« STORIA E LEGGENDA »
Come nei libri, nei rotocalchi, nella immensa pubblicistica moderna,
la parte illustrativa, pur facendo da padrone, ha bisogno di acconce
didascalie; così, le osservazioni iconografiche dei capitoli precedenti,
debbono essere integrate da alcune indagini sulla « storia » del palazzo
ducale.
Indagini che, per gli animali, con brutto anglicismo, vengono chiamate « pedigree »; per i comuni mortali: « ricerca della paternità »; e
per coloro che, come in questo caso, sono in predicato di nobiltà, si usa
il termine di « araldico risalire per li rami ».
Indagini quasi tutte di seconda mano perché basate su appunti bibliografici desunti dai libri che man mano verranno annotati, ed ai quali
si lascia l'onore e l'onere della esattezza delle notizie. Di prima mano
c'è solo il compito, più o meno ortodosso, del loro coordinamento.
Indagini che non pretendono di « scoprire » nulla, ma che sperano
poter aprire, tra persone volenterose e preparate, una specie di « caccia
al tesoro » che valga a togliere il palazzo ducale dal novero dei « figli
d'ignoti », sorte comune a molti altri monumenti salentini, anche di
maggior mole e di più chiara fama del palazzo di San Cesario.
Le cause di questa pletora di « figli d'ignoti », in una regione in cui
l'onore e la morale familiari sono tenuti in gran conto, hanno origini
varie e complesse.
— Innanzi tutto, la grande quantità di monumenti civili e religiosi,
di vere opere d'arte sorte in poco spazio ed in poco tempo: il Salento
ed i centocinquant'anni dei secoli XVI-XVII e XVIII;
— poi, lo scarso interesse sempre dimostrato dagli eruditi verso il
« Barocco », che, per molti e per molto tempo, è stato sinonimo di cattivo gusto, di ampollismo, di superfluo, di condannabile in ogni espressione artistica. Il magnifico ed originale barocco leccese ha subito la
stessa sorte, aggravata dalla strana tendenza anticampanilistica locale, e
dalla cattiva abitudine di tutte le « patrie » di questo mondo di non
voler mai « creare » la fama dei propri figli, ma di registrarle, sempre
tardivamente, e solo dopo la valorizzazione fattane altrove.
Di quando in quando, studiosi insigni, ricercatori preparati e fortunati, riescono a dare a tali monumenti una più o meno documentata
paternità; ma, caso curioso, sulla loro scia, altrettanti eruditi si affannano a confutare. Ed il gioco delle incertezze ricomincia avvincente,
proprio come nella pirandelliana altalena del « così è se vi pare ».
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*
11 « Casale »
San Cesario non è stato mai un « soggetto » di storia, ma unicamente un « oggetto » connesso alle vicende politiche, religiose, culturali
della vicina Lecce.
Queste note, che hanno per scopo essenziale qualche indagine sul
palazzo ducale, si limitano ad una breve « carrellata » sul « Casale » anteriormente alla costruzione del palazzo.
Secondo il De Simone - Vacca - ediz. 1964 - a pag. 175: ...« prima dell'anno mille, ed anche dopo la venuta dei Bizantini, San Cesario si mantenne « jure longobardorum »...
Secondo il De Simone - Vacca (libro citato) pag. 270 e secondo Amilcare Foscarini « Guida di Lecce » — Lecce, Tip. Conte 1929 — gli avventurosi Normanni incorporarono il casale di San Cesario nella Contea di
Lecce, fondata dal quartogenito figlio del leggendario Tancredi d'Altavilla: Goffredo o Gaufrido, primo conte di Lecce, morto a Lecce nel 1063.
I Conti di Lecce, dal primo fino all'ultimo: Gio. Antonio Del Balzo
Orsini, morto il 15 novembre 1463, infeudarono, volta a volta, San Cesario, a varie Famiglie che, secondo il De Giorgi - a pag. 148 del 2° Vol.
della «Geografia della Provincia di Lecce» - Lecce Tip. Salentina 1897 ...« San Cesario appartenne alla Contea di Lecce e poi al Principato di
Taranto. Indi fu posseduta dai Guarini, uno dei quali, Pasquale, fu
tutore di Maria d'Enghien nell'età minore di questa; indi da Vaaz de
Andrade e finalmente dai Marulli »... — Lo stesso De Giorgi — nel libro
« La Provincia di Lecce » - Lecce Tip. Salentina 1909 - a pag. 48 dice
che: ...« San Cesario fece parte nel medioevo della Contea di Lecce. Nel
XIII secolo fu infeudato ai Bonsecolo e poi agli Acaya (1285); nel XIV
ai Guarini (1302) e poi ai Condò (1439); nel XVI ai Bozzi - Corso (1507)
ed ai Mattei (1568); nel XVII ai Penzini (1621) e poi ai Marulli (1671)
col titolo di Duchi. »... Si notino le differenze tra un libro e l'altro dello
stesso autore.
— De Simone - Vacca, nel libro citato, accennano tredici volte a
San Cesario, ed a pag. 515, in merito alla famiglia Penzini, si legge che:
...« I Penzini non furono mai feudatari di S. Cesario bensì "Denotari"
(come si chiamavano i compratori dei feudi da pagarsi a tempo) quindi,
siccome non poterono adempiere al pagamento dopo tre anni, restituirono
San Cesario al barone Domenico Guarini come da istrumenti presso il
suddetto signore. >>...
Notizia, questa, molto importante che corregge l'elenco dei feudatari di San Cesario riportato dal De Giorgi nel suo libro del 1909 dianzi
menzionato, e ristabilisce l'ordine cronologico dallo stesso autore accennato nel suo libro del 1897: Guarini, Vaaz de Andr.ade, Marulli.
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Notizie sui feudatari Bonsecolo, Acaya, Condò, Bozzi - Corso, Mattei,
Penzini, Vaaz de Andrade si trovano nel libro di Amilcare Foscarini:
« Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili, feudatarie di
Terra d'Otranto estinte e viventi » - Lecce Tip. F.11i Lazzaretti 1903; oltre
che sui noti libri del De Simone - Vacca, De Giorgi ecc.
Notizie sulle Famiglie Guarini e Marulli si trovano in molti libri,
tra cui (in ordine alfabetico): De Giorgi, De Simone - Vacca, Foscarini
(già menzionati), nella « Apologia Paradossica » di Jacopo Antonio Ferrari - Lecce Stamperia del Mazzei 1728; nella « Storia civile del Regno
di Napoli » di Pietro Giannone - L'Aia Tip. Enrico ed Alberto Gasse 1753;
nelle « Famiglie Nobili Italiane » di Carlo Padiglione - Napoli Ediz. Fr.
Giannini 1910; nella « Enciclopedia Nobiliare Italiana » di Vittorio Spreti - Milano Ediz. Encicl. Stor. Nob. Ital. 1931.
I Guarirli
La costruzione del palazzo di San Cesario, come è stato accennato
in precedenza, è verosimilmente dovuta a Domenico, barone di San
Cesario, signore di Lequile, San Pietro in Lama, Acquarica, Scorrano,
Castrignano, Alessano, Poggiardo ecc., della grande Famiglia Guarini,
oriunda Normanna e poi diventata Leccese puro sangue, le cui vicende
si fondono con la Storia del capoluogo del Salento, dalle origini della
Contea, a San Francesco d'Assisi, alla contessa d'Enghien, ai giorni
nostri.
— Narra il De Simone, a pag. 206 del suo libro, che: ...« San Francesco, nel 1219, reduce dall'Oriente, venne a Lecce a visitare i suoi discepoli ed alloggiò in una casa donatagli dai Guarini »... Casa che poi divenne la Chiesa di San Francesco della Scarpa (entro l'attuale Liceo
Palmieri).
— A pag. 189 dello stesso libro si legge che « il barone Pasquale
Guarino, nella sua qualità di « Tutore » di Maria d'Enghien contessa di
Lecce; la offre in moglie a Ramondello del Balzo Orsini, contro la volontà di molti leccesi »...
— A pag. 200 dello stesso libro: ...« Il Sacro Regio Provincial Consiglio della Contea di Lecce (Il Concistorium), alla morte del conte Ramondello, e durante la minore età del di lui figlio ed erede Gio. Antonio,
era composto dalla madre Maria d'Enghien e da Agostino Guarin i e
Averardo Paladini »...
— Alla stessa pag. 200: ...« Alla morte di Giov. Antonio del Balzo
Orsini, avvenuta nel Castello di Altamura il 15 novembre 1463, il "Concistorium" della Contea, presieduto da Agostino Guarini, ricevé in Lecce,
il 16 dicembre dello stesso anno, i I re Ferrante I d'Aragona "sotto un
palio di seta ricamato in oro" »...
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A pag. 201 viene riportata una notazione di Jacopo Antonio Ferrari: ...« Il Re quindi, mosso dalla bellezza e dalla gravità di tal Collegio
e dal merito della città di Lecce, a cui si teneva obbligato per tre particolari e gratissimi motivi, » ...« il terzo (il più importante) dei quali era
avergli al suo venire presentato un quasi tesoro di vasi d'oro e d'argento, di pietre preziose, di suppellettili preziosissime e di cavalli e
seicentomila scudi d'oro, quali aveva nel suo Castello, lì serrati »...
A pag. 217 il De Simone aggiunge: ...« Questi seicentomila scudi
d'oro, in gran parte di conio della Zecca di Lecce, la scomparsa dei quali
nelle capaci tasche dell'Aragonese, spiegherebbesi agevolmente sol che
si guardasse come alla politica di Ferrante I era, più che ambizione,
necessità di cancellare le tracce dell'onnipotenza di uno dei principali, se
non il principalissimo dei baroni che appena nominalmente riconoscevalo re del suo regno »...
Si sa infatti che, i possedimenti di Giov. Antonio, comprendevano
sette città arcivescovili, trenta vescovili, e più di trecento castelli: un
quasi regno che gli Orsini padre e figlio (Ramondello e Gio. Antonio)
vagheggiavano di far giungere fino a Napoli ed oltre.
Queste notazioni di cronaca provinciale richiamano alla mente la
nostra Puglia quando non era la regione fuori mano che tutti conoscono,
ma la protagonista della Storia dell'Italia Meridionale, e la Contea di
Lecce, la sua massima espressione politica, religiosa, culturale, artistica
ed economica.
Fondata poco dopo il mille dagli avventurosi Normanni, passata, per
successioni femminili, nel duecento ai Brienne, nel trecento ai d'Enghien, nel quattrocento ai Del Balzo Orsini, attinse il suo massimo
splendore sotto Maria d'Enghien (1367-1446) ed il suo primo marito
Ramondello (morto nel 1406) e diede gli ultimi bagliori sotto il loro
figlio Gio. Antonio (1386-1463), ultimo Conte di Lecce.
I Guarini furono, come si è visto, quasi sempre tra i protagonisti
della Storia della Contea.
...« Nei primi del seicento — De Simone - Vacca pag. 493 — la Chiesa di San Francesco della Scarpa fu ampliata da Domenico Guarini
barone di San Cesario, come prima i suoi antenati avevano edificato la
minoritica per i suddetti Padri. In essa vi sono le armi dei Guarini e,
dentro il Presbiterio, il loro sepolcro, diritto questo dei soli fondatori »...
Queste frammentarie notizie sulla potente ed illustre famiglia dei
Guarini avvalorano la tesi che la costruzione del bel palazzo di San
Cesario fu dovuta alla munificenza ed al gusto di Domenico Guarini.
Don Domenico, da buon leccese di Lecce, si è già detto, con la fioritura rinascimental-barocca di Riccardi, Zimbalo ed altri leccesi che
aveva sottomano, avrà verosimilmente affidato ad uno di loro od a qualche loro discepolo l'esecuzione del palazzo.
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Circa la data, tanto il Marti, che il Calvesi - Manieri Elia ed il Guerrieri concordano nel fissarla nel 1626, senza però documentarla. Poco
male. Lo « stile » del palazzo è di chiara epoca di transizione tra il Rinascimento ed il Barocco, cioè dei primi del Seicento (come dice il De
Giorgi). Tra il piano terreno ed il primo piano si notano le stesse differenze strutturali e decorative che si vedono in Santa Croce, un contrasto originale e gradevolissimo che sintomaticamente denuncia la fine e
la nascita di due grandi cicli d'Arte.
Il palazzo ed il feudo furono venduti all'asta, in danno di Giambatlista e Marco Aurelio Guarini, il 2 agosto 1635, ed acquistati, per ducati
37.600, da Don Michele Vaaz de Andrade che ne prese possesso il 25
dello stesso mese con istrumento del Notar Carrapa di Lecce.
L'influenza diretta della grande famiglia Guarini su San Cesario si
estinse in meno di un decennio dalla costruzione del palazzo che rappresentò, in un certo senso, il suo canto del cigno. Peccato!
* * *
I Vaaz de Andrade
Michele, Benedetto e Pantaleone, tre fratelli Vaaz de Andrade, mercanti portoghesi di origine ebraica, si stabilirono a Napoli sul finire del
regno di Filippo II di Spagna (regno durato, come è noto, dal 1554 al
1598). Epoca in cui il Fisco spagnolo, per dare denari ad ogni costo e
finanziare i sogni di dominio mondiale, vendeva feudi e titoli nobiliari
al migliore offerente. I Vaaz furono tra questi.
Michele comperò il feudo di Mola (in quel di Bari) ottenendo, nel
1613, il titolo di conte; poi Rutigliano, San Nicandro ed i ducati di
Casamassima e Bellosguardo. In Terra d'Otranto acquistò il Casale di
San Donato sul quale, nel 1633, fu concesso il titolo ducale. Nel 1635
acquistò, come si è visto, il feudo ed il palazzo di San Cesario. Emanuele
Vaaz acquistò, il 15 agosto 1636, il feudo di Ugento, con istrumento del
Notaio Gio. Francesco Gustapane di Lecce, e sul quale ottenne il titolo
di Conte.
Il periodo feudale dei Vaaz de Andrade sarebbe stato caratterizzato
dal motto: « nessuna nuova, buona nuova » se, il 4 settembre 1647 —
secondo quanto scrive Piero Palumbo, a pag. 151 della sua « Storia di
Francavilla » - Lecce Tip. Editr. Salentina 1870 — il Marchese Michelino
Imperiali, signore di Oria, Francavilla e Casalnuovo (Manduria), insieme al Conte di. Conversano, al Duca di San Donato ( ?) ed altri, non
avessero messo a sacco il Casale di San Cesario ...« non lasciando neppure una paglia entro le case, in ultimo gettorno le porte, a terra e tirarono da quelle insino i chiodi; solamente sei case restarono intatte dove
alloggiarono i Signori »...
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Racconto, inverti, un po' fantastico questo dei « chiudi delle porte »
e della partecipazione al « sacco » di un Duca di San Donato, della stessa famiglia dei Vaaz. Comunque, si deve verosimilmente ammettere
che, tra le « sei » case rimaste in tatte, vi sia stato il palazzo feudale.
Donna Florenzia, duchessa di San Donato, figlia di Don Michele
Vaaz, rivendé feudo e palazzo di San Cesario, il 10 marzo 1671, per ducati 31.000, a Don Giuseppe Marulli, duca di Frisia. Il possesso dei
Vaaz era durato appena trentasei anni.
***
I Marulli
La Famiglia Marulli, di antica nobiltà, vanta origini romane (o
greche). Le sue prime memorie risalgono a Guglielmo Marulli (capostipite) che, nel 1328, fu nominato Contestabile di Monteleone, col comando delle milizie colà riunite contro gli Aragonesi di Sicilia, da Carlo
duca di Calabria (figlio di Roberto d'Angiò, il Savio) Re di Napoli.
I due pronipoti di Guglielmo: Giacomo ed Antonio, nel cinquecento,
divisero in due rami la Famiglia. Giacomo, Maestro Razionale di Re Ferdinando d'Aragona, divenne il capostipite dei Marulli duchi di Ascoli
Satriano e dei Conti Marulli. Antonio, Regio Notaio e Governatore di
Andria, il capostipite dei Marulli duchi di Frisa, duchi di San Cesario e
marchesi di Campomarino.
Nel ramo di San Cesario si successero, nel cinquecento, i duchi
Giannotto, Antonio, Matteo ed i fratelli Vincenzo e Paolo. Nel seicento,
il figlio di Paolo: Francesco ed il figlio di questi: Giuseppe (1647-1724)
che — come si è già detto — comperò il palazzo ed in parte il feudo di
San Cesario da Donna Fiorenza Vaaz de Andrade, duchessa di San Donato, unitamente al suffeudo di Filippo, per ducati 31.000, con rogito 31
marzo 1671 del Notaio Vincenzo Maria Staibano di Lecce, registrato in
atti di Notar Gio. Andrea Gervasi, pure di Lecce, il 28 ottobre 1698 e
prendendone possesso lo stesso giorno. L'altra parte del feudo fu acquistata dal Convento dei Padri Celestini di Santa Croce di Lecce, per ducati 1.800, con atto 17 novembre 1699 del Notaio Gervasi e ne prese
possesso con istrumento 11 febbraio 1703 dello stesso Notaio Gervasi.
Don Giuseppe Marulli, con R. Privilegio del 1682, ottenne che il
titolo di duca di Frisa passasse a San Cesario e, dopo la presa effettiva
del possesso, avvenuta, come si è visto, alla fine del seicento, fece scolpire al sommo del palazzo ducale il grande scudo araldico della Casata:
« D'azzurro al leone illeopardito d'oro sormontato da una Croce biforcata d'argento ». La Croce, cioè, dell'Ordine di Malta sotto il cui vessillo,
i Marulli, avevano sempre militato con valore ed onore.
Non si conosce il nome dello « scalpellino » dello scudo dei Marulli
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che, per vigoria d'intaglio, effetto chiaroscurale, spregiudicatezza stilistica, può paragonarsi al coetaneo emblema che campeggia in cima al
« manto barocco » confezionato da « mastro » Giuseppe Cino alla Chiesa
dei Santi Nicolò e Cataldo a Lecce.
Non è noto se, a San Cesario, prima di tale emblema, fosse stata
scolpita sul palazzo l'arma dei Guarini: « D'azzurro alla banda di oro
accompagnato nel campo da un rastrello a cinque pendenti di rosso ».
Oppure l'arma dei Vaaz de Andrade: « D'oro a tre fasce ondate e nebulose di rosso ».
I Marulli vissero quasi sempre a Napoli (i vari Gennaro e Carlo lo
attestano) e vivono tuttora. Si fregiano dei titoli di: Principi Marulli,
Duchi di San Cesario, Marchesi di Campomarino, Assigliano e Longano,
Signori di Cesano e San Nicola di Pettorano. Il duca Carlo (1829-1877),
dopo il 1860, si trasferì a Lecce, nel grande palazzo di famiglia, dove
attese invano la restaurazione degli amati Borboni. Di lui, Nicola Vacca,
ha tracciato un breve gustoso profilo in un recente saggio dedicato ad
una « macchietta » leccese: Don Limone.
Dopo la morte di Don Carlo, avvenuta nel Real palazzo di Capodimonte il 17 maggio 1877, e dopo le vicende finanziarie della sua Famiglia,
il palazzo ducale fu acquistato dalla Amministrazione Comunale di San
Cesario ed adibito a sede degli uffici comunali e mandamentali.
Secondo il Guerrieri: « Durante l'amministrazione del Sindaco Pistilli, gli originari gradini di pietra dura dello scalone del palazzo, furono sostituiti con gradini di « graniglia » di cemento lucido senza, per
questo, meritare il plauso dei contemporanei e dei posteri. Il Sindaco
Vincenzo Zanchi provvide a restaurare l'interno del palazzo con belle
pavimentazioni in sostituzione delle lastre di pietra leccese (le chianche) assai consunte, ed a ripulire ogni ambiente oltre che a mobiliarlo
decorosamente; sicché ora può dirsi che faccia ottima impressione »...
Due poeti ed uno storico
La « storia », la descrizione del « viaggio intorno al palazzo ducale »
è finita. Anziché un'epitome, è stata lunga e prolissa; più di quella del
De Maistre intorno alla sua camera, senza averne la brillantezza ed i
pregi letterari. Non è finita neanche in bellezza perché non ha avuto
la forza della saggistica, né ha saputo mettere in pratica l'incitamento
di Ugo Foscolo: — « O Italiani, io vi esorto alle storie »...
Ha avuto appena la levità del racconto, la indeterminatezza del
« si dice », la fantasia del « c'era una volta », e numerosi errori. Ha
rasentato spesso il pessimismo della constatazione fatta da Luigi Giuseppe De Simone, a pag. 143 del suo aureo libro (ediz. 1964): ...« giacché
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I SUOI MONUMENTI
DESCRITTI ED ILLUSTRATI
in Puglia, non solo non si custodiscono ed illustrano le patrie memorie, ma si struggono e si disperdono »... E quella della « dedica », scritta
con chiara calligrafia ottocentesca dallo stesso De Simone, sul frontespizio della copia del suo libro (ediz. 1874) conservata nella Biblioteca
dell'Istituto Naz. di Archeologia e Storia dell'Arte in Roma.
Constatazioni e recriminazioni che avrebbero indotto un pessimista a parafrasare il celebre verso petrarchesco: — « Povera e nuda vai,
Filosofia » in — « Povera e nuda vai, Storiografia ». Il pessimismo, però,
non costruisce, demolisce. Le parole dei due grandi poeti e quelle dello
storico, messe a chiusura del « racconto » di San Cesario, debbono invece servire a smuovere la filosofica indolenza del « quieta non movère », la intelligente autocritica del « nel dubbio, astienti », retaggi di
secolari vicende storiche, artistiche, culturali, ed infondere ai Salentini
l'ottimismo necessario ad affrontare i loro tanti problemi ancora non
risolti.
GIULIO LAUDI SA
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BIBLIOGRAFIA
La descrizione del bello e del brutto del palazzo ducale va integrata con alcune
note tratte dalla scarsa bibliografia che si è potuta rintracciare sull'argomento.
1) Cosimo De Giorgi — nel suo libro « Geografia fisica e descrittiva della Provincia di Lecce » — Lecce Tip. Salentina 1897, a pag. 148 del IL Vol. scrive:
...« Il Palazzo Ducale che fu edificato nei primi del seicento ha una facciata
di discreta architettura con reminiscenze dell'arte elegante del rinascimento »...
2) Lo stesso Cosimo De Giorgi — nel suo libro « La Provincia di Lecce » — Lecce
Tip. Salentina 1909, a pag. 48 dice: ...« grandioso palazzo ducale del Sec.
XVII con bella facciata ornata di statue »...
3) Pietro Marti — nel suo libro « La Provincia di Lecce nella Storia dell'Arte »
— Manduria Ediz. d'Errico 1922 — parla del palazzo ducale come appartenente al primo periodo del barocco, cioè a quello « contenuto nella tradizione classica che trionfa senza turbare l'armonia delle linee » — ed aggiunge, a pag. 63: — ...« Il Palazzo Ducale di San Cesario (1623) il cui prospetto è impressionante per l'equilibrio delle masse e per la ricchezza dei
motivi, ma un pò fastoso, per la sovrabbondanza della ornamentazione anche figurativa »...
4) Analogo giudizio, lo stesso autore, dà nel libro « Ruderi e Monumenti della
Penisola Salentina » — Lecce Tip. La Modernissima 1932. A pag. 89 ed a
pag. 175 si legge: « L'ignoto artefice del palazzo ducale di San Cesario, in
cui le statue ed i busti che ne popolano la facciata, non attenuano il sapore
classico dell'insieme, avvivato dallo squisito magistero del grande portale,
dei frontoncini, delle nicchie, delle archeggiature e delle mensole »...
...« Palazzo Ducale del Marulli, architettato con senso di maestà e bellezza
nel 1626, e notevole specialmente per il portale ed il coronamento di reminiscenza sansoviniana. Le statue ed i busti che ne decorano il prospetto, sono
di buona fattura, ma di atteggiamento teatrale ».
5) Raffaele Marti — nel suo libretto « Lecce ed i suoi dintorni » - Lecce, G. Guido
1925 — a pag. 31 dedica due righe al palazzo: ...« Il magnifico e fastoso palazzo ducale Marulli del 1623-26. Tipo di barocco, oggi sede di pubblici uffici »...
6) Nella riedizione 1964 dell'importantissimo libro di Luigi Giuseppe De Simone
« Lecce ed i suoi monumenti » — con appendice di Nicola Vacca - Lecce
Centro Studi Salentini 1964 — parlano delle vicende storiche del « Casale
di San Cesario in tredici differenti parti del libro e dell'appendice, ma nessun accenno al palazzo ducale.
Maurizio Calvesi e Mario Manieri Elia — nella loro monografia (Premio Lecce
1953) « Il Barocco Leccese » - ora pubblicata - Roma Ediz. Comunità Europea dell'Arte e della Cultura 1966 — si esprimono così: ...« Del 1626 è il
palazzo ducale di San Cesario. La facciata, di grandiose dimensioni rispetto
alla piazza, s'impone per una felice libertà compositiva, che crea un movimento fluido e geniale di nicchie, adorne di statue, e di finestre sfalsa te
attorno alla loggia vivacemente decorata. Negli ornati domina anche qui il
Nell'androne
gusto non troppo lontano del palazzo Imperiali di Francavilla.
che accede al cortile, troviamo la tipica decorazione a festoni già vista in
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Santa Croce. La somiglianza di molti particolari decorativi potrebbe suggerire di assegnare il palazzo di San Cesario a Giovan Battista Genuino che,
nel 1629, esegui l'interno della Cattedrale di Gallipoli »...
8) Una semplice fotografia del palazzo (quella Alinari 1912) con una breve didascalia, si trova a pag. 33 del libro « Puglia e Basilicata » — Tutt'Italia —
Firenze SADEA Sansoni 1965.
9) Alessandro Guerrieri, in una sua recente lettera, ha scritto che: ...« I Baroni
Guarini commisero, nel 1626, l'attuale palazzo ducale, costruito con senso
di maestà e bellezza, notevole specialmente per il portale e per il coronamento di reminiscenza sansoviniana, e per le statue ed i busti che ne decorano il prospetto ».
10) Franco Scardino, in una sua recente comunicazione, ha confermato che la
storia delle « brache » appiccicate alle statue del palazzo non è una storiella.
11) Infine, a pag. 880 del 13° Vol. della « Encyclopedia Britannica » — edizione
1966 — si legge: ...« San Cesario è notevole per le sue acque minerali » (sic).
Il redattore della voce « Lecce » avrà certamente scambiato Santa Cesaria
Terme e le sue celebri acque termali con San Cesario.
Se sbaglia una Enciclopedia del calibro della Britannica, è ammissibile qualsiasi altro sbaglio.
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