Nessun potere politico “forte” ma solo sana imprenditoria agricola… I perché di una scelta sbagliata
No al compostaggio in c.da Marchesana
Mentre a Lecce il sindaco ha detto no alla realizzazione di
un impianto di compostaggio sul proprio territorio, sostenendo che “uno stabilimento del genere non può sorgere
in una zona agricola come quella prescelta”, la nostra
amministrazione, con delibera di Consiglio n. 4 dell’11
febbraio 2009, si preoccupa di comunicare all’ATO BA5
“che la disponibilità del sito comunale alla realizzazione dell’impianto è legata al rispetto, da parte dell’ATO
BA/5” della “relazione di ipotesi royalities preparata dal
Comune di Gioia del Colle”. Una questione dunque legata al danaro (le royalities altro non sono che percentuali
commisurate al giro d’affari) che ha portato i nostri amministratori a sostenere che la contrada Marchesana è una
“zona di scarso valore agricolo anche nelle adiacenze, in
assenza di insediamenti stabilmente abitati ad esclusione
della braceria”, quando tutti sanno che a ridosso dell’area
destinata al compostaggio ci sono decine di ettari di vitigni
autoctoni che producono varie qualità di pregiato, rinomato e premiato vino primitivo, numerose aziende agricole
(anche agrituristiche) che fanno della coltura biologica il
loro emblema, oltre a diverse civili abitazioni coloniche.
Una realtà imprenditoriale agricola, in continua espansione
e costante crescita produttiva, in cui si sono investiti e si
continueranno ad investire decine di milioni di euro, che
subirebbe un sicuro danno a causa della presenza di questo
impianto industriale, non soltanto per il continuo via vai dei
mezzi di trasporto o per i rumori prodotti anche dallo stesso
impianto, quanto per gli odori che verrebbero, come ogni
esperto del ramo ben sa, assorbiti dai loro prodotti. Odori
che a detta di studiosi in materia possono essere ridotti ma
non eliminati. In alcuni casi, sostengono, potrebbero creare nell’uomo effetti collaterali nocivi quali disturbi gastrici, mal di testa, disturbi del sonno, perdita di appetito. Un
duro colpo che metterebbe KO anche il turismo locale, per
via del paesaggio che si rivelerebbe agli occhi dei turisti
nell’approssimarsi al nostro paese in autostrada o per ferrovia. Una situazione che ha dell’incredibile, se si considera
che nel 2006 Nichi Vendola aveva revocato le autorizzazioni per la realizzazione dell’impianto dopo aver ricevuto
il “parere negativo espresso dall’ Ato Bari 5”, in cui si evidenziava che “la maggior parte dei comuni avrebbe preferito realizzare il compost a Conversano dove già esiste una
piattaforma dei rifiuti con una discarica tradizionale, un
impianto di cdr e una struttura di selezione spinta”. (Repubblica del 28/12/2006). Un indirizzo tra l’altro inserito
nel PRGR (Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti), a
cui si è attenuto quello provinciale (PPGR). Infatti, sotto la
voce “Criterio di prossimità”, si evidenzia che “ogni bacino
deve gestire, riciclare, recuperare e smaltire i rifiuti che ha
prodotto presso impianti il più possibile vicini al luogo di
produzione”. E ciò per evitare che “l’impatto ambientale ed
i costi del trasporto possano superare i vantaggi ambientali
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del recupero stesso e rendere irrazionale ed inefficiente il
sistema”. Un fattore, “quello della baricentricità del sito
rispetto al bacino di produzione e di smaltimento dei rifiuti”, ritenuto preferenziale ma completamente disatteso
in merito all’impianto gioiese. La nostra città è stata scelta
pur essendo posizionata nella parte più estrema del bacino
oltre che distante decine di chilometri dalla discarica di
Conversano. Località in cui confluirà l’umido prodotto nei 21 comuni dell’ATO da destinare all’impianto
di compostaggio di Gioia del Colle, per poi ritornare
a Conversano, sottoforma di scarti di lavorazione da
conferire definitivamente in discarica. Un giro vizioso
che farà aumentare i rischi e i disagi legati a questi trasporti, nella popolazione, l’inquinamento ambientale
oltre a far lievitare a dismisura i costi di gestione dello
stesso smaltimento. Ma non è tutto. Nel citato Piano
Provinciale, in merito alla valutazione sull’idoneità o
meno di un sito, si precisa che “costituiscono fattori
penalizzanti la presenza di case sparse; di aree agricole di
pregio che ricadano in un raggio di 500 m dalle localizzazioni previste; di aree entro la fascia di rispetto da strade,
autostrade, ferrovie; interferenza con i livelli di qualità
delle risorse idriche superficiali e sotterranee”. Fattori la
cui presenza è facilmente riscontrabile in contrada Marchesana, situata sotto l’autostrada A14, costeggiata dalla ferrovia e in prossimità di un avvallamento in cui confluiscono
le acque piovane dell’intera zona. Un sito particolarmente
difficile da raggiungere che comporterà un considerevole
esborso di soldi pubblici per modificare l’assetto viario esistente. Oppure determinare l’insorgenza di onerose quanto
inutili “controversie” legali stante la presenza di sentenze,
emesse da TAR e Corte di Cassazione, in cui si stabilisce
che “in materia di rifiuti, un impianto di compostaggio,
avente natura industriale, non può essere assentito in zona
agricola, senza previa modifica dello strumento urbanistico” e senza che “sia adeguatamente motivato in relazione
alla pubblica utilità dell’opera, per cui l’amministrazione,
pur nell’esercizio di un potere discrezionale, deve effettuare una approfondita valutazione dell’interesse pubblico
alla realizzazione dell’impianto in variante allo strumento
urbanistico sotto il profilo della pubblica utilità, urgenza
ed indifferibilità dell’opera e solo la ricorrenza di tali esigenze può legittimare la compressione delle scelte effettuate dai Comuni in sede di pianificazione urbanistica”. Una
situazione complessiva, quindi, che contrasta con gli sforzi
che questa amministrazione sostiene di compiere nella direzione di rendere Gioia del Colle più attraente e disponibile
verso l’esterno dal punto di vista turistico tanto da disporre
l’apertura di un ufficio IAT – Informazioni ed Accoglienza
Turistica, o organizzare ripetute manifestazioni per tutelare, pruomuovere e valorizzare il nostro vino primitivo.
Donato Stoppini
Azienda Polvanera
Un’antica masseria nel cuore della contrada Marchesana,
una sala degustazione di raffinata semplicità, una moderna
cantina di 800 metri quadri, dotata di botti termorefrigerate e
tecnologie di vinificazione all’avanguardia e giù, nella roccia
striata di rosso, un caveau costellato da centinaia di bottiglie
già etichettate e pronte per la spedizione. Altre attendono
che il tempo renda i loro ambrati tesori perfetti da degustare.
Nell’angolo “spumanti” il primitivo vinificato in bianco con
metodo classico lascia che l’alchimia
di zucchero di canna e lievito progetti
il suo perlage. Nella seconda fermentazione l’anidride carbonica a temperatura controllata verrà imprigionata
nel tappino e a “freddo” sottratta. Il
processo di fermentazione richiederà
dai due ai venti mesi e le bottiglie riposeranno disposte dapprima in posizione orizzontale e poi in verticale. Il
colore del rosè va salvaguardato dal
viraggio verso un più ambrato “brandy”, la perfezione è d’obbligo per un prodotto destinato ad un
mercato internazionale particolarmente esigente. Polvanera
17 ha conquistato nel 2008 il “Sole di Veronelli” ed un proprio, quotatissimo stand in Vinitaly, concorrendo con altri 21
vini italiani, per Daniel Thomases “un Primitivo di assoluta eccellenza: caldo, generoso, mediterraneo, sontuoso…”.
L’azienda Polvanera, nome che ricorda il colore della terra
in cui i vitigni affondano con tenacia le loro radici, nasce
nel 2003. La stessa tenacia, fortificata da orgoglio, senso di
appartenenza ed entusiasmo spinge Filippo Cassano, enologo nonché rotariano D.O.C., in passato apicoltore, Angelo
Antonio Tafuni e i fratelli Giuseppe e Michelino Posa ad
investire ogni loro energia e risorsa in questo progetto, con
appassionata competenza e soprattutto profonda fiducia in un
vino radicato nella storia, nella cultura, nell’identità della loro
terra. 25 ettari di vigneto, di cui 15 destinati al primitivo e i
restanti ad aglianico, aleatico e fiano, altri 4 ettari di alberelli
sessantenni di primitivo condotti in fitto. Un progetto nato
sotto una buona stella… la stessa che brilla su ogni etichetta
tratta da antiche illustrazioni della costellazione della Vergine, un presagio nel nome esoterico di Vindemiatrix, il cui
sorgere segnava l’inizio della vendemmia ed ancora Porrima,
Syrma, Zaniah, Zavijava, Heze dalle suggestive, semantiche
radici greche, latine e preislamiche, per identificare vini di
cospicua floralità di cui sono particolarmente apprezzati gli
effluvi resinosi e balsamici di liquirizia e amarena e i sentori
catturati dalle uve ed imprigionati con sofisticate tecniche di
affinamento. Un aleatico rosso rubino, equilibrato con note
di ciliegia, timo e muschio, un moscato bianco cristallino,
suadente in cui cogliere fragranze di pesca, mela e fiori di
sambuco, un primitivo vellutato dal gusto pieno che arde senza bruciare dai 14 ai 17 gradi. Come resistere alla seduzione
di una così sconvolgente, aromatica essenza della natura, ebbra di sole e profumi?
Dalila Bellacicco
Piero Longo: un mito
Piano Urbanistico Generale
A distanza di quasi un anno dalla sua elezione, il neo-Sindaco Piero Longo ha, meritatamente, conquistato la nomination aggiudicandosi, con
quattro anni di anticipo, il premio di Sindaco “peggiore” che la nostra
storia ricordi. Ecco a voi un pregiato sunto di alcune creazioni amministrative che hanno permesso la precoce e inaspettata vittoria. In principio
era lo slogan “Ora si cambia”, che lasciava presagire una gestione del
potere innovativa e trasparente. Ma quando Longo cominciò a creare,
delibera dopo determina, surclassò ben presto i peggiori amministratori
del passato lasciandoli, in affanno, ad ingoiar polvere dietro di sé. Mentre
tentava di “distrarre” la città con iniziative di “gusto” (pupi, maccheroni e pecoroni con patate) il Sindaco dava inizio ad una serie infinita di
provvedimenti “mirati” ad accontentare le schiere più fedeli della sua
coalizione. Tra raddoppi di stipendi, elargizioni ad associazioni amiche
e accuse contro giornalisti ed organi di stampa locali, il Sindaco parve
subito maneggiare con estro il tanto agognato “bastone” del comando.
Provò persino a far sparire e ricomparire le palme di via Di Vittorio. Il
bastone funzionò, ma una delle palme, seccata, la prese male e si ammalò. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina.
Primo giorno. Tenne poi banco il pubblico bando per selezionare i direttori artistico e tecnico al Teatro Comunale. Bando sì, ma con candidati
già prescelti dal Sindaco in persona. Come in una ideale estrazione del
Lotto dove i numeri vincenti li estrae il giocatore direttamente dalle sue
tasche. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina.
Secondo giorno. Poi sopraggiunse l’autunno e il Sindaco, terminate le innumerevoli iniziative da presenziare e i banchetti goliardici dell’estate di
tutti, poté dedicarsi, a tempo pieno, all’ambita gara. Ecco, allora, mettere
mano alle cosiddette “sanatorie edilizie” (da alcuni denominate volgarmente “condoni”), dove in ballo vi erano, tra l’altro, pesanti (si parla di
“mattoni”) interessi di alcuni Consiglieri di maggioranza. Insieme sopraggiunse la LUM, l’Università privata che il Sole 24 ore classificò agli
ultimi posti tra tutte le Accademie italiane, alla quale Longo regalò l’ex
distilleria di Via Cassano (la cui ristrutturazione era costata un patrimonio) per sei lunghi anni. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera
e fu mattina. Terzo giorno. Poi venne la pista ciclabile, una delle sette
oscenità di Gioia. Una “leccata” blu contornata da paletti a scomparsa,
su e giù tra auto in corsa e in sosta, senza senso e senza decenza. Prima
pista ciclabile vietata ai ciclisti, al mondo. Il Sindaco vide e non provvide. Nella sua mente imperava, infatti, la nostalgia del vecchio mercato
del pesce da ricostruire in piazza Plebiscito. Utile astuzia per giustificare
l’abbattimento di quello della frutta di via Regina Elena, volto a liberare
corposi suoli da “girare” agli immancabili palazzinari, pronti a edificarci
su nuovi strati di appartamenti. E Longo vide che era cosa utile (per sé).
E fu sera e fu mattina. Quarto giorno. Arrivarono così i lavori al Teatro
Comunale (30 mila euro), affidati (senza pubblica gara, naturalmente),
manco a dirlo, alla ditta “parente” di un Assessore. E senza lasciar tempo
al respiro, vennero creati altri 30 mila euro per allargare via Scorciabove, pur sapendo che i maligni avrebbero ben presto capito chi fosse
l’unico beneficiario dell’opera. Spendi oggi, spendi domani, il Sindaco
udì l’arca scricchiolare. Non c’era più acqua e la barca grattava ormai il
fondo. Alzò allora il “bastone” magico del comando sulla città e separò
gli onesti da un lato e gli evasori dall’altro. Ai primi ordinò che pagassero
l’Addizionale Irpef Comunale (che sulla piazza aveva promesso di abolire) mentre i secondi, ignorati, poterono depositare ceri e corone al monumento dedicato alla “dea cuccagna”. E Longo vide che era cosa utile (per
sé). E fu sera e fu mattina. Quinto giorno. Comparvero, all’improvviso,
tre torri faro in pieno centro (una persino a soli 90 metri da una scuola
materna). Anche qui un corposo regalo (solo 5 mila euro annui rispetto
ai 15 mila consueti) ad una ditta privata che avrebbe affittato le antenne,
appollaiate su tralicci alti 33 metri, a tutte quelle aziende di telefonia
mobile che ne avrebbero fatto richiesta. Poco tempo dopo, al cimitero,
giunsero le ruspe, per abbattere, con urgente “urgenza” (dopo decenni di
onorato servizio), gli ingombranti cipressi. Anche questa volta nessuna
gara d’appalto. L’urgenza, difatti, rendeva necessario accorciare i tempi
(e rendeva, diciamo noi, più libera la scelta di assegnazione lavori). Le
radici di alcuni cipressi avevano infatti deciso di estendersi alla velocità
di un metro al dì. Altri, invece, all’unisono, avevano deciso di inclinarsi
al ruggir del vento. Un autentico suicidio collettivo. E Longo vide che
era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Sesto giorno. Il Sindaco
aveva bruciato le tappe. Aveva conquistato l’alloro del primo premio. In
pochi mesi aveva meritatamente stracciato gli avversari. La città di Gioia
poteva così gloriarsi del “peggior Sindaco” della sua storia. Longo decise
così di riposarsi (ma solo un po’). E la città vide che era cosa (pur breve)
utile (per lei, stavolta). E fu sera e fu mattina del settimo giorno.
Enzo Cuscito
Prende avvio la fase di impostazione
conoscitiva e programmatica preliminare
alla prima conferenza di copianificazione
Ritorna in auge la questione Piano Urbanistico Generale (PUG) di Gioia del
Colle, una nuova visione della città, per
garantire un ordinato assetto del territorio.
Si tratta di una tematica che arrovella la
politica locale ormai da decenni, condizionata da pressioni latenti che hanno lacerato il percorso progettuale, al punto da
ostacolarlo.
A memoria degli addetti ai lavori e dei
cittadini tutti, è bene ricordare che, nel
nostro Comune, vige un Piano Regolatore
Generale (PRG), approvato, in via definitiva, con decreto del Presidente della Giunta Regionale n.
1257 del 23.5.1977, adottato dal civico ente, sotto gestione commissariale, a far data dal 14.7.1972,
e concepito a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Un piano regolatore, oggi definibile di prima
generazione, la cui attuazione e i cui modelli di previsione sono risultati, a distanza di oltre trent’anni,
molto lontani dalle aspettative. Lo sviluppo urbano, attuato prevalentemente mediante una serie di
piani di lottizzazione ad iniziativa privata e alcuni piani particolareggiati ad iniziativa pubblica, è
risultato carente di un disegno sistematico dello spazio pubblico e della realizzazione degli standard
urbanistici, minima dotazione quantitativa in termini di servizi collettivi, che sono rimasti solo sulla
carta, per l’incapacità di attuare un programma che accanto all’espansione avrebbe garantito il miglioramento della qualità della vita.
La situazione urbanistica odierna di Gioia del Colle appare frammentaria e segno della incoerenza del
tessuto insediativo urbano, non relazionato al sistema ambientale e infrastrutturale. Il disegno di piano
è stato bypassato da una serie di logiche ed evoluzioni che altro non hanno fatto che delegittimarne
l’efficacia e il principio ispiratore; un piano che, con il suo apparato normativo, è stato oggetto di interpretazioni, non sempre corrette. Una tappa intermedia è stata la proposta di variante di adeguamento alla legge regionale n. 56 del 31.5.1980, portata in discussione solo nel 1999, quando, ancora una
volta, la tecnica urbanistica andava evolvendosi verso una pianificazione strutturale-operativa, come
definita nella nostra Regione con la legge n. 20 del 27.7.2001. La proposta, non è stata condivisa e,
quindi, ritenuta vana, proprio per l’avvento della L.R. 20/2001 che ha introdotto, quale strumento di
pianificazione, a livello comunale, il PUG, sovraordinandolo al Piano Territoriale di Coordinamento
Provinciale (PTCP) e al Documento Regionale di Assetto Generale (DRAG).
Proprio per (ri)partire dal PUG, si è svolta una conferenza cittadina presso l’auditorium di via Paolo
Cassano, dal titolo “Dal PRG al PUG: costruiamo insieme la città”. In tale sede è stato presentato
alla città il “sistema delle conoscenze”, ovvero l’analisi urbanistica del territorio all’attualità, alla
base della successiva proposta di piano. Anche il PUG sta viaggiando a ritmi non proprio dinamici, se
consideriamo che il Documento Programmatico Preliminare (DPP) è stato definitivamente adottato
dall’amministrazione comunale nel novembre 2005 e, da allora ad oggi, si è rispolverata la questione
solo nel marzo 2007, con la conferenza “Lo sviluppo urbanistico per una città solidale: il PUG”. Nel
frattempo, il contesto normativo si è arricchito, a livello regionale, con la circolare n. 1/2008 sulla
formazione dei PUG, a seguito dell’entrata in vigore del DRAG (agosto 2007).
L’Amministrazione Longo, allora, cercherà di salire sul vagone giusto, dandosi un cronoprogramma
che porti all’adozione del PUG entro il proprio mandato amministrativo, per far fede al proprio impegno in campagna elettorale? Auguriamoci che ciò avvenga, perché la nostra città merita di uscire
da questa situazione di stallo, per rendersi competitiva rispetto ai comuni viciniori dove, salvo altri
contesti (uno tra tutti, Acquaviva delle Fonti), si fa sul serio, per dare certezze e occasioni di sviluppo
alla propria cittadinanza.
La conferenza è servita anche e soprattutto per capire gli obiettivi dell’attuale amministrazione comunale. Il Sindaco si è assunto l’impegno di portare a conoscenza le scelte di sviluppo della città, consapevole che, solo in maniera condivisa, le si potrà dare un volto nuovo. L’assessore ai lavori pubblici,
ha esposto le criticità attuali dell’urbanistica gioiese: urgente attualizzazione del PRG, sopravvenuto
DRAG e necessità della Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Ha evidenziato la necessità di
svincolare il mercato, abbattendone la rendita fondiaria e di scegliere la perequazione, per realizzare
la compensazione ambientale. Ha poi parlato degli obiettivi qualitativi che sono attesi dal PUG:
riequilibrio dei servizi/standard e del deficit pregresso, sostenibilità nelle trasformazioni, semplificazione del quadro normativo, perequazione, per evitare la caducazione dei vincoli nelle zone destinate
attualmente a servizi, edilizia residenziale sociale, surplus della capacità edificatoria negli ambiti
residenziali, per aumentare i servizi di vicinato. Il Dirigente dell’Ufficio Tecnico ha sottolineato che il
sistema delle conoscenze sarà propedeutico all’indizione della prima conferenza di copianificazione,
indetta dal Sindaco, con la partecipazione degli enti sovraordinati e/o territorialmente competenti e
dei comuni confinanti.
Chiusa la parte degli interventi istituzionali, la parola è passata ai relatori dello staff tecnico, incaricato della redazione del PUG, che hanno presentato le loro analisi urbanistiche. In particolare, l’analisi
geologica ha evidenziato la morfologia carsica del territorio e il correlato rischio sismico. Per l’analisi
idrogeologica si è presentato il reticolo idrografico comunale, che risulta ad andamento radiale, con
la presenza, per la zona urbana, di bacini esoreici (aperti verso l’esterno) ed endoreici (chiusi, ad alto
rischio idraulico). Lo studio idrologico ha poi evidenziato vaste aree di allagamento del territorio, a
seguito di eventi meteorologici e scarsa attenzione nel lottizzare il territorio. Infine, il rilievo dell’antropizzazione del territorio, confrontato alle maglie del vigente PRG, ha evidenziato uno scollamento
tra previsioni/azioni molto evidente specie per la rete viaria.
Nunzio Loporcaro
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A proposito di Futurismo…
Chiusi i battenti sulla mostra di riproduzioni di stampe
futuriste, del costo di 1000 euro, mettendoci, nel vero
senso della parola, “una croce sopra”. A tracciarla sulle stampe lo stesso Carmelo Calò Carducci. Il docente di Matematica e Fisica, nonchè “cuciniere futurista”
non ha esitazioni in merito: ”Definire una cosa significa ucciderla… il Futurismo non può essere definito,
è una allusione, è l’esplosione di “quell’angolo del
cervello” in cui vige il disprezzo delle norme, in cui
germina il seme di una anarchia futuristica all’insegna
della più totale libertà interpretativa, anche filosofica, di quanto scaturito dalla creatività. Nato in cattività (la neve ha impedito ai relatori di esser presenti
nel corso dell’inaugurazione), e rinviato al 4 marzo,
l’evento si è avvalso dell’ottima presentazione del
professor Giuseppe Bonifacino e di una accattivante
rivisitazione della figura di Ricciotto Canudo a cura
del professor Giovanni Dotoli, presidente della omonima Fondazione. Tante le iniziative poste in essere
e ben sei le pubblicazioni di pregio edite dalla Fondazione Ricciotto Canudo, di cui una a firma di Fortunato Matarrese presentata a Gioia nel ’77, anno in
cui ricorreva il centenario della nascita dell’”apostolo
dell’avanguardia”. Tra i ricordi di Gennaro Losito,
organizzatore della presentazione, la presenza di uno
scultore, un distinto signore dalla fluente barba bianca, particolarmente attento ed interessato al Canudo.
L’artista in seguito rivelò di esserne stato amico e di
aver scolpito un busto in suo ricordo. Rintracciarne gli
eredi e portare la scultura a Gioia potrebbe rivelarsi
l’evento inaugurale di una nuova stagione di rinascita
culturale, cui affiancare un’interessante proposta del
sindaco Piero Longo e di Vito Marvulli: invitare gli
studenti a redigere quaderni sull’argomento e pub-
blicarne i più significativi. Di materiale ve n’è tanto
ed altro ancora potrà essere reperito. Nell’archivio di
Gennaro Losito sono custodite alcune preziose pubblicazioni in francese della rivista “MONTJOIE!”
fornite in digitale da Roberto Ludovico, professore
di Letteratura Italiana presso l’Harvard University del
Massachusetts. Sarà, inoltre, cura del professor Dotoli, come dichiarato nell’incontro, restituire al Comune articoli, pubblicazioni, studi, atti documentali e
quant’altro sia rinveniente dalla fondazione, per poter
offrire ulteriori, preziose opportunità di studio e approfondimento.
Dalila Bellacicco
Me ne fregio!
In queste settimane, travolta dal turbinio del centenario futurista, Gioia del Colle è in fermento - conferenze al Rossini, conventicole nel foyer, dotti ospiti
e sapienti d’oltre moenia e fauna di esperti locali.
Contagiato dalla fregola, ho riguardato di buona lena
alcuni dei numerosi Manifesti dell’italianissimo movimento artistico, con particolare diletto quelli dedicati al teatro. E ravanando come un bracco da tartufo
futurista nella mia collezione di cose strane e aggerate
cianfrusaglie, ecco saltar fuori un agile libello di cm
13,5 x 14,5. Sapete com’è un collezionista: non può
non fregiarsi dei suoi pezzi migliori. Il libretto in questione è il “Manifeste de la Femme Futuriste”, ad
opera di Valentine de Saint-Point. E chi se ne fregia,
direte voi. Il fatto è che la Valentine è proprio un bel
personaggio: discendente di Lamartine, modella di
Rodin, poetessa e romanziera, drammaturga, pittrice;
Ricordando Pietro Argento
Ci sono pagine di storia non scritte, racchiuse nei ricordi di testimoni privilegiati,
Franco Chieco, critico musicale nonché amico di Pietro Argento, ne è icona.
Nelle sue parole la più bella “aria” che
potesse dedicarsi al Maestro, a cento
anni dalla sua nascita, il 7 marzo scorso, nel corso della due giorni organizzata dall’Associazione Musicale “Daniele Lobefaro” in collaborazione con
Amici della Musica “ P. Falcicchio”,
l’Associazione Pro Loco, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Gioia
del Colle e la Biblioteca Comunale
“Don V. Angelilli”.
Franco Chieco si immerge nel passato,
ricorda l’uomo, i suoi sentimenti, il musicista, il grande concertista così amato ed osannato in Russia
da essere invitato ad incidere dischi con l’orchestra sinfonica
statale e “scolpito” in bronzo da Kerbel. Personalità impetuosa,
travolgente, rispettosa dei grandi, in grado di far “convivere,
nello stesso programma, una pagina di arabescata finezza di
Malipiero ed un’altra, intensa e accesa di Rimski-Korsakov”.
Nel ’71 presenta in veste orchestrale gli “Spirituals” di Morton Gould, “un’immagine icasticamente nobile e tormentata,
un autentico messaggio di fede e di speranza” del folclore
americano, “trasfondendo con nobiltà di gusto il respiro delle
voci umane nel calore trascinante degli strumenti ad arco”.
Foto Mario Digiuseppe
Nello stesso concerto “Sogni d’inverno”, opera giovanile di
Ciaicovski, “luminosa nell’architettura, ricca di slancio e di
effusioni melodiche tipicamente russe, di seducenti impasti timbrici, persino spregiudicata nella dinamica e nella tecnica strumentale, una sinfonia che non poteva
non rispondere alla istintiva esuberanza della sua visione interpretativa, attenta a
rimarcare la vivacità della tavolozza, il fascino della varietà ritmica.”
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Valentine rivoluziona il mondo del teatro imponendo
un’immagine della donna modernissima; la femminista non può e non deve copiare l’uomo perché, per
somigliargli, sarebbe costretta a virilizzarsi, impoverendosi così di tutta la grazia, sino a perdere tutte le
necessarie qualità femminili. Piuttosto è un gusto per
lo slancio personale, per un’attività in armonia con le
grazie e le fatalità del proprio essere che la libererà da
tutte le tutele e da tutte le necessità di doversi associare. Invece il nostro tempo [febbraio 1913 n.d.t.] vede
trionfare il femminismo con tutta la sua bellezza e con
tutta la bruttezza: donne che cercano nel femminismo
il luogo dove compensare quello che altre posseggono
al loro posto: più bellezza, o anche così e semplicemente, una più vasta intelligenza. Valentine preconizza l’avvento di una donna superiore quale créature
chez qui l’instict est pourvu de lucidité. Contestando
le rivendicazioni del femminismo tradizionale, ella rivendica la liberazione della donna e della “lussuria”
in termini di forza vitale e di creazione: il faut faire
de la Luxure une oeuvre d’art. Messa ai margini dal
movimento più interessato a rivendicazioni di carattere economico e sociale, Valentine nel 1924 decide di
trasferire la sua lotta in Egitto con il nome di Rawhiya
Nour-ed-Dine, dedicandosi completamente alla causa
del mondo musulmano, contro l’imperialismo europeo. Muore nel 1953. Ora mi domando e dico: se della
contessa Bianca Lanfranco vedova Lancia, concubina
dell’imperatore Federico II portano il nome pizzerie e
B&B, perché non intitolare una paninoteca, o almeno
una pasticceria a Valentine de Saint-Point che è stata
per lungo tempo la compagna more uxorio del famoso
Ricciotto Canudo nostro gioiesissimo cittadino (emigrato). Ma occorre far presto perché passato il centenario futurista c’è il rischio che nessuno se ne fregi ...
Vito Osvaldo
Poesia nel ricordo dell’incisione corredata da affettuosa dedica, ricevuta in dono dal
Maestro nel ’72: “Vi sono incisi sei brani orchestrali da lui diretti. Una fiaba musicale, intitolata “L’allodola”, e altri cinque pezzi brevi. In queste pagine c’è una
ammirevole ricchezza di fantasia, una scrittura di solare luminosità che privilegia
i timbri scintillanti degli strumentini. Impeccabile è l’equilibrio formale, incalzante
la vitalità ritmica, raffinato, elegante è il respiro melodico”. E che dire del ritratto
del maestro? “Sotto la scorza di uno sguardo burbero, luciferino, penetrante, gli
occhi lucidi, i baffi e i capelli folti ma ormai brizzolati, in Pietro Argento palpitava
il cuore di un ragazzo inquieto, estroverso, incontenibile e passionale nel rapporto
di calda tenerezza con la sua terra, con i suoi ricordi. Un richiamo ancestrale,
talvolta struggente… Non c’è stata una sola volta che, venendo a Bari, non abbia
sentito il bisogno di fare un salto qui a Gioia. Andava al cimitero, soddisfatto di
aver recuperato almeno un attimo del tempo che fugge.”
Davvero corale la partecipazione a questo evento: sono circa 500 gli alunni di media e superiori ad ascoltare nell’ex Distilleria di via Paolo Cassano Gianfranco
Amatulli, Franco Giannini e Paola Sorrentino, dopo l’intitolazione di una ex
traversa di via Pastore al musicista. Nella stessa sede, in ininterrotta proiezione un DVD
documentario sul Maestro, realizzato dall’Associazione Lobefaro con Matteo Notarnicola.
Molto suggestiva la mostra “Le peregrinazioni
di una Bacchetta. Pietro Argento”, curata dalla
biblioteca comunale ed in esposizione fino al
19 aprile al primo piano nel foyer del Rossini. A far gli onori di casa Piero Longo, ospiti
Gianvito Pugliese, presidente della fondazione
“N. Piccinni” di Bari, i figli del Maestro, Teresa e Giampiero Argento, Franco Chieco, Nicola Sbisà, Giuseppe Scavo, PeppinoVasco
ed Enzo Lavarra. Chiusura della kermesse affidata in serata all’ottimo Quartetto Meridies
con Carmelo Andriani e Gennaro Minichiello al violino, Giuseppe Pascucci alla viola e Giovanna D’Amato al violoncello.
Un’esecuzione di impeccabile e brillante espressività, accesa da coloriture timbriche vivaci ed intense su brani di Mozart, Brahms e Piazzolla.
Dalila Bellacicco
Gli strombazzamenti del settimanale Fax
Sul settimanale Fax del 7 marzo 2009 nell’editoriale dal titolo “GIOIA”, a firma di
Vincenzo Magistà, in uno dei tanti passaggi, l’autore sottolinea quasi con enfasi
che “Gioia è la nona città in cui il settimanale approda, in punta di piedi, senza
strombazzamenti”. Qualcuno si chiederà, e gli innumerevoli manifesti (70x100) e le
centinaia di locandine a colori che continuano a informare di questa nuova presenza
nel già vasto panorama editoriale gioiese, chi li ha commissionati? Se poi lo stesso
Direttore Responsabile precisa che la novità del loro giornale sta nel fatto che si
daranno le “notizie quasi in tempo reale, colmando le lacune sia dei quotidiani,
impossibilitati a raccontare tutto quello che accade a Gioia, che dei
periodici, che spesso raccontano i fatti quando ormai sono troppo
vecchi”, allora crediamo che oltre a peccare un tantino di presunzione, manchi di rispetto nei confronti di chi per anni, nel bene e nel
male, ha provveduto ad informare i gioiesi sui fatti della città, e
non solo! Infine sostiene che “non saremo un giornale schierato”,
diventando alquanto contraddittorio nel momento in cui precisa
però “che non ci piace sparare addosso a chi governa, e già per
questo, merita rispetto”. Anche quando chi governa, oltre a
difendere soltanto i propri interessi, dimostra di non essere
in grado di governare? E questo vuol dire “servire i Lettori, informandoli su tutto quello che accade in questa città
con occhio critico e attento” o buttarsi sotto le bandiere?
Tanto, l’importante è essere “in edicola, o agli angoli delle
strade”, a fare cosa però non è dato sapere, “ogni settimana,
ogni sabato”, salvo, in concomitanza con l’uscita di Gioia Oggi,
anticipare il tutto (è facile però capirne il perché) al venerdì mattina!
Una inutile replica alla denuncia di Striscia
Nel numero 5 di marzo 2009 a pag. 7 del periodico “Gioia Oggi”, è pubblicata una
lettera, a firma dell’Assessore ai LL.PP. Sante Celiberti, dal titolo “L’ass. Celiberti
replica al servizio di Striscia”. Una lettera inviata, si sostiene, “al fine di fare chiarezza su alcuni servizi televisivi che hanno dato una immagine distorta di quello
che avviene nella nostra città”, mentre nella realtà si fa riferimento soltanto al servizio in cui “si è parlato del vecchio campo di calcio”. Una denuncia sugli sprechi
pubblici gioiesi che evidentemente non è piaciuta all’amministrazione se la stessa
ha deciso di “portare a conoscenza della cittadinanza di quella che è la reale situazione in cui versa il campo sportivo”. Spiegazioni che però hanno rafforzato quanto
evidenziato dagli inviati di Striscia. Soprattutto quando l’assessore conferma che “i
soliti vandali hanno provveduto a demolire le murature realizzate” a chiusura degli
ingressi e che “si sta provvedendo a ripristinarle”. Così come per le utenze che lui
stesso afferma “essere ancora attive”, quindi alla mercé degli stessi vandali, salvo
poi evidenziare “che queste oggi servono in rete gli alloggi e le unità immobiliari
attigue al campo”, senza però specificare quali. Ma i contatori (elettrico ed idrico),
come tutti hanno potuto vedere, erano abilitati ai servizi del solo campo sportivo,
e in quanto tali facili da dismettere o bloccare. Quindi, perché parlare di servizi in
rete? Quanto poi alla affermazione che “tale struttura rientra nell’ambito del Piano
di Protezione Civile come centro di accoglienza”, non ci risulta che “il Campo Boario o l’area attigua al cimitero” abbiano “attive delle utenze elettriche e idriche”.
Pertanto, il pensare di “chiedere notizie a chi è responsabile e conosce determinate
questioni”, più che risolvere, avrebbe aggravato il problema, oppure no?
Le dubbie alienazioni dei veicoli usati comunali
Nel sito ufficiale del comune di Gioia del Colle, siamo stati attratti dalla Delibera
di Giunta n. 35 del 10 marzo 2009, avente per oggetto “Alienazione veicoli usati in
dotazione alla Polizia Municipale”. Una delibera che presentava, strano ma vero,
delle evidenti dimenticanze. Infatti, nel leggere che la Giunta Comunale
aveva espresso parere favorevole alla alienazione di 4 ciclomotori Piaggio 50cc e di 2 motocicli Moto Guzzi 644cc, da
effettuare “secondo le procedure di pubblico incanto mediante avviso pubblico con offerta al rialzo ed esclusione
delle offerte al ribasso, del prezzo stimato di euro 1.000
per i ciclomotori, di euro 2.500 per le moto”, ci siamo resi
conto che in questa specifica mancavano le modalità, oltre
all’importo stimato di partenza, relativo all’unico “autoveicolo
Truck Travel Van, funzionamento elettrico, anno di prima immatricolazione 2004” comunque compreso nell’elenco delle alienazioni. Semplice dimenticanza o inconscia volontà di inserirlo fra le autovetture da donare alle associazioni
di volontariato, così come precedentemente deciso con le 7 autovetture Fiat (4 Panda e 3 Punto), alienate con delibera di giunta n.12 del 05/02/2009? Considerando il
prezzo di partenza e la data di prima immatricolazione, sia dei motocicli (1988), che
delle moto (1989), rispetto alle succitate vetture (quasi tutte del 1997), ci si chiede:
a che prezzo si sarebbero potute alienare queste vetture donate, se si considera che
comunque erano vecchie sì, ma funzionanti? In questo caso chi ha fatto “l’affare”, il
comune o le associazioni che “immaginando” che le assegnazioni sarebbero avvenute “a partire da quella immatricolata più di recente, in base all’ordine cronologico
di arrivo delle richieste”, si sono precipitate presso il protocollo dell’Ente?
Il teatro e i lavori edili pubblici concordati
Nel numero trentanove del mese di febbraio 2009 a pag. 3 del periodico “Gioia
News”, con riferimento all’articolo dal titolo “Giù i cipressi nel cimitero, al teatro
con la ditta dell’assessore”, a firma di Massimo L’Abbate, ci eravamo ripromessi
di approfondire parte delle notizie riportate, secondo cui “gli interventi presso il
teatro che sarebbero dovuti essere gratuiti” sembrerebbe siano stati “realizzati e
pagati dalla ditta di un assessore! 30.000 euro”, quando “dapprima sembravano
quasi un atto di volontari amanti del teatro”. Lavori eseguiti, si afferma, “senza
nessuna gara”. Dopo una breve indagine abbiamo potuto appurare che detto compenso, 25.000 euro più iva al 20%, non era riferito alla iniziale “posa in opera a
titolo gratuito” effettuata dall’impresa EdilGi Srl, bensì ad una precisa richiesta
effettuata dall’amministrazione “di cedere a titolo definitivo le pedane allocate
all’interno del Teatro per l’anteprima, anche al fine di non rendere vano lo studio
effettuato dalla Ditta, stante l’urgenza dei lavori”. Una richiesta contenuta e quindi
ufficializzata nella delibera di Giunta n. 172 del 30/12/2008. Ma le anomalie non
finiscono qui. Infatti, da una ulteriore indagine è emerso che in una precedente
delibera, questa volta di Consiglio Comunale, la n. 61 del 25/11/2008, avente per
oggetto “variazione al piano triennale delle opere pubbliche 2008-2010”, l’amministrazione aveva espresso la “volontà di completare i lavori del teatro comunale
per un importo di € 30.000,00”. Gli stessi erogati con successiva delibera di Giunta
di cui sopra. Per cui ci si chiede, come può essere accaduto tutto ciò se “la Ditta
EdilGi Srl di Gioia del Colle, si è dichiarata disponibile a cedere definitivamente le
pedane, così come allocate all’interno del Teatro, con nota del 5/12/2008, acclarata al protocollo generale al n.3053 del 23/12/2008”, mentre il parere di regolarità
tecnica era stato redatto il 14/11/2008? Lettura del pensiero altrui o accordi stabiliti
preventivamente?
Anche per Piazza Pinto era tutto previsto…?
Sul settimanale Fax del 21 marzo 2009 a pag. 8, in un articolo dal titolo “Entro giugno il restyling di piazza Pinto”, a firma di Rossella Debellis, “ristrutturare piazza
Pinto” viene inizialmente considerato “un importante progetto”, salvo poi affermare che non ci sarebbe “niente di nuovo, se non fosse per il fatto che il progetto non
è quello vincitore di un concorso nazionale appositamente indetto”(???). E questa
sarebbe una novità? Ma stiamo scherzando? Anche i muri sanno che questa amministrazione ha “archiviato” il progetto, di cui sopra, presentato da un architetto gioiese, Alfredo Vacca, perché ritenuto, ufficialmente, troppo oneroso. Qualcuno però
inizia a chiedersi se i “200mila euro che dovrebbero essere impiegati, rispetto ai
450mila previsti dal precedente progetto”, non siano un tantino esagerati “rispetto
agli interventi che dovrebbero essere pianificati”, visto
che “più che di rifacimento vero e proprio, forse di dovrebbe parlare di una risistemazione che per prima
cosa dovrebbe riguardare la pavimentazione della
rotonda, con la costruzione intorno delle panchine
- (quante?) - e di due fontane, possibilmente funzionanti”? Ma queste ultime (panchine e fontane)
non sono già presenti? Ma, a detta dell’articolista,
“la particolarità di questa iniziativa è che potranno
partecipare anche ditte minori”, salvo poi sollevare “il
problema che le stesse potrebbero non essere all’altezza data
la non esperienza in questo campo”(???). Ma com’è possibile affermare tutto ciò se il progetto sembrerebbe non sia ancora partito e se ancora oggi
si sostiene che “l’amministrazione vuole procedere a realizzarne uno nuovo”? Per
caso, chiamando in causa una canzone di Cocciante, a conferma che, anche in questa circostanza, “era tutto previsto”?
La medaglia d’oro della banalità
Sul settimanale Fax del 21 marzo 2009 a pag. 10, siamo attirati da un articolo dal
titolo “Lite per la coda al S. Luca”, a firma di Margaret Antonicelli che però, a dispetto del titolo, è sembrato alquanto deludente. Per cui l’autore di questa cronaca,
per via dei suoi contenuti, “un acceso diverbio, in prima mattinata, tra due signore,
accaduto presso l’istituto S. Luca mentre erano in attesa di poter effettuare i prelievi di sangue”, meriterebbe non soltanto di “guadagnare 2 posizioni, come hanno
ben pensato di fare tutte le altre persone che erano in attesa, mentre le due signore
parlavano animatamente”, ma di conquistare la medaglia d’oro della banalità. Una
cronaca che non ha né capo, né coda visto che non si capisce bene come sia andata
a finire la lite tra le due signore. E per fortuna, direbbe il solito buontempone, che
era “un tantino più accesa rispetto alle altre volte”! Ma “tra i due litiganti”, è stato
realmente il “terzo a godere” o i lettori accaniti che staranno ancora sghignazzando
dopo aver letto questa “insipida” cronaca?
33
Inedite pagine di storia del 1799
Foto Mario Digiuseppe
210° anniversario del
martirio
Una ricorrenza storica che
poco racconta di sé, una
data: 14 febbraio 1799,
dei nomi: Donatantonio
Losito, Biagio e Giuseppe del Re, Filippo Petrera,
Nicola Basile e Giuseppe
Calabrese, una frase incisa
sul marmo in ricordo di un
martirio consumato tra le
fiamme. Per 210 anni su questa storia si è scritto e detto poco, anche perché un
provvedimento regio ordinò che atti e documenti fossero distrutti, ma non tutto
andò perduto. L’avvocato Gennaro Losito, appassionato di storia, dotato per indole e formazione di intuito e perspicacia, ebbe notizia di un antico manoscritto sulla
storia di Gioia ed entrò in contatto con uno degli eredi di Filippo Petrera, il dottor
Luciano Macario. Del manoscritto, però, nessuna traccia. A distanza di 43 anni,
la vigilia del Natale 2003 Macario, ricordando la richiesta di Gennaro Losito, lo
invita a casa; ha trovato in alcuni scatoli carteggi molto antichi. Tra di essi alcuni
manoscritti e atti sui fatti del 1799, raccolti dal nonno di Macario, Filippo Petrera
che a sua volta aveva cercato notizie sulla morte del nonno di cui portava il nome.
Le informazioni dettagliate e circostanziate su quel periodo e gli anni successivi
Su carta ed in blog (isognidelvirgilio.
space.live.it)
I sogni del
Virgilio
Comunicare ed informare: passione, impegno, scelta di stile, di
contenuti da proporre in
geometrie “grafiche” rigorosamente in bianco e
nero, eppur ariose e ritmiche grazie alla creatività di Giovanna Vasco, articolista “scientifica”, impaginatrice e grafica de “I sogni
del Virgilio”, oggi anche in blog (isognidelvirgilio.space.live.it), progetto che da quattro annualità, sforando di gran lunga le ore
previste, tra mille difficoltà di connessione
wireless (praticamente inesistente) e virus in
agguato, pericolosi quanto le “interrogazioni” del giorno dopo, coinvolge e sconvolge
temerarie giovani “penne” di IV, V, I e II A
del Liceo Classico P. Virgilio Marone. La
professoressa Grazia Procino, cui è affidato
l’ingrato compito di tagliare con impietosa,
chirugica precisione gli articoli da inserire
nel menabò (deciso lo spazio, le amputazioni
sono d’obbligo), coordina, incoraggia e, se
necessario, corregge gli elaborati, per altro di
“buon taglio”, su argomenti che intercettano
ad ampio raggio interessi e curiosità.
Un prodotto editoriale che anche in questa annualità ha un valore aggiunto: il gesto di solidarietà espresso attraverso una simbolica e libera offerta al momento dell’acquisto presso
le cartolibrerie in cui è distribuito, consentirà
di attivare una borsa di studio. Buone prassi sono già in atto per corroborare le risicate
risorse progettuali, dagli sponsor sostenitori
al contributo “a prezzo di costo” della tipo34
vengono esaminate, ordinate e trascritte con precisione e infinita pazienza
da Losito. Dai documenti emergono nomi, date, accuse, memorie difensive,
elementi storici preziosi per costruire quelle pagine di lacunosa memoria
che tanto segnarono Gioia e i gioiesi. La ricostruzione di quei giorni, degli eventi che determinarono scontri ed uccisioni, esposta con appassionata
enfasi da Losito, ha reso indimenticabile il primo degli incontri organizzati
dal Comitato per celebrare il 210° anniversario del martirio nella sala consiliare del
Comune, al cospetto del Sindaco Piero Longo, di parte della Giunta comunale, delle classi II A e B della Scuola Media Carano e IV A dell’I.T.I.S. Galilei, dei docenti
Anna Romano, Franco Giannini Angelo Putignano, Franco Frascelli ed Esther
Celiberti e di una delegazione del Comitato costituitosi per curare la pubblicazione
degli atti. Il corteo dei ragazzi, seguito da quello istituzionale, si è recato presso il
monumento per deporre una corona di alloro. Tra le note dell’Inno d’Italia e del
“Silenzio” i nomi scanditi ad alta voce da uno dei ragazzi, seguiti da un emozionato
”presente”, sono riecheggiati nel luogo che vide le fiamme incenerire i corpi, ma
non lo spirito né il valore di chi perse la vita per difendere la libertà.
Dalila Bellacicco
grafia. Non ha di certo “prezzo” l’impegno
profuso dagli “operai della parola”, dalla
storica Marica Panessa, tra le prime redattrici con commenti sagaci sin agli esordi,
oggi apprezzata articolista ed intervistatrice,
incalzata da Francesco Lopuzzo, ormai
lanciato tra i media
dopo aver intervistato
Giovanni Colacicco
di ritorno da Domenica In, alla coraggiosa
Ilaria Rutini e alle
sue puntuali e precise
denunce di “fatti e misfatti” del Liceo, veri e
propri strali indirizzati
alla dirigenza del professor Giuseppe Distefano. Per Davide Gasparro, pennino editoriale intinto nel vetriolo, un 10 a pieni voti:
sottile satira venata di ironia, possesso totale
dello strumento lessicale, per altro forbito ed
immediatezza nei contenuti, davvero bravo!
Ricerca ed impegno anche nelle recensioni di
Raffaele Cataldo alle prese con Saviano e
Rushdie, di Marco Capodiferro con le proiezioni di “Il Cosmo di Como” e Jole Chiarelli
con “Come Dio comanda”, di Carlotta Colapinto con “Manca solo la domenica” prosa di Licia Maglietta e di Silvia Pietroforte
con “Il resto è silenzio” di Chiara Ingrao. In
cronaca Striscia la notizia e le piste ciclabili
(Marica Panessa e Lucia Capurso), Piazza
Plebiscito (Adriana Gentile), l’ospedale Paradiso (Dario Motta), sport (Alessia Savino
e Marco Capodiferro) e riflessioni sull’abuso di alcool (Jole Chiarelli), spazio anche
per scienza (Giovanna Vasco) e tecnologie
(Francesca Criacci e Silvia Pietroforte),
chiusura in versi con la poesia di Carola e
i disegni di Valentina Vitale. In redazione
anche Elisabetta Posa, Martina Longo, Lorenzo Leccese, Gilda Mancini e Luciano
Santoiemma.
Dalila Bellacicco
Teatralmente Gioia
“Il diario di Anna Frank”
La rassegna delle filodrammatiche gioiesi è stata inaugurata dalla compagnia “Teatralmente Gioia” con la rappresentazione de “Il diario di
Anna Frank”.
Il regista Augusto Angelillo, tornato sul palcoscenico nel ruolo di Otto
Frank, coadiuvato da Giustina Lozito, ha selezionato un cast fornito di
sorprendenti e giovani novità e di pilastri del teatro amatoriale gioiese come Isa Addabbo (Edith Frank) e Vincenzo Angellillo (Hermann
Van Daan).
Marica Girardi e Antonella Angelillo hanno curato la scena, Enza
Catucci il trucco, Marilù Vittore ha coordinato lo staff tecnico composto da Antonio Pace, Mattia Angelillo, Bruno Iurilli, Giuseppe
Casamassima, Pietro Giorgio, Pino De Bellis e Vincenzo Donvito.
Il dramma di Anna
Frank, interpretata da
Ilaria Iorillo, riesce ad
emozionare sempre
per la semplicità e la
creatività descrittiva
della fanciulla che,
attraverso le pagine
del suo diario, rende
vivi i ritratti di Miep
Gies (Angela Milano), Victor Kraler
(Alessandro Tigri)
e di coloro che vivono con lei nella dimora segreta e nelle quali caratteristiche o abitudini
ognuno di noi può facilmente ritrovarsi. Il rapporto d’incomprensione
con la madre e la sorella Margot (Irene Galatola), l’amore per Peter
(Marco Stoppini) e il confronto con il mondo degli adulti attraverso i
diverbi con il dottor Dussel (Marco Addati) e il signore e la signora
Van Daan (Tina Difonzo) rievocano note quotidiane di una vita, tuttavia perennemente minacciata dalla macchina della guerra e della violenza. La grandezza di questa storia sta nella sua immortalità: benché
il tempo passi e l’uomo si illuda di poter cambiare il mondo, alla fine
si ritrova ancora oggi a sentirsi forte e indistruttibile solo se corazzato
e armato e così a distanza di decenni il diario di Anna viene continuamente “arricchito” da altre storie di giovani vite spezzate e grandi sogni
frantumati da un‘umanità che non trova la forza per migliorare.
Irene Galatola
Arte orafa in teatro
I.T.I.S., Liceo Classico e Scientifico
Le creazioni di
Mariangela Farella
Lezioni di teatro
In un angolo discreto del foyer,
una vetrina desolatamente
vuota.
Nessuna luce…solo
un depliant dimenticato per ricordare
i “preziosi” ospiti
di questo scrigno di
raffinata creatività
orafa. Nella serata
dedicata a Pietro Argento sui ripiani assurti a palcoscenico occhieggiano tra gli spartiti
del maestro, alcuni ritagli di giornali d’epoca e foto dei concerti, un
orecchino in oro giallo satinato, forgiato a mo’ di nota, una croma
con brillantino su un anello in oro e onice e un “pentagramma”
di catenine con rondelle di onice sfaccettato. Un audace e inedito
connubio tra linguaggi artistici affini per eleganza e raffinatezza,
espresso attraverso le creazioni - gioiello di Mariangela Farella
e l’intuizione scenografica - gusto deciso e innata classe - di sua
sorella Natalia.
Interpreti de “La dodicesima notte” uno splendido anello in oro e
quarzo rosa, una collana impreziosita da onice, rubini e cristallo
di rocca, una broche in oro giallo con pendenti di quarzo fumè e
ocra e una collana “ricamo” in quarzo rosa e lemon e cristallo di
rocca, gioielli in armonia con Olivia e Malvolio, ritratti in disegni
originali d’epoca sullo sfondo e Viola – Cesario, speculari sagome
in nero e bianco.
Ciondoli in giada, quarzo fumè e madreperla immersi in allegre
e confuse cromie etniche per celebrare il Maghreb nel Festival di
Musica antica del Mediterraneo e per “Patrucco incontra Brassens” peperoncini, ortaggi e orecchini in peridoto e agata bianca,
rodolite e ametista.
Un tripudio di corallo annodato in un cuore di oro bianco e brillanti, “trafitto” da sagaci parole: “Esistono amori che non danno
la felicità ma... se ne possono vivere altri!” in “Manca solo la domenica” di Licia Maglietta. A ricordar quanto sia preziosa la vedovanza, un anello in oro rosa con inserto di resina rossa, orecchini
in oro bianco, brillanti e pasta di corallo con cuore “traforato”, altri
in oro rosso, onice e corallo ed ancora in oro giallo, onice e ramo
di corallo. Un bracciale in vezzosi fili di sfaccettate perle di agata
bianca e nera cattura barbagli di luce, rubando la scena ai tasti della
fisarmonica di Vladimir Denissenkov.
Gioielli “interpreti” e protagonisti di rara bellezza e indubbia originalità di una stagione teatrale da ricordare.
Dalila Bellacicco
Passione, drammaticità, ironia, comicità esasperata,
valori senza tempo… Rileggere una rappresentazione
teatrale ancor prima di applaudirla, analizzarne il contesto, comprenderla, “metabolizzarla” divenendone interpreti e voci narranti, respirare pause, silenzi, applausi
è un alchemico, propedeutico imprinting culturale. Soffermarsi su quei dettagli, su quelle sfumature che consentono di entrare in empatia con l’autore, di penetrare
nell’intimità del suo universo in dialogo con altre realtà
anche virtuali, in vertiginoso, funambolico equilibrio
tra il proprio e l’altrui sentire consente di assimilare per
osmosi, con naturalezza, quei sottili insegnamenti che
a scuola si decodificano attraverso un apprendimento
passivo che sedimenta solo se il carisma del docente riesce a scalfire la noia. Una lezione di teatro può rivelarsi lezione di vita e lasciare traccia di sé quando si entra
in gioco, si vince la timidezza, si imbriglia la smania di
protagonismo e si lascia che sia l’emozione a dar voce
al non detto, a veicolare la propria interiore visione di
una scena, di una battuta, di un’entrata.
Scelta di stile attraverso la lettura di Shakespeare per
gli studenti dell’I.T.I.S. Galilei coordinati da Giuliana Notarnicola, a ridosso de “La dodicesima notte”
con l’impagabile Mario Scaccia, una formula rivelatasi vincente per coinvolgimento e interesse. Seguirà il
raccordo attento, discreto e ad ampio raggio di Vitina
Tafuri, eccellente nella regia e nella direzione di scena.
Spazio e riflettori sugli studenti del Liceo Scientifico
R. Canudo invitati a narrare, commentare e recitare
stralci delle opere più famose di Pirandello, tra cui
l’“Enrico IV” di Flavio Bucci, con interludi musicali
alla chitarra di Gianluca Procino e Gianluca Montanaro. Un successo annunciato! I ragazzi entrano in
scena con disinvolta consapevolezza, qualche incertezza, un sorriso e conquistano applausi. Ne ricordiamo i
nomi: Antonello Caponio, Teresa Capurso, Patrizia
Castellaneta, Nicola Demarzo, Fabio Difonzo, Marida Gaudiomonte, Davide Lilli, Emma Lomonte,
Giorgia Manca, Mino Paradiso, Alessandra Pastore
Colapietro e Alessandro Schena.
Per Goldoni, ultima lezione in teatro, un tripudio di
consensi. Accurata e a tratti inedita la disamina di Irene Martino, a braccio da inizio a fine conversazione,
sul contesto storico, sociale e sulla valenza psicologica
e prospettica di un doppio che “torna”. Due i gemelli,
di diversa indole e spessore, il più fragile in una comi-
ca, darwiniana catarsi morrà, così come è destinata a
morire la Commedia d’Arte. Una dicotomia che si ripete e si rispecchia nelle scelte di vita dell’autore, avvocato stimato e troppo onesto negli anni pisani e appassionato commediografo per tutta la vita. Il suo sarà un
teatro terapeutico, un momento risarcitorio della crisi
borghese mercantile che aleggia su Venezia e non solo.
Sulla scena si può fingere, Mirandolina ne è icona, ma
nella vita non c’è spazio per le inquietudini, il disordine, il vizio. Rappresentarli consente di dominarli, di
esorcizzarne il serpeggiante insinuarsi nelle coscienze,
di relegarli dietro le apparenze. Nella realtà l’ordine
prestabilito non può essere sconvolto e tutto torna nel
lieto fine. Nelle prove in cabina di regia Vito Osvaldo
sferza e dileggia con esilarante sarcasmo i giovanissimi
attori, ne forgia le movenze, istiga, suggerisce, incalza.
Sono bravi davvero, anche quando l’emozione, l’assenza di un menabò tra le mani e di suggeritori dietro le
quinte scatena il panico. La biografia è letta a più voci,
con passi in prima persona ed altri narranti, da Debora Difonzo, Adua Maurizio, Simona Santoiemma e
Sara Rizzi. La trama delle opere è affidata a Stefania
Gasparro, Stefania Benagiano e Mariangela Sciacovelli, in scena da attori consumati Davide Gasparro,
Francesca Basile, Giada Scarnera, Teodora Ardil-
lo, Donato Caricato, Leo Distasi e Ilaria Verone.
“Scritturati” a pochi giorni dalla lezione, tre ex alunni
dell’Accademia “La Fenice”, alle prese con intervalli musicali non proprio d’epoca: Marco Stoppini e
Gianluca Montanaro alla chitarra ed Ilaria Stoppini
al flauto traverso, sua la composizione del brano e gli
accordi per chitarra che tanti e commossi applausi hanno strappato a conclusione della serata, prima del “bis”
concesso con Libertango.
Dalila Bellacicco
35
I Fiati di
Parma
I Fiati di Parma, terza proposta del
cartellone di Classica 2008/2009 del
Teatro Rossini.
Il concerto del sei febbraio scorso,
ospita sulle tavole del nostro teatro,
l’unica orchestra da camera italiana
stabile interamente costituita da strumenti a fiato, o quasi.
Il programma incentrato sulla serenata
ottocentesca, ha previsto l’esecuzione
di due opere esemplificative del genere composte per questa compagine
cameristica.
La Serenata op.44 di A. Dvorak, composta nel 1878 a la Serenata n. 2 op.
16 di J. Brahms del 1858-59, appartengono al genere della Nachtmusik,
genere strumentale “leggiadro” nato
verso la fino del Settecento da eseguirsi en plein air, poi riconvertito per
le sale da concerto con l’aggravio di
strumenti ad arco. Forme composte
per organici poco efficaci e in disuso,
ricompattate e polarizzate attorno ad
Flavio Bucci… che
pazzia, Enrico IV!
Di questa rappresentazione resterà il ricordo di una
pazzia disperata, protagonista assoluta di una riscrittura scenica con passaggi veloci, a tratti “amputanti”
ma di rara intensità interpretativa. Flavio Bucci
dialoga da sempre con la
“corda” della follia, nei
suoi personaggi è in perenne agguato. L’attesa
nel teatro della Chiesa
dell’Immacolata, gremito
all’inverosimile, è lunga,
Bucci è una star eppur lo sguardo stanco, la voce rappresa ed il passo lento raccontano un’altra storia. Giacomo Mondelli, preside dell’I.T.I.S. conquista la scena, seda il fermento e arringa con sagace ironia: “Voi
ragazzi fate teatro tutti i giorni… Fingete di studiare,
promettete di impegnarvi, trascorrete ore al computer invece di incontrarvi, parlarvi… Bucci non è un
personaggio normale, così come non lo siamo noi,
si può essere folli e guadagnare la promozione, non
comprendere l’arte ma sentire quello che un attore
ha dentro… prendete da lui quello che può trascinarvi…”. L’attore 62enne non delude i ragazzi: racconta
di esser nato a Torino, il papà molisano e la mamma di Orta Nova non rinunciano ai sapori pugliesi.
Dopo gli studi classici, il servizio militare… voglia
di studiare poca e tante incertezze sul futuro. Poi
nel ’68 i primi ingaggi, compensi di 2000 lire al
giorno, il sogno si avvera in compagnia con Adolfo
Celi, Gassman, Iacobbi, due film con Salvo Randone ed una carriera in ascesa continua, culminata
con “Ligabue” nel ’77. Dichiaratamente e criticamente di Sinistra, invita i ragazzi a non lasciarsi
abbagliare dalle mode, ad esser critici nei confronti di
chi governa, il mondo è loro. Ricorda i suoi tre figli, i
tanti personaggi portati in scena, caratterizzati dall’essere uomo del suo tempo. Sul palco è re, incatena il
pubblico anche con il silenzio, suscita il sorriso per
rispondere al bisogno di alleggerire il testo, eppur talvolta ne è sorpreso. Con umiltà confessa problemi di
alcool risolti, non è un perdente e la voglia di lottare,
restare in gioco, è alta.
Massimo Dapporto:
doppio vincente con
“I gemelli veneziani”
Ad accogliere l’attore presso l’Aula Magna del Liceo Classico P.V. Marone il professor Sante Leone,
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un piccolo nucleo dei più “nobili” archi, per fornire loro le credenziali di
accesso alle sale da concerto.
Anche le Serenate in programma, di
certo opere minori pur di grandi compositori, di forma ibrida, di stile leggero e libero, a metà strada tra suite e
sinfonie, patiscono la stessa sorte.
L’esecuzione “sanza lodo né infamia”
per quattordici validi concertisti dalle
indubbie e incontestabili doti, professionalità ed esperienze, guidati dal M°
Claudio Paradiso, li relega al ruolo
di comparse di un programma poco
pregnante e quasi del tutto privo d’in-
breve ed incisiva la sua presentazione, un pensiero al
papà Carlo che tanto ha emozionato i presenti ed un
saluto alle colleghe Bice Masci, Giuliana Notarnicola e Irene Martino. Ha così inizio l’atteso “Incontro
con l’attore”, relegato ad uno spazio angusto per motivi organizzativi, essendo contestualmente in corso un
altro incontro sulla donazione degli organi nell’auditorium dello Scientifico. La sera prima in scena “I due
gemelli veneziani”, splendida prosa e splendidi attori,
maschere “autentiche” dalla comicità innata. Acclarato successo e consensi per
Dapporto, impegnato in un doppio ruolo
indossato con disinvolta giocosità. “Un
teatro piccolo ma accogliente e avvolgente – afferma Dapporto – crea un legame
speciale, abbraccia.” Quindi un’accorata
esortazione rivolta ai ragazzi, ad inseguire i loro sogni, anche interrompendo un
percorso di studi inadeguato alle proprie aspirazioni,
che avrebbe meritato un più vasto uditorio. 64 anni e
l’entusiasmo di un adolescente nel raccontarsi bambino sulla spiaggia a recitar vaneggianti monologhi
su montagnole di sabbia, ed ancora diciottenne alle
prese con la maturità classica, bravissimo in “italiano scritto” ma una frana nelle restanti discipline, poi
in esercito a raccontar barzellette ai commilitoni e al
rientro in accademia teatrale, uno dei 18 prescelti su
300 per diventar attore. Una gavetta iniziata nel ’71,
nell’86 i primi ruoli da protagonista. “Un vero attore
sa stare davanti al pubblico come davanti alla telecamera o al microfono…
La televisione ti dà notorietà, se ne stai fuori
per un po’ non ti riconoscono e lavori meno
e magari i carabinieri
ti scambiano per un
tipo sospetto… il successo va costruito con
sudore, sofferenza, umiliazioni… fare l’attore è una
missione, finisci nei luoghi più sperduti, sei lontano
da casa, per pomeriggi interi ti annoi, poi vai in scena
e il calore del pubblico dà un senso a tutto… Scopri di essere un transfert tra il personaggio, l’autore
ed il pubblico, comunichi messaggi diversi di volta
in volta, sembra che il personaggio sia dotato di vita
propria… quando poi nessuno lo interpreta e finisce
in un armadio, in attesa di una nuova produzione, elabori il lutto, pensi ad altro. La comicità ce l’hai o non
ce l’hai e non c’è regista che possa insegnartela. Tra
le commedie che più amo “La coscienza di Zeno” e
“I due gemelli veneziani”. Interpretare grandi classici consente di sottolineare i difetti dell’umanità, sono
gli stessi da sempre eppur sempre attuali, a differenza
dei moderni autori che si rivolgono al singolo. Se dovessi scegliere una forma d’arte alternativa al teatro,
sceglierei il cinema di qualità…”.
Dalila Bellacicco
teresse.
Poco felice anche l’avvio, (poi primo bis), con un arrangiamento della
Danza Slava op.46 n.8 di Dvorak, del
tutto inefficace per un ensemble con
queste caratteristiche, assolutamente
opaco, fuori stile e tiepido, nonostante
le migliori intenzioni.
La limitata incisività di una formazione ricca, forbita da cui ci si sarebbe
aspettati certamente di più, è probabilmente subordinata alla scelta del
repertorio.
Andrebbero riascoltati, magari con un
programma diverso.
In danza con
Virgilio Sieni
Nel silenzio, su arti dilaniati e amputati cui la danza
restituisce vita, tutto ha inizio. Un doloroso, epico, catartico viaggio attraverso tredici anni di storia, undici
le ferite cauterizzate da una musica, le tre sonate di J.
S. Bach, distante anni luce da guerre, stragi, lacrime e
sangue, eppur taumaturgica nel suo serafico esistere
fuori dal tempo. Le note scevre da protagonismi, danzano leggiadre, sfiorano tragedie, accarezzano pietose
l’umana pazzia, si posano gelide su corpi ancora caldi
e pulsanti di vita. In esse una dissonanza che enfatizza le movenze, il gesto, esaltandone in sordina la
drammaticità. L’alfabeto gestuale di questo reportage
danzante restituisce voce al dolore deflagrante, imprigionato in uno scatto fotografico ed avvitato in un
silenzio annichilito. La coreografia a tratti poetica di
grande valenza iconografica ed immaginifica di Virgilio Sieni, evoca con rara intensità le stesse immagini, ne esalta la bellezza statica, ne riscatta la vis con
movenze guizzanti e allegorie danzanti e compone
paradigmi del suo tempo vocandoli all’eternità.
Jenin, aprile 2002- Impegnati in una poderosa, vorticante, letale danza di guerra, arti e corpi fendono
l’aria, si cristallizzano in uno statuario fermo-immagine dall’impossibile baricentro, sculture di marmorea,
vibrante potenza. Sarajevo, febbraio 1994 – La lotta
continua, il ritmo è più lento, stremante, estenuante,
nessuna tregua, nessuna pace. Kabul, marzo 2007 –
L’agile danza si spegne in uno scultoreo groviglio, i
corpi si sovrappongono, si fondono in mortale amplesso. Tel Aviv, giugno 2001 - Onirico, enigmatico tango
tra due amanti: lui strattona, piroetta, scuote, maltratta
nel vano tentativo di ridar vita a chi viver non vuole.
Un’inerzia passiva e atona di rara perfezione pervade
la donna, povera marionetta dai fili spezzati. Lo sguardo nel vuoto, le braccia inerti, nessun respiro, nessun
battito di ciglia, è resa totale e consapevole ad una violenza inaccettabile. Srebrenica, luglio 1995 – Simona
Bertozzi, Ramona Caia, Massimiliano Barachini e
Pierangelo Preziosa danzano in cerchio, esorcizzano
la disperazione, tentano di sfuggire al destino rifugiandosi in stereotipi: un sorriso, un tocco al cuore,
alle labbra, alla testa, ancora un sorriso, ma le mani
son legate, le schiene curve e dentro dilaga il terrore.
Istambul, novembre 2003 – Schiene nude e mani tese
verso l’alto in muta preghiera… Le scritte si susseguono, chiude Kigali, aprile 1994, ma è vivo il ricordo
di cani sparuti che recitano tra la neve miseria, fame,
disperazione. Pacifica il velo steso sui corpi, mentre
i muscoli disciplinati dal duro lavoro, ancor tesi in
scultorea, mirabile immobilità, sollevano le croci che
legano i lembi cartacei.
Dalila Bellacicco
In teatro con
Franco Marvulli…
Conversazioni piacevolissime, ideate “su tema”
eppur in dinamico divenire a tratti “illuminante”
- nulla di scontato - con
divagazioni che attivano
sinapsi anestetizzate da
riflessioni di banale quotidianità. Franco Marvulli in “Che Buffo! Un
canto per ridere: l’apoteosi di Rossini” conferma la sua innata oratoria.
Non solo passione ma
“vis” dialettica, corroborata da enciclopedici
saperi acquisiti in anni di ricerche e studi approfonditi e
metabolizzati a tal punto, da fluire in audaci connessioni
e disgressioni con tale naturale, semantica autorevolezza,
da sedurre anche il più esigente uditorio.
Non a caso ha conquistato gli studenti
dell’I.T.I.S. Galileo Galilei parlando di
lirica per ben due ore, decodificando un
linguaggio tematico alquanto ricercato,
con elegante semplicità dialettica, fruibilissima a qualsiasi età. Vi è anche una
“musicalità”, un ritmo che rende ancor
più coinvolgente e piacevole l’ascolto,
un ritmo che trascina e “fissa” indelebilmente quanto esposto, tanto da “patrimonializzarlo” come proprio. Chiusa con
pungente ironia e raffinata verve la querelle su Bruno Praticò, celebre, sofferta
assenza sul palco del Rossini per imperdonabili leggerezze tecnico-amministrative, Marvulli ha descritto scorci inediti
di un inesplorato universo lirico: si è partiti dal 1600,
richiamando il musicologo Vincenzo Galilei, padre di
Galileo, Emilio De’ Cavalieri e la sua Rappresentazione
di Anima e di corpo, per poi ricordare Claudio Monteverde e i suoi L’Orfeo, il sopravvissuto Lamento di Arianna
e L’incoronazione di Poppea (il cui buffo era un tenore
in vesti di nutrice) ed ancora Il falcone e Fiammetta di
Virgilio Mazzocchi, su testo di Rospigliosi, futuro papa
Clemente IX che si avvalse “della regia e della scenografia” di Gianlorenzo Bernini nelle rappresentazioni di
opere liriche. In questo excursus si intercettano San Filippo Neri, confessore di Sisto V cui si deve l’inserimento
delle voci dei castrati nel coro della cappella Sistina, Pier
Francesco Cavalli che affida a Pasitea il compito di stemperare la seriosità delle nozze del Re Sole nel suo Ercole
amante, il capitan Cuosimo di Giovan Battista Pergolesi,
così magistralmente interpretato da Praticò da scatenare
l’ilarità del direttore d’orchestra Marcello Panni “piegato
in due dalle risa nell’ascolto del suo din don!”
Attraverso Lo Frate innamorato e La serva padrona di cui
Serpina è icona, si giunge al lancio del canone dell’opera
buffa in cui personaggi di varia estrazione sociale, dal
cicisbeo maltrattato all’aitante servetta, “scolpiranno a
tutto tondo” il prodromo del melodramma romantico. Di
esso saranno cardini proto-romantici Mozart e Rossini,
primi musicisti a “musicar rumori attraverso la vocalizzazione canto-sillabica”, di cui il jazz diverrà moderna
espressione. Il melodramma “ricerca squisitamente aristocratica” a detta di Gramsci, si offre per la prima volta al volgo nella platea del San Cassiano di Venezia. La
musica di Rossini per il musicologo Fedele D’Amico, è
gioia di se stessa, meta di Apollo e Dionisio, musica per
la mente. E’ Rossini a canonizzare il buffo probabile, il
buffo caricato o parlante e il deus ex machine. Si accende
la disputa tra la lirica italiana e quella tedesca di Ritter
Von Gluck. Henri Marie Beyle, ovvero Stenhal, definì
L’italiana in Algeri del ventunenne Rossini “una follia
organizzata e completa”. Indimenticabili il Bey Mustafà,
la vezzosa Isabella e la povera Elvira, così come l’aneddoto che vede Rossini giungere in
ritardo in teatro a Vienna, per assistere al concerto dell’illustre e
vetusto Beethoven. Solo la sordità
risparmia a quest’ultimo l’affronto
dell’applauso riservato al Maestro
nel corso della sua esecuzione.
Franco Marvulli conclude la conversazione con la lettura di alcuni
pensieri di Adolfo Celletti dedicati
a Rossini, alle sue “composizioni scintillanti, ricche di esplosiva
comicità e ai suoi folli rigurgiti di
sillabe”.
…e Dina Montebello
“Il comico nelle tradizioni popolari” di Dina
Montebello, altro scenario, stesso luogo, il
foyer del Rossini, musica e letture di esilarante
anedottica per tracciare
il profilo di una comicità
popolare dal gusto agrodolce. L’accurata regia
della relatrice ha reso
preziosa la conversazione, ingioiellata da inserti
dialettali, canti, poesie,
letture, e offerto sfaccettati spunti di riflessione
su tematiche che si prestano a più ampie disamine. Ironia, satira, sarcasmo e bonomia velano disagi e problematiche, sofferenze sociali e dissenso espressi attraverso
un sorriso, una sagace battuta, un doppio senso. Un malessere che a tratti diviene irriverenza, ed è il comico a
dar voce e sottolineare “il richiamo al senso comune e
al buon senso”, ad indossare la maschera e lanciarsi in
sperticate e grottesche lodi del potente di turno, dardi più
pungenti di una graffiante invettiva. Ed è ancora il comico a rifugiarsi nell’aneddotica per denunciare la fatica del
bracciante che trova finalmente conforto e riposo tra le
rocce incandescenti dell’inferno, dopo una vita di stenti e
durissimo lavoro. La stessa disperata povertà che costringe a fingersi morti per eludere i creditori o a perpetrare
inganni “genetici”, macellando pecore prive di intestino e
fegato. L’excursus è stato piacevolmente interrotto dagli
inserti musicali dei Lariulà, (in “delegazione” Ninnì Flavio, Giuseppe Magistro, Dino Tramacere e Mimmo
Milano, voci Teresa Benincasa e Adele Tramacere),
gruppo folcloristico “germinato” nella Pro Loco grazie
alle iniziative del presidente Gianfranco Amatulli e di
Pino Romano, e dalle letture di brani tratti da breviario,
facezie e “cunti” di Papa Galeazzo, estroso arciprete salentino del 16° secolo, di fatto sagace e beffardo “cafone”, cui si addebitano intemperanze e insolenti e scurrili
facezie che così ben delineano la comicità popolare. Letture splendidamente “interpretate” dai giovani della Pro
Loco: Cristina Ferulli, Giovanna Greco, Gianfranco
Romano e Monica Lasorella, plasmati in un corso di
Rocco Chiumarulo ed iscritti all’Accademia Unika: tanto
entusiasmo, classe ed un ventaglio di progetti e attività
di promozione teatrale in itinere.
Dalila Bellacicco
Collegium
Musicum
Mercoledì 11 marzo s’è tenuto nel teatro “Rossini” di Gioia del Colle il concerto del Collegium Musicum diretto dal M° Rino Marrone,
al pianoforte Angela Annese ed in programma
musiche inglesi del ‘900 per orchestra d’archi o
pianoforte e orchestra d’archi. Nel pomeriggio
è stata illustrata in una guida all’ascolto, l’evoluzione della musica in Gran Bretagna nel periodo 1918-1940. Ad una stasi (durata sino al
1930) dovuta agli effetti congiunti della guerra
e del successo di una generale tendenza nazionalistica fra artisti che avevano poco o nessun
contatto con le avanguardie antiromantiche di
altri paesi (Francia, Italia…), seguì, con la fioritura di Ralph Vaughan Williams, la rinascita
di uno stile musicale originale, nutrito del rapporto con la grande tradizione rinascimentale
inglese, recuperata non certo per puro interesse
archeologico. Al contrario la tradizione offre
al musicista moderno tecniche compositive
da provare su materiali differenti, con risultati di sovrana bellezza, come nella “fantasia su
tema” di Thomas Tallis (compositore inglese
del 1500), 1910, che apre la IIa parte del programma del concerto.
La prima parte comprende la “serenata per
archi” op.2 (1939), di Lennox Berkeley.
Quest’opera in 4 movimenti passa da leggerezze alla Mozart e ritmo portante che richiama
il Bach dei concerti grandeburghesi nel I° movimento, attraverso un melanconico “andantino” e uno “scherzo” ove il materiale è piuttosto
sviluppato che ripetuto, alla atmosfera cupa
del “largo” finale, che evoca tragici ricordi di
guerra.
“Eclogue” op.10 (1929) di Gerald Finzi, per
pianoforte e orchestra d’archi, dal carattere meditativo e agreste, non manca di qualche spunto
pastorale, giusta la intitolazione.
“Il giovane Apollo” op.16 di Benjamin. Britten (1939), è opera ispisrata da un poema incompiuto di Keats. Gli antichi dei hanno governato il mondo con la forza e il terrore. Sulla
loro rovina emerge, libero dalla forma mortale,
il giovane Apollo, dio della bellezza e della felicità. Il caos iniziale si cheta e la musica assume
carattere gioioso, quasi alla fanfara. Apollo è
per Britten il simbolo della musica che può abbattere le barriere tra le varie culture in una comunicazione che, esaltando i tratti caratteristici
di ciascuna, può divenire sempre più profonda
e autentica, nel presagio di una pace operosa.
Questo si evince da un breve ed illuminante discorso che Britten pronunciò in occasione della
nascita a Londra nel 1944, nel pieno della IIa
Guerra Mondiale, della “International Artist
Guild” (Associazione Internazionale degli Artisti). La traduzione delle parole appassionate
e straordinariamente attuali di Britten è dovuta
alla cultura e sensibilità della cara Angela Annese, ammirevole pianista.
La “English suite” (1993) del contemporaneo
Paul Lewis chiude il concerto con un pezzo di
ispirazione molto fresca e piacevole. La direzione del M° Marrone, asciutta ed essenziale,
sorretta da un ottimo organico orchestrale, ha
consegnato al pubblico un programma elegante
ed inconsueto. Molti e sentiti gli applausi.
Lina De Palma
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Il nuovo volto del...
Circolo Unione
Il Circolo Unione ha cambiato volto. Tanti
gli allori conquistati meritatamente nel passato ed ora, più che mai, sotto la guida del
dottor Giuseppe Cetola, eletto Presidente
per la seconda volta nello scorso mese di
febbraio, ha saputo imporsi all’attenzione
dei soci e dei gioiesi.
Dottor Cetola, come si sente nelle vesti di
presidente eletto per la seconda volta del
circolo?
Interessato e preso a finalizzare gli scopi del
nostro circolo.
Lei ha dato un nuovo volto al Circolo
Unione, ne è orgoglioso?
Ne sento la responsabilità.
Ha portato una ventata di aria nuova, ma
cosa ne pensano i vecchi soci?
I signori soci hanno compreso la necessità
di mettersi al passo con i tempi e ne condividono le scelte.
Sono tutti d’accordo sulle innovazioni che
lei ha portato in questo circolo?
Se per innovazione s’intende un marcato impegno nel sociale, vivere la realtà e i
problemi della società gioiese e farli propri,
sicuramente sì.
Lei ha saputo creare un Circolo Unione
anche per il sesso femminile, cosa inconsueta in altri circoli. I soci sono tutti d’accordo?
Riteniamo la presenza femminile importante e vitale per il nostro sodalizio e ne siamo
tutti consapevoli.
Le socie sono in sintonia tra loro?
I soci sia uomini che donne si riconoscono
negli ideali del circolo e li condividono. In
effetti la componente femminile si è dimostrata motivata, propositiva e diverse iniziative proposte sono state attuate. Le ultime,
in ordine di tempo, sono state la conferenza
sull’estetica e un corso teorico-pratico sulla
cioccolata.
Perché in questo circolo vi sono pochi
giovani?
Forse perché il Circolo Unione viene visto
come il circolo di chi è già affermato nelle
rispettive professioni. Ritengo, inoltre, che
la scomparsa delle associazioni universitarie abbia penalizzato queste strutture associative, anche se, a onor del vero, negli
ultimi due anni numerosi giovani professionisti, intellettuali, imprenditori e funzionari
pubblici sono entrati a far parte del nostro
sodalizio.
Dottor Cetola, lei crede ancora nei vecchi
ideali del Circolo Unione?
Gli ideali del nostro sodalizio sono sempre
gli stessi: l’impegno nel sociale, nella cultura, nella solidarietà.
Quando si è iscritto come socio?
Lo sono idealmente dal 1868, anno di fondazione, così come è riportato nel nostro
statuto, e lo sono tutt’oggi!
Nelle conferenze tenute in questo circolo
da personaggi illustri o meno, ho notato
un pubblico sempre più partecipe e numeroso. Questo successo è dovuto al suo
savoir-faire?
Forse è dovuto all’attualità e alla qualità
delle tematiche. Del passato conserviamo
la memoria e le tradizioni ma dobbiamo
essere al passo con i tempi e con la realtà
della nostra città.
Un successo, a mio avviso, scaturito dal
suo naturale carisma. Cosa ne pensa? Ne
è fiero?
Non sta a me rispondere a questa domanda. Il successo che lei cita è conseguenza
della linea programmatica che l’attuale
consiglio direttivo ha dato e si è tracciato
un programma aderente alle esigenze dei
soci e alle aspettative della nostra città della
quale noi ci onoriamo di essere il “Circolo
Cittadino”.
Annamaria Castellana
Tra Scienza e Arte
Le fantastiche immagini del corpo umano
Tra le conversazioni e
gli incontri organizzati dall’Associazione
Donna Club da inizio anno, particolare
attenzione ha destato
“Tra Scienza e Arte le
fantastiche immagini
del corpo umano”,
relatore Filippo Boscia, primario del reparto cardiologico dell’ospedale
San Giacomo di Monopoli e sindaco di Sammichele.
“La relazione parte dalla valenza della curiosità nell’acquisizione del
“sapere”: un uomo curioso è un uomo che si erudisce; ma l’erudizione
diventa cultura solo se questo sapere viene condiviso con gli altri, in uno
scambio relazionale che arricchisce tutti – afferma il dottor Boscia - questa è l’essenza della cultura: uno scambio di saperi che arricchisce gli
uni gli altri.” Si procede, quindi, con l’osservazione delle prime “ingenui”
tavole anatomiche del 1300, per arrivare al Rinascimento con le tavole di
Michelangelo, poi al microscopio ottico ed al microscopio elettronico. “Le
immagini ingrandite centinaia di migliaia di volte, introducono alla “bellezza” quasi metafisica dell’ultrastruttura degli organi e tessuti umani:
sono immagini sorprendenti, a tratti forti a tratti delicate, quasi eteree,
che inducono a continua sorpresa.” Nell’osservare le immagini svelate
dal microscopio elettronico la baronessa Susan Greenfìeld, ricercatrice di
Oxford, ricorda il dottor Boscia, ha sottolineato con sincero stupore l’insita bellezza dei meccanismi biologici, confermando quanto sia sottile il
confine tra la scienza e l’estetica. Si è quindi affrontato il delicato tema
dell’etica medica, il concetto di vita, le cellule staminali, la terapia e la
manipolazione genica. Ma, per quanto siano chiari i meccanismi biochimici alla base dei processi biologici, il senso del “mistero della vita” è
un universo inesplorato. Dopo avere apprezzato le possibilità offerte oggi
dall’anatomia digitale, con ancora negli occhi la suggestione dei risultati
della ricerca scientifica, la conversazione volge al termine, a chiuderla
un’affascinante ed esplicativa definizione: “Scienza è vedere quello che
tutti vedono, ma pensare quello che nessuno ha pensato”. Nel corso della
serata la presidente di Donna Club, Vanda Antonicelli Colapinto e le
socie hanno accolto con calore, amicizia ed applausi Anna Maria Forcillo, new entry nonché preziosa risorsa per l’associazione, presentata dalla
cerimoniera Laura Albino Bellafronte.
Dalila Bellacicco
Sebastiano Lagosante: un gioiese al restauro del Petruzzelli
Un “tocco” di finitura gioiese nel teatro Petruzzelli, “talvolta usando il bisturi, altre
la cucchiaia americana”, correggendo le
imperfezioni con stucchi e malte di ultima generazione su calchi in leggerissimo
gesso brevettato in Inghilterra ed usato per
i restauri di Buckingam Palace. Svettano
su palchi, proscenio, crociera e archi, capitelli, cariatidi, arabeschi, festoni, lire e
medaglioni ricostruiti con dovizia ed accurata precisione. Fregi floreali ed intrecci di foglie di certosina fattura e intaglio,
sbocciano tra le ceneri di un teatro distrutto
da anni di incuria ed impietose fiamme. Un
intervento complesso, coordinato su più livelli con esperte maestranze, che ha impegnato in un laboratorio di Japigia ben trenta modellatori tra cui Sebastiano Lagosante, per formazione informatico, per interesse (con corso post laurea) tecnico per
il restauro di edilizia storica, per contagio culturale presidente dell’Associazione
Città Nuova, collezionista di antiche cartoline e redattore di fogli territoriali di pregio, per fatalità attore teatrale ed oggi agente di polizia urbana. Sebastiano conserva
un felice ricordo dello stage curriculare sulla cupola e sui ponteggi del Margherita,
per dare concretezza ad una formazione ad ampio raggio su restauro, infortunistica,
statica ed ecologia ambientale. Un’esperienza “adrenalinica” di così grande impatto emotivo, assolutamente da ripetere, lo convince a presentare il curriculum per
i lavori di restauro del Petruzzelli e a distanza di qualche mese viene assunto da
Maurizio Lorenzoni. Operare in laboratorio per quattro mesi nel settore finiture
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si rivela impegnativo, la precisione è d’obbligo. Le singole riproduzioni modellate
“in positivo” in creta ed “in negativo” in gomma, nascono con foggia ancor grezza
in un amalgama di gesso leggero e fibre vetrose. Conservano la leggiadria degli originali in cartapesta del 1903, ma presentano anche numerose imperfezioni: occorre
rifinirle con stucchi e malte e carteggiarle con cura. Nella fase del “decoro” molte di
esse saranno ricoperte da lamine di oro zecchino e “orone”, sfaccettature e rifrazioni di luce sveleranno impietosamente eventuali difetti anche se, a detta di Giorgio
Funaro, “… piccole imperfezioni servono, la luce deve vibrare...”.
“Dov’era, com’era”, il filosofico diktat di Ruggero Martinez, ma anche innovazioni tecnologiche asservite alla funzionalità ed alla conservazione: lama di roccia
per l’isolamento termico ed acustico, intonaco plastificato ed ignifugo per abbattere gli echi e correggere i riverberi, cupola a prova di fuoco su cui torneranno in
virtuale proiezione gli splendidi affreschi di Armenise, nessuna perplessità nello
sguardo di silenzioso assenso degli aurei volti di Omero, Eschilo, Plauto e Terenzio, anch’essi risorti dalle ceneri.
“Alcune riproduzioni di più complessa fattura sono affidate a laboratori romani precisa Lagosante - ma la maggior parte di esse nasce a Bari. Ogni pezzo è diverso,
in alcuni la forma, la curvatura sono uniche, dopo averne curato i dettagli per ore
e ore, rivederlo applicato su un palco o sul loggione emoziona non poco. E’ soprendente ritrovarsi in una scheggia di storia - confessa Sebastiano - scoprire con
stupore le proprie impronte tra i decori che questo meraviglioso teatro custodisce
tra i suoi tesori. Ricordo la sensazione dell’impasto gessoso tra le mani e il tempo
dedicato ai pannelli del quinto ordine, in apparenza semplici, di fatto problematici, le misure di sicurezza mai disattese, l’affiatamento con i colleghi… davvero
un’esperienza indimenticabile!”
Dalila Bellacicco
Frammenti di scuola: “La mente funziona per immagini… le immagini
sono progetti. Siamo tante divinità capaci di creare il bene, pensandolo e
facendolo…”
Faccia di gomma e il
piccolo magro
Ragazzini di scuola media dal viso rotondo, gommoso,
idratato: l’infanzia è così vicina. Li guardo sorridere,
preoccuparsi, atteggiarsi ad adulti sicuri, ribollire. Il
rito di una malintesa iniziazione li spinge a fingersi
decisi e aggressivi, a bestemmiare, a prendere in giro
i deboli, a intimidirli. ”Strunz ‘e mmerd” vola la parolaccia e atterra su un ragazzo spaurito, magro, non ancora pervaso di testosterone. Un attimo e l’aggressore
avanza nel territorio dell’altro che arretra. Sovrintendo, sorveglio, inondo di luce, benedico, rimango lucida. Potrei fare la vittima, sentirmi
attaccata personalmente, urlare, (ogni tanto urlo ancora) ma non serve. Riconosco stralci
di scene di film violenti agiti, modelli prefabbricati da realizzare. Il file dell’aggressività
si installa, nutrito da strati e strati di azioni violente attinte dal video. Il must è: mostrare,
esibirsi, affogare i sentimenti. Talvolta vedo piccole scimmie incoscienti sottoporsi allo
sforzo inumano di non essere comuni ma spettacolari, soprattutto al negativo. Li osservo
intenti al montaggio mentale di spezzoni di film, in fretta, alla rinfusa. Parafrasando
Celentano: l’attenzione è lenta, il disordine è rock, la bontà è lenta, la violenza è rock,
la conoscenza è lenta, l‘ignoranza è rock, la buona parola è lenta, il turpiloquio è rock.
Così si compie l’iniziazione di tanti ragazzi di oggi.
Cerco con lo sguardo la connessione con loro.La rete esiste nella realtà fisica perché
esiste già l’Internet interiore. Sono l’insegnante: che strano, il nome comune del mio
lavoro è un participio presente, come se non smettessi mai di insegnare, ma che cosa? Mi
sento più l’educatrice, e-duco, tiro fuori, cosa tiro fuori? La bellezza di questi bambini
che vedo sepolta sotto chili di melma televisiva, di pre-giudizi, di sciocca spavalderia
da piccoli machi. Voglio custodire i bambini della Terra, perché loro sono arrivati dopo
di me. Ed hanno trovato la televisione, il computer, la play station, l’inquinamento, il
buco nell’ozono, la guerra. Mi rimbocco le maniche, li prendo per mano e li accudisco.
E’ difficile, ma cosa c’è di più importante del resto? Che facevo io, mentre la società
si modificava sotto i miei occhi? Dormivo? Non sono mica qui per divertirmi, questo è
l’unico scopo per cui vale la pena di vivere. Dimostrare loro con l’esempio, che si può
e si deve vivere con dei valori. Tagliare il cordone ombelicale con le immagini virtuali
negative spiegando loro che la mente funziona per immagini, che le immagini sono
Le origini della festa dell’8 marzo risalgono al lontano 1908, quando nacquero una serie di iniziative
(prima solo negli Stati Uniti) che avevano come unico scopo il ricordo della terribile fine delle operaie
di una fabbrica; esse protestavano e scioperavano
contro le terribili condizioni in cui erano costrette
a vivere sul posto di lavoro. Così l’8 marzo è diventata
un’importante data di riferimento soprattutto per le rivendicazioni femminili in merito alla richiesta del diritto
al lavoro e alle condizioni di sicurezza e di rispetto per
migliorare la condizione sociale. Tuttavia, nonostante “l’8 marzo” abbia assunto nel tempo un’importanza
mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto
subire nel corso dei secoli, si è ancora al punto di partenza per il proprio riscatto. Oggi la festa della donna
gode di un’ampia diffusione. Nascono molte iniziative
interessanti, si svolgono convegni, manifestazioni importanti per riflettere e problematizzare sulla condizione
femminile oggi, ma in realtà si discute solo ed è già un
bene, ma la condizione della donna in data odierna non
è affatto migliorata soprattutto per la resistenza che oppongono gli uomini, impedendo un riscatto vero e proprio.
Addirittura tra alcuni addetti ai lavori circola una ipotesi
estrema per cui si sostiene che gli uomini, in modo palese o più sommerso, odino le donne, probabilmente anche a livello inconscio. Tale ipotesi è rafforzata da una
indagine dell’ISTAT, secondo la quale una donna su tre
confida di essere stata maltrattata da un uomo almeno
una volta nella vita. Ancora: una donna su sette è stata
picchiata fra le mura domestiche, ciò vuol dire che più
o meno in una casa su sette c’è un uomo violento che se
viene sbattuto fuori di casa, diventa tre volte più violento. La tendenza misogina dell’uomo, in generale, è nota
progetti. Che siamo tante divinità capaci di creare il bene, pensandolo e facendolo. E che
possiamo fare questo in un attimo di puro intento.
Il robusto aggressore con la faccia di gomma spintona il piccolo magro che, inaspettatamente, reagisce spintonando. L’altro, più forte, sferra un pugno. Mi giunge lo sgradevole
tonfo della mano che incontra uno zigomo. Il testosterone concima la scena di insulti,
di sputi. I compagni di classe sono il pubblico impietoso davanti al quale nessuno vuole arrendersi.”Sfaccimm” dice il piccolo e i due si avvinghiano come amanti, le mani
indurite, avide di colpire. Come si fa a dare un pugno sapendo quanto male fa? Desiderare di infliggere un dolore nella carne di un altro, quando siamo di carne anche noi?
Faccia di gomma fa il boss perché è robusto. Attacca spesso, offende, sfotte, pretende.
Devo fare qualcosa. Per due secondi li visualizzo abbracciati, in amicizia. Scalciano, si
strattonano, il piccolo tenta di scappare, viene risucchiato come un elastico da una presa
alla felpa. Non c’è più tempo, entro nello spazio tra loro. Manata nel plesso solare e
calcio nello stinco mi raggiungono, insieme. Tutti parlano, bla bla, degli insegnanti ma
adesso ci sono io qui. E questa non è cronaca, è la realtà e mentre accade non ha colore
né giudizi, semplicemente è. Sto cercando di dividere due bambini che se le danno, che
devo comunque considerare bambini. So che posso trasformare una rissa in un momento
educativo. Oppure no. E’ dura.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Non è che piango: sono addolorata per il mio
dolore, per la loro inimicizia, per la prepotenza di faccia di gomma, per la tenerezza del
piccolo magro trasformatosi in leoncino. E’ soltanto un luccichìo negli occhi, niente di
più eppure… “Scusate professorè me so sbagliat, nun ‘o faccio cchiù!! Io vulev vatter a
chillo strunz ‘e mmerd… Mannaggia ‘a miseria!” Intanto il piccolo magro si inginocchia
volenteroso e mi spolvera lo stivale su cui c’è l’impronta polverosa di un piede, usando
la manica della felpa; faccia di gomma continua a scusarsi con le mani giunte nel più
verace dialetto napoletano. Quando chiedo a entrambi di fare pace si abbracciano. Va
bene così. Potrei essere oggetto di un trafiletto di cronaca in cui si parla di bulli che
picchiano l’insegnante, ma non sarebbe vero. Non l’hanno fatto apposta. Non è bello strumentalizzare le notizie provenienti dalla scuola, grosso calderone in evoluzione
comprensibile solo a chi ci vive. E’ tempo di risposte vive, non di ammuffite nozioni da
sciorinare dietro la barricata di una cattedra. La mia autentica umanità è il regalo più
bello che posso dare. Ricordo cosa rispose l’agguerrito faccia di gomma in un test alla
domanda: “Secondo te, chi è Dio?”
“Dio per me è una persona molto grande, seduto in alto, perché una volta stavo con il
motorino, ho frenato ed ho avuto come una forza dentro di me che mi spingeva a saltare
giù, il motorino fece quattro capriole ed io non mi feci un graffio. Secondo me quella
forza che mi ha spinto era Dio”. Mi pregò poi di non leggere il test in classe, “per non
perdere punti davanti ai compagni”. Io ho avuto la conferma che siamo tutti pervasi
dalla stessa forza.
Ah, dimenticavo: come nelle migliori tradizioni letterarie, faccia di gomma e il piccolo
magro sono diventati amici.
Olimpia Riccio
donne da esseri inferiori e in modo violento, possono convincersi che quello a cui assistono sia un
comportamento maschile “normale”, che si è virili
solo se si è violenti e prevaricatori, perpetuando violenza fisica e psicologica. Se invece i ragazzi interagiscono con adulti che rinforzano modi alternativi
di essere uomini, coniugandoli con il rispetto per l’altro
sesso, hanno buone probabilità di diventare più flessibili
nelle loro idee sui ruoli degli uomini e delle donne. Poi
il suo peso l’ha anche la società tutta con i cattivi esempi
di una certa cultura televisiva, e non solo, con cattivi
esempi di ogni genere a largo raggio, fino ad arrivare alla
necessità di parlare di quote rosa (mi ricordano le quote
latte) in politica, quando in parlamento siedono un gran
numero di maschilisti. A sostegno di ciò basta ricordare
le frasi pronunziate da alcuni onorevoli nell’apostrofare
le colleghe deputate che reclamavano il diritto di essere
considerate. Basta per tutte una emblematica: “altro che
Camera dei deputati, vi portiamo in camera da letto!”.
Vergogna! A questo punto basta quanto detto, se non altro per una questione di spazio, ma ci sarebbe tanto altro
da dire anche sulle stesse donne, che contribuiscono con
i loro comportamenti a farsi considerare “donne oggetto” per alcune esibizioni mentali ed estetiche.
Alla luce delle considerazioni fatte, quale significato
assume oggi la festa dell’8 marzo? Ultimamente si è
ridotta solo ad un fenomeno consumistico; per ristoratori e discoteche gli affari sono aumentati notevolmente.
Ed ancor più si perde il vero significato della festa della
donna, nel momento in cui la maggior parte delle donne
esce da sola per concedersi una “trasgressione”, godendosi, magari in un locale, uno spogliarello maschile e
proponendo come cambiamento solo dei ruoli invertiti,
che certo non giovano alle donne stesse.
L’8 marzo è veramente
la festa della donna?
da sempre ma oggi con il riconoscimento da parte delle
istituzioni del reato di stalking (violenza e persecuzione
nei riguardi della donna), la polizia scopre in continuazione tali reati dalle Alpi al tacco d’Italia, isole comprese. E c’è di più, molti uomini non si limitano a perseguitare la propria moglie o compagna ma l’ammazzano,
come denunziano continuamente vari fatti di cronaca.
Su tre delitti in famiglia, due riguardano mariti che ammazzano le mogli, quindi la violenza non ci viene solo
dallo stupratore sconosciuto o dall’extracomunitario che
sta in agguato in un parco o dietro l’angolo, ma ciò che
fa più paura sono gli atti di violenza che ci arrivano da
familiari o amici di famiglia o dal datore di lavoro.
Psicologi e sociologi dicono che gli uomini sono violenti perché hanno paura della donna che oggi appare
molto decisa a rivendicare i propri diritti, ma forse molti
sono anche irritati dal fatto di sentirsi, tutto sommato,
dipendenti. Per un uomo lasciato la vita non è più tanto
facile.
Io credo che si possa parlare a lungo di questa problematica ma non si approda da nessuna parte se non si
risale all’origine del problema e non si fa prevenzione.
E’ necessario che gli educatori delle diverse agenzie
educative, a cominciare dalla famiglia, insegnino e facciano riflettere sin da piccoli sul significato dell’essere
un uomo. Tale opinione ha radici nella prima infanzia.
I bambini sin da piccoli tendono ad imitare il comportamento dei membri della famiglia dello stesso sesso. I
ragazzi che osservano i padri e altri uomini trattare le
Anna Romano Fasano
39
Il monumento dei Martiri
del 1799
“Tra le fiamme del rogo arsero i corpi dei martiri non le anime immortali che
quelle fiamme tennero vive per lo incendio e la distruzione del trono dei despoti”.
Con queste parole, scolpite sul lato sud del monumento sito sulla zona centrale della
piazza antistante il castello, l’amministrazione comunale gioiese volle ricordare i
liberali trucidati in quello stesso luogo un secolo prima: Donatantonio Losito, Biagio e Giuseppe del Re, Filippo Petrera, Nicola Basile, Giuseppe Calabrese. Correva
l’anno 1899, il pensiero liberale dominava in quasi tutto il continente, la civiltà
europea figlia dell’illuminismo e della rivoluzione francese era all’apice del suo
trionfo e un numero sempre maggiore di invenzioni stava inesorabilmente modificando la vita degli abitanti dei paesi industrializzati. Niente di strano, dunque, che si
diffondesse una strana moda, definita da E. J. Hobsbawm la “statuomania”, ovvero
la volontà di celebrare i fasti del presente richiamandosi ad un passato più o meno
lontano, raccontato attraverso le statue e i busti di personaggi che di quel passato
erano stati eroici protagonisti, in quanto fondatori di un presente che appariva glorioso (o che si voleva far apparire tale per varie ragioni, soprattutto per legittimare
l’autorità della classe detentrice del potere ). Anche in Italia si diffuse questa moda,
che si scontrò tuttavia con le delusioni post-risorgimentali scaturite dai tanti problemi che l’unificazione del Paese non era riuscita a risolvere, dolorosamente avvertite nelle realtà in cui più difficoltosa era stata la transizione dal vecchio al nuovo
ordinamento. E la città di Gioia certo rientrava in questa categoria, avendo dato i
natali ai succitati martiri, come pure ai loro carnefici; nonché a coloro che taluni
indicano come altri martiri della libertà, anche se di segno alquanto diverso, alcuni
dei cosiddetti briganti. Certamente fu in virtù di tale situazione che l’edificazione
del monumento ai martiri del 1799 non fu facile, e il percorso che segnò la nascita
di quel cippo – come del resto anche la sua storia recente – si sarebbe rivelato meno
facile del previsto. La quasi totalità dei consiglieri comunali di allora ritenne giusto,
comunque, ricordare i personaggi antesignani del risorgimento italiano, coloro che
diffusero i principi di liberà, uguaglianza e fratellanza prima ancora che il ciclone
napoleonico si abbattesse appieno sulla penisola. Tra costoro c’era il consigliere
Giuseppe Taranto, che nella seduta consiliare del 24 novembre del 1898, ricordò
come “questa Terra è stata sempre, fu sempre, e mi auguro facendone fervidi voti
[…] sarà sempre culla e lignaggio di forti e liberi eroi”. Egli poi descriveva i
fatti che si erano svolti cent’anni prima, collocando però gli avvenimenti cruciali
nella giornata del 12 (invece del 14) febbraio 1799, allorché “poca gente, anzi una
I fiori raccontano…
A fine febbraio con i primi giorni di sole lo sento
nell’aria. E’ l’inconfondibile profumo di viole a ciocche, fresie e giacinti. Stuzzicano la mia fantasia, ma
soprattutto rievocano ricordi! Alcune case gentilizie
di un tempo, avevano sul retro il giardino, dove mani
gentili piantavano bulbi e semi per la primavera. Tutto veniva curato e protetto dal gelo. Era un’esplosione di colori e fragranze durante la fioritura! Glicini,
mammole, lillà, giacinti! Tutto questo splendore serviva anche ad addobbare gli altari nel corso delle feste pasquali. Le famiglie aristocratiche invitavano le
donne appartenenti alle varie parrocchie a raccogliere
i fiori per ornare i sepolcri. Vasi di ciclamini variegati, candidi giacinti, ranuncoli, iris. Anche le bambine
e le catechiste avevano la consuetudine di raccogliere
mammole, comporre dei mazzetti trattenuti da un filo
nero per venderli sul sagrato della chiesa. Le piccole
offerte erano devolute all’Università Cattolica. Tra
quelle bambine anch’io, con il cestino fragrante di
mammole di un viola indefinibile, invitavo le persone che andavano a messa all’acquisto. Custodivo
il cestino come una cosa preziosa, affinché il vento
non sciupasse i teneri mazzetti. Raggranellavamo
parecchi soldini, felici di consegnarli poi al parroco.
Questi momenti spontanei e sereni, sono ormai smarriti nel passato, come i bellissimi giardini del nostro
paese, abbattuti senza pietà per far posto al cemento
che con implacabile ingordigia ci sta inghiottendo.
In campagna si trovano ancora giardini non molto
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limitata setta, assetata, più che di sangue, di oro, di rapina, dichiarandosi […]
nemica di ogni principio di libertà, assaliva, metteva a sacco e a fuoco parecchie
case di veri Liberali […] e nella Piazza Jovia o Largo Castello bruciava vivi i più
grandi e più nobili figli della Patria e della Libertà”. Continuava il Taranto: “questa terra che fu prima a cospirare contro la tirannia borbonica […], nella quale
la pianta Eroi di Libertà nasce gigante, non può essere seconda ad alcuna altra
città sorella […] nel commemorare degnamente, santamente la memoria benedetta
di quei Martiri” (Cit. G. Carano-Donvito, STORIA DI GIOIA DAL COLLE, ed.
De Robertis, Putignano, 1966, pagg. 386-87). Per cui egli propose di far sorgere un
monumento, in marmo o in bronzo, con una lapide portante i nomi dei perseguitati
gioiesi del 1799, compresa un’altra vittima, il giurista Michele Petrera, assassinato
nello stesso periodo a Napoli; di intitolare altresì la piazza del castello ai martiri e
di commemorare solennemente la giornata del 12 febbraio (ivi, pagg. 387-88). Il
presidente del consiglio comunale e il primo cittadino si associarono alle nobili parole del Taranto, ma la data dell’anniversario era troppo ravvicinata per procedere
alla preparazione del monumento, del quale perciò si tornò a parlare concretamente
solo sei mesi dopo, nel maggio del 1899, allorché il sindaco D’Eramo presentò
un articolato progetto la cui esecuzione sarebbe stata affidata al Cifariello, valente
artista dell’epoca. A larga maggioranza la proposta venne accolta, pur se contrastata per ragioni non solo economiche dai consiglieri Marvulli, Jacobellis, Boscia e
Bruno. Il primo, in particolare, riteneva che fosse nefasto qualunque ricordo della
tragica data, “per ragioni […] soprattutto morali, in quanto il fatto che si voleva
commemorare ricordava una lotta fratricida” (Ibidem). Questa posizione risulta
oggi importante non per il suo valore politico, dato che venne facilmente sconfitta e
si poté procedere dapprima alla costruzione del monumento e poi alla sua inaugurazione nell’aprile dell’anno successivo, quanto per il fatto di evidenziare la presenza,
all’interno dello schieramento conservatore non solo italiano, di una corrente volta
a sottacere determinati passaggi o fenomeni della storia nazionale, perché ritenuti
indegni, moralmente pericolosi o forieri di disordine e sovversione: insomma, una
versione più sottile del celebre motto “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Ben
vengano, allora, i tentativi di ripercorrere questa ed altre pagine del passato, rivedute e corrette, se necessario, ma nel rispetto dell’approccio ermeneutico che chi
racconta la storia deve avere, onde evitare di incorrere in inopportune mistificazioni, sulle quali è certamente inciampata l’oleografia sul Risorgimento italiano come
pure, in tempi molto più recenti, la rivisitazione del giudizio sui circa 130 anni di
dominio borbonico nel Mezzogiorno, il cui lascito sono stati, da un lato, un Regno
complessivamente ricco sul piano monetario (e la cui ricchezza servì a pagare una
quota decisamente preponderante del debito pre-unitario degli altri staterelli italiani); ma certamente arretrato sotto l’aspetto culturale, con percentuali di analfabetismo (86% nel Mezzogiorno continentale, 89 in Sicilia) tra le più alte d’Europa.
curati, in particolare vicino alle chiesette rupestri. In
una di queste chiesette, tanto tempo fa, ebbi la fortuna di assistere ad un matrimonio. Uno dei momenti
più belli vissuti nell’arco della mia vita. La chiesetta era addobbata di fresie e viole a
ciocche, mentre rami di mandorli
e peschi salivano sino a lambire il
vestito azzurro dell’immagine della
Madonna. Gli sposi erano giovani,
sicuramente vivevano nei casolari
adiacenti alla chiesa. Mano nella
mano, visi bruniti dal sole e tanta
gioia negli occhi. Bellissima la giovane sposa, con un castigato abito
monacale di lino bianco e una cintura di raso che annodandosi alla vita
ricadeva sino ai piedi. Il velo di tulle
bianco era tenuto da una coroncina
di roselline color tea, così come il
mazzolino che reggeva tra le mani.
La fiamma delle candele sull’altarino disegnava ombre sulle panche di
legno e tre o quattro vecchie sedie
impagliate! Gli invitati indossavano
i vestiti più belli, i bambini camiciole multicolori a scacchi e bretelle che reggevano i pantaloncini alla zuava. Aleggiava intorno un qualcosa di
inspiegabile, di mistico che insieme alla fragranza dei
fiori induceva a pregare. Officiava la messa un anziano sacerdote, a tratti dalla porta aperta uno spiffero di
vento faceva danzare la luce delle candele e trasportava dentro il particolare profumo dell’erbetta tenera.
“Ora siete marito e moglie”. L’emozione degli sposi,
le lacrime della nonna, austera con la sua gonna nera
e lo scialle orlato da una lunga frangia di seta. Eccola
avvicinarsi agli sposi con lo scialle aperto per poterli
abbracciare e avvicinarseli al cuore. Assumeva così
le sembianze di una maestosa aquila nell’atto di coprire i suoi piccoli. Un gesto di protezione e nello
stesso tempo, quando le braccia si
dischiudevano, un invito a volare
verso l’inizio di una nuova vita.
Il suono di una ocarina, il canto gioioso delle fanciulle con le braccia
colme di ginestre e biancospini, tarantella e pizzica, accompagnavano
il festoso corteo diretto al casolare,
tra i convenuti un voluminoso cane
maremmano che ancheggiava anche
lui felice. Auspicio di questa splendida cerimonia, un volo di rondini
che pettegolando sfrecciava nel cielo e la fragranza dei fiori. Basta il
profumo di un fiore per dar vita a un
ricordo gioioso da condividere con
chi tanto si angustia nella ricerca
della felicità. I loro profumi, i loro
colori evocano emozioni sopite e nel donarli raccontano tanto di noi: sentimenti, personalità, gentilezza,
ringraziamento, affetto e amore.
“ …Alzati amica mia! Mia bella vieni fuori! Ecco
l’inverno è passato, la pioggia è cessata e andata
via, i fiori spuntano sulla terra. Il tempo del cantare
è vicino”… ( Il Cantico dei Cantici)
Marisa D’Elia
Kick boxing\ Un gioiese campione del mondo
Roberto D’Avanzo
La conferenza stampa
Chi avrebbe immaginato di poter assistere ad un campionato
mondiale a Gioia del Colle? Sicuramente il maestro Donato
Milano, CT della nazionale azzurra di kick boxing, che da
molti mesi si stava occupando dell’organizzazione dell’incontro. Nella conferenza stampa, svoltasi nella sede del Comune,
ha ricordato e sottolineato l’importanza di avere nel nostro paese manifestazioni di questo calibro che avrebbe visto come
protagonisti Roberto D’Avanzo, atleta gioiese per due volte
campione europeo, e Narbona Lopez, spagnolo vincitore di
tre titoli mondiali. Ospite d’onore è stato il M° Jean Paul Pace
(a suo tempo allenatore di Donato Milano) che, dopo aver evidenziato le capacità dei due contendenti, ha augurato al suo ex
allievo di ricevere dai suoi atleti le stesse gioie che gli aveva
procurato quando combatteva al suo fianco. Dopo aver posato
per alcune foto, atleti, preparatori e ospiti hanno bevuto qualche drink. Da evidenziare che Roberto D’Avanzo, per scaramanzia, non ha voluto brindare al buon esito dell’incontro.
Marco Capodiferro
La cronaca dell’incontro
GIOIA\ Ancora un successo per la ASCO di Gioia del Colle
guidata dal M° Donato Milano, che certifica l’ottimo lavoro
con l’ultimo talento del kick boxing gioiese, Roberto D’Avanzo, con la conquista del titolo iridato, detenuto dal campione
Le interviste
Alcune settimane dopo la manifestazione sportiva di venerdì 27 febbraio 2009, che ha visto coinvolti lo spagnolo Narbona Lopez Antonio e il gioiese Roberto D’Avanzo, abbiamo intervistato i due artefici di questa
grande impresa: il nuovo campione del mondo di Kick boxing, Roberto D’Avanzo, e il suo allenatore Donato
Milano.
ROBERTO D’AVANZO
DONATO MILANO
Da quanto tempo pratichi Kick Boxing?
Fin da bambino, esattamente dall’età di 11 anni.
Quali sono stati i risultati più importanti fino ad
ora conquistati?
La conquista del titolo italiano professionisti nel
2005 avvenuta a Portonativo di Rieti. La coppa del
mondo nel 2006 a Salsomaggiore Terme. Il titolo
europeo professionisti nel
2007 a Bruxelles. E ovviamente questo titolo mondiale professionisti proprio
qui nel mio paese.
Cosa significa per te essere campione del mondo?
Sicuramente il raggiungimento di tale obiettivo ha
comportato notevoli sacrifici e rinunce quotidiane.
Rinunce ben ricompensate dal raggiungimento di
questa meta tanto desiderata di cui sono orgoglioso, soprattutto per averla raggiunta all’età di soli 23
anni.
Quali sono i progetti futuri?
Naturalmente quello di continuare a difendere, spero sempre vittoriosamente, il titolo di campione del
mondo e di proseguire la mia crescita sia nello sport
che nella vita.
A chi devi il raggiungimento di questi tuoi prestigiosi traguardi?
In particolare al M° Donato Milano che mi ha insegnato gran parte dei segreti di questa disciplina
sportiva. Fin dagli inizi, e senza mai demordere, ha
sempre creduto in me e nelle mie qualità tecnicoagonistiche. A tutti i ragazzi che mi hanno seguito
giorno dopo giorno negli allenamenti, e a tutte le
persone a me care che mi hanno sostenuto anche moralmente.
Ai gioiesi cosa ti senti di dire?
Che non esiste solo il calcio, il volley o il basket.
Ci sono altri sport, come quello da me praticato, che
possono dare grandi emozioni e grandi soddisfazioni. Sono dispiaciuto per questo ma contentissimo per
il traguardo raggiunto.
Qual è stata la prima sensazione provata dopo
l’esito dei giudici?
Sapevo già come sarebbe andata. La strategia studiata prevedeva di non incassare colpi nelle ultime
riprese e dall’andamento della gara immaginavo la
nostra vittoria.
Un parere sulle prestazioni dei due atleti.
Credo che la nostra prestazione sia stata impeccabile. L’avversario lo conoscevo già e
sapevo della sua pericolosità, ma per vincere
avrebbe dovuto cambiare tattica e conduzione di gara.
C’è stato un po’ d’amaro in bocca, perché
la gara non si è conclusa?
Sì. Sicuramente sarebbe stato più avvincente
giocarsela fino all’ultimo ma la nostra strategia tecnico tattica era vincente al punto da
prevedere un ulteriore dominio, anche nelle
ultime riprese.
E la paura di perdere?
Quella si sente sempre. In allenamento ci si prepara per vincere, ma non si può prevedere il risultato
finale.
Ti ritieni soddisfatto per la partecipazione del
pubblico?
No, assolutamente. Manifestazioni di questo calibro non sono da sottovalutare. La partecipazione
del pubblico è stata scarsa, quasi assente, non ha dimostrato il dovuto affetto verso un atleta di origini
gioiesi. In altri comuni, in cui sono state organizzate
gare simili, il pubblico era sempre numeroso perché
a conoscenza di quanto fosse importante assistere a
queste sfide. Nel nostro, invece, questo messaggio
non è arrivato. Dopo quanto accaduto certe manifestazioni a Gioia se le possono scordare!
Quindi non sei contento?
Non totalmente. Ed è altrettanto vergognosa la partecipazione degli “pseudo - giornalisti” locali che non
hanno seguito con la giusta partecipazione la sfida
mondiale.
Giudizio complessivo?
Sono certamente soddisfatto per la prestazione e la
vittoria di Roberto, per nulla contento della serata.
del mondo in carica, lo spagnolo Antonio Narbona. Una conquista avvenuta il 27 febbraio scorso, proprio davanti al pubblico di casa. Dopo un breve prologo con la bellissima esibizione
sonora dei “Camera con Vista” e una serie di brevi incontri
tra atleti provenienti da palestre di Matera, Palagiano e Pescara,
allenati da glorie del passato del kick boxing, il culmine della
manifestazione si è concretizzato nella sfida D’Avanzo - Narbona. L’incontro non ha tradito le attese. Partito determinato
e concentratissimo, D’Avanzo ha messo subito in pratica le
indicazioni studiate in fase di preparazione con Donato Milano e di fatto ha impedito all’avversario di esprimersi ai suoi
livelli, costringendolo sulla difensiva a accumulando alcuni
punti di vantaggio con una serie di calci laterali e circolari.
Attento a non scoprirsi troppo e a frenare la voglia di aggredire
senza criterio, che sarebbe stata anche letale con un avversario così completo e tecnicamente validissimo, l’atleta ASCO
ha saputo anche contenere il ritorno di Narbona. Mantenendo
alta la guardia gli ha costantemente impedito le temute azioni
frontali. Al decimo round la svolta. Un calcio circolare alto di
D’Avanzo provoca un profondo taglio all’arcata sopraccigliare
dello spagnolo, il che induce l’arbitro, Francesco Pellegrino,
a sospendere più volte l’incontro e a chiedere l’intervento del
medico. Il dottor Vito Posa, ottimamente coadiuvato dai volontari della Croce Rossa, ferma lo sfortunato Narbona, decretando l’impossibilità di far proseguire l’incontro. Il titolo
iridato viene assegnato così ai punti. Per due dei tre giudici
di bordo ring l’atleta azzurro era in vantaggio (rispettivamente
90-86 dall’arbitro italiano e 89-85 da quello croato), mentre per
quello spagnolo in perfetta parità (89-89). Roberto D’Avanzo,
a soli ventitre anni e a meno di due anni dalla conquista del titolo europeo, si laurea campione del mondo. Per Donato Milano
un altro tassello da aggiungere al glorioso mosaico della sua
carriera di atleta ed allenatore.
GIOIA\Conquistata la matematica permanenza in serie A2 anche per il prossimo campionato, la Nava Gioia
del Volley non si ferma qui e punta decisa a mantenere la sua posizione di classifica in piena zona play-off per
proseguire ancora l’esaltante cammino di questa stagione. Partiti in sordina e con modeste ambizioni di salvezza,
i ragazzi di Cannestracci hanno conquistato il cuore dei tifosi gioiesi, che lentamente sono tornati in buon numero a sostenere la squadra al palazzetto. Basti pensare alle imprese sui campi di Bassano (0-3) e Isernia (2-3)
e all’avvincente testa a testa con i molisani e con Mantova per la conquista della quinta piazza in classifica, che
garantirebbe la possibilità di giocare in casa l’eventuale “bella” dei quarti di finale dei play-off. Assediati dagli
infortuni e ricadute di molti dei suoi punti di riferimento, come Rigoni e il brasiliano Dias, a lungo best scorer
del campionato, i ragazzi di Cannestracci hanno dato prova di grande carattere e di una compattezza del gruppo,
che hanno permesso alla squadra di mantenersi nelle zone alte della graduatoria e di sfiorare un’impresa che non
ha precedenti nella pur gloriosa storia della pallavolo a Gioia del Colle. La Nava, infatti, ha conquistato la finale
di Tim Cup di A2 e si è arresa con onore solo ai vantaggi del quarto set alla quotata Andreoli Latina, una delle
candidate al salto di categoria. Sospinti da più di duecento supporter biancorossi, Diogo e compagni hanno tenuto
testa ai pontini e per poco non sono riusciti nella clamorosa impresa, conquistando un risultato comunque insperato e di assoluto prestigio. Non da meno è stato il cammino in campionato, dove, dopo una leggera sbandata dovuta
alle continue defezioni, la Nava ha ripreso con decisione il suo cammino con un poker di vittorie. Al 3-1 inflitto
a Roma hanno fatto seguito la già citata impresa corsara con l’Olio Pignatelli Isernia e soprattutto il derby casalingo con la Materdomini Volley.it Castellana, piegata 3-1 con una splendida prestazione anche di Manassero e
Nuzzo. Sulle ali dell’entusiasmo anche la Sp Catania è stata piegata tra le mura amiche al tie-break, mentre con la
capolista Codyeco Santa Croce è giunto un prezioso punto che tiene aperti i giochi in ottica dei piazzamenti per
la composizione della griglia play-off. La volata finale è lanciata e i biancorossi cercheranno di stupire ancora.
Giuseppe Leronni
Giuseppe Leronni
Marco Capodiferro
Pallavolo: volata finale
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GIOIA d COLLE