A cura dell’Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia piazza Prampolini 1 42121 Reggio Emilia tel. 0522 456398 / 456632 cura rassegna Sandra Campanini organizzazione Sandra Campanini cura catalogo Angela Cervi amministrazione Cinzia Biagi servizi tecnici Ero Incerti Giorgio Guerri Le proposte di L’Officina Visionaria sono incluse nel progetto +d1 Reggio Emilia per la Scuola 20152016 in copertina fronte: Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di J. P. Jeunet retro: Il giovane favoloso di Mario Martone L’OFFICINA VISIONARIA scuola al cinema Cinema Rosebud ottobre 2015 - febbraio 2016 Il cinema Rosebud è dotato di un sistema di amplificazione ad induzione magnetica che permetterà anche ai deboli di udito e ai portatori di apparecchi acustici di qualsiasi marca dotati di Bobina di rivivere le emozioni di una proiezione cinematografica. Chiedi le cuffie amplificate alla cassa o commuta l’apparecchio acustico nella posizione Bobina “T” la realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione tra Conad Reggio Sud, Amplifon e Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia sommario 9 Modalità di prenotazione 11 Calendario proiezioni - Scuola d’infanzia 13 Calendario proiezioni - Scuola primaria 17 Calendario proiezioni - Scuola secondaria di primo grado 21 Calendario proiezioni - Scuola secondaria di secondo grado 25 L’Officina visionaria 2015-2016 31 Cinema & salute 33 Le schede dei film (in ordine alfabetico) 5 Il giovane favoloso di Mario Martone S ta per prendere il via la quattordicesima edizione di “L’officina visionaria”. Quando l’Ufficio Cinema del Comune iniziò questo progetto – nel lontano e tanto “cinematografico” 2001 – il mondo della programmazione cinematografica e della fruizione dei film era diversissimo. In questi quindici anni hanno preso piede le multisale, con la loro offerta uniforme, omologata e commerciale; molti cinema monosala hanno chiuso; si è passati dalla pellicola al digitale; i giovani non riescono più a capire la differenza tra la visione privata di un film, spesso tramite un pc o un lettore dvd, e quella sullo schermo di una sala cinematografica; il pubblico più giovane è sempre più abituato a scaricare film dal web in modo acritico e compulsivo. In tutte le tavole rotonde del settore viene ribadita l’importanza della formazione di un nuovo pubblico per il futuro. Una missione, questa, fondamentale per l’esercizio cinematografico e senza la quale il cinema in sala non ha futuro. Dal 2001 al 2015, per il ciclo “L’officina visionaria”, dedicato espressamente al pubblico di giovani e giovanissimi, hanno partecipato alle proiezione dei 468 titoli proposti, 87.342 studenti e 7.108 insegnanti. Oltre ai film che troverete nelle nostre proposte per il 2015-2016 vi ricordiamo che siamo sempre disponibili ad organizzare proiezioni extra. Per suggerimenti oppure per informazioni scrivere a [email protected] 7 Si alza il vento di Hayao Miyazaki MODALITÀ DI PRENOTAZIONE Le prenotazioni – solo telefoniche – vengono raccolte tutti i giorni feriali dalle 9 alle 13 a partire da giovedì 1 ottobre e fino a venerdì 30 ottobre 2015. Ulteriori prenotazioni saranno accolte nel corso dell’anno compatibilmente con la disponibilità rimasta. EVENTUALI DISDETTE DOVRANNO ESSERE COMUNICATE CON 30 GIORNI DI ANTICIPO RISPETTO ALLA DATA DI PROIEZIONE, pena il pagamento della quota corrispondente al numero dei prenotati. LE PROIEZIONI AVRANNO LUOGO SOLO AL RAGGIUNGIMENTO DI 100 STUDENTI. La comunicazione dell’annullamento di eventuali proiezioni verrà fatta all’insegnante di riferimento con largo anticipo. REFERENTI TELEFONICI dal lunedì al venerdì Cinzia Biagi tel. 0522 456634 Angela Cervi tel. 0522 456763 Sandra Campanini tel. 0522 456632 COSTO DEL BIGLIETTO euro 3,00 (insegnanti e accompagnatori ingresso gratuito) ORARI PROIEZIONI ore 9.30 (dove non diversamente specificato). L’orario indicato è quello dell’inizio della proiezione; è quindi necessario che le classi arrivino con qualche minuto di anticipo per potersi accomodare. Si pregano gli insegnanti accompagnatori di raccogliere tutta la somma per l’acquisto dei biglietti, per evitare ritardi alla cassa. La puntualità è indispensabile. Gli orari di proiezione possono essere modificati per gruppi numerosi, previo accordi con l’Ufficio Cinema. OPPORTUNITÀ PER GLI INSEGNANTI Possibilità di concordare direttamente con l’Ufficio Cinema proiezioni mattutine supplementari di film in prima visione RECAPITI Cinema Rosebud via Medaglia d’Oro della Resistenza, 6 - tel. 0522 555113 Ufficio Cinema Piazza Prampolini 1 - tel. 0522 456634 - 456763 TRASPORTI I nidi, le scuole dell’infanzia, la scuola primaria e la scuole secondaria di primo grado possono organizzarsi autonomamente contattando l’ACT (sig. Caramiello tel. 0522/927631 - fax 512880) e concordare orario e costo del trasporto. 9 I 7 nani di Harald Siepermann, Boris Aljinovic CALENDARIO PROIEZIONI SCUOLA d’infanzia inizio ore 9.30 giovedì 29 - venerdì 30 ottobre HOME - A CASA Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. giovedì 5 - venerdì 6 novembre OOOPS! HO PERSO L’ARCA Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 81 mercoledì 25 - giovedì 26 novembre SHAUN - VITA DA PECORA Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 101 giovedì 3 - venerdì 4 dicembre I 7 NANI Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 35 giovedì 18 - venerdì 19 febbraio ALBERT E IL DIAMANTE MAGICO Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 39 lunedì 22 - mercoledì 24 febbraio ore 9.00 ◄ SI ALZA IL VENTO Scuola d’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo e secondo grado 11 73 pag. 105 Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard CALENDARIO PROIEZIONI SCUOLa PRIMARIA inizio ore 9.30 giovedì 29 - venerdì 30 ottobre HOME - A CASA Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 73 giovedì 5 - venerdì 6 novembre OOOPS! HO PERSO L’ARCA Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 61 giovedì 12 - venerdì 13 novembre LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 135 mercoledì 25 - giovedì 26 novembre SHAUN - VITA DA PECORA Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 101 lunedì 30 novembre e mercoledì 2 dicembre IL RAGAZZO INVISIBILE Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 89 giovedì 3 - venerdì 4 dicembre I 7 NANI Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. lunedì 14 e mercoledì 16 dicembre LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T. S. SPIVET Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 109 13 35 Albert e il diamante magico di Karsten Kiilerich CALENDARIO PROIEZIONI lunedì 8 e mercoledì 10 febbraio MINUSCULE - LA VALLE DELLE FORMICHE PERDUTE Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 77 giovedì 18 - venerdì 19 febbraio ALBERT E IL DIAMANTE MAGICO Scuola d’infanzia e scuola primaria pag. 39 lunedì 22 e mercoledì 24 febbraio ore 9.00 ◄ SI ALZA IL VENTO Scuola d’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo e secondo grado 15 pag. 105 Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di Jean-Pierre Jeunet CALENDARIO PROIEZIONI Scuola secondaria di pRimo grado inizio ore 9.30 lunedì 26 e mercoledì 28 ottobre ore 9.00 ◄ TOMORROWLAND - IL MONDO DI DOMANI Scuola secondaria di primo grado e primo biennio scuola secondaria di secondo grado pag. 117 giovedì 12 - venerdì 13 novembre LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 135 lunedì 16 - mercoledì 18 novembre L’ULTIMO LUPO Scuola secondaria di primo e secondo grado pag. 127 lunedì 30 novembre - mercoledì 2 dicembre IL RAGAZZO INVISIBILE Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 89 lunedì 14 - mercoledì 16 dicembre LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T. S. SPIVET Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado pag. 109 lunedì 18 - mercoledì 20 - giovedì 21 - venerdì 22 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA CORRI RAGAZZO CORRI Scuole secondarie di primo grado pag. 43 17 Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores (foto di Claudio Iannone) CALENDARIO PROIEZIONI lunedì 8 - mercoledì 10 febbraio MINUSCULE - LA VALLE DELLE FORMICHE PERDUTE Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado lunedì 22 - mercoledì 24 febbraio ore 9.00 ◄ SI ALZA IL VENTO Scuola di infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo e secondo grado 19 pag. 77 pag. 105 Difret-Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari CALENDARIO PROIEZIONI SCUOLA secondariA di secondo grado lunedì 19 - martedì 20 ottobre RESISTENZA NATURALE Scuola secondaria di secondo grado GRATUITO SU PRENOTAZIONE ore 9.00 ◄ mercoledì 21 - giovedì 22 ottobre LA FAMIGLIA BELIER Scuola secondaria di secondo grado GRATUITO SU PRENOTAZIONE ore 9.00 ◄ lunedì 26 - mercoledì 28 ottobre ore 9.00 ◄ TOMORROWLAND - IL MONDO DI DOMANI Scuola secondaria di primo grado e primo biennio scuola secondaria di secondo grado ore 9.00 ◄ lunedì 2 - mercoledì 4 novembre IL GIOVANE FAVOLOSO Scuola secondaria di secondo grado lunedì 9 - mercoledì 11 novembre TIMBUKTU Scuola secondaria di secondo grado inizio ore 9.30 pag. 93 pag. 57 pag. 117 pag. 65 pag. 113 lunedì 16 - mercoledì 18 novembre L’ULTIMO LUPO pag. 127 Scuola secondaria di primo e secondo grado giovedì 19 - venerdì 20 novembre TORNERANNO I PRATI Scuola secondaria di secondo grado pag. 121 21 Pride di Matthew Warchus CALENDARIO PROIEZIONI mercoledì 9 - giovedì 10 dicembre DIAMANTE NERO Scuola secondaria di secondo grado pag. 47 lunedì 25 - mercoledi 27 - giovedì 28 - venerdì 29 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA L’UOMO PER BENE LE LETTERE SEGRETE DI HEINRICH HIMMLER Scuola secondaria di secondo grado lunedì 1 - mercoledì 3 febbraio ore 9.00 ◄ SELMA - LA STRADA PER LA LIBERTÀ pag. 131 pag. 67 Scuola secondaria di secondo grado venerdì 5 febbraio GIOVENTÙ BRUCIATA pag. 69 Scuola secondaria di secondo grado giovedì 11 - venerdì 12 febbraio PRIDE Scuole secondarie di secondo grado pag. 85 lunedì 15 - mercoledì 17 febbraio DIFRET - IL CORAGGIO PER CAMBIARE Scuole secondarie di secondo grado pag. 51 lunedì 22 - mercoledì 24 febbraio ore 9.00 ◄ SI ALZA IL VENTO Scuola di infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo e secondo grado ore 9.00 ◄ giovedì 25 - venerdì 26 febbraio FURY Scuole secondarie di secondo grado 23 pag. 105 pag. 61 Corri ragazzo corri di Pepe Danquart “L’OFFICINA VISIONARIA” 2015-2016 Lunedì 19 ottobre 2015 prenderà il via il nuovo ciclo di appuntamenti di “L’officina visionaria”, il programma di proiezioni cinematografiche ed educazione visiva, ormai giunto alla sua quattordicesima edizione, che il Cinema Rosebud del Comune di Reggio Emilia propone al mondo della scuola. Nato in corrispondenza dell’anno scolastico 2001-2002, “L’officina visionaria” si è costituito come un progetto allo stesso tempo didattico e culturale, pensato per le scuole di ogni ordine e grado, con l’intento di promuovere la cultura cinematografica tra gli allievi in modo partecipativo e creativo, facendo del cinema un luogo-laboratorio di costruzione, ricerca, pensiero, crescita e apprendimento da realizzarsi attraverso l’uso dell’immagine e l’azione del guardare e privilegiando una modalità di visione collettiva, insieme agli insegnanti e ai compagni di classe. La risposta delle scuole reggiane, nel corso degli anni, non ha fatto che confermare la validità e il successo dell’iniziativa con un alto numero di giovani e giovanissimi partecipanti alle proiezioni, accompagnati da insegnanti che si sono sempre dimostrati particolarmente attivi e interessati alla qualità delle opere proposte e al coinvolgimento delle loro classi. Il progetto, oggi, assume un significato particolare anche di fronte ai tagli alla spesa pubblica che stanno interessando sia il mondo della scuola che quello delle attività culturali in generale, mettendo l’accento sul valore di una cultura pubblica, partecipata e condivisa. La programmazione di quest’anno, che proseguirà fino a venerdì 26 febbraio 2016, comprende 25 film di qualità – due dei quali parte del progetto Cinema & salute realizzato, come ogni anno, in collaborazione con l’Usl – e privilegia quasi esclusivamente le uscite più recenti: per gli allievi delle scuole dell’infanzia e della scuola primaria sono stati selezionati cartoons all’insegna della fantasia e del divertimento, abitati da buffi e scatenati personaggi, dove l’originalità delle storie si associa alla varietà nelle realizzazioni, dalla computer-graphic alla plastilina: Minuscule - La valle delle formiche perdute, Shaun - Vita da pecora, I 7 nani sono opere pensate e costruite proprio a misura di bambino. Altri film, però, seppure 25 Oops! Ho perso l’arca di Toby Genkel, Sean McCormack nelle vesti del fantasy e del cartoon, propongono un tema importante come quello delle sorti del pianeta Terra, citiamo a questo proposito Home - A casa, Ooops! Ho perso l’arca! e Tomorrowland - Il mondo di domani, come un invito a immaginare la salvezza del mondo futuro attraverso la collaborazione, la solidarietà, l’accoglienza e l’accettazione del diverso. Per i più grandi, la lotta per il diritto alla diversità si unisce a quelle per la giustizia sociale nel film Pride, mentre Selma - La strada per la libertà ripropone la figura di Martin Luther King e le battaglie per i diritti civili, spesso conquistati solo sulla carta, nell’America degli anni Sessanta. Sul tema dei diritti sono da ricordare i film africani Difret - Il coraggio di cambiare che, ispirato a fatti realmente accaduti, racconta in chiave umana e processuale un caso di violenza contro una ragazzina rapita dal suo “aspirante sposo” nell’Etiopia del 1996, e Timbuktu, attualissima e dolorosa rappresentazione della vita in una città caduta sotto il dominio dei fondamentalisti islamici. Adolescenze di ieri e di oggi a confronto: questo è un altro dei temi presentati nella nuova edizione di “L’officina visionaria”, che va da un capolavoro degli anni Cinquanta, Gioventù bruciata, recentemente restaurato ad opera della Cineteca di Bologna, a una serie di film che mettono in scena i giovani d’oggi, adolescenti e preadolescenti, come Diamante nero, Il ragazzo invisibile, Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet, senza dimenticare un “giovane” davvero di altri tempi, il poeta Giacomo Leopardi di Il giovane favoloso. Ritroveremo anche il tema della guerra in tre film molto diversi tra loro, tra umanesimo, eroismo e speranze disilluse per il futuro: Torneranno i prati, Fury e il bellissimo cartoon di Hayao Miyazaki Si alza il vento. Per non dimenticare il tema del rapporto tra uomo, natura e animali, verrà proposto il film più recente di Jean-Jacques Annaud, L’ultimo lupo. In occasione del Giorno della Memoria, per le scuole secondarie di primo e secondo grado saranno proiettati rispettivamente Corri ragazzo corri, emozionante storia di un ragazzino ebreo in fuga dal ghetto di Varsavia e dai nazisti, e L’uomo per bene - Le lettere segrete di Heinrich Himm27 Resistenza naturale di Jonathan Nossiter ler, che attraverso rarissimi documenti d’archivio e le lettere private del comandante delle SS, architetto della Soluzione Finale, mostrano allo spettatore quella crudeltà e “banalità del male” che possono emergere e svilupparsi dentro un’apparente normalità. Anche questa nuova edizione di “L’officina visionaria” presenta due film nell’ambito di Cinema & Salute, un progetto di divulgazione su argomenti rilevanti per la salute collettiva nato dalla collaborazione tra l’Azienda USL e il Comune di Reggio Emilia e già portato avanti con successo negli anni passati: i temi di quest’anno saranno la salute nell’alimentazione, con la proiezione di Resistenza naturale, interessante documentario su un esperimento di agricoltura italiana ecologicamente progredita, e le emozioni e relazioni, con la proiezione di La famiglia Bélier, storia di una ragazza sedicenne che deve fare da interprete per la sua famiglia di non udenti. Si segnala infine la possibilità di consultare all’indirizzo www.municipio.re.it/catalogofilm. il catalogo video telematico, aggiornato di anno in anno, che comprende film in videocassetta e in DVD, disponibili per il prestito presso la Biblioteca Panizzi e le locali Biblioteche decentrate 29 La famiglia Bélier di Eric Lartigau CINEMA & SALUTE L’undicesima rassegna “Cinema e salute” ancora una volta si propone di parlare di salute tra arte e realtà, arricchendo le proposte cinematografiche con altri contenuti artistici, sulla falsa riga di quanto è stato realizzato nel 2014 in occasione della X edizione della rassegna. Per promuovere stili di vita e comportamenti corretti, quest’anno si utilizzeranno sia il linguaggio cinematografico che il linguaggio teatrale per parlare ai ragazzi di emotività e relazioni, alimentazione sana e consapevole, prevenzione degli infortuni e malattie professionali. La rassegna sarà quindi articolata in tre momenti, i primi due cinematografici, consistenti nella proiezione di film dedicati alla corretta alimentazione e alle difficoltà emotive dei rapporti tra le persone, il terzo teatrale, realizzato mediante la rappresentazione interattiva di situazioni concrete riguardanti casi di infortuni sul lavoro o malattie professionali. La programmazione – indirizzata alle scuole secondarie di secondo grado – è così definita: ALIMENTAZIONE SANA, NATURALE E CONSAPEVOLE 19 e 20 ottobre ore 9.00 RESISTENZA NATURALE di Jonathan Nossiter gratuito su prenotazione EMOZIONI E RELAZIONI 21 e 22 ottobre ore 9.00 LA FAMIGLIA BELIER di Eric Lartigau gratuito su prenotazione Evento teatrale - SICUREZZA SUL LAVORO 23 e 24 ottobre Teatro Forum Dr. Mauro Grossi Direttore Dipartimento di Sanità Pubblica “PratiCARE la sicurezza” In particolare per la programmazione teatrale sarà attiva come ogni anno la collaborazione di INAIL e ANMIL per portare la testimonianza di un infortunato e consegnare agli studenti un KIT contenente alcuni DPI. Dr.ssa Patrizia Ferdenzi SPSAL Az. USL RE 31 Lia Gallinari Staff Comunicazione DSP LE SCHEDE DEI FILM Le schede dei film sono raccolte in ordine alfabetico I 7 nani di Harald Siepermann, Boris Aljinovic I 7 nani Regia: Harald Siepermann, Boris Aljinovic (Germania, 2014) 88’ Giovedì 3 - venerdì 4 dicembre Scuola d’ infanzia e scuola primaria Siamo nel regno di Fantabulosa, dove la strega Perfidia lancia una maledizione sulla piccola Principessa Rose: prima di compiere i 18 anni, la ragazza si pungerà con un oggetto tagliente e tutto il castello cadrà insieme a lei in un sonno lungo 100 anni. L’incantesimo verrà interrotto solo se la ragazza riceverà un vero bacio d’amore. Giunta la fatidica data, Bobo, il più piccolo dei sette nani, per sbaglio punge la principessa Rose e tutto il reame cade in un sonno profondo. Tutti, tranne i 7 nani. E sarà proprio Bobo, insieme agli altri sei compagni a vivere una fantastica avventura per cercare di sciogliere l’incantesimo salvando Jack, lo sguattero delle cucine di corte di cui Rose è innamorata, prigioniero di Barny, un drago al servizio di Perfidia... Nel regno di Fantabulosa, la principessa Rose è stata maledetta dalla strega Perfidia. Essendo stata punta prima del suo diciottesimo compleanno la principessa, e con lei tutto il regno, cadono vittima di un sonno eterno. Starà ai sette nani, capitanati dal giovane e maldestro Bobo, risolvere la situazione: solo un bacio del vero amore potrà annullare il profondo coma di Fantabulosa. I registi Harald Siepermann e Boris Aljinovic costruiscono un film saccheggiando a piene mani da tutta la tradizione fiabesca occidentale. Con un’operazione ormai non più originalissima, i due registi. cercano di abbattere i compartimenti stagni dei mondi fiabeschi, non solo facendo intersecare le varie storie ma permettendo ad elementi contemporanei e realistici di permeare la narrazione. (...) sentieriselvaggi.it L’ibridazione tra fiabe diverse non data da oggi. La serie Shrek, al cinema, ne ha fatto un criterio con risultati gustosi e Into the woods ne ha 35 I 7 nani di Harald Siepermann, Boris Aljinovic operato il trapianto nel musical. Questo cartoon di produzione tedesca, successo di cassetta in diversi paesi del mondo, applica il meticciato soprattutto alla Bella addormentata nel bosco e a Biancaneve, con qualche divagazione in altre fiabe (quella di Cappuccetto Rosso, ad esempio, alle prese con un lupo pedofilo). La strega Perfidia ha minacciato, come da copione, di far cadere la principessa Rose in un sogno eterno prima che compia diciott’anni. Si prendono tutte le precauzioni; salvo che il nano Bobo, il più piccolo dei sette, la punge per sbaglio avverando la profezia. Toccherà a lui rimediare al misfatto, facendo il modo che il giovane Jack la risvegli col bacio dell’amore. Si aggiunge un drago, tra i personaggi più simpatici della compagnia. Film d’animazione semplice (...), con i numeri per incontrare il gusto infantile. (...) Roberto Nepoti, La Repubblica.it 37 Albert e il diamante magico di Karsten Kiilerich Albert e il diamante magico Regia: Karsten Kiilerich (Danimarca, 2015) 81’ Giovedì 18 - venerdì 19 febbraio Scuola di infanzia e scuola primaria Quando nasce il piccolo Albert, nel paesino immaginario di Kalleby, non tutti sono contenti come i suoi genitori. Alcuni, udendolo strillare, cominciano a pensare che al mondo non ci sia niente di peggio dei ragazzini e si andranno confermando nel loro pensiero man mano che Albert crescerà, di giorno in giorno, e farà il diavolo a quattro con il suo migliore amico Egon. Ad un certo punto, perciò, ad Albert non resta altro da fare che andarsene, promettendo di tornare al paese da eroe, in mongolfiera. Rapisce nottetempo Egon e scivola con lui lungo la corrente del fiume, dentro una botte, per incappare l’indomani in un ladrone di nome Rapollo, deciso ad impossessarsi del diamante più grande del mondo: l’occasione ideale per vivere l’avventura piratesca che il nostro stava aspettando. Contrariamente al titolo, il diamante non ha nulla di magico, ma il film racconta in maniera semplice ed efficace una storia di amicizia e di crescita tra simpatiche zingarelle, sciocchi ladri e goffi poliziotti immersi in una Danimarca bucolica e solare. Alessandra De Luca, Avvenire, 19/6/2015 Nuovo film d’animazione di Karsten Kiilerich, Albert e il diamante magico vede come protagonista un bambino pasticcione e pieno di idee creative che vive a Kalleby, una località inventata che prende spunto dalle cittadine di provincia danesi, dove il regista trascorreva le lunghe estati giocando lungo il ruscello vicino a casa. Gli abitanti del paese non vedono di buon occhio il bambino perché da quando ha iniziato a camminare è stato l’artefice di molti guai, tra cui la distruzione dell’unica statua di Kalleby dedicata al famoso mongolfierista del paese. 39 Albert e il diamante magico di Karsten Kiilerich L’immaginazione di Albert, supportata dall’amicizia di Egon, il compagno di classe e migliore amico del bambino, lo porta a progettare un piano per riuscire ad andarsene da Kalleby e realizzare il suo sogno più grande: salire su una vera mongolfiera ed essere riconosciuto in modo positivo dagli abitanti a lui tanto ostili. Una notte Albert si presenta sotto casa dell’amico Egon e, mentre quest’ultimo dorme, lo carica in una botte e insieme seguono il corso del fiume che li porterà verso un mondo a loro sconosciuto: è l’inizio dell’avventura. cinematographe.it 41 Corri ragazzo corri di Pepe Danquart GIORNO DELLA MEMORIA Corri ragazzo corri Regia: Pepe Danquart (Germania-Francia, 2013) 108’ Lunedì 18 - mercoledì 20 - giovedì 21 - venerdì 22 gennaio Scuole secondarie di primo grado Polonia, 1942. Jurek ha circa 9 anni ed è fuggito dal ghetto di Varsavia. Povero, affamato e senza protezione, ma spinto da un incredibile spirito di sopravvivenza e dall’ultima promessa fatta a suo padre, il bambino troverà riparo tra le foreste o nelle case dei contadini che lo accoglieranno e lo aiuteranno. Allo stesso tempo, però, si troverà esposto ai pericoli cui la sua condizione di ebreo lo sottopone. Per questo, infatti, sarà via via costretto a dimenticare il suo passato, a cancellare i ricordi di sua madre, del suo paese e della sua infanzia, così come i continui addii del presente. Ispirato alla storia vera di Yoram Fridman. Jurek ha quasi nove anni quando trova il coraggio per fuggire dal ghetto di Varsavia. Per salvarsi dai nazisti si lascia alle spalle i fratelli e i genitori: è l’inverno 1942 e per il ragazzino comincia un durissimo periodo che è obbligato a trascorrere soprattutto nascosto nei boschi. Esce allo scoperto solo quando deve chiedere ospitalità, ricambiandola con il lavoro nei campi. Nel suo disperato girovagare, Jurek incontra persone buone e caritatevoli che lo aiutano e altre che lo trattano da nemico. In una occasione si frattura la mano nell’aratro, il chirurgo in ospedale si rifiuta di operarlo perché ebreo e Jurek resta col braccio destro amputato. Non perde tuttavia la forza per andare avanti e arriva alla primavera del 1945 quando si profila la fine della guerra. C’è un romanzo come punto di partenza di questo Corri ragazzo corri che Uri Orlev ha scritto, ispirandosi alla storia vera di Yoram Fridman e Pepe Danquart ha diretto “con lo spirito di un racconto di avventura, la storia di un ragazzino costretto a crescere molto in fretta per poter sopravvivere, ma che in fondo resta un bambino”. Girato con cura, con un taglio di immagini che fonde bene realismo e immaginazione, il racconto si snoda lungo una dinamica drammaturgica intensa 43 e commovente, capace di far emergere le numerose sfumature del dolore attraverso cui passa l’adolescente Jurek. Che, per sopravvivere, nasconde l’essere ebreo a favore della aderenza alla religione cattolica. Il dato spirituale è inserito con delicatezza e equilibrio all’interno della trama e degli aspri scenari di sofferenza e privazioni. Ne deriva un prodotto di qualità che si propone come esempio della possibilità di raccontare l’evento Olocausto non più legato al periodo storico ma in forma più universale, luogo della terribile presenza del Male nella Storia e nel mondo. Ad interpretare con sensibilità il ruolo di Jurek ci sono Andrzej e Kamil Tkacz. Nel finale appare il vero Friedman com’è oggi (79 anni), in Israele con la famiglia. Massimo Giraldi, cinematografo.it “Dimentica il tuo nome, ma non dimenticare mai che sei ebreo!”. Oggi Yoram Friedman ha 79 anni e vive con la sua famiglia in Israele, ma non può cancellare dalla sua mente quei due anni passati come un nomade tra le foreste della Polonia, all’età di nove anni. Nel 1943, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, è costretto a lasciare il suo villaggio vicino a Varsavia, separandosi dai fratelli e dai genitori per la propria sopravvivenza, nel tentativo di fuggire alle truppe naziste. Ha raccontato la sua storia lo scrittore israeliano Uri Orlev in un romanzo che racconta quella storia di coraggio e resistenza. Il regista Pepe Danquart ha scelto di adattarla per il grande schermo realizzando il film Corri Ragazzo corri (...). Il piccolo Srulik, che poi prende il nome di Jurek Staniak per non farsi riconoscere come ebreo, è interpretato dal giovane attore Andrzej Tkacz. Vive in continua fuga tra gli alberi, resistendo alle insidie dei boschi innevati e gelidi. Caccia per nutrirsi e bussa alla porta delle varie fattorie cercando ospitalità in cambio di piccoli lavori di manodopera. “Non si tratta solo degli “Schlindler” o dei “John Rabe”, ma anche di semplici contadini anonimi che aiutarono un ragazzino ebreo a sopravvivere alla foresta” ha dichiarato il regista tedesco, premio Oscar nel 1994 con il suo cortometraggio sul razzismo, Schwarzfahrer. 44 A differenza dei numerosi film che hanno presentato queste tristi e violente pagine della storia, Corri ragazzo corri propone un punto di vista nuovo, la Shoah vista con gli occhi di un bambino, che mette alla prova se stesso e la propria resistenza, respingendo la sua vera identità e reinventandosi come un piccolo orfano cattolico polacco. La tragedia dell’Olocausto sembra ancora più tragica se si affronta nell’età dell’infanzia. Il regista segue senza sosta il piccolo Andrzej nei panni di Jurek, che si rivela la guida univoca di una storia di formazione, un’avventura esistenziale in cui il protagonista non perde mai la speranza e la fiducia nel prossimo. Sul suo cammino incontra brave persone che lo accolgono in casa, ma altri sono crudeli e diffidenti, e lo denunciano ai violenti ufficiali della Gestapo, alla continua ricerca di ebrei da sacrificare. Il racconto intorno al quale si costruisce il film si eleva a documento storico, sullo stile del Diario di Anna Frank. “Questa è la storia di quanti riuscirono ad elevarsi al di sopra delle uccisioni sistematiche di uomini e donne che, rischiando la loro vita, aiutarono coloro che altrimenti non sarebbero sopravvissuti” ha aggiunto il regista in un’intervista. I dolori e le brutalità della guerra restano sullo sfondo, mentre l’azione è limitata alle avventure di Jurek, che affronta sfide immani per la sua età. Scene suggestive si susseguono accompagnate da una colonna sonora poetica e romantica, che non tradisce le emozioni. L’attenzione è tutta sul piccolo protagonista, che regala espressioni sincere ed estremamente verosimili. La fuga incessante verso la libertà è rotta dai suoi continui incubi, nei quali riecheggiano i suoni, le luci e le immagini del ghetto abbandonato e i ricordi della sua famiglia, che lo spingono a non arrendersi, perfino nei momenti più drammatici. Una memoria che non si spezza quella di Jurek e di tanti altri perseguitati di guerra, per ricordare e non dimenticare, non solo il dolore e le prove della malvagità umana, ma anche una stoica solidarietà. Letizia Rogolino, ilfattoquotidiano.it, 23/1/2015 45 Diamante nero di Céline Sciamma Diamante nero Regia: Céline Sciamma (Francia, 2014) 112’ Mercoledì 9 e giovedì 10 dicembre Scuola secondaria di secondo grado La sedicenne Marieme è oppressa dall’ambiente familiare e sociale in cui vive. L’incontro con altre tre ragazze dallo spirito libero, però, cambierà tutto: Marieme diventa Vic, cambia look, lascia la scuola e insieme alle ragazze della banda inizia a vivere la sua nuova, spensierata giovinezza... Aveva ragione Jacques Rancière a dire che il problema fondamentale della rappresentazione dei subalterni è il fatto che vengano inevitabilmente costretti al ruolo delle vittime e a interpretare il sintomo di un disagio sociale. Normalmente a un subalterno non viene chiesto di parlare d’amore, d’arte o di bellezza, o di parlare di cose genericamente umane: gli viene chiesto di raccontarci soltanto della sua sofferenza e della sua esperienza di vittima. Gli adolescenti di colore delle banlieue parigine poi – che sono delle vittime per eccellenza – quando si volge lo sguardo su di loro, li si interpella solo per raccontarci un problema sociale (sia nel registro della comprensione sia in quello del razzismo). Giunge così come una vera e propria boccata d’aria fresca Diamante nero (Bande de filles) di Céline Sciamma, la storia di una gang di ragazze adolescenti di Bobigny, una delle banlieue a est di Parigi. La vita della protagonista, la sedicenne Mariame (interpretata splendidamente da Karidja Touré) che va male a scuola e vive in un squallido palazzone di periferia insieme al fratello violento e a due sorelle più piccole, subisce uno scossone irreparabile quando una gang supercool di coetanee le chiede inaspettatamente di diventare una di loro. Vestiti firmati rubati, capelli lunghi e stirati come delle popstar e attitudine minacciosa e assolutamente impertinente, sono gli ingredienti che le permettono di costruire un’identità (il tema ricorrente di tutti i film della Sciamma). E in 47 Diamante nero di Céline Sciamma un mondo dove tutto riparte da zero e dove gli adulti sono scomparsi, i nomi propri ce li si sceglie e non li si eredita da nessuno: Mariame diventa Vic, come vittoria, quello che lei vorrebbe dalla vita. In questo accattivante e coinvolgente romanzo di formazione in cui veniamo catapultati, il nostro sguardo diventa quello delle ragazze. Gli atti di bullismo, le risse con i coetanei riprese dai cellulari e l’ossessione per la cura del proprio corpo che normalmente verrebbero visti come segni inequivocabili di un degrado sociale (l’ormai ubiqua “mutazione antropologica”, vera e propria espressione-prezzemolo dell’opinione qualunque), sono semplicemente l’alfabeto di cui sono fatte queste vite. E così succede anche che quando si vedono queste ragazze ballare sulle note di Diamond di Rihanna in una sorta di re-enactment fai da te di un videoclip in una camera d’albergo (la scena che meglio sintetizza il film), non si possa che pensare che queste forme di vita quando non ci si precipiti a giudicarle, possano nascondere momenti di inaspettata bellezza. Tuttavia in questa costruzione costante di se stessi, quello che continua a fare problema è il corpo. Perché la Sciamma non ci fa solo un cantico de-responsabilizzato della costruzione artificiale della propria immagine. Qualcosa a volta si mette di traverso. Il corpo non è manipolabile come i capelli, e non lo si può nemmeno nascondere sotto i vestiti (come fa la sorella più piccola di Vic quando le inizia a crescere il seno). Diventare adulti, come le ragazze della banlieue sono costrette a fare persino troppo in fretta, vuol dire anche riconoscere che c’è un limite. E che questo non appartiene solo alla società, ma anche alla dialettica a volte un po’ imperscrutabile del nostro desiderio. Delle eredità insomma possiamo fare a meno, così come dei padri (e persino degli uomini ci dice la Sciamma). Quello di cui non possiamo fare a meno è riconoscere che “diventare sé stessi” non è mai una soluzione, come vorrebbe farci credere l’ideologia narcisista oggi dominante, ma un enigma al quale non è sempre possibile dare una risposta. Pietro Bianchi, cineforum.it 49 Difret-Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari Difret - Il coraggio per cambiare Regia: Zeresenay Berhane Mehari (Etiopia, 2014) 99’ Lunedì 15 e mercoledì 17 febbraio Scuole secondarie di secondo grado Etiopia, 1996. La giovane Meaza Ashenafi è un avvocato maniaco del lavoro ed è la fondatrice di un’organizzazione che fornisce servizi di assistenza legale gratuita alle donne e ai bambini poveri e bisognosi. Il suo lavoro è monitorato dal governo e quando Meaza inizia a seguire il caso della 14enne Hirut Assefa, accusata di omicidio e condannata alla pena di morte per aver ucciso il suo rapitore (ovvero il suo “aspirante sposo”, secondo una delle tradizioni più antiche e radicate del Paese) nel tentativo di salvarsi, la sua professionalità viene messa in pericolo. La notizia del caso di Hirut si diffonde a macchia d’olio sui media del Paese e Meaza cerca di rappresentarla nei procedimenti giudiziari portando avanti una tenace battaglia per salvare la vita di questa ragazza coraggiosa. Basato su una storia vera. Premiato dal pubblico lo scorso anno al Sundance, e poi al Panorama della Berlinale, arriva nelle nostre sale Difret-Il coraggio per cambiare che nel frattempo è stato accolto sotto la protezione di Angelina Jolie entrata come coproduttrice. Zeresaney Mehari, etiope ora trapiantato in America si è ispirato all’esperienza «vera» dell’avvocatessa Meaza Ashenafi che da anni con la sua associazione combatte in Etiopia per i diritti delle donne contro le violenze. Tra le sue molte battaglie c’è anche quella per Hirut Asseta, una ragazzina che vive in un villaggio lontano dalla capitale, dove domina la tradizione. Quando il padre di un ragazzo del villaggio vicino la chiede in moglie, lei che invece vuole studiare e non finire come la sorella maggiore prega il padre di rifiutare. L’uomo l’accontenta ma il codice della tradizione, la Telefa, tutto maschile, dà al «pretendente» il potere di rapire la ragazza, di stuprarla per poi sposarla. Hirut però fugge e mentre corre via uccide 51 uno dei complici del suo violentatore. Per la legge del villaggio è condannata a morte, ma a difenderla arriva Meaza, in un caso – la vicenda è accaduta nel ‘96 – che diviene emblematico per tutto il Paese al punto da costringere a avviare una politica più seria sulla questione, di cambiare la legge (oggi lo stupro è punito con 15 anni) fino a rimuovere l’allora ministro della giustizia. La cifra narrativa è semplice, a tratti persino didascalica, come gli occhi scuri di Hirut spalancati sull’avvocatessa che vive sola, non è sposata e non cucina, e i suoi sobbalzi davanti allo schermo della tv. Ma quello che funziona è soprattutto il punto di vista con cui Mehari denuncia questa pratica di violenza: non è una questione di «civiltà» ma prima di tutto è una questione politica, che coinvolge istituzioni, governo, poliziotti tutti complici e compiacenti verso quella «tradizione» che di fatto non dovrebbe essere riconosciuta. ll regista non giudica mai col suo sguardo, né cerca eroismi compiacenti: il suo è appunto il racconto di una lotta che va a toccare zone sensibili, e che come ogni scossa profonda contiene in sé conflitto e fatica, il resto è solo retorica – Hirut da allora non è più tornata a casa, non si sa dove sia, e non ha mai risposto ai tentativi fatti da Mehari per contattarla. La battaglia di Ashenafl è dunque una battaglia dalla parte delle donne ma che riguarda tutti: la città e le zone rurali, nel cui divario si consumano molte e aspre contraddizioni, e più in generale un sistema intero i cui effetti permettono di conservare, come in tutto il mondo, i rapporti di potere e di classe – far studiare i poveri per carità – che nei paesi colonizzati e postcoloniali come è l’Etiopia servono e sono sempre serviti a mantenere fermo il cambiamento. In questo senso anche il film è una sfida perché il regista ha girato in Etiopia e in aramaico rifiutando le proposte di tradurre in inglese la sceneggiatura, con attrici etiopi, molto brave, Meron Getnet (Ashenafi) che in Etiopia è una star di cinema e tv, e l’esordiente Tizita Hagene(Hirut), in trentacinque millimetri e con una troupe ad alta percentuale etiope. Cristina Piccino, il manifesto, 23/1/2015 52 Raccontare quello che non si sa, provocare dibattiti, intervenire sulle coscienze delle persone per cambiare atteggiamenti, culture, addirittura leggi: il cinema di denuncia non è scomparso dagli schermi cinematografici, ma ha cambiato i suoi modi e soprattutto il baricentro geografico. Difret di Zeresenay Berhane Mehari, primo film etiope invitato in concorso al Sundance, interviene senza troppe reticenze su un tema spinoso, oggetto di un’importante battaglia civile e giuridica neppure vent’anni fa. In aramaico “difret” significa osare, ma talvolta viene usato anche per indicare la violenza dello stupro: il film racconta il coraggio di una ragazzina etiope che subisce una violenza, si ribella al destino che la vuole sposa del suo violentatore e, con l’aiuto di una caparbia avvocata, ottiene una significativa modifica della giurisprudenza del suo paese. La storia è ambientata tra Addis Abeba e un piccolo villaggio a sole due ore di distanza. Il divario ambientale ma soprattutto culturale tra la capitale e la campagna è enorme: al villaggio sopravvivono ben salde le leggi tradizionali, tra cui la telefa, una versione locale della nostra fuitina, che nel film di Mehari viene rappresentata nel modo più duro e meno romantico possibile. Hirut. la quattordicenne protagonista del film, per difendersi non trova altro modo che sparare al suo pretendente e per questo viene incarcerata e destinata alla pena capitale. A questo punto interviene Meazà Ashenafi, una risoluta avvocata che con la sua associazione Andenet difende gratuitamente le donne maltrattate e abusate. La donna si rende conto dell’importanza strategica del caso e non si accontenta di difendere la ragazza in tribunale: la controversa e rischiosissima scelta di trasformare il processo in una questione politico-istituzionale mette a repentaglio la sorte di Hirut e della stessa associazione, ma alla fine, dopo un momento di feconda suspense, si trasforma in una vittoria importantissima. Militante, finanziato dal basso (crowdfunding, fondazioni private e ONG) e, alla fine, sostenuto e promosso da Angelina Jolie, il film è costruito per parlare a tutto il mondo, ma non ha quel sapore artificioso (e velatamente neocoloniale) che affligge molte operazioni analoghe nate in Occidente. 53 Difret-Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari Grazie al forte radicamento locale (è recitato in aramaico da attori etiopi e lo sguardo sull’Africa è ben lontano dall’esotismo incantato di altri film) e nonostante la fortemente voluta, e forse necessaria, esemplarità, il film riesce autentico e convincente, forte abbastanza per non nascondere alcune ombre, come l’ambizione di Meaza (che nel 2003 ha ricevuto The Hunger Projects Prize, sorta di Nobel africano per il lavoro a difesa delle donne). e per permettersi un finale triste e vero. Zeresenay Berhane Mehari, etiope da vent’anni negli Usa, dove ha studiato e lavorato nell’industria cinematografica, valorizza la sua articolata identità culturale e realizza un film ponte tra due culture, di buon valore cinematografico e di grande importanza civile. Luca Mosso, la Repubblica-Tutto Milano, 15/1/2015 55 La famiglia Bélier di Eric Lartigau La famiglia Bélier Regia: Eric Lartigau (Francia, 2014) 105’ Mercoledì 21 – giovedì 22 ottobre ORE 9.00 Scuola secondaria di secondo grado GRATUITO SU PRENOTAZIONE Nella famiglia Bélier sono tutti sordi tranne la 16enne Paula. Per questo, la ragazza è la fondamentale interprete dei suoi genitori per quanto riguarda la vita quotidiana, ma soprattutto per il buon funzionamento della fattoria di famiglia. Un giorno, dietro consiglio dell’insegnante di musica che ha scoperto il suo dono per il canto, Paula decide di prepararsi per un concorso indetto da Radio France. Una scelta di vita che per lei potrebbe significare l’allontanamento dalla famiglia e l’inevitabile passaggio all’età adulta. Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto. Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau ‘riorganizza’ una famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente dell’edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si 57 accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. (...) Marzia Gandolfi, mymovies.it Cos’è “normale” e soprattutto cos’è normale per un’adolescente? Per Paula (Louane Emera) nulla lo è davvero. Non lo è innamorarsi. Non lo è scegliere. Serrando nelle spalle le proprie paure, vive tutto il disagio del proprio diventare donna nascosta nei maglioni ampi che indossa. Figlia maggiore dei Beliér, l’unica a non essere sorda, ne è anche la voce “esterna”. E se i Beliér si affacciano al mondo attraverso Paula, esplodono in tutta la loro comunicatività estrema, fatta di gestualità sonore e quasi logorroiche tra le mura della loro fattoria. Tutto funziona alla perfezione, finché Paula non scopre che quella sua voce colpevole è molto più che una voce: è il transfert del primo amore e il dono beffardo e raro che le apre la strada a Parigi. È un dramma. Nella scelta se andare o restare si consuma il conflitto di Paula, figlia responsabile 58 e protettiva che vive la propria proiezione nel futuro come gesto di egoistico abbandono e quello della famiglia, che catalizza il timore doloroso del distacco nell’handicap… della figlia. La famiglia Beliér, ultima commedia di Éric Lartigau, ci racconta l’adolescenza e la relatività del diverso in chiave ironica e sensibile al contempo. E allora ci fanno sorridere l’invadenza civettuola di Gigi (Karin Viard), mamma Bélier, “abbinata”, truccata e pettinata persino mentre attende alle faccende agricole, l’approccio burbero di Rudolphe (François Damiens) che ad un “beliér” somiglia davvero, gli ormoni vivaci ed impacciati di Quentin (Luca Gelberg), fratello minore di Paula. Ma Lartigau ci fa anche commuovere. Ci commuove quando toglie musica e voce a Paula che intona Je vais t’aimer, di Michel Sardou, durante il saggio di fine anno, per farcela ascoltare insieme a Rudolphe attraverso lo sguardo attonito e provato del pubblico. Ci commuove quando Rudolphe appoggia le mani di padre sulla gola della figlia per ascoltarla cantare di nuovo. Ci commuove quando Paula durante la prova a Radio France rassicura la propria famiglia: “Mes chers parents je pars … je ne m’enfuis ma je vole”, canta, ancora sulle “note gestuali” di Michel Sardou. sentieriselvaggi.it 59 Fury di David Ayer Fury Regia: David Ayer (Usa, 2014) 134’ Giovedì 25 –venerdì 26 febbraio ORE 9.00 Scuole secondarie di secondo grado Seconda Guerra Mondiale, aprile 1945. Mentre gli Alleati portano l’attacco definitivo in Europa, il grintoso sergente dell’esercito Don “Wardaddy” Collier guiderà un carro armato Sherman e gli uomini dell’equipaggio verso una missione mortale dietro le linee nemiche. Nel loro eroico tentativo di sferrare un colpo al cuore della Germania nazista, “Wardaddy” e i suoi uomini, pochi e male armati, si troveranno di fronte a terribili minacce... (...) destinato a conquistarsi un posto di riguardo nei futuri repertori del war movie. (...) Fury è un war movie, allo stesso tempo, di grande qualità e di grandi contraddizioni. Racconta una storia di guerra concepita secondo i classici parametri del genere: inquadrata come un romanzo di formazione attraverso gli occhi del soldato più giovane, nonché in equilibrio tra realismo e mitologia. Anche l’assortimento dei soldati è dei più tradizionali, col comandante stoico e determinato, ma interiormente sofferente, e i suoi sottoposti assortiti secondo caratteristiche macroscopiche. Però la struttura del film è singolare, organizzata per grandi blocchi narrativi: tre battaglie e, al centro, il lungo episodio dei militari nella casa di due donne tedesche, che produce una sorta di malessere mentre fa pensare, ma senza l’ironia di Tarantino, alle scene non belliche di Bastardi senza gloria (cui rimanda anche la presenza di Brad Pitt al posto di comando). Inoltre il film resta sospeso tra sincero orrore (le stesse azioni degli americani sono al limite del crimine di guerra) e celebrazione dell’eroismo: insomma, mostra il conflitto con bagliori infernali ma ne ribadisce anche la necessità (quella contro il nazismo resta «l’ultima guerra giusta»), sventolando la bandiera a stelle e strisce. Ciò che rimane stabile, in tutto ciò, è la qualità cinematografica. I riferimenti filmici sono numerosi e vari: da classici del genere più (Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg 61 Fury di David Ayer per la ferocia dei combattimenti e il senso di sofferenza nella carne dei soldati) e meno (il magnifico Il grande uno rosso di Samuel Fuller) recenti, fino al film israeliano Lebanon (...). La solennità delle immagini e del paesaggio (il racconto è ambientato in una primavera grigia ancor piena di reminiscenze invernali), invece, rimanda al cinema di guerra sovietico. Ed è notevole la logistica della percezione con cui il regista David Ayer fa capire sempre allo spettatore la topografia delle azioni: anche le più complicate (vedi quell’autentico pezzo di bravura che è il combattimento tra lo Sherman e la ‘corazzata’ Tiger). Roberto Nepoti, La Repubblica, 2/6/2015 63 Il giovane favoloso di Mario Martone Il giovane favoloso Regia: Mario Martone (Italia, 2014) 135’ Lunedì 2 e mercoledì 4 novembre ORE 9.00 Scuola secondaria di secondo grado Giacomo Leopardi è un bambino veramente speciale, cresciuto nella casa di Recanati sotto l’egida del padre, il conte Monaldo. Il piccolo Giacomo non esce quasi mai di casa e avendo a disposizione una vasta biblioteca legge di tutto. Tuttavia, per quanto nelle pagine dei libri si legga di tutto l’universo, l’universo è fuori, lontano, irraggiungibile e la sua mente vuole viaggiare al di fuori delle mura paterne. In questo periodo, attraverso le poesie, Giacomo inizia a dare vita a quell’autobiografia interiore immensa e sofferta che lo porterà a delineare sempre più nitidamente il suo pensiero: un pensiero laico, lucido, una capacità implacabile di scorgere tutte le ipocrisie della società che ha intorno mentre il mondo cambia, l’Illuminismo apre la mente e scoppiano le rivoluzioni. Quando compie ventiquattro anni, Giacomo lascia finalmente Recanati e va alla scoperta del “mondo”, riuscendo difficilmente ad adattarsi a causa del suo spirito ribelle. Si trasferisce quindi a Firenze con Antonio Ranieri, l’amico napoletano con il quale vive un’esistenza bohémien e che lo assiste con devozione, mettendo su carta i versi che il poeta gli detta. Leopardi, infatti, è sempre più segnato dalle malattie. Semicecità e deformazioni non gli impediscono, però, di invaghirsi della dama fiorentina Fanny Targioni-Tozzetti, che a sua volta è invaghita di Ranieri. Quando un’amnistia riapre a Ranieri le porte della sua città natale, dopo una sosta a Roma, Leopardi si sposta con l’amico a Napoli, dove l’aria è salubre e il clima più consono alle sue condizioni di salute. Allo scoppio del colera, i due si trasferiranno in una villa in campagna alle pendici del Vesuvio. È qui che Leopardi scrive “La ginestra”, la lunga poesia in cui racchiude il suo pensiero. Il bellissimo, educativo ma non scolastico film di Martone su Leopardi s’accoppia a Noi credevamo, due modi di raccontare l’800: uno sul fallimento 65 risorgimentale, l’altro su quel ‘Giovane favoloso’ che, guardando l’Infinito e l’ermo colle, sarà il primo a far la rivoluzione, pur accartocciandosi su se stesso: la Terra resta ferma, l’uomo gira intorno con le sue sofferenze, nonostante l’epoca invochi il new deal positivista. Ispirato dall’Epistolario e da altre confessioni, il regista scrive con Ippolita di Majo una sceneggiatura (...) in prosa e anche per metafora e visivamente, in versi, su un giovane ribelle (Cobain, Pasolini, Wittgenstein) nevrotico che rifiuta, odia e ama il padre ma lo cerca negli amici intellettuali e nell’affetto aitante di Ranieri (...). Diviso in scultorei blocchi narrativi, il film respira di uno sfarzo che viene dalla cultura non dal budget, dalla forza dell’introspezione a immagini, dal piccolo punto psicologico del montaggio di Quadri. Elio Germano, strepitosamente sofferente è anche consapevole, come si guardasse vivere: indimenticabile mentre struscia sulle pareti polverose di pergamena di libri, abbandona la «vile prudenza» e invoca il potere del Dubbio che salva dal tanto amato silenzio. Perfetto nel dosaggio di malinconia e di melanconia, è al centro di un cast perfetto con Michele Riondino, Massimo Popolizio e la grande compagnia di teatro LombardiForte-Binasco-Graziosi. Maurizio Porro, Corriere della Sera, 16/10/2014 (...) il titolo è fedele a quel che vediamo. C’è del metodo nel lavoro martoniano, nutrito delle ‘Operette morali’ esplorate a teatro e, ancor prima, del risorgimentale, corale Noi credevamo: qui la Restaurazione impera, l’Italia si duole in silenzio, ma Leopardi non è il gobbetto di Recanati, questo Giacomo rifiuta esplicitamente la ‘consecutio malorum’ storpio – infelice – pessimista cosmico. Perché Martone, che sceneggia con Ippolita di Majo, spazza via la polvere, le calcificazioni, le sovrastrutture scolastiche, la ignorantissima normalizzazione ex cathedra: Leopardi è nostro contemporaneo, eretico ‘prepasoliniano’, genio nonostante i tempi o, forse, in virtù di essi. Questo metodo, innestato sui versi-dinamite dell’’Infinito’, della ‘Ginestra’, è purissima carne: la presta, la piega Elio Germano, ma 66 la sua performance non è condimento simbolico, bensì coordinata storica, filologia fisiognomica. Non è la parte per il tutto, quella maledetta gobba, non è il tratto distintivo del poeta, e Germano lo sa bene, la porta con compunzione, sofferenza, ma nessun allarme, nessun aggetto alla faciloneria in platea. No, quel che ci interessa di lui, del film, di Leopardi stesso è la visione, meglio, la visionarietà: nella finale sequenza delle ginestre in cui uomo, natura e cultura si fondono c’è il lascito vivo di una Realtà esperita dal poeta e consegnata ai posteri, a noi. Senza troppe mutazioni, è ancora tale, realtà: deficienza umana, natura matrigna, cultura (e politica) ottusa, non ritroviamo tutto questo nelle colpevoli alluvioni di questi giorni? Ma soprattutto, e rubiamo il titolo a un recente teen-movie, Noi siamo infinito, perché l’io leopardiano è inclusivo e il suo, il nostro tempo non se ne va. Martone parte da Recanati, ci apre la prigione reale del giovane Giacomo: libri come sbarre, il rapporto ondivago con il conte-padre, l’affetto per sorella e fratello, l’interpunzione mancata con la madre, come, appunto, si vedono di quando in quando. Poi, la fuga, la Firenze dei salotti buoni e dei cervelli meno buoni, la sbandata impossibile per Fanny, l’amicizia e il sodalizio con Ranieri, la definitiva discesa a Napoli, in cui la visione di Martone si dispiega, intercettando bagliori felliniani sul basso continuo viscontiano. Non è visione didascalica, ma storicamente accurata e proiettata qui e ora: la fotografia di Renato Berta utilizza il chiaro e lo scuro come carta e penna, la musica elettronica di Sascha Ring manda in cortocircuito la memoria corrente di Leopardi. Precursore, precario e presago (sì, PPP come Pasolini) fu Giacomo, e il film lo racconta come farebbe un amico affezionato e sveglio, non un maestrino col registro aperto. Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano, 16/10/2014 67 Gioventù bruciata di Nicholas Ray Gioventù bruciata Regia: Nicholas Ray (Usa, 1955) 111’. Vietato 16 Venerdì 5 febbraio Scuole secondarie di secondo grado ultimo biennio Il diciassettenne Jim Stark, arrestato per ubriachezza molesta, conosce Judy, una ragazza vicina di casa che ha intravisto alla stazione di polizia. La ragzazza fa parte di una piccola banda il cui capo, Buzz, invita Jim alla chicken run, una prova di coraggio che consiste nel lanciarsi in auto a forte velocità gettandosi fuori dall’abitacolo prima che questa precipiti nello strapiombo sul mare. La prova si risolve tragicamente. Rebel without a Cause resta la rappresentazione hollywoodiana più emblematica della gioventù moderna (gli italiani e altri europei avevano già compiuto questa ricognizione), non più incarnata dalle presenze stereotipate di Shirley Temple e Mickey Rooney ma da creature fragili, tormentate e disorientate sulla soglia dell’età adulta. Nessun altro film seppe addentrarsi così tanto in questa tematica. Il saggio del dottor Robert Lindner da cui fu tratto il film era sepolto negli archivi della Warner dal 1946 e fu ripescato proprio quando la tematica giovanile si stava facendo scottante. I giovani attori trovarono nel regista un’anima affine che li capiva e che sapeva vedere nell’onore e nella dignità le caratteristiche salienti – già oltre la portata delle persone più anziane – della loro generazione. Il ritratto che Nicholas Ray fece di James Dean (e naturalmente di Natalie Wood e Sal Mineo) era plausibile e trattava con irriverenza i precetti dell’Actors’ Studio. Non a caso, contrariamente a Kazan e a Stevens, Ray fu il solo a non lamentarsi del carattere di James Dean. (...) Anche i luoghi, come il planetario e la sua notte artificiale seguita da una notte vera e dai suoi lampi di vita familiare, offrono un efficace contrasto con l’ipocrisia del mondo adulto. Ma le parole più eloquenti restano quelle di François Truffaut, che considerava James Dean “un eroe baudelairiano”: 69 “In James Dean i giovani d’oggi si ritrovano completamente, e più che per le ragioni che si citano di solito, violenza, sadismo, frenesia, malvagità, pessimismo e crudeltà, per altre infinitamente più semplici e quotidiane: pudore dei sentimenti, fantasia in ogni occasione, purezza morale senza rapporti con la morale corrente ma più rigorosa, gusto inestinguibile dell’adolescente per la competizione, ebbrezza, orgoglio e rimpianto di sentirsi ‘fuori’ della società, rifiuto e desiderio di integrarsi e infine accettazione - o rifiuto - del mondo come è”. Peter von Bagh, cinetecadibologna.it Rebel without a Cause è una delle cose più belle del cinema americano degli anni cinquanta. Ha letto le ossessioni di una generazione, con qualche anno di anticipo. L’immaginario cinematografico aveva sfruttato in molte occasioni la figura del giovane ribelle. Per lo stesso Ray questo personaggio non costituiva una novità: il suo ragazzo-bandito Bowie e il suo assassino faccia d’angelo Nick Romano, ragazzi cresciuti nella miseria e spinti alla violenza dall’infelicità sociale, ne sono la prova. Ma ecco la differenza – la ribellione di James è, apparentemente, priva di giustificazioni, proprio « without a cause » (il titolo deve far i conti col moralismo della Hollywood anni cinquanta). Jimmy Stark è un ragazzo ricco. Alle spalle ha un’infanzia serena. È figlio unico. I genitori lo hanno circondato – e lo circondano – di ogni attenzione. Che cosa, dunque, lo spinge a diventare un rebel? Ci sono due risposte: la prima è di ordine sociologico ed implica una certa analisi della società americana di quel periodo; la seconda è di ordine filosofico e riguarda più direttamente la poetica rayana. La felicità della classe media, negli anni cinquanta, era uno dei pilastri psicologici dell’America. Contraddirla era come bestemmiare (da tale punto di vista il film altro non era che una bestemmia, seppur raddolcita dal «without a cause» del titolo). Questa felicità risiedeva nella cultura del benessere e nell’esaltazione calvinista della produttività del lavoro umano, una religione positiva che faceva tutt’uno col moralismo capitalista ed era esaltata anche dal clima della caccia alle streghe. La generazione che negli anni cinquanta compiva i suoi cinquant’anni aveva conosciuto in età già adulta i disagi della guerra e ora sognava un’America simile a quella dell’anteguerra, isolata dal resto del mondo come per evitarne il contagio (il pericolo rosso era solo il più appariscente dei rischi, ma ce n’erano molti altri, a cominciare dall’inarrestabile corrente dell’immigrazione). Era una generazione gelosa della sua piccola felicità. La generazione successiva provò una sorta di disprezzo verso queste volgari ambizioni: aveva vissuto la guerra in condizioni diverse, i suoi fantasmi li aveva confusi con le fantasie infantili, subendo però in molti casi il trauma dell’assenza di uno dei genitori. Non poteva nutrire nostalgie verso un passato che non aveva conosciuto e sentiva di non potere aderire alle aspirazioni dei padri, a questa richiesta di felicità nell’abbondanza. La frattura tra le generazioni era probabilmente diffusa in ogni strato della società, ma si manifestava con maggior evidenza nella classe media che, più degli altri ceti, tendeva a dare un’immagine definita di sé (...). Nel decennio successivo questa specie di insoddisfazione strisciante esploderà in un vastissimo movimento d’opinione che, partendo dal college – luogo dove si formano i rampolli della borghesia danarosa – si estenderà a tutta la società americana. Il Jimmy Stark di Rebel without a Cause è, dunque, un personaggio di attualità nell’America degli anni cinquanta. A ciò si deve, probabilmente, il grande successo del film, i cui personaggi resteranno un modello di etica e di comportamento per almeno quindici anni. (...) Vista in quest’ottica, la sua ribellione ha un significato diverso. Il fatto che essa sia «without a cause» va collegato a quell’inspiegabile sofferenza alla quale sono condannati gli adolescenti che cercano invano di diventare adulti. (…) Stefano Masi, Nicholas Ray, Il Castoro cinema, 5-6/1983 71 Home - A casa di Tim Johnson Home - A casa Regia: Tim Johnson (Usa, 2015) 94’ Giovedì 29 - venerdì 30 ottobre Scuola d’ infanzia e scuola primaria La Terra è stata conquistata dalla razza aliena Boov, gli esseri umani sono stati collocati altrove e i nuovi abitanti stanno riorganizzando il pianeta. È su questo sfondo che si svolgono le avventure di Tip, una ragazza molto coraggiosa e intraprendente, e di Oh, un Boov bandito dai suoi simili... Dai e ridai, finalmente qualcuno si è deciso a girare un cartone a misura esclusivamente dei bambini. Di coloro, cioè, che dovrebbero essere i principali fruitori del prodotto. (...) Tanti i temi toccati, come l’amicizia tra razze diverse, l’accoglienza dell’altro, la famiglia da difendere ad ogni costo, le apparenze che ingannano (i cattivi non sono poi tali), serviti con trovate simpatiche che fanno ridere (e molto) i bimbi. Non sarà irriverente come Shrek, ma bentornato cartone vecchia maniera. Maurizio Acerbi, Il Giornale, 26/3/2015 Passeggiando per l’universo di casa DreamWorks capita di imbattersi in un colorito gruppetto di alieni meglio conosciuti come i Boov. Tentacolati, bassini, cicciotti, inclini alla vigliaccheria, paurosi e guidati da un capo (poco) carismatico e furbo, che imbambola i suoi simili con (finte) grandi imprese e bastone “zittone”. Smek il suo nome e convincere tutti i Boov a scappare di pianeta in pianeta la sua scomoda strategia. Lo strambo popolo di migrati alieni, in fuga dai temibili nemici Gorg, si imbatte così nel pianeta Terra che decide di invadere non prima di aver trovato una giusta collocazione a quei sempliciotti degli esseri umani: l’Australia. Dotati di grande intelligenza, poco senso dell’umorismo e molta diffidenza, tra di loro spicca il buffo protagonista Oh. Lui si differenzia dagli altri per la sfrenata voglia di condivisione, curiosità e sbadataggine che lo rendono un componente assai sgradito. Appena sbarcato non sta più nella pelle 73 Home - A casa di Tim Johnson e per inaugurare la nuova casa estende l’invito… a tutta la Galassia! Messi in pericolo i propri simili, Oh diventerà un vero e proprio ricercato, ma grazie all’aiuto della giovane e ricciola Tip delle Barbados, riuscirà a riscattarsi mostrando quanto dimenticato dal suo popolo: il coraggio e la capacità di pensare ed agire in autonomia. (...) E proprio per i figli del 2.0 il linguaggio audiovisivo confezionato tra psichedeliche apparizioni e pop music riesce a non scadere nella trappola della banalità, mescolando tematiche importanti quali il valore della diversità, la famiglia monogenitoriale e la preservazione dell’habitat attraverso l’utilizzo di combustibili organici. L’animazione del presente che comunica in modo del tutto comprensibile ai bambini l’importanza del futuro. Silvia Pellegrini, sentieriselvaggi.it 75 Minuscule-La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo, Hélène Giraud Minuscule - La valle delle formiche perdute Regia: Thomas Szabo, Hélène Giraud (Belgio-Francia, 2014) 89’ Lunedì 8 e mercoledì 10 febbraio Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado In una tranquilla e piccola radura, una coccinella si ritrova invischiata nella guerra tra una tribù di formiche nere e le più agguerrite formiche rosse, per conquistare, tra i resti abbandonati di un picnic, una scatola di zollette di zucchero. La coccinella farà amicizia con Mandy, capo della colonia delle formiche nere, e lo aiuterà a salvare il formicaio dall’assalto dei terribili guerrieri rossi, guidati dal temibile Butor... Sono furbe come volpi, agili come scimmie, fedeli come cani, simpatiche come pinguini, intelligenti come delfini, anzi molto di più. Ma sono formiche. Protagoniste senza parole, ma con un linguaggio ricchissimo e comprensibile da chiunque, a tutte le età, di questo geniale film d’animazione francese. Che integra con bella disinvoltura e gran divertimento immagini digitali (gli insetti) a paesaggi reali ripresi nei più bei Parchi naturali di Francia. Senza escludere nemmeno una stralunata e ben dissimulata vena poetica, perché tra prati e montagne, distese fiorite e torrenti impetuosi, si affacciano anche cieli infuocati e un’enigmatica luna piena di fronte a cui la coraggiosa formica e l’infaticabile coccinella protagoniste del film, dopo averne passate davvero di tutti i colori, si incantano con lo stesso senso di meraviglia e di gratitudine degli spettatori. Non era facile spostare ancora più in là le frontiere del cinema d’animazione. Tanto più ricorrendo agli insetti capostipiti di una rivoluzione iniziata nel’98 proprio con il derby tra Z la formica (Dreamworks) e A Bugs’ Life (Pixar). Questo film d’azione avventuroso e esilarante firmato da Thomas Szabo e Hélène Giraud (figlia del grande Jean Giraud, in arte Moebius, a cui Minuscule è dedicato), ci riesce partendo da idee molto semplici e insieme molto radicali. Uno: gli insetti non parlano mai ma dicono un mucchio di cose, usando diversi linguaggi musicali, irresistibili oltre che assolutamente universali (con buona pace di doppiatori e adattatori). Due: tutto ciò che accade nel film è ambientato nel 77 Minuscule-La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo, Hélène Giraud loro mondo e filmato per così dire ‘ad altezza di formica’ (...). Tre: visto che la Natura non è affatto inviolabile ma è segnata, per non dire inquinata dalla presenza umana, allora anche questa guerra tra formiche, sulle prime confinata in un ambito abbastanza naturale, potrà aprirsi fino a diventare un’esilarante parodia delle guerre tra umani. Che saccheggia sfacciatamente classici del cinema di oggi e di ieri (da Psycho al Signore degli anelli), garantendo massimo divertimento a chi riconosce le citazioni, ma anche a chi gode per la prima volta di trovate così azzeccate da poter essere replicate all’infinito, come tutti i classici. Menzione d’onore a Hervé Lavandier, autore della colonna sonora, colta e insieme leggerissima, come tutto il film. Non sappiamo se anche le lingue delle diverse specie animali siano opera sua. Ma la formica che suona lo xilofono con le antenne sul dorso della coccinella è una delle più gioiose immagini d’amicizia tra diversi che il cinema recente ci abbia regalato. Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 22/1/2015 Un oggettino curioso, questo film d’animazione diretto a quattro mani da Thomas Szabo ed Hélène Giraud. Una sorta di parabola per la cooperazione e la solidarietà, intrecciata in un messaggio ecologista non banale. (...) Innestando in una cornice live-action le creaturine digitali, il film conserva un interessante grado di realismo fotografico. (...) Completamente muto, il film è immerso in uno spettro sonoro estremamente ampio, cosa che gli conferisce un vago aspetto da parabola chapliniana o alla Tati. Rispetto ai sofisticatissimi esempi di animazione statunitense, Minuscule propone un modello di produzione compatibile, in minore, ma non per questo meno raffinato e ricercato. Thomas Szabo ed Hélène Giraud firmano una sorta di favola moderna polistratificata, in grado di comunicare con diversi tipi di pubblico. E se forse i bimbi sono sin troppo disincantati rispetto alla tipologia di messaggio che il film propone, sono proprio gli adulti a essere suscettibili d’abbracciare con maggiore convinzione Minuscule - La valle delle formiche perdute. Cosa che in realtà non è affatto un male. Anzi. Giona A. Nazzaro, Il Manifesto, 22/1/2015 79 Oops! Ho perso l’arca di Toby Genkel, Sean McCormack Oops! Ho perso l’arca… Regia: Toby Genkel, Sean McCormack (Belgio, Germania, Irlanda, Lussemburgo, 2015) 86‘ Giovedì 5 - venerdì 6 novembre Scuola di infanzia e scuola primaria È la fine del mondo e un terribile nubifragio sta per arrivare. Fortunatamente per Dave e suo figlio Finny, una coppia di goffi animaletti, un’arca è stata costruita per salvare tutti gli animali sulla terra. Dopo alcune peripezie riusciranno a salire sull’arca, ma soltanto grazie all’aiutodi Hazel e sua figlia Leah. Entrambi penseranno di essere salvi, ma solo fino a quando i loro figli non cadranno fuori dall’arca e successivamente in mare. Adesso i piccoli Finny e Leah dovranno lottare per sopravvivere contro predatori affamati e raggiungere la cima di una montagna, mentre Dave e Hazel dovranno dimenticare le loro diversità e costringere l’arca a tornare indietro per recuperare i due “naufraghi”. Dave è un Nasocchione continuamente alla ricerca di nuovi luoghi dove vivere con il figlio Finny che vorrebbe invece un po’ di stabilità. Arriva però il momento di mettersi in coda, senza certificazione, per salire sull’Arca visto che i primi segnali del diluvio si sono già avvertiti. Ecco allora che i due cercano di camuffarsi per salire insieme alle regolarmente certificate Musone Hazel con la figlia Leah. L’escamotage funziona ma ben presto i due cuccioli si ritrovano, senza esserne consapevoli, su una struttura di sostegno dell’imbarcazione... proprio mentre questa sta partendo. Non si può dire che rimangano ‘a terra’ perché l’acqua sta progressivamente invadendo tutto il pianeta. Dopo che il Noah di Russell Crowe ha solcato nel 2014 le acque del box office mondiale torniamo ad occuparci del diluvio universale con un film d’animazione. Non è la prima volta, in tempi relativamente recenti, che i cosiddetti cartoni animati trattano il soggetto. Lo aveva fatto con grande sensibilità Jacques-Rémy Girerd nel 2003 con La profezia delle ranocchie riflettendo sul tema della convivenza tra diversi muovendosi 81 però sul doppio livello umani-animali. Questa volta sono invece questi ultimi ad occupare l’intera scena considerato che Noè ha affidato al vanitoso leone il comando dell’Arca. Come per la produzione (che ha visto coinvolte quattro nazioni) sono quattro i protagonisti che debbono affrontare i problemi che gli si pongono: due adulti e due cuccioli che la Natura avrebbe altrimenti tenuto lontani (madre e figlia carnivore, padre e figlio che non lo sono). Questo consente di moltiplicare i punti di vista e di far interagire, una volta tanto al cinema, adulti e ragazzi non solo sulle diversità da conciliare per raggiungere un obiettivo ma anche sui diversi ruoli. Vengono messi in rilievo i problemi e le preoccupazioni dei genitori così come quelli dei loro figli. Il tutto senza mai perdersi in soluzioni predicatorie e senza far mai calare il ritmo dell’azione che implica numerosi colpi di scena a cui offrono il loro contributo i temibili grifoni, il simpatico Obesino (una ‘lumaca’ enorme) e il loquace parassita della medesima che ha giusto il nome di... Scrocchino. Giancarlo Zappoli, mymovies Il pianeta Terra sta per essere sommerso dall’acqua e l’unica speranza di salvarsi è guadagnarsi un posto sulla gigantesca arca costruita dall’umano Noè per preservare ogni specie animale. La pioggia inarrestabile, che da giorni annega la foresta, ha messo tutti in allarme e leoni, tigri, elefanti e pappagalli si affollano all’ingresso dell’arca per rivendicare il proprio diritto ad essere accolti a bordo, ma lo spazio è limitato e solo gli animali scelti da Noè possono salire. I pelosissimi nasocchioni, degli animaletti alquanto bizzarri che si illuminano al buio e sprigionano una nuvola di fumo blu per difendersi dai predatori, sono stati esclusi dalla lista dei fortunati, ma Dave e il suo figlioletto Finny sono decisi a sfuggire allo sguardo severo del leone che dirige le operazioni di salvataggio. Mimetizzandosi abilmente tra gli altri animali, indossano un costume da musoni e, fingendo di far parte della famiglia di Hazel e della piccola Leah, riescono a salire a bordo. Il travestimento 82 però viene presto scoperto e, nel tentativo di sfuggire alle grinfie del leone e dei suoi gorilla, Finny e Leah la piccola musona rimangono sulla terraferma a guardare l’arca che prende il largo con i loro genitori, che devono superare i dissapori e unire le forze per ricongiungersi con i loro cuccioli prima che il mare li divori. Sullo sfondo del mito biblico del diluvio universale Genkel e McCormack mettono in scena un’avventura animata brillante, che ironizza sulla catastrofe imminente con la leggerezza dei personaggi che la vivono in prima persona. Cuccioli coloratissimi e morbidi, i nasocchioni lottano per la sopravvivenza insieme i loro amici musoni e obesini con coraggio e determinazione, affrontando i predatori e l’avanzare delle acque con la stessa dinamicità dei loro videogiochi preferiti, che dominano la scena suscitando un’empatia immediata con gli spettatori. Dall’arca al mare, dalla foresta agli abissi, queste straordinarie creature sono travolte da un ritmo irrefrenabile, che le fa schizzare senza sosta alla ricerca della proprio posto nell’universo sull’onda di un’ironia frizzante, che fa da contrappunto anche alle situazioni più drammatiche, trasformando una catastrofe naturale in una straordinaria occasione per stringere nuove amicizie e superare vecchi pregiudizi all’alba di una nuova era. Valeria Brucoli, sentieriselvaggi.it 83 Pride di Matthew Warchus Pride Regia: Matthew Warchus (Gran Bretagn, 2014) 120’ Giovedì 11 - venerdì 12 febbraio Scuole secondarie di secondo grado Inghilterra, estate 1984. Margaret Thatcher è al potere e i minatori sono in sciopero. Al Gay Pride di Londra, un gruppo di attivisti omosessuali organizza una raccolta di fondi per aiutare le famiglie dei minatori sciopero. L’Unione Nazionale dei Minatori sembra imbarazzata dal loro aiuto, ma il gruppo di attivisti non si scoraggia. Decidono, infatti, di incontrare i minatori e a bordo di un minibus si recano in Galles per consegnare di persona la loro donazione in persona. Avrà così inizio lo stravagante sodalizio tra due comunità sino a quel momento sconosciute l’una all’altra, unite per combattere la stessa causa. Ci sono pezzi musicali che sapienti produttori progettano a tavolino, dosando gli ingredienti giusti affinché diventino quei tormentoni che ci si piazzano in testa per non mollarci più: ci piacciano o meno. Ecco, Pride è il perfetto corrispettivo cinematografico di quella roba lì: un film perfettamente pianificato per diventare quello che gli anglosassoni chiamano crowd pleaser, un prodotto cosparso di dolcificanti, coloranti e aromi sintetici che non può che stimolare (chimicamente) reazioni ben precise esattamente laddove desiderato. E non c’è resistenza che tenga. Nel raccontare l’avventura di uno sparuto gruppo di attivisti omosessuali intestarditisi nel voler dare supporto morale e finanziario alla protesta di una comunità di minatori del Galles, negli anni dello scontro frontale di entrambe le categorie con Maggie Thatcher, il regista Matthew Warchus e l’esordiente sceneggiatore Stephen Beresford sapevano benissimo di avere molto dalla loro: una tavolozza completa di temi, personaggi e situazioni dal sicuro impatto, uniti alla forza proveniente dalla spinta progressista etico-politica della “storia vera” e alla possibilità di lavorare su di uno snodo storico di grande rilevanza per la storia e la cultura inglese e del 85 movimento omosessuale, complice l’emergere e l’avanzata dell’AIDS. I due non hanno dovuto fare altro che suonare le note giuste al momento giusto, in maniera sicuramente prevedibile e un po’ meccanica, ma di scontata quanto certa riuscita emozionale, alternando con discreta agilità l’esaltazione al dramma, la risata all’indignazione. Oltre a un certo schematismo, è di sicuro la retorica il nemico numero uno di operazioni come quella di Pride: ma va riconosciuto che il film è in grado di essere molto trattenuto, evitando le trappole più comuni e gli eccessi di patetismo. Merito, anche, della classe di interpreti come Imelda Staunton, Bill Nighy, Paddy Considine e perfino Dominic West. Che allora si esca ringalluzziti e rassicurati, da un feel good movie come quello di Warchus, che associa Billy Elliot a Grazie, signora Thatcher, è del tutto normale. Così come lo è che la sensazione svanisca, impalpabile, dopo qualche manciata di minuti. Federico Gironi, Cinefoum n. 535, 6/2014 Pride è la storia dura e crepuscolare degli abitanti di Dulais, un piccolo villaggio del Galles del Sud, dove i minatori devono lottare contro le politiche economiche del governo Thatcher, le brutalità della polizia e l’opportunismo dei crumiri, solo per salvaguardare i propri diritti e la propria dignità di lavorati, in una corsa contro il tempo per mantenere in vita la Miniera, il cuore pulsante della loro terra. Pride, però, è allo stesso tempo il racconto colorato, eccitato e strafottente di un piccolo gruppo ottimista di gay e lesbiche londinesi, impegnato nella guerra quotidiana contro il pregiudizio di una società bigotta, tormentati dai fantasmi dei pestaggi fascisti e del contagio dell’Aids. Due trame, all’apparenza, diametralmente opposte, che s’incontrano quasi per caso, nel desiderio di trovare nella solidarietà con l’altro, in una battaglia comune dai tristi esiti scontati, la forza di rivendicare il proprio diritto alla felicità, il coraggio di gridare a un mondo spesso ottusamente distratto il peso della propria esistenza. Con le lacrime e con il sorriso. Il film del regista teatrale Matthew Warchus, 86 grazie soprattutto allo script dell’esordiente Stephen Beresford (che insegue questa storia vera da circa venti anni), s’inserisce con coerenza e decisione nella grande tradizione della working class comedy e, guardando apertamente a pellicole come Billy Elliot, Full Monty e Grazie signora Thatcher, riprende con successo le atmosfere e i sapori delle opere più leggere della coppia Ken Loach-Paul Laverty. Pride riesce orgogliosamente a mantenersi in equilibrio tra i toni della commedia sfrenata stile Il vizietto (l’arrivo dei minatori a Londra) ai momenti più commoventi e toccanti (le parole di Bread & Roses cantate in coro, nel calore spartano di una casa del popolo). È ovvio che un film del genere viva principalmente da un lavoro di costruzione narrativa fatto al dettaglio, dove ogni risata e ogni emozione sono quasi telecomandate a distanza. Di fronte al ritmo invidiabile di una sceneggiatura che non sbaglia un colpo e a un cast immenso dove ogni personaggio ha il giusto peso e, il giusto spazio, però, anche l’artificiosità perde d’importanza capitale. Vedere da un lato i solidi Paddy Considine, Bill Nighy e Imelda Staunton e dall’altro i fantastici Dominic West, Andrew Scott e Ben Schnetzer incontrarsi in scena e fondersi tra loro con risultati cosi solari e coinvolgenti, al netto di tutte le trovate furbamente accattivanti e le derive (giustamente?) manichee, non può che calamitare le nostre simpatie. Perché spesso è giusto lasciarsi prendere dall’ingenuo entusiasmo delle giuste cause perse. sentieriselvaggi.it 87 Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores (foto di Claudio Iannone) Il ragazzo invisibile Regia: Gabriele Salvatores (Francia-Italia, 2014) 100’ Lunedì 30 novembre e mercoledì 2 dicembre Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado Michele ha 13 anni e vive in una tranquilla città sul mare. La sua esistenza è piuttosto ordinaria e le giornate scorrono senza grandi emozioni, tranne quando si tratta di Stella, la ragazza che in classe non riesce a smettere di guardare e che sembra proprio considerarlo invisibile. Poi, un giorno, Michele fa una straordinaria scoperta che darà vita alla più incredibile avventura della sua vita: lui può diventare invisibile! (...) il film di Gabriele Salvatores (...) si pone nella zona, poco frequentata dalle nostre parti, del ‘fantasy adolescenziale’: con protagonisti in età scolare, supereroi e supercattivi, però senza molto da spartire con ‘Transformers’ e similari cinecomic americani. In qualche modo Salvatores sembra rimettersi sulla strada fondativa di un possibile fantasy all’europea, già esplorata a suo tempo con Nirvana; non disdegna gli effetti speciali, ma neppure intende farne il centro dello spettacolo. (...) Il ragazzo invisibile è ‘anche’ un teen-movie (e con pregi di naturalezza piuttosto rari); è ‘anche’ un film di supereroi, ma non è solo questo. Non occorre nemmeno troppo scomodare il tema dell’invisibilità come metafora dell’adolescenza per apprezzare l’acutezza dello sguardo di Salvatores su quell’età della vita, cui il regista ha dedicato già una pattuglia di film a cominciare da ‘Io non ho paura’: un’empatia non condiscendente che di certo i più giovani sapranno cogliere. Neppure ingenua, però: anzi sapiente, quanto lo è lo studio delle inquadrature (nella fotografia di Italo Petriccione, che valorizza eccezionalmente Trieste) angolate e ‘tagliate’ come nelle migliori tavole a fumetti. Detto ciò spiace un po’ dover constatare che il film, delizioso per trequarti, tende a sfumare, nell’ultimo, un po’ a coda di pesce. Stentando a trovare un finale, ne somma tre o quattro; e, soprattutto, perde ritmo quando si addentra nella parte più fantasy, con relative spiegazioni sui 89 destini degli ‘Speciali’. Incluso il finale (...) che potrebbe far pensare a una porta aperta su possibili seguiti. Roberto Nepoti, La Repubblica, 18/12/2014 C’è una prima volta per tutti. E Gabriele Salvatores ne ha avute molte con il suo cinema spesso alle prese con generi per lui nuovi: il pulp di Denti, la fantascienza di Nirvana, il road-movie di Turné, il noir di Quo vadis, baby? fino al recente montaggio di Italy in a day. In realtà non sarebbero neanche tutti, ma dopo tanti viaggi per il cineasta con una carriera fortunata e felicemente trasversale come questa è venuto il momento di misurarsi con il cine-comic. Gli sceneggiatori Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo hanno scritto una storia attuale con flashback sovietici per Il ragazzo Invisibile. Al centro il piccolo emulo di Spider-Man Michele, ragazzo alle prese con la timidezza, il primo amore e il bullismo dei suoi compagni. Ne veste i panni l’esordiente Ludovico Girardello, scomparendo a tratti solo per esigenze di copione ed effetti speciali, ma mantenendo sempre la giusta tensione sul suo personaggio. Ci si mette una madre chioccia e in divisa con il volto rassicurante di Valeria Golino. Ma non basta. Sparire non sarà esattamente una soluzione bensì l’inizio di una grande avventura. Omaggi e riferimenti anche a X-Men, Batman e Fantastici 4 sono inevitabili, o comunque inevitati, e le caratterizzazioni di buoni ambigui come lo psicologo “sbirro” Fabrizio Bentivoglio, del mentore telepate di Christo Jivkov, o ancora la madre naturalee interpretata da Ksenia Rappoport, offrono una serie di appigli narrativi per l’espansione della storia tra possibili sequel e una “crossmedialità” finora estranei al cinema di casa nostra. Speciale, come i personaggi con superpoteri che lo popolano. “Non ho visto tutti i film di supereroi, e non tutti sinceramente mi piacciono. Alcuni molto, sicuramente Batman di Tim Burton, Il Cavaliere Oscuro di Nolan e il primo SpiderMan” ha confessato il Premio Oscar alla presentazione romana del suo ultimo lavoro. “Quello che cito è un fantasy, quasi un 90 horror, molto vicino al Ragazzo Invisibile: un film straordinario che si chiama Lasciami entrare. Una visione particolare sui vampiri, ma più che altro un film sull’amore, secondo me”. E l’approccio ricercato dal regista intorno all’intimismo di due adolescenze che si cercano, quella di Michele e quella di Stella (Noa Zatta) trova la migliore resa narrativa nei loro incontri. Semmai sono le tensioni attoriali su alcune scene action e rivelazioni importanti ad avere un po’ meno forza. Insomma, il sincero affetto per i supereroi non deriva da rumorosità e magnificenza negli effetti visivi, ma più dalla forza di attori nel credere e far credere ai loro personaggi. Minori o centrali che siano. Con grandi o piccole spese. Al contrario, quegli effetti speciali miseri se paragonati in milioni di euro e spettacolarità a quelli d’oltreoceano – solo 8 di budget complessivo a fronte dei 150 milioni di dollari standard dei grandi franchise – sono ben calibrati sulla super storia tutta europea ambientata a Trieste. Salvatores li ottimizza esteticamente al massimo. Meglio sarebbe stato impossibile. Francesco Di Brigida, ilfattoquotidiano.it, 15/12/2014 91 Resistenza naturale di Jonathan Nossiter Resistenza naturale Regia: Jonathan Nossiter (Italia-Francia 2014) 85’ Lunedì 19 - martedì 20 ottobre ORE 9.00 Scuola secondaria di secondo grado GRATUITO SU PRENOTAZIONE Nel loro antico monastero dell’XI secolo in Toscana, Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa hanno creato un legame con l’antica cultura etrusca grazie alla loro cantina e alla produzione di vino, cereali e frutta; Corrado Dottori e Valerio Bochi, provenienti dalla Milano industriale, si sono trasferiti nella cascina dei loro nonni nelle Marche dove si impegnano per un’espressione rurale di giustizia sociale; Elena Pantaleoni, ex bibliotecaria, lavora nei vigneti di famiglia in Emilia sforzandosi di fare della sua tenuta una realtà utopica; Stefano Bellotti è considerato il Pasolini dell’agricoltura italiana, un contadino poeta radicale che ha sconvolto le regole con la sua fattoria d’avanguardia in Piemonte. Nonostante gli sforzi per rispettare le tradizioni eno-agricole del nostro Paese, ognuno dei protagonisti si è dovuto scontrare con una forte resistenza; non tutti, infatti, credono nella loro lotta per un’ espressione dell’agricoltura italiana ecologicamente progredita, economicamente giusta e storicamente ricca. Con l’aiuto dell’amico Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, questi moderni contadini hanno deciso di usare il potere del Cinema per combattere le menzogne istituzionali che rendono ogni atto libero un atto di pericoloso dissenso. A dieci anni di distanza da “Mondovino”, l’universo enologico è cambiato proprio come il mondo stesso e il nemico è di gran lunga superiore alla minaccia della globalizzazione. Questi rivoluzionari del vino naturale, che lottano contro il “nuovo ordine economico mondiale”, offrono un modello di Resistenza incantato e gioioso; una Resistenza naturale che intreccia documentario e finzione, nella speranza di risvegliare il ribelle nascosto in ognuno di noi. È un film stranissimo, che non assomiglia a nessun altro. Non è un semplice documentario, non è un film di finzione, non è un reportage. Forse è un 93 saggio filosofico come In vino veritas di Soren Kierkegaard: il paragone è tutt’altro che gratuito, visto che di viticoltura si parla - ma con un tono così «alto», e politicamente così consapevole, da trasformare il vino in una metafora del nostro rapporto con la modernità. Del resto Jonathan Nossiter, il regista, non è uomo da cui aspettarsi film banali o leggibili ad un solo livello. Nossiter non è un cineasta qualsiasi: è una specie di Onu ambulante, del cinema e non solo. (...) Resistenza naturale è un ideale seguito di Mondovino, perché l’argomento è analogo (...). Mondovino era un documentario classico: analizzava l’influsso della globalizzazione e della massificazione del mercato sulla produzione vinicola, intervistando viticoltori famosi in Italia e in Francia. Resistenza naturale ne costituisce l’evoluzione «politica», ancora più estrema e teorica. La presenza nel titolo della parola «resistenza» non è casuale: Nossiter ci porta in una cultura della terra, e della vigna, che va oltre il biologico – anche perché «biologico», di per sé, non significa nulla: anche il curaro è biologico. I produttori intervistati nel film sono tutti legati a un uso sostenibile della terra e praticano – cosa non secondaria, anzi – una produzione che renda il loro vino fruibile anche da chi non è ricco: è possibile bere sano, e bere bene, a prezzi concorrenziali. Vi pare poco? I produttori sono Giovanna Tiezzi, Stefano Borsa, Corrado Dottori, Valerio Bochi, Elena Pantaleoni e Stefano Bellotti. Quest’ultimo, definito «il Pasolini dell’agricoltura italiana», ci regala un momento poetico e agghiacciante quando ci mostra la terra della sua vigna e la confronta a una zolla della vigna confinante, trattata con diserbanti e concimi chimici a go-go. La prima è nera, umida, pastosa, nutriente: sembra di sentirne il sapore; la seconda sembra argilla, è grigia e dura come il marmo. Da quale dei due comprereste il vino? Alla fine di Resistenza naturale, la risposta è ovvia. La scommessa narrativa e stilistica del film, poi, va oltre: spingendo all’estremo il paragone vino/ cinema, Nossiter inserisce fra i testimoni anche il direttore della Cineteca di Bologna Gianluca Farinelli. E «resistenza naturale» anche restaurare vecchi film, riproporli sul grande schermo, farli circuitane, mantenere viva 94 la memoria della più grande arte del Novecento. Il parallelo è audace, e forse qua e là forzato: la prima volta che appare Farinelli sullo schermo – soprattutto per chi, come noi, lo conosce bene – si pensa a uno sbaglio di rullo! Ma poi tutto diventa fluido, e contribuisce appunto all’affascinante bizzarria di un film-saggio veramente audace. L’Unità, 29/5/2014 Una tenuta di campagna, una dolce atmosfera estiva, una tavolata di amici in sereno atteggiamento conviviale: potrebbe essere la scena di una commedia di Rohmer, invece si tratta di un documentario dell’americano Jonathan Nossiter. Il quale, dopo l’ottimo ‘Mondovino’ (2004), torna con ‘Resistenza naturale’ sul tema vinicolo concentrando l’attenzione sui «terroir» nostrani (Toscana, Marche, Emilia e Piemonte) in un’ottica politica (nel senso antico di cura del bene collettivo) che, fra voci volti e paesaggi, trae alimento dalla capacità del cinema di sintonizzarsi con la vita. (...) la presenza di Gianluca Farinelli, conservatore della Cineteca di Bologna, in questo gruppo di viticultori illuminati, lasciati soli a combattere da governi inadeguati, può sconcertare. Ma il tutto si tiene nell’idea di una comune visione etica, di una comune esigenza dell’arte e dell’agricoltura di rifondarsi e rinnovarsi alla luce del passato. Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa, 29/5/2014 95 Selma-La strada per la libertà di Ava DuVernay Selma - La strada per la libertà Regia: Ava DuVernay (Gran Bretagna, 2014) 127’ Lunedì 1 e mercoledì 3 febbraio Scuole secondarie di secondo grado Nella primavera del 1965 una serie di eventi drammatici cambiò per sempre la rotta dell’America e il concetto moderno di diritti civili: un gruppo di coraggiosi manifestanti, guidati dal Dr. Martin Luther King Jr., per tre volte tentò di portare a termine una marcia pacifica in Alabama, da Selma a Montgomery, con l’obiettivo di ottenere l’imprescindibile diritto umano al voto. Gli scontri scioccanti e la trionfante marcia finale portarono infine il Presidente Lyndon B. Johnson a firmare, il 6 agosto di quell’anno, lo storico Voting Rights Act. Siamo nel 1965, non nel 1839 dei negrieri di Amistad né nel 1845, l’epoca di 12 anni schiavo. Eppure c’è da vergognarsi a vedere oggi, in questo robusto film dell’afroamericana Ava DuVernay, come venivano ancora trattati i negri (si diceva ancora così, e non neri) negli Stati Uniti, in quelli del Sud profondo almeno. (...) Il film della DuVernay ricostruisce con puntiglio un importante episodio di questa lotta non violenta condotta da King per la liberazione del suo popolo (...). Merito non ultimo del film, privo di particolari guizzi di regia ma profondamente sobrio, è di mostrarci Luther King (interpretato senza enfasi dal somigliante David Oyelowo, con la voce italiana di Simone Mori) anche nella sua vita privata, con la moglie Coretta lasciata troppo sola e i quattro figlioletti, i suoi sconforti, le sue perplessità, le sue sfide e le sue sconfitte. (...) Quello che non si vede è che Martin Luther King il 4 aprile 1968 sarà ucciso a Memphis a soli 39 anni. Come nel 1963 a Dallas John Fitzgerald Kennedy, che sosteneva l’integrazione razziale, e come l’antischiavista Abramo Lincoln, assassinato da un fanatico sudista il 14 aprile 1865. Anche questa è, o era, l’America. Franco Colombo, L’Eco di Bergamo, 17/2/2015 97 Nel 1963 il Ku Klux Klan aveva fatto saltare in aria una chiesa battista a Birmingham, uccidendo quattro ragazzine. L’anno dopo Martin Luther King ricevette il Nobel per la pace e da subito usò il suo potere mediatico per trattare con il presidente Lyndon B. Johnson una riforma federale delle norme per il diritto di voto che mettesse fine alle discriminazioni razziali perpetrate impunemente dai funzionari dei singoli stati. Dopo l’ennesima umiliazione subita da una donna, Annie Lee Cooper, a cui venne ripetutamente negata l’iscrizione alle liste elettorali, il reverendo King con un manipolo di attivisti sbarcò a Selma per organizzare una marcia di protesta. La preparazione della marcia, osteggiata sia dal potere locale, inquieto per l’agitarsi dello spettro dei diritti civili in quel che restava del Sud schiavista, che da Johnson, impegnato in ben altre priorità tra cui il futuro disastro militare in Vietnam, diede vita a una reazione a catena destinata a cambiare per sempre la faccia democratica dell’America. Selma, diretto dalla regista afroamericana Ava DuVernay, ricostruisce quei giorni alternando scene madri rigonfie di musica enfatica e brutali poliziotti picchiatori alle trattative affannose che avevano luogo dietro le quinte, lontane dai riflettori dei media, dove l’ambiguità politica si rispecchiava nella necessità di compromessi. E se la retorica progressista appesantisce le sequenze di massa, girate con diligenza ma senza originalità, è proprio nello sguardo gettato sulle zone d’ombra della politica americana che Selma trova una sua più compiuta ragion d’essere. I faccia a faccia tra King, Johnson, l’osceno governatore dell’Alabama Wallace e i vari consiglieri e militanti, hanno una tensione giusta, un ritmo interno, una pulizia stilistica che assecondano la costruzione drammaturgica del film. Quel che ne esce è un ritratto di King allo stesso tempo sfaccettato e monocromo: un personaggio che, pur raccontato attraverso una positività tetragona a volte troppo simile a quella di un santino da portafoglio, mostra una moderna consapevolezza dell’agire politico e un’intraprendenza furibonda nascosta sotto l’apparente calma monastica. 98 La non violenza implica una violenza altrui – da ribaltare e utilizzare a proprio vantaggio – e King sapeva che le guerre non si vincono senza perdite. Certo, la narrazione risolve frettolosamente alcuni possibili punti di frizione – il “rivale” Malcolm X viene quasi ricondotto all’ovile per poi essere rapidamente liquidato – e la netta, e giusta, divisione tra buoni e cattivi viene sottolineata non senza ridondanze. Selma esprime una posizione ovviamente condivisibile in una delle lotte fondanti di ogni ideale democratico – quella per l’uguaglianza, un diritto così ovvio da non essere ancora pienamente acquisito – e si costruisce come un film didattico, orgogliosamente obamiano, capace di smuovere le coscienze come un potente volantino illustrativo, senza perdersi in altre ambizioni. (...) Federico Pedroni, cineforum.it 99 Shaun, vita da pecora di Richard Starzack, Mark Burton Shaun, vita da Pecora-Il film Regia: Richard Starzack, Mark Burton (Francia-Gran Bretagna, 2015) 85’ mercoledì 25 - giovedì 26 novembre Scuola di infanzia e scuola primaria La pecora Shaun e i suoi amici decidono di prendersi un giorno di riposo alla fattoria e fanno addormentare il fattore (un gioco, per delle pecore). Ma la roulotte in cui il fattore riposa si avvia da sola sulla strada che porta alla città, e in seguito a una contusione l’uomo subisce un trauma che gli fa perdere completamente la memoria. Shaun e compagni, inseguendo la roulotte, arrivano a loro volta in città, ma poiché il fattore è prima ricoverato in ospedale, poi diventa parrucchiere di grido (grazie alla sua abilità di tosatore), le pecore faticano a trovarlo. Riusciranno a riportare il loro amico alla fattoria e a riprendere la loro routine? (...) un lungometraggio d’animazione non solo per ragazzi (...) un ritmo trascinante, nato da giuste scansioni narrative e da un attento montaggio, arricchendola di una galleria di personaggi eterogenei, accuratamente caratterizzati, attraverso i quali avanzano, con toni leggeri, con umorismo garbato e arguto, notazioni sull’importanza dell’amicizia e dell’aiuto reciproco. Personaggi che non parlano (si esprimono e comunicano attraverso belati, sbuffi, suoni strani, incomprensibili borbottii) al centro di situazioni e di colpi di scena (spesso sono citazioni «sub specie ovina» da film di successo), che rimangono memorabili per la comicità ingegnosa, a volte surreale, che richiama quella del cinema muto. Achille Frezzato, L’Eco di Bergamo, 19/2/2015 Ispirato a una folgorante serie tv di mini sketch, questo cartoon impassibile e feroce come Buster Keaton ma che ricorda anche Jacques Tati è il migliore dell’anno (...). Una serie di avventure e gag spiritose 101 Shaun, vita da pecora di Richard Starzack, Mark Burton con escalation di citazioni, dalla ‘Fattoria degli animali’ in poi, e una scena al ristorante degna di Blake Edwards. I registi Burton e Starzack valorizzano il marchio Aardman che produce il film dopo Galline in fuga e Wallace & Gromit, qui in combutta francese dopo l’inutile tuffo Dreamworks nella computer graphic. Maurizio Porro, Corriere della Sera, 19/2/2015 (...) Tratto dall’omonima serie televisiva di successo planetario, Shaun, vita da pecora - Il film è un classico prodotto dallo studio di animazione Aardman (come Wallace & Gromit, per intenderci) realizzato in claymation, cioè con creature di plastilina filmate in stop-motion. Ciò che caratterizza le produzioni Aardman, oltre la tecnica, è lo humour britannico che si esprime senza parole, attraverso azione, espressioni, situazioni comiche. Shaun, vita da pecora è l’ennesima conferma di quel talento: ci si meraviglia per l’inventiva inesauribile e la capacità di realizzare scene di slapstick degne di Chaplin - memorabili quella al ristorante, in cui le pecore, travestite da esseri umani, cercano di farsi servire il pranzo (e addentano i menù), o quella del coro improvvisato “a cappella”. Ogni personaggio è fortemente caratterizzato, a cominciare dal geniale e carismatico Shaun, per proseguire con tutti i personaggi della serie - il fattore, il cane Bitzer, le pecore gemelle, Hazel e Nuts, la grassa Shirley, Timmy e la sua mamma con i bigodini. Ma ci sono anche personaggi nuovi ed efficaci come l’accalappiatore Trumper e la randagia Slip. Il ritmo comico, spesso quello della farsa, è impresso dalla regia e dal montaggio, ma comincia evidentemente in una sceneggiatura che non si limita ad allungare un episodio della serie, o ad allinearne una decina, ma costruisce una storia con pathos e humour. Il risultato è un film d’animazione godibilissimo a tutte le età in cui si ride fino alle lacrime, ci si commuove, e si esce di sala saltellando sulla canzone dei titoli di coda. Paola Casella, mymovies.it 103 Si alza il vento di Hayao Miyazaki Si alza il vento Regia: Hayao Miyazaki (Giappone, 2013) 126’ Lunedì 22 e mercoledì 24 febbraio ORE 9.00 Scuola di infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo e secondo grado Il film è ispirato alla vita di Jiro Horikoshi, l’uomo che progettò gli aerei da combattimento giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Fin da piccolo, suggestionato dall’ingegnere aeronautico italiano Gianni Caproni, Jiro fantastica di diventare un pilota e di costruire aeroplani. Quando il suo sogno di volare è reso irrealizzabile dalla miopia, Jiro ce la mette tutta per entrare a far parte di una delle maggiori industrie meccaniche giapponesi, finché il suo genio non lo aiuta ad affermarsi come uno dei più promettenti ingegneri aeronautici al mondo. Sullo sfondo dei grandi eventi della storia giapponese del primo novecento, mentre le sue innovazioni rivoluzionano il mondo dell’aviazione, la vita di Jiro è arricchita dall’amore per Nahoko e dall’amicizia con il collega Honjo. Una storia di formazione dalle cadenze epiche, in cui l’amore, le scelte e le capacità personali si intrecciano alla necessità di dover venire a patti con un mondo che muta. Si alza il vento, col titolo che si ispira a una poesia di Paul Valèry – «Si alza il vento, dobbiamo vivere!» come si ripete spesso il protagonista – è permeato da un sentimento di dolorosa malinconia, vi soffia con dolcezza il sentimento della morte che fa parte della vita, dei sogni, degli amori, delle cose piccole e importanti che si intrecciano a quelle grandissime a volte fuori di noi. (...) ln questo suo nuovo e raffinato universo animato e sonoro (realizzato con la voce) di sussulti, gemiti e movimenti violenti della terra e del mare, improvvise lacrime e risate fragorose, Miyazaki dà vita ai conflitti contemporanei, interrogandosi sul senso dell’arte e sulle sue relazioni col mondo, dunque anche su quello del fare cinema. Miyazaki ritrova le tensioni visive di tanti suoi film (Principessa Mononoke, Il viaggio di Chihiro...) e allo stesso tempo si volge alla sua storia familiare, e ai 105 rapporti tra il padre progettista aeronautico legato all’industria bellica nella seconda guerra mondiale. Al punto che in Giappone lo hanno accusato di militarismo, a cominciare dalla scelta del protagonista, cosa assurda di fronte a un film che a ogni fotogramma condanna, nella sostanza e non con la retorica, la guerra in ogni sua forma. E di tutti i film del regista è quello in cui i colori delle superfici mascherano più a fatica le inquietudini pesanti (...) Miyazaki percorre il Novecento giapponese fino alla seconda guerra mondiale che rimane fuori campo, senza esplicitare se non per dettagli. L’atmosfera del Giappone imperialista viene resa attraverso lo sguardo distratto del protagonista, che vive chiuso nell’ossessione della sua ricerca. Del mondo appunto dell’artista, di un creatore, che sembra non venire mai a contatto col tempo storico, o lo riveste di altre forme e di altri colori. Quasi un paradosso se si pensa a Miyazaki, che invece ha preso sempre posizione sulle questioni post-atomiche, su Fukushima, o contro la volontà del partito al governo ora in Giappone di cambiare la costituzione. Con Jiro il regista condivide l’amore per il volo, per la dimensione aerea, per la spinta verso l’alto, quell’ebbrezza di tanti suoi personaggi (...). E che viene resa nell’animazione con un lavoro impressionante di leggerezza e colorazione, quasi fossimo in un musical del volo nella sua innocente bellezza, alla ricerca dell’attimo prima che quelle macchine volanti divengano qualcos’altro. Ma è davvero così innocente? C’è una responsabilità di chi ricerca, inventa, scopre nuove strade che contengono in se senza assoluto il Bene e il Male, dipende dall’uso. Ma se questo sarà anche cattivo ci si deve fermare mettendo da parte anche quello buono? E ancora come fa l’artista nella sua Montagna incantata a catturare il proprio tempo, a narrarlo, a precorrerlo sperimentandone le tensioni nell’immaginario? Miyazaki non ci da risposte in quello che sembra essere uno dei suoi film più complessi (...). Nella continua tensione tra realtà e immaginario forse è impossibile afferrare fino in fondo quell’air du temps e i sogni sono destinati a schiantarsi in certe condizioni della realtà Jiro si risveglia nel fumo nero della guerra, mentre Naoko se ne è 106 andata per sempre. L’arte a volte è impotente, la vita resiste, va altrove. Come il parasole di Naoko portato via dalla tempesta. Cristina Piccino, il manifesto, 11 /9/2014 Sognare certo, volare forse. Hayao Miyazaki conclude il lungo viaggio attraverso il cinema dipinto con l’epopea di Jiro (...). Dietro la sua vita c’è la storia, agitata e tragica, del Giappone della prima metà del Novecento (...). Se in passato Miyazaki aveva immaginato città incantate e castelli erranti, oscuri malefici e strane metamorfosi, stavolta, in questo film, annunciato come suo ultimo e definitivo (...), in varie scene si ferma proprio sulla costruzione delle macchine volanti (...). Miyazaki però sa bene che dietro i sogni epici c’è l’aspra amarezza del reale: il piccolo ingegnere vedrà i suoi apparecchi trasformati in strumenti di distruzione. Fuggire per sempre dai mondi proibiti non sarà mai possibile. Claudio Carabba, Corriere della Sera Sette, 12/9/2014 107 Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di Jean-Pierre Jeunet Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet Regia: Jean-Pierre Jeunet (Canada-Francia, 2014) 105’ Lunedì 14 e mercoledì 16 dicembre Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado T. S. Spivet ha 10 anni e vive in un ranch del Montana con il padre, un cowboy silenzioso, e con la madre, una studiosa di di cavallette e altri insetti, che da vent’anni è alla ricerca di una mitica specie di scarafaggio. T. S. è un genio e disegna su un taccuino mappe bellissime e meticolose, cercando di dare un ordine alle cose: il comportamento della sua famiglia, degli animali e delle piante, dei posti e delle cose. Una notte, il ragazzo sale su un treno merci e attraversa l’America per andare a ricevere un importantissimo premio conferitogli dall’Istituto Smithsonian per la sua invenzione di un dispositivo dal moto perpetuo... (...) come nell’altro film di Jean-Pierre Jeunet Il favoloso mondo di Amélie visto qualche tempo fa, il clima è sempre quello molto intenzionalmente ottimista dei film di Frank Capra e tutto andrà per il meglio. Questa volta, pur con lo stesso sceneggiatore, Guillame Laurent, forse per una più modesta risonanza del romanzo cui ci si è ispirati di Relf Leisen, il risultato non è altrettanto brillante. La prima parte del viaggio di T. S., dato anche il continuo susseguirsi di cornici americane, non è molto diversa da quella dei consueti «road movies» visti da anni, senza però molti colori e quasi nessuna sorpresa; mentre la prevedibile, felice conclusione a Washington, se non fosse per quell’incubo di T. S. di aver causato la morte del suo gemello, sarebbe del tutto priva di significativi risvolti psicologici e, forse, si limiterebbe a dare semplicemente spazio all’immancabile lieto fine. Ad ogni modo certe pagine hanno una loro commovente sincerità e il piccolo attore che dà vita a T. S., l’americano Kyle Cattlett, quasi un divo della televisione al suo Paese, pur non potendo dirsi molto simpatico, ha tratti fini, espressioni convincenti, anche se non avrà lo stesso successo che Audrey Tatou si conquistò dopo Il favoloso mondo di Amelie. Attorno a 109 lui vari divi, dall’inglese Helena Bonham Carter all’australiana Judy Davis. Ma Kyle Cattlett ruba loro di continuo la scena. Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 28/5/2015 Per convincere il regista Jean-Pierre Jeunet (...) a sceglierlo come protagonista (...) il giovanissimo Kyle Catlett, 9 anni all’età del provino, ha illustrato le sue innumerevoli capacità: «So piangere a comando – ha spiegato durante un colloquio su Skype con Jeunet –, sono forte, sono un duro, sono il campione del mondo di arti marziali nella categoria bambini sotto i 7 anni». Il ruolo, a quel punto, non poteva che essere suo. Nessuno avrebbe potuto interpretare meglio il personaggio di un ragazzino animato da inesauribili curiosità e capacità d’osservazione, una specie di minuscolo Leonardo da Vinci, pronto ad affrontare qualunque ostacolo pur di ricevere il premio che gli è stato attribuito (...) T. S. Spivet è la versione infantile dell’Amelie di Audrey Tautou. Come lei è uno di quei piccoli esseri che, a colpi di innocenza, fantasia e determinazione, riescono ad avere la meglio in un mondo di persone bizzarre, incoerenti, egocentriche. Fulvia Caprara, La Stampa, 28/5/2015 Ispirato al libro Le mappe dei miei sogni dello scrittore statunitense Reif Larsen, il film tenta di riprodurne la confezione, grazie anche all’ausilio del 3D: se il romanzo si compone di mappe e disegni che illustrano la passione inventiva del piccolo protagonista, il film apre i tre capitoli che lo costituiscono con le pagine di un libro pop-up aventi la funzione di piani d’ambientazione. L’intera pellicola, poi, è farcita di fantasmagoriche soluzioni à la Amélie Poulain. Il piccolo protagonista sembra infatti la versione infantile dell’Amélie interpretata da Audrey Tatou nel precedente film di Jean-Pierre Jeunet. Come lei, T. S. è dotato di quella determinazione frammista a innocenza che permette di conseguire i propri bizzarri obiettivi in un mondo altrettanto bizzarro. In questo caso raggiungere dal Montana la prestigiosa sede dello 110 Smithsonian Institution, a Washington, per ritirare un premio assegnato all’invenzione dell’anno, che nessuno sa realizzata da un bambino di dieci anni. Il piccolo eroe vive così un rutilante e fiabesco road movie, in direzione ostinata e contraria, da ovest a est, avendo come meta ultima il superamento delle proprie paure più grandi. Un altro, sembra farci intendere Jeunet, è il traguardo che deve raggiungere il piccolo protagonista: elaborare un lutto su cui è calato il silenzio nella sua sgangherata famiglia, la morte del fratellino gemello, in un incidente di cui T. S. si sente silenziosamente responsabile. Forse solo i momenti in cui T. S. si trova di fronte al fratello Layton (che si tratti dei loro giochi in flashback o di proiezioni della mente bambina che fatica a tracciare i confini fra la realtà e il proprio mondo emotivo) restituiscono paradossalmente la vena più vera, quella malinconica, dell’infanzia. (...) Manuela Russo, cineforum.it 111 Timbuktu di Abderrahmane Sissako Timbuktu Regia: Abderrahmane Sissako (Francia-Mauritania, 2014) 97’ Lunedì 9 e mercoledì 11 novembre Scuola secondaria di secondo grado Non lontano da Timbuktu, ora governata dai fondamentalisti islamici, Kidane vive pacificamente tra le dune con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastore 12enne Issan. In città, la gente soffre impotente per il regime di terrore imposto dai jihadisti, determinati a controllare la loro fede. Tutto è stato bandito: la musica, le risate, le sigarette, persino il gioco del calcio; le donne sono diventate le ombre, ma continuano a resistere con dignità. Ogni giorno, nei nuovi, improvvisati tribunali vengono emesse tragiche e assurde sentenze. A Kidane e alla sua famiglia tutto questo finora è stato risparmiato, ma il loro destino cambia quando lui uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che ha macellato “GPS”, la sua amata mucca. Kidane, infatti, dovrà vedersela con le nuove leggi degli occupanti stranieri. Niente scenari esotici da anni Cinquanta, qui non c’è John Wayne a caccia di tesori nel Sahara, diretto dal grande Henry Hathaway. Timbuktu è un film in cui Abderrahmane Sissako ferma il tempo su un’Africa che fa i conti con la piaga dell’integralismo islamico, portato a popolazioni che vivrebbero serenamente nelle loro terre da milizie jihadiste che non parlano nemmeno la loro stessa lingua. Sissako descrive una quotidianità placida, lenta, sensibile, adagiata su un piccolo coro di personaggi che vive ai margini di una Timbuktu ormai in mano agli estremisti religiosi. Kidane, un allevatore, vive con la moglie e la figlioletta in una tenda nel deserto, per sottrarsi ai dettami dei miliziani che pattugliano il villaggio: non si può suonare, non si può fumare, i bambini non possono giocare a palla, le donne devono coprirsi anche mani e piedi. Eppure qualcuno di notte suona nel chiuso di una casa, altri fumano, qualche donna si ribella ai guanti. Poi il dramma esplode: Kidane paga la sua vendetta su 113 Timbuktu di Abderrahmane Sissako un pescatore che ha ucciso una sua vacca, mentre due giovani innamorati subiscono la lapidazione e chi ha suonato viene fustigato... Sissako è tanto dolce nel descrivere la placida r/esistenza della popolazione, quanto crudele (ma senza rabbia, con attonito stupore) nel raccontare l’abbattersi della violenza di chi predica l’intransigenza della malintesa religione. Il ritmo resta blando, l’ironia esaspera la pazienza come fossimo in un film di Elia Suleiman (che infatti figura tra i ringraziamenti), la macchina da presa scorre sui corpi adagiati in cerca di pace, mentre l’ottusa presenza dei jihadisti trascorre come un assurdo fuori luogo nella ritmica esistenziale pacificata dei personaggi. Il finale ha una potenza rosselliniana da Roma città aperta, ma non è questione di realismo, in questo film nutrito di un tempo interiore che vorrebbe negare la rabbia della storia, ma capitola di fronte agli eventi. Sissako dice di essersi fatto ispirare dal video di una lapidazione avvenuta in un villaggio del Mali visto suYoutube. Considerando gli ultimi risvolti dell’avanzata jihadista in Iraq va detto che il film, nella sua purezza poetica, è destinato a restare di chiara attualità. Massimo Causo, Cineforum n. 535, 6/2014 115 Tomorrowland - Il mondo di domani di Brad Bird Tomorrowland - Il mondo di domani Regia: Brad Bird (Usa, 2015) 130’ Lunedì 26 e mercoledì 28 ottobre ORE 9.00 Scuola secondaria di primo grado e primo biennio scuola secondaria di secondo grado Legati da un destino comune, Frank, un ex enfant prodige ormai disilluso, e Casey, un’adolescente ottimista e intelligente che trabocca di curiosità scientifica, intraprendono una pericolosa missione insieme, per svelare i segreti di una misteriosa dimensione spazio-temporale nota come “Tomorrowland”. Le loro imprese cambieranno sia il mondo che la propria vita, per sempre. Figlia di un ingegnere aerospaziale, Casey Newton sogna un futuro di speranza e di avventura. Dopo l’ennesimo blitz nella fabbrica del padre per impedire che venga dismessa, Casey finisce in gattabuia: tra gli effetti personali trova una spilla misteriosa che, al solo tocco, la trasporta in un mondo collocato in uno spaziotempo imprecisato, Tomorrowland. Il perfetto antidoto al prevalere della fantascienza da futuro distopico. Un’occasione che la Disney non poteva farsi sfuggire: instillare un po’ del suo incrollabile ottimismo in un’epoca in cui lo spazio, l’esplorazione e i sogni in generale sembrano abbandonati come oggetti da museo. Dopo i flop terrificanti di The Lone Ranger e John Carter, però, a Burbank la preoccupazione era tanta; abbastanza per mettere al sicuro la regia di un nuovo film nelle mani di Brad Bird e del suo curriculum inattaccabile. Che in Tomorrowland trova il perfetto compimento: la nostalgia di Il gigante di ferro si mescola al supereroismo per famiglie di Gli incredibili, l’impresa impossibile di Ratatouille all’estro a rischio di caos narrativo di Mission: Impossible - Protocollo fantasma. Una forza vitale trascinante la sua, guidata da un ottimismo e da una volontà di materializzare i sogni pari a quella della protagonista Casey Newton (...) Non senza qualche asperità inedita per un film Disney: diverse le uccisioni, benché senza una goccia di sangue, e poco comprensibili le spiegazioni pseudo-scientifiche, specie per un target di ragazzini. Ma sono dettagli minimi, a margine di un’opera che ha altri intenti. 117 Tomorrowland - Il mondo di domani di Brad Bird Ancora una volta è il regno del retronuevo, del futuro remoto immaginato da un passato prossimo, che pensa a Tomorrowland come alla città del Mago di Oz, piena di cose che volano. O alla Tour Eiffel che si apre per lasciar posto a un razzo steampunk, in una sequenza tra le migliori del film, che rimanda alla magia di quella Parigi fin de siècle in cui era possibile materializzare i sogni, fino al punto di tradurli in cinematografia. Nel neo-positivismo del Tomorrowland di Bird o dell’Interstellar di Nolan, a cui giustamente il film è stato accostato, è possibile riscontrare la prima forma di risposta alla rassegnazione imperante degli anni Dieci. Il futuro è (ancora) un luogo tutto da costruire, per un’umanità che sappia rimanere arbitra del proprio destino. Emanuele Sacchi, mymovies.it Utopia contro distopia: potrebbe essere questo il «messaggio» di questo curioso, magari un po’ prolisso Tomorrowland prodotto dalla Disney, marchio che garantisce, comunque, un certificato di qualità ai suoi prodotti. Anche quando, affrontando, come in questo caso, un tema complesso come quello di un certo tipo di fantascienza, magari non tutto torna. Bisogna faticare un po’ per entrare nella storia, bisogna stare attenti ai passaggi temporali, ai personaggi che si inseguono dal passato al presente (e poi nel futuro), e nello spazio e fuori e dentro il tempo, poi però quando finalmente il meccanismo si mette in moto, la storia prende un suo spessore, diventa a suo modo avvincente e abbastanza spettacolare. (...) Un po’ ingarbugliato nella trama, solo a tratti emozionante (ma certo la sequenza del lancio del razzo che parte dalla Torre Eiffel, è veramente spettacolare), magari difficile da seguire nelle spiegazioni scientifiche, il film sembra una sorta di Mago di Oz fantascientifico: un regno, dell’utopia, appunto, dove cercare e, forse, trovare, nel futuro, le soluzioni per il nostro presente. Andrea Frambrosi, L’Eco di Bergamo, 24/5/2015 119 Torneranno i prati di Ermanno Olmi Torneranno i prati Regia: Ermanno Olmi (Italia, 2014) 80’ Giovedì 19 - venerdì 20 novembre Scuola secondaria di secondo grado Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata. Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente accaduto. E poiché il passato appartiene alla memoria, ciascuno lo può evocare secondo il proprio sentimento. Come segnalano i titoli di coda, Torneranno i prati prende spunto dall’impressionante La paura, scritto da Federico De Roberto nel 1921, per inciso lo stesso racconto dal quale Leonardo Di Costanzo ha da poco tratto L’avamposto, episodio del film collettivo I ponti di Sarajevo (Les pontes de Sarajevo, 2014). Dall’autore dei Viceré, uno dei grandi romanzi della nostra letteratura, Ermanno Olmi, oltre naturalmente all’ambientazione di trincea, eredita la progressione drammatica che porta un giovane tenente a sacrificare in sequenza i suoi uomini in una missione insensata, fino a quando uno di loro, un decorato della guerra di Libia, in preda al terrore, dapprima si rifiuta pur sapendo di andare incontro alla fucilazione, poi, strappatisi di dosso i nastrini, si uccide in maniera orribile («E prima che nessuno avesse tempo di comprendere che cosa volesse dire, che cosa stesse per fare, corse lungo il fosso, fino al cunicolo, si chinò ad afferrare il moschetto, ne appoggiò al ciglio di fuoco il calcio, se ne appuntò la bocca sotto il mento, e trasse il colpo che fece schizzare il cervello contro i sacchi del parapetto»). Olmi sposta la stagione dei fatti narrati, dal «primo chiarore di un’alba d’agosto» a un inverno gelido e nevoso, per il quale pare che la troupe 121 coordinata da Maurizio Zaccaro abbia avuto non pochi problemi nel corso della lavorazione, dovendo – felicemente, detto a posteriori – modificare scenografia e in parte sceneggiatura a causa delle abbondanti precipitazioni. Come De Roberto, anche il regista bergamasco insiste sulla babele linguistica di un’Italia fatta solo sulla carta, a partire dal conduttore di muli napoletano che si esibisce, apprezzato anche dall’altra parte del fronte, in Tu ca nun chiagne e nella belliniana Fenesta ca lucive. Al tenentino, caratterizzato qui in maniera più evidente come un intellettuale dalla formazione umanistica, affianca un maggiore che lo accompagna nella trincea a portare ordini oltre che a fare esperienza, un capitano gravemente malato nel corpo e nell’anima e un sergente paternamente vicino ai propri soldati, tanto da sentirsi in colpa per averli mobilitati di fronte a un ipotetico assalto nemico invece di metterli al riparo dall’im minente bombardamento. Come nel racconto dello scrittore catanese e a differenza di altri classici dello schermo, il film non innesca una vera e propria dialettica tra i vari gradi dell’esercito regio, e tra essi e la truppa. L’insipienza, l’insensatezza, il cinismo di chi invia al macello uomini fatti di carne e sangue come fossero pedine di un maldestro gioco di scacchi appartengono all’alto comando e a chi lo gestisce a livello politicoistituzionale, entità così lontane da risultare impalpabili e senza volto. Per questo sono in un certo senso equiparabili al nemico, che pure non si vede mai, sia quando il suo incombere sembra segnalato dai campanacci legati al filo spinato che quando più concretamente spara sui soldati o devasta la trincea a colpi di mortaio. L’idea forte del film ci sembra tuttavia quella di giustapporre un dentro e un fuori alternandoli secondo un infallibile dosaggio. Dentro ci sono i camminamenti e gli alloggi, luogo del freddo, della paura e di un’epidemia che viene dai Balcani al pari di tutti i guai più recenti, come afferma con amara ironia il capitano. Dove il ricordo di casa è tenuto vivo dalle fotografie attaccate al soffitto, addomesticare un’arvicola seminando briciole di mollica sulla sponda della cuccetta funziona da esorcismo contro la cosiddetta 122 fine del topo sepolto nella propria tana, il momento della posta unisce alla gioia di ricevere notizie dai congiunti la tristezza delle lettere che non è possibile consegnare per la morte del destinatario. Il fuori è la natura di implacabile splendore dell’Altopiano dei Sette Comuni e dell’Ortigara coperti da quattro metri e mezzo di neve, di foreste di abeti che quasi beffardamente alludono al Natale, di una Luna enorme che troneggia sopra la linea delle montagne. «Nell’orrore della natura l’orrore della guerra», scrive De Roberto nell’incipit del racconto. Per Olmi il rapporto è differente e più complesso. Vi si coglie certo la pasoliniana «straziante e meravigliosa bellezza del creato». Ma a leggere con maggiore precisione il suo punto di vista aiuta forse il titolo bellissimo del suo bellissimo film. Torneranno i prati alla fine, dell’inverno e del conflitto bellico. Ma non per coloro che sono morti, vittime di quella che Sartre chiamava perdita secca – di vita, amore, bellezza. E cancellati dalla memoria, come afferma in conclusione uno dei soldati, fin qui sempre presente ma attonito e muto. Questa dicotomia dentro-fuori solo per brevi momenti trova una sua ricomposizione, memoriale e fantasmatica, nei discorsi di qualcuno che guarda le immagini rubate attraverso le feritoie: la lepre e la volpe sulla neve che suggeriscono l’idea che gli animali si parlino fra di loro (un ricordo del sottovalutato II segreto del bosco vecchio [1993]?), il larice che in autunno diventa d’oro e che, colpito da una granata, arderà come il roveto biblico. Duro fino alla bestemmia verso un Dio che consente questo orrore e che sarà pure dove lo si cerca, come afferma un soldato, ma neppure il Papa sa dove sia, come controbatte un altro, il cattolico Olmi termina il suo percorso nella trincea con la lettera del giovane ufficiale alla madre, che per intensità e commozione ricorda quella del protagonista al suo capitano in L’arpa birmana (Biruma no tategoto, 1956). La guerra mi ha fatto diventare vecchio in un’ora, dice il ragazzo, fratello dell’Ivan tarkovskijano persosi in un altro conflitto che verrà. Perchè, come recita in chiusura una massima di Toni Lunardi, pastore, indimenticabile protagonista dello 123 Torneranno i prati di Ermanno Olmi straordinario I recuperanti (1970), la guerra è una brutta bestia che gira sempre e non si ferma mai. Quasi in appendice, il regista tira poi fuori il proprio fondo anarcoide, concludendo il film con materiale di repertorio che, dopo gli assalti alla baionetta negati dalla finzione, si sofferma su corpi e luoghi martoriati, prosegue con i festeggiamenti della vittoria per chiudere con la desolazione di croci sghembe. Se a De Roberto lo accomuna l’atteggiamento etico, la sua cifra stilistica, lo sappiamo bene, ha ben poco di verista o realista che dir si voglia. Il suo è infatti un film sussurrato. L’understatement caratterizza la recitazione di attori dal volto anonimo a esclusione di Claudio Santamaria, il commento musicale calibratissimo ed essenziale di Paolo Fresu, la magistrale fotografia di Fabio Olmi, con il colore che implode in un biancoenero più “morale” che suggestivo, segno di uno sguardo che rifiuta pregiudizialmente ogni leziosità filologica. Il suo pudore espressivo, una compattezza che si esprime anche nell’impeccabile scelta dei tempi, perfino nella stringatezza della durata di soli ottanta minuti, fanno risaltare l’orrore per contrasto più di qualsiasi urlo, perorazione o proclama. Alberto Farassino sosteneva che il cinema di Olmi racconta quasi sempre la stessa cosa, cioè un passaggio d’epoca colto attraverso i mutamenti della cultura materiale. Ci sembra che la considerazione possa valere anche per Torneranno i prati, che dello spazio angusto di una trincea riesce a fare microcosmo di provenienze geografiche e sociali, anime e destini, luogo e momento di svolta per un’intera Nazione. Se con La grande guerra (1959) Monicelli riusciva – scandalosamente, per i tempi – a contaminare l’enormità della tragedia con i modi della commedia, il regista bergamasco ne coglie l’essenza sul piano della dignità umana ferita ma anche della dolorosa costruzione di una koiné, chiudendo più di cinquant’anni dopo il cerchio di un dittico da consegnare alla storia della Settima arte. Paolo Vecchi, Cineforum n.540, 12/2014 125 L’ultimo lupo di Jean-Jacques Annaud L’ultimo lupo Regia: Jean-Jacques Annaud (Cina, 2014) 118’ Lunedì 16 e mercoledì 18 novembre Scuola secondaria di primo e secondo grado 1969. Chen Zhen, giovane studente di Pechino, viene inviato nel cuore della Mongolia per istruire una tribù di pastori nomadi. In realtà, sarà Chen a imparare vere e proprie lezioni su una regione ostile e infinita, sulla vita in comunità, su libertà e responsabilità, e soprattutto sulla creatura più temuta e venerata delle steppe: il lupo. Sedotto dalla queste creature sacre e dal legame complesso e quasi mistico che i pastori hanno con l’animale, Chen decide di catturare un cucciolo per addomesticarlo. Tuttavia, il governo ha deciso di abbattere gli esemplari di lupo presenti nella regione mettendo a rischio non solo le tradizioni della tribù, ma il futuro stesso di quel territorio. Dall’Orso all’Ultimo Lupo. Il ritorno al cinema del regista francese Jean Jacques Annaud è ancora una questione animale o ancor meglio di febbrile attenzione per il rapporto tra uomo e natura. Tra 480 tecnici, 200 cavalli, un migliaio di pecore, 25 lupi e una cinquantina di loro addestratori e massaggiatori dislocati sul set nella steppa della Mongolia, Annaud ha portato a termine dopo sette anni di preparazione e lavorazione L’ultimo lupo: il suo ultimo spettacolare lungometraggio d’avventura che lo colloca ancora una volta tra gli autori più coraggiosi e intraprendenti del cinema contemporaneo. (...) È la storia di Chen Zhen, un giovane studente di Pechino che viene inviato nelle zone interne della Mongolia per insegnare parole e numeri ad una tribù nomade di pastori. A contatto con una realtà diversa dalla sua, Chen scopre di esser quello che ha molto da imparare sul senso di comunità e di libertà, ma specialmente sul lupo, la creatura più riverita della steppa. Sedotto dal legame che i pastori hanno con il lupo e affascinato dall’astuzia e dalla forza dell’animale, Chen trovato un cucciolo decide di 127 addomesticarlo contravvenendo alle direttive del governo centrale cinese di eliminare, a qualunque costo, tutti i lupi della regione. “Tutto è cominciato quando una delegazione di cinesi è venuta a incontrarmi a Parigi sette anni fa”, ha spiegato Annaud alla stampa internazionale. “Bisogna però considerare che l’impatto del libro di Rong sulla società cinese è stato colossale. Il totem del lupo (...) è diventato il successo letterario più importate dopo il Libretto rosso di Mao. I lettori hanno scoperto l’esistenza dei questi luoghi magnifici e puri della Mongolia Interna, che oggi è fortemente minacciata. Nel “giovane istruito” protagonista del libro che s’innamora di un luogo così improbabile ho ritrovato me stesso agli albori della mia carriera. È stato allora che le persone che poi sono diventate i miei produttori e i miei collaboratori, arrivarono nel mio ufficio, a Rue Lincoln a Parigi. Mi proposero di adattare il romanzo per il grande schermo. Gli ricordai che io non ero proprio ‘benvoluto’ dalle autorità cinesi, ma loro dissero “La Cina è cambiata. E poi siamo persone pragmatiche: abbiamo bisogno di lei”. Accettai la loro offerta di andare a Pechino. Arrivato in Cina mi resi conto che i miei film erano molto diffusi in tutto il paese”.(...) “La produzione cinese ha accettato di finanziare la preparazione, accettando il fatto che ci sarebbero voluti tre anni affinché girassimo la prima scena. Bisognava prendere dei cuccioli di lupo, farli crescere all’interno di parchi costruiti appositamente per il loro sviluppo, sotto una sorveglianza costante”, ha specificato Annaud. “Il lupo è un animale molto selvaggio, sempre sul chi va là. Obbedisce solo al suo capo branco, che a sua volta obbedisce all’addestratore solo quando vuole – ha continuato – I grandi attori spesso sono incontrollabili, deconcentrati, affascinanti ed emotivi. A volte invece sono adorabili, come il nostro capo branco, il re Cloudy, a cui ho affidato il ruolo principale. Aveva deciso che ero suo amico, potevo accarezzarlo e ogni mattina mi saltava addosso leccandomi il viso. Un privilegio raro, che mi ha fatto buttare numerose giacche a vento e procurato non pochi graffi”. (...) 128 “La verginità degli spazi è uno degli elementi fondamentali del film. Lo splendore della steppa è lo scrigno del lupo della Mongolia, il simbolo eroico e selvaggio della vita selvaggia. Massacrando la vita degli altri ci stiamo avvicinando a un epilogo tragico. Io mi affliggo da anni guardando questo lento suicidio che la nostra specie sta perpetuando. Jiang Rong, l’autore del romanzo, è stato testimone dell’ignoranza devastatrice che ha distrutto l’ambiente negli anni ’60, degli errori fatti in Cina su larga scala come purtroppo dappertutto”. Davide Turrini, ilfattoquotidiano.it 129 L’uomo per bene-Le lettere segrete di Heinrich Himmler di Vanessa Lapa GIORNO DELLA MEMORIA L’uomo per bene Le lettere segrete di Heinrich Himmler Regia: Vanessa Lapa (Israele-Austria-Germania, 2014) 94’ Lunedì 25-mercoledi 27-giovedì 28-venerdì 29 gennaio Scuole secondarie di secondo grado Il 6 maggio del 1945 i soldati dell’armata americana occuparono la casa di famiglia degli Himmler a Gmund, in Germania, dove furono scoperte centinaia di lettere private, documenti, diari e fotografie. Dalla lettura di questo materiale è nato un film che svela i pensieri nascosti, gli ideali, i piani e i segreti del comandante delle SS, l’architetto della Soluzione Finale Heinrich Himmler. Il tutto grazie a rarissimi filmati, spesso mai visti prima, tratti da 151 fonti di 53 diversi archivi dislocati in 13 paesi del mondo, come il Bundesfilmarchiv Berlino, il National Archive Maryland, lo Steven Spielberg Film and Video Archive presso l’USHMM Washington e molti altri. Il girato è stato interamente restaurato, sonorizzato, montato seguendo il fil rouge delle lettere di Himmler e mostrando allo spettatore come “la crudeltà e il male possano emergere e svilupparsi da un’apparente normalità”. Dopo aver partecipato al Berlinale, al Jerusalem Film Festival, al Vancouver International Film Festival, a Documenta Madrid 14, al Rio de Janeiro International Film Festival, al Telluride Film Festival, al Planete + Doc Film Festival, al Dok Fest e a molti altri festival, L’Uomo per bene. Le lettere segrete di Heinrich Himmler, firmato dalla regista Vanessa Lapa, arriva in Italia solo per due giorni il 27 ed il 28 gennaio 2015 come evento cinematografico in occasione del Giorno della Memoria, la ricorrenza internazionale per ricordare le vittime del nazismo e della Shoah proprio nel giorno in cui, nel 1945, vennero aperte le porte del campo di sterminio di Auschwitz. Com’è accaduto che un uomo, un cattolico-nazionalista della classe media, potesse diventare il braccio destro di Hitler, il responsabile dell’ideazione, dello sviluppo ed esecuzione delle strategie che portarono allo sterminio 131 L’uomo per bene-Le lettere segrete di Heinrich Himmler di Vanessa Lapa di milioni di ebrei, comunisti, testimoni di Geova, omosessuali, dissidenti e Rom? Da dove nasce questa ideologia? Come vedeva se stesso e com’era visto in privato – dalla moglie Margarete, dalla figlia Gudrun e dall’amante Hedwig? Com’è stato possibile che l’uomo che tanto elogiava le cosiddette virtù tedesche, come l’ordine, la decenza e la bontà, quando scriveva a casa, e nel bel mezzo della guerra e della Soluzione Finale, affermasse: “Malgrado tutto il lavoro, sto bene e dormo bene”? Come può un uomo diventare un eroe ai propri occhi ed essere uno sterminatore di massa agli occhi del mondo? Spiega Vanessa Lapa “Dato che la narrazione del film si svolge intorno alla costellazione di Himmler e della sua famiglia – dapprima attraverso i parenti e i fratelli, poi attraverso la moglie, la figlia e l’amante – il pubblico diventa testimone del mondo prodotto dalla Prima guerra mondiale e dalla Repubblica di Weimar, viste inizialmente dal punto di vista di un tedesco della classe media e successivamente dal punto di vista di una famiglia nazista di alto rango”. Un viaggio nella Germania del tempo, dunque, ma soprattutto un viaggio nella personalità di Himmler realizzato proprio grazie alla collezione di documenti personali e fotografie che Dave Lapa, padre di Vanessa, ha acquistato nel 2006 e che, dopo un processo d’identificazione che ha coinvolto i maggiori esperti dall’Archivio nazionale tedesco, sono attualmente custoditi a Tel Aviv. Continua la regista “le impressioni personali e il personale coinvolgimento di Himmler negli sviluppi politici e sociali dell’epoca sono il filo conduttore che dà forma all’esperienza cinematografica e rivelano quanto la crudeltà e il male possano emergere e svilupparsi da un’apparente normalità. Lo spettatore è così abbandonato al disagio di essere combattuto tra due poli: il coinvolgimento emotivo dettato dagli scritti particolarmente intimi dei personaggi e le orribili atrocità commesse per loro ordine”. (dal pressbook del film) 133 Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard Le vacanze del piccolo Nicolas Regia: Laurent Tirard (Francia, 2014) 97’ Giovedì 12 - venerdì 13 novembre Scuola primaria e scuola secondaria di primo grado Finalmente le vacanze estive sono arrivate e il piccolo Nicolas, con i suoi genitori e la nonna, partono per andare al mare, presso l’Hôtel Beau-Rivage. Ben presto Nicolas si farà nuovi amici in spiaggia: Blaise, un bambino del luogo; Fructueux, che ama tutto, anche il pesce; Djodjo, che non parla come loro, perché è inglese; Crépin, che piange sempre; Côme, che vuole sempre avere ragione ed è molto fastidioso. Ma soprattutto Nicolas incontra Isabelle, una ragazza che lo guarda con i suoi grandi occhi rotondi e inquietanti... Dopo aver esordito sullo schermo nel 2009 con Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, i personaggi creati da Sempé e Goscinny diventano protagonisti di un ‘franchise’. (...) Rispetto al film precedente, però, Le vacanze del piccolo Nicolas sottrae spazio al ragazzino per cederlo ai genitori (il che non è un bene). Se il contesto vacanziero s’ispira a Jacques Tati (Le vacanze del signor Hulot), l’umorismo è assai più modesto; però il film fa sorridere spesso (vedi le scene in cui il bambino interpreta alla lettera le parole dei grandi). Gustose anche le citazioni da Shining e altri film. Roberto Nepoti, La Repubblica, 16/4/2015 Per chi da bambino ha avuto il piacere di avventurarsi tra le pagine scritte da René Goscinny e animate dalle linee essenziali e taglienti di Jean-Jacques Sempé, il nome Nicolas spalanca un mondo di ricordi in cui fantasia e realtà si sfiorano sulla linea di un sorriso. Erano gli anni ’60 e la voglia di riemergere dal caos faceva godere di magnifica speranza, ottimismo, futuro. E in odore di cambiamento, la Francia dipinta dell’ironia di Goscinny ne rispecchiava bonariamente i più nobili intenti, filtrati da uno sguardo vivace ed intelligente. Lo sguardo di un bambino. Quello del piccolo Nicolas. Il viaggio verso la trasposizione cinematografica condotto dal regista Laurent Tirard, prima nel 135 Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard 2009 con Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, e nel 2014 con Le vacanze del piccolo Nicolas, fa incontrare quei racconti con il rimpasto emotivo di un adulto delineandone nuovi contorni. Tra i due film uno scarto netto che segue dapprima l’intento della riproduzione fedele, quasi stilizzata, di quei nasi a punta e ironia fina, per poi caricarsi di colori saturi e citazioni cinematografiche prelevate direttamente dal background di Tirard. Tra una smorfia e un bacio, tra una boccata di pipa e una stoccata, Nicolas sogna ad occhi ben aperti, fidandosi e prendendo alla lettera ogni parola pronunciata dai suoi genitori, ed in generale dagli adulti, ai quali il regista concede margine d’azione più ampio nel clima vacanziero sulle rive di Plage de Dames. Le cartoline del papà (Kad Merad) al capo, ossequiose ma non troppo, le caramelle di nonnina (Dominique Lavanat), i costumi da bagno con cuffietta abbinata, gli ombrelloni e i castelli: tutto sembra danzare sulla sabbia con leggerezza. Nicolas, lasciato il peso dei sussidiari nella cartella, affronta questa avventura accompagnato da nuovi amici e dalla piccola Elizabeth e il suo sguardo inquietante alla Mercoledì Addams, che in realtà nasconde simpatia e timidezza. A “rovinare” l’incantevole riposo irrompe d’un tratto il personaggio assai pittoresco del regista italiano di felliniana memoria, interpretato da un ridondante Luca Zingaretti, che tenta in tutti i modi di affascinare coi suoi modi spacconi l’incantevole madre di Nicolas (Valerie Lemercier). E proprio la prosopopea interpretativa di Zingaretti ridonda maldestramente al fianco dei sempre gradevoli Marad/Lemercier, che sembrano usciti direttamente dall’inchiostro di Sempé e dall’estro di Goscinny. Forse è proprio l’aspetto caricaturale, così audace ne Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, a mancare di mordente, un poco fiacco ma rimboccato all’improvviso da fiammelle del grande cinema: da Hitchcock a Tati, Tirard gioca di rimandi e citazioni confezionando un film che è sul filo della crisi d’identità. Esattamente come un bambino che si appresta alla traumatica ed imprevedibile fase dell’adolescenza. Silvia Pellegrino, sentieriselvaggi.it 137 Finito di stampare da Centro Stampa del Comune di Reggio Emilia agosto 2015