affonda le radici e prende corpo il dibattito sulla
“Questione meridionale”, la quale, introdotta e alimentata da intellettuali e artisti, si venne proponendo in tutta la sua complessità e con
incidenza sempre maggiore, come evidenziò Giustino Fortunato, spe-
92
Commentando alcuni scritti pubblicati dallo zio materno Francesco
Sipari, Benedetto Croce poneva in evidenza il “severo giudizio” che questi, divenuto per altro Senatore del Regno, “recava sugli avvenimenti del
1860, che si rifiutava di chiamare «rivoluzione», perché furono meschino e superficiale rivolgimento”, dal momento che “nulla s’intese di
quanto potesse veramente prender carattere di rivoluzione sociale, e il
vecchio sistema dell’impiegatume, delle sinecure, dei monopoli, delle
restrizioni economiche fu trasmesso intero da una ad altra fazione. Chi
si domandò allora, fra tanti fumi di patriottismo, quale fosse lo stato reale
del contadino, del proletario, nelle province meridionali d’Italia?”6.
Per tutti gli abitanti dell’antico Reame borbonico, ma soprattutto per le classi subalterne, gravissime furono, in effetti, le conseguenze delle limitatezze, delle ottusità e delle ingerenze del “piemontesismo”, la sfrontata prepotenza con cui vennero utilizzate le
ingenti riserve auree del Reame, pari a 500 milioni contro i 100 del
Piemonte, il cieco egoismo con cui furono smantellati e trasferiti al
Nord i più aggiornati macchinari dei più ricchi e promettenti opifici
meridionali, a principiare dai telai, voluti dai Borboni per la produzione di sete e tessuti di celebre raffinatezza, che, dalla San Leucio
prossima alla Reggia di Caserta vennero trasportati a Valdagno, per
costituirvi la prima fabbrica tessile del Veneto. La stessa sorte toccò
ai macchinari delle ferriere di Mongiana, spostati e utilizzati in
Lombardia. Ma forse ancora più laceranti, perlomeno nella immediatezza, furono la tracotante inflessibilità con cui si applicarono le
nuove leggi sulla tassazione personale, che nel 1866 venne fissata a
28 franchi pro capite, pari al doppio di quella comminata in età borbonica; l’imposizione della coscrizione obbligatoria, odiata e
incomprensibile perché sottraeva le giovani braccia al lavoro dei
campi; ma soprattutto l’impietoso accanimento della feroce e sanguinaria lotta contro il “brigantaggio”, sotto la cui denominazione,
tuttora intesa come marchio d’infamia, venivano compresi non solo
gli ignoranti e affamati malfattori quanto pure e soprattutto le larghe
masse dei contadini, dei borghesi, dei proprietari terrieri, degli uffi-
06 B. Croce, Pescasseroli, in Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1953, p. 401.
93
cie a partire da quando le Lettere meridionali dello storico Pasquale
Villari, cognato di Domenico Morelli e suo consigliere prediletto nella
scelta dei soggetti storici da lui rievocati e interpretati in memorabili
tele, furono pubblicate dapprima a puntate, su “L’Opinione” di Roma
nel 1875, e quindi raccolte in volume nel 1878; e dunque nello stesso
volgere di anni a cui occorre riferire l’elaborazione dei dipinti che prepararono o accompagnarono la nascita dell’Erede, il celebre quadro
con cui Teofilo Patini segnò l’origine dell’arte sociale in Italia e attraverso il quale proclamò la necessità di aprire una nuova pagina di storia all’insegna della giustizia sociale, ribadendo in tal modo che con
l’arte “si prepara la libertà, come si conquista con la rivoluzione”.
94
C. Patrignani, Emigranti abruzzesi alla stazione, L’Aquila, collezione privata.
95
96
SCHERMI TRICOLORI.
IL RISORGIMENTO E IL CINEMA ITALIANO:
PERCORSI E TENDENZE.
di Antonio Di Fonso
I classici
Negli anni eroici della sua avventurosa storia il cinema si nutre
di grandi personaggi, racconta i protagonisti, celebri o sconosciuti,
che sarebbero diventati nell’immaginario popolare gli eroi dell’Italia
risorgimentale. Già in piena epoca fascista e poi nel dopoguerra il
cinema si avvia a diventare un prodotto industriale, senza perdere
comunque nobiltà e sostanza culturale, in un impasto lievitante che
approda a una sintesi felice di praticità imprenditoriale (i grandi produttori che finanziavano le opere) e creatività artistica (i registi, gli
sceneggiatori e gli attori che le realizzavano). Del resto, la sua straordinaria capacità di coinvolgere gli spettatori di ogni età e condizione
sociale ne fa subito uno strumento di comunicazione dirompente e
alfabetizzazione ante – litteram dei gusti, delle emozioni e dei sentimenti popolari. Il cinema funziona come macchina dei sogni e del
divertimento, ma riesce anche a far pensare, diffonde idee, contribuisce a costruire opinioni e consensi. È una mirabolante macchina nata
per affabulare, raccontare storie, proporre personaggi veri e di fantasia: trasfigura, fruga dentro la (ancora) giovane identità degli italiani,
illuminando sul grande schermo gli snodi cruciali del passato, selezionando le imprese celebri destinate a divenire epica e miracolo
popolare.
Nella temperie di quel periodo compreso fra gli anni Trenta e
Cinquanta, dunque, il cinema italiano sceglie di raccontare il
Risorgimento, ovvero la pagina della storia d’Italia che più delle altre
si offriva alla celebrazione condivisa, intuendone la carica identificativa sprigionata dai suoi protagonisti e artefici, destinati tutti (da Cavour
a Mazzini e Garibaldi) a diventare presto eroi ideali, santi laici e padri
- “calpesti e derisi” ma poi risorti - di una Patria in cerca di spettatori.
97
Nel 1934 Alessandro Blasetti gira 1860, Goffredo Alessandrini nel
1954 Camicie rosse. Sono due film significativi, il primo diretto da uno
dei maestri della nostra cinematografia che aveva attraversato il ventennio fascista, sperimentando generi diversi, dai telefoni bianchi alla
commedia sofisticata fino al romanzone in costume; il secondo, divenuto un piccolo classico del genere storico – popolare, opera di un regista appartenente a quella cinematografia solida, fatta di artigiani e
mestieranti di valore cresciuti negli studi di Cinecittà. In entrambe le
pellicole il Risorgimento è raccontato sfiorando l’agiografia, i Mille
sono giovani patrioti pronti al sacrificio e Garibaldi, Cavour e Vittorio
Emanuele II sono più vicini al mito che alla storia, identici a se stessi,
o meglio a come l’immaginario collettivo li aveva fissati per sempre.
Le battaglie, le diplomazie, gli intrighi e le vicende diventano avvenimenti segnati dalla necessità del fine che giustifica gesti e sacrifici,
assecondano il destino che deve compiersi, mentre il sentimento
patriottico e lo sventolio del tricolore vive già nei cuori dei protagonisti ancora prima del succedersi dei fatti storici.
Qualche anno dopo, all’inizio degli anni Sessanta, Roberto Rossellini realizza Viva l’Italia, titolo quanto mai esemplificativo, un’opera che idealmente completa l’affresco dell’Italia che nella cinematografia del maestro del Neorealismo era iniziato nel dopoguerra e che
adesso si concludeva, in pieno boom economico, ritornando alle radici
della “nascita di una nazione”. In tale ricostruzione storica il processo
risorgimentale rappresenta il momento iniziale, costituisce la linfa che
alimenta e nutre le radici dello Stato unitario: ripercorrendo tutte le
tappe della storia, dalla nascita fino al Ventennio fascista, dalla
Liberazione alla Repubblica, il Risorgimento assume il ruolo di avvenimento chiave, spiegazione e comprensione di ogni successivo cambiamento sociale, politico e culturale dell’Italia unificata. Cavour,
Mazzini, Garibaldi nella lettura rosselliniana anticipano i Costituenti,
presagiscono la visione futura e la missione del loro agire storico.
Il cinema di Rossellini, più di ogni altro autore, indubbiamente,
rispecchia il clima culturale degli anni Sessanta, e si colloca dentro un
orizzonte valoriale – come si dice in questi casi – che esigeva opere
riassuntive se non proprio pedagogiche. Il Risorgimento, l’Unità
d’Italia, la Resistenza e la Repubblica si manifestano e si spiegano
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come momenti cruciali della storia italiana, e vengono incardinati di
conseguenza tutti dentro un progressivo e lineare cammino, in cui il
presente appare sempre come il risultato del passato.
Altri due film sono di fondamentale importanza in questa direzione. Girati nel decennio 50 – 60, costituiscono due capolavori nella filmografia di Luchino Visconti: ci riferiamo a Senso, uscito nelle sale nel
1954, e a Il gattopardo realizzato nel 1963.
Il rapporto tra il cinema e la storia risorgimentale diventa nelle opere
di Visconti più complesso, alla lettura e all’urgenza della ricostruzione
storiografica – che pure permane – si sovrappone – si pensi alle scene
corali del Gattopardo, o alla ricercatezza dei costumi e delle scenografie
viscontiane – l’interpretazione soggettiva del regista, la cui sensibilità
orienta la rilettura della storia che viene filtrata attraverso il gusto culturale, la letteratura, l’arte, la musica. Le vicende e gli avvenimenti storici
restano in primo piano, ma è evidente l’importanza che acquistano i personaggi, la loro interiorità. I sentimenti e le emozioni individuali, spesso
inarrestabili e fatali che governano l’intrecciarsi della trama, sovrastano
i fatti e gli episodi collettivi. Rimangono nella memoria di tutti alcuni
momenti esemplari: la nobildonna, interpretata dalla bellissima Alida
Valli che tradisce i patrioti e la causa dell’Italia, innamorandosi del tenebroso ufficiale austriaco in Senso; il cinismo del tormentato principe di
Salina de Il gattopardo, che osserva con disincanto il mondo piccolo e
meschino dei nuovi ricchi e delle nascenti classi dirigenti emancipate
dopo l’Unità d’Italia, ben sapendo che ogni sforzo di cambiamento sarà
vano, o meglio congeniale soltanto a rafforzare l’immobilismo economico e sociale. Nei due film il Risorgimento smarrisce la sua centralità di
avvenimento epocale che assolveva anche alla funzione educativa dello
spettatore, e rimane soltanto come materiale narrativo, ambientazione
sontuosa, contesto e quadro di riferimento epocale. E così in primo piano
affiorano e s’impongono i singoli personaggi, i loro sentimenti, l’interiorità, i destini individuali, le riflessioni sulla vita e sulla morte, il destino
e l’etica delle scelte compiute dai singoli.
I due film di Visconti ancora oggi vengono considerati classici
insostituibili, capostipiti indispensabili di qualunque filmografia ragionata dedicata al cinema risorgimentale, e mantengono un’aurea di
sacralità inviolabile, proponendosi quali modelli tematici e stilistici.
99
L’ altro Risorgimento
Negli anni Settanta muta il contesto ambientale e sociale, il vento
di ribellione e iconoclasta produce i suoi effetti anche nel cinema, e il
Risorgimento diventa così oggetto di revisione storica o anche – molto
più frequentemente – occasione e spunto di dibattito rivolto più all’attualità politica che alla ricostruzione documentaria.
Film come Allonsanfan e Bronte, cronaca di un massacro sono al
riguardo emblematici. Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani è un film
segnato dal clima dell’epoca e dai riferimenti espliciti alle divisioni
interne della sinistra, combattuta e dilaniata in quel periodo tra le scelte rivoluzionarie e quelle riformiste. La vicenda del protagonista, interpretato da Marcello Mastroianni, un nobile patriota ex giacobino che
alla fine sceglie di tradire i compagni in procinto di organizzare una
spedizione rivoluzionaria al sud (chiari i riferimenti ai fratelli Bandiera
e a Pisacane), ne è un esempio esplicito; come pure il fallimento dell’azione rivoluzionaria, rigettata dagli stessi contadini che dovevano
essere liberati dai giovani patrioti, allude e rimanda ai velleitarismi
ideologici della sinistra extraparlamentare degli anni della contestazione e del sogno “della scalata al cielo”. Dal punto di vista stilistico, la
sapiente regia dei Taviani, spesso tendente al grottesco e al parodico,
viene valorizzata al massimo dagli attori, esponenti di generazioni
cinematograficamente diverse: le icone del film politico degli anni
Settanta, Bruno Cirino, Claudio Cassinelli e la stessa Laura Betti, s’incrociano con il mestiere e la sapienza di un divo come Mastroianni e
con il fascino di attrici come Lea Massari.
Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini, che racconta il massacro compiuto dal generale Nino Bixio su ordine di Garibaldi
a Bronte paese della Calabria, nasce come film per la televisione, e malgrado le semiclandestine programmazioni viene visto nel 1974 da quasi
dieci milioni di spettatori. Il cinema in questo caso svolge una funzione
di controinformazione, di smascheramento storico degli aspetti più
sgradevoli e spietati della realpolitick risorgimentale, mostrando anche
in modo antiretorico quello che una certa storiografia celebrativa aveva
preferito occultare se non censurare del Risorgimento eroico. Il film,
per molti aspetti duro e sgradevole, rimanda alla tradizione del
100
Neorealismo italiano di seconda generazione, quella per intenderci dei
Rosi e dei Petri a cui lo stesso Vancini apparteneva.
Altri film, di minore successo ma dallo stesso rigore documentario, possono rientrare nel filone cosiddetto “antiretorico” della cinematografia risorgimentale: ne ricordiamo uno, Quanto è bello lu morire
accise di Ennio Lorenzini, dedicato alla tragica spedizione di Carlo
Pisacane, i cui “trecento giovani e forti” compagni – molti dei quali
arruolati direttamente nel carcere di Procida - vengono accolti e giustiziati dai forconi di quegli stessi contadini per i quali era stata organizzata l’impresa destinata a liberarli dalla schiavitù e dallo sfruttamento.
Una lettura disincantata del Risorgimento la ritroviamo anche nel
cinema del regista romano Luigi Magni, autore di una trilogia che ha
saputo unire allo scrupolo dell’indagine storica la frequentazione disinvolta di situazioni e volti della commedia italiana, arruolando gli attori
simbolo di una generazione e di un genere - da Sordi a Manfredi, da
Tognazzi alla Cardinale - alla causa anticlericale. Il suo stile sarcastico, la
disillusione e l’apparente cinismo dei suoi antieroi - ci viene in mente per
esempio il personaggio del Monsignore interpretato da Nino Manfredi
nel film In nome del papa re - rivelano in realtà una umanità di sostanza
che respinge le ipocrisie e i falsi valori di una religiosità ridotta ormai a
stanca liturgia di forme. La scena del processo farsa in cui un tribunale di
cardinali e monsignori incartapecoriti e vegliardi, ormai fuori dal tempo
e dalla realtà storica, emana il verdetto di condanna contro i due giovani
accusati di un attentato alla caserma pontificia sancisce con amara ironia
la fine di un’epoca e del potere temporale della Chiesa. Per quanto Magni
abbia approfondito in modo quasi monografico la Roma del papa re, tratteggiando ambienti e personaggi, ricostruendo vizi e ritardi culturali di
uno Stato pontifico repressivo e reazionario, soprattutto nei suoi film di
maggiore successo si coglie comunque una volontà, uno sguardo complessivo che tende a ricostruire e a restituire in senso più ampio l’atmosfera e il clima che anticiparono i moti liberali e carbonari, o le speranze
di quanti ebbero fede nella Repubblica romana, e prepararono il terreno
politico alla breccia di Porta Pia. Tra i film più riusciti nella sua longeva
attività spiccano, in ordine rigorosamente cronologico, Nell’anno del
Signore, girato nel 1969, il già citato In nome del papa re, realizzato nel
1977, e infine In nome del popolo sovrano, uscito nel 1990.
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La Storia alla fine della storia
Negli ultimi anni il cinema italiano ha tralasciato le tematiche storiche, l’interesse per il Risorgimento è scemato, le energie e le tendenze
degli autori e dei registi si sono dirette in altre direzioni. Il rinato interesse verso una cinematografia di denuncia sociale, da una parte, e le esigenze più commerciali che hanno privilegiato la sempiterna commedia, dall’altra, hanno sigillato questa sorta di damnatio memoriae di un genere.
Invece, come talvolta accade, le tendenze culturali mutano, si rigenerano e riaprono spiragli fecondi, anche in una società liquida come la
nostra l’imprevisto è dietro l’angolo, la sorpresa prepara i suoi agguati.
Così, inaspettatamente è arrivato lo scorso anno il film di Mario
Martone, Noi credevamo, a riaprire una pagina, a riscorrere i titoli e i
capitoli del nostro Risorgimento, catturando interesse e pubblico, soprattutto quello dei giovani, riscuotendo premi e attestati prestigiosi. Il film,
di durata assolutamente inconsueta – quasi 3 ore – per lo standard medio
di oggi, pensato per la televisione e adattato su grande schermo, liberamente ispirato al libro omonimo di Anna Banti, racconta la storia di tre
amici, Salvatore, Domenico e Angelo negli anni cruciali che vanno dalle
repressioni borboniche fino alla spedizione di Garibaldi e alla nascita
dello stato italiano, passando per attentati e ribellioni, divisioni feroci,
odi incancellabili, furbizie e trasformismi. Gli attori sono tutti di livello
e guidati dalla sapiente direzione di scuola teatrale di Martone conferiscono ai personaggi forza e personalità: da Luigi Locascio a Valerio
Binasco – straordinaria la sua caratterizzazione di Angelo, imbevuto di
un fanatismo quasi religioso che lo vedrà, perfino davanti al confessore
prima di salire sul patibolo a cui era stato condannato per aver partecipato all’attentato a Napoleone III, ribadire la sua intemerata e assoluta fede
politica –, da Toni Servillo a Renato Carpentieri e Luca Zingaretti che
interpretano, rispettivamente, Mazzini, Poerio e Crispi. La vicenda divisa in capitoli, scandita in azioni sceniche ribadisce gli ideali di quella
generazione di patrioti, restituisce la febbrile atmosfera di quegli anni,
non ritraendosi di fronte alle sgradevolezze e agli opportunismi, non
omettendo le amarezze – pensiamo alle scene finali, all’arresto da parte
dell’esercito regolare degli ultimi irriducibili ex garibaldini, o al discorso di un cinico Crispi in un Senato desolatamente vuoto -, non tacendo
102
le sconfitte degli ideali mazziniani e democratici. Un film di altri tempi,
verrebbe da dire, un’opera che si propone anche una funzione pedagogica e riepilogativa della vicenda storica, in cui risulta evidente la lezione
del cinema di Rossellini e di Visconti; ma anche una aggiornata rilettura
del Risorgimento, affrontato senza orpelli celebrativi e trionfalismi in
uno stile dove sono ben presenti le esperienze dei Taviani e di tutta quella filmografia “antiretorica” di cui abbiamo parlato in precedenza.
Omaggi, richiami, citazioni che la critica non ha mancato di evidenziare, riconoscendovi quella giusta eredità di sangue simbolo di garanzia e
marchio di qualità della migliore scuola italiana.
Dunque, in conclusione, proprio quella cinematografia, che un tempo
veniva definita d’autore, capace di produrre opere originali e mature in
grado di coinvolgere il grande pubblico senza arrendersi alle logiche più
condizionanti del mercato e del “politicamente corretto”, riafferma la sua
vitalità riaprendo una pagina della storia che sembrava dimenticata.
Sono i film come Noi credevamo – proprio in quanto risultato e
rielaborazione di una cultura cinematografica solida che ha attinto alle
esperienze precedenti – a ritrovare per incanto la funzione di testimoni permanenti di un’epoca: essi sembrano destinati a uscire dalla cronaca e a consegnarsi al tempo lungo della Storia. Proprio in quelle
vicende e in quelle passioni raccontate nell’avventura risorgimentale,
si cela l’identità a lungo sognata da quella “giovane Italia” e si rinnova il senso di una contemporaneità finalmente riscattata.
Filmografia
1860 di Alessandro Blasetti (1934)
Camicie rosse di Goffredo Alessandrini (1954)
Senso di Luchino Visconti (1954)
Il gattopardo di Luchino Visconti (1963)
Viva l’Italia di Roberto Rossellini ( 1960)
Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani (1974)
Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini (1972)
Quanto è bello lu morire accise di Ennio Lorenzini ( 1976)
Nell’anno del Signore di Luigi Magni (1969)
In nome del papa re di Luigi Magni (1977)
In nome del popolo sovrano di Luigi Magni (1990)
Noi credevamo di Mario Martone (2010)
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L’ITALIANITÀ DI ENRICO FERMI
“A sinistra il professore Enrico Fermi all’epoca in cui venne nominato Accademico d’Italia. A destra un saggio poetico del professor
Fermi quando era bambino. Si tratta di una poesia che egli compose
quando aveva soltanto nove anni, e che prova i sentimenti di profonda
italianità dell’uomo che avrebbe in seguito dato un decisivo contributo
alla scoperta dell’energia nucleare”.*
* Dalla rivista “Candido”, Memorie di Oscar D’Agostino, n. 24-27 giu.-lug. 1958
e Atomi in famiglia di Laura Capon Fermi, Ed. Mondadori, 1955.
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VOCI E SCRITTURA
SAGGI, RIFLESSIONI, TESTIMONIANZE.
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L’ABRUZZO DALLA CARBONERIA ALL’UNITÀ
di Evandro Ricci
L’Unità d’Italia, di cui si festeggia il centocinquantesimo anniversario, è il coronamento di un complesso di avvenimenti storici che si
sono susseguiti nel tempo. È come trovarsi di fronte ad un quadro pittorico del quale guardiamo l’insieme, dimenticando le singole e numerose pennellate. Così l’Unità d’Italia trova la sua base sui movimenti
politici iniziati dal 1815 ed anche prima. Numerosi sono gli episodi
che hanno contribuito alla realizzazione del quadro storico finale.
La Storia, infatti, compresa quella del Risorgimento Italiano, è
fatta anche di piccoli avvenimenti, perduti nella visione panoramica
nazionale.
Le Società Segrete
Con la sconfitta di Napoleone Bonaparte, il Congresso di Vienna
(novembre 1814-giugno 1815) segnò l’inizio della Restaurazione che
comprese il periodo che va dal 1815 al 1830. Negli stati europei si
restaurò il potere assoluto dei sovrani. L’Italia fu divisa in tanti Stati,
che l’Austria dominava direttamente ed indirettamente.
I Re e gli altri capi di Stato nominavano i deputati scegliendoli
nella classe della nobiltà e del clero. Ma i popoli si erano imbevuti dell’abolizione dei privilegi della nobiltà, dell’uguaglianza dei cittadini di
fronte alla legge, della proclamazione – sia pure teorica – della sovranità popolare.
La media borghesia, i piccoli industriali, i commercianti, i professionisti, i giovani, soprattutto gli studenti, erano desiderosi delle novità ed abbracciavano e manifestavano idee liberali. Questa classe intermedia, fra i grandi proprietari terrieri e l’aristocrazia da una parte ed il
popolo minuto delle città e delle campagne dall’altra, valorizzata dalla
Rivoluzione Francese e messa in disparte dalla Restaurazione, vedeva
minacciati i princìpi dell’uguaglianza che era stata la più preziosa con-
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quista. Era la parte più evoluta della popolazione, ma numericamente
minore e mancava di una visione unitaria dei metodi e dei fini da conseguire. Fu questa classe che si oppose inizialmente agli Stati della
Santa Alleanza.
Fra il 1815 ed il 1830 in quasi tutti gli Stati d’Europa, dalla Spagna
alla Russia, la Storia registra congiure, sommosse, insurrezioni, colpi
di mano finalizzati a sovvertire la Restaurazione del Potere Assoluto
stabilita dal Congresso di Vienna.
Erano, infatti, sorte le società segrete – che possono essere considerate come ramificazioni della Massoneria nata in Inghilterra nel
XVIII secolo e giunta presto in Francia, Germania e Italia – le quali
rivendicarono con la Costituzione l’elezione da parte del popolo dei
deputati al Parlamento, che avrebbe ridimensionato il potere assoluto
dei Re. Il termine “popolo”, tuttavia, aveva un significato molto ristretto. Anche la parola “liberale” aveva un significato molto ristretto; ebbe
origine in Spagna nel 1820 quando i rivoluzionari insorti definirono
“liberali” coloro che anelavano alla libertà, in opposizione ai “servili”
che appoggiavano il governo autoritario con potere assoluto.
La società segreta più importante del Risorgimento Italiano fu la
Carboneria.
I Carbonari, dunque, erano per lo più intellettuali, militari, borghesi, rappresentanti del basso clero. La loro bandiera era composta dei
colori rosso, nero e azzurro; il rosso simboleggiava il fuoco come amor
di patria; il nero simboleggiava la fede perché, come il carbone, si
accende ed arde; l’azzurro simboleggiava la speranza che si leva in alto
come il fumo azzurro. Essi iniziarono ad operare fra le popolazioni
rurali ed il popolo minuto delle città. L’ignoranza e l’analfabetismo
chiudevano il popolo come in un guscio di fronte ad ogni progresso e
ad ogni novità. Le popolazioni rurali dedite prevalentemente alle attività agricole lavoravano dall’alba al tramonto conducendo la lotta per
la sopravvivenza.
Furono le Società Segrete a preparare ed attuare i moti. Oltre alla
Carboneria operante in Italia, altre società segrete furono la Lega della
Virtù e la Lega Studentesca in Germania, la Società Patriottica
Nazionale in Polonia, l’Eteria in Grecia. La Carboneria fu attiva
nell’Italia Meridionale, in Calabria, segnatamente in Abruzzo, prima
108
che altrove, durante il Regno di Gioacchino Murat. I membri della
Carboneria si chiamavano buoni cugini, i luoghi di riunioni baracche,
le loro riunioni vendite. Le vendite facevano capo alle Vendite Madri,
alle Vendite Alte e ad una Vendita Suprema. Nel linguaggio i lupi indicavano i tiranni, la foresta era l’Italia, il carbone simboleggiava la
libertà.
Inizialmente la Carboneria fu favorevole ai Borboni contro
Gioacchino Murat nominato Re di Napoli da Napoleone Bonaparte nel
1808. Il Murat governò fino al 1815.
Interessante è la Circolare Segreta che il Ministro della Giustizia
e del Culto, a nome di Gioacchino Murat, emanò preoccupato del
proliferare della Carboneria e dei suoi ideali antinapoleonici e antigovernativi:
Gabinetto del Ministro – Circolare Riservata – Napoli il 6
Ottobre 1813.
Il Gran Giudice Ministro della Giustizia e del Culto agli
Arcivescovi, a’ Vescovi, ed agli ordinarj, alcune adunanze, composte per la più parte, di uomini popolari, dette perciò de’
Carbonari, cominciarono, non da molto, a riunirsi in varj luoghi del Regno. Sua Maestà non credette vietarle, sì perché è proprio di un Governo liberale il non vietare a’ cittadini alcun’azione indifferente, sì perché l’oggetto di tali adunanze appariva
non solo innocente, ma anche virtuoso.
Ma qualche fatto criminoso avvenuto ultimamente ha fatto
conoscere che taluni malintenzionati , ammessi a tali adunanze, ove il maggior numero è di gente ignorante e facile ad essere illusa, hanno abusato di questo mezzo per macchinare de’
complotti, tendenti a ladronecci, ad assassinj, a saccheggi di
pubbliche casse. S.M. ha creduto perciò necessario proibire siffatte unioni, divenute, per la esposta circostanza, oltremodo
perniciose.
Io v’inculco di secondare efficacemente co’ mezzi della
Religione le giuste mire del Governo, ispirando avversione alle
suddette adunanze, ove le persone ignoranti, sedotte da qualche
socio perverso, possono trovarsi impegnate in azioni vietate
dalla Società, egualmente che dalla Religione.
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Avvertite però di portare in questo affare la più grande riserva.
Guardatevi di mai predicare contro le dette adunanze, o di fare in
pubblico qualunque avvertimento. I mezzi da adoperare non debbono essere che esortazioni individuali, fatte in segreto, opportunamente, e con prudenza. Ingiungete lo stesso segreto, e la stessa
condotta a’ Parrochi, ed a’ Confessori, che crederete abbastanza
prudenti per esser chiamati a parte di questo incarico.
Riscontratemi del recapito di questa mia, e di tutto ciò che di
mano in mano potrà occorrere. Ogni rapporto su questa materia mi sarà diretto in plico risevato a me solo.
Il Governo in questa occasione vi onora di una gran fiducia.
Son certo che vi corrisponderete pienamente. Vi ripeto la mia
perfetta stima. Segue firma illeggibile.
La Carboneria propiziò la caduta del Re Gioacchino Murat con
la speranza che i Borboni, riottenuto il Regno, concedessero anche a
Napoli la Costituzione già data alla Sicilia nel 1812. Caduto Gioacchino Murat, la Carboneria si adoperò per ottenere la Costituzione, pur
rimanendo fedele alla dinastia borbonica.
Nel Lombardo-Veneto i Carbonari volevano riconquistare l’indipendenza ed abbattere il dominio dell’Austria. In Romagna volevano uno
Stato Repubblicano. Inizialmente ottenevano i risultati prefissati, ma i
risultati venivano cancellati con facilità e rapidità dall’arrivo dell’esercito
austriaco che imponeva di nuovo la Restaurazione del Potere Assoluto.
I principali esponenti della Carboneria insorti subirono condanne
a morte, carcere duro a vita o l’esilio.
Moti rivoluzionari in Abruzzo
L’Abruzzo si era già distinto per ragioni strettamente sociali
accanto alla fioritura culturale del Molise nella seconda metà del
Settecento, allorché il Cuoco, il Galanti, lo Zurlo costituirono la linfa
vitale della cultura nel riformismo borbonico e resero nota la situazione drammatica delle condizioni economiche e sociali del Regno di
Napoli, del Molise e dell’Abruzzo in particolare. Senso di abbandono
e miseria regnavano fra le nostre popolazioni.
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Tale situazione aveva determinato l’esplosione della rivolta antifeudale di Penne nel 1779. I contadini di Antrodoco ed i montanari
aquilani si erano opposti all’invasione francese nel 1798 e nel 1806.
Con le stesse motivazioni sociali si verificò la rivolta a Vasto nel 1799.
Un significato sociale e politico ebbero gli scontri armati condotti da
Giovanni Salomone di Barisciano e dal capo massa, successivamente
promosso generale, Giuseppe Pronio di Introdacqua contro i Francesi.
Forse furono queste le ragioni per cui Gioacchino Murat non apportò tangibili benefici all’Abruzzo, se si eccettua la costruzione della strada Napoleonica da Pettorano Sul Gizio al Piano delle Cinque Miglia.
I Francesi, per punire il Pronio, programmarono la distruzione di
Introdacqua con un bombardamento. Raggiunsero la Conca Peligna; a
Roccacasale ci fu uno scontro cruento con la popolazione e con le truppe del Pronio; rimase ucciso anche il parroco di Roccacasale. Il
Generale francese Championnet giustificò il mancato bombardamento
di Introdacqua con le difficoltà incontrate nel piazzare i cannoni. Ma il
Pronio, di notte, aveva ordinato di accendere numerosi fuochi nel suo
paese per far credere che disponeva di molte truppe realiste.
La Carboneria si era fatta interprete della sofferenza politica e
sociale durante il governo francesizzante e nel 1814 organizzò la rivolta che coinvolse i centri di Città Sant’Angelo, di Penne e di Castiglione
Messer Raimondo. Nella rivolta si impegnarono i fratelli Domenico,
Achille e Clemente De Caesaris. Ritroveremo Domenico De Caesaris,
dell’Abruzzo Ultra, deputato al Parlamento del Regno delle Due Sicilie
nel 1848 insieme con altri illustri personaggi.
I Borboni, dopo la Restaurazione, mantennero la regione Molise;
divisero l’Abruzzo in Citeriore con capoluogo Chieti ed Ulteriore con
le Intendenze di Aquila e di Teramo.
Nel 1807 la Badia Celestiniana di Sulmona fu destinata a Collegio
degli Abruzzi che, nel 1816, fu trasferito ad Aquila.
Nel 1812 si formò ancora a Sulmona una biblioteca pubblica presso il Palazzo Comunale che successivamente fu unita alla Biblioteca
della Badia Celestiniana. Anche la Biblioteca fu trasferita a L’Aquila
nel 1816. Ciò risulta in una monografia scritta dal sulmonese Panfilo
Serafini, monografia da inserire nell’opera Il Regno delle Due Sicilie.
Il Dorrrucci ed il Serafini, da Sulmona, operarono per il risveglio
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delle coscienze e per la diffusione delle nuove idee liberali. Il Serafini
fu condannato il 21 marzo 1854 a venti anni di carcere duro, prima nel
bagno penale di Montefusco, poi nella fortezza di Montesarchio in provincia di Benevento che aveva “ospitato” Luigi Settembrini e Carlo
Poerio, ed infine nel carcere duro di Procida. Fu graziato il 29 agosto
del 1859, ammalato di tisi e distrutto nel fisico. Morì a Sulmona nel
1864 all’età di quarantasette anni.
Il 14 gennaio 1817 fu istituito ad Aquila il Real Liceo Regionale
affidato ai Gesuiti.
Le scarsissime provvidenze ed il mancato sviluppo di attività industriali e delle opere pubbliche acuirono lo spirito liberale della nostra
Regione.
“Quelli che hanno creato – scrive Alfredo Sabella (Rivista
Abruzzese Anno LXIV – 2011 – n. 1, p.11) – la passione civile per la
Patria Italiana, ed hanno tessuto i fili sottili ma resistenti perché
nascesse una nazione italiana, sono stati le maestre e i maestri delle
scuole elementari. Con azione continua e costante hanno insegnato agli
italiani a parlare in italiano, abbandonando i dialetti…. Hanno insegnato le buone regole del comportamento civile, le prescrizioni igieniche,
la compostezza nel parlare, nel rispettare e nell’essere rispettati. Hanno
contribuito a vivificare la pazienza della storia perché da un popolo
disperso in tanti stati nascesse una nazione…”.
Il Libro Nero
Subito dopo il Congresso di Vienna che sancì la Restaurazione,
anche il popolo dei piccoli paesi in Abruzzo sentì il richiamo della
libertà. Lo attesta la presenza delle Vendite Carbonare in moltissimi
paesi documentata dal Libro Nero degli ecclesiastici carbonari della
Città e della Diocesi di Valva e Solmona.
A Popoli si tenne un incontro al vertice regionale fra i capi
Carbonari delle tre province di Chieti, Teramo e Aquila. Alla riunione,
con il titolo di Grande Oratore, partecipò don Francescantonio
Bucciantonj canonico della Collegiata di Capestrano e maestro della
scuola elementare.
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Le vendite carbonare non erano poi tanto segrete. Il Bucciantonj,
infatti, come risulta testualmente dalla sentenza emanata dalla Curia di
Sulmona nel Libro Nero, è stato uno dei primi membri della
Carboneria di Capistrano. Egli ci ha avuto il grado di Oratore e, quindi, dichiarato Grande Oratore nell’Unione Carbonica tenuta in Popoli
da Capi Carbonari delle tre province di Chieti, Teramo ed Aquila. Ha
tirati poi moltissimi all’ascrizione della vendita di Capistrano, cosa
riuscitagli facile per l’influenza che aveva colle diverse Famiglie, esercitando l’impiego di Maestro di Scuola (che gli è stato direttamente inibito dal Sig. Intendente). Ha indotti diversi Luoghi dentro, e fuori di
quella Baronia ad aprire diverse vendite, e nell’apertura ha fatto gioco
colla sua facondia per disporre, e determinare l’occorrente…
Nella VALLE PELIGNA, questi furono i sacerdoti che organizzarono
le Vendite Carbonare nei seguenti paesi:
– INTRODACQUA: Vincenzo Crognale, Gianloreto Susi, Francesco Susii,
Serafino Ferri, il novizio Nicola Centofanti;
– PACENTRO: Eligio De Chellis, Marco Di Lorenzo, Biagio Di
Lorenzo;
– PENTIMA (CORFINIO): Pietro Fabrizii canonico della Cattedrale di
Valva;
– PETTORANO SUL GIZIO: Ignazio Cipriani e Gaetano Porreca;
– POPOLI: Ernesto Zecca, Giuseppe Spallone, Albino Villa, Loreto
Scala, Domenico Carusi, Giancamillo Paolini, Concezio Zugaro,
Giovanni Gaetani, il novizio Francesco Mancini;
– PRATOLA PELIGNA: Ignazio Colella che aveva fondato la vendita a Castel
Del Monte, Giuseppe Santangelo, Nunzio Presutti, Salvatore Fabrizi,
l’accolito Vincenzo Galli, il suddiacono Vincenzo Margiotti;
– PREZZA: Alessandro Franceschelli;
– RAIANO: Luigi De Crescentis;
– ROCCACASALE: Luigi Scarpone;
– ROCCAVALLEOSCURA (Roccapia): Michele Arcangelo De Meis;
– SAN BENEDETTO IN PERILLIS: Lodovico De Berardinis;
– VITTORITO: Filippo Leanalli, Carlo Filippo Di Cesare;
– SOLMONA: Damaso Amata, Filippo Pallozzi, Camillo Colamaggiore,
Francesco Aloè, Pelino Strozzi.
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VALLE DEL SAGITTARIO:
ANVERSA: Onorato Agnitti, Francesco Agnitti, Domenico Incorvati;
BUGNARA: Francesco Agnitti, Gabriele Sarra;
CASTRO (CASTROVALVA): Nunzio Lodovigo Di Vito forse solo sospettato;
FRATTURA: Giacomo Falcone iscritto a Scanno e Gabriele Sarra
iscritto a Bugnara;
– SCANNO: Alessandro Abrami, Vincenzo Ciancarelli, Felice Ciarletta,
Giacomo Falcone;
– VILLALAGO: Valerio Pollidoro, Giuseppe Mancini.
–
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VALLE SUBEQUANA:
CASTEL DI IERI: Donato Pasquale oratore nella vendita di Castelvecchio Carapelle e Pelino Strozzi cappuccino della SS.ma
Annunziata di Sulmona;
GAGLIANO ATERNO: Berardino Croce, Francesco Vacca;
GORIANO SICOLI: Alessandro Paulucci, Benedetto Paulucci;
SECINARO: Domenico Barbati, Nicola D’Abruzzo.
VALLE DEL TIRINO e oltre:
BUSSI: Alessandro Franceschelli, Arcangelo Francescantonio;
CALASCIO: Alessio De Spinosa, Vincenzo Saverio Vespa, Giovanni
Alesio Torsini, Giandomenico Frasca;
CAPESTRANO: Francesco Bucciantonj che partecipò al summit regionale di Popoli;
CARAPELLE: Gianandrea Trojani, il chierico Filiberto Costa;
CASTELVECCHIO CARAPELLE: Donato Pasquale originario di Castel Di
Ieri, Giammatteo Milani;
CASTEL DEL MONTE: Ignazio Colella originario di Pratola, Francesco
Corrado, Donato Corrado, Vincenzo Coletta;
OFENA: Vincenzo Chiola, l’ex frate Arcangelo Francescantonio originario di Bussi;
ROCCACALASCIO: Pietro Giustizia;
SANTO STEFANO: Domenico Rosciolelli iscritto alla vendita di Calascio,
Giuseppe Tatoni iscritto alla vendita di Barisciano.
BARISCIANO: Giuseppe Tatoni.
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ZONA DEL SANGRO:
– GAMBERALE: Emidio Terreri;
– PIETRANSIERI: il novizio Giuseppe Amoroso, Maurizio D’Amico;
– PIZZOFERRATO: Michelangelo Malocchi col fratello e il nipote, Marcantonio Coccia;
– QUADRI: Ismaele Vizioli;
– ROCCARASO: Epifanio Ferretti, Nicola Onofrii;
– SCONTRONE: Feliciano De Felicis originario di Bugnara, Domenico
Tiritilli.
Le vendite carbonare erano ben note fra le popolazioni dei singoli paesi. Erano capeggiate dai sacerdoti che ne ricoprivano le varie cariche a partire dal semplice Ascritto (iscritto) al Convisitatore,
all’Apprendente, al Partecipante, al Partecipante oratore, all’Oratore,
al Segretario, al Conservatore del Bollo e del Registro, al Tesoriere, al
Cassiere, al Supplente del Grande Oratore, al Grande Oratore, al
Maestro Provvisorio, al Maestro di Cerimonie, al Maestro Oratore, al
Supplente Maestro, al Vice Responsabile, al Vice Presidente, al
Maestro, al Primo Assistente, al Mansionario Onorario, al Capo, al
Gran Maestro, al Presidente e al Gran Maestro.
Nel 1821 la Curia del Vescovado di Valva e Solmona fu molto attiva nel processare e condannare i sacerdoti carbonari. Le condanne
erano varie. Il sacerdote veniva “sospeso dalla confessione”, “sospeso”, “sospeso a divinis”, “sospeso a divinis officiis”, “mandato agli
esercizi”, “mandato ad un Convento”.
La condanna di “sospeso dalla confessione” ovvero “sospeso dalla
confessione in perpetuo” significava che la sospensione si limitava al
sacramento della confessione ed a tempo indeterminato, salvo altra
dicitura specificata.
La condanna di “sospeso” ovvero di “sospeso a Divinis” o anche
“sospeso a divinis Officiis” significava che il sacerdote veniva sospeso
da tutte le funzioni sacre sacerdotali a tempo indeterminato, salvo
diversa indicazione specificata.
La condanna di “mandato agli esercizi”, da intendere “mandato
agli esercizi spirituali”, significava che il sacerdote condannato avrebbe dovuto meditare sulla sua vita e in particolare sulla sua attività di
115
carbonaro per “ravvedersi” e pentirsi al fine di essere reinserito nelle
sue attività missionarie sacerdotali.
La condanna di “mandato al Convento di…” significava che il
sacerdote veniva “condannato alla clausura nel Convento di…”
Molti Conventi, infatti, svolgevano la funzione di carcere clericale
dove venivano relegati i sacerdoti a tempo indeterminato, cioè all’ergastolo:
il Convento dei Cappuccini, il Convento dei Filippini, ed il
Convento dei Padri Riformati di Sulmona; il Convento dei
Cappuccini ed il Convento dei Padri Riformati di Raiano; il
Convento dei Cappuccini di Pacentro; il Convento degli
Osservanti di Calascio; il Convento di San Giorgio di Goriano
Valli; il Convento dei Padri Riformati di Capestrano; il Convento
dei Padri Osservanti di Palena; il Convento della Maddalena di
Castel di Sangro; il Convento dei Cappuccini di Ofena.
Moti carbonari abruzzesi
Organizzati dai Carbonari abruzzesi vi furono i moti del 1831 ad
Amatrice e del 1833 ad Aquila capeggiati dai mazziniani Pietro Marelli
ed Angelo Pellegrini.
Nel 1837 ancora Penne, pur colpita dal colera, si sollevò e subì una
dura repressione.
Nel 1841 anche Aquila si sollevò agli ordini del mazziniano Luigi
Falconio; questo moto implicò anche il Marchese Luigi Dragonetti che
nel 1848 divenne Ministro degli Esteri nel Governo presieduto da
Carlo Troya.
Il 7 ed 8 maggio 1848, a Pratola Peligna, i contadini si ribellarono
con violenza, con conseguenti riflessi sanguinosi.
Doverosamente ricordiamo i rivoluzionari di Introdacqua: Croce
Susi, Emanuele D’Eramo, Concezio D’Eramo, don Serafino Ferri,
Giambattista Rubimarga, Emilio Mampieri e i fratelli Gaetano e
Raffaele Tiberi. Croce Susi, nella sede comunale, con un bastone ruppe
la testa della scultura rappresentante il Re di Napoli; per tale gesto fu
subito imprigionato, dopo qualche mese seguirono la stessa sorte don
116
Serafino Ferri ed Emanuele D’Eramo. Croce Susi fu processato a
L’Aquila il giorno 11 dicembre 1849 dalla Gran Corte Speciale e l’11
dicembre fu condannato a otto anni di relegazione nell’isola di
Ventotene ed a pagare le onerose spese di giudizio.
I deputati abruzzesi eletti il 1° maggio 1848 furono:
– per l’Abruzzo Citra con capoluogo Chieti: De Thomasis Vincenzo,
Luigi Cadorna, Goffredo Sigismondi, Silvio Spaventa, Domenico
Pugliesi, Giustino Consalvi, Marino Turchi, Angelo Camillo De
Meis;
– per l’Abruzzo Ultra Primo con capoluogo Teramo: Clemente
Belisario, Domenico De Cesaris, Giuseppe De Vincentiis,
Michelangelo Castagna, Francesco De Blasis;
– per l’Abruzzo Ultra Secondo con capoluogo Aquila: Pier Silvestro
Leopardi, Luigi Dragonetti, Giuseppe Pica, Salvatore Tommasi,
Enrico Berardi, Gaetano Giardini, Antonio Ferrante, Leonardo
Dorotea, Leopoldo Dorrucci di Sulmona e Goffredo Sigismondo
sulmonese ma nativo di Bomba, come lo Spaventa;
– per la Regione Molise furono eletti: Gabriele Pepe, Martinangelo
De Martino, Nazaro Colaneri, Domenico Trotta, Jacampa Lorenzo,
Ferdinando Connavino, Michele Cremonese, Nicola De Luca,
Stefano Jadopi.
Annullate le elezioni del 1° maggio, il 14 giugno si ripetettero e
furono confermati gli stessi eletti del 1° maggio.
I moti rivoluzionari abruzzesi avvennero parallelamente ai grandi
moti carbonari nei vari Stati in cui era divisa l’Italia.
Il 1 luglio 1820, a Nola, i sottotenenti Morelli e Silvati, con il loro
squadrone della cavalleria, marciarono su Avellino per poi proseguire
verso Napoli appoggiati dal maggiore De Conciliis. Ai rivoltosi si
aggiunsero le truppe comandate dal generale Guglielmo Pepe. Il Re
Ferdinando I concesse la Costituzione. L’Austria spedì subito un esercito di centomila soldati che, ad Antrodoco, annientò la labile difesa
offerta da Guglielmo Pepe. L’esercito austriaco attraversò le terre
aquilane e peligne, risalì la Strada Napoleonica e piombò sulla Campania disperdendo le truppe del generale Carascosa schierate sul fiume
Garigliano.
117
Ferdinando I rientrò a Napoli il 23 marzo 1821, abolì la Costituzione e compì le sue vendette.
Il Risorgimento, nei suoi motivi profondi e nel suo universale
senso umano, fu assai più una conquista di spiriti che una conquista di
armi. La forza delle armi vi ebbe una parte secondaria perché le schiere che affrontavano le battaglie in campo aperto erano (come i Mille ed
i giovani studenti toscani) volontari seguaci di un’idea e spesso erano
quasi inermi. Fu più una storia di idee e di anime che una storia di battaglie, più martirologio e proselitismo che politica e strategia. Queste
ultime sopravvennero con Cavour e con Vittorio Emanuele II, dopo
l’impresa dei Mille di Garibaldi.
Ora si sta cercando di rompere l’Unità nazionale, tanto faticosamente raggiunta, con una legge tanto discutibile quanto infausta. C’è
chi vilipendia la bandiera nazionale, chi si allontana durante l’Inno
Nazionale, chi disdegna di essere italiano. Saranno stati vani i sacrifici, i morti, le stragi, il tanto sangue versato per una causa così alta, per
l’ideale di uno Stato uno, libero, indipendente?
Bibliografia
E. Ricci, La Carboneria in Abruzzo e le Vendite Carbonare nei paesi della Diocesi
di Valva e Sulmona, Tipolitografia “La Moderna”, Sulmona 1991;
Tiberio Menin, Atlante storico volume III, Minerva Italica, Bergamo 1968;
Tuttitalia Enciclopedia dell’Italia Antica e Moderna, Abruzzo e Molise, Edizione
Sadea Sansoni, Firenze 1965;
Nuova Enciclopedia, Editrice Italiana di Cultura, Roma 1963;
Franco Cercone, Abruzzo Terra di briganti, Edizione Quale Vita, Torre dei Nolfi
2006;
Berardino Ferri, Un processo alla Gran Corte Speciale del 2° Abruzzo Ulteriore,
Tipolitografia “La Moderna”, Sulmona 2001.
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SALVATORE TOMMASI
SCIENZIATO E PATRIOTA ABRUZZESE1
di Evandro Gay
Salvatore Tommasi nacque il 26 luglio 1813 a Roccaraso, dove il
padre, originario di Accumoli (Teramo), era stato trasferito come
segretario comunale. Prima frequentò in Ascoli Piceno il Seminario, da
dove fu espulso per aver partecipato a manifestazioni patriottiche, poi
fu allievo del Liceo dell’Aquila e studente universitario a Napoli, dove
conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1838, a venticinque
anni. Dopo solo sei mesi gli fu affidata la seconda cattedra di clinica
medica nella medesima università Federiciana, nella quale fu apprezzato docente fino al 1848, quando fu esiliato per motivi politici. Nello
stesso anno sedette al Parlamento, quale rappresentante dell’Aquila.
Il 10 febbraio 1848 Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie,
aveva concesso e giurato la Costituzione, ma il 15 maggio di tale anno
le truppe regie aprirono il fuoco contro il popolo che manifestava per
le strade: e fu una strage. Invano i ministri Conforti e Dragonetti scongiurarono il Re di far cessare il fuoco, anzi gli stessi deputati, riunitisi
a Monteoliveto, furono aggrediti. Fu allora che Salvatore Tommasi sottoscrisse la “Protesta contro un atto di cieco dispotismo”, redatta da
Pasquale Stanislao Mancini.
Questo gli costò l’arresto insieme ad altri ventimila napoletani e la
sua traduzione notturna al carcere di San Francesco, nella stessa cella di
Silvio Spaventa. Poi prese la via dell’esilio, prima a Genova e poi a
Parigi, Londra e Torino. Nel 1859 fu nominato professore all’Università
di Pavia e come medico prestò la sua opera professionale anche nella
battaglia del Ticino. Nel 1860 il “Grande Tessitore”, Camillo Benso,
Conte di Cavour, prevedendo l’arrivo di Garibaldi e ancor più temendo
l’arrivo di Giuseppe Mazzini a Napoli, inviò i suoi migliori uomini per
preparare l’annessione al Regno. A metà luglio partì Silvio Spaventa,
01 Fonte: provinciaoggi, luglio-dicembre 1988.
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che era professore all’Università di Modena, e il 13 agosto era a Napoli
anche Salvatore Tommasi, che lì si unì con l’altro emigrato politico
abruzzese Pier Silvestro Leopardi, deputato di Sulmona. Entrambi
erano stati naturalizzati, diventando in tal modo cittadini piemontesi, e
godevano di guarentigie in caso di arresto. Cavour aveva detto:
“Annessione per acclamazione di popolo prima di Garibaldi, perché se
egli arriva a Napoli con a fianco il Bertani l’annessione sfugge”.
Tommasi scriverà a Cavour che a Napoli si attendeva Garibaldi con
ansia ed entusiasmo e che da lui dipendeva tutto. Si formarono allora a
Napoli due comitati, uno monarchico e l’altro repubblicano, ed
entrambi decisero di inviare legazioni a Garibaldi per l’adesione al loro
programma. Il generale, perciò, viene conteso al suo arrivo a Napoli. Il
7 settembre Pier Silvestro Leopardi ricevette il seguente telegramma:
“Alle 10 saremo a Napoli, fate trovare alla stazione dieci cavalli da
sella e una carrozza. Firmato Gizio”. Sotto lo pseudonimo di Gizio si
nascondeva Salvatore Tommasi, che usò la denominazione del fiume
omonimo, che bagna Pettorano, patria di sua moglie. E questo
Leopardi lo sapeva. Però Garibaldi sceso dal treno fu prelevato dai
repubblicani, che lo portarono alla foresteria, ove era la loro sede.
L’aggancio col generale, pertanto, non riesce, con disappunto di
Cavour. Intanto a Napoli giunge un battello proveniente da Marsiglia,
pieno di repubblicani, comandati da Mazzini e da Aurelio Saliceti,
abruzzese di Ripattoni, in provincia di Teramo, con a bordo tra gli altri
Crispi, Saffi e Dumas. A Napoli si attende anche l’eroe ungherese
Cossuth. Nel frattempo l’esercito piemontese, dopo la caduta di
Ancona il 29 settembre 1860, è fermo sul fiume Tronto. Il Grande
Tessitore allora ordisce un’altra trama. Bisogna raccogliere adesioni
dei Comuni dell’Abruzzo alla nuova monarchia. Il Re Vittorio
Emanuele deve entrare in Abruzzo perché chiamato dai municipi, dal
popolo. Salvatore Tommasi viene incaricato di questa importante missione dal Comitato dell’ordine. In una lettera a Luigi Farini del 25 settembre 1860 dichiarava: “Io sto viaggiando gli Abruzzi dì e notte a
palmo a palmo e vago nei singoli municipi e bisogna esser pronti a
maneggiare il revolver per non essere sopraffatti”.
A Napoli intanto si costituisce un Comitato di Salute Pubblica e
Cavour è disperato perché teme una spedizione dei mille alla rovescia.
120
Ordina allora al Comandante di Genova di vigilare su tutti i porti, perché è possibile uno sbarco di Garibaldi. Urge che l’esercito si muova
dal fiume Tronto. Il 2 ottobre telegrafa a Farini, il ministro che accompagna il Re: “Urge andare a Napoli!” Il 3 e il 4 ottobre altri due telegrammi di sollecito, il 5 ottobre un dispaccio, scritto in francese: “Per
l’amor di Dio! Affrettate la vostra entrata negli Abruzzi”. Il motivo
della prolungata sosta in riva al Tronto era chiaro: Vittorio Emanuele
attendeva Salvatore Tommasi con gli indirizzi al re da parte delle municipalità abruzzesi, per giustificare dinanzi all’Europa tutta il suo
ingresso nel Regno. Finalmente il 7 ottobre Salvatore Tommasi giunge
in Ancona e alle ore 12, all’uscita dalla Messa di Vittorio Emanuele,
consegna 280 delibere di annessione. “Bravo Tommasi!”, gli dice il
Re, “questo giustifica il nostro passaggio”. Poi lo fece nominare
Colonnello di Stato Maggiore e in divisa da colonnello lo volle accanto a sé nella carrozza reale e, visto da tutti, l’abruzzese Tommasi, naturalizzato piemontese, attraversò i paesi abruzzesi al fianco di Sua
Maestà. Compiuta la missione affidatagli, Tommasi ritornò alla sua
tranquilla Pavia, dove riprese le lezioni e gli studi.
Nell’elezione del Primo Parlamento nazionale del 27 gennaio 1861
fu eletto deputato nel collegio di Cittàducale, allora in provincia
dell’Aquila, però non sedette alla Camera. Vigeva allora la legge
secondo la quale gli stipendiati dello Stato non potevano superare un
decimo del numero dei deputati e Salvatore Tommasi non fu favorito
dal sorteggio.
Però il Re, memore della sua assoluta dedizione alla patria, lo
nominò nel 1864 Senatore a vita. Morì a Napoli nel 1888 e al Senato
del Regno fu ricordato con queste parole dal senatore Moleschott:
“Dotto senza toga, professore senza boria, medico senza imposture,
filosofo senza credersi infallibile, senatore di poca parola, eppure
potente nell’affermare, sapiente senza scoramenti, Salvatore Tommasi
era savio, forte e buono”. A lui nel 1883, quando era ancora in vita, i
quaranta reggitori della Provincia dell’Aquila vollero intitolare la
Biblioteca Provinciale, anche nota come “Tommasiana”. In seguito la
città di Sulmona gli intitolò la piazza antistante la Biblioteca
Comunale.
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E. Gamba (Torino 1831-1883), Il voto di annessione dell’Abruzzo, Genova, Galleria d’Arte Moderna, tratto da “Dal Tronto al Sangro”,
a cura di Ezio Mattiocco.
A PROPOSITO DELLE CELEBRAZIONI
DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA
di Rosa Giammarco
Molto si è detto e scritto sugli eventi nazionali che hanno caratterizzato l’Unità d’Italia, poco è stato riportato sugli accadimenti “locali” e sull’apporto di territori, malamente considerati “minori”, che pure
hanno contribuito a fare la storia d’Italia. In questo senso l’ Abruzzo ha
ancora bisogno di conoscersi per farsi conoscere ed entrare meglio nel
contesto della coscienza civile attraverso la rivalutazione delle attività
e delle gesta compiute.
L’Abruzzo vuole che si riscopra il suo ruolo, un ruolo né incidentale né minore che si inserisce con momenti fondamentali nella realizzazione dell’Unità d’Italia.
Per questo motivo la Regione, partecipando al XXIV Salone
Internazionale del Libro svoltosi a Torino dal 12 al 16 maggio 2011,
con lo slogan “Abruzzo, crocevia dell’Unità d’Italia. Storia, cultura,
valori e personaggi”, ha voluto far conoscere il notevole contributo
dato. Sono stati presentati ed illustrati importanti documenti, fatti e
personaggi, a testimonianza del significativo ruolo svolto.
In particolare il Prof. Francesco Sabatini, Presidente Emerito
dell’Accademia della Crusca, ha richiamato l’attenzione su tre documenti storici che provano il contributo dato dal Centro Abruzzo al
Risorgimento:
a) la lettera a stampa che Antonio De Nino di Pratola Peligna indirizzò il 1° ottobre 1860 “alla gente della campagna” per avvertirla
della possibilità di “liberazione dalla sua secolare ignoranza”;
b) i disegni patriottici che il Parroco di Pescocostanzo intercalò “agli
atti di nascita registrati nel Libro parrocchiale della sua comunità
dal 1862 al 1872”;
c) una tela recentemente scoperta dal Prof. Sabatini ed esaminata dallo
storico d’arte Vittorio Casale, che “il pittore piemontese Enrico
Gamba istoriò, già nel gennaio 1861, per ricordare, lì in Piemonte,
proprio il “Plebiscito d’Abruzzo”.
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Su quest’ultima scoperta c’è stata molta attenzione.
Il dipinto “Il voto di annessione dell’Abruzzo” (Torino 1831-1883)
- Genova, Galleria d’Arte Moderna (tratto da “Dal Tronto al Sangro”,
a cura di Ezio Mattiocco e promosso dalla Deputazione di Storia Patria
e dall’Università Sulmonese della Libera Età - Casa Editrice Colacchi)
è opera di un pittore torinese, Enrico Gamba, stretto collaboratore della
corte sabauda. Rappresenta, su uno sfondo dove spicca maestosamente il Gran Sasso (riconoscibile il Grande Corno) il momento in cui gli
abruzzesi, scheda in mano, si recano a votare. È raffigurato un variopinto corteo composto da una schiera di popolani, borghesi, aristocratici e clero che vanno a votare per il plebiscito consentendo a Cavour
di compiere quell’operazione diplomatica e militare affinché Vittorio
Emanuele II potesse varcare il Tronto (il nuovo Rubicone d’Italia).
Sono riprodotti: due suonatori di cornamuse, un contadino a cavallo
nell’atto di togliersi il cappello in ossequio alla bandiera con lo stemma dei Savoia, un gruppo di paesani, tra i quali si evidenziano tre rappresentanti dell’aristocrazia con il cilindro in testa, della borghesia con
la bombetta, e del clero, un bambino ed un cane, che seguono il portabandiera, quattro giovani esultanti nell’atto di cantare, un pastore riconoscibile dal suo abbigliamento, un baroccio trainato da due buoi sul
quale appaiono distesi altri contadini, e da un uomo che innalza un
ritratto abbellito con ramoscelli d’olivo probabilmente inneggiante a
Vittorio Emanuele II. Sulla strada in percorrenza, di fianco, una viandante, una figura femminile, che “addita” il corteo ad una bambina.
Tutti gli elementi riportati nel quadro testimoniano l’ambito regionale
nel quale l’azione si svolge, dall’ambientazione, ai caratteristici cappelli, alle “cioce” calzate e ai mantelli sdruciti. Spicca, con maggiore
luce, la figura femminile. Quale significato attribuire a questa presenza? Al plebiscito potevano votare solo gli uomini, le donne erano fuori
da questo diritto riconosciuto successivamente, ma questa donna è presente ed ha un ruolo illuminante. E a questo proposito il Prof. Sabatini
ha ricondotto tale figura sí al costume abruzzese ma più precisamente
al costume di donna di Pettorano sul Gizio. Tale accostamento, condiviso da Walter Capezzali, Presidente della Deputazione di Storia Patria
negli Abruzzi, è rafforzato, oltre che dalla foggia del vestire così simile a quella del costume pettoranese, dall’omaggio che probabilmente il
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pittore piemontese, visto che entrambi erano legati alla monarchia
sabauda, ha voluto fare a Salvatore Tommasi, figura di spicco della cultura medico-scientifica del secondo Ottocento e protagonista cruciale
nel processo di unificazione dell’Italia, sposato con la patriota Emilia
Organtini, pettoranese, figlia di Francesco Saverio Organtini e di
Margherita Bonitatibus, già morta in quella data. Altra ipotesi è che sia
stato lo stesso Salvatore Tommasi a commissionare il quadro.
Comunque sia è una stupenda rappresentazione di una pagina dell’epopea del popolo abruzzese e noi non possiamo che ringraziare sentitamente chi ci ha permesso di conoscerla, Ezio Mattiocco, Francesco
Sabatini e Walter Capezzali.
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126
L’ABRUZZO E L’UNITÀ D’ITALIA
di Licia Mampieri
La storiografia nazionale spesso ha trascurato aspetti ritenuti secondari nel complessivo contesto della unificazione del nostro paese, finendo in tal modo per fare un pessimo servizio ad una serena valutazione di
quell’evento storico che ha riunito un territorio diviso fin dalla caduta dell’impero di Occidente. Il compiersi dell’evento unitario è da ricomporre
in un succedersi di accadimenti politici e bellici che, a livello nazionale e
regionale, hanno segnato il cammino della storia di 150 anni fa.
Era il 1860 e nei pochi mesi dalla spedizione di Garibaldi da QuartoGenova alla discesa del Re Vittorio Emanuele a Caianello per incontrare il condottiero vincitore dal Regno delle due Sicilie, vi fu un susseguirsi di eventi che coinvolsero tutti i protagonisti del Risorgimento.
La realtà preunitaria del Regno di Napoli comprendeva sei regioni,
in cui una eletta schiera di liberali si muoveva nel senso di favorirne l’annessione al Regno di Sardegna. Ma il popolo ne era convinto? I Borboni
sapevano farsi amare dal popolo, ma la borghesia colta era consapevole
che il loro regno stava per crollare sotto la spinta di quei patrioti, soprattutto mazziniani, che volevano sì l’unità di Italia, ma sotto la bandiera
repubblicana. La vita del Regno delle due Sicilie sino alla sua caduta
ruotava intorno alla sua capitale, Napoli, ove l’Università Federico II, in
tutte le sue discipline – soprattutto giurisprudenza e medicina – costituiva un punto di riferimento importante per tutto il paese.
L’Abruzzo, dopo i moti del 1799, quando il Generale Giuseppe Pronio
aveva sconfitto i francesi invasori ed i loro simpatizzanti, contribuendo in
modo decisivo a riportare sul trono di Napoli Re Ferdinando, era tornata
una terra relativamente tranquilla, anche se cellule carbonare cospiravano
a L’Aquila ed altrove contro lo Stato borbonico. È così che dopo l’arrivo
di Garibaldi, il 3 ottobre 1860, Napoli era ribollente di sentimenti contrastanti con tentazioni disgreganti e cospicue derive. Ed a Napoli era presente già il Comitato di azione di Giuseppe Mazzini per preparare la
Repubblica. È in questo contesto che, mentre il Re e lo Stato Maggiore
erano fermi ad Ancona, si attivò Salvatore Tommasi, medico e patriota.
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Salvatore Tommasi era nato a Roccaraso il 26 luglio 1813 e morì
a Napoli il 18 luglio 1888. Gli studi classici e la passione per la medicina lo portarono a divenire Docente all’Università di Pavia, ma il
richiamo patriottico lo vide Deputato al Collegio di L’Aquila nel 1848
e deputato alla prima Camera italiana nelle elezioni del 27 gennaio
1861 per il Collegio di Cittàducale.
Noi lo ricordiamo per la sua opera di mediazione con il primo
Ministro Cavour ed il Ministro Farini, in quell’ottobre 1860, per convincere il Re ad attraversare il Tronto e recarsi a Napoli. È in questo periodo che
il Conte di Cavour mise in atto tutta la sua diplomazia per creare le condizioni ottimali perché il Re si recasse a Napoli ed incontrasse Garibaldi.
Sin dalla fine di settembre Cavour cominciò a telegrafare al
Ministro Farini, che accompagnava il Re. I dispacci erano tutti in francese. Scriveva Cavour “Il faut sans perdre de temps diriger des troupes
vers la frontière” ma tra il politico che voleva raggiungere subito il
risultato e lo Stato Maggiore del Re, che era incerto e temeva il rischio
di reazioni e rischio di conflitto, vi fu l’opera di Salvatore Tommasi
che, come si legge dai telegrammi del Gover-natore Papa dell’Aquila,
iniziò quella “santa missione” negli Abruzzi ed in Terra di Lavoro per
raccogliere adesioni per l’annessione al Piemonte. È così che
l’Abruzzo svolse un ruolo non secondario nei giorni cruciali per l’unità di Italia. I generali dello Stato maggiore aspettavano il sì delle popolazioni, ed il Re non voleva urtare le diplomazie europee che sino ad
ora erano state acquiescenti verso l’azione del Piemonte.
Tommasi, come lui stesso dirà, “andò viaggiando l’Abruzzo dì e
notte” mentre il Re era fermo e titubante in Ancona. Finalmente il 7
ottobre 1860 il Re ricevette ad Ancona Salvatore Tommasi, lo ringraziò per l’opera svolta e lo invitò ad accompagnarlo oltre il passaggio
del Tronto, inserendolo quale addetto allo Stato Maggiore. Vi è tutto
uno sprone in quei giorni, ed un modo di dire: il Tronto come il
Rubicone! E Cavour che il 5 ottobre manda un dispaccio al Ministro
Farini, in cui scriveva: “… Fate entrare il Re in una città qualunque, e
chiami Garibaldi a sé, lo magnetizzi e lo rimandi alla Caprera su di un
vapore datogli in dono”.
Vittorio Emanuele il 15 ottobre 1860 passò il fiume Tronto che
segna il confine tra le Marche e l’Abruzzo e lo stesso giorno era a
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Giulianova. Finalmente gli indugi erano stati sconfitti, anche su pressioni di Cavour che in un suo dispaccio in quei giorni telegrafava:
“Maestà! Il passaggio del Tronto è più importante del Ticino del 1848”.
Il 16 ottobre il Re giunse a Castellammare ed il 17 a Pescara dove
visitò la Fortezza borbonica. Il giorno 19 ottobre fu a Chieti ed il 20 a
Tocco da Causaria ed a Popoli. Nello stesso giorno il Re proseguì per
Sulmona. Qui è bene riportare quanto riferito nell’opera di Raffaele De
Cesare La fine di un regno:
Dopo Popoli proseguì per Sulmona, si partì da questa città
all’indomani. Il re passò sotto un grande arco di trionfo e andò
alla chiesa di S. Panfilo dove fu ricevuto dal vescovo Mons.
Sabatini, che intonò il Te Deum. Rimontato a cavallo attraversò
la città. Tra nembi di fiori, cartelloni tricolori e grida esultanti.
Arrivò alla sott’intendenza e ricevé le autorità. Nella sala maggiore vi era stato eretto un trono e posta su di esso una corona
del valore di 12.000 ducati, fatta venire da Pescocostanzo e di
proprietà di quella Chiesa parrocchiale.
A Sulmona il Re fu ospite nella villa degli Orsini, sontuosamente
addobbata. Il seguito alloggiò nella storica Badia del Morrone di
Celestino V, allora ospedale militare. Villa Del Basso-Orsini è ancora
oggi proprietà dei discendenti della famiglia gentilizia ed ancora oggi
una targa in camera da letto ricorda il soggiorno del Re.
Il 21 ottobre 1860 il Re arrivò a Castel di Sangro, dove ebbe notizia ufficiale degli esiti favorevoli del Plebiscito che vi era stato in tutte
le Regioni dell’ex Regno di Napoli.
Il 26 ottobre 1860 a Caianello avvenne lo storico incontro con
Giuseppe Garibaldi. Poi il Re proseguì per Napoli. Nei giorni precedenti furono scambiati vari dispacci telegrafici tra Garibaldi, il Generale
Cialdini ed il Governatore di Teramo. In uno di questi dispacci
Garibaldi telegrafava di voler accogliere “i piemontesi come fratelli”.
Ma sin da allora lo stesso Cavour già era prevenuto nei confronti del
popolo dell’ex Regno di Napoli. Lo definì in un dispaccio “accozzaglia
di gente” ed impose di distruggere l’azione mazziniana. Temeva soprattutto le gole di Popoli che erano tenute dalle truppe garibaldine del mazziniano Pateras. L’idea-guida di Cavour era che Vittorio Emanuele
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dovesse divenire Re d’Italia in Abruzzo, prima che dieci anni dopo fosse
proclamato Re d’Italia dal Parlamento in Campidoglio.
L’Unità d’Italia, per noi abruzzesi, cominciò con la piemontesizzazione determinata e feroce. Determinata nell’imporre una legislazione
complessivamente diversa dall’amministrazione dei Borboni, che se
pur paternalistica, era accettata dalla gente; feroce, in quanto la repressione contro i realisti, considerati semplicemente briganti, diede corso
ad una vera e propria guerra civile con massacri di uomini, donne e
bambini, incendi di paesi e fattorie, incarceramenti e persecuzioni.
Da quella vera e propria guerra mossa dai piemontesi cominciò la
grande migrazione verso le Americhe delle popolazioni abruzzesi e
meridionali, anche per sfuggire ad un’indegna miseria. Le Regioni
meridionali e l’Abruzzo, sottomesse ma non piegate, aspettano ancora
dallo Stato unitario giustizia e verità.
Pier Silvestro Leopardi
Oltre a Salvatore Tommasi ebbe rilievo, per l’Abruzzo e per
Sulmona in particolare, Pier Silvestro Leopardi. Nato ad Amatrice il 31
dicembre del 1797 (oggi Rieti), nella provincia aquilana, Leopardi a
sedici anni combatté contro Gioacchino Murat, nel 1821 fu Ufficiale
nello Stato Maggiore del Generale Pepe. Imprigionato nel 1933, fu
mandato in esilio. Si recò a Parigi ove collaborò con vari giornali e tradusse in francese le opere di Balbo, Gioberti e Massimo D’Azeglio.
Nel 1848 ritornò in Patria e fu nominato dal Governo del Re di
Napoli plenipotenziario presso il Regno di Sardegna e successivamente presso la Confederazione Svizzera. Venne anche eletto deputato al
Parlamento del Regno delle due Sicilie. Alla restaurazione fu imprigionato per quattro anni e poi ancora esiliato.
Noi lo ricordiamo in quanto nel 1861 venne eletto Deputato di
Sulmona al primo Parlamento italiano, che corrispondeva alla VIII
Legislatura del Regno di Sardegna. Alla Camera dei Deputati militò
nelle file dei Conservatori. Nel 1865 fu nominato Senatore del Regno.
Quando la capitale da Torino si trasferì a Firenze, la morte lo colse
nella città toscana il 14 luglio 1870.
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La sua attività parlamentare fu molto assidua e tante sono le petizioni e le prese di posizione in ordine ai diversi e svariati problemi
inerenti il giovane regno d’Italia. Nel volume di Alberto Malatesta del
1946, che riporta l’indice di Ministri, deputati e senatori dal 1848 al
1922, il Leopardi è citato in tutta la sua ricca attività di deputato. Egli
propone un ordine del giorno in seguito alle numerose interpellanze
intorno all’amministrazione delle province dell’ex Regno di Napoli e
della Sicilia, interviene nella discussione di un progetto di legge per
l’abolizione dei vincoli feudali, si occupa di contribuire alla istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico, dopo l’unificazione dei debiti
dello Stato unitario. Quello che più ci riguarda da vicino come regione Abruzzo, fu la sua determinazione nel caldeggiare la costruzione
della strada ferrata da Napoli all’Adriatico, seguendo anche con
emendamenti appropriati il progetto. La ferrovia Napoli-SulmonaPescara c’è ancora, anche se l’orientamento della gestione delle ferrovie, con molta miopia, è sempre quello di ridurne le corse o addirittura sopprimerle.
La Rivista “L’illustrazione italiana” del 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, cita il deputato Pier Silvestro Leopardi,
unitamente a tutti gli altri deputati del primo Parlamento nazionale del
Regno d’Italia, ricordandone meriti e virtù.
Il Leopardi fu un patriota e contribuì alla nascita del Regno d’Italia,
anche se lungo il corso della sua vita pubblica fu spesso combattuto tra
il lealismo verso i Borboni e l’aspirazione ad unificare l’Italia.
Giuseppe Tamburrino – l’ultimo dei briganti
Grande impatto emotivo ebbe nell’immaginario collettivo abruzzese Giuseppe Tamburrino, figlio di Venanzio e di Agnese Ferri, che
avviò, suo malgrado, la “carriera” di brigante quando, come narra mio
padre, nel 1848, mentre acquistava del tabacco in una rivendita di sale
e tabacchi in paese, si imbatté col sergente della Gendarmeria borbonica Remigio Ferri, il quale gli pestò a bella posta un piede. Ne nacque
un tafferuglio e Ferri fu steso a terra dal Tamburrino che era alto quasi
due metri ed aveva una forza erculea. Tamburrino fu tratto in arresto e
131
tradotto nel carcere di Introdacqua. Nella stessa notte egli forzò la
porta del carcere ed evase.
I miei ricordi sulla figura e le gesta di Giuseppe Tamburrino, ultimo brigante di Introdacqua, risalgono al tempo della mia infanzia,
quando mio padre, prima di emigrare in Venezuela, mi raccontava di
questo brigante altissimo, con una folta barba, che aveva conosciuto da
ragazzo nel primo decennio del Novecento, quando egli, ormai libero
e molto anziano, si sedeva dinanzi alla cantina di Consolata, ad
Introdacqua, a raccontare la sua storia.
Allora, in vecchiaia, era solo Zi Peppuccio, e si era talmente affezionato a papà che gli regalò il suo bastone di ulivo, dritto e nodoso, con la
punta in ferro. Il bastone rimase sempre nella casa paterna anche quando mio padre era all’estero, ma dopo la sua morte mia sorella Maria se
ne impossessò, e da allora io non l’ho più visto. Giuseppe Tamburrino
nacque a Introdacqua il 27 maggio del 1829 e morì nel 1922.
Allora il paese era molto popoloso, ricco di acque e di boschi, ed
il Monte Plaia, con le sue “sbronze” mura megalitiche, offriva rifugio
nei suoi antri e nella sua fitta boscaglia. È in quegli anfratti che, dopo
la Restaurazione, si rifugiavano i briganti introdacquesi ricercati dalla
Polizia Borbonica con il compito di ristabilire l’ordine dopo l’invasione dei francesi. Introdacqua è famoso in quanto ha dato i natali al
Capomassa Giuseppe Pronio (1760-1804), poi divenuto comandante
dei Tre Abruzzi per aver sconfitto i francesi, nonché al figlio Paolo,
Generale comandante dei regi eserciti borbonici (1784-1853).
Ma Introdacqua ebbe anche numerosi briganti, tanto da dare vita
alla “banda degli introdacquesi” che, dopo il 1860, si diedero alla macchia per non essere arrestati dalla Guardia Mobile Nazionale del
Mandamento di Introdacqua e Scanno. Giuseppe Tamburrino infatti,
per la conoscenza del territorio montano e per la sua prestanza fisica,
chiese ed ottenne in cambio della vita di arruolarsi nella Guardia
Mobile Nazionale per contribuire alla repressione del brigantaggio e
dei reazionari borbonici che erano ancora sbandati. Si macchiò di un
delitto, per aver ucciso il 15 aprile 1861 il suo più acerrimo nemico, il
brigante Ignazio Franciosa, compaesano, ma residente a Pettorano sul
Gizio, tristemente noto per gli assalti alle diligenze che percorrevano
la Via Napoleonica da Sulmona a Napoli e viceversa.
132
Più volte arrestato ed evaso, sotto il Regno dei Borboni Tamburrino
si rifugiò per un periodo nella Tenuta Frasca dello Stato Pontificio, a
disposizione proprio per accogliere i delinquenti che volessero ravvedersi. Chiusa la tenuta rifugio, rientrò ad Introdacqua ed essendo ancora ricercato si fece aiutare da alcuni paesani, tra i quali il custode dell’antico camposanto di Sant’Antonio, all’imbocco dell’omonima valle:
ed era qui, come raccontava mio padre, che egli si rifugiava di giorno
nascondendosi nelle tombe vuote e poi usciva di notte per scendere in
paese e incontrare la sua donna. Non solo! Audace com’era, per sfuggire alla caccia del Tenente Camarda, si fece confezionare degli scarponi
con il tacco sulla punta e la pianta sul tallone, in modo che le impronte
sulla neve ne segnalassero il cammino all’inverso.
Il suo soprannome era Colaizzo. Raccontava mio padre che
Tamburrino amava feste e baldorie, tanto che nel Carnevale del 1859
era in paese a divertirsi, nonostante la presenza dei soldati che lo braccavano. Era talmente spavaldo che in un brindisi, auto celebrandosi,
recitò così: “Io bevo questo vino a schizzo a schizzo alla salute di
Giuseppe Colaizzo!”
In un’altra occasione non sfuggì alla cattura e venne incarcerato,
ma dopo pochi mesi evase di nuovo segando le sbarre della cella.
Rimase alla macchia sino al cadere del Governo dei Borboni,
quando, come già narrato, si arruolò nella Guardia Nazionale e poté
godersi la lunga vecchiaia in pace.
Gli Abruzzi intanto si avviavano, tra rottura e continuità, verso
nuovi orizzonti, che, tuttavia, dopo l’arrivo dei piemontesi, furono
miseria ed emigrazione.
Bibliografia
L’Abruzzo e l’Unità d’Italia
– Estratto dall’opera La fine di un regno di Raffaele Di Cesare (parte II, pag.
460).
– Indro Montanelli, Storia d’Italia –, vol.4.
– Roberto Simari, Salvatore Tommasi: Il patriota del 1860, Editrice D’Amato,
Sulmona, 1962.
133
– I dispacci telegrafici di Cavour, Farini, Garibaldi e altri sono conservati
all’Archivio di Stato de L’Aquila ed all’Archivio Centrale dello Stato.
– T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale, Terni 1890.
Pier Silvestro Leopardi
– Malatesta Alberto, Ministri e deputati d’Italia dal 1848 al 1922 (volume
secondo). Tosi. Roma 1946.
– Leone- Deputati e Senatori. Serie XLIII- Vol.II.
– Rivista L’illustrazione italiana, anno 38, n.13, marzo 1911. Per il cinquantenario del Regno d’Italia.
Giuseppe Tamburrino – L’ultimo dei briganti
– Rocco Mampieri, Storia del Brigantaggio politico 1799-1861, Sulmona
1973.
– Gaetano Susi, Il Monte Plaia nella storia e nella leggenda, Sulmona 1963.
– Gaetano Susi, Introdacqua nella storia e nella tradizione, Sulmona 1970.
– Francesco Ventresca, Personal Reminiscences of a Naturalized American,
New York-Usa 1937.
– Panfilo Monaco, Pettorano sul Gizio nella corona radiosa dei Cantelmo,
Sulmona 1983.
– Luigi Torres, Il brigantaggio nell’Abruzzo peligno e nell’Alto Sangro,
2001.
134
PANFILO SERAFINI, MARTIRE DELLA LIBERTÀ.
di Gioacchino Casciato
Alunno della classe III° B
Scuola Media “Panfilo Serafini”
“Fuori i barbari, fuori i barbari! Finchè
l’Austria tiene un soldato fra di noi, l’Italia
è nulla… Si conquisti prima la potenza e
poi la libertà. Sia pure il dispotismo tra noi,
ma fugga lo straniero”.
Così scriveva il patriota risorgimentale
Panfilo Serafini, attento osservatore e conoscitore della storia locale e “nazionale” del
suo tempo, consigliando ai patrioti quella
prudenza necessaria per non spaventare i
Principi d’Italia con la parola Repubblica,
T. Patini, Panfilo Serafini.
visto che “il volgo tende all’unità monarchica… il Piemonte è forte ed ama Casa Savoia… Napoli ha un popolo per nulla maturo e semi repubblicano.”
Panfilo Serafini era un carbonaro che non nascondeva le sue idee,
un mazziniano che credeva nell’importanza di diffonderle, consapevole che i suoi Sulmonesi andavano sollecitati non a prendere baionette e
cannoni, ma ad armare il pensiero. Dovevano dunque, i Sulmonesi,
avere coscienza della propria dignità di esseri umani, delle proprie
capacità, del ruolo che ad essi spettava nella società futura, liberi finalmente da superstizione, ignoranza e vassallaggio feudale. I mali possono essere curati solo se conosciuti, ed ecco che Panfilo Serafini, illuminista ed uomo di cultura, esamina la realtà sulmonese del suo tempo
e ne coglie i limiti. “Non conoscendo il meglio ci crediamo sovrani
dell’Universo nella nostra mediocrità,” e precisa “abbiamo ignoranza
quasi universale, dovendo far poche eccezioni per coloro ch’ebbero da
natura ingegno naturale o volontà ferma di progredire da sé nella via
delle oneste discipline, o la fortuna di studiar fuori del Distretto”.
Sottolinea inoltre con lucida amarezza, trattandosi di un insegnante-
135
patriota, che “la gioventù sulmonese e del nostro distretto, quantunque
assetata di saper, non può soddisfare ad un desiderio: che le impedisca di abbandonarsi all’ozio e di crescere ignorante…”.
Bisognava liberarsi dell’ignoranza, si diceva nella Francia del
Settecento, e questo andava dicendo nell’Ottocento Panfilo Serafini,
quando parlava della necessità di creare in Sulmona scuole capaci di
dare un insegnamento più fruttuoso ai “fanciulli”, una specifica istruzione agraria per i nostri concittadini e pe’ proprietari delle terre vicine, visto che Sulmona è chiave e centro degli Abruzzi”, ma “il difetto
d’associabilità, l’essere stimolati da non grandi bisogni, l’ignoranza
del meglio, ed una certa inerzia che fa moltiplicar fra noi merciajuoli
senza farci aver commercianti” .
Si preoccupava dell’economia di Sulmona Panfilo Serafini, e ne
voleva migliorare la realtà, guardando però alla distribuzione dei mezzi
di vita piuttosto che alla quantità, perché “altrimenti potremmo avere
alcuni ricchissimi in una città povera”. Giustizia, dunque, in tutti i settori della vita civile e politica, giustizia possibile solo con la libertà dall’ignoranza, dalla sopraffazione e dall’egoismo. Ma la libertà desiderata, quella di cui hanno tanto parlato e parleranno scrittori, filosofi, politici e cittadini comuni, è raggiungibile solo quando si ha la consapevolezza del suo significato e si è disposti a sacrificare tutto, anche la vita,
per raggiungerla per sé e per farla godere agli altri, come ha fatto
Panfilo Serafini.
Una bella chiesa ne conserva le ossa, un busto ne mostra il volto
all’entrata della Scuola Media a lui intitolata, ma dopo tanti anni dalla
sua morte vi sono in Sulmona giustizia, qualità nell’insegnamento,
valorizzazione delle persone oneste e capaci che vi operano e ricordo
orgoglioso di chi ha bene operato nel passato per migliorare il presente?
Solo con risposte affermative potremo dire che il martirio di Panfilo
Serafini non è stato inutile e che la libertà nel rispetto degli altri, che
lui ha sempre voluto, è un bene di cui godono i suoi concittadini di
oggi, nipoti di coloro che non sono stati in grado di capirlo ed apprezzarlo. Solo in tal caso il tempo gli avrebbe reso giustizia e solo in tal
caso la libertà sarebbe un bene acquisito.
136
GLI ANTITALIANI E LA QUESTIONE MERIDIONALE
di Nicolina Nolfi
Negli ultimi 25 anni, parallelamente al terremoto di tangentopoli e
all’afflusso di extracomunitari, paragonabile in alcuni momenti ad una
vera e propria invasione, i malumori e i risentimenti contro “Roma
ladrona” da una parte e soprattutto la paura nei confronti del diverso
che – ieri meridionale oggi straniero – veniva a togliere pane e lavoro
all’industriosa e produttiva gente settentrionale, sono sfociati nella
nascita della Lega Nord, passata in pochi anni da disorganizzata forza
di lotta a partito di governo.
Rozzi e beceri nel loro razzismo, grossolani e violenti nel linguaggio, ignoranti veri o falsi della storia d’Italia, i leghisti della prima ora,
per il loro progetto di secessione, non solo si sono impadroniti dei simboli ampiamente utilizzati dai patrioti del Risorgimento, ma hanno
dato luogo, per forza di reazione uguale e contraria, ad un’ampia fioritura di articoli, saggi e studi localistici di stampo prettamente “sudista”, vagamente infarciti di razzismo alla rovescia.
L’inno di Mameli, riportato in auge da C. A. Ciampi, è ancora oggi
pressoché sconosciuto ai più e, se le partite della nazionale di calcio ne
hanno insegnato a tutti il ritornello, solo pochissimi ne conoscono il testo
integrale: è stato Roberto Benigni a ricordare, dal palco di Sanremo, che
Alberto Da Giussano era uno degli eroi simbolo dei nostri patrioti, impartendo, e non solo ai leghisti, una bella lezione di storia e di italianità.
Molti giovani di oggi Alberto Da Giussano lo hanno conosciuto
forse soltanto attraverso le bandiere della Lega, ma noi un po’ più
avanti negli anni avevamo imparato a considerarlo un campione del
sentimento nazionale già dai banchi della Scuola Media, commuovendoci alle rievocazioni delle antiche battaglie contro lo straniero
con il Berchet del “Giuramento di Pontida” o con il Carducci della
“Canzone di Legnano”. Peccato che questi cantori del Risorgimento
siano stati, negli ultimi decenni, quasi banditi dalle antologie della
scuola primaria: forse oggi non ci troveremmo a dover tollerare le
volgari esternazioni del peggior leghismo di fronte alla bandiera o i
137
mugugni di altre componenti della società italiana in merito alla
festa nazionale per i 150 anni dell’Unità.
Quanto alla fioritura di storie e cronache del Sud, accanto a studi
approfonditi ed obiettivi che – da qualunque parte d’Italia – si inseriscono nella tradizione dei Fortunato, dei Salvemini, dei Villari, se ne
producono altri che, pur altrettanto ricchi di documentazione, mancano, a mio avviso, di quell’essenziale completezza di racconto e di quell’onesta obiettività di giudizio senza le quali crollano due fondamentali presupposti del fare storia: Terroni del pugliese Pino Aprile, dato alle
stampe l’anno scorso, alla vigilia delle celebrazioni per la ricorrenza
dell’unificazione, mi pare ne costituisca la sintesi perfetta.
Frutto della passione e dell’amore per il Sud da parte di un giornalista profondamente legato alla sua gente, Terroni è un libro a tesi che,
proprio perché scaturito da spinte emotive di per sé irrazionali, distorce
la realtà storica deformando e adattando la verità a ciò che più preme
dimostrare: secondo Aprile, infatti, il Sud – terra felice e ben governata, economicamente alla pari e, in certi settori, più prospera del resto
d’Italia al tempo dei Borboni – è stato ridotto a condizioni di sudditanza e di progressiva inferiorità da una politica di espoliazione e di rapina
delle sue risorse materiali ed umane, attuata, ieri come oggi, con fredda
consapevolezza dai settentrionali o almeno per i settentrionali.
Il libro si apre, da parte del nostro autore, con una professione di
ignoranza di notevole impatto emotivo:
“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono
per sempre molti paesi in operazioni “antiterrorismo”, come i
marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concedesse libertà di stupro sulle donne meridionali (…). Ignoravo che, in
nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di
saccheggio (…) e praticarono la tortura e (…) si incarcerarono i
meridionali senza accusa, senza processo, senza condanna (…)
briganti per definizione perché meridionali”.
Noi invece sapevamo, da almeno 40 anni. La storia del
Risorgimento, concepita come libera aggregazione di purissimi ideali di italianità intorno alla figura di Mazzini o alla spada di Garibaldi,
138
o come popolo che si desta dal suo sonno secolare per cacciare lo
straniero, era stata sfrondata degli aspetti eccessivamente retorici e
patriottardi in tempi molto più lontani, se vogliamo fin dal primo
decennio dell’Unità.
La riprovazione per i metodi adottati e la delusione per i risultati
conseguiti erano infatti sfociate da una parte nella protesta dei patrioti
e degli intellettuali, dall’altra in una serie di indagini e di inchieste tese
se non altro a capire cosa non avesse funzionato.
Gli errori commessi, gli aspetti più tristi, la tragedia sociale che la
conquista del Sud aveva provocato erano emersi già dalle prime relazioni presentate in Parlamento non solo da deputati provenienti dal
Meridione, ma anche da probi ed onesti funzionari piemontesi.
Nei capitoli che ripercorrono l’impresa di Garibaldi, Aprile sembra
scoprire solo adesso che il ricongiungimento dell’indipendente Regno
delle due Sicilie al resto d’Italia non era avvenuto solo attraverso un’impresa animata da ideali unitari ma che, al contrario, era stata una guerra di conquista talora brutale. Per condurla al successo, ci si era serviti
di ogni mezzo, ivi compreso l’appoggio dell’ “onorata società” che,
forse proprio grazie alle vicende di quegli anni, si consolida in cosche
sempre più potenti nel tempo e sempre più ramificate nello spazio.
Nelle accorate pagine che rievocano, con dovizia di particolari, le
tragiche gesta della guerra al banditismo, il nostro autore evidenzia gli
orrori delle stragi, la ferocia e la crudeltà delle rappresaglie messe in
atto dai piemontesi, soprattutto dopo la terribile legge Pica (ahinoi
aquilano!) che consentiva di incarcerare e di uccidere chiunque: bastavano il sospetto o il possesso di un’arma, fosse pure una falce, una roncola, un’accetta.
Noi sapevamo perfettamente invece. Fin dai tempi del liceo e, più
tardi, nelle facoltà umanistiche, noi studenti eravamo obbligati a conoscere la realtà storica del periodo attraverso lo studio dei meridionalisti più accreditati, mentre quel fondamentale testo che è la Storia
d’Italia 1861-1969 di Denis Mack Smith ci accompagnava per tutto il
percorso universitario.
Il puntiglioso, compassato, finissimo storico inglese, distaccato
dalle passioni degli Italiani del Nord, del Centro e del Sud, fin da allora
ci aveva fatto capire che orride stragi, feroci crudeltà e bagni di sangue
139
erano stati perpetrati su tutti i fronti, specialmente nei momenti in cui
il “revanchismo” borbonico e quello contadino si erano intrecciati al
brigantaggio e la lotta si era trasformata in una guerra di tutti contro
tutti. La ferocia dei contadini in cerca della “Libertà” di verghiana
memoria e la spietata repressione che ne era derivata avevano già dato
ampie prove di sé a Bronte. I truci scenari delle esecuzioni e delle vendette dei briganti, secoli addietro, avevano terrorizzato persino gli eserciti dei viceré spagnoli e forse avrebbero ancora oggi qualche suggerimento da offrire ai cineasti dell’horror.
Ma il nostro giornalista, così sollecito nell’enfatizzare gli eccidi
“piemontesi”, su questi “dettagli” preferisce tacere. Eppure tutti
sappiamo che la guerra, anche se provocata da giuste cause, diventa
quasi sempre sul campo una “sporca faccenda”, ieri come oggi, dai
campi di sterminio nazisti ai massacri di Saddam Hussein, dalle
pulizie etniche dell’ex Jugoslavia alle torture dei presunti terroristi
irakeni: emblematiche in questo senso sono diventate le foto della
giovanissima soldatessa americana che schiaccia mozziconi accesi
sui corpi nudi dei prigionieri ammassati gli uni sugli altri nella prigione di Abu Ghraib.
La guerra… Dalle nostre parti una vecchia, saggia massima pratolana ne esprime, con rara efficacia linguistica, le devastazioni: “la ‘uerre’, a papà, scinciose tutte, tutte”, “la guerra, figlio mio, lacerò, ridusse
a brandelli tutto” e, in quel “tutto” ripetuto due volte, sono inclusi non
solo gli uomini e i paesi, ma anche i sentimenti ed i valori più elevati.
Tornando, dopo questa breve digressione, alle tesi sostenute da
Pino Aprile, quella di un’Italia meridionale prospera e ben governata
dai Borboni, se non è una vera e propria leggenda metropolitana, è per
lo meno un’affermazione assai azzardata e discutibile.
Se è vero che Napoli, splendida per i suoi edifici, vivace per la
sua cultura, all’avanguardia in Italia per le sue flotte, mercantile e
bellica, era la terza città più ricca e popolosa d’Europa, è altrettanto
vero però che accanto alla corte borbonica e a quello che oggi chiameremmo il suo “indotto”, brulicava da secoli e cresceva paurosamente negli anni l’enorme plebaglia affamata e miserabile dei lazzari conosciuti e temuti dai residenti e dai visitatori per gli atti di ordinaria, quotidiana criminalità.
140
Palermo ed alcune altre città del Sud, soprattutto in prossimità dei
porti, avevano avviato qualche attività di tipo industriale, aziende di
piccole e medie dimensioni specie nei settori tessile ed alimentare. Ma
la stragrande maggioranza del territorio utile era campagna in pieno
Medioevo, abitata da diversi milioni di persone: erano per lo più contadini senza terra e pastori senza gregge, sottoposti ai gattopardi della
grande feudalità laica ed ecclesiastica o al rapace padronato dei nuovi
ricchi che, all’arrivo dei Francesi prima e al formarsi dell’Unità poi, si
erano impossessati di vasti latifondi accaparrando o usurpando le terre
del demanio e della manomorta.
Strade e ferrovie nel regno erano pressoché assenti, gli antichi
boschi erano stati saccheggiati, acquitrini e paludi malarici ricoprivano
vaste estensioni di terre in prossimità delle coste, dei fiumi e dei torrenti, il territorio, nel suo insieme, era in preda al più profondo dei
degradi.
Francesco Saverio Sipari, antenato di Benedetto Croce e sindaco di
Pescasseroli nel primo decennio dell’Unità, sensibile ed attento ai problemi economici della sua regione e del Sud in genere, così descrive la
condizione del contadino in una lettera ai censuari del Tavoliere delle
Puglie, nel 1863.
“Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non
ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un
metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha
vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato
rapito o dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dalla imposta del comune e
dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, né vivanda
di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o
melgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le
radici che gli dà la terra, matrigna a chi l’ama. Il contadino,
robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con
sedici ore di fatica, riarso dal solleone, rivolta a punta di vanga
due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di
lavoro, e quando non piove e non nevica e non annebbia. Con
questi ottantacinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre,
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invalido della fatica e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle, la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano più giorni gli
ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla,
nemmeno il credito, non avendo che portare all’usuraio o al
monte dei pegni, allora (oh io non mentisco!) vende la merce
umana; esausto l’infame mercato, piglia il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra e – mangia” (B. Croce – Storia del
Regno di Napoli – Laterza ).
In rivolta anarcoide contro le loro terribili condizioni di miseria, i
braccianti del Sud – sui quali venivano a gravare anche gli obblighi
della lunga leva – nel primo decennio dell’Unità avevano imbracciato
il fucile; qualche decennio più tardi, prenderanno una valigia di cartone ed emigreranno oltre oceano.
L’emigrazione costò loro ancora una volta lacrime amare per gli
affetti che lasciavano a casa, per i disagi e le umiliazioni che li aspettavano a destinazione.
Eppure, proprio attraverso il sacrificio di milioni di migranti, la
tensione sociale si stemperò e, grazie alle loro rimesse, si ricreò una
classe di piccoli proprietari terrieri in grado di tirare a campare in
modo dignitoso. È doveroso però osservare che a partire non erano
solo i meridionali; con loro si muovevano anche i braccianti delle zone
più povere del resto d’Italia, dalle Langhe al delta del Po, dalla
Sardegna ai paesi alpini.
Lo spopolamento delle campagne indusse anche i “baroni” a più
miti consigli al punto che si diffusero un po’ ovunque i contratti di
mezzadria e colonìa. Nella Valle Peligna, il colono si chiamava “aquilone” e il tipo di contratto che stipulava con il proprietario terriero
veniva definito, ai tempi di mio nonno, nel primo Novecento, “alla
parte”; il padrone delle terre contribuiva con il denaro “alle spese” –
sementi, acquisto di attrezzi, eventuali migliorie – poi divideva i prodotti della terra con il mezzadro in percentuali che variavano in base al
valore delle colture.
Riguardo alle scelte del governo italiano in materia industriale, nei
primi decenni dell’unificazione, fu il libero scambio – esteso a tutto il
territorio nazionale – a rovinare, per la spietata legge della concorren-
142
za, le imprese più piccole e più deboli, proprio come è capitato oggi ai
piccoli negozi con la diffusione dei centri commerciali. Quanto ai trasferimenti da Sud a Nord operati dallo Stato o dai privati (la famiglia
Orlando, per esempio, portò la sua azienda da Palermo a Genova),
sono convinta che la logica ad essi sottesa sia stata la stessa che ha portato ieri la Siemens ad abbandonare la Valle Peligna, che induce oggi
Marchionne a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, e cioè quella cruda e brutale del profitto.
Persino la “piemontesizzazione” amministrativa alla lunga si è
rivelata una scelta vincente, visto che, a 150 anni di distanza, sono
ancora così vive le spinte centrifughe, sia pure di minoranze di Italiani
del Nord o del Sud che siano.
Per concludere: si può essere d’accordo con Pino Aprile sul fatto
che le condizioni generali del Sud peggiorarono con l’unificazione –
almeno nei primi decenni – e con il Sud peggiorarono anche le zone di
campagna più povere del resto d’Italia.
Si può concordare anche – in sintonia con la maggioranza degli
storici – sul fatto che le scelte dei governi italiani in materia economica, in questo secolo e mezzo di storia, spesso si sono rivelate deleterie
per il Sud, allargando la forbice esistente all’origine. Su tutte hanno
influito non solo le ideologie dominanti delle maggioranze, ma anche
gli intrecci complessi delle vicende internazionali.
Centinaia di migliaia, forse milioni, di pagine sono state scritte
sulle vicende storiche di questi 150 anni e sulla questione meridionale
in particolare: sarebbe pertanto riduttivo e presuntuoso pretendere di
darne una spiegazione esaustiva in queste brevi note.
Mi limiterò perciò ad osservare che, se il divario economico tra le
due Italie è tuttora rilevante, attribuirne la responsabilità ad un disegno
consapevole di deliberato affossamento del Sud a favore dello sviluppo del Nord da parte delle classi dirigenti che in questi 150 anni si sono
succedute al governo e all’amministrazione del Paese mi sembra, in
tutta sincerità, fantapolitica.
Il Sud non ha forse avuto sempre i suoi rappresentanti in
Parlamento? Se questi nostri deputati e ministri – pochi all’inizio,
proporzionati al numero degli abitanti dopo il suffragio universale –
sono stati e sono così indegni e perversi, le responsabilità non sono
143
attribuibili al popolo meridionale che, ieri come oggi, li ha mandati
al potere? E le connessioni mafia-politica?
Sollevare polveroni, suscitare sterili polemiche, evidenziare le
eventuali colpe altrui, minimizzando o, peggio, oscurando le proprie
non serve a risolvere la “questione meridionale” né tanto meno a
cementare lo spirito unitario che ancora oggi, dopo ben 150 anni,
mostra qualche smagliatura.
Al contrario certe posizioni faziose possono rafforzare le spinte
separatiste che ogni tanto riemergono in Sicilia, possono alimentare gli
spiriti “revanchisti” di eventuali altre formazioni “legasudiste”, possono magari portare acqua al nostalgico mulino del risorto partito neoborbonico: formazioni tutte, a Nord o a Sud, ridicole e piccine in tempi
in cui la riduzione delle distanze, Internet, le migrazioni massicce, il
degrado ambientale, la scarsità delle risorse energetiche ed alimentari
– problematiche globali, comuni all’intera umanità – dovrebbero farci
sentire, tutti, cittadini del mondo.
Centocinquant’anni sono passati dal giorno in cui l’Italia ha cessato di “essere un’espressione geografica” per diventare una nazione, un
risultato grandioso, inimmaginabile solo qualche anno prima, anche se
è costato così tante lacrime, così tanto sangue.
Sono convinta che se Massimo D’Azeglio potesse aggirarsi oggi
per le strade delle nostre città o dei nostri paesi, dalle Alpi alla Sicilia,
sarebbe molto soddisfatto ed esclamerebbe: “Finalmente anche gli
Italiani sono fatti!”
In questi 150 anni i nostri connazionali si sono spostati in lungo e
in largo per la penisola e non solo da Sud a Nord ma anche in senso
contrario ed incrociato. Le guerre, le grandi opere pubbliche, lo studio,
il lavoro, la politica e persino le vacanze li hanno fatto incontrare e,
nonostante le reciproche diffidenze o i millenari campanilismi, si sono
scambiati idee, opinioni, saperi, usanze, tradizioni, ricette e soprattutto valori. La scuola, i giornali, la radio, la TV hanno insegnato la nostra
lingua agli abitanti del più isolato paesello di montagna, della più piccola isola, del più sperduto casolare.
Tutti noi Italiani ci riempiamo d’orgoglio ai riconoscimenti tributati dal mondo ai nostri artisti, alle affermazioni dei nostri atleti, ai
successi del nostro cinema, all’eleganza della nostra moda, tutti noi ci
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sentiamo partecipi alle sofferenze della nostra gente ad ogni catastrofe
naturale o ad ogni grande tragedia privata, tutti noi ci vergognamo un
po’ di fronte ai nostri scandali, alle gesta ingloriose delle nostre mafie,
alle nostre città ricolme di “monnezza”.
Siamo così simili nelle tante differenze che, se andiamo all’estero,
agli stranieri di qualunque paese del mondo bastano pochi minuti perché ci rivolgano la domanda: Italiani?
È giunto il momento per tutti noi di impegnarci in prima persona
per cercare di risolvere i problemi più dolorosi che ancora ci affliggono affinché, alla domanda, come Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”, possiamo finalmente rispondere con orgoglio: “Italiani, sì!”.
Anzi… fratelli d’Italia.
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LINGUA E DIALETTI NELL’ITALIA POST-UNITARIA
di Evandro Gay
L’anno 1861 è stato davvero un anno memorabile nella storia dell’Italia moderna; è quello infatti l’anno nel quale fu proclamata l’Unità
d’Italia, anche se tale unità venne completata e portata a termine solo
nel 1970 con la presa di Roma.
Sin dal 1861, dunque, ebbero avvio importanti processi di trasformazione della vita nazionale in ogni suo settore, con conseguenti
riflessi anche sulla lingua italiana, che prese a diffondersi presso strati
sempre più vasti di popolazione, che erano rimasti per lunghi secoli
dominio esclusivo delle parlate dialettali.
L’italiano che parliamo e scriviamo al giorno d’oggi è nato sul
modello del fiorentino letterario del Trecento, è stato sapientemente
codificato nel Cinquecento dall’umanista veneziano Pietro Bembo e
successivamente è assurto a lingua nazionale ad opera di Alessandro
Manzoni.
In un’Italia divisa politicamente questa lingua ha rappresentato per
secoli il simbolo di una fratellanza ideale, ma è rimasta privilegio di
una ristretta élite. Va ricordato comunque che, quando fu proclamata
L’Unità, la lingua italiana parlata era quasi inesistente al di fuori della
Toscana e della città di Roma, mentre i dialetti godevano di un vastissimo consenso sociale, in special modo nelle città più importanti del
paese, quali Napoli, Milano, Venezia e Palermo, nelle quali il dialetto
veniva usato non solo dagli appartenenti ai ceti più umili della popolazione, ma era di frequente utilizzato anche in circostanze ufficiali da
personaggi importanti della vita nazionale. Non va dimenticato in proposito che lo stesso Vittorio Emanuele II, primo re dell’Italia unita,
faceva uso del dialetto piemontese in ogni occasione.
Un dato statistico ci dà l’esatta percezione della diffusione della
lingua italiana in quel periodo: essa veniva usata quasi esclusivamente
come lingua scritta, ma meno di un terzo della popolazione adulta
sapeva scrivere, mentre tutti gli altri si esprimevano solo e soltanto in
dialetto, tanto da far dire a Pasquale Villari nel 1866: “V’è nel seno
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della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria ed è la nostra
colossale ignoranza, il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 5
milioni di arcadi”.
Sempre a proposito di dati statistici, il censimento del 1861 aveva
accertato che gli italiani capaci di leggere e scrivere erano meno di un
quarto della popolazione, tenendo anche conto di coloro che sapevano
a malapena apporre solo la loro firma.
Secondo una stima del prof. Tullio De Mauro solo il 2,5% della
popolazione era in grado di affrancarsi dall’uso della parlata dialettale,
comprendendosi in tale percentuale anche coloro che avessero frequentato scuole post-elementari, 400.000 toscani e 70.000 romani alfabetizzati, in considerazione della contiguità dei loro dialetti con la lingua comune. Secondo altri studiosi, gli italofoni sarebbero stati circa il
9,5% della intera popolazione. Si deve anche precisare che nell’Italia
pre-unitaria il grado di sviluppo delle istituzioni scolastiche era diverso tra Stato e Stato: tale grado era minimo nel Regno delle Due Sicilie
e massimo nel Piemonte, dove sin dal 1840 era stata attuata una politica di istruzione popolare.
Non a caso le punte di massima conservazione del dialetto si avevano nelle zone di scarsa urbanizzazione, unitamente all’insufficienza
del sistema viario, che rendeva di difficilissima attuazione il processo
di osmosi tra gruppi di popolazione. Con la costituzione della Stato
Unitario la lotta all’analfabetismo e la diffusione della lingua italiana
costituirono problemi politici, con i quali dovette misurarsi la nuova
classe dirigente. Nel 1868 il Ministro dell’Istruzione, Emilio Broglio,
chiamò Alessandro Manzoni ad occuparsi in concreto della questione
e Don Lisander propose di inviare maestri fiorentini in tutte le scuole
e di far trascorrere periodi di soggiorno a Firenze agli altri maestri, al
fine di “risciacquare i panni in Arno”. Tuttavia, queste proposte non
raggiunsero lo scopo prefissato di italianizzare il sistema scolastico,
anche perché vi furono tenaci resistenze opposte dalle classi agiate di
ispirazione cattolica e moderata.
Ebbe invece una certa fortuna l’idea del De Sanctis, che nel 1880
diventò Ministro dell’Istruzione, di incoraggiare i docenti a porre in
relazione i due sistemi espressivi, per far tesoro di quel fondo prezioso
che ha il dialetto in comune con la buona lingua.
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L’insufficiente preparazione degli insegnanti emerge dalle correzioni linguistiche di un precettore abruzzese, che da un lato sostituisce
un vocabolo accettabilissimo come affitto col toscano pigione, mentre
non corregge l’espressione faggioli, inciampando anche lui in un localismo fonetico, quando scrive cabbie in luogo di gabbie (da Italiano in
Abruzzo dopo l’Unità, di P. Trifone, Chieti, 1990).
Liberati, però, dall’isolamento ed entrati in contatto diretto con le
parlate cittadine più italianizzate, i dialetti cominciarono ad avvicinarsi alla lingua comune. Tra le abitudini lessicali abruzzesi, citate da
Fedele Romani (Abruzzesismi, Firenze, 1907) vanno ricordati i seguenti vocaboli e modi di dire: cocozza al posto di zucca, faticare per lavorare, stare per essere, trappeto per frantoio, gradinata al posto di scala,
coppola per berretto, cercare al posto di chiedere, fidarsi invece di sentirsela, incaricarsi per prendersi cura, mettere e levare la tavola anziché apparecchiare e sparecchiare, ritirarsi al posto di rincasare, tiretto
invece che cassetto, salvietta al posto di tovagliolo, ecc., ecc.
Oggi, trascorsi ormai centocinquant’anni, l’ignoranza non è stata
forse debellata, ma l’analfabetismo sì (dati ISTAT 2001: analfabeti
782.342) e l’italiano è diventato la lingua comune a tutti gli Italiani
(dati ISTAT 2006: uso esclusivo del dialetto inferiore al 6%).
Tutto questo è stato possibile grazie al miglioramento delle condizioni economiche ed al tasso sempre più elevato di scolarizzazione, ma
anche grazie a fenomeni sociali come l’emigrazione interna verso altre
regioni o città e il servizio militare, nonché alla progressiva diffusione
dei mezzi di comunicazione di massa: la stampa, la radio, il cinema e,
soprattutto, la televisione.
Dall’Unità ad oggi l’Italiano ha attinto dai dialetti qualche migliaio
di vocaboli, arricchendosi notevolmente, ma i dialetti, nel frattempo,
non sono scomparsi, anzi, hanno riguadagnato terreno, affiancandosi
alla lingua italiana. Questa lingua, venata di elementi locali (l’italiano
regionale) è diventata la lingua parlata nelle situazioni informali anche
delle persone colte. Italiano regionale sì, ma, appunto, Italiano.
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L’UNITÀ DELL’ITALIA… DISUNITA
di Raffaele Russo (Irmazio Glicone)
La legge 17 marzo numero 4671, articolo unico, proclamò: “Il Re
Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di
Re d’Italia”.
Una legge ad personam, mancante del classico riferimento “per
grazia di Dio e volontà della Nazione”, correttiva in parte di anacronistica situazione della Penisola fino a quel giorno divisa in ben sette
entità statuali. La completa unità geografica dell’Italia era ancora lontana da venire. Il Veneto entrerà a farvi parte nel 1866; Roma nel 1870;
il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia nel 1918.
Sarà Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico fra i più noti
del Risorgimento, a pubblicare solennemente ne I miei ricordi il
bando: “Il primo bisogno d’Italia è che gli Italiani si formino”. Ciò
ovviamente in un contesto europeo di grandi Stati ben costituiti da
secoli. Egli aveva contezza delle arretrate condizioni in cui gli Italiani
versavano, afflitti da indigenza e analfabetismo. Ne è la prova la rilevante migrazione di fine ottocento dal Veneto e soprattutto dal
Meridione. D’Azeglio aveva soggiornato a Torino, Firenze, Roma,
Milano e nelle regioni centrali. Era stato presidente del Consiglio dei
Ministri fino al 1857, quando gli successe Cavour. Letterato autore di
opere fra le quali Ettore Fieramosca e La disfida di Barletta.
Il suo appello si prefiggeva di dare agli Italiani una comune identità
nazionale certamente di difficile realizzazione dopo circa due millenni di
divisione e sudditanze a poteri locali e stranieri, pur se i più grandi poeti
della nostra lingua continuavano a tener viva la memoria di Roma.
Né l’esito favorevole della Prima Guerra Mondiale, né il ventennio fascista, con le sue ottiche espansionistiche imperiali, riuscirono
a potenziare quella identità nazionale sempre carente ed aggravata
dalla perpetua divergenza economico-sociale tra Nord e Sud della
Penisola, riacutizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale, tanto da
rendere sempre validi gli epiteti “Polentoni” per i settentrionali e
“Terroni” per i meridionali.
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Ma la vera disunione territoriale, civile, amministrativa, culturale e
socio-economia è stata decretata dalla Costituzione Italiana del 1948,
articolo 116, che ripartendo la Repubblica in regioni, provincie e
comuni attribuisce “alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige,
al Friuli Venezia Giulia ed alla Valle d’Aosta, forme particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali”.
Quindi crea le cosiddette Regioni a Statuto Speciale e Provincie
Autonome a fronte delle restanti regioni a statuto ordinario, con conseguente discordanza civile ed economico-sociale ovviamente a favore
dei cittadini residenti nelle regioni a statuto speciale. Ne derivano cittadini di Serie A e cittadini di Serie B. Bastano alcuni esempi: per l’acquisto della prima casa in Lombardia, una giovane coppia paga il
100% del mutuo più gli interessi; nel Trentino paga solo il 55% del
mutuo a tasso zero, perché il 45% del mutuo e gli interessi li paga la
Provincia. Per realizzare un capannone un’azienda lombarda paga il
100% del mutuo, un’azienda trentina solo il 40%, perché il 60% è a
carico della Provincia. Scuola Materna: nei comuni lombardi la retta
mensile è di 75 euro, in quelli trentini è pari a zero. Così il fondo di
Solidarietà per le aree disagiate e depresse per i comuni piemontesi e
lombardi e veneti, confinanti con le Regioni a Statuto Speciale del
Nord, con dotazione triennale di 91. 000.000 di euro, si è operato un
taglio del 70% riducendolo a 22.000.000 di euro. Per i comuni delle
Regioni a Statuto Speciale nessun taglio. Gli esempi sono ancora
numerosi. Di fronte a tale situazione i sindaci infuriati dei comuni del
Nord, per ora circa 600, riuniti a Milano, minacciano di cambiare le
carte geografiche dell’Italia Settentrionale usando quei referendum
popolari che consentono di distaccarsi da una provincia per unirsi ad
un’altra cambiando, in questo caso, regione, approdando in quelle a
statuto speciale. Già molti cittadini piemontesi, lombardi e veneti,
hanno cambiato residenza con il risultato di vedere spopolate le zone
settentrionali del Paese. Questa è vera e propria secessione.
È questa l’unità d’Italia. A che servono le Regioni a Statuto
Speciale e le Provincie Autonome quando oggi è stata realizzata
l’Europa Unita? La vera unità d’Italia è questa perché è … disunita.
E non vale produrre dispersione di risorse per celebrare una unità
che non esiste perché viaggiando gli Italiani nella stessa barca non si
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comprende come alcuni siano sistemati in prima classe e gli altri
ingabbiati nella seconda classe.
Alla domanda se esiste una vera e propria unità si può rispondere
di fronte ad una evidenza reale sicuramente sì, solo dal punto di vista
della unità territoriale, come ebbe a definirla nel 1870 Metternich quale
“espressione geografica”.
Alcuni vedono nel federalismo un valido rimedio per realizzare
l’auspicata unità ostacolata dal persistente divario Nord-Sud. È un
disegno che purtroppo tende allo smembramento regionalistico dello
Stato nazionale e alla sostituzione con organismi locali autonomi in un
tricolorito Bel Paese purtroppo gattopardiano dove tutto cambi perché
tutto resti come prima.
Se federalismo vorrà realizzarsi deve essere solidale tra le varie
aree nazionali.
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GOFFREDO MAMELI
di Beatrice Ricottilli
Con l’elezione del parlamento nazionale il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d’Italia con capitale Torino.
Restavano irrisolte alcune questioni anche se la soluzione sabauda
riuscì a mantenere saldi e uniti i principi liberali e di nazionalità.
Nel complesso, dai documenti si evince che il Risorgimento non fu
un fenomeno di massa ma opera di una minoranza di uomini e donne,
patrioti e patriote che ad uno ad uno, tasselli umani di un mosaico chiamato Italia, hanno colorato per noi, figli di oggi, di sangue e libertà le
pagine ancora tutte da scrivere della grande Storia.
Con tutti i mezzi si è cercata la strada dell’unificazione, ma forse
la strada più appropriata a spandere nell’aria il seme della nazionalità
è stata la musica.
Durante tutto il Risorgimento la musica ha rappresentato la vera
anima del popolo insorto e liberato.
Tra tanti inni patriottici Il Canto degl’ Italiani di Mameli, conosciuto più semplicemente come inno, il 12 ottobre 1946 divenne il canto
con il quale ci saremmo riconosciuti tutti fratelli e figli.
Finalmente “l’Italia s’è desta”.
Gotifredo Mameli dei Mannelli, più noto come Goffredo, nacque
a Genova il 5 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una
squadra della flotta del regno di Sardegna, e di Adelaide Zoagli di
famiglia aristocratica genovese.
Il giovane Goffredo dimostra presto il suo talento letterario con la
composizione di versi di ispirazione romantica come “Il giovane crociato”, “L’ultimo canto”, “La vergine e l’amante”; ad appena vent’anni aderisce all’ideale liberale mazziniano. Nell’autunno del 1847 compone il Canto degli Italiani, musicato poco dopo a Torino da un altro
patriota, Michele Novaro. Di 9 anni più giovane, anche lui genovese,
Michele Novaro si trova nel 47 a Torino, terminati gli studi di composizione e canto, con un contratto di secondo tenore e maestro di cori
dei teatri Regio e Carignano. Di indole mansueta e modesta, convinto
liberale, Novaro dedica alla causa dell’indipendenza il suo talento
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compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli e intrattenimenti per la raccolta di fondi destinati alle imprese di
Garibaldi. Tornato a Genova dopo l’unità, si dedica con tutto se stesso
alla scuola corale popolare che aveva fondato. Muore povero il 21 ottobre 1885, ma i suoi allievi gli erigono un monumento funebre nel cimitero di Staglieno vicino alla tomba di Mazzini.
Anche il giovanissimo Mameli venne conquistato dallo spirito
patriottico e, con un gesto divenuto memorabile, mettendo a repentaglio
la propria vita, per festeggiare la cacciata degli austriaci nel 1846 espose
il tricolore. Due anni dopo organizzò una spedizione con 300 uomini per
raggiungere Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e combattere
poi col grado di capitano dei bersaglieri sul Mincio; in virtù del successo
riportato in quest’impresa venne arruolato nell’esercito di Garibaldi;
compose un canto patriottico, il secondo, intitolato “Inno militare” musicato da Giuseppe Verdi. Tornato a Genova si dedicò ancora alla composizione musicale mentre diventava direttore del giornale il “Diario del
Popolo”, volàno delle idee irredentiste nei confronti dell’Austria.
Come vero patriota lo troviamo a Roma in aiuto a Pellegrino Rossi
e a fianco di Mazzini, Armellini e Saffi il 9 febbraio 1849 per la proclamazione della Repubblica Romana, poi a Firenze per la fondazione
di uno stato unitario tra Lazio e Toscana e ancora a Genova sempre al
fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale La Marmora; quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso del pontefice Pio IX che nel frattempo
aveva già lasciato la città, e mentre il pontefice fuggiva Mameli accorso nella difesa della Villa del Vascello venne ferito, il 3 giugno, alla
gamba sinistra dalla palla di un moschetto. Nonostante l’amputazione
dell’arto effettuata il 19 dello stesso mese, come riporta una struggente lettera scritta da G. Mazzini, la cancrena ebbe il sopravvento e, dopo
un mese d’agonia, il 6 luglio 1849, a 22 anni, il poeta patriota morì.
Non sappiamo se all’ospizio della Trinità dei Pellegrini una mano pietosa gli posasse sui grandi occhi l’ultimo gesto caritatevole. Noi vogliamo
pensarlo. Fu sepolto al Verano dove ancora oggi è visibile la tomba; poi nel
1941 le spoglie vennero traslate al Gianicolo. Nel 1975 l’Esercito Italiano
gli dedicò la neo costituita “Brigata Corazzata Mameli”.
Carlo Alberto Barrili, patriota, poeta, amico e biografo di Mameli,
seppur molti anni più tardi lasciò questa testimonianza:
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Torino: “Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di
Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si
faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in
quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello di Meucci, di Roma,
musicato dal Magazzari “Del nuovo anno già l’alba primiera” al
recentissimo piemontese Bertoldi “Coll’azzurra coccarda sul
petto” musicato dal Rossi.
In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse
Borzino, l’egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano.
Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un
foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: Tò, gli disse, te
lo manda Goffredo. Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. Una
cosa stupenda! esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio. Io sentii -mi diceva il
Maestro nell’aprile del ’75, avendogli io chiesto notizie
dell’Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del
Mameli- io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che
non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So
che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.
Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento,
sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’una
sull’altra, ma lungi le mille miglia che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in
casa di Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi
della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a
casa.
Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.
Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa di
Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne
alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo
e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia”.
Tutte le volte che, in piedi e con la mano sul cuore, si canta o si
ascolta l’Inno di Mameli, quella lucerna agitata dalla passione e dalla
poesia, nutrita del sangue buono del patriota, agita ed interroga le
nostre coscienze e illumina il volto di chi ancora oggi, a quelle parole
e a quella musica con orgoglio può rispondere: Sì, sono Italiano.
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F. Hayez, Cavour (1864), Milano, Pinacoteca dell’Accademia
di Brera.
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LA MORTE DI CAVOUR
di Gemma Di Iorio
Il 6 giugno 1861, alle ore 7, spirava il conte Camillo Benso conte
di Cavour, Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Il fratello
Gustavo dichiarò che era caduto vittima di “un attacco delle nostre terribili febbri periodiche”.
Fiorirono immediatamente supposizioni ambigue su veleni e sortilegi, oppure su una divina nemesi: in realtà non vi furono congiure né
arcani, semplicemente il primo ministro morì vittima di un ennesimo
tremendo attacco di febbre malarica, all’epoca malattia misconosciuta.
Era nato nel 1810 a Torino, da famiglia facoltosa, proprietaria terriera di risaie, luoghi nei quali l’ambiente umido e l’acqua ferma
favoriscono il moltiplicarsi dell’agente patogeno della febbre malarica,
il Plasmodio, un microrganismo parassita che riconosce come serbatoio per vivere l’organismo umano e come vettore un particolare tipo
di zanzara femmina, l’Anopheles.
Il quadro clinico della malattia acuta si manifesta con segni di gravità diversa, il decorso della malattia è ciclico, prevede oscillazioni termiche, brividi improvvisi con innalzamento della temperatura corporea, alternati a periodi di profusa sudorazione con caduta della febbre
per lisi. Questa alternanza, che può verificarsi ogni tre o quattro giorni, donde il nome di febbre terzana o quartana, è dovuta alla diffusione della tossina nel sangue; il procedere della malattia tra remissioni e
recrudescenze coinvolge anche altri organi, come milza e fegato, con
danni permanenti. Questa patologia era frequente in Italia; pare che
verso la fine dell’ottocento si contassero ben 15.000 morti l’anno per
malaria, con febbri estivo-autunnali. Solo nel primo novecento si procedette ad una bonifica sistematica delle aree malsane con prosciugamenti; nelle coltivazioni paludose come le risaie fu invece la profilassi
e la terapia sistematica ad avere ragione della malattia.
Venti anni dopo la morte di Cavour fu il medico francese Alphonse
Laveran, allievo di Pasteur, a isolare il protozoo responsabile nel sangue
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umano; le sue osservazioni vennero accolte con scetticismo e accettate in maniera definitiva in Italia solo a partire dal 1885, dopo che Ettore
Marchiafava e Angelo Celli, due tra i principali malariologi italiani,
riuscirono a trasmettere sperimentalmente la malaria attraverso iniezioni intravenose di sangue infettato e ad identificare il parassita. Fu
infine lo studio di Camillo Golgi a permettere di scoprire l’esistenza di
diversi tipi di plasmodio responsabili degli attacchi febbrili nell’uomo;
per questa scoperta fu insignito del premio Nobel nel 1906.
Si può supporre che Cavour avesse contratto l’infezione malarica
molti anni prima nelle risaie di Leri, nel vercellese, dove viveva e
amministrava il cospicuo patrimonio terriero, tentando anche innovazioni nelle colture e commerci speculativi.
Negli ultimi quindici anni della sua vita era stato colpito da brevi
indisposizioni, episodi che si rinnovavano varie volte nell’anno, duravano alcuni giorni e, trattati con salassi, venivano superati senza particolari difficoltà. Una lieve febbre fu registrata nel novembre 1860; un
episodio più grave si ebbe nei giorni del Natale successivo. I sintomi
manifestatisi la sera del 29 maggio 1861 parvero riconducibili ad una
delle solite indisposizioni; il primo ministro rincasò dopo una lunga
seduta in parlamento, dopo discussioni accese sul bilancio eccedente
dell’anno 1860.
Cenò con i familiari, poi cominciò ad avvertire brividi, un malessere indefinito seguito da vomito violento e da acuti dolori intestinali.
Fu subito chiamato il dottor Rossi, allievo del dottor Tarella che per più
di vent’anni aveva curato la famiglia. Rossi cercò prima di tutto di fermare il vomito, ma non ebbe successo. Ordinò quindi un primo salasso che parve ottenere la remissione della febbre. Il mattino seguente ne
fu applicato un secondo e il pomeriggio un terzo.
La pratica del salasso era comune a tutta la medicina del tempo,
ogni qual volta si sospettava che un eccesso di sangue opprimesse il
malato oppure fosse in corso un attacco di apoplessia, cioè una emorragia a carico di organi interni. La scuola medica torinese non faceva
eccezione, anzi aveva fatto del salasso il suo credo.
La febbre, alta per tutto il giorno, scomparve nel corso della notte.
Venerdì 31 maggio Cavour si svegliò lucido e in forze, convocò addirittura i ministri per definire le questioni più urgenti. Nella notte torna-
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rono prima i brividi, poi la febbre alta e il delirio. All’alba il dottor
Rossi tentò di contrastare la febbre somministrando il chinino, ma il
conte ebbe una crisi di vomito.
Era già di uso comune in Europa la polvere di chinina o chinino,
ricavata dalla corteccia dell’albero della China, detta anche polvere dei
Gesuiti, che per primi l’avevano introdotta dal Perù (era nota infatti
anche come polvere peruviana). Tuttavia veniva usata solo per curare
in modo estemporaneo le febbri perniciose ed aveva un prezzo elevato.
L’uso era malvisto dai medici perché contrastava con la teoria “umorale”
galenica che l’accesso febbrile era causato da una materia, o fermento,
che andava eliminata dall’organismo con proficue evacuazioni, fino
alla guarigione, quindi tramite salassi ripetuti o clisteri.
Chi non ricorda il Dottor Purgone di Molière?
Vanificato ogni effetto del chinino, il giorno successivo il dottor
Rossi praticò due nuovi salassi, che contribuirono a debilitare ulteriormente il fisico già provato del conte.
Il lunedì mattina il delirio perdurava, il respiro del conte era sempre più breve, la sua sete implacabile, nonostante il ghiaccio tritato che
gli veniva somministrato.
Venne convocato il dottor Baffoni, un chirurgo, che praticò una
nuova incisione «ma il sangue non sgorgò: a forza di comprimere la
vena, giunsero ad estrarre due o tre once di sangue nero e coagulato».
Seguirono fasi alterne, di lucidità e benessere alternati a delirio
febbrile.
Verso l’alba di giovedì 6 giugno 1861 le condizioni peggiorarono
rapidamente: il conte era sudato e debolissimo; gli somministrarono
una tazza di brodo e un bicchiere di vino, gli applicarono impiastri e
pezze scottanti. Nessun rimedio sortì effetto, il polso rimase debolissimo e la sua parola divenne più difficoltosa.
Alle sette del mattino morì.
Il decorso della breve malattia del Conte Cavour ha tutte le caratteristiche di un attacco maligno di febbre malarica, che, essendo stato
curato con i rimedi dell’epoca, lo condusse a morte.
I medici convocati al suo capezzale furono corretta espressione del
tempo: con estrema difficoltà, tra pregiudizi e dubbi, la medicina ini-
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ziava a percorrere la via della ricerca e della scoperta nella fisiologia
e della patologia, ma cozzava contro basi teoriche e pseudofilosofiche datate che si basavano su flussi umorali e influssi astrali. Ancora
più lento fu il cammino della farmacologia, impaludata in rimedi primordiali come salassi, impiastri, brodi, enteroclismi. Basta ricordare
che il brevetto della Bayer dell’aspirina, uno dei farmaci che ha rivoluzionato il mondo e che tuttora trova larga applicazione terapeutica,
risale al 1899.
Larga eco ebbe la morte prematura di Cavour: nel luglio 1861
alcuni giornali scientifici inglesi importanti, come il New England
Journal of Medecine e il Lancet si scagliarono contro il comportamento ignorante e retrivo dei medici chiamati al capezzale di Cavour, rimproverando la loro rigidità e ottusità.
In ogni caso nessuno avrebbe potuto evitare, con i rimedi del
tempo, che la malaria stroncasse la vita dell’artefice dell’Unità d’Italia.
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VOCI E SCRITTURA
VERSI
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Nicolina D’Orazio
LA BREHANTÉSSE
Durméve che na facce de quatrane
mò che nu schiuóppe gli aveva ferute,
scappènne pe’ la sélve andà nisciune,
essa sóle, gli avéve retruate.
Addurmite a gliu jacce, all’addijune,
s’éve ammantate nche na vecchia scialle
e s’eve abburretate la cammiscie
attorre attorre andà stéve le sanghe.
Àlema zòzze, óme zenza córe
che magne pane e casce che na méne
e che quel’àutre règge la pestole:
tampe de sive e pórvele da spare.
Quanta gènte èva accise Salvatóre!
E proprie a ésse éva ite pe’ sórte
de pèrde onóre e facce pe’ n’amóre
cunsemate arrubbate pe’ le fratte…
La criature nascètte na matine
dentre a gliu stazze de nu pecurale,
ca fo meserecòrdie de nu frate
recòglie e purtàresele abballe.
Pazze assassine ladre delenquènte
che la vesacce sèmpre chiéna d’òre
facéva piagne la pòvera gènte.
Ma fòva gli ome sì, gliu prime amóre.
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LA BRIGANTESSA
Dormendo aveva il volto di un bambino
ora che un colpo di fucile lo aveva ferito
riparato nella selva dove nessuno,
lei sola, l’aveva ritrovato.
Addormentato all’addiaccio, a digiuno,
s’era ammantato con un vecchio scialle
e aveva arrotolato la camicia
intorno intorno dove usciva il sangue.
Anima sporca, uomo senza cuore
che mangia pane e cacio con una mano
e con quell’altra afferra la pistola:
tanfo di sego e polvere da sparo.
Quanta gente aveva ucciso Salvatore!
E proprio a lei era toccata la sorte
di perdere onore e faccia per un amore
consumato rubato per le fratte…
La creatura nacque una mattina
dentro lo stazzo di un pastore
che per misericordia un frate
raccolse e portò con sé a valle.
Pazzo assassino ladro delinquente
Con la bisaccia sempre piena d’oro
Faceva piangere la povera gente.
Ma era l’uomo suo, il primo amore.
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Sótte na cèrque, isse fridde n-tèrre,
vita fenite come n’anemale.
Nisciuna spranza cchiù, mala venture!
Méssa n-galére o mòrta fucelate…
Dialetto di Cansano
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Sotto una quercia, lui gelato a terra,
vita finita come un animale.
Nessuna speranza più, mala ventura!
Messa in galera o morta fucilata…
167
F. Hayez, Il bacio (1859), Milano, Pinacoteca dell’Accademia di Brera
168
Nicolina D’Orazio
IL BACIO DI HAYEZ
Nu frusce quéla vèste…
… pedate de scarpóne.
Spàseme la fémmene
abbracciate a quigli óme.
Nu vasce accuscì fòrte
arrubbate annascusce
sótte la scalenate
nda la vèste strusce
Stritte fòrte abbracciate
contre la malasórte
ómbre de portarréte…
… stritte cóntre la mòrte.
Nu vasce che se ficche
pure déntre a le véne
non è pentate, è vive,
e jèsce da la téle.
Dialetto di Cansano
Il Bacio di Hayez. Un fruscio quella veste … / orme di scarpone. / Spasima la donna
/ abbracciata a quell’uomo. / Un bacio così forte / rubato di nascosto / sotto la scalinata / dove struscia il vestito. / Stretti forte abbracciati / contro la malasorte / dietro
delle ombre / … stretti contro la morte. / Un bacio che ti penetra / pure dentro alle
vene / non è dipinto, è vivo / ed esce dalla tela.
169
Nicolina D’Orazio
W LA LEBERTÀ …
Córe de mamma sé’, core de mamme,
gliu figlie mì fatiche che’ la sarchije
pussente gne le cèrque te’ le vracce…
come na capenére so’ chiglije uócchije.
Córe de mamma sé’, core de mamme,
va a repiglià le pècure a gliu jacce
le tòcche una peduna, e dapù mógne
e repòrte alla case casce e latte.
Córe de mamma sé’, córe de mamme,
è l’óre de lassà bèstie e muntagne,
pure gli prèute prèdeche la lòtte
nen ze ne po’ chiù, le truóppe è truóppe.
Córe de mamma sé’, córe de mamme,
è scite all’annascusce a mezzanótte…
e s’abbije addemane che’ gliu schiuóppe
nen po’ repusà chiù, le sanghe je vólle.
Córe de mamma sé’, córe de mamme,
j ave ditte ca vave a mille a mille
pare nu fremmecare che se móve…
e se sente abbruscià gliu córe m-piette…
… E pure alla muntagne vé’ la nóve:
W la lebertà, l’Etalije è fatte!
Córe de mamma sé’, córe de mamme,
a quéla préte ave scritte gliu nóme.
Dialetto di Cansano
170
W LA LIBERTÀ ...
Cuore di mamma sua, cuore di mamma
il figlio mio lavora con lo zappone
possenti come una quercia tiene la braccia
come una capinera sono quegli occhi.
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,
va a riprendere le pecore allo stazzo,
le conta una per una e poi munge
e riporta a casa cacio e latte.
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,
è l’ora di lasciare bestie e montagne
pure il prete predica la lotta,
non se ne può più, il troppo è troppo.
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,
è uscito di nascosto a mezzanotte…
e si avvia domani con il fucile
non riesce a dormire, il sangue gli pulsa.
Cuore di mamma sua, cuore di mamma
gli hanno detto che vanno a mille a mille
sembra un formicaio che si muove…
e si sente bruciare il cuore in petto…
… E pure alla montagna arriva la notizia:
W la libertà, l’Italia è fatta!
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,
su quella pietra hanno scritto il nome.
171
Maria Pia Palesse
L’ITALIA AUNITE
All’óre de la calla, ammónt’all’are
m’ève calàte quasci na cecagne
quanne s’appresentì all’assecrune
na fémmene dappéte a la muntagne.
‘N cape la còcene e lu spianature
nghe na póste de pane e la lasagne,
na vrócche apù de vine pe’ l’arsure
che rescève da sótte la tuvaje.
Éve vestute cummà cchiù n’ s’aùse
la vésta lónghe affin’ai calecagne
nu scialle scure p’accappà le spalle
chióchie de pézze nghe nu spache archiuse.
Ma i pentantiffe d’óre e de curalle,
capille nire nghe nu tuppe arréte,
j’uócchie mmà du merícule de fratte
vócch’a cerace e uance cummà sète.
J’addumanniétte andò che se ne jève,
a n’óra calle, vérse la muntagne,
cuscì cunciate, e alloche chi ce stève
da putésse gude’ chéla cuccagne.
M’arrespunnì ch’allóche ce tenève
lu nnamurate sì, ch’ève scappate
dapù che nu giandarme lu cerchève
pe’ fallu presenta’ ffa’ lu suldate.
172
L’ITALIA UNITA
Al sol della canicola, sull’aia,
ero pervasa da un dolce sopore
quand’ecco che di contro alla montagna
una donna m’apparve nel chiarore.
Portava sulla testa un grosso cesto
con vivande fumanti a profusione
la brocca traboccante di vin fresco
a completare quella libagione.
I suoi vestiti eran fuori moda
gonna che la caviglia s’intravede
scialletto nero che la vita annoda
di pezza lisa le babusce al piede.
Ma gli orecchini d’oro e di corallo
capelli neri accolti sulla nuca
occhioni più lucenti d’un cristallo
bocca a ciliegia e gote di velluto.
Le domandai dov’è che se ne andava
con quel gran caldo verso la montagna
così vestita, e poi lì chi ci stava
che gli portava quella gran cuccagna.
Mi rispose che lì si nascondeva
l’innamorato suo ch’era fuggito,
dal gendarme inseguito, che il voleva
arruolar con l’acerrimo nemico.
173
“Tiénghe a la macchie pure nu fratiélle
e pàteme nen sacce andò se tróve.
Pe’ lu pajése è tutte nu maciélle
chi scappe e s’annascónne o è tradetóre.
Ce lìvene le vracce a la campagne
pe’ ji’ a servi’ stu Re de lu Piemónte
nghe j’uómene alla férme, che se magne?
Ciérte, nghe Franceschiélle n’ c’è cumbrónte!
Se macìne le rane nóttetiémpe
pe’ putéll’affrancà da lu canòne,
e annascónne la róbbe è nu cemiénte
pe’ purtà da magna’ ai desertóre.
Ma se dapù ve’ côte a la spruvviste
na fémmena, fernisce fucilate,
lendanne o ardevénne bregantésse
o, pe’ salvà la pélle, svrehugnàte.”
Senténne le paróle che decìse
faciétte pe’ mustramme resentite,
ma jèsse, ch’ève ‘ntése, arrespunnìse
“No! Nen se fa cuscì l’Italia aunite”.
Dialetto di Sulmona
174
“Pure mio padre non so dove sia
ed un fratello s’è dato alla macchia
per il paese è tutta un’anarchia
chi scappa e si nasconde e chi vivacchia.
Ci tolgon chi lavora la campagna
per servir un, che viene dal Piemonte.
Con gli uomini arruolati, che si mangia?
Non c’è con Re Francesco alcun confronto!
Si macina al mulino nottetempo
per non pagar la decima sul grano,
nasconder le provviste è un gran tormento
per rifornir di cibo chi è lontano.
Ma se una vivandiera vien scoperta,
senza più scampo lì-lì è fucilata
e se sfugge diventa brigantessa
o si salva, però disonorata.”
Sentendo proferir queste parole
tentai di reagire, risentita,
ma quella, prevenendomi, rispose:
“ No! Non si fa così l’Italia unita.”
175
Maria Pia Palesse
NA LÈTTERE DE LENDANNE
L’atra matine, pe n’ sapé’ che fa’
sajétte su le lamie a rvuceca’.
Jève cerchénne na vécchia lantérne
n-miézze a quile rehuòteche de mbiérne
quanne che pe scansa’ nu pórtambrélle
caschì na scatele de stagnarélle.
S’ève arrapèrte e n-térre avé spaliàte
tutte fujìtte gnallite e fruàte.
N’arraccujétte vune, ncuriusite,
nghe le scritte cecate e sculurite.
Eve na léttra scritta a lu tatóne
de lu tatóne mì, da na priggióne,
ai tiémpe de i Burbune e Carebalde,
Mazzine nghe i Savóje e i bregante.
“Care cumbare - cuscì ncumenzévestiénghe n-galére pe scampà la léve.
Te pórte chésta léttere alle scure
cumpà Cicce, pe fótte la censure.
Pirò nen è mó chéste la passióne,
sóffre, cchiuttoste, pe la delusióne.
Ci-avàvame credute, t’arrecurde,
a Carebalde nuóstre e ai descurse
de lu Mazzine che, se n’ se capève,
pure nu fuóche n-piétte t’appiccéve.
Ce pensavame ca l’Italia aunite
fusce libbere e forte, no asservite
a la curóne d’une de Savóje
che, pe pute’ cunta’, tutte ce tóje.
Fenanche ésse p’ammónte s’ha purtate
l’óre de Banche nóstre accatastate
176
UNA LETTERA D’ALTRI TEMPI
L’altra mattina per non aver da fare
me n’andai in soffitta a sfaccendare.
Non mi ricordo che andavo cercando
fra quelle cianfrusaglie rovistando,
quand’ecco, per scansar un portaombrelli,
feci cadere una scatola di ferro.
Si aprì e in terra cadder sparpagliati
tanti foglietti gialli e logorati.
Ne raccolsi uno per curiosità
che a stento si poteva decifrar.
Era una lettera scritta ad un mio avo
da un suo amico che in galera stava,
ai tempi dei Borboni e Garibaldi,
Mazzini coi Savoia ed i briganti.
Caro compare - così cominciava –
m’hanno arrestato perché disertavo.
Ti porta questa lettera, all’oscuro,
compare Ciccio, per schivar censura.
Ma non è questo che mi fa impressione,
soffro, piuttosto, per la delusione.
Ci avevamo creduto, ti ricordi,
a Garibaldi nostro e ai discorsi
di Mazzini che, se non lo capivi,
pure un fuoco nel petto ti sentivi.
Noi credevamo che l’Italia unita
esser dovea libera, no asservita
alla corona del re di Savoia
che, per espander sé, a noi ci spoglia.
S’è portato, perfino, su in Piemonte,
l’oro di nostre Banche, per affronto,
177
pe fasse frabbeche e strade ferrate
e a nu la tasse de lu macenate.
Framménte a Carebalde, spruvvedute,
la fine j’ha fatte fa’ de lu curnute”.
Dialetto di Sulmona
178
così, lì fabbriche e strade ferrate
e qui da noi la tassa al macinato.
Mentre che Garibaldi, lusingato,
ha fatto la figura del gabbato.
179
Maria Pia Palesse
LA LUME AJARDE ANCORE
La lume ajarde. Ancóre n’ s’ha rammórte.
Se sénte l’uóje frije lu stuppine.
Piagne la vécchie pe la mala sórte
e préha e la spéranze n’ ha cumbine.
Lu fije ch’alla macchie se n’ ha jite
pare ca pe nu schiuóppe de trumbóne
mo’ va scappénne ammónte pe ‘sse ripe
appriésse a chii suldate de i Burbóne.
Piagne la vécchie. N’ s’addune ca Mórte,
méntre che préha, l’ha gnónte alla fine.
L’utema hùttele allu córe ha scórte.
Liénte lu cape je s’appóje ’n sine.
La lume ajarde ancóre. N’ s’ha rammórte.
Dialetto di Sulmona
Il lume arde ancora - Il lume arde, ancor non s’è smorzato / e l’olio crepitar fa lo
stoppino. / Piange la vecchia il suo cattivo fato / e prega con speranza senza fine. / Il
figlio che alla macchia s’era dato / sembra per uno sparo di trombone / sui monti
impervi or s’è rifugiato / insieme a quei soldati del Borbone. / Piange la vecchia e non
scorge la morte / che, mentre prega, l’ha condotta al fine / Di sangue il cuore non ha
più risorse. / Sul seno lei reclina il bianco crine. / Il lume arde ancora, oltre la morte.
180
Evandro Gay
PE’ GRAZIE DE DDIE
Lu vinte Uttobre ’Ottecientesessante
Vettorie ’Mmanuele de Savoie,
accumpagnate da cavalle e fante,
se fermise na notte a la Badie,
a nu casale ditte Ville Ursine,
’m-bacce a la grotte de Pietre Celestine.
Se sunnì Frate Pietre da Murrone,
che je mettise ’n-cocce na curone
e je decì: «Recùrdete, Vettorie,
che tu mo’ sci lu Rre de la nazione
pe’ grazie de Ddie e ’n sta a fa storie,
nen cementà lu Pape che sta a Rome!».
Stu suonne je facì tanta ’mpressione
e repartì penzenne a Carebbalde,
che a Rome la ’uleve pijà d’assalde.
E quande lu ’ncuntrise po’ a Teane
e Peppe je mettì l’Italie ’n-mane,
dicì: «Grazie, Peppì, ma mo’ te firme».
Garebbalde capì e chela sere
facise le balisce pe’ Caprere!
Dialetto di Sulmona
181
Diana Cianchetta
GIANNINA MILLI 1
Poitésse teramane
de lu Resurgemiénte,
sémpre e andodunque
a ’mpruisà poisìe,
de Cavur e Garebalde
spalìe i sentemiénte,
l’ardóre, le speranze,
l’aidé e la fantasie.
Declame i viérze
’nche l’ànema taliane,
lu spirde naziunale
tetille a ognedune:
pè’ chèll’Etàlie
che nn’è chiù luntane
métte lu póce
alla récchie de i Burbune.
Vedè i culure
de ’na bandiéra sóle,
tenè appecciate
la luce che già brille…
Pé’ la Pàtrie
Giannine s’accalóre,
e rassume, pé’ fòrze,
tutte i Mille.
Dialetto di Sulmona
01 Milli Giannina, poetessa (Teramo 1825 – Firenze 1888). Improvvisatrice famosa, percorse
tutta l’Italia dando “accademie” di poesia improvvisa, spesso animata da caldi spiriti nazionali. [Dizionario Enciclopedico Italiano – Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da
Giovanni Treccani – Roma 1970, vol. VII (LIEC-MOL)].
182
GIANNINA MILLI
Poetessa teramana
del Risorgimento,
sempre e dovunque
a improvvisar poesie,
di Cavour e Garibaldi
diffonde i sentimenti,
l’ardore, le speranze,
le idee e la fantasia.
Declama i versi
con animo italiano,
lo spirito nazionale
titilla in ognuno:
per quell’Italia
che non è più lontana
mette la pulce
all’orecchio dei Borboni.
Vedere i colori
di una bandiera sola,
tenere accesa
la luce che già brilla…
Per la Patria
Giannina si accalora,
e riassume, per forza,
tutti i Mille.
183
Diana Cianchetta
LU MUNUMÉNTE AI CADÙTE
M’miézze a la Piazza Trésche de Sulmóne
la nònna mé arrepé lu trainille
e sénza manche farme nu sermóne
caléve e rastraméve j’asenille.
Lu spiéghe de raziune e de fermate
éve la huérre quìnnece-deciótte
quanne tató murise pe’ granate
’n trencére resbauzate sópre e sòtte.
Nònna alla huérre l’óre avé dunate
e nen tenéve chiù féde a lu dite;
l’amóre pe’ la Patrie avé cuntate
ma i s’éve repijate lu marite.
E mó’ m’ bacce all’elénche marmurate
nònne m’appeccéve fèrme e dritte,
e scurrénne apù i nóme de i suldate
de Giachemucce s’appunté a la scritte.
Fra chii cadute recurdéve a ménte
ndò stéve lu marite tant’amate
che pe’ raunì a nù Triéste e Trénte
le sangue pe’ la Patrie ave’ jittate.
Manchéve lu sustégne a la famìjje,
lu sole che spuntéve ògne matine;
da sóle mantenéve tutte i fìjie
e iéve pure jésse n’eruine…
184
IL MONUMENTO AI CADUTI
In mezzo a Piazza Tresca di Sulmona
mia nonna accostava il carrettino
e senza farmi raccomandazioni
scendeva per stramare l’asinello.
La spiegazione di preghiere e sosta
era la guerra quindici-diciotto,
quando mio nonno morì per le granate
in trincea sopra e sotto rimbalzate.
Nonna alla guerra l’oro aveva donato,
e non aveva più la fede al dito;
l’amore per la Patria aveva contato
ma le aveva portato via il marito.
Di fronte a quell’elenco sopra il marmo
mia nonna mi teneva ferma e dritta,
e scorrendo poi i nomi dei soldati
si fissava dove Giacomo era scritto.
Fra quei caduti ricordava a mente
dove stava il marito tanto amato
che, per riunire a noi Trento e Trieste
il sangue per la Patria aveva versato.
Mancava il sostegno alla famiglia,
il sole che spuntava ogni mattina;
nonna da sola provvedeva ai figli
ed era anche lei un’eroina…
185
La génte se reutéve a la Majélle,
cencechénne raziune ’nghe la ménte,
còcch’óme se caccéve lu cappiélle
e nònneme piagnéve sulaménte.
I’ ch’éve ’na pezzuta peccerélle
vedé’ le sangue scòrre a la culònne,
repeté’ réquie cum’a nu martiélle
tremé’ ’mpaurite e me stregnéve a nònne.
Dialetto di Sulmona
186
La gente guardava la Maiella,
e biascicava le preghiere a mente,
qualche uomo si toglieva il cappello
e mia nonna piangeva solamente.
Io che ero una piccola pizzuta
vedevo il sangue giù per la colonna,
ripetevo dei Requiem a martello
e tremavo impaurita stretta a nonna.
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188
VOCI E SCRITTURA
PROSA
189
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MARIANNINA
La civetta riempiva col suo cucumeo il silenzio della notte.
– Brutte signe... – disse tra sé e sé Terresina – la ciuetta o cante o
piagne... – E intanto, prima di coricarsi nel giaciglio da poco rinnovato con le spoglie delle ‘mazzocche’, ammucchiava la cenere nel camino, sopra ci faceva un segno di croce e bisbigliava la giaculatoria: – Ie
me coleche che’ Criste i che’ San Giuvanne Battiste, a cape aglie cape
S. Mecchele, apped’aglie pede S. Battelummeo i S. Margarita... alle
lenzola S. Necola... i le male lengue tra la vurasce...
Ogni giorno somigliava a quello precedente, con la sacralità delle
fatiche d’ognuno. D’intorno gli odori degli animali mansueti.
Prima di rientrare, durante il bel tempo, Mariannina, poco più che
bambina, figlia maggiore di Terresina e di Matteo, nel fontanile affogava per gioco i piedi sempre nudi, si divertiva a inventare per qualche
momento lo zampillìo con giochi d’acqua, poi si tuffava in una corsa
sfrenata sulla via polverosa e raggiungeva i fratelli nello stazzo.
Mariannina era una bambina bella, delicata, e sembrava che poco avesse a che fare con la vita di quel poverissimo mondo.
Era finita l’estate, ed era finito anche il bel tempo, ma il da fare non
mancava mai.
– Cuménzate a ‘mbarà cumma se fa a ‘mbrudelà le lendicchie,
cuscì nen se cellane... – le disse la mamma. Le lenticchie raccolte,
ormai essiccate, dovevano essere scottate per pochi minuti per essere
conservate come scorta annuale senza che fossero ‘cellate’, bucate
dalle larve in crescita in primavera.
Le cimiciare si erano rintanate, gli uccelli di passo sparivano presagendo nell’aria l’inverno a venire. Il tempo rarefatto sembrava più
immobile che mai. Le lenticchie stese sopra il pannone dovevano
asciugarsi per essere poi infilate dentro i sacchetti nel ripostiglio scavato nel muro di pietra.
Ed erano anche i giorni dei briganti. Sopra i monti, tra le fitte
boscaglie di Forca la banda terrorizzava la popolazione con le sue
incursioni. Erano giorni normali che si mescolavano a fatti straordinari ed irregolari. Mariannina pascolava nel prato le due pecorelle nel-
191
l’ultima erba calda. – Vide sempre se ce sta la ielata, sennò le pecore
s’abbottene e crepene! – le diceva sua madre. Così a poco a poco i tramandi le insegnavano la vita. Qualche volta Mariannina guardava
oltre la radura e immaginava i briganti. Lei non era come gli altri, non
aveva paura perché non li aveva mai visti. E comunque, ogni tanto.
quando si avventurava con i fratelli e con la madre per le contrade,
avvertiva come un alito, ma non era il vento. Al tempo dei viaggi dei
transumanti le donne, per far sì che gli orsi non assaltassero pastori e
greggi, distribuivano lungo i tratturi latte e mele per saziare gli animali. Mariannina allora ogni tanto prendeva di nascosto del latte e delle
mele dal fondaco per calmare anche la fame dei briganti. Oppure
rubava un pezzetto di lardo o di strutto e lo deponeva al bordo della
radura. Il padre intanto, aiutato dai figli maschi, preparava le sementi,
si accordava con i vicini per le giornate ‘alla parte’, preparava la palizzata, la legna secca per il fuoco e stendeva le ‘vurancate’, alte fascine
di rami frondosi di querce ‘scamollate’ legate con le ‘chiorte’ che odoravano all’aria.
Il tempo che passava non cambiava lo stato della miseria, anzi,
ogni giorno rendeva le condizioni senza misericordia. Don Carlo, il
prete che aveva provveduto alla vendita carbonara, era stato allontanato. La famiglia di Don Lorenzo invece si era arricchita con l’aiuto di
qualche scagnozzo. In sella ai cavalli, di buon mattino, arrivavano e
scacciavano dai fazzoletti di terra i poveracci che, a colpi di frusta,
rinunciavano al poco avere e finivano garzoni al suo servizio. Nella sua
casa, sull’altura, scriveva il segretario di casa. Annotava minuziosamente le spese, i prestiti e i fatti importanti delle giornate. Fu proprio
in quel tempo che ricevette la lettera di suo cugino don Fernando,
notaio benestante che viveva a Roma che, appena ammogliato, gli
chiedeva il favore di mandargli una giovane campagnola sana e di bell’aspetto, da tenere in casa al suo servizio. Don Lorenzo ci pensò un
po’ ma non ci volle molto per farglielo questo favore a don Fernando.
Dopo qualche giorno, infatti, fece chiamare Terresina e Matteo raccomandando di portare anche la figlia. Li accolse in casa, scrutò prima
Mariannina, poi la mandò in cucina, dove si diffondeva un profumo
mai sentito d’arrosto speziato, e subito, senza fatica, spiegò la cosa con
poche parole. L’opulenza mai vista prima parlava per lui. Li congedò
192
con un sacchettino di soldi. – Là avrà di che sfamarsi... ogni giorno...
– si convinsero, camminando per la via che li riportava a casa e che si
restringeva sempre più tra i vicoli a raggiera.
La madre le mise al collo una collanina di corallo, e con il padre
che l’accompagnava Mariannina partì. Era terrorizzata ma non lo
dimostrò per tutto il tempo che la portava a Roma. Ne cambiò un paio
di traini, con il primo, in compagnia di due donne che andavano a
barattare le verdure da rivedere con del vino, arrivò fino a Celano, poi
con l’altro proseguì, lungo mulattiere, il viaggio fino a Roma, con altri
mercanti.
Per un breve tratto avvertì l’alito che non era vento, ma poi svanì...
tutto sparì... la casa, il paese, la fonte e la gente, alle sue spalle.
Si aprì un portonaccio e apparve uno scalone d’onore. Il padre la
consegnò. Poi, con la schiena curva, riprese il viaggio di ritorno.
– È finito il tempo di “Viva o re!” – furono le prime parole che udì
Mariannina mentre saliva con la donna grassa che aveva aperto. La
prima cosa che vide invece fu un gruppetto di quattro uomini ben vestiti, che fumavano il sigaro e che uscivano di casa. Un quinto giovane
uomo, rimasto su, lo vide chinarsi per accomiatarsi dai suoi ospiti per
poi andarle incontro.
Don Fernando l’accompagnò per un attimo nel salottino; la
moglie, donna Margherita, seduta tra chicchere e piattini conversava
con un’ospite. Non la fece avvicinare, la guardò a distanza, senza
parlare, quindi la donna grassa accompagnò Mariannina in una stanza al piano superiore, per un bagno caldo completo. La donna le
diede un vestito largo, una cuffietta arricciata e un grembiulone, e
poi, pane e frittata.
Nella grande casa c’erano grandi quadri, grandi tavoli e tante stanze.
Tutto sembrò gigantesco ai suoi occhi, e nuovi odori la attorniavano.
La donna grassa le insegnò gli inchini e a togliere il piscio notturno
dagli urinali dei padroni, a servire e via via tutte le altre faccende.
I giorni a venire odoravano di lavanda nella biancheria, si riempivano di schiamazzi nei piccoli banchi di vendita rionale lungo le strade, di storie in lontananza.
Don Fernando cercava di essere al riparo dai grandi eventi ma era
sempre curioso di appurare, di sapere di quei giorni difficili... – Ci pen-
193
seranno quelli della Guardia Nazionale a quei briganti con l’unificazione... Come se non bastasse l’euforia della rigenerazione incombente. –
Con la legge Pica, continuava, faranno piazza pulita di questi fuorusciti (delinquenti?). Oramai, non hanno scampo.
Dopo le sue carte notarili, nel salotto, con i soliti amici, gli avvenimenti, le notizie che si rincorrevano e non davano spazio ad altri
pensieri.
– I briganti sono senza legge... non hanno un ideale... sono stati
mercenari... sono solo banditi e razziatori... – si commentava. – Sono
morti di fame che non hanno né posto né futuro... ma intanto ti fanno
malcampare...
E don Fernando: – Ci vuole prudenza... di questi tempi a Forca, per
esempio, non ci devi passare senza protezione, e quella neanche
basta... – Ma intanto pensava alle sue terre a fondo valle, ora terre di
nessuno. – La fame caccia il lupo dalla tana... e poi... sicuramente
hanno i loro protettori...
L’ ospite di turno allora si accalorava: – Dal basso non viene mai
la rivoluzione, la storia ci insegna... il papa, ‘o re’, i Francesi e
Garibaldi, i Savoia... Che fine ha fatto il Re a Napoli, per dirne una?
Sono questi che cambiano senza soccombere, non la plebe... dobbiamo
esserne coscienti; quelli che non sono stati imprigionati tirano la carretta, zappano col bidente e i padroni se ne guardano bene dal denunciarli... è manovalanza a basso costo... Ora che non hanno più speranza di riportare i Borboni sul trono poi... al sud...
– Questi analfabeti o ubbidiscono o si difendono così... per vendetta, per fame: la macchia o la morte o malpagati in clandestinità... I briganti ci sono sempre stati... in tutti i tempi... Il popolo non si sa unire
e se lo fa, insorge con le ‘sarrecchie’ e con le picche... ma non ha
legge... se non quella della pancia vuota... e quella non fa mai ragionare, non fa mai riflettere...
– Ma ora che sono solo banditi ... quale alternativa? – Niente... ci
stanno pensando i Piemontesi a questi meridionali, le guardie a stanarli... vedrete... e tra un po’ nulla sarà come prima.
– E già, concluse uno dei quattro, questi meridionali sono analfabeti, sono ‘cafune’... si reggono le brache con le funi... non sono né
padroni né servi.
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A don Fernando non gli importava di parteggiare per nessuno e
stava a guardare. Si limitava a restare a galla in quel tempo infernale e
difendeva solo se stesso. Se ne erano viste delle belle in quegli anni,
non apprezzava i tumulti passati né la nuova corona sabauda. In cuor
suo, per quel che poteva, aveva simpatia per la corona napoletana.
Mariannina poco capiva di quei discorsi, non conosceva quella lingua né comprendeva il succedersi dei fatti.
Viveva quel tempo tra l’indifferenza della padrona e le occhiate del
padrone. Si sentiva contenta solamente quando accompagnava la
donna grassa al mercato. Lì, ogni volta, tra le merci e la gente, avvertiva una sensazione di leggerezza. Un giovane si teneva a distanza. Lei
si sentiva addosso la sua presenza forte e discreta. Era alto e magro,
dall’inconfondibile aspetto da zingaro. Portava un orecchino che faceva risaltare i suoi occhi scuri. Lei aveva nelle orecchie quel fiato che
non era vento.
Ogni sera, dopo aver sfaccendato per bene, si rincantucciava nella
sua stanzetta. Rannicchiata s’addormentava stringendo tra le dita la sua
collanina.
Così il tempo passava con i suoi perché e i problemi della gente.
E arrivò una notte qualunque, uguale a tutte le altre, buia e calda di
sonno... Mariannina si sentì addosso lenti respiri profondi, un corpo
pesante e caldo e una mano le strinse la bocca. Un urlo soffocato.
Come un tuono, come un fulmine, come una pietra, come un fuoco,
come un pugnale: Mamma, dove sei!!... E non fu più bambina.
I giorni passavano, tra i padroni indifferenti e il silenzio. Anche
altre notti passarano. Brevi scricchiolii della porta cambiarono le notti
di Mariannina.
La donna grassa che la teneva sempre d’occhio la vide impallidire
sempre più. Misurò con un dito la distanza tra la collana ed il collo e le
disse: – Tu sei incinta... – Poi fece in modo di procurarle un vestito
ancora più ampio e quando arrivò il momento la condusse su un carretto in periferia. Mariannina si aggrappò a delle funi che pendevano nella
stalla e partorì. La donna le tolse il bambino senza parlare, la sistemò
nel casolare per qualche giorno, e poi la vita riprese di nuovo come
prima, con Donna Margherita che rimaneva in silenzio tra i suoi merletti, don Fernando che non parlava più dei briganti e i servizi da sbrigare.
195
Arrivò il bel tempo. Per Mariannina nulla fu più uguale a prima.
Dormiva con un coltellino sotto al guanciale così Don Fernando sfogò
le sue voglie altrove, e piano piano lei maturò la fuga... – Meglio morire – pensò – che restare qui... – Preparò di nascosto un sacchetto con
delle candele consumate e dei prosperi, si vestì con più panni che poteva, da sembrare quasi una zingara, scese lo scalone e scomparve tra le
strade. Si avventurò sperduta e un po’ guardinga tra sentieri e valli con
il sacchetto, un bastone e un coltello. Camminò a lungo. Campi e poi
valli, in compagnia di donne che andavano a portare i canestri del desinare agli uomini nei campi. Vide uomini poco più che bestie trainare
carretti e pietre, bifolchi smunti mimetizzati nei campi. Chiese
l‘elemosina e cercò ripari notturni. Vagò tra i monti per giorni prima
che riannusasse l’aria delle sue terre. Di notte accese dei focherelli per
allontanare gli animali selvatici. Mangiò ‘mbriachelle’ secche, i frutti
del biancospino e le erbe crude.
– Meglio morire, meglio morire... – si ripeteva – che rimanere lì
–. Salì le impervie alture in cui nessuno si avventurava facilmente e
vide alcune povere croci da sepoltura. – ‘Ecche ce stanne i breghente!!! ... Ce sta la banda Cannone che deceva papà... – pensò e capì.
Scrutò l’orizzonte e vide degli uomini a cavallo. – Forse sarranne quiglie della Guardia Nazionale... quiglie che deceva don Fernando... o
so’ breghente?
In un attimo si sentì sperduta. Guadagnò un sentiero verso un tramonto che odorava di tumarelle. Lo sterrato discendeva a tornanti giù,
verso il basso. In lontananza sentì l’abbaiare di cani. Apparvero quattro casupole, e il vento portava l’odore del fumo dei comignoli. Fu
allora che all’orizzonte udì degli spari. Rimase per un bel po’ immobile tra i cespugli e l’erba alta. Quando nell’aria tornò la calma e il silenzio della montagna, ebbe la forza di avvicinarsi. Il cielo scuriva, e nella
penombra vide il corpo moribondo dello zingaro dall’orecchino. Col
cuore in gola gli fasciò la spalla con lo scialle, poi lo accomodò alla
meno peggio su una portantina di frasche e scese a valle. Lo sistemò
sotto il primo muro di pietra che trovò a fianco di un fienile semiabbandonato. Dormì su un mucchio di paglia. All’alba un cane le ringhiava addosso mentre un uomo dalla lunga barba lo teneva a bada. – Stai
lontano o dò fuoco alla paglia! – lei urlò senza neanche rendersene
196
conto mentre cercava di prendere un fiammifero dalla tasca. L’uomo,
che si chiamava Giovanni ed era il padre di Francesco, il giovane dall’orecchino, la guardò con tranquillità e le porse una mano per aiutarla ad alzarsi. Alcune donne poco distanti si avvicinarono e scesero
insieme fino alle casette. Con degli infusi lavarono e curarono la ferita
del ragazzo. Mariannina lo vegliò, e intanto intuì la sua salvezza. Quel
fiato che non era vento dall’ombra divenne aria calda e avvolgente.
Le famiglie laboriose delle casette lavoravano sodo da stella a stella i loro campi aridi ed avevano cibo. ‘Caciotto’, era il soprannome di
Francesco, si tolse l’orecchino, gli abiti da zingaro e accompagnò i
giorni buoni di Mariannina nei prati in discesa, negli stazzi. Piano
piano scordarono i brutti ricordi. Non parlarono più neanche di quello
della guardia nazionale che aveva sparato a Francesco per una ‘rozzeca’ di formaggio e poi lo aveva schernito: – W Francesco o W Vittorio?
– che era il vecchio espediente per togliersi lo scrupolo, sentirsi eroe e
ammazzare qualcuno.
Arrivò il mese di maggio: Giovanni e Francesco avevano tosato le
pecore. Mariannina lavò e filò quella lana con le vicine. Antonetta, la
matriarca, la chiamò vicino a sé e le disse piano: – Vai a raschiare un
po’ di fuliggine dal camino... – Intanto l’acqua bolliva nel caldaio.
Mariannina ubbidì.
Antonetta prese quella polvere nera, la sciolse nell’acqua poi le
disse: – ‘Mbàrete cumma se tegne la lana... – Mariannina affogò la lana
nell’acqua nera poi la stese al sole: era color cannella. – La prossima
la culure che’ le clocchie de nuce! – le disse poi ridendo. Ogni tanto
mentre sfaccendava faceva finta di non sentire arrivare alle spalle
Francesco, che di soppiatto l’abbracciava per rotolarla nel prato. A
Forca i briganti continuavano ad assaltare e a derubare i viandanti. Le
stagioni portavano a turno il proprio da fare. Ogni tanto un pellegrinaggio dalla Marsica si portava a S. Donato, a S. Gemma, alla Madonna
della Libera, a Cocullo per S. Domenico. Dalle casette si sentiva in
lontananza il canto della devozione. Qualcuno si avvicinava agli usci
delle casette per un povero ristoro. Un giorno si fermò anche un tinaro. – Tecco tinaroooo!!! – si annunciava con voce sincopata. Riparò
tine e bigonce. Finito il lavoro, ripartendo, in cambio di un bicchiere di
vino lasciò un brandello bianco, rosso e verde a Mariannina: – Cu ce
197
aglie da fa’ che’ quiste? – gli chiese. Il tinaro le strillò: – Tienilo vicino al letto e mettilo tra i tuoi santucci: il rosso è il sangue dei martiri,
il verde è la speranza e il bianco è la fede!
Caracollò a valle cantando: – È la bandiera, dai tre colori... è sempre stata la più bella!...
Mariannina senza chiedersi il perché lo pose tra un santuccio e un
Gesù Bambino che ogni sera sfiorava con le dita della mano e che poi
baciava, ogni volta, prima di dormire.
Rita Pasquali
198
NINNA NANNA
Ninna nanna figlio mio, chissà mai se lo vedrai tuo padre, è grande, bello, bello assai! Ninna nanna figlio mio.
È partito giorni fa, ha portato poche cose con sé nella bisaccia, un po’
di pane, di formaggio, sale, acqua, niente di più. Ha lavorato sodo tutto il
giorno su allo stazzo, sistemato le pecore, le forme grandi di vimini con
il formaggio messo a seccare sulle travi di legno, poi è sceso al piano, a
casa. Mi ha stretto forte, mi ha asciugato il viso con la mano, ha detto a
bassa voce: «Tranquilla, io torno! Vado a Napoli! Arriva Garibaldi!».
«Sei matto?» l’ho guardato dritto negli occhi, profondi e azzurri
come un lago di montagna. «Quello è un miscredente!».
Ha riso forte, scoprendo i denti bianchi. «Te l’ha detto il prete
vero?» ha chiesto, continuando a sorridere; poi mi ha abbracciato stretta, si è aggiustato il cappello sulla testa e via, l’ho visto scomparire tra
i campi, il bastone tra le mani, il fucile sulla spalla, con la bisaccia.
Si era schiarito il cielo, dopo l’acquazzone, qui agosto finisce sempre così, spegne l’arsura della terra e bagna i semi nuovi, le poche cose
che nascono prima della cattiva stagione.
Hai pianto anche tu, figlio mio, dentro la culla di legno: che bella!
tuo padre ha passato l’inverno a intagliarla, piccoli cerchi che si intrecciano, poi stelle a punta che si rincorrono. È di faggio chiaro, di un
albero grande spezzato da un fulmine. Ha segato, piallato, incastrato a
coda di rondine agli angoli le assi precise, limato, inciso, poi lucidato
con cura ogni lato con cera calda.
Profuma ancora di bosco. Ti ho ricamato lenzuola e cuscino tagliati da un lenzuolo di mamma, filato una coperta di morbida lana.
Dormi adesso, figlio mio, tuo padre torna, deve tornare!
Sono partiti insieme, un gruppo di forti, tutti giovani, accesi dal
sole e dal lavoro, spinti a combattere da questa fame che ci scava dentro, dall’obbedienza che ci ha fatto schiavi, dal sogno di una vita diversa, dove la terra è finalmente nostra e il domani non fa più paura.
« Viva l’Italia» hanno gridato con la mano alzata.
Ninna nanna figlio mio, dormi sereno, cercherò farina per impastare, uova per mangiare, per me e per i miei vecchi.
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Sarò forse a cogliere erba selvatica, oppure alla fonte per l’acqua,
o sull’aia a stendere i panni, quando lui tornerà, sporco e affamato, con
la fronte fasciata, lo riconoscerò subito.
Si avvicinerà a casa, o ti vedrà che dormi nella cesta, ti prenderà
tra le braccia e ti solleverà al cielo.
Perché per te avrà lottato, per te.
Avrà combattuto, lontano da qui, dove le terre sono più fertili e
calde, dove le stagioni si alternano ricche di frutti; avrà incontrato
uomini nuovi, che parlano un altro dialetto, avrà trovato una nuova
bandiera, un nuovo re.
Ninna nanna figlio mio, avrai nome Libero.
Gemma Di Iorio
200
LO STRACCIO
Le barelle entravano l’una appresso all’altra. I soldati portavano
ancora le camicie rosse intrise di sangue raggrumato, alcuni ridotti da
non potersi guardare; passi pesanti, sempre affrettati, dei barellieri,
come se arrivare un attimo prima o dopo fosse questione di vita o di
morte e non fossero costretti ad aspettare, i moribondi e i feriti gravi
addossati l’uno all’altro nell’ospedale da campo, fuori all’aperto chi
non era in pericolo di vita; i soccorritori stravolti quanto i feriti con
l’impotenza stampata nelle facce sudate.
Ordini sussurrati o gridati, perentori. E lamenti lunghi, urla d’animale come ruggiti o guaiti, alti tra invocazioni a madri, a Dio, alla
Madonna; lo stridere di una sega sull’osso; rantoli: atroce sottofondo a
un incubo, cui contribuiva l’odore di sangue ed escrementi che quello
acre dei disinfettanti non riusciva a coprire. E infine il peggiore, quello della cancrena, dolciastro, nauseabondo, l’odore di morte prima che
la morte impedisse di sentirlo.
Di tanto in tanto qualcuno veniva portato via, il volto coperto, e
lasciava il posto al caso più urgente tra quelli in attesa.
Antonio ebbe la sensazione che tutti insieme formassero un unico
corpo martoriato nella carne, frantumato nelle ossa, dilaniato nelle
viscere, sanguinolento, maleodorante, osceno. Non distingueva il proprio odore da quello degli altri. Avrebbe potuto essere lui stesso a emanare quel tanfo di cancrena, a ululare, a pregare.
Cercò di estraniarsi. Si concentrò su Libertà, Unità, Garibaldi, ma
tutto quanto lo aveva appassionato fino alla battaglia sembrò sbiadire e
dissolversi nell’aria fetida.
«No, non mi lasciate proprio adesso! Che senso avrebbe questo
inferno senza di voi…».
Doveva aver parlato a voce alta perché un’infermiera si accostò a
toccargli la fronte e dopo una appena percettibile esitazione tentò un
sorriso rassicurante: il sorriso ai moribondi, pensò Antonio.
Poi gli parve che il dolore scemasse, gli parve di non sentire più il
suo corpo ferito.
Allora si acquietò e pensò a Felicetta.
201
Se lo guardava incantata ogni volta che lui le parlava di Italia unita,
di libertà dallo straniero, della dignità di cittadino che la nazione avrebbe dato anche ai più miseri. Felicetta non capiva una parola di quei discorsi, ma né lui né lei se ne preoccupava. Era analfabeta, Felicetta, ma
soprattutto era convinta che non valesse la pena capire i ragionamenti
dei maschi perché sapeva perfettamente quale sarebbe stata la sua vita:
una frotta di figli e lavoro massacrante a casa e in campagna. Ma il
fatto che avrebbe avuto accanto Antonio la riempiva di una impaziente beatitudine.
Antonio invece sapeva leggere e scrivere. Quando era molto piccolo, il prete, don Saverio, aveva deciso che il bambino era troppo sveglio per restare ignorante, gli insegnò a leggere e a scrivere e poi gli
prestò i libri che Antonio divorava, magari su un albero, per evitare che
il padre gli strappasse dalle mani “quella perdita di tempo”. In cambio
il ragazzo si rendeva utile come poteva in parrocchia e perché si era
affezionato al prete e per ripagarlo dell’istruzione ricevuta.
Proprio bazzicando intorno alla sacrestia aveva ascoltato i discorsi
di don Saverio col figlio del farmacista, il nuovo notaio che veniva
dalla città e altri sette o otto personaggi a cui si aggiunse il figlio del
barone. E di nascosto aveva letto libri e fogli ben custoditi nell’armadio tra gli arredi sacri.
Era lì che aveva imparato che il territorio chiamato Italia in parte
era sotto l’Austria e in parte diviso in Stati di irrimediabile arretratezza che si reggevano grazie all’Austria, e che tutti gli italiani avrebbero
dovuto trovare le alleanze giuste, un capo di stato e un generale carismatici, ma soprattutto la determinazione e il coraggio di combattere e
liberarsi. Le aveva apprese così bene quelle cose che ora viveva in uno
stato di esaltazione perenne.
Tentò di fare adepti in famiglia ma suo padre si arrabbiò:
«Chi credi di essere? Tu davvero pensi che perché leggi i libri sei
diventato uno di “loro”? Ma non lo capisci che il tuo destino è questo?»
e indicava con la mano i campi magri intorno alla casetta. «Sempre a
pregare Dio che non venga la secca, che non piova troppo, che non
grandini, sennó non puoi pagare il tuo baroncino padrone e per di più
crepi di fame. Ti ci rompi la schiena su questa terra, pure se si chiama
Italia. Miserabili siamo e miserabili resteremo, chiunque sia il re».
202
Naturalmente Antonio aveva un sacco di obiezioni da fare – che
una volta finito lo sfruttamento degli stranieri, per esempio, gli italiani
avrebbero provveduto fraternamente agli italiani poveri – ma le teneva
per sé. Dopo lo sfogo del padre però divenne più attento alle necessità
della famiglia, per una maggiore consapevolezza e per non alimentare
altre polemiche. Giovane e forte com’era si alzava all’alba per pulire la
stalla, zappare la terra, partecipare ai raccolti secondo il tempo e la stagione, sempre allegro e loquace, sempre presente all’occorrenza. E il
padre pensò che l’ossessione del figlio era la benvenuta se le conseguenze erano quelle.
Con Felicetta invece lui continuava i suoi lunghi monologhi e lei il
suo rapimento estatico.
Un giorno Antonio prese dalla tasca uno straccio messo insieme
con tre stoffe diverse rimediate chissà dove: il bianco era ingrigito, il
rosso stinto e il verde virava al giallo e per di più era liso. Era stato evidentemente cucito da mani inesperte e Felicetta non perse l’occasione
per mostrare la sua competenza, una volta tanto: «E che, si cuce così?».
«La vedi questa?» spiegò lui. «Un giorno sarà la bandiera di tutti
gli italiani. Starà sulla facciata degli edifici importanti, nelle parate, sui
tetti, dovunque». La ripiegò e: «Tienila tu» le disse.
Felicetta conosceva già la bandiera, bianca con uno stemma colorato al centro, ma prese quella che Antonio le porgeva e pensò a una
delle sue solite meravigliose farneticazioni.
Antonio sparì. Non andò sui campi all’alba e non tornò a mangiare e a dormire. C’erano state nei giorni precedenti voci di battaglioni
in movimento. Il Generale in persona, si diceva, avanzava con le sue
truppe di volontari. Il padre capì e Felicetta pure.
Quando giunse la notizia, Felicetta si vestì di nero. La madre disapprovò:
«Non sei una vedova. La gente potrebbe pensare… O sì?»
«Io sono una vedova. Non per quello che pensi tu. Non l’avrebbe
mai fatto, mi ha sempre rispettato. Che stupida! Nemmeno quella gioia
gli ho dato, e ora avrei un figlio suo» disse.
La madre non fiatò, sollevata e insieme accorata per quella figlia
adolescente improvvisamente adulta.
203
Anche al pellegrinaggio della Madonna delle Grazie Felicetta ci
andò vestita di nero. La gente si accalcò dentro e fuori il piccolo santuario, ascoltò la messa, sfilò per inginocchiarsi davanti alla statua
della Madonna e baciare la veste miracolosa, poi uscì e si sparse tutt’attorno per la colazione sul prato.
Felicetta aspettò che la chiesetta si svuotasse e si trascinò in ginocchio lungo la navata fino alla Madonna. Tirò fuori dalla tasca il pezzo
di stoffa, lo aprì ai piedi della statua, tentò con le mani aperte di allisciare le grinze della cucitura malfatta. Disse:
«Madonna delle Grazie, lo vedi questo straccio? Non ti so spiegare che è, io non lo so, ma lui c’è morto per questo straccio e tu adesso
mi devi fare la grazia: lo devi far diventare la nuova bandiera, deve
sventolare sulla facciata degli edifici importanti, nelle parate, sui tetti,
dovunque, proprio come diceva lui. Lo sai tu quello che significa e
quello che devi fare».
Non era una supplica. Era un ordine.
Concettina Falcone
204
ALLA MIA BANDIERA CHE, COME UN FOGLIO DI CARTA,
MI RENDE PRIGIONIERA E LIBERA.
Leggera, sottile, silenziosa, alta su ogni umano sguardo.
Il vento ti palpita e ti garrisce, il sole ti abbacina e ti risplende, la
pioggia ti lava e t’inverdisce. Solo l’uomo ti ama o ti tradisce.
È donna, la bandiera, perché è madre. È donna e madre come la
Patria che però significa terra dei padri. Un uomo un giorno l’ha colorata con gli stessi colori dell’ardore e del desiderio di un altro uomo
innamorato che, in una paradisiaca visione, poggiò lo sguardo sul mantello rosso che poco celava la veste bianca immacolata cinta di verdi
erbe odorose della sua amata.
Da uno sguardo d’amore di Dante poggiato sulla veste di Beatrice
descritto nel II canto del Purgatorio si dice che nascano i colori e il senso
della madre di tutti: la bandiera italiana. Il suo nome (“bandwa”, cioè
segno, insegna) viene da lontano, da un popolo, i Goti, la cui lingua è l’unica tra quelle germaniche del gruppo orientale giunta fino a noi insieme
con il verticalismo e l’arco a sesto acuto delle cattedrali che ancora oggi
ammiriamo, nei paesaggi unici ed irripetibili delle nostre terre, stagliarsi a toccare il cielo e lo spirito di chi le osserva con il cuore.
Sui pinnacoli più alti la bandiera viene issata e, fremendo sugli
orizzonti aperti, riesce a coprire le nostre terre, i nostri mari, le immense città e anche ogni piccolo borgo abbandonato dall’uomo dove lei
nella natura madre sta; nel rosso del papavero, nel verde delle forre, nel
bianco della neve che scioglie piano senza perdere il candore. E dai
pinnacoli più alti sfida le tempeste del cielo che pur sembra mare; forse
anche per questo, nel mondo disegnato fuori dal nostro, ci chiamano
“azzurri”. È azzurro l’ingegno dello scienziato e il genio del poeta,
l’orgoglio dell’artista e di ogni uomo comune che sa di essere nazione.
Dentro i tre colori della bandiera, dentro quel pezzo di stoffa è
racchiusa la storia dei nostri padri, allora ci siamo noi, tutti noi, il
popolo italiano.
C’è il sangue della battaglia, il verde del campo che l’assorbe, il
bianco del latte e dell’amore di ogni madre che ha nutrito il proprio
figlio per consegnarlo come agnello sacrificale alla mensa della liber-
205
tà; allora la libertà nasce dal sangue e dal dolore, come dal sangue e dal
dolore nasce ognuno di noi. Dopo viene la gioia, per la libertà acquisita, per la vita ricevuta.
Era appena nata, la nostra bandiera, e già l’hanno trovata infangata
e lacera, dilaniata dal piombo nemico, intrisa di lotta e di sangue eppure
nascosta all’odio e all’ostilità sotto la giubba di un tenente a cui una palla
di cannone ha asportato la testa lasciando alla morte beffarda gli occhi
azzurri sbarrati dallo stupore dei suoi vent’anni sepolti in una tomba
senza nome. Era solo un uomo, un giovane uomo. Solferino, Antrodoco,
Calatafimi, non ha importanza il campo di battaglia, ma la terra, quella
sì, la terra nostra nutrita di sangue e di ideale entrambi sopravvissuti alle
carneficine. Continuava ad esalare, l’ideale, con gli ultimi sussurri del
soldato, lo sguardo perso al cielo e al ricordo del viso della mamma confuso tra le nuvole. Morivano così, i più fortunati, con il tempo dell’ultimo pensiero e un lembo di bandiera ad assorbirne l’anima. Gli altri, tutti
gli altri ricoprono di urla disumane i propri petti ansimanti oppure tremano; le labbra già secche di febbre e le ossa scomposte e devastate di cancrena e di sangue buttato, il sangue buono della gioventù e della fedeltà;
lo stesso sangue che scorre ancora identico in ognuno di noi. È allora che
la bandiera diventa sacra e soprattutto diventa patria. Alta sui pennoni ci
costringe ad elevare lo sguardo proprio come si fa quando si nasce e si
muore e silenziosa ci racconta di quanto sangue è colorata, di quanti fili
d’erba è tessuta, di quanto respiro la sorregge di quanta vita offerta per
la nostra libertà. Basterebbe ricordare.
Quando si dimentica, allora si tradisce la bandiera e la patria.
Ma la bandiera italiana aspetta benevola il ritorno del figliol prodigo e del traditore, se un giorno si accorgeranno di quanto senza lei
siano davvero poveri e soprattutto soli.
Ma lei, la bandiera italiana oggi sa perché l’amo.
L’amo perché in qualsiasi parte del mondo io so di essere figlia sua
e lei madre nostra.
L’amo perché mi fa piangere di gioia e di dolore quando veste di
luce la gloria degli atleti e ricopre di speranza la morte degli eroi.
L’amo perché tra le soste e le ripartenze della vita è sempre lì ad
aspettare che alzi su di lei lo sguardo come si fa con il sogno e la
preghiera.
206
L’amo perché ha conosciuto tutti i pensieri degli uomini retti.
L’amo perché ha colorato di libertà la vita dei nostri figli e li ha
battezzati alla fonte eterna delle radici perciò della patria.
L’amo perché come un foglio di carta imprigiona il mio pensare e
lo libera poi in un filo d’inchiostro alto sui tetti e sulle strade, proprio
come lei.
Beatrice Ricottilli
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208
F. S. Altamura, La prima bandiera italiana portata a Firenze
nel 1859, Torino, Museo Nazionale del Risorgimento.
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210
INDICE
Presentazione
di Maria Luisa De Matteis
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p. 5
La letteratura abruzzese e l’unità d’italia
di Marco Del Prete
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da Ottaviano Giannangeli
Ha minute lu sessande .
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. 28
... ma l’ideal non muore
di Concettina Falcone .
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SAGGI
9
“Arpa d’or dei fatidici vati”: sulle note del Risorgimento.
di Sabrina Cardone .
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Le parole in musica del Risorgimento musicale
Va pensiero (Giuseppe Verdi, Nabucco) .
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Patria oppressa (Giuseppe Verdi, Macbeth)
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Dal tuo stellato soglio (Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto)
Canzoni del Risorgimento. L’ispirazione popolare.
Addio mia bella addio (Carlo Bosi, 1848)
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La bella Gigogin (1858)
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. 55
. 59
“L’Italia chiamò”. Pittori Garibaldini.
di Cosimo Savastano .
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. 63
Schermi tricolori.
Il Risorgimento e il cinema italiano: percorsi e tendenze
di Antonio Di Fonso .
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. 97
L’italianità di Enrico Fermi .
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104
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. 45
52
. 53
. 54
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VOCI E SCRITTURA:
SAGGI, RIFLESSIONI, TESTIMONIANZE.
L’Abruzzo dalla Carboneria all’Unità
di Evandro Ricci
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Salvatore Tommasi scienziato e patriota abruzzese
di Evandro Gay
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. 107
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. 119
A proposito delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia
di Rosa Giammarco .
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. 123
L’Abruzzo e l’unità d’Italia
di Licia Mampieri
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Gli antitaliani e la questione meridionale
di Nicolina Nolfi
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. 137
Lingua e dialetti nell’Italia post-unitaria
di Evandro Gay
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. 147
Unità dell’Italia... disunita
di Raffaele Russo (Irmazio Glicone)
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Goffredo Mameli
di Beatrice Ricottilli
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La morte di Cavour
di Gemma Di Iorio
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. 159
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Panfilo Serafini, martire della libertà.
di Gioacchino Casciato
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212
VOCI E SCRITTURA:
VERSI.
Nicolina D’Orazio
La brehantésse
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. 164
Nicolina D’Orazio
Il bacio di Hayez
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. 169
Nicolina D’Orazio
W la lebertà
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. 170
Maria Pia Palesse
L’Italia aunite
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. 172
Maria Pia Palesse
Na lèttere de lendanne .
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176
Maria Pia Palesse
La lume ajarde ancore .
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180
Evandro Gay
Pe’ grazie de Ddie
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181
Diana Cianchetta
Giannina Milli
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182
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. 184
Diana Cianchetta
Lu munuménte ai Cadùte
213
VOCI E SCRITTURA:
PROSA.
Mariannina
Rita Pasquali
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. 191
Ninna nanna
Gemma Di Iorio
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. 199
Lo straccio
Concettina Falcone
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. 201
Alla mia bandiera
Beatrice Ricottilli
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. 205
214
215
Finito di stampare
nel mese di ottobre 2011
presso lo stabilimento tipolitografico
Stampatutto di A.Vivarelli
Pratola Peligna (AQ)
216
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