A cura dell’Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia
piazza Prampolini 1 42121 Reggio Emilia
tel. 0522 456398 / 456632
cura rassegna
Sandra Campanini
organizzazione
Sandra Campanini
cura catalogo
Angela Cervi
amministrazione
Cinzia Biagi
servizi tecnici
Ero Incerti
Giorgio Guerri
Le proposte di L’Officina Visionaria sono incluse nel progetto
+d1
Reggio Emilia per la Scuola 20152016
in copertina
fronte: Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di J. P. Jeunet
retro: Il giovane favoloso di Mario Martone
L’OFFICINA VISIONARIA
scuola al cinema
Cinema Rosebud
ottobre 2015 - febbraio 2016
Il cinema Rosebud è dotato di un sistema di amplificazione
ad induzione magnetica
che permetterà anche ai deboli di udito
e ai portatori di apparecchi acustici di qualsiasi
marca dotati di Bobina di rivivere le emozioni
di una proiezione cinematografica.
Chiedi le cuffie amplificate alla cassa
o commuta l’apparecchio acustico
nella posizione Bobina “T”
la realizzazione è stata possibile grazie alla
collaborazione tra Conad Reggio Sud, Amplifon
e Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia
sommario
9
Modalità di prenotazione
11
Calendario proiezioni - Scuola d’infanzia
13
Calendario proiezioni - Scuola primaria
17
Calendario proiezioni - Scuola secondaria di primo grado
21
Calendario proiezioni - Scuola secondaria di secondo grado
25
L’Officina visionaria 2015-2016
31
Cinema & salute
33
Le schede dei film (in ordine alfabetico)
5
Il giovane favoloso di Mario Martone
S
ta per prendere il via la quattordicesima edizione di “L’officina
visionaria”. Quando l’Ufficio Cinema del Comune iniziò questo
progetto – nel lontano e tanto “cinematografico” 2001 – il mondo
della programmazione cinematografica e della fruizione dei film era diversissimo. In questi quindici anni hanno preso piede le multisale, con la loro
offerta uniforme, omologata e commerciale; molti cinema monosala hanno
chiuso; si è passati dalla pellicola al digitale; i giovani non riescono più
a capire la differenza tra la visione privata di un film, spesso tramite un
pc o un lettore dvd, e quella sullo schermo di una sala cinematografica;
il pubblico più giovane è sempre più abituato a scaricare film dal web in
modo acritico e compulsivo. In tutte le tavole rotonde del settore viene
ribadita l’importanza della formazione di un nuovo pubblico per il futuro.
Una missione, questa, fondamentale per l’esercizio cinematografico e
senza la quale il cinema in sala non ha futuro.
Dal 2001 al 2015, per il ciclo “L’officina visionaria”, dedicato espressamente
al pubblico di giovani e giovanissimi, hanno partecipato alle proiezione
dei 468 titoli proposti, 87.342 studenti e 7.108 insegnanti.
Oltre ai film che troverete nelle nostre proposte per il 2015-2016
vi ricordiamo che siamo sempre disponibili
ad organizzare proiezioni extra.
Per suggerimenti oppure per informazioni
scrivere a [email protected]
7
Si alza il vento di Hayao Miyazaki
MODALITÀ DI PRENOTAZIONE
Le prenotazioni – solo telefoniche – vengono raccolte tutti i giorni feriali dalle 9 alle 13 a
partire da giovedì 1 ottobre e fino a venerdì 30 ottobre 2015. Ulteriori prenotazioni saranno
accolte nel corso dell’anno compatibilmente con la disponibilità rimasta.
EVENTUALI DISDETTE DOVRANNO ESSERE COMUNICATE CON 30 GIORNI DI
ANTICIPO RISPETTO ALLA DATA DI PROIEZIONE, pena il pagamento della quota
corrispondente al numero dei prenotati. LE PROIEZIONI AVRANNO LUOGO SOLO
AL RAGGIUNGIMENTO DI 100 STUDENTI. La comunicazione dell’annullamento di
eventuali proiezioni verrà fatta all’insegnante di riferimento con largo anticipo.
REFERENTI TELEFONICI dal lunedì al venerdì
Cinzia Biagi tel. 0522 456634
Angela Cervi tel. 0522 456763
Sandra Campanini tel. 0522 456632
COSTO DEL BIGLIETTO euro 3,00 (insegnanti e accompagnatori ingresso gratuito)
ORARI PROIEZIONI ore 9.30 (dove non diversamente specificato).
L’orario indicato è quello dell’inizio della proiezione; è quindi necessario che le classi
arrivino con qualche minuto di anticipo per potersi accomodare. Si pregano gli insegnanti
accompagnatori di raccogliere tutta la somma per l’acquisto dei biglietti, per evitare
ritardi alla cassa. La puntualità è indispensabile.
Gli orari di proiezione possono essere modificati per gruppi numerosi, previo accordi con
l’Ufficio Cinema.
OPPORTUNITÀ PER GLI INSEGNANTI
Possibilità di concordare direttamente con l’Ufficio Cinema proiezioni mattutine supplementari di film in prima visione
RECAPITI
Cinema Rosebud via Medaglia d’Oro della Resistenza, 6 - tel. 0522 555113
Ufficio Cinema Piazza Prampolini 1 - tel. 0522 456634 - 456763
TRASPORTI
I nidi, le scuole dell’infanzia, la scuola primaria e la scuole secondaria di primo grado
possono organizzarsi autonomamente contattando l’ACT (sig. Caramiello tel. 0522/927631
- fax 512880) e concordare orario e costo del trasporto.
9
I 7 nani di Harald Siepermann, Boris Aljinovic
CALENDARIO PROIEZIONI
SCUOLA d’infanzia
inizio ore 9.30
giovedì 29 - venerdì 30 ottobre
HOME - A CASA
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag.
giovedì 5 - venerdì 6 novembre
OOOPS! HO PERSO L’ARCA
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 81
mercoledì 25 - giovedì 26 novembre
SHAUN - VITA DA PECORA
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 101
giovedì 3 - venerdì 4 dicembre
I 7 NANI
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 35
giovedì 18 - venerdì 19 febbraio
ALBERT E IL DIAMANTE MAGICO
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 39
lunedì 22 - mercoledì 24 febbraio ore 9.00 ◄
SI ALZA IL VENTO
Scuola d’infanzia, scuola primaria,
scuola secondaria di primo e secondo grado
11
73
pag. 105
Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard
CALENDARIO PROIEZIONI
SCUOLa PRIMARIA
inizio ore 9.30
giovedì 29 - venerdì 30 ottobre
HOME - A CASA
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 73
giovedì 5 - venerdì 6 novembre
OOOPS! HO PERSO L’ARCA
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 61
giovedì 12 - venerdì 13 novembre
LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 135
mercoledì 25 - giovedì 26 novembre
SHAUN - VITA DA PECORA
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 101
lunedì 30 novembre e mercoledì 2 dicembre
IL RAGAZZO INVISIBILE
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 89
giovedì 3 - venerdì 4 dicembre
I 7 NANI
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag.
lunedì 14 e mercoledì 16 dicembre
LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T. S. SPIVET
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 109
13
35
Albert e il diamante magico di Karsten Kiilerich
CALENDARIO PROIEZIONI
lunedì 8 e mercoledì 10 febbraio
MINUSCULE - LA VALLE DELLE FORMICHE PERDUTE
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 77
giovedì 18 - venerdì 19 febbraio
ALBERT E IL DIAMANTE MAGICO
Scuola d’infanzia e scuola primaria
pag. 39
lunedì 22 e mercoledì 24 febbraio ore 9.00 ◄
SI ALZA IL VENTO
Scuola d’infanzia, scuola primaria,
scuola secondaria di primo e secondo grado
15
pag. 105
Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di Jean-Pierre Jeunet
CALENDARIO PROIEZIONI
Scuola secondaria di pRimo grado
inizio ore 9.30
lunedì 26 e mercoledì 28 ottobre ore 9.00 ◄
TOMORROWLAND - IL MONDO DI DOMANI
Scuola secondaria di primo grado e primo biennio
scuola secondaria di secondo grado
pag. 117
giovedì 12 - venerdì 13 novembre
LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 135
lunedì 16 - mercoledì 18 novembre
L’ULTIMO LUPO
Scuola secondaria di primo e secondo grado
pag. 127
lunedì 30 novembre - mercoledì 2 dicembre
IL RAGAZZO INVISIBILE
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 89
lunedì 14 - mercoledì 16 dicembre
LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T. S. SPIVET
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
pag. 109
lunedì 18 - mercoledì 20 - giovedì 21 - venerdì 22 gennaio
GIORNO DELLA MEMORIA
CORRI RAGAZZO CORRI
Scuole secondarie di primo grado
pag. 43
17
Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores
(foto di Claudio Iannone)
CALENDARIO PROIEZIONI
lunedì 8 - mercoledì 10 febbraio
MINUSCULE - LA VALLE DELLE FORMICHE PERDUTE
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
lunedì 22 - mercoledì 24 febbraio
ore 9.00 ◄
SI ALZA IL VENTO
Scuola di infanzia, scuola primaria,
scuola secondaria di primo e secondo grado
19
pag. 77
pag. 105
Difret-Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari
CALENDARIO PROIEZIONI
SCUOLA secondariA di secondo grado
lunedì 19 - martedì 20 ottobre
RESISTENZA NATURALE
Scuola secondaria di secondo grado
GRATUITO SU PRENOTAZIONE
ore 9.00 ◄
mercoledì 21 - giovedì 22 ottobre
LA FAMIGLIA BELIER
Scuola secondaria di secondo grado
GRATUITO SU PRENOTAZIONE
ore 9.00 ◄
lunedì 26 - mercoledì 28 ottobre
ore 9.00 ◄
TOMORROWLAND - IL MONDO DI DOMANI
Scuola secondaria di primo grado e primo biennio
scuola secondaria di secondo grado
ore 9.00 ◄
lunedì 2 - mercoledì 4 novembre
IL GIOVANE FAVOLOSO
Scuola secondaria di secondo grado
lunedì 9 - mercoledì 11 novembre
TIMBUKTU
Scuola secondaria di secondo grado
inizio ore 9.30
pag. 93
pag. 57
pag. 117
pag. 65
pag. 113
lunedì 16 - mercoledì 18 novembre
L’ULTIMO LUPO
pag. 127
Scuola secondaria di primo e secondo grado
giovedì 19 - venerdì 20 novembre
TORNERANNO I PRATI
Scuola secondaria di secondo grado
pag. 121
21
Pride di Matthew Warchus
CALENDARIO PROIEZIONI
mercoledì 9 - giovedì 10 dicembre
DIAMANTE NERO
Scuola secondaria di secondo grado
pag. 47
lunedì 25 - mercoledi 27 - giovedì 28 - venerdì 29 gennaio
GIORNO DELLA MEMORIA
L’UOMO PER BENE
LE LETTERE SEGRETE DI HEINRICH HIMMLER
Scuola secondaria di secondo grado
lunedì 1 - mercoledì 3 febbraio
ore 9.00 ◄
SELMA - LA STRADA PER LA LIBERTÀ
pag. 131
pag. 67
Scuola secondaria di secondo grado
venerdì 5 febbraio
GIOVENTÙ BRUCIATA
pag. 69
Scuola secondaria di secondo grado
giovedì 11 - venerdì 12 febbraio
PRIDE
Scuole secondarie di secondo grado
pag. 85
lunedì 15 - mercoledì 17 febbraio
DIFRET - IL CORAGGIO PER CAMBIARE
Scuole secondarie di secondo grado
pag. 51
lunedì 22 - mercoledì 24 febbraio
ore 9.00 ◄
SI ALZA IL VENTO
Scuola di infanzia, scuola primaria,
scuola secondaria di primo e secondo grado
ore 9.00 ◄
giovedì 25 - venerdì 26 febbraio
FURY
Scuole secondarie di secondo grado
23
pag. 105
pag. 61
Corri ragazzo corri di Pepe Danquart
“L’OFFICINA VISIONARIA” 2015-2016
Lunedì 19 ottobre 2015 prenderà il via il nuovo ciclo di appuntamenti
di “L’officina visionaria”, il programma di proiezioni cinematografiche ed
educazione visiva, ormai giunto alla sua quattordicesima edizione, che il
Cinema Rosebud del Comune di Reggio Emilia propone al mondo della
scuola. Nato in corrispondenza dell’anno scolastico 2001-2002, “L’officina
visionaria” si è costituito come un progetto allo stesso tempo didattico e
culturale, pensato per le scuole di ogni ordine e grado, con l’intento di
promuovere la cultura cinematografica tra gli allievi in modo partecipativo
e creativo, facendo del cinema un luogo-laboratorio di costruzione, ricerca,
pensiero, crescita e apprendimento da realizzarsi attraverso l’uso dell’immagine e l’azione del guardare e privilegiando una modalità di visione
collettiva, insieme agli insegnanti e ai compagni di classe.
La risposta delle scuole reggiane, nel corso degli anni, non ha fatto che
confermare la validità e il successo dell’iniziativa con un alto numero di
giovani e giovanissimi partecipanti alle proiezioni, accompagnati da insegnanti che si sono sempre dimostrati particolarmente attivi e interessati
alla qualità delle opere proposte e al coinvolgimento delle loro classi. Il
progetto, oggi, assume un significato particolare anche di fronte ai tagli
alla spesa pubblica che stanno interessando sia il mondo della scuola
che quello delle attività culturali in generale, mettendo l’accento sul valore
di una cultura pubblica, partecipata e condivisa.
La programmazione di quest’anno, che proseguirà fino a venerdì 26
febbraio 2016, comprende 25 film di qualità – due dei quali parte del
progetto Cinema & salute realizzato, come ogni anno, in collaborazione
con l’Usl – e privilegia quasi esclusivamente le uscite più recenti: per gli
allievi delle scuole dell’infanzia e della scuola primaria sono stati selezionati
cartoons all’insegna della fantasia e del divertimento, abitati da buffi e
scatenati personaggi, dove l’originalità delle storie si associa alla varietà
nelle realizzazioni, dalla computer-graphic alla plastilina: Minuscule - La
valle delle formiche perdute, Shaun - Vita da pecora, I 7 nani sono opere
pensate e costruite proprio a misura di bambino. Altri film, però, seppure
25
Oops! Ho perso l’arca di Toby Genkel, Sean McCormack
nelle vesti del fantasy e del cartoon, propongono un tema importante come
quello delle sorti del pianeta Terra, citiamo a questo proposito Home - A
casa, Ooops! Ho perso l’arca! e Tomorrowland - Il mondo di domani,
come un invito a immaginare la salvezza del mondo futuro attraverso la
collaborazione, la solidarietà, l’accoglienza e l’accettazione del diverso.
Per i più grandi, la lotta per il diritto alla diversità si unisce a quelle per
la giustizia sociale nel film Pride, mentre Selma - La strada per la libertà
ripropone la figura di Martin Luther King e le battaglie per i diritti civili,
spesso conquistati solo sulla carta, nell’America degli anni Sessanta. Sul
tema dei diritti sono da ricordare i film africani Difret - Il coraggio di cambiare che, ispirato a fatti realmente accaduti, racconta in chiave umana
e processuale un caso di violenza contro una ragazzina rapita dal suo
“aspirante sposo” nell’Etiopia del 1996, e Timbuktu, attualissima e dolorosa rappresentazione della vita in una città caduta sotto il dominio dei
fondamentalisti islamici. Adolescenze di ieri e di oggi a confronto: questo
è un altro dei temi presentati nella nuova edizione di “L’officina visionaria”,
che va da un capolavoro degli anni Cinquanta, Gioventù bruciata, recentemente restaurato ad opera della Cineteca di Bologna, a una serie di
film che mettono in scena i giovani d’oggi, adolescenti e preadolescenti,
come Diamante nero, Il ragazzo invisibile, Lo straordinario viaggio di T.
S. Spivet, senza dimenticare un “giovane” davvero di altri tempi, il poeta
Giacomo Leopardi di Il giovane favoloso.
Ritroveremo anche il tema della guerra in tre film molto diversi tra loro,
tra umanesimo, eroismo e speranze disilluse per il futuro: Torneranno i
prati, Fury e il bellissimo cartoon di Hayao Miyazaki Si alza il vento.
Per non dimenticare il tema del rapporto tra uomo, natura e animali, verrà
proposto il film più recente di Jean-Jacques Annaud, L’ultimo lupo.
In occasione del Giorno della Memoria, per le scuole secondarie di primo
e secondo grado saranno proiettati rispettivamente Corri ragazzo corri,
emozionante storia di un ragazzino ebreo in fuga dal ghetto di Varsavia
e dai nazisti, e L’uomo per bene - Le lettere segrete di Heinrich Himm27
Resistenza naturale di Jonathan Nossiter
ler, che attraverso rarissimi documenti d’archivio e le lettere private del
comandante delle SS, architetto della Soluzione Finale, mostrano allo
spettatore quella crudeltà e “banalità del male” che possono emergere e
svilupparsi dentro un’apparente normalità.
Anche questa nuova edizione di “L’officina visionaria” presenta due film
nell’ambito di Cinema & Salute, un progetto di divulgazione su argomenti
rilevanti per la salute collettiva nato dalla collaborazione tra l’Azienda USL
e il Comune di Reggio Emilia e già portato avanti con successo negli
anni passati: i temi di quest’anno saranno la salute nell’alimentazione,
con la proiezione di Resistenza naturale, interessante documentario su
un esperimento di agricoltura italiana ecologicamente progredita, e le
emozioni e relazioni, con la proiezione di La famiglia Bélier, storia di
una ragazza sedicenne che deve fare da interprete per la sua famiglia
di non udenti.
Si segnala infine la possibilità di consultare all’indirizzo
www.municipio.re.it/catalogofilm.
il catalogo video telematico, aggiornato di anno in anno,
che comprende film in videocassetta e in DVD,
disponibili per il prestito presso la Biblioteca Panizzi
e le locali Biblioteche decentrate
29
La famiglia Bélier di Eric Lartigau
CINEMA & SALUTE
L’undicesima rassegna “Cinema e salute” ancora una volta si propone di
parlare di salute tra arte e realtà, arricchendo le proposte cinematografiche
con altri contenuti artistici, sulla falsa riga di quanto è stato realizzato
nel 2014 in occasione della X edizione della rassegna. Per promuovere
stili di vita e comportamenti corretti, quest’anno si utilizzeranno sia il linguaggio cinematografico che il linguaggio teatrale per parlare ai ragazzi
di emotività e relazioni, alimentazione sana e consapevole, prevenzione
degli infortuni e malattie professionali. La rassegna sarà quindi articolata
in tre momenti, i primi due cinematografici, consistenti nella proiezione di
film dedicati alla corretta alimentazione e alle difficoltà emotive dei rapporti
tra le persone, il terzo teatrale, realizzato mediante la rappresentazione
interattiva di situazioni concrete riguardanti casi di infortuni sul lavoro o
malattie professionali.
La programmazione – indirizzata alle scuole secondarie di secondo
grado – è così definita:
ALIMENTAZIONE SANA, NATURALE E CONSAPEVOLE
19 e 20 ottobre ore 9.00 RESISTENZA NATURALE
di Jonathan Nossiter
gratuito su prenotazione
EMOZIONI E RELAZIONI
21 e 22 ottobre ore 9.00
LA FAMIGLIA BELIER
di Eric Lartigau
gratuito su prenotazione
Evento teatrale - SICUREZZA SUL LAVORO
23 e 24 ottobre
Teatro Forum
Dr. Mauro Grossi
Direttore Dipartimento
di Sanità Pubblica
“PratiCARE la sicurezza”
In particolare per la programmazione teatrale sarà attiva come
ogni anno la collaborazione di INAIL e ANMIL per portare la
testimonianza di un infortunato e consegnare agli studenti un
KIT contenente alcuni DPI.
Dr.ssa Patrizia Ferdenzi
SPSAL Az. USL RE
31
Lia Gallinari
Staff Comunicazione DSP
LE SCHEDE DEI FILM
Le schede dei film sono raccolte in ordine alfabetico
I 7 nani di Harald Siepermann, Boris Aljinovic
I 7 nani
Regia: Harald Siepermann, Boris Aljinovic (Germania, 2014) 88’
Giovedì 3 - venerdì 4 dicembre
Scuola d’ infanzia e scuola primaria
Siamo nel regno di Fantabulosa, dove la strega Perfidia lancia una maledizione sulla piccola Principessa Rose: prima di compiere i 18 anni, la
ragazza si pungerà con un oggetto tagliente e tutto il castello cadrà insieme
a lei in un sonno lungo 100 anni. L’incantesimo verrà interrotto solo se la
ragazza riceverà un vero bacio d’amore. Giunta la fatidica data, Bobo, il
più piccolo dei sette nani, per sbaglio punge la principessa Rose e tutto
il reame cade in un sonno profondo. Tutti, tranne i 7 nani. E sarà proprio
Bobo, insieme agli altri sei compagni a vivere una fantastica avventura
per cercare di sciogliere l’incantesimo salvando Jack, lo sguattero delle
cucine di corte di cui Rose è innamorata, prigioniero di Barny, un drago
al servizio di Perfidia...
Nel regno di Fantabulosa, la principessa Rose è stata maledetta dalla
strega Perfidia. Essendo stata punta prima del suo diciottesimo compleanno
la principessa, e con lei tutto il regno, cadono vittima di un sonno eterno.
Starà ai sette nani, capitanati dal giovane e maldestro Bobo, risolvere la
situazione: solo un bacio del vero amore potrà annullare il profondo coma
di Fantabulosa. I registi Harald Siepermann e Boris Aljinovic costruiscono
un film saccheggiando a piene mani da tutta la tradizione fiabesca occidentale. Con un’operazione ormai non più originalissima, i due registi.
cercano di abbattere i compartimenti stagni dei mondi fiabeschi, non solo
facendo intersecare le varie storie ma permettendo ad elementi contemporanei e realistici di permeare la narrazione. (...)
sentieriselvaggi.it
L’ibridazione tra fiabe diverse non data da oggi. La serie Shrek, al cinema, ne ha fatto un criterio con risultati gustosi e Into the woods ne ha
35
I 7 nani di Harald Siepermann, Boris Aljinovic
operato il trapianto nel musical. Questo cartoon di produzione tedesca,
successo di cassetta in diversi paesi del mondo, applica il meticciato soprattutto alla Bella addormentata nel bosco e a Biancaneve, con qualche
divagazione in altre fiabe (quella di Cappuccetto Rosso, ad esempio, alle
prese con un lupo pedofilo). La strega Perfidia ha minacciato, come da
copione, di far cadere la principessa Rose in un sogno eterno prima che
compia diciott’anni. Si prendono tutte le precauzioni; salvo che il nano
Bobo, il più piccolo dei sette, la punge per sbaglio avverando la profezia.
Toccherà a lui rimediare al misfatto, facendo il modo che il giovane Jack
la risvegli col bacio dell’amore. Si aggiunge un drago, tra i personaggi più
simpatici della compagnia. Film d’animazione semplice (...), con i numeri
per incontrare il gusto infantile. (...)
Roberto Nepoti, La Repubblica.it
37
Albert e il diamante magico di Karsten Kiilerich
Albert e il diamante magico
Regia: Karsten Kiilerich (Danimarca, 2015) 81’
Giovedì 18 - venerdì 19 febbraio
Scuola di infanzia e scuola primaria
Quando nasce il piccolo Albert, nel paesino immaginario di Kalleby, non
tutti sono contenti come i suoi genitori. Alcuni, udendolo strillare, cominciano a pensare che al mondo non ci sia niente di peggio dei ragazzini e si
andranno confermando nel loro pensiero man mano che Albert crescerà,
di giorno in giorno, e farà il diavolo a quattro con il suo migliore amico
Egon. Ad un certo punto, perciò, ad Albert non resta altro da fare che andarsene, promettendo di tornare al paese da eroe, in mongolfiera. Rapisce
nottetempo Egon e scivola con lui lungo la corrente del fiume, dentro una
botte, per incappare l’indomani in un ladrone di nome Rapollo, deciso ad
impossessarsi del diamante più grande del mondo: l’occasione ideale per
vivere l’avventura piratesca che il nostro stava aspettando.
Contrariamente al titolo, il diamante non ha nulla di magico, ma il film racconta in maniera semplice ed efficace una storia di amicizia e di crescita
tra simpatiche zingarelle, sciocchi ladri e goffi poliziotti immersi in una
Danimarca bucolica e solare.
Alessandra De Luca, Avvenire, 19/6/2015
Nuovo film d’animazione di Karsten Kiilerich, Albert e il diamante magico
vede come protagonista un bambino pasticcione e pieno di idee creative
che vive a Kalleby, una località inventata che prende spunto dalle cittadine
di provincia danesi, dove il regista trascorreva le lunghe estati giocando
lungo il ruscello vicino a casa. Gli abitanti del paese non vedono di buon
occhio il bambino perché da quando ha iniziato a camminare è stato l’artefice di molti guai, tra cui la distruzione dell’unica statua di Kalleby dedicata
al famoso mongolfierista del paese.
39
Albert e il diamante magico di Karsten Kiilerich
L’immaginazione di Albert, supportata dall’amicizia di Egon, il compagno di
classe e migliore amico del bambino, lo porta a progettare un piano per
riuscire ad andarsene da Kalleby e realizzare il suo sogno più grande:
salire su una vera mongolfiera ed essere riconosciuto in modo positivo
dagli abitanti a lui tanto ostili. Una notte Albert si presenta sotto casa
dell’amico Egon e, mentre quest’ultimo dorme, lo carica in una botte e
insieme seguono il corso del fiume che li porterà verso un mondo a loro
sconosciuto: è l’inizio dell’avventura.
cinematographe.it
41
Corri ragazzo corri di Pepe Danquart
GIORNO DELLA MEMORIA
Corri ragazzo corri
Regia: Pepe Danquart (Germania-Francia, 2013) 108’
Lunedì 18 - mercoledì 20 - giovedì 21 - venerdì 22 gennaio
Scuole secondarie di primo grado
Polonia, 1942. Jurek ha circa 9 anni ed è fuggito dal ghetto di Varsavia.
Povero, affamato e senza protezione, ma spinto da un incredibile spirito
di sopravvivenza e dall’ultima promessa fatta a suo padre, il bambino
troverà riparo tra le foreste o nelle case dei contadini che lo accoglieranno
e lo aiuteranno. Allo stesso tempo, però, si troverà esposto ai pericoli
cui la sua condizione di ebreo lo sottopone. Per questo, infatti, sarà via
via costretto a dimenticare il suo passato, a cancellare i ricordi di sua
madre, del suo paese e della sua infanzia, così come i continui addii del
presente. Ispirato alla storia vera di Yoram Fridman.
Jurek ha quasi nove anni quando trova il coraggio per fuggire dal ghetto
di Varsavia. Per salvarsi dai nazisti si lascia alle spalle i fratelli e i genitori:
è l’inverno 1942 e per il ragazzino comincia un durissimo periodo che è
obbligato a trascorrere soprattutto nascosto nei boschi. Esce allo scoperto
solo quando deve chiedere ospitalità, ricambiandola con il lavoro nei campi.
Nel suo disperato girovagare, Jurek incontra persone buone e caritatevoli
che lo aiutano e altre che lo trattano da nemico. In una occasione si frattura la mano nell’aratro, il chirurgo in ospedale si rifiuta di operarlo perché
ebreo e Jurek resta col braccio destro amputato. Non perde tuttavia la
forza per andare avanti e arriva alla primavera del 1945 quando si profila
la fine della guerra. C’è un romanzo come punto di partenza di questo
Corri ragazzo corri che Uri Orlev ha scritto, ispirandosi alla storia vera di
Yoram Fridman e Pepe Danquart ha diretto “con lo spirito di un racconto
di avventura, la storia di un ragazzino costretto a crescere molto in fretta
per poter sopravvivere, ma che in fondo resta un bambino”.
Girato con cura, con un taglio di immagini che fonde bene realismo e immaginazione, il racconto si snoda lungo una dinamica drammaturgica intensa
43
e commovente, capace di far emergere le numerose sfumature del dolore
attraverso cui passa l’adolescente Jurek. Che, per sopravvivere, nasconde
l’essere ebreo a favore della aderenza alla religione cattolica. Il dato spirituale è inserito con delicatezza e equilibrio all’interno della trama e degli aspri
scenari di sofferenza e privazioni.
Ne deriva un prodotto di qualità che si propone come esempio della possibilità di raccontare l’evento Olocausto non più legato al periodo storico ma
in forma più universale, luogo della terribile presenza del Male nella Storia
e nel mondo. Ad interpretare con sensibilità il ruolo di Jurek ci sono Andrzej
e Kamil Tkacz. Nel finale appare il vero Friedman com’è oggi (79 anni), in
Israele con la famiglia.
Massimo Giraldi, cinematografo.it
“Dimentica il tuo nome, ma non dimenticare mai che sei ebreo!”. Oggi Yoram
Friedman ha 79 anni e vive con la sua famiglia in Israele, ma non può cancellare dalla sua mente quei due anni passati come un nomade tra le foreste
della Polonia, all’età di nove anni. Nel 1943, nel pieno della Seconda Guerra
Mondiale, è costretto a lasciare il suo villaggio vicino a Varsavia, separandosi
dai fratelli e dai genitori per la propria sopravvivenza, nel tentativo di fuggire
alle truppe naziste. Ha raccontato la sua storia lo scrittore israeliano Uri Orlev
in un romanzo che racconta quella storia di coraggio e resistenza. Il regista
Pepe Danquart ha scelto di adattarla per il grande schermo realizzando il film
Corri Ragazzo corri (...). Il piccolo Srulik, che poi prende il nome di Jurek
Staniak per non farsi riconoscere come ebreo, è interpretato dal giovane attore Andrzej Tkacz. Vive in continua fuga tra gli alberi, resistendo alle insidie
dei boschi innevati e gelidi. Caccia per nutrirsi e bussa alla porta delle varie
fattorie cercando ospitalità in cambio di piccoli lavori di manodopera. “Non si
tratta solo degli “Schlindler” o dei “John Rabe”, ma anche di semplici contadini
anonimi che aiutarono un ragazzino ebreo a sopravvivere alla foresta” ha
dichiarato il regista tedesco, premio Oscar nel 1994 con il suo cortometraggio
sul razzismo, Schwarzfahrer.
44
A differenza dei numerosi film che hanno presentato queste tristi e violente
pagine della storia, Corri ragazzo corri propone un punto di vista nuovo, la
Shoah vista con gli occhi di un bambino, che mette alla prova se stesso e
la propria resistenza, respingendo la sua vera identità e reinventandosi come
un piccolo orfano cattolico polacco. La tragedia dell’Olocausto sembra ancora
più tragica se si affronta nell’età dell’infanzia. Il regista segue senza sosta il
piccolo Andrzej nei panni di Jurek, che si rivela la guida univoca di una storia
di formazione, un’avventura esistenziale in cui il protagonista non perde mai la
speranza e la fiducia nel prossimo. Sul suo cammino incontra brave persone
che lo accolgono in casa, ma altri sono crudeli e diffidenti, e lo denunciano
ai violenti ufficiali della Gestapo, alla continua ricerca di ebrei da sacrificare.
Il racconto intorno al quale si costruisce il film si eleva a documento storico,
sullo stile del Diario di Anna Frank.
“Questa è la storia di quanti riuscirono ad elevarsi al di sopra delle uccisioni
sistematiche di uomini e donne che, rischiando la loro vita, aiutarono coloro
che altrimenti non sarebbero sopravvissuti” ha aggiunto il regista in un’intervista. I dolori e le brutalità della guerra restano sullo sfondo, mentre l’azione
è limitata alle avventure di Jurek, che affronta sfide immani per la sua età.
Scene suggestive si susseguono accompagnate da una colonna sonora poetica
e romantica, che non tradisce le emozioni. L’attenzione è tutta sul piccolo
protagonista, che regala espressioni sincere ed estremamente verosimili.
La fuga incessante verso la libertà è rotta dai suoi continui incubi, nei quali
riecheggiano i suoni, le luci e le immagini del ghetto abbandonato e i ricordi
della sua famiglia, che lo spingono a non arrendersi, perfino nei momenti più
drammatici. Una memoria che non si spezza quella di Jurek e di tanti altri
perseguitati di guerra, per ricordare e non dimenticare, non solo il dolore e
le prove della malvagità umana, ma anche una stoica solidarietà.
Letizia Rogolino, ilfattoquotidiano.it, 23/1/2015
45
Diamante nero di Céline Sciamma
Diamante nero
Regia: Céline Sciamma (Francia, 2014) 112’
Mercoledì 9 e giovedì 10 dicembre
Scuola secondaria di secondo grado
La sedicenne Marieme è oppressa dall’ambiente familiare e sociale in cui
vive. L’incontro con altre tre ragazze dallo spirito libero, però, cambierà tutto:
Marieme diventa Vic, cambia look, lascia la scuola e insieme alle ragazze
della banda inizia a vivere la sua nuova, spensierata giovinezza...
Aveva ragione Jacques Rancière a dire che il problema fondamentale
della rappresentazione dei subalterni è il fatto che vengano inevitabilmente costretti al ruolo delle vittime e a interpretare il sintomo di un
disagio sociale.
Normalmente a un subalterno non viene chiesto di parlare d’amore, d’arte
o di bellezza, o di parlare di cose genericamente umane: gli viene chiesto di raccontarci soltanto della sua sofferenza e della sua esperienza di
vittima. Gli adolescenti di colore delle banlieue parigine poi – che sono
delle vittime per eccellenza – quando si volge lo sguardo su di loro, li si
interpella solo per raccontarci un problema sociale (sia nel registro della
comprensione sia in quello del razzismo).
Giunge così come una vera e propria boccata d’aria fresca Diamante nero
(Bande de filles) di Céline Sciamma, la storia di una gang di ragazze
adolescenti di Bobigny, una delle banlieue a est di Parigi.
La vita della protagonista, la sedicenne Mariame (interpretata splendidamente da Karidja Touré) che va male a scuola e vive in un squallido
palazzone di periferia insieme al fratello violento e a due sorelle più
piccole, subisce uno scossone irreparabile quando una gang supercool di
coetanee le chiede inaspettatamente di diventare una di loro. Vestiti firmati
rubati, capelli lunghi e stirati come delle popstar e attitudine minacciosa
e assolutamente impertinente, sono gli ingredienti che le permettono di
costruire un’identità (il tema ricorrente di tutti i film della Sciamma). E in
47
Diamante nero di Céline Sciamma
un mondo dove tutto riparte da zero e dove gli adulti sono scomparsi, i
nomi propri ce li si sceglie e non li si eredita da nessuno: Mariame diventa
Vic, come vittoria, quello che lei vorrebbe dalla vita.
In questo accattivante e coinvolgente romanzo di formazione in cui veniamo
catapultati, il nostro sguardo diventa quello delle ragazze. Gli atti di bullismo,
le risse con i coetanei riprese dai cellulari e l’ossessione per la cura del
proprio corpo che normalmente verrebbero visti come segni inequivocabili
di un degrado sociale (l’ormai ubiqua “mutazione antropologica”, vera e
propria espressione-prezzemolo dell’opinione qualunque), sono semplicemente l’alfabeto di cui sono fatte queste vite.
E così succede anche che quando si vedono queste ragazze ballare sulle
note di Diamond di Rihanna in una sorta di re-enactment fai da te di un
videoclip in una camera d’albergo (la scena che meglio sintetizza il film),
non si possa che pensare che queste forme di vita quando non ci si precipiti
a giudicarle, possano nascondere momenti di inaspettata bellezza.
Tuttavia in questa costruzione costante di se stessi, quello che continua
a fare problema è il corpo. Perché la Sciamma non ci fa solo un cantico
de-responsabilizzato della costruzione artificiale della propria immagine.
Qualcosa a volta si mette di traverso. Il corpo non è manipolabile come
i capelli, e non lo si può nemmeno nascondere sotto i vestiti (come fa la
sorella più piccola di Vic quando le inizia a crescere il seno).
Diventare adulti, come le ragazze della banlieue sono costrette a fare persino
troppo in fretta, vuol dire anche riconoscere che c’è un limite. E che questo
non appartiene solo alla società, ma anche alla dialettica a volte un po’
imperscrutabile del nostro desiderio. Delle eredità insomma possiamo fare
a meno, così come dei padri (e persino degli uomini ci dice la Sciamma).
Quello di cui non possiamo fare a meno è riconoscere che “diventare sé
stessi” non è mai una soluzione, come vorrebbe farci credere l’ideologia
narcisista oggi dominante, ma un enigma al quale non è sempre possibile
dare una risposta.
Pietro Bianchi, cineforum.it
49
Difret-Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari
Difret - Il coraggio per cambiare
Regia: Zeresenay Berhane Mehari (Etiopia, 2014) 99’
Lunedì 15 e mercoledì 17 febbraio
Scuole secondarie di secondo grado
Etiopia, 1996. La giovane Meaza Ashenafi è un avvocato maniaco del
lavoro ed è la fondatrice di un’organizzazione che fornisce servizi di assistenza legale gratuita alle donne e ai bambini poveri e bisognosi. Il suo
lavoro è monitorato dal governo e quando Meaza inizia a seguire il caso
della 14enne Hirut Assefa, accusata di omicidio e condannata alla pena
di morte per aver ucciso il suo rapitore (ovvero il suo “aspirante sposo”,
secondo una delle tradizioni più antiche e radicate del Paese) nel tentativo
di salvarsi, la sua professionalità viene messa in pericolo. La notizia del
caso di Hirut si diffonde a macchia d’olio sui media del Paese e Meaza
cerca di rappresentarla nei procedimenti giudiziari portando avanti una
tenace battaglia per salvare la vita di questa ragazza coraggiosa. Basato
su una storia vera.
Premiato dal pubblico lo scorso anno al Sundance, e poi al Panorama
della Berlinale, arriva nelle nostre sale Difret-Il coraggio per cambiare che
nel frattempo è stato accolto sotto la protezione di Angelina Jolie entrata
come coproduttrice. Zeresaney Mehari, etiope ora trapiantato in America
si è ispirato all’esperienza «vera» dell’avvocatessa Meaza Ashenafi che
da anni con la sua associazione combatte in Etiopia per i diritti delle
donne contro le violenze.
Tra le sue molte battaglie c’è anche quella per Hirut Asseta, una ragazzina
che vive in un villaggio lontano dalla capitale, dove domina la tradizione.
Quando il padre di un ragazzo del villaggio vicino la chiede in moglie,
lei che invece vuole studiare e non finire come la sorella maggiore prega
il padre di rifiutare. L’uomo l’accontenta ma il codice della tradizione, la
Telefa, tutto maschile, dà al «pretendente» il potere di rapire la ragazza,
di stuprarla per poi sposarla. Hirut però fugge e mentre corre via uccide
51
uno dei complici del suo violentatore. Per la legge del villaggio è condannata a morte, ma a difenderla arriva Meaza, in un caso – la vicenda è
accaduta nel ‘96 – che diviene emblematico per tutto il Paese al punto da
costringere a avviare una politica più seria sulla questione, di cambiare la
legge (oggi lo stupro è punito con 15 anni) fino a rimuovere l’allora ministro
della giustizia.
La cifra narrativa è semplice, a tratti persino didascalica, come gli occhi scuri
di Hirut spalancati sull’avvocatessa che vive sola, non è sposata e non cucina, e i suoi sobbalzi davanti allo schermo della tv. Ma quello che funziona è
soprattutto il punto di vista con cui Mehari denuncia questa pratica di violenza:
non è una questione di «civiltà» ma prima di tutto è una questione politica,
che coinvolge istituzioni, governo, poliziotti tutti complici e compiacenti verso
quella «tradizione» che di fatto non dovrebbe essere riconosciuta.
ll regista non giudica mai col suo sguardo, né cerca eroismi compiacenti:
il suo è appunto il racconto di una lotta che va a toccare zone sensibili, e
che come ogni scossa profonda contiene in sé conflitto e fatica, il resto è
solo retorica – Hirut da allora non è più tornata a casa, non si sa dove sia,
e non ha mai risposto ai tentativi fatti da Mehari per contattarla.
La battaglia di Ashenafl è dunque una battaglia dalla parte delle donne
ma che riguarda tutti: la città e le zone rurali, nel cui divario si consumano
molte e aspre contraddizioni, e più in generale un sistema intero i cui effetti
permettono di conservare, come in tutto il mondo, i rapporti di potere e di
classe – far studiare i poveri per carità – che nei paesi colonizzati e postcoloniali come è l’Etiopia servono e sono sempre serviti a mantenere fermo
il cambiamento.
In questo senso anche il film è una sfida perché il regista ha girato in Etiopia
e in aramaico rifiutando le proposte di tradurre in inglese la sceneggiatura,
con attrici etiopi, molto brave, Meron Getnet (Ashenafi) che in Etiopia è
una star di cinema e tv, e l’esordiente Tizita Hagene(Hirut), in trentacinque
millimetri e con una troupe ad alta percentuale etiope.
Cristina Piccino, il manifesto, 23/1/2015
52
Raccontare quello che non si sa, provocare dibattiti, intervenire sulle
coscienze delle persone per cambiare atteggiamenti, culture, addirittura
leggi: il cinema di denuncia non è scomparso dagli schermi cinematografici,
ma ha cambiato i suoi modi e soprattutto il baricentro geografico. Difret
di Zeresenay Berhane Mehari, primo film etiope invitato in concorso al
Sundance, interviene senza troppe reticenze su un tema spinoso, oggetto
di un’importante battaglia civile e giuridica neppure vent’anni fa. In aramaico “difret” significa osare, ma talvolta viene usato anche per indicare
la violenza dello stupro: il film racconta il coraggio di una ragazzina
etiope che subisce una violenza, si ribella al destino che la vuole sposa
del suo violentatore e, con l’aiuto di una caparbia avvocata, ottiene una
significativa modifica della giurisprudenza del suo paese. La storia è ambientata tra Addis Abeba e un piccolo villaggio a sole due ore di distanza.
Il divario ambientale ma soprattutto culturale tra la capitale e la campagna
è enorme: al villaggio sopravvivono ben salde le leggi tradizionali, tra cui
la telefa, una versione locale della nostra fuitina, che nel film di Mehari
viene rappresentata nel modo più duro e meno romantico possibile. Hirut.
la quattordicenne protagonista del film, per difendersi non trova altro modo
che sparare al suo pretendente e per questo viene incarcerata e destinata
alla pena capitale. A questo punto interviene Meazà Ashenafi, una risoluta
avvocata che con la sua associazione Andenet difende gratuitamente le
donne maltrattate e abusate. La donna si rende conto dell’importanza
strategica del caso e non si accontenta di difendere la ragazza in tribunale: la controversa e rischiosissima scelta di trasformare il processo in
una questione politico-istituzionale mette a repentaglio la sorte di Hirut
e della stessa associazione, ma alla fine, dopo un momento di feconda
suspense, si trasforma in una vittoria importantissima.
Militante, finanziato dal basso (crowdfunding, fondazioni private e ONG)
e, alla fine, sostenuto e promosso da Angelina Jolie, il film è costruito per
parlare a tutto il mondo, ma non ha quel sapore artificioso (e velatamente
neocoloniale) che affligge molte operazioni analoghe nate in Occidente.
53
Difret-Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari
Grazie al forte radicamento locale (è recitato in aramaico da attori etiopi
e lo sguardo sull’Africa è ben lontano dall’esotismo incantato di altri film)
e nonostante la fortemente voluta, e forse necessaria, esemplarità, il film
riesce autentico e convincente, forte abbastanza per non nascondere
alcune ombre, come l’ambizione di Meaza (che nel 2003 ha ricevuto
The Hunger Projects Prize, sorta di Nobel africano per il lavoro a difesa
delle donne). e per permettersi un finale triste e vero. Zeresenay Berhane Mehari, etiope da vent’anni negli Usa, dove ha studiato e lavorato
nell’industria cinematografica, valorizza la sua articolata identità culturale
e realizza un film ponte tra due culture, di buon valore cinematografico
e di grande importanza civile.
Luca Mosso, la Repubblica-Tutto Milano, 15/1/2015
55
La famiglia Bélier di Eric Lartigau
La famiglia Bélier
Regia: Eric Lartigau (Francia, 2014) 105’
Mercoledì 21 – giovedì 22 ottobre ORE 9.00
Scuola secondaria di secondo grado
GRATUITO SU PRENOTAZIONE
Nella famiglia Bélier sono tutti sordi tranne la 16enne Paula. Per questo,
la ragazza è la fondamentale interprete dei suoi genitori per quanto riguarda la vita quotidiana, ma soprattutto per il buon funzionamento della
fattoria di famiglia. Un giorno, dietro consiglio dell’insegnante di musica
che ha scoperto il suo dono per il canto, Paula decide di prepararsi per
un concorso indetto da Radio France. Una scelta di vita che per lei potrebbe significare l’allontanamento dalla famiglia e l’inevitabile passaggio
all’età adulta.
Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua
famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula,
che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario,
il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla
loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere
una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica,
si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa
sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula
cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato
e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.
Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il
vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso
tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau ‘riorganizza’ una
famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante.
A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente
dell’edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a
un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si
57
accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la
tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti,
annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione
nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta
misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia
Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la
sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau
elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena
una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella
difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo
ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è
differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera
e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in
una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro
attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato
dei segni. (...)
Marzia Gandolfi, mymovies.it
Cos’è “normale” e soprattutto cos’è normale per un’adolescente? Per
Paula (Louane Emera) nulla lo è davvero. Non lo è innamorarsi. Non lo
è scegliere. Serrando nelle spalle le proprie paure, vive tutto il disagio
del proprio diventare donna nascosta nei maglioni ampi che indossa.
Figlia maggiore dei Beliér, l’unica a non essere sorda, ne è anche la
voce “esterna”. E se i Beliér si affacciano al mondo attraverso Paula,
esplodono in tutta la loro comunicatività estrema, fatta di gestualità sonore e quasi logorroiche tra le mura della loro fattoria. Tutto funziona
alla perfezione, finché Paula non scopre che quella sua voce colpevole
è molto più che una voce: è il transfert del primo amore e il dono beffardo e raro che le apre la strada a Parigi. È un dramma. Nella scelta
se andare o restare si consuma il conflitto di Paula, figlia responsabile
58
e protettiva che vive la propria proiezione nel futuro come gesto di egoistico abbandono e quello della famiglia, che catalizza il timore doloroso
del distacco nell’handicap… della figlia.
La famiglia Beliér, ultima commedia di Éric Lartigau, ci racconta l’adolescenza e la relatività del diverso in chiave ironica e sensibile al contempo. E
allora ci fanno sorridere l’invadenza civettuola di Gigi (Karin Viard), mamma
Bélier, “abbinata”, truccata e pettinata persino mentre attende alle faccende
agricole, l’approccio burbero di Rudolphe (François Damiens) che ad un
“beliér” somiglia davvero, gli ormoni vivaci ed impacciati di Quentin (Luca
Gelberg), fratello minore di Paula. Ma Lartigau ci fa anche commuovere.
Ci commuove quando toglie musica e voce a Paula che intona Je vais t’aimer, di Michel Sardou, durante il saggio di fine anno, per farcela ascoltare
insieme a Rudolphe attraverso lo sguardo attonito e provato del pubblico.
Ci commuove quando Rudolphe appoggia le mani di padre sulla gola della
figlia per ascoltarla cantare di nuovo. Ci commuove quando Paula durante
la prova a Radio France rassicura la propria famiglia: “Mes chers parents
je pars … je ne m’enfuis ma je vole”, canta, ancora sulle “note gestuali”
di Michel Sardou.
sentieriselvaggi.it
59
Fury di David Ayer
Fury
Regia: David Ayer (Usa, 2014) 134’
Giovedì 25 –venerdì 26 febbraio ORE 9.00
Scuole secondarie di secondo grado
Seconda Guerra Mondiale, aprile 1945. Mentre gli Alleati portano l’attacco
definitivo in Europa, il grintoso sergente dell’esercito Don “Wardaddy” Collier guiderà un carro armato Sherman e gli uomini dell’equipaggio verso
una missione mortale dietro le linee nemiche. Nel loro eroico tentativo di
sferrare un colpo al cuore della Germania nazista, “Wardaddy” e i suoi
uomini, pochi e male armati, si troveranno di fronte a terribili minacce...
(...) destinato a conquistarsi un posto di riguardo nei futuri repertori del
war movie. (...) Fury è un war movie, allo stesso tempo, di grande qualità e di grandi contraddizioni. Racconta una storia di guerra concepita
secondo i classici parametri del genere: inquadrata come un romanzo di
formazione attraverso gli occhi del soldato più giovane, nonché in equilibrio
tra realismo e mitologia. Anche l’assortimento dei soldati è dei più tradizionali, col comandante stoico e determinato, ma interiormente sofferente,
e i suoi sottoposti assortiti secondo caratteristiche macroscopiche. Però
la struttura del film è singolare, organizzata per grandi blocchi narrativi:
tre battaglie e, al centro, il lungo episodio dei militari nella casa di due
donne tedesche, che produce una sorta di malessere mentre fa pensare,
ma senza l’ironia di Tarantino, alle scene non belliche di Bastardi senza
gloria (cui rimanda anche la presenza di Brad Pitt al posto di comando).
Inoltre il film resta sospeso tra sincero orrore (le stesse azioni degli americani sono al limite del crimine di guerra) e celebrazione dell’eroismo:
insomma, mostra il conflitto con bagliori infernali ma ne ribadisce anche
la necessità (quella contro il nazismo resta «l’ultima guerra giusta»),
sventolando la bandiera a stelle e strisce. Ciò che rimane stabile, in tutto
ciò, è la qualità cinematografica. I riferimenti filmici sono numerosi e vari:
da classici del genere più (Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg
61
Fury di David Ayer
per la ferocia dei combattimenti e il senso di sofferenza nella carne dei
soldati) e meno (il magnifico Il grande uno rosso di Samuel Fuller) recenti, fino al film israeliano Lebanon (...). La solennità delle immagini e del
paesaggio (il racconto è ambientato in una primavera grigia ancor piena
di reminiscenze invernali), invece, rimanda al cinema di guerra sovietico.
Ed è notevole la logistica della percezione con cui il regista David Ayer
fa capire sempre allo spettatore la topografia delle azioni: anche le più
complicate (vedi quell’autentico pezzo di bravura che è il combattimento
tra lo Sherman e la ‘corazzata’ Tiger).
Roberto Nepoti, La Repubblica, 2/6/2015
63
Il giovane favoloso di Mario Martone
Il giovane favoloso
Regia: Mario Martone (Italia, 2014) 135’
Lunedì 2 e mercoledì 4 novembre ORE 9.00
Scuola secondaria di secondo grado
Giacomo Leopardi è un bambino veramente speciale, cresciuto nella casa
di Recanati sotto l’egida del padre, il conte Monaldo. Il piccolo Giacomo
non esce quasi mai di casa e avendo a disposizione una vasta biblioteca
legge di tutto. Tuttavia, per quanto nelle pagine dei libri si legga di tutto
l’universo, l’universo è fuori, lontano, irraggiungibile e la sua mente vuole
viaggiare al di fuori delle mura paterne. In questo periodo, attraverso le
poesie, Giacomo inizia a dare vita a quell’autobiografia interiore immensa e sofferta che lo porterà a delineare sempre più nitidamente il suo
pensiero: un pensiero laico, lucido, una capacità implacabile di scorgere
tutte le ipocrisie della società che ha intorno mentre il mondo cambia,
l’Illuminismo apre la mente e scoppiano le rivoluzioni. Quando compie
ventiquattro anni, Giacomo lascia finalmente Recanati e va alla scoperta
del “mondo”, riuscendo difficilmente ad adattarsi a causa del suo spirito
ribelle. Si trasferisce quindi a Firenze con Antonio Ranieri, l’amico napoletano
con il quale vive un’esistenza bohémien e che lo assiste con devozione,
mettendo su carta i versi che il poeta gli detta. Leopardi, infatti, è sempre
più segnato dalle malattie. Semicecità e deformazioni non gli impediscono,
però, di invaghirsi della dama fiorentina Fanny Targioni-Tozzetti, che a
sua volta è invaghita di Ranieri. Quando un’amnistia riapre a Ranieri le
porte della sua città natale, dopo una sosta a Roma, Leopardi si sposta
con l’amico a Napoli, dove l’aria è salubre e il clima più consono alle sue
condizioni di salute. Allo scoppio del colera, i due si trasferiranno in una
villa in campagna alle pendici del Vesuvio. È qui che Leopardi scrive “La
ginestra”, la lunga poesia in cui racchiude il suo pensiero.
Il bellissimo, educativo ma non scolastico film di Martone su Leopardi s’accoppia a Noi credevamo, due modi di raccontare l’800: uno sul fallimento
65
risorgimentale, l’altro su quel ‘Giovane favoloso’ che, guardando l’Infinito
e l’ermo colle, sarà il primo a far la rivoluzione, pur accartocciandosi su
se stesso: la Terra resta ferma, l’uomo gira intorno con le sue sofferenze,
nonostante l’epoca invochi il new deal positivista. Ispirato dall’Epistolario
e da altre confessioni, il regista scrive con Ippolita di Majo una sceneggiatura (...) in prosa e anche per metafora e visivamente, in versi, su un
giovane ribelle (Cobain, Pasolini, Wittgenstein) nevrotico che rifiuta, odia
e ama il padre ma lo cerca negli amici intellettuali e nell’affetto aitante
di Ranieri (...). Diviso in scultorei blocchi narrativi, il film respira di uno
sfarzo che viene dalla cultura non dal budget, dalla forza dell’introspezione a immagini, dal piccolo punto psicologico del montaggio di Quadri.
Elio Germano, strepitosamente sofferente è anche consapevole, come si
guardasse vivere: indimenticabile mentre struscia sulle pareti polverose
di pergamena di libri, abbandona la «vile prudenza» e invoca il potere
del Dubbio che salva dal tanto amato silenzio. Perfetto nel dosaggio di
malinconia e di melanconia, è al centro di un cast perfetto con Michele
Riondino, Massimo Popolizio e la grande compagnia di teatro LombardiForte-Binasco-Graziosi.
Maurizio Porro, Corriere della Sera, 16/10/2014
(...) il titolo è fedele a quel che vediamo. C’è del metodo nel lavoro martoniano, nutrito delle ‘Operette morali’ esplorate a teatro e, ancor prima,
del risorgimentale, corale Noi credevamo: qui la Restaurazione impera,
l’Italia si duole in silenzio, ma Leopardi non è il gobbetto di Recanati,
questo Giacomo rifiuta esplicitamente la ‘consecutio malorum’ storpio –
infelice – pessimista cosmico. Perché Martone, che sceneggia con Ippolita
di Majo, spazza via la polvere, le calcificazioni, le sovrastrutture scolastiche, la ignorantissima normalizzazione ex cathedra: Leopardi è nostro
contemporaneo, eretico ‘prepasoliniano’, genio nonostante i tempi o, forse,
in virtù di essi. Questo metodo, innestato sui versi-dinamite dell’’Infinito’,
della ‘Ginestra’, è purissima carne: la presta, la piega Elio Germano, ma
66
la sua performance non è condimento simbolico, bensì coordinata storica,
filologia fisiognomica. Non è la parte per il tutto, quella maledetta gobba, non è il tratto distintivo del poeta, e Germano lo sa bene, la porta
con compunzione, sofferenza, ma nessun allarme, nessun aggetto alla
faciloneria in platea. No, quel che ci interessa di lui, del film, di Leopardi
stesso è la visione, meglio, la visionarietà: nella finale sequenza delle
ginestre in cui uomo, natura e cultura si fondono c’è il lascito vivo di una
Realtà esperita dal poeta e consegnata ai posteri, a noi. Senza troppe
mutazioni, è ancora tale, realtà: deficienza umana, natura matrigna, cultura
(e politica) ottusa, non ritroviamo tutto questo nelle colpevoli alluvioni di
questi giorni? Ma soprattutto, e rubiamo il titolo a un recente teen-movie,
Noi siamo infinito, perché l’io leopardiano è inclusivo e il suo, il nostro
tempo non se ne va. Martone parte da Recanati, ci apre la prigione reale del giovane Giacomo: libri come sbarre, il rapporto ondivago con il
conte-padre, l’affetto per sorella e fratello, l’interpunzione mancata con la
madre, come, appunto, si vedono di quando in quando. Poi, la fuga, la
Firenze dei salotti buoni e dei cervelli meno buoni, la sbandata impossibile per Fanny, l’amicizia e il sodalizio con Ranieri, la definitiva discesa
a Napoli, in cui la visione di Martone si dispiega, intercettando bagliori
felliniani sul basso continuo viscontiano. Non è visione didascalica, ma
storicamente accurata e proiettata qui e ora: la fotografia di Renato Berta
utilizza il chiaro e lo scuro come carta e penna, la musica elettronica
di Sascha Ring manda in cortocircuito la memoria corrente di Leopardi.
Precursore, precario e presago (sì, PPP come Pasolini) fu Giacomo, e
il film lo racconta come farebbe un amico affezionato e sveglio, non un
maestrino col registro aperto.
Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano, 16/10/2014
67
Gioventù bruciata di Nicholas Ray
Gioventù bruciata
Regia: Nicholas Ray (Usa, 1955) 111’. Vietato 16
Venerdì 5 febbraio
Scuole secondarie di secondo grado ultimo biennio
Il diciassettenne Jim Stark, arrestato per ubriachezza molesta, conosce
Judy, una ragazza vicina di casa che ha intravisto alla stazione di polizia.
La ragzazza fa parte di una piccola banda il cui capo, Buzz, invita Jim
alla chicken run, una prova di coraggio che consiste nel lanciarsi in auto
a forte velocità gettandosi fuori dall’abitacolo prima che questa precipiti
nello strapiombo sul mare. La prova si risolve tragicamente.
Rebel without a Cause resta la rappresentazione hollywoodiana più
emblematica della gioventù moderna (gli italiani e altri europei avevano già
compiuto questa ricognizione), non più incarnata dalle presenze stereotipate di Shirley Temple e Mickey Rooney ma da creature fragili, tormentate e
disorientate sulla soglia dell’età adulta. Nessun altro film seppe addentrarsi
così tanto in questa tematica. Il saggio del dottor Robert Lindner da cui fu
tratto il film era sepolto negli archivi della Warner dal 1946 e fu ripescato
proprio quando la tematica giovanile si stava facendo scottante. I giovani
attori trovarono nel regista un’anima affine che li capiva e che sapeva vedere nell’onore e nella dignità le caratteristiche salienti – già oltre la portata
delle persone più anziane – della loro generazione. Il ritratto che Nicholas
Ray fece di James Dean (e naturalmente di Natalie Wood e Sal Mineo) era
plausibile e trattava con irriverenza i precetti dell’Actors’ Studio. Non a caso,
contrariamente a Kazan e a Stevens, Ray fu il solo a non lamentarsi del
carattere di James Dean.
(...) Anche i luoghi, come il planetario e la sua notte artificiale seguita da
una notte vera e dai suoi lampi di vita familiare, offrono un efficace contrasto
con l’ipocrisia del mondo adulto. Ma le parole più eloquenti restano quelle
di François Truffaut, che considerava James Dean “un eroe baudelairiano”:
69
“In James Dean i giovani d’oggi si ritrovano completamente, e più che per
le ragioni che si citano di solito, violenza, sadismo, frenesia, malvagità, pessimismo e crudeltà, per altre infinitamente più semplici e quotidiane: pudore
dei sentimenti, fantasia in ogni occasione, purezza morale senza rapporti
con la morale corrente ma più rigorosa, gusto inestinguibile dell’adolescente
per la competizione, ebbrezza, orgoglio e rimpianto di sentirsi ‘fuori’ della
società, rifiuto e desiderio di integrarsi e infine accettazione - o rifiuto - del
mondo come è”.
Peter von Bagh, cinetecadibologna.it
Rebel without a Cause è una delle cose più belle del cinema americano degli
anni cinquanta. Ha letto le ossessioni di una generazione, con qualche anno
di anticipo. L’immaginario cinematografico aveva sfruttato in molte occasioni la
figura del giovane ribelle. Per lo stesso Ray questo personaggio non costituiva
una novità: il suo ragazzo-bandito Bowie e il suo assassino faccia d’angelo
Nick Romano, ragazzi cresciuti nella miseria e spinti alla violenza dall’infelicità
sociale, ne sono la prova. Ma ecco la differenza – la ribellione di James è,
apparentemente, priva di giustificazioni, proprio « without a cause » (il titolo
deve far i conti col moralismo della Hollywood anni cinquanta). Jimmy Stark
è un ragazzo ricco. Alle spalle ha un’infanzia serena. È figlio unico. I genitori lo hanno circondato – e lo circondano – di ogni attenzione. Che cosa,
dunque, lo spinge a diventare un rebel? Ci sono due risposte: la prima è
di ordine sociologico ed implica una certa analisi della società americana di
quel periodo; la seconda è di ordine filosofico e riguarda più direttamente la
poetica rayana. La felicità della classe media, negli anni cinquanta, era uno
dei pilastri psicologici dell’America. Contraddirla era come bestemmiare (da
tale punto di vista il film altro non era che una bestemmia, seppur raddolcita
dal «without a cause» del titolo). Questa felicità risiedeva nella cultura del
benessere e nell’esaltazione calvinista della produttività del lavoro umano,
una religione positiva che faceva tutt’uno col moralismo capitalista ed era
esaltata anche dal clima della caccia alle streghe.
La generazione che negli anni cinquanta compiva i suoi cinquant’anni aveva
conosciuto in età già adulta i disagi della guerra e ora sognava un’America
simile a quella dell’anteguerra, isolata dal resto del mondo come per evitarne
il contagio (il pericolo rosso era solo il più appariscente dei rischi, ma ce
n’erano molti altri, a cominciare dall’inarrestabile corrente dell’immigrazione).
Era una generazione gelosa della sua piccola felicità. La generazione successiva provò una sorta di disprezzo verso queste volgari ambizioni: aveva
vissuto la guerra in condizioni diverse, i suoi fantasmi li aveva confusi con
le fantasie infantili, subendo però in molti casi il trauma dell’assenza di uno
dei genitori. Non poteva nutrire nostalgie verso un passato che non aveva
conosciuto e sentiva di non potere aderire alle aspirazioni dei padri, a questa
richiesta di felicità nell’abbondanza.
La frattura tra le generazioni era probabilmente diffusa in ogni strato della
società, ma si manifestava con maggior evidenza nella classe media che,
più degli altri ceti, tendeva a dare un’immagine definita di sé (...). Nel
decennio successivo questa specie di insoddisfazione strisciante esploderà
in un vastissimo movimento d’opinione che, partendo dal college – luogo
dove si formano i rampolli della borghesia danarosa – si estenderà a tutta
la società americana.
Il Jimmy Stark di Rebel without a Cause è, dunque, un personaggio di
attualità nell’America degli anni cinquanta. A ciò si deve, probabilmente, il
grande successo del film, i cui personaggi resteranno un modello di etica
e di comportamento per almeno quindici anni. (...) Vista in quest’ottica,
la sua ribellione ha un significato diverso. Il fatto che essa sia «without
a cause» va collegato a quell’inspiegabile sofferenza alla quale sono
condannati gli adolescenti che cercano invano di diventare adulti. (…)
Stefano Masi, Nicholas Ray, Il Castoro cinema, 5-6/1983
71
Home - A casa di Tim Johnson
Home - A casa
Regia: Tim Johnson (Usa, 2015) 94’
Giovedì 29 - venerdì 30 ottobre
Scuola d’ infanzia e scuola primaria
La Terra è stata conquistata dalla razza aliena Boov, gli esseri umani sono
stati collocati altrove e i nuovi abitanti stanno riorganizzando il pianeta. È
su questo sfondo che si svolgono le avventure di Tip, una ragazza molto
coraggiosa e intraprendente, e di Oh, un Boov bandito dai suoi simili...
Dai e ridai, finalmente qualcuno si è deciso a girare un cartone a misura
esclusivamente dei bambini. Di coloro, cioè, che dovrebbero essere i
principali fruitori del prodotto. (...) Tanti i temi toccati, come l’amicizia tra
razze diverse, l’accoglienza dell’altro, la famiglia da difendere ad ogni
costo, le apparenze che ingannano (i cattivi non sono poi tali), serviti con
trovate simpatiche che fanno ridere (e molto) i bimbi. Non sarà irriverente
come Shrek, ma bentornato cartone vecchia maniera.
Maurizio Acerbi, Il Giornale, 26/3/2015
Passeggiando per l’universo di casa DreamWorks capita di imbattersi in
un colorito gruppetto di alieni meglio conosciuti come i Boov. Tentacolati,
bassini, cicciotti, inclini alla vigliaccheria, paurosi e guidati da un capo
(poco) carismatico e furbo, che imbambola i suoi simili con (finte) grandi
imprese e bastone “zittone”. Smek il suo nome e convincere tutti i Boov
a scappare di pianeta in pianeta la sua scomoda strategia. Lo strambo
popolo di migrati alieni, in fuga dai temibili nemici Gorg, si imbatte così
nel pianeta Terra che decide di invadere non prima di aver trovato una
giusta collocazione a quei sempliciotti degli esseri umani: l’Australia. Dotati
di grande intelligenza, poco senso dell’umorismo e molta diffidenza, tra
di loro spicca il buffo protagonista Oh. Lui si differenzia dagli altri per la
sfrenata voglia di condivisione, curiosità e sbadataggine che lo rendono
un componente assai sgradito. Appena sbarcato non sta più nella pelle
73
Home - A casa di Tim Johnson
e per inaugurare la nuova casa estende l’invito… a tutta la Galassia!
Messi in pericolo i propri simili, Oh diventerà un vero e proprio ricercato,
ma grazie all’aiuto della giovane e ricciola Tip delle Barbados, riuscirà a
riscattarsi mostrando quanto dimenticato dal suo popolo: il coraggio e la
capacità di pensare ed agire in autonomia. (...) E proprio per i figli del
2.0 il linguaggio audiovisivo confezionato tra psichedeliche apparizioni e
pop music riesce a non scadere nella trappola della banalità, mescolando
tematiche importanti quali il valore della diversità, la famiglia monogenitoriale
e la preservazione dell’habitat attraverso l’utilizzo di combustibili organici.
L’animazione del presente che comunica in modo del tutto comprensibile
ai bambini l’importanza del futuro.
Silvia Pellegrini, sentieriselvaggi.it
75
Minuscule-La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo, Hélène Giraud
Minuscule - La valle delle formiche perdute
Regia: Thomas Szabo, Hélène Giraud (Belgio-Francia, 2014) 89’
Lunedì 8 e mercoledì 10 febbraio
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
In una tranquilla e piccola radura, una coccinella si ritrova invischiata nella
guerra tra una tribù di formiche nere e le più agguerrite formiche rosse, per
conquistare, tra i resti abbandonati di un picnic, una scatola di zollette di zucchero. La coccinella farà amicizia con Mandy, capo della colonia delle formiche
nere, e lo aiuterà a salvare il formicaio dall’assalto dei terribili guerrieri rossi,
guidati dal temibile Butor...
Sono furbe come volpi, agili come scimmie, fedeli come cani, simpatiche
come pinguini, intelligenti come delfini, anzi molto di più. Ma sono formiche.
Protagoniste senza parole, ma con un linguaggio ricchissimo e comprensibile
da chiunque, a tutte le età, di questo geniale film d’animazione francese. Che
integra con bella disinvoltura e gran divertimento immagini digitali (gli insetti)
a paesaggi reali ripresi nei più bei Parchi naturali di Francia. Senza escludere
nemmeno una stralunata e ben dissimulata vena poetica, perché tra prati e
montagne, distese fiorite e torrenti impetuosi, si affacciano anche cieli infuocati
e un’enigmatica luna piena di fronte a cui la coraggiosa formica e l’infaticabile
coccinella protagoniste del film, dopo averne passate davvero di tutti i colori, si
incantano con lo stesso senso di meraviglia e di gratitudine degli spettatori. Non
era facile spostare ancora più in là le frontiere del cinema d’animazione. Tanto
più ricorrendo agli insetti capostipiti di una rivoluzione iniziata nel’98 proprio
con il derby tra Z la formica (Dreamworks) e A Bugs’ Life (Pixar). Questo film
d’azione avventuroso e esilarante firmato da Thomas Szabo e Hélène Giraud
(figlia del grande Jean Giraud, in arte Moebius, a cui Minuscule è dedicato),
ci riesce partendo da idee molto semplici e insieme molto radicali. Uno: gli
insetti non parlano mai ma dicono un mucchio di cose, usando diversi linguaggi
musicali, irresistibili oltre che assolutamente universali (con buona pace di
doppiatori e adattatori). Due: tutto ciò che accade nel film è ambientato nel
77
Minuscule-La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo, Hélène Giraud
loro mondo e filmato per così dire ‘ad altezza di formica’ (...). Tre: visto che
la Natura non è affatto inviolabile ma è segnata, per non dire inquinata dalla
presenza umana, allora anche questa guerra tra formiche, sulle prime confinata
in un ambito abbastanza naturale, potrà aprirsi fino a diventare un’esilarante
parodia delle guerre tra umani. Che saccheggia sfacciatamente classici del
cinema di oggi e di ieri (da Psycho al Signore degli anelli), garantendo massimo
divertimento a chi riconosce le citazioni, ma anche a chi gode per la prima
volta di trovate così azzeccate da poter essere replicate all’infinito, come tutti
i classici. Menzione d’onore a Hervé Lavandier, autore della colonna sonora,
colta e insieme leggerissima, come tutto il film. Non sappiamo se anche le
lingue delle diverse specie animali siano opera sua. Ma la formica che suona
lo xilofono con le antenne sul dorso della coccinella è una delle più gioiose
immagini d’amicizia tra diversi che il cinema recente ci abbia regalato.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 22/1/2015
Un oggettino curioso, questo film d’animazione diretto a quattro mani da Thomas Szabo ed Hélène Giraud. Una sorta di parabola per la cooperazione e la
solidarietà, intrecciata in un messaggio ecologista non banale. (...) Innestando
in una cornice live-action le creaturine digitali, il film conserva un interessante
grado di realismo fotografico. (...) Completamente muto, il film è immerso in
uno spettro sonoro estremamente ampio, cosa che gli conferisce un vago
aspetto da parabola chapliniana o alla Tati. Rispetto ai sofisticatissimi esempi
di animazione statunitense, Minuscule propone un modello di produzione
compatibile, in minore, ma non per questo meno raffinato e ricercato. Thomas
Szabo ed Hélène Giraud firmano una sorta di favola moderna polistratificata,
in grado di comunicare con diversi tipi di pubblico. E se forse i bimbi sono
sin troppo disincantati rispetto alla tipologia di messaggio che il film propone,
sono proprio gli adulti a essere suscettibili d’abbracciare con maggiore convinzione Minuscule - La valle delle formiche perdute. Cosa che in realtà non
è affatto un male. Anzi.
Giona A. Nazzaro, Il Manifesto, 22/1/2015
79
Oops! Ho perso l’arca di Toby Genkel, Sean McCormack
Oops! Ho perso l’arca…
Regia: Toby Genkel, Sean McCormack (Belgio, Germania, Irlanda, Lussemburgo, 2015) 86‘
Giovedì 5 - venerdì 6 novembre
Scuola di infanzia e scuola primaria
È la fine del mondo e un terribile nubifragio sta per arrivare. Fortunatamente
per Dave e suo figlio Finny, una coppia di goffi animaletti, un’arca è stata
costruita per salvare tutti gli animali sulla terra. Dopo alcune peripezie
riusciranno a salire sull’arca, ma soltanto grazie all’aiutodi Hazel e sua
figlia Leah. Entrambi penseranno di essere salvi, ma solo fino a quando i
loro figli non cadranno fuori dall’arca e successivamente in mare. Adesso
i piccoli Finny e Leah dovranno lottare per sopravvivere contro predatori
affamati e raggiungere la cima di una montagna, mentre Dave e Hazel
dovranno dimenticare le loro diversità e costringere l’arca a tornare indietro
per recuperare i due “naufraghi”.
Dave è un Nasocchione continuamente alla ricerca di nuovi luoghi dove
vivere con il figlio Finny che vorrebbe invece un po’ di stabilità. Arriva però
il momento di mettersi in coda, senza certificazione, per salire sull’Arca
visto che i primi segnali del diluvio si sono già avvertiti. Ecco allora che i
due cercano di camuffarsi per salire insieme alle regolarmente certificate
Musone Hazel con la figlia Leah. L’escamotage funziona ma ben presto
i due cuccioli si ritrovano, senza esserne consapevoli, su una struttura
di sostegno dell’imbarcazione... proprio mentre questa sta partendo. Non
si può dire che rimangano ‘a terra’ perché l’acqua sta progressivamente
invadendo tutto il pianeta.
Dopo che il Noah di Russell Crowe ha solcato nel 2014 le acque del
box office mondiale torniamo ad occuparci del diluvio universale con un
film d’animazione. Non è la prima volta, in tempi relativamente recenti,
che i cosiddetti cartoni animati trattano il soggetto. Lo aveva fatto con
grande sensibilità Jacques-Rémy Girerd nel 2003 con La profezia delle
ranocchie riflettendo sul tema della convivenza tra diversi muovendosi
81
però sul doppio livello umani-animali. Questa volta sono invece questi
ultimi ad occupare l’intera scena considerato che Noè ha affidato al
vanitoso leone il comando dell’Arca. Come per la produzione (che ha
visto coinvolte quattro nazioni) sono quattro i protagonisti che debbono
affrontare i problemi che gli si pongono: due adulti e due cuccioli che la
Natura avrebbe altrimenti tenuto lontani (madre e figlia carnivore, padre
e figlio che non lo sono). Questo consente di moltiplicare i punti di vista
e di far interagire, una volta tanto al cinema, adulti e ragazzi non solo
sulle diversità da conciliare per raggiungere un obiettivo ma anche sui
diversi ruoli. Vengono messi in rilievo i problemi e le preoccupazioni dei
genitori così come quelli dei loro figli. Il tutto senza mai perdersi in soluzioni predicatorie e senza far mai calare il ritmo dell’azione che implica
numerosi colpi di scena a cui offrono il loro contributo i temibili grifoni,
il simpatico Obesino (una ‘lumaca’ enorme) e il loquace parassita della
medesima che ha giusto il nome di... Scrocchino.
Giancarlo Zappoli, mymovies
Il pianeta Terra sta per essere sommerso dall’acqua e l’unica speranza di
salvarsi è guadagnarsi un posto sulla gigantesca arca costruita dall’umano
Noè per preservare ogni specie animale. La pioggia inarrestabile, che da
giorni annega la foresta, ha messo tutti in allarme e leoni, tigri, elefanti e
pappagalli si affollano all’ingresso dell’arca per rivendicare il proprio diritto
ad essere accolti a bordo, ma lo spazio è limitato e solo gli animali scelti
da Noè possono salire.
I pelosissimi nasocchioni, degli animaletti alquanto bizzarri che si illuminano
al buio e sprigionano una nuvola di fumo blu per difendersi dai predatori, sono stati esclusi dalla lista dei fortunati, ma Dave e il suo figlioletto
Finny sono decisi a sfuggire allo sguardo severo del leone che dirige le
operazioni di salvataggio. Mimetizzandosi abilmente tra gli altri animali,
indossano un costume da musoni e, fingendo di far parte della famiglia
di Hazel e della piccola Leah, riescono a salire a bordo. Il travestimento
82
però viene presto scoperto e, nel tentativo di sfuggire alle grinfie del leone e dei suoi gorilla, Finny e Leah la piccola musona rimangono sulla
terraferma a guardare l’arca che prende il largo con i loro genitori, che
devono superare i dissapori e unire le forze per ricongiungersi con i loro
cuccioli prima che il mare li divori.
Sullo sfondo del mito biblico del diluvio universale Genkel e McCormack
mettono in scena un’avventura animata brillante, che ironizza sulla catastrofe imminente con la leggerezza dei personaggi che la vivono in
prima persona. Cuccioli coloratissimi e morbidi, i nasocchioni lottano per
la sopravvivenza insieme i loro amici musoni e obesini con coraggio e
determinazione, affrontando i predatori e l’avanzare delle acque con la
stessa dinamicità dei loro videogiochi preferiti, che dominano la scena
suscitando un’empatia immediata con gli spettatori. Dall’arca al mare, dalla
foresta agli abissi, queste straordinarie creature sono travolte da un ritmo
irrefrenabile, che le fa schizzare senza sosta alla ricerca della proprio
posto nell’universo sull’onda di un’ironia frizzante, che fa da contrappunto
anche alle situazioni più drammatiche, trasformando una catastrofe naturale
in una straordinaria occasione per stringere nuove amicizie e superare
vecchi pregiudizi all’alba di una nuova era.
Valeria Brucoli, sentieriselvaggi.it
83
Pride di Matthew Warchus
Pride
Regia: Matthew Warchus (Gran Bretagn, 2014) 120’
Giovedì 11 - venerdì 12 febbraio
Scuole secondarie di secondo grado
Inghilterra, estate 1984. Margaret Thatcher è al potere e i minatori sono
in sciopero. Al Gay Pride di Londra, un gruppo di attivisti omosessuali
organizza una raccolta di fondi per aiutare le famiglie dei minatori sciopero. L’Unione Nazionale dei Minatori sembra imbarazzata dal loro aiuto,
ma il gruppo di attivisti non si scoraggia. Decidono, infatti, di incontrare
i minatori e a bordo di un minibus si recano in Galles per consegnare
di persona la loro donazione in persona. Avrà così inizio lo stravagante
sodalizio tra due comunità sino a quel momento sconosciute l’una all’altra,
unite per combattere la stessa causa.
Ci sono pezzi musicali che sapienti produttori progettano a tavo­lino,
dosando gli ingredienti giusti affinché diventino quei tormentoni che ci
si piazzano in testa per non mollarci più: ci piacciano o meno. Ecco,
Pride è il perfetto corrispettivo cinematografico di quella roba lì: un
film perfettamente pianificato per diventare quello che gli anglosassoni
chiamano crowd pleaser, un prodotto cosparso di dolcificanti, coloranti
e aromi sintetici che non può che stimo­lare (chimicamente) reazioni ben
pre­cise esattamente laddove desiderato. E non c’è resistenza che tenga.
Nel raccontare l’avventura di uno sparuto gruppo di attivisti omoses­suali
intestarditisi nel voler dare sup­porto morale e finanziario alla prote­sta di
una comunità di minatori del Galles, negli anni dello scontro fronta­le di
entrambe le categorie con Maggie Thatcher, il regista Matthew Warchus e
l’esordiente sceneggiatore Stephen Beresford sapevano benissi­mo di avere
molto dalla loro: una tavolozza completa di temi, personag­gi e situazioni
dal sicuro impatto, uniti alla forza proveniente dalla spin­ta progressista
etico-politica della “storia vera” e alla possibilità di lavo­rare su di uno
snodo storico di grande rilevanza per la storia e la cultura inglese e del
85
movimento omosessuale, complice l’emergere e l’avanzata del­l’AIDS. I
due non hanno dovuto fare altro che suonare le note giuste al
momento giusto, in maniera sicura­mente prevedibile e un po’ meccanica,
ma di scontata quanto certa riuscita emozionale, alternando con discreta
agilità l’esaltazione al dramma, la risata all’indignazione.
Oltre a un certo schematismo, è di sicuro la retorica il nemico numero
uno di operazioni come quella di Pride: ma va riconosciuto che il film è
in grado di essere molto trattenuto, evitando le trappole più comuni e gli
eccessi di patetismo. Merito, anche, della classe di interpreti come Imelda
Staunton, Bill Nighy, Paddy Considine e perfino Dominic West. Che allora
si esca ringalluzziti e rassi­curati, da un feel good movie come quello di
Warchus, che associa Billy Elliot a Grazie, signora Thatcher, è del tutto
normale. Così come lo è che la sensazione svanisca, impalpabile, dopo
qualche manciata di minuti.
Federico Gironi, Cinefoum n. 535, 6/2014
Pride è la storia dura e crepuscolare degli abitanti di Dulais, un piccolo
villaggio del Galles del Sud, dove i minatori devono lottare contro le politiche economiche del governo Thatcher, le brutalità della polizia e l’opportunismo dei crumiri, solo per salvaguardare i propri diritti e la propria
dignità di lavorati, in una corsa contro il tempo per mantenere in vita la
Miniera, il cuore pulsante della loro terra. Pride, però, è allo stesso tempo
il racconto colorato, eccitato e strafottente di un piccolo gruppo ottimista
di gay e lesbiche londinesi, impegnato nella guerra quotidiana contro il
pregiudizio di una società bigotta, tormentati dai fantasmi dei pestaggi
fascisti e del contagio dell’Aids. Due trame, all’apparenza, diametralmente
opposte, che s’incontrano quasi per caso, nel desiderio di trovare nella
solidarietà con l’altro, in una battaglia comune dai tristi esiti scontati, la
forza di rivendicare il proprio diritto alla felicità, il coraggio di gridare a un
mondo spesso ottusamente distratto il peso della propria esistenza. Con
le lacrime e con il sorriso. Il film del regista teatrale Matthew Warchus,
86
grazie soprattutto allo script dell’esordiente Stephen Beresford (che insegue questa storia vera da circa venti anni), s’inserisce con coerenza e
decisione nella grande tradizione della working class comedy e, guardando
apertamente a pellicole come Billy Elliot, Full Monty e Grazie signora
Thatcher, riprende con successo le atmosfere e i sapori delle opere più
leggere della coppia Ken Loach-Paul Laverty. Pride riesce orgogliosamente
a mantenersi in equilibrio tra i toni della commedia sfrenata stile Il vizietto
(l’arrivo dei minatori a Londra) ai momenti più commoventi e toccanti (le
parole di Bread & Roses cantate in coro, nel calore spartano di una casa
del popolo). È ovvio che un film del genere viva principalmente da un
lavoro di costruzione narrativa fatto al dettaglio, dove ogni risata e ogni
emozione sono quasi telecomandate a distanza. Di fronte al ritmo invidiabile di una sceneggiatura che non sbaglia un colpo e a un cast immenso
dove ogni personaggio ha il giusto peso e, il giusto spazio, però, anche
l’artificiosità perde d’importanza capitale. Vedere da un lato i solidi Paddy
Considine, Bill Nighy e Imelda Staunton e dall’altro i fantastici Dominic
West, Andrew Scott e Ben Schnetzer incontrarsi in scena e fondersi tra
loro con risultati cosi solari e coinvolgenti, al netto di tutte le trovate furbamente accattivanti e le derive (giustamente?) manichee, non può che
calamitare le nostre simpatie. Perché spesso è giusto lasciarsi prendere
dall’ingenuo entusiasmo delle giuste cause perse.
sentieriselvaggi.it
87
Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores
(foto di Claudio Iannone)
Il ragazzo invisibile
Regia: Gabriele Salvatores (Francia-Italia, 2014) 100’
Lunedì 30 novembre e mercoledì 2 dicembre
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
Michele ha 13 anni e vive in una tranquilla città sul mare. La sua esistenza
è piuttosto ordinaria e le giornate scorrono senza grandi emozioni, tranne
quando si tratta di Stella, la ragazza che in classe non riesce a smettere
di guardare e che sembra proprio considerarlo invisibile. Poi, un giorno,
Michele fa una straordinaria scoperta che darà vita alla più incredibile
avventura della sua vita: lui può diventare invisibile!
(...) il film di Gabriele Salvatores (...) si pone nella zona, poco frequentata dalle nostre parti, del ‘fantasy adolescenziale’: con protagonisti in
età scolare, supereroi e supercattivi, però senza molto da spartire con
‘Transformers’ e similari cinecomic americani. In qualche modo Salvatores
sembra rimettersi sulla strada fondativa di un possibile fantasy all’europea,
già esplorata a suo tempo con Nirvana; non disdegna gli effetti speciali,
ma neppure intende farne il centro dello spettacolo. (...) Il ragazzo invisibile è ‘anche’ un teen-movie (e con pregi di naturalezza piuttosto rari); è
‘anche’ un film di supereroi, ma non è solo questo. Non occorre nemmeno
troppo scomodare il tema dell’invisibilità come metafora dell’adolescenza
per apprezzare l’acutezza dello sguardo di Salvatores su quell’età della
vita, cui il regista ha dedicato già una pattuglia di film a cominciare da ‘Io
non ho paura’: un’empatia non condiscendente che di certo i più giovani
sapranno cogliere. Neppure ingenua, però: anzi sapiente, quanto lo è lo
studio delle inquadrature (nella fotografia di Italo Petriccione, che valorizza
eccezionalmente Trieste) angolate e ‘tagliate’ come nelle migliori tavole a
fumetti. Detto ciò spiace un po’ dover constatare che il film, delizioso per
trequarti, tende a sfumare, nell’ultimo, un po’ a coda di pesce. Stentando
a trovare un finale, ne somma tre o quattro; e, soprattutto, perde ritmo
quando si addentra nella parte più fantasy, con relative spiegazioni sui
89
destini degli ‘Speciali’. Incluso il finale (...) che potrebbe far pensare a
una porta aperta su possibili seguiti.
Roberto Nepoti, La Repubblica, 18/12/2014
C’è una prima volta per tutti. E Gabriele Salvatores ne ha avute molte con
il suo cinema spesso alle prese con generi per lui nuovi: il pulp di Denti,
la fantascienza di Nirvana, il road-movie di Turné, il noir di Quo vadis,
baby? fino al recente montaggio di Italy in a day. In realtà non sarebbero neanche tutti, ma dopo tanti viaggi per il cineasta con una carriera
fortunata e felicemente trasversale come questa è venuto il momento di
misurarsi con il cine-comic.
Gli sceneggiatori Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo
hanno scritto una storia attuale con flashback sovietici per Il ragazzo
Invisibile. Al centro il piccolo emulo di Spider-Man Michele, ragazzo alle
prese con la timidezza, il primo amore e il bullismo dei suoi compagni. Ne
veste i panni l’esordiente Ludovico Girardello, scomparendo a tratti solo per
esigenze di copione ed effetti speciali, ma mantenendo sempre la giusta
tensione sul suo personaggio. Ci si mette una madre chioccia e in divisa
con il volto rassicurante di Valeria Golino. Ma non basta. Sparire non sarà
esattamente una soluzione bensì l’inizio di una grande avventura.
Omaggi e riferimenti anche a X-Men, Batman e Fantastici 4 sono inevitabili, o comunque inevitati, e le caratterizzazioni di buoni ambigui come
lo psicologo “sbirro” Fabrizio Bentivoglio, del mentore telepate di Christo
Jivkov, o ancora la madre naturalee interpretata da Ksenia Rappoport,
offrono una serie di appigli narrativi per l’espansione della storia tra possibili
sequel e una “crossmedialità” finora estranei al cinema di casa nostra.
Speciale, come i personaggi con superpoteri che lo popolano. “Non ho
visto tutti i film di supereroi, e non tutti sinceramente mi piacciono. Alcuni
molto, sicuramente Batman di Tim Burton, Il Cavaliere Oscuro di Nolan
e il primo SpiderMan” ha confessato il Premio Oscar alla presentazione
romana del suo ultimo lavoro. “Quello che cito è un fantasy, quasi un
90
horror, molto vicino al Ragazzo Invisibile: un film straordinario che si
chiama Lasciami entrare. Una visione particolare sui vampiri, ma più che
altro un film sull’amore, secondo me”.
E l’approccio ricercato dal regista intorno all’intimismo di due adolescenze
che si cercano, quella di Michele e quella di Stella (Noa Zatta) trova la
migliore resa narrativa nei loro incontri. Semmai sono le tensioni attoriali
su alcune scene action e rivelazioni importanti ad avere un po’ meno
forza. Insomma, il sincero affetto per i supereroi non deriva da rumorosità
e magnificenza negli effetti visivi, ma più dalla forza di attori nel credere
e far credere ai loro personaggi. Minori o centrali che siano. Con grandi
o piccole spese. Al contrario, quegli effetti speciali miseri se paragonati in
milioni di euro e spettacolarità a quelli d’oltreoceano – solo 8 di budget
complessivo a fronte dei 150 milioni di dollari standard dei grandi franchise – sono ben calibrati sulla super storia tutta europea ambientata a
Trieste. Salvatores li ottimizza esteticamente al massimo. Meglio sarebbe
stato impossibile.
Francesco Di Brigida, ilfattoquotidiano.it, 15/12/2014
91
Resistenza naturale di Jonathan Nossiter
Resistenza naturale
Regia: Jonathan Nossiter (Italia-Francia 2014) 85’
Lunedì 19 - martedì 20 ottobre ORE 9.00
Scuola secondaria di secondo grado
GRATUITO SU PRENOTAZIONE
Nel loro antico monastero dell’XI secolo in Toscana, Giovanna Tiezzi e
Stefano Borsa hanno creato un legame con l’antica cultura etrusca grazie
alla loro cantina e alla produzione di vino, cereali e frutta; Corrado Dottori
e Valerio Bochi, provenienti dalla Milano industriale, si sono trasferiti nella
cascina dei loro nonni nelle Marche dove si impegnano per un’espressione
rurale di giustizia sociale; Elena Pantaleoni, ex bibliotecaria, lavora nei
vigneti di famiglia in Emilia sforzandosi di fare della sua tenuta una realtà
utopica; Stefano Bellotti è considerato il Pasolini dell’agricoltura italiana,
un contadino poeta radicale che ha sconvolto le regole con la sua fattoria
d’avanguardia in Piemonte. Nonostante gli sforzi per rispettare le tradizioni eno-agricole del nostro Paese, ognuno dei protagonisti si è dovuto
scontrare con una forte resistenza; non tutti, infatti, credono nella loro
lotta per un’ espressione dell’agricoltura italiana ecologicamente progredita,
economicamente giusta e storicamente ricca. Con l’aiuto dell’amico Gian
Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, questi moderni contadini
hanno deciso di usare il potere del Cinema per combattere le menzogne
istituzionali che rendono ogni atto libero un atto di pericoloso dissenso.
A dieci anni di distanza da “Mondovino”, l’universo enologico è cambiato
proprio come il mondo stesso e il nemico è di gran lunga superiore alla
minaccia della globalizzazione. Questi rivoluzionari del vino naturale, che
lottano contro il “nuovo ordine economico mondiale”, offrono un modello
di Resistenza incantato e gioioso; una Resistenza naturale che intreccia
documentario e finzione, nella speranza di risvegliare il ribelle nascosto
in ognuno di noi.
È un film stranissimo, che non assomiglia a nessun altro. Non è un semplice
documentario, non è un film di finzione, non è un reportage. Forse è un
93
saggio filosofico come In vino veritas di Soren Kierkegaard: il paragone
è tutt’altro che gratuito, visto che di viticoltura si parla - ma con un tono
così «alto», e politicamente così consapevole, da trasformare il vino in
una metafora del nostro rapporto con la modernità. Del resto Jonathan
Nossiter, il regista, non è uomo da cui aspettarsi film banali o leggibili ad
un solo livello. Nossiter non è un cineasta qualsiasi: è una specie di Onu
ambulante, del cinema e non solo. (...) Resistenza naturale è un ideale
seguito di Mondovino, perché l’argomento è analogo (...). Mondovino era
un documentario classico: analizzava l’influsso della globalizzazione e
della massificazione del mercato sulla produzione vinicola, intervistando
viticoltori famosi in Italia e in Francia. Resistenza naturale ne costituisce
l’evoluzione «politica», ancora più estrema e teorica. La presenza nel
titolo della parola «resistenza» non è casuale: Nossiter ci porta in una
cultura della terra, e della vigna, che va oltre il biologico – anche perché
«biologico», di per sé, non significa nulla: anche il curaro è biologico. I
produttori intervistati nel film sono tutti legati a un uso sostenibile della
terra e praticano – cosa non secondaria, anzi – una produzione che renda
il loro vino fruibile anche da chi non è ricco: è possibile bere sano, e bere
bene, a prezzi concorrenziali. Vi pare poco? I produttori sono Giovanna
Tiezzi, Stefano Borsa, Corrado Dottori, Valerio Bochi, Elena Pantaleoni e
Stefano Bellotti. Quest’ultimo, definito «il Pasolini dell’agricoltura italiana»,
ci regala un momento poetico e agghiacciante quando ci mostra la terra
della sua vigna e la confronta a una zolla della vigna confinante, trattata
con diserbanti e concimi chimici a go-go. La prima è nera, umida, pastosa, nutriente: sembra di sentirne il sapore; la seconda sembra argilla, è
grigia e dura come il marmo. Da quale dei due comprereste il vino? Alla
fine di Resistenza naturale, la risposta è ovvia. La scommessa narrativa
e stilistica del film, poi, va oltre: spingendo all’estremo il paragone vino/
cinema, Nossiter inserisce fra i testimoni anche il direttore della Cineteca
di Bologna Gianluca Farinelli. E «resistenza naturale» anche restaurare
vecchi film, riproporli sul grande schermo, farli circuitane, mantenere viva
94
la memoria della più grande arte del Novecento. Il parallelo è audace, e
forse qua e là forzato: la prima volta che appare Farinelli sullo schermo –
soprattutto per chi, come noi, lo conosce bene – si pensa a uno sbaglio
di rullo! Ma poi tutto diventa fluido, e contribuisce appunto all’affascinante
bizzarria di un film-saggio veramente audace.
L’Unità, 29/5/2014
Una tenuta di campagna, una dolce atmosfera estiva, una tavolata di
amici in sereno atteggiamento conviviale: potrebbe essere la scena di
una commedia di Rohmer, invece si tratta di un documentario dell’americano Jonathan Nossiter. Il quale, dopo l’ottimo ‘Mondovino’ (2004), torna
con ‘Resistenza naturale’ sul tema vinicolo concentrando l’attenzione
sui «terroir» nostrani (Toscana, Marche, Emilia e Piemonte) in un’ottica
politica (nel senso antico di cura del bene collettivo) che, fra voci volti e
paesaggi, trae alimento dalla capacità del cinema di sintonizzarsi con la
vita. (...) la presenza di Gianluca Farinelli, conservatore della Cineteca di
Bologna, in questo gruppo di viticultori illuminati, lasciati soli a combattere
da governi inadeguati, può sconcertare. Ma il tutto si tiene nell’idea di una
comune visione etica, di una comune esigenza dell’arte e dell’agricoltura
di rifondarsi e rinnovarsi alla luce del passato.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa, 29/5/2014
95
Selma-La strada per la libertà di Ava DuVernay
Selma - La strada per la libertà
Regia: Ava DuVernay (Gran Bretagna, 2014) 127’
Lunedì 1 e mercoledì 3 febbraio
Scuole secondarie di secondo grado
Nella primavera del 1965 una serie di eventi drammatici cambiò per sempre la rotta dell’America e il concetto moderno di diritti civili: un gruppo
di coraggiosi manifestanti, guidati dal Dr. Martin Luther King Jr., per tre
volte tentò di portare a termine una marcia pacifica in Alabama, da Selma
a Montgomery, con l’obiettivo di ottenere l’imprescindibile diritto umano al
voto. Gli scontri scioccanti e la trionfante marcia finale portarono infine
il Presidente Lyndon B. Johnson a firmare, il 6 agosto di quell’anno, lo
storico Voting Rights Act.
Siamo nel 1965, non nel 1839 dei negrieri di Amistad né nel 1845, l’epoca
di 12 anni schiavo. Eppure c’è da vergognarsi a vedere oggi, in questo
robusto film dell’afroamericana Ava DuVernay, come venivano ancora
trattati i negri (si diceva ancora così, e non neri) negli Stati Uniti, in quelli
del Sud profondo almeno. (...) Il film della DuVernay ricostruisce con puntiglio un importante episodio di questa lotta non violenta condotta da King
per la liberazione del suo popolo (...). Merito non ultimo del film, privo di
particolari guizzi di regia ma profondamente sobrio, è di mostrarci Luther
King (interpretato senza enfasi dal somigliante David Oyelowo, con la voce
italiana di Simone Mori) anche nella sua vita privata, con la moglie Coretta
lasciata troppo sola e i quattro figlioletti, i suoi sconforti, le sue perplessità,
le sue sfide e le sue sconfitte. (...) Quello che non si vede è che Martin
Luther King il 4 aprile 1968 sarà ucciso a Memphis a soli 39 anni. Come
nel 1963 a Dallas John Fitzgerald Kennedy, che sosteneva l’integrazione
razziale, e come l’antischiavista Abramo Lincoln, assassinato da un fanatico
sudista il 14 aprile 1865. Anche questa è, o era, l’America.
Franco Colombo, L’Eco di Bergamo, 17/2/2015
97
Nel 1963 il Ku Klux Klan aveva fatto saltare in aria una chiesa battista a
Birmingham, uccidendo quattro ragazzine. L’anno dopo Martin Luther King
ricevette il Nobel per la pace e da subito usò il suo potere mediatico per
trattare con il presidente Lyndon B. Johnson una riforma federale delle norme
per il diritto di voto che mettesse fine alle discriminazioni razziali perpetrate
impunemente dai funzionari dei singoli stati. Dopo l’ennesima umiliazione
subita da una donna, Annie Lee Cooper, a cui venne ripetutamente negata
l’iscrizione alle liste elettorali, il reverendo King con un manipolo di attivisti
sbarcò a Selma per organizzare una marcia di protesta.
La preparazione della marcia, osteggiata sia dal potere locale, inquieto per
l’agitarsi dello spettro dei diritti civili in quel che restava del Sud schiavista,
che da Johnson, impegnato in ben altre priorità tra cui il futuro disastro
militare in Vietnam, diede vita a una reazione a catena destinata a cambiare
per sempre la faccia democratica dell’America.
Selma, diretto dalla regista afroamericana Ava DuVernay, ricostruisce quei
giorni alternando scene madri rigonfie di musica enfatica e brutali poliziotti
picchiatori alle trattative affannose che avevano luogo dietro le quinte, lontane dai riflettori dei media, dove l’ambiguità politica si rispecchiava nella
necessità di compromessi.
E se la retorica progressista appesantisce le sequenze di massa, girate con
diligenza ma senza originalità, è proprio nello sguardo gettato sulle zone
d’ombra della politica americana che Selma trova una sua più compiuta
ragion d’essere. I faccia a faccia tra King, Johnson, l’osceno governatore
dell’Alabama Wallace e i vari consiglieri e militanti, hanno una tensione
giusta, un ritmo interno, una pulizia stilistica che assecondano la costruzione
drammaturgica del film.
Quel che ne esce è un ritratto di King allo stesso tempo sfaccettato e
monocromo: un personaggio che, pur raccontato attraverso una positività
tetragona a volte troppo simile a quella di un santino da portafoglio, mostra una moderna consapevolezza dell’agire politico e un’intraprendenza
furibonda nascosta sotto l’apparente calma monastica.
98
La non violenza implica una violenza altrui – da ribaltare e utilizzare a
proprio vantaggio – e King sapeva che le guerre non si vincono senza
perdite. Certo, la narrazione risolve frettolosamente alcuni possibili punti
di frizione – il “rivale” Malcolm X viene quasi ricondotto all’ovile per poi
essere rapidamente liquidato – e la netta, e giusta, divisione tra buoni e
cattivi viene sottolineata non senza ridondanze.
Selma esprime una posizione ovviamente condivisibile in una delle lotte
fondanti di ogni ideale democratico – quella per l’uguaglianza, un diritto
così ovvio da non essere ancora pienamente acquisito – e si costruisce
come un film didattico, orgogliosamente obamiano, capace di smuovere le
coscienze come un potente volantino illustrativo, senza perdersi in altre
ambizioni. (...)
Federico Pedroni, cineforum.it
99
Shaun, vita da pecora di Richard Starzack, Mark Burton
Shaun, vita da Pecora-Il film
Regia: Richard Starzack, Mark Burton (Francia-Gran Bretagna, 2015) 85’
mercoledì 25 - giovedì 26 novembre
Scuola di infanzia e scuola primaria
La pecora Shaun e i suoi amici decidono di prendersi un giorno di riposo
alla fattoria e fanno addormentare il fattore (un gioco, per delle pecore).
Ma la roulotte in cui il fattore riposa si avvia da sola sulla strada che porta
alla città, e in seguito a una contusione l’uomo subisce un trauma che
gli fa perdere completamente la memoria. Shaun e compagni, inseguendo la roulotte, arrivano a loro volta in città, ma poiché il fattore è prima
ricoverato in ospedale, poi diventa parrucchiere di grido (grazie alla sua
abilità di tosatore), le pecore faticano a trovarlo. Riusciranno a riportare
il loro amico alla fattoria e a riprendere la loro routine?
(...) un lungometraggio d’animazione non solo per ragazzi (...) un
ritmo trascinante, nato da giuste scansioni narrative e da un attento
montaggio, arricchendola di una galleria di personaggi eterogenei, accuratamente caratterizzati, attraverso i quali avanzano, con toni leggeri,
con umorismo garbato e arguto, notazioni sull’importanza dell’amicizia
e dell’aiuto reciproco. Personaggi che non parlano (si esprimono e
comunicano attraverso belati, sbuffi, suoni strani, incomprensibili borbottii) al centro di situazioni e di colpi di scena (spesso sono citazioni
«sub specie ovina» da film di successo), che rimangono memorabili
per la comicità ingegnosa, a volte surreale, che richiama quella del
cinema muto.
Achille Frezzato, L’Eco di Bergamo, 19/2/2015
Ispirato a una folgorante serie tv di mini sketch, questo cartoon impassibile e feroce come Buster Keaton ma che ricorda anche Jacques
Tati è il migliore dell’anno (...). Una serie di avventure e gag spiritose
101
Shaun, vita da pecora di Richard Starzack, Mark Burton
con escalation di citazioni, dalla ‘Fattoria degli animali’ in poi, e una
scena al ristorante degna di Blake Edwards. I registi Burton e Starzack valorizzano il marchio Aardman che produce il film dopo Galline
in fuga e Wallace & Gromit, qui in combutta francese dopo l’inutile tuffo
Dreamworks nella computer graphic.
Maurizio Porro, Corriere della Sera, 19/2/2015
(...) Tratto dall’omonima serie televisiva di successo planetario, Shaun,
vita da pecora - Il film è un classico prodotto dallo studio di animazione
Aardman (come Wallace & Gromit, per intenderci) realizzato in claymation,
cioè con creature di plastilina filmate in stop-motion. Ciò che caratterizza le
produzioni Aardman, oltre la tecnica, è lo humour britannico che si esprime
senza parole, attraverso azione, espressioni, situazioni comiche. Shaun,
vita da pecora è l’ennesima conferma di quel talento: ci si meraviglia per
l’inventiva inesauribile e la capacità di realizzare scene di slapstick degne
di Chaplin - memorabili quella al ristorante, in cui le pecore, travestite da
esseri umani, cercano di farsi servire il pranzo (e addentano i menù), o
quella del coro improvvisato “a cappella”.
Ogni personaggio è fortemente caratterizzato, a cominciare dal geniale
e carismatico Shaun, per proseguire con tutti i personaggi della serie - il
fattore, il cane Bitzer, le pecore gemelle, Hazel e Nuts, la grassa Shirley,
Timmy e la sua mamma con i bigodini. Ma ci sono anche personaggi
nuovi ed efficaci come l’accalappiatore Trumper e la randagia Slip.
Il ritmo comico, spesso quello della farsa, è impresso dalla regia e dal
montaggio, ma comincia evidentemente in una sceneggiatura che non si
limita ad allungare un episodio della serie, o ad allinearne una decina, ma
costruisce una storia con pathos e humour. Il risultato è un film d’animazione
godibilissimo a tutte le età in cui si ride fino alle lacrime, ci si commuove,
e si esce di sala saltellando sulla canzone dei titoli di coda.
Paola Casella, mymovies.it
103
Si alza il vento di Hayao Miyazaki
Si alza il vento
Regia: Hayao Miyazaki (Giappone, 2013) 126’
Lunedì 22 e mercoledì 24 febbraio ORE 9.00
Scuola di infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo
e secondo grado
Il film è ispirato alla vita di Jiro Horikoshi, l’uomo che progettò gli aerei da
combattimento giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Fin da
piccolo, suggestionato dall’ingegnere aeronautico italiano Gianni Caproni,
Jiro fantastica di diventare un pilota e di costruire aeroplani. Quando il
suo sogno di volare è reso irrealizzabile dalla miopia, Jiro ce la mette
tutta per entrare a far parte di una delle maggiori industrie meccaniche
giapponesi, finché il suo genio non lo aiuta ad affermarsi come uno dei
più promettenti ingegneri aeronautici al mondo. Sullo sfondo dei grandi
eventi della storia giapponese del primo novecento, mentre le sue innovazioni rivoluzionano il mondo dell’aviazione, la vita di Jiro è arricchita
dall’amore per Nahoko e dall’amicizia con il collega Honjo. Una storia di
formazione dalle cadenze epiche, in cui l’amore, le scelte e le capacità
personali si intrecciano alla necessità di dover venire a patti con un
mondo che muta.
Si alza il vento, col titolo che si ispira a una poesia di Paul Valèry – «Si
alza il vento, dobbiamo vivere!» come si ripete spesso il protagonista – è
permeato da un sentimento di dolorosa malinconia, vi soffia con dolcezza
il sentimento della morte che fa parte della vita, dei sogni, degli amori,
delle cose piccole e importanti che si intrecciano a quelle grandissime a
volte fuori di noi. (...) ln questo suo nuovo e raffinato universo animato e
sonoro (realizzato con la voce) di sussulti, gemiti e movimenti violenti della
terra e del mare, improvvise lacrime e risate fragorose, Miyazaki dà vita
ai conflitti contemporanei, interrogandosi sul senso dell’arte e sulle sue
relazioni col mondo, dunque anche su quello del fare cinema. Miyazaki
ritrova le tensioni visive di tanti suoi film (Principessa Mononoke, Il viaggio
di Chihiro...) e allo stesso tempo si volge alla sua storia familiare, e ai
105
rapporti tra il padre progettista aeronautico legato all’industria bellica nella
seconda guerra mondiale. Al punto che in Giappone lo hanno accusato
di militarismo, a cominciare dalla scelta del protagonista, cosa assurda di
fronte a un film che a ogni fotogramma condanna, nella sostanza e non
con la retorica, la guerra in ogni sua forma. E di tutti i film del regista è
quello in cui i colori delle superfici mascherano più a fatica le inquietudini
pesanti (...) Miyazaki percorre il Novecento giapponese fino alla seconda
guerra mondiale che rimane fuori campo, senza esplicitare se non per
dettagli. L’atmosfera del Giappone imperialista viene resa attraverso lo
sguardo distratto del protagonista, che vive chiuso nell’ossessione della
sua ricerca. Del mondo appunto dell’artista, di un creatore, che sembra
non venire mai a contatto col tempo storico, o lo riveste di altre forme
e di altri colori. Quasi un paradosso se si pensa a Miyazaki, che invece
ha preso sempre posizione sulle questioni post-atomiche, su Fukushima,
o contro la volontà del partito al governo ora in Giappone di cambiare
la costituzione. Con Jiro il regista condivide l’amore per il volo, per la
dimensione aerea, per la spinta verso l’alto, quell’ebbrezza di tanti suoi
personaggi (...). E che viene resa nell’animazione con un lavoro impressionante di leggerezza e colorazione, quasi fossimo in un musical del
volo nella sua innocente bellezza, alla ricerca dell’attimo prima che quelle
macchine volanti divengano qualcos’altro. Ma è davvero così innocente?
C’è una responsabilità di chi ricerca, inventa, scopre nuove strade che
contengono in se senza assoluto il Bene e il Male, dipende dall’uso. Ma
se questo sarà anche cattivo ci si deve fermare mettendo da parte anche
quello buono? E ancora come fa l’artista nella sua Montagna incantata a
catturare il proprio tempo, a narrarlo, a precorrerlo sperimentandone le
tensioni nell’immaginario? Miyazaki non ci da risposte in quello che sembra
essere uno dei suoi film più complessi (...). Nella continua tensione tra
realtà e immaginario forse è impossibile afferrare fino in fondo quell’air
du temps e i sogni sono destinati a schiantarsi in certe condizioni della
realtà Jiro si risveglia nel fumo nero della guerra, mentre Naoko se ne è
106
andata per sempre. L’arte a volte è impotente, la vita resiste, va altrove.
Come il parasole di Naoko portato via dalla tempesta.
Cristina Piccino, il manifesto, 11 /9/2014
Sognare certo, volare forse. Hayao Miyazaki conclude il lungo viaggio
attraverso il cinema dipinto con l’epopea di Jiro (...). Dietro la sua vita c’è
la storia, agitata e tragica, del Giappone della prima metà del Novecento
(...). Se in passato Miyazaki aveva immaginato città incantate e castelli
erranti, oscuri malefici e strane metamorfosi, stavolta, in questo film, annunciato come suo ultimo e definitivo (...), in varie scene si ferma proprio
sulla costruzione delle macchine volanti (...). Miyazaki però sa bene che
dietro i sogni epici c’è l’aspra amarezza del reale: il piccolo ingegnere
vedrà i suoi apparecchi trasformati in strumenti di distruzione. Fuggire
per sempre dai mondi proibiti non sarà mai possibile.
Claudio Carabba, Corriere della Sera Sette, 12/9/2014
107
Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di Jean-Pierre Jeunet
Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet
Regia: Jean-Pierre Jeunet (Canada-Francia, 2014) 105’
Lunedì 14 e mercoledì 16 dicembre
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
T. S. Spivet ha 10 anni e vive in un ranch del Montana con il padre, un
cowboy silenzioso, e con la madre, una studiosa di di cavallette e altri
insetti, che da vent’anni è alla ricerca di una mitica specie di scarafaggio.
T. S. è un genio e disegna su un taccuino mappe bellissime e meticolose,
cercando di dare un ordine alle cose: il comportamento della sua famiglia,
degli animali e delle piante, dei posti e delle cose. Una notte, il ragazzo
sale su un treno merci e attraversa l’America per andare a ricevere un
importantissimo premio conferitogli dall’Istituto Smithsonian per la sua
invenzione di un dispositivo dal moto perpetuo...
(...) come nell’altro film di Jean-Pierre Jeunet Il favoloso mondo di Amélie
visto qualche tempo fa, il clima è sempre quello molto intenzionalmente
ottimista dei film di Frank Capra e tutto andrà per il meglio. Questa volta,
pur con lo stesso sceneggiatore, Guillame Laurent, forse per una più modesta risonanza del romanzo cui ci si è ispirati di Relf Leisen, il risultato
non è altrettanto brillante. La prima parte del viaggio di T. S., dato anche
il continuo susseguirsi di cornici americane, non è molto diversa da quella
dei consueti «road movies» visti da anni, senza però molti colori e quasi
nessuna sorpresa; mentre la prevedibile, felice conclusione a Washington,
se non fosse per quell’incubo di T. S. di aver causato la morte del suo
gemello, sarebbe del tutto priva di significativi risvolti psicologici e, forse,
si limiterebbe a dare semplicemente spazio all’immancabile lieto fine. Ad
ogni modo certe pagine hanno una loro commovente sincerità e il piccolo
attore che dà vita a T. S., l’americano Kyle Cattlett, quasi un divo della
televisione al suo Paese, pur non potendo dirsi molto simpatico, ha tratti
fini, espressioni convincenti, anche se non avrà lo stesso successo che
Audrey Tatou si conquistò dopo Il favoloso mondo di Amelie. Attorno a
109
lui vari divi, dall’inglese Helena Bonham Carter all’australiana Judy Davis.
Ma Kyle Cattlett ruba loro di continuo la scena.
Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 28/5/2015
Per convincere il regista Jean-Pierre Jeunet (...) a sceglierlo come protagonista (...) il giovanissimo Kyle Catlett, 9 anni all’età del provino, ha
illustrato le sue innumerevoli capacità: «So piangere a comando – ha
spiegato durante un colloquio su Skype con Jeunet –, sono forte, sono un
duro, sono il campione del mondo di arti marziali nella categoria bambini
sotto i 7 anni». Il ruolo, a quel punto, non poteva che essere suo. Nessuno
avrebbe potuto interpretare meglio il personaggio di un ragazzino animato
da inesauribili curiosità e capacità d’osservazione, una specie di minuscolo
Leonardo da Vinci, pronto ad affrontare qualunque ostacolo pur di ricevere
il premio che gli è stato attribuito (...) T. S. Spivet è la versione infantile
dell’Amelie di Audrey Tautou. Come lei è uno di quei piccoli esseri che, a
colpi di innocenza, fantasia e determinazione, riescono ad avere la meglio
in un mondo di persone bizzarre, incoerenti, egocentriche.
Fulvia Caprara, La Stampa, 28/5/2015
Ispirato al libro Le mappe dei miei sogni dello scrittore statunitense Reif
Larsen, il film tenta di riprodurne la confezione, grazie anche all’ausilio
del 3D: se il romanzo si compone di mappe e disegni che illustrano la
passione inventiva del piccolo protagonista, il film apre i tre capitoli che
lo costituiscono con le pagine di un libro pop-up aventi la funzione di
piani d’ambientazione. L’intera pellicola, poi, è farcita di fantasmagoriche
soluzioni à la Amélie Poulain.
Il piccolo protagonista sembra infatti la versione infantile dell’Amélie interpretata da Audrey Tatou nel precedente film di Jean-Pierre Jeunet. Come
lei, T. S. è dotato di quella determinazione frammista a innocenza che
permette di conseguire i propri bizzarri obiettivi in un mondo altrettanto
bizzarro. In questo caso raggiungere dal Montana la prestigiosa sede dello
110
Smithsonian Institution, a Washington, per ritirare un premio assegnato
all’invenzione dell’anno, che nessuno sa realizzata da un bambino di
dieci anni. Il piccolo eroe vive così un rutilante e fiabesco road movie, in
direzione ostinata e contraria, da ovest a est, avendo come meta ultima
il superamento delle proprie paure più grandi.
Un altro, sembra farci intendere Jeunet, è il traguardo che deve raggiungere
il piccolo protagonista: elaborare un lutto su cui è calato il silenzio nella
sua sgangherata famiglia, la morte del fratellino gemello, in un incidente
di cui T. S. si sente silenziosamente responsabile. Forse solo i momenti
in cui T. S. si trova di fronte al fratello Layton (che si tratti dei loro giochi
in flashback o di proiezioni della mente bambina che fatica a tracciare i
confini fra la realtà e il proprio mondo emotivo) restituiscono paradossalmente la vena più vera, quella malinconica, dell’infanzia. (...)
Manuela Russo, cineforum.it
111
Timbuktu di Abderrahmane Sissako
Timbuktu
Regia: Abderrahmane Sissako (Francia-Mauritania, 2014) 97’
Lunedì 9 e mercoledì 11 novembre
Scuola secondaria di secondo grado
Non lontano da Timbuktu, ora governata dai fondamentalisti islamici,
Kidane vive pacificamente tra le dune con la moglie Satima, la figlia
Toya e il pastore 12enne Issan. In città, la gente soffre impotente per
il regime di terrore imposto dai jihadisti, determinati a controllare la loro
fede. Tutto è stato bandito: la musica, le risate, le sigarette, persino il
gioco del calcio; le donne sono diventate le ombre, ma continuano a resistere con dignità. Ogni giorno, nei nuovi, improvvisati tribunali vengono
emesse tragiche e assurde sentenze. A Kidane e alla sua famiglia tutto
questo finora è stato risparmiato, ma il loro destino cambia quando lui
uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che ha macellato “GPS”,
la sua amata mucca. Kidane, infatti, dovrà vedersela con le nuove leggi
degli occupanti stranieri.
Niente scenari esotici da anni Cinquanta, qui non c’è John Wayne a
caccia di tesori nel Sahara, diretto dal grande Henry Hathaway. Timbuktu
è un film in cui Abderrahmane Sissako ferma il tempo su un’Africa che
fa i conti con la piaga dell’integralismo islamico, portato a popolazioni
che vivrebbero serenamente nelle loro terre da milizie jihadiste che non
parlano nemmeno la loro stessa lingua. Sissako descrive una quotidianità
placida, lenta, sensibile, adagiata su un piccolo coro di personaggi che
vive ai margini di una Timbuktu ormai in mano agli estremisti religiosi.
Kidane, un alleva­tore, vive con la moglie e la figlioletta in una tenda nel
deserto, per sottrarsi ai dettami dei miliziani che pattugliano il villaggio:
non si può suonare, non si può fumare, i bambini non possono giocare
a palla, le donne devono coprirsi anche mani e piedi. Eppure qualcuno
di notte suona nel chiuso di una casa, altri fumano, qualche donna si
ribella ai guanti. Poi il dramma esplode: Kidane paga la sua vendetta su
113
Timbuktu di Abderrahmane Sissako
un pescatore che ha ucciso una sua vacca, mentre due giovani innamorati
subiscono la lapidazione e chi ha suo­nato viene fustigato... Sissako è
tanto dolce nel descrivere la placida r/esistenza della popolazione, quanto
crudele (ma senza rabbia, con attonito stupore) nel raccontare l’ab­battersi
della violenza di chi predica l’intransigenza della malintesa religio­ne. Il
ritmo resta blando, l’ironia esa­spera la pazienza come fossimo in un film
di Elia Suleiman (che infatti figu­ra tra i ringraziamenti), la macchina da
presa scorre sui corpi adagiati in cerca di pace, mentre l’ottusa presenza
dei jihadisti trascorre come un assurdo fuori luogo nella ritmica esistenziale
pacificata dei personaggi. Il finale ha una potenza rosselliniana da Roma
città aperta, ma non è questione di rea­lismo, in questo film nutrito di un
tempo interiore che vorrebbe negare la rabbia della storia, ma capitola di
fron­te agli eventi. Sissako dice di essersi fatto ispirare dal video di una
lapida­zione avvenuta in un villaggio del Mali visto suYoutube. Considerando
gli ulti­mi risvolti dell’avanzata jihadista in Iraq va detto che il film, nella
sua purezza poetica, è destinato a restare di chiara attualità.
Massimo Causo, Cineforum n. 535, 6/2014
115
Tomorrowland - Il mondo di domani di Brad Bird
Tomorrowland - Il mondo di domani
Regia: Brad Bird (Usa, 2015) 130’
Lunedì 26 e mercoledì 28 ottobre ORE 9.00
Scuola secondaria di primo grado e primo biennio scuola secondaria di secondo grado
Legati da un destino comune, Frank, un ex enfant prodige ormai disilluso, e
Casey, un’adolescente ottimista e intelligente che trabocca di curiosità scientifica, intraprendono una pericolosa missione insieme, per svelare i segreti di
una misteriosa dimensione spazio-temporale nota come “Tomorrowland”. Le
loro imprese cambieranno sia il mondo che la propria vita, per sempre.
Figlia di un ingegnere aerospaziale, Casey Newton sogna un futuro di speranza
e di avventura. Dopo l’ennesimo blitz nella fabbrica del padre per impedire
che venga dismessa, Casey finisce in gattabuia: tra gli effetti personali trova
una spilla misteriosa che, al solo tocco, la trasporta in un mondo collocato
in uno spaziotempo imprecisato, Tomorrowland.
Il perfetto antidoto al prevalere della fantascienza da futuro distopico. Un’occasione che la Disney non poteva farsi sfuggire: instillare un po’ del suo
incrollabile ottimismo in un’epoca in cui lo spazio, l’esplorazione e i sogni in
generale sembrano abbandonati come oggetti da museo.
Dopo i flop terrificanti di The Lone Ranger e John Carter, però, a Burbank
la preoccupazione era tanta; abbastanza per mettere al sicuro la regia di un
nuovo film nelle mani di Brad Bird e del suo curriculum inattaccabile. Che in
Tomorrowland trova il perfetto compimento: la nostalgia di Il gigante di ferro si
mescola al supereroismo per famiglie di Gli incredibili, l’impresa impossibile di
Ratatouille all’estro a rischio di caos narrativo di Mission: Impossible - Protocollo
fantasma. Una forza vitale trascinante la sua, guidata da un ottimismo e da
una volontà di materializzare i sogni pari a quella della protagonista Casey
Newton (...) Non senza qualche asperità inedita per un film Disney: diverse
le uccisioni, benché senza una goccia di sangue, e poco comprensibili le
spiegazioni pseudo-scientifiche, specie per un target di ragazzini. Ma sono
dettagli minimi, a margine di un’opera che ha altri intenti.
117
Tomorrowland - Il mondo di domani di Brad Bird
Ancora una volta è il regno del retronuevo, del futuro remoto immaginato
da un passato prossimo, che pensa a Tomorrowland come alla città del
Mago di Oz, piena di cose che volano. O alla Tour Eiffel che si apre
per lasciar posto a un razzo steampunk, in una sequenza tra le migliori
del film, che rimanda alla magia di quella Parigi fin de siècle in cui era
possibile materializzare i sogni, fino al punto di tradurli in cinematografia.
Nel neo-positivismo del Tomorrowland di Bird o dell’Interstellar di Nolan,
a cui giustamente il film è stato accostato, è possibile riscontrare la prima
forma di risposta alla rassegnazione imperante degli anni Dieci. Il futuro è
(ancora) un luogo tutto da costruire, per un’umanità che sappia rimanere
arbitra del proprio destino.
Emanuele Sacchi, mymovies.it
Utopia contro distopia: potrebbe essere questo il «messaggio» di questo
curioso, magari un po’ prolisso Tomorrowland prodotto dalla Disney, marchio
che garantisce, comunque, un certificato di qualità ai suoi prodotti. Anche
quando, affrontando, come in questo caso, un tema complesso come quello
di un certo tipo di fantascienza, magari non tutto torna. Bisogna faticare un
po’ per entrare nella storia, bisogna stare attenti ai passaggi temporali, ai
personaggi che si inseguono dal passato al presente (e poi nel futuro), e
nello spazio e fuori e dentro il tempo, poi però quando finalmente il meccanismo si mette in moto, la storia prende un suo spessore, diventa a suo
modo avvincente e abbastanza spettacolare. (...) Un po’ ingarbugliato nella
trama, solo a tratti emozionante (ma certo la sequenza del lancio del razzo
che parte dalla Torre Eiffel, è veramente spettacolare), magari difficile da
seguire nelle spiegazioni scientifiche, il film sembra una sorta di Mago di
Oz fantascientifico: un regno, dell’utopia, appunto, dove cercare e, forse,
trovare, nel futuro, le soluzioni per il nostro presente.
Andrea Frambrosi, L’Eco di Bergamo, 24/5/2015
119
Torneranno i prati di Ermanno Olmi
Torneranno i prati
Regia: Ermanno Olmi (Italia, 2014) 80’
Giovedì 19 - venerdì 20 novembre
Scuola secondaria di secondo grado
Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917
sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata.
Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe
attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento
che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un
luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente
accaduto. E poiché il passato appartiene alla memoria, ciascuno lo può
evocare secondo il proprio sentimento.
Come segnalano i titoli di coda, Torneranno i prati prende spunto dall’impressionante La paura, scritto da Federico De Roberto nel 1921, per inciso
lo stesso raccon­to dal quale Leonardo Di Costanzo ha da poco tratto
L’avamposto, episodio del film collettivo I ponti di Sarajevo (Les pontes
de Sarajevo, 2014). Dall’autore dei Viceré, uno dei grandi romanzi della
nostra letteratu­ra, Ermanno Olmi, oltre naturalmente all’ambientazione di
trincea, eredita la progressione drammatica che porta un giovane tenente
a sacrificare in sequenza i suoi uomini in una missione insensata, fino a
quando uno di loro, un decorato della guerra di Libia, in preda al terrore,
dappri­ma si rifiuta pur sapendo di andare incontro alla fucilazio­ne, poi,
strappatisi di dosso i nastrini, si uccide in manie­ra orribile («E prima che
nessuno avesse tempo di com­prendere che cosa volesse dire, che cosa
stesse per fare, corse lungo il fosso, fino al cunicolo, si chinò ad afferrare il moschetto, ne appoggiò al ciglio di fuoco il calcio, se ne appuntò
la bocca sotto il mento, e trasse il colpo che fece schizzare il cervello
contro i sacchi del parapetto»).
Olmi sposta la stagione dei fatti narrati, dal «primo chia­rore di un’alba
d’agosto» a un inverno gelido e nevoso, per il quale pare che la troupe
121
coordinata da Maurizio Zaccaro abbia avuto non pochi problemi nel corso
della lavorazione, dovendo – felicemente, detto a posteriori – modificare
scenografia e in parte sceneggiatura a causa delle abbondanti precipitazioni. Come De Roberto, anche il regista bergamasco insiste sulla babele
linguistica di un’Italia fatta solo sulla carta, a partire dal conduttore di
muli napoletano che si esibisce, apprezzato anche dall’al­tra parte del
fronte, in Tu ca nun chiagne e nella bellinia­na Fenesta ca lucive. Al tenentino, caratterizzato qui in maniera più evidente come un intellettuale
dalla formazio­ne umanistica, affianca un maggiore che lo accompagna
nella trincea a portare ordini oltre che a fare esperienza, un capitano
gravemente malato nel corpo e nell’anima e un sergente paternamente
vicino ai propri soldati, tanto da sentirsi in colpa per averli mobilitati di
fronte a un ipo­tetico assalto nemico invece di metterli al riparo dall’im­
minente bombardamento. Come nel racconto dello scritto­re catanese e
a differenza di altri classici dello schermo, il film non innesca una vera e
propria dialettica tra i vari gradi dell’esercito regio, e tra essi e la truppa.
L’insipienza, l’insensatezza, il cinismo di chi invia al macello uomini fatti
di carne e sangue come fossero pedine di un malde­stro gioco di scacchi appartengono all’alto comando e a chi lo gestisce a livello politicoistituzionale, entità così lontane da risultare impalpabili e senza volto. Per
questo sono in un certo senso equiparabili al nemico, che pure non si
vede mai, sia quando il suo incombere sembra segnalato dai campanacci
legati al filo spinato che quan­do più concretamente spara sui soldati o
devasta la trin­cea a colpi di mortaio.
L’idea forte del film ci sembra tuttavia quella di giu­stapporre un dentro
e un fuori alternandoli secondo un infallibile dosaggio. Dentro ci sono i
camminamenti e gli alloggi, luogo del freddo, della paura e di un’epidemia
che viene dai Balcani al pari di tutti i guai più recenti, come afferma con
amara ironia il capitano. Dove il ricordo di casa è tenuto vivo dalle fotografie
attaccate al soffitto, addomesticare un’arvicola seminando briciole di mollica
sulla sponda della cuccetta funziona da esorcismo contro la cosiddetta
122
fine del topo sepolto nella propria tana, il momento della posta unisce
alla gioia di ricevere notizie dai congiunti la tristezza delle lettere che non
è possibile consegnare per la morte del destinatario. Il fuori è la natura
di implacabile splendore dell’Altopiano dei Sette Comuni e dell’Ortigara
coperti da quattro metri e mezzo di neve, di foreste di abeti che quasi
beffardamente allu­dono al Natale, di una Luna enorme che troneggia sopra
la linea delle montagne. «Nell’orrore della natura l’orrore della guerra»,
scrive De Roberto nell’incipit del racconto. Per Olmi il rapporto è differente
e più complesso. Vi si coglie certo la pasoliniana «straziante e meravigliosa
bel­lezza del creato». Ma a leggere con maggiore precisione il suo punto
di vista aiuta forse il titolo bellissimo del suo bellissimo film. Torneranno
i prati alla fine, dell’inverno e del conflitto bellico. Ma non per coloro che
sono morti, vittime di quella che Sartre chiamava perdita secca – di vita,
amore, bellezza. E cancellati dalla memoria, come afferma in conclusione
uno dei soldati, fin qui sempre presente ma attonito e muto.
Questa dicotomia dentro-fuori solo per brevi momenti trova una sua
ricomposizione, memoriale e fantasmatica, nei discorsi di qualcuno che
guarda le immagini rubate attraverso le feritoie: la lepre e la volpe sulla
neve che sug­geriscono l’idea che gli animali si parlino fra di loro (un
ricordo del sottovalutato II segreto del bosco vecchio [1993]?), il larice
che in autunno diventa d’oro e che, col­pito da una granata, arderà come
il roveto biblico.
Duro fino alla bestemmia verso un Dio che consente questo orrore e che
sarà pure dove lo si cerca, come affer­ma un soldato, ma neppure il Papa
sa dove sia, come con­trobatte un altro, il cattolico Olmi termina il suo
percor­so nella trincea con la lettera del giovane ufficiale alla madre, che
per intensità e commozione ricorda quella del protagonista al suo capitano in L’arpa birmana (Biruma no tategoto, 1956). La guerra mi ha fatto
diventare vec­chio in un’ora, dice il ragazzo, fratello dell’Ivan tarkovski­jano
persosi in un altro conflitto che verrà. Perchè, come recita in chiusura
una massima di Toni Lunardi, pastore, indimenticabile protagonista dello
123
Torneranno i prati di Ermanno Olmi
straordinario I recupe­ranti (1970), la guerra è una brutta bestia che gira
sem­pre e non si ferma mai.
Quasi in appendice, il regista tira poi fuori il proprio fondo anarcoide,
concludendo il film con materiale di repertorio che, dopo gli assalti alla
baionetta negati dalla finzione, si sofferma su corpi e luoghi martoriati,
prosegue con i festeggiamenti della vittoria per chiudere con la desolazione di croci sghembe.
Se a De Roberto lo accomuna l’atteggiamento etico, la sua cifra stilistica,
lo sappiamo bene, ha ben poco di veri­sta o realista che dir si voglia. Il suo
è infatti un film sus­surrato. L’understatement caratterizza la recitazione di
attori dal volto anonimo a esclusione di Claudio Santamaria, il commento
musicale calibratissimo ed essenziale di Paolo Fresu, la magistrale fotografia di Fabio Olmi, con il colore che implode in un biancoenero più
“morale” che suggestivo, segno di uno sguardo che rifiuta pregiudizialmente
ogni leziosità filologica. Il suo pudore espressivo, una compattezza che si
esprime anche nell’im­peccabile scelta dei tempi, perfino nella stringatezza
della durata di soli ottanta minuti, fanno risaltare l’orrore per contrasto più
di qualsiasi urlo, perorazione o proclama.
Alberto Farassino sosteneva che il cinema di Olmi rac­conta quasi sempre
la stessa cosa, cioè un passaggio d’epoca colto attraverso i mutamenti
della cultura mate­riale. Ci sembra che la considerazione possa valere
anche per Torneranno i prati, che dello spazio angusto di una trincea
riesce a fare microcosmo di provenienze geografi­che e sociali, anime
e destini, luogo e momento di svolta per un’intera Nazione. Se con La
grande guerra (1959) Monicelli riusciva – scandalosamente, per i tempi
– a con­taminare l’enormità della tragedia con i modi della com­media, il
regista bergamasco ne coglie l’essenza sul piano della dignità umana
ferita ma anche della dolorosa costruzione di una koiné, chiudendo più
di cinquant’anni dopo il cerchio di un dittico da consegnare alla storia
della Settima arte.
Paolo Vecchi, Cineforum n.540, 12/2014
125
L’ultimo lupo di Jean-Jacques Annaud
L’ultimo lupo
Regia: Jean-Jacques Annaud (Cina, 2014) 118’
Lunedì 16 e mercoledì 18 novembre
Scuola secondaria di primo e secondo grado
1969. Chen Zhen, giovane studente di Pechino, viene inviato nel cuore
della Mongolia per istruire una tribù di pastori nomadi. In realtà, sarà Chen
a imparare vere e proprie lezioni su una regione ostile e infinita, sulla
vita in comunità, su libertà e responsabilità, e soprattutto sulla creatura
più temuta e venerata delle steppe: il lupo. Sedotto dalla queste creature sacre e dal legame complesso e quasi mistico che i pastori hanno
con l’animale, Chen decide di catturare un cucciolo per addomesticarlo.
Tuttavia, il governo ha deciso di abbattere gli esemplari di lupo presenti
nella regione mettendo a rischio non solo le tradizioni della tribù, ma il
futuro stesso di quel territorio.
Dall’Orso all’Ultimo Lupo. Il ritorno al cinema del regista francese Jean
Jacques Annaud è ancora una questione animale o ancor meglio di febbrile
attenzione per il rapporto tra uomo e natura. Tra 480 tecnici, 200 cavalli,
un migliaio di pecore, 25 lupi e una cinquantina di loro addestratori e
massaggiatori dislocati sul set nella steppa della Mongolia, Annaud ha
portato a termine dopo sette anni di preparazione e lavorazione L’ultimo
lupo: il suo ultimo spettacolare lungometraggio d’avventura che lo colloca
ancora una volta tra gli autori più coraggiosi e intraprendenti del cinema
contemporaneo. (...)
È la storia di Chen Zhen, un giovane studente di Pechino che viene
inviato nelle zone interne della Mongolia per insegnare parole e numeri
ad una tribù nomade di pastori. A contatto con una realtà diversa dalla
sua, Chen scopre di esser quello che ha molto da imparare sul senso di
comunità e di libertà, ma specialmente sul lupo, la creatura più riverita della
steppa. Sedotto dal legame che i pastori hanno con il lupo e affascinato
dall’astuzia e dalla forza dell’animale, Chen trovato un cucciolo decide di
127
addomesticarlo contravvenendo alle direttive del governo centrale cinese
di eliminare, a qualunque costo, tutti i lupi della regione.
“Tutto è cominciato quando una delegazione di cinesi è venuta a incontrarmi
a Parigi sette anni fa”, ha spiegato Annaud alla stampa internazionale.
“Bisogna però considerare che l’impatto del libro di Rong sulla società
cinese è stato colossale. Il totem del lupo (...) è diventato il successo
letterario più importate dopo il Libretto rosso di Mao. I lettori hanno scoperto l’esistenza dei questi luoghi magnifici e puri della Mongolia Interna,
che oggi è fortemente minacciata. Nel “giovane istruito” protagonista del
libro che s’innamora di un luogo così improbabile ho ritrovato me stesso agli albori della mia carriera. È stato allora che le persone che poi
sono diventate i miei produttori e i miei collaboratori, arrivarono nel mio
ufficio, a Rue Lincoln a Parigi. Mi proposero di adattare il romanzo per
il grande schermo. Gli ricordai che io non ero proprio ‘benvoluto’ dalle
autorità cinesi, ma loro dissero “La Cina è cambiata. E poi siamo persone
pragmatiche: abbiamo bisogno di lei”. Accettai la loro offerta di andare a
Pechino. Arrivato in Cina mi resi conto che i miei film erano molto diffusi
in tutto il paese”.(...) “La produzione cinese ha accettato di finanziare la
preparazione, accettando il fatto che ci sarebbero voluti tre anni affinché
girassimo la prima scena. Bisognava prendere dei cuccioli di lupo, farli
crescere all’interno di parchi costruiti appositamente per il loro sviluppo,
sotto una sorveglianza costante”, ha specificato Annaud. “Il lupo è un animale molto selvaggio, sempre sul chi va là. Obbedisce solo al suo capo
branco, che a sua volta obbedisce all’addestratore solo quando vuole –
ha continuato – I grandi attori spesso sono incontrollabili, deconcentrati,
affascinanti ed emotivi. A volte invece sono adorabili, come il nostro capo
branco, il re Cloudy, a cui ho affidato il ruolo principale. Aveva deciso che
ero suo amico, potevo accarezzarlo e ogni mattina mi saltava addosso
leccandomi il viso. Un privilegio raro, che mi ha fatto buttare numerose
giacche a vento e procurato non pochi graffi”. (...)
128
“La verginità degli spazi è uno degli elementi fondamentali del film. Lo
splendore della steppa è lo scrigno del lupo della Mongolia, il simbolo
eroico e selvaggio della vita selvaggia. Massacrando la vita degli altri ci
stiamo avvicinando a un epilogo tragico. Io mi affliggo da anni guardando
questo lento suicidio che la nostra specie sta perpetuando. Jiang Rong,
l’autore del romanzo, è stato testimone dell’ignoranza devastatrice che ha
distrutto l’ambiente negli anni ’60, degli errori fatti in Cina su larga scala
come purtroppo dappertutto”.
Davide Turrini, ilfattoquotidiano.it
129
L’uomo per bene-Le lettere segrete di Heinrich Himmler di Vanessa Lapa
GIORNO DELLA MEMORIA
L’uomo per bene
Le lettere segrete di Heinrich Himmler
Regia: Vanessa Lapa (Israele-Austria-Germania, 2014) 94’
Lunedì 25-mercoledi 27-giovedì 28-venerdì 29 gennaio
Scuole secondarie di secondo grado
Il 6 maggio del 1945 i soldati dell’armata americana occuparono la casa
di famiglia degli Himmler a Gmund, in Germania, dove furono scoperte
centinaia di lettere private, documenti, diari e fotografie. Dalla lettura di
questo materiale è nato un film che svela i pensieri nascosti, gli ideali,
i piani e i segreti del comandante delle SS, l’architetto della Soluzione
Finale Heinrich Himmler. Il tutto grazie a rarissimi filmati, spesso mai visti
prima, tratti da 151 fonti di 53 diversi archivi dislocati in 13 paesi del
mondo, come il Bundesfilmarchiv Berlino, il National Archive Maryland,
lo Steven Spielberg Film and Video Archive presso l’USHMM Washington
e molti altri. Il girato è stato interamente restaurato, sonorizzato, montato
seguendo il fil rouge delle lettere di Himmler e mostrando allo spettatore
come “la crudeltà e il male possano emergere e svilupparsi da un’apparente normalità”.
Dopo aver partecipato al Berlinale, al Jerusalem Film Festival, al Vancouver International Film Festival, a Documenta Madrid 14, al Rio de
Janeiro International Film Festival, al Telluride Film Festival, al Planete +
Doc Film Festival, al Dok Fest e a molti altri festival, L’Uomo per bene.
Le lettere segrete di Heinrich Himmler, firmato dalla regista Vanessa
Lapa, arriva in Italia solo per due giorni il 27 ed il 28 gennaio 2015 come
evento cinematografico in occasione del Giorno della Memoria, la ricorrenza internazionale per ricordare le vittime del nazismo e della Shoah
proprio nel giorno in cui, nel 1945, vennero aperte le porte del campo di
sterminio di Auschwitz.
Com’è accaduto che un uomo, un cattolico-nazionalista della classe media,
potesse diventare il braccio destro di Hitler, il responsabile dell’ideazione,
dello sviluppo ed esecuzione delle strategie che portarono allo sterminio
131
L’uomo per bene-Le lettere segrete di Heinrich Himmler di Vanessa Lapa
di milioni di ebrei, comunisti, testimoni di Geova, omosessuali, dissidenti
e Rom? Da dove nasce questa ideologia? Come vedeva se stesso e
com’era visto in privato – dalla moglie Margarete, dalla figlia Gudrun e
dall’amante Hedwig? Com’è stato possibile che l’uomo che tanto elogiava
le cosiddette virtù tedesche, come l’ordine, la decenza e la bontà, quando
scriveva a casa, e nel bel mezzo della guerra e della Soluzione Finale,
affermasse: “Malgrado tutto il lavoro, sto bene e dormo bene”? Come può
un uomo diventare un eroe ai propri occhi ed essere uno sterminatore di
massa agli occhi del mondo?
Spiega Vanessa Lapa “Dato che la narrazione del film si svolge intorno
alla costellazione di Himmler e della sua famiglia – dapprima attraverso
i parenti e i fratelli, poi attraverso la moglie, la figlia e l’amante – il pubblico diventa testimone del mondo prodotto dalla Prima guerra mondiale
e dalla Repubblica di Weimar, viste inizialmente dal punto di vista di un
tedesco della classe media e successivamente dal punto di vista di una
famiglia nazista di alto rango”.
Un viaggio nella Germania del tempo, dunque, ma soprattutto un viaggio
nella personalità di Himmler realizzato proprio grazie alla collezione di
documenti personali e fotografie che Dave Lapa, padre di Vanessa, ha
acquistato nel 2006 e che, dopo un processo d’identificazione che ha
coinvolto i maggiori esperti dall’Archivio nazionale tedesco, sono attualmente custoditi a Tel Aviv. Continua la regista “le impressioni personali
e il personale coinvolgimento di Himmler negli sviluppi politici e sociali
dell’epoca sono il filo conduttore che dà forma all’esperienza cinematografica
e rivelano quanto la crudeltà e il male possano emergere e svilupparsi
da un’apparente normalità. Lo spettatore è così abbandonato al disagio
di essere combattuto tra due poli: il coinvolgimento emotivo dettato dagli
scritti particolarmente intimi dei personaggi e le orribili atrocità commesse
per loro ordine”.
(dal pressbook del film)
133
Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard
Le vacanze del piccolo Nicolas
Regia: Laurent Tirard (Francia, 2014) 97’
Giovedì 12 - venerdì 13 novembre
Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado
Finalmente le vacanze estive sono arrivate e il piccolo Nicolas, con i suoi
genitori e la nonna, partono per andare al mare, presso l’Hôtel Beau-Rivage.
Ben presto Nicolas si farà nuovi amici in spiaggia: Blaise, un bambino del
luogo; Fructueux, che ama tutto, anche il pesce; Djodjo, che non parla come
loro, perché è inglese; Crépin, che piange sempre; Côme, che vuole sempre
avere ragione ed è molto fastidioso. Ma soprattutto Nicolas incontra Isabelle,
una ragazza che lo guarda con i suoi grandi occhi rotondi e inquietanti...
Dopo aver esordito sullo schermo nel 2009 con Il piccolo Nicolas e i suoi
genitori, i personaggi creati da Sempé e Goscinny diventano protagonisti di
un ‘franchise’. (...) Rispetto al film precedente, però, Le vacanze del piccolo
Nicolas sottrae spazio al ragazzino per cederlo ai genitori (il che non è un
bene). Se il contesto vacanziero s’ispira a Jacques Tati (Le vacanze del signor Hulot), l’umorismo è assai più modesto; però il film fa sorridere spesso
(vedi le scene in cui il bambino interpreta alla lettera le parole dei grandi).
Gustose anche le citazioni da Shining e altri film.
Roberto Nepoti, La Repubblica, 16/4/2015
Per chi da bambino ha avuto il piacere di avventurarsi tra le pagine scritte da
René Goscinny e animate dalle linee essenziali e taglienti di Jean-Jacques
Sempé, il nome Nicolas spalanca un mondo di ricordi in cui fantasia e realtà
si sfiorano sulla linea di un sorriso. Erano gli anni ’60 e la voglia di riemergere
dal caos faceva godere di magnifica speranza, ottimismo, futuro. E in odore
di cambiamento, la Francia dipinta dell’ironia di Goscinny ne rispecchiava
bonariamente i più nobili intenti, filtrati da uno sguardo vivace ed intelligente.
Lo sguardo di un bambino. Quello del piccolo Nicolas. Il viaggio verso la
trasposizione cinematografica condotto dal regista Laurent Tirard, prima nel
135
Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard
2009 con Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, e nel 2014 con Le vacanze
del piccolo Nicolas, fa incontrare quei racconti con il rimpasto emotivo di un
adulto delineandone nuovi contorni.
Tra i due film uno scarto netto che segue dapprima l’intento della riproduzione fedele, quasi stilizzata, di quei nasi a punta e ironia fina, per poi caricarsi di colori saturi e citazioni cinematografiche prelevate direttamente dal
background di Tirard. Tra una smorfia e un bacio, tra una boccata di pipa e
una stoccata, Nicolas sogna ad occhi ben aperti, fidandosi e prendendo alla
lettera ogni parola pronunciata dai suoi genitori, ed in generale dagli adulti,
ai quali il regista concede margine d’azione più ampio nel clima vacanziero
sulle rive di Plage de Dames. Le cartoline del papà (Kad Merad) al capo,
ossequiose ma non troppo, le caramelle di nonnina (Dominique Lavanat),
i costumi da bagno con cuffietta abbinata, gli ombrelloni e i castelli: tutto
sembra danzare sulla sabbia con leggerezza. Nicolas, lasciato il peso dei
sussidiari nella cartella, affronta questa avventura accompagnato da nuovi
amici e dalla piccola Elizabeth e il suo sguardo inquietante alla Mercoledì
Addams, che in realtà nasconde simpatia e timidezza.
A “rovinare” l’incantevole riposo irrompe d’un tratto il personaggio assai pittoresco del regista italiano di felliniana memoria, interpretato da un ridondante
Luca Zingaretti, che tenta in tutti i modi di affascinare coi suoi modi spacconi
l’incantevole madre di Nicolas (Valerie Lemercier). E proprio la prosopopea
interpretativa di Zingaretti ridonda maldestramente al fianco dei sempre gradevoli Marad/Lemercier, che sembrano usciti direttamente dall’inchiostro di
Sempé e dall’estro di Goscinny. Forse è proprio l’aspetto caricaturale, così
audace ne Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, a mancare di mordente, un
poco fiacco ma rimboccato all’improvviso da fiammelle del grande cinema:
da Hitchcock a Tati, Tirard gioca di rimandi e citazioni confezionando un
film che è sul filo della crisi d’identità. Esattamente come un bambino che
si appresta alla traumatica ed imprevedibile fase dell’adolescenza.
Silvia Pellegrino, sentieriselvaggi.it
137
Finito di stampare da
Centro Stampa
del Comune di Reggio Emilia
agosto 2015
Scarica

scarica catalogo in pdf - Comune di Reggio Emilia