Gabriele Maestri (Gamma 83)
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Edito in proprio
Istruzioni per l’uso
È arrivato a compiere due anni, questo spazio sulla Rete che raccoglie sfoghi, impressioni, ricerche ed
opinioni di un ragazzo stretto tra l’università e mille altri impegni. In questo biennio sono cambiate molte
cose, nel paese (l’Italia è Campione del mondo ed ha una nuova guida politica) e – più modestamente – nel
curatore del blog (che si ritrova con un titolo di «dott.» in più e un incarico di tutorato studentesco in meno).
Al solito, non sempre i cambiamenti rappresentano un progresso: più ancora del primo anno di vita del sito,
gli impegni che già affollavano le mie giornate sono cresciuti a dismisura, soprattutto a causa degli esami
della laurea specialistica. Per questa ragione, tante volte l’aggiornamento del blog doveva passare in
secondo piano rispetto ai libri, ai codici ed alle varie materie: ciò è avvenuto spesso con dispiacere, ma con
la certezza che il tempo speso altrove sarebbe stato ben ripagato (cosa che è sempre avvenuta).
Dopo 24 mesi di attività, lo stesso blog ha cambiato pelle: sono aumentate, soprattutto come quantità di
materiale, le «storie», ossia gli articoli frutto di incontri, di interviste o (più raramente) di riflessioni più
ampie rispetto a quelle normalmente contenute in un semplice post. La tendenza, inaugurata quest’anno,
sembra proseguire anche per i mesi successivi: vedrò assieme a voi cosa accadrà in futuro (e cosa mi
permetterà il mio tempo).
Altri cambiamenti hanno riguardato i siti collegati (i link sono aumentati) ed il numero di visite, che
testimonia un numero insperato di contatti. Non è cambiata invece la testata del blog, ben ferma assieme al
nome scelto per questo spazio: personaggi e simboli scelti come “numi tutelari” di Conversario inquieto
restano saldi nella mente di chi ha ideato il sito e vuole ancora portarlo avanti.
Anche quest’anno si presenta ricco di esperienze e racconti: anche questa volta alcuni dei più importanti
riguardano la musica (in particolare, il concerto di Vittorio De Scalzi a Guastalla e la due-giorni di luglio
all’insegna dei Nomadi). Sono stati aggiunti, tra l’altro, i resoconti degli incontri organizzati dal Pozzo di
Giacobbe, il gruppo di ispirazione religiosa di cui faccio parte (i pezzi sono pubblicati anche nel nostro sito).
Chiudo qui la mia premessa, con un auspicio ed un rammarico. Spero che un giorno all’affluenza di visitatori
possa corrispondere una maggiore partecipazione degli stessi, attraverso i commenti (possibilmente più
costruttivi di quello che voleva mandare alla sedia elettrica Silvia Baraldini); a questo proposito, mi spiace
tanto, ma veramente tanto, che una giovane «reporter» in giugno si sia affacciata alla mia finestra virtuale e
vi abbia lasciato un messaggio splendido, dandosi subito alla fuga (senza che si potesse vedere con
chiarezza il suo volto). Se era uno scherzo, non è stato divertente; se il tutto era vero, beh, che fine ha
fatto? La porta è ancora aperta, almeno per ora.
Gabriele Maestri (Gamma83)
Mi sento debitore di tutti coloro che hanno permesso al blog di vivere con un commento o anche solo una
visita; ringrazio soprattutto Rossella Rovesti e don Roberto Vignolo (che hanno contribuito con loro
scritti profondi al mio sito) e tutti quelli che si sono fatti intervistare da me (Giuliano Bugani, Beppe
Carletti, Vittorio De Scalzi, don Carlo Gatti, Mattia Toscani, Luca Verbeni, Reika e i gruppi musicali
ControTempo, Gasparazzo, TerzoBinario).
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Novembre 2005
Ricorrenze
14/11/2005
LA PRIMA CANDELINA...
Autore: Gamma83
Oggi, in un certo senso, è una data importante: esattamente un anno fa vedeva la luce Conversario inquieto,
nato come semplice esperimento. Avevo accolto il consiglio del mio amico Matteo Artoni, alias DrMuppet
(che tra l’altro si è laureato brillantemente martedì scorso con 110 e lode) che aveva aperto uno spazio
simile qualche giorno prima. La sfida di scrivere senza una redazione che predeterminasse il contenuto o il
“taglio” dei miei pezzi mi attirava e l’ho accolta. Inizialmente speravo solo di divertirmi; non avrei certo
creduto di superare i 7500 contatti (vabbè, un centinaio sono miei, ma non di più).
Approfitto dell’occasione per ringraziare gli amici (nuovi e vecchi) che hanno voluto lasciare la loro traccia su
questo spazio. In particolare grazie a Botta, Gelmo e DrMuppet che hanno contribuito direttamente alla
redazione del sito; a Flavia (la prima che ha scoperto la mia piccola isola), Farewelll, Pulvigiu (anche per
la lirica sull’11/9) e Giossi per la loro presenza frequente; a chi si è fatto intervistare da me, con
un’attestazione notevole di fiducia (spero ben riposta); infine un grazie anche a Bloggers.it che fornisce il
servizio (ed anche i tecnici pazienti che ho interpellato per risolvere alcuni problemi).
Non mi resta che smettere di scrivere, spegnere l’unica candelina di una torta cioccolatosa (mi ricorda molto
la Sacher, una delle mie preferite) e lasciarvi alle immagini d’obbligo del «come eravamo», che mostrano
come il blog sia cambiato in questi dodici mesi.
GRAZIE!
Gabriele – Gamma83
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Il primo look del blog
La prima personalizzazione,
con la testata ed il sondaggio,
intorno ad aprile
Indirizzo Web: www.bloggers.it/Gamma83
La trasformazione all’inizio di
settembre
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Religione
20/11/2005
IL RITORNO E LE "COSE ULTIME"
Autore: Gamma83
Tranquillizzo Farewelll, Giossi e Flavia (che mi hanno fatto notare la mia assenza): mi giustifico opponendo i
miei impegni universitari, che dopo la laurea si sono intensificati e mi obbligheranno a comparire più rado sul
mio spazio web; altre iniziative, poi, fanno a gara per rubarmi il poco tempo che mi resta.
A questo proposito, parlo volentieri (nella nuova storia) di un incontro cui ho partecipato mercoledì sera,
particolarmente interessante per chi si ritiene cristiano, ma anche per chi è semplicemente “rispettoso” della
fede. A parlare della redenzione e del valore delle «cose ultime» è stato Daniele Garota, persona
straordinaria che non può che suscitare ammirazione.
Introspezioni
27/11/2005
CITAZIONI...
Autore: Gamma83
È bello pensare che «per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo», come
si legge nel libro biblico di Qoelet (e come avevo già scritto una volta): tutto sta a saper individuare quel
momento, con la certezza che prima o poi giungerà. Allo stesso modo è bello sapere per ogni occasione c’è
un verso (letto o cantato), che rispecchia quasi completamente la situazione che si vive: persone più sensibili
hanno trovato quelle parole, vent’anni fa o l’altro ieri, ed altri artisti daranno voce alle sensazioni non ancora
fermate sulla carta o regaleranno nuove frasi per descrivere sentimenti già noti.
La fatica di molti giorni (al lavoro, come a scuola) si supera anche ricordando che «sempre l’ignoranza fa
paura ed il silenzio è uguale a morte» (Guccini, Canzone per Silvia [a proposito, spero tu possa ancora
ascoltarla e cantarla, «perché non è possibile rinchiudere le idee in una galera»]). La consapevolezza di
avere a fianco persone di valore si traduce nella loro ricerca, «perché mi piace ciò che pensi e che dici /
perché in te vedo le mie radici» (Battiato, E ti vengo a cercare). Nei momenti difficili è bene non
dimenticare il monito «Se sei a terra non strisciare mai […] finché non suona la campana VAI» (Morandi,
Uno su mille); quando ci si interroga sul proprio futuro, può venire spontaneo guardare in alto e chiedere
«Dimmi quante maschere avrò, se mi riconoscerai» (De Gregori, L’agnello di Dio). La delusione che si
prova rendendosi conto che quello “là fuori” «non è quel mondo che mi cantavi tu» (Vecchioni, Celia de la
Serna) non deve far venir meno l’auspicio: «Domani sarà un giorno migliore» (Angelini, Il signor Domani),
un futuro che si costruisce con le proprie mani, ma anche con la fantasia: più di una volta vorrei essere tra
quei «sognatori che aspettano la primavera / o un’altra primavera da aspettare ancora» (Fossati, I treni a
vapore), non perdendo mai la speranza che un tempo nuovo arrivi. E se manca qualcuno, tra le persone che
amavamo avere al fianco, si può sempre pensare che siano in un posto in cui «vedi quante cose sono solo
“fesserie”» (Vasco, Gli angeli) e vedano la realtà molto meglio di noi.
Tra gli artisti che mi rappresentano di più c’è sicuramente Fabrizio De André (non è un caso che stia lassù,
nella testata del sito). Ultimamente Faber ritorna spesso – mio malgrado – con Verranno a chiederti del
nostro amore, attraverso quei «fiori regalati a maggio e restituiti in novembre» ed l’ultima strofa,
amaramente realistica: per quanto le vicende quotidiane offrano decine di spunti e di segnali (non sempre
colti), nulla può cancellare quell’ultima domanda «Continuerai a farti scegliere / o finalmente sceglierai?»
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Battuta di iersera di Antonio Cornacchione: «Non sapevo che San Paolo fosse comunista» (riferita al fatto
che la casa editrice San Paolo ha appena pubblicato un libro scritto da Romano Prodi e dalla moglie); eppure
la lettura della Bibbia, in più di un caso, può stupire. Proprio Paolo, scrivendo per la seconda volta alla
comunità di Tessalonica, ammonendo gli abitanti contro l’inerzia e l’ozio pronuncia la frase «Chi non vuol
lavorare neppure mangi» (2 Ts, 3, 10): quasi 19 secoli dopo un uomo noto come Lenin disse «Chi non
lavora non mangia». Qualche pagina prima, poi, guardando alla vita della prima comunità cristiana si legge
questo spaccato: «Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro
comune. […] Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano,
portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva
distribuito a ciascuno secondo il bisogno». (At, 2, 32-35). Quest’ultimo è uno dei brani che preferisco degli
Atti degli Apostoli e mi suggerisce questo pensiero: a voler scherzare, qualche volta ci si avvicina al vero più
di quanto si pensi…
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Dicembre 2005
Ritratti
02/12/2005
ULISSE, IL "FOLLE VOLATORE" - 5
Autore: Gamma83
Tra le tante cose che devo a Beppe Severgnini c’è la scoperta di una bellissima poesia che ci consente di
riprendere le acque al seguito di Ulisse. La lirica è frutto della sensibilità di Kostantinos Kavafis (poeta
greco vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo) e si intitola, non a caso, Itaca. Protagonista di questi versi,
tuttavia, non è l’isola e, forse, nemmeno il re errante: vero soggetto sembra essere il viaggio, unitamente a
chi lo compie.
Se le pagine omeriche non cessano di presentare il re Odisseo sempre teso al ritorno, per ritrovare famiglia e
popolo, Kavafis auspica un viaggio più tranquillo e, soprattutto, di lunga durata. Perché mai il ritorno a
casa dovrebbe attendere? La spiegazione, forse, sta nell’esperienza che il viaggio è in grado di dare a chi si
muove. Chi accetta, per un qualunque motivo, di partire, sa che troverà sulla sua strada prove, incontri,
scoperte, difficoltà: tutte occasioni da cui si può uscire più ricchi di spirito, conoscenza o affetto.
Forse non è fondamentale acquistare preziosi in un porto mediterraneo o fare incetta di «aromi inebrianti», e
magari non è nemmeno obbligatorio andare fino in Egitto per interrogare i dotti ed apprendere da loro;
eppure è indubbio che il viaggio di ritorno (a casa, come in sé stessi) debba avere molte tappe e si debba
trarre il meglio da ognuna di esse. Non sono troppo convinto, a dire il vero, che per non fare cattivi incontri
(Lestrigoni e Ciclopi per Ulisse, sofferenza in generale per l’uomo comune) sia sufficiente «non portarli
dentro di sé», restando fermi nelle proprie intenzioni; in ogni caso, il desiderio del ritorno non spinge certo
ad arrendersi di fronte alle difficoltà.
Kavafis sottolinea, al termine della sua lirica, che la terra natia, tanto bramata, potrebbe riservare (spesso
accade) cattive sorprese: potrebbe essere «povera», gli affetti ed i legami personali potrebbero non esistere
più o essersi sfumati con il tempo. Nonostante ciò, il poeta invita il lettore a non essere deluso: proprio
Itaca (qualunque nome abbia nella realtà) ha permesso di solcare il mondo, in un ritorno che ha arricchito il
viaggiatore e che, senza il pensiero alla propria terra, sarebbe stato impossibile. Basterà l’essersi «fatto
ormai savio» (espressione che mi ricorda tanto il «più saggio divenuto» che chiude la Ballata del vecchio
marinaio di Samuel T. Coleridge, nella traduzione magica di Mario Luzi) per non voltarsi indietro? Forse
no, ma non è una scusa per non prendere il largo.
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure ed esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto ed il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro,
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga,
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia ed acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va’ in molte città egizie,
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
– raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa’ che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera,
non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio,
con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
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Libri
09/12/2005
AVVENTURE IN GRUPPO
Autore: Gamma83
La notte non è il mio palcoscenico: di rado il sottoscritto lascia le sue stanze o i suoi impegni per andare in
un pub o a divertirsi in compagnia in qualche punto sperduto della BassaPadana. Tengo molto agli amici, ma
non riesco a stare con loro quanto vorrei (e dovrei): troppe cose mi distolgono. Anche per questo motivo mi
è quasi completamente sconosciuto il mondo delle crews (la traduzione è difficile: «combriccola», «cricca»
non rendono bene), quei gruppi di ragazzi che si spostano da una casa ad un locale, vivendo esperienze
intense proprio perché fatte “insieme”.
Per questo ho letto volentieri un libretto che, in poche pagine, traccia uno spaccato fedele ed appassionante
di quelle realtà. Il titolo non può passare inosservato: si intitola Piccoli stupri tra amiche (pubblicato da
Coniglio Editore, 5 €) la prima opera di Raffaella Bedini, trentunenne modenese, trapiantata a Milano per
lavoro. Lungo i capitoli del libro si dipana la storia di una crew, formata dalla narratrice (che non si svela
mai), dal suo amore Deda, da Lele e Mac. Le giornate trascorrono nella provincia modenese (sarei tentato di
dire «tra la via Emilia ed il West», ma mi trattengo) tra prove ed esibizioni musicali, serate etiliche, viaggi di
parecchi chilometri per cercare un paio di pantaloni (anzi, quel paio, già disegnato nella mente), incontri con
altri gruppi «fratelli», accompagnati da «southernconfort + coca» e fumo non proprio di tabacco.
Nelle loro vicende quotidiane i ragazzi danno la massima importanza agli affetti (vissuti con intensità), al
rispetto per sé e per il gruppo (chi offende la crew paga, senza risparmio); la musica è sempre presente,
ascoltata, sparata, evocata, suonata. Eppure, un’ordinaria giornata di successo può mutarsi in tragedia, per
colpa di un estraneo al volante: il legame più forte ed umano che si possa immaginare finisce nel sangue
sparso su una strada e porta la protagonista a vivere «in apnea il resto della sua vita».
Raffaela Bedini racconta le storie dei personaggi in modo diretto, senza nascondere nulla: il ritmo della
narrazione si adatta perfettamente ad ogni scena dipinta a parole (che stia raccontando una giornata di
shopping con Funny o un amplesso tenero con Deda), i personaggi si esprimono in modo più che veritiero e
svelano le traiettorie del loro pensare. L’autrice sa essere avvincente quando è necessario, più distesa se
occorre. La fine tragica della storia sta nelle ultime parole del libro, certamente da conservare: «Domani mi
alzerò e farò finta che sei ancora lì amore mio. Farò finta di doverti chiamare alle 3 poi rimanderò la
telefonata di un’ora e alle 4 rimanderò di un’altra ora e farò così all’infinito, nell’incessante attesa di sentirti».
Leggete questo libro e non abbiate paura: aggiunge un tassello al mondo che conoscete e non mente. Mai.
Web
15/12/2005
ALLA SCOPERTA DEI BLOGGERS: REIKA
Autore: Gamma83
Cercando di conoscere meglio chi incrocia questo spazio telematico, inauguro questo nuovo spazio all’interno
della sezione Storie. La prima intervista parla della prima persona che ha offerto la sua disponibilità: Reika.
Buona visita.
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Libri
17/12/2005
PAGINE DI MISTRÀ
Autore: Gamma83
Dovendo scegliere una trasmissione televisiva dell’estate cui assegnare il titolo di rivelazione, penso che
indicherei Tg2 Mistrà, che dal 18 luglio al 16 settembre ha sostituito le tradizionali rubriche del tiggì del
secondo canale. Una sfida a macchine da guerra e da ascolto (come il Tg1 e le soap), che tuttavia il pubblico
ha ampiamente premiato, riservandogli quasi sempre i primi posti nella classifica Auditel di Raidue (il
programma ha ricevuto pure il premio CentoCittà per il successo ottenuto nell’estate).
Tutto questo è avvenuto senza un dispiego di mezzi eccezionale: due giornaliste mai andate in video
(Christiana Ruggeri e Lidia Galeazzo, note a chi scorre attentamente i titoli dei servizi o di Tg2 Dossier),
in uno studio virtuale (lo stesso delle previsioni del tempo e delle dirette elettorali) a presentare servizi
curiosi, già andati in onda nelle varie rubriche della testata. Al loro fianco, personaggi famosi utilizzati per
introdurre i pezzi attraverso le parole dell’imprevedibile Pasquale Panella, due rubriche pronte a riproporre
le canzoni italiane e le pellicole più gradite dai telespettatori ed una “coda”, riservata alle rarità musicali. Il
tutto ideato e curato da Michele Bovi, caporedattore centrale del Tg2 con la passionaccia per la musica e
gli inediti, nonché già autore di programmi graditi dal pubblico.
Ora la trasmissione è diventata un libro, in cui trovano posto tutte le liriche di Panella, i titoli delle canzoni
(«Belle d’Italia») e dei film («Belli dal mondo») trasmessi nelle nove settimane di programmazione (ma ci
sono anche tutti quelli che il pubblico ha proposto, ma non sono stati messi in onda perché meno richiesti di
altri); non mancano poi le foto di scena delle conduttrici e dei co-conduttori, lettori dei lanci poetici di Panella
(da Gene Gnocchi a Sebastiano Somma, passando per i miei preferiti, Max Giusti, Remo Girone e
Nando Gazzolo) e le descrizioni delle immagini rare trasmesse nella rubrica «La Mosca».
Il volume (Coniglio Editore, 14 euro) contiene anche una bella introduzione di Mauro Mazza, direttore del
Tg2, che coraggiosamente spiega la genesi della rubrica: uno spazio nato per risparmiare risorse, ma che in
mano all’estro di Bovi, Panella ed altri ha saputo proporre buon materiale nel modo giusto e coinvolgendo a
poco a poco il pubblico, anche con la scelta di film e canzoni. Se desiderate ritrovare l’atmosfera di quei
dopopranzo estivi (invito che rivolgo in particolare a Flavia e Pulvigiu) o volete immergervi per la prima
volta nei versi panelliani, questo libro può essere una buona idea per il Natale.
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Costume
20/12/2005
GALATEO E PICCOLI IMBARAZZI QUOTIDIANI
Autore: Gamma83
Un mesetto fa sono capitato – malauguratamente – su una puntata di Porta a porta. A dispetto della mia
reazione usuale non ho cambiato canale, poiché l’argomento della serata in qualche modo mi aveva colpito.
Attorno a Lina Sotis, sempre pronta a cogliere le sfumature di costume, un parterre di personaggi ora
detestabili (titolati e salottieri), ora improbabili, convenuti chez Vespa per parlare di bon ton ed educazione.
Personalmente ho una piccola fissazione: in casa mia ho tre libri che hanno nel loro titolo la parola
«galateo». Uno è ponderoso e piuttosto tradizionale, un altro è fatto a test, simpatici ed eleganti, il terzo è
scritto in tono scherzoso e surreale. Non so perché fin dalla tenera età abbia coltivato questa curiosità per le
«buone maniere»: da piccolo non ho partecipato a cene di gala e non me ne dolgo. Eppure, le poche volte in
cui mi è capitato – per motivi di lavoro, sia chiaro – di condividere il desco di ristoranti di pregio, raramente
ho mancato di sfogliare quelle pagine, per ricordare da che parte va poggiato il pane o altri dettagli simili.
Una regola è difficile da rispettare se non la si capisce o se (il mio prof. di Diritto Ecclesiastico insegna) non
se ne ricorda l’origine. Quanti ci hanno tempestato di raccomandazioni, ad esempio, sull’importanza di
iniziare il pasto con «Buon appetito» e di auspicare «Salute!» per chi ha appena starnutito? Per questo
siamo i primi a stupirci quando quei famosi manuali ricordano che non sarebbe educato proferire queste
frasi (la tradizione vorrebbe che nel parlare non ci si riferisse mai al corpo ed alle sue manifestazioni, ma
devono ricordarlo in pochi).
Altre indicazioni, fortunatamente, sono più intuitive, più sensate e più facili da seguire. Perché il problema è
anche questo: il galateo dovrebbe servire (ogni buon manuale lo ricorda) a semplificare la vita, non a
complicarla. Ci sono persone, invece, che non partecipano a certi eventi perché credono di non essere
all’altezza ed hanno paura di trovarsi in imbarazzo (un po’ come Pretty Woman di fronte alle posate). A
queste persone dico, con l’esperienza del redento: si può guarire. Dopo la prima partecipazione, infatti, si
scoprirà che quasi tutti i presenti infrangeranno una quantità impressionante di regole, dagli argomenti di
conversazione all’abbigliamento, fino all’uso delle posate (ancora loro). Ci si consolerà poi pensando che,
accendendo la tv neanche due anni fa, si correva il rischio di imbattersi in due “contesse” che, in barba ad
ogni nobiltà, infiorettavano i loro discorsi con parolacce degne dei più caratteristici «zoticoni» (oggi questa
parola fa ridere e si usa spesso nei fumetti: una volta era un insulto terribile).
A questo segno mi ritiro: non vorrei abusare oltre della Vostra pazienza. A la prochain fois! (a proposito, il
francese sarà sicuramente fine, ma chi, come me, non lo sa rischia di accogliere l’invito con un sorriso ebete:
dire «Alla prossima volta» è più facile, più rispettoso di ignorantoni come noi e, al fondo, più educato).
Attualità
24/12/2005
BUON NATALE...
Autore: Gamma83
Mancano poche ore, ormai, alla festa della venuta nel mondo di Gesù: forse ce ne ricorderemo, forse
annegheremo il ricordo del Natale tra un pacco da scartare ed una fetta di pandoro. A chi, per qualsiasi
motivo, decidesse oggi di passare attraverso la mia isoletta, mi permetto di dare due consigli.
− Teatro: nell’ipotesi che vi troviate nei dintorni di Rimini, allungate la strada e passate da Monte Colombo,
per raggiungere il Piccolo Paese (di cui avevo parlato all’inizio di settembre). Al teatro «Leo Amici» Carlo
Tedeschi e la compagnia teatrale della comunità questa notte mettono in scena Greccio, notte di Natale
1223, la storia di Francesco d’Assisi fino alla nascita del presepio vivente. Non ho ancora visto quello
spettacolo, ma certamente vale la pena, conoscendo la bravura degli attori, ma soprattutto il loro sincero e
profondo spirito.
− Musica: volendo essere corretto dovrei proporvi due cd doppi usciti da poco, il duetto Vanoni-Paoli e
l’antologia dei Tiromancino, ma non vorrei farvi spendere una trentina di euro. In più, in perfetto stile
politically uncorrect, vi segnalo il concerto che si terrà lunedì pomeriggio, ore 16, nella chiesa di S.Rocco di
Guastalla (Re): si esibirà il coro Voci di giubilo. Alla tastiera ci sarò anch’io: proporremo canti natalizi,
religiosi, brani di musicals e parti della colonna sonora di Sister Act.
Infine, nel porgere a tutti i miei più sentiti auguri di un buon Natale (ma basterebbe un Natale sereno),
desidero ringraziare tutti coloro che, anche solo una volta, sono passati di qui. L’ho già fatto il mese scorso,
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per l’anniversario di Conversarlo inquieto, ma un nuovo riferimento è doveroso: l’aver superato i 10mila
contatti (con almeno 2mila pagine visitate nell’ultimo mese) è un traguardo che mai avrei immaginato.
Grazie dunque per la vostra fiducia, spero possiate sempre trovare qualche motivo per approdare qui.
Curiosità
27/12/2005
CINQUE TUE STRANE ABITUDINI
Autore: Gamma83
Aderisco, su invito della blogger Facocerino (curatrice del suo spazio Libera…mente!) a questo gioco che
permette, in modo simpatico, di scherzare su noi stessi e conoscerci meglio. Non me ne vogliano le persone
cui “passerò la palla”: prendiamola in battuta e sopravviveremo.
Regolamento: Il primo giocatore di questo gioco inizia il suo messaggio con il titolo «Cinque tue strane
abitudini», e le persone che vengono invitate a scrivere un messaggio sul loro blog a proposito delle loro
strane abitudini devono anche indicare chiaramente questo regolamento. Alla fine dovrete scegliere 5 nuove
persone da indicare e linkare il loro blog o web journal. Non dimenticate di lasciare un commento nel loro
blog o journal che dica «Sei stato scelto» (se accettano commenti) e ditegli di leggere il vostro.
I.
Quando arriva un messaggio sul mio cellulare, prima di aprirlo metto sempre il dito pollice sullo
schermo, per intravedere il nome del mittente senza leggere il testo dell’sms; l’attesa/sorpresa dura spesso
meno di un secondo, ma è una sorta di riflesso che ho acquisito da un annetto a questa parte.
II.
Ogni anno mi riprometto di utilizzare le agendine che gli amici e mia madre prontamente mi
sottopongono, onde non dimenticarmi i miei numerosi appuntamenti (di lavoro e di studio, sia chiaro). Il
rischio maggiore, in realtà, è quella di dimenticarmi l’agenda (prova ne sia il fatto che l’agendina che mi è
stata consegnata pochi giorni fa alligna ora in un punto della casa che mi è misteriosamente ignoto).
III.
Ultimamente ho consolidato il mio rapporto conflittuale con il sonno: durante la settimana tendo ad
addormentarmi molto tardi (difficile che mi corichi prima di mezzanotte e mezza, anche se la sveglia suona
alle 6 del mattino), mentre è più facile che nei fine settimana vada a letto prima. In più, se impegni di varia
natura mi costringono a prender sonno tardi, si può star certi che proprio in quei momenti deciderò di darmi
alle letture più disparate (dal libro biblico di Rut alla pagina di Severgnini).
IV.
A costo di perdere il treno che mi porta in facoltà, impiego minuti preziosi per scegliere la cravatta da
abbinare alla camicia e al maglione; poi magari si slaccia una scarpa, non me ne accorgo e vado comunque
in giro per le vie.
V.
Quando scrivo gli articoli per il mio giornale, dopo aver scritto le prime 5-6 righe, vado
immediatamente ad aggiungere la conclusione e la firma. Come se il lavoro fosse già finito.
Bene, il mio turno è finito; ora l’arduo compito passa a:
−
Flavia – In ordine sparso
−
Flo – Farewelll
−
Giossi – Sfumature e contrasti
−
Maria Sole – Vivere/Raggio di Sole
−
Fiorestella – …oltre le parole
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Religione
31/12/2005
PACE DI DIO, PACE DEGLI UOMINI
Autore: Gamma83
Prima che quest’anno si concluda, mi permetto di suggerirvi una lettura forse impegnativa, ma può essere
un’occasione importante per riflettere. Si tratta del libro Le due paci, scritto da Mauro Ceruti e Giuseppe
Fornari, che quest’ultimo ha presentato a Guastalla all’inizio di dicembre, nell’ambito degli incontri
organizzati dal «Pozzo di Giacobbe». Si parla, tra le altre cose, del rapporto tra il messaggio di Cristo e la
«pace», prima e dopo la venuta di Gesù: buona lettura.
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Gennaio 2006
Attualità
06/01/2006
E COSÌ... BUON ANNO
Autore: Gamma83
Avrebbe potuto iniziare meglio questo 2006: nei giorni scorsi ho avuto la febbre, sono ancora un po’
raffreddato e le notizie che campeggiano su quotidiani e tiggì sono intrise di sangue e soldi.
Mezzo mondo è impegnato a magnificare un uomo politico [Ariel Sharon, ndr] che sta morendo, per il quale
posso avere rispetto, ma non certo comprensione: persino vari miei colleghi sembrano essersi dimenticati
delle sue provocazioni alla Spianata delle moschee, del suo pensiero sfacciatamente militare, delle distruzioni
che ha compiuto da generale (per farvi un’idea di quanto è successo, rileggete il testo di Sidun di Fabrizio
De André). Muoiono persone che non hanno potuto cancellare dalla loro mente tragedie vissute in
gioventù; in politica lo sport comune è gettarsi addosso tonnellate di fango, quando sarebbe stato molto
meglio rovesciare quintali di melma sulla marea di cartamoneta (che è passata di mano in mano) e sulle
persone che l’hanno mossa (di qualunque colore siano, anche di quello in cui mi riconosco).
Cominciare l’anno con la consapevolezza che l’uomo è lo stesso del 2005 e di tutti gli anni che si sono dati il
cambio non è consolante: dà una straziante sensazione di inutilità. «Ma qui non ci sente nessuno / siamo
tante stelle di fumo» canta Luca Dirisio in una canzone che ho analizzato in ritiro spirituale, assieme alla
mia seconda famiglia (i ragazzi dell’oratorio): l’uomo troppo spesso è quella «stella di fumo» che si dissolve
rapidamente e non fa. Fortunatamente però, tra quegli uomini eternamente uguali, ci sono anche i ragazzi di
Sant’Egidio, di Locri, le madri coraggio e tutte quelle persone che restituiscono un po’ di speranza a chi, ogni
giorno, rischia di perdere la fiducia nei suoi simili. Dunque, sia pure con qualche giorno di ritardo, BUON
ANNO A TUTTI.
Attualità
09/01/2006
UNO STRANO GIOCO: SOPRAVVIVERE
Autore: Rossella Rovesti
Come i frequentatori di questo luogo virtuale sanno, sono contento quando posso dare spazio a chi ha cose
importanti da dire, ma soprattutto realtà importanti da far conoscere. Oggi lascio dunque la parola a
Rossella Rovesti, una ragazza della mia città, di qualche anno più grande di me: lei ha scelto di passare un
periodo in Rwanda, a servizio di chi ha davvero bisogno. Rossella mi ha consentito di riprodurre qui (e la
ringrazio per questo) la lettera che ci ha inviato in occasione di un concerto natalizio (suonavo anch’io)
organizzato dalla società sportiva di cui ha sempre fatto parte: quelle parole - bellissime - mi hanno
impressionato molto, per questo desidero proporle a tutti voi (spero non ci siano errori, perché mi hanno
dato la lettera su carta e lo scanner potrebbe aver letto male). Buona lettura.
Gamma83
Muraho, Amakuru? Ciao a tutti, come state?
Ascoltate il suono del tamburo e immaginate mille colline verdi, sole e una miriade di volti sorridenti. Ecco,
ora potete scorgere anche le nostre tre case amahoro (case della pace) e tutti noi in forma e frementi per
l’avvicinarsi del Natale. Anch’io ora vi vedo: siete insieme per il concerto di Natale che avete preparato e
pensato per la missione in Rwanda. Che sorpresa e che regalo mi state facendo! Sentire i vostri canti vivi e
gioiosi mi riporta lì, insieme a voi, così come scorgere la presenza di tanti sportivi mi rende felice. Lo sport
infatti mi lega a voi, come sapete sono una pallavolista, e ci unisce perchè è amato e praticato anche qui dai
fratelli ruandesi.
Certamente nel mondo ci sono tanti tipi di sport e mille modi per praticarli. Pensate un po’: qui la palla è un
intreccio di sacchetti di plastica, il campo sportivo è una strada di campagna e la rete da pallavolo è una
corda tesa tra due alberi. I giocatori, poi, hanno età diverse, non indossano una divisa, e spesso dimenticano
di tenere il punteggio della partita... Qualche mese fa Mauro [un volontario della casa] ed io ci siamo
sbizzarriti in una partita di pallavolo insieme ai “ragazzi di strada” accolti in un centro vicino a casa nostra. E’
stata davvero una bella partita giocata con entusiasmo e accompagnata da risate.
Vivendo insieme a questa gente ho scoperto che esiste un’altro sport che in Italia è pressoché sconosciuto
ma che in Rwanda è il più praticato. Come in tutti gli sport i giocatori si allenano, si impegnano per
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migliorare la propria prestazione e danno il meglio di sé per segnare e vincere. Diversamente però da tutti gli
altri sport, questo non diverte, anzi terrorizza. Inoltre lo si pratica non perchè si desidera stare in compagnia,
crescere nell’amicizia, svagarsi, imparare il valore dell’allenarsi con costanza per raggiungere il traguardo...
ma perchè non ci si può astenere dal parteciparvi. Cercherò di spiegarvi di che strano gioco si tratta.
Qualche giorno fa, sabato 10 dicembre 2005, è arrivata a casa nostra una nuova bimba. Si chiama
Manishimue, ha due anni e la donna che dopo la morte della madre si è presa cura di lei ha deciso dai
affidarcela perchè la piccola non sta molto bene. Manishimue è silenziosa, i suoi occhi sono spenti, sta tutto
il giorno in braccio alla donna alla quale abbiamo chiesto di fermarsi da noi qualche giorno per permettere
alla bimba di abituarsi alla sua nuova casa. L’ho pesata e misurata: è gravemente malnutrita. Il suo corpo è
tutto gonfio. Al centro di sanità non l’hanno voluta ospedalizzare e ci hanno dato delle medicine da darle.
Martedì mattina, il giorno di Santa Lucia, diciamo alla donna che può rientrare a casa sua per occuparsi della
sua famiglia così alle 14 dopo aver salutato tutti, parte. Un’ora dopo Odette [la responsabile della casa] mi
dice che la piccola sta male e che è bene andare a cercare la donna e riportarla da noi. Manishimue respira a
fatica, i suoi sono affanni pesanti. La accompagno con la mamma adottiva al centro di sanità per chiedere di
visitarla immediatamente. Lì mi rispondono che le condizioni della piccola non sono buone, che è malnutrita,
gonfia e che, ora, la sua circolazione è lenta e il suo corpo è un po’ freddo, e poi ancora che la madre è
morta e chissà magari di Aids e che lei potrebbe avere lo stesso male. Non la visitano perchè, queste sono le
loro parole che pronunciano con una sconcertante naturalezza e tranquillità, «la bimba morirà». Non mi
dicono nemmeno di portarla all’ospedale. Chissà se è questione di attimi, di ore, di giorni, o ancora di anni,
penso.
La porto all’ospedale e all’ambulatorio emergenze ci tranquillizzano o almeno a me sembra che lo facciano.
Con voce calma ci dicono che la piccola non ha la febbre, che le faranno vari esami e che cercheranno di
farla star bene. La guardano e la esaminano senza agitazione e senza fretta fanno tutte le operazioni per il
ricovero. Affido la donna e la bimba nelle mani di alcuni infermieri o dottori, dicendo loro che tornerò il
giorno dopo. Così mercoledì mattina, dopo aver cercato il padre della piccola nella sua misera casa dispersa
tra le colline e dopo avergli spiegato la situazione, andiamo insieme all’ospedale. Manishimue è sdraiata sul
letto, coperta da un lenzuolo. Alzo il lenzuolo, pare che sia addormentata. E’ bella, ha solamente del cotone
nel naso e nelle orecchie, per il resto sembra davvero che stia sognando. Eppure è fredda e immobile. E’
morta la mattina alle 7. La piccola ,così debole e fragile a causa della grave malnutrizione, non ha resistito
alla malaria giunta a uno stato avanzato.
Lo strano sport praticato abitualmente in questo Paese è la lotta per la sopravvivenza. Manishimue, come
tanti, tanti bimbi qui e come altrettanti uomini e donne dei Rwanda, non ha scelto di giocare a questo sport
crudele, ne è stata costretta. Coloro che vi partecipano sono chiamati a sfidare un nemico impietoso che ha
il volto della fame, della sete, della malattia, della miseria. A volte i giocatori si arrendono in partenza o
perchè si sentono impotenti di fronte a un tale avversario, o perchè sono così stanchi, così esausti, così
delusi, così soli o, ancora, perchè hanno già visto troppi loro parenti o amici che hanno gareggiato e hanno
perso. Spesso però accade che lottino duramente se non per sconfiggere il nemico, almeno per ritardarne la
vittoria. Altrettanto frequentemente tuttavia capita che siano battuti e che sia l’avversario a trionfare
lasciando senza vita Manishimue e tanti altri giocatori. In altre parole non di rado è la morte che vince la
partita.
Stasera festeggerete l’arrivo del Natale. L’incarnazione di Dio è la grazia che ricordiamo ogni Natale ed è
soprattutto un avvenimento che si attua continuamente. Dio si fa presente tra noi e in noi ogni giorno
nell’Eucaristia e in tutte le persone che incontriamo. Anche qui si manifesta. Lo riconosco nei miei fratelli
ruandesi, nella loro vita intessuta di piccole gioie e di grandi difficoltà, nelle loro attese, nelle loro richieste,
nella loro vitalità, nella loro gioia, nella loro freschezza e nella sorprendente gratuità con la quale si donano.
Vi auguro con il cuore di accogliere fin da ora Dio e di imparare a riconoscerlo in quello che siete e che
vivete oggi. Quando prenderete in mano il pallone e giocate, quando vi ritroverete per fare una partita,
gustate quel momento e fatelo diventare un’occasione di crescita nell’amicizia e nella pace. Quando
allenandovi per il torneo suderete, faticherete, darete anima e corpo, pensate a tutti coloro che qui e in tutto
il mondo combattono per vivere. Poi fermatevi un momento e affidateli al Signore. A fine allenamento,
infine, trovatevi insieme e discutete e riflette fino a quando non avrete trovato il modo di far conoscere a
tutti i vostri amici qual è lo sport che praticano qui in Rwanda e non avrete organizzato qualche torneo o
qualche iniziativa per aiutare queste persone.
Vi abbraccio forte. Pregate perchè il Signore ci mandi la pioggia perchè ne abbiamo tanto bisogno: la terra è
arida, tutto ciò che è stato piantato è seccato a causa della siccità e l’acqua scarseggia. Stasera statene certi
canteremo con voi!
Rossella
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Musica
11/01/2006
L'ASSENZA DI FABER
Autore: Gamma83
«Ma tu che vai / ma tu rimani ».
E tu sei rimasto,
in effetti non te ne sei mai andato,
anche se una parte di te
è volata via in un «inverno»
di sette anni fa.
Il suono di un disco
restituisce intatta
la tua voce
magica,
che dipinge quadri e uomini
a tócchi di parole.
Sei ancora lì
a raccontare storie
di umana comprensione,
a strappare all’oblio
vite difficili
e «storie sbagliate»;
non smetti
di cantare canzoni
di ragazze sfortunate
cui hai addolcito la fine,
di ladroni umani
che imparano l’amore
meglio
di supposti “giusti”,
di chi non ce l’ha fatta
e non sa confessare
la propria paura.
Cerchiamo ancora
i racconti
di un «amico fragile»,
che non si arrende
a sapere che
Geordie è stato impiccato
di nuovo
e un generale,
di venti o quarant’anni,
ha compiuto
un’altra strage.
Eppure,
quando il disco finisce,
ritorna il silenzio:
un silenzio
assordante
che rivela
la tua assenza.
Non basta
il pensiero
delle nuvole
rincorse dai bambini
o di un pescatore
assopito
al sole ormai caduto:
rimane il vuoto,
l’ombra di una voce
ed il bisogno
del ricordo.
Ciao Faber!
***
Mi permetto anche di segnalare, in tema di omaggi, Ciao poeta, il concerto organizzato a Roma in onore di
Sergio Endrigo: l’appuntamento è per questa sera, presso la Sala Sinopoli dell'Auditorium di Roma. Sul
palco eseguiranno brani del maestro di Pola Renato Zero, Gianni Morandi, Gino Paoli, Ornella Vanoni,
Roberto Vecchioni, Morgan, Nada, Simone Cristicchi, Sergio Cammariere, Mariella Nava, Bruno Lauzi, Tetes
de Bois e Marisa Sannia. Da non perdere (per chi può), se non altro per il giusto tributo che si deve ad un
Artista vero.
Politica
23/01/2006
PAR CONDICIO
Autore: Gamma83
Ritorno su queste pagine dopo vari giorni e, soprattutto, dopo aver superato bene (giovedì) l’esame di Diritto
penale II. Ringrazio le persone che in questo periodo hanno lasciato la loro traccia nel mio spazio o sono
passate comunque per uno sguardo o una lettura; ringrazio anche Nicola Ruggiero, per aver riportato sul
suo blog i miei versi su Fabrizio.
Dopo quest’assenza prolungata, tuttavia, sento il bisogno di rivolgermi nientemeno che all’attuale presidente
del Consiglio, nell’assoluta ed imperdonabile presunzione di fargli notare cose che forse non ha capito. Ecco
quindi la mia “lettera aperta” a Silvio Berlusconi.
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Dott. Berlusconi,
chi ardisce scriverle non è un comunista, né una persona adusa al pubblico insulto verso la sua persona:
credo di non incarnare, in queste righe, quelle caratteristiche da lei stigmatizzate nei suoi avversari politici
(al massimo mi si potrà tacciare di irriverenza, dacché evito accuratamente maiuscole e titoli ridondanti).
Proprio per questo mi arrogo il diritto di fare notare (tra i molti dubbi che lei quotidianamente ha il potere di
farmi sorgere) una piccola cosa che, forse, i suoi molti impegni (televisivi e non) le avranno impedito di
considerare.
Con queste parole mi permetto di rivolgerle una prece: la smetta, una buona volta, di dire che la “par
condicio” è una legge «illiberale», «liberticida», indegna di un paese democratico. Lei ha dichiarato più volte
che è assurdo che il suo partito ed una formazione politica alla soglia dell’1% abbiano lo stesso tempo in
televisione: eppure proprio questo dovrebbe farla riflettere, perché questo principio le avrebbe forse precluso
ogni possibilità di governare. Una legge come quella auspicata da lei non esisteva nel 1994, ed è stata la sua
fortuna: in base alle sue regole, un partito appena costituito, non rappresentato in Parlamento, avrebbe
dovuto avere uno spazio ridottissimo, a dispetto di chi già governava. Lei invece ha potuto infiocchettare i
palinsesti di spot politici, far conoscere il suo programma e vincere le elezioni. A questo dovrebbe servire
l’informazione politica pre-elettorale: a rendere possibili – almeno sulla carta – alternanza e cambiamento.
Una legge che attribuisce gli spazi in base alle percentuali già ottenute, invece, tende a conservare
l’esistente ed a rendere ben più remota la possibilità di essere informati: non mi pare che siano questi i
crismi della democrazia.
Già che c’è, compia cortesemente un’opera utile: con l’umiltà di cui lei è capace, ricordi al ministro Tremonti
che il sarcasmo è un’arma a doppio taglio e può causare effetti indesiderati. Nella trasmissione di Fabio Fazio
di domenica, Tremonti tentava di smontare una battuta di Rutelli, secondo la quale «l’Italia è l’unico paese
bagnato da tre mari e prosciugato da Tremonti»; il ministro sosteneva tra l’altro che, essendo quattro i mari
(Ligure, Ionio, Adriatico, Tirreno), o Rutelli non sapeva contare o la sinistra ne aveva fatto sparire uno. Il
guaio (e spero di non essermene accorto solo io) è che nell’elenco dei mari italiani ne manca uno, il
Mediterraneo. Possono permanere dubbi sulle abilità matematiche di Rutelli, ma a questo punto delle due
l’una: o nemmeno Tremonti sa contare o lui o qualcun altro si è fregato il Mediterraneo, non a caso il mare
più grosso. Lo so, la mia battuta non è un granché, ma la paternità spetta a Tremonti e non credo che
dovrebbe esserne fiero.
Ricorrenze
27/01/2006
INFERNI CREATI DAGLI UOMINI
Autore: Gamma83
61 anni fa furono abbattuti i cancelli della più grande fabbrica della morte costruita dall’uomo: il campo di
Auschwitz-Birkenau. Dalla scoperta di quell’orrore, tuttavia, la violenza non è mai cessata: l’essere umano ha
continuato a distruggere i propri simili, dando luogo a nuove stragi di cui il mondo avrebbe fatto volentieri a
meno. «È accaduto, può accadere di nuovo»: suonano tristemente profetiche le parole di Primo Levi
guardando agli stermini di massa, alle pulizie etniche o ad una qualsiasi delle tante guerre che ancora oggi
mietono vite umane.
Come ricordava domenica Roberto Olla, giornalista del Tg1, il nuovo «Giorno della memoria» arriva in un
momento particolare, in cui buona parte dei testimoni, di chi poteva dire «Ho visto l’inferno con questi miei
occhi» è morta; allo stesso tempo, acquistano più spazio le voci di chi si ostina a negare ciò che è stato in
quel periodo, bollando le testimonianze come menzogne. Ciò è da evitare ad ogni costo: probabilmente la
Storia non è mai stata «maestra di vita», ma negare tutto significa aumentare a dismisura le sofferenze di
chi non è mai tornato o ha rivisto la vita senza mai poter abbandonare l’orrore sperimentato.
Per questo motivo ogni ricordo, ogni indagine è importante. Mi permetto di segnalare, in particolare, il
documentario curato proprio da Olla Suoni dal silenzio: affronta la Shoah attraverso le storie di quattro
deportati (Nedo Fiano, Ida Marcheria, Piero Terracina, Shlomo Venezia), ma ripercorre la vita nei
lager anche con i suoni e le musiche che scandivano le giornate di ogni prigioniero, ricostruite in studio col
musicista Luca Velotti. Il programma si avvale anche delle testimonianze di Francesco Guccini, Moni
Ovadia e Nicola Piovani. Per chi riuscirà, Raitre riproporrà Suoni dal silenzio questa sera alle ore 23:30:
registratelo e conservatelo, ne vale la pena. Per non dimenticare, mai.
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Febbraio 2006
Attualità
06/02/2006
ASSENZE E SPORT
Autore: Gamma83
Ricompaio su queste colonne, dopo un’assenza corposa ed a poche ore dall’inizio del secondo semestre
universitario: un vero e proprio inferno che si protrarrà sino a maggio. Chiedo scusa a tutti della mia assenza
nei rispettivi blog, non dovuta a calo di interesse o voglia di trascurare. Si è trattato di un semplice
accatastarsi di vari impegni nell’ultima settimana: per tre giorni ho messo in scena da solo uno spettacolo
sulla Shoah, ho dovuto tenere alcune lezioni ed ho partecipato a due incontri-conferenze. Di uno di questi, in
particolare, desidero condividere con voi il contenuto: ascoltare il prof. Stefano Pivato parlare del rapporto
tra sport, fascismo e nazismo è stato molto interessante e la nuova storia parla proprio di questo.
Attualità
11/02/2006
TRIANGOLO ROSSO, 77415
Autore: Gamma83
La nuova storia è uno dei tentativi di raccontare l’irracontabile. Ho ascoltato e raccolto le parole di Mirella
Stanzione, signora spezzina che da ragazza ha vissuto l’esperienza terribile dei campi i concentramento e
sterminio, come deportata politica: assieme a me c’erano gli studenti di Guastalla e Correggio con cui, tra
poche settimane, andrò a Berlino per un nuovo «Viaggio della memoria». Quello che vi propongo è il
racconto, difficile e terribile, di una vita che dopo quei mesi di prigionia non potrà mai più essere la stessa:
una vita che possiamo solo sforzarci di capire. Dedico questa testimonianza a tutte le vittime dell’odio di cui
l’uomo è stato capace in questi anni: che siano morte in un campo di concentramento, precipitate nel
profondo di una foiba (ieri ricorreva la Giornata del Ricordo), spente da un colpo d’arma o dalla fame, si
tratta sempre di vittime, quasi tutte innocenti. Forte lettura a tutti.
P.S. Ringrazio chi ha inserito anche il mio blog nella classifica settimanale stilata da Bloggers (e ringrazio
pure Flavia che me l’ha fatto notare). Mi scuso con Drinking e Sofia, il cui spazio figura dopo il mio: meritate
più di me e lo sapete.
Politica
12/02/2006
ORA BASTA, QUALCUNO LO FERMI!
Autore: Gamma83
Dalla pagina 121 di Televideo, ore 16:40:
«Io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima paziente, sopporto tutto, mi sacrifico con tutti […]». Lo ha
detto il presidente Berlusconi, durante la cena elettorale di ieri ad Ancona.
La misura ormai è colma. Non bastava l’autoconsacrazione ad «Unto del Signore», già sull’orlo della
blasfemia. Adesso è tutto chiaro, detto a chiare lettere in faccia a tutti: «Io sono il Gesù Cristo della
politica». Perché nessun porporato, nessun vescovo o cardinale tra quelli che sono avvezzi al mezzo
televisivo ed agli interventi pubblici non è ancora intervenuto a contestare, a smontare questa frase atroce?
Io mi sento offeso come cristiano: sono peccatore fin che si vuole, ma credo fermamente in quell’Uomo
morto appeso alla croce. Non sono disposto a veder offesa la mia fede con un paragone di questo tipo:
magari un portavoce solerte preciserà stancamente che si trattava di una battuta, ma su questo non si
scherza, non si può scherzare.
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Introspezioni
14/02/2006
14 FEBBRAIO, 3 GIORNI PRIMA
Autore: Gamma83
I sogni di solito svaniscono al mattino; può capitare che non attendano la mezzanotte per andarsene via,
proprio nella sera in cui non te lo aspetti. La musica spesso aiuta, a volte fa miracoli, ma non può granché
contro uno sguardo di troppo. Bisogna allora frugare dentro di sé, per cercare il proprio «spirito meditativo
ed acchiappanuvole» (Rosario Di Bella, I miei amici): diventa più facile così conoscere meglio i propri
sentimenti, oltre che quelli degli amici. Una volta tornati a casa è utile perdere qualche minuto a riflettere su
di sé, valutando il proprio passato prossimo, che in questi casi è spesso «un campionario di mediocrità»
(Pierangelo Bertoli, Voglia di libertà) da archiviare a tutti i costi. Il pensiero che, nemmeno trentasei ore
dopo, un amico vero farà del suo meglio per infonderti coraggio (e spirito combattivo) aiuta molto, a patto di
saper vedere che «si accende nel buio / un’ancora di luce» (Nomadi, La vita che seduce).
Che può fare una persona, di sera, quando non ha altri modi di passare il tempo (e non riesce a studiare o a
sistemare casa)? «Quando sento il peso di esser sempre solo / mi chiudo in casa e scrivo / e scrivendo mi
consolo» (Francesco Guccini, Cirano). Ma sarà poi davvero una consolazione, lo scrivere righe come
queste, o è piuttosto un modo per scaricare i propri pensieri su qualcuno, su qualcosa (il foglio di carta, la
pagina web) pur di disinnescarli? Non ho la risposta a questa domanda, come a tante che spesso si
affastellano nella mia mente. Mi auguro sia un momento attraverso il quale bisogna passare: «forse davvero
ci si deve sentire / alla fine un po’ male» (Vasco, Sally); il guaio è che «c’è un tempo … che hai voglia ad
aspettare» (Ivano Fossati, C’è tempo) e potrebbe essere davvero troppo lungo, in ogni caso.
Chiedo scusa a tutti per questo sproloquio in parole e canzoni: questo è il mio Oggi.
Musica
15/02/2006
SETTE SPECCHI DI NOTE
Autore: Gamma83
Ricevo volentieri l’invito di Fiorestella ad indicare le sette canzoni che, in questo periodo, affiorano più
spesso dai meandri della mia mente. Non è detto, si badi bene, che siano quelle da me preferite:
semplicemente mi scopro di frequente a canticchiarle (sbagliando almeno una nota) e credo che un segno,
anche piccolo, lo lascino.
Or dunque, la lista (in rigoroso ordine alfabetico) è:
−
Domani è un altro giorno, di Ornella Vanoni (sembra tradotta apposta per me)
−
I miei amici, di Rosario Di Bella (l’ho riscoperta dopo tanti anni e l’ho trovata speciale)
−
Il dilemma, di Giorgio Gaber (da ascoltare, nella versione live o studio: un gioiello comunque)
−
La tartaruga, di Bruno Lauzi (mi diverte molto, specialmente il «biondo tartarugo corazzato»)
−
O mio Signore, di Edoardo Vianello (mi piace, basta)
−
Rap Lamento, di Frankie Hi-Nrg MC (carica al punto giusto, rischia di essere attuale)
−
Your song, di Elton John (ma mi piace molto anche la versione di Ewan McGregor in Moulin Rouge)
A questo punto dovrei passare a sette persone il compito di proseguire questa elencazione; in realtà
preferisco contenere il numero, scegliendo con oculatezza (i non nominati, dunque, non se ne abbiano a
male). Indico pertanto:
−
Farewelll
−
Il gentleman (e tutta la sua cricca, si intende)
−
Elenuccia
−
Giossi
−
Formytesa
Musica
22/02/2006
OPERAZIONE PRESTANOME
Autore: Gamma83
1964: Bobby Solo partecipò con Una lacrima sul viso al Festival di Sanremo. Nello stesso anno, Francesco
Guccini scrisse uno dei suoi maggiori successi, Auschwitz. Cosa accomuna questi due brani, a parte l’anno
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che ho indicato? Una storia piuttosto triste e complicata di diritti d’autore. A sbirciare bene i crediti delle due
canzoni, infatti (fatelo su spartiti e dischi d’epoca, se potete), non compaiono tra gli autori né Roberto Satti
(vero nome di Bobby Solo) né il Guccio, entrambi autori della parte musicale dei pezzi (Francesco ha scritto
anche il testo di Auschwitz). Nessuno dei due era allora iscritto alla Siae ed allora, come negli anni a venire,
molti erano indotti a credere che occorresse l’iscrizione per vedere protette le proprie composizioni.
In effetti non era vero, ma molti gruppi e cantautori continuarono ad affidarsi, spesso non per loro volontà, a
prestanomi legati a case discografiche. Spesso vicende simili sono finite davanti ai giudici: ci sono voluti
parecchi anni per cancellare dalle firme di Una lacrima sul viso ed Auschwitz il nome di Lunero (pseudonimo
di Iller Pattacini) che aveva depositato alla Siae entrambe le canzoni; solo nel 1998 Guccini riuscì a riottenere
la paternità del testo di Auschwitz / La canzone del bambino nel vento, prima attribuita a Maurizio
Vandelli (motivo per cui, tra l’altro, della canzone esistono due liriche diverse). Lo stesso Vandelli, peraltro,
non vide la sua firma nei molti brani tradotti dall’Equipe 84, ma firmati da Armando Sciascia (solitamente col
soprannome di Pantros). Altri casi anomali erano rappresentati dai «melodisti trascrittori», quei maestri di
musica che fino al 1974 dovevano cofirmare i brani depositati da chi non era in grado di scrivere le partiture
(e che avrebbero dovuto rendere i diritti ai veri autori): per questo alcuni tra i primi brani di Mogol-Battisti
presentano il nome di Renato Angiolini e più volte nei pezzi di Guccini si legge la firma Pontiack
(Mansueto De Ponti, che ha restituito tutti i brani al cantautore).
La musica italiana degli anni ’60-‘70 è purtroppo ricca di storie come queste (pare che il 50% dei nomi degli
autori non corrispondesse al vero): storie che saranno il filo conduttore della puntata di sabato di Tg2
Dossier storie, curato da Michele Bovi, dal titolo La musica in tribunale (ore 23 e 50). In studio, assieme
alla conduttrice Maria Concetta Mattei, saranno presenti l’avvocato (nonché presidente Siae) Giorgio
Assumma e il maestro Vince Tempera, ma le testimonianze saranno moltissime ed analizzeranno vari aspetti
del problema. Casi simili a quelli di Satti e Guccini hanno riguardato Gino Paoli e vari componenti del clan
Celentano: mi riferisco in particolare a Gianni Dall’Aglio (che proprio in un programma di Bovi sostenne di
essere l’autore della musica di Pugni chiusi, tuttora firmata da Ricky Gianco) ed, ancor di più, a Don
Backy (memorabili i casi scoppiati intorno a Casa Bianca ed alla “collaborazione” con Mariano Detto).
Nella trasmissione (che, secondo il curatore, offrirà «rivelazioni o ufficializzazioni di straordinario interesse»)
si parlerà anche di «attori protagonisti e conduttori televisivi che pretendevano di aggiungere il proprio nome
tra i crediti delle colonne sonore o delle sigle», ma non sarà trascurato l’aspetto della protezione del diritto
d’autore che riguarda pure (pochi lo sanno) i titoli delle canzoni. Il fenomeno dei titoli copiati, tra l’altro, è
sempre stato particolarmente evidente a Sanremo, ma non quest’anno: almeno in questo i brani denotano
una certa originalità.
Attualità
23/02/2006
ENZO BIAGI: GIORNALISTA, UOMO, EPURATO
Autore: Gamma83
La nuova storia di Conversario inquieto è dedicata ad una persona che da troppo tempo manca dal video
come protagonista: Enzo Biagi. Venerdì scorso il suo collaboratore Loris Mazzetti ha parlato nella mia città
di libertà di informazione e censure ed ha tracciato un ritratto di Biagi come giornalista, ma soprattutto come
uomo. Ora leggo che la trasmissione che Mazzetti cura, Che tempo che fa, avrebbe violato le regole sulla
«presenza di politici in tv nelle trasmissioni di intrattenimento». Esprimo tutta la mia solidarietà a Fabio
Fazio, Loris Mazzetti e tutta la squadra di Che tempo che fa: tutto questo non ha senso, visto che si tratta di
uno dei pochi programmi degni di questo nome, per una volta apprezzato da pubblico e critica. Non si può
giocare sulla definizione intrattenimento/informazione solo per mettere nei guai una trasmissione in cui
proprio i politici fanno la coda per andare (e difficilmente andrebbero in un programma di intrattenimento).
Se anche questo programma sparirà dal teleschermo, nessuno potrà smuovermi dalla convinzione (già
pesante) che in Italia esiste un regime.
Memoria
26/02/2006
BELLUM ET CIRCENSES - 0 (PROLOGO)
Autore: Gamma83
Mancano poche ore alla mia partenza per Berlino: anche quest’anno parteciperò al Viaggio della Memoria
organizzato da Istoreco sulle tracce degli eventi che hanno segnato la prima parte del secolo XX.
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Quest’anno, oltre che sulla memoria dello sterminio, il percorso sarà dedicato al legame tra sport e
affermazione dei regimi totalitari: il progetto 2006 si chiama appunto Bellum et circenses e ad esso ho già
dedicato le prime due storie di febbraio.
Ogni giorno manderò un resoconto al mio quotidiano (la Gazzetta di Reggio), ma l’intenzione è di fare
altrettanto per questo blog: cercherò di fermare sulla tastiera le emozioni, i pensieri di queste giornate, per
metterle in comune con chiunque passi di qui. Spero di fare un buon lavoro; nel frattempo, buona lettura per
i prossimi giorni.
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Marzo 2006
Attualità
05/03/2006
BELLUM ET CIRCENSES - 1
Autore: Gamma83
Prima di iniziare il mio racconto berlinese, chiedo scusa per non aver potuto postare ogni giorno le mie
impressioni, come avrei voluto: purtroppo non sapevo che gli internet point tedeschi non amassero molto le
nostre memory stick, per cui non c’era verso di far uscire i racconti dal mio computer. Pazienza, vedrò di
rimediare. Buona lettura.
***
L’avventura berlinese inizia, in qualche modo, alle 5:30 di lunedì: a quell’ora mi ritrovo con gli altri colleghi
nel piazzale della mia vecchia scuola superiore per iniziare il nostro Viaggio della memoria. Di armi ne ho
poche, in compenso ho moltissimi bagagli: un borsone strapieno, uno zainetto con generi di conforto (per
salvarmi dalle kartoffeln tedesche), la mia chitarra (per sbraitare in pullman) ed il mio computer, con cui sto
scrivendo queste righe e che era sprovvisto della fondamentale memory stick (alla mia dimenticanza ha
provveduto mia madre, con un volo a casa per recuperare l’oggetto).
Il viaggio verso Berlino dura, in pullman, la bellezza di 15 ore ed in qualche modo bisogna farle passare. Fino
alla primissima sosta in autostrada (ancora in Italia) ho dormito a più riprese, intronando di chiacchiere
musicali il mio amico e vicino di posto Alberto; diamo poi un’occhiata ad un film a me sconosciuto (Lola
corre) che mostra una Berlino di qualche anno fa, teatro di una storia concitata. Arriva il momento in cui
imbraccio la mia chitarra e, insieme a compagni di canto raccolti in pochi secondi (grazie a Barbara, Paolo, di
nuovo Alberto e ad altri amici volenterosi), spazio da Guccini a De André (un tot di pezzi) a prime incursioni
nel repertorio festivaliero.
Lasciamo l’Italia per l’Austria e poi per la Germania; passiamo dal sole al cielo coperto, alla neve (prima
leggera e poi fitta, orizzontale, per il forte vento che soffia: ecco un dettagli che non ci avrebbe mai
abbandonato). Ci fermiamo per il pranzo in una sorta di autogrill tedesco, in cui i piatti non sono un granché
ed i bicchieri da birra sembrano dover dissetare un’intera famiglia. Una volta tornati in pullman recuperiamo
un po’ di dignità: guardiamo Goodbye Lenin, un bel film che non avevo visto quando uscì al cinema.
Interessante la storia del ragazzo di Berlino Est che, per evitare turbamenti fatali alla madre, le nasconde la
caduta del Muro e, per un anno, fa vivere la DDR in quella casa. Poco dopo entriamo nel vero spirito della
memoria: due ragazzi propongono due lettere, vibranti e commoventi, di membri tedeschi della Resistenza,
poi guardiamo le immagini girate ad Auschwitz dai Russi, all’atto della “liberazione” del campo. Conosco
quelle sequenze, le ho viste in parecchi documentari e le ho usate anche per il mio spettacolo sulla memoria:
nonostante questo in vari passaggi mi scopro a riflettere e noto in me orrore per le atrocità che vengono
rinnovellate.
C’è ancora spazio per un po’ di musica e per qualche goliardata poco urbana dei Simpson; poi arriviamo in
albergo. Ci sistemiamo nelle camere, ceniamo e poi ci disperdiamo nell’albergo: chi a briscolare, chi a
rincorrersi tra una camera e l’altra (col disappunto di qualche prof). È una delle ultime concessioni allo
scherzo ed alle “bravate”: tra la sera ed i momenti cardine del viaggio mancano solo poche ore.
Memoria
09/03/2006
BELLUM ET CIRCENSES - 2
Autore: Gamma83
Programma piuttosto denso per la prima vera giornata a Berlino: occorre partire con un’abbondante
colazione (e alcuni amici e professori hanno preso in parola questo motto). Per quest’oggi sono aggregato ad
un pullman diverso dal mio: a bordo ci sono i ragazzi dell’istituto Bus «B. Pascal» di Reggio, tra i quali ritrovo
un’amica, Rossella.
La mattina prevede che si inizi con un giro “esplorativo” nel centro storico della città. Sarà poco da
viaggiatori e più da turisti andare a cercare i luoghi “degni di vista” (il classico sightseeing tour, fatto per di
più dal nostro mezzo e non dal tradizionale pullman tedesco a due piani), ma è essenziale per chi, come noi,
non conosce per nulla il luogo in cui si trova. Sotto i nostri occhi scorrono così vari quartieri di Berlino (realtà
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talmente complesse da costituire “città” a sé), Potsdamer Platz (con la sua architettura decisamente
moderna), Alexander Platz (che prima conoscevo solo attraverso una canzone di Franco Battiato), musei,
chiese e, naturalmente, il Muro.
O, meglio, ciò che resta del Muro. Rossella e la sua amica Giulia mi dicono che se lo attendevano piuttosto
diverso: se ne è parlato talmente tanto a scuola, sui giornali, nei libri che a vederlo così, relativamente basso
e poco imponente, con i graffiti colorati, sembra quasi poca cosa: «Questo però – aggiungono – non cancella
affatto le storie delle persone che dal 1961 in poi hanno conosciuto quel Muro per ciò che era, senza vedere
cosa accadeva “di là”». Persone che, a volte, hanno pagato cara l’esistenza di quei mattoni che ora appaiono
inoffensivi: per tutti ricordo il ragazzo ritratto da Il muro, una delle ultime canzoni che la voce di Augusto
Daolio ci ha regalato prima di salutarci.
Dopo pranzo ci attende la prima vera tappa della memoria: l’Olympia Stadion, alla periferia di Berlino. Può
sembrare strano che si possa inserire un impianto sportivo in un percorso storico, eppure questo luogo ha
avuto un ruolo preciso nella storia del Terzo Reich. L’anno chiave è il 1936: nel mese di agosto, proprio in
quella struttura, ebbe luogo la grande festa delle Olimpiadi berlinesi; contemporaneamente, a poche decine
di chilometri di distanza, si apriva il campo di concentramento di Sachsenhausen, dove furono internate
decine di migliaia di prigionieri. Due volti dello stesso regime, di cui oggi vediamo il lato spettacolare e, per
questo, più insidioso.
«Spesso lo sport non è solo un gioco» suggerisce la traccia del viaggio: le cose stanno proprio così. È
sufficiente trovarsi di fronte lo stadio per capire come non si trattasse di un semplice impianto sportivo,
bensì di un vero e proprio monumento, accuratamente studiato in ogni sua parte. Allo stesso modo, le
Olimpiadi del 1936 furono ben più di una manifestazione sportiva, dei comuni circenses: fu un’incredibile
“macchina per creare consenso”, all’interno ed all’esterno del regime. Una manifestazione tradizionalmente
legata alla pace ed all’incontro tra i popoli fu l’occasione per Hitler di “sdoganarsi” agli occhi del mondo; ogni
dettaglio (compreso l’assurdo ossimoro delle colombe della pace liberate dal Führer in persona) serviva ad
ostentare la grandezza del nazismo e del suo capo. Ancora più interessante (ed inquietante) è notare come
lo spettacolo offerto in quello stadio a quasi 100mila persone (che pagarono pochissimo per ottenere il loro
posto) contribuì, assieme ad altri fattori, a coinvolgere in modo sempre maggiore il popolo,
impressionandolo, suggestionandolo e convincendolo dell’effettiva superiorità della Germania.
È quasi paradossale che della manifestazione più imponente organizzata dal regime nazista si sia conservato
soprattutto lo smacco provocato a Hitler da Jesse Owens: atleta americano, ma soprattutto dalla pelle nera,
vinse quattro ori mandando in pezzi la teoria della superiorità ariana (per questo il Führer si rifiutò persino di
stringergli la mano). Tra pochi mesi quello stesso stadio sarà al centro degli sguardi di tutto il mondo
televisivo e non, poiché ospiterà varie partite dei Mondiali, finale compresa: pochi si interrogheranno sulla
storia dell’impianto, assai pochi ne conosceranno il ruolo originario.
Tornati dallo stadio (e prima della cena in un piccolo locale di Berlino, caratteristico ma molto, molto stretto)
ci concediamo una piccola pausa frivola, passando per il KaDeWe: l’etichetta recita “magazzini esclusivi”, in
pratica una copia delle universalmente note Galeries La Fayette, solo appena meno luccicose. Nel reparto
abbigliamento adocchio inquietanti camicie arancione acceso, giallo canarino e cravatte dalle fantasie
improponibili (più o meno come i loro prezzi): credo di sapere da dove vengono alcuni capi contenuti nel
guardaroba di Cristiano Malgioglio. Dopo la cena rientriamo in albergo, cercando di addormentarci in fretta:
la sveglia del mattino dopo è ulteriormente anticipata e, col freddo che c’è in camera e fuori, è bene prender
sonno prima possibile.
Costume
14/03/2006
SCHEDINA ADDIO?
Autore: Gamma83
Interrompo per un attimo il mio diario di viaggio su Berlino per divagare un po’. Casualmente iersera ho letto
su Televideo della morte di Massimo Della Pergola, il giornalista sportivo che inventò un’abitudine che
conquistò per anni gli italiani e diede allo sport la possibilità di autofinanziarsi dopo lo sfacelo della guerra. Mi
riferisco al Totocalcio, o meglio alla Sisal, come si chiamava nel 1946 il gioco a pronostici gestito
dall’omonima società, creata da Della Pergola ed altri due giornalisti (Fabio Jegher e Geo Molo).
Appresi dell’origine della schedina anni fa, leggendo un servizio di Topolino sulle invenzioni: proprio questo
gioco veniva definito «un’invenzione tipicamente italiana». Certamente produsse un fenomeno di costume
tutto italiano: più generazioni di persone hanno conosciuto, come in una sorta di rito collettivo, la
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compilazione della schedina al sabato eppoi, la domenica pomeriggio (dal 1960 in poi), l’orecchio attaccato
alla radiolina a transistor che trasmetteva invariabilmente Tutto il calcio minuto per minuto.
Sembra passato un secolo, pensando che tutte le partite si giocavano alla stessa ora; a fare da tramite non
erano smart-card più o meno taroccate, ma soltanto le voci dei vari Ameri, Bortoluzzi, Ciotti, Luzzi e tutti gli
altri. Quelle voci, soprattutto, erano in grado di far cambiare l’umore degli appassionati (ed anche il loro
colorito) da un minuto all’altro: si aspettava il gol della propria squadra, ma anche della “provinciale” che in
casa giocava bene ed aveva ispirato un «1»; gli juventini più sfegatati denigravano l’Inter ed il Milan, ma
non così tanto da sperare in una loro sconfitta se avevano messo «X» in schedina.
Occorse qualche mese perché i pronostici sulle partite domenicali si trasformassero da una curiosa novità in
un appuntamento irrinunciabile degli italiani. Nel 1948 lo stato comprese quale mole di denaro potesse
muovere un gioco come la Sisal e lo nazionalizzò, passandolo al Coni e ribattezzandolo Totocalcio. Il 13 (che
da allora divenne un numero gradito) portò fortuna a molti, ma non al suo inventore: né Della Pergola né i
suoi colleghi riuscirono ad ottenere un pur minimo riconoscimento per quanto avevano fatto. Nel 1938 il
giornalista era stato espulso dall’albo perché ebreo: proprio nel campo di lavoro svizzero in cui fu internato
ideò il concorso che avrebbe dovuto risollevare dal baratro lo sport italiano (e vi riuscì). Quando, dieci anni
dopo, fu privato della sua invenzione, cercò di “ripartire” applicando lo stesso principio dell’1-X-2 alle corse
dei cavalli, inventando il Totip (ed anche un antesignano del Totogol); nel 1956, tuttavia, tornò
definitivamente al giornalismo: «Temevo che mi portassero via anche il mio ultimo gioco» dichiarò una volta.
Il 5 maggio, quando la «schedina» compirà 60 anni, a festeggiare la ricorrenza mancherà il suo inventore;
sono le sue stesse creature, tuttavia, ad aver cambiato volto in questi anni. Da inesauribile fonte di introiti
per lo sport (e gioco più diffuso, secondo solo al Lotto), il Totocalcio è ora in uno stato pietoso, iniziato con
l’introduzione del Superenalotto e proseguito inesorabilmente; gli altri pronostici sullo sport (a parte il
Totogol, per un po’ di tempo) non sono riusciti a colmare il vuoto, battuti dai giochi in cui conta soltanto la
fortuna. Non si finge nemmeno più di essere esperti di calcio, al bar del paese o nella ricevitoria con gli altri
clienti: si spera in un «6» milionario (una volta «miliardario»), magari giocando tre volte la settimana.
Massimo Della Pergola è scomparso a 94 anni, senza che i tanti giocatori d’Italia sapessero di lui, per poterlo
ringraziare per le emozioni di una domenica pomeriggio con gli amici ed una radio, o anche solo per
scherzare sulla rabbia di un «11» che per un solo, maledetto gol non è diventato qualcosa di più (è successo
anche a me, almeno una volta): forse è il segno di un’epoca, bella o brutta che fosse, davvero finita.
Memoria
30/03/2006
BELLUM ET CIRCENSES - 4
Autore: Gamma83
La sveglia suona alle 6, anche se non devo lavorare (nel vero senso della parola) né l’università mi aspetta.
Oggi è il turno del secondo campo di concentramento, quello di Ravensbrück, ed occorrono due ore in
pullman per raggiungerlo. Ne approfitto per conoscere meglio i miei nuovi compagni di viaggio: sono ragazzi
degli istituti Filippo Re e Secchi di Reggio, più vari adulti (tra i quali ritrovo Carlo Pellacani, vicepresidente di
Istoreco già conosciuto l’anno scorso assieme alla moglie: entrambi molto simpatici).
Sul bus c’è anche Massimo Maida, videomaker milanese che sta seguendo alcuni ragazzi del viaggio in
un’attività molto particolare: ha spiegato loro come si utilizza correttamente una telecamera e gli studenti
stanno mettendo in pratica quegli insegnamenti. Ogni giorno uno fa l’operatore, un altro fa il regista:
l’obiettivo coglie le immagini così come i ragazzi le vedono. Alla fine potrebbe uscire un video o un
documentario, il gruppo non ha ancora deciso: certamente il risultato non sarà privo di emozioni.
Prima di arrivare a Ravensbrück la guida ci mostra una vera «cattedrale nel deserto»: un edificio moderno,
trasparente e vuoto. Doveva ospitare un supermercato, poi qualcuno (meglio tardi che mai) deve aver
pensato che non era opportuno fare mercato a poca distanza da un campo di concentramento, così non se
ne è fatto più nulla. In ogni caso ormai siamo arrivati ed è arrivato il momento di cambiare argomento; tanto
per cambiare nevica ancora.
Ravensbrück è passato alla storia soprattutto come campo femminile: c’erano anche uomini tra gli internati,
ma la maggioranza era costituita dalle donne e dai loro figli (tra quelle mura ne sono nati oltre 800). Come a
Sachsenhausen, anche qui c’era un buon numero di prigioniere politiche (tra le quali Mirella Stanzione,
che ha parlato ai ragazzi prima di partire); tuttavia in quel luogo infernale furono rinchiuse soprattutto donne
che il regime nazista considerava «asociali». Non era difficile rientrare in quella categoria: bastava aver
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avuto problemi con l’alcol, aver praticato aborti, ma anche aver subito una separazione familiare, senza
colpe personali. La porta dell’inferno era davvero terribilmente vicina.
Dell'impianto originario del campo rimane assai poco, ancor meno che a Sachsenhausen: si vedono ancora
l'ingresso, le carceri (trasformate in un museo, che raccoglie dati e testimonianze sui prigionieri delle varie
nazionalità) ed il crematorio (che ha lavorato anche qui), mentre le baracche sono state tutte demolite.
Anche questo luogo, tra l’altro, è stato “riconvertito” (si fa per dire) dopo la guerra: i soldati sovietici lo
hanno trasformato in caserma (anche per questo non si vede più nulla) e sono rimasti lì addirittura fino al
1994.
Ciò che non può essere cancellato, né dal passare del tempo né dall’opera dell’uomo, sono le storie delle
donne che, dal 1938 al 1945, hanno affrontato il freddo e la neve, spesso senza vestiti adeguati e sotto
costante minaccia di morte; le stesse persone che sono state costrette a lavorare nelle fabbriche di tessuti
delle SS o nei capannoni delle industrie che sfruttavano l'opera dei prigionieri (ancora oggi si vedono i resti
delle fabbriche della Siemens, che sfruttò in massa i deportati come manodopera a bassissimo costo; per
questo le deportate non smetteranno mai di sottolineare la responsabilità delle industrie in ciò che è
accaduto). A me e ad alcuni ragazzi del Secchi sono tornate in mente le parole di Mirella Stanzione,
quando raccontava di sua madre, deportata come lei, che a fine giornata cercava ancora di risollevare il
morale delle figlie, dicendo: «Ora basta cose tristi, dove vi porto a ballare stasera?». Straniamento totale.
Altre storie femminili hanno segnato profondamente tutti noi: a vigilare sulle prigioniere di Ravensbrück
erano altre donne, solitamente giovanissime. Oltre tremila ragazze scelsero, dietro un'ottima paga, di
diventare in tutto simili alle SS: erano loro a sorvegliare ed umiliare le deportate, con una violenza non
inferiore a quella dei colleghi maschi. A questa pagina sconosciuta a molti è stata dedicata una mostra
interessante, che propone testimonianze, ricordi, immagini (le figure di queste donne sembrano “quasi”
normali). La guida racconta che una volta una signora piuttosto attempata venne a visitare l’esposizione,
muovendosi con insolita facilità in quel luogo; le chiesero se fosse un’ex-deportata, lei negò soggiungendo
«In ogni caso conosco questo luogo»: era una di quelle donne che, invitata poi a rilasciare un’intervista, non
ha mostrato alcun segno di cedimento, pentimento o anche solo di dubbio. La residenza delle “SS donne” si
trovava all’ingresso del campo, assieme a quelle degli altri guardiani e dirigenti: begli ambienti, giardini
curati in cui magari correvano bambini, luoghi lontani anni-luce da ciò che si trovava semplicemente al di là
del muro.
A pranzo sono a tavola con Massimo Storchi, storico di Istoreco che ha accompagnato un gruppo di
ragazzi lungo tutto il percorso del viaggio: parliamo di partigiani, del mestiere dello storico e lui si dimostra,
oltre che competente, fondamentale per la pubblicazione dei miei pezzi sul giornale (lo ringrazio ancora oggi
per tutto). Dopo il ritorno riguadagno la mia stanza d’albergo, in cui scrivo gli articoli della giornata,
sperando di poterli mandare appena possibile (senza riuscirci, perché i computer degli Internet point si
rifiutano di leggere le memory sticks); la giornata si conclude con l’arrivo degli altri, condividiamo le
esperienze della giornata (gli amici del liceo sono andati oggi a Sachsenhausen) poi a letto, anche perché
per la prima volta si riesce ad approfittare un po’ di più del riposo notturno. ZZZZZZ
Attualità
30/03/2006
NEUTRALI, MA... SARÀ VERO?
Autore: Gabriele Maestri
Interrompo di nuovo il mio diario di viaggio berlinese, scusandomi nel frattempo con coloro che sono capitati
nel mio blog, hanno letto e commentato senza trovare nulla di nuovo per giorni, ma giusto ieri ho dato un
esame che mi ha impegnato per parecchio tempo: è andata bene, quindi non mi lamento.
Mi lamento piuttosto di altre cose: tra dieci giorni andrò ad esercitare il mio diritto di voto, crocettando sulla
scheda elettorale la lista che riterrò più adatta a governare il Paese. La scelta, pienamente contestabile o
condivisibile, sarà in ogni caso personale, meditata tra me e me. So che da cattolico dovrei meglio dire «tra
me e la mia coscienza» e non mi costa nulla dirlo; senz’altro, tuttavia, non mi appresto a seguire i canoni
dettati dai pastori della mia fede (o almeno non con il rigore che loro forse auspicherebbero).
La Cei, nella persona del pressoché sempre presente EMINEEENNZZ Camillo Ruini o di altri prelati, ha
ripetuto più volte un «non ci schieriamo, però…» che da molti è stato interpretato come un’indicazione più o
meno velata per una o più formazioni politiche. Intendiamoci: lodevole intenzione quella di non intrudere
(sarebbe alla base del nostro stato laico), a patto che sia portata avanti con coerenza e fino in fondo. Vorrei
credere alla buona fede degli uomini di Chiesa (di quella Chiesa che è anche mia), ma è sotto gli occhi di
tutti lo sciacallaggio che una parte politica, sempre la stessa, sta facendo di quelle parole.
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Tradurre i «valori irrinunciabili» che anche oggi il Papa ha ricordato (protezione della vita, difesa della
famiglia fondata sul matrimonio, diritto ad educare i figli) con lo slogan «no ad aborto, fecondazione assistita
e Pacs, sì ai finanziamenti alle scuole private» è semplicistico e sa di «scelta di campo» lontano un miglio. Ci
sono vari modi per proteggere la vita umana (a partire dall’assistenza sociale, dall’aiuto ai disabili fino alla
tutela di chi non trova lavoro); la famiglia si difende aiutandola economicamente (ma senza preferenze che
dividano tra “famiglie buone” e “cattive”) e dando ad essa le strutture per vivere in serenità e dignità;
l’educazione dei figli dev’essere libera e, se l’istruzione privata non è una scelta obbligata (molti mandano i
figli agli asili parrocchiali per necessità, oltre che per fede), ognuno deve sapere quanto costa la sua libertà.
Chi fa quell’equivalenza, tra l’altro, spesso è in malafede. Ribadisco che la prima difesa della famiglia
dovrebbero farla, negli affetti e con il loro esempio, i capi dei partiti che sbandierano l’adesione al
cattolicesimo: è bene che gli elettori ricordino che le due maggiori formazioni politiche di centrodestra che
propugnano valori cristiani sono guidate da «pubblici concubini» (così si diceva una volta), che certo non
rispondono in questo ai dettami della Chiesa. Peccato che questa considerazione non sia stata accennata
nemmeno lontanamente nei discorsi fatti dai prelati in questi giorni (mi auguro sia stata una dimenticanza,
invero ingiustificata); troppo comodo poi dire, come qualcuno (anche con la tonaca) ha fatto, «il giudizio per
il voto si basi sui programmi, non sulle persone».
Fortunatamente anche ad alcuni uomini di Chiesa non manca il coraggio di dire le cose come stanno (mentre
altri si preoccupano di non benedire l’Ulivo nella solennità elettorale): per questo riporto la lettera che un
sacerdote ha inviato al forzista Sandro Bondi, dopo aver ricevuto un opuscolo che vorrebbe far passare
l’attività del governo Berlusconi come conforme alla dottrina sociale della Chiesa (che sfrontatezza, mi fa
ribrezzo al solo scriverlo). Non troverete il nome del parroco che l’ha scritta: meriterebbe di essere noto a
tutti per la sua onestà e lucidità, ma non vorrei che qualche zelante teo-con protestasse presso il suo
vescovo ed al sacerdote accadesse qualcosa di spiacevole per colpa mia. Leggete e meditate.
1 Marzo (Mercoledì delle ceneri) 2006
Signor Bondi,
sono abituato a dare alle parole il loro peso per cui a chiamarla “onorevole” dovrei coartare la mia
coscienza.
Ho ricevuto l’inverecondo opuscolo che lei, immagino, ha inviato a tutte le parrocchie d’Italia.
Glielo restituisco senza nemmeno sfogliarlo e le ricordo che le parrocchie non sono discariche di rifiuti né
postriboli nei quali si possa fare opera di meretricio.
Abbiamo una nostra dignità, noi sacerdoti, e non siamo usi a svendere per un piatto di fagioli il nostro
patrimonio religioso, culturale, sociale ed umanistico che voi in cinque anni di malgoverno avete dilapidato.
Avete fatto razzia di tutto. Avete dissestato la finanza pubblica, avete ridotto alla fame gli enti locali da una
parte e foraggiato, dall’altra, gli enti ecclesiastici cercando di comprarvi il nostro silenzio se non addirittura la
nostra compiacenza.
Avete popolato il Parlamento di manigoldi, ladri e truffatori. Di 23 parlamentari condannati in via definitiva
più della metà (13 per la precisione) fanno parte del vostro gruppo. Avete fornicato con il razzismo della
Lega e con il fascismo di Rauti. Con voi i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri. Il vostro
“Capo” in cinque anni ha quadruplicato il suo patrimonio, mentre le aziende del paese andavano in crisi. Solo
l’elettromeccanica, nell’ultimo quadrimestre del 2005, ha perso il 7,1% del suo fatturato.
I nostri pensionati, da qualche anno in qua, non solo non riescono più ad accantonare un soldo, ma hanno
incominciato a rosicchiare il loro già risicati risparmi.
Avete speso energie e sedute-fiume in parlamento per difendere a denti stretti le “vostre” libertà mentre il
paese rotolava al 41° posto quanto a libertà di stampa e pluralismo di informazione, dopo l’Angola.
Avete mercificato i lavoratori e ipostatizzato le merci.
Si tenga pure, signor Bondi, la sua presunzione di coerenza con la “dottrina sociale della Chiesa”. Noi preti
vogliamo tenerci cara la libertà di lotta e di contestazione contro la deriva liberista, populista e plutocratica
della vostra coalizione.
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Aprile 2006
Attualità
02/04/2006
KAROL E TOMMY
Autore: Gamma83
In questo giorno tanto triste, per eventi di un anno fa e di ieri, desidero fare due brevi considerazioni.
La prima: Sono passati 365 giorni dalla morte di Giovanni Paolo II, ma in effetti non ci ha mai
abbandonato. Karol ci continua a guardare, da un santino, da un’immagine, dal testo di una sua poesia o
preghiera; mi fa molto piacere pensare che presto anche lui sarà Santo, ma non abbiamo certo bisogno della
burocrazia della Chiesa per essere convinti delle sue virtù. Wojtyla è davvero l’uomo che ha cambiato il
mondo, che ha cambiato la vita delle persone che lo hanno incontrato o che hanno trovato in lui una ragione
di fede e di speranza in più (gli ultimi giorni sofferenti, quella benedizione sforzata e senza parole non si
cancelleranno mai).
Proprio Wojtyla avrebbe avuto parole estremamente forti per gli assassini di Tommy. Iersera io, come molte
altre persone, sono rimasto incollato al televisore da quando ho appreso la notizia (guardando Che tempo
che fa); notizia che mi attendevo da almeno 3 settimane, ma speravo di non ascoltare mai. Né avrei mai
voluto sapere “come”: l’assassino che prima si schermisce, poi ha la faccia di tolla di fare un appello, poi
confessa; il papà che viene a sapere tutto dalla tv e corre fuori di casa urlando; l’orrore dei dettagli
sull’eliminazione del bimbo; la donna dell’omicida che sa e tace. Condivido in pieno le parole durissime
(«persone senza dignità», «uomo dalla faccia tosta», «bestie») che Francesco Vitale ed Alessandro
Gaeta, inviati a Parma per i tg Rai, hanno usato nei loro servizi; sono le stesse che forse avrei usato io, se
mi fossi dovuto occupare del caso (ed ho rischiato di farlo, visto che ciò che resta di Tommy è stato trovato
nella mia provincia e due settimane fa il giornale mi aveva chiesto di verificare voci sulla presenza del
bambino nel mio comune).
Ad aprire i giornali e ad accendere la tv oggi ci vuole uno stomaco di ferro: anche l’antifona della Messa di
oggi («Fammi giustizia, o Dio, e difendi la ma causa contro gente senza pietà; salvami dall’uomo ingiusto e
malvagio, perché tu sei il mio Dio e la mia difesa») sembrava scritta per Tommy che, di certo, ha già
indossato le ali da angelo. Ma non basta questo ad asciugarci le lacrime.
Memoria
04/04/2006
BELLUM ET CIRCENSES - 5 (ULTIMA PARTE)
Autore: Gamma83
Sveglia tranquilla per il penultimo giorno del Viaggio della Memoria: finalmente ritorno con i miei primi
compagni d’avventura, trascurati per tutti i primi giorni. Il programma non è particolarmente pesante,
almeno in confronto alle giornate precedenti: la mattina vado a visitare il monumento costruito alla
memoria degli ebrei sterminati dal nazismo. Si tratta di una foresta di steli di pietra nel pieno centro della
città, poco lontana dalla Porta di Brandeburgo (classico sfondo per i corrispondenti da Berlino): vederla fa
una certa impressione, attraversarla è un po’ come cercare la via d’uscita all’interno di un labirinto, ove il
disorientamento è volutamente massimo.
Mentre mi muovo tra un blocco di pietra e l’altro (stando attento a non scivolare, perché c’è ancora il
ghiaccio dei giorni precedenti), comincio a cercare l’ingresso per il centro informazioni / museo della Shoah:
mia madre era stata con alcuni amici a Berlino l’estate scorsa, ma non aveva potuto visitarlo. Dopo qualche
minuto ho successo ed entro con alcuni dei ragazzi che mi hanno sopportato nei giorni precedenti. Buona
parte del materiale contenuto nelle sale mi è noto: date, immagini, geografia dello sterminio le ho studiate o
le ho apprese nei mesi scorsi per conto mio. Trovo sempre molto interessanti le soluzioni architettoniche:
l’idea del reticolato dei blocchi di pietra è ripresa nel soffitto o nel pavimento delle stanze (che si trovano
proprio sotto al monumento) ed in molti punti sono utilizzati schermi interattivi che mostrano in modo più
moderno buona parte dei contenuti (su uno schermo, tra l’altro, mi appaiono per qualche istante i nomi di
Paderborn e Bielefeld, località in cui era prigioniero mio nonno materno durante la guerra e non posso non
andare a lui col pensiero, a quasi dieci anni dal suo ultimo saluto). Varrebbe la pena di visitare il museo con
più calma, ma purtroppo non c’è molto tempo e so (conoscendomi) che ne impiegherò parecchio al bookshop. Così è: passo svariati minuti a cercare pubblicazioni utili e comprensibili, sapendo che buona parte di
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quel materiale in Italia è introvabile. Vale il solito discorso linguistico fatto ai campi di concentramento ed al
Museo Ebraico: mi risolvo per tre libri in inglese (troppa grazia) e finalmente raggiungo gli altri amici che
stanno completando la visita all’architettura moderna del centro di Berlino.
Dopo il giro in centro guidato ci infiliamo in uno dei numerosi centri commerciali di Potsdamer Platz dove si
mangia e si fanno gli ultimi acquisti per amici e familiari. Al pomeriggio ritorno allo stadio olimpico con i miei
amici liceali: apprendo, tra l’altro, che in Germania oggi è proibito utilizzare simboli nazisti o foto dei
gerarchi o di Hitler per qualunque scopo, anche solo giornalistico (in questo caso occorre un’autorizzazione
speciale) e penso a ciò che succede invece in Italia, con gli autogrill di confine pieni di bottiglie, accendini,
portafogli e quant’altro col capoccione del duce o il fascio littorio.
Dopo la visita allo stadio ci prepariamo alla commemorazione finale, sostanzialmente affidata a noi ragazzi:
dovremo trasmettere il messaggio ricevuto in questi giorni dedicati alla memoria attraverso letture di testi,
scelti da noi e dai professori che ci accompagnano. Qualcuno ha proposto alcune delle lettere dei condannati
a morte della Resistenza tedesca, che proprio a Berlino furono attivi e catturati; altri hanno letto episodi
strazianti delle donne prigioniere a Ravensbrück, ricordati nelle parole di Milena Jesenka. I ragazzi del mio
pullman hanno dato voce a liriche di Bertold Brecht, Carl Sandburg (la bellissima Un buon lavoro, che vorrei
potesse avverarsi un giorno), ma soprattutto ai vibranti versi del poeta greco Kriton Athanasoulis (che nel
suo Testamento ha espresso il rammarico per gli orrori del passato e le sue speranze per il futuro) e del
giurista Piero Calamandrei (la sua epigrafe del 1952, in risposta alle provocazioni del nazista Kesserling, è
quanto di più efficace sia stato scritto in difesa della Resistenza). C’è stato spazio anche per un testo più
attuale, Lager (scritto da Francesco Guccini nel 1981, che Roberto Rinaldi (uno dei due insegnanti del
liceo, nonché mio professore di storia dell’arte per tre anni) ha voluto proporre insieme a me.
Tutti i ragazzi sono stati molto bravi ed hanno portato davvero il loro contributo a quel momento celebrativo;
a noi Matthias Durchfeld di Istoreco (che assieme a Steffen Kreuseler organizza da anni questi «viaggi
della memoria») ha alternato i saluti degli assessori alla scuola del comune (Iuna Sassi) e della provincia di
Reggio (Maurizio Chierici), nonché dei rappresentanti delle associazioni partigiane (a partire da Giacomo
Notari dell’Anpi). Alla fine c’è stata una piccola sorpresa: il figlio di alcuni resistenti tedeschi (di cui tra l’altro
avevamo letto l’ultimo pensiero) ha deciso di raccontarci cosa facessero i suoi genitori e cosa fosse accaduto
loro. Ci ha spiegato che le loro azioni di disturbo si erano dirette in particolare alla mostra antisovietica che il
Reich aveva messo in piedi proprio nell’area in cui ci troviamo noi, davanti al duomo di Berlino. Proprio
quella mostra era solo una delle molte espressioni della propaganda hitleriana, alla quale era difficile
resistere: il percorso che abbiamo fatto dovrebbe servire a capire questo e la maglietta che ci è stata
distribuita dopo la cerimonia («Propaganda razzista? Io non ci casco») dovrebbe ricordarci quanto sia difficile
ma importante, soprattutto oggi, pensare con la propria testa e non farsi trascinare da martellamenti di ogni
tipo.
Dopo la cena (che mi riporta al locale caratteristico e strettino della seconda sera) ci attende una festa
conclusiva presso una birreria di Berlino, il Clash. Il posto non è malvagio, ma secondo molti professori è
terribilmente stretto e non c’è ricambio d’aria. Molti ragazzi del liceo se ne vanno presto, io rimango fino alle
11 e 30 perché voglio ascoltare i Gasparazzo, un gruppo musicale che avrà un compito particolare
all’interno del viaggio: aiutare un gruppo di ragazzi a comporre una canzone sul personaggio di Dietrich
Bonhöffer, teologo e resistente tedesco. L’esibizione mi piace, i ragazzi hanno un bel sound ed un ritmo
accattivante, ma parlerò più ampiamente di loro tra pochi giorni su questo sito.
Una volta rientrati in albergo, occorre provvedere in poche ore a: 1) sistemare la valigia (ma fortunatamente
l’avevo già fatto in buona parte prima); 2) finire, almeno in linea di massima, gli articoli dell’ultimo giorno; 3)
cominciare ad avere un’idea di come riempire il paginone che dovrà uscire alcuni giorni dopo il viaggio; 4)
cercare di dormire qualche ora, anche se la sveglia prima delle 5 sarà decisamente difficile.
Il giorno dopo, raccolti armi e bagagli (e dopo aver fortunosamente ritrovato la seconda chiave della stanza)
si parte, con l’80% del pullman che dorme per diverse ore: ne approfitto per parlare di varie faccende con
Gloria Panizzi, l’altra insegnante del liceo (che aveva sollecitato la mia presenza ad Auschwitz lo scorso
anno e mi ha accompagnato anche questa volta). Del resto del viaggio non c’è molto da dire, se non che
dovevamo tornare a casa alle 19 e 30, ma a causa della neve che ha intasato l’autostrada tedesca abbiamo
toccato il suolo guastallese a mezzanotte inoltrata. Abbiamo trascorso le varie ore di viaggio imbracciando
nuovamente la chitarra e dando fondo al repertorio di De André, Battisti, Guccini e compagnia bella (a dire il
vero per la prima volta ho trovato un ragazzo che conosce i New Trolls, un vero idolo), nonché divertendoci
e conoscendoci meglio con giochi di parole e di immaginazione. Al ritorno, appena scesi dal pullman,
qualcuno ci informa che Povia ha vinto Sanremo: per me, che della rassegna musicale non avevo saputo
nulla, salvo che i Nomadi avevano fatto bella figura, è una brutta notizia, ma resta l’unica notiziaccia del
ritorno.
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***
Alla fine di questo viaggio i ringraziamenti sono d’obbligo per:
− Matthias e Steffen, che se non si sforzassero ogni santo anno ad organizzare questi viaggi
lascerebbero tanti ragazzi (più o meno cresciuti) senza possibilità di vedere coi propri occhi «cosa è
stato»;
− Maddalena, perché ad accompagnare tutti noi (ed a recuperare chi si è perso) dev’essere servita
molta, molta pazienza;
− tutti gli altri accompagnatori di Istoreco (Fabio, Massimo Storchi, Alessandra Fontanesi) perché
hanno sopportato le ciarle continue del sottoscritto;
−
i ragazzi dei pullman in cui sono stato, per avermi accolto e tollerato, anche se per loro ero un
perfetto estraneo;
− in particolare, Giulia, Rossella, Paolo, Martina, Daniela, Debora, Max per avermi aiutato nel
compito fondamentale di riempire le pagine del quotidiano (e ringrazio per questo anche la prof.ssa
Cinzia Ruozzi e di nuovo Rossella, ottime intermediarie tra me ed alcuni partecipanti);
−
voi lettori, che con pazienza avete seguito il percorso (moooolto affannoso) di questo diario di
viaggio;
− tutti quelli che ho scordato, non certo volutamente, ma per effetto dell’arteriosclerosi che
galoppa, galoppa…
Musica
13/04/2006
IL VIDEOCLIP MADE IN ITALY
Autore: Gamma83
Oggi sembra indissolubile il legame hit musicale – videoclip: sono pochissimi gli artisti che possono farne a
meno, senza vedere pregiudicato il proprio successo. Le ambientazioni sono spesso curiose, inverosimili, ai
limiti della realtà; l’artista fa cose inimmaginabili, quando va bene si limita a suonare in studio con i suoi
musicisti. Quella del video potrebbe sembrare un’invenzione piuttosto recente, con molti che fanno risalire al
1975 il primo esemplare di clip, sulle note di Bohemian Rapsody dei Queen. In realtà i video musicali hanno
la loro origine assai più lontana nel tempo, ma più vicina nello spazio.
La data di nascita del videoclip (ma si chiamava in un altro modo, come si vedrà) è il 1959: in quell’anno due
imprenditori italiani inaugurarono la produzione di video a colori, destinati a rimanere in Italia e nel mondo
solo per pochi anni. Paolo Emilio Nistri, (direttore della Ottico Meccanica Italiana, un’azienda che
produceva strumenti di precisione per gli aerei italiani e americani) ed Angelo Bottani (stretto collaboratore
di Angelo Moratti, allora presidente dell’Inter) si misero in affari e realizzarono il cinebox, sorta di juke-box
delle meraviglie che proponeva brevi esibizioni delle star del momento e le proponeva a colori, quando lo
schermo televisivo italiano avrebbe atteso altri 18 anni per colorarsi. La prima pellicola, girata da Enzo
Trapani, fermò Peppino Di Capri, in un brano poco noto di Renato Rascel, Come è bello; tra gli altri artisti
di quei primi video c’erano Nilla Pizzi e Renato Carosone. Le altre star italiane dovettero attendere solo
qualche anno (ma nell’elenco degli artisti ci sono anche perfetti sconosciuti e dimenticabili, a partire da tale
Antonio Basurto), mentre lo stesso sistema tecnico sbarcava anche oltreoceano (con la partecipazione di
grandi artisti come Paul Anka, Neil Sedaka e registi del calibro di Robert Altman e Francis Ford
Coppola) e prendeva piede in Francia, con il nome di Scopitone.
Alcuni di quei filmati, dimenticati per anni, ritorneranno in video domenica pomeriggio (RaiDue, ore 18),
nella puntata di Tg2 Dossier «Il videoclip è made in Italy», curata da Michele Bovi, che all’argomento ha
già dedicato varie trasmissioni (tra le quali il ciclo di puntate I ’60 a colori). Si ripercorrerà la storia di quei
videoclip antesignani, attraverso testimonianze dirette ed immagini d’epoca: se ne indagherà anche la fine
piuttosto rapida, «dovuta – spiega Bovi – a problemi di organizzazione del lavoro, censura, di contrasti con
editori e discografici, ma soprattutto per la partecipazione di Cosa Nostra al business americano, che
provocò l’intervento della Commissione antimafia e la fine del mercato statunitense». Si potrà dunque
ripercorrere in technicolor parte degli anni ’60: favolosi o no, un periodo importante per la nostra musica.
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Religione
14/04/2006
IL LADRONE BUONO E LA SPERANZA DEGLI UOMINI
Autore: Gamma83
In questo giorno, in cui le campane non suonano, chi crede in Gesù Cristo ricorda il suo «ultimo viaggio»
terreno: non da re acclamato in trono, ma sbeffeggiato, percosso, coronato di spine e con il palo della croce
sulle sue spalle. Se certamente il Figlio di Dio è il personaggio chiave di quella «via della Croce», da molto
tempo almeno un altro “compagno di viaggio” ha destato l’interesse di tante persone, non ultimo il mio. Si
tratta di colui che la tradizione chiama «il buon ladrone», che nei vangeli apocrifi porta il nome
alternativamente di Disma o Tito e che l’evangelista Luca semplicemente qualifica come «l’altro malfattore».
Lo spunto per questa riflessione mi viene da un incontro di preghiera molto bello, tenuto a Parma dalla
Cappella universitaria alcune settimane fa in occasione della Quaresima: il tema era «Dalla rabbia alla
conversione» ed il relatore, don Roberto Vignolo, ha proposto un analisi del brano di Luca in cui Gesù è
crocifisso con gli altri due condannati (il testo integrale è qui). Il sacerdote ha sottolineato come
quell’incontro sia uno dei tanti di cui è costellato il Vangelo (si pensi alle tante persone con cui si è
intrattenuto il Cristo, specialmente a tavola), ma risulti probabilmente il più significativo: forse perché è
l’ultimo di Gesù «vivo», forse perché il luogo in cui avviene è il più improbabile che si possa immaginare col
metro degli umani.
Secondo don Vignolo non c’è alcuna pretesa di verità storica o cronachistica nel racconto di Luca (di certo
non c’erano microfoni per catturare le battute del dialogo), ma non significa affatto che quelle righe siano
frutto di invenzione. Nei due malfattori, anzi, possiamo vedere un unico personaggio, che prima sbotta ed
inveisce contro Gesù fino alla blasfemia e poi torna sui suoi passi, fino ad ottenere, all’ultimo istante, un
premio insperato. A riflettere bene, è proprio questa la lettura vincente.
Il primo ladrone (negli apocrifi chiamato Gesta o Dimaco/Dumaco) considera Gesù in termini grettamente
umani: per quella persona, che condivide la sua fine, non c’è alcun rispetto o censura. Cristo per lui
rappresenta un completo fallimento, perché manca delle caratteristiche fondamentali per un uomo di
mondo: sapersela cavare da sé (mentre Egli resta sulla croce, senza cercare di liberarsene) ed essere, al
bisogno, un buon complice (mentre Gesù, ammesso che sia veramente di natura divina, non spende una
parola per salvare i concrocifissi dalla morte). La sua reazione sulla croce («Non sei tu il Cristo? Salva te
stesso e anche noi!») rischia di somigliare moltissimo alla nostra, che spesso arriviamo a dubitare del
potere di quell’uomo inchiodato al legno («uno davanti al quale ci si copre la faccia» dice efficacemente il
profeta Isaia) solo perché non vediamo un suo aiuto concreto e ci sembra assurdo il perdono rivolto ai
nemici.
Tito, invece, parte da un punto di vista diverso: si rende conto dell’innocenza del Cristo (di cui forse ha
sentito parlare), sa che con l’ultimo respiro non c’è la «fine di tutto», ma un momento in cui si sarà retribuiti
in base alle proprie azioni. Per questo egli zittisce il primo malfattore; le stesse cose si possono leggere
certamente nell’invocazione rivolta a Gesù, «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Tuttavia c’è di
più in queste parole: per capirlo, occorre ripensare a ciò che Gesù ha detto sul Golgota. Prima di questo
episodio, il Figlio dell’Uomo ha pronunciato un’unica frase, assai poco umana: «Padre, perdonali, perché non
sanno quello che fanno». Non vendetta, non disperazione (almeno in questo testo), non reazione potente,
ma remissione per chi non vuole interrogarsi («non sanno») sul valore del proprio gesto. Forse – può aver
pensato il ladrone – la grandezza di Gesù sta proprio in questa sua capacità di perdonare perfino i suoi
carnefici, al punto che potrà avere misericordia anche di un misero criminale, conscio della sua condizione.
Penso di non risultare blasfemo nel dire che, in quel momento, Tito «sa morir sulla croce anche lui», per
riprendere un verso che Fabrizio De André inserì nella sua Via della croce. E sempre Fabrizio ha dipinto
con veridicità, a pennellate umane, quell’uomo «che rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce /
chi lo uccide fra le braccia di una croce» (Si chiamava Gesù, 1967). Proprio quella «pietà che non cede al
rancore», che chiude quel capolavoro che è Il testamento di Tito, induce il malfattore a rivolgersi a Gesù,
chiedendo di essere «ricordato». Il Figlio crocifisso di Dio, tuttavia, fa ben di più, in un gesto che può
spiazzare anche il più avveduto lettore del Vangelo: non si limita ad offrirgli una possibilità di speranza, ma
gli garantisce che fin da quel momento avrà parte con lui nel regno del Padre («In verità ti dico, oggi
sarai con me nel paradiso»). Come sottolineavano i Padri del deserto, «il Ladrone penitente fu giustificato da
una sola parola»: la ricompensa di Dio è arrivata, ed è stata enorme. Dev’essere per questo che amo
particolarmente questo brano di Vangelo e chi, come De André, in qualche modo ne è rimasto affascinato:
dà fiducia a noi uomini, «peccatori dell’anno Ottantamila» che anche per noi c’è la possibilità di salvezza,
anche nell’ultimo istante. A patto di volerla davvero.
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Musica
21/04/2006
RITMO E STORIA: LA MUSICA DEI GASPARAZZO
Autore: Gamma83
Che la musica sia un ottimo mezzo per raccontare un’esperienza è noto a tutti; il suo potere evocativo,
tuttavia, è ben maggiore. L’ho imparato conoscendo i ragazzi di una band della mia provincia che hanno
partecipato come me al «Viaggio della memoria» a Berlino.
Loro sono i Gasparazzo, un gruppo nato tra Reggio, Teramo e la Costa d’Avorio: ne sono parte Alessando
Caporossi (voce), Generoso Pierascenzi (chitarra), Giancarlo Corcillo (batteria), Lorenzo Lusvardi
(percussioni) e Daniel Assohoun (basso). La band è nata nel 2003 e porta il nome di Calogero Gasparazzo,
l’operaio siciliano emigrato al nord, ideato circa 30 anni fa dal disegnatore Roberto Zemarin. I ragazzi hanno
fatto diversi concerti ed hanno acquisito una certa fama, oltre che nel reggiano, nelle regioni del Sud (specie
in Puglia e Sicilia) ed anche in Germania, in particolare nell’area di Monaco). Alessandro definisce folk-reggae
lo stile del gruppo, che nei suoi brani è in grado di sprigionare molta energia (l’ho sperimentato: nel locale di
Berlino in cui hanno suonato nessuno è rimasto fermo).
Oltre a proporre la loro bella musica, però, i Gasparazzo hanno intrapreso da un po’ di tempo un altro
percorso, più curioso e forse anche per questo più affascinante: è stato chiesto loro, infatti, di musicare
luoghi e persone, legate ai partigiani ed alla Resistenza. «Ci è capitato alcune volte – mi ha spiegato in
viaggio Alessandro – di dedicare brani musicali a partigiani caduti e li abbiamo suonati proprio nei luoghi in
cui queste persone hanno lottato e, nel combattere, sono morte». Ciò è avvenuto, per esempio, presso i
cippi di Casina, Nonantola ed un’attività simile è stata fatta anche a Correggio.
Un passo ulteriore sulla strada della Resistenza in musica è arrivata quando i Gasparazzo, grazie all’amico
Ugo Maria Fazio, hanno conosciuto la figura di Georg Elser, il resistente tedesco che nel 1939 decise di
piazzare una bomba nel palazzo di Hitler; il coraggioso atto tuttavia fallì ed il suo autore finì prigioniero ai
campi di Sachsenhausen, dove fu ucciso poco prima della fine della guerra. Quella vicenda ha appassionato
a tal punto Alessandro da scrivere una canzone sul personaggio, inserita nel loro cd e pezzo forte durante i
concerti.
I Gasparazzo durante il concerto a Berlino; a destra il cantante, Alessandro Caporossi
Grazie a tutto questo, i musicisti sono entrati in contatto con Istoreco ed hanno dato il loro contributo
artistico a questo Viaggio della memoria. Oltre ad animare la festa dell’ultima mia serata berlinese, i
Gasparazzo hanno seguito un gruppo di studenti reggiani nella composizione di un brano musicale. Anche
questa volta al centro del brano c’è un personaggio, anch’egli resistente ma in modo molto diverso da Elser:
si tratta di Dietrich Bonhöffer, pastore protestante che si oppose fortemente al Terzo Reich e mise in
gioco la propria vita, denunciando personalmente l’antisemitismo e le deportazioni naziste. I ragazzi ed i
musicisti hanno conosciuto il personaggio sempre con Fazio, che li ha accompagnati in viaggio. «Mi trovo in
maggiore sintonia col personaggio di Elser – mi ha spiegato Alessandro – tuttavia Bonhöffer era una persona
davvero colta ed ascoltata dalla gente; è certamente uno dei migliori esempi di “resistenza personale” che la
Germania ha conosciuto in quegli anni bui». La canzone nata dal gruppo di lavoro si chiama L’attesa e sarà
eseguita per la prima volta in acustico lunedì pomeriggio, alla cerimonia di chiusura del Viaggio (ore 17, via
Emilia San Pietro 25, Reggio Emilia): il brano passerà anche nelle radio locali nei prossimi giorni e sarà
disponibile sul sito di Istoreco.
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Questa è una delle possibili storie dei Gasparazzo (o almeno così l’ho conosciuta io); il modo migliore per
entrare nel loro mondo, tuttavia, è andarli ad ascoltare ad un concerto. Altre notizie sul gruppo si possono
rintracciare nel sito www.gasparazzo.it: lì sono indicate anche le date delle loro esibizioni. Lasciatevi
contagiare dall’energia di questi musicisti, ne vale davvero la pena.
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Maggio 2005
Attualità
01/05/2006
"LIBERATE SILVIA": TANTE VOCI, UNA STORIA
Autore: Gabriele Maestri
Ritorno sul mio blog dopo diversi giorni, passati senza troppo riposo (salvo tre giornate ristoratrici a
Camaldoli), per proporvi una nuova storia, purtroppo tutt’altro che allegra. Forse qualcuno dei visitatori
conosce la vicenda umana e giudiziaria di Silvia Baraldini; forse non ne ha mai sentito parlare o gli è stata
raccontata male. Ora esce un dvd che, in poco più di 70 minuti, ripercorre quella storia e dà voce ad alcuni
di coloro che vorrebbero questa donna libera, dopo anni di carcere e soprusi.
La storia è lunga, è vero, ma è importante conoscerla per intero. Nasce in un altro contesto la frase
«Ignoranza = paura; silenzio = morte», che Silvia portava su una delle sue magliette, ma anche qui acquista
un suo significato. Buona lettura.
Costume
09/05/2006
PIETRO GARINEI: MEZZO SECOLO TRA TEATRO E MUSICA
Autore: Gamma83
Sono appena rientrato da una giornata universitaria come sempre massacrante: il primo gesto che compio è
accendere la tv e mettere su Televideo. Istintivamente cerco notizie sulle votazioni per il Quirinale, senza
riuscire a trovare spunti incoraggianti; a colpirmi profondamente, invece, è la notizia che chiude la pagina.
Leggo infatti che è scomparso, a 87 anni, Pietro Garinei, uno dei nomi più importanti dello spettacolo
italiano. Può sembrare la classica frase di circostanza, detta per contentare fans e famiglia, ma qui non è
assolutamente così. Alcune tra le pagine più notevoli della musica, della televisione e, soprattutto, del teatro
musicale portano la firma indelebile di Garinei, spesso accompagnata a quella di Sandro Giovannini (morto
quasi 30 anni fa) e ad altri personaggi di altissimo livello.
Il musical italiano deve moltissimo alla coppia Garinei – Giovannini: Rugantino, Alleluia brava gente, Se il
tempo fosse un gambero, Aggiungi un posto a tavola, tanto per ricordare alcuni episodi, hanno riempito i
teatri d’Italia ed hanno saputo incontrare il gradimento della gente, senza cedere a volgarità e bassi istinti.
Io ho apprezzato in particolare Accendiamo la lampada e, ancor di più, Aggiungi un posto a tavola, con un
grandissimo Johnny Dorelli nei panni di don Silvestro, affiancato prima da Paolo Panelli, poi da Carlo
Croccolo. Proprio Aggiungi era un esempio della qualità musicale degli stessi spettacoli, di solito impreziositi
da brani di Armando Trovajoli: solo in quel musical si staccano dagli altri brani la title track, Notte per non
dormire, Una formica è solo una formica, L’amore secondo me e la simpatia armonica e teatrale del Concerto
per prete e campane. La stessa qualità si avverte negli altri lavori della coppia: non è un caso che tanti
ricordino ancora Rugantino per Roma, nun fa la stupida stasera, scritta con Renato Rascel, autore con loro
anche di Arrivederci Roma.
Pure la televisione degli inizi ha ricevuto molto da Garinei e Giovannini: c’erano i loro nomi a suggellare la
prima edizione del Musichiere (compresa la sigla di chiusura tormentone Domenica è sempre domenica),
come pure diverse annate di Canzonissima, tra cui quella indimenticabile con Nino Manfredi, Delia Scala
e Panelli. Nessuno dei protagonisti di quell’avventura, purtroppo, è più con noi. A rivedere quelle scene si
prova una sensazione strana: per quanto possano apparire ingenue, le battute e le trovate comiche fanno
ridere ancora oggi, senza il bisogno di una sola parolaccia o di qualche (s)velato doppiosenso. Forse non è
più il tempo, ed è giusto che non torni: ma allora perché quei brani passano spesso in tv e ci scopriamo a
canticchiare ogni tanto «e un friccico de luna tutta pe’nnoi» o «dividi il companatico, raddoppia l’allegria»?
Attualità
29/05/2006
UN SEGNO DEL CIELO?
Autore: Gamma83
Ritorno dopo parecchio tempo a farmi vivo da qui. Ne ho sentito il bisogno, specie dopo aver assistito ad uno
spettacolo incredibile ieri. Non credo ai miracoli, né troppo ai segni, ma ieri ho visto immagini straordinarie:
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sarà tutta opera del caso? Forse no, giudicate voi (e se qualcuno ha registrato le immagini dei Tg1 di ieri, mi
faccia sapere via mail o in commento...)
Musica
29/05/2006
CONTROTEMPO: UN POMERIGGIO IN MUSICA
Autore: Gabriele Maestri
Finalmente la musica ritorna protagonista su questo blog: si tratta di musica dal vivo, suonata con grinta e
convinzione. Dedico la nuova storia ad un gruppo di amici che da oltre un anno suonano assieme e si
divertono con il nome di ControTempo: spero possiate divertirvi anche voi, leggendo il racconto di un
pomeriggio trascorso assieme.
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Giugno 2006
Attualità
05/06/2006
UNO IN MENO...
Autore: Gamma83
Un breve passaggio per condividere con voi una buona notizia: sono contentissimo di aver concluso il
cammino di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato (quante maiuscole per una materia sola!) e di
averlo suggellato con un sudato (ma forse meritato) 30 e lode. Grazie all'esame appena passato non sono
riuscito a godermi come si deve la Festa della Repubblica (che sarebbe stata bella comunque, anche senza
parata militare), ma non potevo negarmi tutte le cose belle: presto arriverà un nuovo racconto di un evento
musicale imperdibile, che ha reso speciale il mio ultimo sabato sera. Ciao a tutti…
Attualità
07/06/2006
ALTRO SANGUE E LA DIGNITÀ
Autore: Gamma83
Mi spiace che altro sangue italiano sia stato sparso in Iraq, di nuovo a Nassiriya. Due osservazioni. La prima:
a questo punto non me la sentirei di rischiare la vita dei nostri militari un minuto di più, specialmente se
penso che là in Iraq non dovevamo nemmeno andare (no, signor Fini, non basta ricordare che la nostra è
una missione di pace: evidentemente qualcuno non lo pensa). La seconda: tutta la mia solidarietà va alla
famiglia di Alessandro Pibiri, specialmente al padre. Gli sono grato di non aver pronunciato la parola
«eroe» e, soprattutto, di aver chiesto di ritirare immediatamente le truppe dall’Iraq. Dignità esemplare la
sua, tutta esemplificata da una sua frase: «Non piango il figlio dato alla patria, ma piango il figlio». «Piango
di lui ciò che mi è tolto» avrebbe forse detto Fabrizio De André: mi si perdoni la blasfemia, ma questa
secondo me è la realtà. A tutti coloro cui, un giorno, sarà chiesto di prendere le armi per qualsiasi motivo,
dedico questa canzone, che ho “scoperto” da poco: l’ha scritta Boris Vian, l’hanno cantata (tra gli altri) Ivano
Fossati ed Ornella Vanoni.
In piena facoltà, egregio Presidente,
Le scrivo la presente che spero leggerà.
La cartolina qui mi dice terra terra
di andare a far la guerra quest’altro lunedì:
ma io non sono qui, egregio Presidente,
per ammazzar la gente più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei – sia detto per inciso –
ma sento che ho deciso e che diserterò.
Ho avuto solo guai da quando sono nato
e i figli che ho allevato han pianto insieme a me;
mia mamma e mio papà ormai son sotto terra
e a loro della guerra non gliene fregherà;
quand’ero in prigionia qualcuno m’ha rubato
mia moglie ed il mio passato, la mia migliore età.
Domani mi alzerò e chiuderò la porta
sulla stagione morta e m’incamminerò:
vivrò di carità sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna, e a tutti griderò
di non partire più e di non obbedire
per andare a morire per … non importa chi.
Per cui, se servirà del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro, se vi divertirà
e dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi,
che possono spararmi: io armi non ne ho.
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Attualità
08/06/2006
PROVIAMOCI, PRESIDENTE PRODI...
Autore: Gamma83 e Usigrai
Rivesto per un attimo i panni del giornalista precario quale sono (forse ancora meno) per complimentarmi
con l’UsigRai (il sindacato che riunisce i giornalisti della tv pubblica) che martedì sera ha diffuso uno
stupendo videocomunicato sull’autonomia che la Rai dovrebbe avere e che il governo dovrebbe finalmente
concedere. Potrete trovare qui il video trasmesso dai telegiornali; per chi non volesse scaricarlo, fornisco qui
il testo, forte e coraggioso come è giusto che sia.
A voi, lettori consueti ed occasionali, buona lettura; a Roberto Natale (segretario UsigRai), Claudio Valeri
(che ha prestato la propria voce al videocomunicato) e a tutti i veri giornalisti Rai, complimenti, buon lavoro
e soprattutto coraggio!
Proviamoci, presidente Prodi. Abbiamo sentito che Lei vuole stupire il Paese con gesti coraggiosi, senza
badare agli interessi di bottega. Allora abbiamo pensato alla Rai, al servizio pubblico ed alla sua soggezione
al potere. Abbiamo sognato che il Parlamento annunci: «Basta manuale Cencelli, basta spartizioni dei
palinsesti, basta giornalisti e direttori che portano la casacca dell’uno o dell’altro: da ora la Rai torna al
servizio di paga il canone», come chiedono anche tutti coloro che dentro la Rai continuano a fare servizio
pubblico. Si entrerà per pubblica selezione, si verrà promossi e promosse per qualità professionali e per
allergia alle pressioni indebite. Non bisogna inventare niente: la BBC insegna. Nei paesi a collaudata
democrazia dell’alternanza può, dev’esserci uno spazio neutro, forte, difeso dal suo prestigio e dal vigile
affetto del pubblico. Anche per noi è arrivato il tempo, come ha appena mostrato la vicenda della rinascita
della Banca d’Italia. Per parte sua il sindacato dei giornalisti Rai garantisce che continuerà a dare battaglia,
anche a costo di un vivace dibattito, per stupire un Paese che lo merita.
Musica
16/06/2006
VITTORIO DE SCALZI: FABER, IRISH, JONES ED ALTRI
Autore: Gamma83
Come avevo promesso alcuni giorni fa, ecco (nella nuova storia) il racconto di un bellissimo concerto che,
pur nella frenesia di un esame imminente, sono riuscito a godermi sabato 3 giugno. Sul palco c’era Vittorio
De Scalzi, ex leader dei New Trolls, che ha regalato a me ed agli altri del pubblico una serata
indimenticabile. Buona lettura a tutti (e buona musica).
Ricorrenze
20/06/2006
LO SAI CHE PIÙ SI INVECCHIA...
Autore: Gabriele Maestri
Lo so, non è molto originale usare lo stesso titolo sfruttato l’anno scorso; ma amo molto l’incipit di Che cosa
resterà di me, brano scritto per Gianni Morandi da Franco Battiato (lui lo canta col titolo Mesopotamia), In
ogni caso, questa è la realtà: oggi compio 23 anni (alla latina, entro nel mio 24° anno di vita). Spero che mi
sopporterete, nonostante questo: grazie per i vostri passaggi ed i vostri pensieri.
Attualità
22/06/2006
VIAGGIARE: COME, CON CHI, PERCHÉ
Autore: Gabriele Maestri
L’estate è arrivata ieri, secondo i calendari; tanti dedicano questo tempo al viaggio, toccando terre lontane o
città relativamente vicine. Molti miei amici, invece, ieri si sono dedicati alla prima prova dell’Esame di Stato.
Pensando alla nuova stagione del viaggio ed alle fatiche scrittorie di tanti ragazzi, vi propongo come storia
un pezzo che scrissi alcuni mesi fa per alcuni miei amici, su una traccia della maturità dell’anno scorso e
come omaggio, neanche troppo occulto, a Beppe Severgnini. Buona lettura (e siate clementi col voto, per
favore…).
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Curiosità
29/06/2006
PROFESSIONE OCCASIONALE: SCRIBACCHINO
Autore: Gabriele Maestri
Torno per condividere con voi una notizia (a suo modo) importante: in questi giorni ho ricevuto finalmente la
tessera che certifica la mia iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, in qualità di pubblicista. Servirà a qualcosa?
Francamente non lo so, ma di certo ora mi sento più “legittimato” a continuare a scrivere, a raccontare ciò
che mi sta intorno. Lo faccio sulla Gazzetta di Reggio, lo faccio su queste pagine elettroniche.
Da quando ho iniziato a scrivere sul giornale sono passati quasi quattro anni e 2 mesi: per rievocare “le
origini” estraggo dal mio archivio una foto fatta da mia madre un mese dopo il mio inizio. In questi giorni il
mio aspetto è ulteriormente peggiorato (sto preparando un esame), ma non posso farci niente. Colgo
l’occasione per ringraziare di nuovo chi passa di qui per leggere, commentare, anche criticare (siamo ancora
in un paese libero, per fortuna): se questo blog è ancora in piedi (con le sue risorse e contraddizioni
umane), dipende soprattutto da voi.
La mia tessera
da pubblicista…
… ed uno scatto vecchio di quattro anni
(per la precisione giugno 2002),
quando scrissi i primi articoli
per la Gazzetta di Reggio
Memoria
30/06/2006
IL TEMPO (CHE NON HO TROVATO) PER UN ARTISTA
Autore: Gamma83
Tempus fugit. Basta un esame da preparare per rendersene conto, ma ci pensano anche altri avvenimenti a
ricordarlo. Questa mattina ho saputo con dispiacere che è morto Giovanni Miglioli, un vero artista che
abitava a due minuti e mezzo da casa mia. Tante persone a Guastalla lo ricordano come insegnante alle
scuole medie, ma nella sua vita ha esplorato ogni campo dell’arte: pittore, arredatore, regista e scenografo
di altissimo livello (ha curato allestimenti persino per il tempio milanese del Teatro Alla Scala e per le
rappresentazioni a Torre del Lago Puccini, nonché al Carlo Felice di Genova), si era occupato anche di storia
ed era stato partigiano.
Pur abitando così vicino, le nostre strade si sono incontrate una sola volta: l’estate scorsa, uno dei primi
giorni di agosto, andai ad intervistarlo per un avvenimento curioso e doloroso. Il 17 ottobre 2000 l’ultima
grande piena del Po si portò via il burchio «Ferrante Gonzaga», il barcone che nel 1973 Miglioli aveva
acquistato, accomodato giorno per giorno e trasformato in un ambiente prezioso ed accogliente. Circa un
anno fa la secca del Fiume fu tale da far riemergere parte dello scafo; un mio amico durante una gita se ne
accorse e mi avvertì, così andai dal professor Miglioli per parlare con lui. Fu un pomeriggio pieno di racconti
appassionati e ricordi al limite delle lacrime: a quel burchio l’artista aveva dedicato anni della sua vita, vi
aveva ricavato il suo studio, pieno delle sue creazioni. Ricordare come nel giro di una notte tutto fosse stato
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spazzato via, come la cabina (ritrovata qualche giorno dopo in un pioppeto del mantovano) fosse stata
martoriata dall’acqua e depredata da persone senza scrupoli è stato dolorosissimo per il Professore, ma lui
con energia e pazienza continuava a parlarmi, a raccontare (come aveva fatto insegnando ai suoi ragazzi).
Dopo l’intervista volle sapere di me, della mia famiglia; mi fece visitare la casa, ben tenuta e con tante
testimonianze della sua attività. Mi mostrò l’ascensore che lui stesso aveva costruito (era anche un
inventore), i quadri che stava dipingendo e mi espose alcuni suoi progetti per il futuro. Mi fece promettere di
tornare a trovarlo (magari con un suo caro amico, Attilio, che conosco da tanti anni) perché aveva molto
altro da mostrarmi: «Non è finito qui Giovanni Miglioli» mi disse. Purtroppo non sono mai riuscito ad andare
da lui: una settimana fa avevo incontrato il nostro amico comune e ci eravamo ripromessi di andare a
trovare il Professore ai primi di luglio. Non potremo più farlo; anche per questo, oggi dentro di me sento un
po’ più di vuoto (e un po' di colpa).
Il professor Miglioli nell’ascensore che lui stesso ha
progettato e costruito…
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… e con uno degli ultimi dipinti, raffigurante
Antonio Ligabue
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Luglio 2006
Religione
08/07/2006
DIO TRA LE RIGHE
Autore: Gamma83
Dopo aver superato come si deve l’esame di Diritto Civile II, cominciamo a “pagare i debiti” ed a smaltire le
esperienze che si sono accumulate in questo periodo. Iniziamo con una domanda: dove si può trovare Dio?
Ovunque, probabilmente, soprattutto per chi è in grado di concentrarsi, pregare in ogni circostanza, di
trovare il segno di Dio in ogni cosa. Alcune sere fa, un incontro (cui ho partecipato) con Francesco Agnoli
ha fornito un’ulteriore traccia che chi vuole potrà seguire: Dio, magari sotto altre spoglie, può stare anche
nelle pagine di un libro. Non necessariamente nei testi di autori cristiani o d’ispirazione religiosa: si può
cercare Dio tra le righe anche in scrittori apparentemente più distaccati o addirittura “insospettabili”.
Questo è il tema della nuova storia: buona lettura.
Attualità
10/07/2006
GRAZIE, AZZURRI!
Autore: Gamma83
Ieri è stata davvero una giornata speciale, per tanti buoni motivi:
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perché finalmente anch’io, che sono del 1983, ho visto un mondiale tutto mio;
perché ho condiviso l’emozione con la mia “seconda famiglia” dell’oratorio;
perché con noi c’era Teresa, che proprio oggi parte per il Regno Unito e le farà piacere il nostro
pensiero;
perché, neanche due minuti dopo il rigore di Grosso, il mio amico Fede aveva già tirato fuori l’Ape
car per i caroselli con bandiere e trombe (con alcuni dei miei amici assiepati nel retro cabina);
perché mi sono divertito un mondo, anche se ho ancora una spalla dolorante e non ho partecipato
alle feste nel centro cittadino (visto che ero stanco come il pallone a fine partita);
perché dodici anni fa ho visto Italia – Brasile e stavolta non volevo guardare i rigori;
perché per una volta il dischetto non ci ha tradito, e proprio contro la Francia (che stavolta non può
ringraziare Di Biagio);
perché, dopo averla cercata tanto, iersera anch’io avevo la mia bandiera tricolore che mi faceva da
manto;
perché qualcuno in più dirà di sentire forte l’orgoglio nazionale (sperando che se ne ricordi anche
dopo, visto che in Italia la Nazionale di solito batte la Nazione);
perché finalmente tutti i calciatori (o quasi) hanno cantato l’inno di Mameli;
perché in panchina c'era Lippi (concreto quanto serve) ed in campo Ringhio Gattuso era
dappertutto;
perché il telecronista Marco Civoli ha avuto un pensiero per Nando Martellini (il suo «Campioni del
mondo!» è entrato nella storia) e soprattutto per Bruno Pizzul (che sognavo di vedere a Berlino);
perché stavolta La Gazzetta dello Sport ha fatto un titolo “normale”, mentre quello migliore è di
Libero: «Camerieri, champagne!»;
perché oggi aspetto con impazienza di leggere un pezzo di Beppe Severgnini e di vedere un servizio
magistrale di Claudio Valeri (magari sul gesto, impensabile ed indecoroso, di Zidane);
perché adesso dovremo dimostrare che non siamo dei pasticcioni e dovremo andare a fondo con le
indagini;
perché per una volta sono stato contento di dire, assieme agli altri, «Forza Italia!» (ma non si
ripeterà tanto presto);
perché di motivi ne ho già detti abbastanza e sono già contento così. FORZA AZZURRI!
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Libri
24/07/2006
RISVOLTI QUOTIDIANI ... DA LEGGERE
Autore: Gabriele Maestri
In un periodo di caldo assoluto, messi per un po’ da parte gli esami, sento forte la voglia di divertirmi senza
mandare in vacanza il cervello. Credo che una buona possibilità sia leggere Strani risvolti quotidiani, un libro
scritto tra il 2002 ed il 2004 da Mattia Toscani, persona dai molti interessi nata ed abitante in quel di
Parma. L’ho conosciuto circa un mese fa, in una bella serata di musica e letture: il mio amico Marco
Benatti cantava significative creazioni deandreiane, Toscani proponeva pagine di Pasolini ed altre scritte da
lui, tratte appunto da questo libro.
Di quel volumetto (edizioni AndreaOppure, € 8) mi avevano attirato subito – lo confesso – alcune sequenze
(già, come un film, perché non è difficile visualizzarle nella propria mente): un’avventura natalizia con Mattia
bambino ed un’anguilla che fuggiva da tutte le parti (mi ricordava un po’ una scena di Natale in casa
Cupiello, ma qui il divertimento è ancora maggiore), il ricordo di Piazza Alimonda a Genova e di Carlo
Giuliani, ragazzo, nonché una situazione in treno, con una coppia che litiga e l’autore che ascolta, trincerato
dietro ad un giornale. Dirò anche che, dopo la lettura, ho trovato altri dettagli che potrebbero essere tratti
dalla mia storia: ad esempio, il brano di Allucinazioni dedicato ai detenuti (anzi, ai prigionieri), che anch’io ho
conosciuto da vicino, oltre un anno fa, oppure tanti riferimenti cinematografici raccolti nel bellissimo racconto
Buio in sala. Io sono tutto meno che un cinefilo, ma quella storia è affascinante, per le tante situazioni che
contiene, le battute folgoranti che lasciano il segno ed anche un episodio (quello di Bambi) che somiglia
terribilmente a quello che ho vissuto io.
Il libro è un rimando continuo: tutti i capitoli sono concatenati tra loro ed invitano a sfogliare le pagine, per
arrivare subito al nuovo argomento. Nulla vieta, però, di leggere ogni racconto a sé, scollegato dal resto: gli
spunti per sorridere e riflettere sono tanti. C’è anche tanta musica nei racconti, al punto che si potrebbe
pensare che le canzoni (Guccini, Jannacci, De André, Dalla, Conte: tutta roba fina, insomma) possono essere
un filo conduttore, un «risvolto quotidiano» che non manca mai. Di certo non mancano mai le emozioni e la
curiosità, per cui si accolgono volentieri gli incontri interessanti e le scoperte che si possono fare sui treni,
oppure si indagano le stranezze che arrivano dalla Rete, o ancora si scoprono i piaceri sottili che vengono
dall’andare in bicicletta, piuttosto che inquinare con un motore.
La copertina del libro…
… e una foto dell’autore
Discorso a parte merita un racconto un po’ diverso dagli altri, per il tono ed il tema trattato, ma che è
egualmente efficace. Si tratta di Lo strano caso della parmalat, ovvero Copropoli e altre città: al centro del
discorso (del bersaglio, sarei tentato di dire) c’è Parma, la città di Mattia che, per tanta parte dell’anno,
ospita anche me. Il punto di vista del racconto è piuttosto chiaro fin dal titolo (in un altro luogo l’autore lo
rimarca: «I miei non sono mica titoli ambigui, direi, sono proprio chiari e lampanti, i miei titoli»): niente
monumenti o glorie del passato, spazio invece all’attualità ed all’atteggiamento degli abitanti. Lo scandalo
Parmalat è un pretesto per raccontare la città in modo forse impietoso, ma terribilmente fedele: i favori
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reciproci tra banche ed imprese, gli intrecci tra economia, debiti e stampa (che dà le notizie in ritardo) e le
supposte vicinanze tra magistrati ed imprenditori equivoci sono solo uno degli aspetti di questa realtà.
Anch’io ho imparato a calare il ritratto di Mattia nella Parma che vedo semplicemente passando per le strade
del centro, notando meglio alcuni personaggi “ai margini” (come il mat Sicuri del libro) e scorgendo vari
segni di presunzione (da cui forse non siamo immuni nemmeno noi guastallesi): il torrente elevato alla
dignità di fiume, la erre moscia francesizzata, il vanto di personaggi storici che però sono nati altrove,
nonché una generica spocchia di molti ed una preferenza assoluta per il look. Non a caso, quando Toscani
racconta di una curiosa tradizione recente della Genova “bene”, per cui il regalo di promozione per le figlie è
un intervento di chirurgia plastica, si interroga tra il preoccupato ed il sarcastico: «in questa città
dell’apparenza […] chissà quante tette e culi si possono rifare, con tutto il tetrapak che abbiamo a
disposizione». Interrogativo pressante, sulla scorta del quale vi invito a leggere, con la calma di chi gusta,
pagina dopo pagina.
Libri & musica
26/07/2006
L'AVVENTURA DEL DISC JOCKEY TRA RADIO E LOCALI
Autore: Gabriele Maestri
IL 2006 è un anniversario importante per la libertà di manifestazione del pensiero: tra due giorni saranno
trascorsi trent’anni dalla storica sentenza della Corte Costituzionale che considerava lecite le trasmissioni
radiotelevisive in ambito locale. Da quel 28 luglio 1976 nacque ufficialmente l’epoca delle «radio libere»; le
emittenti che trasmettevano in FM fino al giorno prima erano considerate «radio pirata», esposti sempre alle
denunce ed agli interventi dell’Escopost (l’ufficio del ministero che vigilava sulle frequenze). La nascita delle
radio libere, tra l’altro, diede impulso ad una figura radiofonica che in Italia era nata nel 1965: il disc
jockey. Il primo «fantino del disco» (questa è la traduzione letterale dell’espressione) italiano fu Renzo
Arbore: l’allora direttore di Radio Rai lasciò a questo non ancora trentenne programmatore pugliese e ad
altri tre suoi colleghi (Gianni Boncompagni, Renzo Nissim e Adriano Mazzoletti) libertà di trasmettere i dischi
che volevano e di presentarli a loro piacimento. Nacque così Bandiera gialla, il primo programma “di culto” e
pietra miliare della musica radiofonica.
Per chi, come me, non ha vissuto quell’epoca (le mie conoscenze vanno poco oltre Radiofreccia)e vuole
sapere di più sulla figura del disc jockey, può essere molto interessante leggere un libro appena uscito,
scritto da chi conosce bene quel mestiere. Il volume si chiama Dj, un lupo solitario nel cuore dei giovani:
l’autore è Luca Verbeni, parla in un microfono radiofonico da 28 anni; suzzarese, ha ottenuto grandi
soddisfazioni in vari locali italiani (con qualche puntata all’estero) ed in parecchie emittenti, mentre da circa
10 anni si occupa anche di organizzare spettacoli e manifestazioni (da diverso tempo ha la responsabilità
dell’importante festival musicale Casoni a tutta Birra).
La copertina del libro di Luca Verbeni…
… e l’autore con Renzo Arbore,
autore della prefazione
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Il libro parte dalle origini dei dj, dunque dal mondo musicale americano: qui si assiste alla diffusione dei juke
boxes, alla nascita del rock ‘n’ roll, mentre alcune “voci” diventano celebrità indiscusse. Si pensi a personaggi
come Alan Freed (che coniò l’espressione R&R) o, soprattutto, Lupo Solitario (Wolfman Jach, al secolo
Robert Smith): costui, grazie alle sue trasmissioni notturne condotte con voce nera, energia e naturalezza,
divenne la figura più apprezzata dai giovani. Subito dopo arriva l’epoca delle «radio pirata», che
trasmettevano senza alcuna autorizzazione, magari da una nave collocata in acque internazionali (come la
mitica Radio Caroline) o che, legali nel loro stato, venivano ricevute “abusivamente” in paesi esteri (i gruppi
italiani conobbero molti successi internazionali grazie a Radio Luxembourg). Dal 1975 anche in Italia si
diffuse largamente il fenomeno delle emittenti “libere”, ancora illegali: Eugenio Finardi scrisse La radio,
che divenne presto bandiera di molte stazioni, mentre alcuni esperimenti ottennero lusinghieri
apprezzamenti. Se il primo canale radiofonico privato di successo fu Radio Milano International, il più famoso
fu certamente Punto Radio: emittente modenese, aveva tra i suoi dj un giovanissimo Vasco Rossi e
divenne un punto di riferimento per tante radio private dell’epoca (Verbeni riporta parecchi episodi, dalle
feste a certe “scaramucce” con le altre stazioni).
Dalla radio, tuttavia, il dj sta per diventare una figura chiave in un altro luogo: la discoteca. La seconda
sezione del libro è una continua altalena di nomi e di ricordi, di locali di ieri e di oggi, di esperienze di musica
e ritmo. Alla console dei locali si sono alternate figure molto diverse, ognuna col proprio carisma: Daniele
Baldelli, Mozart, Alfredo Miti Maturani (mio concittadino), ed ancora Claudio Cecchetto o Enzo
Persueder hanno lasciato un segno importante tra coloro che fanno questo lavoro. Il percorso di Luca
prosegue con un occhio ai locali che si sono imposti come «templi della dance»: ci sono quelli più famosi
stranieri (a partire dal mitico Studio 54 di New York), fino a quelli di casa nostra, ancora sulla breccia
(Cocoricò, Sesto Senso, L’Altro Mondo Studios) oppure scomparsi (su tutti il Picchio Rosso di Formigine).
Segue una carrellata di personaggi che hanno legato il loro nome al mestiere del dj, radiofonico o da
discoteca (compresi i più recenti e noti Albertino, Amadeus, Linus e Marco Baldini), comprese le prime
“donne fantino”, da Luisella Berrino a Paoletta.
L’ultima parte del libro è una sorta di “manuale formativo” per aspiranti disc jockey, soprattutto per chi è
interessato a svolgere la propria attività in un locale. Le pagine sono ricche di definizioni essenziali,
indicazioni utili, consigli sul mixaggio: in coda al libro, soprattutto, si trova un database che raccoglie i 300
brani più importanti che hanno segnato la carriera dei disco-dj (ordinati per titolo, artista e battiti per
minuto).
Tutta questa storia, di ieri e di oggi, ha l’autorevolissima prefazione di Renzo Arbore, che a tutt’oggi
presiede l’Associazione Italiana Dj e più di chiunque altro ha contribuito alla diffusione di questa professione
in Italia. Contattarlo non è stato facile, ma alla fine Luca c’è riuscito da solo: «Tutti gli amici che lavorano in
Rai mi dicevano di lasciar perdere – racconta – e dicevano che Arbore non sarebbe stato interessato o
avrebbe voluto dei soldi; alcuni addirittura mi chiesero danaro per creare il contatto. Stavo per arrendermi,
ma poi grazie ad una mia amica romana ottenni i suoi numeri di telefono: una settimana dopo, sul mio
telefonino ricevetti una chiamata di Renzo, che voleva sapere del progetto e mi chiedeva il manoscritto.
Passate tre settimane, Arbore richiamò e, apprezzando l’opera, mi disse: “Ho intenzione di farti la
prefazione”. Era la realizzazione di un sogno, che si era avverato senza raccomandazioni o giri di denaro;
eppoi Renzo è una persona straordinaria ed umile».
I proventi della vendita del libro, tra l’altro, andranno all’associazione Lega del Filo d’Oro, che da tanti anni è
vicina alle persone sordocieche e di cui Arbore, da oltre 15 anni, è il principale testimonial. Consiglio a tutti di
leggere questo libro: sarà un’occasione per divertirsi, ricordare e aiutare persone in difficoltà.
Per informazioni e per acquistare il libro visita questo sito: www.luposolitariodj.it
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Agosto 2006
Musica
04/08/2006
TERZOBINARIO, CREATIVITÀ IN MUSICA
Autore: Gabriele Maestri
Prima che io lasci incustodite le colonne del mio blog per alcuni giorni (destinazione, la consueta Val
d’Aosta), lascio spazio ad un gruppo musicale di Sermide (MN) che ho conosciuto alcune settimane fa in un
festival: molto interessante, al punto che ho voluto dedicare ai Terzobinario la nuova storia. Buona lettura.
P.S. Per contattare il loro studio di registrazione (Studiobinario, via XXIX Luglio 87, 46028 Sermide), scrivere
all’indirizzo di posta [email protected].
Musica
05/08/2006
DUE GIORNATE "NOMADI"
Autore: Gabriele Maestri
Mancano ormai circa 50 minuti alla mia partenza per Fenilliaz (AO), ma non me la sento di lasciare casa
senza prima condividere con voi il contenuto di due giornate speciali. Due giornate “nomadi” (o “da
Nomadi”, se preferite), in cui il filo conduttore è proprio il gruppo storico di Novellara, a partire da chi ci ha
lasciato decisamente troppo presto. La nuova storia è lunga, ma forse ne vale la pena. Ciao Augusto, Ciao
Dante, SEMPRE NOMADI.
Curiosità
19/08/2006
UNA CASETTA DI PIETRA PER UNA FAMIGLIA SPECIALE
Autore: Gabriele Maestri
Sono tornato esattamente una settimana fa dalla Val d’Aosta: sette giorni sono bastati per rientrare a pieno
titolo nell’intronata routine quotidiana, fatta di libri, articoli, cose da mettere a posto, etc. Quanto è lontana
la casetta di Fenilliaz, in un paesino un po’ sperduto (ma certo non dimenticato da Dio) che ti dà ciò di cui
hai bisogno, facendoti la grazia di evitarti il superfluo.
Quanto sono lontane quelle giornate ventose (la pioggia, per nostra fortuna, l’abbiamo evitata), passate in
una grande famiglia di venti persone, con la gioia (magari un po’ caciarona, ma genuina) di trovarsi tutti
insieme a tavola, di condividere ogni momento della giornata come se fossimo davvero tutti figli della stessa
madre (a dire il vero, anche quest’anno abbiamo dovuto condividere il bagno, sia pure per un solo giorno).
Quanto sono lontani i prati e le montagne, i fiori dei sentieri e l’acqua fresca delle fonti, in mezzo alle quali
non è poi così difficile credere che Qualcuno ha fatto tutto questo e noi abbiamo la possibilità di vivere in
mezzo al «bello», se vogliamo (ci ha dato anche lo spettacolo delle stelle cadenti, quando le nuvole non si
mettono di mezzo e se chi le vede, a differenza di me, sa ancora esprimere desideri).
D’altra parte, quanto è bello tornare con il ricordo agli incontri della sera, in cui si cercava di capire (sotto la
guida di don Roberto) come funziona la testa di noi ragazzi, quali sono le tappe dell’avventura chiamata
crescita e quanto è importante che ognuno di noi abbia vicino qualcuno che voglia davvero bene, perché il
viaggio verso l’età adulta sia il più sereno possibile. Quanto è bello pensare al momento dei Vespri recitati
assieme, con le preghiere proposte «secondo il cuore» (e non «secondo il libro») o a quando sentivamo il
bisogno di ritirarci un po’ a pensare, andando sul «roccione» che concede una vista stupenda sul Creato.
Quanto è stato bello, almeno per me, trascorrere un po’ di tempo con persone che durante la settimana
riesco ad incontrare solo in poche occasioni e che, in realtà, sono assai più che conoscenti o semplici amici
(anche se poi ti minacciano di «dormire preoccupato» e poi ad orari prestabiliti fanno finta di picchiarti);
anche stavolta non sono stato sempre presente (ho fatto il possibile per studiare Diritto tributario), ma ho
sentito molto forte l’affetto di tutti i miei «compagni di viaggio» ed ho trovato, quando ne ho avuto bisogno,
chi ha rimediato a qualche momento di tristezza.
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Non ho osato pesarmi al ritorno, temendo di aver messo su qualche chilo: colpa dell’ottima cucina di Maddi,
della «polenta concia» e spezzatino mangiata la sera prima e degli assalti mattutini degli amici, che
tentavano di farmi ingurgitare una quantità industriale di cibo (solo perché il don e Paolo diacono non
c’erano…). Spero invece di essere cresciuto un altro po’ nello spirito, di aver compiuto un altro piccolo passo
sulla via dell’Amore, che sospetto passi anche dalla Val d’Aosta.
Foto dal prato della nostra casetta
La vista dal "roccione"
Un assalto mattutino al sottoscritto...
... e gli effetti dell'ultima cena sul Cuervo
Per le foto grazie ad Andrea Orlandi
Introspezioni
26/08/2006
QUEL CARTONE CHE C'È IN NOI
Autore: Gabriele Maestri
Vai a sapere perché, qualche giorno fa all’improvviso mi sono sentito una zuccheriera. Non
fraintendiamoci: non è che dentro mi sentissi dolce al punto da far concorrenza ad un budino;
semplicemente, ho “rivisto” una scena di un cartone animato che ho amato molto. Avevo versato
inavvertitamente troppa acqua nel bicchiere di mia nonna, per cui il contenuto è traboccato ed ha bagnato la
tovaglia: una situazione simile (ma molto meno coreografica) a quella della zuccheriera animata che, nel film
La spada nella roccia, cucchiaino dopo cucchiaino scarica nella tazza una montagna di zucchero cristallino.
Oltre alle conseguenze immediate del mio gesto (bisognava asciugare subito la tavola), ho pensato che in
ognuno di noi dev’essere rimasto un po’ di quel mondo, fatto di disegni animati e personaggi buffi (quasi
tutti Disney), che ha caratterizzato la nostra infanzia.
Ho già scritto, più di un anno fa, che da piccolo mi sono sempre identificato in Paperino. In fondo, quel
personaggio dotato di becco, piume e casacca marinara rappresenta bene molti italiani (assai meglio di
Topolino, le cui storie mi sono sempre parse più pesanti): la sua sfortuna cronica, l’inventiva (tradotto:
«l’arte di arrangiarsi»), il rapporto conflittuale con soldi e lavoro, il tira-e-molla con la (eterna) fidanzata ci
somigliano molto. Mi è sempre piaciuto anche Pippo, strano e sgangherato (un po’ come Paperoga, che
però si pettina di meno e mette sempre nei guai qualcuno), con il suo cappello a forma di epifisi di osso che
da piccolo mi ostinavo a chiamare «muletto» (nessuno ha ancora capito perché).
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Non sono gli unici ricordi che ho, naturalmente. Quando penso ad un orologio a cucù, mi viene subito in
mente la scena di Pinocchio in cui si animano tutti gli orologi della bottega di Geppetto (raramente ho visto
tanta cura per i particolari, anche se da piccolo ero più preoccupato della figurina della mamma che
sculacciava il figlio); se vedo due persone che litigano per qualcosa, si riaffacciano le tre fate un po’
pasticcione della Bella addormentata nel bosco (Flora, Fauna e Serena), che con le bacchette cambiano
continuamente colore all’abito ed a farne le spese è il corvo sul comignolo.
Un tizio vestito in modo bizzarro per me somiglia a Mago Merlino di ritorno da Honolulu; il mio gatto rosso
si chiama Bizet, come quello degli Aristogatti (non ho mai provato a fargli suonare il piano, perché ho pietà
delle orecchie di famiglia). E se non ricordo pressoché nulla di Bambi (mia madre dice che ho spento la tv
quando gli è morta la mamma e non l’ho mai più voluto vedere), ho adorato con tutto me stesso La spada
nella roccia, la cui cassetta ha girato nel videoregistratore fino alla consunzione. Dev’essere per questo che,
quando vedo una locomotiva di un trenino, istintivamente la chiamo «vaporina» (come la pronunciavo
allora): c’è voluto un po’ di tempo, però, perché a quattro anni capissi che non avrei dovuto usare la teiera
per farla partire, come faceva Merlino.
Religione
31/08/2006
IL VANGELO "SECOND MERCH"
Autore: Gamma83
Qualcuno di voi ha mai provato a pensare come potrebbe essere il Vangelo, se venisse letto in dialetto,
piuttosto che in italiano o in latino? Sembrerebbe assurdo o, forse, ci ricorderebbe che Gesù ha predicato a
persone semplici e doveva farsi capire soprattutto da chi non era istruito? Personalmente propendo per la
seconda ipotesi e parlo volentieri di un esperimento che un sacerdote romagnolo, don Carlo Gatti, ha fatto
alcuni mesi fa. Date un’occhiata, forse l’argomento potrebbe interessarvi o anche solo incuriosirvi. Amen
(anzi, icé ben, come suona in romagnolo).
Attualità
31/08/2006
5 BLOG PER IL BLOGDAY
Autore: Gabriele Maestri
Mi è stato ricordato che oggi è il cosiddetto «BlogDay», nel quale si diffonde la conoscenza di queste pagine
personali, in modo che altri possano conoscere nuovi approdi. Come lo scorso anno, ho scelto di non
indicare blog già inseriti nei link del mio sito, ma di segnalare spazi nuovi, da condividere con gli altri.
Questa volta tocca a:
1) Lameduck: è l’ultima blogger che io abbia conosciuto, ma il solo fatto che adori Ralph the wolf & Sam
the Sheepdog e mi abbia dato la possibilità di rivederne una puntata merita questa citazione. I suoi post,
comunque, sono interessanti anche quando parlano di altre cose.
2) Baraonda: i curatori di questo spazio sono sempre stati molto gentili con me, facendomi spesso visita e
lasciando commenti ai miei post, anche forse quando non lo meritavano davvero. Questo blog, d’altra parte,
è soprattutto una buona raccolta di pensieri e riflessioni che meritano.
3) Linus: «stare, andare, passare, tornare e partire» potrebbe essere una filosofia di vita, ma anche un bel
monito per gli avventori di un blog. È bello soprattutto tornare, visto che ne vale la pena (a proposito, grazie
in ritardo per avermi linkato…).
4) Sergio Maistrello:do volentieri spazio ad un «metablog», perché fatto da un giornalista che ha
pubblicato, tra l’altro, un libro intitolato «Come si fa un blog». Penso che possa essere uno spunto per chi,
come me, forse non padroneggia al meglio lo strumento telematico. Nel suo sito/blog, Maistrello tratta
argomenti interessanti, che dovrebbero attirare l’attenzione di molti.
5) Eva - Cristalli: non capisco nulla di cristalli, ma questo sito (visitato dopo aver ricevuto un commento
alcuni mesi fa) mi ha interessato e come tale ve lo propongo volentieri: può insegnare a tanti andare «sul
sentiero dei cristalli», ad esempio ad essere limpidi come loro.
http://www.blogday.org
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Settembre 2006
Attualità
13/09/2006
ERAVAMO IN 25MILA... GRAZIE A VOI
Autore: Gamma83
Solo un rapidissimo passaggio (in corrispondenza della trasformazione introdotta dalla piattaforma che mi
ospita) per ringraziare tutte le persone che, tornando sul luogo del misfatto, hanno permesso a questo blog
di raccogliere oltre 25000 contatti: grazie per avermi concesso parte del vostro tempo, anche soltanto una
volta.
Attualità
15/09/2006
LA RABBIA, L'ORGOGLIO, IL DISAGIO
Autore: Gabriele Maestri
Leggo ora, quasi per caso (mentre cerco di controllare la mia posta) della morte di Oriana Fallaci. Come è
ovvio, la notizia mi giunge inaspettata, anche se tutti sapevano del suo tumore (ne aveva parlato lei stessa
più volte). Sono dispiaciuto per la persona, ma soprattutto per la persona che aveva smesso di esistere già
cinque anni fa. Quando il Corriere della Sera pubblicò il suo scritto La rabbia e l’orgoglio, lo lessi, cercai di
capire, di comprendere ciò che stava succedendo nel mondo anche attraverso la voce di chi, secondo le
persone che mi avevano parlato di lei, aveva sempre espresso analisi profonde e coerenti nei libri e negli
articoli di giornale. Eppure, proprio chi mi aveva consigliato la lettura, quella volta non fu affatto convinto:
era come se tra la Fallaci del 2001 e quella di Insciallah, Un uomo e Intervista con la storia non trovasse una
vera identità.
Della lettura de La rabbia e l’orgoglio oggi ricordo soprattutto due sensazioni: una pugnalata allo stomaco
(per il realismo con cui procedeva la scrittura), ed il fatto che in quell’articolo fossero contenuti giudizi e
valutazioni che probabilmente molti pensavano, ma non avrebbero mai espresso se un personaggio
autorevole come la Fallaci non si fosse fatto avanti a scriverle, chiare e nette, su un foglio di giornale. Devo
dice che nemmeno io, dopo aver letto le ultime parole «Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere
disturbata. Punto e basta», potevo dire di condividere quei contenuti. Lo sfogo della scrittrice (anzi,
«scrittore», come lei stessa si definiva lì) era assolutamente giustificato e comprensibile, ma sentivo in fondo
di non identificarmi in pieno con quel pensiero (ma non mi piacevano nemmeno gli attacchi violenti di Adel
Smith nel suo L’Islam castiga Oriana Fallaci – Lettera ad una vecchia mai cresciuta).
Quella sensazione è diventata molto più forte dopo il suo scritto «Io trovo vergognoso che…», in cui
condannava le manifestazioni antisraeliane e pro-palestinesi in Italia ed all’estero. Non ho mai disegnato
svastiche, né inneggiato alla Shoah (come credo di non aver mai detto «Gli sta bene, agli americani» dopo
l’11 settembre), ma mi sembrava e mi sembra tuttora assurdo stare incondizionatamente dalla parte degli
israeliani, screditando i Palestinesi e chi prova a sostenerli. Non hanno forse diritto ad avere uno Stato? Non
si ha forse diritto di manifestare (senza eccessi e disgustose reminescenze naziste, sia chiaro) per la loro
causa? Non abbiamo il diritto (come è stato fatto nelle settimane scorse) di dire che Israele ha diritto di
esistere, ma non di bombardare a tappeto, uccidendo chiunque con la scusa di doversi difendere
(infrangendo varie norme di diritto internazionale)? Mai mi sarei sognato di chiedere alla Fallaci di pensarla
diversamente, ma sono convinto che il suo pensiero abbia portato molti (che magari l’hanno additata per
anni come icona della sinistra) a “fare di tutte le erbe un fascio” e ad usare le parole della scrittrice per
colpire duro chi non la pensava come lei (non sono pochi, nonostante le copie vendute dei libri).
Per questo motivo, dopo quel pamphlet, non me la sono sentita di leggere altre cose firmate Fallaci (ci ho
riprovato solo con l’autointervista, distribuita col Corriere e non ne ho un buon ricordo); non ho condiviso
nemmeno la sua posizione sui referendum, anche se ovviamente la rispetto. Sono sicuro che lei, da vera
fiorentina, si curerà assai poco delle mie parole; magari mi risponderà «I don’t care of you» o ancora «Fuck
you». In ogni caso, ora riposi tranquilla nel luogo in cui è (non ne ho idea, visto che è atea e rispetto anche
questo); se avete voglia di parlarne, io sono qui.
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Attualità
26/09/2006
SILVIA LIBERA!
Autore: Gabriele Maestri
Finalmente, pochi minuti dopo essere tornato da nuoto, ho letto su Televideo la notizia che aspettavo da
tanti, troppi anni: Silvia Baraldini è stata scarcerata oggi, dopo oltre vent’anni passati in carcere per una
sentenza dall’amaro sapore politico. Gli Stati Uniti le avevano sottratto la libertà (condannandola valendosi di
poche ed inconsistenti prove); per 12 anni hanno negato ad una donna, peraltro malata di tumore, di poter
tornare in Italia a scontare la pena. Ora, anche grazie all’indulto, Silvia può volgere di nuovo i suoi «limpidi
occhi chiari» verso il cielo e vederlo tutto intero, senza muri di cemento o sbarre a deturparlo.
Quando parlai della Baraldini mesi fa qualcuno protestò, invocando 40 anni di galera e spingendosi oltre:
forse ora si sarà convinto ancora di più di aver ragione, ed è assolutamente libero di farlo. Per quanto mi
riguarda, sono contento che per una volta le cose siano andate nel verso giusto. Ora aspetto soltanto che
qualcuno del centrodestra dica: «Avete liberato una terrorista», perché credo che stavolta una querela non
gliela leverà nessuno.
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Ottobre 2006
Costume
07/10/2006
LATITANZE E BALLI SENZA SBALLO
Autore: Cristian Avigni
Qualche anima gentile, passando più volte di qui e trovando il blog incustodito, mi ha scritto per chiedermi
che fine avessi fatto. Mi spiace latitare dal mio spazio, ma l'università non mi permette grandi disponibilità di
tempo. Anche per questo intervento, infatti, risulto assente: cedo la parola all'amico Cristian Avigni
(del portale musicale www.soundvillage.it) che informa di una festa importante che si è tenuta alcune
settimane fa nella mia città ed ha avuto come testimonial principale don Antonio Mazzi. In quell'occasione
ho intervistato il sacerdote e, appena mi sarà possibile (e qualcuno di mia conoscenza mi manderà le foto),
riporterò il nostro dialogo; per ora, lascio parlare Cristian.
Gamma83
"Non spegnere la vita, accendi la musica..." questo è lo slogan scelto dallo staff del Kaimano,
un'associazione nata a Guastalla (RE) con lo scopo di limitare le stragi della notte che coinvolgono sempre
più giovani ogni fine settimana.
Dopo un tour di eventi iniziati nel mese di maggio, si è svolta domenica 10 settembre in piazza Mazzini a
Guastalla l'undicesima ed ultima tappa con musica, colori e divertimento grazie alla speciale partecipazione
in consolle degli artisti della CSC Riccione.
Un totale di 30000 partecipanti durante tutto il tour in terra reggiana e mantovana (sempre all'insegna del
"ballo senza sballo") e la speciale partecipazione di personaggi famosi come Nina Moric e don Antonio Mazzi
hanno attirato l'attenzione delle televisioni nazionali e dei più famosi mensili di informazione e cultura.
Notevole anche la partecipazione del portale d'informazione www.soundvillage.it, che grazie ai suoi fotografi
e giornalisti ha permesso a tutti quanti i frequentatori del mondo web di venire a conoscenza degli eventi
preparati da Carlo Fiumicino e Danilo Teodori, rispettivamente organizzatore e presidente dell'associazione.
Lo staff del Kaimano continuerà a collaborare con molti locali invernali e si preparerà ad affrontare il
prossimo anno con tappe in diverse parti d'Italia spingendosi oltre alle terre che gli hanno fatti conoscere.
Sito ufficiale: www.kaimanointour.it
Musica
25/10/2006
RITORNERAI, BRUNO...
Autore: Gabriele Maestri
Interrompo finalmente il lungo silenzio, dovuto esclusivamente ad impegni universitari e non: non si
preoccupino Baraonda, Afrodite, VirtuaLove e Flavia-Caravaggio, non mi è accaduto nulla di grave (anzi, ho
superato bene Diritto Tributario) e non ce l’ho con nessuno di voi.
Torno purtroppo per motivi non lieti: intendo partecipare anch’io, col mio piccolo spazio, al lutto che questa
notte ha colpito la canzone d’autore. La morte di Bruno Lauzi potrebbe non significare molto per alcuni, ma
certamente rappresenta una grave perdita per chi ha ammirato davvero le sue opere. Non ho mai avuto
occasione di ascoltarlo dal vivo (anche se è venuto più volte a Reggio, spesso con spettacoli rivolti ai più
piccoli), ma ricordo che entrò presto a far parte dei cantanti a me noti: partecipò ad Una rotonda sul mare e,
anche se io tifavo per Maurizio Vandelli, mi colpì la rivisitazione di Ritornerai che propose in quell’occasione.
A Lauzi ho cominciato a guardare con più interesse dopo essermi avvicinato alla musica di Lucio Battisti:
del cantautore di Poggio Bustone incise vari brani, alcuni dei quali assolutamente indimenticabili (…E penso a
te e, ancor di più, Amore caro amore bello; mi piaceva anche L’aquila, ma molti l’hanno trascurata). Da quel
momento ho cominciato a conoscere meglio quell’artista curioso, nato all’Asmara ma per tutti colonna della
«scuola genovese», che era cresciuto assieme a Luigi Tenco ed aveva abbandonato gli studi giuridici quasi
completati per la sua carriera musicale. Aveva iniziato come (cant)autore, ma ha colto alcuni dei suoi
maggiori successi valorizzando con le sue interpretazioni canzoni di altri artisti: oltre ai pezzi di Battisti, non
si possono dimenticare quelli scritti da Paolo Conte (su tutte Onda su onda ed il bellissimo dipinto di
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Genova per noi). La firma di Bruno Lauzi spicca anche sui testi di brani di valore dati ad altri artisti (per Mia
Martini Piccolo uomo e Almeno tu nell’universo) e su molte belle traduzioni di brani d’epoca: basta pensare a
brani come L’appuntamento (Chico Buarque per Ornella Vanoni), Lo straniero (di Georges Moustaki) e La tua
immagine (versione italiana di The sound of silence, pietra miliare di Simon & Garfunkel) per riconoscere il
talento dell’artista.
Bruno Lauzi da tempo era malato di Parkinson e, invece che diminuire il suo impegno nella musica, lo ha
aumentato, dandoci ancora la possibilità di ascoltare la sua voce (aveva prestato il suo volto anche ad una
nota associazione di disabili). Ora che se n’è andato, ritornano in mente i suoi brani storici, come pure le
prime pagine appassionate (Il poeta, La donna del Sud) ed i brani di stampo politico, più o meno condivisibili
ma certamente sentiti: torna l’interrogativo pressante «Dov’è chi ha liberato te?» di Domani ti diranno, come
pure la fustigazione a 360° di Popoli turistici (entrambi i pezzi furono censurati). Persino i bambini, senza
saperlo, a volte hanno cantato le sue canzoni: quella coppia di brani che trainò efficacemente due
programmi televisivi (La tartaruga e Johnny Bassotto, affidata a Lino Toffolo).
Uno degli ultimi brani incisi, in un tributo a Pierangelo Bertoli, era Sera di Gallipoli: una versione struggente,
da riascoltare. «Chetato il mare / senza più una parola / le spalle curve, andremo in cerca della luna»: voglio
dedicare questi versi a Bruno, che forse a quest’ora avrà già trovato la sua luna.
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Novembre 2006
Attualità
03/11/2006
C'È UN'ARIA...
Autore: Gabriele Maestri
«C’è un’aria che manca l’aria» scrivevano Giorgio Gaber e Sandro Luporini in un brano di qualche anno fa.
Grazie a Dio in questo momento non mi sento soffocare, ma il “concetto dell’aria” rimane: è importante
tenere sempre le antenne alzate, nella vita propria e quella del gruppo, per capire veramente «che aria tira»,
come vanno davvero le cose. Dunque cominciamo.
C’è un’aria di desiderata tranquillità tra noi dell’oratorio di San Giacomo (e della comunità di San Rocco):
domenica è finita la visita pastorale che ci ha impegnati per tre giorni, ma che prima ci aveva fatto lavorare
per parecchie settimane. Eravamo piuttosto tesi: desideravamo che il Vescovo capisse fino in fondo la nostra
realtà, che potesse toccare con mano che nei nostri gruppi cercavamo davvero di vivere come una famiglia,
anche in tutti gli altri momenti dell’anno; abbiamo cercato di trasmetterlo attraverso i bambini del
catechismo, i ragazzi più grandi, con la presenza di adulti ed anziani, con il canto della messa e l’energia del
concerto. Speriamo di esserci riusciti (la sensazione di avercela fatta c’è): continuiamo a pregare perché
«non si perda nulla di quanto Lui ci ha dato» e continuiamo a fare famiglia. Anche per questo mercoledì sera
ci siamo trovati in oratorio per vedere, tutti assieme, le due puntate di Papa Luciani: il «sorriso di Dio». La
fiction era davvero bella, Neri Marcorè molto bravo (mi piace molto anche come comico): abbiamo finito
quasi all’una, ma valeva la pena di vivere assieme un momento di crescita e di riflessione (nonché di
commozione: ho pianto come una fontana riascoltando il «discorso della Luna» di papa Giovanni.
A proposito di tv, c’è un’aria buona e di vero rinnovamento al Tg1: l’arrivo di Gianni Riotta alla direzione
sta dando ottimi risultati. Non parlo dell’ascolto (non ho dati per affermarlo) ma della qualità: si è imboccata
la strada dell’approfondimento a portata di telespettatore. Interventi frequenti di giornalisti esterni,
indicazioni discrete (all’interno dei servizi) dei siti utili per approfondire le notizie, un rapporto più diretto con
gli ascoltatori che frequentano lo spazio web della testata: sono tutti ingredienti nuovi che, messi assieme,
contribuiscono a fare un buon prodotto. Accanto alle rubriche che hanno sempre funzionato (a partire da
Tv7 e Speciale Tg1), è stata una bella sorpresa vedere il pubblico partecipare attivamente, con i sondaggi od
altre iniziative, tra cui la raccolta delle immagini dell’alluvione di Firenze. C’è ancora spazio per migliorare,
ma credo proprio che questa sia la strada giusta.
C’è un’aria di nausea, invece, tra i telespettatori che, cercando di evitare reality show e programmi di incerta
qualità, incappano nell’ennesima puntata di Porta a Porta sul delitto di Cogne. Non ricordo nemmeno più
quanti anni sono passati da allora, ma non se ne può veramente più: l’orrore di quella vicenda ed il rispetto
per Samuele meriterebbero un dignitoso silenzio, piuttosto che un dibattito in seconda serata, che torna
buono per riempire una trasmissione. Non aggiungo altro, perché mi sento schifato anche solo a continuare.
C’è un’aria di attesa, infine, in questo mio piccolo spazio: me ne accorgo tutte le volte (ormai capita piuttosto
spesso) che sono costretto ad assentarmi e qualcuno, imperterrito, continua a passare. C’è addirittura chi si
preoccupa, come Virtualove, che teme mie nuove sparizioni e chi, come Luce notturna, mi ha
scherzosamente apostrofato di persona per le mie lunghe assenze. Non sono affatto convinto di essere una
presenza importante nella Rete, ma devo ringraziare tutti quelli che con il loro passaggio, hanno portato ad
oltre 29000 il numero delle visite: un risultato certo insperato, impossibile da raggiungere senza di voi.
Ricorrenze
14/11/2006
SECONDO COMPLEANNO
Autore: Gamma83
Seconda candelina oggi per questa piccola astronave vagante nella Blogsfera: forse non c’è granché da
festeggiare, ma mi fa piacere di essere riuscito, pur con alti e bassi, a tenere aperto questo spazio per
comunicare e conoscere persone davvero interessanti.
Mi sento debitore di tutti coloro che hanno permesso al blog di vivere con un commento o anche solo una
visita; ringrazio soprattutto Rossella Rovesti e don Roberto Vignolo (che hanno contribuito con loro scritti
profondi al mio sito) e tutti quelli che si sono fatti intervistare da me (Giuliano Bugani, Beppe Carletti,
Vittorio De Scalzi, don Carlo Gatti, Mattia Toscani, Luca Verbeni, Reika e i gruppi musicali ControTempo,
Gasparazzo, TerzoBinario).
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In occasione del secondo anno di Conversario inquieto, nella nuova storia (la prima dopo mesi) propongo
un incontro con una persona speciale: don Antonio Mazzi, che ho intervistato in occasione della tappa
guastallese di Kaimano in tour. Buona lettura.
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20/11/2005 00:00
Il futuro della redenzione
Una riflessione sulla vita dei cristiani e sul loro rapporto con le «cose ultime»
I cristiani aspettano ancora la nuova venuta di Gesù? E, ancora prima, c’è chi non ha mai sentito parlare del
Figlio di Dio, della sua morte atroce e della sua risurrezione? Si tratta di domande non banali, cui un
credente vorrebbe rispondere (nell’ordine) sì e no, ma la realtà delle cose pare essere ben diversa.
Si è parlato anche di questo mercoledì sera, in un incontro organizzato nella mia città dal gruppo di giovani
«Il pozzo di Giacobbe», di cui faccio parte anch’io. Le domande citate prima sono state poste dal relatore
della serata, Daniele Garota: 48 anni, sposato, 4 figli, una vita trascorsa a lavorare la terra, gestire la sua
casa-agriturismo ed approfondire la sua conoscenza della fede. L’incontro era incentrato sul contenuto
dell’ultimo libro dell’autore, Fame di redenzione. Il riscatto delle «cose ultime», edito da San Paolo: nessuno
è rimasto deluso.
Il logo del nostro gruppo
CREDERE NELLE «COSE ULTIME». Garota ha offerto a noi presenti un ritratto preciso del «cristiano», di
come dovrebbe essere e di come è nella realtà. Il cristiano, secondo l’autore, si contraddistingue per il suo
credere nelle «cose ultime», quelle che vanno al di là della morte: chi ha fede in Dio è certo che «la morte
non avrà l’ultima parola» perché un giorno sarà annientata per sempre. Quella dell’uomo dovrebbe essere,
dunque, una continua tensione verso quel traguardo; non la fine della vita (non si «aspetta di morire»), ma
l’inizio di un’esistenza nuova. Fin qui il «dover essere».
DOV’È LA PAROLA? La realtà quotidiana rischia di essere molto diversa da questa immagine. Molti cristiani
non provano alcun interesse per le «cose ultime», ma addirittura oggi c’è chi, pur appartenendo alla cultura
cristiana, non ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret. Mi ha colpito un episodio raccontato da Daniele
Garota: una scolaresca visitava una chiesa durante una gita e un ragazzo (non un bambino), indicando il
Crocifisso, chiese all’insegnante: «Quello è Spartaco?». In uno stato non molto diverso rischiano di trovarsi
molti cristiani, che magari non hanno mai aperto la Bibbia (persino i Testimoni di Geova hanno una
conoscenza maggiore di quel testo): «Oggi non mancano libri o parole; manca chi prenda sul serio la
Parola» ha sintetizzato Garota. Per questo il Messaggio non arriva o arriva distorto: non c’è chi lo testimonia.
La Parola di Dio, dunque, sarebbe a portata di mano (a partire dalla Bibbia), ma troppe persone non la
raggiungono: l’immagine è ben rappresentata dalla frase di un filosofo, il quale disse: «Si può morire di sete
davanti ad una fontana che zampilla».
RELIGIOSI SENZA FEDE. Non bisogna confondere, tuttavia, la fede con la pratica religiosa. Se ad un
occhio disattento (spesso di chi partecipa regolarmente alle liturgie) i due atteggiamenti appaiono uguali,
l’autore del libro ricorda: «Persone molto religiose hanno ucciso Gesù, mentre le prostitute lo hanno amato.
Anche oggi si può esser molto religiosi, pur senza avere un briciolo di fede». E se spesso sono i giovani a
mancare dalle chiese, Garota non li condanna: «Non sarà che non vogliono più andare a Messa perché
vedono molta ipocrisia, molte persone “praticanti” che in realtà vogliono solo salvare la faccia?».
I travisamenti del messaggio di Dio da parte dell’uomo, secondo Garota, sono frequentissimi: «Quando
muore una persona, magari un bimbo piccolo, c’è subito chi dice: “L’ha preso il Signore”. Non è affatto così:
Dio non ha creato la morte e non può portar via nessuno». L’immagine di Dio offerta dallo scrittore, invece,
è ben diversa: si tratta del Dio che ha creato il mondo e continuamente crea (rinunciando a qualcosa di sé),
che «si sporca di fango fin dall’inizio, perché esista l’uomo». Non si tratta certo di un dio che manda il dolore
agli innocenti, bensì di un Dio che soffre con loro. «Anche Gesù non ha scelto la croce – ricorda Garota – gli
è caduta addosso» e nel racconto del Getsemani lo si capisce.
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La copertina del libro di Daniele Garota
IL VALORE DELLE DOMANDE. Daniele Garota ha sottolineato come i cristiani debbano imparare anche da
quei non credenti che pure sulla loro strada hanno incontrato, in qualche modo, il messaggio di Dio. Ci sarà
un motivo per cui l’intellettuale Guido Ceronetti, ha tradotto più volte il Cantico dei Cantici (forse il libro
più poetico della Bibbia) o Jung ha scritto che «La risposta alle tante domande di Giobbe può essere letta nel
volto di Gesù».
A questo proposito, la domanda è un altro tratto tipico del cristiano («la troppa sicurezza uccide la fede»,
ha detto , o almeno dovrebbe esserlo. Persino Cristo, una volta inchiodato sulla croce, grida «Mio Dio, mio
Dio, perché mi hai abbandonato?»: una situazione particolare, in cui è Dio stesso a fare esperienza
dell’abbandono di Dio ed, in quelle frasi, raccoglie il grido di tutti i disperati della terra. Oggi, invece, i fedeli
hanno perso l’abitudine di fare domande (cosa ben più difficile della consuetudine a dare risposte), hanno
smesso l’abito del «cristiano che pensa» e si sono vestiti, troppo spesso, di indifferenza. E contro questo
stato non c’è rimedio: non serve discutere o ragionare.
Il ricordo di questa serata resterà a lungo, per l’intensità dell’argomento e l’efficacia delle parole di Daniele
Garota. L’autore, tra l’altro, è riuscito anche a farmi capire ed accettare le parole di Paolo che, scrivendo agli
Efesini, dice «Le mogli siano sottomesse ai mariti», ma poi aggiunge «come al Signore» ed ai mariti
prescrive di amare le mogli «come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei». Avevo sempre
trovato anacronistico e prepotente il concetto di sottomissione (forse è anche stato tradotto male); quando
però un marito riesce davvero ad amare la propria compagna come ha fatto Gesù, da costui non può venire
nulla di male e perfino l’idea di sottomissione acquista senso. Che poi mariti “così” ne esistano pochi, è
verissimo; e questo è un ulteriore problema.
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15/12/2005 00:00
Alla scoperta dei bloggers - 1 - Reika
Il blog è un luogo strano (come tutta la Rete, del resto): ci si incontra e si comunica, senza sapere magari
chi si è, ma spesso ci si trova in sintonia o si scopre di avere in comune questo o quel particolare. Nasce
dunque l’interesse, la voglia di conoscersi meglio, magari attraverso un’intervista. Ho potuto così sapere un
po’ di più di una persona che ha visitato più volte il mio spazio reziario: REIKA.
Avevo trovato per la prima volta la firma di Reika alla fine di agosto, in occasione del BlogDay: da allora ogni
tanto è ricomparsa ed io, incuriosito, sono andato a vedere il suo blog. Il sito era stato aperto 5 mesi prima
del mio, in un giorno particolare. «Il primo tentativo di apertura del sito risale al giorno del mio compleanno.
Era un sabato mattina, ero sola a lavorare: ero chiusa dentro una vetrina a fare ciò da cui volevo scappare.
Navigavo in rete, ho aperto 14 finestre alla volta sul desktop, poi sono capitata su un blog e, in barba ai miei
“capi” ho deciso di fare qualcosa per me, che fosse solo mio». Un auto-regalo di compleanno, dunque, che
ha coinvolto l’autrice fin dall’inizio: «Quando, di pomeriggio, tornai al lavoro, mi misi d'impegno. Ho fatto
prove, sbagliato, ho capito i miei errori ed ho salvato il tutto; alla sera alle 19:30, quando ho smesso di
lavorare, non vedevo l'ora che arrivasse lunedì per continuare». E l’avventura è continuata, fino ad oggi.
L'home page del blog di Reika: www.bloggers.it/reika
Il sito è piuttosto scarno come grafica (ma in questo momento in evidenza c’è un bellissimo fotogramma
tratto dal disneyano Biancaneve e i sette nani); i molti frequentatori del sito – oltre 15mila contatti finora –
trovano soprattutto pagine di vita raccontate da Reika, senza risparmiare le proprie emozioni. «Il blog per
me è come un diario – spiega – con più possibilità: si ricevono opinioni, si tiene memoria delle proprie
emozioni e del proprio percorso, cose senz’altro positive. Meno positivo è che si mettano in piazza i fatti
propri, ma tutto dipende da come si raccontano. Credo che il diario non serva per fare letteratura o tentare
esperimenti linguistici, ma per rivedersi ed analizzarsi, ripensarsi; se poi intanto si fanno anche
“arzigogolamenti”, va bene».
Tutti i post di Reika, dunque, hanno al loro interno una traccia personale, originale, mai “scopiazzata” («A
proposito – ricorda l’autrice - non mi piacciono i blog che riportano gli articoli di giornale, se voglio leggere le
notizie vado nei siti dei quotidiani»). In tanti hanno deciso di passare da questo spazio, per lasciare un
commento o anche solo per una visita: di coloro che attraversano il suo mondo telematico Reika dice: «Non
ho la più pallida idea di cosa cerchi chi passa di qui; certamente trova come sono io».
Girando per le pagine del sito ci sono varie curiosità, soluzioni grafiche interessanti e citazioni da non
perdere. Tra esse, nella pagina «Chi sono», anche un brano tratto dall’Elogio della follia di Erasmo da
Rotterdam: «Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l'animo e la
paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera a meraviglia da entrambi». «Ho
utilizzato lo spazio del “Chi sono” per mettere i concetti che ritengo importanti. La follia che cito è un
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pretesto, la cosa importante è la volontà di conoscenza, e qualsiasi mezzo per raggiungerla è legittimo. La
vergogna e la paura sono inibitori, la follia è la mancanza di inibizioni e il modo per esporsi».
Tra i post vecchi e nuovi si ritrovano parecchi spunti di riflessione; parlando di sé e del mondo che la
circonda, la blogger Reika dice: «Secondo me il mondo sta andando affanculo. Mi colpisce la staticità delle
persone: mi colpisce ad esempio che si scenda in piazza per una partita di calcio ma che poi, se ti dicono che
puoi scegliere se vicino a casa tua possa esserci un traliccio elettrico o no, al referendum la gente non vada
a votare; quel che è peggio, il traliccio per legge potrà essere vicino a casa tua anche se tu hai votato, ma
non potrai farci niente, visto che l'80% degli altri non è andato alle urne. Penso che se qualcuno mi
chiedesse se voglio fare la rivoluzione, io ci starei: così il mondo è un casino».
Il tempo per l’intervista è terminato e la “storia” si chiude qui. Prima però che Reika torni al mondo reale (ho
scoperto, tra l’altro, che vive più o meno nella mia stessa area), rivolge un pensiero ad Enzo Biagi,
personaggio che aveva ricordato in un suo intervento di qualche mese fa. «Quando, in questo periodo, vedo
Biagi in televisione lo vedo solo, spento, invecchiato: la mancanza di contatti e la distanza dal suo lavoro,
così come lo viveva prima lo hanno “segato”. Penso che il suo fosse un modo imparziale, onesto e reale di
vedere le cose». Alla fine di ottobre, Reika aveva manifestato il desiderio di rivedere stabilmente Enzo in tv:
mi unisco all’appello ed invito chi di dovere a far presto, perché non si decida troppo tardi.
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31/12/2005 00:00
Pace di Dio, pace degli uomini
Che differenza c'è tra queste "due paci"? Lo spiega il prof. Giuseppe Fornari, in un incontro ed un libro.
La parola «pace» è solitamente declinata solo al singolare: a molti sembra un’idea universale, che non può
essere intesa se non come «tranquillità» o «assenza di conflitto». Può dunque incuriosire il fatto che un libro
recentemente pubblicato dall’editore Raffaello Cortina sia intitolato Le due paci. Il professor Giuseppe
Fornari, docente di filosofia all’università di Bergamo, autore del libro assieme a Mauro Ceruti, all’inizio di
dicembre ha parlato del concetto di «pace» nel secondo incontro organizzato nella mia città dal gruppo
religioso «Il pozzo di Giacobbe».
LA PACE DEGLI UOMINI ED IL SACRIFICIO. La spiegazione è partita proprio dal titolo del libro, dunque
da quel plurale applicato alla parola «pace». Fornari ha citato un passo del Vangelo di Giovanni (14, 27), che
distingue tra «la pace che dà il mondo» e quella «che dà Cristo», spiegando come queste due «paci» siano,
al fondo, molto diverse. L’intera analisi della questione parte dalle teorie elaborate dal filosofo francese
René Girard (1923), di cui Fornari è profondo studioso. La pace «come la dà il mondo», dunque tipica degli
uomini, sarebbe il frutto di un processo violento che ha origine dall’imitazione.
«L’uomo tende per sua natura ad imitare – ha spiegato Fornari – e non si tratta di un fenomeno negativo,
poiché è alla base dell’apprendimento». Questo processo mimetico continua per tutta la vita, in particolare in
riferimento ai modelli che si stimano (cosa che è alla base della globalizzazione); l’operazione spesso è
inconsapevole, anche se nell’uomo esiste una sorta di “riflesso condizionato” che dipinge tale fenomeno
come qualcosa di pericoloso. Se troppo ravvicinata, difatti, l’imitazione può sfociare in rivalità, poiché si
finisce per desiderare tutto ciò che hanno gli altri. È a questo punto che compare l’elemento della violenza,
a sua volta oggetto di imitazione, da parte dei soggetti che si fronteggiano (i quali reagiranno ai rispettivi
attacchi con sempre maggior carica aggressiva) e dei terzi (che si schierano con l’uno o con l’altro): si può
dunque produrre una sorta di guerra totale (il bellum omnium contra omnes di Thomas Hobbes) che rischia
di non avere mai fine, proprio come sperimentiamo oggi giorno con il “terrorismo globalizzato”.
Nelle società più antiche – studiate da Girard – prive di un adeguato apparato giudiziario (che incarceri i
violenti, in modo che non potessero più essere imitati), l’unica via d’uscita a questa situazione di “vendetta
generalizzata” consiste nell’individuare un soggetto verso cui indirizzare tutta la violenza del gruppo. Questo
essere (il capro espiatorio o vittima), scelto magari perché attira l’attenzione dei consociati o si distingue
per qualche particolare, è ritenuto unico responsabile della crescente violenza e, in risposta a ciò, viene
eliminato (cacciato dalla società o, più spesso, ucciso): in quel momento intensissimo la violenza dei soggetti
si “scarica” e la comunità torna in pace. «Proprio per questo ritorno alla tranquillità – ha ricordato Fornari – i
carnefici attribuiscono alla vittima un potere pressoché divino, grazie al quale si è ristabilita la pace». Col
tempo tale meccanismo è stato ritualizzato nel sacrificio, alla base di tutte le religioni più antiche: l’uomo
ha imparato ad utilizzare ripetutamente questa dinamica per mantenere la pace con i suoi simili.
LA PACE DI DIO. La venuta di Gesù ed il suo messaggio mutano profondamente questo quadro, poiché
Cristo propone all’uomo la «pace come Dio la dà». Questa pace in senso cristiano non ha un significato
politico, né è immediatamente spendibile su questa terra (o per lo meno non in modo così evidente).
Cristo non condanna la pace umana basata sul sacrificio (a differenza di quanto si legge più volte nell’Antico
Testamento), riconoscendo come sia stata alla base della storia dell’uomo; invita invece a superarla,
attraverso il perdono. Non si tratta di una semplice non violenza (o di non rispondere alle violenze), bensì
dell’amore nei confronti del nemico: quell’amore che Gesù insegna non in quanto persona straordinaria, ma
come scrupoloso esecutore (dunque «imitatore», questa volta “buono”) degli insegnamenti del Padre.
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Come sappiamo dalla lettura dei Vangeli, gli uomini non seguono l’esempio di Gesù: egli viene isolato e
condannato, al punto che la Passione diventa una sorta di riepilogo di tutte le imitazioni “sbagliate” che
Cristo si proponeva di correggere. Praticamente tutti cadono in questo processo: non si salvano i discepoli,
che lo abbandonano o (come Pietro) lo rinnegano, non vi sfugge nemmeno Dimaco – il ladrone “cattivo” –
che sbeffeggia il figlio di Dio, pur condividendone la sorte.
Perché Gesù accetta tutto questo? È forse un fallimento, il suo? Tutt’altro. Dalla Passione emerge
chiaramente che il rifiuto della parola di Dio rende inevitabile il ritorno al sacrificio: se solo Uno vive con la
pace di Dio è Lui il diverso, il nuovo capro espiatorio. Gesù, morendo in croce, finisce per prendere il posto di
tutte le vittime che lo hanno preceduto e seguito, ma proprio in quel momento trionfa sulle forze della
violenza: «Applicando su di sé la pace “come il mondo la dà” – ha chiarito Fornari – Cristo dimostra che la
sua era l’unica vera alternativa alla logica violenta del passato: Egli ripete l’ultima volta su sé il sacrificio
affinché noi non ne abbiamo più bisogno». In questo modo, l’Eucaristia cui i cristiani partecipano durante la
Messa non è soltanto un ricordo di quanto è avvenuto, ma è la «reale commemorazione dell’evento grazie al
quale l’uomo non avrà più bisogno di sacrifici».
La copertina del libro di Fornari
UNA PACE POSSIBILE? Nonostante ciò, è noto a tutti come il meccanismo del capro espiatorio continui
anche oggi. «L’uomo non è cambiato – ha spiegato Fornari – e nemmeno i suoi meccanismi. Tuttavia il
cristianesimo ci ha dato una possibilità in più per affrontare le situazioni». Sta a noi seguirla e, prima di
tutto, individuarla: Gesù, infatti, dopo la morte non si è manifestato a tutti (come avveniva nel caso della
vittima sacrificale, che spiegava il suo “potere” ad ognuno, dunque anche ai persecutori) ma solo a chi
davvero aveva compreso il suo messaggio, separandosi dalla folla dei carnefici.
In un secondo momento ho chiesto a Fornari se ritenga possibile che la comunità degli uomini riesca un
giorno ad abbandonare la "sua" pace e ad abbracciare, definitivamente, quella di Dio. Lui mi ha ricordato
come la «pace di Dio» non sia immediatamente spendibile nel mondo di oggi: «Su questa terra – ha chiarito
– io devo preoccuparmi di ciò che posso fare immediatamente nella mia vita e nella mia esperienza,
obbedendo a una chiamata che è quella di Gesù». Il messaggio di pace di Cristo si rivolge singolarmente ai
“chiamati”: «Si tratta di coloro – spiega il professore – che rispondono al richiamo della vittima e del Dio
delle vittime, riconoscendo in se stessi la loro natura almeno potenziale di persecutori, e riconoscendo che
solo il potere dell'agnello sgozzato e risorto per perdonarli li può salvare». Il “regno di Dio” non è, invece, un
«mero obiettivo da perseguire nella storia», una sorta di “unanimità” in favore della vittima, assai poco
plausibile.
L’obbedienza alla chiamata di Gesù richiede in ogni caso un nuovo processo di imitazione, che si aggiunge a
quella (già ricordata) di Cristo stesso, che è conforme agli insegnamenti di Dio. Eppure questa imitazione
“buona” è meno evidente, come mi conferma lo stesso Fornari, ad una mia domanda sulle differenze visibili
tra i meccanismi della mimesi violenta e di quella positiva. «Gli uomini – mi ricorda – tendono più facilmente,
quando sono insieme, a seguire i comportamenti coesivi più facili sfogando i pericoli potenziali o reali dei loro
rapporti imitativi su qualche obiettivo che li metta d'accordo. L’imitazione violenta è la più intensa e la più
virulenta, perché suscita le energie difensive più primordiali, e la conseguente necessità di portarle a
compimento scaricandole su un capro espiatorio: assistiamo quotidianamente a fenomeni di massa (dagli
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stadi ai movimenti mareali dell’opinione pubblica) che ci ripropongono in forme trasformate quegli antichi
meccanismi. Questo ripropone con urgenza la necessità di una risposta individuale ai fenomeni di massa».
CRISTIANI E VIOLENZA. Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, come i cristiani si siano posti nei
confronti della violenza. A prima vista anche alcune fasi della storia della nostra religione abbiano conosciuto
il fenomeno dell'imitazione violenta (penso soprattutto alle crociate ed al grido maccheronico e terribile
«Deus lo vult»): i seguaci del credo che propone «la pace come Dio la dà» sono stati e sono immuni dalla
violenza tipicamente umana?
«Chi è investito dal messaggio della pace come Dio la dà – mi ha spiegato Fornari – non solo non è in nulla
diverso dagli altri, ma è raggiunto da questo messaggio proprio perché è come gli altri esseri umani di
qualunque altra cultura: il messaggio del Dio delle vittime mette a nudo proprio il fondamento violento di
ogni cultura e di ogni appartenenza. L'Occidente ha quindi interagito col messaggio che rivelava le vittime
nella misura e nei modi in cui potevano farlo popoli e culture che erano dipesi dal sacrificio per un numero
enorme d'anni, e che in più di un caso hanno recepito molto parzialmente il cristianesimo». Fornari fa
l’esempio dei roghi di streghe, comunemente praticati nell’antichità (come «supplizi assolutamente normali»)
e di cui resta ancora traccia, ad esempio, nel tradizionale “rogo della vecchia”.
«Nelle culture influenzate dal cristianesimo – continua – sono intervenute due novità. La prima è che
comportamenti collettivi e violenti come il rogo delle streghe continuavano a ripetersi perché voluti sovente
“dal basso”, ma hanno iniziato ad essere regolamentati in senso giudiziario da istituzioni che almeno
assicuravano un regolare processo in cui c'era a volte la possibilità di essere assolti, possibilità inesistente nei
linciaggi fatti a furor di popolo. La seconda novità, la più importante, è che in queste culture più o meno
cristianizzate si è formata una minoranza di individui che ha iniziato a capire che le streghe e le altre vittime
preferenziali, come gli ebrei e gli eretici, erano dei capri espiatori, e che il comando dei Vangeli era di
difenderli e impedire che fossero perseguitati. Questa reazione è stata interpretata dall'illuminismo e dalle
concezioni democratiche e liberali che ne sono nate, solo che si è perlopiù risolta nel non riconoscere le
cause di questa violenza dentro gli esseri umani, e nel trasformare la Chiesa storica in capro espiatorio della
violenza che non si voleva vedere dentro l'umanità».
Lo stesso discorso, secondo Fornari, si può applicare parlando delle guerre: «Le Crociate non sono state
diverse da infinite altre guerre di conquista e riflettono le condizioni di vita e di umanità dei popoli europei
del tempo. Nella condanna senza appello di questo fenomeno c’è spesso un rifiuto ad informarsi meglio su
come le cose siano andate veramente, cosa che ricorda sinistramente le condanne pregiudiziali degli antichi
linciaggi. E' vero, ad esempio, che la conquista crociata di Gerusalemme si è risolta nel massacro di una
parte degli abitanti, ma perché non ricordare quello che è successo nella conquista di infinite altre città?»
Fornari sottolinea come le critiche alle Crociate e alle guerre cristiane abbiano un senso assolutamente
condivisibile: quello di ricordare che simili comportamenti sono incompatibili con il significato della croce di
Cristo. «Tuttavia – ricorda – questa stessa considerazione è squisitamente cristiana, giacché per tutte le altre
culture i comportamenti che noi oggi condanniamo erano ritenuti sostanzialmente normali o comunque
giustificati: le mancanze dei cristiani non sono un argomento contro il messaggio rispetto al quale essi
vengono meno. In secondo luogo, queste condanne tendono nascostamente o apertamente ad allontanare
da sé lo spettro della violenza, a dimostrare che coloro che le pronunciano siano esenti da tale violenza, ma
questo è un ragionamento intrinsecamente falso, perché tutti noi, in quanto esseri umani, condividiamo le
medesime propensioni a compiere il male e a renderci responsabili di violenze dirette o indirette, e il
trasformare istituzioni e intere epoche storiche in capri espiatori ne è la conferma».
«Questo moralismo incontentabile – conclude Fornari – che ripete all'infinito sempre gli stessi cliché senza
indagare più da vicino, rischia di alimentare atteggiamenti che i Vangeli definirebbero “ipocriti”: non mi
risulta che l'ipocrisia sia la strada giusta per avere più pace, tantomeno la pace “come Dio la dà” che è la
pace senza alcun capro espiatorio. Credo che proprio la meditazione sulla storia del mondo cristianizzato, e
dei suoi infiniti tradimenti del messaggio cristiano, sia l’occasione più adatta per capire meglio il cristianesimo
ed applicarlo nel nostro presente non condannando i nostri fratelli vissuti nel passato».
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02/05/2006 00:00
L'età dello sport
Lo sport ha avuto un’importanza notevole nel fascismo e nel nazismo. Il professor Stefano Pivato spiega perché
Quale ruolo può avere lo sport nella costruzione di uno stato totalitario? Può sembrare una domanda
assurda, se non si fa una riflessione di tipo storico e sociale: al contrario, analizzare il rapporto tra l’attività
sportiva e la storia italiana (e non solo) degli anni ’20 e ’30 può dare frutti interessanti. Me ne sono accorto
martedì, assistendo ad una lezione tenuta da Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea
all’università di Urbino: ero assieme ai ragazzi dell’istituto Russell di Guastalla, con cui parteciperò (come lo
scorso anno), al Viaggio della memoria organizzato da Istoreco. Quest’anno andremo a Berlino, città al
centro di molte pagine storiche tristi: oltre a visitare un campo di concentramento situato nei dintorni, ci
recheremo al grande stadio della città, costruito in occasione delle Olimpiadi del 1936. Proprio quella
manifestazione fu l’apogeo del rapporto tra il nazismo e lo sport: meglio, tuttavia, andare con ordine.
SPORT E FASCIO. Pivato ha iniziato il suo discorso con un inquadramento storico dell’argomento. Gran
parte degli sport che conosciamo nasce alla fine dell’Ottocento: questi svaghi arrivarono in Italia nei primi
anni del secolo successivo, ma rimasero un fenomeno sostanzialmente elitario (pochi avevano il tempo e le
risorse per dedicarsi a tali attività). La svolta arrivò tra gli anni ’20 e ’30: in quel periodo di grandi
cambiamenti economici e sociali (anche dal punti di vista dei media: la nascita della radio è di quegli anni) lo
sport si trasformò in fenomeno di massa, coinvolgendo gran parte della popolazione. Il fascismo investì
molto su questo, cogliendo alcuni caratteri fondamentali di questa nuova attività: lo sport, infatti, ha in sé un
notevole potenziale di aggregazione per chi lo pratica ed è in grado di enfatizzare parecchio lo spirito
nazionale, creando consenso tra la gente (la considerazione vale anche oggi: ostentiamo con orgoglio il
Tricolore e ricordiamo le parole dell’inno di Mameli quasi solo quando a vincere è l’Italia calcistica).
«Non è un caso, a pensarci bene – ha sottolineato Pivato – che l’Italia negli anni ’30 abbia ottenuto risultati
sportivi mai più eguagliati, quanto a palmares e discipline». Le cose stanno proprio così: nel 1932 gli atleti
italiani conquistarono il secondo posto assoluto alle Olimpiadi di Los Angeles, il ciclista Alfredo Binda fu tre
volte campione del mondo, Primo Carnera conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi (titolo mai eguagliato
dai pugili italiani), la Millemiglia conquistò la nazione (cui il regime poteva mostrare strade asfaltate e motori
potenti). Ad esplodere in questo periodo, tuttavia, fu soprattutto il calcio. Si ricorda l’arrivo dei primi, potenti
“oriundi”, il trionfo in Italia ed in Europa del Bologna (che divenne «la squadra che tremare il mondo fa») ed,
in particolare, i due mondiali consecutivi vinti dalla Nazionale: il primo (1934) proprio in Italia, il secondo
(1938) a Parigi, «vittoria ancor più significativa per il fascismo – ha rimarcato Pivato – perché ottenuta nella
città simbolo della democrazia moderna e dell’onta subita dall’Italia dopo il primo conflitto mondiale».
L’investimento del fascismo si concretizzò nella costruzione di nuovi impianti (alcuni stadi risalgono ancora a
quel periodo), e nel coinvolgimento di tutte le fasce della popolazione: anche delle ragazze, per allenare i
corpi di chi avrebbe dovuto dare alla Patria figli sani (scontrandosi in questo con la Chiesa, che si opponeva
strenuamente allo sport femminile); anche degli anziani, che all’interno del «dopolavoro» si dedicavano ad
attività come le bocce ed il tamburello. Erano soprattutto i giovani, tuttavia, a ricevere fin da piccoli
l’educazione all’obbedienza ed alla disciplina attraverso la ginnastica (che, come si vedrà, è cosa
concettualmente diversa dallo sport).
HITLER E LO SPORT. «Il nazismo – continua il professore – prese l’Italia sportiva di Mussolini, con i suoi
investimenti e ritualità, come modello ideale ed organizzativo per il terzo Reich». Hitler spinse all'estremo
questa scelta; in questa operazione fu facilitato dalle teorie di personaggi come F.L. Iahn (maestro di
discipline ginniche), che ritenevano che la razza tedesca dovesse dimostrare la sua superiorità mediante la
ginnastica. Tra quest’ultima e lo sport, in realtà, c’è una certa differenza: mentre la prima si fonda su gesti
uguali per tutti, compiuti su ordine di un “capo” cui si deve obbedire, lo sport lascia più spazio all’iniziativa
personale ed allo “spirito di squadra”. In ogni caso, il disegno di Adolf Hitler potè realizzarsi in fretta e
purtroppo anche in campo sportivo, a causa dell’idea di superiorità razziale, si assistette presto
all’emarginazione degli atleti ebrei (molti finirono nei campi di concentramento).
Certamente in ambito sportivo il maggior successo del terzo Reich furono le Olimpiadi di Berlino del 1936, le
prime «dell'era moderna». Hitler diede all’evento un rilievo mai visto prima di allora: costruì villaggi olimpici
ed impianti (tra cui l'enorme stadio di Berlino), introdusse il rito della fiaccola e le medaglie (che inizialmente
non erano previste, in una manifestazione fondata sullo spirito di “incontro tra i popoli”). Tutto questo
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(compreso il documentario firmato Olimpia, distribuito in moltissimi paesi) rientrava nel piano della Germania
nazista, che già aveva costruito il lager di Dachau: l’idea di superiorità razziale emerse anche nel famoso
episodio di Jesse Owens, atleta di colore che vinse quattro ori per gli Stati Uniti, ma cui Hitler rifiutò di
stringere la mano. «Le Olimpiadi furono un successo personale del Führer – ha detto Pivato – Fu soprattutto
grazie a questo evento che la Germania riuscì a rompere l'isolamento sul piano internazionale».
C’è stato spazio anche per parlare di altri aspetti dello sport di ieri e di oggi, in quelle due orette
ottimamente governate da Pivato (che sui legami tra sport e società ha scritto parecchio): ho potuto
riflettere assieme ai ragazzi su molte cose e, quando saremo a Berlino, inevitabilmente ci ripenseremo.
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02/11/2006 00:00
Triangolo rosso, 77415
La storia di Mirella Stanzione, deportata a 16 anni a Ravensbruck e sopravvissuta all'orrore
Aprire la porta per vedere chi ha bussato e trovarsi di fronte le SS. È iniziato così il doloroso cammino di
Mirella Stanzione, la signora che è venuta a Guastalla per parlare agli studenti che parteciperanno al
«Viaggio della memoria», organizzato anche quest’anno da Istoreco, comune e provincia di Reggio Emilia.
LA CATTURA. La donna non è finita in uno degli inferni creati dagli uomini perché ebrea, come era
accaduto in tanti altri casi: in quel 2 luglio 1944 le SS cercavano il fratello, un partigiano. Non lo trovarono in
casa, ma presero le altre persone di quella famiglia «nemica»: Mirella aveva 16 e non aveva fatto nulla, ma
dovette lasciare La Spezia assieme alla madre, senza portare nulla con sé, nemmeno un fazzoletto.
Finirono in carcere, prima a La Spezia, poi a Genova: «Fu in carcere che, per la prima volta, vidi le pulci –
racconta la Stanzione – erano sotto il tavolaccio, ma alla fine mi ridussi a dormire comunque». Dal carcere di
Marassi le due donne furono portate al campo di smistamento di Bolzano, poi la loro destinazione fu
Ravensbrück, un campo aperto nel maggio ’39 ad 80 km da Berlino (dal 1942 fu anche luogo di sterminio) e
che raccoglieva essenzialmente donne e bambini. «Arrivammo là dopo un viaggio di sei giorni e sei notti –
ricorda – Noi ed altre sessanta compagne fummo trasportate su un carro bestiame sigillato; eravamo in
condizioni pietose, senza nemmeno il vaso per i nostri bisogni personali».
DISCESA ALL’INFERNO. Non tutto ciò che è avvenuto nel campo affiora chiaramente nella mente di
Mirella: «La memoria – spiega la signora – induce una selezione dei fatti, scarta, cancella: per questo chiedo
aiuto alle mie compagne di sventura, anche se in fondo per me dimenticare è stato un bene». Certamente
tra le cose che la deportata non ha dimenticato c’è la scena vista all’arrivo a Ravensbrück: «Vidi molte figure
in colonna, magre, affaticate, sporche e rasate: a tutto somigliavano fuorché a donne». Costoro indossavano
le divise del campo, con il loro numero; presto anche Mirella Stanzione per le SS divenne solo un segno (il
triangolo rosso dei deportati politici) ed un numero, 77415. «La cosa più urgente – racconta – era imparare il
suono del mio nuovo “nome” in tedesco, per evitare botte e ritorsioni; lo feci, ma mi sono sempre rifiutata di
imparare la lingua».
Nei campi la superiorità razziale dei tedeschi si esprimeva e si rafforzava attraverso l’umiliazione dei
prigionieri; alle donne toccò certamente la sorte peggiore. Mirella, come tante altre sopravvissute all’orrore,
ricorda la vergogna di dover stare nude davanti ai soldati, come pure le visite ginecologiche immotivate ed
anti-igieniche o il controllo della bocca, come si fa coi cavalli. «La nudità era qualcosa di tremendo – precisa
la donna – specie se si pensa al senso del pudore di allora. Essere nuda ti fa sentire alla mercé di chi ti è
davanti, si è indifesi». Anche il lavoro rientrava in questa logica: «La nostra prima attività all’aperto
consisteva nel passarci di mano in mano una pala piena di sabbia, che arrivata all’ultima di noi ritornava
all’inizio del suo percorso. Era un lavoro inutile, che serviva per umiliarci. Successivamente ho avuto la
“fortuna” di lavorare per un’industria in un sottocampo di Ravensbrück: lì stavo all’interno di un block, ero al
coperto e protetta dalle intemperie. Proprio le industrie di allora hanno una grossa responsabilità circa la
nostra sorte: hanno sfruttato il nostro lavoro, che per loro costava pochissimo, fin che hanno potuto».
Ogni giornata era scandita da rituali terribilmente precisi, a partire dalla tortura – non tortura dei due appelli,
urlati alle 4 del mattino ed alle 18. La vita per le donne italiane a Ravensbrück, soprattutto nei primi tempi,
era durissima: «Le donne di altre nazionalità ci detestavano – ricorda la deportata – perché credevano che
fossimo fasciste, anche se eravamo prigioniere politiche: c’è voluto parecchio tempo perché questo
pregiudizio cadesse». L’umanità non era di casa nel campo: Mirella ricorda come l’unico gesto di “bontà” da
lei ricevuto sia stato ottenere un vestito in più, per ripararsi dal freddo. Quei vestiti, tra l’altro, erano pieni di
pidocchi, animali che la Stanzione non aveva mai visto, come era avvenuto con le pulci in carcere.
Circa 25 anni fa Francesco Guccini scrisse che i lager «sono un posto in cui spesso la gente muore; sono
un posto in cui – peggio – la gente nasce»: si conta che proprio a Ravensbrück siano nati circa 870 bambini.
Nessuno è stato risparmiato dalla violenza nei campi: non i più piccoli, non le donne, punite per cose da
nulla. «Una volta – racconta la donna – fui picchiata solo perché mi trovavo fuori dal mio block e stavo
cercando di guardare dentro la baracca che fungeva da infermeria». Per sopravvivere (agli stenti, alla fame,
al tifo) bisognava pensare soprattutto che si sarebbe tornati a casa ed anche sforzarsi di sorridere poteva
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servire: per questo la madre di Mirella ogni tanto diceva «Adesso basta cose tristi» e chiedeva alla figlia dove
volesse andare a ballare quella sera. Un modo, anche questo, per non sprofondare.
DOPO L’INFERNO. La fine della prigionia arrivò a maggio del ’45: senza certezza sulla data, visto che era
ben difficile avere un’idea precisa del trascorrere del tempo. Quando i russi liberarono il campo, Mirella e la
madre non c’erano più: erano state costrette dai tedeschi a mettersi in cammino verso Amburgo, in una di
quelle che sono note come «marce della morte». Si camminava per ore e ci si fermava solo quando, durante
i bombardamenti, ci si metteva a terra; dopo due giorni e due notti, madre e figlia riuscirono a staccarsi
dagli altri e fuggire. La via del ritorno fu piuttosto accidentata: in Germania le deportate dovettero ritornare
sui loro passi, finirono in un campo di raccolta per militari italiani e, finalmente, in ottobre Mirella raggiunse
Genova in treno.
Una volta a casa, tuttavia, la vita fu più difficile ed amara del previsto. Molte, troppe cose richiamavano
immediatamente l’orrore vissuto nel campo, per cui era forte il desiderio di dimenticare; anche
l’atteggiamento delle altre persone, tuttavia, non fu d’aiuto. «Tutte noi donne – spiega la signora Stanzione
– rimanemmo colpite del fatto che nessuno volesse sapere cosa ci fosse accaduto, in quei mesi in cui
eravamo sparite dalle nostre città: “La guerra è finita, non parliamone più” ci sentivamo dire spesso. La cosa
peggiore però era l’atteggiamento di chi, domandandoci della nostra vita nei campi, ci guardava in modo
strano ed insinuava “Chissà cos’avrai fatto per salvarti…”». Questa storia mi era stata raccontata anche
l’anno scorso, quando intervistai Piero Terracina: mi era sembrato orribile che si potesse anche solo
pensare che una donna per salvarsi dovesse vendersi o cedere alla vergogna. Per questo motivo tante donne
hanno scelto di non parlare più della loro esperienza e si sono chiuse nel massimo silenzio: Mirella ha taciuto
per 50 anni, poi ha cominciato a raccontare ed è tornata anche a Ravensbrück («La seconda volta – ricorda
– quando l’anno scorso sono entrata da sola nel campo, i sessant’anni di distanza si sono annullati e mi sono
sentita di nuovo un numero»).
Questa storia è una delle tante che hanno incontrato sulla loro strada un inferno creato dagli uomini:
asociali, prigionieri politici, ebrei, omosessuali, zingari, Testimoni di Geova, disabili, tutti accomunati da
quell’esperienza atroce. Chi l’ha vissuta vorrebbe dimenticare quei giorni, ma molti scelgono di raccontarla a
noi, nuove generazioni: ne abbiamo bisogno per conoscere, per rispettare, per non tornare indietro.
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23/02/2006 00:00
Enzo Biagi: giornalista, uomo, epurato
La storia di un gigante del giornalismo, raccontata da sé medesimo e dal collaboratore (e amico) Loris Mazzetti
IL SOGNO. 11 aprile 2006, Raiuno, ore 20 e 35. Una voce maschile, con velato accento emiliano, annuncia:
«Signore e signori, ecco a voi Enzo Biagi per una nuova puntata del Fatto. Scusate dell’interruzione» e,
nemmeno due secondi dopo, appare in video proprio lui: Enzo da Lizzano in Belvedere, con i ben noti
occhiali, seduto alla scrivania, lo sfondo bianco. Fantascienza? Forse; di certo è il desiderio più grande (oltre
che mio) del giornalista e di Loris Mazzetti, il curatore e regista della trasmissione che si presterebbe
volentieri a fare la «signorina buonasera» per una volta. Una volta speciale. Perché vorrebbe dire che le
elezioni sono andate in un certo modo, perché i ritorni vanno festeggiati come si deve.
È iniziato con questo auspicio l’incontro che Mazzetti ha tenuto venerdì a Guastalla, nell’ambito di una
manifestazione («Libera l’informazione») che da alcuni anni si occupa di offrire un’informazione “altra”, non
allineata e non convenzionale ai cittadini della Bassa reggiana e mantovana. Avevo già ascoltato con piacere
il regista di Biagi nel maggio dello scorso anno, in una bella serata con Marco Travaglio e Michele
Santoro; venerdì ho ripetuto l’esperienza e sono rimasto soddisfatto, pur con una grande amarezza.
IL LIBRO. Loris Mazzetti era stato chiamato, tra l’altro, per presentare il libro che ha scritto con Biagi,
raccogliendo le sue parole. Il volume si chiama Era ieri (Rizzoli, € 17,50) ed è, per usare le parole del suo
curatore, «un vero libro di storia». Credo che Mazzetti (che è stato testimone di molti dei fatti più recenti)
abbia ragione: leggendo con attenzione queste pagine si ritrovano gli ultimi 60 anni di storia, raccontati
soprattutto attraverso incontri ed esperienze personali. C’è gente di ogni sorta, tra le persone chiamate in
causa: politici di ieri, di oggi e di varia statura morale (ricordo soprattutto Parri, Moro o Nenni), imprenditori
come Giovanni Agnelli, magistrati (mi ha colpito Ilda Boccassini), scrittori, colleghi (Montanelli, Travaglio,
Zavoli…), personaggi-amici del cinema quali Fellini, Mastroianni e quel guitto inesauribile di Roberto Benigni.
C’è l’esperienza della Resistenza, con i 14 mesi trascorsi nelle file di «Giustizia e Libertà» tra momenti
drammatici e la vita con gli altri partigiani. C’è il Biagi giornalista inesauribile, che ha dato vita a molte
testate, è stato accolto in varie redazioni (è stato, tra l’altro, il primo direttore esterno del Tg) e spesso ne è
stato cacciato con l’accusa di essere comunista (a proposito, Biagi nel libro dichiara apertamente di essere
«un vecchio socialista, che è stato amico di Nenni e che ha creduto per tutta la vita che una società senza
giustizia sociale non può essere una società democratica»).
C’è soprattutto il Biagi uomo, che ha avuto attorno molto affetto in famiglia, ma che ha sopportato grandi
sofferenze fisiche e personali: su tutte, la perdita ad un anno di distanza della moglie (mi commuove questa
frase: «È stata la compagna di 62 anni di vita e mi ha detto una sola bugia: “Non ti lascerò mai”») e della
figlia minore. Proprio questi due episodi possono far riflettere, secondo Loris Mazzetti, sul potenziale della tv:
al funerale della moglie, quando ancora andava in onda Il Fatto, c’era una folla immensa e con moltissimi
volti noti; alle esequie della figlia, nel 2003 (in pieno esilio televisivo), poco più che parenti ed amici. Morale:
«La tv costruisce e distrugge».
La copertina di Era ieri
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Loris Mazzetti nell'incontro di venerdì
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TV ED INFORMAZIONE. Il teleschermo distrugge soprattutto se un signore, dalla Bulgaria, si preoccupa di
dire ai giornalisti che il loro collega ha fatto un «uso criminoso» della tv pubblica: perché ciò non accada più,
il sistema migliore è eliminare il problema. Via Biagi dai palinsesti, dunque: non subito, per non destare
sospetti, ma con la nuova stagione televisiva. Nel libro si raccontano precisamente le vicende precedenti e
seguenti la chiusura del programma: le puntate che devono aver infastidito il Capo (quella su «Una storia
italiana», l’intervista a Travaglio, il colloquio con Montanelli censurato e l’intervento vulcanico di Benigni),
l’editto bulgaro, le trattative sfibranti per la nuova collocazione del Fatto e l’uscita di Biagi dalla Rai, con
conseguente calo degli ascolti (e degli introiti pubblicitari) nella fascia post-Tg1, rianimata solo con l’arrivo di
Affari tuoi.
L’unica vera risposta all’ordine dato in Bulgaria probabilmente è Che tempo che fa, il programma condotto da
Fabio Fazio (altro personaggio sgradito al nuovo corso) e curato proprio da Loris Mazzetti. La qualità è alta,
il gradimento di pubblico e critica pure: la trasmissione di Fazio, in più, è uno dei pochi programmi a non
aver ospitato Berlusconi (che pure aveva proposto una sua “ospitata”, in data scelta da lui: giustamente
Loris e gli altri non hanno ritenuto di dover cambiare il programma per lui) e a non lasciarsi intimidire nella
satira (vedi Cornacchione-Napoleone che tanti problemi ha creato ad alcuni). Una scelta controcorrente, in
un periodo come questo: «L’errore più grande della Rai – ha detto Mazzetti – sta nell’aver inseguito la
concorrenza, piuttosto che farsi inseguire, sul terreno della qualità e della professionalità. Le tv private
hanno instillato il concetto: progetti in cambio di soldi e contratti miliardari per giornalisti». In questo modo
si sono messi in pericolo i fondamenti stessi della professione giornalistica, con effetti deleteri: per evitare
seccature basta montare un servizio con una platea piena che sostituisce il vero auditorio semivuoto o
“nascondere” sapientemente alcune notizie, in momenti di minor interesse.
CAMBIAMENTI. Ha detto Mazzetti: «Con questo andazzo, un giovane che scrive un articolo si chiederà
“Questo mio pezzo dà fastidio a qualcuno?” e, piuttosto che compromettersi, lo renderà innocuo». Non
posso non interrogarmi su queste cose e spero di scoprirmi immune. Certo, molte cose sono cambiate da
quando Biagi iniziò la sua avventura giornalistica: allora si sognava di diventare una grande firma o un
inviato, oggi la massima aspirazione è divenire un volto televisivo, magari in un insulso reality show. Ma è
tutto il contesto culturale ad essere mutato, e di parecchio: si tenta di mettere sullo stesso piano partigiani e
combattenti di Salò, si interviene pesantemente sulla Costituzione e sui suoi valori fondanti, procedendo a
colpi di maggioranza. «Abbiamo combattuto contro il nazismo e il fascismo – scrive Enzo nella quarta di
copertina – molti hanno dato la vita per la libertà, mai avrei pensato che un giorno nel nostro paese si
tornasse a parlare di epurazione, censura, regime, secessione e si mettesse in discussione la Carta dei Padri
della Patria».
Mi è tornata in mente una cosa che avevo perduto nei meandri della memoria: in seconda elementare, per
un compito che nemmeno ricordo più, ci mostrarono una foto di Enzo. Non avevamo ancora otto anni,
eppure tutti sapevamo che quel signore distinto, con i suoi immancabili occhiali, era proprio Enzo Biagi:
anche se non guardavamo i suoi programmi (ma ricordo d’aver visto una parte dei Dieci comandamenti
all’italiana, una grande inchiesta di quel periodo), lo conoscevamo come una persona autorevole.
Quel signore, il 9 agosto prossimo, compirà 86 anni: spero davvero che il sogno con cui ho aperto questa
pagina si possa avverare. Nel frattempo, si può consultare l’ultima testimonianza rimasta del Fatto: il sito
internet della trasmissione (www.ilfatto.rai.it) è ancora in rete, per un qualche scherzo del destino.
Nell’archivio ci sono i testi di oltre quattrocento puntate (circa la metà di quelle andate in onda in otto anni),
nonché la lettera, assolutamente imperdibile, che Loris Mazzetti scrisse all’allora presidente della Rai, Antonio
Baldassarre. Si tratta di un ritratto impietoso, ma terribilmente realistico, della tv pubblica alla fine del 2002:
purtroppo, a distanza di più di tre anni, le cose non sono cambiate di molto.
Dedico questa storia all’amica Reika, che come me aspetta da anni il ritorno di Enzo Biagi. Un grazie sentito
a Loris Mazzetti per essere venuto fino a Guastalla in una serata piena di nebbia.
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14/04/2006 00:00
Alla scuola dei Ladroni
di Roberto Vignolo
Il testo della riflessione sul brano del Vangelo di Luca, in occasione dell'incontro di preghiera
della Cappella Universitaria di Parma (29 marzo 2006)
Ci mettiamo «Alla scuola del “ladrone” penitente», alla scuola cioè di un «personaggio di prima grandezza e
figura chiave del terzo vangelo […] Forse la figura più singolare di tutta l'opera lucana» (TREMOLADA, 213 n.
125), qualcuno cui una sola parola bastò per ottenere la salvezza senza fatica (così osservavano, con
ammirata e santa invidia, i Padri del Deserto per i quali invece la fatica quotidiana dell’ottemperare
radicalmente e puntigliosamente nell’obbedienza a Dio era all’ordine del giorno per tutta la loro esistenza,
all’insegna dell’opus deificum).
Facciamocene aiutare, per recuperare quello sguardo al Messia Crocifisso, che, incontrando i due ladroni (Lc
23,39-43), tocca il culmine degli intensi e frequenti incontri salvifici di Gesù nel vangelo di Luca.
[Lc 23] 32 Con lui venivano condotti anche altri due malfattori, per essere giustiziati. 33 Quando giunsero al luogo detto Cranio, là
crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che
fanno!» E dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte (Sl 22,19).
35
Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo
eletto!»
36
Anche i soldati lo prendevano in giro, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva
te stesso!» 38 C’era anche una scritta, sopra il suo capo: «Costui è il re dei Giudei».
39
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
40
Ma l’altro, prendendo la parola, lo rimproverava: «Neanche tu temi Dio per il fatto di condividere la stessa pena? 41 Noi
giustamente, poiché riceviamo conseguenze di quanto abbiamo commesso, costui invece non ha commesso nulla di male».
42
E diceva: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
1. Possiamo interpretare il dialogo tra Gesù e i due ladroni, appesi alla croce, come una straordinaria
espressione di poetica teologica lucana, come ripresa geniale di due personaggi originariamente univoci,
identici, di segno negativo (i due malfattori concrocifissi con Gesù, che Mc ci presenta accomunati nella
blasfemìa contro di lui: 15,32), successivamente differenziati da Luca, che li configura diversamente,
distinguendone uno «negativo» e sarcastico (il primo ladrone), da uno positivo e confessore della messianità
di Gesù (il «buon ladrone»). Due personaggi chiaramente antitetici, appositamente contrapposti, ma
ripensabili nei termini di un'unica figura complessa, che consente di costruire un cammino di fede completo,
attraverso due diverse reazioni all’incontro con il Cristo crocifisso: prima imprecando nella ribellione, ma
infine invocandolo nella conversione, regalando così a noi lettori la possibilità di un cammino sofferto ma
resipiscente che guida fino alla sorprendente risposta di Gesù.
Questa chiave di lettura non è certo una novità (Filone di Alessandria, anche come esegeta oggi meritato
oggetto di rinnovata attenzione, ce ne offre numerosi esempi, più o meno felici). Tuttavia essa non nasce
tanto da una generica nostalgia per la tradizionale allegoresi (che, assieme ad intollerabili esagerazioni,
conosce pure usi pertinenti), né intende ricalcarne pedissequamente le orme. Trae spunto, invece, più
direttamente – così par poter pensare — dalla stessa poetica lucana, una poetica di mitezza, all’insegna della
mansuetudo Christi, che non solo privilegia la potenza del perdono, ma che ama presentare l'evento salvifico
di Gesù come incontro paziente, attentamente e progressivamente mediato rispetto ad un’accoglienza mai
attuabile al primo colpo, destinata a fronteggiare anche molto accanite resistenze. Tra i quattro vangeli
canonici, dove a pie’ sospinto spiccano indimenticabili numerosi incontri di Gesù con i suoi contemporanei,
quello di Luca senza dubbio eccelle nel farcene assaporare la nutrita frequenza e straordinaria portata (con
un debole tutto speciale per gli incontri di mensa). Proiettato lungo la sua «via», la sua salita a Gerusalemme
— che in realtà è una ascesa al Padre — il Gesù di Luca infila incontri l’uno dietro l’altro, come una serie di
momenti di grazia salvifica pienamente operativa, che proprio sulla croce dispiega tutta la propria
straordinaria potenza, quando Gesù pronuncia quella parola in tutta la sua missione mai riservata ad alcuno:
«in verità ti dico: oggi tu sarai con me nel paradiso!» (23,43).
In particolare, Luca volentieri caratterizza questi incontri di Gesù con i propri contemporanei, piuttosto che in
termini strettamente individuali, giocando invece sull’accostamento, più o meno simultaneo, di due
personaggi distinti, ma in realtà profondamente collegati, cioè sul raffronto parallelo tra due figure di volta in
volta antagonistiche, ovvero piuttosto complementari (ancorché non esattamente alla pari): pensiamo, per
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intenderci, ai chiari paralleli tra Giovanni Battista e Gesù, Elisabetta e Maria, Maria di Betania e sua sorella
Marta, i due figli del Padre, da entrambi — così diversi eppure più somiglianti tra loro di quanto non paia—
puntualmente temuto e incompreso. E ancora non scordiamoci del pubblicano e del fariseo al tempio, del
cieco di Gerico e di Zaccheo, e negli Atti degli apostoli, di Pietro e Giovanni, Pietro e Paolo, tanto per citare i
più famosi. Si tratta di accostamenti vivaci, con esiti diversi, talvolta addirittura lasciati aperti, in sospeso per
uno dei due personaggi (per cui il lettore si chiede legittimamente come avranno reagito infine p. es. Marta,
o il figlio più vecchio, risentito verso il padre che festeggia il ritorno del minore, quello prodigo. E anche nel
nostro caso: che reazione avrà avuto il primo ladrone dopo avere ascoltato i suoi due compagni di pena?). In
termini di retorica classica, da parte dei suoi lettori più esperti, Luca è riconosciuto adottare qui l’espediente
letterario (ben noto agli autori antichi) cosiddetto della synkrisis, cioè di un confronto sinottico tra due figure
in qualche modo esemplari, su cui si può costruire addirittura un intero libro (un’opera gigantesca come le
Vite parallele di Plutarco, ovvero come quel libro biblico, scritto direttamente in greco, della Sapienza di
Salomone, con il diffuso raffronto iniziale tra il destino del giusto e dell’empio — capp. 1-5 —, nonché con
quello tra Israele salvato e l’Egitto piagato dal Signore, ai capp. 10-19). Con un linguaggio più moderno
parleremo di un «gioco di doppio» (ma lasciamo stare, per non complicarci la vita).
Su questa linea di interpretazione, che valorizza il contributo attivo del lettore, oltre alla consuetudine
lucana, ci porta anche il confronto di Lc con il testo di Mc, che anche per il racconto della passione gli
fornisce il canovaccio narrativo di base, da raffrontare con altre tradizioni e da cui far emergere un ulteriore
sviluppo drammatico. Per quanto riguarda il nostro episodio e personaggio, solo un brevissimo cenno circa i
compagni di pena di Gesù ci offre il più antico testo di Mc. Urtante e spigoloso anche qui come suo solito, il
più antico vangelo, proponendosi in termini di verosimile resoconto, con accenti trattabili come cronachistici,
ci riferisce appunto che i due ladroni, concrocifissi con lui, in realtà non si distinguono affatto fra loro,
proponendo ciascuno un atteggiamento diverso nei confronti di Gesù, ma lo insultano entrambi (Mc 15,31),
unendosi così a modo loro al più generale coro sarcastico e blasfemo di passanti, sacerdoti e scribi, che
monta dai piedi della croce:
[15] 24 «Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Erano le nove
del mattino quando lo crocifissero. 26 E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. 27 Con lui crocifissero anche
due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. […]. 29 I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che
distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce!”.
31
Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! 32
Il Cristo, re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!”. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo
insultavano».
Rispetto a questo particolare che fa piombare Gesù in un'atmosfera di truce disprezzo, Lc invece, da artista
appassionato della mediazione della trascendenza nella storia, trae spunto geniale per cavarne un grande,
magnifico incontro, senza pretendere di restituirci un resoconto, quanto piuttosto – da quanto possiamo
ragionevolmente intendere – illustrando drammaticamente, con ispirata creatività narrativa (qualcuno
parlerebbe opportunamente di «immaginazione pasquale») il processo di conversione, il cammino penitente
che la croce di Gesù è capace di generare. Rielaborando liberamente questo più antico e marginale
particolare della storia della passione in forza della sua attenzione speciale agli incontri di Gesù, Lc introduce
un magnifico dialogo triangolare, senza paralleli con gli altri vangeli, «uno dei passi più importanti dell'intera
opera lucana» (TREMOLADA, 212), che narrativamente e drammaticamente ci restituisce tutto lo spessore
della verità dell'evento salvifico nella sua forza d'impatto sulla coscienza del peccatore.
In un ascolto attendibile del testo lucano, e in sintonia con l’attuale clima ecclesiale – propizio per una lettura
credente e perciò intelligente dei testi, per quanto concerne il Magistero, nonché una larga quota degli
studiosi, e dello stesso popolo di Dio – diciamolo in santa pace (senza patemi apologetici, come pure senza
alcun pregiudizio contro la sostanziale storicità dei vangeli): in quel dialogo tra crocifissi non cerchiamo
qualche verità di cronaca. Come ragionevolmente par potersi pensare, non è quella che Luca ci restituisce.
Un dialogo siffatto tra crocefissi, come possiamo facilmente presumere, sarebbe piuttosto improbabile di per
sé, ma anche impossibile da registrare. A quel tempo non c’erano infatti ancora quei cronisti disinvoltamente
petulanti, a caccia del dolore in diretta, pronti, come oggi spesso purtroppo avviene, a importunare gli
agonizzanti di turno, issando fino alla loro scomoda postazione qualche microfono (una «giraffa», o qualche
«cimice»), per carpire le parole che i tre si sarebbero scambiate nei loro ultimi momenti letali, poco
favorevoli per qualsiasi ragionato confronto di idee. Sarà ben più sensato pensare ad un ardito e geniale
guizzo della penna lucana che, alla luce della fede pasquale che svela la potenza del Crocifisso, inventa un
dialogo tra i tre, mettendo in scena non una cronaca, bensì piuttosto una sua drammatizzazione della ben
più decisiva verità salvifica di quell'evento di grazia, per darcene un’idea adeguata. E lo fa ripensandone
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l'impatto diretto, ma graduale, sulla coscienza peccatrice, propensa dapprima al sarcasmo incredulo e
blasfemo contro un pretendente messia finito come e con i peggior delinquenti (Lc 23,39); ma – in un
secondo momento – capace di ricredersi a fronte del mistero del dolore innocente, in nome del timor di Dio,
vindice di ogni empietà e retributore di ogni giustizia, e del regno inaugurato da Gesù, memoria vivente della
sua misericordia (23,40-42).
Insomma – per farla breve in rapporto a problemi la cui trattazione sarebbe qui troppo lunga e comunque
fuori luogo – abbiamo buone ragioni per trattare i due ladroni distinguendoli (ovviamente), ma non
separandoli (il che è meno ovvio). Trattandoli cioè proprio come se, alla fine, fossero uno solo personaggio
da ricostruire; e quindi per ascoltare le loro voci contrastanti – seguite infine dalla parola conclusiva di Gesù
– come le tappe di un intreccio, che vede il cammino del peccatore passare dal sarcasmo incredulo iniziale
all’invocazione di fede cristologica, per sfociare in un esaudimento il più sorprendente che si possa
immaginare, oltre ogni aspettativa possibile, garantito dalla promessa finale di Gesù (23,43). Se si vuole,
considerando le prime due tappe (23,39.40-41) come il monologo interiore di un anima in dibattito con se
stessa, impegnata a confutare il suo stesso proprio smarrimento – di quelli in stile antirretico, che tanto
piacevano ad Evagrio Pontico – che in premio al proprio travaglio riceve infine l’insperabile illuminazione
salvifica promanante dal Messia Crocifisso (23,41).
2. Per la bocca del primo ladrone parla evidentemente la coscienza del peccatore incallito e perfino
esasperato (socialmente parlando, altresì un delinquente, giudicato reo della più efferata e crudele pena
capitale). Una coscienza tanto degradata e ferita, è senz’altro ribelle e impenitente; per ricomporsi, molto
dovrà faticare, accettando appunto la voce successiva del «buon ladrone», che, in nome del timore di Dio,
contrasterà vivacemente il sarcasmo impenitente zittendolo, e soprattutto risanandolo con l’invocazione
subentrante alla blasfemìa, intuendo la potenza salvifica legata alla persona di Gesù, capace appunto di
attrarre efficacemente il peccatore a conversione («ricordati di me, Gesù …!»). In ogni caso, la situazione
iniziale è chiara: alla radice, la coscienza del peccatore e del reo è per sua stessa definizione quella di un
ribelle e impenitente. Costui non sa e soprattutto non vuol saperne nulla del proprio peccato, e tantomeno
della grazia che può riscattarlo rispetto a cui lo separano anni luce. Il primo dei due occasionalmente
accompagnati a Gesù lungo la via dolorosa fino all'estremo esito sul Calvario («venivano condotti insieme
con lui anche due malfattori per essere giustiziati»: 22,32 — un particolare specifico, questo, della redazione
lucana), a partire dalla sua disperata oscurità, non può/non vuole vedere alcuna salvezza in quell’inatteso
compagno di patibolo. Non vede la vera differenza tra sé e lui. La sua disperazione cinica, senza timor di Dio,
cancella la differenza capitale (salvifica) tra il proprio dolore colpevole e quello dell’innocente, tra il dolore
schiavo e quello regale, messianico.
Per il ladrone impenitente, Gesù è di fatto come lui, ridotto alla sua stessa stregua. Anzi, in quanto
innocente, ma condannato come lui, Gesù vale molto meno di lui. Se il profeta e il bandito hanno la stessa
sorte, subendo la stessa estrema pena legale («stessa fine per tutti!» — direbbe Qohelet), allora la sua
brutta fine dimostra che evidentemente non c'è differenza tra chi serve Dio e chi non lo serve, non c'è alcun
vantaggio a servire Dio (Mal 1-3). Varrà la pena ricordare che, uno come il primo ladrone, peccatore e
delinquente, è per definizione un professionista, uno specialista di autosalvezza e di complicità, un buon
esperto di potere arbitrario. Deve infatti vedersela contro un'intera società, un sistema da cui sarà braccato e
perseguito in ragion delle sue malefatte. Sicchè, alla fine, è uno che può contar solo su se stesso. Al
massimo sui propri complici. Su questa base valuta Gesù: se veramente fosse il re dei giudei, dovrebbe
disporre di una onnipotenza autoimmunitaria, con cui preservarsi, difendersi, una potenza capace di
concedere salvezza a proprio piacimento e arbitrio. Godrebbe in sommo grado del potere di autosalvezza,
molto più dotata e meno rischiosa di quella praticata da un qualunque ladrone. Una potenza che comunque,
dispiegata all’ultimo momento con tanto di effetto teatrale, rispetterebbe le leggi più elementari della
solidarietà nella disgrazia, della complicità, schierandosi con i compagni di pena, e con le vittime del supplizio
capitale, piuttosto che ad oltranza, secondo un’insana generosità, con i propri carnefici! Ne capiamo senza
troppa fatica il pensiero: invece di perdonar loro, salva te e noi ora qui con te! Gesù gli appare debole come
Messia, e scarsamente solidale come compagno di sventura. Simultaneamente segnato dalla massima
impotenza, e da nessuna complicità. Piuttosto che invocar perdono sui suoi nemici, Gesù dovrebbe preoccuparsi della salvezza propria e perfino di quanti sono nella sua stessa condizione. Chiedendogli di produrre
un miracolismo complice, di parte, il ladrone impenitente rinfaccia una potenza e una solidarietà deficitarie.
Ma in realtà, propriamente, non chiede nulla, dal momento che, piuttosto che come una vera supplica, la sua
suona infatti come una provocazione sarcastica e blasfema, un insulto prolungato, reiterato (Lc 23,39). Ai
suoi occhi la singolarità messianica di Gesù rispetto alla comune sorte dei malfattori è solo illusoria e
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simulata. Su di lui il ladrone la pensa proprio come i loro carnefici. Il mistero della regalità del crocifisso, la
signoria del dolore innocente, il giusto sofferente, il Messia rifiutato dal proprio popolo, che tuttavia intercede
e invoca perdono proprio per i suoi, rivelatisi nemici, per lui è una totale assurdità, sterile per sé e per gli
altri come lui. Questa è la grande tentazione del peccatore di fronte al Crocifisso. Del resto è proprio così:
del mistero della croce non si vuole sapere, resta oscuro e temibile si ha paura a fare domande come i
discepoli in via con Gesù (Lc 9,43-45). Non a caso il Servo del Signore fa distogliere lo sguardo, suscita
assoluta repulsione:
«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori, che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima». (Is 53,2-3).
3. Arriva però — quantomeno può davvero arrivare — un momento in cui lo sguardo al crocifisso si
trasforma e si rivolge ad esso in modo diverso (cfr. Gv 19,37), proprio come accade ai contemporanei del
Servo del Signore, che prima lo disprezzano, ma poi si ricredono completamente su di lui, trasformando il
loro occhio disgustato in uno sguardo di fede:
«Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori,
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato!
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,4-5).
Questa trasformazione di sguardo, finalmente capace di percepire la singolare differenza della messia
sofferente, è evidentemente la stessa grazia di cui gode il Buon Ladrone rispetto al suo compare. Nonostante
le apparenze contrarie, per lui c'è enorme differenza tra loro due e Gesù, che pure pende dallo stesso
patibolo. Così la voce dei due Ladroni, feccia dell'umanità, se inizialmente fa lugubre eco alle dichiarazioni di
passanti, sacerdoti e scribi, successivamente riecheggia Pilato (23,4.14.16) ed Erode (23,15), riconoscendo
l'innocenza di Gesù, che «non ha fatto nulla fuori luogo». In merito il Buon Ladrone dimostra di possedere
una sua sana teologia del timor di Dio, in base alla quale innocenza e colpevolezza, nonostante le terribili
confusioni degli uomini e dei loro tribunali, fanno la differenza, per cui comunque una retribuzione diversa
pende sul capo di chi fa il bene o il male. Timor di Dio altro non è che il rispetto delle autentiche differenze,
in primo luogo tra uomo e Dio, ma includendo anche il rispetto per il prossimo, tutto quello appunto di cui
non dispongono i carnefici (e neanche il compagno di pena).
Il Buon Ladrone nutre poi evidentemente fede in un oltre-questa-vita, facendo conto in una condizione
futura definitiva in cui la confusione apparente tra buoni e cattivi sarà superata da parte del giudizio divino.
In questo condividerebbe la lucida considerazione della Lettera agli Ebrei, che fissa lucidamente le condizioni
fondamentali minimali della fede: credere non solo che Dio c'è, ma anche che retribuisce tutti gli uomini,
secondo le loro opere (Eb 11,6).
4. A salvare il Buon Ladrone non è però solo il sempre sano e basilare timor di Dio, ma la sua ben più
profonda intuizione, per cui l'impotenza di Gesù a salvarsi con le proprie mani, e a sottrarre i compagni di
sventura dalla stessa croce, non soltanto non contraddice alla sua messianità, ma ne dispiega invero la
forma più propria. L'innocenza di quel giusto, pretendente messianico e comunque immeritatamente
sofferente rientra nella sua stessa regalità, la cui potenza va oltre la morte, perchè capace di invocare
perdono per i carnefici. Gesù dispone di un regno, quello promesso agli apostoli durante l’ultima cena
(22,28-30), cioè di una signoria e libertà che, nel segno del servizio (22,24-27), cominciano a manifestarsi
appieno dallo stesso patibolo, da Gesù trasformato in trono di filiale misericordia: «Padre, perdona loro,
perché non sanno quello che fanno!» (23,34). Nel Gesù ingiustamente assimilato a loro malfattori, e
nonostante tutto magnanimo coi suoi nemici, il Buon Ladrone riconosce quel Messia rifiutato sofferente che
potrà forse ricordarsi anche di un delinquente, quando, proprio con questa sua morte vergognosa, si
insedierà nella pienezza della sua condizione regale (cfr. At 3,21). Per lui Gesù appeso al legno è il re messia
che sta per entrare (o venire) nel suo regno (il che corrisponde ad entrare nella gloria: 24,26).
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Colui che non ha fatto nulla di male, di fuori-posto, paradossalmente, sulla croce sta perfettamente al suo
posto, anzi lo sarà ancora meglio quando verrà nel suo regno. Già dalla croce il Ladrone penitente confida
anticipatamente nel destino di gloria di Gesù, capisce fin d’ora in tempo reale quel che i discepoli di
Emmaus, sciocchi e tardi di cuore verso la parola dei profeti (24,25) nemmeno lontanamente riescono a
presentire in tutte le loro discussioni lungo la via, finchè Gesù risorto, non senza un certo qual dispendio di
tempo, non ne abbia riscaldato il cuore e guarito gli occhi. La sua intuizione illetterata sa andare dritta al
nucleo incandescente delle Scritture, intuendo la logica (il famoso e ripetuto dei: 9,22; 17.25; 24,5-8.26.44)
intrinseca alla sequenza sofferenza/gloria, morte/risurrezione (logica che soggiace ai molti incontri di Gesù
nel vangelo: cfr. 2,49; 4,43; 15,32; 19,5). Per il Ladrone ormai «la sofferenza e morte di Gesù fa parte della
definizione stessa del Messia» (G. ROSSÉ). A questo punto il Ladrone è confessore e annunciatore, prima di
essere discepolo (LEDRUS, 34).
La croce di Gesù è luogo di scambio e di proporzionamento salvifico tra la sofferenza per una pena meritata
(in quel supplizio tanto atroce comunque eccessiva) in ragion di effettive colpe commesse, e quella
cristologica, essa sì totalmente in eccesso, esuberante di speciale scandalo in ragion dell’innocenza e della
messianità, e, proprio come tale, salvifica. In Gesù, giusto sofferente e messia crocifisso, si apre una via per
chiunque soffre crudelmente: per quanti soffrono «a ragione» (nonostante l’esasperazione), come pure per
chi come Gesù stesso, pur non avendo fatto nulla di «fuori luogo» (atopon), patisce tutto l’assurdo della
volontà di male.
5. Contro il sarcasmo ribelle e incredulo della coscienza impenitente, la parte sana della coscienza, toccata
dalla conversione, fa partire un’energica confutazione, che apre la strada ad una vera e propria supplica di
salvezza.
A ben vedere, la parola del Ladrone penitente è scandita è conformemente al linguaggio e allo stile che sarà
più tardi dei Padri del deserto: un’energica contestazione (antirretico) contro la precedente parola, stolta e
blasfema, senza timor di Dio, seguita da un’intensa invocazione del nome salvifico di Gesù, riconosciuto
signore in procinto di instaurare un proprio regno. La prima fornisce il presupposto, la piattaforma di
partenza. Ma solo la seconda offre la vera chiave di volta di questo incontro straordinario. Questa è appunto
l'invocazione, diretta e confidente del nome di Gesù quale primitiva esperienza salvifica, quell'unico nome
dato agli uomini sotto il cielo attraverso cui avere salvezza (At 4,12), il nome dell'obbediente capace infine di
ricevere universale obbedienza, di far piegare ogni ginocchio e sciogliere ogni lingua a gloria di Dio Padre (Fil
2,5-11). Una sola invocazione, ma insistente, ribattuta come un chiodo che deve conficcarsi in profondo: una
preghiera ripetuta cento volte come quelle stessa di Gesù («e diceva: …»: 23,34.42).
«Ricordati di me!» è formula biblica ben nota, che richiama l’accorata supplica di Ezechia «Ricordati Signore,
che ho camminato davanti a Te...!» (Is 38,3; 2 Re 20,3), e quella dei salmisti: «Signore, non ricordarti dei
peccati della mia giovinezza! / Ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà!» (Sal 25,7).
Ma qui l’invocazione suona con accenti ancor più poveri. Nel regno imminente di Gesù, c'è spazio per essere
ricordati, perdonati. A differenza del suo compare, il Buon Ladrone ha evidentemente apprezzato il perdono
invocato da Gesù sui suoi nemici e carnefici, che «non sanno (nel senso di: non vogliono sapere) quello che
fanno». Potrà aver ragionato più o meno così: «Se quest'innocente, invoca perdono per quanti sono
colpevoli contro di lui, allora potrà farlo anche per me, una volta investito di tutta la sua potenza regale! Sì,
Gesù: se tu invochi il Padre per i tuoi nemici, allora, posso invocarti anch'io, malfattore concrocifisso con te!
Proprio perché perdoni loro, allora puoi salvare anche noi!».
6. La lapidaria risposta di Gesù regala una garanzia di forza inaudita. Introducendola con il suo abituale Amen, in verità, io dico a te:…, egli impegna per il proprio interlocutore tutta la fides/fidelitas filiale di cui è
dotato: Non a caso due parole rivolte al Padre incorniciano quelle rivolte al Ladrone, sicché tra il «Padre,
perdona loro» e il «Padre, mi affido a te»: 23,34.46), si incunea la promessa:
«tu, oggi, con me in paradiso!».
Il Buon Ladrone non sarà semplicemente «ricordato», ma addirittura subito sarà con Gesù (cfr. 22,28-30)
nel luogo escatologico che, come già il giardino edenico, Dio prepara per i suoi santi, per i giusti. Notare
l’escatologia quanto mai relazionale e personalizzata: «con me, cioè in paradiso». Conviene qui un senso
epesegetico, per cui il paradiso coincide con Cristo in persona; ed essere in paradiso altro non sarà che
essere con Cristo morto e risorto (come ripeterà Paolo). Un’escatologia a modo suo più che urgente: «oggi»
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— quell’oggi assai caro a Luca, che qui spicca in termini straordinari per l’anticipazione mozzafiato
dell’escatologia.
7. I Padri del Deserto guardavano al Buon Ladrone come a una figura assolutamente autorevole, tra i
migliori modelli di fede che salva. Le loro testimonianze meritano attenzione:
Il Ladrone penitente «pendeva dalla croce e fu giustificato da una sola parola» (XANTHIA, in: L. Mortari, II, cit, p.70).
«La tua supplica sia assolutamente semplice, poiché con una sola parola il pubblicano e il figliuol prodigo si riconciliarono con Dio. ...
Una sola parola del pubblicano placò Dio, e una sola parola piena di fede salvò il ladrone» (GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradiso, XXVIII,
188-189).
«Un anziano disse: “Spesso l'umiltà ha salvato molti senza fatica. Lo attestano il pubblicano (Lc 18,9-14) e il figliuol prodigo (Lc 15,1132), che dissero solatnto poche parole, e furono salvati”» (Detti Inediti, cit n.552, p.219).
«Un tale disse al Padre Giovanni il Persiano: “Abbiamo tanto penato per il regno dei cieli. Lo erediteremo infine?” E l'anziano rispose:
“Confido di ereditare la Gerusalemme dell'alto (Gal 4,26), iscritta nei cieli (Eb 12,23). Colui che ha promesso è fedele (Eb 10,23),
perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, paziente come Giobbe, umile come Davide, mite come Mosè, santo come
Aronne, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone. E credo,
come il Ladrone, che Colui che per sua bontà mi ha donato tutto ciò, mi darà anche il regno dei cieli» (GIOVANNI Il Persiano, n. 4, p.
286).
L'istanza della gratuità è fatta prevalere sulla fatica delle opere, pure così importante per gli asceti, anzi per
chiunque prenda sul serio la vita cristiana. In effetti, dalla fatica delle opere non si potrà essere esentati, e
anche questa è l'altra faccia della grazia:
«Ai peccatori che si pentono, come alla Peccatrice, al Ladrone, al Pubblicano, il Signore perdona tutto il debito. Ma ai giusti chiede
anche gli interessi. Ecco cosa significa ciò che disse agli apostoli: “Se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi, non
entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20)» (EPIFANIO di Cipro, n.15, p.187).
Gesù crocifisso occupa il nostro posto di peccatori, muore pro nobis, cioè a nostro favore, a causa nostra, e
al nostro posto. Non però per sostituirci. Ma perché in lui e con lui crocifisso e risorto, ritroviamo il nostro
vero posto di figli, eredi della gloria.
Don Roberto Vignolo è docente di Esegesi Biblica alla facoltà di Teologia di Milano
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05/01/2006 00:00
"Liberate Silvia": tante voci, una storia
Un dvd da poco uscito racconta una storia di giustizia negata, dignità calpestata e debolezze politiche.
Al centro, la figura «forte» di Silvia Baraldini, di cui molti uomini di pensiero chiedono la liberazione.
C’è una vicenda, umana e giuridica, che da tempo oppone il sistema politico giudiziario americano ad una
donna italiana; un caso che da qualche anno la gente ha iniziato a conoscere, ma di cui si parla ancora poco
e, spesso, a sproposito. La persona al centro di questa triste storia si chiama Silvia Baraldini: da quasi
sette anni è ritornata in Italia, per scontare l’ultima parte di una lunga pena che i giudici americani le hanno
comminato. Per qualcuno (i poco ed i male informati) è una terrorista, per altri è prima di tutto una persona
che non è stata rispettata nella sua dignità. Proprio a lei nei mesi scorsi è stato dedicato un bel dvd, Liberate
Silvia, che ne ripercorre la storia e la correda con testimonianze di chi conosce il caso e vuole la Baraldini,
finalmente, fuori da una cella.
Una foto recente di Silvia (grazie a Massimiliano Valentini)
LA STORIA. Classe 1947, trasferitasi nel 1961 con la famiglia negli Stati Uniti, Silvia Baraldini dal 1982 fu
coinvolta in un caso giudiziario per lo meno anomalo, non ancora davvero risolto. La donna (negli anni ’60
ancora ragazza ed attenta alla figura di Martin Luther King) ha iniziato la sua esperienza politica negli ambiti
universitari, giovanili e femministi, mentre si combatteva la guerra in Vietnam; negli anni successivi, arrivata
a New York si era avvicinata presto alle Black Panthers, associazione che si batteva per il riconoscimento dei
diritti degli afro-americani.
Negli anni ’70 il movimento subì una forte repressione da parte dell’Fbi, che non esitò a far ricorso ad
assassinî mirati. Nel gruppo di Silvia ci si occupava innanzitutto di difendere la popolazione afro-americana
dalla violenza della polizia, poi si pensava anche alla propaganda ed all’autofinanziamento. Alcuni fatti gravi
e sanguinosi portarono ad un’indagine a livello nazionale contro i movimenti più radicali: fu all’interno di
queste vicende che, nel novembre 1982, la Baraldini fu arrestata.
Silvia venne accusata di cospirazione terroristica per aver partecipato a cinque episodi, tra cui una rapina in
cui erano morti due poliziotti e la liberazione di Assata Shakur (pseudonimo di Joanne Chesimard, una
militante delle Black Panthers incarcerata qualche tempo prima). Ad accusare la donna furono alcuni pentiti,
poi dimostratisi completamente inaffidabili; la severissima legge Rico che la incriminava era stata scritta per
reprimere la criminalità organizzata, ma aveva finito per essere estesa al terrorismo ed ai movimenti
d’opinione ad esso connessi.
Dei cinque fatti contestati ne ressero soltanto due, ossia una tentata rapina ad un altro portavalori (che
peraltro non avvenne mai) e la cooperazione all’evasione (ma Silvia insiste con il termine liberazione) della
Shakur: in tutti e due i casi la Baraldini avrebbe ricoperto ruoli di secondo piano, incruenti, nulla più che una
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fiancheggiatrice, e senza che gli indizi di colpevolezza fossero molto solidi. La condanna tuttavia arrivò e fu
la maggiore possibile: vent’anni di carcere per associazione sovversiva (un reato eminentemente politico) ed
altri vent’anni per concorso in evasione (in Europa al massimo punita con 5 anni). Una condanna
pesantissima, cui vanno aggiunti 50mila dollari di multa ed altri 3 anni per essersi rifiutata, in un caso
parallelo di collaborare con il Gran Jury (gli americani chiamano questa fattispecie contempt of Court,
vilipendio della Corte). Una condanna certamente ingiusta, ma che non sorprende la donna: «Il giudice – ha
spiegato – ha sempre dimostrato di non capire le mie scelte, si chiedeva cosa ci facessi con quelle persone,
visti i miei studi ed il mio background; ha dimostrato insofferenza per la mia presenza al processo».
Silvia ha scontato buona parte della sua condanna in vari carceri americani, ma il periodo trascorso a
Lexington, nel Kentucky (nei primi mesi del 1987), sarà purtroppo assolutamente incancellabile. In quel
penitenziario di massima sicurezza le detenute erano completamente isolate dal mondo esterno: celle di 2
metri per 4, un luogo in cui quasi tutto è proibito, anche la privacy nei bagni, spesso anche il sonno di notte.
Vere e proprie torture, raccontate anche nel documentario Attraverso il filo spinato (rifiutato da tutte le
televisioni italiane all’inizio degli anni ’90) e che porteranno alla chiusura della vergognosa struttura qualche
tempo dopo. Di quell’esperienza la Baraldini porta ancora le conseguenze: prima tra tutte, il tumore all’utero
di cui si dovette operare alcuni anni più tardi. Mai dichiarata innocente
Per almeno cinque anni in Italia non si seppe nulla della storia di Silvia: solo nell’87, proprio in coincidenza
con Lexington, l’opinione pubblica cominciò a sapere qualcosa. Da allora i governi che si sono succeduti alla
guida dell’Italia hanno inoltrato (spesso con poca convinzione) varie richieste di trasferimento della Baraldini
in patria, secondo la Convenzione di Strasburgo; richieste sempre negate dagli Usa, con la convinzione che
in Italia sarebbe stata liberata nel giro di poco tempo.
Il Guccio durante un concerto
LA “MIA” SILVIA. La nascita del mio interesse per Silvia ha una data precisa: 5 settembre 1995. Ero al mio
primo concerto di Francesco Guccini, con mia madre ed alcuni amici. In mezzo ad alcuni brani noti ed a
molti che non conoscevo ancora (avevo solo 12 anni), fui decisamente colpito dal secondo pezzo in scaletta:
raccontava la storia della Baraldini ed il Guccio, prima di cantarla, fece un’introduzione alla sua maniera per
inquadrare l’argomento. Fu lì che conobbi la storia di questa donna italiana, incappata nelle leggi
statunitensi, cui si negava sistematicamente l’estradizione in Italia.
Riuscii a capire solo poche frasi del testo, a quel primo ascolto, ma tanto bastò perché io mi mettessi a
cercare il disco (era Parnassius Guccinii, il titolo del brano semplicemente Canzone per Silvia) e notizie su di
lei. Articoli, appelli, saggi, interviste (in particolare quella di Gianni Minà), libri inchiesta (La condanna di
Riccardo Bocca) mi aiutarono a capire meglio cosa fosse accaduto a Silvia e per quale motivo la giustizia e
la politica americana fossero così dure con lei: scoprii una storia tristissima, di diritti umani calpestati e
“giustizia” negata. Per questo motivo, in prima liceo, cercai di far conoscere questa vicenda «da SOS uomo»
(come l’avevamo chiamata) attraverso il giornalino della scuola ed ho continuato a farlo per anni: quando, il
25 agosto 1999, la donna poté rientrare in Italia per scontare il resto della pena (nel carcere di Rebibbia),
partecipai dentro di me a quel traguardo tanto atteso.
L’INIZIATIVA. A tutt’oggi Silvia si trova a Roma, agli arresti domiciliari, di nuovo a causa di problemi fisici;
la sua liberazione, in base alla legge americana ed all’accordo con gli Usa (un’assurdità bella e buona: la
Baraldini è cittadina italiana, si trova in Italia, ma la nostra legge per lei non vale), non è prevista prima del
2008. Anche per questo numerosi intellettuali si sono mossi per chiedere che la loro connazionale finalmente
torni in libertà. La pubblicazione Liberate Silvia è un’ulteriore testimonianza di tutto ciò.
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La copertina del dvd
L’autore è Giuliano Bugani, 44 anni, nato e cresciuto a Ozzano Emilia (Bo): da oltre 30 anni fa il
metalmeccanico (tornitore, fresatore, saldatore), è pubblicista dal 1997 e collabora ad una cooperativa di 50
giornalisti («Corso Bacchilega») che cura il settimanale imolese Sabato Sera. «Venni a conoscenza del caso
Baraldini – mi ha spiegato – nel dicembre del 1987, dall'Unità. Da allora, ininterrottamente, ho organizzato
eventi, dibattiti, serate, manifestazioni, ed in ultimo il documentario, per la sua liberazione, e continuerò
finché non sarà libera». Nel 2001 iniziò ad avere contatti con Silvia per alcuni articoli scritti da lei, da inserire
in Sabato Sera, finché non ha avuto, l’anno dopo, la possibilità di incontrarla di persona. «Pranzammo
insieme – ricorda – Alla fine le dissi “Silvia, ti voglio bene”; lei mostrò imbarazzo per la mia frase forse
troppo invadente, ma fu un imbarazzo molto controllato. Del resto il suo carattere forte traspare dal suo
sguardo: senza quel suo carattere così deciso non sarebbe sopravvissuta all'inquisizione degli Usa».
Giuliano, che nel 1998 aveva fondato il comitato per la liberazione della Baraldini, penso che occorreva fare
«qualcosa in più» per spiegare alla gente cosa fosse accaduto e perché la donna dovesse essere liberata:
nacque così l’idea del dvd, avallata nel 2004, quando Silvia accettò di farsi intervistare da Bugani. «Dopo il
mio rimpatrio – scrive in una lettera contenuta nel disco – ho scelto di mantenere un basso profilo. Ho
sentito il bisogno di concentrarmi sulla costruzione di un vissuto quotidiano: lavoro, famiglia ed amicizie.
Adesso che ho messo radici non sembra fuori posto comunicare con coloro che già conoscono la mia storia o
che l’avvicinano per la prima volta».
IL DVD. I 75 minuti del dvd sono un concentrato di storie su un’unica storia: testimonianze importanti,
quelle dei personaggi intervistati da Bugani, intervallate dalle parole della stessa Silvia. Nel libro allegato al
disco Giuliano spiega l’intervento di ogni singolo soggetto ed il modo in cui è stato contattato: un racconto
da cui emergono l’impegno e la passione profusi in questo progetto. Nel dvd intervengono la poetessa Anna
Lombardo (la quale nota con dispiacere l’ignoranza di molti su questa vicenda e sottolinea: «Non c’è
democrazia in un paese in cui ci sono torture e la gente è costretta a nascondersi o a negare la propria
identità»), gli scrittori Dacia Maraini («Nel caso della Baraldini non si condannano tanto gli atti, quanto
leidee, le posizioni, le ideologie»), Edoardo Sanguineti (il poeta ricorda tra l’altro la storia delle Black
Panthers ed il clima di quegli anni) e Carlo Lucarelli (che riflette sul concetto di democrazia e sul significato
ideale e materiale che vige negli Stati Uniti), nonché il poeta americano rivoluzionario Jack Hirschman
(suoi i pensieri sullo scopo delle torture e sulla libertà in America).
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Il disco contiene anche gli importanti contributi dell’ex presidente nazionale di Amnesty International Marco
Bertotto (egli definisce quello della Baraldini come «caso da manuale» per la sua associazione e purtroppo
non isolato negli Stati Uniti) e dello scrittore, nonché esperto di cultura sudamericana e «dittature
dimenticate» Pino Cacucci: non gli sfugge la subordinazione (quando non addirittura la paura) dei politici
italiani nei confronti degli Usa ed aggiunge riflessioni scomode sul concetto di terrorismo («Una bomba su
aereo, in una scuola sembra per tutti un atto di terrorismo; eppure ci sono persone che hanno fatto queste
cose, ma hanno la residenza americana, non vengono condannati ed, anzi, sono protetti»).
Le testimonianze che più mi hanno colpito, tuttavia, portano la firma di Gianni Minà (sì, ancora lui) ed
Andrea Camilleri. Minà da tempo si occupa della vicenda e ne mette a fuoco con lucidità anche gli aspetti
più nascosti. «Silvia – spiega nel dvd – era donna, bianca, acculturata: qualità insopportabili per gli
americani, in una donna che difendeva i neri». Il giornalista contesta la validità dell’accordo che ha portato la
Baraldini in Italia, «perché all’ultima visita medica fatta negli Stati Uniti era stato riscontrato il tumore di cui
Silvia è stata operata, ma il medico non lo ha dichiarato»; tuttavia una giustizia italiana «tremebonda» non
compirà questo passo, né forse arriverà «un atto d’orgoglio del governo […] di un paese sovrano, la cui
guerra di liberazione è finita 60 anni fa». Di più, Gianni Minà stigmatizza, giustamente, come ancora oggi i
giornali ed i politici si riferiscano a Silvia come una terrorista (lo ha fatto vergognosamente, anche un mese
fa, il forzista Antonio Tajani in piena campagna elettorale), quando le carte del processo dimostrano
tutt’altro. Andrea Camilleri, invece, analizza vari aspetti dell’atteggiamento americano, con tutte le sue
contraddizioni. «Gli Stati Uniti si sottraggono alla giustizia internazionale, dando luogo ad una sorta di “nongiustizia” preventiva; sono un paese che onora la ricchezza ma è pieno di paure». Bolla il caso Baraldini
come una sentenza politica, sottolineando come basti notare la patente sproporzione tra il reato commesso e
le pene comminate; conclude con una considerazione, piena di ricordi ed amarezza: «Io ho visto gli
americani arrivare in Italia alla fine della guerra ed erano davvero dei liberatori; è terribile per me vedere il
loro decadimento, il macchiarsi di quello che era considerato un simbolo di libertà».
Il dvd, che si avvale anche della narrazione dell’attore Francesco Lanza (che legge pure i giornali che
parlano della vicenda), è completato da una bellissima colonna sonora, firmata da Paola Turci: il brano
portante, Parole per Silvia, è stato scritto dall’artista su parole di Giuliano Bugani ed è davvero molto bello e
commovente.
Silvia durante la realizzazione del documentario (grazie di nuovo a Massimiliano Valentini)
«Forse fare il giornalista mi aiuta a sopravvivere in fabbrica: nella vita di operaio parte della mia fatica se va
nelle mani del mio titolare, nel lavoro di giornalista trovo la mia autonomia e indipendenza». Anche in questo
documentario (girato con Matteo Lenzi e le foto di Massimiliano Valentini), essenziale e senza fronzoli,
Giuliano dimostra di aver centrato l’obiettivo e di saperci fare davvero: scorrendo il suo curriculum si
ritrovano parecchie esperienze poetiche e letterarie (spesso coronate da riconoscimenti), nonché teatrali.
L’ultimo suo lavoro (oltre al dvd) si chiama Radio Jesus, la storia di una donna balcanica che viene uccisa da
un cecchino subito dopo aver partorito il suo bambino, su un ponte di frontiera; il piccolo cresce nella cabina
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di un camion militare precipitato lì sotto, senza che serbi o bosniaci gli vogliano davvero bene. In quel
camion, tuttavia, c’è una radio che permetterà a Jesus (questo il nome del ragazzo) di inviare messaggi di
pace a tutti i giovani della zona. Una storia diversa, destinata a finire male quando, inevitabilmente, i
metterà di mezzo il potere. Nonostante le musiche siano state incise e la regia sia già stata scritta, Radio
Jesus non ha trovato finanziamenti per la sua messa in scena: è un opera del tutto inedita, che attende solo
di essere allestita.
Per ordinare il disco Liberate Silvia (che costa 12 euro) si può scrivere all’indirizzo e-mail
[email protected] e visitare il sito www.liberatesilvia.org. Sono occorsi 12 anni per
ottenere il ritorno della Baraldini in Italia; la speranza maggiore è che, anche attraverso questo filmato, la
gente sappia, rifletta, capisca e Silvia torni, finalmente, libera.
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29/05/2006 00:00
ControTempo: un pomeriggio in musica
Una giornata passata ad ascoltare musica, divertirsi e perdere
allegramente tempo, in compagnia di una band promettente
Occorre percorrere alcune strade della campagna guastallese per raggiungere uno dei tanti laboratori
musicali sparsi in terra d’Emilia. Lì provano cinque miei amici che, all’età media di 17 anni circa, hanno carica
ed energia da vendere. Per loro hanno scelto il nome di ControTempo e sono attivi già da diversi mesi (il
primo nucleo della band, sia pure col nome di RockerDuck, nasce ufficialmente nella primavera 2004). Li
avevo ascoltati la sera dell’11 febbraio: la cantante ed il bassista del gruppo festeggiavano il compleanno e
non potevo mancare (anche perché ero mancato vergognosamente alle altre esibizioni). Il suono era quello
giusto, l’impegno anche, così ho chiesto di poter assistere alle loro prove: i ragazzi hanno accettato ed il
tutto si è concretizzato qualche tempo fa.
Un momento dell'esibizione dei ControTempo
Dani - Albe in un momento "trasgressivo"
Eccomi dunque con la mia Fiesta blu, parcheggiata davanti alla casa di campagna in cui i musicisti si
incontrano per provare. Ad accompagnarmi c’è Fabio Gelmini, batterista (anzi, da me chiamato «Mapex»
per la marca della sua batteria); nella sala ci sono quasi tutti, impegnati a montare gli strumenti, mentre la
cantante arriverà nel giro di pochi minuti. Ogni sala prove che si rispetti deve essere almeno un po’ scomoda
(e quelle in cui ho suonato io lo erano decisamente): questa è soprattutto piccola e caratteristica. Aperta la
porta di legno c’è un ambiente di pochi metri quadrati, che in origine doveva essere una cantina,
insonorizzato (com’è d’obbligo) coi cartoni delle uova; una porta, chiusa da una rete, concede una vista
generosa sul pollaio. In quella stanza tutto (strumenti, casse, cavi, aste, attrezzi vari) deve trovare posto;
sulla destra c’è poi un ambiente chiuso, in cui sono stivate granaglie, legna, una stufa e funge un po’ da
disimpegno.
Quando entro trovo Fabrizio Simonazzi intento ad accordare la sua Yamaha elettrica; Daniele Alberini
sta già scaldando il suo basso Peavey, mentre Alessandro Galaverna dimostra subito le sue doti di
polistrumentista, preparandosi a suonare la tastiera (che utilizza con molto criterio) e una bella Squier, cui si
dedica da alcuni mesi. Dopo qualche minuto arriva Rosa Alberini, la cantante, e per accoglierla il gruppo
comincia a fare un pasticcio della malora. «Tutto per non sentirmi!» scherza, mentre si toglie il giaccone (c’è
un caldo notevole) e monta il suo personalissimo microfono Shure. Fabio intanto, già redarguito dagli altri
per il volume prodotto dal suo sbacchettio, cerca di piazzare il gabbiotto in plexiglass davanti alla batteria;
con qualche difficoltà (difficile muoversi in quella stanza stretta, con altre 5 persone e gli strumenti) ci riesce,
ma avverte gli altri: i pannelli non sono fissati bene e tra non molto cadranno. Succederà proprio così, solo
che sarà proprio lui a prenderci contro dopo un’ora.
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Fabio "Mapex" in un momento di sbrago,
dietro alla batteria e al plexiglass precario
Fabrizio, mentre si mette d'impegno
Daniele («Albe[ro]») e Rosa («Rox») sono parenti e fanno parte di una famiglia sterminata – una delle più
numerose della zona – in cui gli artisti (attori, musicisti, comici, cantori) sono davvero tantissimi. Anche
Mapex parte con la musica nel sangue: suo padre Giancarlo è stato per anni voce ed intrattenitore in una
band, suo fratello Matteo è il mio “fratellone” Gelmo, bravissimo cantante chitarrista (mancino) di cui tante
volte ho parlato in questo blog. Delle ascendenze artistiche familiari degli altri nulla so, ma la passione e
l’impegno che Fabrizio «Fabri» ed Alessandro «Gala» mettono nella musica è quella giusta, dunque le
premesse del gruppo sono ottime.
Rosa scalda la sua voce con Legalizza la felicità dei Ridillo, per poi mettere molta più energia e rabbia in un
pezzo dei Meganoidi; Fabio mescola una generosa applicazione ai vari brani a pezzi insinuanti che nessuno
conosce, ma non disdegna di accennare alla rullata che Meyer puntualmente infila nei concerti di Elio (con
tutti gli altri che alla fine chiosano «NO!»); Fabri mette molto impegno sulla sua sei-corde e fa sentire il suo
volume, mentre Daniele (che nei concerti si prodiga nel raccontare barzellette di Gino Bramieri e massime di
Flavio Oreglio) si preoccupa soprattutto di dover suonare sotto una miriade di poster del Milan attaccati alla
parete: un’eresia, per uno juventino di ferro come lui. Gala si spazientisce benevolmente, per il fatto che gli
ultimi pezzi non prevedono la sua presenza, né come tastiere né come chitarrista: non viene accontentato
nemmeno con il brano successivo, un’ottima cover di Zombie (che mette in risalto la bella e potente voce di
Rox). Il successo dei Cranberries mi porta parecchio indietro nel tempo: anno 2001, io suonicchiavo con una
band di amici (i Sound in Progress), la nostra sala prove era in cima ad una scala a chiocciola (che comodità,
portare su le casse!) ed uno dei nostri pezzi era proprio Zombie.
Dani davanti ad una parete che "trasuda" Milan
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Gala coi suoi due strumenti (grazie al pollaio,
è sempre circondato da un’aura di luce…)
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Tra un brano e l’altro i ragazzi devono sopportare i miei assalti verbali, con domande improbabili sulla
nascita del gruppo, sui nomi assurdi che, nella mente dei musicisti, avrebbero dovuto sostituire l’originario
RockerDuck: si tratta della tipica situazione di «cazzeggio» (termine tecnico) che occupa gran parte delle
prove dei nuovi gruppi, specie quando gli amici sono affiatati e soprattutto quando ci si era ripromessi di
lavorare sodo sulle nuove canzoni. A questo proposito, Rosa chiede di provare All right now, un pezzo tratto
dalla colonna sonora di American Beauty, da poco entrato nel repertorio del gruppo. Viene accontentata e,
versione dopo versione, la resa del brano migliora, i primi difetti spariscono e la convinzione aumenta.
Vengo coinvolto anche nel “rito” dell’allargamento del song-book: Gala estrae da chissà dove un foglio, con
una griglia pre-impostata, pronta ad accogliere i nuovi brani da imparare. Come è giusto che sia, non c’è
l’accordo su una-canzone-che-sia-una; dalla bocca del Gala esce qualcosa come «Ma insomma, sempre i
miei pezzi bocciate?» A questo punto, però, si è fatto tardi: la piscina mi aspetta e con lei le strade della
Bassa necessarie per raggiungerla. Saluto tutti i ragazzi (che rivedrò presto a scuola o all’oratorio), non
senza averli ringraziati di cuore, per la bella giornata che mi hanno offerto, ospitandomi nel loro mondo.
Rox mentre canta
La foto del gruppo (ed è la più seria...)
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16/06/2006 00:00
Il suonatore Jones e la Storia dei New Trolls
Il racconto di un bellissimo concerto di Vittorio De Scalzi e varie storie affini (nonché un pezzo della mia)
PROLOGO. Nell’estate del 1995 avevo 12 anni: non avevo troppa confidenza con la musica (anche se ero
già stato al mio primo ed unico concerto di Fabrizio De André) ed in particolare con i 33 giri. Fu proprio
allora, tuttavia, che mi capitò in mano un disco registrato da un gruppo a me sconosciuto: i New Trolls. Lo
misi sul piatto e capii che era un live; mi rimasero impressi alcuni titoli (Ho veduto, Miniera), senza che io
riuscissi a capirli granché. Ricordo che mi colpì in particolare un brano nel quale riconobbi una sorta di
preghiera: era Signore, io sono Irish.
Per qualche anno dimenticai quel disco, senza sapere (tra l’altro) che tra alcuni brani dell’album e De André
correva un rapporto particolare. Recuperai tutto nel 2000, un anno dopo la morte di Fabrizio: in una puntata
di Taratatà dedicata a lui, dopo il frammento di un’intervista d’epoca con Enza Sampò apparve un signore
elegante e dalla faccia simpatica, con microfono e tastiera. Dopo un secondo, dal televisore avvertii le prime
note di Irish: in quel momento tornai a quel primo, unico ascolto e cercai di non lasciarmi sfuggire nulla di
quella storia che a tratti riaffiorava nella mia mente. Fu in quella serata (e grazie ai ricordi di mia madre) che
scoprii che tutto il disco era costruito su storie simili a quelle di Irish, raccontate spesso in prima persona,
con un realismo ed una partecipazione notevoli: nel giro di una settimana mi procurai il cd Senza orario
senza bandiera e, compulsandone i testi, ne restai affascinato. C’è bisogno di spiegare perché due sabati fa
ero entusiasta di ascoltare, nella piazza principale del mio paese, quella stessa persona che oltre sei anni fa
mi ha permesso di iniziare un nuovo viaggio? Il suo nome è Vittorio De Scalzi.
La copertina di Senza orario senza bandiera
«HO VEDUTO…». Genovese, figlio di un ristoratore, De Scalzi ha studiato chitarra e pianoforte; ha inciso
Senza orario senza bandiera nel 1968, assieme ad altri quattro ragazzi che a metà degli anni ’60 fondarono i
New Trolls: «Senza orario – mi ha spiegato Vittorio prima del concerto – è stato il primo album fatto in
gruppo; in effetti io avevo già fatto un LP da solista per la Arc [un’etichetta della Rca], col nome di
Napoleone». La band aveva al suo attivo alcuni brani interessanti (Sensazioni, Visioni), ma con il 33 giri del
’68 raggiunse un traguardo importante.
Senza orario senza bandiera non era un disco qualunque, per più ragioni. Innanzitutto andava contro il
costume italico che concepiva il long playing solo come raccolta di singoli già editi; questo invece è
considerato il primo (o forse il secondo) esempio italiano di concept album, un’incisione in cui tutti i brani
ruotano attorno ad un argomento, sono riconducibili ad un’unica idea. Qui l’ascoltatore intraprende, assieme
ai ragazzi del gruppo, un viaggio «alla scoperta dell’uomo», imbattendosi nelle storie di vari personaggi.
Né questo era l’unico valore aggiunto del disco: i New Trolls non avrebbero potuto proporre un’opera banale,
avendo come compagni di viaggio, tra gli altri, due amici come Fabrizio De André e Riccardo Mannerini.
Il primo era amico d’infanzia di Vittorio (che ricorda ancora tra l’altro i primi incontri in spiaggia, armato di
una chitarra elettrica a pile) ed aveva già regalato ai suoi gioielli sparsi ed almeno un album significativo,
Tutti morimmo a stento. A quel 33 giri collaborò lo stesso Mannerini (suo il testo di Cantico dei drogati),
poeta genovese, anarchico e libertario, reso cieco dallo scoppio di una caldaia, avvenuto quando lavorava
come motorista sulle navi da crociera: da quel momento continuò a viaggiare e a raccontare, sia pure con gli
occhi del cuore. «Riccardo è stato un personaggio fondamentale – mi ha detto Vittorio – per questo disco, e
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per tutta la mia vita artistica». È anche grazie alle liriche di Mannerini (autore di quasi tutti i testi di Senza
orario) che il viaggio dei New Trolls divenne affascinante e, 38 anni dopo, mantiene tutta la sua carica.
Fabrizio in concerto…
… e Riccardo Mannerini
(dal sito www.riccardomannerini.it)
PROG, LINGUAGGI, EMOZIONI. Già, 38 anni: tanti ne sono passati dalla pubblicazione del disco; è di 35
anni fa, invece, la pagina più famosa e celebrata del gruppo. Si tratta di Concerto grosso per i New Trolls,
vera e propria pietra miliare del prog italiano (o del rock sinfonico), scritto da Luis Enriquez Bacalov:
arrangiamenti orchestrali e rock ben suonato si fondono bene ed il disco vende tantissimo. È questa,
assieme a Senza orario ed ai singoli del periodo, l’immagine più genuina del gruppo, che a distanza di
decenni De Scalzi vuol preservare a tutti i costi: «38 anni dopo sono qui a riscoprire, a rifare, continuare, a
salvare un’immagine dei New Trolls distorta, che negli anni si è persa: ormai è diventata una cosa sul bieco,
laido, commerciale; per questo cerco di fare il portabandiera di una cosa che sennò viene percepita male».
Che sia questa l’immagine più apprezzata del gruppo lo si nota anche all’estero: da poche settimane Vittorio
è tornato dal Giappone, ha fatto tre concerti applauditissimi a Tokyo, accompagnato dall’orchestra. «Là
abbiamo fatto solo prog – scherza – di roba tipo Quella carezza della sera ai giapponesi non frega niente». Il
tempo non ha scalfito le emozioni, che in De Scalzi tornano ad ogni concerto; magari non con lo stesso
brano o con una canzone in particolare, ma tornano sempre. Tornano anche tra il pubblico, che alle
esibizioni non manca e apprezza, si commuove: «Pensa – mi ha suggerito Vittorio nell’intervista – a come
svettano certe cose a distanza di quarant’anni rispetto a tutto, in questa confusione di parole, linguaggi che
si incrociano… Le parole di allora rimangono; non che allora fosse meglio di oggi, però la poesia intensa è
senza tempo. Certo, oggi ci sono cose intense, interessanti, ma già più complicate, “arzigogolate” per usare
un termine antico. Per riuscire ad avere l’emozione oggi bisogna fare chissà cosa, mentre canzoni come Tom
Flaherty con poche parole creano l’atmosfera: qui si vede il grande apporto di Mannerini e Fabrizio».
La copertina del capolavoro Concerto grosso per i New Trolls
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PER LE STRADE DEL MONDO. È ormai tempo di iniziare il concerto: De Scalzi, occhiali rossi ben visibili,
prende posto sul palco assieme ai ragazzi del gruppo (bravissimi tutti, dal primo all’ultimo). Vittorio, sempre
sorridente, prende una delle sue chitarre e attacca Ho veduto, che apre il concerto come 38 anni fa apriva
Senza orario senza bandiera: il racconto di un viaggio nel mondo e nella vita, in cui gli occhi hanno visto
tutto il possibile ed, alla fine, sono bagnati di lacrime. Subito dopo sfilano i personaggi ritratti nel disco: si
comincia con William, che in Vorrei comprare una strada concentra tutti i suoi desideri, le sue utopie.
Tra un pezzo e l’altro, Vittorio legge testi inediti di Riccardo Mannerini, che avrebbero meritato di finire in
musica come altri; il viaggio prosegue con Ti ricordi Joe, canzone terribilmente attuale sulla guerra, in cui
basta sostituire la parola Manila con Nassiryia per immaginare gli stessi orrori. Subito dopo arriva il momento
di Signore, io sono Irish, che mi ha fatto spuntare almeno una lacrima: la storia di questo ragazzo, che
ringrazia Dio per il dono della natura e delle labbra dell’amata Esther, ma sarebbe contentissimo se il Signore
gli procurasse una bicicletta (anche scassata) per poterlo pregare nella chiesa della città («trenta miglia più
trenta miglia sono tanti a piedi lo sai») mi è rimasta nel cuore; indimenticabile poi il flauto irlandese che ha
suonato il tema della strofa (le stesse note che, da alcuni anni, suono in chiesa durante la Consacrazione).
C’è ancora spazio per la gelosia insoddisfatta di Susy Forrester («Eri bella, ma non ti bastava: eri gelosa di
tutte le rose») e per l’amore poetico e timido di Tom Flaherty (che mi somiglia maledettamente). Dopo una
bellissima lirica di Mannerini sulla luna, è il turno della futuristica Duemila, scritta quando il nuovo millennio
era lontano e sembrava lontanissimo; il viaggio termina (come nel disco) con Andrò ancora, la stessa musica
di Ho veduto,ma con molta speranza («Quando tornerò, sarò più vecchio e migliore»).
La copertina di Non al denaro…
… e Vittorio De Scalzi durante le prove
LA COLLINA DI SPOON RIVER. La seconda parte del concerto è un nuovo viaggio, questa volta compiuto
in prima persona da De André tre anni più tardi: nel 1971 uscì Non al denaro, non all’amore né al cielo,
appassionata rivisitazione dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters, scritta con Giuseppe
Bentivoglio, il futuro Oscar Nicola Piovani e con la benedizione di Fernanda Pivano, che sarebbe riduttivo
indicare solo come la prima traduttrice dell’opera in italiano (nella mia copia dell’Antologia c’è la dedica che
lei mi ha fatto: «Caro Gabriele, grazie di amare questo libro, sapessi quanto l’ho amato io»). Vittorio conosce
bene quel disco: le chitarre che emergono dai solchi del vinile sono le sue. Qualche anno dopo avrebbe
dovuto accompagnare Fabrizio nel suo primo tour dal vivo, ma le cose andarono diversamente: «Noi allora
eravamo molto duri – mi ha spiegato – facevamo veramente prog; per questo motivo gli dissi “Noi non
siamo il gruppo giusto per te”; non è un caso che con lui quella volta non suonarono i veri New Trolls, io e
Nico Di Palo siamo rimasti a casa d’accordo con Faber».
De Scalzi ha proposto una suite di personaggi, facendoli precedere dal loro epitaffio originale. Così, dopo la
Collina, nella quale tutti i morti di Spoon River, ricchi o sciagurati, dormono, Vittorio dà voce a Frank
Drummer, Un matto (sorta di vittima sacrificale, che si impara l’enciclopedia a memoria e viene bollato come
pazzo), al Chimico Trainor (che non si sposa, atterrito dalle alchimie umane, ma poi sbaglia esperimento e
salta in aria) ed a Francis Turner, Malato di cuore (forse il brano più bello e commovente allo stesso tempo).
Non ha certo bisogno di presentazioni il Giudice Selah Lively, nano e terribilmente livoroso, assetato di
vendetta per lo scherno ricevuto in vita; lo stesso si può dire del Suonatore Jones, che per Lee Masters
suona il violino, mentre Faber lo muta in flautista. «Se la gente sa – e la gente lo sa – che sai suonare,
suonare ti tocca per tutta la vita» dice Jones, cui Fabrizio fa aggiungere «e ti piace lasciarti ascoltare»: allo
stesso modo è piaciuto a me sentire le note conclusive, suonate dallo stesso flauto fatato di Irish.
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Vittorio durante il concerto
EPILOGO. L’ultima parte del concerto è una piacevole alternanza di pagine di De André e brani dei New
Trolls, spesso presentati «così come li ho scritti, magari chiuso nella mia camera», con un arrangiamento
scarno. Così, accanto a successi della band come Annalisa, la gemma Una miniera ed il bellissimo Adagio del
Concerto grosso, trovano posto una versione forsennata di Bocca di rosa, una Fiume Sand Creek con un
finale lungo ed avvolgente e due belle esecuzioni del Pescatore e di Creüza de ma. E se c’è spazio per un
brano poco noto dei New Trolls, scritto con Dalla (Domenica di Napoli), la chiusura è affidata a Quella
carezza della sera («un brano che mi perseguita dal 1979» ha scherzato De Scalzi), che suonata voce e
chitarra, a tonalità più bassa e senza coretti anni ’70 fa risaltare un testo tutt’altro che banale.
Che dire, alla fine di tutto? Il concerto è stato bellissimo, con il piacere di aver dato un minimo contributo
(prestando i miei due reggichitarra) e l’unico, piccolo dispiacere di non aver sentito i personaggi mancanti di
Spoon River e, almeno per me, gli altri due brani di Senza orario, cui sono legatissimo (Padre ‘o Brien e Al
bar dell’angolo). Alla fine una sorpresa, almeno per gli appassionati di musica: mentre saluto Vittorio, lui
estrae dalla tasca un mini I-Pod, sul quale ha già registrato Concerto grosso n°3, quello che tutti gli
appassionati attendono da anni. Particolare non da poco, De Scalzi mi dice di averlo inciso con Nico Di Palo:
forse il momento atteso da tanti appassionati e collezionisti è ora più vicino…
Una foto cui, chissà perché, tengo molto…
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22/06/2006 00:00
Viaggiare: come, con chi, perché
Un tentativo di tornare "indietro" di qualche anno, al 19 giugno 2002 (primo giorno della mia maturità).
Ecco lo sviluppo della traccia dell'anno scorso: “Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore,
divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita”
«Chi va piano va sano e va lontano». Questo noto adagio ha i pregi ed i difetti di gran parte dei proverbî: ha
un fondo di verità, è terribilmente retorico e di ardua applicazione (chi lo sentisse ricordare mentre fa la fila
all’ufficio postale potrebbe non apprezzare). In ogni caso non nega un carattere fondamentale dell’italiano, e
non solo suo: per piano che vada, si muove. Dunque viaggia.
Non credo che sia un caso che artisti di ogni tempo e musa siano stati attratti dall’idea del viaggio ed
abbiano trasmesso questa passione ai vari lettori, ascoltatori, osservatori, etc. Sono in tanti ad «avere nelle
scarpe la voglia di andare» (come si legge in un antico brano cantato da Lucio Battisti, Prigioniero del
mondo) ed infatti vanno, facendo felici conoscenti (non sempre), albergatori e negozianti (sicuramente); a
volte vanno senza un perché.
Già, questa è la questione più spinosa: perché si viaggia? «Oggi più che mai vivere significa viaggiare» ha
scritto tempo fa Claudio Magris: è una risposta possibile, visto che a tutti noi riesce difficile immaginare una
vita “da fermi”, senza luoghi da raggiungere o case in cui ritornare; la nostra stessa esistenza è (sono parole
dello scrittore Todorov) «un passaggio dalla nascita alla morte». A pensarci bene, però, quella risposta non
ci appaga del tutto: anche i bambini spesso vogliono viaggiare e non hanno certo in testa l’intuizione di
Magris. Dev’esserci qualcos’altro che spinge una creatura di pochi anni a guardare affascinata una cartina, a
cercare col dito su un mappamondo una città dal nome impronunciabile (che farà perdere la pazienza al
papà, incapace di articolare senza smorfie il nome «Vladivostok») e, quando diventa più grande, ad
immaginare luoghi lontani migliaia di chilometri che solo la fantasia può annullare.
Il motore di tutto è forse quel primordiale, insopprimibile impulso a scoprire ciò che è sconosciuto, a «divenir
del mondo esperto», il motivo per cui, secondo Dante, Ulisse sarebbe partito per il suo ultimo viaggio. Chi,
come il re itacese, si fa contagiare, non può far altro che prendere un mezzo adatto (quali auto, nave, aereo,
senza scartare i piedi) ed iniziare l’avventura. A dire il vero, il viaggiatore non sa ancora quale avventura lo
attende, molto dipendendo dalla compagnia del viaggio. C’è chi preferisce viaggiare da solo per gli scopi più
disparati (ascesi mistica, crescita personale, abbordaggi multipli e selvaggi), mentre molti altri scelgono uno
o più compagni per condividere l’esperienza, o anche solo una parte (le spese, per esempio).
In ogni caso, il “viaggio accompagnato” è un viaggio nel viaggio, perché mentre si percorrono le vie di una
città ci si fa strada anche nell’universo dell’altro, scoprendone particolari prima celati o delineando meglio
caratteri già noti. Si dice che il viaggio spesso è la prova del fuoco di un’amicizia: se resiste in
quell’occasione, durerà per molti anni. Dev’essere così, se è vero che i ricordi di viaggio sono tra i primi ad
affiorare nelle rimpatriate tra vecchi compagni di vita (poi qualcuno tira fuori delle diapositive e rovina tutto,
ma pazienza).
Certamente il viaggio non è una passeggiata: è più lungo, certo, ma anche più insidioso. Josè Saramago, che
nel suo Viaggio in Portogallo invoca addirittura la figura del «viaggiatore di professione», ne descrive il motto
con poche, decise parole: «Fermarsi più a lungo e girare di meno». Non tutti sono adatti a questo compito,
che richiede scienza e costanza, interesse per “l’altro” e tempo per rifletterci. È molto, molto più facile ed
allegramente affannoso fare il turista: quello che, ancora secondo Todorov, preferisce «l’inanimato rispetto
all’animato», non si occupa di costumi ed usanze, a meno che non siano raffigurate in un affresco o incise su
una tavoletta esposta in un museo.
Un viaggiatore, al ritorno, potrà scrivere un libro in cui cercherà di ritrarre cosa ha visto e come gli è stato
spiegato dalla gente del luogo, magari in una pausa dal lavoro (questo hanno fatto giornalisti come Guido
Piovene e Giorgio Manganelli); un turista incallito, al massimo, sfodererà con orgoglio un blocchetto in cui
saranno appuntati i monumenti ed i luoghi visitati, come se dovesse ricevere un premio per aver visto tutto il
visibile.
Ci sono sicuramente altre ragioni che spingono uomini e donne «per le strade del mondo» (come diceva una
canzone culto dei New Trolls intitolata, non a caso, Andrò ancora). C’è chi si sposta per necessità, con mille
dubbi, paure e dolori; c’è chi viaggia per lavoro, perché guida un mezzo o (peggio) una compagnia variegata
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di persone che si stupisce di non vedere tutto ciò che la «mamma plastificata» (traduzione: la guida turistica,
preferibilmente Touring) indica in dettaglio; c’è infine chi viaggia per puro diletto, sempre in bilico tra il
viaggiatore puro ed il turista.
Ho iniziato questo viaggio di parole con un proverbio e vorrei finirlo con un altro: «Partire è un po’ morire»
(niente corna, per favore). Non sono molto d’accordo con queste parole: il viaggio spesso serve a restituire
la vita (se si è demotivati) o ad incontrarne una nuova, visitando luoghi sconosciuti. Eppoi, se si prevede un
ritorno, è l’occasione buona per scoprire qualcosa di più sul proprio luogo quotidiano: «Non ama il proprio
paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta». Lo diceva Mario Soldati: credo che avesse proprio
ragione.
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07/08/2006 00:00
Dio tra le righe
Dove si può trovare Dio? Ovunque, probabilmente, anche nella letteratura,
cristiana e non. La lettura fornita da Francesco Agnoli
«Altissimu, onnipotente, bon Signore / tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione».
Inizia così il testo più noto e più bello di Francesco d’Assisi, uno dei primi esempi di «letteratura italiana»
(per quanto sia scritto in volgare). Si potrebbe quasi dire che fin dall’inizio la letteratura fa esperienza di Dio,
in questo caso ringraziandolo e cantandone le lodi.
Se, tuttavia, nessuno si stupisce di trovare il riflesso di Dio in questi pensieri francescani, un’accurata
indagine può portare ad identificare tracce di Dio anche in altre pagine, magari meno immediate. Proprio alla
ricerca di «Dio tra le righe» era dedicato l’incontro, organizzato un mese fa dal gruppo di ispirazione cristiana
«Il Pozzo di Giacobbe»: a trattare l’argomento abbiamo chiamato Francesco Agnoli, trentino, docente di
storia e studioso di filosofia della scienza.
LE DOMANDE E L’UOMO “RIDOTTO”. Prima di sfogliare gli scritti di poeti e prosatori, Agnoli ha ritenuto
opportuna una premessa, relativa all’essenza dell’uomo ed alle sue diverse percezioni. Secondo il relatore, fin
dall’inizio, l’essere umano è sempre stato vivificato da un senso “religioso”: ne sarebbero un segno le
domande esistenziali (Chi sono? Da dove vengo?) che caratterizzano da sempre la civiltà umana e spingono
ad una ricerca di qualcosa che è “altro da sé”.
Questa prospettiva è esattamente antitetica a tutte quelle scuole di pensiero politico o filosofico (diffusesi a
partire dall’Illuminismo) che hanno inteso invece «ridurre» l’uomo a qualcosa di meno: a oggetto, a soldato,
a mero contribuente per l’erario. Particolarmente significativa per Agnoli, da questo punto di vista, è la
concezione dell’uomo-macchina, così come emerge dalla visione di Emile Zola e dei neopositivisti: l’uomo è
ridotto null’altro che ad un insieme di meccanismi. Su questa falsa riga si potrebbe spiegare tutto, anche i
sentimenti, dal punto di vista meccanico-scientifico: nulla di diverso da ciò che avviene con gli altri esseri
viventi, nessuna traccia di ciò che, per i pensatori dell’antichità, costituiva la «grandezza dell’uomo». Le cose
non stanno così (meglio, non possono essere soltanto queste): le alchimie interne non si possono ridurre a
mere leggi scientifiche, per cui occorre uno strumento che vada oltre. La poesia, per esempio.
L’AMORE E LA POESIA. Proprio la poesia (a differenza della prosa, forse più legata alla logica) può
esprimere qualcosa che nell’esperienza quotidiana è inafferrabile, addirittura «ineffabile» (non esprimibile
per mezzo di parole) e l’amore certamente lo è. Non è un caso, probabilmente, che subito dopo il genere
della «lauda» di Francesco e Iacopone da Todi (di cosa parla Donna de Paradiso, se non di amore?)
arrivino le liriche siciliane (Jacopo da Lentini) e il «dolce stil novo»: ritragggono un amore diverso, ma si
tratta sempre di un sentimento forte (direbbe forse Dante «che comprender non può chi non lo prova»). Di
nuovo, non deve stupire che autori al fondo atei (dunque apparentemente poco propensi all’idea di «oltre»),
come Giacomo Leopardi ed Ugo Foscolo, parlino di amore a loro modo: il primo affermando convinto che
«lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno» (A Silvia), il secondo individuando una «corrispondenza di
amorosi sensi» nel rapporto con i defunti (Dei sepolcri). In tutti questi casi c’è «qualcosa di più» che
l’esperienza comune, prosaica e disincantata, non può dare.
MORTE E VIAGGIO. Non è solo l’amore ad essere indagato con la poesia. Proprio il Romanticismo
rappresenta l’apice della riflessione sulla morte, che trova di nuovo in Leopardi un aedo credibile, ma aveva
caratterizzato ogni civiltà passata. Atavico è l’interesse della letteratura per il viaggio, inteso soprattutto
come “ricerca”: personaggio ideale di questo filone è ovviamente Ulisse (e credo di averlo dimostrato, nel
percorso tematico che ho sviluppato a partire dallo scorso settembre). Destino dell’uomo è quello di anelare,
di cercare sempre, finché non trova qualcosa di molto più grande di lui che possa acquietarlo.
Il viaggio è anche spesso un’occasione di purificazione (penso alla Ballata del vecchio marinaio di
Coleridge), per acquistare saggezza o pulire la propria anima; ne è un esempio anche lo stesso Santo Graal
(è il mito della ricerca, con i cavalieri che lasciano una terra desolata, alla ricerca di qualcosa di “enorme”
che lo sazierà). Anche quando il viaggio diviene strumento di evasione (avviene ad esempio con il
Decadentismo), rimane sempre la ricerca di qualcosa di «più grande» e la possibilità di conoscere il “bene”
ed il “male”, facendo una scelta.
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Anche l’obiettivo del viaggio è importante: secondo Torquato Tasso la meta dei crociati non è tanto la
Gerusalemme della Palestina, bensì quella celeste (intesa come situazione di pace interiore); tutti i gli eroi
della letteratura, del resto, compiono un cammino, ora di maturazione, ora di vera e propria conversione.
RICERCA DELLA FELICITÀ. La ricerca può tendere al divino e spesso non segue vie lineari: il caso di
Giacomo Leopardi può esserne un valido esempio. Il poeta legge nella biblioteca del padre tutte le opere
dei filosofi moderni; fa i conti con due visioni del mondo, quella cattolica che gli dà il padre e quella
materialista degli illuministi francesi che leggeva. Eppure, la stessa persona che crede che “tutto sia
materia”, è stata in grado di scrivere pagine inarrivabili sulla natura e di interrogarsi con inquietudine su
morte ed amore.
Leopardi sa che l’uomo desidera la felicità: secondo gli insegnamenti del padre, detto stato è raggiungibile
soltanto nella Gerusalemme celeste; tuttavia, se l’uomo è solo materia, anche la felicità dev’essere materiale.
Ma – ci si chiede – esiste la felicità materiale? No, in effetti non c’è un momento in cui l’uomo possa dire di
avere un piacere materiale duraturo: ogni desiderio è destinato pertanto a restare incompiuto. È dunque
dalla ricerca della felicità, tra senso religioso e materialità, che nasce il “dramma” leopardiano.
‘900 ATEO. O NO? Il Novecento secondo molti è il secolo “ateo” per eccellenza; a ben guardare, in realtà,
perfino le ideologie che lo hanno funestamente percorso hanno creato, in ultima analisi, delle “religioni”
alternative (nazionalistiche o politiche che fossero), che si proponevano di risolvere il “problema dell’uomo”
su questa terra. Nonostante questo, nella poesia spesso rimane forte il senso dell’oltre: per i poeti, all’uomo
non è sufficiente qualcosa “di quaggiù”.
Giovanni Pascoli (che è solo in parte uomo del secolo appena trascorso), ad esempio, a suo modo cerca
Dio pur essendo lontano dalla fede: lo dimostra attraverso i suoi ritratti di Alessandro Magno e, di nuovo,
Ulisse. L’Odisseo pascoliano somiglia a quello dantesco «Son io, che torno per sapere», ma tutto ciò che ha
conosciuto gli ha fatto riecheggiare un’unica domanda: «Chi sei?»; è proprio la domanda che egli pone alle
Sirene; la nave si schianta senza che egli possa avere risposta, ma non per questo la ricerca si arresta. La
storia di Alessandro è un po’ diversa: l’eroe macedone ha conquistato tutte le terre conosciute, ma una volta
raggiunto l’Indo è costretto a fermarsi. Riprendendo una leggenda antica che voleva Alexandros bicromo di
occhi, Pascoli descrive così lo sguardo dell’eroe, davanti ai confini del mondo ed all’impossibilità di
proseguire: «nell’occhio nero lo sperar più vano, nell’occhio azzurro il desiar più forte». Due sarebbero
dunque gli occhi dell’uomo: il primo tendente alla morte, l’altro alla speranza ed all’andare “oltre”, entrambi
in ogni caso tesi all’infinito.
Pure Giuseppe Ungaretti inizia la sua vita come ateo, anzi inizia credendo alla Grande Guerra, cui
partecipò volontariamente come combattente (pensando che sarebbe stata l’ultima): proprio al fronte, scrive
Dannazione: «Chiuso fra cose mortali / (Anche il cielo stellato finirà) / Perchè bramo Dio?». C’è chi vede in
questa lirica il preludio alla conversione del poeta: di certo appare chiaro che l’uomo non riesce mai, in
fondo, a togliersi il desidero di bramare Dio (benché molti segni sembrino indicare che tutto finisce).
Anche in uno dei poeti considerati più pessimisti, Eugenio Montale, si ritrovano spunti di ricerca: al di là
del giardino racchiuso dalle mura (quello del Meriggiare pallido e assorto) c’è il mare, come tra le cimase
spuntano pezzi di cielo azzurro (I limoni). Tutta la poesia dell’autore è segnata dall’attesa: nonostante il
«male di vivere» e la condizione misera dell’uomo, c’è sempre l’attesa di una rivelazione, che mostri
un’essenza diversa delle cose. «Ho sempre avuto il desiderio di interrogare la vita – scrisse Montale – Agli
inizi ero scettico, influenzato da Schopenhauer. Ma nei miei versi di maturità, ho tentato di battere al muro,
di vedere ciò che poteva esserci dall’altra parte della parete, convinto che la vita ha un significato che ci
sfugge. Ho bussato disperatamente come uno che attende una risposta». Proprio verso la fine, infatti, il
poeta in qualche modo sembra incontrare la fede: «Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o
lieto; / forse il nostro cammino / a non tocche radure ci addurrà / dove mormori eterna l’acqua di
giovinezza».
Attendono anche i personaggi di Aspettando Godot, simbolo del teatro novecentesco dell’assurdo. Estragon
e Vladmir, creati da Samuel Beckett, attendono continuamente un personaggio fantomatico, il cui nome
(Godot) somiglia decisamente a quello di Dio: non sanno nemmeno chi o cosa stanno aspettando, ma
continuano a farlo. Proprio quando l’attesa sembra voler finire, tuttavia, uno degli ultimi scambi di battute
diventa profondamente rivelatore: «Ma se Godot viene? Se viene, saremo salvati». Che sia questa, la miglior
parola fine e, ad un tempo, la miglior risposta?
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Epilogo
La serata è continuata, parlando di scienza, del Codice da Vinci e di altri argomenti “diversi”. Non do conto di
queste parti, se non altro perché occorrerebbe molto più spazio e molta più competenza, rispetto alle mie
disponibilità. Di sicuro non concordo con vari riferimenti che Agnoli ha fatto a Piero Angela, come
esponente di una scienza “adulterata” che riduce l’uomo ad una macchina, visto che pretenderebbe di
spiegare l’amore ed i sentimenti con reazioni chimiche e procedimenti neurologici (così diceva, nel leggere
alcuni brani del libro Ti amerò per sempre). Certo non si possono ridurre i sentimenti all’aspetto scientifico
(non esiste solo quello), ma certo è studiabile ed osservabile (esiste anche quello). Da questo punto di vista,
mi pare che la risposta migliore, sia pure indiretta, alle parole di Agnoli sia venuta dallo stesso Angela: la
prima puntata di SuperQuark è stata aperta da un bellissimo documentario, scelto da lui personalmente, in
cui si racconta l’avventura di una nuova vita, dal concepimento alla nascita. L’aspetto scientifico era curato
molto bene, ma emergeva con chiarezza tutta la dimensione affettiva ed emotiva: segno che questa esiste e
Piero Angela non la nega.
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08/04/2006 00:00
Terzobinario: creatività in musica
Quattro ragazzi che, tra Sermide e Rovigo, hanno trovato una "via alternativa". Scopritela assieme a loro.
Al festival musicale Casoni a tutta birra, accanto alle tante serate per artisti affermati ed emergenti, c’è
spazio anche per le band più giovani, che spesso hanno molto da dire e da far ascoltare. Mi è successo con i
Terzobinario, il gruppo che si è esibito sul palco centrale (lo stesso di Negrita, Grignani, Animals e
Mingardi) il 17 luglio. La formazione è composta da Michele Negrini (voce e chitarra), Marco Malavasi
(tastiere e programmazione), Franco Manco (basso) e Gionata Tralli (batteria). I ragazzi sono di
Sermide, paese mantovano al confine col Veneto (e qui Franco precisa subito di essere «rovigotto», quindi il
più “lontano” dei quattro). Il gruppo è attivo dal 2002 (ma i primi progetti musicali nascono qualche anno
prima), anche se Franco ha fatto il suo ingresso l’anno dopo. Michele ama la canzone d’autore, Marco ha
preferenza per il jazz e la musica elettronica: si sono incontrati musicalmente ed assieme agli altri musicisti
hanno dato vita a parecchi brani interessanti.
Michele e Marco durante il concerto (foto di Cristian Avigni - Soundvillage)
IL CONCERTO. Rimango ad ascoltarli e non resto certamente deluso. La band ha in scaletta una ventina di
pezzi, tra brani loro e cover e vale la pena di starli a sentire, anche per il loro affiatamento durante la serata.
La carica arriva subito sul palco con Sovrano, un brano che invita a non nascondere il proprio dissenso: i
versi «Non c’è comando che giustifichi un reato» e «Il re è nudo, ormai è chiaro: difende il regno pensando
all’impero» suonano come una denuncia che i ragazzi fanno, perché «se tutti aspettano non parlerà
nessuno». Non si perde il ritmo con Vivo nel recupero, un buon pezzo più ermetico, il cui testo si snoda su
una serie infinita di opposti e di oscillazioni. Si rimane decisamente nell’attualità con La violenza, in cui si
mette in guardia l’ascoltatore dal pensare che la violenza sia lontana dalla nostra società: essa si nasconde
molto spesso nella vita quotidiana, senza bisogno di chiamare in causa le armi. Hanno invece una vena più
intimista le parole di Come il sole, fotografia di un percorso nel quale «Parto con estrema decisione e mi
ritrovo senza numeri / né raccomandazioni al primo esame dei tuoi brividi … / … e dei miei brividi».
Uno dei momenti più emozionanti dell’esibizione (almeno per me) arriva quando, dagli amplificatori, esce la
voce registrata di Martin Luther King, nel suo celebre discorso «I have a dream». Un’ottima introduzione,
per un brano che si intitola Sogno: anche in questo caso si parte da una situazione scoraggiante, dalla
consapevolezza che «Ogni reazione è prevedibile / son diventato controllabile / A stimolo rispondo, quando
si compra, vendo». L’auspicio della canzone, che sottoscrivo in pieno, è raccolto nei quattro versi del
ritornello: «Sogno che mio figlio non nascerà a comando / Sogno di aver dubbi sia sul come che sul quando
/ Sogno che ogni cosa non sia già come la penso / Sogno che ogni bacio resti intenso». Il disagio che apre il
pezzo si ritrova anche nella composizione che chiude il concerto, dal titolo emblematico di Liberostaggio: la
situazione in cui vengono meno limiti, guide, scelte obbligate non necessariamente comporta la libertà
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assoluta, poiché «nulla è in omaggio»; «Se posso scegliere ma non lo faccio, sono libero o in ostaggio? Per
esser liberi ci vuol coraggio…» è la conclusione dei Terzobinario.
Il gruppo non si sottrae alla pratica delle cover, ma lo fa mantenendo un suo stile ben riconoscibile: i ragazzi
trasformano Break on through dei Doors con una veste piuttosto elettronica, senza che il pezzo perda in
incisività (anzi, l’arrangiamento fa uscire un’anima “nuova” della canzone); qualcosa di simile fanno con
Whole lotta love dei Led Zeppelin, mentre si mantengono più aderenti all’originale nel successo di Lou Reed
Perfect day. Nel programma dei Terzobinario (oltre ad altri brani composti da loro, tra i quali gli interessanti
Ciò che non comprendo e Piccole cose) c’è anche spazio per un pezzo sudamericano: si tratta di Sòlo le pido
a Dios, scritto da Leon Gieco nel 1978 e portato al successo da Mercedes Sosa. Diventato famoso in
seguito alla guerra delle isole Falkland, è uno dei brani “fondamentali” tra quelli scritti contro la guerra e la
violenza.
La copertina del disco ...
... e l'home page del sito del gruppo
FANTASIA NELLA RAZIONALITÀ. Dopo il concerto, i ragazzi accettano di fare una chiacchierata col
sottoscritto, spaziando su vari argomenti mentre ci si rifocilla un po’. Una domanda quasi ovvia riguarda il
nome: l’espressione «Terzobinario» ha attirato la mia attenzione e me la faccio spiegare. Dopo un esordio in
stile professorale (ma è difficile mantenerlo, quando in mano si ha un wurstel gigante da addentare), i
ragazzi mi spiegano che il loro marchio vuole essere un’alternativa a ciò che oggi la società propone.
«Viviamo in un’epoca di semplificazione – dicono – in cui alle persone è richiesto sempre di schierarsi da una
parte o dall’altra, annullando ogni possibilità intermedia. Noi siamo convinti che ci sia, ci debba essere di più:
per questo noi proponiamo, in risposta al “binario” della società, un nostro “terzobinario”». Questa possibilità
nascosta può essere rappresentata dalla «soluzione creativa», dalla «fantasia nella razionalità», come si
legge nelle note di copertina del disco: sicuramente è un approccio tutt’altro che banale, in ogni tema che il
gruppo, con i suoi brani, si trova ad affrontare.
La band mi parla un po’ della sua storia e delle sue attività. Il disco Liberostaggio (che raccoglie sei brani tra
quelli in scaletta) è stato completamente autoprodotto: i ragazzi l’hanno registrato nel loro studio di Sermide,
battezzato «Studiobinario», e la copertina (molto bella, con una processione di automi radiocomandati) è
frutto del progetto grafico di un amico; lo stesso tema è ripreso nel sito del gruppo (www.terzobinario.it),
molto ben curato. La custodia del disco contiene i testi dei brani, i contatti con il gruppo e gli immancabili
ringraziamenti, la cui scrittura dev’essere stata un divertimento notevole.
Alla mia domanda «Di chi è la responsabilità dei testi?» tutti indicano senza dubbio Michele, che sorride
guardando tutti quegli indici puntati addosso. «Oggi – spiega – nessuno parla più di guerra, di pace, anche
l’impegno passa spesso in secondo piano: noi vogliamo fare una scelta diversa». Il risultato è decisamente
interessante; all’apporto di Michele si unisce senz’altro quello degli altri componenti del gruppo, che
forniscono idee e spunti per le parole (alle musiche pensa l’intera band).
Oltre a suonare tra di loro, i ragazzi aprono lo studio di registrazione agli altri gruppi della zona che vogliono
produrre i loro demo e gestiscono una scuola di musica (Marco è anche l’insegnante di tastiere): lì i ragazzi
non vengono tormentati con esercizi di meccanismo o l’ideale del concertista classico a tutti i costi (come
troppo spesso accade), bensì familiarizzano con lo strumento in maniera “moderna” ed interessante.
La chiacchierata è praticamente finita, data l’ora tarda. Resta il tempo di vedere uno dei musicisti che
addenta un gigantesco bombolone alla crema, di restare impressionato davanti alla “macchina da guerra”
musicale di cui dispone Marco (tra tastiere, Mac portatile per la programmazione ed altre diavolerie) e di
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salutare tutta la formazione, augurando a questi ragazzi un grande successo: l’impegno e la tecnica di questi
musicisti lo meritano davvero.
Il gruppo al completo (da sinistra: Franco, Michele, Marco e, in basso, Gionata)
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08/05/2006 00:00
Due giornate "nomadi"
Una domenica passata nel ricordo di Augusto e Dante;
il giorno dopo a cantare a squarciagola al concerto della band.
Il cimitero di Novellara dista circa venti minuti dalla mia città. È partita da lì, domenica pomeriggio, la mia
due-giorni “nomade”. Dopo essercelo ripromesso da tanto tempo, io e mia madre abbiamo deciso di andare
a “trovare” Dante Pergreffi e soprattutto Augusto Daolio, che nel 1992 (a distanza di pochi mesi l’uno
dall’altro) hanno lasciato questa terra e, con essa, il gruppo italiano che da oltre 40 anni è protagonista sulla
scena musicale, richiama moltissime persone ai concerti, ma certamente ha con sé qualcosa di più, di
“diverso”. Lunedì, poi, abbiamo fatto qualche altro chilometro per raggiungere Suzzara, dove abbiamo
assistito al concerto dei Nomadi: una serata ricca di emozioni, canzoni cantate in coro e qualche (inevitabile)
lacrima.
***
La tomba di Augusto, vicino a quelle dei bimbi
Gli aironi neri
UN AIRONE TRA I BAMBINI. Come ho detto, la prima tappa di questo viaggio è il cimitero di Novellara. Lì
riposa Augusto Daolio, dopo la maledetta malattia che lo ha strappato alla vita il 7 ottobre di quattordici
anni fa. Chiunque entri nel camposanto non può non vedere, alla sua sinistra, la sepoltura: una grossa lastra
di pietra porosa, all’interno di un’area di sei metri di lato. Tutt’intorno è pieno di ricordi lasciati dai fans, che
manifestano così l’affetto e l’ammirazione per la voce del loro gruppo preferito.
Lì riposa Augusto Daolio: tra i bambini, come subito mia madre nota. Divide il suo spazio con le anime pure
e candide, come lui stesso doveva essere. Davanti alla sua pietra, una bellissima coppia di aironi
(rigorosamente neri, come quelli della canzone) che certamente conoscono «il mare ed il vento, suo
padrone», ma anche le nostre terre, in cui ogni tanto li incontriamo. Volano gli aironi che «attraversano il
cielo», vola quella «ala bianca» che riporta ad un altro brano di successo, solo un po’ più vecchio; vola
anche Augusto, secondo i tanti che sono passati da Novellara una, due, anche tante volte per ricordarlo.
La semplice tavola di legno dietro la pietra
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Una piastrella con un messaggio
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«SOPRA UNA PIETRA C’ERA SCRITTO…». Dietro la tomba, circondata dall’edera e dalle targhe ricordo
dei visitatori, un pannello di legno molto semplice, con una scultura della Madonna, il nome, le date ed una
formella con l’immagine della chioma e delle radici dell’albero che si danno la mano (la stessa della copertina
di Ma noi no!): anche Augusto, tra le altre cose, amava intagliare il legno e questo segno è un omaggio
ancora più sentito. Camminando sulle piastrelle e sui sassi che corrono intorno alla pietra, si ha la sensazione
di calpestare sempre qualcuno: quasi ovunque è scritto un messaggio, spesso chiosato dalla frase «Sempre
Nomadi», che testimonia il passaggio da questo luogo, breve o meditato che sia.
In ogni punto che si guardi emergono le tracce dell’amore dei fans. Arrivano in tanti a Novellara, magari alla
spicciolata, in piccoli gruppi, ma arrivano: molte targhe portano la data del 2006 ed altre – c’è da crederlo –
se ne aggiungeranno, da uno qualsiasi dei fan club sparsi per tutta l’Italia. Una volta vicino alla tomba c’era
anche una cassetta di metallo, dove il «popolo nomade» (così ci chiamano di solito) poteva infilare lettere e
messaggi; ora non c’è più, per cui metto il mio foglietto ripiegato in una specie di nicchia, costruita con le
pietre. Non sarà un rito cristiano, ma che importa: credo che anche così si possa esprimere qualcosa.
Anche gli alberi sono ricchi di citazioni, di oggetti, di testimonianze. Ci sono cuori appesi, ninnoli vari,
biglietti, piatti dipinti con frasi ricordo; sono contentissimo di vedere anche alcuni nastri di Emergency, che
l’aria di una domenica pomeriggio estiva si diverte a scompigliare leggermente.
La nicchia in cui sono contenuti i messaggi
Un nastro di Emergency, sulla quercia di Augusto
SEGNI DI VITA. Difficile, impossibile non piangere nel vedere tutto questo (a dire il vero sto piangendo
anche ora, mentre scrivo); eppure questi 36 metri quadrati sono anche un luogo di vita. La vita dei segni che
sono impressi sulla pietra (dal sole all’ank egizio), la vita delle conchiglie che sono state posate da qualcuno
sulla lastra (ricordando quel segno che ha caratterizzato alcune copertine, a partire da Un giorno insieme), la
vita delle persone che hanno lasciato tanti oggetti quotidiani nello stesso posto, berretti, auricolari: tutto
questo è vita.
«Brucia il foglio della partitura in grigio cenere e in fiamme tutto riduce», «I tuoi ideali saranno la nostra
forza, i tuoi sogni la nostra forza», «Sarà come il tempo vuole … ma il Suono delle Idee continua», assieme
a citazioni più o meno lunghe di brani vecchi e nuovi dei Nomadi sono le ultime cose che rimangono
impresse di questa visita: frasi gridate o sussurrate dalle pietre, dai cuori, dalle fotografie che qualcuno ha
voluto portare fin qui.
Ciao grande Augusto: anche se non ti ho
mai conosciuto ed il mio «battesimo
nomade» è arrivato troppo tardi, non
sono mancato all’appuntamento per
salutarti e tornerò, in quel Paese che ha
per mente il cielo azzurro e per vene
fiumi e canali. Porterò come ricordo una
piccola quercia, di pochi centimetri, nata
spontaneamente sotto l’albero che ti fa
ombra: non vivrò abbastanza per vederla
grande, ma se vivrà quella sarà «la
quercia di Augusto».
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***
Si riconosce subito…
… la tomba di un Nomade
L’UOMO COL BASSO. Decidiamo poi di andare al cimitero di Fabbrico: mia mamma ha scoperto da poco
che lì è sepolto Dante Pergreffi ed è giusto andare a salutare anche lui. Ci mettiamo un po’ a trovare la
parte di camposanto in cui riposta Dante, ma solo perché si rischia di perdersi in un dedalo di corridoi: una
volta arrivati in quello giusto, una miriade di sciarpe, oggettini, foto e targhe attaccate ad una colonna fa
capire che lì davanti c’è uno dei due Nomadi che ora mancano all’appello.
Dante è stato portato via da un incidente stradale il 14 maggio del 1992: la foto che è stata scelta per il suo
loculo lo ritrae mentre suona il basso, in una posa che il «popolo nomade» aveva imparato ad apprezzare. Il
basso campeggia anche sul marmo, come a segnalare un legame indissolubile che neanche la morte ha
potuto spezzare.
Accanto alla foto dei «due amici» che ora guardano dal cielo i loro fans mai dimenticati, ci sono tessere dei
tanti club, dediche al «Principe Desiderio» incise su legno, disegni su vetro, messaggi lasciati su fogliettini:
tutti omaggi, segni di un ricordo che certamente il tempo non potrà sbiadire.
Si è fatto piuttosto tardi ed è ora di rientrare a casa (Fabbrico non è esattamente vicina a Guastalla e le cose
da fare, anche di domenica, sono ancora tante), ma non andiamo via prima di aver lasciato a Dante un
ultimo pensiero, un ultimo sguardo; magari a quel plettro trasparente che qualcuno ha voluto lasciare sulla
“spalla” del basso in marmo, come se lui potesse ancora usarlo.
Davvero due grandi amici…
Il plettro, lì, sul basso…
***
Arriva poi l’ora del concerto di lunedì, l’ultima tappa del percorso. 11 anni fa, più o meno negli stessi giorni,
avevo assistito alla mia prima esibizione dei Nomadi (avevo 12 anni, al basso c’era ancora Elisa e seconda
voce del gruppo era Francesco); da allora li ho sentiti altre 3 volte, prima di quest’ultima occasione.
Arriviamo a Suzzara, nell’arena della Festa dell’Unità: dopo qualche minuto troviamo alcuni nostri amici con
cui avevamo progettato quasi istantaneamente la serata. Ai concerti dei Nomadi non è bello andare da soli:
è un’esperienza collettiva, che si vive assieme a tutti i fans.
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CALORE E SOLIDARIETÀ. Ad aprire il concerto, quando tutto è ancora buio, è solo il suono di un
pianoforte: alla tastiera c’è Beppe Carletti (l’unico fondatore della band rimasto, testimone di oltre quattro
decenni di musica), poi arrivano tutti gli altri ed attaccano un pezzo dell’ultimo album, In piedi. Il pubblico
canta già ogni verso a squarciagola, mentre si passa ad una buona pagina di qualche anno fa, Una storia da
raccontare (cioè una cosa che i Nomadi hanno saputo sempre fare bene). Si resta nei brani più recenti con il
grande successo di Sangue al cuore e la canzone che dà il titolo all’ultimo album, Con me o contro di me ed
il pubblico diventa una voce sola: un flusso continuo di mani che segnano ogni verso, come continui sono i
messaggi che arrivano sul palco e che Danilo Sacco, assieme agli altri, legge puntualmente.
Credo proprio che i Nomadi siano l’unico gruppo che ha instaurato un rapporto così stretto con i fans: sono
forse anche l’unico gruppo che sul palco riesce a raccogliere aiuti umanitari e materiale didattico. Da diversi
anni, infatti, la band è impegnata in vari progetti in tante parti del mondo, dall’America Latina all’Albania,
dalla Palestina al Tibet; tra le altre associazioni cui collabora, desidero ricordare «Augusto per la vita» (che si
impegna per la ricerca contro i tumori) ed Emergency, perché di entrambe è referente Rosy Fantuzzi,
compagna di Augusto Daolio (e mi piace anche ricordare una provocazione lanciata nel corso di un concerto
da Danilo, che invitava a usare come location di un reality show un qualsiasi ospedale da guerra in cui lavora
Gino Strada…)
Intanto la scaletta va avanti: prima L’aviatore, immagine di un futuro che speriamo il più lontano possibile,
poi un brano poco eseguito nei concerti (Santina) che dipinge con veridica rabbia l’inferno della droga
(«grido per la tua infanzia spezzata ma […] anche per quelli che comprano da te»). C’è spazio per una delle
ballate più dolci degli ultimi anni, Abbi cura di te, come per un tributo affettuoso a Marco Pantani con
L’ultima salita: Danilo ne mostra un poster e dedica il brano («visto che le cose stanno andando meglio»)
anche a Gianluca Pessotto; il testo fa commuovere e fa venire "il magone", sapendo come è andata a finire
la storia.
L’impegno sociale ritorna prepotentemente con Ricordati di Chico, che ricorda l’uccisione del leader dei
campesinos brasiliani («l’albero più bello») ed auspica che si possa arrivare un giorno al rispetto per la vita e
per la natura; intanto i fans cominciano a “chiamare” insistentemente il finale della canzone (lo fanno
sempre, anche con altri brani come l’inno Io voglio vivere) e sono pronti per la carica di Amore che prendi,
amore che dai, affidata alla voce ruvida del bassista Massimo Vecchi.
Lunedì non era un giorno qualunque per un componente del gruppo:
era infatti il compleanno di Cico Falzone, che riceve moltissimi biglietti
di auguri e simpatici regali dai fans. Forse anche per questo Danilo ad
un certo punto cede il microfono al chitarrista che propone un pezzo
che non sentivo da tempo, Crescerai: un modo di essere bambini che
forse non c’è più, ma è dolcissimo sentito in concerto. La stessa
atmosfera, appena un po’ più triste, che si respira con Ophelia, brano
degli esordi di Francesco Guccini presentato con un
accompagnamento semplice e suggestivo.
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CANZONI SCRITTE “IERI”. «Quando mi chiedono qual è il segreto dei Nomadi – mi spiega Beppe alla fine
del concerto – dico sempre che sono le canzoni: abbiamo sempre avuto dei brani che non sono mai passati
di moda, che sono sempre stati attuali». Ha perfettamente ragione, il leader del gruppo: purtroppo, si
sarebbe tentati di dire. Fa impressione pensare a quanto sembri scritta oggi Contro, in cui si parla di
«massacri di Sabra e Chatila» e di «contro la destra del governo israeliano»; un po’ come se il gruppo
avesse ricantato I ragazzi dell’olivo, in cui i «disegni senza più serenità» ed i «volti timorosi» potevano
essere benissimo di quei bambini massacrati da un bombardamento vergognoso a Cana.
Arriva poi il momento di Dove si va, il brano che ha consacrato i Nomadi «vincitori morali» (così si sarebbe
detto una volta) dell’ultimo festival di Sanremo. «Di quei giorni mi è rimasto tutto – ricorda Beppe – perché è
stata un’esperienza straordinaria». Erano lontani dalla Riviera dei fiori da 35 anni, giusto due in più di
Roberto Vecchioni, che a Sanremo (al Salone del Casinò, mica all’Ariston) aveva messo piede per l’ultima
volta con L’uomo che si gioca il cielo a dadi. «Sapendo che avremmo dovuto scegliere un artista con cui
cantare al festival – continua Carletti – la scelta non fu molto difficile. Il nostro brano non si adattava ad una
donna e non potevamo neanche portare uno come Jovanotti, che peraltro in effetti non è un cantante». La
scelta è caduta su Vecchioni per tanti motivi, a partire per l’affinità nell’impegno. «Roberto ha accettato
subito – ricorda ancora Beppe – anche se scherzava: “Dopo tanti anni di onorato Premio Tenco, rovino tutto
andando a Sanremo”. E pensare che quel pezzo si adatta benissimo alla sua interpretazione: sembra scritto
per lui». Non si sa se il duetto con Vecchioni sarà pubblicato (Beppe mi dice che, se si farà qualcosa, non
sarà prima dell’anno prossimo); per me, che durante il festival ero a Berlino per il «Viaggio della memoria»,
Dove si va è soprattutto un bel brano, carico, “in stile Nomadi”, che mi commuove moltissimo (mi piace
pensare che quel cronista che fatica a scrivere una lettera a casa potesse essere Enzo Baldoni o uno
qualsiasi degli inviati veri che hanno perso il conto delle guerre che hanno seguito, ma che grazie a queste
hanno sentito più forte l’attaccamento alla vita, soprattutto a quella che cresce).
TRA ABILITÀ E STORIA. Ad un certo punto, dopo una consueta introduzione finto-derisoria di Cico, il
palco è tutto per Sergio Reggioli, polistrumentista del gruppo (è l’ultimo arrivato della band), ma
soprattutto bravo violinista: assieme a Beppe Carletti esegue, tra l’altro, lo strumentale Suoni e ed il classico
Mille e una sera. La dolcezza rimane con Se non ho te, brano poetico ed un po’ struggente, sospeso tra la
magia del violino e del piano, ma lascia presto il posto alla crudezza di Primavera di Praga, ritratto
gucciniano della fine di Ian Palach, che Danilo dedica ad un bambino che sta per nascere, «con la speranza
che nessuno debba più immolarsi perché siano riconosciuti i diritti fondamentali». Il Maestrone di Pavana
ritorna subito dopo con Noi non ci saremo, sorta di incubo post-atomico, dopo il quale la natura prevarrà
forse su tutto, riportando la vita, senza che l’uomo possa vedere tutto questo (per il pezzo ritorna anche
Daniele Campani, la cui batteria per qualche canzone era rimasta inutilizzata). È poi il tempo di una
carrellata di brani vecchi e nuovi: da Marinaio di vent’anni (cantata da Massimo) a Stella cieca, passando per
20 de Abril e Utopia (bellissimo brano che ho riscoperto da poco); poi tocca ad un classico della band,
cantato da tutti, come Ho difeso il mio amore (piccola curiosità: dice il testo della seconda strofa «Cosa poi
sia successo lo capite anche voi», ma in effetti non ho mai capito chi è morto dei tre personaggi).
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EPILOGO. Le ultime canzoni non cambiano mai da parecchi anni: così, quando si ascoltano le note di
organo di Canzone per un’amica, si sa che ormai il concerto volge al termine. Se per tutti i fans dei Nomadi
quel brano, che Guccini scrisse 39 anni fa, è indissolubilmente legato alla memoria di Dante Pergreffi, per
me la stessa canzone rappresenta il momento più difficile del concerto: quelle parole mi riportano indietro di
tanti anni, a quel giorno in cui rischiai di perdere mia madre in un incidente stradale. Ricordo che da piccolo,
quando sentivo quella canzone nello stereo, andavo a spegnerlo immediatamente; al mio primo concerto dei
Nomadi piansi disperato durante tutto il brano. Curiosamente, ai concerti del Guccio non mi ha mai fatto
questo effetto, a quelli dei Nomadi sì (sarà l’atmosfera, il ricordo della prima volta, chissà…): sta di fatto che
anche lunedì, dopo aver tenuto botta per le prime strofe, dopo «quando lo schianto ti ha uccisa» ho pianto
un’altra volta e mi sono incazzato come una biscia quando Massimo, invece che «presto hai dovuto partire»
ha detto «morire» (lo so che le versioni sono due, ma la seconda non la posso sentire). Fortunatamente,
subito dopo è il momento di Dio è morto, altra pagina gucciniana notevole, che più di tutte ha caratterizzato
la prima fase musicale dei Nomadi: quel brano, censurato dalla Rai (ma non dalla Radio Vaticana) come
Canzone per un’amica e tanti altri, rappresenta ancora oggi un simbolo forte contro l’ipocrisia ed a favore di
un vero mondo nuovo.
Dopo una caterva di striscioni, messaggi, biglietti (durante i quali Beppe continua a suonare una successione
di accordi ben riconoscibile) e dopo che Cico ha nominato gli artisti sul palco (aggiungendo come sempre,
dopo «mastro Beppe Carletti» anche Dante ed Augusto), Danilo inizia a cantare l’ultima canzone, che è
sempre Io vagabondo: ormai si è trasformata in una specie di inno, di bandiera per tante persone di ogni età
(la sanno i bambini come quelli che, almeno esteriormente, hanno smesso di esserlo da anni). Alla fine, dopo
l’ultimo «ma lassù mi è rimasto Dio», Danilo saluta tutti e ripete, come all’inizio, «Dio vi benedica». «Quale
Dio?» mi aveva chiesto tempo fa un amico, cui avevo parlato di questa cosa. «L’unico Dio che esiste – mi
risponde Beppe – ce n’è sempre stato uno solo; te lo dico io, ma anche Danilo ti direbbe la stessa cosa».
Anch’io sono convinto di questo e non ho alcun dubbio.
Dopo il Te Deum, che chiude definitivamente il concerto, non posso non pensare alle canzoni che non hanno
trovato posto nella scaletta: oltre due ore e mezza di concerto inevitabilmente non accontentano tutti,
soprattutto con più di quarant’anni di carriera ed oltre venti album (senza contare live e raccolte) alle spalle.
Auschwitz, Per fare un uomo, Il paese, Il vecchio e il bambino, Stagioni, Un giorno insieme, Un pugno di
sabbia, L’uomo di Monaco, La vita che seduce ed Il re è nudo sono i brani che probabilmente mi sono
mancati di più: in ogni caso è stata una serata emozionante, da vivere assieme. Degna conclusione di due
giornate “nomadi”.
Grazie a mamma Dea, che Dio sa come è uscita dalle lamiere contorte, ha pianto con me domenica e mi ha
fatto le foto; grazie a Luigi, che tanti anni fa per la prima volta mi ha portato a trovare Augusto; grazie a don
Roberto, che fa parte della storia di Dio è morto;grazie a Beppe Carletti, che si è fatto intervistare anche
sfidando il management.
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31/08/2006 00:00
Il Vangelo "second Merch"
Un interessante esperimento di un prete romagnolo che ha tradotto il Vangelo nel suo dialetto.
Facendo scoprire anche a noi qualcosa di interessante.
In che lingua predicava Gesù alla sua gente? Apostoli e discepoli come si esprimevano per diffondere il
Verbo di Dio? E’ verosimile che, visti i luoghi delle sue origini, il figlio di Maria e di Giuseppe parlasse
l’aramaico, il dialetto-lingua diffuso in vicino e medio oriente. Non è dunque fuori luogo immaginare che
Gesù raccontasse le sue parabole con un linguaggio piuttosto concreto ed immediato, come poteva essere il
suo dialetto: anche noi, per questo, potremmo scoprire una nuova “forza” del Vangelo se lo potessimo
ascoltare o leggere in un vernacolo vicino al nostro.
Alcuni anni fa (nel 2001) un mio concittadino, il defunto maestro Luigi Pietri, si era assunto il compito
(piuttosto oneroso) di tradurre i quattro Vangeli in dialetto guastallese, destando allora reazioni diverse
(dall’interesse, alla curiosità, alla disapprovazione per aver messo la parola del Signore «in una lingua
volgare», un po’ come quelli che per secoli hanno osteggiato ogni versione della Bibbia diversa dalla Vulgata
latina). Circa un anno fa, un sacerdote della diocesi di Forlì-Bertinoro ha dato alle stampe la traduzione del
Vangelo di Marco in dialetto romagnolo-forlivese: il canonico Carlo Gatti, per il suo Evangeli ad San Merch,
ha effettuato un lungo lavoro che, più che di traduzione, è giusto definire di interpretazione.
DIALETTO VIVO. Tradurre in romagnolo il Vangelo porta a ripercorrere una parte della nostra storia. «Il
dialetto romagnolo – dice il sacerdote – nasce con le invasioni barbariche successive alla caduta dell’impero
romano: quelle popolazioni parlavano la langue d’oc, che ha influenzato molto la parlata delle nostre zone,
compreso il modo di pronunciare e costruire la lingua latina. Venendo dalla campagna, ricordo che
imparavamo le preghiere con un misto di latino e dialetto». La versione in vernacolo della parola del Signore
(per la quale è stato scelto il testo di Marco, «il più breve e senza pretese linguistiche particolari, oltre che il
più antico» spiega don Carlo) trae origine, probabilmente, anche da quelle preghiere impresse nei ricordi e
vuole essere, per il suo curatore, un modo di «onorare coloro che mi hanno cresciuto e mi hanno fatto
amare il Vangelo».
La traduzione del testo evangelico in dialetto romagnolo desta alcune sorprese: alcune parole di questa
“lingua locale”, infatti, sembrano derivare direttamente dall’aramaico. «Vale per esempio – ricorda il
sacerdote – per il termine “Ba”, che da noi vuol dire papà: in aramaico suona “abe”; ma anche “burdel”, il
nostro bambino, somiglia molto a “barel”, figlio di Dio». Lo stesso discorso si può fare per i termini «giogo»
e, forse, addirittura «Chiesa»: il romagnolo «Cisa» sembra avere molte affinità con l’equivalente aramaico.
Don Carlo ha avuto modo di avvicinarsi spesso a quella lingua: per trent’anni ha fatto da guida ai visitatori
della Terrasanta (è stato là 61 volte, l’ultima in giugno) e ad ogni viaggio ha approfondito la conoscenza del
dialetto di Gesù (che peraltro sopravvive ancora, nelle zone della Siria abitate da cattolici di rito caldeo).
TRADURRE ED INTERPRETARE. Alcune espressioni hanno dato non pochi problemi al traduttore: ad
esempio, è difficile rendere bene il concetto di «beatitudine». «La parola “beato” – spiega don Gatti – nel
contesto dell’aramaico, significa “contento di essere nel seno della mamma e prossimo alla nascita”: se si
trasporta questo in ambito cristiano, si capisce come “beato” sia chi è felice di essere in seno alla Chiesa ed
è destinato a raggiungere la casa del Padre». Altri problemi, ad esempio, vengono dalla mancanza di un
vocabolo che in dialetto traduca il nostro concetto di «Dio»: a questo scopo si usa la perifrasi «Pèdar
Eteren» (Padre Eterno).
Ancor più difficile sarà la traduzione degli Atti degli Apostoli, richiesta di recente al sacerdote: i problemi, qui,
cominciano dal titolo e dalle prime parole. «Tradurre “Atti degli Apostoli” non è semplice, soprattutto con
riferimento al primo termine: io ho scelto di ribattezzare il libro “La prima Chiesa”, perché è quello che si
incontra nel libro, senza contare che Chiesa viene proprio dall’aramaico». Un problema analogo viene dal
termine «Teofilo», usato da Luca all’inizio del racconto (come nel suo Vangelo): ciò che in italiano si può
rendere con «amico di Dio», in dialetto diventa «Buon uomo che vuoi bene al Padre Eterno». «Il fatto è –
precisa don Carlo – che il greco, lingua in cui sono stati scritti gli Atti, dispone di circa 11500 vocaboli,
mentre il dialetto può contarne solo duemila: diventa dunque difficile trovare l’equivalente del testo originale,
specialmente per rendere il mistico linguaggio di San Paolo».
In appendice al libro del Vangelo, il sacerdote ha aggiunto la traduzione del «Padre Nostro»: fa una certa
impressione leggere la preghiera che Gesù ha insegnato in una lingua diversa dalla nostra, ma forse ci aiuta
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a capirne meglio alcune parti. A partire dai primi versi «Sia santificato il tuo nome / Venga il tuo regno», sul
significato dei quali, forse, non ci siamo mai interrogati davvero.
Versione in dialetto romagnolo
O Bà ad tott nu-j-etar
che t’si in te zil,
nôs a vlem che t’sia arcnunsù
par quel che t’si.
Che tott i vegna dri a Te;
che tott i fèga quel che t’vu;
come che us fa in te zil,
ad csé chi fèga qui che j’è in tera.
Dass e pan da magné tott i dè.
Pardona tott i nostar pché,
come nôs a parduné
a qui che is fa de mel;
fa che an caschema
in t’al trapal de dgéval,
ma ten luntan da nôs tott i mél.
"Traduzione” in italiano
della versione di don Gatti
Padre di tutti noi
che sei nei cieli,
noi vogliamo che tu sia riconosciuto
per quello che sei.
Tutti ti seguano;
tutti facciano la tua volontà;
come si fa in cielo,
così facciano quelli che sono in terra.
Dacci il pane da mangiare tutti i giorni.
Perdona tutti i nostri peccati,
come noi perdoniamo
quelli che ci fanno del male;
fa’ che non cadiamo
nelle trappole del Diavolo / Maligno,
ma tieni lontani da noi tutti i mali.
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14/11/2006 00:00
Le carovane di don Mazzi:
giovani, musica e sport
Conversazione con un sacerdote al servizio di "ultimi" e giovani, che comunica in chiesa, in tv e in discoteca.
Se mi chiedessero di indicare un luogo in cui farei fatica ad incontrare un sacerdote, probabilmente direi «La
discoteca» (dove, tra l’altro, è molto difficile incontrare anche me). Eppure due mesi fa ho incontrato un
prete in discoteca, ma entrambi erano speciali: il 10 settembre in piazza Mazzini a Guastalla, trasformata per
l’occasione in un locale da ballo a cielo aperto, c’era anche don Antonio Mazzi. È stato lui il principale
testimonial di un’iniziativa interessante, che tenta di far divertire i giovani “in un altro modo”, senza per
questo rinunciare al piacere di un bicchiere di birra assieme.
BALLO SENZA SBALLO. La serata ha rappresentato il momento culminante di un progetto ambizioso, che
l’associazione di giovani «Kaimano – creazioni in movimento» ha organizzato per il secondo anno: si è
trattato del Kaimano in tour, una vera e propria discoteca itinerante, che durante l’estate ha raggiunto i
luoghi più importanti del divertimento notturno della Bassa reggiana e mantovana. I numeri indicano oltre
30mila presenze nelle serate, in cui non sono mancati protagonisti della notte di locali famosi (dj e voice dal
Pineta di Milano Marittima e da altri luoghi molto frequentati), ma soprattutto ci si è divertiti in un modo
sano, a ritmo di musica e più coscienti dei rischi che alcol e droga possono creare (grazie al camper «Giovani
in giro», agli etilometri monouso, al materiale informativo distribuito e ai messaggi lanciati dal voice).
«Non spegnere la vita, accendi la musica» era lo slogan della manifestazione, mentre Ballo senza sballo è
stato il principio che Carlo Fiumicino (che imparai a conoscere a scuola, quando eravamo entrambi
rappresentanti di istituto) ed altri ragazzi (Nicola, Andrea, Danilo ed altri) hanno da sempre posto alla base
delle loro iniziative: per la discoteca itinerante, hanno trovato fin dall’inizio il sostegno di personaggi di
prim’ordine (i Nomadi, Nina Moric, Frankie p, Alex Zanardi) e, tra loro, non poteva mancare don Mazzi.
«EXODUS» SECONDO DON MAZZI. È lunga la carriera di Antonio Mazzi come sacerdote: dei suoi 77
anni, oltre 50 li ha trascorsi come prete. Fin dall’inizio si è interessato di giovani, di crescita, di pedagogia. Se
tra gli anni ’60 e ’70 collabora con il Centro Sportivo Italiano e con gli scout e si dà da fare parecchio per
aiutare ed inserire i ragazzi diversamente abili, il 1979 è l’anno della svolta: a don Mazzi viene affidata
l’Opera don Calabria di Milano, nei pressi del Parco Lambro, considerato da tempo come “quartier generale”
dello spaccio in città.
Il progetto Exodus, oggi attivo più che mai, nasce proprio da lì. Iniziano le «carovane», l’idea del recupero
non più in strutture residenziali, ma in modo itinerante, con comunità che “viaggiano” e, nel contempo, si
formano. Questi percorsi alternativi al carcere raccolgono con il tempo varie persone (anche ex terroristi),
nascono le prime «unità mobili» ed i punti di SOS cui possono rivolgersi i disperati (a partire dalla stazione
Centrale a Milano). Il progetto Exodus diventa fondazione dieci anni fa, oggi conta una trentina di centri in
tutta l’Italia ed è molto attiva anche all’estero.
LAVORARE PRIMA. Oggi don Mazzi non ha smesso di occuparsi dei disadattati, ma ha allargato di molto i
suoi interventi. «Fino a qualche anno fa ero il prete dei disperati, ma da qualche tempo ho anticipato la mia
azione – mi ha spiegato quella sera a Guastalla - Bisogna che noi lavoriamo prima, per questo sto facendo
una serie di iniziative sugli adolescenti “normali” (il don accentua molto questa parola), perché già
l’adolescenza è un periodo difficilissimo, caratteriale: hanno questo senso le iniziative notturne nelle
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discoteche, come quella di stasera, oppure nei centri sportivi».
Il modello della carovana, ideato vent’anni fa, è ancora utile sia pure per finalità diverse. «Sto mettendo in
piedi una “carovana anti-sballo” per tutti quei ragazzini tra i 12 e i 15 anni che vengono presi nel bagno della
scuola o nelle loro case e rischiano di finire dalla polizia, in guardina o comunque in comunità sbagliate: per
questo ho creato una serie di iniziative, usando il mio metodo scout. Prendo una decina di ragazzi di 14-15
anni in condizioni “difficili”, li porto con me per un mese, gli faccio fare un’attività sportiva molto intensa
(MTB, chilometri e chilometri di corsa), in modo che intanto si scarichino e facciano un’avventura positiva:
una volta tornati, cerchiamo di riflettere insieme sul “perché” hanno sbagliato».
Un’altra iniziativa vuole rivisitare l’esperienza degli oratori, appena più moderni, come strutture in cui ragazzi
quasi “a rischio” possano giocare, fare esperienze (anche attività di sopravvivenza in certi luoghi): don Mazzi
li chiama «Campus» ed ha presentato un progetto in Lombardia ed uno in Veneto. In più di recente la
fondazione Exodus ha aperto anche al Terzo Mondo, operando in Madagascar, Kenya, Patagonia…
MUSICA CHE AIUTA. Un ruolo importante nelle iniziative di don Mazzi è occupato dalla musica: una
musica che aggrega, che fa divertire (proprio come al Kaimano), ma a volte può salvare. Lo stesso sacerdote
conosce quel mondo da vicino: è diplomato in organo ed apprezza molto la classica, ma è molto vicino ad
artisti che ha incontrato in tanti anni di lavoro coi giovani (Ruggeri, Venditti, nonché Renato Zero, con cui ha
collaborato al progetto Fonopoli). «Purtroppo non ho più tempo di suonare – mi ha detto – ma l’amore per la
musica rimane: metto insieme Mozart e Beethoveen con i Nomadi e Renato Zero. Uno come me sa che la
musica ha un grande fascino tra i giovani, che colpisce tutti: anzi, forse più uno ha problemi più la musica lo
aiuta. Anche per questo, in tutte le comunità faccio musica e in quasi tutte le cose che io faccio c’è musica».
COMUNICARE IL VANGELO. Tanti italiani conoscono don Mazzi, anche per la sua costante attività di
giornalista, scrittore, ma soprattutto per averlo visto in televisione in tante occasioni, dalla domenica
pomeriggio (la sua prima partecipazione a Domenica in è del 1990) ai servizi dei telegiornali, fino alle
trasmissioni di approfondimento. La presenza frequente in video (è stato uno dei primi sacerdoti ad utilizzare
con metodo la televisione e questo gli ha procurato, negli anni, più di una critica) ha una sua ratio ben
precisa: «Il problema vero di oggi è “comunicare”. Una volta si andava in piazza; oggi la piazza sono la tv, la
radio ed i giornali. Dunque tutto ciò che la tecnica oggi mette a disposizione lo adopero».
In don Mazzi c’è dunque la consapevolezza che è cambiato il modo di avvicinarsi alla gente e non c’è un
modo migliore per cercare di raggiungerla tutta. «Posso parlare ad un gruppetto in chiesa, ai ragazzi
dell’oratorio – mi chiarisce – ma io voglio arrivare anche a quelli che in chiesa non vanno, anche a quelli cui
rompo le palle, perché magari dopo un po’ non cambiano canale, stanno lì curiosi e alla fine, invece che
dirmi quattro parolacce, ci pensano un po’ su. Sono convinto che bisogna parlare, e bisogna parlare anche in
ambienti e in situazioni in potresti anche essere capito male». Anche per questo la firma di don Antonio
Mazzi compare su quotidiani e periodici cattolici (Avvenire, Famiglia cristiana, Jesus) come su tante altre
testate (Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, per dirne alcune).«Anche da Famiglia cristiana ogni tanto
mi arrivano delle letterine di lettori che non sono d’accordo, pazienza!» conclude il sacerdote.
Dopo l’intervista don Mazzi è salito sul palco, ha salutato tutti i giovani presenti e li ha invitati, ancora una
volta, a divertirsi con criterio; in tanti hanno voluto sapere di Exodus, delle sue iniziative, del diario
«Tremenda» che ha riscosso successo fin dall’inizio. La festa è continuata fino a tardi, i ragazzi hanno ballato
senza mai fermarsi, ma qualche parola di questo instancabile «servo di Dio» è sicuramente rimasta: il seme,
una volta gettato, può davvero dare frutto.
Per saperne di più su don Mazzi e sulla Fondazione Exodus, consultate il link www.exodus.it
Indirizzo Web: www.bloggers.it/Gamma83
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I miei approdi
Anima Mia (http://www.animamia.net/)
La nostra memoria bambina: tutto quello che non siete riusciti a dimenticare
Dr.Muppet (http://www.bloggers.it/drmuppet/)
Blog di Matteo, un vero amico, "resistente" e schietto (dice quello che pensa e pensa a quello che dice)
Forum Memoria (http://www.forumemoria.com/)
Dialogo con altri nostalgici incalliti
Gazzetta di Reggio (http://www.gazzettadireggio.it/)
Il quotidiano cui collaboro
Il Pranzo è servito (http://www.ilpranzoeservito.it/)
Dagli archivi della memoria tutto su un programma che da piccolo aveva tutta la mia attenzione. Ben
fatto, da gente competente come pochi
In ordine sparso... (http://www.bloggers.it/caravaggio)
Diario di una giornalista, tra le prime ad accorgersi del mio spazio sulla Rete. Carino e sentito: un bel
posto per confrontarsi.
Farewelll (http://www.bloggers.it/farewelll)
Il sito di una "gucciniana" di ferro come me (il nome del blog lo indica già). Ama la musica e la vita, come
è giusto che sia.
Il mondo di Patricia Wolf (http://www.patriciawolf.net/)
Il sito di una giornalista-scrittrice-poetessa, che ama la vita e "uscire dagli schemi". Conosce bene lo
sport e i sentimenti: da non perdere.
Le Parole sono Armi (http://www.bloggers.it/matteoboattini)
Blog di Matteo Boattini (studente universitario), "spazio occupato di libera iniziativa randagia e ribelle".
Le sciacqua... (http://www.manipurcristina.splinder.com/)
Riflessioni e spunti su un blog
Sfumature e contrasti - Giossi (
Luogo di poesia, riflessione e pensieri. Vietato l'ingresso ai non sognatori
Lo spazio di Pulvigiu (http://blog.virgilio.it/pulvigiu)
Spazio dedicato alla riflessione, a pagine intense di poesia personale (ci vado spesso)
Rocco Tanica fans cléb (http://www.roccotanica.tk/)
Un sito spassosissimo, curato da Formytesa, in cui scoprire tutto sul fantasista tastiere di Elio e le Storie
tese
Sergio Endrigo (http://www.sergioendrigo.it/)
Sito ufficiale, curato da Matteo Perazzi, dedicato al grande cantautore istriano
L'approdo di Peter Pan (http://www.bloggers.it/Peterpan)
Non ci troverete bambini sperduti, ma emozioni, sensazioni, poesie, immagini, diamanti.
Afrodite (http://www.bloggers.it/superafruzza)
Tracce di simpatica demenzialità, riflessioni mai banali, sorriso sempre
I versi di Ania (http://www.bloggers.it/ania)
Poesie e liriche da non perdere, intense e personali
Il Pozzo di Giacobbe (http://www.emilianetwork.it/ilpozzo)
Sito del gruppo giovanile che organizza incontri di indagine religiosa
FioreStella (http://www.bloggers.it/fiorestella)
Dolce, questo luogo, pieno di poesia, umanità e comprensione.
Il meglio del peggio, il peggio del meglio (http://megliopeggio.blogspot.com/)
Un po' di tutto, notizie tra l'irriverente, il polemico ed il curioso nel blog di FraDalla e Iari
Unità pastorale di S. Giacomo e S. Rocco (http://xoomer.virgilio.it/sangiacomosanrocco)
Il sito della parrocchia di Guastalla (Re) che frequento e in cui faccio varie cose, di utilità a volte
discutibile (ma il don ed i ragazzi sono tra le persone migliori che io conosca).
Sofia - Anima della Lupa (http://www.bloggers.it/animadellalupa)
Riflessioni proprie ed altrui, frammenti personali ed arditi.
La combriccola dei Gentlemen (http://www.ilgentleman.blogspot.com/)
Un gruppo molto avventuroso, fondato da soggetti miei conterranei: si discetta di stile ed eleganza.
Libera...mente! (http://www.bloggers.it/facocerino)
Un luogo di riflessione, curato da Facocerino (con tanto di Pumba in miniatura)
Formucca on line (http://www.formucca.blogspot.com/)
"Perché CAZZEGGIARE da sola quando puoi tenere informati tutti i tuoi amici???" si chiede Elena:
entrate, divertitevi e rispondete
Luce notturna (http://www.bloggers.it/lucenotturna/)
Ciò che è stato e ciò che sarà: una luce nelle tenebre (amministrato da Daniele)
Soundvillage (http://www.soundvillage.it/)
Un "villaggio del suono" pieno di recensioni, interviste inedite e fotografie: un occhio attento al mondo
della musica
Li-Berté (http://www.liberte.altervista.org/)
Sito dedicato a Loredana Berté, gestito da un mio coetaneo e ben fornito: testi, immagini e ricordi
Indirizzo Web: www.bloggers.it/Gamma83
Cenni semiseri sull’autore
Gamma si fa chiamare Gabriele (ma ha avuto vari soprannomi, tra cui Faustino, Cabras, Bit, Gabriddu
e Archeologo) ed è nato il 20 giugno 1983, con due mesi di anticipo. La fretta ingiustificata alla nascita si è
trasformata, come contrappasso, in una smaccata tendenza alla calma ed alla lentezza negli anni successivi,
per la disperazione di chi vive con l'orologio stampato in fronte.
Si è sentito spesso attratto da un mondo fatto di banchi, lavagne e cattedre: per questo nessuno gli toglierà
mai la patente di «secchione». Con il tempo si è reso conto che lo studio è un'attività importante, ma non è
l'unica possibile (e meno male): da allora svolge con alterne fortune le funzioni di musicante, circense,
ministrante, giocatore, confidente e cronachista (dal maggio 2002 occupa righe e righe della Gazzetta di
Reggio con i suoi articoli).
Da ultimo ha trovato asilo presso la facoltà di Giurisprudenza di Parma, che ogni giorno ne sopporta
benignamente gli sproloqui e segue i suoi appostamenti ai professori.
Pare che una volta abbia ammesso, sotto l'effetto di poche gocce di birra (è astemio per scelta), di essere
una delle persone più noiose del mondo, ma non ci sono testimonianze certe. È uno sfrenato estimatore
della musica ben suonata (e con un testo sensato), dell'informatica, della comicità non volgare e delle
persone sincere.
Richiesto di un’autopresentazione per un sito di alcuni amici, pare abbia
inviato queste righe per dare un’idea più o meno efficace di sé:
Venuto alla luce nell'anno del Signore 1983 in quel di Guastalla (RE), impara
a leggere molto presto, guardando i nomi delle scatole di medicinali presenti
in casa. Unisce fin da piccolo interesse e distrazione, sete di conoscenza e
amore per il divertimento: da studente mette in crisi maestre e catechisti
con domande imbarazzanti, da bambino fa altrettanto con gli ospiti, perché
gioca coi cioccolatini invece che mangiarli.
Scopre presto la musica (snobbando gli 883 e preferendo De André o
l'Equipe 84), mentre è terrorizzato dalla scrittura e dai temi personali fino
alla fine delle medie. Nel frattempo, mette nel cassetto l'idea di suonare il
violino e si dedica al pianoforte: a 14 anni, stanco di esercizi di meccanismo,
viene introdotto al mondo degli accordi ed inizia finalmente a suonare per
divertimento.
Oggi Gabriele sta per terminare Giurisprudenza ed ha superato il terrore della penna, tanto che è diventato
giornalista pubblicista, fa capolino da quasi 5 anni sulla Gazzetta di Reggio e da tempo amministra il blog
Conversario inquieto, in cui si occupa di società, costume, religione e naturalmente musica. Nel frattempo,
continua a stressare gli amici suonando il piano, l’organo e la chitarra, ascolta vari poeti della canzone
italiana (da Faber a Battiato, passando per Guccini, Battisti e Gaber) e cerca di comprendere le leggi del
mondo e dell’amore.
Complimenti ad Alessandro Paterlini per aver scovato la citazione di Faber da Un destino ridicolo: che sia
caduto anch’io nel plagio?
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Indice
ISTRUZIONI PER L’USO ............................................................................. 3
NOVEMBRE 2005 ...................................................................................... 7
DICEMBRE 2005 ....................................................................................... 9
GENNAIO 2006 ....................................................................................... 15
FEBBRAIO 2006 ...................................................................................... 19
MARZO 2006 .......................................................................................... 23
APRILE 2006 .......................................................................................... 28
MAGGIO 2006 ......................................................................................... 34
GIUGNO 2006 ......................................................................................... 37
LUGLIO 2006 .......................................................................................... 41
AGOSTO 2006 ......................................................................................... 45
SETTEMBRE 2006 .................................................................................... 48
OTTOBRE 2006 ....................................................................................... 50
NOVEMBRE 2006 ..................................................................................... 52
LE STORIE DI CONVERSARIO INQUIETO ...................................................... 55
I MIEI APPRODI – PAGINA DEI LINK ......................................................... 107
CENNI SEMISERI SULL’AUTORE ................................................................ 109
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