Adolescenza brufoli di saggezza e di maturità senza i quali non sarebbe possibile passare alla barba Pietro Foglietti, 2010 Un giorno solo al Museo Civico Archeologico di Anzio esperienza di un adolescente Pietro Foglietti Dedicato a tutti adolescenti e giovani adulti esperienza di un museo Museo Civico Archeologico di Anzio Après-Coup1 Giusi Canzoneri Ripensandoci Quando vedo un adolescente al museo, adolescente o presunto tale, mi scatta qualcosa dentro. Scarpe rigorosamente da ginnastica, meglio se Stan Smith. Jeans, meglio se sdruciti. Vita rigorosamente bassa, meglio se tenuta da una cinta di cuoio. Occhiali da sole, meglio se Ray-Ban Aviator Large Metal. Le variabili invernali in genere sono: giubbotto, meglio se Carhartt ed infine, per far quadrare il cerchio e rafforzare, anzi, sottolineare una postura di-pendenza e di tendenza, sulla spalla destra, o sinistra, uno zaino pieno di tutto, meglio se Eastpak grigio. Scrivo provocatoriamente di-pendenza in quanto i ragazzi, tutti i ragazzi, senza distinzione di identità di genere, nazionalità o status sociale, si manifestano al mondo attraverso varie pendenze. Eʼ vero che il corpo adolescente non manca di sorprendermi e, osservandolo attentamente, mi lascia sempre senza parole, anzi direi, mi suscita qualche domanda. Eʼ tuttavia sconfortante vedere un adolescente muoversi e camminare come un roseo anellide ermafrodito2. Personalmente mi imbatto, sempre più spesso, in adolescenti che hanno ʻcolli a piccioneʼ, andature ciondolanti e scoordinate, posture scomposte alla ricerca di equilibri impossibili da trovare, difficili da mantenere. Un adolescente non ha nessuna consapevolezza del proprio corpo e le posture inconsapevoli troppo spesso si trasformano in imposture visibili. 1 Il termine “ripensamento”, après-coup, qui è utilizzato nellʼaccezione lacaniana: Il tempo di comprendere; ripensare gli eventi a posteriori. “Freud osservò che gli eventi passati sono rimaneggiati dal soggetto «après-coup», ossia dopo il loro prodursi e che è questo rimaneggiamento [o ripensamento per Lacan, 1953.] che dà loro un senso, una efficacia o una dimensione patogena”. Cfr. Squillaci A. in www.lafrusta.net. 2 Quasimodo S., Anellide ermafrodito, 1966. Per dirla con Brunelli: Se la finalità dellʼadolescenza è la realizzazione di unʼidentità adeguata in un contesto determinato, allora per essere autentico questo processo dovrà svolgersi come differenziamento nellʼattualizzazione di un potenziale creativo dellʼindividuo. Questo differenziamento, quali siano i livelli considerati (cognitivo, affettivo, comportamentale…) implica necessariamente come substrato concreto di ogni trasformazione una libertà di movimento articolare che investe lʼatteggiamento posturale e i paradigmi motori permessi o imposti dal contesto familiare. Eʼ così che per solito una postura consolidata, ancorata a tenaci vincoli biomeccanici, può rendere difficile disfarsi dellʼimpostura che rappresenta.3 Ripensandoci Ciò che più mi colpisce di un gruppo4 di adolescenti che entra al museo, è la resistenza che oppone ad accettare le norme regolatrici del museo. Le dinamiche sono sempre le stesse: rituali. Il gruppo arriva alla spicciolata. Si ferma. Staziona allʼingresso. Indugia…hamletic question: entriamo, non entriamo. Quando la decisione è presa, con le mani tuffate nelle tasche dei pantaloni, il telefonino ben stretto - specialmente i maschi; le femmine, in genere, si scambiano sguardi complici per essere univocamente dʼaccordo su chi sono e soprattutto cosa voglio - e, dopo aver eseguito alla lettera lʼinsieme di atti secondo norme codificate, il solitone fa il suo ingresso. Dire che il gruppo, nel preciso momento in cui entra al museo, sia coeso, fisicamente coeso intendo; è superfluo, e la metafora dellʼonda solitaria auto-rinforzante, è lʼunica che riesco ad associare allʼenergia dirompente capace di infrangere il sacro silenzio del museo. Effluvio indistinto di umanità. I ragazzi si appoggiano lʼuno allʼaltro trascinandosi senza alcuna convinzione. Prima arriva la testa, poi il corpo ed infine i piedi. Movimenti scoordinati, difficili da prevedere; complicati da 3 Brunelli G.F., Lʼaltro lato della strada: dalla parte del corpo, in Carbone P., Le ali di Icaro, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 207. 4 Un adolescente non entra mai solo al museo. Se entra, entra in gruppo e, di solito, con il gruppo classe. contenere. Hanno più consapevolezza di ciò che indossano e meno di ciò che sono dal punto di vista corporeo. Dopo un: «buongiorno ragazzi!» e alcuni tentativi di stabilire un contatto, ecco le prime regole. Zaini negli appositi armadietti. Cellulari spenti. A questo punto, lo staff del museo, pronto per le grandi manovre, si distribuisce in modo che tutto vada come deve andare, ma cʼè sempre qualcuno che sfugge al controllo e batte in ritirata. Si sgancia dal gruppo e comincia a navigare in solitario. I primi dieci minuti sono di difficile gestione. Imbarazzo reciproco. Difficoltà da parte dei ragazzi ad accettare precetti nuovi. Cautela di chi accoglie. Chi ride, chi spinge. Dopo aver accatastato giubbotti, in genere Carhartt; lasciato rumorosamente gli zaini, in genere Eastpak, e aver fatto finta di spegnere i cellulari, senza convinzione si spiccicano e si distribuiscono pericolosamente nello spazio-museo. Sono lentissimi nei movimenti (il riferimento al bradipo è banale) e velocissimi nel trasmettersi, attraverso lo sguardo, migliaia di messaggi in codice. Come quando Radio Londra parlava italiano: la mucca non dà latte; le scarpe mi stanno strette; il pappagallo è rosso. Solo che i ragazzi, per comunicare in codice, utilizzano gli sguardi anziché la voce. Risultato: una linea di demarcazione tra lo staff del museo e il gruppo. Tutto si consuma velocemente. Io devo essere pronta a decodificare il loro non verbale. Non posso sbagliare. Se sbaglio, e non sono più veloce di loro, lʼincontro si trasforma in uno scontro. In passato è accaduto. Il presente mi riserva sempre meno insuccessi. Oggi possiedo più strumenti e maggiori informazioni sugli stili di vita degli adolescenti, grazie anche ai dati ricavati dallʼelaborazione di 350 questionari somministrati agli studenti di 5 scuole e 27 classi di Anzio e di Nettuno, coinvolti nel progetto SAM – Scuola Adolescenti Museo – progetta il tuo museo. Ripensandoci Eʼ acclarato che in ogni sistema di regole sono impliciti valori che la norma è chiamata a tutelare, argomento questo, che merita di essere approfondito, per la centralità che il museo riveste nellʼesercizio della funzione educativa non formale in ambito sociale. E allora mi chiedo: i valori impliciti sottesi dalle norme regolatrici del museo non sono chiari abbastanza? O le resistenze degli adolescenti, in tal senso, devono essere ricercate in altri luoghi? Eʼ vero che un adolescente riconosce la funzione socializzante delle regole e del sistema sanzionatorio. Eʼ vero che accetta riferimenti normativi e valoriali imposti dal sistema educativo territoriale di riferimento e per crescere, deve poterli mettere in discussione. Eʼ vero che spesso gli adolescenti imputano agli adulti modi contraddittori di agire e di svolgere la loro funzione normativa. Eʼ vero che negli ultimi anni si è verificato un significativo spostamento del baricentro dellʼazione delle principali agenzie educative e di socializzazione. Siamo passati infatti, ed è opinione condivisa, dallʼasse normativo, a quello affettivo, passaggio che ha coinvolto la famiglia, il museo (in particolare i musei civici) e la scuola. Agenzie educative ʻnormativeʼ, trasformate, in agenzie educative ʻaffettiveʼ. Ripensandoci Il museo da tempo, non risponde più al modello della Camera delle meraviglie, wunderkammer 5, di cinquecentesca memoria e, da tempo, la nostra storia evolutiva ha dato al museo un posto di preminenza nellʼattuale sistema sociale. Un luogo dove lʼuomo riflette su se stesso e sul suo ambiente. In particolare il Museo Civico Archeologico di Anzio ha mantenuto le sue regole istituzionali relative alla Tutela, alla Conservazione e alla Fruizione e, da tempo, ha attivato processi educativi, mai indagati prima, in grado di sviluppare nel fruitore-BA6, una consapevolezza nuova e, soprattutto, una nuova ed inedita capacità di lavorare, partendo dal BA,7 sullʼintegrazione dei tre livelli della memoria: il ram-mentare, il ri-cordare e il ri-membrare8, ovvero di lavorare per il raggiungimento del proprio benessere. Ripensandoci Questo progetto “Un giorno solo al Museo Civico Archeologico”, dà voce alla breve esperienza di un adolescente, il quale, alla fine dellʼestate 2010, e prima di cominciare la scuola, accetta lʼinvito del MCA_ANZIO9 e trascorre, da visitatore super partes, alcuni giorni allʼinterno del museo. Il risultato di questa esperienza viene tradotto in un racconto breve, attraverso il quale, Pietro, lʼautoreadolescente, riesce ad esteriorizzare e rendere comprensibili i processi interni che lo hanno portato a descriversi e a descrivere, con ironia e apparente atteggiamento trasgressivo, la sua esperienza di giovane solo allʼinterno del Museo di Anzio. Il contenuto della short-story, risultato di unʼequilibrata integrazione tra realtà ed immaginazione, ha comunque a che fare con la vita di Pietro e con i suoi problemi di adolescente. Il breve racconto, infatti, descrive un ragazzo che, suo malgrado, si trova a fronteggiare il desiderio della madre, Silvia, decisa ad educarlo alla storia e alla conoscenza e, il tentativo di Pietro, di sottrarsi ad una cultura che, dal suo punto di vista, è autoreferenziale e distante dai bisogni reali di un ragazzo ancora in vacanza. Pietro, costretto dagli eventi, dunque, si ritrova a vivere una giornata al museo e, nonostante i suoi innumerevoli tentativi di svalutare oggetti e persone con i quali entra in relazione, riesce a dare senso alla sua esperienza attraverso Anita, una ragazza che incontra per caso. Alla fine della giornata, Pietro, tornato a casa dopo un breve viaggio in treno, trova un libro di storia che sua madre gli ha comprato e lasciato sul letto. Lo apre e comincia a leggerlo con interesse. 5 Camera delle meraviglie (wunderkammer), particolare ambiente in cui, dal XVI al XVIII sec., i collezionisti erano soliti conservare raccolte di oggetti straordinari per le loro caratteristiche intrinseche ed esteriori. Per un certo verso, la wunderkammer si può considerare come il primo stadio dello sviluppo del concetto di museo, sebbene non abbia di questʼultimo le caratteristiche della sistemazione e del metodo. Wikipedia, enciclopedia libera, ultima modifica 08:54, Nov.7, 2010, da http://it.wikipedia.org/wiki/wunderkammer. 6 Fruitore del Bene Archeologico, definizione di Canzoneri G., inserita nel progetto didattico-pedagogico di ricerca e di sperimentazione in ambito archeologico del MCA_ANZIO. 7 Bene Archeologico. 8 Carboni P. (a cura di), Lʼadolescente prende corpo, Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 2010, pp.103-105. 9 Museo Civico Archeologico di Anzio. Lʼatteggiamento resistente, non conciliante, di Pietro nei confronti di una scelta imposta, non gli concederà la maturità per ringraziare apertamente la madre per tutto quello che in un solo giorno al museo è riuscito ad imparare. Lo spazio che precede il racconto è stato lasciato a Pietro il quale, da adolescente, spiega in breve cosa fanno gli adolescenti quando vanno con il gruppo classe a visitare un museo, e a due abili insegnanti che lavorano presso il Liceo Classico Statale Chris Cappell College di Anzio le quali, generosamente, hanno voluto raccontare la loro esperienza, molto diversa dalla mia, e da quella di Pietro. Ciò, naturalmente, pone questa piccola esperienza del MCA_ANZIO, condotta con impegno e tanta affettività da parte di tutti, sul piano del dialogo e del confronto tra la famiglia, il museo e la scuola, tre agenzie educative, formali e non formali, che si sono poste in dialogo con lʼobiettivo di migliorare lʼofferta educativa destinata agli adolescenti e ai giovani adulti del territorio. Il museo, i ragazzi e noi cronaca di un successo Francesca Lombardo9 Napoli, marzo 2004 Museo Archeologico Nazionale Classe IV ginnasio. La guida parla con i ragazzi, fa domande, risponde e, alla fine del percorso, mi chiede se abbiamo selezionato i più bravi di unʼintera scuola. Le rispondo che sono 24 ragazzi di una stessa classe che ne comprende 30. Taormina, marzo 2008 Teatro antico Classi II e III liceo. Luogo magico e giornata meravigliosa, i ragazzi, fin dallʼingresso, sono senza parole; hanno studiato il teatro greco, ma vederli così ʻrapitiʼ mi colpisce. Colpisce anche la guida che si commuove per lʼattenzione e il silenzio con cui seguono le spiegazioni, si asciuga gli occhi e mi dice che sono anni che non le capita un gruppo così interessato. Gli alunni sono 92 di quattro classi di due diverse sezioni, le fanno un applauso che riecheggia per il teatro, e ancora nei miei ricordi. Roma, maggio 2010 Scuderie del Quirinale Caravaggio Classe III liceo Il percorso è affollatissimo, buio ed evidentemente mal illuminato. I ragazzi si stringono intorno alla guida che allʼinizio è formale e distaccata. Piano piano le fanno domande che, la stessa guida, 9 Francesca Lombardo, docente di Latino e Greco, presso il Liceo Classico Statale Chris Cappell College di Anzio evidentemente, trova interessanti in quanto comincia ad interagire con loro in modo diretto e appassionato, citando altri dipinti disseminati in Italia e in Europa. In breve, ci regala la sua pausa per prolungare il nostro giro. Ho citato solo tre tra i molteplici esempi che mi tornano in mente, ma non posso dimenticare lʼagitazione di quando una guardia forestale, alle fonti dellʼAlcantara, ci rincorse fino al pullman. Si voleva solo complimentare con noi per lʼeducazione ed il rispetto che i ragazzi avevano mostrato nei confronti del luogo. Prima una ʻsmaltitaʼ; poi una risata tra colleghe. Sembrerà, a chi legga, il solito panegirico dellʼinsegnante che difende a spada tratta i suoi pargoli: in realtà, la prima stupita davanti a queste scene sono proprio io, anzi ʻscoproʼ, durante le uscite, ragazzi che mostrano di possedere competenze che vanno spesso oltre la sola preparazione scolastica. Certo, è evidente che i criteri stabiliti dal Collegio dei Docenti per le uscite o per i viaggi di istruzione (condotta e andamento della classe buoni), col passare degli anni, stiano dando segnali positivi, come pure che la nostra utenza risulta generalmente più avvezza allo studio, ma credo non sia tutto. Mi è capitato infatti di imbattermi in scolaresche di identica tipologia di scuola che di certo non brillavano per comportamento. Trovo invece che, oltre a quanto detto, sia significativo il nostro di comportamento, dico di noi accompagnatori: se siamo i primi a mostrarci interessati, se difendiamo il silenzio necessario in certi luoghi, nonché atteggiamenti di rispetto e di orgoglio di appartenere ad unʼumanità che condivide il gusto per il bello, se facciamo notare che un certo decoro nei comportamenti e nellʼabbigliamento non è una regola imposta dai grandi ma una modalità di vita, i ragazzi ci seguono. Gli alunni mi chiamano Ufo Robot, perché non mi fermo mai, come pure le colleghe con le quali condivido le uscite da anni e, anche quando sono sfinita dopo cinque giorni di viaggio di istruzione - che ritengo tale e non una ʻgitaʼ (e con giorni che durano ventiquattro ore, come capirà chi fa il mio stesso lavoro) - non mi vedranno mai buttata su una sedia o bere, sbocconcellare una merendina, o masticare una gomma mentre ci spiegano un quadro; non lo faccio e mi capita raramente di riprendere un alunno che lo faccia. In virtù di quanto detto, mi offro con gioia quando mi si propone di accompagnare una mia classe, che lo meriti, ad una qualsivoglia mostra: le regole forti e chiare sin da quando prenotiamo, la bravura di una guida interessata al suo lavoro, la capacità di noi docenti di saper stemperare qualche momento troppo serioso con una battuta, la simpatia, e la gioventù di ragazzi che sappiano anche divertirsi, sono gli ingredienti per la sicura riuscita di momenti di crescita per loro, per noi, per la cultura del nostro paese. Ritengo che ʻaver vistoʼ, pur con la spensieratezza legata allʼetà, sia comunque input per tornare a rivedere, più tardi, con occhi da grande. Un incontro inaspettato visita alla mostra di De Chirico Anna Rita Baglioni10 Penso che il modo migliore per capire il rapporto tra studenti e museo sia raccontare quanto è successo durante la mia visita alla mostra su De Chirico, che si è svolta presso la Galleria Nazionale dʼArte Moderna di Roma, durante una giornata di vacanza dalla scuola. Mentre sono intenta ad osservare le tele del grande maestro, mi accorgo che un bel giovanotto mi sta fissando con insistenza e segue il mio percorso. Inizialmente penso ad una coincidenza poi mi accorgo, ed è evidente che il ragazzo sta proprio seguendomi. Panico! Chi può essere? Cosa vuole da me? Certo non sono una di quelle cinquantenni in forma che dimostrano la metà dei loro anni, e quindi non può certo seguirmi per la mia avvenenza. Davanti ad un disegno di De Chirico il ragazzo prende coraggio, si avvicina e mi rivolge la parola: - Scusi se la disturbo. Lei è unʼinsegnante? - Si - rispondo gentilmente, sfoderando un grande sorriso. - Penso che lei sia stata la mia insegnante. Subito mi sono venuti in mente i numerosi alunni che ho incontrato nel corso delle mia carriera e nessuno mi sembrava somigliasse a questo bel giovanotto. Molto imbarazzata gli domando: - Ho fatto danno? Chiedo quasi scusandomi, pensando a qualche colpa certamente involontaria. - Penso proprio di si! Mi risponde sorridendo sotto i baffi. - In quale scuola ci siamo conosciuti? - A Velletri, allʼIstituto Tecnico Industriale Vallauri. Frequentavo la 4B del tecnologico. Si ricorda? Ci portò a visitare la mostra su Caravaggio a palazzo Giustiniani. 10 Anna Rita Baglioni, docente di storia dellʼArte presso il Liceo Classico Statale Chris Cappell College di Anzio. Come potrei non ricordare quellʼanno. Il lontano ed indimenticabile 1999. Quella scuola in cui mi sono trovata collocata su incarico del Provveditorato a completamento di cattedra. Avevo alcune classi (terze e quarte del liceo tecnologico) i cui studenti non avevano mai parlato di arte! E dire che proprio in quelle sezioni si studiava disegno e storia dellʼarte come nei licei scientifici. Ricordo che, quando comunicai al Consiglio di classe che avevo intenzione di portarli a Roma a visitare la mostra, tutti cercarono di dissuadermi. Non mi feci intimidire. I miei studenti ed io, come avevo programmato, prendemmo il treno e ci recammo a Roma. Ricordo con molto piacere lʼattenzione dei ragazzi nellʼascoltare la guida mentre descriveva le opere esposte del grande maestro del seicento. Le loro domande: ingenue ma interessate. Mi fecero tutti i complimenti per lʼattenzione e lʼeducazione dei ragazzi. - Strano per un ITIS - mi dissero. Ora ricollego il volto del giovanotto a quello di dieci anni prima. Il ragazzo che era solito indossare un maxi-cappotto di pelle nera, ed esclamo: - Tiziano! - Sì prof., sono proprio io. Le posso dire che lei ha fatto danno, in quanto quella giornata non lʼho più dimenticata. Mi ha condizionato la vita! Potete immaginare la mia curiosità dopo una affermazione del genere: - Cioè? - Ho frequentato lʼAccademia di Belle Arti ed ora sto seguendo una laurea specialistica in Storia dellʼarte. Più danno di così! Comunque la devo ringraziare per avermi fatto scoprire una parte della mia personalità che non conoscevo, ma che mi è molto piaciuta. Ci siamo messi a ridere rischiando di essere cacciati dalla mostra. Contenti di esserci ritrovati. Mi sono sentita fiera di essere riuscita a trasmettere lʼamore per lʼarte almeno a qualcuno dei miei studenti. Forse il suo nome, Tiziano, già lo predestinava ad una carriera che avesse a che fare con lʼarte. Mi faceva piacere credere che un pò di merito fosse anche il mio. Quel giorno, tornata a casa, mi sentivo felice constatando che noi docenti, attraverso il nostro lavoro, a volte riusciamo a vedere piccoli semi trasformarsi in frutti. Dalla parte degli adolescenti Pietro Foglietti Non sono matto. I miei amici mi chiamano Nonno, per i miei discorsi profondi e il mio modo critico di vedere le cose. Ma non sono matto. Non sono strano e non sono ʻancoraʼ nonno. Quando con la scuola si fanno le gite nei musei, non sono di certo il ragazzo che si ferma a ogni statua, ogni busto, per osservarne i particolari. Mi limito a sentire ciò che dice la guida. E così fanno tutti, diciamo la maggior parte. Questo è lʼatteggiamento tipico di un adolescente al museo. Strafottente. Ti ritrovi accanto la Gioconda, e il tuo unico problema è chi ha vinto la partita di calcio la sera prima. Ho avuto la possibilità, osservando i visitatori entrare nel museo di Anzio, di capire come sono io, agli occhi degli altri, quando sono in un museo. E la cosa mi ha fatto pensare. Passavo mattinate a scrivere di un ragazzo che entra in un mondo diverso, con cui non si è mai scontrato prima. Il mio è stato più che un racconto, un modo per pensare e riflettere. Per capire che ciò che viviamo nel presente è unicamente frutto di ciò che è avvenuto nel passato. E non mi riferisco a date da imparare a memoria, nomi difficili e guerre complicate, mi riferisco agli errori, a ciò che non dobbiamo ripetere, proprio prendendo esempio dal passato, un lungo passato, in cui di cose ne sono state fatte molte. E molte continuano a garantire la possibilità di una vita tranquilla, almeno in Italia, almeno a casa mia, quando mia madre e mio padre si arrabbiano perché non leggo i giornali o non guardo i documentari storici. Noi ragazzi siamo sottovalutati: non ci viene mai data la possibilità di esprimere unʼ opinione, di dire cosa pensiamo; per la società attuale siamo simili a burattini. E noi ci comportiamo come tali, seguendo una tendenza o lʼaltra per motivi estetici, e quasi mai etici. Nella società dei giovani, pochi, pochissimi hanno una loro idea politica: e non mi riferisco a destra, sinistra, fascisti e comunisti. Mi riferisco al mondo, che va avanti e cambia, e praticamente nessuno di noi ha un opinione su niente che non sia la squadra di calcio o il gioco del computer. Quando saremo noi a fare la storia, a creare la nuova generazione futura, quando non ci sarà più nessun burattinaio, allora ci pentiremo. Ci pentiremo di non essere stati intelligenti, di non aver capito e di non aver agito, quando bisognava farlo; ci pentiremo di ciò che potevamo dire e non abbiamo detto, ci pentiremo di non essere stati attenti a quel busto in quel museo. Detto questo, il lavoro che ho realizzato, quello che ho scritto, lʼho fatto con piacere e non come una costrizione. Devo ringraziare molto Giusi Canzoneri, che ha creduto in me più di quanto abbia mai fatto io. Ringrazio anche tutti coloro che mentre scrivevo, sul tavolo in fondo al corridoio, dietro le quinte di un museo organizzatissimo, si preoccupavano di me, di come stavo. Ringrazio il museo di Anzio, che ho visto come mai potrò fare da nessunʼaltra parte. Ringrazio le ragazze incontrate durante le mie visite al museo, ispiratrici del personaggio di Anita, che esiste davvero e che è una continua e importante presenza nella mia vita. Voglio ringraziare anche tutti quelli che hanno creduto in me, nelle mie parole, sebbene, almeno per ora, non voglia fare di questi piccoli racconti quello che diventerà il mio mestiere. Infine, ringrazio veramente i miei amici, che ogni giorno mi aiutano a scrivere la storia più importante e più bella: quella della mia vita. Prologo I musei sono luoghi incredibili al loro interno cambiano: le mostre i reperti i visitatori a volte anche le guide e i lavoranti il colore delle pareti la disposizione dei pannelli. Allʼinterno di un museo tutto cambia. Non credevo che un museo cambiasse e non credevo che un museo potesse cambiare anche persone modi di vivere punti di vista o idee. Non lo credevo Non avrei mai osato pensarlo. In realtà la mia esperienza al museo di Anzio mi ha cambiato più di quanto mi abbiano cambiato 14 anni di vita. Un giorno solo qui al museo di Anzio Mi chiamo Pietro, ho 14 anni, insomma, non sono un cinquantenne! A me non piacciono i musei. Stare fermo in piedi a fissare qualcosa che è immobile, morto. Io sono vivo, dovrei andare a ballare in discoteca, uscire con gli amici. Allora perché sono qui? Che ci faccio in un museo, io che i musei li disprezzo? Mia madre dice che ho bisogno di una cultura. Si sbaglia. Io ho bisogno di amici, specialmente in agosto, con questo caldo. Ma purtroppo mia madre non la pensa esattamente come me. Ore 6:00 La sveglia Questa mattina, chiamala mattina, le 6:00! La sveglia è suonata presto (molto presto). Silvia, mia madre, la stessa che ieri sera aveva impostato la sveglia alle 6:00, per evitare che perdessi il treno delle 8:07, mi chiama, mi invita ad alzarmi, con quella voce dal tono straziante, mentre pian piano io, vittima di tutto, cerco di attivare solo il muscolo della palpebra, implorandola di aprirsi contro la sua volontà. Silvia, mia madre, sempre mia madre, mi ha accompagnato alla stazione ed è stata lei a pagare il biglietto del treno. Ha fatto tutto lei e fin qui, tutto ok. Ma poi il treno è partito, diretto ad Anzio, città costiera in cui non sarei mai andato, se solo non vi fossi stato costretto. La cultura che mia madre vuole trasmettermi, sarebbe dovuta partire proprio da ciò che ho sempre odiato di più: il museo. Ma, dico io, come fai a pensare di istruire un ragazzo adolescente con i mezzi che odia di più? Di certo non può essere produttivo. Non imparerò un bel niente, non capirò nulla, sarà una esperienza inutile. Ripensandoci A distanza di tempo, il mio atteggiamento era stato presuntuoso. Ma ero risentito, scosso, arrabbiato, anzi, ero proprio furioso allʼidea di muovermi verso una città nuova, che non conoscevo e per fare cosa poi? Andare al Museo Civico Archeologico di Anzio! Ore 9:11 La stazione Arrivo alla stazione di Anzio, scendo dal treno e per arrivare al museo, chiedo informazioni diverse volte. Sono sempre più preoccupato per quello che mi aspetta. Chissà che postaccio è un museo civico che non ha neanche indicazioni e cartelli sulla strada! Evidentemente non ce nʼè bisogno. Forse i visitatori sono talmente pochi che il direttore non ha nemmeno pensato di pubblicizzare e indicare la struttura. Evidentemente mi sbagliavo. In realtà non è difficile trovare il museo di Anzio. Eʼ attaccato alla stazione ed è questo lʼevidente motivo delle mancate indicazioni stradali. Superato il cancello esterno, mi ritrovo in un grosso giardino che esplode di piante e di colori. Più avanti mi aspetta una ragazza dal viso gentile, questo almeno, ho pensato di primo acchito. Il momento in cui si è accorta della mia presenza è stato ʻdiciamoʼ particolare. Allʼinizio resto colpito, non tanto dalla simpatica ragazza, ma da quello che aveva alle sue spalle e non mi riferisco alla grossa entrata, alla grande vetrata, ma a quello che cʼera intorno. Su un lato, a sinistra, era appoggiata unʼancora e sullʼaltro lato a destra lʼelica di un aereo militare ed insieme sembrano dirmi: - Ehi tu. Sappi, prima di entrare, che questo posto non sta né in cielo, né in terra. Né in cielo né in terra anzi né in mare. Roba da matti, penso. Forse la giornata cominciava a migliorare, o forse no. Mi faccio coraggio e oltrepasso la soglia dellʼentrata. Ore 9:20 Il Museo Anita, dice di chiamarsi così. Eʼ alta, longilinea, ha un bel paio di occhi verdi. Eʼ castana ed è carina. Eʼ stata la prima cosa che ho visto entrando al museo. Ci sono centinaia di reperti e io ho guardato Anita. Pure lei mi ha guardato, dʼaltronde eravamo le uniche due ʻcoseʼ vive in quella grande stanza. Si avvicina. Mai era successo che una ragazza si avvicinasse a me, se non per dirmi di spostarmi. Si, si avvicina proprio a me. Non vuole certo dirmi di farla passare, e allora che cosa vuole?! Vorrà chiedermi di uscire. Chissà se ci sono buone gelaterie per fare colpo. Forse sarebbe meglio portarla a fare una passeggiata. Magari non le piace camminare. Sta per aprire la bocca (e che bocca), non so davvero più che pensare. Forse dovrei fare il coraggioso e chiederle io di uscire. Era arrivato il momento. Stava aspirando, raccogliendo lʼaria con cui avrebbe detto qualcosa. Ed era quel qualcosa che mi incuriosiva. Più ero curioso, più il tempo non passava. Oddio che incubo! Alla fine si decide. Dopo tutto questo, mi tremavano le gambe. Mi guarda e mi dice: - Li dai tu i biglietti? Delusione totale… - No, non li do io i biglietti. In realtà sono prigioniero di questo museo. Credo che la biglietteria sia avanti, sulla destra. Avrei tanto voluto rispondere così. Invece rispondo: - Certo, sono io che do i biglietti. - Ah, e fai anche da guida? Il mio sorriso era un poʼ forzato mentre le dicevo che facevo anche da guida. Ore 11.00 Io, guida del Museo Allʼinizio dico che in un museo tutto cambia, anche i pannelli illustrativi. Per fortuna che questa volta non sono cambiati. Anzi, sono stati necessari ed indispensabili così come erano. Soprattutto per uno che come me deve spiegare ad una perfetta sconosciuta storie e descrizioni su reperti che non conosce. Non ci riesco a scuola, ad improvvisare col libro davanti, figuriamoci farlo allʼinterno di un museo che non conosco. Non si può proprio dire che sia partito col piede giusto. La faccio entrare dallʼuscita. Fortunatamente non se ne accorge. La prima cosa su cui mi soffermo è una statua nera, al centro di una grossa sala. Le manca una gamba e sembra un facile soggetto da descrivere. Ancora una volta mi sbaglio. - Bella questa statua. - Quella senza gamba? - Sì, proprio quella. Do unʼocchiata al cartellino, giusto qualche istante, e poi comincio: - Se per statua senza gamba intendi questo capolavoro, allora stai parlando di un reperto molto antico: risale alla metà del II secolo d.C. - Pazzesco - risponde lei - Come si chiama? Dico io, ma che ci devi fare amicizia? - Che ti importa di come si chiama. Statua maschile acefala con balteo. Certo che fantasia aveva lo scultore. La faccia di Anita era stupita. Stava preparandosi a fare unʼaltra domanda: - Come mai è di questo materiale scuro? - Perché, hai qualcosa contro la gente di colore? Con un gesto di disapprovazione lei risponde: - No! Volevo solo sapere di che materile fosse. Forse ero stato un poʼ aggressivo, ma non è che fossi proprio rilassato. Sul cartellino non cʼè scritto il materiale. Le sorrido. Di carta non puo essere. Forse è di gesso. No, poco probabile. - Marmo. Mi guarda e sospira, come se non volesse farmi sentire: - Non lʼavrei mai detto! Nemmeno io, lʼavrei mai detto. Non mi ero mai arrampicato sugli specchi quanto oggi. Reperti su reperti di cui ho inventato ogni particolare, ogni storia. Statua maschile acefala con balteo. Fine I - metà del II sec. d.C. dal mare di Anzio Dopo unʼoretta dallʼinizio, cominciavo a vedere la fine dellʼincubo. Ci stavamo infatti avvicinando al traguardo, a quella che sembrava essere il termine del nostro giro, ma che in realtà era lʼentrata, lʼinizio della mostra che avevamo visto al contrario. Dubito che Anita stesse ancora credendo alla storia della guida. Ma non ha detto niente, e a me basta sapere questo. Davanti a noi, vicino alla scritta “Museo - inizio mostra” ci sono tre teste bianche. La domanda di Anita è immediata: - Che belle! Come mai sono state messe vicine? Bella domanda. - Perché sono sorelle - invento. 1.Testa - ritratto di giovane della famiglia Giulio-Claudia. Marmo bianco italico. I sec. d.C. 2.Testa colossale di Artemide. Dal mare di Anzio presso lʼArco muto. Marmo greco. II sec. d.C. 3. Ritratto femminile con torques. Marmo pario. Tarda età Traianea Studenti-cittadini del corso: Perle di marmo 2. Visita ragionata con Giusi Canzoneri e Melissa Guidolin, anno 2009 Lʼavevo detta veramente grossa, nei cartellini sotto a ogni testa cʼera la data nella quale erano probabilmente state ritrovate. Ognuna risaliva a un secolo diverso rispetto allʼaltra. - Che meraviglia - commenta. Non se nʼera ancora accorta ed ero stato veramente fortunato ma, come dice Silvia, mia madre, non bisogna mai sfidare la fortuna troppo al lungo. Ed è per questo che taglio corto e la trascino allʼuscita. Qualche passo mi separava dallʼaria aperta. Ma fui fermato prima di raggiungerla, e non da una persona, e non da un vigilante, né tantomeno dalla vera guida del museo che era occupata a condurre i veri visitatori verso la vera entrata della mostra. Fui fermato dalla risata di sempre. La più grossa risata di sempre. Scoppiai a ridere nel bel mezzo della sala principale. Cercavo di strisciare verso la porta, ma le risate me lo impedivano. Ero stato bene, in un museo. Mi ero divertito ad inventare, a vedere qualcosa di noioso in una maniera diversa. Una maniera migliore. Avevo imparato qualcosa. Mi ero fatto una cultura!!! Se lʼavessi detto a Silvia, mia madre, non ci avrebbe creduto. Io non ci credevo. Tutto questo non stava né in cielo né in terra né in cielo né in terra E pensare che mi avevano avvertito. Ore 13:05 Anita ed io Anita mi trova simpatico. O almeno così ha detto, dopo aver naturalmente capito che non sono una guida e che lʼavevo presa in giro per tutto il tempo. Sono da poco passate le 13, e la fame comincia a far sentire la sua presenza. - Conosci Anzio? - le chiedo, sperando in una risposta positiva. - No, e tu? - Nemmeno io. E ora? Non so proprio dove portarla a mangiare. Dalla stazione scende una grande strada, credo porti al mare. Sicuramente là ci sarà qualche bar. Ci incamminiamo. Parliamo del più e del meno per tutta la discesa verso un piccolo locale in cui speriamo possano farci qualcosa da mangiare. Fortunatamente, il tizio al bancone ci serve due grossi panini; ci sediamo attorno a un tavolino e ci godiamo un bel pranzo davanti alla spiaggia. Era da un poʼ che non vedevo il mare: mi ero scordato come fosse guardarlo. Come il tempo non passasse mai mentre fissi per ore le onde scontrarsi sul bagnasciuga. Non parlammo molto con Anita, anche lei era ipnotizzata dal rumore delle onde. A Roma non sarebbe stato così. Qui ad Anzio era tutto molto bello, molto romantico, e tutto questo durò molto poco, interrotto dal mio cellulare e dalla sua suoneria rumorosa che urlava allʼimpazzata. Era Giusi, lʼamica di mia madre; era arrivata al museo e voleva vedermi. Aveva bisogno di me. I panini erano finiti da un pezzo. Pagammo e uscimmo dal bar, salutando con un sorriso il simpatico commesso. Ore 15:00 L’incarico Allʼentrata del museo, Giusi ci aspetta. Mi saluta in modo molto affettuoso e, allo stesso modo, saluta Anita. Solo lì comprendo che anche lei, Anita, è una vittima. Anche lei infatti era la figlia di una madre particolarmente noiosa, che riteneva giusto mandare la propria figlia, ad Anzio. Un poʼ di cose erano cambiate dallʼinizio della giornata, il modo in cui vedevo le persone, per esempio: ora le vedevo più chiare e più tranquille; le vedevo migliori. - Basta abbracci - dice Giusi, mentre finisce di stritolare Anita. - Ho bisogno di voi. Questo lo sapevamo già. - Cosa ti serve? - azzardo a chiedere. - Vedete ragazzi, una mia cara amica, nonché guida del museo, si è ammalata e mi trovo costretta a trovare una soluzione, per cui … Speravo di non sentire le parole che disse dopo: - Voi mi aiuterete. Farete da guida ai visitatori. Ci fu un attimo di silenzio, dopodiché io e Anita riempimmo i nostri polmoni di aria, preparandoli a intonare un coretto niente male: - Cheee?? - Dai ragazzi, non pensavate mica di stare qui a fare niente tutto il giorno?! Non ci fu nessunʼaltro dialogo. Le facce allibite, sconvolte, parlavano da sole. - Dai su, ancora qualche minuto e il museo apre. In poco meno di quindici minuti, Anita ed io, avevamo imparato tutti i pannelli del museo a memoria, come fossimo nati lì dentro e, invece delle favole, prima di andare a letto, i nostri genitori ci avessero raccontato le vicende dei romani: Nerone, Caligola... Ore 16:00 Il popolo dei visitatori Eccoli. Sono i visitatori. Si avvicinano con aria minacciosa al banco dei biglietti. Ma il biglietto è gratis. Continuano nella mia direzione con una camminata che sembra una marcia da combattimento. Vengono intercettati da Giusi che ricorda loro che non è consentito portare borse. Ancora qualche respiro, qualche attimo, giusto il tempo di riprendere fiato. Eccoli, arrivano. Eʼ il momento. - Buongiorno, ben venuti al Museo Civico Archeologico di Anzio. Eʼ Anita che parla, tutta sorridente. - Vi prego di seguirmi al primo pannello illustrativo. Il tempo di arrivarci, che comincia a parlare e ad illustrare un argomento. Era brava. Fin troppo. Sembrava non ci fosse bisogno di me, me ne stavo andando, ma Anita non mi aveva perso di vista nemmeno un attimo, sembrava pronta a mollarmi i visitatori. Continuammo la passeggiata in giro per il museo, ci alternavamo nei discorsi, ridevamo, e in tutto questo facevamo capire alla gente tutto quello che cʼera da capire, in un modo diverso. Ho imparato questo al museo, ʻsi possono vedere le cose in un modo diversoʼ. Una guida non deve essere per forza una guida, non si deve necessariamente entrare dallʼentrata. I visitatori non devono necessariamente mettere paura, e un museo non deve necessariamente essere triste. Ore 17:38 Il viaggio di ritorno Una volta lasciati i visitatori, tutti divertiti dal percorso e dalle due giovani guide conosciute, Anita ed io andammo a salutare Giusi; era stata veramente dolce. Sempre di più si stava facendo tardi. Sempre meno mancava al passaggio del treno diretto a Roma, che sarebbe passato alla stazione verso le 17:47. Mancava poco. Io e Anita ci affrettammo, sulla lunga via che collega la stazione al mare, quella che avevamo fatto poco prima per andare a mangiare. Accelerando man mano il passo, giungemmo alla stazione. Il treno stava arrivando. Entrammo nella prima carrozza che ci capitò e ci sedemmo, uno di fronte allʼaltro. Anita era veramente molto stanca. Prima di crollare sul sedile mi diede il suo numero. Scritto su un bigliettino di fortuna. - Chiamami, magari un giorno usciamo - disse sorridendo. Presi il pezzettino di carta, lo misi in tasca, risposi al sorriso. Lei aveva già chiuso gli occhi. Chissà a cosa stava pensando. Eʼ passato tutto così in fretta. Un giorno. Un giorno solo. Ore 19.00 La mia casa Sembrava passato un secolo. Rivedere il portone di casa, salire le scale e arrivare alla porta. Sembrava non lo facessi da una vita. - Strana sensazione - pensai. Magari anche Anita si sentirà così… La prima cosa che dʼistinto volli fare appena arrivato a casa, fu di prendere il telefono e chiamarla per chiederglielo. Ma rinunciai. Era meglio aspettare. Entrai nella mia stanza. Sul letto mia madre aveva messo un libro di storia. Era ancora chiuso dalla plastica. Lo guardai meglio. Era quello del nuovo anno scolastico. In unʼaltra occasione lʼavrei preso e buttato sul piano della libreria a far compagnia a tutti gli altri libri che non leggerò mai. Questa volta decisi invece di aprirlo. Cominciai a leggere, a viaggiare con la mente. Vedevo i reperti nelle immagini, sulle pagine, e tornavo al museo. Immaginavo di essere nella sala con la statua nera e di poter vedere ogni cosa, ogni pezzo di storia più da vicino. Così la storia era più bella e quella giornata al museo non la vedevo più come una semplice perdita di tempo. Improvvisamente mia madre aprì la porta della stanza; ero entrato a casa e non lʼavevo nemmeno salutata. Di colpo chiusi il libro. Tornai teso. - Allora ti sei divertito? - Bah, veramente no, solo noia. La parte più divertente è stata il viaggio in treno. Non avevo ancora finito di parlare che uscì dalla camera sbattendo la porta. Misi una mano in tasca, tirai fuori il numero di Anita, lo guardai e sorrisi. Sapevo di mentire. Si ringraziano La Famiglia Foglietti Pietro Irene (mamma di Pietro) Emanuele (papà di Pietro) La Scuola Liceo Classico - Chris Cappell College di Anzio Francesca Lombardo Anna Rita Baglioni Il Museo Marina Del Dottore Silvia Succi Fabrizio Zazzeri Supervisore Emanuele Pappalardo Un ringraziamente particolarmente sentito al Sindaco, Luciano Bruschini; allʼAssessore alla Cultura, Umberto Succi e al Direttore Generale, Franco Pusceddu, i quali finanziando la stampa di questo libretto, ancora una volta, confermano di possedere una profonda sensibilità verso i problemi che coinvolgono la famiglia e la scuola di questo territorio. Foto su gentile concessione del Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano Edizioni Tipografia Marina Progetto e Editing di Giusi Canzoneri Impaginazione Andrea Colella Stampa Tipografia Marina - Anzio Finito di stampare nel mese di dicembre 2010 su carta patinata opaca