Auto ANNO XVII numero 63 martedì 28 giugno 2005 Supplemento al numero odierno de “la Repubblica” - Spedizione abb. postale, art. 1, legge 46/04 del 27 febbraio 2004 - Roma Governata da computer e grazie ai sensori ottici l’auto è oggi in grado di evitare molti pericoli. Ma da sola la tecnologia non basta. Ecco perchè Obiettivo sicurezza Montante trasparente per la visibilità totale Il radar controlla la distanza Microcamera per vedere dove l’occhio non arriva Spia che segnala veicolo in avvicinamento Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 3 L’auto, l’uomo e la strada una questione di cultura Sommario Massima sicurezza 4 21 I navigatori portatili 23 La crisi più lunga 24 28 37 Alfa-Ferrari pianeta Italia CARLO CAVICCHI LUCIO CILLIS SALVATORE TROPEA BORGOMEO, NASCIMBENE PELLEGRINI Protagoniste d’autunno MONACO, NASCIMBENE PELLEGRINI, TOMMASI Il tempo delle spider VALERIO BERRUTI AUTO, l’uomo e la strada. L’ La partita della sicurezza si gioca su questi tre elementi. Con un livello di importanza diverso ma con una gerarchia indiscutibile. L’auto, e quindi l’industria, negli ultimi dieci anni ha fatto passi da gigante. Enormi investimenti e ricerche d’avanguardia hanno portato alla costruzione di vetture finalmente sicure, governate dall’elettronica, quella utile che serve a gestire la trazione, l’Abs, la stabilità fino a radar e “night vision” in grado di vedere e prevenire là dove l’uomo non può arrivare. Ma tutto questo progresso ha stabilito in modo inequivocabile che l’anello debole della sicurezza è proprio l’uomo: su un milione e 300 mila incidenti l’anno con ben 40 mila vittime, per il 60 per cento la colpa è dovuta a fattori umani (abuso di alcol e droghe, farmaci, malattie, deficit della vista, affaticamento). Dunque una responsabilità enorme. Ma non basta. Ogni anno sulle strade europee si potrebbero salvare mille vite di bambini se i genitori usassero i seggiolini (indagine Automobil club europei in collaborazione con le principali associazioni consumatori). Insomma, a che serve un’auto supersicura se poi la nostra attenzione è dedicata a tutt’altro? A che servono otto airbag se ci mettiamo alla guida con un bel po’ di alcool in corpo? L’industria dell’auto ha fatto tanto ma la nostra coscienza molto poco. Proprio come chi fino ad oggi ha gestito il sistema trasporto. A cominciare dalle strade dove le auto “vivono”. Sono ancora troppo pericolose. Inutilmente pericolose. Capaci, in molti casi, di vanificare ancora una volta lo sforzo tecnologico compiuto dall’industria. Il viaggio raccontato da Leonardo Coen (alle pagine 6-7) è una fotografia impietosa dello stato di arretramento del sistema stradale italiano. Nel nostro paese circolano oltre 34 milioni di autovetture, vent’anni fa erano 22 milioni, senza contare i camion che sono passati da un milione e mezzo a oltre il doppio. Ebbene, a fronte di tutto questo le strade sono rimaste le stesse. In molti casi più acciaccate di ieri, sempre piene di cantieri che saranno il solito incubo del grande esodo che sta per cominciare. Con le solite denunce che lo precedono e quelle che verranno dopo. Con i soliti numeri che si ripetono e che ogni anno diventano sempre più grandi come il disagio e la rabbia di chi prova a mettersi in marcia sulla Salerno-Reggio Calabria oppure ha la presunzione di percorrere qualche traforo alpino pensando di passare indenne. Già, la presunzione. Quella sì che è davvero un guaio. Soprattutto quando si parla di cultura della sicurezza. Perché in Italia questo concetto è praticamente assente. Viene in mente un aneddoto che raccontano ancora oggi nella sede della Autogerma quando per primi sulle Audi introdussero i due airbag anteriori e si sentirono rispondere da un cliente: “Ma cosa me ne faccio io che sono un rappresentante e al massimo carico solo mia moglie?”. E’ passato qualche anno, anzi molti, ma le cose non sono cambiate granché. Sembra quasi che molti di noi si sentano diminuiti della loro forza se allacciano la cintura di sicurezza o sono costretti a rinunciare al cellulare in auto che secondo una ricerca americana è addirittura tra le maggiori cause di incidente. Insomma, almeno dal punto di vista umano e culturale c’è poco da stare tranquilli. Ma qui c’è da aggiungere che qualche responsabilità le hanno anche le istituzioni. Oltre l’accanimento su multe e penalizzazioni varie nessuno ha mai avuto il coraggio di investire davvero sulla sicurezza. Forse per qualcuno è davvero un optional. Sommario La scoperta dei pick up 41 44 47 VINCENZO BORGOMEO Incredibile diesel MONACO, ORECCHINI TOMMASI Una Mini per sempre ENRICO FRANCESCHINI 48 50 55 Taxi & bus siamo inglesi ENRICO FRANCESCHINI Fenomeno supermotard CALVO, MONACO Ma la moto è maschilista EMANUELA AUDISIO CARLO CAVICCHI Auto Coordinamento Giuseppe Smorto a cura di Valerio Berruti vicecaporedattore e Vincenzo Borgomeo vicecaposervizio grafica e impaginazione di Ugo Alessandrini disegni di Paolo Samarelli Supplemento al numero odierno de “La Repubblica” Direttore responsabile Ezio Mauro Gruppo editoriale l’Espresso Spa Divisionela Repubblica, via C.Colombo 149 - 00147 Roma Tipografia: Rotocolor Spa, via C.Colombo 90 - 00147 Roma - Stampa: Rotocolor Spa via Casale Cavallari 186/192 Roma - Reg. Tribunale di Roma n° 16064 del 13/10/1975 Pubblicità: A Manzoni & C. Spa via Nervesa 21 Milano tel. 0257494801 4 PRIMO●PIANO MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto S A E trade GLI incidenti, lo sanno tutti, succedono sempre negli stessi posti: incroci trabocchetto, curve in contropendenza, cambi di rivestimento del manto stradale che provocano improvvise variazioni dell’aderenza, soprattutto in caso di pioggia. E ancora, gallerie prive di illuminazione, innesti ad angolo cieco. Insomma, basterebbe realizzare una mappa dei luoghi dove avvengono gli incidenti, per decidere da dove cominciare a mettere mano alla rete stradale. Certo, l’estensione delle rotatorie ha portato qualche beneficio ma non è che un primo, piccolo passo. Quindi attenzione alle strade più pericolose, a quelle più trafficate, meno illuminate e con più incroci. Anche con la più sicura delle auto PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 5 U G A uto omo DI PROGRESSI, negli ultimi vent’anni, l’automobile ne ha compiuti parecchi. A partire da una struttura portante in grado di proteggere i passeggeri in misura infinitamente più efficace che in passato. Parallelamente, gli impianti frenanti di oggi garantiscono spazi di arresto inferiori almeno del 20%, rispetto all’inizio degli anni Ottanta. E di miglioramenti altrettanto consistenti ha beneficiato il comportamento in curva delle vetture, oggi molto più semplici da controllare. ERRORE umano: la formula che frequentemente ricorre in ogni incidente legato ai sistemi di trasporto, può essere tranquillamente utilizzata almeno per il 90% degli incidenti stradali. Scarsa preparazione, distrazione, condizioni fisiche imperfette: un cocktail altamente pericoloso, che mal si concilia con un’attività come la guida dell’automobile, a tutt’oggi soggetta a un controllo squisitamente manuale, ancorché affiancato da sistemi di assistenza in rapida evoluzione lettronica omme TUTTI lo sanno, pochi lo fanno. Controllare la pressione e lo stato delle gomme è una pratica banale quanto fondamentale per evitare gli incidenti. Sistemi elettronici e sistemi meccanici per poter agire hanno bisogno di un adeguato “dialogo” tra auto e strada. E questo dialogo passa attraverso i pneumatici, che non devono essere troppo usurati, devono essere adeguatamente gonfi e non devono essere troppo vecchi. irbag SPESSO nascosta in mezzo a un mucchio di dispositivi di dubbia utilità, c’è anche l’elettronica che aiuta a evitare gli incidenti. Esempio lampante l’Esp, Electronic Stability Program, che interviene quando l’auto inizia a sbandare e ne corregge la traiettoria. Il dispositivo si sta diffondendo rapidamente, almeno nelle fasce medioalte del mercato. Ma il contributo dell’elettronica alla sicurezza non si ferma qui: senza centraline di gestione dalla grande capacità di calcolo, molti dispositivi di protezione non potrebbero funzionare. A partire dagli stessi airbag. IL LORO numero aumenta continuamente, proteggono sia il conducente che i passeggeri. Ce ne sono per la testa, per le ginocchia, per gli urti frontali e per quelli laterali, oltre che per il cappottamento. Averli a bordo significa avere dei “cuscini” in grado di attutire l’impatto in caso di incidente. Attenzione, però, perché l’efficacia degli airbag è strettamente legata alla condizione che chi è bordo indossi la cintura di sicurezza. Il tempo e le modalità di gonfiaggio, infatti, sono calcolati facendo riferimento al corpo “legato” al sedile. Negli ultimi anni tecnologia ed elettronica hanno trasformato le auto rendendole sempre più affidabili e meno pericolose Dai primi Abs ai radar di oggi ecco tutte le tappe decisive Ma per le strade la situazione è opposta: sono sempre più a rischio e invase dai cantieri Viaggio al centro della sicurezza A bs IL SISTEMA Abs (Anti-lock braking system) impedisce il completo bloccaggio delle ruote ed il conseguente effetto di scivolamento, assicurando alla frenata la massima efficacia possibile. Lo spazio di arresto della vettura viene così ridotto e durante la frenata, per quanto brusca, il guidatore mantiene la possibilità di correggere la direzione dell’auto. Spazi di arresto accorciati e mantenimento della “direzionalità” sono le due caratteristiche che fanno dell’Abs un elemento di sicurezza ormai irrinunciabile su ogni tipo di veicolo. CARLO CAVICCHI A SICUREZZA non deve L essere un optional. Detto così sembra uno slogan ad effetto, ma per fortuna da qualche anno in qua sta diventando la regola, almeno per i costruttori di automobili che hanno impiegato un secolo ad accettare l’idea di spendere per fare auto sempre più sicure, ma che oggi paiono se non proprio convinti almeno sufficientemente rassegnati a farlo. Ne è passato di tempo da quando negli Stati Uniti uno sconosciuto avvocato di origine libanese, Ralph Nader, oggi potente uomo politico, mise in croce l’industria automobilistica con un suo librodenuncia “Unsafe at any speed” tradotto da noi con il titolo “L’auto che uccide”. Si trattò del più grande atto d’ac- cusa contro i fabbricanti di automobili per la negligenza e il disinteresse sempre mostrato verso i problemi della sicurezza. Fu uno scossone che dagli anni Sessanta in avanti ha stimolato, anche sull’onda delle associazioni dei consumatori, a migliorare le nuove vetture, a fare un po’ del tanto che si poteva (e che poi si è fatto) per limitare i danni derivanti dagli errori di guida, molto per prevenirli e in maniera sempre più efficace per limitarne le conseguenze. Finalmente un buon risultato nelle prove di crash viene sbandierato con orgoglio dai costruttori, ma è roba del terzo millennio, addirittura dell’ultimo anno perché prima alla sicurezza veniva sempre anteposto un sistema di casse acustiche, un cavallo di potenza in più, la vernice metallizzata. Nella sede dell’Autogerma ricordano quando per primi, sulle Audi, offrirono di serie i due airbag anteriori e si sentirono rispondere da un cliente piccato: “Ma che cosa me ne faccio io che sono un rappresentante, giro sempre da solo e al massimo carico solo mia moglie…”. Già. Per settant’anni si era fatto poco o nulla (i fanali elettrici, i vetri laminati, le cinture di sicurezza), dopo Nader è stato un crescendo continuo: cellule di sicurezza, airbag, tutta l’elettronica applicata quindi Abs, Esp, controllo di trazione fino alle sospensioni attive e da qualche anno in qua la protezione dei pedoni. La strada è lunga e molto si può e si deve ancora fare, ma l’accelerazione c’è stata, anche se occorre insistere badando soprattutto a quello che serve veramente distinguendolo dal tanto che fa semplice coreografia. Significativo può essere il caso degli airbag, oggi sempre più numerosi, quattro-otto-dodici, sopra e sotto. Peccato che nessuno ne assicuri l’efficienza e nemmeno l’apertura, che non esista uno standard cui rifarsi e che sulla fabbricazione dei cuscini, nonché sulla loro manutenzione e sulla durata, esistano ben poche garanzie. Ma la sicurezza non deve essere un optional nemmeno per chi guida. Lo slogan, questo sì, che invita semplicemente ad andare più piano è troppo generico e abusato per essere efficace. La velocità è un problema ma la distrazione al volante è sicuramente molto più pericolosa ed inter- viene su tutti i comportamenti di chi è alla guida, cominciando dal farsi prendere dalla discussione con chi ci è a fianco sino all’uso vietato del telefonino. Poi c’è la fatica, sempre troppo sottovalutata, oppure lo stato di alterazione per alcool, droghe o anche semplicemente medicine che da un lato alleviano un problema ma inducono sonnolenza. La lista è lunga perché i vizi sono troppi, eppure ripassarsela, specialmente nei fine settimana, quando il traffico si riduce drasticamente ma le vittime sulle strade salgono vertiginosamente, sarebbe un utilissimo esame di coscienza. Infine, la sicurezza non è un optional nemmeno per le istituzioni perché va bene che le auto debbono essere meglio costruite, che i guidatori devono essere più attenti e scrupolosi, ma basta con le strade mal tenute, con le troppe segnalazioni strampalate, con corsie di marcia mai della stessa dimensione, con incroci della morte che sono tali soltanto perché mal pensati visto che la stessa gente che ci rischia la pelle, cento metri prima o cento metri dopo viaggia sicura e non crea problemi. Nessuno può tirarsi fuori e scaricare le colpe sugli altri, nemmeno i pedoni che si credono di avere tutti i diritti. Si può e si deve fare ancora molto, ma tutti assieme: costruttori, automobilisti, stato, regioni, comuni ed enti preposti. La cosa peggiore sarebbe scoprire che proprio loro, i fabbricanti di auto, quelli da sempre sotto processo, finiscano alla lunga per essere i più bravi. C inture LE CINTURE rappresentano in assoluto il principale sistema di sicurezza a bordo di ogni auto. In caso d’urto, tutti gli altri meccanismi sono secondari rispetto al fatto che gli occupanti le indossino. Essere allacciati significa infatti essere stabilmente assicurati al sedile, oltre che avere una posizione del corpo sufficientemente prevedibile all’interno dell’abitacolo. Tutti i sistemi che entrano in funzione danno per acquisite queste due condizioni. Proprio perché tanto importanti, le cinture vanno considerate come un elemento da migliorare continuamente anche in termini di comfort. 6 PRIMO●PIANO MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 7 Le strade DIECI REGOLE PER VIAGGIARE SICURI 1 Attenti ad alcol e stanchezza La prima verifica da fare non riguarda la macchina, ma il guidatore: mai mettersi al volante in cattive condizioni fisiche, e soprattutto dopo aver assunto medicinali o aver bevuto alcolici 2 Tenere i freni sotto controllo E’ vero che le automobili d’oggi richiedono poca manutenzione, ma almeno un controllo all’anno va fatto. Soprattutto per livello del liquido e spessore guarnizioni dei freni 3 Fissare i carichi nel bagagliaio Nel riempire il bagagliaio, occorre tenere conto anche dei limiti di peso ammesso a bordo. E fissare gli oggetti in modo che, in caso di incidente, non partano come proiettili 4 5 Pneumatici sotto controllo Controllare la pressione e adeguarla al carico. Se la pressione è alta peggiora un po’ il comfort, se è bassa le gomme rischiano lo scoppio e il distacco del battistrada Dai 38 cantieri della Milano-Torino ai 6 della Napoli-Salerno. Sicurezza a rischio Vacanze, incubo cantieri ecco l’Italia a ostacoli TF Sistemare correttamente il sedile e il volante, e soprattutto tenerci sempre le due mani sopra: è l’unico modo per garantirsi la possibilità di una correzione pronta e precisa, in caso di emergenza 6 Allacciate sempre le cinture di sicurezza Allacciare sempre le cinture di sicurezza: sono decisive anche per permettere agli altri dispositivi, come gli airbag, di far bene il proprio lavoro. E’ importante poi ricordarsi di regolare, prima della partenza, l’altezza dei poggiatesta Torino-Milano A8 A26 A10 A31 TG A4 A4 A21 A6 A50 tang. ovest di Mestre Vicenza-Piovene TG 1 cantieri Tang. Sud di Verona A7 TG 1 cantiere TG A21 A15 A1 Milano-Napoli A1 21 cantieri A12 Parma-La Spezia A14 A11 A15 2 cantieri Tang. Nord di Torino LEONARDO COEN TG 2 cantieri D A1 Torino-Piacenza A21 5 cantieri A24 Roma-L'Aquila 8 cantieri A25 Roma-Pescara 3 cantieri A24 Torino-Savona scollamento tra l’appunto dell’ignoto autore e il quadro della realtà. Salvo il mezzo anonimo per comunicare la protesta: il solito ambiguo rapporto tra la verità e la sua rappresentazione, anzi, la sua denuncia, quando ci si trova in un contesto inquinato fortemente dalla criminalità organizzata. Non è un segreto che le strade per arrivare a Reggio Calabria sono un tormento. Che se per azzardo decidi di utilizzare l’A3, allora è anche peggio. Bisogna assoggettarsi a vessazioni medievali, incomprensibili se si riflette sul fatto che i disagi invece di diminuire aumentano anno dopo anno in misura esponenziale in nome dell’ammodernamento. La pretesa autostrada che collega il capoluogo calabrese a Salerno è una gara ad ostacoli, un susseguirsi di misteriosi cantieri che ti obbligano a viaggiare in senso unico per 161 chilometri, a mantenere medie irrisorie. Una trincea d’asfalto esemplare: perché illustra meglio di ogni altra cosa il malgoverno del nostro Paese. Ormai esiste una vasta letteratura su questo calvario automobilistico lungo 443,4 chilometri, flagellato dalle alleanze tra la camorra e la ‘ndrangheta, che si sono infiltrate negli appalti autostradali, imponendo l’affidamento di subappalti e forniture a «imprendi- bappalti e forniture a «imprenditori ritenuti affidabili dall’organizzazione criminale ed in grado di collaborare attivamente per il buon funzionamento del sistema fondato sul cosiddetto meccanismo consortile, strumento utile e capace di assicurare in maniera efficace il controllo monopolistico su intere fasce di mercato, soprattutto nel settore degli appalti pubblici, realizzando una sintesi di interessi tra la delinquenza, che riceve cospicue tangenti, e le imprese locali che si assicurano consistenti fette di mercato vincendo la concorrenza ed acquisendo la protezione dei cantieri», come si legge nelle carte del processo “Tamburo” in corso al tribunale di Cosenza. Fortuna che la grossa Bmw si comporta su queste accidentate strade con una leggerezza e un’agilità insospettate. Dalle parti di Rosarno, tuttavia, ho la malaugurata idea di sorpassare un’Alfa rossa che non mi dà strada. Per qualche chilometro pare di rivivere “Duel” di Spielberg, un incubo on the road. Lo risolve la 745d nel rettilineo dopo il bivio di san Calogero, con un’accelerata di illegale potenza e di smisurata soddisfazione, nonostante il precario manto d’asfalto e qualche buca. Quelli dell’Alfa abbozzano: la targa verde delle vetture stampa al seguito del Giro è un provvisorio salvacondotto. Da quelle parti si fanno ancora gli agguati per rapinare auto potenti. Quando succede, lasciano in cambio al malcapitato un catorcio in grado di farti arrivare alla cittadina più vicina. Sabato 28 maggio. È il giorno più atteso, dopo la tappa dello A6 4 cantieri Stelvio coi suoi 48 anacronistici tornanti. Il Giro affronta l’inedito Colle delle Finestre, tra la Val di Susa e la Val Chisone, in Piemonte: 18,5 chilometri di arrampicata ad una pendenza media del 9,2 per cento ma solo 10,6 chilometri asfaltati. Prima di arrivare a questo redde rationem ciclistico che si annuncia epocale, abbiamo attraversato in lungo e in largo lo Stivale, affrontato ingorghi mostruosi e week-end di traffico rovente: in Italia circolano oltre 34 milioni di autovetture, vent’anni fa ce n’erano 22 milioni. Ad esse si devono aggiungere i camion. Nel 1985 erano 1.649.303 gli autocarri, oggi sono tre milioni e mezzo. Ma le nostre strade sono rimaste le stesse: acciaccate e tenute in piedi da cantieri che paiono eterni, mentre anche le auto sono cresciute in lunghezza e larghezza. Tangenziali come il Far West, da Firenze Nord a Bologna Panigale 94 chilometri a singhiozzo, il passante di Mestre per aspiranti suicidi, la Milano-Torino angariata da trentotto cantieri trentotto, roba che ci dovrebbero ridare indietro il pedaggio tra una scavatrice A1 del Sole e l’altra. Da Savona a Mondovì, difficile che quell’autostrada si possa percorrerla senza incappare in “lavori in corso” o in sensi unici. «Lavoriamo per voi», ci sfottono, «vi facciamo strada», ma dove? Ma quando? In che film? In com- A7 A25 Genova-Serravalle 1 cantiere Serravalle-Milano A7 1 cantiere Genova-Savona A10 2 cantieri Genova-V. G. Toce A26 1 cantieri Genova-Livorno A12 7 cantieri Bologna-Taranto A14 11 cantieri A14 A1 Viareggio-Lucca A11 1 cantiere A11 A16 TG A30 Firenze-Pisa Nord 1 cantiere A3 Tangenz. Napoli TG 2 cantieri Napoli-Salerno A3 A3 6 cantieri Caserta-Salerno A30 1 cantiere I simboli indicano i tratti autostradali con più di 4 cantieri Soprattutto se il traffico è intenso, due ore di guida filate sono sufficienti ad affaticare il fisico e a far diminuire l’attenzione. Brevi soste, anche per sgranchirsi i muscoli, sono sempre salutari A28 2 cantiere A31 1 cantiere A4 10 Portogruaro-Conegliano Mestre-Trieste A5 Fare attenzione alle condizioni della strada: la pioggia, ma anche un asfalto sporco o con poco grip, riducono l’aderenza, peggiorando la tenuta laterale e la frenata Udine-Tarvisio A4 2 cantieri A23 A28 9 Soste frequenti A23 1 cantiere A4 5 cantieri A22 Non viaggiare mai incollati al veicolo che precede: il semplice tempo di reazione, circa mezzo secondo, a 100 all’ora fa percorrere 30 metri. E poi bisogna pure frenare o scartare Un occhio all’asfalto A22 1 cantiere Brescia-Padova A4 39 cantieri Mantenere la giusta distanza Modena-Brennero Milano-Brescia Torino-Bardonecchia TF 8 A4 2 cantieri A32 4 cantieri A32 Evitare di usare il telefono, anche con l’auricolare: la testa va altrove e non si occupa più del traffico. E non farsi distrarre troppo dalle autoradio e dai dispositivi di intrattenimento vari A8 1 cantiere Quincinetto-Aosta Ov. TF 7 Cellulare solo con l’auricolare Milano-Varese Traforo Frejus Chiuso fino a data da destinarsi A5 2 cantieri Essere in grazia di Dio! Non si parte senza aver controllato l’olio! Non partite senza essere in grazia di Dio! Automobilisti ricordate: la patente numero uno per una guida sicura è questa: essere in grazia di Dio! Meglio di un’agenzia di assicurazioni è una persona che prega per voi ogni giorno. Mettete spiritualmente al fianco di ogni persona a voi cara che guida un nostro aspirante missionario che preghi per lui. L’adozione si fa versando Lit.15000 anche a rate libere».Campagna automobilistica 1963, “Autolega del Sacro Cuore” OMENICA 8 maggio, al seguito del Giro d’Italia (quello in bicicletta: che tuttavia usa le strade delle automobili). Infilato tra la spazzola del tergicristallo e il parabrezza, il biglietto piegato in quattro si nota appena, forse è una paginetta strappata da un quaderno a quadretti, forse è un appunto del garagista. Ho appena saldato il conto al Grand hotel Excelsior di Reggio Calabria. Il mitico lungomare che l’immaginifico Gabriele D’Annunzio aveva definito «il più bel chilometro d’Italia», è a due passi dall’albergo di via Vittorio Veneto. La giornata è meravigliosa, l’aria tersa, il cielo azzurro cartolina: il mare è mosso da un vento di tramontana teso, fresco. È la giornata perfetta. Vien voglia di restare, più che di partire. Ma incombe la prima tappa da Reggio a Tropea: dapprima la litoranea jonica che aggira l’Aspromonte, il Capo Spartivento, Bovalino, Siderno: poi si taglia da est verso ovest, passando per Cinquefrondi e Rosarno, quindi lungo la statale 18, si attraversa Mileto e di qui si va a Vibo Valentia. Intrigante, l’itinerario. Perciò nessun rammarico: arrivederci Reggio. Prima di andarmene, prevale la curiosità. Già. Il foglietto. L’afferro. Lo apro. Leggo: «Una macchina così non si merita le nostre strade». Qualsiasi macchina, rifletto meccanicamente, non solo questa monumentale Bmw 745d. Controllo meglio il biglietto: nessuna firma. Ma anche nessuno Due mani sul volante Napoli-Canosa cantieri A16 3 A3 A29 A20 A18 A19 Tratto Bologna Firenze Messina-Catania A18 2 cantieri Messina-Palermo I cantieri previsti sulle autostrade fino a luglio 2005 A20 8 cantieri Alla vigilia del grande esodo abbiamo attraversato il nostro paese in macchina Una prova generale per chi si metterà in viaggio in questi giorni penso sono aumentati spaventosamente tutti gli strumenti per intercettare chi supera i limiti di velocità. La task force della Polstrada e degli altri corpi addetti alla vigilanza delle strade può ormai contare su un arsenale che quello del Pentagono gli fa un baffo: 91 postazioni mobili sulle autostrade; 202 postazioni mobili sulle statali; 28 postazioni fisse sulle autostrade; 13 postazioni fisse sulle tangenziali. Inoltre, sono state appena acquistate o prese in leasing 7 mila apparecchiature portatili. Pistole laser, riprese in dvd “ProVida”, telecamere, autovelox aggiornati, Autobox, Velomatic, bunker. Un giorno ho sfiorato il dramma: ero ben oltre il limite, mi sono accorto della pattuglia nascosta in una piazzola laterale, ho istintivamente frenato, stavo per bloccare la 745 e per scendere con le mani alzate: “Mi arrendo!”. Uno stress, ormai, guidare in pace, avrei aggiunto, dovete capire che prima si perdono ore e ore a passo d’uomo, incolonnati, stritolati tra un Tir e l’altro, perciò cercate di capirci, è naturale lo sfogo, la pigiata sul pedale. Avrei indicato il berlinone e aggiunto: su macchine come quella, inoltre, non ti accorgi nemmeno che vai forte. Dentro, è il silenzio totale. La vedete? E’ una fortezza, tanto è sicura in strada. Rapido come George Clooney in Ocean’s Twelve ho aperto il portabagagli, ho finto di trabiccolarci un po’, sono ripartito. Col cuore in gola e la mano ben stretta sul portafoglio. Ed eccoci sulle prime rampe del Colle delle Finestre: la carreggiata è poco più larga della 745d. A destra e a sinistra, centinaia e centinaia di cicloturisti che vogliono assaporare le stesse emozioni di Cunego, Simoni, Savoldelli, mi- gliaia e migliaia di appassionati che salgono a piedi, zaino in spalla. E’ una gran festa popolare. La montagna esalta i corridori e sforza (ancora, nonostante il progresso) le vetture. Quel 28 maggio l’asfalto è imbrattato di scritte contro il Tav, il progetto della ferrovia ad alta velocità tra Lione e Torino: la gente della Val Susa è tutta contro. La salita è durissima all’inizio, i tornanti sono trentuno, stretti e senza parapetti. Il vetturone fila su che è una meraviglia, affronta le curve come se fossero quelle facili dell’Autosole. Certo, ogni tanto c’è chi grida dietro: «Non potevi comprartene una più grande?», ma la maggior parte è stupita dall’agilità della nostra macchina. Pure noi lo siamo. Ma come cavolo fa a curvare così stretto?, chiedono in molti. Tecnologie avanzate, i cinquemila ingegneri del centro ricerche bavarese della Bmw che lavorano per applicare nuove diavolerie ai telai e agli sterzi, motori in lega di alluminio e magnesio, indistruttibili frizioni automatiche. La morale di questo capillare viaggio lungo le strade del Giro d’Italia 2005 è che solo grazie al Giro gran parte di esse sono state riattate dignitosamente ed asfaltate per l’occasione: dovrebbe essere la regola, una consuetudine civile, è invece l’eccezione. Ma tutto attorno, le altre strade d’Italia sono collassate dall’usura del traffico e dell’incuria, e se è vero che sono lo specchio del loro Paese, allora il riflesso racconta un Paese in declino e senza più ambizioni, rilancia l’immagine di un’economia da immutabile piccolo mondo antico, dove il declino rischia di coniugarsi con una neanche tanto strisciante regressione sociale. La rintracci nei dettagli, nell’approssimazione dei lavori in corso che non finiscono mai, financo nelle strisce bianche che dovrebbero agevolare gli automobilisti e che non ci sono e se ci sono, spesso sono sbiadite come certi nostri ricordi, come quei cartelli che dovrebbero indicare la giusta direzione e talvolta restano incomprensibili, come incomprensibile è la ragione di tutto ciò: abbiamo auto che ci trasportano nel futuro ma viaggiamo sempre più nel passato. Un paradosso de- A4 Ser enissim a Case llo di V illa Bon a A14 Adriatica A3 Napoli Salerno Casello di Mercato San Severino lo del Val a r a z a lermo M A29 Pa L’auto del test Ammiraglia Bmw tutta la tecnologia per la sicurezza AGGETTIVO qualiL’ ficativo, lo abbiamo imparato a scuola, esprime appunto una qualità. Ma la qualità può essere posseduta in grado diverso. Dopo 7 mila chilometri si può affermare che per la Bmw 745d Futura è corretto usare solo superlativi, anzi aggettivi di grado “superlativo relativo di maggioranza”: quelli che sono preceduti da “il più”. Il prezzo (100 mila euro), in fondo, è relativamente superlativo, vista la categoria, le dimensioni e il superbo repertorio degli optional di questa vettura snob ed ipertecnologica. Oppure il radar per mantenere costante la velocità in condizioni di cattiva visibilità ed evitare ostacoli improvvisi. O l’autotelaio in alluminio con controllo degli ammortizzatori a regolazione continua EDC-K. Vogliamo parlare poi dei sofisticati stabilizzatori dell’asse anteriore e posteriore a regolazione interamente variabile? Sensazionali. Il meccanismo elettronico si chiama Dynamic Drive. Autostrade, città, tangenziali, lo Stelvio, persino lo sterrato del Colle delle Finestre, le provinciali: media 8,2 km al litro, compresa l’opzione “sport” del cambio automatico. I difetti? L’ancora macchinoso I-drive sulla console centrale: pretende troppa attenzione. (l. c.) PRIMO●PIANO L’auto Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 9 Le cinture Airbag di sicurezza e Abs 1975 L’era dei poggiatesta Volkswagen Golf prima serie 2005 NEGLI anni Settanta comincia l’era moderna della sicurezza automobilistica. I progettisti iniziano a disegnare strutture in grado di resistere ad urti sempre più severi. Crescono di spessore i paraurti, si appesantiscono i telai ed arrivano i rinforzi dentro le portiere. Si capisce, studiando gli incidenti, che è importante trattenere i passeggeri a contatto del sedile grazie alle cinture di sicurezza, che si diffondono in nord Europa. Il poggiatesta diventa elemento di sicurezza, oltre che di comfort. Nascono i concetti di airbag e Abs. Il controllo della stabilità Elettronica al comando Computer padroni PROTAGONISTI assoluti dei sistemi di sicurezza sulle auto di oggi sono i sensori e l’elettronica. L’integrazione tra sistemi di sicurezza passiva come gli airbag e quella attiva come Abs ed Esp è totalmente effettuata dall’interazione tra sensori e computer. Il livello ottimale di frenata e il miglior controllo della vettura in strada dipendono dalla lettura delle accelerazioni e delle inclinazioni dell’auto. La rete di bordo analizza continuamente questi dati e fa intervenire i sistemi di sicurezza non appena le condizioni diventano di pericolo. Mercedes Classe B Dai primi dispositivi degli anni Settanta ai sistemi di guida assistita che stanno per arrivare sulle nostre macchine Tutto cominciò dalla cintura FABIO ORECCHINI ICURI si nasce e si diventa. S Per nessun altro tema come per la sicurezza è importante un perfetto connubio tra le dotazioni di serie, la progettazione, gli strumenti che l’auto mette a disposizione e un comportamento appropriato da parte del guidatore e dei passeggeri. Non c’è auto sicura nelle mani di un conducente “insicuro”. E non c’è sicurezza possibile per chi a bordo non rispetta poche, elementari ma ineludibili regole di comportamento. Lo dicono tutte le analisi dedicate a capire come e perché avvengono gli incidenti: l’anello debole nella catena della sicurezza è l’uomo. Sono le distrazioni, gli errori, la guida in condizioni psico-fisiche non adeguate (prima tra tutte lo stato di ebbrezza) la maggiore e più micidiale causa di incidenti. Così come molto meno del possibile possono fare gli strumenti di protezione, come gli airbag, se la posizione dei passeggeri non è più che “composta” e necessariamente allacciata. Se chi è a bordo non siede dove e come dovrebbe e non indossa la cintura, anche l’efficacia dei più moderni sistemi viene meno. Uomo e macchina devono perciò fare ognuno la sua parte. Con una ormai chiara prospettiva di evoluzione per la macchina, che dopo essere diventata uno scudo ed un rifugio protettivo sempre più resistente negli anni Settanta e Ottanta rispetto all’evenienza di un incidente, ha imparato ad aiutare Dai primi esperimenti degli anni Settanta a oggi così sono cambiate le nostre macchine E per il futuro... l’uomo ed addirittura a sostituirsi a lui negli anni Novanta e fino ad oggi, con sistemi elettronici in grado di dosare la forza frenante al livello migliore ed a prescindere dalla pressione del piede sul pedale (Abs e brake assist). Oppure con centraline e microchip capaci di azionare i freni uno ad uno, come l’uomo non potrebbe fare se non con quattro pedali indi- pendenti, come avviene nei sistemi Esp. E in questo modo si ottengono azioni di correzione della traiettoria in grado di evitare o limitare le sbandate che sarebbero causate dalle manovre “originali”, ma non corrette, effettuate da chi è alla guida. Il futuro andrà ulteriormente avanti in questa direzione, con l’elettronica di bordo che arriverà a verificare sempre più dati e decisioni oggi di competenza esclusiva dell’uomo. Chiave di questa ulteriore evoluzione è certamente la capacità della vettura di essere capace di conoscere con esattezza ciò che la circonda, funzione oggi esclusivamente riservata all’uomo e alla sua percezione visiva ed uditiva dell’ambiente esterno. L’auto arriverà ad essere in grado di vedere e sentire come e Telecamere e infrarossi 2015 meglio dell’uomo gli oggetti e le situazioni che la circondano, diventando una vera e propria macchina “sensoriale” grazie a sistemi a ultrasuoni, radar e telecamere con capacità di riconoscimento delle immagini e dotate anche di visione notturna ad infrarossi. In questo modo, il mezzo sarà in grado di riconoscere in largo anticipo le traiettorie di impatto con ostacoli, altri veicoli o pedoni. A quel punto potrà avvertire il guidatore, oppure, se il tempo a disposizione non sarà sufficiente o se chi è alla guida tarderà ad agire, l’elettronica potrà azionare indipendentemente i dispositivi necessari ed addirittura il volante, pur di evitare l’incidente. Cosa che già oggi avviene con i freni, sia nei sistemi Abs che in quelli Esp. Controllo della corsia Cinture a 4 punti Alla guida col radar NELL’AUTO di domani l’elettronica non si limiterà più ai dati di bordo. Il sistema di sicurezza “guarderà” fuori e il controllo dei pericoli esterni sarà affidato a radar e telecamere in grado di riconoscere ed analizzare la velocità e la natura degli oggetti in avvicinamento. Inoltre arriveranno sedili in grado di adattarsi automaticamente ad altezza e peso dei passeggeri. Ma l’innovazione più efficace riguarderà le cinture sempre più simili a quelle di Formula Uno, con quattro punti di ancoraggio. Volvo Scc 10 PRIMO●PIANO MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 11 L’auto LE TAPPE DELLA SICUREZZA 1912 1919 1926 1930 1935 1940 Fanali elettrici Servofreno Vetri di sicurezza Tergi cristallo Rollbar, barriere laterali 1949 1950 1954 1955 1959 1964 1966 1971 Aria condizionata indicatori di direzione Freni a disco, Gomme chiodate Cinture di sicurezza Servosterzo Chiusura Piantone Fari allo Sbrinatore di sicurezza dello sterzo iodio parabrezza per collassabile bambini Il business per l’industria ma anche i suoi grandissimi investimenti l’intervista “L’affare” sicurezza optional a caro prezzo Radar, microcamere e chip: un giorno al centro Toyota FABIO ORECCHINI A SICUREZZA è un affare. Un L grande affare per il mondo dell’auto. Sono enormi gli investimenti delle case nel settore, ma sono ancor più ricchi i fatturati finali. Il prezzo, cioè, che il cliente è disposto a pagare pur di avere un’auto sempre più sicura, giustifica ampiamente lo sforzo di ricerca e sviluppo da parte del costruttore. L’industria dell’auto non si è accorta da molto tempo di questa semplice e vantaggiosa situazione economica, ma va detto che negli ultimi anni ha letteralmente bruciato le tappe. I manager delle quattro ruote, infatti, hanno iniziato soltanto negli anni Ottanta ad intuire che arricchire il veicolo di dispositivi per la salvaguardia degli occupanti in caso di incidente poteva essere un business, oltre che un impegno di responsabilità sociale. Il simbolo di questa evoluzione tecnico-economica del settore è senz’altro l’airbag. Il pallone bianco fatto “per non essere usato”, che se ne sta auspicabilmente chiuso in una scatola per tutta la vita e che soltanto in caso di serio incidente è chiamato ad entrare in azione, era dato dai più come un annunciato flop dal punto di vista commerciale. Chi avrebbe acquistato — si diceva — un meccanismo che non si vede, di cui in realtà non si può nemmeno tangibilmente verificare la corretta sistemazione e, quindi, il corretto stato di funzionamento e che con la sua sola presenza non fa altro che ricordare agli occupanti una potenziale quanto inquietante pericolosità del viaggio che stanno effettuando? Invece, insieme alla reale dimostrazione di efficacia del sistema, è arrivato anche il successo di mercato, fino all’attuale equipaggiamento standard di tutti i Anti Paraurti bloccaggio ad dei freni assorbimento d’urto “Ecco la prima vettura che riconosce il pericolo” A TOYOTA ha già sul mercaL to in Giappone una versione della sua ammiraglia Majesta veicoli. La stessa cosa, accompagnando il mondo dell’auto dall’era dei sistemi di sicurezza passiva (cioè quelli che non permettono di evitare gli incidenti ma il cui scopo è soltanto limitare gli effetti sui passeggeri in caso di impatto) all’era della sicurezza attiva (quella delle soluzioni fatte per aiutare il conducente ad evitare l’incidente), è avvenuta nell’ultimo periodo per il sistema frenante Abs, anti-lock braking system. Accolto tiepidamente per anni in Italia, mentre su altri mercati era già un elemento irrinunciabile, oggi è dotazione di serie di ogni auto. Il grande pubblico ha imparato che il sistema anti-bloccaggio permette al guidatore di poter mantenere il controllo della vettura ed evitare gli ostacoli anche nel mezzo di una busca frenata, mentre la stessa cosa non sarebbe assolutamente possibile a ruote bloccate. Proprio al controllo dell’auto sono rivolti tutti i sistemi dell’ultima generazione, con in prima fila la “famiglia” dei dispositivi Esp, l’electronic stability program introdotto sul mercato dalla tedesca Bosch. Tante sigle diverse e tanti sensori e microchip sparsi un po’ in tutta l’auto per far sì che al guidatore — sempre più identificato come potenziale causa principale di manovre pericolose — sia possibile continuare a mantenere la traiettoria dell’auto evitando perdite di aderenza e sbandate. La prossima frontiera è già tracciata e si spinge oltre: si tratta dell’auto “sensoriale”, che acquisisce la capacità di riconoscere in anticipo il pericolo ed anche di agire, frenando o addirittura sterzando al posto del sempre più inadeguato “umano” al volante. Obiettivo zero incidenti, questa è la sfida. con radar e videocamera. L’auto è in grado di riconoscere le situazioni di pericolo estremo ed agire “da sola” per limitare i danni. Seigo Kuzumaki, responsabile del settore “sicurezza veicolo” di Toyota Motor Corporation, segue lo sviluppo di questi sistemi e la loro introduzione sul mercato. Avremo presto anche in Europa una Toyota in grado di riconoscere da sola il pericolo di incidente? «L’introduzione dei sistemi che noi chiamiamo pre-crash sarà gradualmente estesa a tutti i principali mercati; quindi certamente anche in Europa arriveranno presto auto del genere». Ma come funziona il pre-crash? «Un radar e una videocamera acquisiscono informazioni sulla traiettoria, sugli ostacoli e sui veicoli che precedono o incrociano l’auto. Quando in base a tutte le informazioni a disposizione l’impatto è assolutamente inevitabile, vengono prima attivati i pre-tensionatori delle cinture di sicurezza, poi l’auto procede anche a dare un deciso colpo di freno». Cioè frena da sola? «Si, ma soltanto immedia- L’ingegner Kuzumaki: la macchina con il radar e la telecamera circola già a Tokyo, fra poco anche in Europa tamente prima di un impatto certo. Attualmente il sistema non è tarato per evitare l’incidente ma per limitare i danni attivando cinture e freni subito prima dello scontro». Perché limitarsi a ridurre gli effetti? «Perché per cercare di evitare l’incidente si dovrebbe agire con largo anticipo e la possibilità di errore, quindi di frenate brusche e ingiustificate, sarebbe ancora troppo elevata con la tecnologia attuale. Quando “sente” il pericolo l’auto avverte il guidatore; soltanto se chi è al- la guida non frena e soltanto immediatamente prima dell’impatto il sistema aziona da sé l’impianto frenante». Oltre allo sviluppo dei sistemi pre-crash qual è attualmente il vostro principale obiettivo? «Riuscire a far indossare la cintura di sicurezza ai passeggeri posteriori. Tutti i nostri sistemi hanno bisogno di avere occupanti allacciati al sedile e questo attualmente in molti paesi non è quasi mai vero per chi siede dietro». Cosa state sviluppando al riguardo? «La prima cosa da introdurre sono i sensori che permettono di accendere una spia rossa e un segnale d’allarme se chi è dietro non allaccia la cintura, come avviene per i posti anteriori. Ma la cosa non è affatto semplice, a causa del divanetto che consente moltissime posizioni di seduta ai passeggeri». Ma a bordo arriveranno anche altri airbag? «Non molti, il principale sarà quello per i pedoni. Che però ovviamente sarà fuori dell’auto». (f. o.) Honda Civic In Giappone: tutti i progetti del centro ricerche Honda di Tochigi Presto sarà possibile prevenire l’urto A PROSSIMA generazio«L ne della Civic disporrà di nuovi sistemi di sicurezza. Una scelta che fa parte di un programma di studi e iniziative mirate a dimostrare l’impegno della Honda in un’area critica della responsabilità sociale». Sono parole di Takeo Fukui, presidente della casa giapponese, che la dicono lunga sull’impegno del centro Honda sul fronte della sicurezza. Ma soprattutto sui risultati del lavoro del recente Centro Ricerca e Sviluppo di Tochigi. Questa grande struttura, che ha visto la luce nel 2001, si estende su un’area di 41.000 metri quadrati e dispone di otto piste per i crash test. Una sala unica al mondo e un “proving round” sui quali è possibile sperimentare tutte le angolazioni di un impatto, con un incremento costante di soli 15 gradi. Un sistema complesso, insomma, che consente di studiare le caratteristiche del crash riproponendo le più realistiche condizioni del traffico attuale. Secondo i ricercatori della Honda, la via più efficace per rendere l’auto sicura, è quella di darle una sorta di “intelligenza preventiva”. A Tochigi, ad esempio, è stato messo a punto il CMBS (Collision Mitigation Brake System) abbinato all’E-Pretensioner. Un sistema che utilizza un fascio di onde radar per diagnosticare la forza dell’impatto ancor prima che avvenga, mettere in allarme il conducente con segnali visivi e sonori, e attivare i sistemi di pretensionamento delle cinture di sicurezza in modo che durante il crash se ne possa gestire il rilascio progressivo disperdendo l’energia letale della forza di decelerazione. Questo tipo di sperimentazione ha giocato un ruolo importante per la messa a punto del G-Force Contron (G-CON), una particolare struttura dello chassis che permette di migliorare la protezione dei passeggeri e che è già impiegata in gran parte delle vetture della gamma Honda. La futura Civic, ad esempio, sarà equipaggiata con la struttura G-CON che permette di assorbire l’energia dell’impatto aumentando il livello di protezione degli occupanti. Una struttura, tra l’altro, che aumenta il livel- lo di compatibilità tra veicoli di diverse dimensioni e peso, nel momento della collisione. Ma la ricerca più complessa ed interessante del centro di Tochigi riguarda gli incidenti tra l’automobile e il pedone. In questa direzione, la Honda ha messo a punto la seconda generazione del “dummy”, una sorta di “fantoccio” computerizzato che ha le sembianze del corpo umano. Al suo interno contiene una gamma di sensori in grado di riportare al computer centrale la massa di dati riguardanti le reazioni delle parti vitali al momento dell’impatto con la parte frontale di un’automobile. Una ricerca che sembra aver dato risultati positivi. Infatti il sistema di protezione per i pedoni, presente sulla nuova Civic, ha subito ottenuto il riconoscimento delle 3 stelle nei primi crash test EuroNCAP. E sulle future Civic destinate agli Usa, oltre al già diffuso ABS, agli airbag a tendina, agli airbag per guidatore e passeggeri, il sistema per la protezione dei pedoni farà parte dell’equipaggiamento di serie. (v. m.) In Francia: dai concept ai modelli di serie. Il Technocentre Renault I test Hi-tech 40 ANNI DI RICERCHE Sono oltre 11mila gli incidenti analizzati in ogni dettaglio dal Lab, il centro ricerche sulla sicurezza varato da Renault nel 1969 GRAZIE AL COMPUTER L’impiego di potentissimi computer in progettazione ha dato un forte impulso alla realizzazione di scocche più sicure il radar il futuro PILOTA AUTOMATICO VISORI A INFRAROSSI Com’è già accaduto per gli aerei, anche per l’auto si sta avvicinando l’era della guida assistita da sistemi radar anticollisione Presto nel frontale delle auto troveranno posto sistemi a raggi infrarossi in grado di rilevare ostacoli anche con scarsa visibilità Obiettivo: protezione passeggeri “Così studiamo i nuovi interni” VALERIO MONACO ER la Renault, l’approccio P all’auto sicura ha una storia antica. Già nel 1969 aveva creato il LAB, in collaborazione con Peugeot-Citroen. Un laboratorio di incidentologia, biomeccanica e studio del comportamento umano che operava sui dati ricavati da un archivio di 11.000 auto incidentate, 19.000 persone coinvolte e 50.000 lesioni identificate. Ma la massima espressione della ricerca arriva con il Technocentre, il centro studi d’avanguardia inaugurato nel 1998 a Guyancourt, vicino a Parigi. È qui che nasce la Sicurezza Integrata Renault. Un percorso che si articola su 4 principi: prevenire, correggere, proteggere e sensibilizzare. L’uomo è il principale re- sponsabile dei sinistri, il 70% dei quali avviene in rettilineo e l’83% in curva. “Prevenire”, dunque, significa diminuire le possibilità di incidente, ideando allarmi efficaci per ricordare l’uso delle cinture, progettando sistemi di monitoraggio per la pressione delle gomme, sviluppando sistemi di illuminazione più efficaci, garantendo un buon livello di comfort a bordo. Gli analisti del comportamento in auto, ad esempio, sostengono che le possibilità di perdere il controllo della vettura, aumentano del 30% se la temperatura dell’abitacolo supera i 30°. Così nasce il parabrezza stratificato riflettente, capace di deviare i raggi ultravioletti e ridurre la temperatura all’interno della vettura. “Correggere” invece significa studiare nuovi sistemi di controllo per la sicurezza di marcia, come l’ESP, l’ABS e tutto ciò che serve a correggere l’errore commesso dall’uomo. Secondo le stime del LAB, ad esempio, se il parco automobilistico europeo fosse equipaggiato con l’AFE (assistenza alla frenata d’emergenza), si salverebbero ogni anno 900 vite umane. L’uso generalizzato dei pretensionatori e dei limitatori di carico, invece, salverebbe 800 vite ogni anno, mentre con l’ESP, se ne salverebbero 560. “Proteggere” significa, a sua volta, studiare i migliori sistemi di protezione per i passeggeri di un’auto. La struttura a deformazione programmata, ad esempio, si “piega” alle estremità ma fa dell’abitacolo una cellula di sicurezza. In un crash a 50 chilometri orari contro un muro, la struttura rigida non si deforma, e trasmette al corpo del passeggero uno “choc” pari a 100 volte il suo peso. Con la struttura a deformazione programmata, invece, l’energia dell’impatto è assorbita dalla lamiera e lo choc subito dal corpo è 5 volte meno violento. Punto focale della ricerca, è la protezione dei bambini. La struttura corporea di un bambino non è un modello in scala di quella di un adulto. Richiede di essere ancorata a sistemi di seduta studiati per l’età. E il 30% dei passeggeri posteriori è rappresentato da bambini con meno di 10 anni di età. “Sensibilizzare”, infine, significa attuare un programma differenziato di educazione alla sicurezza, secondo fasce di età che vanno dai 7 ai 24 anni. PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 13 LE TAPPE DELLA SICUREZZA 1973 1974 1978 1982 1985 1992 1997 1999 2000 2002 2003 2004 Tergifari Airbag Abs Luce Traction posteriore control rossa antinebbia Esp Airbag a due stadi Sospensioni Radar attive night vision Cruise control adattativo Acrive steering Pre safe Il centro Volvo vicino Stoccolma, impianto all’avanguardia in tutta Europa Protetti degli scienziati “In Svezia è la nostra cultura” DANIELE P. M. PELLEGRINI N IMPIANTO moderno e a U suo modo efficientissimo, una vera e propria fabbrica di l’investimento 720 MILIONI DI EURO Ha richiesto un investimento di 720 milioni di euro, la creazione del centro di sicurezza realizzato dalla Volvo: un vero e proprio polo per tutto il gruppo Ford rottami, che da anni produce danni, scientificamente e senza economia. Questo è nella sostanza il Volvo Cars Safety Centre di cui la casa svedese è particolarmente orgogliosa, come e forse più di uno stabilimento modello. Il fatto è che alla Volvo la cultura e la “produttività” in questo settore hanno origini lontane, da quando in pochissimi si preoccupavano di sicurezza e quasi nessuno pensava di poter creare una scienza attorno agli incidenti stradali; da qui è nata una vera e propria passione per la protezione degli automobilisti che nel tempo è diventata parte integrante dell’immagine di marca. Di conseguenza, anche se oggi tutti i grandi costruttori hanno il loro più o meno avveniristico centro sicurezza, quello immerso nella foresta vicino a Goteborg ha una sua specificità, nello stile (essenziale come compete all’architettura nordica), nello spirito e con qualche spunto di creatività. La gigantesca struttura, costata qualcosa come 720 milioni di euro, è stata realizzata in mezzo ai boschi con quel rispetto dell’ambiente che in queste latitudini è d’obbligo e quindi cercando di ridurre le costruzioni all’essenziale, pur garantendo la possibilità di realizzare qualsiasi tipo di test. La “chicca”, che distingue quello Volvo dagli altri impianti anche più recenti, sta proprio nella sua flessibilità, ossia nella possibilità di realizzare urti fra veicoli o contro ostacolo fisso secondo qualsiasi angolazione, con sole due piste, invece delle molte diversamente orientate degli impianti classici. In questo caso infatti esiste una corsia fissa e una seconda mobile, capace di ruotare di 90° rispetto al corpo centrale dove avviene l’impatto. Facile da dire, ma un problema ingegneristico non da poco se si tiene conto che la corsia attrezzata, lunga 108 metri, pesa 600 tonnellate e deve muoversi su un piano di cemento senza ruote. La soluzione assomiglia a quella dei celebri overcraft, ossia il tutto viene fatto “galleggiare” su un sottilissimo cuscino d’aria che consente a sei trattori costruiti appositamente di spostare l’enorme struttura. Lo stesso sistema viene utilizzato per muovere, quando occorre, il blocco di cemento e acciaio da 800 tonnellate che costituisce la massa contro la quale vanno a schiantarsi centinaia di vetture ogni anno. A furia di distruggere, in mo- do reale o semplicemente virtuale via computer, alla Volvo non hanno solo imparato molto ma hanno anche maturato un atteggiamento nei confronti della sicurezza che è agli antipodi della solita scaramanzia molto in voga in altre latitudini; qui i pericoli della strada sono analizzati senza drammi e con molto senso pratico, tanto da allestire un vero e proprio museo della sicurezza in auto, aperto al pubblico, dove perfino i manichini usati nei crash test perdono la loro lugubre apparenza per trasformarsi in guide che istruiscono i visitatori sui rischi, sui progressi tecnici e su come comportarsi per ridurre al minimo i danni degli errori propri e altrui. Fra scienza e sensibilità sociale c’è anche spazio per l’economia, sotto forma di una produttiva gestione del Centro da parte della Volvo; infatti questo rappresenta un polo di eccellenza e il riferimento per tutto il gruppo Ford quando si parla di sicurezza. Qui vengono analizzati i nuovi progetti dal punto di vista della resistenza agli urti e qui vengono testate le scocche di tutti i marchi; un gran lavoro che fa marciare la struttura a pieno regime e che produce un fatturato realizzato a colpi di 20-30 mila euro per ciascuna prova di crash effettuata per conto terzi. la novità AIRBAG DA CABRIO Fra i sistemi di sicurezza in via di definizione alla Volvo c’è un airbag a tendina, per la protezione laterale dei passeggeri, specificamente concepito per le cabriolet 14 PRIMO●PIANO MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 15 L’elettronica IL GLOSSARIO Abs Acc Airbag Brake Esp Lka Anti-lock braking system, impedisce il bloccaggio delle ruote in frenata e l’effetto di scivolamento riducendo lo spazio d’arresto Adaptive cruise control, permette grazie a un radar di mantenere la distanza di sicurezza rispetto al veicolo che precede Cuscino d’aria in grado di gonfiarsi immediatamente prima di un incidente Disponibile ormai per ogni zona dell’abitacolo Riconosce e segnala i cambi di corsia Assist L’ immagini a infrarossi per visioni notturne emergency braking, interviene in caso di impatto certo, dedotto dall’analisi dei dati radar Soluzioni attivate in caso di frenata di emergenza, immediatamente prima del possibile impatto cinture Sistema che accosta la cintura al passeggero in caso di brusca frenata del veicolo Road sign recognition, sistema con videocamera in grado di riconoscere i segnali stradali Sensore Sips pressione Side impact Visualizza sul cruscotto la perdita di pressione dei pneumatici, necessario in caso di gomme run-flat protection system, raggruppa le soluzioni per la protezione dei passeggeri dagli urti laterali Src Vidm Short range communication, permette la comunicazione e lo scambio di informazioni tra veicoli Vehicle intelligent dynamic management, unifica il controllo della stabilità, la frenata e correzione della sterzata Idea Pre-safe: auto in allerta si stringe anche la cintura RMAI per DaimlerChryO sler quello che viene definito “accident free driving”, cioè letteralmente “guida senza incidenti”, è un vero tormentone. Negli ultimi due anni non c’è episodio, dove fossero presenti i vertici della ricerca e sviluppo, che non sia stato sfruttato per comunicare tutto l’impegno che centinaia di ingegneri del gruppo stanno mettendo nell’inseguimento del grande sogno. L’occasione più recente è stato il Simposio dell’innovazione di Washington, canonico appuntamento per mostrare i programmi di sviluppo tecnologico al mondo degli analisti finanziari. Punto di forza delle tecnologie in arrivo sui modelli Mercedes è la versione evoluta del sistema di sicurezza integrato Pre-safe. La seconda generazione equipaggerà la prossima Classe S, commercializzata dall’inizio del 2006, ed aggiungerà all’attuale caratteristica di agire sulla pre-tensione delle cinture di sicurezza e sulle sospensioni (“reagendo” a dati di brusca frenata in arrivo dai sensori di accelerazione e dall’Abs) la capacità di predisporre il sistema frenante perché sia in grado di garantire la mas- La mano invisibile che ti salva la vita ELETTRONICA è la protagonista assoluta di tutti i nuovi sistemi di sicurezza. Dall’airbag in poi, non c’è dispositivo di bordo che non faccia affidamento sul connubio tra un sensore ed un microchip per il riconoscimento della situazione di pericolo e l’attivazione del giusto meccanismo di prevenzione o di protezione degli occupanti. E il futuro è ancora più densamente popolato di acquisizioni di dati, informazioni che viaggiano via cavo o in radiofrequenza e computer di bordo intelligenti come scienziati. Il punto di partenza, l’elemento scatenante di tutta questa fioritura di circuiti integrati in ogni angolo dell’automobile è l’uomo. Anzi, la sua inadeguatezza. Perché ha soltanto due occhi, due mani e due piedi per poter agire, mentre il pericolo è potenzialmente ovunque. E anche perché, quando agisce, l’uomo è troppo spesso distratto, oppure stanco, e finisce per commettere errori. Ecco quindi che l’idea guida dei più moderni sistemi è la presenza di elettronica in grado di interpretare gli eventi in maniera più rapida e, soprattutto, di agire con maggiore efficacia. Questo è il “segreto” della frenata con Abs, capace di stringere e rilasciare il disco dei freni più Electronic stability program, interviene per correggere la traiettoria durante una sbandata Pre-safe Tensionatore Rsr I sensori di ultima generazione azionano tutti i sistemi di sicurezza Così i computer trasformano la dinamica della guida delle auto moderne FABIO ORECCHINI Aumenta l’intensità di frenata in caso di azionamento veloce del freno da parte del guidatore Night Peb vision Predictive Visualizzatore di velocemente rispetto a qualsiasi riflesso umano. E di farlo sapendo leggere con incredibile rapidità la velocità di rotazione di ogni singola ruota. Questo è anche il segreto dell’Esp, che permette di rimanere in traiettoria anche quando un tempo si sarebbe finiti in testa coda e lo fa agendo indipendentemente sul freno di ogni ruota e sull’alimentazione del motore, in modo da offrire forze contrastanti rispetto all’inerzia che porterebbe alla sbandata. Uguale sarà anche il principio portante delle soluzioni in arrivo per il prossimo decennio, stando a sentire gli esperti delle case o gli ingegneri della Bosch, azienda protagonista della messa a punto di sistemi elettronici per l’auto. Computer sempre più potenti gestiranno anche i dati provenienti dal radar di bordo e da videocamere, oltre che dagli ormai usuali sensori. Saranno in grado di leggere il futuro, prefigurando situazioni di pericolo ignorate o addirittura causate dalle decisioni del guidatore. In Europa il primo sistema che si avvicina a questa filosofia è appena arrivato a bordo dell’Audi A6 ed è fornito appunto dalla Bosch: grazie al radar del cruise control adattativo (il regolatore di velocità che mantiene anche la distanza di sicurezza dall’auto che precede) è in grado di identificare il rischio di impatto e prepara il sistema frenante all’azione, avvicinando le pastiglie ai dischi già prima che il conducente affondi il piede sul pedale. Entro il 2006 lo stesso sistema sarà in grado anche di avvertire l’automobilista del pericolo imminente con un segnale acustico e con una spia accesa. Entro il 2009 la stessa Bosch prevede di entrare sul mercato con il PEB, un sistema che unisce una videocamera al radar ed arriva anche a frenare prima che l’impatto avvenga, limitando la velocità dell’incidente e conseguentemente anche gli effetti sui passeggeri. Il futuro è fatto di integrazione, quindi. Con freni, gestione del motore e sistemi di sicurezza passiva come le cinture e gli airbag sempre collegati all’intelligenza artificiale che governa l’automobile dal punto di vista elettronico. E con la continua assistenza all’uomo da parte del sistema informativo, assistenza pronta però a diventare azione se il guidatore “esagera” nell’errore o non prende la giusta decisione a seguito di un segnale di pericolo. Con in più anche un ulteriore aiuto da parte dei motori elettrici, se l’auto è ibrida. Cosa che già oggi accade sulla Lexus Rx 400 h, in grado di recuperare ancora meglio la traiettoria grazie alla presenza di un motore indipendente sull’asse posteriore. l’intervista “In futuro i computer decideranno tutto” AINER Kallembach è responsabile del R settore assistenza alla guida della Bosch, gigante tedesco dell’elettronica automobilistica. Qual è il prossimo passo dell’elettronica per la sicurezza in auto? «Il prossimo passo può essere definito intelligenza artificiale». Cosa significa? «Significa che tutti i sistemi elettronici di sicurezza non dovranno soltanto rilevare delle situazioni ma saperne capire il senso per anticipare gli eventi negativi». C’è una tecnologia chiave in questa prospettiva? «Si, è senz’altro la tecnologia di acquisizione delle immagini. Tutti i telefoni cellulari hanno ormai una videocamera, la stessa cosa accadrà presto per le automobili». R. Kallembach Ma per fare cosa? «Per acquisire immagini che il computer di bordo è in grado di analizzare. La riduzione di pesi, ingombri e costi delle videocamere digitali, insieme alla continua crescita di potenza dei computer ci stanno permettendo di arrivare all’auto che “vede” la strada». E cosa c’entra questo con la sicurezza? «Se il computer di bordo può guardare fuori e non soltanto analizzare i dati che arrivano dagli strumenti interni, l’auto stessa può aiutare il conducente a prevenire le situazioni di pericolo e ad evitarle». Quindi sarà il computer di bordo a decidere, non l’uomo al volante. «Noi lavoriamo a sistemi che aiutino l’uomo a decidere meglio, non che si sostituiscano a lui». Nemmeno quando l’incidente è inevitabile e il guidatore non agisce? «Beh, no. In quel caso il sistema passa all’azione, proprio come accade oggi per la frenata con Abs o il controllo di stabilità (f. o.) con Esp». sima forza possibile per decelerare il veicolo. E lo farà analizzando anche i dati in arrivo dal radar di bordo, oltre che dai sensori sparsi per l’auto. Oltre all’evoluzione del Presafe, a Washington ha fatto la sua comparsa anche la futuristica funzione di comunicazione “tra automobili”, che prevede non soltanto l’individuazione dell’auto che precede da parte di quella che segue (grazie al radar), ma anche un flusso di informazioni tra i due veicoli, una sorta di scambio dei biglietti da visita che fa riconoscere tra loro le due auto e che permette all’una di avere anche i dati che il sistema dell’altra sta rilevando relativamente alle condizioni di marcia. Un’auto, in questo modo, non calcola soltanto la posizione e la velocità dell’altra macchina, ma è in grado anche di avere direttamente da essa caratteristiche come la forma, l’altezza e la disposizione dei paraurti, il peso. Tutte informazioni estremamente difficili da calcolare a distanza ed invece estremamente utili per gestire al meglio i sistemi di sicurezza nel caso tra le due auto si arrivi ad un impatto. (f. o.) PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 17 Crash 88 kg I MANICHINI Pesano 88 kg, i manichini utilizzati nelle prove di crash. E sono dotati di accelerometri per rilevare le sollecitazioni cui vanno soggette le varie parti del corpo umano 199 LE AUTO In otto anni, il consorzio EuroNcap ha sottoposto a test indipendenti ben 199 modelli. Gli esemplari da provare vengono prelevati direttamente dalla produzione di serie 150 IL TEMPO E’ di soli 150 millisecondi il tempo che passa fra l’inizio dell’urto e il momento in cui l’auto si ferma: ed è solo questo il tempo utile, per i sistemi di protezione dei passeggeri 2 I BAMBINI Nelle prove di crash EuroNcap vengono utilizzati anche due tipi di manichini che riproducono la corporatura dei bambini di un anno e mezzo e di tre anni Pedoni ★ ★★ ★★★ ★★★ ★★ Citroen C4 Vw Golf Ford Focus Opel Astra Renault Megane ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★ ★★★ ★★★ ★★ ★ ★★ GRANDI Bambini ★★★★ ★★★ ★★★ ★★★ ★★★ Vw Passat Toyota Prius Volvo S40 Peugeot 407 Citroen C5 Adulti ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ Bambini ★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★★ Pedoni ★★ ★★ ★★ ★★ ★ SUV PICCOLE Renault Modus Peugeot 1007 Honda Jazz Suzuki Swift Citroen C2 Adulti ★★★★★ ★★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★★ MEDIE test LE MIGLIORI NELLE PROVE EURONCAMP Vw Touareg Volvo XC90 Bmw X5 Honda CR-V Nissan XTrail ★★★★★ ★★★★★ ★★★★★ ★★★★ ★★★★ ★★★★ nd nd nd nd ★ ★★ ★ ★★★ ★★ Dai test EuroNcap si può capire quanto è sicura la nostra auto preferita la ricerca Gli Oscar della protezione aperta la caccia alle stelle Ma l’America resta sempre all’avanguardia MASSIMO NASCIMBENE UANTO vale in concreto, in Q termini di protezione dei passeggeri, un’auto che abbia raggiunto il massimo del punteggio nei crash test EuroNcap, le ormai famose cinque stelle? Più di uno studio di ricerca è arrivato alla conclusione che il rischio di lesioni fatali si riduce almeno del 30%, nei confronti di quello che si correrebbe avendo lo stesso incidente con un’auto a basso punteggio. Per quanto difficili da quantificare i vantaggi sono fuori discussione. Un consorzio quale l’EuroNcap, nato sotto l’egida della Federazione Internazionale dell’Automobile e capace di condurre prove di crash indipendenti, ha dato una scossa salutare ai progettisti, permettendo di arrivare nel giro di pochi anni alla realizzazione di strutture ben più protettive che in passato. Tanto che, a dispetto del progressivo inasprirsi dei protocolli (l’ultimo per quel che riguarda gli urti frontali è del marzo 2004) in base ai quali vengono condotte prove di per sé già nettamente più severe di quelle previste in sede di omologazione, i nuovi modelli hanno ormai quattro o cinque stelle, il massimo dei voti. Ma se questo è l’elemento di valutazione più conosciuto le rilevazioni EuroNcap non si esauriscono nelle ormai celebratissime stelle. Anzi, guardando le altre classifiche puntualmente stilate dopo ogni crash, quelle relative alla protezione dei pedoni e dei bambini, i risultati non sono altrettanto confortanti. Anche per i nuovi modelli. Qualche esempio? Sia la Panda che la Renault Modus, nell’urtopedone non sono andate al di là di una stella (su quattro). Per contro, la compatta monovolume francese è fra le poche piccole, assieme a Hyundai Getz e Kia Picanto, ad aver fatto segnare il massimo punteggio nella protezione bambini, secondo una valutazione introdotta soltanto due anni fa e che prevede l’impiego di manichini da 11 e 15 kg, che riproducono rispettivamente bambini di 1,5 e 3 anni. Passando alle categorie superiori i risultati non cambiano: fra le medie, anche vetture recentissime quali la Bmw Serie 1 e la terza generazione della Opel Astra non vanno oltre la singola stella nella protezione dei pedoni (l’Astra si fa perdonare con il massimo punteggio per la protezione dei bambini), e solo Golf e C4 fanno se- gnare tre stelle nella protezione dei pedoni, quattro in quella dei bambini. Se poi si passa alle taglie forti, le cose vanno ancora peggio: soprattutto nell’urto-pedone dove, fra le Suv grandi, la sola Volvo XC90 riesce a spuntare due stelle, mentre tutte le altre sono ferme al punteggio minimo. Peraltro si può sperare che le cose migliorino presto, visto che da ottobre i modelli di nuova omologazione devono rispettare criteri più severi proprio al fine di migliorare la protezione dei pedoni. Come si vede di strada da fare ce n’è ancora parecchia, anche per i modelli che si fregiano delle fatidiche cinque stelle. Senza dimenticare che, pure a parità di stelle, non mancano le differenze fra un modello e l’altro per indici di pericolo più raffinati ma ugualmente importanti, ancorché di meno facile lettura. Uno di questi si chiama HIC (Head Injury Criteria) ed è legato alla violenza della decelerazione cui vanno soggette le teste di guidatore e passeggeri nei fatidici 150 millisecondi in cui si risolve un incidente. E’ un indice importante, dal momento che una decelerazione concentrata, con picchi di 40 o 50 g subiti anche per brevissimi istanti, può portare al rischio di lesioni interne mortali, anche se il corpo non riporta traumi di alcun tipo. FLAVIO POMPETTI NEW YORK — Nella fascia di età che va dai 3 ai 33 anni la causa di morte più frequente in USA è l’incidente stradale. Questo dato pubblicato dal Centro Nazionale per le Statistiche illustra meglio di ogni descrizione l’importanza del compito istituzionale della NHTSA, l’agenzia federale per sicurezza creata negli anni ’70 sull’onda del nascente movimento di difesa dei consumatori, e che negli ultimi quaranta anni ha dettato le norme cui devono adeguarsi i costruttori di auto che vendono nel mercato americano. L’agenzia ha avuto anni battaglieri sotto la guida della prima presidentessa Joan Claybrook che hanno partorito l’obbligatorietà delle cinture di sicurezza, i crash test e la nascita dell’airbag; ed altri di conduzione più morbida, quando il clima politico generale, e la pressione della lobby automobilistica hanno controbilanciato la spinta legislativa. L’attuale presidenza di Jeffrey Runge è la dodicesima della serie, e decisamente una delle più morbide, in linea con la politica di basso profilo che tutte le agenzie federali hanno osservato sotto il doppio mandato del presidente Bush. Runge, un trentenne medico di pronto soccorso, è stato uno dei primi amministratori nominato da Bush dopo la prima elezione del 2000, e ha mostrato finora scarsa capacità di forzare il ritmo di sviluppo delle normative che siedono sul suo tavolo, a cominciare dalla regolamentazione dei SUV, dei quali è emersa in questi anni la pericolosa propensione al ribaltamento, per finire con la limitazione dei consumi, la cui emergenza si è fatta drammatica con il recente aumento del prezzo del greggio. Oltre alla routine delle inchieste sui difetti delle auto in circolazione, la NHTSA al momento è impegnata a studiare l’efficacia dei seggiolini per bambini, l’incidenza dell’alcoolismo nei sinistri stradali, e la pericolosità dell’uso dei telefoni cellulari. 18 MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 PRIMO●PIANO Auto PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 19 Pneumatici LA STORIA il calendario Pirelli 1839 1889 1908 1934 1946 1971 1990 LA SCOPERTA Charles Goodyear fa cadere inavvertitamente una mescola di gomma e zolfo su una stufa rovente. È la nascita del procedimento di vulcanizzazione LA FABBRICA Due fratelli André ed Edouard Michelin fondano quella che diventerà una delle più importanti avventure nella storia dell’auto: la Michelin & Co L’ANTIPIOGGIA Ha un battistrada con i tacchetti intagliati a “lamelle” che consente di “rompere” il velo d’acqua e di viaggiare sicuri IL RADIALE Differisce dal convenzionale nella struttura costruttiva. Alle tele incrociate si sostituisce una struttura morbida disposta ad arco, e una cintura metallica IL RUN FLAT Si diffonde il pneumatico che, anche se forato, può percorrere fino a 150 km a 80 km/h. Alcuni sostengono che è la più grande invenzione dopo quella della ruota l’aerostato Goodyear 1109,2 milioni Cambiano le gomme, vola il mercato La sicurezza comincia dal basso VALERIO MONACO NA volta il pneumatico aveva la camera d’aria, forava spesso, temeva le strade bianche, i sassi appuntiti, gli spigoli dei marciapiedi, ed era un oggetto tondo, sporco e nero che le macchine di lusso cercavano di ingentilire con una vistosa fascia bianca. Il pneumatico di oggi conquista una nuova nobiltà, soprattutto una diversa immagine e importanza. Insomma fa parlare di sé. Ci sono i modelli che fanno consumare meno, ci sono quelli ad alte prestazioni scelti dagli appassionati della guida sportiva. Ce ne sono altri per gli specialisti del fuoristrada. E le case automobilistiche che costruiscono auto veloci, come ad esempio Porsche, Jaguar e Bmw, chiedono pneumatici progettati per “lavorare” in sintonia con la meccanica della vettura. Ci sono, poi, gomme estive e invernali. I modelli più avanzati non temono la foratura. E presto il pneumatico sarà in grado di “parlare” con l’auto e con il suo conducente attraverso sofisticati congegni elettronici. Un’evoluzione radicale, dunque. Ma anche logica visti i fatturati e i numeri dello specifico settore industriale. Nel 2004, ad esempio, il mercato mondiale dell’auto ha assorbito circa 1.109 milioni di pneumatici per un fatturato di circa 90 miliardi di dollari, contro i 1.062 milioni di unità del 2003 per circa 80miliardi di dollari. Soltanto in Italia, nel 2004 sono stati venduti circa 34,8 milioni di pneumatici, contro i 34,3 del 2003 U 1,3 milioni LE VENDITE IL RUN FLAT Nel 2004 sono stati venduti nel mondo 1109,2 milioni di pneumatici. In Italia 34,8 milioni Dal 2000 al 2004 i run flat sono cresciuti del 7000%. Solo la Goodyear, nel 2004, ne ha venduti oltre 1,3 milioni (Fonte dati: L.M.C International — 2004 Report World Tyre Forecast Service). Ma quello che più conta è che il pneumatico è diventato un componente essenziale nel processo di ricerca che ha come obiettivo un’automobile più sicura. «Il pneumatico — dice Francesco Gori, direttore generale della divisione Pirelli Pneumatici — è l’unico componente dell’automobile ad essere in contatto con la strada. Per questo ha un ruolo fondamentale, nella sicurezza come pure nel miglioramento delle prestazioni. Con i nuovi sistemi tecnologici messi a punto dal nostro gruppo, il pneumatico acquisisce anche un ruolo attivo sotto entrambi i profili, sicurezza e prestazioni, interagendo con il veicolo e mantenendo costantemente informato il conducente sul suo stato, sulla pressione, sulla temperatura, sulle condizioni del manto stradale». Una serie di progressi in divenire, dunque, che si sono già tradotti nello sviluppo del run flat (la gomma che permette di continuare a viaggiare anche quando è forata, sia pure a velocità ridotta) e del “pneumatico intelligente”, che è in grado di segnalare direttamente sul cruscotto (o sul telefonino) l’insorgere di eventuali anomalie. Anche i pneumatici insomma stanno facendo massicciamente ricorso alle più avanzate tecnologie, per elevare il livello di sicurezza dell’automobile nell’interesse dei passeggeri. via dell’auto sicura, i depositari delle tecnologie più avanzate stanno mettendo a punto nuovi sistemi capaci di “riferire” al conducente lo stato di salute del pneumatico. La Pirelli, ad esempio, ne ha appena lanciati quattro, inediti, sul mercato. Alla base della nuova tecnologia del gruppo italiano c’è il sistema “X Pressure” che consiste nell’installazione di un sensore nella valvola di gonfiaggio della gomma. Il sistema si può utilizzare sia su pneumatici convenzionali che sui run flat, e serve a rilevare in tempo reale le eventuali anomalie di pressione. La comunicazione può avvenire in quattro diverse modalità. La prima, e la più semplice, si chiama “X-Pressure Optic” e consiste in un segnale ottico sul tappo-valvola. Se è bianco significa che la pressione è in ordine. Rosso è il segnale di allarme. “X-Pressure Acoustic”, invece, segnala sulla centralina del computer di bordo l’eventuale anomalia. “X-Pressure AcousticBlue”, la modalità di avviso più sofisticata, invia la grafica dei pneumatici della vettura sul cellulare BlueTooth e indica con un segnale sonoro e vi- sivo se uno di essi è in condizioni di pericolo. “X-Pressure Monitor”, infine, segnala l’eventuale anomalia sul sistema Infomobility di bordo. A parte il segnale ottico for- La gomma che non si sgonfia? Adesso non è più un sogno È una tecnologia sviluppata di recente e già entrata in produzione. Anche se, rispetto al mercato globale del pneumatico, è ancora considerato un prodotto di nicchia, il run flat ha avuto un incremento, dal 2000 al 2004 pari al 7000%. La Goodyear, ad esempio, ha venduto, dal 1998 ad oggi, più di 2 milioni di pneumatici con questa tecnologia mentre l’italiana Pirelli è presente in Europa con una quota del 20% del mercato. La storia del run flat ha origini lontane. Inizia nel 1939, nello stabilimento di Wolverhampton, in Inghilterra, dove gli ingegneri 50 PRESTAZIONI Un pneumatico per autovettura sostiene in genere più di 50 volte il peso del veicolo Bucata, da gonfiare o usurata la risposta arriva sul telefonino Alex Zanardi nito dal primo dei quattro sistemi, che permette di identificare quale pneumatico sia in pericolo, gli altri avvisi funzionano attraverso un messaggio acustico e visivo che identifica in tempo reale dov’è il problema. Vantaggi a cui si aggiunge la grande autonomia, pari a circa 5000 ore prima della sostituzione delle batterie, e la possibilità di montaggio immediato senza nessuna particolare regolazione. Più che economico, infine, il listino dei prodotti che oscilla tra i 50 e i 160 euro secondo il modello. Dalla collaborazione tra Goodyear e Siemens VDO, nasce Tire IQ, che è in grado di riferire all’automobilista, in tempo reale, il livello di pressione, la temperatura delle gomme e l’accelerazione di gravità. Tutti dati, cioè, che permettono di quantificare le prestazioni della vettura sia in curva che in frenata. Il prototipo del Tire IQ, è stato presentato all’ultimo salone di Detroit, installato sulla concept car Ford Shelby GR-1. Il sistema, che sarà commercializzato soltanto tra tre anni, nel 2008, si avvale di un sensore che rileva i dati e di una piccola antenna, all’interno del pneumatico, in grado di trasmettere i rilevamenti al computer di bordo della vettura. (v. m.) “Ma le sigle sono misteriose e non si capisce la scadenza” AUTO di oggi senza il pneumatico non «L’ può essere presa in considerazione. I moderni sistemi elettronici, ad esempio, co- Il pilota Alex Zanardi SULLA LUNA Gli astronauti dell’Apollo 14 sbarcano sulla Luna trasportando un carrello con pneumatici a base di siliconi, materiale oggi diffuso sui normali pneumatici Due soluzioni tecniche distinte sono arrivate al medesimo obiettivo UN flat significa, R molto semplicemente, gomma a terra. Ecco le idee Pirelli per inviare segnali dalle ruote al guidatore ONOSTANTE il run flat N sia considerato come una delle grandi innovazioni sulla Bibendum Michelin IL TWIN TIRE Nasce il pneumatico gemellato, realizzata con due battistrada accoppiati. Il Twin Tire è progettato per il trasporto dei carichi pesanti me l’ABS, l’ESP, i vari controlli della trazione e di stabilità, perdono di efficacia se sulla vettura non sono montate gomme capaci di assicurare un livello di efficacia costante e una buona presa all’asfalto». Parola di Alex Zanardi, il campione tornato alle corse dopo il terribile incidente. Cosa pensa del run flat, il pneumatico che va anche da sgonfio? «Penso sia una soluzione intelligente. Non conosco la sua resa su strada perché non ho mai avuto modo di provarlo, ma l’idea sembra valida. C’è da dire, però, che ad esso vanno accoppiati dei sistemi di controllo, capaci di avvisare il conducente se la ruota si sgonfia. Per la maggior parte degli automobilisti, c’è il rischio di continuare a camminare a velocità elevata, senza accorgersi di avere una ruota a terra. Ed è un rischio grave». Infatti ed è quello che stanno tentando di fare i costruttori. «Ma bisognerebbe andare oltre, con un’informazione più estesa e corretta. Gli automobilisti, ad esempio, non si rendono conto di quanto sia importante avere le gomme in ordine. Persino il Codice della Strada è carente, su questo fronte. Ogni pneumatico, ad esempio, ha una data di scadenza, oltre la quale potrebbe diventarne pericoloso l’utilizzo. Ma è scritta con un codice sconosciuto ai più e difficile da decifrare. E non c’è legge che ne prescriva la sostituzione dopo la scadenza». (v. m.) Goodyear mettono a punto un pneumatico capace di percorrere da 50 a 100 miglia dopo la foratura. Gli eventi bellici, però, prendono il sopravvento, e il run flat finisce in archivio. Negli anni settanta, la Pirelli mette a punto lo Scorpion BK, uno speciale run flat per la fuoristrada Lam- borghini LM, equipaggiata con il motore 12 cilindri della supercar Miura. Oggi il run flat continua a progredire. Ciò che lo rende “diverso” è la struttura del fianco, più rigida, robusta e realizzata con una mescola diversa. Se si cammina con un pneumatico convenzionale “a terra”, la mescola del fianco, costretto a una flessione esagerata, si surriscalda, cede e la gomma fuoriesce dal cerchio. Con il run flat, invece, la mescola della gomma mantiene le sue caratteristiche d’origine, e il fianco più rigido trattiene la struttura in posizione, consentendo un controllo della vettura simile a quello di un pneumatico gonfio. I run flat attuali seguono due diverse scuole di pensiero. Una più semplice, “sposata” dalla Pirelli, dalla Goodyear e dalla Dunlop che consiste nel costruire un pneumatico di foggia convenzionale, ma con tecnologia run flat. Una gomma che si può installare su qualsiasi auto e su tutti i tipi di cerchi. La Michelin, invece, è andata oltre, progettando il PAX. Un sistema che comprende un cerchio dedicato, un pneumatico con il fianco più rigido, e un anello di gomma interno che “sorregge” la struttura in caso di foratura. (v. m.) PRIMO●PIANO Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 21 Navigatori I PIU’ DIFFUSI 300 € SUL TELEFONO Sono già sul mercato i primi telefoni portatili con sistema di navigazione Gps integrato. Il Nokia NGage è attualmente offerto a 300 euro 1,4 milioni IN FORTE CRESCITA Dai 770mila dello scorso anno, entro il 2009 il mercato europeo crescerà a 1,4 milioni di sistemi di navigazione, 700mila dei quali portatili 12 v ANCHE A PIEDI Dotati di batterie ricaricabili a 12 o 220V, i sistemi di navigazione portatili possono essere utlizzati anche fuori dall’auto 3 OCCHIO AL SEGNALE Per funzionare bene è necessario che l’antenna del ricevitore Gps copra un’ampia fetta di cielo e rilevi almeno tre satelliti I SOFTWARE IN CORSA I principali competitori nella corsa al predominio nel mondo della navigazione personale sono tre: Tomtom, Route 66 e Destinator hanno nel listino prodotti per palmari e cellulari la prova del NavMan La guida invisibile che spiega la strada difficile sbagliare LUCIO CILLIS DANIELE P. M. PELLEGRINI ARTIRE. Ma senza mappa, giurando di non chiedere informazioni ai passanti in lingue poco conosciute. Partire: con un palmare, o un cellulare dell’ultima generazione e tenere la rotta per chilometri, accompagnati dalla voce computerizzata che indica svolte e curve, uscite autostradali e rotatorie trafficate. La nuova frontiera della navigazione “porta a porta” sta rivoluzionando il mondo dei motori ma anche quello di chi preferisce lunghe passeggiate o itinerari battuti soltanto in bicicletta. Grazie a software dedicati e antenne satellitari sempre più piccole ed economiche da pochi mesi si è aperta la corsa ai navigatori portatili, ovvero quelli contenuti nel mobile phone, o nel palmare. Programmi e mappe virtuali da portare in auto e da usare ancora una volta giunti a destinazione. I vantaggi. Il primo è proprio quello di non dover essere costretti a lasciare il navigatore acquistato a caro prezzo come optional del nostro modello del cuore: mille o più euro spesi bene fin quando si tira in autostrada, ma inutili una volta arrivati. Il successo della navigazione personale è in gran parte dovuto ad una praticità d’uso senza precedenti: prendi il telefono o il palmare (più l’antenna senza fili) e portalo con te. Sarà ancora lui ad indicarti la strada oppure — grazie a numerose altre indicazioni, i cosiddetti “punti di interesse” contenuti nel programma — a portarti al ristorante o all’hotel. I modelli e i prezzi. La quasi totalità delle case produttrici di software che si contendono il mercato propongono pacchetti che consentono come minimo la navigazione da numero civico a numero civico in tutta Italia. I prezzi in questo caso partono da una media di 200 euro e salgono nelle offerte che comprendono oltre al software anche l’antennina satellitare (si arriva a quota 290 euro) o a scelta il telefonino o il palmare (tra i 450 e gli 850 euro). Se pensate di navigare oltre frontiera sono in vendita (minimo 150 euro) le mappe aggiuntive di paesi europei, Canada e Usa. I più pigri o meno propensi agli “smanettamenti” con palmari e cellulari, possono invece acquistare direttamente prodotti completi: dalla mappa allo schermo, fino ai supporti da agganciare sul cruscotto in pochi istanti. I nomi più noti del settore sono certamente Tomtom (è uscita la versione 5, venduta come solo software per palmari, cellulari o in “bundle” con varie marche di telefonini, da Qtek a Palmone Treo); Route 66, altro dei marchi in guerra per il primato e Destinator. Nel complesso le proposte si collocano a quote di listino ben al di sotto dei “cugini” installati sulle auto calcolando i 100 euro per l’antenna, i 200 per il software e l’eventuale spesa aggiuntiva per il telefonino (dai 200 euro in su): in pratica, nel peggiore dei casi, 500 euro contro gli almeno mille delle versioni più blasonate. La funzionalità. È bene chiarire subito che palmari e cellulari non sono certo nati per essere dei navigatori a tutti gli effetti e quindi la programmazio- con il mondo Ite:inN7GIRO tasca, letteralmencentimetri per 2 per P Impazza il Gps personale. Scendono anche i prezzi: da 300 euro Il mondo in tasca è boom di portatili ne dei percorsi fatta dal volante sui piccoli schermi è sconsigliata. Ma la tecnologia raggiunta permette buoni risultati se paragonati ai modelli integrati nell’auto. Ed è bene sottolineare anche due dei principali punti deboli: il primo - vale per tutti i tipi di navigatore - sono le mappe fornite col programma: invecchiano rapidamente e sono costose; mancano quindi le più recenti variazioni o modifiche nei raccordi stradali, di lavori in corso o di (pericolosi) cambiamenti nei sensi di marcia. meglio tenere gli occhi aperti. Altro punto debole sono le antenne: se quelle dei navigatori tradizionali sono integrate nell’auto, quelle portatili devono essere appoggiate sul cruscotto e talvolta “faticano” a trovare il segnale, soprattutto in caso di maltempo o nei “canyon” cittadini fatti di palazzi alti e strade strette, luoghi non proprio ideali per ricevere i segnali Gps dai satelliti in or- bita. Il consiglio è quindi quello di ascoltare le voci che indicano le svolte mantenendo quindi lo sguardo sulla segnaletica. I punti di forza invece sono la praticità nell’uso di tutti i giorni, ad esempio in città, in moto, in bici o a piedi e il ricalcolo dell’itinerario che ripara ad errori di direzione causati dal conducente in pochi secondi. 12,5, meno di una radiolina a transistor di buona memoria, è questo lo stato dell’arte dei portatili. Il Navman iCN 510 ha l’aspetto di un palmare semplificato, con una tastierina essenziale e uno schermo a colori da 4 pollici: qualcosa di meno serioso degli impianti integrati che nobilitano le plance delle auto di lusso, ma che con questi vuole competere. In comune con loro ha le mappe digitalizzate TeleAtlas e un software dedicato alla navigazione, secondo l’esperienza del costruttore neozelandese, che fin dagli anni Ottanta ha creduto nel futuro dei “personal navigator”. Tecnicamente il sistema ha tutto quello che serve per non rendere l’uso troppo complicato, a partire dai doppi comandi: con un tasto tipo joystick o con il sistema touch screen, come nei normali palmari. Inoltre le procedure di impostazione dei percorsi non sono differenti da quelle utilizzate nei navigatori più evoluti. C’è un’ampia gamma di criteri di scelta, in base ai quali è possibile dare differenti gradi di priorità a caratteristiche come: rapido/breve, più/meno autostradale, o l’opportunità di percorrere strade urbane e l’opzione fra la visualizzazione della cartina in pianta o in prospettiva. Le dimensioni compatte e la forma piatta consentono di collocare l’apparecchio, dotato di supporto a ventosa, in posizioni che rispettino le condizioni fondamentali: visibilità, assenza di riflessi sullo schermo, accessibilità e soprattutto una corretta posizione dell’antenna, per la migliore ricezione dei segnali. Ha la forma di un piccolo “sportello” e dev’essere il più possibile in vista del cielo: in caso contrario l’apparecchio impiegherà più tempo per orientarsi e sarà soggetto a “mancamenti” quando perde di vista i satelliti di riferimento. Se il segnale è corretto e le mappe memorizzate sono aggiornate, la macchinetta funziona in modo impeccabile. Sorprende, in particolare, la tempestività delle istruzioni e la rapidità con la quale viene aggiornato il percorso quando (per errore o per scelta) si deroga alle indicazioni e si imbocca una strada alternativa. Dopo un brevissimo apprendistato si impara a intendersi alla perfezione, integrando le istruzioni vocali con le indicazioni grafiche; cosa che è apparentemente più complessa ma che libera dall’angoscia dalle petulanti e fastidiose ripetizioni di molti sistemi fissi. Auto -27,9% CROLLO A MAGGIO E’ legata in larga parte al lungo sciopero delle bisarche la pesante contrazione registrata lo scorso maggio dal mercato italiano MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● Dossier modelli 23 -9,7% CALO CONTINUO Il bilancio del mercato italiano nella prima parte del 2005 è largamente deficitario: il calo delle vendite sfiora il 10%, in cinque mesi La crisi più lunga SALVATORE TROPEA ENTRE si cerca di superare lo shock della frenata imposta dallo sciopero delle bisarche inseguendo un problematico ritorno alla normalità, il mercato dell’auto rassomiglia sempre più a un gioco di scatole cinesi. C’è una Europa che, senza mostrare le caratteristiche della dinamicità, dà comunque segnali di crescita come confermano i dati dei primi quattro mesi di immatricolazioni del 2005 ai quali si sarebbe aggiunto un altro 4 per cento di maggio senza il contraccolpo della protesta dei trasportatori. Dentro questa EuLE ITALIANE ropa c’è un mercato La diminuzione più italiano che procede consistente riguarda il più a rilento, sconprodotto nazionale: si tando gli effetti di spera in un recupero di una stagione di vacquota da settembre che grasse nel senso che sono state allevate con massicce dosi di estrogeni. E dentro questa Italia c’è la Fiat alle prese da circa quattro anni con la turbolenza più forte della sua storia secolare e ancora impegnata duramente nella ricerca di una via d’uscita. Quando si guarda al mercato italiano dell’auto e alle sue prospettive a breve bisogna fare i conti con questa situazione e non illudersi che si possa parlar d’altro aspettando un improbabile miracolo. Se, come sta accadendo da mesi, le spese delle famiglie si vanno comprimendo al punto che alla terza settimana del mese si passa dai supermarket ai discount, è possibile che l’acquisto di una vettura venga derubricato tra le spese non immediate. E’ da qui che bisogna partire senza dimenticare che il mercato automobilistico tricolore era arrivato al giro di boa nel secondo semestre dello scorso anno. Già allora era cominciato il de- M -11,7% duta nell’antico vizio dei chilometri zero. Il Lingotto sta in questo scenario in una posizione tutt’altro che comoda e rassicurante. A differenza di quanto avevano fatto alcuni suoi predecessori, Sergio Marchionne ha scelto di non impiccarsi alla corda della quota di mercato. E’ tuttavia consapevole che per potersi lasciare alle spalle la crisi e tornare tra i “grandi” deve avvicinarsi al 30 per cento in Italia e conquistare in Europa una posizione prossima a quella che aveva qualche anno fa, cioè sul 10 per cento. Per farlo dovrà sfondare con la Croma e LE ESTERE con la nuova Punto, Non è che gli importatori oltre che continuare possano cantare vittoria: il sulla strada già intra- calo delle vendite ha presa con Lancia colpito quasi tutti i Ypsilon e Musa e con- costruttori “generalisti” vincere i mercati, italiano e internazionale, che le ultime Alfa Romeo sono vetture degne della storia di quel marchio. Le premesse ci sono: i nuovi modelli sono stati realizzati con una cura quasi maniacale e i loro prezzi sono competitivi. Basterà? Sicuramente sarà un passo avanti sempre che Fiat abbia la capacità di mettere in cantiere altri modelli alimentando un rinnovamento che alcuni suoi concorrenti hanno realizzato con un’accelerazione consigliata dalle difficoltà dei torinesi. E, soprattutto, riesca a mettere a posto la sua rete commerciale che ha mostrato la corda di un’inadeguatezza pagata a caro prezzo sia in Italia che all’estero. In un mercato importante ma difficile, come l’Italia, i concorrenti non le daranno respiro. Ben sapendo che prima dell’autunno essa dovrà risolvere altri problemi dai quali dipenderà il suo futuro e forse la sua sopravvivenza. -8,8% clino di una lunga stagione di crescita quasi ininterrotta durata otto anni. E i primi cinque mesi del 2005 non hanno fatto altro che confermare questa tendenza. La fase di crescita è finita, oltre che per gli effetti della recessione, per il fatto che era figlia di politiche anomale praticate dalle case automobilistiche e in parte ricevute come dopaggio dai governi. Da una parte gli incentivi a colpi dissennati di chilometri zero e campagne promozionali di cui si sarebbero viste le drammatiche conseguenze sui bilanci, dall’altra le due rottamazioni (la prima nel 1997-1998 e la seconda nel 2002 — 2003) hanno drogato il mercato italiano, te- nendolo artificialmente su livelli di crescita non rispondenti alla realtà. Un fenomeno che ha interessato in misura diversa quasi tutti i competitors, quelli che se lo potevano permettere e quelli che non potevano permetterselo. E tuttavia lo hanno fatto, come la Fiat, che anche per questo ha scontato conseguenze che poi si sono andate a sommare agli altri guai pregressi. Nel periodo di finta euforia a cavallo tra fine e inizio secolo tutto questo aveva fatto dell’Italia un mercato da 2,3-2,4 milioni di vetture. Poi è arrivata l’inversione di marcia che ha visto lo stesso mercato perdere posizione nel pano- rama continentale scendendo dal secondo al terzo posto alle spalle della Germania e del Regno Unito. E dunque collocandosi su una quota di 2 milioni 100 mila vetture che, se non accadranno fatti nuovi e imprevisti, sarà quella di fine 2005 e molto probabilmente del 2006. La partita dei prossimi mesi avrà come posta in gioco la conquista di una fetta di questo mercato per alcuni, la difesa delle posizioni per altri, qualche amara rinuncia per altri ancora. Sarà una battaglia senza esclusione di colpi ma, a differenza del passato, condotta con un occhio attento ai bilanci. Anche se negli ultimi mesi è stata avvistata qualche rica- Bmw+17,8% Vw -9% Toyota -13% 24 MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto ● Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 25 Dossier Modelli Dal polo del lusso al futuro Momento Alfa il marchio è forte ripartire si può la novità Fiat Panda 4x4 Escalation noleggio mercato senza crisi DANIELE P. M. PELLEGRINI I SONO marchi che si anaC lizzano e dei quali si parla in funzione dei numeri e dei Presentata l’erede della 156. Sul mercato da settembre. Prezzi da 28 mila euro Attesa per la terza generazione della più venduta del gruppo. Prevista anche una piccola Suv Sfida 159 nel nome di Giugiaro i segreti della berlina del riscatto E dopo la Croma ecco la Punto 3 Fiat, tutte le novità dell’autunno 150 Cv e il recente 5 cilindri 2400 da 200 Cv, serve come controprova delle buone caratteristiche strutturali della scocca perché la ruvidità e il livello di vibrazioni trasmesse dai motori all’abitacolo sono decisamente basse, e anche il potente 5 cilindri non alza troppo la voce quando nell’euforia delle prestazioni si raggiunge il massimo dei giri consentiti, quasi 4500. C’è da aggiungere che tutte le motorizzazioni hanno cambi a sei marce di nuova generazione, che si adattano bene a una condotta di guida vivace e che, in generale, permettono di sfruttare al meglio le rispettive potenze. (d. p. m. p.) LA SCHEDA misure per le prestazioni e la maneggevolezza. Fra le novità rilevanti del progetto ci sono anche i nuovi motori a benzina a iniezione diretta, che rappresentano un evidente salto generazionale rispetto ai precedenti Alfa Romeo. Le unità più interessanti sono il 2200 da 185 Cv e il 3200 V6 da 260 Cv, che si fanno apprezzare per la brillantezza (soprattutto il primo) e per la fluidità che, se nel caso del 6 cilindri è congenita, nei quattro cilindri è favorita dagli alberi di equilibratura supplementari. L’esame dei diesel, che sono i già conosciuti 1900 JTD da 120 e ALLUNGATA La 159 è lunga 466 cm, 22 in più della 156. In aumento anche la larghezza (183 cm) mentre l’altezza è di 142 cm motori de dall’acceleratore, un’Alfa Romeo si giudica solo andando forte. Non perché ce ne sia bisogno, o perché questo sia il solo modo di distinguerla dalle concorrenti, ma perché la sportività è nel Dna del marchio e, storicamente, per molti appassionati è il valore prevalente su tutto il resto. Quindi, dopo un’occhiata alla carrozzeria (più grande, ma giudiziosamente “evolutiva” della 156), dentro la prima e via: tirando le marce e aggredendo le curve, per sentire il rumore del motore e assaporare quel senso di dominio della strada che da solo può giustificare una scelta. E’ un po’ come fare l’esame del sangue per stabilire se il pedigree è in ordine e se la nuova nata mantiene le prerogative di famiglia. Da questo punto di vista non ci vuole molto per sentirsi rassicurati, perché la sensazione di controllo e di affidabilità del comportamento nella guida sportiva sono evidenti fin dai primi chilometri: basta concentrarsi sui segnali che la 159 trasmette alle mani attraverso lo sterzo, ai piedi attraverso i pedali (soprattutto quello del freno) e al fondo schiena attraverso i sedili, per ritrovare lo spirito e l’eredità delle automobili “da guidare”. La 159, indipendentemente dalla motorizzazione, è un purosangue educato e disponibile, che non ha reazioni incontrollate anche quando viene maltrattato, ma che fa di tutto per rendere facile la vita al pilota. Infatti, anche se si arriva in curva troppo velocemente, reagisce con progressività, e il controllo risulta molto istintivo in quanto è sufficiente accentuare la rotazione del volante e attendere che la vettura recuperi la giusta traiettoria. Questo vale a maggior ragione nella versione 3200 V6 a trazione integrale, che si avvantaggia di un equilibrio ancora superiore nei pesi e nella trasmissione della potenza a terra, tanto da dare quasi l’impressione di una vettura “sottomotorizzata” per le sue possibilità. Risolta la pratica “guida veloce”, ci sono altre buone notizie sul versante del comfort, soprattutto se lo si giudica in rapporto con la sportività dell’assetto che normalmente fa perdere qualcosa in fatto di assorbimento delle asperità. Da questo punto di vista, invece, la 159 è coerente con la sua vocazione di berlina di prestigio, e mostra una regolazione delle sospensioni rispettosa del benessere dei passeggeri molto più di quanto sarebbe concesso a una vettura pensata TUTTI IN DIRETTA Tre i motori benzina a iniezione diretta: 1.9 (160 Cv), 2.2 (185 Cv) e V6 3.2 (260 Cv). Tre i diesel: 1.9 (120 e 150 Cv) e 2.4 (200 Cv) prestazioni NCHE se i tempi cambiano e A l’angoscia di “perdere punti” fa normalmente alzare il pie- 240 KM/H La 3.2 V6 a trazione integrale tocca i 240 orari e accelera da 0 a 100 in 7”. Per la 2.4 Jtd velocità massima 228 e 0-100 in 8”4 prezzi risultati finanziari, stabilendo in questo modo il loro stato di salute. Ci sono poi altri “bei nomi” dell’automobilismo per i quali la storia e l’immagine parlano da sole e prevalgono sulle contingenze economiche e di mercato. L’Alfa Romeo è uno di questi casi, perché è un marchio amato in tutto il mondo che, nell’immaginario collettivo, “deve” andare bene per il semplice fatto di aver costruito e coltivato una cultura dedicata alla passione per le belle macchine, e quindi una sua crisi avrebbe il senso della crisi dell’amore per l’auto nella sua forma più bella ed entusiasmante. Di conseguenza, anche quando ci sono problemi, questi vengono vissuti come una nube di passaggio. Volendo fare una battuta maligna si potrebbe dire che su questo l’Alfa Romeo ha speculato per buona parte della sua lunga storia, durante la quale ha prodotto sicuramente più entusiasmi che profitti, più macchine da ricordare che guadagni da mettere in banca. Il presente non fornisce spunti scintillanti, ma piuttosto un mercato con il fiato corto. In più, c’è l’immagine appannata dell’intero gruppo Fiat, che non aiuta a sorridere e a elaborare prospettive popolate di vacche grasse. Basta, allora, la 159 a rasserenare cuori e cervelli? Di primo acchito si, perché un’auto nuova (soprattutto se completamente nuova, come in questo caso) è di per sé una festa e un elemento di forza; se poi è una «bella Alfa Romeo» non c’è ragione di dubitare del favore con cui verrà accolta, con tutto quel che segue. Il ragionamento, che dal punto di vista dell’appassionato non fa una grinza, non è sufficiente a convincere un analista più severo e smaliziato, per il quale gli elementi di giudizio non sono emozionali, e le ragioni dell’ottimismo vanno scovate altrove, oltre le prospettive della 159 e della futura Brera. In generale anche l’Alfa subisce in qualche modo il contraccolpo della separazione di Fiat da General Motors, con conseguente rottura di un matrimonio che sul piano industriale era già fatto e sul quale erano stati impostati i programmi. Ora, anche nella certezza che tutto andrà avanti come stabilito, c’è il dubbio della disponibilità delle risorse necessarie a portare avanti i progetti futuri. Tuttavia giocano a favore dell’ottimismo alcuni elementi assolutamente concreti, a partire dalla constatazione che, all’interno di Fiat Auto, l’Alfa Romeo è l’unico effettivo valore di portata globale, un marchio tanto forte da poter pretendere qualche attenzione particolare. Resta poi ancora da decifrare in termini pratici l’integrazione con Maserati, che ha una doppia chiave di lettura: da un lato l’aspetto strumentale della necessaria separazione da Ferrari (per permettere un più agevole sbarco in borsa di Maranello) dall’altra il revival di quell’idea di “polo del lusso” che potrebbe aprire prospettive davvero eccitanti, sul terreno del prestigio e della sportività. ER fortuna che alP meno c’è un mercato che non va in crisi: è DA 28.000 EURO In vendita dal 23 settembre, l’Alfa 159 costerà dai 28mila euro della 1.9 benzina ai 40mila della 3.2 V6 a trazione integrale Alfa Romeo 159 Il confronto con Serie 3 e A4 adesso è possibile NCHE se l’evidente increA mento delle dimensioni la colloca quasi a mezza strada fra le berline medio-grandi e le grandi tout court, per l’Alfa 159 il terreno di battaglia è sostanzialmente lo stesso sul quale si è mossa la 156: è il mondo delle berline premium di intonazione sportiva, che ormai da generazioni ha quale modello di riferimento la Bmw Serie 3. Pur rimasta ancorata a ingombri relativamente più contenuti (la sua lunghezza va appena oltre i 4 metri e mezzo) la berlina tede- Primo assalto all’auto tedesca Bmw e Audi le grandi rivali sca è sul mercato soltanto da pochi mesi con la sua serie più recente. Con una gamma che al momento è ancora da completare, ma che comunque si presenta già ricca di un’offerta tecnologica di prima grandezza, ad affiancare un’immagine che costituisce un po’ il punto di arrivo del percorso stilistico che ha trasfor- mato l’intero panorama della produzione bavarese. Bavarese, del resto, è pure l’altra principale protagonista della partita, l’Audi, che nell’edizione “rigenerata” della sua A4, in vendita dall’autunno scorso, ha curato soprattutto le qualità dinamiche. Proponendo affinamenti per sospensioni e sterzo, oltre a una gamma motori arricchita dal due litri turbo benzina a iniezione diretta e dal sei cilindri turbodiesel di tre litri. Rivali d’alto bordo, come si vede, anche se bisogna riconoscere all’ultima nata della casa del Biscione di aver fatto ogni sforzo per annullare il gap piuttosto evidente che sin qui la divideva dalle due tedesche, per quel che riguarda finitura e qualità dei rivestimenti interni. (m. n.) MASSIMO NASCIMBENE OPO l’Idea, il silenzio. D Era dal gennaio 2004, quando fece il suo debutto la piccola monovolume, che la Fiat non lanciava un modello interamente nuovo. Da allora, e per quasi un anno e mezzo, Torino non ha proposto che ampliamenti di gamma, al massimo qualche facelift: troppo poco, per reggere una concorrenza che sforna nuovi modelli a getto continuo. Finalmente, lo scorso maggio è arrivata la Croma Fiat Croma a interrompere il lungo digiuno di novità e l’assenza della marca torinese nelle zone alte del mercato. E il suo debutto non è destinato a restare un episodio isolato: anzi, l’autunno Fiat si annuncia particolarmente carico di motivi di interesse. Che non si esauriscono nel debutto della terza generazione della Punto che resta ovviamente un passaggio fondamentale, per il futuro del costruttore torinese. Anche se oggi il mercato è molto più frammentato, tanto che non si può più pretendere di tenere banco con un singolo modello, come in fondo erano riuscite a fare in passato la prima generazione della stessa Punto, e prima ancora Uno e 127. E’ anche per questo che la “Punto3” è destinata a partire con una gamma già ampiamente articolata, comprese quelle versioni sportive che magari fanno vendere poco ma che (Peugeot insegna) servono molto, per sostenere l’immagine complessiva del modello. Che poi ovviamente dovrà dimostrare di avere personalità, e magari anche un pizzico di fascino, se vuol riconquistare favori e simpatie, e non limitarsi più a rappresentare la semplice proposta “generalista”, la scelta difensiva destinata alla clientela affezionata al costruttore nazionale per antonomasia. Ed è sempre per esigenze di arti- La citycar apparsa un anno fa potrebbe arrivare entro il 2008 Ma il sogno resta la “Trepiuno” Fiat Trepiuno SE IL panorama delle novità in programma da qui alla fine dell’anno è ormai ben delineato, la mappa dei prodotti prossimi venturi del gruppo torinese è ancora carica di incognite. A rigore, l’esigenza prioritaria è quella di portare a compimento lo sviluppo di un modello di taglia media, che rimpiazzi la Stilo. Dopo di che, ci potrebbe anche essere spazio per sviluppare prodotti nuovi. Come quella Trepiuno che tanto interesse ha suscitato alla sua prima apparizione, lo scorso anno, e che (risorse permettendo) potrebbe essere pronta nel giro di tre anni. colazione dell’offerta che, nonostante il debutto della nuova generazione, per almeno un anno ci sarà ancora spazio per la Punto2. Che resterà, sia pure con allestimento unico e gamma semplificata al massimo, a coprire lo spazio fra la Panda e la nuova compatta, che per parte sua si annuncia indirizzata verso una collocazione di mercato sensibilmente superiore all’attuale, per dimensioni come per contenuti. Ma come si diceva, per Fiat l’autunno non si esaurisce con la Punto: di qui a fine anno è in programma l’aggiornamento di una buona parte della gamma. Si inizia con un consistente restyling della piccola Seicento (del resto, perché abbandonarla, vista la fame di modelli a basso costo che c’è in giro?) e si continua con aggiornamenti della multispazio Doblò e della Idea che, per quanto originale nella formula, manca di quel briciolo di appeal diventato sempre più indispensabile per emergere, in mezzo a un’offerta ormai incredibilmente estesa. E ancora, arriverà una piccola Suv a completare la gamma Panda: una 4x4 realizzata sulla falsariga delle concept viste nei saloni degli anni scorsi, che si propone come piccola d’elite. Sempre a proposito di Suv, prima di fine anno ci sarà spazio anche per la 4x4 di taglia media che la Fiat ha sviluppato in collaborazione con la Suzuki, e che arriva finalmente a colmare uno dei buchi più evidenti nell’offerta nazionale. quello del noleggio. Secondo le stime fornite dall’Unrae, l’associazione degli importatori di automobili, delle 50 mila vetture perdute dal mercato italiano nei primi mesi dell’anno ben 41mila sono infatti legate alla perdita di clienti fra i privati. Le altre sono sostanzialmente attribuibili alle flotte aziendali, mentre le società di noleggio, a breve e lungo termine, hanno complessivamente tenuto, arrivando a coprire quasi il 13% del mercato, contro l’11% registrato nel corso del 2004. Anno in cui il settore del noleggio ha assorbito circa 250 mila vetture, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente. Ma per avere un’idea dei tassi di crescita, basta dare uno sguardo al decennio scorso: nel 1995, sempre secondo le cifre fornite dall’Unrae, il noleggio non copriva che il 3,7% del mercato, e nel 2000 non superava il 7,8%. Un buon sostegno per un mercato claudicante insomma, così come rilevante è pure il contributo alle cifre dell’usato, stimate attorno al 7% del totale, corrispondenti all’incirca a 200 mila transazioni di veicoli all’anno. Veicoli, ovviamente, di immatricolazione recente (la permanenza in flotta va raramente oltre i 24 mesi) e che dunque contribuiscono all’accelerazione del turnover del parco circolante. Non si tratta ovviamente di un fenomeno esclusivamente italiano, anzi: a livello continentale le cifre sono ancora più rilevanti. Da un lato l’incremento dei flussi turistici, favorito anche dall’esplosione dei voli low cost, ha favorito la domanda nel noleggio a breve termine. Dall’altro il “lungo termine” beneficia invece della crescente tendenza dei gruppi industriali ad affidare a strutture esterne la gestione della propria flotta di veicoli. Risultato, nei Paesi dell’Unione Europea le automobili gestite dalle aziende di noleggio hanno complessivamente raggiunto quota 6 milioni e 400 mila unità, per un fatturato (2004) stimato nell’ordine dei 33 miliardi di euro. E anche le prospettive per il futuro sono incoraggianti: in Italia si prospettano aumenti nell’ordine del 30-40% per i prossimi anni. Cifre rilevanti ma tutt’altro che impossibili, soprattutto se soluzioni quali il car sharing per l’utilizzo “orario” dei veicoli nelle grandi città prenderanno effettivamente piede. (m.n.) Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 27 Dossier Modelli Ferrari Superamerica Esclusive e invidiate da tutto il mondo, ecco perché le rosse da strada non conoscono la parola crisi L’isola felice è sempre Ferrari nello è sempre stata un’isola felice nell’ambito della storia dell’automobile. Anche quando la Ferrari in F1 andava malissimo. Così, oggi come ai tempi della 308 o della Dino, c’è gente che fa la fila per spendere i 175 mila eu- VINCENZO BORGOMEO O TROVATO — disse En«H zo Ferrari — uomini che indubbiamente amavano come me l’automobile. Ma forse non ne ho trovati altri con la mia ostinazione, animati da questa passione dominante nella vita che a me ha tolto il tempo e il gusto per quasi ogni altra cosa. Io non ho alcun diverso interesse dalle macchine». Da questa ossessione, da questa ricerca maniacale della perfezione sono nate le Ferrari. Macchine uniche, diversissime da tutte le altre. Macchine, da sempre, fatte apposta per far perdere la testa agli appassionati. E non solo per tecnologia, design o prestazioni: la produzione limitatissima gioca un ruolo fondamentale nel concetto di “emozione Ferrari”. «Le mie macchine — come spiegava maliziosamente il Drake — devono essere macchine che si desiderano». Un concetto ripreso e sostenuto con tenacia da Montezemolo che ha sempre ricercato produzioni limitatissime, imponendosi come obiettivo irrinunciabile quello di non superare mai le 5000 unità l’anno. Sembra un dettaglio, ma per capire il “pianeta Ferrari” bisogna partire da qui. Dai due anni di attesa per una F430, e dalla Superamerica già venduta prima di entrare in listino: la produzione delle Rosse è stata infatti da sempre limitatissima: appena 90 mila vetture in quasi 60 anni di storia. Nulla. Tanto per capirci, basta dire che la Porsche produce in un anno quello che la Ferrari ha prodotto dal 1947 a oggi. La stessa gamma della casa di Maranello rispecchia questo concetto di esclusività: sebbene i numeri produttivi siano bassissimi, l’offerta è vastissima. Ci sono vetture a motore anteriore e a motore posteriore centrale, propulsori V8 e V12, trasmissioni manuali o a comando elettroidraulico. Cinque modelli (F430, F430 Spider, 575M, 612 Scaglietti e Superamerica) per nove allestimenti. Con una serie infinita di possibili personalizzazioni (a cui secondo le statistiche ricorrono il 90 per cento dei clienti). E come se non bastasse ci sono poi le specialissime superFerrari, tipo F50 o Enzo, che ogni cinque anni più o meno spiazzano la concorrenza con prestazioni impossibili da raggiungere. Tutto ciò implica il fatto che la Ferrari ogni anno tira fuori dal proprio cilindro un modello completamente nuovo. Cosa che poche altre marche, a volte ben più grandi, riescono a fare. E questo spiega perché le Ferrari stradali dal 1947 a oggi non hanno mai conosciuto crisi. Certo, ci sono stati i momenti difficili (quelli della Mondial 8 e della 348), ma la produzione delle GT a Mara- ro necessari per portarsi a casa una F430 F1 Spider. Una Gt unica grazie alle tante innovazioni lanciate dalla Ferrari nel settore delle sportive stradali. A parte il motore V8 da 490 Cv (è aspirato e ha solo 4300 cc), il fondoscoc- Ferrari 612 Scaglietti ca carenato, le sospensioni in alluminio e mille altre diavolerie forse scontate per una Rossa, qui c’è anche un rivoluzionario sistema di settaggio della vettura (avviene con un “manettino” stile F1 montato sul volante) che consente a chi guida di selezionare il comportamento della macchina in base alle diverse esigenze. Così è possibile guidare una F430 sulla neve o fare partenze a razzo come in un Gp. Utile e, ancora una volta, unico. Maserati Quattroporte Tiratura limitata di 50 esemplari: costo 600 mila euro L DNA della Maserati? Sta tutto nella MC12, la supercar con tettuccio asportabile realizzata per far felici i clienti più sportivi. Una macchina da corsa, ma in vendita come se fosse una Panda. Certo, il prezzo è un po’ diverso (600 mila euro più Iva) ma è proprio così che la Maserati ha iniziato la sua leggendaria carriera di costruttrice di sogni: macchine da corsa vendute anche per circolare, macchine da corsa che scendevano logicamente in pista, macchine da corsa che poi davano origine a spettacolari esemplari unici. Proprio come la concept Birdcage 75th che Pininfarina ha realizzato da telaio e motore della MC12. Inutile dire che questa super Maserati è andata subito a ruba: dopo il lancio al salone di Ginevra 2004, la casa del Tridente aveva deciso di produrne solo 25 esemplari. Impossibile: a cau- I Maserati MC12 Supercar Maserati la nuova era del Tridente sa della pressante richiesta è stata messa in cantiere un’altra piccola serie di 25 unità. Fino a oggi ne sono state fatte quindi 50, unica colorazione bianco perlato e blu (pardon, bianco Fuji e blu 90th Anniversary…) per la gioia dei collezionisti di mezzo mondo. Una l’ha comprata anche Roman Abramovich (il miliardario russo patron del Chelsea) che la usa in pista per puro svago. Ma il cuore di quest’auto, e di tutta la Maserati, sono proprio le gare: dalla versione stradale è infatti derivata quella che corre (e domina) nel campionato Fia GT. E’ stata prodotta in soli otto esemplari, uno dei quali va all’asta di Sotheby’s a Maranello in questi giorni. Altri due sono stati comprati dai team Vitaphone e JMB impegnati nel Campionato Fia GT, una è utilizzata direttamente dalla Maserati Corse in nord America nella serie ALMS, una nell’Italiano GT con il team Racing Box, e l’ultima è in fase di allestimento per essere poi messa in vendita. Poche macchine, legate a doppio filo alle corse. La Maserati, 90 anni fa, iniziò così la sua storia. Poi vennero anni difficili, ma a riportarla alle origini, incredibilmente, è stata la sua nemica di sempre: la Ferrari. Quando (luglio 1997) la Fiat cede integralmente la Maserati alla casa di Maranello, le due ex-nemiche si trovano a convivere sotto lo stesso tetto. Per il Tridente è l’inizio di una nuova era: viene costruita quasi dal nulla una linea di montaggio modernissima, per una vettura completamente nuova, la 3200 GT che viene presentata al Salone di Parigi nel 1998. Montezemolo inizia subito a spingere la Maserati verso le sue origini storiche, le gare, ma non dimentica l’antica tradizione di Gran turismo veloci ed eleganti. Ecco il senso della Quattroporte, simbolo della nuova vita Maserati che segna il ritorno della grande ammiraglia italiana. Un biglietto da visita che ha permesso alla casa del Tridente di tagliare il traguardo di ventimila vetture prodotte, dal 1997 a oggi. (v. bo.) 28 MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto ● Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 29 Dossier Modelli HI si attendeva dalla terza C generazione della Clio cambiamenti stilistici radicali, si metta il cuore in pace. È vero, la Renault non disdegna la provocazione, a volte con ottimi risultati, come con la Mégane, altre meno (vedi Avantime): ma lo fa per scelta, e non per vocazione. Ed è dunque naturale che non si azzardi a stravolgere immagine e contenuti dei prodotti vincenti. Come la Clio, appunto: 8,7 milioni di esemplari dal 1990 a oggi nel mondo, oltre un milione dei quali solo in Italia, nell’arco di due generazioni. La terza, che debutta nel prossimo ottobre, ovviamente ha tutte le intenzioni di continuare con la stessa andatura, anche se ora deve dividersi i clienti con la più civettuola Modus. Puntando soprattutto sul concreto, a partire da un La nuova Clio da quattro metri terza generazione di una vincente sensibile incremento delle dimensioni: la lunghezza arriva a sfiorare i 4 metri e la larghezza sale a 172 cm (sette in più del modello in uscita) con gli intuibili vantaggi per l’abitabilità, soprattutto in quella zona posteriore che in passato non poteva certo dirsi generosa. Del resto, lo spazio interno beneficia di un passo che misura 257 cm, né più né meno quanto la Mégane di una generazione fa: un dato che la dice lunga su quanto siano state “bombate” le piccole del terzo millennio. E spiega anche perché, contrariamente a quanto avviene di solito, la nuova Clio vada a collocarsi al di sopra della mono- volume compatta che ne completa la gamma, la già citata Modus. Anche nei prezzi. Più conferme che novità per quel che riguarda la meccanica, con la presenza degli abituali tre motori a benzina Renault Clio III (1200, 1400 e 1600 cc, tutti a sedici valvole) e di altrettanti turbodiesel 1500. Così come si conferma la crescente integrazione industriale fra i prodotti della casa francese e quelli della Nissan, testimoniata fra l’altro dal motore di vertice, il due litri da 140 Cv che completerà la gamma da inizio 2006. Integrazione che invece non riguarda la produzione: mentre la Micra (con la quale la nuova Clio ha molte più cose in comune di quanto la sua immagine lascerebbe supporre) continua a nascere in Inghilterra, la piccola Renault affianca alle storiche linee di Flins quelle turche di Bursa. Due siti produttivi destinati a sfornare qualcosa come 475 mila unità all’anno. Ed è anche per questo che a Parigi hanno scelto un’immagine che privilegia la continuità, almeno nell’immagine. Perché l’interno, invece, evidenzia un netto passo avanti: per il look come per la qualità dei rivestimenti, a partire da una plancia che progredisce anche nella funzionalità. Una Clio più matura insomma, oltre che più generosa nelle dimensioni e complessivamente meno utilitaria. E destinata dunque a lasciare all’erede della Twingo, che debutterà nel corso del 2006, gli automobilisti in cerca di soluzioni economiche. misure razione dell’Opel Astra, la seconda della Ford Focus, l’esordio della Citroen C4 e via dicendo) l’Europa dell’automobile si avvia a un autunno ricco di novità nella categoria immediatamente inferiore, quella delle cosiddette utilitarie. Al di là della necessità di rivedere una definizione che ormai ha ben poco a che spartire con i modelli che identifica, che di utilitario hanno proprio poco, si tratta del settore di mercato numericamente più importante. Almeno per l’Italia dove, da solo, raccoglie oltre il 40% delle preferenze, che in valori assoluti vuol dire qualcosa come 800mila macchine l’anno. Nel breve volgere di quattro mesi, fra settembre e gennaio, la categoria vedrà il debutto di modelli interamente nuovi chiamati a sostituire Fiat Punto, Renault Clio e Toyota Yaris. Senza dimenticare il profondo restyling di cui sarà oggetto la Ford Fiesta e quello, comunque significativo, appena operato dalla Volkswagen sulla Polo. Ce n’è abbastanza, insomma, per buttare all’aria tutti gli attuali equilibri di mercato, anche se la speranza dei costruttori (nessuno escluso) è che una simile raffica di novità riesca innanzitutto a solleticare una domanda che ormai langue da parecchi mesi. Peraltro, le nuove piccole vanno a inserirsi in un contesto ben diverso da quello abituale ai modelli che vanno a rimpiazzare. Perché negli ultimi anni sono arrivate le monovolume di taglia piccola, a erodere consensi. E perché, parallelamente, si sta ampliando l’offerta nelle supermini, a partire dalle tre esordienti frutto dell’ormai celebratissimo accordo Toyota-Psa. Offerta che, in tempi di magra economica come gli attuali, potrebbe indurre molti acquirenti a ridimensionare le proprie pretese. Difficile, in sostanza, pensare che le nuove piccole possano replicare i volumi a loro abituali negli anni passati, a dispetto del sensibile arricchimento dei loro contenuti, e di una crescita di dimensioni che le ha ormai portate sulla soglia dei quattro metri, dove cioè solo una decina di anni fa si trovavano le berline di taglia media. Tanto che sarebbe logico attendersi dai costruttori un ridimensionamento degli obiettivi di quantità, anche in considerazione dei conclamati eccessi di capacità che, a detta di tutti, gravano come un macigno sul futuro dell’auto europea, e soprattutto sui bilanci delle case stesse. Peccato che le prime indicazioni non siano troppo incoraggianti, in questo senso: la Renault, prima a scoprire le carte, parla di poco meno di mezzo milione di unità per la Clio III. Che vanno ad aggiungersi alle 300 mila a suo tempo dichiarate quale obiettivo per la Modus. L’impressione, insomma, è che pur cambiando le combattenti la battaglia non sarà meno cruenta. Anzi. (m. n.) MASSIMO NASCIMBENE LA SCHEDA QUASI 4 METRI La Clio 3 è lunga 399 cm, larga 171 e alta 149. Il passo è di 257 cm, la capacità del bagagliaio varia da 288 a 1038 litri motori OPO una stagione visD suta nel segno delle medie (con la terza gene- Oltre 8,7 milioni di esemplari in tutto il mondo dal ’90 ad oggi. Ad ottobre il debutto DA 68 A 111 CV Restano i motori a benzina di 1,2, 1,4 e 1,6 litri con potenza di 75, 98 e 111 Cv. Tre versioni per il diesel 1500: 68, 86 e 106 Cv prezzi Piccole auto crescono FINO A 190 La 1200 tocca i 167 km/h e consuma in media 5,9 l/100 km. La 1600 e la 1.5 TD 106 Cv raggiungono i 190 km/h Oltre che notevolmente più spazioso l’abitacolo prevede dotazioni di sicurezza all’avanguardia. Come (foto a destra) il poggiatesta specifico per i bambini TRANO destino quello della piccola Volkswagen, sempre in bilico fra l’immagine dell’utilitaria con qualcosa in più (per via del marchio e della storia) e quella di sorella minore della Golf, col complesso di essere vista come il classico “voglio ma non posso”. Comunque tutto ciò l’ha accompagnata lungo trent’anni di carriera, fino alla quinta generazione e all’invidiabile traguardo di 8,7 milioni di esemplari prodotti complessivamente. Fedelissima alle proprie tradizioni e alla propria cultura la Volkswagen ha alternato nella sua storia rarissimi balzi in avanti con lunghissimi periodi di costante evoluzione del modello e, inevitabilmente, anche la Polo segue scrupolosamente questa filosofia; tanto che quest’ultima generazione ha suscitato qualche discussione fra chi la considera a tutti gli effetti una nuova vettura e chi in- S Ecco la Polo quasi Golf evoluzione dentro e fuori vece la vede più come la bis della quarta serie. In realtà la nuova non ha toccato nulla dell’architettura di base e conserva molto della struttura e dei componenti precedenti. Il progresso riguarda quindi sostanzialmente interventi di affinamento tecnico, rivolti al comfort e alla sicurezza, oltre che un più evidente aggiornamento dello stile. Il nuovo look è un po’ più ricercato e conferisce una maggiore personalità, come se la piccola volesse farsi vedere di più. Sono bastati pochi interventi, che non hanno toccato la scocca principale, per alterare la fisionomia (secondo qualcuno eccessivamente sobria) della versione precedente: i nuovi gruppi ottici e il disegno del frontale e del portellone posteriore fanno la differenza in modo molto più evidente dei due centimetri di lunghezza guadagnati grazie ai diversi scudi paraurti. All’interno, le novità riguardano sostanzialmente una ristrutturazione della plancia (con un piccolo vano portaoggetti accanto al cruscotto) e la disponibilità di nuovi rivestimenti e pannelli, mentre la cosa più evidente riguarda i volanti allineati con il più recente stile Volkswagen. Ci sono poi di serie 4 airbag (quelli per la testa sono optional) e i rinforzi alla struttura per proteggere meglio negli urti laterali. L’evoluzione del comportamento su strada si esprime attraverso dettagli non clamorosi ma complessivamente significativi: si parte dalla migliore insonorizzazione per passare alla diversa messa a punto delle sospensioni e del servosterzo fino alla modifica dei freni che hanno un comando più sensibile. Le 15 versioni della gamma propongono due carrozzerie, a 3 e a 5 porte, e una varietà di motori che fa contenti proprio tutti. Passat, il ritorno della Variant e la wagon è protagonista miraglia di casa Volkswagen, prima che iniziasse l’epoca delle varie Phaeton e Touareg, E anche se con l’ultima generazione la berlina è riuscita a riconquistarsi un po’ di spazio, la protagonista di primo piano della famiglia Passat resta comunque la “familiare”, soprattutto in Italia dove le sue vendite hanno sempre inciso per almeno i tre quarti del totale del modello. Logico dunque che le attese della casa tedesca si concentrino soprattutto sulla Variant, che farà il suo debutto a metà settembre. E che, se da un lato ripresenta la vistosissima calandra cromata che vuol essere un po’ l’emblema della nuova generazione VW, dall’altro sfoggia una coda relativamente snella, considerate le ragguardevoli dimensioni: la nuova wagon è più lunga della precedente di nove centimetri e più larga di sette, e offre un vano di carico di oltre 600 litri già nella configurazione standard (1700 con i sedili abbattuti). Dimensioni da piazza d’armi insomma, affiancate da una ricchezza di equipaggiamento all’altezza di quella di cui ha già fatto sfoggio l’abitacolo della berlina. Si va dal pianale di carico ribaltabile a un sistema di guide e divisione del vano, fino alla disponibilità, a richiesta, del comando elettrico del portellone. E per la prima volta in casa Volkswagen, ci sarà anche la possibilità di adottare delle sospensioni posteriori pneumatiche, provviste di autolivellante automatico. Il fatto di debuttare a otto mesi di distanza dalla berlina consente poi alla Variant di presentarsi con un pacchetto di motori già ampiamente articolato, con i quattro cilindri a Il rivestimento morbido utilizzato per la plancia ne impreziosisce non poco l’aspetto superficiale Nell’equipaggiamento delle versioni di punta figura anche l’avviamento senza chiave Una storia di trent’anni. Oggi il quinto modello che cambia così Arriva la versione familiare della berlina Volkswagen. Sempre la più attesa ER anni dire Passat è stato P un po’ come dire wagon: era lei, la Variant, la vera am- SPAZIOSA E SICURA PLANCIA PIÙ NOBILE DANIELE P. M. PELLEGRINI Volkswagen Passat Variant LA SCHEDA ABBONDANZA DI MOTORI Invariata nelle dimensioni (è lunga 392 cm e larga 165) la Polo offre un’ampia gamma di motori: 1.2 55 e 64 Cv, 1.4 75, 86 e 100 Cv. 4 i diesel: 1.4 (70 e 80 Cv) e 1.9 (100 e 130 Cv) Volkswagen Polo benzina a iniezione diretta da 115, 150 e 200 Cv ad affiancare il 1600 da 102 della versione d’attacco. Altrettanto ricca la famiglia dei turbodiesel (105, 140 e 170 Cv). Poi, entro fine anno, arriverà anche il sei cilindri a benzina da 250 Cv a iniezione diretta e proposto esclusivamente in abbinamento alla trazione integrale 4Motion. Anche se ha rinunciato alla configurazione tecnica dell’Audi, che riprendeva fino alla generazione passata, in favore di quella abituale in casa VW con il motore in posizione trasversale, la Variant si presenta dunque con un pacchetto tecnico di notevole livello. Quel che serve per riconfermare la Passat nel ruolo di vertice che tradizionalmente occupa, nelle classifiche continentali di categoria. E per il quale il contributo della versione a coda lunga resta fondamentale. (m. n.) LA SCHEDA PIÙ LUNGA DI 9 CM La nuova Passat Variant è lunga 477 cm (9 in più dell’attuale), larga 182 e alta 152. Viene lanciata con quattro motori a benzina, da 102 a 200 Cv, e tre turbodiesel, da 105, 140 e 170 Cv 30 MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto ● Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 31 Dossier Modelli Mercedes Classe S DA 272 A 517 CV All’esordio si presenta con il 3500 benzina da 272 Cv, il V8 da 388 Cv e il V12 da 517 Cv, nonché col sei cilindri diesel da 231 Cv 0-100 IN 5”4 Nonostante la mole, con il V8 da 388 Cv la S 500 accelera da 0 a 100 in 5”4. Velocità bloccata come di consueto a 250 km/h Anteprima della “S” che in autunno arriverà sul mercato. Sarà ancora regina? LA SCHEDA Opel Zafira Seconda generazione della Mpv della Opel. Stile Astra e tanta flessibilità Formula famiglia, anzi Zafira si rinnova il monovolume “5+2” MASSIMO NASCIMBENE LLA prima uscita aveva A vinto grazie alla flessibilità. Intelligente quanto pratica la soluzione Flex7, con i due posti supplementari che scompaiono nel piano del bagagliaio, aveva infatti finito per tracciare un solco netto fra la Zafira e le altre monovolume compatte, in maggioranza condannate ai soli cinque posti. Consentendo alla Mpv Opel di primeggiare a lungo nella categoria, contrastata solo da quella Scenic che aveva inventato la formula. E di chiudere il suo ciclo di vita con un risultato di tutto rispetto, 1.400.000 unità vendute dal 1999 a oggi. Va da sé che, nel raccoglierne il testimone, la seconda generazione della Zafira conserva (e pure migliora, in qualche dettaglio) la particolare soluzione che consente di trasformare rapidamente l’abitacolo senza dover smontare i sedili. Ma non si ferma certo qui, anzi: per certi versi sembra volersi affrancare dall’immagine di veicolo tutta praticità, affiancandovi contenuti di rilievo anche per quel che riguarda immagine e dinamica di marcia. Stilisticamente, riprende molti dei tratti dominanti della nuova generazione dell’Astra, con la quale condivide pure l’intera ossatura meccanica (il passo è quello più lungo, 270 cm, della station wagon). Così, il frontale a V e la coda dominata dalla vistosa traversa cromata vestono un corpo vettura che già nelle dimensioni di base (è più largo e più lungo che in passato, a parità di altezza) motori 4 METRI E MEZZO La Serie 3 Touring misura esattamente quanto la berlina: 452 cm la lunghezza 181 la larghezza, 141 l’altezza DA 163 A 258 CV Tre i motori a benzina 4 cilindri 150 Cv, 6 cilindri 218 e 258 Cv Due i turbodiesel: un 4 cilindri da 163 Cv e un 6 cilindri da 231 prezzi prestazioni misure LA SCHEDA 223 ORARI Con il turbodiesel da 163 Cv la Touring tocca i 223 km/h e accelera da 0 a 100 in 8”9. Consumo medio di 5,9 l/100 km 34.500 EURO Per la Touring 320d si parte da 34.500 euro 1500 in più rispetto alla Serie 3 berlina Per la 325i, la base è di 36.350 euro trova le premesse per presentarsi con un aspetto più snello: un po’ meno da monovolume insomma, secondo una filosofia ripresa anche all’interno, e sottolineata dalla scelta di abbassare leggermente il punto di seduta, tanto per attenuare l’effetto-furgone tipico di questo genere di veicoli. Oltre ad approfittare dell’incremento di dimensioni per incrementare la capacità di carico, l’abitacolo si segnala per la particolare ricchezza della dotazione, incluse soluzioni non comuni per la categoria quali il transponder per l’accesso (con sensori nelle maniglie) e l’avviamento a pulsante. Così come inedite, per le Mpv compatte, sono alcune delle chicche tecniche riprese dall’Astra, a partire dagli ammortizzatori a controllo elettronico, con possibilità di variarne le risposte a proprio piacimento, assieme a quelle di acceleratore e sterzo. Finezze che accompagnano un’offerta di motori particolarmente nutrita, che culmina nei 200 Cv del due litri turbo che fa della Zafira la monovolume compatta più veloce che ci sia in circolazione. Ovviamente, dal punto di vista commerciale le attenzioni vanno soprattutto ai turbodiesel, presenti con tre diverse edizioni dell’ormai ben noto 1900 Multijet, forti rispettivamente di 101, 120 e 150 Cv. Per tutte, filtro antiparticolato di serie, e per le due di maggior potenza cambio a sei rapporti, manuale o automatico. Ma in Opel confidano anche nella versione a metano, già presente (e con discreti risultati) sulla prima generazione della Zafira, che andrà a completarne la gamma a partire dal 2006. Con l’obiettivo, ovviamente, di riprendersi la leadership continentale di categoria. Anche adesso che le monovolume di taglia compatta l’hanno scoperta quasi tutti. A settembre la versione familiare della Bmw Serie 3. Oltre 4,5 metri di stile e tecnica Tanto Touring da fare invidia VALERIO MONACO VANTI Germania. Nella A nuova Bmw Serie 3 Touring c’è il concentrato della filosofia costruttiva della casa bavarese, fatta di qualità, attenzione alla sicurezza, prestazioni ed eleganza. In Italia la 3 Touring arriverà a settembre di quest’anno, dopo il lancio al salone dell’auto di Francoforte. Diversa e più innovativa, rispetto ai modelli del passato la “piccola” Touring Bmw è sviluppata seguendo un progetto indipendente. E non ricorrendo al consueto lifting della berlina, come avviene nella maggior parte dei casi. Una vettura mirata al suo pubblico, dunque, pensata per rispondere ai criteri più ambiti dalla famiglia elegante, come la flessibilità e la disponibilità di spazio. Ma anche con un occhio attento alle buone prestazioni. Con un design potente dalle linee marcate e personali, come insegna il nuovo corso estetico di Chris Bangle, la 3 Tou- Bmw Serie 3 Touring ring ha una personalità decisamente più definita e di carattere di quanto non abbia la berlina. Lunga 4 metri e 52, larga 1,81 e alta 1,41, la nuova familiare tedesca lievita leggermente rispetto al modello precedente. Così come crescono le misure del bagagliaio, che salgono a 460 litri di volume, con tutti i passeggeri a bordo e a 1.385 litri sfruttando l’intero volume di carico. Come in ogni modello della casa bavarese, il capitolo sicurezza è seguito con particolare attenzione. A cominciare dall’eliminazione della ruota di scorta sostituita dai più affidabili pneumatici run flat. Dal punto di vista della sicurezza attiva, la 3 Touring p u ò contare su una distribuzione dei pesi 50 e 50. Il che significa un comportamento neutro e una tenuta di strada sicura ed equilibrata. Il nuovo assale anteriore in alluminio a doppio snodo garantisce più leggerezza e un buon compromesso tra comfort e stabilità. Una buona soluzione meccanica a cui contribuisce la validità dell’active steering. Uno sterzo “intelligente” che si autoregola secondo la velocità della vettura. All’interno, infine, gli attacchi Isofix per i sedili dei bambini sono installati sia sui sedili posteriori che su quello anteriore, su cui è presente il siste- ma per la disattivazione dell’airbag quando si monta il sedile bambini contro la direzione di marcia. Novità anche sul fronte dei motori. Alle già note motorizzazioni benzina (320i da 150 Cv e 330i da 258) e diesel (330d da 231 Cv) si aggiungono due propulsori inediti. Il nuovo diesel 320d da 163 Cv spinge la Touring a 223 Km/h. Ma soprattutto la fa accelerare da 0 a 100 in 8,6 secondi e da 80 a 120 in 7,1. Per di più con un consumo di soli 5,9 litri per 100 chilometri. Più potenza e consumi ridotti anche per il benzina 325i da 218 Cv, che vanta una coppia di 250 Nm tra 2.750 e 4.250 giri. La velocità massima, con il nuovo 2.5 litri, sale a 243 Km/h, mentre per accelerare da 0 a 100 la 335i familiare impiega 7,2 secondi. motori M LUNGA 447 CM La nuova Zafira è lunga 447 cm, larga 180 cm, alta 164; passo 270. Capacità bagagliaio da 140 a 1820 litri TURBO DA 200 CV Benzina 1600 105 Cv, 1800 (140) , 2000 Turbo (200) Turbodiesel 1900 common rail da 101,120 e 150 Cv prezzi prestazioni misure VALERIO BERRUTI ERCATO in calo, guerra dei prezzi e cultura della sicurezza. Tre argomenti con cui il mondo dell’auto dovrà fare i conti. Parola di Massimo Pasanisi, presidente di Ford Italia: «L’auto risentirà più degli altri settori della pesante congiuntura economica che il paese sta vivendo». Quindi la festa è finita? Addio al segno più nelle vendite? «Quest’anno il mercato calerà di almeno il 6-7 per cento. Ma parliamo sempre di 2,1 milioni di auto, risultato comunque buono vista la situazione». E quali saranno le caratteristiche di q u e s t o mercato? «Si giocherà molto sui prezzi. Vincerà chi saprà offrire il miglior rapporto pos- Pasanisi (Ford) sibile con la qualità del prodotto». Si parla dei cinesi pronti ad invadere l’Europa con auto da 4 mila euro. Vi preoccupano? «Le cosiddette auto “low cost” non ci preoccupano più di tanto perché il cliente europeo non rinuncia a certi livelli di equipaggiamento. Siamo convinti che tra quel genere di vetture e un usato di marca sceglieranno il secondo». Comunque, la corsa al prezzo più basso è già cominciata. «Certamente. E anche noi facciamo le nostre politiche commerciali. Cominciando proprio dal basso con la Ka offerta a meno di 8 mila euro». Passiamo al tema sicurezza. Ce n’è abbastanza sulle auto di oggi? «Intanto bisogna premettere che la sicurezza è un valore ma in Italia il cliente non è ancora disposto a pagare un sovrapprezzo per questo». Manca forse una cultura della sicurezza? «È probabile. Noi investiamo tantissimo in sicurezza e il risultato è una Focus che ha appena ottenuto il massimo punteggio nei crash test dell’EuroNcap. Ma un ruolo importante spetta alle istituzioni». Che non fanno abbastanza? «Che potrebbero fare di più... «. (v. b.) misure “Le auto low cost non fanno paura Ecco perché...” motori l’intervista/Pasanisi OLTRE 5 METRI La Classe S è lunga 508 cm, larga 187 e alta 147 cm. Il passo è di 304 cm, che diventano 317 per la versione “lunga” prezzi prestazioni LA SCHEDA 225 KM/H 2.0 Turbo: vel. max 225 km/h. Consumo medio 9,5 l/100 km. 1900 TD 150 Cv: vel. max 202; consumo medio 6,2 l/100 km DA 19.500 EURO 1600 19.500 euro, 1900 Tdi 120 Cv 24.000; 2.0 Turbo 28.350 Tecnologia da prima della classe ecco l’ammiraglia Mercedes ESORDIO dell’ammiraglia L’ Mercedes rappresenta tradizionalmente un passaggio di grande rilevanza per tutta l’industria dell’automobile. Perché puntualmente la casa di Stoccarda coglie l’occasione per introdurre nuovi contenuti tecnologici, destinati poi ad estendersi nel tempo alla sua produzione, come a quella degli altri costruttori. Fu così in passato per l’Abs come per il controllo elettronico della stabilità, per citare soltanto due soluzioni che hanno trasformato radicalmente il contenuto tecnico dell’automobile moderna, e persino il modo di guidare. Il debutto della nuova generazione della Classe S, in autunno, si preannuncia altrettanto carico di significati: nel suo corredo le innovazioni tecnologiche sono almeno una dozzina, alcune delle quali davvero esclusive. Come il sistema denominato Brake Assist Plus, che utilizza un radar anticollisione per attivare l’impianto frenante o intensificare la frenata esercitata dal conducente, qualora la giudicasse insufficiente per fermarsi in tempo. Lo stesso radar, adesso, è in grado di gestire il cruise control da 0 a 200 all’ora, mentre un sistema a infrarossi permette di scrutare la strada per 150 metri anche in condizioni di scarsa visibilità, segnalando tramite il display di bordo la presenza di eventuali ostacoli invisibili a occhio nudo. L’elenco potrebbe continuare ma i contenuti innovativi della Classe S non si esauriscono in chiave sicurezza. C’è da registrare il lavoro di innovazione stilistica, che per certi versi appare teso a smussarne l’imponenza e per altri rimarca apertamente il suo ruolo di ammiraglia. Ci sono interni che si segnalano per le forme sinuose che disegnano la plancia, oltre che per un’offerta di dotazioni che da sola richiederebbe pagine di descrizione. Ma ad attrarre l’attenzione sono soprattutto le cose che segnano un taglio con il passato, soprattutto per elementi che fanno parte della tradizione Mercedes da decenni: come il freno di parcheggio a pedale, nell’occasione pensionato in favore di un comando a pulsante. C’è (come sulla rivale di casa Bmw) il ritorno al comando al volante per un cambio automatico che si presenta con sette marce per tutta la gamma, ad affiancare motori cresciuti non nelle dimensioni, ma nella potenza e nella coppia. Anche nel sei cilindri diesel, che peraltro farà la sua apparizione solo nel primo trimestre del prossimo anno. Ci sono, di serie, anche le sospensioni pneumatiche, soluzione ormai irrinuncia- bile quando il comfort viene comunque prima di ogni altra cosa. C’è, insomma, tutto il necessario per riconfermare la Classe S in quel ruolo di regina delle ammiraglie che, a livello mondiale, nessuno è mai riuscito a sottrarre alla Mercedes. Neppure nell’ultimo anno di commercializzazione del “vecchio” modello, che ancora nei primi cinque mesi del 2005 è andato ad aggiungere altre 17 mila unità alle 470.000 vendute nel corso della sua vita, iniziata nel 1998. Il tutto nonostante la concorrenza di Bmw Serie 7 e di Audi A8 si sia fatta ben più serrata che in passato. Per non parlare della sfida lanciata dalla Lexus, almeno su quel mercato americano che, per ammiraglie e dintorni, resta di gran lunga il terreno di scontro più significativo. (m. n.) IN AUTUNNO Commercializzazione dall’autunno per S350 e 500. Previsto un prezzo base poco distante dagli attuali 75mila euro Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 33 Dossier Modelli misure SOLO 5 PORTE Prevista solo con carrozzeria a 5 porte la Leon è lunga 432 cm su un passo di 258, larga 177 e alta 146 cm motori LA SCHEDA ANCHE TURBO Tre unità a benzina: 1.6 da 102 Cv, 2.0 iniezione diretta da 150, 2.0 Turbo da 185 Due i turbodiesel da 105 e 140 Cv Seat Leon prezzi prestazioni Sulla compatta della Seat anche un motore turbo da 185 Cv OLTRE 220 ORARI La 2.0 Turbo ha una velocità di punta di 221 orari e accelera da 0 a 100 in 7”8 Il consumo medio è di 8,1 l/100 km DA 15 MILA EURO In vendita da settembre, la Leon avrà prezzi oscillanti fra 15 e 22 mila euro. La 2.0 Turbo seguirà a marzo 2006 Leon, carattere ed eleganza de’ Silva colpisce ancora VALERIO MONACO EAT Leon, un’auto da guidare. E ora S anche da guardare. Perché se il precedente modello vantava prestazioni capaci di far dimenticare l’aspetto un po’ anonimo, la nuova Leon ha una linea che piace e convince, con un design che ripropone stilemi già visti, prima sulla concept car Salsa, esposta al salone di Ginevra del 2002, e poi sulla concept car Leon in mostra quest’anno sempre al salone svizzero. Come gli altri modelli della Seat, marca dall’anima sportiva, anche la Leon cerca di sposare la grinta di chi sceglie la via delle prestazioni con la funzionalità necessaria a chi fa dell’auto un oggetto di uso quotidiano. Così sceglie linee tondeggianti e veloci, ravvivate dalle nervature sulle fiancate per esaltare la voglia di prestazioni. Lunga 4,31 metri, larga 1, 77 e alta 1,45 la Leon ricorre a un padiglione più alto che consente un abitacolo a misura di famiglia. Di rigore i tergicristalli a scomparsa nei montanti anteriori, soluzione intelligente, mutuata dalla monovolume Altea, dalle cui linee la Leon trae parte dell’ispirazione. Anche se l’andamento curvilineo del padiglione ostacola un poco l’accesso ai posti posteriori, una volta all’interno l’abitacolo impressiona per la sensazione di spazio. Impeccabile, invece, il design della plancia, con un volante a tre razze da vera sportiva, completo di pulsantiere di comando. Così come la palpebra morbida antiriflesso e la strumentazione, degna di una sportiva alto di gamma. La cloche del cambio è vicina al volante, come si addice a una vera “corsaiola”. Semplice ed essenziale, la consolle centrale punta alla sobrietà, pur lasciando spazio a display, monitor e comandi per stereo, climatizzatore e navigatore. Certo, è tutto molto “Volkswagen style”. Ma la genealogia di famiglia, si sa, è difficile da dimenticare. Sul fronte della sicurezza la nuova Leon offre il sistema Esp più avanzato, il blocco del differenziale Eds, il controllo della trazione, l’Abs di nuova generazione, l’assistenza alla frenata EBA completa dell’overboost che garantisce prestazioni impeccabili anche con i freni surriscaldati, del BSW per pulire costantemente i dischi e del DSR per mantenere la traiettoria corretta anche nelle frenate di emergenza. La protezione dei passeggeri è affidata alle cinture con pretensionatore e limitatore di carico, e a 6 airbag di serie, a cui se ne possono aggiungere due posteriori. Ma anche la protezione dei pedoni è assicurata dal frontale tondeggiante, dalle cerniere del cofano collassabili, e dal paraurti anteriore ad assorbimento di energia. Delle cinque motorizzazioni disponibili, tre sono a benzina: 1.6 da 102 Cv, 2.0 FSI da 150, 2.0 Turbo da 185 cv, proposte con il cambio meccanico o con il Tiptronic. Classici i turbodiesel: 1.9 Tdi da 105 Cv e 2.0 Tdi da 140 il più potente dei quali è offerto anche in abbinamento con il sofisticato cambio a doppia frizione DSG. Nuovi turbodiesel e listini aggiornati per la Ford. In autunno la versione sportiva C OPO una stagione tutta D vissuta all’insegna della Focus, per Ford la seconda metà dell’anno sarà centrata sui modelli protagonisti del salone di Francoforte del prossimo settembre: dal restyling della Fiesta (segnato soprattutto da un significativo cambiamento dell’immagine) al debutto della monovolume che prenderà il posto della Galaxy, mettendo fra l’altro la parola fine alla cooperazione con la Volkswagen. Nel frattempo, per gli uomini di Colonia c’è però la necessità di consolidare le posizioni di una Focus che nasconde eccellenti qualità, costruttive e dinamiche, sotto un volto contraddistinto da tratti essenziali sino all’eccesso. E che sin qui ha finito per pagare un poco lo scotto di un esordio che ha coinciso con uno dei momenti più Ford Focus sw critici per il mercato, almeno in Italia. Complicato dal fatto di non disporre sin dall’inizio di un’offerta completa di quelle motorizzazioni Euro 4 che, da febbraio in poi, hanno fatto la differenza. Una soluzione che pure era prevista, almeno in opzione, anche per i propulsori a gasolio destinati alla Focus. Ma che nei fatti si è scontrata con la carenza di disponibilità di prodotto per un motore (il diesel 1600 prodotto assieme a Psa, appunto) chiamato a equipaggiare un gran numero di modelli, dalla Citroen C4 alla Peugeot 307, dalla Mazda 3 alla Volvo S40. L’inevitabile corsa ai ripari ha portato (a soli sei mesi dal lancio) a una ridefinizione della gamma Focus, contraddistinta soprattutto dalla ristrutturazione dell’offerta dei motori, all’interno della quale spicca il ricorso al classico 1800 turbodiesel di produzione interna Ford. Che torna dunque a fare la sua apparizione sulla Focus, a questo punto ovviamente in configurazione Euro 4, nelle classiche potenze di 90 e 115 cavalli. L’operazione, fra l’altro, consente alla casa di Colonia di piazzare la versione “centrale” della gamma, quella con motore da 90 Cv, sotto la barriera dei 15mila euro per la berlina, e a meno di 16mila per la wagon, climatizzatore compreso. Sul fronte delle versioni di punta, invece, la seconda metà dell’anno vedrà il debutto della Focus ST, equipaggiata con un motore 2500 di derivazione Volvo: un altro passo avanti, dunque, nella cooperazione fra le diverse marche che compongono la galassia Ford. Poi, l’anno prossimo, ci sarà spazio anche per la coupé-cabriolet sviluppata in collaborazione con Pininfarina, altro tassello utile ad aggiungere appeal a un prodotto che, nel concreto, non ha nulla da invidiare alle migliori della categoria. misure AMBIA volto la 307, adottando il frontale a bocca di squalo introdotto dalla sorella maggiore, la 407, e destinato a estendersi a tutta la gamma Peugeot. Invariate nelle dimensioni, 307 berlina e wagon presentano anche nuovi gruppi ottici (quelli principali con fari allo xeno) e cerchi da 16 e 17 pollici di nuovo disegno. All’interno, cambiano il quadro strumenti e la console centrale, e naturalmente si arricchisce l’equipaggiamento, che ora prevede fra l’altro il climatizzatore bizona. In aumento anche l’offerta di motori, con il due litri benzina a 16 valvole da 180 Cv che va a insediarsi al vertice della gamma, sopra i classici 1400 e 1600. Quanto ai turbodiesel, restano i due 1600 da 90 e 110 Cv, e il due litri da 136 Cv. La versione ristilizzata della 307, che ha riportato la marca francese nelle posizioni di vertice fra le compatte e che dal debutto (2001) a oggi ha totalizzato ben 2.200.000 unità, sarà in vendita da settembre. MASSIMO NASCIMBENE LA SCHEDA LA WAGON 4,47 M Le berline 3 e 5 porte sono lunghe 434 cm la wagon 447 Per tutte, la larghezza è di 184 cm e l’altezza di 149 motori Faccia da squalo anche per la 307 Focus, tutte Euro 4 e la nuova ST TRE DIESEL Accanto ai due benzina da 115 e 145 Cv ora ci sono tre turbodiesel: 1800 da 90 e 115 Cv 2.0 da 136 Cv prezzi prestazioni Peugeot aggiorna il modello 4,7 L/100 KM La Focus TDCi 90 Cv raggiunge i 177 orari, l’accelerazione 0-100 avviene in 12”6 Il consumo medio è di 4,7 l/100 km SOTTO I 15 MILA Per la Focus 1.6 Tdci 90 Cv, il listino è di 14.950 euro per la 3 porte, 15.550 per la 5 porte 15.950 per la wagon Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 35 Dossier Modelli misure 3 METRI E 40 Toyota Aygo, Citroen C1 e Peugeot 107 sono lunghe poco più di 3 metri e 40. La larghezza è di 162 cm, l’altezza di 147 motori TRE CILINDRI Le tre city car si presentano al debutto con un tre cilindri benzina 1000 cc da 68 Cv. Dal 2006 anche un diesel 1400 prezzi prestazioni LA SCHEDA CONSUMI RECORD La velocità massima è di 157 km/h, e per l’accelerazione 0-100 servono 13”7. Il consumo medio è di soli 4,6 l/100 km DA 8500 EURO Base di 8500 euro per la Citroen C1, di 8800 per la Peugeot 107. Ancora da definire in dettaglio i prezzi della Toyota Aygo Citroen C1 Le mosse di Citroen, Peugeot e Toyota per il lancio di tre modelli quasi gemelli Sorelle citycar, che lotta auto uguali, strategie diverse TOMMASO TOMMASI RESENTATE al salone di Ginevra, le tre P “sorelline” franco-giapponesi prodotte nella Repubblica Ceca si stanno finalmente preparando al debutto. Mentre gli accordi per la fase iniziale di presentazione in comune sono stati rispettati, ora Citroen con la C1, Peugeot con la 107 e Toyota con la Aygo sono costrette a scegliere strategie di comunicazione e di commercializzazione diverse. La più originale, sinora, è stata senza dubbio la Citroen, che ha “comprato” per tre mesi la località balneare di Riccione, meta estiva di moltitudini di giovani, ribattezzandola “RicC1one”, con tanto di cartellonistica stradale adeguata. Peugeot si è mantenuta su una linea più elitaria dovuta al censo del marchio, mentre Toyota sta selezionando 500 testimonial che dovranno portare la Aygo negli ambienti “giusti”. Convincere il cliente a scegliere una delle vetture nate da un parto trigemellare e quindi praticamente identiche (lo sono, in effetti, al 92%) è dunque compito degli uomini di marketing, cioè di quei signori che hanno il dono di far apparire desiderabile e indispensabile anche un oggetto che forse non lo è. Nel caso, si tratta di vetture che, pur partendo da prezzi d’attacco attorno agli 8.500 euro, di fatto verranno a costare 1.000 o 2.000 euro in più per via di optional indispensabili. Parallelamente, è necessario non intralciare il percorso commerciale dei modelli già in produzione: è il caso della Citroen C1 per la C2 o della Peugeot 107, chiamata a schierarsi assieme all’anziana ma sempre valida 206. E pure l’Aygo può creare problemi in seno alla gamma Toyota, almeno sino all’esaurimento delle scorte dell’attuale Yaris, destinata ad essere sostituita a inizio 2006. Da qui, si comprendono chiaramente le strategie dei tre concorrenti, che vanno ai nastri di partenza in Italia con ambizioni diverse, almeno in termini commerciali: nel 2006 Citroen vuole venderne 25.000, lo stesso quantitativo programmato dalla Toyota, mentre Peugeot si limita ad indicarne 15.000. E quest’anno, i quantitativi previsti sono rispettivamente 7.000, 8.000 e 5.000. Allargando il campo all’intera Europa, la vera battaglia si svolgerà nel 2006, quando ciascuna delle tre case avrà a disposizione 100.000 vetture, con serie intenzioni di attaccare i concorrenti anche sul fronte dei prezzi, forti del fatto che le sinergie produttive derivanti dalla fabbrica unica consentono significative economie di scala. E sarà una guerra senza quartiere, stando a un’analisi della Deutsche Bank: gli analisti tedeschi, di fronte ad un mercato delle city car che nel 2006 crescerà del 100% rispetto al 2004 grazie anche alla recente Volkswagen Fox (100.000) e all’arrivo preannunciato della nuova Twingo (150.000) già prevedono miseri guadagni per le contendenti. Fra le quali ovviamente si cita anche la Fiat, che rischia di perdere una buona parte della propria quota di mercato per Panda e Seicento, oggi detentrici del 48% del segmento. Toyota Aygo motori LUNGA 4,5 METRI Con i suoi 451 cm la Mazda5 è la più lunga fra le Mpv compatte. La larghezza è di 176 cm, l’altezza di 162 FINO A 145 CV Due i motori a benzina; 1800 con 115 Cv e 2000 con 145. Per il due litri turbodiesel potenza di 110 o 143 Cv prezzi prestazioni misure LA SCHEDA 197 ORARI La 2.0 Td da 143 Cv raggiunge i 197 km/h, l’accelerazione 0-100 richiede 10”4, il consumo medio è di 6,3 l/100 km DA 20.700 EURO La versione 1.8 Hot costa 20.700 euro, la 2.0 TD con il migliore allestimento (Speed) raggiunge i 27.500 euro PEUGEOT 107 Tre file di due sedili più un posto a scomparsa nell’abitacolo della Mpv giapponese E la Mazda scommette sul 6+1 DANIELE P. M. PELLEGRINI ELLA accanitissima gara a N chi è “la più flessibile del reame” all’interno della sempre più popolata categoria delle monovolume compatte a 7 posti, la nuova Mazda5 punta sul 6+1: già a partire dalla denominazione, una buona idea per distinguersi. L’artificio scelto dalla casa giapponese consiste nel disporre sei sedili su tre ordini di posti, come nelle grandi monovolume, aggiungendo uno “strapuntino” fra i due sedili centrali. Una soluzione nobilitata dal fatto che tale prolunga è ospitata sotto la poltrona di sinistra, mentre sotto quella destra si trova un mobiletto che, in alternativa, può essere collocato al centro dell’abitacolo. E che sfrutta un’idea geniale ed è tecnica- mente ben realizzata, tanto che le operazioni di “metti-e-togli” non richiedono procedure complesse. Lo stesso vale per il ripiegamento dei sedili posteriori che scompaiono sul fondo del piano di carico rapidissimamente e senza sforzo. Dietro questi risultati c’è un’architettura leggermente differente e uno spazio superiore a quello della concorrenza diretta. Infatti, la Mazda5 utilizza le porte posteriori scorrevoli ed è lunga più di 4 metri e mezzo, un record per la categoria. Le dimensioni sono però mascherate con qualche riuscito artificio stilistico e soprattutto grazie a un profilo della carrozzeria molto equilibrato e dotato di un bello slancio. La stessa cura estetica si ritrova all’interno, dove sono previste due soluzioni, con finitura chiara o nera, la cui qualità è allineata con gli standard delle Mazda di categoria superiore. I tecnici giapponesi si sono sbizzarriti anche nei dettagli: meritano la citazione i Mazda 5 45 diversi vani portaoggetti, il portellone che si può bloccare in apertura a varie altezze e la memoria da 20 gigabyte, che permette di archiviare nel sistema audio di bordo qualcosa come il contenuto di 30 cd. La Mazda5 offre una gamma di motori equilibrata fra benzina e diesel. Si comincia con i primi, il 1800 con 115 Cv e il 2000 con 145, mentre dopo l’estate sarà disponibile anche il 2000 diesel (quello della Mazda6) in due versioni: una economica con 110 Cv e una prestazionale, con 143 (197 km/h). Le caratteristiche dinamiche sono rispettose della filosofia “zoom zoom” e beneficiano delle caratteristiche del pianale comune di casa Ford, che ha già dato buona prova nella Mazda3, nelle Volvo S40 e V50 e nelle Focus, compresa l’altra monovolume di gruppo, la CMax. I progetti del colosso indiano Dopo la Indica l’erede dell’Ape ecco l’idea Tata A NOI è famosa soD prattutto per le offerte speciali, per le macchine formato convenienza modello “me ne incarti due”, ma la Tata è molto di più. Fondato intorno al 1860, il gruppo delle società Tata è infatti il maggiore gruppo industriale indiano. Un colosso fatto da 85 compagnie principali, che copre svariati settori produttivi manifatturieri e metallurgici, oltre ad essere presente nel mondo delle telecomunicazioni, dell’energia, dell’informatica, della finanza e della distribuzione. Tata Motors Limited fra l’altro è stata anche la prima azienda indiana del settore ingegneristico a sbarcare al NYSE (New York Stock Exchange), il 27 settembre scorso, ma ovviamente noi italiani di questo enorme gruppo conosciamo solo la “sezione” Tata Motors che dal 1945 produce di tutto. Stavolta “di tutto” non è una battuta. E per capirlo basta guardare la nuova Tata Indica che nonostante le dimensioni compatte e il prezzo di attacco (7.900 per la benzina e 8.900 per la diesel) non rinuncia a nulla: dal design civettuolo alle motorizzazioni 1400 benzina da 85 Cv, 1.400 bi-fuel benzina/GPL e 1.4 turbodiesel sempre da 85 Cv. Il tutto con ABS con EBD, airbag frontali, cinture anteriori con pretensionatore, quattro vetri a comando elettrico e climatizzatore per le versioni de luxe. Un modo tutto nuovo insomma d’intendere il concetto di utilitaria. Come d’altra parte alla Tata stanno per fare anche nel settore dei veicoli commerciali leggeri, arrivando a proporre una vera e propria erede per la celebre Ape Car. Ovviamente non più con tre ruote (anche gli indiani l’hanno capito) ma con quattro e con tutta quella semplicità costruttiva di fondamentale importanza nella distribuzione porta a porta. Si chiamerà Ace e sarà in vendita a partire dal prossimo anno anche in Italia. Ad un prezzo — c’è da scommetterci — di assoluta convenienza. (v. bo.) Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● 37 Spider Dossier Modelli Giù il tetto e con l’auto si sogna Ascesa e caduta di un simbolo C’era una volta la bella MG storia tutta inglese CARLO CAVICCHI E SPIDER? Sono coL me la bella Cecilia che tutti vogliono e nes- TORICAMENTE le S spider vere, quelle a due posti secchi (e suno piglia. Così parlò un noto ex dirigente Fiat oggi passato a fare (o non fare) altro, e la sintesi non è molto lontana dalla verità: se tutti quelli che sognano o hanno sognato di possedere una vettura a cielo aperto l’avessero poi comperata per le strade non ci sarebbe altro. In effetti se un Suv si può amare od odiare e così una berlina tre volumi o una monovolume, nessuno può negare un tuffo al cuore ogni volta che gli si para davanti un’auto senza tetto, sportiva o no, poco importa. Fenomeno che esplode ad ogni arrivo di bella stagione ma consolidato dentro di noi, tanto poi dopo la pioggia viene sempre il sole e vuoi mettere… Sarà che troppi film ci hanno persuasi che chi cucca ha sempre il gomito fuori e i capelli al vento, sarà perché se una donna guida un’auto scoperta poi tutti si voltano a guardarla, sarà perché alla fine è l’unico modo di andare in moto per chi non sa andare in moto, fatto sta che poco importa che si tratti di un vecchio ma fichissimo Maggiolone, di una piccola Mini piena di glamour, di una sportiva roadster due-posti-secchi il succo cambia ben poco. En plein air non si guida, si gode. Anche perché si va piano, inevitabilmente piano. Lo impone il vento che turbina e martella la nuca, lo pretende il farsi vedere e invidiare: andamento lento e gusto lungo. Roba per pochi al tempo della nevrosi imperante, dello stress costi quel che costi. Comunque numeri piccoli ma anche produzione vasta perché in fin dei conti le case ci guadagnano a produrre le serie speciali: se ci pensate costano di meno e si vendono ad un listino più alto, il sogno di ogni imprenditore. In più oggi è più difficile di un tempo rinunciare al sogno perché quei furbacchioni dei costruttori ci hanno ragionato sopra hanno inventato il coupé-cabriolet che è un diabolico compromesso dovere-piacere cui è difficile sfuggire. L’auto di tutti i giorni e quella per quando si può sfoggiare: la botte piena e la moglie ubriaca, alla faccia del proverbio. Ed è stato in fretta boom un po’ perché prima questi mi-apromi-chiudo non c’erano e adesso sì, molto perché sempre più auto di questo tipo arrivano a completare la gamma di tutti i modelli, dai più economici a quelli più costosi, tanto che oggi chi a listino non ha una “ciccì” non è nessuno e non vende nemmeno le auto tradizionali. E’ un produttore dimezzato, fuori dal tempo, appassito. neanche troppo generosi) e capote in tela, sono sempre state una specialità tutta britannica. Vissuta tra generazioni di Morgan, Triumph e soprattutto MG. E in fondo non è un caso che sia stato proprio lo storico marchio del Morris Garage l’ultimo ad alzare bandiera bianca, nel progressivo disfacimento dell’industria automobilistica di oltre Manica. Con la spider F che, nonostante tutto, è riuscita a tenere banco per una decina d’anni, e che di fatto rappresenta l’ultimo progetto significativo sviluppato nell’ambito del gruppo MG Rover. Dopo di loro, solo giapponesi e tedeschi: i primi grandi protagonisti con la Mazda, saltuariamente affiancata dalla Honda. I secondi con la generazione di roadster Bmw aperta nel decennio scorso dalla Z3, che ha anche segnato l’inizio della produzione bavarese negli Stati Uniti. Che ovviamente restano il primo mercato di destinazione per qualsiasi prodotto che non abbia il tetto. Porsche Targa Terza generazione della Mazda MX-5: nuovo look ma l’anima non cambia Mazda Mx-5 misure spendono che è un piacere, i freni maggiorati si stancano meno in fretta. Insomma se prima si cavalcava l’anima di Mazda adesso si va anche in automobile, ma senza rinunciare a nulla della tanto amata spartanità. Anche per questo si sono potuti adottare due motori, il 1.800 da 125 Cv e soprattutto il 2.0 da 160 Cv, che hanno il pepe giusto, quello che prima mancava. Quanto alla capote, è rimasta di tela come su tutte le vere spider. Ripiegarla per tuffarsi nel sole dà sempre gusto, perlomeno quanto si soffre a tirarla se il meteo butta male. Anche se i più tenaci non cedono comunque. E sono proprio quelli che a una MX-5 non rinunceranno mai. (c. c.) motori ti con le sue 700.000 unità vendute. La più amata, la più diffusa vettura a cielo aperto costretta a reinventarsi ogni volta senza cambiare mai. E così ci si ricama sopra, un giorno un passo in avanti, un altro un passo indietro perché alla fine deve prevalere il concetto pirandelliano del cambiare tutto affinché tutto rimanga come prima. La terza generazione della MX-5 o meglio della Miata, come amano chiamarla gli aficionado di tutto il mondo, è allora un magnifico imbroglio: è la stessa auto nata sedici anni fa ed entrata nel cuore di chi al centro del suo universo mette il divertimento della guida, ma non nel senso delle prestazioni pure. Non si offendano quindi i progettisti, hanno ragione a dire che è nuova perché è un po’ più lunga, un po’ più rotonda, ha gli interni più preziosi, i motori più potenti, e l’assetto è tutt’altra roba. Però, però... Troppo amata, troppo venduta, la spider di casa Mazda non poteva proprio trasformarsi. Sarebbe diventata un’altra cosa e nessuno voleva un’altra cosa. La tentazione di tirare linee diritte, di metterci dentro ogni sorta di gadget, di farci un tetto di quelli che si aprono e si chiudono in un mondo dove tutto sta diventando bi (bi-sex, bifuel, bi-uso) era enorme. Ma alla fine ha prevalso la ragione e il risultato era l’unico accettabile. Poi sì, a ben guardare i cerchi sono più grandi, lo spazio a bordo è maggiore, il cambio a sei marce permette riprese da sportiva vera, le nuove sospensioni… so- 160 CAVALLI Al classico 1800 da 125 Cv si affianca un due litri da 160 Cv a 6700 giri, abbinato a un cambio a sei marce prestazioni APPENA nata ed è già vecchia di 16 anE’ ni. Curioso il destino della Mazda MX5, la spider entrata nel Guinness dei prima- QUATTRO METRI La nuova MX-5 è lunga esattamente 4 metri, larga 1,72 e alta 1,25. Il passo è aumentato di 6,5 centimetri 210 KM/H Velocità di punta di 210 orari per la 2.0. e di 196 per la 1.8. Sullo 0-100, i tempi sono rispettivamente di 7”9 e 9”4 prezzi Quella Miata colpisce al cuore così ti rinnovo un fenomeno LA SCHEDA DAL 2006 In Italia la terza generazione della MX5 sarà in vendita solo a gennaio 2006. Per la 1800, prezzo attorno ai 25mila euro 38 MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Dossier Modelli Auto ● Auto Coupé -Cabrio Nissan Micra C+C Il tetto retrattile ha conquistato la maggioranza delle scoperte. In arrivo anche la Micra l’intervista/Simongini Per le sportive il domani è già arrivato L FUTURO dell’auto «I sportiva è già qui: è il presente» esordisce Carlo Simongini, presidente e amministratore delegato di Mazda Italia. «Per noi, si tratta di un presente fatto di modelli come la MX5 e la RX-8, che puntano a regalare un’esperienza di guida divertente, ovviamente in piena sicurezza. E che al tempo stesso sono portatori di un look e di uno spirito sportivo che peraltro animano anche altre vetture della nostra gamma». Anche le monovolume, come la Mazda5? «Il settore delle monovolume medie sta proponendo un nuovo tipo di prodotto che, specie per quel che riguarda il design, non si era ancora espresso compiutamente. In sostanza, il settore sta entrando solo ora nella fase di maturità. Per questo sono con- Simongini (Mazda) vinto che abbia notevoli potenzialità. Ma solo ora stanno arrivando le monovolume medie della generazione adulta. Come la nostra Mazda 5, la Mercedes Classe B o la nuova Opel Zafira. «. Quali doti ha la Mazda 5 per farsi preferire alla concorrenza? «Per esempio, in termini di spazio propone una soluzione inedita non nella terza fila di sedili, comunque a scomparsa, ma nella seconda, che permette di ottenere un’inimmaginabile versatilità dello spazio interno». (t.t.) Capote addio, è l’ora del metallo così la spider ha cambiato volto DANIELE P. M. PELLEGRINI NA volta la voglia di spider o U di cabriolet era come una malattia di stagione, violenta quanto breve: esplodeva con l’inizio dell’estate, ai primi caldi, ma bastava qualche brutta giornata o un piccolo abbassamento di temperatura e passava tutto. Avevano un bel raccontarci della capote a tenuta stagna, insonorizzata, superisolante, con un’infinità di strati miracolosi e una struttura che era meglio della lamiera, ma nessuno è mai riuscito a convincerci fino in fondo che la tela fosse come un bel tetto metallico. Così anche i costruttori si sono convinti che per continuare a produrre e vendere le macchine aperte, ci volesse qualcosa di veramente nuovo, come le coupé-cabriolet a tetto rigido. Lo si è compreso bene dal fatto che tutti i costruttori che aspirano a entrare sul mercato con qualcosa di più di una nicchia per superpatiti, si sono rapidamente convertiti alla nuova conformazione, che mette d’accordo tutti perché può essere venduta indifferentemente come “una spider che si chiude” o “una coupé che si può aprire”. Non c’è voluto molto perché la soluzione diventasse alla portata di tutte le classi, e il pubblico ha abbracciato subito volentieri questa offerta speciale, una specie di “paghi uno e prendi due”. Perché se è vero che il fascino non è lo stesso del classico tendalino, sul piano della praticità il tetto rigido a scomparsa non teme confronti. Un altro segno di “normalità” dei modelli con questo tipo di carrozzeria viene poi dalla diffusione della motorizzazione diesel, che tranne poche eccezioni (come la Golf Cabrio) non è mai andata molto d’accordo con lo spirito sportivo e soprattutto con le basse percorrenze delle vetture aperte. Così liberata, la voglia di aria aperta può essere soddisfatta in tanti modi, scegliendo anche fra i modelli più popolari che nelle versioni “CC” hanno trovato un altro spazio e un’altra immagine: ci aveva provato per prima la Peugeot con la 206, che sembrava coraggiosa ma che si è rivelata solo la staffetta che ha trascinato dietro di sé Opel Tigra TwinTop e la Nissan Micra C+C. La prima ha rapidamente allar- gato l’offerta di motori (1400 da 90 Cv e 1800 da 125) al supereconomico diesel 1300 da 70 Cv, mentre la Micra rimane arroccata sulla sportività del 1600 a benzina (110 Cv). Nella classe superiore, quella delle berline medie che prima erano più frequentemente rea- lizzate anche in versione cabriolet, attualmente è in corso un duello tutto francese fra la Renault Mégane e la Peugeot 307, che erano partite con strategie leggermente differenti: disponibilità da subito in gamma del motore diesel (1900, 120 Cv) per Megane e accento sulla sporti- vità classica (2000, 177 Cv) per la 307, che tuttavia a breve introdurrà anche la sua versione a gasolio. Sull’onda del successo delle carrozzerie double face c’è stato poi qualcuno, come la Citroen, che ha voluto fare un passo in più verso una “variabilità” ancora più spinta inventandosi con la C3 Pluriel quella curiosissima soluzione 4-in-1 (berlina-cabriolet-spider-pickup) che ha ottenuto un successo sorprendente, nonostante in questo caso si perdano quasi tutti i vantaggi di semplicità nella trasformazione. Opel Tigra twin top Citroen C3 pluriel In viaggio per l’Italia con la roadster Dodge da 507 Cv VALERIO MONACO UARDA la Viper. Senti la «G Viper». Sono le esclamazioni più frequenti che arrivano nell’abitacolo aperto della Dodge Viper SRT 10 roadster, lungo i mille e cinquecento chilometri della Mille Miglia. Urla accompagnate dalla gestualità della passione che esplodono al passaggio del 10 cilindri, 8300 cc. Così come ad ogni accelerazione brutale espressa dai 507 Cv. Emozioni a contorno di una prova su strada unica: da Brescia a Ferrara fino a Roma, attraverso i passi dell’Appennino. Per poi tornare alla città di partenza, su e giù per i valichi storici come Radicofani, Futa, Raticosa, Scheggia e lungo gli interminabili rettilinei della pianura Padana. La stessa Mille Miglia di cinquant’anni fa. La stessa folla di tifosi che incitano in un rincorrersi di dialetti e idiomi, lungo il percorso della più grande corsa su strada di tutti i tempi. Mettere sulla via della Mille Miglia una sportiva di razza come la Dodge Viper SRT 10, grande icona dell’auto sportiva americana, è stata l’occasione per un test irripetibile. Una sportiva pura che fa innamorare appassionati e non, esperti e curiosi. Tutto di questo Dodge Viper SRT Mille Miglia in Viper ritorna l’emozione mostro di acciaio, fibre e leghe leggere, riesce ad esprimere fascino: il design muscoloso, gli enormi cerchi cromati, gli “occhi” a fessura, le prese d’aria e i tubi di scarico laterali grandi come bocche di cannone. La Viper non è uguale a nessuna. In nome della guida e delle prestazioni, la sportiva Dodge rinuncia a tutto: controlli elettronici, sofisticate centraline e servoassistenze. Persino i sedili e la capote si azionano a mano. Come con un puledro di razza, i 500 cavalli della Viper vogliono solo la mano di un “fantino” esperto, capace di domare una potenza il cui unico controllo dipende da come si dosano le mani sul volante e il pedale del gas. Su e giù per i tornanti e le curve del passo della Scheggia, della Futa, sono emersi i pregi di una distribuzione dei pesi equilibrata (49,4% del peso davanti e 50,6% dietro). Di un avantreno che non tradisce mai. Di freni instancabili e potenti che incol- MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● lano la Viper all’asfalto. Di uno sterzo che risponde alla mano esperta e disegna curve, preciso come un compasso. E di un pedale dell’acceleratore, con la corsa lunga che permette di dosare la potenza calibrata con il suono dello scarico. Peccato solo per il cambio un po’ lento, pesante da gestire. E a volte impreciso. Un bolide da oltre 300 all’ora. Che supera i 200 in terza. E che regala emozione come nessun’altra auto. Ma anche una supercar per piloti navigati, perché la potenza senza controlli mal si concilia con gli eccessi e l’imprecisione del principiante. Una supercar fatta per la cultura di chi sa capire, perché si fa pagare (113.500 euro) pur non avendo i lussi frivoli delle anonime cabriolet del nostro tempo. La SLK è stata la prima, seguita da tutte le cabrio d’alto bordo. Tranne Bmw e Jaguar Tutto cominciò dalla Mercedes UALCUNO sostiene che fra le fortune della Q soluzione coupé-cabriolet ci sia il fatto che la prima vettura moderna ad adottarla sia stata Cadillac XLR la Mercedes SLK del 1996. Proprio la serietà e l’immagine tecnologica del marchio tedesco potrebbero infatti aver aiutato a superare i dubbi circa l’affidabilità del sistema, ed eliminare qualsiasi sospetto di precarietà di un tetto che rigido a tutti gli effetti proprio non è. Comunque sia, alla casa di Stoccarda spetta il merito di aver lavorato da subito con convinzione sia per la “piccola” sia per la classica SL, sviluppando una gamma di motori molto vasta che comprende 4, 6, 8 e 12 cilindri, in attesa di un prossimo arrivo dei nuovi V6 diesel. Per non parlare dell’attenzione particolare per le piccole comodità, come gli schermi antiturbolenza o il riscaldamento integrato nei sedili, per proteggere il collo dalle correnti d’aria. In pratica, queste Mercedes hanno fatto scuola per tutti coloro che vogliono competere in questa categoria, a partire dalla Lexus SC 430, forte di un design molto personale, della solita impeccabile qualità e di un motore 4300 V8 da 286 Cv. La Cadillac è recentemente rientrata nel settore con la XLR che è stata sviluppata sulla base meccanica della sportiva Corvette, quindi con trazione posteriore e cambio in blocco con differenziale, ma con una propria carrozzeria spigolosa e, sotto il cofano, il classico V8 Northstar (4600, 325 cv). Restano per ora fuori dai giochi Bmw e Jaguar, fedeli ai due modelli distinti, e la Porsche, che pure con la serie Targa aveva fatto il primo passo nella direzione delle “coupé apribili”. In questo caso però è la stessa architettura, e in particolare la posizione del motore, che ostacola l’uso di un tetto rigido a scomparsa. (d. p. m. p.) Lexus SC 430 39 Auto A IL pianale più grande H della categoria, è il più potente di tutti e ha un design raffinato, fatto di elementi spigolosi e carreggiate allargate come una supercar. Basterebbe questo per fare del Nissan Navara il pick up più appetibile del mercato. Ma c’è di più: la gamma offre addirittura due versioni, ossia con cabina singola o doppia. Anzi, King Cab e Double Cab per usare un linguaggio caro ai fuoristradisti. La versione King Cab può ospitare due passeggeri adulti davanti e ha due posti di fortuna (o di sfortuna, a secondo dei punti di vista…) dietro. Ma vanno bene in tutti i casi solo per bambini. Il nuovo pick up comunque è più spazioso rispetto alla versione precedente: la differenza più rilevante, in termini di dimensioni, è rappresentata dai 114 mm extra che intercorrono dal retro dei sedili anteriori al pannello più arretrato dell’abitacolo. Diverso il discorso per il King Cab che ha quattro porte, con le due posteriori più piccole e incernierate posteriormente per aprirsi a 90 gradi. Un trucco che — con l’assenza del montante centrale — rende l’accesso molto comodo, caratteristica spesso rara anche in giganteschi 4x4. Il Navara d’altra parte è tutto tranne che pic- colo: con una lunghezza di 5.220 mm (175 mm in più del vecchio pick up), una larghezza di 1.850 mm e un’altezza di 1.780 mm è un vero colosso, che offre — come dicevamo — un pianale di carico record: nella versione King Cab il vano posteriore ha una larghezza minima tra gli alloggiamenti delle ruote di 1.130 mm e una lunghezza di 1.861 mm. Ovviamente non c’è bisogno di essere grandi esperti per capire che il Navara deriva dal Pathfinder. Tutto il “muso”, la meccanica (motore turbodiesel 2500 da 174 Cv) e gli interni sono gli stessi. Così non manca il robusto telaio a longheroni su cui è agganciata la scocca, che abbinato alla sospensione anteriore indipendente (con doppia traversa con molle elicoidali) e all’assale rigido posteriore con molle a balestra riesce a garantire le migliori prestazioni in fuoristrada, ma anche la fondamentale maneggevolezza che ogni Suv degno di questo nome deve avere. Il prezzo? Siamo oltre i 26 mila euro, con consegne che inizieranno dopo l’estate. Un salto in avanti rispetto al vecchio modello (il listino andava da 23 mila euro in su), ma il Navara, ovviamente, è tutt’altra cosa. misure meno ranch. Basta questo a giustificare il fatto che il nostro paese è in totale controtendenza rispetto all’Europa sul fronte delle vendite dei pick up? Non proprio. I fattori sono diversi. Si va dalla scarsa offerta di prodotto alla grande “distrazione” che offrono invece i sempre più appetibili Suv. Senza dimenticare poi che lo spazio dei grandi 4x4 riesce a coprire anche le esigenze di tutti coloro che sono sempre “assetati” di spazio. Soltanto una cosa, a questo punto, è certa: il calo di mercato è consistente. Nel 2000 nel nostro paese di questi veicoli se ne vendevano circa quindicimila. Oggi le consegne non arrivano a quota diecimila. Ovviamente da queste statistiche sono esclusi i pick up con la sola trazione anteriore o posteriore, quei veicoli da lavoro che non hanno nulla a che fare con i fuoristrada. Ma la riscossa è dietro l’angolo. E arriverà molto probabilmente proprio dalle novità che i colossi giapponesi Nissan e Toyota stanno per lanciare sul nostro mercato: ossia la Navara, che da sola vuole aggiungere qualcosa come 2.200 unità l’anno, e la Hilux di seconda generazione. Il target di questa specialissima clientela d’altra parte non è fatto soltanto da commercianti e da piccoli imprenditori che utilizzano principalmente il mezzo per trasportare materiali e per spostarsi per lavoro. Con l’arrivo di questi veri e propri “Suv pick up” le cose cambieranno. Abbinare infatti le doti di trasporto di un piccolo camioncino al comfort di un Suv (che senza rinunciare alle capacità fuoristradistiche rende possibile anche affrontare lunghi viaggi) porta a realizzare un veicolo incredibilmente polivalente. Negli Stati Uniti il discorso è invece completamente diverso: a forza di ingigantire le carrozzerie, rendere il design sempre più aggressivo e offrire il maggior numero possibile di optional, gli eredi della vecchia Jeep sono ormai veri e propri camion. Camion che oltreoceano vengono battezzati light-truck, ma che ormai di “light” hanno ben poco. Così con carrozzerie di cinque metri, pesi abbondantemente al di sopra dei 2000 chilogrammi e gomme in grado di assicurare un’eccellente tenuta di strada fino ai 200 chilometri orari, è evidente che qualsiasi percorso fuoristradistico è del tutto precluso per questi veicoli. Così come per questi colossi appare preclusa qualsiasi possibilità di varcare l’oceano in cerca di clienti europei. motori non esistoIstileNnoITALIA giungle, sterrati in americano e tanto Nissan, rilancio Navara ed è subito best seller OLTRE 5 METRI Il Navara King Cab con carrozzeria a quattro porte ha una lunghezza di 522 cm, una larghezza di 185 e un’altezza di 178 174 CAVALLI La Navara utilizza un quattro cilindri turbodiesel di 2,5 litri a iniezione diretta, con potenza massima di 174 Cv prezzi prestazioni VINCENZO BORGOMEO LA SCHEDA Motore potente, finiture di pregio. Prezzi da 26 mila euro 170 ORARI Nonostante le dimensioni, il Navara ha un’accelerazione di 11 secondi da 0 a 100. La capacità di traino: 3 tonnellate DA 26 MILA EURO Ricca la gamma, con tre allestimenti disponibili: XE, SE ed LE, con carrozzeria a cabina singola o doppia (v. bo.) I MODELLI Il Nissan Navara (qui accanto) in versione double cab; sotto, la nuova Toyota Hi-Lux le vendite le quote il record 7.300 Ogni anno in Italia si vendono circa 7300 pick up, contro i 140 mila 4x4 27% Nel settore dei pick up la Nissan in Italia ha una quota del 27 per cento IN USA Per anni l’auto più venduta in Usa è stato un pick up: 939 mila Ford F nel 2004 Nissan Navara LA SCHEDA Arriverà a fine anno, con un occhio particolare al design Toyota Hi-Lux, la rivoluzione Linee sportive e tanto lusso RRIVERÀ a fine anno, con A un listino di circa 30 mila euro, il nuovo Toyota Hi-Lux, già noto in Usa con il nome di Tacoma. Del vecchio modello riprende solo il nome visto che per dimensioni, design e motori siamo su un altro pianeta. E non è un caso che il difficile pubblico americano ne abbia subito decretato un successo di mercato strepitoso. Da noi l’unico motore disponibile sarà il 2500 D-4D da 102 cavalli, ma negli Usa il Tacoma è in vendita con un 2700 a benzina da 164 Cv e, soprattutto, Toyota Hi-Lux con un possente V8 di 4000 cc da 245 Cv. La trazione integrale a controllo elettronico invece è la stessa, così come il design particolarmente aggressivo. Il frontale è infatti dominato da una personalissima mascherina in rilievo, più alta nella zona centrale, mentre la cabina è tondeggiante. Non mancano passaruota allargati e fari posteriori che appaiono come il prolungamento del grande paraurti posteriore. Il vero punto di forza però è l’abitacolo. Il cruscotto è modernissimo, con tanti elementi satinati e due grandi bocchette di aerazione verticali, montate ai lati della grande consolle centrale. Sportivissima anche la strumentazione. Il nuovo Hi-Lux sarà disponibile in versione singola o doppia cabina, con carrozzeria rispettivamente a due o a quattro porte: in tutti i casi anche quella a due porte è omologata per quattro, grazie a due sedili di fortuna che escono dal piccolo vano-bagagliaio ricavato dietro i sedili anteriori. Fra le raffinatezze due botole portaoggetti di grandi dimensioni, uno stereo ad alta fedeltà e una gamma colori di otto tinte. Una vera rarità. (v. bo.) misure Un po’ di camion e un pizzico di Suv ecco la nuova idea Pick up IMPONENTE Ha una lunghezza di 5,2 metri e una carrozzeria disponibile in versione singola o doppia cabina motori Modelli 41 DIESEL PER NOI Niente V8 di 4000 cc da 164 Cv o 2600 da 164 Cv a benzina: per il mercato italiano c’è il 2500 diesel da 105 Cv prezzi prestazioni Dossier MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● DOUBLE FACE La missione? Conciliare le caratteristiche di guida di un Suv con quelle di un veicolo da lavoro DA 30 MILA EURO Il listino della nuova Hi-Lux non è stato ancora definito, ma sarà comunque intorno ai 30 mila euro MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Modelli Auto Suv LA SCHEDA QUASI 5 METRI Identica in tutto e per tutto alla normale RX, la ibrida è lunga 4,7 metri e larga 1,8, con un bagagliaio di 440 litri FINO A 272 CV Due motori per la RX ibrida: un V6 benzina di 3300 cc da 211 Cv; un elettrico asincrono da 167. E una potenza combinata di 272 Cv ENRICO VIOLI UOTANO controN corrente meglio dei salmoni. Non temono PENSARE che, fino a poco E tempo fa, parlare di propulsione ibrida suscitava sempre diffidenza. Un po’ per quella definizione “ambigua” e un po’ per il timore di trovarsi di fronte a una delle solite promesse miracolose (come le auto elettriche) che regolarmente tradiscono le aspettative. Invece oggi l’ibrido funziona e anche bene e sta rapidamente conquistando un’immagine tecnologica che si coniuga con il rispetto per l’ambiente e, udite, udite, le prestazioni. L’evoluzione del sistema misto, motore elettrico/motore termico, è sorprendentemente rapida se si considera che sul mercato esistono concretamente soltanto due costruttori, Lexus, la riscossa dell’ecologia arriva lo sport utility ibrido Toyota e Honda, a proporre vetture del genere; eppure sono bastati pochi anni per passare da veicoli poco più che sperimentali a modelli in linea con le esigenze del pubblico e del mercato. Da questo punto di vista la Lexus RX400h arriva nel mercato attuale come la classica ciliegina perché sembra fatta apposta per mettere d’accordo gli amanti dei Suv di prestigio e le tante critiche rivolte a questi veicoli dal punto di vista ambientale; infatti la soluzione ibrida applicata a questa Lexus permette di ottenere prestazioni elevate, disporre delle quattro ruote motrici, raggiungere un’eccellente silenziosità e consumi ed emissioni allo scarico da utilitaria. Fare 0-100 km/h in 7 secondi e 6 è un risultato entusiasmante per una berlina normale, figuriamo- ci per un lussuoso Suv lungo 4 metri e 75 che ha in più una guidabilità a prova di bomba, grazie alle quattro ruote motrici e al raffinatissimo sistema di controllo della stabilità VDIM. Si può serenamente affermare che in questa categoria è molto difficile realizzare con metodi convenzionali una sintesi così efficace fra la fluidità di marcia di un cambio automatico e l’attitudi- ne alla guida veloce. Per ottenere la sorprendente alchimia la meccanica è, ovviamente, molto complessa: il motore (quello “normale”) è il 6 cilindri 3300 da 211 Cv che equipaggia la RX300 negli Usa, accoppiato a un cambio automatico a variazione continua; a dargli una mano ci sono poi due motori elettrici, uno collegato alle ruote anteriori e uno a quel- le posteriori, che hanno una rapidità di risposta ai comandi dell’acceleratore molto più rapida e sportiva di un moderno motore Euro 4. Tecnologia a gogò, quindi, e molto di più di una semplice estensione del sistema propulsivo adottato sulla Prius, tanto da dare l’impressione che la Toyota abbia voluto fare contemporaneamente un colpo di teatro e della ricerca avanzata. Invece dietro la Lexus RX400h c’è una strategia precisa e, soprattutto, “furba” alla luce del successo e dell’evoluzione del fenomeno Suv: amati nei mercati più ricchi, ma sottoposti a critiche severe dal punto di vista ambientale. Ecco quindi pronta la ricetta ideale per accontentare gli amanti dei 4x4: costituire un’attraente alternativa al motore diesel e offrire agli appassionati alte prestazioni “politicamente corrette”. prestazioni Un motore a benzina e due elettrici per la Rx400h: prestazioni brillanti e basso impatto ambientale A 200 ALL’ORA Duecento orari di velocità massima (ma in alcuni Paesi è limitata a 180) e 7,6 secondi per scattare da 0 a 100 prezzi Lexus Rx 400 h DANIELE P. M. PELLEGRINI OLTRE 50 MILA Il listino di 55.000 mila euro (più di 10 mila della versione normale) è caro. Ma la tecnologia, si sa, si paga E’ lungo 5,12 metri, ha motore Mercedes e trazione 4x4 Ssangyong Rodius il gusto di esagerare ON si può dire che passi N inosservata, la Ssangyong Rodius, con quel- Nissan Pathfinder Ssangyong Rodius Le dimensioni generose però non incidono sulla maneggevolezza e sulla facilità di guida GENTE 006 missione PathA finder: sesto modello della gamma Nissan delle 4x4 Nissan. In realtà il Suv lanciato appena tre mesi fa di segreto ha ben poco. Non certo la missione che è poi quella di rappresentare al meglio la casa nipponica nello scacchiere delle sport utility medio-alte. Per intenderci, quello di Toyota Land Cruiser e di Mitsubishi Pajero, lo stesso subsegmento in cui non fa mistero delle sue ambizioni nemmeno la nuova Land Rover Discovery. E anche il Pathfinder — l’articolo femminile contrasterebbe con lo stile decisamente muscoloso — non vuol essere da meno. Lo si è capito anche dalla brevità della gestazione che Carlos Ghosn ha 43 Range Rover Sport Viaggio tra le auto senza crisi neppure le rapide, le sport utility, il che, in un mercato dell’auto che mostra il fiato sempre più corto, rende bene l’idea del fenomeno. Così la scalata prosegue inesorabile: a fine maggio, la loro quota era ormai quasi al 6,50 per cento del mercato complessivo. Con premesse del genere, quel 10 per cento, che fu preconizzato tre anni fa da Salvatore Pistola, presidente dell’Unrae, per la fine del decennio, sembra del tutto realistico. Un autentico fenomeno, quello dei Suv, che sono cresciuti attingendo clienti in pratica da tutti gli altri segmenti. Un fenomeno che si nutre di alimenti emotivi, come possono essere il sogno di evasione e la voglia di distinguersi, quanto di considerazioni razionali, come la versatilità e la mobilità. Il fattore moda, beninteso, fa il resto. E tutto questo in barba a listini non esattamente popolari. Basta scorrere l’elenco delle top ten. Ben salda al secondo posto, dopo una Toyota Rav4 che soffre poco l’imminente passaggio del testimone, troviamo la Bmw X3 (listini da 38 mila euro per la versione a gasolio 2.0): un successo che ha colto di sorpresa perfino il marketing della filiale italiana, soddisfatta di avere ancora ben in corsa anche la X5, altro modello non certo per tutte le tasche (qui i listini vanno da 50 a 89 mila euro) e che ha già qualche anno dietro le spalle. Ma il mercato dei Suv, che a fine anno potrebbe sfiorare le 150.000 unità, non lesina soddisfazioni nemmeno ai coreani, con Kia, Hyundai e Ssangyong che hanno partita vinta sul terreno del rapporto qualità-prezzo. Eppure la nicchia del 4x4 è in continua evoluzione. Land Rover e Nissan, per esempio, hanno da poco rinnovato le loro gamme, anzi la casa inglese deve ancora calare l’asso più importante almeno per quanto riguarda i volumi: la nuova Freelander è, infatti, attesa tra qualche mese. Del resto le novità in arrivo non sono poche. A fine estate sbarcherà l’Hummer H3, solito, esagerato look americano proposto in taglia europea. Entro l’anno debutteranno anche la prestigiosa Audi Q7, le nuova Grand Vitara (appena lanciata in Giappone come Escudo) e Santa Fe pensata per far gioco di squadra con la Tucson, cosa che già riesce bene alla Sorento con la Sportage. E poi, più avanti, comparirà anche la nuova Opel Frontera. Ancora un po’ di pazienza e sul mercato arriveranno anche le “medie” di Peugeot, Renault, Volkswagen, Volvo. La festa, insomma, continua. MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● misure Dossier Auto ● motori 42 Pathfinder, l’Hummer giapponese così Nissan spiazza i rivali imposto ai suoi uomini: dalla intrigante concept car Dunehawk, esposta al salone di Francoforte 2003, alla commercializzazione del veicolo di serie è trascorso poco più di un anno. Quel prototipo, del resto, ne era una nitida anticipazione: per il look, vagamente ispirato all’Hummer ma anche per l’allestimento dell’abitacolo, con i sedili a prova di lunghi viaggi e un vano bagagli studiato per le grandi vacanze. Una volta saliti a bordo, sfruttando magari la pedana che fa tanto fuoristrada, ci si misura subito con l’Intelligent Key: un blocchetto che, tenuto in tasca, permette di aprire e chiudere le portiere e soprattutto di avviare il motore, con la chiave integrata che è solo d’emergenza. Un gadget perfettamente coerente con lo stile hi tech della plancia e del volante, dalle razze affollate di pulsanti come quello di una Formula 1. Appena si avvia il motore, un 4 cilindri 2.5 Td Common Rail da 174 cavalli, il Pathfinder accelera con una progressione insospettata: sembra non fare fatica a muovere le sue oltre due tonnellate. E, messo da parte l’aspetto severo, è proprio nella guida il lato più friendly che rende il Suv maneggevole e agile quasi come una berlina compatta. Di più, si apprezzano anche le reazioni ai comandi graduali, mai improvvise, fatto questo importante soprattutto per chi, come quasi tutti i neo possessori di Sport utility, ha poca pratica nella guida di veicoli con il baricentro alto. Merito anche di un bel corredo di elettronica e della trasmissione All mode 4x4, stesso concetto della più piccola X-Trail, che comprende anche le marce ridotte. E proprio questo permette di estendere la latitudine d’impiego del Pathfinder ben oltre i confini tradizionali della categoria. (e. v.) la sua coda eccentrica che ne segna inesorabilmente il look e che fa pensare a quanto sia stata fortunata la Rexton a valersi della matita di Giorgetto Giugiaro. Però in un’epoca in cui l’understatement non trova più tanti seguaci, e anzi l’originalità viene premiata dal mercato, questa grossa monovolume non usurpa certo il diritto di cittadinanza. Tutt’al più si può avere qualche riserva sulle sue dimensioni, più adatte alle highway americane che ai nostri angusti centri storici: con i suoi 5,12 metri è tra le vetture più lunghe in circolazione, ma va detto che la mole, quando si è al volante, non limita più di tanto la sua mobilità. Anzi, sotto questo aspetto la Rodius ha davvero molte frecce al suo arco. La trazione integrale permanente le consente infatti di varcare i confini delle monovolume ed essere classificata, con un termine tanto di moda ma in questo caso appropriato, come crossover. Ma non basta, perché, unica nel suo genere, la Rodius vanta anche il riduttore: dotazione che manca alla maggio- ranza delle “sorelle” mentre appartiene al patrimonio genetico delle fuoristrada autentiche. Meglio quindi non cercare una definizione a tutti i costi e valutare piuttosto questa Ssangyong per i contenuti. Oltre alla mobilità, che sarà senz’altro la motivazione d’acquisto più forte, mette sulla bilancia un abitacolo che ha la cubatura di un piccolo motorhome. A bordo si scopre che la coda, così bizzarra e verticale, “regala” un bagagliaio degno di questo nome anche con la terza fila di sedili occupata. Le due poltroncine centrali ruotano su se stesse trasformando la parte posteriore in un salotto dove conversare o ascoltare della buona musica. Anche chi guida ne può beneficiare, sebbene un po’ disturbato dal motore, un 5 cilindri 2.7 turbodiesel Common Rail che non manca di far sentire la sua voce quando è chiamato in causa dal piede dell’acceleratore. È lo stesso motore della Rexton, che ha dato notorietà alla casa coreana e che è stata anche un ottimo biglietto da visita nella recente joint venture con la cinese Shangai Automotive. (e. v.) Da veicoli trasgressivi e snob i 4x4 d’alto bordo sono ormai un vero segmento di mercato Niente fango, sassi e guadi qui comanda solo il lusso I SONO un inglese, un tedesco e un ameC ricano. Sembra l’inizio di una barzelletta e invece sono i tre Suv di lusso classici, per nulla disposti ad alzare bandiera bianca di fronte all’offensiva di Porsche Cayenne e Bmw X5. Parliamo di Range Rover, Mercedes Classe M e Jeep Grand Cherokee, tre modelli con pedigree, una storia di successi e grandi realtà industriali alle spalle: Ford, nel primo caso, e DaimlerChrysler negli altri due. Recentemente sono stati tutti rinnovati. L’inglese, antesignana di tutte le sport utility, non solo di quelle di lusso, sì è addirittura sdoppiata. Al modello classico, potenziato e aggiornato in vari particolari, è stata affiancata la Sport, col chiaro intento di cattu- rare consensi tra i sofisticati cultori dei Suv prestazionali. La Mercedes Classe M, come la prima serie, nasce già con una gamma composita nella quale non manca la versione sportiva con il V8 da 306 Cv anche se, anche in questo caso, il mercato sarà ovviamente fatto dalle diesel. Anche la Grand Cherokee si è profondamente evoluta, sfruttando in molte componenti le sinergie proprio con la nuova ML. Un gioco di squadra attuato soprattutto con il motore 3.0 Crd. L’anima però rimane tutta americana, così come l’inarrestabile trasmissione Quadra Drive II. (e.v.) UN PIZZICO DI ASTON Non esiste ovviamente un fuoristrada Aston Martin, ma nella nuova Range Sport c’è molto della casa di Newport Pagnell. Basta girare la chiave della versione V8 Supercharged per rendersene conto: la macchina “suona” come una vecchia Corvette, come un Riva Aquarama. Ma non è solo nel sound del motore da 400 Cv che l’Aston Martin ha operato: tutta la messa a punto dell’assetto, dell’erogazione del propulsore sovralimentato e della definizione del comportamento stradale è stato fatto dagli stessi ingegneri della Vanquish. MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Modelli- Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 ● Dopo il sorpasso comincia la retromarcia LA SCHEDA DA PRIMATO Il nuovo turbodiesel Audi è un V8 di 4,2 litri con potenza massima di 326 Cv e una coppia di 650 Nm 250 ORARI La velocità di punta è autolimitata a 250 orari; 5”9 il tempo di accelerazione 0-100 Il consumo medio è di 9,2 l/100 km TOMMASO TOMMASI IESEL in retromarD cia? I primi mesi del 2005 sembrano confer- Audi A8 la più potente la più pulita Il supermotore a gasolio da 4,2 litri e 8 cilindri per l’A8, ammiraglia di Ingolstadt Incredibile Audi, che record un’ammiraglia da 326 cavalli Toyota Avensis quelle che una volta erano soprattutto berline lussuose da affidare a uno chauffeur, oggi ricchezza e stile da soli non bastano più e il prestigio richiede anche numeri di eccellenza in fatto di prestazioni, meglio ancora se con un motore diesel. A questa sfida l’Audi ha risposto con la solita passione tecnologica e una buona dose di gusto dell’eccesso, quanto occor- ma della consacrazione del gasolio come protagonista assoluto sul versante dell’immagine tecnica. Non è difficile prevedere che questa versione della A8 si porrà al “top del top” della gamma, oscurando in immagine anche il prezioso (almeno così era una volta) 12 cilindri a W di 6000 cc. D’altronde non è solo questione di appeal ma anche di numeri: le quattro ruote motrici e il cambio Tiptronic a 6 marce scaricano a terra quanto occorre per schizzare da 0 a 100 km/h in meno di 6 secondi, un tempo di accelerazione capace di fare impallidire non solo qualsiasi berlina a gasolio ma anche parecchie supersportive di gran nome. Con queste credenziali l’ammiraglia Audi, già apprezzata per lo stile e la tecnologia dell’alluminio, arricchisce ulteriormente la sua immagine con ovvie ricadute in fatto di prestigio sul resto della gamma e sul marchio in generale. La A8 dei primati si difende anche sul piano dei consumi (in media si fanno quasi 11 km/litro) ha un’autonomia di quasi 1000 chilometri ed emissioni in regola con Euro 4. Tuttavia, ragionando in termini assoluti questa corsa a valori di potenza e di coppia (anche in questo caso è record: 650 Nm) terrificanti, appare nel caso della sofisticatissima A8 in evidente contraddizione con la filosofia tecnica di un’ammiraglia originariamente concepita con struttura e carrozzeria interamente in alluminio proprio per essere leggera e poter usare motori più piccoli e più eco — compatibili. Ma così va il mondo, e le ragioni del mercato contano molto più delle dichiarazioni di principio. la più elegante Motore di 2,2 litri e 152 cavalli per la compatta berlina di Coventry OPO il successo della D prima Jaguar con motore diesel della storia, la casa di Coventry rilancia in cerca di potenza, prestigio e prestazioni. Il nuovo 2.2 turbodiesel dell’ultima generazione offre 152 Cv e sviluppa una coppia di 360 Nm fra 1800 e 2250 giri. E con “l’overboost” sale a 400 Nm, uno dei valori più elevati della categoria. Per altro verso, a soli 1250 giri mette già in campo ben 260 Nm, più di quanti ne offra il picco del miglior due litri a benzina. Risultato, la X-Type 2.2 impiega 8,9 secondi per accelerare da 0 a 100 Km/h, mentre bastano solo 6,7 secondi per passare da 80 a 120 in quarta. E raggiunge con facilità la velocità massima di 220 Km/h. Derivato dal due litri (che resta in servizio) il nuovo motore utilizza bielle e pistoni specifici, ed è accompagnato da una gestione elettronica fatta su misura per la vettura inglese. Con tanto di limitatore della coppia in prima marcia, per garantire risposte dolci in fase di accelerazione. Il tutto ovviamente è stato accompa- E anche la Jaguar ci ha preso gusto iniezione di potenza per la X-Type LA SCHEDA motori VALERIO MONACO 152 CV Turbodiesel 2200 cc, iniezione common rail, potenza massima 152 Cv a 4000 giri, coppa massima 400 Nm a 1800 giri DA 0 A 100 IN 8,9 La X Type 2.2 è accreditata di una velocità di punta di 220 orari e di un’accelerazione 0-100 in 8”9 gnato da un’insonorizzazione particolarmente accurata, che fa del 2.2 Jaguar uno dei turbodiesel più silenziosi della categoria. Da segnalare, infine, la rapidità e precisione del nuovo cambio manuale a sei velocità, unica trasmissione al momento disponibile, che peraltro si sposa bene con la generosa coppia del motore. Parallelamente all’introduzione del nuovo motore, da settembre la Jaguar aggiorna l’intera gamma della X-Type: esce di scena il sei cilindri a benzina di due litri, mentre rimane l’articolazione su tre livelli di allestimento. Con un solo equipaggiamento (Classic) in abbina- mento al due litri da 130 Cv, e tre soluzioni per la 2.2. Che si presenta con una dotazione completa, fra l’altro, di controllo elettronico di stabilità e regolatore di velocità, per una differenza di prezzo nell’ordine dei 1600 euro, rispetto alla due litri. Inoltre si allunga la lista di accessori disponibili e si aggiungono nuovi colori (Winter Gold e Indigo) mentre la gamma di cerchi ruota da 16, 17 e 18 pollici si arricchisce dei cerchi in lega di nuovo disegno, a 15 razze. Su tutte le versioni, infine, è disponibile il sistema di collegamento Bluetooth che consente di utilizzare un cellulare compatibile tramite i comandi della vettura. DA SETTEMBRE In vendita da settembre, la X-Type 2.2 avrà un prezzo base attorno ai 31.500 euro per la berlina in allestimento Classic Jaguar X-Type Toyota, 177 cavalli e un catalizzatore per gli ossidi di azoto Superturbo per l’Avensis e nel mirino c’è già Euro5 rappresentano una vera sfida tecnologica dei progettisti ON tanta potenza in più e giapponesi alle cattedrali euroun sistema inedito per la ripee della tecnologia del gasolio. duzione delle emissioni, la Con il rapporto di compresAvensis diesel lancia la sua sfisione più basso tra gli attuali da alle grandi protagoniste eudiesel di serie, il motorone da ropee del mercato a gasolio. Il 177 cavalli mostra infatti di esnuovo motore 2200 D-4D si sere realizzato con ampie pospropone infatti come un vero e sibilità di ulteriore miglioraproprio punto di riferimento in mento, legate a successive evoquanto a prestaluzioni della sozioni, consumi e vralimentazio— se equipagne, delle valvole giato con il sistee dello stesso sima D-Cat — an150 E 177CV stema common che in tema di Il motore della Toyota rail. Che peralemissioni inAvensis è un 2.200 tro si presenta quinanti. common rail da subito con i Due i livelli di con potenze nuovi iniettori potenza propodi 150 Cv (110 Kw) piezoelettrici e sti: 150 e 177 cae 177 (130 Kw) una pressione di valli, con la veringresso nel cisione “inferio210 KM/H lindro di ben re” già largaLa velocità massima 1.800 bar: tecnomente in grado dell’Avensis è di 210 logie assolutadi soddisfare km/h per la versione mente inedite ogni velleità di da 150 Cv e 220 km/h per il segmento guida brillante e per quella più potente di mercato e i lidi carico. La verda 177 velli di prezzo sione da 177 cadella Avensis. valli è l’unica sul DA 23.950 EURO Le ambizioni Il listino della 150 Cv mercato eurodel nuovo motoberlina e station peo equipaggiare, che presto wagon parte da ta con un sisteverrà proposto 23.950 euro, quello ma di abbattianche per altri della 177 Cv da 26.950 modelli, sono mento delle euro emissioni in molto alte: non a grado di ridurre caso la fabbrica gli ossidi di azo(nuova di zecca) to a livelli ben che ha iniziato a più bassi rispetto alla normatiprodurlo a Jelcz-Laskowice, in va Euro 4, e probabilmente già Polonia, prevede di arrivare a allineati addirittura con le futuquota 180.000 unità l’anno enre norme Euro 5. La coppia tro il 2007. Manca ancora, però, massima di 400 Nm disponibila possibilità di coniugarlo con le tra i 2.000 e i 2.600 giri e l’abun cambio automatico, che prevedibilmente arriverà probondantissima potenza sono prio in occasione del lancio di cucite su misura per i gusti del una delle prossime novità del cliente diesel affezionato socolosso giapponese. prattutto ai marchi tedeschi, e FABIO ORECCHINI C LA SCHEDA motori OSA vuol dire ammiraglia C oggi? L’evoluzione del lusso ha cambiato le regole per re per impegnarsi a realizzare per la A8 il più potente diesel mai messo su un’automobile: un 8 cilindri a V tutto nuovo che supera in potenza e sofisticazione anche un “record engine” come il celebre 10 cilindri Volkswagen: 326 Cv con 4200 cc per l’Audi contro i 313 Cv e 5000 cc per il motore di Phaeton e Touareg. Dietro questo propulsore da primato si scorge tutta la volontà di primeggiare sugli altri superdiesel, avendo nel mirino soprattutto gli 8V di Bmw e Mercedes, ma anche la confer- prezzi prestazioni DANIELE P. M. PELLEGRINI prezzi prestazioni marlo, anche se a tutt’oggi la domanda di auto a gasolio supera ampiamente la metà del mercato, visto che la sua tecnologia ha convinto larghe schiere di guidatori un tempo votati all’auto a benzina. Eppure le indicazioni dei mesi iniziali di quest’anno dicono che le immatricolazioni di auto a gasolio sono scese dal 61,7% di gennaio al 57,5 di aprile. Ricordiamo che negli stessi mesi del 2004 si era verificato il processo inverso, con l’incremento dal 54,5 al 56%. Cosa sta succedendo? Le spiegazioni sono molteplici: in primo luogo il prezzo del gasolio aumentato del 26,4% dall’inizio dell’anno, che ha suggerito ai consumatori più riflessivi di tornare a farsi due conti sulle percorrenze annue. Poi, il fatto che le vetture diesel Euro 4 non sono ancora diffusissime, e quelle in regola con i nuovi dettati comunitari in fatto di emissioni richiedono tempi di preparazione spesso piuttosto lunghi. Infine, c’è l’attesa per i numerosi nuovi modelli in arrivo, tutti con la loro brava versione a gasolio. E non si tratta di numeri modesti, visto che fra novità piccole e medie non bastano due mani per contarle tutte. Comunque, le auto a gasolio continuano a mantenere un ruolo di “prime della classe” grazie alle prestazioni, spesso superiori a quelle di analoghe auto a benzina, e al consumo, pur se la rincorsa verso potenze sempre più elevate ne mette a repentaglio la dote principale, la parsimoniosità. Ma le potenze esuberanti, per ora almeno, sono riservate dai costruttori di vetture premium a una clientela selezionata che può spendere cifre importanti, magari per fare poi 10.000 chilometri l’anno, percorrenza che non giustifica davvero la scelta della motorizzazione a gasolio. Piuttosto, c’è da sottolineare quello che potrebbe diventare un problema per case e concessionari, che entro la fine dell’anno dovranno liberarsi di tutti i prodotti Euro 3, destinati, fatta eccezione per piccole quantità, ad andare fuori mercato con l’inizio del 2006. Il che, però, aprirà ottime prospettive per chi, non ipnotizzato dall’Euro 4, vorrà comprare una delle auto offerte in saldo a prezzi presumibilmente molto attraenti. Anche in questa ottica il futuro delle auto diesel è garantito, anche se forse si è vicini ormai alla quota massima del mercato che — lo ricordiamo — è stata registrata proprio a fine 2004, con lo storico sorpasso delle motorizzazioni a gasolio (58,5% di tutte le immatricolazioni) su quelle a benzina. 45 Diesel motori Dossier Auto ● prezzi prestazioni 44 87.700 EURO In vendita da settembre a 87.700 euro. Ne servono 1400 in più per la versione a passo lungo Subito premiata la rincorsa Honda UONA la prima, per la B Honda: all’esordio nei motori a gasolio, il 2200 interamente in alluminio sviluppato dalla casa giapponese e attualmente adottato dalla Accord e dalla CR-V si è rivelato essere un propulsore di straordinaria efficacia. Per i cavalli, che sono tanti (140) ma anche per la rotondità di funzionamento, l’allungo e la silenziosità. Doti che gli sono valse fra l’altro il titolo di “Engine of the Year” 2005 nella categoria fra 2 e 2,5 litri: un trofeo assegnato da una giuria composta da giornalisti specializzati di tutto il mondo, che nella circostanza ha pure premiato il piccolo Multijet 1300 Fiat-GM quale miglior prodotto nella fascia che va da 1 a 1,5 litri di cilindrata. ESTERI ● Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 DECORATA È MEGLIO C’È ANCHE LA LIMOUSINE I COLORI DELLA POLIZIA UN TUFFO IN PISCINA Sono ormai decine le Mini “decorate” da artisti Quattro porte e sei ruote per l’incredibile Mini XXL La specialissima Mini vista al Festival del Noir Ancora sulla XXL, la piscina ricavata in coda 47 Nasce a Oxford dove il costo della manodopera è altissimo, ma la leggenda ha il suo prezzo. La fabbrica lavora 24 ore su 24 Mini per sempre DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ENRICO FRANCESCHINI LONDRA — Se non fosse che ha un nome inimitabile, potrebbero ribattezzarla “maxi”. Non solo perché è da sempre la più potente, più classica, più stravagante, più sexy, più chic delle utilitarie: una macchinina che sembra possedere di tutto, di più, compresso nel formato di un tabloid a quattro ruote. E nemLA PRODUZIONE Originariamente meno perché, nei suoi prevista in 100mila primi quarant’anni, è unità all’anno, nei stata un mito. Ma perprimi tre anni la ché, a differenza dei miproduzione della ti che prima o poi ineviMini ha superato tabilmente tramontale 500 mila unità no, lei è nata due volte e la seconda incarnazione sta surclassando perfino la prima. Quando nell’aprile 2001 è tornata al mondo, con lo stesso spirito e un nuovo look, se ne dovevano I MERCATI La piccola inglese produrre centomila è presente su 74 esemplari l’anno. Dopo mercati. L’Italia, tre anni esatti, tuttavia, con le 22 mila unità ne erano già stati provendute lo scorso dotti cinquecentomila. anno, è al quarto Nel 2005 diventeranno posto probabilmente duecentomila l’anno, e poi anche di più in virtù di un nuovo investimento da 140 milioni di euro. Lo stabilimento da cui escono, a Oxford, nella verde Inghilterra, lavora 24 ore su 24. Gli operai, in segno di attaccamento e orgoglio, indossano l’uniforme che portano in fabbrica anche quando vanno al pub. Il padrone è tedesco, lo stile rimane inconfondibilmente inglese e il 500.000 Piccola, snob e costosa l’auto che visse due volte La prima Mini .... e al rally di Montecarlo 74 sta in fabbrica undici ore di seguito, in tre turni settimanali. Una formula che ha ricevuto ampio sostegno dai sindacati, perché permette a molti studenti-lavoratori di avere tempo libero, oppure di fare un doppio lavoro a chi ha un’attività in proprio. Altrove, certo, la manovalanza costerebbe meno che qui. “Ma una Mini prodotta in Thailandia”, ci tengono a sottolineare alla Bmw, “non sarebbe più la MiL’INVESTIMENTO Per la produzione ni, è essenziale conserdella Mini la Bmw vare l’inglesità del marha investito 400 chio”. Detto da un’amilioni di euro. E ne zienda tedesca, dà raspenderà altri 140 gione a Tony Blair: senei prossimi tre condo il quale non imanni porta di chi sia la proprietà di un’azienda, purché gli operai siano britannici e il bilancio in attivo. La macchinetta creata da sir Alec Issigonis nel 1959, che conquistò Paul McI DIPENDENTI Nata apposta per Cartney, l’inventrice la Mini, la fabbrica della minigonna (una di Oxford dà lavoro “mini” anche quella) a 4500 persone Mary Quant e la princiE altre 200 pessa Diana, continua verranno assunte così a rinverdire il suo entro il 2007 mito nella versione 2001 firmata da Marcus Syring. In “The italian job”, il cult-movie del 1969 su una banda di ladri inglesi a Torino a bordo di tre Mini scatenate, alla guida c’era Michael Caine. Trent’anni dopo, nel remake dallo stesso titolo, l’auto aveva lo stesso nome, una forma un po’ diversa e un diverso pilota: la bionda Charlize Theron. E’ proprio vero: si vive solo due volte. 400 milioni 4.500 successo è mondiale: una prova riuscita di globalizzazione. Dici “Mini”, e basta la parola: capiscono tutti cosa significa. In un mercato che si contrae, tra segmenti in difficoltà e marchi in crisi, la piccola grande auto continua a fare passi da gigante. La domanda aumenta ovunque: in Gran Bretagna, la sua patria storica, dove l’anno scorso se ne sono vendute oltre 44 mila, ma pure in ognuno dei settantaquattro paesi in cui è presente, dagli Stati Uniti, secondo maggior mercato con 36 mila vetture vendute, alla Germania, sua nuova patria da quando nel 1995 è stata rilevata dalla Bmw, dove se ne sono vendute 27 mila, all’Italia, quarto mercato in ordine di importanza, a quota 22 mila. Per adeguarsi alle richieste, quest’anno la Bmw ha deciso di “ri- lanciare”, puntando altri 140 milioni di euro sulla fabbrica dell’automobilina-gioiello a Oxford, in aggiunta ai circa 400 milioni di euro spesi per la rinascita della Mini dal 2000 ad oggi. Il nuovo investimento, operativo in questi giorni e da completare entro il 2007, mira a migliorare e modernizzare ulteriormente la produzione, creando tra l’altro 200 nuovi posti di lavoro da sommare ai 4500 esistenti. Una visita allo stabilimento fa Dall’Inghilterra alla Germania: così il mito continua a conquistare le nuove generazioni capire meglio quanto un innovativo processo di produzione abbia contribuito al boom. La fabbrica di Oxford è altamente automatizzata, utilizzando in varie mansioni circa trecento robot alla catena di montaggio. Un secondo aspetto cruciale è la flessibilità: l’80 per cento delle auto prodotte sono costruite “su misura” in base a richieste personalizzate dell’acquirente. A parte le versioni Cooper e Cabrio (è la spider più venduta del Regno Unito), per esempio, il 60 per cento dei compratori richiede un tetto di colore diverso dal resto della carrozzeria. Un altro fattore determinante è il “full time”, che permette di lavorare praticamente senza interruzioni, giorno e notte, sette giorni alla settimana, ruotando la forza-lavoro: ciascun operaio 48 ESTERI ● MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto Auto ESTERI ● E’ grosso come un Van, solido come un carro armato e comodo come una vecchia carrozza. Ma costa caro: fino a 50 mila euro 100.000 LA PRODUZIONE Introdotto nel lontano 1948 il leggendario “black cab” è stato prodotto nello stabilimento di Coventry in sole 100 mila unità 50.000 IL PREZZO Nonostante un aspetto che suggerirebbe il contrario il taxi londinese costa caro: da 35 a 50 mila euro a seconda dell’allestimento 14 anni LA VITA MEDIA LONDRA — È grosso come una monovolume, solido come un carro armato, comodo come una carrozza d’altri tempi e “made in Britain”. Della Gran Bretagna, in effetti, è uno dei simboli più conosciuti: non c’è bancone di souvenir che non offra uno dei suoi esemplari in varie dimensioni, tutti di colore nero, accanto all’altro caratteristico ricordino a quattro ruote di ogni vacanza in Inghilterra, il “Routemaster” (Padrone della strada), l’autobus rosso a due piani. Ma mentre il leggendario bus è in via di estinzione, il “black cab”, come viene comunemente chiamato, continua a uscire dalla catena di montaggio: anzi, dopo la cessione delle grandi marche nazionali ad aziende straniere, dalla Jaguar alla Rolls-Royce, dall’Aston Martin alla Mini, e dopo la chiusura Taxi & Bus siamo inglesi un mese fa per bancarotta della Mg Rover, che era l’ultima ancora in piedi, la fabbrica dell’inconfondibile taxi londinese è rimasta l’unica casa costruttrice britannica di automobili. Un prodotto di nicchia, sia ben chiaro: dallo stabilimento di Coventry della London Taxi International, a partire dal 1948, suo primo anno di vita, sono usciti in tutto solamente centomila “black cab”. Ciononostante, il taxi nero rimane un motivo di vanto per la (sempre più piccola) industria manifatturiera britannica, e per i 450 operai che amorevolmente lo producono. Il motivo della sua sopravvivenza è subito evidente a chi ci sale sopra anche una sola volta: come taxi, è imbattibile. Ha un design roccioso ma accattivante, con una linea che riecheggia i bei tempi andati. Ha spazio a sufficienza per ospitare confortevolmente cinque passeggeri (tre sull’ampio sedile posteriore, due sui sedili reclinabili, senza contare i due posti davanti) e all’occorrenza i loro bagagli: più che un’automobile, è un salotto. Ha una carrozzeria robusta e un motore al- trettanto resistente (un Ford diesel da 2,4 litri). E la sua longevità è da record: i ventimila “black cab” (anche se ormai non sono più tutti neri, se ne vedono di tutti i colori, incluso rosa confetto) di Londra hanno una vita media di quattordici anni, pur macinando decine di migliaia di chilometri all’anno. E’ insomma un taxi perfetto, L’esposizione del noto stilista rilancia un nuovo modo d’intendere le vetture d’epoca NEW YORK — Il piano inferiore del Museum of Fine Arts di Boston ospita “Lontano dal gregge”, una mostra dell’artista inglese contemporaneo Damian Hisrt che cristallizza in blocchi separati di formaldeide fette di animali imbalsamati, esponendo il rapporto di fascinazione e di rimozione che ci lega oggi alla natura. Nel piano superiore c’è invece la raccolta di vecchi stracci e ritagli di abiti smessi che le povere donne di Gila Bend (un’ansa del fiume Gila in Arizona) hanno inconsapevolmente elevato ad astrazione geometrica e pittorica cucendoli in coperte di uso domestico. In mezzo ai due piani, 16 tra le automobili più rare e seducenti che siano mai state costruite, riunite nella collezione privata dello stilista Ralph Lauren. La mostra “Velocità, Stile e Bellezza” è la più recente di una serie di esibizioni museali di automobili e motociclette “inaugurate” dalla presenza, ormai da molti anni, nella collezione permanente del Moma di New York di una Cisitalia firmata da Pininfarina, e più ancora dall’apertura sette anni fa al Solomon Guggenheim di New York della mostra “The Art of Motorcycle” con la quale il direttore Thomas Krens celebrò l’apporto artistico che i mezzi motorizzati hanno introdotto nella nostra vita nel corso dell’ultimo secolo, e diede il via a tante esibizioni simili, tutte punteggiate da aspre controversie, e dalla domanda ricorrente: Perfette, anzi da collezione “Velocità, stile e bellezza” IL MUSEO DI RALPH LAUREN Mercedes SSK Ferrari 375 plus l’auto può essere un pezzo d’arte? La risposta spetta a critici ed esperti, i quali sono tradizionalmente divisi sui due fronti. Per quanto riguarda il grande pubblico, bisogna riconoscere invece che esibizioni spettacolari come questa di Boston hanno contribuito ad ampliare enormemente il numero dei visitatori e a trasformare la vecchia immagine dei musei come luoghi di studio e di contemplazio- ne in quella di fragorosa e affollata celebrazione di massa. Ciò detto, la collezione Ralph Lauren è senz’altro quanto di più vicino ad una tradizionale mostra d’arte sia possibile vedere: i “pezzi” esposti sono spesso identificati con il nome dell’autore che li ha realizzati, e molte delle vetture 49 Rossi, giganteschi e a due piani: sono un simbolo di Londra, che da usati vanno letteralmente a ruba. Con acquirenti da mezzo mondo DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ENRICO FRANCESCHINI Spartani e robusti i black cab hanno una durata media, straordinaria per un taxi, di oltre 14 anni FLAVIO POMPETTI MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Gullwing sapore feticista alla lustra verniciatura in nero; la Mercedes Benz SSK disegnata nel 1930 dal suo proprietario, il conte Carlo Felice Trossi con evidente gusto decò; un’Alfa 8C Mille Miglia splendidamente restaurata che è una delle piu’ recenti acquisizioni; la Porsche 550 Spyder simile a quella alla cui guida morì James Dean; una impeccabile Mercedes 300 SL “Gullwing” Coupé. E poi quattro Ferrari che vanno dall’artigianato della 375 Plus del ‘54, al talento di Scaglietti nella Testarossa del ‘58, alla seduzione delle linee della 250 Testarossa Spyder disegnata da Fantuzzi e comperata dal conte Giovanni Volpi di Misurata, fino alla esclusiva 250 GTO del’62, forse la Ferrari più costosa mai prodotta. Tutte le vetture sono di manifattura e disegno europeo, e sono accomunate dalla raffinatezza dello stile e dalla sofisticazione delle linee. Molte di loro fanno parte della iconografia dei brand del gruppo industriale di Ralph Lauren, e spesso sono esibite nelle foto promozionali del gruppo. «Io non vendo cravatte, vendo sogni» dice lo stilista che ha ricreato ad uso del consumatore americano un immaginaria identificazione con la cultura anglosassone fatta di lane pregiate e tweed decorati da pelle scamosciata. Un universo perfetto e fruibile, a patto di poterlo acquistare a prezzi da boutique, cosi’ come la sua collezione di auto, che ora può essere goduta al prezzo di un biglietto di accesso di un museo. Alfa Romeo 8c 2900 hanno avuto una tiratura talmente limitata da renderle introvabili. Il curatore ed esperto di strumenti musicali antichi Darcy Kuronen che l’ha realizzata si spinge oltre, chiamando le vetture «sculture rotolanti», e invocando l’influenza che hanno avuto nella evoluzione del gusto moderno. Le sedici vetture sono esibite su piattaforme flottanti nello spazio e illuminate individualmente, con un rigore architettonico che non ha nulla a che vedere con la normale disposizione di un garage da collezione. I gioielli più preziosi sono una delle due Bugatti Type 57 SC Atlantic Coupé superstiti delle tre costruite nel 1938, con carrozzeria bullonata su una linea centrale che dà un sinistro Bugatti Atlantic con un solo neo: l’incapacità, sottolineata recentemente con qualche ironia dal Financial Times, di conquistare il mondo (benché disponibile, naturalmente, anche con la guida a sinistra). Forse perché costa caro: da 35 mila a 50 mila euro, a seconda dei modelli e degli “optional”. Forse per colpa di un marketing sbagliato. Oppure per i cavilli dei regolamenti locali: a New York, per esempio, i taxi non possono prestare servizio più di cinque anni, norma che mira a garantire che non vadano in giro dei vecchi catorci ma che di fatto taglia fuori un taxi longevo come il “black cab”. Questo spiega perché nel 2004 ne siano stati venduti appena 168 negli Stati Uniti. Certo se ne vendono a sufficienza in Gran Bretagna, qualcuno pure in altri paesi, Italia compresa (una ditta di autonoleggi ne ha una piccola flotta a Bologna), e ogni tanto fanno notizia: Silvester Stallone se ne è regalato uno, ovviamente non per utilizzarlo come taxi. Ma è verosimile che, con qualche accorgimento, il “black cab” potrebbe ampliare il suo mercato. Un’ipotesi è quella di abbassare i prezzi, e per riuscirci si parla di trasferire “parte della produzione” (per il momento, ma si sa come finiscono queste cose) in paesi con un più basso costo del lavoro: in Messico, oppure (indovinate) in Cina. Nel frattempo, aspettando il giorno in cui sarà più conveniente acquistare questo simbolo dell’Inghilterra, è possibile compra- re a buon mercato l’altro tipico souvenir inglese a quattro ruote: il “Routemaster”. Dopo mezzo secolo di fedele servizio per le strade di Londra, infatti, i rossi autobus a due piani — con una buffa rientranza accanto al posto del conducente — vengono sostituiti poco alla volta da modelli più moderni, sia a due piani che a uno. La Ensignebus Company (www.ensignebus.co.uk), una società di Purfleet, cittadina a venti chilometri dalla capitale, ha cominciato a rilevare i Routemaster mandati in pensione, per rivenderli a prezzi che vanno (dipende dalle condizioni) dai 10 mila ai 25 mila euro. In un anno ne ha venduti centocinquanta, a collezionisti o semplici fan, dal Dubai alla repubblica Ceca: qualcuno li converte in ristoranti, bar, caravan, qualcuno continua a usarli come bus. I pezzi di ricambio, tuttavia, sono un problema. 50 anni INTRAMONTABILI I leggendari Routemaster a due piani sono in servizio da oltre mezzo secolo. Ma ormai stanno per scomparire dalle strade 150 PER COLLEZIONISTI Oltre 150 esemplari usati dell’inconfondibile “double deck” sono già stati acquistati da appassionati collezionisti 25.000 IL PREZZO I bus londinesi usati sono in vendita a prezzi che, a seconda delle condizioni del mezzo, spaziano fra 10 e 25 mila euro 50 DUE RUOTE ● MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 Auto DUE RUOTE ● Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 51 I MODELLI FACILE DA GUIDARE La Suzuki 400 ha un motore monocilindrico da 398 cc, una potenza di 40 Cv a 4.600 giri. Il listino è di 6.400 euro La KTM LC4 deriva dalla motard che ha vinto di più, motore 625 cc, oltre 53 Cv. Costa 8.500 euro KTM LC4 Leggere e potenti è ancora sfida Honda-Yamaha VALERIO MONACO L FRANCESCO CALVO INCREDIBILE come poche caratteristiche tecniche riescano ad allontanare due moto esteticamente simili. Guardando una Yamaha XT660X e una Honda FMX650 parcheggiate una accanto all’altra è ovvio considerarle simili, appartenenti cioè allo stesso segmento. Il filone è quello delle supermotard, quindi motore monocilindrico, telaio da fuoristrada e ruote da sportiva. Invece, una volta in sella e avviato il motore, ci si rende conto di quanto sostanziali siano le differenze. Fra le due, la Yamaha XT660X sembra la più specialistica, perché impone una guida decisa per essere sfruttata. Avantreno leggero, manubrio largo e vicinissimo e quote ciclistiche che premia- È no la velocità di inserimento, insieme con la robusta spinta del monocilindrico ad iniezione elettronica, descrivono una motocicletta che, sulle prime, può sconcertare un poco per la tendenza a chiudere la traiettoria. PER I PIU’ GIOVANI Derbi SENDA Fenomeno Le protagoniste e i numeri del mercato EGGERE, maneggevoli, con un motore esplosivo e un impianto frenante da competizione. È la ricetta supermotard. Sul fronte dell’industria, è ancora presto per parlare di successo consolidato. Una quota superiore al 5% del mercato con poco più di 3000 unità immatricolate nei primi quattro mesi di quest’anno è ben poca cosa di fronte al successo consolidato delle naked che veleggiano vicine al 40% e con circa 20.500 unità vendute. Però, è un mercato che offre ogni giorno novità. Ed è seguito da ragazzi, giovani manager e motociclisti esperti che vogliono distinguersi con un mezzo divertente, originale, agile e veloce per la mobilità cittadina. I grandi costruttori, naturalmente, non sono rimasti insensibili al fenomeno. La Ducati, ad esempio, è stata all’avanguardia, e ha creato il progetto della bicilindrica Multistrada, lanciando per prima il concept della supermoto da strada del futuro. Un’idea azzeccata, visto che la più giovane delle idee Ducati rappresenta il 20% di tutte le vendite della casa di Borgo Panigale. E alla KTM, dove la produzione delle supermotard rappresenta circa il 18% del prodotto totale, hanno deciso di ampliare la gamma con le bicilindriche Super Duke e Supermoto 950, nuovi simboli della categoria. Ma KTM non è sola, perché nella produzione dell’italiana Husqvarna, specialista dell’off-road, la quota supermotard sale addirittura ad oltre il 60%. Mentre l’italiana Aprilia, da poco entrata a far parte del gruppo Piaggio, si prepara a lanciare una nuova supermotard 450 bicilindrica. E ha da poco inserito in listino la Pegaso 650 Strada. Sempre attenta all’evoluzione del mercato, la Yamaha ha nella supermotard stradale XT660X uno dei suoi pezzi forti. «Crediamo in questo mercato», dice Enrico Pellegrino, direttore generale commerciale di Yamaha Motor Italia, «e i numeri di quest’anno ci danno ragione sulle potenzialità del segmento. Nei primi 5 mesi sono state immatricolate oltre mille XT660X mentre nello stesso periodo dello scorso anno ne avevamo immatricolate 279. Nel complesso il mercato è cresciuto del 25% e, nel segmento, la XT660X è la terza moto più venduta in Italia». Un virus, quello delle supermoto, che ha contagiato persino la Honda. Poco incline a seguire il richiamo dei prodotti di nicchia, dall’alto dei circa otto milioni di moto prodotte ogni anno, il colosso nipponico ha lanciato la FMX 650, una “super” compatta, economica (6.000 euro) e facile da gestire, anche per i principianti. Da non sottovalutare, infine, il pianeta dei motociclisti di domani, sempre più attratti dal fenomeno. Non a caso, nella classifica delle moto da 125 cc i piccoli gioielli supermotard di Aprilia, Derbi, Husqvarna, KTM e Yamaha rappresentano piccoli numeri, ma che sono tutt’altro che insignificanti. LA CAMPIONESSA Suzuki 400 SM Fatta la mano al peso, che grava soprattutto sull’avantreno provocando la sensazione che la moto “prenda sotto”, si scopre una sostanziale solidità, che si può trasformare in una guida spettacolare, con l’ampio manubrio l’italiana La “Strada”: design e prestazioni Il mix Aprilia ecco la Pegaso “multiuso” EFINIRE la Pegaso Strada una supermotard è improprio per le caratteristiche tecniche e l’architettura, ma all’Aprilia sembra facile sintetizzare elementi diversi, mescolarli e sviluppare qualcosa di nuovo. In questo caso, infatti, non si parla della “stradalizzazione” di una moto nata per l’off road, ma di un concetto diverso: una moto nata per l’asfalto, per la guida brillante; insomma una monocilindrica godibilissima per il turismo in coppia, ma che sa essere divertente ed efficace nella guida perfino in pista. Una moto totale destinata a chi è attratto dall’estetica motard, ma non vuole rinunciare a comfort e stabilità. Alimentazione ad iniezione elettronica, che regala potenza e coppia motrice, inclinazione del cannotto di sterzo generosa come l’avancorsa, forcella tradizionale da 45 mm. di diametro: con queste caratteristiche non sorprende la piacevole sensazione di stabilità e controllo che la Pegaso Strada regala sul veloce e sul misto. Nello stretto, invece, il peso si fa sentire in frenata e nei cambi di direzione, anche se la gommatura anteriore da 110 — quindi un poco più stretta rispetto alla popolare gomma da 120 — e l’altezza contenuta della sella (81 cm) migliorano la situazione. D La posizione di guida è confortevole e non premia la guida aggressiva. Quindi della Pegaso Strada si apprezza soprattutto la versatilità. Esteticamente riuscito l’equilibrio generale fra parti “leggere” ed elementi più massicci, come il doppio scarico, che rende “solido” il retrotreno, o i cerchi OZ fucinati, che riprendono il design elegante e minimale delle ruote dalla RSV con il vantaggio di un peso ridotto. Molta cura è stata destinata alle finiture, quindi plastiche di buona qualità, ben lavorate e accoppiate, saldature mimetizzate a dovere oppure ben rifinite se esposte alla vista, cablaggi sistemati razionalmente e strumenti dall’aspetto importante. La scelta dimostra la convinzione che l’utente finale non eliminerà alcun particolare per alleggerire la moto e destinarla ad un uso estremo, quindi la scelta, anche dei componenti secondari, è caduta su elementi di buona qualità ed efficienza. Del tutto esclusivo il vano ricavato nella parte superiore del guscio del serbatoio, il cui sportello si apre elettricamente grazie a un pulsante sul blocchetto sinistro. Comodo per piccoli oggetti e per il tagliando autostradale. (f. c.) Husqvarna SM610 La motard spagnola, di proprietà Piaggio, ha una cilindrata di 124 cc, una potenza di 15 Cv e va in vendita a 3.790 euro supermotard a fare da timone preciso. La Honda FMX650 dà un’immediata confidenza e sembra ben più docile ed equilibrata. Il motore, alimentato a carburatore, ha un rapporto di compressione meno spinto rispetto al mono ad iniezione elettronica che equipaggia la Yamaha e la differenza non la fa solo la potenza (38 cavalli della FMX contro 48 della XT660X), ma anche l’erogazione: fluida sulla Honda, robusta sulla Yamaha. La posizione di guida è confortevole e rappresenta un compromesso ideale fra più stili di guida, con il vantaggio di un manubrio meno ampio rispetto a quello Ya- maha e collocato un poco più in alto, cosa che si apprezza soprattutto nella guida in città. Soprattutto nell’uso urbano emergono le qualità di guida della Honda, malgrado la sella sia un poco più alta rispetto alla Yahama, grazie all’ottima maneggevolezza. La Yamaha prende le distanze negli spostamenti a più lungo raggio, per la superiore velocità di punta e la presenza di vibrazioni di modestissima entità. Volendo sintetizzare, la XT660X ha un’impostazione e una dotazione turistica, malgrado un comportamento più dinamico ed aggressivo; la FMX650, che è più spartana nelle finiture, trova il suo habitat nel traffico delle città, ma sopporta con disinvoltura anche un impiego assai rude e può diventare la compagna ideale per un turismo avventuroso. Honda FMX Yamaha XT 660X 1984 PRIME CORSE Nella regione parigina si diffondono le prime corse di Supermotard: un successo a livello agonistico e mediatico 1987 IL MODELLO Occhi puntati al Salone di Tokyo del 1987 sul modello Yamaha TDR 250, primo esempio di vera e propria supermotard 1991 L’ITALIANA Quattro anni dopo il modello della Yamaha arriva l’innovativa Gilera RC 600, una maxi supermotard in anticipo per il mercato italiano 3012 LE VENDITE Nei primi quattro mesi di quest’anno sono state 3.012 le supermotard che sono state vendute sul mercato italiano. Una crescita netta 62,7 HUSQVARNA Il 62,7 per cento delle moto vendute dalla Husqvarna sono supermotard. 8,5% Yamaha e 17,8 KTM 600cc LA CILINDRATA È di 600 cc la cilindrata media dei principali modelli di supermotard attualmente presenti sul mercato europeo LA SUPERTECNICA Destinata ai piloti, questa moto ha un motore da 576 cc, una potenza non dichiarata e un listino di 7.850 euro La passione di Lucchinelli “Mi ricorda le prime gare è insuperabile” RA i grandi nomi del motociF clismo sportivo, Marco Lucchinelli e un paio d’altri segnano il passaggio dall’epico motociclismo in pelle nera a quello attuale, più colorato e spettacolare, creatore di mode e di personaggi. Campione del mondo 500GP nel 1981, ha una passione assoluta per la moto e la sua “mistica”. Pilota, commentatore televisivo, istruttore di pilotaggio, percorre circa 30 mila chilometri l’anno in moto, magari in compagnia della sua cagnolina, per la quale c’è una cuccia da serbatoio. Le piacciono le supermotard? «Molto. Le uso, ci ho fatto qualche gara e mi sono divertito parecchio, anche se la bagarre, vissuta da dentro, è spaventosa». Ma una moto così semplice ed essenziale che attrattiva può avere su un pilota come lei? «Se parliamo delle gare, si tratta di un modo diverso di pilotare, molto spettacolare e divertente; nell’uso quotidiano è una moto che mi ricorda le mie prime esperienze con i monocilindrici. Io sono cresciuto con quei motori, leggeri e versatili. Oggi, in più, c’è l’avviamento elettrico e un’affidabilità assoluta. Secondo me, per gli spostamenti più brevi è insuperabile. Io viaggio molto spesso in moto e percorro grandi distanze; in queste occasioni alla supermotard preferisco la “sella bassa”, l’andatura tranquilla, anche perché la moto è l’unico posto in cui riesco a pensare, lontano dallo stress, dalle distrazioni». Come spiega la polarizzazione del mercato verso gli estremi, perché tante race-replica e poche moto tuttofare? «Basta riflettere sul fenomeno Valentino, sullo spettacolo che fa, sull’interesse che è riuscito a suscitare intorno al motociclismo sportivo. Parli con gente che non è mai andata in moto e capisci che per loro la scoperta delle due ruote è avvenuta con le gare in televisione». Come mai le supermotard hanno avuto successo? «È una forma di specializzazione anche questa, ma va nel senso contrario alle sportive. Il legame con le corse è diverso, quasi folkloristico, e poi sono essenziali, non c’è elettronica per rendere docile una potenza esagerata come quella delle sportive. In più le supermotard sono estreme nella guida, se vuoi, ma anche comode per uscirci in due, cosa che con le race-replica non si può fare, ci porti un paio di volte tua moglie al mare e ti ritrovi davanti all’avvocato». (f. c.) 52 MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 DUE RUOTE ● Auto DUE RUOTE ● Auto MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 53 Qualche “ritocco” alla Granturismo e un motore 250 tutto nuovo Al debutto il fratello minore del T Max 500. Numeri e prestazioni GTS, la Vespa sportiva ritorno agli anni Sessanta X Max, risposta Yamaha colpo di marketing e genio VALERIO MONACO L LANCIO di una nuova VeIstant spa segna la nascita di un “inclassic”. Bella o brutta, lenta o veloce, tecnologica o classica, una nuova Vespa fa sempre parlare di sé. Ha un museo dedicato. I collezionisti ne conservano gli esemplari più rari. È stata “militare”, da lavoro e sportiva. Ha girato il mondo, traversato i deserti. Giorgio Bettinelli, il piccolo Bruce Chatwin italiano, ha scoperto in sella allo scooter Piaggio la vocazione di viaggiatore e scrittore. Vespa è storia e leggenda, insomma. Così la Vespa GTS 250 scrive un nuovo capitolo perché non è paragonabile ad altre versioni e grazie alla nuova cilindrata entra a far parte di un segmento in grande ascesa sul mercato italiano. È sportiva. Ma è anche simbolo di eleganza che incede veloce e silenziosa. Porta con sé l’eredità della GS degli anni Sessanta. Primo scooter sportivo, ma anche prima due ruote simbolo di status. Per il design della GTS, è bastato qualche ritocco al vestito della Granturismo. Una sella nuova, più sagomata e confortevole, un gruppo ottico posteriore più agile e sportivo, una luce di posizione al centro dello scudo, per farsi riconoscere anche di sera, e una plancia da sportiva con contagiri e strumenti digitali. Ma come nella GS di un tempo, è la meccanica a fare la differenza. A cominciare dal “cuore” monocilindrico 4 valvole da 250 cc, alimentato ad iniezione elettronica. Ventidue cavalli di potenza, ai vertici della classe. Una coppia di ruote più alte (12”) per garantire il massimo di stabilità e di comfort. Per l’impianto frenante si può scegliere l’ABS, mentre quello di scarico è in regola con la normativa Euro 3. Grazie ad un sistema complesso che offre prestazioni, ecologia, e una sonorità piacevole, appena sussurrata. Uno scooter Vespa arbitro di eleganza, dunque. Ma che su strada sa mostrare carattere e piglio da sportiva. La guida brillante, in sella alla GTS, regala un piacere inedito e privo di preoccupazioni. «La Vespa Hornet Le novità della versione 2005 Così la Honda dei record vuole riprendersi lo scettro GTS», dice Rocco Sabelli, numero due del gruppo di Pontedera, «è la punta di diamante dell’innovazione Piaggio nel settore scooter per lo stile inconfondibile, per i contenuti tecnologici e prestazionali, per il basso impatto ambientale, dal punto di vista delle emissioni e dell’inquinamento acustico. Contenuti innovativi importanti che, volutamente, il gruppo spende in anteprima su un prodotto-simbolo come può essere la nuova Vespa. Per la quale il 2005 si profila come un anno boom, con una previsione di vendite complessive a fine anno tra le 75mila e le 80mila unità, per una crescita del 30% rispetto al 2004. Anche la partenza della LX è stata straordinaria: dal lancio effettuato a marzo, abbiamo venduto 17.500 unità. E per fine anno contiamo di raggiungere quota 35-40mila». Risultati che fanno ben comprendere le ambizioni della Vespa GTS 250, che costa dai 4.345 euro ai 4.845 euro per la versione con ABS. Vespa GTS 250 FRANCESCO CALVO TABILMENTE sul podio delle S medie più vendute e per anni in cima alle classifiche europee, la Honda Hornet 600 è “la” naked a 4 cilindri, malgrado una concorrenza folta e assai agguerrita. Fin dall’esordio ha fatto della discrezione un’arma impareggiabile: seduce con la sua morbidezza, con la silenziosità e la scorrevolezza setosa del motore. La versione 2005 aggiunge un tocco di grinta e, in un frusciare di pizzi, ci si ritrova a tenere un gran ritmo, con un motore dalla spinta più consistente ai bassi regimi e delle sospensioni che rendono la guida più “solida”. Pur senza modifiche sostanziali, anche la frenata diventa più efficace, grazie al buon lavoro della forcella, che mantiene stabile il contatto fra ruota e asfalto anche in condizioni difficili. Fruibilità e maturità progettuale che si concretizzano nella dotazione di serie, che si arricchisce rispetto al passato di una strumentazione elettronica più completa e della funzione “hazard” (le quattro frecce d’emergenza). Nell’uso quotidiano, raramente si desidera qualcosa di più, mentre nell’uso turistico, magari viaggiando con un passeggero, ci si trova a pensare che un poco di coppia motrice in più ai bassi e medi regimi sarebbe l’ideale. La potenza, infatti, non manca al quattro cilindri in linea della Honda, che esprime un se non ha mezzo secoANCHE lo di tradizione come la Vespa, la Yamaha non ha fati- Sfide La nuova Vespa 250 GTS ha un motore monocilindrico 4 valvole da 250 cc alimentato a iniezione elettronica e 22 cavalli di potenza. Questo nuovo modello Piaggio porta con sé l’eredità della Vespa GS degli anni Sessanta, primo scooter sportivo ma anche prima due ruote a diventare uno status symbol. Prezzo: 4.345 euro valore rilevante pur se a un regime elevato. Il cambio, di conseguenza, viene chiamato spesso ad intervenire per tenere il motore nell’arco di erogazione più favorevole. Un’altra cosa si vorrebbe, utilizzando la Hornet per fare del turismo: dello spazio per i bagagli; ma come si fa a rovinare, con un bauletto o delle valigie, l’eleganza di linee che sembrano semplici e invece rivelano un ottimo lavoro di design? Piuttosto ci si sacrifica con zaini alpini, al massimo coadiuvati da una borsa da serbatoio (anche di tipo ad aggancio magnetico). Invece, sul fronte della personalizzazione, c’è di che sbizzarrirsi, compatibilmente con il codice della strada. La stessa Honda mette a disposizione un discreto numero di accessori, che consentono di enfatizzare l’aspetto street-fighter piuttosto che quello sportiveggiante. Fra le cose più interessanti, l’integrazione del sistema antiavviamento di serie con un allarme acustico, un cupolino più alto, la sella ribassata di 2 centimetri, il lucchetto ad “U” da riporre sotto la sella nell’apposito vano. Electra Glide Bicilindrico 1450 cc e 400 kg Sogno Harley vera icona dei motociclisti di tutto il mondo cato ad imporsi con il T Max 500, divenuto re del mercato, dell’immagine, e icona irrinunciabile di ogni giovane rampante. Ora è al debutto il fratello minore X Max, con un motore da 250 cc, che ne richiama il nome, il design e l’impostazione generale. Un modello arrivato in questi giorni nelle vetrine dei concessionari (4.290 euro), con cui la casa dei tre diapason punta a mettere una pesante ipoteca sul mercato degli scooter di media cilindrata. Un’operazione di marketing e commerciale che punta su basi sperimentate. «Gli ingredienti per centrare il successo ci sono tutti», dice Enrico Pelle- Un motore da 250 cc (20,1 Cv) anche per questo nuovo scooter sportivo firmato dalla Yamaha, da pochi giorni in vendita a 4.290 euro. Telaio rigido e distribuzione dei pesi riequilibrata rispetto ai tradizionali scooter fanno di questo Yamaha uno dei modelli più interessanti della categoria. Sotto la sella un vano da 47 litri ON si può fare a meno di N attingere ai luoghi comuni se si parla della Harley Davidson Electra Glide, una monumentale icona del motociclismo. In ordine di marcia si parla di quasi quattro quintali di cromature, di un motore bicilindrico da 1.450 centimetri cubici che eroga solo 67 cavalli, ma oltre 11 chili di coppia: un elefante. L’arco di erogazione ideale va da 1.500 a 4.500 giri al minuto, praticamente dal minimo a poco oltre. Detto così, sembra di avere a che fare con una panchina di marmo; invece, appena partiti, si capisce perché ci siano delle legioni di fanatici della Electra Glide. Nulla di più lontano dallo ste- reotipo di motociclista brutto e cattivo in sella al chopper post-atomico: questo è un trono di morbida pelle per viaggi regali, circondati dall’opulenza di una dotazione che sembrerebbe assurda se non fosse che sulla Electra Glide diventa “indispensabile”. Sulla versione Ultra Classic si dispone di un potente impianto stereofonico 4x40 watt con lettore CD, di interfono per comunicare con il passeggero e di radio CB per tenersi in contatto da moto a moto, cruise control, antifurto, baule posteriore che integra lo schienale per il passeggero, valigie laterali, carenatura e altro. Non si deve avere fretta perché il bello della faccenda è il viaggio in sé, al ritmo imposto dalla moto, che è lento, ma che rende inspiegabilmente poco desiderabile arrivare. La Electra Glide si può usare in città, ma la carenatura ostacola la vista delle imme- diate vicinanze della moto e quindi gli ingombri sono difficili da percepire, il motore scalda parecchio e il peso, alle andature più basse, si sente. Tutto sommato, però, non impone più sacrifici dei megascooter bicilindrici. Invece, appena fuori dal traffico cittadino, col motore che gira lento, le cambiate che si succedono raramente, si fila via cullati dal rombo sordo e distante del motore, dal fruscio dell’aria e dalla musica dello stereo. Sospensioni ovattate e freni che fanno il loro dovere se non si pretende di cimentarsi in prove di guida sportiva. Anzi, se si esagera con il gas, la Electra Glide oppone resistenza, in curva allarga la traiettoria (ma basta carezzare il freno posteriore per rimetterla in linea) e allunga gli spazi di frenata. Ovviamente è una bonaria opposizione, nulla di scorbutico, ma basta a spegnere gli ardori e a consigliare l’immediato ritorno a una guida rotonda. (f. c.) Scarabeo Lo scooter trasversale Se 250 mila vi sembran pochi rivoluzionario fin dalla nascita grino direttore generale commerciale di Yamaha Motor Italia «Non a caso prevediamo, per il prossimo anno, di distribuirne più di diecimila sul mercato italiano. Nel Dna di X Max ci sono due caratteri fondamentali: il divertimento e il piacere di guidare. Sono gli elementi base con cui il nuovo scooter Yamaha vuole raggiungere il suo pubblico. X Max è frutto di una ricerca tesa ad ottenere il miglior compromesso tra sportività, eleganza e funzionalità. Gli stessi valori del più grande T Max, che hanno dimostrato di funzionare alla perfezione». Un risultato centrato con una ricetta che pare azzeccata. In ci- ma alla lista, ad esempio, troviamo un motore che eroga una potenza (20,1 Cv) e una grinta da vendere (20,8 Nm di coppia). Ma il cuore sportivo X Max non finisce qui. Ci sono anche un telaio rigido e tetragono ad ogni sollecitazione, sospensioni capaci di assorbire le asperità e fedeli alla traiettoria impostata e un impianto frenante degno di una maximoto. Con in più la generosa dimensione dei cerchi ruota (15’ davanti e 14’ dietro), voluti per avvicinare le prestazioni dell’X Max a quelle che si provano in sella a una motocicletta. Il vero colpo di genio, però, arriva dalle scelte relative alla distribuzione dei pesi. Un punto debole negli scooter, dove la maggior parte del peso è concentrata nella zona posteriore. Nello X Max, invece, il serbatoio del carburante, il radiatore e la batteria sono spostati davanti e in basso tra la pedana e lo scudo anteriore. E i numeri parlano da soli, perché ora il 48% del peso è davanti e il baricentro è più basso. Un equilibrio che si apprezza non appena si monta in sella. Soprattutto se si affronta un percorso “guidato”. Una volta su strada, il “piccolo” X Max diventa grande, e mette in difficoltà scooter e moto di maggiore cilindrata. Dalla piacevole seduta in sella, di stampo motociclistico, all’accelerazione espressa dal complesso motore e trasmissione che sembrano non esaurire mai l’energia. Dall’avantreno preciso come un fuso e incollato all’asfalto, fino alla frenata integrale dolce, efficace e sicura. Tutto, nello scooter X Max, sembra pensato per chi ama la guida sportiva. Senza dimenticare, però, che sotto alla sella c’è un vano da 47 litri, ottimo rifugio per il bagaglio da viaggio di un solitario di lungo corso, o di una coppia che fugge per il fine settimana. (v. m.) genere, con contenuti tecnici di sorprendente efficacia: leggero, ruota alta, maneggevole, sicuro. Come la Vespa, il Maggiolino o la Cinquecento, lo Scarabeo entra a far parte di quella ristretta cerchia di veicoli che per essere identificati non hanno bisogno del “cognome”, quello della casa costruttrice, basta il nome. L’idea di Aprilia, quando nel 1990 diede l’avvio al progetto, era quella di una “City Bike“, un veicolo diverso da ogni altro, con le ruote alte e una carrozzeria inconsueta: mentre gli altri costruttori andavano verso linee futuristiche, estreme, appuntite, il designer G i u seppe Ricciuti tracciava le linee morbide e rotonde in stile retrò. La dinamica di marcia, secondo i tecnici dell’Aprilia, non doveva essere quella tradizionale dello scooter ma avvicinarsi il più possibile a quella di una moto, doveva essere una “moto automatica”. Quando nel 1993 al Salone Internazionale del Ciclo e Motociclo, venne presentata la versione definitiva dello Scarabeo 50, in molti ne colsero le caratteristiche per un successo clamoroso. Nel 1999 nasce un nuovo modello per far fronte ad un mercato sempre più orientato verso scooter più potenti e performanti, la cilindrata sale prima a 125/150 poi fino a 250 con motori quattro tempi che vengono forniti dalla Rotax e dalla Piaggio. Lo stile è coraggioso, più marcatamente neo-retrò del cinquantino, ruote da 16 pollici. Ancora una volta il veicolo è inconfondibile. Nel 2003, a dieci anni dalla commercializzazione del primo scooter Scarabeo, viene lanciato il modello 500, ispirato alle linee del Galletto Moto Guzzi, e a Noale si festeggia quota 500.000 unità vendute. Numeri importanti, cifra di un successo industriale e commerciale che ha radici profonde. Yamaha X Max 250 GUIDO CONTER TRAGUARDO del quarto di IunaLmilione di Scarabeo targati (su produzione totale di circa 550.000 unità) rappresenta una boa importantissima nella carriera di un mezzo che è un vero e proprio portabandiera dell’Aprilia. Lo Scarabeo ha definito uno standard, una piccola rivoluzione, un punto di non ritorno nella storia dello scooter, tanto da diventare un’icona, un oggetto del desiderio trasversale a tutte le e t à , senza distinzione di DUE RUOTE ● Auto 1 Samuela De Nardi la “Valentina Rossi” MARTEDÌ 28 GIUGNO 2005 2 IL RECORD è qui, dietro l’angolo: quello di essere la prima donna europea a partecipare alla 8 ore di Suzuka, una corsa massacrante e pericolosa. Da duri insomma. Questo il prossimo obiettivo di Samuela De Nardi, 20 anni, di Vittorio Veneto, biondina tutto pepe che ha iniziato a correre in moto a 11 anni. 55 Harley, svolta rosa per il simbolo Usa L’HARLEY Davidson si tinge di rosa: la marca più maschilista del globo negli Usa sta diventando la moto preferita dalle donne: la clientela femminile conta ormai per il dieci per cento delle vendite (23 mila moto ogni anno) ed è un trend in forte crescita. Così parecchi dealer HD ingaggiano venditori in gonnella... Nonostante l’escalation del pubblico femminile i modelli non cambiano. Cresce la protesta EMANUELA AUDISIO OMINCI a vedere più lei. DaC vanti, non dietro. Sotto il casco, sulle due ruote. Salgono, corrono, si piegano, scalano, scendono. Io Jane, ma guido io. Non è proprio Easy Rider per loro. Lo capisci subito, se vai sul sito delle motocicliste afferri un’altra cosa: con le donne le moto sono carogne. Troppo alte, pesanti. E cavalletti bastardi, da Mister Muscolo. Però le donne sono salite sul mezzo e non lo mollano. Anzi lo modificano: taglia lì, scuci là, avvita, svita. Più che consigli su dove trovare il Principe Azzurro è prezioso quello che ti spiega come abbassare la sella, sfilare la forcella dalla piastra dello sterzo, imbullonare una staffa. E poi c’è l’indirizzo di un tappezziere di Roma, un genio nell’addobbare non la poltrona ma il sellino alla tua misura. Che ci vuole? Ci vorrebbe che ci pensassero le case costruttrici. Lo confermano i dati, le statistiche: le donne si sono messe in moto. Più al nord che al sud, più laureate che non, reddito alto, più grande città. Prima era la stasi, o quasi. Ora ciak, si gira. E si accende. Il 3,5 per cento del totale dei motociclisti è di sesso femminile. Chi disegna e produce moto comincia ad accorgersene e a tenerne conto. Eva Breutel, 44 anni, corrispondente in Italia di Motorrad, rivista specializzata più diffusa in Europa (quindicinale): «In Germania il 20 per cento del popolo delle moto è donna. È un fenomeno che risale agli anni Settanta, al femminismo: perché noi no? Ci siamo chieste. La nostra vicedirettrice è piccola, peserà 50 chili per 1.58, eppure anche per lei la moto è Alta, pesante e “maschilista” ma quale moto per le donne un’abitudine. Noi abbiamo un uso diverso del mezzo rispetto all’Italia, alla pista preferiamo i viaggi lunghi, più che all’agonismo la associamo alla gita. Venti anni fa la Bmw pubblicizzò la sua R45 come moto da donna. Il risultato fu deludente, dire “da donna” era ancora una cosa che sviliva, da vergogna. Io fino a 30 anni ho guidato solo moto. Sono alta 1.80, vivo sulla colline bolognesi, e giro su l’altezza una vecchia Bmw, una Cagiva Grand Canyon e un’Aprilia Motò. Le due ruote di adesso sono più maneggevoli. L’altezza della sella è il problema principale, ma ora molte case hanno ovviato a questo problema. Sono caduta due volte: una in Germania sulle traversine del tram, l’altra sulla sabbia in strada, qui dalle parti di Bologna. È stato molto umiliante, la la moda ESAGERATA La sella della motocicletta ha troppo spesso un’altezza da terra esagerata per il pubblico femminile. Anche se ci sono alcune selle ad altezza regolabile, l’escursione è ancora insufficiente. Solo gli scooter hanno di serie un’altezza della sella da terra adatta a tutte le taglie SICUREZZA AL MASCHILE Per la donna in moto, moda e sicurezza non vanno d’accordo. Se per gli uomini esiste un abbigliamento di sicurezza elegante e confortevole, la motociclista è costretta ad adottare gli abiti maschili che sul corpo femminile si trasformano in una sorta di camicia di forza i modelli BICILINDRICO La voglia di coppia per il gentil sesso è inesauribile. Ma qui non si tratta di legami affettivi: per le donne il tiro ai bassi regimi è fondamentale per avere una guida fluida e senza strappi. Meglio quindi puntare sui bicilindrici il cavalletto UNA PROVA DI FORZA Per i motociclisti il cavalletto centrale è una prova di forza della quale si farebbe volentieri a meno. E’ un “attrezzo” sporco e faticoso da gestire. Dopo qualche raro e poco efficace tentativo di cavalletto elettrico, che per la donna sarebbe una manna, resta il cavalletto laterale. Ma è spesso poco stabile e per una base di appoggio troppo esigua affonda sull’asfalto moto, una Kawasaki, pesava più di trecento chili e non riuscivo ad alzarla. Fortuna che c’erano due carabinieri che mi hanno aiutata». Fortuna sì, ma il peso resta un problema. Lo conferma Paola Furlan, 38 anni, presidente dell’associazione motocicliste d’Italia che è anche un club. «Peso e altezza sono i due ostacoli maggio- ri. Le case negli ultimi dieci anni hanno scelto materiali più leggeri. Nessuno pubblicizza le modifiche per venire incontro alle esigenze femminili perché il mondo delle due ruote è ancora maschilista. Ma l’Honda prevede il regolamento della sella e l’adattamento del manubrio, la Bmw fornisce un kit per consente l’abbassamento della seduta. Toccare con i piedi per terra, nel traffico cittadino, è essenziale. Non solo, ma ora molte case sponsorizzano circuiti e corsi di guida per le donne. Hanno capito che se diventi padrona del mezzo poi compri, scegli, cambi. Vuoi sempre moto più potenti». Manca una Valentina Rossi, verrebbe da dire. Una campionessa su pista. E invece no, Samuela De Nardi, 20 anni, di Vittorio Veneto, è iscritta alla 8 ore di Suzuka. Sarebbe la prima donna europea a partecipare a questa classica. «Guido dall’età di quattro anni, anche se non potevo uscire dal cortile di casa. Mio padre è autotrasportatore, con la passione della moto. Ho iniziato con un Malaguti 50, mi sono data al minicross e al motocross. Nel duemila ho scelto la velocità, il mio motoclub si chiama Morena del Friuli. No, che non solo un colosso: 1,70 per 50 chili, ma ho un preparatore atletico. Nel 2003 ho corso con i ragazzi, il campionato Alpeadria, e li ho battuti. Io penso che donne e case costruttrici dovrebbero incontrarsi a metà strada. E che tocca anche a noi saperci adattare: vogliamo salire in moto? E allora impariamo a farlo bene». Scusi, ma i suoi amici cosa dicono? Rombo, stridore, accelerata. Rumori da velocità. Scusi, può ripetere, non si sente? «Pazza. Sarei una pazza, che fila però». il peso il casco FINO A 250 CHILI Ingombro e peso rendono difficile l’approccio femminile alle due ruote. Un peso che oscilla tra 150 e 250 chili è troppo alto perché una donna di corporatura normale possa a essere a suo agio e guidare in sicurezza DA MIGLIORARE Imprigionare la messa in piega in un casco, significa gettare via la fatica del parrucchiere, i soldi e la femminilità. Ma il casco sicuro è ben aderente. E chi inventa il casco che non spettina, vince alla lotteria