Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 1 16 gennaio 2012 Inaugurazione Anno accademico 2011/2012 link journal 1/2012 anno accademico 2011 /2012 1 Saluto del Presidente della Link Campus University Prof. Vincenzo Scotti Signor Presidente del Senato della Repubblica, Signore e Signori Membri del Parlamento, Magnifici Rettori, Autorità civili e religiose, Signore e Signori, questo è il tredicesimo anno che noi, docenti e studenti della Link Campus University, insieme alle autorità e agli amici, manteniamo viva l’antica tradizione dell’inaugurazione solenne dell’anno accademico. La pur breve storia della Link Campus è segnata da costanti innovazioni, poco comunicate ma sempre presenti nei programmi di ricerca e di didattica, frutto dell’impegno della comunità accademica - studenti e docenti - e, soprattutto, della efficace cooperazione con eccellenti università internazionali europee e mediterranee, di cui alcune sono qui questa sera per la definizione di comuni programmi di ricerca e di comuni corsi di laurea nelle aree degli studi giuridici, strategici, diplomatici e di intelligence, di economia e di gestione delle imprese, di ingegneria dell’innovazione nel campo della sicurezza. La guida per lo studente di questo anno accademico vi offre una idea dell’ampiezza e della complessità del lavoro accademico di una università internazionale che non vuole essere mera copia delle altre università del nostro sistema nazionale. In tal senso essa si avvale di una pluralità di lingue di insegnamento e riconosce un ruolo fondamentale alla metodologia comparatistica la quale consente di focalizzare la formazione dei giovani sia sulla connessione tra culture diverse sia sulla interdipendenza tra pubblico e privato. L’obiettivo è quello di preparare una classe dirigente che possa operare nei diversi sistemi e Paesi e nei due ambiti dando così ai giovani, come abbiamo positivamente sperimentato in questi anni, le possibilità vincenti nella mobilità del mercato globale. Da questo punto di vista la Link Campus costituisce un ponte verso il cambiamento della nostra società. Una Università senza frontiere per rispondere alle sfide del cambiamento globale, particolarmente attenta alla lettura dei segni dei tempi nuovi: i grandi mutamenti planetari dei sistemi economici, sociali, politici e soprattutto culturali, l’evoluzione delle forme di organizzazione delle imprese del mondo globale e la nuova soggettività della “società civile”. Questa missione impegna i docenti a mantenere la didattica sulla frontiera della ricerca, a sviluppare un dialogo costante con gli studenti che, nel corso di ogni anno accademico, apprendono un metodo di studio, di ricerca e di approfondimento. Lo stesso Induction Course è pensato per trasmettere loro un’adeguata metodologia di apprendimento che li aiuti nel semestre di studi all’estero e nello stage di lavoro. Siamo, dunque, tutti impegnati a dare agli studenti un metodo di studio e di lavoro - ricongiungendo il sapere e il fare - con l’obiettivo di rendere i giovani professionalmente in grado di integrare saperi scientifici differenti per poter affrontare e risolvere efficacemente i problemi del fare; tali innovazioni necessarie qualificano, particolarmente, la nostra offerta nel campo delle Lauree Magistrali e dei Master post-lauream. Nel guardare alla guida per lo studente vorrei richiamare la vostra attenzione su alcune aree particolarmente innovative su cui la Link ha acquisito una particolare competenza; intendo riferirmi agli studi strategici e diplomatici che vedranno, da questo anno, la direzione di Franco Frattini e Michael Frendo, gli studi di analisi e intelligence che coinvolgeranno - tra gli altri - gli Ammiragli Battelli e Biraghi, i Generali Camporini e Jean, l’Ambasciatore Castellaneta, i Professori Savona, Lauro e Minniti. Signor Presidente, la Società di Gestione della Link sta lavorando a completare le strutture e i servizi necessari alla vita di una effettiva “comunità” universitaria con la realizzazione di un Campus della dimensione di 14 ettari, dotato non solo delle attrezzature didattiche, Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 2 2 anno accademico 2011 / 2012 della biblioteca, delle residenze per studenti e professori stranieri, ma anche delle attrezzature per la vita sociale e sportiva, compreso un teatro e spazi espositivi all’aperto. Sapete, infatti, che parte integrante della Università è l’Accademia Internazionale di Arte Drammatica (Link Academy) diretta da Alessandro Preziosi che, in questo momento, è impegnato con un nuovo spettacolo (Cyrano) a cui partecipano sette studenti della nostra Accademia. La Link Campus, inoltre, ha organizzato per i suoi ricercatori (docenti e studenti italiani e stranieri) una piccola ma molto vivace casa editrice, Eurilink Edizioni, e pubblica “Link Journal”, una rivista che sarà sempre di più la voce dell’intera comunità universitaria. La realizzazione del Campus si accompagna ad un rafforzamento della Società di Gestione con un azionariato diffuso e aperto anche ai nostri docenti e studenti oltre che agli amici, tutti consapevoli che non possiamo contare su alcun sostegno pubblico anche per non intaccare le disponibilità degli altri Atenei non statali e non volendo, nel contempo, uscire da una scelta inderogabile no profit. Contestualmente, abbiamo rivolto un invito ad importanti Fondazioni di ricerca per allargare la partecipazione alla Fondazione Link Campus, promotrice dell’Università. Vorrei fin d’ora ringraziare alcune delle Fondazioni che hanno accettato il nostro invito: la Fondazione De Gasperi, la Fondazione Rosselli, la Fondazione Biogem. Questo ci ha consentito di poterci avvalere del consiglio prezioso di Franco Frattini, Adriano De Maio, Riccardo Viale, Ortensio Zecchino, Gianni Pittella, Giustina Destro, Paolo Naccarato e Marco Minniti. La nascita e l’evoluzione della Link Campus è dovuta innanzitutto, come vedremo, alla lungimiranza del Rettore del tempo dell’Università di Malta, Roger Ellul Micalleff e di alcuni Presidi di Facoltà, all’impulso, al consiglio e al sostegno di due straordinari uomini di Stato, Francesco Cossiga e Guido de Marco, che noi consideriamo nostri padri fondatori, al lavoro di un gruppo di amici che, dando vita ad una Società di Gestione, hanno reso possibile il sogno di questa Università assumendosi il rischio; parlo in primo luogo di Vanna Fadini e di Pasquale Russo ma anche di una squadra di giovani, donne e uomini che, insieme a loro, non si risparmiano in nessun caso. Lasciatemi dire che il miracolo della Link è che non è soggetta a “nessun condizionamento”, è frutto solo dell’impegno libero di docenti e studenti; impegno reso possibile grazie all’intreccio tra progettualità accademica e forma giuridica. La Link non nasce, come detto, per aggiungersi al già importante sistema universitario italiano ma per integrarlo come università a specifica vocazione internazionale. Infatti noi siamo link journal 1/2012 nati alla fine degli anni ’90, quando i governi firmarono la convenzione di Lisbona, e precisamente l’11 aprile del ’97, con l’intento di favorire un processo di internazionalizzazione dell’alta formazione e così rispondere alle sfide dei cambiamenti planetari. Mentre si procedeva alla ratifica della Convenzione, il Parlamento italiano approvava, nel gennaio 1999, la prima normativa sulle filiazioni delle Università straniere operanti in Italia. Proprio su sollecitazione dell’allora ministro degli Esteri di Malta, Guido De Marco, con il sostegno del Presidente Emerito Francesco Cossiga, con un gruppo di docenti universitari - con noi ancora oggi e presenti in questa sala e permettetemi di ricordare il caro amico Luigi Coccioli recen- temente scomparso - concordammo con il Rettore della antica Università di Malta di aprire a Roma una filiazione di quell’Ateneo, per avviare la sperimentazione di una Università internazionale a Roma, fortemente “finalizzata” a rispondere, in termini di formazione, alle domande del mercato. Eravamo in attesa della normativa italiana sui requisiti che le Università straniere avrebbero dovuto possedere per consentire il riconoscimento dei titoli da essi rilasciati nel nostro Paese. Fu il Ministro Zecchino che, in base alla legge del 1999 sulle filiazioni, autorizzò a svolgere in Italia parte dei programmi accademici per gli studenti iscritti a Malta. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 3 link journal 1/2012 anno accademico 2011 /2012 La Link Campus, con Decreto 27 novembre 1999 ed ai sensi dell’art. 2 della Legge 14 gennaio 1999 n. 4, viene riconosciuta quale filiazione in Italia dell’Università di Malta. Come tale svolge in Italia parte dei corsi dell’Ordinamento Universitario della Università di Malta per studenti iscritti a tale Università: al termine del percorso formativo il titolo accademico viene rilasciato dall’Università di Malta. Con Legge 148 dell’11 luglio 2002 l’Italia recepisce la Convenzione di Lisbona, 11 aprile 1997, che nella sezione VI punto 5 stabilisce che ogni Stato, per consentire il riconoscimento dei titoli rilasciati da Istituti stranieri operanti sul proprio territorio deve indicare i requisiti che gli stessi devono possedere. Con D.M. 214 del 26 aprile 2004 l’Italia disciplina tale procedura indicando i requisiti che devono essere posseduti dagli Istituti stranieri affinché i titoli rilasciati ai propri studenti sul territorio italiano possano essere ammessi a riconoscimento presso le Università italiane ai sensi dell’art. 2 della citata Legge 148/2002. La Link Campus avvia la procedura prevista dal D.M. 214. Ai sensi dell’art. 3 del suindicato decreto, il competente Ministero acquisisce i pareri del CUN, del CNVSU e della CRUL. Tale procedura è la stessa adottata per la emanazione da parte del Ministero del decreto di riconoscimento e autorizzazione a rilasciare titoli aventi valore legale di una Università degli Studi 3 dell’Ordinamento Universitario Italiano. Acquisiti i pareri favorevoli richiesti dalla normativa, con D.M. 4 luglio 2007, la Link Campus University viene riconosciuta quale Università straniera operante in Italia, i cui titoli sono ammessi al riconoscimento presso le Università italiane. Nel 2010, a seguito del D.M. 23 dicembre 2010, n. 50, la Link Campus University chiede di essere riconosciuta quale Università non statale legalmente riconosciuta dell’Ordinamento Universitario Italiano. Il Ministero competente attiva tutti gli atti previsti dalla procedura evidenziando a più riprese che trattasi dell’emanazione di un decreto che non istituisce un nuovo Ateneo, ma autorizza la trasformazione di un Ateneo straniero autorizzato a rilasciare titoli ammessi a riconoscimento in Ateneo non statale legalmente riconosciuto dell’Ordinamento Universitario Italiano. Con D.M. 21 settembre 2011, n. 374, del Ministro Gelmini, la Università Link Campus viene riconosciuta come Università non statale dell’Ordinamento Universitario Italiano. Tale Decreto, registrato alla Corte dei Conti, viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale - Serie Generale n. 268 del 17 novembre 2011 - ed è stata solo la lungimiranza e il rigore di tre Ministri - Zecchino, Mussi e Gelmini - che hanno consentito di aprire “un’importante esperienza di internazionalizzazione”. La Link Campus non verrà meno alla missione che ha portato avanti in questi tredici anni. Intende portare avanti il lavoro di ricerca e di formazione non perdendo mai il suo carattere internazionale e la sua apertura alla collaborazione con le università italiane, soprattutto, con gli Atenei dell’area euro-mediterranea e dell’America Latina. La Link Campus ha una identità valoriale profonda ed una missione che sono a fondamento dei suoi programmi di ricerca e di didattica. Consentitemi di volgere lo sguardo indietro alla sera del lontano 29 novembre del 1999, quando coloro che consideriamo i due padri fondatori della nostra Università internazionale, il Presidente della Repubblica di Malta, Guido de Marco e il Presidente Emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, delinearono il nostro percorso e dichiararono aperto il primo anno di attività. Cossiga e de Marco, insieme, vollero che la missione della Link attingesse il senso della sua ragione educativa da un insieme di riflessioni critiche sul Novecento; un tempo controverso, solcato da grandi tragedie, dallo scontro tra democrazia e totalitarismi, dalle guerre mondiali ma anche dalla vittoria della libertà e dalla rinascita dell’Europa accompagnata da uno straordinario sviluppo scientifico e sociale. In quella scelta c’era la consapevolezza che “la cultura non è asettica spettatrice degli eventi: anticipa e giustifica”. In tutto quello che è accaduto nel bene Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 4 4 anno accademico 2011/2012 che abbiamo avuto e nel male che abbiamo sofferto, ci ricordarono i nostri due Maestri, la cultura europea ha avuto grandi e terribili responsabilità. È stata una certa cultura ad aprire la strada ai colonialismi, al razzismo, ai totalitarismi che lasciano una macchia nera nell’inventario del secolo. Ed è stata un’altra cultura, quella democratica riformista o liberale, di ispirazione laica o cristiana, a guidare il riscatto morale degli europei. La Link, i suoi giovani, i suoi docenti, i suoi amici non potevano che indicare nelle libertà il valore fondante della conoscenza e della scienza. La “lectio magistralis” di Francesco Cossiga sui totalitarismi e sulla libertà racchiude per intero il significato della sua vita di cristiano, di liberale, di statista, di patriota, come si amava definire. “Ogni riflessione sul totalitarismo come ideologia e sui totalitarismi nella realtà storica produce un sentimento di profonda lacerazione nell’animo e nel pensiero di ogni uomo di oggi. Si tratta, cioè, di affrontare un paradosso insostenibile: il totalitarismo infatti, non è la negazione della libertà bensì è l’affermazione piena della libertà, così totale che non sopporta e non tollera altre libertà, la libertà degli altri. ... perciò parlare di totalitarismi significa affrontare realtà che grondano sofferenze e sangue”. E concludeva “il totalitarismo è la scomparsa della differenza tra errore e peccato. Se confondiamo errore e peccato, la libertà muore. La libertà è anche libertà di sbagliare. Con la democrazia non si decidono i valori. Vincere le elezioni significa avere il diritto - dovere di governare, non di avere e imporre il torto e la ragione”. Il Presidente de Marco, raccogliendo il senso profondo della riflessione del suo amico Francesco, ci ricordò che contro i totalitarismi antichi o risorgenti ci si può difendere ricorrendo soltanto ad una forte concezione liberale della democrazia che si realizza con la limitazione del potere attraverso regole condivise, per sconfiggere l’insidia della democrazia giacobina e totalitaria, su base messianica, che dà valore etico al potere. Parlando da Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’anno successivo da ministro degli Esteri di Malta, quella sera alla Link de Marco ripeté, con la sua voce ferma e suadente: “Freedom first and foremost. That was the solid platform on which citizens worldwide stood their ground whenever authoritarian regimes sought to erode democracy , human rights and the rule of law.”. Questa la pietra angolare sulla quale stiamo costruendo la nostra Università; la formazione dei nostri giovani per un umanesimo integrale si fonda proprio sui valori della libertà, della responsabilità, della coerenza tra il sapere e il fare, della eticità dei comportamenti, della solidarietà umana, del rispetto della legalità e dei diritti umani. Per conservare ben forte la lezione sulla libertà dei nostri fondatori abbiamo chiesto alla signora De Marco e ai suoi figlioli, link journal 1/2012 ad Annamaria e Giuseppe Cossiga di poter intitolare la biblioteca della Link Campus, il cuore dell’Università, a questi due nostri grandi Maestri affinché i nostri studenti e docenti abbiano sempre presenti le radici culturali ed umane della nostra Università e del nostro lavoro comune. Una grande sintonia ha caratterizzato la esperienza umana di Francesco Cossiga a Guido de Marco. Due statisti euro-mediterranei, profondamente legati alle antiche isole mediterranee nelle quali sono nati, due raffinate menti giuridiche, due cristiani liberali legati alla grande figura di Thomas More, che - dietro loro sollecitazione - fu proclamato da Giovanni Paolo II protettore dei “politici”. Cossiga e de Marco erano profondi conoscitori della cultura europea ed atlantica ed erano consapevoli della dimensione mediterranea di questa cultura; erano uomini di una chiara e forte identità culturale e religiosa e proprio per questo erano uomini dell’incontro e del dialogo. Un misterioso disegno della Provvidenza li ha fatti tornare alla casa del Padre a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Sulle loro figure e sul tempo in cui fu dato loro di vivere, la Link Campus, insieme ad altre Università ed Istituzioni prima tra tutte il Senato della Repubblica Italiana e il Parlamento di Malta, chiameranno studiosi e politici a riflettere nel corso di un seminario internazionale. Signor Presidente, questa sera abbiamo voluto chiedere a Lei, all’Emerito Rettore De Maio, al “già” Ministro Gelmini alcune brevi riflessioni sulle responsabilità di una comunità accademica chiamata a far avanzare “il sapere e il fare” della nuova classe dirigente del nostro Paese, a fronteggiare le crescenti sfide di un cambiamento a cui ha concorso il risultato “del sapere e del fare” delle precedenti generazioni attraverso la loro ricerca scientifica e la trasmissione dei loro risultati. Cari Amici, in conclusione vorrei ricordare e ringraziare il Santo Padre Benedetto XVI che nel corso dell’incontro con le Università romane del 15 dicembre scorso ha benedetto la targa della Link. Concludo ringraziando calorosamente ciascuno di Voi per avere accolto l’invito a partecipare a questa cerimonia e lo faccio a nome di tutti i colleghi che, in questo momento ed in attesa della costituzione degli organi statutari, fanno parte del Comitato Tecnico Ordinatore: a partire da Gianni Ricci che svolge le funzioni di Rettore, passando a Virginia Zambrano, Sergio Zoppi, Uberto Siola, Claudio Roveda, Pierluigi Matera, Michele Pizzo, Ian Refalo e Joseph Mifsud. Ed infine lasciate che dica grazie a Vanna Fadini, a Pasquale Russo, ad Achille Patrizi, a tutto il corpo docente, agli studenti e alle loro famiglie e a tutto il personale tecnico-amministrativo che formano sempre più la comunità della Link Campus. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 5 link journal 1/2012 anno accademico 2011/2012 5 Prolusione del Prof. Adriano De Maio “L’Università di fronte alle sfide del cambiamento” Signor Presidente del Senato della Repubblica, Magnifici Rettori, colleghi, Autorità, cari Studenti, Signore e Signori, per me è stato un piacere quando il Presidente Vincenzo Scotti mi ha proposto di svolgere questa breve prolusione. Non temete, non sarà una lezione accademica. Si tratterà, invece, di alcuni stimoli e di alcuni spunti, così come mi è stato richiesto, che io mi accingo a porgervi. Avete sentito dire le ragioni per cui mi è piaciuto venire qui dalle parole del Presidente Scotti. Come si può non essere veramente felici dal profondo di poter parlare e poter dedicare alcune parole di introduzione a questa inaugurazione dell’anno accademico? Molto probabilmente sono stato chiamato anche per la mia lunga presenza nell’ambito accademico. Quando l’università funzionava meglio, si poteva diventare rettori giovani e soprattutto professori universitari giovani. Se riferisco adesso ai miei giovani colleghi quando sono diventato professore, si stupiscono, ma non ero un’eccezione. Non ero neppure la regola, ma ero tutt’altro che un’eccezione. Sono diventato professore a ventotto anni. Ho avuto poi un po’ di anni di rettorato, prima al Politecnico di Milano, poi alla LUISS e al CNR, quindi probabilmente per questa mia lunga carriera sono stato invitato a spendere alcune parole ispirate a un titolo. Il titolo era “L’università di fronte alle sfide del cambiamento”. Mi sono riproposto di partire da quali sono le sfide di cambiamento che dobbiamo esaminare. Ce ne sono tantissime, ma io dovevo scegliere quali sono, a mio avviso, quelle prioritarie su cui puntare l’attenzione per parlare di università e del ruolo dell’università. Ne ho scelte tre che, a mio avviso, sono le più rilevanti. In primo luogo, vi è l’accentuata mobilità. Noi abbiamo assistito in questi ultimi anni a una riduzione forte e drammatica delle barriere alla mobilità, non soltanto all’informazione, non soltanto alla ricerca - quelle ci sono sempre state - non sol- tanto all’aspetto finanziario, che si è accentuato e i cui effetti vediamo adesso in senso negativo, ma anche alle persone, alle attività produttive e alle aziende. Se questa mobilità si è diffusa, bisogna svolgere una riflessione. Soltanto una cosa è rimasta ferma: il territorio. L’Italia non si può muovere e nemmeno la Lombardia, l’Europa, Roma, il Lazio, ragion per cui il problema diventa come trattenere le risorse migliori e come attrarre da altri territori le risorse migliori. Io penso che per una persona che ha l’autorità e la responsabilità di governare un territorio questo debba essere tra i punti fondamentali della sua attività e la missione forse principale del suo governo. Senza le risorse più importanti un territorio declina inesorabilmente. La seconda sfida del cambiamento è l’aumento della complessità dei problemi che devono essere affrontati. Un tempo era molto più semplice e più banale farlo. Da un punto di vista più basso, quello delle tecnologie, c’era una tecnologia dominante per ogni prodotto, mentre adesso ciò non è più vero. In termini di connessioni fra aspetti tecnologici, scientifici, sociali, economici e giuridici ci sono una miscela e un mix di competenze e di complessità estremamente importanti. Quando mi hanno insegnato, molti anni fa, la differenza fra complicato e complesso, che noi talvolta usiamo come sinonimi, ciò mi è parso chiaro. Complicato è cum plica, “con la piega”. Un problema complicato, se lo si risolve, è spiegato e, quindi, occorre l’analisi specifica per tirar via un piegolino alla volta. Il complesso, viceversa, è un’intersezione, secondo il Prof. Adriano De Maio - Già Magnifico Rettore del Politecnico di Milano e dell’Università LUISS Guido Carli. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 6 6 anno accademico 2011/2012 verbo complector “abbracciare”, un’unione tale per cui, se noi tentiamo di prendere e sfilare i capi di un tessuto, non otteniamo più nulla. Un problema complesso va compreso e abbracciato con sintesi. Oltre all’analisi occorre, dunque, anche la sintesi. Il terzo elemento di cambiamento è il fatto che i problemi continuano a emergere e che la loro criticità continua a variare. C’è una novità assoluta di problemi che emergono. Purtroppo in questo periodo ce ne stiamo accorgendo. Rispetto a tutto ciò, perché ho scelto questi tre temi come i punti fondamentali dell’università? Sul primo penso che sia chiaro a tutti senza bisogno di dover spendere molte parole. L’università è un fattore fondamentale per aumentare la capacità di attrazione del territorio, la capacità di trattenere risorse migliori e la capacità di attrarre. Le risorse migliori sono le persone. Significa trattenere gli studenti migliori e far venire da tutte le parti del mondo gli studenti migliori, sviluppare la ricerca e basarsi sul fatto che dalla ricerca trovano linfa l’industria e le attività produttive, l’innovazione e le nuove imprese. Nell’ultima lezione dico sempre agli studenti di non porsi il problema di dove andare a lavorare, di quale sia il posto di lavoro. Chiedo loro di porsi il problema di quanti posti di lavoro potranno creare. Questo è il problema. Il secondo aspetto sull’aumento della complessità significa che l’università deve sapersi dotare di un approccio realmente multi e interdisciplinare. Se ne parla tanto, ma, quando poi si arriva al concreto, è molto facile trovare una specie di un nouvelle cuisine, in cui le singole parti e i singoli componenti sono magari ottimi, ma non si amalgamano. Noi, viceversa, abbiamo bisogno di un buon cibo amalgamato, come nella nostra tradizione culinaria italiana. Dobbiamo avere i prodotti di base, che devono essere buoni, ma è l’amalgama che fa la bontà del prodotto finito. Occorre un’università che punti sull’interdisciplinarietà e sul fatto che sia nella formazione, sia nella ricerca, ci sia la creazione di reti forti. Abbiamo sentito il Presidente Scotti, quando ha posto questo come uno degli elementi centrali. È importantissima la creazione di reti di connessione non soltanto fra università e reti di ricerca nazionali e internazionali, ma anche con il mondo produttivo in senso lato. Occorre stabilire questo legame, occorre far sì che molti professionisti nelle diverse branche dell’operazione possano partecipare come docenti. Abbiamo bisogno di questo stretto legame tra mondo pro- link journal 1/2012 duttivo e mondo accademico. Per quanto riguarda i continui cambiamenti, abbiamo bisogno che l’università sia in grado di anticipare i problemi. Anticiparli, non seguirli. Essere leader, non follower. Dobbiamo riuscire a capire quali saranno i problemi tra cinque, sei o dieci anni, perché soltanto così possiamo creare curricula adeguati. Tra la creazione di un curriculum e il fatto che i professionisti possano operare passa una decina d’anni. Se noi non anticipiamo oggi i problemi che prevedibilmente ci saranno fra dieci anni, svolgiamo male il nostro compito. Un’università che si trovi di fronte a queste sfide di cambiamento deve organizzarsi. Abbiamo sentito il Presidente Scotti, il quale ci ha porto alcune illuminanti parole sulle modalità di organizzazione di un’università, che a me sembra rispondano a queste sfide. È un problema interno, un problema di come fare didattica, di come fare ricerca, di come selezionare i docenti e di come selezionare gli studenti. Non possiamo dimenticare, però, che, se questi sono problemi interni, e sono la gran parte – il primo elemento parte dall’interno. Medice, cura te ipsum, mi dicevano, quindi bisogna sempre guardarsi allo specchio e tentare di vedere che cosa si può fare –, esiste anche un contesto esterno. Spero di non turbarvi. L’università opera in Italia in un mercato protetto. Perché non liberalizziamo l’università, tra le tante liberalizzazioni? Noi operiamo in un mercato protetto e governato da corporazioni di tutti i generi, da leggi, leggine, procedure, norme che complicano la convivenza, soprattutto in un Paese culturalmente orientato come l’Italia, il cui motto è che ciò che non è esplicitamente permesso è vietato, in una cultura liberale dovrebbe essere esattamente il contrario. Cominciamo a partire con la liberalizzazione effettiva dell’università. Questo è un mio pallino, continuo a ripeterlo. Se c’è liberalizzazione, significa che devono aumentare l’autonomia e la responsabilità, la responsibility e l’accountability, la responsabilità e la rendicontazione. Bisogna render conto del proprio operato. Chi opera bene è premiato, chi opera male è punito, mentre da noi, viceversa, è todos caballeros. Si tenta di fare un discorso di merito, da parecchio tempo i ministri in primis hanno promulgato questo editto culturale, ma i fatti non sono seguiti. C’è la vischiosità della corporazione. Tutti affermano Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 7 link journal 1/2012 anno accademico 2011/2012 che ci dobbiamo rendere autonomi, ma, poiché devono poi rispondere di ciò che fanno, sono molto attenti. Un elemento che sembrerà un pochino strano e che è stato sostenuto anche più volte, ma su cui poi si è tornati indietro, è l’eliminazione del valore legale del titolo. Io continuerò finché avrò voce a battermi in tal senso. Sono almeno venticinque anni che continuo a ripeterlo: si deve procedere all’eliminazione del valore legale del titolo. Ciò significa eliminare tutte le incrostazioni burocratiche. Pensate: l’università si sceglie i docenti, perché è responsabilità dell’ateneo, si sceglie gli studenti, perché è sua responsabilità. Ha un sistema di modalità di operare totalmente autonomo, di cui risponde. Se ci deve essere un contributo in termini di intervento pubblico, è possibile intervenire con la valutazione di merito effettivo. Svolgo l’ultima considerazione, che spero non venga considerata come eretica. Noi continuiamo a parlare del mercato. Perché non lo facciamo anche per l’università, perché non stabiliamo che sia il mercato a giudicare? Il mercato giudica nel senso che prende i laureati dell’università o non li prende, li valuta o non li valuta, ma questo concetto del mercato si può riportare anche a valle. Quando una scuola media superiore ha i propri studenti maturati che, mediamente, non hanno un buon successo, ciò significa che tale istituto di formazione superiore vale di meno. Diamo spazio alla liberalizzazione, diamo spazio all’autono- 7 mia, alla responsabilità e al mercato. Concludo con due osservazioni, che non sono banali, ma su cui non c’è né il tempo, né la possibilità di approfondire. Noi parliamo molto spesso di università, di riforma universitaria, ma l’università è soltanto il terminale di tutta la filiera formativa che parte dalle scuole primarie o forse anche prima. Bisognerebbe affrontare questo problema seriamente. Quando parlo agli industriali, rilevo che tutti continuiamo a sostenere che le risorse umane sono il punto fondamentale; nella loro fabbrica, in un processo produttivo, se c’è una fase importantissima, fanno operare su di essa le persone di minor pregio e le pagano meno di tutti? No. Allora perché il sistema formativo, a partire dalle elementari, è trattato in questo modo e non ci sono una valutazione, una modalità retributiva adeguata? Se noi effettivamente non soltanto lo affermiamo – pensate a Lisbona – ma crediamo anche sinceramente che la risorsa umana sia il capitale vero di una nazione, se ciò è vero ed esiste la cosiddetta knowledge society, basata sulla ricerca, sullo sviluppo e sull’innovazione, perché alle parole non seguono i fatti? È una domanda, un dubbio che non ha mai trovato risposta. Forse dovremmo porci seriamente questo problema e tentare di affrontarlo con molta franchezza, potendo permettere quelli che possono essere errori, ma non peccati. Sicuramente io mi auguro di aver svolto molte considerazioni anche errate, ma senza peccato. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 8 8 anno accademico 2011/2012 Il saluto del professor Joseph Mifsud Presidente dell’EMUNI link journal 1/2012 Il saluto del Prof. Nabil Ayad Direttore della Diplomatic Academy di Londra Presidente, Eccellenze, Ministri, Colleghi, Studenti e Amici della Link. Eccellenze, Professori, Onorati Ospiti, Oggi un maltese non poteva non parlare, anche perché “link” è una parola, anche se in inglese, scelta non a caso. Ricordo anche il giorno. Si è parlato del nostro molto compianto Presidente della Repubblica, Guido De Marco. Guido era un faro per il Mediterraneo, nonché per questa università, insieme ad altri. Si è parlato anche di Roger Ellul Micallef e di Ian Refalo, persone che, con il professor Scotti e con la squadra che ha a disposizione, hanno cercato di costruire questo faro maltese, come lo chiamava Guido. Chiamava Malta il Din l-art Helwa, ossia “questa bellissima terra”. Sono qui per rendere onore a questo grande personaggio, che è stata fondamentale per la Link. Sono anche molto contento che tantissimi studenti abbiano conosciuto la parola Malta – è presente il nostro ambasciatore Inguanez – non soltanto attraverso i siti di pubblicità o di storia, ma anche attraverso questa università. In questo momento sono Presidente dell’Università euromediterranea e sono qui con altri Rettori. Il Presidente Schifani ha parlato di flessibili e tale carattere è innato in questa Università, che oggi, è un “link” anche con il passato e col futuro. Con questo grande lavoro che ci aspetta io vorrei chiedere l’aiuto di tutti gli studenti, di tutti i professori, di tutte le famiglie e di tutti coloro che hanno contribuito a rendere grande questa iniziativa. Continuate ad aiutarci. Vorrei rivolgermi ora al professor Nabil Ayad. Il professor Ayad ha lavorato a stretto contatto con la Link per molti anni come direttore della Diplomatic Academy of London. Continueremo, con il sostegno del Presidente Frattini e del Presidente Michael Frendo, che oggi non ha potuto essere con noi, a lavorare in questo senso. vorrei congratularmi con il professor Scotti per questa occasione, anche a nome dei miei Colleghi, Rettori e Vicerettori dell’Università Euromediterranea. La prima volta in cui ho avuto l’onore di incontrare il professor Scotti è stato a Londra, quando lo invitammo a intervenire come ospite per parlare del cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma. Il tema della Conferenza erano le dimensioni europee dei valori umani e fu una grande occasione. Da allora abbiamo stabilito ottimi contatti con la Link Campus University. Nel maggio del 2008 abbiamo organizzato insieme una settimana diplomatica a beneficio degli studenti e dei membri del corpo diplomatico di Roma. Lo scorso settembre il professor Scotti è venuto a Londra, dove ha incontrato il Vicerettore, professor Edward Acton, e insieme abbiamo firmato un accordo di collaborazione per promuovere programmi diplomatici su sicurezza e diplomazia, comunicazione e diplomazia e anche business internazionale e diplomazia. Auspicabilmente, svilupperemo questi programmi a breve nei prossimi mesi. Avere un’università privata non è un elemento innovativo di per sé, ma è un grande successo, perché prevedo che tra pochi anni la maggior parte delle università statali diventeranno private. Congratulazioni, dunque, professor Scotti, per quest’iniziativa innovativa e ben realizzata. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 9 Il Presidente del Senato Renato Schifani apre l’Anno Accademico 2011/2012 Presidente Scotti, Autorità, illustri Rettori e Professori, cari studenti, sono veramente lieto di essere con voi in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della vostra piccola ma dinamica e valida Università che forma professionisti per il mondo che cambia e per le nuove professionalità richieste dal mercato del lavoro. La qualità della formazione che viene impartita in questo Ateneo è confermata dall'alta percentuale di laureati che hanno trovato rapida ed utile collocazione sul mercato del lavoro e che sono poi cresciuti rapidamente in responsabilità gerarchiche aziendali. Tutto questo è dovuto anche alla vostra alta vocazione internazionale, un punto di forza in più di questa università; vocazione che mai come oggi è così necessaria nel contesto della globalizzazione. Sono poi particolarmente lieto quando ho l'occasione di rivolgere un pensiero o una riflessione direttamente ai giovani, ed alle istituzioni chiamate al compito, essenziale in ogni comunità, di curare la formazione e salvaguardare la crescita umana e culturale, oltre che tecnica e scientifica dei nostri uomini del futuro. L'anno che si è chiuso ci ha visti impegnati a contrastare gli effetti, anche sulla situazione politica, di una grave e pervasiva crisi economica. Il sistema finanziario e quello politico ne hanno subito pesanti conseguenze sia sul bilancio pubblico che sull'agenda dei lavori parlamentari, impegnata in continue manovre di aggiustamento finanziario. La crisi purtroppo non è un fenomeno passeggero, non è una fluttuazione economica: è una discontinuità sistemica, un cambio di passo nell'evoluzione economica del pianeta che ciclicamente può presentarsi. La crisi che stiamo vivendo è figlia della globalizzazione, un evento che genera tante opportunità ma che al tempo stesso modifica tutte le chiavi di lettura tradizionali della realtà, soprattutto economica, attraverso anche una competizione sempre più dura. E che rischia di mettere in serio pericolo la nostra capacità di onorare il debito pubblico che si è accumulato nei decenni trascorsi. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 10 10 anno accademico 2011/2012 link journal 1/2012 Da qui è nata l'esigenza di una ulteriore manovra economica, che ha visto alternarsi al precedente Governo, una nuova formazione tecnica con il sostegno di un'ampia ed inedita maggioranza politica. complessivo e non parziale, possibilmente partendo dalle liberalizzazioni strategiche sui grandi settori dei servizi pubblici, dell'energia e degli ambiti economici di maggiore rilevanza, per poi includere quelle più settoriali. Questo Parlamento, consapevole e responsabile, ha saputo operare scelte coraggiose nell'esclusivo interesse del Paese. E in questa fase, mi preme sottolinearlo, abbiamo assistito ad una grande prova di maturità degli italiani. Altri compiti gravosi e non agevoli attendono Camera e Senato; sono quelli di concorrere alla nuova fase essenziale e decisiva di crescita del Paese. Solo attraverso questo percorso il Paese può essere indotto ad accettare un cambiamento così radicale che, all’apparenza e nell’immediatezza può sembrare foriero di ulteriori sacrifici, ma che alla distanza saprà valutare nei suoi effetti positivi. All'aumento della pressione fiscale deve seguire la riduzione di tutta la spesa pubblica, attraverso scelte che diminuiscano le uscite e creino nuove opportunità di occupazione. E' questa la giusta prospettiva che desidero fortemente si realizzi in un clima sereno, pacato e costruttivo di confronto leale ed autentico. Quello che si chiede sempre - ma soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo attraversando - è l'abbandono di visioni miopi, è collaborazione, unità di intenti, seppure in un clima di dialettica sempre necessario che è il sale della democrazia, ma che deve essere finalizzato al raggiungimento di obiettivi non più differibili. Una sana contrapposizione, dove non esistano inutili esasperazioni, conduce a risultati positivi attenuando eventuali tensioni sociali; è foriera di un ritrovato clima di coesione sociale. Nessun debito pubblico deve essere ereditato dalle nuove generazioni: gli italiani si stringono nei sacrifici richiesti per evitare che i propri figli e nipoti debbano sopportare un peso oltremodo gravoso. Sono richieste che coinvolgono tutte le categorie sociali in misura proporzionale a ciascun reddito. Ma al contempo devono essere individuati quei posti di lavoro che abbiano i requisiti della stabilità: è questo il dovere della politica. In questo contesto, per contribuire alla crescita del Paese, anche il tema delle liberalizzazioni può divenire una opportunità alla quale tutti dobbiamo guardare con attenzione, ma che deve essere affrontato adottando criteri e metodi ben delineati. Sono scelte che devono apparire comprensibili agli italiani e che devono includere percorsi di grande respiro. E’ una riforma alla quale occorre accostarsi, con approccio Un altro tema sul quale l’opinione pubblica viene giornalmente informata è quello della lotta all’evasione. Se, come è a tutti noto, omettere in tutto o in parte di dichiarare al fisco il proprio effettivo reddito, o peggio nasconderlo totalmente è un comportamento illegittimo e purtroppo diffuso, in un periodo come quello attuale di difficoltà economica, deve esserci la consapevolezza del danno che si crea a tutta la comunità nazionale. Perché se ciascuno di noi fa la sua parte, contribuiamo tutti insieme a raggiungere presto e bene quegli obiettivi che ci chiede l’Unione Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 11 link journal 1/2012 anno accademico 2011/2012 Europea. La lotta all’evasione, allora, va inquadrata in questo giusto e corretto ambito e viene assimilata come un dovere civico; assume, allora, il valore di un esempio collettivo di osservanza della legge finalizzata al rilancio dell’economia ed al bene di tutta la cittadinanza. La lotta all'evasione, come la lotta alle grandi criminalità, non può e non deve costituire elemento di divisione tra le forze politiche e sociali, ma deve essere invece un obiettivo primario ed inderogabile al quale ciascuno di noi, in rela- 11 università serie e responsabili. Sono questi i giovani che possono arricchire il pubblico, ma anche il privato, che possono contribuire responsabilmente a valorizzare il nostro Paese. Quello che serve è una selezione basata su criteri meritocratici e la politica deve tendere a questo, creando i presupposti per evitare che la competizione dei meritevoli venga svilita da facili scorciatoie di chi immeritatamente può raggiungere gli stessi risultati. La meritocrazia deve essere l'arma vincente per l'innovazione e la crescita sociale. Nei prossimi mesi saremo chiamati a corrispondere agli impegni assunti dinanzi all'Unione europea ed al mondo. Occorrerà una grande condivisione collettiva per raggiungere il risanamento finanziario e il rilancio del nostro Paese, evitando visioni di corto respiro. Non possono e non devono esserci dubbi nella comunità internazionale sulla volontà di futuro e di progetto dell’Italia e sulla sua capacità di mettere in atto adeguati provvedimenti. Il nostro patrimonio storico, culturale, artistico, intellettuale e scientifico ci impone di rendere fede al nostro grande Paese e di garantire alle nuove generazioni un futuro sostenibile. Siamo chiamati anche a consolidare in voi giovani la consapevolezza di una solida cultura democratica. Dobbiamo tenere nella massima considerazione il vostro giudizio e vi sprono, cari ragazzi, nel ricercare il domani, ad esigere sempre nuove idee. Non temete di esercitare il giusto e misurato spirito critico verso le scelte della politica che devono essere credibili e affidabili. zione alle rispettive funzioni che svolgiamo nella società, è chiamato a dare il giusto contributo. L'obiettivo prioritario di tutte le politiche pubbliche è anche quello di innalzare la qualità della formazione culturale e specialistica delle giovani generazioni. Il capitale umano è infatti un fattore determinante per la crescita, lo sviluppo e la competitività dei sistemi-Paese. Per la politica è un imperativo categorico individuare, ed anche con urgenza, tutte le misure più idonee a fare emergere quei giovani di talento e professionalmente attrezzati devo dire che ce ne sono tanti - attraverso la formazione di Lo stesso Senatore e Presidente Emerito della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, al quale intitolate oggi la vostra biblioteca, nei diversi ruoli svolti nel corso della sua lunga e intensa vita, riuscì sempre a far emergere il suo spirito critico, la sua dialettica e perfino la sua ironia e le sue provocazioni. Questa vostra impostazione dovrà tradursi però sempre più nell'attaccamento diffuso e consapevole alla centralità delle istituzioni rappresentative, e al loro ruolo insostituibile nel processo democratico. Solo le Istituzioni, infatti, sono in grado di assicurare che i cambiamenti nella società globalizzata avvengano in un orizzonte che contempli le insopprimibili e irrinunciabili esigenze di tutela dei diritti della persona. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 12 anno accademico 2011/2012 link journal 1/2012 In questa crisi economica, provocata da eventi esterni al nostro Paese, occorre poi consapevolezza rifuggendo gli atteggiamenti di difesa degli interessi corporativi e delle "rendite di posizione". come pure degli ordinamenti politici e sociali. Ancora più che nel passato, oggi è infatti imprescindibile avere una solida preparazione universitaria per anticipare i sempre più repentini cambiamenti della società. Sarà così assicurata la stabilità ed il rafforzamento di quel bene supremo per la nostra civiltà che é il cuore del principio della democrazia e che solo il buon funzionamento delle assemblee rappresentative, e in primo luogo del Parlamento nazionale, sono in grado di assicurare. Per queste ragioni, ritengo che molto opportunamente e saggiamente avete voluto dedicare la lectio magistralis di quest'anno al tema dell'università di fronte alla sfida del cambiamento globale. Cari studenti, guardate con serenità al ruolo che potranno avere le istituzioni repubblicane per il futuro del nostro Paese. Solo dal loro corretto e soprattutto libero e partecipato funzionamento, potrà derivare anche in futuro la piena legittimazione delle Istituzioni pubbliche presso la nostra cittadinanza. Le vostre opinioni meritano la massima considerazione: saranno le idee della futura classe dirigente. Credete nella cultura e nella buona preparazione. Per questo vi sprono allo studio e all'impegno civile: sono le qualità essenziali per conseguire ogni traguardo di vita. Le università hanno giocato un ruolo decisivo nella storia della cultura occidentale. Questa istituzione fondamentale è nata in Italia e ha sempre avuto l’ideale di insegnare agli studenti non solo dottrine e saperi, ma anche il modo con cui quelle conoscenze sono state acquisite e progrediscono. Un ponte tra scuola e vita. Un compito centrale di illuminismo per l’uomo, nella intricata foresta della vita; un sistema di idee vive, che ogni epoca deve possedere e insegnare. Oggi le sedi di produzione dove si creano, si scambiano e si trasmettono i saperi sono molteplici. Le università, pertanto, devono essere più attente alle realtà in evoluzione immergendosi nelle componenti sociali e civili e nelle esperienze di vita. Oggi c'è necessità di maggiore duttilità ed elasticità delle Istituzioni di formazione per governare nuovi modelli e anticipare progetti. Il futuro potrà esservi amico se sarà solido, se sarà credibile ma anche se torneranno a imperare quei valori come l'equità e la solidarietà che troppo spesso vengono oggi accantonati. Cari giovani, non fatevi mai prendere dallo sconforto; raggiungere certi obiettivi è un vostro diritto, ma è vostro dovere conquistarli, giorno dopo giorno, spesso con fatica e spirito di sacrificio. Non esistono successi facili, esistono mete da raggiungere e raggiungibili solo con impegno e grande volontà di riuscire. E non mi riferisco ad obiettivi necessariamente ambiziosi; ciascuno può scegliere quello che è più confacente alle proprie idee, alle proprie possibilità, alle proprie inclinazioni. Ma, scelta la via da seguire, va percorsa fino in fondo, con tenacia, determinazione, voglia di superare piccoli e grandi ostacoli, anche quelli che possono apparire insormontabili. Continueremo a dialogare insieme, allargheremo i nostri orizzonti, riusciremo a creare nuove prospettive. La politica è e deve essere sempre al vostro servizio. Il sistema degli atenei deve essere aperto alla piena attualità, operando immerso nel dinamismo della vita. Se cultura e professioni rimanessero isolate – con alterigia e presunzione – senza contatto con l’incessante fermento, il sapere diverrebbe anchilosato. Se non riuscirà ad esserlo, avrà fallito nel suo principale scopo, e cioè quello di essere sensibile alle volontà ed istanze di cambiamento della società da parte della sua nuova classe dirigente, di cui voi sarete i rappresentanti. La classe dirigente moderna deve avere capacità di prevedere, per quanto possibile, l'evoluzione dei mercati globali Vi formulo, infine, con sincera vicinanza, i miei più calorosi auguri per l'anno accademico che si apre. Dichiaro aperto l'anno accademico 2011/2012 www.smassociati.it 12 Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 13 Preparing leaders deers for for an eevolving volving world w Orientamento Orien ntameento richiedi ri chiedi un col colloquio: lloquio: orien [email protected] ntamento@u unilink.it www.smassociati.it 800226633 www.universitychoice.net Via Nomentana, 335 00162 Roma Tel. +39 06 40400201 Fax +39 06 40400248 email: [email protected] www.unilink.it Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 14 editoriale editoriale link journal 1/2012 Link Campus: la conoscenza, il mondo U n treno affollato, una valigia di cartone legata, abbracci, lacrime, un’infinita tristezza. Abbiamo rivisto tante volte le scene della nostra emigrazione. Per vivere, riuscire a mangiare, si andava altrove. Lontano. Si cambiava spesso continente, sempre abitudini e cultura. Nel pieno di una crisi acuta che fa perdere posti di lavoro e reddito, che fa vacillare le certezze materiali e immateriali che ci siamo costruiti in tanti anni, potremmo riprendere il treno? Oggi in Italia mangiamo tutti, di solito molto più di un pasto al giorno. E i vestiti, una casa, magari modesta, non mancano. Ma la speranza di futuro un po’ si: opportunità di lavoro qualificato, soddisfazioni professionali, riconoscimento del merito, possibilità di migliorare la propria condizione, queste le aspirazioni spesso frustrate. E allora molti giovani, soprattutto se hanno studiato ‘bene’ e vogliono continuare a farlo o intendono mettere a frutto la loro fatica accademica, sono tentati di andare a realizzare la loro speranza altrove, all’estero. Noi, che siamo sempre stati una Università internazionale, proprio in queste settimane siamo divenuti a tutti gli effetti una Università italiana, dopo averlo fortemente voluto ed esserci a lungo battuti per questo riconoscimento. Siamo impazziti? Che senso ha? Beh, intanto non smettiamo certo di essere una Università internazionale!... Ma non voglio limitarmi a questa risposta. Non si tratta di mantenere i piedi in due staffe o di utilizzare ‘due forni’ per cuocere il nostro pane. Voglio dire qualcosa di più, perché c’è di più, c’è che Link Campus University scommette sull’Italia. Nessun ridicolo sciovinismo, ma alcune ragioni: innanzitutto, questo è un Paese con radici profonde e risorse umane capaci da sempre di risollevarlo da qualsiasi momento di crisi. E’ sempre stato tra i protagonisti della Storia. E’ un Paese ad identità forte, che trasmette ai suoi prodotti e che usa per attrarre. Generiamo seduzione. Non sarà sempre con la stessa intensità, ma nessuno è perfetto; poi, nel pieno di una omogeneizzazione delle economie, della globalizzazione dei mercati, esiste un ‘altrove’? Voglio dire che in questo mondo non tutti hanno il ‘giardino’ sotto casa, ma tutti, proprio tutti, hanno tracciati, sentieri, strade che possono raggiungerlo. Perché non incamminarci da casa nostra? Fuori di metafora, se l’Occidente ha destini intrecciati, interdipendenti, come le borse e i mercati ci ricordano ogni giorno, cosa cambia ad affrontare gli ostacoli per lo sviluppo qui da noi, con il vantaggio di usare strumenti, risorse, potenzialità che conosciamo bene? Hic rhodus, hic salta… senza troppe delocalizzazioni; ancora, non ‘emigrare’ non vuol dire stare fermi. L’esperienza del viaggio, dello scambio, dell’esperienza ‘lontano da casa’ è vitale per qualsiasi curriculum e Link Campus l’incoraggia, l’aiuta. Ma a noi piace Marco Polo. Anni di viaggio non lo hanno reso meno italiano e hanno portato grandi vantaggi all’economia veneziana. Non è diventato un ‘professionista’ cinese! Scommettere sull’Italia (e cercare di vincere la scommessa…) certo non è una passeggiata. C’è da fare molto lavoro per qualificare sempre di più le risorse umane di questo Paese, per tradurre in fatti le potenzialità. Se avrete la pazienza di dare uno sguardo alla tabella pubblicata, vi renderete conto di quanta strada ci sia da fare. Vanna Fadini, Presidente della Società di Gestione della Link Campus University Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 15 link journal 1/2012 editoriale Noi come Università formiamo laureati, classi dirigenti, ma questi sono i dati di partenza: la classe dirigente italiana rappresenta appena il 2% del numero totale degli occupati (450.311 su 22.422.017); le donne rappresentano solo il 20,1%, ad eccezione della dirigenza pubblica, dove la quota percentuale sale al 32,5%; i dirigenti ‘giovani’, quelli cioè con un’età inferiore ai 45 anni, rappresentano appena il 37,8%; dulcis in fundo (si fa per dire…) sul fronte del titolo di studio, soltanto il 36% di coloro che sono quotidianamente chiamati ad assumere decisioni, dirigere, coordinare lo sviluppo del Paese è laureato! Certo, la percentuale di titolari di laurea o titolo di studio più elevato sfiora il 75% nell’alta dirigenza pubblica (anche perché solo la laurea da accesso a concorsi); ma essa non raggiunge neanche il 15% tra gli imprenditori e gli amministratori di grandi aziende. Quindi, in sintesi: poche donne, età media avanzata e qualificazione formativa non eccellente. Rispetto al resto d’Europa un forte gap da colmare. Però anche una grande opportunità da cogliere per 15 gli studenti della Link, perché questi dati vogliono dire che il ‘mercato’ non manca. E’ forte, cioè, la domanda di nuovi laureati, di alta formazione, di classi dirigenti, e proprio qui in Italia! Mi permetto una considerazione finale. La crisi che attraversiamo non credo potrà essere superata senza che si tenga in maggiore conto le esigenze dei più deboli o di coloro che sono in maggiore difficoltà di sviluppo. Una diversa distribuzione della ricchezza, maggiore rispetto per le risorse naturali, più sobrietà nei comportamenti sono condizioni di un futuro sostenibile e di una riduzione dei conflitti. L’etica, in questa epoca, ha un valore sempre maggiore, anche economico. Sarebbe stupido non capire il valore che essere il centro di una delle grandi religioni monoteiste porta al contributo italiano per lo sviluppo. Un valore accresciuto anche da decenni di battaglie politiche, sindacali, popolari per la giustizia e la solidarietà, che invece di essere occasione di divisione dovrebbero sempre più divenire motivo di orgoglio. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 16 Das Auto. Nuova Volkswagen up! è la citycar compatta innovativa in ogni dettaglio. Scopri tutte le novità di up! in anteprima: una vettura a quattro posti davvero carismatica, una piccola automobile dal grande potenziale. VISITACI SU TWITTER! VISITACI SU FACEBOOK! Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 17 indice Link Journal - Periodico di informazione della Link Campus University - Direttore responsabile: Antonio Suraci Comitato di redazione: Vanna Fadini, Marco Emanuele, Gerardo Lo Russo, Tommaso Mattei, Massimo Pistone, Maurizio Zandri - Segreteria di redazione: Titti Nicolellis - Grafica e impaginazione: Link Campus - Periodico a diffusione gratuita n.0/12 in attesa di autorizzazione - Tipografia: Empograph, Villa Adriana, Roma link journal 17 59 Dialogo globale: definire i canoni della convivenza Marco Emanuele 61 Verso un progetto per la globalizzazione Pasquale Russo 63 Rio+20: una porta aperta Gennaro Migliore incontri 70 Incontro tra i Rettori delle Università del Mediterraneo Inaugurazione Anno Accademico 2011/2012 1 Saluto del Prof. Vincenzo Scotti Presidente Link Campus University 5 Prolusione Prof. Adriano Di Maio Già Rettore del Politecnico di Milano 8 Saluto del Prof. Joseph Mifsud Presidente EMUNI Perché Link Campus 31 Un nuovo umanesimo per la futura città interetnica 73 iTest your University Choice Stefania Lazzari Celli 74 I corsi Link Campus economia e diritto 75 I Master Link Campus 33 Aprire i mercati libri e rafforzare la concorrenza 76 Le pubblicazioni Eurilink Piergiorgio Valente 34 Non solo profitto Giuseppe Perrone 35 La sostenibilità dei debiti sovrani Luigi Paganetto Una riflessione sul mondo di domani sicurezza e intelligence 8 Saluto del Prof. Nabil Ayad Direttore Diplomatic Academy of London 9 Intervento del Sen. Renato Schifani Presidente del Senato 37 Redes criminales Garay Salamanca Salcedo Albaran diritti umani editoriale 14 Siamo una università italiana Vanna Fadini italia 40 Il dilemma del prigioniero innocente Gianni Ricci Focus 19 Sviluppo, da dove ripartire Claudio Roveda 20 Immigrazione e (s)fiducia nella politica Anna Maria Cossiga europa ‘Il paradosso della globalizzazione’ 44 Il paradosso della globalizzazione Dani Rodrik 22 Riflessioni sul Trattato di Lisbona Vincenzo Scotti 24 Europa a rischio di cortocircuito Antonio Maria Rinaldi 27 Rivedere le regole e i sistemi di vigilanza A. Vento / G.C. Vecchio internazionale 47 Verso una diplomazia partecipativa Giandomenico Magliano 49 Le deboli democrazie alla ricerca di un nuovo modello di Stato Antonio Suraci 51 Il risveglio della libertà Maurizio Zandri 28 L’importanza della memoria Andrea Villa 54 Abbandoniamo il sogno dell’iperbole Claudio Patalano 30 Il millennio urbano dei popoli africani Osservatorio Africa 56 Il Web: agorà virtuale per il confronto e la partecipazione democratica Roberto Lippi Abbiamo voluto dedicare questo secondo numero del Link Journal ai problemi sollevati dalla globalizzazione. Si ritiene che i processi di mondializzazione siano tutti forieri di un benessere finalizzato alla pace nel mondo e all’affermazione dei valori universali. L’enfasi posta ai processi di globalizzazione, purtroppo, non trova nei fatti quel riscontro etico la cui mancanza da più parti si lamenta. Il processo, che potremmo definire di iper-capitalismo, è caratterizzato essenzialmente da fattori economico-finanziari, ovvero da rapporti spesso di dipendenza conflittuale tra i mercati. Il forte impatto economico, a discapito dello sviluppo armonico tra le diverse aree del mondo, apre però, nel contempo, la possibilità, grazie alle nuove tecnologie globali, di realizzare relazioni nuove tra i popoli, tra le religioni e, quindi, tra le culture. Questo è l’aspetto da cogliere e da coltivare con ferma determinazione per allontanare il rischio, causa la debolezza degli Stati, di una conflittualità permanente. Foto di copertina gentilmente concessa da Sheila McKinnon - www. sheilamckinnon.com Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.40 Pagina 18 Master in Cooperazione allo Sviluppo Anno Accademico 2011 / 2012 in collaborazione con e la partecipazione di La Link Campus University in collaborazione con Emuni, rete delle Università Europee e Mediterranee, SudgestAid e con la partecipazione di FormezPA organizza per l’anno accademico in corso due Master di secondo livello dedicati rispettivamente: h alla Cooperazione internazionale e all’economia dello sviluppo, soprattutto rivolto alle problematiche delle aree mediterranee e di quelle di crisi e post-conflitto; h alla Cooperazione internazionale e ai processi di partnership economica e commerciale, con particolare attenzione all’area LatinoAmericana. INFO [email protected] [email protected] I Master, indirizzati a laureati magistrali e/o vecchio ordinamento, sono finalizzati alla formazione di esperti in materia di economia dello sviluppo e di cooperazione internazionale. Il profilo professionale in uscita è volto a rispondere alle crescenti esigenze di figure specialistiche operanti a livello comunitario ed internazionale, in istituzioni pubbliche e private, organismi internazionali, NGO, in materia di programmazione, attuazione e valutazione delle politiche di sviluppo. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 19 link journal 1/2012 italia 19 Sviluppo: da dove ripartire N in modo diffuso i processi di crisi aziendale, che hanno portato molte aziende, soprattutto di piccole e micro dimensioni, ad uscire dal mercato, con gravi ripercussioni negative sul piano dell’occupazione e del reddito. Appare quindi necessario modificare la struttura dell’economia e della società italiana secondo queste direttrici di fondo: • mantenere, all’interno del sistema produttivo nazionale, il ruolo strategico del manufacturing in quanto motore della dinamica, se non della stessa esistenza, degli altri settori, Se si guarda al di là dell’attuale situazione di crisi economica dall’agricoltura ai servizi; fondare la capacità di offerta e la competitività di e finanziaria e al futuro a medio-lungo termine, non si può • non condividere l’ipotesi che l’Italia deve svilupparsi e strut- tutti i settori produttivi, sulla innovazione knowledge based, in particolare quella tecnico-scientifica; turarsi come una effettiva Società della Conoscenza. • assicurare, attraverso l’attività di ricerca, una Anche se sono possibili diverse declinazioni “produzione” di conoscenze avanzate, rispondel concetto di Società della Conoscenza, nonSviluppo denti sia alle esigenze di sviluppo del sistema dimeno sono assunti alcuni aspetti strutturali produttivo nella logica di sostenibilità sia alle sui quali si fonda una tale Società: essa si caaspettative di qualità della vita dei cittadini, sia ratterizza per il fatto che tutti i processi ecoL’implementazione alla soluzione delle grandi problematiche sonomici e sociali fanno un uso estensivo e di un nuovo modello ciali (in particolare nei campi della salute, della approfondito di conoscenze avanzate (in pardi Società appare sicurezza, dell’ambiente); ticolare quelle di tipo tecnico-scientifico) ed irrinunciabile • accrescere la dotazione di capitale esiste una diffusa propensione di tutte le comumano qualificato, in grado sia di contribuire ponenti sociali alla generazione e all’utilizzo di se si vuole evitare tali conoscenze. la marginalizzazione. alla generazione di conoscenze avanzate sia all’utilizzo intelligente e consapevole delle soL’implementazione in Italia di tale modello di luzioni applicative realizzate a partire da tali coSocietà appare irrinunciabile se si vuole evitare noscenze, in tutti i processi economici e sociali. la marginalizzazione dell’economia nazionale nel contesto competitivo globalizzato, in cui i modelli pro- Assunti questi elementi strutturali fondamentali della Società duttivi ‘tradizionali’, basati sull’efficienza delle operations e sul- della Conoscenza che si intende costruire in Italia, è possibile l’innovazione incrementale, non risultano più sostenibili a delineare le strategie di azione che i diversi stakeholder della ecofronte della concorrenza dei Paesi di nuova industrializza- nomia e della società nazionale, in primo luogo a livello di gozione, che dispongono di non imitabili differenziali positivi verno pubblico, sono chiamati a elaborare e implementare. Tali azioni devono svilupparsi prioritariamente per: nei costi del lavoro e delle materie prime. • promuovere e sostenere lo sviluppo nelle imprese di Perseguendo con tali modelli di business, si estenderebbero un modello strategico di business, fondato sull’innovazione, el tentativo di contribuire a dare una risposta a questo interrogativo fondamentale per il futuro del nostro Paese, non si intende entrare nella analisi e nella valutazione delle misure che il nuovo Governo nazionale intende proporre all’approvazione del Parlamento e soprattutto nel dibattito circa l’opportunità di una strategia di pareggio di bilancio alla luce di una (adeguata) politica monetaria a scala di Governo della Unione Europea. Claudio Roveda , Link Campus University Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 20 20 italia in primo luogo tecnologica, quale leva di competitività nell’ottica della sostenibilità e dell’internazionalizzazione; • indirizzare e sostenere l’attività di ricerca scientifica, coerentemente con gli attuali modelli di innovazione tecnologica, e soprattutto l’utilizzo delle nuove conoscenze così generate a scopi applicativi nella molteplicità delle strutture e dei processi economici e sociali; • affrontare, attraverso la ricerca e l’innovazione, le grandi problematiche sociali, da quelle connesse all’invecchamento della popolazione a quelle della sicurezza a livello individuale e sociale; • ridefinire la struttura e le modalità operative del si- link journal 1/2012 stema dell’istruzione e della formazione a tutti i livelli, da quello primario a quello post-laurea, in modo da fornire le tipologie di conoscenze e di competenze richieste dalla Società della Conoscenza, riassumibili in termini di multidisciplinarietà, di orientamento alle metodologie e al problem solving, di integrazione fra processi di apprendimento ‘teorico’ e di applicazione in contesti ‘reali’. Preme sottolineare come la definizione e l’attuazione di queste linee di azione richiedano l’assistenza di una visione sul futuro a medio-lungo termine della società italiana, che sia condivisa da tutti i suoi stakeholder e ne indirizzi la formulazione di strategie e l’operatività. Immigrazione e (s)fiducia nella politica I l secolo appena iniziato sarà il secolo dello straniero per eccellenza. Ma chi è lo straniero? Il turista che visita il nostro Paese? Il migrante costretto a lasciare la propria patria a causa della povertà e delle guerre? O il malvivente in cerca di un luogo dove sia più facile delinquere e dove l’eventuale punizione sia meno dura che a casa sua? Il turista è certo straniero ma, a parte forse qualche inconveniente di viabilità nei nostri centri storici, non costituisce un problema quanto una risorsa. Gli immigrati invece, spesso identificati tout court con i delinquenti, un problema lo sono eccome. Lo sono soprattutto in quanto ‘diversi’ per il colore della pelle, la lingua, i costumi, i valori. Tutto ciò che li riguarda ci è estraneo ed è dunque, in qualche modo, pericoloso. L’antropologo Claude Lévi Strauss affermava che Anna Maria Cossiga, Link Campus University “l’atteggiamento più antico […] consiste nel ripudiare puramente e semplicemente le forme culturali – morali, religiose, sociali, estetiche – che sono più lontane da quelle con cui ci identifichiamo. Dire “Abitudini di selvaggi”, o “da noi non si fa così”, sono altrettanti reazioni grossolane che esprimono (…) la stessa repulsione di fronte a modi di vivere, di pensare o di credere che ci sono estranei”. Forse per questo, come sosteneva Rousseau, la civiltà è stata fondata da chi ha costruito il primo recinto. E non per raggruppare il bestiame, bensì per separare il proprio terreno da quello dell’altro, lo ‘straniero’, il possibile ‘nemico’. Eppure, come sostiene Jean Danielou, storico e teologo francese, il passo decisivo l’umanità lo ha fatto quando “lo straniero da nemico è divenuto ospite”. Sono questi i due atteggiamenti cui la politica, l’Arte di go- Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 21 link journal 1/2012 italia vernare la società, si trova innanzi nell’affrontare il problema degli immigrati: accoglienza dell’ospite o difesa dal nemico? Dal 1986, anno in cui l’immigrazione ha cominciato ad essere ‘un problema’ in Italia, i nostri governi hanno emanato leggi ed emendamenti per regolare il flusso degli stranieri nel nostro Paese, cercando di coniugare i diritti umani da una parte, e la sicurezza dei propri cittadini dall’altra. La soluzione, tuttavia, non solo non è facile, ma deve rispondere, come sempre accade in politica, al sentire degli elettori. Qualunque decisione si prenda accontenterà qualcuno ma, inevitabilmente, scontenterà qualcun altro e la fiducia o la sfiducia nella politica, in tema di regolamentazione dello status degli immigrati, aumenterà o diminuirà in base all’orientamento dei governi. 21 Lega è pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze''; l’ex sottosegretario Giovanardi lamenta che “il Presidente Napolitano avrebbe fatto bene a stare zitto”, e l’ex ministro La Russa sostiene che “faremmo partorire qui le donne di tutta l’Africa, se bastasse nascere in Italia per avere la cittadinanza”. Forse ha ragione l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Antonio Guterres, quando afferma che “politici populisti ed esponenti irresponsabili dei media sfruttano timore e insicurezza per additare gli stranieri come capro espiatorio, per cercare di imporre l'adozione di politiche restrittive e per diffondere sentimenti razzisti e xenofobi”. Intanto, un campo rom piemontese viene dato alle fiamme perché, mentendo, una gioIn democrazia, però, la politica e i partiti hanno Immigrazione vane torinese ha accusato due zingari di averla il compito, come ricorda Gustavo Zagrebelsky, stuprata. di raccogliere le istanze sociali e trasformarle in proposte politiche. E ne hanno un altro, alIn democrazia Forse il nuovo governo, che della politica ha trettanto importante: quello di tenere unita la la politica ha preso il posto per risolvere la nostra crisi ecosocietà. A questo dovrebbe guardare la politica, il compito nomica, potrà fare qualcosa in materia di impiù che ai risultati elettorali. La società, oggi, è migrazione. Il Ministro Riccardi commenta costituita anche da quei milioni di lavoratori di raccogliere positivamente le parole del Presidente Napostranieri che giungono in Italia in cerca di una le istanze sociali litano e sottolinea che “l’Italia ha bisogno di una vita migliore e che sono una risorsa quanto i e trasformarle visione strategica, di cui l'integrazione degli immigrati turisti che affollano le nostre strade. Anzi, sono in proposte. è un capitolo importante”. Si affretta però ad aguna risorsa ben maggiore, perché molti di loro giungere: “Non credo che sarà il Governo Monti a sono nati qui, parlano perfettamente la nostra fare una legge sulla cittadinanza”. lingua, studiano nelle nostre scuole e nelle nostre università. Insieme ai nostri figli, saranno gli italiani di do- Ma, signor Ministro, se non ora, quando? E il Presidente Napolitano, il Governo Monti e Lei che cosa ci darete: una magmani. giore (s)fiducia nella politica? Da non poche parti, tuttavia, l’immigrato è ancora visto come il nemico da cui difendersi, l’irregolare che viene in Italia non per lavorare e per migliorare le sue prospettive di vita (anche noi italiani lo facevamo, un tempo), ma per delinquere. Così nasce il reato di immigrazione clandestina, che prevede un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro per lo straniero che entra illegalmente nel territorio dello Stato; e che probabilmente non possiede nulla, perché tutto ciò che aveva lo ha speso per affrontare il ‘viaggio della speranza’. Eppure qualche spiraglio di speranza in questa complicata ma- 1Carmine Di Sante, Lo straniero nella Bibbia. Saggio sull’ospitalità, teria ci arriva in questi giorni dal Presidente della Repubblica. Città Aperta Edizioni, 2002, p.11. 2 “E’ un'assurdità e una follia che dei bambini nati in Italia non diventino Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale 2, Il Saggiatore, Miitaliani”- ha dichiarato. “Non viene riconosciuto loro un diritto fon- lano 1990, pp. 371-372. 3 Jean Danielou, Pour un théologie de l’hospitalité, in VS 85 (1951), damentale”. Purtroppo, è ancora la politica a gettare legna sul fuoco, anziché mediare. L’onorevole Calderoli avverte che “la p.340. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 22 22 europa link journal 1/2012 Riflessioni sul Trattato di Lisbona L ’attuale crisi internazionale rappresenta, con tutta evidenza, una cartina di tornasole delle debolezze europee, occidentali in generale, nell’affrontare le difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti. La crisi, generata dai ‘miti’ - rivelatisi estremamente negativi - di un mercato in grado di auto-riformarsi e di una finanza fondata su processi e su strumenti completamente distaccati dall’economia reale, ha colto di sorpresa l’occidente, pur avendo origini chiare negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti e l’Europa stanno reagendo con grande lentezza alla crisi, in termini di comprensione del fenomeno e dell’adozione di strumenti per l’aggiustamento delle finanze pubbliche e per la crescita e lo sviluppo. Ciò, a ben guardare, rischia di incrementare il fossato fra l’occidente e il resto del mondo, lasciando la nostra parte del mondo in balìa del mare periglioso di una globalizzazione non governata politicamente, nel cambiamento radicale degli equilibri di forza globali. La tappa del trattato di Lisbona ha certamente rappresentato uno spartiacque fra la ‘vecchia’ Europa ed un approccio adatto, si dice, a reggere la globalizzazione, i processi del cambiamento globale che hanno cambiato e stanno cambiando profondamente il mondo. È veramente così ? Queste mie riflessioni ‘critiche’ partono dall’attualità e, in particolare, da due elementi: - l’affermarsi sulla scena del mondo di nuovi player globali; - le difficoltà del “sistema Europa”. L’Europa, a ben guardare, sembra aver smarrito la ‘passione’ degli inizi, di quando i ‘fondatori’ diedero il via al grande progetto europeo per un mondo di pace. Se è vero, come è vero, che l’Europa ha rappresentato una concreta speranza per la pace (pur avendo avuto al suo interno pericolosi focolai di violenza e di conflitto, come i Balcani, non Vincenzo Scotti - Presidente Link Campus University ancora del tutto spenti) essa sta mostrando limiti evidenti che, sempre più, vengono sottolineati dal fatto che l’Europa fatica ad affermarsi come ‘soggetto globale’ apparendo come la sommatoria di sovranità statuali e non invece come una realtà davvero federale in grado di esprimere la propria voce e di contribuire a decidere - a livello globale - negli ambiti politici, diplomatici, economici, finanziari. L’Europa appare piuttosto come un ‘problema’ agli occhi di un mondo che non aspetta le nostre lentezze ma che, al contrario, cavalca la crisi con decisione e con tassi di crescita che, pur nelle difficoltà, sono decisamente importanti. L’Europa resta appesa al suo passato, incapace di decidere e prigioniera del suo stesso allargamento, di fatto ingovernabile. L’Europa, per scelta strategica, ha cercato negli ultimi decenni un allargamento a nord e ad est ma, con grande miopia, ha trascurato il Mediterraneo, lasciando per troppo tempo il mare nostrum in balìa di regimi oppressivi con i quali non si sono fatti i conti politicamente e che, alla prova della storia, hanno mostrato le loro contraddizioni sotto la forte richiesta di giustizia e di libertà da parte delle popolazioni, mietendo violenze e provocando vittime come si vede ancora oggi nella evoluzione di ‘situazioni paese’ particolarmente delicate. Prima il partenariato euro-mediterraneo siglato a Barcellona e poi l’Unione per il Mediterraneo non sono stati in grado di configurare il senso strategico di un rapporto necessario fra Europa e Mediterraneo. Un elemento secondo me fondamentale per costruire una solida ed efficace partnership euro-mediterranea è quello della formazione: la nostra Università, insieme ad EMUNI (l’Università euro-mediterranea), ha colto tale sfida e, da tempo, lavora per costruire un network di alto livello fra Atenei; ciò non solo dal punto di vista dell’offerta formativa e Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 23 link journal 1/2012 dello scambio di studenti e docenti ma, soprattutto, come occasione e possibilità di incontro, di confronto e di dialogo fra differenti tradizioni culturali e religiose. Tale lavoro, altresì, diventa importante per permettere uno sviluppo equilibrato dell’area euro-mediterranea, offrendo possibilità di sviluppo e di occupazione soprattutto per le giovani generazioni che, legittimamente, chiedono concrete speranze di futuro. Intorno alla costruzione euro-mediterranea che, lo ricordo, è la chiave di volta per la pace globale, si fa molta retorica anziché allargare lo sguardo ed assumere decisioni politiche; si pensi alla Turchia, gigantesco ponte fra Oriente e Occidente e Paese centrale in molte realtà del mondo arabo, che sta mettendo in discussione l’ “elefante” europeo fin dal suo significato strategico; quale Europa dobbiamo pensare e realizzare nel cambiamento globale ? Oltre alla ‘mission’ euro-mediterranea, l’Europa sta perdendo terreno nei confronti di aree del mondo fortemente proiettate in avanti e portatrici di grandi potenzialità non solo economiche e finanziarie ma anche culturali e politiche. Penso in particolare al continente latino-americano che, dopo un periodo storico particolarmente difficile, è ormai emerso nella sua realtà complessiva e nelle realtà di paesi che, come il Brasile, sono all’avanguardia globale per sviluppo e per lotta alla povertà (e non solo). Paradossi della storia: alcune analisi ci dicono che, in termini d’integrazione continentale, l’America Latina guarda al modello europeo ma con una diversa spinta propulsiva, con la voglia di superare una crisi certamente globale, costruendo – non senza problemi – le condizioni per vivere il mondo che verrà nel presente planetario. L’Europa, invece, sembra gongolarsi su ciò che è stata, inevitabilmente perdendo smalto e posizioni nella competizione globale e nel veloce cambiamento dei rapporti di forza planetari. Evito, per sintesi necessaria, di guardare alle altre parti del mondo in forte crescita ma, ancora una volta, sottolineo l’importanza strategica di Mediterraneo e America Latina, nostri ambiti di interesse particolare come Università. Per concludere torno all’Europa e, con realismo, sottolineo alcune carenze che investono il “vecchio” (in tutti i sensi) europa continente. L’Europa non riesce a decidere; il metodo di governance intergovernativo mostra tutti i limiti di una ‘costruzione’ che non ha anima politica e che vive prigioniera dei rapporti di forza dei diversi paesi. Le Istituzioni europee sono in un rapporto sbilanciato fra di loro; quale è, infatti, l’incidenza effettiva del Parlamento europeo che, in quanto organo eletto, dovrebbe rappresentare le istanze dei popoli europei. L’euro è una moneta unica che non è accompagnata da un sistema europeo organizzato in un fisco comune, in politiche economiche ed industriali comuni, da una Banca Centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. Non sono un euro-scettico, tutt’altro, e credo che i ‘rigurgiti’ nazionalistici esprimano posizioni anti-storiche; mentre guardo con attenzione alle motivazioni di quanti chiedono condizioni di vita ‘degne’, pur considerando la “piazza” spesse volte una cattiva consigliera, credo che nel mondo ci sia bisogno di più Europa, ma di un’Europa diversa, politica, attenta alle dinamiche planetarie. Di un’Europa che ricominci a “sognare”, che esca dalle secche burocratiche nelle quali si trova, per determinare essa stessa cambiamento anziché, come accade in questi mesi, subendolo. 23 Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 24 24 europa link journal 1/2012 L a grande sbornia europea è passata e dopo dieci anni di convivenza con la moneta unica, da qualche mese stiamo assistendo al suo lato ‘oscuro’, il rovescio della medaglia, quello che non avevamo ancora capito, o più realisticamente quello che sarebbe un giorno inevitabilmente accaduto. Sono sempre stato un europeista convinto sin dalla prima ora, uno di quelli che ha sempre creduto come il grande progetto d’integrazione fosse l’unica via percorribile, però devo dire con la stessa sincerità che sono estremamente deluso per come poi sono andate le cose. Perché, vedete, la moneta unica è da considerarsi in ogni caso un’idea meravigliosa, geniale, coraggiosa, ma che è stata gestita nel peggiore dei modi possibile nella sua costruzione e nella sua conduzione, per non parlare poi di come noi italiani vi abbiamo aderito. Peggio di così non sarebbe stato possibile! Ormai si può apertamente dire: al momento dell’adesione al Trattato di Maastricht abbiamo accettato tutte le imposizioni franco-tedesche, ed in particolare sottolineo le tedesche, in modo supino, senza possibilità di negoziazione, legando il nostro Paese mani e piedi a regole ed a meccanismi rivelatesi capestro. Ci siamo completamente affidati al modello economico tedesco, teso esclusivamente al contenimento dell’inflazione ed all’espansione della base monetaria, senza tenere assolutamente conto delle esigenze insite del nostro sistema paese. Il Trattato di Maastricht è la certificazione di tutto questo. L’euro allo stato dei fatti è risultato essere più uno strumento di laboratorio, concepito in qualche stanza della Bundesbank, una sorta di prodotto transgenico, geneticamente modificato, ideale per fungere da volano a pure operazioni finanziarie e favorire aggregazioni societarie, che come mezzo a supporto dell’economia reale ed alle effettive esigenze di 330 milioni di cittadini europei. Ci siamo anche accorti troppo tardi che la moneta unica doveva essere il complemento finale ad una effettiva integrazione e non il mezzo per poterla raggiungere. Un po’ come quando si mette la ciliegina sulla torta, si mette sempre alla fine. A più di vent’anni dal progetto di aggregazione monetaria ancora non c’e nulla di integrato in quest’Europa. Sistemi fiscali, amministrativi, giudiziari e soprattutto politici ancora troppo distanti, legati solamente da una moneta che chiamiamo Euro, ma che in effetti è il marco a tutti gli effetti e governato come se lo fosse. L’impianto del Trattato di MaaAntonio Maria Rinaldi, Link Campus University Europa a rischio cortocircuito L’impianto del Trattato di Maastricht, ed in particolare i primi due articoli, ‘condannano’ le economie dei Paesi meno virtuosi, a rincorrere numeri storicamente non favorevoli. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 25 link journal 1/2012 europa 25 blico/Pil è molto vicino al 60%, per l’esattezza al 63%, ma se aggiungiamo anche il debito detenuto dalle imprese pari al 96% del Pil e a quello delle famiglie pari al 74%, questo rapporto aggregato sale ad un più realistico 233%! Continuando in questo esercizio di riclassificazione, ci accorgiamo che l’Irlanda conquista il primo posto assoluto con un drammatico 316% (96%+133%+87%), eppure sempre per Maastricht il suo rapporto debito pubblico/Pil pari al 96%, nudo e crudo, non preoccupa più di tanto come invece quello italiano o greco. Ed ancora la Germania sfora il 190%, sommando 83% + 47% + 60%, l’Italia arriverebbe al 221% con 118,6%+71%+32%, scendendo, dal secondo posto attuale, al settimo. La Francia al 184% sommando 82% + 52% + 50%. (Dati elaborati da Standard & Poor’s). stricht, ed in particolare i primi due articoli, ‘condannano’ le economie dei Paesi meno virtuosi, ed in primis il nostro, a rincorrere numeri storicamente non favorevoli. Tutta l’architettura per la nascita della nuova moneta e per il suo mantenimento si basa solo ed unicamente sui parametri che scaturiscono da due valori: il debito pubblico ed il Pil. Ormai da molto tempo il Pil non è più considerato un indicatore corretto per determinare la capacità, la forza di una nazione e le Università di mezzo mondo si sono cimentate in studi per definire un indicatore più realistico che tenga conto di elementi più vicini alla situazione economica di un Paese. Per il debito pubblico il discorso è molto più complesso. Per prima cosa, la parola debito per Maastricht e successivo Patto di Stabilità e Crescita, significa solo ed esclusivamente la somma dei deficit pubblici accumulati, ma non la situazione debitoria aggregata e reale di ciascun Paese. Cosa vuol dire? Vuol dire semplicemente che per i tecnici di Maastricht una nazione come l’Olanda è da considerare un Paese fra i più virtuosi, visto che il famoso rapporto debito pub- Però il problema unico per Maastricht risiede solo ed unicamente nell’entità dei debiti pubblici, come se i debiti detenuti dalle imprese e dalle famiglie non fossero un altrettanto enorme problema, visto che gravano essenzialmente sul sistema bancario, il quale abbiamo visto poi essere sempre assistito prontamente con rapidi e generosissimi, e a volte silenziosi, aiuti statali. I tecnici di Bruxelles-Francoforte non ci hanno pensato a questa più ovvia, equa e realistica visione o ha fatto comodo a qualcuno questa dimenticanza? Ma soprattutto è possibile che nessuno dei nostri tanti rappresentati-negoziatori, che si sono avvicendati ai tavoli delle trattative, si sia mai rovinato i pugni sul tavolo per farlo presente agli altri ‘distratti’ partners? L’attuale Patto di Stabilità e Crescita è rispettato solamente dal Lussemburgo, Finlandia e dalla new entry Estonia, e dai paesi ancora non euro dotati come Danimarca e Svezia, che mi risultano non essere mai stati troppo euroforici. E’ sulle caratteristiche di questi Paesi che abbiamo costruito l’intera unità monetaria? Altro elemento incomprensibile del Trattato stesso risiede nel fatto che ognuno deve gestire in proprio il debito pubblico, ma con politiche monetarie dettate esclusivamente e solo dalla B.C.E. Ora visto che il Trattato individua (secondo articolo) nel 60% il Maastricht Il Pil non è più considerato un indicatore corretto per determinare la capacità, la forza di una nazione Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 26 26 limite massimo tollerabile del rapporto debito pubblico/Pil, sarebbe stato più logico, più credibile, che i titoli rappresentativi il debito pubblico di ciascuna nazione, fino al concorso per l’appunto del 60% in relazione al proprio Pil, fossero stati solidali, cioè garantiti da tutti i Paesi membri. Una sorta di Eurobond iniziale, titoli con il bollino blu di garanzia europea, uno zoccolo comune di debito pubblico, mentre l’eccedenza del 60% di ciascun Stato, sarebbe stato gestito autonomamente con precise e rigide regole. Certo da questa decisione ne avrebbero tutti tratto un vantaggio in termini di tassi più bassi, tranne naturalmente Germania e forse i virtuosi Lussemburgo, Finlandia ed ora Estonia, ritrovandosi a garantire in solido un monte titoli a tassi medi sicuramente più alti dei propri. Sarebbe stato un messaggio fortissimo al mondo e ai mercati finanziari sulla solidità e credibilità del progetto europeo. E non ognuno per sé e Dio per tutti come ora avviene, anche perché il risultato di questa mancata realizzazione è la creazione tardiva di strumenti come i vari Fondi Salva Stati, i cui esiti e costi sono ora molto più onerosi e incerti rispetto all’ipotesi sopra esposta. E poi che significato hanno questi Fondi Salva Stati? Infatti questi strumenti sono alimentati quota parte da tutti, Italia compresa, con la liquidità proveniente da emissioni di titoli pubblici. Praticamente si contraggono ulteriori debiti aumentando ancora di più le entità dei debiti pubblici per finanziare un fondo per comprare i titoli pubblici di Paesi in difficoltà. Un cortocircuito, una catena di S.Antonio in cui si fanno debiti per comprare altri debiti, drenando ulteriore liquidità, linfa vitale a supporto del sistema creditizio di Eurolandia. Ma chi le pensa queste cose? Non farebbero prima a stampare cartamoneta? Perché il problema è proprio questo. La Banca Centrale Europea è l’unica Banca Centrale al mondo a europa link journal 1/2012 non avere il ruolo di prestatore di ultima istanza, cioè non contempla nei suoi regolamenti la possibilità di essere l’ultimo soggetto disposto, in caso di necessità di finanziamento di uno Stato, a mettere mano al portafoglio, creando per l’appunto cartamoneta. Lo erano tutte le Banche Centrali Nazionali dei Paesi pre-euro, Banca d’Italia compresa, e non si capisce come la fobia tedesca sulle paure inflattive e sul contenimento della base monetaria abbia avuto la meglio. Ma ci siamo mai chiesti perché è avvenuto tutto questo? Tutto è scaturito da una intesa, da un ‘baratto’ fra la Francia di Mitterand e la Germania di Kohl dopo la caduta del Muro di Berlino. La Francia disponibile al nullaosta per la riunificazione in cambio di una forte integrazione economica anche monetaria. Il marco stava alla Germania come la bomba atomica nell’armamento militare francese. Questa è la ragione perché è sempre esistito un direttorio di fatto franco-tedesco sulla conduzione delle problematiche relative alla moneta unica, che ha sovrastato in ogni occasione le condivise istituzioni europee preposte, lasciando spazi decisionali sempre più ridotti, se non nulli, agli altri Paesi. Speranze per il futuro? Solo se si riuscirà finalmente a ‘piegare’ le arroganze teutoniche e riscrivere le regole per il mantenimento della moneta unica, unitamente alla ridefinizione dei compiti e delle mansioni della Banca Centrale con parametri più vicini alla realtà delle economie di tutti i Paesi, l’eurozona riconquisterà il grande ruolo che ci era stato promesso ed a cui abbiamo sempre fortemente creduto. In alternativa i Paesi ‘periferici’, con l’Italia in testa, continueranno a rincorrere sempre con più ampia difficoltà i dettami di Maastricht, ‘sparametrando’ eternamente gli unici numeri che oggi formalmente legano l’Europa. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 27 link journal 1/2012 europa Crisi finanziaria e debiti sovrani Rivedere le regole e i sistemi di vigilanza L a Grande Crisi Finanziaria avviatasi nel 2007, trasformatasi in crisi degli emittenti sovrani nel corso dell’ultimo biennio, si è contraddistinta rispetto alle numerose crisi economiche, finanziarie e valutarie del passato sotto diversi profili. Da un lato, la forte integrazione a livello globale dei sistemi finanziari ha dimostrato che oggigiorno nessun Paese e nessun segmento del sistema finanziario può essere considerato immune rispetto ad eventi che si ingenerano in contesti molto remoti, apparentemente poco rilevanti. La portata sistemica delle interrelazioni tra intermediari, mercati e strumenti di diversi Paesi è andata ben oltre le aspettative di qualsiasi modello teorico o scenario elaborato dalle Autorità di vigilanza. In secondo luogo, la crisi, proprio per la sua portata globale e sistemica, ha imposto interventi molto significativi, sia in termini di onerosità delle politiche e degli strumenti utilizzati, sia per quanto attiene all’originalità di talune scelte di policy. Vi è unanimità di vedute circa il fatto che le risposte monetarie e fiscali alla crisi determineranno effetti di lungo periodo, difficili da prevedere appieno. In tale contesto, appare opportuno delineare sinteticamente quali possano essere le più significative linee di azione per scongiurare il verificarsi di episodi simili in futuro. Per facilitare la trattazione, suddividiamo le criticità strutturali, riscontrabili in precedenza ed a prescindere dall’attuale crisi, dalle problematiche contingenti, che potrebbero acuire le difficoltà in cui versano attualmente i sistemi economici e finanziari. Con riguardo ai profili strutturali, appare opportuno stigmatizzare gli squilibri strutturali di lungo periodo che hanno caratterizzato alcune economie negli ultimi anni. Si fa riferimento, in primo luogo agli Stati Uniti, laddove i disequilibri della bilancia dei pagamenti e l’elevata propensione all’indebitamento delle famiglie, a prescindere dalla capacità di credito e di rimborso, sono stati oltremodo tollerati, se non incentivati, dalla Federal reserve e dai policy makers. Un maggior rigore ed una maggiore aderenza delle politiche monetarie ai “fondamentali” dell’economia, non soltanto negli USA, 27 appaiono d’uopo se si vogliono evitare ulteriori crisi dai costi sociali e privati imprevedibili. Per altro aspetto, nel contesto europeo le recenti spirali ribassiste innescate dagli squilibri delle finanze pubbliche prima in Grecia, e poi nei Paesi dell’europa meridionale, impongono una riflessione attenta sulla necessità di tornare a dare impulso ad un disegno di un governo europeo dell’economia. Tale ambizioso progetto, rimasto incompiuto all’indomani della realizzazione dell’Unione economica e monetaria, risulta quanto mai attuale e cogente non soltanto in una prospettiva “difensiva”, nella misura in cui favorirebbe la realizzazione di politiche fiscali coerenti e consistenti a livello europeo, ma anche perché, ad avviso di molti, fornirebbe una percezione di maggiore “solidità” all’area dell’euro, favorendo l’afflusso di investimenti verso la stessa area e sostenendo la diffusione internazionale delle attività finanziarie denominate nella moneta unica. Infine, la realizzazione di un sistema finanziario maggiormente resiliente non può prescindere da una revisione delle regole e delle prassi di vigilanza. In tale ambito, a fianco di un insieme di nuove regole tese a ridurre la probabilità di insolvenza di un singolo intermediario, si sta facendo largo una visione macroprudenziale della vigilanza, finora trascurata, in base alla quale le autorità devono monitorare e prevenire anche gli effetti sistemici, nella consapevolezza che le crisi di singoli intermediari rappresentano eventi fisiologici nel sistema finanziario. Tuttavia, le regole da sole non garantiscono la stabilità del sistema finanziario; è necessario che esse siano applicate in maniera coerente e trasparente a livello globale. Al riguardo, a fianco delle numerosissime ipotesi di riforme attualmente dibattute, si ritiene che un impegno di maggiore disclosure da parte di tutte le autorità di vigilanza circa le politiche e le logiche sottostanti il proprio operato possa ingenerare una positiva social pressure, analogamente a quanto avviene per gli intermediari finanziari oggi sottoposti alla disciplina di mercato.Con riferimento alle criticità contingenti ed al loro potenziale impatto sulla stabilità del sistema finanziario negli anni a venire, è evidente come politiche monetarie e fiscali largamente espansive, quali quelle sopra accennate, ingenerano effetti distorsivi sull’economia, ad esempio alterando le decisioni di investimento, favorendo l’assunzione di maggiori rischi e determinando ingenti movimenti di capitale. Appare, quindi, opportuno un maggiore sforzo nel rafforzamento della cooperazione internazionale con i Paesi “emergenti”, nel coordinamento delle politiche economiche e nella condivisione delle regole e delle pratiche di vigilanza, nella consapevolezza che nell’eventualità di una nuova crisi, nessun soggetto economico può considerarsi immune. Gianfranco A. Vento e Gisela C. Vecchio, Link Campus University Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 28 europa 28 link journal 1/2012 “... dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia! I combattenti dell’isola dimenticata L’importanza della memoria come radice dell’identità europea L o scorso 17 marzo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando davanti alle Camere riunite ha aperto la solenne celebrazione per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ripercorrendo brevemente la storia della nostra giovane democrazia. Si è soffermato sul Risorgimento, ma anche sul periodo della seconda guerra mondiale e della Resistenza, indicandola come momento fondante sia della nuova Repubblica Italiana, che del percorso che nel giro di pochi anni avrebbe portato alla creazione della Comunità Europea. Nel 1944 venne fondato clandestinamente a Milano il Movimento federalista europeo, che sotto la spinta di Altiero Spinelli strinse contatti con gruppi di resistenti in varie nazioni d’Europa occupate dai nazisti, e iniziò la formazione politica di personaggi come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman. Questi ultimi, tutti cattolici, oppositori del totalitarismo e convinti europeisti, nel secondo dopoguerra si fecero promotori della creazione di una nuova Europa che fosse in grado di superare le fratture e gli odi di un conflitto che l’aveva prostrata. Nonostante la centralità di tale periodo per la storia contemporanea va purtroppo evidenziata la persistenza di lacune e dimenticanze nella memoria collettiva e nella ricerca storiografica. In particolare a lungo è stato dimenticato il contributo di tanti militari italiani che, mantenendo fede al giuramento prestato, rifiutarono di arrendersi ai nazisti e morirono combattendo, non soltanto in Italia ma anche nei Balcani, in Corsica, nelle isole dell’Egeo e in altre località lontane presidiate dalle nostre truppe. Nel 2001 l’allora Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, si recò a Cefalonia per rendere omaggio alla Divisione Acqui e ne celebrò il sacrificio con queste parole: «dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia». Eppure diverse pagine di questa storia sono finite nel dimenticatoio e rimangono pressoché sconosciute ai più, a cominciare dalle vicende del presidio italiano sull’isola di Lero dove si verificò uno dei primi episodi di resistenza militare ai tedeschi e dove, per la prima volta, le truppe italiane e britanniche iniziarono a collaborare. Lero, isola dalle alte coste frastagliate che si trova di fronte alla Turchia, apparteneva all’Italia dal tempo della guerra italoturca del 1912 ed era stata annessa direttamente al Regno. Sfruttandone le insenature, simili a laghi circondati da alture, Mussolini aveva deciso di stabilirvi la più importante base aeronavale del Mediterraneo Orientale. Nella baia di Lakki, sulla costa occidentale, vennero create ex novo istallazioni in grado di ospitare idrovolanti e sommergibili e una città dotata di palazzine, torri civiche, un teatro e un palazzetto dello sport progettati dagli architetti Petracco e Bernabiti, secondo i canoni del Razionalismo. Nell’estate 1943 la base era presidiata da circa ottomila soldati italiani, tra ma- Andrea Villa, Link Campus University Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 29 link journal 1/2012 europa rinai, fanti e avieri. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre e la capitolazione di Rodi e Kos, Lero, per la sua importanza strategica, divenne l’obiettivo primario dei tedeschi e degli inglesi: questi ultimi il 12 settembre vi sbarcarono in fretta e furia un contingente di un migliaio di uomini. Dal 26 i cacciabombardieri della Luftwaffe iniziarono cicli quotidiani di attacchi per colpire le postazioni di artiglieria sui monti, le batterie costiere ma anche i porti e le città, provocando ovunque distruzioni e morte. Dopo un mese di bombardamenti aerei i villaggi, le caserme, i campi, le colline erano sconvolti dalle esplosioni, la terra era disseminata di crateri e i difensori erano stremati. Il 12 novembre scattò l’attacco decisivo che ebbe culmine nello sbarco di un convoglio navale tedesco proveniente da Kos. Nel pomeriggio dello stesso giorno alcuni aerei da trasporto Ju52 sganciarono da bassa quota 500 paracadutisti, la metà dei quali perì ancor prima di toccare terra. Un secondo lancio consentì ai tedeschi di occupare il centro dell’isola, tagliando in due il sistema difensivo approntato da italiani e inglesi, i cui 29 ufficiali peraltro faticavano a comprendersi e a collaborare. Si scatenarono scontri isolati che videro numerosi episodi di eroismo, testimoniati dall’impressionante numero di riconoscimenti concessi ai difensori: sette Ori al V.M., sessantacinque Argenti e numerose medaglie di bronzo. Gli italiani ebbero trecento caduti; dodici ufficiali furono fucilati dai tedeschi dopo la resa, per rappresaglia; gli ammiragli Mascherpa e Campioni vennero consegnati ai fascisti che con un processo farsa li condannarono a morte nel maggio 1944; mentre centinaia di prigionieri furono avviati alla deportazione nei Lager nazisti. L’Università Link Campus ha avviato una ricerca negli archivi italiani e inglesi per ricostruire la vicenda, che ha già offerto singolari risultati: tra tutti, il fatto che le lettere scritte dai soldati italiani e abbandonate sull’isola sono state salvate e conservate da cittadini greci che prima della guerra avevano frequentato le scuole, gestite dalle suore missionarie, e conosciuto le numerose famiglie di civili italiani che vivevano nei pressi della base. Un’altra importante fonte storica è rappresentata dai diari e dalle foto che numerosi tedeschi hanno di recente consegnato al piccolo museo di Lero. Si sono così avverate le parole che nel 1951 l’On. Leonetto Amadei, allora presidente della Corte Costituzionale, pronunciò incontrando i reduci dell’Egeo: «I fatti d’arme passano, i valori umani restano e sono questi che dobbiamo trasmettere ai giovani. Sull’isola era penetrata nell’animo di tutti noi l’idea forza di un domani di libertà, di progresso, di giustizia, di pace, in cui il nostro paese fosse amico degli altri, di nessun servo. Chi meglio di noi può parlare di pace, di collaborazione tra i popoli». Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 30 internazionale 30 Africa Il millennio urbano dei popoli africani link journal 1/2012 La maggior parte delle capitali africane si sviluppa nelle sedi delle vecchie città portuali di epoca coloniale. Alcuni Paesi hanno iniziato la costruzione di nuove ‘capitali’ poste al centro del territorio nazionale: tra queste la Nigeria, la Tanzania e la Costa d’Avorio. Attualmente gli stati africani, compreso il Sud Sudan, sono 54, con una popolazione complessiva di oltre 980 milioni di abitanti. Il 39% degli africani vive nelle città e 54 di queste superano il milione di abitanti. Nel 2030 sarà oltre il 50%. I l Continente africano è, rispetto all’estensione, un territorio che offre ancora ampi spazi per futuri insediamenti. I calcoli proiettici indicano che nel 2050 la popolazione africana raggiungerà 1miliardo e 850 milioni di abitanti. Ma quali sono, oggi, le tendenze di mobilità all’interno delle singole nazioni? I dati rilevano una costante, e in molti casi forte, emigrazione che si registra dalle campagne alle città. Ciò lascia presagire che nel prossimo futuro l’inurbazione e la crescita della popolazione andranno di pari passo. L’odierna analisi rileva che le moderne città africane si sono sviluppate su preesistenti insediamenti coloniali generando all’interno dei centri urbani una commistione di stili, anche architettonici, che danno vita ad una ‘africanizzazione’ di un tessuto urbano che in epoca coloniale si è sempre cercato di evitare. La paura di eventuali rivolte favoriva una emigrazione stagionale e non la stanzialità delle persone. L’attuale fenomeno migratorio verso le città, non potendo più essere impedito, porta con sé le tensioni che tutt’ora sussistono tra zone rurali e zone urbane, provocando, non di rado, fenomeni di rivolta se non favorendo, in alcuni casi, veri e propri colpi di Stato. L’urbanizzazione è un fenomeno irreversibile ma al momento le strutture sociali, sanitare e amministrative di gran parte degli Stati non sono in grado di favorire una integrazione tranquilla e programmata. Quella che noi nel nostro continente abbiamo definito ‘la fuga dalle campagne’ racchiude in se, anche per l’Africa, la motivazione della migrazione: la povertà. I nuovi cittadini non sono più pendolari ma sono divenuti stanziali senza, nella maggior parte dei casi, aver rotto i legami con la campagna d’origine, con la quale mantengono un forte legame tradizionale e di supporto economico. Ciò, però, genera l’impoverimento umano delle campagne con la conseguente perdita della forza lavoro. In molti casi il ricongiungimento dei nuclei familiari fa il resto. Ma questo inurbamento non Osservatorio Africa - Link Campus University è facilitato da un piano urbani-stico razionale né da una programmazione amministrativa; molti di questi nuovi immigrati si collocano alla periferia delle città, dove coltivano micro appezzamenti per sopperire alla nuova povertà urbana generando insediamenti privi di qualsiasi struttura igienicio-sanitaria. Molti scappano dalle campagne per motivi ambientali e sanitari e alcuni di questi trasmettono le malattie contratte altrove, nelle nuove realtà urbane. La nuova urbanizzazione, quindi, ha due aspetti: il primo che permette una maggiore qualificazione e specializzazione, soprattutto tecnologica, a fasce della popolazione sempre più ampie favorendo una diversificazione dell’economia. Il secondo, non potendo tutti seguire la strada della qualificazione genera una forte disoccupazione urbana raggiungendo elevati livelli di degrado. L’emarginazione provoca il fenomeno dell’aggregazione ‘etnica’ o ‘tribale’ e le periferie sono un mosaico di culture e tradizioni assai diverse. Nonostante questi aspetti preoccupanti, ma che rientrano in uno sviluppo economico non programmato, le città africane sono un continuo laboratorio in cui, grazie agli investimenti stranieri e alla realizzazione di infrastrutture, si offrono opportunità di lavoro crescenti. Questa crescita, anche per l’innalzamento della media scolastica, favorisce l’affermazione, seppur oggi minoritario, di un ceto economico emergente, definibile ‘ceto medio’, che opera nel commercio e nei servizi offrendo possibilità di lavoro ai nuovi arrivati. La prossima sfida sarà quella di stabilizzare il fenomeno migratorio eliminando la precarietà e offrendo la possibilità di integrare le tante forze che attendono di essere impiegate. L’Unione Europea e l’Unione Africana collaborano attivamente alla soluzione dei problemi con investimenti mirati, anche in infrastrutture, ma, ripetendosi una storia a noi conosciuta, i problemi potranno essere portati a soluzione con l’aiuto di tutti gli Stati e, soprattutto, attraverso lo studio e la ricerca del mondo accademico e intellettuale europeo... Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 31 link journal 1/2012 internazionale 31 Un nuovo umanesimo per la futura città interetnica L o scenario mondiale tra globalizzazione e frantumazione necessita di una diversa interpretazione della convivenza nella città europea. Lo scenario mondiale è contrassegnato da profondi e rapidi processi di globalizzazione e frantumazione le cui conseguenze presentano un’incognita sull’assetto futuro dell’umanità. Siamo spettatori di una crisi epocale dell’economia mondiale, dell’ecologia mondiale e della politica mondiale che, unite alla mancanza di una visione completa per prevedere e progettare scenari di composizione sociale, suscita preoccupazioni profonde perché non consente di far fronte a diversi macroproblemi: l’interdipendenza economica globale, la diffusione delle nuove tecnologie info-telematiche, le questioni dell’urbanizzazione, quelle del nomadismo e quindi della città sempre più multietnica e multiculturale. Tutto ciò ha creato un problema senza precedenti: un universo globalmente costituito dal convergere di popoli, religioni, culture diversissime e uno spazio globale governato sempre dalle stesse leggi economiche, dagli stessi meccanismi e dagli stessi ritmi. Ma a questo spazio globale, come fa osservare Corrado Beguinot da diversi anni nelle sue approfondite pubblicazioni, non corrisponde una comunità globale, con le gravi conseguenze del disagio urbano e dell’insicurezza crescente. La realtà di oggi fa emergere l’esistenza di un sesto continente formato da uomini e donne che solcano i mari e gli oceani lasciando la loro terra in cerca del miglior vivere, in cerca di un po’ di dignità. Questo fenomeno è sicuramente la conseguenza di grandi squilibri a livello mondiale non solo in termini di ricchezza ma anche di assenza di democrazia e di diritti che la globalizzazione accelera e, in alcuni casi, esaspera: l’80% della po- Stefania Lazzari Celli - Link Campus University polazione del mondo consuma il 20% delle risorse e il restante 20% - da solo - consuma l’80% delle risorse: questa differenza abissale mette in moto un meccanismo di crisi profonda delle popolazioni indigenti alla ricerca della sopravvivenza e della difesa dalla morte per fame e sete generando un fenomeno migratorio di proporzioni enormi. Questo mutamento profondo, osserva sempre Beguinot, porterà come conseguenza al fenomeno del meticciato; fenomeno che per alcuni rappresenta una risorsa mentre per altri costituisce un problema: di conflittualità, di disagio urbano, di forme deteriori della vita associata - tra cui il terrorismo e l’esasperazione delle differenze o il non rispetto delle differenze, di immigrazione accolta come emarginazione, come ghettizzazione. La città europea è stata sempre una città cosmopolita ma in passato lo è stata soprattutto nella sua classe dirigente: dai banchieri, ai produttori, agli scienziati, ai ricercatori. Oggi il fenomeno non è più questo; è, invece, quello della presenza di persone che cercano un lavoro, una speranza di vita e che sono colpiti dalle forme di benessere, spesso fittizio, che i mezzi di comunicazione di massa trasmettono e trasferiscono nei loro Paesi. Un problema terribilmente più complesso di quello del dialogo tra i popoli che vivono lontani: questa volta si tratta della convivenza di uomini che sono nello stesso palazzo, nello stesso quartiere, nella stessa piazza. I mutamenti sociali conseguenti ai grandi movimenti migratori dal sud verso il nord del mondo stanno - di fatto - cambiando le grandi città europee, all’interno delle quali si trovano a convivere cittadini di differenti etnie, culture e religioni. E questo pone il problema di come organizzare nella città dei diversi - una coesistenza civile nel rispetto delle Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 32 32 internazionale differenze e nella assoluta difesa delle peculiarità etniche. Il disagio urbano attuale che noi percepiamo in diverse città europee costituisce un segnale che dà ragione a quella parte di intellighenzia che considera il fenomeno dello stare insieme tra diversi un problema. Va sostenuta, invece, l’idea del fenomeno come una risorsa in grado di dare una prospettiva di sviluppo al vecchio continente, ma solo nella misura in cui si riesca a ridisegnare la città per renderla adeguata a questa nuova esigenza dello stare assieme tra diversi. Il compito affidato agli urbanisti, agli esperti di pianificazione territoriale, ai manager della città interetnica, è allora - quello di studiare le trasformazioni non per subirle ma per progettarle e governarle. Per far questo occorre prima di tutto partire da un atteggiamento in cui la trasformazione deve essere vissuta come progresso, come qualcosa in cui si vuole intervenire pensando al futuro. D’altro canto, dalle origini, il mestiere di pianificatore è esattamente quello di pensare al futuro; l’esperto di pianificazione era un personaggio che, nel recente passato, cercava di capire le contraddizioni della società industriale di allora per risolvere il tema del rapporto città-campagna e delle forti migrazioni dalla campagna verso la città e quindi dei problemi connessi. La nuova figura professionale del manager della città interetnica mostra un parallelismo incredibile anche se le nostre campagne non sono più vicino a noi ma sono lontane, in altre nazioni. Le nostre città vivono del beneficio di campagne molto lontane e del contributo di altre etnie che vi si stabiliscono. La città che dobbiamo stu- link journal 1/2012 diare allora è quella che sta tra la città compatta e quella che forse è ancora campagna perché è lì che vive la popolazione attiva autoctona e straniera. Se quello è il luogo ignoto perché non è così indagato, quella è la nuova città che dobbiamo andare a vedere e nella quale dobbiamo costruire nuovi spazi pubblici sulla base della osservazione su come i nostri giovani e gli atri li usano. Da qui dovremo fare un confronto andando ad osservare le città di provenienza proprio per capire cosa significa vivere in una città dove tutti sono di un altro colore e vi sono condizioni di vita diverse. Se le migrazioni sono un dato strutturale e non emergenziale, l’inasprimento delle politiche di frontiera allungherà solo i percorsi di arrivo aumentando i costi umani ma non contribuirà certamente a fermare le grandi migrazioni. Ne consegue che il problema è che se vogliamo governare il fenomeno e trarne dei vantaggi c’è una grande battaglia culturale da fare contro leggi che, specie in Italia, criminalizzano l’immigrato invece di ritenerlo una componente necessaria e indispensabile per la crescita. Dobbiamo sgombrare il campo dall’ipocrisia culturale della ratio della sicurezza ai cittadini che crea più instabilità negli immigrati e ne impedisce il radicamento nel Paese; questo atteggiamento, infatti, è contraddittorio perché con la criminalizzazione dell’immigrato si crea una scissura culturale gravissima che nel tempo può portare dei problemi sociali seri. Il riscoprire un nuovo umanesimo centrato sui valori della città interetnica è la sfida del cambiamento dei prossimi anni nel quale coinvolgere oggi, domani e poi domani i nostri giovani. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 33 link journal 1/2012 economia e diritto Aprire i mercati e rafforzare la concorrenza I l concetto di concorrenza fiscale può essere inteso come quel processo che vede gli Stati competere tra di loro al fine di attrarre investimenti, forza lavoro, capitali e, in generale, risorse, in funzione del potenziamento delle loro economie. È principio comunemente condiviso che la concorrenza fiscale può determinare, in ogni campo • un generale miglioramento qualitativo dell'intervento dello Stato; • un incremento dell'efficienza nell'erogazione dei servizi pubblici; • un livellamento verso il basso della pressione fiscale. Perché tali obiettivi possano essere raggiunti, tuttavia, la concorrenza deve essere leale e libera. Non a caso, la stessa Commissione delle Comunità europee ha riconosciuto una funzione positiva alla concorrenza fiscale quando essa agisce a vantaggio dei cittadini ed esercita una pressione al ribasso sulla spesa pubblica. Il principio di concorrenza ha una diretta relazione con quello della liberalizzazione del commercio e del mercato del lavoro. Nella recente manovra Monti (DL n. 201/2011) è stato dato ancor più spazio alla liberalizzazione in materia di orari degli esercizi commerciali, chiedendo alle Regioni, in base alle loro competenze, di adeguare le proprie legislazioni a questo principio. Con l'obiettivo di promuovere la concorrenza, il suindicato decreto legge prevede interventi di liberalizzazione in alcuni comparti (esercizi commerciali, somministrazione di farmaci e trasporti), misure che ampliano i poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), interventi di semplificazione delle procedure e per la riduzione dei tempi di realizzazione delle infrastrutture. Nel dettaglio, con le liberalizzazioni nei comparti delle farmacie, degli esercizi commerciali e dei trasporti vengono riavviati processi di riforma iniziati nella seconda metà dello scorso decennio; poteri di regolazione e monitoraggio vengono attribuiti ad Autorità indipendenti (che incorporano le Agenzie esistenti) nei comparti dell'acqua e dei servizi postali. È un percorso a cui già le manovre estive avevano dato un impulso significativo, con interventi relativi ai servizi professionali e ai servizi pubblici locali. La scelta del Governo di non intervenire immediatamente sulle questioni che riguardano la regolamentazione dei rapporti di lavoro e gli ammortizzatori sociali consentirà di raccogliere le istanze delle parti sociali. Piergiorgio Valente, Link Campus University 33 Interventi su queste materie sono tuttavia urgenti, in particolare per rendere possibile un accesso al lavoro da parte dei giovani più facile e sicuro e per garantire loro una non effimera progressione economica. La riforma degli ammortizzatori va inserita in una visione organica della protezione sociale ispirata a un principio ampio di sostegno, tanto per le imprese che per le famiglie. Ciò significa anche integrare gli strumenti di sostegno per coloro che perdono il lavoro con politiche attive di riqualificazione e reinserimento professionale. Dal 2012 è prevista la totale deducibilità dall'Ires e dall'Irpef dell'IRAP relativa alla quota imponibile delle spese per il personale dipendente e assimilato, con una riduzione di gettito stimata in 1,5 miliardi nel 2012, 1,9 nel 2013 e 2,0 nel 2014. Viene inoltre aumentata di 6.000 euro la deduzione dalla base imponibile dell'IRAP applicabile dalle imprese per ciascun lavoratore dipendente donna o di età inferiore a 35 anni assunto a tempo indeterminato. Tali misure, riducendo il costo del lavoro, potrebbero avere effetti positivi sulla competitività delle imprese e sulla partecipazione delle donne e dei giovani al mercato del lavoro. Anche a livello europeo e di Istituto bancario centrale tale tematica è sentita. “E' urgente che i Paesi dell'area euro attuino subito riforme strutturali tese ad aumentare la competitività, intervenendo in particolare sul mercato del lavoro e sulle liberalizzazioni”, è l'invito contenuto nel bollettino mensile della BCE. Sempre secondo quanto pubblicato nel bollettino, per accompagnare il riequilibrio dei conti pubblici, il Consiglio direttivo della BCE ha ripetutamente invocato riforme strutturali audaci e ambiziose. Procedendo di pari passo, il risanamento di bilancio e le riforme strutturali rafforzerebbero la fiducia, le prospettive di crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro. Secondo la BCE, “Occorre dare immediata attuazione a riforme fondamentali per aiutare i paesi dell'area dell'euro ad accrescere la competitività, a promuovere la flessibilità delle loro economie e a migliorare il potenziale di crescita a più lungo termine. Gli esiti della riunione del Consiglio europeo dell'8-9 dicembre rappresentano un passo importante in questa direzione”. Sottolinea infine l’Eurotower che “le riforme del mercato del lavoro si dovrebbero incentrare sulla rimozione delle rigidità e su una più ampia flessibilità salariale. Quanto ai mercati dei beni e servizi, gli interventi di riforma dovrebbero vertere sulla piena apertura dei mercati al fine di rafforzare la concorrenza.” Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 34 34 economia e diritto link journal 1/2012 Non solo profitto Dalle azioni agli stakeholders La crisi detta nuove regole L' era del capitalismo alla Jack Welch sembra volgere al termine: il boss della GE è stato considerato come l'incarnazione dell'idea che l'unico obiettivo dell'impresa dovesse essere la massimizzazione del ritorno dell’investimento fatto dai propri azionisti. Questa idea ha dominato il business negli ultimi 25 anni, diffondendosi rapidamente in tutto il mondo fino a quando la crisi finanziaria non ha colpito. Lo stesso Welch ha espresso dubbi: “… il valore per gli azionisti è l'idea più stupida del mondo”, scrisse in un articolo e molti altri pensatori concordano sull’idea che le imprese non dovrebbero più concentrarsi solo sulla massimizzazione del valore delle azioni. Questa ossessione iniziò nel 1976, quando Jensen e Meckling, due economisti, pubblicarono un articolo sulla teoria dell'impresa ed il relativo comportamento manageriale in cui si sosteneva che l’obiettivo dell’azionista non si discostava molto da quello del manager professionista. Da allora, gli articoli accademici più citati hanno spinto per ottenere che i manager si concentrassero sulla creazione di valore per gli azionisti. Convertiti a questa fede hanno avuto poco tempo per gli altri stakeholders: clienti, dipendenti, fornitori, società civile in generale e così via. Americani e britannici, i più accessi massimizzatori del valore dell’azione hanno avuto un particolare disprezzo per il "capitalismo degli stakeholders", praticato nell’Europa continentale. Oggi si sostiene che il valore per gli azionisti dovrebbe cedere il passo al cosiddetto capitalismo orientato al cliente caratterizzato dall’attenzione delle imprese a massimizzare la soddisfazione dei clienti. Questa idea sta convertendo molti. Persino l’ Unilever, gigante dei beni di consumo, dichiara di non lavorare per l'azionista, ma per il consumatore. E’ il cliente a guidare il modello di business, e con questo si crea, di conseguenza, valore per gli azionisti. Una indagine svolta in Germania ha rilevato che la maggior parte delle imprese intervistate prevedono che seguiranno un approccio più collaborativo con i vari gruppi di stakeholder, compresi i fornitori e le istituzioni rappresentative dei lavoratori. Ed il cambiamento non si ferma qui: sono in tanti che addirittura arrivano ad assumere posizioni molto nette Giuseppe Perrone, Link Campus University mettendo al primo posto fra i portatori di interessi i propri dipendenti. Possiamo allora dire che il modello ‘valore per l’azionista’ è davvero finito? Il crollo finanziario ha certamente minato due delle grandi idee ispirate da Jensen e Meckling: che la remunerazione dei top manager debba essere strettamente collegata al prezzo delle azioni delle imprese che gestiscono, e che il private equity, sostenuto da montagne di debiti, debba spingere i manager a massimizzarne il valore. Le bolle degli ultimi dieci anni nei mercati azionari e, più tardi, anche nel mercato delle obbligazioni societarie e del debito sovrano hanno evidenziato le gravi carenze di queste idee, o, almeno, del modo in cui esse sono state attuate. Il prezzo delle azioni in un dato giorno, manco a dirlo, può essere un indicatore molto errato nel definire il valore per gli azionisti nel lungo termine. Eppure la retribuzione dei boss era legata ai movimenti a breve dei prezzi delle azioni, e ciò li ha incoraggiati a lavorare per spingere in alto il prezzo delle azioni nel breve, piuttosto che a massimizzare il valore dell’impresa nel lungo periodo. Allo stesso modo, le imprese che si sono indebitate troppo durante la bolla del credito facile, approfittando di condizioni assurdamente generose, devono oggi fare tagli che distruggono valore. Ora si insiste sul fatto che non si vive di trimestre in trimestre. Un discreto numero di società sembrano mettere molto impegno sia nella gestione dei loro bilanci, che nel corteggiamento dei loro clienti. Ma questo non significa necessariamente che il concetto di valore per gli azionisti è sbagliato e che dovrebbe essere sostituito dal culto di qualche altra divinità. I due concetti non si escludono a vicenda, anzi, spesso si rafforzano a vicenda. Il valore per gli azionisti è uno dei sottoprodotti della particolare attenzione alla soddisfazione dei clienti ed al buon rapporto con i dipendenti. Per ironia della sorte gli stessi azionisti che, insieme con gli hedge fund e molti investitori istituzionali, hanno idolatrato i profitti a breve termine e gli aumenti di prezzo delle azioni devono ora influenzare il management ad avere una visione più a lungo, cambiando la governance delle aziende e selezionando capi azienda preparati in altro modo. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 35 link journal 1/2012 economia e diritto 35 La sostenibilità dei debiti sovrani e l’affidabilità dei mercati ‘volatili’ I l rischio relativo al debito sovrano influenza il costo di finanziamento delle banche perché, nel momento in cui si producono perdite sul debito, aumenta la difficoltà di ottenere finanziamenti e, dunque, occorre sostenere un costo maggiore di quello precedente. Ciò accade di solito attraverso un downgrading del rating. Secondo David Morgan, responsabile del Putnam Global Financial Fund, la variazione di valore dei titoli pubblici detenuti in ampia misura dalle banche spagnole ed italiane, in particolare, ha già avuto e potrebbe avere ancor di più in futuro un impatto negativo sui loro bilanci. Nelle stime condotte da Hsbc le banche europee potrebbero trovarsi nella necessità di ricapitalizzare da un minimo di 98 miliardi ad un massimo di 192 miliardi. Le banche italiane e spagnole, che sarebbero le più colpite, tenendo conto delle perdite sul debito sovrano e delle regole di Basilea 3, si troverebbero a dover ricapitalizzare, rispettivamente le prime tra i 27 i 45,3 miliardi e le seconde tra i 30 e i 38,5 miliardi di euro. Per Unicredit l’impegno sarebbe compreso tra i 10 e i 17 miliardi e per Intesa tra i 6 e i 12 miliardi. La ricapitalizzazione è una scelta risolutiva? La risposta non può che essere negativa intanto perché rimane insoluto il problema dell’intreccio tra bilanci pubblici e bilanci bancari. E poi perché le banche si finanziano con una serie di operazioni, come i prestiti interbancari e i depositi esteri, che hanno un costo legato all’andamento del mercato e, soprattutto, una dimensione che dipende dalla fiducia che ciascuna banca ha rispetto alle altre. La questione non è perciò soltanto quella della solvibilità dei debiti sovrani ma anche quella dell’incertezza sull’affidabilità delle operazioni da condurre in mercati assai volatili. Quest’ultimo aspetto ha un rilievo particolare rispetto alla liLuigi Paganetto, Presidente CEIS, Università Tor Vergata quidità del mercato. Non va mai dimenticato che il sistema bancario è quanto mai complesso e interconnesso, reso tale anche dall’operare degli intermediari non bancari e dal ruolo dei derivati. La crisi di liquidità del mercato interbancario è resa evidente dal premio al rischio che le banche esigono nel farsi reciprocamente prestiti. Nel nostro mercato la differenza tra il tasso interbancario ad un giorno e quello a tre mesi è aumentato da 30 a 90 punti base negli ultimi tre mesi. Allo stesso tempo è aumentato il ricorso al finanziamento, decisamente più costoso, via BCE. Questo scenario, nel suo complesso, indica che il sistema bancario si è trovato e si troverà assai probabilmente ad affrontare un aumento dei costi del suo finanziamento legato in generale al perdurare dell’incertezza della aspettative e, in particolare ma non solo alle esigenze di ricapitalizzazione. In questo contesto è inevitabile che i suoi problemi di efficienza tenderanno a scaricarsi, se non saranno affrontati tempestivamente, su famiglie e imprese sia in termini di credit crunch che di costo del denaro, anche se il sistema bancario prenderà atto, come già sta facendo, della riduzione della redditività della sua attività. Il debito pubblico ha raggiunto il punto di non ritorno? Il debito pubblico delle economie avanzate ha raggiunto livelli che Reinhart e Rogoff giudicano, in base alle loro stime, il più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. Essi ritengono, come è noto, che i periodi di alto debito siano associati ad una inevitabile riduzione dello sviluppo economico. La relazione econometrica che trovano tra debito pubblico e crescita del PIL è debole finché il debito pubblico rimane al di sotto del 90% del PIL. Al di sopra di questa soglia la media della riduzione della crescita del PIL è, secondo i loro Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 36 36 economia e diritto calcoli, decisamente maggiore dell’1%. La loro conclusione è che quando si arriva a una crisi finanziaria di queste dimensioni la fase successiva per i debiti sovrani è il default. Si tratta di una fase che, ovviamente, si cerca di evitare per gli enormi costi economici e sociali che comporta. L’alternativa è l’adozione di politiche di ‘repressione finanziaria’ che consistono in interventi che ergono barriere verso l’operare dei meccanismi automatici del mercato, a cominciare dalla creazione di un mercato privilegiato per il debito nazionale attraverso l’acquisizione di quote di proprietà pubblica nel sistema bancario. La repressione finanziaria, fanno notare Reinhart e Rogoff, non vene esplicitamente dichiarata ma viene presentata sotto un ombrello più grande e protettivo come quello della ‘macroprudential regulation’. Il ruolo del debito rispetto allo sviluppo, assai poco considerato dagli economisti negli ultimi decenni, è tornato al centro dell’attenzione dopo gli eventi seguiti alla crisi finanziaria del 2008. Un quadro complessivo del debito per l’insieme dei paesi Ocse mostra quanto esso sia cresciuto in complesso, soprattutto dal 1995 in poi. Il quadro evidenzia anche la circostanza, assai meno nota, del particolare aumento del debito delle famiglie e delle imprese, rispetto a quello del settore pubblico. Il risultato è,comunque, che il debito complessivo dei principali paesi Ocse si colloca su valori superiori rispetto al 300% del PIL con un picco del 450% nel caso del Giappone. Le differenze tra i paesi sono prevalentemente legate al peso relativo del debito di famiglie e imprese rispetto al debito pubblico che è dominante per la Grecia, l’Italia e il Giappone mentre per Belgio, Finlandia, Norvegia, Spagna e Svezia è il debito delle imprese a rappresentare più del 50% del debito complessivo. In Australia, Danimarca, Olanda, Portogallo, UK e Usa sono le famiglie ad essere particolarmente indebitate. La mancanza di sufficiente rigore nella spesa e nella tenuta dei conti, insieme agli effetti della crisi del 2008, ha senza dubbio favorito l’aumento del debito pubblico nella maggior parte dei paesi Ocse.È peraltro vero che la rimozione della gran parte dei vincoli che prima degli anni ‘70 limitavano i mercati finanziari e le innovazioni, tecnologiche e non, introdotte nella finanza abbiano favorito l’aumento dell’indebitamento. Allo stesso tempo l’introduzione dell’euro ha consentito a paesi europei come Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia di finanziare a un tasso d’interesse assai contenuto un importante processo di sviluppo che non avrebbero potuto altrimenti intraprendere. È stato così possibile finanziare un tasso di crescita dell’economia decisamente superiore alla media europea, senza dover sopportare l’onere di un premio al rischio. È link journal 1/2012 l’esatto opposto di quel che sta succedendo oggi con l’impennata degli spread rispetto al debito pubblico tedesco. Non c’è dubbio che, in principio e fino ad un certo livello, il debito sia un potente fattore di sviluppo. Il debito pubblico, in particolare, consente attraverso il trasferimento intergenerazionale, l’accrescimento del benessere delle future generazioni. Quest’ultimo si realizza con l’investimento in capitale umano e tecnologia reso possibile dalla rinuncia ad un maggior consumo di oggi. L’idea che ci sia una soglia non superabile di debito è controversa dal punto di vista teorico. Krugman sostiene che, con quest’argomento, si cerca di contrastare l’adozione di politiche espansive per combattere la disoccupazione, dimenticando che bisogna guardare alla composizione del debito. A livello interno, non solo il debito di qualcuno corrisponde al credito di qualcun altro, ma ci sono sempre alcuni operatori, imprese o famiglie, meno indebitati di altri. Quest’asimmetria tende a ridurre la domanda aggregata. Un aumento di debito pubblico che dia spazio di spesa ai meno indebitati non necessariamente riduce lo sviluppo, anzi lo può aumentare (Krugman, “Debt, Deleveraging and the Liquidity Trap, 2010). In ogni caso è fuor di dubbio che nelle economie avanzate siano all’opera tendenze demografiche che aumentando il peso degli anziani sul totale della popolazione creano pressioni crescenti sui bilanci pubblici per la spesa pensionistica e per quella per la salute. Il Giappone è il paese che si trova nella posizione più difficile ma i paesi europei e gli Usa stanno andando nella stessa direzione. Le proiezioni dei deficit pubblici secondo i trend correnti mostrano una crescita esponenziale. Anche se i paesi interessati introducessero significative correzioni, non c’è dubbio che negli anni a venire l’esigenza di una significativa azione di consolidamento fiscale non potrà essere elusa. Ciò significa realizzare avanzo primario di bilancio per i prossimi 5 anni compreso, secondo i calcoli di Cecchetti, tra il 5 e il 10% del GDP. Ci sono molte ragioni a sostegno dell’esigenza di contenere le dimensioni del debito pubblico. Quella più immediatamente evidente è l’aumento del costo del rinnovo del debito per effetto del crescente premio al rischio richiesto dai mercati. A ciò va aggiunto non soltanto l’aggravio del costo di finanziamento e, in qualche caso, la stessa sostenibilità del debito, ma anche una crescente difficoltà di mantenere immutati i servizi offerti ai cittadini dallo Stato. Nel caso in cui si voglia mantenere immutata l’offerta di servizi pubblici, la conseguenza diventa quella di un aumento della tassazione con effetti di distorsione sull’allocazione delle risorse, di spiazzamento degli investimenti privati e, in definitiva, una riduzione del tasso di crescita dell’economia. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 37 link journal 1/2012 sicurezza e intelligence 37 Redes criminales transnacionales que reconfiguran Estados Desde la década de los 90, cuando países de la extin- social en el largo plazo, aunque esos intereses no estén regidos guida Unión Soviética adoptaron la economía de por el principio fundamental del bienestar social”1 . mercado, se comenzó a hablar de un tipo de corrupción conocida como Captura del Estado. Esta cor- Una y otra vez, a lo largo del Hemisferio Occidental, rupción sucede cuando grandes firmas legales de África e incluso de algunos países europeos, sucemanipulan la expedición de leyes, decretos y políticas den procesos de RCdE, en los que una zona públicas, para obtener beneficios económicos de gris/opaca de colaboración entre lo legal y lo ilegal largo plazo: licencias de funcionamiento, concesiones se vuelve más intensa. Ya no es el caso del “Crimen de explotación o exenciones tributarias, por ejemplo. Ubicación y tamaño de nodos en función del indicador de betweenness. El Sin embargo, actualmente se cuenta con suficiente nodo que representa al ex Presidente Portillo aparece en color oscuro. evidencia empírica para constatar que no sólo los Se resalta el flujo de información que conecta (i) al narcotraficante Byron agentes poderosos legales tienen interés en capturar Bernganza (ICBB), (ii) al Director del Banco de Crédito Hipotecario Nael Estado. cional de Guatemala, Llort, en el núcleo, y (iii) al ex Presidente Portillo (el más oscuro) En países con intensa presencia de Redes Criminales Transnacionales (RCTs), especialmente influenciadas por el narcotráfico, los agentes ilegales también capturan y reconfiguran instituciones. Así, se ha constatado que las RCTs pueden usar mecanismos democráticos formales para infiltrar todos los niveles y ramas de la administración pública. Luego, en una etapa avanzada, esa infiltración se puede transformar en colaboración de doble vía, en cooptación, que conlleva hasta a una reconfiguración del Estado. Por la complejidad de este fenómeno y la necesidad de entender sus causas y consecuencias, se propuso el concepto de Reconfiguración Cooptada del Estado (RCdE) para definir una etapa ulterior a la tradicional Captura del Estado. Las RCdE consiste en: “la acción de organizaciones legales e ilegales, que mediante prácticas ilegales buscan sistemáticamente modificar desde adentro el régimen político e influir en la elaboración, modificación y aplicación de las reglas de juego y las políticas públicas. Estas prácticas se desarrollan con el propósito de obtener beneficios permanentes y asegurar que sus intereses sean validados política y legalmente, así como obtener legitimidad Organizado” como un grupo de malhechores que confronta al Estado. Ahora es la historia de funcio- Luis Jorge Garay Salamanca -Director Académico de Fundación Vortex, Colombia – [email protected] Eduardo Salcedo-Albaran - Director de Fundación Vortex, Colombia – [email protected] Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 38 sicurezza e intelligence 38 narios públicos incluso de alta jerarquía que usan su legitimidad y papel institucional para promover intereses criminales. Se encuentra el caso del ex presidente de Guatemala, Alfonso Portillo, acusado de favorece a una red narcotraficantes. Dicho presidente nombró Director del Banco Crédito Hipotecario Nacional de Guatemala a un amigo cercano, quien luego utilizó el banco para lavar masivamente dinero del narcotráfico. Investigaciones de una corte de Estados Unidos encontraron millonarias cuentas del ex presidente y el Gobierno estadounidense pidió su extradición, acusándolo de colaborar en el lavado de casi 70 millones de dólares. La extradición fue aprobada por Guatemala en noviembre de 2011. 1 Garay-Salamanca, L. J. & Salcedo-Albarán, E. (25 de Nov. de 2011). Institutional impact of criminal networks in Colombia and Mexico”. Crime, Law and Social Change. November. 2 Entre los libros publicados por los autores vale mencionar algunos: Illicit networks reconfiguring States. Social network analysis of Colombian and Mexican cases. Bogotá, May, 2010; La Captura y Reconfiguración Cooptada del Estado en Colombia. Transparencia por Colombia y Avina, Bogotá, Colombia, Septiembre, 2008. También está el caso de narcoparamilitares en Colombia que legislaron en el Congreso de la República de Colombia entre 2002 y 2006. Las Autodefensas Unidas de Colombia, la mayor confederación de paramilitares ilegales en Colombia, estableció acuerdos con candidatos y líderes políticos en distintas regiones del país. Lograron que cerca del 40% del congreso nacional elegido en 2002 legislara representando sus intereses criminales. Todo esto, en el marco de procesos electorales locales combinados con masacres y coerción a electores. Como si fuera poco, gobernadores, alcaldes y el director de la agencia nacional de inteligencia de Colombia (DAS), han sido condenados por la Sala Penal de la Corte Suprema de Justicia de Colombia y la Fiscalía General. Múltiples acuerdos y vínculos con las Autodefensas Unidas de Colombia han sido comprobados entre agentes ilegales y funcionarios públicos y políticos. La lista Reti criminali transnazionali che riconfigurano gli Stati A partire dagli anni ’90, quando i Paesi della scomparsa Unione Sovietica hanno adottato l’economia di mercato, si è cominciato a parlare di un tipo di corruzione conosciuta come Cattura dello Stato. Si ha questa forma di corruzione quando grandi aziende legali manipolano l’elaborazione di leggi, decreti e politiche link journal 1/2012 de cooptación de instituciones democráticas a través de redes RCTs es extensa. En Perú, Montesinos, Director del Servicio de Inteligencia Nacional durante la presidencia de Fujimori, compró ilegalmente armas a traficantes internacionales en Jordania, para intercambiarlas por cocaína con la guerrilla más antigua del mundo: las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, FARC. En México, en 2009 más de 30 funcionarios públicos del Estado de Michoacán, entre alcaldes y hasta un gobernador del Estado, fueron capturados y acusados de vínculos con la red criminal de La Familia Michaocana, ahora conocida como Caballeros Templarios. En Estados Unidos, por su parte, aumentan los registros de cómo la red criminal mexicana de Los Zetas no sólo opera a través de Mexicano y Guatemala, sino que soborna oficiales estadounidenses, con procedimientos que van desde pagos sexuales hasta reclutamiento de contra-espías. Al tiempo, la Familia Michaocana y Los Zetas envían drogas sintéticas a Europa a través de África, y lavan masivamente dinero con empresas ficticias ubicadas en España y en China. Por lo anterior, se debe profundizar la comprensión de los mecanismos criminales de infiltración y reconfiguración de instituciones democráticas; es indispensable entender que la democracia formal algunas veces es utilizada para fines criminales . Es indispensable avanzar en el Programa de Investigación sobre Reconfiguración Cooptada del Estado para entender que la historia de la estructuración de algunos Estados se está escribiendo con la pluma y la tinta de la ilegalidad. pubbliche per ottenere vantaggi economici a lungo termine: brevetti, autorizzazioni allo sfruttamento o agevolazioni fiscali, ad esempio. In ogni caso è abbastanza evidente che non solo potenti soggetti legali hanno interesse a catturare lo Stato. In Paesi con un’intensa presenza di Reti Criminali Transnazionali (RCT), particolarmente influenzati dal narcotraffico, anche i soggetti illegali catturano e riconfigurano le istituzioni. Pertanto si è potuto constatare che le RCT possono utilizzare Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 39 link journal 1/2012 sicurezza e intelligence anche meccanismi democratici formali per infiltrarsi a tutti i livelli ed in tutti i rami dell’amministrazione pubblica. Successivamente, in una fase più avanzata, quell’infiltrazione può trasformarsi in una collaborazione a doppio senso, in forme di cooptazione, che possono arrivare fino ad una riconfigurazione dello Stato. A causa della complessità di questo fenomeno e della necessità di comprendere le sue cause e conseguenze, è stato proposto il concetto di Riconfigurazione Cooptata dello Stato (RCdS) per definire una tappa ulteriore del processo di Cattura dello Stato. La RCdS consiste “nell’azione di organizzazioni legali e illegali, che mediante pratiche illegali tentano sistematicamente di modificare dall’interno il regime politico ed influire sull’elaborazione, la modifica ed applicazione delle regole del gioco e delle politiche pubbliche.” Queste pratiche vengono svolte con l’intento di ottenere vantaggi permanenti e assicurare che i propri interessi vengano sostenuti politicamente e legalmente, nonché per ottenere legittimazione sociale nel lungo periodo, nono-stante tali interessi non siano sorretti dal fondamentale principio del benessere sociale.” Nell’Emisfero Occidentale, in Africa e anche in alcuni paesi europei avvengono dei processi di RCdS ed in tali paesi diviene sempre più intensa quella che è una zona grigia/opaca di collaborazione fra l’ambito legale e quello illegale. Già non si tratta più il Crimine Organizzato, inteso come un gruppo di malfattori che affronta lo Stato. Adesso abbiamo dei funzionari pubblici appartenenti anche all’alta gerarchia che utilizzano la loro legittimazione ed il loro ruolo istituzionale per promuovere interessi criminali. C’è il caso dell’ex Presidente del Guatemala, Alfonso Portillo, accusato di favorire una rete di narcotrafficanti. Quel presidente nominò un suo caro amico Direttore di una istituzione bancaria, il Banco Crédito Hipotecario Nacional de Guatemala; l’amico usò la Banca per riciclare massivamente il denaro del narcotraffico. Le indagini di una corte degli Stati Uniti trovarono conti milionari dell’ex presidente e quindi il Governo statunitense ne richiese l’estradizione, accusandolo di aver collaborato nel riciclaggio di quasi 70 milioni di dollari. L’estradizione è stata approvata dal Guatemala nel novembre 2011. Abbiamo anche il caso dei narcoparamilitari in Colombia che hanno legiferato nel Parlamento della Repubblica di Colombia tra il 2002 e il 2006. Le Autodefensas Unidas de Colombia, la maggiore confederazione di paramilitari illegali della Colombia, 39 hanno stipulato accordi con candidati e leader politici in varie regioni del Paese, ottennendo che quasi il 40% del parlamento nazionale eletto nel 2002 legiferasse in rappresentanza dei loro interessi criminali. Tutto ciò, nell’ambito dei processi elettorali locali combinati con massacri e coercizione nei confronti degli elettori. Come se non bastasse, governatori, sindaci e il direttore dell’Agenzia Nazionale di Intelligence della Colombia (DAS) sono stati condannati dalla Sezione Penale della Corte Suprema di Giustizia e dalla Procura Generale della Colombia. Sono stati dimostrati molteplici accordi e legami tra agenti illegali e funzionari pubblici e politici con le Autodefensas Unidas de Colombia La lista della cooptazione di istituzioni democratiche attraverso le reti RCT è estesa. In Perù, Montesinos, Direttore del Servizio Nazionale di Intelligence durante la presidenza di Fujimori, ha acquistato illegalmente armi da trafficanti internazionali in Giordania, per commerciare cocaina con la guerrilla più antica del mondo: le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, FARC. In Messico, nel 2009, oltre 30 funzionari pubblici dello Stato di Michoacan, tra loro sindaci e persino un governatore dello Stato, sono stati catturati e accusati di avere legami con la rete criminale della Familia Michaocana, conosciuta adesso come i Cavalieri Templari. Negli Stati Uniti, d’altra parte, aumentano le segnalazioni di casi che indicano che la rete criminale messicana Los Zetas, non si limita ad operare in Messico e in Guatemala, ma corrompe anche funzionari statunitensi, con metodi che vanno dai favori sessuali fino al reclutamento delle contro-spie. Contemporaneamente la Familia Michaocana e Los Zetas mandano droghe sintetiche in Europa attraverso l’Africa e ripuliscono massicciamente il denaro attraverso imprese fittizie ubicate in Spagna ed in Cina. Pertanto, da quanto detto, dobbiamo approfondire la comprensione dei meccanismi criminali di infiltrazione e riconfigurazione delle istituzioni democratiche; è indispensabile comprendere che i meccanismi della democrazia formale alcune volte vengono utilizzati per fini criminali. È, altresì, indispensabile procedere con il Programma di Ricerca sulla Riconfigurazione Cooptata dello Stato per comprendere che la storia di come si strutturano alcuni Stati viene scritta con la penna e con l’inchiostro dell’illegalità. Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 40 40 diritti umani Il dilemma del prigioniero innocente Premessa. Il 2 dicembre 2011 la Link Campus University, in collaborazione con la Comunità di S. Egidio e nell'ambito dell'iniziativa internazionale Cities for life 2011 contro la pena di morte, ha organizzato un incontro con Anthony Graves, già condannato a morte in Texas e poi dichiarato innocente e liberato dal braccio della morte. Nel 1992 Anthony Graves aveva 29 anni, una moglie e tre figli ma viveva nel Texas e la sua pelle era nera, come quella di coloro che, percentualmente, finiscono più facilmente in galera e, spesso, nel braccio della morte. Il 18 agosto di quell’anno un agente di polizia penitenziaria, Robert Carter, si macchiò di un’orrenda strage, massacrando ben sei persone: Bobbie Davis, una donna di 45 anni, la figlia sedicenne di lei e quattro bambini, tra cui anche il figlio di appena quattro anni dello stesso Carter. Si pensò che l'omicida, reo confesso, non avesse compiuto da solo quel crimine, così iniziò il solito gioco al massacro fatto di minacce, ritorsioni e false promesse per riuscire a far sputare fuori almeno un nome. La polizia texana era molto abile in questo gioco e, alla fine, Carter confessò che Anthony Graves sarebbe stato il suo complice (era il cugino di una ragazza con la quale Carter aveva avuto una storia). Di colpo la vita di Graves precipitò in un baratro senza fondo e iniziò a sperimentare sulla sua pelle gli ingranaggi della macchina giudiziaria texana. La pubblica accusa prese talmente a cuore il caso che cercò, inventò e creò quanti più indizi di colpevolezza possibile. Non ci fu niente da fare, la sentenza di colpevolezza del 1994 era già stata scritta. Per Graves si spalancarono le porte dell’inferno, fu strappato via alla sua famiglia e scaraventato nel famigerato braccio della morte texano. Intanto Carter ritrattò, facendo una dichiarazione giurata in cui scagionava completamente Graves. Persino sul letto di morte, con l’ago già infilato nel braccio, Carter ribadì l’innocenza di GraGianni Ricci - Link Campus University link journal 1/2012 ves ed esalò l’ultimo respiro, il 31 maggio del 2000. Anthony Graves ha visto la morte passargli accanto. Poi qualcosa di colpo cambiò. La professoressa Nicole Casarez dell’Università St. Thomas e i suoi studenti di giornalismo presero a cuore il suo caso e studiarono a fondo gli atti processuali arrivando alla convinzione che non ci fossero prove reali a carico di Anthony. Il lavoro svolto da Nicole e dai suoi studenti fu prezioso e concreto, non mollarono fino a quando, nel 2006, la Corte Federale d’Appello del Quinto Circuito annullò il processo a causa delle gravi irregolarità commesse dall'accusa. Lo Stato del Texas, nonostante la sentenza di annullamento del processo, è riuscito a tenere Graves in prigione per altri quattro anni. Finalmente, il 27 ottobre del 2010, Anthony Graves si è aggiunto alla schiera dei 138 ex condannati a morte riconosciuti innocenti e liberati, da quando nel 1976 gli Stati Uniti hanno ripristinato la pena di morte. Il dilemma del prigioniero vero Ho sempre pensato al dilemma del prigioniero come ad un modello teorico di gioco in grado di spiegare la differenza tra scelte individuali e scelte di gruppo, tra soluzioni ed equilibri; utile per descrivere schematicamente situazioni di conflitto attraverso una chiave di lettura che coinvolge anche la sfera psicologica di chi deve assumere una decisione. Ho sempre interpretato il dilemma del prigioniero come un legame tra matematica, economia e scienze sociali, come un’occasione per avvicinare la Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 41 link journal 1/2012 diritti umani 41 matematica ai problemi concreti rivalutando le potenzia- (minimizzare il massimo del rischio) viene denominata lità applicative dell’odiata matematica. min-max e privilegia la prudenza rispetto al rischio ed è Ma oggi la testimonianza di Anthony Graves ha spostato il risultato di scelte individualiste. il dilemma del prigioniero su un piano diverso, concreto e drammaticamente umano. Ascoltando Anthony Graves mi ha colpito il racconto dell’interrogatorio fatto nella stazione di polizia prima a Robert Carter e poi a lui; mi è sembrato di leggere Albert Tucker quando introduce il suo paradigma del dilemma del prigioniero: Due persone indicate con A e B vengono accusate (a ragione) di un crimine e, in attesa del processo, sono imprigionate in celle separate in modo che non sia possibile per i due arrestati comunicare tra loro; in assenza di prove certe vengono interrogate separatamente dal Commissario che a ciascuno promette uno sconto di pena se confessa la sua colpevolezza; la definizione della riduzione dipende dal comportamento dell’altro arrestato. A titolo esemplificativo l’interrogatorio con l’arrestato A si sviluppa nel seguente modo: • Se tu (A) confessi e il tuo “complice”(B) non confessa, allora tu sarai libero e il tuo complice verrà condannato, grazie alla tua deposizione, a 20 anni; • Se tu (A) e il tuo complice (B) confessate entrambi verrete condannati entrambi ad una reclusione di 4 anni; • Se tu (A) e il tuo complice (B) non confessate verrete comunque condannati a 2 anni per un reato minore per il quale abbiamo già le prove. A/B confessa non confessa Confessa 4,4 0,20 non confessa 20,0 2,2 In modo assolutamente analogo si svolge l’interrogatorio con l’altro arrestato B. La situazione può essere descritta dalla bimatrice seguente: la scelta che ciascuno degli arrestati fa è quella di confessare, non per motivi etici, ma semplicemente perché non potendo A e B concordare la scelta comune di non confessare (che porterebbe A e B ad ottenere il migliore risultato per entrambi: trascorrere 2 anni in prigione), vogliono evitare la situazione peggiore (trascorrere 20 anni in prigione). Questo tipo di soluzione Antony Graves ha trascorso 18 anni in prigione per un crimine che non ha commesso Questa situazione si sviluppa secondo le modalità che abbiamo descritto in base ad una ipotesi fondamentale: i due arrestati sono colpevoli! Cosa succede se uno dei due arrestati, ad esempio B, è innocente? La consapevolezza di essere innocente porta B a dichiararsi non colpevole per cui A (che è colpevole e sa che B è innocente) si dichiarerà colpevole con la prospettiva di tornare libero, pur sapendo, in questo modo, di creare il massimo danno all’altro arrestato. E questo, dal racconto di Anthony Graves (l’arrestato B), è proprio quello che è successo per il comportamento egoistico di Robert Carter (l’arrestato A). Versione corretta luigi1:Layout 1 06/02/2012 15.41 Pagina 42 SudgestAid è una Società consortile italiana, senza scopo di lucro, partecipata da Agenzie pubbliche, impegnata nel promuovere e gestire progetti di sviluppo locale sostenibile prestando assistenza alle Pubbliche Amministrazioni e alla società civile dei Mezzogiorni d’Italia e del Mondo. Operiamo soprattutto nelle aree dove più gravi sono gli elementi di crisi e maggiori le difficoltà di sviluppo. La nostra azione, in questi ambiti, riguarda la qualificazione delle risorse umane; la pianificazione e programmazione socio-economica e territoriale; la difesa e valorizzazione delle risorse ambientali, idriche, del suolo e sottosuolo; l’innovazione tecnologica; il recupero della legalità e della coesione sociale; il rispetto e valorizzazione delle culture e delle pari opportunità. L’impegno di SudgestAid è rivolto a: • riqualificare i sistemi di governance accrescendo i livelli di responsabilità e le capacità tecniche, l’efficienza e l’efficacia delle Pubbliche Amministrazioni; aiutando il decentramento amministrativo, l’organizzazione delle Istituzioni e i processi di concertazione; rafforzando il rispetto della legalità e la trasparenza delle azioni pubbliche; promuovendo il coinvolgimento della società civile e degli stakeholders; promuovere lo sviluppo locale sostenibile valorizzando le risorse umane, le esperienze ed il patrimonio storico-culturale locale; programmando e pianificando gli interventi nel rispetto della capacità di carico del territorio e della rinnovabilità delle risorse ambientali; ampliando i diritti umani, i livelli di libertà, di partecipazione e consenso, garantendo l’equità e il rispetto delle diverse culture e delle pari opportunità. SudgestAid S.c.a.r.l. Via Nomentana, 335 - 00162 Roma Tel. +39 06 982641 Fax +39 06 98264150 Email: [email protected] www.sudgestaid.it versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 43 Focus ‘Il paradosso della globalizzazione’ D. Rodrik, G. Magliano, A. Suraci, M. Zandri, C. Patalano, R. Lippi, M. Emanuele, P. Russo, G. Migliore versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 44 globalizzazione 44 Dani Rodrik è professore di economia politica alla John F. Kennedy School of Government dell’Università di Harvard Il paradosso della globalizzazione Dani Rodrik U ltimamente ho presentato il mio nuovo libro The Globalization Paradox (Il paradosso della globalizzazione, ndt) a diversi gruppi. Ormai sono abituato a qualsiasi tipo di commento da parte dell’audience, ma ad una recente presentazione del libro, l’economista al quale era stato chiesto di intervenire come relatore mi ha sorpreso con una critica inaspettata affermando, stizzito, la mia volontà di rendere il mondo più sicuro per i politici. Per timore che il messaggio si perdesse nel vuoto, ha poi spiegato ulteriormente il suo commento ricordando all’audience un ex ministro dell’agricoltura giapponese che sosteneva che il Giappone non potesse importare la carne di manzo in quanto l’intestino dei giapponesi è più lungo rispetto a quello degli abitanti degli altri Paesi. Il commento ha provocato qualche risata soffocata. Chi non si diverte con le barzellette sui politici? Ma il commento aveva uno scopo ben più serio ed Globalizzazione I mercati ben funzionanti sono sempre inseriti all’interno di meccanismi più ampi di governabilità collettiva link journal 1/2012 era in modo evidente mirato ad evidenziare un errore fondamentale nella mia argomentazione. Il mio relatore ha trovato che fosse evidente l’assurdità dell’idea di dare maggior spazio di manovra ai politici, supponendo che l’audience sarebbe stata d’accordo ed implicando che la rimozione di qualsiasi limite posto ai politici potrebbe portare a interventi insensati che soffocherebbero i mercati e bloccherebbero il motore della crescita economica. Questa critica indica un grave fraintendimento della modalità di funzionamento dei mercati. Dato il bagaglio culturale fondato solo sui libri di testo senza alcuna menzione del ruolo delle istituzioni, gli economisti immaginano spesso che i mercati si sviluppino da soli senza alcuna azione collettiva e mirata. Adam Smith aveva ragione nell’affermare che “la propensione verso le relazioni, il baratto e lo scambio” è innata nell’uomo, ma un insieme di istituzioni esterne al mercato sono comunque necessarie per concretizzare questa propensione. Consideriamo tutti i requisiti necessari. I mercati moderni necessitano di infrastrutture per i trasporti, la logistica e la comunicazione che derivano in gran parte dagli investimenti pubblici. Necessitano inoltre di sistemi di esecuzione dei contratti e della protezione del diritto di proprietà, di regolamentazioni per permettere ai consumatori di prendere decisioni sulla base di informazioni adeguate, per internalizzare gli elementi esterni ed evitare abusi di potere. Hanno bisogno di banche centrali ed istituti finanziari per prevenire eventuali situazioni di panico finanziario e moderare i cicli del business. E necessitano infine di una rete di protezione sociale e di sicurezza per legittimare i risultati ottenuti tramite il processo di distribuzione. I mercati ben funzionanti sono sempre inseriti all’interno di meccanismi più ampi di governabilità collettiva. Ecco perché le economie più sane a livello mondiale, e con i sistemi di mercato più produttivi, dispongono anche di vasti settori pubblici. Una volta che abbiamo riconosciuto la necessità da parte dei mercati di avere delle regole, dobbiamo chiederci poi a chi far scrivere tali regole. Gli economisti che denigrano il valore della democrazia parlano a volte come se l’alternativa ad un governo democratico fosse un processo de- L’articolo apre una riflessione che diverrà oggetto di altri interventi nel corso delle prossime pubblicazioni. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 45 link journal 1/2012 globalizzazione cisionale portato avanti da filosofi platonici di alto spessore intellettuale, ovvero, idealmente, degli economisti! Ma questo scenario non è né rilevante, né auspicabile. Innanzitutto, più basso è il grado di trasparenza, rappresentatività e responsabilità del sistema politico, più è probabile che interessi specifici devino le regole a loro vantaggio. Ovviamente, anche i sistemi democratici possono cadere in questo rischio, ma rimangono comunque la forma migliore di tutela contro regole arbitrarie. Inoltre, creare delle regole non implica solo essere efficienti, ma può anche portare a dover bilanciare obiettivi sociali in competizione tra loro (ad esempio la stabilità contro l’innovazione), o a dover fare scelte legate al processo di distribuzione. Non sono compiti che vorremmo affidare agli economisti che possono sì conoscere il prezzo di una serie di elementi, ma non ne conoscono il valore. E’ vero che la qualità della governabilità democratica può essere migliorata riducendo il margine di discrezione dei rappresentanti eletti. Le democrazie ben funzionanti delegano spesso il potere istituzionale relativo alla definizione delle regolamentazioni a enti semi-indipendenti, in particolar modo quando le questioni in oggetto sono di natura tecnica e non comportano preoccupazioni di carattere distribuzionale, quando uno scambio di favori darebbe risultati poco ottimali per tutti o quando le politiche risultano miopi, con l’implicazione di una forte riduzione dei costi futuri. Le banche centrali indipendenti sono un ottimo esempio di questo meccanismo. Può anche spettare ai politici eletti determinare il target dell’inflazione, ma la decisione su quali mezzi utilizzare per raggiungere tale obiettivo viene lasciata ai tecnocrati delle banche centrali. Anche in questo modo le banche rimangono comunque responsabili nei confronti dei politici e tenute, quindi, a risponderne quando il target non viene raggiunto. Allo stesso modo, si possono emanare simili istanze di delega democratica alle organizzazioni internazionali. Gli accordi globali mirati a porre un tetto massimo sulle tariffe o a ridurre le emissioni tossiche sono senza dubbio fondamentali. Ma gli economisti hanno la tendenza a idolatrare questi limiti senza analizzare a fondo ed in modo esauriente le politiche da cui derivano. Una cosa è sostenere l’applicazione di limiti es- 45 terni che sottolineino la qualità delle considerazioni fatte a livello democratico evitando, ad esempio, scadenze a breve termine o pretendendo trasparenza, altra cosa è sovvertire la democrazia privilegiando interessi specifici a dispetto di altri. Sappiamo, ad esempio, che i requisiti globali del capitale individuati dal Comitato di Basilea rispecchiano ampiamente l’influenza della banche più importanti. Se fossero gli economisti e gli esperti finanziari a dover dettare le regole, i limiti sarebbero molto più severi. D’altro canto se le regole fossero lasciate in balia dei procedimenti politici interni, ci potrebbe essere una pressione contrastante da parte degli attori coinvolti in contrasto tra di loro (sebbene gli interessi finanziari siano molto forti anche a livello nazionale). Nonostante la retorica, molti degli accordi siglati dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio non sono il risultato del perseguimento del benessere economico globale, bensì del potere di lobbying delle multinazionali in cerca di opportunità per ottenere profitto. Le regole internazionali sui brevetti e sul copyright rispecchiano l’abilità delle aziende farmaceutiche e di Hollywood, per dare due esempi, di averla vinta. Queste regole sono state fortemente denigrate dagli economisti in quanto hanno imposto una serie di limiti inibendo la possibilità delle economie in via di sviluppo di avere accesso ad opportunità a basso costo in campo farmaceutico e tecnologico. Pertanto, la scelta tra la cautela democratica interna ed i limiti imposti dall’esterno non è sempre tra politiche positive o negative. Anche quando il sistema politico interno non funziona bene, non c’è alcuna garanzia che le istituzioni globali funzionino meglio. Spesso la scelta è tra cedere ai rent-seeking nazionali o stranieri. Nel primo caso almeno l’affitto rimane in casa! Sostanzialmente, la questione riguarda chi dobbiamo investire della responsabilità di scrivere le regole che il mercato richiede. La realtà inevitabile della nostra economia globale è che il luogo principale in cui risiede la responsabilità legittima democratica è ancora lo Stato nazionale. Pertanto porgo prontamente le mie scuse rispetto alla critica mossa dall’economista che ha commentato il mio libro. In effetti è vero che voglio rendere il mondo più sicuro per i politici democratici e, sinceramente, ho seri dubbi nei confronti di chi non vuole farlo. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 46 46 globalizzazione link journal 1/2012 The globalization paradox have been presenting my new book The Globalization Paradox to different groups of late. By now I am used to all types of comments from the audience. But at a recent book-launch event, the economist assigned to discuss the book surprised me with an unexpected criticism. “Rodrik wants to make the world safe for politicians,” he huffed. Lest the message be lost, he then illustrated his point by reminding the audience of “the former Japanese minister of agriculture who argued that Japan could not import beef because human intestines are longer in Japan than in other countries.” The comment drew a few chuckles. Who doesn’t enjoy a joke at the expense of politicians? I But this scenario is neither relevant nor desirable. For one thing, the lower the political system’s transparency, representativeness, and accountability, the more likely it is that special interests will hijack the rules. Of course, democracies can be captured too. But they are still our best safeguard against arbitrary rule. Moreover, rule-making is rarely about efficiency alone; it may entail trading off competing social objectives – stability versus innovation, for example – or making distributional choices. These are not tasks that we would want to entrust to economists, who might know the price of a lot of things, but not necessarily their value. But the remark had a more serious purpose and was evidently intended to expose a fundamental flaw in my argument. My discussant found it self-evident that allowing politicians greater room for maneuver was a cockamamie idea – and he assumed that the audience would concur. Remove constraints on what politicians can do, he implied, and all you will get are silly interventions that throttle markets and stall the engine of economic growth. This criticism reflects a serious misunderstanding of how markets really function. Raised on textbooks that obscure the role of institutions, economists often imagine that markets arise on their own, with no help from purposeful, collective action. Adam Smith may have been right that “the propensity to truck, barter, and exchange” is innate to humans, but a panoply of non-market institutions is needed to realize this propensity. Consider all that is required. Modern markets need an infrastructure of transport, logistics, and communication, much of it the result of public investments. They need systems of contract enforcement and property-rights protection. They need regulations to ensure that consumers make informed decisions, externalities are internalized, and market power is not abused. They need central banks and fiscal institutions to avert financial panics and moderate business cycles. They need social protections and safety nets to legitimize distributional outcomes. Well-functioning markets are always embedded within broader mechanisms of collective governance. That is why the world’s wealthier economies, those with the most productive market systems, also have large public sectors. Once we recognize that markets require rules, we must next ask who writes those rules. Economists who denigrate the value of democracy sometimes talk as if the alternative to democratic governance is decisionmaking by high-minded Platonic philosopher-kings – ideally economists! True, the quality of democratic governance can sometimes be augmented by reducing the discretion of elected representatives. Well-functioning democracies often delegate rulemaking power to quasi-independent bodies when the issues at hand are technical and do not raise distributional concerns; when log-rolling would otherwise result in sub-optimal outcomes for all; or when policies are subject to myopia, with heavy discounting of future costs. Independent central banks provide an important illustration of this. It may be up to elected politicians to determine the inflation target, but the means deployed to achieve that target are left to the technocrats at the central bank. Even then, central banks typically remain accountable to politicians and must provide an accounting when they miss the targets. Similarly, there can be useful instances of democratic delegation to international organizations. Global agreements to cap tariff rates or reduce toxic emissions are indeed valuable. But economists have a tendency to idolize such constraints without sufficiently scrutinizing the politics that produce them. It is one thing to advocate external restraints that enhance the quality of democratic deliberation – by preventing short-termism or demanding transparency, for example. It is another matter altogether to subvert democracy by privileging particular interests over others. For instance, we know that the global capital-adequacy requirements produced by the Basel Committee reflect overwhelmingly the influence of large banks. If the regulations were to be written by economists and finance experts, they would be far more stringent. Alternatively, if the rules were left to domestic political processes, there could be more countervailing pressure from opposing stakeholders (even though financial interests are powerful at home, too). versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 47 link journal 1/2012 globalizzazione La politica estera è sempre più chiamata ad un approccio di coerenza e di pro-attività sui temi globali. La comunità internazionale sta evolvendo in un sistema composito ed a più velocità tra economie avanzate, “emerse” ed emergenti, i cui lineamenti sono in corso di definizione. La crisi finanziaria ha impresso forte accelerazione ad un processo strutturale verso un nuovo paradigma economico, ormai tale da mettere costantemente in discussione le analisi congiunturali macroeconomiche, condannate ad inseguire dinamiche rapide ed imprevedibili. Secondo alcune statistiche dello Institute for International Finance, dal 2007 al 2012 l’economia cinese risulterà cresciuta del 60%, le altre economie asiatiche del 50% e quelle dei Paesi G8 solo del 3%. Questo “shift of wealth and power from the West to the Rest” comporta un superamento delle tradizionali gerarchie fra Paesi nei fori internazionali, dal G8 al G20 e oltre. Un assetto più decentrato dell’economia globale rappresenta certamente uno sviluppo positivo. Il fatto che già nei prossimi vent’anni quasi il 60% del PIL mondiale potrebbe provenire dai Paesi emergenti significa anche poter contare su un più ampio novero di motori di crescita, più che mai necessari soprattutto nel caso di crisi, come quella attuale, che impatta in modo asimmetrico su economie avanzate ed emergenti. Al contempo, questa moltiplicazione dei poli economici sembra comportare - almeno nel breve periodo - una maggiore entropia nei processi decisionali. L’attuale fase di riequilibrio si sta accompagnando ad una dissociazione fra PIL e benessere: per la prima volta i Paesi più ricchi non coincidono con i Paesi più benestanti. I BRICS oggi rappresentano il 18% del PIL, il 30% della crescita globale e, tuttavia, anche il 52% della popolazione più povera del pianeta. Tale situazione presenta implicazioni anche per il sistema multilaterale nel suo insieme. Da un lato, l’agenda dei fori e delle istituzioni internazionali dovrà riflettere l’esigenza degli emergenti di conciliare il loro nuovo ruolo di global players con le loro agende interne in termini di sviluppo economico e riduzione della povertà. Dall’altro, i Paesi avanzati - ed in particolare i membri del G8 - hanno una opportunità comune nello stimolare le economie emergenti verso un ruolo più fattivo di responsible stakeholders dell’economia globale, tenendo peraltro presenti le esigenze di efficienza ma anche di equità e solidarietà verso la più vasta comunità internazionale. Nell’ambito dell’eurozona, lo stesso caso della crisi del debito sovrano ci dimostra che situazioni di crisi in economie apparentemente piccole e periferiche possono propagare i propri effetti su scala globale, soprattutto quando le risposte internazionali restano improntate alla logica del Verso una diplomazia “anticipativa” della globalizzazione Quali strumenti e quali formati per la politica estera italiana? Contestualmente, stiamo assistendo ad un fenomeno di “deconcentrazione” del potere economico. Oggi l’attenzione della comunità internazionale è rivolta soprattutto ai grandi Paesi emergenti, i BRIC. Peraltro, nuove potenze economiche - più piccole in termini assoluti, ma con tassi di crescita comparabili - si stanno affacciando alla frontiera dell’economia globale, rappresentando già oggi l’ago della bilancia nel balance of power fra Paesi avanzati ed emergenti. Alcuni analisti preconizzano la costituzione di un “blocco unico”, il nuovo G7 (integrando Brasile, Russia, India e Cina con Indonesia, Messico e Turchia), che entro il 2020 potrebbe sopravanzare il “vecchio” G7 in termini di PIL consolidato. Altri pensano ai paesi emergenti dell’acronimo CIVETS, cioè Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica. 47 Giandomenico Magliano, Ambasciatore, Direttore Generale per la Mondializzazione, Ministero degli Affari Esteri versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 48 48 globalizzazione ‘’too little, too late’. Nell’ottica delle responsabilità condivise, un esempio interessante è rappresentato dalle prospettive programmatiche in capo al G20. Sono qui necessarie azioni incisive su tre fronti ai fini di quell’approccio complessivo, strutturato e cooperativo che è necessario per governare l’economia globale e i rischi che sottende. In primo luogo, le politiche per la crescita. Tutti i paesi devono partecipare allo sforzo comune con la medesima intensità. Ciò è essenziale in termini economici, ma anche politici, perché le riforme nazionali “difficili” si sostengono l’una con l’altra. Bisogna adoperarsi maggiormente per la rimozione degli squilibri globali: l’asimmetria tra gli impegni di bilancio (quantitativi e con scadenze puntuali) e quelli sulla crescita e sugli squilibri (vaghi e senza scadenze) è di tutta evidenza. In secondo luogo, il sistema monetario internazionale. Il mondo è cambiato ed il sistema monetario deve cambiare con esso, a quarant’anni da quel “Nixon Shock” che nell’agosto 1971 portò all’abbandono della convertibilità del dollaro in oro ed all’avvio del “non-sistema” di cambi flessibili. Raccogliamo ora i primi frutti di un processo di riforma degli ultimi anni, ma occorre andare oltre. Questo riguarda in particolare la composizione e il ruolo dei Diritti Speciali di Prelievo: si tratta di un passaggio essenziale per costruire un sistema monetario che rifletta i nuovi pesi nell’economia globale. In terzo luogo, gli strumenti di prestito del Fondo Monetario e le risorse disponibili. Dobbiamo completare la riforma della “cassetta degli attrezzi” che è stata avviata nel biennio scorso. Il nuovo strumento di facility finanziaria del Fondo su cui si sta lavorando a breve termine rappresenta un passo importante, ma è possibile renderlo più incisivo. Il Fondo deve essere dotato di adeguate risorse per svolgere con efficacia il suo mandato. Quali sono le implicazioni di questo processo di rebalancing per le nostre direttrici di politica estera? Innanzitutto, dal momento che l’evoluzione dei fondamentali economici viaggia a ritmi più veloci di quella dell’adeguamento delle strutture di governance, è necessario che la diplomazia classica divenga diplomazia “anticipativa” (anticipatory diplomacy), in modo da prevenire le situazioni di vulnerabilità prima che esse si manifestino. A partire dal 2008 le agende dei principali Vertici, europei e multilaterali, si sono trovate prevalentemente a dover reagire all’andamento dei mercati finanziari, privilegiando il contingency planning rispetto alla definizione di soluzioni condivise e di lungo periodo. È ora opportuno superare l’approccio link journal 1/2012 tradizionalmente “reattivo” e a “filiere verticali” (stabilità finanziaria, investimenti e crescita, commercio, ambiente, energia, nutrizione, salute, tecnologia, proprietà intellettuale, ecc.) che ancora contraddistingue molti ambiti negoziali, per passare ad un’impostazione anticipativa che integri i vari settori di policy in un contesto di interdipendenza e di maggiore coerenza. La prevedibile evoluzione del multilateralismo in direzione di un “plurilateralismo” a geometrie variabili sta rafforzando il ruolo dei fori informali ristretti - come il G20 - rispetto ai processi decisionali strutturati propri delle istituzioni multilaterali formali. Di fronte a questa molteplicità di processi e di formati - spesso paralleli - una diplomazia veramente anticipativa deve sapersi inserire attraverso reticoli, alleanze e formule spesso fluidi e complessi per propiziare soluzioni se non ideali quantomeno a somma positiva. L’emergere di nuovi attori sulla scena internazionale - con agende differenziate rispetto a quei Paesi industrializzati - sta comportando l’affermazione di nuovi assetti. Parallelamente al consolidamento del G20 quale luogo di incontro paritario fra vecchi e nuovi protagonisti dell’economia globale, si affermano fori ristretti, rappresentativi di soli Paesi emergenti: il raggruppamento dei BRICS, nato nel 2003 come accattivante acronimo coniato da una banca d’affari che selezionava i titoli finanziari/paese, dal 2009 si è trasformato in BRICS con Vertici annuali dei Leader di Brasile, Cina, India, Russia nonché Sud Africa, ciò che ha determinato un importante luogo di azione collettiva, ad esempio come amplificatore delle richieste di rappresentatività dei grandi Paesi emergenti. Anche qui una diplomazia veramente anticipativa deve saper interloquire con i nuovi protagonisti dell’economia globale, coniugando le rispettive direttrici bilaterali di politica estera con la dimensione multilaterale. E ciò non solo con riferimento ai cinque Paesi BRICS, ma anche nei confronti di quei Paesi intermedi - i “linchpin States” - che già oggi svolgono un ruolo essenziale di cerniera fra le istanze dei Paesi avanzati e delle nuove economie emerse. In sintesi, la diplomazia della globalizzazione deve oggi assumere tre caratteristiche: capacità di anticipazione, per gestire un sistema di relazioni internazionali sempre più complesso e vulnerabile; fluidità ed integrazione, in modo da valorizzare al meglio le interazioni fra le agende dei fori informali dei leaders e quelle delle istituzioni multilaterali; inclusività, al fine di stimolare le economie emergenti a svolgere un ruolo costruttivo di responsible stakeholders dell’economia globale. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 49 link journal 1/2012 globalizzazione 49 Le deboli democrazie alla ricerca di un nuovo modello di Stato L a globalizzazione, la cui complessità lascia libero sfogo ad interpretazioni contrastanti, viene interpretata esclusivamente quale fenomeno che tende ad unire i diversi popoli della terra attraverso processi finanziari ed economici la cui mancanza di trasparenza, evidenziata dalla recente crisi mondiale, rende problematici i rapporti sia a livello nazionale che internazionale. Gli anni in cui veniva posta l’importanza di una governance internazionale, almeno tra quelle nazioni che si richiamano ai principi della democrazia liberale e che fanno parte di medesimi organismi internazionali, sembrano lontani. Le proposte tutt’oggi sul tavolo risentono di una impostazione protezionistica che inficia le finalità della stessa governance anche se il lavoro in tal senso non è affatto interrotto. Nella crisi attuale si notano diverse impostazioni che mirano a superare in una dubbia competizione finanziaria gli stessi partner della medesima organizzazione che, al contrario, dovrebbero interagire per univoche finalità. In sintesi, la rivalità tra dollaro ed euro, indebolendo quell’area internazionale basata su una condivisione di valori e di azioni, ha creato le condizioni per risposte alternative che vedono, oggi, la Cina ed il Giappone disponibili ad una politica monetaria che le avvicina senza la mediazione del dollaro o dell’euro. In questa dinamica ‘globale’ si muovono altri interessi che cercano anch’essi una propria autonomia e che sono rappresentati da quei Paesi un tempo considerati in via di sviluppo. Oggi, quei Paesi rappresentano delle forze in grado di competere finanziariamente e di condizionare la stessa tensione all’interno del sistema euroatlantico. Nel processo della globalizzazione, quindi, vi sono diversi attori con caratteristiche politiche non similari, ma espressioni di una forza economica la cui finalità è quella di condizionare lo sviluppo commerciale e finanziario del sistema internazionale. Tale libertà di movimento pone il problema dell’adeguatezza delle strutture internazionali, iniziando dal FMI e dal WTO, ma pone anche problemi di democrazia reale all’interno dei singoli Stati. Soprattutto in quelle nazioni che fanno riferimento alla democrazia liberale. Queste ultime sono apparse come le più esposte al fenomeno della violenza terroristica e alla crisi ecoAntonio Suraci - Direttore Link Journal nomica mondiale, due aspetti della globalizzazione. Pur in grado di dare risposte concrete su entrambi i fronti, le democrazie liberali hanno subìto un affievolimento della forza che sino ad oggi avevano saputo e potuto esprimere. Il possedere una Costituzione, e far partecipare i cittadini alla scelta dei go-vernanti attraverso libere elezioni, oggi non appare più sufficiente per mantenere in essere la democrazia e ciò in quanto i processi decisionali, meno di ieri, sono alla portata del cittadino. Il fenomeno del terrorismo, aumentando i sistemi di controllo, ha in qualche misura ristretto le libertà fondamentali; la crisi economica, non causata dal corpo sociale ma dall’errato utilizzo della delega, ha coinvolto la cittadinanza esclusivamente sull’effetto debitorio penalizzandone la vita sociale, il livello di protezione e la stessa occupazione. In entrambi i casi, le decisioni sono state assunte senza alcun coinvolgimento della popolazione e spesso anche al di fuori delle stesse istituzioni rappresentative. Il mondo globale impone risposte veloci i cui tempi spesso non rispondono ai riti delle democrazie liberali. Vi sono molti Paesi che si definiscono democratici pur avendo sistemi decisionali simili ad un sistema che non richiede necessariamente, nella formazione della decisione, il coinvolgimento della popolazione ed anche se dotati di sistemi elettivi, non sono, in molti casi, paragonabili a quelli delle democrazie liberali. In questa competizione globale noi non esportiamo democrazia, ma subiamo, adeguandoci, la necessità di rispondere celermente alle pressioni o ad azioni globali, sacrificando lo spirito che sino a questa rivoluzione contemporanea ci ha caratterizzato. Se prendiamo in considerazione che per molti il nostro sistema ha rappresentato il miglior sistema tra i peggiori esistenti, la porta ad una riflessione alternativa è aperta. Non si tratta di considerare sistemi autoritari o totalitari, ma di vedere come la democrazia liberale possa, adeguandosi alle sfide globali, mantenere in essere i presupposti ideali che la caratterizzano. Occorre, a questo punto, valutare come e perchè essendo la maggioranza dei cittadini costretta a subire decisioni che ne penalizzano l’esistenza - la lealtà verso lo Stato e versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 50 50 globalizzazione la disponibilità a partecipare ai riti della democrazia si siano affievolite. In quasi tutti i Paesi occidentali la disaffezione verso la politica e quindi verso le istituzioni è calcolabile percentualmente dal dato di astensionismo elettorale e dal fenomeno di una contestazione, seppure non violenta, sempre più ampia e rilevabile anche attraverso la lettura dei social-network. Non vi è una data ‘storica’ da cui partire per definire l’indebolimento dello Stato, ma è possibile prendere in esame l’arco degli anni settanta, in cui iniziava ad essere predicata la parabola del ‘meno Stato, più mercato’. Il laissez-faire, riconducibile ad un liberismo radicale, ha preso il sopravvento con l’illusione che i servizi già resi dal pubblico sarebbero stati più qualificati e a minor costo se offerti dal privato in una libera competizione. Da questo momento tale pensiero economico, che diviene politico nelle proposte, crea una incrinatura tra cittadini e Stato, convinti - i primi - che avrebbero potuto fare a meno di una entità pubblica che si avviava sul viale del tramonto. Pur non sostenendo le ragioni dell’uno o dell’altro, è indubbio che le funzioni di uno Stato non adeguatamente attrezzato, e non in grado di continuare ad essere fonte di investimenti per una errata visione populista della propria missione, hanno generato un distacco costante e continuo dei cittadini, ancor più penalizzati da forme di ‘rappresentanza conservativa’ a livello istituzionale. Il risultato di questo combinato è stato ed è la inadeguatezza nell’elaborare un nuovo contratto sociale rispondente alle necessità di una mutata visione economica e politica del mondo. La globalizzazione impone questa riflessione e la risposta può provocare anche il radicale cambiamento dei rapporti interni ai singoli Stati. Partendo dalla recente esperienza, seguendo una riflessione di Eric J. Hobsbawn, di come ‘il mercato non sia stato complementare alla democrazia liberale’ e come ‘la partecipazione al mercato abbia sostituito la partecipazione alla politica’, possiamo ritenere che entrambe le cause abbiano prodotto un unico effetto: la partecipazione del cittadino all’economia come consumatore e fruitore di un benessere illusoriamente duraturo. Il cittadino si è trovato imbrigliato in un gioco economico senza potersi rendere conto che andava lentamente indebolendo quell’aggregazione sociale di cui era parte e della quale oggi sente la mancanza. Vi è anche un altro aspetto che ci riguarda ancora più da vicino ed è quello di prendere nella giusta considerazione l’appartenenza ad una istituzione sovranazionale quale l’Europa, sempre più pregnante nella vita delle diverse comunità che ne fanno parte. L’allargamento dei confini nazionali ha rappresentato un altro elemento di debolezza dello Stato, anziché di forza e di maggiore rispondenza agli interessi dei cittadini. Tutti fattori questi che hanno sbilanciato la politica a favore dell’economia, del mercato più aperto. Oggi molte voci si levano nel chiedere una diversa e più au- link journal 1/2012 tonoma funzione dello Stato, un ruolo maggiormente protettivo. Come vediamo, nei momenti di crisi, come l’attuale, molti tendono a rinchiudersi e a chiedere ‘più Stato e meno mercato’. Ma il problema non è questo e chi lo solleva lo sa. Il raggio di azione dello Stato è profondamente cambiato così il suo ruolo che necessita di nuove regole interne e di nuove ‘autorizzazioni’ per esercitare politicamente la propria funzione nella globalizzazione e nella vita sovranazionale in cui molti Stati hanno scelto da tempo di confluire. Il rapporto interno deve essere recuperato attraverso l’implementazione di nuove regole certe che mirino a tutelare lo sviluppo della vita sociale e l’economia privata con meccanismi di trasparenza e maggiore responsabilità per chi è chiamato a gestire questa nuova sfida. Lo Stato-nazione, che chiede una libertà d’azione sul piano globale, deve saper garantire al proprio interno la certezza delle regole attraverso un’etica dei comportamenti che sia guida per coloro che verranno chiamati a gestire la cosa pubblica. Ciò significa che la politica, ritrovando se stessa, può garantire quei processi di partecipazione alla vita nazionale in grado di far rivivere i principi e i valori della democrazia, anche se sarà necessario individuare nuovi sistemi e metodi di rappresentanza. Dalla qualità del nuovo Stato dipenderà la stabilità sociale e una diversa predisposizione del cittadino a partecipare costruttivamente ai processi di globalizzazione, senza l’illusione di un mercato in grado di sostenere e sviluppare il benessere collettivo privato dell’attenta vigilanza della collettività, quindi dello Stato. Ritrovare l’amico comune, lo Stato, aiuterà ad affrontare diversamente il cammino della globalizzazione, lungo il quale, è bene non farsi illusioni, saremo tutti chiamati a collaborare partendo da una considerazione, che poi rappresenta la chiave di lettura prossima futura: nel pensare ad un nuovo ruolo dello Stato dovremo avere la consapevolezza che questo dovrà essere riformulato su una diversa sovranità legislativa ed economica, il che vuol dire che lo Stato-nazione, già messo in discussione, troverà altre e diverse forme per esistere, ma non avrà più quelle caratteristiche ‘nazionaliste’ che lo hanno caratterizzato nel passato. Secondo Ulrich Beck ‘la politica è chiamata ad ispirare un nuovo modello di Stato, non più basato sulla sovranità territoriale, ma su una sovranità che risponderà a dei principi politici, economici e culturali glo-bali.’ Una risposta certa a tale affermazione ancora non è riscontrabile, ma possiamo ritenere che la necessità di creare un modello politico che vada oltre i confini dello Stato sia ormai, pur attraverso curve critiche, una risposta credibile per una corretta gestione sovranazionale della globalizzazione, le cui conseguenze saranno, come indica Benedetto XVI, un comune destino per tutti gli uomini, una comune responsabilità e una necessaria concezione positiva della solidarietà “leva concreta dello sviluppo umano integrale”. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 51 link journal 1/2012 globalizzazione 51 Per quale democrazia? Tahrir, Puerta del Sol, Zuccotti Park: il risveglio della libertà “Sono preoccupato per il mio futuro!”, dice un manifestante newyorkese raccontando il proprio disagio davanti ad una delle centinaia di telecamere che registrano ormai quotidianamente (e moltiplicano) le ragioni di “Occupy Wall Street” il movimento americano partito il 17 Settembre nell’omonima area a sud di Manhattan … ”Ma quale futuro? Non c’è futuro” si intromette un altro giovane, con convinto cinismo e gestualità molto italiana. La crescente paura che ci sia una generazione, forse due, che rischiano di ‘saltare un giro’ nella giostra della vita, sta inondando le Piazze del Mondo. Storie, economie, culture diverse. Diverse accentuazioni sulle ragioni più immediate delle rivolte o delle manifestazioni: i debiti, le storture e l’esistenza stessa di questo mercato finanziario negli States ed in Europa; la rivendicazione di democrazia, libertà, sviluppo, spesso di ‘pane’ nei Paesi Arabi. Ma ci sono metodi di lotta simili; linguaggi (web e altro) spesso comuni; una singolare contemporaneità che crea reciproche influenze; lo stesso disagio e voglia di affermare che il ‘modello’ (se c’è…) di governance globale non funziona più e va cambiato. La crisi economico-finanziaria unisce il Pianeta. Le ragioni di riflessione su questo anno formidabile arrivano come fiumi in piena. Nessun ‘idraulico’ per quanto di valore, potrebbe ancora riuscire ad irreggimentarli in un discorso, non dico coerente, ma neppure ordinato. Metterò allora solo in fila pochi titoli, brevissime considerazioni e alcune domande. È già troppo per Twitter, ma magari potrà scimmiottare un blog. Prendiamo spunto dalle recentissime elezioni egiziane. Il Movimento rivoluzionario di Piazza Tahrir, mentre tornava ad occupare la Piazza contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate, accusato di volersi sostituire a Mubarak, senza cambiare la sostanza del regime, è stato piuttosto tentato, in molte sue componenti, dal boicottaggio e dall’astensione. “No al voto sotto tutela, la piazza decide”, uno degli slogan dopo aver avuto altre 42 persone morte sotto i colpi della repressione. Ma la gente è andata in massa alle urne. Il 70% degli aventi diritto, una percentuale mai raggiunta. Sono milioni di elettori. È popolo che ha esercitato la più evidente, la più formale, la meno ambigua’forma di ‘democrazia diretta’: il voto. Quasi il 40% di egiziani si è schierato con i Fratelli Mussulmani, la mag- gioranza ‘moderata’ prevista. Ma almeno il 20 – 23% ha votato per i Salafiti di Al Nour, un gruppo che vuole l’introduzione della legge coranica come legge dello Stato e che dice che in nessun luogo pubblico potranno esserci uomini e donne seduti insieme. Ma allora, insieme al Web, a Twitter, forse un’altra rete ha lavorato in questi mesi, radicata nei quartieri e nelle campagne, che lanciava messaggi nei mercati, organizzava assistenza: la rete delle Moschee e quella delle forze musulmane organizzate. Anche questo è un ‘movimento’, ma ha una rappresentanza. E’ stato solo parzialmente protagonista nei media che parlavano di Piazza Tahrir. Ma oggi ha la maggioranza del Paese. A ben vedere questo esempio si presta ad alcune generalizzazioni e consente di porsi questioni per molti versi cruciali. Vediamo. “Sono le onde che fanno le spiagge, ma lì per lì nessuno se ne accorge” Maurizio Zandri, SudgestAid 1. Il ruolo dell’ organizzazione Quale rapporto può/deve avere un Movimento con la scelta della rappresentanza politica, con le elezioni, e, in fin dei conti, con l’organizzazione? Abbiamo visto che Tahrir è stata in grado di abbattere un dittatore (non senza un doppiogiochismo calcolato delle Forze Armate, è il caso di aggiungere). Vuole giocare un ruolo nel governare il dopo Mubarak? Organizzato come? Delegando chi? Senza rispondere alla fase 2 che ogni movimento rivoluzionario si trova davanti, quella di come consolidare il proprio successo, quello che normalmente accade è, sembrerebbe di poter dire, una di queste due cose: chi è già organizzato può agevolmente fare proprio il patrimonio della ‘rivoluzione’, gestendolo per il proprio successo; in mancanza di organizzazione non si convoglia la simpatia di chi è rimasto a casa, ‘della maggioranza silenziosa’, non gli si dà modo di esprimersi e chi si oppone alla “rivoluzione può agevolmente recuperare consenso”. In Spagna, ad esempio, gli Indignados che insistono sul nessuno ci rappresenta anche in polemica con una sinistra al Governo che li ha delusi, sono stati coerenti sino in fondo alle ultime elezioni: non hanno versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 52 globalizzazione 52 assolutamente pensato a delegare qualcuno. Il Centro Destra ha ottenuto il 44% dei voti. 2. La delega Il ragionamento sull’organizzazione confina direttamente, come si è appena visto, con quello sulla delega. Ma si possono fare, in questo caso, delle considerazioni aggiuntive. A Zuccotti Park, dove ad esempio c’è molta organizzazione interna, si pratica volutamente l’assenza di qualsiasi delega sia all’interno che all’esterno. Ci si auto-costruisce un mondo simbolico che però vive davvero una sua realtà parallela. E’ la critica più decisa di un modello sociale controllato dall’1% di privilegiati, da coloro che hanno consolidato, delega dopo delega, un potere che va a vantaggio solamente di chi lo esercita. Ma è possibile governare senza delegare? É possibile vivere un’esperienza di testimonianza, praticare un esempio, isolare un caso e usarlo, nel tempo, per diffonderlo, come un virus ‘benigno’. É possibile diventare santi. Ma si potrà mai gestire, non dico una Nazione, ma un villaggio, un ospedale, attraverso Assemblee che votano all’unanimità? Bisogna temere la ‘democrazia rappresentativa’ che dà spesso rappresentazioni sconsolanti di sé? O si deve, forse, lavorare di più sulle sue regole, sulla sua trasparenza, sui controlli? Far convivere, interagire forme di democrazia diretta e democrazia rappresentativa non è un modo per garantire che la prima rafforzi, integri e controlli la seconda? 3. Tra maggioranza e minoranza Quando a Tahrir come a Madrid, a Tunisi come a New York, sotto i colpi della repressione si vacilla, ma poi, anche eroicamente, si resiste; e poi si diviene famosi e si ottengono risultati inimmaginabili in poco tempo, allora si vive anche una stagione di esaltazione e orgoglio che finisce immancabilmente per far coincidere la propria immagine con quella del ‘popolo’, il Popolo Arabo al suo completo a Tharir, il 99% della popolazione del pianeta a Zuccotti. Poi si scopre che qualche milione, la quasi maggioranza di spagnoli è per la conservazione dello status quo e i rappresentanti di una cultura religiosa medioevale link journal 1/2012 sono più numerosi di chi “chatta” al Cairo. E allora nascono frustrazione e riflusso. Negli anni, anche con l’esperienza diretta, ho maturato una similitudine. I movimenti di protesta, rivoluzionari, radicali o anche solo legati ad obiettivi specifici, forse sono un po’ come le onde del mare. Quando rifluiscono seguono la propria natura. Poi tornano. Il loro successo non si misura con la porzione di terra che inondano permanentemente, ma con i sedimenti che lasciano. Nel tempo, sono le onde che fanno le spiagge, ma lì per lì nessuno se ne accorge. Se i protagonisti dei movimenti limitassero il loro autorappresentarsi come soluzione alternativa permanente allo stato di cose esistente. Se sapessero prima che il movimento non è tutto e che l’assemblea è soltanto una delle tante forme di decisione. Che sono un elemento vitalissimo di democrazia; la via, molto spesso, della rottura di una situazione insostenibile, ma non la democrazia o il modello salvifico delle nuove relazioni sociali, ci sarebbe meno romanticismo, certo, ma anche meno delusioni e senso di sconfitta. 4. Nuove alleanze e società intermedia Infine, bisognerebbe forse valorizzare la pluralità delle rappresentanze, gli innumerevoli passaggi dei processi decisionali di una società complessa. Consolidare in forme di associazionismo, in partiti, sindacati, la ricchezza di interessi della società è un formidabile antidoto contro il cortocircuito popolo-leader, mediato dai mezzi tradizionali di comunicazione di massa, che toglie protagonismo alla gente, portandola verso una deriva plebiscitaria in cui il ‘voto’ non è più una forma di democrazia ma di alienazione del proprio ruolo. Le infinite possibilità orizzontali dell’epoca di internet garantiscono non solo le autoconvocazioni di grandi assemblee di popolo e la loro autorganizzazione, ma anche la capacità di dialogo e organizzazione tra numerosi, diversi livelli intermedi. I movimenti sono spesso momenti di sintesi. Luogo di confluenza. Quando la loro carica di innovazione e rottura affievolisce, una società intermedia organizzata e ricca di forme di vivace vitalità permette di immagazzinare e utilizzare l’energia che hanno sprigionato. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 53 link journal 1/2012 globalizzazione IL CALENDARIO DI UN FORMIDABILE 2011 T utto parte, almeno in termini di avvenimenti, perché le ragioni affondano le radici assai più indietro, il 17 Dicembre 2010, quando Mohammed Bouazizi si dà fuoco davanti al Municipio di Sidi Bouzid, nel cuore della Tunisia. La polizia gli aveva sequestrato il banco di frutta e verdura, sostenendo che non avesse la licenza per vendere. Il giovane aveva protestato ed era stato picchiato, tanto da dover essere portato in ospedale. Da quel fuoco, di fatto, parte un incendio che nessuno ha ancora spento. A guardarlo da vicino è un calendario sorprendente per la dimensione degli avvenimenti e la portata delle conseguenze politiche e istituzionali, che faranno del 2011 un anno che rimarrà nella storia del nuovo secolo, speriamo anche per aver trasformato l’inverno (la stagione vera dell’avvio di tutto) in una ‘Primavera’: In Tunisia, dunque, già dal 18 Dicembre 2010, giovani laureati, studenti senza futuro e poi via via altri settori di èlite intellettuale e di popolo inondano le piazze della Capitale. Appena 28 giorni dopo, Ben Ali, il presidente padrone per 24 anni della Tunisia - si dimette e ripara in Arabia Saudita. Ancora meno tempo, solo 17 giorni dalla partenza del movimento il 25 Gennaio a Piazza Tahrir, ci mettono gli Egiziani a dare una spallata definitiva al Faraone Hosni Mubarak, 30 anni esatti di potere, chiusi formalmente l’11 Febbraio. Serve la Nato a dare una mano ai Libici inferociti contro Gheddafi che ha fatto sparare sulla folla a Bengasi il 17 febbraio, mentre si manifesta per l’arresto di un militante per i diritti civili. Ma alla fine, il 20 Ottobre, dopo 42 anni di potere assoluto il Raìs viene catturato e ucciso. Contemporaneamente il 14 febbraio l’opposizione yemenita prende coraggio e lancia la sua sfida ai 33 anni di potere ininterrotto di Ali Abdhalla Saleh. Il 23 novembre, dopo molti morti, spaccature nell’esercito, un attentato al Palazzo presidenziale dove rimane gravemente ferito, Saleh si dimette a conclusione di una lunga mediazione gestita dall’Arabia Saudita. In altri Paesi, tra cui Bahrein, Algeria, lo stesso Iran, si sviluppano nello stesso periodo manifestazioni e proteste, alcune come in Bahrein represse nel sangue o sostanzialmente tenute sotto controllo, come in Algeria, dall’Esercito che governa direttamente il Paese. In Siria, intanto, dopo l’uso di carri armati, 3500 morti e la molto timida reazione occidentale, si è ancora, drammaticamente in attesa di un punto di svolta. Dall’esempio arabo, prende le mosse il 15 Maggio con l’occupazione della Puerta del Sol a Madrid, il movimento degli indignados in Spagna. Ai colpi di una crisi economica e finanziaria che sconquassa l’Europa e rende molto incerto il futuro (a causa della quale già dal 2008 anche Atene è attraversata da moti di protesta che sconfinano nella ribellione aperta ai tagli imposti dall’Unione Europea e dalle banche creditrici), si unisce la rabbia per il fallimento dell’esperienza di governo socialista. “Nessuno sconto a chi governa, nessuno ci rappresenta” è il messaggio del movimento. Londra, Berlino, Roma e molte altre Capitali del Vecchio Continente si riempiono di manifestanti, in un susseguirsi di azioni di protesta che si influenzano vicendevolmente, si scambiano ‘pratiche’ sul Web, si autoconvocano “perché non vogliamo pagare debiti che non abbiamo fatto”. Nella Capitale della finanza mondiale, a New York, ci si prepara per mesi prima della data simbolo del 17 settembre in cui, come abbiamo visto, viene occupato Zuccotti Park. La crisi finanziaria americana esplosa nel 2008, ha visto il Governo e Obama, che certo molti partecipanti ad “Occupy Wall Street” hanno votato, intervenire rifinanziando le banche. OWS non è d’accordo. Dice che i soldi andrebbero dati alle famiglie, a chi non riesce a pagare il mutuo o gli interessi sulle carte di credito. Non si fa illusioni su obiettivi intermedi raggiungibili a breve. Guarda alla Primavera Araba ma sa che non ci sono spallate possibili in America. Parte e si consolida, allora, un’esperienza nuova, che pratica l’obiettivo, stabilisce sistemi di solidarietà interna che si vivono direttamente in piazza, organizza mense e librerie e soprattutto, anche pagando lo scotto di commissioni e assemblee che durano giorni, lancia il suo messaggio più radicale per un movimento, per la politica, per la società: Occupy Wall Street è ‘leaderless’! E con coerenza protestante non solo non si delega a leader, ma non ci sono neanche ‘portavoce’. L’Assemblea Generale non decide a maggioranza ma continua a discutere, deve puntare a decidere alla quasi unanimità. OWS è apartitica, aconfessionale, ci sono tutti i colors… E’ l’espressione “del 99% della popolazione contro l’1% ricco che esercita il potere”. 53 versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 54 54 globalizzazione Lo sviluppo del commercio e la crisi del reddito Abbandoniamo il sogno dell’iperbole E siste una stretta correlazione - come è noto - tra consumi e reddito e, quindi, tra produzione e possibilità di spesa. In questo legame deve essere ricercata la comprensione dei percorsi che possono essere intrapresi per interrompere il circolo vizioso che ha reso l’attuale crisi dei mercati un fenomeno non solo afferente gli equilibri finanziari delle Nazioni, ma anche e soprattutto le economie reali dei sistemi su cui si è abbattuta. La crisi globale, da un triennio a questa parte, appare tutt’altro che fenomenica, quanto piuttosto ciclica, con ritorni stagionali di varia intensità: come i tifoni asiatici o gli uragani americani, in realtà la crisi, o meglio, le crisi partono da lontano. Più precisamente, nel 2011 i Governi affrontano tempeste nate altrove e in altri tempi, in USA nel 2007, quando improvvisamente, ma col senno di poi è scontato dirlo - si è cercato di arginare il temuto default di primarie banche, innescato a sua volta dal default di crediti concessi con eccessiva prodigalità, indebitando intere Nazioni, oggi esposte al default del Sistema Paese, qualunque Paese, tranne forse i Paesi creditori ‘ultimi’, come la Cina, che - dopo dieci anni di crescita ininterrotta - non piange ancora, ma ha senz’altro smesso di ridere. Ciò dimostra che, in un contesto globalizzato, il virus della crisi tocca immediatamente realtà economico-sociali di diversi Paesi, causando un effetto contagio, più o meno veloce, a seconda delle capacità di reazione dei singoli sistemi: si pensi al default dell’Argentina, in cui nell’ottobre 2011 si sono rimborsati titoli del debito pubblico risalenti a quindici anni fa, al 30% del loro valore facciale, con una perdita di valore subita dagli investitori internazionali pari al 70%. Alla luce di tale esperienza, risulta ancor più attuale la minaccia di una distruzione di valore generalizzata. Cosa si possa fare per impedire il fallimento dei singoli Stati ed evitare il rischio di contagio all’economia mondiale -tutt’altro che scongiurato, visti gli andamenti dei mercati fiClaudio Patalano, Link Campus University link journal 1/2012 Lo sviluppo continuo è un modello non più attuabile, perché, molto semplicemente, non è più sostenibile nanziari mondiali - è il quesito ricorrente, quasi ossessivo, a cui non si trovano risposte passepartout. Il problema ha due corni, come il Diavolo nell’iconografia medievale: il debito e la crescita. Se è vero - come avrebbe detto Keynes - che in tempo di crisi servono investimenti pubblici anche solo per scavare buche e riempirle, così da generare reddito spendibile a sostegno della produzione, i Paesi si interrogano sulla validità dell’investimento a pioggia. Nella migliore delle ipotesi alimenta solo le cc.dd. ‘economie del trickle down’: a chi è assetato davvero arrivano solo le gocce di un flusso di marea che alimenta prevalentemente corruzione ed inefficienze. Nella peggiore delle ipotesi si traduce in spreco massivo, soprattutto se le buche riempite non sono sul patrio suolo. Peraltro, non può nascondersi che le politiche keynesiane non sono più perseguibili sic et simpliciter a livello mondiale, in quanto lo scenario operativo è fortemente mutato. Si prenda, ad esempio, l’Italia. La regolamentazione europea volta alla restrizione degli aiuti di Stato - pur con il pregio di stimolare la competizione e la libera concorrenza - ha vanificato in gran parte il tentativo di pianificare in modo strutturale gli investimenti pubblici affinché siano di beneficio agli operatori locali: per costruire cinquecento metri di SalernoReggio Calabria occorre bandire gare aperte a competitori europei, che - liberi di contrarre i prezzi perché non soggetti al ‘controllo sociale’ delle comunità servite dall’autostrada - finiscono inevitabilmente per vincere la maggioranza delle gare, portando all’estero il valore creato, talvolta abbassando gli standard qualitativi del prodotto reso e costringendo i lavoratori a contratti capestro che ne riducono, fisiologicamente, motivazione e, quindi, produttività. La globalizzazione ha fatto il resto: l’esternalizzazione delle attività produttive all’estero ha distrutto ‘gli indotti’, in gran versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 55 link journal 1/2012 globalizzazione parte dei settori manifatturieri, contribuendo all’impoverimento dei distretti specializzati e al trasferimento delle conoscenze/competenze e della cultura economica altrove. D’altronde, applicare politiche volte all’incremento della pressione fiscale - soprattutto sui redditi medio-alti - in assenza di un’avveduta negoziazione sui fattori di spesa, è divenuto un elemento di forte destabilizzazione degli equilibri politici, come dimostrato dagli Stati Uniti di Obama, alle prese con l’innalzamento del tetto del debito e il rischio default, che - per non scontentare i Tea Party, subendone i veti - hanno rinunciato a politiche espansive, finendo per esasperare, con tagli alla spesa sociale in assenza del necessario consenso, un’intera generazione, quella che in questi giorni manifesta e che si è organizzata nel movimento Occupy Wall Street. Si sarebbe tentati di dare al problema soluzioni di modello franco-tedesco, contenendo il debito sino all’azzeramento dei finanziamenti pubblici in molti settori: un approccio liberista, temperato da attenzione al welfare, che tuttavia genera non pochi problemi quando il Mercato, in preda ai propri demoni interni, Speculazione e Panico, non consente di governarne orientamenti e reazioni, inducendo a soluzioni drastiche, spesso impattanti sulle condizioni stesse per il rispetto di principi elementari di equità sociale. Probabilmente, dinnanzi a questa crisi, si dovrebbe pensare in modo non allineato alle tendenze prevalenti, senza subire il condizionamento della rigida dicotomia tra politiche espansive e restrittive. Coraggiosamente, si dovrebbe attuare un approccio ‘omeopatico’, per così dire: intervenire sul sistema del credito, rinnovandone la vision, al contempo promuovendo politiche orientate alla crescita interna, sostenendo l’imprenditoria nella sua capacità di produrre reddito, riqualificando la spesa pubblica con rigore, ma evitando tagli ‘orizzontali’, solo apparentemente egalitari. Il percorso da intraprendere appare per certi versi incoerente: si vogliono incoraggiare le Banche, viste da tutti come la causa della crisi, e si vuole sostenere il reddito, quando tutti invitano a ‘tirare la cinghia’. Al contrario, osservazioni di tale segno appaiono fuori fuoco. Gran parte dei problemi dell’economia reale scaturisce dal c.d. credit crunch, ovvero dalla contrazione del mercato del credito, in cui un ruolo hanno giocato sia la mancanza di liquidità interbancaria, che un outlook negativo sull’economia reale. Basilea II ha completato l’opera con effetti indubitabilmente pro-ciclici, imponendo sistemi di valutazione più rigidi, che hanno penalizzato fortemente gli apprezzamenti dei valori intangibili delle aziende (si pensi alle start-up), nonché il mantenimento di rapporti costanti tra impieghi e raccolta che, in 55 un momento di scarsa capitalizzazione, ha finito per interrompere il normale flusso dell’erogazione del credito. Quanto alle politiche del reddito, forse sinora si è chiesto di ‘tirare la cinghia sbagliata’: le politiche di gettito hanno imposto sacrifici alle famiglie e alle piccole e medie imprese, facendo poco o nulla per costringere l’economia a instradarsi su sentieri virtuosi, ad esempio permettendo l’emersione del ‘nero’ e perseguendo l’evasione. Non deve stupire che l’Italia sia divenuta così fragile da essere preda della speculazione borsistica sui titoli di debito emessi dallo Stato: un Paese che non sa esattamente quali scelte compiere per il futuro, che dimostra scarsa fermezza nel superamento delle proprie debolezze, non offre grandi rassicurazioni sulla sua capacità di governare i fenomeni esogeni, quindi consente che i dubbi sulla sua tenuta si trasformino in panico e le aspettative sulla sua crescita in un gioco al ribasso. Intanto, i primi nove mesi del 2011 hanno messo al tappeto novemila imprese, circa trenta imprese al giorno, fallite nella peggiore delle ipotesi, o entrate in quell’area di disfacimento auto-alimentato che è la spirale della sofferenza bancaria. Coerentemente, il numero degli incagli e dei passaggi alle categorie di credito sotto osservazione sono esplosi, con un incremento che recenti studi di settore hanno quantificato in circa il 35,5% rispetto al 2009, quando si pensava che la crisi stesse lentamente rientrando. L’ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia Draghi, infatti, pur minimizzando, parla esplicitamente di ‘lieve recessione’. Pertanto, si comprende come intervenire su una crisi finanziaria, come era quella del 2007, con approcci finanziari, senza tener conto degli effetti sull’economia reale, ha dimostrato di essere una scelta scarsamente proficua, se non addirittura disastrosa. Bisogna ripartire dal reddito, più che dal debito, pur conservando strategie che lo tengano sotto controllo: per fare ciò, ovvero sostenere la crescita senza indebitare ulteriormente lo Stato, si deve cominciare a ragionare in ottica di sostenibilità e di responsabile partecipazione di tutta la classe dirigente ed imprenditoriale. Se le banche non possono erogare credito perché sono prive di sufficienti mezzi patrimoniali, bisogna promuovere il risparmio delle famiglie in forma di deposito, senza motivare fughe dall’investimento bancario con un aggravio degli oneri fiscali. Quando le imprese non creano occupazione, occorre regolamentare meglio il mercato del lavoro, disincentivando precarizzazione e sperequazioni generazionali, motivando con benefici anche fiscali - gli imprenditori ad investire nell’innovazione e nell’internazionalizzazione, per creare in Italia le condizioni di un miglioramento effettivo degli standard versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 56 56 globalizzazione qualitativi di vita dei lavoratori, principali apportatori di reddito alla comunità, tramite la stabilizzazione delle aspettative positive sulla certezza e sul valore effettivo dello stipendio, con ovvi ritorni sulla propensione alla spesa. Infatti, far sì che il sistema economico investa in Italia il proprio capitale umano, tecnologico e finanziario, certo che la ricchezza prodotta per il Paese si tradurrà in un rafforzamento della domanda, può dare vigore alla crescita dei consumi. Molto ancora può fare lo Stato, investendo le poche risorse disponibili canalizzandole sulla ricerca, sulla competenza e sul merito. È mancata sinora una “mente economica”, cioè l’abilità di tenere insieme le varie anime del Leviatano e la capacità di riscrivere il “contratto sociale” in prospettiva di convergenza verso esigenze comuni, piuttosto che verso la link journal 1/2012 disaggregazione e lo scontro, visto che – mai come ora – si può ragionare su premesse condivisibili, se non fondate su ottiche concordi. In sintesi, bisognerebbe riscoprire le logiche della “classe media”, realtà socio-economica compressa entro angusti spazi dall’estremizzazione delle politiche degli ultimi anni, riprendendo la tradizione dei criteri dell’equilibrio e dell’armonia, fondati su approcci cc.dd. ‘stop & go’, che permettano di affrontare le urgenze una per volta, prioritizzandole per step progressivi di azione e consolidamento dei risultati delle scelte compiute.Lo sviluppo continuo, secondo curve verticali, è un modello non più attuabile, proprio perché, molto semplicemente, non è più sostenibile: bisogna abbandonare il sogno dell’iperbole. Il Web: ‘agorà’ virtuale per il confronto e la partecipazione democratica N elle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, nell’ottobre del 2008, Bararak Obama batte l’avversario repubblicano McCain grazie alla mobilitazione al voto di settori tradizionalmente astensionisti, in particolare le minoranze e i giovani. Nel febbraio del 2011, dopo un trentennio al potere, Hosni Mubarak lascia la Presidenza dell’Egitto a seguito delle multitudinarie manifestazioni di protesta, simboleggiate dai giovani di piazza Tahrir. Fenomeni assai diversi tra loro, ma accomunati da un uso inedito della rete e dei social network come fattore agglutinante di mobilitazione e partecipazione. Internet incide oggi sui fenomeni di creazione del consenso, sulla partecipazione e perfino sull’organizzazione della protesta e muta profondamente le regole della comunicazione politica tradizionale. Per chi fa politica “abitare la rete” è oggi una grande sfida ed insieme un’opportunità. Gli strumenti che essa offre consentono di far circolare idee e proposte in modo interattivo ed ampio, di creare un dialogo inedito con i cittadini e le organizzazioni di base in grado di rafforzare una leadership politica oggi offuscata dal disinRoberto Lippi - Link Campus University canto e da una distanza sempre più evidente tra il palazzo e le piazze. Ma facilitano anche la mobilitazione e l’organizzazione del dissenso, riconsegnando proprio alle piazze – virtuali o reali che siano - quel ruolo di pungolo della politica che sembrava sopito nell’ultimo decennio. Per molti oggi la rete equivale ad una enorme piazza virtuale, in cui i social network corrispondono alle moderne tribune, luoghi di discussione e di partecipazione democratica, spazi del confronto continuo e costante. Un potenziale dagli incredibili ritmi di crescita, quello della rete e dei nuovi social media, se è vero che la televisione ha impiegato 13 anni per raggiungere un audience di 50 milioni di persone, mentre Facebook ha raggiunto lo stesso risultato in pochi mesi, ed oggi conta oltre mezzo miliardo di utenti attivi. “L’ho visto su Facebook” è un’affermazione ormai comune negli uffici, nelle scuole, in autobus. La diffusione di quelli che vengono definiti “media conversazionali” è ormai tale che “esserci” si avvia a diventare molto più comune che “non esserci”. Quella che prima era stata definita “era dell’accesso” versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 57 link journal 1/2012 globalizzazione è divenuta ormai “era della presenza”. La Rete non ha soltanto attuato un processo di rimediazione degli altri strumenti di comunicazione (televisione e carta stampata in primis) ma, trasformando l’utente da spettatore o lettore in vero e proprio interattore, sta profondamente e inesorabilmente mutando il sistema dei media ed il modo stesso di fare comunicazione, anche quella politica, che non può più essere unidirezionale. La diffusione massiccia del mezzo televisivo, appena pochi decenni fa, aveva già mutato profondamente le forme della comunicazione politica, un tempo veicolata dalle sezioni di partito. La TV è risultata essere un mezzo estremamente efficace per raggiungere il maggior numero di elettori, ma con il limite che pone tutto il pubblico su uno stesso piano, rivolgendosi alla generica categoria del “cittadino astratto”, senza alcun vero contraddittorio possibile. Ciò ha portato a concentrarsi più sugli aspetti legati alla personalità del leader politico che sui contenuti del suo discorso, esasperando i toni del dibattito e ricercando l’effetto annuncio per le proposte. L’avvento di Internet e degli strumenti propri di quello che è stato definito “web 2.0” destruttura e ridefinisce secondo nuove modalità il rapporto tra gli eletti e gli elettori, con una rinnovata centralità del cittadino-elettore, che pone il politico nella condizione di dover ripensare attentamente il rapporto e i contenuti della propria azione. Vari autori affermano che ci troviamo oggi di fronte a un contesto inedito dal punto di vista storico: la transizione dall’universo della televisione all’universo di Internet. Ovvero, il passaggio dalla “teledemocrazia” alla “cyberdemocrazia”. In contesti diversi dal nostro, come ad esempio quello degli Stati Uniti, la rete è già entrata a pieno titolo nelle strategie di comunicazione dei politici, tanto come strumento da adottare attivamente per una comunicazione più efficace, quanto come contesto da conoscere per evitarne le trappole e le minacce. Anche da noi alcuni leader politici stanno cogliendo i segnali di cambiamento e stanno entrando nella conversazione, guardando con maggior attenzione queste forme di comunicazione “dal basso”. Anche se va comunque sottolineato che, nonostante la portata e le profonde implicazioni della rivoluzione in atto, un impatto determinante dell’utilizzo della Rete sulle consultazioni elettorali non è ancora stato dimostrato e che molti analisti sostengono che ad oggi “Internet ancora non sposta voti”. Ma quali che siano gli effetti diretti sui processi elettorali odierni, nessuno pone in dubbio che la rete sia oggi un ambito strategico per amplificare il proprio discorso e rafforzare la capacità di convinzione presso l’elettorato di riferimento. E mano a mano che i “nativi digitali” diverranno cittadini-elettori, Internet e i social network in- 57 cideranno con sempre maggior determinazione sui processi di creazione del consenso, sulle capacità di far emergere leadership politica, sulle relazioni dinamiche tra la politica e i gruppi più o meno organizzati di interesse. Ignorare il ruolo della rete, allora, può portare con sé il rischio di perdere il legame con una parte significativa della società e con le sue forme di organizzazione, riducendo la capacità di costruire il consenso in modo consapevole o canalizzare il dissenso in forme costruttive di dialogo. Ciò è vero anche nel nostro Paese, dove negli ultimi anni si è assistito ad un allontanamento generalizzato dei cittadini, ed in particolare dei giovani, dalla politica, almeno nelle sue forme tradizionali. Di fatto, i partiti politici sembrano sempre meno capaci di svolgere la loro funzione di raccordo e mediazione tra cittadino ed istituzioni, di organizzare l'azione collettiva e di costruire identità politiche. Le nuove generazioni esprimono in maniera evidente l’allontanamento dalla dimensione pubblica. Allontanamento spesso accompagnato da fenomeni di disillusione e di erosione delle forme di legittimità riconosciuta alla classe politica nel suo insieme. Tendenza questa confermata dall’andamento decrescente della partecipazione ai momenti elettorali che si sono tenuti nell’ultimo quinquennio, dove - invertendo la tradizione storica del dopoguerra - si è visto un progressivo allineamento del nostro Paese alle percentuali di astensionismo tipiche di altre democrazie occidentali. Un astensionismo che si caratterizza come fenomeno politicamente rilevante in sè, ma che riveste caratteristiche di vero e proprio allarme, se si considera l’incidenza del fenomeno tra le giovani generazioni. D’altro canto, però, sia in Italia che all’estero - ed in primis nella cosiddetta “primavera araba” - la Rete e i social network hanno mostrato tutto il proprio potenziale in termini di organizzazione della protesta, cambiando fortemente il Dna delle forme di attivismo rispetto al passato. Modalità, luoghi e slogan sono sempre più affidati al passaparola telematico di Facebook, Twitter e degli altri social media. Youtube è stato utilizzato per diffondere i filmati degli eventi e delle manifestazioni, anche in circostanze di forte censura, filmati poi ripresi dai media tradizionali a diffusione mondiale. Insomma, l’era di Internet e dei cosiddetti “personal media” ha rinnovato e potenziato profondamente anche gli orizzonti comunicativi della protesta, organizzandone i contenuti e spesso facendo trascendere i confini locali o nazionali. É evidente che alcuni paradigmi quali la partecipazione e il consenso o il dissenso e la protesta, stanno cambiando nelle versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 58 58 globalizzazione proprie modalità e forme di organizzazione anche in funzione della diffusione della rete. Ma se Internet è già stata ampiamente utilizzata nel fare politica in chiave “antisistema”, rimane oggi la sfida di utilizzarne il potenziale in chiave di riscatto sostantivo della politica. Una potenzialità inedita per costruire quel modello di democrazia poliarchica descritto da Dahl come forma di rinnovata partecipazione. Per comprendere e interpretare quali mutamenti la diffusione della rete e dei social network possono portare per il fare politica, è essenziale approfondire l’analisi su alcuni concetti chiave per l’azione politica quali sono la leadership, la legittimità, il consenso e la partecipazione. In questo contesto, la leadership politica va sempre più interpretata non soltanto come capacità di dare senso all’azione collettiva o di interpretare in maniera adeguata i fenomeni della realtà, ma anche e soprattutto come facoltà di indivi-duare e mostrare mete da perseguire, dar forma a ideali verso i quali convogliare le energie collettive e mobilitarle su azioni che trascendono gli interessi individuali. Ciò è tanto più efficace quanto più le mete proposte sono frutto di una reale costruzione collettiva, la cui spinta dal basso e “interpretata” in chiave politica. Il leader politico, in questa accezione, è tanto più effettivo quando tiene conto delle spinte e degli stimoli che vengono dall’elettorato, senza però cedere alla tentazione della mediazione continua, del piccolo vantaggio per tutti, del consenso ottenuto “per sottrazione” e non per “sommatoria”. In altre parole, colui o colei che fa della legittimità del consenso ottenuto la base per la propria azione politica. La legittimità è formalmente consegnata al politico attraverso i processi elettorali. Ma per la politica nel suo insieme, la legittimità sostanziale è data dalla capacità di interpretare le esigenze profonde degli elettori, di trasformarle in azioni e di riscontrarle con una visione di società. Ovvero, dalla capacità di costruire in forma amplia e partecipata il consenso politico, sia per l’immediato che per il futuro. Nei sistemi democratici il consenso è misurato in primo luogo dalla qualità della convivenza pacifica e della coesione sociale. In secondo luogo, però, esso si misura dalla qualità della partecipazione elettorale e dal responso delle urne come sostegno alle decisioni della propria classe dirigente. Per questo la politica esercita un ruolo di mediazione simbolica tra i valori di fondo di una comunità e le concrete esigenze espresse dalla società, che si traduce nell’azione di governo. Un ruolo tanto più effettivo quanto più riesce a rafforzare gli spazi di parte- link journal 1/2012 cipazione e di cittadinanza attiva. Ovvero, è presupposto per una democrazia di qualità quello di poter contare su una partecipazione effettiva, su una cittadinanza informata, critica, capace di formare ed esprimere opinioni consapevoli. Dai cittadini del nostro tempo, caratterizzati da un aumentato livello di istruzione ed esposti ad un massiccio flusso di informazioni, ci si aspetterebbe quindi un crescente interesse per la politica. Al contrario, le più recenti ricerche sul rapporto tra cittadini e politica tracciano in tutta Europa una spiccata sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e dei partiti. E’ un fenomeno definito come “sindrome del cittadino critico”, ossia il prevalere di un atteggiamento critico diffuso, spesso di vera e propria insofferenza nei confronti dei processi di delega e di rappresentanza che porta a difficoltà oggettive nel tradurre le espressioni sociali in termini di consenso. Per ricostruire questo rapporto su basi rinnovate, la rete e gli strumenti del Web 2.0 possono offrire oggi canali di dialogo estremamente significativi. Un contesto ormai ampiamente diffuso che permette al leader politico di poter dar a conoscere le proprie priorità e scelte in modo permanente. Ma anche e soprattutto di accogliere e validare proposte, esigenze ed interessi presenti nel corpus sociale o nei territori di riferimento della propria azione di rappresentanza. Un cambio di paradigma nella sfera della politica, che ha portato un intellettuale del calibro di Stefano Rodotà ad affermare, con entusiasmo, che “Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere”… “Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune e costruire un mondo diverso in cui tutti possano dirsi egualmente cittadini”. É ovvio che tutto ciò non può prescindere dall’elemento cruciale della volontà. Una volontà rinnovata di mutamento delle forme di costruzione del consenso e dell’azione politica nel suo insieme. Il rischio è altrimenti che attraverso le liturgie della rete si affermino forme di populismo del nostro tempo, che spingono verso forme di democrazia elettronica plebiscitaria, stigmatizzate con preoccupazione da alcuni analisti. “ La vera novità democratica della Rete - afferma ancora Rodotà - non consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società”. La diffusione degli strumenti del Web 2.0, insomma, può of- versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 59 link journal 1/2012 globalizzazione 59 frire alla sfera politica nuove facoltà per costruire in maniera allargata e partecipativa l’agenda politica, in ambito locale, nazionale ed internazionale. politica ed ai suoi leader è richiesto di entrare in contatto con lo spirito dei tempi. Di riattivare anche attraverso la Rete quel rapporto osmotico eletto/elettore che si è affievolito nel tempo. Il Web non è un mero contenitore di informazioni “statiche”, ma quel luogo “dinamico” di integrazione e ibridazione continua dei contenuti. Di mobilitare nuove energie per la costruzione collettiva e riorganizzare il consenso in forme più partecipative ed ampie. Senza però cedere alla tentazione di cavalcare gli umori più immediati, di governare sul sondaggio permanente, che la Rete potrebbe ampliare e che tanto danno fa alla credibilità e alla capacità trasformatrice dell’azione politica in tutte le latitudini. Un cambiamento di prospettiva rispetto alla produzione e fruizione dei contenuti, cui la politica non può sottrarsi. Alla Dialogo globale: i canoni della convivenza L e giovani generazioni, accompagnate dall’evoluzione sempre crescente e sempre più veloce dei mezzi di comunicazione, hanno una grande opportunità e corrono un grande rischio rispetto al tema dell’ integrazione culturale e religiosa. Il mondo è fortemente interrelato e persone di culture e di religioni diverse entrano in contatto senza soluzione di continuità, in un incontro inevitabile, quotidiano, che appartiene ormai alla normalità della vita di ciascuno di noi. Pensiamo, solo per fare un esempio, alle nostre città sempre più interetniche e ai loro quartieri sempre più caratterizzati dalla compresenza di etnie differenti. Chi oggi ha intorno a vent’anni, si dice, è nei fatti un cittadino globale e un nativo digitale. Si tratta di persone che, rispetto alle generazioni precedenti, hanno una naturale capacità nell’utilizzo di personal computer, social network, strumenti sempre più diretti e che immediatamente risolvono la necessità di superare le barriere che intercorrono con l’altro, con chi ancora non conosciamo, con chi è “spazialmente” (ma non umanamente) distante da noi. Tale facilità di approccio, dunque, semplifica le cose, riduce i tempi, permette una immediata comunicazione. Si tratta della grande opportunità che richiamavo all’inizio, la possibilità di ritrovarsi insieme e vicini, pur se distanti. Marco Emanuele - Link Campus University In questi mesi, in particolare, abbiamo potuto constatare l’importanza “politico-strategica” della “rete”, le sue implicazioni nelle mobilitazioni che, da più parti a livello planetario, si sono affermate nella cronaca e nel dibattito. Da una parte all’altra del mondo si susseguono segnali importanti, soprattutto da parte delle giovani generazioni, a riprendere in mano una progettualità di convivenza non ancora compiutamente definita. Tentativi organizzati di ricostruire relazioni progettuali - ai livelli nazionale, regionale, globale si muovono non solo all’interno di contesti particolari ma, ormai, a livello transregionale e transcontinentale. La sfida della riappropriazione della storia comune e del riorientamento della convivenza, tendenzialmente in senso democratico, è ben importante nell’attuale momento storico; dalle “primavere” arabe, all’uscita dall’ “oscurantismo” informatico in Paesi come la Cina, all’effetto domino dei movimenti degli “indignati” in diverse parti del mondo, le giovani generazioni sono impegnate - grazie a Internet - a ritrovarsi versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 60 60 globalizzazione link journal 1/2012 intorno a progetti di cambiamento, cercando di finalizzare le differenti sensibilità ed esperienze ad un “fine” comune. Non possiamo ancora dire che tutto questo sia una nuova frontiera della politica anche se, a ben guardare, tali processi hanno effetti inevitabili sulle strutture politico-istituzionali dei Paesi e sui processi di convivenza, alimentando una spinta globale all’impegno per il rinnovamento. La globalizzazione è certamente l’artefice di tale opportunità, facilitando la diffusione dell’innovazione per la comunicazione e di strumenti sempre più capaci di permettere una “navigazione” efficace e diretta nel grande mare della “rete”. Se, da un lato, le evoluzioni negli strumenti di comunicazione e di condivisione della “rete” generano moblitazioni collettive (non sempre per creare “reti di dialogo” quanto spesso per contrapporsi giustamente ad inaccettabili disuguaglianze nella situazione planetaria), dall’altro lato e paradossalmente possono portare al rischio di una involuzione nei rapporti umani, alla incapacità di avvertire il bisogno dell’incontro, del confronto e del dialogo profondo con l’altro. In molte occasioni si ritrovano insieme giovani di diversa estrazione culturale e religiosa ed accomunati da intenzioni condivise, forti di una voglia di riscatto dalle ingiustizie e dalle mancate risposte sul loro futuro. Essi, però, sono ancora “acerbi” sulla capacità di fare comunità nella conoscenza reciproca, di unirsi a partire dalla comune “natura umana” – articolata nelle differenti esperienze e tradizioni – che è il processo necessario per stare insieme in maniera davvero integrata e non soltanto intorno ad un obiettivo, per quanto importante esso sia. Dunque, considerando quanto dicevamo all’inizio, dell’interrelazione globale che crea la normalità quotidiana della convivenza fra differenze, si rischia di comunicare e di incontrarsi senza conoscere, di vivere superficialmente processi complessi; si rischia di guardare all’altro come ad un compagno di viaggio senza cercarlo davvero, senza ritrovare in lui, attraverso i tratti che ci distinguono, il reciproco completamento. I giovani, io credo, hanno una grande spinta alla conoscenza umana nel cambiamento e tale ten- sione va preservata e valorizzata. L’unico antidoto alla “violenza” culturale e religiosa che discende dalla non conoscenza (o dalla conoscenza superficiale) dell’altro e dalla estremizzazione delle reciproche posizioni è l’apertura all’altro, anche attraverso la ricomposizione dell’esperienza nella conoscenza. Le ragioni della cultura e della fede, ben lo vediamo in giro per il mondo, possono rappresentare una straordinaria occasione di crescita personale e comune così come possono generare incomprensioni e scontri; è importante ricondurre a “relatività” tali ragioni e ritrovare una “nuova innocenza” nei pensieri e nelle azioni. Chi meglio dei giovani, artefici di futuro, può insegnarci a percorrere tale prospettiva? La formazione gioca in tutto questo un ruolo fondamentale; essa deve centrarsi sempre di più sull’integrazione fra i saperi e del sapere con l’operare, focalizzandosi sull’ “umanesimo integrale” dei giovani. Il dialogo è un percorso ineludibile e la conoscenza aiuta a respirare e a comprendere la dimensione globale della vita che, per sua natura, è relazione ed è nella relazione fra persone ‘in formazione’ ed ‘in conoscenza’. La formazione per la conoscenza è la sfida di un futuro che già percorre il nostro presente; si tratta di un processo permanente. Esso ha il ‘fine’ di far riappropriare ogni persona della globalità della vita, ritrovandosi in essa come “casa comune” dell’umanità. In essa si sviluppa l’integrazione fra differenze, che vive nel dialogo. Aprire le menti, allargare il proprio sguardo sulla realtà è ancora più necessario in questo tempo in cui sembrano dominare le chiusure e le separazioni, anche nei rapporti umani. Riprendiamo, in conclusione, alcune parole di Raimon Panikkar: “Oggi il dialogo non è un lusso o una questione secondaria. L’ubiquità della scienza e della tecnologia moderne, dei mercati mondiali, delle organizzazioni internazionali e delle corporazioni transnazionali, così come le innumerevoli migrazioni di lavoratori e la fuga di milioni di rifugiati […] rendono l’incontro di culture e religioni inevitabile e indispensabile insieme.” versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 61 link journal 1/2012 globalizzazione 61 Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno che non lo sa e la inventa. Albert Einstein Verso un progetto per la globalizzazione L a complessità è connaturata con la vita e con la società umana, non è una scoperta moderna. Il nostro cervello è formato da 100 miliardi di cellule e da oltre 100.000 miliardi di connessioni. Il nostro genoma, mappato qualche anno fa, è formato da circa tre miliardi di lettere: le basi TCTAGATCAA ecc. sono come un libretto di istruzioni formato da circa un miliardo di parole pari a 5000 volumi di 300 pagine, da cui nasce l’essere umano. Ma anche un’automobile è formata da circa 100.000 pezzi unici: se li pensiamo distribuiti su un pavimento abbiamo ancora una volta un esempio di sistema complesso. Ma come mai allora questo fiorire d’interesse verso la complessità? La mia opinione è che agli inizi degli anni novanta due eventi, uno tecnologico e l’altro politico, portarono il mondo a imboccare la strada verso una ‘nuova complessità’ attraverso un percorso non lineare denso di episodi emergenti che sembrano oggi rendere pericoloso il cammino e oscuro il futuro. Il 20 gennaio 1993 Bill Clinton fu eletto 42° presidente degli Stati Uniti d’America. Insieme a lui fu eletto come vicepresidente Al Gore che il 3 marzo 1993 lanciò il programma National Partnership for Reinventing Government. Tale iniziativa aveva l’obiettivo di far recuperare credibilità all’Amministrazione centrale nei confronti dei cittadini. Il programma prevedeva la completa informatizzazione degli uffici e dei servizi Federali e la contemporanea informatizzazione degli uffici degli Stati, oltre che l’avvio della realizzazione di backbone internet ad alta velocità. Pasquale Russo - Link Campus University Nello stesso periodo, nel giugno del 1993, Tim Berners Lee pubblicò formalmente il linguaggio HTML su cui è basato Internet ed il World Wide Web. Il Governo federale USA assunse rapidamente la nuova tecnologia che diventò in breve tempo la nuova e prevalente modalità di interazione tra la pubblica amministrazione americana, i cittadini e le imprese. L’investimento economico, tecnologico, formativo e informativo, pubblico e privato, fu di straordinaria rilevanza e caratterizzò le due presidenze Clinton. Nacque così in quegli anni la new economy, intesa come la possibilità di concludere transazioni economiche e commerciali attraverso sistemi basati su informatica, più telecomunicazioni, più microelettronica. L’introduzione di tali sistemi tecnologici consentì un incremento sostanziale del livello di complessità dei mercati, soprattutto quelli finanziari, perché la facilità della smaterializzazione della moneta rese possibile: • l’ampliamento della dimensione dei mercati; • la velocizzazione del funzionamento dei mercati. La possibilità che i processi economici e finanziari si potessero quindi svolgere con certezza in un mondo connesso ha generato una pressione sulle norme che avevano fino ad allora regolato le transazioni; tutto ciò ha portato al superamento delle barriere doganali per la finanza con la conseguente perdita del controllo da parte dei singoli Stati sul sistema finanziario. É mia opinione che l’irruzione della new economy nell’economia versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 62 62 Edgar Morin “La cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi” globalizzazione occidentale e la conseguente diffusione pervasiva delle tecnologie web fu il momento fondante della globalizzazione. L’investimento USA, nato per migliorare la pubblica amministrazione, si trasformò in un progetto politico con l’obiettivo di far recuperare agli Stati Uniti la leadership tecnologica e finanziaria. Così, nelle università americane, si susseguirono scoperte e furono attratti cervelli, brevetti e innovazioni che hanno consentito che oggi, nel mondo, siano attivi oltre 5 miliardi di cellulari, quasi sette miliardi di connessioni telefoniche, oltre 2 miliardi di utenti internet. Inoltre, quasi 6 miliardi di foto vengono caricate ogni mese su Facebook e 375 miliardi di foto vengono scattate ogni anno a mappare la Terra, infine oltre 10 miliardi di SMS e 294 miliardi di e-mail vengono inviati ogni giorno. Google, la più grande azienda web al mondo, dal canto suo, ha 500.000 server a cui si connette oltre un miliardo di utenti al giorno per fare decine di miliardi di ricerche. Eppure, tale complessità del mondo è vissuta più come un sistema caotico sfuggito al controllo, di cui non si conoscono le leggi, né il progetto, lo scopo o le finalità; tantomeno si ha un libretto di istruzioni che consenta di assemblare i pezzi di un mondo che sembra un insieme disarticolato e disarmonico di parti cangianti che non ambiscono a stare insieme. La mia opinione è che abbiamo necessità di trasformare il processo di globalizzazione in un progetto di globalizzazione definendone, appunto, lo scopo e le leggi che devono regolarlo e scrivendo in un libretto di istruzioni il modo per tenere insieme tutti i pezzi ora sparsi su un pavimento virtuale. Il G20 e le diverse aggregazioni locali di Stati nazionali (Unione Europea, Unasur, ecc) sono ancora timidi tentativi di raggiungere non una riduzione della complessità del mondo, perché ciò non potrebbe più essere, ma semplicemente per restituirle di nuovo una sua ragione. La complessità di una Ferrari è incommensurabilmente superiore a quella di una Cinquecento, ma è comprensibile, ha una sua forma definita, perché ha lo scopo di correre a 400 Km orari e vincere link journal 1/2012 la Formula Uno. Dobbiamo dare senso ai nuovi complessi sistemi umani per trasformarli in una Ferrari. Questo che ho scritto è qualcosa in meno e qualcosa in più di una teoria; qualcosa in meno perché lo spazio è troppo poco per un’appropriata formalizzazione, qualcosa in più perché è parte del lavoro quotidiano della Link Campus University dove proviamo a rafforzare nei nostri studenti la percezione dei processi globali perché come Edgar Morin sostiene: ‘la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi’: da una parte, la cultura umanistica che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze, dall’altra, la cultura scientifica che “separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa”. E ancora, l’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città: “la conoscenza tecnica è riservata agli esperti” e “mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza!”. Diceva Einstein: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno che non lo sa e la inventa.” Speriamo che le prossime generazioni di giovani non si dibattano come noi nel tentativo di comprendere la complessità della globalizzazione ma semplicemente la inglobino. Prepariamo leaders per un mondo che evolve non per uno che semplicemente cambia. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 63 link journal 1/2012 globalizzazione 63 E' un mondo molto diverso da venti anni fa quello che si affaccia alla United Nations Conference on Sustainable Development (UNCSD) il prossimo giugno a Rio de Janeiro. Il pianeta ed i suoi abitanti soffrono oggi più che mai le conseguenze dell'aggravamento della crisi ambientale globale, dell'aumento del divario tra elite ricche e masse Rio+20: una porta aperta sul futuro dello sviluppo sostenibile povere. A Rio, venti anni fa, la comunità internazionale cercò di consolidare un patto globale per affrontare in maniera nuova e "visionaria" il tema della tutela dell'ambiente, elaborando nuove matrici per coniugare tale esigenza con il diritto dei Paesi più poveri allo sviluppo. Lo ha fatto producendo una serie di documenti ed impegni che hanno costituito un importante tassello nella costruzione del diritto internazionale dell'ambiente e nella storia della diplomazia multilaterale. Ed è stato durante la Conferenza di Rio del 1992 - che fu anche detto Vertice sulla Terra, o Eco'92 - che fu scoperto il ruolo della società civile globale, capace di una mobilitazione sociale senza precedent, che produsse una decisa accelerazione negli obiettivi fin lì perseguiti dalle Nazioni Unite, spingendo il modello multilaterale emerso dopo la fine della guerra fredda a realizzare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la Dichiarazione sulle foreste e l'Agenda 21. Si affacciava, insomma, a tre anni dalla caduta del Muro di Berlino, un mondo nuovo e pieno di speranze. Quella che sembrava l'alba di una storia fatta di pace e prosperità, con le mirabolanti promesse del modello vincente della globalizzazione neoliberista, divenne l'epifania delle nuove contraddizioni. Non più il rapporto tra i paesi dell'Ovest e quelli dell'Est, ma l'emersione di una dialettica Nord/Sud che, seppure profondamente mutata, segna di sé ancora la storia odierna. A dire il vero il 1992 è anche l'anno in cui si aprì qualche crepa in una delle istituzioni finanziarie che, più di altre, svolge un ruolo di primo piano nello sviluppo, la Banca Mondiale. Il colpo più duro, dopo alcuni grandi scandali, lo diede però Larry Summers allora Chief Economist della Banca e poi consigliere economico nell'amministrazione Clinton, che proprio poco prima di Rio - ebbe ad ammettere che una delle maniere migliori per sbarazzarsi di tecnologie sporche fosse quella di esportarle in Paesi in via di sviluppo dove, grazie al basso indice di crescita economica, l'inquinamento era ancora a livelli Gennaro Migliore - Link Campus University bassi. Era Rio il luogo dove con veemenza si rielaborò il conflitto tra Nord e Sud del mondo, con il ricco Nord che esigeva impegni stringenti per la tutela delle foreste tropicali, i polmoni verdi del Pianeta, ed il Sud che chiedeva risorse finanziarie addizionali, e trasferimento di tecnologia e know-how per crescere sulle stesse coordinate che stanno portando il pianeta al collasso. Purtroppo molte delle aspettative di allora sono rimaste disattese. A Rio, nel 1992, si segna uno spartiacque: si affermarono due principi nuovi, quello precauzionale, e quello delle responsabilità comuni ma differenziate, secondo il quale i Paesi che più contribuiscono agli squilibri ambientali dovranno svolgere un ruolo più incisivo sia nel riorientamento delle loro politiche interne che nel contribuire con mezzi e fondi affinché quelli meno sviluppati possano costruire le basi per lo sviluppo sostenibile. Se fino ad allora, e la diceva la stessa denominazione della Conferenza (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), ambiente e sviluppo erano ancora visti come principi separati, per i quali valeva al massimo un principio di scambio (quasi a voler segnalarne la tendenziale incompatibilità) da allora , anche se in maniera fin troppo abusata, entra nel lessico quotidiano il termine ‘sviluppo sostenibile’, che non a caso diviene la definizione con cui si evolve il summit fino alla denominazione odierna. Lo ‘sviluppo sostenibile’ sta ad indicare un approccio olistico che lega appunto lo sviluppo (inteso per i più come crescita economica) all'ambiente (visto da molti esclusivamente come miniera di risorse naturali da usare in maniera oculata sul lungo periodo). Parallelamente alla visione ‘ufficiale’ del concetto di sviluppo sostenibile, se ne affiancano altre che danno maggior risalto alla giustizia sociale, alla critica del concetto stesso di sviluppo o alla finitezza delle risorse naturali. Del resto, questa tendenza a incorporare la dimensione sociale come elemento fondativo si propone proprio nel vertice Rio+10, che si tenne nel 2002 a Johannesburg, dove, anche in virtù della forte spinta dell'allora presidente sudafricano versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 64 64 globalizzazione 'Mbeki, si tese a sottolineare che il progresso economico di molte aree del mondo non si era accompagnato ad un corrispondente progresso sociale. I numeri confermano che quella preoccupazione di un decennio fa, oggi è diventata una certezza. Dal 1992 ad oggi il Pil mondiale è cresciuto del 60%! Venti anni di globalizzazione hanno prodotto, come ha ricordato anche recentemente il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, una crescita straordinaria delle ricchezze, ma hanno anche stressato l'ambiente e persino messo in discussione alcuni ‘supporti vitali’ del pianeta. Inoltre, ricorda sempre Ban Ki-moon nel suo rapporto di preparazione al prossimo vertice UNCSD, all'allarme ambientale si è aggiunta una vera e propria esplosione della povertà. Una dimensione, quella della povertà, sia assoluta che relativa, che oggi lambisce il cuore dello sviluppato nord, in particolare a seguito della crisi economica e finanziaria che è iniziata nel 2008. Quindi, se nel 1992 si scoprì l'importanza di una ‘sinergia’ tra economia e ambiente, mentre nel 2002 si pose l'accento, almeno nei propositi, a colmare il gap sociale, nel prossimo vertice dovranno sempre più essere prese in considerazione le radici degli squilibri, non solo le loro manifestazioni epifenomeniche. Del resto, anche gli attori di questi vertici hanno profondamente mutato ruolo dopo venti anni di globalizzazione: se infatti si può con certezza affermare che, dalla globalizzazione, sono stati beneficiati alcuni grandi Paesi, in particolare quelli che hanno preso il nome di BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), non si può negare che le disparità sono aumentate e diventate strutturali, in particolare per quanto avviene nei cambiamenti climatici, per la perdita irrecuperabile della biodiversità e per la stessa interruzione del ciclo dell'azoto. Appare chiaro, quindi, che l'Onu abbia inteso organizzare l'UNCSD puntando ad una piena integrazione delle tematiche ecologiche e sociali, sulla base del mandato assegnato dalla risoluzione 64/236 dell'Assemblea generale. In particolare, si punterà l'attenzione sulla green economy, vista sia nel contesto dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà, che in relazione al quadro istituzionale va sempre modificato ed aggiornato per sostenere nuove sfide globali. Determinare una convergenza tra green economy, sradicamento della povertà e aggiornamento del quadro istituzionale, diviene l'obiettivo fondamentale della Conferenza. In particolare, dopo il parziale fallimento del vertice sui cambiamenti climatici a Durban, che pure si è concluso con un impegno ad aggiornare entro il 2020 il trattato di Kyoto, l'aspettativa sui risultati di Rio+20 è diventata molto più pressante. Inoltre, vale la pena di sottolineare il ruolo che intende svolgere Dilma Roussef, in particolare dopo lo straordinario discorso pronunciato per l'inaugurazione dell'ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite sul tema della lotta alla povertà. La presidente brasiliana tenterà di ottenere degli impegni più concreti dalle nazioni del Nord del mondo link journal 1/2012 sul piano ambientale, sebbene la sua formazione industrialista la stia facendo entrare in conflitto con i settori più avanzati dei movimenti ecologisti. Eppure, la questione fondamentale che sottende questi tipi di vertice è sempre la stessa: perché falliscono? E, se falliscono, ce ne è ancora bisogno nel nuovo contesto globale? Penso che sia doveroso partire dal secondo interrogativo, rispondendo affermativamente. I vertici sul clima e quello di Rio sono le uniche sedi nelle quali si discuta realmente del tema dell'uguaglianza e della convivenza del genere umano. Non accade così per i vertici dell'Omc o nelle agenzie delle Nazioni Unite. Si tratta di agende che mettono in campo una esigenza fondamentale, quella del trasferimento di ‘ricchezze’, siano esse materiali che di conoscenza, dai più ricchi ai più poveri. Le stesse procedure negoziali sono un terreno indispensabile, a maggior ragione nel tempo di questa crisi, per trattenere un filo di responsabilità comune tra le nazioni e per le future ge-nerazioni. Vanno tenuti anche secondo l'opinione della maggior parte dei movimenti che li contestano, che spesso ne rappresentano la vera essenza democratica (si pensi all'emergere del tema beni comuni, a partire dall'acqua come bene strategico in ogni contesto, nazionale e sovranazionale). Eppure sono quasi sempre falliti. La dinamica, cui accennavo in precedenza, si è cristallizzata negli anni: il nord ricco chiede al sud di ridurre le emissioni nocive (ed è vero che la Cina e l'India sono oramai i maggiori emettitori di inquinanti); il sud, in forte ascesa, ricorda che l'emissione pro capite e, soprattutto, quella storica, sono tutte ascrivibili al nord e che, per conseguire la fuoriuscita dalla povertà per miliardi di persone, non possono essere costretti a bloccare il proprio sviluppo economico. Inoltre, si registra un vero e proprio paradosso che ci racconta quanto siano inadeguati i meccanismi regolativi che conosciamo. Quando si incontrano i più potenti leader del pianeta non si riesce ad ottenere neanche un minimo impegno, mentre se ci si sposta a scale più ridotte, dai comuni alle regioni, le azioni virtuose possono determinare cambiamenti assai significativi. Sarà indispensabile, allora, che i temi affrontati dai prossimi vertici, a partire da Rio+20, divengano davvero il patrimonio di un dibattito da svolgersi su scala nazionale e globale, con un vero coinvolgimento delle società civili. Del resto, il principio su cui si fonda la green economy, sottratta dalle furbe manipolazioni di chi ne vede solo i margini di business, è proprio quello di favorire una prossimità ‘democratica’ del ciclo economico. Secondo l'Ocse gli investimenti verdi, l'ecoriforma fiscale (come per esempio la carbon tax), le energie rinnovabili, la sostenibilità agricola, l'internalizzazione del costo sociale e ambientale nei prezzi delle commodities (per ottenere ciò che si chiama ‘prezzo giusto’), la corretta gestione dei rifiuti, sono versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 65 link journal 1/2012 globalizzazione tutt'altro che ostacoli alla crescita economica. Si tratta, invece, di veri e propri motori per lo sviluppo sostenibile. Bisogna, in definitiva, praticare davvero un approccio win-win, iniziando dallo smentire alcune bugie che, ideologicamente, vengono propinate per ridurre gli sforzi tesi ad ottenere un risultato positivo. Volete un esempio? Secondo uno studio dell'Ue in media si sovrastima l'impatto economico degli investimenti verdi, il doppio di quanto sia quello effettivo a rendiconto! Si tratta, quindi, di conquistare un vero spazio pubblico affinché i governi, spesso condizionati dalle esigenze di politica interna, possano discutere con i cittadini i caratteri fondamentali di scelte che avranno un impatto decisivo sul futuro. È un impegno che dovrebbe essere preso da ciascun abitante del pianeta, poiché non possiamo lasciare la terra peggio di come ce l'hanno consegnata i nostri padri. Rio de Janeiro Summit 1992 United Nations Summit on Environment and Development RIO DECLARATION ON ENVIRONMENT AND DEVELOPMENT (Rio de Janeiro, 3-14 June 1992) La Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo, Riunita a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992, Riaffermando la Dichiarazione della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente adottata a Stoccolma il 16 giugno 1972 e nell'intento di continuare la costruzione iniziata con essa, Allo scopo di instaurare una nuova ed equa partnership globale, attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, i settori chiave della società ed i popoli, Operando in direzione di accordi internazionali che rispettino gli interessi di tutti e tutelino l'integrità del sistema globale dell'ambiente e dello sviluppo, Riconoscendo la natura integrale ed interdipendente della Terra, la nostra casa, proclama Principio 1 Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura. Principio 2 Conformemente alla Carta delle Nazioni ed ai principi del diritto internazionale, gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le proprie risorse secondo le loro politiche ambientali e di sviluppo, ed hanno il 65 dovere di assicurare che le attività sottoposte alla loro giurisdizione o al loro controllo non causino danni all'ambiente di altri Stati o di zone situate oltre i limiti della giurisdizione nazionale. Principio 3 Il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare equamente le esigenze relative all'ambiente ed allo sviluppo delle generazioni presenti e future. Principio 4 Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell'ambiente costituirà parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere considerata separatamente da questo. Principio 5 Tutti gli Stati e tutti i popoli coopereranno al compito essenziale di eliminare la povertà, come requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile, al fine di ridurre le disparità tra i tenori di vita e soddisfare meglio i bisogni della maggioranza delle popolazioni del mondo. Principio 6 Si accorderà speciale priorità alla situazione ed alle esigenze specifiche dei paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli più vulnerabili sotto il profilo ambientale. Le azioni internazionali in materia di ambiente e di sviluppo dovranno anche prendere in considerazione gli interessi e le esigenze di tutti i paesi. Principio 7 Gli Stati coopereranno in uno spirito di partnership globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l'integrità dell'ecosistema terrestre. In considerazione del differente contributo al degrado ambientale globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società esercitano sull'ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono. Principio 8 Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile e ad una qualità di vita migliore per tutti i popoli, gli Stati dovranno ridurre ed eliminare i modi di produzione e consumo non sostenibili e promuovere politiche demografiche adeguate. Principio 9 Gli Stati dovranno cooperare al fine di rafforzare le capacità istituzionali endogene per lo sviluppo sostenibile, migliorando la comprensione scientifica mediante scambi di conoscenze scientifiche e tecnologiche e facilitando la preparazione, l'adattamento, la diffusione ed il trasferimento di tecnologie, comprese le tecnologie nuove e innovative. Principio 10 Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli. Al livello nazionale, ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni concernenti l'ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunià, ed avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali. Gli Stati faciliteranno ed incoraggeranno la sensibilizzazione e la partecipazione del pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni. Sarà assicurato un accesso effettivo ai procedimenti giudiziari ed amministrativi, compresi i mezzi di ricorso e di indennizzo. Principio 11 Gli Stati adotteranno misure legislative efficaci in materia ambientale. Gli standard ecologici, gli obiettivi e le priorità di gestione dell'ambiente dovranno riflettere il contesto ambientale e di sviluppo nel quale si applicano. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 66 66 globalizzazione Gli standard applicati da alcuni Paesi possono essere inadeguati per altri Paesi, in particolare per i Paesi in via di sviluppo, e imporre loro un costo economico e sociale ingiustificato. Principio 12 Gli Stati dovranno cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e favorevole, idoneo a generare una crescita economica ed uno sviluppo sostenibile in tutti i Paesi ed a consentire una lotta più efficace ai problemi del degrado ambientale. Le misure di politica commerciale a fini ecologici non dovranno costituire un mezzo di discriminazione arbitraria o ingiustificata o una restrizione dissimulata al commercio internazionale. Si dovrà evitare ogni azione unilaterale diretta a risolvere i grandi problemi ecologici transfrontalieri o mondiali dovranno essere basate, per quanto possibile, su un consenso internazionale. Principio 13 Gli Stati svilupperanno il diritto nazionale in materia di responsabilità e risarcimento per i danni causati dall'inquinamento e altri danni all'ambiente e per l'indennizzo delle vittime. Essi coopereranno, in modo rapido e più determinato, allo sviluppo progressivo del diritto internazionale in materia di responsabilità e di indennizzo per gli effetti nocivi del danno ambientale causato da attività svolte nell'ambito della loro giurisdizione o sotto il loro controllo in zone situate al di fuori della loro giurisdizione. Principio 14 Gli Stati dovranno cooperare efficacemente per scoraggiare o prevenire la ricollocazione o il trasferimento in altri Stati di tutte le attività e sostanze che provocano un grave degrado ambientale o si dimostrano nocive per la salute umana. Principio 15 Al fine di proteggere l'ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il metodo precauzionale. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l'assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesto per differire l'adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale. Principio 16 Le autorità nazionali dovranno adoperarsi a promuovere l’internalizzazione dei costi per la tutela ambientale e l'uso di strumenti economici, considerando che, in linea di principio, è l'inquinatore a dover sostenere il costo dell'inquinamento, tenendo nel debito conto l'interesse pubblico e senza alterare il commercio e le finanze internazionali. Principio 17 La valutazione d'impatto ambientale, come strumento nazionale, sarà effettuata nel caso di attività proposte che siano suscettibili di avere effetti negativi rilevanti sull'ambiente e dipendano dalla link journal 1/2012 decisione di un'autorità nazionale competente. Principio 18 Gli Stati notificheranno immediatamente agli altri Stati ogni catastrofe naturale o ogni altra situazione di emergenza che sia suscettibile di produrre effetti nocivi imprevisti sull'ambiente di tali Stati. La comunità internazionale compirà ogni sforzo per aiutare gli Stati così colpiti. Principio 19 Gli Stati invieranno notificazione previa e tempestiva agli Stati potenzialmente coinvolti e comunicheranno loro tutte le informazioni pertinenti sulle attività che possono avere effetti transfrontalieri seriamente negativi sull'ambiente ed avvieranno fin dall'inizio con tali Stati consultazioni in buona fede. Principio 20 Le donne hanno un ruolo vitale nella gestione dell'ambiente e nello sviluppo. La loro piena partecipazione è quindi essenziale per la realizzazione di uno sviluppo sostenibile. Principio 21 La creatività, gli ideali e il coraggio dei giovani di tutto il mondo devono essere mobilitati per creare una partnership globale idonea a garantire uno sviluppo sostenibile e ad assicurare a ciascuno un futuro migliore. Principio 22 Le popolazioni e comunità indigene e le altre collettività locali hanno un ruolo vitale nella gestione dell'ambiente e nello sviluppo grazie alle loro conoscenze e pratiche tradizionali. Gli Stati dovranno riconoscere la loro identità, la loro cultura ed i loro interessi ed accordare ad esse tutto il sostegno necessario a consentire la loro efficace partecipazione alla realizzazione di uno sviluppo sostenibile. Principio 23 L'ambiente e le risorse naturali dei popoli in stato di oppressione, dominazione ed occupazione saranno protetti. Principio 24 La guerra esercita un'azione intrinsecamente distruttiva sullo sviluppo sostenibile. Gli Stati rispetteranno il diritto internazionale relativo alla protezione dell'ambiente in tempi di conflitto armato e coopereranno al suo progressivo sviluppo secondo necessità. Principio 25 La pace, lo sviluppo e la protezione dell'ambiente sono interdipendenti e indivisibili. Principio 26 Gli Stati risolveranno le loro controversie ambientali in modo pacifico e con mezzi adeguati in conformità alla Carta delle Nazioni Unite. Principio 27 Gli Stati ed i popoli coopereranno in buona fede ed in uno spirito di partnership all'applicazione dei principi consacrati nella presente Dichiarazione ed alla progressiva elaborazione del diritto internazionale in materia di sviluppo sostenibile. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 67 link journal 1/2012 globalizzazione Resolutions for Sustainable Development voted on in the UN General Assembly 23.12.2011 The developing world’s vulnerability to the prevailing multiple global crises and preparations for the June 2012 United Nations Conference on Sustainable Development were prominent among the concerns of the Second Committee (Economic and Financial) as the 42 draft resolutions and 4 draft decisions it had recommended for action by the General Assembly were adopted today. Among the texts adopted — all but four without a vote — were two brand new texts, the first titled “Towards global partnerships”, which called on the international community to continue promoting multistakeholder approaches to development. The second, “People’s empowerment and a peace-centric development model”, noted theproposal by the Prime Minister of Bangladesh to host an international conference on the subject during the first half of 2012. However, the focus fell on sustainable development ahead of the upcoming Conference on Sustainable Development, known as “Rio+20”, with the Assembly adopting 16 draft resolutions and 2 draft decisions on the subject. One new text dealt with international cooperation and coordination for the rehabilitation and economic development of the Semipalatinsk region of Kazakhstan. Another noted the failure of donors to meet their commitments on official development assistance (ODA), stressing the vital importance of aid to financing for development, and of greater South-South cooperation. Another adopted text stressed the challenges posed by desertification, land degradation and drought, including 67 to food security in developing countries, and emphasized the need for financial resources, technology transfer and capacity-building to meet them. Recorded votes were requested before action on two draft resolutions dealing with sustainable development. By the terms of one text, the Assembly requested for the sixth consecutive year that Israel compensate Lebanon and Syria for the pollution of their shores that followed the destruction of oil storage tanks near Lebanon’s El-Jiyeh power plant. Compensation was expected promptly and to be adequate to restore the marine environment and repair the environmental damage. The Assembly adopted that draft by a recorded vote of 165 in favour to 8 against (Australia, Canada, Israel, Marshall Islands, Federated States of Micronesia, Nauru, Palau, United States), with 6 abstentions (Cameroon, Central African Republic, Colombia, Gabon, Panama, Tonga). (See Annex II for voting details). Adopted by a recorded vote of 141 in favour to 2 against (South Africa, Venezuela), with 33 abstentions was a text on agricultural technology for development. By its terms, the Assembly urged the strengthening of international efforts to develop sustainable agricultural technologies, and their transfer to developing countries under fair terms. It also requested that the United Nations promote, support and facilitate the exchange of experiences among Member States on ways to augment sustainable agriculture and management practices. (Annex III) On the subject of the International Strategy for Disaster Reduction, the Assembly adopted a draft resolution that expressed deep concern over the number and scale of disasters and their impact on sustainable development, especially in developing countries. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 68 globalizzazione 68 link journal 1/2012 Centrale tra gli argomenti della Conferenza sarà il lavoro e la disoccupazione giovanile Jobs and the issue of Youth unemployment O ne of the critical issues on the agenda for Rio+20 is jobs. As member states start their negotiations on the first two sections of the zero draft-the Major Group of Children and Youth urge them not to forget the growing crisis of youth employment. Why Youth? Youth unemployment differs substantially from adult unemployment in both cause and solution. In 2010, an estimated 75.1 million young people in the world struggled to find work, and youth were almost three times as likely as adults to be unemployed. Tackling youth unemployment and underemployment , by ensuring decent jobs will directly contribute to the promotion of environmentally-sustainable growth and poverty eradication. Hence, the youth bulge and associated labour market conditions should be critical factors in the evaluation of sustainable development policies, especially those designed to increase green jobs. Meaningful youth participation is paramount to design new programmes, and enhance existing ones that are effective and work for young people themselves. Young people should be involved as solid partners in all stages when planning policy and programmes. Tackling Youth Unemployment --Raising youth up in an economic down-turn Job creation programs and policy frameworks must mitigate the global economic downturn’s disproportionate impact on youth. Long term analysis has shown that part of the issue is a “transition” problem, with young people needing time to accumulate the experience and skills required to find good jobs . However, policy programs -- such as tax breaks for youth-hiring employers, vocational training programs, financial support for young entrepreneurs, and micro finance -- can greatly increase youth participation in the overall economy. Partnerships between the private sector, governments and civil society organizations are needed to improve the targeting of young workers, and the effective deployment of capacity building programs. To promote job growth, governments and the international community should also implement financial and macroeconomic measures, including bank and debt restructuring, and eliminate discriminatory regulations. Policy frameworks must emphasize the need for adequate labour market information, policy monitoring, and program evaluation to help provide better jobs for young people. Some initial recommendations: 1. Including a Youth Guarantee in the social protection schemes, including the UN sponsored Social Protection Floor Initiative A Youth Guarantee will ensure that youth labour market inactivity would not exceed a period of four months. Such a policy measure will help young people keep in touch with the labour market and keep updating their skills and competences, and contributing to their employ-ability. A Youth Guarantees will offer a more tailored approach in helping young people deal with the structural failures of the labour market will eventually build trust and confidence, and are more likely to strengthen the labour market ties and participation rates for the future. This should become a standard feature in social protection schemes, especially when these are devised with the assistance of the UN. 2. The creation of a Global Education Fund In many countries, globalisation and technological changes have created urgent demands for new forms of skill development to meet economic and social needs. The promotion of education for sustainable development, and the establishment of training institutions, vocational programs for professional development, as well as the recognition of non-formal education are crucial. A Global Education Fund must be co-managed by donors, recipient countries, non-governmental organizations, and experienced intergovernmental organisations such as UNESCO. The fund must include an independent secretariat with effective ownership of global education initiatives and ability to manage its own funding. 3. Record and consider the impacts on youth of labour and macroeconomic policies Promoting labour-intensive sectors such as green jobs are key to generating employment opportunities for young persons, particularly in transition economies. Yet, governments cannot versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 69 link journal 1/2012 globalizzazione fix what they cannot measure. An UN-sponsored collaboration between the ILO YEN, UNEP and other relevant agencies should systemically monitor how much youth are benefiting from these programs and provide assistance to national labour statistics agencies on tracking these data. 69 Sustainability Panel on youth unemployment and youth participation. We will soon have more on jobs... -----------------------------------Bibliography 4. Improving Youth Participation The Adoption of either one global, or several regional conventions based on principle 10 of the Rio Declaration . Such instrument could serve as a tool of enshrining participation as a right, and upgrade existing participation practices. Hence a compliance mechanism is crucial and could potentially be modeled to the compliance mechanism of the Aarhus Convention. The inclusion of civil society representatives and youth representatives in bureaus and boards of relevant bodies for youth development is necessary, regardless of its political process or implementing instrument nature. This could be inspired by different models already in existence, such as the UNAIDS Programme Coordinating Board or the Council of Europe’s Joint Council on Youth. In case a Sustainable Development Council is established, a strong youth-presence in the governance of the Council should be one of the criteria guiding its establishment. The support of young people and their organisations to participate in the decision-making process, though the recognition that participation is more than access and needs empowered actors. It is crucial to give an explicit mandate and adequate resources for UNDESA to empower young people to be involved into decision making. The de-facto inclusion of youth-representatives in the National Sustainable Development Councils (NSDCs). Youth are one of the Agenda 21 Civil Society Sectors that are too easily forgotten in the make-up of these NSDCs. In councils where young people are included, their membership is often limited to an observer role. Hence a balanced representation of the Agenda 21 interests is crucial when redesigning the NSDCs. Where such councils already exist, they should be strengthened and provided with the adequate resources, political leverage and support by exchanging best-practices. 5. Improving representation of young and future generations Furthermore, we call for the establishment of an independent Office of the UN High Commissioner for Future Generations. The High Commissioner would have both an agendasetting and advisory role with regard to the long-term environmental and social coherence and impacts of UN agencies, policies and programmes and other multilateral treaties. It would function in close cooperation with civil society. This office would also support the capacity of developing countries to establish effective mechanisms of intergenerational accountability. Please note this article is based on the UNCSD Major Group of Children and Youth's contribution to input for the Global Coenjaerts, Ernst Fortuny, Rei, and Pilgrim (2009), “Promoting ProPoor Growth--Youth Employment”. ILO and YEN, Geneva. Clark, K.B. and L. Summers (1982), “The dynamics of youth unemployment”, in The Youth Labour Market Problem: Its Nature, Causes and Consequences, Freeman, R. and D. Wise (eds.), pp. 199–234, University of Chicago Press. Betcherman,B., Godfrey,M., Puerto,S., and Rother, F. and Stavreska, A. (2007) “A Review of Interventions to Support Young Workers: Findings of the Youth Employment Inventory” Social Protection Discussion Paper No. 0715. World Bank, Washington, D.C. Freeman, R. and D. Wise (eds.) (1982), “The Youth Labour Market Problem: Its Nature, Causes and Consequences”, University of Chicago Press. Gagliarducci S. (2004) What is really bad in temporary employment? http://ec.europa.eu/employment_social/employment_analysis/do cs/041008_gagliard_1.pdf Ghellab, Y. (1998) ‘Minimum wages and youth unemployment’, Employment Training Papers 26, www.ilo.org Godfrey, M. (2003), “Youth Employment Policy in Developing and Transition Countries – Prevention as well as Cure”, Social Protection Discussion Paper No. 320, World Bank, Washington, D.C. ILO (2010), “Global Employment Trends”, ILO, Geneva. Pp 48-49, and pp56-60. ILO (2011), “Global Employment Trends for Youth”, ILO, Geneva. ILO: Key Indicators of the Labour Market, 7th Edition (Geneva, 2011), Chapter 1, section A for more information on the working poor ILO (2011), “Global Employment Trends”, ILO, Geneva. ILO (2011) “Tackling Youth Employment Challenges”, in An Introductory Guide for Employers’ Organisations. ILO Training Centre. Turin, Italy. IOE (2005) Youth employment: Secretariat note, www.ioeemp.org Jensen, P., Rosholm, M. and Svarer, M. (2003) ‘The response of youth unemployment to benefits, incentives, and sanctions’, European Journal of Political Economy Vol. 19, pp. 301 – 316 www.sam.sdu.dk/undervis/92172.E03/jensenetal.pdf OECD (2005) Policy brief: From unemployment to work www.oecd.org Scarpetta, S., Sonnet, A. and Manfredi, T .;(2010) “Rising youth unemployment during the crisis: How to prevent negative longterm consequences on a generation”, OECD Social, Employment and Migration Papers, No. 106; www.oecd.org/els/workingpapers. Sperling, G. (2008) A Global Education Fund: Toward a True Global Compact on Universal Education. Working Paper for the Council on Foreign Relations. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 70 incontri 70 Prof. Vincenzo Scotti Presidente Link Campus University Prof. Joseph Mifsud Presidente EMUNI University Slovenia Prof. Ilan Chet Deputy Secretary-General of UfM Unione per il Mediterraneo Spagna Prof. José Antonio Cobacho Gómez Rettore Università di Murcia, Spagna Prof. Eduardo González Mazo Rettore Università di Cadiz Spagna Prof. José Antonio Cobacho Gómez Rettore Università di Murcia, Spagna Prof. David Faraggi Università di Haifa Israele Prof. CatherineVesprini Presidente Institut EuroMéditerranéen en Science du Risque (IEMSR) Svizzera link journal 1/2012 Il futuro delle Università del Mediterraneo Incontro tra i Rettori sul ruolo delle Università nel cambiamento globale N ell’ambito della presentazione delle Borse di studio offerte dall’Inpdap, in collaborazione con l’Emuni e la Link Campus University, istituzioni da sempre impegnate sul tema della formazione nell’area euro mediterranea con particolare attenzione alla mobilità degli studenti e dei docenti ed allo scambio di esperienze accademiche ed istituzionali di alto profilo ai vari livelli, si è svolta una tavola rotonda con i rappresentanti di alcune Università del Mediterraneo dedicata al tema dell’ampliamento e della cooperazione culturale a favore delle giovani generazioni. Le Università hanno svolto un ruolo, sino ad oggi, tradizionale lungo tre direttrici : l’educazione, la ricerca e l’innovazione. Oggi sono obbligate ad ampliare lo sforzo per adattarsi al cambiamento globale e dare risposte sempre più incisive e reali. Non è più sufficiente avere buone tecniche di insegnamento per una buona formazione degli studenti, occorre coniugare la formazione con il mondo economico e la ricerca scientifica, non quale prospettiva ideale ma riuscendo a costruire una connessione stabile tra questi diversi fattori della società senza per questo eludere il complesso sociale e le altre discipline che lo regolano. Lo studente deve essere sempre più al centro dell’Università come futuro homo faber e preparato a lavori sempre più qualificati secondo le esigenze sociali e in base all’evoluzione costante del mondo del lavoro. Il legame Università/mondo del lavoro diverrà sempre più saldo perché deriva da una sentita esigenza sociale di avere uomini sempre più preparati nei diversi settori. Nello svolgere questo compito le Università, oltre le necessità che pone o porrà la ricerca scientifica, avranno il compito, se non la responsabilità, di favorire un cambiamento della riflessione umana a favore di una società più giusta ed equilibrata, in cui, e questo vale anche per l’Europa, le diseguaglianze e le esclusioni sociali possano essere riassorbite in valori universalmente acquisiti. Sarà importante educare gli studenti, unitamente alle discipline accademiche scelte, ai valori di giustizia e uguaglianza e ciò al fine di predeterminare una società economicamente stabile e forte nel rispetto dei diritti umani. L’importanza di un raccordo tra le Università del Mediterraneo per favorire la libera circolazione sia dei docenti che degli studenti deriva dal fatto che sarà possibile creare un’unica area universitaria di vaste proporzioni che vedrà coinvolti i diversi atenei impegnati in finalità, inizialmente similari, per giungere ad un unico modello di insegnamento e sviluppo culturale. Sino ad oggi questa opportunità non è stata colta in ambito europeo perchè non si era capito che il lavoro congiunto favorisce l’integrazione, la creazione di nuovi posti di lavoro, maggiori opportunità per la ricerca e lo studio dei fenomeni complessi, sia sociali che economici, che permetterebbero all’Europa, attraverso una maggiore integrazione degli Istituti universitari, una più veloce integrazione tra i popoli grazie all’innovativo impegno dei giovani e dei docenti. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.45 Pagina 71 link journal 1/2012 incontri 71 Workshop on Internationalisation through University Cooperation in the Field of European Studies T he Centre of Excellence Altiero Spinelli (CEAS) and the Euro-Mediterranean University (EMUNI University) as part of activities under the cooperation agreement, at the Link Campus University in Rome, held a working meeting dedicated to the development of proposals for post graduate courses (Masters) and research projects in the field of European studies (Institutional and Political Integration, Economic, Social and Territorial Cohesion, European policies on immigration, european citizenship, security and justice, external action and policies Neighbourhood and Partnership), focused on the development of euro-Mediterranean relations, in order to facilitate mobility of students and teachers of the Mediterranean countries, particularly from the southern shore of the Mediterranean. The meeting, coordinated by prof. Luigi Moccia, President CeAS, and prof. Joseph Mifsud, President EMUNI, was held in the premises of the Centre and at the Link Campus in Rome, David Faraggi, Rector of the University of Haifa (Israel) and Juan María Vázquez Rojas, ViceChancellor, Research & Intl. Campus, University of Murcia (Spain) , Massimo Silvestri, Director of the ISSEA Research Institute, University Polytechnic of Lugano (Switzerland), Alejandro del Valle Galvez, Deputy Rector and Head Master Programmes of the University of Cadiz (Spain) and Catherine Vesperini, President of the Euro-Mediterranean Institute of Risk Science (France). Responding to the questions of the students, Prof. Ilan CHET, Vice-president of UfM on charge of higher education and research insisted on the important role of the universities to the peace process, he indicated that universities can help a lot this process because if it brings students from the south to get good education in the north and it will help their employability and mobility and this will increase the standing of living in the south. Prof. Ilan Chet indicated that meeting in universities and in institutions can help a lot in development projects, for example Palestinian authority suggested a project of salunation of water in Gaza, all the countries supported this project and also Israel because it is a humanistic project, so if they design a good project for the benefit of all the people this doesn't influence the differences in cultures or polical problems.And finally he insisted that the cooperation between the UfM and EMUNI in some studies programs in master and PhD in organization democratic, organization of students from different countries, in some fields as studying democratization, human rights, good governance, all this subjects can help today improve the situation and he thinks that now due to the Arab spring that the universities can fulfill what needed as far as culture and education. In her speech, Prof. Vesprini answered two fundamentals questions. First, the president of the Institute for Euro-Mediterranean of Sciences of Risk, showed that the management of natural risk or natural disasters requires a comprehensive management and cannot be completed in an individual way, however this is facing financial problems (imbalance between the rich north and poor south) and also the lack of a culture of risk management in the countries of the Mediterranean , that's why the need and the importance of this institute in EMUNI to help and educate people in these countries regarding the importance of risk management. In addition, Prof. Vesprini stressed the importance of civil Security and she has set a good example of a civilian organization in this field in Italy. But this is insufficient because of the difficulty of communication in the population, for her, it is essential to train people in this area for the management of natural risks. In his intervention, Prof. Dr. David Faraggi, President of University of Haifa, points out the importance of integration between all people in his university, he precised that there is about 900 students from all the world, America, Europe, Asia and they study and live together without problems and they are a good friends of the university. The most important thing, as he said, the mobility of the students coming from all the places and meeting people both Palestinians and Israelian in the campus with different religions and cultures and after one year they come back with new view of the political situation. And he included that specially social integration is a part of life on the city of Haifa they really transform in a peace and quiet and they can go abroad as ambassadors of peace. Prof. E.G.Mazo, University of Cadiz, précised that they had a long tradition with University studies linked with America and Spanish from a big period, but now their objectives are focused in sciences of the sea disciplines and they focused specialization in this field which are multi-discipliners. In other hand, Prof. Mazo informed the students present in this meeting that they have more specialized items with their foundation University-Enterprise which adopts different kinds of studies; post-graduate studies, lifelong learning studies; for different situations they face now in this crises period. About the strategy of international relationship in the Mediterranean, he precised that their approach is now to work with the universities which are closer and on front of them as Tanja University and Tetwan University in administration and mobility of students and professors which give opportunity to work with them as a practical approach. And he believes that their specialization in Master in international and immigration needs to specialize students in this topic because they have bilingual master in English and Spanish. He suggests that Internationalization means that the master is in different languages, and immigration refer to co-problems of multicultural problem in Europe, and this gives opportunity for their students to talk and discuss and find solutions for this problems versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.46 Pagina 72 iTest your University Choice: l’app per orientarsi nell’Università Link Campus University lancia l’applicazione per iPhone, iPad e dispositivi Android: iTest your University Choice. Si tratta di uno strumento-gioco nuovo, efficace e semplice da usare, destinato a quanti si trovano alle prese con la scelta della facoltà universitaria a cui iscriversi. Grazie a questa nuova app, gli studenti potranno facilmente orientarsi nel mondo universitario e scoprire il percorso di studi più adatto a loro. Rispondendo ad una serie di domande, che permettono di evidenziare le abilità trasversali, gli interessi e gli hobby, iTest your University Choice sarà in grado di valutare le risposte e consigliare il corso più in linea con la personalità, i punti di forza e le capacità dello studente. L’app è un prodotto originale Link Campus University e offre un valido supporto nella scelta della facoltà più coerente con le attitudini e le aspirazioni professionali dei ragazzi. Semplicissimo da usare: inserendo i propri dati si accede al Test. Rispondendo a otto blocchi di domande (gate), vengono analizzate inclinazioni e potenzialità dell’utente, che ottiene una prima indicazione di orientamento universitario. Inoltre, inserendo il proprio numero di cellulare, l’utente riceve via SMS un profilo personalizzato. L’app è già disponibile sull’Android Market e dopo il 10 settembre sarà disponibile anche su iTunes Store. Trovi ulteriori informazioni e istruzioni per l’uso su universitychoice.net, orientamentouniversitario.net. La scelta del tuo futuro è una conquista importante. Orientati con noi! versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.46 Pagina 73 link journal 1/2012 Link Campus University 73 Link Campus Link Campus University, in linea con la propria vocazione internazionale e con la tradizione di università che ambisce a formare i migliori professionisti per un mondo che cambia, sta realizzando un ambizioso programma di proiezione internazionale. In questo quadro, sono state inaugurate due rappresentanze prestigiose della Link Campus University a Lima (Perù) e a Cordoba (Argentina) e sono stati attivati importanti rapporti di collaborazione con un gruppo selezionato di Università in Europa, Mediterraneo ed America Latina. Link Canpus è l’Università del merito e, all’iscrizione, premia con borse di studio gli studenti migliori delle scuole superiori. Perchè Link Campus University √ Perchè il modello didattico è finalizzato alla formazione di professionisti e manager per il mondo che cambia capaci di progettare e governare processi innovativi. √ Perchè il valore aggiunto che rende particolare l’offerta Link Campus University è costituito da: - formazione integrata fra università ed aziende; - largo spazio alla metodologia ed al problem solving; - studio in più lingue; - uso dei più avanzati strumenti informatici; - obbligo di frequenza; - certezza di sostenere gli esami nei tempi previsti grazie all’assistenza di tutor dedicati; - formazione individuale mirata allo sviluppo globale della personalità - collegamento con Università straniere di tutti i Paesi in cui svolgere un semestre di studio (Study Abroad); - Welfare & Student Affairs; - collegamento con le aziende per gli stage; - orientamento; - placement. √ Perchè con il Programma Skills, attraverso alcuni moduli di insegnamento comuni a tutti i corsi di laurea, Link Campus University aiuta lo studente da un lato a valorizzare ogni aspetto della propria personalità e dall’altro ad acquisire le competenze e le abilità necessarie per operare con successo anche con organizzazioni pubbliche e private, a livello sia strategico che organizzativo. versione corretta luigi2:Layout 1 06/02/2012 17.46 Pagina 76 EURILINK EDITRICE 76 link journal 1/2012 Vincenzo Scotti Victoria Tauli-Corpuz Bruno Taralletto Si confrontano oggi due possibili letture; quella giudiziaria e quella storico-politica. Scotti affronta la lettura storico-politica e il conseguente giudizio sul comportamento delle istituzioni e della politica. L’Autrice mette in risalto le incongruenze delle risoluzioni del terzo millennio che non tengono conto delle aspettative dei popoli indigeni, spingendoli così verso una completa marginalità. “La Casta” ha sconcertato i cittadini svelando nei particolari ciò che tutti già conoscevano in generale della inefficienza della Pubblica Amministrazione.“La Dissipazione” di Bruno Taralletto ci indica il passo successivo. pp. 240 euro 18,00 I popoli indigeni alle soglie del terzo millennio pp. 112 euro 14,00 La dissipazione pp. 200 euro 18,00 Guendolyn S. Chabrier Giuseppe Ruggiero Abdel Bari Atwan Dietro al filo spinato è il resoconto fedele e accuratamente documentato del clima sociale e politico della Germania prebellica, del disfacimento e della caduta di un popolo soggiogato dalla malia di Hitler. Riflettendo sull’ultimo scritto dedicato a Gramsci da Palmiro Togliatti, poche settimane prima di morire, si avrà modo di scoprire un tema attraente del quale finora ci si è scarsamente occupati. L’unica intervista rilasciata da Osama Bin Laden ad un giornalista non residente nei territori di fede islamica. Fermezza o Tolleranza? La scelta difficile contro la mafia Dietro al filo spinato pp. 210 euro 18,00 Luigi Paganetto, a cura di AA.VV Chi deve pagare il costo della ricapitalizzazione delle banche e dello Stato? Debiti sovrani pp.140 euro 16,00 Tra Cremlino, Gramsci e Togliatti pp. 336 euro 18,00 Luigi Paganetto, a cura di AA.VV La storia segreta di AlQaeda pp. 304 euro 18,00 Luigi Paganetto, a cura di AA.VV. Mezzogiorno tra crisi globale, Mediterraneo e federalismo fiscale La scelta del nucleare dipende dalla valutazione delle condizioni che rendono opportuno l’investimento rispetto alle altre fonti di energie. pp.130 euro 14,00 Nucleare come? pp.160 euro 15,00