“SARÒ BREVE
E CIRCONCISO”
Vicende semiserie di un sindaco
di
Marco Borgogno
Copertina: portale del municipio - disegno di Claudia Bruna Rosso
Era il luglio del 2000, il più brutto periodo della mia
vita. Mi avevano diagnosticato un cancro al fegato. Tre
giorni dopo festeggiavo il gemellaggio con BREIL; molti borgarini si erano recati nel grazioso villaggio francese. Io, per
tentare di isolarmi ed evitare chiacchiere futili, ero andato
sin là con il gruppo dei motociclisti ed avevo retto bene a
tutta la cerimonia … con la morte nel cuore. Poi, dopo pochi
mesi di accurate ispezioni del mio corpo, finalmente i medici
espressero il verdetto: si può trapiantare un organo “nuovo”.
Cominciò così uno di quei periodi che non si augurano nemmeno al peggior nemico, che si concluse tuttavia positivamente otto mesi dopo, nella notte tra il 4 ed il 5 aprile del
2001. Solo la mia famiglia era informata della circostanza e
fortunatamente l’attività quotidiana e convulsa di sindaco
tenne impegnata la mia mente. Ma quando si assopiva il normale esercizio intellettivo, il mio cervello girava a velocità
supersonica. Decisi così di impegnare il mio tempo libero con
uno dei miei passatempi: la scrittura.
Sul mio computer si concretizzavano però solo prose negative: la tendenza a vittimizzarsi in questi casi è molto forte.
Ogni scritto – anche se forse era tra i più poetici che avessi
mai stilato – sapeva troppo di testamento. Cancellai tutto e
mi misi a buttare giù qualcosa di allegro. Non so se piacerà
al lettore, ma sicuramente qualche sorriso lo strapperà anche
ai più esigenti. Sono altrettanto certo che molti borgarini riconosceranno la loro immagine in questo testo che è tuttavia
assolutamente impersonale.
Ora, dopo sei anni di vita normale, dedico con grande
emozione questo libretto a quell’Anonimo che non c’è più ma
che mi ha ridato la vita. È nulla in confronto a quello che Lui
ha fatto per me.
Ma lo rivolgo anche, come segno di speranza, ai molti
che in questo momento soffrono di mali fisicamente e psicologicamente così terribili.
Marco Borgogno
Borgo San Dalmazzo, 5 aprile 2007
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PREMESSA
Nei miei molti anni di vita pubblica ho avuto la possibilità
di sentire nel mio piccolo ufficio migliaia di persone. In questi
numerosi approcci con la gente, mi sono capitati alcuni momenti
di vera ilarità.
Non da meno sono state le amenità vissute anche fuori delle
mura della casa comunale e nella mia complessa attività di sindaco. Ho purtroppo dimenticato molti di questi aneddoti che
hanno condito positivamente la spesso grigia vita del mestiere di
sindaco, divisa equamente tra momenti di mugugno e altri
d’adulazione interessata.
Tra questa materia aneddotica non si possono dimenticare
le lettere e le pubbliche orazioni. L’italiano non è una lingua facile da scrivere e, quando il cittadino si rivolge all’autorità costituita, tenta di complicarsi la vita per sembrare “più ufficiale”. Al
sindaco giungono talvolta lettere lunghissime scritte a mano.
Molte volte l’incertezza della grafia e l’eccessiva ridondanza
“borbonica” mi hanno costretto ad invocare l’aiuto di qualche
paziente dipendente per una trascrizione leggibile. Anche i discorsi pubblici hanno talvolta il loro lato comico (quante volte
ho sentito dire seriamente “sarò breve e circonciso”); è piena
l’Italia di coloro che definisco “microfomani”. Quando s’aggrappano ad un microfono non si fermano più.
Dal 17 aprile del 1982 (giorno della mia elezione dopo 12
anni di fiera opposizione liberale) il mio ufficio, al quale mi sono
troppo affezionato per pretendere un locale più adatto, è stata
meta continua di cittadini.
Ho raccolto le confessioni di centinaia di pensionati, di
sfrattati, di senza lavoro, di diseredati dalla sorte, di tartassati,
di multati, di donne sole, di persone bisognose solamente di es-
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sere sentite per sfogare i loro rancori contro il mondo. Ho sentito
le pazzie più assurde con gran riservatezza, sapendo di fare del
bene. Ho ascoltato storie di coloro che soffrono di mania di persecuzione o di megalomania.
Leggo ormai con precisione cronometrica negli occhi di chi
entra nello ”stanzino” il motivo della loro visita. Potrebbero fare
a meno di parlare, ma non posso privare di questa soddisfazione
chi si è ripetuto per ore in testa il discorso da fare all’autorità costituita. Così sto a sentire per cinque, dieci, quindici... minuti,
cose per me scontate, rendendomi conto che chi le dice soffre
molto o sa recitare molto bene.
M’ immedesimo nei casi più pietosi, anche se so che ben difficilmente riuscirò a risolverli.
Talvolta viene anche qualcuno per complimentarsi sinceramente; allora (è inutile negarlo) sento suonare le campane.
Dopo aver dedicato un tempo ragionevole al mio interlocutore ed all’ennesima riproposizione dello stesso tema (è abitudine
comune pensare che la ripetizione del concetto ne avvalori la veridicità) e dopo aver dato le risposte necessarie incomincio ad innervosirmi perché fuori chi aspetta diventa sempre più teso.
Allora con indifferenza mi alzo dalla sedia in senso di cordiale
commiato; non sempre il dirimpettaio comprende e resta incollata
alla sua. Allora, comincio ad arrabbiarmi... ed è così che si perdono consensi e si rovina l’effetto “terapeutico” della seduta.
Non è sbagliato parlare di “seduta”, perché un sindaco deve
essere anche uno psicologo. Tutti i casi di “pazzia” finiscono davanti a quella scrivania come per aggrapparsi ad uno spuntone
di roccia sul baratro. Loro però non sanno che spesso quest’appiglio è cedevole e credono fermamente nella figura che sta loro di
fronte. Talvolta ciò serve ad allentarne le loro ansie, almeno per
un po’.
Bella la vita del sindaco, sempre criticato, sempre adulato,
sempre spettegolato, considerato un inetto cretino od il migliore
del mondo; odiato con lo sprezzo più grande od amato con i sentimenti più nobili.
Per questo, dopo aver discusso per trent’anni d’autostrade,
di trafori internazionali e di situazioni barbose, voglio tentare di
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ricordare alcune delle cose più strampalate, più simpatiche e più
divertenti che mi sono capitate. Sono poche al confronto di quelle
che ho irrimediabilmente dimenticato, ma mi auguro riescano
ancora a divertirmi ed a convincermi che sia valsa la pena occuparsi per tanti anni della “res pubblica”.
Marco Borgogno
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L’UFFICO DEL SINDACO
Per meglio comprendere alcune delle storie che andrò
a raccontarvi, è bene conoscere il “sito” dove la maggior
parte di queste è avvenuta.
Quando nell’ottantadue iniziai la mia carriera di
“primo cittadino”, qualcuno aveva già pensato che era
giunta l’ora di creare un apposito ufficio per il sindaco.
Prima di allora l’esercizio di questa funzione non godeva
di spazi riservati.
Va detto che la mentalità dei “vecchi”, un po’ ipocrita,
era quella di non spendere una lira per questioni considerate futili. E un locale apposta per il sindaco poteva essere
considerato uno spreco.
Il mondo però cambia e così trovai, al mio arrivo, un
ufficio da finire che era stato sottratto al segretario comunale, il quale a sua volta si era scelto un locale ben più
grande, ove prima era situata la segreteria, il cuore pulsante d’ogni amministrazione.
Per renderlo più austero in conformità alla figura da
ospitare, un amministratore del tempo aveva deciso di arredarlo in modo impeccabile. Non si può negare che lo stabile del Municipio sia quanto di peggio si possa offrire alla
vista del viandante e così almeno la “sala” del sindaco doveva diventare un gioiello.
L’occasione di recuperare alcune porte della vecchia
villa seicentesca dei Durandj (la vecchia casa di riposo)
aveva così permesso di utilizzare dei serramenti eccezionali, anche se un po’ estranei al contesto. Ai muri una tappezzeria damascata rossa ed una scrivania con due sedie in
noce stile barocco; un vecchio orologio a pendolo ed un
mobile antico con ribaltina, ghermito all’asilo Tonello,
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
completarono l’arredamento. In un angolo un’antica alabarda (arma pericolosissima) che non ho mai usato perché
al sindaco non è mai stata concessa -come a James Bond –
la licenza di uccidere.
Tutta questa solennità per la verità cozza con l’angustia del locale (circa 10 mq.) e lo fa sembrare un po’
“kitsch”. Tutti ci affezioniamo alle cose e così non ho mai
preteso migliorie (tranne l’eliminazione del damasco),
anche quando la Giunta voleva impormelo.
Più di due persone per volta è impossibile ricevere e
se il numero è maggiore devo spostarmi nell’attigua sala
giunta, usata anche per la celebrazione dei matrimoni e
che non è propriamente “la fine del mondo”.
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IO PAGO LE TASSE
Signor sindaco, sono un cittadino che paga le tasse!
Quante volte, con tono perentorio, mi sono sentito rivolgere questa frase, sempre rigorosamente al singolare.
Il pensiero di questo cittadino modello è sempre rivolto agli altri che, pur essendo evasori, godono d’ogni attenzione da parte della pubblica amministrazione.
Se però chiedo loro il nome degli “altri”,si chiudono
in un sussiegoso silenzio, quasi a dire: “Non sono mica una
spia...io!”.
Ho imparato che, dopo questa affermazione d’integerrima onestà morale, arriva una sequela di recriminazioni e di gravi ingiustizie subite da loro, gli ”onesti”. Chi
la pronuncia vuole far trasparire con sottile malizia che gli
amministratori pubblici sono tutti dalla parte degli “altri”
e -quando va bene- sono di una mediocrità disarmante:
certo ci fossero loro a governare!
Non si rendono conto, questi pessimisti congeniti, che
in tal caso toccherebbe a loro passare dalla parte sbagliata.
Quali i motivi del contendere di questi cittadini esemplari? Mai di carattere generale!
Per esempio: i bidoni delle immondizie sono sempre
dislocati sotto le finestre di chi “paga le tasse”; perché non
spostarli sotto le finestre degli evasori? Ma non troppo distanti, se no sono scomodi. Perché solo la loro strada è
piena di buche? Perché i botolini delle fognature davanti
alle loro case fanno rumore quando passano i veicoli? Perché “gli altri” hanno la luce pubblica davanti casa? Perché
solo le aule dei loro figli hanno i muri scrostati e la mensa
scolastica non prevede almeno tre scelte per ogni portata?
Perché la loro acqua potabile è “gialla” e la stanza dei loro
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
parenti in casa di riposo ha una pessima vista? Come mai
lo spartineve lascia uno spesso cordone di neve davanti al
portone della loro casa proprio mentre stanno per uscire e
perché il loro marciapiede non è stato spazzato? Perché le
panchine pubbliche sono poste solo per far sedere gli altri?
Perché i vigili fanno le multe solo a loro?
Sono questi gli assilli di coloro che “pagano le tasse”.
Gli unici ad essere tartassati dalle imposte senza mai nulla
avere in cambio!
La conclusione è scontata: tanto vale essere disonesti!
Rimango a sentire le lamentele di questi probi senza
reagire; conosco a memoria questa tiritera e dico a me
stesso “in fin dei conti sono pagato anche per questo, nessuno mi ha obbligato a fare il sindaco“. Cerco di far capire
loro che se riuscissi a risolvere i problemi di tutti non lascerei nulla da fare ai successori, ma mi rendo conto che la
mia difesa è senza speranza.
Solo una volta ho goduto intimamente. Il giorno dopo
l’udienza di uno di questi miei concittadini, mi trovai ad
esprimere con la Giunta il parere di congruità su una considerevole multa che gli era stata appioppata a seguito di
accertamento fiscale. È impossibile giudicare senza elementi, ma una legge assurda allora voleva così. Pur col
dubbio che la Guardia di Finanza avesse sbagliato, si aprì
uno squarcio di sereno! Anche lui era passato dalla parte
degli “altri”.
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MATRIMONIO.... D’AMORE
Ero giovane sindaco, alle prime armi; allora i matrimoni civili erano una rarità, quasi uno scandalo.
Di fronte a me nel mio studiolo due donne, non più
giovani, sui sessanta.
“Signor sindaco” -mi dice una delle due con grande
titubanza e con voce bassa pur non essendovi alcuno nelle
vicinanze – “siamo qui per la celebrazione di un matrimonio civile. Come si svolge?”
“Deve essere fatto nei locali comunali aperti al pubblico e quindi in orario d’ufficio” – rispondo con sicurezza.
Interviene l’altra compagna che comprendo essere la
sorella:
“Non può venire a casa nostra? Sa, lo sposo non può
camminare molto, non sta tanto bene”.
“Mi dispiace, è impossibile, ma si potrebbe ovviare
celebrandolo in un ufficio al pian terreno anziché al primo
piano in sala Giunta, se non avete troppi invitati” confermo con cordiale fermezza.
”Saremmo solo noi sposi ed i testimoni, non tanto
chiasso”-ribadisce timidamente la seconda –“qualsiasi
posto andrebbe bene; potremmo portarlo con una macchina e farlo accedere al piano terreno; ma, signor sindaco
è proprio sicuro che non possa venire a casa nostra?”
“È la legge, mie care signore”.
“Se è cosi ci arrendiamo alla legge” dicono in coro le
due donne non senza una punta di rammarico.
“D’accordo, allora stabiliamo la data e datemi per cortesia il nome degli sposi”
“Nessuna obiezione sulla data, qualsiasi giorno e
qualsiasi ora va bene purché non ci sia molta gente in giro
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
e si faccia con urgenza: va bene un mattino presto, di mercoledì”.
Mi comunicano, con voce sempre più bassa, il nome
della sposo e poi si fermano.
Alzo lo sguardo dalla mia agenda dove sto scrivendo
i dati e chiedo: “Il nome della sposa, per piacere?”
Le due donne si scrutano, si interrogano in silenzio;
poi come in un sussurro scaturisce all’unisono dalle loro
bocche:
“La fai tu?”
N.B. Il matrimonio non fu mai celebrato. Evidentemente lo sposo non resse alla notizia
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GALEOTTO FU IL PINOT ROSSO
Questa è storia antica, quando ancora esercitavo il
mio mestiere di consigliere liberale di minoranza
La parola ecologia era appena stata inventata.
Si doveva ovviare, allora come adesso, ai problemi
della polvere del cementificio borgarino. In consiglio eravamo tutti esperti di filtri per le polveri. È la cosa più deleteria quando un politico assurge al rango di tecnico: ogni
maggioranza sceglierà sempre i filtri sbagliati per l’opposizione.
Allora, con grande spirito democratico si costituisce
una “Commissione” con la partecipazione delle minoranze.
Così, quando la maggioranza non sa quali pesci pigliare, riesce ad insabbiare tutto; ma la minoranza è tacitata e tutti sono contenti.
Si era saputo che in Friuli si era trovata la soluzione al
problema: l’uovo di Colombo. Un cementificio aveva eliminato le ciminiere e faceva uscire il fumo a terra in un
grande ed alto stanzone senza tetto dove avveniva naturalmente la separazione tra la materia pesante, che ricadeva
a terra nello stanzone e la parte di vapore acqueo, che saliva in cielo. Col senno di poi, potrebbe sembrare roba da
barzelletta sui cuneesi, ma tutti erano convinti di questa
nuova scoperta, anche i tecnici della provincia friulana che
prontamente Borgo aveva assunto come esperti.
La Commissione, sindaco di allora, assessori e consiglieri partì per Pordedonone; in tutto due macchine, il meglio della politica borgarina (non per nulla ero tra questi!).
In serata alloggiamo presso il grand’hotel della zona;
la cena fu servita su un ampio tavolo ovale con l’assistenza
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
di un buon numero di camerieri e di sommelier. Fu proprio
l’abilità di questi ultimi che “costrinse” alcuni dei nostri
ad abbondanti degustazioni delle specialità enologiche
della zona.
Ad un certo punto mancò il vino e non essendovi,
come alle nozze di Cana, Gesu’ Cristo, un assessore all’asciutto cominciò a battere furiosamente con un coltello
su una bottiglia rimasta inesorabilmente vuota gridando:
“Cameriere, un morto”. L’invito perentorio era di sostituire il cadavere della bottiglia con un’altra ancora viva.
Cosa che fu prontamente eseguita tra lo scetticismo dei camerieri in livrea.
Non fu quello un buon esempio di galateo vista anche
l’austerità del locale; l’imbarazzo generale, seguito da un
silenzio improvviso condito da uno stentato sorriso di
comprensione dei presenti, accolse quella sortita
Il giorno dopo, visita al cementificio. Alcuni fumi
della sera si mischiarono a quelli della fabbrica. Nessuno
capiva granché, ma tutti assentimmo con la simulazione
più sfacciata alla relazione dei tecnici; fino all’ora di
pranzo!
Un ristorantino tipico, ospiti della direzione dello stabilimento; si pranzò bene ma il vino era addirittura migliore di quello della sera avanti. Il Pinot Rosso,
sconosciuto ai più che solo avevano gustato quello Grigio,
la fece da padrone. Non certo per la politica (il rosso significava ancora molto) ma soprattutto per l’enologia, quel
vino accomunò ogni ideale.
Nei bauli delle due auto, già pieni di valige, si trovarono degli interstizi che accolsero amorevolmente un gran
numero di bottiglie di quel nettare; il viaggio era lungo;
poi mica si poteva arrivare a Borgo a mani vuote!
Pomeriggio: riunione dal Presidente della Provincia
alla presenza delle autorità locali e dei tecnici dei filtri delle
polveri.
Entrammo in una sala moderna ma prestigiosa; da un
lato la scrivania del Presidente, intorno le poltrone per le
autorità più grandi, dietro normali sedie per quelle minori.
Affabilmente il Presidente fece accomodare il nostro
GALEOTTO FU IL PINOT ROSSO
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sindaco e l’assessore delegato “alle polveri” nei posti privilegiati.
Poi, in un attimo, la catastrofe. Il nostro assessore era
anche il più profondo assertore dell’amicizia tra i popoli e
della non violenza. Per questo, in preda all’ebbrezza più
totale, stava citando Ghandi come fosse stato suo compagno di scuola.
Si avviò con fare incerto ma altero verso il posto assegnatogli e vi cadde sopra maldestramente. Non si accorse,
il meschino, del trabocchetto e sbagliò la mira. La sua poltrona, che sotto i piedini aveva le rotelle, partì come un
razzo nella direzione opposta alla sua rovinosa caduta.
Ci mettemmo un po’ di tempo, soffocando l’ilarità generale, sia pur camuffata da dignitosa ufficialità, a districare il nostro assessore finito sotto la scrivania del
Presidente. Uscì da sotto un po’ malfermo, sorretto da pietose braccia e con malcelata indifferenza si sfregò dignitosamente le parti lese e si spolverò gli abiti per darsi un
contegno.
Tutto riprese come prima, ma ben pochi degli uditori
quel giorno capirono quale fosse il sistema per eliminare
da Borgo le polveri del cemento. Ci stiamo pensando ancora oggi.
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MATRIMONI CIVILI
Quella del Matrimonio Civile è una grande istituzione. In meno di dieci minuti è tutto finito ed in modo indolore.
Il problema dei problemi è però rappresentato da quei
maledetti fotografi (anche loro devono pur vivere) che non
riescono a tener piede alla velocità del celebrante.
Dopo molti anni sono giunto ad un compromesso ed
ogni tanto mi fermo per permettere il cambio del rullino.
Ma non è di questo che voglio raccontarvi.
Quando iniziai l’attività mi posi un tremendo interrogativo: devo fare la “predica”?
La risposta venne chiara dal mio modo liberale di
pensare e fu tassativa: no!
Sia perché non è giusto scimmiottare gli altri. Poi perché in fin dei conti chi viene per sposarsi ha fatto la sua
scelta, sa a cosa va incontro! Cosa avrebbe da aggiungere
un sindaco se non una parola di buon augurio, il classico
mazzo di fiori e ogni tanto il bacio alla sposa?
Ciò però – oltre ai fotografi - spesse volte non piace ai
parenti che sembrano interrogarti con gli occhi: “Già finito? Tutto qui?”
In questi casi, sensibile agli sguardi di delusione, aggiungo tre parole personalizzate alla coppia.
Anche questo però ha i suoi effetti: talvolta arriva il
padre della sposa, quasi sempre commosso e piangente (la
madre in quei momenti è completamente fusa), e ti piazza
un diecimila in tasca. Una volta mi capitò -per evidenti meriti oratori eccezionali – un cinquantamila.
È inutile rifiutare, si offenderebbe a morte. Ho provato alcune volte, poi ho desistito.
MATRIMONI CIVILI
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Così il giorno dopo devo fare la reversale dell’incassato nelle casse del comune.
Questo capitava una volta, oggi però, con il proliferare dei matrimoni in Comune e delle fotocamere digitali,
la gente è diventata più avara, oppure il celebrante non riesce più ad evocare nobili gesti. Pazienza, almeno non devo
più fare la reversale.
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COLPO DI STATO?
“Posso entrare?”. Una voce suadente si sente al di là
della porta seicentesca del mio ufficio.
“La prego, si accomodi” rispondo in tono conciliante,
nonostante sia il decimo ospite della mattinata ed io abbia
dato fondo alle residue forze fisiche e mentali.
“Con chi ho l’onore di parlare?” continua la voce fattasi concreta: un omone grande e distinto con l’aria da manager.
Poiché sulla porta sta scritto “sindaco” mi sembra una
domanda inutile, ma confermo: “Sono il sindaco”.
“The major?” sottolinea il sopraggiunto.
Qualcosa non mi torna: tutto subito penso ad un insulto, poi mi rendo conto della citazione in inglese fatta da
chi ha chiare inflessioni piemontesi.
Il concittadino che, a dir suo, ha girato il mondo, odia
l’Italia e per questo non ne riconosce l’autorità, tanto da
non nominare nemmeno il nome del primo cittadino in lingua madre.
Mi rendo subito conto che il “caso” è di quelli disperati, l’ora è tarda, dovrò pranzare dopo le due. Allora inizio
l’interrogatorio invocando, tra noi uomini di mondo, la
sintesi come miglior comprensione.
L’interlocutore è d’accordissimo; i suoi problemi, pur
gravi, non richiedono molto tempo per la loro enunciazione. Eppoi il tempo è denaro!
Dopo oltre mezz’ora, stomaco vuoto e zuccheri ridotti
al lumicino, tento di arginare il fiume in piena.
Si tratta di un caso di “presunta” evasione, e considerato che nessuno ama riconoscere questa colpa, gli alibi per
dimostrare il contrario sono di una fantasia insuperabile.
COLPO DI STATO?
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Tutto dipende dalle disfunzioni del Comune. Il mio interlocutore però trasforma il tutto in un “ j’accuse” contro il
Governo, il Capo dello Stato, il Parlamento, la Regione, la
Provincia. Solo “the major” che gli sta di fronte può capire
le sue pene.
Comprendo vigliaccamente, preso dai morsi della
fame, che l’unico modo per mettere fine a questo tormentone è accondiscendere alle tesi “golpiste” dell’italiano
pentito.
“Ritorno all’estero”, dice sull’uscio il manager internazionale “ trovo dieci uomini giusti, non di più, torno e sistemiamo l’Italia. In quanto alle tasse evase da pagare,
vedremo chi comanderà tra un po’?” ed esce contento di
avere finalmente trovato un alleato alle sue tesi reazionarie.
Ecco come un sindaco, talvolta, stanco e distrutto dai
morsi della fame, può evitare, con il più vile opportunismo, una repentina guerra civile.
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L’EX CELODURISTA
La notizia è di quelle serie!
Borgo San Dalmazzo ha dato i natali ad un sant’uomo
nel 1867. Fattosi missionario e finito - bontà sua – nell’isola
caraibica di Santo Domingo ha lasciato un gran ricordo del
suo impegno, tanto che a morte avvenuta nel 1939 gli è
anche stata intitolata una città.
Evidente orgoglio dell’intraprendenza borgarina capace di unire l’utile al dilettevole.
Sulla fine del secolo scorso (parlo del 1900) il popolo
dominicano con le sue massime autorità civili e religiose
(anche loro necessitanti di santi e navigatori come noi) ha
deciso di iniziare la beatificazione del Padre ed è venuto
alla ricerca delle sue origini.
È nata così un’amicizia tra la gente dell’isola ed i borgarini ed il sindaco (che sarei io) è stato “costretto” a recarsi più volte nei Caraibi.
In questi amabili viaggi tra vescovadi e cattedrali, tra
bellezze naturali e monumenti meno belli, ho avuto modo
di vivere un momento così spontaneo ed esilarante che è
difficile renderlo godibile anche ai lettori.
Eravamo a San Pedro de Macoris per intitolare una
strada al Padre Missionario, posto ove nel 1900 sbarcò e
dove, si dice, vivano le etnie esteticamente più affascinanti
dei caraibi.
L’accoglienza per noi europei è sempre calorosissima.
Due vescovi, un senatore, due deputati, il governatore ed
il sindaco, oltre una marea d’altre autorità. L’assessore borgarino ed il sottoscritto al centro del gruppo.
Il coro, vestito in modo impeccabile con lunghi cami-
L’EX CELODURISTA
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cioni verdi e neri inizia gli inni nazionali.
Tutti sono in silenzio, ma dalla folla salta fuori un italiano (ce ne sono parecchi in cerca del paradiso perduto)
attratto dalla mia fascia tricolore.
Noncurante del momento solenne si para davanti e
mi dice: “ Non ci posso credere, un sindaco italiano. Che ci
fai qui?”.
Sono impettito “sugli attenti” come tutti gli altri schierati e gli faccio capire a gesti che preferirei parlargli dopo.
Neanche per sogno; lui insiste: “Io sono del settentrione, del bresciano, sarai mica terrone?”.
La Lega ha fatto proseliti anche qui! L’esecuzione
degli inni sembra non finire mai e per togliermelo dai piedi
bofonchio a mezza bocca con la convinzione di tranquillizzarlo: “Sono del nord”.
Non è contento l’italiano senza paradiso e, da buon
celodurista, continua: “Sono qui da tre anni, sai, ho quattro
donne in casa..... ma lui non ce la fa più“. Quest’ultima
frase è condita da un ondeggiamento del braccio a penzoloni verso il basso.
Gli inni stanno finendo, i vescovi guardano increduli
quel tipo dalla mimica impareggiabile che se ne va come
nulla fosse; io mi vergogno in questo momento d’essere
italiano, ma sono contento di aver finalmente trovato un ex
celodurista.
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LA RETTA SPARITA
Le rette dell’asilo nido sono troppo alte! Si riunisce il
“comitato dei genitori” e decide la guerra all’amministrazione.
Ricevo, con l’assessore competente, una delegazione
di scalmanati: ”Le rette imposte dal Comune sono esorbitanti, non manderemo più i nostri bambini bla... bla”
Rispondiamo che: “I costi sostenuti dall’Amministrazione per ogni singolo bambino sono più elevati di quanto
costerebbe una baby-sitter a casa bla... bla... bla...”.
L’incontro non è soddisfacente; i genitori si autoconvocano (allora era di moda) in riunione.
L’atmosfera è calda, si alza la voce, si discute animatamente; tutti hanno ragione. Una bella mammina è però
particolarmente agitata: “Così non è possibile andare
avanti; le rette sono troppo care rispetto agli altri asili nido,
la nostra famiglia deve pagare una cifra esagerata, non abbiamo soldi a sufficienza!”.
La interrompo cordialmente e le chiedo: “Signora,
può dirmi quanto sta pagando per la sua bambina?”
Percepisco uno strano imbarazzo, l’agit-prop improvvisamente smette di berciare e si zittisce come spaurita.
Poi tra la ”suspence” che si è creata, afferma candidamente: “Non lo so!”
Tutto finisce con una risata.
Ancora oggi, quando incontro quella signora mi coglie una gran tenerezza.
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ASSOCIAZIONE SENZA “SCOPO”
L’uomo che mi sta di fronte è particolarmente ossequioso, ridondante ed eccessivo, anche se con una buona
proprietà di linguaggio. Rappresenta uno degli ordini cavallereschi più antichi del mondo.
Avrei sempre immaginato che gli aderenti ad un ordine tanto importante fossero vestiti con mantello nero, feluca e spadone.
Lui no. È vestito in modo più che normale: camicia a
colori e maglioncino un po’ “giusto”. Anche se ordinato,
sembrerebbe più un rubizzo salumiere che un nobile cavaliere.
Rimango a sentire le sue istanze, pieno di buona volontà per tentare di risolvergli i problemi.
Ad un certo punto, per avvalorare il suo prestigio, mi
assicura di essere anche presidente della FIDCA.
Sfido ognuno di voi, avendo di fronte uno che sta parlando ansimando con concitazione, a percepire quella “D”
inserita in mezzo a quest’abbreviazione.
Capisco, quindi, quello che avrebbe compreso chiunque altro e mi domando se effettivamente possa esistere
una sigla tanto equivoca.
La parola è ribadita più volte ed ogni volta mi sfugge
quella maledetta consonante dentale. “Che esista davvero
un’organizzazione simile?”, penso allora con curiosità.
Immagino subito il clamore che susciterebbe un movimento con questo appellativo ed a quale numero di adesioni potrebbe facilmente giungere in poco tempo. Sono
anni che i peggiori maschilisti invocano un partito con
quel simbolo come unica salvezza della nostra democrazia. Io, che sono un inveterato democratico, non potrei mai
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
aderire ad un gruppo tanto becero e discriminatorio, ma
qualche mio amico sarebbe sicuramente interessato alla
”cosa”.
Mentre mi trastullo con queste idee balzane, il cavaliere che mi sta di fronte, inconscio dei miei stralunati pensieri, continua imperterrito l’illustrazione degli ”scopi
filantropici” della sua iniziativa senza “scopo di lucro”
I conti tornano – dico tra me –; se non vi é nemmeno
il lucro negli scopi chissà quanti focosi adepti potranno
convergere su questa iniziativa.
“Basta!”_ mi dico” non é possibile”. Comincio allora
uno strategico interrogatorio per capire meglio cosa rappresenti questa strana parola.
Faccio domande serie e ponderose, per capire se lo
“status giuridico” di questa associazione attenga al diritto
pubblico od a quello privato. Gli chiedo, con gentilezza, se
può fornirmi lo statuto.
L’amabile interlocutore mi fornisce il suo biglietto da
visita: é zeppo di strane scritte, di citazioni auliche in gotico, ci vuole un momento per leggerlo; mentre sono avidamente alla ricerca della spiegazione di quella parola, sono
freddato dal cavaliere: “Non troverà il nome di quella federazione sul biglietto, quella é l’altra delle mie funzioni
ed in questo momento non ho le credenziali con me”.
Mi rotolerei per terra dalla delusione, ma nulla traspare dal mio volto. Pazienza, mi dico, pervaso ormai nei
miei pensieri dal doppio senso più indecente; non tutte le
ciambelle riescono col buco.
Tento un ultimo aggiramento: “Grazie molte, signore,
per la sua cortese e disinteressata istanza; mi fornisca una
richiesta dettagliata con tutte le funzioni e le finalità delle
associazioni che rappresenta: cercherò di accontentarla”.
“Se é per questo”, mi dice infine con nobiliare riluttanza “avrei una lettera intestata, ma mi sembra inadeguato presentarla alla vostra signoria”.
Ed a quel punto scopro finalmente che qualla maleddetta “D” aveva rovinato tutti i miei filantropici pensieri e
che i miei amici sarebbero restati a bocca asciutta.
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IL BENEMERITO
DELL’ESTORSIONE
Trovo tra la posta del mattino una lettera chiusa, l’indirizzo é scritto con grafia incerta. È normale che l’ufficio
segreteria non apra le lettere personali o quelle dubbie.
Questa “puzza” di anonimato lontano un miglio.
Le lettere anonime sono abominevoli; in un comune
come il nostro se ne ricevono una trentina all’anno, equamente divise tra quelle di insulti al sindaco od all’Amministrazione Comunale ed altre di comunicazione su
nefandezze altrui.Va detto che per molte di queste si capisce facilmente chi sia l’anonimo e si restringe la “rosa” dei
colpevoli a pochi individui. Talune di queste sono trasmesse alla magistratura, le più banali vengono cestinate.
Per quella che mi trovo sott’occhio é impossibile scoprirne
il mandante: si tratta di una lettera di estorsione. Dovrei
depositare 50 milioni in un giorno ed in un’ora stabilite ai
piedi di un albero segnato con una bindella bianco-rossa in
un boschetto facilmente individuabile.
A prima vista mi pare uno scherzo di qualche buontempone. Sono sul punto di cestinarla, quando chiedo consulto al segretario comunale e decidiamo di avvisare i
carabinieri.
Il tenente dell’Arma é un buon amico, giovane e
molto operativo. Ogni tanto andiamo insieme in “gazzella” per qualche operazione congiunta. Anche a lui la lettera non sembra troppo seria, ma il rischio esiste e
decidiamo di abboccare alla richiesta.
Poniamo in un secchio dei fogli di carta impacchettati
a mo’ di banconote, cosparsi da una polverina magica ed
organizziamo la consegna.
28
SARÒ BREVE E CIRCONCISO
Nel frattempo gli uomini dell’Arma si sono già piazzati per il controllo e per poter vedere di notte chiediamo
aiuto al colonnello degli Alpini per farsi prestare i binocoli
a raggi infrarossi.
Un sabato pomeriggio,non senza un brivido di paura,
mi inoltro nel boschetto per depositare l’esca.
Al tramonto del giorno dopo due bambini vengono a
prelevare il “bottino”. I carabinieri li seguono ed individuano il responsabile: il loro padre, un calabrese trapiantato in zona da alcuni anni. Operazione conclusa, abbiamo
preso il mandante!
Due anni dopo mi trovo in Tribunale per il processo
“all’indiziato di reato”. Non ho né acredine né rancore,
anche se molti dei vicini di casa mi erano venuti a raccontare di nascosto delle piccole estorsioni subite dal losco individuo.
Nel corridoio una signora in nero, la moglie dell’imputato, si getta ai miei piedi invocando clemenza a voce
spiegata. Sono infastidito dal gesto plateale che richiama
parecchia gente; rispondo di non essere il giudice, caso mai
la parte lesa. Dibattimento, toghe, pubblico ministero, difesa; si giunge rapidamente alla sentenza.
A questo punto ogni lettore si chiederà cosa vi sia di
divertente in questo breve racconto.
Ci credereste? L‘imputato fu assolto con formula
ampia perché la lettera anonima non conteneva minacce
tali da sembrare pericolose. Tutto il nostro lavoro di “intelligence” e di appostamenti era andato in fumo!
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È SERENO MA... PIOVE!
La scenetta che andrò a descrivere deve avere una piccola premessa. Dopo i disastri del ‘94 si scoprì che la causa
delle alluvioni non era il buon Dio che voleva così punire
gli uomini delle loro nefandezze, ma erano i prefetti, i sindaci e quei pochi altri che si occupano di strade e di ponti.
Così, appena si ode il fragore di un tuono, o peggio
dopo una segnalazione meteo, si innesca un procedimento
di “scarica barile” tipo quello usato in marina per il trasferimento degli ordini verbali!
È passata da circa mezz’ora la mezzanotte. Suona il
telefono di casa.
È cosa abbastanza normale che suoni il telefono anche
di notte nella casa di un sindaco: ci si abitua, ma ci si appresta a rispondere con una certa ansia
“Scusi, sig. sindaco, é la Prefettura”. Per quanto grave
possa essere la notizia tiro un sospiro di sollievo” sono la
dottoressa X.Y., abbiamo ricevuto ora un dispaccio urgente
dalla Protezione Civile che ci invita, dalle ore zero di oggi,
alla massima allerta per precipitazioni abbondanti.”
Un po’ insonnolito balbetto: “Quindi dovrebbe già
piovere da mezz’ora”.
“Secondo il dispaccio direi di sì“ borbotta la voce imbarazzata della dottoressa, anch’essa svegliata nel cuore
della notte.
“Scusi un attimo” replico. Apro la porta e mi precipito
fuori: mai cielo fu più terso e splendente.
Ritorno al telefono ed affermo. “Qui ci sono le stelle!”.
“Anche qui, signor Sindaco, ma non possiamo omettere la trasmissione di un dispaccio urgente ai sindaci tito-
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
lari di COM (Centri Operativi Misti) per le operazioni di
competenza”.
“Grazie e buona notte” bofonchio.
Le operazioni di competenza mi costringerebbero a
svegliare gli altri ventidue colleghi che fanno capo al nostro centro di crisi. Me ne guardo bene e vado a dormire.
La mattina dopo un sole splendido illumina le nostre montagne. Alla faccia della Protezione Civile, delle previsioni
del tempo, dei dispacci e delle Prefetture! Il buon Dio si
era preso una piccola soddisfazione ed i “responsabili”
delle alluvioni potevano tirare il fiato.
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IL BECCHINO INNAMORATO
La notizia é ghiotta, rimbalza di bocca in bocca: é lo
scandalo! Il Sindaco deve intervenire.
Sono giunte tre lettere (con firma rigorosamente illeggibile e senza indirizzo del mittente), ma anche per strada
qualcuno ha bisbigliato non solo al Sindaco ma anche al
segretario comunale che al cimitero succedono “cose turche”.
In orario di apertura uno dei necrofori si é fatto (il
verbo é lasciato alla libera interpretazione di ognuno) la
morosa.
Le accuse paiono rivolte più alla trascuratezza delle
attività da svolgere che alle eventuali attività personali.
Ma l’ammiccante sguardo dei denuncianti ed il dilagante pettegolezzo fanno intuire ben altro.
Non si può negare che la cosa abbia qualcosa di simpaticamente perverso o -perchè no- di sentimentale. Così
si cerca di tergiversare con la speranza che tutto si acquieti.In fin dei conti siamo esseri umani!
Invece no! Lo scandalo continua ed allora si decide
che il capo del personale (il segretario comunale) convochi
il sospetto per un chiarimento. Il colloquio avviene a porte
chiuse e non dà gli effetti sperati: nessuna ammissione di
colpa (la buona prassi è quella di negare sempre), ma l’avvertimento è in ogni modo lanciato.
D’altro canto questo solo voleva essere lo scopo dell’incontro.
La sollevazione però non si placa! Viene portato, sempre con richiesta di rigoroso anonimato, qualche straccio di
prova.
Tocca al sindaco la convocazione dell’indagato per
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
ovviare al fatto che sulla porta del camposanto venga
posta la targa “chiuso per amore”.
È un colloquio imbarazzante, condotto con la più ipocrita volontà repressiva, ma anche con compiacente ironia
non disgiunta da una malcelata comprensione. Il dipendente, per fortuna, non se ne rende conto; se ne sta con il
cappello in mano sulle ginocchia ravvicinate e con il capo
chino tentando di smentire lo smentibile.
Faccio il burbero, poi il faceto, non mi interessa la veridicità dei fatti- dico - mi interessa che “ la moralità, l’integrità e l’operosità dell’Ente vengano salvaguardate.”
Parole grosse degne di miglior causa. Ma vorrei aver
visto uno di voi al posto mio!
Il poveretto se ne va balbettando, con soggezione, parole di scusa e di pentimento, ma anche con l’intima convinzione di non aver commesso nulla di male. In fin dei
conti nessun contratto sindacale vieta esplicitamente attività amorose in orario d’ufficio.
L’incontro ottenne comunque l’effetto sperato, ma mi
sono sempre chiesto se tutte quelle “denunce” non fossero
solo il frutto dell’invidia e della gelosia delle purtroppo
molte vedove dedite alla loro giornaliera passeggiata al cimitero.
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LA COTOLETTA
Si era fatta violenta la polemica sull’ inadeguato servizio della ditta che forniva la ristorazione. L’indice era
puntato non tanto sulle quantità - pur non abbondanti ma sulle qualità.
Per gli anziani, specialmente quelli ospitati nella Casa
di Riposo, i pasti rappresentano l’unico momento importante della giornata. È quindi umano che chi si occupa di
loro ponga particolare attenzione anche ai dettagli.
In questo caso non si trattava di dettagli. La carne era
dura, la pasta molle, la frutta bacata per non parlare del
vino, non certamente DOC ma forse nemmeno parente con
l’uva.
Un sindaco sa che quando questo malumore si radica
va estirpato in fretta; se no, diventa un cavallo di battaglia
populista delle opposizioni (Giunta comunale antisociale
che spende i soldi malamente nell’effimero e lascia morire
di fame la povera gente e così via). Interrogazioni, interpellanze e mozioni si sprecano.
Poi cominciano ad arrivare le solite lettere con firme
incomprensibili, i parenti che ingigantiscono a dismisura i
disservizi. Ultimi, giungono i più simpatici; i vecchiotti
della mensa esterna. Sono sempre stato amico con qualcuno di loro, per sapere esattamente se le “denunce” fossero solo frutto di “politica” o di cose sensate.
La risoluzione del problema passa attraverso l’immediata convocazione della ditta appaltatrice per eliminare
gli inconvenienti nel rispetto del capitolato.
“Capitolato”, termine più appropriato per strade e
ponti, ma che mal si adatta alla differenza tra la carne di vitella o quella di vacca. Qualche volta il problema si risolve,
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
altre si complica ed é necessario provvedere alla rottura
del contratto con la ditta che espleta il servizio ed ad un
nuovo appalto. Cose che in questa Italia richiedono mesi.
Troppo tempo per chi mangia male!
E ‘ in questo quadro che nasce il fatterello che vi racconto.
Mattina di ricevimento del pubblico, solita ora verso
le undici. La saletta d’aspetto é gremita.
Avanti il primo e così via fino all’una e mezza.
I casi umani si sprecano come sempre, facce sorridenti
poche, tra i soliti questuanti anche qualche caso interessante. È passata l’una, mentre dico avanti per l’ottava volta
finisco di appuntare in agenda i problemi del settimo concittadino appena uscito. Non mi accorgo nemmeno che a
sedersi di fronte a me é un arzillo vecchietto. Vestito dimesso ma pulito, faccia abbronzata piena di rughe, occhi
azzurri e sguardo acuto. Ha con sé un sacchetto di plastica
spiegazzato ed usato più volte: emblema della giusta parsimonia dei vecchi.
Poche parole, non di insulto come succede in questi
casi, ma di rispetto verso l’autorità.
Appoggia la borsa di plastica sulla scrivania e con
mani un po’ tremanti ne tira fuori una cotoletta, scura, un
po’ puzzolente e mordicchiata. Me la pone davanti sul
poggiamani.
Provi Lei, signor sindaco, a masticarla, con i miei
denti non ce la faccio. Grande saggio esempio di sintesi e
di efficacia che ricorderò per sempre con affetto.
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IL VECCHIETTO DOVE LO METTO?
Aria cupa sulla casa comunale! Solito copione. Le minoranze all’attacco come sciacalli su una preda indifesa; il
prete, che invece di mettere pace, tuona dal pulpito contro
la politica antisociale del comune e contro le classi deboli
sempre dimenticate!
Motivo di tanto clamore un fatto obbligatorio ed utile.
La realizzazione in casa di riposo dei lavori di adeguamento alle norme; devono intervenire muratori, idraulici,
elettricisti, fabbri e lattonieri. È impossibile e comunque
sconsigliabile ospitare nelle loro stanze gli anziani durante
il corso dei lavori, per questo é necessario il loro spostamento per quattro mesi a quattro chilometri di distanza.
Sobillati da tanto “prestigiosi” oppositori, i famigliari
(non tutti per la verità) si armano delle peggiori armi di
attacco: l’ipocrisia e la faziosità preconcetta. Non é vero affermano da novelli ingegneri- che tutti i lavori siano necessari e comunque non é possibile che debbano durare
tanto tempo.
Come se la Giunta si stesse cinicamente divertendo
nel ritardare le opere.
Per placare tale mare in burrasca si decide, con il direttore dell’USSL (al quale é affidata la gestione della casa
di riposo) di indire una riunione con gli interessati, per lo
più parenti dei ricoverati.
La riunione é incandescente, quasi oscena visto l’impegno disfattista di alcuni, che trascinano altri sulla loro
scia. Tanto oscena che qualche moderato si dissocia; in fin
dei conti i lavori si fanno per il bene degli ospiti, eppoi la
residenza provvisoria é vicina: non é sulla Luna!
Non basta questo a rabbonire gli animi: chi non la
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
pensa come i più facinorosi é un venduto alle tesi della
Giunta!
La situazione diventa insostenibile non tanto perché
il motivo del contendere non esiste (i lavori vanno fatti)
ma perché si vogliono trattare quelli, divenuti improvvisamente poveri ammalati, come bestie! Sono intrasportabili
e nessuno dei contestatori, guarda caso, ha la patente
d’auto per recarsi ad assisterli nella momentanea casa di riposo.
Il Comune allora si impegna a mettere a disposizione
un servizio giornaliero di pulmini, ma anche su questo
punto si scatena il putiferio sulla scomodità degli orari
proposti.
È impossibile discutere con chi non vuol ragionare;
dopo un breve consulto con il direttore dell’USSL decidiamo di usare l’arma segreta.
Offriamo un contributo in denaro e la certezza del
mantenimento del posto a chi vorrà ospitare a casa, per il
breve periodo previsto,il loro famigliare.
Piomba il silenzio. Nessuno alza la mano. Il grande
amore che aveva portato gli agitatori a parlare “con il
cuore” a tutela dei loro cari viene subito archiviato!
Storia triste ed amara. Storia che deve far riflettere
tutti.
P.S. Ma non é finito qui! Anche per questo racconto
esiste il suo lato beffardamente ironico. Al rientro, dopo i
quattro mesi previsti, mi sento dire, proprio da quei signori al tempo più accaniti: certo, dove eravamo prima si
stava meglio!
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“BADAGU”!
Questa me la sono voluta.
Ci sono quelle mattine che, salendo le scale del Municipio, ti auguri di poterti occupare con tranquillità delle
mille cose rimaste ferme sulla scrivania; quelle mattine che
speri di trovare la sala d’aspetto vuota perché ti sei alzato
male e non hai voglia di parlare con nessuno; quelle mattine che il segretario ed il personale del piano si ricevono
un mugugno in risposta al loro caloroso buongiorno.
Quella era una mattina di quelle!
Apro la porta cigolante che dà sul corridoio degli uffici nobili (la segreteria) e vedo un nugolo di gente in attesa. Facce poco note, musi lunghi, voci concitate.
Il capo manipolo, con poco garbo, mi chiarisce che i
presenti sono gli ambulanti del mercato del giovedì che
esigono dei chiarimenti.
Già la perentorietà della richiesta non mi piace, mi
piacciono anche poco gli ambulanti perché rappresentano
una di quelle categorie con cui é difficilissimo capirsi. Il
mio nervosismo, che aveva bisogno - quella mattina – di
ben poco per diventare incandescente, esplode interiormente in modo inconsulto.
Pur tuttavia, forte del fatto che nessuno mi ha obbligato a fare il sindaco, con la scusa di togliermi il cappotto,
chiedo un po’ di tempo per ragionare con me stesso e ritrovare l’autocontrollo.
In verità devo ammettere di accettare volentieri la
sfida con me stesso nelle riunioni difficili; non mi sono mai
fatto da parte, anzi ho sempre saputo che con la calma interiore si ottengono dei successi insperati dei quali si ri-
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
mane intimamente orgogliosi. Ma quella mattina non era
proprio quella giusta e poi non ero affatto preparato a trattare il problema che avevo di fronte; avevo delegato un assessore a definire lo spostamento del mercato e non sapevo
di quell’incontro plenario.
Dopo una vana ricerca della calma interiore – qualcuno lo chiama “training autogeno” – mi riaffacciai dal
mio ufficio cercando di vincere la tensione.
Fui investito da una serie di contumelie. Cercai invano di far comprendere che non ero a conoscenza della
materia specifica e che mi sarei fatto interprete dello loro
richieste per promuovere a breve un incontro sul tema con
gli esperti del comune. Nulla!
La mia residua calma finì quando dal gruppo uno dei
più esagitati sbottò nei miei confronti con un epiteto poco
adulatorio: “badagu”.
Per i non piemontesi va detto che la traduzione letterale del termine non esiste: non é comunque un complimento e sta a metà tra scemo ed idiota.
Sbagliando tutto, risposi alla provocazione. Ne nacque un putiferio di urla di insulti reciproci. Cosa mai vista
in Comune. Gli impiegati si barricarono negli uffici, i Vigili
Urbani - messi lì apposta per tutelare il sindaco in questi
casi - non si fecero vedere. La baraonda durò una decina di
minuti: solo, contro il mucchio selvaggio: cosa epica ed
esaltante ma poco produttiva.
Rischiai grosso ed alla fine alzai la voce più degli altri
per evitare di buscarmi qualche gomitata.
Il mucchio selvaggio infine si infilò per la porta
d’uscita ed a quel punto il termine “badagu” sembrava veramente un complimento rispetto al tono ben più mordace
che si era levato.
Il comico fu che tra questi signori vi erano anche due
persone in attesa di essere ricevute e che non c’entravano
per nulla. Anche loro si beccarono la mia serie di improperi
ed anche loro –giustamente – si misero ad insultarmi. Il
giorno seguente, dopo l’identificazione, inviai loro una lettera di scuse.
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L’AMICO DELL’UOMO
Uno dei problemi mai risolti da tutte le Amministrazioni Comunali (di qualunque colore esse siano) é quello
relativo agli “escrementi canini”.
Questi cari “amici dell’uomo”, oggi amati talvolta più
degli esseri umani, non ne vogliono sapere di fare a comando i loro bisogni. Quando escono per l’ ora d’aria, sia
per la loro comodità che per quella dei loro” amici”, vengono presi sovente da irrefrenabili dolori di ventre. In questi casi, visto che la pudicizia non appartiene loro, con la
più assoluta noncuranza, si svuotano lì, dove sono: sempre
sui marciapiedi o nei giardinetti (se la facessero altrove
nessuno se ne accorgerebbe!).
Si é tentato di porre dei contenitori con degli appositi
guanti, si sono fatte delle ordinanze, i regolamenti comunali puniscono questo reato, ma loro – i cani – non sanno
leggere.
Inizia allora, in determinate stagioni dell’anno, la
guerra tra i possessori di cani e coloro che invece li odiano
(i possessori).
Tra questa seconda categoria si trovano i frequentatori
delle aree verdi; anziani da panchina e mamme con i loro
pargoli che tornano ogni tanto sporchi e maleodoranti. Vi
sono poi le categorie da marciapiede, composte da coloro
che hanno rischiato grosso per una improvvisa scivolata o
per una suola che emana un profumo inequivocabile
quando rientrano a casa. Le dimensioni del rischio sono
direttamente proporzionali alla stazza della bestia (pechinese od alano) ed alla viscosità del prodotto, accompagnato -talvolta- (specialmente nelle femmine e nei maschi
giovani, che non alzano la gamba) da copiosi fiotti di urina.
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
Il problema, manco a dirlo, finisce quasi sempre nell’
ufficio del sindaco.
“È uno scandalo” iniziano gli scontenti. “Non possiamo più nemmeno usare quelle poche aree pubbliche decenti (ce ne sono ventidue, ma mai nessuno se ne é
accorto). Bisogna punire i mandanti.
Chi vuole le bestie se ne curi e non scarichi sulla comunità i propri “ bisogni”. Cosa fanno i Vigili Urbani: dormono? Non sono pagati da noi anche per questo? “La
conclusione poi é scontata: “In fin dei conti noi paghiamo
le tasse”.
Inutile iniziare a rispondere dicendo che pestare una
cacca porta buono, sarebbe un pessimo avvio per chi é arrabbiato come una iena. Poi, in fin dei conti hanno ragione;
la legge ed il vivere civile sono dalla loro parte.
Prende così avvio, almeno due volte l’anno il “summit” con il comando vigili, l’assessore delegato alla polizia
e quello all’ambiente.
La “colpa” non può che essere dei vigili (ho proposto
più volte di appostarli nei luoghi deputati travestiti da alberi, ma non ho mai avuto l’approvazione degli interessati). Si decide ogni volta la costituzione di squadre
speciali con il compito di vigilare le zone indicate nelle ore
segnalate e reprimere questo puzzolente reato.
Sarà che i cani hanno un olfatto molto sviluppato o
che i vigili in divisa non si nascondono bene ma di multe
se ne vedono pochine e nemmeno quelle poche fanno notizia. Le azioni hanno comunque un qualche effetto preventivo: scoraggiano per alcuni giorni i proprietari dei
cani. Poi tutto ricomincia come prima!
Allora la Giunta si mette alla ricerca di una apposita
area ove le povere bestiole possano tranquillamente esercitare le loro funzioni corporali. Non troppo distante dal
centro (nella cintura il problema non si pone). Dove reperire un’area simile in zone centrali senza poi trovarsi le
proteste dei vicini? Ma soprattutto come far sapere ai cani
quando é giunta l’ora di potersi liberare a norma di legge?
I cani non saprebbero leggere: ”area ecologica per animali”
L’AMICO DELL’UOMO
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e potrebbero decidere di non attendere fino al posto loro
assegnato.
Questioni più grosse di noi, per le quali nessuno
scienziato ha ancora trovato la soluzione. Solamente a Parigi ho visto raccogliere una per una le popò dal marciapiede. Lo fanno degli esperti motociclisti attrezzati con un
aspiratore con il manico lungo ed un contenitore finale
posto sul sellino.
Ma Borgo non é Parigi!
La cosa più saggia sarebbe che i proprietari dei cani
divenissero più rispettosi della libertà altrui; ma in questo
mondo strampalato ed animalista, se mai un cane si ammalasse di colite congenita o di blocco intestinale perché
impedito di adempiere ai propri bisogni, chissà quale putiferio giornalistico si scatenerebbe.
Resta quindi, quella degli “escrementi canini”, una di
quelle problematiche per le quali non é stata ancora trovata la cura.
Ne é testimonianza un fatto occorsomi.
Un giorno scendevo dall’auto dopo averla parcheggiata in una stradina poco frequentata. Davanti a me, di
spalle, un signore irreprensibile con tanto di cane al guinzaglio, di quelli lunghi a molla. Il signore svoltò rapidamente ma il cane, consapevole della sua autonomia di
spazio, si fermò ed alzò la gamba contro la grondaia proprio vicino a me. Il suo conduttore, già dietro l’angolo, sentendo resistenza, tornò indietro ma quando mi vide diede
un forte strattone al guinzaglio, interrompendo il cane in
uno di quei momenti che ognuno di noi reputa solenni e liberatori. Un po’ mortificato, per l’animale, feci finta di
nulla e girai da un’altra parte con indifferenza.
Chi era quel signore che così repentinamente risvoltò
l’angolo? Lo credereste: un vigile urbano, fortunatamente,
in borghese!
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IL GIOVANE PIÙ VECCHIO
Questa é divertente: attiene agli sbagli giovanili.
Bisognava fare la lista dei candidati da presentare alle
prossime elezioni amministrative.
Il tempo mancava, ma soprattutto mancavano i candidati. Da quando mondo é mondo, ogni volta che ci si appresta alle votazioni si perde di vista la realtà e bisogna
inventare qualcosa di nuovo, di originale, per tentare di
prevalere nella competizione.
Vincere, ai tempi della “proporzionale”, significava
non perdere, fare almeno l’uno per cento in più della volta
precedente.
Quindi si decise di puntare sui giovani: il futuro!
Guarda caso, io con qualche altro non eravamo certo vecchi, ma la “politica” trova sempre una giustificazione. Magari oggi punteremmo sull’esperienza!
Vi era anche un altro fatto. Uno dei vecchi, bravissimo
ed eloquente in Consiglio, ogni tanto fuori dell’aula si lasciava andare a qualche strabocchevole bevuta. Peccato veniale, ma qualcuno ci aveva rimproverato pubblicamente
questo “vizio” e come si sa in campagna elettorale anche le
cose più normali diventano enormi.
Decidemmo quindi di “farlo fuori”, pur avendo per
lui stima e simpatia. Fu studiata una strategia ad hoc per
raggiungere il risultato senza perdere l’appoggio dell’influente personaggio.
L’incaricato di presiedere la riunione, il meno giovane
di noi, avrebbe dovuto mettere la cosa per benino camuffandola come emergente linea politica
Combinammo la riunione in casa di un amico. Per noi
“quattro gatti” non ci voleva molto spazio. La battuta più
IL GIOVANE PIÙ VECCHIO
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velenosa di quel tempo era infatti che per fare il congresso
nazionale dei liberali bastasse una cabina telefonica. Ed i liberali, che stupidi non erano, avevano fatto una cartolina
che rappresentava molti topi attorno ad una forma di formaggio e “quattro gatti” pronti a mangiarseli. La storia insegna che vinsero i topi; così é la vita.
L’incaricato di presiedere la riunione,grande stratega,
presenti i giovani ed ovviamente anche il vecchio, la prese
molto alla larga, forse troppo, per giungere alla conclusione che aspettavamo da tempo dicendo:
“Vorremmo quindi fare una lista di soli giovani per
dare una forte immagine di cambiamento alla popolazione”.
Ci fu un breve silenzio colmo di aspettative e di tensione. Poi prese la parola quello che avevamo identificato
come vittima sacrificale che disse semplicemente: “Va
bene, io sarò il più vecchio dei giovani”.
E così fu!
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IL GRANDE ERRORE
Quando vi era il vecchio “sistema proporzionale” si
presentavano alle elezioni comunali almeno sei o sette liste
e quasi tutte eleggevano qualche consigliere. Trovare la
quadra per amalgamare una maggioranza che nominasse
sindaco e giunta era un lavoro che richiedeva nervi saldi,
pazienza certosina e abilità non comune nel fregare il prossimo.
La procedura di accordo richiedeva mesi di incontri e
riunioni; vinceva quasi sempre chi teneva duro o chi,
anche se piccolo, diventava determinante per raggiungere
il “quorum”.
Le segreterie dei partiti si intromettevano pesantemente in queste trattative, nemmeno si dovesse eleggere il
governo nazionale, creando non poco disagio anche in coloro che alla fine avevano la meglio.
Era ovvio che nella prima adunanza consigliare esplodessero le tensioni accumulate nel lungo periodo di complicate discussioni.
Quella volta, l’accordo di maggioranza per l’elezione
del sindaco non aveva trovato convinti sostenitori. Anzi
piaceva a ben pochi di coloro che pure l’avevano pubblicamente accettato.
La politica, si sa, é un affascinante gioco senza regole
in cui tutto é concesso... anche il tradimento!
Si fece quindi filtrare alla minoranza, per vie molto
traverse, la notizia che il candidato sindaco potesse avere
qualche peccatuccio sulla coscienza.
E la minoranza si diede da fare per trovare le prove.
L’ “accusa” fu trovato presso una Pretura distante, non
erano fatti gravi, attenevano a piccoli disguidi professio-
IL GRANDE ERRORE
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nali che non erano ancora stati vagliati dalla magistratura.
Ma la carta si poteva giocare!
La minoranza non avrebbe fatto che il suo dovere: segnalare un fatto di dubbia pubblica moralità.
Si tenne segreto il tutto fino alla fatidica sera. Svelarlo
prima avrebbe avuto il sapore di un ricatto.
La sera dell’adunanza del primo consiglio comunale
la sala era gremita, la tensione si tagliava col coltello, il
pubblico era diviso tra vincenti e perdenti. Qualche commento pesante, qualche fischio e qualche applauso dalle
opposte tifoserie, zittite prontamente dal consigliere anziano che presiedeva la seduta.
Solite relazioni infinite di cose da fare, solite promesse
di fare tutto il fattibile; poi la parola alla minoranza.
Il consigliere designato a leggere il fatidico documento chiese la parola. Era alla sua prima elezione e probabilmente non si era reso conto del putiferio che avrebbe
sollevato con quelle poche righe, tant’è che alla fine divenne pallido come un cencio. In fin dei conti si trattava
semplicemente di riferire un fatto certo. Se la maggioranza
avesse voluto nominare quel sindaco avrebbe rischiato -in
caso di improbabile condanna dell’imputato- quanto meno
di fare una brutta figura.
Nulla di più!
La reazione del nominando fu in realtà la sua condanna e fece il gioco proprio di quei suoi “amici” che poi
si scandalizzarono maggiormente del clima di “caccia alle
streghe” instaurato dalla minoranza. Smentì categoricamente i fatti; se li avesse ammessi e minimizzati, sarebbe
rimasto al suo posto.
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IL BELL’ADDORMENTATO
Lui era un giovane prestante, ricercato dalle donne:
quello che si dice un buon partito.
Il suo era un mestiere a rischio: sempre costretto per
motivi unicamente di lavoro a sfiorare le gambe delle
donne. Ma non era un medico ortopedico.
Era un cocco di mamma e ricambiava questo grande
affetto. La vita gli andava bene così. Senza scossoni e senza
cambiamenti. Al mondo aveva tutto: biancheria stirata, minestra calda e la possibilità – come un’ape – di volare di
fiore in fiore.
Per la verità esisteva anche per lui un fiore più grande
degli altri che lo stava ad aspettare con pazienza,ma lui
non faceva nulla per mutare questo stato di cose.
Poi, un giorno malaugurato, restò solo.
Non più minestra calda, non più camicie stirate e calzini profumati, non più il letto fatto accuratamente per
dormire fino a tardi.
Visse in questo modo per un po’ di tempo, ma non gli
andava proprio.
Decise il grande passo, ma da convinto assertore della
libertà individuale, voleva mantenere segreta la decisione,
gli pareva di tradire se stesso. Remora idealisticamente
straordinaria ma certo non priva di infantile illogicità.
Così un sabato mattina, abbastanza presto – cosa
strana viste le abitudini – si recò davanti al sindaco con la
futura moglie.
Mancavano i testimoni. Uno lo si trovò per caso mentre usciva dal macellaio: si trattava di una fidata conoscente. Il secondo, un caro amico della cui riservatezza si
IL BELL’ADDORMENTATO
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era certi, fu buttato giù dal letto e, come inebetito dalla notizia, poco ci mancava che arrivasse in pigiama. Nemmeno
la barba ebbe il tempo di radersi!
Iniziò la cerimonia. La voce di lui era roca ed emozionata. Sembrava ipocritamente infastidito dall’evento, tanto
che gli si dovette chiedere per due volte quel fatidico “sì“.
La sposa, che lo conosceva bene, si sottomise, sorridendo intimamente a quel rituale un po’ inconsueto e essenziale.
Dopo meno di un’ora tutto il paese non parlava
d’altro.
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TELEFONATE NOTTURNE
Quella di creare “isole pedonali” nel centro storico é
un’aspirazione di ogni saggio amministratore.
Questa idea è vista come il fumo negli occhi da quasi
tutti i negozianti.
In effetti il politico ragiona per tempi lunghi. Il commerciante, per contro, esige risultati immediati e “diventa
matto” se alla sera mancano mille lire in cassa.
Sono due legittimi modi di vedere la cosa, ma inconciliabili tra loro.
L’esperienza insegna che, laddove é stato attuata,
l’isola pedonale ha sempre avuto risultati lusinghieri con
il ritorno nei centri storici, oggi invasi dalle automobili, di
una nuova vitalità commerciale.
Queste premesse non bastano a convincere coloro che
ritengono impossibile si possa fare la spesa a piedi.
Con questi opposti pensieri, la realizzazione di una
zona chiusa al traffico é attuabile solamente con un atto
d’imperio; ma é il sistema peggiore.
Questo feci all’inizio della mia carriera. Per tastare il
terreno proposi una cosa indolore: un breve tratto di strada
chiuso il sabato pomeriggio e la domenica.
Il risultato fu catastrofico: per dimostrarmi le perdite
d’incasso, i commercianti fecero lo sciopero bianco rifiutandosi di aprire i negozi o facendo finta di aprirli per
poche ore. Tanto di gente in strada non ce n’era, dicevano.
Questa fu la risposta pubblica; ma se ne attuò anche
un’altra, ben peggiore.
Nacque evidentemente un comitato segreto con l’impegno di tenermi sveglio la notte.
TELEFONATE NOTTURNE
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Ogni mezz’ora circa il telefono squillava. Mi alzavo
per rispondere, ma nessuno parlava. Imparai allora che
quando pesti i piedi a qualcuno, l’arma più usuale per intimorirti è quella delle telefonate anonime.
Questo tipo di protesta si svolse per i primi giorni fin
verso le due di notte, poi si prolungò fino alle cinque del
mattino.
Provai a staccare il telefono per qualche notte, poi lo
rimisi in funzione. In fin dei conti anche qualcun’altro
stava sveglio come me! Perché togliergli questa soddisfazione?
Comunque, e non solo per questo, l’isola pedonale
non funzionò.
Se ne riparla ogni due anni e ci si riprova ogni tre. Magari un giorno qualche giovane sindaco malato d’insonnia
riuscirà a farcela. Auguri!
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PROFUMO DI... LUMACHE
È noto che di questi tempi sia più premiante l’apparire che l’essere; non ci si può sottrarre al fascino dell’immagine. La lumaca (meglio sarebbe chiamarla chiocciola,
ma da noi, si é sempre detto così) é diventata il simbolo
più concreto della nostra città, il lasciapassare per la notorietà, oscurando sia il nostro San Dalmazzo che le nostre
origini bimillenarie.
È amaro ammetterlo!
Ovunque mi rechi, quando sono riconosciuto, mi
sento benignamente apostrofare.” Che piacere conoscere
il sindaco delle lumache”. Il riferimento è alla nostra gastronomia; il “mangiare”, di questi tempi, è assurto al
rango di cultura. Si parla di ristoranti ambiti e di piatti sopraffini in quei salotti dove, fino a ieri, si parlava di Proust
o di Platone.
Per divulgare al mondo questa nostra peculiarità è necessario apparire sulla stampa, essere presenti a molti convegni specialistici ma soprattutto “andare” in televisione:
la sottile droga creata nel ventesimo secolo per condizionare i cervelli in modo irreparabile.
Le emittenti locali, sempre affamate di notizie, ci
ospitano con buona disponibilità, ma per far crescere
“l’audience” è indispensabile essere presenti sulle reti nazionali.
Quindi almeno una volta l’anno si parte per Roma per
le trasmissioni del mattino sulla gastronomia; dai tre ai cinque milioni di ascoltatori, buona pubblicità a basso costo.
La formazione tipo per queste incursioni nella Capitale è composta da almeno cinque persone: due autorità
PROFUMO DI... LUMACHE
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per ossequiare il produttore e creare la continuità del contatto, un cuoco e due “paludati” con gli emblemi della”
helicensis fabula” la consociazione enogastronomica della
nostra città che, con la scusa della cultura, impone ai propri associati massacranti riti luculliani, non certo disdegnati.
Come da copione, la formazione tipo si recò un
giorno di buon mattino all’aeroporto di Caselle per raggiungere Roma.
Dovendo rientrare in giornata, il bagaglio era ridotto.
Tra queste borse ve ne era una pesantissima, termica ed a
chiusura stagna, piena di lumache cotte e crude che fu affidata, per il trasporto manuale, al più giovane di noi, che
la stipò con cura nel bagagliaio posto sopra la sua testa.
Il volo era in perfetto orario e si svolse con la massima
tranquillità. Vicino al giovane portatore, un geometra assessore, stava seduto un suo collega notaio ”paludato”; più
indietro, dalla parte opposta, oltre al sottoscritto, un’altra
“autorità” ed il cuoco che per l’occasione era di alto lignaggio, una medico dentista convertitasi irrimediabilmente
ai fasti della cucina.
Quando il comandante annunciò al microfono l’inizio
della discesa per l’atterraggio (tra venti minuti circa..), l’aereo si inclinò e la tranquillità fu scossa da un evento strano.
Uno scalpiccio frettoloso nell’angusto corridoio di hostess e steward fu il segnale. Almeno dieci metri davanti a
noi alcuni passeggeri si stavano nervosamente alzando dai
sedili, soccorsi dall’equipaggio che contemporaneamente
si era messo ad aprire i portelli del bagagliaio per controllare borse e valige.
“Una bomba” disse con terrore il mio vicino! Lì per lì
non mi pareva possibile, ma il panico che ammutolì i passeggeri finì per spaventare anche me. Il rituale di controllo
dei bagagli intanto continuava con scrupolo.Notammo,
con sollievo, che l’equipaggio stava asciugando con grandi
rotoli di carta la parte alta della carlinga sopra le teste dei
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
passeggeri e dagli interstizi dei mobiletti gocciolava del liquido che la posizione di discesa dell’aereo faceva scorrere
a valle.
Cosa stava succedendo? Con i miei due vicini di posto
commentammo che la cosa non poteva riguardarci, probabilmente era una valigetta con un contenitore di liquido
che si era aperto, oppure la condensa tra caldo e freddo.
Non pensammo minimamente alle lumache, sia perché non sapevamo bene dove fossero, sia perché la ricerca
della fonte del danno era molto distante da noi.
Comunque le hostess stavano procedendo alla verifica avvicinandosi sempre più al posto dei nostri due colleghi più avanti, tant’è che uno di loro, ormai agitatissimo,
continuava a fare dei segnali concitati
Sopra la testa del geometra assessore, fu trovato il
corpo del reato, proprio mentre un americano esprimeva
con voce alterata dei concetti non chiari ma inequivocabili
seguito da altri bestemmiatori in italiano. Le loro giacche
erano spruzzate da un liquido giallognolo e non ne parevano certo contenti.
Il giovane portatore, vigliaccamente, puntò il dito
contro di noi che tutto sommato facevamo finta di niente,
quasi indignati per ciò che stava accadendo.
“Cosa c’è in questa borsa tanto pesante?” fu la abbastanza cortese domanda della hostess a noi tre. La cuoca
dentista, per nulla intimorita, disse: “Lumache”.
“Lumache?” fu la considerazione della hostess, che si
arrestò con un’ espressione di stupore in volto più vivida
delle parole.
“Si” rispose la cuoca di lignaggio” una parte di loro è
posta in un contenitore a chiusura stagna, può darsi che si
sia aperto e sia fuoriuscita un po’ d’acqua”.
“Acqua?” riprese la hostess “ma è pulita?”.
“Certamente” fu l’ipocrita risposta.
Non troppo convinta la nostra interlocutrice non rigirò oltre il coltello nella piaga. La calma era tornata; anche
un ”mago nazionale” ben conosciuto per le sue stranezze
(che ritrovammo poi a Cinecittà) e che a parere mio ci
PROFUMO DI... LUMACHE
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aveva fatto il malocchio si era riseduto. Mentre mi stavo
interrogando sul come mai il veggente non ci avesse informato preventivamente del fatto, vidi la hostess avvicinarsi
ai tre alluvionati ed alla domanda secca di questi ultimi rispondere con tono dolcissimo “È soltanto acqua, acqua di
lumache!”
Probabilmente fu scambiata per un nuovo profumo!
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LA MORTE DEL BUONSENSO
Non saprei se questo racconto possa accreditarsi fra le
cose comiche o fra quelle irritanti. Certamente è la fotografia dell’inizio del ventunesimo secolo. Appartiene a quella
logica che molti hanno sinteticamente definito con la sigla
U.C.A.S (Ufficio Complicazioni Affari Semplici).
Capita raramente nella vita di un sindaco di doversi
occupare di un animale selvatico ucciso accidentalmente.
La prima volta fu negli anni ottanta del secolo passato.
I vigili urbani mi informarono di aver portato presso
un macellaio un animale molto grosso finito sotto una
macchina in una frazione di montagna; sembrava un cervo
ma non aveva le corna.
Era evidente che una lepre non sarebbe giunta all’attenzione del primo cittadino, ma sia la mole della bestia
sconosciuta, sia la richiesta dei danni inutilmente intentata
dal proprietario dell’auto, avevano consigliato all’investitore la procedura di legge.
Bacchettai i vigili per la loro ignoranza: l’animale era
una femmina di cervo che, fortunata lei, geneticamente
non porta le corna. Il veterinario condotto la esaminò e
diede il nulla osta per l’alimentazione.
La legge prevede che in caso di rinvenimento di “res
nullius”, quanto di commestibile trovato sul territorio,
debba essere consegnato all’autorità sanitaria (il sindaco)
il quale, seguite le procedure di rito, lo destini a scopi benefici. Tutto finisce ad allietare le non sempre luculliane
mense comunali.
Così andarono le cose allora.
LA MORTE DEL BUONSENSO
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Vent’anni dopo mi capita un’analoga avventura. Un
cinghiale finito non si sa come nella periferia della città
trova sulla sua strada prima una pattuglia della forestale e
poi una dei carabinieri.
Il pericolo per l’incolumità delle persone (!) deve essere eliminato, per cui i tutori dell’ordine sono costretti ad
ucciderlo con numerosi colpi d’arma da fuoco. Non si può
omettere di ricordare che questa specie ha rimpiazzato la
mancanza umana nei nostri boschi proliferando in modo
pericoloso, tant’è che la caccia ne consente un prelievo “ad
abundantiam”. Sono centinaia i capi abbattuti senza alcun
problema per l’alimentazione e finiti sulle nostre tavole.
Avvisato dai Vigili Urbani, dispongo una visita veterinaria e la consegna alla mensa della casa di riposo.
Ma nel terzo millennio, di venerdì verso le tredici,
nessun veterinario è disponibile per la bisogna e l’animale
deve essere posto in frigorifero per la successiva visita
senza essere eviscerato.
Il lunedì successivo vengo a sapere, non senza un logico moto di stizza, che il cinghiale è da buttare e deve essere inviato a Torino per l’incenerimento.
Un buon pranzo per cento persone si è tramutato in
un notevole costo per la comunità. La “legge” è stata rispettata, ma il buon senso è morto!
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LE “ASSISTENTI SOCIALI”
Per quei pochi beceri maschilisti (e solo per quelli) le
donne si dividono in due categorie: egoiste ed altruiste.
Quella mattina davanti a me nell’angusto ufficio ve
ne erano due: note altruiste con sportività dichiarata.
L’argomento non verteva su questioni “professionali,” ma sia di là della scrivania che di qua si sapeva perfettamente con chi si stava parlando.
Le richieste delle due donne, riguardavano questioni
assistenziali, ma non potevano trovare accoglienza in
alcun modo. Tengo a precisare che nell’esercizio delle mie
funzioni non ho mai posto – da liberale convinto- alcun
preconcetto, anzi talvolta proprio le persone più strane od
antipatiche sono quelle che tratto meglio.
Questo -purtroppo - le mie dirimpettaie, abbondantemente truccate e scollate per l’occasione, non potevano
saperlo ed iniziarono ad alzare la voce sulle solite ingiustizie subite dai più deboli mentre gli “altri” potevano godere di ogni favoritismo.
Il tono della discussione si alzò; le accuse lanciatemi,
ancorché generiche, erano sempre più pesanti, tanto da
scendere nel volgo professionistico delle due “altruiste”.
La mia risposta secca le costrinse quindi ad una rapida uscita dall’ufficio gridando ad altissima voce, affinché
fosse nota a tutti la loro opinione: “ A questo se non gliela
dai non ottieni nulla!”
Fui più divertito che offeso: come tentativo di corruzione mi sembrava quanto meno piacevole, anche se la mia
assoluta incorruttibilità non mi avrebbe mai permesso
LE “ASSISTENTI SOCIALI”
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tanto. Quelle grida colpirono l’attenzione (e la fantasia) di
un funzionario del comune che da ex ufficiale dei carabinieri si precipitò nel mio ufficio.
Entrò trafelato di fronte a me, si mise sugli attenti,
sbatté i tacchi e disse: “Signor sindaco, devo testimoniare?”.
Lo ringraziai con il più caldo dei sorrisi e lo congedai.
Non ho mai denunciato un mio concittadino e tanto meno
lo avrei fatto nei confronti di tali effettive “assistenti sociali”.
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IL GELATAIO IMBARAZZATO
La prima volta che mi recai in Santo Domingo si trattava di un viaggio della massima ufficialità. Motivo di
tanta attenzione era l’inaugurazione di un mausoleo al nostro santo concittadino in uno splendido posto collinare
sotto i palmizi. La nostra comunità e quella provinciale
avevano donato la statua bronzea raffigurante il frate da
porre al centro del sagrato.
Eravamo stati informati che alla cerimonia, oltre al
Cardinale Primate delle Americhe,avrebbe presenziato
anche il Presidente della Repubblica Domenicana. Non si
poteva fare brutta figura!
Consigliato dai soliti bene informati mi comprai un
abito chiaro, quasi bianco. “In quei luoghi sotto il sole cocente “ – mi dissero gli esperti – “questo è il colore previsto
per le cerimonie ufficiali”. La cosa non fu facile nel mese di
gennaio, la ricerca nei nostri negozi stracolmi di roba per
l’inverno fu complessa e la spesa non di poco conto, ma in
fin dei conti rappresentavo l’Italia.
La sera precedente la cerimonia la nostra delegazione
era stata invitata ad una cena di gala con il governatore
della provincia. Non persi l’occasione per provare il mio
nuovo abito, ma malauguratamente dal sedile del pulmino
che ci trasportava spuntava la punta di una graffa che mi
fece un “sette” consistente nello splendido abito, proprio
all’altezza della natica destra.
Ringraziai mentalmente il santo per quel primo approccio sull’isola caraibica; sarebbe stato impossibile risolvere il problema per la mattina dopo, ma tutto sommato la
giacca un po’ lunga poteva mascherare il disastro.
La serata passò tra la stanchezza del cambio di fuso
IL GELATAIO IMBARAZZATO
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orario ed una serie infinita di spagnoleschi attestati che
ognuno dei presenti ebbe in dono. Discorsi in lingua
madre, risposte in italiano, scambio di doni; tutto come da
copione.
Portandomi meccanicamente una mano sul di dietro
a nascondere lo scempio, notai che l’unico vestito chiaro
era il mio, ma pensai che di giorno avrei trovato tutti in
panama e frac bianco.
Non fu così e la duplice cosa, strappo e colore dell’abito, mi imbarazzarono non poco. Il vice Presidente
della Repubblica Dominicana, tutti gli omoni della scorta,
i parlamentari e le autorità tutti in grisaglia scura od in
bleu diplomatico. Sembravo il negativo in una foto di
gruppo.
Mica potevo andare a cambiarmi!
Con la fascia tricolore a tracolla ed il vestito bianco mi
sentivo più un gelataio che un rappresentante la Repubblica Italiana. Speravo almeno intimamente che loro pensassero ad una nostra tradizione.
Ma il mio pensiero fu presto smentito: il Vice Presidente, altezza uno e ottanta stazza da lottatore, aveva studiato a Trieste e biascicava pure qualche parola in dialetto
friulano.
Imparai presto che nella affatto razzista isola di Santo
Domingo, la cui miscellanea di colori della gente é pari a
quella splendida della natura, la classe dominante, guarda
caso, é di etnia bianca al 90 per cento. Questa stessa casta
di potere, molto legata alla chiesa di Roma, deve conoscere
l’italiano se vuole fare carriera e quindi conosce bene le nostre abitudini.
Ma la delusione per la brutta figura fu ulteriormente
messa in risalto in un momento magico della interminabile
messa: quando ci si scambia il segno di pace.
Lascio a voi immaginare quanti vescovi e quante personalità fossero presenti in chiesa. Nel primo banco a destra la delegazione italiana con tanto di sindaco “in
60
SARÒ BREVE E CIRCONCISO
bianco” con fascia, in quella sinistra le massime cariche
delle Repubblica Dominicana in grigio scuro con il Vice
Presidente delle Repubblica.
Iniziò il trambusto per lo scambio di pace in un modo
per loro normale, ma per noi eccezionalmente festoso.
Quale ospite ed in segno di rispetto partii dal mio
banco con la mano tesa verso il Vice Presidente; questi la
schivò con abilità e mi si presentò con le braccia allargate
per un caloroso abbraccio. A questo punto anch’io cambiai
posizione imitando il mio “antagonista” e mi apprestai ad
un bacio di fraternità sulla guancia in punta di piedi per
raggiungere l’obbiettivo. Anche questo fu schivato gentilmente e mi beccai due manate sulla schiena da staccarmi i
polmoni.
Ritornai nel mio banco con la mano rigorosamente di
dietro a nascondere le ormai troppe vergogne con non
pochi interrogativi in testa.
Capii solo dopo che nei Caraibi, oltre al vestito scuro
in uso per le cerimonie, il saluto amichevole é rappresentato da un abbraccio con abbondanti pacche sulla schiena
con la mano destra.
Lo intesi quando pronunciai il discorso ufficiale in
spagnolo (l’avevo fatto tradurre in patria e riletto più volte
sull’aereo) che nessuno probabilmente comprese, ma che
mi fece avere tante di quelle pacche sulle spalle da rintronarmi per una settimana.
Non usai più quel vestito chiaro, ma evidentemente la
mia immagine televisiva fu così netta e contrastante che il
giorno dopo per strada mi chiedevano gli autografi. Il mio
narcisismo era stato appagato!
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LA PRIMA VOLTA
Questa storia è riferita ai favolosi anni 60. La dedico
ad un caro amico che mi ha lasciato anzi tempo.
La Fiera Fredda languiva, tutto si risolveva nella giornata del 5 dicembre, una giornata come sempre memorabile per la presenza di centinaia di bancarelle e di migliaia
di visitatori, ma che finiva lì. La buona cucina tipica era affidata essenzialmente alla “trippe” ed a ben poche lumache bollite, consumate nei pochi giorni freddi di inizio
dicembre. Più fiorente di oggi il mercato delle lumache, in
piazza della Torre, per lo più appannaggio di forestieri che
in poco tempo sbarazzavano i quantitativi (molti più di
oggi) posti in vendita dai raccoglitori delle vallate.
Va ricordato che all’inizio degli anni ’60 stava delineandosi una svolta nel nostro Paese. Il dopo- guerra poteva
considerarsi concluso (per ciò che riguardava la parte
socio/economica, perché quella politica è ancora viva
oggi!); le strutture fondamentali erano state ripristinate,
molte abitazioni erano state costruite; la Fiat sfornava le
“600” e le “500” e molti italiani si erano comprati l’automobile.
In sostanza, l’indispensabile e l’essenziale erano stati
fatti, e si poteva pensare al voluttuario. Ecco quindi apparire per la prima volta il termine “turismo di massa”, legato ovviamente anche alla gastronomia ed alla
ristorazione. Fu in quel periodo che nacquero le Pro Loco
(allocuzione latina tra le più semplici ed azzeccate) ed
anche il nostro Borgo si dotò di questo strumento. Presidente era un brillante avvocato trentacinquenne divenuto
un leader nel commercio di automobili (ed al quale dedico
questo ricordo). Un grande amico con idealismi diversi dai
62
SARÒ BREVE E CIRCONCISO
miei, che mi fece capire, fin da allora, che la stima e l’amicizia possono valere ben più della fazione politica. Il suo
ufficio si trasformava sovente nel salotto buono dell’”intellighenzia” locale e della tradizione festaiola più genuina.
Io, ventenne, ero il suo vice; nel direttivo ricordo
anche un idraulico, diventato cavaliere della Repubblica,
che fece poi carriera come amministratore comunale.
Il primo scoglio che affrontammo fu quello di stabilire
quale dovesse essere l’ orientamento per qualificare il nostro paese sotto il profilo turistico. L’intuizione venne sicuramente al presidente, ed era lì sotto gli occhi di tutti,
come l’uovo di Colombo: la lumaca o meglio, la chiocciola.
Partì in quel periodo la rivoluzione turistico-gastronomica, che poi negli anni 70, grazie ad un sindaco avveduto e ad alcuni studiosi appassionati, vide Borgo essere il
centro dell’ elicicoltura nel mondo, sia nel settore scientifico che in quello culinario.
La prima sagra si svolse sotto un tendone in piazza
della Torre: 500 lire un piatto di lumache, un pezzo di pane
rustico ed un bicchiere di vino. A gestire la preparazione di
cibi una cuoca che sapeva il fatto suo, rappresentante di
una grande famiglia di ristoratori. Fu in quell’occasione
che vidi il nostro presidente-avvocato, non scevro da una
grande passione per la gastronomia, rimettere di nascosto
nel pentolone di cottura, le viscere delle lumache. Al mio
sbigottimento rispose che la lumaca in letargo è interiormente pulita e che quelle parti, scartate dai più, rappresentano il boccone più prelibato. Non mi convinse troppo,
ma a valutare dal gradimento dei commensali, sicuramente aveva ragione lui.
Dal tendone rabberciato montato su “tubi Innocenti”
(forniti dall’Italcementi) di piazza della Torre, si passò –
negli anni successivi - in piazza della Liberazione. Attrezzature più adeguate e decorose, capannone coperto, posti
a sedere: una sagra in piena regola come quelle che sopravvivono ancora oggi.
La cosa interessò anche la televisione nazionale che
LA PRIMA VOLTA
63
in quel periodo realizzava la rubrica “Cronache Italiane”.
Allora, ancor più di oggi, l’arrivo della televisione rappresentava la consacrazione di un evento. La notizia si sparse.
La gente arrivò a dismisura; si accalcava, litigava per arraffare un piatto dal bancone di servizio: un successo fuori di
ogni previsione. La troupe televisiva tardava ad arrivare.
Allora non esistevano i telefoni cellulari ed era impossibile
contattare il nostro referente della RAI. Come fare? E poi,
sarebbero veramente arrivate le telecamere? O magari avevano cambiato idea?
Bloccare la folla avrebbe rovinato la festa, andare
avanti con il servizio voleva significare rimanere senza materia prima.
E così fu!
Arrivò infine la tanto attesa televisione, tutti impazzivano nel tentativo di farsi immortalare, tutti agitavano le
mani per farsi inquadrare; ma le riprese della regina della
festa, delle tavolate ricolme di commensali intenti a mangiare, non erano più possibili. I piatti erano ormai vuoti.
Ci recammo presso un vicino ristorante per filmare alcuni
piatti della famosa “elix pomatia alpina”, ed un sapiente
montaggio del filmato ci presentò, dopo tre giorni di attesa
spasmodica, e per la prima volta, la nostra Borgo in TV, sul
primo canale RAI
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IL CANDIDATO IDEALE
Nei bei vecchi tempi delle elezioni comunali con il sistema proporzionale la ricerca del candidato richiedeva
sforzi inauditi. La nostra comunità, da sempre rissosa, non
accettava coalizioni od apparentamenti ed ogni partito doveva correre con la propria casacca. Le liste in corsa erano
mediamente da cinque a sette. Bisognava trovare da cento
a centocinquanta candidati idealizzati e disponibili: impegno arduo per i partiti popolari e terribile per quelli piccoli.
Si costituiva allora un comitato elettorale che scandagliasse il territorio alla ricerca dei notabili con dei principi
inizialmente inflessibili: equa distribuzione tra classi sociali, compatibilità ideologica, attività economiche e posizioni geografiche. Ho, non a caso, usato il termine
“inizialmente” perché negli ultimi giorni saltava tutto il
piano programmatico e si raccattava tutto il possibile per
giungere ai venti fatidici nomi. È pur vero che si sarebbero
potute presentare liste incomplete (anche perché gli eletti
prevedibili non erano molti), ma che figuraccia si sarebbe
fatta nei confronti degli altri: poi, si presumeva che ogni
candidato avesse un suo “plafond” di voti (concetto spesso
vano).
In questo clima di disperata ricerca all’ultimo uomo
nasce questa storia.
Mancava un contadino, merce rara nella nostra città
dove l’economia industriale ha distrutto la residua agricoltura divenuta in quel tempo anacronistica e denigrata.
Dopo una selezione di alcuni nominativi si era individuata
la persona giusta, moderatamente influente, stimata e
senza molti nemici.
IL CANDIDATO IDEALE
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Sono sempre stato negato per la composizione delle
liste elettorali (devo ringraziare i molti che si sono occupati
in questi anni di trovare sempre i candidati anche per me);
la mia timidezza interiore non mi fa sentire a mio agio nel
chiedere, ma quella volta non potei dire di no e, vista la situazione drammatica, mi accodai con altri due per colloquiare con la vittima predestinata.
Giungemmo nella cascina posta in una Frazione
(avremmo anche risolto il problema geografico) nel tardo
pomeriggio e bussammo alla porta del soggetto individuato.
Ci accolse con simpatia e senza porci domande ci fece
entrare nella sala da pranzo dove aleggiava l’inconfondibile odore di stalla. Un profumo di cose antiche non necessariamente sgradevole.
Sul tavolo campeggiava una bottiglia di dolcetto
ormai spenta a significare che il nostro aveva ormai smesso
il lavoro e stava ricostituendo la carica di zuccheri. Anzi
dall’eloquio un po’ aggrovigliato pareva che di carica ne
avesse fatta in abbondanza.
Saltò via un altro tappo in onore degli ospiti ed altri
tre bicchieri vennero posti sul tavolo dalla sua gioviale
consorte e riempiti strabocchevolmente fino all’orlo in
segno di stima e di opulenza.
Il discorso iniziò alla larga su quei temi semplici e veri
della gente di campagna: la stagione appena iniziata, il valore del bestiame e la passione venatoria che ci univa. Il
nostro interlocutore non sembrava affatto interessato di conoscere il motivo della visita, che pure non era certa abituale. Chi ha conosciuto i nostri vecchi contadini sa però
che questo è un rituale al quale non ci si può sottrarre.
Una nuova bottiglia si unì alle precedenti quando
ormai la brigata aveva trovato una sintonia ideale incredi-
66
SARÒ BREVE E CIRCONCISO
bile:la pensavamo su tutto allo stesso modo. Lo stato padrone, il sindacato in difesa dei pelandroni, la nostra terra
dimenticata.
Era fatta! La persona che ci stava di fronte, comunque
fossero andate le elezioni sarebbe stato uno dei nostri!
Dopo due ore di chiacchiere, due bottiglie di vino ed
un paio di “cacciatorini” affettati sul pane di casa, partì la
nostra richiesta, scontata, quasi certa nella sua conclusione.
Il nostro candidato in pectore, ormai violaceo in viso,
si dimostrò favorevolmente sorpreso, lusingato. Poi rispose con quella calma serafica degna della forte razza
contadina che spesso viene sottovalutata da chi non la conosce, ma che racchiude in sé una filosofia di vita ed una
acutezza di pensiero frutto di anni di esperienze generazionali.
“Che peccato” disse “se l’avessi saputo ieri non avrei
dato il mio consenso ai socialisti. Avrei preferito aderire ai
liberali”.
Grande esempio di italiana coerenza!
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INDISSOLUBILITÀ… FUTURA
Ritorniamo al capitolo matrimoni.
Si presentò l’occasione per celebrare una cerimonia
congiunta tra il rito di una religione “protestante” e quello
civile. Aderii senza problemi in nome di quella libertà di
culto e di opinione che un laico ha nei suoi cromosomi. Mi
parve logico e naturale assecondare le legittime aspirazioni
di chi non la pensa come gli altri, con la convinzione che
quel tipo di religione, non potendo attuare la procedura
“Concordataria”, dovesse forzatamente ricorrere anche al
matrimonio civile.
Inoltre mi era stata chiesta la cortesia di poter usufruire dei locali comunali, più spaziosi, perché quelli della
loro chiesa erano troppo piccoli per accogliere la moltitudine che sarebbe accorsa al loro primo atto rituale in città.
Il giorno fatidico la nostra sala matrimoni, che – come
ho detto – non è propriamente la fine del mondo, fu resa
più degna con grandi addobbi floreali, strane icone ed un
registratore che diffondeva musica sacra.
Lasciai doverosamente alla parte religiosa l’inizio
della cerimonia e fui invitato con molta cordialità a rimanere presente.
Il celebrante venuto da fuori, un anziano maresciallo
della “Finanza” vestito in borghese e con qualche scarno
ornamento che ne raffigurava la funzione gerarchica ecclesiale, dopo le preghiere del caso iniziò con acceso fervore
la sua omelia, riferita, se non ricordo male, ai brani della
Bibbia.
Un’oratoria rustica ma efficace incentrata sull’indissolubilità del matrimonio, sulla condanna all’adulterio con
fermi toni “savonaroliani”.
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
“Chi sbaglia paga”, potrebbe esserne il riassunto.
Senza pietà né accondiscendenza.
Intimorito dall’atmosfera un po’ cupa e tutt’altro che
festosa che si era creata, dopo un’oretta passai alla mia
parte.
“Vuoi tu... prendere in moglie?”
“Vuoi tu... prendere in marito?”
Incamerati i due “sì” ed anche quelli dei testimoni dichiarai valida l’unione. Poi, come di consueto, lessi l’atto di
matrimonio. Solo allora mi resi conto che sul rigo “stato
civile” di ambedue gli sposi stava scritta l’inconfondibile
dizione: “già coniugati”.
Prosegui senza una grinza la mia funzione ripensando alla poco adatta predica del mio collega celebrante.
Fui invitato alla festa (non accetto con alcuno) e ricevetti i
soliti eccessivi ringraziamenti dei presenti e soprattutto del
celebrante religioso. Alla fine quest’ultimo mi chiese il parere sulla sua omelia. L’ipocrisia non mi appartiene più del
necessario e stimolato dalla domanda non persi l’occasione
per chiedere che significato avesse l’invocazione inequivocabile all’indissolubilità con due soggetti divorziati.
La risposta arrivò come netta come un diretto: “Il mio
riferimento è al futuro”. Misi berta in sacco e non feci altre
domande, ma sulla coerenza dell’omelia rimangono i miei
dubbi.
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IL PIÙ BEL COMPLIMENTO
Quando iniziai a fare il sindaco trovai alcuni contratti
che, a parere mio e di qualche esperto, avevano in sé delle
condizioni “capestro”.
Il sistema usato in allora (in cui i partiti – si seppe
dopo – vivevano di finanziamenti sommersi) era complicato ma assolutamente legittimo e spesso sfuggiva agli
stessi amministratori locali.
I grandi appaltatori di servizi – praticamente dei monopoli nati con la compiacenza dei partiti centrali - proponevano agli enti locali prezzi per i servizi ad un costo
normale, poi con clausole complicatissime di adeguamento temporale nel giro di pochi anni questi valori venivano raddoppiati o triplicati.
In questo modo, trattandosi di problemi di sofisticata
tecnica contabile e di “normali” adeguamenti alla svalutazione ben pochi amministratori, non coinvolti nella faccenda, riuscivano a rendersi conto del marchingegno.
Accertati questi fatti, convocai i responsabili di questi
mostri contrattuali e con l’aiuto di un giovane ma deciso
commercialista riuscimmo con discreta facilità a vincere la
flebile opposizione della parte avversa nonostante la presenza di avvocati di grido e di illustri consulenti chiamati
a confutare le nostre tesi.
Il risparmio per le casse comunali fu notevole: 250 milioni, di allora, con l’aggiunta di altri servizi gratuiti per la
spazzatura delle strade per i prossimi tre anni.
Era evidente che l’azienda dei servizi, avendo la coda
di paglia e molti altri innumerevoli appalti in provincia,
non voleva creare il caso che potesse far crollare il castello
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
di carte. Meglio rinunciare ad un buon profitto che rischiare di sollevare uno scandalo e dover rinunciare a
tutto.
Dieci anni dopo iniziò tangentopoli!
Molte di queste ditte finirono nei guai; per la verità
ben pochi amministratori furono coinvolti dalle nostre
parti. Possibile che vi fosse solo corruzione e non concussione? Mah!
Nei corridoi del Tribunale, meta costante di frotte di
avvocati in attesa del loro turno ,non si parlava d’altro
sempre con l’intima speranza che qualche avversario politico finisse incriminato (così va l’Italia).
Virtualmente ogni amministratore poteva essere un
sospettato od un indagato ed il pettegolezzo era il lavoro
che impegnava di più i colloqui nei corridoi della casa
della Giustizia.
Una mattina il principale “corruttore” pescato nella
nostra provincia, era in attesa di essere sentito: attorno a lui
si formò subito un capannello di addetti ai lavori e di giornalisti. Qualche mio “amico” chiese con noncuranza se
anche a Borgo potevano esserci stati fatti corruttivi (ovviamente riferiti ai miei mandati).
La risposta che ottenne questo mio “estimatore” fu il
più bel complimento della mia vita: “Borgogno? Non c’è
stato nulla da fare con lui. È incorruttibile e d’altra parte è
miliardario.”
Accettai volentieri anche la seconda parte pur se dentro di me aleggiava qualche dubbio (in fondo è meglio fare
invidia che pietà) ma sulla prima parte del giudizio non
potei che esultare.
Non ho più rivisto quel signore che quel giorno di
tanti anni fa si sottomise malvolentieri alle condizioni di
un giovane sindaco coadiuvato da un giovane commercialista, ma per quell’affermazione gli sarò sempre grato.
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IL MAXIMO DELLA LOQUACITA’
Al mondo esiste un’infinità di gente che ama sentirsi
parlare. Quando ormai tutti sono spossati ed assenti loro
continuano imperterriti a rigurgitare parole che nessuno
più segue. È una iattura alla quale, chi frequenta la vita
pubblica, è costretto a sottoporsi obbligatoriamente.
Riporto il fatto che andrò a narrare più per darmi arie
di uomo di mondo che per la sua ilarità. È un mio atto di
vanità; l’ ho raccolto dalla voce di uno dei più alti prelati
delle Americhe nel peregrinare nei Carabi per il solito “obbligatorio” dovere d’ufficio legato al gemellaggio con la
lontana città di La Vega.
Con altri concittadini ero in udienza privata dal più
alto prelato dell’isola di Santo Domingo. Una persona di
un fascino indescrivibile, di un carisma straordinario e di
una intelligenza acuta. Anche se il territorio sotto il Suo
dominio non appartenevano sicuramente al nord del
mondo, lui non si faceva certo mancare alcunché. Uffici ed
abitazione di una bellezza da sogno, aria condizionata tipo
antartico (per noi europei é un vero e proprio attentato ai
bronchi), personale di prim’ordine alla Sue dipendenze.
Avevo avuto modo di conoscere, in precedenti incontri, la
sua austerità e la sua essenzialità per cui mi ero preparato
ad un approccio breve e formale. Trovai invece quel giorno
una persona affabile e estremamente disponibile al dialogo.
Su sua cordiale richiesta venne una suora a chiederci
cosa avremmo gradito. Prese le ordinazioni, la cameriera
di alto livello, si assentò per esaudire le nostre richieste e
tornò dopo una buona mezz’ora con bicchieri colmi di nettari tropicali e ghiaccio in abbondanza.
72
SARÒ BREVE E CIRCONCISO
Esauriti brevemente i problemi relativi all’ oggetto del
nostro incontro (il missionario in odore di beatificazione
nativo della nostra città) il dialogo con l’illustre interlocutore, perfetto conoscitore dell’italiano imparato a Roma,
spaziò per circa un’ora sulle questioni del mondo (l’Europa vista da lì è così piccola). Mi trovai inizialmente con
un certo imbarazzo ad affrontare temi di così vasta portata,
posto che nessuno dei miei concittadini presenti mi venne
in aiuto; poi il discorso scivolò via con cordiale simpatia.
Fu in questa occasione che mi narrò l’aneddoto che vi
descrivo. Il Suo vicino di casa, a qualche centinaio di chilometri di distanza, è Fidel Castro, presidente della repubblica cubana, luogo in cui era stato il Papa in visita poco
tempo prima. L’alto prelato evidenziò senza problemi la
sua scarsa simpatia per il Leader Maximo, pur rimarcando
ossequio e rispetto per le scelte ecumeniche del Grande
Padre. Si lasciò andare alla narrazione dei preparativi per
l’accoglienza del Papa a Cuba, per i quali era stato chiamato in prima persona, con tutta la diplomazia ecclesiastica, ad organizzare l’evento.
In questo contesto ci parlò di uno dei suoi incontri con
Fidel. Era ad una cena di lavoro con le delegazioni ufficiali
e verso le nove e mezza della”tarde” il Leader iniziò il discorso di saluto conviviale. Durò – com’è consuetudine –
alcune ore. Il problema era che il giorno dopo era di astinenza e digiuno per il clero cattolico. Suonò la mezzanotte
e tutti preti accaldati ed affamati dovettero stare a vedere
in doveroso silenzio gli altri astanti mangiare i succulenti
piatti preparati per l’occasione. Mi sono sempre chiesto se
il vecchio e loquacissimo capo comunista non avesse fatto
loro un dispetto ma sono convinto che il mio illustre interlocutore non ebbe dubbi in proposito.
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GAFFES
ERRARE È UMANO
Un vescovo parte deciso per il discorso di congratulazione agli ortofrutticoltori che espongono i loro prodotti alla fiera.
Dopo il caratteristico avvio con: “Carissimi” si inciampa in un attimo di disperazione ed il meglio che riesce
a dire è: “ortofrutticoli”. Non so se mele, pere, e pomodori
abbiano gradito e se gli ortofrutticoltori abbiano capito,ma
certo è che il detto: “Anche un prete può sbagliare a dir
messa” andrebbe aggiornato.
ELOQUIO FORBITO
Un tale entra nel mio ufficio e, per tentare di colpirmi
favorevolmente esordisce dicendo: “Ho conosciuto sua
madre. Che donna in gamba per i suoi 87 anni, lucida, attiva, molto attenta e presente.” Poi per rincarare la dose
adulatoria: “Ha un turpiloquio eccezionale!”.
E pensare che mia madre è la più timorata di Dio di
tutta la nostra famiglia e non ha mai detto una parolaccia!
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
LETTERE (TRASCRITTE INTEGRALMENTE)
Mi scrive ogni tanto un signore che non conosco, così
come mi è ignoto il suo paese di residenza. I temi trattati
sono esilaranti, anche se non ho capito quale utilità abbiano per un sindaco. Mi auguro che la conoscenza della
materia trattata sia più profonda di quella della grammatica e dell’ortografia.
GENTILISSIMO BAR
Per Spett. Bar
Sua Eccellenza Sindaco
Io sottoscritto C.G. n. il..... a B. (un paese a 1000 km. da
Borgo n.d.r.) ivi residente in Via P... n. ... Avendo C.D. (carta
d’identità n.d.r.) n. ... rilasciata dal comune di B. il
chiedo ha questo tutti i bar i Bar Gentilissimo; di fare
questa bevanda che disseta molto, si fa così, si riscalda
lacqua molto caldissima, che deve bollire che deve
uccidere i micobi, si prende una tazza, ho un bichiere,
ho bucale; e si mette prima di versare lacqua,
si ci mette tre pezzi ho tre mezze fette di Arancio;
che si ci mette con tutta la buccia,
larancia si deve sempre prendere da quello sano,
tagliarlo, si fa bene. Zucherata, a suo piacere, ho tre cuchiai
di zuchero. Saluti cordiali.
C.G.
LETTERE
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Per spett. Bar
Sua Eccellenza Sindaco
Io sottoscritto
omissis.... (idem c.s., n.d.r.)
chiedo Ha questo tutti i Bar Gentilissimo
di fare questa Bevanda che disseta molto si fa così
si riscalda lacqua, molto caldissima che deve uccidere
i micobi si prende un Bicchieri è si mette,
prima di versare lacqua, si ci mette una
mezza fetta di limone, nel bicchiere è poi si versa lacqua
calda. Il limone bisogna sempre tagliarlo sempre
quello sano; non bisogna, mai tagliarlo prima,
Usate quando si taglia fresco il
limone, è nel bicchieri versare tre cuchiai di zuchero fin
quando sia dolce ben zucherato.
Saluti
C.G.
E POI TIRARE l’ACQUA DEL VALTER
Sua Eccellenza Sindaco
Io sottoscritto C.G.
... omissis ... (idem c.s., n.d.r.)
Fà presente per i lavori di casa Bisogna adoperare
l’Aceto, ora spiego come si adopera per lavare, il Pavimento si lava con lacqua solo quando e ben lavato si fa
asciugare bene che sia asciutto si prende uno stracio e si
bagna; è deve essere semi asciutto umido si piega, in tre, è
si spruza laceto, sarebbe lo spruzino quello del Vetril; lo
stracio si mette per terra e si spruza, una spruzatina
quando si umidisce la stracio, della parte dove avete spruzato si mette sotto sopra e si passa il pavimento, si fà ceramica, cemento, è marmo.
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SARÒ BREVE E CIRCONCISO
Il lavandino sia di ceramica, che dacciaio, si asciuga
con la carta scotti quelli a rotoli larga, e si asciuga lo sporco
è anche lacqua quando avete asciugato bene; spruzate laceto è lo asciugate sempre con la carta. per le piastrelle, sia
in cucina, che nei servizi, si spruza l’aceto poco è si asciuga
con la carta, la doccia, è la vasca, da bagno si asciuga e si
spruzza, laceto e si asciuga sempre con la carta si fanno
mobili cucina, qualsiasi mobili, spruzare pochissimo; per il
valter, si spruza è si strofina con la spugna, e poi tirare lacqua; anche le porte, vetri sechi di plastica, pendole, piatti,
forchetti, cuchiai, il piatto apena mangiato si asciuga, con
la carta, e poi si spruza laceto si asciuga con una tovaglia,
e viene lucido, si fanno sedie poltrone di pelle ecc.. frigo
dendro e di fuori dico tutto.
C.G.
N.B. Si consiglia Aceto Biango per non inquinare il
mare?
Ho ricevuto la lettera che segue, per conoscenza. È talmente comica nel racconto dello svolgimento di un’azione
(purtroppo di sofferenza) tanto da ritenere che avrebbe
ancor migliore effetto in “italiano”. Veramente in questo
caso la realtà è stata più incredibile della fantasia.
LA CASSA
Sig. Sindaco,
Per quello che mi aveti chiesto di racontarvi i fatti di
come mi a successo il mio incidenti sul lavoro vi faccio assapere che qullo giorno quando che o arrivato al cantiere
ho visto che il vento aveva fatto volare del tetto molti tegoli. E alora o messo sopra il tetto un travo con una carrucula e assalito due casse piene di tegoli. Qando ho finito
LETTERE
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di riparare mi ho accorto che sul teto mi sono rimaste
molte tegoli, epperciò o issato una cassa è o fermato la
corda sotto e sono salito per riempire la cassa di tegoli, poi
sono scesso e o staccato la corda, ma la cassa piena di tegoli
era più pisante di me e alora prima che me ne acorgo la
cassa a cominciato a scendere alzandomi di terra. E alora
o cercato di tenermi della corda ma niente e a metà osbattuto alla cassa che scendeva e mi ha sbatuto alla spalla sinistra. Intanto ho arrivato all’ultimo e ho sbatuto la testa
vicina al muro dopo al travo e alla cannaletta di latta che
lo’ rotta con la testa e mi ha scacciato le dite della mano
nella carrucola. Quando o arrivato al tetto la cassa allo
stesso momento a arrivato atterra. Ma sbattendo nela terra
tutto auna volta si a rotto il fondo che si è sbrundato e le tegoli si sono scivolati fuori. E allora à successo che sincomi
la cassa aveva diventato più leggiera e io più pisante o precipitato attutta velocità verso il terreno ma a meta strata o’
incontrato la cassa che saliva e mià colpito alla coscia e al
carcagno e quado o atterato le tegoli rotti ce erano in terra
mi anno pezziato tutto. Del dolore mi stava pigliando uno
svinimento però nel mentre e scesa di nuovo la cassa ce mi
accaduto sulla testa e mi ano portato allospedale.
Cosi anno andato i fatti e ora aspetto subito quanto
mi aspetta che ciò tre figli alla scuola media.
Indice
PREMESSA
L’UFFICO DEL SINDACO
IO PAGO LE TASSE
MATRIMONIO … D’AMORE
GALEOTTO FU IL PINOT ROSSO
MATRIMONI CIVILI
COLPO DI STATO?
L’EX CELODURISTA
LA RETTA SPARITA
ASSOCIAZIONE SENZA “SCOPO”
IL BENEMERITO DELL’ESTORSIONE
È SERENO MA... PIOVE!
IL BECCHINO INNAMORATO
LA COTOLETTA
IL VECCHIETTO DOVE LO METTO?
“BADAGU”
L’AMICO DELL’UOMO
IL GIOVANE PIÙ VECCHIO
IL GRANDE ERRORE
IL BELL’ADDORMENTATO
TELEFONATE NOTTURNE
PROFUMO DI... LUMACHE
LA MORTE DEL BUONSENSO
LE “ASSISTENTI SOCIALI”
IL GELATAIO IMBARAZZATO
LA PRIMA VOLTA
IL CANDIDATO IDEALE
INDISSOLUBILITÀ... FUTURA
IL PIÙ BEL COMPLIMENTO
IL MAXIMO DELLA LOQUACITÀ
GAFFES
LETTERE
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54
56
58
61
64
67
69
71
73
74
Finito di stampare
nel mese di aprile 2007
presso la
Tipografia Racca - Cuneo
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