Indice Presentazione di Luigi Caimi 7 Educati dal cinema? di Pupi Avati 11 Mass media ed educazione di Renato Farina 57 Educati dalla scienza? di Marco Bersanelli 73 Educazione e libertà nella formazione universitaria Redazione e impaginazione di Enrica Z. Merlo I edizione 2004 © 2004 Casa Editrice Marietti S.p.A. – Genova-Milano ISBN 88-211-8935-X www.mariettieditore.it di Giancarlo Cesana 101 Presentazione «Appassionato calore, appassionato affetto per quello che l’uomo può fare, essere e centrare nella sua storia», in queste parole di Luigi Giussani è descritto lo spirito con cui la Fondazione C.E.U.R. ha dedicato alcuni incontri culturali, svoltisi nel primo semestre 2004 nei Collegi da essa gestiti, al tema dell’educazione. Un regista, un giornalista, un professore di astrofisica e un professore di medicina, a partire da diverse esperienze, hanno conversato con giovani universitari su come l’educazione sia un’introduzione alla realtà nella sua totalità. Lo studio di qualsiasi disciplina con lo stupore che lo muove, l’espressione artistica con la creatività che implica, la comunicazione con il rischio di manipolazione che le è insito: attraverso tutto la persona può crescere nella comprensione affettiva del significato della realtà e quindi muovere passi verso il proprio destino. L’educazione dell’uomo è una priorità per la nostra società così provata da lotte fratricide; consapevoli di questo offriamo alla riflessione di ciascuno questi colloqui che, nella loro preoccupazione edu- 8 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE cativa unita ad una spontaneità non consueta, consegnano al lettore un modo di trattarsi e di trattare le cose più umano. Ciò è anche una sfida per l’Università nel cui contesto si collocano tali riflessioni, come ha richiamato l’Arcivescovo di Bologna in un discorso all’Ateneo bolognese: «Tutta la missione educativa dell’Università dipende dalla capacità e volontà sia del docente che dello studente di mettere in gioco se stessi: e questo è assai più difficile che fare il professore e lo studente universitario». Prof. Luigi Caimi Presidente della Fondazione C.E.U.R. Nelle pagine seguenti il corsivo segnala interventi di persone diverse dagli autori. Vivere ciò che fa crescere Conversazioni sull’educazione Pupi Avati Educati dal cinema?* Ringrazio Pupi Avati per aver accettato il nostro invito, non lo presento perché è già noto, segnalo per chi non lo sapesse che è anche presidente di Cinecittà Holding. Due parole prima di entrare nel vivo della serata, del perché abbiamo immaginato questo ciclo di incontri sul tema dell’educazione, perché ci interessa questo tema e perché ci interessa discuterne con una persona come Pupi Avati: non un tecnico dell’educazione, non un pedagogista, quindi non uno specialista dell’educazione. Spero che si capirà dalle due parole che voglio dire, proprio perché l’educazione non è un problema da specialisti. “Educazione”, pensando alla sua etimologia latina educere, significa tirare fuori. “Educazione” significa che viene fuori, che si sviluppa, che si svolge quello che è il mio assetto, la mia persona, la mia personalità e – chiamiamolo come vogliamo – il mio io. L’educazione è quel fenomeno attraverso il quale io divento me stesso. È questo tipo di fenomeno: non so* Intervento tenuto presso il Collegio Alma Mater di Bologna il 19 gennaio 2004. 12 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? no un recipiente vuoto in cui gli altri buttano dentro le loro idee; è più un processo inverso, è quello che sono io che si sviluppa. In questo senso mi sembra che sia una cosa assolutamente fondamentale, anche perché – mi permetto di fare una brevissima citazione – se non c’è educazione succede quello che Ibsen dice in un suo testo: cinema. Cinema inteso come una realtà vivendo la quale può succedere questa cosa. Cominciamo con le domande del pubblico a Pupi Avati. O splendido sole, i tuoi raggi fulgenti hanno brillato invano su una capanna vuota. Non v’era dentro nessuno da riscaldare e infiammare, il proprietario non era mai in casa. Senza educazione siamo destinati a non essere mai in casa; anche se succedesse qualcosa di interessante, uno non lo coglie. Perché «vivere ciò che fa crescere», se l’educazione e più una conquista mia, è il mio assetto che si svolge, che si sviluppa? Anche qui una considerazione che può sembrare banale. A me sembra evidente che io non mi rendo conto, non mi sono reso conto, di quello che io sono ragionando e guardandomi allo specchio. Di fatto non succede se mi metto allo specchio e inizio a ragionare su di me, ma mi succede osservandomi in azione nelle circostanze quotidiane. «Vivere ciò che fa crescere» esprime questo: educazione legata al vivere ciò che fa crescere, perché uno scopre quello che è veramente non riflettendo astrattamente su se stesso chiudendosi in una stanza, ma osservandosi in come affronta le cose, gli esami, le difficoltà. Quindi questo nesso con tutto quello che succede. In tal senso ci siamo detti che un contributo interessante a capire meglio questa cosa, più che da tecnici dell’educazione possa venire dall’arte e quindi anche dal 13 Parlo a nome dell’Associazione Nova Atlantis, una associazione di studenti universitari. Stasera, essere qua con Pupi Avati per parlare di cinema e di educazione ci è sembrata subito un’occasione da cogliere al volo. Di fronte a un personaggio come Pupi Avati è normale arrivare carichi di domande e di curiosità, sulla sua opera e sulla sua persona. Non siamo degli esperti di cinema e tutte le domande che abbiamo da porgli sono sorte dalla visione dei suoi film, da semplici spettatori. Tra i suoi film ci è sembrato di scorgere un filo rosso che li attraversa tutti: i suoi personaggi sono colti, quasi sempre, nel momento della loro formazione. Ed è una formazione che avviene spesso al di fuori dei luoghi ad essa tradizionalmente deputati: lontano dalle scuole, lontano dai libri. Anche quando si occupa delle vite dei cosiddetti uomini illustri – si pensi al Mozart di Noi tre o a Bix – Avati ci racconta i conflitti segreti e la vita privata, non limitandosi mai a illustrarne la formazione dall’esterno ma guardando alle loro esperienze concrete. Al di là delle considerazioni sui suoi film, ci chiediamo quale sia il valore che Pupi Avati attribuisce al suo fare cinema, se crede che il cinema possa educare e in che modo. L’impressione che ci viene dai suoi film è che in lui non sia mai presente la volontà di impartire lezioni, ci sembra invece che, di volta in vol- 14 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? ta, ci dica quello che vuole dirci non enunciando delle tesi, ma semplicemente raccontandoci delle storie, mostrandoci uomini e donne, comuni o illustri, confusi e spaventati, alle prese con i loro sentimenti e con la difficoltà di viverli. E ci viene da pensare a Charlie Parker, che diceva: questo condizionamento che poi è stato fortemente formativo è un altro paio di maniche, ma allora non era piacevole. Da buon provinciale – allora Bologna era una città di provincia, adesso so che non la volete più definire tale… ma cosa è diventata? Una metropoli? Non lo so, è a metà – allora noi eravamo dei provinciali e come tali avevamo questa urgenza di andarcene, di uscire, di trovare uno strumento attraverso il quale essere più amati degli altri, suscitare amore nei riguardi degli altri. Io ho pensato che uno dei trucchi più efficaci era di diventare famoso. Secondo me le persone famose sono più fortunate di quelle non famose. E non mi vergognavo di pensarlo e anche di dirlo, mentre invece c’era questo imbarazzo e questo pudore. Fin da ragazzo ho pensato che in questa città avrei dovuto trovare uno strumento attraverso il quale propormi, candidarmi e che in qualche modo oscurasse, mettesse da parte quelli che erano i miei limiti fisici, economici e dialettici. Attraverso la lettura di un libercolo che mia madre mi portò: la storia del jazz di Iain Lang (I. Lang, Il jazz, quattordici biografie di quattordici musicisti) io mi sono avvicinato al jazz. Attraverso la lettura delle biografie e non della sola musica. E in Bix Beiderbecke – sul quale molti molti molti anni dopo ho fatto un film – ho riconosciuto un modello di vita. Perché assomigliava terribilmente a quello che ero io a quella età, in quel momento della mia vita: io un ragazzetto a Bologna, lui a Davenport, Iowa, figlio di una famiglia molto conservatrice, molto per bene, e anch’io; che improvvisamente incontra e viene se- La musica è la vostra esperienza, la vostra conoscenza, i vostri pensieri. Se non la vivete, non uscirà dal vostro strumento. È così anche per il cinema? Sono queste solo alcune tra le ragioni per le quali riteniamo che sia assolutamente interessante per una platea di studenti universitari ascoltare Pupi Avati. Sono molto contento di quello che ha detto all’inizio, dell’acutezza di queste osservazioni che riguardano la formazione di se stessi: il percorso attraverso il quale si riesce a individuare la parte più misteriosa e più segreta, più silenziosa di noi stessi e che poi invece è la parte più importante. E come io, quando avevo la vostra età e stavo in questa città, abbia tentato mille volte attraverso la frequentazione di dibattiti, di incontri, di conferenze e di lezioni da maestri di varie età e di vario genere, di ricevere questo messaggio, di avere questo tipo di risposta, di avere questo tipo di indicazione che mi aiutasse a uscire da una certa condizione, che era una condizione non invidiabile, perché ero un ragazzo di Bologna brutto, povero e timido, con un grande complesso di inferiorità. Che io oggi sia riconoscente a 15 16 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 17 dotto da un mondo un po’ trasgressivo, un po’ alternativo: lui da questa musica che viene dal Mississippi, dai battelli che risalgono il fiume e vanno da New Orleans verso Chicago, io da altre cose. Ma Beiderbecke cerca di tenere insieme queste due seduzioni, per non dispiacere ai suoi e perché nello stesso tempo è molto attratto da quest’altra sirena che canta. Quindi mi sono innamorato del jazz e mi sono innamorato soprattutto delle vite dei jazzisti, mi sono innamorato della loro immagine: le fotografie che vedevamo nelle librerie dell’Usis, i centri culturali instaurati dagli americani dopo la liberazione in Italia, dove vedevamo queste fotografie e questi film, leggevamo questi libri. E la vita dei musicisti di jazz era fantastica. Allora noi a Bologna abbiamo costituito una jazz band, abbiamo incominciato a vestirci da jazzisti e abbiamo iniziato ad andare in giro con i nostri astucci ancora vuoti, con le etichette degli alberghi di Reggio Emilia o di Carpi; camminavamo con degli zampironi per gli asmatici in bocca, che sembravano delle cose un po’ diverse e che evocavano cose più trasgressive e più proibite, e camminavamo sotto il Pavaglione – c’è ancora il Pavaglione? Non l’hanno bombardato? – con gli occhiali neri. E suscitavamo improvvisamente una curiosità da parte delle ragazze carine della città – a me son sempre piaciute le ragazze carine, lo so che oggi è un limite, ma allora andava così. L’intelligenza veniva in un secondo momento, era un problema che sarebbe venuto dopo… se era anche intelligente meglio, ma insomma, l’unica cosa… vabbè… Insomma cominciavamo a fun- zionare. Solo l’immagine: un fatto puramente estetico. Attraverso questo fatto estetico poi siamo arrivati alla musica: abbiamo incominciato a suonacchiare questi strumenti e la passione per il jazz è diventata una passione violentissima, forte, travolgente. Io volevo diventare un grande jazzista. E ho fatto di tutto per diventare un grande jazzista. Fino a quando sulla mia strada non ho incontrato dei musicisti che suonavano infinitamente meglio di me, studiando molto meno di me, applicandosi molto meno di me, con degli strumenti molto più scassati del mio. Voi sapete che il jazz è una musica estremamente competitiva: è come andare a fare a botte quando si va a fare una jam session – lo sapete o no? C’è una ritmica che suona e tu suoni, poi improvvisa un altro e poi un altro. C’è stato un periodo della mia vita in cui io ero sempre il peggiore. E allora che cosa ho capito? Che la passione non bastava, che occorreva qualche cosa che suffragasse la passione. Come si chiama quest’altra cosa? Talento. E nessuno mi aveva insegnato come si fa a scoprire il proprio talento. Nessuno mi aveva detto che passione e talento non si debbono confondere, che non sono la stessa cosa. È stato il periodo più difficile della mia vita: dopo aver suonato per tanti anni scoprire che non avevo talento, dopo aver promesso a me stesso che sarei diventato un grande musicista e che avrei dedicato tutta la mia vita alla musica: scoprire che non avevo talento. E allora ho chiuso il clarinetto nell’astuccio; sono diventato direttore di una società di surgelati, pesce, bastoncini di pesce, piselli primavera, 18 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 19 sogliole; ho sposato la più bella ragazza di Bologna o quasi e ho pensato che la mia vita era finita. Ho incominciato a guardare il soffitto la notte. E questo mio sogno di essere più amato degli altri era alle spalle, si allontanava ogni giorno sempre di più. Meno insopportabile, perché nella perlustrazione che avevo fatto di quelli che erano gli strumenti possibili del dirsi – perché noi arriviamo al punto in cui poi ci occuperemo del dirci, del dire agli altri chi siamo – gli strumenti del dirsi non li avevo sperimentati tutti, forse c’era ancora qualche tentativo da fare. Anche se ero in età già matura, avevo fatto l’Università, nel senso che ho fatto Scienze Politiche, ho fatto soltanto un esame a Firenze e mi sono dato un 26 da solo in treno, perché tornavo e mia madre mi aspettava con una grande festa per il mio primo esame e non potevo tornare con il libretto bianco perché il professor Curcio mi aveva detto: «Senta, torni un’altra volta» e mi aveva restituito il libretto. Io sapevo che mia madre aveva invitato tutto il palazzo per festeggiare il mio primo esame. Allora in treno ho pensato un voto: che voto mi do? E mi sono dato un 26 in Storia delle Dottrine Politiche, che mi sembrava un voto né esagerato e né troppo basso, però ha fatto sì che poi quel libretto non lo potessi più usare: avevo firmato io! Mia madre ha fatto la festa – un imbarazzo durante la festa… – tutti i baci… il portiere che è venuto su con i fiori… E allora ho fatto Veterinaria, perché ho pensato: faccio Veterinaria, vado in Brasile a fare l’esploratore. E mia madre mi veniva sempre appresso – io ho avuto una madre straordinaria, questa è la cosa im- portante. Straordinaria perché era assolutamente pazza e molto introdotta nel mondo ecclesiastico, conosceva tutti i preti e i cardinali, tutti. Quando io dicevo: «Vorrei fare il… giornalista», lei: «Andiamo dal cardinale, parliamone…», «vorrei fare… l’ambasciatore…», «vorrei fare…». Qualunque cosa mia madre diceva sempre… Perché? – Io divago un po’. Così le domande che mi farete dopo le indirizzate a una persona che conoscete un po’ meglio: sono nato il 3 novembre 1938 a Bologna in Via San Vitale, quindi prima della guerra: mi ricordo i bombardamenti, gli sfollati, tutto… – Perché mia madre era così generosa, così disponibile, così straordinariamente aperta, con un senso della Provvidenza che sarebbe sempre arrivata e non c’era bisogno di preoccuparsi perché l’indomani si sarebbe risolto tutto… perché? Perché lei si sentiva in colpa dato che era vedova: nostro padre era morto quando noi eravamo piccoli e lei aveva questo senso di… che hanno certe donne, certe mamme… di dover interpretare entrambi i ruoli: della madre e del padre, e di fare in modo che i loro figli non venissero privati nei riguardi degli altri di niente. È sempre stata di una generosità fantastica; inoltre essendo di cultura contadina, venendo dal mondo contadino, aveva questa urgenza di raccontare. Mia madre la caricavi a Roma per andare a Bologna o a Bologna per andare a Roma, allora quattro o cinque ore di macchina… lei incominciava a parlare al casello di Bologna e finiva a Settebagni a Roma e non si era mai fermata un secondo. Tutte le mattine andavo a via del Babbuino, attraversavo la strada (io abito a via del Babbuino e anche lei abitava lì – è morta purtrop- 20 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 21 po, cinque anni fa) lei mi aspettava col tè e i biscotti e c’era un post-it attaccato con scritti gli appunti che aveva pensato durante la notte: «Devo raccontargli della zia amabile, della nonna…». E l’immaginazione – che è una cosa molto importante, ne parleremo dopo quando affronteremo il tema della creatività – mi nasce, mi viene suggerita, è implementata dal rapporto con questa cultura contadina e vi dirò perché. Siamo rimasti al momento in cui io lascio il jazz, divento responsabile della zona Romagna-Toscana-Marche della Findus e vedo la mia vita attraverso il soffitto buio e chiusa in un tunnel, priva di prospettive. Poi entro in un cinema di ferrovieri, siamo nel ’64, e vedo un film: Otto e mezzo di Fellini. In quel film era raccontata la vita di un regista – Mastroianni, ve lo ricordate? Lo avete visto? – ed era la prima volta che si poneva questo personaggio del regista, il ruolo di un regista: noi al cinema andavamo a vedere gli attori, andavamo a vedere i generi, mai avremmo scelto un film per il suo regista, non sapevamo neppure cosa fosse, pensavamo che fosse un organizzatore. Nel film invece veniva detto in modo così limpido, chiaro e straordinario quello che era il potenziale – le possibilità e le angosce e i limiti – in modo così assolutamente straordinario e affascinante e seducente, per cui io sono uscito da quel cinema e ho detto: io voglio fare il cinema, io voglio fare il regista. La differenza tra me e gli altri è che in provincia allora tutti volevano fare il cinema, ma nessuno lo diceva. Perché in provincia allora vedevi uno belloccio con gli occhi azzurri o una con un gran seno e dicevi: «Ma perché tu non fai il cinema? Tu che c’hai dei begli occhi così, un bel seno così…», perché si pensava, e forse in un certo modo in qualche area si pensa ancora, che per il cinema fosse sufficiente l’aspetto estetico. Ma tutti in qualche modo hanno desiderato fare il cinema. La differenza tra me ed altri è che io l’ho detto, e la differenza tra me ed altri è che avevo una madre che immediatamente ha detto «Sì, sì, facciamo il cinema!». Perché lei faceva sempre. E io ho fatto il cinema con mia madre, praticamente. Nel senso che, attraverso mia madre, che era quella che aveva affittato gli strumenti per tutti e che quindi ci era venuta appresso su tutte le operazioni e su tutte le proposte, abbiamo incominciato a immaginarci – con gli stessi amici praticamente, perché era una trasmigrazione degli stessi o quasi – una troupe cinematografica. Io ho detto subito: «Io faccio il regista», e l’altro: «Io faccio lo scenografo», e «Io faccio…». Nessuno di noi aveva mai fatto niente, nessuno aveva idea di cosa… Io sono andato all’Archiginnasio a leggere i libri di cinema: c’erano dei libri del 1922 sul cinema! Quindi la nostra preparazione era nulla. E abbiamo incominciato a frequentare i cineclub, le parrocchie erano straordinarie allora: si faceva il cineforum, il mercoledì e il giovedì mi ricordo che c’era il San Giuseppe, il Cinema Perla a San Donato: facevano i film con le schede e il dibattito alla fine della proiezione… una cosa pazzesca. E abbiamo incominciato a vedere i grandi film del passato, i capolavori, i classici: cose che non avevamo mai visto nella nostra vita. E abbiamo incominciato a scrivere a tutte le produzioni di Roma, andavamo alla Posta – dov’è la po- 22 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 23 sta, c’è ancora? Piazza Minghetti, piazza Malpighi? Vabbè, lì – a prendere tutti gli elenchi telefonici di Roma, allora le Pagine Gialle non c’erano, cercavamo Cinema, Produzioni: De Laurentiis, Cristalli, Bini, tutte le grandi produzioni. E mandavamo lettere infinite, e abbiamo incominciato a pensare la storia di un film, abbiamo incominciato a fare il cast di questo film, immaginandoci anche gli attori… E nessuno ci ha risposto. Fino a quando un giorno – le vie d’accesso al cinema sono infinite. Dalla Findus di Bologna al cinema: un bel viaggio – un giorno il mio aiuto-regista, che era un amministratore di condominio e si chiamava Alberto Bortolani, mi dice: «Ho trovato il nano». Poi capirete perché racconto questa cosa, non è superflua. Io dico: «Vabbè, il nano: il nano c’ha una posa» – sapete cos’è una «posa» al cinema? Un giorno di lavoro, vuol dire niente: aveva tre battute. «Ho trovato il nano». «Il nano, cosa vuoi che ce ne freghi del nano: dobbiamo ancora trovare i soldi per fare il film e l’unica cosa che abbiamo ora è il nano!». «Ma no vieni, ti deve conoscere… vieni vieni vieni». Vado. Io e Alberto Bortolani andiamo in via della Grada. Saliamo e sul campanello c’è scritto Ariano Nanetti – giuro! – un nano che si chiama Ariano Nanetti, non è una cosa inquietante? E si apre la porta, noi guardiamo e non vediamo nessuno, perché in effetti lui era giù. «Buongiorno!» dice lui. «Buongiorno». «Buongiorno dottore, s’accomodi, venga venga». E ci porta dentro. Dentro c’era un gatto, «Armand!» lui dice – il gatto si chiamava Armand. «Armand salta!» e Armand saltava. «Armand la zampa!» e Armand dava la zampa. «Armand sul divano!» e Armand andava sul divano. I gatti sono animali indifferenti a qualunque tipo di comando; nessuno, neanche gli egiziani, li ha saputi domare: ai gatti non gliene frega niente di quello che gli dici. Viene da te, si accoccola se ci vuol venire, se no non ci verrà manco morto. E questo: «Armand salta!» e Armand saltava! Io ero allibito. Guardavo l’aiuto-regista dicendo: «Ma dove mi hai portato?». La conversazione si protrae per un po’ – non ve la sto a raccontare perché sarebbe un film –, alla fine dico: «Grazie, allora noi ci vediamo senz’altro, arrivederci» e retrocedo verso la porta. Quando siamo sulla porta – lui: «Armand salta!» col gatto che saltava dietro… – Ariano Nanetti mi dice: «Comunque dottore: se le serve un miliardo, mi telefoni. Arrivederci». Chiude la porta. Io mi butto sull’aiuto-regista per prenderlo a calci nel sedere, lo scaravento giù dalle scale, perché è evidente che un incontro di questo genere è un incontro di una credibilità zero! Uno, da un incontro di questo genere, come esce? Non ci credete neanche voi! Pensate che abbia esagerato: non è verosimile niente. Eppure è accaduto. Questo racconto ha un fine. Continuano le nostre richieste d’aiuto, lettere accorate, telegrammi, telefo- 24 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 25 nate alle quali non risponde nessuno. Dopo tre mesi, una mattina – il gruppo intanto si stava sfaldando: quelli che erano con me non mi credevano più – io mi sveglio e dico a mia moglie: «Io lo chiamo». Qua sta la differenza. Qua c’è la divaricazione: chi farà questo numero potrà fare il cinema, chi non telefonerà non farà il cinema. La differenza è l’investimento sull’impossibile, sull’improbabile, credere all’inverosimile, andare oltre a tutto quello che la ragione ti nega: ma sei scemo? Telefoni a questo qua col gatto che gli frulla dietro? «Armand!». Io lo chiamo. «Pronto?». «Sono Avati». «Ah, dottore!». «Ho fatto un sogno». «Ah, bravo!» «Sì. L’ho sognata». «A me?». «A lei. Lei era Balsamus: l’uomo di Satana». Balsamus: l’uomo di Satana era il titolo del film, gliel’ho detto un po’ da trailer. «Io?». «Lei. Ariano Nanetti» – i nani hanno una cassa toracica più grande delle persone normali, hanno una respirazione con una sonorità tutta loro, io sentivo questo ansimo… Dico: «Mi sente? Nanetti, però, lei capisce bene che a Roma non la conosce nessuno, non possiamo fare un film con un protagonista come lei se non troviamo il finanziamento. Lei deve trovarmi il finanziamento». «Mi dia ventiquattro ore». Attacchiamo. Ventiquattro ore dopo: un tavolo, dodici persone, io al centro – Gesù e gli apostoli, c’era pure Giuda – seduti ad aspettare che arrivi questo Ariano Nanetti. E arriva. Ariano Nanetti arriva in compagnia di un tizio, dietro, albino, elegante, tutto vestito d’argento, con una cravatta argento, e lui dice: «Vi presento Mister X!». A quel punto tu dici: siamo dentro uno scherzo, non è possibile, c’è qualcuno che ci riprende. Andava sempre più su la follia. «Vi presento Mister X. Ragazzi, raccontate la storia». Noi eravamo in una difficoltà enorme. Questo parlava ad una velocità pazzesca, non si capiva quasi niente di quello che diceva. Ogni tanto io sentivo che diceva: «Capolavoro!», poi parlava e dopo: «Capolavoro!». Con un po’ d’impaccio io racconto la storia di questo Balsamus che era un Cagliostro dei giorni nostri, ecc. ecc. «Bene bene bene. Mister X, prego». Mister X tira fuori dalla tasca un libretto di assegni e incomincia a scrivere. Sedici assegni. Sul tavolo. Finita la consegna degli assegni: «Bene ragazzi, noi andiamo. Arrivederci!», Mister X: «Blablabla… Capolavoro! blablabla… Capolavoro!». E se ne vanno. Spariscono. Noi rimaniamo basiti, inchiodati, con gli assegni lì. Ci guardiamo e non sappiamo veramente cosa fare. Chi li tocca per primo? C’era un impiegato di banca con noi, ne prende uno e lo guarda e dice: «Ma sono buoni!». Erano assegni di dieci milioni ciascuno, siamo nel 1968. Erano centosessanta milioni, nel 1968! Senza ricevuta, senza niente: lì. 26 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 27 La mattina dopo – c’è ancora via Montegrappa? Sì? – al Credito Italiano, dall’altra parte della strada, tutti attaccati al muro. Eravamo lì dalle otto e la banca apriva alle nove, con una notte insonne alle spalle, a decidere chi attraversa la strada e va dentro. E sappiamo che l’arrestano nel momento in cui va dentro, perché non poteva essere che una truffa. C’è andato Cavina – era un mio amico, poi ha fatto l’attore – ed è entrato. È stato dentro un sacco di tempo. Era insopportabile questo tempo da far passare. E poi è uscito, era rosso come un peperone: «Sono buoni! Sono buoni sono buoni!» e siamo andati dentro tutti. E lì è incominciato il mio rapporto con il cinema. Perché ho raccontato questa cosa? Noi abbiamo fatto il film: è stato un disastro. Ne abbiamo fatto un altro, sempre finanziato da Mister X: è stato peggio del primo. Poi il gruppo s’è sciolto, io sono scappato a Roma… quattro anni disoccupato… ma perché ho detto questa cosa? Perché la professione che faccio io ha molto a che fare con l’improbabile. Lo rasenta continuamente. Non c’è nulla di ciò che io faccio che abbia un rapporto concreto, solido con la razionalità, col buonsenso. Per esempio, perché il cinema, noi che in quegli anni l’abbiamo tentato e proposto in questa regione e in questa città con tanta forza e con tanta ostinazione, non si è mai radicato in queste terre? Perché queste sono le terre del buonsenso, in cui la gente ragiona in termini di concretezza. Perché invece a Roma ha funzionato? Quando io ho debuttato si facevano 350 film all’anno a Roma e avevamo il 61% del mercato, oggi ne facciamo a malapena 100 col 17% del mercato, sta risalendo, ma insomma… Perché le condizioni di questa terra, io la conosco, sono nato qua, hanno molto a che fare con la ragionevolezza, quindi fare questo tipo di scelta professionale è un tipo di scelta ad elevatissimo rischio. Per la quale o si è completamente pazzi o si è di un’ambizione assolutamente sfrenata per cui si è altrettanto pazzi, incoscienti. Perché poi una professione di questo genere non espone soltanto chi la interpreta, il protagonista di questa scelta professionale, ma coinvolge tutto l’intero nucleo familiare, in modo anche esteso e concreto. Voi non sapete che cos’è a casa mia la vita di mia moglie e dei miei figli, che cos’era per mia madre… le mie zie… nei riguardi di ogni film che faccio, che esce o non esce, va bene o va male. Perché io quando i film vanno male divento insopportabile: di un’insofferenza terribile, mi ammalo, sono una persona di una fragilità estrema; quando i film vanno bene, me lo godo soltanto io. È un tipo di scelta professionale che con la professionalità ha pochissimo a che fare. Sono molto riconoscente al fatto che la vita mi abbia permesso per trentacinque anni di raccontare ogni anno attraverso un film, di dire quello che io sapevo delle cose, della vita, del mondo. Cioè ogni anno io ho raccontato una stazione, un percorso. Mi sono fermato e ho detto: questo è quello che mi risulta. Ed è per questo che quando retroattivamente mi capita di rivedere qualche cosa mia, la vedo con un imbarazzo enorme, perché non sono più io. Perché nel frattempo io mi sono contraddetto, mi sono evoluto, mi sono involuto. Mi sono mosso, mi sono 28 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? comunque allontanato da quello che ero quel giorno, quel mese, quell’anno in cui credevo e raccontavo quella storia. Quando mi chiedono se ho fatto il Sessantotto, ho sempre detto di no. Perché il ’68 è stato l’anno in cui noi abbiamo fatto il primo film, Balsamus: l’uomo di Satana. Ed eravamo così coinvolti da quell’esperienza, per cui figurati se pensavamo al Sessantotto. E invece se uno va a vedere quel film, è un film che più sessantottino non può essere, lo è nella sua natura, nella sua essenza: respira l’aria del tempo in cui è stato fatto. Io credevo che le mie cose si potessero sottrarre alla datazione. E invece non è così. I film rispecchiano, molto spesso in modo anche preoccupante, il momento storico in cui sono stati realizzati. È molto raro, molto difficile che non sia così – cito un caso sopra tutti: Pasolini, Accattone; ma perché lì è poesia pura. Uno strumento attraverso il quale riuscire a mantenere nel tempo la capacità evocativa della tua proposta è difficilissimo da trovare, rischia di essere come i farmaceutici e il latte: datato, scade. E succederà anche a voi, forse siete ancora troppo giovani perché vi accada, vi succederà tra qualche tempo di rivedere un film che vi è piaciuto molto quando avevate la vostra età, di rivederlo dopo vent’anni e dire: «Ma come ha fatto a piacermi ’sta roba qua? Ero pazzo? Ero scemo?». Eppure è così. Domande? dolori, mentre Magnificat mi ha dato delle soddisfazioni. Il Medioevo è entrato nei miei interessi – io sono un avido lettore-ricercatore di storia – soprattutto per quanto riguarda l’alto Medioevo; che, quando andavo a scuola io, veniva considerato i “secoli bui”, si voltava pagina e quindi non esisteva. Poi gli storici francesi l’hanno in qualche modo investigato, indagato e restituito al suo splendore. Io, attraverso queste ricerche e queste letture, ero raggiunto da una tale fascinazione e da un tale piacere e un tale godimento, per cui con atteggiamento rosselliniano avvertivo la necessità di dover condividere con altri la gioia che provavo nello scoprire queste cose. E questo è l’atteggiamento primario. La cosa che mi attrae di più nel Medioevo è la sacralità. Io sono fortemente attratto da qualche cosa che prescinda la realtà. Le persone che frequento che sono limitate alla realtà, alla concretezza delle cose, mi fanno sentire fortemente mortificato, annoiato, angustiato. Per cui ho continuamente la necessità di forzare quelli che sono i limiti. E la sacralità e la violenza, nel Medioevo, sono due componenti fondamentali che stanno assieme in uno strano e misterioso miscuglio, quasi incomprensibile. Io ho cercato di restituire queste due componenti forti, la coniugazione di queste due forti anime. Probabilmente perché io vengo da una cultura arcaica, contadina. Assomiglia di più al mondo medioevale la Sasso Marconi degli anni in cui sono nato io, di quanto non assomigli agli anni Cinquanta il nostro presente. Come è nato il suo interesse per il Medioevo? Parlo malvolentieri de I cavalieri che fecero l’impresa perché è stato un film che mi ha dato molti 29 30 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 31 Perché io mi sono deciso a raccontare la storia di Magnificat? Perché c’era un attore che aveva un ristorante, una trattoria a Minerbio; si chiamava Ferdinando Orlandi ed era una persona gigantesca, grassa e l’avevo fatto debuttare nel primo film che avevo fatto con Tognazzi, poi l’ho messo in tutti i miei film. Era un mio grande amico, una persona fantastica. A un certo punto a questo signore, che aveva già avuto un infarto e ne aveva avuto un secondo, gli hanno messo un po’ di by-pass e gli hanno detto che la sua situazione era problematica e che doveva stare molto attento. L’hanno un po’ spaventato. Io ricordo che venne una volta – io ero a Rimini a fare una cosa per la televisione – a trovarmi una sera e mi disse: «Se mi dovesse capitare qualcosa – e si capiva cos’era quel qualcosa, voleva dirmi “se dovessi morire” – guardati molto attorno perché io un segno te lo do». Questa è una cosa che mi ricordo veniva detta in campagna dai vecchi. Le persone anziane, quando stavano per morire, dicevano a noi bambini: «Guarda che se fai il cattivo, la nonna quando muore ti viene a tirare i piedi!». Voi non lo sapete, forse qualcuno dei grandi lo sa – o neanche voi? Mai sentita? Io dovevo fare una conferenza a delle persone un po’ più grandi di queste. Questa minaccia affettuosa era lo stesso segno di rassicurazione che viene dato nell’alto Medioevo. Nell’alto Medioevo si aspetta il segno di un ritorno dalla morte: si immagina che ci sia un pertugio, un buco, un passaggio di qua e di là. Il di qua e il di là sono frequentabili: si viene e si va. Su questa indicazione di questo mio attore-trattore-ristoratore, da quando è morto io ho incomincia- to a guardarmi attorno. Perché sono sicuro che lui ce l’ha messa tutta per fare ’sto segno. Ma io questo segno non l’ho visto e ormai è morto da molti anni. Però la ricerca del segno mi è parsa una cosa che ravvicinasse queste due culture, questi due mondi: quello contadino dal quale provengo io e quello di allora, così remoto. Per cui ho avvertito la necessità di raccontare questo tipo di vicenda. E la sacralità mi piaceva, mi attraeva, mi seduceva infinitamente perché aveva una forte attinenza col mondo del lavoro, delle cose, degli oggetti; la sacralità degli oggetti di lavoro, del proprio martello, della propria accetta, degli animali che tirano l’aratro: li baciano, li benedicono. C’è un sentimento di rispetto delle cose che ti circondano, della natura, che è straordinario e che abbiamo completamente dimenticato o rimosso. Allora il Medioevo mi è caro, mi piace per questo suo aspetto, che allarga i confini del possibile, nei riguardi anche delle cose più quotidiane. È stata approvata in parlamento la legge per il riordino del sistema cinematografico: si è parlato di “meno sprechi e più qualità”. Secondo lei questa legge risponde alle esigenze del cinema italiano? Ti do alcuni dati, sono molto preparato su questa cosa perché vi ho collaborato. Attualmente si producono in Italia circa 100 film all’anno, di cui circa 70 finanziati dallo stato: quanti film, su 100, non raggiungono mai una sala cinematografica o un pubblico? 30 film in Italia non escono. La legge prevede che vengano approvati 70 film attraverso questi si- 32 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 33 stemi di finanziamento, finanziati al 90% e quindi quasi tutti supportati dallo Stato e questi film non escono, non producono nessun tipo di ritorno. Dal 1994 a oggi ci sono stati 450 debutti, 450 opere prime; su 450 opere prime, quanti di questi registi hanno fatto un’opera seconda? 39: meno del 10%. Che cosa vuol dire? Che ci sono 411 esseri umani che hanno realizzato il loro primo film nell’arco degli ultimi dieci anni – quindi alcuni anche dieci anni fa! – e non hanno avuto l’opportunità di fare il loro secondo film; girano per Roma con un copione sotto il braccio, alcuni da dieci anni, in attesa della seconda opportunità che non gli verrà mai data. E ormai avendo fatto il primo film si considerano registi. Cosa fai nella vita? Il regista. Ha fatto un film e non è mai uscito. E hanno il copione sotto il braccio, e vanno per le produzioni. Nel cinema – e queste sono le cose che non funzionano nella legge – il primo film, in Italia, non lo si nega a nessuno. Io penso che se voi tutti pensate di fare un vostro primo film, prima o poi lo fate. Non è una questione di qualità di quello che volete fare, che è assolutamente secondario, è una questione di caparbietà, di saper insistere, di saper rompere le scatole: a un certo punto per sfinimento te lo fanno pure fa’. Ma il secondo no. Sul secondo c’è una vendetta pazzesca. E sul terzo c’è l’impossibilità. L’asticella viene messa prima a sessanta centimetri, poi a centoventi e poi a due metri. Quindi il salto diventa impossibile. Però è sul terzo film che uno può in qualche modo essere accettato dal sistema, a meno che non abbia fatto un primo film che ha sbancato, allora vabbè… ma non capita quasi mai. Perché questi film non escono? Perché con la vecchia legge non c’era, ad esempio, una corresponsabilità del sistema: era solo lo stato che finanziava, ma praticamente portando uno straccio di lettera in cui diceva: «Sarei interessato a distribuire questo film, poi lo vedrò». Ed era sufficiente per avere il finanziamento. Mentre adesso, con la nuova legge, il produttore o il regista devono disporre del 50% del budget; e non per problemi finanziari, ma per problemi di coinvolgimento del sistema distributivo, televisivo: il film per forza dopo uscirà – e quindi non avremo dei casi di frustrazione così totale come quelli che ho presentato prima. Io mi sono occupato soltanto delle procedure, che sono estremamente rivoluzionarie nei riguardi del vecchio sistema: nel senso che le commissioni saranno di carattere interdisciplinare, quindi non ci saranno soltanto dei soggetti presi dal mondo della cultura tout court a giudicare i film, ma ci saranno dei tecnici: registi, sceneggiatori, distributori, venditori esteri. Non si porterà più la sceneggiatura ma si porterà il trattamento – che differenza c’è tra sceneggiatura e trattamento? La sceneggiatura è il copione sul quale si fa il film con tutte le battute, le scene, le sequenze e le inquadrature; il trattamento è la fase più ampliata del soggetto. La scrittura cinematografica si divide in soggetto: venti pagine, senza dialoghi, in cui il film è raccontato a grandi linee; trattamento: quaranta-cinquanta pagine, diviso per capitoletti a seconda degli ambienti e con già qualche accenno di dialogo, in 34 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? modo da proporre un profilo psicologico dei personaggi; sceneggiatura. Presentando il trattamento e decidendo che c’è un incontro con l’autore e col produttore – prima, con la vecchia legge si portava solo la sceneggiatura, ma dietro alla sceneggiatura chi c’era? Che essere umano c’era? Uno in grado di raccontare una storia o no? – i membri della commissione sono costretti ad aver letto il trattamento, per poter fare delle domande, perché se no… Prima com’era? C’era un relatore, che era l’unico ad aver letto la sceneggiatura e la raccontava agli altri, anche a seconda di quelli che erano i suoi interessi. C’erano dei rischi pazzeschi e si è visto come è andata la faccenda. In questo modo invece credo che ci siano molte più garanzie, sotto l’aspetto della finalizzazione del prodotto, e quindi mi sembra che sia un’ottima cosa. dore più totale di questo personaggio che si dice in qualunque contesto, parla di sé, affronta il mondo disarmato nel modo più totale. Ne ho fatto il mio eroe. Nei riguardi di una donna che peggio di così non può essere: un contrasto totale. Sono due portatori di handicap: lui di un handicap di carattere psicologico e lei di uno di carattere fisico. Però, contrariamente a quello che si usa proporre al cinema o nella letteratura – in cui le portatrici di handicap, soprattutto le non vedenti, sono viste con un’aureola, con una sorta di benevolenza che gli è dovuta perché sono già così sfortunate ad essere cieche, facciamole pure buone e sante –, questa è una gran figlia di puttana terrificante, perché le cieche hanno anche il diritto di essere così, rivendicano questo diritto ed è giusto, sacrosanto. E lui dopo questo incontro – a mio avviso, questa è la mia interpretazione, ma io legittimo anche la tua – rimane assolutamente identico a se stesso. Cioè: questa donna non lo ha mutato in niente e lui non si fa prete, lui non viene inglobato nel coro, il coro va avanti e lui rimane dietro, il coro scappa via da lui… Lui rimane uno, che essendo così – com’è all’inizio, quando prova a cantare con gli altri e lo zittiscono – rimarrà uno che non canterà mai dentro al coro. Rimarrà un essere umano completamente indipendente, alternativo e a mio avviso straordinario. Proprio per queste sue prerogative, per queste sue peculiarità che consistono nell’essere assolutamente intangibile. E quindi, in cambio della più dolorosa delle esperienze, che è quella di incontrarla, di appalesarsi, di dichiararsi attraverso i versi di Ovidio alla fine, per cui lei lo riconosce e malgrado Volevo farle una domanda su Il cuore altrove. Alla fine del film, il protagonista si unisce al coro dei seminaristi – lei non dice se si fa prete o no –; a me è sembrato che questo avvenisse solo a causa di una delusione affettiva. Motivare così questa scelta del personaggio, non mi ha convinto. Mi stupisce che tu l’abbia vista in questo modo perché non è come l’ho interpretata io, come l’ho immaginata io, come l’ho finalizzata io quella situazione finale. D’altra parte tu sei liberissimo di interpretarla come preferisci. Innanzitutto io ho dedicato un film alla sprovvedutezza, alla purezza, all’incanto che produce ancora in me l’ingenuità, un sentimento per me straordinario che prelude alla capacità di stupefazione; al can- 35 36 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? ciò se ne va, in cambio del più grande dei rammarichi possibili lui rimane assolutamente se stesso. È questo che ho cercato di dire ed è questa la mia convinzione nei riguardi di questo tipo di individuo, che ormai è una specie rara, in via di estinzione. Ed è un peccato, perché, secondo me, gli esseri umani quando sono così, stare con loro è una forma di igiene mentale fantastica, ti disintossicano dalla presunzione eccessiva che ognuno di noi in una ebbrezza di super-intelligenza vive e mette in campo. no nell’altrove, che hanno la possibilità e la voglia – probabilmente anche l’età – o la sprovvedutezza, la mancanza di rapporto con le cose concrete della vita. Per cui fino alla fine dei loro giorni – e ci sono delle persone mie coetanee che invidio moltissimo, pochissime devo dire, che sono rimaste così – hanno questo rapporto con l’improbabile, con l’impossibile, continuano a frequentarlo, malgrado la vita abbia insegnato loro – e lui ha avuto una lezione fondamentale, perché l’incontro con questa infamona terribile dovrebbe essere una lezione definitiva – e malgrado ciò lui alla fine prova ancora a cantare con gli altri e rimane assolutamente se stesso. “Il cuore altrove” è naturalmente riferito a lui. Sempre su Il cuore altrove. A me del film è molto piaciuta la storia, ho trovato infelice, invece, la scelta degli attori: Vanessa Incontrada non è altro che una modella e Neri Marcorè un comico televisivo. Perché ha scelto di affidarsi ad attori non-professionisti? Quello che tu dici è contraddetto da un’infinità di apprezzamenti, di conferme, di offerte di lavoro, di premi che Neri ha avuto dopo questo film, per cui temo che sia un tuo parere e che le opinioni mie e tue sulle capacità interpretative siano molto lontane. Io penso che Neri sia assolutamente straordinario in questo film. Non riesco a darti ragione proprio per niente, probabilmente gli attori che piacciono a te non piacciono a me. A me è sembrato che, nel film, ad avere “il cuore altrove” fosse il personaggio femminile, per la sua cronica incapacità di vivere appieno i sentimenti. Mi sbaglio? A mio avviso le persone che hanno “il cuore altrove” sono le persone che sognano, che si proietta- 37 Andare al cinema per me equivale a staccare la spina, rilassarmi per due ore e poi finisce lì. Il regista sarebbe contento di sapere che lo spettatore vede il suo film semplicemente come una parentesi? No, non sarebbe contento e non lo è. Devo dire che ci sono certi film che suscitano una quantità di risposte, di reazioni che ti pervengono, di una qualità molto elevata e questo è il caso dell’ultimo film che ho fatto. Io ho ricevuto un’infinità di testimonianze, soprattutto scritte, da parte di persone che naturalmente non conosco e che hanno visto il film e che probabilmente condividendo l’atteggiamento del protagonista di questa storia, riconoscendosi in questo atteggiamento, hanno avuto la necessità di dirmi che anche per loro è così – questa parola “anche”, cioè includersi in un progetto, in una proposta, è a mio avviso straordinaria e dà un senso al mio lavoro. 38 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 39 Quando in cambio ricevi il silenzio è evidente che c’è un po’ di frustrazione, al di là dell’esito critico, delle recensioni, o degli incassi, che sono un altro segnale, un termometro importante per un regista – se volete poi parliamo del rapporto che c’è col danaro: la creatività di un autore nei riguardi del budget, i limiti che vengono posti alla sua creatività. Ma, al di là degli incassi, essere raggiunti da una tale quantità di risposte di questo genere ti rassicura, vuol dire che ci sono delle persone che ti assomigliano, che hanno un tipo di sensibilità nella quale tu ti riconosci. Ci sono molte ragioni per le quali ti senti gratificato e ci sono molte ragioni per le quali non ti senti gratificato quando hai in cambio il silenzio. Volevo dirvi una cosa, che a me sembra molto importante, a proposito della creatività. Della creatività nei riguardi di questo strumento che è il cinema e con il quale io mi confronto, mi misuro e mi dico. Io dico chi sono attraverso i miei film, io non vado a fare le conferenze prima del film o dopo il film. Il film è quella cosa, nessuno sa chi io sono e vede il film e basta, e se riesce a dire qualcosa, a comunicare qualcosa ce la fa il film; se no, fine. Quando io scrivo un film – io scrivo con la macchina da scrivere, non col computer. Se poi volete, vi spiego anche perché – io scrivo: «Duecentocinquanta cavalieri scendono dalla collina». C’è una lucetta rossa che fa: bipbipbipbip. «Duecento cavalieri scendono dalla collina»: bipbipbip. «Centottanta cavalieri…»: bipbip. «Centocinquan…»: bip. «Settantacinque cavalieri»! E si spegne. S’è spenta la lucetta. Cosa vuol dire? Che settantacinque cavalieri stanno dentro la sca- tola del budget: il mio immaginario sta in quella scatola lì. Quello che posso immaginare, raccontare: il mio mondo espressivo, sta dentro la scatola del budget. È tutto quantificato. È tutto uno scontrino di cassa. Come quando vai al supermercato, che c’è la strisciata di tutte le cose che hai nel carrello; ecco: tutte le scene che io ho immaginato – invece del detersivo, della lampadina… – stanno tutte in quella strisciata. Quindi il regista, l’autore cinematografico che non conosce il rapporto tra quello che lui racconta e il budget del quale dispone, è in una situazione catastrofica. Nel tempo, in tutti questi trentacinque anni, io ho imparato a immaginare nell’ambito di un costo. Ma so benissimo che la mia immaginazione mi indurrebbe ad andare oltre; molte volte io vorrei essere assolutamente libero di poter immaginare qualunque cosa, come può fare chi scrive: chi scrive quella scena, può scrivere: «Due miliardi e mezzo di cavalieri vestiti di argento scendono dalla collina». Lo può scrivere o no in un romanzo? Certo: non costa niente, non ha nessuna censura, può scrivere qualunque cosa. Quindi la tua immaginazione è condizionata da quello: tutte le tue scelte sono condizionate da quello, le scelte degli interpreti sono condizionate da quello, le scenografie, le ambientazioni, le luci, le musiche, tutto è condizionato dal costo. Riuscire a dare il massimo della potenzialità espressiva ad un budget, far sì che un budget – che cos’è un budget? Una somma, una cifra, un pacco di soldi – diventi emotivo, emozionante, si traduca in emozioni: questo è il lavoro di chi fa questo mestiere. Perché poi 40 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? questo budget, che è l’investimento, si va a misurare con l’incasso, che è un’altra condizione della tua continuità creativa. Io sono un regista vivente – nel senso che mi fanno ancora fare cinema – perché se io faccio la somma di tutti gli incassi dei film che ho fatto, tra quelli che hanno guadagnato e quelli che hanno perso, c’è probabilmente 1 euro in più nella colonna delle entrate. Nel momento in cui il mio bilancio andrà in rosso, vi garantisco che avrò dei grandi problemi. È una professione che ha questa inquietante commistione col danaro, è un mestiere molto inquinato. Quando si parla di libertà espressiva non si accenna mai a questo problema che è fondamentale e sta al di sopra di tutte le ideologie, e che coinvolge tutti gli autori, tutti i registi, tutti gli operatori cinematografici. Non si sfugge da questo condizionamento. Forse è anche affascinante: poi tu ti abitui, ti adegui, impari… ed è una sorta di scommessa. verte dentro di sé. E questo bambino incomincia a crescere. La stessa cosa è, secondo me, per un’idea. L’inizio delle cose non si percepisce mai, lo diceva Buddha, ed è un po’ vero. Io non lo so quando, in che giorno in che ora in che minuto mi è venuto in mente di fare un film. Non lo so. Però so che dentro di me, improvvisamente, io avevo una storia o qualcosa, un momento, una sequenza, avevo meno ancora di una sequenza – che differenza c’è tra sequenza e inquadratura? La sceneggiatura è divisa in sequenze, sono i capitoli e cambiano per ogni ambiente. Quando battiamo un ciak diciamo: «45, 1, prima»; “45” è il numero della sequenza, “1” il numero dell’inquadratura, “prima” le volte che si è battuta. «45, 1, prima». No, non era buona. «45, 1, seconda… 45, 1, terza… 45, 1, quarta». Bravo. Stampa questa. Ne stampiamo due o tre per ognuna e poi le andiamo a scegliere. Perché si batte l’asticella contro il legno? Per far festa. «45, 1, prima… ciak!». Cos’è? Perché si fa ’sta stupidata? C’è un fotogramma solo in cui i due corpi sono uniti. Tac. C’è un fotogramma solo in cui l’asticella batte contro, e c’è un momento solo sul nastro in cui c’è il tac. Per sincronizzare nella moviola tu metti a sync e fissi il fotogramma in cui si chiude l’asticella col tac sul nastro, chiudi i rocchetti e a questo punto a 24 fotogrammi al secondo il suono è sincronizzato con l’immagine. Quel tac, le asticelle chiuse, sono soltanto un fotogramma, non sono due, non c’è un prima e un dopo, occupano soltanto un fotogramma. Quel fotogramma lì tu lo fissi sullo schermo della moviola. Poi vai a cercare sul Ma in che momento avviene il confronto tra budget e creatività? Ho un paragone da proporle. Pensi a una ragazza molto poco seria, molto carina, che esce tutte le sere con un ragazzo diverso. Le piace, si diverte, è molto leggera, non va molto per il sottile: stasera mi piace quello, domani un altro e poi un altro ancora… e si intrattiene con questi ragazzi e ha dei rapporti. Dopo un mese si accorge improvvisamente di essere incinta. È stata ingravidata. Ma lei non sa da chi, quando, in quale giorno. Il papà di questo essere che porta in grembo le è ignoto, però lo av- 41 42 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 43 nastro magnetico del suono – perché tu sai che il cinema è fatto di immagine e sonoro – vai a cercare il rumore tac. E anche quel tac ha un punto solo. Quando hai messo il tac allineato con l’immagine, chiudi i rocchetti, nel senso che d’ora in avanti non si sposteranno più, e hai tutte le persone che parlano e la voce che esce. Cosa dicevamo? Come nasce un’idea. Quindi l’idea non si sa come viene. Ma uno che ha un’idea dentro la pancia è come uno che ha un bambino dentro la pancia. A un certo punto incomincia a maturarla. E la assaggia, fa dei tentativi, la propone, in qualche modo la racconta. Ne racconta un po’ dei pezzi. A mio fratello, a qualche amico, a tavola ai miei figli che si annoiano subito, si girano dall’altra parte, si alzano, vanno via. Qualcuno che mi ascolti prima o poi lo trovo e gliela provo a raccontare un po’. E vedo se riesco a raccontarla – perché non è tanto chi ascolta che mi interessa, sono io: se mi piace raccontarla. Nel raccontarla scopro le sue potenzialità. Fino a quando improvvisamente un giorno mi trovo a scriverla. Ma io non so se sto scrivendo l’inizio, la fine o il centro della storia. Sto scrivendo una sequenza, un momento del film, che in qualche modo lo richiama tutto, lo evoca tutto. Ma io non so ancora. Ne Il cuore altrove mi ricordo che la scena che scrissi fu quella dell’ospizio per le cieche. Mi piaceva moltissimo scrivere quella scena lì. Ma io non sapevo il prima e il dopo. Scrivendo quella scena poi mi è venuto in mente che ci poteva essere uno che veniva da Roma, che poi… ma quello è stato il pun- to centrale, l’avvio. Un’infinità di volte è successo che poi dopo quella scena che ho scritto tutto il resto si è esaurito, non sono più riuscito ad andare avanti: la disperazione di chi non riesce più a trovare un entusiasmo, un interesse, qualcosa che lo leghi e lo faccia poi diventare un film. Altre volte invece va bene e succede che questa diventa una storia, poi una sceneggiatura. Vi volevo dire perché io non scrivo col computer. Perché io sono una persona molto diligente e insofferente verso coloro che scarabocchiano, buttano… Mi piace avere un foglio assolutamente ordinato, con i margini perfetti. Scrivo con una macchina da scrivere IBM da molti anni, quella delle Brigate Rosse. Il fatto di avere l’esigenza di non vedere correzioni fa sì che mi ritrovi sempre a riscrivere. È evidente che trovo sempre un errorino, una cosa che non mi piace, da cambiare e mentre al computer basterebbe richiamare la pagina, cambiare quella cosa e poi stamparla, io mi trovo sempre a ricopiare. Se vedete i miei cestini di carta sono sempre pieni della stessa pagina, riscritta tre quattro cinque sei volte. Se una persona fosse veramente onesta con se stessa, questa riscrittura dovrebbe andare all’infinito. Quindi uno dovrebbe scrivere un film e non farlo mai. Riscriverlo sempre per tutta la vita. Perché c’è sempre un margine di miglioramento. Non esiste qualche cosa per cui io possa dire: adesso è perfetto. Sono io che mi rassegno perché poi a un certo punto sei esausto, non ce la fai più: c’è un rigetto. E diventi un po’ autoindulgente. Però la macchina da scrivere ti costringe a questo tipo di elaborazioni successive. Men- 44 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? tre il computer no, il computer ti permette di correggere senza rivedere le potenzialità intrinseche della pagina. Questa è la ragione per cui scrivo a macchina. per le campagne e le sagrestie di notte e che può venire su per le scale, lo pensavamo coi tacchi… con la vocina da prete… «Adesso bambini andate a letto e fate i buoni se no viene il prete-donna». E ci portavano a letto in queste stanze enormi, buissime, con il buio vero, allora il buio era vero. Adesso il buio dov’è? Da nessuna parte. Ma nel buio vero, che veniva riempito dalla tua immaginazione, ogni scricchiolio era il prete-donna che sta salendo… viene il prete-donna… il prete-donna… è una cosa terribile. Oppure: «Bambini, stasera vi racconto la storia della mamma dalla gamba d’oro… C’era una mamma con una gamba d’oro e le tre figlie volevano prendere la gamba d’oro. E dicevano: “Ma quand’è che muore la mamma, così le prendiamo la gamba d’oro?”. E la mamma non moriva mai. Una sera che la mamma si era addormentata, le figlie prendono una sega e segano la gamba d’oro della mamma. La mamma urlava, col tempo perde tutto il sangue e muore. Le tre figlie prendono la gamba d’oro e la nascondono dietro al camino e vanno a letto, ma sentono che la gamba d’oro comincia a camminare per la casa… Bene, adesso bambini andate a letto se no viene la gamba d’oro». E noi bum bum bum. Questo è il tipo di educazione che mi è stata data. Ma è fantastica: l’immaginario è potenziato, non c’è niente che ti arricchisca come la paura. Il prete dal pulpito – che poi guardava sempre me: «Quei peccati lì… hai capito quali…», e io avevo capito subito quali, «quelli che fai tu… da solo». E poi la descrizione di quello che doveva avvenire, che era l’In- Come vede un suo film di qualche anno fa: La casa delle finestre che ridono? Lo vedo con una certa angustia: perché non c’è sera che io vada a parlare da qualche parte senza che qualcuno mi faccia questa domanda. È un film a mio avviso modesto. Molto sopravvalutato; non è che mi lamenti, ma è molto sopravvalutato. Sicuramente capace di dare un terrore autentico. Su questo non c’è alcun dubbio: ha condizionato i miei figli, sono nati diversi per quel film lì, non lo possono più vedere. Quindi ho le prove in casa che è un film che spaventa. Però vale soltanto per il finale. L’idea del finale poi mi deriva dall’esperienza in campagna che ho fatto da bambino. Da bambino, quando ero a Sasso Marconi, a un certo punto fu rifatto tutto il cimitero di San Leo, me lo raccontavano i miei nonni; quando riesumarono la tomba di un vecchio parroco, scoprirono dallo scheletro che era una donna. Da allora quando ci mandavano a letto… Il tipo di educazione che ci è stata impartita si fondava sulla paura. La favola contadina non aveva nessun intento morale o pedagogico, era soltanto per terrorizzarci fino in fondo in modo che noi andassimo a letto ed era finita lì. Il racconto verteva su questo prete-donna, che è una mistura pazzesca secondo me, ancora oggi mi fa rabbrividire: pensare a un prete-donna che gira 45 46 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 47 ferno di Dante, ma peggio, con le pene più sconfinate, in un clima pre-conciliare, in una chiesa secondo me fantastica; c’era questo senso del mistero, questa divinità che stava chissà dove. Questo tipo di educazione che ci è stata impartita ha molto potenziato l’elaborazione di un proprio mondo. Quel minimo di creatività sulla quale conto ancora adesso, dopo tanti anni, mi deriva da questa cultura contadina e da questa educazione in campagna attraverso la paura. L’altra cosa a cui sono riconoscente sono i miei complessi di inferiorità; nei riguardi dei quali sono molto riconoscente adesso, allora no. Io ero una persona molto complessata, molto timida: perché non ero bello, non ero ricco, non sapevo ballare, non sapevo nuotare, non sapevo giocare a tennis. Non sapevo fare niente e poi ero soprattutto molto impacciato. E mi piacevano, come ho detto prima, le ragazze molto molto carine: non mi interessava che fossero molto intelligenti, mi importava che fossero molto molto molto carine. Più carine erano, più mi piacevano; avevo questo difetto, questo limite pazzesco. Andavo alle feste che faceva Paolo Vorgato, in via Casaglia. Paolo Vorgato era figlio di uno che aveva un’agenzia di trasporti e aveva lo smoking, se lo metteva alle due del pomeriggio e ci aspettava sulla porta, in smoking, e arrivavano questi ragazzi e queste ragazze molto carine, poi arrivavamo anche noi e andavamo a questa festa, spegnevano le luci… quei film anni Cinquanta, avete presente? e io per essere simpatico dovevo bere dieci-dodici Campari-Soda – mi chiamavano Peppino Camparino per questo –, oppure quando non bevevo rimanevo attaccato alla parete e stavo lì nel buio a guardare. E improvvisamente vedevo che sulla parete opposta c’era un’altra, che oscillava e guardava… e che era la più brutta della festa. Un cesso pazzesco. E io sapevo che ero destinato a lei, lei sapeva che era destinata a me: due schifezze che si univano in una complicità di repulsione reciproca e di rassegnazione. Lei tra l’altro era costretta ad essere poco seria, perché le brutte allora dovevano farsi toccare, perché se non si facevano toccare, chi le faceva ballare? – si può dire ’sta roba qui? – si faceva toccare le tette, mica grandi cose, però… Io ballavo toccando le tette che non mi piacevano, di questa qua, guardando tutte quelle carine che ballavano con gli altri… toccando le tette di ’sta qua che credeva di farmi piacere facendosi toccare le tette che a me facevano schifo… era tutta una schifezza… Che cos’ha prodotto questa cosa? Il fatto che fossi spettatore di esibizioni altrui, di mondi altrui, di disinvolture, di simpatie. Gli eroi della mia vita sono diventate le persone che ho visto esibirsi sul palcoscenico della vita. E io li ho guardati moltissimo, li ho invidiati moltissimo: ho immagazzinato un’infinità di dati, di informazioni. Allora ho sofferto ma adesso sono riconoscente a questa condizione, che mi ha permesso di avere molte informazioni sull’essere umano. Soprattutto nell’età adolescenziale, che è quella che mi piace di più, che mi interessa di più, che cerco di raccontare più spesso. 48 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? Quando avviene la scelta degli attori che interpreteranno un suo film? Lei immagina la storia avendo già in mente le facce o li sceglie dopo? che ho fatto con Tognazzi, allora in quel caso sì. Dopo due film che avevo fatto – Balsamus e Thomas – che sono stati due tonfi terribili, sono stato quattro anni senza lavorare e poi, per una coincidenza miracolosa, è entrato Tognazzi nella mia vita. E Tognazzi nel ’73 era l’attore più retribuito che ci fosse in Italia, aveva fatto Romanzo popolare. Perché io sono riuscito ad arrivare a Tognazzi dopo aver fatto due disastri e dopo essere stato disoccupato per quattro anni? Attraverso un miracolo. Io inseguivo Villaggio, che non aveva mai fatto cinema e che era diventato molto noto in televisione in quel periodo; volevo proporlo come protagonista cinematografico. Avevo scritto questo film che si chiamava La mazurca del barone, della santa e del fico fiorone ed era un film grottesco sulla Romagna. Villaggio l’aveva letto e m’aveva detto che gli era piaciuto, solo che la produzione, che era la Eur, voleva garantirsi che Villaggio firmasse tutte le pagine del copione in segno di accettazione, e questo tipo di cose Vilaggio non le faceva mai, si sottraeva, si negava: «Oggi non posso… domani…». E a me il film non lo facevano fare. Fin quando un giorno mia madre non lesse su “Il Messaggero” che c’era un torneo di tennis a Torvaianica, al Villaggio Tognazzi, c’erano tutti gli attori del mondo e avrebbe giocato anche Villaggio. Io andai con la mia Cinquecento a Torvaianica, suonai il campanello, entrai in questo giardino e c’era veramente tutta la Roma cinematografica del tempo, tutti gli attori più importanti di quell’epoca, e vedo Villaggio e gli dico: «Guarda che se non mi firmi le pagine di questo copione a me il film non lo Brava, bella domanda. Fai il Dams? No? E infatti. Gli attori vengono scelti, in genere, quando il film è già scritto. Nelle situazioni più fortunate, più straordinarie invece, come in una sorta di invito a cena tu organizzi una serie di persone, di attori con i quali ti piacerebbe ritrovarti e lavorare, e quasi di conseguenza scrivi la storia sugli attori, come se tu dovessi cucire un abito su misura per una persona, conoscendoli già. Ho fatto alcuni film così, con dei cast composti praticamente di miei amici, scrivendo copioni con dei personaggi totalmente aderenti a questa loro identità. E si sono ritrovati, si sono riconosciuti completamente e non hanno incontrato nessun problema o ostacolo nell’interpretare questi personaggi, perché erano loro. Non è sempre così: a volte la ricerca è molto complicata, molto difficile. Perché certe volte ci sono degli attori che tu vorresti avere. Mi ricordo che una volta feci un film che si chiamava L’arcano incantatore e avevamo aspirato, e c’eravamo quasi riusciti, ad avere un attore americano molto molto importante, poi alla fine gli agenti hanno complicato il rapporto e non siamo riusciti ad averlo, quindi abbiamo avuto un attore italiano… Non c’è una regola generale. L’unica cosa che io posso dire è che l’unico limite che io non ho mai avuto è stato quello del condizionamento del cast. Appoggiare un film sulle spalle di un attore famoso, non credo di averlo mai fatto. Tranne il primo film 49 50 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 51 fanno fare, Paolo…», e dice: «Sì… adesso no, però… devo andare a giocare, mettilo lì… te lo firmo te lo firmo…». «Ma dai Paolo, firmalo…». «Sì, non ti preoccupare, mettilo lì…». Vabbè. Metto lì. E capisco. Mi indica un mobiletto di formica col telefono e appoggio il copione lì. E me ne vado. E torno a Roma forse piangendo, comunque molto affranto, molto abbattuto. Infatti non lo firma. Passano quindici giorni, torno a casa una sera e mia moglie mi dice: «Ha telefonato Tognazzi da Parigi». Io ero vittima di una infinità di scherzi in quel periodo. Mi telefonavano e mi dicevano: «Ti vuole De Laurentiis al telefono!», vado e: «Prrrr!». Il film che poi abbiamo fatto parlava del calcio, in un momento in cui il calcio era al centro dell’attenzione del paese, era un momento di grande trasformazione. Il calcio romantico del passato scompariva e arrivavano i manager nelle squadre di calcio, tutto cambiava, tutto mutava e le partite truccate… Il vecchio calcio era ormai alle spalle e questi vecchi manager delle squadre, vecchi presidenti, allenatori… tutto questo mondo – come avveniva col cinema – veniva superato da questo nuovo mondo più efficiente, apparentemente almeno. Abbiamo pensato che Tognazzi era perfetto per fare un vecchio manager di una squadra di calcio. E l’ho chiamato al telefono, gli ho raccontato, gli ho detto: «Vorrei fare un film con te» e l’ho fatto veramente felice. E lui ha fatto questo film con noi in una condizione in cui veramente io ero il regista e lui il protagonista. Mi ricordo che il primo giorno, dopo la prima inquadratura, io gli sono andato vicino e gli ho detto: «Ma allora sai ancora recitare, eh?», gli ho preso la mano ed era gelida, e tremava. Per lui quel film era importantissimo – il film è Ultimo minuto – e nel film è straordinario: il film vale soprattutto per la sua interpretazione. Alla fine del film, quando avevamo la copia, abbiamo fatto una serie di proiezioni private… ne avremo fatte dieci, lui veniva sempre. Lui s’era davvero riavvicinato al cinema, ri-innamorato del cinema, ri-entusiasmato grazie a questo film. Il film è uscito ed è andato malissimo. Quello che doveva essere un risarcimento che volevo lui avesse da parte mia, si è trasformato in un’ulteriore occasione di rammarico, di dolore e di sofferenza e non sono riuscito a ripagarlo di quello che aveva fatto. Anche Abatantuono l’ho trovato in un modo che merita di essere raccontato. Io avevo fatto un film prima che era andato malissimo – come vedete parlo più spesso dei miei insuccessi che dei miei successi – e sono andato da Luciano Martino, che produceva i film con noi, e gli ho detto: «Guarda Luciano, ho pensato a un film che costa niente perché è tutto attorno a un tavolo da poker, sono cinque attori, praticamente lo facciamo con niente, tutto in una villa, tutto in una casa: un film da camera». Dice: «Chi sono gli attori?». Io dico: «Questo, quest’altro… però vorremmo un protagonista mooolto sputtanato. Sai quegli attori proprio sputtanatissimi. Tipo Banfi». Lui dice: «Banfi? Certo! Benissimo Banfi! Lo invito io a cena…». Andiamo a cena con Banfi. E arriva Banfi – che io non lo sapevo, ma Banfi mangia solo le ostriche: un cabaret di ostriche così s’è magnato. Una cosa da 52 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 53 paura. E magnava ’ste ostriche e diceva: «Sì perché io voglio fare un film di qualità… de qualità… de qualità… basta con quei pompieri… film di qualità, film di qualità… bisogna fare un film drammatico». Io dico: «Sì, perché questo è un film drammatico… di qualità…». E lui: «Ah bene!...», e magnava le ostriche… «di qualità…». Ci mettiamo d’accordo. A me non piaceva che lui mangiasse tante ostriche. Mi sembrava una cosa poco umana. Perché di ostriche se ne mangiano una dozzina al massimo, non puoi mangiare quaranta ostriche! È anormale! Ci diamo la mano. Ciao ciao ciao… è fatta è fatta è fatta… e Martino va via… Io e Antonio, andando a casa, eravamo un po’ depressi. Dopo un mese leggo: «Pompieri 3, con Lino Banfi…». L’annuncio di un film dove c’era lui! Allora io lo chiamo: «Lino, scusa, ma ’sto film: Pompieri 3, lo fai tu?». «Si, lo faccio io, però posso fare pure il tuo… li faccio assieme, per quello lavoro al lunedì…». Dico: «Ma no, ma stai scherzando. Hai detto che volevi chiudere con questo tipo di cinema». «Ma sai… m’hanno offerto… come faccio adesso a dir di no…». Gli dico: «Vabbè, allora lasciamo stare, dai». E rimaniamo amici, siamo ancora amici. Solo che c’era il problema di trovare un altro attore sputtanato. Ci mettiamo a sfogliare gli Annuari del Cinema, dove ci sono tutte le foto, a prendere quelli vecchi: di tre anni prima… e improvvisamente arriva Abatantuono, con tutti i capelli così… Dico a mio fratello: «Abatantuono. Ma tu non eri amico di Abatantuono?». Dice: «Si, lo vedevo…». Dico: «Non abbiamo un numero di telefono? Niente? Ma credo non stia più a Roma». Mio fratello va a vedere in una vecchia agenda, trova un numero di telefono e me lo porta. Io faccio ’sto numero e mi risponde uno che aveva la voce di Abatantuono. Gli dico: «Sono Pupi Avati, cercavo Diego Abatant…». «Perché mi chiama qua?». «No, cercavo…». «Perché mi cerca qua?». «La cerco qua perché ho questo numero qua! E infatti c’è lei!». «No, è strano… Cosa c’è?». «Mi piacerebbe parlarle di un film». «Arrivo». Tac. Bum. Si apre la porta – quelle cose proprio di montaggio, da cartone animato – e lui era lì, con una valigia in mano. Cos’era successo? Ha dell’inverosimile e lui lo ha sempre raccontato come un segno premonitore: lui era entrato in quell’appartamento, dopo due anni che non ci entrava, per prendere di nascosto dalla sua vecchia amica, con la quale aveva vissuto lì, una valigia di indumenti, mentre lei era via. Perché avevano litigato, c’erano delle risse in corso… Lui è entrato con la chiave, e mentre esce con la valigia sente squillare il telefono. Alza il telefono e c’è questo che gli propone un film. Mentre lui stava a Rimini e gestiva un night, il Lady Godiva, aveva smesso di fare l’attore, faceva le serate nei club… questa cosa l’ha sconvolto. E abbiamo fatto il film e gli ha cambiato la vita radicalmente. Vorrei raccontarvi una cosa – che dico sempre quando vado nei posti a parlare – che riguarda Fe- 54 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DAL CINEMA? 55 derico Fellini. In modo che capiate qual è il livello di esposizione personale di chi fa il mio lavoro. Parliamo sicuramente del più grande regista italiano e forse anche europeo e forse mondiale. Uno dei più grandi al mondo. Io sono diventato amico di Federico Fellini nell’ultimo periodo della sua vita. Io abito al Babbuino, lui abitava in via Margutta: abitavamo vicino e io la mattina lo aspettavo. Non avevo mai avuto il coraggio di affrontarlo, camminavo sul marciapiede da una parte, lui dall’altra; ogni tanto si girava e guardava questo scemo che lo seguiva e non capiva – avevo un cappotto nero con tutte le cinghie, come andavano di moda… con le basettone e lo guardavo così… e lui chissà cos’ha pensato di me. Improvvisamente un giorno ho attraversato la strada e lui s’è buttato contro la parete e io gli ho detto: «Sono Pupi Avati». Lui mi si è scaraventato addosso, m’ha abbracciato e m’ha detto: «Pupoonee…», come se mi aspettasse da chissà quanto tempo. Io gli avevo scritto centinaia di lettere alle quali lui non aveva mai risposto. E da lì è nata un’amicizia vera. Succede che gli ultimi film della sua vita me li abbia fatti vedere, in una situazione di assoluto privilegio, in visione privata: in via Margutta o all’International Recording, ma soprattutto al CDS di via Margutta. La voce della luna, il suo ultimo film, ce l’ha fatto vedere in visione privata in via Margutta, eravamo nove o dieci persone al massimo. Voi sapete che nelle proiezioni private i film sono in condizioni non presentabili: i dischi sono appoggiati lì, registrati alla meno peggio, il suono è quasi tutto in presa diretta, molte parti non si capiscono, ci sono le code tra un rullo e l’altro, non ci sono né titoli di testa né titoli di coda, mancano le dissolvenze… il film è ancora molto grezzo quando viene proposto. Prima di spegnere le luci e cominciare la proiezione ci saluta, dice: «Che paura, che paura!» e scappa via. Come faceva sempre. Io ero seduto di fianco a Zavoli e vedo che Giulietta Masina è rimasta nella sala; stava dietro alla consolle, al mixer. A un certo punto incomincia la proiezione… trrrrr… parte il film e noi guardiamo. Dopo il primo rullo: eheee – “eheee” è il cicalino – lei solleva il telefono: «Pronto?... No no, bene bene… sì sì tutto bene benissimo… sì sì piace piace… ciao ciao». …Trrrrr… eheee… dopo due rulli: «No no, hanno riso, sì sì hanno riso… tutto bene… ciao, ci sentiamo dopo». Tre volte. Federico Fellini ha chiamato per tre volte la moglie. Tenete conto che le nove persone che erano lì, presenti in sala a vedere quel film, se lui avesse fatto proiettare due ore di coda nera, noi alla fine avremmo urlato: «Miracolo!», era questa la nostra condizione. Questa era la situazione del più grande regista che io abbia mai conosciuto, alla fine della sua carriera. Arrivederci. Renato Farina Mass media ed educazione* Un quotidiano ha lanciato proprio questa mattina un forum on line sulla domanda «Che ne sarà di loro?» relativa a ragazzi più giovani di voi, agli adolescenti, domanda che riprende quella del film di Veronesi e Muccino. Non è una domanda paternalistica, perché è la domanda che, se siamo affettivamente vivi, tutti ci facciamo di fronte ad un bambino, di fronte alle popolazioni povere del mondo, di fronte alle famiglie delle vittime di Madrid**. È un esempio di educazione fatta attraverso i mass media. Perché l’educazione è un rischio che risponde alla domanda «Che ne sarà di loro?»; non può presumere di ipotecare il destino dei figli, però è una scommessa necessaria se amiamo chi ci sta vicino. L’educazione non è il problema di una stagione della vita: bisogna sempre educarsi per educare. * Intervento tenuto presso il Collegio Città Studi di Milano il 18 marzo 2004, integrato dall’autore nei mesi successivi. ** L’11 marzo 2004 a Madrid un attentato terroristico provocò 198 morti e quasi 1500 feriti. 58 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE MASS MEDIA ED EDUCAZIONE 59 Quando abbiamo pensato a questi incontri, che facciamo anche al collegio di Bologna, l’abbiamo fatto proprio nella consapevolezza che oggi più che mai le sfide personali e sociali impongono il tema dell’educazione. Non come educazione civica ma come formazione globale della persona e quindi della comunità, del popolo. Nella vita abbiamo bisogno sempre di crescere come capacità di vivere la realtà in tutti i suoi fattori. Vivere ciò che fa crescere, abbiamo detto. Crescere come responsabilità e gratuità. Che sono le due parole che più di ogni altra caratterizzano la vita adulta e di cui la tradizione del nostro popolo è intessuta, tradizione che Renato Farina ha evocato in più di un suo articolo. L’educazione a queste due dimensioni della vita adulta è più che mai necessaria di fronte a fatti come quelli di Madrid. Per questa educazione credo occorrano due cose: – qualcuno che ti introduce alla realtà (famiglia, maestri, amici), qualcuno che sia testimone prima che maestro: è un’introduzione alla realtà nel senso che poi è la realtà nella sua totalità che fa crescere; – lo sviluppo del senso critico (quello che noi identifichiamo con l’eccellenza dei nostri collegi), cioè il confronto di ciò che ti viene proposto e di ciò che accade con le esigenze profonde della tua persona. I due incontri che proponiamo intendono mettere a tema due momenti (il rapporto con i mass media e il rapporto con l’Università) in cui si gioca il nostro rapporto con la realtà e in cui è facile cedere a visioni parziali. L’ambizione di questi incontri, che avranno uno svolgimento colloquiale, è aiutarsi ad una visione più completa, meno riduttiva di questi aspetti della realtà. Lo facciamo con diretti protagonisti. Renato Farina, vicedirettore del quotidiano “Libero”. Bisogna stare attenti nel pensare al ruolo educativo dei mass media. Siamo in un mondo assai strano. Si nega l’esistenza di una morale ancorata alla natura dell’uomo e al destino, e però si fa la morale. Siamo addirittura al paradosso di ritenere che è più accettabile come educatore chi non pretende di avere alcun rapporto con la verità, anzi nega che essa esista e che si possa davvero conoscere la realtà. Così oggi appare il prete, il quale viene fatto parlare di etica, senza che ne mostri il radicamento in una esperienza di pienezza dell’essere, e lo si appende come un quadro sulla parete. Poi parla il conduttore televisivo, il quale fornisce criteri di giudizio assoluto sulla vita e la morte, la pace e la guerra sulla base del capovolgimento del buon senso. La formula chiave non dichiarata è questa: «Non credo in niente, perciò ti faccio la morale. Nessuna fede mi influenza, sono super partes, non prendo posizione, dunque sono credibile se do un giudizio». È quanto ha voluto criticare in un recente discorso monsignor Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna. Caffarra doveva parlare di sport giovanile. Invece ha investito di petto la faccenda decisiva del nostro tempo: quella educativa. Come si fa a educare la gioventù, se i maestri teorizzano che la verità non c’è? Come 60 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE MASS MEDIA ED EDUCAZIONE 61 possono i ragazzi fare scelte serie e definitive sul matrimonio, sul lavoro, nell’amicizia se non esiste la realtà, ma solo interpretazioni? Ha detto Caffarra: «La soggettività dei giovani è stata devastata. Hanno perso il gusto della ricerca della verità, delle scelte definitive, della bellezza di sposarsi e dire sì per sempre». Caffarra ha citato don Luigi Giussani: «L’educazione è introduzione alla realtà». Ma l’ambiente culturale nega che la realtà abbia significato. Ha vinto il “nichilismo gaio”, secondo un’espressione del filosofo cattolico Augusto Del Noce. Il “gulag rosé” di cui parlava Giovanni Testori, dove i ragazzi sono prigionieri dell’assenza di senso e di amore. La noia teorizzata da Moravia, per cui la realtà non mi convince della sua esistenza. E così Caffarra si è lanciato in tackle scivolato sui cattivi maestri contemporanei discendenti da Nietzsche e Heidegger. Gianni Vattimo con il suo pensiero debole; Umberto Eco, che proprio da Bologna insegna che il mondo è un gioco di segni; Jean-Paul Sartre e la sua idea per cui l’altro è l’inferno. Per Caffarra la realtà è positiva, per lui bisogna tornare a sant’Agostino e a Pascal, alle domande di Rilke e alle risposte di Dante. Alla provocazione di Caffarra ha replicato sprezzantemente Massimo Cacciari, accusandolo di non afferrare la complessità del mondo e della filosofia. Giovanni Reale ha invece difeso a spada tratta il monsignore. Di certo Caffarra ha lasciato il segno. Quello che c’è in ballo non è una discussione tra filosofi, ma se la vita abbia un senso o no e se lo si possa comunicare. Questa è la domanda che dobbiamo porci (magari senza teorizzarla troppo, ma al- meno come sottofondo inconscio) quando leggiamo un articolo, sfogliamo un giornale, guardiamo una trasmissione televisiva di politica o di attualità: chi si rivolge a noi con la parola o con lo scritto che peso dà a quanto ci racconta? Crede che siano parole scritte sul niente o almeno cerca un senso a tutto questo? Questa è la discriminante. Si può attingere una vera conoscenza delle cose o tutto è inganno? E se tutto è inganno perché pretendi di raccontare fatti? Mi ricordo che quando cominciai a fare giornalismo lessi un testo di Pio XII sul giornalismo. Egli sosteneva che si dimentica sempre un fattore nella cronaca: la presenza di Dio. Ecco, si può non crederci, ma questa domanda sul senso di tutto coincide con la provocazione di papa Pacelli. Venendo qui, mi ero riproposto di ribadire poche cose. Come diceva Montanelli in un articolo non si riesce a comunicare più di una mezza idea. Vorrei trasferirvene almeno una, battendo e ribattendo il chiodo. Eccola: la libertà è incomprimibile, esiste nonostante i condizionamenti. È possibile comunicare in qualsiasi ambiente, situazione, in qualunque stato di coercizione, fossimo pure in un gulag. Il primo che mi ha comunicato questo con un grado di certezza totale è stato don Luigi Giussani. Parlava a un gruppetto di giornalisti. A un certo punto disse che si poteva essere in un giornale anticristiano, ma che questo non poteva essere un alibi. Un mignolo, l’unghia di un mignolo, ma esiste comunque la possibilità di comunicare il centro della questione. Mi vengono in mente Aleksandr 62 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE MASS MEDIA ED EDUCAZIONE 63 SolÏenicyn di Reparto C, oppure Vasilij Grossman di Vita e destino. La loro esperienza diceva che l’uomo è reale, ha un destino, c’è in lui qualcosa di più forte del regime totalitario che lo vuole annientare, e ci riesce, ma qualcosa gli sfugge. Grossman teorizzò questo sostenendo che alla fine, per una misteriosa ragione, il totalitarismo non riesce a chiudere il suo cerchio. I popoli che prima parevano assuefatti e morti, percepiscono un refolo di libertà, e cambiano. Questo vale per noi. Anche dentro il conformismo più ottuso che ci circonda, dentro l’imposizione collettiva esiste lo spazio per dire la verità. Anche se uno leggesse la “Pravda” o peggio la scrivesse. Non credete mai e poi mai ad uno che dica: vorrei scrivere ma non posso. Ha ragione, certo. Non si può fare quello che si vuole. Ma persino se scrivi una didascalia ben fatta, sincera, senza forzare le cose, ma semplicemente descrivendo quello che mostra la foto, c’è lo spazio impercettibile, anzi percettibile, tanto che qualcuno se ne accorge, di dire la verità, di palesare che c’è una pietà più forte della meccanica dei corpi o del sentimentalismo o del moralismo. Uno sguardo, quello è impossibile da fermare. La libertà di porre la domanda di prima, quella sul senso, quella se chi scrive o ti parla cerca questo senso o te lo vuole comunicare, nessuno te la toglie. La libertà esiste. E questa convinzione è razionale. Si basa sulla ragione. La ragione sa che non può chiudere la finestra della possibilità. Noi sappiamo così poco. Dunque abbiamo l’obbligo di natura di chiederci se è accaduto qualcosa di decisivo per l’uo- mo. Il tempo è il luogo in cui può manifestarsi il significato. Questa non è una formula confessionale o fideistica. Coincide con la domanda religiosa che è connaturata nell’uomo, fosse anche ateo. Uno deve prendere in considerazione l’ipotesi che nel nostro spazio esistenziale si palesi qualcosa di interessante. Questo è in fondo il giornalismo. Una curiosità piena di attesa. Invece… La mentalità dominante ci dice che non c’è speranza che accada nulla. Al massimo può accadere un miglioramento della nostra economia. Bisognerebbe assistere ad una riunione di quotidiano al mattino per capirlo. Bisognerebbe chiamarla Clonaca e non Cronaca. Invece di provare a vedere che cosa sia accaduto, si dà per scontato che non sia accaduto alcunché di veramente significativo. Allora si tratta di giocare a trovare quello che giovi alla propria linea ideologica o sia “carino”, “divertente”. Ecco, al massimo si dice “carino”. Non contano le cose, ma l’interpretazione e il gioco delle diverse interpretazioni. La parola “divertente” è la più significativa. Di-vertere: spostare le domande decisive, distrarci dal caso serio della vita. Clonaca: ripetizione sempre uguale del giorno prima, una specie di circolarità della giostra. Gli intellettuali possono sorridere di questo gioco, gli altri al massimo si illudono. Questo è il tradimento delle radici giudaico-cristiane. Secondo questa storia, qualcosa è entrato nel tempo, ed esso ha una direzione, c’è una missione per gli uomini. Qualcosa è cominciato nella storia: il significato si è comunicato. E questa è la pretesa cri- 64 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE stiana. Ma anche chi non si è ancora affidato ad essa, o non vuole, può sempre rendersi conto come Eugenio Montale: in questo nostro viaggio l’imprevisto è la sola speranza. La poesia si intitola Prima del viaggio e ve la propongo perché dimostra che quella domanda non può sparire: Prima del viaggio si scrutano gli orari, le coincidenze, le soste, le pernottazioni e le prenotazioni (di camere con bagno o doccia, a un letto o due o addirittura un flat); si consultano le guide Hachette e quelle dei musei, si cambiano valute, si dividono franchi da escudos, rubli da copechi; prima del viaggio s’informa qualche amico o parente, si controllano valige e passaporti, si completa il corredo, si acquista un supplemento di lamette da barba, eventualmente si dà un’occhiata al testamento, pura scaramanzia perché i disastri aerei in percentuale sono nulla; prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che il saggio non si muova e che il piacere di ritornare costi uno sproposito. E poi si parte e tutto è O.K. e tutto è per il meglio e inutile. ................................. E ora, che ne sarà del mio viaggio? MASS MEDIA ED EDUCAZIONE 65 Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono ch’è una stoltezza dirselo. Ecco, i sapientoni del giornalismo e della cultura sono pronti a dircelo: «È stoltezza, è da poveri illusi dirsi che un imprevisto, un avvenimento, come un’alba dopo la notte, è ciò che aspettiamo; che può esistere un significato». Eppure sono proprio i grandi del nostro tempo a dircelo. Li onoriamo, ma li abbiamo seppelliti. Dobbiamo guardare i giornali, rapportarci ai mass media con le stesse domande del mattino. E se un giornale dimentica queste domande che ci fanno uomini, protestiamo. Cerchiamo con la lampada di Diogene chi non le dimentica. Il giornalismo è la curiosità per ciò che accade. Se non c’è questo, facciamo pallottole di carta con i giornali. Togliamo la mascherina ai moralisti televisivi. È così bella la curiosità, così da bambini appena nati. I giornalisti si distinguono per qualcosina in più (o in meno, vedete voi) da chiunque cerchi. Il giornalista conosce per comunicare. Questo vale per tutti. Se uno trova un tesoro che salva la vita di tutti, anche se non si è giornalisti è naturale farlo sapere. Ma per il giornalista non c’è alcuno iato, le due cose coincidono. Per cui sarebbe un mestiere bellissimo: il cronista è uno che vigila, una scolta medievale che cura la città. Non si tiene per sé, ma quello che lo attraversa e lo commuove o lo indigna, lo spinge a farne parte il resto dell’umanità. Se ne sen- 66 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE MASS MEDIA ED EDUCAZIONE 67 te parte. È l’occhio e la mano di un corpo. Un servo, nel senso evangelico. Se non è così, presto ci si avvizzisce, si comunica morte, non senso. E questo purtroppo è il caso dominante. I giornalisti riflettono da poveri cristi come ciascun uomo questa cultura dominante, che – come ho detto citando Caffarra – è nichilista. Non crede che si vada da qualche parte. Però, lo ridico: la libertà di vedere, di guardare, di dire sì o no alla realtà che ci si fa incontro, è una realtà. Ne facciamo esperienza, se siamo onesti con noi stessi non possiamo nascondere questa grande cosa, l’unica cosa seria. Vorrei ora dire che ultimamente non esistono notizie buone o cattive. Ovvio: non sono un pazzo. So bene che la scoperta di un medicinale contro il cancro o la fine di una guerra sono buone notizie, e i terremoti o gli omicidi sono cattive. Vangelo in greco vuol dire “buona notizia”, Eu-anghello. Eppure c’è una crocefissione, c’è la morte. La buona notizia è che il significato vince, che c’è qualcosa di più forte della morte. Il filo profondo della realtà è positivo, c’è un ottimismo dentro la realtà. Provo a spiegarmi, per non cadere in paradossi esagerati o addirittura nel ridicolo. È una vita che quando faccio una conferenza in una scuola o in un’assemblea di qualsiasi tipo, si alza uno che dice: il bene non fa notizia, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce; occorre dare più spazio alle vicende positive magari meno eclatanti. D’accordo. Certo. Ma non è sopportabile questo manicheismo. Ho provato a raccontare le stragi di Madrid dell’11 marzo accettando una sfida. È chiaro che lì ha dominato la morte. Ma c’era un sacco di vita che andava a lavorare quel mattino, dentro quei cadaveri a mucchi. Allora si tratta di raccontare il desiderio della vita persino in queste circostanze tremende. Non significa fingersi il positivo nel disastro, ma cogliere questa umanità in tutto. Cercare il significato sempre. Volevo chiedere se è possibile fare il giornalista prescindendo da una propria ipotesi culturale, rinunciando ad una sorta di identità culturale per vestire i panni dell’imparzialità. No, è impossibile. Se pretendi di spogliarti di ciò che ti fa essere te stesso (l’ipotesi culturale è questo) finisci per prendere gli occhiali della mentalità dominante, in fondo del potere. Mi ricordo che nei primi anni Ottanta ci fu un meeting al circolo della stampa di Milano intitolato: «Giornalismo senz’anima». Ricordo che Giampaolo Pansa, forse il più bravo cronista dell’ultimo mezzo secolo, teorizzò che è impossibile per uno che ha fede saper raccontare credibilmente gli eventi. Non credeva all’obiettività, però per lui avere un’appartenenza era un handicap (credo nel frattempo abbia cambiato idea). Gli obiettai che i grandi scoop sono stati scritti da gente le cui cronache nascevano da un’immersione nella realtà dove dominava un punto di vista forte, erano testimoni che erano anche par- 68 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE MASS MEDIA ED EDUCAZIONE te in causa. Due esempi: i Vangeli e Arcipelago Gulag di SolÏenicyn. Non conosci la realtà se non la condividi immergendoti in essa, se non ti butti da uomo nella situazione, anche rischiando. Ma puoi fare questo se hai una curiosità sulla vita, un’ipotesi di significato. Sempre disposto a sottoporla alla verifica dell’esperienza. fare lo stesso cammino. I maestri capitano, ma vanno anche cercati con la lampada. A me è capitato anzitutto don Giussani: siccome è un uomo vero, ho cercato anche di cogliere i segreti della sua scrittura, della sua violenta concisione poetica. Poi Giovanni Testori: il suo metodo è di partecipare al dolore del mondo. Diceva che dobbiamo pagare le parole che scriviamo. Per questo – siccome non condividevo la linea de “Il Giornale”, durante la guerra di Serbia del ’99 (io ero contrario) – sono partito d’accordo col direttore per Belgrado. Volevo essere in condizione di non avere un’opinione stando seduto sul burro. L’altro maestro è per me senz’altro Vittorio Feltri. Imparare i trucchi della sua arte nel rendere ironica o violenta la sintesi della giornata. Il maestro non insegna solo la tecnica: consegna se stesso all’allievo. Occorre questa disponibilità a ricevere. Esige l’umiltà da parte di chi accetta di lasciarsi condurre. Come si fa ad essere veramente liberi ad esprimere se stessi dentro un qualsiasi giornale che ha una propria linea editoriale, molto spesso asservita ad un politico o a magnati dell’economia? Non ci sono regole, salvo quella della serietà. Montanelli diceva: avere i coglioni, la schiena diritta. Pansa: essere hombre vertical. Uno prova; c’è sempre un minimo pertugio da cui entra aria fresca. Non è facile, i condizionamenti sono reali. Si soffre come cani certe volte. Ma se uno non si arrende, e non si lascia travolgere dai meccanismi inerziali della linea editoriale, ma la fa sua creativamente, può metterci se stesso. Paradossalmente facendola sua, senza ritirarsi sull’Aventino, può cambiarla! Da quanto lei ci ha detto prima, emerge una costante: nella sua vita, e mi sembra non soltanto professionale, vi è sempre stato un maestro. Si tratta di una figura che noi giovani cerchiamo all’Università, ma è oggi molto difficile coglierne i tratti distintivi. Insomma chi è per lei un maestro? Maestro è chi ha vissuto profondamente un’esperienza, e diventa quasi un padre per chi vuole 69 Dai recenti tragici fatti madrileni dell’11 marzo emerge con chiarezza che dei mass-media ci si può fidare poco. Versioni contrastanti sono state scritte e sentite sugli attentatori, sui mandanti e altro ancora. Possiamo continuare a fidarci della carta stampata? Come bisogna approcciarsi alla lettura di un quotidiano? Quali le attese? Certo: è meglio leggere molti quotidiani. Però io penso che il metodo migliore sia quello di fidarsi (criticamente, ovvio) di chi ti ha dato prove di veridicità, di chi tu senti come una specie di prolungamento dei tuoi occhi. Importante poi è non sopravvalutare eccessivamente la propria capacità di non lasciarsi 70 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE MASS MEDIA ED EDUCAZIONE influenzare. Come diceva Nietzsche, la nostra epoca è caratterizzata da «una ridicola sopravvalutazione della coscienza». Essa si lascia deformare facilmente, un po’ per pigrizia, un po’ per presunzione. Occorre non essere soli. Se uno ha un ideale deve coltivarlo con amici che puntino con lui al destino. Ed insieme valutare quali strumenti sono più affidabili. Paolo Mieli due anni fa in questa sala, nel contesto di un approccio revisionistico a tangentopoli, affermò che comunque i giornali nel ’92 dovettero cavalcare l’onda del giustizialismo. Le testate che non lo fecero chiusero o si trovarono in crisi. Che differenza c’è tra quell’onda giustizialista e le rivelazioni sul caso Parmalat del quotidiano “Libero”? Nei tuoi articoli hai uno stile molto poetico. Ad esempio di fronte ad eventi tragici come la strage di Madrid i tuoi articoli fanno cogliere aspetti che altrimenti sfuggirebbero dell’umanità che è stata ferita, come quel briciolo di speranza con cui si sono alzate quelle persone per andare a prendere il treno. Puoi spiegare meglio come vanno d’accordo poesia e realismo? Questi sono complimenti che mi fanno arrossire. Ma il racconto della realtà per essere preciso non ha bisogno di avere la forma di un verbale di polizia. Un grande cronista è stato Dino Buzzati: vedeva delle cose che gli altri non scorgevano, perché adorava la realtà, la palpava come si fa con una donna. La sensibilità, la capacità di lasciarsi commuovere e poi di dominare con la tecnica tutto questo, permette di restituire non una realtà a due dimensioni ma a tre o addirittura quattro. Sui giornali i lettori, già informati da tivù e radio, cercano la condivisione di un sentimento, desiderano ritrovare l’esperienza vera del fatto, che loro hanno intravisto ma non hanno saputo categorizzare poeticamente nell’immediato. Poesia non è vacuità, ma è cogliere l’essenza con le parole. 71 L’onda giustizialista di allora partiva da un’ideologia. Purificare, buttar via la classe politica (meglio se di una parte precisa, salvando la sinistra). Noi desideriamo curiosare. Facciamo il nostro mestiere. Non vogliamo sbattere in galera la gente, ma sapere di che cosa vive la politica nascostamente. Mieli, per venire alla prima parte della domanda, aveva ragione. “Il Giorno” andò in crisi. Si tratta io credo di avere una buona tecnica, una certa furbizia e molta lealtà. Capire come si può non fallire, tenendo fortemente ai propri ideali. Tu hai intervistato personaggi come Giovanni Paolo II e don Giussani: che rapporto hanno con i mass media? Giovanni Paolo II ha una grande facilità dinanzi a giornalisti e telecamere. Don Giussani soffre molto. Però hanno la stessa caratteristica, i grandi uomini: sono più forti dei media. Spezzano il contenitore, non si lasciano imprigionare dallo strumento. “Bucano” anche senza tecnica. Se uno è vero vince, è libero. Marco Bersanelli Educati dalla scienza?* Ringrazio il professor Bersanelli per avere accettato il nostro invito. Il professor Bersanelli è astrofisico e docente all’Università degli Studi di Milano e collaboratore al Cnr, è tra i responsabili della missione spaziale Planck dell’Agenzia spaziale europea per lo studio delle origini dell’Universo, ha lavorato presso l’Università di California ed ha condotto esperimenti di cosmologia alla base scientifica del Polo Sud. È coautore di un libro edito da Rizzoli intitolato Solo lo stupore conosce: l’avventura della ricerca scientifica. Ha accettato il nostro invito ad intervenire su un tema che è all’interno di un ciclo a cui abbiamo dato questo nome: «Vivere ciò che fa crescere», che ha visto nel primo incontro l’intervento di Pupi Avati sul tema «Educati dal cinema?», e questa sera il professor Bersanelli ha accettato di confrontarsi con noi sul tema «Educati dalla scienza?». Lascio la parola ad Alessandra per un saluto. * Intervento tenuto presso il Collegio Alma Mater di Bologna il 13 maggio 2004. 74 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 75 Io porto il saluto dell’Associazione del Collegio. Penso che questa occasione, questo incontro sia molto importante. Proprio in questi giorni, con l’occasione di questa serata, mi è capitato di pensare spesso, più tempo del solito, al mestiere dello scienziato, al significato che io, da studentessa, da appassionata di scienze attribuisco al mestiere dello scienziato. Mi ha colpito moltissimo una frase pronunciata da Einstein: «Se vuoi diventare un vero scienziato devi pensare almeno mezz’ora al giorno in maniera opposta a quella dei tuoi colleghi». Cosa che in laboratorio accade veramente tanto ma sicuramente non saremo tutti dei Premi Nobel per questo, questo è poco ma sicuro. Ho continuato a pensare e ho pensato appunto che molte scoperte hanno richiesto molta creatività, tanta spregiudicatezza, un’apertura mentale enorme, delle qualità che sicuramente appartengono agli scienziati originali ed eccezionali, ma che per fortuna abbiamo anche noi dilettanti e tutte le persone che sono degli outsider ed hanno magari il coraggio di andare controcorrente e di pensare a quello che gli altri ritengono impossibile o sicuramente improbabile. Penso poi che la scienza non sia soltanto una raccolta di dati fine a se stessa, ma che sia una vera e propria impresa che nasce dal desiderio di dare un nuovo significato alle cose attraverso la conoscenza. Io personalmente sono sempre stata una persona molto curiosa e da quando sono all’Università lo sono diventata ancora di più. Sono cambiata in questi tre anni, mi sono plasmata e sono sicuramente diventata più razionale, però quello che mi meraviglia e che mi fa piacere è che non abbia perso la fantasia, la voglia di fantasticare e di andare oltre, e personalmente è questo il significato che do all’educazione che ci viene trasmessa dalla scienza. Io penso che educazione alla scienza voglia dire vedere il singolo punto, ma non perdere di vista la realtà, non perdere di vista la visione di insieme, anzi, arricchirla pensando al futuro, pensando alle conseguenze di ogni singolo passo che compio e anche arricchendola con il passato, vedendo gli errori che sono stati fatti e che sono stati per fortuna riportati. È anche per questo che mi stanno insegnando a tenere sempre un buon quaderno di laboratorio. Spero che questa serata possa essere un momento di incontro, di confronto importante non solo per me che sono appassionata di scienze e le lascio la parola. Ringrazio per questo invito, perché parlarvi del mio lavoro, di questo lavoro che un po’ tutti ci accomuna – perché voi siete studenti, e tutti siamo accomunati da una tensione al conoscere; quello dello “scienziato”, se volete, è uno dei modi in cui questa tensione si attua e porta frutto – dicevo, per me essere quasi costretto, questa sera, a interrogarmi sull’esperienza che faccio nel mio lavoro di ricerca è una sfida non da poco. Ed è una sfida il tema che è stato dato, cioè il rapporto tra l’esperienza di conoscenza scientifica e l’educazione. E come dicevamo prima, è giusto che ci sia nel titolo di questo incontro quel punto di domanda, perché l’educazione è una cosa molto seria, è un livello che riguarda l’io, la persona. L’educazione non è semplicemente imparare delle cose. 76 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 77 Educare vuol dire diventare se stessi, totalmente, non in quanto si accumulano delle nozioni o delle capacità. Essere educati vuol dire realizzare la propria personalità di uomini o di donne, compiere i propri desideri di uomini. Allora la scienza c’entra o non c’entra con questa cosa? Può entrarci? Ci vuole un punto di domanda, non è mica una cosa ovvia. Educare ed essere educati vuol dire sviluppare, compiere, realizzare un rapporto con la realtà che sia vero, che sia sano, che sia corrispondente alla nostra natura di uomini. Di per sé, è evidente che la scienza non è in grado di dare questo. Ma mi domandavo se c’è un aspetto per cui il mestiere che noi facciamo, di ricercatori, può avere un nesso con questo. Mi viene in mente che l’interesse verso la scienza, verso l’astrofisica, verso l’astronomia, è cominciato molto presto nella mia vita, quando ero ragazzino, verso la fine della scuola media e i primi anni della scuola superiore, e ho presente molto bene – come se fosse adesso – l’intensità della curiosità che nasceva quando ero giovanissimo, una curiosità rispetto alle cose, al mondo; sentivo la grandezza del mondo, il fatto che esiste un mondo così grande e così affascinante. C’è qualcosa di profondo che apre e mette in movimento la nostra ragione, e questo vale anche quando essa si impegna dal punto di vista scientifico. C’è un colpo affettivo da cui la ricerca nasce, un’attrattiva che c’entra molto con me, che c’entra molto col mio desiderio, con la mia curiosità. Le domande di natura “scientifica” hanno normalmente una forma quantitativa, come ad esempio: «Quanto è grande il Sole?», o «Quante stelle ci sono nella galassia?», ma queste domande nascono su un terreno che è più profondo, ed è il terreno della curiosità, o meglio dello stupore rispetto al fatto che le cose ci sono. Uno si accorge che esistono le cose, e che queste cose, questo Universo si pone come qualcosa di attraente; c’è un richiamo di attrattiva della realtà. Per questo è possibile che fin da bambino uno senta il fascino di guardare un cielo stellato, e da lì cominciano a nascere o possono nascere certe domande, comincia a formarsi un’immaginazione, incomincia a muoversi una ricerca, si mette in movimento un cammino, il cui esito non si sa. Quello che vorrei dire è che il punto d’origine di questo cammino, che poi può diventare metodo nell’ambito scientifico, è un contraccolpo affettivo, cioè qualcosa che tocca la mia affezione, la mia capacità di lasciarmi colpire da quello che c’è, e quindi c’entra continuamente con me. Lo stupore è vitale. Lo dico pensando a me e pensando ai colleghi che fanno lo stesso mio mestiere. Ci si trova di fronte a una realtà che è capace di destare una meraviglia, e quel punto iniziale da cui parte la ricerca, cioè questo stupore o meraviglia, non è soltanto l’emozione di quando ero bambino, ma è il punto di origine presente, cioè quello che ti porta tutti i giorni a ritornare a guardare quello che fai: è qualcosa che accade adesso. Tutta la potenza della nostra ragione che si impegna nella conoscenza scientifica è messa in movimento da questa meraviglia per le cose. 78 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 79 C’è una frase di Max Planck, uno dei più grandi fisici della storia, che dice: «Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla, dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere». Ragionare, riflettere, analizzare, formulare domande a riguardo delle cose, delle cose fisiche, il perché un certo fenomeno gli si presenta in un certo modo, il perché certe osservazioni gli danno certi risultati: il motore di questa “arte del ragionare e del riflettere” è un filo di meraviglia. Chi non sa più meravigliarsi ha perso l’arte della ragione. Lo dice Planck. La ragione è inscindibile da questo contraccolpo affettivo d’impatto. Ecco questo è l’indizio che ho cercato di esprimere come sono riuscito, è un indizio mi pare convincente del fatto che c’è qualcosa all’origine del fare scienza che effettivamente c’entra con me. Del resto, in un certo senso, se non fosse così vorrebbe dire che il modo di conoscere della scienza è qualcosa di disumano, di anti-umano, estraneo alla mia umanità. Invece l’esperienza elementare, l’esperienza semplice che uno si trova a fare nell’impegno della ricerca, riconosce questo nesso con la propria persona. Il punto di partenza è uno sguardo “puro” alla realtà che uno si trova di fronte. Il presentimento di una bellezza per cui vale la pena – vale la pena faticare per conoscere come sono fatte le cose, vale la pena studiare – non nasce anzitutto da un progetto di possesso o di carriera, per assicurarsi una certa prospettiva secondo un’idea che ci si è fatti – quello se mai viene dopo. Credo che la conoscenza non pos- sa prescindere da qualcosa che ti capita, cioè da qualcosa che ti colpisce adesso. Non vuol dire che uno ne è cosciente tutti i giorni, in tutti i momenti, perché ci sono anche le giornate in cui uno è stanco, non gli viene un tubo nel laboratorio (questi giorni sono la maggioranza!), i tuoi colleghi ti rompono le scatole, magari l’esame è andato male. Non sto dipingendo un mondo idilliaco. Sto dicendo che la sorgente dell’energia per cui lotti con questa realtà che desideri conoscere è che ti accade di accorgerti della realtà come di qualcosa di positivo, qualcosa per cui in fondo sei convinto che ne vale la pena; magari quel giorno sei arrabbiato, però se ti fermi un attimo non puoi non dire: «C’è qualcosa di grande». Allora veramente ciò che altri prima di te hanno conquistato lo guardi con simpatia (e desideri studiarlo!), ti senti parte di un cammino più grande della tua conoscenza acquisita. Abbiamo detto quindi che c’è un nesso tra il mio io nella sua interezza (ragione e affezione) e questo modo particolare e limitato di conoscere il mondo che è la scienza. Ma vorrei sottolineare un altro spunto: questo nesso che è lo stupore delle cose, questo punto di partenza che è il rendersi conto che questa realtà, che non hai fatto tu, merita di essere conquistata, conosciuta, questa meraviglia non solo non viene diminuita dal fatto di procedere nella conoscenza delle cose, ma viene aumentata! Quello che normalmente si crede è che via via che la scienza avanza con le sue conquiste sradica, cancella, svuota, o comunque ridimensiona la nostra affezione per le cose. Hai spie- 80 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 81 gato il fenomeno, hai trovato qualche formula sintetica che ti rende intelligibile un certo fenomeno, che te lo spiega? – basta! Secondo me, non c’è niente di più falso di questo. Io credo, anzi, che proprio il progredire della conoscenza scientifica sia uno spunto possibile di educazione, cioè di fortificazione di uno sguardo aperto, attento e “affezionato” nei confronti della realtà del mondo. Vorrei citare un passaggio di un altro grandissimo fisico che è Richard Feynman, premio Nobel per la Fisica nel 1964: «La stessa emozione, la stessa meraviglia, lo stesso mistero nascono continuamente ogni volta che guardiamo un problema in modo sufficientemente profondo [se uno resta in superficie non c’è niente di nuovo]. A una maggiore conoscenza si accompagna un più insondabile e meraviglioso mistero che spinge a penetrare ancora più in profondità». A una maggiore conoscenza si accompagna un più insondabile e meraviglioso mistero: il senso di meraviglia nelle cose cresce! Non c’è niente di più falso del pensare che quando in qualche modo si arriva a cogliere una lettura sintetica dei fenomeni attraverso una teoria scientifica, ecco, quella teoria scientifica ha rimosso la meraviglia delle cose. Anzi aggiunge qualcosa. Aggiunge che cosa? Aggiunge la sorpresa per il fatto che la realtà si comporta in un modo tale che io posso entrare in contatto con quel fenomeno. Che le mele cadano per terra quando le si lasciano andare, o che la Luna giri intorno alla Terra, per gli spiriti acuti erano fenomeni che destavano stupore prima che Newton formulasse la sua legge di gravitazione universale; ma lo sono ancora di più adesso che possiamo cogliere il nesso straordinario, l’ordine nascosto che c’è dietro a questi fenomeni e li accomuna, li unisce. Così la domanda va ancora più in profondità: da dove viene questa legge? Che cosa fa sì che l’Universo si comporti in un modo così finemente adeguato alla ricchezza di strutture che noi vediamo? Cosa fa sì che le leggi dell’Universo siano tali che la nostra ragione possa coglierle? Queste sono nuove dimensioni di uno stupore che riguarda il nostro rapporto con la realtà, che riguarda la percezione del fatto che noi siamo ingaggiati in questa lotta, se volete, con la realtà. La conoscenza viene con la promessa che più andiamo avanti e più scopriamo una bellezza sottostante, qualcosa che è più grande di quello che noi avremmo potuto immaginare. C’è un passaggio di Carlo Rubbia che dice bene questo: «Quando noi guardiamo un fenomeno fisico particolare, ad esempio una notte piena di stelle, ci sentiamo profondamente commossi…». Vedete, giustamente prima la nostra amica diceva che uno scienziato ha in sé un’attitudine alla creatività, alla spregiudicatezza: è verissimo. Ma da dove nascono questa creatività, questa spregiudicatezza? Hanno, secondo me, la stessa radice della creatività e della spregiudicatezza di un bambino, cioè di qualcuno che si lascia colpire da quello che vede, che sa stupirsi veramente, che sa commuoversi di fronte a una cosa bella, e quindi è pieno di domande: come un bambino. Non è un’immagine retorica, perché è un’anima di bambino che può stare dentro anche a una personalità burbera. 82 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 83 «Quando noi guardiamo un fenomeno fisico particolare, ad esempio una notte piena di stelle, ci sentiamo profondamente commossi. Sentiamo dentro di noi un messaggio che ci viene dalla natura, che ci trascende, ci domina. Questa stessa sensazione di stupore, di meraviglia, di rispetto che ciascuno di voi prova di fronte ad una manifestazione naturale, lo specialista, il ricercatore, lo scienziato [cioè chi è stato portato a cogliere un ordine nascosto che sta dietro il fenomeno] che vede come dall’interno le cose lo sente ancora più forte, molto più intenso. La bellezza della natura vista dall’interno nei suoi termini più essenziali è ancora più perfetta di quanto appaia esternamente». Nei limiti di quello che può essere, la mia esperienza personale è una conferma di questo. Io non posso non dirlo, che l’amicizia verso la realtà, la simpatia che provo verso la realtà, verso l’Universo che è l’oggetto del mio studio, è molto più grande oggi di quando avevo dodici o quattordici anni. Perché si sono aggiunte evidenze, sfumature, dimensioni, domande che hanno approfondito quello stupore e lo hanno reso una domanda che riguarda in modo sempre più chiaro il nesso con il senso di tutta questa realtà e di tutta questa possibilità che noi abbiamo di conoscere. L’ultimo spunto parte di nuovo da quello che diceva la nostra amica Alessandra: «Sono interessanti anche gli errori che sono stati fatti». Soprattutto per voi che studiate le materie scientifiche, quello che vi viene presentato è bene o male un punto di arrivo, è sempre la “cresta” di un punto di arrivo. Per far- vi fare meno fatica, anzi per rendere possibile il cammino, non si può che stare sulla cresta di quello che è stato già chiarito; ma sotto quella cresta c’è una montagna, e la montagna è una montagna fatta di errori, di incertezze, di dubbi, di domande, di litigi tra persone. Quello che a voi viene offerto, o quello che si cerca di comunicare nel momento in cui ci si avvicina al lavoro di un altro, è il massimo possibile della semplificazione. Ma quando poi vi trovate a fare la ricerca, avete a che fare con la selva oscura dei meandri delle cose che non si capiscono, e ci vuole un cuore per fare questo lavoro, ci vuole il cuore di uno che desidera andare fino in fondo, cioè che desidera veder emergere almeno in un punto un tratto della verità. C’è una pagina di Von Helmotz, un fisico-matematico molto importante, che dice così: «Nel 1891 ero capace di risolvere molti problemi di matematica e di fisica, compresi alcuni che grandi matematici avevano affrontato inutilmente da Eulero in poi. [Sapeva il fatto suo!] Ma qualunque orgoglio io avessi potuto provare nelle mie conclusioni era ridotto in modo notevole dal fatto che sapevo che la soluzione di questi problemi quasi sempre mi era venuta come la generalizzazione graduale di esempi favorevoli per una serie di idee fortunate dopo molti errori. Mi sembra di essere quasi un viandante su delle montagne che non conoscendo la via si arrampica lentamente, affannosamente e spesso deve ritornare sui suoi passi perché non può proseguire [è così, tutti i giorni è così!]. Alla fine, o per riflessione o per fortuna scopre un nuovo sentiero che lo porta fino al 84 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 85 termine. Quando egli raggiunge la sommità scopre con sua vergogna che esiste una strada maestra per la quale avrebbe potuto salire se avesse soltanto avuto l’intelligenza di trovare il giusto avvio». Quando si arriva sulla cresta, sulla cima, solo allora uno si rende conto della strada maestra, cioè di qual è la via naturale per arrivare lì. Continua: «Nelle mie opere non ho detto nulla naturalmente al lettore del mio sbaglio. Ho descritto soltanto il percorso compiuto lungo il quale egli può raggiungere le medesime altezze senza difficoltà». Quello che a noi viene dato è la strada maestra, non veniamo fatti passare di nuovo attraverso la stessa selva, per fortuna! Ma è bene esserne coscienti, innanzitutto per apprezzare quello che magari tante volte si dice “è uno studio arido”. Ma pensate a quanto sudore, a quanta immaginazione, a quanto desiderio umano c’è stato dietro a quelle due formule che alla fine ti sembrano così, quasi ovvie (difficile che sembrino “ovvie” a uno intelligente). E in secondo luogo, se questa sarà la tua strada, fare la ricerca, ti troverai anche tu in un qualche punto della selva delle domande e delle questioni non chiare, avanzando a tentoni in un terreno pericoloso. Questa è l’avventura del ricercare. Direi che questa avventura – la strada scientifica – è un’avventura umana, è l’avventura umana di un rapporto particolare che si rivolge alla realtà attraverso un metodo che è molto particolare e ristretto, e quindi può rispondere solo a certe domande. Il metodo che uso è definito dall’oggetto che voglio conoscere, e quindi posso pormi di fronte alla realtà con una domanda di tipo scientifico perché voglio cogliere una certa angolatura di quella realtà; ma il desiderio di cogliere quella angolatura è un desiderio del soggetto umano, è un aspetto o una manifestazione della nostra naturale apertura al mondo e al suo significato. C’è un’analogia che mi colpisce spesso (è un’analogia soltanto!): questa lotta, o questa tensione, questa avventura che è la conoscenza della realtà del cosmo e della natura ha un’analogia con la conoscenza personale (conoscenza fra persone, conoscenza fra uomo e donna). Nei confronti dell’Universo, nei confronti della realtà tutta, sei di fronte a qualcosa di più grande di te, che non hai fatto te, e che più conosci, più capisci che ha una profondità inarrivabile, proprio come in un rapporto umano. Perché il bello della conoscenza è proprio questo, che più avanza, più fa emergere la natura di mistero che è la realtà, cioè il punto di fuga, l’infinito che sta dietro come radice a tutto ciò che c’è. Io credo che questo nella scienza, come nell’arte, come più profondamente nell’amicizia, nell’amore, nel rapporto umano, ecco questo è ciò che sta al livello della statura del desiderio umano. In questo senso anche la scienza (questo modo così particolare e fortunato che noi abbiamo di poter entrare in rapporto con una certa sezione limitata della realtà) può offrire un contributo alla nostra percezione della grandezza del mondo. Io ho parlato un paio di anni fa proprio in questa sala. Mi ricordo che parlammo dell’entusiasmo che si deve avere quando si fa scienza. 86 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 87 Mi ricordo una cosa che sentii quando ero matricola, si parla del 1965, da parte di un fisico genovese che in definitiva disse questo: se io sono nel buio ed accendo un cerino mi sembra che il mondo sia piccolo, circoscritto accanto a me. Se accendo un faro a questo punto mi accorgo dell’immensità di quello che c’è attorno. Fece proprio il disegnino con le due semirette che andavano all’infinito. È una cosa a cui ho sempre pensato in questi quarant’anni che ormai sono passati. Esorto quindi i giovani a mantenere forte questo entusiasmo per la realtà. Vorrei dire un’altra brevissima cosa sul modo diverso in cui la scienza ci può educare. La scienza ci dovrebbe aiutare a fare discorsi che partano con determinati presupposti, che vadano avanti con regole particolari e che sia possibile esaminare di volta in volta per quello che è stato detto. Troppe volte si sentono parlare persone che saltano da un punto all’altro senza nessi logici, lo osserviamo spessissimo; tanto per fare un esempio, in politica è molto grave questo fatto. Un mio caro amico, dopo aver fatto il biennio in Fisica, ha piantato lì tutto, è andato a fare Scienze Politiche e, forte della metodologia della scienza, è riuscito a sfondare in quell’ambiente, e ha sempre detto che i due anni di Fisica gli sono serviti profondamente per quello. Pensando a quello che diceva il collega sugli infiniti errori che portano poi a scoprire quella che è la strada maestra e ad andare avanti con la conoscenza, la forza della metodologia della scienza è che ben difficilmente però si ritorna indietro. L’esempio più forte di questo secondo me è la rivoluzione portata nella fisica dagli ultimi anni dell’Ottocento e i pri- mi del Novecento, quando furono introdotte la relativistica e la quantistica che non scardinavano la fisica precedente, ma fecero solo vedere che la loro era un’approssimazione della realtà più profonda. Mentre al contrario la scienza nel suo sorgere, nel Seicento, scardinò la conoscenza scientifica precedente, perché in fondo quella non era conoscenza scientifica. Grazie! Consideriamo ad esempio che nel mondo occidentale da ormai qualche anno si registra una sorta di crisi, o se non altro di riduzione del numero di giovani che si avvicinano alle materie scientifiche in senso stretto. È un fenomeno che c’è in Italia, ma c’è anche negli Stati Uniti, c’è in tutto l’Occidente. Si tratta di una tendenza significativa e con conseguenze non facili da prevedere. Il valore formativo delle materie scientifiche è qualcosa che ha un impatto e dà un contributo culturale che, come è stato esemplificato molto bene, non riguarda necessariamente soltanto la scienza. Riguarda piuttosto l’educazione della ragione, un’attenzione al reale in cui non è consentito trascurare impunemente alcun fattore del problema, non è consentito far prevalere a lungo una propria proiezione, una propria interpretazione al di sopra del dato, dando al nostro pensiero la prevalenza sul dato come si manifesta. Credo che ci sia un valore formativo per la persona nell’ambito scientifico che è di grande preziosità, e di cui dobbiamo essere coscienti. C’è un passaggio che hai fatto che mi ha suscitato una curiosità. L’immagine che dicevi della cresta, del fat- 88 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? to che studiando è come se ti venisse presentata la cima della montagna. Mi sono chiesto come questa cosa coincide con il fatto che uno deve essere critico rispetto agli eventi. Non è un ragionamento intelligente, però mi sembrerebbe così. Se quello che ti viene presentato è la via maestra, che responsabilità si ha rispetto a questo? Bisogna prendersela e basta? In che senso allora uno è critico? A me studente capita di dubitare delle certezze che dovrei avere. Secondo me innanzitutto uno è critico cercando di rivivere in sé la domanda che ha prodotto quel cammino. Il fatto di essere sulla strada maestra non porta ad assumere meccanicamente quella strada come se la cosa non ti riguardasse; la criticità, a mio giudizio, è l’essere portati da un maestro che ti conduce per quella strada a coglierne il senso e a riviverla come tua. Oltre a questo c’è anche il fatto che, quando se ne hanno le possibilità, non potrà essere sempre, è utile essere esposti almeno in qualche esempio a cosa è successo quando “quella” persona ha capito o scoperto “quella” cosa. È un arricchimento rispetto al nostro lavoro. Ma il fatto è che per essere educati ci vuole qualcuno che ti aiuti in questo cammino educativo, una presenza, anche nel panorama scientifico. Nelle Università ci sono ancora i professori (magari fra un po’ ci saranno i terminali e basta…) ma l’educazione è dentro a un rapporto e il rapporto bisogna saperselo scegliere. Quando si va a fare la tesi, per esempio, ci si mette in rapporto con altri uomini con cui tentare la via di una stima reciproca, e l’educazione passa per questo. 89 In che senso? A causa delle confutazioni e delle revisioni delle teorie scientifiche. Pertanto se io desidero avere delle certezze da cui partire, mi rendo conto che la strada non è così lineare. Ci sono questioni non risolte in scienza, che sono la maggior parte. Ma ci sono anche delle questioni risolte. È inutile negare l’evidenza. Come ha detto il professor Rubini, il fatto che la forza di gravità si comporta in un certo modo, ben descritto dalle leggi di Newton, è un punto di non ritorno. La teoria della relatività generale ha allargato il campo, ha mostrato che la gravitazione newtoniana è un caso particolare di una realtà più vasta. Però non ha distrutto quella verità, l’ha “ridimensionata”, nel senso che le ha dato una più giusta dimensione. Ma la scienza può arrivare a dei punti di certezza. Che il sole sia una stella è un punto di non ritorno, ed è una cosa straordinaria poter dire con certezza che le stelle e il sole sono oggetti che hanno la stessa natura. Qualche secolo fa era inconcepibile. Il problema però è, secondo me, rispetto a ciò che ancora è conteso, discusso. L’atteggiamento positivo verso ciò che non si conosce non è tanto quello del dubbio, di un dubbio su tutto quello che vedi e che ti si presenta come possibilità. L’atteggiamento (di fatto!) di uno scienziato è quello di piegare la propria ragione in una domanda. Saper porre le domande: questo è ciò 90 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? che fa andare avanti. Perché una domanda ben posta ti dà un gusto alla prospettiva di lavoro che essa stessa implica, quasi più grande dell’aver imparato mille cose giuste. È saper cogliere la domanda, sentirla, tenerla viva. Allora c’è una strada nuova che si apre. Io sto lavorando da 12 anni a un progetto spaziale, una cosa molto complessa, con lo scopo di misurare con grande precisione la struttura dell’Universo primordiale, produrre un’immagine nitida di com’era fatto l’Universo 14 miliardi di anni fa, subito dopo quello che viene chiamato il Big Bang, l’iniziale fase calda dell’Universo, prima che si formassero le stelle e le galassie. Noi andiamo a captare l’immagine diretta di come era l’Universo 14 miliardi di anni fa, e per far questo bisogna mettere in piedi uno strumento che ha una complessità straordinaria, è un lavoro che mette insieme quasi 500 scienziati in tutto il mondo, ed è un lavoro che stiamo facendo con l’Agenzia Spaziale Europea. E di questioni come quella che dici tu ce ne sono 50 ogni giorno: sarà meglio progettare il sensore in questo modo o in quest’altro? Quali potrebbero essere gli impatti sull’osservazione? Se aumento la risoluzione angolare dell’antenna aggiungo informazione ma c’è il rischio di effetti sistematici di straylight... È una rete di domande che, però, da cosa è sostenuta? È sostenuta dal presentimento di qualcosa di grande per cui vale la pena spendere soldi, arrabbiature, fatica, energia, pazienza, anni per vedere come era fatto, com’è fatto l’Universo. Questa è la questione, è da questo punto di vista che nasce tutta la tensione al particolare, al dettaglio, a cercare di non trascurare niente ed essere rigorosi, ad applicare certi metodi. Non certo perché vogliamo assomigliare a delle macchine, ma perché abbiamo un cuore desideroso di conoscere, e dunque io mi abbasso fino al punto di essere preciso in quello che devo fare perché ho chia- Faccio un esempio per intenderci: mi è capitato in laboratorio di esaminare una reazione di sintesi di un principio attivo. Per capire il motivo per cui la reazione avviene bisogna fare delle ipotesi. Ma come faccio a sapere se le ipotesi che faccio sono giuste e quale di quelle sarà l’unica vera ipotesi? Poni di nuovo l’accento sul fatto che ogni singolo esperimento, ogni tentativo di ricerca, porta (quando va bene) a qualche risultato intermedio. Potremmo dire che porta a un “segno”, un’evidenza che probabilmente da sola non è sufficiente a risolvere il problema, a rispondere alla domanda che ti muove. Ci vogliono tanti esperimenti, l’esperienza, la costanza, il tempo, la convivenza con un problema per poter dire: «Questo è chiaro!», oppure: «Il risultato di questa sintesi è questo!»; ma non è così tutti i giorni. Capita che tutti i giorni si torni a casa con delle domande – si spera non solo con il dubbio, perché se resta solo un dubbio quello copre tutto e al limite ci si ferma. Ciò che mette in movimento invece è la domanda. L’ipotesi potrebbe essere questa ma potrebbe essere anche l’altra. Che cosa può aiutare a dirimere la questione? Andare avanti con la certezza che è data la possibilità di arrivare a un punto di vista che dirime la questione. In fondo è una “fede” che ti muove. 91 92 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? ro lo scopo. Allora la questione è: «C’è qualcosa che vale la pena di conoscere?». Non dobbiamo avere paura di questa domanda, dobbiamo ritornare a questa domanda perché altrimenti rischiamo di dare per scontato qualcosa che è stato scontato per troppo tempo – se ci sia un bene dietro questo lavoro, e a che cosa questo bene è legato. to importante. L’aspetto più eclatante da questo punto di vista sono le numerosissime scoperte che sono nate casualmente, l’essere travolti da qualcosa che non si andava cercando. Magari uno sta cercando qualcosa e può imbattersi in qualcos’altro. Più difficilmente uno trova quando è spaparanzato e impigrito; quando uno è in “tensione” rispetto a qualcosa che cerca, è pronto a rendersi conto di ciò in cui si imbatte, anche se è qualcosa di nuovo e imprevisto. Mi viene in mente una bella frase di Chandrasekhar, un grande astrofisico, che recita più o meno così: «In qualche strano modo qualsiasi fatto scoprii o qualsiasi percezione nuova ebbi, non mi parve mai una mia scoperta bensì qualcosa che fosse sempre esistita ed in cui io ebbi solo la fortuna di imbattermi». La gratitudine è ciò che domina la coscienza di uno che ha scoperto una novità (può essere la scoperta da premio Nobel o un momento in cui lo studente finalmente capisce un certo passaggio). La novità porta come sentimento di sé la gratitudine. Uno è grato perché si imbatte in qualcosa di nuovo, perciò quello che è richiesto è una tensione al vero e, secondo me, si è avvantaggiati se si è in una compagnia che aiuta in questo. Da tale punto di vista forse questo collegio ha la chance di essere una tale compagnia. Mi ha molto colpito quello che hai appena detto. La cosa difficile nell’approccio di fronte alla realtà, alla scienza – io sono medico –, alla mia professione che è intrisa di scienza dal rapporto col paziente nel momento in cui si cerca di capire ciò di cui il paziente soffre, la cosa difficile è proprio rimanere sulla posizione che tu dicevi prima, cioè lasciando tutto lo spazio necessario alla domanda. Alla domanda, all’apertura di fronte alla realtà: uno sente l’esigenza di avere una risposta, ma se non ha un adeguato numero di elementi e non è capace di mantenere viva l’attesa su quell’aspetto della realtà direi quasi che alla fine la realtà… non tanto la tua intelligenza che riesce a risolvere il problema, ma la capacità di rimanere con lo sguardo aperto fino alla diagnosi è la modalità con cui uno, in maniera intelligente, può studiare o può approcciare il proprio lavoro che non è fatto appena di cose misurabili, di cose circoscrivibili, di regole, di passaggi che sono da acquisire, ma è innanzitutto un acquisire delle cose dentro le quali ricavi un metodo e questo metodo ti educa. Tutto è sorretto da un’ipotesi positiva. Essere aperti alla realtà così come si manifesta, invece che attaccati alle nostre idee sulla realtà, è mol- 93 Una cosa da ingegnere... L’ingegnere ha questa prerogativa: se guarda la realtà è felice nel caso in cui “serva” a qualcosa. Ha questa idea dell’utilità. A questo proposito mi viene in mente l’introduzione del corso di campi elettromagnetici: diceva che le onde elettromagnetiche 94 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? sono così complesse che l’unica maniera in cui possiamo tentare di capirle è dal punto di vista matematico, per questo ci serviamo di una serie di equazioni. L’altro fattore che mi ha colpito è che per sistemi molto complessi si pensa che siano talmente complessi che è difficile applicare dei modelli matematici, e per studiarli bisogna affidarsi a quelli statistici… t’altro che scontato che esista questa opportunità, che la realtà si lasci manipolare, che abbia delle proprietà tali che la rendono adatta per un fine che è a noi utile. Questo è la tecnologia. E allora bisogna avere idea (esperienza) di che cosa sia veramente “utile”, di cosa è il bisogno vero. Ma non è una cosa scontata, anzi è di per sé sconvolgente che sul nostro pianeta, per esempio, sia possibile usare certi materiali e che qualcuno abbia potuto fare una cosa come questo microfono in cui sto parlando. Non è scontato, non c’è quasi da nessun altra parte nell’Universo un luogo così ricco e così vitale. E che le leggi della fisica, che valgono ovunque nell’Universo, siano tali da permettere di usare il microfono è una cosa “assurda”! Assurda nel senso che è assolutamente mirabile. C’è qualcosa di stupefacente nel rendersi conto dell’utilizzabilità delle cose. Avere il gusto di questo ti rende più creativo, cioè ottimizza le tue capacità come ingegnere, come persona che desidera accennare un passaggio nuovo delle cose. È come sentirsi privilegiati. E questo per un ingegnere è una cosa impossibile da digerire… Però la bellezza di poter usare qualcosa di così grande e complesso, dove vi sono scoperte sorprendenti nell’invisibile che si possono utilizzare nella vita quotidiana, è molto incoraggiante. È bello riuscire a formalizzare qualcosa di così complesso per poterlo utilizzare sebbene vi sia sgomento, talvolta, di fronte al fatto che arrivati a un certo punto non si possa più andare avanti, e bisogna aspettare una nuova teoria a riguardo per procedere ancora. Ad ogni modo, di fronte alla complessità, si rende indispensabile l’approssimazione: per studiare il complesso e per poi usarlo si deve approssimare. A proposito dell’essere felici quando si vede che la realtà è “utile”: proprio l’altro giorno ho avuto una discussione con un collega. Abbiamo detto che la conoscenza della realtà, come primo movimento, non può che nascere da un’attrattiva, da uno stupore per qualcosa che c’è. Ma appena si muove un passo di conoscenza, la realtà ti si offre per un utilizzo possibile, per un bene o anche per il male certo, ma potenzialmente è un arricchimento di possibilità per la tua vita e per la vita degli altri. È tut- 95 Lei prima ha detto che a ogni scoperta nuova si accompagna un nuovo mistero… Lo ha detto Feynman! Allora volevo chiederle a questo proposito: le “teorie del tutto” di cui si sente tanto parlare, che sostengono che entro qualche decina d’anni si potrebbe arrivare a teorie che spiegano pressoché qualsiasi fenomeno, come si pongono rispetto a questo? Ci sarà ancora qualche mistero oppure no? 96 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? Se ci si dovesse arrivare, ci sarà il mistero più grande di tutti. Come tutta l’escalation straordinaria delle scoperte scientifiche dimostra, ogni volta che si va a un passaggio di maggiore sintesi sbocciano le domande più profonde. Ma bisogna intendersi bene su cosa s’intende quando si parla di teoria del tutto. Si tratta di un livello sintetico di unificazione, diciamo, della stoffa del mondo fisico, dei suoi elementi fondamentali, forze e particelle elementari. Ma noi sappiamo benissimo essere impossibile far discendere in modo deterministico da una legge della fisica tutto ciò che vediamo. Noi sappiamo che, proprio dal loro interno, le leggi della natura non sono sufficienti, nessuna legge potrà mai essere sufficiente a determinare l’evolversi delle cose. E c’è molto di più nel reale di ciò che la fisica sa descrivere. La mia libertà, ad esempio, con la teoria del tutto non c’entra niente perché è qualcosa che nessuna teoria potrà mai definire. Dobbiamo fare chiarezza sul significato evocativo di questo modo di dire (“teoria del tutto”) per non generare ambiguità – un po’ come quando parliamo di “colore” o “sapore” per i quark. in sé, di qualsiasi cosa. Allora volevo chiedere in che senso si parla di “un” metodo scientifico? Prima hai detto che il mezzo scientifico è un metro, ma io nella mia esperienza ho sempre considerato il mezzo scientifico come un metodo per conoscere. Però come tu parlavi della scienza del metodo scientifico, io ho studiato materie umanistiche, e mi viene da dire: è “il metodo”. Nel senso che parlavi dell’apertura, delle domande, della ricerca, della verità immanente, quindi della certezza... mi sembrano cose alla base della conoscenza 97 Non ho tanto inteso sottolineare il metodo scientifico, quanto piuttosto ciò da cui il metodo scientifico nasce. Ed è secondo me ciò che si è perso come consapevolezza. Si presume che la scienza abbia valore in se stessa, per cui non c’è più nessuna responsabilità per lo scienziato. La scienza, al momento, è ancora pensata come qualcosa che nasce da nulla, come una macchina che va avanti da sola – salvo poi scoprire che forse, fra 50 anni, più nessuno farà scienza perché non ci sono più giovani a cui interessa. Allora il problema è che il metodo scientifico si manifesta all’interno di un certo modo di guardare le cose, da cui dipende dal tipo di domande che si fanno. Ci vuole una stima per il reale, una visione del reale come positività. Esempio: quanto pesa questa bottiglietta d’acqua? “Quanto pesa” è una domanda alla cui risposta il metodo scientifico è capace di avvicinarmi. Ma se mi domando se del vino è buono oppure no, non devo applicare il metodo scientifico, ma lo devo assaggiare! Entrambe le domande nascono da un qualche tipo di interesse iniziale che l’oggetto ha suscitato su di me. Ma se ho perso interesse per la realtà, se sono apatico verso ciò che esiste, se non sono educato a guardare ciò che c’è, queste domande non saltano fuori. Il metodo scientifico è veramente un metodo “stretto” dal punto di vista di ciò cui riesce a rispondere, però in fondo questo metodo, questo stretto angolo attraverso cui io seziono la realtà, al- 98 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCATI DALLA SCIENZA? 99 la fine mi può condurre a una percezione della grandezza della realtà che ha un valore per tutti. Deve essere per tutto il popolo ciò che la scienza cerca di scoprire, come deve essere per tutto il popolo ciò che gli ingegneri cercano di costruire. Vorrei dire una cosa a riguardo di quello che si discuteva prima, cioè il fatto che un giorno si arrivi a conoscere tutto. Secondo me è impossibile in quanto la scienza ha un valore in sé. Mi veniva da pensare a quando è crollato il mondo della meccanica classica, che comunque funzionava e funziona tuttora. A un certo punto ci sono stati degli scienziati che si sono focalizzati su casi estremi, come cosa succede alla velocità della luce o cosa è accaduto nei primi istanti dell’Universo, che non sono cose di interesse comune ma sono cose che prima interessano l’uomo, magari nel piccolo della sua curiosità, e poi diventano osservazioni utili a capire la natura e ad essere applicate. Proprio per questo credo che la scienza non avrà mai fine, per la natura dell’uomo che è quella di cercare di dominare princìpi che sono al di sopra di lui e che lo dominano dall’alto, ma che tramite la conoscenza riusciamo a capire e a innalzarci. La scienza di sicuro non si esaurisce per mancanza di domande, ma potrebbe finire per mancanza di cuori curiosi, e questo è interessante per la questione dell’educazione. Cosa vuol dire educare? Vuol dire trovare qualcuno che ti introduce alla realtà secondo la positività, secondo una profonda simpatia per l’essere, tale da farti venir voglia di vivere e conoscere. Qualcuno che ti comunica uno sguardo sulle cose tale per cui la realtà ti parla. Ciò che mag- giormente mi ha arricchito nella mia curiosità, nella mia attenzione alle cose, che si riflette interamente nell’energia che metto nel mio lavoro di ricerca, non è tanto il rapporto con altri colleghi da cui pur ho imparato tanto, ma è stato imbattermi in qualcuno che scienziato non è e che mi ha comunicato una certa passione per la realtà, che mi ha educato a questa apertura verso ciò che è. Si gioca più lealmente, più sportivamente in questo modo. Per questo auguro a ciascuno di voi di trovare qualcuno, un’amicizia “seria”, per sostenere quest’apertura verso la verità e la bellezza delle cose. Vorrei chiederle qual è il suo parere a riguardo invece della “diseducazione”, della superstizione che troviamo in giro come, nel suo caso, potrebbe essere l’astrologia. In effetti è impressionante che la decrescita delle carriere scientifiche sia proporzionale agli incassi dei maghi e degli astrologi! Oggi non è scontato desiderare che ciò che si dice sia ragionevole. Non è consueto un rapporto sano con le cose. Da questo punto di vista viviamo in un’epoca traumatica. Basti pensare a quanto facilmente dal mondo dei mass-media si accettano affermazioni che non hanno riscontro e non se ne sente neanche più il fastidio. La prima azione dell’educazione è di farti desiderare la ragionevolezza di quello che affermi, paragonando tutto ciò che dici e tutto ciò che ti viene detto con la tua esperienza elementare. Chi ti è amico è chi ti aiuta a far emergere la tua personalità, che è unica. Ma questo è possibile solo in un rapporto che stima veramente te, il tuo destino, la verità di te. Giancarlo Cesana Educazione e libertà nella formazione universitaria* Continuiamo i nostri incontri con personalità della cultura e testimoni di esperienze significative, per ricomprendere il significato di alcune parole importanti e soprattutto l’esperienza che ci sta sotto. Due anni fa è stata la parola libertà, l’anno scorso la parola speranza, quest’anno la parola educazione. L’altra volta sul tema dell’educazione abbiamo sentito la testimonianza di un giornalista; questa sera abbiamo ospite, e lo ringrazio di avere accettato il nostro invito, Giancarlo Cesana, professore ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Milano Bicocca e membro del Consiglio di Comunione e Liberazione. Il tema che affrontiamo con lui vede il problema dell’educazione dentro il contesto dell’ambiente universitario: «Educazione e libertà nella formazione universitaria». L’educazione è qualcosa di più ampio dell’istruzione, anche se un contesto come l’Università non ne può ovviamente prescindere. Molto spesso si dice che * Intervento tenuto presso il Collegio Città Studi di Milano il 6 maggio 2004. 102 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE EDUCAZIONE E LIBERTÀ NELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA 103 scopo dell’Università deve essere quello di rendere competitivi sul mercato del lavoro, di adeguarsi a determinati standard. L’esperienza universitaria non può essere solo questo, deve essere un periodo in cui ci si forma come persone: lo scopo dell’educazione è un’introduzione alla realtà, quindi anche al lavoro e al suo significato; è una scoperta di se stessi, delle proprie domande, del proprio compito nel mondo, quindi anche della propria professione. La domanda che mettiamo a tema questa sera è: come è possibile che gli anni dell’Università siano questa esperienza di educazione e libertà? sa vuol dire? Se volesse dire spiegare tutte le cose che esistono nella realtà, non basterebbe una vita. Indica che ogni particolare della realtà ha un significato: le cose non esistono per caso e io non esisto per caso. Ogni particolare della realtà ha un senso e io ti educo se ti comunico tale senso, cioè se ti faccio capire il rapporto che il particolare ha con tutto il resto, con te e con gli altri. È quindi impossibile educare se non si è certi della realtà; se non si è certi che le cose hanno un senso e se non si è certi che si ha esperienza di una tradizione, ossia di uno più grande che comunica a uno più piccolo quello che ha capito del senso delle cose. Come sottolinea Caffarra, è impossibile educare se non si è certi che esiste una verità, qualcosa a cui tutti noi ci dobbiamo sottomettere così che, per educarti, ti invito a seguire quello che seguo io, non me; di modo che tu potrai verificare se quello che ti dico è vero e, eventualmente, correggere anche me che ti educo. Innanzitutto dobbiamo intenderci sul significato di queste quattro parole: educazione, libertà, formazione e Università. 1. Educazione. In questi giorni su “Il Foglio” sono riportati articoli su un dibattito molto intenso insorto a seguito di un intervento di monsignor Caffarra, arcivescovo di Bologna, il quale dice che per educare bisogna essere sicuri che la realtà esiste: che quello che vedo e sento non è solo un’idea mia, ma è qualcosa che c’è obiettivamente, come dato di fatto. Altrimenti, educare si riduce a quello che ti dico io, ma quello che ti dico io è parere discutibilissimo, rispetto al quale tu puoi far valere quello che dici tu e un altro quello che dice lui. Educazione è introduzione alla realtà totale: che co- 2. Da questo punto di vista il concetto di Università – come è nata originariamente nel Medioevo – è un concetto legato profondamente a quello di educazione; Università infatti significa uni-versitas, cioè che il sapere tende alla conoscenza del senso ultimo di tutte le cose (oggi invece c’è la laurea specialistica, che è un controsenso perché la laurea definisce già la capacità di affrontare il particolare, da cui si diventa dottore in una certa materia, ossia uno che affronta il particolare affermandone il senso). 104 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE Quasi più nessuno pensa l’Università come realtà educante, se non indirettamente. 3. Il pensiero comune è che l’Università debba essere non educante ma formativa, in quanto l’educazione dovrebbe essere data nella scuola superiore, e all’Università dovrebbero essere arrivate le persone già educate da addestrare, a cui insegnare un mestiere. La conseguenza è che nessuno in Università si impegna esplicitamente in un lavoro educativo. 4. Libertà. Generalmente noi associamo al concetto di libertà un aspetto vero, ma non definitivo, che è la possibilità di scegliere. La possibilità di scegliere è certamente un esercizio della libertà ma solo quando lo scopo non è chiaro. Mi spiego: se tu t’innamori perdutamente di una ragazza, lei ti piace e ti dice sì, non ti poni il problema di scegliere tra le altre, vai da lei e sei felice; se invece non sai qual è la ragazza che ti piace e ti metti a scegliere tra le ragazze, in genere non sei molto felice e non rendi felice neanche quella che scegli. Per cui la libertà è possibilità di scelta quando le cose sono confuse; la libertà vera è realizzazione di sé, cioè del desiderio della propria personalità: è compimento della personalità, ma per poter realizzare sé e la propria personalità bisogna sapere per cosa si è fatti. Icaro desiderava molto volare e pensava di essere fatto per il volo; si è costruito delle ali, è salito EDUCAZIONE E LIBERTÀ NELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA 105 su una rupe, si è messo a sbatterle ed è morto. Così, spesso noi siamo infelici perché perseguiamo come obiettivo della vita qualcosa per cui non siamo fatti o – per lo meno – non abbiamo chiaro quello per cui siamo fatti. Don Giussani lo ha sempre ripetuto: per capire il significato di una parola astratta, ad esempio il significato della parola libertà, dovete usare l’aggettivo: quando sono libero? Tu sei libero quando fai quello che vuoi, ma quello che vuoi è quello che ti realizza perché se tu cerchi di fare quello che vuoi, ma non è quello per cui sei fatto, non sei più libero: sei tormentato, più triste, più accidentato. Dunque, l’educazione è un’introduzione al senso della realtà, al suo significato, in modo che la libertà possa aderire. Invece, per la stragrande maggioranza degli educatori di oggi – genitori e insegnanti – l’educazione è una sottospecie della psicologia: per educare bisogna conoscere la psicologia, i meccanismi di funzionamento della mente. Ma se fosse così, gli psicologi dovrebbero essere i migliori educatori. Quindi la scienza non basta, ci vuole qualcos’altro, ci vuole la comunicazione di un senso delle cose. Chi ce lo dà il senso delle cose? La gente che è morta per cercarlo, la tradizione che ci ha preceduto: senza storia non si può comunicare niente. Quali sono le caratteristiche dell’ambiente in cui siamo, della nostra Università e come si innesta in questo contesto la riforma universitaria? Le caratteristiche dell’Università arrivata alla riforma Berlinguer sono le caratteristiche di un luogo 106 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE di formazione elitario, pensato per formare gente al dottorato. Questo lo si capisce dalla cura che nell’Università italiana tradizionalmente è stata prestata ai corsi di formazione di base (per esempio a Ingegneria: analisi I e II; fisica I e II, ecc.); e dal fatto che quando un universitario nostro andava all’estero, si rendeva conto che i suoi coetanei – rispetto a quello che sapeva lui, che magari aveva ripetuto sette volte l’esame di analisi – sapevano molto meno e, per questa ragione, coloro che provenivano dall’Università italiana erano molto apprezzati. Tuttavia, un’Università impostata come Università d’élite era adatta a quando mi sono iscritto io, quando la scuola media inferiore e superiore era molto buona. Quando andavo a scuola io c’era: l’esame di ammissione dalle elementari alle medie; alle medie si studiava il latino e alla fine delle medie c’era l’esame; alla fine del ginnasio c’era l’esame di quinta ginnasio; alla fine dei tre anni di liceo c’era l’esame di maturità. A Carate Brianza, paese di 15.000 abitanti, dove vivo, quando ho finito le elementari, in tredici – di tutto il paese – siamo andati alle medie; in tre al liceo e in due all’Università. Con il ’68, tutti i sistemi di selezione sono stati progressivamente aboliti e l’Università è stata concepita come diritto: così nell’attuale Università italiana il numero chiuso non esiste, tranne che nelle tre facoltà che ce l’hanno per obbligo dalla Comunità Europea: Medicina, Veterinaria e Architettura. Per molto tempo circa il 30% degli iscritti si laureava; su tale percentuale si è innestata la riforma EDUCAZIONE E LIBERTÀ NELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA 107 Berlinguer: abbreviando i tempi di laurea – prima erano 6 o 7 anni, a seconda delle facoltà –, determinando un inserimento dei giovani al lavoro in età più precoce e cercando anche di fare in modo che l’esigenza di scolarizzazione, diffusa nel Paese, potesse essere assolta. Questo ha inevitabilmente comportato – e comporterà sempre di più – un abbassamento del livello di formazione, perché se tutti devono fare l’Università, se tutti devono finirla in un certo tempo, devono avere anche la possibilità di farlo: bisogna quindi che gli esami, la formazione, tutto sia di livello più basso. Il triennio attuale dell’Università italiana assumerà sempre più le caratteristiche di quello che, nei paesi anglosassoni, è conosciuto come college; e assumerà sempre più le caratteristiche di un periodo non di educazione, ma di formazione professionale, quella che prima era ottenuta attraverso la scuola media superiore. Di “dottori” in Italia ne abbiamo tre: il laureato breve, il laureato specialistico e il dottore di ricerca; negli altri paesi l’unico dottore è quello di ricerca, e lo si diventa dopo la laurea. Dico questo per sottolineare che l’Università italiana sta rinunciando sempre più a qualsiasi pretesa di carattere educativo. Il problema di scoprire il senso della realtà è un problema acutissimo, che non si pone solo quando si hanno 15, 16 o 17 anni, ma anche quando se ne hanno 50: è fondamentale cioè che, se l’istituzione nella quale si è immessi non si preoccupa di educare, ce ne preoccupiamo noi. Noi ci dobbiamo preoccupare di educare noi stessi perché comprendere il senso della realtà – comprendere quello per cui siamo 108 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE fatti, il nostro destino – non è un optional nella vita: è l’aspetto fondamentale, perché potremmo sbagliare a diventare ingegneri, architetti o medici, ma non possiamo sbagliare a diventare uomini e donne. Per finire, voglio dire – e nient’affatto per propaganda – che per me Comunione e Liberazione è l’ambito in cui io, a cominciare dai tempi dell’Università, mi sono educato e tuttora mi educo. Non sto presumendo che tutti debbano avere questo stesso ambito, ma un ambito lo si deve avere: si deve sapere qual è e quale educazione si riceve, altrimenti ci si perde. EDUCAZIONE E LIBERTÀ NELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA 109 milioni di abitanti), ma il resto del paese è vuoto. Tutti si dirigono verso le città, oppure – attraversando il Mediterraneo – vengono in Italia. Perché, se non perché pensano di andare in un posto dove poter realizzare quello che vogliono? A loro non importa niente se mangeranno di meno e dormiranno peggio, ma così possono realizzare quello che vogliono. L’anelito alla libertà è questo: il problema è che si verifichi questa realizzazione, perché poi invece questa povera gente raggiunge la città e lì crepa. Quanto detto sulla libertà mi richiama a una canzone di Gaber, laddove si dice che libertà è partecipazione, appartenenza, dunque un concetto di libertà nuovo, per certi versi desueto, che non è appena un fare ciò che mi passa per la testa… Come è possibile che la libertà si concili con l’educazione, se quest’ultima è intesa come la trasmissione di un sapere già dato, legittimato nella sua definitività, dalla tradizione? Educare non dovrebbe voler dire invece favorire lo sviluppo di un senso critico autonomo che permetta di orientarsi in modo libero alla ricerca del senso? La libertà è realizzare quello che si desidera; l’unico problema è sapere ciò che si vuole, perché se voglio qualcosa per cui non sono fatto, difficilmente sarò libero. È il caso di Icaro… Penso che Gaber dicesse che libertà è partecipazione nel senso che è riuscire a coinvolgersi nel momento in cui, soprattutto a livello sociale, si decide di me e del mio futuro: è un aspetto giusto, ma non è quello principale. L’aspetto principale della libertà è che uno possa realizzare se stesso. Per esempio, quando sono andato in Africa, sono rimasto colpito – in particolare nelle grandi città – dalle colonne di gente che va a piedi: le grandi città africane sono diventate delle megalopoli (Lagos ha 12 Ti ringrazio della domanda. Tu giustamente osservi: se l’educazione è trasmettere un senso comunicato da una tradizione, io, davanti a questo senso, cosa posso fare? Che cosa ci posso mettere di mio, che libertà ho? Sarebbe così se questo senso non fosse qualcosa di infinito, ovvero: il senso e il significato della vita è qualcosa che ci viene comunicato come un’approssimazione, ma non è definitivo e chiarito in tutto. La comunicazione del senso delle cose chiede non solo di riconoscere questo senso, ma di approfondirlo: questo chiede a sua volta che la persona a cui viene comunicato ci si misuri, cioè ci provi lei, riparta – eventualmente – da capo e – possibilmente 110 VIVERE CIÒ CHE FA CRESCERE – vada più a fondo, proprio perché il senso della vita non è una definizione, ma è l’introduzione a qualcosa che nessun uomo, in quanto tale, può dire di possedere, può esserne padrone. È come se dicessi che amo mia moglie perché mi aiuta a capire che cosa sono al mondo a fare: quindi, per me, mia moglie è un fattore di significato e tu, che sei mio figlio, devi rispettarla e devi tener conto di cos’è. Questo però non significa che io sono il padrone di mia moglie, né che io ho capito tutto di lei, né che lei non scoprirà niente di nuovo rispetto a me; anzi, è l’introduzione al contrario: è un punto di partenza di un cammino che non finisce mai. Però mi muovo sempre nell’ambito di una strada tracciata… Dici poco? Magari puoi anche prendere un’altra strada, però devi partire da un punto, altrimenti da dove? Dovresti riscoprire tutto daccapo e non ti basterebbe la vita. Bisogna partire da un punto e il modo più semplice è partire dal punto che c’è, da quello più vicino e prenderlo sul serio; dopodiché, se uno ha preso sul serio una proposta, ho riscontrato che non è valida e ne ha trovata un’altra più valida, seguo anch’io quell’altra proposta. Non è meglio e più legato all’umana condizione restare dentro la fitta nebbia della nostra vita, piuttosto che aderire ad una strada già precostituita? Non è una maggiore libertà l’essere dentro la nebbia – caratteristica primaria della vita – e provare a diradarla, piuttosto che fingere che vada tutto bene? EDUCAZIONE E LIBERTÀ NELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA 111 Perché fai l’Università? Perché hai scelto una strada: nella nebbia, hai visto una strada. Tutti facciamo così: uno si sposa perché vede una strada, fa una certa scelta perché vede una strada. Non si agisce perché c’è la nebbia, ma si agisce perché si vede, dentro la nebbia, una pista. Koch non avrebbe scoperto il bacillo della tubercolosi se non fosse stato sicuro che in qualche modo c’era, perché nessuno prima l’aveva mai visto. Se fosse tutto nebbia, non si potrebbe vivere. Io ti dico esplicitamente qual è la mia strada, tu mi dici la tua e ci confrontiamo. C’è gente che, per realizzare quello che noi viviamo adesso, ha perfino dato la vita; noi non possiamo negare che questo non valga, non possiamo fare come se non esistesse. La libertà non può essere intesa come tentativo di liberazione dai ceppi del proprio limite, come superamento della mediocrità che ci portiamo addosso? Io non riesco ad accettare tale limite e ritengo che ogni uomo debba esercitare la propria libertà come tensione al superamento del limite. Quello che ci pesa – e che vorremmo superare – è il nostro limite. Il problema della vita è: ciò che si vuole veramente è che il limite di cui siamo fatti venga tolto. Tutto il progresso umano è dentro questa molla a superare il limite. La grande questione è: che cosa dà all’uomo la possibilità di superare il limite?