Nessun potere politico “forte” ma solo sana imprenditoria agricola… I perché di una scelta sbagliata No al compostaggio in c.da Marchesana Mentre a Lecce il sindaco ha detto no alla realizzazione di un impianto di compostaggio sul proprio territorio, sostenendo che “uno stabilimento del genere non può sorgere in una zona agricola come quella prescelta”, la nostra amministrazione, con delibera di Consiglio n. 4 dell’11 febbraio 2009, si preoccupa di comunicare all’ATO BA5 “che la disponibilità del sito comunale alla realizzazione dell’impianto è legata al rispetto, da parte dell’ATO BA/5” della “relazione di ipotesi royalities preparata dal Comune di Gioia del Colle”. Una questione dunque legata al danaro (le royalities altro non sono che percentuali commisurate al giro d’affari) che ha portato i nostri amministratori a sostenere che la contrada Marchesana è una “zona di scarso valore agricolo anche nelle adiacenze, in assenza di insediamenti stabilmente abitati ad esclusione della braceria”, quando tutti sanno che a ridosso dell’area destinata al compostaggio ci sono decine di ettari di vitigni autoctoni che producono varie qualità di pregiato, rinomato e premiato vino primitivo, numerose aziende agricole (anche agrituristiche) che fanno della coltura biologica il loro emblema, oltre a diverse civili abitazioni coloniche. Una realtà imprenditoriale agricola, in continua espansione e costante crescita produttiva, in cui si sono investiti e si continueranno ad investire decine di milioni di euro, che subirebbe un sicuro danno a causa della presenza di questo impianto industriale, non soltanto per il continuo via vai dei mezzi di trasporto o per i rumori prodotti anche dallo stesso impianto, quanto per gli odori che verrebbero, come ogni esperto del ramo ben sa, assorbiti dai loro prodotti. Odori che a detta di studiosi in materia possono essere ridotti ma non eliminati. In alcuni casi, sostengono, potrebbero creare nell’uomo effetti collaterali nocivi quali disturbi gastrici, mal di testa, disturbi del sonno, perdita di appetito. Un duro colpo che metterebbe KO anche il turismo locale, per via del paesaggio che si rivelerebbe agli occhi dei turisti nell’approssimarsi al nostro paese in autostrada o per ferrovia. Una situazione che ha dell’incredibile, se si considera che nel 2006 Nichi Vendola aveva revocato le autorizzazioni per la realizzazione dell’impianto dopo aver ricevuto il “parere negativo espresso dall’ Ato Bari 5”, in cui si evidenziava che “la maggior parte dei comuni avrebbe preferito realizzare il compost a Conversano dove già esiste una piattaforma dei rifiuti con una discarica tradizionale, un impianto di cdr e una struttura di selezione spinta”. (Repubblica del 28/12/2006). Un indirizzo tra l’altro inserito nel PRGR (Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti), a cui si è attenuto quello provinciale (PPGR). Infatti, sotto la voce “Criterio di prossimità”, si evidenzia che “ogni bacino deve gestire, riciclare, recuperare e smaltire i rifiuti che ha prodotto presso impianti il più possibile vicini al luogo di produzione”. E ciò per evitare che “l’impatto ambientale ed i costi del trasporto possano superare i vantaggi ambientali 30 del recupero stesso e rendere irrazionale ed inefficiente il sistema”. Un fattore, “quello della baricentricità del sito rispetto al bacino di produzione e di smaltimento dei rifiuti”, ritenuto preferenziale ma completamente disatteso in merito all’impianto gioiese. La nostra città è stata scelta pur essendo posizionata nella parte più estrema del bacino oltre che distante decine di chilometri dalla discarica di Conversano. Località in cui confluirà l’umido prodotto nei 21 comuni dell’ATO da destinare all’impianto di compostaggio di Gioia del Colle, per poi ritornare a Conversano, sottoforma di scarti di lavorazione da conferire definitivamente in discarica. Un giro vizioso che farà aumentare i rischi e i disagi legati a questi trasporti, nella popolazione, l’inquinamento ambientale oltre a far lievitare a dismisura i costi di gestione dello stesso smaltimento. Ma non è tutto. Nel citato Piano Provinciale, in merito alla valutazione sull’idoneità o meno di un sito, si precisa che “costituiscono fattori penalizzanti la presenza di case sparse; di aree agricole di pregio che ricadano in un raggio di 500 m dalle localizzazioni previste; di aree entro la fascia di rispetto da strade, autostrade, ferrovie; interferenza con i livelli di qualità delle risorse idriche superficiali e sotterranee”. Fattori la cui presenza è facilmente riscontrabile in contrada Marchesana, situata sotto l’autostrada A14, costeggiata dalla ferrovia e in prossimità di un avvallamento in cui confluiscono le acque piovane dell’intera zona. Un sito particolarmente difficile da raggiungere che comporterà un considerevole esborso di soldi pubblici per modificare l’assetto viario esistente. Oppure determinare l’insorgenza di onerose quanto inutili “controversie” legali stante la presenza di sentenze, emesse da TAR e Corte di Cassazione, in cui si stabilisce che “in materia di rifiuti, un impianto di compostaggio, avente natura industriale, non può essere assentito in zona agricola, senza previa modifica dello strumento urbanistico” e senza che “sia adeguatamente motivato in relazione alla pubblica utilità dell’opera, per cui l’amministrazione, pur nell’esercizio di un potere discrezionale, deve effettuare una approfondita valutazione dell’interesse pubblico alla realizzazione dell’impianto in variante allo strumento urbanistico sotto il profilo della pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dell’opera e solo la ricorrenza di tali esigenze può legittimare la compressione delle scelte effettuate dai Comuni in sede di pianificazione urbanistica”. Una situazione complessiva, quindi, che contrasta con gli sforzi che questa amministrazione sostiene di compiere nella direzione di rendere Gioia del Colle più attraente e disponibile verso l’esterno dal punto di vista turistico tanto da disporre l’apertura di un ufficio IAT – Informazioni ed Accoglienza Turistica, o organizzare ripetute manifestazioni per tutelare, pruomuovere e valorizzare il nostro vino primitivo. Donato Stoppini Azienda Polvanera Un’antica masseria nel cuore della contrada Marchesana, una sala degustazione di raffinata semplicità, una moderna cantina di 800 metri quadri, dotata di botti termorefrigerate e tecnologie di vinificazione all’avanguardia e giù, nella roccia striata di rosso, un caveau costellato da centinaia di bottiglie già etichettate e pronte per la spedizione. Altre attendono che il tempo renda i loro ambrati tesori perfetti da degustare. Nell’angolo “spumanti” il primitivo vinificato in bianco con metodo classico lascia che l’alchimia di zucchero di canna e lievito progetti il suo perlage. Nella seconda fermentazione l’anidride carbonica a temperatura controllata verrà imprigionata nel tappino e a “freddo” sottratta. Il processo di fermentazione richiederà dai due ai venti mesi e le bottiglie riposeranno disposte dapprima in posizione orizzontale e poi in verticale. Il colore del rosè va salvaguardato dal viraggio verso un più ambrato “brandy”, la perfezione è d’obbligo per un prodotto destinato ad un mercato internazionale particolarmente esigente. Polvanera 17 ha conquistato nel 2008 il “Sole di Veronelli” ed un proprio, quotatissimo stand in Vinitaly, concorrendo con altri 21 vini italiani, per Daniel Thomases “un Primitivo di assoluta eccellenza: caldo, generoso, mediterraneo, sontuoso…”. L’azienda Polvanera, nome che ricorda il colore della terra in cui i vitigni affondano con tenacia le loro radici, nasce nel 2003. La stessa tenacia, fortificata da orgoglio, senso di appartenenza ed entusiasmo spinge Filippo Cassano, enologo nonché rotariano D.O.C., in passato apicoltore, Angelo Antonio Tafuni e i fratelli Giuseppe e Michelino Posa ad investire ogni loro energia e risorsa in questo progetto, con appassionata competenza e soprattutto profonda fiducia in un vino radicato nella storia, nella cultura, nell’identità della loro terra. 25 ettari di vigneto, di cui 15 destinati al primitivo e i restanti ad aglianico, aleatico e fiano, altri 4 ettari di alberelli sessantenni di primitivo condotti in fitto. Un progetto nato sotto una buona stella… la stessa che brilla su ogni etichetta tratta da antiche illustrazioni della costellazione della Vergine, un presagio nel nome esoterico di Vindemiatrix, il cui sorgere segnava l’inizio della vendemmia ed ancora Porrima, Syrma, Zaniah, Zavijava, Heze dalle suggestive, semantiche radici greche, latine e preislamiche, per identificare vini di cospicua floralità di cui sono particolarmente apprezzati gli effluvi resinosi e balsamici di liquirizia e amarena e i sentori catturati dalle uve ed imprigionati con sofisticate tecniche di affinamento. Un aleatico rosso rubino, equilibrato con note di ciliegia, timo e muschio, un moscato bianco cristallino, suadente in cui cogliere fragranze di pesca, mela e fiori di sambuco, un primitivo vellutato dal gusto pieno che arde senza bruciare dai 14 ai 17 gradi. Come resistere alla seduzione di una così sconvolgente, aromatica essenza della natura, ebbra di sole e profumi? Dalila Bellacicco Piero Longo: un mito Piano Urbanistico Generale A distanza di quasi un anno dalla sua elezione, il neo-Sindaco Piero Longo ha, meritatamente, conquistato la nomination aggiudicandosi, con quattro anni di anticipo, il premio di Sindaco “peggiore” che la nostra storia ricordi. Ecco a voi un pregiato sunto di alcune creazioni amministrative che hanno permesso la precoce e inaspettata vittoria. In principio era lo slogan “Ora si cambia”, che lasciava presagire una gestione del potere innovativa e trasparente. Ma quando Longo cominciò a creare, delibera dopo determina, surclassò ben presto i peggiori amministratori del passato lasciandoli, in affanno, ad ingoiar polvere dietro di sé. Mentre tentava di “distrarre” la città con iniziative di “gusto” (pupi, maccheroni e pecoroni con patate) il Sindaco dava inizio ad una serie infinita di provvedimenti “mirati” ad accontentare le schiere più fedeli della sua coalizione. Tra raddoppi di stipendi, elargizioni ad associazioni amiche e accuse contro giornalisti ed organi di stampa locali, il Sindaco parve subito maneggiare con estro il tanto agognato “bastone” del comando. Provò persino a far sparire e ricomparire le palme di via Di Vittorio. Il bastone funzionò, ma una delle palme, seccata, la prese male e si ammalò. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Primo giorno. Tenne poi banco il pubblico bando per selezionare i direttori artistico e tecnico al Teatro Comunale. Bando sì, ma con candidati già prescelti dal Sindaco in persona. Come in una ideale estrazione del Lotto dove i numeri vincenti li estrae il giocatore direttamente dalle sue tasche. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Secondo giorno. Poi sopraggiunse l’autunno e il Sindaco, terminate le innumerevoli iniziative da presenziare e i banchetti goliardici dell’estate di tutti, poté dedicarsi, a tempo pieno, all’ambita gara. Ecco, allora, mettere mano alle cosiddette “sanatorie edilizie” (da alcuni denominate volgarmente “condoni”), dove in ballo vi erano, tra l’altro, pesanti (si parla di “mattoni”) interessi di alcuni Consiglieri di maggioranza. Insieme sopraggiunse la LUM, l’Università privata che il Sole 24 ore classificò agli ultimi posti tra tutte le Accademie italiane, alla quale Longo regalò l’ex distilleria di Via Cassano (la cui ristrutturazione era costata un patrimonio) per sei lunghi anni. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Terzo giorno. Poi venne la pista ciclabile, una delle sette oscenità di Gioia. Una “leccata” blu contornata da paletti a scomparsa, su e giù tra auto in corsa e in sosta, senza senso e senza decenza. Prima pista ciclabile vietata ai ciclisti, al mondo. Il Sindaco vide e non provvide. Nella sua mente imperava, infatti, la nostalgia del vecchio mercato del pesce da ricostruire in piazza Plebiscito. Utile astuzia per giustificare l’abbattimento di quello della frutta di via Regina Elena, volto a liberare corposi suoli da “girare” agli immancabili palazzinari, pronti a edificarci su nuovi strati di appartamenti. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Quarto giorno. Arrivarono così i lavori al Teatro Comunale (30 mila euro), affidati (senza pubblica gara, naturalmente), manco a dirlo, alla ditta “parente” di un Assessore. E senza lasciar tempo al respiro, vennero creati altri 30 mila euro per allargare via Scorciabove, pur sapendo che i maligni avrebbero ben presto capito chi fosse l’unico beneficiario dell’opera. Spendi oggi, spendi domani, il Sindaco udì l’arca scricchiolare. Non c’era più acqua e la barca grattava ormai il fondo. Alzò allora il “bastone” magico del comando sulla città e separò gli onesti da un lato e gli evasori dall’altro. Ai primi ordinò che pagassero l’Addizionale Irpef Comunale (che sulla piazza aveva promesso di abolire) mentre i secondi, ignorati, poterono depositare ceri e corone al monumento dedicato alla “dea cuccagna”. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Quinto giorno. Comparvero, all’improvviso, tre torri faro in pieno centro (una persino a soli 90 metri da una scuola materna). Anche qui un corposo regalo (solo 5 mila euro annui rispetto ai 15 mila consueti) ad una ditta privata che avrebbe affittato le antenne, appollaiate su tralicci alti 33 metri, a tutte quelle aziende di telefonia mobile che ne avrebbero fatto richiesta. Poco tempo dopo, al cimitero, giunsero le ruspe, per abbattere, con urgente “urgenza” (dopo decenni di onorato servizio), gli ingombranti cipressi. Anche questa volta nessuna gara d’appalto. L’urgenza, difatti, rendeva necessario accorciare i tempi (e rendeva, diciamo noi, più libera la scelta di assegnazione lavori). Le radici di alcuni cipressi avevano infatti deciso di estendersi alla velocità di un metro al dì. Altri, invece, all’unisono, avevano deciso di inclinarsi al ruggir del vento. Un autentico suicidio collettivo. E Longo vide che era cosa utile (per sé). E fu sera e fu mattina. Sesto giorno. Il Sindaco aveva bruciato le tappe. Aveva conquistato l’alloro del primo premio. In pochi mesi aveva meritatamente stracciato gli avversari. La città di Gioia poteva così gloriarsi del “peggior Sindaco” della sua storia. Longo decise così di riposarsi (ma solo un po’). E la città vide che era cosa (pur breve) utile (per lei, stavolta). E fu sera e fu mattina del settimo giorno. Enzo Cuscito Prende avvio la fase di impostazione conoscitiva e programmatica preliminare alla prima conferenza di copianificazione Ritorna in auge la questione Piano Urbanistico Generale (PUG) di Gioia del Colle, una nuova visione della città, per garantire un ordinato assetto del territorio. Si tratta di una tematica che arrovella la politica locale ormai da decenni, condizionata da pressioni latenti che hanno lacerato il percorso progettuale, al punto da ostacolarlo. A memoria degli addetti ai lavori e dei cittadini tutti, è bene ricordare che, nel nostro Comune, vige un Piano Regolatore Generale (PRG), approvato, in via definitiva, con decreto del Presidente della Giunta Regionale n. 1257 del 23.5.1977, adottato dal civico ente, sotto gestione commissariale, a far data dal 14.7.1972, e concepito a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Un piano regolatore, oggi definibile di prima generazione, la cui attuazione e i cui modelli di previsione sono risultati, a distanza di oltre trent’anni, molto lontani dalle aspettative. Lo sviluppo urbano, attuato prevalentemente mediante una serie di piani di lottizzazione ad iniziativa privata e alcuni piani particolareggiati ad iniziativa pubblica, è risultato carente di un disegno sistematico dello spazio pubblico e della realizzazione degli standard urbanistici, minima dotazione quantitativa in termini di servizi collettivi, che sono rimasti solo sulla carta, per l’incapacità di attuare un programma che accanto all’espansione avrebbe garantito il miglioramento della qualità della vita. La situazione urbanistica odierna di Gioia del Colle appare frammentaria e segno della incoerenza del tessuto insediativo urbano, non relazionato al sistema ambientale e infrastrutturale. Il disegno di piano è stato bypassato da una serie di logiche ed evoluzioni che altro non hanno fatto che delegittimarne l’efficacia e il principio ispiratore; un piano che, con il suo apparato normativo, è stato oggetto di interpretazioni, non sempre corrette. Una tappa intermedia è stata la proposta di variante di adeguamento alla legge regionale n. 56 del 31.5.1980, portata in discussione solo nel 1999, quando, ancora una volta, la tecnica urbanistica andava evolvendosi verso una pianificazione strutturale-operativa, come definita nella nostra Regione con la legge n. 20 del 27.7.2001. La proposta, non è stata condivisa e, quindi, ritenuta vana, proprio per l’avvento della L.R. 20/2001 che ha introdotto, quale strumento di pianificazione, a livello comunale, il PUG, sovraordinandolo al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) e al Documento Regionale di Assetto Generale (DRAG). Proprio per (ri)partire dal PUG, si è svolta una conferenza cittadina presso l’auditorium di via Paolo Cassano, dal titolo “Dal PRG al PUG: costruiamo insieme la città”. In tale sede è stato presentato alla città il “sistema delle conoscenze”, ovvero l’analisi urbanistica del territorio all’attualità, alla base della successiva proposta di piano. Anche il PUG sta viaggiando a ritmi non proprio dinamici, se consideriamo che il Documento Programmatico Preliminare (DPP) è stato definitivamente adottato dall’amministrazione comunale nel novembre 2005 e, da allora ad oggi, si è rispolverata la questione solo nel marzo 2007, con la conferenza “Lo sviluppo urbanistico per una città solidale: il PUG”. Nel frattempo, il contesto normativo si è arricchito, a livello regionale, con la circolare n. 1/2008 sulla formazione dei PUG, a seguito dell’entrata in vigore del DRAG (agosto 2007). L’Amministrazione Longo, allora, cercherà di salire sul vagone giusto, dandosi un cronoprogramma che porti all’adozione del PUG entro il proprio mandato amministrativo, per far fede al proprio impegno in campagna elettorale? Auguriamoci che ciò avvenga, perché la nostra città merita di uscire da questa situazione di stallo, per rendersi competitiva rispetto ai comuni viciniori dove, salvo altri contesti (uno tra tutti, Acquaviva delle Fonti), si fa sul serio, per dare certezze e occasioni di sviluppo alla propria cittadinanza. La conferenza è servita anche e soprattutto per capire gli obiettivi dell’attuale amministrazione comunale. Il Sindaco si è assunto l’impegno di portare a conoscenza le scelte di sviluppo della città, consapevole che, solo in maniera condivisa, le si potrà dare un volto nuovo. L’assessore ai lavori pubblici, ha esposto le criticità attuali dell’urbanistica gioiese: urgente attualizzazione del PRG, sopravvenuto DRAG e necessità della Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Ha evidenziato la necessità di svincolare il mercato, abbattendone la rendita fondiaria e di scegliere la perequazione, per realizzare la compensazione ambientale. Ha poi parlato degli obiettivi qualitativi che sono attesi dal PUG: riequilibrio dei servizi/standard e del deficit pregresso, sostenibilità nelle trasformazioni, semplificazione del quadro normativo, perequazione, per evitare la caducazione dei vincoli nelle zone destinate attualmente a servizi, edilizia residenziale sociale, surplus della capacità edificatoria negli ambiti residenziali, per aumentare i servizi di vicinato. Il Dirigente dell’Ufficio Tecnico ha sottolineato che il sistema delle conoscenze sarà propedeutico all’indizione della prima conferenza di copianificazione, indetta dal Sindaco, con la partecipazione degli enti sovraordinati e/o territorialmente competenti e dei comuni confinanti. Chiusa la parte degli interventi istituzionali, la parola è passata ai relatori dello staff tecnico, incaricato della redazione del PUG, che hanno presentato le loro analisi urbanistiche. In particolare, l’analisi geologica ha evidenziato la morfologia carsica del territorio e il correlato rischio sismico. Per l’analisi idrogeologica si è presentato il reticolo idrografico comunale, che risulta ad andamento radiale, con la presenza, per la zona urbana, di bacini esoreici (aperti verso l’esterno) ed endoreici (chiusi, ad alto rischio idraulico). Lo studio idrologico ha poi evidenziato vaste aree di allagamento del territorio, a seguito di eventi meteorologici e scarsa attenzione nel lottizzare il territorio. Infine, il rilievo dell’antropizzazione del territorio, confrontato alle maglie del vigente PRG, ha evidenziato uno scollamento tra previsioni/azioni molto evidente specie per la rete viaria. Nunzio Loporcaro 31 A proposito di Futurismo… Chiusi i battenti sulla mostra di riproduzioni di stampe futuriste, del costo di 1000 euro, mettendoci, nel vero senso della parola, “una croce sopra”. A tracciarla sulle stampe lo stesso Carmelo Calò Carducci. Il docente di Matematica e Fisica, nonchè “cuciniere futurista” non ha esitazioni in merito: ”Definire una cosa significa ucciderla… il Futurismo non può essere definito, è una allusione, è l’esplosione di “quell’angolo del cervello” in cui vige il disprezzo delle norme, in cui germina il seme di una anarchia futuristica all’insegna della più totale libertà interpretativa, anche filosofica, di quanto scaturito dalla creatività. Nato in cattività (la neve ha impedito ai relatori di esser presenti nel corso dell’inaugurazione), e rinviato al 4 marzo, l’evento si è avvalso dell’ottima presentazione del professor Giuseppe Bonifacino e di una accattivante rivisitazione della figura di Ricciotto Canudo a cura del professor Giovanni Dotoli, presidente della omonima Fondazione. Tante le iniziative poste in essere e ben sei le pubblicazioni di pregio edite dalla Fondazione Ricciotto Canudo, di cui una a firma di Fortunato Matarrese presentata a Gioia nel ’77, anno in cui ricorreva il centenario della nascita dell’”apostolo dell’avanguardia”. Tra i ricordi di Gennaro Losito, organizzatore della presentazione, la presenza di uno scultore, un distinto signore dalla fluente barba bianca, particolarmente attento ed interessato al Canudo. L’artista in seguito rivelò di esserne stato amico e di aver scolpito un busto in suo ricordo. Rintracciarne gli eredi e portare la scultura a Gioia potrebbe rivelarsi l’evento inaugurale di una nuova stagione di rinascita culturale, cui affiancare un’interessante proposta del sindaco Piero Longo e di Vito Marvulli: invitare gli studenti a redigere quaderni sull’argomento e pub- blicarne i più significativi. Di materiale ve n’è tanto ed altro ancora potrà essere reperito. Nell’archivio di Gennaro Losito sono custodite alcune preziose pubblicazioni in francese della rivista “MONTJOIE!” fornite in digitale da Roberto Ludovico, professore di Letteratura Italiana presso l’Harvard University del Massachusetts. Sarà, inoltre, cura del professor Dotoli, come dichiarato nell’incontro, restituire al Comune articoli, pubblicazioni, studi, atti documentali e quant’altro sia rinveniente dalla fondazione, per poter offrire ulteriori, preziose opportunità di studio e approfondimento. Dalila Bellacicco Me ne fregio! In queste settimane, travolta dal turbinio del centenario futurista, Gioia del Colle è in fermento - conferenze al Rossini, conventicole nel foyer, dotti ospiti e sapienti d’oltre moenia e fauna di esperti locali. Contagiato dalla fregola, ho riguardato di buona lena alcuni dei numerosi Manifesti dell’italianissimo movimento artistico, con particolare diletto quelli dedicati al teatro. E ravanando come un bracco da tartufo futurista nella mia collezione di cose strane e aggerate cianfrusaglie, ecco saltar fuori un agile libello di cm 13,5 x 14,5. Sapete com’è un collezionista: non può non fregiarsi dei suoi pezzi migliori. Il libretto in questione è il “Manifeste de la Femme Futuriste”, ad opera di Valentine de Saint-Point. E chi se ne fregia, direte voi. Il fatto è che la Valentine è proprio un bel personaggio: discendente di Lamartine, modella di Rodin, poetessa e romanziera, drammaturga, pittrice; Ricordando Pietro Argento Ci sono pagine di storia non scritte, racchiuse nei ricordi di testimoni privilegiati, Franco Chieco, critico musicale nonché amico di Pietro Argento, ne è icona. Nelle sue parole la più bella “aria” che potesse dedicarsi al Maestro, a cento anni dalla sua nascita, il 7 marzo scorso, nel corso della due giorni organizzata dall’Associazione Musicale “Daniele Lobefaro” in collaborazione con Amici della Musica “ P. Falcicchio”, l’Associazione Pro Loco, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Gioia del Colle e la Biblioteca Comunale “Don V. Angelilli”. Franco Chieco si immerge nel passato, ricorda l’uomo, i suoi sentimenti, il musicista, il grande concertista così amato ed osannato in Russia da essere invitato ad incidere dischi con l’orchestra sinfonica statale e “scolpito” in bronzo da Kerbel. Personalità impetuosa, travolgente, rispettosa dei grandi, in grado di far “convivere, nello stesso programma, una pagina di arabescata finezza di Malipiero ed un’altra, intensa e accesa di Rimski-Korsakov”. Nel ’71 presenta in veste orchestrale gli “Spirituals” di Morton Gould, “un’immagine icasticamente nobile e tormentata, un autentico messaggio di fede e di speranza” del folclore americano, “trasfondendo con nobiltà di gusto il respiro delle voci umane nel calore trascinante degli strumenti ad arco”. Foto Mario Digiuseppe Nello stesso concerto “Sogni d’inverno”, opera giovanile di Ciaicovski, “luminosa nell’architettura, ricca di slancio e di effusioni melodiche tipicamente russe, di seducenti impasti timbrici, persino spregiudicata nella dinamica e nella tecnica strumentale, una sinfonia che non poteva non rispondere alla istintiva esuberanza della sua visione interpretativa, attenta a rimarcare la vivacità della tavolozza, il fascino della varietà ritmica.” 32 Valentine rivoluziona il mondo del teatro imponendo un’immagine della donna modernissima; la femminista non può e non deve copiare l’uomo perché, per somigliargli, sarebbe costretta a virilizzarsi, impoverendosi così di tutta la grazia, sino a perdere tutte le necessarie qualità femminili. Piuttosto è un gusto per lo slancio personale, per un’attività in armonia con le grazie e le fatalità del proprio essere che la libererà da tutte le tutele e da tutte le necessità di doversi associare. Invece il nostro tempo [febbraio 1913 n.d.t.] vede trionfare il femminismo con tutta la sua bellezza e con tutta la bruttezza: donne che cercano nel femminismo il luogo dove compensare quello che altre posseggono al loro posto: più bellezza, o anche così e semplicemente, una più vasta intelligenza. Valentine preconizza l’avvento di una donna superiore quale créature chez qui l’instict est pourvu de lucidité. Contestando le rivendicazioni del femminismo tradizionale, ella rivendica la liberazione della donna e della “lussuria” in termini di forza vitale e di creazione: il faut faire de la Luxure une oeuvre d’art. Messa ai margini dal movimento più interessato a rivendicazioni di carattere economico e sociale, Valentine nel 1924 decide di trasferire la sua lotta in Egitto con il nome di Rawhiya Nour-ed-Dine, dedicandosi completamente alla causa del mondo musulmano, contro l’imperialismo europeo. Muore nel 1953. Ora mi domando e dico: se della contessa Bianca Lanfranco vedova Lancia, concubina dell’imperatore Federico II portano il nome pizzerie e B&B, perché non intitolare una paninoteca, o almeno una pasticceria a Valentine de Saint-Point che è stata per lungo tempo la compagna more uxorio del famoso Ricciotto Canudo nostro gioiesissimo cittadino (emigrato). Ma occorre far presto perché passato il centenario futurista c’è il rischio che nessuno se ne fregi ... Vito Osvaldo Poesia nel ricordo dell’incisione corredata da affettuosa dedica, ricevuta in dono dal Maestro nel ’72: “Vi sono incisi sei brani orchestrali da lui diretti. Una fiaba musicale, intitolata “L’allodola”, e altri cinque pezzi brevi. In queste pagine c’è una ammirevole ricchezza di fantasia, una scrittura di solare luminosità che privilegia i timbri scintillanti degli strumentini. Impeccabile è l’equilibrio formale, incalzante la vitalità ritmica, raffinato, elegante è il respiro melodico”. E che dire del ritratto del maestro? “Sotto la scorza di uno sguardo burbero, luciferino, penetrante, gli occhi lucidi, i baffi e i capelli folti ma ormai brizzolati, in Pietro Argento palpitava il cuore di un ragazzo inquieto, estroverso, incontenibile e passionale nel rapporto di calda tenerezza con la sua terra, con i suoi ricordi. Un richiamo ancestrale, talvolta struggente… Non c’è stata una sola volta che, venendo a Bari, non abbia sentito il bisogno di fare un salto qui a Gioia. Andava al cimitero, soddisfatto di aver recuperato almeno un attimo del tempo che fugge.” Davvero corale la partecipazione a questo evento: sono circa 500 gli alunni di media e superiori ad ascoltare nell’ex Distilleria di via Paolo Cassano Gianfranco Amatulli, Franco Giannini e Paola Sorrentino, dopo l’intitolazione di una ex traversa di via Pastore al musicista. Nella stessa sede, in ininterrotta proiezione un DVD documentario sul Maestro, realizzato dall’Associazione Lobefaro con Matteo Notarnicola. Molto suggestiva la mostra “Le peregrinazioni di una Bacchetta. Pietro Argento”, curata dalla biblioteca comunale ed in esposizione fino al 19 aprile al primo piano nel foyer del Rossini. A far gli onori di casa Piero Longo, ospiti Gianvito Pugliese, presidente della fondazione “N. Piccinni” di Bari, i figli del Maestro, Teresa e Giampiero Argento, Franco Chieco, Nicola Sbisà, Giuseppe Scavo, PeppinoVasco ed Enzo Lavarra. Chiusura della kermesse affidata in serata all’ottimo Quartetto Meridies con Carmelo Andriani e Gennaro Minichiello al violino, Giuseppe Pascucci alla viola e Giovanna D’Amato al violoncello. Un’esecuzione di impeccabile e brillante espressività, accesa da coloriture timbriche vivaci ed intense su brani di Mozart, Brahms e Piazzolla. Dalila Bellacicco Gli strombazzamenti del settimanale Fax Sul settimanale Fax del 7 marzo 2009 nell’editoriale dal titolo “GIOIA”, a firma di Vincenzo Magistà, in uno dei tanti passaggi, l’autore sottolinea quasi con enfasi che “Gioia è la nona città in cui il settimanale approda, in punta di piedi, senza strombazzamenti”. Qualcuno si chiederà, e gli innumerevoli manifesti (70x100) e le centinaia di locandine a colori che continuano a informare di questa nuova presenza nel già vasto panorama editoriale gioiese, chi li ha commissionati? Se poi lo stesso Direttore Responsabile precisa che la novità del loro giornale sta nel fatto che si daranno le “notizie quasi in tempo reale, colmando le lacune sia dei quotidiani, impossibilitati a raccontare tutto quello che accade a Gioia, che dei periodici, che spesso raccontano i fatti quando ormai sono troppo vecchi”, allora crediamo che oltre a peccare un tantino di presunzione, manchi di rispetto nei confronti di chi per anni, nel bene e nel male, ha provveduto ad informare i gioiesi sui fatti della città, e non solo! Infine sostiene che “non saremo un giornale schierato”, diventando alquanto contraddittorio nel momento in cui precisa però “che non ci piace sparare addosso a chi governa, e già per questo, merita rispetto”. Anche quando chi governa, oltre a difendere soltanto i propri interessi, dimostra di non essere in grado di governare? E questo vuol dire “servire i Lettori, informandoli su tutto quello che accade in questa città con occhio critico e attento” o buttarsi sotto le bandiere? Tanto, l’importante è essere “in edicola, o agli angoli delle strade”, a fare cosa però non è dato sapere, “ogni settimana, ogni sabato”, salvo, in concomitanza con l’uscita di Gioia Oggi, anticipare il tutto (è facile però capirne il perché) al venerdì mattina! Una inutile replica alla denuncia di Striscia Nel numero 5 di marzo 2009 a pag. 7 del periodico “Gioia Oggi”, è pubblicata una lettera, a firma dell’Assessore ai LL.PP. Sante Celiberti, dal titolo “L’ass. Celiberti replica al servizio di Striscia”. Una lettera inviata, si sostiene, “al fine di fare chiarezza su alcuni servizi televisivi che hanno dato una immagine distorta di quello che avviene nella nostra città”, mentre nella realtà si fa riferimento soltanto al servizio in cui “si è parlato del vecchio campo di calcio”. Una denuncia sugli sprechi pubblici gioiesi che evidentemente non è piaciuta all’amministrazione se la stessa ha deciso di “portare a conoscenza della cittadinanza di quella che è la reale situazione in cui versa il campo sportivo”. Spiegazioni che però hanno rafforzato quanto evidenziato dagli inviati di Striscia. Soprattutto quando l’assessore conferma che “i soliti vandali hanno provveduto a demolire le murature realizzate” a chiusura degli ingressi e che “si sta provvedendo a ripristinarle”. Così come per le utenze che lui stesso afferma “essere ancora attive”, quindi alla mercé degli stessi vandali, salvo poi evidenziare “che queste oggi servono in rete gli alloggi e le unità immobiliari attigue al campo”, senza però specificare quali. Ma i contatori (elettrico ed idrico), come tutti hanno potuto vedere, erano abilitati ai servizi del solo campo sportivo, e in quanto tali facili da dismettere o bloccare. Quindi, perché parlare di servizi in rete? Quanto poi alla affermazione che “tale struttura rientra nell’ambito del Piano di Protezione Civile come centro di accoglienza”, non ci risulta che “il Campo Boario o l’area attigua al cimitero” abbiano “attive delle utenze elettriche e idriche”. Pertanto, il pensare di “chiedere notizie a chi è responsabile e conosce determinate questioni”, più che risolvere, avrebbe aggravato il problema, oppure no? Le dubbie alienazioni dei veicoli usati comunali Nel sito ufficiale del comune di Gioia del Colle, siamo stati attratti dalla Delibera di Giunta n. 35 del 10 marzo 2009, avente per oggetto “Alienazione veicoli usati in dotazione alla Polizia Municipale”. Una delibera che presentava, strano ma vero, delle evidenti dimenticanze. Infatti, nel leggere che la Giunta Comunale aveva espresso parere favorevole alla alienazione di 4 ciclomotori Piaggio 50cc e di 2 motocicli Moto Guzzi 644cc, da effettuare “secondo le procedure di pubblico incanto mediante avviso pubblico con offerta al rialzo ed esclusione delle offerte al ribasso, del prezzo stimato di euro 1.000 per i ciclomotori, di euro 2.500 per le moto”, ci siamo resi conto che in questa specifica mancavano le modalità, oltre all’importo stimato di partenza, relativo all’unico “autoveicolo Truck Travel Van, funzionamento elettrico, anno di prima immatricolazione 2004” comunque compreso nell’elenco delle alienazioni. Semplice dimenticanza o inconscia volontà di inserirlo fra le autovetture da donare alle associazioni di volontariato, così come precedentemente deciso con le 7 autovetture Fiat (4 Panda e 3 Punto), alienate con delibera di giunta n.12 del 05/02/2009? Considerando il prezzo di partenza e la data di prima immatricolazione, sia dei motocicli (1988), che delle moto (1989), rispetto alle succitate vetture (quasi tutte del 1997), ci si chiede: a che prezzo si sarebbero potute alienare queste vetture donate, se si considera che comunque erano vecchie sì, ma funzionanti? In questo caso chi ha fatto “l’affare”, il comune o le associazioni che “immaginando” che le assegnazioni sarebbero avvenute “a partire da quella immatricolata più di recente, in base all’ordine cronologico di arrivo delle richieste”, si sono precipitate presso il protocollo dell’Ente? Il teatro e i lavori edili pubblici concordati Nel numero trentanove del mese di febbraio 2009 a pag. 3 del periodico “Gioia News”, con riferimento all’articolo dal titolo “Giù i cipressi nel cimitero, al teatro con la ditta dell’assessore”, a firma di Massimo L’Abbate, ci eravamo ripromessi di approfondire parte delle notizie riportate, secondo cui “gli interventi presso il teatro che sarebbero dovuti essere gratuiti” sembrerebbe siano stati “realizzati e pagati dalla ditta di un assessore! 30.000 euro”, quando “dapprima sembravano quasi un atto di volontari amanti del teatro”. Lavori eseguiti, si afferma, “senza nessuna gara”. Dopo una breve indagine abbiamo potuto appurare che detto compenso, 25.000 euro più iva al 20%, non era riferito alla iniziale “posa in opera a titolo gratuito” effettuata dall’impresa EdilGi Srl, bensì ad una precisa richiesta effettuata dall’amministrazione “di cedere a titolo definitivo le pedane allocate all’interno del Teatro per l’anteprima, anche al fine di non rendere vano lo studio effettuato dalla Ditta, stante l’urgenza dei lavori”. Una richiesta contenuta e quindi ufficializzata nella delibera di Giunta n. 172 del 30/12/2008. Ma le anomalie non finiscono qui. Infatti, da una ulteriore indagine è emerso che in una precedente delibera, questa volta di Consiglio Comunale, la n. 61 del 25/11/2008, avente per oggetto “variazione al piano triennale delle opere pubbliche 2008-2010”, l’amministrazione aveva espresso la “volontà di completare i lavori del teatro comunale per un importo di € 30.000,00”. Gli stessi erogati con successiva delibera di Giunta di cui sopra. Per cui ci si chiede, come può essere accaduto tutto ciò se “la Ditta EdilGi Srl di Gioia del Colle, si è dichiarata disponibile a cedere definitivamente le pedane, così come allocate all’interno del Teatro, con nota del 5/12/2008, acclarata al protocollo generale al n.3053 del 23/12/2008”, mentre il parere di regolarità tecnica era stato redatto il 14/11/2008? Lettura del pensiero altrui o accordi stabiliti preventivamente? Anche per Piazza Pinto era tutto previsto…? Sul settimanale Fax del 21 marzo 2009 a pag. 8, in un articolo dal titolo “Entro giugno il restyling di piazza Pinto”, a firma di Rossella Debellis, “ristrutturare piazza Pinto” viene inizialmente considerato “un importante progetto”, salvo poi affermare che non ci sarebbe “niente di nuovo, se non fosse per il fatto che il progetto non è quello vincitore di un concorso nazionale appositamente indetto”(???). E questa sarebbe una novità? Ma stiamo scherzando? Anche i muri sanno che questa amministrazione ha “archiviato” il progetto, di cui sopra, presentato da un architetto gioiese, Alfredo Vacca, perché ritenuto, ufficialmente, troppo oneroso. Qualcuno però inizia a chiedersi se i “200mila euro che dovrebbero essere impiegati, rispetto ai 450mila previsti dal precedente progetto”, non siano un tantino esagerati “rispetto agli interventi che dovrebbero essere pianificati”, visto che “più che di rifacimento vero e proprio, forse di dovrebbe parlare di una risistemazione che per prima cosa dovrebbe riguardare la pavimentazione della rotonda, con la costruzione intorno delle panchine - (quante?) - e di due fontane, possibilmente funzionanti”? Ma queste ultime (panchine e fontane) non sono già presenti? Ma, a detta dell’articolista, “la particolarità di questa iniziativa è che potranno partecipare anche ditte minori”, salvo poi sollevare “il problema che le stesse potrebbero non essere all’altezza data la non esperienza in questo campo”(???). Ma com’è possibile affermare tutto ciò se il progetto sembrerebbe non sia ancora partito e se ancora oggi si sostiene che “l’amministrazione vuole procedere a realizzarne uno nuovo”? Per caso, chiamando in causa una canzone di Cocciante, a conferma che, anche in questa circostanza, “era tutto previsto”? La medaglia d’oro della banalità Sul settimanale Fax del 21 marzo 2009 a pag. 10, siamo attirati da un articolo dal titolo “Lite per la coda al S. Luca”, a firma di Margaret Antonicelli che però, a dispetto del titolo, è sembrato alquanto deludente. Per cui l’autore di questa cronaca, per via dei suoi contenuti, “un acceso diverbio, in prima mattinata, tra due signore, accaduto presso l’istituto S. Luca mentre erano in attesa di poter effettuare i prelievi di sangue”, meriterebbe non soltanto di “guadagnare 2 posizioni, come hanno ben pensato di fare tutte le altre persone che erano in attesa, mentre le due signore parlavano animatamente”, ma di conquistare la medaglia d’oro della banalità. Una cronaca che non ha né capo, né coda visto che non si capisce bene come sia andata a finire la lite tra le due signore. E per fortuna, direbbe il solito buontempone, che era “un tantino più accesa rispetto alle altre volte”! Ma “tra i due litiganti”, è stato realmente il “terzo a godere” o i lettori accaniti che staranno ancora sghignazzando dopo aver letto questa “insipida” cronaca? 33 Inedite pagine di storia del 1799 Foto Mario Digiuseppe 210° anniversario del martirio Una ricorrenza storica che poco racconta di sé, una data: 14 febbraio 1799, dei nomi: Donatantonio Losito, Biagio e Giuseppe del Re, Filippo Petrera, Nicola Basile e Giuseppe Calabrese, una frase incisa sul marmo in ricordo di un martirio consumato tra le fiamme. Per 210 anni su questa storia si è scritto e detto poco, anche perché un provvedimento regio ordinò che atti e documenti fossero distrutti, ma non tutto andò perduto. L’avvocato Gennaro Losito, appassionato di storia, dotato per indole e formazione di intuito e perspicacia, ebbe notizia di un antico manoscritto sulla storia di Gioia ed entrò in contatto con uno degli eredi di Filippo Petrera, il dottor Luciano Macario. Del manoscritto, però, nessuna traccia. A distanza di 43 anni, la vigilia del Natale 2003 Macario, ricordando la richiesta di Gennaro Losito, lo invita a casa; ha trovato in alcuni scatoli carteggi molto antichi. Tra di essi alcuni manoscritti e atti sui fatti del 1799, raccolti dal nonno di Macario, Filippo Petrera che a sua volta aveva cercato notizie sulla morte del nonno di cui portava il nome. Le informazioni dettagliate e circostanziate su quel periodo e gli anni successivi Su carta ed in blog (isognidelvirgilio. space.live.it) I sogni del Virgilio Comunicare ed informare: passione, impegno, scelta di stile, di contenuti da proporre in geometrie “grafiche” rigorosamente in bianco e nero, eppur ariose e ritmiche grazie alla creatività di Giovanna Vasco, articolista “scientifica”, impaginatrice e grafica de “I sogni del Virgilio”, oggi anche in blog (isognidelvirgilio.space.live.it), progetto che da quattro annualità, sforando di gran lunga le ore previste, tra mille difficoltà di connessione wireless (praticamente inesistente) e virus in agguato, pericolosi quanto le “interrogazioni” del giorno dopo, coinvolge e sconvolge temerarie giovani “penne” di IV, V, I e II A del Liceo Classico P. Virgilio Marone. La professoressa Grazia Procino, cui è affidato l’ingrato compito di tagliare con impietosa, chirugica precisione gli articoli da inserire nel menabò (deciso lo spazio, le amputazioni sono d’obbligo), coordina, incoraggia e, se necessario, corregge gli elaborati, per altro di “buon taglio”, su argomenti che intercettano ad ampio raggio interessi e curiosità. Un prodotto editoriale che anche in questa annualità ha un valore aggiunto: il gesto di solidarietà espresso attraverso una simbolica e libera offerta al momento dell’acquisto presso le cartolibrerie in cui è distribuito, consentirà di attivare una borsa di studio. Buone prassi sono già in atto per corroborare le risicate risorse progettuali, dagli sponsor sostenitori al contributo “a prezzo di costo” della tipo34 vengono esaminate, ordinate e trascritte con precisione e infinita pazienza da Losito. Dai documenti emergono nomi, date, accuse, memorie difensive, elementi storici preziosi per costruire quelle pagine di lacunosa memoria che tanto segnarono Gioia e i gioiesi. La ricostruzione di quei giorni, degli eventi che determinarono scontri ed uccisioni, esposta con appassionata enfasi da Losito, ha reso indimenticabile il primo degli incontri organizzati dal Comitato per celebrare il 210° anniversario del martirio nella sala consiliare del Comune, al cospetto del Sindaco Piero Longo, di parte della Giunta comunale, delle classi II A e B della Scuola Media Carano e IV A dell’I.T.I.S. Galilei, dei docenti Anna Romano, Franco Giannini Angelo Putignano, Franco Frascelli ed Esther Celiberti e di una delegazione del Comitato costituitosi per curare la pubblicazione degli atti. Il corteo dei ragazzi, seguito da quello istituzionale, si è recato presso il monumento per deporre una corona di alloro. Tra le note dell’Inno d’Italia e del “Silenzio” i nomi scanditi ad alta voce da uno dei ragazzi, seguiti da un emozionato ”presente”, sono riecheggiati nel luogo che vide le fiamme incenerire i corpi, ma non lo spirito né il valore di chi perse la vita per difendere la libertà. Dalila Bellacicco grafia. Non ha di certo “prezzo” l’impegno profuso dagli “operai della parola”, dalla storica Marica Panessa, tra le prime redattrici con commenti sagaci sin agli esordi, oggi apprezzata articolista ed intervistatrice, incalzata da Francesco Lopuzzo, ormai lanciato tra i media dopo aver intervistato Giovanni Colacicco di ritorno da Domenica In, alla coraggiosa Ilaria Rutini e alle sue puntuali e precise denunce di “fatti e misfatti” del Liceo, veri e propri strali indirizzati alla dirigenza del professor Giuseppe Distefano. Per Davide Gasparro, pennino editoriale intinto nel vetriolo, un 10 a pieni voti: sottile satira venata di ironia, possesso totale dello strumento lessicale, per altro forbito ed immediatezza nei contenuti, davvero bravo! Ricerca ed impegno anche nelle recensioni di Raffaele Cataldo alle prese con Saviano e Rushdie, di Marco Capodiferro con le proiezioni di “Il Cosmo di Como” e Jole Chiarelli con “Come Dio comanda”, di Carlotta Colapinto con “Manca solo la domenica” prosa di Licia Maglietta e di Silvia Pietroforte con “Il resto è silenzio” di Chiara Ingrao. In cronaca Striscia la notizia e le piste ciclabili (Marica Panessa e Lucia Capurso), Piazza Plebiscito (Adriana Gentile), l’ospedale Paradiso (Dario Motta), sport (Alessia Savino e Marco Capodiferro) e riflessioni sull’abuso di alcool (Jole Chiarelli), spazio anche per scienza (Giovanna Vasco) e tecnologie (Francesca Criacci e Silvia Pietroforte), chiusura in versi con la poesia di Carola e i disegni di Valentina Vitale. In redazione anche Elisabetta Posa, Martina Longo, Lorenzo Leccese, Gilda Mancini e Luciano Santoiemma. Dalila Bellacicco Teatralmente Gioia “Il diario di Anna Frank” La rassegna delle filodrammatiche gioiesi è stata inaugurata dalla compagnia “Teatralmente Gioia” con la rappresentazione de “Il diario di Anna Frank”. Il regista Augusto Angelillo, tornato sul palcoscenico nel ruolo di Otto Frank, coadiuvato da Giustina Lozito, ha selezionato un cast fornito di sorprendenti e giovani novità e di pilastri del teatro amatoriale gioiese come Isa Addabbo (Edith Frank) e Vincenzo Angellillo (Hermann Van Daan). Marica Girardi e Antonella Angelillo hanno curato la scena, Enza Catucci il trucco, Marilù Vittore ha coordinato lo staff tecnico composto da Antonio Pace, Mattia Angelillo, Bruno Iurilli, Giuseppe Casamassima, Pietro Giorgio, Pino De Bellis e Vincenzo Donvito. Il dramma di Anna Frank, interpretata da Ilaria Iorillo, riesce ad emozionare sempre per la semplicità e la creatività descrittiva della fanciulla che, attraverso le pagine del suo diario, rende vivi i ritratti di Miep Gies (Angela Milano), Victor Kraler (Alessandro Tigri) e di coloro che vivono con lei nella dimora segreta e nelle quali caratteristiche o abitudini ognuno di noi può facilmente ritrovarsi. Il rapporto d’incomprensione con la madre e la sorella Margot (Irene Galatola), l’amore per Peter (Marco Stoppini) e il confronto con il mondo degli adulti attraverso i diverbi con il dottor Dussel (Marco Addati) e il signore e la signora Van Daan (Tina Difonzo) rievocano note quotidiane di una vita, tuttavia perennemente minacciata dalla macchina della guerra e della violenza. La grandezza di questa storia sta nella sua immortalità: benché il tempo passi e l’uomo si illuda di poter cambiare il mondo, alla fine si ritrova ancora oggi a sentirsi forte e indistruttibile solo se corazzato e armato e così a distanza di decenni il diario di Anna viene continuamente “arricchito” da altre storie di giovani vite spezzate e grandi sogni frantumati da un‘umanità che non trova la forza per migliorare. Irene Galatola Arte orafa in teatro I.T.I.S., Liceo Classico e Scientifico Le creazioni di Mariangela Farella Lezioni di teatro In un angolo discreto del foyer, una vetrina desolatamente vuota. Nessuna luce…solo un depliant dimenticato per ricordare i “preziosi” ospiti di questo scrigno di raffinata creatività orafa. Nella serata dedicata a Pietro Argento sui ripiani assurti a palcoscenico occhieggiano tra gli spartiti del maestro, alcuni ritagli di giornali d’epoca e foto dei concerti, un orecchino in oro giallo satinato, forgiato a mo’ di nota, una croma con brillantino su un anello in oro e onice e un “pentagramma” di catenine con rondelle di onice sfaccettato. Un audace e inedito connubio tra linguaggi artistici affini per eleganza e raffinatezza, espresso attraverso le creazioni - gioiello di Mariangela Farella e l’intuizione scenografica - gusto deciso e innata classe - di sua sorella Natalia. Interpreti de “La dodicesima notte” uno splendido anello in oro e quarzo rosa, una collana impreziosita da onice, rubini e cristallo di rocca, una broche in oro giallo con pendenti di quarzo fumè e ocra e una collana “ricamo” in quarzo rosa e lemon e cristallo di rocca, gioielli in armonia con Olivia e Malvolio, ritratti in disegni originali d’epoca sullo sfondo e Viola – Cesario, speculari sagome in nero e bianco. Ciondoli in giada, quarzo fumè e madreperla immersi in allegre e confuse cromie etniche per celebrare il Maghreb nel Festival di Musica antica del Mediterraneo e per “Patrucco incontra Brassens” peperoncini, ortaggi e orecchini in peridoto e agata bianca, rodolite e ametista. Un tripudio di corallo annodato in un cuore di oro bianco e brillanti, “trafitto” da sagaci parole: “Esistono amori che non danno la felicità ma... se ne possono vivere altri!” in “Manca solo la domenica” di Licia Maglietta. A ricordar quanto sia preziosa la vedovanza, un anello in oro rosa con inserto di resina rossa, orecchini in oro bianco, brillanti e pasta di corallo con cuore “traforato”, altri in oro rosso, onice e corallo ed ancora in oro giallo, onice e ramo di corallo. Un bracciale in vezzosi fili di sfaccettate perle di agata bianca e nera cattura barbagli di luce, rubando la scena ai tasti della fisarmonica di Vladimir Denissenkov. Gioielli “interpreti” e protagonisti di rara bellezza e indubbia originalità di una stagione teatrale da ricordare. Dalila Bellacicco Passione, drammaticità, ironia, comicità esasperata, valori senza tempo… Rileggere una rappresentazione teatrale ancor prima di applaudirla, analizzarne il contesto, comprenderla, “metabolizzarla” divenendone interpreti e voci narranti, respirare pause, silenzi, applausi è un alchemico, propedeutico imprinting culturale. Soffermarsi su quei dettagli, su quelle sfumature che consentono di entrare in empatia con l’autore, di penetrare nell’intimità del suo universo in dialogo con altre realtà anche virtuali, in vertiginoso, funambolico equilibrio tra il proprio e l’altrui sentire consente di assimilare per osmosi, con naturalezza, quei sottili insegnamenti che a scuola si decodificano attraverso un apprendimento passivo che sedimenta solo se il carisma del docente riesce a scalfire la noia. Una lezione di teatro può rivelarsi lezione di vita e lasciare traccia di sé quando si entra in gioco, si vince la timidezza, si imbriglia la smania di protagonismo e si lascia che sia l’emozione a dar voce al non detto, a veicolare la propria interiore visione di una scena, di una battuta, di un’entrata. Scelta di stile attraverso la lettura di Shakespeare per gli studenti dell’I.T.I.S. Galilei coordinati da Giuliana Notarnicola, a ridosso de “La dodicesima notte” con l’impagabile Mario Scaccia, una formula rivelatasi vincente per coinvolgimento e interesse. Seguirà il raccordo attento, discreto e ad ampio raggio di Vitina Tafuri, eccellente nella regia e nella direzione di scena. Spazio e riflettori sugli studenti del Liceo Scientifico R. Canudo invitati a narrare, commentare e recitare stralci delle opere più famose di Pirandello, tra cui l’“Enrico IV” di Flavio Bucci, con interludi musicali alla chitarra di Gianluca Procino e Gianluca Montanaro. Un successo annunciato! I ragazzi entrano in scena con disinvolta consapevolezza, qualche incertezza, un sorriso e conquistano applausi. Ne ricordiamo i nomi: Antonello Caponio, Teresa Capurso, Patrizia Castellaneta, Nicola Demarzo, Fabio Difonzo, Marida Gaudiomonte, Davide Lilli, Emma Lomonte, Giorgia Manca, Mino Paradiso, Alessandra Pastore Colapietro e Alessandro Schena. Per Goldoni, ultima lezione in teatro, un tripudio di consensi. Accurata e a tratti inedita la disamina di Irene Martino, a braccio da inizio a fine conversazione, sul contesto storico, sociale e sulla valenza psicologica e prospettica di un doppio che “torna”. Due i gemelli, di diversa indole e spessore, il più fragile in una comi- ca, darwiniana catarsi morrà, così come è destinata a morire la Commedia d’Arte. Una dicotomia che si ripete e si rispecchia nelle scelte di vita dell’autore, avvocato stimato e troppo onesto negli anni pisani e appassionato commediografo per tutta la vita. Il suo sarà un teatro terapeutico, un momento risarcitorio della crisi borghese mercantile che aleggia su Venezia e non solo. Sulla scena si può fingere, Mirandolina ne è icona, ma nella vita non c’è spazio per le inquietudini, il disordine, il vizio. Rappresentarli consente di dominarli, di esorcizzarne il serpeggiante insinuarsi nelle coscienze, di relegarli dietro le apparenze. Nella realtà l’ordine prestabilito non può essere sconvolto e tutto torna nel lieto fine. Nelle prove in cabina di regia Vito Osvaldo sferza e dileggia con esilarante sarcasmo i giovanissimi attori, ne forgia le movenze, istiga, suggerisce, incalza. Sono bravi davvero, anche quando l’emozione, l’assenza di un menabò tra le mani e di suggeritori dietro le quinte scatena il panico. La biografia è letta a più voci, con passi in prima persona ed altri narranti, da Debora Difonzo, Adua Maurizio, Simona Santoiemma e Sara Rizzi. La trama delle opere è affidata a Stefania Gasparro, Stefania Benagiano e Mariangela Sciacovelli, in scena da attori consumati Davide Gasparro, Francesca Basile, Giada Scarnera, Teodora Ardil- lo, Donato Caricato, Leo Distasi e Ilaria Verone. “Scritturati” a pochi giorni dalla lezione, tre ex alunni dell’Accademia “La Fenice”, alle prese con intervalli musicali non proprio d’epoca: Marco Stoppini e Gianluca Montanaro alla chitarra ed Ilaria Stoppini al flauto traverso, sua la composizione del brano e gli accordi per chitarra che tanti e commossi applausi hanno strappato a conclusione della serata, prima del “bis” concesso con Libertango. Dalila Bellacicco 35 I Fiati di Parma I Fiati di Parma, terza proposta del cartellone di Classica 2008/2009 del Teatro Rossini. Il concerto del sei febbraio scorso, ospita sulle tavole del nostro teatro, l’unica orchestra da camera italiana stabile interamente costituita da strumenti a fiato, o quasi. Il programma incentrato sulla serenata ottocentesca, ha previsto l’esecuzione di due opere esemplificative del genere composte per questa compagine cameristica. La Serenata op.44 di A. Dvorak, composta nel 1878 a la Serenata n. 2 op. 16 di J. Brahms del 1858-59, appartengono al genere della Nachtmusik, genere strumentale “leggiadro” nato verso la fino del Settecento da eseguirsi en plein air, poi riconvertito per le sale da concerto con l’aggravio di strumenti ad arco. Forme composte per organici poco efficaci e in disuso, ricompattate e polarizzate attorno ad Flavio Bucci… che pazzia, Enrico IV! Di questa rappresentazione resterà il ricordo di una pazzia disperata, protagonista assoluta di una riscrittura scenica con passaggi veloci, a tratti “amputanti” ma di rara intensità interpretativa. Flavio Bucci dialoga da sempre con la “corda” della follia, nei suoi personaggi è in perenne agguato. L’attesa nel teatro della Chiesa dell’Immacolata, gremito all’inverosimile, è lunga, Bucci è una star eppur lo sguardo stanco, la voce rappresa ed il passo lento raccontano un’altra storia. Giacomo Mondelli, preside dell’I.T.I.S. conquista la scena, seda il fermento e arringa con sagace ironia: “Voi ragazzi fate teatro tutti i giorni… Fingete di studiare, promettete di impegnarvi, trascorrete ore al computer invece di incontrarvi, parlarvi… Bucci non è un personaggio normale, così come non lo siamo noi, si può essere folli e guadagnare la promozione, non comprendere l’arte ma sentire quello che un attore ha dentro… prendete da lui quello che può trascinarvi…”. L’attore 62enne non delude i ragazzi: racconta di esser nato a Torino, il papà molisano e la mamma di Orta Nova non rinunciano ai sapori pugliesi. Dopo gli studi classici, il servizio militare… voglia di studiare poca e tante incertezze sul futuro. Poi nel ’68 i primi ingaggi, compensi di 2000 lire al giorno, il sogno si avvera in compagnia con Adolfo Celi, Gassman, Iacobbi, due film con Salvo Randone ed una carriera in ascesa continua, culminata con “Ligabue” nel ’77. Dichiaratamente e criticamente di Sinistra, invita i ragazzi a non lasciarsi abbagliare dalle mode, ad esser critici nei confronti di chi governa, il mondo è loro. Ricorda i suoi tre figli, i tanti personaggi portati in scena, caratterizzati dall’essere uomo del suo tempo. Sul palco è re, incatena il pubblico anche con il silenzio, suscita il sorriso per rispondere al bisogno di alleggerire il testo, eppur talvolta ne è sorpreso. Con umiltà confessa problemi di alcool risolti, non è un perdente e la voglia di lottare, restare in gioco, è alta. Massimo Dapporto: doppio vincente con “I gemelli veneziani” Ad accogliere l’attore presso l’Aula Magna del Liceo Classico P.V. Marone il professor Sante Leone, 36 un piccolo nucleo dei più “nobili” archi, per fornire loro le credenziali di accesso alle sale da concerto. Anche le Serenate in programma, di certo opere minori pur di grandi compositori, di forma ibrida, di stile leggero e libero, a metà strada tra suite e sinfonie, patiscono la stessa sorte. L’esecuzione “sanza lodo né infamia” per quattordici validi concertisti dalle indubbie e incontestabili doti, professionalità ed esperienze, guidati dal M° Claudio Paradiso, li relega al ruolo di comparse di un programma poco pregnante e quasi del tutto privo d’in- breve ed incisiva la sua presentazione, un pensiero al papà Carlo che tanto ha emozionato i presenti ed un saluto alle colleghe Bice Masci, Giuliana Notarnicola e Irene Martino. Ha così inizio l’atteso “Incontro con l’attore”, relegato ad uno spazio angusto per motivi organizzativi, essendo contestualmente in corso un altro incontro sulla donazione degli organi nell’auditorium dello Scientifico. La sera prima in scena “I due gemelli veneziani”, splendida prosa e splendidi attori, maschere “autentiche” dalla comicità innata. Acclarato successo e consensi per Dapporto, impegnato in un doppio ruolo indossato con disinvolta giocosità. “Un teatro piccolo ma accogliente e avvolgente – afferma Dapporto – crea un legame speciale, abbraccia.” Quindi un’accorata esortazione rivolta ai ragazzi, ad inseguire i loro sogni, anche interrompendo un percorso di studi inadeguato alle proprie aspirazioni, che avrebbe meritato un più vasto uditorio. 64 anni e l’entusiasmo di un adolescente nel raccontarsi bambino sulla spiaggia a recitar vaneggianti monologhi su montagnole di sabbia, ed ancora diciottenne alle prese con la maturità classica, bravissimo in “italiano scritto” ma una frana nelle restanti discipline, poi in esercito a raccontar barzellette ai commilitoni e al rientro in accademia teatrale, uno dei 18 prescelti su 300 per diventar attore. Una gavetta iniziata nel ’71, nell’86 i primi ruoli da protagonista. “Un vero attore sa stare davanti al pubblico come davanti alla telecamera o al microfono… La televisione ti dà notorietà, se ne stai fuori per un po’ non ti riconoscono e lavori meno e magari i carabinieri ti scambiano per un tipo sospetto… il successo va costruito con sudore, sofferenza, umiliazioni… fare l’attore è una missione, finisci nei luoghi più sperduti, sei lontano da casa, per pomeriggi interi ti annoi, poi vai in scena e il calore del pubblico dà un senso a tutto… Scopri di essere un transfert tra il personaggio, l’autore ed il pubblico, comunichi messaggi diversi di volta in volta, sembra che il personaggio sia dotato di vita propria… quando poi nessuno lo interpreta e finisce in un armadio, in attesa di una nuova produzione, elabori il lutto, pensi ad altro. La comicità ce l’hai o non ce l’hai e non c’è regista che possa insegnartela. Tra le commedie che più amo “La coscienza di Zeno” e “I due gemelli veneziani”. Interpretare grandi classici consente di sottolineare i difetti dell’umanità, sono gli stessi da sempre eppur sempre attuali, a differenza dei moderni autori che si rivolgono al singolo. Se dovessi scegliere una forma d’arte alternativa al teatro, sceglierei il cinema di qualità…”. Dalila Bellacicco teresse. Poco felice anche l’avvio, (poi primo bis), con un arrangiamento della Danza Slava op.46 n.8 di Dvorak, del tutto inefficace per un ensemble con queste caratteristiche, assolutamente opaco, fuori stile e tiepido, nonostante le migliori intenzioni. La limitata incisività di una formazione ricca, forbita da cui ci si sarebbe aspettati certamente di più, è probabilmente subordinata alla scelta del repertorio. Andrebbero riascoltati, magari con un programma diverso. In danza con Virgilio Sieni Nel silenzio, su arti dilaniati e amputati cui la danza restituisce vita, tutto ha inizio. Un doloroso, epico, catartico viaggio attraverso tredici anni di storia, undici le ferite cauterizzate da una musica, le tre sonate di J. S. Bach, distante anni luce da guerre, stragi, lacrime e sangue, eppur taumaturgica nel suo serafico esistere fuori dal tempo. Le note scevre da protagonismi, danzano leggiadre, sfiorano tragedie, accarezzano pietose l’umana pazzia, si posano gelide su corpi ancora caldi e pulsanti di vita. In esse una dissonanza che enfatizza le movenze, il gesto, esaltandone in sordina la drammaticità. L’alfabeto gestuale di questo reportage danzante restituisce voce al dolore deflagrante, imprigionato in uno scatto fotografico ed avvitato in un silenzio annichilito. La coreografia a tratti poetica di grande valenza iconografica ed immaginifica di Virgilio Sieni, evoca con rara intensità le stesse immagini, ne esalta la bellezza statica, ne riscatta la vis con movenze guizzanti e allegorie danzanti e compone paradigmi del suo tempo vocandoli all’eternità. Jenin, aprile 2002- Impegnati in una poderosa, vorticante, letale danza di guerra, arti e corpi fendono l’aria, si cristallizzano in uno statuario fermo-immagine dall’impossibile baricentro, sculture di marmorea, vibrante potenza. Sarajevo, febbraio 1994 – La lotta continua, il ritmo è più lento, stremante, estenuante, nessuna tregua, nessuna pace. Kabul, marzo 2007 – L’agile danza si spegne in uno scultoreo groviglio, i corpi si sovrappongono, si fondono in mortale amplesso. Tel Aviv, giugno 2001 - Onirico, enigmatico tango tra due amanti: lui strattona, piroetta, scuote, maltratta nel vano tentativo di ridar vita a chi viver non vuole. Un’inerzia passiva e atona di rara perfezione pervade la donna, povera marionetta dai fili spezzati. Lo sguardo nel vuoto, le braccia inerti, nessun respiro, nessun battito di ciglia, è resa totale e consapevole ad una violenza inaccettabile. Srebrenica, luglio 1995 – Simona Bertozzi, Ramona Caia, Massimiliano Barachini e Pierangelo Preziosa danzano in cerchio, esorcizzano la disperazione, tentano di sfuggire al destino rifugiandosi in stereotipi: un sorriso, un tocco al cuore, alle labbra, alla testa, ancora un sorriso, ma le mani son legate, le schiene curve e dentro dilaga il terrore. Istambul, novembre 2003 – Schiene nude e mani tese verso l’alto in muta preghiera… Le scritte si susseguono, chiude Kigali, aprile 1994, ma è vivo il ricordo di cani sparuti che recitano tra la neve miseria, fame, disperazione. Pacifica il velo steso sui corpi, mentre i muscoli disciplinati dal duro lavoro, ancor tesi in scultorea, mirabile immobilità, sollevano le croci che legano i lembi cartacei. Dalila Bellacicco In teatro con Franco Marvulli… Conversazioni piacevolissime, ideate “su tema” eppur in dinamico divenire a tratti “illuminante” - nulla di scontato - con divagazioni che attivano sinapsi anestetizzate da riflessioni di banale quotidianità. Franco Marvulli in “Che Buffo! Un canto per ridere: l’apoteosi di Rossini” conferma la sua innata oratoria. Non solo passione ma “vis” dialettica, corroborata da enciclopedici saperi acquisiti in anni di ricerche e studi approfonditi e metabolizzati a tal punto, da fluire in audaci connessioni e disgressioni con tale naturale, semantica autorevolezza, da sedurre anche il più esigente uditorio. Non a caso ha conquistato gli studenti dell’I.T.I.S. Galileo Galilei parlando di lirica per ben due ore, decodificando un linguaggio tematico alquanto ricercato, con elegante semplicità dialettica, fruibilissima a qualsiasi età. Vi è anche una “musicalità”, un ritmo che rende ancor più coinvolgente e piacevole l’ascolto, un ritmo che trascina e “fissa” indelebilmente quanto esposto, tanto da “patrimonializzarlo” come proprio. Chiusa con pungente ironia e raffinata verve la querelle su Bruno Praticò, celebre, sofferta assenza sul palco del Rossini per imperdonabili leggerezze tecnico-amministrative, Marvulli ha descritto scorci inediti di un inesplorato universo lirico: si è partiti dal 1600, richiamando il musicologo Vincenzo Galilei, padre di Galileo, Emilio De’ Cavalieri e la sua Rappresentazione di Anima e di corpo, per poi ricordare Claudio Monteverde e i suoi L’Orfeo, il sopravvissuto Lamento di Arianna e L’incoronazione di Poppea (il cui buffo era un tenore in vesti di nutrice) ed ancora Il falcone e Fiammetta di Virgilio Mazzocchi, su testo di Rospigliosi, futuro papa Clemente IX che si avvalse “della regia e della scenografia” di Gianlorenzo Bernini nelle rappresentazioni di opere liriche. In questo excursus si intercettano San Filippo Neri, confessore di Sisto V cui si deve l’inserimento delle voci dei castrati nel coro della cappella Sistina, Pier Francesco Cavalli che affida a Pasitea il compito di stemperare la seriosità delle nozze del Re Sole nel suo Ercole amante, il capitan Cuosimo di Giovan Battista Pergolesi, così magistralmente interpretato da Praticò da scatenare l’ilarità del direttore d’orchestra Marcello Panni “piegato in due dalle risa nell’ascolto del suo din don!” Attraverso Lo Frate innamorato e La serva padrona di cui Serpina è icona, si giunge al lancio del canone dell’opera buffa in cui personaggi di varia estrazione sociale, dal cicisbeo maltrattato all’aitante servetta, “scolpiranno a tutto tondo” il prodromo del melodramma romantico. Di esso saranno cardini proto-romantici Mozart e Rossini, primi musicisti a “musicar rumori attraverso la vocalizzazione canto-sillabica”, di cui il jazz diverrà moderna espressione. Il melodramma “ricerca squisitamente aristocratica” a detta di Gramsci, si offre per la prima volta al volgo nella platea del San Cassiano di Venezia. La musica di Rossini per il musicologo Fedele D’Amico, è gioia di se stessa, meta di Apollo e Dionisio, musica per la mente. E’ Rossini a canonizzare il buffo probabile, il buffo caricato o parlante e il deus ex machine. Si accende la disputa tra la lirica italiana e quella tedesca di Ritter Von Gluck. Henri Marie Beyle, ovvero Stenhal, definì L’italiana in Algeri del ventunenne Rossini “una follia organizzata e completa”. Indimenticabili il Bey Mustafà, la vezzosa Isabella e la povera Elvira, così come l’aneddoto che vede Rossini giungere in ritardo in teatro a Vienna, per assistere al concerto dell’illustre e vetusto Beethoven. Solo la sordità risparmia a quest’ultimo l’affronto dell’applauso riservato al Maestro nel corso della sua esecuzione. Franco Marvulli conclude la conversazione con la lettura di alcuni pensieri di Adolfo Celletti dedicati a Rossini, alle sue “composizioni scintillanti, ricche di esplosiva comicità e ai suoi folli rigurgiti di sillabe”. …e Dina Montebello “Il comico nelle tradizioni popolari” di Dina Montebello, altro scenario, stesso luogo, il foyer del Rossini, musica e letture di esilarante anedottica per tracciare il profilo di una comicità popolare dal gusto agrodolce. L’accurata regia della relatrice ha reso preziosa la conversazione, ingioiellata da inserti dialettali, canti, poesie, letture, e offerto sfaccettati spunti di riflessione su tematiche che si prestano a più ampie disamine. Ironia, satira, sarcasmo e bonomia velano disagi e problematiche, sofferenze sociali e dissenso espressi attraverso un sorriso, una sagace battuta, un doppio senso. Un malessere che a tratti diviene irriverenza, ed è il comico a dar voce e sottolineare “il richiamo al senso comune e al buon senso”, ad indossare la maschera e lanciarsi in sperticate e grottesche lodi del potente di turno, dardi più pungenti di una graffiante invettiva. Ed è ancora il comico a rifugiarsi nell’aneddotica per denunciare la fatica del bracciante che trova finalmente conforto e riposo tra le rocce incandescenti dell’inferno, dopo una vita di stenti e durissimo lavoro. La stessa disperata povertà che costringe a fingersi morti per eludere i creditori o a perpetrare inganni “genetici”, macellando pecore prive di intestino e fegato. L’excursus è stato piacevolmente interrotto dagli inserti musicali dei Lariulà, (in “delegazione” Ninnì Flavio, Giuseppe Magistro, Dino Tramacere e Mimmo Milano, voci Teresa Benincasa e Adele Tramacere), gruppo folcloristico “germinato” nella Pro Loco grazie alle iniziative del presidente Gianfranco Amatulli e di Pino Romano, e dalle letture di brani tratti da breviario, facezie e “cunti” di Papa Galeazzo, estroso arciprete salentino del 16° secolo, di fatto sagace e beffardo “cafone”, cui si addebitano intemperanze e insolenti e scurrili facezie che così ben delineano la comicità popolare. Letture splendidamente “interpretate” dai giovani della Pro Loco: Cristina Ferulli, Giovanna Greco, Gianfranco Romano e Monica Lasorella, plasmati in un corso di Rocco Chiumarulo ed iscritti all’Accademia Unika: tanto entusiasmo, classe ed un ventaglio di progetti e attività di promozione teatrale in itinere. Dalila Bellacicco Collegium Musicum Mercoledì 11 marzo s’è tenuto nel teatro “Rossini” di Gioia del Colle il concerto del Collegium Musicum diretto dal M° Rino Marrone, al pianoforte Angela Annese ed in programma musiche inglesi del ‘900 per orchestra d’archi o pianoforte e orchestra d’archi. Nel pomeriggio è stata illustrata in una guida all’ascolto, l’evoluzione della musica in Gran Bretagna nel periodo 1918-1940. Ad una stasi (durata sino al 1930) dovuta agli effetti congiunti della guerra e del successo di una generale tendenza nazionalistica fra artisti che avevano poco o nessun contatto con le avanguardie antiromantiche di altri paesi (Francia, Italia…), seguì, con la fioritura di Ralph Vaughan Williams, la rinascita di uno stile musicale originale, nutrito del rapporto con la grande tradizione rinascimentale inglese, recuperata non certo per puro interesse archeologico. Al contrario la tradizione offre al musicista moderno tecniche compositive da provare su materiali differenti, con risultati di sovrana bellezza, come nella “fantasia su tema” di Thomas Tallis (compositore inglese del 1500), 1910, che apre la IIa parte del programma del concerto. La prima parte comprende la “serenata per archi” op.2 (1939), di Lennox Berkeley. Quest’opera in 4 movimenti passa da leggerezze alla Mozart e ritmo portante che richiama il Bach dei concerti grandeburghesi nel I° movimento, attraverso un melanconico “andantino” e uno “scherzo” ove il materiale è piuttosto sviluppato che ripetuto, alla atmosfera cupa del “largo” finale, che evoca tragici ricordi di guerra. “Eclogue” op.10 (1929) di Gerald Finzi, per pianoforte e orchestra d’archi, dal carattere meditativo e agreste, non manca di qualche spunto pastorale, giusta la intitolazione. “Il giovane Apollo” op.16 di Benjamin. Britten (1939), è opera ispisrata da un poema incompiuto di Keats. Gli antichi dei hanno governato il mondo con la forza e il terrore. Sulla loro rovina emerge, libero dalla forma mortale, il giovane Apollo, dio della bellezza e della felicità. Il caos iniziale si cheta e la musica assume carattere gioioso, quasi alla fanfara. Apollo è per Britten il simbolo della musica che può abbattere le barriere tra le varie culture in una comunicazione che, esaltando i tratti caratteristici di ciascuna, può divenire sempre più profonda e autentica, nel presagio di una pace operosa. Questo si evince da un breve ed illuminante discorso che Britten pronunciò in occasione della nascita a Londra nel 1944, nel pieno della IIa Guerra Mondiale, della “International Artist Guild” (Associazione Internazionale degli Artisti). La traduzione delle parole appassionate e straordinariamente attuali di Britten è dovuta alla cultura e sensibilità della cara Angela Annese, ammirevole pianista. La “English suite” (1993) del contemporaneo Paul Lewis chiude il concerto con un pezzo di ispirazione molto fresca e piacevole. La direzione del M° Marrone, asciutta ed essenziale, sorretta da un ottimo organico orchestrale, ha consegnato al pubblico un programma elegante ed inconsueto. Molti e sentiti gli applausi. Lina De Palma 37 Il nuovo volto del... Circolo Unione Il Circolo Unione ha cambiato volto. Tanti gli allori conquistati meritatamente nel passato ed ora, più che mai, sotto la guida del dottor Giuseppe Cetola, eletto Presidente per la seconda volta nello scorso mese di febbraio, ha saputo imporsi all’attenzione dei soci e dei gioiesi. Dottor Cetola, come si sente nelle vesti di presidente eletto per la seconda volta del circolo? Interessato e preso a finalizzare gli scopi del nostro circolo. Lei ha dato un nuovo volto al Circolo Unione, ne è orgoglioso? Ne sento la responsabilità. Ha portato una ventata di aria nuova, ma cosa ne pensano i vecchi soci? I signori soci hanno compreso la necessità di mettersi al passo con i tempi e ne condividono le scelte. Sono tutti d’accordo sulle innovazioni che lei ha portato in questo circolo? Se per innovazione s’intende un marcato impegno nel sociale, vivere la realtà e i problemi della società gioiese e farli propri, sicuramente sì. Lei ha saputo creare un Circolo Unione anche per il sesso femminile, cosa inconsueta in altri circoli. I soci sono tutti d’accordo? Riteniamo la presenza femminile importante e vitale per il nostro sodalizio e ne siamo tutti consapevoli. Le socie sono in sintonia tra loro? I soci sia uomini che donne si riconoscono negli ideali del circolo e li condividono. In effetti la componente femminile si è dimostrata motivata, propositiva e diverse iniziative proposte sono state attuate. Le ultime, in ordine di tempo, sono state la conferenza sull’estetica e un corso teorico-pratico sulla cioccolata. Perché in questo circolo vi sono pochi giovani? Forse perché il Circolo Unione viene visto come il circolo di chi è già affermato nelle rispettive professioni. Ritengo, inoltre, che la scomparsa delle associazioni universitarie abbia penalizzato queste strutture associative, anche se, a onor del vero, negli ultimi due anni numerosi giovani professionisti, intellettuali, imprenditori e funzionari pubblici sono entrati a far parte del nostro sodalizio. Dottor Cetola, lei crede ancora nei vecchi ideali del Circolo Unione? Gli ideali del nostro sodalizio sono sempre gli stessi: l’impegno nel sociale, nella cultura, nella solidarietà. Quando si è iscritto come socio? Lo sono idealmente dal 1868, anno di fondazione, così come è riportato nel nostro statuto, e lo sono tutt’oggi! Nelle conferenze tenute in questo circolo da personaggi illustri o meno, ho notato un pubblico sempre più partecipe e numeroso. Questo successo è dovuto al suo savoir-faire? Forse è dovuto all’attualità e alla qualità delle tematiche. Del passato conserviamo la memoria e le tradizioni ma dobbiamo essere al passo con i tempi e con la realtà della nostra città. Un successo, a mio avviso, scaturito dal suo naturale carisma. Cosa ne pensa? Ne è fiero? Non sta a me rispondere a questa domanda. Il successo che lei cita è conseguenza della linea programmatica che l’attuale consiglio direttivo ha dato e si è tracciato un programma aderente alle esigenze dei soci e alle aspettative della nostra città della quale noi ci onoriamo di essere il “Circolo Cittadino”. Annamaria Castellana Tra Scienza e Arte Le fantastiche immagini del corpo umano Tra le conversazioni e gli incontri organizzati dall’Associazione Donna Club da inizio anno, particolare attenzione ha destato “Tra Scienza e Arte le fantastiche immagini del corpo umano”, relatore Filippo Boscia, primario del reparto cardiologico dell’ospedale San Giacomo di Monopoli e sindaco di Sammichele. “La relazione parte dalla valenza della curiosità nell’acquisizione del “sapere”: un uomo curioso è un uomo che si erudisce; ma l’erudizione diventa cultura solo se questo sapere viene condiviso con gli altri, in uno scambio relazionale che arricchisce tutti – afferma il dottor Boscia - questa è l’essenza della cultura: uno scambio di saperi che arricchisce gli uni gli altri.” Si procede, quindi, con l’osservazione delle prime “ingenui” tavole anatomiche del 1300, per arrivare al Rinascimento con le tavole di Michelangelo, poi al microscopio ottico ed al microscopio elettronico. “Le immagini ingrandite centinaia di migliaia di volte, introducono alla “bellezza” quasi metafisica dell’ultrastruttura degli organi e tessuti umani: sono immagini sorprendenti, a tratti forti a tratti delicate, quasi eteree, che inducono a continua sorpresa.” Nell’osservare le immagini svelate dal microscopio elettronico la baronessa Susan Greenfìeld, ricercatrice di Oxford, ricorda il dottor Boscia, ha sottolineato con sincero stupore l’insita bellezza dei meccanismi biologici, confermando quanto sia sottile il confine tra la scienza e l’estetica. Si è quindi affrontato il delicato tema dell’etica medica, il concetto di vita, le cellule staminali, la terapia e la manipolazione genica. Ma, per quanto siano chiari i meccanismi biochimici alla base dei processi biologici, il senso del “mistero della vita” è un universo inesplorato. Dopo avere apprezzato le possibilità offerte oggi dall’anatomia digitale, con ancora negli occhi la suggestione dei risultati della ricerca scientifica, la conversazione volge al termine, a chiuderla un’affascinante ed esplicativa definizione: “Scienza è vedere quello che tutti vedono, ma pensare quello che nessuno ha pensato”. Nel corso della serata la presidente di Donna Club, Vanda Antonicelli Colapinto e le socie hanno accolto con calore, amicizia ed applausi Anna Maria Forcillo, new entry nonché preziosa risorsa per l’associazione, presentata dalla cerimoniera Laura Albino Bellafronte. Dalila Bellacicco Sebastiano Lagosante: un gioiese al restauro del Petruzzelli Un “tocco” di finitura gioiese nel teatro Petruzzelli, “talvolta usando il bisturi, altre la cucchiaia americana”, correggendo le imperfezioni con stucchi e malte di ultima generazione su calchi in leggerissimo gesso brevettato in Inghilterra ed usato per i restauri di Buckingam Palace. Svettano su palchi, proscenio, crociera e archi, capitelli, cariatidi, arabeschi, festoni, lire e medaglioni ricostruiti con dovizia ed accurata precisione. Fregi floreali ed intrecci di foglie di certosina fattura e intaglio, sbocciano tra le ceneri di un teatro distrutto da anni di incuria ed impietose fiamme. Un intervento complesso, coordinato su più livelli con esperte maestranze, che ha impegnato in un laboratorio di Japigia ben trenta modellatori tra cui Sebastiano Lagosante, per formazione informatico, per interesse (con corso post laurea) tecnico per il restauro di edilizia storica, per contagio culturale presidente dell’Associazione Città Nuova, collezionista di antiche cartoline e redattore di fogli territoriali di pregio, per fatalità attore teatrale ed oggi agente di polizia urbana. Sebastiano conserva un felice ricordo dello stage curriculare sulla cupola e sui ponteggi del Margherita, per dare concretezza ad una formazione ad ampio raggio su restauro, infortunistica, statica ed ecologia ambientale. Un’esperienza “adrenalinica” di così grande impatto emotivo, assolutamente da ripetere, lo convince a presentare il curriculum per i lavori di restauro del Petruzzelli e a distanza di qualche mese viene assunto da Maurizio Lorenzoni. Operare in laboratorio per quattro mesi nel settore finiture 38 si rivela impegnativo, la precisione è d’obbligo. Le singole riproduzioni modellate “in positivo” in creta ed “in negativo” in gomma, nascono con foggia ancor grezza in un amalgama di gesso leggero e fibre vetrose. Conservano la leggiadria degli originali in cartapesta del 1903, ma presentano anche numerose imperfezioni: occorre rifinirle con stucchi e malte e carteggiarle con cura. Nella fase del “decoro” molte di esse saranno ricoperte da lamine di oro zecchino e “orone”, sfaccettature e rifrazioni di luce sveleranno impietosamente eventuali difetti anche se, a detta di Giorgio Funaro, “… piccole imperfezioni servono, la luce deve vibrare...”. “Dov’era, com’era”, il filosofico diktat di Ruggero Martinez, ma anche innovazioni tecnologiche asservite alla funzionalità ed alla conservazione: lama di roccia per l’isolamento termico ed acustico, intonaco plastificato ed ignifugo per abbattere gli echi e correggere i riverberi, cupola a prova di fuoco su cui torneranno in virtuale proiezione gli splendidi affreschi di Armenise, nessuna perplessità nello sguardo di silenzioso assenso degli aurei volti di Omero, Eschilo, Plauto e Terenzio, anch’essi risorti dalle ceneri. “Alcune riproduzioni di più complessa fattura sono affidate a laboratori romani precisa Lagosante - ma la maggior parte di esse nasce a Bari. Ogni pezzo è diverso, in alcuni la forma, la curvatura sono uniche, dopo averne curato i dettagli per ore e ore, rivederlo applicato su un palco o sul loggione emoziona non poco. E’ soprendente ritrovarsi in una scheggia di storia - confessa Sebastiano - scoprire con stupore le proprie impronte tra i decori che questo meraviglioso teatro custodisce tra i suoi tesori. Ricordo la sensazione dell’impasto gessoso tra le mani e il tempo dedicato ai pannelli del quinto ordine, in apparenza semplici, di fatto problematici, le misure di sicurezza mai disattese, l’affiatamento con i colleghi… davvero un’esperienza indimenticabile!” Dalila Bellacicco Frammenti di scuola: “La mente funziona per immagini… le immagini sono progetti. Siamo tante divinità capaci di creare il bene, pensandolo e facendolo…” Faccia di gomma e il piccolo magro Ragazzini di scuola media dal viso rotondo, gommoso, idratato: l’infanzia è così vicina. Li guardo sorridere, preoccuparsi, atteggiarsi ad adulti sicuri, ribollire. Il rito di una malintesa iniziazione li spinge a fingersi decisi e aggressivi, a bestemmiare, a prendere in giro i deboli, a intimidirli. ”Strunz ‘e mmerd” vola la parolaccia e atterra su un ragazzo spaurito, magro, non ancora pervaso di testosterone. Un attimo e l’aggressore avanza nel territorio dell’altro che arretra. Sovrintendo, sorveglio, inondo di luce, benedico, rimango lucida. Potrei fare la vittima, sentirmi attaccata personalmente, urlare, (ogni tanto urlo ancora) ma non serve. Riconosco stralci di scene di film violenti agiti, modelli prefabbricati da realizzare. Il file dell’aggressività si installa, nutrito da strati e strati di azioni violente attinte dal video. Il must è: mostrare, esibirsi, affogare i sentimenti. Talvolta vedo piccole scimmie incoscienti sottoporsi allo sforzo inumano di non essere comuni ma spettacolari, soprattutto al negativo. Li osservo intenti al montaggio mentale di spezzoni di film, in fretta, alla rinfusa. Parafrasando Celentano: l’attenzione è lenta, il disordine è rock, la bontà è lenta, la violenza è rock, la conoscenza è lenta, l‘ignoranza è rock, la buona parola è lenta, il turpiloquio è rock. Così si compie l’iniziazione di tanti ragazzi di oggi. Cerco con lo sguardo la connessione con loro.La rete esiste nella realtà fisica perché esiste già l’Internet interiore. Sono l’insegnante: che strano, il nome comune del mio lavoro è un participio presente, come se non smettessi mai di insegnare, ma che cosa? Mi sento più l’educatrice, e-duco, tiro fuori, cosa tiro fuori? La bellezza di questi bambini che vedo sepolta sotto chili di melma televisiva, di pre-giudizi, di sciocca spavalderia da piccoli machi. Voglio custodire i bambini della Terra, perché loro sono arrivati dopo di me. Ed hanno trovato la televisione, il computer, la play station, l’inquinamento, il buco nell’ozono, la guerra. Mi rimbocco le maniche, li prendo per mano e li accudisco. E’ difficile, ma cosa c’è di più importante del resto? Che facevo io, mentre la società si modificava sotto i miei occhi? Dormivo? Non sono mica qui per divertirmi, questo è l’unico scopo per cui vale la pena di vivere. Dimostrare loro con l’esempio, che si può e si deve vivere con dei valori. Tagliare il cordone ombelicale con le immagini virtuali negative spiegando loro che la mente funziona per immagini, che le immagini sono Le origini della festa dell’8 marzo risalgono al lontano 1908, quando nacquero una serie di iniziative (prima solo negli Stati Uniti) che avevano come unico scopo il ricordo della terribile fine delle operaie di una fabbrica; esse protestavano e scioperavano contro le terribili condizioni in cui erano costrette a vivere sul posto di lavoro. Così l’8 marzo è diventata un’importante data di riferimento soprattutto per le rivendicazioni femminili in merito alla richiesta del diritto al lavoro e alle condizioni di sicurezza e di rispetto per migliorare la condizione sociale. Tuttavia, nonostante “l’8 marzo” abbia assunto nel tempo un’importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, si è ancora al punto di partenza per il proprio riscatto. Oggi la festa della donna gode di un’ampia diffusione. Nascono molte iniziative interessanti, si svolgono convegni, manifestazioni importanti per riflettere e problematizzare sulla condizione femminile oggi, ma in realtà si discute solo ed è già un bene, ma la condizione della donna in data odierna non è affatto migliorata soprattutto per la resistenza che oppongono gli uomini, impedendo un riscatto vero e proprio. Addirittura tra alcuni addetti ai lavori circola una ipotesi estrema per cui si sostiene che gli uomini, in modo palese o più sommerso, odino le donne, probabilmente anche a livello inconscio. Tale ipotesi è rafforzata da una indagine dell’ISTAT, secondo la quale una donna su tre confida di essere stata maltrattata da un uomo almeno una volta nella vita. Ancora: una donna su sette è stata picchiata fra le mura domestiche, ciò vuol dire che più o meno in una casa su sette c’è un uomo violento che se viene sbattuto fuori di casa, diventa tre volte più violento. La tendenza misogina dell’uomo, in generale, è nota progetti. Che siamo tante divinità capaci di creare il bene, pensandolo e facendolo. E che possiamo fare questo in un attimo di puro intento. Il robusto aggressore con la faccia di gomma spintona il piccolo magro che, inaspettatamente, reagisce spintonando. L’altro, più forte, sferra un pugno. Mi giunge lo sgradevole tonfo della mano che incontra uno zigomo. Il testosterone concima la scena di insulti, di sputi. I compagni di classe sono il pubblico impietoso davanti al quale nessuno vuole arrendersi.”Sfaccimm” dice il piccolo e i due si avvinghiano come amanti, le mani indurite, avide di colpire. Come si fa a dare un pugno sapendo quanto male fa? Desiderare di infliggere un dolore nella carne di un altro, quando siamo di carne anche noi? Faccia di gomma fa il boss perché è robusto. Attacca spesso, offende, sfotte, pretende. Devo fare qualcosa. Per due secondi li visualizzo abbracciati, in amicizia. Scalciano, si strattonano, il piccolo tenta di scappare, viene risucchiato come un elastico da una presa alla felpa. Non c’è più tempo, entro nello spazio tra loro. Manata nel plesso solare e calcio nello stinco mi raggiungono, insieme. Tutti parlano, bla bla, degli insegnanti ma adesso ci sono io qui. E questa non è cronaca, è la realtà e mentre accade non ha colore né giudizi, semplicemente è. Sto cercando di dividere due bambini che se le danno, che devo comunque considerare bambini. So che posso trasformare una rissa in un momento educativo. Oppure no. E’ dura. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Non è che piango: sono addolorata per il mio dolore, per la loro inimicizia, per la prepotenza di faccia di gomma, per la tenerezza del piccolo magro trasformatosi in leoncino. E’ soltanto un luccichìo negli occhi, niente di più eppure… “Scusate professorè me so sbagliat, nun ‘o faccio cchiù!! Io vulev vatter a chillo strunz ‘e mmerd… Mannaggia ‘a miseria!” Intanto il piccolo magro si inginocchia volenteroso e mi spolvera lo stivale su cui c’è l’impronta polverosa di un piede, usando la manica della felpa; faccia di gomma continua a scusarsi con le mani giunte nel più verace dialetto napoletano. Quando chiedo a entrambi di fare pace si abbracciano. Va bene così. Potrei essere oggetto di un trafiletto di cronaca in cui si parla di bulli che picchiano l’insegnante, ma non sarebbe vero. Non l’hanno fatto apposta. Non è bello strumentalizzare le notizie provenienti dalla scuola, grosso calderone in evoluzione comprensibile solo a chi ci vive. E’ tempo di risposte vive, non di ammuffite nozioni da sciorinare dietro la barricata di una cattedra. La mia autentica umanità è il regalo più bello che posso dare. Ricordo cosa rispose l’agguerrito faccia di gomma in un test alla domanda: “Secondo te, chi è Dio?” “Dio per me è una persona molto grande, seduto in alto, perché una volta stavo con il motorino, ho frenato ed ho avuto come una forza dentro di me che mi spingeva a saltare giù, il motorino fece quattro capriole ed io non mi feci un graffio. Secondo me quella forza che mi ha spinto era Dio”. Mi pregò poi di non leggere il test in classe, “per non perdere punti davanti ai compagni”. Io ho avuto la conferma che siamo tutti pervasi dalla stessa forza. Ah, dimenticavo: come nelle migliori tradizioni letterarie, faccia di gomma e il piccolo magro sono diventati amici. Olimpia Riccio donne da esseri inferiori e in modo violento, possono convincersi che quello a cui assistono sia un comportamento maschile “normale”, che si è virili solo se si è violenti e prevaricatori, perpetuando violenza fisica e psicologica. Se invece i ragazzi interagiscono con adulti che rinforzano modi alternativi di essere uomini, coniugandoli con il rispetto per l’altro sesso, hanno buone probabilità di diventare più flessibili nelle loro idee sui ruoli degli uomini e delle donne. Poi il suo peso l’ha anche la società tutta con i cattivi esempi di una certa cultura televisiva, e non solo, con cattivi esempi di ogni genere a largo raggio, fino ad arrivare alla necessità di parlare di quote rosa (mi ricordano le quote latte) in politica, quando in parlamento siedono un gran numero di maschilisti. A sostegno di ciò basta ricordare le frasi pronunziate da alcuni onorevoli nell’apostrofare le colleghe deputate che reclamavano il diritto di essere considerate. Basta per tutte una emblematica: “altro che Camera dei deputati, vi portiamo in camera da letto!”. Vergogna! A questo punto basta quanto detto, se non altro per una questione di spazio, ma ci sarebbe tanto altro da dire anche sulle stesse donne, che contribuiscono con i loro comportamenti a farsi considerare “donne oggetto” per alcune esibizioni mentali ed estetiche. Alla luce delle considerazioni fatte, quale significato assume oggi la festa dell’8 marzo? Ultimamente si è ridotta solo ad un fenomeno consumistico; per ristoratori e discoteche gli affari sono aumentati notevolmente. Ed ancor più si perde il vero significato della festa della donna, nel momento in cui la maggior parte delle donne esce da sola per concedersi una “trasgressione”, godendosi, magari in un locale, uno spogliarello maschile e proponendo come cambiamento solo dei ruoli invertiti, che certo non giovano alle donne stesse. L’8 marzo è veramente la festa della donna? da sempre ma oggi con il riconoscimento da parte delle istituzioni del reato di stalking (violenza e persecuzione nei riguardi della donna), la polizia scopre in continuazione tali reati dalle Alpi al tacco d’Italia, isole comprese. E c’è di più, molti uomini non si limitano a perseguitare la propria moglie o compagna ma l’ammazzano, come denunziano continuamente vari fatti di cronaca. Su tre delitti in famiglia, due riguardano mariti che ammazzano le mogli, quindi la violenza non ci viene solo dallo stupratore sconosciuto o dall’extracomunitario che sta in agguato in un parco o dietro l’angolo, ma ciò che fa più paura sono gli atti di violenza che ci arrivano da familiari o amici di famiglia o dal datore di lavoro. Psicologi e sociologi dicono che gli uomini sono violenti perché hanno paura della donna che oggi appare molto decisa a rivendicare i propri diritti, ma forse molti sono anche irritati dal fatto di sentirsi, tutto sommato, dipendenti. Per un uomo lasciato la vita non è più tanto facile. Io credo che si possa parlare a lungo di questa problematica ma non si approda da nessuna parte se non si risale all’origine del problema e non si fa prevenzione. E’ necessario che gli educatori delle diverse agenzie educative, a cominciare dalla famiglia, insegnino e facciano riflettere sin da piccoli sul significato dell’essere un uomo. Tale opinione ha radici nella prima infanzia. I bambini sin da piccoli tendono ad imitare il comportamento dei membri della famiglia dello stesso sesso. I ragazzi che osservano i padri e altri uomini trattare le Anna Romano Fasano 39 Il monumento dei Martiri del 1799 “Tra le fiamme del rogo arsero i corpi dei martiri non le anime immortali che quelle fiamme tennero vive per lo incendio e la distruzione del trono dei despoti”. Con queste parole, scolpite sul lato sud del monumento sito sulla zona centrale della piazza antistante il castello, l’amministrazione comunale gioiese volle ricordare i liberali trucidati in quello stesso luogo un secolo prima: Donatantonio Losito, Biagio e Giuseppe del Re, Filippo Petrera, Nicola Basile, Giuseppe Calabrese. Correva l’anno 1899, il pensiero liberale dominava in quasi tutto il continente, la civiltà europea figlia dell’illuminismo e della rivoluzione francese era all’apice del suo trionfo e un numero sempre maggiore di invenzioni stava inesorabilmente modificando la vita degli abitanti dei paesi industrializzati. Niente di strano, dunque, che si diffondesse una strana moda, definita da E. J. Hobsbawm la “statuomania”, ovvero la volontà di celebrare i fasti del presente richiamandosi ad un passato più o meno lontano, raccontato attraverso le statue e i busti di personaggi che di quel passato erano stati eroici protagonisti, in quanto fondatori di un presente che appariva glorioso (o che si voleva far apparire tale per varie ragioni, soprattutto per legittimare l’autorità della classe detentrice del potere ). Anche in Italia si diffuse questa moda, che si scontrò tuttavia con le delusioni post-risorgimentali scaturite dai tanti problemi che l’unificazione del Paese non era riuscita a risolvere, dolorosamente avvertite nelle realtà in cui più difficoltosa era stata la transizione dal vecchio al nuovo ordinamento. E la città di Gioia certo rientrava in questa categoria, avendo dato i natali ai succitati martiri, come pure ai loro carnefici; nonché a coloro che taluni indicano come altri martiri della libertà, anche se di segno alquanto diverso, alcuni dei cosiddetti briganti. Certamente fu in virtù di tale situazione che l’edificazione del monumento ai martiri del 1799 non fu facile, e il percorso che segnò la nascita di quel cippo – come del resto anche la sua storia recente – si sarebbe rivelato meno facile del previsto. La quasi totalità dei consiglieri comunali di allora ritenne giusto, comunque, ricordare i personaggi antesignani del risorgimento italiano, coloro che diffusero i principi di liberà, uguaglianza e fratellanza prima ancora che il ciclone napoleonico si abbattesse appieno sulla penisola. Tra costoro c’era il consigliere Giuseppe Taranto, che nella seduta consiliare del 24 novembre del 1898, ricordò come “questa Terra è stata sempre, fu sempre, e mi auguro facendone fervidi voti […] sarà sempre culla e lignaggio di forti e liberi eroi”. Egli poi descriveva i fatti che si erano svolti cent’anni prima, collocando però gli avvenimenti cruciali nella giornata del 12 (invece del 14) febbraio 1799, allorché “poca gente, anzi una I fiori raccontano… A fine febbraio con i primi giorni di sole lo sento nell’aria. E’ l’inconfondibile profumo di viole a ciocche, fresie e giacinti. Stuzzicano la mia fantasia, ma soprattutto rievocano ricordi! Alcune case gentilizie di un tempo, avevano sul retro il giardino, dove mani gentili piantavano bulbi e semi per la primavera. Tutto veniva curato e protetto dal gelo. Era un’esplosione di colori e fragranze durante la fioritura! Glicini, mammole, lillà, giacinti! Tutto questo splendore serviva anche ad addobbare gli altari nel corso delle feste pasquali. Le famiglie aristocratiche invitavano le donne appartenenti alle varie parrocchie a raccogliere i fiori per ornare i sepolcri. Vasi di ciclamini variegati, candidi giacinti, ranuncoli, iris. Anche le bambine e le catechiste avevano la consuetudine di raccogliere mammole, comporre dei mazzetti trattenuti da un filo nero per venderli sul sagrato della chiesa. Le piccole offerte erano devolute all’Università Cattolica. Tra quelle bambine anch’io, con il cestino fragrante di mammole di un viola indefinibile, invitavo le persone che andavano a messa all’acquisto. Custodivo il cestino come una cosa preziosa, affinché il vento non sciupasse i teneri mazzetti. Raggranellavamo parecchi soldini, felici di consegnarli poi al parroco. Questi momenti spontanei e sereni, sono ormai smarriti nel passato, come i bellissimi giardini del nostro paese, abbattuti senza pietà per far posto al cemento che con implacabile ingordigia ci sta inghiottendo. In campagna si trovano ancora giardini non molto 40 limitata setta, assetata, più che di sangue, di oro, di rapina, dichiarandosi […] nemica di ogni principio di libertà, assaliva, metteva a sacco e a fuoco parecchie case di veri Liberali […] e nella Piazza Jovia o Largo Castello bruciava vivi i più grandi e più nobili figli della Patria e della Libertà”. Continuava il Taranto: “questa terra che fu prima a cospirare contro la tirannia borbonica […], nella quale la pianta Eroi di Libertà nasce gigante, non può essere seconda ad alcuna altra città sorella […] nel commemorare degnamente, santamente la memoria benedetta di quei Martiri” (Cit. G. Carano-Donvito, STORIA DI GIOIA DAL COLLE, ed. De Robertis, Putignano, 1966, pagg. 386-87). Per cui egli propose di far sorgere un monumento, in marmo o in bronzo, con una lapide portante i nomi dei perseguitati gioiesi del 1799, compresa un’altra vittima, il giurista Michele Petrera, assassinato nello stesso periodo a Napoli; di intitolare altresì la piazza del castello ai martiri e di commemorare solennemente la giornata del 12 febbraio (ivi, pagg. 387-88). Il presidente del consiglio comunale e il primo cittadino si associarono alle nobili parole del Taranto, ma la data dell’anniversario era troppo ravvicinata per procedere alla preparazione del monumento, del quale perciò si tornò a parlare concretamente solo sei mesi dopo, nel maggio del 1899, allorché il sindaco D’Eramo presentò un articolato progetto la cui esecuzione sarebbe stata affidata al Cifariello, valente artista dell’epoca. A larga maggioranza la proposta venne accolta, pur se contrastata per ragioni non solo economiche dai consiglieri Marvulli, Jacobellis, Boscia e Bruno. Il primo, in particolare, riteneva che fosse nefasto qualunque ricordo della tragica data, “per ragioni […] soprattutto morali, in quanto il fatto che si voleva commemorare ricordava una lotta fratricida” (Ibidem). Questa posizione risulta oggi importante non per il suo valore politico, dato che venne facilmente sconfitta e si poté procedere dapprima alla costruzione del monumento e poi alla sua inaugurazione nell’aprile dell’anno successivo, quanto per il fatto di evidenziare la presenza, all’interno dello schieramento conservatore non solo italiano, di una corrente volta a sottacere determinati passaggi o fenomeni della storia nazionale, perché ritenuti indegni, moralmente pericolosi o forieri di disordine e sovversione: insomma, una versione più sottile del celebre motto “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Ben vengano, allora, i tentativi di ripercorrere questa ed altre pagine del passato, rivedute e corrette, se necessario, ma nel rispetto dell’approccio ermeneutico che chi racconta la storia deve avere, onde evitare di incorrere in inopportune mistificazioni, sulle quali è certamente inciampata l’oleografia sul Risorgimento italiano come pure, in tempi molto più recenti, la rivisitazione del giudizio sui circa 130 anni di dominio borbonico nel Mezzogiorno, il cui lascito sono stati, da un lato, un Regno complessivamente ricco sul piano monetario (e la cui ricchezza servì a pagare una quota decisamente preponderante del debito pre-unitario degli altri staterelli italiani); ma certamente arretrato sotto l’aspetto culturale, con percentuali di analfabetismo (86% nel Mezzogiorno continentale, 89 in Sicilia) tra le più alte d’Europa. curati, in particolare vicino alle chiesette rupestri. In una di queste chiesette, tanto tempo fa, ebbi la fortuna di assistere ad un matrimonio. Uno dei momenti più belli vissuti nell’arco della mia vita. La chiesetta era addobbata di fresie e viole a ciocche, mentre rami di mandorli e peschi salivano sino a lambire il vestito azzurro dell’immagine della Madonna. Gli sposi erano giovani, sicuramente vivevano nei casolari adiacenti alla chiesa. Mano nella mano, visi bruniti dal sole e tanta gioia negli occhi. Bellissima la giovane sposa, con un castigato abito monacale di lino bianco e una cintura di raso che annodandosi alla vita ricadeva sino ai piedi. Il velo di tulle bianco era tenuto da una coroncina di roselline color tea, così come il mazzolino che reggeva tra le mani. La fiamma delle candele sull’altarino disegnava ombre sulle panche di legno e tre o quattro vecchie sedie impagliate! Gli invitati indossavano i vestiti più belli, i bambini camiciole multicolori a scacchi e bretelle che reggevano i pantaloncini alla zuava. Aleggiava intorno un qualcosa di inspiegabile, di mistico che insieme alla fragranza dei fiori induceva a pregare. Officiava la messa un anziano sacerdote, a tratti dalla porta aperta uno spiffero di vento faceva danzare la luce delle candele e trasportava dentro il particolare profumo dell’erbetta tenera. “Ora siete marito e moglie”. L’emozione degli sposi, le lacrime della nonna, austera con la sua gonna nera e lo scialle orlato da una lunga frangia di seta. Eccola avvicinarsi agli sposi con lo scialle aperto per poterli abbracciare e avvicinarseli al cuore. Assumeva così le sembianze di una maestosa aquila nell’atto di coprire i suoi piccoli. Un gesto di protezione e nello stesso tempo, quando le braccia si dischiudevano, un invito a volare verso l’inizio di una nuova vita. Il suono di una ocarina, il canto gioioso delle fanciulle con le braccia colme di ginestre e biancospini, tarantella e pizzica, accompagnavano il festoso corteo diretto al casolare, tra i convenuti un voluminoso cane maremmano che ancheggiava anche lui felice. Auspicio di questa splendida cerimonia, un volo di rondini che pettegolando sfrecciava nel cielo e la fragranza dei fiori. Basta il profumo di un fiore per dar vita a un ricordo gioioso da condividere con chi tanto si angustia nella ricerca della felicità. I loro profumi, i loro colori evocano emozioni sopite e nel donarli raccontano tanto di noi: sentimenti, personalità, gentilezza, ringraziamento, affetto e amore. “ …Alzati amica mia! Mia bella vieni fuori! Ecco l’inverno è passato, la pioggia è cessata e andata via, i fiori spuntano sulla terra. Il tempo del cantare è vicino”… ( Il Cantico dei Cantici) Marisa D’Elia Kick boxing\ Un gioiese campione del mondo Roberto D’Avanzo La conferenza stampa Chi avrebbe immaginato di poter assistere ad un campionato mondiale a Gioia del Colle? Sicuramente il maestro Donato Milano, CT della nazionale azzurra di kick boxing, che da molti mesi si stava occupando dell’organizzazione dell’incontro. Nella conferenza stampa, svoltasi nella sede del Comune, ha ricordato e sottolineato l’importanza di avere nel nostro paese manifestazioni di questo calibro che avrebbe visto come protagonisti Roberto D’Avanzo, atleta gioiese per due volte campione europeo, e Narbona Lopez, spagnolo vincitore di tre titoli mondiali. Ospite d’onore è stato il M° Jean Paul Pace (a suo tempo allenatore di Donato Milano) che, dopo aver evidenziato le capacità dei due contendenti, ha augurato al suo ex allievo di ricevere dai suoi atleti le stesse gioie che gli aveva procurato quando combatteva al suo fianco. Dopo aver posato per alcune foto, atleti, preparatori e ospiti hanno bevuto qualche drink. Da evidenziare che Roberto D’Avanzo, per scaramanzia, non ha voluto brindare al buon esito dell’incontro. Marco Capodiferro La cronaca dell’incontro GIOIA\ Ancora un successo per la ASCO di Gioia del Colle guidata dal M° Donato Milano, che certifica l’ottimo lavoro con l’ultimo talento del kick boxing gioiese, Roberto D’Avanzo, con la conquista del titolo iridato, detenuto dal campione Le interviste Alcune settimane dopo la manifestazione sportiva di venerdì 27 febbraio 2009, che ha visto coinvolti lo spagnolo Narbona Lopez Antonio e il gioiese Roberto D’Avanzo, abbiamo intervistato i due artefici di questa grande impresa: il nuovo campione del mondo di Kick boxing, Roberto D’Avanzo, e il suo allenatore Donato Milano. ROBERTO D’AVANZO DONATO MILANO Da quanto tempo pratichi Kick Boxing? Fin da bambino, esattamente dall’età di 11 anni. Quali sono stati i risultati più importanti fino ad ora conquistati? La conquista del titolo italiano professionisti nel 2005 avvenuta a Portonativo di Rieti. La coppa del mondo nel 2006 a Salsomaggiore Terme. Il titolo europeo professionisti nel 2007 a Bruxelles. E ovviamente questo titolo mondiale professionisti proprio qui nel mio paese. Cosa significa per te essere campione del mondo? Sicuramente il raggiungimento di tale obiettivo ha comportato notevoli sacrifici e rinunce quotidiane. Rinunce ben ricompensate dal raggiungimento di questa meta tanto desiderata di cui sono orgoglioso, soprattutto per averla raggiunta all’età di soli 23 anni. Quali sono i progetti futuri? Naturalmente quello di continuare a difendere, spero sempre vittoriosamente, il titolo di campione del mondo e di proseguire la mia crescita sia nello sport che nella vita. A chi devi il raggiungimento di questi tuoi prestigiosi traguardi? In particolare al M° Donato Milano che mi ha insegnato gran parte dei segreti di questa disciplina sportiva. Fin dagli inizi, e senza mai demordere, ha sempre creduto in me e nelle mie qualità tecnicoagonistiche. A tutti i ragazzi che mi hanno seguito giorno dopo giorno negli allenamenti, e a tutte le persone a me care che mi hanno sostenuto anche moralmente. Ai gioiesi cosa ti senti di dire? Che non esiste solo il calcio, il volley o il basket. Ci sono altri sport, come quello da me praticato, che possono dare grandi emozioni e grandi soddisfazioni. Sono dispiaciuto per questo ma contentissimo per il traguardo raggiunto. Qual è stata la prima sensazione provata dopo l’esito dei giudici? Sapevo già come sarebbe andata. La strategia studiata prevedeva di non incassare colpi nelle ultime riprese e dall’andamento della gara immaginavo la nostra vittoria. Un parere sulle prestazioni dei due atleti. Credo che la nostra prestazione sia stata impeccabile. L’avversario lo conoscevo già e sapevo della sua pericolosità, ma per vincere avrebbe dovuto cambiare tattica e conduzione di gara. C’è stato un po’ d’amaro in bocca, perché la gara non si è conclusa? Sì. Sicuramente sarebbe stato più avvincente giocarsela fino all’ultimo ma la nostra strategia tecnico tattica era vincente al punto da prevedere un ulteriore dominio, anche nelle ultime riprese. E la paura di perdere? Quella si sente sempre. In allenamento ci si prepara per vincere, ma non si può prevedere il risultato finale. Ti ritieni soddisfatto per la partecipazione del pubblico? No, assolutamente. Manifestazioni di questo calibro non sono da sottovalutare. La partecipazione del pubblico è stata scarsa, quasi assente, non ha dimostrato il dovuto affetto verso un atleta di origini gioiesi. In altri comuni, in cui sono state organizzate gare simili, il pubblico era sempre numeroso perché a conoscenza di quanto fosse importante assistere a queste sfide. Nel nostro, invece, questo messaggio non è arrivato. Dopo quanto accaduto certe manifestazioni a Gioia se le possono scordare! Quindi non sei contento? Non totalmente. Ed è altrettanto vergognosa la partecipazione degli “pseudo - giornalisti” locali che non hanno seguito con la giusta partecipazione la sfida mondiale. Giudizio complessivo? Sono certamente soddisfatto per la prestazione e la vittoria di Roberto, per nulla contento della serata. del mondo in carica, lo spagnolo Antonio Narbona. Una conquista avvenuta il 27 febbraio scorso, proprio davanti al pubblico di casa. Dopo un breve prologo con la bellissima esibizione sonora dei “Camera con Vista” e una serie di brevi incontri tra atleti provenienti da palestre di Matera, Palagiano e Pescara, allenati da glorie del passato del kick boxing, il culmine della manifestazione si è concretizzato nella sfida D’Avanzo - Narbona. L’incontro non ha tradito le attese. Partito determinato e concentratissimo, D’Avanzo ha messo subito in pratica le indicazioni studiate in fase di preparazione con Donato Milano e di fatto ha impedito all’avversario di esprimersi ai suoi livelli, costringendolo sulla difensiva a accumulando alcuni punti di vantaggio con una serie di calci laterali e circolari. Attento a non scoprirsi troppo e a frenare la voglia di aggredire senza criterio, che sarebbe stata anche letale con un avversario così completo e tecnicamente validissimo, l’atleta ASCO ha saputo anche contenere il ritorno di Narbona. Mantenendo alta la guardia gli ha costantemente impedito le temute azioni frontali. Al decimo round la svolta. Un calcio circolare alto di D’Avanzo provoca un profondo taglio all’arcata sopraccigliare dello spagnolo, il che induce l’arbitro, Francesco Pellegrino, a sospendere più volte l’incontro e a chiedere l’intervento del medico. Il dottor Vito Posa, ottimamente coadiuvato dai volontari della Croce Rossa, ferma lo sfortunato Narbona, decretando l’impossibilità di far proseguire l’incontro. Il titolo iridato viene assegnato così ai punti. Per due dei tre giudici di bordo ring l’atleta azzurro era in vantaggio (rispettivamente 90-86 dall’arbitro italiano e 89-85 da quello croato), mentre per quello spagnolo in perfetta parità (89-89). Roberto D’Avanzo, a soli ventitre anni e a meno di due anni dalla conquista del titolo europeo, si laurea campione del mondo. Per Donato Milano un altro tassello da aggiungere al glorioso mosaico della sua carriera di atleta ed allenatore. GIOIA\Conquistata la matematica permanenza in serie A2 anche per il prossimo campionato, la Nava Gioia del Volley non si ferma qui e punta decisa a mantenere la sua posizione di classifica in piena zona play-off per proseguire ancora l’esaltante cammino di questa stagione. Partiti in sordina e con modeste ambizioni di salvezza, i ragazzi di Cannestracci hanno conquistato il cuore dei tifosi gioiesi, che lentamente sono tornati in buon numero a sostenere la squadra al palazzetto. Basti pensare alle imprese sui campi di Bassano (0-3) e Isernia (2-3) e all’avvincente testa a testa con i molisani e con Mantova per la conquista della quinta piazza in classifica, che garantirebbe la possibilità di giocare in casa l’eventuale “bella” dei quarti di finale dei play-off. Assediati dagli infortuni e ricadute di molti dei suoi punti di riferimento, come Rigoni e il brasiliano Dias, a lungo best scorer del campionato, i ragazzi di Cannestracci hanno dato prova di grande carattere e di una compattezza del gruppo, che hanno permesso alla squadra di mantenersi nelle zone alte della graduatoria e di sfiorare un’impresa che non ha precedenti nella pur gloriosa storia della pallavolo a Gioia del Colle. La Nava, infatti, ha conquistato la finale di Tim Cup di A2 e si è arresa con onore solo ai vantaggi del quarto set alla quotata Andreoli Latina, una delle candidate al salto di categoria. Sospinti da più di duecento supporter biancorossi, Diogo e compagni hanno tenuto testa ai pontini e per poco non sono riusciti nella clamorosa impresa, conquistando un risultato comunque insperato e di assoluto prestigio. Non da meno è stato il cammino in campionato, dove, dopo una leggera sbandata dovuta alle continue defezioni, la Nava ha ripreso con decisione il suo cammino con un poker di vittorie. Al 3-1 inflitto a Roma hanno fatto seguito la già citata impresa corsara con l’Olio Pignatelli Isernia e soprattutto il derby casalingo con la Materdomini Volley.it Castellana, piegata 3-1 con una splendida prestazione anche di Manassero e Nuzzo. Sulle ali dell’entusiasmo anche la Sp Catania è stata piegata tra le mura amiche al tie-break, mentre con la capolista Codyeco Santa Croce è giunto un prezioso punto che tiene aperti i giochi in ottica dei piazzamenti per la composizione della griglia play-off. La volata finale è lanciata e i biancorossi cercheranno di stupire ancora. Giuseppe Leronni Giuseppe Leronni Marco Capodiferro Pallavolo: volata finale 41