Cattolici nellʼUniversità a BRESCIA
Comunità Universitaria
CENTRO UNIVERSITARIO DIOCESANO
NUMERO 3 - OTTOBRE 2002
Iter
Fortunati
quei viaggiatori
che vedono
e ripartono.
(J.W.Goethe)
i
sommar o
New York, agosto 2002
Filologo... per strada
Il viaggio in Italia di Goethe
pAgiNa1
pAgiNa2
Discorso del Papa a Toronto
Pellegrini dal volto giovane
pAgiNa3
Ulisse e Abramo
I raid Goum
pAgiNa4
Viaggiare in coppia
Diop e gli altri
pAgiNa5
Erasmus, provare per credere
pAgiNa6
Odissea, tra gli oceani
Crampus
pAgiNa7
Lectio divina
Viaggiare formati
pAgiNa8
New York, agosto 2002
I
l rumore degli scavatori al lavoro e il
silenzio immobile della grande croce,
ricavata da due pilastri delle torri,
dietro la quale sventola una bandiera stelle
e strisce. Intorno la città che si muove
con la consueta frenesia, quasi distratta.
Siamo a Ground Zero, a quasi un anno
dalla tragedia delle Torri Gemelle. L’area è
un grande cantiere. Si lavora alacremente
per restituire al più presto questi spazi
alla fruibilità della capitale mondiale
dell’economia. World Trade Center è il
nome altisonante che, con la solita punta
di malcelato orgoglio nazionalistico, gli
americani hanno scelto per due grattacieli
meraviglia dell’ingegneria, non privi di una
bellezza essenziale, ascetica quasi, in quel
loro lanciarsi verso il cielo terso di New
York. Ora invece c’è solo una sgraziata
voragine e tutt’intorno, altri edifici dal
manto specchiato, alcuni dei quali ancora
sfregiati dalle conseguenze del crollo
delle torri. Uno, in particolare, colpisce
per la sua iconica efficacia. È molto alto,
completamente ricoperto da lunghi teli
neri. In alto, un’enorme bandiera e, poco
sotto, la scritta “We remember”. Noi
ricordiamo. Già, anche noi ricordiamo,
sentiamo l’urgenza della memoria, del
fermarsi a riflettere, anche solo per
poco, in questo luogo che, da tempio
pagano dell’economia, si è trasformato in
memoriale laico di un’umanità innocente
condannata ad una morte atroce. Non
siamo i soli a sostare in silenzio, a pregare e
cantare sommessamente. Un brivido corre
per la schiena quando, dandoci la mano,
ripetiamo le parole della preghiera per
eccellenza, il Padre nostro.
LA VIA
In principio il Cristianesimo si chiamava la Via. In questa metafora si
nasconde la piena rivelazione di Gesù Cristo…Io sono la Via, la Verità,
la Vita…
Spiegare perché la Via si confonde fin dalle origini con tutte le altre
vie è il grande enigma. Si tratta certamente della questione fondamentale
dell’occidente, ma occorre ricordare che l’evento riguarda tutte le latitudini,
ed è destinato a protendersi cronologicamente fino alla fine dei tempi.
L’invenzione poi della prima via della seconda via e della terza via,
è un fatto del tutto recente, legato ai convergenti rivolgimenti dell’economia,
della finanza, della tecnologia e delle ideologie post illuministiche, ma è
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
PRO MANUSCRIPTO
1
Fabio Larovere
In quel “nostro” raccogliamo tutte le vittime
delle ingiustizie e delle violenze che l’uomo
consuma nei confronti dell’altro uomo e
gustiamo finalmente il valore universale di
parole che ci appartengono visceralmente,
forse più di noi stessi. Ci spostiamo
verso il mare e quando crediamo di aver
finalmente lasciato il luogo dell’orrore per
abbandonarci alla spensieratezza di una
visita turistica, sono i volti delle vittime a
venirci incontro. Da lontano scorgiamo
un muro punteggiato di immagini e
fiori. Avvicinandoci capiamo che è il
monumento spontaneo, eretto da parenti
ed amici, a ricordo di coloro che hanno
perso la vita nella tragedia, soprattutto
vigili del fuoco. Difficile restituire lo stato
d’animo che ti prende. Vorresti cambiare
strada, ma poi ti fai coraggio e ti avvicini.
Sono volti sorridenti, spesso foto ufficiali
(il giorno del diploma o della laurea, la
foto in divisa per i vigili del fuoco). Ci sono
bandiere americane, piccoli oggetti, biglietti
e lettere, perfino un sandalo da bambino.
Ma sono ancora i volti che colpiscono, i
sorrisi, la serenità che esprimono.Torna alla
mente quella drammatica telefonata fatta
da una giovane donna imprigionata in una
delle torri poco prima del crollo al marito,
registrata dalla sua segreteria. Poche parole
dettate dal terrore, dalla consapevolezza
di una catastrofe imminente, ma parole
d’amore. “I love you” gli ha detto con voce
rotta dalla commozione prima di chiudere
la conversazione. In quel messaggio l’unica
via d’uscita per ogni umano dramma.
soprattutto relativo alle grandi sperimentazioni politiche e sociali dei secoli
XIX e XX, oscillanti da una forma di liberalismo selvaggio ad una forma di
comunismo oppressivo.
Ci sono ovunque segni di morte. In ogni dove si imboccano vicoli ciechi.
La terza via, quella di un cristianesimo coerente che irradia sulle realtà
terrestri, deve essere imboccata seriamente. Il cristiano autentico è nel
mondo ma non del mondo; non lo troverai a far la benché minima
rivoluzione con la violenza e senza di Dio; non lo troverai al tavolo della
spartizione del bottino dei ricchi e dei potenti.
Iter è il titolo del numero tre di Comunità Universitaria: contiene una
serie affascinante di metafore sul viaggio. Il contenuto, fissato solidamente
su un punto, si protende nella molteplicità: adulto nel fondamento e
bambino nel modo di esplorare.
OTTOBRE 2002
Filologo… per strada
Un viaggio al giorno magari non leva il medico di torno. Però la parola
inglese journey è chiara: una volta si misuravano le distanze non sulla base
dello spazio, ma del tempo impiegato per fare un percorso. Una giornata di
cammino indicava una certa lunghezza. Nel francese medievale si scriveva
journee o jornee. E quando i Normanni conquistarono la Britannia, nel 1066,
si portarono dietro anche il sostantivo che poi in inglese è diventato journey.
Oggi significa “viaggio”, anche se le distanze lunghe non si colmano più andando a piedi.
Eppure una scarpinata ogni tanto farebbe bene: ci si mantiene in forma
e poi camminare mette appetito. Ma anche questo era ben noto in tempi
antichi: non ci si metteva in viaggio senza aver dietro le provviste per il sostentamento. Del resto, la voce viaggio è la continuazione, in italiano, di una forma
provenzale viatge. E questa risaliva al latino viaticum, che significava “quanto
occorre per il viaggio”. Chi partiva per un viaggio non sapeva che cosa lo
aspettasse per strada. I briganti si aggiravano un po’ ovunque, forse non così
tanti come oggi: ma allora andavano per le spicce. Oggi chi va in aereo può
finire coinvolto in un bel dirottamento: ma è un rischio remoto. Un tempo,
invece, si rimetteva l’anima a Dio prima di qualsiasi viaggio, magari anche solo
per recarsi in Università…
A dire il vero, il viaggio più importante si fa al termine della vita, ed è quello
che ci conduce nell’aldilà, dopo la morte. Ecco perché nella tradizione cristiana è chiamata viatico la comunione amministrata a chi sta per morire.
Abbiamo visto che il termine viaggio deriva da via. Un legame simile è
presente anche nel russo put’ešestvie. La prima componente è infatti il sostantivo put’, che significa “cammino, via”. Questa parola contiene la stessa radice
indeuropea presente nella voce latina pons, pontis, che ha dato l’italiano ponte
ed è anche presente in pontefice. Secondo un’antica concezione, già attestata
in Varrone, pontifex sarebbe il “costruttore del ponte” verso l’aldilà. Ma la
spiegazione è più complessa: la radice di pons ha il significato del “percorso”.
Dunque, l’antico pontifex è colui che stabilisce il contatto con il divino, è la
“guida” nell’esperienza del cammino al di là del mondo sensibile. Sia viaggio,
sia put’ešestvie hanno dunque legami con l’esperienza del sacro.
Più terrena e bellicosa è invece la versione tedesca Reise. Il termine si
formò in epoca medievale a partire da una radice germanica che significa
“salire”. Essa è oggi ben attestata in inglese, nel verbo rise “salire, crescere”.
Nel tedesco antico, l’antenato di Reise significava la fase di avvio di una “marcia
in salita”, in direzione del luogo del combattimento. Insomma: per i tedeschi,
mettersi in viaggio era come avviarsi per la battaglia. Per fortuna, nel corso dei
secoli, le parole hanno preso una piega più rassicurante. Oggi i tedeschi per lo
più viaggiano per conquistare un posto al sole, ma nei luoghi di vacanza.
Certe mode recenti fanno invece uso di un “viaggio” particolare: è l’inglese trip. La
storia della parola è oscura. Fatto sta che un tempo significava un viaggio compiuto
sulla terraferma dai marinai di Sua Maestà britannica. Oggi, in inglese indica il percorso compiuto da una tappa all’altra di un itinerario, come quello di un pellegrinaggio.
Ma per qualche strana ragione, nell’inglese d’America trip ha preso a significare un
“viaggio della mente” compiuto sotto effetto di sostanze psicotrope, come l’acido
lisergico, che gli appassionati chiamano con la sigla LSD. A differenza della tisana della
nonna, non pare un toccasana. Forse un viatico più tradizionale fa meglio alla salute.
Combinato a una Reise in località baciate dal sole, dà molta soddisfazione. Purché
non si dimentichino le provviste.
Pellegrini
Discorso del Santo Padre
Giovanni Paolo II durante la
Santa Messa a Downsview 28 luglio
Pellegrini sulle strade del mondo, come la
Chiesa va ripetendo da secoli, in attesa di
trovare pace per i nostri cuori nella Patria
celeste, ci facciamo anche pellegrini verso
Toronto per partecipare alla XVII Giornata
Mondiale della Gioventù. Da Brescia siamo
quasi 800, metà con la Diocesi e metà con
le comunità neocatecumenali, per incontrare tanti altri giovani, ascoltare le parole alte
e vibranti del successore di Pietro, vivere
una straordinaria occasione di incontro con
Cristo. È lungo il nostro viaggio. Partiamo
da casa in pullman, raggiungiamo uno degli
aeroporti milanesi e da qui, in aereo, dopo
uno scalo in Germania, il suolo americano.
Ancora un autobus, per tutta la notte, e
siamo finalmente a Toronto, non senza aver
prima fatto sosta alle cascate del Niagara: i
bagliori mattinali dell’aurora vestono di insolite suggestioni l’enorme massa d’acqua che
si riversa dal lago nel fiume. Uno spettacolo
indimenticabile. Ma il nostro pellegrinaggio
continua, anche per le strade di Toronto,
dove ci accoglie calorosamente la numerosa
comunità italocanadese. Ci muoviamo tra i
grattacieli della Downtown – il centro della
città - e le grandi aree di Exhibition place, la
zona fieristica cuore delle manifestazioni,
cercando di portare ovunque l’entusiasmo
ed il calore di chi sta vivendo un’esperienza
unica. La fatica si misura nei sacchi a pelo che
sono il nostro letto, nei brividi delle docce
– rigorosamente fredde e all’aperto – che ci
attendono ogni sera, nella mutevolezza del
tempo, che non si dimostra affatto clemente
con noi. Soprattutto nella notte tra la veglia
e la messa a Downsview Park, quando una
pioggia battente ci fa da brusco risveglio
alle 6 del mattino e accompagna pure
parte della celebrazione, salvo poi lasciare
il posto a un sole cocente. Al bastone del
pellegrino abbiamo sostituito il Pass, oramai
parte integrante di noi stessi, indispensabile
per partecipare a tutti gli appuntamenti dell’evento. La nostra sacca non è la semplice
borsa dei pellegrini medievali: indossiamo
invece un moderno zaino rigorosamente
“made in China”, e al posto della conchiglia abbiamo una bottiglietta d’acqua. E la
mantella? Quella c’è, ma ha l’aspetto dell’impermeabile regalatoci dalla Cei, la cui utilità
abbiamo potuto veramente apprezzare in
occasione delle frequenti piogge. Bandana
“Voi siete il sale della terra...
Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14)
Carissimi Giovani della 17a Giornata Mondiale della Gioventù,
carissimi Fratelli e Sorelle!
1. Su una montagna vicino al lago di Galilea, i discepoli di Gesù erano in ascolto
della sua voce soave e pressante: soave come il paesaggio stesso della Galilea,
pressante come un appello a scegliere tra la vita e la morte, fra la verità e la
menzogna. Il Signore pronunciò allora parole di vita che sarebbero risuonate per
sempre nel cuore dei discepoli. Oggi Egli dice le stesse parole a voi, giovani di Toronto e dell’Ontario, e di tutto il Canada, degli Stati Uniti, dei Caraibi, dell’America
di lingua spagnola e portoghese, dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania.
Ascoltate la voce di Gesù nel profondo dei vostri cuori! Le sue parole vi dicono
chi siete in quanto cristiani. Vi insegnano che cosa dovete fare per rimanere nel
suo amore.
3.Il Signore vi invita a scegliere tra queste due voci che si contendono la vostra
anima. Questa scelta è la sostanza e la sfida della Giornata Mondiale della Gioventù. Perché siete giunti fin qui da ogni parte del mondo? Per dire insieme a Cristo:
“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Gesù, l’amico
intimo di ogni giovane, ha parole di vita. Quello che voi erediterete è un mondo
che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà
umana. È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla
ricchezza dell’amore di Dio. Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell’amore. Ha bisogno che voi siate il sale della terra e la luce del mondo.
Lucia Mor
rienza che si appresta a vivere: quindici anni prima, egli scrive, non sarebbe stato
possibile visitare Roma senza una guida. Fin da queste considerazioni, si rivela il
senso profondo attribuito da Goethe all’esperienza del viaggio che è, essenzialmente, esperienza interiore, non solo un movimento nello spazio, ma anche e
soprattutto, un movimento nella mente, nello spirito, nell’anima.
L’esito di questo movimento, che per Goethe si profila come una fuga
- fuga da rapporti logorati alla corte di Weimar, da un senso di frustrazione per
gli scarsi esiti dell’impegno di lavoro amministrativo e politico, da una complessa
situazione affettiva - è il raggiungimento della tranquillità, è il passaggio dall’ansia alla pacatezza. Nel raggiungere nella realtà ciò che già era noto allo spirito,
l’animo si placa: Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta
la vita. E la pacatezza è raggiunta grazie al rinnovamento, a quella rinascita che
dal profondo lo va riplasmando e ne sta mutando non solo l’identità di poeta, di
artista, ma anche quella di uomo. La riflessione intorno all’essenza dell’uomo,
alla Humanität, diverrà di lì a pochi anni il fulcro del classicismo weimariano,
che avrà in Goethe il suo perno poetico e intellettuale, ma si arricchirà dei
contributi di altri grandi intellettuali del tempo, fra i quali basti citare Johann
Gottfried Herder e Friedrich Schiller. La pacatezza classica, la consapevolezza
della possibilità di un armonioso equilibrio fra tutte le componenti umane - intellettuale, sensuale, creativa - cantata da Goethe nella splendida Quinta Elegia
Romana, è il segno del grande rinnovamento etico che il viaggio in Italia lasciò
nello scrittore tedesco, esperienza divenuta paradigmatica del senso ultimo di
ogni vero viaggio, che è, anche se per ognuno con esiti diversi, essenzialmente
Bildung, formazione interiore.
Alle tre del mattino del 3 settembre 1786, Johann Wolfgang Goethe
lascia di nascosto Karlsbad, dove pochi giorni prima, il 28 agosto, ha festeggiato
con un gruppo di amici il suo trentasettesimo compleanno. Meta del viaggio
l’Italia, dalla quale rientrerà a Weimar due anni dopo, nel giugno del 1788. Da
questa esperienza, centrale e decisiva per la biografia umana e intellettuale
dello scrittore tedesco, nascerà trent’anni più tardi la Italienische Reise, un corposo scritto divenuto pietra miliare nella tradizione della letteratura di viaggio,
nonché ‘guida’ essenziale per molti tedeschi che da quel momento, scendendo
dal Brennero e costeggiando il Garda, hanno deciso di ripercorrere l’itinerario
goethiano.
I due testi riportati sono fra le pagine più famose dell’intera opera. I
toni entusiastici rispecchiano la gioia con cui è vissuta la realizzazione di un
sogno che ha radici lontane. Goethe è giovane, ma non giovanissimo; il suo
entusiasmo non è ingenuo, ma consapevole della maturità richiesta dall’espe-
Roma, 1 novembre 1786
Sì, finalmente mi trovo in questa capitale del mondo! Se l’avessi potuta vedere quindici anni fa in buona compagnia, sotto la guida d’un uomo veramente
esperto, che grande fortuna sarebbe stata! Ma poiché invece debbo vederla
e visitarla da solo con i miei occhi, è meglio che una tal gioia mi sia toccata
così tardi.
Ho pressoché sorvolato le montagne tirolesi; ho visitato bene Verona,Vicenza, Padova e Venezia, di sfuggita Ferrara, Cento e Bologna, e Firenze, si può
dire, non l’ho veduta. L’ansia di giungere a Roma era così grande, aumentava
tanto di momento in momento, che non avevo tregua, e sostai a Firenze
solo tre ore. Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta
la vita. Giacché si può dir davvero che abbia inizio una nuova vita quando si
vedono coi propri occhi tante cose che in parte già si conoscevano minutamente in ispirito. Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime
incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le
vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo
tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in
gesso o in sughero, tutto ora è davanti a me; ovunque vado, scopro in un
mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al
tempo stesso tutto nuovo. Altrettanto dicasi delle mie osservazioni, delle
mie idee. Non ho avuto alcun pensiero assolutamente nuovo, non ho trovato nulla che mi fosse affatto estraneo; ma i vecchi pensieri si sono fatti così
definiti, così vivi, così coerenti, che possono valere per nuovi.
Roma, 20 dicembre 1786
La rinascita che mi va riplasmando dal profondo continua a operare in me.
Pensavo di certo che qui avrei imparato qualcosa di valevole; ma che dovessi
retrocedere di tante classi scolastiche, che dovessi disimparare tante cose
e addirittura riprenderle dalle basi, questo non lo pensavo. Ora però me ne
sono convinto e dato pace, e più debbo rinnegare me stesso, più ne provo gioia. Sono come un architetto che, volendo costruire una torre, aveva
gettato male le fondamenta: se ne capacita in tempo, non esita a demolire
quanto già aveva elevato da terra, e cerca di ampliare, di migliorare il suo
disegno, di accertare meglio la saldezza del fondo, lieto al pensiero che la
futura costruzione sarà più stabile. Voglia il Cielo che al ritorno siano riconoscibili in me stesso le conseguenze morali di questo mio aver vissuto in
un mondo più vasto. Sì, non soltanto nel senso artistico, ma anche in quello
etico avviene un grande rinnovamento.
2
OTTOBRE 2002
4.Il sale viene usato per conservare e mantenere sano il cibo. Quali apostoli del
terzo millennio, spetta a voi di conservare e mantenere viva la consapevolezza
della presenza di Gesù Cristo, nostro Salvatore, specialmente nella celebrazione
dell’Eucaristia, memoriale della sua morte redentrice e della sua gloriosa risurrezione. Dovete mantenere viva la memoria delle parole di vita da lui pronunciate,
delle splendide opere di misericordia e di bontà da lui compiute. Dovete costantemente ricordare al mondo che “il Vangelo è potenza di Dio che salva” (cfr Rm 1,
16)! Il sale condisce e dà sapore al cibo. Nel seguire Cristo, voi dovete cambiare e
migliorare il ‘gusto’ della storia umana. Con la vostra fede, speranza e amore, con la
vostra intelligenza, coraggio e perseveranza, dovete umanizzare il mondo nel quale
viviamo, nel modo già indicato dal Profeta Isaia nella prima lettura di oggi:“Sciogliere le catene inique... dividere il pane con l’affamato... [togliere di mezzo] il puntare il
dito e il parlare empio... Allora brillerà fra le tenebre la tua luce” (Is 58, 6-10).
5. Anche una fiamma leggera che s’inarca solleva il pesante coperchio della notte.
Quanta più luce potrete fare voi, tutti insieme, se vi stringerete uniti nella comunione della Chiesa! Se amate Gesù, amate la Chiesa! Non scoraggiatevi per le colpe e le mancanze di qualche suo figlio. Il danno fatto da alcuni sacerdoti e religiosi
a persone giovani o fragili riempie noi tutti di un profondo senso di tristezza e di
vergogna. Ma pensate alla larga maggioranza di sacerdoti e di religiosi generosamente impegnati, il cui unico desiderio è di servire e di fare del bene! Oggi, ci sono
qui molti sacerdoti, seminaristi e persone consacrate: siate loro vicini e sosteneteli!
E se, nel profondo del vostro cuore, sentite risuonare la stessa chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata, non abbiate paura di seguire Cristo sulla strada regale
della Croce. Nei momenti difficili della storia della Chiesa il dovere della santità
diviene ancor più urgente. E la santità non è questione d’età. La santità è vivere
nello Spirito Santo, come hanno fatto Kateri Tekakwitha e moltissimi altri giovani.
Voi siete giovani, e il Papa è vecchio e un po’ stanco. Ma egli ancora si identifica
con le vostre attese e con le vostre speranze. Anche se sono vissuto fra molte
tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in
maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter
soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani.
Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa!
Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di
divenire l’immagine del Figlio suo.
in testa, macchina fotografica e libretto delle
preghiere a portata di mano e si completa il
ritratto del moderno pellegrino. Camminare
e fermarsi. Le nostre soste più importanti
le abbiamo fatte nella chiesa di san Carlo
Borromeo, dove si tenevano le catechesi per
noi bresciani. Il tema, quantomai impegnativo, è quello scelto per la stessa Gmg, ossia
il passo del Vangelo di Matteo nel quale
Cristo dice ai suoi discepoli “Voi siete il sale
della terra… voi siete la luce del mondo”.
A guidare la riflessione tre diversi vescovi
italiani: il cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino, mons. Marcello Semeraro,
vescovo di Oria, in Puglia, e mons. Vincenzo
Paglia, vescovo di Terni e assistente spirituale
della comunità di sant’Egidio a Roma. Il clima
è concentrato, qualcuno prende appunti e
nelle parole dei vescovi c’è molta concretezza: si parla di grandi problemi, di interrogativi
che inseguono l’uomo, ma anche di scelte
morali, di sessualità, di globalizzazione. Segue
un dialogo, con le domande dei giovani
e le risposte dei presuli, mentre la messa
conclusiva rappresenta sempre un grande
momento di festa. Camminiamo ancora e,
finalmente, raggiungiamo la meta: l’incontro
con Giovanni Paolo II. “He speaks fifteen
languages. He also speaks your language. Lui
parla quindici lingue. Lui parla anche la tua
lingua” recita uno dei manifesti predisposti
dagli organizzatori. Parla davvero al cuore di
noi giovani questo papa, anziano e sofferente
ma giovane dentro, icona vivente della roccia
su cui poggia la Chiesa di Cristo, capace di
sognare e far sognare. Non dice parole facili,
nemmeno dice parole nuove. Non fa che
ripetere una parola antica in grado però di
entusiasmare; ci chiama “popolo delle beatitudini”, indicando la pagina evangelica quale
mappa ideale per orientarsi in un mondo
segnato da contraddizioni, sì, ma che pure
“ha un disperato bisogno di un rinnovato
senso di fratellanza e di solidarietà umana. È
un mondo – ha detto ancora il papa – che
necessita di essere toccato e guarito dalla
bellezza e dalla ricchezza dell’amore di Dio.
Il mondo odierno ha bisogno di testimoni
di quell’amore”. Ripartiamo alla volta delle
nostre case con un impegno grande. “See
you in Germany 2005” portavano scritto
sulla maglietta alcuni ragazzi tedeschi. Il pellegrinaggio continua.
Dove andrai
Dove andrai
a finire la tua corsa
Pellegrino dellʼAssoluto…
fratello di ogni uomo?
In quale angolo nascosto
della madre terra
scioglierai la tua vela?
Tu ci hai conservati
nella vera fede,
sulla dura strada
ferrata che
ci ha condotti
nel cuore
di Auschwitz.
Certo scoprirai la lingua
degli angeli
e la parlata
dellʼumanità nuova.
Non è stata vana
la tua corsa,
e la corona che ti
aspetta è intrecciata
dal giusto giudice
che ha le mani
rosse di sangue
e il volto
pieno dʼamore.
6. Signore Gesù Cristo, custodisci questi giovani nel tuo amore. Fa’ che
odano la tua voce e credano a ciò che tu dici, poiché tu solo hai parole
di vita eterna. Insegna loro come professare la propria fede, come donare il proprio amore, come comunicare la propria speranza agli altri. Rendili
testimoni convincenti del tuo Vangelo, in un mondo che ha tanto bisogno della tua grazia che salva. Fa’ di loro il nuovo popolo delle Beatitudini,
perché siano sale della terra e luce del mondo all’inizio del terzo millennio cristiano. Maria, Madre della Chiesa, proteggi e guida questi giovani uomini e giovani
donne del ventunesimo secolo.Tienili tutti stretti al tuo materno cuore. Amen
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
Fabio Larovere
dal volto giovane
2.Gesù offre una cosa, e lo “spirito del mondo” ne offre un’altra. Nella Lettura
odierna, tratta dalla Lettera agli Efesini, San Paolo afferma che Gesù ci conduce dalle tenebre alla luce (cfr Ef 5,8). Forse il grande Apostolo stava pensando alla luce
che lo aveva accecato, lui il persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco. Quando
aveva riacquistato la vista, niente era rimasto come prima. Paolo era rinato e ormai
nulla avrebbe potuto sottrargli la gioia che gli aveva inondato l’anima. Anche voi,
cari giovani, siete chiamati ad essere trasformati. “Svegliati, o tu che dormi, destati
dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14): è ancora Paolo che parla. Lo “spirito del
mondo” offre molte illusioni, molte parodie della felicità. Forse non vi è tenebra più
fitta di quella che si insinua nell’animo dei giovani quando falsi profeti estinguono in
essi la luce della fede, della speranza, dell’amore. Il raggiro più grande, la maggiore
fonte d’infelicità è l’illusione di trovare la vita facendo a meno di Dio, di raggiungere
la libertà escludendo le verità morali e la responsabilità personale.
Il viaggio in Italia
di Goethe
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
Giovanni Gobber
3
OTTOBRE 2002
Ulisse e Abramo
Domenico Simeone
Nell’ambito delle Scienze dell’educazione molti
termini rimandano alla metafora del viaggio quale
archetipo del processo di formazione. E’ diffuso l’impiego di vocaboli come: corso, percorso, itinerario, meta,
accompagnamento, orientamento, ecc… che stanno
ad indicare il processo educativo che si sviluppa nel
tempo. Esso è immaginato come spazio metaforico
nel quale esiste un punto di partenza, un itinerario da
percorrere e un punto di approdo che indica l’esito di
tale processo. Non mancano, del resto, riferimenti al
tema del viaggio anche nella descrizione della condizione umana e delle trasformazioni legate al processo
di crescita. La “figura archetipica” del viaggio prevede
una fase di “separazione/estraneamento”, così come il
processo di sviluppo comporta la fatica del processo di
“separazione/individuazione”. Il soggetto coinvolto nel
viaggio si allontana da un luogo iniziale conosciuto per
affrontare il rischio dell’ignoto.
Il viaggio ha come esito non soltanto una diversa
collocazione del soggetto nel contesto di appartenenza
ma anche una trasformazione interiore del viaggiatore,
che nasce dall’aver partecipato al viaggio, dall’aver affrontato e superato le difficoltà che di volta in volta si
sono presentate, dall’aver compiuto scelte che ne hanno determinato l’itinerario educativo. In altre parole, il
viaggio, prima ancora di essere una vicenda di partenze
e di arrivi, è una vicenda di movimento, di trasformazione, di relazione.
Nella tradizione Occidentale Ulisse e Abramo incarnano due diverse strutture tipiche del viaggio e possono essere assunte come metafore di percorsi educativi
differenziati. L’Odissea indica il viaggio dell’eroe che affronta la propria trasformazione attraverso una serie di
prove e di tentazioni. L’elemento che qualifica il viaggio
di Ulisse è il suo procedere a spirale. Il viaggio-avventura
prevede il ritorno “a casa”, al punto di partenza, anche
se in una condizione che non è più identica a quella iniziale. Il viaggiatore ritorna trasformato perché ha compiuto anche un “viaggio interiore” che lo ha cambiato.
L’eroe, durante il viaggio, si è confrontato con se stesso
e con il mondo; si è messo alla prova, ma soprattutto
ha acquisito una nuova conoscenza di sé e del mondo.
Nell’esperienza di Abramo, invece, il viaggio presenta la caratteristica dell’irreversibilità lineare e dell’apertura al nuovo. Il viaggio trova la sua ragion d’essere e
la sua guida nella relazione di fiducia che si instaura tra
Abramo e il suo Dio. Il cammino si svela progressivamente grazie alla relazione (Alleanza) tra Dio e il Suo
popolo. Il viaggio, prima di essere un percorso fisico è
un itinerario interiore, è la risposta ad una chiamata, è
l’esito di una relazione che rimane fedele nel tempo. In
questa prospettiva il viaggio non è mai solitario. Si compie in compagnia di qualcuno; anzi, proprio la presenza
dell’altro e il desiderio dell’incontro sta all’origine del
cammino e ne designa la meta.
Lo stesso si può dire per l’esperienza educativa.
Lo spazio interpersonale è il luogo in cui può avvenire
l’autentico “viaggio educativo” che si configura come
spazio non già di proprietà di un soggetto, bensì alimentato dalla relazione tra soggetti; vero e proprio luogo
di incontro, di comunicazione, di manifestazione di sé,
di comprensione, di accoglienza, di progettualità. Nella
prospettiva dell’educazione il viaggio spinge ad uscire
da sé per incontrare l’altro. La relazione educativa autentica supera la tentazione di possedere, di trattenere
l’altro per lasciare spazio al desiderio di liberarlo e di
promuoverlo.
goum
I raid
nel deserto in cerca di bellezza
Quando si parte, ovunque si vada, la meta è il nostro
cuore. Nella pace di una spiaggia solitaria, lungo un sentiero verso la cima, nel raid avventura… non sono tanto
la pace, la cima, l’avventura che cerchiamo, ma noi stessi,
quella parte di noi che tende a nascondersi o non è ancora venuta alla luce.
C’è un luogo, allora, che più di ogni altro è il luogo
dell’incontro con noi stessi: il deserto. Non il deserto
popolato di pericoli o di Jeep, ma un deserto rudimentale, che non offre facili fughe, che per la sua semplicità
si fa specchio del cuore e cassa di risonanza per il
sussurro dell’anima.
È il deserto dove camminano i Goum, piccole comunità di giovani e adulti (15/20 persone) che partono ogni
estate, per una settimana, alla ricerca di una esperienza
di verità, di bellezza e di libertà. Non sempre sono deserti
lontani, esistono anche deserti molto vicini a noi (come i
Cousses in Francia, in Spagna, le Murge e la val d’Orcia in
Italia…) che possono essere raggiunti con poca spesa e
in poco tempo.
Goum è una parola araba (nome anche di alcune
tribù berbere del Nord Africa) che significa “popolo che
si alza e si mette in cammino”. Ed il nome esprime il significato più intimo di questa esperienza. Perché le forze
di gravità esistono. E tirano tutte verso il basso. Quella
fisica ci sprofonda nei divani, rammollisce il corpo, rende
improba ogni fatica. Ma più subdola è quella spirituale
che piano piano ci sprofonda nella mediocrità, rammollisce il cuore. Il linguaggio allora sorgente diventa palude
di luoghi comuni, il pensiero abbandona i grandi spazi, e
dalle valli della speranza si scivola, senza quasi accorgersene, verso la pianura della rinuncia.
Col gesto di alzarsi e mettersi in cammino allora
vogliamo affermare un’umanità, la nostra, che vuole
resistere. Duemila anni fa, in aramaico, la stessa parola suonava Kum, Gesù la disse ad una bimba che
era morta (“Talita Kum”: bambina alzati) e la bambina
tornò a vivere. In fondo i Goum vanno nel deserto,
dove soffia lo spirito, per ricevere lo stesso invito alla
resurrezione.
Non portiamo nulla con noi, se non l’essenziale:
non denaro, non tenda, non macchina fotografica, non
orologio, sigarette… Poiché ogni cosa superflua serve
solo a nascondere il vero che cerchiamo e a diventare
occasione di fuga.
Tuttavia la povertà che scegliamo di vivere non
è rinuncia: vogliamo sperimentare come essa sia più
bella, più fertile, più umana, più creativa, più... ricca, dell’opulenza nella quale siam soliti vivere... Saper vedere
è più bello che fotografare, non esiste un soffitto più
bello del cielo stellato e nessun ristorante mi saprà
dare il brivido di bontà (che ricorderò per sempre)
di una susina trovata (donata!) dopo che il sole ed il
digiuno di un’intera giornata mi avevano preparato ad
accoglierla.
Hedwige e Maurizio
Piano piano il deserto scava nel cuore e nell’anima
spazi che qualcosa di Nuovo può riempire. Viene il
tempo di ricevere il Dono. Ed i compagni di strada
sono uno dei doni più grandi. Ci si conosce da poco,
ma ci si riconosce già come fratelli. Ci si ama. Forse per
gratitudine trovando all’appuntamento serale la legna
o il fuoco già preparati da chi è giunto prima di noi?
Forse per la forza che ci si da anche solo con poche
parole scambiate ad un incrocio di sentieri? Per l’allegria del bivacco serale? Per la Meta condivisa? Per l’Eucarestia celebrata insieme al mattino? Forse perché nel
deserto si esiste in verità (e molto meglio di quando
si è truccati).). Difficile dire perché i volti delle persone
brillino. È uno dei misteri della marcia di lungo corso
nel deserto, una sorta di trasfigurazione.
“Viviamo solo per scoprire la bellezza.Tutto il resto
è solo una forma d’attesa.” (Gibran).
Soprattutto cerchiamo la nostra bellezza… quella
che Qualcuno aveva immaginato pensandoci. Quella
che si offusca nella dimenticanza e si frammenta nella
molteplicità del vivere di oggi.
Ed il dono più grande del deserto è la nostra bellezza. Noi in piedi. Noi finalmente in unità di corpo,
mente, spirito e volontà. Noi fratelli degli altri. Noi
fradici ma felici intorno al fuoco durante un temporale
notturno. Noi poveri eppure ricchi di ogni dono. Noi
infinitamente più piccoli del deserto e dell’universo
eppure capaci di donargli un senso. Noi senza più
maschere. Noi, quando ogni gesto ha un senso: dal
passo che avvicina alla meta, alla pietra raccolta perché
qualcuno possa sedersi, al fiore per far bello l’altare di
rocce… Noi preziosi per i fratelli e per un Dio che
sentiamo vicino.
È un’esperienza di una settimana. Poi si riprende la
vita quotidiana. In piedi. Forse le forze di gravità ci piegheranno ancora verso il basso. Ma questa è volontà
di Dio. Nessun dono è per sempre… presto verrebbe a mancare la gratitudine. Così al deserto, prima o
poi, si torna. Sarà forse in una grigia e triste giornata
di febbraio quando un riflesso della bellezza vissuta
raggiungerà la superficie dell’anima e ci risospingerà
nel deserto.
È un’esperienza che non riesce a stare facilmente nelle
parole, perciò se desiderate saperne di più non esitate
a contattarci:
Hedwige e Maurizio Nastasio Via A. Moro 21
35040 Monticelli Brusati
Tel: 030653198 - e-mail: [email protected]
Potete contattare anche:
Roberto e Elisabetta Cociancich
Tel: 0255184767 - e-mail: [email protected]
Su Internet www.goums.org oppure www.goum.it
Redazione rivista “Croce del Sud” c/o Bergamini Viale
Monte Nero 19, 20135 Milano [email protected]
L’esperienza dei Goum è descritta nei libri
“Deserto terra di libertà” di Michel Menu (ideatore
dell’esperienza), Editrice Àncora Milano.
“Spiritualità dei Raid Goum nel deserto” di Etienne
Roze - Edizioni Sant’Antimo
53020 Castelnuovo dell’Abate (Siena)
Tel./Fax: 0577835659
Viaggiare
in coppia
Luigi ed Ester Favero
Viaggiatori con il camper. Il diario lui, e il taccuino per disegnare lei.
Pensando a loro viene in mente non solo la scritta letta sulla fusoliera di
un aereo, ‘il miglior compagno di viaggio è un animo aperto’
aperto’,
ma anche che la miglior compagnia per un viaggio sono… un
uomo e una donna… insieme.
A Pamplona la grande festa durante la quale vengono liberati i tori tra la folla, per una corsa pazza
unica al mondo…
Pamplona, Festa di san Firmino… Eccoci nel fitto della folla festosa,
esuberante, calorosa. La stragrande maggioranza veste di bianco, con
fusciacca rossa, fazzoletto rosso al collo e cappello o basco rosso o
bianco rosso. Perfino piccoli lattanti e cani al guinzaglio sono infiochettati di bianco e rosso e tutti manifestano una allegria sfrenata,
una festosità che si comunica, in un impazzimento generale, con intasamenti paurosi in cui dominano le numerosissime, piccole bande
musicali che suonano motivi molto ritmati. A tali musiche spaccaorecchi, contrappuntate da colpi di grancassa, la gente alza le mani
chiuse a pugno, sorridendo beata per una specie di contagio festaiolo più paganeggiante che religioso, in verità. Presi dall’impazzimento
generale, ci immergiamo nella fiumana, finché scorte le bancarelle
che vendono fusciacche, foulards e berrettini, noi che finora ci siamo
sentiti quasi estranei,
vestiti dei nostri usuali
indumenti, cerchiamo
di mimetizzarci col resto della folla. Sentiamo
di “dover” farne parte.
E comperiamo anche
noi fusciacca, cappellini e foulards. Ora
possiamo non sentirci
estranei.
Norvegia, in direzione Narvik,
per vedere il sole di mezzanotte.
Da un parking sulla E6.
Alle 5 e mezzo schiamazzano le taccole che hanno scoperto il
mais che avevo buttato ieri e se lo contendono. Si tratta di volatili
grossi come un modesto piccione, dalle ali e dalla coda nere, ma
con la nuca, il collo e parte della schiena ricoperti da piume di
color grigio sporco.
Il becco è nero, robusto, corto, l’occhio è azzurro e lievemente
folle. Sembrano perennemente sbalorditi, esterrefatti. Ce n’è uno
che predomina e impedisce agli altri di beccare. Sono intimiditi
dalla mia presenza. Ma non è sempre lo stesso il padrone della
tavola imbandita: ora ve n’è uno, ora un altro. E il resto della compagnia, oltre che a non azzardarsi ad afferrare un chicco di mais,
litiga e cerca di rubare la minuscola pred all’audace che ha rischiato. E quest’ultimo scappa, inseguito inutilmente dalla torma. Lui,
l’audace ha già inghiottito il chicco ed ora sta ripulendosi il becco
sfregandoselo nell’erba del praticello. Ma addio, Norvegia, addio
chiarore, addio notti
luminose come il giorno, addio sole che non
tramonta. Ormai si torna al cielo ordinario, al
tram tram quotidiano
dell’alternarsi della luce
col buio e viceversa. E
come si capisce che noi
siamo fatti per la Luce,
quella vera, eterna.
A Bratislava la capitale della Slovacchia,
sul Danubio.
Da Bratislava. Erano le diciannove e tutte le campane delle chiese, ora l’una, ora l’altra, a qualche secondo di distanza, nel silenzio
della città calma, si sono messe a suonare l’ora. E un campanile
rispondeva all’altro quasi per un sereno e festoso commiato. Un
concerto che prendeva il cuore. Dalla Chiesa vicina usciva, tenue,
il canto dei fedeli, accompagnato dall’organo: un canto popolare
noto a loro, ma non a me. Ed era, forse anche per l’ora, una cosa
struggente. Sentivo vivo e quasi impalpabile l’ecumenismo: ognuno
nella sua lingua nel suo modo, lodalo stesso Dio, ama lo stesso
Signore e questo ci fa sentire fratelli anche con gente di cui ignoriamo il volto, la lingua, l’età, il passato. Solo le voci ci dicono: siamo
cristiani e quindi siamo tutti figli di Dio e fratelli in Cristo.
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
4
OTTOBRE 2002
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
Diop e gli altri
C’è Diop. Viene dal Senegal. Una volta i suoi antenati
partivano dall’isola di Goreme, davanti alla costa africana:
avevano una catena al collo, venivano imbarcati su velieri,
andavano a lavorare come schiavi nelle piantagioni del
Nord America, ma solo la metà di loro sopravviveva
agli stenti e alle malattie del viaggio. Diop no. E’ partito
con un aereo dall’aeroporto internazionale di Dakar. Un
viaggiatore come tanti. Anche se quel misto di allegria e
spavento negli occhi facevano capire che non era simile
agli altri: che nella sua bisaccia c’era un biglietto di sola andata. Una scommessa senza possibilità di fallire. E’ arrivato
a Parigi, con un fragile permesso di soggiorno. Scaduto
quello, ha cominciato a spostarsi in Francia. Il passaparola
dei connazionali l’ha indirizzato a una misteriosa città del
Nord Italia che lui, all’inizio, fatica persino a pronunciare.
Brescia. Qui dorme al villaggio Prealpino, si arrabatta
vendendo cianfrusaglie, trascorre giornate in coda davanti
alla Questura, e alla fine ce la fa. Permesso e lavoro, carta
ministeriale e assunzione in una fabbrica di maniglie, paga
sindacale e affitto da strozzinaggio, qualche sfottò sul lavoro e il solito problema: trovarsi una ragazza. Ma come si fa,
qui di connazionali ce n’è pochissime, e con le italiane non
se ne parla. Intanto Diop culla il suo sogno: il biglietto di
ritorno per Dakar. Per dimostrare che, anche se pure lui ha
conosciuto la sua Goreme, alla fine ce l’ha fatta.
C’è Nadia. Viene da una cittadina dell’Ucraina che poche carte segnalano, sperduta fra Leopoli e Kiev. Lì il marito
lavora come ferroviere, pagato dallo Stato a date incerte,
con moneta che logora il suo valore giorno dopo giorno.
Lì vivono i figli di Nadia: uno studia per diventare ingegnere,
l’altra deciderà quando avrà finito le scuole medie. Lì in una
casa piena di gatti vive l’anziana madre di Nadia, e lì lavorava
anche Nadia: grande lavanderia industriale dello Stato, l’orgoglio di uno stipendio con cui la famiglia era al sicuro. Poi, si
sa, l’Occidente ha vinto la guerra fredda, l’Ucraina l’ha persa.
Kiev ha messo all’incanto le sue industrie, ma nessuno sapeva che farsene di quella lavanderia industriale gonfia di manodopera e povera di profitti. E così la lavanderia ha chiuso,
e Nadia ha visto la dispensa di casa svuotarsi, i figli dimagrire
giorno dopo giorno. Alla fine ha capito che toccava a lei: ha
fatto le sue code, ha ottenuto un visto di uscita, ha tentato la
grande avventura. Obiettivo Nizza, Costa azzurra. No, non
per la villeggiatura, ma per cercare lavoro come cameriera,
colf o quel che capita. Ma la Francia diffida di queste donne
non più giovanissime che neanche conoscono la lingua e
così – quando i soldi per pagare l’albergo si stanno esaurendo - lei e le sue amiche tentano il tutto per tutto. L’Italia.
Senza permesso, senza autorizzazione, col rischio di vedersi
affibbiare il foglio di “deportazia”. E’ fortunata. Trova un anziano che ha bisogno di assistenza dalle parti di Latina. Entra
in contatto con una congregazione di religiose: quando il
suo anziano muore le indicano che al Nord, a Brescia, le ricche famiglie hanno un disperato bisogno di donne pazienti
e robuste come lei, che per giunta fanno alla svelta a imparare le ricette della cucina italiana, e possano prendersi cura
di anziani decrepiti, patriarchi dalla mente svaporata, nonne
claudicanti e spente. A lei capita una maestra in pensione,
postumi da ischemia, emiplegica, ammutolita dalla malattia.
Va accudita in tutto però non parla, non si lamenta, non
pretende. E’ mite. A sue amiche sono capitati anziani biliosi
e collerici, parenti esigenti e altezzosi. A lei tutto sommato
non è andata male. E risparmiando ogni giorno centesimo
su centesimo può vedersi avvicinare il giorno in cui tornerà
nella sua terra. Con la famiglia sistemata. E il diritto per pensare un poco a se’.
C’è poi – o almeno c’era fino a poche settimane
fa – Elena. La trovavi sul marciapiede nord-ovest zona
piazza Garibaldi. Niente gambale bianco, niente spacco
vertiginoso. Ma il luogo e l’ora non lasciavano dubbi sul
suo destino: carne in vendita. La storia che raccontava ai
volontari che ogni tanto l’hanno avvicinata era sempre la
stessa: il titolo di studio in materie informatiche, poi il
crollo del sistema socialista nell’ex Jugoslavia, l’arrivo delle
tecnologie occidentali che hanno reso di colpo inservibile,
superato, il suo sapere. E al primo rovescio familiare, alla
prima disavventura economica, è toccato a lei – che era in
età da marito, e aveva già qualche ruga attorno agli occhi
– vendere quello che le restava. Cioè il suo corpo. Entrare
in Italia? Uno scherzo. Dalla Croazia le frontiere sono
aperte, prego s’accomodi e qualche battuta salace alla
frontiera, che lei ha fatto finta di non sentire. Ai volontari
lei ha sempre assicurato che no, non era sotto protettore,
e poi ancora qualche mese per sistemare le cose e sarebbe tornata a casa sua, in Croazia. L’ha ripetuto un anno,
due, tre. Per convincere sé prima degli altri. Da qualche
settimana non la si vede più. Forse le cose le ha davvero
sistemate. O forse no.
Diop, Nadia, Elena e tutti quelli come loro sono
migranti che caso o scelte meditate hanno catapultato
5
Massimo Tedeschi
giornalista di Bresciaoggi
a Brescia. Nelle stazioni, negli aeroporti, negli autogrill è
pieno di persone come loro. In viaggio. Soli o in branco,
“migrano”. Come fanno gli animali per istinto. E gli esseri
umani per necessità. Certo, qualcuno arriva in Italia su carrette del mare, gommoni spericolati, camion asfissianti. Ma
sono una minoranza. Fanno notizia per l’audacia del gesto,
per l’acrobazia da Houdini delle dogane. Soprattutto se
una tragedia suggella il tentativo. Ma sono minoranza. I più
arrivano per vie meno avventurose, semi-legali. L’Europa è
grande, e prima o poi c’è uno Stato che – per convenienza commerciale, scambio politico, rimorso ex-coloniale –
socchiude le sue porte a questo o quel Paese ex-secondo
o neo-terzomondiale. L’Europa è un termitaio spugnoso e
permeabile. Le termiti guardiane non sono mai sufficienti.
Mai abbastanza armate. Mai bastevolmente agguerrite.
E poi, diciamolo, i primi ad avere bisogno di questi
nuovi arrivati siamo noi. Certo, Diop e i suoi fratelli sono
insopportabili quando parcheggiano le loro carrette a
Bovezzo, o peggio scendono in piazza a reclamare i loro
diritti. Però poi ci esaltiamo per i primati economici, il Pil
inarrestabile, i fatturati da capogiro del Belpaese. Costruiti
anche col sudore dei tanti Diop.
E’ vero, Nadia e la sue connazionali ci danno fastidio
da quando hanno trasformato i giardini di via dei Mille in
una specie di bazar eurasiatico al femminile, con sciami di
albanesi e marocchini che ci ronzano attorno in cerca di
donne. Ma brave come loro a custodire i nostri nonni e
genitori, va detto, non c’è nessuno.
E poi d’accordo, sul corpo di Elena, sull’uso che lei ne
fa, sui luoghi in cui lo esibisce, c’è un dibattito acceso. Di
più: una polemica feroce. I bresciani, diligenti, seguono i
talk show che l’affrontano e si schierano per l’una o l’altra
fazione. Ma alla fine, spento il televisore, quanti escono e
vanno a cercare il corpo di Elena?
Enzo Bianchi, monaco illuminato, ha scritto pagine
mirabili sul nostro incontro con l’altro. Ci ha ricordato che
dobbiamo, tutti, “diventare competenti ed esperti di diversità, allenati a riconoscere l’alterità, capaci di incontrare e
quindi di comunicare con uomini e donne che vengono
da altre culture, altre esperienze, e che percorrono strade
che non sono le nostre”. Parole che andrebbero insegnate
a catechismo. Ha aggiunto che “in ogni forestiero c’è un
enigma che richiede di essere interpretato affinché diventi
mistero e insegnamento”. Ancora più vero.
Ma proviamo a fare ancora un passo. Ricordiamoci che
questo incontro col diverso noi lo viviamo standocene a
casa nostra, rimpannucciati in una confortevole condizione
stanziale, di maggioranza autoctona. Loro, i migranti, l’incontro col diverso (cioè con noi) lo vivono da viandanti
minoritari, catapultati anima e corpo in un’esperienza che
non offre approdi sicuri, spalle coperte, certezze rassicuranti.
In questo viaggio a due noi giochiamo un po’ delle nostre
abitudini, delle nostre confortevoli certezze. Loro si giocano
la vita. Diventare “esperti di diversità” per noi è un esercizio
culturale, un gesto illuminato. Per loro è una scommessa
vitale. E non consoliamoci dicendoci che la situazione degli
immigrati è provvisoria. E’ vero che sognano il ritorno, ma in
tasca hanno un biglietto di sola andata. Ed è giù usato.
OTTOBRE 2002
s
u
m
s
a
er
La sigla
ERASMUS
coniuga due mondi:
Innanzitutto indica il programma Europeo che promuove la mobilità degli studenti
universitari, così come si legge nell’
nell’acronimo EuRopean Community Action Scheme for the
e
r
Mobility of University
niversity Students. In secondo luogo allude alla personalità di un illustre esponente
e
d dell’umanesimo Europeo, Erasmo da Rotterdam, assunto come simbolo di una cultura che mentre
e
r
c
coltiva le lettere forma un uomo aperto al progresso e disponibile al dialogo.
r
e
p
Per informazioni sul programma Erasmus
provareLaura e Elisa
in Università Cattolica del Sacro Cuore
Sei stanco del solito tran tran universitario? Sei curioso
di conoscere nuove culture, nuove città e nuove persone? Cerchi stimoli e motivazioni più convincenti, e soprattutto, vuoi imparare a parlare veramente una lingua
straniera?
Allora sei pronto per un Erasmus!!
Sicuramente ne avrai già sentito parlare. Come saprai,
si tratta di un progetto dell’Unione Europea che offre
agli studenti universitari l’opportunità di trascorrere un
periodo di studio all’estero di uno o due semestri. Per
i partecipanti è prevista una sovvenzione mensile che
fornisce una parziale copertura delle spese sostenute
durante il soggiorno; l’università garantisce inoltre la
possibilità di frequentare corsi e sostenere i relativi esami, che verranno poi integralmente riconosciuti previo
accordo con i docenti italiani.
Ma l’Erasmus è molto di più!! Noi, che l’abbiamo provato,
ripartiremmo oggi stesso… perciò cercheremo di condensare in poche righe i ricordi di dieci indimenticabili
mesi… cercando di evitare di scadere nel nostalgico!
Nel lontano ottobre di due anni fa siamo infatti partite,
tra entusiasmo e preoccupazioni, alla volta di Bayreuth,
città tedesca nel cuore della Baviera.
Armate di coraggio, determinazione, e soprattutto, di pesantissimi bagagli ci preparavamo ad affrontare il rigido
inverno tedesco e la proverbiale freddezza teutonica…
ed invece cosa ci accoglie? Un tiepido sole autunnale
in una cittadina immersa nel verde, assieme all’immensa
disponibilità e simpatia dei suoi abitanti! Abbattuti così i
primi, sciocchi pregiudizi, ci sistemiamo nel nostro studentato… ed ecco che ha inizio una lunga avventura
all’insegna dell’indipendenza! Esperienza impagabile, per
noi abituate a vivere con mamma e papà… In pochi
giorni scompare anche il terrore di non conoscere abbastanza la lingua: è incredibile, ma riusciamo a farci capire!
Le apparentemente complicatissime trafile burocratiche
si risolvono in un attimo, grazie anche all’aiuto di un’organizzazione appositamente addetta all’assistenza degli
studenti stranieri, e ci rimane tutto il tempo, tra una
spesa ed un bucato, per… la socializzazione! Ops, sì, certo, anche per l’università naturalmente… un campus di
ottomila studenti fa un certo effetto a chi è abituato alle
dimensioni della Cattolica di Brescia! La facoltà tedesca
ci pone di fronte ad un approccio totalmente nuovo allo
studio, più autonomo e stimolante, basato su seminari
ed esercitazioni in piccoli gruppi, che non hanno nulla a
che vedere con le affollatissime lezioni frontali cui siamo
soliti pensare. Ed anche in questo caso la lingua non
costituisce affatto una barriera: questo tipo di organizzazione rende i corsi, tra le altre cose, più comprensibili;
i docenti si mostrano poi molto disponibili nei confronti
dei numerosi studenti stranieri!
E così sono trascorsi, molto, troppo velocemente due
intensissimi semestri… due semestri nei quali, oltre a
sostenere senza troppe difficoltà una serie di esami,
abbiamo avuto l’opportunità di allargare i nostri orizzonti incontrando studenti provenienti da ogni parte
del mondo, con i quali abbiamo condiviso momenti irripetibili… dalle chiacchiere assonnate sull’autobus con il
vicino americano, all’interessante lezione assieme ai colleghi tedeschi, alla siesta pomeridiana in compagnia della
combriccola spagnola… per finire magari con una cena
orientale organizzata dai compagni giapponesi!
Ma soprattutto, due semestri nei quali abbiamo imparato a scoprire, conoscere ed apprezzare la cultura di questa nazione, sotto ogni aspetto… dal profondo spirito
ecologista che la caratterizza (chi tornerà da Bayreuth ci
racconterà poi della sua esperienza con il gelber Sack…),
alla notevole apertura mentale nei confronti della novità
e della diversità (a dispetto di tutti gli obsoleti pregiudizi
su questo popolo, più che mai ospitale), allo splendore e
alla ricchezza artistica e storica di moltissime città (che
abbiamo avuto l’opportunità di visitare grazie ad una
serie di agevolazioni riservate ai viaggiatori) di cui non è
possibile non innamorarsi…
Continueremmo all’infinito ma rischieremmo di annoiarvi… quindi non ci resta che suggerirvi: provare per
credere! Non ve ne pentirete.
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
rivolgersi al Servizio Orientamento-Placement
via Trieste, 17 - 25121 Brescia - tel. 030/2406279
e-mail: [email protected]
Universitari a Greenwich
Per informazioni sul programma Erasmus
in Università Statale di Brescia
si può visitare il sito www.unibs.it/relazint
oppure rivolgersi all’Ufficio Relazioni Internazionali
Piazza del Mercato 15 - Brescia - 3° piano
Tel. 030 2988311/314/343 Fax 030 2988310
e-mail: [email protected]
Orario di ricevimento:
lunedì-mercoledì-venerdì dalle ore 10.00 alle ore 13.00
martedì-giovedì dalle ore 10.00 alle ore 13.00
e dalle ore 15.00 alle ore 17.00
Erasmo, chi era costui?
Geer Geertsz (cambierà successivamente il suo
nome con quello umanistico di Desiderio Erasmo) nasce la notte tra il 27 e il 28 ottobre del
1466 a Rotterdam. Dopo essersi formato agli
studi classici sotto la guida di Alessandro Hegius, nel 1488 prende i voti a Steyn diventando
canonico agostiniano. Da questi legami si libera
ventinove anni più tardi. Tra il 1495 e il 1521
prosegue gli studi prima a Parigi dove al seguito
di vari mecenati studia il greco, poi a Basilea ed
in seguito a Friburgo. La sua inclinazione allo studio, alimentata da una sempre nuova esigenza di
libertà, porta Erasmo a viaggiare continuamente per l’Europa. In Inghilterra incontra Colet e
Tommaso Moro e scrive nel 1509 la sua opera
più nota: l’Elogio della pazzia (satira della teologia scolastica, dell’immoralità del clero ed elogio
della follia del vero cristiano che impronta la sua
vita alla fede). Giunto in Italia passa la maggior
parte del suo tempo a Venezia presso Aldo
Manuzio dove approfondirà le sue conoscenze
sull’uso della stampa.
La sua fama cresce a tal punto che finirà per dominare intellettualmente l’Europa sino alla polemica
luterana che però non seguirà a causa del suo
ideale delle bonae literae, inteso come cristianesimo umanistico.
Nell’Antibarbari, il suo primo scritto, si rileva già
la sua dottrina tesa alla ricerca di una religione
spirituale e antidogmatica, preoccupata più della
vita morale che della sottigliezza razionale. In
seguito comincia i Colloquia su cui, insieme agli
Adagiorum Collectanea (Adagia
(
raccolta di detti,
allusioni, proverbi, aneddoti latini e greci tesi a
rendere popolare la nuova cultura) interverrà
più volte. Nel 1505 pubblica coraggiosamente
le Annotationes del Valla al Nuovo Testamento.
Alla polemica antiluterana appartengono il De
libero arbitrio (1524) e l’Istitutio christiani matrimonii. Nel tanto discusso Ciceronianus (1528),
Erasmo dichiara la sua perplessità nei confronti
dell’Umanesimo tendente a trascurare gli interessi religiosi.
Muore il 12 luglio 1536 .
festa della matricola
Benvenuta
Matricola
Abbi pazienza per le aule stracolme e
gli orari strampalati.
Non spaventarti della fretta di alcuni docenti.
E’ vero, ci sono i baroni,
ma fanno paura solo ai vili.
Vedrai macchine di rappresentanza,
non spaventarti,
la strada si attraversa a piedi.
Non preoccuparti per i voti,
anche un trenta e lode può bastare.
Guardati dai mediocri
che sono sempre
stati a scuola e
non sanno cos’è
la vera cultura.
Ma soprattutto,
buon viaggio matricola,
crescerai anche tu
e noi tutti
cresceremo
con te.
Odissea,
tra gli oceani...
DANIELA, MICHELE e la mitica STELLA
Colon, 10 aprile 2000
Carissimi, siamo appena arrivati a Panama, per la precisione a Colon, ingresso del Canale,
ci siamo oramai lasciati alle spalle tutto il Mar dei Caraibi. Siamo arrivati qui, nella rada
dove navi, carghi, petroliere provenienti da tutto il mondo attendono alla fonda che venga loro fissato il momento del passagio del mitico Canale di Panama proiettati dentro
da un vento sostenuto con punte dai 40 nodi ed onda imponente. Tutto benissimo per
il Gulliver, il suo skipper Michele, la marinaia Daniela e la cagnolona Stella. La lunga navigazione dei giorni scorsi è stata ottima, da Curacao alle San Blas, navigando al largo della
Colombia, il mare è stato tranquillo e ci ha regalato anche uno splendido tonno pinna
gialla che avrebbe fatto invidia alla Riomare. Pensate, amici, che normalmente è un tratto
difficile con vento ed onda sostenuta, da molti ritenuto uno dei tratti più difficili del giro
del mondo in rotte tropicali. Ma la nostra buona stella ci ha protetti e grazie alle informazioni ed il sostegno dei bresciani Enzo e Rita Russo del “Tatanai”, siamo partiti quando
le condizioni meteo erano favorevoli e tutto è andato per il meglio. L’arrivo alle San Blas
è stato indimenticabile, abbiamo bordeggiato tutta la notte a poche miglia di distanza
poichè le isole sono protette da un reef con pochi passaggi e non segnalati e già molte
barche si sono incagliate ed altre irrimediabilmete perse nel tentativo di approdare la
notte. Abbiamo atteso la piena luce del giorno per varcare il passaggio in questo mondo
incantato, un mare dai colori inimmaginabili dal quale emergono qua e là isolotti pieni di
palme altissime che in alcuni punti si tuffano nell’acqua con le loro chiome piene di cocchi, isolotti circondati da spiagge bianchissime, acque trasparenti ed intorno ....tanta pace.
Queste isole sono abitate dai Kuna, etnia di origine andina; alle spalle di questo arcipelago
sconosciuto ai tour operator, arrivano infatti le propaggini della cordigliera della ande, con
le sue foreste tropicali, i corsi d’acqua da risalire in canoa. In queste foreste, dal tronco
degli alberi detti “kaobawala”, legno di balsa, gli abitanti scavano le loro imbarcazioni, gli
“ulu”, canoe a remi o con armo velico caratteristico, ed ora anche dotate di fuoribordo
Yamaha!!! Gli ancoraggi sono stupendi, il Gulliver li sperimenta tutti, dai più semplici e
spettacolari ai più difficili da raggiungere ma dove il premio è pari al rischio. Acque verdi
ed azzurre, vere piscine naturali, reef inesplorati con pesci che neppure noi avevamo mai
visto, e fondali sabbiosi dove nuotano tranquillamente mante ed aquile di mare. Insomma,
varie coreografie sul tema isola deserta, spiaggia di un bianco accecante, palme verdissime ed acque cristalline. Gli abitanti di questo paradiso sono un popolo gentile, dedito alla
pesca, all’artigianato e soprattutto alla raccolta delle noci di cocco, da cui verrà estratta la
copra. Questo rappresenta per i Kuna la loro vera ricchezza, garantendo loro una indipendenza economica dal governo di Panama. Il cocco viene venduto a “los colombianos”
per la lavorazione a livello industriale (alimentare o chimica) al prezzo di $10 ogni 100
cocchi. Vi lasciamo immaginare le 385 isole piene di palme all’inverosimile!!! Famose nel
mondo sono le “molas” fatte dalle donne Kuna, esperte nell’arte del cucito, con una tecnica unica al mondo. Abbiamo trascorso molte volte le ore del tramonto seduti a fianco
di una donna Kuna che, appoggiata al tronco di una palma, cuciva e ricamava molas
coloratissime raffiguranti antichi simboli della tradizione, vere opere d’arte composte con
tessuti sovrapposti di vari colori. Immagini di un mondo senza tempo, ricordi indelebili.
Le anziane conoscono solo il loro idioma ma i nostri occhi si parlavano con un linguaggio
universale mentre le nostre mani ne mimavano un altro altrettanto conosciuto. Tutte le
donne vestono bluse fatte da molas e parei colorati, alle caviglie ed ai minuscoli polpacci
hanno lunghe file di perline colorate disposte in modo da formare figure geometriche,
così ai polsi e alle braccia; portano alla base delle narici un semplice ornamento d’oro,
molto discreto, che illumina il viso dai tipici tratti andini, ravvivato da un pigmento rosso
ricavato da minuscoli semi. Sono sorridenti e gentili, forti di una tradizione matriarcale
radicata nei secoli. Il progresso, la mondializzazione incombe lanciando messaggi che i
giovani raccolgono e non sanno gestire. Qui è ancora possibile il baratto, graditi sono i
generi alimentari che le barche d’altura hanno abitualmente a bordo, riso, zucchero, farina,
latte in polvere per i bimbi, ma anche quello che può servire per la pesca, oppure anche
riviste in inglese per apprendere la lingua e aprire una finestra sul mondo civilizzato, così a
portata di mano. E così ti offriranno in cambio pesce, aragoste, cocchi, banane, avocado e
altri frutti a noi sconosciuti e pane al cocco appena sfornato.Visitiamo la scuola, facciamo
una lezione sulla nostra Italia, la carta del mondo è diversa noi siamo a destra, piccoli
piccoli ma la nostra fama arriva fino a loro. Il Papa, Michelangelo, i Romani,Verdi, Pavarotti
e la Pausini, la mafia, la pizza e gli spaghetti. La scuola insegna le lingue, la matematica ma
soprattutto cerca di tenere viva la tradizione e l’orgoglio di un popolo rimasto indenne
dalla schiavitù dell’epoca della conquista, ma così aggredibile ora da quella subdola dei
media. Nelle loro abitazioni, fatte di bambu e legno, coperte da un tetto di foglie di palma,
la amache sono i loro giacigli, un filo teso il guardaroba, e dei tronchi di albero segati le
loro sedie, ma ora compare qualche sedia di plastica, simbolo del progresso. La cucina
è separata, di solito un’altra capanna, e proprio su un loro braciere abbiamo cucinato
“maccaroni al pomodoro e basilico” per festeggiare il nostro 24°anniversario di matrimonio. Poi aragoste e cernie pescate da loro, cotte sul fuoco alimentato da gusci di cocco
seccati. E poi torte varie uscite dai forni delle nostre barche. Questo ricordo rimarrà nei
nostri cuori e crediamo anche nei loro perché hanno sentito l’animo con cui li abbiamo
vissuti. Daniela, famosa farmacista senza frontiere, cura tutto il villaggio, insegna le normali
norme igieniche, distribuisce medicine di vera utilità; Michele scopre il pericoloso eternit,
che dovrà servire per coprire il tetto della chiesa del villaggio, custodito amorevolmente
di fianco alle amache della notte. Insomma, facciamo quel che possiamo, ma il Pacifico
ci chiama, dobbiamo attraversare a giugno e i tempi stringono. Con rimpianto il Gulliver
salpa e tutto il villaggio ci saluta sulla riva e lacrime e braccia che si alzano, i bimbi nuotano
intorno. Abbiamo imparato, abbiamo insegnato, ci siamo guardati dentro e ringraziamo
chi ci permette di vivere un’esperienza così completa. La nostra meta ora sarà nelle acque del Pacifico, Galapagos e poi la Polinesia.Tanta acqua sotto il Gulliver !!! Grazie, amici,
per il ricordo che avete di noi, incoscienti navigatori di mari a noi sconosciuti.
in cattolica
9 ottobre 2002
6
Rime Vane
Crampus
grido d’allarme è diffuso dal Corriere della sera di Sabato 20 luglio 2002: “L’Università
•Ilinvecchia,
futuro a rischio…se non si corre ai ripari, per molte cattedre potrebbero mancare
insegnanti…entro 15 anni in pensione il 45% dei docenti, i giovani professori sono la metà che nel resto
dell’Europa. I ragazzi finiscono tardi gli studi, in forte crescita le nuove lauree brevi e i lavoratori che seguono
i corsi”. Si parla naturalmente dell’Università italiana… la pagina 5, interamente dedicata all’argomento,
nell’articolo a fondo pagina ci trasporta oltre oceano, dove Princeton, prestigiosa Università dove
insegnò tra gli altri Einstein, entra furtivamente con fare mafioso nei computer di Yale, altra prestigiosa
Università, per spiare gli iscritti miliardari. ‘Bush è allibito’, recita l’articolo... un docente universitario
interviene... Ci comportiamo sempre di più come un’azienda e sempre meno come una scuola, protesta,
la cosa più importante è avere insegnanti e alunni che ci portano soldi... Non dobbiamo preoccuparci, in
Italia le cose vanno diversamente; da noi si comprano intellettuali già confezionati... ecc.
gesto più significativo dell’estate 2002 si impone per la sua chiarezza e mette fine ad ogni
•Ildubbio
sul preciso orientamento del movimento padano; con esso viene alla luce una tradizione
plurisecolare fatta di pensieri profondi, di decisioni irrevocabili e di prospettive costruttive; gesto
profetico, reiterabile in ogni luogo, da cui, dopo la Costituente, trarrà beneficio un paese in fase
di grande cambiamento; pensiamo soprattutto alle nuove generazioni che si affacciano come
protagoniste sulla scena della storia... (istruzioni) braccio destro teso leggermente dal basso
verso l’alto, condotto velocemente dall’esterno all’interno, scontrare con la mano sinistra
a palmo teso all’altezza dell’avambraccio con violento impatto, sguardo panoramico da
nord est a nord ovest, commento verbale in lingua, secco, a scelta… facciamo le corna.
vignetta dell’estate 2002 ha avuto un benefico effetto sul numero di incidenti
•Lastradalimigliore
con una vasta eco sui media che mediamente riflettono, liberi da ogni ingerenza, l’andamento
economico e le variazione del clima, in rapporto agli indici delle principali borse estere e asiatiche…
l’insegnamento è semplice, una specie di uovo di Colombo: tenere la destra! Niente paura, ci
consenta... proveniamo tutti dalla grande tradizione.
ritrovata dell’estate 2002 è una teoria della globalizzazione del sistema diffusa in
•Launapeggiore
notte di mezza estate in una grande kermesse rivoluzionaria, zona industriale di Brescia, dove si
distribuisce droga come si dispensa il pane quotidiano, scritta e stampata da una antica conoscenza
degli anni di piombo. Gli anni di carcere permettono un profondo esame di coscienza circa gli
errori… degli altri. Errare humanum est, perseverare è diabolico…
i padri saveriani a indicare le statistiche di produzione e di vendita di armi e di mine nel
•Insistono
bresciano… notizia falsa, come sempre del resto… in verità noi siamo un popolo di cacciatori e di
incisori, teniamo pulito il bosco e aperti i sentieri, conosciamo bene i canti di montagna e le tradizioni
di una volta, ripariamo le chiese e costruiamo centri giovanili. Del resto è tutta una grande ipocrisia
cattocomunista, per cui se le armi non le produciamo noi le producono gli altri e dunque è bene
che questo avvenga alla luce di una plurisecolare tradizione, onde evitare che la cattiva tecnologia
inserisca nella necessità storica il cattivo gusto… siamo pacifisti.
più curioso dell’estate è il meeting. Gente intelligente, capace, collaudata dall’esperienza.
•IlUnfattomovimento
strutturato da più di una generazione che ha aperto grandi possibilità concrete
di intervento nel campo della spiritualità, della cultura, dell’editoria, dell’economia, dell’università,
della politica. Una esperienza nata per contrastare una imperante cultura di sinistra che in nome
dell’uguaglianza e della solidarietà ha rimosso lo stalinismo, ha avallato il terrorismo, il relativismo
etico; una formula sancita dalla Santa Sede. Quello che non si capisce è la militanza giovanile…
gli applausi scroscianti. Che cosa vuol dire?: consumismo dominante, plutocrazia, tangentopoli,
terrorismo nero, trame massoniche, populismo mediatico, americanismo cieco, superelativismo etico?
Oscure prospettive… pay attention, pay tv, pay…
più importante dibattito dell’estate, appare ancora sul Corriere tra luglio e agosto: il prof.
•IlSeverino,
ovunque celebrato, premiato e contestato, entra in discussione mass mediatica con Sequeri
e Gronchi. La provocazione ancora una volta è sua: a Brescia, a Pontedilegno, a Venezia e in ogni
dove, pronuncia perentorie sentenze sul Cattolicesimo e sul fondamento dell’esperienza cristiana,
che è la fede. Ha davanti il Nuovo Testamento in greco, come ci fa capire en passant; la tesi è lineare:
leggendo i testi non si desume né la certezza storica dell’evento Resurrezione di Cristo
né la certezza storica del fatto che i discepoli abbiano creduto nella Resurrezione. Non
conosciamo come il professore conosca il greco e non conosciamo l’edizione greca adottata dal
professore. Conosciamo però l’esito di questa sua decisione di credere che chi dice di credere
crede di credere… ci sono precedenti storici: noblesse oblige, citiamone almeno tre: La Ginestra di
Leopardi, l’Anticristo di Nietzsche, Mosé e il monoteismo di Freud. Ex docente dell’Università Cattolica, il
professore è uno dei pochi in Italia e in Europa che riesce a parlare con passione del nulla; inoltre egli
dimostra una scarsa considerazione dello spessore empirico del proprio io (coscienza in cui consiste
la filosofia autentica); scrittore di successo con consistente spessore valutario… si dimostra originale
teologo, tematizzando con Parmenide l’Essere in modo da sconfiggere il dio padrone della tradizione
ebraico-cristiana, ultimamente incarnatosi nella tecne; sulla questione di Gesù, (a suo avviso né risorto
né dio), si dimostra molto originale… sono infatti d’accordo con lui gli atei, gli agnostici, gli ebrei, i
mussulmani, gli scientisti, i massoni, i testimoni di Geova, gli adepti di scientology, Maurizio Costanzo e
il mio amico fruttivendolo… la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo… professore,
come si dice in greco?
•Olly e Jessica uccise… silenzio, per piacere, silenzio…
il senso della ricerca sta nel cammino
“Dopo cinque giorni di marcia, a volte a piedi a volte a cavallo, improvvisamente, in mezzo
a una piana circondata da colline brulle e giallastre, appare Lo Mantang. Con le sue tre
‘gompa’ dipinte di rosso, le mura di fango bianche di calce e i due salici giganteschi, la città
pare intatta come il giorno della sua fondazione. Da lontano, si ha l’impressione di essere
finalmente arrivati al cuore di un segreto mai prima svelato. Avvicinandosi, l’immagine si
smitizza e il viaggiatore finalmente capisce: il senso della ricerca sta nel cammino fatto e
non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare.”
(da:Tiziano Terzani, “In Asia”, Longanesi, Milano 1998, p. 334)
OTTOBRE 2002
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
7
OTTOBRE 2002
lectio
divina
Gli Atti
degli Apostoli,
una singolare
avventura
Il testo verrà messo gratuitamente a disposizione dal Centro
Universitario Diocesano e dal Centro Pastorale dell’Università Cattolica. Presentiamo la proposta di un Calendario di
lettura nei collegi Universitari. Gli incontri sono aperti a tutti.
Qualcosa di particolare è accaduto quel mattino a Gerusalemme. Il gruppo di Galilei asserragliato in un Cenacolo,
in città, improvvisamente esce alla luce del sole, con un
coraggio mai prima visto e un messaggio del tutto nuovo.
Si era avverata la profezia, ma soprattutto si era adempiuta la promessa di Gesù dopo la morte e resurrezione. Lo
Spirito Santo costruisce la nuova comunità dei veri credenti. Nella misura in cui questa comunità costruisce nella
fede e nella carità la propria identità singolare, sopporta
le persecuzioni dei fratelli ebrei, accetta le sfide di un
mondo che non riconosce il vero Dio, diventa insopprimibile la volontà di viaggiare, di percorrere la Via, di raggiungere tutta l’umanità. Oggi sono cambiate le condizioni
culturali, le condizioni storiche, i rapporti tra culture e fedi
religiose, e ancora cambieranno, ma il viaggio continuerà,
fino alla fine dei tempi. E’ un discorso per i giovani... e noi
puntualmente intendiamo farlo...
viaggiare formati
turisti non a caso
Una rassegna di viaggi raccontati da protagonisti che non hanno prenotato il posto al villaggio turistico e non hanno noleggiato gli sherpa per imprese off-limits. I viaggi verranno
raccontati attraverso diapositive, impressioni e progetti, mescolando la cultura, l’arte, la fatica, gli imprevisti, la fede e la fraternità. Gli incontri si terranno alle 20,30 presso il
Salone Venerabile Luzzago, in Piazzetta Santa Maria in Calchera, Brescia. Per
informazioni tel. 0302406206
Mercoledì 9 Ottobre Nordkapp-CapoNord
Con l’aereo fino a Trondheim in Norvegia e poi in bicicletta fino a Caponord attraversando il
Circolo Polare artico percorrendo l’E6. Fiordi, mare, fiumi, gabbiani, renne,...raccontano Sandro
e don Mario.
Mercoledì 16 Ottobre Tanzania
Donato e Marco, docenti di Educazione
fisica, incontrano la missione di Pomerini
e la Pomerini High school, per un progetto
di scambio culturale. Attraverso la immensa
savana, la valle dei Baobab, il Parco nazionale e l’altopiano sconfinato. Ci sono
progetti.
Mercoledì 23 Ottobre Argentina
Don Stefano, Elisa, Chiara, Antonio, Franco,
Silvio, dall’Università, vivono un mese della loro vita incontrando gli Universitari a
Santiago dell’Estero, escursione sulle Ande,
e visita alla cascata del famoso film...una
nazione con gravi problemi in uno spazio
sconfinato.
Mercoledì 30 Ottobre I grandi laghi
passa la Parola
6 incontri in 6 residenze
universitarie diverse,
il Martedì sera alle 20.30:
(Africa)
La regione dei grandi laghi, il caratteristico scenario africano. Gli elementi naturali in un gioco
di armonia senza misure. Divisioni e odii inestricabili, la terra impregnata dal sangue. Terra
di speranza e di sogni. Racconta don Roberto.
Mercoledì 6 Novembre Sicilia
La terra più bella, un triangolo di luce. Una storia millenaria che ovunque ha lasciato le sue
tracce. Terra dai sapori e dai profumi ineguagliabili, terra dalla calorosa accoglienza e dalla
stretta mortale.
19 novembre 2002
Convitto vescovile “S. Giorgio”
Via G. Galilei, 67
26 novembre 2002
Residenza Universitaria “Morstabilini”
Via Musei, 58
3 dicembre 2002
Convitto universitario “S. Dorotea”
Contrada S. Chiara, 36
11 marzo 2003
Collegio universitario “Maddalena di Canossa”
Via S. Martino, 13
18 marzo 2003
Istituto Figlie del S. Cuore di Gesù
Via Martinengo da Barco, 2/a
25 marzo 2003
Famiglia univeritaria “Bevilacqua-Rinaldini”
Via Ferrando, 1
Buon viaggio!
don Roberto Lombardi
All’inizio di un anno accademico non possiamo che augurare buon viaggio: sia a te matricola
che a te veterano. La laurea e la ricerca comportano sempre un iter universitario.
L’Università però può diventare anche un viaggio “altro”. Viaggio nelle profondità del tuo essere, viaggio di relazione che ti porta ad uscire dal tuo «io» per andare incontro ad un «tu»,
viaggio di ricerca della verità, viaggio sulle strade del mondo e in quelle della rete virtuale...
Sarà un viaggio anche verso l’“Altro” se diventa percorso di educazione alla fede, per la tua
maturità umana e cristiana, nella realizzazione della vocazione che è la tua vita.
Come Abramo abbiamo una Parola che ci guida, che fornisce l’ideale e ci conduce alla meta,
facendoci scoprire lungo il cammino - vissuto da pellegrini, non da vagabondi - realtà nuove,
inattese, insperate.
È questo l’augurio: compiere la fatica del pensare, abbandonando false sicurezze e rifondando il
nostro essere e il nostro agire a partire dalla Bibbia, la Parola-Evento di Dio che ci è stata data
quale mappa del nostro cammino di vita, pena la ricaduta nell’ego-centrato Ulisse e nell’illusorio don Chisciotte. Con Cristo come compagno di viaggio sulle strade di Emmaus
come in quelle della nostra storia, diventeremo portatori di speranza nel mondo
e, soprattutto negli ambienti di cultura, avversari dell’assurdo e profeti di
significato.
Mercoledì 13 novembre
in Duomo Vecchio ore 17,00
S. Messa con il Vescovo
per gli universitari
COMUNITÀ UNIVERSITARIA
8
OTTOBRE 2002
Scarica

com universitaria 10-02