Lettera 1 Sanremo, 16 Marzo 2010. 78° di sequestro Carissimi amici, dopo circa due mesi e mezzo dal mio repentino arresto, avvenuto nell’ufficio parrocchiale della Casa Canonica, in S.Vincenzo, lo scorso 29 Dicembre 2009 alle ore 12, mi accingo ad occupare un piccolo spazio nel sito web della mia Parrocchia, per darVi notizie reali circa la triste storia che mi vede incredulo protagonista. Fino a questo momento ero stato invitato da più parti a stare in silenzio, cosa che ho fatto fino ad oggi, comunicando solamente in forma privata. Ora, dopo il quarto rigetto di scarcerazione, ritengo conclusa questa fase stancante, durante la quale potevo solo essere spettatore inutile di uno scempio mediatico, ben lontano dal riserbo che ogni essere umano deve avere garantito. Dal coro degli “untori” di manzoniana memoria a nessuno pare sia venuta in mente la strana idea di chiedersi se a suffragare le infamanti e fantasiose accuse rivolte al sottoscritto, c’erano delle prove confortanti. Ma siccome esse non esistono, ovviamente, la spinosa questione è stata accantonata subito: il carro dei monatti per scomodare anche il nostro scrittore che lava i panni in Arno, aveva ormai caricato il suo cliente di turno! Carissimi, dopo questo periodo di strepitìo isterico, è giunto il momento della calma marea della verità, che più si addice alla mia indole e alla missione di sacerdote, uomo di Dio a servizio di ogni creatura amata dal Padre. La prima parola che avete notato in alto, sotto la data, Vi sarà forse apparsa strana, ma il termine sequestro è l’unico che a mio avviso possa rendere con sufficiente chiarezza quanto sta avvenendo da tempo nei miei confronti. Sono un sacerdote di 45 anni, nato a Savona il 18 Gennaio 1965 ed ora parroco di una meravigliosa comunità di circa 4.000 fedeli, situata nello stupendo golfo di Alassio, giustamente rinomato a livello internazionale. La mia posizione nel casellario giudiziario della Repubblica Italiana porta la voce “incensurato”. Gli ultimi dieci anni e mezzo della mia esistenza sono stati spesi a servizio della comunità parrocchiale di S.Vincenzo Ferrari, quindi da quando sono stato ordinato prete. A questo periodo aggiungo sedici anni di vita nei quali sono stato a servizio dei giovani, dei bambini, in particolare nello scautismo. Dico questo, perché in circa 27 anni di impegno, tra oratori, campi estivi ed invernali, catechesi, e mille attività, sono entrato in contatto con migliaia di ragazzi. In tutto questo periodo, ringraziando il Signore, ho solo provato gioia e fatica, qualche dolore, ma mai, nemmeno lontanamente, un ragazzo o un genitore ha visto nel mio operare i segni di una mente malata. Uso anche la parola più in voga, gettonata, quella di pedofilia. Nessun untore si è ora addossato il compito di conoscere la realtà, anche se bastava davvero poco per chiederlo ovunque, senza attendere il parere di psichiatri o psicologi, assoldati nella disperata missione di delineare i tratti di un mostro che ovviamente non esiste. Tranquilli! Carissimi amici, in questa prima lettera desidero proclamare con sincerità e limpida chiarezza la mia totale estraneità ai fatti che mi sono stati attribuiti. La legge accomuna tutto in una dicitura: violenza sessuale, che comprende qualunque cosa, dallo sguardo prolungato, allo stupro. Per correttezza nel presunto mio caso si parla di molestie, cioè di carezze. Lo dico per evitare equivoci e l’interesse di persone morbose che mi hanno chiamato stupratore. Se in questa folle vicenda ho sempre mantenuto la calma e la serenità, lo devo alla mia coscienza, alla fede nel Signore Gesù, alla vicinanza di moltissime persone che mi accompagnano in questa sorta di “Via Crucis” mediatica. Dal mio Vescovo che ritengo padre nella Sua più alta e spirituale connotazione, ai cari confratelli sacerdoti, ai tanti fedeli è sempre salita al Cielo la preziosa preghiera, perché la verità finalmente venga alla luce. Affido alla SS.ma Vergine Maria questo percorso, in totale fiducia. Vi abbraccio, don Luciano. Lettera 2 Sanremo, 23 Marzo 2010. 85° giorno di sequestro Carissimi amici, stiamo per entrare nella Settimana Santa e io, per la prima volta nella mia vita, con tutta probabilità, non potrò partecipare alle Sacre Funzioni, solo la Santa Messa di Pasqua, almeno credo, sarà proposta alla sezione del carcere ove sono stato assegnato. Per un cristiano, e ancor più direi per un ministro di Dio, è una grande prova spirituale essere escluso dalla comunità in questi momenti di profonda unione con Cristo, vincitore del peccato e della morte. Il Signore però ci insegna che anche nei momenti di maggiore umiliazione non siamo soli, perché grazie alla Sua bontà infinita ci ha inseriti in una grande famiglia che non conosce confini, la S. Madre Chiesa. Nei giorni duri e faticosi che verranno continuerò a fare preziosa esperienza della comunione spirituale, in Cristo, nei Santi, con la SS.ma Vergine Maria che veglia come madre dolcissima sui miei incerti passi in questo carcere. Moltissime persone mi hanno chiesto, nelle lettere che ricevo, come si può stare calmi in un carcere con la condanna infamante che mi trovo appesa sule spalle, le calunnie costanti, nella certezza della propria innocenza, che come sappiamo non viene assolutamente creduta “a priori” da chi conduce questa ignobile farsa mediatica. In primo luogo la mia coscienza è tranquilla, naturalmente serena, estranea dalle infamie costruite di volta in volta e fiduciosa in quanto Dio opera attraverso questa ingiusta e umiliante carcerazione. Certo questo però non vuol dire che come cittadino non possa manifestare apertamente la grande delusione e lo sconcerto che provo umanamente! In secondo luogo posso dire in tutta onestà che il mio cammino di fede non ha subito alcuna sosta, anzi, la presenza del Signore in questi mesi intensi si è fatta direi “avvolgente” e mai ho fatto esperienza di solitudine spirituale. La preghiera è aumentata, nell’intensità e nella frequenza, giorno dopo giorno, come una grande protezione. In terzo luogo questi tre mesi di carcerazione sono stati una grande esperienza di “vita parrocchiale”. Ho sempre avvertito, in molti modi, la vostra partecipazione sincera a questo misterioso cammino che il Signore mi ha chiamato a percorrere, con dignità e pazienza. Posso dunque dire che la coscienza serena, la vicinanza di Dio e della comunità dei fedeli della mia parrocchia (e non solo), sono state le armi vincenti contro l’accanirsi delle forze del male. Aggiungo ancora che non vivo nell’attesa spasmodica di riottenere la dovuta libertà (che mi spetta), ma nell’amore concreto, fatto di piccoli gesti, da vivere adesso. Dio chiede a me e a voi di riempire del Suo amore l’oggi, non il domani, almeno questa è l’esperienza del mio pellegrinaggio tra queste mura di acciaio e cemento armato. Amici carissimi, vivo dunque con pazienza e fede questo cammino che definisco di lacerazione, in quanto come uomo, cittadino di uno “Stato di Diritto”, sono deluso e amareggiato, ma come figlio del Dio che si è fatto carne, vivo nella gioia e nella speranza. Vi auguro una Santa settimana, partecipate con fede al Triduo di Pasqua, non anteponete nulla alle celebrazioni liturgiche a cui sarete chiamati dal carissimo don Giorgio. Vi abbraccio e umilmente vi benedico! Con affetto sincero, vostro don Luciano. Lettera 3 Sanremo, 28 Marzo 2010. 90° di sequestro Domenica delle Palme Carissimi amici, siamo entrati nella Settimana Santa, il cammino quaresimale sta dunque volgendo al termine. Nel riflettere sui preziosi eventi che siamo chiamati a meditare, non posso evitare il ricordo degli anni passati, quando tornavo a casa con una piccola palma o un ramoscello d’ulivo. Quest’anno purtroppo non mi è dato di porre un segno nella cella dell’arrivo di Gesù a Gerusalemme, così il rametto a noi tanto caro, l’ho fatto disegnare da un mio compagno di sventura e poi messo accanto al letto che da 67 giorni mi è stato assegnato dall’amministrazione penitenziaria. Nonostante le prossime luci della S. Pasqua sono per me offuscate dai torbidi disegni degli uomini, desidero fortemente essere accanto ai miei parrocchiani e ai tantissimi amici che mi stanno sostenendo in questo faticoso percorso. Lo faccio con immutato affetto e sincera preghiera. Forse potrà sembrare a qualcuno che io possa essere lontano dalla vita per così dire dei liberi, come vi chiamano da qua dentro, ma non è così. Mentre vi sto scrivendo scorrono nella mia mente tanti volti conosciuti. Mi trovo seduto su un vecchio e malconcio sgabello di legno, tenuto insieme con dei nastri, recuperati credo da qualche brandello di lenzuolo. A vederlo sembra un ferito, pure lui martoriato, reduce da chissà quale guerra tra carcerati. E’ quanto ho ricevuto dal magazzino, al momento del mio arrivo in questo carcere, dopo essere stato obbligato a denudarmi completamente, mentre venivano accuratamente ispezionate le mie povere cose nella borsa. Accanto al vecchio tavolino c’è la finestra, dalla quale intravedo un sole esterno a quadretti, a causa delle pesanti sbarre verdi che chiudono la cella. Il sole nella mia dimora non può entrare, almeno per ora, a causa della infelice esposizione della sezione del carcere ove sono stato assegnato. Di fronte a me una mensola, fatta con cartone di recupero, da qualche detenuto che mi ha preceduto, sostenuto da rotoli di carta igienica che, terminato il loro uso, offrono ancora questo ultimo servizio. E’ attaccata al muro scrostato con della colla di recupero, ma fa bella mostra di se, accanto ai letti a due piani, nei quali riposiamo in otto compagni. Per qualche attimo la mente è andata nello studio di casa mia, arredato con mobili, librerie e scrivania; quanto avevo e non me ne rendevo conto … tutto questo mi aiuta a riflettere sulla fragilità della condizione umana e mi fa sentire maggiormente vicino a Gesù in Gerusalemme. I sacrifici mirabili del nostro Maestro Divino sono stati immensi, nemmeno oso mettere ai suoi piedi le mie povertà; tuttavia sento di intuire qualcosa di profondo, che mi avvolge, e pur nello sconforto di questa prova umiliante entro in punta di piedi in questa Settimana Santa. Carissimi amici, un ultimo pensiero, forse poco spirituale, attraversa la mia mente, per la prima volta nella mia vita, non ci sarà il pranzo pasquale; mia madre dal cielo credo capirà, lei che per tutta la sua vita mi è stata accanto, preparando con gioia tante pietanze e invitando in casa parenti e amici. Il 4 aprile, da una finestra del cielo, lei osserverà il mio digiuno, ma sono certo che si rivolgerà alla SS.ma Vergine Maria, affinché io possa un giorno ottenere giustizia. A tutti voi voglio augurare una serena Pasqua, con le persone che amate, Dio che ha spostato il macigno posto sul sepolcro di Suo Figlio credo aprirà anche l’ingiusta porta blindata che chiude questa povera cella. Con affetto, vostro don Luciano. Lettera 4 Sanremo, 5 Aprile 2010. 98° di sequestro Carissimi amici, oggi vi scrivo nel giorno in cui la Liturgia ci propone la memoria di S. Vincenzo Ferreri, Patrono della nostra Parrocchia, anche se ovviamente stiamo celebrando l’ottava della S. Pasqua. Ho trascorso la Settimana Santa in una atmosfera molto particolare, nel ritiro interiore; esternamente in carcere non c’è stato il minimo segno di richiamo alle sublimi realtà spirituali che la Chiesa stava celebrando. E’ stato un momento forte di preghiera per voi, un’intensa comunione spirituale che ha delicatamente avvolto di grazia le attività giornaliere proprie della vita da detenuto. Domenica prossima, detta della Divina Misericordia, in S. Vincenzo avrà luogo la solenne processione in onore del nostro grande Santo Protettore, che è stato capace di risvegliare nell’Europa a lui contemporanea, purtroppo divisa nell’obbedienza al Santo Padre, sentimenti di unità e profonda fede cristiana. Abbiamo anche noi molto bisogno di professare l’appartenenza a Cristo, in questo particolare momento della storia, nel quale poteri forti, ostili alla Chiesa, hanno portato molti attacchi scomposti e pretestuosi alla Comunità dei Credenti. S. Vincenzo ci insegna, cinque secoli dopo la sua morte, a non aver paura di raccontare la nostra fede, con determinazione, impegno ed immensa gioia; lo stare in silenzio ad osservare la deriva morale della nostra società non è un buon servizio a Cristo Signore. Carissimi, dalla mia piccola cella, nella quale vivo da innocente in questo tempo Pasquale, prego con fiducia affinché tante coscienze possano risvegliarsi ed impegnarsi a difesa della vigna del Signore. Affido alla Santissima Vergine Maria, Madre della Chiesa, la protezione di ciascuno di voi, perché possiate essere sempre più veri Apostoli di Cristo nel tempo di salvezza che ci è stato affidato. Non dimenticate, infine, in questo periodo particolare, di pregare la “Coroncina alla Divina Misericordia”, ispirata a Suor Faustina Kowalska. Vi abbraccio uno per uno con profondo affetto. Vostro, don Luciano. Lettera 5 Sanremo 13 Aprile 2010. 106° di sequestro Carissimi amici, questa volta vi scrivo da una cella più piccola, da tre persone, ove recentemente sono stato trasferito; si tratta di un ambiente sereno e tranquillo, predisposto dalla grande sensibilità e cura con la quale i responsabili di questa struttura operano per il bene di tutti. Non credo sia facile gestire una realtà complessa come questa e devo riconoscere l’alto profilo professionale di coloro che a vario livello si adoperano per il bene comune. Non dimenticate di pregare anche per loro, purtroppo spesso sono dipinti dai “mass media” come persone crudeli, ma la realtà che ho conosciuto è ben diversa. Proprio in questi giorni stavo organizzando l’archivio della corrispondenza giunta da voi e posso dirvi che avete superato le 850 lettere dal giorno del mio arresto. Coloro che mi hanno scritto sono quasi 250 e non accennano a diminuire, anzi l’aumento della posta è direi quasi esponenziale, dalle prime lettere (10-12 alla settimana) di Chiavari a quelle di Sanremo (ora circa 150 alla settimana). Questo mi commuove molto e mi fa riflettere su quanto sia buono il vostro cuore, davvero non abbandonate il Pastore nel momento della Prova, anzi lo sostenete con un affetto tale che dovrebbe fare riflettere profondamente coloro che con troppa fretta hanno gridato al mostro. Vi devo chiedere ancora un favore adesso So che per tanti di voi risulta incomprensibile il mio permanere in questo posto (lo è anche per me del resto) ma la naturale indignazione che provate non deve, in nessun caso, portare alla sfiducia verso le istituzioni. Se vi lascerete prendere da sentimenti di astio e ingiustificato pregiudizio, non farete un buon servizio al mio caso giudiziario e nemmeno diventerete buoni cittadini. Ho il terrore, ve lo dico a cuore aperto, per i ragazzi, le giovani famiglie in particolare, possano progettare il loro futuro lontani dalla fiducia nel nostro sistema democratico. Gli errori lo vediamo bene possono capitare e dobbiamo combatterli con tutta la nostra forza nella piena legalità, ma mai potremo perdere fiducia nel sistema. Con voi, lo sapete, condivido la delusione per come vengo dipinto dalla stampa, purtroppo priva da tempo di una dote importante, quella della obiettività, e lo sconcerto per altre prese di posizione, ma non mi è mai mancata la speranza di vedere affermata la verità. Conserviamo quindi insieme un alto profilo di fronte a chi vede la Chiesa come una sorta di palestra della pedofilia e non lasciamoci al contempo zittire dalle forze di chi ci vorrebbe privare della missione di amore incondizionato donatoci da Gesù risorto. Infine vi rassicuro sullo stato della mia salute, anche se il mio cuore, dopo l’arresto, si è messo a correre troppo e devo tenerlo calmo con una pastiglia quotidiana. Questo tempo pasquale, da poco iniziato, vi doni serenità e rinnovata forza a servizio del bene. Con affetto sincero,vostro don Luciano. Lettera 6 Sanremo, 23 Aprile 2010. 116° di sequestro Carissimi amici, eccomi di nuovo a voi in questo tempo pasquale, dopo circa quattro mesi trascorsi in carcere. La prova che il Signore ha permesso continua, in attesa di vedere finalmente la luce della verità splendere sulle tenebre dei pregiudizi e degli errori, per donare alla nostra comunità, ferita intimamente, la grazia della giustizia. Osservo come in tantissimi state lavorando con impegno a questa lodevole missione, il Signore siatene certi non vi farà mancare la sua protezione amorevole. Alcuni di voi mi invitano a compiere azioni di palese protesta in carcere, in quanto l'essere calmo e ligio alle regole potrebbe indurre qualcuno a pensare al mio silenzio come ad una ammissione di colpevolezza. Su questa richiesta devo dire di non essere consenziente, per una serie di motivi che provo ad esporvi in sintesi. Innanzitutto ad una mia eventuale “protesta”, che arrivasse a disturbare la tranquillità dei miei compagni detenuti di sezione, la direzione del carcere giustamente dovrebbe intervenire, immagino con terapia medica e magari trasferimento in isolamento. Quale beneficio ne avrei? Inoltre che colpa ha questo istituto se è stata disposta la mia detenzione in carcere? Perché nuocere alla serenità di altri compagni già provati da tanti problemi? Potrei anche aggiungere che il mio carattere pacifico mi impedisce di sovrastare altre persone; ritengo più proficuo l'esercizio costante della pazienza. Infine proprio non riesco ad immaginare un sacerdote, dedito alle cose di Dio, assumere un comportamento più consono al mondo attuale, pronto ad urlare la sua idea tra chiasso e televoti. La verità dei fatti, più che gridata, puntando i piedi, va diffusa usando la testa. Spero che queste poche riflessioni personali possano essere condivise anche da chi insiste per un mio comportamento “disobbediente”. Tutti insieme dobbiamo aiutare la giustizia, che dopo una doverosa indagine, rischia ora di precipitare nel pantano cartaceo di migliaia di documenti. Un'occasione per confidare nella giustizia umana è ormai giunta al nostro orizzonte. Credo avrete sentito la notizia della fissazione, il prossimo 24 Maggio, dell'udienza filtro, per così dire l'inizio di una fase processuale che temo lunga e stancante. Sarà compito dei miei legali, molto preparati, seguire questa nuova fase operativa. La data scelta dal giudice ci porta a guardare alla SS.ma Vergine Maria, venerata con il sublime titolo di Ausiliatrice, un giorno quindi di buon auspicio per iniziare gli estenuanti lavori che porteranno a scrivere fiumi di inchiostro. Personalmente non ho molta fiducia nel moltiplicarsi delle carte timbrate, ne ho già viste davvero troppe! Mi limito a pregare e a implorare perdono al Signore per tanti documenti inutili dei quali sinceramente speravo si potesse fare a meno. Carissimi, sono sempre al vostro fianco, immensamente grato per l'eccezionale mobilitazione che avete promosso a mia difesa; la vostra testimonianza alla verità contribuirà a porre nella giusta luce questa triste vicenda giudiziaria. Sono certo che prima o poi, anche coloro che scrivono su alcuni giornali delle emerite sciocchezze, frutto di personali prese di posizione, prenderanno atto della cristallina realtà delle cose. Vi abbraccio con tanto affetto, vostro don Luciano. Lettera 7 Sanremo, 29 Aprile 2010. 122° di sequestro Carissimi amici, sono trascorsi esattamente quattro mesi dal giorno in cui mi hanno allontanato fisicamente dalla Parrocchia e di conseguenza recluso in carcere, prima a Chiavari e poi dal 21 Gennaio a Sanremo. Le ricorrenze, anche quando non inducono a festeggiare, sono sempre occasione per fare un poco di bilancio, di verifica, del vissuto quotidiano. La vicenda che mi vede incolpevolmente coinvolto richiede sicuramente un’analisi attenta da condividere con voi tutti. Innanzitutto desidero esprimere il doveroso e affettuoso “grazie” ai tantissimi amici, scesi nelle vie della mia bellissima città, lo scorso 26 Aprile. Credo sia stata la prima volta che nel nostro paese una, anzi, piu’ comunita’ parrocchiali e cittadine, sono arrivate a radunarsi in strada per sostenere una persona accusata di pedofilia. Bambini, giovani, adulti e anziani tutti uniti a camminare con le candele accese, cartelli e striscioni, pacificamente, per manifestare la sincera vicinanza a chi per tanti anni ha sempre cercato di servire con amore la propria comunita’, pur nei limiti della fragilita’ umana. E’ davvero singolare trovare tanta solidarieta’ di fronte ad una accusa che giustamente e’ sentita come la piu’ terribile e infamante; eppure senza la minima tensione, una moltitudine di volti si e’ incontrata, scambiandosi sguardi intensi, senza timore alcuno, con l’orgoglio di onesti cittadini, impegnati a servire il bene comune. I mesi trascorsi in un clima di calunnia a senso unico contro i ministri della Chiesa Cattolica non ha spaventato ne’ disperso chi ha mantenuto l’uso del buon senso. Questa serena testimonianza credo indurrà molti a riflettere su questa vicenda che troppo presto ha voluto puntare il dito contro il presunto mostro presentato alla folla: in tutto questo teatro una persona innocente resta ancora in carcere. Non sono scese in strada persone invasate dalla fede o plagiate da un subdolo prete, ma cittadini liberi, in un paese democratico, stanchi di pretestuose campagne di odio, frutto di un laicismo “malato” che non giova al nostro paese, gia’ purtroppo in piena crisi di valori. Certamente anche io, come coloro che hanno camminato per Alassio tre giorni or sono, mi allineo decisamente, senza se e senza ma, nella costante lotta alla pedofilia; rilevo comunque che non e’ corretto caricare “a priori” sulle spalle dei sacerdoti la disgustosa piaga che ferisce tante comunità. Vogliamo davvero combattere questi fenomeni aberranti? Diamo allora voce ai contesti sociali e alle realtà economiche disagiate che invece sono tenute lontane dalla mediaticita’ quotidiana, salvo il presentare sporadicamente il “caso pietoso della settimana”. Quello che emergerà non ci piacerà, non farà audience, lo immagino, ma sarà il primo passo per essere credibili e passare da isterici untori a caccia di vittime a quella di abili ricercatori della verità e della giustizia. Auspico che la mia triste vicenda possa essere utile per dare un positivo contributo in questo senso, altrimenti la mia sofferenza e quella della Diocesi intera sara’ sacrificio fruttuoso davanti a Dio ma terribilmente vano per la comunità degli uomini. Infine, non certo per dovere, ma con immensa gratitudine, sento il bisogno di ringraziarvi per la vicinanza che mai è mancata. Le 978 lettere fino ad ora ricevute in carcere, attestano una solidarietà e un’amicizia che francamente mi commuove e che dubito, nella mia miseria umana, potrò mai adeguatamente ripagare. Vi ringrazio perché mi avete ancora una volta seguito in queste considerazioni, continuate a discuterne in famiglia e a ricordarmi sempre nelle vostre preghiere. Con affetto sincero, vostro don Luciano. Lettera 8 Sanremo, 7 Maggio 2010. 130° di sequestro Carissimi amici, eccomi a voi con questa prima lettera del mese di maggio, da sempre dedicato alla SS. ma Vergine Maria: il suo sguardo amorevole sia costante protezione nel cammino della nostra vita. Nell’ultima lettera mi soffermavo su alcune riflessioni personali, nate dopo la fiaccolata dello scorso 26 Aprile, spero che esse abbiano trovato in voi buona accoglienza e siano state occasione di sincera e profonda condivisione. Oggi sento la necessità di proporvi un tema per così dire più “tecnico” che riguarda le motivazioni per cui, dopo oltre quattro mesi dal giorno dell’arresto, continuo a vivere faticosamente l’esperienza della carcerazione. In tanti mi chiedete come sia possibile una cosa del genere e voglio provare a darvene umile spiegazione, pur non essendo certamente persona qualificata in questo difficile campo che mai ha trovato spazio tra i miei interessi culturali principali. Anche io, come forse molti di voi, pensavo che in carcere ci andasse chi si era reso colpevole di un reato accertato, da una condanna definitiva o chi, la famosa “custodia cautelare”, fosse ritenuto colpevole ma ancora in attesa del processo. Ero convinto, come penso d’altronde voi e tutti coloro che si occupano di giustizia guardando il telegiornale, che la certezza di colpevolezza si dovesse basare su prove schiaccianti, indiscutibili e incontrovertibili. A fronte di ciò il futuro processo poteva al massimo consentire il riconoscimento di eventuali attenuanti o aggravanti per il calcolo della pena da espiare. Non è così. E questa non è un’affermazione polemica, per quanto triste. E’ sufficiente un racconto verosimile o creduto tale di una molestia fatta da una persona o l’interpretazione di uno psicologo sulle parole dette da un minore ad originare un mostro sicuramente colpevole. Da questa condizione, da questa convinzione di colpevolezza che un Sostituto Procuratore della Repubblica (il P.M.) anche in auspicabile buona fede fa propria, scaturiscono obbligatoriamente tutta una serie di azioni penali tra le quali la custodia cautelare in carcere. “Luciano Massaferro” non è un semplice cittadino accusato di un crimine aberrante, “Luciano” forse avrebbe potuto ottenere gli arresti domiciliari o addirittura essere rimesso in libertà, magari con il divieto di recarsi ad Alassio, in attesa del processo. Ma “Luciano Massaferro” è un parroco, un parroco che S.E. Mons. Vescovo non ha sospeso dalle sue funzioni, lasciandolo titolare della Parrocchia di S. Vincenzo Ferreri. Secondo la Procura della Repubblica il reato che è stato contestato sarebbe avvenuto nei confronti di una piccola parrocchiana e quindi il perpetrarsi della sua posizione poteva far sì che egli, sempre nella convinzione del Signor Procuratore, potesse peggiorare o persino commettere un nuovo reato. Mi sembra addirittura superfluo ribadire a tutti voi la mia totale innocenza ma è evidente come allo stato attuale essa non sia creduta da chi sta esercitando l’azione penale. In tale erronea convinzione di colpa, onestamente ognuno di noi riterrebbe giusto assicurarsi che simili abomìni non possano mai essere reiterati. In tutta questa “kafkiana” vicenda il punto in discussione non è né deve essere la “custodia cautelare”, il vero nocciolo della questione verte su quali debbano essere le “prove” sufficienti a sostenere i “gravi indizi di colpevolezza” che la giustificano. Tutto ciò prescinde e trascende il mio singolo caso ma vorrebbe essere uno stimolo ad una più ampia riflessione su certi meccanismi e funzionamenti che sembrano rischiare di trasformare una nobile professione nell’”avvocato dell’accusa”. Questa mia non vuole essere certo una lettera di attacco o lamentela nei confronti della Procura; come cittadino italiano credo, anzi ho bisogno di credere e invito tutti voi a credere nella giustizia. E’ concepibile l’errore umano, qualora commesso in buona fede, da chi la giustizia l’amministra, ma rifiutare aprioristicamente il “sistema” porta solo alla disgregazione di quella società democratica nella quale noi cristiani crediamo e per la quale in tanti ci siamo sacrificati. Vi abbraccio forte e continuo a raccomandarmi alle vostre preghiere, da parte mia vi assicuro altrettanto. Maria SS.ma Madre della Chiesa ci accompagni, con serenità e tenerezza, ogni giorno della nostra vita all’incontro con Gesù. Vostro, don Luciano. Lettera 9 Sanremo, 22 Maggio 2010. 145° di sequestro S. Rita da Cascia Carissimi amici, torno a voi per la seconda volta in questo mese di maggio, nel giorno in cui tantissime persone si rivolgono a S. Rita, la Santa dei miracoli impossibili, tanto amata anche nella nostra parrocchia. In esso veneriamo la più dolce tra le mamme, proprio per questo da tanti anni ho scelto di celebrare le S. Cresime e le S. Prime Comunioni in questo periodo. Il prossimo 23 Maggio, per la prima volta, parteciperanno alla Mensa del Signore Giada, Viola, Laura, Riccardo, Andrea, Sofia, Marta, Mattia, Simone, Nicolò, Federica, Greta, Gabriele, Leonardo e Ilaria. Lorenzo ha ricevuto la sua Prima Comunione lo scorso 9 Maggio, insieme al fratello Gabriele e agli altri cresimandi, Irina, Marta, Morena, Anna, Angela, Diandra, Michael, Ilaria, Alessandro, Vanessa, Veronica, Karen, Veronica M., Valentina, Fiammetta, Elena, Elisabeth e Maria Letizia. Io “ero lì” con loro lo scorso 9 maggio e “lo sarò” anche domani. Sono con ognuno di loro per affidarli al Signore, in questi momenti così importanti per la loro vita spirituale. Continuo a pregare molto la S. Vergine, chiedendole di aiutarvi a sentirmi profondamente tra voi. All’interno del carcere è recluso il corpo di un uomo, ma lo spirito del vostro parroco è sempre insieme ai suoi cari parrocchiani. Non posso che ringraziare sempre più tutti coloro che mi dimostrano solidarietà e affetto che, umanamente, spero non mi manchino mai. Ma se anziché in carcere fossi in “missione pastorale”, non sarei forse ugualmente assente fisicamente? Certamente, una cosa è essere in missione, ben altra essere ingiustamente recluso, ma queste sono cose degli uomini, e nulla devono avere a che fare con la nostra vita in Cristo. La nostra vita comunitaria non necessita di questo “hic et nunc”, di questo “adesso”, generato spesso dalla frenesia del “tutto e subito”. Non può lo spazio fisico che si frappone tra noi essere vissuto come un limite spirituale, quasi un impedimento ad essere in mezzo a voi. Tutto il meraviglioso cammino che in questi oltre dieci anni abbiamo fatto voi ed io, insieme verso Cristo e con Cristo, non può perdere di forza perché fisicamente sono chiuso a chiave in una cella. Sono tra voi in ogni momento della giornata, mia e vostra, nelle riunioni, nelle cene, negli incontri o nei momenti di preghiera e invoco la Beata Vergine Maria affinché vi protegga e guidi nelle vostre attività quotidiane. Vorrei concludere con un ringraziamento speciale a Germana e al seminarista Angelo per aver accompagnato i più “grandi” alla S. Cresima e a Katia per il servizio ai più “piccoli” nell’incontro con Gesù. L’impegno profuso, nella crescita umana e spirituale di coloro che saranno i nuovi uomini e donne della società e della nostra comunità, è essenziale e fondamentale per poter continuare a credere, crescere e sperare. Un abbraccio a voi ragazzi e ragazze che in questo mese avete raccolto i frutti di questo lavoro. Vi ricordo tutti nelle mie preghiere e sono orgoglioso di voi. Con affetto sincero, vostro, don Luciano. Lettera 10 Sanremo, 29 Maggio 2010. 152° giorno di sequestro Carissimi amici, si conclude oggi il 5° mese di detenzione per me, un arco di tempo che è trascorso in modo “surreale“ in una alternanza tra la consueta e prevedibile campagna di disinformazione dei mass-media e la preparazione del processo a mio carico a Savona che vede in questi giorni il suo inizio. Devo però dire che non sono mancate espressioni di giornalismo vero, impegnato quindi a trasmettere la semplice realtà dei fatti, senza ricorrere ad espedienti “furbi“ per vendere qualche copia in più del solito. Purtroppo si tratta sempre di voci minoritarie, non disposte a cantare in coro uno spartito già scritto. Ebbene, come ho scritto sopra, in un clima confuso, agitato, nel quale generalmente si tende a fare “di tutta l’erba un fascio“, e si uniscono presunti innocenti a rei confessi, per una sorta di pulizia morale (del resto molto utile se fatta con criterio), stiamo vivendo le prime fasi di un lungo e stancante processo. Molti di voi mi hanno recentemente chiesto come vivo questa nuova fase, pensando, presumo, ad una mia regolare partecipazione alle numerose udienze in programma nei prossimi mesi. Posso assicurarvi che trascorro serenamente le giornate, impegnato a vivere con frutto la mia quotidianità da detenuto, infatti non prendo parte fisicamente alle udienze e il motivo provo a spiegarlo nelle righe che seguono. Sapete bene che dopo alcuni rigetti delle istanze di libertà, (5) , presentate periodicamente dagli avvocati della mia difesa, motivate dal Signor Giudice da una “pericolosità sociale“, a causa della concreta (?) possibilità di reiterazione del reato (!), devo vivere in regime carcerario. Questa detenzione è tecnicamente definita “custodia cautelare“ ma nella realtà dei fatti ha assunto sin dal giorno dell’arresto, le caratteristiche di una “espiazione pena“ in piena regola. Infatti la mia giornata tipo non si differenzia in nulla da quella di chi ha ricevuto una condanna al termine dei tre livelli di giudizio che tutti ben conosciamo. La situazione evidentemente condiziona con forza il mio poter “ esserci “ in tribunale. Per partecipare alle udienze dovrei essere tradotto (il termine è tecnico) a Savona sotto scorta, ammanettato, quindi in condizioni psico – fisiche di notevole disagio per una condizione fisica che da cinque mesi è messa a dura prova. Inoltre, l’esposizione mediatica, in questo clima “forcaiolo“ che decide a priori chi è colpevole, tra insulti e scatti fotografici, rubati all’eroe di turno, non mi gioverebbe certamente. Infine alle audizioni non avrei certo titolo per intervenire a mia discrezione. Ho la necessità di nutrire una tale fiducia nei confronti dei Giudici che sono chiamati a decidere sulla vicenda, che sono certo valuteranno prove, fatti, testimonianze e atti e il loro giudizio finale non potrà dipendere certo dalla percezione emotiva derivante dalla mia presenza o meno nell’aula del Tribunale. A queste motivazioni unisco piena stima e fiducia nel lavoro dei miei legali, lascio a loro il compito di far emergere la verità. A conclusione di questa lettera vi chiedo una particolare vicinanza il prossimo 12 Giugno, undicesimo anniversario della mia Sacra Ordinazione ed essendo di Sabato, se Dio vorrà, potrò celebrare la S. Messa secondo questa intenzione a me molto cara. Uniamoci tutti per implorare da Dio, per intercessione della Beata Vergine Maria, la forza necessaria a me ed alla nostra Diocesi per difendere la verità e la Fede. Vi abbraccio con affetto sincero, vostro don Luciano. Lettera 11 Sanremo, 12 Giugno 2010. 166° di sequestro "Un cristiano deve essere sempre pronto a combattere. E' combattendo che proviamo a Dio che il nostro amore consiste nell'accettare le pene che Lui ci manda (Giovanni M. Vianney). Carissimi amici, ho iniziato questa prima lettera di Giugno con un pensiero del Santo Curato d'Ars, una riflessione che mi induce a guardare nel profondo e verificarmi sul tema dell'amore, da Vianney unito a quello del combattimento. Una parola che evoca fatica, dolore, rinuncia, impegno .... quasi non sia sufficiente il carcere, le calunnie, la menzogna. Dunque è sicuramente poco per essere buon cristiano, vivere in modo passivo la detenzione. Sento fortemente questa "provocazione" nell'anno sacerdotale che sta ormai volgendo al termine. Combattere credo voglia dire per me non stare in silenzio davanti all'ingiustizia e all'ipocrisia e affiancare alle bugie la bellezza della verità, pur con mitezza e totale serenità di coscienza. I mass-media e chi non conosce me e neppure l'assurda vicenda che mi vede ingiustamente coinvolto, mi ha già processato e condannato sull'onda di una fretta giustizialista che è sempre cattiva consigliera. Dormite sonni tranquilli, non ho certo paura di queste posizioni! Non ho taciuto quanto dovevo dire in passato, non comincio certo ora. Questa mattina ho potuto celebrare la S. Messa nel mio 11° anniversario di ordinazione sacerdotale, ero ovviamente solo, nella chiesa chiusa. Davanti a me, come sempre, le tante sedie di plastica rossa vuote, ma su di esse "vedevo" i vostri volti e "sentivo" i canti che mi hanno dolcemente accompagnato in questi anni di sacerdozio vissuti con voi. Non potrò adeguatamente ringraziarvi per il bene che mi avete voluto, intensamente, e che continuate a manifestare con grande impegno. Evito di dilungarmi, il mio cuore è pieno di gioia, vi lascio con alcuni pensieri che ho scritto ieri, solennità del SS. Cuore di Gesù, mentre ero in adorazione davanti al Tabernacolo. In modo insolito davvero sono potuto restare molto a lungo in preghiera. "Oggi Signore hai voluto compiere un "piccolo" miracolo. Hai fatto in modo che restassi a lungo davanti a Gesù! La sua dolce e rassicurante presenza mi ha avvolto di tenerezza. Io e lui, uno di fronte all'altro, con la statua della Vergine Maria, venerata in questo carcere con il titolo di " Madre della speranza " posta fra di noi, quasi a vegliare sul nostro incontro. Avevi tante cose da dirmi e io desideravo raccontarti quanto già sai. Sono certo che ti piace ascoltare i miei racconti, sei così paziente! Tu chiuso a chiave nel tabernacolo, io chiuso a chiave in cella. Siamo due carcerati e mentre ci parliamo centinaia di persone, tra detenuti ed agenti di polizia, sono indaffarati in tante cose. Mi è venuto da pensare: chi è più "libero" tra noi e loro? Sento che tu vuoi non prevalga in me lo sconforto e lotti per la verità, bene fondamentale per la Santa Chiesa di Dio. Domani saranno undici anni di servizio come sacerdote. Ti ringrazio per ogni attimo vissuto e ti chiedo, se è possibile, di poter continuare a servirti come ministro consacrato. E' quanto di più caro ho nel mio cuore da sempre. Gesù, aiutami ad assomigliarti maggiormente: solo questo ambisco. Ti affido coloro che mi sono accanto in questo faticoso cammino; veglia su di loro, proteggili, e sotto lo sguardo dolcissimo di Maria rendi tutti noi capaci di raccontare al mondo quanto ci ami." Vi abbraccio con affetto sincero, vostro don Luciano. Lettera 12 Sanremo, 24 Giugno 2010. 178° di sequestro “Solennità di S. Giovanni Battista” Carissimi amici, oggi ricorre la Solennità di S. Giovanni Battista, compatrono della nostra comunità parrocchiale; questa sera immagino molti di voi si metteranno in gioiosa processione lungo i consueti quartieri, pregando e chiedendo al potente Santo, il “più grande tra i nati di donna (Lc 7, 28)”, come afferma perentoriamente Gesù, conforto e protezione. Quanto ne abbiamo bisogno! Pur essendo ben consapevole dell’abisso di fede che separa noi, deboli creature, dalla persona del Battista, la sua meravigliosa testimonianza di vita mi induce a condividere con voi alcune riflessioni, che credo ci possano aiutare a percepire quanto egli sia davvero “modello” per noi. In primo luogo Giovanni annuncia Cristo e il suo regno di giustizia, Lui e la voce, non la parola, ma quanto ha saputo preparare la via al Messia! È indubbiamente il “più grande dei profeti (Lc 7, 28)”, capace di alzare la voce, tanto da levare il sonno ad Erode, pur restando in umiltà, consapevole della sua pochezza davanti al Cristo: “Non sono degno di sciogliergli i legacci dei calzari (Lc 3, 16)”. In secondo luogo è uomo di verità, non scende a facili compromessi con i “potenti del mondo”, non ne ha paura, anzi li mette in crisi dicendo semplicemente le cose come stanno, evita le soluzioni di comodo. Erode, pur messo con le spalle al muro, “ascoltava volentieri quanto Giovanni gridava dalla sua prigione (Mc 6, 20)”, anche se lo faceva di nascosto. Infine il Battista è disposto a pagare di persona per le sue scelte, conosce l’orrore della persecuzione, dell’arresto, del carcere, viene condannato a morte, quale “trofeo” di un ballo che ha scatenato nel sovrano le passioni più lussuriose e nella folla, ormai ebbra del vino, il grido di vile richiesta per una “giustizia sommaria”, capace solo di soddisfare il bisogno di ammutolire la coscienza. Credo nasca in noi spontaneo il sincero desiderio di fare un serio e profondo esame di coscienza. Siamo pronti a testimoniare Gesù, raccontando la verità, disposti a pagare di persona per il nostro operato? Siamo come il Battista, tesi ad alzare la voce, dal carcere della nostra vita quotidiana, spesso superficiale, verso la sala da pranzo del re, comodamente sdraiato sul divano, grazie ad un potere ottenuto con scaltrezza? Dio non permetta che assomigliamo ad un Erode apatico, abituato a vivere di compromessi, pur di conservare la posizione raggiunta. Essere cristiani oggi, come del resto sempre, non è certo una scelta di vita comoda e rilassante! Tutto questo, cari amici, richiede un prezzo da pagare, per Giovanni è stata la decapitazione in cella, per noi probabilmente altro, ma la realtà profonda, lungo il corso dei secoli, non è certo mutata! Al termine di questi pensieri sono tante le provocazioni, che insieme a voi faccio mie; userò ogni energia per proseguire nel cammino della fede, ve lo posso assicurare: di cosa dovrei aver paura? L’unica realtà che ci turba, perché deboli, resta il peccato. Forse ci dovremo accontentare di “locuste e miele selvatico”, come il Battista (Mt 3, 4), ma sarà cibo genuino ed onesto, frutto di impegno serio e costante, del quale mai ci vergogneremo. Desidero affidarvi tutti caramente alla protezione efficace del Battista e della Santissima Vergine Madre, siano loro le guide verso la coerenza della vita, contro ogni comodo “fariseismo”, proprio della cultura contemporanea. Con immutato affetto, vostro, don Luciano. Lettera 13 Sanremo, 6 Luglio 2010. 190° giorno di sequestro Va' e anche tu fa così (Lc 10,25-37) Carissimi amici, questa nuova lettera vuole essere un piccolo invito alla riflessione sul Vangelo che la S. Chiesa ci propone domenica 11 Luglio, XV del tempo ordinario; il brano è famoso, conosciuto come la “Parabola del Buon Samaritano”. La struttura narrativa la ricordiamo certo con facilità, è davvero molto chiara ed efficace, come del resto appare sempre lo stile di Gesù, mai disposto a sprecare parole o parlare difficile. Abbiamo da un lato un uomo, senza nome, perché chiunque di noi può essere ridotto in fin di vita dai briganti, dall'altro due persone per bene, colte e rispettate e uno straniero della Samarìa. I premi due dotati di “un cuore piccolo”, presi dalle loro importanti mansioni, frettolosi, il terzo invece con un “cuore grande”, che mette al primo posto la persona ed è disposto anche a rimetterci del proprio, impegnando la sua parola con l'albergatore. Il Vangelo dice che questo “straniero” ebbe compassione, cioè scelse di condividere la sua storia di dolore; pur non conoscendolo, patì con lui. Non mi fermo oltre sul “Cireneo di Samarìa”, su quanto la parabola mette in discussione la nostra coscienza; ognuno di noi credo voglia approfondire la propria missione di servizio ai poveri. Ho l'impressione che come discepoli del Cristo dobbiamo fare qualcosa di più, oltre a versare olio e vino, e magari anche lacrime, sullo sconfitto del momento, il povero malcapitato che appare sulla scena della storia, solo ed indifeso, ed incontra le percosse dei “furbi”, coloro che sanno approfittare delle situazioni. Individuare lo sconfitto accanto a noi non è difficile, più complicato risulta il darsi da fare per alleviare il dolore, ma come accennavo sopra, Cristo ci chiede molto di più! La grande missione per un Cristianesimo autentico e compiuto è fare in modo che non ci siano più i Briganti della Storia! Ma chi sono oggi i Briganti e come sconfiggerli? Essere Brigante non è uno “status” o un concetto, molto più semplicemente è una mancanza di valori. E' certamente Brigante colui che sceglie una vita apertamente dedita al crimine e ricordo per esempio le perentorie parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento: “Pentitevi!”. Era certamente rivolto a che delinque, ma il compito di noi Cristiani è non accettare, non rassegnarsi, non subire e denunciare il male, costi quel che costi. Ma è altrettanto Brigante chi, pur mostrando una vita apparentemente corretta, abusa del proprio ruolo, posizione o potere, sia esso il negoziante che “ruba” sul peso netto, l'impiegato che imbroglia sull'orario o il funzionario pubblico infedele ai suoi doveri. Sono questi secondi Briganti molto più difficili da riconoscere dei primi, ma non per questo meno pericolosi: è nell'ingiustizia quotidiana che nasce e si sviluppa il male, è nell'abitudine a convivere con il compromesso, finendo col considerarlo accettabile, che si rischia di perdere il senso del bene. “Riconosci, o Cristiano la tua dignità” disse S. Leone Magno. Quale dignità può avere quel Cristiano che non è disposto a lottare contro ogni forma di ingiustizia sociale, contro qualsiasi abuso di potere, contro il male che si camuffa da normalità? Non posiamo limitarci a soccorrere coloro che scendono da Gerusalemme a Gerico, bisogna stare attenti a non circondarci da briganti dal cuore povero di amore. Cristo non ha scritto il finale perché forse voleva che al ritorno del Samaritano, ci fossimo anche noi, creature fragili ma in grado, quando lo vogliamo, di alzare la voce. Non ho voluto fare la “predica”, ora che vi siete liberati (per ora) di me, ma solo prendervi per mano in questa avventura stupenda e misteriosa che è la Fede. Vostro, don Luciano. Lettera 14 Sanremo, 25 Luglio 2010. 209º di sequestro XVII Domenica del Tempo Ordinario Carissimi amici, in questi giorni molti di voi, ne sono certo, attendevano il momento del mio ritorno in parrocchia dopo quasi sette mesi di forzato allontanamento ma, ancora una volta, l'appuntamento è stato rimandato. Lo scorso Lunedì 19, al termine di un'udienza che aveva fornito con chiarezza elementi utili a ricostruire la realtà degli avvenimenti accaduti e, soprattutto, di quelli non accaduti, i miei legali avevano presentato l'ennesima istanza di scarcerazione per porre fine alla mia “custodia cautelare” che, come già sapete, è in realtà trattata alla stregua di una “espiazione di pena”. Auspicavano che le mie dichiarazioni spontanee, unite alla perizia psichiatrica, a cui ero stato sottoposto alcuni mesi addietro in carcere, e che naturalmente aveva dato esito ottimo, escludendo qualsiasi tipo di turba o devianza, unite inoltre alla certificazione della totale assenza di materiale a sfondo sessuale, o comunque illecito, nei computers di mia proprietà o della parrocchia, portassero ad accettare l'evidenza della totale mancanza di prove oggettive a mio carico. Anche le molteplice testimonianze, tutte interamente concordi nel delineare i tratti di questa umiliante vicenda, e quanti hanno portato il loro contributo di verità, attendevano certamente dall'aula di giustizia un riscontro positivo che allontanasse, o almeno mitigasse, quella sensazione persecutoria generale che negli animi di tanti ho amaramente percepito. Così non è stato. Ormai sono forzatamente abituato al “rigetto”, per cui evito di scompormi più di tanto. Comprendo i delicati equilibri di un sistema così complesso quale è quello giudiziario e vado avanti, più deciso che mai, sulla strada che porterà ad ottenere, prima o poi, rispetto, verità e libertà. La mia prima partecipazione ad un'udienza in tribunale è stata un'esperienza significativa, sono venuto a contatto con un mondo che non conoscevo se non tramite i telegiornali, tanto lontano dalla quotidianità a cui ero abituato prima della segregazione in questo carcere; un'aula priva di emozioni, passioni, ove tutto viaggiava sui binari di canoni prestabiliti, norme giuridiche, comportamenti codificati. Abituato come sono a rapporti naturali, semplici, diretti con tutti, devo ammettere che ho fatto fatica ad ambientarmi: non sapevo se dire una parola ai miei avvocati oppure stare in silenzio, se guardare i signori giudici o i testimoni! Vi assicuro che ricorderò a lungo quel giorno caldo di luglio, ma più di tutto custodirò nella mente e nel cuore i volti dei miei giovani, radiosi nella loro sincerità, gioiosi di testimoniare la verità sempre e in qualsiasi luogo. Continuo quindi ad attendere fiducioso la conclusione di questa assurda storia; non sarà certo qualche tempo in più in carcere a poter mutare la mia serenità interiore anzi, l'ingiusta detenzione, la gravissima diffamazione che ha colpito me come uomo e come sacerdote, e attraverso di me tutti voi, non faranno altro che rendere più bello ed intenso il mio prossimo ritorno a casa. Dallo scorso 29 Dicembre 2009, giorno del mio arresto, continuo ad attendere una sola prova a mio carico che sia degna di tale nome. Qualcosa di oggettivo e circostanziato, tangibile e rilevante, ma so bene che non potrà mai essere presentato per il semplice motivo che non esiste, né può esistere la prova di un non fatto. Restano, come dall'inizio di questa paradossale vicenda, le chiacchiere, le interpretazioni e le presunzioni suppositive. Dopo 209 giorni di attesa e aver ascoltato la quasi totalità dei testi indicati dal signor pubblico ministero, cioè quelli chiamati dall'accusa, nulla è mutato a mio discapito anzi, è successo esattamente il contrario. Chi era chiamato ad accusare, procedeva ad assolvere, ciò che doveva inchiodare, di fatto scagionava. Ma tutto questo non muta la mia e la vostra certezza che il bene trionferà sul male, il vero vincerà sul falso e la luce dominerà le tenebre illuminando il nostro cammino. Torneremo a procedere insieme sulla via che Dio, da sempre, ha pensato per tutti noi. Non aggiungo altro se non la costante richiesta di preghiera, da parte mia vi assicuro altrettanto, con quel sincero affetto per voi che nessuno potrà mai minimamente scalfire. Vostro, don Luciano. Lettera 15 Sanremo, 4 Agosto 2010. 219° di sequestro S. Giovanni Maria Vianney (S. Curato d'Ars, Lione 8 Maggio 1786 – Ars 4 Agosto 1859) Carissimi Amici, Vi scrivo oggi nella memoria liturgica del S. Curato d’Ars, patrono dei parroci, luminoso esempio di pastore umile e premuroso, che tanto mi sprona verso un ministero sacerdotale sempre più fedele al messaggio evangelico. Proprio in questi giorni, dopo l’esperienza processuale di cui Vi ho scritto nella scorsa lettera, sono giunto ad alcune considerazioni del tutto personali e certamente non tecniche data la mia palese inesperienza su alcuni argomenti legati all’amministrazione della giustizia. Condividendole con Voi, auspico, anche grazie al Vostro aiuto, di poter trovare risposte sensate a quelle domande che dopo oltre 7 mesi di ingiusta carcerazione spontaneamente sorgono. L’argomento dei miei semplici pensieri si focalizza su cosa si intenda con la definizione “accertamento del reato”. Non solo il sottoscritto, ma moltissime persone nel nostro paese si trovano in “custodia cautelare” o ancor peggio condannati ingiustamente, unicamente sulla base delle dichiarazioni di qualcuno senza nessuna prova oggettiva a supporto di un’accusa basata su parole. Ho scoperto a mie spese che nei reati sessuali la denuncia di chi dichiara molestie o violenze patite, diventa in automatico “prova del fatto” alla semplice condizione che non si contraddica tra due dichiarazioni (nell’eventualità può essere comunque giustificata in quanto confusa !). In questa metodologia applicativa della norma, si capisce bene che difendersi da eventuali accuse false diventa, per il malcapitato, impresa assai ardua. Questo ovviamente non significa che io voglia sminuire questi orrendi crimini ai quali purtroppo assistiamo impotenti ed attoniti, anzi ritengo le condanne fin troppo miti, quando i fatti sono accertati. Come ben sapete sono profano in “materia giurisdizionale” ma credo che basare un processo sulla presunzione di attendibilità di un accusatore sia pericoloso: nella dura lotta alla criminalità organizzata che vede impegnati e sacrificati tanti servitori dello stato, eroi ai quali sempre deve andare la nostra preghiera, le rivelazioni del “pentito” di turno, vengono vagliate, controllate ed accertate solo dopo il pieno convincimento della loro attendibilità vengono utilizzate e costituiscono prova. Ma a volte nemmeno questo basta, le nuove dichiarazioni sull’eccidio del Dott. Borsellino e i suoi “angeli custodi”, ne sono un triste esempio. In Italia siamo passati dalle inaccettabili assoluzioni di stupri di gruppo con sentenze oggettivamente assurde, allo stabilire che la denuncia stessa è prova. Mi hanno spiegato, che spesso in tema di violenze sessuali può essere difficile rintracciare elementi di prova, ma asserire a priori che data questa difficoltà, la prova sia insita nelle parole dell’accusatore, inverte pericolosamente i ruoli giudiziari. Non è più il magistrato a dover dimostrare la colpevolezza (cosa che avviene per tutti gli altri reati), ma è l’imputato a dover dimostrare la propria innocenza. Da queste valutazioni mi sorge un quesito: ma se, come detto, può essere normale non trovare altre prove oltre la denuncia (e ciò basta per giungere ad un processo), com’e’ possibile pretendere che la difesa debba trovare prove incontrovertibili per dimostrare l’innocenza? I reati sessuali vanno puniti severamente, ma altrettanta severità dovrebbe essere chiesta ai metodi di indagine e di valutazione delle “prove”, senza le quali si dovrebbe ponderare a lungo prima di procedere alla distruzione della vita, dell’onore, della dignità di una persona certamente non colpevole sino a sentenza definitiva e purtroppo a volte anche dopo di essa. Queste sono le considerazioni oggetto di recente riflessione, mentre la “custodia cautelare” si protrae oltre ogni ragionevole accettazione. Spero con queste parole di non essere stato frainteso: altissime sono la mia solidarietà alle vittime della violenza e l’apprezzamento per tutti coloro che si adoperano contro questi abomìni, anche con il volontariato di accoglienza ed assistenza a favore di chi ha subito così tanto. Tuttavia, nella onesta ricostruzione dei fatti, non devono esistere posizioni preconcette. Io, da questa piccola cella, continuo ancora ad attendere giustizia come dal primo giorno: non chiedo regali né elemosino favori, credo soltanto sia doveroso abbandonare l’oscurità di una comoda ipocrisia, della burocratica applicazione di norme fatte a “cuore caldo” anziché pensate a “mente fredda” e permettere alla forza dirompente della verità di splendere. Vi affido volentieri alla protezione della Beata Vergine Maria e del S. Curato d’Ars. Vostro, don Luciano. Lettera 16 Sanremo, 25 Agosto 2010. 240° giorno di sequestro “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Isaia 30). Carissimi amici, in occasione della solennità dell’Assunta vi avevo scritto una lettera di quattro pagine inerenti il tema della preghiera, purtroppo è giunta in parrocchia nel bel mezzo di un temporale che l’ha resa non più comprensibile! Provvederò nei prossimi giorni a ricopiarla e ad inviarvela. Per questa occasione invece, vorrei tornare sull’argomento della scorsa lettera, “L’accertamento del reato sessuale”, a seguito di un articolo apparso su “La Stampa” del giorno 11 Agosto scorso: << si sono presentate in questura a Viterbo per denunziare di essere state violentate da un uomo, che le aveva costrette ad entrare in un locale pubblico chiuso e le aveva palpeggiate. Tutto falso: le due giovani musiciste americane, impegnate a Viterbo nell’ambito del “Tuscia opera festival”, sono state denunciate per simulazione di reato e procurato allarme. Nel locale c’era un impianto di video sorveglianza: le riprese hanno dimostrato il corretto comportamento dell’uomo.>> . Complimenti a chi ha svolto le indagini e grazie a Dio per aver permesso alla verità di emergere. Tuttavia, rileggendo il breve articolo, continuo a chiedermi: cosa sarebbe successo se la telecamera fosse stata spenta? Siamo certi che in tale malaugurato caso la parola dell’uomo sarebbe stata creduta? Forse con troppa fantasia, immagino frasi del tipo: ….l’evidenza della premeditazione del reato certamente commesso …. senza il filmato, quella persona accusata di abusi sessuali da ben due donne, che futuro giudiziario avrebbe avuto? Con quali possibilità di difesa? Quanti articoli avrebbero gridato “al mostro“ che aggredendo due povere turiste-artiste danneggiava l’immagine del nostro paese? Le risposte sono purtroppo scontate ed allora comprendo che la vita quella persona è dipesa esclusivamente da una “coincidenza”: il tasto dell’impianto di video-sorveglianza su “on” anziché su “off”. Ma davvero è possibile che la dichiarazione di un’accusatrice possa determinare una condanna, distruggendo irrimediabilmente una o più vite, soltanto perché la telecamera è spenta? Certo, le motivazioni ormai le ho capite e le ho narrate nella precedente lettera, ma faccio moltissima fatica ad accettarle. Questo però non significa che eviti di pensare all’immane dolore di chi realmente ha subito una violenza sessuale, al senso di nausea, di impotenza, di rabbia che lacera nel profondo, alla paura del futuro e ai sogni distrutti in pochi devastanti attimi. In questa sede non posso nemmeno, come cristiano, accennare al cammino di un futuro perdono, essendo prioritario il desiderio di veder condannato il proprio aguzzino, esso è più forte di tutto e come non capirlo? “Che giustizia sia fatta”! Sento urlare tante volte, e spesso questo non avviene purtroppo, ma “che giustizia sia fatta” lo grido anche io!! Appare ormai evidente come, in assenza di altri riscontri, la “prova” sia insita nella denuncia ed una modifica giuridica della “formazione della prova” rischierebbe, in futuri processi, di veder assolto l’aguzzino. E’ davanti agli occhi di tutti che i fatti di cronaca raccontano palesi lacune, fautrici di danni indicibili, anche questo però deve essere oggetto di attenta riflessione, non possiamo fare finta di nulla! Mi pare necessario che tutti quanti, vittime, parenti, cittadini, opinionisti e moralizzatori, si rifletta su quale “certezza” sia preferibile: nessun colpevole libero o nessun innocente in carcere. Se da un lato è vero che i processi “percettivi” hanno insito sempre un margine di errore, dobbiamo dall’altro scegliere quale errore accogliere. Quando un sistema si basa, nel dispensare giustizia, anche sull’assenza di prove certe, pur di dare risposte forti e severe, allora quell'immargine di errore diventa troppo grande e difficile da accettare. Se è vero che utopisticamente persino una sola condanna ingiusta non potrebbe giustificare un sistema altrimenti perfetto, nella nostra realtà odierna ho il triste timore che le vittime del “margine di errore” possano essere già più di una. Vi saluto caramente, unito a voi in Cristo, sempre vostro don Luciano. Lettera 17 Sanremo, 1 Settembre 2010 247° di sequestro “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione” (Mt 26,41) Carissimi amici, come vi avevo scritto nella scorsa lettera di una settimana fa, desidero condividere con voi alcune riflessioni sul tema della preghiera e lo faccio in un giorno per me molto particolare, cade infatti oggi il primo anniversario della morte di mia madre. Tanti di voi, nelle lettere che mi avete spedito, chiedete e offrite la preghiera e io, pur non essendo un maestro di preghiera, vorrei su un argomento così importante soffermarmi un pochino. Prima di tutto è bene dire che non vi presento delle “novità”, ma solo la mia povera esperienza, cresciuta giorno dopo giorno, grazie agli insegnamenti plurisecolari della Santa Madre Chiesa e ovviamente al fecondo intervento della Grazia di Dio, senza la quale nulla si attua. Inoltre, questi otto mesi di carcerazione hanno modificato, almeno in parte, il mio approccio con la preghiera; molti atteggiamenti che davo per scontati avevano in realtà bisogno di essere interiorizzati e questa operazione è stata davvero intensa e coinvolgente. La preghiera è una “scuola lunga” e il diploma di “fine corso” lo otterremo, se ci saremo impegnati, solo al termine della nostra vita, fino a quel momento avremo sempre qualcosa da imparare! Prima di tutto occorre riflettere sul fatto che nei Vangeli Gesù trascorre molto tempo in preghiera e ci invita costantemente ad accostarci con impegno a questa pratica così salutare per la nostra vita terrena e il conseguimento della salvezza eterna. A cosa servirebbe l’impegno quotidiano in molteplici attività se poi perdessimo di vista il fine della nostra esistenza? Possiamo ignorare le numerose esortazioni del nostro Maestro? Riteniamo credibile dare un senso alla vita contando solo sulle nostre forze? Ricordate la parabola della vedova inopportuna? (Lc 18, 1-7). 1. Fermarsi La prima cosa da fare credo sia “fermarsi”, mettendo da parte i tanti problemi di ogni giorno, le distrazioni, l’agitazione propria del nostro modo di vivere, per metterci a colloquio profondo con Dio. Quale grandezza sta in questo atteggiamento! Disporci al cospetto di Dio, del nostro Creatore, di Colui che ci sostiene e protegge, amandoci infinitamente da prima che ognuno di noi iniziasse ad esistere nel tempo! Dobbiamo respirare con calma per poi immergerci nell’infinito oceano di mare calmo della Sua rassicurante Presenza. La durata di questo momento iniziale dipende dalla singola persona,dal suo percorso spirituale, inizialmente vi potrebbe essere un poco di fatica, poi tutto si semplifica e si percepisce che si diventa da cercatori di Dio a cercati, perché è Lui il primo a prendere l’iniziativa, nell’instancabile tenerezza di un amore che sorpassa le imperfette aspettative umane. Si avverte la Presenza del Signore, Lui è sempre pronto ed attende che noi ascoltiamo la Sua voce (Dt 6,4). Ardisco un esempio di vita quotidiana… quando incontriamo una persona a noi molto cara, prima di iniziare a parlare la guardiamo, esprimiamo gioia nel nostro volto, quindi la abbracciamo a lungo e solo dopo iniziamo a colloquiare. 2. Aprire la mente Quando ci siamo finalmente “fermati” dobbiamo decidere dove vogliamo andare, quale tipo di incontro fare con Dio, il nostro “invitato”, cioè se ringraziare, lodare, chiedere perdono o altro, si tratta del primo momento della preghiera, ma non è tutta la preghiera! Uno dei mali del nostro mondo è quello di considerare l’elevazione dello spirito nel colloquio con Dio una sorta di esercizio mentale, quasi fosse un’attività puramente razionale. Si tratta di una convinzione molto radicata, indotta anche dalla cultura occidentale alla quale apparteniamo, che è figlia del mondo greco e dell’esaltazione della ragione (logos) quale strada maestra per ogni attività speculativa. 3. Coinvolgere il cuore Dopo che la mente ha aperto la strada alla preghiera, è indispensabile coinvolgere il cuore, cioè l’amore, affinché l’esperienza del dialogo con Dio diventi una mistica vera e propria (altro errore dei nostri giorni è quello di considerare i mistici quali rare anime elette) e arrivi a coinvolgere tutto l’essere. Ovviamente per poter amare bisogna essere in pace con la propria coscienza, come ci insegna Gesù, riconciliandoci con il nostro fratello, patendo con lui, mettendoci accanto a lui (vedi anche la parabola del buon samaritano, della quale ho tentato una lettura nella mia lettera n. 13). In una parola “dando del nostro”. In estrema sintesi potremmo dire: “amare umilmente per pregare intensamente”. Senza cuore la mente è fredda, tremendamente sola. Troppe volte ci si accosta alla preghiera solamente con un atto mentale e ciò che dovrebbe essere un innamoramento “passionale” verso un Dio autodefinitosi nella sacra scrittura “geloso”, si riduce ad una prevedibile ritualità. 4. Recuperare il corpo Il nostro corpo non è spettatore passivo nella preghiera. Esso deve partecipare al dinamismo spirituale della mente e del cuore che entrano in contatto con Dio, non è un peso da trascinare stancamente, quasi con fastidio, anzi è di aiuto, purché si eviti di ignorarlo! Il corpo partecipa alla preghiera assumendo la posizione più adatta: nella preghiera personale seguendo “gusti” individuali, in quella comunitaria facendo proprie norme liturgiche proposte dalla Chiesa (quante volte i sacerdoti invitano i fedeli durante le funzioni sacre a prendere posizioni pertinenti al mistero che stanno celebrando). Corpo e mente non sono indipendenti: avete mai provato a pregare con un forte mal di testa? Al contrario una vita interiore molto in crisi porta spesso la persona ad uno stato di prostrazione che nessun tipo di medicina riesce a curare. Solo i Santi riescono a pregare anche tra atroci sofferenze, questo perché vivono in intimità con Dio, noi siamo invece piuttosto deboli e dobbiamo fare più attenzione! 5. Accogliere la Grazia L’ultimo passo di questo cammino chiama in causa necessariamente chi permette la preghiera, cioè la presenza dello Spirito Santo, il Soffio Divino promesso dal Padre ai suoi figli, egli consente tutta la vita di Grazia in noi, iniziata pienamente con il Battesimo e proseguita poi con il dono degli altri Sacramenti. Senza l’azione dello Spirito Santo la nostra preghiera sarebbe un atto pur nobile, ma soltanto umano e le azioni degli uomini non producono salvezza se realizzate autonomamente da Dio. Se non viviamo in Grazia di Dio, fatichiamo molto per conseguire il nostro vero bene e magari ci lamentiamo anche che Lui non ci ascolta! Terminata questa riflessione, lunga per una lettera ma estremamente breve e sommaria per l’argomento trattato, vengo a concludere con due precisazioni che mi sembrano quanto mai opportune. La prima riguarda il tempo che dedichiamo alla preghiera. Esso è legato a molti fattori, specie in riferimento al tipo di vita che conduciamo (una madre di famiglia impiega il tempo diversamente da una suora di clausura, per fare un esempio). Inoltre il tempo che viene scandito dall’orologio (tempo della scienza) non coincide con quello che scorre interiormente (tempo della coscienza), in altre parole possiamo dire che la qualità viene prima della quantità. La seconda precisazione si riassume in un invito: concludete sempre il tempo della preghiera con un piccolo proponimento di bene da conseguire a brevissimo periodo, nelle azioni della giornata; questo vi aiuterà a non separare il “mondo dello Spirito” dalle azioni quotidiane, spesso faticose ed ingrate, ma fondamentali per la nostra salvezza, visto che in esse il Signore ci mette alla prova. Spero che queste riflessioni possano esservi di aiuto e stimolo per godere sempre della meravigliosa esperienza del colloquio con Dio. Vi affido tutti alla protezione materna della Beatissima Vergine Maria, nostra guida ed esempio di preghiera. Vostro, don Luciano. Lettera 18 Sanremo, 14 Settembre 2010 260° di sequestro Festa dell’Esaltazione della S. Croce Carissimi amici, in questo giorno particolare nel quale la madre chiesa ci chiama a contemplare il profondo mistero del dolore e al contempo della salvezza operata mirabilmente da Cristo Signore, torno a riflettere su temi inerenti la faticosa amministrazione della giustizia umana, riprendendo concetti espressi nelle lettere precedenti. Da quanto avete letto in precedenza appare evidente la mia palese ignoranza sulle questioni giuridiche, non ho difficoltà a riconoscere lacune e palesi imprecisioni, ma come sapete sono abituato a non tacere davanti agli abusi, specie quando essi vengono perpetuati in nome del bene comune. Un solo innocente in carcere è per me un fatto insopportabile ed inaccettabile in un sistema di rapporti sociali che ambisce ad un alto livello di civiltà morale. A cosa serve andare sulla Luna, visitare nuovi pianeti o costruire mirabili capolavori tecnologici se teniamo in carcere gli innocenti e la maggior parte della gente vive in condizioni precarie? Proseguo dunque il cammino iniziato, ragionando sull’istituto della “custodia cautelare”, che in teoria mi tocca personalmente da circa otto mesi e mezzo e in pratica si manifesta come “espiazione pena”. “il 31 Gennaio 2009, gli imputati reclusi nelle prigioni italiane erano 30.064, su un totale di 59.060 detenuti; quelli in attesa di essere giudicati in primo grado 14.868. Questi ultimi restano in carcere mediamente dai sei mesi ad un anno. Un tempo che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe essere particolarmente curato nella qualità. L’imputato ….. deve avere la garanzia del rispetto di tutti i suoi diritti compatibili con la mancanza di libertà …. La qualità dell’attesa piuttosto che la qualità della pena. Chi aspetta una sentenza vive un periodo delicatissimo, durante il quale ha bisogno di prepararsi una difesa, di capire che sta cominciando una fase diversa della vita e non sa come si concluderà. Il servizio offerto dovrebbe essere ritagliato su queste esigenze. E’ quel che avviene nel carcere olandese di Schevenngen, il carcere modello voluto da Antonio Cassese per gli imputati di crimini internazionali. In Italia non c’è questa stessa attenzione; i tentativi di applicare la legge e di curare la qualità della detenzione sono pochi …. Il popolo dei carcerieri dà per scontato che un “circondariale” sia chiuso, sovraffollato, fatiscente. Nessuno si stupisce; la mancanza di percorsi di trattamento viene scambiato per la tacita legittimazione alla sistematica violazione dei più elementari diritti, in condizioni detentive da terzo mondo. L’unica attenzione che si riserva ai “giudicabili” riguarda la prevenzione del suicidio …. la carcerazione preventiva …. è vista sempre di più come anticipazione della condanna piuttosto che come strumento cautelare … La voglia di carcere “ora e subito” va a corrente alternata con l’indignazione per “l’eccesso di carcerazione preventiva”. Uno degli sport preferiti dalla politica e dai media è denunciare la mole enorme di detenuti in attesa di giudizio, salvo poi gridare allo scandalo se un giudice manda agli arresti domiciliari, invece che in galera, lo stupratore romano poco più che ventenne, reo confesso. E lo scandalo detta legge: sull’onda del comune sentire, nel giro di poco tempo si fanno e si disfano norme, spesso border-line rispetto alla Costituzione.” Il riferimento alla recente sentenza della Suprema Corte, che ha dichiarato incostituzionale l’automatica obbligatorietà della custodia cautelare in carcere per i sospettati di reati sessuali, è evidente quanto drammatico è il fatto tale norma apparisse “border-line” molto prima di detto pronunciamento giuridico. “…. La legge dell’emozione e della paura …. si pretende che anche le decisioni dei giudici siano emesse in funzione del sentimento popolare. Una sorta di rumoroso “crucifige” che piega la giustizia. Come fece Pilato: poteva liberare Gesù, ma, per non andare in rotta di collisione con il Sinedrio di Gerusalemme, decise di rimettersi alla volontà informe ed emotiva del popolo. E trasformò il “crucefige” urlato dalla folla in una sentenza di morte. Emessa in conformità al sentimento popolare, ma non per questo giusta ….” (Da “Diritti e castighi” di Lucia Castellano) La dott.sa Castellano non è una ex detenuta rancorosa verso il “sistema” ma l’ex vice-direttore del carcere di Marassi (GE) e attuale direttore del carcere di Bollate (MI). E’ quindi una profonda conoscitrice di quella realtà che la quasi totalità degli italiani ignora; le sue parole assumono perciò ancora più importanza. Ben poco posso aggiungere se non ribadire che attualmente “giudicabili e condannati” condividono la medesima alienante quotidianità, della quale in un prossimo futuro gradirei narrarVi. Non mi addentrerò in episodi specifici poiché credo non sia possibile trasmettere l’umiliazione e il dolore che li caratterizza, ed anche perché temo di poterci riuscire. Anch’io come tanti desidero che in Italia, culla del diritto, venga applicata e rispettata la legge, sempre e comunque, anche quando ciò costi “fatica” o sia “scomodo”. Concludo queste mie semplici considerazioni pregando il Signore affinché ognuno sia capace di farsi carico del “prezzo della croce” per vivere secondo verità la propria condizione. Con immutato affetto, vostro don Luciano. Lettera 19 Sanremo, 22 Settembre 2010 268° giorno di sequestro “Non voglio essere una foglia malata e avvizzita che si stacca dal tronco della comunità”. (Etty Hillesum, Amsterdam, 03.10.1942) Carissimi amici, torno a voi dopo otto giorni dalla mia precedente in quanto sento il bisogno di dirvi grazie con tutto il mio cuore per la straordinaria manifestazione d’affetto da quasi nove mesi ormai non conosce sosta, anzi aumenta in modo direttamente proporzionale alla mia permanenza in questa casa circondariale. Da quando avete compreso come la “custodia cautelare” in realtà sia stata, sin dal primo giorno del mio frettoloso arresto, connotata di fatto in “espiazione pena”, la vostra comprensibile indignazione è stata unanime, anche perché tale prassi è purtroppo assolutamente comune in tutto il territorio nazionale. Molti di voi, ancora in questi giorni, stentano a capire come un cittadino possa essere “ospite” in carcere, senza avere a suo carico alcuna prova eccezion fatta per un inverosimile racconto che come abbiamo visto in precedenza è aprioristicamente creduto in quanto narrato. La nostra società è costruita su parole e da qualche tempo esse sono diventate macigni pesanti che schiacciano il malcapitato di turno, ostinato “inspiegabilmente” a proclamare la sua innocenza. Si tratta di considerazioni che conosciamo, ma è utile non dimenticare, nemmeno per un attimo, la situazione reale, purtroppo di parole ne abbiamo sentito tutti parecchie e credo siamo stanchi del protrarsi di questa paradossale vicenda. La vostra vicinanza, espressa nella copiosa e continua corrispondenza, nella capillare attività del comitato sorto a mio sostegno, negli spazi internet, ma soprattutto con la fervente preghiera rivolta al Signore, risulta determinante nel cammino faticoso che Dio ha scelto o permesso per ciascuno di noi. Similmente a Gesù, pur con le dovute proporzioni ovviamente, siamo entrati nell’odierno “giardino degli ulivi” per essere spremuti, nella speranza di donare un buon olio per la conversione e la salvezza di tante anime; credo sappiate che in ebraico la parola “Getsemani” significa “frantoio”. Cristo, cioè “l’unto”, in quelle lunghe e tremende ore di intensa preghiera richiamava gli apostoli alla vigilanza, perché i loro occhi si erano appesantiti. Il pericolo delle torpore è sempre in agguato e anche per noi, dopo quasi duemila anni di esperienza cristiana, possiamo talvolta cedere alla fatica in una realtà quotidiana “anormale”, magari abituandoci a tante ingiustizie nascoste dalla maschera di un’apparente ed ineluttabile necessità. Per molti di voi, carissimi amici, questi nove mesi di incomprensibile accanimento verso di me, fondato sul nulla, che mi ha portato a dover scontare una pena quando ancora si stavano cercando prove a mio carico, sono stati occasione di grande crescita per la dimensione spirituale. Dalle vostre toccanti testimonianze, accanto alla comprensibile indignazione, verso un sistema che condanna a- priori e solo sulla base di parole, emerge una fortissima richiesta di senso tale da spronarmi sempre più a lottare con impegno. Davanti a tanta coerenza non sarò certo io a restare muto. Per usare un’immagine a me cara, posso dire di voler essere in tante coscienze un vero e proprio “scrupolo”. Si tratta di un termine derivante dal latino “scrupulum”, con il quale i nostri saggi predecessori designavano quel piccolo e fastidioso sassolino che a volte si introduceva nei calzari rendendo difficile la camminata, tanto da doversi fermare per toglierlo, appena possibile. E’ un’esperienza che ancora oggi facciamo, io la ricordo in tante bellissime gite fatte in montagna con giovani e bambini. Insieme, se lo riteniamo importante, possiamo diventare molto “scrupolosi” nel puntare il dito verso ciò che è ingiusto e necessita di miglioramento; è su questa strada di amore per la legalità che troverete sempre in me un convinto alleato. Potete stare certi della mia indisponibilità al silenzio, ben felice di essere considerato scomodo, fastidioso, idealista, sognatore, pignolo e inopportuno come tutti coloro che chiedono “sia fatta giustizia”. La vocazione cristiana ci chiama ad assomigliare sempre più a Gesù, che nella Sacra Scrittura è anche definito “pietra di inciampo” oltre che “pietra angolare”, questo però con educazione, moderazione, ma assoluta determinazione. Vi affido volentieri alla SS.ma Vergine Maria, assicurandovi il costante ricordo nella preghiera. Vostro, don Luciano. Lettera 20 Diano Castello, 27 Settembre 2010 3° giorno di esilio Memoria di S.Vincenzo de' Paoli, “ apostolo dei poveri “ Carissimi amici, in questa occasione vi scrivo da un posto nuovo totalmente diverso dal precedente nel quale sono giunto dopo 271 giorni di carcerazione (23 trascorsi a Chiavari e 248 a Sanremo). Si tratta di un tranquillo convento,fondato 140 anni or sono dalla venerabile suora madre Maria Leonarda Ranixe (1796-1875), dedita in modo mirabile alla missione di educare le giovani generazioni, specialmente i più piccoli. Ad alcuni chilometri di distanza le suore Clarisse della SS.ma Annunziata, così si chiamano, hanno già un grande apostolato, tenendo gioiosamente in vita una scuola materna, molto stimata dalla comunità dianese. Certamente molti altri sono i loro impegni a servizio del bene comune e del regno di Dio, che devono ovviamente procedere insieme, ma in questa lettera non posso indugiare oltre su questo importante tema. Sono giunto in questo istituto due giorni fa, sabato, intorno alle ore 13.00, dopo aver saputo della decisione dei signori giudici, circa tre ore prima, mentre stavo terminando un colloquio con mio padre che così ha saputo del mio spostamento insieme a me: potete immaginare il sospiro di sollievo in quel momento, in parte inaspettato, anche se auspicato. Nel giro di poco tempo è giunto il mio avvocato e insieme siamo arrivati in Convento. Pareva fossimo due turisti a spasso nell'entroterra ligure, un breve ma gradito trasferimento, senza scorta, per la prima volta, davvero una sensazione gradevole alla quale purtroppo non ero più abituato. L'arrivo a Diano Castello mi ha riportato velocemente alla paradossale vicenda che sto vivendo, a causa della presenza di un gruppo di giornalisti, pronti a fare le domande tipiche per queste occasioni; pur cercando di defilarmi prima possibile ho dovuto scambiare qualche battuta, nell'assoluta certezza che tanto avrebbero poi scritto quanto pareva più indicato per la circostanza. Le suore mi hanno accolto con affetto e discrezione, a loro ho chiesto di poter soggiornare in Convento per un periodo di riposo, fisicamente lontano dalla mia abituale quotidianità parrocchiale, per poter godere la vicinanza di Gesù lungo la giornata. Poter accedere alla Cappella a propria discrezione è per me la realtà più importante e vivificante che tanto mi mancava, facendomi soffrire spiritualmente. Vorrei ora condividere con voi alcune modalità della mia permanenza in questo luogo, dal quale non mi è consentito allontanarmi … pena il ritorno in carcere! Pur non avendo precluse le vie di comunicazione con il “mondo esterno”, quali per esempio l'uso di un telefono o ricevere visite, in accordo con Mons.Vescovo e con gli avvocati abbiamo scelto di non tenere contatti se non quelli già attivati durante la mia detenzione a Sanremo. Unica possibile eccezione sarà qualche visita di confratelli sacerdoti, se autorizzati dal Vescovo, specie per poter continuare a confessarmi regolarmente, intrattenere discorsi spirituali, nonchè essere aggiornato circa la vita della Diocesi nel corso degli ultimi nove mesi. Eventualmente, se sarà il caso, la visita di un medico per un poco di controllo, dopo quanto ho vissuto dallo shock dell'arresto alla lunga carcerazione. Un discorso a parte meritano i contatti epistolari, sono stati e sono ancora, fonte di sostegno in questa lotta per la verità, tuttavia non sapendo ancora quanto resterò in Convento, vi chiedo di limitarli allo stretto necessario, almeno in questo primo periodo. Non vi sto chiedendo di non scrivermi, ma di attendere alcuni giorni per poter capire lo sviluppo della situazione. So della vostra vicinanza intensa e certamente capirete il momento che sto vivendo adesso, a breve vedrete che ogni cosa potrà essere meglio organizzata. Vi sono inoltre due buoni motivi da aggiungere a supporto di questa scelta ”un poco “eremitica”. In primo luogo desidero vivamente dare il minor disturbo possibile alle suore che mi stanno amorevolmente ospitando, pur facendosi “in quattro”, come si suol dire, per rendermi gradevole e serena questa permanenza, non sono né le mie segretarie per rispondere al telefono, nè le portinaie per gestire le visite. Hanno tutto il diritto di continuare la loro vita comunitaria con i ritmi abituali. In secondo luogo ritengo che una totale riservatezza da parte mia non possa che giovare allo svolgimento del processo, un eccessivo parlare non è detto aiuti a far emergere prima la verità. Continueremo certo a lottare per ottenere giustizia, ma intendo restare fuori dalla ribalta, eccezione fatta, ovviamente, per portare, quando e se richiesto, il mio contributo di verità al processo. Non appena i tempi saranno maturi inizierò a rivedere i vostri volti, con le modalità scelte dai miei legali, del resto vi assicuro che non mi è venuta improvvisamente la vocazione alla vita eremitica! Vi abbraccio tutti con immutato affetto! La Santissima Vergine Maria ci protegga oggi e sempre. Vostro, don Luciano. Lettera 21 Alassio, Domenica 11 Dicembre 2011. 712° giorno di detenzione (270 in carcere + 442 ai domiciliari) Carissimi amici, eccomi ancora a voi dopo un lungo silenzio durato oltre 14 mesi (la mia ultima lettera infatti porta la data del 27.09.10). I motivi che mi hanno spinto a compiere questo passo sono sostanzialmente tre. Il primo è che tante persone si sono lamentate della mia decisione di mantenere una vita il più possibile “silenziosa” dopo essere state abituate a venti lettere scritte nell’arco di circa sei mesi. Il secondo motivo mi è fornito dal Comitato (sorto a mio sostegno) con l’apertura di uno spazio libero in internet, ove fare informazione corretta, quindi basata anche su carte processuali e non sul gossip. Il terzo infine è stato suscitato dagli stessi signori giudici di secondo grado che con la sentenza di condanna hanno lasciato tutti a bocca aperta, compreso il sottoscritto! Inizio quindi con il primo motivo. Dopo la mia collocazione forzata nel bellissimo Convento di Diano Castello, in compagnia delle carissime Suore Clarisse della SS.ma Annunziata (27.09.10-19.01.11), avevo pensato di non continuare a scrivere lettere pubbliche, da un lato per non alzare i toni della discussione, dall’altro perché avevo subìto pesanti restrizioni circa le comunicazioni (divieto di incontrare persone e di usare telefono e internet), a causa di una intervista apparsa su un giornale di provincia, pubblicata senza il mio assenso né tantomeno quello dei miei legali. Tale decisione l’avevo mantenuta anche dopo il mio ritorno a casa. Era mia ferma convinzione che il silenzio fosse utile per consentire un sereno clima di lavoro alla magistratura ma, dati i risultati, con il senno del poi, penso che sia stata una delicatezza inutile: in Italia in effetti si è talmente abituati a fare i processi fuori dalle aule che scelte in controtendenza non vengono più capite. Il secondo motivo riguarda appunto l’apertura dello spazio internet, gestito direttamente dal Comitato, ove poter accedere ad una informazione seria e sempre aggiornata sulla situazione. Stimo molto l’intelligenza delle persone ed è giusto che esse possano formarsi una propria opinione senza dover consultare fonti inquinate da pre-concetti o da linee di pensiero decise a monte da altri. Tra l’acqua che sgorga dalla fonte e quella alla foce del fiume è sempre meglio preferire la prima. Ritengo che in questioni così importanti è bene valutare i fatti non sull’onda di un’emozione o ancor peggio su informazioni mediatiche prive del giusto equilibrio, ma su dati oggettivi, quindi necessariamente anche sulle carte del processo. Il tutto nella piena tutela della privacy (che comunque per me non c’è stata). E’ bene inoltre ricordare che una sentenza emessa da un tribunale è per sua natura un documento pubblico scritto a nome del popolo italiano, bisogna quindi sapere bene cosa viene affermato anche a vostro nome. Tra l’altro se in Italia si ragionasse di più sugli atti processuali e si parlasse di meno senza cognizione di causa, nelle carceri ci sarebbero di sicuro meno persone innocenti. Infine il terzo motivo, come accennavo poco sopra, è sorto dopo il pronunciamento della Corte di Appello di Genova dello scorso 18 Novembre. Mai avrei pensato che il giudice relatore riassumesse la mia vicenda con tanta parzialità, persino sorridendo (ma cosa c’era da ridere?) e che gli altri giudici e il pubblico ministero nemmeno sapessero di cosa si stava parlando. La trentina di persone presenti all’udienza si sono sentite di fatto prese in giro e ora chiedono a gran voce di far cadere la cortina di silenzio che da troppo tempo è calata su questa storia. Personalmente mi domando se prima o poi qualcuno, chiamato a giudicare, leggerà le mie carte processuali o se invece sarò destinato a tornare in carcere da innocente tra commenti da gossip e battute bècere. Chiedo forse troppo come cittadino italiano? Nei 712 giorni trascorsi dal mio arresto mi sono sempre chiesto come sia possibile che in un paese come il nostro si possa venire “rottamati” senza che sia emersa una prova a proprio carico, quindi senza il minimo riscontro oggettivo di colpevolezza. Purtroppo fino ad ora non ho trovato risposte serie e resto dunque ancora in attesa delle “prove”. Mi è stato detto da molti che devo “pagare” perché sono prete, siccome la Chiesa in alcuni casi è stata omertosa nei confronti di comportamenti delittuosi dei suoi ministri, ma vi devo dire che non sono contento di questa specie di contrappasso, probabilmente manco di santità. Ho sempre sostenuto che ogni persona debba essere responsabile del suo comportamento e non di quello di altri, ma questo non accade per me e di fatto nemmeno per chi mi ha giudicato. Sono certo dunque che troverete nel materiale di questo sito una storia che nemmeno l’estro incomparabile di Kafka avrebbe potuto immaginare con maggior forza narrativa. Sappiamo anche purtroppo che di assurdità giudiziarie in Italia ce ne sono molte e la mia vicenda non possiede certo il marchio dell’originalità in questo bizzarro paese che amiamo tanto e dal quale spesso siamo ricambiati con ostilità e senza capirne il motivo. Non nego che provo dolore nell’assistere al degrado sociale: proprio non posso restare impassibile davanti a tanta follia. Se non avessi trovato al mio fianco una comunità di persone amorevoli, giustamente indignate, oggi non sarei qua a scrivere questa lettera. Sì, perché tra l’altro nel 2011 in Italia si muore ancora di carcere (quest’anno alla data del 5 Dicembre siamo giunti alla cifra di 176 morti di cui 61 per suicidio e negli ultimi dieci anni il totale è di oltre 1.900 morti di cui 687 per suicidio). Posso dire di sentire come un dovere civico far conoscere cosa può capitare a un semplice cittadino, lo devo anche ai miei ex compagni di carcere; i loro volti sono fissi nella mia mente, il loro dolore stampato nel mio cuore in modo indelebile. Non posso dimenticare le parole di un rumeno, che mi disse in uno dei freddi pomeriggi trascorsi nell’ora d’aria a Sanremo: “Padre, lei che può farlo si difenda e racconti cosa può accadere a chiunque, io non lo posso fare perché non ho soldi”. Già, i soldi … in Italia si difende da certe accuse solo chi può pagarsi avvocati e periti, per tutti gli altri esiste solo l’espiazione pena e l’essere innocente non migliora le cose. Come mai la quasi totalità della popolazione detenuta è povera? I ricchi non sbagliano mai? Inoltre nella mia vita di educatore prima, e poi anche di sacerdote, ho sempre insegnato ai tantissimi giovani incontrati sulle strade della vita non solo il rispetto, ma anche il culto della legalità: lo meritano e lo farò sempre anche mi costasse il sacrificio della vita. Amici miei non dimenticate infine che tutto questo potrebbe accadere anche a voi, Dio non voglia. Ma se un giorno vi venissero a prendere a casa per portarvi in un carcere senza nemmeno sapere perché, sappiate che forse non avrete la possibilità di difendervi e probabilmente non sarete creduti, mentre di voi diranno le cose più spietate. E’ doveroso aiutare le vittime di abusi, ci mancherebbe altro, ma è moralmente altrettanto corretto impegnarsi anche a difendere chi è accusato ingiustamente. Questo non è il paese che io voglio e nemmeno voi, ne sono certo, vorreste. Vostro, don Luciano. Lettera 22 Alassio, 29 Dicembre 2011. 730° giorno di detenzione 2° anniversario del mio arresto. Carissimi amici, il secondo anniversario del mio arresto è occasione propizia per fare una breve verifica del cammino vissuto insieme, sia da un punto di vista spirituale, che è l’aspetto più importante, sia da quello storico con l’analisi sintetica delle tappe di questo misterioso cammino. Inizio con le riflessioni spirituali e il mio primo desiderio è quello di sottolineare l’importanza del tempo di Natale, tempo proficuo per riflettere sulla verità di Dio e quindi sull’assoluto primato dei valori. Per un cristiano riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, il Messia atteso, implica una presa di posizione molto profonda, tale da produrre scelte di vita spesso contro corrente rispetto a quanto viene proposto dal mondo che ci circonda. Il Natale è un evento che racchiude in sè contenuti altamente drammatici: Dio che entra nella storia umana in punta di piedi e gli uomini che rifiutano questo amorevole incontro, costringendo il Creatore, fattosi carne, ad iniziare il suo percorso umano nascendo certo dalla più tenera delle madri, ma pur sempre in una stalla. Mi permetto di prendere in prestito alcune parole di S.E. il Card. Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, esse sono parte di un ampio discorso pronunciato lo scorso 12 Novembre presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare di Roma: « … non su tutto ci può essere mediazione, ci sono delle frontiere oltre le quali questa categoria non può essere utilizzata. In particolare sui valori. Quando questi valori sono costitutivi mediare significa andare contro l’umanità dell’uomo». Questa tensione verso ciò che è vero personalmente mi impedisce il facile compromesso, preferisco quindi essere considerato mentitore, molestatore e tutto quello che si vuole, piuttosto che accettare facili soluzioni, “accomodando” il dato reale e oggettivo. Questo modo di pormi ha inevitabilmente causato incomprensioni e purtroppo anche astio, ma vi posso dire in tutta onestà che questo non mi turba, anzi, mi fortifica! E’ per me fonte di gioia continua essere perseguitato in quanto cristiano, certo non con le armi come purtroppo avviene quotidianamente in tante parti del mondo, ma con le calunnie, frutto di odio e posizioni preconcette di chi giudica senza conoscere i fatti. A tale proposito sono illuminanti alcune frasi tratte dalla prima lettura della S. Messa odierna: “ … Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende. Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v'è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi”. Alla luce di quanto ho vissuto ringrazio con tutto il cuore il Signore delle cose belle che mi ha dato nella vita e anche per quelle meno belle che permette, esse servono a farmi crescere nell’umiltà e a prendere coscienza di quante cose sono state effimere nella mia esistenza. Lui però ci chiede non solo di accettare le cose che non ci piacciono ma anche di essere felici nel viverle, come ci ricorda l’Apostolo Pietro: “Carissimi nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi”. (1 Pt 4, 13-14). Sono dunque certo che con gioia e fermezza continueremo insieme a raccontare al mondo che non vi è gioia più grande di incontrare l'amore di Dio; da parte mia, nonostante la fatica di questi ultimi due anni, rimango un prete immensamente felice, lieto di subire ogni tipo di oltraggio in quanto ministro di Dio. Non porto alcun rancore verso chi mi condanna a priori, senza prendere visione della vicenda processuale, solo perché sono sacerdote cattolico, anzi perdono dal più profondo del cuore tutto e tutti. Infine vorrei condividere con voi un ultimo pensiero preso a prestito dal discorso che il beato Giovanni Paolo II tenne il 12 Novembre 1983 ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: “Senza dubbio le conquiste della scienza sono talora provvisorie, sottoposte a ripensamenti e revisioni e non riusciranno mai a esprimere tutta la verità che si cela nell’universo: il senso del mistero fa parte del vostro patrimonio intellettuale e vi avverte che quanto non conoscete è molto di più di quello che conoscete. Nella ricerca della verità l’audacia della ragione si accorda con l’umiltà dei suoi limiti, la gioia del conoscere entra in simbiosi con l’ammirazione dell’ignoto”. E’ anche questo stupore che nonostante tutto, anzi attraverso tutto, mi sprona a lottare per rendere questo mondo il migliore possibile e a chi punta il dito senza conoscere auguro l’audacia nella verità unita all’umiltà, in modo particolare quando ci si accorge di aver sbagliato. E ora spendo alcune parole per sintetizzare gli eventi degli ultimi due anni trascorsi. 1) Inverno 2009: audizione di alcuni minori in sede di indagine: nulla emerge a mio carico; 2) 29.12.09: il G.I.P. decide per il provvedimento di custodia cautelare (carcere preventivo) pur non avendo trovato alcun riscontro al racconto della minore; 3) Novembre 2009-Febbraio 2010: viene periziato tutto il materiale informatico personale e della Parrocchia ma non viene trovato alcun materiale illecito; 4) Primavera 2010: perizie psichiatriche su di me (tre incontri con lo psichiatra e tre con la psicologa), nulla di rilevante emerge dalla relazione; 5) 24.05.10: iniziano le undici udienze a porte chiuse del processo di primo grado; 6) Giugno 2010- Gennaio 2011: audizione di una trentina di testimoni adulti, nulla emerge (nonostante un maldestro tentativo di fornire sostegno all’accusa da parte di un’anziana signora); 7) Estate-Autunno 2011: audizione di altri minori, ancora una volta nulla emerge a mio carico; 8) 27.09.10: esilio in convento a Diano Castello dopo 270 giorni di carcere preventivo; 9) 13.01.11: conclusione dell’ultima udienza del processo di primo grado; 10) 19.01.11: arresti domiciliari spostati in Parrocchia ad Alassio dopo 116 giorni di esilio; 11) 17.02.11: condanna a 7 anni e 8 mesi di carcere + pene accessorie; 12) 16.05.11: pubblicazione delle motivazioni della sentenza; 13) 23.06.11: appello alla Corte di Genova; 14) 31.10.11: nuove motivazioni di Appello; 15) 18.11.11: processo di Appello a porte aperte in un’unica udienza e conferma della condanna senza disporre nuove audizioni o perizie. Questi fatti drammaticamente concreti si commentano da soli per cui vi abbraccio caramente augurandovi un sereno 2012. Continuerò a scrivervi, la vostra vicinanza mi fa toccare con mano l'amore sincero che continuate a donarmi, esso vincerà il male, riempiendolo di un bene immenso! Vostro, don Luciano. Lettera 23 Alassio, 14 Gennaio 2012. 746° giorno di detenzione Nel secondo anniversario della mia “Prima Messa” da detenuto. Carissimi amici, eccomi di nuovo a voi con la prima lettera di questo nuovo anno civile. Come sapete sono in attesa dallo scorso 18 Novembre di sapere per quale motivo è stata confermata la condanna a sette anni e otto mesi di carcere pronunciata dal Tribunale di Primo Grado, dopo essere state ritenute superflue nuove audizioni o perizie. In questa lunga e incomprensibile attesa dei tempi burocratici sono molti gli interrogativi che non solo io, ma moltissimi di voi si stanno ponendo e ai quali, purtroppo, non si trova risposta. Guardando alla cronaca quotidiana del nostro paese pare prassi consueta dei tribunali assolvere gli imputati quando non esistono prove di crimini a loro carico, in altre parole quella che viene definita “verità processuale” non consente di procedere soltanto sulla via delle illazioni o dei castelli accusatori argomentati nei modi più disparati dal Pubblico Ministero di turno. Questo modo di operare viene ritenuto da tutti motivato dal buon senso, anche perché è frutto di un’antica tradizione ereditata dal Diritto Romano; possiamo in definitiva infatti essere in accordo o meno con certi procedimenti penali, ma se non esistono elementi certi a sostegno dell’accusa pare doveroso non proseguire in un’azione giudiziaria a carico di una persona che la nostra pur bistrattata Costituzione ritiene innocente fino a prova contraria. Alla luce di quanto ho appena scritto non si riesce a capire per quale motivo la mia vicenda processuale (e anche quella di altre persone in Italia) debba assumere contorni “originali” e pertanto determinare un trattamento che si discosta nettamente da quello tenuto per altri reati. Come vi ho già scritto in passato (vedi lettera 8) l’onere della “prova di innocenza” è completamente a mio carico, però se una persona non commette un’azione punibile dal codice di diritto penale come può produrre una prova che la scagioni? Non dovrebbe essere l’accusa a portare prove tali da giustificare, senza ombra di dubbio, un’azione penale (vedi lettere 14, 15 e 16)? In queste condizioni non è assolutamente possibile difendersi e mi domando a cosa servono avvocati e periti di parte se tanto non si viene nemmeno ascoltati, anzi del tutto esclusi “a priori” nella formulazione della prova. Dopo questa riflessione che ritengo, senza falsa umiltà, del tutto condivisibile vorrei ora tentare di riassumere i pensieri delle persone che ho sentito a colloquio oppure tramite le tantissime lettere, telefonate o e-mail; penso sia sempre importante il confronto con la gente comune, abituata a ragionare usando il buon senso prima di applicare regole o consultare manuali. Per esigenze di sintesi riassumo in due categorie le linee di pensiero che ho riscontrato. Una prima categoria di persone afferma che la mia condanna senza la minima prova a mio carico, quindi unicamente fondata su un racconto (che tra l’altro nella sua natura è risultato mutevole, privo di riscontri concreti e dai contorni persino grotteschi) è frutto di una presa di posizione contro la Chiesa Cattolica, in questo ultimo periodo attraversata da dolorose vicende, che ovviamente nessuno vuole minimizzare. In sostanza questo gruppo di persone afferma che sono in questa ingiusta condizione a causa dei comportamenti omertosi tenuti in taluni casi dalla gerarchia cattolica. Secondo loro, per esempio, se fossi stato un operaio, un insegnante o magari un commerciante, nulla sarebbe accaduto. Una seconda categoria pensa invece alla magistratura come ad un circolo chiuso, una sorta di casta, che si ostina a portare avanti azioni penali per una sorta di partito preso, sapendo di non essere chiamata a rispondere del suo agire. Praticamente a fronte di negligenze, anche palesi, non si vorrebbe accettare di aver sbagliato per non perdere credibilità. Da parte mia sinceramente non so più cosa pensare, ne ho viste così tante in questi ultimi due anni da trovare difficoltà nel capire come funziona l’amministrazione della giustizia in Italia e se da un lato ho bisogno di continuare a credere nelle istituzioni, dall’altro provo un crescente sconcerto nel dover subire una vicenda tanto assurda e irreale in tutti i suoi tratti costitutivi. Se non fosse per la dura azione penale e mediatica posta in essere nei miei confronti questa vicenda susciterebbe solo dei commenti ironici, data l’evidente inconsistenza di un mio ipotetico comportamento “psicopatico” che avrebbe generato, non dimentichiamolo, in un solo pomeriggio un vissuto esattamente opposto a tutto uno stile di vita. A questo riguardo la letteratura scientifica è molto chiara e delinea bene quali sono i tratti dell’abusatore, in primis quello della reiterazione di comportamenti inqualificabili nel corso del tempo. Nonostante tutto, non ci si arrende all’evidenza e pertanto, da oltre due anni, devo stare in questa situazione anormale, attendendo che qualcuno prima o poi prenda in mano le carte processuali e le legga a mente aperta, come si dovrebbe fare in questi casi, correggendo un più che evidente errore giudiziario. Vi posso comunque assicurare una cosa, carissimi amici: non esiste alcuna persona in grado di farmi tacere, evitando il racconto metodico della realtà dei fatti, nessun luogo è stato, è e sarà non idoneo al mio lavoro di “cittadino-cronista”. Potete dunque stare certi che arriverà il momento in cui apparirà senza ombre l’inconsistenza delle accuse formulate nei miei confronti. Come sapete sono sempre più che sereno e felice, le accuse infondate non fanno che alimentare in me il desiderio di giustizia e serietà e continuo a pensare, oggi più che mai, che il vero carcere è stare lontano dal Signore, in particolare vivere senza il sostegno dell’Eucarestia. A tal proposito ecco alcune righe tratte dalle memorie scritte in cella nella Casa Circondariale di Chiavari, la sera di Giovedì 14 Gennaio 2010. “Alle 18.30 di oggi finalmente è giunto il momento tanto atteso della Celebrazione Eucaristica. All’ultimo istante però non mi è stato possibile allargare la partecipazione ad altri detenuti della mia cella perché bisognava rispettare chi guardava la televisione e chi semplicemente fumava, dormiva o giocava a carte, così mi sono ritirato nella mia branda al terzo piano organizzando al meglio la piccola cappella. Come altare ho usato il libro delle preghiere, come tovaglia la federa del cuscino sulla quale tante lacrime avevo versato nelle notti insonni, come calice e ampolline dei bicchieri di plastica, della patena per l’ostia ne ho fatto a meno come anche delle candele e delle vesti liturgiche. Il messale è stato sostituito da un libretto della Messa di un compagno detenuto, a dire il vero sgualcito e non proprio pulito, ma di necessità, come si suol dire spesso, si deve fare virtù. Con questo materiale ho celebrato la mia prima S. Messa da detenuto, una sorta di nuovo inizio del mio ministero, ripartendo dal fondo della società. Quanta intensità in quell’intima celebrazione con Gesù! Dopo tanti giorni poter tenere fra le mani il Signore! Per la prima volta tra le mie mani tenevo il Maestro, il tutto in condizioni così estreme … e anche Lui per la prima volta entrava nella mia cella facendosi detenuto, pur essendo esperto di carceri in quanto chiuso a chiave nelle chiese, con solo l’ora d’aria per la Comunione o l’Adorazione.” Infine vorrei esprimere un ultimo pensiero sulla drammatica situazione in cui versano le carceri del nostro paese, sature in gran parte di detenuti che potrebbero tranquillamente affrontare diversamente il loro percorso giudiziario, vivendo invece nelle condizioni più avvilenti, spesso subite anche dalla Polizia Penitenziaria. Mi limito a sottolineare i dati relativi all’anno 2011 da poco concluso (dati pubblicati sul sito www.ristretti.org): decessi in carcere 186 di cui 66 per suicidio, 96 per cause naturali, 23 da accertare per i quali è in corso un’indagine giudiziaria e 1 per omicidio. Dei 66 suicidi 45 sono di italiani e 21 di stranieri, 64 uomini e 2 donne. L’età media dei decessi è inferiore ai 38 anni. La morte per queste persone è avvenuta 44 volte per impiccagione, 12 per inalazione di gas, 6 per avvelenamento da farmaci, droghe o detersivi e 4 per soffocamento a mezzo di un sacchetto di plastica. 46 suicidi sono avvenuti nelle sezioni dette “comuni” , 9 in ospedale psichiatrico giudiziario, 1 in una casa lavoro, 4 in sezione isolamento, 3 nelle “sezioni protette”, 2 in infermeria e 1 in sezione “alta sicurezza”. Di questi 66 detenuti suicidati 28 erano stati condannati con sentenza definitiva, 27 in attesa di giudizio, 3 condannati in primo grado e 8 in custodia cautelare. Sono numeri impressionanti che non comprendo come possano passare inosservati, pare quasi che ci siano delle morti di prima classe in Italia poi altre di seconda e così via; ma davanti al dramma di una vita terminata in modo così agghiacciante non ci dovrebbe essere un trattamento mediatico uguale? Forse morire in un carcere è meno pesante per la coscienza rispetto al morire in altri luoghi? Vostro, don Luciano. Lettera 24 Alassio, 30 Gennaio 2012. 762° giorno di detenzione 47° Anniversario del mio Battesimo. Carissimi amici, colgo l’occasione per scrivervi nuovamente nel giorno del mio anniversario di Battesimo, celebrato a Savona nell’Ospedale “Valloria”, un Sabato di 47 anni fa. Si tratta per me della festa più importante dalla quale tutte le altre trovano senso e compimento. L’ingresso nella Chiesa e il dono dell’immortalità sono doni meravigliosi che segnano in modo incontrovertibile il destino della vita; non esiste altro evento che ad essi si possa affiancare se non l’Eucarestia, festosa anticipazione del Paradiso qui in terra. Quel Sabato di tanti anni fa ha segnato l’inizio di un percorso che troverà nell’abbraccio misericordioso del Padre il suo compimento definitivo per cui tutte le vicende umane, per loro natura mutevoli, fragili e spesso umanamente prive di significato, ricevono nuovo contenuto. Se dovessi, anche solo per un attimo, rapportarmi con gli accadimenti di questi ultimi due anni senza far riferimento alla meta per cui sono stato pensato da Dio prima del tempo, sarei trascinato e smarrito in un vortice di eventi che non possono trovare senso e compiutezza, vivrei di certo un avvicendarsi di giorni senza sapere dove il sentiero della vita mi conduce. Ringrazio dunque il Signore che mi ha donato la fede per poter leggere correttamente gli eventi della mia vita e procedere gioiosamente nel cammino quotidiano, senza particolari eccessi di ottimismo quando le cose vanno umanamente bene e nemmeno di pessimismo se la realtà diventa faticosa, per non dire misteriosa e umanamente indecifrabile. In questo giorno così importante per me vi faccio partecipi, come mio solito, di alcune considerazioni sulla mia vicenda personale e anche di altre a carattere più generale. Alcuni giorni fa, dopo due mesi di attesa, sono state pubblicate le motivazioni della Sentenza di II Grado, emesse dalla I Sezione della Corte Penale presso il Tribunale di Genova. Come forse sapete il sottoscritto non ha diritto di riceverle notificate (“privilegio” accordato ai soli contumaci, che ovviamente in quanto tali, non possono riceverle) per cui i miei legali hanno dovuto chiederne copia presso la Cancelleria del Tribunale di Genova. Ho sempre detto che le sentenze dei Tribunali non si commentano ma si accettano per cui nemmeno questa volta scenderò nello specifico e, ad essere sincero, la cosa non mi dispiace per nulla in quanto troverei difficoltà nel confrontarmi con un racconto che, come era prevedibile, non essendoci prove a mio carico, si risolve in una costruzione di tipo aprioristico. Probabilmente in un prossimo futuro valuterò con maggiore attenzione lo scritto; per ora mi sono limitato ad usare il metodo adottato dal Pubblico Ministero in sede di Appello, cioè ho spulciato qua e là le ventiquattro pagine. Del resto in questi giorni parlare dello stato in cui versa l’amministrazione della Giustizia nel nostro paese sarebbe un’operazione decisamente impietosa. Vi confido che osservare i servizi televisivi nei quali i Magistrati sfilavano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, addobbati con pellicce e abiti pittoreschi, con un lento incedere, cadenzato e solenne, contrastava alquanto con la realtà che ho incontrato, fatta di detenuti segregati in pochi metri quadrati, in carceri che assomigliano più alle gabbie delle galline in produzione intensiva che a dimore destinate ad ospitare esseri umani. A fronte di questa realtà che, a detta del Ministro della Giustizia, umilia il nostro paese in ambito internazionale, alcuni di voi mi chiedono come faccio a non preoccuparmi per questa situazione inverosimile e vi rispondo con un breve racconto che mi è stato inviato tempo fa. "C'era una volta una gara di ranocchi. L'obiettivo era arrivare in cima a una gran torre. Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro. Cominciò la gara. In realtà la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima e tutto quello che si ascoltava erano frasi tipo: "Che pena!!! Non ce la faranno mai!". I ranocchi cominciarono uno dopo l’altro a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima. La gente continuava: "...Che pena!!! Non ce la faranno mai!". E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava ad insistere. Alla fine, tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse la cima. Gli altri volevano sapere come avesse fatto. Uno dei ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova. E scoprì che ... era sordo! " Forse il segreto per non agitarsi in questo mondo, tutto dedito all’apparire a discapito dell’essere, sta nell’andare oltre le voci, le calunnie, le fantasie e restare ancorati alla salda realtà dei fatti. Quando una persona è serena, in pace con se stessa, libera da condizionamenti e tranquilla nella propria coscienza credo riesca a vivere bene al di là di quanto gli altri possano pensare, dire o fare. Sono sempre stato convinto (e continuo ad esserlo) che prima o poi l’evidenza della realtà verrà riconosciuta: è solo una questione di tempo e quindi necessariamente di pazienza. Vorrei infine condividere con voi un’ultima riflessione. Da quando è iniziata la vicenda che mi ha visto inerme spettatore, data la mancanza di riscontri concreti, si sono formate due linee di pensiero che per loro natura si trovano agli antipodi, anche perché ovviamente davanti a un’accusa come quella che mi è stata fatta non ci sono posizioni di mezzo, ci si deve necessariamente schierare. Fino a questo punto nulla da obiettare. Il problema a mio modesto avviso nasce subito dopo, quando ci si chiede in base a quale motivazione una persona razionale debba pronunciarsi a favore o contro di me. Dico questo perché ho scoperto che le persone, nella maggioranza dei casi, fondano la loro opinione su pre-concetti. Cerco di spiegarmi meglio. Chi pensa che io sia colpevole del reato di molestia sessuale ragiona in questo modo: “il racconto di una minore, anche se incostante, in contrasto con riscontri concreti e relativo ad un solo pomeriggio esiste, lui è un prete e quindi sono convinto della colpevolezza”. Coloro invece che si schierano per l’innocenza si muovono pressapoco così: “è una delle solite storie che poi finiscono nel nulla, tipiche di questo paese, del resto non ci sono riscontri, conosciamo come funzionano le cose in Italia e poi ho stima dei preti”. A parte ci sono anche coloro che mi conoscono; da essi è subito emersa la posizione a mio favore in quanto nata dalla lunga frequentazione con il sottoscritto. Insomma, alla fine della storia la mia vita deve dipendere dalla simpatia o dalla antipatia che suscita nelle persone il mio essere sacerdote. Fatte poche eccezioni, la maggioranza degli individui dunque prende posizione al di là della lettura delle carte processuali, nonostante esse siano state messe a disposizione nel sito internet creato dal Comitato sorto a mia difesa. Personalmente vorrei che si partisse sempre dalle carte processuali e non da altro e, a questo proposito, mi permetto di scomodare un filosofo vissuto tra il diciottesimo secolo e l’inizio di quello successivo, Immanuel Kant. Egli in una sua opera del 1784, dal titolo “Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?” scrisse tra le altre queste parole: “Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che pensa per me … io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare … Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro ". Chiaramente egli invitava i suoi contemporanei ad usare la propria testa per uscire da una condizione mediocre, indegna di un uomo razionale. Essa, secondo il filosofo di Konigsberg, derivava dal delegare sempre, senza attingere alla fonte del dato oggettivo. In sostanza molte persone facevano propri i ragionamenti degli altri pur di starsene comodamente arroccate nella comodità. Sulla sua tomba c’è una frase, tratta da una delle sue opere più famose: “ Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. » (Critica della ragion pratica, 1788). Chissà, forse anche oggi c’è bisogno di “diventare moralmente maggiorenni”, mi piacerebbe che l’assurda storia che mi vede coinvolto fosse anche l’occasione di una crescita umana, morale e spirituale per tantissime persone. Vostro, don Luciano. Lettera 25 Alassio, 19 Febbraio 2012. 782° giorno di detenzione VII Domenica del Tempo Ordinario “Anche il mare quando è perfettamente calmo permette ai pescatori una visibilità che arriva fino al fondo, di modo che i pesci non sfuggono al loro sguardo. Ma quando è sconvolto dai venti, nasconde con le onde torbide ciò che nella calma mostra chiaramente; e così rimangono infruttuosi tutti gli accorgimenti che usano i pescatori per catturare i pesci”. Dai «Capitoli sulla perfezione spirituale» di Diadoco di Fotice, vescovo Quinto secolo Carissimi amici, eccomi nuovamente a voi, nella tranquillità e nella gioia più grande! Come scriveva il vescovo Diadoco solo nella calma si può mantenere la giusta rotta nel cammino della vita, evitando gli sbalzi di umore così frequenti nel mondo che ci circonda. Dopo oltre due anni di cammino, in pieno clima avverso, vivo questo tempo come un’occasione di Grazia, accettando tutto e rinnovando ogni giorno il perdono dal più profondo del mio cuore. Inizio subito con il rispondere a diverse persone sinceramente preoccupate per il mio futuro visto il protrarsi di questa assurda storia, anche perché mi pare giusto evitare possibili equivoci, nonché discussioni inutili su ipotetici scenari. Potete stare tranquilli: non esiste alcuna possibilità che io smetta di lottare per una causa giusta. Nessun tribunale umano è in grado di impormi il silenzio, pertanto la mia lotta per la verità terminerà solo il giorno in cui saranno ripristinate esattamente le condizioni vigenti al 29 Dicembre 2009 (continuerà comunque l’interessamento per le questioni di mala-giustizia). Su questo punto non esiste margine di discussione per modificare, anche in minima parte, tale prospettiva. Il giorno che lascerò il servizio ministeriale nella Parrocchia di San Vincenzo (ne sono sempre il Parroco anche se per espletare gli impegni pastorali si è ovviamente resa tempo fa necessaria la nomina di un amministratore parrocchiale) sarà per decisione pienamente libera e secondo il desiderio dell’Ordinario Diocesano, non certo per volontà di tipo politicogiuridico. Nessuna intimidazione può farmi recedere dalla difesa dei valori! Per ora continuo a fare lo spettatore davanti ad eventi che coinvolgono non solo la mia persona, ma anche il nostro paese e tutta l’Europa; davanti a tanta miseria non nego di provare profonda tristezza osservando quanto il clima culturale e morale sia decaduto, mentre le persone si trovano divise costantemente su questioni di fondo che invece dovrebbero unirle. Nel mio piccolo non posso evitare di notare come abbia fatto passi indietro anche la cultura giuridica, un tempo esempio di solidità e garanzia e ora degenerata nel clima del sospetto. Come ben sapete sono passati più di due anni dall’inizio di questa assurda vicenda di malagiustizia (e nessuno sa quanto debba ancora durare questo cammino) e in tutto questo tempo ho assistito a dichiarazioni eclatanti, prese di posizione demagogiche, ma ancora attendo semplici, anche minime prove che possano corroborare un quadro giudiziario privo di riscontri concreti. Tanto per capirci bene vi riassumo in sintesi cosa intendo per prove: pluralità di testimonianze concordanti, reiterazione di comportamenti delittuosi, presenza di materiale illecito nei computer, intercettazioni telefoniche e quant’altro di concreto e tangibile. A questo riguardo posso riproporvi quanto accennavo nella mia lettera 14 del 25 Luglio 2010, scritta in prigionia: “Dallo scorso 29 dicembre 2009, giorno del mio arresto, continuo ad attendere una sola prova a mio carico che sia degna di tale nome. Qualcosa di oggettivo e circostanziato, tangibile e rilevante, ma so bene che non potrà mai essere presentato per il semplice motivo che non esiste, né può esistere la prova di un non fatto. Restano, come dall'inizio di questa paradossale vicenda, le chiacchiere, le interpretazioni e le presunzioni suppositive”. Sinceramente mi domando come si possa portare avanti seriamente una vicenda fondata solo su pre-concetti e forti pressioni mediatiche. E’ a dir poco allucinante come la situazione attuale, dopo mesi di indagini e due processi sia esattamente la stessa del giorno in cui sono stato arrestato e come la mia condanna sia stata generata da discorsi accademici. A fronte di tutto questo vi confesso la difficoltà nel continuare a confrontarmi con uno Stato che improvvisamente diventa ostile, dopo che per decenni ho cercato di insegnare i valori più alti della dignità della persona umana (e pagato le tasse fino all’ultimo spicciolo). Improvvisamente, e senza sapere perché, tutto un sistema entra in “cortocircuito” tentando di distruggere progressivamente la vita di un suo cittadino. Penso che questo attuale clima del sospetto non sia di aiuto a nessuno, come ho già scritto nelle mie lettere precedenti, in particolare di quelle redatte mentre ero nella prigione di Sanremo. Talvolta il clima sociale che si respira richiama posizioni già viste nel passato, in particolare mi viene in mente la tristemente famosa “legge dei sospetti” che vide in Francia il 17 Novembre 1791 una sua prima approvazione e, più avanti, l’11 Ottobre 1793, la definizione delle motivazioni utili per distinguere le persone da incarcerare: “Coloro che non hanno fatto nulla contro la libertà, e non hanno neppure fatto nulla per essa”. Ovviamente tale disposizione permetteva di fare qualunque cosa. In particolare si scatenò una vera e propria caccia al prete, definito “refrattario” in quanto non aderente alla Costituzione Civile del Clero del 12 Luglio 1790 (cinque anni dopo la legge venne soppressa dopo la caduta di Robespierre). Come sappiamo quel triste periodo fu caratterizzato da momenti di vera e propria follia collettiva e l’umanità non può cancellare le scene descritte da Louis Sebastien Mercier, presente all’esecuzione del Re di Francia Luigi XVII: “”Vidi gente che passeggiava sottobraccio ridendo e scherzando amabilmente, come se si trovassero a una festa”. Il cadavere del re venne collocato in una cesta di vimini e portato frettolosamente al cimitero ove, senza alcun rituale, venne deposto in una bara priva di coperchio, infossato e cosparso di calce viva. Nel contempo la popolazione cantava e ballava sulle note della marsigliese; alcuni assaggiavano il sangue colato dal patibolo e il boia vendeva all’asta le vesti e i capelli del defunto Re. Umilmente continuo a pensare che, in uno stato democratico civile, il sospetto possa legittimamente avviare un’indagine giudiziaria, ma non che esso diventi l’unico criterio utile per condannare una persona alla prigionia in luoghi, e parlo per esperienza personale, dove si deve vivere in condizioni di emarginazione e degrado. Tra l’altro come dimenticare che l’Italia detiene tristi primati riguardo al mondo carcerario, con ben 15 condanne da parte della Corte di Strasburgo? (l’ultima è del 7 Febbraio scorso). Già altri 18 detenuti dall’inizio di quest’anno sono deceduti andandosi ad aggiungere alle centinaia degli ultimi anni e questo nell’indifferenza più o meno generale dell’opinione pubblica. In un articolo apparso sulla Stampa del 9 Febbraio scorso, Carlo Federico Grosso scriveva nel suo intervento in merito all’assoluzione in appello di un condannato a 26 anni per omicidio in Primo Grado: “ … assolvere un colpevole nei cui confronti non esiste prova certa di reità costituisce cardine dello Stato di diritto, come costituisce cardine del processo penale in uno Stato di diritto la circostanza che è preferibile rischiare di assolvere un colpevole che rischiare di condannare un innocente”. Questo intervento è del tutto in linea con quanto sostenevo nella mia lettera 16 del 25 Agosto 2010: “ Mi pare necessario che tutti quanti, vittime, parenti, cittadini, opinionisti e moralizzatori, si rifletta su quale “certezza” sia preferibile: nessun colpevole libero o nessun innocente in carcere. Se da un lato è vero che i processi “percettivi” hanno insito sempre un margine di errore, dobbiamo dall’altro scegliere quale errore accogliere. Quando un sistema si basa, nel dispensare giustizia, anche sull’assenza di prove certe, pur di dare risposte forti e severe, allora quel margine di errore diventa troppo grande e difficile da accettare”. Vi invito infine, a fronte di tante vicende assurde sotto gli occhi di tutti, a non lasciarvi prendere dallo sconforto pregandovi di distinguere sempre ciò che riguarda direttamente la Giustizia da come essa invece viene amministrata; si tratta di una distinzione apparentemente labile, ma assolutamente determinante per un paese che si professa civile. Nell’augurarvi un profondo cammino di conversione alla porte della Quaresima, vi saluto caramente, Vostro, don Luciano. Lettera 26 Alassio, 11 Marzo 2012. 803° giorno di detenzione III Domenica di Quaresima Amiamo il Signore, Dio nostro; amiamo la sua Chiesa! Amiamo lui come padre, amiamo la Chiesa come madre. (S. Agostino, Ep. 88, 2, 14) Carissimi amici, questa volta la mia lettera lascia da parte le questioni direttamente legate all’aspetto giudiziario dell’assurda vicenda che mi vede coinvolto da oltre 26 mesi, per volgere un’attenzione particolare alla Chiesa Cattolica nel suo muoversi in merito al tema dei veri e presunti abusi commessi dai suoi rappresentanti. Credo di avere titolo ad affrontare questo delicato argomento visto che pare debba pagare un conto salato e senza aver commesso nulla di illecito. Come sapete sono un sacerdote innamorato della Chiesa, la sento da sempre Madre nel senso più pieno della parola, le sue “rughe” non mi impediscono di vederne trasparire la bellezza, l’infaticabile opera di promozione umana fatta nel corso dei secoli e l’attuale lavoro silenzioso di tanti confratelli impegnati a servizio dei più poveri in condizioni spesso di grande disagio. Questa Chiesa che amo, come dicevo, nonostante il dolore per le rughe del peccato commesso dagli uomini che hanno agito nel corso dei secoli a suo nome, ritengo debba essere difesa, pur nel rispetto della verità oggettiva, anche perché mi pare che in questo ultimo periodo il mondo cattolico non stia certo brillando per iniziative concrete, radicali, veloci e soprattutto trasparenti. Documenti, convegni e simposi aiutano sicuramente a prendere coscienza del terribile morbo entrato in essa e ad iniziare una certa utile reazione di contrasto, ma le tante persone che osservano i tragici eventi attuali desiderano chiarezza, una volta per tutte, e direi che ne hanno pieno diritto. Diceva già Juan Donoso Cortés, marchese di Valdegamas, (Valle de la Serena, Estremadura, 1809 - Parigi 1853), che le uniche battaglie possibili per i cattolici erano quelle sulla carta stampata: ora pare sia giunto il momento di quelle mediatiche, usando tutti i mezzi disponibili della moderna tecnologia, in particolare la televisione e la rete internet. La mia riflessione si muove in due direzioni, tra loro complementari, unite da una premessa. La premessa è che ovviamente di fronte a ministri di culto (ma ovviamente a chiunque) implicati in provate condizioni di colpevolezza, la tolleranza sul loro comportamento sia pari a zero. Non credo necessario spendere altre parole in merito. Che il rispetto verso i bambini sia un valore sacro è uno di quei pensieri che, almeno nel nostro paese, pare assodato seppur troppo spesso soltanto a livello di concetto. Vengo dunque alla prima riflessione: ferma condanna dei comportamenti delittuosi. Le persone che incontro esprimono un vero e proprio grido nei confronti di coloro che hanno responsabilità nel contrastare fenomeni aberranti come la violenza sui minori: il primo passo perciò credo consista nel fare in modo che certi comportamenti non possano più accadere, fermando senza indugio le persone colpevoli, senza però dimenticare la differenza tra peccato e peccatore, lavorando quindi anche ad un profondo “riequilibrio” della persona condannata. A mio modesto avviso l’abuso sui minori è un comportamento fortemente deviato e pertanto necessita di cure specifiche, di un serio intervento a livello medico-psicologico, senza trovare sempre la solita scusa della mancanza di fondi. Lo sconto di una giusta pena non può essere pertanto disunito da un intervento più ampio; parcheggiare per anni in carcere i colpevoli di tali delitti, senza occuparsi minimamente di intervenire per evitare comportamenti recidivi, è invece quanto accade molto spesso nelle sovraffollate carceri italiane. Connotare l’espiazione della pena come un internamento in stile “allevamento intensivo” è una strada che non ha futuro; persino i maiali, secondo le normative della comunità europea, hanno diritto ad almeno tre metri quadrati di spazio perché si eviti la denuncia di maltrattamento. Se dunque per gli esseri umani si usa meno attenzione rispetto agli animali in quali condizioni pensiamo ritorni in società un individuo, dopo l’espiazione della pena, torturato metodicamente per lunghi anni e senza il minimo trattamento riabilitativo? Non sarà che invece di eliminare un grave problema lo si accentui maggiormente? Seconda riflessione: difesa degli innocenti. Vi pongo una domanda: gli innocenti che entrano nel tritatutto della “giustizia” hanno ancora voce e dignità oppure sono merce sacrificabile? A fronte della ferma condanna di comportamenti inqualificabili credo ci si debba dunque seriamente impegnare anche a difendere chi non c’entra con i crimini sopra citati; il mettere uno in galera, tanto per calmare lo sdegno della popolazione, è una tattica tanto frequente quanto avvilente, almeno per uno stato che ambisce alla democrazia e al garantismo. L’espiazione della pena dovrebbe, anche in Italia, essere fatta da chi ha commesso il delitto per cui è stato chiamato in giudizio e dichiarato colpevole dopo il terzo grado di giudizio. Non si tratta di una linea di pensiero nuova, infatti oltre che essere stata applicata in passato anche nel nostro paese, trova le sue radici già nella storia antica del popolo di Israele. A questo riguardo vorrei richiamare un passo del libro del Profeta Ezechiele (cap. 18): “Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l'iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l'iniquità che ha commessa”. Questo profeta scrisse in un periodo storico datato intorno al VI sec. a.c. nel contesto drammatico dell’esilio a Babilonia del popolo di Israele. Si era quindi passati da una nozione di “colpa collettiva” a quella di “colpa personale”, permettendo un sostanziale quanto decisivo progresso in materia di morale. Anche nella Grecia di Sofocle, scrittore greco del V sec. a.c., maturò il tema della responsabilità personale dell’individuo (vedi la tragedia “Edipo a Colono”). Terza riflessione: azione concreta e trasparente. Colpevoli condannati, innocenti difesi, ma cosa fare subito? Davanti a questo immane scandalo che ha scosso così tanto la Chiesa Cattolica in questi ultimi anni, mi pare doveroso fare prontamente chiarezza, onde evitare pericolosi fraintendimenti. L’alternativa di uno stillicidio di casi veri o presunti sinceramente mi pare funesta. Potrebbe generare nell’opinione pubblica l’idea che i ministri di culto cattolico siano in maggioranza un’accozzaglia di pervertiti, liberi di delinquere ad ogni piè sospinto, e questo non credo sia il messaggio corretto da annunciare ai cittadini. Le attuali posizioni bibliche alla “Ponzio Pilato” (me ne lavo le mani) o alla “Caifa” (meglio sacrificare uno per salvare altri) ritengo non portino alla lunga nessun beneficio. Sarebbe importante che le Autorità Ecclesiastiche dessero conto, Diocesi per Diocesi, della situazione relativa alle inchieste giudiziarie e alle eventuali condanne di sacerdoti per ogni singola Diocesi. Con ciò emergerebbero con chiarezza sia i casi di responsabilità dimostrati per prove oggettive o per la confessione dei sacerdoti. Risulterebbero anche i casi in cui ai sacerdoti sono state mosse false accuse. Nei casi in cui mancassero assolutamente prove oggettive sarebbe opportuno pubblicare gli atti del processo, ivi comprese le difese degli accusati. Una grave ingiustizia, provocata dal clamore dei mass media, sta nel fatto che le prove a difesa non vengono mai fatte conoscere all’opinione pubblica. Da questa operazione, volta a fare chiarezza, emergerebbe anche il ristrettissimo numero di sacerdoti effettivamente colpevoli di atti di abuso, nonostante le false apparenze provocate dal clamore dei giornali. Infine, per quanto mi riguarda personalmente, se in Cassazione stabiliranno che devo pagare il conto per le colpe altrui, avrei almeno la misera soddisfazione di sapere chi “ringraziare”! Nella speranza che le mie parole non vengano fraintese, e ancor peggio strumentalizzate al fine di un inesistente attacco alla Chiesa Cattolica, vi abbraccio caramente. Vostro, don Luciano Lettera 27 Alassio, 1 Aprile 2012. 824° giorno di detenzione (270 di sequestro, 99 di esilio, 455 di arresti domiciliari) Domenica delle Palme, nell’ingresso del Signore Gesù in Gerusalemme. Carissimi amici, ci troviamo all’inizio della Settimana Santa, vivremo con trepidazione i momenti della breve euforia manifestata nei confronti di Gesù al suo umile ingresso in Gerusalemme, del dolore per l’iniquo giudizio e condanna a morte, ma soprattutto della gioia incontenibile della Sua gloriosa Risurrezione che ha vinto la morte e spalancato i sepolcri umani alla vita eterna. Questa mia lettera vuole essere prima di tutto un sincero augurio di pace e di gioia per tutti, sia per quelli che mi affiancano nel misterioso cammino umano, sia per coloro che sull’onda di facili emozioni urlano il classico “crucifige” ricorrente nella storia dell’umanità. Per tutti prego e offro l’Eucarestia invocando sempre benedizioni dal Padre Celeste. La liturgia ci chiama in questi santi giorni a vivere in profondità i misteri che stanno alla base della nostra fede, costituendone il solido fondamento, e vorrei con tutto il cuore che ognuno di voi potesse prendere parte alle funzioni che ci accompagneranno da oggi sino alla S. Pasqua! Il Giovedì Santo staremo in intimità con Gesù nel Cenacolo, umili compagni di una Chiesa nascente, colma di speranza per il futuro, testimoni dell’Amore che si dona per non lasciarci più soli con la Sua presenza vitale. E’ il giorno in cui faremo memoria dell’Istituzione dell’Eucarestia: come potremo contemplarla in pace mentre intorno a noi, in nome di una giustizia che troppo spesso volta le spalle alla dignità umana, sommersa da una burocrazia incomprensibile e da una lentissima tempistica di lavoro, accadono soprusi e parzialità? Il Venerdì Santo ci chineremo sul volto sofferente di Cristo insanguinato che cade sulle vie della storia per un peso insopportabile legato alle sue innocenti spalle, un dolore che credo dobbiamo continuamente riconoscere presente nei nostri fratelli più abbandonati, privati spesso dei più elementari diritti della persona umana. Passando attraverso l’orto degli ulivi, pregando e soffrendo, saliremo lentamente sul Calvario senza abbassare lo sguardo dal carnefice e dopo la pausa di riflessione del Sabato silenzioso, ricordando che senza tendere una mano al bisognoso non saremo degni di stringere l’altra a Cristo chiamandolo fratello, potremo guardare attraverso la porta spalancata del sepolcro ove le bende del dolore, donate dall’affetto degli amici, giaceranno piegate con ordine. Soltanto in quel momento, se avremo amato davvero, potremo guardarci intorno cercando Gesù fuori dalla Sua e dalla nostra tomba, senza timore di scambiarlo per il giardiniere, come fece Maria al Sepolcro, rispondendo prontamente quando ci chiamerà per nome. Carissimi, l’augurio che faccio a voi, ma prima di tutto a me stesso con queste riflessioni, è che possiate custodire la gioia passeggera della Gerusalemme in festa, pronta ad agitare rami di ulivo e palme, per abbracciare il mondo intero nella Domenica di Risurrezione, svegliandovi dal sonno di una vita forse troppo scontata e comoda che rischia di non farci vedere la realtà quotidiana di un’umanità che cerca costantemente sollievo e speranza. Vorrei ancora scrivervi molte cose su questo tema, e penso lo farò in futuro, ma credo che ora debba ancora occuparmi della situazione avvilente in cui versano tante persone recluse nelle carceri in condizioni infamanti: non posso dimenticare ciò che ho visto in quegli ambienti. I volti spesso straziati di detenuti al limite della sopportazione umana, di agenti penitenziari al lavoro in condizioni di stress, talvolta demotivati nel loro servizio ma che nella maggior parte dei casi lavora con rispetto, evitando di considerare il prigioniero come un fastidioso fascicolo da gestire per un certo numero di anni. Donato Capece, recentemente confermato Segretario Generale del Sappe, il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, esprime la propria preoccupazione sul tema dei suicidi in carcere che tocca non solo i detenuti, ma anche coloro che sono chiamati a vigilare sulle condizioni della loro custodia: “ … e l’indifferenza assoluta e colpevole dell’amministrazione penitenziaria, che continua a sottovalutare questa grave realtà. Dal 2000 a oggi, infatti, sono circa 100 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita, insieme a un direttore di istituto e un dirigente regionale. Da tempo sosteniamo che bisogna comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l'attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere”, ha proseguito Donato Capece, ricordando che la realtà penitenziaria presenta disagi che si ripercuotono sulla vita dei carcerati e su quella delle guardie stesse. Stando agli ultimi report, la maggior parte delle carceri italiane, oltre che particolarmente sovraffollate, non possono permettersi figure psicologiche che riescano a fronteggiare ed evitare gesti di autolesionismo. Dall’inizio dell’anno, 8 detenuti si sono suicidati e 21 sono deceduti: per la metà dei casi appena citati, le cause sono ancora da accertare. Dal 2000 ad oggi, tra carcerati e poliziotti, sono morte duemila persone, sia per suicidi, sia per incidenti sul lavoro. (dal Corriere del Mezzogiorno del 31 Ottobre 2011). Devo anche confessarvi che prima del mio arresto militavo ingenuamente tra coloro che vedevano il carcere come il luogo ove venivano detenute persone certamente colpevoli e in condizioni tutto sommato di una certa tranquillità, perché c’era pure la televisione in cella … Più che alle mie parole lascio ad un articolo di Valeria Centorame, pubblicato il 2 Marzo scorso, l’onere di descrivere quanto accade nel nostro paese che purtroppo, nell’azione giudiziaria, ha dimenticato la presunzione di innocenza (fatto constatato anche da me in prima persona): “ … e mi chiedo: come si fa a reiterare ciò che non si è commesso? Si sta dando quindi già per scontata la commissione di reato prima ancora di essere giudicati? Sì. Questa è la prova tangibile che la presunzione di innocenza non esiste! La giustizia “moderna” non ha ancora superato certi pregiudizi che venivano imputati alla cultura dei secoli passati, in particolare ai metodi della Santa Inquisizione: ancora oggi nei processi, di fatto l’onere della prova è ribaltato e ricade sull’accusato ed è proprio il soggetto sottoposto ad indagini purtroppo a dover provare la sua estraneità nei fatti, non il contrario, altrimenti si rischia di passare tutta la custodia cautelare dietro le sbarre ed in base al reato per cui si è indagati possono passare 6 mesi o magari un anno prima di poter avere la possibilità di interloquire con un giudice (G.u.p.) che deciderà un rinvio a giudizio o meno. Ma vorrei invece soffermarmi sulla sofferenza inflitta a queste persone, una ad una, con una vita, un lavoro, delle famiglie alle spalle ed una dignità calpestata. Sofferenza che lo Stato pensa di poter risarcire con una formula matematica. Sofferenza atroce nel vedere la vita stravolta da un giorno all’altro, divenendo dei reietti e dei criminali per la società. Verranno prelevati all’alba ed ammanettati, mentre increduli penseranno sia solo un incubo saranno schedati, fotografati, numerati e gettati in carcere. Passeranno in isolamento dei giorni prima di essere interrogati, fuori dal mondo con l’anima letteralmente strappata a mani nude senza poter avere contatti con i propri familiari, senza capire cosa stia accadendo, senza una carezza o due parole di solidarietà da nessuno. Cominceranno ad avere paura di un sistema perverso del quale non si sentono parte integrante. E da quel momento in poi guarderanno in un buco nero, talmente nero e talmente profondo che alla fine sarà il buco a guardare loro, prendendosene gioco. E tutto questo come in un perverso gioco al Monopoli “senza passare dal via”, dritti in prigione! E si sta fermi lì diversi turni! Aspettando che il famoso lancio di dadi possa renderci giustizia! Un tragico e beffardo lancio di dadi. È questione di fortuna il trovare subito un avvocato onesto e che creda all’innocenza del proprio cliente. È questione di fortuna non incontrare un magistrato che male interpreterà degli indizi. È questione di fortuna trovare un giudice coscienzioso che non si limiti a fare un copia/incolla da un foglio word per una sentenza. È questione di fortuna non ammalarsi o togliersi la vita nel frattempo in carcere. Sono parole forti ma attinenti a quella che è la triste realtà odierna del mondo carcerario. A fronte di questo perverso gioco al massacro credo ci sia estremo bisogno dell’impegno di tutti perché in queste condizioni di assenza di regole certe non si va proprio da nessuna parte. Mi pare utile citare in questa lettera un secondo intervento, ricollegandomi a quanto avevo scritto nella mia precedente dell’11 Marzo scorso, in riferimento all’atteggiamento palesato dalle Autorità Ecclesiastiche sul fronte della lotta ai vergognosi fenomeni di abusi sessuali. L’occasione mi è data dalla relazione del Prof. Friedemann Pfäfflin, tenuta lo scorso 7 Febbraio all’Università Milano-Bicocca. Così egli scrive al termine della suo dettagliato intervento: “Nella Chiesa Cattolica, il tema dell’abuso sessuale compiuto da preti e altri religiosi viene attualmente proposto a tutti i livelli della gerarchia e in quasi tutte le manifestazioni religiose, tanto che viene da chiedersi, se alla Chiesa siano rimasti ancora altri messaggi da annunciare. Se in passato coloro che hanno accusato i preti venivano rifiutati, lasciati ad aspettare o messi a tacere attraverso l’elargizione di denaro, e i preti venivano trasferiti in silenzio, oggi gli accusatori vengono accolti a braccia aperte e ricevono delle entusiastiche lettere di ringraziamento per le loro denunce. A loro viene anche promesso un risarcimento ancora prima che le loro dichiarazioni vengano esaminate per valutarne il contenuto di realtà. Questo aspetto è a mio avviso particolarmente inquietante, perché tra loro ci sono anche degli opportunisti, le cui accuse non sono fondate. Inoltre, osservo ripetutamente come dei soprusi relativamente moderati vengano considerati responsabili del fallimento dei propri progetti di vita – e ciò con un ritardo di anche quaranta anni, senza riscontro e in modo monocausale. Sembra che, nel frattempo, presentarsi come vittime, e in particolare come vittime di un’istituzione così potente come la Chiesa Cattolica, con le sue alte e ferme convinzioni in tema di verità, permetta una carriera ben vista. In questo modo si può perfino diventare una star, partecipare come ospite abituale ai talkshow televisivi, e tutto questo - già di per sé - ha qualcosa di decisamente osceno”. Parole, anche in questo caso, decisamente forti ed inquietanti che si commentano da sole. Al termine di questo mio scritto desidero fare alcuni ringraziamenti, iniziando dai miei legali. Spesso ho dovuto ascoltare la perplessità di alcuni amici in merito alla scelta della linea difensiva, in quanto risulta a tanti incomprensibile la situazione in cui mi trovo, ma continuo sempre a dire che il problema non sta tanto nella strategia difensiva, quanto nel fatto che essi non vengono ascoltati: il perché di questo comportamento resta un mistero. Agli avvocati Alessandro Chirivì e Mauro Ronco, desidero manifestare tutta la mia stima; il loro operato è andato molto al di là di quanto professionalmente è richiesto in questi casi e più che dei difensori si sono rivelati veri punti di riferimento, sui quali poter contare nei momenti difficili. Desidero poi ringraziare i componenti del Comitato, sorto a mio sostegno sin dall’inizio della mia assurda vicenda, e i tantissimi amici che in molti modi non mancano di far sentire la loro sincera vicinanza, unita all’impegno a servizio della verità. Il loro operato, tanto costante quanto produttivo, è sicura garanzia di successo, pur nei modi e nei tempi che il Signore permette. Un ultimo grazie, certamente non in ordine di importanza, desidero rivolgerlo a mio padre che nonostante una salute non certo ottimale mai ha mancato di seguire la mia paradossale vicenda giudiziaria, sicuramente utili sono stati i suoi preziosi consigli e l’attenta analisi delle carte. Come dimenticare le visite settimanali del Giovedì nel carcere di Sanremo (era l’unica persona autorizzata a farmi visita oltre ai legali e al mio Vescovo), le costanti parole di conforto, il lavoro faticoso di collegamento con i nostri parenti e la comunità parrocchiale desiderosa di avere notizie sul mio stato di salute psico-fisica? Per oltre trent’anni è stato Brigadiere delle Guardie Giurate svolgendo il suo servizio nella Città di Alassio e ricevendo, tra gli altri, anche un encomio dal Questore di Savona. Ora anche per lui la certezza del diritto è stata inesorabilmente distrutta e ancora oggi, nei frequenti incontri in casa mia, non riesce a capacitarsi come sia stato possibile tutto questo accanimento e ancor più come io possa stare ancora nella condizione di carcerato in casa, quando a mio carico non esiste la minima prova di colpevolezza. Io certo non ho le parole adatte per spiegare cose che nemmeno posso lontanamente capire, offro semplicemente la mia testimonianza, spero umile e dignitosa, con la fiducia che prima o poi qualcuno prenderà in mano la situazione e vorrà porre termine “all’accanimento terapeutico giudiziario” nei confronti di una vicenda che, se non fosse per i suoi devastanti risvolti umani, sarebbe da liquidare con una semplice battuta di spirito. Vi auguro una Santa Pasqua di Risurrezione, vostro don Luciano. Lettera 28 Alassio, 29 Aprile 2012 852 ° giorno di detenzione IV Domenica di Pasqua. S. Caterina da Siena, Patrona d’Italia. “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e vi metteranno al bando come infami a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate: grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Vangelo di Luca 6,22 Carissimi amici, è dalla “Domenica delle Palme” che non vi scrivo, ma sono stato molto occupato nel redigere i preparativi per il futuro processo ecclesiastico che da tempo invoco accoratamente. Esso inizierà, presumo, dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione e vedrà una prima fase istruttoria svolta in Diocesi per poi approdare a Roma al Dicastero della Congregazione per la Dottrina e la Fede. Finalmente ci sarà qualcuno demandato a prendere in mano le carte relative alla mia assurda vicenda giudiziaria per leggerle attentamente ed esprimersi in merito. E’ molto importante per me, e dovrebbe esserlo per ogni cittadino, che le carte processuali vengano lette in quanto è da esse che dipende la condanna o l’assoluzione di una persona (in una situazione normale) e non certo solo da percezioni, idee personali, pre-concetti, teorie psicologiche o quant’altro di esterno all’analisi del dato reale e concreto. Lasciando però ora da parte questo genere di riflessioni, tanto conosciute quanto da voi condivise, vi dico subito che, in questa mia lettera del tempo pasquale, vi esporrò alcune riflessioni, maturate al termine di una delle ultime S. Messe celebrate quotidianamente nell’appartamento ove abito da circa dieci anni in qualità di Parroco. Esse nascono dal seguente passo evangelico che ci viene trasmesso dall’Evangelista Giovanni: “Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti”. (dal Vangelo di Giovanni 6, 16-21). Si tratta di un brano conosciuto, anche se non annoverato tra i più celebri, ed esso mi pare si presti molto bene ad indicarci uno stile di vita “pasquale” all’interno della nostra esistenza. Le tappe che vi propongo ora sono forse anche uno stimolo per diventare cristiani più autentici. 1. RI-CONOSCERE GESU’ … L’evangelista ci racconta che le condizioni metereologiche di quella sera sul lago di Galilea, situato a nord di Gerusalemme, non lontano da Nazareth, erano decisamente avverse a causa del forte vento che agitava il mare. Si tratta di un’immagine-icona della nostra vita, sempre colma di preoccupazioni, nella quale problemi di ogni genere ci assillano senza darci tregua. Gesù, dice l’Evangelista, camminava sulle acque, cioè si muoveva al di là delle regole dettate dalla nostra esperienza: i discepoli hanno paura perché come noi, ogni volta che ci confrontiamo con una realtà non omologabile con i canoni a cui siamo abituati, perdiamo i punti di riferimento. Spesso nelle apparizioni da Risorto Egli è confuso con un fantasma, tanta è la fatica nell’accettare la continuità temporale della Sua presenza. I discepoli certamente conoscevano bene Gesù ma sono stati chiamati a compiere in quella circostanza un ri-conoscimento, cioè conoscerlo di nuovo con gli occhi della fede, fidandosi di Lui. Non basta quindi conoscere Gesù, bisogna saperlo ri-conoscere; possiamo dire che anche satana conosce bene Gesù, anzi, sicuramente lo conosce ben più di noi e crede anche senza il minimo dubbio all’esistenza di Dio, ma è ben lontano dall’accettare Cristo come Figlio di Dio mettendosi alla Sua sequela. Ecco la partenza del nostro percorso spirituale, non confondere Gesù con un fantasma, ma accettarlo nella sua regalità, facendolo entrare con gioia nella nostra vita. 2. ACCOGLIERLO SULLA BARCA … Gesù parla per primo. Non appena i discepoli odono la sua voce lo vogliono prendere a bordo, ma non prima di aver vinto la titubanza. Gesù quindi sale sulla barca che era in preda al pericolo delle onde e dei venti minacciosi. Ecco la nostra vita, tumultuosa, spesso sconvolta da eventi che paiono più forti di noi, ma quando Gesù sale tutto si calma e trova pienezza di significato. Questo è dunque un passo importante, fare salire Gesù sulla nostra barca. Non pensiamo che Egli sia già a bordo perché ci comportiamo bene, “non facciamo male a nessuno”, andiamo pure a Messa nei giorni “comandati” e preghiamo diverse volte al giorno. Potremmo fare mille pratiche religiose e conoscere alla perfezione ogni Parola del Vangelo, ma continuare a vivere senza Gesù a bordo, lasciandolo vagare come un fantasma tra le onde che ci circondano. Mi pare sia importante non dare nulla per scontato; la nostra fede non è alimentata da una sorta di osmosi, quasi che andare in Chiesa ci garantisca chissà cosa; la fede ha bisogno di un incontro, il Maestro deve salire sulla nostra barca, non ci basta sapere che cammina vicino a noi sulle acque tempestose. 3. LASCIARLO GUIDARE … A questo punto l’Evangelista, discretamente, quasi con un senso di delicato pudore, non ci dice cosa fece Gesù sulla barca dei suoi discepoli, ma salta subito alla gioiosa conclusione del rapido approdo, quasi lasciando a noi la riflessione su quei momenti così importanti per la vita dei discepoli-pescatori. Cosa avrà fatto il Signore dopo essere salito sulla barca? Non lo sappiamo, ma ben conosciamo cosa dobbiamo fare noi oggi. E’ insufficiente lasciare il Signore comodamente seduto, quasi a garanzia dei nostri successi e continuare a guidare secondo gli itinerari che più ci interessano. Egli deve prendere il timone e guidare la barca! Gesù non è un illustre passeggero che ci conforta elargendo a richiesta utili consigli al momento opportuno (cioè quando ci fa comodo), come una sorta di amuleto o di genio della lampada. Lui deve guidare perché oltre a conoscerci meglio di noi stessi in quanto Uomo-Dio ci ama sin dal nostro concepimento e ha il pieno potere di governare sugli elementi della natura. 4. NON IMPORTUNARLO IN CONTINUAZIONE … Aggiungerei questa riflessione perché mi pare che la nostra vita sia spesso intrisa di continue richieste fatte a Gesù per un’infinità di problemi da risolvere, quasi dimenticando che prima di tutto siamo noi chiamati a farcene carico. Chiedere è giusto, per carità, ma forse a volte lo disturbiamo per le nostre paure, essendo discepoli poveri di fede. Il Signore non è venuto nel mondo per risolvere i nostri problemi, ma per renderci capaci di farlo da soli facendo nostro il suo esempio. Lui ci affianca, ci conforta e si rende disponibile sempre, ma non si sostituisce all’iniziativa personale. 5. VERSO LA RIVA … Ed ecco la conclusione amici miei: la barca toccò la riva rapidamente. Quale gioia nel constatare che insieme a Lui si giunge rapidamente alla meta! Una volta giunti a riva, davanti allo sfacelo che purtroppo scorre quotidianamente davanti ai nostri occhi, la fede ci chiama ad essere persone di speranza, a dire prima di tutto a noi stessi e poi a tutto il mondo, che Cristo ha vinto la morte ed è iniziato il tempo della gioia! Certo non è facile, davanti alle notizie tristi dei giornali e dalle televisioni, raccontare che il mondo sta andando verso il compimento della bellezza. Ci dobbiamo chiedere: abbiamo il coraggio di raccontare che Cristo ha vinto il mondo? Esiste un enorme bisogno di ideali, di progetti, vogliamo capire dove stiamo andando e come ci stiamo muovendo, quali sacrifici ancora fare, la riva è anche spesso decisamente misteriosa … Questa tensione verso il bello spesso viene umiliata da esistenze che si dispiegano in una sorta di “limbo” ove al massimo sbarcare la giornata senza troppi problemi rappresenta di per sé già un gran successo. La Parola del Vangelo invece ci invita a scuoterci da questo letale torpore per riappropriarci della speranza, della voglia di costruire un presente e poi un futuro solido e vero, senza paura, donando la vita se necessario, perché in particolare i bambini e i giovani possano vivere ringraziandoci e non accusandoci di aver loro consegnato un mondo che ormai non spera più. Dove la troviamo questa forza? Non nelle cose che passano, ma in Cristo risorto! Vostro, don Luciano. Lettera 29 Alassio, 20 Maggio 2012 873 ° giorno di detenzione Ascensione del Signore. “Me immundum munda tuo sanguine, cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere” (Purifica me immondo con il tuo sangue, una sola goccia del quale può salvare tutto il mondo da ogni peccato). S. Tommaso d’Aquino, inno Adoro Te devote Carissimi amici, oggi celebriamo l’Ascensione al cielo del Signore, evento glorioso che ci prepara alla Pentecoste, al dono dello Spirito Santo. In attesa di queste due Solennità che chiuderanno il Tempo di Pasqua desidero condividere con voi nuove riflessioni che, in un certo senso, completano quelle espresse nella mia lettera precedente. Ecco il brano evangelico che vorrei richiamare alla vostra mente: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. (Giovanni, 15, 1-11). Questo passo del Vangelo lo abbiamo recentemente ascoltato, sia nella liturgia festiva che in quella feriale, in esso ricorre numerose volte il verbo rimanere. Nella precedente lettera, come certamente ricorderete, mi ero soffermato con voi a riflettere sull’importanza del ri-conoscere Gesù per mettere poi in atto tutta una serie di comportamenti. Questa volta vi invito con me a fare nostra la richiesta fattaci da Gesù con grande insistenza, (dieci volte in dieci versetti), di restare uniti a Lui. In questo verbo si trova il segreto del nostro cammino di fede: se non rimaniamo con Lui tutte le grandi conquiste, costate enorme fatica, sono inesorabilmente destinate a decadere in quanto esse trovano sussistenza solo se legate alla linfa vitale che scorre nella vigna divina. Nella mia esperienza di prete ho assistito con impressionante frequenza a fenomeni di innamoramento verso il Signore, dettati più dal sentimento del momento che dalla disposizione interiore a seguire un cammino che per sua natura non è fatto solo di “Tabor”, ma anche (e non poco) di “Golgota”. In altre parole il sussulto (importante) del cuore non era seguito dall’impegno quotidiano. Ancora una volta dunque, per essere cristiani non solo a parole ma con i fatti, bisogna restare “collegati” con il Maestro, rimanere nel Suo amore. La via maestra non è cambiata nel corso di venti secoli spesi a predicare la lieta novella in ogni angolo del mondo: cibarsi del Risorto resta la condizione essenziale per compiere un cammino di fede significativo e duraturo. L’Eucarestia, l’inestimabile tesoro che la Chiesa custodisce con amore appassionato sin da quella meravigliosa sera nel Cenacolo, quando gli apostoli con Gesù ricevevano il Suo Corpo, è il fondamento sicuro per non perderci tra le distrazioni proposte costantemente dal mondo. Non è dunque tanto la preoccupazione dello “spread” che ci deve attrarre, quanto il bisogno di Eucarestia nella nostra vita, altrimenti, statene certi, non andiamo da nessuna parte. E’ davvero esplicito Gesù, quando ci dice che senza Eucarestia non possiamo operare, solo il nulla ci attende se decidiamo di fare qualcosa senza il Maestro! Ma il Vangelo non si ferma qua perché, essendo parola di salvezza, ci annuncia due realtà decisamente importanti: la prima è che se chiediamo con fede otteniamo, mentre la seconda afferma senza mezzi termini che la gioia piena è il nostro destino. Mi pare che a volte ci lamentiamo perché le nostre preghiere non vengono esaudite, ma dovremmo chiederci prima di tutto, in quale modo ci relazioniamo a Lui, per esempio se è bene per noi ottenere ciò che chiediamo, onde evitare di ridurre la fede a una sorta di “mercato”. Comunque, nonostante i nostri costanti insuccessi e le grandi ingiustizie operanti in questo mondo, non dobbiamo dimenticare di essere chiamati alla gioia, anzi alla sua pienezza! La chiamata alla gioia è così forte e determinante da poter far saltare i macigni che spesso tengono chiuse le nostre mediocrità, relegate nei sepolcri della debolezza e della paura. Carissimi amici, da queste poche riflessioni forse ho anche risposto indirettamente alle tantissime persone che mi chiedono in continuazione come faccio a stare così tranquillo nonostante si stia cercando di rendermi il più complicata possibile la vita. Non mi stancherò mai di ripetervi che stare con Gesù rende ogni attimo della mia vita unico, irripetibile ed entusiasmante: non sono le modalità con le quali si svolge il cammino a rendermi felice, ma il godere in ogni istante dell’amore misericordioso e infinito di Dio, accettando la Sua chiamata alla gioia senza fine. Dentro di me scorre una tale energia spirituale da consentirmi di sostenere qualsiasi cammino, accettando con gioia i torti fino ad ora subiti, non smettendo ovviamente di far sapere a tutti come stanno in realtà le cose, in quanto la gioia è anche sorella della verità. Ecco allora anche perché la notizia della fissazione dell’udienza di Cassazione, il prossimo 18 Luglio, non ha suscitato in me particolare ansia, essa è per me soltanto una semplice tappa del cammino che stiamo affrontando verso l’ottenimento della giustizia. Ci sarà sempre chi vorrà scrivere trattati di fantasia, immaginare le cose più paradossali, tanto la realtà è di una semplicità disarmante e prima o poi, ne ho l’assoluta certezza, questo cammino troverà il suo naturale epilogo. Sono sempre disposto a lottare fino all’ultimo istante della mia vita, e anche da quella che verrà dopo, se sarà necessario! Non potrò mai abbandonare questo altissimo impegno morale, dovessi anche in futuro incatenarmi davanti al Tribunale dopo aver scontato una pena che non mi appartiene (vorrei tanto però non arrivare a dover fare anche questo) e procedere alla stampa degli atti processuali per essere testimone coerente della verità. Così scriveva Papa S. Leone Magno in un suo discorso inerente l’Ascensione del Signore: “Questa fede ha messo in fuga i demoni, ha vinto le malattie, ha risuscitato i morti”. In effetti fino ad ora mai mi sono ammalato perché quando si accettano le prove della vita e le si affrontano con deciso impegno, non si è preda della sconfitta. Purtroppo, nel periodo vissuto in due carceri, ho conosciuto persone che non hanno accettato la condizione avversa e si sono fortemente arrabbiate per i torti subiti, così inevitabilmente si sono ammalate, alcune sono decedute. Infine merita attenzione la mia situazione dal punto di vista ecclesiastico. Ci si potrebbe (e dovrebbe) chiedere: come mai, dopo una scrupolosa valutazione di ogni carta processuale non sono stati presi provvedimenti dall’autorità religiosa nei miei confronti? Esiste ovviamente solo una risposta plausibile. Non ringrazierò mai abbastanza il Signore per avermi messo accanto persone così coraggiose, disposte a restare fedeli alle carte processuali, in un momento in cui si è disposti a “sparare nel mucchio” pur di indicare un colpevole e non il colpevole. Sento come un’autentica missione quella di difendere non solo la mia persona e il Sacro Ministero di cui indegnamente cerco di essere umile servitore, ma anche la stessa Chiesa Cattolica nel momento in cui si cerca di veicolare l’equivalenza “sospetto di abusi = colpevolezza certa” indipendentemente dal contesto emerso nella vicenda processuale. E’ una questione di giustizia e di legalità e su questo tema non si può scendere a compromessi. Vostro, don Luciano. Lettera 30 Alassio, 12 Giugno 2012 896° giorno di detenzione Tredicesimo anniversario della mia Ordinazione Sacerdotale. "Mentre era in cammino con i suoi discepoli Gesù entrò in un villaggio e una donna che si chiamava Marta, lo ospitò in casa sua. Marta si mise subito a preparare per loro, ed era molto affaccendata. Sua sorella invece, che si chiamava Maria, si era seduta ai piedi del Signore e stava ad ascoltare quel che diceva. Allora Marta si fece avanti e disse: "Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata da sola a servire? Dille di aiutarmi! Ma il signore rispose: Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore e nessuno gliela porterà via”. Luca 10, 38-42. Carissimi amici, eccomi a voi nel giorno in cui ricordo con grande gioia il mio anniversario di ordinazione sacerdotale, avvenuto nella Concattedrale di S. Maurizio, nella città di Imperia. Tredici anni sono passati da quel giorno e sono sempre più felice di aver fatto la scelta giusta: la fatica di questi ultimi anni è il segno, pur drammatico, di una chiamata ad imitare Cristo sacerdote, il quale prima di risorgere è salito faticosamente sulla collina del Golgota. Sono ovviamente molto lontano dal praticare degnamente l’esempio del Maestro, ma il solo pensiero di aver imboccato la strada che anche Lui ha percorso mi riempie il cuore di gioia. E’ anche il secondo anniversario che trascorro nel carcere domiciliare, spero sia anche l’ultimo! A fronte di queste premesse le mie riflessioni ruotano intorno al ministero sacerdotale. Senza voler fare un’opera di catechesi, di cui nemmeno sarei capace, condivido con voi ciò che per me significa essere sacerdote oggi in mezzo alle persone della mia comunità e non solo. Come molti di voi sanno, la scelta di dire “sì” al Signore è arrivata per me al termine del cammino nel Seminario, quando avevo da qualche mese compiuto il mio trentaquattresimo anno di vita. Negli anni passati l’età dell’Ordinazione Sacra era in prevalenza intorno ai ventiquattro anni, questo perché raramente si presentavano al Vescovo delle vocazioni cosiddette “adulte”, provenienti da persone che dopo aver affrontato percorsi di studio o di lavoro decidevano di accogliere la divina chiamata al sacerdozio. Nei nostri giorni questi “operai della seconda ora” sono più frequenti che nel passato e insieme alle vocazioni diciamo più “classiche”, formano un fiore ancora più ricco da offrire al Signore, fatto di tanti petali e di tanti colori. La varietà dei doni penso accresca sempre e non impoverisca il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Nel mio caso, l’arrivo al sacerdozio una decina di anni dopo l’età a cui mi riferivo sopra, è dovuto al fatto di aver voluto approfondire più a lungo la risposta a una chiamata così grande, affrontando il percorso dello studio universitario e il mondo del lavoro. Nelle scuole superiori avevo scelto studi tecnici, innamorato come sono sempre stato della scienza e negli anni ottanta la matematica mi avvicinò molto alla filosofia e quest’ultima alla fede: come disse Louis Pasteur nel 1892 … “poca scienza ci allontana da Dio, molta ci avvicina”. Per essere breve, dopo gli studi tecnici affrontai quelli filosofici per poi trovare finalmente godimento interiore nello studio della teologia e giungere quindi a donare la mia vita per farmi prossimo agli altri a tempo pieno, come ministro del Cristo Risorto. Negli anni che avevano preceduto il cammino formativo del Seminario mi ero occupato molto di coloro che umanamente erano considerati più deboli e restavo spesso confuso davanti a un “Dio che fa cilecca”, o meglio a una natura che prende pieghe imprevedibili e dolorose. Non accettavo facilmente che Dio permettesse tanto strazio nelle sue creature: il dolore innocente era una montagna ardua da scalare e per quanto cercassi di capire il motivo di tanta fatica del vivere quotidiano, le risposte non arrivavano. Il mio costante servizio a favore dei diversamente abili era dovuto, almeno in parte, proprio al desiderio di mitigare un poco le gravi ingiustizie scaturite da un progetto cosmico che a mio parere faceva purtroppo acqua da tutte le parti. Anche oggi posso dire che essere sacerdote per voi, amici miei, è essenzialmente questo: rendere presente Gesù e al contempo provare ad essere umile segno dell’amore di cui siamo stati fatti partecipi dall’infinita misericordia del Padre. Si tratta di una chiamata al servizio, in effetti nulla desidero se non essere servo, sull’esempio del nostro Maestro che si è cinto di un grembiule e poi ha lavato i piedi ai propri discepoli. Se non sbaglio si tratta dell’unico paramento a cui accennano gli evangelisti riferendosi al ministero pubblico di Cristo Gesù. Con il passare degli anni, lo studio della teologia mi portò a comprendere che Dio non risponde alle domande dell’uomo ma in Cristo le condivide. Oggi penso che il tempo della risposta sarà più avanti, quando entreremo nella casa del Padre: ora è solo il tempo della condivisione fidandoci di Gesù che non ci ha preso in giro, ma davvero è risorto, colmando di senso i fallimenti umani e anche quelli che attribuiamo alla natura. La scelta di essere Sacerdote resta per me una risposta personale al grande piano di Dio, il tentativo di dare senso ad ogni attimo della mia esistenza, ma soprattutto a quella di coloro che tendono a perdersi nel faticoso cammino terreno. Con loro desidero condividere fatiche e gioie, nell’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova. Passo ora ad un altro punto di riferimento per la mia vocazione ministeriale, quello che chiamerei semplicemente lo stile di vita dell’esserci. Il prete, secondo la mia sensibilità personale, è “l’uomo dell’esserci”. E questo mi pare concordi bene con il principio usato da Dio per operare nel creato, cioè quello dell’incarnazione; non si tratta di un principio in contrasto con la chiamata alla preghiera: il nostro Maestro pregava, eccome, ma stava con i suoi discepoli, piangeva con loro di fronte al dolore e alla morte, gioiva a pranzo, quando coglieva l’occasione di una festa per portare la sua lieta novella ai commensali che lo ascoltavano sempre volentieri. Credo si debba decisamente superare la consueta antitesi azione-preghiera, come se un prete che si fa servo non possa essere anche un uomo di feconda preghiera. Queste riflessioni mi portano a collegarmi con il brano evangelico posto all’inizio della lettera. Spesso in questo bellissimo brano vengono contrapposte, per così dire, due icone dell’essere cristiano: da un lato chi lavora e dall’altro chi prega. In realtà quello scegliere la parte migliore riferito a Maria non è da leggersi, almeno credo, come una semplice affermazione del primato di Maria (preghiera) su Marta (lavoro). Maria ha scelto la parte migliore perché prima di tutto ha rotto gli schemi propri della sua epoca. Si è messa in gioco, osando fare un qualcosa che era ritenuto disdicevole, cioè stare a tavola con gli uomini: Maria ha messo al primo posto Cristo rispetto al resto, cioè è partita da lui. Non si tratta tanto di una differenza qualitativa quanto operativa. Maria seduta ai piedi del Signore ascoltava e sono certo che dopo l’ascolto sarà anche andata ad aiutare la sorella Marta, tutta agitata per fare bella figura e mantenere il posto che la società le aveva attribuito, cioè starsene in disparte, con tutte le altre donne. E’ importante dunque rompere certe consuetudini, Cristo ha apprezzato molto il gesto di Maria e credo ci inviti oggi a fare lo stesso: particolarmente, per me sacerdote, si tratta di una chiamata a far saltare (almeno qualche volta) schemi troppo rigidi e consolidati. Infine un’ultima riflessione, più sociale che teologica. Proprio in questi ultimi tempi, osservando le persone che partecipano a grandi manifestazioni, siano esse religiose che civili, noto con sempre maggior frequenza cartelli con la scritta “c’è”, “ci siamo”, unita al nome di una città, di un gruppo, di una squadra di calcio o di una associazione. Anche questo fa capire come sia considerato molto importante da tutti l’essere presente con la propria persona, segno di garanzia e di autenticità. Carissimi amici, null’altro desidero se non l’essere con voi, condividere le vostre gioie e le vostre sofferenze, essere un discreto compagno dell’avventura meravigliosa che è la vita. La S. Messa celebrata oggi con alcuni di voi nella mia abitazione, ha portato un raggio di luce e scaldato il mio cuore. In attesa di abbracciarvi tutti, vi prometto il ricordo nella preghiera. Vostro, don Luciano. Lettera 31 Alassio, 8 Luglio 2012 922° giorno di detenzione XIV Domenica del Tempo Ordinario. Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare» e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Giovanni 2, 1 - 11 Carissimi amici, torno nuovamente volentieri a voi per condividere alcune mie riflessioni maturate in occasione della Solennità di Maria Santissima, venerata il 2 Luglio con il titolo di “Regina di Pontelungo”, Patrona della nostra bella Diocesi. Per questa Celebrazione Eucaristica, vissuta ancora in casa, avevo scelto il brano evangelico delle nozze di Cana e dopo la S. Messa i miei pensieri continuavano a succedersi a ruota libera intorno alla splendida figura di Maria, tanto da indurmi a scriverli, come ormai faccio con una certa frequenza, per donarvi qualche pensiero, spero ancora utile, per la vita quotidiana. E’ anche un modo di farvi sentire la mia presenza di Parroco, nonostante le condizioni restrittive di vita a cui sono stato sottoposto a causa della pesante persecuzione giudiziaria e mediatica. Vi propongo dunque in questa lettera colei che è modello dell’umanità nuova, pienamente realizzata, cioè Maria, la Madre di Gesù, pronta a soccorrerci quando nella vita cerchiamo percorsi nuovi, ponendo purtroppo l’aspettativa solo su forze umane, individuando quanto a nostro parere dovrebbe mutare in meglio la situazione faticosa che ci troviamo a vivere. Eccomi dunque al famoso brano evangelico che vi ho proposto all’inizio del mio scritto, molto usato in occasione delle liturgie di Matrimonio nelle comunità parrocchiali. Si tratta di uno sposalizio celebrato circa venti secoli fa al quale era presente la Madonna con suo figlio Gesù. Probabilmente erano non solo amici degli sposi, ma parenti prossimi. Cana (pare che in origine il nome significhi “acquistare”) era una borgata di scarsa importanza, arroccata sopra il villaggio di Cafarnao. Mi stupisce prima di tutto la delicatezza di Maria nel prendere posizione, uscendo dal suo ambito così discreto, per evitare la figuraccia più che probabile alla quale i due giovani innamorati sarebbero andati incontro: restare senza vino in quella circostanza sarebbe stato davvero umiliante, un ricordo difficile da cancellare nel loro futuro di coppia. Al contempo non possiamo certo dimenticare il vino quale richiamo all’Alleanza antica e ai futuri tempi messianici che sarebbero arrivati con il Messia tanto atteso da tutto Israele. Maria in quella occasione sceglie la via diretta e chiama in causa Gesù che ancora deve iniziare pubblicamente l’opera redentrice: in un attimo quel piccolo paese della Galilea diventa il luogo ove inizia a dispiegarsi l’opera della salvezza! Mi pare quasi di vedere la preoccupazione serpeggiante tra i servitori, consapevoli di quanto inevitabilmente sarebbe accaduto di lì a poco venendo a mancare il vino, e Maria, con la discrezione propria della creatura immacolata, dolce, sensibilissima, si accorge della tristezza entrata nel loro cuore. Prendendo l’iniziativa dà il via ai tempi nuovi, è Lei, Madre Benedetta, che sceglie la tempistica, quasi prendendo in contropiede Gesù. Bisognerebbe riflettere molto di più sul fatto che la redenzione inizia quando Maria decide. L’Evangelista a questo punto focalizza con grande precisione l’attenzione sulle sei giare di pietra, usate per la purificazione rituale dei giudei. Sono certamente grandi, ben panciute (contenevano due o tre barili ciascuna, e siccome un barile corrisponde a circa 40 litri si desume che ogni giara contenesse tra gli 80 e i 120 litri), addossate ad una parete, statiche, segno delle cose del tempo passato, contenitori di scarso valore, utili solo per un umile servizio agli ospiti, cioè liberarli dalla polvere accumulata. Probabilmente erano vuote, segno di un’Alleanza che ormai non offriva più nulla, svuotata nel suo intimo da un adempimento della Legge fatto per lo più di legalismo, quindi di facciata, inoltre erano di pietra e questo richiama immediatamente alla mente anche un senso di freddo distacco. Non a caso sono sei, indicazione di imperfezione, in quanto per il mondo dei giudei sette è il segno di pienezza: manca quindi una giara. E’ certamente impossibile raggiungere la bellezza solo con la purificazione esteriore, ci vuole qualcuno che cambi dentro l’uomo, lo rinnovi, offra un nuovo patto e tutto questo accadrà da lì a poco per iniziativa della Madonna e ad opera di Gesù! Da questi semplici segni si percepisce che tutto il mondo dell’antica alleanza è prossimo alla fine; esso viene davvero idealmente simboleggiato da quelle pesanti giare di pietra, immobili, atte al solito compito, nessuno le avrebbe usate per metterci del vino dentro, specialmente un ottimo vino nuovo: tra l’altro esso è definito nel termine “kalos” non solo buono, ma anche bello! A questo punto arriva la risposta di Gesù e alle nostre orecchie di uomini moderni, lontani dal linguaggio biblico, pare scortese. Noi in effetti siamo abituati ai compromessi, allo stile leggero, ad un’ipocrita educazione che si perde in mille parole per poi non dire nulla; il Maestro invece è diretto, sa bene che la sua “grande ora” deve ancora giungere. Il termine “donna” (che Gesù usa in questa occasione) è anche usato nei confronti della samaritana al pozzo e di Maria Maddalena quando Egli si annuncia quale Messia, al di là delle povere e sgangherate prospettive umane. Sicuramente, anche durante la festa di Matrimonio, Gesù pensa all’intimità dell’ultima cena, al dolore del Calvario, alla vittoria trionfale nel sepolcro finalmente spalancato! Oserei dire che Gesù “attendeva” un segno dal Padre per iniziare la sua missione pubblica e questo da chi poteva arrivare se non da Maria Santissima, la Madre senza peccato? Maria dal canto suo non attende nemmeno una risposta positiva di Gesù e dà ordini ai servi, come se fosse Lei la padrona di casa e possiamo certo dire che lo era davvero! Giovanni non descrive il miracolo per una sorta di “pudore teologico” e giunge subito alla conclusione. Non si perde in descrizioni di ciò che è misterioso, quello che conta è vedere gli sposi felici che addirittura ricevono meriti non appartenenti a loro. Il maestro di tavola conclude la scena con il pubblico apprezzamento agli ignari sposi. La loro preoccupazione per quanto vino ancora ci fosse a disposizione si scioglie nella commozione di una festa ben riuscita, ben al di là delle loro aspettative. In questo racconto meritano una nota anche i servi (tecnicamente chiamati diaconi, forse primi discepoli), essi hanno davvero tanto coraggio nel versare il contenuto delle giare nei bicchieri dei commensali, eppure lo fanno senza aprire bocca! Quanto sono lontani dal nostro modo di agire! Noi siamo sempre pronti a chiedere mille spiegazioni prima di acconsentire ad una semplice richiesta. Amici carissimi, facciamo nostro questo episodio evangelico, confidiamo nella Vergine Maria; come a Cana di Galilea Ella è pronta ad intercedere presso suo Figlio per tutto quanto necessita alla nostra vita, e la risposta di Gesù andrà ben oltre le nostre giare screpolate dalla miseria quotidiana del peccato, frutto di una fragilità che conosciamo purtroppo molto bene. Di cosa possiamo avere paura con una Madre così? Per ciascuno di noi c’è un’ora importante che ci attende, confidiamo dunque nella Madre del Signore, sapendo che Lei intercede offrendoci il vino nuovo di suo Figlio … e quanto bisogno ne abbiamo per vivere bene ed essere felici! In attesa di condividere l’immenso dono del vino nuovo e del pane del cielo vi abbraccio con immutato affetto. Vostro, don Luciano.