Lettera d
del Parroco
o a 50 ann
ni dall’Orddinazione ssacerdotale PERMEESSO? UN GR
RANDE GRAZIE AL SIIGNOREE E … SC
CUSA Mi decido o
oggi a "pubb
blicare" la leettera del 500.mo del mio
o sacerdozio (la data preecisa dell’ord
dinazione è ill 26 giugno 1965) perch
hé oggi la Chiesa festeeggia Giovan
nni Battista,, l'uomo ch e, con san Gregorio, è è
o" pubblicare
re queste pa
agine perchéé l'ispiratore ddel mio saceerdozio. "Oso
non n mi piacee molto l'esp
posizione di cose mie. PPerò potrebb
bero servire. Dunque D
ho scelto la data d
del 24 giugno peerché il Battista mi ha
a chiarificato c
laa missione sacerdotale. s
Al terminee del suo compito disse:: "Occorre "
chee Lui (Gesù
ù) cresca, io
o invece dim
I sacerdotee minuisca". Il conduce c
a G
Gesù , rinu
unciando de
ecisamente a ogni app
prezzamento
o personale p
e alla popolarità. Giovanni ebbe il ccompito di preparare p
la
a ù facendo co
strada a Gesù
s
onoscere l'intenzione di D
Dio di "salvare" l'uomo ee più precisam
p
mente di liberrarlo dal verro "oppressoore", il peccato, radice dii ogni o
male a cominciare dalla morte
e. Di fatto eesercitò il su
uo ministero
o battezzando
o: lasciandossi lavare dalll'onda del Giiordano, chi accorreva a lui riconosceeva il peccatto decidendo
o di combatteerlo. Giovann
ni così facend
do, preparavva il terreno a
ad accogliere
e la parola ddi Gesù. A questi du
ue aspetti du
unque della m
missione di G
Giovanni vorrrei rifarmi. M
Ma non è faacile essere d
dimenticati ee ù difficile con
nvincermi e cconvincere dii riconosceree accantonatii (siamo asseetati di gratifficazioni). Trrovo però più
il peccato. Non è più “di “ moda”. Ma M siamo aammalati di lebbra che distrugge laa nostra uma
anità e ognii uello con Dioo) anche se non lo vog
gliamo ammeettere. Trovvo resistenza
a rapporto d'amore (a partire da qu
accanita tra
a i tantissim
mi che di fattto rinuncianno a "riceveere ordini" da d Dio (quessto è il pecccato), e non
n pensano di smettere di agire come a loro piace (come a "tu
utti" piace, co
ome va di m
moda); la trovvo anche tra
a ori delle liturrgie e per quuesto convinti di essere ""il meglio": aahimè! Giova
anni Battista
a noi, abitualli frequentato
è sempre lìì a dirmi ch
he se non mi m convinco ee se non co
onvinco che il male veroo, il tiranno,, il guaio, ill persecutoree, la malattia
a mortale deell'uomo è ill peccato, il “mio” pecca
ato, non riusccirò mai a p
preparare un
n terreno adeeguato perch
hé la Parola
a di Gesù e lui stesso siano accolti: Gesù intereessa a colui che avvertee questa pressenza di morrte, è “l’Agneello di Dio chhe toglie il peeccato del mondo”, per ddirla con le sstesse parolee di Giovanni.. Ecco le duee frasi per me m bellissime: "E tu bam
mbino saraii chiamato profeta p
dell'A
'Altissimo peerché andraii innanzi al Signore a preparargli p
le l strade peer dare al suo s
popolo la conoscennza della sa
alvezza nella
a remissione dei suoi pecccati... Verrà
à a visitarci ddall'alto un Sole S
che sorrge per rischhiarare quellii che stanno
o nelle tenebrre e nell'omb
bra della morrte e dirigeree i nostri passi sulla via della pace". Dunque, se vuoi, ti prop
pongo di seguito la "conffidenza" che avevo prepa
arata per il 224 maggio (ee che non ho
o osato allora
a rendere no
ota), quando
o ‐ e vi devo ringraziare m
molto ‐ vi sie
ete uniti a m
me nel ringra
aziamento all Signore chee mi ha permesso di servirlo per così ttanto tempo.. 50 anni di sacerdozio: una vita! Che siano passati, così in fretta poi, non sono molto contento. Ognuno vorrebbe trattenere la vita. Non ci riesce. Scorre inesorabile. E veloce. La "condanna a morte" pesa. Un soffio è la vita, dice la Bibbia, un'ombra che passa senza lasciare nessun segno. Mi sto convertendo (una volta avrei detto: mi sto rassegnando) all'eternità. Gesù ci garantisce la vita eterna: “Chi crede in me non morirà in eterno!”. Voglio lasciarmi cullare in questa certezza. Ciò che mi attacca alla vita e la rende affascinante, l'avrò in pienezza! Doverosa è la domanda su come abbia vissuto questi anni. Fondamentalmente debbo dirmi soddisfatto: sono contento. Mi vien voglia, voglia impellente, di ringraziare il Signore: ringraziare è il miglior modo di esprimere la propria soddisfazione. "Ti ringrazio perché mi hai scelto al tuo diretto servizio. Tu mi chiamasti dal mio paesello tramite don Emilio quella mattina: "Ti piacerebbe fare il prete?", mi chiese a bruciapelo. Ero un bambino. Ho risposto sì”. Un sì ripetuto ogni anno: infatti il direttore spirituale del seminario ogni quaresima ci proponeva "l'esame di vocazione". E ogni quaresima quel sì acquistava consapevolezza maggiore. Fino a quella mattina di dicembre in duomo, quando con tanti miei compagni di corso, invitati dal Card. Colombo, facemmo il passo avanti di accettazione del celibato, premessa per la consacrazione diaconale e presbiterale. Rivedo il passato come un cammino. L'immagine non è molto originale. Però mi si presenta molto articolata. Non vedo infatti un percorso lineare. Ma come l'avanzare progressivo da più punti verso un centro. Quali le "avanzate" più significative? E verso quale centro? Cerco di analizzare alcuni aspetti della vita sacerdotale nei quali mi pare di aver camminato. Ripenso innanzitutto alla presidenza delle celebrazioni liturgiche. Quando entrai da prete per la prima volta nella chiesa del mio paesello il 26 giugno 1965, era passato il mezzogiorno, non c'era nessuno, mi posi all'altare (da poco si celebrava sui nuovi altari rivolti verso il popolo). Provai un senso di vertigine. Era cambiata la mia "collocazione" nelle celebrazione. Sarei stato sotto gli occhi di tutti. Per questo, quando celebri, ti viene spontaneo di essere composto, cerchi di cantare bene, quasi per fare bella figura. Metti al centro te. Ti interessa la reazione della gente alle cose che dici. Insomma ti guardi troppo addosso. Ma a mano a mano le cose sono cambiate, acquisti la consapevolezza di compiere un servizio, che é tua responsabilità animare l'assemblea coagulando individui in modo che diventino un popolo unanime, soprattutto che sei chiamato a essere tramite con l'Infinito e quindi a trasmettere il senso della sacralità del momento. La celebrazione è un fallimento, non se non riscuote un successo immediato e un plauso per te, ma se ognuno se ne ritorna a casa come prima, chiuso nei suoi problemi come prima, disattento agli altri come prima, senza nessun messaggio vitale da parte di Dio. Ecco: gli anni di ministero sono stati una progressiva avanzata verso la consapevolezza della fondamentale importanza della presidenza dell'eucaristia. È il compito primario del sacerdote. In secondo luogo (procedo a casaccio) noto un grande scarto tra le prime confessioni amministrate e quelle attuali. Non sapevo quali consigli dare. Capivo che era troppo banale e inutile raccomandare il contrario di quanto uno confessava, per esempio di non dire parolacce se ne aveva il vizio, di non rubare se aveva la mano lesta... Non è stato semplice però, e non lo è mai, intuire dalle parole del penitente il consiglio giusto, quali indicazioni lo Spirito gli mette in cuore. E tu dovresti appunto dare voce allo Spirito. Comunque dalle raccomandazioni ovvie sono passato a quelle di fondo, cerco di suggerire qualche regola di vita spirituale cristiana, invito a passare dall'elenco dei peccati alla scoperta del vero peccato, origine di tutto il male, che è l'accantonamento di Dio. "Tu sei venuto per chiedere perdono a Dio adesso, ma per imparare a fare poi di Dio sempre il punto di riferimento, la guida, il pastore". Inoltre ancora ritengo di aver camminato molto anche nella predicazione, passando dalla lezioncina più o meno dotta, più o meno copiata dai commenti dei biblisti, all'offerta del nutrimento spirituale di cui chi mi ascolta penso abbia bisogno. Rimane la fatica di scegliere, perché, diciamocelo serenamente, l'ignoranza della fede e della morale cristiana nei nostri tempi è da primato storico! Credo di aver camminato molto anche nel rapporto con l'altro o l'altra, anche se al riguardo emergono limiti e condizionamenti in modo più palese che in altri campi. La presidenza dell'Eucaristia deve tradursi in una sorta di presidenza anche nella carità. Se il sacerdote apre le porte dell'Infinito, deve anche, per missione, cercare di abbattere le barriere dell'indifferenza o della cattiveria che separano uomo da uomo. Ma qui il racconto si dovrebbe articolare e precisare meglio. E forse non sono io il giudice più competente ed obiettivo. Dunque un avvicinamento progressivo verso il centro da diversi punti di vista. Un cammino verso l'essenzialità. Una progressiva conversione al servizio. Mi aiuta molto l'esempio di Gesù, del quale ho a lungo ricercato il "movente di fondo", l'anima dell'agire. Semplicissima la risposta: Gesù ama Dio, è figlio appassionato. E ama l'uomo di cui ha scelto di condividere la condizione, partecipando non soltanto alla gioia ma anche alla sofferenza umana, al dolore e alla morte. L'amore è il movente del suo agire. L'amore per il Padre lo spinge a farne “propaganda”: non è giusto che l'uomo non lo conosca e quindi lo accantoni. L'amore per l'uomo lo spinge a sollecitarlo verso Dio, perché sa che l'uomo, fatto immagine e somiglianza di Dio, non raggiungerà la gioia lontano da lui. Il centro verso il quale dunque il mio ministero mi conduce è stupirmi dell'Amore, gustarlo, cercarlo soprattutto in Gesù e nell'altro, per raccomandarlo. Forse in connessione con la certezza che il mio posto nella comunità è quello del servitore, è sempre più maturata la certezza che la comunità stessa debba ritenersi serva dell'uomo. Esiste per servire. E il suo servizio specifico è unico: testimoniare l'amore di Dio in Cristo risorto e quindi annunciare la sconfitta della morte e la certezza della vita eterna. In mille modi che tutti conoscono. Tra gli obiettivi del servizio di una vera comunità cristiana, ne sottolineo il più importante, quello di promuovere un incontro vero, di fede e di amore, con Gesù. Temo una comunità cristiana senza Gesù o con Gesù strumentalizzato per fini propri. Si possono e di fatto si mettono in cantiere centomila iniziative, più o meno centrate. Ma ne esiste già una, in atto da sempre, e fondamentale, e chiarissima, e completa, e varia, e affascinante: ed è l'Eucaristia domenicale nel quadro delle celebrazioni dell'anno liturgico. Le celebrazioni sono l'occasione per riprendere e ristudiare le verità fondamentali del Credo, per riordinare la vita attorno alle virtù principali, per accostare con un certo ordine i tanti libri che compongono la Bibbia, per convertire l'esistenza alla lode e al ringraziamento a Dio facendo continua e stupita memoria delle opere meravigliose da lui compiute. La centralità delle celebrazioni liturgiche nella vita cristiana personale e comunitaria è una certezza radicata da tempo in me. Non ho ancora trovato il modo di propagandarla a dovere. Per troppi una messa vale l'altra, un periodo liturgico vale l'altro, peggio ancora la messa è un optional! Tra tutti i compiti di un parroco, uno senz'altro a cui tengo molto è presiedere ai funerali. Normalmente purtroppo non conosco il defunto, e questo è gravissimo. Ma almeno voglio presentare io il defunto al Signore e raccomandarglielo, a ciascuno vorrei garantire la mia vicinanza nel momento determinante. So che il Signore è buono, la sua misericordia non è condizionata alla mia preghiera. Ma... una parola buona, non si sa mai. Ci tengo a presiedere ai funerali anche per chi accompagna il defunto, la maggior parte è disabituata alla chiesa. Ci tengo perché mi permette di annunciare a tutti Cristo risorto, e in lui l'amore di Dio, e, collegati, il valore grandissimo di ciascuno da lui amato personalmente come figlio, e la bellezza della vita, viaggio a volte impegnativo ma stupendo perché il traguardo è meraviglioso, Dio stesso. Confido che di conseguenza la vita di tutti diventi più saggia, maggiormente ricca di bene e soprattutto più gioiosa. I miei 50 anni di sacerdozio coincidono con un periodo storico incredibile. Nessuno di noi sarebbe quello che è se la storia recente fosse stata un'altra. Dal punto di vista ecclesiale sono i primi 50 anni dopo l'esperienza "rivoluzionaria" del Concilio, che ha segnato una svolta epocale. Noi siamo i preti del Concilio. Esso si svolse durante i nostri anni di teologia. Cominciò a entrare in circolo già dai primissimi giorni del nostro ministero. Al Concilio seguì quasi immediatamente la feroce contestazione del '68: si trattò di un impatto traumatico anche per molti di noi, questa contestazione violenta all'ordine costituito, estesa in ogni ambito sociale. Ma le nuove linee dettate dal Concilio hanno indubbiamente strutturato la nostra personalità di giovani sacerdoti. Non posso dimenticare alcuni grandi, qualcuno conosciuto anche personalmente. Papa Giovanni: buono lo chiamarono, ha suscitato attrattiva e simpatia verso la Chiesa che allora appariva come una cattedrale lucida, che suscitava qualche oh! di stupore, ma distaccata e fredda. Coraggioso quant'altri mai perché attento alla voce dello Spirito che spesso oltrepassa i consigli della prudenza umana. Oboedientia et pax, obbedienza e pace, il suo motto. Come Abramo! Papa Paolo VI che amammo come arcivescovo dei nostri anni di seminario. Ci piacevano le sue omelie non scritte, che cominciavano normalmente in tono dimesso per poi accendersi in maniera quasi passionale. Cristo era il suo amore. Ci aprì gli occhi al mondo intero. Agostino Gemelli lo definì transatlantico incagliatosi nel Naviglio. Ci pensò lo Spirito a riportarlo a Roma, guida ferma nella conduzione del Concilio prima e poi nel mare tempestoso del dopo Concilio. Ha preso il nome di Paolo, il più grande missionario della storia. Le grandi aperture dei Papi dopo di lui non sarebbero state possibili senza la sua azione di apripista, in quasi tutti i campi. Come Paolo apostolo di cui aveva preso il nome, poté a conclusione della sua vita proclamare: "Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede". Giovanni Paolo I colpì col suo sorriso e per la sua umiltà. Si paragonava a uno scricciolo dinanzi al suo Predecessore. Giovanni Paolo II lo ricordo come la guida di tutti i popoli, cittadino del mondo, coraggioso difensore dell'oppresso, determinato nell'agire. Ha riacceso la speranza nella Chiesa mobilitando soprattutto i giovani, che sono il futuro. Lo ricordo nella messa di inizio del Pontificato mentre "brandisce" il pastorale di Paolo VI, che non era altro che Gesù Crocifisso. "Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!", è lui il Redentore dell'uomo. L'ho incontrato più volte, ricordi ricchi di fascino. Il primo sulle porte del duomo in occasione del XX Congresso Eucaristico, ricordo quegli occhi e quel "Buona sera" rivolto a me con quella bella voce baritonale. L'ultimo nel suo studio privato, lui ormai piegato dalle infinite avventure della vita: ha voluto salutarmi come segretario del Card. Martini. Ho avuto la gioia di incontrare il Card. Ratzinger più volte quand'ero segretario di Martini. Mi stupì la sua dolcezza. Mi sarei aspettato il generalissimo difensore della fede cattolica presentato dai media, non un uomo mite e gentile. "E' il cardinale più intelligente di tutti", diceva Martini. Mi ha nutrito molto la chiarezza del suo magistero di pontefice. Mi ha convertito ancora più profondamente a Dio Amore con la sua prima enciclica. Capisco che il grande vuoto nella spiritualità concreta di tanti cristiani oggi coincide con l'assenza delle tre virtù teologali, di cui lui fu "cantore", sintomo evidente dell'accantonamento di Dio. Papa Francesco, come un tornado, sta svegliando la Chiesa perché "esca", ma prima riscopra la gioia e la bellezza dei tesori che le sono stati donati da Dio, tesori appunto da condividere, perché ne sono destinatari tutti. Non posso dimenticare alcuni santi che hanno avuto molto influsso, un certo influsso significativo, nella mia vita. Scelgo Santa Teresina innanzitutto. Ne lessi fin dai primi anni dell’adolescenza "la storia di un'anima". Forse mi attiravano il suo fascino e la sua bellezza, forse il suo insegnamento corrisponde ai moti interiori dell'età adolescenziale e giovanile: comunque mi piacque molto la piccola via, quella che punta al cuore, perché dal cuore nasce ogni impulso di bene. Mi piacque Santa Teresa d’Avila, della quale lessi molte pagine. Ritenevo fondamentale quel nutrimento per dare spazio a Dio. Da Teresa imparai il fascino della preghiera come incontro personale con Dio: la preghiera è incontro d'amore con colui dal quale sai di essere amato. Mi piacque poi Sant'Agostino, di cui in particolare lessi e rilessi le Confessioni. Mi piacque perché allargò il mio animo rendendolo assetato di Dio. "Tu o Signore ci hai fatti protesi verso di te, ed è inquieto il nostro cuore finché non trova riposo in te". Mi piacque San Gregorio, accostato da tante pagine a partire dalle 40 omelie e dalla Regola pastorale. San Gregorio indubbiamente fu discepolo spirituale, e non solo, di Sant'Agostino. Mi “conquistò” l'immagine del sacerdote come sentinella a servizio del popolo di Dio, con l'incarico di allertare dinanzi agli pericoli. Col tempo, come ho già detto, acquistò in me tanta importanza la figura di Giovanni Battista. L'ammiro moltissimo. Vedo in lui riassunto il mio compito. Lo vedo maestro di pastorale. Annuncia l'amore di Dio nella remissione dei peccati. Qui è la salvezza, nella liberazione dal peccato, che è vera distruzione dell'uomo e dell'umanità. Giovanni vive per Gesù, e lo indica come l'agnello che toglie il peccato del mondo. Anche a me piacerebbe essere raffigurato come uno che punta l'indice verso Gesù costringendo tutti a voltarsi verso di lui. Gode per Gesù, si proclama amico di lui visto come sposo. Il suo unico desiderio è che Gesù cresca, per quanto lo riguarda invece personalmente, che a poco a poco scompaia per fargli spazio. Essere precursore di Gesù: mirabile vocazione. Fecondità di vita. Ci sono infine tante altre che non entreranno nei libri della grande storia, ma che non posso mancare nel libretto della mia. Senza di esse la mia vita sarebbe stata diversa. Parenti (su tutti i genitori), Sacerdoti, amici. E poi le donne, in genere, qualcuna in particolare. Fu per me provvidenziale essere assistente tra i 30 e i 40 anni dell'oratorio femminile di san Gregorio, una vera università per l'acquisizione di un rapporto costruttivo con la donna. È troppo importante e arricchente un rapporto sereno con la donna per un sacerdote. Dovrei scrivere dei "romanzi" al riguardo. Comunque indubbiamente il rapporto che ricordo con maggiore nostalgia è stato quello con il cardinale Martini. Quando mi telefonò per chiedermi di accompagnarlo negli ultimi anni del suo ministero ne fui contentissimo. ”Chiedi il permesso alla tua mamma e, se anche lei è d’accordo, la cosa è fatta!". Sto rileggendo il diario di quegli anni (ogni giorno scrivevo le mie impressioni): posso così toccare con mano le tante ricchezze che ho avuto la fortuna di incontrare condividendo la vita con quell'uomo eccezionale. Ne ringrazio sempre il Signore. Non posso evidentemente elencarle tutte; ne sottolineo soltanto due: l'amore per la parola di Dio e la fiducia nella intelligenza dell'uomo. La parola di Dio e l'intelligenza dell'uomo sono luce, due strade meravigliose nel cammino verso la verità. In un'intervista negli ultimi mesi di episcopato milanese, al cardinale Martini tra l'altro fu rivolta questa domanda: come vorrebbe essere ricordato? Oggi sento rivolta a me la stessa domanda: come vorrei essere ricordato qui alla Samz? Vorrei essere ricordato come il sacerdote che ha avuto la pretesa di assomigliare a Gesù, di portare avanti il programma stesso di Gesù: quello di fare conoscere Dio come padre. E di conseguenza quello di convincere l'uomo della propria grandezza, mostrandogli i limiti sfacciati dell'ideale di uomo proposto dalla attuale civiltà. Vorrei essere ricordato come una specie di Giovanni Battista, che visse in funzione del Messia, per preparargli la strada, per indicarlo presente come agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Vorrei essere ricordato per l'amore alla comunità, per gli stimoli continui a costruire la comunità cristiana, così come piace a Gesù, animata e guidata dallo Spirito. Sono sicuro che si farà fatica a ricordarmi così, perché mi è sempre stato difficile concretizzare queste aspirazioni interiori. Mi mancano troppe cose. Mi mancano sia lo spirito organizzativo sia la costanza nella dedizione a grandi ideali. Il primo è un limite costituzionale. L'altro invece è di ordine morale. Riguardo al primo devo chiedere a tutti magnanimità e pazienza. Riguardo il secondo invece, perdono. Don Gregorio 
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E - Parrocchia Samz