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16 gennaio 2012
Inaugurazione Anno accademico 2011/2012
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Saluto del Presidente della Link Campus University
Prof. Vincenzo Scotti
Signor Presidente del Senato della Repubblica, Signore
e Signori Membri del Parlamento, Magnifici Rettori,
Autorità civili e religiose, Signore e Signori,
questo è il tredicesimo anno che noi, docenti e
studenti della Link Campus University, insieme
alle autorità e agli amici, manteniamo viva l’antica tradizione dell’inaugurazione solenne dell’anno accademico.
La pur breve storia della Link Campus è segnata
da costanti innovazioni, poco comunicate ma
sempre presenti nei programmi di ricerca e di
didattica, frutto dell’impegno della comunità accademica - studenti e docenti - e, soprattutto, della efficace cooperazione con eccellenti università
internazionali europee e mediterranee, di cui alcune
sono qui questa sera per la definizione di comuni programmi di ricerca e di comuni corsi di laurea nelle aree
degli studi giuridici, strategici, diplomatici e di intelligence, di economia e di gestione delle imprese, di ingegneria dell’innovazione nel campo della sicurezza.
La guida per lo studente di questo anno accademico vi
offre una idea dell’ampiezza e della complessità del lavoro accademico di una università internazionale che
non vuole essere mera copia delle altre università del
nostro sistema nazionale. In tal senso essa si avvale di
una pluralità di lingue di insegnamento e riconosce un
ruolo fondamentale alla metodologia comparatistica la
quale consente di focalizzare la formazione dei giovani
sia sulla connessione tra culture diverse sia sulla interdipendenza tra pubblico e privato. L’obiettivo è quello
di preparare una classe dirigente che possa operare nei
diversi sistemi e Paesi e nei due ambiti dando così ai
giovani, come abbiamo positivamente sperimentato in
questi anni, le possibilità vincenti nella mobilità del
mercato globale.
Da questo punto di vista la Link Campus costituisce
un ponte verso il cambiamento della nostra società.
Una Università senza frontiere per rispondere alle sfide
del cambiamento globale, particolarmente attenta alla
lettura dei segni dei tempi nuovi: i grandi mutamenti
planetari dei sistemi economici, sociali, politici e soprattutto culturali, l’evoluzione delle forme di organizzazione delle imprese del mondo globale e la nuova
soggettività della “società civile”.
Questa missione impegna i docenti a mantenere la didattica sulla frontiera della ricerca, a sviluppare un dialogo costante con gli studenti che, nel corso di ogni
anno accademico, apprendono un metodo di studio, di
ricerca e di approfondimento. Lo stesso Induction
Course è pensato per trasmettere loro un’adeguata metodologia di apprendimento che li aiuti nel semestre di
studi all’estero e nello stage di lavoro. Siamo, dunque,
tutti impegnati a dare agli studenti un metodo di studio
e di lavoro - ricongiungendo il sapere e il fare - con
l’obiettivo di rendere i giovani professionalmente in
grado di integrare saperi scientifici differenti per poter
affrontare e risolvere efficacemente i problemi del fare;
tali innovazioni necessarie qualificano, particolarmente,
la nostra offerta nel campo delle Lauree Magistrali e
dei Master post-lauream.
Nel guardare alla guida per lo studente vorrei richiamare la vostra attenzione su alcune aree particolarmente innovative su cui la Link ha acquisito una
particolare competenza; intendo riferirmi agli studi
strategici e diplomatici che vedranno, da questo anno,
la direzione di Franco Frattini e Michael Frendo, gli
studi di analisi e intelligence che coinvolgeranno - tra
gli altri - gli Ammiragli Battelli e Biraghi, i Generali
Camporini e Jean, l’Ambasciatore Castellaneta, i Professori Savona, Lauro e Minniti.
Signor Presidente, la Società di Gestione della Link sta
lavorando a completare le strutture e i servizi necessari
alla vita di una effettiva “comunità” universitaria con
la realizzazione di un Campus della dimensione di 14
ettari, dotato non solo delle attrezzature didattiche,
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della biblioteca, delle residenze per studenti e professori stranieri, ma anche delle attrezzature per la vita sociale e sportiva,
compreso un teatro e spazi espositivi all’aperto.
Sapete, infatti, che parte integrante della Università è l’Accademia Internazionale di Arte Drammatica (Link Academy) diretta
da Alessandro Preziosi che, in questo momento, è impegnato
con un nuovo spettacolo (Cyrano) a cui partecipano sette studenti della nostra Accademia.
La Link Campus, inoltre, ha organizzato per i suoi ricercatori
(docenti e studenti italiani e stranieri) una piccola ma molto vivace casa editrice, Eurilink Edizioni, e pubblica “Link Journal”,
una rivista che sarà sempre di più la voce dell’intera comunità
universitaria.
La realizzazione del Campus si accompagna ad un rafforzamento della Società di Gestione con un azionariato diffuso e
aperto anche ai nostri docenti e studenti oltre che agli amici,
tutti consapevoli che non possiamo contare su alcun sostegno
pubblico anche per non intaccare le disponibilità degli altri Atenei non statali e non volendo, nel contempo, uscire da una
scelta inderogabile no profit.
Contestualmente, abbiamo rivolto un invito ad importanti Fondazioni di ricerca per allargare la partecipazione alla Fondazione
Link Campus, promotrice dell’Università. Vorrei fin d’ora ringraziare alcune delle Fondazioni che hanno accettato il nostro
invito: la Fondazione De Gasperi, la Fondazione Rosselli, la
Fondazione Biogem. Questo ci ha consentito di poterci avvalere del consiglio prezioso di Franco Frattini, Adriano De Maio,
Riccardo Viale, Ortensio Zecchino, Gianni Pittella, Giustina
Destro, Paolo Naccarato e Marco Minniti.
La nascita e l’evoluzione della Link Campus è dovuta innanzitutto, come vedremo, alla lungimiranza del Rettore del tempo
dell’Università di Malta, Roger Ellul Micalleff e di alcuni Presidi di Facoltà, all’impulso, al consiglio e al sostegno di due straordinari uomini di Stato, Francesco Cossiga e Guido de Marco,
che noi consideriamo nostri padri fondatori, al lavoro di un
gruppo di amici che, dando vita ad una Società di Gestione,
hanno reso possibile il sogno di questa Università assumendosi
il rischio; parlo in primo luogo di Vanna Fadini e di Pasquale
Russo ma anche di una squadra di giovani, donne e uomini che,
insieme a loro, non si risparmiano in nessun caso. Lasciatemi
dire che il miracolo della Link è che non è soggetta a “nessun
condizionamento”, è frutto solo dell’impegno libero di docenti
e studenti; impegno reso possibile grazie all’intreccio tra progettualità accademica e forma giuridica.
La Link non nasce, come detto, per aggiungersi al già importante sistema universitario italiano ma per integrarlo come università a specifica vocazione internazionale. Infatti noi siamo
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nati alla fine degli anni ’90, quando i governi firmarono la convenzione di Lisbona, e precisamente l’11 aprile del ’97, con
l’intento di favorire un processo di internazionalizzazione
dell’alta formazione e così rispondere alle sfide dei cambiamenti planetari. Mentre si procedeva alla ratifica della Convenzione, il Parlamento italiano approvava, nel gennaio 1999, la
prima normativa sulle filiazioni delle Università straniere operanti in Italia. Proprio su sollecitazione dell’allora ministro
degli Esteri di Malta, Guido De Marco, con il sostegno del Presidente Emerito Francesco Cossiga, con un gruppo di docenti
universitari - con noi ancora oggi e presenti in questa sala e
permettetemi di ricordare il caro amico Luigi Coccioli recen-
temente scomparso - concordammo con il Rettore della antica
Università di Malta di aprire a Roma una filiazione di quell’Ateneo, per avviare la sperimentazione di una Università internazionale a Roma, fortemente “finalizzata” a rispondere, in
termini di formazione, alle domande del mercato.
Eravamo in attesa della normativa italiana sui requisiti che le
Università straniere avrebbero dovuto possedere per consentire il riconoscimento dei titoli da essi rilasciati nel nostro Paese.
Fu il Ministro Zecchino che, in base alla legge del 1999 sulle filiazioni, autorizzò a svolgere in Italia parte dei programmi accademici per gli studenti iscritti a Malta.
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La Link Campus, con Decreto 27 novembre 1999 ed ai sensi
dell’art. 2 della Legge 14 gennaio 1999 n. 4, viene riconosciuta
quale filiazione in Italia dell’Università di Malta. Come tale
svolge in Italia parte dei corsi dell’Ordinamento Universitario
della Università di Malta per studenti iscritti a tale Università:
al termine del percorso formativo il titolo accademico viene rilasciato dall’Università di Malta.
Con Legge 148 dell’11 luglio 2002 l’Italia recepisce la Convenzione di Lisbona, 11 aprile 1997, che nella sezione VI punto 5
stabilisce che ogni Stato, per consentire il riconoscimento dei
titoli rilasciati da Istituti stranieri operanti sul proprio territorio
deve indicare i requisiti che gli stessi devono possedere. Con
D.M. 214 del 26 aprile 2004 l’Italia disciplina tale procedura indicando i requisiti che devono essere posseduti dagli Istituti
stranieri affinché i titoli rilasciati ai propri studenti sul territorio
italiano possano essere ammessi a riconoscimento presso le
Università italiane ai sensi dell’art. 2 della citata Legge
148/2002.
La Link Campus avvia la procedura prevista dal D.M. 214. Ai
sensi dell’art. 3 del suindicato decreto, il competente Ministero
acquisisce i pareri del CUN, del CNVSU e della CRUL. Tale
procedura è la stessa adottata per la emanazione da parte del
Ministero del decreto di riconoscimento e autorizzazione a rilasciare titoli aventi valore legale di una Università degli Studi
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dell’Ordinamento Universitario Italiano. Acquisiti i pareri favorevoli richiesti dalla normativa, con D.M. 4 luglio 2007, la
Link Campus University viene riconosciuta quale Università
straniera operante in Italia, i cui titoli sono ammessi al riconoscimento presso le Università italiane.
Nel 2010, a seguito del D.M. 23 dicembre 2010, n. 50, la Link
Campus University chiede di essere riconosciuta quale Università non statale legalmente riconosciuta dell’Ordinamento Universitario Italiano.
Il Ministero competente attiva tutti gli atti previsti dalla procedura evidenziando a più riprese che trattasi dell’emanazione di
un decreto che non istituisce un nuovo Ateneo, ma autorizza
la trasformazione di un Ateneo straniero autorizzato a rilasciare
titoli ammessi a riconoscimento in Ateneo non statale legalmente riconosciuto dell’Ordinamento Universitario Italiano.
Con D.M. 21 settembre 2011, n. 374, del Ministro Gelmini, la
Università Link Campus viene riconosciuta come Università
non statale dell’Ordinamento Universitario Italiano.
Tale Decreto, registrato alla Corte dei Conti, viene pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale - Serie Generale n. 268 del 17 novembre 2011 - ed è stata solo la lungimiranza e il rigore di tre Ministri - Zecchino, Mussi e Gelmini - che hanno consentito di
aprire “un’importante esperienza di internazionalizzazione”.
La Link Campus non verrà meno alla missione che ha portato
avanti in questi tredici anni. Intende portare avanti il lavoro di
ricerca e di formazione non perdendo mai il suo carattere internazionale e la sua apertura alla collaborazione con le università italiane, soprattutto, con gli Atenei dell’area euro-mediterranea
e dell’America Latina.
La Link Campus ha una identità valoriale profonda ed una missione che sono a fondamento dei suoi programmi di ricerca e
di didattica. Consentitemi di volgere lo sguardo indietro alla
sera del lontano 29 novembre del 1999, quando coloro che consideriamo i due padri fondatori della nostra Università internazionale, il Presidente della Repubblica di Malta, Guido de
Marco e il Presidente Emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, delinearono il nostro percorso e dichiararono
aperto il primo anno di attività.
Cossiga e de Marco, insieme, vollero che la missione della Link
attingesse il senso della sua ragione educativa da un insieme di
riflessioni critiche sul Novecento; un tempo controverso, solcato da grandi tragedie, dallo scontro tra democrazia e totalitarismi, dalle guerre mondiali ma anche dalla vittoria della libertà
e dalla rinascita dell’Europa accompagnata da uno straordinario
sviluppo scientifico e sociale. In quella scelta c’era la consapevolezza che “la cultura non è asettica spettatrice degli eventi:
anticipa e giustifica”. In tutto quello che è accaduto nel bene
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che abbiamo avuto e nel male che abbiamo sofferto, ci ricordarono i nostri due Maestri, la cultura europea ha avuto grandi
e terribili responsabilità.
È stata una certa cultura ad aprire la strada ai colonialismi, al
razzismo, ai totalitarismi che lasciano una macchia nera nell’inventario del secolo. Ed è stata un’altra cultura, quella democratica riformista o liberale, di ispirazione laica o cristiana, a
guidare il riscatto morale degli europei. La Link, i suoi giovani,
i suoi docenti, i suoi amici non potevano che indicare nelle libertà il valore fondante della conoscenza e della scienza. La
“lectio magistralis” di Francesco Cossiga sui totalitarismi e sulla
libertà racchiude per intero il significato della sua vita di cristiano, di liberale, di statista, di patriota, come si amava definire.
“Ogni riflessione sul totalitarismo come ideologia e sui totalitarismi nella realtà storica produce un sentimento di profonda
lacerazione nell’animo e nel pensiero di ogni uomo di oggi. Si
tratta, cioè, di affrontare un paradosso insostenibile: il totalitarismo infatti, non è la negazione della libertà bensì è l’affermazione piena della libertà, così totale che non sopporta e non
tollera altre libertà, la libertà degli altri. ... perciò parlare di totalitarismi significa affrontare realtà che grondano sofferenze e
sangue”. E concludeva “il totalitarismo è la scomparsa della differenza tra errore e peccato. Se confondiamo errore e peccato,
la libertà muore. La libertà è anche libertà di sbagliare. Con la
democrazia non si decidono i valori. Vincere le elezioni significa
avere il diritto - dovere di governare, non di avere e imporre il
torto e la ragione”. Il Presidente de Marco, raccogliendo il senso
profondo della riflessione del suo amico Francesco, ci ricordò
che contro i totalitarismi antichi o risorgenti ci si può difendere
ricorrendo soltanto ad una forte concezione liberale della democrazia che si realizza con la limitazione del potere attraverso
regole condivise, per sconfiggere l’insidia della democrazia giacobina e totalitaria, su base messianica, che dà valore etico al
potere. Parlando da Presidente dell’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite, l’anno successivo da ministro degli Esteri di
Malta, quella sera alla Link de Marco ripeté, con la sua voce
ferma e suadente: “Freedom first and foremost. That was the
solid platform on which citizens worldwide stood their ground
whenever authoritarian regimes sought to erode democracy ,
human rights and the rule of law.”. Questa la pietra angolare
sulla quale stiamo costruendo la nostra Università; la formazione dei nostri giovani per un umanesimo integrale si fonda
proprio sui valori della libertà, della responsabilità, della coerenza tra il sapere e il fare, della eticità dei comportamenti, della
solidarietà umana, del rispetto della legalità e dei diritti umani.
Per conservare ben forte la lezione sulla libertà dei nostri fondatori abbiamo chiesto alla signora De Marco e ai suoi figlioli,
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ad Annamaria e Giuseppe Cossiga di poter intitolare la biblioteca della Link Campus, il cuore dell’Università, a questi due
nostri grandi Maestri affinché i nostri studenti e docenti abbiano sempre presenti le radici culturali ed umane della nostra
Università e del nostro lavoro comune.
Una grande sintonia ha caratterizzato la esperienza umana di
Francesco Cossiga a Guido de Marco. Due statisti euro-mediterranei, profondamente legati alle antiche isole mediterranee
nelle quali sono nati, due raffinate menti giuridiche, due cristiani
liberali legati alla grande figura di Thomas More, che - dietro
loro sollecitazione - fu proclamato da Giovanni Paolo II protettore dei “politici”. Cossiga e de Marco erano profondi conoscitori della cultura europea ed atlantica ed erano consapevoli
della dimensione mediterranea di questa cultura; erano uomini
di una chiara e forte identità culturale e religiosa e proprio per
questo erano uomini dell’incontro e del dialogo. Un misterioso
disegno della Provvidenza li ha fatti tornare alla casa del Padre
a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Sulle loro figure e sul
tempo in cui fu dato loro di vivere, la Link Campus, insieme ad
altre Università ed Istituzioni prima tra tutte il Senato della Repubblica Italiana e il Parlamento di Malta, chiameranno studiosi
e politici a riflettere nel corso di un seminario internazionale.
Signor Presidente, questa sera abbiamo voluto chiedere a Lei,
all’Emerito Rettore De Maio, al “già” Ministro Gelmini alcune
brevi riflessioni sulle responsabilità di una comunità accademica
chiamata a far avanzare “il sapere e il fare” della nuova classe
dirigente del nostro Paese, a fronteggiare le crescenti sfide di
un cambiamento a cui ha concorso il risultato “del sapere e del
fare” delle precedenti generazioni attraverso la loro ricerca
scientifica e la trasmissione dei loro risultati.
Cari Amici, in conclusione vorrei ricordare e ringraziare il Santo
Padre Benedetto XVI che nel corso dell’incontro con le Università romane del 15 dicembre scorso ha benedetto la targa
della Link.
Concludo ringraziando calorosamente ciascuno di Voi per
avere accolto l’invito a partecipare a questa cerimonia e lo faccio
a nome di tutti i colleghi che, in questo momento ed in attesa
della costituzione degli organi statutari, fanno parte del Comitato Tecnico Ordinatore: a partire da Gianni Ricci che svolge
le funzioni di Rettore, passando a Virginia Zambrano, Sergio
Zoppi, Uberto Siola, Claudio Roveda, Pierluigi Matera, Michele
Pizzo, Ian Refalo e Joseph Mifsud. Ed infine lasciate che dica
grazie a Vanna Fadini, a Pasquale Russo, ad Achille Patrizi, a
tutto il corpo docente, agli studenti e alle loro famiglie e a tutto
il personale tecnico-amministrativo che formano sempre più la
comunità della Link Campus.
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Prolusione del Prof. Adriano De Maio
“L’Università
di fronte alle sfide
del cambiamento”
Signor Presidente del Senato della Repubblica,
Magnifici Rettori, colleghi, Autorità, cari Studenti, Signore e Signori,
per me è stato un piacere quando il Presidente Vincenzo
Scotti mi ha proposto di svolgere questa breve prolusione.
Non temete, non sarà una lezione accademica. Si tratterà, invece, di alcuni stimoli e di alcuni spunti, così come mi è stato
richiesto, che io mi accingo a porgervi. Avete sentito dire le
ragioni per cui mi è piaciuto venire qui dalle parole del Presidente Scotti. Come si può non essere veramente felici dal profondo di poter parlare e poter dedicare alcune parole di
introduzione a questa inaugurazione dell’anno accademico?
Molto probabilmente sono stato chiamato anche per la mia
lunga presenza nell’ambito accademico. Quando l’università
funzionava meglio, si poteva diventare rettori giovani e soprattutto professori universitari giovani. Se riferisco adesso ai
miei giovani colleghi quando sono diventato professore, si
stupiscono, ma non ero un’eccezione. Non ero neppure la regola, ma ero tutt’altro che un’eccezione. Sono diventato professore a ventotto anni. Ho avuto poi un po’ di anni di
rettorato, prima al Politecnico di Milano, poi alla LUISS e al
CNR, quindi probabilmente per questa mia lunga carriera
sono stato invitato a spendere alcune parole ispirate a un titolo. Il titolo era “L’università di fronte alle sfide del cambiamento”. Mi sono riproposto di partire da quali sono le sfide
di cambiamento che dobbiamo esaminare.
Ce ne sono tantissime, ma io dovevo scegliere quali sono, a
mio avviso, quelle prioritarie su cui puntare l’attenzione per
parlare di università e del ruolo dell’università. Ne ho scelte
tre che, a mio avviso, sono le più rilevanti.
In primo luogo, vi è l’accentuata mobilità. Noi abbiamo assistito in questi ultimi anni a una riduzione forte e drammatica
delle barriere alla mobilità, non soltanto all’informazione, non
soltanto alla ricerca - quelle ci sono sempre state - non sol-
tanto all’aspetto finanziario, che si è accentuato e i cui effetti
vediamo adesso in senso negativo, ma anche alle persone, alle
attività produttive e alle aziende. Se questa mobilità si è diffusa, bisogna svolgere una riflessione. Soltanto una cosa è rimasta ferma: il territorio. L’Italia non si può muovere e
nemmeno la Lombardia, l’Europa, Roma, il Lazio, ragion per
cui il problema diventa come trattenere le risorse migliori e
come attrarre da altri territori le risorse migliori. Io penso che
per una persona che ha l’autorità e la responsabilità di governare un territorio questo debba essere tra i punti fondamentali
della sua attività e la missione forse principale del suo governo. Senza le risorse più importanti un territorio declina
inesorabilmente.
La seconda sfida del cambiamento è l’aumento della complessità dei problemi che devono essere affrontati. Un tempo era
molto più semplice e più banale farlo. Da un punto di vista
più basso, quello delle tecnologie, c’era una tecnologia dominante per ogni prodotto, mentre adesso ciò non è più vero.
In termini di connessioni fra aspetti tecnologici, scientifici,
sociali, economici e giuridici ci sono una miscela e un mix di
competenze e di complessità estremamente importanti.
Quando mi hanno insegnato, molti anni fa, la differenza fra
complicato e complesso, che noi talvolta usiamo come sinonimi, ciò mi è parso chiaro. Complicato è cum plica, “con la
piega”. Un problema complicato, se lo si risolve, è spiegato e,
quindi, occorre l’analisi specifica per tirar via un piegolino alla
volta. Il complesso, viceversa, è un’intersezione, secondo il
Prof. Adriano De Maio - Già Magnifico Rettore del Politecnico di Milano e dell’Università LUISS Guido Carli.
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verbo complector “abbracciare”, un’unione tale per cui, se noi
tentiamo di prendere e sfilare i capi di un tessuto, non otteniamo più nulla. Un problema complesso va compreso e abbracciato con sintesi. Oltre all’analisi occorre, dunque, anche
la sintesi.
Il terzo elemento di cambiamento è il fatto che i problemi
continuano a emergere e che la loro criticità continua a variare.
C’è una novità assoluta di problemi che emergono. Purtroppo
in questo periodo ce ne stiamo accorgendo.
Rispetto a tutto ciò, perché ho scelto questi tre temi come i
punti fondamentali dell’università? Sul primo penso che sia
chiaro a tutti senza bisogno di dover spendere molte parole.
L’università è un fattore fondamentale per aumentare la capacità
di attrazione del territorio, la capacità di trattenere risorse migliori e la capacità di attrarre. Le risorse migliori sono le persone. Significa trattenere gli studenti migliori e far venire da
tutte le parti del mondo gli studenti migliori, sviluppare la ricerca e basarsi sul fatto che dalla ricerca trovano linfa l’industria
e le attività produttive, l’innovazione e le nuove imprese.
Nell’ultima lezione dico sempre agli studenti di non porsi il
problema di dove andare a lavorare, di quale sia il posto di lavoro. Chiedo loro di porsi il problema di quanti posti di lavoro
potranno creare. Questo è il problema.
Il secondo aspetto sull’aumento della complessità significa
che l’università deve sapersi dotare di un approccio realmente
multi e interdisciplinare. Se ne parla tanto, ma, quando poi si
arriva al concreto, è molto facile trovare una specie di un nouvelle cuisine, in cui le singole parti e i singoli componenti sono
magari ottimi, ma non si amalgamano. Noi, viceversa, abbiamo bisogno di un buon cibo amalgamato, come nella nostra tradizione culinaria italiana.
Dobbiamo avere i prodotti di base, che devono essere buoni,
ma è l’amalgama che fa la bontà del prodotto finito. Occorre
un’università che punti sull’interdisciplinarietà e sul fatto che
sia nella formazione, sia nella ricerca, ci sia la creazione di reti
forti. Abbiamo sentito il Presidente Scotti, quando ha posto
questo come uno degli elementi centrali. È importantissima
la creazione di reti di connessione non soltanto fra università
e reti di ricerca nazionali e internazionali, ma anche con il
mondo produttivo in senso lato. Occorre stabilire questo legame, occorre far sì che molti professionisti nelle diverse
branche dell’operazione possano partecipare come docenti.
Abbiamo bisogno di questo stretto legame tra mondo pro-
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duttivo e mondo accademico.
Per quanto riguarda i continui cambiamenti, abbiamo bisogno
che l’università sia in grado di anticipare i problemi. Anticiparli, non seguirli. Essere leader, non follower. Dobbiamo riuscire a capire quali saranno i problemi tra cinque, sei o dieci
anni, perché soltanto così possiamo creare curricula adeguati.
Tra la creazione di un curriculum e il fatto che i professionisti
possano operare passa una decina d’anni. Se noi non anticipiamo oggi i problemi che prevedibilmente ci saranno fra
dieci anni, svolgiamo male il nostro compito.
Un’università che si trovi di fronte a queste sfide di cambiamento deve organizzarsi. Abbiamo sentito il Presidente Scotti,
il quale ci ha porto alcune illuminanti parole sulle modalità di
organizzazione di un’università, che a me sembra rispondano
a queste sfide. È un problema interno, un problema di come
fare didattica, di come fare ricerca, di come selezionare i docenti e di come selezionare gli studenti. Non possiamo dimenticare, però, che, se questi sono problemi interni, e sono la
gran parte – il primo elemento parte dall’interno. Medice, cura
te ipsum, mi dicevano, quindi bisogna sempre guardarsi allo
specchio e tentare di vedere che cosa si può fare –, esiste
anche un contesto esterno. Spero di non turbarvi.
L’università opera in Italia in un mercato protetto. Perché non
liberalizziamo l’università, tra le tante liberalizzazioni? Noi
operiamo in un mercato protetto e governato da corporazioni
di tutti i generi, da leggi, leggine, procedure, norme che complicano la convivenza, soprattutto in un Paese culturalmente
orientato come l’Italia, il cui motto è che ciò che non è esplicitamente permesso è vietato, in una cultura liberale dovrebbe
essere esattamente il contrario.
Cominciamo a partire con la liberalizzazione effettiva dell’università. Questo è un mio pallino, continuo a ripeterlo. Se c’è
liberalizzazione, significa che devono aumentare l’autonomia
e la responsabilità, la responsibility e l’accountability, la responsabilità e la rendicontazione. Bisogna render conto del proprio
operato. Chi opera bene è premiato, chi opera male è punito,
mentre da noi, viceversa, è todos caballeros. Si tenta di fare
un discorso di merito, da parecchio tempo i ministri in primis
hanno promulgato questo editto culturale, ma i fatti non sono
seguiti. C’è la vischiosità della corporazione. Tutti affermano
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che ci dobbiamo rendere autonomi, ma, poiché devono poi
rispondere di ciò che fanno, sono molto attenti.
Un elemento che sembrerà un pochino strano e che è stato
sostenuto anche più volte, ma su cui poi si è tornati indietro,
è l’eliminazione del valore legale del titolo. Io continuerò finché avrò voce a battermi in tal senso. Sono almeno venticinque anni che continuo a ripeterlo: si deve procedere
all’eliminazione del valore legale del titolo. Ciò significa eliminare tutte le incrostazioni burocratiche.
Pensate: l’università si sceglie i docenti, perché è responsabilità
dell’ateneo, si sceglie gli studenti, perché è sua responsabilità.
Ha un sistema di modalità di operare totalmente autonomo,
di cui risponde. Se ci deve essere un contributo in termini di
intervento pubblico, è possibile intervenire con la valutazione
di merito effettivo. Svolgo l’ultima considerazione, che spero
non venga considerata come eretica. Noi continuiamo a parlare del mercato. Perché non lo facciamo anche per l’università, perché non stabiliamo che sia il mercato a giudicare? Il
mercato giudica nel senso che prende i laureati dell’università
o non li prende, li valuta o non li valuta, ma questo concetto
del mercato si può riportare anche a valle.
Quando una scuola media superiore ha i propri studenti maturati che, mediamente, non hanno un buon successo, ciò significa che tale istituto di formazione superiore vale di meno.
Diamo spazio alla liberalizzazione, diamo spazio all’autono-
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mia, alla responsabilità e al mercato.
Concludo con due osservazioni, che non sono banali, ma su
cui non c’è né il tempo, né la possibilità di approfondire. Noi
parliamo molto spesso di università, di riforma universitaria,
ma l’università è soltanto il terminale di tutta la filiera formativa che parte dalle scuole primarie o forse anche prima. Bisognerebbe affrontare questo problema seriamente. Quando
parlo agli industriali, rilevo che tutti continuiamo a sostenere
che le risorse umane sono il punto fondamentale; nella loro
fabbrica, in un processo produttivo, se c’è una fase importantissima, fanno operare su di essa le persone di minor pregio e
le pagano meno di tutti? No.
Allora perché il sistema formativo, a partire dalle elementari,
è trattato in questo modo e non ci sono una valutazione, una
modalità retributiva adeguata? Se noi effettivamente non soltanto lo affermiamo – pensate a Lisbona – ma crediamo
anche sinceramente che la risorsa umana sia il capitale vero
di una nazione, se ciò è vero ed esiste la cosiddetta knowledge
society, basata sulla ricerca, sullo sviluppo e sull’innovazione,
perché alle parole non seguono i fatti?
È una domanda, un dubbio che non ha mai trovato risposta.
Forse dovremmo porci seriamente questo problema e tentare
di affrontarlo con molta franchezza, potendo permettere
quelli che possono essere errori, ma non peccati. Sicuramente
io mi auguro di aver svolto molte considerazioni anche errate,
ma senza peccato.
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Il saluto del professor Joseph Mifsud
Presidente dell’EMUNI
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Il saluto del Prof. Nabil Ayad
Direttore della Diplomatic Academy di Londra
Presidente, Eccellenze, Ministri, Colleghi, Studenti e Amici della Link.
Eccellenze, Professori, Onorati Ospiti,
Oggi un maltese non poteva non parlare, anche perché “link”
è una parola, anche se in inglese, scelta non a caso. Ricordo
anche il giorno.
Si è parlato del nostro molto compianto Presidente della Repubblica, Guido De Marco. Guido era un faro per il Mediterraneo, nonché per questa università, insieme ad altri. Si è
parlato anche di Roger Ellul Micallef e di Ian Refalo, persone
che, con il professor Scotti e con la squadra che ha a disposizione, hanno cercato di costruire questo faro maltese, come
lo chiamava Guido. Chiamava Malta il Din l-art Helwa, ossia
“questa bellissima terra”.
Sono qui per rendere onore a questo grande personaggio, che
è stata fondamentale per la Link. Sono anche molto contento
che tantissimi studenti abbiano conosciuto la parola Malta –
è presente il nostro ambasciatore Inguanez – non soltanto attraverso i siti di pubblicità o di storia, ma anche attraverso
questa università.
In questo momento sono Presidente dell’Università euromediterranea e sono qui con altri Rettori.
Il Presidente Schifani ha parlato di flessibili e tale carattere è
innato in questa Università, che oggi, è un “link” anche con
il passato e col futuro. Con questo grande lavoro che ci
aspetta io vorrei chiedere l’aiuto di tutti gli studenti, di tutti i
professori, di tutte le famiglie e di tutti coloro che hanno contribuito a rendere grande questa iniziativa. Continuate ad aiutarci. Vorrei rivolgermi ora al professor Nabil Ayad. Il
professor Ayad ha lavorato a stretto contatto con la Link per
molti anni come direttore della Diplomatic Academy of London. Continueremo, con il sostegno del Presidente Frattini e
del Presidente Michael Frendo, che oggi non ha potuto essere
con noi, a lavorare in questo senso.
vorrei congratularmi con il professor Scotti per questa occasione, anche a nome dei miei Colleghi, Rettori e Vicerettori
dell’Università Euromediterranea.
La prima volta in cui ho avuto l’onore di incontrare il professor Scotti è stato a Londra, quando lo invitammo a intervenire
come ospite per parlare del cinquantesimo anniversario del
Trattato di Roma. Il tema della Conferenza erano le dimensioni europee dei valori umani e fu una grande occasione.
Da allora abbiamo stabilito ottimi contatti con la Link Campus University. Nel maggio del 2008 abbiamo organizzato insieme una settimana diplomatica a beneficio degli studenti e
dei membri del corpo diplomatico di Roma.
Lo scorso settembre il professor Scotti è venuto a Londra,
dove ha incontrato il Vicerettore, professor Edward Acton, e
insieme abbiamo firmato un accordo di collaborazione per
promuovere programmi diplomatici su sicurezza e diplomazia, comunicazione e diplomazia e anche business internazionale e diplomazia. Auspicabilmente, svilupperemo questi
programmi a breve nei prossimi mesi.
Avere un’università privata non è un elemento innovativo di
per sé, ma è un grande successo, perché prevedo che tra pochi
anni la maggior parte delle università statali diventeranno private. Congratulazioni, dunque, professor Scotti, per quest’iniziativa innovativa e ben realizzata.
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Il Presidente del Senato Renato Schifani
apre l’Anno Accademico 2011/2012
Presidente Scotti, Autorità, illustri Rettori
e Professori, cari studenti,
sono veramente lieto di essere con voi in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della vostra piccola
ma dinamica e valida Università che forma professionisti
per il mondo che cambia e per le nuove professionalità richieste dal mercato del lavoro.
La qualità della formazione che viene impartita in questo
Ateneo è confermata dall'alta percentuale di laureati che
hanno trovato rapida ed utile collocazione sul mercato del
lavoro e che sono poi cresciuti rapidamente in responsabilità gerarchiche aziendali.
Tutto questo è dovuto anche alla vostra alta vocazione internazionale, un punto di forza in più di questa università;
vocazione che mai come oggi è così necessaria nel contesto
della globalizzazione.
Sono poi particolarmente lieto quando ho l'occasione di rivolgere un pensiero o una riflessione direttamente ai giovani, ed alle istituzioni chiamate al compito, essenziale in
ogni comunità, di curare la formazione e salvaguardare la
crescita umana e culturale, oltre che tecnica e scientifica dei
nostri uomini del futuro.
L'anno che si è chiuso ci ha visti impegnati a contrastare gli
effetti, anche sulla situazione politica, di una grave e pervasiva crisi economica.
Il sistema finanziario e quello politico ne hanno subito pesanti conseguenze sia sul bilancio pubblico che sull'agenda
dei lavori parlamentari, impegnata in continue manovre di
aggiustamento finanziario.
La crisi purtroppo non è un fenomeno passeggero, non è
una fluttuazione economica: è una discontinuità sistemica,
un cambio di passo nell'evoluzione economica del pianeta
che ciclicamente può presentarsi.
La crisi che stiamo vivendo è figlia della globalizzazione, un
evento che genera tante opportunità ma che al tempo stesso
modifica tutte le chiavi di lettura tradizionali della realtà, soprattutto economica, attraverso anche una competizione
sempre più dura. E che rischia di mettere in serio pericolo
la nostra capacità di onorare il debito pubblico che si è accumulato nei decenni trascorsi.
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anno accademico 2011/2012
link journal 1/2012
Da qui è nata l'esigenza di una ulteriore manovra economica, che ha visto alternarsi al precedente Governo, una
nuova formazione tecnica con il sostegno di un'ampia ed
inedita maggioranza politica.
complessivo e non parziale, possibilmente partendo dalle
liberalizzazioni strategiche sui grandi settori dei servizi pubblici, dell'energia e degli ambiti economici di maggiore rilevanza, per poi includere quelle più settoriali.
Questo Parlamento, consapevole e responsabile, ha saputo
operare scelte coraggiose nell'esclusivo interesse del Paese.
E in questa fase, mi preme sottolinearlo, abbiamo assistito
ad una grande prova di maturità degli italiani.
Altri compiti gravosi e non agevoli attendono Camera e Senato; sono quelli di concorrere alla nuova fase essenziale e
decisiva di crescita del Paese.
Solo attraverso questo percorso il Paese può essere indotto
ad accettare un cambiamento così radicale che, all’apparenza e nell’immediatezza può sembrare foriero di ulteriori
sacrifici, ma che alla distanza saprà valutare nei suoi effetti
positivi.
All'aumento della pressione fiscale deve seguire la riduzione
di tutta la spesa pubblica, attraverso scelte che diminuiscano le uscite e creino nuove opportunità di occupazione.
E' questa la giusta prospettiva che desidero fortemente si
realizzi in un clima sereno, pacato e costruttivo di confronto
leale ed autentico.
Quello che si chiede sempre - ma soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo attraversando - è
l'abbandono di visioni miopi, è collaborazione, unità di intenti, seppure in un clima di dialettica sempre necessario
che è il sale della democrazia, ma che deve essere finalizzato
al raggiungimento di obiettivi non più differibili.
Una sana contrapposizione, dove non esistano inutili esasperazioni, conduce a risultati positivi attenuando eventuali
tensioni sociali; è foriera di un ritrovato clima di coesione
sociale.
Nessun debito pubblico deve essere ereditato dalle nuove
generazioni: gli italiani si stringono nei sacrifici richiesti per
evitare che i propri figli e nipoti debbano sopportare un
peso oltremodo gravoso.
Sono richieste che coinvolgono tutte le categorie sociali in
misura proporzionale a ciascun reddito. Ma al contempo
devono essere individuati quei posti di lavoro che abbiano
i requisiti della stabilità: è questo il dovere della politica.
In questo contesto, per contribuire alla crescita del Paese,
anche il tema delle liberalizzazioni può divenire una opportunità alla quale tutti dobbiamo guardare con attenzione,
ma che deve essere affrontato adottando criteri e metodi
ben delineati.
Sono scelte che devono apparire comprensibili agli italiani
e che devono includere percorsi di grande respiro.
E’ una riforma alla quale occorre accostarsi, con approccio
Un altro tema sul quale l’opinione pubblica viene giornalmente informata è quello della lotta all’evasione.
Se, come è a tutti noto, omettere in tutto o in parte di dichiarare al fisco il proprio effettivo reddito, o peggio nasconderlo totalmente è un comportamento illegittimo e
purtroppo diffuso, in un periodo come quello attuale di difficoltà economica, deve esserci la consapevolezza del danno
che si crea a tutta la comunità nazionale. Perché se ciascuno
di noi fa la sua parte, contribuiamo tutti insieme a raggiungere presto e bene quegli obiettivi che ci chiede l’Unione
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Europea. La lotta all’evasione, allora, va inquadrata in questo giusto e corretto ambito e viene assimilata come un dovere civico; assume, allora, il valore di un esempio collettivo
di osservanza della legge finalizzata al rilancio dell’economia
ed al bene di tutta la cittadinanza.
La lotta all'evasione, come la lotta alle grandi criminalità,
non può e non deve costituire elemento di divisione tra le
forze politiche e sociali, ma deve essere invece un obiettivo
primario ed inderogabile al quale ciascuno di noi, in rela-
11
università serie e responsabili.
Sono questi i giovani che possono arricchire il pubblico, ma
anche il privato, che possono contribuire responsabilmente
a valorizzare il nostro Paese.
Quello che serve è una selezione basata su criteri meritocratici e la politica deve tendere a questo, creando i presupposti per evitare che la competizione dei meritevoli venga
svilita da facili scorciatoie di chi immeritatamente può raggiungere gli stessi risultati.
La meritocrazia deve essere l'arma vincente per l'innovazione e la crescita sociale.
Nei prossimi mesi saremo chiamati a corrispondere agli impegni assunti dinanzi all'Unione europea ed al mondo.
Occorrerà una grande condivisione collettiva per raggiungere il risanamento finanziario e il rilancio del nostro Paese,
evitando visioni di corto respiro.
Non possono e non devono esserci dubbi nella comunità
internazionale sulla volontà di futuro e di progetto dell’Italia
e sulla sua capacità di mettere in atto adeguati provvedimenti. Il nostro patrimonio storico, culturale, artistico, intellettuale e scientifico ci impone di rendere fede al nostro
grande Paese e di garantire alle nuove generazioni un futuro
sostenibile. Siamo chiamati anche a consolidare in voi giovani la consapevolezza di una solida cultura democratica.
Dobbiamo tenere nella massima considerazione il vostro
giudizio e vi sprono, cari ragazzi, nel ricercare il domani, ad
esigere sempre nuove idee.
Non temete di esercitare il giusto e misurato spirito critico
verso le scelte della politica che devono essere credibili e
affidabili.
zione alle rispettive funzioni che svolgiamo nella società, è
chiamato a dare il giusto contributo.
L'obiettivo prioritario di tutte le politiche pubbliche è anche
quello di innalzare la qualità della formazione culturale e
specialistica delle giovani generazioni.
Il capitale umano è infatti un fattore determinante per la
crescita, lo sviluppo e la competitività dei sistemi-Paese.
Per la politica è un imperativo categorico individuare, ed
anche con urgenza, tutte le misure più idonee a fare emergere quei giovani di talento e professionalmente attrezzati devo dire che ce ne sono tanti - attraverso la formazione di
Lo stesso Senatore e Presidente Emerito della Repubblica
Italiana Francesco Cossiga, al quale intitolate oggi la vostra
biblioteca, nei diversi ruoli svolti nel corso della sua lunga
e intensa vita, riuscì sempre a far emergere il suo spirito critico, la sua dialettica e perfino la sua ironia e le sue provocazioni.
Questa vostra impostazione dovrà tradursi però sempre più
nell'attaccamento diffuso e consapevole alla centralità delle
istituzioni rappresentative, e al loro ruolo insostituibile nel
processo democratico.
Solo le Istituzioni, infatti, sono in grado di assicurare che i
cambiamenti nella società globalizzata avvengano in un
orizzonte che contempli le insopprimibili e irrinunciabili
esigenze di tutela dei diritti della persona.
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anno accademico 2011/2012
link journal 1/2012
In questa crisi economica, provocata da eventi esterni al nostro Paese, occorre poi consapevolezza rifuggendo gli atteggiamenti di difesa degli interessi corporativi e delle
"rendite di posizione".
come pure degli ordinamenti politici e sociali.
Ancora più che nel passato, oggi è infatti imprescindibile
avere una solida preparazione universitaria per anticipare i
sempre più repentini cambiamenti della società.
Sarà così assicurata la stabilità ed il rafforzamento di quel
bene supremo per la nostra civiltà che é il cuore del principio della democrazia e che solo il buon funzionamento delle
assemblee rappresentative, e in primo luogo del Parlamento
nazionale, sono in grado di assicurare.
Per queste ragioni, ritengo che molto opportunamente e
saggiamente avete voluto dedicare la lectio magistralis di
quest'anno al tema dell'università di fronte alla sfida del
cambiamento globale.
Cari studenti, guardate con serenità al ruolo che potranno
avere le istituzioni repubblicane per il futuro del nostro
Paese. Solo dal loro corretto e soprattutto libero e partecipato funzionamento, potrà derivare anche in futuro la piena
legittimazione delle Istituzioni pubbliche presso la nostra
cittadinanza. Le vostre opinioni meritano la massima considerazione: saranno le idee della futura classe dirigente.
Credete nella cultura e nella buona preparazione. Per questo
vi sprono allo studio e all'impegno civile: sono le qualità essenziali per conseguire ogni traguardo di vita.
Le università hanno giocato un ruolo decisivo nella storia
della cultura occidentale.
Questa istituzione fondamentale è nata in Italia e ha sempre
avuto l’ideale di insegnare agli studenti non solo dottrine e
saperi, ma anche il modo con cui quelle conoscenze sono
state acquisite e progrediscono.
Un ponte tra scuola e vita. Un compito centrale di illuminismo per l’uomo, nella intricata foresta della vita; un sistema di idee vive, che ogni epoca deve possedere e
insegnare.
Oggi le sedi di produzione dove si creano, si scambiano e
si trasmettono i saperi sono molteplici.
Le università, pertanto, devono essere più attente alle realtà
in evoluzione immergendosi nelle componenti sociali e civili e nelle esperienze di vita.
Oggi c'è necessità di maggiore duttilità ed elasticità delle
Istituzioni di formazione per governare nuovi modelli e anticipare progetti.
Il futuro potrà esservi amico se sarà solido, se sarà credibile
ma anche se torneranno a imperare quei valori come l'equità
e la solidarietà che troppo spesso vengono oggi accantonati.
Cari giovani, non fatevi mai prendere dallo sconforto; raggiungere certi obiettivi è un vostro diritto, ma è vostro dovere conquistarli, giorno dopo giorno, spesso con fatica e
spirito di sacrificio. Non esistono successi facili, esistono
mete da raggiungere e raggiungibili solo con impegno e
grande volontà di riuscire. E non mi riferisco ad obiettivi
necessariamente ambiziosi; ciascuno può scegliere quello
che è più confacente alle proprie idee, alle proprie possibilità, alle proprie inclinazioni. Ma, scelta la via da seguire, va
percorsa fino in fondo, con tenacia, determinazione, voglia
di superare piccoli e grandi ostacoli, anche quelli che possono apparire insormontabili.
Continueremo a dialogare insieme, allargheremo i nostri
orizzonti, riusciremo a creare nuove prospettive. La politica
è e deve essere sempre al vostro servizio.
Il sistema degli atenei deve essere aperto alla piena attualità,
operando immerso nel dinamismo della vita.
Se cultura e professioni rimanessero isolate – con alterigia
e presunzione – senza contatto con l’incessante fermento,
il sapere diverrebbe anchilosato.
Se non riuscirà ad esserlo, avrà fallito nel suo principale
scopo, e cioè quello di essere sensibile alle volontà ed
istanze di cambiamento della società da parte della sua
nuova classe dirigente, di cui voi sarete i rappresentanti.
La classe dirigente moderna deve avere capacità di prevedere, per quanto possibile, l'evoluzione dei mercati globali
Vi formulo, infine, con sincera vicinanza, i miei più calorosi
auguri per l'anno accademico che si apre.
Dichiaro aperto l'anno accademico 2011/2012
www.smassociati.it
12
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editoriale
editoriale
link journal 1/2012
Link Campus:
la conoscenza, il mondo
U
n treno affollato, una valigia di cartone legata, abbracci, lacrime, un’infinita tristezza. Abbiamo rivisto tante volte le
scene della nostra emigrazione. Per vivere, riuscire
a mangiare, si andava altrove. Lontano. Si cambiava spesso continente, sempre abitudini e cultura.
Nel pieno di una crisi acuta che fa perdere posti
di lavoro e reddito, che fa vacillare le certezze materiali e immateriali che ci siamo costruiti in tanti
anni, potremmo riprendere il treno? Oggi in Italia
mangiamo tutti, di solito molto più di un pasto al
giorno. E i vestiti, una casa, magari modesta, non
mancano. Ma la speranza di futuro un po’ si: opportunità di lavoro qualificato, soddisfazioni professionali, riconoscimento del merito, possibilità
di migliorare la propria condizione, queste le aspirazioni spesso frustrate.
E allora molti giovani, soprattutto se hanno studiato ‘bene’ e vogliono continuare a farlo o intendono mettere a frutto la loro fatica accademica,
sono tentati di andare a realizzare la loro speranza
altrove, all’estero.
Noi, che siamo sempre stati una Università internazionale, proprio in queste settimane siamo divenuti a tutti gli effetti una Università italiana,
dopo averlo fortemente voluto ed esserci a lungo
battuti per questo riconoscimento. Siamo impazziti? Che senso ha?
Beh, intanto non smettiamo certo di essere una
Università internazionale!... Ma non voglio limitarmi a questa risposta. Non si tratta di mantenere
i piedi in due staffe o di utilizzare ‘due forni’ per
cuocere il nostro pane. Voglio dire qualcosa di più,
perché c’è di più, c’è che Link Campus University
scommette sull’Italia.
Nessun ridicolo sciovinismo, ma alcune ragioni:
innanzitutto, questo è un Paese con radici
profonde e risorse umane capaci da sempre di risollevarlo da qualsiasi momento di crisi. E’ sempre
stato tra i protagonisti della Storia. E’ un Paese ad
identità forte, che trasmette ai suoi prodotti e che
usa per attrarre. Generiamo seduzione. Non sarà
sempre con la stessa intensità, ma nessuno è perfetto;
poi, nel pieno di una omogeneizzazione
delle economie, della globalizzazione dei mercati,
esiste un ‘altrove’? Voglio dire che in questo
mondo non tutti hanno il ‘giardino’ sotto casa, ma
tutti, proprio tutti, hanno tracciati, sentieri, strade
che possono raggiungerlo. Perché non incamminarci da casa nostra? Fuori di metafora, se l’Occidente ha destini intrecciati, interdipendenti, come
le borse e i mercati ci ricordano ogni giorno, cosa
cambia ad affrontare gli ostacoli per lo sviluppo
qui da noi, con il vantaggio di usare strumenti, risorse, potenzialità che conosciamo bene? Hic rhodus, hic salta… senza troppe delocalizzazioni;
ancora, non ‘emigrare’ non vuol dire stare
fermi. L’esperienza del viaggio, dello scambio,
dell’esperienza ‘lontano da casa’ è vitale per qualsiasi curriculum e Link Campus l’incoraggia,
l’aiuta. Ma a noi piace Marco Polo. Anni di viaggio
non lo hanno reso meno italiano e hanno portato
grandi vantaggi all’economia veneziana. Non è diventato un ‘professionista’ cinese!
Scommettere sull’Italia (e cercare di vincere la
scommessa…) certo non è una passeggiata. C’è da
fare molto lavoro per qualificare sempre di più le
risorse umane di questo Paese, per tradurre in fatti
le potenzialità. Se avrete la pazienza di dare uno
sguardo alla tabella pubblicata, vi renderete conto
di quanta strada ci sia da fare.
Vanna Fadini, Presidente della Società di Gestione della Link Campus University
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link journal 1/2012
editoriale
Noi come Università formiamo laureati, classi dirigenti, ma questi sono i dati di partenza:
la classe dirigente italiana rappresenta appena il 2% del numero totale degli occupati
(450.311 su 22.422.017);
le donne rappresentano solo il 20,1%, ad
eccezione della dirigenza pubblica, dove la quota
percentuale sale al 32,5%;
i dirigenti ‘giovani’, quelli cioè con un’età
inferiore ai 45 anni, rappresentano appena il
37,8%;
dulcis in fundo (si fa per dire…) sul fronte
del titolo di studio, soltanto il 36% di coloro che
sono quotidianamente chiamati ad assumere decisioni, dirigere, coordinare lo sviluppo del Paese è
laureato! Certo, la percentuale di titolari di laurea
o titolo di studio più elevato sfiora il 75% nell’alta
dirigenza pubblica (anche perché solo la laurea da
accesso a concorsi); ma essa non raggiunge neanche il 15% tra gli imprenditori e gli amministratori
di grandi aziende.
Quindi, in sintesi: poche donne, età media avanzata e qualificazione formativa non eccellente. Rispetto al resto d’Europa un forte gap da colmare.
Però anche una grande opportunità da cogliere per
15
gli studenti della Link, perché questi dati vogliono
dire che il ‘mercato’ non manca. E’ forte, cioè, la
domanda di nuovi laureati, di alta formazione, di
classi dirigenti, e proprio qui in Italia!
Mi permetto una considerazione finale. La crisi
che attraversiamo non credo potrà essere superata
senza che si tenga in maggiore conto le esigenze
dei più deboli o di coloro che sono in maggiore
difficoltà di sviluppo. Una diversa distribuzione
della ricchezza, maggiore rispetto per le risorse naturali, più sobrietà nei comportamenti sono condizioni di un futuro sostenibile e di una riduzione
dei conflitti.
L’etica, in questa epoca, ha un valore sempre maggiore, anche economico. Sarebbe stupido non capire il valore che essere il centro di una delle grandi
religioni monoteiste porta al contributo italiano
per lo sviluppo.
Un valore accresciuto anche da decenni di battaglie politiche, sindacali, popolari per la giustizia e
la solidarietà, che invece di essere occasione di divisione dovrebbero sempre più divenire motivo di
orgoglio.
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Das Auto.
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automobile dal grande potenziale.
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indice
Link Journal - Periodico di informazione della Link Campus University - Direttore responsabile: Antonio Suraci
Comitato di redazione: Vanna Fadini, Marco Emanuele, Gerardo Lo Russo, Tommaso Mattei, Massimo Pistone,
Maurizio Zandri - Segreteria di redazione: Titti Nicolellis - Grafica e impaginazione: Link Campus - Periodico
a diffusione gratuita n.0/12 in attesa di autorizzazione - Tipografia: Empograph, Villa Adriana, Roma
link journal
17
59 Dialogo globale: definire
i canoni della convivenza
Marco Emanuele
61 Verso un progetto
per la globalizzazione
Pasquale Russo
63 Rio+20: una porta aperta
Gennaro Migliore
incontri
70 Incontro tra i Rettori delle
Università del Mediterraneo
Inaugurazione
Anno Accademico 2011/2012
1 Saluto del Prof. Vincenzo Scotti
Presidente Link Campus University
5 Prolusione Prof. Adriano Di Maio
Già Rettore del Politecnico di Milano
8 Saluto del Prof. Joseph Mifsud
Presidente EMUNI
Perché Link Campus
31 Un nuovo umanesimo
per la futura città interetnica 73 iTest your University Choice
Stefania Lazzari Celli
74 I corsi Link Campus
economia e diritto
75 I Master Link Campus
33 Aprire i mercati
libri
e rafforzare
la concorrenza
76 Le pubblicazioni Eurilink
Piergiorgio Valente
34 Non solo profitto
Giuseppe Perrone
35 La sostenibilità
dei debiti sovrani
Luigi Paganetto
Una riflessione
sul mondo di domani
sicurezza e intelligence
8 Saluto del Prof. Nabil Ayad
Direttore Diplomatic
Academy of London
9 Intervento del Sen. Renato Schifani
Presidente del Senato
37 Redes criminales
Garay Salamanca
Salcedo Albaran
diritti umani
editoriale
14 Siamo una università italiana
Vanna Fadini
italia
40 Il dilemma del prigioniero
innocente
Gianni Ricci
Focus
19 Sviluppo, da dove ripartire
Claudio Roveda
20 Immigrazione e (s)fiducia
nella politica
Anna Maria Cossiga
europa
‘Il paradosso
della globalizzazione’
44 Il paradosso
della globalizzazione
Dani Rodrik
22 Riflessioni sul Trattato
di Lisbona
Vincenzo Scotti
24 Europa a rischio di cortocircuito
Antonio Maria Rinaldi
27 Rivedere le regole
e i sistemi di vigilanza
A. Vento / G.C. Vecchio
internazionale
47 Verso una diplomazia
partecipativa
Giandomenico Magliano
49 Le deboli democrazie
alla ricerca di un nuovo
modello di Stato
Antonio Suraci
51 Il risveglio della libertà
Maurizio Zandri
28 L’importanza della memoria
Andrea Villa
54 Abbandoniamo il sogno
dell’iperbole
Claudio Patalano
30 Il millennio urbano dei
popoli africani
Osservatorio Africa
56 Il Web: agorà virtuale
per il confronto
e la partecipazione democratica
Roberto Lippi
Abbiamo voluto dedicare questo
secondo numero del Link Journal
ai problemi sollevati dalla globalizzazione. Si ritiene che i processi
di mondializzazione siano tutti
forieri di un benessere finalizzato
alla pace nel mondo e all’affermazione dei valori universali.
L’enfasi posta ai processi di globalizzazione, purtroppo, non trova
nei fatti quel riscontro etico la cui
mancanza da più parti si lamenta.
Il processo, che potremmo definire di iper-capitalismo, è caratterizzato essenzialmente da
fattori economico-finanziari, ovvero da rapporti spesso di dipendenza conflittuale tra i mercati.
Il forte impatto economico, a discapito dello sviluppo armonico
tra le diverse aree del mondo,
apre però, nel contempo, la possibilità, grazie alle nuove tecnologie globali, di realizzare relazioni
nuove tra i popoli, tra le religioni
e, quindi, tra le culture. Questo è
l’aspetto da cogliere e da coltivare
con ferma determinazione per allontanare il rischio, causa la debolezza degli Stati, di una
conflittualità permanente.
Foto di copertina gentilmente concessa da Sheila McKinnon - www. sheilamckinnon.com
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Master in Cooperazione allo Sviluppo
Anno Accademico 2011 / 2012
in collaborazione con
e la partecipazione di
La Link Campus University in collaborazione con Emuni, rete
delle Università Europee e Mediterranee, SudgestAid e con la partecipazione di FormezPA organizza per l’anno accademico in corso
due Master di secondo livello dedicati rispettivamente:
h alla Cooperazione internazionale e all’economia dello sviluppo,
soprattutto rivolto alle problematiche delle aree mediterranee e di
quelle di crisi e post-conflitto;
h
alla Cooperazione internazionale e ai processi di partnership
economica e commerciale, con particolare attenzione all’area LatinoAmericana.
INFO
[email protected]
[email protected]
I Master, indirizzati a laureati magistrali e/o vecchio ordinamento,
sono finalizzati alla formazione di esperti in materia di economia dello sviluppo e di cooperazione internazionale. Il profilo
professionale in uscita è volto a rispondere alle crescenti esigenze di
figure specialistiche operanti a livello comunitario ed internazionale,
in istituzioni pubbliche e private, organismi internazionali, NGO, in
materia di programmazione, attuazione e valutazione delle politiche
di sviluppo.
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link journal 1/2012
italia
19
Sviluppo:
da dove ripartire
N
in modo diffuso i processi di crisi aziendale, che hanno portato molte aziende, soprattutto di piccole e micro dimensioni,
ad uscire dal mercato, con gravi ripercussioni negative sul
piano dell’occupazione e del reddito. Appare quindi necessario modificare la struttura dell’economia e della società italiana secondo queste direttrici di fondo:
•
mantenere, all’interno del sistema produttivo nazionale, il ruolo strategico del manufacturing in quanto motore
della dinamica, se non della stessa esistenza, degli altri settori,
Se si guarda al di là dell’attuale situazione di crisi economica dall’agricoltura ai servizi;
fondare la capacità di offerta e la competitività di
e finanziaria e al futuro a medio-lungo termine, non si può •
non condividere l’ipotesi che l’Italia deve svilupparsi e strut- tutti i settori produttivi, sulla innovazione knowledge based, in
particolare quella tecnico-scientifica;
turarsi come una effettiva Società della Conoscenza.
• assicurare, attraverso l’attività di ricerca, una
Anche se sono possibili diverse declinazioni
“produzione” di conoscenze avanzate, rispondel concetto di Società della Conoscenza, nonSviluppo
denti sia alle esigenze di sviluppo del sistema
dimeno sono assunti alcuni aspetti strutturali
produttivo nella logica di sostenibilità sia alle
sui quali si fonda una tale Società: essa si caaspettative di qualità della vita dei cittadini, sia
ratterizza per il fatto che tutti i processi ecoL’implementazione
alla soluzione delle grandi problematiche sonomici e sociali fanno un uso estensivo e
di un nuovo modello
ciali (in particolare nei campi della salute, della
approfondito di conoscenze avanzate (in pardi Società appare
sicurezza, dell’ambiente);
ticolare quelle di tipo tecnico-scientifico) ed
irrinunciabile
•
accrescere la dotazione di capitale
esiste una diffusa propensione di tutte le comumano qualificato, in grado sia di contribuire
ponenti sociali alla generazione e all’utilizzo di
se si vuole evitare
tali conoscenze.
la marginalizzazione. alla generazione di conoscenze avanzate sia
all’utilizzo intelligente e consapevole delle soL’implementazione in Italia di tale modello di
luzioni applicative realizzate a partire da tali coSocietà appare irrinunciabile se si vuole evitare
noscenze, in tutti i processi economici e sociali.
la marginalizzazione dell’economia nazionale
nel contesto competitivo globalizzato, in cui i modelli pro- Assunti questi elementi strutturali fondamentali della Società
duttivi ‘tradizionali’, basati sull’efficienza delle operations e sul- della Conoscenza che si intende costruire in Italia, è possibile
l’innovazione incrementale, non risultano più sostenibili a delineare le strategie di azione che i diversi stakeholder della ecofronte della concorrenza dei Paesi di nuova industrializza- nomia e della società nazionale, in primo luogo a livello di gozione, che dispongono di non imitabili differenziali positivi verno pubblico, sono chiamati a elaborare e implementare.
Tali azioni devono svilupparsi prioritariamente per:
nei costi del lavoro e delle materie prime.
•
promuovere e sostenere lo sviluppo nelle imprese di
Perseguendo con tali modelli di business, si estenderebbero un modello strategico di business, fondato sull’innovazione,
el tentativo di contribuire a dare una risposta a questo interrogativo fondamentale per il futuro del nostro Paese, non si intende entrare nella analisi e nella
valutazione delle misure che il nuovo Governo nazionale intende proporre all’approvazione del Parlamento e soprattutto
nel dibattito circa l’opportunità di una strategia di pareggio
di bilancio alla luce di una (adeguata) politica monetaria a scala
di Governo della Unione Europea.
Claudio Roveda , Link Campus University
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italia
in primo luogo tecnologica, quale leva di competitività nell’ottica della sostenibilità e dell’internazionalizzazione;
•
indirizzare e sostenere l’attività di ricerca scientifica,
coerentemente con gli attuali modelli di innovazione tecnologica, e soprattutto l’utilizzo delle nuove conoscenze così generate a scopi applicativi nella molteplicità delle strutture e
dei processi economici e sociali;
•
affrontare, attraverso la ricerca e l’innovazione, le
grandi problematiche sociali, da quelle connesse all’invecchamento della popolazione a quelle della sicurezza a livello individuale e sociale;
•
ridefinire la struttura e le modalità operative del si-
link journal 1/2012
stema dell’istruzione e della formazione a tutti i livelli, da
quello primario a quello post-laurea, in modo da fornire le tipologie di conoscenze e di competenze richieste dalla Società
della Conoscenza, riassumibili in termini di multidisciplinarietà, di orientamento alle metodologie e al problem solving, di
integrazione fra processi di apprendimento ‘teorico’ e di applicazione in contesti ‘reali’.
Preme sottolineare come la definizione e l’attuazione di queste
linee di azione richiedano l’assistenza di una visione sul futuro
a medio-lungo termine della società italiana, che sia condivisa
da tutti i suoi stakeholder e ne indirizzi la formulazione di strategie e l’operatività.
Immigrazione e (s)fiducia nella politica
I
l secolo appena iniziato sarà il secolo dello straniero per
eccellenza. Ma chi è lo straniero? Il turista che visita il nostro Paese? Il migrante costretto a lasciare la propria patria a causa della povertà e delle guerre? O il malvivente in
cerca di un luogo dove sia più facile delinquere e dove l’eventuale punizione sia meno dura che a casa sua?
Il turista è certo straniero ma, a parte forse qualche inconveniente di viabilità nei nostri centri storici, non costituisce un
problema quanto una risorsa. Gli immigrati invece, spesso
identificati tout court con i delinquenti, un problema lo sono
eccome. Lo sono soprattutto in quanto ‘diversi’ per il colore
della pelle, la lingua, i costumi, i valori. Tutto ciò che li riguarda ci è estraneo ed è dunque, in qualche modo, pericoloso. L’antropologo Claude Lévi Strauss affermava che
Anna Maria Cossiga, Link Campus University
“l’atteggiamento più antico […] consiste nel ripudiare puramente e semplicemente le forme culturali – morali, religiose, sociali, estetiche – che
sono più lontane da quelle con cui ci identifichiamo. Dire “Abitudini di
selvaggi”, o “da noi non si fa così”, sono altrettanti reazioni grossolane
che esprimono (…) la stessa repulsione di fronte a modi di vivere, di
pensare o di credere che ci sono estranei”.
Forse per questo, come sosteneva Rousseau, la civiltà è stata
fondata da chi ha costruito il primo recinto. E non per raggruppare il bestiame, bensì per separare il proprio terreno da quello
dell’altro, lo ‘straniero’, il possibile ‘nemico’.
Eppure, come sostiene Jean Danielou, storico e teologo francese, il passo decisivo l’umanità lo ha fatto quando “lo straniero
da nemico è divenuto ospite”.
Sono questi i due atteggiamenti cui la politica, l’Arte di go-
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link journal 1/2012
italia
vernare la società, si trova innanzi nell’affrontare il problema
degli immigrati: accoglienza dell’ospite o difesa dal nemico?
Dal 1986, anno in cui l’immigrazione ha cominciato ad essere
‘un problema’ in Italia, i nostri governi hanno emanato leggi
ed emendamenti per regolare il flusso degli stranieri nel nostro
Paese, cercando di coniugare i diritti umani da una parte, e la
sicurezza dei propri cittadini dall’altra. La soluzione, tuttavia,
non solo non è facile, ma deve rispondere, come sempre accade in politica, al sentire degli elettori. Qualunque decisione
si prenda accontenterà qualcuno ma, inevitabilmente, scontenterà qualcun altro e la fiducia o la sfiducia nella politica, in
tema di regolamentazione dello status degli immigrati, aumenterà o diminuirà in base all’orientamento dei governi.
21
Lega è pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze''; l’ex
sottosegretario Giovanardi lamenta che “il Presidente Napolitano
avrebbe fatto bene a stare zitto”, e l’ex ministro La Russa sostiene
che “faremmo partorire qui le donne di tutta l’Africa, se bastasse nascere in Italia per avere la cittadinanza”.
Forse ha ragione l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per
i Rifugiati, Antonio Guterres, quando afferma che “politici populisti ed esponenti irresponsabili dei media sfruttano timore e insicurezza per additare gli stranieri come capro espiatorio, per cercare di
imporre l'adozione di politiche restrittive e per diffondere sentimenti razzisti e xenofobi”.
Intanto, un campo rom piemontese viene
dato alle fiamme perché, mentendo, una gioIn democrazia, però, la politica e i partiti hanno
Immigrazione
vane torinese ha accusato due zingari di averla
il compito, come ricorda Gustavo Zagrebelsky,
stuprata.
di raccogliere le istanze sociali e trasformarle
in proposte politiche. E ne hanno un altro, alIn democrazia
Forse il nuovo governo, che della politica ha
trettanto importante: quello di tenere unita la
la politica ha
preso il posto per risolvere la nostra crisi ecosocietà. A questo dovrebbe guardare la politica,
il compito
nomica, potrà fare qualcosa in materia di impiù che ai risultati elettorali. La società, oggi, è
migrazione. Il Ministro Riccardi commenta
costituita anche da quei milioni di lavoratori
di raccogliere
positivamente le parole del Presidente Napostranieri che giungono in Italia in cerca di una
le istanze sociali
litano e sottolinea che “l’Italia ha bisogno di una
vita migliore e che sono una risorsa quanto i
e trasformarle
visione strategica, di cui l'integrazione degli immigrati
turisti che affollano le nostre strade. Anzi, sono
in proposte.
è un capitolo importante”. Si affretta però ad aguna risorsa ben maggiore, perché molti di loro
giungere: “Non credo che sarà il Governo Monti a
sono nati qui, parlano perfettamente la nostra
fare una legge sulla cittadinanza”.
lingua, studiano nelle nostre scuole e nelle nostre università. Insieme ai nostri figli, saranno gli italiani di do- Ma, signor Ministro, se non ora, quando? E il Presidente Napolitano, il Governo Monti e Lei che cosa ci darete: una magmani.
giore (s)fiducia nella politica?
Da non poche parti, tuttavia, l’immigrato è ancora visto come
il nemico da cui difendersi, l’irregolare che viene in Italia non
per lavorare e per migliorare le sue prospettive di vita (anche
noi italiani lo facevamo, un tempo), ma per delinquere. Così
nasce il reato di immigrazione clandestina, che prevede un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro per lo straniero che entra illegalmente nel territorio dello Stato; e che probabilmente non
possiede nulla, perché tutto ciò che aveva lo ha speso per affrontare il ‘viaggio della speranza’.
Eppure qualche spiraglio di speranza in questa complicata ma- 1Carmine Di Sante, Lo straniero nella Bibbia. Saggio sull’ospitalità,
teria ci arriva in questi giorni dal Presidente della Repubblica. Città Aperta Edizioni, 2002, p.11.
2
“E’ un'assurdità e una follia che dei bambini nati in Italia non diventino
Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale 2, Il Saggiatore, Miitaliani”- ha dichiarato. “Non viene riconosciuto loro un diritto fon- lano 1990, pp. 371-372.
3
Jean Danielou, Pour un théologie de l’hospitalité, in VS 85 (1951),
damentale”. Purtroppo, è ancora la politica a gettare legna sul
fuoco, anziché mediare. L’onorevole Calderoli avverte che “la p.340.
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europa
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Riflessioni
sul Trattato di Lisbona
L
’attuale crisi internazionale rappresenta, con tutta evidenza, una cartina di tornasole delle debolezze europee, occidentali in generale, nell’affrontare le
difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti. La crisi, generata
dai ‘miti’ - rivelatisi estremamente negativi - di un mercato
in grado di auto-riformarsi e di una finanza fondata su processi e su strumenti completamente distaccati dall’economia
reale, ha colto di sorpresa l’occidente, pur avendo origini
chiare negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti e l’Europa stanno reagendo con grande lentezza alla crisi, in termini di comprensione del fenomeno e
dell’adozione di strumenti per l’aggiustamento delle finanze
pubbliche e per la crescita e lo sviluppo. Ciò, a ben guardare, rischia di incrementare il fossato fra l’occidente e il
resto del mondo, lasciando la nostra parte del mondo in
balìa del mare periglioso di una globalizzazione non governata politicamente, nel cambiamento radicale degli equilibri
di forza globali. La tappa del trattato di Lisbona ha certamente rappresentato uno spartiacque fra la ‘vecchia’ Europa
ed un approccio adatto, si dice, a reggere la globalizzazione,
i processi del cambiamento globale che hanno cambiato e
stanno cambiando profondamente il mondo.
È veramente così ?
Queste mie riflessioni ‘critiche’ partono dall’attualità e, in
particolare, da due elementi:
- l’affermarsi sulla scena del mondo di nuovi player globali;
- le difficoltà del “sistema Europa”.
L’Europa, a ben guardare, sembra aver smarrito la ‘passione’ degli inizi, di quando i ‘fondatori’ diedero il via al
grande progetto europeo per un mondo di pace. Se è vero,
come è vero, che l’Europa ha rappresentato una concreta
speranza per la pace (pur avendo avuto al suo interno pericolosi focolai di violenza e di conflitto, come i Balcani, non
Vincenzo Scotti - Presidente Link Campus University
ancora del tutto spenti) essa sta mostrando limiti evidenti
che, sempre più, vengono sottolineati dal fatto che l’Europa
fatica ad affermarsi come ‘soggetto globale’ apparendo
come la sommatoria di sovranità statuali e non invece come
una realtà davvero federale in grado di esprimere la propria
voce e di contribuire a decidere - a livello globale - negli ambiti politici, diplomatici, economici, finanziari.
L’Europa appare piuttosto come un ‘problema’ agli occhi
di un mondo che non aspetta le nostre lentezze ma che, al
contrario, cavalca la crisi con decisione e con tassi di crescita
che, pur nelle difficoltà, sono decisamente importanti.
L’Europa resta appesa al suo passato, incapace di decidere
e prigioniera del suo stesso allargamento, di fatto ingovernabile. L’Europa, per scelta strategica, ha cercato negli ultimi decenni un allargamento a nord e ad est ma, con
grande miopia, ha trascurato il Mediterraneo, lasciando per
troppo tempo il mare nostrum in balìa di regimi oppressivi
con i quali non si sono fatti i conti politicamente e che, alla
prova della storia, hanno mostrato le loro contraddizioni
sotto la forte richiesta di giustizia e di libertà da parte delle
popolazioni, mietendo violenze e provocando vittime come
si vede ancora oggi nella evoluzione di ‘situazioni paese’
particolarmente delicate.
Prima il partenariato euro-mediterraneo siglato a Barcellona
e poi l’Unione per il Mediterraneo non sono stati in grado
di configurare il senso strategico di un rapporto necessario
fra Europa e Mediterraneo.
Un elemento secondo me fondamentale per costruire una
solida ed efficace partnership euro-mediterranea è quello
della formazione: la nostra Università, insieme ad EMUNI
(l’Università euro-mediterranea), ha colto tale sfida e, da
tempo, lavora per costruire un network di alto livello fra Atenei; ciò non solo dal punto di vista dell’offerta formativa e
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dello scambio di studenti e docenti ma, soprattutto,
come occasione e possibilità di incontro, di confronto e
di dialogo fra differenti tradizioni culturali e religiose.
Tale lavoro, altresì, diventa importante per permettere
uno sviluppo equilibrato dell’area euro-mediterranea, offrendo possibilità di sviluppo e di occupazione soprattutto per le giovani generazioni che, legittimamente,
chiedono concrete speranze di futuro. Intorno alla costruzione euro-mediterranea che, lo ricordo, è la chiave
di volta per la pace globale, si fa molta retorica anziché
allargare lo sguardo ed assumere decisioni politiche; si
pensi alla Turchia, gigantesco ponte fra Oriente e Occidente e Paese centrale in molte realtà del mondo arabo,
che sta mettendo in discussione l’ “elefante” europeo fin
dal suo significato strategico; quale Europa dobbiamo
pensare e realizzare nel cambiamento globale ?
Oltre alla ‘mission’ euro-mediterranea, l’Europa sta perdendo terreno nei confronti di aree del mondo fortemente proiettate in avanti e portatrici di grandi
potenzialità non solo economiche e finanziarie ma anche
culturali e politiche. Penso in particolare al continente
latino-americano che, dopo un periodo storico particolarmente difficile, è ormai emerso nella sua realtà complessiva e nelle realtà di paesi che, come il Brasile, sono
all’avanguardia globale per sviluppo e per lotta alla povertà (e non solo). Paradossi della storia:
alcune analisi ci dicono che, in termini
d’integrazione continentale, l’America
Latina guarda al modello europeo ma con
una diversa spinta propulsiva, con la voglia di superare una crisi certamente globale, costruendo – non senza problemi –
le condizioni per vivere il mondo che
verrà nel presente planetario.
L’Europa, invece, sembra gongolarsi su
ciò che è stata, inevitabilmente perdendo
smalto e posizioni nella competizione globale e nel veloce cambiamento dei rapporti di forza planetari. Evito, per sintesi
necessaria, di guardare alle altre parti del
mondo in forte crescita ma, ancora una
volta, sottolineo l’importanza strategica di
Mediterraneo e America Latina, nostri
ambiti di interesse particolare come Università. Per concludere torno all’Europa
e, con realismo, sottolineo alcune carenze
che investono il “vecchio” (in tutti i sensi)
europa
continente. L’Europa non riesce a decidere; il metodo
di governance intergovernativo mostra tutti i limiti di
una ‘costruzione’ che non ha anima politica e che vive
prigioniera dei rapporti di forza dei diversi paesi.
Le Istituzioni europee sono in un rapporto sbilanciato
fra di loro; quale è, infatti, l’incidenza effettiva del Parlamento europeo che, in quanto organo eletto, dovrebbe
rappresentare le istanze dei popoli europei. L’euro è una
moneta unica che non è accompagnata da un sistema
europeo organizzato in un fisco comune, in politiche
economiche ed industriali comuni, da una Banca Centrale che agisca come prestatore di ultima istanza.
Non sono un euro-scettico, tutt’altro, e credo che i ‘rigurgiti’ nazionalistici esprimano posizioni anti-storiche;
mentre guardo con attenzione alle motivazioni di quanti
chiedono condizioni di vita ‘degne’, pur considerando
la “piazza” spesse volte una cattiva consigliera, credo che
nel mondo ci sia bisogno di più Europa, ma di un’Europa diversa, politica, attenta alle dinamiche planetarie.
Di un’Europa che ricominci a “sognare”, che esca dalle
secche burocratiche nelle quali si trova, per determinare
essa stessa cambiamento anziché, come accade in questi
mesi, subendolo.
23
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europa
link journal 1/2012
L
a grande sbornia europea è passata e dopo dieci anni
di convivenza con la moneta unica, da qualche mese
stiamo assistendo al suo lato ‘oscuro’, il rovescio della
medaglia, quello che non avevamo ancora capito, o più realisticamente quello che sarebbe un giorno inevitabilmente accaduto. Sono sempre stato un europeista convinto sin dalla
prima ora, uno di quelli che ha sempre creduto come il grande
progetto d’integrazione fosse l’unica via percorribile, però
devo dire con la stessa sincerità che sono estremamente deluso per come poi sono andate le cose.
Perché, vedete, la moneta unica è da considerarsi in ogni
caso un’idea meravigliosa, geniale, coraggiosa, ma che è stata
gestita nel peggiore dei modi possibile nella sua costruzione
e nella sua conduzione, per non parlare poi di come noi italiani vi abbiamo aderito.
Peggio di così non sarebbe stato possibile! Ormai si può apertamente dire: al momento dell’adesione al Trattato di Maastricht abbiamo accettato tutte le imposizioni
franco-tedesche, ed in particolare sottolineo le tedesche, in
modo supino, senza possibilità di negoziazione, legando il nostro Paese mani e piedi a regole ed a meccanismi rivelatesi capestro. Ci siamo completamente affidati al modello
economico tedesco, teso esclusivamente al contenimento
dell’inflazione ed all’espansione della base monetaria, senza
tenere assolutamente conto delle esigenze insite del nostro
sistema paese. Il Trattato di Maastricht è la certificazione di
tutto questo.
L’euro allo stato dei fatti è risultato essere più uno strumento
di laboratorio, concepito in qualche stanza della Bundesbank,
una sorta di prodotto transgenico, geneticamente modificato,
ideale per fungere da volano a pure operazioni finanziarie e
favorire aggregazioni societarie, che come mezzo a supporto
dell’economia reale ed alle effettive esigenze di 330 milioni di
cittadini europei. Ci siamo anche accorti troppo tardi che la
moneta unica doveva essere il complemento finale ad una effettiva integrazione e non il mezzo per poterla raggiungere.
Un po’ come quando si mette la ciliegina sulla torta, si mette
sempre alla fine. A più di vent’anni dal progetto di aggregazione monetaria ancora non c’e nulla di integrato in quest’Europa.
Sistemi fiscali, amministrativi, giudiziari e soprattutto politici
ancora troppo distanti, legati solamente da una moneta che
chiamiamo Euro, ma che in effetti è il marco a tutti gli effetti
e governato come se lo fosse. L’impianto del Trattato di MaaAntonio Maria Rinaldi, Link Campus University
Europa
a rischio
cortocircuito
L’impianto del Trattato di Maastricht,
ed in particolare i primi due articoli,
‘condannano’ le economie dei Paesi meno
virtuosi, a rincorrere numeri storicamente
non favorevoli.
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europa
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blico/Pil è molto vicino al 60%, per l’esattezza al
63%, ma se aggiungiamo anche il debito detenuto
dalle imprese pari al 96% del Pil e a quello delle
famiglie pari al 74%, questo rapporto aggregato
sale ad un più realistico 233%! Continuando in
questo esercizio di riclassificazione, ci accorgiamo
che l’Irlanda conquista il primo posto assoluto
con un drammatico 316% (96%+133%+87%),
eppure sempre per Maastricht il suo rapporto debito pubblico/Pil pari al 96%, nudo e crudo, non
preoccupa più di tanto come invece quello italiano o greco. Ed ancora la Germania sfora il
190%, sommando 83% + 47% + 60%, l’Italia arriverebbe al 221% con 118,6%+71%+32%, scendendo, dal secondo posto attuale, al settimo. La
Francia al 184% sommando 82% + 52% + 50%.
(Dati elaborati da Standard & Poor’s).
stricht, ed in particolare i primi due articoli, ‘condannano’ le economie dei Paesi meno virtuosi, ed
in primis il nostro, a rincorrere numeri storicamente non favorevoli. Tutta l’architettura per la
nascita della nuova moneta e per il suo mantenimento si basa solo ed unicamente sui parametri
che scaturiscono da due valori: il debito pubblico
ed il Pil.
Ormai da molto tempo il Pil non è più considerato un indicatore corretto per determinare la capacità, la forza di una nazione e le Università di
mezzo mondo si sono cimentate in studi per definire un indicatore più realistico che tenga conto
di elementi più vicini alla situazione economica di
un Paese. Per il debito pubblico il discorso è
molto più complesso. Per prima cosa, la parola
debito per Maastricht e successivo Patto di Stabilità e Crescita, significa solo ed esclusivamente la
somma dei deficit pubblici accumulati, ma non la
situazione debitoria aggregata e reale di ciascun
Paese. Cosa vuol dire? Vuol dire semplicemente
che per i tecnici di Maastricht una nazione come
l’Olanda è da considerare un Paese fra i più virtuosi, visto che il famoso rapporto debito pub-
Però il problema unico per Maastricht risiede solo
ed unicamente nell’entità dei debiti pubblici, come
se i debiti detenuti dalle imprese e dalle famiglie
non fossero un altrettanto enorme problema,
visto che gravano essenzialmente sul sistema bancario, il quale abbiamo visto poi essere sempre assistito prontamente con rapidi e generosissimi, e
a volte silenziosi, aiuti statali. I tecnici di Bruxelles-Francoforte non ci hanno pensato a questa
più ovvia, equa e realistica visione o ha fatto comodo a qualcuno questa dimenticanza? Ma soprattutto è possibile che nessuno dei nostri tanti
rappresentati-negoziatori, che si sono avvicendati
ai tavoli delle trattative, si sia mai rovinato i pugni
sul tavolo per farlo presente agli altri ‘distratti’
partners? L’attuale Patto di Stabilità e Crescita è
rispettato solamente dal Lussemburgo, Finlandia
e dalla new entry Estonia, e dai paesi ancora non
euro dotati come Danimarca e Svezia, che mi risultano non essere mai stati troppo euroforici.
E’ sulle caratteristiche di questi Paesi che abbiamo
costruito l’intera unità monetaria? Altro elemento
incomprensibile del Trattato stesso risiede nel
fatto che ognuno deve gestire in proprio il debito
pubblico, ma con politiche monetarie dettate
esclusivamente e solo dalla B.C.E. Ora visto che
il Trattato individua (secondo articolo) nel 60% il
Maastricht
Il Pil non è
più considerato
un indicatore
corretto
per determinare
la capacità,
la forza
di una nazione
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limite massimo tollerabile del rapporto debito pubblico/Pil, sarebbe stato più logico,
più credibile, che i titoli rappresentativi il
debito pubblico di ciascuna nazione, fino
al concorso per l’appunto del 60% in relazione al proprio Pil, fossero stati solidali,
cioè garantiti da tutti i Paesi membri. Una
sorta di Eurobond iniziale, titoli con il bollino blu di garanzia europea, uno zoccolo
comune di debito pubblico, mentre l’eccedenza del 60% di ciascun Stato, sarebbe
stato gestito autonomamente con precise
e rigide regole. Certo da questa decisione
ne avrebbero tutti tratto un vantaggio in
termini di tassi più bassi, tranne naturalmente Germania e forse i virtuosi Lussemburgo, Finlandia ed ora Estonia,
ritrovandosi a garantire in solido un monte
titoli a tassi medi sicuramente più alti dei
propri. Sarebbe stato un messaggio fortissimo al mondo e ai mercati finanziari sulla
solidità e credibilità del progetto europeo.
E non ognuno per sé e Dio per tutti come
ora avviene, anche perché il risultato di
questa mancata realizzazione è la creazione tardiva di strumenti come i vari
Fondi Salva Stati, i cui esiti e costi sono ora
molto più onerosi e incerti rispetto all’ipotesi sopra esposta. E poi che significato
hanno questi Fondi Salva Stati? Infatti
questi strumenti sono alimentati quota
parte da tutti, Italia compresa, con la liquidità proveniente da emissioni di titoli pubblici.
Praticamente si contraggono ulteriori debiti aumentando ancora di più le entità dei
debiti pubblici per finanziare un fondo per
comprare i titoli pubblici di Paesi in difficoltà. Un cortocircuito, una catena di
S.Antonio in cui si fanno debiti per comprare altri debiti, drenando ulteriore liquidità, linfa vitale a supporto del sistema
creditizio di Eurolandia. Ma chi le pensa
queste cose? Non farebbero prima a stampare cartamoneta? Perché il problema è
proprio questo. La Banca Centrale Europea è l’unica Banca Centrale al mondo a
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non avere il ruolo di prestatore di ultima
istanza, cioè non contempla nei suoi regolamenti la possibilità di essere l’ultimo soggetto disposto, in caso di necessità di
finanziamento di uno Stato, a mettere
mano al portafoglio, creando per l’appunto cartamoneta. Lo erano tutte le Banche Centrali Nazionali dei Paesi pre-euro,
Banca d’Italia compresa, e non si capisce
come la fobia tedesca sulle paure inflattive
e sul contenimento della base monetaria
abbia avuto la meglio. Ma ci siamo mai
chiesti perché è avvenuto tutto questo?
Tutto è scaturito da una intesa, da un ‘baratto’ fra la Francia di Mitterand e la Germania di Kohl dopo la caduta del Muro di
Berlino. La Francia disponibile al nullaosta
per la riunificazione in cambio di una forte
integrazione economica anche monetaria.
Il marco stava alla Germania come la
bomba atomica nell’armamento militare
francese.
Questa è la ragione perché è sempre esistito un direttorio di fatto franco-tedesco
sulla conduzione delle problematiche relative alla moneta unica, che ha sovrastato
in ogni occasione le condivise istituzioni
europee preposte, lasciando spazi decisionali sempre più ridotti, se non nulli, agli
altri Paesi. Speranze per il futuro? Solo se
si riuscirà finalmente a ‘piegare’ le arroganze teutoniche e riscrivere le regole per
il mantenimento della moneta unica, unitamente alla ridefinizione dei compiti e
delle mansioni della Banca Centrale con
parametri più vicini alla realtà delle economie di tutti i Paesi, l’eurozona riconquisterà il grande ruolo che ci era stato
promesso ed a cui abbiamo sempre fortemente creduto.
In alternativa i Paesi ‘periferici’, con l’Italia
in testa, continueranno a rincorrere sempre con più ampia difficoltà i dettami di
Maastricht, ‘sparametrando’ eternamente
gli unici numeri che oggi formalmente legano l’Europa.
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europa
Crisi finanziaria e debiti sovrani
Rivedere le regole
e i sistemi di vigilanza
L
a Grande Crisi Finanziaria avviatasi nel 2007, trasformatasi in crisi degli emittenti sovrani nel corso dell’ultimo biennio, si è contraddistinta rispetto alle
numerose crisi economiche, finanziarie e valutarie del passato
sotto diversi profili. Da un lato, la forte integrazione a livello
globale dei sistemi finanziari ha dimostrato che oggigiorno
nessun Paese e nessun segmento del sistema finanziario può
essere considerato immune rispetto ad eventi che si ingenerano in contesti molto remoti, apparentemente poco rilevanti.
La portata sistemica delle interrelazioni tra intermediari, mercati e strumenti di diversi Paesi è andata ben oltre le aspettative di qualsiasi modello teorico o scenario elaborato dalle
Autorità di vigilanza.
In secondo luogo, la crisi, proprio per la sua portata globale
e sistemica, ha imposto interventi molto significativi, sia in
termini di onerosità delle politiche e degli strumenti utilizzati,
sia per quanto attiene all’originalità di talune scelte di policy.
Vi è unanimità di vedute circa il fatto che le risposte monetarie
e fiscali alla crisi determineranno effetti di lungo periodo, difficili da prevedere appieno. In tale contesto, appare opportuno
delineare sinteticamente quali possano essere le più significative linee di azione per scongiurare il verificarsi di episodi simili in futuro. Per facilitare la trattazione, suddividiamo le
criticità strutturali, riscontrabili in precedenza ed a prescindere
dall’attuale crisi, dalle problematiche contingenti, che potrebbero acuire le difficoltà in cui versano attualmente i sistemi
economici e finanziari.
Con riguardo ai profili strutturali, appare opportuno stigmatizzare gli squilibri strutturali di lungo periodo che hanno caratterizzato alcune economie negli ultimi anni. Si fa
riferimento, in primo luogo agli Stati Uniti, laddove i disequilibri della bilancia dei pagamenti e l’elevata propensione all’indebitamento delle famiglie, a prescindere dalla capacità di
credito e di rimborso, sono stati oltremodo tollerati, se non
incentivati, dalla Federal reserve e dai policy makers. Un maggior rigore ed una maggiore aderenza delle politiche monetarie ai “fondamentali” dell’economia, non soltanto negli USA,
27
appaiono d’uopo se si vogliono evitare ulteriori crisi dai costi
sociali e privati imprevedibili. Per altro aspetto, nel contesto
europeo le recenti spirali ribassiste innescate dagli squilibri
delle finanze pubbliche prima in Grecia, e poi nei Paesi dell’europa meridionale, impongono una riflessione attenta sulla
necessità di tornare a dare impulso ad un disegno di un governo europeo dell’economia. Tale ambizioso progetto, rimasto incompiuto all’indomani della realizzazione dell’Unione
economica e monetaria, risulta quanto mai attuale e cogente
non soltanto in una prospettiva “difensiva”, nella misura in
cui favorirebbe la realizzazione di politiche fiscali coerenti e
consistenti a livello europeo, ma anche perché, ad avviso di
molti, fornirebbe una percezione di maggiore “solidità” all’area dell’euro, favorendo l’afflusso di investimenti verso la
stessa area e sostenendo la diffusione internazionale delle attività finanziarie denominate nella moneta unica. Infine, la
realizzazione di un sistema finanziario maggiormente resiliente non può prescindere da una revisione delle regole e
delle prassi di vigilanza. In tale ambito, a fianco di un insieme
di nuove regole tese a ridurre la probabilità di insolvenza di
un singolo intermediario, si sta facendo largo una visione macroprudenziale della vigilanza, finora trascurata, in base alla
quale le autorità devono monitorare e prevenire anche gli effetti sistemici, nella consapevolezza che le crisi di singoli intermediari rappresentano eventi fisiologici nel sistema
finanziario. Tuttavia, le regole da sole non garantiscono la stabilità del sistema finanziario; è necessario che esse siano applicate in maniera coerente e trasparente a livello globale. Al
riguardo, a fianco delle numerosissime ipotesi di riforme attualmente dibattute, si ritiene che un impegno di maggiore disclosure da parte di tutte le autorità di vigilanza circa le
politiche e le logiche sottostanti il proprio operato possa ingenerare una positiva social pressure, analogamente a quanto
avviene per gli intermediari finanziari oggi sottoposti alla disciplina di mercato.Con riferimento alle criticità contingenti
ed al loro potenziale impatto sulla stabilità del sistema finanziario negli anni a venire, è evidente come politiche monetarie
e fiscali largamente espansive, quali quelle sopra accennate,
ingenerano effetti distorsivi sull’economia, ad esempio alterando le decisioni di investimento, favorendo l’assunzione di
maggiori rischi e determinando ingenti movimenti di capitale.
Appare, quindi, opportuno un maggiore sforzo nel rafforzamento della cooperazione internazionale con i Paesi “emergenti”, nel coordinamento delle politiche economiche e nella
condivisione delle regole e delle pratiche di vigilanza, nella
consapevolezza che nell’eventualità di una nuova crisi, nessun
soggetto economico può considerarsi immune.
Gianfranco A. Vento e Gisela C. Vecchio, Link Campus University
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link journal 1/2012
“... dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione,
ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia!
I combattenti dell’isola dimenticata
L’importanza della memoria
come radice dell’identità europea
L
o scorso 17 marzo il Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, parlando davanti alle Camere riunite ha aperto la solenne celebrazione per i 150 anni
dell’Unità d’Italia, ripercorrendo brevemente la storia della
nostra giovane democrazia. Si è soffermato sul Risorgimento,
ma anche sul periodo della seconda guerra mondiale e della
Resistenza, indicandola come momento fondante sia della
nuova Repubblica Italiana, che del percorso che nel giro di
pochi anni avrebbe portato alla creazione della Comunità Europea. Nel 1944 venne fondato clandestinamente a Milano il
Movimento federalista europeo, che sotto la spinta di Altiero
Spinelli strinse contatti con gruppi di resistenti in varie nazioni
d’Europa occupate dai nazisti, e iniziò la formazione politica
di personaggi come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e
Robert Schuman. Questi ultimi, tutti cattolici, oppositori del
totalitarismo e convinti europeisti, nel secondo dopoguerra si
fecero promotori della creazione di una nuova Europa che
fosse in grado di superare le fratture e gli odi di un conflitto
che l’aveva prostrata. Nonostante la centralità di tale periodo
per la storia contemporanea va purtroppo evidenziata la persistenza di lacune e dimenticanze nella memoria collettiva e
nella ricerca storiografica. In particolare a lungo è stato dimenticato il contributo di tanti militari italiani che, mantenendo fede al giuramento prestato, rifiutarono di arrendersi
ai nazisti e morirono combattendo, non soltanto in Italia ma
anche nei Balcani, in Corsica, nelle isole dell’Egeo e in altre
località lontane presidiate dalle nostre truppe.
Nel 2001 l’allora Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, si
recò a Cefalonia per rendere omaggio alla Divisione Acqui e
ne celebrò il sacrificio con queste parole: «dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia».
Eppure diverse pagine di questa storia sono finite nel dimenticatoio e rimangono pressoché sconosciute ai più, a cominciare dalle vicende del presidio italiano sull’isola di Lero dove
si verificò uno dei primi episodi di resistenza militare ai tedeschi e dove, per la prima volta, le truppe italiane e britanniche
iniziarono a collaborare.
Lero, isola dalle alte coste frastagliate che si trova di fronte
alla Turchia, apparteneva all’Italia dal tempo della guerra italoturca del 1912 ed era stata annessa direttamente al Regno.
Sfruttandone le insenature, simili a laghi circondati da alture,
Mussolini aveva deciso di stabilirvi la più importante base aeronavale del Mediterraneo Orientale.
Nella baia di Lakki, sulla costa occidentale, vennero create ex
novo istallazioni in grado di ospitare idrovolanti e sommergibili
e una città dotata di palazzine, torri civiche, un teatro e un palazzetto dello sport progettati dagli architetti Petracco e Bernabiti, secondo i canoni del Razionalismo. Nell’estate 1943 la
base era presidiata da circa ottomila soldati italiani, tra ma-
Andrea Villa, Link Campus University
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link journal 1/2012
europa
rinai, fanti e avieri. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre e la
capitolazione di Rodi e Kos, Lero, per la sua importanza strategica, divenne l’obiettivo primario dei tedeschi e degli inglesi:
questi ultimi il 12 settembre vi sbarcarono in fretta e furia un
contingente di un migliaio di uomini.
Dal 26 i cacciabombardieri della Luftwaffe iniziarono cicli
quotidiani di attacchi per colpire le postazioni di artiglieria sui
monti, le batterie costiere ma anche i porti e le città, provocando ovunque distruzioni e morte. Dopo un mese di bombardamenti aerei i villaggi, le caserme, i campi, le colline erano
sconvolti dalle esplosioni, la terra era disseminata di crateri e
i difensori erano stremati. Il 12 novembre scattò l’attacco decisivo che ebbe culmine nello sbarco di un convoglio navale
tedesco proveniente da Kos.
Nel pomeriggio dello stesso giorno alcuni aerei da trasporto
Ju52 sganciarono da bassa quota 500 paracadutisti, la metà
dei quali perì ancor prima di toccare terra. Un secondo lancio
consentì ai tedeschi di occupare il centro dell’isola, tagliando
in due il sistema difensivo approntato da italiani e inglesi, i cui
29
ufficiali peraltro faticavano a comprendersi e a collaborare. Si
scatenarono scontri isolati che videro numerosi episodi di
eroismo, testimoniati dall’impressionante numero di riconoscimenti concessi ai difensori: sette Ori al V.M., sessantacinque Argenti e numerose medaglie di bronzo. Gli italiani
ebbero trecento caduti; dodici ufficiali furono fucilati dai tedeschi dopo la resa, per rappresaglia; gli ammiragli Mascherpa
e Campioni vennero consegnati ai fascisti che con un processo farsa li condannarono a morte nel maggio 1944; mentre
centinaia di prigionieri furono avviati alla deportazione nei
Lager nazisti. L’Università Link Campus ha avviato una ricerca negli archivi italiani e inglesi per ricostruire la vicenda,
che ha già offerto singolari risultati: tra tutti, il fatto che le lettere scritte dai soldati italiani e abbandonate sull’isola sono
state salvate e conservate da cittadini greci che prima della
guerra avevano frequentato le scuole, gestite dalle suore missionarie, e conosciuto le numerose famiglie di civili italiani che
vivevano nei pressi della base.
Un’altra importante fonte storica è rappresentata dai diari e
dalle foto che numerosi tedeschi hanno di recente consegnato
al piccolo museo di Lero. Si sono così avverate le parole che
nel 1951 l’On. Leonetto Amadei, allora presidente della Corte
Costituzionale, pronunciò incontrando i reduci dell’Egeo:
«I fatti d’arme passano, i valori umani restano e sono questi che dobbiamo trasmettere ai giovani. Sull’isola era penetrata nell’animo di tutti
noi l’idea forza di un domani di libertà, di progresso, di giustizia, di
pace, in cui il nostro paese fosse amico degli altri, di nessun servo. Chi
meglio di noi può parlare di pace, di collaborazione tra i popoli».
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Africa
Il millennio urbano
dei popoli africani
link journal 1/2012
La maggior parte delle capitali africane
si sviluppa nelle sedi delle vecchie città portuali di
epoca coloniale. Alcuni Paesi hanno iniziato
la costruzione di nuove ‘capitali’ poste al centro
del territorio nazionale: tra queste la Nigeria, la
Tanzania e la Costa d’Avorio.
Attualmente gli stati africani, compreso il Sud
Sudan, sono 54, con una popolazione complessiva
di oltre 980 milioni di abitanti.
Il 39% degli africani vive nelle città e 54 di queste superano il milione di abitanti. Nel 2030 sarà oltre il 50%.
I
l Continente africano è, rispetto all’estensione, un territorio che offre ancora ampi
spazi per futuri insediamenti. I calcoli proiettici indicano che nel 2050 la popolazione africana raggiungerà 1miliardo e 850 milioni di
abitanti. Ma quali sono, oggi, le tendenze di mobilità all’interno delle singole nazioni? I dati rilevano una costante, e in molti casi forte,
emigrazione che si registra dalle campagne alle
città. Ciò lascia presagire che nel prossimo futuro l’inurbazione e la crescita della popolazione andranno di pari passo. L’odierna analisi
rileva che le moderne città africane si sono sviluppate su preesistenti insediamenti coloniali
generando all’interno dei centri urbani una
commistione di stili, anche architettonici, che
danno vita ad una ‘africanizzazione’ di un tessuto urbano che in epoca coloniale si è sempre
cercato di evitare. La paura di eventuali rivolte
favoriva una emigrazione stagionale e non la
stanzialità delle persone.
L’attuale fenomeno migratorio verso le città,
non potendo più essere impedito, porta con sé
le tensioni che tutt’ora sussistono tra zone rurali
e zone urbane, provocando, non di rado, fenomeni di rivolta se non favorendo, in alcuni casi,
veri e propri colpi di Stato. L’urbanizzazione è
un fenomeno irreversibile ma al momento le
strutture sociali, sanitare e amministrative di
gran parte degli Stati non sono in grado di favorire una integrazione tranquilla e programmata. Quella che noi nel nostro continente
abbiamo definito ‘la fuga dalle campagne’ racchiude in se, anche per l’Africa, la motivazione
della migrazione: la povertà. I nuovi cittadini
non sono più pendolari ma sono divenuti stanziali senza, nella maggior parte dei casi, aver
rotto i legami con la campagna d’origine, con
la quale mantengono un forte legame tradizionale e di supporto economico. Ciò, però, genera l’impoverimento umano delle campagne
con la conseguente perdita della forza lavoro.
In molti casi il ricongiungimento dei nuclei familiari fa il resto. Ma questo inurbamento non
Osservatorio Africa - Link Campus University
è facilitato da un piano urbani-stico razionale
né da una programmazione amministrativa;
molti di questi nuovi immigrati si collocano alla
periferia delle città, dove coltivano micro appezzamenti per sopperire alla nuova povertà urbana
generando insediamenti privi di qualsiasi struttura igienicio-sanitaria. Molti scappano dalle
campagne per motivi ambientali e sanitari e alcuni di questi trasmettono le malattie contratte
altrove, nelle nuove realtà urbane. La nuova urbanizzazione, quindi, ha due aspetti: il primo
che permette una maggiore qualificazione e
specializzazione, soprattutto tecnologica, a fasce
della popolazione sempre più ampie favorendo
una diversificazione dell’economia. Il secondo,
non potendo tutti seguire la strada della qualificazione genera una forte disoccupazione urbana
raggiungendo elevati livelli di degrado. L’emarginazione provoca il fenomeno dell’aggregazione ‘etnica’ o ‘tribale’ e le periferie sono un
mosaico di culture e tradizioni assai diverse. Nonostante questi aspetti preoccupanti, ma che
rientrano in uno sviluppo economico non programmato, le città africane sono un continuo laboratorio in cui, grazie agli investimenti stranieri
e alla realizzazione di infrastrutture, si offrono
opportunità di lavoro crescenti.
Questa crescita, anche per l’innalzamento della
media scolastica, favorisce l’affermazione, seppur oggi minoritario, di un ceto economico
emergente, definibile ‘ceto medio’, che opera
nel commercio e nei servizi offrendo possibilità
di lavoro ai nuovi arrivati. La prossima sfida sarà
quella di stabilizzare il fenomeno migratorio eliminando la precarietà e offrendo la possibilità
di integrare le tante forze che attendono di essere impiegate. L’Unione Europea e l’Unione
Africana collaborano attivamente alla soluzione
dei problemi con investimenti mirati, anche in
infrastrutture, ma, ripetendosi una storia a noi
conosciuta, i problemi potranno essere portati
a soluzione con l’aiuto di tutti gli Stati e, soprattutto, attraverso lo studio e la ricerca del mondo
accademico e intellettuale europeo...
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Un nuovo
umanesimo
per la futura città
interetnica
L
o scenario mondiale tra globalizzazione e frantumazione necessita di una diversa interpretazione della
convivenza nella città europea.
Lo scenario mondiale è contrassegnato da profondi e rapidi
processi di globalizzazione e frantumazione le cui conseguenze presentano un’incognita sull’assetto futuro dell’umanità. Siamo spettatori di una crisi epocale dell’economia
mondiale, dell’ecologia mondiale e della politica mondiale
che, unite alla mancanza di una visione completa per prevedere e progettare scenari di composizione sociale, suscita
preoccupazioni profonde perché non consente di far fronte
a diversi macroproblemi: l’interdipendenza economica globale, la diffusione delle nuove tecnologie info-telematiche,
le questioni dell’urbanizzazione, quelle del nomadismo e
quindi della città sempre più multietnica e multiculturale.
Tutto ciò ha creato un problema senza precedenti: un universo globalmente costituito dal convergere di popoli, religioni, culture diversissime e uno spazio globale governato
sempre dalle stesse leggi economiche, dagli stessi meccanismi e dagli stessi ritmi.
Ma a questo spazio globale, come fa osservare Corrado Beguinot da diversi anni nelle sue approfondite pubblicazioni,
non corrisponde una comunità globale, con le gravi conseguenze del disagio urbano e dell’insicurezza crescente. La realtà di oggi fa emergere l’esistenza di un sesto continente
formato da uomini e donne che solcano i mari e gli oceani
lasciando la loro terra in cerca del miglior vivere, in cerca di
un po’ di dignità.
Questo fenomeno è sicuramente la conseguenza di grandi
squilibri a livello mondiale non solo in termini di ricchezza
ma anche di assenza di democrazia e di diritti che la globalizzazione accelera e, in alcuni casi, esaspera: l’80% della po-
Stefania Lazzari Celli - Link Campus University
polazione del mondo consuma il 20% delle risorse e il restante 20% - da solo - consuma l’80% delle risorse: questa
differenza abissale mette in moto un meccanismo di crisi
profonda delle popolazioni indigenti alla ricerca della sopravvivenza e della difesa dalla morte per fame e sete generando
un fenomeno migratorio di proporzioni enormi.
Questo mutamento profondo, osserva sempre Beguinot,
porterà come conseguenza al fenomeno del meticciato; fenomeno che per alcuni rappresenta una risorsa mentre per
altri costituisce un problema: di conflittualità, di disagio urbano, di forme deteriori della vita associata - tra cui il terrorismo e l’esasperazione delle differenze o il non rispetto delle
differenze, di immigrazione accolta come emarginazione,
come ghettizzazione.
La città europea è stata sempre una città cosmopolita ma in
passato lo è stata soprattutto nella sua classe dirigente: dai
banchieri, ai produttori, agli scienziati, ai ricercatori. Oggi il
fenomeno non è più questo; è, invece, quello della presenza
di persone che cercano un lavoro, una speranza di vita e che
sono colpiti dalle forme di benessere, spesso fittizio, che i
mezzi di comunicazione di massa trasmettono e trasferiscono nei loro Paesi.
Un problema terribilmente più complesso di quello del dialogo tra i popoli che vivono lontani: questa volta si tratta
della convivenza di uomini che sono nello stesso palazzo,
nello stesso quartiere, nella stessa piazza.
I mutamenti sociali conseguenti ai grandi movimenti migratori dal sud verso il nord del mondo stanno - di fatto - cambiando le grandi città europee, all’interno delle quali si
trovano a convivere cittadini di differenti etnie, culture e religioni. E questo pone il problema di come organizzare nella città dei diversi - una coesistenza civile nel rispetto delle
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differenze e nella assoluta difesa delle peculiarità etniche.
Il disagio urbano attuale che noi percepiamo in diverse città
europee costituisce un segnale che dà ragione a quella parte
di intellighenzia che considera il fenomeno dello stare insieme tra diversi un problema. Va sostenuta, invece, l’idea del fenomeno
come una risorsa in grado di dare
una prospettiva di sviluppo al vecchio continente, ma solo nella misura in cui si riesca a ridisegnare la
città per renderla adeguata a questa
nuova esigenza dello stare assieme
tra diversi.
Il compito affidato agli urbanisti, agli
esperti di pianificazione territoriale,
ai manager della città interetnica, è allora - quello di studiare le trasformazioni non per subirle ma per progettarle e governarle. Per far questo
occorre prima di tutto partire da un
atteggiamento in cui la trasformazione deve essere vissuta come progresso, come qualcosa in cui si vuole
intervenire pensando al futuro.
D’altro canto, dalle origini, il mestiere di pianificatore è esattamente
quello di pensare al futuro; l’esperto
di pianificazione era un personaggio
che, nel recente passato, cercava di
capire le contraddizioni della società
industriale di allora per risolvere il
tema del rapporto città-campagna e
delle forti migrazioni dalla campagna
verso la città e quindi dei problemi
connessi. La nuova figura professionale del manager della città interetnica mostra un parallelismo
incredibile anche se le nostre campagne non sono più vicino a noi ma
sono lontane, in altre nazioni.
Le nostre città vivono del beneficio
di campagne molto lontane e del
contributo di altre etnie che vi si stabiliscono. La città che dobbiamo stu-
link journal 1/2012
diare allora è quella che sta tra la città compatta e quella che
forse è ancora campagna perché è lì che vive la popolazione
attiva autoctona e straniera. Se quello è il luogo ignoto perché non è così indagato, quella è la nuova città che dobbiamo
andare a vedere e nella quale dobbiamo costruire nuovi spazi pubblici
sulla base della osservazione su
come i nostri giovani e gli atri li
usano. Da qui dovremo fare un confronto andando ad osservare le città
di provenienza proprio per capire
cosa significa vivere in una città dove
tutti sono di un altro colore e vi sono
condizioni di vita diverse. Se le migrazioni sono un dato strutturale e
non emergenziale, l’inasprimento
delle politiche di frontiera allungherà
solo i percorsi di arrivo aumentando
i costi umani ma non contribuirà
certamente a fermare le grandi migrazioni. Ne consegue che il problema è che se vogliamo governare
il fenomeno e trarne dei vantaggi c’è
una grande battaglia culturale da fare
contro leggi che, specie in Italia, criminalizzano l’immigrato invece di ritenerlo una componente necessaria
e indispensabile per la crescita.
Dobbiamo sgombrare il campo dall’ipocrisia culturale della ratio della sicurezza ai cittadini che crea più
instabilità negli immigrati e ne impedisce il radicamento nel Paese; questo
atteggiamento, infatti, è contraddittorio perché con la criminalizzazione
dell’immigrato si crea una scissura
culturale gravissima che nel tempo
può portare dei problemi sociali seri.
Il riscoprire un nuovo umanesimo
centrato sui valori della città interetnica è la sfida del cambiamento dei
prossimi anni nel quale coinvolgere
oggi, domani e poi domani i nostri
giovani.
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link journal 1/2012
economia e diritto
Aprire i mercati
e rafforzare
la concorrenza
I
l concetto di concorrenza fiscale può essere inteso come
quel processo che vede gli Stati competere tra di loro al
fine di attrarre investimenti, forza lavoro, capitali e, in generale, risorse, in funzione del potenziamento delle loro economie.
È principio comunemente condiviso che la concorrenza fiscale può determinare, in ogni campo
• un generale miglioramento qualitativo dell'intervento
dello Stato;
• un incremento dell'efficienza nell'erogazione dei
servizi pubblici;
• un livellamento verso il basso della pressione fiscale.
Perché tali obiettivi possano essere raggiunti, tuttavia, la concorrenza deve essere leale e libera. Non a caso, la stessa Commissione delle Comunità europee ha riconosciuto una
funzione positiva alla concorrenza fiscale quando essa agisce
a vantaggio dei cittadini ed esercita una pressione al ribasso
sulla spesa pubblica. Il principio di concorrenza ha una diretta
relazione con quello della liberalizzazione del commercio e
del mercato del lavoro. Nella recente manovra Monti (DL n.
201/2011) è stato dato ancor più spazio alla liberalizzazione
in materia di orari degli esercizi commerciali, chiedendo alle
Regioni, in base alle loro competenze, di adeguare le proprie
legislazioni a questo principio. Con l'obiettivo di promuovere
la concorrenza, il suindicato decreto legge prevede interventi
di liberalizzazione in alcuni comparti (esercizi commerciali,
somministrazione di farmaci e trasporti), misure che ampliano
i poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato
(AGCM), interventi di semplificazione delle procedure e per
la riduzione dei tempi di realizzazione delle infrastrutture.
Nel dettaglio, con le liberalizzazioni nei comparti delle farmacie, degli esercizi commerciali e dei trasporti vengono riavviati
processi di riforma iniziati nella seconda metà dello scorso
decennio; poteri di regolazione e monitoraggio vengono attribuiti ad Autorità indipendenti (che incorporano le Agenzie
esistenti) nei comparti dell'acqua e dei servizi postali. È un
percorso a cui già le manovre estive avevano dato un impulso
significativo, con interventi relativi ai servizi professionali e
ai servizi pubblici locali. La scelta del Governo di non intervenire immediatamente sulle questioni che riguardano la regolamentazione dei rapporti di lavoro e gli ammortizzatori
sociali consentirà di raccogliere le istanze delle parti sociali.
Piergiorgio Valente, Link Campus University
33
Interventi su queste materie sono
tuttavia urgenti, in
particolare per rendere possibile un
accesso al lavoro
da parte dei giovani
più facile e sicuro e
per garantire loro
una non effimera progressione economica. La riforma degli
ammortizzatori va inserita in una visione organica della protezione sociale ispirata a un principio ampio di sostegno, tanto
per le imprese che per le famiglie. Ciò significa anche integrare
gli strumenti di sostegno per coloro che perdono il lavoro con
politiche attive di riqualificazione e reinserimento professionale. Dal 2012 è prevista la totale deducibilità dall'Ires e dall'Irpef dell'IRAP relativa alla quota imponibile delle spese per
il personale dipendente e assimilato, con una riduzione di gettito stimata in 1,5 miliardi nel 2012, 1,9 nel 2013 e 2,0 nel
2014. Viene inoltre aumentata di 6.000 euro la deduzione dalla
base imponibile dell'IRAP applicabile dalle imprese per ciascun lavoratore dipendente donna o di età inferiore a 35 anni
assunto a tempo indeterminato. Tali misure, riducendo il
costo del lavoro, potrebbero avere effetti positivi sulla competitività delle imprese e sulla partecipazione delle donne e
dei giovani al mercato del lavoro. Anche a livello europeo e
di Istituto bancario centrale tale tematica è sentita. “E' urgente
che i Paesi dell'area euro attuino subito riforme strutturali tese ad aumentare la competitività, intervenendo in particolare sul mercato del lavoro e sulle liberalizzazioni”, è l'invito contenuto nel bollettino
mensile della BCE. Sempre secondo quanto pubblicato nel
bollettino, per accompagnare il riequilibrio dei conti pubblici,
il Consiglio direttivo della BCE ha ripetutamente invocato riforme strutturali audaci e ambiziose.
Procedendo di pari passo, il risanamento di bilancio e le riforme strutturali rafforzerebbero la fiducia, le prospettive di
crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro.
Secondo la BCE, “Occorre dare immediata attuazione a riforme fondamentali per aiutare i paesi dell'area dell'euro ad accrescere la competitività, a promuovere la flessibilità delle loro economie e a migliorare il
potenziale di crescita a più lungo termine. Gli esiti della riunione del
Consiglio europeo dell'8-9 dicembre rappresentano un passo importante
in questa direzione”. Sottolinea infine l’Eurotower che “le riforme
del mercato del lavoro si dovrebbero incentrare sulla rimozione delle rigidità e su una più ampia flessibilità salariale. Quanto ai mercati dei
beni e servizi, gli interventi di riforma dovrebbero vertere sulla piena
apertura dei mercati al fine di rafforzare la concorrenza.”
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economia e diritto
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Non solo profitto
Dalle azioni agli stakeholders
La crisi detta nuove regole
L'
era del capitalismo alla Jack Welch sembra volgere al
termine: il boss della GE è stato considerato come
l'incarnazione dell'idea che l'unico obiettivo dell'impresa dovesse essere la massimizzazione del ritorno dell’investimento fatto dai propri azionisti. Questa idea ha dominato il
business negli ultimi 25 anni, diffondendosi rapidamente in
tutto il mondo fino a quando la crisi finanziaria non ha colpito.
Lo stesso Welch ha espresso dubbi: “… il valore per gli azionisti
è l'idea più stupida del mondo”, scrisse in un articolo e molti altri
pensatori concordano sull’idea che le imprese non dovrebbero
più concentrarsi solo sulla massimizzazione del valore delle
azioni.
Questa ossessione iniziò nel 1976, quando Jensen e Meckling,
due economisti, pubblicarono un articolo sulla teoria dell'impresa ed il relativo comportamento manageriale in cui si sosteneva che l’obiettivo dell’azionista non si discostava molto da
quello del manager professionista. Da allora, gli articoli accademici più citati hanno spinto per ottenere che i manager si
concentrassero sulla creazione di valore per gli azionisti. Convertiti a questa fede hanno avuto poco tempo per gli altri stakeholders: clienti, dipendenti, fornitori, società civile in generale e
così via. Americani e britannici, i più accessi massimizzatori del
valore dell’azione hanno avuto un particolare disprezzo per il
"capitalismo degli stakeholders", praticato nell’Europa continentale.
Oggi si sostiene che il valore per gli azionisti dovrebbe cedere
il passo al cosiddetto capitalismo orientato al cliente caratterizzato
dall’attenzione delle imprese a massimizzare la soddisfazione
dei clienti. Questa idea sta convertendo molti. Persino l’ Unilever, gigante dei beni di consumo, dichiara di non lavorare per
l'azionista, ma per il consumatore. E’ il cliente a guidare il modello di business, e con questo si crea, di conseguenza, valore
per gli azionisti. Una indagine svolta in Germania ha rilevato
che la maggior parte delle imprese intervistate prevedono che
seguiranno un approccio più collaborativo con i vari gruppi di
stakeholder, compresi i fornitori e le istituzioni rappresentative
dei lavoratori. Ed il cambiamento non si ferma qui: sono in
tanti che addirittura arrivano ad assumere posizioni molto nette
Giuseppe Perrone, Link Campus University
mettendo al primo posto fra i portatori di interessi i propri dipendenti.
Possiamo allora dire che il modello ‘valore per l’azionista’ è davvero finito? Il crollo finanziario ha certamente minato due delle
grandi idee ispirate da Jensen e Meckling: che la remunerazione
dei top manager debba essere strettamente collegata al prezzo
delle azioni delle imprese che gestiscono, e che il private equity,
sostenuto da montagne di debiti, debba spingere i manager a
massimizzarne il valore. Le bolle degli ultimi dieci anni nei mercati azionari e, più tardi, anche nel mercato delle obbligazioni
societarie e del debito sovrano hanno evidenziato le gravi carenze di queste idee, o, almeno, del modo in cui esse sono state
attuate.
Il prezzo delle azioni in un dato giorno, manco a dirlo, può essere un indicatore molto errato nel definire il valore per gli azionisti nel lungo termine. Eppure la retribuzione dei boss era
legata ai movimenti a breve dei prezzi delle azioni, e ciò li ha
incoraggiati a lavorare per spingere in alto il prezzo delle azioni
nel breve, piuttosto che a massimizzare il valore dell’impresa
nel lungo periodo. Allo stesso modo, le imprese che si sono indebitate troppo durante la bolla del credito facile, approfittando
di condizioni assurdamente generose, devono oggi fare tagli
che distruggono valore.
Ora si insiste sul fatto che non si vive di trimestre in trimestre.
Un discreto numero di società sembrano mettere molto impegno sia nella gestione dei loro bilanci, che nel corteggiamento
dei loro clienti. Ma questo non significa necessariamente che il
concetto di valore per gli azionisti è sbagliato e che dovrebbe
essere sostituito dal culto di qualche altra divinità. I due concetti
non si escludono a vicenda, anzi, spesso si rafforzano a vicenda.
Il valore per gli azionisti è uno dei sottoprodotti della particolare
attenzione alla soddisfazione dei clienti ed al buon rapporto
con i dipendenti. Per ironia della sorte gli stessi azionisti che,
insieme con gli hedge fund e molti investitori istituzionali, hanno
idolatrato i profitti a breve termine e gli aumenti di prezzo delle
azioni devono ora influenzare il management ad avere una visione
più a lungo, cambiando la governance delle aziende e selezionando capi azienda preparati in altro modo.
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economia e diritto
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La sostenibilità dei debiti sovrani
e l’affidabilità dei mercati ‘volatili’
I
l rischio relativo al debito sovrano influenza il costo di finanziamento delle banche perché, nel momento in cui si
producono perdite sul debito, aumenta la difficoltà di ottenere finanziamenti e, dunque, occorre sostenere un costo
maggiore di quello precedente.
Ciò accade di solito attraverso un downgrading del rating. Secondo David Morgan, responsabile del Putnam Global Financial Fund, la variazione di valore dei titoli pubblici detenuti
in ampia misura dalle banche spagnole ed italiane, in particolare, ha già avuto e potrebbe avere ancor di più in futuro un
impatto negativo sui loro bilanci.
Nelle stime condotte da Hsbc le banche europee potrebbero
trovarsi nella necessità di ricapitalizzare da un minimo di 98
miliardi ad un massimo di 192
miliardi.
Le banche italiane e spagnole,
che sarebbero le più colpite, tenendo conto delle perdite sul
debito sovrano e delle regole di
Basilea 3, si troverebbero a
dover ricapitalizzare, rispettivamente le prime tra i 27 i 45,3
miliardi e le seconde tra i 30 e
i 38,5 miliardi di euro. Per Unicredit l’impegno sarebbe compreso tra i 10 e i 17 miliardi e per Intesa tra i 6 e i 12 miliardi.
La ricapitalizzazione è una scelta risolutiva? La risposta non
può che essere negativa intanto perché rimane insoluto il problema dell’intreccio tra bilanci pubblici e bilanci bancari. E
poi perché le banche si finanziano con una serie di operazioni,
come i prestiti interbancari e i depositi esteri, che hanno un
costo legato all’andamento del mercato e, soprattutto, una dimensione che dipende dalla fiducia che ciascuna banca ha rispetto alle altre.
La questione non è perciò soltanto quella della solvibilità dei
debiti sovrani ma anche quella dell’incertezza sull’affidabilità
delle operazioni da condurre in mercati assai volatili.
Quest’ultimo aspetto ha un rilievo particolare rispetto alla liLuigi Paganetto, Presidente CEIS, Università Tor Vergata
quidità del mercato.
Non va mai dimenticato che il sistema bancario è quanto mai
complesso e interconnesso, reso tale anche dall’operare degli
intermediari non bancari e dal ruolo dei derivati.
La crisi di liquidità del mercato interbancario è resa evidente
dal premio al rischio che le banche esigono nel farsi reciprocamente prestiti.
Nel nostro mercato la differenza tra il tasso interbancario ad
un giorno e quello a tre mesi è aumentato da 30 a 90 punti
base negli ultimi tre mesi. Allo stesso tempo è aumentato il
ricorso al finanziamento, decisamente più costoso, via BCE.
Questo scenario, nel suo complesso, indica che il sistema bancario si è trovato e si troverà
assai probabilmente ad affrontare un aumento dei costi del
suo finanziamento legato in
generale al perdurare dell’incertezza della aspettative e, in
particolare ma non solo alle
esigenze di ricapitalizzazione.
In questo contesto è inevitabile
che i suoi problemi di efficienza tenderanno a scaricarsi,
se non saranno affrontati tempestivamente, su famiglie e imprese sia in termini di credit
crunch che di costo del denaro, anche se il sistema bancario
prenderà atto, come già sta facendo, della riduzione della redditività della sua attività.
Il debito pubblico ha raggiunto il punto di non ritorno?
Il debito pubblico delle economie avanzate ha raggiunto livelli
che Reinhart e Rogoff giudicano, in base alle loro stime, il più
alto dalla fine della seconda guerra mondiale.
Essi ritengono, come è noto, che i periodi di alto debito siano
associati ad una inevitabile riduzione dello sviluppo economico. La relazione econometrica che trovano tra debito pubblico e crescita del PIL è debole finché il debito pubblico
rimane al di sotto del 90% del PIL. Al di sopra di questa soglia
la media della riduzione della crescita del PIL è, secondo i loro
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36
economia e diritto
calcoli, decisamente maggiore dell’1%.
La loro conclusione è che quando si arriva a una crisi finanziaria di queste dimensioni la fase successiva per i debiti sovrani è il default.
Si tratta di una fase che, ovviamente, si cerca di evitare per gli
enormi costi economici e sociali che comporta.
L’alternativa è l’adozione di politiche di ‘repressione finanziaria’ che consistono in interventi che ergono barriere verso
l’operare dei meccanismi automatici del mercato, a cominciare
dalla creazione di un mercato privilegiato per il debito nazionale attraverso l’acquisizione di quote di proprietà pubblica
nel sistema bancario. La repressione finanziaria, fanno notare
Reinhart e Rogoff, non vene esplicitamente dichiarata ma
viene presentata sotto un ombrello più grande e protettivo
come quello della ‘macroprudential regulation’.
Il ruolo del debito rispetto allo sviluppo, assai poco considerato dagli economisti negli ultimi decenni, è tornato al centro
dell’attenzione dopo gli eventi seguiti alla crisi finanziaria del
2008.
Un quadro complessivo del debito per l’insieme dei paesi
Ocse mostra quanto esso sia cresciuto in complesso, soprattutto dal 1995 in poi. Il quadro evidenzia anche la circostanza,
assai meno nota, del particolare aumento del debito delle famiglie e delle imprese, rispetto a quello del settore pubblico.
Il risultato è,comunque, che il debito complessivo dei principali paesi Ocse si colloca su valori superiori rispetto al 300%
del PIL con un picco del 450% nel caso del Giappone.
Le differenze tra i paesi sono prevalentemente legate al peso
relativo del debito di famiglie e imprese rispetto al debito pubblico che è dominante per la Grecia, l’Italia e il Giappone
mentre per Belgio, Finlandia, Norvegia, Spagna e Svezia è il
debito delle imprese a rappresentare più del 50% del debito
complessivo.
In Australia, Danimarca, Olanda, Portogallo, UK e Usa sono
le famiglie ad essere particolarmente indebitate.
La mancanza di sufficiente rigore nella spesa e nella tenuta
dei conti, insieme agli effetti della crisi del 2008, ha senza dubbio favorito l’aumento del debito pubblico nella maggior parte
dei paesi Ocse.È peraltro vero che la rimozione della gran
parte dei vincoli che prima degli anni ‘70 limitavano i mercati
finanziari e le innovazioni, tecnologiche e non, introdotte nella
finanza abbiano favorito l’aumento dell’indebitamento.
Allo stesso tempo l’introduzione dell’euro ha consentito a
paesi europei come Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia di finanziare a un tasso d’interesse assai contenuto un importante
processo di sviluppo che non avrebbero potuto altrimenti intraprendere. È stato così possibile finanziare un tasso di crescita dell’economia decisamente superiore alla media europea,
senza dover sopportare l’onere di un premio al rischio. È
link journal 1/2012
l’esatto opposto di quel che sta succedendo oggi con l’impennata degli spread rispetto al debito pubblico tedesco.
Non c’è dubbio che, in principio e fino ad un certo livello, il
debito sia un potente fattore di sviluppo. Il debito pubblico,
in particolare, consente attraverso il trasferimento intergenerazionale, l’accrescimento del benessere delle future generazioni. Quest’ultimo si realizza con l’investimento in capitale
umano e tecnologia reso possibile dalla rinuncia ad un maggior consumo di oggi.
L’idea che ci sia una soglia non superabile di debito è controversa dal punto di vista teorico. Krugman sostiene che, con
quest’argomento, si cerca di contrastare l’adozione di politiche
espansive per combattere la disoccupazione, dimenticando
che bisogna guardare alla composizione del debito. A livello
interno, non solo il debito di qualcuno corrisponde al credito
di qualcun altro, ma ci sono sempre alcuni operatori, imprese
o famiglie, meno indebitati di altri. Quest’asimmetria tende a
ridurre la domanda aggregata. Un aumento di debito pubblico
che dia spazio di spesa ai meno indebitati non necessariamente riduce lo sviluppo, anzi lo può aumentare (Krugman,
“Debt, Deleveraging and the Liquidity Trap, 2010). In ogni
caso è fuor di dubbio che nelle economie avanzate siano all’opera tendenze demografiche che aumentando il peso degli
anziani sul totale della popolazione creano pressioni crescenti
sui bilanci pubblici per la spesa pensionistica e per quella per
la salute. Il Giappone è il paese che si trova nella posizione
più difficile ma i paesi europei e gli Usa stanno andando nella
stessa direzione.
Le proiezioni dei deficit pubblici secondo i trend correnti mostrano una crescita esponenziale.
Anche se i paesi interessati introducessero significative correzioni, non c’è dubbio che negli anni a venire l’esigenza di
una significativa azione di consolidamento fiscale non potrà
essere elusa. Ciò significa realizzare avanzo primario di bilancio per i prossimi 5 anni compreso, secondo i calcoli di Cecchetti, tra il 5 e il 10% del GDP. Ci sono molte ragioni a
sostegno dell’esigenza di contenere le dimensioni del debito
pubblico. Quella più immediatamente evidente è l’aumento
del costo del rinnovo del debito per effetto del crescente premio al rischio richiesto dai mercati.
A ciò va aggiunto non soltanto l’aggravio del costo di finanziamento e, in qualche caso, la stessa sostenibilità del debito,
ma anche una crescente difficoltà di mantenere immutati i servizi offerti ai cittadini dallo Stato. Nel caso in cui si voglia
mantenere immutata l’offerta di servizi pubblici, la conseguenza diventa quella di un aumento della tassazione con effetti di distorsione sull’allocazione delle risorse, di
spiazzamento degli investimenti privati e, in definitiva, una riduzione del tasso di crescita dell’economia.
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link journal 1/2012
sicurezza e intelligence
37
Redes criminales transnacionales
que reconfiguran Estados
Desde la década de los 90, cuando países de la extin- social en el largo plazo, aunque esos intereses no estén regidos
guida Unión Soviética adoptaron la economía de por el principio fundamental del bienestar social”1 .
mercado, se comenzó a hablar de un tipo de corrupción conocida como Captura del Estado. Esta cor- Una y otra vez, a lo largo del Hemisferio Occidental,
rupción sucede cuando grandes firmas legales de África e incluso de algunos países europeos, sucemanipulan la expedición de leyes, decretos y políticas den procesos de RCdE, en los que una zona
públicas, para obtener beneficios económicos de gris/opaca de colaboración entre lo legal y lo ilegal
largo plazo: licencias de funcionamiento, concesiones se vuelve más intensa. Ya no es el caso del “Crimen
de explotación o exenciones tributarias, por ejemplo.
Ubicación y tamaño de nodos en función del indicador de betweenness. El
Sin embargo, actualmente se cuenta con suficiente
nodo que representa al ex Presidente Portillo aparece en color oscuro.
evidencia empírica para constatar que no sólo los Se resalta el flujo de información que conecta (i) al narcotraficante Byron
agentes poderosos legales tienen interés en capturar Bernganza (ICBB), (ii) al Director del Banco de Crédito Hipotecario Nael Estado.
cional de Guatemala, Llort, en el núcleo, y (iii) al ex Presidente Portillo
(el más oscuro)
En países con intensa presencia de Redes Criminales Transnacionales (RCTs), especialmente influenciadas por el narcotráfico, los agentes ilegales
también capturan y reconfiguran instituciones. Así,
se ha constatado que las RCTs pueden usar mecanismos democráticos formales para infiltrar todos
los niveles y ramas de la administración pública.
Luego, en una etapa avanzada, esa infiltración se
puede transformar en colaboración de doble vía, en
cooptación, que conlleva hasta a una reconfiguración del Estado.
Por la complejidad de este fenómeno y la necesidad
de entender sus causas y consecuencias, se propuso
el concepto de Reconfiguración Cooptada del
Estado (RCdE) para definir una etapa ulterior a la
tradicional Captura del Estado. Las RCdE consiste
en: “la acción de organizaciones legales e ilegales, que mediante prácticas ilegales buscan sistemáticamente modificar
desde adentro el régimen político e influir en la elaboración,
modificación y aplicación de las reglas de juego y las políticas
públicas. Estas prácticas se desarrollan con el propósito de
obtener beneficios permanentes y asegurar que sus intereses sean
validados política y legalmente, así como obtener legitimidad
Organizado” como un grupo de malhechores que
confronta al Estado. Ahora es la historia de funcio-
Luis Jorge Garay Salamanca -Director Académico de Fundación Vortex, Colombia – [email protected]
Eduardo Salcedo-Albaran - Director de Fundación Vortex, Colombia – [email protected]
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sicurezza e intelligence
38
narios públicos incluso de alta jerarquía que usan
su legitimidad y papel institucional para promover
intereses criminales. Se encuentra el caso del ex
presidente de Guatemala, Alfonso Portillo, acusado de favorece a una red narcotraficantes. Dicho
presidente nombró Director del Banco Crédito
Hipotecario Nacional de Guatemala a un amigo
cercano, quien luego utilizó el banco para lavar masivamente dinero del narcotráfico. Investigaciones
de una corte de Estados Unidos encontraron millonarias cuentas del ex presidente y el Gobierno
estadounidense pidió su extradición, acusándolo
de colaborar en el lavado de casi 70 millones de
dólares. La extradición fue aprobada por Guatemala en noviembre de 2011.
1
Garay-Salamanca, L.
J. & Salcedo-Albarán,
E. (25 de Nov. de
2011). Institutional
impact of criminal
networks in Colombia
and Mexico”. Crime,
Law and Social Change.
November.
2
Entre los libros publicados por los autores vale mencionar
algunos: Illicit networks
reconfiguring States. Social network analysis of
Colombian and Mexican
cases. Bogotá, May,
2010; La Captura y Reconfiguración Cooptada
del Estado en Colombia.
Transparencia por Colombia y Avina, Bogotá, Colombia,
Septiembre, 2008.
También está el caso de narcoparamilitares en Colombia que legislaron en el Congreso de la República de Colombia entre 2002 y 2006. Las
Autodefensas Unidas de Colombia, la mayor confederación de paramilitares ilegales en Colombia,
estableció acuerdos con candidatos y líderes políticos en distintas regiones del país. Lograron que
cerca del 40% del congreso nacional elegido en
2002 legislara representando sus intereses criminales. Todo esto, en el marco de procesos electorales locales combinados con masacres y coerción
a electores. Como si fuera poco, gobernadores, alcaldes y el director de la agencia nacional de inteligencia de Colombia (DAS), han sido condenados
por la Sala Penal de la Corte Suprema de Justicia
de Colombia y la Fiscalía General. Múltiples acuerdos y vínculos con las Autodefensas Unidas de
Colombia han sido comprobados entre agentes ilegales y funcionarios públicos y políticos. La lista
Reti criminali transnazionali
che riconfigurano gli Stati
A partire dagli anni ’90, quando i Paesi della scomparsa Unione
Sovietica hanno adottato l’economia di mercato, si è cominciato
a parlare di un tipo di corruzione conosciuta come Cattura dello
Stato. Si ha questa forma di corruzione quando grandi aziende
legali manipolano l’elaborazione di leggi, decreti e politiche
link journal 1/2012
de cooptación de instituciones democráticas a través de redes RCTs es extensa. En Perú, Montesinos, Director del Servicio de Inteligencia Nacional
durante la presidencia de Fujimori, compró ilegalmente armas a traficantes internacionales en Jordania, para intercambiarlas por cocaína con la
guerrilla más antigua del mundo: las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, FARC. En
México, en 2009 más de 30 funcionarios públicos
del Estado de Michoacán, entre alcaldes y hasta un
gobernador del Estado, fueron capturados y acusados de vínculos con la red criminal de La Familia
Michaocana, ahora conocida como Caballeros Templarios.
En Estados Unidos, por su parte, aumentan los registros de cómo la red criminal mexicana de Los
Zetas no sólo opera a través de Mexicano y Guatemala, sino que soborna oficiales estadounidenses,
con procedimientos que van desde pagos sexuales
hasta reclutamiento de contra-espías. Al tiempo, la
Familia Michaocana y Los Zetas envían drogas sintéticas a Europa a través de África, y lavan masivamente dinero con empresas ficticias ubicadas en
España y en China.
Por lo anterior, se debe profundizar la comprensión de los mecanismos criminales de infiltración
y reconfiguración de instituciones democráticas; es
indispensable entender que la democracia formal
algunas veces es utilizada para fines criminales . Es
indispensable avanzar en el Programa de Investigación sobre Reconfiguración Cooptada del
Estado para entender que la historia de la estructuración de algunos Estados se está escribiendo
con la pluma y la tinta de la ilegalidad.
pubbliche per ottenere vantaggi economici a lungo termine:
brevetti, autorizzazioni allo sfruttamento o agevolazioni fiscali,
ad esempio.
In ogni caso è abbastanza evidente che non solo potenti soggetti legali hanno interesse a catturare lo Stato.
In Paesi con un’intensa presenza di Reti Criminali Transnazionali (RCT), particolarmente influenzati dal narcotraffico, anche
i soggetti illegali catturano e riconfigurano le istituzioni. Pertanto si è potuto constatare che le RCT possono utilizzare
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link journal 1/2012
sicurezza e intelligence
anche meccanismi democratici formali per infiltrarsi a tutti i livelli ed in tutti i rami dell’amministrazione pubblica. Successivamente, in una fase più avanzata, quell’infiltrazione può
trasformarsi in una collaborazione a doppio senso, in forme
di cooptazione, che possono arrivare fino ad una riconfigurazione dello Stato.
A causa della complessità di questo fenomeno e della necessità
di comprendere le sue cause e conseguenze, è stato proposto il
concetto di Riconfigurazione Cooptata dello Stato (RCdS) per
definire una tappa ulteriore del processo di Cattura dello Stato.
La RCdS consiste “nell’azione di organizzazioni legali e illegali, che
mediante pratiche illegali tentano sistematicamente di modificare dall’interno
il regime politico ed influire sull’elaborazione, la modifica ed applicazione
delle regole del gioco e delle politiche pubbliche.” Queste pratiche vengono svolte con l’intento di ottenere vantaggi permanenti e assicurare che i propri interessi vengano sostenuti politicamente
e legalmente, nonché per ottenere legittimazione sociale nel
lungo periodo, nono-stante tali interessi non siano sorretti dal
fondamentale principio del benessere sociale.”
Nell’Emisfero Occidentale, in Africa e anche in alcuni paesi europei avvengono dei processi di RCdS ed in tali paesi diviene
sempre più intensa quella che è una zona grigia/opaca di collaborazione fra l’ambito legale e quello illegale.
Già non si tratta più il Crimine Organizzato, inteso come un
gruppo di malfattori che affronta lo Stato. Adesso abbiamo dei
funzionari pubblici appartenenti anche all’alta gerarchia che utilizzano la loro legittimazione ed il loro ruolo istituzionale per
promuovere interessi criminali.
C’è il caso dell’ex Presidente del Guatemala, Alfonso Portillo,
accusato di favorire una rete di narcotrafficanti. Quel presidente
nominò un suo caro amico Direttore di una istituzione bancaria, il Banco Crédito Hipotecario Nacional de Guatemala;
l’amico usò la Banca per riciclare massivamente il denaro del
narcotraffico. Le indagini di una corte degli Stati Uniti trovarono conti milionari dell’ex presidente e quindi il Governo statunitense ne richiese l’estradizione, accusandolo di aver
collaborato nel riciclaggio di quasi 70 milioni di dollari. L’estradizione è stata approvata dal Guatemala nel novembre 2011.
Abbiamo anche il caso dei narcoparamilitari in Colombia che
hanno legiferato nel Parlamento della Repubblica di Colombia
tra il 2002 e il 2006. Le Autodefensas Unidas de Colombia, la
maggiore confederazione di paramilitari illegali della Colombia,
39
hanno stipulato accordi con candidati e leader politici in varie
regioni del Paese, ottennendo che quasi il 40% del parlamento
nazionale eletto nel 2002 legiferasse in rappresentanza dei loro
interessi criminali.
Tutto ciò, nell’ambito dei processi elettorali locali combinati
con massacri e coercizione nei confronti degli elettori. Come
se non bastasse, governatori, sindaci e il direttore dell’Agenzia
Nazionale di Intelligence della Colombia (DAS) sono stati condannati dalla Sezione Penale della Corte Suprema di Giustizia
e dalla Procura Generale della Colombia. Sono stati dimostrati
molteplici accordi e legami tra agenti illegali e funzionari pubblici e politici con le Autodefensas Unidas de Colombia
La lista della cooptazione di istituzioni democratiche attraverso
le reti RCT è estesa. In Perù, Montesinos, Direttore del Servizio
Nazionale di Intelligence durante la presidenza di Fujimori, ha
acquistato illegalmente armi da trafficanti internazionali in
Giordania, per commerciare cocaina con la guerrilla più antica
del mondo: le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia,
FARC.
In Messico, nel 2009, oltre 30 funzionari pubblici dello Stato
di Michoacan, tra loro sindaci e persino un governatore dello
Stato, sono stati catturati e accusati di avere legami con la rete
criminale della Familia Michaocana, conosciuta adesso come i
Cavalieri Templari.
Negli Stati Uniti, d’altra parte, aumentano le segnalazioni di casi
che indicano che la rete criminale messicana Los Zetas, non si
limita ad operare in Messico e in Guatemala, ma corrompe
anche funzionari statunitensi, con metodi che vanno dai favori
sessuali fino al reclutamento delle contro-spie. Contemporaneamente la Familia Michaocana e Los Zetas mandano droghe
sintetiche in Europa attraverso l’Africa e ripuliscono massicciamente il denaro attraverso imprese fittizie ubicate in Spagna ed
in Cina.
Pertanto, da quanto detto, dobbiamo approfondire la comprensione dei meccanismi criminali di infiltrazione e riconfigurazione delle istituzioni democratiche; è indispensabile
comprendere che i meccanismi della democrazia formale alcune volte vengono utilizzati per fini criminali.
È, altresì, indispensabile procedere con il Programma di Ricerca
sulla Riconfigurazione Cooptata dello Stato per comprendere
che la storia di come si strutturano alcuni Stati viene scritta con
la penna e con l’inchiostro dell’illegalità.
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40
diritti umani
Il dilemma
del prigioniero
innocente
Premessa.
Il 2 dicembre 2011 la Link Campus University, in collaborazione con la Comunità di S. Egidio e nell'ambito
dell'iniziativa internazionale Cities for life 2011 contro la
pena di morte, ha organizzato un incontro con Anthony
Graves, già condannato a morte in Texas e poi dichiarato
innocente e liberato dal braccio della morte.
Nel 1992 Anthony Graves aveva 29 anni, una moglie e
tre figli ma viveva nel Texas e la sua pelle era nera, come
quella di coloro che, percentualmente, finiscono più facilmente in galera e, spesso, nel braccio della morte. Il
18 agosto di quell’anno un agente di polizia penitenziaria, Robert Carter, si macchiò di un’orrenda strage, massacrando ben sei persone:
Bobbie Davis, una donna di 45 anni, la figlia sedicenne
di lei e quattro bambini, tra cui anche il figlio di appena
quattro anni dello stesso Carter.
Si pensò che l'omicida, reo confesso, non avesse compiuto da solo quel crimine, così iniziò il solito gioco al
massacro fatto di minacce, ritorsioni e false promesse
per riuscire a far sputare fuori almeno un nome. La polizia texana era molto abile in questo gioco e, alla fine,
Carter confessò che Anthony Graves sarebbe stato il suo
complice (era il cugino di una ragazza con la quale Carter
aveva avuto una storia).
Di colpo la vita di Graves precipitò in un baratro senza
fondo e iniziò a sperimentare sulla sua pelle gli ingranaggi della macchina giudiziaria texana. La pubblica accusa prese talmente a cuore il caso che cercò, inventò e
creò quanti più indizi di colpevolezza possibile. Non ci
fu niente da fare, la sentenza di colpevolezza del 1994
era già stata scritta.
Per Graves si spalancarono le porte dell’inferno, fu
strappato via alla sua famiglia e scaraventato nel famigerato braccio della morte texano. Intanto Carter ritrattò,
facendo una dichiarazione giurata in cui scagionava completamente Graves. Persino sul letto di morte, con l’ago
già infilato nel braccio, Carter ribadì l’innocenza di GraGianni Ricci - Link Campus University
link journal 1/2012
ves ed esalò l’ultimo respiro, il 31 maggio del 2000.
Anthony Graves ha visto la morte passargli accanto. Poi
qualcosa di colpo cambiò. La professoressa Nicole Casarez dell’Università St. Thomas e i suoi studenti di giornalismo presero a cuore il suo caso e studiarono a fondo
gli atti processuali arrivando alla convinzione che non ci
fossero prove reali a carico di Anthony.
Il lavoro svolto da Nicole e dai suoi studenti fu prezioso
e concreto, non mollarono fino a quando, nel 2006, la
Corte Federale d’Appello del Quinto Circuito annullò il
processo a causa delle gravi irregolarità commesse dall'accusa. Lo Stato del Texas, nonostante la sentenza di
annullamento del processo, è riuscito a tenere Graves in
prigione per altri quattro anni.
Finalmente, il 27 ottobre del 2010, Anthony Graves si è
aggiunto alla schiera dei 138 ex condannati a morte riconosciuti innocenti e liberati, da quando nel 1976 gli
Stati Uniti hanno ripristinato la pena di morte.
Il dilemma del prigioniero vero
Ho sempre pensato al dilemma del prigioniero come ad
un modello teorico di gioco in grado di spiegare la differenza tra scelte individuali e scelte di gruppo, tra soluzioni ed equilibri; utile per descrivere schematicamente
situazioni di conflitto attraverso una chiave di lettura che
coinvolge anche la sfera psicologica di chi deve assumere
una decisione. Ho sempre interpretato il dilemma del
prigioniero come un legame tra matematica, economia
e scienze sociali, come un’occasione per avvicinare la
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link journal 1/2012
diritti umani
41
matematica ai problemi concreti rivalutando le potenzia- (minimizzare il massimo del rischio) viene denominata
lità applicative dell’odiata matematica.
min-max e privilegia la prudenza rispetto al rischio ed è
Ma oggi la testimonianza di Anthony Graves ha spostato il risultato di scelte individualiste.
il dilemma del prigioniero su un piano diverso, concreto
e drammaticamente umano.
Ascoltando Anthony Graves mi ha colpito il racconto
dell’interrogatorio fatto nella stazione di polizia prima a
Robert Carter e poi a lui; mi è sembrato di leggere Albert
Tucker quando introduce il suo paradigma del dilemma
del prigioniero:
Due persone indicate con A e B vengono accusate (a ragione) di un crimine e, in attesa del processo, sono imprigionate in celle separate in modo che non sia possibile
per i due arrestati comunicare tra loro; in assenza di
prove certe vengono interrogate separatamente dal
Commissario che a ciascuno promette uno sconto di
pena se confessa la sua colpevolezza; la definizione della
riduzione dipende dal comportamento dell’altro arrestato. A titolo esemplificativo l’interrogatorio con l’arrestato A si sviluppa nel seguente modo:
•
Se tu (A) confessi e il tuo “complice”(B) non
confessa, allora tu sarai libero e il tuo complice verrà
condannato, grazie alla tua deposizione, a 20 anni;
•
Se tu (A) e il tuo complice (B) confessate entrambi verrete condannati entrambi ad una reclusione di
4 anni;
•
Se tu (A) e il tuo complice (B) non confessate
verrete comunque condannati a 2 anni per un reato minore per il quale abbiamo già le prove.
A/B
confessa
non confessa
Confessa
4,4
0,20
non confessa
20,0
2,2
In modo assolutamente analogo si svolge l’interrogatorio
con l’altro arrestato B.
La situazione può essere descritta dalla bimatrice seguente: la scelta che ciascuno degli arrestati fa è quella
di confessare, non per motivi etici, ma semplicemente
perché non potendo A e B concordare la scelta comune
di non confessare (che porterebbe A e B ad ottenere il
migliore risultato per entrambi: trascorrere 2 anni in prigione), vogliono evitare la situazione peggiore (trascorrere 20 anni in prigione). Questo tipo di soluzione
Antony Graves ha trascorso 18 anni in prigione
per un crimine che non ha commesso
Questa situazione si sviluppa secondo le modalità che
abbiamo descritto in base ad una ipotesi fondamentale:
i due arrestati sono colpevoli!
Cosa succede se uno dei due arrestati, ad esempio B, è
innocente?
La consapevolezza di essere innocente porta B a dichiararsi non colpevole per cui A (che è colpevole e sa che
B è innocente) si dichiarerà colpevole con la prospettiva
di tornare libero, pur sapendo, in questo modo, di creare
il massimo danno all’altro arrestato. E questo, dal racconto di Anthony Graves (l’arrestato B), è proprio quello
che è successo per il comportamento egoistico di Robert
Carter (l’arrestato A).
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SudgestAid è una Società consortile italiana, senza scopo di lucro,
partecipata da Agenzie pubbliche, impegnata nel promuovere e
gestire progetti di sviluppo locale sostenibile prestando assistenza
alle Pubbliche Amministrazioni e alla società civile dei Mezzogiorni
d’Italia e del Mondo.
Operiamo soprattutto nelle aree dove più gravi sono gli elementi di
crisi e maggiori le difficoltà di sviluppo.
La nostra azione, in questi ambiti, riguarda la qualificazione delle
risorse umane; la pianificazione e programmazione socio-economica
e territoriale; la difesa e valorizzazione delle risorse ambientali,
idriche, del suolo e sottosuolo; l’innovazione tecnologica; il recupero
della legalità e della coesione sociale; il rispetto e valorizzazione delle
culture e delle pari opportunità.
L’impegno di SudgestAid è rivolto a:
• riqualificare i sistemi di governance accrescendo i livelli di responsabilità
e le capacità tecniche, l’efficienza e l’efficacia delle Pubbliche
Amministrazioni; aiutando il decentramento amministrativo, l’organizzazione
delle Istituzioni e i processi di concertazione; rafforzando
il rispetto della legalità e la trasparenza delle azioni pubbliche; promuovendo
il coinvolgimento della società civile e degli stakeholders;
promuovere lo sviluppo locale sostenibile valorizzando le risorse
umane, le esperienze ed il patrimonio storico-culturale locale; programmando
e pianificando gli interventi nel rispetto della capacità
di carico del territorio e della rinnovabilità delle risorse ambientali;
ampliando i diritti umani, i livelli di libertà, di partecipazione e consenso,
garantendo l’equità e il rispetto delle diverse culture
e delle pari opportunità.
SudgestAid S.c.a.r.l.
Via Nomentana, 335 - 00162 Roma
Tel. +39 06 982641
Fax +39 06 98264150
Email: [email protected]
www.sudgestaid.it
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Focus
‘Il paradosso della globalizzazione’
D. Rodrik, G. Magliano, A. Suraci, M. Zandri,
C. Patalano, R. Lippi, M. Emanuele, P. Russo, G. Migliore
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globalizzazione
44
Dani Rodrik
è professore
di economia
politica alla John
F. Kennedy School
of Government
dell’Università
di Harvard
Il paradosso
della globalizzazione
Dani Rodrik
U
ltimamente ho presentato il mio nuovo
libro The Globalization Paradox (Il paradosso della globalizzazione, ndt) a diversi
gruppi. Ormai sono abituato a qualsiasi tipo di
commento da parte dell’audience, ma ad una recente presentazione del libro, l’economista al quale
era stato chiesto di intervenire come relatore mi ha
sorpreso con una critica inaspettata affermando,
stizzito, la mia volontà di rendere il mondo più sicuro per i politici.
Per timore che il messaggio si perdesse nel vuoto,
ha poi spiegato ulteriormente il suo commento ricordando all’audience un ex ministro dell’agricoltura giapponese che sosteneva che il Giappone
non potesse importare la carne di manzo in quanto
l’intestino dei giapponesi è più lungo rispetto a
quello degli abitanti degli altri Paesi.
Il commento ha provocato qualche risata soffocata.
Chi non si diverte con le barzellette sui politici?
Ma il commento aveva uno scopo ben più serio ed
Globalizzazione
I mercati ben
funzionanti sono
sempre inseriti
all’interno
di meccanismi
più ampi
di governabilità
collettiva
link journal 1/2012
era in modo evidente mirato ad evidenziare un errore fondamentale nella mia argomentazione. Il
mio relatore ha trovato che fosse evidente l’assurdità dell’idea di dare maggior spazio di manovra ai
politici, supponendo che l’audience sarebbe stata
d’accordo ed implicando che la rimozione di qualsiasi limite posto ai politici potrebbe portare a interventi insensati che soffocherebbero i mercati e
bloccherebbero il motore della crescita economica.
Questa critica indica un grave fraintendimento
della modalità di funzionamento dei mercati. Dato
il bagaglio culturale fondato solo sui libri di testo
senza alcuna menzione del ruolo delle istituzioni,
gli economisti immaginano spesso che i mercati si
sviluppino da soli senza alcuna azione collettiva e
mirata. Adam Smith aveva ragione nell’affermare
che “la propensione verso le relazioni, il baratto e lo scambio” è innata nell’uomo, ma un insieme di istituzioni esterne al mercato sono comunque
necessarie per concretizzare questa propensione.
Consideriamo tutti i requisiti necessari. I mercati
moderni necessitano di infrastrutture per i
trasporti, la logistica e la comunicazione che derivano in gran parte dagli investimenti pubblici.
Necessitano inoltre di sistemi di esecuzione dei
contratti e della protezione del diritto di proprietà,
di regolamentazioni per permettere ai consumatori
di prendere decisioni sulla base di informazioni
adeguate, per internalizzare gli elementi esterni ed
evitare abusi di potere. Hanno bisogno di banche
centrali ed istituti finanziari per prevenire eventuali
situazioni di panico finanziario e moderare i cicli
del business. E necessitano infine di una rete di
protezione sociale e di sicurezza per legittimare i
risultati ottenuti tramite il processo di distribuzione.
I mercati ben funzionanti sono sempre inseriti all’interno di meccanismi più ampi di governabilità
collettiva. Ecco perché le economie più sane a livello mondiale, e con i sistemi di mercato più produttivi, dispongono anche di vasti settori pubblici.
Una volta che abbiamo riconosciuto la necessità
da parte dei mercati di avere delle regole, dobbiamo chiederci poi a chi far scrivere tali regole. Gli
economisti che denigrano il valore della
democrazia parlano a volte come se l’alternativa
ad un governo democratico fosse un processo de-
L’articolo apre una riflessione che diverrà oggetto di altri interventi nel corso delle prossime pubblicazioni.
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globalizzazione
cisionale portato avanti da filosofi platonici di alto spessore intellettuale, ovvero, idealmente, degli economisti!
Ma questo scenario non è né rilevante, né auspicabile.
Innanzitutto, più basso è il grado di trasparenza, rappresentatività e responsabilità del sistema politico, più è probabile che
interessi specifici devino le regole a loro vantaggio. Ovviamente, anche i sistemi democratici possono cadere in questo
rischio, ma rimangono comunque la forma migliore di tutela
contro regole arbitrarie.
Inoltre, creare delle regole non implica solo essere efficienti,
ma può anche portare a dover bilanciare obiettivi sociali in
competizione tra loro (ad esempio la stabilità contro l’innovazione), o a dover fare scelte legate al processo di distribuzione. Non sono compiti che vorremmo affidare agli
economisti che possono sì conoscere il prezzo di una serie di
elementi, ma non ne conoscono il valore.
E’ vero che la qualità della governabilità democratica può essere
migliorata riducendo il margine
di discrezione dei rappresentanti
eletti. Le democrazie ben funzionanti delegano spesso il potere
istituzionale
relativo
alla
definizione delle regolamentazioni a enti semi-indipendenti,
in particolar modo quando le
questioni in oggetto sono di
natura tecnica e non comportano preoccupazioni di carattere
distribuzionale, quando uno
scambio di favori darebbe risultati poco ottimali per tutti o
quando le politiche risultano
miopi, con l’implicazione di una
forte riduzione dei costi futuri.
Le banche centrali indipendenti sono un ottimo esempio di
questo meccanismo. Può anche spettare ai politici eletti determinare il target dell’inflazione, ma la decisione su quali mezzi
utilizzare per raggiungere tale obiettivo viene lasciata ai tecnocrati delle banche centrali. Anche in questo modo le banche
rimangono comunque responsabili nei confronti dei politici e
tenute, quindi, a risponderne quando il target non viene raggiunto. Allo stesso modo, si possono emanare simili istanze di
delega democratica alle organizzazioni internazionali. Gli accordi globali mirati a porre un tetto massimo sulle tariffe o a
ridurre le emissioni tossiche sono senza dubbio fondamentali.
Ma gli economisti hanno la tendenza a idolatrare questi limiti
senza analizzare a fondo ed in modo esauriente le politiche da
cui derivano. Una cosa è sostenere l’applicazione di limiti es-
45
terni che sottolineino la qualità delle considerazioni fatte a livello democratico evitando, ad esempio, scadenze a breve termine o pretendendo trasparenza, altra cosa è sovvertire la
democrazia privilegiando interessi specifici a dispetto di altri.
Sappiamo, ad esempio, che i requisiti globali del capitale individuati dal Comitato di Basilea rispecchiano ampiamente l’influenza della banche più importanti. Se fossero gli economisti
e gli esperti finanziari a dover dettare le regole, i limiti sarebbero
molto più severi. D’altro canto se le regole fossero lasciate in
balia dei procedimenti politici interni, ci potrebbe essere una
pressione contrastante da parte degli attori coinvolti in contrasto tra di loro (sebbene gli interessi finanziari siano molto
forti anche a livello nazionale).
Nonostante la retorica, molti degli accordi siglati dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio non sono il risultato del
perseguimento del benessere economico globale, bensì del
potere di lobbying delle multinazionali in cerca di opportunità
per ottenere profitto.
Le regole internazionali sui
brevetti e sul copyright rispecchiano l’abilità delle aziende farmaceutiche e di Hollywood, per
dare due esempi, di averla vinta.
Queste regole sono state fortemente denigrate dagli economisti in quanto hanno imposto
una serie di limiti inibendo la
possibilità delle economie in via
di sviluppo di avere accesso ad
opportunità a basso costo in
campo farmaceutico e tecnologico. Pertanto, la scelta tra la
cautela democratica interna ed i
limiti imposti dall’esterno non è
sempre tra politiche positive o negative. Anche quando il sistema politico interno non funziona bene, non c’è alcuna
garanzia che le istituzioni globali funzionino meglio. Spesso la
scelta è tra cedere ai rent-seeking nazionali o stranieri. Nel primo
caso almeno l’affitto rimane in casa! Sostanzialmente, la questione riguarda chi dobbiamo investire della responsabilità di
scrivere le regole che il mercato richiede. La realtà inevitabile
della nostra economia globale è che il luogo principale in cui
risiede la responsabilità legittima democratica è ancora lo Stato
nazionale. Pertanto porgo prontamente le mie scuse rispetto
alla critica mossa dall’economista che ha commentato il mio
libro. In effetti è vero che voglio rendere il mondo più sicuro
per i politici democratici e, sinceramente, ho seri dubbi nei confronti di chi non vuole farlo.
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globalizzazione
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The globalization paradox
have been presenting my new book The Globalization Paradox to different groups of late. By now I am used to all
types of comments from the audience. But at a recent
book-launch event, the economist assigned to discuss the book
surprised me with an unexpected criticism. “Rodrik wants to
make the world safe for politicians,” he huffed.
Lest the message be lost, he then illustrated his point by reminding the audience of “the former Japanese minister of agriculture who argued that Japan could not import beef because
human intestines are longer in Japan than in other countries.”
The comment drew a few chuckles. Who doesn’t enjoy a joke
at the expense of politicians?
I
But this scenario is neither relevant nor desirable. For one
thing, the lower the political system’s transparency, representativeness, and accountability, the more likely it is that special
interests will hijack the rules. Of course, democracies can be
captured too. But they are still our best safeguard against arbitrary rule.
Moreover, rule-making is rarely about efficiency alone; it may
entail trading off competing social objectives – stability versus
innovation, for example – or making distributional choices.
These are not tasks that we would want to entrust to economists, who might know the price of a lot of things, but not
necessarily their value.
But the remark had a more serious purpose and was evidently
intended to expose a fundamental flaw in my argument. My
discussant found it self-evident that allowing politicians
greater room for maneuver was a cockamamie idea – and he
assumed that the audience would concur. Remove constraints
on what politicians can do, he implied, and all you will get are
silly interventions that throttle markets and stall the engine
of economic growth. This criticism reflects a serious misunderstanding of how markets really function. Raised on textbooks that obscure the role of institutions, economists often
imagine that markets arise on their own, with no help from
purposeful, collective action. Adam Smith may have been
right that “the propensity to truck, barter, and exchange” is
innate to humans, but a panoply of non-market institutions
is needed to realize this propensity. Consider all that is required. Modern markets need an infrastructure of transport,
logistics, and communication, much of it the result of public
investments. They need systems of contract enforcement and
property-rights protection. They need regulations to ensure
that consumers make informed decisions, externalities are internalized, and market power is not abused. They need central
banks and fiscal institutions to avert financial panics and moderate business cycles. They need social protections and safety
nets to legitimize distributional outcomes. Well-functioning
markets are always embedded within broader mechanisms of
collective governance. That is why the world’s wealthier
economies, those with the most productive market systems,
also have large public sectors. Once we recognize that markets
require rules, we must next ask who writes those rules. Economists who denigrate the value of democracy sometimes talk
as if the alternative to democratic governance is decisionmaking by high-minded Platonic philosopher-kings – ideally
economists!
True, the quality of democratic governance can sometimes
be augmented by reducing the discretion of elected representatives. Well-functioning democracies often delegate rulemaking power to quasi-independent bodies when the issues
at hand are technical and do not raise distributional concerns;
when log-rolling would otherwise result in sub-optimal outcomes for all; or when policies are subject to myopia, with
heavy discounting of future costs. Independent central banks
provide an important illustration of this. It may be up to
elected politicians to determine the inflation target, but the
means deployed to achieve that target are left to the technocrats at the central bank. Even then, central banks typically
remain accountable to politicians and must provide an accounting when they miss the targets. Similarly, there can be
useful instances of democratic delegation to international organizations. Global agreements to cap tariff rates or reduce
toxic emissions are indeed valuable.
But economists have a tendency to idolize such constraints
without sufficiently scrutinizing the politics that produce
them. It is one thing to advocate external restraints that enhance the quality of democratic deliberation – by preventing
short-termism or demanding transparency, for example. It is
another matter altogether to subvert democracy by privileging
particular interests over others. For instance, we know that
the global capital-adequacy requirements produced by the
Basel Committee reflect overwhelmingly the influence of
large banks. If the regulations were to be written by economists and finance experts, they would be far more stringent.
Alternatively, if the rules were left to domestic political
processes, there could be more countervailing pressure from
opposing stakeholders (even though financial interests are
powerful at home, too).
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globalizzazione
La politica estera è sempre più chiamata ad un
approccio di coerenza e
di pro-attività sui temi
globali. La comunità internazionale sta evolvendo in un sistema
composito ed a più velocità tra economie avanzate,
“emerse”
ed
emergenti, i cui lineamenti sono in corso di
definizione.
La crisi finanziaria ha impresso forte accelerazione ad un processo
strutturale verso un
nuovo paradigma economico, ormai tale da
mettere costantemente
in discussione le analisi
congiunturali macroeconomiche, condannate ad
inseguire
dinamiche
rapide ed imprevedibili.
Secondo alcune statistiche dello Institute for International Finance, dal 2007 al
2012 l’economia cinese risulterà cresciuta del 60%, le altre
economie asiatiche del 50% e quelle dei Paesi G8 solo del 3%.
Questo “shift of wealth and power from the West to the Rest”
comporta un superamento delle tradizionali gerarchie fra
Paesi nei fori internazionali, dal G8 al G20 e oltre.
Un assetto più decentrato
dell’economia globale rappresenta certamente uno
sviluppo positivo.
Il fatto che già nei
prossimi vent’anni quasi
il 60% del PIL mondiale
potrebbe provenire dai
Paesi emergenti significa
anche poter contare su
un più ampio novero di
motori di crescita, più
che mai necessari soprattutto nel caso di crisi,
come quella attuale, che
impatta in modo asimmetrico su economie
avanzate ed emergenti.
Al contempo, questa
moltiplicazione dei poli
economici sembra comportare - almeno nel
breve periodo - una maggiore entropia nei processi decisionali. L’attuale
fase di riequilibrio si sta
accompagnando ad una dissociazione fra PIL e benessere: per
la prima volta i Paesi più ricchi non coincidono con i Paesi
più benestanti. I BRICS oggi rappresentano il 18% del PIL,
il 30% della crescita globale e, tuttavia, anche il 52% della
popolazione più povera del pianeta.
Tale situazione presenta implicazioni anche per il sistema multilaterale nel suo insieme. Da un lato, l’agenda dei fori e delle
istituzioni internazionali dovrà riflettere l’esigenza degli emergenti di conciliare il loro nuovo ruolo di global players con le
loro agende interne in termini di sviluppo economico e
riduzione della povertà. Dall’altro, i Paesi avanzati - ed in particolare i membri del G8 - hanno una opportunità comune
nello stimolare le economie emergenti verso un ruolo più fattivo di responsible stakeholders dell’economia globale,
tenendo peraltro presenti le esigenze di efficienza ma anche
di equità e solidarietà verso la più vasta comunità internazionale. Nell’ambito dell’eurozona, lo stesso caso della crisi
del debito sovrano ci dimostra che situazioni di crisi in
economie apparentemente piccole e periferiche possono
propagare i propri effetti su scala globale, soprattutto quando
le risposte internazionali restano improntate alla logica del
Verso una diplomazia
“anticipativa”
della globalizzazione
Quali strumenti e quali formati
per la politica estera italiana?
Contestualmente, stiamo assistendo ad un fenomeno di
“deconcentrazione” del potere economico. Oggi l’attenzione
della comunità internazionale è rivolta soprattutto ai grandi
Paesi emergenti, i BRIC. Peraltro, nuove potenze economiche
- più piccole in termini assoluti, ma con tassi di crescita comparabili - si stanno affacciando alla frontiera dell’economia
globale, rappresentando già oggi l’ago della bilancia nel balance
of power fra Paesi avanzati ed emergenti. Alcuni analisti preconizzano la costituzione di un “blocco unico”, il nuovo G7
(integrando Brasile, Russia, India e Cina con Indonesia, Messico e Turchia), che entro il 2020 potrebbe sopravanzare il
“vecchio” G7 in termini di PIL consolidato. Altri pensano ai
paesi emergenti dell’acronimo CIVETS, cioè Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica.
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Giandomenico Magliano, Ambasciatore, Direttore Generale per la Mondializzazione, Ministero degli Affari Esteri
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globalizzazione
‘’too little, too late’. Nell’ottica delle responsabilità condivise, un
esempio interessante è rappresentato dalle prospettive programmatiche in capo al G20. Sono qui necessarie azioni incisive su tre fronti ai fini di quell’approccio complessivo,
strutturato e cooperativo che è necessario per governare l’economia globale e i rischi che sottende.
In primo luogo, le politiche per la crescita. Tutti i paesi devono
partecipare allo sforzo comune con la medesima intensità. Ciò
è essenziale in termini economici, ma anche politici, perché
le riforme nazionali “difficili” si sostengono l’una con l’altra.
Bisogna adoperarsi maggiormente per la rimozione degli
squilibri globali: l’asimmetria tra gli impegni di bilancio (quantitativi e con scadenze puntuali) e quelli sulla crescita e sugli
squilibri (vaghi e senza scadenze) è di tutta evidenza.
In secondo luogo, il sistema monetario internazionale. Il
mondo è cambiato ed il sistema monetario deve cambiare con
esso, a quarant’anni da quel “Nixon Shock” che nell’agosto
1971 portò all’abbandono della convertibilità del dollaro in
oro ed all’avvio del “non-sistema” di cambi flessibili. Raccogliamo ora i primi frutti di un processo di riforma degli ultimi anni, ma occorre andare oltre. Questo riguarda in
particolare la composizione e il ruolo dei Diritti Speciali di
Prelievo: si tratta di un passaggio essenziale per costruire un
sistema monetario che rifletta i nuovi pesi nell’economia globale. In terzo luogo, gli strumenti di prestito del Fondo Monetario e le risorse disponibili. Dobbiamo completare la
riforma della “cassetta degli attrezzi” che è stata avviata nel
biennio scorso. Il nuovo strumento di facility finanziaria del
Fondo su cui si sta lavorando a breve termine rappresenta un
passo importante, ma è possibile renderlo più incisivo. Il
Fondo deve essere dotato di adeguate risorse per svolgere con
efficacia il suo mandato.
Quali sono le implicazioni di questo processo di rebalancing
per le nostre direttrici di politica estera?
Innanzitutto, dal momento che l’evoluzione dei fondamentali
economici viaggia a ritmi più veloci di quella dell’adeguamento delle strutture di governance, è necessario che la diplomazia classica divenga diplomazia “anticipativa” (anticipatory
diplomacy), in modo da prevenire le situazioni di vulnerabilità
prima che esse si manifestino.
A partire dal 2008 le agende dei principali Vertici, europei e
multilaterali, si sono trovate prevalentemente a dover reagire
all’andamento dei mercati finanziari, privilegiando il contingency planning rispetto alla definizione di soluzioni condivise
e di lungo periodo. È ora opportuno superare l’approccio
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tradizionalmente “reattivo” e a “filiere verticali” (stabilità finanziaria, investimenti e crescita, commercio, ambiente, energia, nutrizione, salute, tecnologia, proprietà intellettuale, ecc.)
che ancora contraddistingue molti ambiti negoziali, per passare ad un’impostazione anticipativa che integri i vari settori
di policy in un contesto di interdipendenza e di maggiore coerenza. La prevedibile evoluzione del multilateralismo in direzione di un “plurilateralismo” a geometrie variabili sta
rafforzando il ruolo dei fori informali ristretti - come il G20
- rispetto ai processi decisionali strutturati propri delle istituzioni multilaterali formali. Di fronte a questa molteplicità
di processi e di formati - spesso paralleli - una diplomazia veramente anticipativa deve sapersi inserire attraverso reticoli,
alleanze e formule spesso fluidi e complessi per propiziare
soluzioni se non ideali quantomeno a somma positiva.
L’emergere di nuovi attori sulla scena internazionale - con
agende differenziate rispetto a quei Paesi industrializzati - sta
comportando l’affermazione di nuovi assetti. Parallelamente
al consolidamento del G20 quale luogo di incontro paritario
fra vecchi e nuovi protagonisti dell’economia globale, si affermano fori ristretti, rappresentativi di soli Paesi emergenti:
il raggruppamento dei BRICS, nato nel 2003 come accattivante acronimo coniato da una banca d’affari che selezionava
i titoli finanziari/paese, dal 2009 si è trasformato in BRICS
con Vertici annuali dei Leader di Brasile, Cina, India, Russia
nonché Sud Africa, ciò che ha determinato un importante
luogo di azione collettiva, ad esempio come amplificatore
delle richieste di rappresentatività dei grandi Paesi emergenti.
Anche qui una diplomazia veramente anticipativa deve saper
interloquire con i nuovi protagonisti dell’economia globale,
coniugando le rispettive direttrici bilaterali di politica estera
con la dimensione multilaterale.
E ciò non solo con riferimento ai cinque Paesi BRICS, ma
anche nei confronti di quei Paesi intermedi - i “linchpin
States” - che già oggi svolgono un ruolo essenziale di cerniera
fra le istanze dei Paesi avanzati e delle nuove economie
emerse.
In sintesi, la diplomazia della globalizzazione deve oggi assumere tre caratteristiche: capacità di anticipazione, per gestire un sistema di relazioni internazionali sempre più
complesso e vulnerabile; fluidità ed integrazione, in modo da
valorizzare al meglio le interazioni fra le agende dei fori informali dei leaders e quelle delle istituzioni multilaterali; inclusività, al fine di stimolare le economie emergenti a svolgere
un ruolo costruttivo di responsible stakeholders dell’economia globale.
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globalizzazione
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Le deboli democrazie alla ricerca
di un nuovo modello di Stato
L
a globalizzazione, la cui
complessità lascia libero
sfogo ad interpretazioni
contrastanti, viene interpretata
esclusivamente quale fenomeno
che tende ad unire i diversi
popoli della terra attraverso processi finanziari ed economici la
cui mancanza di trasparenza, evidenziata dalla recente crisi mondiale, rende problematici i
rapporti sia a livello nazionale
che internazionale. Gli anni in cui
veniva posta l’importanza di una
governance internazionale, almeno tra quelle nazioni che si
richiamano ai principi della democrazia liberale e che fanno
parte di medesimi organismi internazionali, sembrano lontani.
Le proposte tutt’oggi sul tavolo risentono di una impostazione protezionistica che inficia le finalità della stessa
governance anche se il lavoro in tal senso non è affatto interrotto. Nella crisi attuale si notano diverse impostazioni che
mirano a superare in una dubbia competizione finanziaria gli
stessi partner della medesima organizzazione che, al contrario,
dovrebbero interagire per univoche finalità. In sintesi, la rivalità tra dollaro ed euro, indebolendo quell’area internazionale basata su una condivisione di valori e di azioni, ha
creato le condizioni per risposte alternative che vedono, oggi,
la Cina ed il Giappone disponibili ad una politica monetaria
che le avvicina senza la mediazione del dollaro o dell’euro. In
questa dinamica ‘globale’ si muovono altri interessi che cercano anch’essi una propria autonomia e che sono rappresentati da quei Paesi un tempo considerati in via di sviluppo.
Oggi, quei Paesi rappresentano delle forze in grado di competere finanziariamente e di condizionare la stessa tensione
all’interno del sistema euroatlantico. Nel processo della globalizzazione, quindi, vi sono diversi attori con caratteristiche
politiche non similari, ma espressioni di una forza economica
la cui finalità è quella di condizionare lo sviluppo commerciale
e finanziario del sistema internazionale. Tale libertà di movimento pone il problema dell’adeguatezza delle strutture internazionali, iniziando dal FMI e dal WTO, ma pone anche
problemi di democrazia reale all’interno dei singoli Stati. Soprattutto in quelle nazioni che fanno riferimento alla
democrazia liberale. Queste ultime sono apparse come le più
esposte al fenomeno della violenza terroristica e alla crisi ecoAntonio Suraci - Direttore Link Journal
nomica mondiale, due aspetti
della globalizzazione. Pur in
grado di dare risposte concrete
su entrambi i fronti, le democrazie liberali hanno subìto un
affievolimento della forza che
sino ad oggi avevano saputo e
potuto esprimere.
Il possedere una Costituzione, e
far partecipare i cittadini alla
scelta dei go-vernanti attraverso
libere elezioni, oggi non appare
più sufficiente per mantenere in
essere la democrazia e ciò in
quanto i processi decisionali, meno di ieri, sono alla portata
del cittadino. Il fenomeno del terrorismo, aumentando i sistemi di controllo, ha in qualche misura ristretto le libertà fondamentali; la crisi economica, non causata dal corpo sociale
ma dall’errato utilizzo della delega, ha coinvolto la cittadinanza esclusivamente sull’effetto debitorio penalizzandone la
vita sociale, il livello di protezione e la stessa occupazione. In
entrambi i casi, le decisioni sono state assunte senza alcun
coinvolgimento della popolazione e spesso anche al di fuori
delle stesse istituzioni rappresentative. Il mondo globale impone risposte veloci i cui tempi spesso non rispondono ai riti
delle democrazie liberali. Vi sono molti Paesi che si definiscono democratici pur avendo sistemi decisionali simili ad un
sistema che non richiede necessariamente, nella formazione
della decisione, il coinvolgimento della popolazione ed anche
se dotati di sistemi elettivi, non sono, in molti casi, paragonabili a quelli delle democrazie liberali. In questa competizione globale noi non esportiamo democrazia, ma subiamo,
adeguandoci, la necessità di rispondere celermente alle pressioni o ad azioni globali, sacrificando lo spirito che sino a
questa rivoluzione contemporanea ci ha caratterizzato.
Se prendiamo in considerazione che per molti il nostro sistema ha rappresentato il miglior sistema tra i peggiori esistenti, la porta ad una riflessione alternativa è aperta. Non si
tratta di considerare sistemi autoritari o totalitari, ma di vedere
come la democrazia liberale possa, adeguandosi alle sfide
globali, mantenere in essere i presupposti ideali che la caratterizzano. Occorre, a questo punto, valutare come e perchè essendo la maggioranza dei cittadini costretta a subire decisioni che ne penalizzano l’esistenza - la lealtà verso lo Stato e
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globalizzazione
la disponibilità a partecipare ai riti della democrazia si siano
affievolite. In quasi tutti i Paesi occidentali la disaffezione
verso la politica e quindi verso le istituzioni è calcolabile percentualmente dal dato di astensionismo elettorale e dal
fenomeno di una contestazione, seppure non violenta, sempre più ampia e rilevabile anche attraverso la lettura dei social-network.
Non vi è una data ‘storica’ da cui partire per definire l’indebolimento dello Stato, ma è possibile prendere in esame l’arco
degli anni settanta, in cui iniziava ad essere predicata la
parabola del ‘meno Stato, più mercato’. Il laissez-faire, riconducibile ad un liberismo radicale, ha preso il sopravvento con
l’illusione che i servizi già resi dal pubblico sarebbero stati più
qualificati e a minor costo se offerti dal privato in una libera
competizione. Da questo momento tale pensiero economico,
che diviene politico nelle proposte, crea una incrinatura tra
cittadini e Stato, convinti - i primi - che avrebbero potuto fare
a meno di una entità pubblica che si avviava sul viale del tramonto. Pur non sostenendo le ragioni dell’uno o dell’altro, è
indubbio che le funzioni di uno Stato non adeguatamente attrezzato, e non in grado di continuare ad essere fonte di investimenti per una errata visione populista della propria
missione, hanno generato un distacco costante e continuo dei
cittadini, ancor più penalizzati da forme di ‘rappresentanza
conservativa’ a livello istituzionale. Il risultato di questo combinato è stato ed è la inadeguatezza nell’elaborare un nuovo
contratto sociale rispondente alle necessità di una mutata visione economica e politica del mondo. La globalizzazione impone questa riflessione e la risposta può provocare anche il
radicale cambiamento dei rapporti interni ai singoli Stati.
Partendo dalla recente esperienza, seguendo una riflessione
di Eric J. Hobsbawn, di come ‘il mercato non sia stato complementare alla democrazia liberale’ e come ‘la partecipazione al mercato
abbia sostituito la partecipazione alla politica’, possiamo ritenere
che entrambe le cause abbiano prodotto un unico effetto: la
partecipazione del cittadino all’economia come consumatore
e fruitore di un benessere illusoriamente duraturo. Il cittadino
si è trovato imbrigliato in un gioco economico senza potersi
rendere conto che andava lentamente indebolendo quell’aggregazione sociale di cui era parte e della quale oggi sente la
mancanza. Vi è anche un altro aspetto che ci riguarda ancora
più da vicino ed è quello di prendere nella giusta considerazione l’appartenenza ad una istituzione sovranazionale
quale l’Europa, sempre più pregnante nella vita delle diverse
comunità che ne fanno parte. L’allargamento dei confini
nazionali ha rappresentato un altro elemento di debolezza
dello Stato, anziché di forza e di maggiore rispondenza agli
interessi dei cittadini. Tutti fattori questi che hanno sbilanciato
la politica a favore dell’economia, del mercato più aperto.
Oggi molte voci si levano nel chiedere una diversa e più au-
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tonoma funzione dello Stato, un ruolo maggiormente protettivo. Come vediamo, nei momenti di crisi, come l’attuale,
molti tendono a rinchiudersi e a chiedere ‘più Stato e meno mercato’. Ma il problema non è questo e chi lo solleva lo sa. Il raggio di azione dello Stato è profondamente cambiato così il
suo ruolo che necessita di nuove regole interne e di nuove
‘autorizzazioni’ per esercitare politicamente la propria funzione nella globalizzazione e nella vita sovranazionale in cui
molti Stati hanno scelto da tempo di confluire. Il rapporto
interno deve essere recuperato attraverso l’implementazione
di nuove regole certe che mirino a tutelare lo sviluppo della
vita sociale e l’economia privata con meccanismi di
trasparenza e maggiore responsabilità per chi è chiamato a
gestire questa nuova sfida. Lo Stato-nazione, che chiede una
libertà d’azione sul piano globale, deve saper garantire al proprio interno la certezza delle regole attraverso un’etica dei
comportamenti che sia guida per coloro che verranno chiamati a gestire la cosa pubblica. Ciò significa che la politica,
ritrovando se stessa, può garantire quei processi di partecipazione alla vita nazionale in grado di far rivivere i principi e
i valori della democrazia, anche se sarà necessario individuare
nuovi sistemi e metodi di rappresentanza. Dalla qualità del
nuovo Stato dipenderà la stabilità sociale e una diversa predisposizione del cittadino a partecipare costruttivamente ai
processi di globalizzazione, senza l’illusione di un mercato in
grado di sostenere e sviluppare il benessere collettivo privato
dell’attenta vigilanza della collettività, quindi dello Stato.
Ritrovare l’amico comune, lo Stato, aiuterà ad affrontare diversamente il cammino della globalizzazione, lungo il quale,
è bene non farsi illusioni, saremo tutti chiamati a collaborare
partendo da una considerazione, che poi rappresenta la chiave
di lettura prossima futura: nel pensare ad un nuovo ruolo
dello Stato dovremo avere la consapevolezza che questo
dovrà essere riformulato su una diversa sovranità legislativa
ed economica, il che vuol dire che lo Stato-nazione, già messo
in discussione, troverà altre e diverse forme per esistere, ma
non avrà più quelle caratteristiche ‘nazionaliste’ che lo hanno
caratterizzato nel passato. Secondo Ulrich Beck ‘la politica è
chiamata ad ispirare un nuovo modello di Stato, non più basato sulla
sovranità territoriale, ma su una sovranità che risponderà a dei principi
politici, economici e culturali glo-bali.’ Una risposta certa a tale affermazione ancora non è riscontrabile, ma possiamo ritenere
che la necessità di creare un modello politico che vada oltre i
confini dello Stato sia ormai, pur attraverso curve critiche,
una risposta credibile per una corretta gestione
sovranazionale della globalizzazione, le cui conseguenze
saranno, come indica Benedetto XVI, un comune destino per
tutti gli uomini, una comune responsabilità e una necessaria
concezione positiva della solidarietà “leva concreta dello sviluppo
umano integrale”.
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Per quale democrazia?
Tahrir, Puerta del Sol, Zuccotti Park:
il risveglio della libertà
“Sono preoccupato per il mio futuro!”, dice un
manifestante newyorkese raccontando il
proprio disagio davanti ad una delle centinaia di telecamere che registrano ormai
quotidianamente (e moltiplicano) le ragioni di “Occupy Wall Street” il movimento
americano partito il 17 Settembre nell’omonima area a sud di Manhattan …
”Ma quale futuro? Non c’è futuro” si intromette un altro giovane, con convinto
cinismo e gestualità molto italiana. La
crescente paura che ci sia una generazione, forse due, che rischiano di ‘saltare un giro’ nella giostra della vita, sta inondando le
Piazze del Mondo.
Storie, economie, culture diverse. Diverse accentuazioni sulle
ragioni più immediate delle rivolte o delle manifestazioni: i debiti, le storture e l’esistenza stessa di questo mercato finanziario
negli States ed in Europa; la rivendicazione di democrazia, libertà, sviluppo, spesso di ‘pane’ nei Paesi Arabi. Ma ci sono
metodi di lotta simili; linguaggi (web e altro) spesso comuni;
una singolare contemporaneità che crea reciproche influenze;
lo stesso disagio e voglia di affermare che il ‘modello’ (se c’è…)
di governance globale non funziona più e va cambiato.
La crisi economico-finanziaria unisce il Pianeta.
Le ragioni di riflessione su questo anno formidabile arrivano
come fiumi in piena. Nessun ‘idraulico’ per quanto di valore,
potrebbe ancora riuscire ad irreggimentarli in un discorso, non
dico coerente, ma neppure ordinato. Metterò allora solo in fila
pochi titoli, brevissime considerazioni e alcune domande. È già
troppo per Twitter, ma magari potrà scimmiottare un blog.
Prendiamo spunto dalle recentissime elezioni egiziane.
Il Movimento rivoluzionario di Piazza Tahrir, mentre tornava
ad occupare la Piazza contro il Consiglio Supremo delle Forze
Armate, accusato di volersi sostituire a Mubarak, senza cambiare la sostanza del regime, è stato piuttosto tentato, in molte
sue componenti, dal boicottaggio e dall’astensione. “No al voto
sotto tutela, la piazza decide”, uno degli slogan dopo aver avuto
altre 42 persone morte sotto i colpi della repressione.
Ma la gente è andata in massa alle urne. Il 70% degli aventi
diritto, una percentuale mai raggiunta. Sono milioni di elettori.
È popolo che ha esercitato la più evidente, la più formale, la
meno ambigua’forma di ‘democrazia diretta’: il voto. Quasi il
40% di egiziani si è schierato con i Fratelli Mussulmani, la mag-
gioranza ‘moderata’ prevista. Ma almeno
il 20 – 23% ha votato per i Salafiti di Al
Nour, un gruppo che vuole l’introduzione della legge coranica come legge
dello Stato e che dice che in nessun luogo
pubblico potranno esserci uomini e
donne seduti insieme.
Ma allora, insieme al Web, a Twitter, forse
un’altra rete ha lavorato in questi mesi,
radicata nei quartieri e nelle campagne,
che lanciava messaggi nei mercati, organizzava assistenza: la rete delle Moschee e quella delle forze
musulmane organizzate. Anche questo è un ‘movimento’, ma
ha una rappresentanza. E’ stato solo parzialmente protagonista
nei media che parlavano di Piazza Tahrir. Ma oggi ha la maggioranza del Paese.
A ben vedere questo esempio si presta ad alcune generalizzazioni e consente di porsi questioni per molti versi cruciali.
Vediamo.
“Sono le onde
che fanno le spiagge,
ma lì per lì nessuno
se ne accorge”
Maurizio Zandri, SudgestAid
1.
Il ruolo dell’ organizzazione
Quale rapporto può/deve avere un Movimento con la scelta
della rappresentanza politica, con le elezioni, e, in fin dei conti,
con l’organizzazione? Abbiamo visto che Tahrir è stata in grado
di abbattere un dittatore (non senza un doppiogiochismo calcolato delle Forze Armate, è il caso di aggiungere). Vuole giocare un ruolo nel governare il dopo Mubarak? Organizzato
come? Delegando chi?
Senza rispondere alla fase 2 che ogni movimento rivoluzionario
si trova davanti, quella di come consolidare il proprio successo,
quello che normalmente accade è, sembrerebbe di poter dire,
una di queste due cose:
chi è già organizzato può agevolmente fare proprio il
patrimonio della ‘rivoluzione’, gestendolo per il proprio successo;
in mancanza di organizzazione non si convoglia la
simpatia di chi è rimasto a casa, ‘della maggioranza silenziosa’,
non gli si dà modo di esprimersi e chi si oppone alla “rivoluzione può agevolmente recuperare consenso”. In Spagna, ad
esempio, gli Indignados che insistono sul nessuno ci rappresenta
anche in polemica con una sinistra al Governo che li ha delusi,
sono stati coerenti sino in fondo alle ultime elezioni: non hanno
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globalizzazione
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assolutamente pensato a delegare qualcuno. Il Centro Destra ha
ottenuto il 44% dei voti.
2.
La delega
Il ragionamento sull’organizzazione confina direttamente, come
si è appena visto, con quello
sulla delega. Ma si possono fare,
in questo caso, delle considerazioni aggiuntive.
A Zuccotti Park, dove ad esempio c’è molta organizzazione interna, si pratica volutamente
l’assenza di qualsiasi delega sia
all’interno che all’esterno. Ci si
auto-costruisce un mondo simbolico che però vive davvero
una sua realtà parallela. E’ la
critica più decisa di un modello
sociale controllato dall’1% di
privilegiati, da coloro che hanno
consolidato, delega dopo delega,
un potere che va a vantaggio solamente di chi lo esercita. Ma è possibile governare senza delegare? É possibile vivere un’esperienza di testimonianza,
praticare un esempio, isolare un caso e usarlo, nel tempo, per
diffonderlo, come un virus ‘benigno’.
É possibile diventare santi. Ma si potrà mai gestire, non dico
una Nazione, ma un villaggio, un ospedale, attraverso Assemblee che votano all’unanimità?
Bisogna temere la ‘democrazia rappresentativa’ che dà spesso
rappresentazioni sconsolanti di sé?
O si deve, forse, lavorare di più sulle sue regole, sulla sua
trasparenza, sui controlli?
Far convivere, interagire forme di democrazia diretta e
democrazia rappresentativa non è un modo per garantire che
la prima rafforzi, integri e controlli la seconda?
3.
Tra maggioranza e minoranza
Quando a Tahrir come a Madrid, a Tunisi come a New York,
sotto i colpi della repressione si vacilla, ma poi, anche eroicamente, si resiste; e poi si diviene famosi e si ottengono risultati
inimmaginabili in poco tempo, allora si vive anche una stagione
di esaltazione e orgoglio che finisce immancabilmente per far
coincidere la propria immagine con quella del ‘popolo’, il
Popolo Arabo al suo completo a Tharir, il 99% della popolazione del pianeta a Zuccotti. Poi si scopre che qualche milione,
la quasi maggioranza di spagnoli è per la conservazione dello
status quo e i rappresentanti di una cultura religiosa medioevale
link journal 1/2012
sono più numerosi di chi “chatta” al Cairo.
E allora nascono frustrazione e riflusso. Negli anni, anche con
l’esperienza diretta, ho maturato una similitudine. I movimenti
di protesta, rivoluzionari, radicali o anche solo legati ad obiettivi
specifici, forse sono un po’ come le onde del mare.
Quando rifluiscono seguono la propria natura. Poi tornano.
Il loro successo non si misura
con la porzione di terra che
inondano permanentemente,
ma con i sedimenti che lasciano.
Nel tempo, sono le onde che
fanno le spiagge, ma lì per lì nessuno se ne accorge.
Se i protagonisti dei movimenti
limitassero il loro autorappresentarsi come soluzione alternativa permanente allo stato di
cose esistente.
Se sapessero prima che il movimento non è tutto e che l’assemblea è soltanto una delle tante
forme di decisione. Che sono
un elemento vitalissimo di
democrazia; la via, molto spesso, della rottura di una situazione
insostenibile, ma non la democrazia o il modello salvifico delle
nuove relazioni sociali, ci sarebbe meno romanticismo, certo,
ma anche meno delusioni e senso di sconfitta.
4.
Nuove alleanze e società intermedia
Infine, bisognerebbe forse valorizzare la pluralità delle rappresentanze, gli innumerevoli passaggi dei processi decisionali di
una società complessa.
Consolidare in forme di associazionismo, in partiti, sindacati,
la ricchezza di interessi della società è un formidabile antidoto
contro il cortocircuito popolo-leader, mediato dai mezzi
tradizionali di comunicazione di massa, che toglie protagonismo alla gente, portandola verso una deriva plebiscitaria in
cui il ‘voto’ non è più una forma di democrazia ma di alienazione del proprio ruolo.
Le infinite possibilità orizzontali dell’epoca di internet garantiscono non solo le autoconvocazioni di grandi assemblee di
popolo e la loro autorganizzazione, ma anche la capacità di dialogo e organizzazione tra numerosi, diversi livelli intermedi. I
movimenti sono spesso momenti di sintesi. Luogo di confluenza. Quando la loro carica di innovazione e rottura
affievolisce, una società intermedia organizzata e ricca di forme
di vivace vitalità permette di immagazzinare e utilizzare l’energia
che hanno sprigionato.
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link journal 1/2012
globalizzazione
IL CALENDARIO DI UN FORMIDABILE 2011
T
utto parte, almeno in termini di avvenimenti, perché
le ragioni affondano le radici assai più indietro, il 17
Dicembre 2010, quando Mohammed Bouazizi si dà
fuoco davanti al Municipio di Sidi Bouzid, nel cuore della
Tunisia. La polizia gli aveva sequestrato il banco di frutta e
verdura, sostenendo che non avesse la licenza per vendere.
Il giovane aveva protestato ed era stato picchiato, tanto da
dover essere portato in ospedale.
Da quel fuoco, di fatto, parte un incendio che nessuno ha
ancora spento.
A guardarlo da vicino è un calendario sorprendente per la
dimensione degli avvenimenti e la portata delle conseguenze politiche e istituzionali, che faranno del 2011 un
anno che rimarrà nella storia del nuovo secolo, speriamo
anche per aver trasformato l’inverno (la stagione vera dell’avvio di tutto) in una ‘Primavera’:
In Tunisia, dunque, già dal 18 Dicembre 2010, giovani laureati, studenti senza futuro e poi via via altri settori
di èlite intellettuale e di popolo inondano le piazze della
Capitale. Appena 28 giorni dopo, Ben Ali, il presidente padrone per 24 anni della Tunisia - si dimette e ripara in
Arabia Saudita.
Ancora meno tempo, solo 17 giorni dalla partenza
del movimento il 25 Gennaio a Piazza Tahrir, ci mettono
gli Egiziani a dare una spallata definitiva al Faraone Hosni
Mubarak, 30 anni esatti di potere, chiusi formalmente l’11
Febbraio.
Serve la Nato a dare una mano ai Libici inferociti
contro Gheddafi che ha fatto sparare sulla folla a Bengasi
il 17 febbraio, mentre si manifesta per l’arresto di un militante per i diritti civili. Ma alla fine, il 20 Ottobre, dopo 42
anni di potere assoluto il Raìs viene catturato e ucciso.
Contemporaneamente il 14 febbraio l’opposizione
yemenita prende coraggio e lancia la sua sfida ai 33 anni di
potere ininterrotto di Ali Abdhalla Saleh. Il 23 novembre,
dopo molti morti, spaccature nell’esercito, un attentato al
Palazzo presidenziale dove rimane gravemente ferito, Saleh
si dimette a conclusione di una lunga mediazione gestita
dall’Arabia Saudita.
In altri Paesi, tra cui Bahrein, Algeria, lo stesso
Iran, si sviluppano nello stesso periodo manifestazioni e
proteste, alcune come in Bahrein represse nel sangue o
sostanzialmente tenute sotto controllo, come in Algeria, dall’Esercito che governa direttamente il Paese.
In Siria, intanto, dopo l’uso di carri armati, 3500
morti e la molto timida reazione occidentale, si è ancora,
drammaticamente in attesa di un punto di svolta.
Dall’esempio arabo, prende le mosse il 15 Maggio
con l’occupazione della Puerta del Sol a Madrid, il movimento degli indignados in Spagna. Ai colpi di una crisi economica e finanziaria che sconquassa l’Europa e rende molto
incerto il futuro (a causa della quale già dal 2008 anche
Atene è attraversata da moti di protesta che sconfinano nella
ribellione aperta ai tagli imposti dall’Unione Europea e dalle
banche creditrici), si unisce la rabbia per il fallimento dell’esperienza di governo socialista. “Nessuno sconto a chi
governa, nessuno ci rappresenta” è il messaggio del movimento.
Londra, Berlino, Roma e molte altre Capitali del
Vecchio Continente si riempiono di manifestanti, in un
susseguirsi di azioni di protesta che si influenzano vicendevolmente, si scambiano ‘pratiche’ sul Web, si autoconvocano “perché non vogliamo pagare debiti che non abbiamo fatto”.
Nella Capitale della finanza mondiale, a New York,
ci si prepara per mesi prima della data simbolo del 17 settembre in cui, come abbiamo visto, viene occupato Zuccotti
Park. La crisi finanziaria americana esplosa nel 2008, ha
visto il Governo e Obama, che certo molti partecipanti ad
“Occupy Wall Street” hanno votato, intervenire rifinanziando
le banche. OWS non è d’accordo. Dice che i soldi andrebbero dati alle famiglie, a chi non riesce a pagare il mutuo o
gli interessi sulle carte di credito.
Non si fa illusioni su obiettivi intermedi raggiungibili a
breve. Guarda alla Primavera Araba ma sa che non ci sono
spallate possibili in America.
Parte e si consolida, allora, un’esperienza nuova, che pratica
l’obiettivo, stabilisce sistemi di solidarietà interna che si
vivono direttamente in piazza, organizza mense e librerie e
soprattutto, anche pagando lo scotto di commissioni e assemblee che durano giorni, lancia il suo messaggio più radicale per un movimento, per la politica, per la società:
Occupy Wall Street è ‘leaderless’! E con coerenza protestante non solo non si delega a leader, ma non ci sono
neanche ‘portavoce’. L’Assemblea Generale non decide a
maggioranza ma continua a discutere, deve puntare a decidere alla quasi unanimità. OWS è apartitica, aconfessionale, ci sono tutti i colors… E’ l’espressione “del 99% della
popolazione contro l’1% ricco che esercita il potere”.
53
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54
globalizzazione
Lo sviluppo del commercio e la crisi del reddito
Abbandoniamo
il sogno dell’iperbole
E
siste una stretta correlazione - come è noto - tra consumi e reddito e, quindi, tra produzione e possibilità
di spesa. In questo legame deve essere ricercata la
comprensione dei percorsi che possono essere intrapresi per
interrompere il circolo vizioso che ha reso l’attuale crisi dei
mercati un fenomeno non solo afferente gli equilibri finanziari
delle Nazioni, ma anche e soprattutto le economie reali dei
sistemi su cui si è abbattuta.
La crisi globale, da un triennio a questa parte, appare tutt’altro
che fenomenica, quanto piuttosto ciclica, con ritorni stagionali
di varia intensità: come i tifoni asiatici o gli uragani americani,
in realtà la crisi, o meglio, le crisi partono da lontano. Più precisamente, nel 2011 i Governi affrontano tempeste nate altrove e in altri tempi, in USA nel 2007, quando improvvisamente, ma col senno di poi è scontato dirlo - si è
cercato di arginare il temuto default di primarie banche, innescato a sua volta dal default di crediti concessi con eccessiva
prodigalità, indebitando intere
Nazioni, oggi esposte al default del Sistema Paese,
qualunque Paese, tranne forse
i Paesi creditori ‘ultimi’, come
la Cina, che - dopo dieci anni
di crescita ininterrotta - non piange ancora, ma ha senz’altro
smesso di ridere. Ciò dimostra
che, in un contesto globalizzato, il virus della crisi tocca
immediatamente realtà economico-sociali di diversi Paesi, causando un effetto contagio,
più o meno veloce, a seconda delle capacità di reazione dei
singoli sistemi: si pensi al default dell’Argentina, in cui nell’ottobre 2011 si sono rimborsati titoli del debito pubblico
risalenti a quindici anni fa, al 30% del loro valore facciale, con
una perdita di valore subita dagli investitori internazionali pari
al 70%. Alla luce di tale esperienza, risulta ancor più attuale la
minaccia di una distruzione di valore generalizzata.
Cosa si possa fare per impedire il fallimento dei singoli Stati
ed evitare il rischio di contagio all’economia mondiale -tutt’altro che scongiurato, visti gli andamenti dei mercati fiClaudio Patalano, Link Campus University
link journal 1/2012
Lo sviluppo continuo
è un modello
non più attuabile, perché,
molto semplicemente,
non è più sostenibile
nanziari mondiali - è il quesito ricorrente, quasi ossessivo, a
cui non si trovano risposte passepartout.
Il problema ha due corni, come il Diavolo nell’iconografia
medievale: il debito e la crescita.
Se è vero - come avrebbe detto Keynes - che in tempo di crisi
servono investimenti pubblici anche solo per scavare buche
e riempirle, così da generare reddito spendibile a sostegno
della produzione, i Paesi si interrogano sulla validità dell’investimento a pioggia.
Nella migliore delle ipotesi alimenta solo le cc.dd. ‘economie del
trickle down’: a chi è assetato davvero arrivano solo le gocce di
un flusso di marea che alimenta prevalentemente corruzione
ed inefficienze. Nella peggiore delle ipotesi si traduce in
spreco massivo, soprattutto se le buche riempite non sono sul
patrio suolo.
Peraltro, non può nascondersi che le politiche keynesiane non
sono più perseguibili sic et simpliciter a livello mondiale, in
quanto lo scenario operativo è
fortemente mutato.
Si prenda, ad esempio, l’Italia.
La regolamentazione europea
volta alla restrizione degli aiuti
di Stato - pur con il pregio di
stimolare la competizione e la
libera concorrenza - ha vanificato in gran parte il tentativo di
pianificare in modo strutturale
gli investimenti pubblici
affinché siano di beneficio agli
operatori locali: per costruire cinquecento metri di SalernoReggio Calabria occorre bandire gare aperte a competitori europei, che - liberi di contrarre i prezzi perché non soggetti al
‘controllo sociale’ delle comunità servite dall’autostrada - finiscono inevitabilmente per vincere la maggioranza delle gare,
portando all’estero il valore creato, talvolta abbassando gli
standard qualitativi del prodotto reso e costringendo i lavoratori a contratti capestro che ne riducono, fisiologicamente,
motivazione e, quindi, produttività.
La globalizzazione ha fatto il resto: l’esternalizzazione delle
attività produttive all’estero ha distrutto ‘gli indotti’, in gran
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link journal 1/2012
globalizzazione
parte dei settori manifatturieri, contribuendo all’impoverimento dei distretti specializzati e al trasferimento delle
conoscenze/competenze e della cultura economica altrove.
D’altronde, applicare politiche volte all’incremento della pressione fiscale - soprattutto sui redditi medio-alti - in assenza di
un’avveduta negoziazione sui fattori di spesa, è divenuto un
elemento di forte destabilizzazione degli equilibri politici,
come dimostrato dagli Stati Uniti di Obama, alle prese con
l’innalzamento del tetto del debito e il rischio default, che - per
non scontentare i Tea Party, subendone i veti - hanno rinunciato a politiche espansive, finendo per esasperare, con tagli
alla spesa sociale in assenza del necessario consenso, un’intera
generazione, quella che in questi giorni manifesta e che si è
organizzata nel movimento Occupy Wall Street.
Si sarebbe tentati di dare al problema soluzioni di modello
franco-tedesco, contenendo il debito sino all’azzeramento dei
finanziamenti pubblici in molti settori: un approccio liberista,
temperato da attenzione al welfare, che tuttavia genera non
pochi problemi quando il Mercato, in preda ai propri demoni
interni, Speculazione e Panico, non consente di governarne
orientamenti e reazioni, inducendo a soluzioni drastiche,
spesso impattanti sulle condizioni stesse per il rispetto di principi elementari di equità sociale.
Probabilmente, dinnanzi a questa crisi, si dovrebbe pensare
in modo non allineato alle tendenze prevalenti, senza subire
il condizionamento della rigida dicotomia tra politiche espansive e restrittive.
Coraggiosamente, si dovrebbe attuare un approccio
‘omeopatico’, per così dire: intervenire sul sistema del credito, rinnovandone la vision, al contempo promuovendo
politiche orientate alla crescita interna, sostenendo l’imprenditoria nella sua capacità di produrre reddito, riqualificando
la spesa pubblica con rigore, ma evitando tagli ‘orizzontali’,
solo apparentemente egalitari.
Il percorso da intraprendere appare per certi versi incoerente:
si vogliono incoraggiare le Banche, viste da tutti come la causa
della crisi, e si vuole sostenere il reddito, quando tutti invitano
a ‘tirare la cinghia’. Al contrario, osservazioni di tale segno appaiono fuori fuoco.
Gran parte dei problemi dell’economia reale scaturisce dal c.d.
credit crunch, ovvero dalla contrazione del mercato del credito,
in cui un ruolo hanno giocato sia la mancanza di liquidità interbancaria, che un outlook negativo sull’economia reale.
Basilea II ha completato l’opera con effetti indubitabilmente
pro-ciclici, imponendo sistemi di valutazione più rigidi, che
hanno penalizzato fortemente gli apprezzamenti dei valori intangibili delle aziende (si pensi alle start-up), nonché il mantenimento di rapporti costanti tra impieghi e raccolta che, in
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un momento di scarsa capitalizzazione, ha finito per interrompere il normale flusso dell’erogazione del credito.
Quanto alle politiche del reddito, forse sinora si è chiesto di
‘tirare la cinghia sbagliata’: le politiche di gettito hanno imposto
sacrifici alle famiglie e alle piccole e medie imprese, facendo
poco o nulla per costringere l’economia a instradarsi su sentieri virtuosi, ad esempio permettendo l’emersione del ‘nero’
e perseguendo l’evasione.
Non deve stupire che l’Italia sia divenuta così fragile da essere
preda della speculazione borsistica sui titoli di debito emessi
dallo Stato: un Paese che non sa esattamente quali scelte compiere per il futuro, che dimostra scarsa fermezza nel superamento delle proprie debolezze, non offre grandi rassicurazioni
sulla sua capacità di governare i fenomeni esogeni, quindi consente che i dubbi sulla sua tenuta si trasformino in panico e
le aspettative sulla sua crescita in un gioco al ribasso.
Intanto, i primi nove mesi del 2011 hanno messo al tappeto
novemila imprese, circa trenta imprese al giorno, fallite nella
peggiore delle ipotesi, o entrate in quell’area di disfacimento
auto-alimentato che è la spirale della sofferenza bancaria.
Coerentemente, il numero degli incagli e dei passaggi alle categorie di credito sotto osservazione sono esplosi, con un incremento che recenti studi di settore hanno quantificato in
circa il 35,5% rispetto al 2009, quando si pensava che la crisi
stesse lentamente rientrando. L’ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia Draghi, infatti, pur minimizzando,
parla esplicitamente di ‘lieve recessione’.
Pertanto, si comprende come intervenire su una crisi finanziaria, come era quella del 2007, con approcci finanziari,
senza tener conto degli effetti sull’economia reale, ha dimostrato di essere una scelta scarsamente proficua, se non
addirittura disastrosa.
Bisogna ripartire dal reddito, più che dal debito, pur conservando strategie che lo tengano sotto controllo: per fare ciò,
ovvero sostenere la crescita senza indebitare ulteriormente lo
Stato, si deve cominciare a ragionare in ottica di sostenibilità e
di responsabile partecipazione di tutta la classe dirigente ed imprenditoriale.
Se le banche non possono erogare credito perché sono prive
di sufficienti mezzi patrimoniali, bisogna promuovere il
risparmio delle famiglie in forma di deposito, senza motivare
fughe dall’investimento bancario con un aggravio degli oneri
fiscali. Quando le imprese non creano occupazione, occorre
regolamentare meglio il mercato del lavoro, disincentivando
precarizzazione e sperequazioni generazionali, motivando con benefici anche fiscali - gli imprenditori ad investire nell’innovazione e nell’internazionalizzazione, per creare in Italia
le condizioni di un miglioramento effettivo degli standard
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56
globalizzazione
qualitativi di vita dei lavoratori, principali apportatori di reddito alla comunità, tramite la stabilizzazione delle aspettative
positive sulla certezza e sul valore effettivo dello stipendio,
con ovvi ritorni sulla propensione alla spesa.
Infatti, far sì che il sistema economico investa in Italia il proprio capitale umano, tecnologico e finanziario, certo che la
ricchezza prodotta per il Paese si tradurrà in un rafforzamento
della domanda, può dare vigore alla crescita dei consumi.
Molto ancora può fare lo Stato, investendo le poche risorse
disponibili canalizzandole sulla ricerca, sulla competenza e sul
merito. È mancata sinora una “mente economica”, cioè l’abilità di tenere insieme le varie anime del Leviatano e la capacità di riscrivere il “contratto sociale” in prospettiva di
convergenza verso esigenze comuni, piuttosto che verso la
link journal 1/2012
disaggregazione e lo scontro, visto che – mai come ora – si
può ragionare su premesse condivisibili, se non fondate su
ottiche concordi.
In sintesi, bisognerebbe riscoprire le logiche della “classe
media”, realtà socio-economica compressa entro angusti spazi
dall’estremizzazione delle politiche degli ultimi anni, riprendendo la tradizione dei criteri dell’equilibrio e dell’armonia,
fondati su approcci cc.dd. ‘stop & go’, che permettano di affrontare le urgenze una per volta, prioritizzandole per step
progressivi di azione e consolidamento dei risultati delle scelte
compiute.Lo sviluppo continuo, secondo curve verticali, è un
modello non più attuabile, proprio perché, molto semplicemente, non è più sostenibile: bisogna abbandonare il sogno
dell’iperbole.
Il Web: ‘agorà’ virtuale
per il confronto
e la partecipazione
democratica
N
elle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, nell’ottobre del 2008, Bararak Obama batte l’avversario repubblicano McCain grazie alla mobilitazione al voto
di settori tradizionalmente astensionisti, in particolare le minoranze e i giovani. Nel febbraio del 2011, dopo un trentennio al potere, Hosni Mubarak lascia la Presidenza dell’Egitto
a seguito delle multitudinarie manifestazioni di protesta, simboleggiate dai giovani di piazza Tahrir. Fenomeni assai diversi
tra loro, ma accomunati da un uso inedito della rete e dei social network come fattore agglutinante di mobilitazione e
partecipazione.
Internet incide oggi sui fenomeni di creazione del consenso,
sulla partecipazione e perfino sull’organizzazione della
protesta e muta profondamente le regole della comunicazione politica tradizionale. Per chi fa politica “abitare la
rete” è oggi una grande sfida ed insieme un’opportunità. Gli
strumenti che essa offre consentono di far circolare idee e
proposte in modo interattivo ed ampio, di creare un dialogo
inedito con i cittadini e le organizzazioni di base in grado di
rafforzare una leadership politica oggi offuscata dal disinRoberto Lippi - Link Campus University
canto e da una distanza sempre più evidente tra il palazzo e
le piazze. Ma facilitano anche la mobilitazione e l’organizzazione del dissenso, riconsegnando proprio alle piazze – virtuali o reali che siano - quel ruolo di pungolo della politica
che sembrava sopito nell’ultimo decennio.
Per molti oggi la rete equivale ad una enorme piazza virtuale,
in cui i social network corrispondono alle moderne tribune,
luoghi di discussione e di partecipazione democratica, spazi
del confronto continuo e costante. Un potenziale dagli incredibili ritmi di crescita, quello della rete e dei nuovi social
media, se è vero che la televisione ha impiegato 13 anni per
raggiungere un audience di 50 milioni di persone, mentre
Facebook ha raggiunto lo stesso risultato in pochi mesi, ed
oggi conta oltre mezzo miliardo di utenti attivi.
“L’ho visto su Facebook” è un’affermazione ormai comune
negli uffici, nelle scuole, in autobus. La diffusione di quelli
che vengono definiti “media conversazionali” è ormai tale
che “esserci” si avvia a diventare molto più comune che “non
esserci”. Quella che prima era stata definita “era dell’accesso”
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link journal 1/2012
globalizzazione
è divenuta ormai “era della presenza”. La Rete
non ha soltanto attuato un processo di rimediazione degli altri strumenti di comunicazione
(televisione e carta stampata in primis) ma,
trasformando l’utente da spettatore o lettore in
vero e proprio interattore, sta profondamente e
inesorabilmente mutando il sistema dei media
ed il modo stesso di fare comunicazione, anche quella politica,
che non può più essere unidirezionale.
La diffusione massiccia del mezzo televisivo, appena pochi
decenni fa, aveva già mutato profondamente le forme della
comunicazione politica, un tempo veicolata dalle sezioni di
partito. La TV è risultata essere un mezzo estremamente efficace per raggiungere il maggior numero di elettori, ma con
il limite che pone tutto il pubblico su uno stesso piano, rivolgendosi alla generica categoria del “cittadino astratto”, senza
alcun vero contraddittorio possibile. Ciò ha portato a concentrarsi più sugli aspetti legati alla personalità del leader politico
che sui contenuti del suo discorso, esasperando i toni del dibattito e ricercando l’effetto annuncio per le proposte.
L’avvento di Internet e degli strumenti propri di quello che è
stato definito “web 2.0” destruttura e ridefinisce secondo
nuove modalità il rapporto tra gli eletti e gli elettori, con una
rinnovata centralità del cittadino-elettore, che pone il politico
nella condizione di dover ripensare attentamente il rapporto
e i contenuti della propria azione.
Vari autori affermano che ci troviamo oggi di fronte a un contesto inedito dal punto di vista storico: la transizione dall’universo della televisione all’universo di Internet. Ovvero, il
passaggio dalla “teledemocrazia” alla “cyberdemocrazia”.
In contesti diversi dal nostro, come ad esempio quello degli
Stati Uniti, la rete è già entrata a pieno titolo nelle strategie di
comunicazione dei politici, tanto come strumento da adottare
attivamente per una comunicazione più efficace, quanto come
contesto da conoscere per evitarne le trappole e le minacce.
Anche da noi alcuni leader politici stanno cogliendo i segnali
di cambiamento e stanno entrando nella conversazione,
guardando con maggior attenzione queste forme di comunicazione “dal basso”. Anche se va comunque sottolineato che,
nonostante la portata e le profonde implicazioni della rivoluzione in atto, un impatto determinante dell’utilizzo della
Rete sulle consultazioni elettorali non è ancora stato dimostrato e che molti analisti sostengono che ad oggi “Internet
ancora non sposta voti”. Ma quali che siano gli effetti diretti
sui processi elettorali odierni, nessuno pone in dubbio che la
rete sia oggi un ambito strategico per amplificare il proprio
discorso e rafforzare la capacità di convinzione presso l’elettorato di riferimento. E mano a mano che i “nativi digitali”
diverranno cittadini-elettori, Internet e i social network in-
57
cideranno con sempre maggior determinazione
sui processi di creazione del consenso, sulle capacità di far emergere leadership politica, sulle
relazioni dinamiche tra la politica e i gruppi più
o meno organizzati di interesse.
Ignorare il ruolo della rete, allora, può portare
con sé il rischio di perdere il legame con una
parte significativa della società e con le sue forme di organizzazione, riducendo la capacità di costruire il consenso in
modo consapevole o canalizzare il dissenso in forme costruttive di dialogo. Ciò è vero anche nel nostro Paese, dove negli
ultimi anni si è assistito ad un allontanamento generalizzato
dei cittadini, ed in particolare dei giovani, dalla politica, almeno nelle sue forme tradizionali. Di fatto, i partiti politici
sembrano sempre meno capaci di svolgere la loro funzione
di raccordo e mediazione tra cittadino ed istituzioni, di organizzare l'azione collettiva e di costruire identità politiche. Le
nuove generazioni esprimono in maniera evidente l’allontanamento dalla dimensione pubblica. Allontanamento spesso accompagnato da fenomeni di disillusione e di erosione delle
forme di legittimità riconosciuta alla classe politica nel suo insieme.
Tendenza questa confermata dall’andamento decrescente
della partecipazione ai momenti elettorali che si sono tenuti
nell’ultimo quinquennio, dove - invertendo la tradizione storica del dopoguerra - si è visto un progressivo allineamento del
nostro Paese alle percentuali di astensionismo tipiche di altre
democrazie occidentali. Un astensionismo che si caratterizza
come fenomeno politicamente rilevante in sè, ma che riveste
caratteristiche di vero e proprio allarme, se si considera l’incidenza del fenomeno tra le giovani generazioni.
D’altro canto, però, sia in Italia che all’estero - ed in primis
nella cosiddetta “primavera araba” - la Rete e i social network
hanno mostrato tutto il proprio potenziale in termini di organizzazione della protesta, cambiando fortemente il Dna
delle forme di attivismo rispetto al passato. Modalità, luoghi
e slogan sono sempre più affidati al passaparola telematico di
Facebook, Twitter e degli altri social media. Youtube è stato
utilizzato per diffondere i filmati degli eventi e delle manifestazioni, anche in circostanze di forte censura, filmati poi
ripresi dai media tradizionali a diffusione mondiale. Insomma,
l’era di Internet e dei cosiddetti “personal media” ha rinnovato e potenziato profondamente anche gli orizzonti comunicativi della protesta, organizzandone i contenuti e spesso
facendo trascendere i confini locali o nazionali.
É evidente che alcuni paradigmi quali la partecipazione e il
consenso o il dissenso e la protesta, stanno cambiando nelle
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globalizzazione
proprie modalità e forme di organizzazione anche in funzione
della diffusione della rete.
Ma se Internet è già stata ampiamente utilizzata nel fare politica in chiave “antisistema”, rimane oggi la sfida di utilizzarne
il potenziale in chiave di riscatto sostantivo della politica. Una
potenzialità inedita per costruire quel modello di democrazia
poliarchica descritto da Dahl come forma di rinnovata partecipazione. Per comprendere e interpretare quali mutamenti
la diffusione della rete e dei social network possono portare
per il fare politica, è essenziale approfondire l’analisi su alcuni
concetti chiave per l’azione politica quali sono la leadership,
la legittimità, il consenso e la partecipazione.
In questo contesto, la leadership politica va sempre più interpretata non soltanto come capacità di dare senso all’azione
collettiva o di interpretare in maniera adeguata i fenomeni
della realtà, ma anche e soprattutto
come facoltà di indivi-duare e mostrare
mete da perseguire, dar forma a ideali
verso i quali convogliare le energie collettive e mobilitarle su azioni che trascendono gli interessi individuali. Ciò è tanto
più efficace quanto più le mete proposte
sono frutto di una reale costruzione collettiva, la cui spinta dal basso e “interpretata” in chiave politica.
Il leader politico, in questa accezione, è tanto più effettivo
quando tiene conto delle spinte e degli stimoli che vengono
dall’elettorato, senza però cedere alla tentazione della mediazione continua, del piccolo vantaggio per tutti, del consenso
ottenuto “per sottrazione” e non per “sommatoria”. In altre
parole, colui o colei che fa della legittimità del consenso ottenuto la base per la propria azione politica. La legittimità è
formalmente consegnata al politico attraverso i processi elettorali. Ma per la politica nel suo insieme, la legittimità
sostanziale è data dalla capacità di interpretare le esigenze profonde degli elettori, di trasformarle in azioni e di riscontrarle
con una visione di società. Ovvero, dalla capacità di costruire
in forma amplia e partecipata il consenso politico, sia per l’immediato che per il futuro.
Nei sistemi democratici il consenso è misurato in primo luogo
dalla qualità della convivenza pacifica e della coesione sociale.
In secondo luogo, però, esso si misura dalla qualità della partecipazione elettorale e dal responso delle urne come sostegno
alle decisioni della propria classe dirigente. Per questo la politica esercita un ruolo di mediazione simbolica tra i valori di
fondo di una comunità e le concrete esigenze espresse dalla
società, che si traduce nell’azione di governo. Un ruolo tanto
più effettivo quanto più riesce a rafforzare gli spazi di parte-
link journal 1/2012
cipazione e di cittadinanza attiva. Ovvero, è presupposto per
una democrazia di qualità quello di poter contare su una partecipazione effettiva, su una cittadinanza informata, critica, capace di formare ed esprimere opinioni consapevoli.
Dai cittadini del nostro tempo, caratterizzati da un aumentato
livello di istruzione ed esposti ad un massiccio flusso di informazioni, ci si aspetterebbe quindi un crescente interesse
per la politica. Al contrario, le più recenti ricerche sul rapporto
tra cittadini e politica tracciano in tutta Europa una spiccata
sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e dei partiti.
E’ un fenomeno definito come “sindrome del cittadino
critico”, ossia il prevalere di un atteggiamento critico diffuso,
spesso di vera e propria insofferenza nei confronti dei processi di delega e di rappresentanza che porta a difficoltà oggettive nel tradurre le espressioni sociali in termini di consenso.
Per ricostruire questo rapporto su basi rinnovate, la rete e gli
strumenti del Web 2.0 possono offrire
oggi canali di dialogo estremamente
significativi. Un contesto ormai ampiamente diffuso che permette al leader
politico di poter dar a conoscere le proprie priorità e scelte in modo permanente. Ma anche e soprattutto di
accogliere e validare proposte, esigenze
ed interessi presenti nel corpus sociale
o nei territori di riferimento della propria azione di rappresentanza. Un cambio di paradigma nella sfera della politica, che ha portato un
intellettuale del calibro di Stefano Rodotà ad affermare, con
entusiasmo, che “Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere”… “Un luogo dove tutti possono prendere la parola,
acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il
diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune e costruire un
mondo diverso in cui tutti possano dirsi egualmente cittadini”.
É ovvio che tutto ciò non può prescindere dall’elemento cruciale della volontà. Una volontà rinnovata di mutamento delle
forme di costruzione del consenso e dell’azione politica nel
suo insieme. Il rischio è altrimenti che attraverso le liturgie
della rete si affermino forme di populismo del nostro tempo,
che spingono verso forme di democrazia elettronica plebiscitaria, stigmatizzate con preoccupazione da alcuni analisti.
“ La vera novità democratica della Rete - afferma ancora Rodotà - non
consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di partecipare alle
grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato
a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali
messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare
i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società”.
La diffusione degli strumenti del Web 2.0, insomma, può of-
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globalizzazione
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frire alla sfera politica nuove facoltà per costruire in maniera
allargata e partecipativa l’agenda politica, in ambito locale,
nazionale ed internazionale.
politica ed ai suoi leader è richiesto di entrare in contatto con lo
spirito dei tempi. Di riattivare anche attraverso la Rete quel rapporto osmotico eletto/elettore che si è affievolito nel tempo.
Il Web non è un mero contenitore di informazioni “statiche”,
ma quel luogo “dinamico” di integrazione e ibridazione continua
dei contenuti.
Di mobilitare nuove energie per la costruzione collettiva e riorganizzare il consenso in forme più partecipative ed ampie. Senza
però cedere alla tentazione di cavalcare gli umori più immediati,
di governare sul sondaggio permanente, che la Rete potrebbe
ampliare e che tanto danno fa alla credibilità e alla capacità
trasformatrice dell’azione politica in tutte le latitudini.
Un cambiamento di prospettiva rispetto alla produzione e
fruizione dei contenuti, cui la politica non può sottrarsi. Alla
Dialogo globale:
i canoni
della convivenza
L
e giovani generazioni, accompagnate dall’evoluzione
sempre crescente e sempre più veloce dei mezzi di comunicazione, hanno una grande opportunità e corrono un grande rischio rispetto al tema dell’ integrazione
culturale e religiosa.
Il mondo è fortemente interrelato e persone di culture e di
religioni diverse entrano in contatto senza soluzione di continuità, in un incontro inevitabile, quotidiano, che appartiene
ormai alla normalità della vita di ciascuno di noi. Pensiamo,
solo per fare un esempio, alle nostre città sempre più interetniche e ai loro quartieri sempre più caratterizzati dalla
compresenza di etnie differenti.
Chi oggi ha intorno a vent’anni, si dice, è nei fatti un cittadino
globale e un nativo digitale. Si tratta di persone che, rispetto
alle generazioni precedenti, hanno una naturale capacità nell’utilizzo di personal computer, social network, strumenti
sempre più diretti e che immediatamente risolvono la necessità di superare le barriere che intercorrono con l’altro, con
chi ancora non conosciamo, con chi è “spazialmente” (ma
non umanamente) distante da noi.
Tale facilità di approccio, dunque, semplifica le cose, riduce i
tempi, permette una immediata comunicazione. Si tratta della
grande opportunità che richiamavo all’inizio, la possibilità di
ritrovarsi insieme e vicini, pur se distanti.
Marco Emanuele - Link Campus University
In questi mesi, in particolare, abbiamo potuto constatare l’importanza “politico-strategica” della “rete”, le sue implicazioni
nelle mobilitazioni che, da più parti a livello planetario, si sono
affermate nella cronaca e nel dibattito.
Da una parte all’altra del mondo si susseguono segnali importanti, soprattutto da parte delle giovani generazioni, a riprendere in mano una progettualità di convivenza non ancora
compiutamente definita. Tentativi organizzati di ricostruire
relazioni progettuali - ai livelli nazionale, regionale, globale si muovono non solo all’interno di contesti particolari ma,
ormai, a livello transregionale e transcontinentale.
La sfida della riappropriazione della storia comune e del riorientamento della convivenza, tendenzialmente in senso democratico, è ben importante nell’attuale momento storico;
dalle “primavere” arabe, all’uscita dall’ “oscurantismo” informatico in Paesi come la Cina, all’effetto domino dei movimenti degli “indignati” in diverse parti del mondo, le giovani
generazioni sono impegnate - grazie a Internet - a ritrovarsi
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globalizzazione
link journal 1/2012
intorno a progetti di cambiamento, cercando di
finalizzare le differenti sensibilità ed esperienze
ad un “fine” comune.
Non possiamo ancora dire che tutto questo sia
una nuova frontiera della politica anche se, a ben
guardare, tali processi hanno effetti inevitabili
sulle strutture politico-istituzionali dei Paesi e sui
processi di convivenza, alimentando una spinta
globale all’impegno per il rinnovamento.
La globalizzazione è certamente l’artefice di tale
opportunità, facilitando la diffusione dell’innovazione per la comunicazione e di strumenti
sempre più capaci di permettere una “navigazione” efficace e diretta nel grande mare
della “rete”.
Se, da un lato, le evoluzioni negli strumenti di comunicazione e di condivisione della “rete” generano moblitazioni collettive (non sempre per
creare “reti di dialogo” quanto spesso per contrapporsi giustamente ad inaccettabili disuguaglianze nella situazione planetaria), dall’altro
lato e paradossalmente possono portare al rischio di una involuzione nei rapporti umani, alla
incapacità di avvertire il bisogno dell’incontro,
del confronto e del dialogo profondo con l’altro.
In molte occasioni si ritrovano insieme giovani
di diversa estrazione culturale e religiosa ed accomunati da intenzioni condivise, forti di una
voglia di riscatto dalle ingiustizie e dalle mancate
risposte sul loro futuro. Essi, però, sono ancora
“acerbi” sulla capacità di fare comunità nella
conoscenza reciproca, di unirsi a partire dalla
comune “natura umana” – articolata nelle differenti esperienze e tradizioni – che è il processo
necessario per stare insieme in maniera davvero
integrata e non soltanto intorno ad un obiettivo,
per quanto importante esso sia.
Dunque, considerando quanto dicevamo all’inizio, dell’interrelazione globale che crea la
normalità quotidiana della convivenza fra differenze, si rischia di comunicare e di incontrarsi
senza conoscere, di vivere superficialmente processi complessi; si rischia di guardare all’altro
come ad un compagno di viaggio senza cercarlo
davvero, senza ritrovare in lui, attraverso i tratti
che ci distinguono, il reciproco completamento.
I giovani, io credo, hanno una grande spinta alla
conoscenza umana nel cambiamento e tale ten-
sione va preservata e valorizzata. L’unico antidoto alla “violenza” culturale e religiosa che discende dalla non conoscenza (o dalla conoscenza
superficiale) dell’altro e dalla estremizzazione
delle reciproche posizioni è l’apertura all’altro,
anche attraverso la ricomposizione dell’esperienza nella conoscenza.
Le ragioni della cultura e della fede, ben lo vediamo in giro per il mondo, possono rappresentare una straordinaria occasione di crescita
personale e comune così come possono generare incomprensioni e scontri; è importante ricondurre a “relatività” tali ragioni e ritrovare una
“nuova innocenza” nei pensieri e nelle azioni.
Chi meglio dei giovani, artefici di futuro, può insegnarci a percorrere tale prospettiva?
La formazione gioca in tutto questo un ruolo
fondamentale; essa deve centrarsi sempre di più
sull’integrazione fra i saperi e del sapere con l’operare, focalizzandosi sull’ “umanesimo integrale” dei giovani. Il dialogo è un percorso
ineludibile e la conoscenza aiuta a respirare e a
comprendere la dimensione globale della vita
che, per sua natura, è relazione ed è nella relazione fra persone ‘in formazione’ ed ‘in
conoscenza’.
La formazione per la conoscenza è la sfida di un
futuro che già percorre il nostro presente; si
tratta di un processo permanente.
Esso ha il ‘fine’ di far riappropriare ogni persona
della globalità della vita, ritrovandosi in essa
come “casa comune” dell’umanità. In essa si
sviluppa l’integrazione fra differenze, che vive
nel dialogo.
Aprire le menti, allargare il proprio sguardo sulla
realtà è ancora più necessario in questo tempo
in cui sembrano dominare le chiusure e le separazioni, anche nei rapporti umani.
Riprendiamo, in conclusione, alcune parole di
Raimon Panikkar: “Oggi il dialogo non è un lusso o
una questione secondaria. L’ubiquità della scienza e
della tecnologia moderne, dei mercati mondiali, delle organizzazioni internazionali e delle corporazioni
transnazionali, così come le innumerevoli migrazioni di
lavoratori e la fuga di milioni di rifugiati […] rendono
l’incontro di culture e religioni inevitabile e indispensabile
insieme.”
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globalizzazione
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Tutti sanno che una cosa è
impossibile da realizzare,
finché arriva uno che non
lo sa e la inventa.
Albert Einstein
Verso un progetto per la globalizzazione
L
a complessità è connaturata con la vita e con la società
umana, non è una scoperta moderna. Il nostro cervello
è formato da 100 miliardi di cellule e da oltre 100.000
miliardi di connessioni. Il nostro genoma, mappato qualche
anno fa, è formato da circa tre miliardi di lettere: le basi TCTAGATCAA ecc. sono come un libretto di istruzioni formato da circa un miliardo di parole pari a 5000 volumi di 300
pagine, da cui nasce l’essere umano.
Ma anche un’automobile è formata da circa 100.000 pezzi
unici: se li pensiamo distribuiti su un pavimento abbiamo ancora una volta un esempio di sistema complesso.
Ma come mai allora questo fiorire d’interesse verso la complessità?
La mia opinione è che agli inizi degli anni novanta due eventi,
uno tecnologico e l’altro politico, portarono il mondo a imboccare la strada verso una ‘nuova complessità’ attraverso un
percorso non lineare denso di episodi emergenti che sembrano oggi rendere pericoloso il cammino e oscuro il futuro.
Il 20 gennaio 1993 Bill Clinton fu eletto 42° presidente degli
Stati Uniti d’America. Insieme a lui fu eletto come vicepresidente Al Gore che il 3 marzo 1993 lanciò il programma National Partnership for Reinventing Government. Tale
iniziativa aveva l’obiettivo di far recuperare credibilità all’Amministrazione centrale nei confronti dei cittadini. Il programma prevedeva la completa informatizzazione degli uffici
e dei servizi Federali e la contemporanea informatizzazione
degli uffici degli Stati, oltre che l’avvio della realizzazione di
backbone internet ad alta velocità.
Pasquale Russo - Link Campus University
Nello stesso periodo, nel giugno del 1993, Tim Berners Lee
pubblicò formalmente il linguaggio HTML su cui è basato
Internet ed il World Wide Web.
Il Governo federale USA assunse rapidamente la nuova tecnologia che diventò in breve tempo la nuova e prevalente
modalità di interazione tra la pubblica amministrazione americana, i cittadini e le imprese.
L’investimento economico, tecnologico, formativo e informativo, pubblico e privato, fu di straordinaria rilevanza e caratterizzò le due presidenze Clinton.
Nacque così in quegli anni la new economy, intesa come la possibilità di concludere transazioni economiche e commerciali
attraverso sistemi basati su informatica, più telecomunicazioni, più microelettronica.
L’introduzione di tali sistemi tecnologici consentì un incremento sostanziale del livello di complessità dei mercati, soprattutto quelli finanziari, perché la facilità della
smaterializzazione della moneta rese possibile:
•
l’ampliamento della dimensione dei mercati;
•
la velocizzazione del funzionamento dei mercati.
La possibilità che i processi economici e finanziari si potessero
quindi svolgere con certezza in un mondo connesso ha generato una pressione sulle norme che avevano fino ad allora
regolato le transazioni; tutto ciò ha portato al superamento
delle barriere doganali per la finanza con la conseguente
perdita del controllo da parte dei singoli Stati sul sistema finanziario.
É mia opinione che l’irruzione della new economy nell’economia
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Edgar Morin
“La cultura,
ormai, non solo
è frammentata
in parti staccate, ma anche
spezzata
in due blocchi”
globalizzazione
occidentale e la conseguente diffusione pervasiva
delle tecnologie web fu il momento fondante della
globalizzazione.
L’investimento USA, nato per migliorare la pubblica
amministrazione, si trasformò in un progetto
politico con l’obiettivo di far recuperare agli Stati
Uniti la leadership tecnologica e finanziaria. Così,
nelle università americane, si susseguirono scoperte
e furono attratti cervelli, brevetti e innovazioni che
hanno consentito che oggi, nel mondo, siano attivi
oltre 5 miliardi di cellulari, quasi sette miliardi di connessioni telefoniche, oltre 2 miliardi di utenti internet.
Inoltre, quasi 6 miliardi di foto vengono caricate
ogni mese su Facebook e 375 miliardi di foto vengono scattate ogni anno a mappare la Terra, infine
oltre 10 miliardi di SMS e 294 miliardi di e-mail
vengono inviati ogni giorno. Google, la più grande
azienda web al mondo, dal canto suo, ha 500.000
server a cui si connette oltre un miliardo di utenti al
giorno per fare decine di miliardi di ricerche.
Eppure, tale complessità del mondo è vissuta più
come un sistema caotico sfuggito al controllo, di cui
non si conoscono le leggi, né il progetto, lo scopo o
le finalità; tantomeno si ha un libretto di istruzioni
che consenta di assemblare i pezzi di un mondo che
sembra un insieme disarticolato e disarmonico di
parti cangianti che non ambiscono a stare insieme.
La mia opinione è che abbiamo necessità di trasformare il processo di globalizzazione in un progetto di globalizzazione definendone, appunto, lo scopo e le
leggi che devono regolarlo e scrivendo in un libretto
di istruzioni il modo per tenere insieme tutti i pezzi
ora sparsi su un pavimento virtuale.
Il G20 e le diverse aggregazioni locali di Stati nazionali (Unione Europea, Unasur, ecc) sono ancora
timidi tentativi di raggiungere non
una riduzione della complessità
del mondo, perché ciò non
potrebbe più essere, ma semplicemente per restituirle di nuovo una
sua ragione.
La complessità di una Ferrari è incommensurabilmente superiore a
quella di una Cinquecento, ma è
comprensibile, ha una sua forma
definita, perché ha lo scopo di
correre a 400 Km orari e vincere
link journal 1/2012
la Formula Uno. Dobbiamo dare senso ai nuovi
complessi sistemi umani per trasformarli in una Ferrari.
Questo che ho scritto è qualcosa in meno e qualcosa
in più di una teoria; qualcosa in meno perché lo
spazio è troppo poco per un’appropriata formalizzazione, qualcosa in più perché è parte del lavoro
quotidiano della Link Campus University dove
proviamo a rafforzare nei nostri studenti la
percezione dei processi globali perché come Edgar
Morin sostiene: ‘la cultura, ormai, non solo è frammentata
in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi’: da una
parte, la cultura umanistica che affronta la riflessione
sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale
delle conoscenze, dall’altra, la cultura scientifica che
“separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano
e sul divenire della scienza stessa”. E ancora, l’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché
ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio
compito specializzato, così come all’indebolimento
della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il
legame con la propria città: “la conoscenza tecnica è riservata agli esperti” e “mentre l’esperto perde la capacità di
concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto
alla conoscenza!”.
Diceva Einstein: “Tutti sanno che una cosa è impossibile
da realizzare, finché arriva uno che non lo sa e la inventa.”
Speriamo che le prossime generazioni di giovani non
si dibattano come noi nel tentativo di comprendere
la complessità della globalizzazione ma semplicemente la inglobino. Prepariamo leaders per un
mondo che evolve non per uno che semplicemente
cambia.
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link journal 1/2012
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E'
un mondo molto diverso da venti anni fa quello che
si affaccia alla United Nations Conference on Sustainable Development (UNCSD) il prossimo giugno
a Rio de Janeiro. Il pianeta ed i suoi abitanti soffrono oggi più
che mai le conseguenze dell'aggravamento della crisi ambientale globale, dell'aumento del divario tra elite ricche e masse
Rio+20: una porta aperta
sul futuro dello sviluppo sostenibile
povere. A Rio, venti anni fa, la comunità internazionale cercò
di consolidare un patto globale per affrontare in maniera
nuova e "visionaria" il tema della tutela dell'ambiente, elaborando nuove matrici per coniugare tale esigenza con il diritto
dei Paesi più poveri allo sviluppo. Lo ha fatto producendo
una serie di documenti ed impegni che hanno costituito un
importante tassello nella costruzione del diritto internazionale
dell'ambiente e nella storia della diplomazia multilaterale. Ed
è stato durante la Conferenza di Rio del 1992 - che fu anche
detto Vertice sulla Terra, o Eco'92 - che fu scoperto il ruolo
della società civile globale, capace di una mobilitazione sociale
senza precedent, che produsse una decisa accelerazione negli
obiettivi fin lì perseguiti dalle Nazioni Unite, spingendo il
modello multilaterale emerso dopo la fine della guerra fredda
a realizzare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità
biologica e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui
cambiamenti climatici, la Dichiarazione sulle foreste e l'Agenda 21. Si affacciava, insomma, a tre anni dalla caduta del
Muro di Berlino, un mondo nuovo e pieno di speranze. Quella
che sembrava l'alba di una storia fatta di pace e prosperità,
con le mirabolanti promesse del modello vincente della globalizzazione neoliberista, divenne l'epifania delle nuove contraddizioni. Non più il rapporto tra i paesi dell'Ovest e quelli
dell'Est, ma l'emersione di una dialettica Nord/Sud che, seppure profondamente mutata, segna di sé ancora la storia
odierna.
A dire il vero il 1992 è anche l'anno in cui si aprì qualche crepa
in una delle istituzioni finanziarie che, più di altre, svolge un
ruolo di primo piano nello sviluppo, la Banca Mondiale. Il
colpo più duro, dopo alcuni grandi scandali, lo diede però
Larry Summers allora Chief Economist della Banca e poi
consigliere economico nell'amministrazione Clinton, che proprio poco prima di Rio - ebbe ad ammettere che una delle
maniere migliori per sbarazzarsi di tecnologie sporche fosse
quella di esportarle in Paesi in via di sviluppo dove, grazie al
basso indice di crescita economica, l'inquinamento era ancora
a livelli
Gennaro Migliore - Link Campus University
bassi. Era Rio il luogo dove con veemenza si rielaborò il conflitto tra Nord e Sud del mondo, con il ricco Nord che esigeva
impegni stringenti per la tutela delle foreste tropicali, i polmoni
verdi del Pianeta, ed il Sud che chiedeva risorse finanziarie addizionali, e trasferimento di tecnologia e know-how per
crescere sulle stesse coordinate che stanno portando il pianeta
al collasso. Purtroppo molte delle aspettative di allora sono rimaste disattese.
A Rio, nel 1992, si segna uno spartiacque: si affermarono due
principi nuovi, quello precauzionale, e quello delle responsabilità comuni ma differenziate, secondo il quale i Paesi che
più contribuiscono agli squilibri ambientali dovranno svolgere
un ruolo più incisivo sia nel riorientamento delle loro politiche
interne che nel contribuire con mezzi e fondi affinché quelli
meno sviluppati possano costruire le basi per lo sviluppo
sostenibile. Se fino ad allora, e la diceva la stessa denominazione della Conferenza (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), ambiente e
sviluppo erano ancora visti come principi separati, per i quali
valeva al massimo un principio di scambio (quasi a voler segnalarne la tendenziale incompatibilità) da allora , anche se in
maniera fin troppo abusata, entra nel lessico quotidiano il termine ‘sviluppo sostenibile’, che non a caso diviene la definizione
con cui si evolve il summit fino alla denominazione odierna.
Lo ‘sviluppo sostenibile’ sta ad indicare un approccio olistico che
lega appunto lo sviluppo (inteso per i più come crescita economica) all'ambiente (visto da molti esclusivamente come
miniera di risorse naturali da usare in maniera oculata sul
lungo periodo). Parallelamente alla visione ‘ufficiale’ del concetto di sviluppo sostenibile, se ne affiancano altre che danno
maggior risalto alla giustizia sociale, alla critica del concetto
stesso di sviluppo o alla finitezza delle risorse naturali. Del
resto, questa tendenza a incorporare la dimensione sociale
come elemento fondativo si propone proprio nel vertice
Rio+10, che si tenne nel 2002 a Johannesburg, dove, anche
in virtù della forte spinta dell'allora presidente sudafricano
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64
globalizzazione
'Mbeki, si tese a sottolineare che il progresso economico di
molte aree del mondo non si era accompagnato ad un corrispondente progresso sociale. I numeri confermano che
quella preoccupazione di un decennio fa, oggi è diventata una
certezza. Dal 1992 ad oggi il Pil mondiale è cresciuto del 60%!
Venti anni di globalizzazione hanno prodotto, come ha ricordato anche recentemente il Segretario generale delle Nazioni
Unite, Ban Ki-moon, una crescita straordinaria delle ricchezze,
ma hanno anche stressato l'ambiente e persino messo in discussione alcuni ‘supporti vitali’ del pianeta. Inoltre, ricorda sempre Ban Ki-moon nel suo rapporto di preparazione al prossimo
vertice UNCSD, all'allarme ambientale si è aggiunta una vera e
propria esplosione della povertà. Una dimensione, quella della
povertà, sia assoluta che relativa, che oggi lambisce il cuore dello
sviluppato nord, in particolare a seguito della crisi economica
e finanziaria che è iniziata nel 2008.
Quindi, se nel 1992 si scoprì l'importanza di una ‘sinergia’ tra
economia e ambiente, mentre nel 2002 si pose l'accento, almeno
nei propositi, a colmare il gap sociale, nel prossimo vertice
dovranno sempre più essere prese in considerazione le radici
degli squilibri, non solo le loro manifestazioni epifenomeniche.
Del resto, anche gli attori di questi vertici hanno profondamente mutato ruolo dopo venti anni di globalizzazione: se infatti si può con certezza affermare che, dalla globalizzazione,
sono stati beneficiati alcuni grandi Paesi, in particolare quelli
che hanno preso il nome di BRICS (Brasile, Russia, India, Cina
e Sud Africa), non si può negare che le disparità sono aumentate e diventate strutturali, in particolare per quanto avviene nei
cambiamenti climatici, per la perdita irrecuperabile della biodiversità e per la stessa interruzione del ciclo dell'azoto.
Appare chiaro, quindi, che l'Onu abbia inteso organizzare
l'UNCSD puntando ad una piena integrazione delle tematiche
ecologiche e sociali, sulla base del mandato assegnato dalla
risoluzione 64/236 dell'Assemblea generale. In particolare, si
punterà l'attenzione sulla green economy, vista sia nel contesto
dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà,
che in relazione al quadro istituzionale va sempre modificato
ed aggiornato per sostenere nuove sfide globali. Determinare
una convergenza tra green economy, sradicamento della povertà e
aggiornamento del quadro istituzionale, diviene l'obiettivo fondamentale della Conferenza. In particolare, dopo il parziale fallimento del vertice sui cambiamenti climatici a Durban, che
pure si è concluso con un impegno ad aggiornare entro il 2020
il trattato di Kyoto, l'aspettativa sui risultati di Rio+20 è diventata molto più pressante. Inoltre, vale la pena di sottolineare il
ruolo che intende svolgere Dilma Roussef, in particolare dopo
lo straordinario discorso pronunciato per l'inaugurazione dell'ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite sul tema della
lotta alla povertà. La presidente brasiliana tenterà di ottenere
degli impegni più concreti dalle nazioni del Nord del mondo
link journal 1/2012
sul piano ambientale, sebbene la sua formazione industrialista
la stia facendo entrare in conflitto con i settori più avanzati dei
movimenti ecologisti.
Eppure, la questione fondamentale che sottende questi tipi di
vertice è sempre la stessa: perché falliscono? E, se falliscono,
ce ne è ancora bisogno nel nuovo contesto globale? Penso
che sia doveroso partire dal secondo interrogativo, rispondendo affermativamente. I vertici sul clima e quello di Rio
sono le uniche sedi nelle quali si discuta realmente del tema
dell'uguaglianza e della convivenza del genere umano.
Non accade così per i vertici dell'Omc o nelle agenzie delle
Nazioni Unite. Si tratta di agende che mettono in campo una
esigenza fondamentale, quella del trasferimento di ‘ricchezze’,
siano esse materiali che di conoscenza, dai più ricchi ai più
poveri. Le stesse procedure negoziali sono un terreno indispensabile, a maggior ragione nel tempo di questa crisi, per
trattenere un filo di responsabilità comune tra le nazioni e per
le future ge-nerazioni. Vanno tenuti anche secondo l'opinione
della maggior parte dei movimenti che li contestano, che
spesso ne rappresentano la vera essenza democratica (si pensi
all'emergere del tema beni comuni, a partire dall'acqua come
bene strategico in ogni contesto, nazionale e sovranazionale).
Eppure sono quasi sempre falliti. La dinamica, cui accennavo
in precedenza, si è cristallizzata negli anni: il nord ricco chiede
al sud di ridurre le emissioni nocive (ed è vero che la Cina e
l'India sono oramai i maggiori emettitori di inquinanti); il sud,
in forte ascesa, ricorda che l'emissione pro capite e, soprattutto, quella storica, sono tutte ascrivibili al nord e che, per
conseguire la fuoriuscita dalla povertà per miliardi di persone,
non possono essere costretti a bloccare il proprio sviluppo
economico. Inoltre, si registra un vero e proprio paradosso
che ci racconta quanto siano inadeguati i meccanismi regolativi che conosciamo. Quando si incontrano i più potenti leader
del pianeta non si riesce ad ottenere neanche un minimo impegno, mentre se ci si sposta a scale più ridotte, dai comuni
alle regioni, le azioni virtuose possono determinare cambiamenti assai significativi.
Sarà indispensabile, allora, che i temi affrontati dai prossimi
vertici, a partire da Rio+20, divengano davvero il patrimonio
di un dibattito da svolgersi su scala nazionale e globale, con
un vero coinvolgimento delle società civili. Del resto, il principio su cui si fonda la green economy, sottratta dalle furbe manipolazioni di chi ne vede solo i margini di business, è proprio
quello di favorire una prossimità ‘democratica’ del ciclo economico. Secondo l'Ocse gli investimenti verdi, l'ecoriforma
fiscale (come per esempio la carbon tax), le energie rinnovabili,
la sostenibilità agricola, l'internalizzazione del costo sociale e
ambientale nei prezzi delle commodities (per ottenere ciò che
si chiama ‘prezzo giusto’), la corretta gestione dei rifiuti, sono
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link journal 1/2012
globalizzazione
tutt'altro che ostacoli alla crescita economica. Si tratta, invece,
di veri e propri motori per lo sviluppo sostenibile. Bisogna,
in definitiva, praticare davvero un approccio win-win, iniziando
dallo smentire alcune bugie che, ideologicamente, vengono
propinate per ridurre gli sforzi tesi ad ottenere un risultato
positivo. Volete un esempio? Secondo uno studio dell'Ue in
media si sovrastima l'impatto economico degli investimenti
verdi, il doppio di quanto sia quello effettivo a rendiconto!
Si tratta, quindi, di conquistare un vero spazio pubblico
affinché i governi, spesso condizionati dalle esigenze di politica interna, possano discutere con i cittadini i caratteri
fondamentali di scelte che avranno un impatto decisivo sul
futuro. È un impegno che dovrebbe essere preso da ciascun
abitante del pianeta, poiché non possiamo lasciare la terra
peggio di come ce l'hanno consegnata i nostri padri.
Rio de Janeiro Summit 1992
United Nations Summit on
Environment and Development
RIO DECLARATION ON ENVIRONMENT
AND DEVELOPMENT
(Rio de Janeiro, 3-14 June 1992)
La Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo,
Riunita a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992,
Riaffermando la Dichiarazione della Conferenza delle Nazioni Unite
sull'ambiente adottata a Stoccolma il 16 giugno 1972 e nell'intento di
continuare la costruzione iniziata con essa,
Allo scopo di instaurare una nuova ed equa partnership globale, attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, i settori
chiave della società ed i popoli,
Operando in direzione di accordi internazionali che rispettino gli interessi di tutti e tutelino l'integrità del sistema globale dell'ambiente e
dello sviluppo,
Riconoscendo la natura integrale ed interdipendente della Terra, la
nostra casa,
proclama
Principio 1
Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo
sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva
in armonia con la natura.
Principio 2
Conformemente alla Carta delle Nazioni ed ai principi del diritto internazionale, gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le proprie
risorse secondo le loro politiche ambientali e di sviluppo, ed hanno il
65
dovere di assicurare che le attività sottoposte alla loro giurisdizione o
al loro controllo non causino danni all'ambiente di altri Stati o di zone
situate oltre i limiti della giurisdizione nazionale.
Principio 3
Il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare
equamente le esigenze relative all'ambiente ed allo sviluppo delle generazioni presenti e future.
Principio 4
Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell'ambiente
costituirà parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere
considerata separatamente da questo.
Principio 5
Tutti gli Stati e tutti i popoli coopereranno al compito essenziale di
eliminare la povertà, come requisito indispensabile per lo sviluppo
sostenibile, al fine di ridurre le disparità tra i tenori di vita e soddisfare
meglio i bisogni della maggioranza delle popolazioni del mondo.
Principio 6
Si accorderà speciale priorità alla situazione ed alle esigenze specifiche
dei paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli più vulnerabili sotto
il profilo ambientale. Le azioni internazionali in materia di ambiente e
di sviluppo dovranno anche prendere in considerazione gli interessi e
le esigenze di tutti i paesi.
Principio 7
Gli Stati coopereranno in uno spirito di partnership globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l'integrità dell'ecosistema terrestre. In considerazione del differente contributo al degrado
ambientale globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro
nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le
pressioni che le loro società esercitano sull'ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono.
Principio 8
Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile e ad una qualità di vita
migliore per tutti i popoli, gli Stati dovranno ridurre ed eliminare i modi
di produzione e consumo non sostenibili e promuovere politiche demografiche adeguate.
Principio 9
Gli Stati dovranno cooperare al fine di rafforzare le capacità istituzionali endogene per lo sviluppo sostenibile, migliorando la comprensione
scientifica mediante scambi di conoscenze scientifiche e tecnologiche
e facilitando la preparazione, l'adattamento, la diffusione ed il trasferimento di tecnologie, comprese le tecnologie nuove e innovative.
Principio 10
Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare
la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli. Al livello
nazionale, ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni
concernenti l'ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese
le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunià, ed avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali. Gli Stati
faciliteranno ed incoraggeranno la sensibilizzazione e la partecipazione
del pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni. Sarà
assicurato un accesso effettivo ai procedimenti giudiziari ed amministrativi, compresi i mezzi di ricorso e di indennizzo.
Principio 11
Gli Stati adotteranno misure legislative efficaci in materia ambientale.
Gli standard ecologici, gli obiettivi e le priorità di gestione dell'ambiente
dovranno riflettere il contesto ambientale e di sviluppo nel quale si applicano.
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66
globalizzazione
Gli standard applicati da alcuni Paesi possono essere inadeguati per altri
Paesi, in particolare per i Paesi in via di sviluppo, e imporre loro un
costo economico e sociale ingiustificato.
Principio 12
Gli Stati dovranno cooperare per promuovere un sistema economico
internazionale aperto e favorevole, idoneo a generare una crescita economica ed uno sviluppo sostenibile in tutti i Paesi ed a consentire una
lotta più efficace ai problemi del degrado ambientale. Le misure di politica commerciale a fini ecologici non dovranno costituire un mezzo
di discriminazione arbitraria o ingiustificata o una restrizione dissimulata
al commercio internazionale.
Si dovrà evitare ogni azione unilaterale diretta a risolvere i grandi problemi ecologici
transfrontalieri o mondiali dovranno essere
basate, per quanto possibile, su un consenso
internazionale.
Principio 13
Gli Stati svilupperanno il diritto nazionale
in materia di responsabilità e risarcimento
per i danni causati dall'inquinamento e altri
danni all'ambiente e per l'indennizzo delle
vittime. Essi coopereranno, in modo rapido
e più determinato, allo sviluppo progressivo
del diritto internazionale in materia di responsabilità e di indennizzo per gli effetti
nocivi del danno ambientale causato da attività svolte nell'ambito della loro giurisdizione o sotto il loro controllo in zone
situate al di fuori della loro giurisdizione.
Principio 14
Gli Stati dovranno cooperare efficacemente
per scoraggiare o prevenire la ricollocazione
o il trasferimento in altri Stati di tutte le attività e sostanze che provocano un grave degrado ambientale o si dimostrano nocive per
la salute umana.
Principio 15
Al fine di proteggere l'ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il metodo precauzionale. In caso di
rischio di danno grave o irreversibile, l'assenza di certezza scientifica
assoluta non deve servire da pretesto per differire l'adozione di misure
adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il
degrado ambientale.
Principio 16
Le autorità nazionali dovranno adoperarsi a promuovere l’internalizzazione dei costi per la tutela ambientale e l'uso di strumenti economici,
considerando che, in linea di principio, è l'inquinatore a dover sostenere
il costo dell'inquinamento, tenendo nel debito conto l'interesse pubblico
e senza alterare il commercio e le finanze internazionali.
Principio 17
La valutazione d'impatto ambientale, come strumento nazionale,
sarà effettuata nel caso di attività proposte che siano suscettibili
di avere effetti negativi rilevanti sull'ambiente e dipendano dalla
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decisione di un'autorità nazionale competente.
Principio 18
Gli Stati notificheranno immediatamente agli altri Stati ogni catastrofe
naturale o ogni altra situazione di emergenza che sia suscettibile di produrre effetti nocivi imprevisti sull'ambiente di tali Stati. La comunità
internazionale compirà ogni sforzo per aiutare gli Stati così colpiti.
Principio 19
Gli Stati invieranno notificazione previa e tempestiva agli Stati potenzialmente coinvolti e comunicheranno loro tutte le informazioni pertinenti sulle attività che possono avere effetti transfrontalieri seriamente
negativi sull'ambiente ed avvieranno fin dall'inizio con tali Stati consultazioni in buona
fede.
Principio 20
Le donne hanno un ruolo vitale nella gestione dell'ambiente e nello sviluppo. La loro
piena partecipazione è quindi essenziale per
la realizzazione di uno sviluppo sostenibile.
Principio 21
La creatività, gli ideali e il coraggio dei giovani di tutto il mondo devono essere mobilitati per creare una partnership globale
idonea a garantire uno sviluppo sostenibile e
ad assicurare a ciascuno un futuro migliore.
Principio 22
Le popolazioni e comunità indigene e le altre
collettività locali hanno un ruolo vitale nella
gestione dell'ambiente e nello sviluppo grazie
alle loro conoscenze e pratiche tradizionali.
Gli Stati dovranno riconoscere la loro identità, la loro cultura ed i loro interessi ed accordare ad esse tutto il sostegno necessario a
consentire la loro efficace partecipazione alla
realizzazione di uno sviluppo sostenibile.
Principio 23
L'ambiente e le risorse naturali dei popoli in
stato di oppressione, dominazione ed occupazione saranno protetti.
Principio 24
La guerra esercita un'azione intrinsecamente
distruttiva sullo sviluppo sostenibile. Gli Stati rispetteranno il diritto internazionale relativo alla protezione dell'ambiente in tempi di conflitto
armato e coopereranno al suo progressivo sviluppo secondo necessità.
Principio 25
La pace, lo sviluppo e la protezione dell'ambiente sono interdipendenti
e indivisibili.
Principio 26
Gli Stati risolveranno le loro controversie ambientali in modo pacifico
e con mezzi adeguati in conformità alla Carta delle Nazioni Unite.
Principio 27
Gli Stati ed i popoli coopereranno in buona fede ed in uno spirito di
partnership all'applicazione dei principi consacrati nella presente
Dichiarazione ed alla progressiva elaborazione del diritto internazionale
in materia di sviluppo sostenibile.
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globalizzazione
Resolutions for Sustainable
Development voted on in the UN
General Assembly 23.12.2011
The developing world’s vulnerability to the prevailing
multiple global crises and preparations for the June 2012
United Nations Conference on Sustainable Development were prominent among the concerns of the Second Committee (Economic and Financial) as the 42 draft
resolutions and 4 draft decisions it had recommended
for action by the General Assembly were adopted today.
Among the texts adopted — all but four without a vote
— were two brand new texts, the first titled “Towards
global partnerships”, which called on the international
community to continue promoting multistakeholder approaches to development. The second, “People’s empowerment and a peace-centric development model”,
noted theproposal by the Prime Minister of Bangladesh
to host an international conference on the subject during
the first half of 2012.
However, the focus fell on sustainable development
ahead of the upcoming Conference on Sustainable Development, known as “Rio+20”, with the Assembly
adopting 16 draft resolutions and 2 draft decisions on
the subject. One new text dealt with international cooperation and coordination for the rehabilitation and economic development of the Semipalatinsk region of
Kazakhstan. Another noted the failure of donors to
meet their commitments on official development assistance (ODA), stressing the vital importance of aid to financing for development, and of greater South-South
cooperation.
Another adopted text stressed the challenges posed by
desertification, land degradation and drought, including
67
to food security in developing countries, and emphasized
the need for financial resources, technology transfer and
capacity-building to meet them.
Recorded votes were requested before action on two
draft resolutions dealing with sustainable development.
By the terms of one text, the Assembly requested for
the sixth consecutive year that Israel compensate
Lebanon and Syria for the pollution of their shores that
followed the destruction of oil storage tanks near
Lebanon’s El-Jiyeh power plant. Compensation was expected promptly and to be adequate to restore the marine environment and repair the environmental damage.
The Assembly adopted that draft by a recorded vote of
165 in favour to 8 against (Australia, Canada, Israel, Marshall Islands, Federated States of Micronesia, Nauru,
Palau, United States), with 6 abstentions (Cameroon,
Central African Republic, Colombia, Gabon, Panama,
Tonga). (See Annex II for voting details).
Adopted by a recorded vote of 141 in favour to 2 against
(South Africa, Venezuela), with 33 abstentions was a text
on agricultural technology for development. By its terms,
the Assembly urged the strengthening of international
efforts to develop sustainable agricultural technologies,
and their transfer to developing countries under fair
terms. It also requested that the United Nations promote, support and facilitate the exchange of experiences
among Member States on ways to augment sustainable
agriculture and management practices. (Annex III)
On the subject of the International Strategy for Disaster Reduction, the Assembly adopted a draft resolution that expressed deep concern over the number
and scale of disasters and their impact on sustainable development, especially in developing countries.
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globalizzazione
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Centrale tra gli argomenti della Conferenza sarà il lavoro e la disoccupazione giovanile
Jobs and the issue of Youth unemployment
O
ne of the critical issues on the agenda
for Rio+20 is jobs.
As member states start their
negotiations on the first two
sections of the zero draft-the Major Group of Children
and Youth urge them not to
forget the growing crisis of
youth employment.
Why Youth?
Youth unemployment differs substantially from adult unemployment in both cause and solution. In 2010, an estimated
75.1 million young people in the world struggled to find work,
and youth were almost three times as likely as adults to be unemployed. Tackling youth unemployment and underemployment , by ensuring decent jobs will directly contribute to the
promotion of environmentally-sustainable growth and
poverty eradication. Hence, the youth bulge and associated
labour market conditions should be critical factors in the evaluation of sustainable development policies, especially those
designed to increase green jobs. Meaningful youth participation is paramount to design new programmes, and enhance
existing ones that are effective and work for young people
themselves. Young people should be involved as solid partners in all stages when planning policy and programmes.
Tackling Youth Unemployment --Raising youth up in an economic down-turn Job creation programs and policy frameworks must mitigate the global economic downturn’s
disproportionate impact on youth. Long term analysis has
shown that part of the issue is a “transition” problem, with
young people needing time to accumulate the experience and
skills required to find good jobs . However, policy programs
-- such as tax breaks for youth-hiring employers, vocational
training programs, financial support for young entrepreneurs,
and micro finance -- can greatly increase youth participation
in the overall economy. Partnerships between the private sector, governments and civil society organizations are needed
to improve the targeting of young workers, and the effective
deployment of capacity building programs. To promote job
growth, governments and the international community
should also implement financial and macroeconomic measures, including bank and debt restructuring, and eliminate discriminatory regulations. Policy frameworks must emphasize
the need for adequate labour market information, policy monitoring, and program evaluation to help provide better jobs
for young people.
Some initial recommendations:
1. Including a Youth Guarantee in the social protection schemes, including the UN sponsored Social Protection Floor Initiative
A Youth Guarantee will ensure that youth labour market inactivity would not exceed a period of four months. Such a
policy measure will help young people keep in touch with the
labour market and keep updating their skills and competences,
and contributing to their employ-ability. A Youth Guarantees
will offer a more tailored approach in helping young people
deal with the structural failures of the labour market will
eventually build trust and confidence, and are more likely to
strengthen the labour market ties and participation rates for
the future. This should become a standard feature in social
protection schemes, especially when these are devised with
the assistance of the UN.
2. The creation of a Global Education Fund
In many countries, globalisation and technological changes
have created urgent demands for new forms of skill development to meet economic and social needs. The promotion
of education for sustainable development, and the establishment of training institutions, vocational programs for professional development, as well as the recognition of non-formal
education are crucial.
A Global Education Fund must be co-managed by donors,
recipient countries, non-governmental organizations, and experienced intergovernmental organisations such as UNESCO.
The fund must include an independent secretariat with effective ownership of global education initiatives and ability to
manage its own funding.
3. Record and consider the impacts on youth of labour and macroeconomic policies
Promoting labour-intensive sectors such as green jobs are key
to generating employment opportunities for young persons,
particularly in transition economies. Yet, governments cannot
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globalizzazione
fix what they cannot measure. An UN-sponsored collaboration between the ILO YEN, UNEP and other relevant agencies should systemically monitor how much youth are
benefiting from these programs and provide assistance to national labour statistics agencies on tracking these data.
69
Sustainability Panel on youth unemployment and youth participation. We will soon have more on jobs...
-----------------------------------Bibliography
4. Improving Youth Participation
The Adoption of either one global, or several regional conventions based on principle 10 of the Rio Declaration .
Such instrument could serve as a tool of enshrining participation as a right, and upgrade existing participation practices.
Hence a compliance mechanism is crucial and could potentially be modeled to the compliance mechanism of the Aarhus
Convention.
The inclusion of civil society representatives and youth representatives in bureaus and boards of relevant bodies for
youth development is necessary, regardless of its political
process or implementing instrument nature. This could be inspired by different models already in existence, such as the
UNAIDS Programme Coordinating Board or the Council of
Europe’s Joint Council on Youth. In case a Sustainable Development Council is established, a strong youth-presence in
the governance of the Council should be one of the criteria
guiding its establishment.
The support of young people and their organisations to participate in the decision-making process, though the recognition that participation is more than access and needs
empowered actors. It is crucial to give an explicit mandate
and adequate resources for UNDESA to empower young
people to be involved into decision making. The de-facto inclusion of youth-representatives in the National Sustainable
Development Councils (NSDCs). Youth are one of the
Agenda 21 Civil Society Sectors that are too easily forgotten
in the make-up of these NSDCs. In councils where young
people are included, their membership is often limited to an
observer role. Hence a balanced representation of the Agenda
21 interests is crucial when redesigning the NSDCs. Where
such councils already exist, they should be strengthened and
provided with the adequate resources, political leverage and
support by exchanging best-practices.
5. Improving representation of young and future generations
Furthermore, we call for the establishment of an independent
Office of the UN High Commissioner for Future Generations. The High Commissioner would have both an agendasetting and advisory role with regard to the long-term
environmental and social coherence and impacts of UN agencies, policies and programmes and other multilateral treaties.
It would function in close cooperation with civil society. This
office would also support the capacity of developing countries to establish effective mechanisms of intergenerational
accountability.
Please note this article is based on the UNCSD Major Group
of Children and Youth's contribution to input for the Global
Coenjaerts, Ernst Fortuny, Rei, and Pilgrim (2009), “Promoting ProPoor Growth--Youth Employment”. ILO and YEN, Geneva.
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Betcherman,B., Godfrey,M., Puerto,S., and Rother, F. and Stavreska, A.
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Findings of the Youth Employment Inventory” Social Protection Discussion Paper No. 0715. World Bank, Washington, D.C.
Freeman, R. and D. Wise (eds.) (1982), “The Youth Labour Market
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Chicago Press.
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48-49, and pp56-60.
ILO (2011), “Global Employment Trends for Youth”, ILO,
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ILO: Key Indicators of the Labour Market, 7th Edition
(Geneva, 2011), Chapter 1, section A for more information on
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Global Compact on Universal Education. Working Paper for
the Council on Foreign Relations.
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incontri
70
Prof.
Vincenzo Scotti
Presidente
Link Campus
University
Prof.
Joseph Mifsud
Presidente
EMUNI
University
Slovenia
Prof. Ilan Chet
Deputy
Secretary-General
of UfM
Unione per il
Mediterraneo
Spagna
Prof. José Antonio
Cobacho Gómez
Rettore
Università
di Murcia,
Spagna
Prof.
Eduardo González
Mazo
Rettore
Università
di Cadiz
Spagna
Prof. José Antonio
Cobacho Gómez
Rettore
Università
di Murcia, Spagna
Prof.
David Faraggi
Università
di Haifa
Israele
Prof.
CatherineVesprini
Presidente
Institut EuroMéditerranéen
en Science du Risque
(IEMSR) Svizzera
link journal 1/2012
Il futuro delle Università del Mediterraneo
Incontro tra i Rettori
sul ruolo delle Università
nel cambiamento globale
N
ell’ambito della presentazione
delle Borse di studio offerte
dall’Inpdap, in collaborazione
con l’Emuni e la Link Campus University,
istituzioni da sempre impegnate sul tema
della formazione nell’area euro mediterranea con particolare attenzione alla mobilità degli studenti e dei docenti ed allo
scambio di esperienze accademiche ed
istituzionali di alto profilo ai vari livelli, si
è svolta una tavola rotonda con i rappresentanti di alcune Università del Mediterraneo dedicata al tema dell’ampliamento e
della cooperazione culturale a favore delle
giovani generazioni.
Le Università hanno svolto un ruolo, sino
ad oggi, tradizionale lungo tre direttrici :
l’educazione, la ricerca e l’innovazione.
Oggi sono obbligate ad ampliare lo sforzo
per adattarsi al cambiamento globale e
dare risposte sempre più incisive e reali.
Non è più sufficiente avere buone tecniche di insegnamento per una buona formazione degli studenti, occorre coniugare
la formazione con il mondo economico e
la ricerca scientifica, non quale prospettiva
ideale ma riuscendo a costruire una connessione stabile tra questi diversi fattori
della società senza per questo eludere il
complesso sociale e le altre discipline che
lo regolano.
Lo studente deve essere sempre più al
centro dell’Università come futuro homo
faber e preparato a lavori sempre più qualificati secondo le esigenze sociali e in base
all’evoluzione costante del mondo del lavoro. Il legame Università/mondo del lavoro diverrà sempre più saldo perché
deriva da una sentita esigenza sociale di
avere uomini sempre più preparati nei diversi settori.
Nello svolgere questo compito le Università, oltre le necessità che pone o
porrà la ricerca scientifica, avranno il
compito, se non la responsabilità, di favorire un cambiamento della riflessione
umana a favore di una società più giusta
ed equilibrata, in cui, e questo vale anche
per l’Europa, le diseguaglianze e le esclusioni sociali possano essere riassorbite in
valori universalmente acquisiti.
Sarà importante educare gli studenti, unitamente alle discipline accademiche scelte,
ai valori di giustizia e uguaglianza e ciò al
fine di predeterminare una società economicamente stabile e forte nel rispetto
dei diritti umani.
L’importanza di un raccordo tra le Università del Mediterraneo per favorire la libera
circolazione sia dei docenti che degli studenti deriva dal fatto che sarà possibile
creare un’unica area universitaria di vaste
proporzioni che vedrà coinvolti i diversi
atenei impegnati in finalità, inizialmente
similari, per giungere ad un unico modello
di insegnamento e sviluppo culturale.
Sino ad oggi questa opportunità non è
stata colta in ambito europeo perchè non
si era capito che il lavoro congiunto favorisce l’integrazione, la creazione di
nuovi posti di lavoro, maggiori opportunità per la ricerca e lo studio dei fenomeni
complessi, sia sociali che economici, che
permetterebbero all’Europa, attraverso
una maggiore integrazione degli Istituti
universitari, una più veloce integrazione
tra i popoli grazie all’innovativo impegno
dei giovani e dei docenti.
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link journal 1/2012
incontri
71
Workshop on Internationalisation through University Cooperation
in the Field of European Studies
T
he Centre of Excellence Altiero Spinelli (CEAS) and
the Euro-Mediterranean University (EMUNI University) as part of activities under the cooperation agreement, at the Link Campus University in Rome, held a working
meeting dedicated to the development of proposals for post graduate courses (Masters) and research projects in the field
of European studies (Institutional and Political Integration,
Economic, Social and Territorial Cohesion, European policies
on immigration, european citizenship, security and justice, external action and policies Neighbourhood and Partnership),
focused on the development of euro-Mediterranean relations,
in order to facilitate mobility of students and teachers of the
Mediterranean countries, particularly from the southern shore
of the Mediterranean. The meeting, coordinated by prof. Luigi
Moccia, President CeAS, and prof. Joseph Mifsud, President
EMUNI, was held in the premises of the Centre and at the
Link Campus in Rome, David Faraggi, Rector of the University of Haifa (Israel) and Juan María Vázquez Rojas, ViceChancellor, Research & Intl. Campus, University of Murcia
(Spain) , Massimo Silvestri, Director of the ISSEA Research
Institute, University Polytechnic of Lugano (Switzerland), Alejandro del Valle Galvez, Deputy Rector and Head Master Programmes of the University of Cadiz (Spain) and Catherine
Vesperini, President of the Euro-Mediterranean Institute of
Risk Science (France). Responding to the questions of the students, Prof. Ilan CHET, Vice-president of UfM on charge of
higher education and research insisted on the important role
of the universities to the peace process, he indicated that universities can help a lot this process because if it brings students
from the south to get good education in the north and it will
help their employability and mobility and this will increase the
standing of living in the south. Prof. Ilan Chet indicated that
meeting in universities and in institutions can help a lot in development projects, for example Palestinian authority suggested a project of salunation of water in Gaza, all the
countries supported this project and also Israel because it is a
humanistic project, so if they design a good project for the
benefit of all the people this doesn't influence the differences
in cultures or polical problems.And finally he insisted that the
cooperation between the UfM and EMUNI in some studies
programs in master and PhD in organization democratic, organization of students from different countries, in some fields
as studying democratization, human rights, good governance,
all this subjects can help today improve the situation and he
thinks that now due to the Arab spring that the universities can
fulfill what needed as far as culture and education. In her
speech, Prof. Vesprini answered two fundamentals questions.
First, the president of the Institute for Euro-Mediterranean
of Sciences of Risk, showed that the management of natural
risk or natural disasters requires a comprehensive management
and cannot be completed in an individual way, however this is
facing financial problems (imbalance between the rich north
and poor south) and also the lack of a culture of risk management in the countries of the Mediterranean , that's why the
need and the importance of this institute in EMUNI to help
and educate people in these countries regarding the importance
of risk management. In addition, Prof. Vesprini stressed the
importance of civil Security and she has set a good example
of a civilian organization in this field in Italy. But this is insufficient because of the difficulty of communication in the population, for her, it is essential to train people in this area for
the management of natural risks. In his intervention, Prof. Dr.
David Faraggi, President of University of Haifa, points out
the importance of integration between all people in his university, he precised that there is about 900 students from all
the world, America, Europe, Asia and they study and live together without problems and they are a good friends of the
university. The most important thing, as he said, the mobility
of the students coming from all the places and meeting people
both Palestinians and Israelian in the campus with different religions and cultures and after one year they come back with
new view of the political situation. And he included that specially social integration is a part of life on the city of Haifa
they really transform in a peace and quiet and they can go
abroad as ambassadors of peace. Prof. E.G.Mazo, University
of Cadiz, précised that they had a long tradition with University studies linked with America and Spanish from a big period,
but now their objectives are focused in sciences of the sea disciplines and they focused specialization in this field which are
multi-discipliners. In other hand, Prof. Mazo informed the students present in this meeting that they have more specialized
items with their foundation University-Enterprise which
adopts different kinds of studies; post-graduate studies, lifelong learning studies; for different situations they face now in
this crises period.
About the strategy of international relationship in the Mediterranean, he precised that their approach is now to work with
the universities which are closer and on front of them as Tanja
University and Tetwan University in administration and mobility of students and professors which give opportunity to
work with them as a practical approach. And he believes that
their specialization in Master in international and immigration
needs to specialize students in this topic because they have
bilingual master in English and Spanish. He suggests that Internationalization means that the master is in different languages, and immigration refer to co-problems of multicultural
problem in Europe, and this gives opportunity for their students to talk and discuss and find solutions for this problems
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iTest your University Choice:
l’app per orientarsi nell’Università
Link Campus University lancia l’applicazione per iPhone, iPad
e dispositivi Android: iTest your University Choice. Si tratta di
uno strumento-gioco nuovo, efficace e semplice da usare, destinato a quanti si trovano alle prese con la scelta della facoltà universitaria a cui iscriversi.
Grazie a questa nuova app, gli studenti potranno facilmente
orientarsi nel mondo universitario e scoprire il percorso di studi
più adatto a loro.
Rispondendo ad una serie di domande, che permettono di evidenziare le abilità trasversali, gli interessi e gli hobby, iTest your
University Choice sarà in grado di valutare le risposte e consigliare il corso più in linea con la personalità, i punti di forza e le
capacità dello studente.
L’app è un prodotto originale Link Campus University e offre un
valido supporto nella scelta della facoltà più coerente con le attitudini e le aspirazioni professionali dei ragazzi.
Semplicissimo da usare: inserendo i propri dati si accede al Test.
Rispondendo a otto blocchi di domande (gate), vengono analizzate inclinazioni e potenzialità dell’utente, che ottiene una prima
indicazione di orientamento universitario.
Inoltre, inserendo il proprio numero di cellulare, l’utente riceve
via SMS un profilo personalizzato.
L’app è già disponibile sull’Android Market e dopo il 10 settembre sarà disponibile anche su iTunes Store. Trovi ulteriori informazioni e istruzioni per l’uso su universitychoice.net,
orientamentouniversitario.net.
La scelta del tuo futuro è una conquista importante. Orientati con
noi!
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link journal 1/2012
Link Campus University
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Link Campus
Link Campus University, in linea con la propria vocazione internazionale e con la tradizione di università che ambisce a formare i migliori professionisti per un mondo che cambia, sta realizzando un ambizioso programma di
proiezione internazionale. In questo quadro, sono state inaugurate due rappresentanze prestigiose della Link Campus University a Lima (Perù) e a Cordoba (Argentina) e sono stati attivati importanti rapporti di collaborazione
con un gruppo selezionato di Università in Europa, Mediterraneo ed America Latina.
Link Canpus è l’Università del merito e, all’iscrizione, premia con borse di studio gli studenti migliori delle scuole superiori.
Perchè Link Campus University
√
Perchè il modello didattico è finalizzato alla formazione
di professionisti e manager per il mondo che cambia capaci
di progettare e governare processi innovativi.
√ Perchè il valore aggiunto che rende particolare l’offerta
Link Campus University è costituito da:
- formazione integrata fra università ed aziende;
- largo spazio alla metodologia ed al problem solving;
- studio in più lingue;
- uso dei più avanzati strumenti informatici;
- obbligo di frequenza;
- certezza di sostenere gli esami nei tempi previsti grazie
all’assistenza di tutor dedicati;
- formazione individuale mirata allo sviluppo globale
della personalità
- collegamento con Università straniere di tutti i Paesi
in cui svolgere un semestre di studio (Study Abroad);
- Welfare & Student Affairs;
- collegamento con le aziende per gli stage;
- orientamento;
- placement.
√ Perchè con il Programma Skills, attraverso alcuni moduli
di insegnamento comuni a tutti i corsi di laurea, Link Campus
University aiuta lo studente da un lato a valorizzare ogni aspetto della propria personalità e dall’altro ad acquisire le competenze e le abilità necessarie per operare con successo anche
con organizzazioni pubbliche e private, a livello sia strategico
che organizzativo.
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EURILINK EDITRICE
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link journal 1/2012
Vincenzo Scotti
Victoria Tauli-Corpuz
Bruno Taralletto
Si confrontano oggi due possibili letture; quella giudiziaria e
quella storico-politica. Scotti affronta la lettura storico-politica
e il conseguente giudizio sul
comportamento delle istituzioni
e della politica.
L’Autrice mette in risalto le incongruenze delle risoluzioni del
terzo millennio che non tengono
conto delle aspettative dei popoli indigeni, spingendoli così
verso una completa marginalità.
“La Casta” ha sconcertato i cittadini svelando nei particolari
ciò che tutti già conoscevano in
generale della inefficienza della
Pubblica Amministrazione.“La
Dissipazione” di Bruno Taralletto ci indica il passo successivo.
pp. 240 euro 18,00
I popoli indigeni alle soglie
del terzo millennio
pp. 112 euro 14,00
La dissipazione
pp. 200 euro 18,00
Guendolyn S. Chabrier
Giuseppe Ruggiero
Abdel Bari Atwan
Dietro al filo spinato è il resoconto fedele e accuratamente
documentato del clima sociale e
politico della Germania prebellica, del disfacimento e della caduta di un popolo soggiogato
dalla malia di Hitler.
Riflettendo sull’ultimo scritto dedicato a Gramsci da Palmiro Togliatti, poche settimane prima di
morire, si avrà modo di scoprire
un tema attraente del quale finora
ci si è scarsamente occupati.
L’unica intervista rilasciata da
Osama Bin Laden ad un giornalista non residente nei territori
di fede islamica.
Fermezza o Tolleranza?
La scelta difficile contro la mafia
Dietro al filo spinato
pp. 210 euro 18,00
Luigi Paganetto, a cura di
AA.VV
Chi deve pagare il
costo della ricapitalizzazione delle banche e dello Stato?
Debiti sovrani
pp.140 euro 16,00
Tra Cremlino, Gramsci
e Togliatti
pp. 336 euro 18,00
Luigi Paganetto, a cura di
AA.VV
La storia segreta di AlQaeda
pp. 304 euro 18,00
Luigi Paganetto, a cura di
AA.VV.
Mezzogiorno
tra crisi globale,
Mediterraneo
e federalismo
fiscale
La scelta del nucleare
dipende dalla valutazione delle condizioni
che rendono opportuno l’investimento rispetto alle altre fonti
di energie.
pp.130 euro 14,00
Nucleare come?
pp.160 euro 15,00
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