Cattolici nellʼUniversità a BRESCIA Comunità Universitaria CENTRO UNIVERSITARIO DIOCESANO NUMERO 3 - OTTOBRE 2002 Iter Fortunati quei viaggiatori che vedono e ripartono. (J.W.Goethe) i sommar o New York, agosto 2002 Filologo... per strada Il viaggio in Italia di Goethe pAgiNa1 pAgiNa2 Discorso del Papa a Toronto Pellegrini dal volto giovane pAgiNa3 Ulisse e Abramo I raid Goum pAgiNa4 Viaggiare in coppia Diop e gli altri pAgiNa5 Erasmus, provare per credere pAgiNa6 Odissea, tra gli oceani Crampus pAgiNa7 Lectio divina Viaggiare formati pAgiNa8 New York, agosto 2002 I l rumore degli scavatori al lavoro e il silenzio immobile della grande croce, ricavata da due pilastri delle torri, dietro la quale sventola una bandiera stelle e strisce. Intorno la città che si muove con la consueta frenesia, quasi distratta. Siamo a Ground Zero, a quasi un anno dalla tragedia delle Torri Gemelle. L’area è un grande cantiere. Si lavora alacremente per restituire al più presto questi spazi alla fruibilità della capitale mondiale dell’economia. World Trade Center è il nome altisonante che, con la solita punta di malcelato orgoglio nazionalistico, gli americani hanno scelto per due grattacieli meraviglia dell’ingegneria, non privi di una bellezza essenziale, ascetica quasi, in quel loro lanciarsi verso il cielo terso di New York. Ora invece c’è solo una sgraziata voragine e tutt’intorno, altri edifici dal manto specchiato, alcuni dei quali ancora sfregiati dalle conseguenze del crollo delle torri. Uno, in particolare, colpisce per la sua iconica efficacia. È molto alto, completamente ricoperto da lunghi teli neri. In alto, un’enorme bandiera e, poco sotto, la scritta “We remember”. Noi ricordiamo. Già, anche noi ricordiamo, sentiamo l’urgenza della memoria, del fermarsi a riflettere, anche solo per poco, in questo luogo che, da tempio pagano dell’economia, si è trasformato in memoriale laico di un’umanità innocente condannata ad una morte atroce. Non siamo i soli a sostare in silenzio, a pregare e cantare sommessamente. Un brivido corre per la schiena quando, dandoci la mano, ripetiamo le parole della preghiera per eccellenza, il Padre nostro. LA VIA In principio il Cristianesimo si chiamava la Via. In questa metafora si nasconde la piena rivelazione di Gesù Cristo…Io sono la Via, la Verità, la Vita… Spiegare perché la Via si confonde fin dalle origini con tutte le altre vie è il grande enigma. Si tratta certamente della questione fondamentale dell’occidente, ma occorre ricordare che l’evento riguarda tutte le latitudini, ed è destinato a protendersi cronologicamente fino alla fine dei tempi. L’invenzione poi della prima via della seconda via e della terza via, è un fatto del tutto recente, legato ai convergenti rivolgimenti dell’economia, della finanza, della tecnologia e delle ideologie post illuministiche, ma è COMUNITÀ UNIVERSITARIA PRO MANUSCRIPTO 1 Fabio Larovere In quel “nostro” raccogliamo tutte le vittime delle ingiustizie e delle violenze che l’uomo consuma nei confronti dell’altro uomo e gustiamo finalmente il valore universale di parole che ci appartengono visceralmente, forse più di noi stessi. Ci spostiamo verso il mare e quando crediamo di aver finalmente lasciato il luogo dell’orrore per abbandonarci alla spensieratezza di una visita turistica, sono i volti delle vittime a venirci incontro. Da lontano scorgiamo un muro punteggiato di immagini e fiori. Avvicinandoci capiamo che è il monumento spontaneo, eretto da parenti ed amici, a ricordo di coloro che hanno perso la vita nella tragedia, soprattutto vigili del fuoco. Difficile restituire lo stato d’animo che ti prende. Vorresti cambiare strada, ma poi ti fai coraggio e ti avvicini. Sono volti sorridenti, spesso foto ufficiali (il giorno del diploma o della laurea, la foto in divisa per i vigili del fuoco). Ci sono bandiere americane, piccoli oggetti, biglietti e lettere, perfino un sandalo da bambino. Ma sono ancora i volti che colpiscono, i sorrisi, la serenità che esprimono.Torna alla mente quella drammatica telefonata fatta da una giovane donna imprigionata in una delle torri poco prima del crollo al marito, registrata dalla sua segreteria. Poche parole dettate dal terrore, dalla consapevolezza di una catastrofe imminente, ma parole d’amore. “I love you” gli ha detto con voce rotta dalla commozione prima di chiudere la conversazione. In quel messaggio l’unica via d’uscita per ogni umano dramma. soprattutto relativo alle grandi sperimentazioni politiche e sociali dei secoli XIX e XX, oscillanti da una forma di liberalismo selvaggio ad una forma di comunismo oppressivo. Ci sono ovunque segni di morte. In ogni dove si imboccano vicoli ciechi. La terza via, quella di un cristianesimo coerente che irradia sulle realtà terrestri, deve essere imboccata seriamente. Il cristiano autentico è nel mondo ma non del mondo; non lo troverai a far la benché minima rivoluzione con la violenza e senza di Dio; non lo troverai al tavolo della spartizione del bottino dei ricchi e dei potenti. Iter è il titolo del numero tre di Comunità Universitaria: contiene una serie affascinante di metafore sul viaggio. Il contenuto, fissato solidamente su un punto, si protende nella molteplicità: adulto nel fondamento e bambino nel modo di esplorare. OTTOBRE 2002 Filologo… per strada Un viaggio al giorno magari non leva il medico di torno. Però la parola inglese journey è chiara: una volta si misuravano le distanze non sulla base dello spazio, ma del tempo impiegato per fare un percorso. Una giornata di cammino indicava una certa lunghezza. Nel francese medievale si scriveva journee o jornee. E quando i Normanni conquistarono la Britannia, nel 1066, si portarono dietro anche il sostantivo che poi in inglese è diventato journey. Oggi significa “viaggio”, anche se le distanze lunghe non si colmano più andando a piedi. Eppure una scarpinata ogni tanto farebbe bene: ci si mantiene in forma e poi camminare mette appetito. Ma anche questo era ben noto in tempi antichi: non ci si metteva in viaggio senza aver dietro le provviste per il sostentamento. Del resto, la voce viaggio è la continuazione, in italiano, di una forma provenzale viatge. E questa risaliva al latino viaticum, che significava “quanto occorre per il viaggio”. Chi partiva per un viaggio non sapeva che cosa lo aspettasse per strada. I briganti si aggiravano un po’ ovunque, forse non così tanti come oggi: ma allora andavano per le spicce. Oggi chi va in aereo può finire coinvolto in un bel dirottamento: ma è un rischio remoto. Un tempo, invece, si rimetteva l’anima a Dio prima di qualsiasi viaggio, magari anche solo per recarsi in Università… A dire il vero, il viaggio più importante si fa al termine della vita, ed è quello che ci conduce nell’aldilà, dopo la morte. Ecco perché nella tradizione cristiana è chiamata viatico la comunione amministrata a chi sta per morire. Abbiamo visto che il termine viaggio deriva da via. Un legame simile è presente anche nel russo put’ešestvie. La prima componente è infatti il sostantivo put’, che significa “cammino, via”. Questa parola contiene la stessa radice indeuropea presente nella voce latina pons, pontis, che ha dato l’italiano ponte ed è anche presente in pontefice. Secondo un’antica concezione, già attestata in Varrone, pontifex sarebbe il “costruttore del ponte” verso l’aldilà. Ma la spiegazione è più complessa: la radice di pons ha il significato del “percorso”. Dunque, l’antico pontifex è colui che stabilisce il contatto con il divino, è la “guida” nell’esperienza del cammino al di là del mondo sensibile. Sia viaggio, sia put’ešestvie hanno dunque legami con l’esperienza del sacro. Più terrena e bellicosa è invece la versione tedesca Reise. Il termine si formò in epoca medievale a partire da una radice germanica che significa “salire”. Essa è oggi ben attestata in inglese, nel verbo rise “salire, crescere”. Nel tedesco antico, l’antenato di Reise significava la fase di avvio di una “marcia in salita”, in direzione del luogo del combattimento. Insomma: per i tedeschi, mettersi in viaggio era come avviarsi per la battaglia. Per fortuna, nel corso dei secoli, le parole hanno preso una piega più rassicurante. Oggi i tedeschi per lo più viaggiano per conquistare un posto al sole, ma nei luoghi di vacanza. Certe mode recenti fanno invece uso di un “viaggio” particolare: è l’inglese trip. La storia della parola è oscura. Fatto sta che un tempo significava un viaggio compiuto sulla terraferma dai marinai di Sua Maestà britannica. Oggi, in inglese indica il percorso compiuto da una tappa all’altra di un itinerario, come quello di un pellegrinaggio. Ma per qualche strana ragione, nell’inglese d’America trip ha preso a significare un “viaggio della mente” compiuto sotto effetto di sostanze psicotrope, come l’acido lisergico, che gli appassionati chiamano con la sigla LSD. A differenza della tisana della nonna, non pare un toccasana. Forse un viatico più tradizionale fa meglio alla salute. Combinato a una Reise in località baciate dal sole, dà molta soddisfazione. Purché non si dimentichino le provviste. Pellegrini Discorso del Santo Padre Giovanni Paolo II durante la Santa Messa a Downsview 28 luglio Pellegrini sulle strade del mondo, come la Chiesa va ripetendo da secoli, in attesa di trovare pace per i nostri cuori nella Patria celeste, ci facciamo anche pellegrini verso Toronto per partecipare alla XVII Giornata Mondiale della Gioventù. Da Brescia siamo quasi 800, metà con la Diocesi e metà con le comunità neocatecumenali, per incontrare tanti altri giovani, ascoltare le parole alte e vibranti del successore di Pietro, vivere una straordinaria occasione di incontro con Cristo. È lungo il nostro viaggio. Partiamo da casa in pullman, raggiungiamo uno degli aeroporti milanesi e da qui, in aereo, dopo uno scalo in Germania, il suolo americano. Ancora un autobus, per tutta la notte, e siamo finalmente a Toronto, non senza aver prima fatto sosta alle cascate del Niagara: i bagliori mattinali dell’aurora vestono di insolite suggestioni l’enorme massa d’acqua che si riversa dal lago nel fiume. Uno spettacolo indimenticabile. Ma il nostro pellegrinaggio continua, anche per le strade di Toronto, dove ci accoglie calorosamente la numerosa comunità italocanadese. Ci muoviamo tra i grattacieli della Downtown – il centro della città - e le grandi aree di Exhibition place, la zona fieristica cuore delle manifestazioni, cercando di portare ovunque l’entusiasmo ed il calore di chi sta vivendo un’esperienza unica. La fatica si misura nei sacchi a pelo che sono il nostro letto, nei brividi delle docce – rigorosamente fredde e all’aperto – che ci attendono ogni sera, nella mutevolezza del tempo, che non si dimostra affatto clemente con noi. Soprattutto nella notte tra la veglia e la messa a Downsview Park, quando una pioggia battente ci fa da brusco risveglio alle 6 del mattino e accompagna pure parte della celebrazione, salvo poi lasciare il posto a un sole cocente. Al bastone del pellegrino abbiamo sostituito il Pass, oramai parte integrante di noi stessi, indispensabile per partecipare a tutti gli appuntamenti dell’evento. La nostra sacca non è la semplice borsa dei pellegrini medievali: indossiamo invece un moderno zaino rigorosamente “made in China”, e al posto della conchiglia abbiamo una bottiglietta d’acqua. E la mantella? Quella c’è, ma ha l’aspetto dell’impermeabile regalatoci dalla Cei, la cui utilità abbiamo potuto veramente apprezzare in occasione delle frequenti piogge. Bandana “Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14) Carissimi Giovani della 17a Giornata Mondiale della Gioventù, carissimi Fratelli e Sorelle! 1. Su una montagna vicino al lago di Galilea, i discepoli di Gesù erano in ascolto della sua voce soave e pressante: soave come il paesaggio stesso della Galilea, pressante come un appello a scegliere tra la vita e la morte, fra la verità e la menzogna. Il Signore pronunciò allora parole di vita che sarebbero risuonate per sempre nel cuore dei discepoli. Oggi Egli dice le stesse parole a voi, giovani di Toronto e dell’Ontario, e di tutto il Canada, degli Stati Uniti, dei Caraibi, dell’America di lingua spagnola e portoghese, dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania. Ascoltate la voce di Gesù nel profondo dei vostri cuori! Le sue parole vi dicono chi siete in quanto cristiani. Vi insegnano che cosa dovete fare per rimanere nel suo amore. 3.Il Signore vi invita a scegliere tra queste due voci che si contendono la vostra anima. Questa scelta è la sostanza e la sfida della Giornata Mondiale della Gioventù. Perché siete giunti fin qui da ogni parte del mondo? Per dire insieme a Cristo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Gesù, l’amico intimo di ogni giovane, ha parole di vita. Quello che voi erediterete è un mondo che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana. È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell’amore di Dio. Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell’amore. Ha bisogno che voi siate il sale della terra e la luce del mondo. Lucia Mor rienza che si appresta a vivere: quindici anni prima, egli scrive, non sarebbe stato possibile visitare Roma senza una guida. Fin da queste considerazioni, si rivela il senso profondo attribuito da Goethe all’esperienza del viaggio che è, essenzialmente, esperienza interiore, non solo un movimento nello spazio, ma anche e soprattutto, un movimento nella mente, nello spirito, nell’anima. L’esito di questo movimento, che per Goethe si profila come una fuga - fuga da rapporti logorati alla corte di Weimar, da un senso di frustrazione per gli scarsi esiti dell’impegno di lavoro amministrativo e politico, da una complessa situazione affettiva - è il raggiungimento della tranquillità, è il passaggio dall’ansia alla pacatezza. Nel raggiungere nella realtà ciò che già era noto allo spirito, l’animo si placa: Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita. E la pacatezza è raggiunta grazie al rinnovamento, a quella rinascita che dal profondo lo va riplasmando e ne sta mutando non solo l’identità di poeta, di artista, ma anche quella di uomo. La riflessione intorno all’essenza dell’uomo, alla Humanität, diverrà di lì a pochi anni il fulcro del classicismo weimariano, che avrà in Goethe il suo perno poetico e intellettuale, ma si arricchirà dei contributi di altri grandi intellettuali del tempo, fra i quali basti citare Johann Gottfried Herder e Friedrich Schiller. La pacatezza classica, la consapevolezza della possibilità di un armonioso equilibrio fra tutte le componenti umane - intellettuale, sensuale, creativa - cantata da Goethe nella splendida Quinta Elegia Romana, è il segno del grande rinnovamento etico che il viaggio in Italia lasciò nello scrittore tedesco, esperienza divenuta paradigmatica del senso ultimo di ogni vero viaggio, che è, anche se per ognuno con esiti diversi, essenzialmente Bildung, formazione interiore. Alle tre del mattino del 3 settembre 1786, Johann Wolfgang Goethe lascia di nascosto Karlsbad, dove pochi giorni prima, il 28 agosto, ha festeggiato con un gruppo di amici il suo trentasettesimo compleanno. Meta del viaggio l’Italia, dalla quale rientrerà a Weimar due anni dopo, nel giugno del 1788. Da questa esperienza, centrale e decisiva per la biografia umana e intellettuale dello scrittore tedesco, nascerà trent’anni più tardi la Italienische Reise, un corposo scritto divenuto pietra miliare nella tradizione della letteratura di viaggio, nonché ‘guida’ essenziale per molti tedeschi che da quel momento, scendendo dal Brennero e costeggiando il Garda, hanno deciso di ripercorrere l’itinerario goethiano. I due testi riportati sono fra le pagine più famose dell’intera opera. I toni entusiastici rispecchiano la gioia con cui è vissuta la realizzazione di un sogno che ha radici lontane. Goethe è giovane, ma non giovanissimo; il suo entusiasmo non è ingenuo, ma consapevole della maturità richiesta dall’espe- Roma, 1 novembre 1786 Sì, finalmente mi trovo in questa capitale del mondo! Se l’avessi potuta vedere quindici anni fa in buona compagnia, sotto la guida d’un uomo veramente esperto, che grande fortuna sarebbe stata! Ma poiché invece debbo vederla e visitarla da solo con i miei occhi, è meglio che una tal gioia mi sia toccata così tardi. Ho pressoché sorvolato le montagne tirolesi; ho visitato bene Verona,Vicenza, Padova e Venezia, di sfuggita Ferrara, Cento e Bologna, e Firenze, si può dire, non l’ho veduta. L’ansia di giungere a Roma era così grande, aumentava tanto di momento in momento, che non avevo tregua, e sostai a Firenze solo tre ore. Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita. Giacché si può dir davvero che abbia inizio una nuova vita quando si vedono coi propri occhi tante cose che in parte già si conoscevano minutamente in ispirito. Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto ora è davanti a me; ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo. Altrettanto dicasi delle mie osservazioni, delle mie idee. Non ho avuto alcun pensiero assolutamente nuovo, non ho trovato nulla che mi fosse affatto estraneo; ma i vecchi pensieri si sono fatti così definiti, così vivi, così coerenti, che possono valere per nuovi. Roma, 20 dicembre 1786 La rinascita che mi va riplasmando dal profondo continua a operare in me. Pensavo di certo che qui avrei imparato qualcosa di valevole; ma che dovessi retrocedere di tante classi scolastiche, che dovessi disimparare tante cose e addirittura riprenderle dalle basi, questo non lo pensavo. Ora però me ne sono convinto e dato pace, e più debbo rinnegare me stesso, più ne provo gioia. Sono come un architetto che, volendo costruire una torre, aveva gettato male le fondamenta: se ne capacita in tempo, non esita a demolire quanto già aveva elevato da terra, e cerca di ampliare, di migliorare il suo disegno, di accertare meglio la saldezza del fondo, lieto al pensiero che la futura costruzione sarà più stabile. Voglia il Cielo che al ritorno siano riconoscibili in me stesso le conseguenze morali di questo mio aver vissuto in un mondo più vasto. Sì, non soltanto nel senso artistico, ma anche in quello etico avviene un grande rinnovamento. 2 OTTOBRE 2002 4.Il sale viene usato per conservare e mantenere sano il cibo. Quali apostoli del terzo millennio, spetta a voi di conservare e mantenere viva la consapevolezza della presenza di Gesù Cristo, nostro Salvatore, specialmente nella celebrazione dell’Eucaristia, memoriale della sua morte redentrice e della sua gloriosa risurrezione. Dovete mantenere viva la memoria delle parole di vita da lui pronunciate, delle splendide opere di misericordia e di bontà da lui compiute. Dovete costantemente ricordare al mondo che “il Vangelo è potenza di Dio che salva” (cfr Rm 1, 16)! Il sale condisce e dà sapore al cibo. Nel seguire Cristo, voi dovete cambiare e migliorare il ‘gusto’ della storia umana. Con la vostra fede, speranza e amore, con la vostra intelligenza, coraggio e perseveranza, dovete umanizzare il mondo nel quale viviamo, nel modo già indicato dal Profeta Isaia nella prima lettura di oggi:“Sciogliere le catene inique... dividere il pane con l’affamato... [togliere di mezzo] il puntare il dito e il parlare empio... Allora brillerà fra le tenebre la tua luce” (Is 58, 6-10). 5. Anche una fiamma leggera che s’inarca solleva il pesante coperchio della notte. Quanta più luce potrete fare voi, tutti insieme, se vi stringerete uniti nella comunione della Chiesa! Se amate Gesù, amate la Chiesa! Non scoraggiatevi per le colpe e le mancanze di qualche suo figlio. Il danno fatto da alcuni sacerdoti e religiosi a persone giovani o fragili riempie noi tutti di un profondo senso di tristezza e di vergogna. Ma pensate alla larga maggioranza di sacerdoti e di religiosi generosamente impegnati, il cui unico desiderio è di servire e di fare del bene! Oggi, ci sono qui molti sacerdoti, seminaristi e persone consacrate: siate loro vicini e sosteneteli! E se, nel profondo del vostro cuore, sentite risuonare la stessa chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata, non abbiate paura di seguire Cristo sulla strada regale della Croce. Nei momenti difficili della storia della Chiesa il dovere della santità diviene ancor più urgente. E la santità non è questione d’età. La santità è vivere nello Spirito Santo, come hanno fatto Kateri Tekakwitha e moltissimi altri giovani. Voi siete giovani, e il Papa è vecchio e un po’ stanco. Ma egli ancora si identifica con le vostre attese e con le vostre speranze. Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa! Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l’immagine del Figlio suo. in testa, macchina fotografica e libretto delle preghiere a portata di mano e si completa il ritratto del moderno pellegrino. Camminare e fermarsi. Le nostre soste più importanti le abbiamo fatte nella chiesa di san Carlo Borromeo, dove si tenevano le catechesi per noi bresciani. Il tema, quantomai impegnativo, è quello scelto per la stessa Gmg, ossia il passo del Vangelo di Matteo nel quale Cristo dice ai suoi discepoli “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo”. A guidare la riflessione tre diversi vescovi italiani: il cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino, mons. Marcello Semeraro, vescovo di Oria, in Puglia, e mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e assistente spirituale della comunità di sant’Egidio a Roma. Il clima è concentrato, qualcuno prende appunti e nelle parole dei vescovi c’è molta concretezza: si parla di grandi problemi, di interrogativi che inseguono l’uomo, ma anche di scelte morali, di sessualità, di globalizzazione. Segue un dialogo, con le domande dei giovani e le risposte dei presuli, mentre la messa conclusiva rappresenta sempre un grande momento di festa. Camminiamo ancora e, finalmente, raggiungiamo la meta: l’incontro con Giovanni Paolo II. “He speaks fifteen languages. He also speaks your language. Lui parla quindici lingue. Lui parla anche la tua lingua” recita uno dei manifesti predisposti dagli organizzatori. Parla davvero al cuore di noi giovani questo papa, anziano e sofferente ma giovane dentro, icona vivente della roccia su cui poggia la Chiesa di Cristo, capace di sognare e far sognare. Non dice parole facili, nemmeno dice parole nuove. Non fa che ripetere una parola antica in grado però di entusiasmare; ci chiama “popolo delle beatitudini”, indicando la pagina evangelica quale mappa ideale per orientarsi in un mondo segnato da contraddizioni, sì, ma che pure “ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana. È un mondo – ha detto ancora il papa – che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell’amore di Dio. Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell’amore”. Ripartiamo alla volta delle nostre case con un impegno grande. “See you in Germany 2005” portavano scritto sulla maglietta alcuni ragazzi tedeschi. Il pellegrinaggio continua. Dove andrai Dove andrai a finire la tua corsa Pellegrino dellʼAssoluto… fratello di ogni uomo? In quale angolo nascosto della madre terra scioglierai la tua vela? Tu ci hai conservati nella vera fede, sulla dura strada ferrata che ci ha condotti nel cuore di Auschwitz. Certo scoprirai la lingua degli angeli e la parlata dellʼumanità nuova. Non è stata vana la tua corsa, e la corona che ti aspetta è intrecciata dal giusto giudice che ha le mani rosse di sangue e il volto pieno dʼamore. 6. Signore Gesù Cristo, custodisci questi giovani nel tuo amore. Fa’ che odano la tua voce e credano a ciò che tu dici, poiché tu solo hai parole di vita eterna. Insegna loro come professare la propria fede, come donare il proprio amore, come comunicare la propria speranza agli altri. Rendili testimoni convincenti del tuo Vangelo, in un mondo che ha tanto bisogno della tua grazia che salva. Fa’ di loro il nuovo popolo delle Beatitudini, perché siano sale della terra e luce del mondo all’inizio del terzo millennio cristiano. Maria, Madre della Chiesa, proteggi e guida questi giovani uomini e giovani donne del ventunesimo secolo.Tienili tutti stretti al tuo materno cuore. Amen COMUNITÀ UNIVERSITARIA Fabio Larovere dal volto giovane 2.Gesù offre una cosa, e lo “spirito del mondo” ne offre un’altra. Nella Lettura odierna, tratta dalla Lettera agli Efesini, San Paolo afferma che Gesù ci conduce dalle tenebre alla luce (cfr Ef 5,8). Forse il grande Apostolo stava pensando alla luce che lo aveva accecato, lui il persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco. Quando aveva riacquistato la vista, niente era rimasto come prima. Paolo era rinato e ormai nulla avrebbe potuto sottrargli la gioia che gli aveva inondato l’anima. Anche voi, cari giovani, siete chiamati ad essere trasformati. “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14): è ancora Paolo che parla. Lo “spirito del mondo” offre molte illusioni, molte parodie della felicità. Forse non vi è tenebra più fitta di quella che si insinua nell’animo dei giovani quando falsi profeti estinguono in essi la luce della fede, della speranza, dell’amore. Il raggiro più grande, la maggiore fonte d’infelicità è l’illusione di trovare la vita facendo a meno di Dio, di raggiungere la libertà escludendo le verità morali e la responsabilità personale. Il viaggio in Italia di Goethe COMUNITÀ UNIVERSITARIA Giovanni Gobber 3 OTTOBRE 2002 Ulisse e Abramo Domenico Simeone Nell’ambito delle Scienze dell’educazione molti termini rimandano alla metafora del viaggio quale archetipo del processo di formazione. E’ diffuso l’impiego di vocaboli come: corso, percorso, itinerario, meta, accompagnamento, orientamento, ecc… che stanno ad indicare il processo educativo che si sviluppa nel tempo. Esso è immaginato come spazio metaforico nel quale esiste un punto di partenza, un itinerario da percorrere e un punto di approdo che indica l’esito di tale processo. Non mancano, del resto, riferimenti al tema del viaggio anche nella descrizione della condizione umana e delle trasformazioni legate al processo di crescita. La “figura archetipica” del viaggio prevede una fase di “separazione/estraneamento”, così come il processo di sviluppo comporta la fatica del processo di “separazione/individuazione”. Il soggetto coinvolto nel viaggio si allontana da un luogo iniziale conosciuto per affrontare il rischio dell’ignoto. Il viaggio ha come esito non soltanto una diversa collocazione del soggetto nel contesto di appartenenza ma anche una trasformazione interiore del viaggiatore, che nasce dall’aver partecipato al viaggio, dall’aver affrontato e superato le difficoltà che di volta in volta si sono presentate, dall’aver compiuto scelte che ne hanno determinato l’itinerario educativo. In altre parole, il viaggio, prima ancora di essere una vicenda di partenze e di arrivi, è una vicenda di movimento, di trasformazione, di relazione. Nella tradizione Occidentale Ulisse e Abramo incarnano due diverse strutture tipiche del viaggio e possono essere assunte come metafore di percorsi educativi differenziati. L’Odissea indica il viaggio dell’eroe che affronta la propria trasformazione attraverso una serie di prove e di tentazioni. L’elemento che qualifica il viaggio di Ulisse è il suo procedere a spirale. Il viaggio-avventura prevede il ritorno “a casa”, al punto di partenza, anche se in una condizione che non è più identica a quella iniziale. Il viaggiatore ritorna trasformato perché ha compiuto anche un “viaggio interiore” che lo ha cambiato. L’eroe, durante il viaggio, si è confrontato con se stesso e con il mondo; si è messo alla prova, ma soprattutto ha acquisito una nuova conoscenza di sé e del mondo. Nell’esperienza di Abramo, invece, il viaggio presenta la caratteristica dell’irreversibilità lineare e dell’apertura al nuovo. Il viaggio trova la sua ragion d’essere e la sua guida nella relazione di fiducia che si instaura tra Abramo e il suo Dio. Il cammino si svela progressivamente grazie alla relazione (Alleanza) tra Dio e il Suo popolo. Il viaggio, prima di essere un percorso fisico è un itinerario interiore, è la risposta ad una chiamata, è l’esito di una relazione che rimane fedele nel tempo. In questa prospettiva il viaggio non è mai solitario. Si compie in compagnia di qualcuno; anzi, proprio la presenza dell’altro e il desiderio dell’incontro sta all’origine del cammino e ne designa la meta. Lo stesso si può dire per l’esperienza educativa. Lo spazio interpersonale è il luogo in cui può avvenire l’autentico “viaggio educativo” che si configura come spazio non già di proprietà di un soggetto, bensì alimentato dalla relazione tra soggetti; vero e proprio luogo di incontro, di comunicazione, di manifestazione di sé, di comprensione, di accoglienza, di progettualità. Nella prospettiva dell’educazione il viaggio spinge ad uscire da sé per incontrare l’altro. La relazione educativa autentica supera la tentazione di possedere, di trattenere l’altro per lasciare spazio al desiderio di liberarlo e di promuoverlo. goum I raid nel deserto in cerca di bellezza Quando si parte, ovunque si vada, la meta è il nostro cuore. Nella pace di una spiaggia solitaria, lungo un sentiero verso la cima, nel raid avventura… non sono tanto la pace, la cima, l’avventura che cerchiamo, ma noi stessi, quella parte di noi che tende a nascondersi o non è ancora venuta alla luce. C’è un luogo, allora, che più di ogni altro è il luogo dell’incontro con noi stessi: il deserto. Non il deserto popolato di pericoli o di Jeep, ma un deserto rudimentale, che non offre facili fughe, che per la sua semplicità si fa specchio del cuore e cassa di risonanza per il sussurro dell’anima. È il deserto dove camminano i Goum, piccole comunità di giovani e adulti (15/20 persone) che partono ogni estate, per una settimana, alla ricerca di una esperienza di verità, di bellezza e di libertà. Non sempre sono deserti lontani, esistono anche deserti molto vicini a noi (come i Cousses in Francia, in Spagna, le Murge e la val d’Orcia in Italia…) che possono essere raggiunti con poca spesa e in poco tempo. Goum è una parola araba (nome anche di alcune tribù berbere del Nord Africa) che significa “popolo che si alza e si mette in cammino”. Ed il nome esprime il significato più intimo di questa esperienza. Perché le forze di gravità esistono. E tirano tutte verso il basso. Quella fisica ci sprofonda nei divani, rammollisce il corpo, rende improba ogni fatica. Ma più subdola è quella spirituale che piano piano ci sprofonda nella mediocrità, rammollisce il cuore. Il linguaggio allora sorgente diventa palude di luoghi comuni, il pensiero abbandona i grandi spazi, e dalle valli della speranza si scivola, senza quasi accorgersene, verso la pianura della rinuncia. Col gesto di alzarsi e mettersi in cammino allora vogliamo affermare un’umanità, la nostra, che vuole resistere. Duemila anni fa, in aramaico, la stessa parola suonava Kum, Gesù la disse ad una bimba che era morta (“Talita Kum”: bambina alzati) e la bambina tornò a vivere. In fondo i Goum vanno nel deserto, dove soffia lo spirito, per ricevere lo stesso invito alla resurrezione. Non portiamo nulla con noi, se non l’essenziale: non denaro, non tenda, non macchina fotografica, non orologio, sigarette… Poiché ogni cosa superflua serve solo a nascondere il vero che cerchiamo e a diventare occasione di fuga. Tuttavia la povertà che scegliamo di vivere non è rinuncia: vogliamo sperimentare come essa sia più bella, più fertile, più umana, più creativa, più... ricca, dell’opulenza nella quale siam soliti vivere... Saper vedere è più bello che fotografare, non esiste un soffitto più bello del cielo stellato e nessun ristorante mi saprà dare il brivido di bontà (che ricorderò per sempre) di una susina trovata (donata!) dopo che il sole ed il digiuno di un’intera giornata mi avevano preparato ad accoglierla. Hedwige e Maurizio Piano piano il deserto scava nel cuore e nell’anima spazi che qualcosa di Nuovo può riempire. Viene il tempo di ricevere il Dono. Ed i compagni di strada sono uno dei doni più grandi. Ci si conosce da poco, ma ci si riconosce già come fratelli. Ci si ama. Forse per gratitudine trovando all’appuntamento serale la legna o il fuoco già preparati da chi è giunto prima di noi? Forse per la forza che ci si da anche solo con poche parole scambiate ad un incrocio di sentieri? Per l’allegria del bivacco serale? Per la Meta condivisa? Per l’Eucarestia celebrata insieme al mattino? Forse perché nel deserto si esiste in verità (e molto meglio di quando si è truccati).). Difficile dire perché i volti delle persone brillino. È uno dei misteri della marcia di lungo corso nel deserto, una sorta di trasfigurazione. “Viviamo solo per scoprire la bellezza.Tutto il resto è solo una forma d’attesa.” (Gibran). Soprattutto cerchiamo la nostra bellezza… quella che Qualcuno aveva immaginato pensandoci. Quella che si offusca nella dimenticanza e si frammenta nella molteplicità del vivere di oggi. Ed il dono più grande del deserto è la nostra bellezza. Noi in piedi. Noi finalmente in unità di corpo, mente, spirito e volontà. Noi fratelli degli altri. Noi fradici ma felici intorno al fuoco durante un temporale notturno. Noi poveri eppure ricchi di ogni dono. Noi infinitamente più piccoli del deserto e dell’universo eppure capaci di donargli un senso. Noi senza più maschere. Noi, quando ogni gesto ha un senso: dal passo che avvicina alla meta, alla pietra raccolta perché qualcuno possa sedersi, al fiore per far bello l’altare di rocce… Noi preziosi per i fratelli e per un Dio che sentiamo vicino. È un’esperienza di una settimana. Poi si riprende la vita quotidiana. In piedi. Forse le forze di gravità ci piegheranno ancora verso il basso. Ma questa è volontà di Dio. Nessun dono è per sempre… presto verrebbe a mancare la gratitudine. Così al deserto, prima o poi, si torna. Sarà forse in una grigia e triste giornata di febbraio quando un riflesso della bellezza vissuta raggiungerà la superficie dell’anima e ci risospingerà nel deserto. È un’esperienza che non riesce a stare facilmente nelle parole, perciò se desiderate saperne di più non esitate a contattarci: Hedwige e Maurizio Nastasio Via A. Moro 21 35040 Monticelli Brusati Tel: 030653198 - e-mail: [email protected] Potete contattare anche: Roberto e Elisabetta Cociancich Tel: 0255184767 - e-mail: [email protected] Su Internet www.goums.org oppure www.goum.it Redazione rivista “Croce del Sud” c/o Bergamini Viale Monte Nero 19, 20135 Milano [email protected] L’esperienza dei Goum è descritta nei libri “Deserto terra di libertà” di Michel Menu (ideatore dell’esperienza), Editrice Àncora Milano. “Spiritualità dei Raid Goum nel deserto” di Etienne Roze - Edizioni Sant’Antimo 53020 Castelnuovo dell’Abate (Siena) Tel./Fax: 0577835659 Viaggiare in coppia Luigi ed Ester Favero Viaggiatori con il camper. Il diario lui, e il taccuino per disegnare lei. Pensando a loro viene in mente non solo la scritta letta sulla fusoliera di un aereo, ‘il miglior compagno di viaggio è un animo aperto’ aperto’, ma anche che la miglior compagnia per un viaggio sono… un uomo e una donna… insieme. A Pamplona la grande festa durante la quale vengono liberati i tori tra la folla, per una corsa pazza unica al mondo… Pamplona, Festa di san Firmino… Eccoci nel fitto della folla festosa, esuberante, calorosa. La stragrande maggioranza veste di bianco, con fusciacca rossa, fazzoletto rosso al collo e cappello o basco rosso o bianco rosso. Perfino piccoli lattanti e cani al guinzaglio sono infiochettati di bianco e rosso e tutti manifestano una allegria sfrenata, una festosità che si comunica, in un impazzimento generale, con intasamenti paurosi in cui dominano le numerosissime, piccole bande musicali che suonano motivi molto ritmati. A tali musiche spaccaorecchi, contrappuntate da colpi di grancassa, la gente alza le mani chiuse a pugno, sorridendo beata per una specie di contagio festaiolo più paganeggiante che religioso, in verità. Presi dall’impazzimento generale, ci immergiamo nella fiumana, finché scorte le bancarelle che vendono fusciacche, foulards e berrettini, noi che finora ci siamo sentiti quasi estranei, vestiti dei nostri usuali indumenti, cerchiamo di mimetizzarci col resto della folla. Sentiamo di “dover” farne parte. E comperiamo anche noi fusciacca, cappellini e foulards. Ora possiamo non sentirci estranei. Norvegia, in direzione Narvik, per vedere il sole di mezzanotte. Da un parking sulla E6. Alle 5 e mezzo schiamazzano le taccole che hanno scoperto il mais che avevo buttato ieri e se lo contendono. Si tratta di volatili grossi come un modesto piccione, dalle ali e dalla coda nere, ma con la nuca, il collo e parte della schiena ricoperti da piume di color grigio sporco. Il becco è nero, robusto, corto, l’occhio è azzurro e lievemente folle. Sembrano perennemente sbalorditi, esterrefatti. Ce n’è uno che predomina e impedisce agli altri di beccare. Sono intimiditi dalla mia presenza. Ma non è sempre lo stesso il padrone della tavola imbandita: ora ve n’è uno, ora un altro. E il resto della compagnia, oltre che a non azzardarsi ad afferrare un chicco di mais, litiga e cerca di rubare la minuscola pred all’audace che ha rischiato. E quest’ultimo scappa, inseguito inutilmente dalla torma. Lui, l’audace ha già inghiottito il chicco ed ora sta ripulendosi il becco sfregandoselo nell’erba del praticello. Ma addio, Norvegia, addio chiarore, addio notti luminose come il giorno, addio sole che non tramonta. Ormai si torna al cielo ordinario, al tram tram quotidiano dell’alternarsi della luce col buio e viceversa. E come si capisce che noi siamo fatti per la Luce, quella vera, eterna. A Bratislava la capitale della Slovacchia, sul Danubio. Da Bratislava. Erano le diciannove e tutte le campane delle chiese, ora l’una, ora l’altra, a qualche secondo di distanza, nel silenzio della città calma, si sono messe a suonare l’ora. E un campanile rispondeva all’altro quasi per un sereno e festoso commiato. Un concerto che prendeva il cuore. Dalla Chiesa vicina usciva, tenue, il canto dei fedeli, accompagnato dall’organo: un canto popolare noto a loro, ma non a me. Ed era, forse anche per l’ora, una cosa struggente. Sentivo vivo e quasi impalpabile l’ecumenismo: ognuno nella sua lingua nel suo modo, lodalo stesso Dio, ama lo stesso Signore e questo ci fa sentire fratelli anche con gente di cui ignoriamo il volto, la lingua, l’età, il passato. Solo le voci ci dicono: siamo cristiani e quindi siamo tutti figli di Dio e fratelli in Cristo. COMUNITÀ UNIVERSITARIA 4 OTTOBRE 2002 COMUNITÀ UNIVERSITARIA Diop e gli altri C’è Diop. Viene dal Senegal. Una volta i suoi antenati partivano dall’isola di Goreme, davanti alla costa africana: avevano una catena al collo, venivano imbarcati su velieri, andavano a lavorare come schiavi nelle piantagioni del Nord America, ma solo la metà di loro sopravviveva agli stenti e alle malattie del viaggio. Diop no. E’ partito con un aereo dall’aeroporto internazionale di Dakar. Un viaggiatore come tanti. Anche se quel misto di allegria e spavento negli occhi facevano capire che non era simile agli altri: che nella sua bisaccia c’era un biglietto di sola andata. Una scommessa senza possibilità di fallire. E’ arrivato a Parigi, con un fragile permesso di soggiorno. Scaduto quello, ha cominciato a spostarsi in Francia. Il passaparola dei connazionali l’ha indirizzato a una misteriosa città del Nord Italia che lui, all’inizio, fatica persino a pronunciare. Brescia. Qui dorme al villaggio Prealpino, si arrabatta vendendo cianfrusaglie, trascorre giornate in coda davanti alla Questura, e alla fine ce la fa. Permesso e lavoro, carta ministeriale e assunzione in una fabbrica di maniglie, paga sindacale e affitto da strozzinaggio, qualche sfottò sul lavoro e il solito problema: trovarsi una ragazza. Ma come si fa, qui di connazionali ce n’è pochissime, e con le italiane non se ne parla. Intanto Diop culla il suo sogno: il biglietto di ritorno per Dakar. Per dimostrare che, anche se pure lui ha conosciuto la sua Goreme, alla fine ce l’ha fatta. C’è Nadia. Viene da una cittadina dell’Ucraina che poche carte segnalano, sperduta fra Leopoli e Kiev. Lì il marito lavora come ferroviere, pagato dallo Stato a date incerte, con moneta che logora il suo valore giorno dopo giorno. Lì vivono i figli di Nadia: uno studia per diventare ingegnere, l’altra deciderà quando avrà finito le scuole medie. Lì in una casa piena di gatti vive l’anziana madre di Nadia, e lì lavorava anche Nadia: grande lavanderia industriale dello Stato, l’orgoglio di uno stipendio con cui la famiglia era al sicuro. Poi, si sa, l’Occidente ha vinto la guerra fredda, l’Ucraina l’ha persa. Kiev ha messo all’incanto le sue industrie, ma nessuno sapeva che farsene di quella lavanderia industriale gonfia di manodopera e povera di profitti. E così la lavanderia ha chiuso, e Nadia ha visto la dispensa di casa svuotarsi, i figli dimagrire giorno dopo giorno. Alla fine ha capito che toccava a lei: ha fatto le sue code, ha ottenuto un visto di uscita, ha tentato la grande avventura. Obiettivo Nizza, Costa azzurra. No, non per la villeggiatura, ma per cercare lavoro come cameriera, colf o quel che capita. Ma la Francia diffida di queste donne non più giovanissime che neanche conoscono la lingua e così – quando i soldi per pagare l’albergo si stanno esaurendo - lei e le sue amiche tentano il tutto per tutto. L’Italia. Senza permesso, senza autorizzazione, col rischio di vedersi affibbiare il foglio di “deportazia”. E’ fortunata. Trova un anziano che ha bisogno di assistenza dalle parti di Latina. Entra in contatto con una congregazione di religiose: quando il suo anziano muore le indicano che al Nord, a Brescia, le ricche famiglie hanno un disperato bisogno di donne pazienti e robuste come lei, che per giunta fanno alla svelta a imparare le ricette della cucina italiana, e possano prendersi cura di anziani decrepiti, patriarchi dalla mente svaporata, nonne claudicanti e spente. A lei capita una maestra in pensione, postumi da ischemia, emiplegica, ammutolita dalla malattia. Va accudita in tutto però non parla, non si lamenta, non pretende. E’ mite. A sue amiche sono capitati anziani biliosi e collerici, parenti esigenti e altezzosi. A lei tutto sommato non è andata male. E risparmiando ogni giorno centesimo su centesimo può vedersi avvicinare il giorno in cui tornerà nella sua terra. Con la famiglia sistemata. E il diritto per pensare un poco a se’. C’è poi – o almeno c’era fino a poche settimane fa – Elena. La trovavi sul marciapiede nord-ovest zona piazza Garibaldi. Niente gambale bianco, niente spacco vertiginoso. Ma il luogo e l’ora non lasciavano dubbi sul suo destino: carne in vendita. La storia che raccontava ai volontari che ogni tanto l’hanno avvicinata era sempre la stessa: il titolo di studio in materie informatiche, poi il crollo del sistema socialista nell’ex Jugoslavia, l’arrivo delle tecnologie occidentali che hanno reso di colpo inservibile, superato, il suo sapere. E al primo rovescio familiare, alla prima disavventura economica, è toccato a lei – che era in età da marito, e aveva già qualche ruga attorno agli occhi – vendere quello che le restava. Cioè il suo corpo. Entrare in Italia? Uno scherzo. Dalla Croazia le frontiere sono aperte, prego s’accomodi e qualche battuta salace alla frontiera, che lei ha fatto finta di non sentire. Ai volontari lei ha sempre assicurato che no, non era sotto protettore, e poi ancora qualche mese per sistemare le cose e sarebbe tornata a casa sua, in Croazia. L’ha ripetuto un anno, due, tre. Per convincere sé prima degli altri. Da qualche settimana non la si vede più. Forse le cose le ha davvero sistemate. O forse no. Diop, Nadia, Elena e tutti quelli come loro sono migranti che caso o scelte meditate hanno catapultato 5 Massimo Tedeschi giornalista di Bresciaoggi a Brescia. Nelle stazioni, negli aeroporti, negli autogrill è pieno di persone come loro. In viaggio. Soli o in branco, “migrano”. Come fanno gli animali per istinto. E gli esseri umani per necessità. Certo, qualcuno arriva in Italia su carrette del mare, gommoni spericolati, camion asfissianti. Ma sono una minoranza. Fanno notizia per l’audacia del gesto, per l’acrobazia da Houdini delle dogane. Soprattutto se una tragedia suggella il tentativo. Ma sono minoranza. I più arrivano per vie meno avventurose, semi-legali. L’Europa è grande, e prima o poi c’è uno Stato che – per convenienza commerciale, scambio politico, rimorso ex-coloniale – socchiude le sue porte a questo o quel Paese ex-secondo o neo-terzomondiale. L’Europa è un termitaio spugnoso e permeabile. Le termiti guardiane non sono mai sufficienti. Mai abbastanza armate. Mai bastevolmente agguerrite. E poi, diciamolo, i primi ad avere bisogno di questi nuovi arrivati siamo noi. Certo, Diop e i suoi fratelli sono insopportabili quando parcheggiano le loro carrette a Bovezzo, o peggio scendono in piazza a reclamare i loro diritti. Però poi ci esaltiamo per i primati economici, il Pil inarrestabile, i fatturati da capogiro del Belpaese. Costruiti anche col sudore dei tanti Diop. E’ vero, Nadia e la sue connazionali ci danno fastidio da quando hanno trasformato i giardini di via dei Mille in una specie di bazar eurasiatico al femminile, con sciami di albanesi e marocchini che ci ronzano attorno in cerca di donne. Ma brave come loro a custodire i nostri nonni e genitori, va detto, non c’è nessuno. E poi d’accordo, sul corpo di Elena, sull’uso che lei ne fa, sui luoghi in cui lo esibisce, c’è un dibattito acceso. Di più: una polemica feroce. I bresciani, diligenti, seguono i talk show che l’affrontano e si schierano per l’una o l’altra fazione. Ma alla fine, spento il televisore, quanti escono e vanno a cercare il corpo di Elena? Enzo Bianchi, monaco illuminato, ha scritto pagine mirabili sul nostro incontro con l’altro. Ci ha ricordato che dobbiamo, tutti, “diventare competenti ed esperti di diversità, allenati a riconoscere l’alterità, capaci di incontrare e quindi di comunicare con uomini e donne che vengono da altre culture, altre esperienze, e che percorrono strade che non sono le nostre”. Parole che andrebbero insegnate a catechismo. Ha aggiunto che “in ogni forestiero c’è un enigma che richiede di essere interpretato affinché diventi mistero e insegnamento”. Ancora più vero. Ma proviamo a fare ancora un passo. Ricordiamoci che questo incontro col diverso noi lo viviamo standocene a casa nostra, rimpannucciati in una confortevole condizione stanziale, di maggioranza autoctona. Loro, i migranti, l’incontro col diverso (cioè con noi) lo vivono da viandanti minoritari, catapultati anima e corpo in un’esperienza che non offre approdi sicuri, spalle coperte, certezze rassicuranti. In questo viaggio a due noi giochiamo un po’ delle nostre abitudini, delle nostre confortevoli certezze. Loro si giocano la vita. Diventare “esperti di diversità” per noi è un esercizio culturale, un gesto illuminato. Per loro è una scommessa vitale. E non consoliamoci dicendoci che la situazione degli immigrati è provvisoria. E’ vero che sognano il ritorno, ma in tasca hanno un biglietto di sola andata. Ed è giù usato. OTTOBRE 2002 s u m s a er La sigla ERASMUS coniuga due mondi: Innanzitutto indica il programma Europeo che promuove la mobilità degli studenti universitari, così come si legge nell’ nell’acronimo EuRopean Community Action Scheme for the e r Mobility of University niversity Students. In secondo luogo allude alla personalità di un illustre esponente e d dell’umanesimo Europeo, Erasmo da Rotterdam, assunto come simbolo di una cultura che mentre e r c coltiva le lettere forma un uomo aperto al progresso e disponibile al dialogo. r e p Per informazioni sul programma Erasmus provareLaura e Elisa in Università Cattolica del Sacro Cuore Sei stanco del solito tran tran universitario? Sei curioso di conoscere nuove culture, nuove città e nuove persone? Cerchi stimoli e motivazioni più convincenti, e soprattutto, vuoi imparare a parlare veramente una lingua straniera? Allora sei pronto per un Erasmus!! Sicuramente ne avrai già sentito parlare. Come saprai, si tratta di un progetto dell’Unione Europea che offre agli studenti universitari l’opportunità di trascorrere un periodo di studio all’estero di uno o due semestri. Per i partecipanti è prevista una sovvenzione mensile che fornisce una parziale copertura delle spese sostenute durante il soggiorno; l’università garantisce inoltre la possibilità di frequentare corsi e sostenere i relativi esami, che verranno poi integralmente riconosciuti previo accordo con i docenti italiani. Ma l’Erasmus è molto di più!! Noi, che l’abbiamo provato, ripartiremmo oggi stesso… perciò cercheremo di condensare in poche righe i ricordi di dieci indimenticabili mesi… cercando di evitare di scadere nel nostalgico! Nel lontano ottobre di due anni fa siamo infatti partite, tra entusiasmo e preoccupazioni, alla volta di Bayreuth, città tedesca nel cuore della Baviera. Armate di coraggio, determinazione, e soprattutto, di pesantissimi bagagli ci preparavamo ad affrontare il rigido inverno tedesco e la proverbiale freddezza teutonica… ed invece cosa ci accoglie? Un tiepido sole autunnale in una cittadina immersa nel verde, assieme all’immensa disponibilità e simpatia dei suoi abitanti! Abbattuti così i primi, sciocchi pregiudizi, ci sistemiamo nel nostro studentato… ed ecco che ha inizio una lunga avventura all’insegna dell’indipendenza! Esperienza impagabile, per noi abituate a vivere con mamma e papà… In pochi giorni scompare anche il terrore di non conoscere abbastanza la lingua: è incredibile, ma riusciamo a farci capire! Le apparentemente complicatissime trafile burocratiche si risolvono in un attimo, grazie anche all’aiuto di un’organizzazione appositamente addetta all’assistenza degli studenti stranieri, e ci rimane tutto il tempo, tra una spesa ed un bucato, per… la socializzazione! Ops, sì, certo, anche per l’università naturalmente… un campus di ottomila studenti fa un certo effetto a chi è abituato alle dimensioni della Cattolica di Brescia! La facoltà tedesca ci pone di fronte ad un approccio totalmente nuovo allo studio, più autonomo e stimolante, basato su seminari ed esercitazioni in piccoli gruppi, che non hanno nulla a che vedere con le affollatissime lezioni frontali cui siamo soliti pensare. Ed anche in questo caso la lingua non costituisce affatto una barriera: questo tipo di organizzazione rende i corsi, tra le altre cose, più comprensibili; i docenti si mostrano poi molto disponibili nei confronti dei numerosi studenti stranieri! E così sono trascorsi, molto, troppo velocemente due intensissimi semestri… due semestri nei quali, oltre a sostenere senza troppe difficoltà una serie di esami, abbiamo avuto l’opportunità di allargare i nostri orizzonti incontrando studenti provenienti da ogni parte del mondo, con i quali abbiamo condiviso momenti irripetibili… dalle chiacchiere assonnate sull’autobus con il vicino americano, all’interessante lezione assieme ai colleghi tedeschi, alla siesta pomeridiana in compagnia della combriccola spagnola… per finire magari con una cena orientale organizzata dai compagni giapponesi! Ma soprattutto, due semestri nei quali abbiamo imparato a scoprire, conoscere ed apprezzare la cultura di questa nazione, sotto ogni aspetto… dal profondo spirito ecologista che la caratterizza (chi tornerà da Bayreuth ci racconterà poi della sua esperienza con il gelber Sack…), alla notevole apertura mentale nei confronti della novità e della diversità (a dispetto di tutti gli obsoleti pregiudizi su questo popolo, più che mai ospitale), allo splendore e alla ricchezza artistica e storica di moltissime città (che abbiamo avuto l’opportunità di visitare grazie ad una serie di agevolazioni riservate ai viaggiatori) di cui non è possibile non innamorarsi… Continueremmo all’infinito ma rischieremmo di annoiarvi… quindi non ci resta che suggerirvi: provare per credere! Non ve ne pentirete. COMUNITÀ UNIVERSITARIA rivolgersi al Servizio Orientamento-Placement via Trieste, 17 - 25121 Brescia - tel. 030/2406279 e-mail: [email protected] Universitari a Greenwich Per informazioni sul programma Erasmus in Università Statale di Brescia si può visitare il sito www.unibs.it/relazint oppure rivolgersi all’Ufficio Relazioni Internazionali Piazza del Mercato 15 - Brescia - 3° piano Tel. 030 2988311/314/343 Fax 030 2988310 e-mail: [email protected] Orario di ricevimento: lunedì-mercoledì-venerdì dalle ore 10.00 alle ore 13.00 martedì-giovedì dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.00 alle ore 17.00 Erasmo, chi era costui? Geer Geertsz (cambierà successivamente il suo nome con quello umanistico di Desiderio Erasmo) nasce la notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1466 a Rotterdam. Dopo essersi formato agli studi classici sotto la guida di Alessandro Hegius, nel 1488 prende i voti a Steyn diventando canonico agostiniano. Da questi legami si libera ventinove anni più tardi. Tra il 1495 e il 1521 prosegue gli studi prima a Parigi dove al seguito di vari mecenati studia il greco, poi a Basilea ed in seguito a Friburgo. La sua inclinazione allo studio, alimentata da una sempre nuova esigenza di libertà, porta Erasmo a viaggiare continuamente per l’Europa. In Inghilterra incontra Colet e Tommaso Moro e scrive nel 1509 la sua opera più nota: l’Elogio della pazzia (satira della teologia scolastica, dell’immoralità del clero ed elogio della follia del vero cristiano che impronta la sua vita alla fede). Giunto in Italia passa la maggior parte del suo tempo a Venezia presso Aldo Manuzio dove approfondirà le sue conoscenze sull’uso della stampa. La sua fama cresce a tal punto che finirà per dominare intellettualmente l’Europa sino alla polemica luterana che però non seguirà a causa del suo ideale delle bonae literae, inteso come cristianesimo umanistico. Nell’Antibarbari, il suo primo scritto, si rileva già la sua dottrina tesa alla ricerca di una religione spirituale e antidogmatica, preoccupata più della vita morale che della sottigliezza razionale. In seguito comincia i Colloquia su cui, insieme agli Adagiorum Collectanea (Adagia ( raccolta di detti, allusioni, proverbi, aneddoti latini e greci tesi a rendere popolare la nuova cultura) interverrà più volte. Nel 1505 pubblica coraggiosamente le Annotationes del Valla al Nuovo Testamento. Alla polemica antiluterana appartengono il De libero arbitrio (1524) e l’Istitutio christiani matrimonii. Nel tanto discusso Ciceronianus (1528), Erasmo dichiara la sua perplessità nei confronti dell’Umanesimo tendente a trascurare gli interessi religiosi. Muore il 12 luglio 1536 . festa della matricola Benvenuta Matricola Abbi pazienza per le aule stracolme e gli orari strampalati. Non spaventarti della fretta di alcuni docenti. E’ vero, ci sono i baroni, ma fanno paura solo ai vili. Vedrai macchine di rappresentanza, non spaventarti, la strada si attraversa a piedi. Non preoccuparti per i voti, anche un trenta e lode può bastare. Guardati dai mediocri che sono sempre stati a scuola e non sanno cos’è la vera cultura. Ma soprattutto, buon viaggio matricola, crescerai anche tu e noi tutti cresceremo con te. Odissea, tra gli oceani... DANIELA, MICHELE e la mitica STELLA Colon, 10 aprile 2000 Carissimi, siamo appena arrivati a Panama, per la precisione a Colon, ingresso del Canale, ci siamo oramai lasciati alle spalle tutto il Mar dei Caraibi. Siamo arrivati qui, nella rada dove navi, carghi, petroliere provenienti da tutto il mondo attendono alla fonda che venga loro fissato il momento del passagio del mitico Canale di Panama proiettati dentro da un vento sostenuto con punte dai 40 nodi ed onda imponente. Tutto benissimo per il Gulliver, il suo skipper Michele, la marinaia Daniela e la cagnolona Stella. La lunga navigazione dei giorni scorsi è stata ottima, da Curacao alle San Blas, navigando al largo della Colombia, il mare è stato tranquillo e ci ha regalato anche uno splendido tonno pinna gialla che avrebbe fatto invidia alla Riomare. Pensate, amici, che normalmente è un tratto difficile con vento ed onda sostenuta, da molti ritenuto uno dei tratti più difficili del giro del mondo in rotte tropicali. Ma la nostra buona stella ci ha protetti e grazie alle informazioni ed il sostegno dei bresciani Enzo e Rita Russo del “Tatanai”, siamo partiti quando le condizioni meteo erano favorevoli e tutto è andato per il meglio. L’arrivo alle San Blas è stato indimenticabile, abbiamo bordeggiato tutta la notte a poche miglia di distanza poichè le isole sono protette da un reef con pochi passaggi e non segnalati e già molte barche si sono incagliate ed altre irrimediabilmete perse nel tentativo di approdare la notte. Abbiamo atteso la piena luce del giorno per varcare il passaggio in questo mondo incantato, un mare dai colori inimmaginabili dal quale emergono qua e là isolotti pieni di palme altissime che in alcuni punti si tuffano nell’acqua con le loro chiome piene di cocchi, isolotti circondati da spiagge bianchissime, acque trasparenti ed intorno ....tanta pace. Queste isole sono abitate dai Kuna, etnia di origine andina; alle spalle di questo arcipelago sconosciuto ai tour operator, arrivano infatti le propaggini della cordigliera della ande, con le sue foreste tropicali, i corsi d’acqua da risalire in canoa. In queste foreste, dal tronco degli alberi detti “kaobawala”, legno di balsa, gli abitanti scavano le loro imbarcazioni, gli “ulu”, canoe a remi o con armo velico caratteristico, ed ora anche dotate di fuoribordo Yamaha!!! Gli ancoraggi sono stupendi, il Gulliver li sperimenta tutti, dai più semplici e spettacolari ai più difficili da raggiungere ma dove il premio è pari al rischio. Acque verdi ed azzurre, vere piscine naturali, reef inesplorati con pesci che neppure noi avevamo mai visto, e fondali sabbiosi dove nuotano tranquillamente mante ed aquile di mare. Insomma, varie coreografie sul tema isola deserta, spiaggia di un bianco accecante, palme verdissime ed acque cristalline. Gli abitanti di questo paradiso sono un popolo gentile, dedito alla pesca, all’artigianato e soprattutto alla raccolta delle noci di cocco, da cui verrà estratta la copra. Questo rappresenta per i Kuna la loro vera ricchezza, garantendo loro una indipendenza economica dal governo di Panama. Il cocco viene venduto a “los colombianos” per la lavorazione a livello industriale (alimentare o chimica) al prezzo di $10 ogni 100 cocchi. Vi lasciamo immaginare le 385 isole piene di palme all’inverosimile!!! Famose nel mondo sono le “molas” fatte dalle donne Kuna, esperte nell’arte del cucito, con una tecnica unica al mondo. Abbiamo trascorso molte volte le ore del tramonto seduti a fianco di una donna Kuna che, appoggiata al tronco di una palma, cuciva e ricamava molas coloratissime raffiguranti antichi simboli della tradizione, vere opere d’arte composte con tessuti sovrapposti di vari colori. Immagini di un mondo senza tempo, ricordi indelebili. Le anziane conoscono solo il loro idioma ma i nostri occhi si parlavano con un linguaggio universale mentre le nostre mani ne mimavano un altro altrettanto conosciuto. Tutte le donne vestono bluse fatte da molas e parei colorati, alle caviglie ed ai minuscoli polpacci hanno lunghe file di perline colorate disposte in modo da formare figure geometriche, così ai polsi e alle braccia; portano alla base delle narici un semplice ornamento d’oro, molto discreto, che illumina il viso dai tipici tratti andini, ravvivato da un pigmento rosso ricavato da minuscoli semi. Sono sorridenti e gentili, forti di una tradizione matriarcale radicata nei secoli. Il progresso, la mondializzazione incombe lanciando messaggi che i giovani raccolgono e non sanno gestire. Qui è ancora possibile il baratto, graditi sono i generi alimentari che le barche d’altura hanno abitualmente a bordo, riso, zucchero, farina, latte in polvere per i bimbi, ma anche quello che può servire per la pesca, oppure anche riviste in inglese per apprendere la lingua e aprire una finestra sul mondo civilizzato, così a portata di mano. E così ti offriranno in cambio pesce, aragoste, cocchi, banane, avocado e altri frutti a noi sconosciuti e pane al cocco appena sfornato.Visitiamo la scuola, facciamo una lezione sulla nostra Italia, la carta del mondo è diversa noi siamo a destra, piccoli piccoli ma la nostra fama arriva fino a loro. Il Papa, Michelangelo, i Romani,Verdi, Pavarotti e la Pausini, la mafia, la pizza e gli spaghetti. La scuola insegna le lingue, la matematica ma soprattutto cerca di tenere viva la tradizione e l’orgoglio di un popolo rimasto indenne dalla schiavitù dell’epoca della conquista, ma così aggredibile ora da quella subdola dei media. Nelle loro abitazioni, fatte di bambu e legno, coperte da un tetto di foglie di palma, la amache sono i loro giacigli, un filo teso il guardaroba, e dei tronchi di albero segati le loro sedie, ma ora compare qualche sedia di plastica, simbolo del progresso. La cucina è separata, di solito un’altra capanna, e proprio su un loro braciere abbiamo cucinato “maccaroni al pomodoro e basilico” per festeggiare il nostro 24°anniversario di matrimonio. Poi aragoste e cernie pescate da loro, cotte sul fuoco alimentato da gusci di cocco seccati. E poi torte varie uscite dai forni delle nostre barche. Questo ricordo rimarrà nei nostri cuori e crediamo anche nei loro perché hanno sentito l’animo con cui li abbiamo vissuti. Daniela, famosa farmacista senza frontiere, cura tutto il villaggio, insegna le normali norme igieniche, distribuisce medicine di vera utilità; Michele scopre il pericoloso eternit, che dovrà servire per coprire il tetto della chiesa del villaggio, custodito amorevolmente di fianco alle amache della notte. Insomma, facciamo quel che possiamo, ma il Pacifico ci chiama, dobbiamo attraversare a giugno e i tempi stringono. Con rimpianto il Gulliver salpa e tutto il villaggio ci saluta sulla riva e lacrime e braccia che si alzano, i bimbi nuotano intorno. Abbiamo imparato, abbiamo insegnato, ci siamo guardati dentro e ringraziamo chi ci permette di vivere un’esperienza così completa. La nostra meta ora sarà nelle acque del Pacifico, Galapagos e poi la Polinesia.Tanta acqua sotto il Gulliver !!! Grazie, amici, per il ricordo che avete di noi, incoscienti navigatori di mari a noi sconosciuti. in cattolica 9 ottobre 2002 6 Rime Vane Crampus grido d’allarme è diffuso dal Corriere della sera di Sabato 20 luglio 2002: “L’Università •Ilinvecchia, futuro a rischio…se non si corre ai ripari, per molte cattedre potrebbero mancare insegnanti…entro 15 anni in pensione il 45% dei docenti, i giovani professori sono la metà che nel resto dell’Europa. I ragazzi finiscono tardi gli studi, in forte crescita le nuove lauree brevi e i lavoratori che seguono i corsi”. Si parla naturalmente dell’Università italiana… la pagina 5, interamente dedicata all’argomento, nell’articolo a fondo pagina ci trasporta oltre oceano, dove Princeton, prestigiosa Università dove insegnò tra gli altri Einstein, entra furtivamente con fare mafioso nei computer di Yale, altra prestigiosa Università, per spiare gli iscritti miliardari. ‘Bush è allibito’, recita l’articolo... un docente universitario interviene... Ci comportiamo sempre di più come un’azienda e sempre meno come una scuola, protesta, la cosa più importante è avere insegnanti e alunni che ci portano soldi... Non dobbiamo preoccuparci, in Italia le cose vanno diversamente; da noi si comprano intellettuali già confezionati... ecc. gesto più significativo dell’estate 2002 si impone per la sua chiarezza e mette fine ad ogni •Ildubbio sul preciso orientamento del movimento padano; con esso viene alla luce una tradizione plurisecolare fatta di pensieri profondi, di decisioni irrevocabili e di prospettive costruttive; gesto profetico, reiterabile in ogni luogo, da cui, dopo la Costituente, trarrà beneficio un paese in fase di grande cambiamento; pensiamo soprattutto alle nuove generazioni che si affacciano come protagoniste sulla scena della storia... (istruzioni) braccio destro teso leggermente dal basso verso l’alto, condotto velocemente dall’esterno all’interno, scontrare con la mano sinistra a palmo teso all’altezza dell’avambraccio con violento impatto, sguardo panoramico da nord est a nord ovest, commento verbale in lingua, secco, a scelta… facciamo le corna. vignetta dell’estate 2002 ha avuto un benefico effetto sul numero di incidenti •Lastradalimigliore con una vasta eco sui media che mediamente riflettono, liberi da ogni ingerenza, l’andamento economico e le variazione del clima, in rapporto agli indici delle principali borse estere e asiatiche… l’insegnamento è semplice, una specie di uovo di Colombo: tenere la destra! Niente paura, ci consenta... proveniamo tutti dalla grande tradizione. ritrovata dell’estate 2002 è una teoria della globalizzazione del sistema diffusa in •Launapeggiore notte di mezza estate in una grande kermesse rivoluzionaria, zona industriale di Brescia, dove si distribuisce droga come si dispensa il pane quotidiano, scritta e stampata da una antica conoscenza degli anni di piombo. Gli anni di carcere permettono un profondo esame di coscienza circa gli errori… degli altri. Errare humanum est, perseverare è diabolico… i padri saveriani a indicare le statistiche di produzione e di vendita di armi e di mine nel •Insistono bresciano… notizia falsa, come sempre del resto… in verità noi siamo un popolo di cacciatori e di incisori, teniamo pulito il bosco e aperti i sentieri, conosciamo bene i canti di montagna e le tradizioni di una volta, ripariamo le chiese e costruiamo centri giovanili. Del resto è tutta una grande ipocrisia cattocomunista, per cui se le armi non le produciamo noi le producono gli altri e dunque è bene che questo avvenga alla luce di una plurisecolare tradizione, onde evitare che la cattiva tecnologia inserisca nella necessità storica il cattivo gusto… siamo pacifisti. più curioso dell’estate è il meeting. Gente intelligente, capace, collaudata dall’esperienza. •IlUnfattomovimento strutturato da più di una generazione che ha aperto grandi possibilità concrete di intervento nel campo della spiritualità, della cultura, dell’editoria, dell’economia, dell’università, della politica. Una esperienza nata per contrastare una imperante cultura di sinistra che in nome dell’uguaglianza e della solidarietà ha rimosso lo stalinismo, ha avallato il terrorismo, il relativismo etico; una formula sancita dalla Santa Sede. Quello che non si capisce è la militanza giovanile… gli applausi scroscianti. Che cosa vuol dire?: consumismo dominante, plutocrazia, tangentopoli, terrorismo nero, trame massoniche, populismo mediatico, americanismo cieco, superelativismo etico? Oscure prospettive… pay attention, pay tv, pay… più importante dibattito dell’estate, appare ancora sul Corriere tra luglio e agosto: il prof. •IlSeverino, ovunque celebrato, premiato e contestato, entra in discussione mass mediatica con Sequeri e Gronchi. La provocazione ancora una volta è sua: a Brescia, a Pontedilegno, a Venezia e in ogni dove, pronuncia perentorie sentenze sul Cattolicesimo e sul fondamento dell’esperienza cristiana, che è la fede. Ha davanti il Nuovo Testamento in greco, come ci fa capire en passant; la tesi è lineare: leggendo i testi non si desume né la certezza storica dell’evento Resurrezione di Cristo né la certezza storica del fatto che i discepoli abbiano creduto nella Resurrezione. Non conosciamo come il professore conosca il greco e non conosciamo l’edizione greca adottata dal professore. Conosciamo però l’esito di questa sua decisione di credere che chi dice di credere crede di credere… ci sono precedenti storici: noblesse oblige, citiamone almeno tre: La Ginestra di Leopardi, l’Anticristo di Nietzsche, Mosé e il monoteismo di Freud. Ex docente dell’Università Cattolica, il professore è uno dei pochi in Italia e in Europa che riesce a parlare con passione del nulla; inoltre egli dimostra una scarsa considerazione dello spessore empirico del proprio io (coscienza in cui consiste la filosofia autentica); scrittore di successo con consistente spessore valutario… si dimostra originale teologo, tematizzando con Parmenide l’Essere in modo da sconfiggere il dio padrone della tradizione ebraico-cristiana, ultimamente incarnatosi nella tecne; sulla questione di Gesù, (a suo avviso né risorto né dio), si dimostra molto originale… sono infatti d’accordo con lui gli atei, gli agnostici, gli ebrei, i mussulmani, gli scientisti, i massoni, i testimoni di Geova, gli adepti di scientology, Maurizio Costanzo e il mio amico fruttivendolo… la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo… professore, come si dice in greco? •Olly e Jessica uccise… silenzio, per piacere, silenzio… il senso della ricerca sta nel cammino “Dopo cinque giorni di marcia, a volte a piedi a volte a cavallo, improvvisamente, in mezzo a una piana circondata da colline brulle e giallastre, appare Lo Mantang. Con le sue tre ‘gompa’ dipinte di rosso, le mura di fango bianche di calce e i due salici giganteschi, la città pare intatta come il giorno della sua fondazione. Da lontano, si ha l’impressione di essere finalmente arrivati al cuore di un segreto mai prima svelato. Avvicinandosi, l’immagine si smitizza e il viaggiatore finalmente capisce: il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare.” (da:Tiziano Terzani, “In Asia”, Longanesi, Milano 1998, p. 334) OTTOBRE 2002 COMUNITÀ UNIVERSITARIA 7 OTTOBRE 2002 lectio divina Gli Atti degli Apostoli, una singolare avventura Il testo verrà messo gratuitamente a disposizione dal Centro Universitario Diocesano e dal Centro Pastorale dell’Università Cattolica. Presentiamo la proposta di un Calendario di lettura nei collegi Universitari. Gli incontri sono aperti a tutti. Qualcosa di particolare è accaduto quel mattino a Gerusalemme. Il gruppo di Galilei asserragliato in un Cenacolo, in città, improvvisamente esce alla luce del sole, con un coraggio mai prima visto e un messaggio del tutto nuovo. Si era avverata la profezia, ma soprattutto si era adempiuta la promessa di Gesù dopo la morte e resurrezione. Lo Spirito Santo costruisce la nuova comunità dei veri credenti. Nella misura in cui questa comunità costruisce nella fede e nella carità la propria identità singolare, sopporta le persecuzioni dei fratelli ebrei, accetta le sfide di un mondo che non riconosce il vero Dio, diventa insopprimibile la volontà di viaggiare, di percorrere la Via, di raggiungere tutta l’umanità. Oggi sono cambiate le condizioni culturali, le condizioni storiche, i rapporti tra culture e fedi religiose, e ancora cambieranno, ma il viaggio continuerà, fino alla fine dei tempi. E’ un discorso per i giovani... e noi puntualmente intendiamo farlo... viaggiare formati turisti non a caso Una rassegna di viaggi raccontati da protagonisti che non hanno prenotato il posto al villaggio turistico e non hanno noleggiato gli sherpa per imprese off-limits. I viaggi verranno raccontati attraverso diapositive, impressioni e progetti, mescolando la cultura, l’arte, la fatica, gli imprevisti, la fede e la fraternità. Gli incontri si terranno alle 20,30 presso il Salone Venerabile Luzzago, in Piazzetta Santa Maria in Calchera, Brescia. Per informazioni tel. 0302406206 Mercoledì 9 Ottobre Nordkapp-CapoNord Con l’aereo fino a Trondheim in Norvegia e poi in bicicletta fino a Caponord attraversando il Circolo Polare artico percorrendo l’E6. Fiordi, mare, fiumi, gabbiani, renne,...raccontano Sandro e don Mario. Mercoledì 16 Ottobre Tanzania Donato e Marco, docenti di Educazione fisica, incontrano la missione di Pomerini e la Pomerini High school, per un progetto di scambio culturale. Attraverso la immensa savana, la valle dei Baobab, il Parco nazionale e l’altopiano sconfinato. Ci sono progetti. Mercoledì 23 Ottobre Argentina Don Stefano, Elisa, Chiara, Antonio, Franco, Silvio, dall’Università, vivono un mese della loro vita incontrando gli Universitari a Santiago dell’Estero, escursione sulle Ande, e visita alla cascata del famoso film...una nazione con gravi problemi in uno spazio sconfinato. Mercoledì 30 Ottobre I grandi laghi passa la Parola 6 incontri in 6 residenze universitarie diverse, il Martedì sera alle 20.30: (Africa) La regione dei grandi laghi, il caratteristico scenario africano. Gli elementi naturali in un gioco di armonia senza misure. Divisioni e odii inestricabili, la terra impregnata dal sangue. Terra di speranza e di sogni. Racconta don Roberto. Mercoledì 6 Novembre Sicilia La terra più bella, un triangolo di luce. Una storia millenaria che ovunque ha lasciato le sue tracce. Terra dai sapori e dai profumi ineguagliabili, terra dalla calorosa accoglienza e dalla stretta mortale. 19 novembre 2002 Convitto vescovile “S. Giorgio” Via G. Galilei, 67 26 novembre 2002 Residenza Universitaria “Morstabilini” Via Musei, 58 3 dicembre 2002 Convitto universitario “S. Dorotea” Contrada S. Chiara, 36 11 marzo 2003 Collegio universitario “Maddalena di Canossa” Via S. Martino, 13 18 marzo 2003 Istituto Figlie del S. Cuore di Gesù Via Martinengo da Barco, 2/a 25 marzo 2003 Famiglia univeritaria “Bevilacqua-Rinaldini” Via Ferrando, 1 Buon viaggio! don Roberto Lombardi All’inizio di un anno accademico non possiamo che augurare buon viaggio: sia a te matricola che a te veterano. La laurea e la ricerca comportano sempre un iter universitario. L’Università però può diventare anche un viaggio “altro”. Viaggio nelle profondità del tuo essere, viaggio di relazione che ti porta ad uscire dal tuo «io» per andare incontro ad un «tu», viaggio di ricerca della verità, viaggio sulle strade del mondo e in quelle della rete virtuale... Sarà un viaggio anche verso l’“Altro” se diventa percorso di educazione alla fede, per la tua maturità umana e cristiana, nella realizzazione della vocazione che è la tua vita. Come Abramo abbiamo una Parola che ci guida, che fornisce l’ideale e ci conduce alla meta, facendoci scoprire lungo il cammino - vissuto da pellegrini, non da vagabondi - realtà nuove, inattese, insperate. È questo l’augurio: compiere la fatica del pensare, abbandonando false sicurezze e rifondando il nostro essere e il nostro agire a partire dalla Bibbia, la Parola-Evento di Dio che ci è stata data quale mappa del nostro cammino di vita, pena la ricaduta nell’ego-centrato Ulisse e nell’illusorio don Chisciotte. Con Cristo come compagno di viaggio sulle strade di Emmaus come in quelle della nostra storia, diventeremo portatori di speranza nel mondo e, soprattutto negli ambienti di cultura, avversari dell’assurdo e profeti di significato. Mercoledì 13 novembre in Duomo Vecchio ore 17,00 S. Messa con il Vescovo per gli universitari COMUNITÀ UNIVERSITARIA 8 OTTOBRE 2002